Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2019

 

LA CULTURA

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

  

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

         

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Tutte le piccole grandi cose che hanno fatto la Storia.

Scoperti in Calabria due nuovi minerali: la Linarite e la Connellite.

L'ultimo giorno dei dinosauri.

Loch Ness, svelato il mistero (forse):  il mostro è un’anguilla gigante.

I Topi che guidano una macchina.

La Scoperta della carta igienica.

La Musica che guarisce.

Mai dire Wi.Fi.

Come funziona Starship, l’astronave di Musk che porterà l’uomo su Marte.

Il Sabotaggio dei razzi spaziali.

L’Uomo Volante.

I “super soldati”.

Le Radium Girls: le ragazze fantasma.

Zichichi ed il Supermondo.

L’Ignoranza saccente.

Scienziate, non discriminate la filosofia.

I licantropi esistono davvero?

Mala Marijuana.

Pelle, occhi, malattie rare: le nuove frontiere delle cellule staminali.

Tumore e cancro: il vero, il falso, l'improbabile.

Alla ricerca dell’anima.

Albert Einstein: indagine sui segreti dell’universo.

Il Genio Folle.

I Geni.

I misteri dell’Area 51 (e 52).

Vaccini e 5G: Stupidi o Cavie da Laboratorio.

I Complottisti.

Teoria del complotto sulle scie chimiche.

Sulla Luna ci siamo stati?

Il Terrapiattismo. 

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Controllo della Mente.

Così la Cia creò l’Lsd (per controllare le menti).

Una Scossa vi Guarirà.

Una scarica elettrica per renderci pro accoglienza.

Il primo sistema che traduce i pensieri in parole.

Ancora attacchi sonici a Cuba? 

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Università, dalla dea Cerere alla scuola di Salerno. Storia di una corporazione.

Ecco le scuole migliori d’Italia. La classifica città per città.

Ripetenti Patentati.

La scuola si svuota e restringe.

Cattivi Maestri.

Indottrinamento a scuola. I Libri di Storia li scrivono i vincitori e …gli ignoranti.

Istat, ragazzini promossi ma ignoranti.

Da Gentile a Sullo sino a Fioramonti: ministro che viene, esame di maturità che cambia.

Scuola, i furbetti del Diploma.

Ignoranti, diplomati e laureati.

Ritardi a scuola, 16 milioni di ore perse in un anno.

Degni di nota.

Le note ai genitori violenti.

Vittore Pecchini e gli altri, presidi sotto attacco.

Non c’è scuola senza autorità.

L’educazione non è istruzione. Senza il padre non c’è legge nè Stato.

La lezione di vita della prof: «Ecco perché il latino ci insegna l’amore».

L’avvento della scuola comunista.

Il business delle lezioni private: vale quasi un miliardo ed è quasi tutto in nero.

Oltre 600 professori universitari sono sotto inchiesta per il doppio lavoro.

Quanto costa una laurea?

I lasciati indietro. Un sistema dinastico chiamato scuola.

Disabilità. La scuola non è di “Sostegno”.

Scuola. Non c’è più la foto ricordo.

A scuola col cellulare.

Le okkupazioni educative.

La dittatura delle minoranze. Quando a condizionare la vita sono i pochi.

Quelli che non sono laureati…e fanno la morale.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Svolte storiche.

Bronzi di Riace: è stato rubato qualcosa prima o dopo la scoperta?

Antonio Canova vs Bertel Thorvaldsen.

I Falsi d'arte.

Orologi. Le leggende al polso.

La Stretta di Mano e gli applausi.

Il significato dei simboli.

Tirchi o contro lo spreco?

I Maligni.

 “Conosci te stesso”, mistero e alla precarietà dell’esistenza.

Non sappiamo chiedere scusa.

Siami senza amici.

I Mozart.

Staino.

Il Doping delle autocitazioni.

«Quella forza chiamata leggere».

Alla caccia del libro… 

I venerati maestri ci lasciano. E quelli nuovi non arrivano.

I Libri dei Vip.

L’Involuzione sociale e politica. Dal dispotismo all’illuminismo, fino all’oscurantismo

La civiltà ci rende infelici e menefreghisti: La società signorile di massa.

L’esercizio della Critica.

La cultura? In Italia non è più un valore.

 “Ok, boomer”. L’ultima discriminazione generazionale comunista.

Gioventù del Cazzo.

Generazioni a confronto. L’Italia dei Baby boomer, della Generazione X, della Generazione Y, della Generazione Z, dei bamboccioni, dei Neet e dei Hikikomori.

Volgare 2.0. L’Esperanto dei ragazzi.

La coerenza? Non esiste!

L’Italia sta pagando caro l’analfabetismo digitale.

Quando il nerd si fa hard.

La "vera" Biancaneve? Era una baronessa cieca.

Il Cinema e la dittatura.

Mostra del cinema di Venezia: scandali e follie.

Cinema e motori.

L’Italia dei Tabù. Il sesso è solo vintage.

Tanto porno, niente educazione sessuale.

Televendita dell’arte.

Maurizio Cattelan.

Papà Renzo Piano.

La signora delle Barbie.

Anna Wintour, Prada, Renzo Rosso, Valentino, Donatella Versace, Dolce e Gabbana, Capucci, Lagerfeld, Giorgio Armani. La moda è loro.

L’alloro di Dante.

Buon compleanno, ispettore Marlowe.

Casanova e la Gonorrea.

Mary, la moglie geisha che Hemingway tradiva.

Ian Fleming: il mappatore.

Le Memorie di Giorgio De Chirico.

Renato Balsamo con un ritratto sapeva rubarti l'anima.

Povero Belli.

Parlando di Rossana Rossanda.

Gaia Servadio

Stefania Auci.

Liliana Cavani.

Susanna Tamaro.

Carlo Fruttero e Franco Lucentini.

Pietrangelo Buttafuoco.

Indro Montanelli.

Oriana Fallaci, vergogna di Stato: la Rai l'ha boicottata.

Dacci oggi il nostro Cairo Quotidiano.

La Sapienza dei sinistri.

Il ravvedimento degli intellettuali di sinistra.

Pascoli e l’omicidio del padre.

Il pessimismo di Leopardi? Ottimo ritratto della modernità.

In questa epoca sfinita non c'è spazio per l'eroico Foscolo.

Il Nobel partigiano.

Premio Strega: metodo Palamara-CSM.

Misteri letterari…col trucco.

Editoria di “Stocazzo”.

Libri contraffatti.

Penne brille.

La Società dei Magnaccioni...

Vite da Scoponi.

I pavoni della penna.

Il Successo da una botta e via…

Prima la Fama e poi la Fame.

Le lettere inedite. Da Sorrentino a Pirandello.

Massimo Troisi. Un poeta fragile e imperfetto riscoperto anche dai giovani.

Perché siamo complottisti? 

Quei "simboli del male" che durano un giorno.

Oscurare i graffiti su tv e giornali.

Le lenzuola e la manifestazione del pensiero.

QI: Il Quoziente intellettuale. Quei geni che (non) ti aspetti.

Leonardo: il genio che voleva misurarsi con Dio.

I Simpson trent’anni dopo: più politicamente corretti

Il progetto dei comunisti: quello di sconvolgere la morale borghese.

Il Politicamente Corretto Ideologico.

Il nefasto “politicamente corretto”.

L’uso dell’immagine per manipolare la coscienza.

“Bella Ciao” sulla bocca di tutti…

Spettacolo: "La droga è ovunque ma vince l’ipocrisia".

I Selficienti. I Selfi della Gleba: Gli Egomostri.

Siamo circondati da Influencer.

Gli influencers ideologici.

Piero, Angela il Grande.

Mughini & Company. Gli Influencers della Cultura.

Ritratto di Mauro Corona.

Marco Paolini non si perdona.

Rampini: il rinnegato comunista.

Intervista a Pier Paolo Pasolini.

Letizia Battaglia.

Intervista a Natalia Aspesi.

Piccoli tasti. Grandi firme.

Vespa Memories.

Come in pace così in Guerri.

Il peace and love.

Le atrocità del Comunismo: La giornata della memoria è un dovere.

La dittatura della Massa.

Il comune senso del pudore. La censura del pelo.

L’Involuzione della specie italica.

Niente soldi al “Terzani” comunista.

La cultura dei camerati.

Ritratto di Gianrico Carofiglio.

Ritratto di Erri De Luca.

Andrea De Carlo.

Giampaolo Pansa.

Ritratto di Michela Murgia.

Saviano: i segreti di una star.

Nuto Revelli,  l’ira e il riscatto.

Paperino compie 85 anni: la storia.

Topolino ne fa 70!

Gómez Dávila, Giovanni Comisso. I grandi scrittori? Tutti di destra.

La Dittatura Culturale Sinistra.

Emarginato se non sei di sinistra.

Quelli che vogliono solo scrittori partigiani.

«Attenti al fascismo degli antifascisti».

Tra Pluralismo e Relativismo. Gli Haters. Ossia: gli odiatori.

L’odio figlio dell’Invidia.

I simboli scaduti dell’altro millennio che i comunisti usano per alimentare odio e paura di un pericolo immaginario.

Dall'ideologia all'odiologia.

L’egemonia della sinistra chiamata Cultura.

La cultura fondata sulla Politica e sulla Finanza. 

Quando l’editoria di sinistra non è foraggiata…muore!

Il Cinema ed il finanziamento del politicamente corretto e schierato.

La Cultura della Legalità.

La Cultura della Legalità e dell'Antimafia.

La cultura della Solidarietà.

Percezioni errate: il primato è degli italiani.

La Conformità al pensiero unico.

Internet è Libertà. Chi non vuole il Web.

Wikipedia ed il Recentismo.

Gli Oscar alla carriera.

Che noia questi Oscar 2019 così politici.

La tv è gay. Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay.

L’Oscar LGBTI.

Cannes delle femministe.

Cannes, Nuovo Cinema Paradiso e il premio 30 anni fa.

Woodstock, i tre giorni che hanno cambiato il mondo.

La culla dell’hip hop quando la musica era la voce del ghetto.

Gli artisti senza pensione.

Unesco: quanto paghiamo per diventare patrimonio dell’umanità.

La lingua italiana è un diritto.

Le radici meridionali della lingua italiana.

La Citazione sbagliata.

Ecco l'italiano dei giornali.

L’età della parolaccia.

Storia della parola «bullo»: oggi è un delinquente ma significava amico.

La Rai editrice.

 

SECONDA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Lo share è di destra o di sinistra?

Il processo in Tv e la giuria popolare.

Giornali e Tv Spazzatura.

Piange l’edicola del mercimonio.

Così Gramsci ha creato l’egemonia su giornali e magistratura

Fatti la tua idea...la nostra!

Quell'infinito striscione per Giulio Regeni.

Il Metodo Raggi.

Assange: spia o eroe?

L’ostensione delle fidanzate.

Le redazioni sessiste.

Il Concertone politico.

Il Pettegolezzo.

La Macchina del Fango? Parcheggiata a sinistra. La primogenitura della diffamazione mediatica.

La disinformazione, o no?

Il problema delle false citazioni.

L'Era digitale e la post-notizia. Il Popgiornalismo.

Diritto all’oblio. Una censura tutta Comunitaria.

Il Diritto di Citazione. Censura e Fake News. Se questi son giornalisti...

Wikipedia: l’enciclopedia partigiana.

Deepfake, dopo le fake news arrivano i video bufala: come si costruiscono?  

La censura, o no?

Liste di Proscrizione e Censura.

Querele temerarie.

Sergio Romano.

Annalisa Chirico.

Il Tribunale del Conformismo e la censura degli opposti.

Censura: con le buone o con le cattive.

Politica e media: tu chiamale se vuoi emozioni…

Gruber & Company. I compagni propaganda.

Lottizzazione Rai: metodo Palamara.

Lavoro alla Rai…Ma quanto mi costi?

Chiudere la Rai.

Mario Giordano, il giornalista comodissimo della (vecchia) Rete 4.

Il bastiancontrarismo.

La tv e i soliti esperti del Nulla.

Daniele Capezzone.

Paolo Guzzanti.

Salvate il soldato Sgarbi, impiegato del litigio da copione.

Aldo Grasso. La cultura televisiva e il suo pioniere. 

Paolo Mieli. Lo Storico.

Perché amiamo le bugie (e odiamo la verità).

I media ignorano i giovani, tranne quando c'è da fare la morale.

Niente giornali ai diciottenni.

Miserie, gaffe e smentite… Storia dei fuorionda rubati.

Mario Calabresi, addio a Repubblica.

Il Consiglio disciplina campano archivia Luigi Di Maio.

I comunisti contro Maria Giovanna Maglie.

L’ostracismo per Monica Setta.

L’ostracismo per Roberto Poletti.

Chiudere Radio Padania!

Chiudere Radio Radicale!

Eccesso di Fede. I Partigiani nella Redazione.

 

 

 

LA CULTURA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Tutte le piccole grandi cose che hanno fatto la Storia.

Il primo fiammifero della storia? Un fungo secco, trovato tra i reperti di Matera. Pubblicato venerdì, 15 novembre 2019 da Corriere.it. Al museo archeologico di Matera — non a caso la terza città più antica al mondo tra quelle ancora abitate, dopo Aleppo e Gerico, e prima di Gerusalemme — c’è un reperto straordinario che rischia di passare inosservato in mezzo ai molti altri oggetti che ci riportano al paleolitico e alle origini della nostra società: un fungo secco trovato nelle tasche di alcuni nostri lontanissimi progenitori tra i sassi della città lucana. La curiosità è doppia visto che si tratta di un fungo ancora oggi esistente e che si presenta del tutto indigeribile dallo stomaco dell’essere umano. Perché i nostri progenitori ne avevano avuto, dunque, così tanta cura da farli seccare per garantirne il trasporto? Il nome del fungo, ancora oggi, ne rivela la magica utilità: si tratta del fomes fomentarius, in sostanza un fungo che «fomenta» il fuoco. Di fatto, nella storia della tecnologia, lo possiamo collocare come il primo «fiammifero» della storia.

Che cos’è veramente un robot? Dalle prime paure all’arrivo nelle nostre case. Pubblicato venerdì, 20 dicembre 2019 da Corriere.it. Diciamo “robot” e pensiamo “futuro”. Pochi sanno, tuttavia, che la parola robot è ormai quasi centenaria. Fu coniata infatti nel 1920 dallo scrittore ceco Karel Capek, partendo dal termine robota, che nella sua lingua significa “lavoro”.Da allora i robot hanno iniziato a popolare moltissimi scenari di fantascienza — tra sogni di liberazione e paure di tradimento. Ad esempio, proprio per prevenire rivolte verso l’umanità, i robot immaginati dallo scrittore Isaac Asimov dovevano obbedire a tre famose leggi:

1) Un robot non può arrecare danno a un essere umano né permettere che, a causa della sua inazione, un essere umano venga danneggiato.

2) Un robot deve obbedire a qualsiasi ordine di un essere umano, a patto che non vada in conflitto con la Prima Legge.

3) Un robot deve proteggere la sua propria esistenza, purché ciò non infranga la Prima o la Seconda Legge.

Alberto Fraja per “Libero Quotidiano” il 17 dicembre 2019. Diceva Pietro Nenni che le idee camminano con le gambe degli uomini. Il vecchio leader socialista dimenticava di aggiungere che se ai piedi infili pure un paio di scarpe comode, è ragionevole prevedere che quelle idee arrivino a interessare un numero non trascurabile di potenziali adepti. Della storia, del ruolo sociale e della valenza simbolica assunta nei secoli della scarpa si discetta nella mostra che si apre oggi a Firenze al Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti (vi rimarrà fino al 19 aprile 2020) e il cui titolo è Ai piedi degli dei. Le calzature antiche e la loro fortuna nella cultura del Novecento. L' esposizione allinea i principali tipi di scarpe utilizzate nel periodo compreso fra il V secolo a.C. e il IV a.C, rinvenute in diversi contesti archeologici d' Europa. Ad essa affianca una sezione dedicata alla fortuna della calzatura antica nella cultura del Novecento, attraverso due punti di vista fra loro complementari: la moda e il cinema. Scarpe dei maggiori stilisti italiani del secolo scorso sono esposte insieme ai modelli della più celebre manifattura italiana di calzature per il cinema, la Pompei Shoes, quella che sfornava calzari per gli attori dei film peplum divenuti veri e propri cult: da Cleopatra a Quo Vadis, da Ben Hur al Gladiatore. Le prime testimonianze grafiche di calzature risalgono a circa 15.000 anni fa anche se l' esemplare più antico rinvenuto in buono stato di conservazione (fu trovato in una caverna dell' attuale Armenia), pare sia stato confezionato intorno al 3.500 a.C. Si tratta secondo gli studiosi di una scarpa da donna, numero 37 e mezzo formata da un unico pezzo di pelle bovina, allacciata nella parte anteriore e in quella posteriore con una cordina di cuoio. La scarpa smette di fungere da solo oggetto indispensabile ad evitare la scarnificazione dei piedi in epoca egizia. I sudditi del faraone cominciano, infatti, ad assegnarle un carattere simbolico elevandola a tratto distintivo del rango da essi rivestito nella società. Un esempio: la carica onorifica di "portatore di sandali" spettava al seguito di faraoni e nobili. È tuttavia con gli antichi greci che l' evoluzione della scarpa comincia ad assumere forme e modelli base poi tramandati nel tempo. L'Upodémata, il tipico sandalo con suola di cuoio o di legno legato al piede da strisce di pelle, l'Embàs, uno stivaletto allacciato da donna e l' Embàtes uno stivale di cuoio o stoffa per i cavalieri diventeranno motivo d' ispirazione, nei secoli avvenire, di legioni di calzolai. Si sappia inoltre che nel mondo greco, lo status e il ceto di appartenenza di una persona si distinguevano anche in base all' altezza delle suole. Anche i romani adottano tecniche di concia delle pelli simili a quella dei greci, e anche nel loro caso la scarpa diventerà presto uno status symbol. I Calcei, per dire, erano suole senza tacco con tomaie in pelle che avvolgevano tutto il piede ed erano prerogativa di nobili e senatori. Curiosità: nella Venezia del quattrocento tra le donne della upper class cominciò a diffondersi la moda di calzare le cosiddette Cioppine, zeppe talmente vertiginose che il Maggior Consiglio della Serenissima si vide costretto addirittura a legiferare per stabilirne l'altezza massima (alcuni modelli raggiungevano addirittura il metro). Caracollare su trampoli del genere determinò un numero non precisato di distorsioni alle caviglie. La moda delle scarpe si diffonde in Francia nel XVI secolo grazie a un' italiana: Caterina de' Medici. Le più ambite si chiamavano Souliers à pont. Nel XVII secolo le donne cinesi presero a infilarsi stravaganti calzari con un piedistallo al centro della suola. Erano talmente scomode e pericolose che per camminare le signore erano costrette a ricorrere al sostegno di qualche maschietto di buona volontà. Fu nel XVII secolo che presso l'aristocrazia e le classi più abbienti comincia a prendere piede, è proprio il caso di dirlo, la moda degli stivali. Dapprima alti fino al ginocchio, poi oltre e strombati. Nel secolo successivo spopolano tra le donne le scarpe a punta mentre più in generale la calzatura assume forme più moderne. Le scarpe del primo Novecento si ispirano nientemeno che all' Art Noveau francese, hanno la punta allungata e l' accollatura alta. Prima della Grande Guerra la calzatura più diffusa è il tacco "Luigi", in stile rococò e dalla forma a rocchetto. Dopo il secondo conflitto mondiale è lo stile italiano a dettare il passo: sandali più audaci e décolleté danno la cifra delle nuove tendenze grazie a marchi e firme del made in Italy come Valentino, Versace, Ferrè e Armani. Per concludere: sapete chi sono i protettori dei calzolai? I santi Crispino e Crispiano. I due fratelli raggiunsero nel terzo secolo la Francia per predicarvi la fede cristiana. Facevano i ciabattini. Il resto del tempo lo dedicavano a risuolare le anime. Con successo a quanto pare.

9 cose che erano fondamentali nelle nostre vite e sono diventate obsolete negli ultimi 20 anni. Dave Johnson il 15/12/2019 su it.businessinsider.com. Via via che la tecnologia avanza, le cose che una volta erano innovative e rivoluzionarie stanno diventando obsolete. Negli ultimi 20 anni, i nastri Vhs, i laboratori fotografici che stampavano le foto in un’ora e le cabine telefoniche sono alcune delle cose che sono quasi completamente scomparse. Ecco nove cose che sono diventate obsolete negli ultimi 20 anni.

La tecnologia sfreccia sempre velocemente. Poco più di un secolo fa, intere industrie legate al trasporto con cavalli sono scomparse da un giorno all’altro con l’avvento dell’automobile. Più recentemente, i progressi nella tecnologia di registrazione musicale ci hanno consentito di passare da dischi a cassette, a Cd, e infine a Mp3 e streaming digitale. Anche se oggi potresti non essere consapevole del ritmo febbrile del cambiamento, è facile guardare indietro a dozzine di tecnologie che sono ora completamente obsolete grazie alla velocità del progresso.

I laboratori che stampavano foto in un’ora e che occupavano angoli di strade e centri commerciali. Le fotocamere per smartphone hanno reso la fotografia un’attività per tutti. Ma per decenni, usare una macchina fotografica significava scegliere con cura i movimenti, poiché i rotoli di pellicola contenevano un numero finito di scatti e richiedevano che il rullino venisse elaborato e stampato. Con il miglioramento della tecnologia alla fine degli anni ’70, i servizi di elaborazione delle foto che impiegavano una settimana spesso eseguiti da negozi specializzati di macchine fotografiche hanno lasciato il posto a laboratori che stampavano le foto in un’ora. Questi laboratori sono spuntati in grandi magazzini, negozi di alimentari, negozi di macchine fotografiche e persino chioschi autonomi costosi all’angolo della strada. Al loro apice nel 1993, c’erano 7.600 laboratori di foto in un’ora negli Stati Uniti e altri 14.700 cosiddetti mini-lab all’interno di catene di negozi come Kmart. Se non hai vissuto negli anni ’80 e ’90, è difficile renderti conto di quanto fossero comuni questi negozi. Naturalmente, non è una sorpresa quello che è successo ai laboratori fotografici di un’ora e agli sviluppatori di foto in generale. Via via che le fotocamere digitali e gli smartphone sono arrivati sul mercato, la necessità di sviluppatori di foto è sparita praticamente da un giorno all’altro. Nel 2015, Bloomberg riferì che nessun’altra attività negli Stati Uniti era diminuita tanto nei 15 anni precedenti quanto i laboratori fotografici di un’ora e, in quell’anno, c’erano solo 190 negozi ancora attivi in tutto il paese.

Per due decenni, ogni computer è stato dotato di un’unità floppy per caricare i programmi. La storia del floppy disk è indissolubilmente legata alla crescita del personal computer. Sebbene una versione da otto pollici del floppy risalga al 1967, il primo PC IBM fu distribuito con un floppy da 5,25 pollici nel 1981. Contiene 360 kilobyte di dati, che rappresentano circa un terzo di megabyte. Si chiamava unità “floppy” perché il disco dati era racchiuso in una guaina flessibile, ma il nome rimase anche per la versione da 3,5 pollici molto più rigida che divenne rapidamente equipaggiamento standard su PC per i successivi due decenni. Fino all’ascesa dei Cd, i floppy disk erano il supporto standard per il modo in cui il software veniva impacchettato, venduto e installato. Non era insolito, ad esempio, ottenere un box con una dozzina di floppy disk per installare un programma di grandi dimensioni (Microsoft Office 97 è arrivato su 55 floppy disk). Alla fine, non solo il software è diventato troppo grande, ma anche un singolo file utente – come un file di canzone MP3 – non poteva stare su un floppy, che conteneva solo 1,44 MB. Nonostante fosse universale, c’era un enorme interesse a sostituire il floppy per i trasferimenti di file standard. A metà degli anni ’90, molti consumatori possedevano unità di archiviazione come l’unità Iomega Zip, che leggeva ad esempio cartucce intercambiabili da 100 MB, e verso il 2000 circa, le unità flash USB offrirono finalmente una soluzione semplice, economica e ad alta capacità che viene ancora regolarmente utilizzata oggi. Il 1998 è stato l’inizio della fine per il venerabile floppy. Apple ha presentato iMac G3, il primo personal computer senza floppy, e i produttori di PC hanno seguito lentamente l’esempio negli anni successivi. I floppy hanno resistito per diversi anni, ma Sony – l’ultimo produttore di floppy disk sulla terra – ha smesso di produrre dischi nel marzo del 2011. Anche se i floppy disk sono ormai del tutto obsoleti, vivono ancora come icona “salva” su molti programmi per computer, anche se i giovani non hanno idea di cosa si tratti.

Gli Assistenti digitali personali sono stati i precursori degli smartphone. Il Personal Digital Assistant, noto come Pda, ha conquistato il mondo negli anni ’90. Non è difficile capire perché: erano proto-smartphone, in grado di dare alle persone il loro primo assaggio del mobile computing tascabile. I Pda memorizzavano le informazioni di contatto, eseguivano app, offrivano giochi e alcuni potevano svolgere attività più avanzate come riprodurre musica e video e accedere a Internet. PayPal ha di fatto iniziato con i Pda come un’app che consentiva agli utenti di Palm Pilot di scambiare denaro.

Gli anni ’90 furono un decennio impegnativo per le aziende tecnologiche che cercavano di inventare il dispositivo portatile perfetto, ma molti concorderanno sul fatto che Apple abbia avviato il movimento Pda nel 1993 con il suo Newton MessagePad, che ha riconosceva la calligrafia inglese. Ma i dispositivi che la maggior parte delle persone effettivamente acquistavano erano il Palm Pilot (che è emerso nel 1996) e il Pocket PC di Microsoft, entrambi diventati, anche se solo per alcuni anni, strumenti aziendali essenziali. Certo, non è difficile capire perché siano svaniti. I Pda erano smartphone dell’era giurassica e potevano esistere solo finché nessuno aveva preso le caratteristiche intrinseche di un Pda e ci aveva aggiunto la possibilità di effettuare chiamate telefoniche. Quando Apple ha lanciato l’iPhone nel 2007, si è integrato perfettamente nella vita di tutti i giorni in un modo in cui i Pda non avrebbero mai potuto. Palm ha smesso di produrre Pda semplici entro il 2007, ma ha lanciato uno smartphone senza successo chiamato Palm Pre nel 2009.

Per decenni, gli insegnanti hanno utilizzato proiettori dall’alto per le loro lezioni. Il proiettore da soffitto è stato un dispositivo fisso nelle scuole e negli uffici per quasi 50 anni. Il sistema di proiezione mostrava le immagini su una parete o su uno schermo: una luce proiettata verso l’alto attraverso un piano trasparente rimbalzava su uno specchio che deviava la luce di 90 gradi in avanti. I proiettori da soffitto erano semplici dispositivi, ma richiedevano che il documento fosse trasparente. Per quasi tutti gli studenti dagli anni ’60 agli anni ’90, vedere gli insegnanti scrivere durante una lezione su un foglio trasparente che viene proiettato sul muro era una cosa normalissima. Negli anni 2000, i proiettori aerei hanno iniziato a essere sostituiti da una serie di nuove tecnologie. Le scuole hanno iniziato ad adottare lavagne interattive che consentono agli insegnanti di progettare documenti digitali come presentazioni di PowerPoint e altri contenuti più coinvolgenti. Sebbene in alcune scuole ci siano ancora proiettori luminosi in uso, il mercato di questi dispositivi è evaporato. 3M, una società che produce proiettori da oltre 50 anni, ha smesso di produrli nel 2015.

Grazie ai videoregistratori, ogni casa aveva film sui nastri VHS che dovevi riavvolgere. Immagina di poter guardare un film a casa, quando vuoi. Oppure di guardare un episodio di “Mork e Mindy” che ti sei perso perché sei tornato a casa troppo tardi. Era difficile immaginarlo prima del 1977, ma fu allora che il videoregistratore Vhs debuttò. (La piattaforma sconfisse la Betamax di Sony in gran parte perché era meno costosa e i nastri potevano contenere due di film ore anziché una.) Vhs era un punto fermo dell’intrattenimento domestico negli anni ’80 e fino agli anni ’90. I videoregistratori hanno consentito il time-shifting o la registrazione di uno spettacolo televisivo da guardare in seguito. E hanno anche dato vita a negozi di noleggio video, che nel 1988 erano decine di migliaia negli Stati Uniti. Prendere un film a noleggio il venerdì sera è stato il passatempo di intere generazioni. I videoregistratori non sono diventati obsoleti da un giorno all’altro, ma sono morti lentamente. I videofili hanno abbracciato il formato LaserDisc e nel 1998 c’erano 2 milioni di famiglie col LaserDisc. I lettori Dvd sono entrati sul mercato nel 1997, seguiti sia da HD DVD che da Blu-ray. Nel 1998, l’industria dei videoregistratori ha provato la strada dell’alta definizione con HD VHS. Ma il primo piano di streaming di Netflix ha dato forse il colpo fatale ai nastri analogici di film nel 2007. Funai, l’ultima azienda sulla terra a produrre videoregistratori, ha interrotto la produzione nel 2016.

Gli annunci hanno mantenuto i giornali cartacei in vita per più di un secolo, ma Craigslist se ne è sbarazzato rapidamente. Forse la cosa più antica a morire di questa lista sono gli annunci che hanno reso i giornali redditizi per la maggior parte del secolo. La prima sezione di annunci moderni fu pubblicata sul Philadelphia Public Ledger poco dopo la fine della guerra civile. In alcuni casi, nel corso del XX secolo, gli annunci non personali rappresentavano fino al 40% delle entrate dei giornali. Era il punto di riferimento delle persone per comprare e vendere oggetti per la casa, trovare auto usate e cercare lavoro. Verso la metà degli anni ’90, tuttavia, Internet stava sottraendo annunci ai giornali. Senso comune vuole che un sito in particolare – Craigslist – avrebbe ucciso da solo gli annunci pubblicitari di giornali, poiché il sito era facile da usare e la maggior parte degli annunci erano gratuiti. Nel 2006, l’ Economist scrisse che il fondatore di Craigslist “Craig Newmark … ha lavorato probabilmente più di qualunque altro fattore per distruggere le entrate dei giornali”. Nel 2010, Poynter ha riferito che le entrate pubblicitarie da annunci erano diminuite del 70% negli ultimi 10 anni.

Tanto tempo fa, la maggior parte delle persone trasportava mappe stradali cartacee in auto. Le mappe stradali sono state un oggetto immancabili in ogni auto. Per esempio, negli Stati Uniti, dopo la costruzione del sistema autostradale interstatale, è diventato popolare per aziende come Rand McNally creare mappe stradali per le compagnie di carburante, che in genere davano in omaggio mappe alle stazioni di servizio. A metà degli anni ’60, erano state date almeno 200 milioni di tali mappe stradali. Com’era prevedibile, i navigatori Gps hanno fortemente ridotto le vendite delle mappe stradali – semplicemente non sono più fondamentali. Le carte stradali hanno iniziato a perdere valore alla fine degli anni ’90, quando siti come MapQuest hanno permesso agli utenti di creare indicazioni stradali dettagliate e stamparle sulla propria stampante di casa. Alla fine, le auto hanno iniziato a essere progettate con il Gps integrato e oggi, anche questa innovazione non è essenziale, grazie agli smartphone con Gps e alle app cartografiche. Oggi i dipartimenti statali del turismo stampano molte meno mappe, se non affatto. Nel 2012, la Pennsylvania stampava solo un quarto dei 3 milioni di mappe che aveva stampato un decennio prima e lo stato di Washington aveva fermato del tutto la produzione. E sebbene Rand McNally continua a vendere mappe, prova a trovare qualcuno che conosci che ne abbia una in macchina.

I lettori MP3 erano fondamentalmente iPhone che non potevano effettuare chiamate telefoniche. Come i Pda, i lettori Mp3 sono una tecnologia che ha avuto un breve momento d’oroi. Il primissimo modello, MPMan F10, è arrivato alla vendita al dettaglio nel 1998 e l’intera categoria è stata dichiarata sostanzialmente morta entro il 2012, grazie all’ascesa dello smartphone. Forse non c’è stato segnale migliore del fatto che gli Mp3 fossero obsoleti quando nel 2014 Apple interruppe la produzione della maggior parte degli iPod, la linea di prodotti che praticamente definiva il lettore Mp3. Anche Steve Jobs capì cosa stava succedendo e una volta definiì l’iPhone “il miglior iPod che abbiamo mai realizzato”. Ma nel periodo in cui erano in circolazione, i lettori Mp3 sono stati una rivelazione per le persone che volevano musica in movimento. Erano migliori dei lettori di cassette portatili perché non avevano parti mobili ed erano spesso più piccoli. Ma all’inizio, i lettori Mp3 erano dispositivi goffi. In genere richiedevano di copiare una quantità limitata di musica sul dispositivo tramite un cavo o di copiare tracce su una scheda di memoria, quindi di inserirla nel lettore. I dispositivi successivi potevano sincronizzarsi con il computer desktop, ma spesso mancava ancora la memoria: il Rio PMP300, un lettore popolare del 1998, veniva fornito con 32 MB. Nel 2001, Apple ha introdotto l’iPod, una versione raffinata del concetto di lettore musicale portatile ed è diventato il lettore più popolare sul mercato. Alla fine, i lettori Mp3 sono scomparsi per lo stesso motivo per cui molte cose sono diventate obsolete – è stato completamente incorporato dagli smartphone.

Solo 20 anni fa c’erano 2 milioni di cabine telefoniche negli Stati Uniti. Non molto tempo fa per trovare una cabina telefonica bastava camminare su una qualsiasi strada di città. Ma quando è stato realizzato il film “Phone Booth” di Colin Farrell nel 2003, i produttori del film hanno dichiarato che l’ultima cabina telefonica a Manhattan era stata rimossa mentre il film veniva girato in città. C’era una ragione non intenzionale per cui le cabine telefoniche erano diventate così popolari in primo luogo. Nel 1967, la Corte Suprema degli Stati Uniti decretò che le persone avevano un diritto sancito dal quarto emendamento alla privacy nelle cabine telefoniche, e così divennero rapidamente un paradiso per i criminali per condurre affari per le strade. Indipendentemente dal motivo per cui sono state utilizzate, le cabine telefoniche erano onnipresenti: c’era più di un milione di cabine telefoniche nel 1960 negli Stati Uniti e nel 1999 ce n’erano 2 milioni. Oggi ci sono solo circa 100.000 telefoni a pagamento negli Stati Uniti, ovvero appena in più di quanti ne esistessero nel 1902. Sebbene non sia un mistero il motivo per cui i telefoni a pagamento sono oggi meno popolari di quanto non fossero alcuni decenni fa – tutti hanno un telefono in tasca – c’erano anche fattori di politica pubblica coinvolti. Come riportato nell’Atlantic, un certo numero di città ha trascorso gli ultimi decenni a lavorare in silenzio per rimuovere i telefoni a pagamento o disconnetterli per tentare di ridurre il crimine.

 Il codice a barre compie 45 anni. Dalla nascita ai 6 miliardi di beep al giorno. Pubblicato giovedì, 28 novembre 2019 da Corriere.it. Il codice a barre compie i suoi primi 45 anni ma nel frattempo ha fatto tanta strada da quando, nel 1948 Bernard Silver e a Norman Joseph Woodland ebbero l’intuizione in riva al mare, osservando le linee disegnate sulla sabbia. Da lì l’idea di creare un riconoscimento automatico alle casse che potesse velocizzare code e pagamenti nei supermercati e nel 1973 dopo quattro anni di lavoro e di test, l’associazione statunitense delle principali aziende del settore alimentare adotta il codice a barre GS1 (allora UPC). Fece il suo ingresso nel mercato nel 1974 passando per la prima volta alla cassa di un supermercato (Marsh nella città di Troy in Ohio) per l’acquisto di un pacchetto di chewing-gum Wrigley’s gusto juicy fruit. Il successo fu stato immediato e venne adottato da sempre più aziende. A svilupparlo è l’organizzazione mondiale neutrale e no profit presente in 114 paesi che mantiene lo standard del codice a barre GS1 e gli altri standard internazionali. In Italia, è GS1 Italy, l’unico ente autorizzato a rilasciare il codice a barre GS1 a cui aderiscono 35 mila imprese di produzione e di distribuzione di beni di consumo. Ha la capacità di superare frontiere culturali e geografiche usato in tutto il mondo da oltre un milione di imprese senza bisogno di traduttori oltre confine. A 45 anni dalla sua nascita, solo in Italia, sono più di 60 milioni le persone che lo usano e passa con il suo beep 6 miliardi di volte al giorno in tutto il pianeta. Un piccolo simbolo che permette l’identificazione e la tracciabilità del prodotto lungo tutta la filiera.

Jessica D'Ercole per “la Verità” il 29 novembre 2019. C' è un cerotto per tutto. Da semplice rimedio per rimarginare le ferite ora si usa per somministrare farmaci e vaccini, per far passare il mal d' auto e i sintomi della menopausa, per smettere di fumare e di russare, per eliminare punti neri, vesciche, verruche, rughe e cellulite, per decontrarre muscoli, per tirar su il seno, per fare sesso o per non fare bambini. Ma la scienza non si ferma qui. Da ultimo a Chicago ne hanno inventato uno capace di leggere il sudore. Rileverà i livelli di Ph, elettroliti, glucosio e lattato e un domani sarà utile anche per la diagnosi della fibrosi cistica e delle malattie renali. Cerotti, quindi, che oltre a curare prevengono. In principio ci fu Josephine Frances Knight, sbadata moglie di Earle Dickson, addetto agli acquisti del cotone per la ditta Johnson & Johnson nel New Jersey. Josephine, per compiacere il marito, si dava un gran da fare nelle faccende domestiche ma in cucina era talmente maldestra da procurarsi continuamente tagli e scottature. Ferite che si medicava da sola, con scarsi risultati, un rotolo adesivo e della garza. Stufo di vedere la consorte in queste condizioni, e di doverle rifare le medicazioni ogni sera, un giorno del 1920 Dickson pensò di preparare dei bendaggi già pronti affinché, al momento del bisogno, Josephine potesse applicarseli da sola senza rischiare ulteriori infezioni. Si trattava di una striscia di nastro adesivo chirurgico su cui aveva applicato, a intervalli regolari, dei quadrati di garza sterile. Il tutto veniva infine ricoperto con una striscia di crinolina in modo che potesse essere riarrotolato. Soddisfatto della sua soluzione, Dickson la raccontò a un suo collega di lavoro. Questi ritenne la trovata talmente geniale da convincerlo a esporre l' idea anche agli amministratori. I Johnson erano inizialmente titubanti ma quando videro la facilità con la quale ci si poteva applicare il bendaggio da soli si decisero a produrlo. Era nato il cerotto. Il 18 maggio del 1921 entrò in commercio, tre anni dopo fu prodotto in massa. Il bendaggio ebbe un tale successo che Dickson divenne vicepresidente della compagnia. Peccato però che nel 1961, a 69 anni, morì senza avere ricevuto quote dei profitti economici derivanti dalla sua invenzione. Alla sua morte erano arrivati a più di 30 milioni di dollari all' anno. Kate Middleton fotografata negli ultimi anni con cerotti color carne su pollici, indici, medi, anulari, dorsi e palmi delle mani. Pare che solo i mignoli si siano salvati dalle sue piccole distrazioni quotidiane. Wilt Chamberlain, tra i più forti cestisti di tutti i tempi, era così magro che usava dei cerotti adesivi per tenere su i calzettoni. Mario Balotelli nel 2012 sdoganò il taping neuromuscolare (Tnm), ovvero il cerotto blu capace di ridurre dolori muscolari, accelerare la guarigione dei tessuti e correggere l' allineamento delle articolazioni. Inventato nel 1973 dal chiropratico e agopuntore giapponese Kenzo Kase, fu migliorato nel 1999 dall' australiano David Blow: se il prodotto nipponico privilegiava la compressione della parte sofferente, quello di Blow agisce sul versante della decompressione. Di gran moda, questi cerotti oggi vengono appiccicati sul viso per cancellare rughe e zampe di gallina, sul collo per ridurre il doppio mento, sulle terga per glutei più alti. Kim Kardashian ha lanciato una linea di cerotti per tenere a bada i suoi prosperosi seni. Si tratta di nastri adesivi, facilmente removibili, che permettono di tirar su le proprie grazie anche con i più generosi décolleté, quelli che non permettono l' uso di lingerie. Si chiamano Skims e vengono venduti in rotoli da 36 dollari l'uno. Gli scienziati dell' Università di Edimburgo hanno creato un nuovo tessuto a partire da materiali sintetici le cui nanofibre, migliaia di volte più sottili di un capello, possono essere sintetizzate in tempi rapidi guarendo così ferite e ustioni senza lasciare cicatrici. Questo tessuto verrebbe applicato sulla pelle come un cerotto, con la differenza che non va strappato perché viene completamente assorbito. Secondo gli scienziati, però, ci vorranno almeno quattro anni perché questo nuovo tipo di bendaggio entri in commercio. Anche il cerotto inventato dall' équipe dell' Università di Harvard guidata da Benjamin Freedman promette di guarire ferite senza lasciare cicatrici. Realizzato in Idrogel, costituito al 90% di acqua, contiene l' actina, una proteina embrionale della pelle in grado di tirare l' epidermide, sigillandola alla perfezione. Pare che rimargini le ferite molto più rapidamente e che aderisca dieci volte più rispetto a un normale cerotto assumendo qualunque forma. Ma nemmeno questo prodotto è ancora in circolazione. Allo studio anche un cerotto che grazie all' energia solare accelera la guarigione delle ferite e delle ustioni. Un' idea che lo scorso anno valse alla napoletana Francesca Santoro il Mit innovators under 35 Europe. Per permettere ai medicinali di agire più velocemente i ricercatori dell' italiana Materias, una start up napoletana, hanno inventato un cerotto a microaghi in grado di modulare il rilascio della sostanza. Indolore e minimamente invasivo, questo sistema migliorerebbe la funzione dei normali cerotti transdermici permettendo anche di iniettare medicinali a chi soffre di belonefobia, la paura degli aghi. Un cerotto simile, a base di ovoalbumina di pollo, una proteina, è in via di sperimentazione per un vaccino contro il melanoma. Il cerotto umano di Berengario, anatomista dello Studio bolognese, autore del De fractura calvae sive cranei (1518): «Fra le medicine di uso esterno nessuna mai conobbi uguale al mio cerotto detto anche umano perché nella sua composizione entra una parte notevole di umana sostanza ovverosia di mummia». Per confezionarlo teneva in casa teste di cadaveri rinsecchiti, da cui attingere le dosi necessarie di carne, di volta in volta stemperate in latte di puerpera (Piero Camporesi, Il pane selvaggio, Garzanti, 2004). Il caso dei cerotti detox per i piedi che più che a un' innovazione somigliano a una bufala. Alcuni sostengono che applicandoli sulle piante dei piedi prima di andare a dormire sarebbero in grado di assorbire le tossine del corpo depurando l' organismo e giovando al metabolismo. A comprova, il fatto che togliendoli al mattino questi da bianchi diventano marroncini ed emanano cattivi odori. Secondo alcuni studiosi i cerotti cambierebbero colore non per via delle tossine, ma a causa di una reazione chimica delle sostanze contenute al loro interno con l' umidità. Luca Medici che prima di diventare Checco Zalone faceva il rappresentante di medicinali: «Sono stati gli anni più bui della mia vita. Allora andavano di moda i cerotti sul naso per non russare. Li aveva usati non ricordo quale calciatore. Ovviamente non funzionavano. Ma nelle farmacie ne ho piazzati tantissimi. Poi però quando tornavo scoprivo che non li aveva comprati nessuno. E me li tiravano dietro». Quella volta che Jonathan Franzen e suo fratello Tom andarono in viaggio in Antartide, la più grande paura dello scrittore era di soffrire la barca. «I cerotti a base di scopolamina che Tom e io portavamo sul collo avevano dissipato le mie due ansie principali. Grazie al cerotto non soffrivo il mal di mare e, con l' aiuto della radio a tutto volume a coprire il mio russare, Tom si faceva dieci ore di sonno profondo da scopolamina ogni notte». Durante la Grande guerra in un solo corpo d' armata dell' esercito tedesco ogni mese venivano consumati in media cinquanta metri cubi di gesso e cinquanta chilometri di cerotto. Benito Mussolini fotografato il 9 aprile 1926 a bordo della corazzata Cavour in viaggio verso la Libia con un cerotto sul naso per coprire la ferita provocata dall' attentato di Violet Gibson, avvenuto due giorni prima. Alberto Brambilla che a metà degli anni Novanta chiese a Irene Pivetti di sposarlo mentre era in vacanza: «L' anello di fidanzamento fu un cerotto del kit del campeggiatore che avevamo con noi». I due divorziarono nel 2010, dodici anni e due figlie dopo essersi sposati. La vignetta di Giorgio Forattini pubblicata da Panorama con un Berlusconi neopremier tutto incerottato che strillava «Io speriamo che me la cavo» che costò la carriera a Enrico Cisnetto, all' epoca vicedirettore: «Berlusconi non gradì la vignetta e mi volle conoscere. Mi disse: "Lei sarà il direttore di Panorama". Io gli risposi che non credevo che Franco Tatò avrebbe licenziato Andrea Monti né che avrebbe assunto me. Berlusconi si incazzò: "Il padrone sono io. Questo non è un problema". Berlusconi disse che aveva trovato il nuovo direttore di Panorama, la notizia finì sui giornali e io rimasi in mutande. Rimasi vittima di Berlusconi che promette cose che poi non mantiene []. Decisi di farmi dare un po' di soldi da Panorama e di fare il freelance» (a Claudio Sabelli Fioretti). Emilio Fede che non ha mai nascosto di aver una vita molto attiva sotto alle lenzuola grazie al Viagra, dieci anni fa a Maurizio Costanzo che gli chiese se non si avvalesse anche si altri supporti rivelò: «Ho usato i cerotti all' inguine. Così, per provare». Al contrario della pillola il cerotto agisce più rapidamente. Ancora più veloce però è il francobollo sublinguale. Lo chef Claudio Sadler per sdrammatizzare nel 2017 la perdita di una delle due stelle Michelin ne incerottò una: «Siamo al pronto soccorso ma guariremo presto, prometto!». Per ora però la stellina è ancora in rianimazione.

Peppe Aquaro per corriere.it il 26 novembre 2019. Quelle particelle che semplificano la vita. Da una parte l’uomo. Dall’altra, la tecnologia. Pronti a dialogare per comprendere il futuro. È la scommessa del Centro di ricerche di “BofA ML” (la celebre banca d’investimenti newyorchese Merrill Lynch) che ha presentato nel report, “Eureka! Future Tech Primer” le 15 tecnologie che cambieranno le nostre vite nel prossimo futuro, impattando su alcuni dei principali megatrend del pianeta, e che avranno una ricaduta economica mica da ridere: si parla di qualcosa come 48 miliardi di dollari entro il 2025. Avviso per i bancari con gli occhi fissi sul loro computer: il calcolo quantistico è capace di fare fino ad un trilione di calcoli al secondo. Non lo diciamo per demoralizzarli, ma per ricordare quanto possa essere importante nel futuro il “Quantum Computing”: dalla sicurezza informatica all’economia, dall’Intelligenza artificiale al machine learning. Per non parlare della rapidità dei calcoli quantistici applicati alla riorganizzazione delle comunicazioni, dei servizi pubblici e delle infrastrutture. E poi, se lo dice Google: dalle parti di Mountain View, in California, starebbero lavorando, infatti, ad un computer quantistico che sarà 100 volte più veloce di qualsiasi computer.

Un tesoro in fondo al mare. Se l’avesse saputo il buon Jules Verne che sarebbero bastati 6 mila metri, invece di “Ventimila leghe sotto i mari”, a quest’ora sarebbe ricchissimo. Eh sì, perché moltissimi materiali utilissimi per le tecnologie del futuro, si nascondono negli abissi: a 6 mila metri di profondità. Parliamo di materie prime come manganese, nichel e cobalto e tante altre: i nuovi tesori della tecnologia. Pronti per essere estratti, e per un valore che, entro il 2030, dovrebbe raggiungere 15 miliardi di dollari. Non solo. Secondo una indagine geologica del Governo degli Stati Uniti, entro il 2050, l’esplorazione dei fondali marini potrebbe rappresentare il 15 per cento dell’offerta globale di metalli come nichel, cobalto e quelli delle terre rare.

Piccoli ma utilissimi per comunicare. Nanosatelliti. Lo dice la parola stessa: piccoli e sempre più leggeri. Importantissimi nei settori dello spazio, in quello militare e delle telecomunicazioni. Nello Spazio, entro il 2023 ne saranno lanciati almeno tremila: più della metà degli oggetti che navigano nello spazio in questo momento. I nano satelliti, poi, se si mettono insieme, possono creare delle vere e proprie “costellazioni”, cercando di far arrivare Internet là dove è impossibile: il 41 per cento della popolazione non ha una connessione. Satelliti ovunque. Ma attenzione alla sindrome di Kessler: la collisione tra detriti spaziali potrebbe creare a cascata altre collisioni. E addio collegamenti satellitari. Ma è solo una ipotesi.

5G? È fuori moda: tuffiamoci nel 6G. Non si fa in tempo a metabolizzare il presente, che è già pronto, dietro l’angolo, il futuro. Dal 5G al 6G, con una velocità di connessione di 500 Gb al secondo: tempo 10 anni e lo avremo tutti. Ma servirà davvero? Certo. Soprattutto perché trasporterà più dati, che aumenteranno nei prossimi due, tre anni. Giusto per capire: al momento stiamo immagazzinando soltanto l’1 per cento dei dati, destinati ad aumentare in maniera esponenziale. Dal momento che il 5G sarà utilizzato da più persone a livello globale, non potrà “reggere” tutto il traffico da solo. Ed è come se fosse già destinato alla durata di un decennio.

In carrozza, si vola. Più futuribile di così? Ecco l’Hyperloop, il treno che levita, pronto a rivoluzionare le leggi dei collegamenti ferroviari. Costi, sicurezza e difficoltà pratiche negli stessi test di prova hanno quasi smontato il sogno del treno che viaggia fino a 1223 chilometri all’ora. Poi, capita di leggere che, nel 2020, da Dubai ad Abu Dhabi si viaggerà in soli 12 minuti, o che anche in Italia, tratte da 150 km si potranno percorrere a velocità supersonica, ed è tutto più vicino. Quasi quasi, viene voglia di fare il biglietto.

Medicina 3D. Stampare in 3D dei tessuti del tutto simili a quelli del corpo umano. Successivamente potrebbe toccare agli organi, tollerati dall’uomo e senza rischio di rigetto. E la “Bioprinting” della medicina, il cui mercato dovrebbe raggiungere 4,3 miliardi di dollari entro il 2025. Bioprinting è ancora in fase di ricerca e sviluppo; tuttavia, alcuni bioprinte sono già stati utilizzati nell'uomo. Ad esempio, sono state utilizzate stecche tracheali biodegradabili in alcuni bambini per sostenere la trachea sottosviluppata di un neonato. Ma la stampa in 3D potrebbe avere molta fortuna anche in altri settori, come quello dell’industria alimentare: permettendo, per esempio, ai pazienti geriatrici che non possono deglutire, di ingerire del “cibo” saporito e gustoso.

Tutti in viaggio nello Spazio. Tra 10 anni mettersi in viaggio nello Spazio farà entrare nelle casse delle prime agenzie di viaggio siderali, più di un miliardo e mezzo di dollari. Con vendite in aumento del 40 per cento ogni anno. Troppo ottimismo? Secondo un recente sondaggio, il 65 per cento degli intervistati sarebbe disposto a pagare tanto pur di viaggiare nello Spazio. Il 45% comprerebbe tranquillamente un biglietto da 50 mila dollari per un viaggio orbitale. Vista la domanda crescente occorre muoversi: viaggi più brevi. Come quelli organizzati, per sei passeggeri al massimo, da Virgin Galactic: 90 minuti a 56 miglia di altitudine, provando per alcuni minuti una sorta di micro-gravita. E poi c’è sempre Marte, a portata di volo: “Space X” di Elon Musk, spera di poter entro il 2024 i primi turisti sul mare. Sperando che i vetri dell’Its di Space X, non vadano in frantumi.

Un algoritmo ci salverà dal Clima “impazzito”. La Terra è in pericolo? Ci pensa la geoingegneria a salvarlo. Ma non pensiamo che sia qualcosa di fantascientifico: si basa su pratiche realizzabili, indirizzate naturalmente verso la riduzione di emissioni di carbonio. Una di queste pratiche è il rimboschimento. Anche perché, di spazio sulla Terra ce n’è: potrebbero esserci 500 miliardi di alberi in più, aumentando l’area boschiva di più del 25 per cento. Oltre agli interventi di silvicoltura, esistono altre soluzioni per provare a “raffreddare” il Pianeta. Tra questi, immettere particelle di solfato nell’atmosfera, a temperature più basse, a 0,3° C, se ripetuto per 15 anni costerebbe 2,25 miliardi di dollari all’anno. Per capirci, solo nel 2018 sono stati spesi 330 miliardi di dollari in energia pulita.

L’agricoltura prende l’ascensore. I settori interessati sono agricoltura, trasporto e imballaggio. Le cose starebbero così: se la Terra è super sfruttata, tanto vale creare un’agricoltura in verticale, o preservarla in serra. I numeri sorprendo sempre: l’Olanda, 270 volte più piccola degli Usa, è il secondo esportatore di alimenti nel mondo. Il mercato dell’orticoltura in serra dovrebbe crescere del 7,6 per cento, per un valore di 41,8 miliardi di dollari entro il 2025.

“Lifi”, la luce intelligente. Lo spettro di luce visibile a infrarossi è 2.600 volte più ampio dello spettro di radiofrequenza a 300 GHz. In pratica, dopo il 5G, il Wifi ed il Bluetooth, “Lifi”, il sistema di trasmissione dati attraverso le lampadine a Led, potrebbe alleggerire la pressione di dati sulla rete. Il mercato (apparecchiature di telecomunicazione, di illuminazione e fabbriche intelligenti) lo sta capendo: nel 2028 dovrebbe raggiungere la cifra di 35,82 miliardi di dollari.

Piccole ma importanti: dal tennis alla scienza. Un’altra delle quindici tecnologie che ci cambieranno la vita, è rappresentata dalle Nanotecnologie. I settori applicativi sono tanti e diversi: dalla genetica all’automotive, dalla chimica alla tecnologia digitale. Ma è nella vita di tutti i giorni e negli oggetti che utilizziamo il segreto di un futuro che già circonda: dai microchip dei computer ai nano materiali delle racchette del tennis. E poi, le nanotecnologie possono costituire una miniera d’oro per le start-up, in grado di attirare finanziamenti per applicazioni in campi diversi: dalle scienza della vita all’energia, fino alle industrie in generale.

Non sfugge nulla alla prova biometrica. Iniziamo subito dai settori interessati: finanza, sicurezza, e-commerce e istruzione online. Per tutti questi campi, la Biometria è la loro salvezza. Per un mercato che, entro sei anni appena, raggiungerà i quattro miliardi di dollari. Esistono due differenti riconoscimenti biometrici: statici e comportamentali. I secondi garantirebbero più sicurezza dei primi. Ma sui primi si sta lavorando tantissimo. Prendiamo, per esempio, le impronte digitali, tipico caso di dato biometrico statico: ormai, sono crittografate e a prova di hacker. Non solo. Esiste una piattaforma, “BioCatch”, in grado di riconoscere l’identità dell’utente attraverso piccoli impercettibili particolari: dal movimento della mano sul mouse al tipo di reazioni che si hanno nel momento dell’autoidentificazione.

Forte, sottile e Grafene. E’ il materiale più sottile al mondo. Ma questo non lo intimidisce proprio, essendo anche il più forte. Il suo tallone d’Achille? Più nostro, per la verità: non si è riusciti ancora ad accedere al grafene di buona qualità, per svilupparne tutte le sue applicazioni: su tutte, quella dei semiconduttori, arrivando a sostituire il silicio.

L’energia che scalda più del sole. Sarebbe la panacea dell’energia. E’ la fusione nucleare, alla quale si arriva soltanto superando i 100 milioni di gradi Celsius: sei volte la temperatura del sole. “The International Thermonuclear”, il più grande reattore a fusione nucleare è pronto al 65 per cento, e dovrebbe essere ultimato nel 2025. Intanto, i due uomini più ricchi del Pianeta, come Bill Gates e Jeff Bezos, hanno iniziato a mettere gli occhi sopra la produzione di energia tramite fusione nucleare: i progetti sostenuti dai due, dovrebbero essere pronti entro il 2024.

L’uomo e le tecnologie intelligenti. E’ iniziata la sfida, che va sotto il nome di “Singolarità tecnologica”. La tecnologia fa progressi, ma se continuasse ad accelerare, gli umani saprebbero tenerne il passo? L’Intelligenza artificiale già sta facendo il suo: più di 20 anni fa, il mitico campione di scacchi, Kasparov, fu battuto da una macchina. Se arriveremo mai ad una situazione di “Technological Singularity”’? Per i futurologi sarebbe la fine. Per chi crede ai film di Kubrick (vi ricordate la fine che fa Hall 9000, il supercomputer di bordo nel film “2001: Odissea nello spazio”?) potrebbe andare diversamente.

Tutte le piccole grandi cose che hanno fatto la Storia. Due studiosi britannici raccontano gli oggetti a cui nessuno pensa, ma che hanno cambiato il nostro destino. Matteo Sacchi, Martedì 12/11/2019, su Il Giornale. Ci sono tanti modi di guardare la Storia. Quello di Sam Willis e James Daybell è molto particolare. Sia chiaro sono storiografi titolatissimi: Willis (1977) è uno dei massimi esperti di guerre navali dall'Invincibile Armada alla battaglia di Trafalgar, Daybell insegna all'Università di Plymouth ed è membro della Royal Historical Society. Però da anni portano avanti una serie di podcast Histories of the Unexpected. Queste audio lezioni trasmesse in rete, e seguitissime dal pubblico anglofono, sono state trasformate in un volume che è arrivato in Italia per i tipi del Saggiatore (pagg. 514, euro 35). Nei podcast come nel volume i due professoroni raccontano la storia dell'umanità sfruttando gli oggetti e le invenzioni più strane e impensabili. Qui ve ne offriamo qualche esempio. Tra le centinaia che si trovano nel volume.

GUANTI. I guanti hanno fatto la Storia? Sì. Vedete un quadro di una dama del tardo Cinquecento o del primo Seicento che porta un guanto sì e uno no? Significa che la dama era di facili costumi. O che voleva fare una proposta esplicita all'uomo a cui il quadro veniva donato. Cosa si regala ad un monarca? Spesso dei guanti visti come simbolo di potere. Però alla fine, scusate il gioco di parole, il guanto era un regalo da maneggiare coi guanti. Sir William Cecil (1520-1598) sconsigliava alla regina Elisabetta I di accettare in dono guanti. Potevano essere avvelenati durante la concia. Oddio spesso li lavoravano con sostanze che noi considereremmo tossiche e quindi l'avvelenamento poteva essere anche involontario.

BARBA. Segno di civiltà o di barbarie? Salubre o sporca? Virile o da debosciati? La guerra tra pogonofili (pro barba) e pogonofobi (inorriditi dalla peluria facciale) dura dal tempo dei romani. C'era chi se la faceva crescere, a imitazione dei greci e chi la deplorava in nome del mos maiorum come Catone il censore (234-149 a.C.). Per molti germani invece era un segno di debolezza. Ci si poteva radere solo dopo aver ucciso il primo nemico in battaglia. Non così per i vittoriani dopo la guerra di Crimea (1853-1856). Quando i valorosi soldati della Regina tornarono a casa con dei barboni pazzeschi tutti iniziarono ad imitarli per sentirsi virili. Insomma lo status sociale è anche questione di peli. Ma il modo di intenderli cambia di continuo.

POLVERE. Dust if you must scriveva Rose Milligan ma la polvere è una questione notevole per gli storici, quasi più che per le casalinghe. Ad esempio l'inizio dell'era industriale è l'inizio di un'era piena di polveri... Raccoglierle nelle città divenne un vero e proprio affare. Non si trattava solo di salute pubblica, venivano reimpiegate per fabbricare i classici mattoni delle casette vittoriane. E nelle fabbriche la polvere era un vero incubo per gli operai tanto da aver gettato le basi per la nascita della medicina del lavoro. Nei primi dell'Ottocento Greta Thunberg sì che avrebbe avuto motivi di gridare allo scempio ecologico. E anche la polvere dei deserti conta. Le tempeste passate alla storia sotto il nome di Dust Bowl hanno contribuito alla Grande depressione quanto la borsa anche se non se lo ricorda quasi nessuno.

PRURITO. La storia è fatta anche di pulci. In epoca di peste sentire un prurito poteva essere anche questione di vita o di morte. C'è tutta una storia fatta di metodi per catturare le pulci. Quello a cui Willis e Daybell dedicano più spazio? Una fiala d'avorio conservata al Louth Museum nel Lincolnshire. La si riempiva di sangue o lardo e la si metteva al collo sperando che attirasse le pulci.

CICATRICI. Una foto dello schiavo Gordon fuggito dalle piantagioni della Louisiana nel 1863 raccontò senza nemmeno una parola la crudeltà dello schiavismo. Bastarono le cicatrici sulla sua schiena. Quella fotografia pubblicata dai giornali nordisti divenne un potentissimo strumento di propaganda nordista. Per Otto von Bismarck (1815-1898), l'artefice della riunificazione tedesca, invece le cicatrici erano un biglietto da visita. Sostenne 25 duelli nel primo anno di università. Considerava l'enorme cicatrice che portava in viso una sorta di garanzia delle sue qualità guerriere. Per gli Junker erano un vero e proprio status. Oggi i politici preferiscono i selfie. Ma le cicatrici che più hanno fatto storia sono quelle prodotte dal vaiolo. Nel libro di Willis e Daybell però troverete anche molto altro: l'importanza degli orologi rotti, la lunga vicenda delle bolle di sapone, una cronologia del pianto, l'importanza delle scatole nelle vicende umane, l'utilizzo dei sogni da parte di politici, re e regine per fare scelte politiche, l'utilizzo delle nuvole che facevano gli esploratori...

Insomma farete un viaggio alternativo nel passato a partire dal dettaglio che nei manuali di storia non entra. Ma attenzione è tutt'altro che un gioco. Il capitoletto sulla graffetta conta in bibliografia ventinove testi consigliati. Ci sono saggi interi che ne contano meno.

·         Scoperti in Calabria due nuovi minerali: la Linarite e la Connellite.

Scoperti in Calabria due nuovi minerali: la Linarite e la Connellite. Pubblicato giovedì, 03 ottobre 2019 da Corriere.it. Si chiamano Linarite e Connellite. E sono due nuovi minerali scoperti da un team dell’Università della Calabria, dell’Università di Bari e dell’Arpacal di Cosenza nella miniera dei Barite, a Catanzaro, dove un anno fa gli stessi ricercatori avevano scoperto un altro nuovo minerale: la Wulfenite. A distanza di poco più di un anno i ricercatori Andrea Bloise e Domenico Miriello (Unical), Luigi Dattola (Arpacal Cosenza), e Ignazio Allegretta e Roberto Terzano (Università di Bari), firmano un nuovo articolo (pubblicato sulla rivista Data in Brief), in cui si annuncia la scoperta di altri due minerali. Si tratta della Linarite, un solfato di rame e piombo e la Connellite, un solfato idrato di rame: di dimensioni millimetriche e sub-millimetriche, sono entrambi di colore blu acceso. Il rettore dell’Università della Calabria, Gino Mirocle Crisci, ha manifestato la sua soddisfazione per l’importanza della scoperta. «Queste scoperte sono la dimostrazione di come lo studio delle Scienze della Terra possa restituire alle nostre risorse naturali l’importanza che meritano nel panorama internazionale e rappresentano la naturale conseguenza delle ricadute che la terza missione può avere sul contesto socio-economico, mediante la valorizzazione e il trasferimento delle conoscenze dall’Università al territorio». Domenico Miriello e Andrea Bloise, in occasione della prima scoperta, avevano dichiarato che «negli ultimi anni sono state sviluppate tecnologie innovative che consentono di esplorare il mondo delle micro-mineralizzazioni senza distruggere i preziosi minerali; si tratta di un filone di ricerca totalmente inesplorato in Calabria che, in un futuro assai prossimo, offrirà altre interessanti scoperte».

·         L'ultimo giorno dei dinosauri.

L'ultimo giorno dei dinosauri. Un meteorite 10 miliardi di volte più potente della bomba di Hiroshima, il cielo oscurato dalla CO2 e un gigantesco tsunami. Un nuovo studio sulle 24 ore finali dei grandi rettili. Emanuela Fontana, Mercoledì 11/09/2019, su Il Giornale. Un enorme tsunami si sollevò e inondò il centro America fino ai laghi del nord degli Stati Uniti. Bruciarono alberi a oltre mille chilometri di distanza e nel cielo si sollevò una nube di zolfo che bloccò il passaggio dei raggi del sole per un periodo di trent'anni, condannando la Terra a un interminabile inverno. Creature che avevano popolato i continenti fino a quel momento sparirono per sempre, e il giorno in cui il mondo si oscurò fu l'ultimo dell'impero dei dinosauri: da quel momento iniziarono a morire, fino alla completa estinzione. La cronaca della più grande apocalisse della storia del nostro pianeta è raccontata ora per ora dall'analisi delle rocce dello spaventoso cratere che si creò dopo l'impatto della Terra con un asteroide che, piombando sul Golfo del Messico, provocò un foro di 28 chilometri di profondità e 100 di diametro. I sedimenti rocciosi dicono che cosa avvenne nelle prime 24 ore di quell'inferno di 66 milioni di anni fa, l'ultimo giorno dei dinosauri, spartiacque tra l'era del Mesozoico e quella del Cenozoico. Lo studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, ha analizzato un campione di roccia di circa mille metri estratto dal margine del cratere di Chicxulub, a poca distanza dalla penisola dello Yucatan, attraverso trivellazioni durate tre anni. Come gli anelli del tronco di un albero, il campione racconta attraverso la sequenza dei sedimenti i dettagli del giorno che cambiò la storia della terra, dopo che una mostruosa palla di fuoco così doveva apparire a un osservatore che si trovasse in quel momento a osservare il cielo - piombò sul Messico. Spiega quali materiali si depositarono per primi e a quale velocità. L'urto del meteorite avrebbe generato un'energia dieci miliardi di volte più potente di quella sprigionata dalla bomba di Hiroshima. Avrebbe quindi liberato 425 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e 325 di zolfo. Il gigantesco tsunami che seguì l'impatto trascinò acqua fino a 2500 chilometri di distanza. In appena 24 ore il cratere si riempì di 130 metri di sedimenti. Gli strati più inferiori, di circa 40-50 metri, formati da rocce fuse, si depositarono secondo i ricercatori nei primi minuti dopo il collasso. Un'ora dopo si sarebbe formato un successivo strato di suevite, una breccia composta da frammenti vetrosi e cristalli. La montagna creata dai residui dell'esplosione si elevò poi di un altro strato di circa 80 metri di sedimenti fini, con materiale organico trasportato dall'acqua, oltre a carbone vegetale, generato dagli incendi e alla ricaduta di rocce incandescenti. Inizialmente si sprigionò dunque un grande calore, che potrebbe addirittura aver incendiato alberi «a 1500 chilometri di distanza», secondo quanto afferma il coordinatore dello studio, Sean Gulick, professore dell'Istituto di Geofisica dell'Università del Texas. Ciò che ha colpito i ricercatori è l'assenza di solfuri. La tesi è che l'impatto dell'asteroide avrebbe provocato l'espulsione nell'atmosfera di enormi quantità di zolfo. La nube avrebbe oscurato il sole. «Modelli climatici che hanno stimato soltanto cento miliardi di tonnellate metriche di zolfo - prosegue Gulick - suggeriscono una caduta globale della temperatura di 25 gradi». Il gelo durò almeno trent'anni, e sarebbe stata questa la causa della rivoluzione della vita sulla terra, con la morte della maggior parte delle creature e la nascita di una nuova era. «Ci troviamo di fronte all'evidenza empirica della correlazione tra l'impatto e la grande estinzione», sostiene un altro dei ricercatori, Jaime Urrutia, dell'Università Nazionale Autonoma del Messico. Alcuni dinosauri «furono bruciati» dalla ricaduta di materiale incandescente. Altri «congelarono», spiega Gulick. Il giorno dell'impatto con l'asteroide si creò quindi «un inferno breve e localizzato», seguito da un «raffreddamento globale».

·         Loch Ness, svelato il mistero (forse):  il mostro è un’anguilla gigante.

Loch Ness, svelato il mistero:  il mostro è un’anguilla gigante. Pubblicato venerdì, 06 settembre 2019 da Corriere.it. Svelato il mistero del mostro di Loch Ness: non si tratterebbe di una fantastica creatura preistorica, ma molto più semplicemente di una … gigantesca anguilla. È il risultato della più grande ricerca mai compiuta nelle acque del lago scozzese, condotta analizzando il Dna di 250 campioni d’acqua prelevati in diversi punti: ebbene, non c’è traccia di rettili, né viventi né estinti, il che fa giustizia della teoria che nel Loch Ness possa vivere un dinosauro sopravvissuto all’estinzione. Così come è stata scartata l’ipotesi che si possa trattare di un gigantesco storione o di uno squalo della Groenlandia, finito nel lago per sbaglio. Invece, c’è abbondante presenza di Dna di anguille: e dunque gli scienziati non escludono che gli avvistamenti del mostro siano dovuti a qualche gigantesca anguillona, che può crescere fino a tre metri di lunghezza. Dal VI secolo, quando la leggenda ha cominciato a prendere corpo, ci sono stati un migliaio di avvistamenti della misteriosa creatura: anche se la foto più celebre è stata smascherata come un falso. E’ una storia che continua ad attrarre visitatori sulle sponde del lago e che genera introiti turistici per quasi 50 milioni di euro l’anno: anguilla o non anguilla, gli abitanti della zona sperano comunque che la leggenda non si estingua.

Erica Orsini per Il Giornale il 7 settembre 2019. Il mostro di Loch Ness potrebbe essere un'anguilla gigante. Dopo decenni di avvistamenti che hanno contribuito alla nascita di un mito dal fascino ancora intatto, uno dei più grandi studi sul Dna delle specie animali che vivono nelle acque di Loch Ness sarebbe vicino a svelare il mistero. La creatura acquatica che ha ispirato decine di libri e film e che ancora attira migliaia di turisti in Scozia, alla fine sarebbe soltanto un anguilla più grande delle altre. Lo ha rivelato un team di scienziati neozelandesi della Otago University che hanno esaminato e studiato la presenza di più di 3mila specie animali che per un periodo più o meno lungo hanno avuto un contatto con le acque del lago. Molte di queste specie sono estremamente piccole e sebbene gli studiosi siano riusciti a trovare elementi dei Dna più diversi, dai maiali ai cervi, dagli spinarelli agli esseri umani, non hanno mai trovato tracce di qualche mostro. Tuttavia, il professor Neil Gemmell, che ha coordinato lo studio, ha detto di non poter escludere che in quest' area non possano essersi sviluppate anguille di dimensioni molto grandi. Ma anche in questo caso, tutto dipende da che cosa s' intende per molto grandi. Difficilmente le anguille a cui allude il professor Gemmell potrebbero raggiungere le dimensioni di creature preistoriche come il pleasiodauro che alcuni dicono di aver avvistato. Non sono state trovati nemmeno prove del Dna di otarie o balene. Ad ogni modo il nuovo studio riporta alla ribalta la leggenda di questa creatura fantastica che avrebbe popolato le acque di Loch Ness e che sarebbe stata vista per la prima volta nel 1930. A dare la notizia era stato il Corriere di Inverness che raccontò di «uno strano spettacolo a Loch Ness». Nel 1933, il corrispondente del quotidiano Fort Augustus, Alec Campbell, raccontò l'avvistamento di Nessie, da parte della signora Aldie Mackay. Gary Cambell, curatore del registro degli avvistamenti del mostro, ne riceve annualmente, in media almeno dieci e più di 400mila turisti visitano il luogo ogni anno. Numeri che rivelano un interesse mai sopito. Negli ultimi decenni ci sono stati moltissimi tentativi di provare l' esistenza del mostro. Nel 2003 persino la Bbc finanziò una ricerca che prevedeva l' utilizzo di 600 ecoscandagli e che si concluse con un nulla di fatto. Gemmell ha spiegato chela presenza sostanziosa di Dna di anguilla ha lasciato sorpresi sia lui che la sua squadra. Con uno sguardo impassibile ha aggiunto: «Al momento non sappiamo se questo Dna appartenga ad un anguilla gigante oppure riveli la presenza di molte anguille più piccole. Quello che sapevamo fin ad ora è che questi animali normalmente migrano qui per riprodursi, invece, non si sa per quale ragione, non lo fanno. Anziché riprodursi continuano a crescere». Ciononostante a Loch Ness non è mai stata pescata un' anguilla gigante. Quella più grande pesava circa 5 chili e mezzo. «Non proprio un mostro, non è vero? ha commentato il docente però, basandoci sulle prove che abbiamo accumulato, non possiamo escludere la possibilità dell' esistenza di un' anguilla enorme». Mostruosamente enorme, sperano i fan della leggenda. Una delle teorie preferite sul mostro di Loch Ness è che si tratti di un animale preistorico, sopravvissuto all' estinzione dei dinosauri, ipotesi che Gemmell ha subito escluso. «Esiste un plesiosauro in queste acque? No, non abbiamo trovato alcuna prova in merito a questa possibilità ha detto Gemmell quindi escluderei la presenza di un rettile gigante da queste parti».

Loch Ness, svelato il mistero: "È veramente esistito, ecco cosa era". In una conferenza stampa che si è tenuta a Drumnadrochit, paese che si affaccia sul leggendario lago scozzese, un'equipe di scienziati neozelanesi ha rivelato una nuova scoperta. Davide Bartoccini, Giovedì 05/09/2019 su Il Giornale. Per l'equipe di scienziati non c'è dubbio: il mostro di Loch Ness è esisto, ma non si è mai trattato di un rettile marino preistorico gigante come la leggenda ha sempre voluto far credere. Il team guidato dall’esperto di genetica Neil Gemmell, dell’Università di Otago in Nuova Zelanda, ha rivelato oggi di aver trovato tracce di Dna di una specie di anguilla che può raggiungere considerevoli dimensioni e che abitualmente abita il Mare dei Sargassi vicino alle esotiche isole Bahamas. Lì l'animale è solito generarsi e deporre di anno in anno le uova, prima di intraprendere lunghissime migrazioni che posso portarlo anche a una distanza di 5mila chilometri. Nessun Pleisosauro dunque, nessuno squalo gigante della Groenlandia o creatura mitologica sconosciuta e sopravvissuta per chissà quanto tempo nelle profondità del lago fino a diventare leggenda in tutto il mondo; ma delle grandi anguille che secondo gli scienziati, dal mare delle Bahamas sarebbe migrate e avrebbe risalito fiumi e "loch", e che passando per quello che oggi è il canale di Caledonia, avrebbero raggiunto il lago di Loch Ness, dove gli abitanti l'avrebbero "avvistate" nei secoli, credendo che si trattasse sempre del medesimo esemplare poi battezzato come il nome di Nessie. Questa è la spiegazione "biologica” e "scientifica" presentata oggi da una squadra internazionale di esperti all'attenzione degli inviati della stampa che hanno partecipato alla conferenza che si è tenuta a Drumnadrochit, paesino che affaccia sul lago e che ha sempre vantato il maggior numero di avvistamenti del "mostro". "Non possiamo escludere la possibilità che a Loch Ness ci siano anguille giganti e che la gente le abbia viste e descritte come il mostro del lago" ha affermato il capo del team che ha condotto la ricerca nel tentativo di sfatare definitivamente un mito perdurato per secoli e secoli. "Abbiamo usato la scienza per aggiungere un altro capitolo alla storia di Loch Ness" ha proseguito il capo del team, spiegando come in questi anni gli scienziati abbiano raccolto e analizzato oltre 250 campioni dell'acqua del lago gelido che raggiunge una profondità di oltre 200 metri, per estrarre 500 milioni di sequenze del Dna e avvicinarsi alla risoluzione nel mistero. Questa minuziosa ricerca ha rivelato come l'esistenza di una grande creatura marina nel lago sia quindi da considerarsi "plausibile", precisando però al contempo che non è stata rinvenuta alcuna traccia di creature quali balene, pesci gatto, squali preistorici e tantomeno dinosauri. Possiamo dunque apporre, forse, la parola fine ad una leggenda che perdura dal 565 dopo cristo; quando una missionaria irlandese avrebbe raccontato di essersi imbattuta - per la prima volta - in animale gigantesco che abitava il fiume Ness. Da allora oltre mille casi hanno reclamato l'avvistamento della creatura; otto solo nell'ultimo anno, quando i più accaniti sostenitori della leggenda - che ha fatto accorrere turisti dai quattro angoli del mondo - hanno spiegato che surriscaldamento globale era certamente un complice nel far rivelare più frequentemente il mostro, abituato a nascondersi e nutrirsi nelle profonde e gelide acque dove si specchia il diroccato e affascinate castello di Urquhart.

Il mostro di Loch Ness era in realtà un'enorme anguilla? I ricercatori dell’università di Otago, in Nuova Zelanda, hanno provato a catalogare tutte le specie animali esistenti nel lago scozzese estraendone il DNA dai campioni di acqua. E sono giunti ad una conclusione su Nessie. Sonia Montrella il 5 settembre 2019 su La Repubblica. Nessie, il celebre mostro di Loch Ness, potrebbe essere una gigantesca anguilla. Mostruosa - se così fosse - ma non irreale. È l’ultima tesi sulla leggenda di Nessie formulata dai ricercatori dell’università di Otago, in Nuova Zelanda. Gli studiosi hanno provato a catalogare tutte le specie animali esistenti nel lago scozzese estraendone il DNA dai campioni di acqua. Lo scopo non era quello di appurare l’esistenza della creatura leggendaria ma di ampliare la conoscenza sulla fauna e flora che popolano lo specchio d’acqua. Dai test è emerso che nel lago "c'è una quantità molto significativa di DNA di anguille”, ha spiegato alla BBC Neil Gemmell. “Il loro DNA si trova praticamente in ogni luogo campionato”. Ma come sappiamo che sono giganti? “I nostri dati non rivelano le loro dimensioni, ma la quantità di materiale suggerisce che non possiamo scartare la possibilità che ci siano anguille giganti a Loch Ness. Pertanto non possiamo scartare la possibilità che ciò che la gente vede e credo che il mostro di Loch Ness potrebbe essere un'anguilla gigante”. Gli studiosi hanno anche escluso la presenza di quegli animali indicati come possibili Nessie: plesiosauro o  elasmosauro, rettili marini preistorici sopravvissuti in qualche modo all'estinzione. “Sulla base dei dati che abbiamo ottenuto, non credo che l’ipotesi relativa al plesiosauro regga”, ha commentato ancora Gemmell. “E non c'è nemmeno DNA di squalo su tutto il nostro campionamento. O di pesce gatto. O di storione”. Il mostro di Loch Ness è uno dei miti più antichi e duri a morire della Scozia. Ispira libri, programmi TV e film e alimenta una grande industria turistica. La storia del mostro può essere fatta risalire a 1.500 anni fa, quando, stando a quanto si narra, il missionario irlandese St Columba incontrò una bestia nel fiume Ness nel 565 d.C. Più tardi, negli anni '30, The Inverness Courier riferì il primo avvistamento moderno di Nessie. Nel 1933, la corrispondente del quotidiano Fort Augustus, Alec Campbell, scrisse di un avvistamento su ciò che si credeva fosse Nessie: una creatura simile a una balena che si agitava e precipitava nell’acqua.  L'editore all'epoca, Evan Barron, suggerì che la bestia fosse descritta come un "mostro", dando vita al moderno mito del mostro di Loch Ness​. Nel 1934, un chirurgo britannico molto rispettato, il colonnello Robert Wilson, affermò di aver scattato una fotografia del mostro mentre guidava lungo la costa settentrionale di Loch Ness. Conosciuta come "Surgeon's Photograph” (La foto del chirurgo), è stata dichiarata una bufala confezionata ad arte 60 anni dopo. Il "mostro" catturato dalla telecamera era apparentemente un sottomarino giocattolo acquistato da Woolworths, con una testa modellata con stucco di legno. Nella sua ricerca su Nessie, il paleontologo di Glasgow, Neil Clark,  ha scoperto che fiere e circhi erano un evento comune nell'area di Inverness ll'inizio degli anni ’30. E sulla base di questa scoperta, ha teorizzato che Nessie altro non fosse che un elefante che nuotava nel lago mentre le carovane del circo si fermavano per far riposare gli animali. Un'altra teoria è che i grandi rami caduti che galleggiano nel lago sono la causa di avvistamenti di mostri.

MISTERO RISOLTO (FORSE). Il mostro di Loch Ness è un’anguilla gigante. Parola di scienziati. In una conferenza stampa a Drumnadrochit, paese sul celebre lago, il team di scienziati, guidati dall’esperto di genetica Neil Gemmell dell’Università di Otago in Nuova Zelanda, ha rivelato di avere trovato nell’acqua tracce del Dna di anguille. Nicol Degli Innocenti su Il sole 24 ore il 5 settembre 2019. Il mistero millenario di di Loch Ness è risolto: parola degli scienziati. Il mitico mostro nel lago scozzese è in realtà un’anguilla gigante. Questa la “spiegazione biologica” presentata oggi da una squadra internazionale di esperti. In una conferenza stampa a Drumnadrochit, paese sul celebre lago, il team di scienziati, guidati dall’esperto di genetica Neil Gemmell dell’Università di Otago in Nuova Zelanda, ha rivelato di avere trovato nell’acqua tracce del Dna di anguille. «Non possiamo escludere la possibilità che a Loch Ness ci siano anguille giganti e che la gente le abbia viste e descritte come il mostro del lago», ha detto Gemmell.

La ricerca sulle tracce di Dna. Gli scienziati nell’ultimo anno hanno raccolto oltre 250 campioni di acqua del lago a diverse profondità. I campioni – 500 milioni di sequenze del Dna - sono stati poi analizzati per estrarre e identificare il Dna ambientale e catalogare ogni forma di vita presente in Loch Ness, dalle piante agli insetti e dai pesci ai mammiferi. «Abbiamo usato la scienza per aggiungere un altro capitolo alla storia di Loch Ness», ha detto Gemmell, precisando che non hanno trovato alcuna traccia di Dna di altre creature come storioni, balene, pesci gatto, squali o tantomeno dinosauri. Le loro ricerche e analisi dimostrano che la teoria dell’esistenza di una creatura vivente nel lago scozzese è plausibile e non solo frutto di fantasia. Le anguille migrano dal mar dei Sargassi vicino alle isole Bahamas e percorrono cinquemila chilometri per raggiungere i fiumi e i laghi della Scozia.

Una leggenda che viene da lontano. Il mito del mostro, affettuosamente chiamato “Nessie”, ha origini molto antiche. Secondo la leggenda San Colombano, un missionario irlandese, nel 565 dC avrebbe incontrato un animale gigantesco nel lago Ness. Più di recente la storia è tornata sui giornali nel 1933, quando il giornale locale, l’Inverness Courier, aveva scritto di un avvistamento di un mostro «simile a un dinosauro o ad un animale preistorico» da parte dei coniugi Mackay.

Oltre mille avvistamenti totali. Da allora oltre mille avvistamenti del mostro sono stati registrati dal Centro apposito, l’Official Loch Ness Monster Sighting Register, e continuano a un ritmo di circa dieci all’anno. Quest’anno potrebbe essere battuto il record storico: nei primi otto mesi dell’anno sono stati già segnalati 12 avvistamenti perché, secondo un esperto locale, le temperature calde hanno portato il mostro a emergere in superficie più spesso abbandonando il suo nascondiglio nelle parti più profonde del lago.

Ambiente freddo e inospitale. La squadra di Gemmell ha utilizzato le ultime tecnologie per studiare il fenomeno e lo ha soprattutto preso sul serio. Finora gli scienziati hanno considerato assurda l’idea che un essere vivente potesse vivere nelle acque gelide del lago, che ha un profondità di oltre 230 metri. Il mito del mostro era considerato solo sintomo di credulità popolare e frutto di beffe e messinscena. Il mostro di Loch Ness ha ispirato numerosi libri, film e documentari e continua ad attrarre centinaia di migliaia di turisti da tutto il mondo che ogni anno visitano il lago e il vicino paese di Drumnadrochit nella speranza di avvistare Nessie.

·         I Topi che guidano una macchina.

Nuovo studio rivela: i topi possono guidare una macchina. Pubblicato venerdì, 25 ottobre 2019 da Corriere.it. I topi possono imparare a guidare l’auto. E lo trovano anche piuttosto rilassante. Non si tratta soltanto di una curiosità legata al mondo dei roditori, ma anche e soprattutto di una scoperta che potrebbe contribuire al progresso della nostra scienza. Lo documenta uno studio compiuto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Richmond, in Virginia, secondo i quali i «modelli comportamentali che includono abilità motorie addestrate [...] sono rilevanti per la ricerca traslazionale relativa alle malattie neurodegenerative e alle malattie psichiatriche». Le cellule celebrali dei topi sono tra le più simili in assoluto a quelle umane. Di qui la volontà degli scienziati di approfondirne le reazioni conseguenti all’apprendimento di nuove competenze. Ai 17 roditori coinvolti nell’esperimento è stato insegnato a muoversi a bordo di una speciale automobilina elettrica - una sorta di barattolo di plastica a quattro ruote - manovrabile appoggiando le zampine su appositi fili di rame. Nello specifico, il loro scopo consisteva nel raggiungere il punto in cui, di volta in volta, i ricercatori sceglievano di piazzare il cibo-ricompensa (cereali da colazione). Si è quindi visto come i ratti non solo riuscissero a coprire distanze sempre più ampie senza difficoltà, ma diventassero anche più abili “al volante”. «Hanno imparato a guidare l’automobilina in modi originali — ha raccontato la scienziata Kelly Lambert — e si impegnavano in percorsi che non avevano mai provato prima». Ma se sorprese non erano finite. Dalle successive analisi è infatti emerso che gli esemplari che erano stati alla guida presentavano livelli di deidroepiandrosterone - ormone che neutralizza lo stress - significativamente superiori a quelli degli animali che erano stati trasportati da remoto. In altri termini, i roditori erano più rilassati quando governavano il veicolo rispetto a quando fungevano da semplici passeggeri. Apprezzavano di essere padroni del proprio movimento e di darsi da fare per raggiungere gli obiettivi prestabiliti. «È la stessa, piacevole sensazione di autorealizzazione che provano gli esseri umani quando imparano a fare qualcosa di nuovo — ha spiegato ancora Lambert —. Sono convinta che i ratti sono più intelligenti di quanto si pensi». L’inaspettata «neuroplasticità» del cervello dei topi potrebbe ora condurre a nuove sperimentazioni. Per esempio, come riferisce la rivista New Scientist, simili test di guida potrebbero essere utilizzati per sondare gli effetti della malattia di Parkinson sulle capacità motorie e sulla consapevolezza spaziale, oppure gli effetti della depressione sull’umore e la motivazione. Quello raggiunto dal team dell’Università di Richmond è quindi un incoraggiante punto di partenza. «Se usassimo modelli più realistici e stimolanti — ha concluso Lambert — potremmo ottenere dati maggiormente significativi».

·         La Scoperta della carta igienica.

NON SOTTOVALUTATE LA CARTA IGIENICA. DAGONEWS il 25 agosto 2019. Ogni epoca ha le sue storie, la sua cultura, i suoi miti. Ma sempre e da sempre, quando arriva il momento, l’uomo ha dovuto trovare il modo di espletare i propri bisogni fisici. Accade oggi, nonostante la tecnologia e l’intelligenza artificiale, accadeva durante il medioevo e nell’antica Roma. In quanto italiani sottovalutiamo spesso il piacere di un bidet, un piacere negato alla gran parte dei nostri predecessori e alla maggioranza delle popolazioni del mondo che preferiscono la pulitura “a secco”. Ma che succede se manca la carta igienica? E’ questo il punto di partenza di Stephen Nash, che su sapiens.org ha fatto un’analisi antropologica e storica di come fosse andare in bagno  - e pulirsi - per un antico romano. La carta igienica - e il bidet - sono una routine che diamo per scontata, tanto da non farci pensare quanto sia indispensabile. Finché non proviamo a farne a meno. Dell’antica Roma tendiamo a incensare le istituzioni, a vedere quell’epoca come un mondo ideale. Se conoscessimo le abitudini igieniche dell’epoca però, forse saremmo più inclini a cambiare idea. I bagni all’epoca dei romani innanzitutto erano pubblici e comuni.  Alcuni di questi luoghi erano molto belli, affrescati e pieni di opere d’arte. I bagni romani avevano una caratteristica che li rendeva molto diversi dai nostri: non avevano lo sciacquone. Spesso c’era soltanto un rivolo d’acqua che scorreva a getto continuo sotto i posti a sedere. Una volta fatto quello che doveva fare, un romano non poteva afferrare un rotolo di carta igienica, ma doveva ricorrere a un tersorium una specie di spazzolone artigianale costruito attaccando una spugna a un bastone di legno. Con quello ci si dava una passata e via. A quel punto l’utensile veniva sciacquato sotto l’acqua e lasciato a disposizione del “cliente” successivo. La tesi però non è condivisa, secondo alcuni storici infatti lo Xylospongium (altro nome del Tersorium) veniva utilizzato per pulire le latrine e anzi, il suo uso era consigliato dall’amministrazione pubblica. La pipì invece veniva accumulata in delle pentole che si tenevano a disposizione a casa e nei luoghi pubblici. Quando si riempivano, venivano svuotati in dei vasi più grandi nelle strade, e poi venivano riutilizzati per lavare i vestiti. L’urina, con il suo alto contenuto di ammoniaca, era infatti considerato un detergente naturale eccellente. Nonostante tutto, ai Romani andava meglio rispetto ai greci, che ricorrevano a sassi, ciottoli o cocci di ceramica. I Romani hanno continuato a usare il tersorium e a lavare i loro vestiti nella pipì per secoli. Un periodo molto più lungo rispetto a quello che l’umanità ha passato utilizzando carta igienica, inventata soltanto nel 1857 da Joseph Gayetty. Nel frattempo, però, nel 1700, era comparso anche il primo bidet. Senza rimpianti per il tersorium. I greci usavano sassi come carta igienica.

·         La Musica che guarisce.

Musica a 432Hz. La particolare frequenza che Guarisce corpo e mente. Lo diceva anche Nikola Tesla. Terrarealtime3.blogspot.com l'8 agosto 2017. Da tempo sappiamo quanto sia benefica l’azione della musica nel nostro corpo, essa può trasmetterci emozioni contrastanti e svariate che penetrano fino al nostro inconscio! Basta pensare alla musicoterapia. Viaggiando e lasciandosi cullare dalla musica, possiamo riceve diverse emozioni: allegria, tristezza, malinconia, energia, benessere, tranquillità ecc. Già questo deve farci riflettere. Tutto ciò che noi possiamo udire (e non solo) è generato da vibrazioni, le quali si misurano in Hertz (Hz), ovvero le oscillazioni al secondo. Lo standard della maggior parte della musica che siamo abituati a sentire è 440 Hz. Ci sono studi che dimostrano che l’universo vibra ad una frequenza diversa, ovvero 432 Hz. Proprio questa sarebbe la frequenza che è in grado di ristabilire in noi un’armonia ed un benessere che arriva fino alla guarigione. Gli studi rivelano che 432Hz è una frequenza interconnessa ai processi fisiologici del DNA del cervello. Attualmente, di norma, tutti gli strumenti vengono accordati considerando il “LA” a 440 Hz. Alla cosiddetta frequenza dell’universo, vengono associati numerosi benefici psicofisici... Essi nono sono benefici finti o ipotetici bensì REALI E TANGIBILI. La sua azione può essere considerata dal “potere curativo“. Le onde sonore, infatti, modificano le caratteristiche corporee quali:

– la respirazione,

– il battito del cuore,

– la sudorazione,

– le onde cerebrali e la risposta neuro-endocrina,

– stimolando l’equilibrio ed il rilassamento della mente e del corpo.

Persino il grande scienziato Nikola Tesla, affermava che se vogliamo conoscere i segreti dell’universo è necessario pensare in termini di energia, frequenza e vibrazioni. Dunque anche il nostro corpo, è costituito da energia che vibra a frequenze diverse. Questo significa che ogni determinato suono emanato ad una certa frequenza agisce in maniera positiva o negativa all’ interno del nostro organismo. Oggi come oggi, grazie alle conoscenze che sono state incamerate è stato possibile unire le informazioni relative alla teoria musicale dei Frattali con il tuning a 432 Hz, per cominciare a comporre la loro musica in modo coerente e in armonia con:

1. il cuore umano (battiti cardiaci)

2. la doppia elica del DNA (frequenza di replicazione)

3. l’intuizione della sincronizzazione bi-emisferica del cervello

4. la Frequenza fondamentale della risonanza di Schumann

5. la geometria musicale della creazione.

Tutto questo è dimostrabile scientificamente. E’ conosciuta come scienza Cimatica, o scienza delle onde. Quest’ultima per chi non lo sapesse, esiste da millenni, tant’è che ne parlavano già i Veda nei loro testi. In pratica secondo la Cimatica, tutto l’universo è una sinfonia di suoni e vibrazioni, quindi questa scienza studia le forme prodotte dalle onde, ossia le frequenze vibratorie, sonore, elettromagnetiche, e cosi via. La musica è prima di tutto un evento corporeo. Qualcosa di reale che noi viviamo sulla nostra pelle. È il senso del tatto a essere totalmente coinvolto dal suono, proprio attraverso la pelle.

·         Mai dire Wi.Fi.

Da 01net.it il 2 ottobre 2019. Sono passati 20 anni dalla introduzione del primo protocollo commerciale WiFi,lo standard 802.11b. Nonostante già all'epoca fosse alta l'attenzione da parte degli appassionati, difficilmente sarebbe stato prevedibile un successo e una diffusione così planetaria delle reti senza fili. La marcia inarrestabile del WiFi ha fatto raggiungere alle connessioni wireless prestazioni incredibili: basti pensare che 802.11b permetteva una velocità massima di 11 megabit, mentre WiFi 6 ha un limite di ben 6 gigabit. Un percorso altrettanto virtuoso è stato fatto (in questi 20 anni di WiFi) nel migliorare la copertura di rete, e la capacità di gestire un numero sempre crescente di utenti contemporanei. Questo aumento esponenziale di prestazioni e diffusione di dispositivi compatibili (erano addirittura 13 miliardi nel 2018) ha creato un mercato di dimensioni impressionanti: nel 2018 si aggirava infatti sui 2000 miliardi di dollari. Al crescere dei device, non poteva certo non seguire un aumento altrettanto vigoroso degli hotspot: secondo le stime Cisco, il numero di hotspot globali supererà i 500 milioni. Ovvero 500 volte di più di dieci anni fa. Sempre secondo la società di networking, Le velocità medie continueranno a crescere: Si prevede che entro il 2022 la velocità media globale di connessione Wi-Fi sarà di 54,2 Mbps, rispetto ai 24,4 Mbps del 2017. Sempre entro lo stesso anno, il Wi-Fi sarà il driver dell'Internet del futuro: il Wi-Fi sarà la fonte principale di accesso a Internet. Lo studio VNI di Cisco prevede che il 59% del traffico Internet passerà attraverso il Wi-Fi. Cisco ha dichiarato: «Oggi il Wi-Fi è una delle tecnologie di rete in più rapida crescita e grazie a essa, Internet è ora disponibile in moltissimi luoghi, spesso dove prima era non era possibile, offrendo un nuovo livello di mobilità, praticità e produttività. Le reti Wi-Fi hanno trasformato il nostro modo di vivere, lavorare, imparare e giocare. Sia che si utilizzi il Wi-Fi per connettersi ai social network, guardare video, giocare, lavorare o digitalizzare la propria attività, la nuova generazione di Wi-Fi 6, insieme alle reti 5G, aprirà una serie di nuove opportunità.»

Telefonia, in 1200 comuni niente campo per i cellulari. Lo studio Uncem: quasi 5 milioni di italiani senza copertura per le reti mobili. E intanto il governo ammette i ritardi sul piano banda ultralarga. Alessandro Longo il 13 Ottobre 2019 su La Repubblica. Ci sono 5 milioni di italiani che hanno difficoltà a telefonare con il cellulare, perché abitano o entrano in zone senza copertura di rete mobile. Sono 1200 i comuni, perlopiù montani ma non solo, a non essere proprio raggiunti dalla rete. Sei milioni di italiani invece hanno difficoltà a vedere i canali Rai e tutto il bouquet televisivo. È quanto risulta da una prima indagine di Uncem, Unione nazionale dei Comuni, delle Comunità e degli Enti montani, che quindi ora lancia l’allarme e un appello, a operatori e alla politica, perché si intervenga. “Ci sono fette della popolazione tagliate fuori dalla modernità e chi potrebbe rimediare finora se n’è interessato pochissimo”, dice Marco Bussone, presidente di Uncem.  “È andata così: abbiamo detto agli operatori, ‘vedete, ci sono tante persone in Italia senza rete cellulare’. Ci hanno risposto di dirci dove. Abbiamo ribattuto: ‘dovreste sapere voi dove: è la vostra rete’. Ma quelli insistevano. Allora abbiamo raccolto 1450 segnalazioni per arrivare a una prima mappa delle zone dimenticate dagli operatori”, dice Bussone. “Ora sta a loro rimediare. Ed è apprezzabile che la loro associazione Asstel abbia subito riconosciuto che il problema esiste e vada affrontata”. Le segnalazioni sono arrivate soprattutto da zone vicine alle alpi e gli appennini; ma anche dalla Sardegna. Come rimediare? Secondo Uncem, lo Stato deve obbligare gli operatori privati ad ampliare le aree coperte. La copertura oggi misurata sul 95 per cento della popolazione (o superiore), non considera infatti che il 5 per cento restante vive nel 15 per cento del territorio del Paese. “Uncem è consapevole che il limite emissivo, tra i più contenuti in Europa, obbliga di fatto gli operatori a installare più impianti per coprire il territorio. Ma tutta l'Italia deve essere coperta”. In secondo luogo, propone Uncem, “AgCom deve permettere ai Comuni (o ai privati, imprese) che vogliono di acquistare ripetitori, installarli e inserirli sulla rete, cosa al momento possibile solo per le antenne tv e non per la telefonia. E che ci possano essere impianti (Bts) mobili anche in base a picchi di flusso turistico. Uncem ritiene questo fronte vada urgentemente percorso, proprio come avvenuto per la banda ultralarga: valutato che in molte aree gli operatori privati non investono, Bruxelles ha autorizzato l'uso di fondi comunitari per il Piano nazionale Bul”.

I ritardi sul piano banda ultralarga. Proprio nei giorni scorsi, il ministero allo Sviluppo economico ha riconosciuto che il piano banda ultralarga è in ritardo nell’attuazione – soprattutto per via delle lungaggini burocratiche dei permessi – e quindi non centreremo l’obiettivo 2020 (fissato nell’Agenda digitale italiana) di coprire l’85 per cento della popolazione con fibra ottica completa. In ritardo anche la fase due del piano (per coprire le aree grigie, dove gli operatori hanno fatto investimenti parziali): non è ancora partito il processo di notifica a Bruxelles e i fondi disponibili sono insufficienti per il fabbisogno delle aree. Secondo Uncem, il piano va ripreso con forza dal Governo e ampliato, sfruttando la nuova programmazione 2021-2027: individuare sui Por Fesr delle Regioni (come già fatto dall'Emilia-Romagna) delle risorse economiche per i ripetitori telefonici. "Si tratta di azioni che vorremmo Governo e Parlamentari condividessero con il sistema di Enti locali - precisa Bussone - La mappatura verrà aggiornata ogni sei mesi, ma a oggi è una solida e unica base per accorciare distanze, ridurre disuguaglianze, limitare sperequazioni territoriali. Le infrastrutture per rendere più moderno e digitale il Paese sono decisive per la competitività dei territori, tutti. La montagna le chiede con urgenza". L’avvio del 5G può essere un’opportunità ma le frequenze adatte per coprire le zone periferiche (700 MHz) saranno disponibili solo dopo il 2022.

I consigli. Nel frattempo, che possono fare i cittadini “dimenticati” dagli operatori? Tante lettere di questo tenore arrivano alla sezione Esperto telefonia di Repubblica.it. Un consiglio generale che si può dare a questi utenti è dotarsi di una buona rete internet fissa, così almeno si chiama da casa via Whatsapp, Skype eccetera. Ci si può dotare di un numero fisso VoIP (per esempio con Messagenet) da usare sulla rete internet fissa e su quello attivare un inoltro delle chiamate che arrivano sul numero mobile (scatterà quando questo non è raggiungibile, cosa che temo succederà abbastanza spesso lì). Bisogna poi sperare che ci sia una copertura Wi-Fi nel Comune, a cui appoggiarsi, basata su rete fissa. Certo non è una soluzione ottimale. Almeno se gli operatori italiani attivassero il WiFi Calling (le chiamate Wi-Fi), da anni disponibili in altri Paesi, sarebbe un grosso passo avanti. Ma i nostri operatori non si sono mai distinti per innovatività a livello europeo (nonostante i proclami e le pubblicità che decantano i servizi innovativi del 5G). Con le chiamate wifi, possiamo fare e ricevere chiamate con il numero della sim anche in assenza di segnale mobile, utilizzando la rete internet fissa. Al momento risulta solo un operatore, business, che dia questo servizio, comune all’estero: Welcome Italia. Alternative? Installare un piccolo ripetitore domestico (come quelli di StellaDoradus), che però in teoria richiederebbe un’autorizzazione per l’uso. Oppure installare un amplificatore di segnale come il Vodafone Booster di Vodafone (n abbinamento a rete banda fissa).

 “5G? CAMPAGNA DI ALLARMISMO INSUSSISTENTE”. Da Radio Cusano Campus il 4 ottobre 2019. L’Avv. Gioacchino Genchi, esperto di informatica, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano. Sul 5g. “La sicurezza delle telecomunicazioni deve essere punto fermo per qualunque governo democratico, in quanto lì transitano i dati più importanti e sensibili. Cosa diversa è la campagna di allarmismo insussistente che si sta facendo sui pericoli della rete 5g. Se le reti sono vulnerabili, ce ne sono già 4, non capisco perché la quinta più avanzata dovrebbe essere più vulnerabili. Se Huawei può controllare gli apparati che produce e commercializza lo può fare anche Apple con IPhone, però che lo facciano gli Usa ci va bene perché siamo abituati. Io sono convinto che non spiano né gli americani con la Apple, né i cinesi con Huawei. Parlo con un’esperienza che non nasce in una facoltà accademica dell’Università, questa cosa a me l’ha insegnata l’università del marciapiede. Per monitorare un solo soggetto, come un mafioso o un pedofilo, occorrono tantissime risorse. Per ciascuno di noi servirebbero 4-5 spioni in servizio permanente che spiassero ogni nostra attività. Il rischio di spionaggio non attiene alla rete nella quale si veicola, la rete è il mezzo di trasporto. Il problema è il device, cioè lo smartphone che produce e genera i dati. L’allarme lanciato dagli Usa? Il problema sostanziale è di mercato. Huawei ha investito in tecnologia e fa dei prodotti che ha superato la Apple. L’antitrust farebbe bene a intervenire perché in Italia è in atto una truffa colossale sul 5g, le compagnie telefoniche hanno annunciato, fanno gli abbonamenti, e poi non c’è la rete. Ho girato tutta Roma e non prende questa rete 5g, non sta neanche davanti al Quirinale. Noi non siamo spiati in tempo reale. Il problema si pone nella produzione dei dati che andiamo a fare: messaggi, email, accessi a determinati siti. Sono cose che hanno un valore. L’accesso alla cronologia web di un soggetto ha un valore pari ad almeno un Euro a click. Se io vado a vedere di acquistare un aspirapolvere su internet che posso anche acquistare da remoto, chiunque gestisca il mio provider e il browser con cui io faccio una ricerca già ha un patrimonio di informazioni. Loro riescono a stilare un profilo di ognuno di noi. Oggi con il big data si governa il mondo perché quando io capisco cosa vogliono le persone, sono in grado di somministrargli i prodotti che vogliono e indirizzare anche le scelte politiche. Oggi i dati sono il vero potere”.

·         Come funziona Starship, l’astronave di Musk che porterà l’uomo su Marte.

Come funziona Starship, l’astronave di Musk che porterà l’uomo su Marte. Pubblicato martedì, 01 ottobre 2019 su Corriere.it da Davide Urietti. Ad ottobre partiranno i primi test di lancio, ma intanto la NASA polemizza sui ritardi relativi a Crew Dragon, la navicella che in futuro riporterà gli astronauti sulla Luna. Alto 50 metri, in acciaio inossidabile e pesante 1.270 tonnellate a pieno carico con il carburante: sono queste alcune delle caratteristiche del prototipo Starship, il veicolo spaziale che dovrà portare l’uomo su Marte e nello spazio profondo. Ne ha parlato, in una lunga presentazione, il Ceo di SpaceX, Elon Musk, che ha anche spiegato i prossimi obiettivi nello sviluppo del razzo. «Proveremo a raggiungere l’orbita entro sei mesi - ha dichiarato il miliardario sudafricano -. Se i miglioramenti nella progettazione e nella costruzione continueranno a essere esponenziali, penso sia possibile». I piani di SpaceX, quindi, procedono velocemente: tra luglio e agosto, infatti, Starhopper, la versione ridotta di Starship, ha concluso positivamente due lanci e due atterraggi. In particolare, nel secondo tentativo, il prototipo ha raggiunto i 150 metri di altezza, stando in aria per circa un minuto prima di atterrare. Adesso toccherà al fratello maggiore, i cui permessi per il primo lancio sono già stati concessi dalle autorità americane. Dal 13 ottobre, quindi, l’obiettivo sarà compiere la stessa manovra anche se le distanze da percorrere saranno diverse: nei test suborbitali, Starship dovrà raggiungere i 65.000 piedi, pari a circa 20 km, e in seguito atterrare in sicurezza. Nei piani di SpaceX, infatti, è previsto il riutilizzo, per più missioni, del veicolo e del razzo di lancio. A proposito di quest’ultimo, si chiamerà Super Heavy e sarà alto 68 metri. Potrà essere alimentato fino a 37 motori Raptor, ma secondo Musk il numero potrà variare a seconda dell’utilizzo e della missione, a patto che il minimo sia 24. Avranno un ruolo decisivo nel portare in orbita il pesante Starship: non potrà essere fatto con un’unica mossa, per questo motivo il veicolo non sarà lanciato a pieno carico e, dopo un primo stadio, stazionerà in attesa che venga rifornito del propellente necessario a compiere viaggi più lunghi nello spazio. A livello teorico è ben chiaro il funzionamento, resta da capire se nella pratica avverrà tutto senza problemi.

·         Il Sabotaggio dei razzi spaziali.

Un razzo italiano cade nell’Atlantico: i servizi temono un sabotaggio. Paolo Mauri su it.insideover.com/guerra il 25 agosto 2019. Lo scorso 11 luglio il razzo Vega 15 avrebbe dovuto mettere in orbita il primo satellite spia degli Emirati Arabi Uniti, il Falcon Eye 1, ma il vettore, poco dopo il lancio dal poligono di Kourou nella Guyana francese, perde quota e si inabissa nell’Oceano Atlantico. L’incidente è stato il primo che ha coinvolto il razzo Vega, progettato per il 70% dalla Avio Spa di Colleferro: dopo circa due minuti di volo, all’accensione del secondo stadio (chiamato Zefiro 23), un’anomalia diffusa dei sistemi ha provocato una drastica diminuzione della spinta che ne ha causato lo schianto in mare. I precedenti 14 lanci dei razzi tipo Vega, effettuati per conto della francese Arianespace, sono sempre stati coronati da successo facendone uno dei vettori più sicuri al mondo. Questo, unito all’improvvisa e catastrofica catena di malfunzionamenti, ha fatto pensare che la perdita sia da imputare ad un atto di sabotaggio.

L’occhio indiscreto degli Emirati nello spazio. Il satellite Falcon Eye 1 fa parte di una coppia di satelliti spia costruiti dalla Francia per conto degli Emirati Arabi Uniti, i primi in assoluto per Abu Dhabi. Il contratto di produzione e messa in orbita ha un valore complessivo di un miliardo di euro ed in particolare Falcon Eye 1 è stato assicurato per 416 milioni di dollari. Il satellite, secondo fonti specializzate, era dotato della più avanzata ottica che la Francia avesse mai messo a disposizione ad un Paese straniero. Falcon Eye 1 sarebbe stato in grado, infatti, di spazzare un’area di venti chilometri quadrati con una risoluzione di 70 centimetri. Costruito da un consorzio costituto dalla Airbus Defence and Space e dalla Thales Alenia Space pesava 1197 chilogrammi avrebbe dovuto essere messo in orbita a 611 chilometri di altezza dalla superficie terrestre. Il direttore generale dell’agenzia spaziale degli Emirati Arabi, il dottor Mohammed al-Ahbabi, ha spiegato, in occasione dell’incidente, che “il sistema Falcon Eye include 2 satelliti (Falcon Eye 1 e 2). Lo scopo del secondo è quello di essere un’alternativa rispetto al primo in caso di perdita o malfunzionamenti”. Ha infine aggiunto che il secondo satellite sarà lanciato, sempre dalla Guyana francese, entro la fine di quest’anno.

I sospetti di sabotaggio. La serie improvvisa di anomalie ha destato sospetti immediati di un possibile sabotaggio: ad affiancare la commissione di inchiesta congiunta dell’Esa e di Arianespace, infatti, è arrivato un esperto della Dga, la direzione generale degli armamenti francese, seguito da uno del Ministero della Difesa italiano. Come riporta anche Repubblica, a Palazzo Chigi i dubbi sull’incidente sono arrivati poche ore dopo lo schianto, determinando la mobilitazione della nostra intelligence per un'istruttoria altamente riservata. Il Falcon Eye 1, infatti, rappresentava uno strumento molto delicato in mano a un Paese che, in questo periodo storico, è tra i protagonisti di una crisi internazionale dove sono coinvolti attori regionali e mondiali: quella del Golfo Persico. Una cortina di silenzio è scesa sull’incidente e sull’ipotesi del sabotaggio, allo stesso modo il lancio di Vega 15 è avvenuto in sordina, ma i sospetti che il fallimento della missione possa essere stata causato da un intervento esterno è forte proprio per le attuali congiunture internazionali. Gli Emirati Arabi Uniti sono infatti uno dei diretti avversari dell’Iran e sono attivi nella lotta alle milizie sciite in Yemen: uno strumento sofisticato come il Falcon Eye 1 avrebbe potuto dare un vantaggio diretto ad Abu Dhabi rispetto a Teheran anche in considerazione delle evidenti difficoltà incontrate dall’Iran nel suo programma missilistico. Il rateo di incidenti dei vettori iraniani è infatti molto alto (circa il 70% rispetto al 5% del resto dell’industria spaziale) ed i tentativi di mettere satelliti in orbita si è trasformato sempre in un fallimento. Si apre quindi la possibilità che dietro l’incidente a Vega 15 ci possa essere lo zampino dell’Iran e della sua cyber warfare, divenuta sempre più attiva e pericolosa negli ultimi anni. Sebbene sia difficile credere che Teheran possa avere le risorse e le capacità di penetrare le difese telematiche dei computer del poligono francese di Kourou oppure di mettere in atto attacchi elettronici di disturbo (jamming) delle comunicazioni spaziali, non è da escludere che possa essere stato coadiuvato in questo dai suoi “alleati”: la Cina e la Russia. Analisti del Royal Institute of International Affairs avvisano che “Cina e Russia stanno dando impulso alla guerra elettronica, ai cyber attacchi e agli strumenti per ottenere la superiorità sul campo di battaglia elettromagnetico” ed entrambe le nazioni “pongono particolare attenzione a “disturbare le comunicazioni satellitari dell’avversario inibendone l’efficacia operativa” quindi sia la Cina sia la Russia stanno cercando mezzi per compromettere la rete satellitare degli Stati Uniti e dei suoi alleati, come gli Eau. A rafforzare questa tesi c’è l’esponenziale aumento dei cyber attacchi provenienti da Russia, Cina, Corea del Nord e Iran che aprono ad un’ipotesi affatto campata in aria: Teheran potrebbe essere stata usata da Pechino o da Mosca come proxy per un cyber attacco di questo tipo. Il confronto in Medio Oriente, via via sempre più caldo, non si sta svolgendo solo con la contrapposizione di assetti navali e aerei, bensì anche con attacchi cibernetici che vedono protagonisti gli Stati Uniti – con al loro fianco Israele, Arabia Saudita e Eau – e l’Iran, affiancato dai suoi proxy. In questo scenario Russia e Cina restano ai margini ma sono entrambe coinvolte, quindi è ragionevole pensare che la perdita di Vega 15 possa essere stata causata da un intervento iraniano sotto controllo di Mosca o Pechino. Sicuramente il prossimo lancio ci fornirà più elementi per capire cosa realmente possa essere successo: al di là di un possibile secondo “incidente” – il virgolettato ora è d’obbligo – sarà interessante vedere che tipo di misure di sicurezza prenderanno Esa ed Arianespace, e, qualora siano di tipo diverso, avremo la prova indiretta di un precedente sabotaggio.

·         L’Uomo Volante.

Impresa riuscita: l’uomo volante ha attraversato la Manica. Pubblicato domenica, 04 agosto 2019 da Alessandra Coppola, inviata a Parigi, su Corriere.it. Anni di preparativi, l’ultima settimana quasi senza respiro, concentrazione, determinazione, e alla fine Franky Zapata si scioglie in lacrime per la telefonata di Mat, 10 anni, il figlio: «Ce l’hai fatta, ti voglio bene, sei il migliore». Voce rotta dalla commozione: «Ha persino inventato per me un nome da supereroe…». Signore e signori, ecco a voi «Red rocket». È Krystel la moglie, a rivelarlo al Corriere: agli occhi di un bambino il papà che ha appena compiuto l’impresa di attraversare la Manica a bordo della sua pedana volante è un «razzo rosso». Applausi, flash, telecamere, questa domenica è sua: al secondo tentativo l’uomo volante ha preso quota dalla spiaggia di Sangatte, Nord della Francia, e in 22 minuti è atterrato a St.Margaret’s Bay, Sud della Gran Bretagna, mantenendo una velocità di crociera di 160-170 chilometri orari, a una media di 15-20 metri sul livello del mare. Stringendo i denti: «Vedevo l’Inghilterra che si avvicinava — ha raccontato Zapata — e cercavo di trarne piacere per non pensare al dolore: avevo le gambe che mi bruciavano!». L’operazione di rifornimento che al primo tentativo, il 25 luglio scorso, l’aveva fatto cadere in acqua, è stata anche in questo caso complessa. «La barca si muoveva, ho tentato un primo approccio, fallito, ho riprovato e ci sono riuscito. A quel punto sapevo che il più era fatto». L’ha aiutato anche la piattaforma d’atterraggio che questa volta era più larga. Cambio di zaino-serbatoio (contiene cherosene solo per una decina di minuti di volo), rapida ripartenza, primo grido di gioia: «E’ fatta!»E adesso? Krystel s’affretta a parlare di vacanze: «Un po’ di conferenze stampa, strette di mano, autografi e partiamo. Avevamo programmato gli Stati Uniti, vedremo». Passaggi in Italia? «Il mio compagno è per metà sardo, ci piacerebbe, ma non so quando». Messaggi dal presidente Emmanuel Macron? «Forse lo incontreremo». Ha avuto paura per Franky, racconta, «è stato stressante, ma ora posso tirare un sospiro di sollievo». Non deve essere facile vivere accanto a un uomo così, lui stesso ha raccontato di aver dovuto salvare più volte il matrimonio… «E’ vero — ride ancora al telefono Krystel —, può essere stancante, ma è anche una vita appassionante, tutti i giorni diversa…».Una nuova avventura è già all’orizzonte: la macchina volante entro la fine dell’anno. Zapata l’ha annunciata: «Manca la verniciatura e dei ritocchi di carrozzeria, ma ha volato». Bisogna ora testarla con tutti e dieci i mini-turboreattori in funzione. E non è detto che anche in questo caso le Forze armate francesi non siano interessate. Come è noto dall’apparizione dell’uomo volante alla parata del 14 luglio, la Difesa ha investito 1,3 milioni di euro nel Flyboard. L’idea, a quanto ricostruito finora, è di utilizzarlo nelle operazioni speciali in zone urbane (attentati, per esempio, prese d’ostaggi): «Evacuare i feriti — spiega a Libération Emmanuel Chiva, direttore dell’Agenzia militare di Innovazione — trasportare munizioni o viveri. O anche farne una piattaforma d’assalto per i commando». È così che il primo tweet istituzionale viene dalla ministra della Difesa, Florence Parly: «Non è il ritorno degli Avengers, è proprio la realtà. Bravo Franky Zapata (…) Fiera del sostegno delle nostre Forze Armate all’innovazione».

I “super soldati”.

Gli Stati Uniti pensano ai “super soldati”. Marco Pizzorno su it.insideover.com il 25 ottobre 2019. Secondo il direttore dell’Agenzia per i progetti di ricerca avanzata della difesa americana, Darpa, la bioscienza è attualmente il settore di maggior interesse per il presente e il futuro. A tal punto che i progressi nello sviluppo della genomica mostrano infatti un interesse addirittura maggiore rispetto a quello dell’intelligenza artificiale, specialmente per quanto riguarda il controllo dell’editing genetico, ovvero la capacità di monitorare le modifiche sui geni per curare malattie in maniera rivoluzionaria. Gli obiettivi della Darpa sono estremamente rilevanti poiché vertono nell’intento di proteggere i soldati da nuove patologie e rendere i loro corpi in grado di resistere all’attacco con armi chimiche e batteriologiche. La guerra chimica è uno dei nuovi fronti di combattimento: e questo comporta inevitabilmente delle problematiche connesse all’incapacità di poter fornire le cure farmacologiche a tutti. Per questo motivo lo scopo della ricerca è la totale eliminazione dei farmaci, facendo in modo che il genoma produca proteine utili alla protezione autonoma del soldato dall’interno.

Test Genomici, Rapporto Jason e Super Humans. Da oltre dieci anni gli Stati Uniti sono impegnati su test genomici con risultati sbalorditivi. Il rapporto “Jason”, infatti, illustra le risposte positive a questa nuova rivoluzione scientifica sulle fratture ossee, sanguinamenti e ripristino delle ferite. Una mappatura genica aggiornata per “prestazioni e idoneità sanitaria”, “fenotipi”, contenenti oltre 214 voci, fu pubblicata già nel 2009. A causa delle problematiche psichiatriche in battaglia ed i suicidi, gli studi sono stati indirizzati specialmente ai collaudi genomici per i tratti mentali e fisici. Gli obiettivi si concentrano sulle mutazioni che possano tutelare i combattenti dal disturbo post-traumatico da stress, detto anche Ptsd e identificato in diversi geni. Gli esperimenti in tale direzione hanno avuto risposte più che soddisfacenti. Sull’uomo è stato identificato un gene chiamato Dysbindin, sul cromosoma 6 e un altro denominato SNAP-25, sul cromosoma 20, associato all’abilità cognitiva. Questi studi hanno dimostrato alcuni risultati molto convincenti anche sull’aumento delle capacità mentali: in particolare riguardo alle capacità di eliminazione della paura o di un forte abbassamento del suo livello. Il National Institute of Health riferisce che individui dotati di una certa variante del gene catecolamina-O-metiltransferasi, mediante l’uso di un farmaco chiamato tolcapone , hanno riscontrato miglioramento della memoria, (la super memoria). Inoltre sono stati testati con successo farmaci esogeni che colpiscono la variazione genetica che può essere riferita a una ridotta neurotrasmissione della dopamina per compromettere l’apprendimento e prestazioni cognitive. Inutile pensare che questa realtà sia frutto di racconti di fantascienza. L’industria scientifica è pronta ad esempio alla commercializzazione del test genetico per la creazione dei Super Humans e, sebbene la storia sembri di fantasia, il mondo dei Super Eroi potrebbe essere divenuto già una realtà. Nella genetica esso è identificato in una variante del gene ACTN3 (uomo), chiamato R577X, che codifica una proteina chiamata α-actinin-3. I test dotati di tale variazione presentano una massa muscolare voluminosa a contrazione lenta che sono così predisposti allo sforzo fisico prolungato e ad una super resistenza. Mentre chi non ha variante del gene ACTN3 è dotato di muscoli a contrazione veloce, che sono associati ad attività di ipervelocità e super forza, riscontata, per esempio, nel sollevamento dei pesi.

Etica, Bioscienza e Fantascienza. Alla base di un Paese democratico vi è quasi sempre un consolidato sistema di principi di bioetica. Un postulato che vale anche peer gli Stati Uniti, sebbene la ricerca militare scientifica Usa tenda a rivolgere le scoperte ed innovazioni per la cura e salvaguardia del proprio personale coinvolto nelle ostilità ed esposto alle nuove minacce di guerre batteriologiche. Il ministero della Difesa vorrebbe avere una maggiore libertà di condurre ricerche ed ottenere informazioni, creando geno-fenobanks e fornendo nuove terapie. Tuttavia, i vincoli bioetici sembrano al momento frenare, anche se in parte, questa corsa all’armamento umano. L’universo fantascientifico letto sui fumetti, i super eroi dotati di poteri fisici straordinari è più vicino di quanto si possa pensare. Le complicazioni tra etica e morale non mancano e la comunità scientifica si divide su questioni in merito alla destinazione civile di alcune terapie piuttosto che a quello di carattere militare. Di qui una domanda sorge spontanea: saranno i nuovi “supersoldati” capaci a garantire la Pace ed i diritti umani, oppure sarà esclusivamente un’evoluzione del livello dell’a scienza bellica nel prossimo futuro?

·         Le Radium Girls: le ragazze fantasma.

LA STORIA DIMENTICATA DELLE “RADIUM GIRLS”, LE “RAGAZZE FANTASMA”.  Andrea Cionci per La Stampa il 30 luglio 2019. E’ una delle pagine più oscure del capitalismo americano: negli Usa le hanno appena dedicato un film presentato al Florida Film Festival, ma in Europa è quasi sconosciuta. Risale a circa un secolo fa la triste vicenda delle «Radium Girls» - anche note come «Ragazze fantasma» - che segnò un punto di svolta nel diritto del lavoro e nella fisica della salute. Coprotagonista della tragedia fu l’ultima e più terribile «panacea» della storia della medicina. Dalla Theriaca, al corno dell’unicorno, alla polvere di mummia, alla mandragola, sono stati tanti i «rimedi universali» con i quali l’uomo si è illuso di potersi curare, evitare i veleni o aumentare le proprie prestazioni fisiche e sessuali. Alcuni presunti toccasana erano perfettamente inutili, molti altri del tutto dannosi per la salute, tuttavia nessuno raggiunse  la nocività del Radio (Ra), un elemento capace di far letteralmente disgregare l’apparato osseo.

Il raggio verde. Questo metallo radioattivo, il cui nome viene dal latino «radius» - raggio, fu scoperto dai coniugi Pierre e Marie Curie nel 1898 nel minerale di Uraninite/Pechblenda. Venne isolato come elemento puro nel 1902 nella sua forma metallica, attraverso l'elettrolisi. La particolarità più evidente era la luminescenza verdognola e il calore che emanavano i suoi sali, caratteristiche che avrebbero presto sancito il suo successo industriale. Eppure, Pierre Curie aveva compreso fin da subito la tossicità del materiale: sua moglie si era procurata delle ustioni e lui stesso dichiarò che «non poteva sopportare il pensiero di condividere una stanza con nemmeno un kg di radio perché aveva paura che lo avrebbe accecato o bruciato la sua pelle». Tuttavia, secondo la mentalità dell’epoca, una sostanza tossica, se assunta in minime quantità, risultava innocua, o addirittura benefica. Basti pensare all’utilizzo dell’arsenico che, almeno fino alla scoperta degli antibiotici, veniva utilizzato in varie formule chimiche per la malaria, la sifilide o per cure odontoiatriche, sortendo persino alcuni risultati positivi. Con gli elementi radioattivi, come sappiamo oggi, è tutta un’altra faccenda.

Benefico perché «radioattivo». Fu  l’inventore e aviatore americano William J. Hammer (assistente di Edison) che portò con sé in patria, da Parigi, alcuni cristalli di sale di radio fornitigli dai Curie. Affascinato dalla luce e dal calore emessi dall’elemento, tenne conferenze sulle sue proprietà,  discutendo dei suoi presunti poteri curativi. Fu, tra l’altro, il primo a proporre il radio come trattamento per il cancro pubblicando i risultati dei suoi esperimenti in un volume del 1903:  «Radium e altre sostanze radioattive». Sull’onda dell’entusiasmo, tra gli Anni 10 e 20, l’industria americana si appropriò del nuovo affascinante elemento e cominciò a inserirlo in una quantità di prodotti: burro, acqua minerale, sigarette, bevande, dentifrici, cosmetici, lozioni per capelli, lana per neonati, giocattoli. Anche in Francia, il Dottor Alfred Curie (che non aveva alcuna relazione con i coniugi scienziati) creò una linea di cosmetici chiamata Tho-Radia, le cui ciprie contenevano torio e radio. In Italia il fenomeno fu molto ridotto, limitato al consumo di acque minerali naturalmente radioattive. Il paradosso è che la parola «radioattivo», che oggi in tutti noi provoca timore e repulsione, era considerata, all’epoca, sinonimo di corroborante, salutare e benefico. Il bagliore che emanavano la pelle, i denti o i capelli trattati con prodotti al radio riempiva di meraviglia donne e ragazze, mentre gli uomini si sentivano più vigorosi dato che uno dei primi effetti sul corpo era quello di stimolare i globuli rossi. Sensazioni fugaci di salute, bellezza e vitalità, che poi sarebbero state pagate a carissimo prezzo da una moltitudine di persone. Hammer fu anche il primo a inventare una vernice luminescente, combinando i sali di radio con colla e solfuro di zinco. Una delle applicazioni più immediate fu quella per i quadranti degli orologi e di altri strumenti, come ad esempio i contachilometri, che divenivano, così, ben visibili al buio. Tra i primi a sfruttare la vernice al radio vi fu  il medico di origine ucraina Sabin Arnold von Sochocky che nel 1914, insieme al collega George Willis, fondò nel New Jersey la Us Radium Corporation. L’entrata in guerra degli Stati Uniti, nel 1917, rese richiestissimi gli orologi militari con i quadranti luminosi e questo produsse enormi introiti per la società. 

Lip- pointing. L’operazione di stendere la vernice luminescente sulle lancette degli orologi richiedeva piccole mani precise. Per questo furono assunte una settantina di giovanissime ragazze (alcune anche 14enni) che rimasero letteralmente entusiaste del nuovo lavoro. Era poco faticoso e «artistico»; patriottico, perché aiutava i soldati americani che combattevano in Europa; aveva a che fare con un prodotto costoso e affascinante e in più era pagato tre volte tanto lo stipendio di un operaio normale. Vi era solo una strana richiesta da parte dei capi: ai sottili pennelli di cammello con cui si dipingevano gli orologi  doveva essere fatta la punta con le labbra, (lip- pointing) in modo da ottenere un punto preciso senza sprecare il prodotto: il radio era, infatti, un metallo costosissimo. Qualcuna delle ragazze chiese se la vernice non potesse essere nociva, ma i dirigenti dell’azienda tranquillizzarono tutte sostenendo che, in quelle minime quantità, il radio non avrebbe fatto loro nulla di male, anzi: dopotutto, erano tanti i prodotti in commercio a base di quell’elemento. Così, per alcuni anni, le ragazze continuarono a ingerire ogni giorno piccole quantità di vernice radioattiva e nei momenti di pausa si divertivano anche a laccare con essa le proprie unghie o i denti, per stupire i loro fidanzati al buio apparendo luminescenti come leggiadri fantasmi.

Un avvelenamento di massa. Eppure, nelle alte sfere dell’azienda e nelle società mediche si sapeva benissimo che il radio faceva male. I familiari di von Shochocky, i dirigenti e gli operai che trattavano le vernici in maggiori quantità erano soliti schermarsi dietro lastre e indumenti di piombo, utilizzando pinze con le punte d’avorio. La cosa più terribile è che solo dopo circa cinque anni alcune ragazze cominciarono ad accusare i primi malesseri. Una di loro si preoccupò quando i suoi denti iniziarono ad allentarsi e cadere senza apparente motivo. Si recò dal dentista che, nel toglierle un dente ormai guasto, rimase di sasso: con esso era venuto via un intero pezzo di mandibola. Quando la giovane Grace Fryer vide che la sua era divenuta gonfia ed infiammata, cercò l’aiuto di un medico per una diagnosi sugli inspiegabili sintomi. Utilizzando un primitivo macchinario a raggi X (che la espose a ulteriore radiazioni, purtroppo)  il medico scoprì un grave deterioramento delle ossa, come se fossero state rose dai tarli. Poco a poco, si comprese che il trait d’union che legava quelle inspiegabili patologie era il fatto che tutte le pazienti avevano lavorato per un certo periodo alla Us Radium Corporation. Il radio, infatti, essendo molto simile al calcio, viene trasportato dall’organismo direttamente nelle ossa dove ne disgregava le cellule.

L’azione legale. Ci vollero almeno due anni prima che Quinta e Albina Maggie, Katherine Schaub, Edna Hussman, capitanate da Grace Fryer, potessero trovare un avvocato disposto a mettersi contro la potente compagnia. Quando iniziò il processo, nel 1927, le ragazze stavano talmente male da non riuscire nemmeno ad alzare il braccio per prestare giuramento. Quella legale fu una guerra sporca: alcuni medici che avevano visitato le ragazze testimoniarono che le avevano trovate in buona salute. Poi si scoprì che uno era a libro paga della Us Radium e l’altro ne era addirittura il vicepresidente. Altre perizie mediche vollero imputare i cancri alle ossa che colpivano le ex pittrici alla sifilide, malattia venerea ritenuta, all’epoca, infamante per una donna. Il processo ebbe un’ampia copertura mediatica e dovunque i lavoratori che maneggiavano il radio cominciarono a prendere precauzioni o a sollevare altri contenziosi con le aziende che si protrassero fino al 1939. Alla Waterbury Clock Company sospesero subito il lip-pointing - grazie alla denuncia di una pittrice di quadranti, Margaret Carlough - salvando la vita a centinaia di operai. Considerato che lo stesso dottor von Shochocky morì nel 1928 per un’anemia causata dalla sua vernice, le Radium girls vinsero il processo e ottennero dalla Us Radium Corporation risarcimenti in danaro e vitalizi. Purtroppo, poterono usufruirne per poco tempo ancora.

La “mascella da radio” e il caso Beyers. Oltre a provocare cancri alle ossa e malattie del sangue, l’intossicazione da radio aveva lo spaventoso effetto di disintegrare la mandibola. Rimase famoso il caso del campione di golf, playboy e rampollo dell’alta società americana Eben Byers. Nel 1927, durante un viaggio in treno, cadde dalla cuccetta facendosi male a un braccio. Dato che il dolore non passava, il suo medico gli consigliò il Radithor, una soluzione di radio e acqua distillata che all’epoca veniva commercializzata da un sedicente medico, tale William J. A. Bailey. Byers si trovò così bene che cominciò a bere almeno tre flaconi al giorno di Radithor, lo consigliò come un vero elisir ad amici e amanti e lo somministrò perfino ai suoi cavalli da corsa. Dopo qualche anno cominciò ad accusare problemi ai denti e nel giro di poco gli dovette essere asportata completamente la mandibola, come si vede da una drammatica fotografia. Nel settembre del 1931, la Federal Trade Commission aprì un’indagine e mandò l’avvocato Robert H. Wynn a intervistarlo nella sua tenuta di Southampton, dato che non poteva più muoversi poiché il suo scheletro si stava letteralmente disgregando. Byers morì a 52 anni d’età dopo atroci sofferenze, ma grazie alla sua testimonianza, la Food & Drugs Administration mise al bando il Radithor e ottenne un maggiore controllo su medicinali stabilendo il principio che ognuno di essi è dannoso fino a prova contraria.

Un tragico bilancio. E’ difficile quantificare quante persone siano state contaminate dalla folle moda del radio e dalle sue applicazioni industriali. Molte di loro decisero di sottoporsi ad esami fino agli anni ’50, tanto che quelle indagini costituiscono ancor oggi la principale fonte di dati su questo genere di avvelenamento.  La vernice al radio fu messa al bando nel 1968, sostituita da quella al trizio, meno pericoloso. Dagli anni ’90 si usano prodotti ancora più sicuri, racchiusi in mini-capsule stagne, peraltro. Tuttavia, gli appassionati di modernariato stiano in guardia: un vecchio orologio trattato con vernice al radio può essere nocivo ancora oggi e deve essere maneggiato con la dovuta cautela: l’emivita (tempo richiesto per dimezzare l’efficacia) dell’elemento è, infatti, di 1602 anni. Non a caso, se qualcuno passasse con un contatore Geiger vicino alle tombe delle Radium Girls, vedrebbe la lancetta della scala radioattiva schizzare in avanti. Grace, Quinta, Albina, Katherine, Edna: la loro triste fine sancì il diritto dei singoli lavoratori di citare in giudizio per danni le società datrici di lavoro e, sulla scia di quel caso giudiziario, gli standard di sicurezza industriale furono molto migliorati. La loro eredità, quindi, splende tutt’oggi, così come brillano ancora, nel buio delle sepolture, le loro povere ossa.

·         Zichichi ed il Supermondo.

Da “Un giorno da pecora” l'11 ottobre 2019. Antonino Zichichi festeggia i 90 a "Un Giorno da Pecora", su Rai Radio1. La trasmissione condotta Geppi Cucciari e Giorgio Lauro ha fatto trovare allo scienziato una torta per celebrare, in anticipo di qualche giorno (è nato il 15 ottobre) l'importante traguardo. “Sono contento – ha esordito Zichichi - , mi fa piacere anche se non amo molto i compleanni”. Qual è il segreto per arrivare a 90 anni? “Bisogna fare come me: essere una macchina pensante, io penso sempre. Magari ci farò un libro sopra...” Quanti anni si sente? “Me ne sento 19”. A quanti anni vorrebbe arrivare? “A 300 anni, ho tante cose da risolvere, tante cose su cui riflettere..." Forse la sua longevità è aiutata da una buona alimentazione? “Non so. A pranzo non mangio mai, altrimenti non riesco a pensare al lavoro. Mangio molto bene la mattina: oggi ho preso 4 cappuccini, 3 yogurt, dei cereali, una macedonia”. E la sera cosa mangia per cena? “Carne, pasta e vino. Ieri ne ho bevuto uno talmente leggero che sembrava acqua...” Si è mai ubriacato con del vino? “Mai, nemmeno da ragazzino”. Uno scienziato come lei nella vita ha avuto successo con le donne? “Si, sempre. E mi ricordo ancora il primo amore: Laura, lei aveva 10 anni e io 12, era vero amore ”. Fu lei a darle il primo bacio? “I baci non è che mi attraggano molto. Mica si può stare tutta la vita a baciare. E' 'totally irrilevant'”. Le dispiace non aver mai ricevuto il Nobel? “No, e se Nobel fosse vivo non approverebbe. Ma non c'è nessun dubbio che lo avrei meritato”. Condivide il Nobel per la Fisica assegnato quest'anno? “Non mi interessa, non ne parlo”. Si dice che lei non abbia in simpatia gli oroscopi.... “No, perché sono una presa in giro”. E come definirebbe chi crede nell'oroscopo? “una persona che non ha seguito l'evolversi della scienza”. Chi si fida degli oroscopi è un ignorante? “Un superignorante...” Lei è sempre stato molto imitato: la cosa la infastidisce o la diverte? “Mi fa piacere, anche quella di Crozza mi diverte molto”, ha concluso a Un Giorno da Pecora.

 “L’ESAME DI MATURITÀ? TROPPO SEMPLICE”. Da “Un Giorno da Pecora – Radio1” il 20 giugno 2019. La domanda sul condensatore nella prova di Fisica? “Una cosa banale, banalissima, confonde le idee e basta”. A Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, lo scienziato Antonino Zichichi boccia in toto i quesiti proposti oggi agli studenti per la seconda prova della maturità 2019. Tra le domande di fisica dell'esame ce ne era anche una sulle probabilità numeriche legate al lancio di quattro dadi.

Come l'ha trovata?

“Una domanda di una tale banalità che anche un ragazzo di 5° elementare avrebbe potrebbe rispondere. Ahi ahi ahi - ha aggiunto il professore a Rai Radio1 - questi quesiti sono troppo semplici e troppo banali”.

Lei, invece, quanto ha preso alla maturità?

“Il massimo dei voti, sono sempre stato il primo della classe. E facevo sempre copiare i miei compagni: una volta mi beccò il professore e mi mise zero”.

Zichichi: «Così ho fatto diventare amici Pertini e papa Wojtyla». Pubblicato domenica, 16 giugno 2019 da Roberta Scorranese, inviata a Ginevra, su Corriere.it. Se esiste un universo parallelo non può che trovarsi tra via Marie Curie e via Democrito. È più o meno qui infatti che, in un piovoso pomeriggio ginevrino, i cancelli del Cern si aprono eccezionalmente di domenica e la cittadella europea della ricerca nucleare ci si consegna insolitamente spoglia, semideserta. Poi però si arriva a un edificio cinerino, dove sin dal piano ammezzato tutto preannuncia un personale olimpo terrestre: attestati di merito alle pareti, targhe di cittadinanza onoraria conferite da Castrocielo o Trinitapoli, foto di medaglie al merito. È seguendo queste tracce di gloria incorniciata che si giunge a una stanza dominata da due scrivanie completamente sommerse da carte, formule, lettere, libri e appunti.

Professor Zichichi, che caos.

«È il minimo: sto cercando il Supermondo».

È da tanto che lo cerca?

«È la mia scommessa. Quando e se riuscirò a trovarlo dimostrerò che il mondo ha molte più dimensioni di quelle a noi familiari. E renderò l’estremo omaggio a Galileo Galilei».

Che lei considera l’anello di congiunzione (molto discusso) tra scienza e fede.

«Galilei era convinto che noi non siamo figli del caos, che esiste una logica rigorosa sottesa a tutte le cose del mondo. La sua umiltà lo portava a pensare che le leggi della natura sono le impronte di chi ha creato tutto questo. Perciò scienza e fede non sono contrapposte».

Sempre stato credente?

«Sempre. E nemmeno quando mi sono avvicinato ai più rigorosi processi scientifici, per esempio quando ho portato la prova sperimentale dell’antimateria nucleare, ho avuto cedimenti. Sono convinto che ci sia qualcuno di più intelligente di noi che ha fatto tutto».

Siciliano di Trapani, novant’anni il prossimo ottobre. Che infanzia ha avuto?

«Avevo un padre antifascista che mi aprì gli occhi quando i professori, a scuola, ci cantavano le meraviglie del duce. Un giorno tornai a casa, raccontai quello che ci diceva la maestra e papà mi disse: “Nino, non è vero niente”».

Poi la guerra, lo sbarco degli alleati in Sicilia. Lei dov’era?

«Nel fuoco dell’azione. Papà però ascoltava Radio Londra e così conoscemmo in anticipo le mosse degli alleati. Ci rifugiammo in campagna, mi ricordo benissimo la visione dei carri armati tedeschi che prendevano la ritirata. Maturava in me l’antifascismo che poi mi porterà, molti anni dopo, a coltivare una grande amicizia con Sandro Pertini».

Quando lui era già capo dello Stato?

«No, prima, a metà degli anni Settanta. Durante una conferenza, a Genova, dissi che per me il vero antifascista era stato lui, che durante il fascismo era in galera, non quelli che si improvvisano antifascisti dopo. Pertini mi telefonò e fu colpo di fulmine. Poi arrivò il ‘78».

Quando Pertini divenne presidente della Repubblica e Karol Wojtyla fu eletto Papa. La notte e il giorno, il socialista ateo e l’anticomunista viscerale.

«Esatto, e sa chi li fece diventare amici?»

Mi lasci indovinare: Antonino Zichichi.

«Io all’epoca stavo riabilitando Galilei. Pertini mi telefonò e disse: “Ma il nuovo Papa lo sa che lei ha un amico ateo?”. Io riferii al Pontefice, che rispose: “Pertini la fede ce l’ha negli occhi”. E tra di loro nacque un legame fatto di lealtà, discussione, reciproca comprensione».

Non era la prima volta che lei faceva da ponte tra i due blocchi della Guerra Fredda.

«E secondo lei chi fece incontrare i rispettivi consiglieri scientifici di Reagan e Gorbaciov per scongiurare un’escalation nucleare?»

Ancora Zichichi. E come ci riuscì?

«Tra scienziati veri ci si conosce, ci si stima, altro che quelli che blaterano di scienza senza aver scoperto nulla. Alzai il telefono e chiamai il sovietico Yevgeni Velikov, poi feci lo stesso con l’americano Edward Teller. Ma vuole che le racconti di quella volta che lo stesso Gorbaciov mi mandò un aereo a Ginevra?»

Per rapirla?

«Mi portò a Mosca in gran segreto e mi chiese di fare da tramite con la comunità scientifica americana per prepararla a un importante discorso che avrebbe tenuto e per smussare le controversie e le diffidenze. Da Mosca volai in California, incontrai Teller e gli dissi: “Quando parlerà Gorbaciov tu non dirai bau”. Fu così».

Erano anni difficili.

«Eravamo seduti su una polveriera, ma ci rendiamo conto? L’Unione Sovietica dava i numeri ufficiali delle bombe nucleari in suo possesso ma Teller mi diceva: “Nino, secondo me ne hanno il doppio”. Così, a Erice, nell’Ettore Majorana Foundation and International Centre for Scientific Culture che ho fondato, li presi tutti e due, Teller e Velikov, e dissi loro: “Ma siete matti? Qui saltiamo tutti”. Velikov fece allora delle dichiarazioni distensive importanti e se ne andò dicendo: “Nino, speriamo che non mi mandino in Siberia per causa tua”».

Non mi dica che lei era presente al momento della sparizione di Ettore Majorana.

«No, però ho avuto un ruolo nel libro che ne ricavò Leonardo Sciascia. Lo scrittore venne da noi, a Erice, perché voleva indagare i rapporti tra Fermi e Majorana. Poi, dopo aver assistito alle nostre conferenze, decise di scrivere La scomparsa di Majorana. E andandosene mi disse: “Lui era un genio, se ha deciso di far perdere le sue tracce nessuno lo troverà mai”».

Secondo lei che fine ha fatto il fisico scomparso alla fine degli anni Trenta?

«Secondo me si è rifugiato in un convento. Io ho conosciuto il suo confessore, il vescovo Ricceri, il quale mi confermò che aveva avuto delle crisi mistiche. Altro che Argentina».

Professore ma lei è come Zelig, si trova sempre nel posto dove passa la Storia.

«Ripeto: tra scienziati veri ci si capisce e ci si cerca. Del resto se in Italia in tanti mi hanno sempre osteggiato è perché io la carriera l’ho fatta praticamente sempre e solo all’estero».

Però ha fatto l’assessore in Sicilia nella giunta di Crocetta. Esperienza breve.

«Tutti dicono che mi hanno cacciato: in realtà me ne sono andato io. Ho detto di sì solo perché Crocetta al telefono mi giurò che davvero voleva voltare pagina nella mia Sicilia. Io però ho presentato numerosi progetti, tra i quali quello dedicato ad Archimede».

E in che cosa consisteva?

«Doveva far conoscere a tutto il mondo il genio siracusano. Prevedeva borse di studio per giovani, un piano per dedicare strade, piazze e parchi ad Archimede, un museo».

Forse però era difficile lavorare da qui, dal suo ufficio al Cern di Ginevra.

«Ma questi erano gli accordi! Comunque, acqua passata. Del resto, dico sempre no: nel 2005 il centrodestra mi voleva candidare a sindaco di Roma e rifiutai, così come rifiutai una grande candidatura nel Nord Est. Io dico no alla politica ma dico sì alla società civile. Giro il mondo con le mie conferenze, ricevo attestati e cittadinanze onorarie, ho fatto decine di scoperte. Qui al Cern dirigo un progetto importante, il LAA, che adesso, appunto, lavora sugli esperimenti del Supermondo. Il resto non mi interessa, sono soltanto chiacchiere».

Due figli, Lorenzo e Fabrizio. Di sua moglie, Maria Ludovica, si sa pochissimo.

«Bellissima e molto intelligente. Biologa, lavorava in un importante gruppo di ricerca a Ginevra quando l’ho conosciuta. Poi ci siamo sposati e lei ha deciso di lasciare il lavoro. Pensi che quel gruppo poi ha vinto il Nobel». Be’, lei deve molto a sua moglie, non crede?

«A mia moglie devo tutto: mi sono occupato poco della famiglia, lei ha pensato a ogni cosa. Io non so nemmeno scegliermi una cintura. Pensi che cerco il Supermondo ma non ho ancora imparato come si abbina una cravatta».

Però negli anni ha affinato le provocazioni: un suo articolo sul «Giornale» nel quale metteva in dubbio l’emergenza climatica ha scatenato un finimondo.

«Io non dico che il clima non sia un’emergenza, anzi. Ma dico che i modelli matematici con decine di parametri liberi ai quali si affidano i climatologi sono una perdita di tempo e soldi. Non è una questione ideologica, ma è una questione matematica: vorrei che queste ricerche fossero più accurate e per questo ci vogliono esperimenti, attività di laboratorio».

Oggi, a novant’anni, di che cosa ha paura?

«Dell’istinto dell’umanità verso l’autodistruzione. Vede, non è detto che quelle famose bombe nucleari della Guerra Fredda non possano tornare. La Nord Corea non mi spaventa, mi spaventa il nostro Occidente».

Professore, dopo tanti anni ha voglia di fare lei un gesto di distensione nei confronti di Piergiorgio Odifreddi che nel 2003 scrisse «Zichicche», facendo dell’ironia nei suoi confronti, cosa che lei non ha mai perdonato?

«No, perché io ho fatto delle scoperte, non mi sono limitato a parlare di scienza per dire qualcosa. E prometta: se lei in questa conversazione non ha capito qualcosa, non la scriva».

Promessa mantenuta: il Supermondo resterà un mistero anche dopo questa intervista.

·         L’Ignoranza saccente.

L'ignoranza? Grazie al web è diventata saccenza. Il web ha distrutto il concetto di autorità: liberi tutti…di sparare pericolose idiozie, scrive Massimiliano Parente, Mercoledì 20/06/2018, su "Il Giornale". Cosa significa essere ignoranti? In teoria l'ignorante è chi dice «non so», in realtà oggi l'ignorante è quello che non sa una cosa e la spiega a chi la sa. Insomma, chiunque sa qualcosa per sentito dire, e la tragedia è che anche colui dal quale l'ha sentita dire lo sa per sentito dire. D'altra parte basta andare cinque minuti su Google e si capisce cosa intendeva Doctor House quando disse a una paziente che contestava una sua diagnosi perché aveva letto un parere diverso su internet: «Già, perché prendere una laurea in Medicina quando c'è il wi-fi?». Attenzione, non si tratta dell'impossibilità di sapere tutto, ciascuno di noi è ignorante, e perfino gli scienziati. Un biologo è ignorante in astrofisica, un astrofisico è ignorante in chimica, la differenza è che ciascuno di loro sa cosa non sa. Non è tanto il discorso di opporre all'ignoranza l'enciclopedismo ingenuo, il vano tentativo di Bouvard e Pécuchet, o quello dell'autodidatta di Sartre. Tanto meno lo spaesamento di fronte al «mare dell'oggettività» di cui parlava Italo Calvino. Casomai il problema è il mare della soggettività. Ciascuno dice la sua, su tutto, e le opinioni si rispettano. Colpa di internet? Forse. A proposito, Il Saggiatore ha organizzato un incontro sull'ignoranza alla Triennale di Milano, domani. Il punto di partenza è il libro di Antonio Sgobba Il paradosso dell'ignoranza da Socrate a Google (Il Saggiatore), dove si arriva proprio alle aspettative disattese da internet. O meglio, più che da internet, da chi utilizza internet. Negli anni Novanta si vedeva internet come una formidabile risorsa di cultura globale, e al massimo si temeva solo che si creasse «una fascia di esclusi, troppo poveri o troppo pigri per accedere alle nuove tecnologie disponibili». Non è avvenuta nessuna delle due cose: oggi chiunque ha accesso a qualsiasi informazione, perfino un immigrato appena sbarcato ha già uno smartphone in mano, e non è cresciuta la qualità della conoscenza media. È aumentato vertiginosamente l'accesso alle fonti, certo, ma quali fonti? Questo è il punto. L'ignorante odierno ha sempre delle fonti da citare, fonti di ignoranza, ma le ha. E ecco quindi il moltiplicarsi di No-vax, di rimedi alternativi alla medicina ufficiale, di santoni e influencer che vendono sostanze bruciagrassi (come un tempo Wanna Marchi) «scientificamente provate», di bufale e fake news in ogni campo, e la scomparsa di qualsiasi autorevolezza. L'ignorante di oggi non sa di non sapere, sa tutto perché ha sempre un link disponibile dove ha letto qualcosa. Il Sessantotto voleva l'immaginazione al potere, grazie alla tecnologia c'è arrivata l'ignoranza, motivo per cui non si leggono più neppure i giornali. Perché mai devo spendere un euro e mezzo per leggere un pensiero di Angelo Panebianco sulla politica internazionale, quando ne ho già uno mio per conto mio, e già che ci sono lo metto su Facebook? È la democrazia dell'ignoranza, sarà per questo che la scienza per fortuna non è democratica, altrimenti il Sole girerebbe ancora intorno alla Terra (eppure, dopo millenni, grazie a internet sono tornati perfino i Terrapiattisti). Non per altro il chimico Dario Bressanini, che vuole smentire una serie di bufale su presunti cibi «cancerogeni» diffusi da uno youtuber che si chiama Infinito, ha centomila iscritti, mentre questo signor Infinito ne ha un milione. Se andassimo alle elezioni, Infinito sarebbe ministro. È ignoranza mista ad arroganza, come ha sintetizzato Roberto Burioni (tacciato a sua volta di arroganza da questi nuovi saccenti ignoranti): «In questo mondo incredibile chi studia trent'anni prima di parlare è un arrogante, chi consulta internet per 5 minuti è un cittadino informato». Che è poi quello che aveva detto Doctor House. Ma forse, la nuova ignoranza saccente non è solo disinformazione, o informazione sbagliata. Richard Dawkins, per esempio, era molto ottimista, ed era convinto che quella gran parte della popolazione che ancora non crede alla teoria dell'evoluzione (non c'è bisogno di crederci, è un fatto, e il più vasto programma di ricerca scientifico mai realizzato, da Darwin al Dna), fosse semplicemente ignorante. Dopo due anni di convegni e incontri con il pubblico cambiò radicalmente idea: «Non è solo ignoranza, è anche stupidità».

10 miti sull’orientamento sessuale sfatati dalla scienza. Un professore americano di sesso e psicologia, grazie a un blog di successo, demolisce pregiudizi e luoghi comuni sui diversi orientamenti sessuali, usando studi scientifici e ricerche universitarie, scrive Emma Desai il 29 giugno 2018 su "Il Corriere della Sera". A conclusione del mese dedicato all’apertura e al dialogo legato ai vari Gay Pride, in tutto il mondo, resta ancora una questione aperta, incompresa, e oggetto di fantasiose leggende e incredibili miti: la sessualità LGBT. Justin J. Lehmiller, professore americano di psicologia, specializzato in sessualità e docente al Kinsey Institute dell’Università dell’Indiana ha iniziato nel 2011 un blog di grande successo, chiamato semplicemente Sex & Psychology (sesso e psicologia) con queste esatte premesse: eliminare gli stereotipi legati alla sessualità, anche e soprattutto di genere. «Volevo creare uno spazio digitale dove le persone potessero imparare qualcosa sugli ultimi risultati scientifici riguardanti sesso, amore e relazioni», ci racconta il dottore Lehmiller, che in questi giorni sta per pubblicare il suo prossimo libro Tell me what you want: the science of sexual desire and how it can help you improve your sex life (Dimmi quello che vuoi: la scienza del desidero come migliorare la propria vita sessuale).

Il professore e il blog. «La ricerca in ambito sessuale è spesso mal rappresentata e oggetto di sensazionalismo sui media, per questo motivo volevo stabilire uno spazio nel quale il pubblico potesse accedere a informazioni scientifiche in modo responsabile, e mediate da un uomo di scienza» aggiunge. Le sue ricerche spaziano dalle fantasie da letto al sesso occasionale, fino al tema delle relazioni extraconiugali. «Ho capito nel tempo che i blog sono molto utili ed efficaci per tradurre la ricerca per il grande pubblico che può realmente usare per migliorare la propria vita sessuale e le proprie relazioni».

Sfatare i miti. Lo scienziato, fin dall’inizio della sua avventura digitale, ha scelto in particolare di lavorare su miti e leggende legate all’orientamento sessuale, sfatandoli a suon di ricerche scientifiche. «Basandomi sulle domande che mi sono state poste dagli studenti nel corso delle mie lezioni universitarie, ma anche sui quesiti che mi sono arrivati via email dai lettori, mi sono reso conto che quella dell’orientamento sessuale è un’area dove le persone hanno ancora in mente una serie di stereotipi straordinariamente approssimativi, oppure una serie di false credenze» ci racconta Lehmiller. «Per fortuna, d’altro canto, cresce il numero di studi scientifici legati proprio a quest’area, studi che possono essere usati per aiutare a correggere una serie di luoghi comuni e fraintendimenti che, oltretutto, possono essere pericolosi».

Ecco quindi nella nostra gallery, i 10 miti sull’orientamento sessuale sfatati dal dottor Lehmiller sul suo blog.

10 miti sull’orientamento sessuale (sfatati dalla scienza). Lo psicosessuologo americano Justin J. Lehmiller sul suo blog di successo demolisce pregiudizi e luoghi comuni sui diversi orientamenti sessuali, usando studi scientifici e ricerche universitarie di Justin J. Lehmiller

1. L’omosessualità è contagiosa. Justin J. Lehmiller, professore americano di sesso e psicologia, nel suo blog di successo Sex & Psychology cerca di demolire pregiudizi e luoghi comuni nei confronti dei diversi orientamenti sessuali usando studi scientifici e ricerche universitarie. Ecco il primo dei 10 miti che raccolto in occasione del mese del Gay Pride: Le ricerche non hanno mai avuto successo nel provare che l’attrazione per lo stesso sesso si trasmetta tramite contatto sociale. Al contrario, un recente studio condotto su larga scala ha provato che l’attrazione per lo stesso sesso non si “diffonde” all’interno di un gruppo di adolescenti coetanei. Allo stesso modo un’altra ricerca ha provato che una coppia di genitori gay non ha più probabilità di crescere figli gay di una coppia eterosessuale.

2. Si può “guarire” dall’omosessualità. Le ricerche su soggetti adulti che hanno tentato di cambiare il loro orientamento (tramite pratiche religiose o di altro tipo) hanno dimostrato che questo tipo di trattamenti non sono solo inefficaci ma, spesso, anche potenzialmente dannosi.

3. Se fai “crossdressing” sei gay. Uomini che si vestono con abiti da donna? Gli studi suggeriscono che la maggior parte di loro sono uomini eterosessuali sposati e, nonostante ci siano uomini gay che amino il cosiddetto “crossdressing”, non c’è nessuna relazione tra questa preferenza e l’essere gay.

4. Le lesbiche fanno poco sesso. Questo luogo comune gira da qualche tempo, è arrivato il momento di aggiustarne il tiro. È vero che gli studi condotti sulle coppie lesbiche dimostrano che c’è una tendenza ad avere meno rapporti sessuali rispetto ad altre tipologie di coppie, ma si tratta di un dato che può trarre in errore: è infatti provato che le coppie al femminile dedicano un lasso di tempo più lungo e il livello generale di soddisfazione sessuale, sempre secondo questi studi, non è inferiore a quello di altre coppie.

5. I bisessuali sono gay. Un altro mito da sfatare è quello che vuole i bisessuali come gay che non hanno ancora fatto il loro coming out. Non è così: in alcuni casi potrebbe trattarsi di una bisessualità di transizione, ma questo fatto non annulla l’identità sessuale della persona che si ritiene bisessuale. Inoltre un numero crescente di studi (qui e qui alcune ricerche sul tema) supporta il fatto che la bisessualità sia un orientamento sessuale distinto.

6. I bisessuali sono attratti da tutti. Essere bisessuale significa avere la capacità di sentirsi attratti da uomini e donne, ma non significa che questa attrazione sia ugualmente forte per ciascun sesso. Ad esempio una ricerca sugli uomini bisex ha scoperto che in genere dimostrano maggiore eccitazione nei confronti di un sesso, alcuni nei confronti delle donne, altri degli uomini. Allo stesso modi studi sulle donne bisessuali hanno dimostrato che non ci sono eguali livelli di eccitazione nei confronti di uomini o di donne.

7. Uno fa la moglie, l’altro il marito. Sulle coppie dello stesso sesso, vige lo stereotipo secondo il quale uno dei due partner è necessariamente il “marito”, l’altro la “moglie”. Nonostante questa sia una descrizione diffusa e riproposta dai media per descrivere le coppie dello stesso sesso, la realtà è che le coppie delle stesso sesso sono meno propense delle coppie eterosessuali ad adottare dei ruoli rigidi all’interno della coppia. Gli studi al contrario ci dicono che tendono a condividere potere e responsabilità in modo più equo.

8. I gay fanno soprattutto sesso anale. Un pregiudizio vuole che il sesso anale sia più comune tra gli uomini gay. Eppure questo non si avvicina alla realtà: una ricerca ha infatti evidenziato che sesso orale e masturbazione reciproca sono di gran lunga pratiche più comuni, viceversa gli ultimi dati ci mostrano come il sesso anale sia ormai abbastanza comune tra gli eterosessuali. 

9. Alle lesbiche piacciono le forbici. La posizione delle “forbici”, favorendo una frizione vulvare, è qualcosa che alcune coppie lesbiche praticano, ma gli studi sul tema ci dimostrano che, come in tutte le altre coppie, ci sono una varietà di comportamenti sessuali che appaiono altrettanto comuni tra lesbiche e donne bisessuali, compresi sesso orale e masturbazione reciproca.

10. I genitori gay non sono bravi come gli etero. Un’ampia produzione scientifica ha dimostrato che i bambini crescono bene indipendentemente dall’orientamento sessuale dei genitori, inoltre uno studio recente (oltre a provare che il coming out di un ragazzo adottato non abbia alcuna relazione con l’orientamento dei suoi genitori adottivi) ha evidenziato che le coppie dello stesso sesso sono più propense ad adottare anche bambini problematici e con disabilità, rispetto alle coppie etero.

Sesso, ecco le bufale più comuni. Smascherate le bufale più comuni sul sesso, che si diffondono facilmente anche grazie ai social: ecco quali sono le leggende a cui non credere, scrive Maria Rizzo, Martedì 19/06/2018, su "Il Giornale". Di bufale sul sesso, o meglio false credenze e miti da sfatare che non aiutano a vivere appieno la sessualità, ne sono nate parecchie sin dalle origini dell'uomo. Eppure negli ultimi tempi il Web, complici anche i social network, ha contribuito a diffonderle in maniera incontrollata. Il portale ISS Salute dell’Istituto Superiore di Sanità ha quindi smascherato le falsità più comuni, spiegando esattamente quali siano i fattori a cui credere e quali, invece, dimenticare. La luna, il calendario e la temperatura possono influire sul sesso del nascituro. Nulla di più sbagliato:

Non si può favorire la nascita di un maschio o di una femmina ricorrendo a tecniche non scientifiche;

La masturbazione fa diventare ciechi. Si tratta di un'informazione non veritiera, seppur molto popolare, che trae origine da un opuscolo anonimo del 1712;

L'uso degli assorbenti interni fa perdere la verginità. Il ricorso a normali tamponi igienici non equivale né a un rapporto sessuale, né a una penetrazione: non si corrono quindi rischi sul fronte della verginità;

La sterilità è un problema che interessa principalmente le donne. È una bufala fra le più diffuse, poiché può colpire tanto il genere femminile quanto quello maschile;

Le visite dall'andrologo da giovani sono inutili, se non ci sono sintomi. Dato che gran parte delle patologie che riducono la fertilità non hanno sintomi, la convinzione che non vi sia bisogno di una visita specialistica a qualsiasi età è errata;

Una pillola può porre rimedio all'impotenza in poco tempo. Non è così, occorre una visita specialistica per indagare l'origine e le cause dell'impotenza, così da avviare un trattamento mirato.

Non si può rimanere incinta durante il ciclo mestruale. Un mito fra i più diffusi, tuttavia gli spermatozoi possono sopravvivere nelle vie genitali femminili fino a una settimana dopo il rapporto, rendendo possibile la fecondazione;

Durante il primo rapporto sessuale non si può rimanere incinta. Falso: la perdita della verginità non influisce assolutamente sulla capacità di concepire;

Il coito interrotto previene la gravidanza. Anche in questo caso si tratta un falso mito, perché il liquido pre-eiaculatorio può ugualmente contenere spermatozoi capaci di fecondare l'ovulo;

Con i rapporti orali non si trasmettono le malattie sessuali. Il contatto tra sperma o liquidi vaginali e la mucosa della bocca, in realtà, può favorire il contagio;

L'HIV è un problema solo degli omosessuali e di chi si apparta con le prostitute. Il contagio da HIV può colpire tutti, senza adeguate protezioni come il condom. Secondo i dati dell'ISS, negli ultimi 25 anni i casi di infezione tra gli eterosessuali sono infatti notevolmente aumentati. Queste dunque le bufale più comuni sul sesso, a cui è bene non credere, come sottolineato dall'Istituto Superiore di Sanità.

La sterilità riguarda solo le donne: i 10 miti da sfatare sul sesso. «È vero che se ho rapporti sessuali durante il ciclo non posso restare incinta? E che il papilloma virus infetta solo le donne?». Il portale ISS Salute dell’Istituto Superiore di Sanità ha smascherato le bufale più diffuse sul web che riguardano la sessualità fornendo spiegazioni scientifiche per capire che cosa è vero e che cosa è falso, scrive Cristina Marrone il 19 giugno 2018 su "Il Corriere della Sera".

La sterilità interessa principalmente le donne. FALSO - La sterilità non è un problema solo femminile, ma può colpire tanto l’uomo quanto la donna e riguarda, complessivamente, circa il 15% delle coppie. La sterilità maschile è un importante problema medico e sociale ed è alla base di circa la metà delle cause di sterilità di coppia. Secondo i dati raccolti dalla Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità, in Italia circa 1 uomo su 3 è a rischio di sterilità. Il Registro Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita dell’Istituto Superiore di Sanità riporta che, tra le coppie che si rivolgono alla procreazione assistita, nel 29,3% dei casi si tratta di sterilità maschile, nel 37,1% di sterilità o infertilità femminile, nel 17,6% di sterilità di entrambi. Bisogna distinguere tra sterilità ed infertilità; la prima indica l’incapacità di concepire, la seconda l’impossibilità di portare a termine la gravidanza. Ma quand’è che si parla di sterilità? L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di sterilità in caso di mancato concepimento dopo un periodo di almeno 12 mesi di regolari rapporti sessuali non protetti. Le cause, sia maschili che femminili, possono essere molteplici. Tra i principali fattori di rischio comportamentali per entrambi si annoverano il fumo, l’obesità o l’eccessiva magrezza, la sedentarietà o l’eccessiva attività fisica e il doping. Tra le malattie che possono impedire la procreazione, in entrambi i generi, abbiamo in primis le malattie infettive sessualmente trasmissibili. Altre cause patologiche nella donna possono essere le alterazioni tubariche, le malattie infiammatorie pelviche, i fibromi uterini, l’endometriosi e le alterazioni ormonali e ovulatorie, mentre negli uomini abbiamo condizioni che alterano la produzione ormonale e/o la struttura e la funzione del testicolo e le patologie prostatiche.

Ho il flusso mestruale, non posso rimanere incinta. FALSO - È possibile rimanere incinta, anche se non è molto probabile, se si hanno rapporti sessuali durante le mestruazioni. Infatti, gli spermatozoi possono sopravvivere nelle vie genitali femminili fino ad 1 settimana dopo il rapporto, mantenendo per tutto questo tempo la capacità di fecondare l’ovulo al momento dell’ovulazione. Molte donne sono convinte che praticare sesso durante le mestruazioni le protegga da gravidanze indesiderate. Questa credenza va sfatata. Infatti è possibile concepire anche durante o subito dopo le mestruazioni se si hanno rapporti senza l’uso di metodi anticoncezionali. Ciò è dovuto alla sopravvivenza dello sperma maschile fino a 7 giorni dopo il rapporto sessuale nelle vie genitali femminili. Questo significa che è possibile rimanere incinta se si hanno rapporti sessuali durante il ciclo mestruale e anche poco dopo la fine delle mestruazioni, soprattutto quando il ciclo è breve e l’ovulazione avviene precocemente. È, quindi, essenziale utilizzare metodi anticoncezionali in ogni fase del ciclo mestruale, in modo da scongiurare gravidanze non volute. Inoltre, durante le mestruazioni è più che mai presente il rischio di contrarre infezioni trasmesse per via sessuale per cui è fondamentale avere rapporti protetti utilizzando il preservativo.

Nei giovani la visita dall’andrologo è inutile se non ci sono sintomi. FALSO - Gran parte delle patologie che riducono la fertilità sono asintomatiche; questa assenza di segnali da parte del proprio organismo porta molti giovani ragazzi alla convinzione che non sia importante verificare la propria fertilità prima che emerga qualche problema evidente. Questo ritardo nella diagnosi può far perdere tempo prezioso durante il quale si potrebbero curare, con successo, molte delle condizioni che causano sterilità. Le malattie del testicolo sono le più frequenti cause di sterilità. In particolare, il ben noto varicocele colpisce 1 uomo su 5 nel nostro Paese ed è diagnosticato in quasi la metà degli uomini infertili. Altre problematiche che si riscontrano con frequenza crescente sono il criptorchidismo, cioè la mancata discesa del testicolo nello scroto durante lo sviluppo fetale, i tumori testicolari e le infiammazioni delle vie genitali. Visti i crescenti problemi di fertilità in Italia (circa 1 coppia su 5 ha difficoltà a concepire un figlio), è importante che i giovani uomini superino il timore di sottoporsi alla visita andrologica che permette di identificare e risolvere molte delle problematiche citate. Durante la visita, il medico andrologo approfondisce la storia della persona focalizzandosi sulle abitudini di vita, la storia familiare e le eventuali malattie già presenti; se lo ritiene opportuno procede con alcuni esami di approfondimento come lo spermiogramma (che studia la quantità e il funzionamento degli spermatozoi) o l’ecografia ed, infine, imposta un percorso di cura. La fertilità va costruita fin da giovani!

Durante il primo rapporto sessuale non si può rimanere incinta. FALSO - Anche se è alla sua prima volta una donna può rimanere incinta; infatti, la condizione di “prima volta” non influisce assolutamente sulla capacità di concepire un figlio. Una volta che una donna ha iniziato ad ovulare (mese precedente alla prima mestruazione) ogni rapporto sessuale può finire in una gravidanza. Soprattutto tra gli adolescenti è diffusa la falsa credenza che una donna non possa rimanere incinta la prima volta che ha un rapporto sessuale. Lo conferma anche il National Health Service inglese che ribadisce la possibilità per una donna, che abbia già iniziato ad avere mestruazioni, di poter concepire un bambino anche se è la prima volta che fa sesso. Se si vogliono evitare gravidanze indesiderate è importante usare, fin dal primo rapporto, metodi anticoncezionali; è fondamentale parlarne con il proprio partner ed assicurarsi di utilizzarli correttamente. Inoltre, è essenziale, fin dalla prima volta, proteggersi contro le infezioni sessualmente trasmesse, avendo sempre rapporti protetti mediante l’uso del preservativo. È fondamentale, anche, che ogni donna, prima di iniziare ad avere rapporti sessuali, si rivolga ad un ginecologo che le comunicherà tutte le informazioni di cui ha bisogno.

Il papilloma virus infetta solo le donne. FALSO - Attualmente si stima che fino al 65-70% dei maschi contrae un’infezione da papilloma virus durante la vita. Nelle donne il picco di infezioni si ha verso i 20-25 anni, mentre negli uomini non c’è un’età maggiormente colpita. Molti ragazzi pensano che l’infezione da papilloma virus (HPV) non li riguardi e che sia un problema solo delle loro coetanee. Non è così! Questo falso mito è stato alimentato dal fatto che in molti paesi l’attenzione si è focalizzata sulla popolazione femminile in quanto l’HPV causa il tumore della cervice uterina; ma l’HPV causa anche i condilomi ano-genitali, i tumori ano-genitali e i tumori della testa-collo, sia negli uomini che nelle donne, trasmettendosi generalmente attraverso rapporti sessuali non protetti. In Italia, uno dei sistemi di sorveglianza sentinella dell’Istituto Superiore di Sanità per le infezioni sessualmente trasmesse mostra la grande diffusione di condilomi ano-genitali nei maschi, soprattutto tra i giovani con meno di 25 anni, con un aumento preoccupante negli ultimi anni (il numero di casi è duplicato tra il 2004 e il 2015) . Negli uomini i condilomi ano-genitali sono la manifestazione più frequente dell’infezione da HPV; tuttavia, anche se più rari, l’80-95% dei tumori anali, almeno il 50% dei tumori del pene e il 45-90% dei tumori della testa e del collo, nell’uomo sono associati all’HPV. Spesso le persone con un’infezione da HPV non mostrano sintomi particolari ma possono trasmettere il virus HPV al proprio partner. Per questo è indispensabile proteggersi attraverso l’uso del preservativo nei rapporti sessuali con un partner che non abbia fatto il test per HPV. Nel nostro paese l’offerta pubblica gratuita della vaccinazione contro l’HPV è rivolta sia alle femmine che ai maschi di 12 anni.

Il varicocele non serve trattarlo da piccoli. FALSO - Il varicocele ha una influenza negativa sia sulla crescita che sulla futura funzione del testicolo per cui, anche quando non ci sono le indicazioni al trattamento chirurgico, è opportuno effettuare controlli andrologici periodici. Con il termine varicocele si intende la dilatazione delle vene del testicolo. Essa è una delle più frequenti patologie dell’apparato genitale maschile e si osserva, quasi esclusivamente, nel periodo prepuberale e puberale (11-19 anni). Il trattamento di questa patologia è chirurgico e viene eseguito solo in particolari condizioni quali: presenza di dolore e/o senso di peso, ridotte dimensioni del testicolo colpito, varicocele palpabile o visibile (3° e 4° grado) o quando, terminato lo sviluppo puberale, si accerta un’alterazione della fertilità. L’incidenza del varicocele varia dal 2 al 15% nei bambini in età scolare e nel 93% dei casi interessa il testicolo sinistro, per struttura anatomica del sistema venoso. Le cause del varicocele sono molteplici: nelle forme primarie, probabilmente una debolezza congenita delle pareti venose associata ad incontinenza delle valvole, mentre, più raramente come accade nel varicocele secondario, una compressione della vena renale. Questa patologia è una causa importante, ma reversibile di ipofertilità o infertilità. Probabilmente il danno cellulare è dovuto alla lunga stasi venosa a cui conseguono accumulo di sostanze tossiche, riduzione dell’ossigeno disponibile e aumento della temperatura locale.

Sono impotente...ho bisogno della «pillolina»! Le cause dell’impotenza possono essere molto diverse: di tipo fisico (malattie endocrine, vascolari, neurologiche, diabete etc.) o psicologico (ansia, depressione, stress etc.) o di ambedue i tipi. È questa la motivazione per cui l’uso dei farmaci non è sempre la soluzione migliore; va, invece, identificata la terapia giusta eliminando anche eventuali fattori di rischio. Molti uomini pensano che, facendosi prescrivere un farmaco o addirittura prendendolo senza aver consultato un medico, possano porre rimedio alla propria impotenza in poco tempo, senza modificare il proprio stile di vita e senza sottoporsi ad accertamenti ulteriori: questo mito è falso. Nell’impotenza di origine psicologica è, infatti, indicata la psicoterapia, utile a identificare ansie personali o conflitti della coppia che possono aver causato questo deficit. In questo caso l’uso dei farmaci è richiesto solo se il disturbo è associato a specifiche condizioni, per esempio in presenza di depressione. Nei casi di impotenza di origine fisica o legata a problemi endocrini, invece, è indicato l’uso di farmaci. Oltre a questo, però, è importantissimo modificare anche alcuni fattori di rischio come il fumo, l’abuso di alcol, l’uso di droghe, lo scarso esercizio fisico, il sovrappeso e l’obesità. È fondamentale, quindi, che ogni uomo con impotenza si rivolga al proprio medico prima di iniziare a prendere qualsiasi tipo di «pillolina» che, come ogni farmaco, può presentare effetti collaterali e provocare disturbi di vario tipo, soprattutto cardiaci.

Ormai non ci si ammala più di Aids. FALSO - I dati del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) mostrano come, nel 2016, si siano registrati circa 800 nuovi casi di AIDS e 4000 nuove infezioni da HIV che, aggiunti a quelli già presenti, portano a circa 130.000 il numero totale delle persone sieropositive in Italia. Da qualche anno, complici anche i media che ne parlano poco o in maniera sbagliata, si è diffusa la falsa credenza che nessuno si ammali più della Sindrome da Immunodeficienza Acquisita (AIDS). L’ultimo rapporto dell’ISS demolisce questo mito: l’HIV (virus che causa l’AIDS) è molto diffuso in Italia, principalmente attraverso rapporti sessuali (sia eterosessuali che omosessuali) non protetti. Infatti, i tempi in cui l’AIDS era dovuto allo scambio di siringhe tra tossicodipendenti è finito (erano gli anni ‘80 e ‘90): oggi il vero rischio si corre quando si ha un rapporto sessuale senza usare il preservativo. Oggi ci sono dei farmaci (antiretrovirali) che fortunatamente rallentano il progredire della malattia ma non la guariscono: l’AIDS rimane una malattia letale. Per evitare di ammalarsi di AIDS, malattia che indebolisce il sistema immunitario provocando gravi infezioni, polmoniti, meningiti e tumori, è importantissimo scongiurare di infettarsi con l’HIV avendo sempre rapporti sessuali protetti ed evitando comportamenti a rischio, come lo scambio di siringhe con altre persone. Prima di sviluppare i sintomi dell’AIDS, una persona sieropositiva rimane asintomatica per molti anni e quindi non è possibile capire se è infetta. Per questo molte persone che sono sieropositive non hanno ancora scoperto d esserlo perché non hanno fatto un test per l’HIV. Ecco perché è così importante usare sempre il preservativo quando si hanno rapporti sessuali con partner di cui non conosciamo il risultato del test HIV. In caso di rapporto sessuale senza preservativo o di altri comportamenti a rischio, è indispensabile sottoporsi al test specifico per l’HIV che si effettua attraverso un normale prelievo di sangue. Per eseguire il test, nella strutture pubbliche, non serve ricetta medica. Il test è gratuito e anonimo Il Servizio Sanitario Nazionale, per le persone positive al test HIV, prevede un’assistenza medica gratuita e una tempestiva terapia farmacologica che permette, oggi, di vivere meglio e più a lungo.

Non posso rimanere incinta con il coito interrotto. FALSO - Anche con il coito interrotto è possibile rimanere incinta poiché il liquido pre-eiaculatorio, emesso prima dell’orgasmo, può ugualmente fecondare l’ovulo femminile; inoltre, è bene ricordare che questa pratica non protegge dalle infezioni sessualmente trasmesse. Ancora oggi molte coppie sono convinte che interrompere la penetrazione poco prima dell’eiaculazione sia un metodo efficace per evitare una gravidanza: questa convinzione non ha riscontri su base scientifica. In questi casi il rischio di una gravidanza è legato alla presenza di spermatozoi nelle secrezioni che precedono l’eiaculazione durante un rapporto sessuale. Questa piccola quantità di spermatozoi è in grado di fecondare un ovocita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che la percentuale di donne che ha avuto una gravidanza indesiderata impiegando il metodo del coito interrotto durante il primo anno di utilizzo, varia dal 4 al 27% a seconda dell’attenzione che si ha nel praticarlo. Inoltre, questo tipo di pratica anticoncezionale non evita la trasmissione di batteri e virus per via sessuale che sono contenuti nel liquido pre-eiaculatorio. È, quindi, importante avere sempre rapporti protetti mediante l’uso del preservativo invece di affidarsi al coito interrotto.

Con i rapporti orali non si trasmettono le malattie sessuali. FALSO - Anche i rapporti orali presentano un rischio di trasmissione di malattie sessuali a causa del contatto tra lo sperma o i liquidi vaginali e la mucosa della bocca. Molte persone sono convinte che, avendo solo rapporti orali, siano protette dalle infezioni trasmesse per via sessuale: questo è un altro falso mito! È vero che questo tipo di rapporto presenta un rischio di contagio inferiore rispetto a quello vaginale o anale, ma l’HIV o la sifilide, per esempio, possono essere trasmessi attraverso il contatto della mucosa della bocca con lo sperma o i liquidi vaginali. Questo rischio aumenta se ci sono delle piccole ferite o lesioni (anche non visibili a occhio nudo) sui genitali o nella bocca, oppure se ci sono alterazioni gengivali o sanguinamento gengivale: in questi casi lo sperma o il liquido vaginale (infetti) entrano in contatto diretto con le ferite aperte presenti in bocca ed i microrganismi possono così infettare chi ha praticato il rapporto orale. Anche le altre infezioni sessualmente trasmesse, come la gonorrea, l’epatite B, l’herpes genitale e l’infezione da papilloma virus, possono diffondersi attraverso il sesso orale mediante gli stessi meccanismi. In particolare, se il papilloma virus infetta la bocca o la gola può causare delle lesioni che possono evolvere in cancro della bocca, del collo o della faringe. Per tutti questi motivi, tale pratica sessuale non è certamente da considerarsi sicura, soprattutto se compiuta con partner che non abbiano effettuato uno screening completo per le infezioni sessualmente trasmesse. Anche durante questa pratica è, quindi, importante utilizzare metodi di protezione, come il preservativo o i dental dam (sottilissimi fogli in lattice) che impediscono il contatto tra lo sperma, i liquidi vaginali, il sangue e la mucosa della bocca.

Mal di testa: dieci miti da sfatare, scrive Laura Cuppini il 9 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". Esistono vari tipi di mal di testa, con manifestazioni e terapie diverse. La prima distinzione è tra cefalee primarie e cefalee secondarie. Nelle primarie (emicrania, cefalea tensiva e cefalea a grappolo) il dolore alla testa è esso stesso malattia; nelle secondarie, invece, è uno dei sintomi con cui si manifestano altre malattie (per esempio l’influenza o patologie gravi come le encefaliti). La forma di cefalea primaria più diffusa tra i bambini è l’emicrania, che in Italia colpisce oltre 8 bambini e ragazzi su 100. Ecco dieci leggende (false) che circolano sul mal di testa.

«Il mal di testa riguarda solo gli adulti». Falso: può presentarsi a qualsiasi età. Anche nei primi mesi di vita si possono manifestare dei sintomi - come le coliche infantili - riferibili all’emicrania. In Italia un bambino/adolescente su dieci è colpito da una qualche forma di mal di testa.

«Ha origine psicologica». Il mal di testa, quando è espressione di una cefalea primaria, è legato a una predisposizione costituzionale. I fattori psicologici devono essere presi nella dovuta considerazione, soprattutto nei casi particolarmente gravi (perché possono peggiorare i sintomi) ma le cause dell’emicrania o della cefalea tensiva, è fondamentale ricordarlo, sono di tipo organico.

«Dipende da problemi alla vista». Il mal di testa non è sintomo di difetti della vista, non ci sono legami diretti. In ogni caso la visita oculistica viene fatta per la valutazione del fondo oculare: un esame necessario per individuare un’eventuale ipertensione endocranica.

«È un effetto della sinusite». La sinusite non è un problema che riguarda i bambini più piccoli di 8 anni, perché i seni nasali non sono ancora anatomicamente sviluppati. Eventuali diagnosi di sinusite associata a mal di testa (e conseguenti cure con aerosol) prima di questa età rischiano quindi di essere errate. Anche dopo gli 8 anni, i casi di cefalea associata in maniera esclusiva alla sinusite sono pochissimi (1-2%).

«Non serve uno specialista». Il mal di testa non è una cosa “innocua”, anzi può essere un campanello di allarme per altre patologie. In molti casi il problema può essere gestito dal pediatra, ma - se è bene non allarmarsi per un singolo episodio - bisogna affrontare correttamente le cefalee che, per assiduità e intensità, interferiscono con la vita quotidiana. I bambini con mal di testa frequenti che rispondono poco alle terapie antidolorifiche devono essere visitati in un Centro specializzato.

«Bisogna abituarsi al dolore». Le cefalee si possono e si devono curare per alleviare il dolore e ridurre l’effetto disabilitante. Mal di testa non adeguatamente trattati possono comportare la sensibilizzazione delle aree del cervello deputate all’elaborazione del dolore, che in questo modo cominceranno a interpretare come dolore anche i segnali di tipo non doloroso. Di conseguenza può aumentare la frequenza degli attacchi e il disturbo rischia di diventare cronico.

«Puoi curarlo da solo». Le terapie devono essere sempre impostate e seguite sotto controllo medico. Sbagliare il dosaggio degli antidolorifici o assumerne più di 15 dosi mensili può portare alla cronicizzazione del mal di testa. È sbagliato anche dare ai bambini una quantità ridotta di farmaco rispetto a quella adeguata al peso e prescritta dal medico: il rischio è che l’antidolorifico non risulti efficace e che il genitore sia costretto, al ripresentarsi del dolore, a somministrare più dosi del dovuto.

«Bastano gli integratori». Vengono spesso prescritti al posto dei farmaci, ma ad oggi non esistono evidenze scientifiche sull’efficacia degli integratori a base di erbe per la cura del mal di testa. Ci sono invece studi che confermano l’elevata efficacia dell’effetto placebo in età pediatrica (fino al 60% tra i bambini con cefalea). Effetto placebo non significa “ingannare”, bensì stimolare con un meccanismo psicologico la produzione di sostanze con proprietà analgesiche: le endorfine. In molti casi, alla somministrazione di una sostanza inerte (senza principio attivo), il corpo dei bambini risponde producendo naturalmente sostanze antidolorifiche.

«Un farmaco vale l’altro». Gli antidolorifici hanno effetti diversi a seconda del principio attivo di cui sono composti. In Italia è molto comune l’uso del paracetamolo, tuttavia il farmaco di prima scelta per tenere sotto controllo il mal di testa è l’ibuprofene, molecola con maggiori evidenze di efficacia documentate in letteratura scientifica.

«Il mal di testa non si può prevenire». Falso: le possibilità di prevenzione esistono, sia di tipo farmacologico che non farmacologico (stili di vita). Condurre una vita regolare evitando l’esposizione a temperature estreme, sovraccarichi di stress, alterazioni del ritmo sonno-veglia e dormendo un adeguato numero di ore, tiene sotto controllo la frequenza degli attacchi di mal di testa.

Ictus, i dieci miti da sfatare, scrive Paola Arosio il 27 ottobre 2016 su "Il Corriere della Sera". Ictus è una parola latina, che significa «colpo». Perché arriva proprio così, senza preavviso. «Si tratta di un danno cerebrale che si verifica quando l’afflusso di sangue diretto al cervello si interrompe improvvisamente per la chiusura di un’arteria o quando un’arteria cerebrale si rompe determinando un’emorragia», spiega Gianfranco Parati, direttore dell’Unità operativa di Cardiologia all’ospedale San Luca - Istituto auxologico italiano di Milano, professore ordinario di Malattie cardiovascolari all’Università di Milano-Bicocca e presidente della Società italiana dell’ipertensione arteriosa (Siia). In Italia, la malattia interessa ogni anno oltre 200mila persone e costituisce la terza causa di morte dopo le patologie del cuore e i tumori. Nonostante ciò, continuano a circolare sul suo conto leggende metropolitane infondate, che hanno il nefasto effetto di ostacolare la prevenzione, il trattamento, la riabilitazione. In occasione della Giornata mondiale contro l’ictus, che si celebra il 29 ottobre ed è promossa dalla World stroke organization, ecco le dieci leggende da sfatare.

Esiste un solo tipo di ictus. Falso. Ce ne sono due tipi:

ictus ischemico: si verifica in circa l’80% dei casi. Si genera quando, all’interno di un’arteria cerebrale, si forma un coagulo di sangue, il trombo, che restringe il vaso sanguigno, limitando, e in alcuni casi impedendo, la circolazione del sangue;

ictus emorragico: è la forma più grave, potenzialmente fatale. In questo caso, si rompe la parete di un vaso sanguigno «debole» e il sangue si diffonde nelle zone del cervello circostanti.

L’ictus colpisce solo gli anziani. Falso. Pur essendo una malattia più frequente negli over 65, può colpire anche i giovani e, a volte, i bambini. Annualmente si verifica un caso di ictus giovanile (sotto i 45 anni) ogni 10mila persone e, secondo i dati più recenti, queste cifre risultano in costante aumento, soprattutto a causa di comportamenti errati come fumo, alimentazione ricca di cibi grassi e salati, scarsa attività fisica, abuso di alcol.

Le donne che assumono la pillola contraccettiva sono ad alto rischio. Questo è solo parzialmente vero. «Secondo i ricercatori della Loyola University, che hanno pubblicato un rapporto su MedLink Neurology, ogni 100mila donne in età fertile si registrano 4,4 ictus ischemici. La pillola aumenta il rischio di 1,9 volte, facendo salire l’incidenza a 8,5 ictus ogni 100mila donne: cioè una donna ogni 24mila che prendono la pillola. Si tratta dunque di un rischio abbastanza basso - chiarisce Parati -. Il rischio aumenta però in maniera significativa nelle donne con età maggiore di 35 anni, fumatrici, con ipertensione arteriosa o con emicrania, che assumono una pillola ad alto contenuto di estrogeni. Secondo gli autori dello studio, queste donne dovrebbero essere dissuase dall’utilizzo dei contraccettivi orali. La pillola non sembra, invece, in grado di aumentare il rischio di ictus emorragico».

La terapia ormonale sostitutiva dopo la menopausa protegge dall’ictus. Falso. «Contrariamente a quanto si pensava alcuni anni fa, la terapia ormonale sostitutiva post menopausale non ha un effetto protettivo sul rischio di ictus, ma può addirittura avere un effetto peggiorativo - specifica Parati -. È quindi importante che queste terapie vengano personalizzate, valutando il profilo complessivo di rischio della donna che le deve assumere».

Fare il pieno di vitamina D tiene alla larga l’ictus. Falso. Ad avere un effetto protettivo sono soprattutto omega 3, fibre, vitamine B6 e B12, calcio e potassio, che, attraverso la regolazione della pressione arteriosa, diminuiscono il rischio di ictus. Ciò che conta è comunque avere un’alimentazione varia ed equilibrata e in particolare:

1) mangiare pesce almeno due volte alla settimana, soprattutto salmone, pesce spada, pesce azzurro, trota;

2) portare in tavola almeno cinque porzioni di verdura/frutta al giorno;

3) limitare il consumo di sale;

4) ridurre l’assunzione di grassi e di condimenti di origine animale, preferendo quelli di origine vegetale, come l’olio di oliva;

5) bere non più di un paio di bicchieri di vino al giorno.

Il sintomo più comune dell’ictus è il mal di testa. Falso. Il dolore al capo contraddistingue il 30% circa degli episodi. Nel restante 70% dei casi, può succedere di non riuscire più a muovere un braccio, una gamba o entrambi gli arti dello stesso lato del corpo, avere la bocca storta, non vedere bene, far fatica a parlare e camminare, non essere in grado di coordinare i movimenti e stare in equilibrio.

In caso di sospetto ictus si può chiamare la guardia medica o il medico di famiglia. Falso, perché si perde tempo. Occorre invece contattare subito il 118, spiegando con chiarezza cosa sta accadendo. «L’ictus è un’emergenza - avverte Parati -, perciò la persona con sospetto attacco deve essere trasportata con urgenza in ospedale, precisamente nei centri organizzati per contrastare con efficacia l’evento, in quanto dotati di Unità di emergenza per ictus, chiamate anche Stroke Unit. In questi reparti è disponibile un team di professionisti (medici, infermieri, fisioterapisti) che conoscono bene il problema e sono in grado di trattare il paziente nel miglior modo possibile».

Per curare l’ictus non ci sono farmaci. Falso. Le cure, anche farmacologiche, esistono. «È importante innanzitutto verificare, tramite una Tac, se si tratta di un ictus ischemico o emorragico perché l’approccio terapeutico è diverso - spiega Parati -. Nel primo caso si somministrano, in genere per via endovenosa, farmaci trombolitici (o fibrinolitici), che permettono la dissoluzione del trombo che ostruisce l’arteria, ripristinando il circolo sanguigno. Una terapia efficace, che deve, però, essere somministrata entro quattro ore e mezza dalla comparsa dei sintomi. Da qui l’importanza della tempestività dei soccorsi. Inoltre, da circa un anno è stata introdotta una nuova procedura, la trombectomia meccanica, ovvero l’aspirazione o la rimozione del trombo dall’arteria attraverso micro-cateteri e altri piccolissimi strumenti. Il trattamento dell’ictus emorragico è più complesso: si punta innanzitutto a controllare la pressione arteriosa, l’emorragia e l’ematoma cerebrale. Solo in alcuni casi è necessario un intervento chirurgico».

Dopo il primo ictus ne arriva spesso un altro. Falso. Il secondo ictus si verifica solo nel 10% dei casi, ma ciò non significa che si può abbassare la guardia. Per evitare una recidiva è fondamentale, oltre ad adottare corretti stili di vita, effettuare almeno due volte all’anno le visite di controllo dal neurologo e da altri specialisti, come il cardiologo, ed eseguire gli esami richiesti, come ecocolordoppler dei vasi del collo, doppler transcranico, ecocardiogramma. «In caso di ipertensione arteriosa - aggiunge Parati -, occorre verificare il raggiungimento di un regolare controllo della pressione con una terapia che copra in modo omogeneo le 24 ore, riducendo anche la variabilità dei valori pressori».

Dopo tre mesi non è più possibile il recupero. Falso. Il recupero dopo un ictus è un processo lungo e impegnativo, che può dare risultati anche a distanza di sei-otto mesi. Perciò, da un lato, è importante non scoraggiarsi, dall’altro avere la consapevolezza che non sempre è possibile “tornare come prima”. «Il grado di recupero dipende da vari fattori, come l’area cerebrale colpita, la gravità del danno, l’età e lo stato di salute del malato - avverte Parati -. Alcuni pazienti arriveranno perciò a una completa guarigione, altri dovranno invece fare i conti con un deficit residuo». In ogni caso è utile effettuare con costanza la riabilitazione che, in un primo momento, si svolgerà in ospedale con il supporto di fisiatri, fisioterapisti, logopedisti, e poi dovrà continuare a casa.

Cecità: 8 falsi miti da sfatare, scrive "Il Corriere della Sera" il 13 dicembre 2017. Il 13 dicembre è la Giornata Nazionale del Cieco, un’occasione per evidenziare la difficile quotidianità che oltre 300 mila ciechi e 1,5 milioni di ipovedenti devono affrontare. L’Unione Ciechi sfata 8 falsi miti.

Il linguaggio: qual è il termine corretto? «Cieco» o «non vedente» o «privo della vista»? Meglio dire «cieco» che «non vedente». I termini utilizzati non cambiano la realtà di chi vive una situazione di minorazione sensoriale, né contribuiscono a ridurre lo svantaggio potenziale. MA può integrare. È per questo che l’associazione che riunisce le persone che convivono con questo handicap, da sempre, si chiama «Unione Italiana Ciechi (e ipovedenti)». Venne fondata a Genova il 26 ottobre 1920 da Aurelio Nicolodi, il primo ufficiale che perse la vista durante la Grande Guerra. Più che ricorrere ai giri di parole è fondamentale garantire a tutti uguali diritti e pari opportunità.

A scuola. Capita ancora oggi di leggere la celebrazione del successo di una studentessa non vedente che si è laureata. La laurea di una persona non vedente fa ancora notizia? Uno studente con disabilità visiva, se messo nelle condizioni giuste, può seguire un normale iter scolastico senza per questo essere considerato «un fenomeno».

Tecnologia. Le nuove tecnologie hanno decisamente migliorato la vita delle persone con disabilità visiva. Un cieco può facilmente leggere e inviare un sms, scrivere una mail, navigare su internet, e molto altro. E lo può fare in totale autonomia, grazie all’utilizzo di software accessibili che permettono per esempio, la riproduzione vocale dello schermo. Se il criterio per individuare un falso cieco è l'uso di uno smartphone, la strada da percorrere per riconoscere a tutti uguali diritti è ancora lunga.

Sport. L’attività sportiva è ancora più importante per una persona con disabilità visiva. È fondamentale per accrescere l’autostima e le relazioni sociali, per orientarsi e muoversi nello spazio. Oltre agli sport dedicati (torball, calcio a 5...), i ciechi praticano molte altre attività fisiche: atletica leggera, judo, nuoto, sci di fondo e talvolta anche alpino, tiro con l'arco, potendo annoverare anche atleti paralimpici in alcune di queste discipline.

L'affettività. Se l’uomo che sposa una non vedente è un santo, la donna che sposa un cieco è la sua badante. Passerà la sua vita nuziale nella paziente cura del marito non vedente. Di fronte a questi matrimoni, il gossip è alimentato dalla domanda: ma perché avrà sposato proprio un non vedente? Si amano. Quest’affermazione non è ancora fra le risposte.

La vita di tutti i giorni. Una persona non vedente può anche occuparsi, pressoché in autonomia, della cura delle persone e della casa, dei figli seguendoli nei compiti e nei giochi, cucinare e svolgere molte altre attività tra le mura domestiche. Non diciamo nulla di nuovo quando ricordiamo l’episodio di una persona non vedente che è stata tacciata come falsa invalida perché «sorpresa» a stendere i panni sul balcone. Non è un falso cieco chi tira fuori la chiave e apre la porta di casa, come non lo è chi pianta un ombrellone sulla spiaggia o stende i panni sul balcone.

Lavoro. Il lavoro come diritto e come opportunità è l’unica strada da percorrere per una vera emancipazione civile e per un’effettiva indipendenza delle persone con disabilità visiva. Ma oggi in Italia per i ciechi e gli ipovedenti il lavoro è diventato un’emergenza assoluta: sono oltre il 75 per cento le persone con disabilità visiva disoccupate o in cerca di occupazione, una percentuale che aumenta ulteriormente se si parla di giovani. Le professioni che i ciechi possono praticare non sono solo quelle di centralinista o massofisioterapista, ma se un lavoratore con disabilità visiva ha a disposizione gli strumenti necessari, può svolgere molte più professioni qualificate di quelle che ci si immagina.

L'opinione dell'Uici. «Per chi non ha contatti con persone cieche o ipovedenti risulta ancora difficile pensare a loro come soggetti che lavorano, vanno al cinema e a teatro, hanno famiglia, accudiscono casa - sottolinea Mario Barbuto, presidente Uici -. In questa ricorrenza diventa importante sottolineare che i diritti dei ciechi sono uguali a quelli di tutti, cambiano solo le modalità con cui vengono esercitate, come per esempio nello studio, che necessita della presenza di determinati ausili affinché questo diritto sia praticabile. Lo stile di vita delle persone cieche e ipovedenti è cambiato significativamente negli ultimi anni soprattutto grazie allo sviluppo della tecnologia, ma questo non è sufficiente a garantire la loro inclusione sociale; per questo è necessaria una trasformazione culturale, che renda la nostra società davvero accessibile a tutti».

Donazione di sangue. Cinque miti da sfatare, scrive Luigi Ripamonti il 14 giugno 2017 su "Il Corriere della Sera". Un buon modo per celebrare la giornata nazionale della donazione di sangue può essere quella di smentire alcune fake-news (come si dice adesso) che circolano da quando esiste questa civilissima pratica.

Mito 1: Prendono il sangue anche a chi non dovrebbero. Se qualcuno ha paura che gli vogliano “succhiare il sangue” a suo detrimento si rassicuri: diventare donatori di sangue non è facilissimo, è necessario avere precise caratteristiche corporee (età, peso, altezza), quindi nessuno viene privato di plasma e globuli rossi se il suo fisico non è in grado di sopportarlo. Senza contare che bisogna anche avere esami “a posto” e abitudini di vita adeguate. Quindi, già il fatto che ci si debba sottoporre a una specie di check-up gratuito significa che nessuno si approfitta dei donatori, e anzi, si preoccupa che siano sani e di mantenerli tali il più a lungo possibile.

Mito 2: Dopo la donazione si rimane deboli. Quanto all’indebolimento chiariamo subito che a nessuno viene tolto “troppo” sangue. Quello che viene estratto si rigenera in poco tempo: dopo la donazione la concentrazione di globuli bianchi e delle piastrine non è sostanzialmente diversa rispetto a prima. Il corpo può avvertire la perdita della parte liquida del sangue, che però è molto esigua rispetto al totale. E comunque il rimedio scatta in tempo reale. Prima ancora di sfilare l’ago, l’organismo ha già organizzato una strategia di compensazione per cui fluidi che sono fuori della circolazione vengono fatti confluire nei vasi. Intanto il calibro dei vasi si restringe per riflesso e quindi scatta un altro sistema di adattamento. Infine, dopo il prelievo si beve e si comincia a contribuire attivamente al “recupero”. Senza contare che, poco dopo, si attivano meccanismi a livello renale e del midollo osseo che fanno aumentare notevolmente la produzione di sangue e dei suoi componenti.

Mito 3: Donando sangue si mette a rischio la salute. È provato che chi compie questo gesto con regolarità gode di buona salute perché viene controllato periodicamente (e quindi avvertito in tempo di eventuali problemi senza pericolo che li trascuri). Non solo, per essere accettati tra i donatori (e “passare” l’esame rappresentato dai controlli periodici prima di stendersi sulla poltrona dei prelievi) si è invogliati a mantenere uno stile di vita sano, e anche questo “fa stare meglio”. Infine, donare sangue è un bel gesto, che accresce l’autostima.

Mito 4: Sui fa allarmismo sulla carenza. Di sangue c’è molto bisogno perché la richiesta non cessa mai, sostenuta com’è, solo per fare qualche esempio, dall’aumento dell’età media della popolazione (col relativo corredo di patologie), dall’incremento del numero di trapianti e di altri interventi chirurgici importanti (che possono facilmente richiedere trasfusioni), dagli incidenti stradali eccetera. La raccolta di sangue riveste quindi un ruolo cardinale per l’efficienza di un sistema sanitario.

Mito 5: Sarebbe meglio pagare i donatori. La raccolta di sangue salva molte vite, ma non “solo”. Pensare infatti che la donazione sia soltanto un nobile gesto che esaurisce la propria funzione subito dopo che la “sacca” è stata stoccata dal centro trasfusionale è un errore. Questa azione ha un impatto sociale che va molto al di la della già vitale importanza rappresentata dai centilitri di liquido biologico messi a disposizione di chi ne ha più bisogno. Visto che i donatori godono di un livello di benessere superiore alla media della popolazione, per la collettività avere molti donatori non significa solo poter far fronte alle emergenze e alle richieste di unità rosse, ma anche poter contare su molti cittadini dalla vita più sana. In termini sociali questo significa disporre di una massa critica di salute che fa sentire il suo peso sull’intero sistema. Anche sotto il mero profilo economico. Insomma chi dona il sangue migliora la propria esistenza e quella degli altri (e non solo di quelli che riceveranno il suo sangue). l nostro è uno dei Paesi dove il sangue non si compra: può essere dato e ricevuto solo gratuitamente (plasma compreso, a differenza di alcuni Stati europei). Si tratta di un segno e di un patrimonio di civiltà da conservare e proteggere, con un senso civico che ne sia all’altezza. In caso contrario all’orizzonte ci sarebbero ad aspettarci le “leggi del mercato”. E in questo caso sarebbe meglio, molto meglio, non invitarle a nessun vampiresco banchetto. Per prevenire questa deriva può fare molto l’impegno delle associazioni che si occupano della raccolta di sangue e della promozione della donazione. Ma quello che funziona di più è l’esempio, soprattutto per i giovani, cioè la fetta di popolazione che più manca all’appello della donazione. Conoscere un donatore conta più di mille parole. È il modo migliore per capire che donare sangue è un vero affare, che conviene a tutti.

Vino, ecco i 5 falsi miti da sfatare, scrive il 4 gennaio 2018 Luciano Ferraro su "Il Corriere della Sera". Del vino non si sa mai tutto. “Ciò che vi farà sentire a vostro agio in materia di vino è accettare il fatto che non saprete mai tutto, e come voi praticamente chiunque”. Ed Mc Carthy e Mary Ewing-Mulligan 17 anni fa elencarono in un libro le nozioni base per non sfigurare davanti a un calice (“Vino per negati”, Oscar Mondadori). Invitando a vivere il vino come fonte di piacere più che come motivo d’ansia. Esperti, enosnob, cultori duri e puri della materia sono però sempre in agguato, pronti a indignarsi per la pronuncia sbagliata di un vitigno raro della Val d’Aosta. Le certezze granitiche (“con il pesce si deve bere solo il bianco”) vanno di pari passo agli errori. Ne esistono a decine, ed è normale: perché il vino è una materia vasta, complessa e spesso incomprensibile quando divulgata da professionisti che parlano con linguaggio tecnico. I sommelier di Daniel Boulud, chef con 13 ristoranti negli Stati Uniti, hanno organizzato una cena per sfatare cinque falsi miti, servendo vini che dimostrano il contrario di quanto comunemente si pensa. A una di queste cene c’era il critico Eric Asimov, che sul New York Times ha raccontato il test. Ecco i 5 errori relativi a “convinzioni che possono aver avuto origine nel costume, magari con un atomo di verità, diventando ortodossia nel tempo”.

Mai vini dolci con piatti. Molti ritengono che i vini dolci siano da servire solo al momento del dessert. Errore, se il vino dolce è anche fresco, ovvero possiede un buon grado di acidità, può essere associato anche a cibi salati, hanno dimostrato i sommelier di Daniel. “Il risultato - scrive Asimov - è come un emozionante percorso di un funambolo mentre il vino sta in equilibrio tra dolce e secco. I vini sono indiscutibilmente dolci, ma l’acidità pulisce ogni sensazione stucchevole, lasciando una sensazione secca e rinfrescante”. Esempi: alcuni Riesling tedeschi, come quelli di Wehlener Sonnenuhr, un Dr. LooSen spätlese del 2015 e un kabinett JJ Prüm 2007. Per vincere l’avversione ai vini dolci a pasto è stato servito foie gras, tradizionalmente accostato al Sauternes. “Anche così, molti dei commensali sembravano non persuasi”, ha notato Asimov.

Bianchi gelidi, rossi caldi. Quello della temperatura di servizio è uno degli errori più comuni soprattutto nei ristoranti. Con il passare degli anni i bianchi arrivano a tavola sempre più gelidi. Per i rossi c’è un frainteso: la “temperatura ambiente” alla quale ci si riferisce, non è quella delle case e dei locali di oggi, surriscaldati. Consiglia Asimov: togliete i bianchi di qualità dal frigo mezz’ora prima di servirli, fate in modo che la bottiglia di rosso sia fresca al tatto. “La temperatura ambiente moderna può spesso far sembrare flaccido un buon rosso”. Un consiglio: se la bottiglia sembra calda, fatele fare un passaggio in frigo di 15 minuti prima di stappare o immergetela in un secchiello con il ghiaccio per 10 minuti.

Bianco con il pesce, rosso con la carne. Luigi Veronelli li chiamava “matrimoni d’amore”, perché un piatto e un vino per stare assieme devono trovare la loro armonia. Per scegliere gli abbinamenti la tecnica migliore è quella di affidarsi più al gusto che ai canoni tradizionali. Alla cena di Daniel è stato dimostrato, ad esempio, che salmone, tonno e polpo si abbinano bene con i rossi leggeri. E’ stato servito un piatto di salmone con una salsa di fichi e finocchio, assieme a due rossi californiani, dei quali si celebra più la potenza che l’agilità: un Cabernet sauvignon 2014 e un Merlot 2014 di Iconnu Wine, dalla contea di Sonoma. Sono stati convincenti. “Ma avrei preferito un Pinot nero”, ha chiosato Asimov.

Prima di tutto l’annata. Ci sono appassionati di vino che prima di acquistare una bottiglia in enoteca controllano le recensioni sulle annate. Asimov avverte che questa può essere una idea che funziona per chi vuole investire, ovvero non bere la bottiglia ma rivenderla dopo qualche tempo. Ma per chi vuole solo gustare un vino, può essere uno spreco di soldi. Un esempio: “Gli amanti di Bordeaux che si sono concentrati sulle annate 2000 e 2010 avrebbero potuto trovare vini simili anche nel 2001 e 2011. Ciò che costituisce una grande annata è spesso una questione di opinione”. La prova è stata fatta con due francesi della Côte-Rôties, Domaine Ogier 2010, super annata, e Domaine Jamet 2011, inferiore alla precedente. Sorpresa: “Il 2011 è risultato più generoso, il 2010 era rigido e reticente”.

Vino rosso con il formaggio. E’ vero, ma non sempre. I sommelier di Daniel hanno provato con due formaggi di capra, uno francese, l’altro del Vermont. Hanno scelto un bianco, l’Etoile 2013 di Domaine de Montbourgeau, nello Jura, a base di Chardonnay e Savagnin. E una birra americana, la Sakura di Carton Brewing. Asimov è un convinto sostenitore del matrimonio birra-formaggio, anche se la Sakura gli è sembrata troppo acida, mentre il bianco era perfetto. La cena degli errori e dei falsi miti sul vino si è chiusa così, ma avrebbe potuto continuare a lungo.

Pesce, otto miti da sfatare: dal prezzo alle calorie, fino all’inquinamento, scrive Carlotta Garancini il 15 maggio 2017 su "Il Corriere della Sera". Informazioni fuorvianti. Siamo una penisola e il pesce non è mai mancato sulle nostre tavole. Ci hanno sempre detto che fa bene alla salute e, con l'arrivo del caldo, lo consumiamo ancora più volentieri perché è leggero e fresco. Riguardo al pesce però non sappiamo tutto, anzi, in molti casi le informazioni che riceviamo sono sbagliate e fuorvianti. Per questo, in occasione di Slow Fish 2017 (dal 18 al 21 maggio al Porto Antico di Genova), Slow Food ha stilato, insieme a ricercatori e dietisti, una lista di otto miti da sfatare sul pesce. Scopriamo quali sono e perché essere informati correttamente aiuta a salvaguardare la nostra salute (e anche il nostro portafoglio).

Il sushi si fa con il pesce fresco. Quando mangiamo pesce crudo il rischio che corriamo è quello di ingerire l'anisakis, un parassita che provoca infiammazioni allo stomaco e all'intestino e che può causare reazioni allergiche anche gravi. Per essere mangiato crudo, come nel caso del sushi, il pesce deve essere sì fresco, ma abbattuto. I ristoranti, come prevede la legge, devono congelarlo in un abbattitore che lo porta velocemente a una temperatura di -18 gradi; in casa occorre, invece, conservarlo per almeno 96 ore in un freezer contrassegnato con tre o più stelle.

Il salmone è il re della dieta. Spesso il salmone è il pesce più consigliato nelle diete, anche quelle ipocaloriche. Niente da dire su quello selvaggio, ma secondo Slow Food, invece, ci sarebbero tante ragioni per non mangiare quello di allevamento. Qualche esempio? I salmoni di allevamento sono rosa perché nei loro mangimi è presente una sostanza colorante, inoltre i pesci vengono nutriti anche con farine derivanti da scarti di macellazione (e se pensiamo al caso "mucca pazza" non è rassicurante) o con altri pesci (per 1 chilo di salmone allevato si uccidono 5 chili di pesci pescati), un aspetto che non li rende sostenibili. In ultimo, le loro calorie: in 100 gr di salmone fresco ci sono circa 180 calorie, mentre nelle alici 96, nei calamari 70, nelle cozze 60.

Il pesce bistecca è più caro e quindi più di qualità. Per "pesce bistecca" si intende il pesce che non ha spine e si cucina e consuma al pari di una fetta di carne, come il pesce spada o il tonno. Non si tratta di un pesce più di qualità, ma di un pesce solo più comodo da mangiare. E in realtà è vero proprio il contrario: sono specie dal ciclo vitale lungo più di una stagione, che attraversano diversi mari prima di essere catturati e che, attraverso le loro carni, ci trasmettono tutto il loro carico di contaminanti e metalli pesanti. La pesca intensiva del pesce spada e del tonno, quello rosso in particolare, inoltre ha messo a dura prova gli stock ittici, non lasciando ai giovani esemplari la possibilità di crescere e diffondersi al di sopra della soglia di rischio.

Il pesce fresco è pesce locale. Il pesce fresco che troviamo sui banchi del pesce ogni giorno in Italia? Proviene da 40 Paesi, non solo da quelli affacciati sul Mediterraneo dunque, ma anche su Pacifico e Atlantico. Se vogliamo essere sicuri di acquistare pesce locale dobbiamo leggere l'etichetta che deve riportare per obbligo di legge: la denominazione commerciale della specie (es. “orata”); il metodo di produzione (che può essere “pescato”, “pescato in acque dolci”, “allevato”); la zona di cattura Fao (es. “Area 47: Atlantico, Sudest”) o il Paese in cui è stato allevato; lo stato fisico (decongelato o scongelato); la presenza di additivi (che possono essere, ad esempio, solfiti).

Non esiste una stagionalità dei pesci. Se si rispettano i tempi di riproduzione (e dunque il fermo pesca) e se si scelgono specie provenienti dai mari più vicini a noi (il Mediterraneo, il Mar Nero, l'Atlantico nord-orientale), esistono le stagioni giuste anche per i pesci. Cosa possiamo cucinare, ad esempio d'estate, di italiano e locale? Alici, gallinelle, lampughe, orate, ricciole, saraghi, sardine, spigole...

Le sogliole sono tutte uguali anche se i prezzi sono diversi. Il taglio del filetto o le dimensioni dell'esemplare non sempre giustificano il costo. Trovare prezzi molto diversi di pesci della stessa specie (sogliola, polpo, baccalà) è sempre più dovuto purtroppo al fenomeno della sostituzione di specie. A dispetto di cosa riporta l’etichetta, possiamo acquistare una lenguata senegalese (valore 4 euro/kg) al posto della sogliola, il brosme (valore 7 euro/kg) al posto di stoccafisso e baccalà, i moscardini al posto dei polpi (valore 4 euro/kg) e rimanere così vittime di frodi commerciali. Come difenderci? Non c'è altro modo che conoscere l'anatomia del pesce ed essere preparati quando andiamo a fare la spesa.

Vongole e cozze sono inquinate. Scegliere di mangiare vongole e cozze aiuta a non consumare (e stressare) sempre i soliti pesci. Questi molluschi sono inoltre gustosi e ricchi di proprietà e la mitilicoltura è una delle forme di allevamento più sostenibili. Vongole e cozze si nutrono dei microrganismi presenti nell'acqua e non hanno bisogno di mangimi, ma l'ambiente in cui vengono allevate deve essere sicuro. Per questo gli allevamenti di qualità privilegiano basse densità e favoriscono adeguati ricambi delle acque. Come per tutti i molluschi, quando le acquistate assicuratevi che siano contenute in reti sigillate con un’etichetta che ne indichi varietà, scadenza e provenienza.

Mangiare più pesce fa bene alla salute. Carni pregiate, alto contenuto di omega 3: sono tanti i motivi per cui ci hanno sempre detto di mangiare tanto pesce. Molti degli stock in commercio però, avvisa Slow Food, sono ormai al collasso. La soluzione? Scegliere fonti alternative di omega 3 (come i semi oleosi ad esempio), o quando vogliamo mangiarlo, optare per pesce stagionale e a ciclo vitale breve, magari le specie meno conosciute e meno costose. E poi anche tutto il resto che offre il mare: meduse, alghe, molluschi e crostacei.

·         Scienziate, non discriminate la filosofia.

Scienziate, non discriminate la filosofia. Senza Platone non c’è la matematica. Pubblicato lunedì, 14 ottobre 2019 su Corriere.it Eleonora Signorini, Filosofa e membro della Società Italiana di Logica e Filosofia delle Scienze. Ho partecipato all’incontro Scienziate da Nobel - Festival L’Eredità delle Donne, Firenze 4, 5 e 6 ottobre 2019. Il motivo che mi ha spinto ad assistere al dibattito fra Sandra Savaglio (astronoma ed astrofisica), Elisabetta Baracchini (ricercatrice della materia oscura), Nicole Soranzo (genetista) e Letizia Scacchi (promotrice di Scienza Coatta) riguarda in primo luogo la mia vicinanza ai temi trattati, in quanto donna e giovane logica e filosofa della scienza. A questo si accompagna la curiosità di ascoltare le storie di donne le cui ricerche hanno sconcertato e sbigottito quel mondo accademico che aveva sempre sostato su sedimentate certezze cognitive, riguardanti principalmente la supremazia intellettuale e cognitiva dell’uomo. Purtroppo, quello a cui ho assistito si è rivelato una mascherata discriminazione nei confronti di tutto ciò che esula, ma che comunque gravita, intorno al mondo scientifico: la filosofia. Come si può parlare di discriminazione delle donne scienziate, facendo discriminazione fra le scienze? Mi spiego meglio: la mia storia è un po’ la storia di tutte, che è poi la stessa storia da secoli: quella fatta di velate discriminazioni di chi non solo è donna ma guarda dal buco della serratura quel mondo scientifico, sperando di essere invitata a entrare. Siamo una generazione che millanta la multidisciplinarietà ma si chiude nello specialismo, venera la curiosità ma pretende l’affannosa conoscenza delle nozioni, celebra pluralismo e libertà, ma vive di pregiudizi. La Scienza è donna ma è anche altro: Filosofia, ad esempio. Dall’intelligenza artificiale all’informatica, dalla genetica alla farmacologia, dalla climatologia all’astrofisica: non esiste un campo di ricerca in cui la conoscenza scientifica del micromondo non richieda un’analisi filosofica del macromondo. L’aumento esponenziale della complessità delle nuove frontiere scientifiche necessita di una riflessione che è patrimonio della filosofia, che molto spesso viene considerata paralizzante ed inutile alla ricerca. Non credo che questa sia la sede adatta per fare una rassegna storica degli sforzi che i filosofi hanno compiuto per riguadagnare, dinanzi al rigido tribunale delle scienze, la stima di cui godevano un tempo. L’attività filosofica attuale, spesso negativamente definita come un vuoto «filosofeggiare», ha concepito numerosi quesiti filosofici, importanti non solo per le risposte che essi hanno fornito, quanto per il dibattito sui presupposti (anche scientifici) che essi hanno svelato. È innegabile che alcuni dilemmi dell’esistenza umana non possono essere definiti scientifici o essere analizzati come tali: le questioni morali sono un importante esempio di domande a cui la scienza non è in grado di rispondere, ma con cui deve fare i conti. A chiunque creda che tale vexata quaestio galleggi in un mondo di inutili speculazioni filosofiche, vorrei sottoporre qualche interrogativo sugli sviluppi della tecnologia: per esempio, in un futuro molto prossimo i veicoli driverless (o a guida autonoma) potrebbero essere costretti a operare una scelta morale riguardo l’uccisione di una persona per salvarne un numero maggiore, oppure a dover scegliere se investire un bambino o una coppia di anziani, un motociclista con il casco o uno privo di protezione. Dovrebbe quindi spettare agli «scienziati» produttori di veicoli a guida autonoma il gravoso e filosofico compito di definire gli algoritmi morali che guideranno tali veicoli in situazioni di danno inevitabile? Questo è solamente uno dei più attuali campi in cui il mondo scientifico di oggi adotta dottrine filosofiche, o almeno considera i problemi da un punto di vista filosofico, senza ammetterlo a se stesso, quasi come se questa riflessione “infettasse” la ricerca. Forse non tutti sanno che l’intera tecnologia di cui oggi non manchiamo di circondarci (computer, smartphone e tablet) nasce da una brillante idea di un logico britannico, Alan Turing, vittima proprio delle discriminazioni di una società conservatrice. La sua tendenza a unire il teorico al pratico era molto insolita e perciò disprezzata, in un clima in cui le principali Università segregavano l’ambito della logica in un paradiso incantato di numeri e di astrazioni, incontaminato dalla profana materialità di una disciplina come la fisica. Turing, nella sua genialità e stravaganza, sosteneva già nel 1936 che la contemplazione teoretica e la pratica materiale, l’osservazione naturalistica e l’elaborazione creativa, dovessero essere intrinsecamente interconnesse. Perché ancora oggi la prospettiva strumentalista considera la riflessione filosofica quasi come una pseudo-scienza? Perché il mondo scientifico discrimina la Filosofia e non le riconosce i meriti e i contributi in campi come l’etica, la logica, l’epistemologia, l’intelligenza artificiale e le scienze cognitive? Pur avendo una formazione umanistica (e una laurea in Scienze Filosofiche), ho deciso di provare ad entrare a dottorati in Computer Science e Big Data, finanziati da dipartimenti di Scienze Pure e Applicate. Dopo aver assistito a quello che si è rivelato un palcoscenico di cliché e di imperialismo disciplinare, ho avuto la conferma di essere il «prodotto imperfetto» di un’università costretta all’interno delle singole discipline, ancorata allo specialismo, insensibile alla complessità e alle numerose situazioni di frontiera. Questa chiusura disciplinare della scienza distingue, privilegia, conserva e discrimina; l’apertura multidisciplinare ad altre forme di sapere chiarisce, crea, sviluppa e dialoga. Come è possibile battersi contro la discriminazione delle donne in un mondo, come quello scientifico, che respinge le diversità culturali? In conclusione, volevo ricordare che tutti gli scienziati che affermano la realtà degli oggetti matematici dei propri modelli (siano fisici, chimici o informatici) stanno implicitamente accettando la metafisica platonista, che postula la corrispondenza diretta fra le teorie fisiche e la natura della realtà. Inoltre, anche gli scienziati che affermano che l’osservazione dei dati e dei fenomeni sia l’unica nostra fonte di conoscenza stanno praticando una riflessione epistemologica. L’unica conclusione che posso trarre, da giovane logica, è che la multidisciplinarietà è il primo passo per la lotta contro la discriminazione delle donne nel mondo scientifico, perché se così non fosse allora cadremmo vittime di una contraddizione, non solo assurda ma anche pericolosa. Combattere la discriminazione di genere nella scienza, discriminando tutto ciò che non appartiene rigorosamente a quel mondo, è simile all’atteggiamento di chi lotta contro l’inquinamento delle acque e scarica in mare rifiuti tossici. Non si può parlare di discriminazione delle donne scienziate, facendo discriminazione fra le scienze.

·         I licantropi esistono davvero?

I licantropi esistono davvero? Pubblicato mercoledì, 05 giugno 2019 da Luigi Ripamonti su Corriere.it. I licantropi esistono o saranno soltanto persone prodigiosamente pelose? Possiamo optare per la seconda ipotesi con una certa tranquillità. Perché i cosiddetti licantropi non solo non esistono in quanto tali, ma sono semplicemente individui che esprimono sintomi (soggettivi per definizione) e segni (oggettivi per definizione) di una o più malattie che possono far pensare a questa bizzarra e improbabile trasformazione. Affronta il tema in modo molto brillante il medico inglese Gavin Francis nel suo ultimo libro: “Mutanti” (Edt), appena pubblicato in Italia. Francis per spiegare il fenomeno parte da un caso accaduto a lui in Pronto Soccorso in una notte di luna piena, proprio quella dei licantropi insomma. «Da qualche giorno Joanne aveva un brutto raffreddore con mal di testa, si sentiva debole e giù di corda,(…) aveva dolori addominali e sentiva la pelle andare a fuoco. (…) Sembrava fosse posseduta da una specie di inquietudine corporea, che si manifestava soprattutto a livello del tronco e degli arti. (…) Erano iniziate delle allucinazioni di lucertole giganti sulle pareti». Joanne aveva un impiego amministrativo che svolgeva in seminterrato e quel lavoro le piaceva perché le consentiva di non esporsi al sole. «Si scotta molto facilmente» riferì la sua coinquilina, «dovrebbe vederla in estate, le viene addirittura l’eritema». La pelle di Joanne era screziata di pigmenti marroni, soprattutto sulla faccia e sulle mani, come se vi fossero stati versati sopra minuscoli grani di caffè. «Dobbiamo controllare le porfirine», disse il primario. 

Le porfirine sono molecole fondamentali per la struttura dell’emoglobina (il «taxista» dell’ossigeno nel sangue) e sono sintetizzate da una serie di enzimi che operano di concerto. Se il gruppo di lavoro non è ben coordinato il risultato può essere una malattia chiamata (appunto) porfiria: anelli di porfirina formati solo in parte si accumulano nel sangue e nei tessuti. Le crisi in questo genere di patologia possono essere scatenate da farmaci, da alimenti e talvolta da qualche notte insonne. Alcune porfirine reagiscono alla luce e taluni tipi di porfiria causano cospicue infiammazioni sulla pelle, che possono peggiorare parecchio se esposte alla luce. Non bastasse, se le porfirine si accumulano nei nervi e nel cervello possono innescare anche episodi psicotici. «Un altro effetto, ancora inspiegato, dell’accumulo di porfirine nella pelle» sottolinea Francis, «è la crescita di peli sulla fronte e sulle guance». Infine, nelle sue forme più gravi questa malattia può dare luogo a coliche addominali. Ed è accaduto che le vittime, in preda al dolore siano state portate in sala operatoria per interventi non necessari. Nel caso di Joanne riferito da Francis il risultato degli esami confermò altissimi livelli di porfirine. «Era probabile che avesse una rara variante della porfiria denominata “variegata”» specifica l’autore.

Se fosse vissuta in tempi precedenti alla luce elettrica avrebbe probabilmente preferito uscire di notte, quando l’illuminazione lunare fosse sufficiente per non andare a sbattere da qualche parte. Magari sarebbe stata semi-delirante e avrebbe ululato per il dolore, con un bel po’ di peli sulle guance. Ecco servita una perfetta donna-lupo. 

Qualcuno ci crede davvero ai lupi mannari? Nella storia pare che, a dispetto del successo favolistico (anche recente, viste alcune serie Tv) dell’ipotesi, uomini di scienza o anche ricchi di curiosità abbiano opposto non da oggi un franco scetticismo. Se si dovesse pensare che, per esempio, si sia dubitato dell’esistenza dei licantropi soltanto da un secolo o giù di lì, si potrebbe essere smentiti da Plinio, che già «qualche anno prima» interpretava il fenomeno come qualcosa che avesse a che fare con la psiche e non con qualche genere di maledizione o magia. Per venire a tempi relativamente più recenti Giacomo I d’Inghilterra — riferisce Gavin Francis nel suo libro — sebbene parecchio interessato all’occulto ebbe a scrivere che cose del genere, casomai fossero realmente accadute, erano probabilmente dovute a «una sovrabbondanza di malinconia». Nient’altro che un problema psichiatrico insomma. Francis racconta anche che il medico greco Marcello di Sida la pensava allo stesso modo: secondo la sua opinione i lupi mannari che si sarebbero aggirati per Atene di notte non erano versipellis – termine latino per indicare chi poteva mutare forma in lupo – bensì persone in preda a un delirio. Infine il bizantino Paolo di Egina lasciò traccia della sua esperienza di cura dei licantropi sì con gli immancabili salassi, ma anche e forse soprattutto, con riposo e sedativi». 

Infine una precisazione etimologica: la parola licantropia viene ormai utilizzata in riferimento alla trasformazione di un essere umano non soltanto in lupo o in qualsiasi altro animale, ma, come fa notare ancora l’autore di Mutazioni, in quest’ultimo caso il termine più esatto sarebbe Theriantropia, che potrebbe indicare anche altre «bestie» e non solo il lupo. Che poi, ormai lo sappiamo, così cattivo non è.

·         Mala Marijuana.

Cannabis, svelato il mistero: i primi a fumarla 2.500 anni fa furono i cinesi. Un gruppo di ricercatori tedeschi e cinesi ha scoperto in antiche tombe i resti di piante selezionate per avere potenti capacità psicoattive. "L'uso come stupefacente, dalle aree montuose dell'Asia centrale orientale si è poi diffuso nelle altre regioni del mondo". Giovanni Gagliardi il 12 giugno 2019 su la Repubblica.  In Cina 2mila e cinquecento anni fa si fumava la cannabis. Questa pianta, spesso al centro di polemiche politiche, basta vedere cosa sta accadendo in Italia per la versione 'light', da anni tiene impegnati storici e archeologi, che cercano di capire quando e come è stata usata, in agricoltura, non solo per ricavarne cibo, tessuti e corde ma, in particolare, per sapere quando è iniziato il suo uso come sostanza psicoattiva. Ora, finalmente, un gruppo di ricercatori tedeschi e cinesi, guidati da Nicole Boivin, del Max Planck Institute per la scienza della storia umana di Jena, è riuscito a fare chiarezza stabilendo una data. Già in passato, in antiche tombe cinesi risalenti a circa siemila anni fa, sono state trovate tracce di canapa: secondo gli archeologi, i decori su alcuni vasi di terracotta furono effettuati premendo delle corde di canapa sull'argilla fresca. Altre importanti informazioni sull'importanza della canapa in Cina, sono poi arrivate da sepolture più recenti scoperte negli anni '70 e risalenti al mille avanti cristo: gli abitanti dell'antica Cina avevano imparato a tessere e filare la canapa, affrancandosi dalla dipendenza di pelli animali, ricavando vestiti e calzature, questo anche grazie all'aver imparato a riconoscere che le piante maschili producevano una fibra migliore, mentre le femmine producevano semi alimentari. Si è infatti scoperto che le prime comunità neolitiche di coltivatori che stanziavano sul Fiume Giallo e sul Wei, erano soliti seminare cannabis, insieme a miglio, grano, fagioli e riso. A testimonianza di ciò, c'è anche uno dei primi trattati su l’agricoltura cinese, risalente a circa 2500 anni fa, che nomina la canapa come la più grande e antica coltura tradizionale dell’antica Cina. Nei dintorni dei fiumi sopraccitati vennero ritrovati anche rimasugli di fibra e di semenze di cannabis. Insomma, nel Paese le tecniche di semina, coltivazione e trasformazione della canapa erano all’avanguardia: basti pensare che da questa pianta si ricavarono i primi fogli di carta (che avrà un ruolo fondamentale per il progresso umano fino ad oggi). Ma sull'uso psicoattivo della sostanza, ancora non era stata fatta luce. La svolta è ora arrivata dalle analisi svolte sulle ceramiche rinvenute in otto tombe del cimitero zoroastriano di Jirzankal, nell'area orientale del Paese, come spiegano i ricercatori sulla rivista Science Advances. Le analisi delle pietre dei diversi bracieri di legno ritrovate nelle antiche sepolture, hanno mostrato che le piante di cannabis usate avevano alti di livelli di tetracannabinolo (thc, il suo composto psicoattivo più potente). Ciò indicherebbe, secondo gli studiosi, che le genti di quel tempo erano a conoscenza delle proprietà psicoattive della pianta e che sapevano lavorare le diverse varietà di piante, selezionando quelle con più thc. Per capire se i bracieri avessero una specifica funzione rituale, gli studiosi hanno estratto del materiale organico dai frammenti di legno e pietre bruciate, analizzandoli con la spettrografia di massa. Con grande sorpresa i risultati hanno mostrato la miscela esatta della cannabis, con un'alta quantità di tetracannabinolo. Probabilmente, ipotizzano i ricercatori veniva fumata durante le cerimonie di sepoltura, forse per comunicare con le divinità o il defunto. "Questi risultati corroborano l'ipotesi che le piante di cannabis siano state prima usate per le loro sostanze psicoattive nelle regioni montuose dell'Asia centrale orientale, e da lì si siano poi diffuse nelle altre regioni del mondo", commenta Boivin. La regione in cui sono stati trovati, quella del Pamir, oggi così remota, a quel tempo si trovava lungo la prima Via della seta. Secondo l'archebotanico Robert Spengler, le rotte di scambio della Via della Seta hanno funzionato come i raggi di una ruota di bicicletta, dove al centro del mondo c'era l'Asia centrale.

ALESSANDRA DAL MONTE per il Corriere della Sera il 30 settembre 2019. «Sono uno chef piccolo, non milionario, non stellato, non ho un ristorante. Non capisco questo accanimento: io sperimentavo la cannabis in cucina per me, soltanto per me. Per curare una depressione che mi affligge da due anni, da quando io e la mia compagna abbiamo vissuto un gravissimo lutto». Carmelo Chiaramonte, 50 anni, siciliano di Trecastagni (Catania), cuoco freelance - anzi «cuciniere errante», come si definisce nel suo sito - e in passato comparso in diversi programmi tv, è stato arrestato dai carabinieri e poi rimesso in libertà in attesa di processo perché nella sua casa-studio di Pedara, sempre nel Catanese, deteneva due piante di cannabis alte due metri e mezzo, mezzo chilo di infiorescenze di canapa indiana e alcuni barattoli di cibi trattati alla marijuana. «Due di olive, due di tonno - precisa lo chef - uno di liquore e uno di caffè, che ho consegnato spontaneamente ai militari: loro si erano concentrati sulle piante». Sull' etichetta c' era scritto «Santa Caterina SballOlives» e «Kannamang». «Sì, erano piccoli campioni per me. Sapevo di operare al di fuori della legge coltivando cannabis ma avevo bisogno di curarmi. E lo volevo fare in modo naturale, senza antidepressivi. All' inizio fumavo, poi ho provato con il cibo: diluivo i principi attivi nell' olio, e in effetti ho placato insonnia e ansia». Le accuse sono di coltivazione di stupefacenti e commercio di alimenti alterati. «Ma, come ha scritto il giudice nell' ordinanza, non ci sono indizi relativi alla vendita», dice l' avvocato difensore Rita Faro. Che in una nota spiega come «lo chef abbia di recente approfondito, in linea con un filone di ricerca internazionale, gli aspetti relativi all' effetto della cannabis nella terapia del dolore e, in particolare, quelli legati alla somministrazione alimentare». «Sì - aggiunge lui -. Ho partecipato a numerosi convegni scientifici sulla terapia del dolore, parlando di cucina della gioia per i malati oncologici. Studio la cucina mediterranea dal terzo secolo avanti Cristo e so che i grandi filosofi hanno sempre usato sostanze naturali per entrare nel "momento magico". Oggi non si può non considerare il lato medicamentoso di queste piante». Il processo si terrà in febbraio. Chiaramonte è amareggiato: «Sono incensurato, mi avevano garantito che non sarebbero uscite le mie generalità e mi spiace leggere di spaccio o vendita. Non è vero. In Sicilia si monta tutto, vivo in una terra teatrale».

Melania Rizzoli per “Libero Quotidiano” il 31 agosto 2019. La dose letale per l'essere umano è di soli 2 milligrammi, l' equivalente di un granello di polvere. Basta toccarlo o inalarlo per caso e arriva la morte per arresto cardiaco. È l' oppioide sintetico tra i più potenti che esista, cento volte più potente della morfina, uno straordinario analgesico usato, sotto strettissimo controllo medico, per la gestione del dolore nei malati oncologici terminali, inserito nella lista dei farmaci essenziali per il trattamento dei tumori in stato avanzato, mentre, in combinazione con altre sostanze, viene impiegato in micro dosi nella anestesia generale profonda. Sto parlando del Fentanyl, sintetizzato per la prima volta nel 1960 dal farmacologo Paul Janssen per contrastare il dolore incoercibile, una molecola il cui sovradosaggio anche di 1 milligrammo provoca depressione respiratoria, allucinazioni, coma, shock anafilattico, arresto cardiaco e morte. Persino il solo contatto accidentale può essere letale, al punto che le forze dell' ordine, nel caso debbano intervenire nel tentativo di salvare qualcuno in overdose, o in caso di sequestro di dosi, hanno l' obbligo di indossare maschere, guanti e tute ermetiche durante le operazioni. È il farmaco che una settimana fa ha stecchito in pochi minuti un italiano di oltre 90 chili, lo chef 39enne Andrea Zamperoni, a New York, perché, a meno che non si lavori in ambito medico, pochi conoscono e sanno maneggiare questa molecola eccezionale per efficienza e pericolosa in mani inesperte, che negli Stati Uniti sta creando più morti che gli incidenti stradali, ed è balzata in pochi anni al primo posto fra le cause di morte tra i giovani, al punto che lo stesso Donald Trump ha parlato di emergenza nazionale e obbligato medici, poliziotti, pompieri e personale di soccorso a girare muniti di Naxolone, il farmaco antagonista degli effetti del Fentanyl e altri stupefacenti. L' uso medicale del Fentanyl è approvato solo sotto supervisione, sotto prescrizione medica e rigido controllo sanitario, e il suo impiego abituale è giustificato solo in caso di grave patologia oncologica incurabile: in questi casi la via di somministrazione più comune per ottenere l' effetto antalgico è quella transdermica, tramite cioè un cerotto da applicare sulla pelle, denominato Durogesic, il cui dosaggio è stabilito dalle dimensioni del cerotto, anche se gli effetti e l'efficacia possono variare da individuo a individuo in base alle caratteristiche corporee e al sito di applicazione. Ultimamente è stato introdotto un primo lecca-lecca a base di Fentanyl, una formulazione oro-mucosale chiamata Actiq, e successivamente compresse oro-solubili da sciogliere in bocca denominate Fentora, tutti farmaci sintetizzati per aiutare e facilitare con diverse modalità di assunzione i malati terminali di cancro. Purtroppo questo potente oppiaceo è stato intercettato dalla produzione e dal commercio illegale, utilizzato come sostituto economico dell' eroina, e più di recente ha fatto il suo ingresso nel giro della cocaina, mischiato, all' insaputa degli acquirenti, per tagliare le partite di altri stupefacenti, aumentandone la pericolosità e le complicanze letali. Il mercato illegale, inoltre, offre altri prodotti di sintesi derivati dal Fentanyl, alcuni dei quali più temibili e potenti, come il Carfenantil (nome commerciale Wildnil), che si stima cento volte più potente del Fentanyl e quindi 10mila volte più potente della morfina (questo farmaco ha trovato largo impiego nella pratica veterinaria per immobilizzare in pochi secondi animali di grandi dimensioni come gli elefanti). Secondo le autorità internazionali il principale produttore illegale di tali molecole sintetiche è la Cina, e il principale mercato di riferimento gli Stati Uniti. In Italia il problema ancora non esiste, nel Dipartimento Antidroga non c' è traccia di sequestri di questo farmaco, e i tossicodipendenti italiani non cercano il Fentanyl in quanto tale, anche se è possibile trovarlo coniugato illegalmente con altre sostanze stupefacenti, per esempio per potenziare l' eroina, un segnale di pericolo da non sottovalutare. L'uso illecito più comune e più praticato del Fentanyl consiste nello schiacciare le compresse e poi sniffarle, e più alto è il dosaggio, anche di pochi granelli di polvere, più alto è il rischio di overdose e di arresto cardiaco. L' effetto analgesico della molecola di Fentanyl è immediato, sale rapidissimamente nel sangue, e il farmaco fornisce anche la maggior parte degli effetti tipici degli oppiacei, perché oltre all' analgesia provoca immediata ansiolisi, euforia, sensazione di benessere totale, poiché raggiunge rapidamente il sistema nervoso centrale, dove si lega fino a provocare sonnolenza, depressione respiratoria e coma, a secondo delle dosi. Infatti il Fentanyl è utilizzato comunemente in micro-grammi nell' induzione dell' anestesia associato ad un agente ipnotico come il Propofol, e se ne sfrutta la azione analgesica anche in molte procedure diagnostiche o terapeutiche, quali ad esempio l' endoscopia, il cateterismo cardiaco, la chirurgia maxillo-facciale eccetera, anche se il suo utilizzo principale resta il dolore ingovernabile delle metastasi del cancro terminale. Il Fentanyl è diventato però in pochi anni una delle droghe più ricercate ed acquistate nel mercato clandestino nel dark web, viene recapitata a domicilio in una normale busta da lettere, e le autorità stimano un aumento del 74% degli acquisti online rispetto al 2015, con un numero di morti negli Stati Uniti che ha superato le 140mila unità nel 2018, una strage silenziosa ed incredibile. Una dose di 800 micro-grammi di Fentanyl equivale a 200 milligrammi di morfina pura, e raggiunge il suo effetto in 30 secondi, contro i 25/30 minuti della morfina in compresse, e se somministrato rapidamente per via endovenosa in pochi secondi raggiunge il massimo effetto analgesico e depressivo respiratorio, provoca rigidità dei muscoli bronchiali e laringei causando il blocco della respirazione. La cosa più assurda è che il Fentanyl arriva dal mondo della farmaceutica per essere usato in micro dosi dagli specialisti come anestetico ed antidolorifico, come cura palliativa per alleviare le sofferenze di persone destinate a morire, che ne farebbero volentieri a meno, non è facilmente reperibile senza rigida, certificata e nominativa prescrizione medica, mentre negli Usa le più facili prescrizioni hanno fatto sì che arrivasse nel mondo dello spaccio, ed è notizia di questi giorni che la ditta Johnson & Johnson, storica produttrice di oppioidi, è stata condannata per aver spinto i medici a prescrivere stupefacenti, sottovalutando e minimizzando i gravi rischi. In Italia i controlli delle prescrizioni di tali farmaci sono rigorosi e vigilati, ma se poi queste droghe vengono trovate e reperite in vendita online, i controlli possono fare ben poco e diventano inutili, e soprattutto chi le acquista ignora che sono medicine estreme per accompagnare alla morte pazienti irrecuperabili senza farli soffrire. E chi le ordina allegramente online non ha evidentemente alcuna nozione chimica, medica o scientifica, e non sa che quei pochi granelli di polvere provocheranno uno sballo rapido e letale, con arresto cardiaco e morte improvvisa ed immediata senza nemmeno avere il cancro, come accaduto appunto, una notte qualunque di agosto, allo chef italiano Andrea Zamperoni.

(LaPresse il 31 agosto 2019) - "In queste ore di tensione nella discussione tra M5S e Pd sul programma, inserirei un punto da realizzare subito che potrebbe giovare alla distensione del dibattito e ad un approccio più cordiale tra le parti: la legalizzazione della Cannabis". Lo scrive ironicamente il senatore M5S Alberto Airola.

La cannabis "light" vince in tribunale. I negozi delle polemiche restano aperti. Nadia Ferrigo per “la Stampa” il 31 agosto 2019. «Farò la guerra ai negozi di cannabis light. Uno a uno, li chiederò tutti». Ma l' ormai ex ministro dell' Interno Matteo Salvini non è riuscito a mantenere la sua promessa. Conclusa la corsa ai sequestri, i tribunali di tutta Italia continuano a dar ragione a produttori e commercianti di infiorescenze della cosiddetta «erba light», cioè con un contenuto di Thc tra lo 0,2 e lo 0,5 per cento. Al di sotto dei limiti di legge sulla canapa industriale, e per questo da non considerarsi uno stupefacente. Dopo la sentenza della Corte di Cassazione dello scorso maggio, che vietò «la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis», come l' olio, le foglie, le infiorescenze e la resina, le questure di mezza Italia diedero il via ai controlli. Ma il copione è sempre lo stesso. A Padova le analisi di laboratorio hanno accertato che le centinaia di confezioni sequestrate dai carabinieri in undici negozi avevano una percentuale di Thc inferiore allo 0,5 per cento. La Cassazione ne ha vietato il commercio, ma «salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». «Si è stabilito che senza un effetto psicotropo, non c' è una rilevanza penale - spiega l' avvocato Lorenzo Simonetti, che con il collega Claudio Miglio ha creato un "pronto intervento" per i negozianti coinvolti in procedimenti simili -. E' una conclusione pacifica nella dottrina della tossicologia forense. Lo stesso è accaduto a Caserta, Mantova e Perugia, dove sono stati avviati dei procedimenti per ritirare la licenza commerciale. Dopo i ricorsi, tutto si è risolto: questi commercianti hanno seguito la legge». A Santa Maria Capua Vetere, provincia di Caserta, lo scorso 31 maggio, il giorno stesso della pubblicazione della sentenza della Cassazione, erano stati sequestrati quattro negozi. A metà giugno, lo stesso tribunale ha ordinato il dissequestro. Così Virgilio Gesmundo, 27 anni, titolare del negozio Green Planet Grow Shop, che per protesta si era incatenato davanti al suo negozio, ha potuto rimettersi dietro al bancone. Anche il tribunale di Genova si è pronunciato sulla questione. La vicenda anche in questo caso nasce dal sequestro in un negozio di Rapallo, lo scorso 3 giugno, di infiorescenze, flaconcini di oli, confezioni di tisane e foglie a base di canapa sativa. I giudici del Riesame ancora una volta hanno dato ragione al commerciante: manca una norma che stabilisca quale sia la percentuale di principio attivo che rende un prodotto «psicotropo», e l' unico riferimento resta quello dello 0,5 per cento di Thc. «Le favole di Salvini sono arrivate all' epilogo. Spero che il prossimo governo non avrà interesse a montare una campagna ideologica, ma ad affrontare il fenomeno della cannabis light. Non come un problema, ma come una grande opportunità. Non si può trattare come uno spacciatore chi lavora alla luce del sole, nella legge e paga anche le tasse» commenta Luca Marola, attivista e patron di EasyJoint, pioniere della canapa legale made in Italy. Secondo lo studio commissionato da EasyJoint a Davide Fortin, ricercatore della Sorbona di Parigi e del centro studi "Marijuana Policy Group di Denver", il business della cannabis light potrebbe valere in Italia 44 milioni di euro l' anno. Ma, aggiunge la ricerca, solo con una legislazione capace di spiegare con chiarezza che cosa si può fare e che cosa no. I nuovi negozi inaugurati sono 2.800, i posti di lavoro 10mila. Il settore delle infiorescenze e derivati è riuscito nell' impresa di rilanciare anche il settore agricolo: in cinque anni sono aumentati di dieci volte i terreni coltivati a cannabis, passati dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4mila stimati per il 2018. Anche se il mercato della cannabis light ha retto, l' ondata di controlli qualche danno l' ha fatto. Intanto le bustine verdi sono sparite dalle tabaccherie, con un danno per i produttori e per i brand, che si sono trovati a fare i conti con una significativa diminuzione dei punti vendita. E qualcuno tra chiusure forzate, spese legali e incertezza, non è riuscito a far quadrare i conti. «Ho aperti tre anni fa, le cose giravano bene e avevo la mia clientela - commenta amaro Marco Mirabelli, titolare di uno smart shop torinese tra i primi in Italia a essere controllati -. Ma a giugno e luglio non ho guadagnato nulla, dovendo comunque pagare tutte le spese del negozio, oltre agli avvocati. Finirà tutto bene, ma non mi posso più permettere questa incertezza. Hanno ammazzato un' attività che funzionava. Anche se ho ragione, nessuno me la ridarà indietro».

I negozi di cannabis light sono a rischio chiusura. Basta un "no" del ministero della Salute per mandare in crisi un settore in pieno boom. E oggi arriva la promessa di Salvini: "Li chiuderemo tutti". Giorgio Sturlese Tosi l'8 maggio 2019 su Panorama. Una spada di Damocle pende sulle centinaia di negozi cannabis light che hanno aperto in tutta Italia. Dal dicembre 2016 è stata legalizzata la vendita di prodotti ricavati dalla marijuana (del tipo cannabis sativa) che abbiano un principio attivo stupefacente di Thc (delta -9-tetraidrocannabinolo) inferiore a 0,2. Prodotti che non sono considerati droghe. E si possono vendere, comprare, bere, mangiare e fumare. I negozi dove si trovano cosmetici alla canapa, oli essenziali, biscotti, tisane e infiorescenze, persino hashish da fumare si sono moltiplicati. Oltre che legali, queste sostanze sarebbero anche innocue; e, anche se è ammessa una soglia di tolleranza fino allo 0,6 per cento di Thc, non dovrebbero comportare alterazioni psichiche. Il condizionale però è d’obbligo. L’estate scorsa il Consiglio superiore di sanità, organo del ministero della Salute, ha infatti espresso un parere negativo sulle infiorescenze vendute come se fossero caramelle ai banconi dei negozi di smart drug, sostenendo che la concentrazione di Thc «può penetrare nel cervello e nei grassi corporei anche a basse percentuali». Il ministro della Salute Giulia Grillo aveva annunciato provvedimenti non appena avesse avuto a disposizione dati certi. Quasi un anno dopo, lo stesso ministero, interpellato da Panorama, non ha sciolto il dubbio, parla ancora di «possibili rischi per la salute» e rivela di aver proposto alla Commissione europea un regolamento attuativo, che preveda limiti e controlli più stringenti, già al vaglio del Parlamento italiano. A questo va aggiunta la promessa di Matteo Salvini che ha annunciato la loro chiusura. Mentre politici e scienziati decidono, il 30 maggio le sezioni riunite della Corte di Cassazione dovranno esprimersi sui sequestri effettuati dal Nas dei carabinieri e dalla polizia in negozi che vendevano questi prodotti. Se i loro ricorsi dovessero essere respinti, le saracinesche dovrebbero abbassarsi per tutti. Ornella Paladino, che ha convertito alla canapa industriale centinaia di ettari in Piemonte, ha appena presentato alla Camera dei deputati il neonato Consorzio nazionale tutela della canapa: «In Italia, solo nel 2018, sono sorte 700 aziende agricole legate al boom della canapa light» dice Palladino. «Della canapa non si butta nulla: può diventare stoffa, laterizi ecologici, oli terapeutici; anche cibi e bevande, ma non si può demonizzare un intero settore, in crescita, dicendo “non è escluso che faccia male”. Il nostro consorzio si propone di certificare ogni passaggio della filiera produttiva per garantire che Thc non superi i limiti di legge. Pur se non è vietato, non vendiamo ai minori. Noi non siamo spacciatori, rispettiamo le regole». Esperto degli aspetti legali intorno alla produzione della cannabis è l’avvocato Giacomo Bulleri, a cui si rivolgono agricoltori di canapa e negozianti di erba light: «Il volume di affari intorno alla canapa sativa, in Italia, supera i 7 miliardi di euro» stima Bulleri. «Oltre 700 i negozi che vendono estratti e infiorescenze. Gli agricoltori sono finanziati con fondi europei. Un pronunciamento negativo della Corte di Cassazione comporterebbe un grave danno economico e una crisi del settore». Oggi chi compra un grammo di marijuana per «uso ricreativo» rischia grosso. Se venisse fermato alla guida di un veicolo avendo con sé dell’erba potrebbe passare seri guai. Alessandro Abruzzini, vice questore aggiunto del Servizio di Polizia stradale spiega perché: «C’è un vuoto normativo che può essere colmato solo con il Testo unico sugli stupefacenti. Se fermato dalle forze dell’ordine, un automobilista in possesso di cannabis, o che l’abbia fumata, deve essere sottoposto al test che rivela la presenza di Tch nell’organismo. Se è positivo e il guidatore appare “in stato di alterazione” vengono disposti esami più approfonditi e può scattare la sospensione della patente». Per questo i negozianti raccomandano di tenere sempre con sé lo scontrino dell’erba acquistata legalmente. «Che per me è carta straccia» confida un esperto poliziotto dell’antidroga di Milano. «Non mi basta sapere se l’erba o il fumo che hai addosso è davvero legale e l’hai comprata in un negozio autorizzato. Intanto io ti porto in commissariato».

Tutte le bugie sulla cannabis: "È pericolosa anche se light". L'allarme dell'esperto: "È una droga, ditelo ai giovani". Salvini rilancia: la lotta agli stupefacenti è una priorità. Serena Coppetti, sabato 11/05/2019, su Il Giornale. «La lotta alla droga è una priorità. La droga arricchisce la malavita e brucia i cervelli. Lo dicono i medici, non lo dice il ministro dell'Interno». Non è per niente «fumoso» Matteo Salvini e da Platì, in Calabria risponde al vice premier Luigi Di Maio. «Il Consiglio superiore della Sanità - incalza Salvini - ha messo per iscritto che non ci sono droghe più o meno leggere che fanno più o meno male, la droga fa male, brucia il cervello, brucia il fegato, fa male alla salute. Tutte sono priorità, non c'è una droga meno priorità degli altri». Dubbi? Nessuno. Così la questione-cannabis (anche se light) riaccende la polemica. «Combattere la droga facendo chiudere i negozi è come combattere l'alcolismo vietando la birra analcolica», aveva polemizzato senatore M5s, Matteo Mantero, firmatario della proposta di liberalizzazione della cannabis. «Io non ci sto. Per gli adolescenti la cannabis è una droga. Spiegatelo ai vostri figli e ai studenti». Il medico psicoterapeuta Alberto Pellai, autore tra l'altro del libro L'età dello tsunami è categorico. Entra nel merito della questione e segna un confine. Netto. «Non esistono droghe pesanti o leggere. Per il cervello degli adolescenti tutte le droghe sono pesantissime». A Milano si è appena conclusa la fiera della cannabis, pubblicizzata da un manifesto dove accanto a una grande piantina c'era la scritta Io non sono una droga. «È la bugia più grande su cui fanno un sacco di soldi - tuona Pellai - Chi ha creato questa comunicazione aveva come primo obiettivo normalizzare l'uso di una sostanza psicotropa, già diffusissima tra gli adolescenti, contribuendo a rinforzare la credenza che non si tratti di nulla di pericoloso. E invece: la cannabis è pericolosissima, soprattutto in età evolutiva. Muove interessi enormi e ha molto a che fare con la criminalità». E parla da medico. «Il suo principio attivo, il THC, interferisce con recettori del sistema nervoso centrale, andando ad alterare la costruzione di reti neuronali che in età evolutiva sono in formazione, con pesanti ricadute sulle capacità di studio e motivazione degli adolescenti e con lo sviluppo di una predisposizione ad un tono dell'umore depresso». Tutto questo succede in momento delicatissimo, in cui la tendenza a sviluppare la dipendenza è maggiore. Non solo. «Nell'età della crescita un ragazzo deve mettersi alla prova per trovare la propria via personale per il raggiungimento della realizzazione e del senso di sé. Questa sostanza agisce chimicamente su parti del sistema nervoso centrale, fornendo una sensazione di benessere psicologico solo artificiale, slegata dalle esperienze della vita». E dunque, vuol dire, a che serve parlare di leggera o pesante? «In soggetti vulnerabili, l'uso di sostanze psicotrope in età evolutiva porta a slatentizzare (tirare fuori, ndr) patologie psichiatriche che rischiano di cronicizzarsi e che non si sarebbero manifestate in assenza di tale consumo. Non è un caso che l'età dei pazienti dei reparti di psichiatria negli ospedali si sia abbassata in modo drastico». Dunque? Nessun atteggiamento «collusivo e ammiccante». «Il cervello è l'organo più importante di tutti. Trattatelo bene, perché non ha la capacità di riparare i neuroni rovinati». E a chi contesta: «Indicatemi le fonti scientifiche che affermano i vantaggi dell'uso di questa sostanza in età evolutiva. Se non le avete, per favore tacete».

Mala Marijuana. La storia di copertina di Panorama in edicola dal 1 maggio 2019 è dedicata ad una maxi inchiesta sulla droga definita leggera. Cronache dal paese che ha appena legalizzato ma dove già si moltiplicano i problemi. "Voglio legalizzarla, regolarla e tassarla" aveva detto il premier Justin Trudeau davanti ad un traffico valutabile in 3 miliardi di dollari l'anno. Tutto bene? Siamo stati in Canada ed abbiamo scoperto che, tra aumento dei consumatori, ambiguità delle norme, coltivazioni riconvertite all'erba e serre casalinghe i dubbi ed i problemi aumentano. A questo si legano gli ultimi studi medici secondo cui è un errore chiamarla "droga leggera". Il principio psicoattivo infatti negli ultimi anni è più che triplicato causando danni comprovati sul cervello degli adolescenti.

Marijuana, non chiamatela droga leggera. Nella cannabis oggi il principio psicoattivo è più che triplicato, con danni al cervello comprovati, soprattutto sui giovani. Daniela Mattalia 6 maggio 2019 su Panorama. Facile da trovare, fa sentire leggeri e imperturbabili, costa poco e poi, «uno spinello, che sarà mai». Non stupisce che la cannabis sia, fra i ragazzi, al primo posto nel consumo di stupefacenti. Nella fascia d’età 15-19 anni, il 32,4 per cento l’ha utilizzata almeno una volta nella vita, il 25,8 ne ha fatto uso nell’ultimo anno. E i dati (quelli 2018 del rapporto Espad Italia) sono probabilmente sottostimati. Così come sottostimate sono le conseguenze dell’uso prolungato della cannabis su un cervello in divenire come quello di un teenager. Il principio attivo della cannabis di oggi raggiunge concentrazioni molto più elevate del classico spinello «peace and love» degli anni Settanta. I figli dei fiori si passavano canne dove il Thc (tetraidrocannabinolo) era intorno al 2 per cento, oggi come minimo si aggira sul 7 per cento. «Negli ultimi vent’anni il Thc della marijuana è via via aumentato, in alcune partite sequestrate arriva al 27 per cento» conferma Gaetano Di Chiara, professore emerito di farmacologia all’Università di Cagliari. Non solo. La cannabis attuale è stata selezionata per contenere più Thc e meno cannabidiolo, altra sostanza della pianta che, se ad alte dosi, attenua gli effetti psicoattivi del Thc; quando è in concentrazioni basse, invece, li potenzia. Da qualche tempo, poi, negli Usa (e in modo meno diffuso anche da noi) si è sviluppata una tecnica chiamata «bho», butane hashish oil, un concentrato di cannabis ottenuto tramite estrazione con butano. E qui il Thc raggiunge concentrazioni del 70-90 per cento. A questo punto, definire la cannabis una «droga leggera» non ha senso. Esistono, puntualizzano gli esperti, solo droghe più o meno ricche di principio attivo, e soggetti più o meno predisposti a sviluppare dipendenza. «Il picco del consumo di marijuana è tra 15 e 16 anni. E un adolescente è difficile che si limiti a uno spinello al giorno, spesso l’assunzione continua per 4-5 anni» riflette Di Chiara. «I recettori dei cannabinoidi intervengono proprio durante la maturazione sinaptica. I ragazzini che iniziano con la cannabis sono in genere i più curiosi e intraprendenti: hanno un buon rendimento scolastico che presto crolla perché il fumo ne abbassa le performance». Qualche anno fa un’ampia indagine prospettica, condotta in Nuova Zelanda su ragazzi seguiti nel corso degli anni, ha dimostrato che gli adolescenti che avevano avuto un consumo giornaliero di marijuana, mantenuto per 3-4 anni, una volta adulti mostravano una riduzione marcata delle capacità cognitive. Non bastasse, c’è poi il legame, nei giovanissimi, tra cannabis e schizofrenia. La marijuana non causa direttamente la psicosi, però il suo consumo elevato la innesca in chi è predisposto. Uno studio apparso il 19 marzo su Lancet, condotto in 10 città europee e coordinato dalla psichiatra Marta di Forti, mostra che assumere marijuana con Thc sopra il 10 per cento raddoppia il rischio di psicosi rispetto a chi fuma Thc sotto quella soglia. «L’altro grosso problema, oltre all’uso sempre più precoce della cannabis, persino a 12-13 anni, è poi il policonsumo: cannabis e alcol, sostanza che non manca mai in quella fase, perché è legale e si trova con facilità» avverte Lorenzo Sartini, psicologo bolognese che ha lavorato a lungo nei Sert e nei servizi di strada. «E l’abbinamento alcol-spinello dà uno sballo difficilmente controllabile, molto più alto di quello che ci si può aspettare. Da quasi tre anni (dal 2016) è legale in Italia la canapa light, la cui concentrazione di Thc va dallo 0,2 allo 0,6 per cento. E quasi ovunque si trovano negozi che vendono prodotti con cannabis light (dai cosmetici ai dolci, dalle gomme da masticare alle tisane). Se il Thc è così basso, che male farà? «Nelle preparazioni light, il contenuto di Thc dichiarato è effettivamente molto basso» dice Giuseppe Remuzzi, medico e direttore dell’Istituto farmacologico Mario Negri di Milano. «A parte una forte variabilità individuale nella risposta alla sostanza, molto dipende da quanta se ne assume e in quanto tempo. E non abbiamo modo di sapere che rapporto ci sia tra quanto è dichiarato e quanto c’è davvero in quella preparazione». Proprio Remuzzi, nei giorni scorsi, riferendosi a uno studio apparso su Annals of Internal Medicine, avvertiva dei rischi legati all’assunzione di alimenti alla cannabis. «In Colorado, nei pronto soccorso si sono presentate persone che, dopo aver assunto cannabis commestibile, riportavano sintomi di intossicazione, ansia, psicosi, schizofrenia, peggioramento di malattie croniche: episodi più frequenti rispetto a chi la marijuana l’aveva fumata. Questo perché, a parità di Thc, l’assorbimento è più lento, chi la usa non nota subito gli effetti collaterali e tende a consumarne altra. Inoltre i grassi contenuti nel cioccolato e nelle caramelle ne aumentano l’assorbimento». In Colorado, dove la cannabis è legale da anni, le concentrazioni di Thc sono maggiori che da noi. In Italia, però, lo 0,2 per cento non ha rassicurato il Consiglio superiore di Sanità (vedi servizio nella pagina a fianco), il cui parere è stato lapidario: «La loro pericolosità non può essere esclusa».

Libera canna in libero Stato: l'appello di Roberto Saviano. Cari politici, basta. Basta ignoranza e ipocrisie da talk show. Leggete le ricerche, i dati, le statistiche. Un manifesto-appello per la legalizzazione. Roberto Saviano il 30 settembre 2016 su L'Espresso. L’Italia ha da poco una legge sulle unioni civili, una legge incompleta e arrivata fuori tempo massimo. Qualcuno dirà «eppure, finalmente, è arrivata» invitandomi magari a considerare il bicchiere mezzo pieno. Io però con questa maggioranza al governo non riesco a pensare che si possa osare molto più di così e mi riferisco soprattutto alla proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis avanzata dall’intergruppo parlamentare guidato da Benedetto Della Vedova e sostenuto da tutte le forze politiche, ma osteggiato da molti, moltissimi parlamentari. Stilare l’identikit di coloro che ostracizzano leggi che portano progresso e che renderebbero la nostra società più evoluta non è cosa difficile. Si tratta mediamente di politici che fanno della propria vita privata fonte di inesauribili aneddoti che portano a ritenere questa legge o quell’altra inadatta per il nostro Paese. Non vorrei mai per mio figlio, per i miei nipoti, per i miei genitori… I nostri ragazzi non dovrebbero poter accedere… Quando ero ragazzo ricordo i miei coetanei…Non è così che si sta in Parlamento e che si ricoprono cariche politiche, non è l’esperienza familiare che può portarci a ritenere la cannabis una sostanza da legalizzare o da lasciare nelle mani delle organizzazioni criminali. Quello che dovrebbe guidare i politici nelle loro dichiarazioni pubbliche e nelle loro decisioni in Parlamento dovrebbe essere approfondimento e studio, le consulenze di esperti e le statistiche. E invece sentiamo Beatrice Lorenzin parlare dei “nostri ragazzi” che a undici anni, se si legalizzasse la cannabis, potrebbero liberamente avervi accesso. Lorenzin ignora che oggi non i “suoi ragazzi”, ma i figli di altre madri e ad altre latitudini la cannabis la spacciano, manovali dei clan. E Binetti dire «penso che uno Stato democratico non si possa permettere il lusso di liberalizzare ciò che provoca danni alla salute dei cittadini» fingendo di non sapere che la legalizzazione e la tossicodipendenza sono prima di tutto un problema di salute pubblica che pesa sulle casse dello Stato. Fingendo di ignorare che i danni provocati da alcol e tabacco sono di gran lunga superiori a quelli che crea oggi e che creerebbe la cannabis se legalizzata. E questi stessi politici (con Binetti e Lorenzin ci sono Gasparri, Lupi, Giovanardi) sono contrari alla regolamentazione del fine vita (qui posso forse annoverare anche la ministra Madia che, in una memorabile ospitata da Daria Bignardi alle Invasioni Barbariche, disse che preferiva alla regolamentazione la “zona grigia” in cui sono i familiari a decidere senza troppo clamore); sono contrari alle stepchild adoption, erano fautori della legge 40 sulla procreazione assistita, legge tremenda smontata dal lavoro di avvocati e giudici che hanno a cuore il progresso del nostro Paese più di molti politici. Sono anche quelli che parlano di divorzio e aborto come di conquiste che se fossero perse tutto sommato sarebbe un bene per la società e la famiglia. E qui torno alle prime righe di questo scritto: un Paese che ha partorito una legge sulle unioni civili dopo tanto dibattere, una legge ostracizzata a lungo e monca, una legge da cui sono state eliminate le stepchild adoption è un Paese in cui manca una politica progressista, che in teoria sarebbe appannaggio della sinistra, ma che accompagnata da un’attitudine responsabile potrebbe appartenere a ogni parte politica. Ecco, l’invito è a mostrare responsabilità e a fare per una volta quello che è davvero meglio per il Paese e non quello che conviene al calcolo elettorale.

La Cannabis fa male o no? Ecco tutto quello che può dirci la scienza sulle droghe leggere. Il dibattito sulla marijuana è tornato di attualità, alimentando lo scontro tra chi vorrebbe legalizzarla e i proibizionisti. Vediamo cosa è emerso fino a oggi dai diversi studi e cosa c'è di vero e di falso sui pericoli per la salute. Rita Pisardi il 17 febbraio 2017 su L'Espresso. Quasi quattro adolescenti italiani su dieci l’hanno provata almeno una volta nella vita, è il cuore di uno dei più grandi traffici illegali al mondo e le sue proprietà portano beneficio a migliaia di pazienti. La cannabis resta una materia ambivalente, accesa a intermittenza senza una vera discussione. Non solo la recente discussione alla Camera, subito ricacciata nel cassetto , ha portato al centro del dibattito la sua legalizzazione, ma anche il fatto di cronaca che ha visto al centro il suicidio di un sedicenne di Lavagna, dopo che la Guardia di finanza ha perquisito la sua abitazione perché in possesso di una decina di grammi di marijuana. Per quella che è la sostanza illecita più consumata d’Europa e con la maggiore probabilità di essere utilizzata da tutte le fasce di età, ancora oggi dopo decenni le idee non sono chiare. Studi discordanti e opinioni diffuse, spesso fasulle, non aiutano. La cannabis crea dipendenza? Si può morire? È assimilabile alle cosiddette droghe pesanti? Quali danni alla salute? È il primo passo verso il consumo di cocaina, eroina o pasticche? Umberto Veronesi, proprio dalle pagine dell’Espresso , lanciò un appello per la legalizzazione chiedendosi se avesse senso criminalizzare la sostanza. Nel 2000 come ministro della Sanità aprì alla possibilità di oppiacei e cannabinoidi contro il dolore. Scontrandosi però contro un muro ideologico, lo stesso che oggi frena il ddl firmato da oltre 200 deputati. "Siamo un Paese che vieta inorridito la marijuana (che non ha mai ucciso nessuno) ma che lucra senza vergogna su una droga che causa 50.000 morti l’anno: il fumo di sigaretta", spiegò l’oncologo. Già, perché fumando cannabis non si va in overdose, la mortalità di cui parlano alcuni studi si riferisce infatti agli incidenti stradali che possono essere provocati. Le ricerche seguite da Veronesi, che nominò una commissione scientifica a riguardo, conclusero che i "danni da spinello" sono inesistenti. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha invitato più volte i governi a depenalizzare, magari non tout-court, ma almeno l’uso personale. Considerato che droghe legali come alcol e tabacco uccidono invece ogni anno milioni di persone. Per questo molti credono che il proibizionismo non sia la risposta e demonizzare non serva. Ma il primo passo è una buona informazione. Tra l’altro i dati dimostrano che nei paesi che hanno liberalizzato, il consumo è progressivamente diminuito. Come confermano studi condotti negli Stati Uniti e che riguardano in particolare i giovani.

COSA SUCCEDE IN ITALIA. In Italia secondo un’indagine di Espad Italia (The European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs), contenuto nella Relazione annuale del Dipartimento politiche antidroga , il 34 per cento degli studenti italiani di 15-19 anni(maschi 38 per cento, femmine 28 per cento) ha provato la "maria" almeno una volta nella vita. Piemonte, Emilia Romagna, Marche, Lazio e Sardegna sono le regioni in cui è stata più consumata. Se si allarga lo spettro all’Europa si sale a 16,6 milioni di giovani (15-34 anni), pari al 13,3 per cento, che hanno consumato cannabis nell’ultimo anno. Dalla parte del proibizionismo convinto c’è la Comunità di San Patrignano che proprio in questi giorni ha ricordato le proprie linee guida: la prevenzione prima di tutto, contro ogni legge a favore e contro quella che definiscono la cultura dello sballo . Il centro non ha risparmiato poi ricerche in merito. Fece discutere una del 2001 condotta da Eurispes in cui si affermava che le droghe leggere sono un ponte di passaggio per quelle pesanti e nel 23 per cento dei casi provocano episodi psicotici. Uno studio giudicato "scientificamente indecente" da uno dei massimi esperti sul tema, Gian Luigi Gessa, psichiatra e farmacologo, responsabile del gruppo italiano sullo studio delle dipendenze da droghe e farmaci, in passato alla direzione del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Cagliari e nel Consiglio Nazionale delle Ricerche. Se è vero che i dati dimostrano che gran parte degli eroinomani ha fumato spinelli, non è certo invece che la correlazione sia automatica. "Se così fosse, le statistiche non mostrerebbero circa 200.000 dipendenti da droghe pesanti in Italia, più o meno come 10 anni fa", affermò Veronesi. Gessa, ammettendo l’agire della sostanza sul cervello, esclude un danneggiamento alla sua normale attività, e anche su chi ne ha fatto uso per decenni in modo costante, non si forma una sindrome di astinenza. Un appunto va fatto per adolescenti e preadolescenti, nei quali l’uso di droghe, anche leggere, potrebbe causare deficit cognitivi soprattutto per quanto riguarda la memoria.

LA CANNABIS FA MALE O NO? La stessa Oms nella sua ultima pubblicazione sull’argomento - che non ha riguardato i casi di utilizzo di cannabis a scopi medici - ha specificato che con un consumo a lungo termine possono esserci effetti su memoria, pianificazione, processo decisionale, velocità di risposta, coordinazione motoria, umore e cognizione. Lo studio ha poi cercato di rispondere anche alla questione della dipendenza. Perché se gli studiosi sono d’accordo su quella da cocaina o crack, i pareri divergono sulla cannabis, difficile da "misurare". Una dipendenza cosiddetta psicologica, legata all’abitudine o alla gestualità, assimilabile anche alle sigarette, è ben diversa da una fisica, dettata quindi dalla sostanza. In generale l’Oms ha evidenziato che il rischio c’è ed è pari al 10 per cento, che varia da 1 su 6 tra gli adolescenti, a 1 su 3 tra chi consuma cannabis giornalmente. In ogni caso, se si vuole stilare una classifica, Gessa non ha dubbi: prima della cannabis vincono in quanto a pericolosità e grado di tossicità le droghe legali come alcol e nicotina, ma anche eroina, cocaina, morfina e altre sostanze. Solo in Europa nel 2014 si contano 6.800 decessi per overdose, soprattutto di eroina e i suoi metaboliti, e la tendenza è in aumento. Altra questione è quella dei tumori. Qui la risposta si gioca in realtà sulla presenza del tabacco, visto che è la canna il modo più diffuso per consumare la ganja, il termine hindi per cannabis. A riguardo l’Oms conclude: "Fumare un mix di cannabis e tabacco può aumentare il rischio di cancro e di altre malattie respiratorie, ma è stato difficile capire se i fumatori di cannabis hanno un rischio più elevato, al di là di quella di fumatori di tabacco". Anche se uno studio dell’Università della California ha negato del tutto la connessione tra i due, anzi affermando che la marijuana uccide le cellule che invecchiano impedendo loro di diventare cancerose. L’ultima "Relazione europea sulla droga" condotta dall’Osservatorio europeo delle droghe e tossicodipendenze (EMCDDA) dedica un paragrafo sui danni fisici prodotti dalla marijuana, non chiarendo però se esiste un rapporto causa effetto: "pur essendo difficile dimostrare un nesso causale tra il consumo di cannabis e le sue conseguenze a livello socio-sanitario, gli studi osservazionali consentono di individuare alcune associazioni". Per associazioni s’intendono disturbi psicotici e un più elevato rischio di avere problemi respiratori per i consumatori a lungo termine. Mentre durante l’adolescenza crescerebbe il rischio di schizofrenia, anche se in questi casi, è specificato, la genetica ha un ruolo cruciale. Queste incertezze invece scompaiono quando si parla di uso terapeutico. Della cannabis si riconoscono i benefici sul dolore cronico, artrite, tremori del Parkinson, malattie come la Sla, gli effetti collaterali della chemioterapia e nei malati terminali. Oltre che per il trattamento del disturbo post-traumatico da stress e dell’ansia. I rischi per la salute, evidenzia la ricerca, sono per lo più da collegarsi ai cannabinoidi sintetici decisamente più tossici, droghe che si legano agli stessi recettori cerebrali su cui agisce il THC, uno dei principali composti attivi presenti nella cannabis naturale, ma che nella cannabis trattata può raggiungere percentuali molto elevate. "Tanto che a loro carico sono stati segnalati avvelenamenti di massa e addirittura decessi", conclude lo studio.

IL PERICOLO DELL'ILLEGALITA'. Nel mercato illegale la cannabis trattata chimicamente circola senza controlli. Un pericolo soprattutto per la salute dei consumatori, che in Italia sono almeno quattro milioni. Lacannabis contaminata può contenere ogni tipo di sostanza: piombo, alluminio, ferro, cromo, cobalto ed altri metalli pesanti altamente nocivi. Secondo i favorevoli alla liberalizzazione è togliendo il controllo alla criminalità organizzata che si potrebbe risolvere il problema. A riguardo si è espressa anche la Direzione Nazionale Antimafia che ha evidenziato come si cancellerebbe un monopolio che regala alle mafie fino a 9,5 miliardi di euro l’anno solo dalla vendita di cannabis.

LA LEGGE IGNORATA. Certo è che a incidere sulla percezione della marijuana non ha aiutato la Fini-Giovanardi, che ha legiferato in tema dal 2006 fino al 2014 quando è stata giudicata incostituzionale dalla Consulta , causa della comparazione tra droghe pesanti e leggere (le seconde non classificate a rischio dipendenza). Secondo i critici questo non ha fatto altro che riempire le carceri di semplici consumatori non intaccando il grande traffico criminale. Basti pensare che in Europa il consumo o possesso per uso personale rappresenta circa i tre quarti di tutti i reati connessi alla droga. Ma dal 25 luglio 2016, da molti indicata come giornata storica, in cui per la prima volta il disegno di legge per la liberalizzazione è approdato alla Camera, non c’è stato nessun passo avanti. Rispedita in commissione senza alcuna discussione e con trenta parlamentari in aula, il ddl spera almeno in un ok ai suoi emendamenti , tra cui un’unica legislazione per l’uso terapeutico, oggi diversa da regione a regione.

Io, scienziato, dico: basta proibizionismo. Negli Usa, Trump o non Trump, cresce la legalizzazione. Perché l'esperimento del Colorado sta andando bene. E non è l'unico. In Italia, poi, la fine dei divieti avrebbe altri vantaggi: basta marijuana avvelenata dai mafiosi, meno profitti alla criminalità organizzata, rilancio dell'agricoltura. Maurizio Bifulco il 15 novembre 2016 su L'Espresso. Maurizio Bifulco, Presidente Facoltà di Farmacia e Medicina Università degli Studi di Salerno. L’8 novembre negli Stati Uniti in ben nove Stati non si è votato solo per eleggere il presidente ma anche per la legalizzazione della cannabis a scopo medico o ricreativo. In otto di questi la legge è stata approvata, solo in Arizona è stata invece respinta. Quattro stati - California, Nevada, Maine e Massachusetts - in cui era già consentito l’uso della cannabis per scopi medici, si sono espressi favorevolmente per la sua legalizzazione anche a scopi “ricreativi”, gli altri quattro – Florida, Arkansas, Montana e North Dakota - solo per finalità mediche. In particolare in California, primo Stato nel lontano 1966 a legalizzarne l’uso terapeutico, la misura approvata prevede l’uso libero per tutti i cittadini che abbiano compiuto 21 anni, il possesso di un’oncia (circa 28 grammi) di marijuana e la coltivazione fino a sei piante di cannabis per uso personale. Adesso, con l'elezione di Trump, non è chiaro che cosa succederà, anche se lui in campagna elettorale ha sostenuto che si tratta di una questione che dovrebbe essere lasciata agli Stati. È questo, comunque, un importante risultato che ci dice che negli Stati Uniti più della metà degli stati hanno un'ampia legislazione in materia di cannabis medica e quasi 68 milioni di americani, circa un quinto della popolazione, vive in un luogo dove i cittadini al di sopra dei 21 anni possono legalmente consumare marijuana per divertimento. Gli esperti sostengono che tale risultato si rivelerà un punto di non ritorno verso la fine del proibizionismo, incoraggiando altri Stati e il Congresso a perseguire simili riforme e potrebbero esserci ripercussioni anche su altri Paesi, come l’Italia. Il nostro paese infatti è tra i primi al mondo a valutare la proposta di legalizzazione della cannabis a scopo ricreativo oltre che terapeutico, con una proposta di legge, firmata da un intergruppo trasversale di 220 parlamentari, bipartisan, coordinato dal sottosegretario Benedetto Della Vedova, che è stata portata lo scorso luglio presso la Camera dei Deputati sull’abolizione dello storico proibizionismo sulle droghe leggere che da sempre caratterizza il nostro Paese. Le disposizioni avanzate col provvedimento mirano a disciplinare la massima quantità di cannabis detenibile per uso personale in pubblico o nel domicilio privato, la coltivazione, in proprio o mediante l’istituzione dei cosiddetti “cannabis social club”, come già accade in Spagna e Olanda, e la vendita al dettaglio, in negozi autorizzati dal Monopolio di Stato. Una vera rivoluzione, che non manca di sollevare polemiche, in linea con la proverbiale demonizzazione dei cannabinoidi in Italia, esemplificata anche dal lento iter burocratico che ne ha disciplinato piuttosto tardi, solo nel 2014, il loro impiego a scopo medico, con le singole Regioni che tardano ad introdurne l'applicazione con gli appositi decreti attuativi e tanti pazienti che vedono negato il loro diritto alla cura. La discussione è stata però rimandata da luglio all’autunno, per valutare con maggiore lucidità i punti chiave della proposta e i numerosi emendamenti ostruzionistici presentati in particolare da Area Popolare e dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin che sostiene che la cannabis è pericolosa per la salute e si dice convinta che questa proposta alla fine non avrà i numeri in Parlamento, affiancata in questa posizione dal ministro dell'interno Alfano. La dilazione nella discussione della proposta di legge, invece di essere considerata come un inevitabile fallimento del provvedimento, va vista invece come un'opportunità per informarsi sulla materia e prendere decisioni consapevoli e opportunamente ragionate. E proprio in quest'ottica l'incitamento di Roberto Saviano sulle pagine de L'Espresso ad informarsi prima di legiferare. Al di là di ogni strumentalizzazione, le ragioni del proibizionismo stanno, davvero, solo in motivazioni psicologiche e culturali, come sostengono alcuni, o anche in ragioni mediche e scientifiche? La politica di tolleranza che si propone di intraprendere potrebbe davvero avere risvolti positivi? Stando al modello olandese, sembra di sì: dagli anni ’80 ad oggi, la legalizzazione della cannabis, contrariamente alle aspettative, non ha aumentato il consumo di droghe, che, tra l’altro, si attesta tra i più bassi in Europa, anzi potrebbe aver ridotto il mercato clandestino, pur esistente, e tenuto alla larga giovani adolescenti da pericolose dinamiche delinquenziali. Incoraggiante anche l'esperienza del Colorado, dove a fronte dei vantaggi finanziari ricavati dalla legalizzazione (con cifre a nove zeri), non si è avuto un aumento significativo della spesa sanitaria e al contempo si è potuta registrare una significativa riduzione dei reati di microcriminalità, proprio quelli che più minano la sicurezza dei cittadini. Indubbiamente, il mercato della cannabis rappresenterebbe per l'Italia un vantaggio finanziario enorme per molteplici ragioni e l'occasione di lavoro per migliaia di persone in campo agricolo, dove l'Italia ha peraltro una tradizione e una competenza secolare nella coltivazione della canapa ad uso industriale. L'applicazione di un'imposta da parte del Monopolio di Stato sulla cannabis anche solo pari a quella che grava sul tabacco porterebbe a delle entrate di svariati miliardi di euro annui, come previsto nelle proiezioni finanziarie da diversi economisti. Non solo, tali guadagni verrebbero sottratti alle organizzazioni criminali e alle mafie, bloccandone di fatto un prezioso carburante in liquidità fondamentale per il loro sostentamento. Lo stesso Raffaele Cantone si è schierato apertamente a favore di una legalizzazione come viatico per la lotta alla criminalità organizzata e alle mafie. Inoltre bisogna considerare il risparmio in termini di costi di polizia e magistratura per tutti i reati di micro e macro-criminalità legati al traffico, allo spaccio e al possesso di droghe leggere. Come medico ed esperto di uso terapeutico di cannabinoidi, l'argomento che più mi convince ad una posizione più laica e possibilista verso la legalizzazione delle droghe leggere è sicuramente la possibilità di avere maggiormente sotto controllo la qualità della droga stessa. A partire dagli operatori della criminalità organizzata, fino al più piccolo spacciatore, molto spesso ragazzini di poco maggiori di dieci anni, interessa solo ed esclusivamente il guadagno. Il prezzo di una dose di droga dipende dal suo peso...e allora niente di più semplice che aumentare il peso di una partita di erba pura 'tagliandola' chimicamente, come si dice in gergo non solo con altre sostanze chimiche che aumentino il senso di assuefazione e inducano all'abuso e al maggiore consumo delle stesse, ma con qualunque trattamento chimico che la renda più pesante come paraffina, sabbia, vetro, fino ai residui chimici delle pile usate, delle batterie d'auto, le lacche e numerose sostanze tossiche. Le politiche di proibizionismo al momento sono risultate fallimentari e non solo non hanno ridotto il consumo di droghe, nè leggere nè pesanti, ma hanno di fatto alimentato i canali criminali mettendo a rischio la salute e la vita di tanti. E come detto ultimamente dall’ex ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick forse è arrivato davvero il momento di “chiudere il secolo proibizionista”.

Effetto Fentanyl. Sono migliaia i morti causati da questa nuova droga che sta arrivando anche in Italia. Medici e forze dell'ordine lanciano l'allarme. Giorgio Sturlese Tosi il 12 settembre 2019 su Panorama. La telefonata dal Canada era urgente. Il pacco era già in viaggio. A verbali e scartoffie burocratiche avrebbero pensato in seguito. Per prima cosa occorreva intercettare quella busta in transito all’aeroporto di Malpensa. Lo scorso febbraio gli uomini della Direzione centrale dei servizi antidroga, del Nas dei carabinieri e della polizia aeroportuale sono entrati in azione a tempo di record. Nel deposito dello scalo varesino hanno sequestrato la busta, si sono finti corrieri e l’hanno recapitata a destinazione, a casa di un 53enne pregiudicato di Alba. Le manette sono scattate mentre l’uomo, sulla porta, stava firmando la ricevuta di avvenuta consegna. Il pacchetto conteneva poco più di mezzo grammo di una sostanza, una nuova droga, che avrebbe potuto provocare decine di morti. Quello di Alba è stato il primo sequestro in Italia di un derivato del fentanyl, l’oppioide sintetico che negli Stati Uniti ha già provocato decine di migliaia di morti tra i tossicodipendenti. Altri sequestri sono stati eseguiti dai carabinieri nel 2019: la droga proveniva dal Canada e dalla Polonia. Ma gli investigatori sono preoccupati per l’interesse al mercato illegale degli oppioidi delle famiglie ’ndranghetiste canadesi, in stretto contatto con quelle italiane. Il fentanyl e i suoi derivati sono potenti antidolorifici di sintesi chimica. Oppioidi artificiali utilizzati in medicina per le terapie del dolore nei pazienti oncologici terminali o come anestetici in operazioni chirurgiche. Potenti fino a cento volte più della morfina e mille volte più dell’eroina, hanno invaso il mercato illegale del Nord America diventando un’emergenza nazionale. Il presidente Donald Trump, lo scorso 23 agosto, ha scritto su Twitter che il fentanyl proveniente dalla Cina (il principale produttore mondiale della sostanza) causa negli Usa 100 mila morti all’anno. Tra loro il cantante Prince, l’attore Philip Seymour Hoffman e, il 18 agosto scorso, il cuoco italiano di Cipriani Dolci a New York, Andrea Zamperoni. Negli Usa, dove l’approccio alla terapia del dolore prevede l’impiego massiccio di oppioidi (in Europa invece ricorriamo agli antinfiammatori), migliaia di pazienti si sono trasformati in tossicodipendenti. Il Tribunale dell’Oklahoma ha condannato Johnson & Johnson al pagamento di 572 milioni di dollari. Un precedente che potrebbe influenzare le altre 2 mila cause intentate contro i colossi farmaceutici e che, secondo stime americane, potrebbe costare a Big Pharma 100 miliardi di dollari in risarcimenti. Il «paziente zero», in Italia, è stato un 39enne di Desenzano, morto nel 2017. C’è voluto oltre un anno per accertare la presenza del fentanyl nel suo sangue: le analisi sono costose e i laboratori attrezzati in Italia solo una trentina. L’ultima relazione al Parlamento della Dcsa cita solo due morti accertate per overdose da fentanyl. Ma le statistiche non dicono la verità. La dottoressa Simona Pichini, ricercatore responsabile del laboratorio del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto Superiore di Sanità ne è certa: «Esiste un mercato illegale di almeno 30 derivati del fentanyl, sintetizzati nei laboratori clandestini da “drug designer” che modificano continuamente la molecola della sostanza. L’istituto invia gli aggiornamenti che riesce a scoprire a forze dell’ordine, pronto soccorsi, comunità terapeutiche e agli istituti di medicina legale ma in Italia mancano i dati sulla diffusione reale di queste sostanze e una conoscenza del fenomeno». Panorama ha interpellato esponenti delle forze di polizia che lavorano da anni in contesti di degrado e spaccio in alcune città italiane. Tutti hanno dichiarato, in effetti, di non aver mai sequestrato fentanyl né di aver mai chiesto ai rispettivi laboratori di cercarlo tra le sostanze sequestrate. Nemmeno in caso di overdose. Il fentanyl, insomma, già circola nelle nostre piazze, come dimostrano i sequestri più recenti, ma nessuno lo cerca. Spesso mixato all’eroina, è molto più potente e costa meno. Pochi granelli bastano a provocare un’overdose: la paralisi dei muscoli respiratori e collasso cardiaco. Oppioidi come il fentanyl non sono poi così complicati da reperire. Lo ha dimostrato un’operazione dei carabinieri di Cosenza dello scorso anno. La segnalazione era partita da una madre che aveva scoperto la dipendenza da antidolorifici del figlio. Un’organizzazione criminale utilizzava ricettari rubati negli ospedali o in studi medici per acquistare in farmacia cerotti antidolorifici a base di fentanyl, che venivano poi spacciati, a frazioni o interi, al prezzo di 50 euro. Sempre nel Cosentino, già nel 2016, i carabinieri avevano denunciato sei medici di base che prescrivevano a clienti tossicodipendenti farmaci contro il dolore a base di fentanyl per malati terminali di cancro, tra l’altro a carico del Sistema sanitario nazionale, pur essendo a conoscenza che quelle compresse venivano assunte come succedanee dell’eroina. Il maggiore canale di approvvigionamento dei derivati del fentanyl, però, è il dark web, la parte oscura di internet. E proprio sul mercato illegale della rete si concentrano gli sforzi della Direzione centrale per i servizi antidroga, del Dipartimento della pubblica sicurezza. Il colonnello della Guardia di finanza Alessandro Cavalli, a capo della divisione che si occupa di sostanze psicoattive e droghe sintetiche, parla di una realtà sfuggevole ai controlli e ammette che in Italia non ne abbiamo una percezione reale. Anche perché, al momento, il traffico internazionale di queste sostanze non è gestito dalle vecchie mafie, ancorate al monopolio delle droghe tradizionali, ma da associazioni criminali fluide che collaborano tra loro, dai chimici indiani alla mafia cinese ai cartelli messicani. «Noi però non siamo impreparati» afferma Cavalli. «Addestriamo il personale a trattare farmaci pericolosi come i derivati del fentanyl, abbiamo una sezione dedicata alle investigazioni sul web che collabora con i Paesi stranieri e abbiamo varato un progetto con corrieri e spedizionieri privati. In Italia, ogni mese, transitano 2 milioni di pacchi, impossibile controllarli tutti. Col nostro protocollo però possiamo intercettare quelli sospetti e sottoporli a esame con uno scanner o ispezionarlo con gli sniffer, piccole fibre ottiche che sbirciano il contenuto senza alterare la confezione. Per fare tutto questo puntiamo anche sulla collaborazione del settore privato delle spedizioni». Il problema è anche culturale. Per Pichini il fenomeno è sottovalutato dalle autorità giudiziarie: «Le procure dovrebbero essere più attente e richiedere esami dettagliati in laboratori attrezzati, che sono solo una trentina in tutta Italia. Invece in genere l’autopsia per una morte da overdose si accontenta di concludere che è stata provocata da eroina». Che però potrebbe essere stata confezionata con altri oppioidi più potenti. «In Italia non c’è ancora un’emergenza» conclude la dottoressa «ma le notizi che arrivano dall’estero, Europa compresa, sono allarmanti».

Funghi allucinogeni a Denver. Cosa c’è dietro? Orlando Sacchelli 9 maggio 2019 su Il Giornale. Con uno scarto di neanche duemila voti i cittadini di Denver (Colorado) hanno votato per depenalizzare il possesso dei funghi allucinogeni. Promosso dal gruppo “Decriminalize Denver” il referendum puntava a depenalizzare uso, possesso e coltivazione personale dei “funghetti magici” contenenti psilocibina. La “Initiated Ordinance 301” (il nome della proposta) invita le autorità a consentire l’uso esclusivamente in ambito privato e personale per chi abbia almeno 21 anni. Di fatto i funghetti non vengono legalizzati, ma è comunque un primo passo in tal senso, che dà uno scossone al Controlled Substances Act voluto da Richard Nixon nel 1971. L’ordinanza “proibisce alla città di spendere risorse per imporre sanzioni penali” a coloro che ne fanno uso. Se il risultato del voto verrà confermato (la prossima settimana saranno conteggiati anche i voti per posta) la legge non cambierà: possedere o vendere allucinogeni continuerà ad essere vietato, ma i reati legati a queste sostanze di fatto saranno considerati meno prioritari. Nota negli anni Sessanta come stupefacente, la psilocibina produce effetti sul sistema nervoso centrale inducendo esperienze psichedeliche, che alterano la sfera senso-percettiva e lo stato di coscienza. Proibita da tutti gli stati, nel 2018 la Food and drug Administration l’ha inclusa come possibile cura sperimentale alla depressione. Tesi ancora controversa a livello scientifico. L’unica certezza è che il movimento per la legalizzazione degli allucinogeni è molto attivo a livello mediatico, sia sui mezzi di comunicazione tradizionali sia sui social. L’obiettivo non è quello antiproibizionista classico della “riduzione del danno”, si punta invece ad allargare l’uso dei funghetti, rivolgendosi a chi ancora non li ha presi in considerazione. E si veicolano nomi rassicuranti (re-branding, effetti enteogeni), cercando accuratamente di evitare l’uso del termine allucinogeno. Le persone che provano i funghetti non sono “drogate”. I loro problemi esistenziali sono, per così dire, “resettati”. Su alcuni siti si leggono frasi di questo tipo: “Ci sono diverse ricerche in merito che dimostrano gli effetti “buoni” degli psichedelici per la salute mentale: una microdose di Lsd rende le persone più brillanti, mentre i funghi allucinogeni avrebbero il potere di aiutare dalla depressione e dall’ansia i pazienti affetti da tumore…”. Ma che senso può avere tutto questo? “C‘è un grande progetto per cambiare il senso di realtà delle persone: è l’anti-politica”. E’ l’opinione di uno psichiatra con cui ha parlato, che vanta diverse esperienze in campo internazionale: “Ti diamo più libertà interiore (chimica, virtuale) ma tu rinunci sempre più a quella esteriore (politica, reale). Più che un movimento si può parlare di più realtà, coordinate tra loro, con la volontà di depoliticizzare e desovranizzare ciascuno da sé e dalla realtà”. Quello che più conta è “il tuo senso (soggettivo) di controllo. Il potere fa sempre più appello a una oggettività indiscutibile (tecnocrazia, dittatura scientifica) mentre le persone comuni devono dubitare sempre più della propria percezione della realtà”. Ma fino a dove si spinge questo ragionamento? L’obiettivo potrebbe essere “governare più facilmente e in modo più efficiente (a basso costo), creando una dittatura tecnico-scientifica da cui dovrà essere difficilissimo sottrarsi, una sorta di via a senso unico. Basti pensare a quanto siamo più efficienti oggi con computer e telefonini. Rinunciarvi o diminuirne l’uso è difficile, sia perché siamo “addicted”, ovvero dipendenti alla maniera di un drogato, sia perché  siamo molto più competitivi usandone sempre di più”. Un altro fattore di cui non si può non tenere conto è che “l’automazione toglierà tantissimo lavoro, quindi si dovrà risolvere il problema rappresentato dal numero crescente di disoccupati. Proprio per questo digitale e web, droghe e reddito minimo per tutti procedono di pari passo…”. Se fosse davvero così sarebbe a dir poco inquietante. Ma forse è una visione un po’ troppo “complottista”. Voi come la vedete?

Fentanyl, il nuovo business dei narcos. Marijuana e cocaina sono superate. Sul mercato della droga spopolano nuovi prodotti, potenti antidolorifici tagliati con topicidi. Paolo Manzo il 12 giugno 2019 su Panorama. Il primo arresto in Lombardia è avvenuto lo scorso aprile. A Desenzano, addosso a un pusher è stato trovato del Fentanyl, un oppioide sintetico che negli Stati Uniti e in Canada sta falcidiando un’intera generazione. Dopo la cocaina e l’eroina, dunque, il mercato delle droghe si arricchisce di una nuova sostanza il cui viaggio comincia anch’esso molto lontano: in Sudamerica. Del resto, «il narcotraffico è la bomba atomica dell’America Latina». A dirlo, qualche decennio fa, è stato uno dei grandi zar colombiani della droga, tra i primi a essere estradati negli Stati Uniti: Carlos Lehder, tra i fondatori del cartello di Medellín. Oggi la bomba è esplosa, il potere dei narcos è più grande che mai e intelligence e investigatori di mezzo mondo difficilmente riescono a venirne a capo. La ragione della sua inarrestabile espansione è semplice: il crimine non solo è sempre più veloce nel comprendere le dinamiche del mercato, ma è esso stesso a orientarle. Prima ancora che una droga «muoia», se ne fabbrica un’altra, così il narcotraffico non si estingue mai. Lo capì prestissimo Pablo Escobar, che alla locale «marimba», come si chiamava nel gergo di strada la marijuana, le cui piantagioni riempivano all’epoca la Colombia, preferì sostituire, con un intuito più da imprenditore che da criminale, l’allora nuovissimo business della cocaina. «Inonderemo gli Stati Uniti di polvere bianca» profetizzava a metà degli anni Settanta, e la sua visione si rivelò corretta. Ancora oggi la cocaina è la droga che garantisce i maggiori profitti e da tempo i narcos sudamericani non considerano più la marijuana il «core business». La lasciano a più semplici fazioni alleate, come il PCC, il Primeiro Comando da Capital brasiliano, che gestisce quasi tutto il business della marijuana in Paraguay. I narcos, quelli veri e potenti, hanno cominciato piuttosto a dedicarsi con successo alla creazione di nuove droghe sintetiche che stanno devastando milioni di giovani americani e canadesi; in Europa si stanno affacciando timidamente, per adesso, con il pericolo però di un’ecatombe nei prossimi anni.

Il Fentanyl, in particolare, è diventata la nuova tendenza del florido business delle droghe. Questo oppioide sintetico è esploso sul mercato grazie alla facilità con cui i medici nordamericani somministrano pesanti antidolorifici per i mali più comuni (anche tra gli anziani). Peccato però che tra gli effetti collaterali ci siano assuefazione e dipendenza, tanto che sono ormai parecchie le class action contro le case farmaceutiche che li hanno prodotti. I cartelli messicani hanno subodorato il business e, facendo leva su un mercato già assuefatto, hanno messo in circolazione il Fentanyl prodotto da loro stessi, mescolato con eroina e persino con topicidi, trenta volte più potente di questa droga tradizionale. Risultato: una generazione di «zombie» le cui overdose sono  spesso mortali, con un costo sociale e sanitario immenso. All’inizio i cartelli si limitavano a comprare il Fentanyl dalla Cina. Poi, acquisendo un know-how chimico, si sono messi in proprio. I precursori continuano ad arrivare dall’Oriente (soprattutto India e Cina) e dall’Argentina, ma la sostanza la producono loro. I più forti nel settore sono i cartelli messicani di Sinaloa e Jalisco Nueva Generacíon che forniscono anche l’eroina per mescolarla al Fentanyl. In Europa, appunto, non sono ancora entrati in modo massiccio: qui continuano ad avere la meglio cocaina ed eroina. Ma alcuni casi recenti hanno messo in allerta le autorità sanitarie. Se il Fentanyl arriverà massicciamente sui mercati europei sarà un disastro, e la legalizzazione della marijuana non aiuterà certo ad arginare la curiosità del consumatore. In questo Stati Uniti e Canada dovrebbero servire da lezione: laddove la marijuana è stata legalizzata, il mercato del Fentanyl è prospero come non mai. Dal 2013 al 2016, secondo il Rapporto dell’ottobre 2018 della Dea, l’Agenzia antidroga statunitense, le morti per eroina e Fentanyl sono raddoppiate: queste nuove droghe si comprano senza difficoltà su internet, quando non le distribuiscono, quasi porta a porta, gruppi installati negli Stati Uniti e legati alle Maras, le organizzazioni criminali centroamericane. La media stimata dalla Dea è di 174 morti per overdose al giorno, una strage. Al Fentanyl vanno sommate poi le metanfetamine. Se alla frontiera tra Messico e Stati Uniti nel 2010 ne sono state sequestrate 4 tonnellate, nel 2018 si è arrivati a quota 37. L’anno scorso la Dea e il Dipartimento di Giustizia americano hanno varato un piano d’emergenza nazionale, l’Operation Synthetic Opioid Surge, con l’obiettivo di dichiarare guerra agli oppioidi. Un business potenziale che ha interessato, peraltro, anche la ’ndrangheta italiana. Nel 2017 a Gioia Tauro e a Genova sono state sequestrate rispettivamente 24 milioni di compresse e 37 tonnellate di Tramadol, un potente oppiaceo sintetico (come il Fentanyl) che, mescolato con stimolanti, diventa la  cosiddetta «droga del combattente»: una super amfetamina che annulla la paura in chi la assume. Con un dettaglio inquietante. Il carico di Tramadol proveniente dall’India era diretto in Libia, all’Isis. Pronto a essere usato, probabilmente, dai terroristi nelle loro azioni.

·         Pelle, occhi, malattie rare: le nuove frontiere delle cellule staminali.

Pelle, occhi, malattie rare: le nuove frontiere delle cellule staminali. Pubblicato sabato, 14 settembre 2019 su Corriere.it da Adriana Bazzi. Le eccellenze della ricerca italiana. Oltre ai trattamenti di avanguardia queste cellule sono usate per affrontare migliaia di casi di tumori. L’ Italia ha un primato, anzi tre. Parliamo di cellule staminali. Il primo ci riporta alla memoria Hassan, il bambino-farfalla con la pelle così fragile, proprio come le ali dell’insetto, da sfaldarsi in continuazione. Lui, siriano di origine, vive in Germania e un’équipe di medici italiani, guidati da Michele De Luca, lo ha curato, su invito dei colleghi tedeschi, nel 2015, salvandogli la vita. Primo caso al mondo. La sua malattia si chiama epidermolisi bollosa, provoca bolle cutanee che si rompono in continuazione e soltanto il trapianto di cellule staminali della pelle, geneticamente modificate per correggere il difetto causa della malattia, è riuscito a controllare. «È un intervento ancora sperimentale — precisa De Luca che dirige il Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” all’Università di Modena-Reggio Emilia e ha messo a punto la metodica — ma adesso Hassan, dopo quattro anni dall’intervento , sta bene». Il secondo e terzo fiore all’occhiello del made in Italy delle staminali riguardano, invece, terapie già approvate e disponibili per i pazienti. Una si chiama Strimvelis: è un «farmaco» (se così si può definire, ma più specificamente i tecnici parlano di «prodotto medicinale per terapie avanzate»), messo a punto e brevettato dai ricercatori dell’Istituto Telethon all’Ospedale San Raffaele di Milano, diretto da Luigi Naldini, che ha ricevuto l’approvazione dall’Ema, l’Agenzia europea per i farmaci, nel 2016. È la prima terapia che cura una rara malattia genetica, chiamata Ada-Scid (ogni anno colpisce in Europa 15 bambini): si tratta di una mancanza di difese immunitarie che lascia i piccoli in balia delle infezioni e li costringe all’isolamento. Anche in questo caso si usano staminali modificate geneticamente in modo da veicolare il gene sano. Per il terzo primato si torna a Modena. Questa volta si parla di cornea (il rivestimento esterno dell’occhio) e della possibilità di ripararla quando ha subito un’ustione chimica, non curabile con i tradizionali trapianti di cornea da cadavere. La terapia, messa a punto da De Luca in collaborazione con Graziella Pellegrini di Modena e ricercatori del San Raffaele di Milano, sfrutta staminali della cornea, senza modificazioni genetiche. Il nuovo farmaco, approvato nel 2015, si chiama Holoclar. Questi brillanti risultati della ricerca italiana aiutano a cancellare la vergogna di Stamina, quella società che, alcuni anni fa, prometteva guarigioni «miracolose» con le staminali somministrate a pazienti affetti da ogni tipo di malattia, senza alcuna prova scientifica. Sollevando inutili speranze. Ma a parte i nuovi trattamenti d’avanguardia, non dobbiamo dimenticare che le staminali, soprattutto quelle del sangue, sono già utilizzate da anni nella cura di alcuni tumori. «Sono ormai decine di migliaia i casi trattati nel mondo con le staminali del sangue — precisa Paolo Corradini, Presidente della Società Italiana di Ematologia —. Dobbiamo, però, distinguere due situazioni. La prima riguarda certe neoplasie, come quelle del testicolo, i sarcomi e i tumori neurologici dei bambini, curabili con alte dosi di chemioterapici che distruggono il midollo osseo. Ecco allora che si ricorre al trapianto autologo, utilizzando, cioè, cellule staminali del paziente stesso per ricostituire il midollo. Le staminali non sono, dunque, la vera cura, ma servono come supporto». Costituiscono, invece, un vero e proprio trattamento per tumori come leucemie, linfomi e mielomi. «L’obiettivo, qui, è sostituire le cellule malate del midollo con staminali sane, provenienti da donatori — continua Corradini —. Queste ultime non soltanto produrranno gli elementi del sangue, ma ricostruiranno anche il sistema immunitario del paziente. L’utilizzo di staminali del cordone ombelicale, che ha sollevato molte aspettative in passato, non si è, invece, rivelato veramente utile». Fin qui, dunque, si è parlato di trattamenti già disponibili per i pazienti che utilizzano staminali adulte: quelle, cioè, che si trovano nei tessuti umani e, normalmente, ne assicurano la rigenerazione. Poi c’è tutto il mondo delle sperimentazioni, più o meno avanzate, riportato alla ribalta dalle cronache con il caso Schumacher, il campione di Formula Uno appena ricoverato all’Ospedale Pompidou di Parigi, nel reparto di Philippe Menasché, per sottoporsi a cure con staminali definite «top secret» che forse riguardano la funzionalità del cuore. Molte di queste sperimentazioni sfruttano, invece, staminali embrionali. «Le ricerche più promettenti con le embrionali, che sono cellule totipotenti, davvero capaci, a differenza di quelle adulte, di dare origine a moltissimi tessuti dell’organismo, riguardano le malattie della retina e il morbo di Parkinson» spiega De Luca. Gli studi sono in corso soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dove i limiti all’uso delle staminali embrionali non sono stretti come da noi. Queste cellule, d’altra parte, sono utili proprio quando si tenta di riparare organi come la retina e il cervello che, a differenza della pelle o del midollo, non si rigenerano e non hanno staminali proprie. Ci sono poi altre ipotetiche indicazioni all’uso delle staminali: per esempio la cura delle malattie cardiovascolari, come l’insufficienza cardiaca, o quelle muscolari, come la distrofia di Duchenne, ma gli studi sono molto preliminari e spesso controversi. E controverso è anche il fatto di usare «estratti di staminali» per presunte proprietà anti-infiammatorie. «La “magic bullett”, la pallottola magica a base di staminali che cura tutto non esiste» conclude De Luca. Perché la ricerca è ricerca, mentre il business (enorme in questo settore) è un’altra cosa.

·         Tumore e cancro: il vero, il falso, l'improbabile.

Tumore e cancro: il vero, il falso, l'improbabile. Timori ingiustificati, allarmi, leggende su "cosa fa venire il cancro". Queste le conclusioni degli scienziati, scrive Daniela Mattalia il 15 marzo 2019 su Panorama. L’ultimo caso controverso è quello del borotalco, accusato di provocare il tumore all’ovaio se usato in grandi quantità e in modo prolungato. Il sospetto è che il minerale, formato da magnesio e silicio, possa esporre al rischio perché contaminato (durante l’estrazione dalle miniere) da particelle di amianto. Secondo lo Iarc di Lione, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro che stila l’elenco delle sostanze pericolose per la salute, il prodotto è «potenzialmente cancerogeno»: interpellata da Panorama, l’autorità chiarisce, però, che non ci sono raccomandazioni, rimandando eventuali indicazioni al ministero italiano. Intanto, negli Stati Uniti, da dove l’allarme è partito, è boom di richieste di risarcimento danni, e online ormai circolano così tante informazioni che diventa difficile individuare quelle corrette. E la confusione su che cosa «fa venire il tumore» non fa che crescere. Non compriamo più il talco? Evitiamo l’aspartame? Addio carne rossa? Rinunciamo al vino? «Per quanto riguarda il borotalco, vari studi epidemiologici riportano un aumento di rischio del 20-30 per cento» dice Maurizio D’Incalci, capo dipartimento di oncologia dell’Istituto Mario Negri di Milano. «I dati raccolti, però, non sono del tutto coerenti e possibili errori nelle indagini possono motivare, in parte, questa debole associazione». Un esempio. È possibile che le donne colpite dal tumore all’ovaio, e considerate negli studi, abbiano riferito un utilizzo più frequente del prodotto perché sensibili al problema e influenzate dalle notizie apparse sui giornali. «Senza evidenti spiegazioni biologiche, sebbene un rischio limitato non possa essere escluso, i risultati non sono ancora completamente convincenti per stabilire un nesso causa-effetto» conclude l’esperto. Nell’attesa di distinguere tra studi poco conclusivi e pareri spesso discordi degli esperti, che si fa? Pubblicata nei giorni scorsi sul New Scientist, una tabella riassume le conoscenze e il grado di rischio di sostanze, prodotti di uso comune, alimenti, comportamenti (in alto). Una bussola per non perdere l’orientamento. Tenendo presente, in ogni caso, che il cancro è una patologia legata a più fattori. Su alcuni, come la predisposizione o i geni, non è dato agire. Su altri è possibile. Uno dei fattori «evitabili», per esempio nel tumore al seno, è l’obesità. Così come le ustioni solari lo sono per i tumori alla pelle, soprattutto nell’infanzia. Aumentano il rischio altri elementi controllabili, come l’epatite e il papilloma virus (per le quali esiste il vaccino.

La separazione tra ciò che si pensa e le scoperte scientifiche ha profonde radici, e lo dimostra un sondaggio realizzato nel 2018 dalla University College London e dalla University of Leeds, su 1.330 persone: solo il 60 per cento ritiene che le ustioni solari possano incidere, appena il 30 per cento è consapevole del legame tra papilloma virus e tumore alla cervice. All’opposto, una persona su tre è convinta che il cellulare provochi sicuramente il cancro al cervello, mentre lo Iarc classifica i campi elettromagnetici a radiofrequenza (inclusi i segnali wi-fi e di telefonia mobile) come «potenzialmente cancerogeni». Spiega l’agenzia a Panorama: «La valutazione si basa su un aumentato rischio di glioma, un tumore al cervello associato all’uso del wireless». Il gruppo di lavoro non ha, però, quantificato il pericolo. Resta valido quanto riportato in uno studio precedente (condotto fino al 2004) che ha mostrato un «più 40 per cento» di rischio nella categoria di utilizzatori cosiddetti pesanti. Un capitolo a parte va dedicato all’aspartame, che è fuori dalla lista Iarc, nonostante i ripetuti allarmi. «In realtà il dolcificante in commercio è sicuro, come ha stabilito un documento dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare della Commissione europea» riassume Cristina Bosetti, responsabile dell’unità epidemiologia dei tumori al Mario Negri. Non c’è da preoccuparsi nemmeno per il caffè: «Il nesso con il cancro si può tranquillamente escludere» aggiunge Bosetti. Gli alcolici, invece, incidono sulle probabilità di tumori del fegato, della testa e del collo e della mammella, per citarne alcuni. Il tabacco, infine, è collegato al 22 per cento di decessi di tumore nel mondo. «Anche se abbiamo assistito a un calo del vizio del fumo negli uomini, cui è seguita una diminuzione sostanziale di incidenza di tumori polmonari e di morti per questa malattia, nelle donne si è osservata una riduzione nel consumo solo più di recente, e tra loro la mortalità per questo tumore è ancora in crescita» avverte D’Incalci, caldeggiando campagne di sensibilizzazione più decise. Un altro modo efficace, e fuori da ogni ragionevole dubbio, per evitare irreparabili guai.

La conferma:  non ci si ammala  di cancro per caso  o per sfortuna. Pubblicato lunedì, 20 maggio 2019 da Silvia Turin su Corriere.it. Non ci si ammala di cancro per caso o per sfortuna: lo confermano i risultati dello studio di un gruppo di scienziati dell’Istituto Europeo di Oncologia, appena pubblicato sulla rivista scientifica Nature Genetics e finanziato dallo European Research Council (ERC). I ricercatori, guidati da Piergiuseppe Pelicci, Direttore della Ricerca IEO e Professore di Patologia Generale all’Università di Milano, e Gaetano Ivan Dellino, ricercatore IEO e di Patologia Generale dell’Università di Milano, in collaborazione con il gruppo diretto da Mario Nicodemi, Professore all’Università di Napoli Federico II, hanno scoperto che una delle alterazioni geniche più frequenti e importanti per lo sviluppo del cancro, le “traslocazioni cromosomiche”, non avvengono casualmente nel genoma, ma sono prevedibili e sono provocate dall’ambiente esterno alla cellula. «Nel corso della vita, un uomo su 2 e una donna su 3 si ammalano di cancro - spiega Pelicci - Perché? Un tumore si sviluppa quando una singola cellula accumula 6 o 7 alterazioni del DNA a carico di particolari geni: i geni del cancro. La domanda diventa quindi: che cosa determina quelle alterazioni? La ricerca di una risposta ha creato due scuole di pensiero: una che identifica la causa principale nell’ambiente in cui viviamo e nel nostro stile di vita, e l’altra che ne attribuisce l’origine alla casualità e dunque, in ultima analisi, alla sfortuna». Secondo tre precedenti studi pubblicati su Science, a firma da Bert Vogelstein, uno degli scienziati contemporanei più autorevoli, due terzi delle mutazioni trovate nei tumori si formano durante la normale vita dei nostri tessuti, quando le cellule duplicano il proprio Dna per moltiplicarsi. Siccome queste mutazioni sono considerate inevitabili, perché dovute ad errori casuali, Vogelstein aveva concluso che le stesse avverrebbero in ogni caso, anche se il nostro fosse un pianeta perfetto e i nostri stili di vita irreprensibili. I lavori pubblicati hanno stimolato un grande dibattito nella comunità scientifica. «Oggi pubblichiamo un lavoro che mette in discussione la casualità delle traslocazioni cromosomiche - spiega Dellino in un comunicato - , uno dei due tipi di alterazioni geniche trovate nei tumori. Le traslocazioni sono la conseguenza di un particolare tipo di danno a carico del Dna, ossia la rottura della doppia elica. Come per le mutazioni, pensavamo che questo tipo di danno avvenisse casualmente nel genoma, ad esempio durante la divisione cellulare, come ipotizzato da Vogelstein. Al contrario, studiando le cellule normali e tumorali del seno, abbiamo scoperto che né il danno al Dna né le traslocazioni avvengono casualmente nel genoma. Il danno si verifica all’interno di geni con particolari caratteristiche e in momenti precisi della loro attività. Si tratta di geni più lunghi della media e che, pur essendo “spenti”, sono perfettamente attrezzati per “accendersi”. La rottura del Dna avviene nel momento in cui arriva un segnale che li fa accendere. Studiando queste caratteristiche, possiamo prevedere quali geni si romperanno e quali no, con una precisione superiore all’85 per cento». «La questione centrale, che cambia la prospettiva della casualità del cancro, è che l’attività di quei geni è controllata da segnali specifici che provengono dall’ambiente nel quale si trovano le nostre cellule, e che a sua volta è influenzato dall’ambiente in cui viviamo e dai nostri comportamenti. Questa scoperta– continua Pelicci - ci insegna che la sfortuna non svolge alcun ruolo nella genesi delle traslocazioni e che abbiamo ora un motivo scientifico in più per non allentare la presa sulla prevenzione dei tumori. Per ora non abbiamo capito quale sia esattamente il segnale che induce la formazione delle traslocazioni, ma abbiamo capito che proviene dall’ambiente, pur ignorando ancora luoghi e circostanze. È possibile, infine, che il medesimo meccanismo, o uno simile, possa essere anche alla base delle mutazioni studiate da Vogelstein. Ci stiamo lavorando», conclude il ricercatore. A oggi conosciamo con certezza alcuni dei fattori ambientali che causano il cancro: fumo, alcool, obesità, inattività fisica, eccessiva esposizione al sole, una dieta ad alto contenuto in zuccheri e carni rosse o processate, e a basso contenuto di frutta, legumi e vegetali. La comunità scientifica concorda sul fatto che se tutti questi fattori fossero eliminati - e ciascuno è eliminabile - potremmo prevenire il 40 per cento dei tumori. Conosciamo inoltre alcuni virus e batteri che causano cancro: il virus Hpv favorisce il cancro della cervice e della faringe, il virus Hbv quello del fegato, il batterio Helicobacter pylori quello dello stomaco. Le vaccinazioni contro quei virus hanno il potenziale di evitare, da soli, il 15 per cento dei tumori nel mondo. Anche l’esposizione ad agenti inquinanti ambientali, occupazionali o industriali è causa di una frazione dei tumori. Purtroppo, però, a parte alcune eccezioni, come ad esempio l’amianto, non abbiamo ancora ben capito quali siano esattamente e quanto incidano. «Per quanto oggi sappiamo, ciascuno di noi può scegliere se prevenire il 40 per cento dei tumori, con pochi e precisi cambiamenti del modo in cui viviamo. La comunità scientifica lavorerà sul restante 60 per cento. A patto che ci siano fondi sufficienti per la ricerca», ricorda Pellicci.

Il cancro non è dovuto al caso o alla sfortuna: dipende dall'ambiente. La conferma in uno studio ad opera di ricercatori italiani. Francesca Bernasconi, Martedì 21/05/2019, su Il Giornale. "Non ci si ammala di cancro per caso o sfortuna". A confermarlo è uno studio scientifico, opera di un team di ricercatori italiani e pubblicato su Nature Genetics, che mostra come sia possibile rintracciare le cause della malattia nell'ambiente e nelle traslocazioni cromosomiche. Queste, spiegano gli scienziati, sono alterazioni geniche che portano allo sviluppo dei tumori. Ma le alterazioni non avvengono casualmente, per predestinazione o sfortuna, come sostenevano studi precedenti, come quello del 2015, opera di un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins School of Medicine. Secondo gli studiosi italiani, guidati da Piergiuseppe Pelicci, direttore della Ricerca Ieo e professore di Patologia generale all'università degli Studi di Milano, e Gaetano Ivan Dellino, ricercatore Ieo e di Patologia generale della Statale, in collaborazione col gruppo diretto da Mario Nicodemi, docente dell'ateneo di Napoli Federico II, le traslocazioni cromosomiche sono prevedibili e causate dall'ambiente esternoalla cellula. "Un tumore si sviluppa quando una cellula accumula 6 o 7 alterazioni del Dna a carico di particolari geni: i geni del cancro", spiegano gli scienziati. Le alterazioni possono consistere piccoli cambiamenti strutturali o arrivare anche alla fusione di due geni. Uno studio dello scienziato Bert Vogelstein ha dimostrato che le alterazioni si formano, quando le cellule duplicano il proprio Dna e, dato che queste mutazioni sono inevitabili, lo studioso ha concluso che avverrebbero a prescindere dagli stili di vita. Il lavoro dei ricercatori italiani, invece "mette in discussione la casualità delle traslocazioni cromosomiche", causate dalla rottura della doppia elica. "Pensavamo che questo tipo di danno avvenisse casualmente nel genoma, ad esempio durante la divisione cellulare come ipotizzato da Vogelstein- spiegano gli autori dello studio- Al contrario, però, studiando le cellule normali e tumorali del seno, abbiamo scoperto che né il danno al Dna né le traslocazioni avvengono casualmente nel genoma". Il danno, infatti, "avviene all'interno di geni con particolari caratteristiche e in momenti precisi della loro attività", che permettono di "prevedere quali geni si romperanno e quali no". Quindi, conclude il team tricolore, "l'attività di quei geni è controllata da segnali specifici che provengono dall'ambiente nel quale si trovano le cellule, che a sua volta è influenzato dall'ambiente in cui viviamo e dai nostri comportamenti". Viene così ribadita l'importanza della prevenzione dei tumori, adottando uno stile di vita sano, evitando i fattori ambientali che favoriscono la formazione del cancro: fumo, alcol, obesità, inattività fisica, eccessiva esposizione al sole, una dieta ad alto contenuto in zuccheri e carni rosse o processate, e a basso contenuto di frutta, legumi e vegetali. Inoltre, è bene effettuare i vaccini contro i virus e i batteri che causano i tumori.

Con i nuovi risultati è stata aperta "una finestra sul meccanismo molecolare alla base delle traslocazioni, che forse potremo usare in futuro come marcatore per identificare il rischio di sviluppare la malattia, o come bersaglio per disegnare farmaci che aiutino a prevenire il cancro". Per il momento, non è ancora chiaro quale sia il segnale che porta alle traslocazioni, ma la cosa importante è aver capito che "proviene dall'ambiente".

Se la salute è un lusso: curare un tumore costa 40mila euro l'anno. Terapie, visite non coperte da ticket, trasporti e ricadute sui familiari: «Servono più risorse». Maria Sorbi, Giovedì 16/05/2019, su Il Giornale. Non tutti i pazienti oncologici si possono permettere le cure allo stesso modo. Quasi fosse un lusso ammalarsi. Uno degli effetti collaterali sociali del cancro è nascosto nelle pieghe dei costi a carico del malato: 40mila euro a testa nei cinque anni successivi alla diagnosi. Significa una spesa complessiva di 5,3 miliardi di euro. Da qui le scelte drastiche di molte famiglie: limitarsi allo stretto indispensabile, lasciar perdere riabilitazioni, protesi e assistenza psicologica, tirare il più possibile la cinghia, aspettare mesi e mesi per una ricostruzione al seno, lasciar perdere le diete anti cancro, troppo care. In sintesi: curarsi male. A scattare la triste fotografia italiana è l'undicesimo rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici che la Favo (federazione delle associazioni di volontariato in oncologia) presenterà oggi in Senato. È vero che il sistema sanitario spende 16 miliardi all'anno per i 3,3 milioni di pazienti oncologici, ed è altrettanto vero che si tratta pur sempre del 15% della spesa sanitaria, non poco. Ma evidentemente non è sufficiente. Per far fronte alle liste d'attesa troppo lunghe i pazienti si rivolgono alle strutture private e pagano di tasca propria interventi ricostruttivi (con una spesa media all'anno di 2.600 euro), colf e badanti (1.400 euro), trasposti (800 euro), visite non coperte dal ticket (400 euro). E soprattutto perdono più di sei mesi di lavoro e di guadagno. Aspetto che non rappresenta un problema per chi ha un contratto a tempo indeterminato ma che è un guaio per chi lavoro con partita Iva o con contratti senza garanzie. La malattia manda all'aria l'intero bilancio famigliare: anche i caregiver, cioè i parenti che assistono il malato, sono costretti a rinunciare al lavoro per affiancare la badante o per prendere il suo posto. Dall'indagine Favo emerge che in media hanno perso 20 giorni di lavoro in un mese e il 26% di loro ha subito una riduzione del reddito attorno al 30%. «Il nostro sistema sanitario - spiega Giordano Beretta, presidente Aiom (associazione di oncologia medica) - permette a tutti di accedere a trattamenti per la diagnosi e la cura dei tumori. Malgrado ciò, esistono problematiche legate alla necessità di effettuare accertamenti al di fuori del pubblico a causa delle lunghe liste d'attesa». Francesco De Lorenzo, presidente Favo, sprona ad analizzare «i costi reali del cancro per programmare le politiche sanitarie e perché la politica destini in modo corretto le risorse». Come fare per alleggerire le incombenze di una famiglia che si trova a combattere contro la malattia? La Favo presenta in Senato un mini decalogo in cui suggerisce interventi fiscali e affini. Urge, ad esempio, informare con chiarezza le famiglie su quali esenzioni possono ottenere in caso di una patologia oncologica. E ancora, vanno ridiscussi i parametri e le regole per detrarre i costi associati alla malattia in sede di regime fiscale. «Dobbiamo affrontare al più presto il tema dei caregiver» sostiene De Lorenzo, che propone come primo passo di informarli su come accedere ai benefici previsti dalla legge in campo lavorativo, previdenziale e assistenziale. Altro tema caldo è quello delle partite Iva a cui, in qualche modo, vanno garantite delle agevolazioni, che potrebbero essere una rateizzazione dei contributi, un rimborso per le spese domiciliari, l'equivalente di un'indennità. Se davvero entro il 2020 i malati oncologici saranno un popolo di 4,5 milioni, sempre più cronicizzati, allora vanno studiate delle misure di tutela fin da adesso. Per garantire un po' di tranquillità.

·         Alla ricerca dell’anima.

Vittorio Feltri 4 Maggio 2019 su Libero Quotidiano: la scienza sa tutto ma non trova l'anima e fallisce. Un amico medico, non uno stregone, mi ha proposto un libro uscito undici anni fa: Una scienza senz' anima, autore Giuseppe Sermonti, Lindau, p 135, 14,50. Leggilo, mi ha detto: ti stupirà, è pure breve. Nel titolo si combattono un paio di parole che nella mia mente, ma - sono certo - anche in quella di gran parte dei lettori, si negano a vicenda. Scienza e anima? Il mio riflesso istantaneo è stato di ovvia ripulsa: logico che la scienza non abbia un' anima, se ce l' avesse non sarebbe scienza, perché dovrebbe ammettere l' esistenza di qualcosa che non può misurare, e se non è misurabile non esiste. A sua volta: semmai l' anima esista, si accontenti di stare al posto suo, senza invadere i terreni aridi degli esperimenti che non sopportano quesiti esistenziali. Due campi diversi. Ciascuno dei due elementi non invada il recinto altrui. Che poi ci siano scienziati che credano nell' anima immortale, e preti che siano astronomi, pazienza: affari privati. La mescolanza di essenze agli antipodi aumenterebbe la confusione. Non esito ad affermare che questo volume ha sconvolto il luogo comune in cui ero immerso. Devo per prima cosa ragguagliarvi sulla figura dell' autore. Giuseppe Sermonti è scomparso pochi mesi fa, a novant' anni suonati. È stato uno dei più insigni biologi italiani, ha fondato - per citare uno dei suoi meriti - la «genetica dei microrganismi produttori di antibiotici». Ad un certo momento della sua vita, dopo trent' anni di ricerche e successi, con una carriera favolosa, ha fatto una scoperta, la vera scoperta. Che la ragione non può essere misura della realtà, come pretende di essere secondo il credo scientista. Essa, la realtà, sfugge. Conserva un punto profondo che non si può imbottigliare con una legge. La scienza non è così stupida. Quella che oggi invece si autodefinisce scienza, con le sue gerarchie di scienziati, è un tradimento della vera scienza. È un processo innescato nell' età moderna e oggi al diapason, per la presunzione susseguente alle avventure conoscitive nel campo del Dna (semplifico da ignorante). Essa insomma ha rinnegato la sua anima.

UOMO RIDICOLIZZATO - Con l' adesione universale all' evoluzionismo, la scienza ha ridicolizzato l' uomo comune e la sua percezione delle cose. L' albero, la montagna, i capelli non sono quello che gli occhi ci dicono e la tradizione conferma. Questi conglomerati di molecole sono semplici passaggi casuali nel corso dell' evoluzione. La capacità di conoscenza autentica è prerogativa di chi sa le leggi dello sviluppo. La conseguenza è che la scienza nella presunzione di impadronirsene, ci allontana dalla realtà, e pretende di sostituire alle cose quotidiane, al tramonto, alla luna, alle rondini, una rappresentazione senza mistero. Poi di sera ci rifilano trasmissioni sui buchi neri, che sarebbero la realtà vera, rispetto al nostro banale micro-mondo. Una menzogna, perché secondo Sermonti conosce di più la vecchina con i suoi riti antichi e contadini, e la sua nostalgia per una origine misteriosa ma pacificante. Vero o no? I quesiti in me restano aperti. Certo le tesi del professore eretico impressionano per la forza argomentativa e la passione con cui denuncia il dominio post-moderno di questa religione totalitaria degli algoritmi, che ci ha privato del gusto della scoperta, riducendo qualsiasi ente alle sue componenti chimico-fisiche, a una somma di geni, una catena di eventi casuali, studiati secondo un metodo che ha rinnegato la bellezza. Ho detto eretico. Sbaglio. È la cupola degli scienziati ad aver scelto l' apostasia dalla vera «scienza con l' anima». Da quando maturò questa certezza, Sermonti, con una penna folgorante, si batte per recuperare la scienza alla sua vera natura, che non ha per compito l' efficienza, ma lo stupore dinanzi ai segreti che disvela, senza pretesa di impossessarsene.

AUTENTICHE SORPRESE - Il libro è insieme polemico e molto dolce. A me ha riservato delle autentiche sorprese. Ad esempio la dimostrazione empirica (e se sbaglio qualcuno mi corregga) che la tecnologia viene prima della scienza. La tecnica è l' arte senza troppe teorizzazioni con cui si risponde a dei problemi pratici. Dalla meccanica alla medicina è andata così. Riferendosi a quest' ultima, scrive Sermonti «che quei reali sollievi che la Medicina ha portato alla sofferenza umana non hanno avuto di regola nulla a che fare con il Progresso della scienza». Non sono merito di leggi nuove poi applicate alle malattie da curare. Infatti, assicura l' autore, «le grandi scoperte della Medicina sono, per maggior parte, di origine umilissima. Per lo più siamo tributari dell' empirismo e malvolentieri ci si rassegna ad ammetterlo». Viceversa la scienza, ed in particolare oggi soprattutto la medicina (con annesse biologia, farmacologia ecc), si è trasformata in una religione totalitaria, dotata di «colossale organizzazione», con i suoi vescovi e cardinali (non stiamo parlando qui di grandi medici) a cui tutti ci inchiniamo, e che ci impongono il dogma nella fiducia assoluta nel Progresso, i cui ingredienti sono conosciuti e conoscibili solo dalla casta che si accredita come l' unica sapiente e in fondo degna di essere considerata umana. In alcune pagine, molto amare, Sermonti si mostra consapevole di essere parte di una minoranza, la cui voce è tacitata. Non so se abbia in tutto o solo in parte ragione. Confesso: mi è simpatico anche perché si è messo a polemizzare contro premi Nobel, ai quali la scoperta di una sottospecie di moscerino ha fatto credere di essere Mosè con le tavole della (nuova) legge. So di certo che il suo invito a guardare la sera il firmamento, a osservare i movimenti del gatto per quello che sono, a percepire come gratuito, somigliante agli «archetipi» primordiali e non prodotto della chimica, l' affetto che mi porta mia moglie o un amico, mi ha fatto respirare con calma. Vittorio Feltri

·         Albert Einstein: indagine sui segreti dell’universo.

Albert Einstein: indagine sui segreti dell’universo. Il libro in edicola. Pubblicato mercoledì, 13 marzo 2019 da Corriere.it. Nel sottolineare l’impegno «pacifista e internazionalista» di Albert Einstein, nella sua biografia del grande fisico in edicola dal 14 marzo con il «Corriere», Vincenzo Barone mostra come esso s’intrecciasse con le istanze scientifiche. Il cammino era stato lungo, e non sempre facile. Una prima teoria della relatività (il termine è di Max Planck), detta ristretta o speciale, era stata formulata da Einstein nel 1905 basandosi su due «postulati». Il primo, il suo principio di relatività (che generalizzava un’idea abbozzata da Galileo Galilei), enunciava che «le leggi della fisica hanno la stessa forma per tutti gli osservatori in moto uniforme (o, se si preferisce, per tutti i sistemi di riferimento)». Il secondo principio diceva «che la velocità della luce nel vuoto, tradizionalmente indicata con c, è la stessa per tutti gli osservatori in moto uniforme». Nota Barone che, «anche se non sembra, il secondo postulato della relatività ristretta riguarda il tempo. (Infatti) se due osservatori vogliono misurare un certo intervallo di tempo e confrontare i risultati, devono disporre di orologi sincronizzati. Ciò richiede una procedura universale di sincronizzazione. Il secondo postulato (...) fornisce appunto tale procedura; dal momento che la luce viaggia sempre alla stessa velocità, i due osservatori, qualunque sia il loro stato di moto, possono sincronizzare i rispettivi orologi scambiandosi un segnale luminoso». Ciò comporta un rilevante mutamento concettuale, sottolinea Barone: «Siamo generalmente portati a pensare che il tempo scorra allo stesso modo per tutti gli osservatori, che cioè sia unico, assoluto (questa è la concezione del tempo sottesa alla fisica classica). La teoria einsteiniana mostra che le cose non stanno così: i tempi, misurati da osservatori in moto l’uno rispetto all’altro sono diversi — il tempo è relativo. Anche la simultaneità tra gli eventi è relativa: due eventi che si verificano contemporaneamente per un osservatore, si verificano in tempi diversi per un altro osservatore». Nel corso del 1905 Einstein pubblicò un lavoro di appena tre pagine, L’inerzia di un corpo dipende dal suo contenuto di energia?. Spiega Barone: «Col termine inerzia si indica in fisica la resistenza che un corpo oppone a una variazione di velocità, cioè a un’accelerazione. Nella meccanica newtoniana l’inerzia è legata alla massa: maggiore è l’energia di un corpo, più è difficile imprimergli un’accelerazione. Inoltre, la massa stessa è una forma di energia. Anche quando è a riposo (...) un corpo possiede un’energia (E) che è data dalla sua massa (m) per la velocità della luce (c) al quadrato: in simboli, E = mc²». Il pensiero scientifico è capace di «vedere» sotto la superficie delle apparenze. «C’era voluto il genio di Einstein per capire che la massa è energia: ma perché fino al 1905 nessuno si era accorto sperimentalmente di un fatto così clamoroso? Il motivo è semplice: se le masse dei corpi non cambiano (o non cambiano apprezzabilmente), come succede nei fenomeni fisici più familiari e nelle reazioni chimiche, l’energia di massa è, per così dire, un’energia latente, che non si manifesta. È solo quando le masse cambiano, anche di poco, come succede nelle reazioni nucleari, che l’energia di massa può trasformarsi in energia di moto ed essere direttamente osservata». Opportunamente Barone richiama qui un breve scritto divulgativo (1923) di Enrico Fermi: «Non appare possibile che, almeno in un prossimo avvenire, si trovi il modo di mettere in libertà queste spaventose quantità di energia». Ma, osserva Barone, «fu proprio Fermi, due decenni dopo, a trovare il modo di produrre quell’energia, con il primo reattore nucleare, e poi, in forma esplosiva, con le bombe di Hiroshima e Nagasaki». Vincenzo Barone (Ancona, 1952) autore della biografia di Einstein, insegna Fisica teorica Questo non vuol dire che sia lecito definire Einstein il «padre» dell’arma atomica. Giustamente Barone nota che «quanto alla legge di equivalenza di massa ed energia, attribuire al suo scopritore la responsabilità della bomba atomica è come attribuire a Galileo (e alla sua legge del moto parabolico) la responsabilità dei missili balistici». E al livello politico va rilevato che l’intervento di Einstein presso Franklin D. Roosevelt, allora presidente degli Stati Uniti, nell’estate del 1939, non fu decisivo: «L’impegno americano nelle ricerche atomiche», nota Barone, «ebbe realmente inizio due anni dopo, per impulso soprattutto di Vannevar Bush». Einstein si era deciso a rivolgersi alla presidenza Usa solo nel timore che i nazisti stessero lavorando a un progetto del genere con probabilità di riuscita: «Non avrei potuto agire altrimenti, sebbene io sia sempre stato un pacifista convinto». Quel non poter agire altrimenti mi ricorda un carattere saldo e coraggioso come quello di Lutero di fronte alle minacce alla Dieta di Worms o quello di Darwin, che nell’Autobiografia aveva dichiarato di cercare invariabilmente nuove ipotesi ogni volta che quelle precedenti fallivano alla prova dei fatti. Nel dicembre 1945 Einstein dichiarò che «la guerra è stata vinta, non così la pace». L’unica speranza era in «un governo mondiale (...) in grado di risolvere i contrasti fra le nazioni con delle decisioni vincolanti». Come vediamo oggi, la strada pare ancora lunga. Il volume di Barone fa emergere alcune analogie con il percorso scientifico. Nelle intenzioni di Einstein la relatività generale non era l’acquisizione finale: aveva sempre più vagheggiato una teoria che unificasse il campo elettromagnetico (relatività ristretta) e quello gravitazionale (relatività generale). Vincenzo Barone si accomiata dai lettori così: «Il grande sogno di Einstein — una teoria che unificasse la gravità e l’elettromagnetismo, e che facesse scaturire le particelle dai campi, senza bisogno di ricorrere alle leggi quantistiche — non si realizzò. Dobbiamo (...) concludere che gli ultimi trent’anni della sua vita furono, sul piano scientifico, fallimentari e inutili? Se la scienza fosse fatta solo di risultati e scoperte da inserire nei manuali, la risposta dovrebbe essere sì (...). Ma la scienza è fatta anche di problemi, di idee, di metodi: da questo punto di vista, gli sforzi di Einstein non furono vani, perché il programma di ricerca che egli avviò è ancora attuale». Le forze fondamentali sono diventate quattro, perché se ne sono aggiunte due del mondo subatomico, la forza nucleare forte e la forza debole. E oggi, nota Barone, «nessuno ritiene più che si possa fare a meno della meccanica quantistica» (peraltro nel 1905 Einstein aveva dato un fondamentale contributo alla fisica quantistica, introducendo i «quanti di luce», detti poi «fotoni», per spiegare l’effetto fotoelettrico, e non è irrilevante che l’assegnazione del Nobel a Einstein sia stata motivata da questo risultato, e non dalla relatività). Resta di Einstein l’aspirazione a nuove teorie sempre più «razionali», cioè capaci di ridurre l’arbitrario nella descrizione delle morfologie osservate.

L'Einstein privato dei manoscritti perduti: "Non sei battezzato? Non andrai all'inferno". L'università di Gerusalemme pubblica gli scritti inediti del genio tedesco, scrive Manila Alfano, Giovedì 07/03/2019, su Il Giornale. Un genio ma anche un ottimista. Nel 1935 Albert Einstein fiutava l'aria e aveva timore. Sentiva che qualcosa stava per accadere, anche se rimaneva un ottimista: «ho letto con un po' di apprensione di un movimento in Svizzera, incitato dai banditi tedeschi», scriveva al figlio Hans che viveva in Svizzera. Lui che era emigrato negli Stati Uniti, dove gli venne offerta una cattedra presso l'Institute for Advanced Study di Princeton, nel New Jersey. «Ma ritengo- scriveva dunque al figlio- che anche in Germania, le cose stanno lentamente cominciando a cambiare. Speriamo solo che non ci sia una guerra in Europa prima». Si preoccupa Einstein, come un qualsiasi padre. Mette in guardia pur senza allarmare, si aggrappa all'idea dell'Europa, al buon senso degli altri Stati, si interroga e si risponde che in fondo qualcuno dovrà pur intervenire. Non può sapere quello che di lì a poco accadrà. «Il riarmo della Germania- continua la lettera- è certamente molto pericoloso, ma il resto dell'Europa sta finalmente iniziando a prenderlo seriamente, in particolare la Gran Bretagna. Sarebbe stato meglio e più facile se avesse agito con mano più pesante un anno e mezzo fa». Sono fogli, riflessioni sulla vita, la morte e la religione e studi scientifici rimasti finora inediti del famoso pensatore. Sono i temi affrontati nelle 110 pagine manoscritte, svelate per la prima volta dall'Università ebraica di Gerusalemme in occasione del 140esimo anniversario della nascita del fisico e filosofo tedesco. Un tesoro prezioso che comprende anche una pagina, finora mancante e che si riteneva fosse andata perduta, di un allegato a una teoria scientifica presentata nel 1930. «Questo articolo è stato uno dei tanti tentativi di Einstein di unificare le forze della natura in un'unica, singola teoria, uno sforzo al quale dedicò gli ultimi 30 anni della sua vita», ha spiegato l'ateneo, che ha recentemente acquisito i manoscritti da un collezionista privato della North Carolina per conservarle negli archivi dedicati al celebre fisico. Tra le lettere ce n'è anche una indirizzata al caro amico Michele Besso, ebreo convertito al cristianesimo, nella quale lo rassicurava, sostenendo che non sarebbe «andato all'inferno», anche se era stato «battezzato». Già nel marzo del 2012 c'era stata la messa in rete di materiale del fisico rimasto fino ad allora segreto. Erano lettere alle amanti, i quaderni di appunti con gli studi rivoluzionari che porteranno alla teoria della relatività, una messe di materiali che ricostruiscono l'uomo dietro al genio che fu Albert Einstein. E per la prima volta era tutto stato messo online. Un grande tesoro fruibile per tutti, un'occasione nuova per gli studiosi del genio che da allora hanno potuto consultare tutto il materiale ricomposto. Oggi la storia si ripete, esattamente come avrebbe voluto il genio. «La conoscenza non deve essere nascosta ma aperta a tutti», aveva detto nel 2012 Menachem Ben Sasson, presidente della Hebrew University, di cui lo stesso Einstein è stato uno dei fondatori nel 1925. Quattro anni dopo aver vinto il Nobel per la fisica.

·         Il Genio Folle.

C’è proprio del genio in questa follia. Il saggio di due psichiatri pisani indaga nelle relazioni tra patologie mentali, competenze eccezionali, e doti artistiche sovrumane. Con una particolare attenzione all’autismo, scrive Maurizio Tortorella il 2 febbraio 2019 su Panorama. Genio e follia: l’espressione nasce dal titolo di un sottovalutato saggio sulla creatività dei pazienti psichiatrici pubblicato nel 1872 da Cesare Lombroso, lo psichiatra ottocentesco passato poi ingenerosamente alla storia per la sua contestatissima “antropologia criminale”, basata sull’osservazione della fisiognomica dell’individuo. Oggi quel titolo torna in libreria con un’edizione aggiornata ai giorni nostri: Genio e follia 2.0 (Franco Angeli editore, 150 pagine, 20 euro) è l’ultima fatica di una nota psichiatra pisana, Liliana Dell’Osso, che insieme con il collega Primo Lorenzi ha voluto indagare nell’eccezionalità umana. Non nuova a esplorazioni intriganti (nel 2016 e pochi mesi fa ha dato alle stampe due deliziosi saggi su Marilyn Monroe e su Coco Chanel), stavolta Dell’Osso va alla ricerca di casi celebri di geni, eroi, santi e artisti passati alla storia per una creatività affiancata all’eccentricità. La galleria di personaggi, e l’aneddotica che esce dallo studio è lunga e fascinosa: da Mozart a Pontormo, dal Sodoma a Giorgio Morandi, da Van Gogh a Isaac Newton… Ma il vero plus di questo saggio sta nell’approfondimento particolare dedicato all’autismo, definito dai due autori “sottosoglia tra genio e follia”: è la statistica, del resto, a indicare che le doti di una particolare creatività, in questa psicopatologia, siano particolarmente frequenti. Tra gli autistici, il fenomeno della cosiddetta “competenza eccezionale” s’impenna, non rispetta più gli standard medi della popolazione: arriva a superarle da cinque a dieci volte tanto. Da questo punto di vista, indubitabilmente, nasce la nuova concatenazione tra genio e follia, che è proprio il mare inesplorato in cui s’immerge il saggio. Alla ricerca di una nuova frontiera: la percezione che ciò che finora abbiamo considerato “pensiero divergente”, cioè la capacità (o la patologia) di chi vede il mondo in un modo del tutto differente da quello comune, possa essere sì una tara ma in effetti è anche un dono. Chiude il libro una breve, gustosa intervista impossibile, e “tra colleghi”, che i due autori impongono a un riottoso Sigmund Freud, immerso nel fumo del sigaro nella sua casa viennese. Il dialogo, suggestivo, si conclude quando lo spettro del geniale padre della psicoanalisi si dissolve, pronunciando la mezza (auto)diagnosi di “una leggera forma di autismo”. E così si chiude il cerchio di Genio e follia 2.0. Ma si apre il dibattito. Dell’Osso è professore ordinario e direttore della Clinica psichiatrica dell’Università di Pisa. Lorenzi è docente a contratto presso lo stesso ateneo.

Jaime D’Alessandro per “la Repubblica” il 24 novembre 2019. Qualcosa è andato storto mentre Elon Musk, a capo di Tesla e di Space X, presentava a Los Angeles il Cybertruck. Pick-up elettrico, futuribile, costruito con i materiali dell' industria aerospaziale, doveva essere indistruttibile. Sul palco, per dimostrarne la solidità, lo hanno preso a martellate e la carrozzeria non ha fatto una piega. Poi hanno tirato una sfera di ferro sul finestrino blindato, che invece ha ceduto nello sconcerto generale. Musk se l' è cavata con una battuta: «Quantomeno non è entrata». Gli era andata meglio la volta scorsa, a febbraio del 2018, quando aveva mandato nello spazio una Tesla cabrio a bordo del vettore Falcon Heavy. «La prima automobile di serie ad aver lasciato l' atmosfera terrestre», si legge su Wikipedia. Al rientro però uno dei razzi riutilizzabili, l' asso nella manica di Space X, si disintegrò all' atterraggio. La diretta ad alto contenuto emotivo e firmata dall' amico regista e sceneggiatore Jonathan Nolan, sulle note di Space Oddity di David Bowie e con citazioni da Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams, ebbe un tale impatto che nessuno ci badò sul momento. Accendere l' immaginazione è una dote che a Musk proprio non manca. «L'uomo ragionevole adatta se stesso al mondo. L' uomo non ragionevole persiste nel voler adattare il mondo a se stesso. Sicché il progresso dipende dall'uomo non ragionevole », scriveva il premio Nobel per la letteratura George Bernard Shaw. Nel saggio Musk Mania, appena pubblicato in Italia, Hans Van Der Loo e Patrick Davidson sostengono che l' imprenditore nato in Sudafrica nel 1971 abbia voluto fare esattamente questo: cambiare il mondo. E fra progetti per treni ultraveloci come Hyperloop, la conquista di Marte o tunnel sotterranei per evitare il traffico, non si fa problemi a mandare a quel paese analisti finanziari o ad usare Twitter senza freno quanto Donald Trump. Con una differenza: Musk ne ha pagato le conseguenze. È stato commissariato dopo un tweet costato a lui e alla sua azienda una multa della Securities and Exchange Commission (Sec) da 40 milioni di dollari. Ma si cadrebbe in errore a pensare che dietro non ci sia sostanza. Il potere di Musk sta nell' equilibrio fra successi, visioni, errori da dilettante. Ben più umano di qualsiasi altro amministratore delegato della Silicon Valley. «Ti assicuro, è come lo vedi», confessò qualche tempo fa Nolan a questo giornale. «È il suo bello. Non simula, lui è così». Ha imparato da Steve Jobs che l' immaginazione è un' arma preziosa così come la sregolatezza. Indimenticabili le sue sparate contro il potere dell' intelligenza artificiale e operazioni strampalate come il lanciafiamme della Boring Company: messo sul mercato a 500 dollari e andato a ruba, ora vale sei volte tanto su eBay.

Nessuno ha mai davvero capito perché lo abbia prodotto. Patrimonio netto di 24,4 miliardi di dollari, raccolti anche grazie alla vendita di PayPal, tre matrimoni alle spalle, è attento più ai colpi di scena che ai piani industriali. Ashlee Vance, che ha scritto la sua biografia autorizzata, ne parla come di una persona complessa e irrequieta che scatta quando si tocca l' infanzia infelice passata con i fratelli all' ombra di un padre collerico e buio. C' è chi lo paragona a Thomas Edison, chi a Henry Ford o Howard Hughes. Di sicuro sa come far sognare in un mondo in preda alla paura.

·         I Geni.

Matt Weinberger per “Business Insider Italia” il 19 dicembre 2019. Nel libro "Business @lla velocità del pensiero", pubblicato nel 1999 Gates faceva 15 audaci previsioni che all’epoca potevano apparire azzardate. Ma come già sottolineato dallo studente di economia Markus Kirjonen sul suo blog, esse si sono dimostrate inquietantemente premonitrici. Ecco le 15 previsioni di Gates fatte quasi 20 anni fa — e quanto si sono avvicinate alla realtà.

Profezia n. 1: Siti di confronto dei prezzi. Previsione di Gates: “Si svilupperanno servizi per confrontare automaticamente i prezzi per consultare i prezzi di molti siti, in modo che le persone troveranno senza sforzo i prodotti più economici per ogni settore”.

Adesso: Si può cercare comodamente un prodotto su Google o Amazon e vedere i diversi prezzi. Siti quali NexTag, PriceGrabber e addirittura Bing Shopping di Microsoft, sono pensati proprio per paragonare i prezzi.

Profezia n. 2: Dispositivi mobili. Previsione di Gates: “Porteremo con noi dispositivi elettronici che ci permetteranno di restare continuamente collegati e di fare fate acquisti ovunque ci troviamo. Potremo leggere le ultime notizie, vedere i voli che abbiamo prenotato, controllare i mercati finanziari e fare praticamente qualsiasi altra cosa”.

Adesso: Smartphone, smartwatch, altoparlanti come Amazon Echo, e addirittura set per la realtà aumentata come Microsoft HoloLens ci permettono di avere sempre ogni informazione a portata di mano.

Profezia n. 3: Pagamento istantaneo e finanziamenti online, e assistenza medica migliore attraverso la rete. Previsione di Gates: “Le persone eseguiranno pagamenti, seguiranno le proprie finanze e comunicheranno con i dottori tramite Internet“.

Adesso: L’informatica non è riuscita a cambiare l’assistenza sanitaria come Uber ha cambiato il settore dei trasporti, ma siti come ZocDoc cercano di fare in modo che sia più semplice trovare un dottore e fissare un appuntamento. Startup come One Medical e Forward stanno cercando di cambiare lo studio medico proponendo iscrizioni mensili per programmi di assistenza online e basata sui dati. Inoltre, grandi assicurazioni sanitarie come Kaiser Permanente stanno offrendo consulenze mediche tramite smartphone. Si può anche contrarre un prestito online tramite siti come Lending Club ed effettuare facilmente dei pagamenti con siti come PayPal e Venmo.

Profezia n. 4: Smart assistant e internet delle cose. Previsione di Gates: “Si svilupperanno ‘assistenti personali’. Collegheranno e sincronizzeranno tutti i vostri dispositivi in maniera intelligente, che siano a casa o in ufficio, permettendo loro lo scambio di dati. Il dispositivo controllerà la vostra posta elettronica e le notifiche, dandovi le informazioni utili. Quando andate in un negozio, potete comunicargli che ricetta che volete preparare, e farà un elenco di ingredienti che dovete prendere. Informerà i dispositivi che usate dei vostri acquisti e dei vostri orari, permettendo loro di regolarsi automaticamente su quello che state facendo”.

Adesso: Assistenti vocali come Google Assistant e Alexa di Amazon si stanno muovendo in questa direzione, offrendo un modo personalizzato di avere informazioni solo chiedendole ad alta voce. Intanto, strumenti intelligenti come Nest registrano le vostre abitudini giornaliere e regolano automaticamente la temperatura di casa vostra.

Profezia n. 5: Monitoraggio remoto dell’appartamento. Previsione di Gates: “Sarà normale ricevere continui video feed da casa che vi informano se qualcuno viene a trovarvi quando non ci siete”.

Adesso: La cosa è sempre più diffusa — aziende come Canary, Ring, Netgear, e la società cugina di Google, Nest, producono telecamere che vi permettono di vedere i feed dallo smartphone e vi inviano una notifica push se inquadrano una persona.

Profezia n. 6: Social media. Previsione di Gates: “Si diffonderanno siti privati per i vostri amici e famigliari che vi permetteranno di chiacchierare e organizzare eventi”.

Adesso: “Non è nato praticamente nessun sito privato. Ma Facebook, WhatsApp, Instagram, Snapchat, Line, Slack e un sacco di altre app consentono di comunicare facilmente con gruppi di persone grandi o piccoli.

Profezia n. 7: Promozioni automatiche. Previsione di Gates: “Un software che sa quando avete prenotato un viaggio e usa questa informazione per proporvi attività nel luogo di destinazione. Suggerisce attività, sconti, offerte e prezzi più economici per tutte le cose che vi interessano”.

Adesso: Siti di viaggio come Expedia e Kayak fanno offerte basandosi sui dati di acquisto degli utenti. Google e Facebook possono pubblicare offerte basate sulla posizione e sugli interessi dell’utente. Airbnb, che permette alle persone di andare in case private piuttosto che negli alberghi, propone viaggi specializzati nelle mete scelte in modo che possiate vivere come la gente del posto.

Profezia n. 8: Siti di discussione sportiva dal vivo. Previsione di Gates: “Mentre state guardando un evento sportivo in televisione, dei servizi vi permettono di discutere in diretta quello che sta succedendo e di partecipare a un concorso dove potete votare chi pensate che vincerà”.

Adesso: Siti di social media permettono queste attività, con Twitter primo con distacco; hanno anche provato a trasmettere alcuni appuntamenti in streaming. È inoltre possibile fare commenti in tempo reale su siti sportivi come Espn.

Profezia n. 9: Smart advertising. Previsione di Gares: “I dispositivi avranno pubblicità smart. Conosceranno le vostre preferenze di acquisto e mostreranno pubblicità su misura delle vostre preferenze”.

Adesso: Baste che guardiate le pubblicità su Facebook o Google: la maggior parte dei servizi di pubblicità in rete ha questa caratteristica, che permette agli inserzionisti di raggiungere gli utenti in base ai siti visitati, agli interessi e a modelli di acquisto.

Profezia n. 10: Link a siti durante trasmissioni televisive. Previsione di Gates: “Le trasmissioni televisive includeranno link a siti pertinenti e a contenuti che integrano quello che state guardando”.

Adesso: Oggi, quasi tutte le pubblicità hanno estensioni callout per indirizzare il visitatore ad un sito, fargli seguire l’impresa su Twitter o scansire un codice QR per aggiungerlo su Snapchat. Ormai sono rare le trasmissioni sprovviste di link.

Profezia n. 11: Forum di discussioni online. Previsione di Gates: “Chi abita in città o in campagna potrà partecipare a discussioni in rete su problemi che li riguardano, come le politiche locali, pianificazioni cittadine o sicurezza”.

Adesso: La maggior parte dei siti di informazione hanno sezioni in cui le persone possono discutere in tempo reale, e molti siti hanno forum in cui le persone possono domandare e rispondere su determinati argomenti. Twitter e Facebook hanno avuto un ruolo nelle rivoluzioni politiche in Libia, Egitto e Tunisia, come anche nel movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti. Per non parlare di Nextdoor, un social network pensato esplicitamente per persone che vivono nella stesso quartiere.

Profezia n. 12: Siti basati sugli interessi. Previsione di Gates: “Le comunità online non saranno influenzate dalla vostra posizione, piuttosto da cosa vi interessa“.

Adesso: Ogni genere di siti di notizie e di comunità online si concentra su argomenti singoli. Molti siti di informazioni si sono ampliati per proporre vertical search particolari, offrendo una copertura più approfondita a un dato argomento. L’esempio migliore di un sito diviso in sotto-gruppi, o “subreddits”, che si concentrano su interessi piuttosto che su chi conoscete o su dove vi trovate, è dato da Reddit.

Profezia n. 13: Software per il project-management. Previsione di Gates: “I project manager che cercheranno di mettere insieme una squadra potranno andare in rete, descrivere il loro progetto e ricevere consigli sulle persone disponibili adatte alle loro esigenze”.

Adesso: Tantissimi software per organizzare il processo di lavoro nelle imprese, come Slack, Asana e Trello, stanno rivoluzionando il modo di assumere, formare un gruppo di lavoro e assegnare lavori agli altri. Intanto le società come Fiverr e Gigster aiutano le imprese a entrare in contato con i talenti creativi di cui hanno bisogno per realizzare un progetto.

Profezia n. 14: Assunzioni online. Previsione di Gates: “Nello stesso modo, le persone che cercano lavoro potranno consultare annunci in rete descrivendo i propri interessi, esigenze e specializzazioni”.

Adesso: Siti come LinkedIn consentono agli utenti di caricare curricula e trovare impieghi in base a interessi ed esigenze, e i selezionatori possono cercare in base alla specializzazione.

Profezia n. 15: Business community software. Previsione di Gates: “Le imprese potranno proporre offerte per dei lavori, sia che stiano cercando un progetto di costruzione, una produzione cinematografica o una campagna pubblicitaria. La cosa sarà vantaggiosa per le grandi società che vogliono subappaltare lavori che di solito non realizzano, per le imprese che cercano nuovi clienti e per gruppi societari che non dispongono di fornitori a cui rivolgersi per un determinato servizio”.

Adesso: In pratica, nel complesso non esiste un singolo mercato in cui le società possono trovare un lavoro. Però, un sacco di cosiddetti servizi “di prestazioni on demand” come Upwork e Fiverr, permettono a freelance e a piccole imprese di trovare clienti. Nel frattempo, Craigslist resta il posto preferito dalle piccole imprese per collegarsi tra loro e trovare lavori.

Il giallo di Federico Caffè. «Genio anche nell’addio, come lui solo Majorana». Pubblicato domenica, 10 novembre 2019 su Corriere.it da Fabrizio Peronaci. Daniele Archibugi, direttore al Cnr, fu allievo dell’economista scomparso nel 1987: «Voleva essere aiutato a suicidarsi, e riuscì a non lasciare traccia» «Io c’ero». Volti da prima pagina Altre storie. «È stato un genio. Per il contributo che ha dato con le sue teorie e con l’insegnamento, ma anche per come si è tolto di mezzo…» Un grande uomo. Alto un metro e 50. Un economista famoso. Un docente universitario amatissimo. La scomparsa di Federico Caffè, professore nella facoltà di Economia e commercio della «Sapienza», è rimasta uno dei misteri dell’ultimo scorcio del Novecento. All’alba del 15 aprile 1987 quell’omino piccolo piccolo, stimato da ministri, banchieri e intellettuali controcorrente come Valentino Parlato, si vestì e uscì dall’appartamento che divideva con suo fratello Alfonso, a Monte Mario, avendo un’idea chiara in testa: a 73 anni, aveva deciso che non aveva altro da dire al mondo. Sul comodino della sua stanza lasciò gli occhiali, le chiavi, il libretto degli assegni, il passaporto. Non gli servivano più. All’alba, si ritrovò sul marciapiede di via Cadlolo e sparì. Daniele Archibugi, economista, fu allievo e amico del professor Caffè. Inghiottito dalla città. Evaporato nella foschia del primo mattino. La polizia lo cercò ovunque. Anche i suoi studenti si mobilitarono, organizzando battute per settimane. Tra questi Daniele Archibugi, il fratello di Francesca, la regista, che è diventato economista anche lui, e oggi è direttore di un istituto del Cnr, saggista, docente.

Caffè, per gli Archibugi, era uno di famiglia.

«Aveva conosciuto mio padre al ministero della Ricostruzione, nel lontano 1946. Aveva fatto da testimone di nozze ai miei. Ogni 6 gennaio, giorno del suo compleanno, andavo a trovarlo per gli auguri...»

Un secondo padre, per lei.

«Sì, oggi avrebbe 105 anni e lo penso spesso. Sono profondamente grato a Caffè per l’interesse che manifestava per le mie idee, anche se ero solo un ragazzo. Lui era curioso, ha sempre avuto il desiderio di capire. Se un giovane trova un autorevole professore disposto a dargli fiducia, inizia a credere in se stesso. Senza un mentore come lui, non sarei mai riuscito a fare quel poco che ho fatto».

Lei si laureò con Caffè. Che ricordo ha?

Federico Caffè«Era il 27 gennaio 1983, tesi sull’economia keynesiana. Grande gioia, ebbi la lode. In borsa portai un dono per lui. Federico indossava solo vestiti blu. Finita la discussione, mi chiusi nella sua stanza e tirai fuori una cravatta. Sapevo che non potevo osare troppo: quella che gli diedi era ovviamente blu, ma con minuscoli puntini rossi. Caffè non voleva accettarla e provò a ricacciarla nella mia borsa. Gli storsi il braccio, rimisi il pacchetto sulla scrivania e gli dissi: “Non sono più uno studente”. Fu stupito dalla mia audacia e mi abbracciò».

Veniamo al 15 aprile 1987: esce di casa e non torna. Voi quando lo venite a sapere?

«Era un mercoledì. Mi chiamò prima delle 8 di mattina suo fratello Alfonso. Presi l’auto e corsi a casa sua. Vi trovai suo nipote Enzo con la moglie e l’allievo cui aveva lasciato la cattedra, Nicola Acocella».

Dove lo cercaste? Con che stato d’animo?

«Si creò un’improvvisata unità di crisi, composta dai suoi nipoti Enzo e Giovanna e da una decina di allievi. Sapevamo che Federico era in preda ad una brutta depressione e iniziammo a cercarlo a Monte Mario, lungo il Tevere, nei paraggi della facoltà. Parlammo con la polizia, ma per ben sei giorni fu deciso di non rendere pubblico il fatto: si voleva evitare di creare uno scandalo che gli avrebbe reso impossibile uscire dalla depressione. Fu un errore: se c’era qualche speranza di ritrovarlo, era rendendo pubblica la sua scomparsa. Solo il lunedì fui incaricato di portare un comunicato all’Ansa. Mi trovai a negare l’ovvio: se era sparito, ci doveva essere una ragione. Ma della sua depressione bisognava non parlare».

Pochi giorni prima si era tolto la vita Primo Levi, precipitando nella tromba delle scale. Caffè ne fu molto turbato, e appresa la notizia esclamò: «Perché cosi? Perché straziare i parenti?» Fu in quel momento che scelse di andarsene in punta di piedi?

«Possibile, è una delle ipotesi. Era da lui, uomo delicato, attento. Negli ultimi mesi mi diceva che l’unico modo in cui avrei potuto aiutarlo era facilitandogli il suicidio. Ma parlavamo anche di sparizione. Federico ed io avevamo l’abitudine di scambiarci romanzi. Nel 1978 gli prestai “Dissipatio H.G.”, di Guido Morselli. Narra la storia di un uomo che vuole uccidersi buttandosi in una sorgente dentro una grotta. Ma cambia idea, torna indietro e trova che a scomparire è stata tutta l’umanità. Morselli poi si era suicidato. A Caffè era piaciuto. Me lo restituì prestandomi “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello, con il solito rimbrotto: “Si inizia leggendo i classici!”».

Che idea s’è fatto?

Nicola Cavaliere nel 2002, ai tempi della nomina a questore di Roma«Suicidio, appunto, o convento. Il capo della Squadra mobile di Roma, Nicola Cavaliere, ci fece sapere che in caso di suicidio la maggior parte dei corpi si ritrova al massimo in un paio di settimane. In quei giorni mi recai in Vaticano, grazie ai buoni uffici di un mio zio monsignore, per capire se fosse stato possibile rinchiudersi in un convento senza avvisare la famiglia. Un autorevole prelato mi disse che ufficialmente era impossibile perché c’erano specifiche procedure da rispettare. Chiesi: “E in realtà?” Il prete allargò le braccia: “Come possiamo sapere quel che succede in tutti i conventi d’Italia?”».

Il vostro ultimo incontro?

«Due giorni prima, nel suo studiolo. A seguito della depressione, noi allievi andavamo a trovarlo spesso, per fargli sentire che gli volevamo bene. Era stremato dalle notti insonni. Lo convinsi ad appoggiarsi sul lettino e si mise a dormire. Presi dalla libreria un suo vecchio opuscolo e mi misi a leggerlo in poltrona accanto a lui. A sera tornai a casa e non me lo sono perdonato. Conoscevo il fratello e i nipoti, avrei potuto restare lì da lui».

Le forze dell’ordine fecero il possibile per trovarlo?

«Sì, francamente sì. Nicola Cavaliere si dimostrò un uomo estremamente sensibile. La verità è che Federico ha fatto un colpo da maestro, si è dimostrato più furbo di tutti noi nello scegliere come uscire di scena. Una delle poche persone che è riuscita a sparire senza lasciare traccia. Abbiamo tutti provato almeno una volta nella via il desiderio di sparire descritto da Morselli e Pirandello, ma ben pochi, oltre a Ettore Majorana e lui, ci sono riusciti così bene».

Quanto ha inciso nella sua vita un evento tanto tragico e insieme sfuggente?

«Federico Caffè continua a venirmi a trovare nei sogni. È ancora una presenza benevola nella mia vita. Anch’io, ogni volta che ricevo uno studente, provo a chiedermi: cosa di nuovo può dire questo giovane? Allora ero pieno di capelli, e quando obiettavo ai suoi consigli mi ripeteva spazientito: “A lavar la testa all’asino, si perde la corda e il sapone”. Oggi ripeto lo stesso detto ai miei ragazzi».

Caffè non apprezzava il liberismo selvaggio degli anni ‘80. Il suo sentirsi keynesiano portava con sé l’aspirazione a una società più solidale e giusta. Come si sarebbe trovato nella società di oggi?

«Federico era un intellettuale malinconico, ma non pessimista. Ha sempre criticato la “strategia dell’allarmismo economico” perché aveva fiducia in quella che chiamava l’Italia operosa, capace di lavorare anche nelle avversità. È la persona più generosa che abbia conosciuto e aveva difficoltà a capire come si potesse essere egoisti e avidi».

Sua sorella avrebbe potuto farci un film…

«Gliel’hanno proposto ma ha rifiutato. Un personaggio simile, rigoroso, impegnato nelle istituzioni pubbliche, Francesca l’aveva già raccontato: lo psichiatra de “Il grande cocomero”. Comunque poi un film è uscito, “L’ultima lezione”, e gli ha fatto un gran regalo…»

Vale a dire?

«Venti 20 centimetri d’altezza. Era il suo cruccio. Lo diceva prima a mio padre e poi a me, che superiamo di parecchio il metro e 80: “Voi che siete così alti, mi potreste regalare qualche centimetro?”» 

Laurent Simons, il piccolo genio che sta per laurearsi in Ingegneria a soli 9 anni. Pubblicato venerdì, 15 novembre 2019 su Corriere.it da Irene Soave. Il bambino prodigio viene dal Belgio. Ha un quoziente intellettivo di 145 ed è velocissimo nel risolvere i proble. Come molti coetanei Laurent protesta se deve andare a letto presto: «Ma alla fine vinco io», sospira il padre (che sembra sollevato di spuntarla su qualcosa). Come molti suoi coetanei, il suo sogno è diventare un eroe dell’umanità. E sembra sulla buona strada. Ha scelto ingegneria, perché vuole progettare e costruire arti artificiali; prenderà una seconda laurea, in Medicina; le università di tutto il mondo se lo contendono e lui è indeciso «fra la California e Oxford». Il preside della facoltà, Sjoerd Hulshof, lo definisce «il più svelto studente che abbiamo mai avuto. E ha un bel carattere». L’università, continua Hulshof, «non lo facilita. Fa le cose degli altri studenti, solo al suo ritmo». Ha un mentore, il professor Peter Baltus, che va in brodo di giuggiole a parlarne: «È tre volte più intelligente del miglior studente che abbia mai avuto. Vede soluzioni che molti adulti non trovano in una vita». Sono tratti della sua personalità che i nonni hanno capito per primi, racconta il padre, Alexander. «È cresciuto con loro: io e sua madre Lydia - 37 e 29 anni rispettivamente - lavoravamo sempre, ad Amsterdam, per ritirarci presto. Così ci siamo persi un sacco di cose, un sacco di prime volte. Sono i nonni che hanno scoperto il suo genio». Alla notorietà «siamo abituati, sin dal diploma superiore (l’anno scorso, ndr). Ma teniamo a che faccia una vita normale, anche un po’ assieme a noi». Nel volgere di un giorno il suo profilo Instagram è diventato @laurent_simons_official, ed è comparsa una dicitura: account gestito da mamma e papà. «Non somiglia a Greta Thunberg», chiarisce il padre. Niente sovraesposizione, niente campagne; condividono «l’afflato a salvare il mondo, ma non è un fatto generazionale. Laurent è cresciuto coi nonni, in un ambiente vecchio stile. Non è un’icona pop». Non ancora.

Belgio, Laurent Simons: il bambino genio (simpatico) laureato in ingegneria a 9 anni.  Già conteso dagli atenei di tutto il mondo, dovrebbe prendere la laurea in ingegneria elettronica all'Eindhoven University of Technology (TUE) a dicembre, e diventare così il più giovane laureato della storia. Lo aspetta un dottorato di ricerca e in contemporanea una laurea in medicina. Katia Riccardi il 15 novembre 2019 su La Repubblica. Dopo il bambino indiano campione di scacchi a 9 anni (Shreyas Royal), il bambino di 10, pianista considerato l'erede di Chopin (Alasdair Howell) e la bambina iscritta al college di matematica a dieci anni (Esther Okade), ora è il turno del bambino prodigio belga di 9 anni quasi laureato in ingegneria. Laurent Simons sta studiando ingegneria elettronica presso la Eindhoven University of Technology (TUE), nei Paesi Bassi, un corso difficile anche per studenti di età media e dovrebbe prendere la laurea a dicembre diventando il più giovane laureato del mondo. Record. Ha quindi in programma di intraprendere un dottorato di ricerca sempre in ingegneria elettronica e di studiare contemporaneamente medicina. Così ha chiarito suo padre alla Cnn. Il piano è fatto. I genitori, Lydia e Alexander Simons, hanno raccontato che all'inizio non avevano notato niente, e ritenevano anzi esagerati i commenti dei nonni quando dicevano che Laurent "avesse un dono". E invece. Perché poi anche gli insegnanti hanno confermato, Laurent il dono ce l'ha. "Ci hanno detto che è come una spugna" ha continuato fiero il padre Alexander. Lui e la moglie sono medici e la madre, Lydia, ha la sua teoria sull'intelligenza del figliol prodigio: "Ho mangiato molti pesci durante la gravidanza", ha detto (scherzando?). E così, con il consenso e l'orgoglio familiare, Laurent è stato testato, risultato IQ oltre 145. Poi via con la valigetta all'università. Ora il piccolo genio è conteso da prestigiosi atenei di tutto il mondo, ma la famiglia di Laurent non vuole dire quale stia prendendo in considerazione per il dottorato di ricerca. "L'assorbimento delle informazioni non è un problema per Laurent", ha detto suo padre. "Penso si concentrerà sulla ricerca e la scoperta". Sempre che non fugga. L'Università di ingegneria ha permesso a Laurent di completare il corso più velocemente degli altri studenti. "Non è inusuale", ha dichiarato in una nota Sjoerd Hulshof, direttore della facoltà del TUE. "Gli studenti speciali che hanno buone ragioni per farlo, possono organizzare un programma adeguato. Succede anche agli studenti con impegni sportivi". Hulshof ha ribadito che Laurent è "semplicemente straordinario". "È lo studente più veloce che abbiamo mai avuto", ha detto il direttore. "Non solo è iper intelligente ma anche molto simpatico". Quel 'ma'. Come a dire, a nove anni, genio, pure antipatico sarebbe stato un inferno. In ogni caso, al momento Laurent non ha ancora deciso cosa fare da grande: è indeciso tra il medico, in particolare il chirurgo, e l'astronauta. Come tutti i bambini del mondo. 

·         I misteri dell’Area 51 (e 52).

C’è un buco nero «impossibile» nella Via Lattea: troppo grande per esistere. Pubblicato giovedì, 28 novembre 2019 su Corriere.it da Paolo Virtuani. Si trova a 15 mila anni luce e non emette raggi X. Per le teorie fisiche non potrebbe formarsi nella nostra galassia. Scoperto il buco nero più lontano mai osservato. Ha una massa pari a 70 volte quella del Sole, si trova a 15 mila anni luce dalla Terra, ma soprattutto non dovrebbe trovarsi lì e non dovrebbe essere così grande. In pratica: non dovrebbe esistere in base alle teorie dell’evoluzione della vita delle stelle. Si tratta di un enorme buco nero, che è stato denominato LB-1, rinvenuto nella nostra galassia, la Via Lattea, la cui esistenza è stata riportata in uno studio apparso sulla rivista Nature. La ricerca è stata guidata da Liu Jifeng e coordinata dall’Accademia cinese delle scienze, alla quale ha preso parte anche lo scienziato italiano Mario Lattanzi dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf). Si stima che la Via Lattea contenga circa 250 miliardi di stelle e 100 milioni di buchi neri. LB-1 ha una massa di oltre tre volte maggiore di quella che gli scienziati ritenevano finora possibile per una galassia come la nostra. Ci sono due tipi di buchi neri: i primi hanno una massa massima di 20 volte il Sole e si formano quando stelle gigantesche esplodono come supernove. I secondi hanno massa enorme, pari a miliardi di volte quella del Sole, si trovano al centro delle galassie e la loro origine è ancora fonte di dibattito. LB-1 sta nel mezzo ma, secondo le teorie fisiche, nella nostra galassia non potrebbe formarsi. Probabilmente, dice Liu, non si erano mai trovati buchi neri di questo tipo perché non erano disponibili strumenti adatti per osservarli. Finora venivano scoperti tramite i raggi X che emettono. Ma solo una piccolissima frazione di buchi neri, circa 4 mila sui 100 milioni nella Via Lattea, ha una stella molto vicina che gli orbita intorno e la loro interazione produce raggi X. LB-1 ha una stella compagna che orbita in 79 giorni e non emette raggi X. È stato scoperto con il sofisticato telescopio cinese Lamost, terminato nel 2008 e in grado di tenere sotto osservazione il movimento simultaneo di 4 mila stelle. Confrontando i movimenti di molti astri, gli scienziati hanno scoperto il «buco nero impossibile».

Maurizio Costanzo per La Nazione.it l'1 ottobre 2019. È di appena qualche giorno fa l’ultimo “avvistamento”. È accaduto a Marciola, Scandicci, ma sono già 10 quelli segnalati dall’inizio dell’anno nella nostra regione. A fare il punto della situazione Pietro Marchetti, presidente del Gruppo Accademico Ufologico Scandicci, nell’ambito della ventesima edizione del convegno internazionale di ufologia patrocinato dalla Regione dal titolo «Ufo: are you ready?», promosso come ogni anno dal Gaus. Che nell’auditorium di Sant’Apollonia gremito di esperti, studiosi e appassionati, ha visto la partecipazione di relatori illustri. Un nome su tutti, il capitano dell’US Air Force, ora in congedo, Robert Salas, testimone del famoso incidente di Malmstrom, base militare americana degli Stati Uniti, che vide coinvolti missili nucleari e oggetti volanti non identificati. Per la prima volta in Italia, ha parlato di rapimenti alieni e cerchi nel grano, davanti a una platea particolarmente attenta, soprattutto in questo periodo, che di Ufo si fa un gran parlare dopo che la Marina militare Usa ha confermato che i video che mostrano Ufo sono autentici.

Presidente Marchetti, ci parli dell’ultimo episodio di ‘avvistamento’ che vi è stato segnalato.

 “Si tratta di una persona di circa 67 anni, che fa il contadino per passione, mentre stava sistemando degli arbusti. Ci ha raccontato che era nel bosco, quando a un tratto si è trovato di fronte una sfera molto luminosa, enorme, che dopo essere rimasta immobile per qualche secondo, senza produrre alcun rumore è volata via. Si è molto spaventato, è venuto a riferircelo ma poi è andato via, senza voler lasciare nulla di scritto. Altri tacciono, ed è questo il problema. Le statistiche a livello mondiale ci dicono che viene segnalato appena 1 caso su 7. Infatti, quando al termine di un convegno chiediamo alle persone del pubblico se hanno visto fenomeni alieni, di alzare la mano, rispondono positivamente cinque su dieci, in media. Ma quando chiediamo quanti di loro hanno segnalato la cosa ad associazioni oppure alle forze dell’ordine, la mano non la alza quasi nessuno”.

Quanti sono gli avvistamenti a Firenze e in Toscana?

“Parlando di segnalazioni, dopo anni in cui sono state in forte calo, dal 2000 in poi, dal 2018 c’è stato un incremento, si parla di un migliaio in tutta Italia. La Toscana è tra le Regioni dove sono stati segnalati più casi: circa una ventina nel 2018, e in questi mesi siamo già a una decina. Soprattutto in determinate zone come il pratese, monte Morello, l’Appennino tosco emiliano, la zona di Barberino, le Apuane, le montagne pistoiesi, la Calvana”.

Su Firenze, l’anno scorso sono stati avvistati anche dal Piazzale Michelangelo e sopra il Duomo.

“Lo stesso fenomeno è stato fotografato verso Ponte Vecchio e per un’ora circa. Se si escludono i droni per uso militare, improbabili che stazionino su Firenze, e se si escludono i droni d’uso comune, dal momento che questo fenomeno è durato per circa un’ora, si deve per forza pensare a qualcos’altro”.

Sempre rimanendo a Firenze, una data su tutte: il 27 ottobre del 1954.

“Quel giorno sulla città si registrò il passaggio di una serie di oggetti non identificati, anche sullo stadio durante l’amichevole Fiorentina-Pistoiese. Questo fenomeno è passato ala storia come il maggiore avvistamento di massa d’Italia. Tutt’ora però, fior di scettici italiani sostengono che erano stati dei ragni ad aver lasciato quelle ragnatele, portate là dal vento, mentre altri ritengono che l’origine è da rintracciare nel passaggio dei bombardieri inglesi, anche se la guerra mi risulta finita già da qualche anno”. 

La Marina militare Usa ha recentemente confermato che i video che mostrano Ufo sono autentici. Sta davvero cambiando qualcosa?

“Nel caso dei piloti è sempre stato un problema parlare di questi avvistamenti. Teniamo presente la loro condizione, gli obblighi di visite mediche a cui avrebbero dovuto sottoporsi ecc. Perciò da sempre i piloti tendono a dichiarare poco o nulla. Questa nuova presa di posizione è perciò molto importante, perchè se i piloti potessero dire tutto, ce ne sarebbe da raccontare. Io ho tante storie che mi sono state riferite da colonnelli dell’Aeronautica italiana riguardo ad avvistamenti avvenuti anni 80, mai raccontati, per riserbo”.

Perché questi "oggetti" si rendono visibili così spesso? Che idea si è fatto?

“Se si esclude l’ipotesi terrestre, considerate le capacità e particolarità di manifestarsi di questo fenomeno, soprattutto in volo, l’unica cosa che logicamente può portare a una spiegazione è qualcosa che viene da fuori, dunque di extra-terrestre. Su cosa poi nello specifico ‘venga da fuori’ possiamo parlare quanto vogliamo. Comprendo chi è scettico, basta però nel sostenere che si tratta di oggetti militari o di aerei segreti”.

Perché gli Ufo sono così interessati alla Terra?

“Il fenomeno esiste da almeno 60 anni, anche se potrei citare casi risalenti addirittura al Medioevo. Bisogna capire chi c’è dietro questo fenomeno. Dietro il fenomeno Ufo l’ipotesi extraterrestre è una delle tante ipotesi, quella cioè di un’eventuale specie vivente ‘altra’ che governa questo fenomeno. Allora bisogna chiedersi: perché sono qui? Per alcuni, sono qui come noi potremmo essere a studiare una specie animale. Ci stanno osservando con curiosità, ci stanno "studiando", essendoci tra noi e loro troppa differenza di evoluzione. Altri ritengono che sono qui da sempre e che addirittura convivono con noi. Secondo altre teorie più estreme, questi presunti alieni provengono dal futuro: in pratica siamo noi stessi, che possedendo nel futuro delle macchine in grado di percorrere lo spazio temporale, riusciremmo ad andare indietro nel tempo, rendendoci visibili in quello che per noi oggi è il presente. Nell’ambito teorico si può dire di tutto e di più”.

Lei che idea si è fatto?

“Io sono per l’ipotesi extraterrestre e che, plausibilmente, ci stanno “studiando”. La presenza extraterrestre è ormai un’ipotesi non più contestabile, e le ultime notizie confermano le nostre teorie. E rivolgo un appello ai potenziali futuri testimoni di fenomeni alieni: se vedete qualcosa di strano, segnalatecelo”.

Il convegno ha fatto il punto sulla situazione sui venticinque anni dell’associazione, e Marco Baldini, vicepresidente del Gaus, ha presentato la prima collezione di libri di Ufo alla biblioteca delle Oblate. Tra gli altri relatori del convegno, Sabrina Pieragostini è intervenuta sul tema "Piloti d’aereo testimoni di avvistamenti Ufo", l’ingegnere aerospaziale Coen Vermeeren sui più importanti casi ufologici dell’Olanda e del Belgio, Nicola Tosi sulle indagini sui fenomeni aerei anomali degli Appennini, e infine il dibattito con Roberto Pinotti, presidente del Centro Ufologico Nazionale. E poi gli interventi di due esperti di culture sudamericane, la dottoressa Sara Rolando su “I crani allungati del Perù, deformazione artificiale, nuova specie Homo o qualcosa di più?”, e Filippo Sarpa in collegamento Skype dal deserto di Atacama con il famoso contattista Ricardo González.

"Vi svelo la verità su extraterrestri e dischi volanti". Feltri, la storica intervista con l'ufologo Chiumento. Libero Quotidiano il 20 Ottobre 2019. È difficile credere in Dio, figuriamoci negli Ufo. Ma un fatto è sicuro: in cielo, da queste parti, c' è un traffico fitto di cose strane. Ormai sono troppi, per sospettare che siano tutti cretini, quelli che hanno visto, descritto, testimoniato, giurato: insomma sopra le nostre teste, anche se molti si rifiutano di ammetterlo, volano parecchi misteri. Dischi volanti? Extraterrestri? Adagio con le parole impegnative, ma vale la pena di andare a fondo, sebbene l' esercizio costi qualche imbarazzo: il rischio è di coprirsi di ridicolo. L' indagine si rivela subito ardua. Le autorità militari di queste faccende non ne vogliono sapere, hanno altro a cui pensare. Ci sono gli scienziati: ma come si fa a disturbare uno che studia tutto il giorno: «Scusi, lei che ne sa dei marziani?». Restano i filosofi, che dato il mestiere, forse hanno più tempo: in fondo, che c' entra la filosofia coi dischi volanti? Su questi argomenti, pure con la gente comune non è facile discorrere, ha l' impressione della presa in giro e preferisce non esporsi. Eppure a Pordenone, da anni ormai, ma soprattutto recentemente, l' Ufo è di casa; stando alle segnalazioni, circolano più alieni che Panda. L' ultimo episodio clamoroso, non c' è stato giornale che non l' abbia riportato: marito, moglie e figlio pordenonesi sono stati addirittura inseguiti, per tre ore, da un velivolo quanto meno originale. I tre erano in macchina sull' autostrada. A Mestre hanno notato un cono luminoso, un «affare» mai visto che, pur zigzagando a una quota di circa 250 metri, manteneva la loro stessa rotta. Vicino a Padova si sono fermati per il pieno di carburante, e hanno detto al benzinaio: «Guardi lassù, che le pare?». L' uomo ha strabuzzato gli occhi e ha dovuto constatare: un Ufo. La famiglia rimonta in macchina e quel coso era sempre sopra: così per altri 200 km, finché, al casello di Bergamo, si è stufato di curiosare nell' utilitaria e, con uno schizzo verticale, è scomparso dietro le stelle. Coincidenza non banale: altre persone, la stessa notte, sulla medesima autostrada, hanno incontrato la «pera luminosa». La scorsa settimana, un camionista di Vicenza di passaggio a Valdagno, non solo ha veduto un disco volante, lo ha fotografato. E chi ha esaminato i negativi esclude il trucco. Qualche giorno prima, in provincia di Brescia, presso Rezzato, in un campo di granturco i contadini hanno trovato sul terreno una traccia mostruosa: le impronte, profonde una decina di centimetri, di pattini enormi. Un elicottero? Impossibile. Non risulta in alcun registro aeronautico un atterraggio in quel posto. Attorno al solco provocato dalla fantomatica macchina, c' era del terriccio affumicato che è stato portato in laboratorio per una perizia. Ma il responso non si conosce ancora. Queste le cronache degli ultimi giorni. Se si risale fino a un paio di anni fa, ci si rende conto che gli avvistamenti sono stati centinaia, e quasi tutti nella parte orientale del Nord Italia, cioè da Brescia a Trieste. Perché proprio qui? Qualcuno interpreta il fenomeno in chiave, per così dire, positivista: nel Triveneto esistono un paio di basi della Nato e una dell' aviazione militare: ovvio che il traffico in cielo sia più intenso che altrove. Può darsi che ogni tanto si svolgano voli di jet sperimentali, inusuali, che l' inesperto scambi per extraterrestri. Obiezione: se l' arcano è tutto qui, perché non spiegarlo una buona volta, almeno la smettiamo con le fantastiche ipotesi spaziali. Risposta: da quando in qua i segreti militari vengono spifferati ai quattro venti? Cerchiamo di essere razionali. Ma c' è anche chi, pur non avendo le caratteristiche culturali e psicologiche del credulone, è propenso a interpretare il fenomeno come un segno inequivocabile che nell' universo - direbbero Quelli della notte - l' uomo non è solo. La tesi non è nuova, ed è suggestiva. E il fatto che sia alimentata da incessanti apparizioni contribuisce a irrobustirla; e i credenti aumentano. A Pordenone e dintorni sono una moltitudine, capeggiata dal vice presidente del Centro Ufologico nazionale, professor Antonio Chiumento, insegnante di matematica, il quale ha trasformato casa sua in una specie di "telefono amico" per coloro che, intravisto un marziano e non avendo il coraggio di raccontarlo al bar, desiderano sfogarsi ed avere conforto.

Professore, quotidianamente di qua passano gli Ufo, un bel lavoro per lei.

«È dal 1974 che m' interesso e le assicuro che non ho mai avuto un momento di requie: almeno un paio di chiamate al giorno».

Cosa le dicono?

«Le loro esperienze. Spesso sono persone traumatizzate, spaventate».

Paura di che?

«Si metta nei loro panni. La materia è inquietante, e imbattersi nell' ignoto emoziona sempre».

Generalmente come sono le descrizioni?

«Dischi volanti, oggetti piatti e tondeggianti che emettono fasci di luce, il più delle volte bluastra. Ma non mancano le varianti, il "sigaro" non è raro».

Perché telefonano a lei e non che so, ai carabinieri?

«Sono conosciuto. E si sa che sono una persona seria, non mi sogno mai di sfottere.

Talvolta però si rivolgono ai carabinieri che con me collaborano, e io con loro. Qualche anno fa in caserma ho tenuto una conferenza per insegnare come si fanno i rilevamenti ufologici».

Di cui lei è un tecnico, allora. Quando li fa?

«Quando ne vale la pena».

E la decisione su che cosa si basa?

«Sull' attendibilità delle segnalazioni».

Come distingue le valide dalle fasulle?

«Anzitutto, tramite amici che ho negli aeroporti, verifico, sulla scorta dell' ora e della zona, se anziché un Ufo era magari un elicottero, e di frequente è così. Una seconda selezione si fa sul racconto: se non è contraddittorio, nell' 80 per cento dei casi non è inventato. Ho i miei metodi per interrogare. Gli episodi autentici hanno delle costanti: oltre alla forma dell' oggetto, anche il modo di navigare e altri dettagli che è meglio non diffondere per non agevolare i burloni».

Come avvengono i sopralluoghi?

«Sondaggi: la molteplicità delle testimonianze dà la certezza che non è stato un abbaglio. Se c' è stato atterraggio, e capita di frequente, sono necessari anche dei prelievi».

Prelievi?

«Dove s' è posato l' Ufo restano elementi non trascurabili: rami d' albero piegati, erba inaridita dai carburanti combusti; è bene non disperdere le tracce».

Quante inchieste ha concluso?

«In 9 anni, almeno 750. E 150 volte mi sono imbattuto in fatti inspiegabili».

Cioè?

«Incomprensibili con i mezzi della scienza e con le conoscenze, sia pure teoriche, che abbiamo. Di conseguenza è lecito parlare di presenze che coinvolgono in pieno l' ufologia».

Extraterrestri?

«Che altro, se no?».

Spero che non se la prenda, la domanda ha della rozzezza, ma la risposta mi sta a cuore: agli extraterrestri che gli frega di venir qui di nascosto?

«La loro logica è diversa dalla nostra, impostato così il ragionamento non fila».

Avranno uno scopo?

«Valutare il nostro grado di civiltà, per citarne uno».

Non pensa che valuterebbero meglio se si presentassero educatamente? Suppongo che chiunque di noi sarebbe disponibile a scambiare quattro chiacchiere col marziano.

«Non sarei così schematico. Il fatto che gli alieni siano in grado di raggiungerci da un' altra galassia, dimostra che sono talmente più avanti dell' uomo da incutergli terrore. Interpreterei la discrezione come una sorta di rispetto per le nostre coronarie».

Non mi sembra rispettoso che ci spiino dal buco della serratura. Inoltre, sarebbero più utili illustrandoci le loro conquiste tecnologiche che non con le sbirciatine villane.

«Il mondo è diviso, gli uomini sono schierati in gruppi perennemente in guerra. È assurdo pretendere che gli extra diano una mano a una fazione in danno di un' altra; e non sarebbe bello neppure che contribuissero ad accrescere le tensioni esistenti, che bastano e avanzano. Evidentemente sono ragionevoli e si tengono fuori dalla mischia».

Qual è l' avvistamento che in questi anni l' ha impressionata maggiormente?

«Quello del maresciallo dell' aviazione Giancarlo Cecconi. Era in volo su Treviso e ha intercettato un Ufo, si è accostato e lo ha fotografato alla perfezione. Somigliava a una cisterna. Fece scalpore, ma le gerarchie militari per mettere a tacere la storia dichiararono che era un pallone; e un settimanale pubblicò delle immagini che volevano essere una conferma. Ma attenzione: le foto non erano quelle scattate dal sottoufficiale e che io avevo esaminato, erano diverse. Altro che pallone: fosse stato quello, tra l' altro, all' avvicinarsi dell' aereo sarebbe schizzato via per lo spostamento d' aria. Invece, il maresciallo che lo aveva affiancato per tre o quattro minuti sostiene che l' oggetto ha sempre mantenuto un assetto regolare. Dimenticavo: l' Ufo era stato registrato anche dal radar che, come si sa, è sensibile ai metalli, non alla gomma».

Ogni tanto qualcuno afferma di aver incontrato dei marziani in carne e ossa.Lei se n' è occupato?

«Sicuramente. Il più elettrizzante dei contatti lo ha avuto Angelo D' Ambros il 24 novembre 1978 sull' Altipiano di Asiago, in provincia di Vicenza. Era andato nel bosco a tagliare la legna: si volta, e vede due umanoidi sospesi dal terreno una ventina di centimetri. Alti poco più di un metro, magrissimi, naso e orecchie lunghi, indossano una tuta, ma le mani e i piedi, eccessivamente grandi, sono nudi e coperti di peli giallastri. Il contadino, agghiacciato, riesce ugualmente a domandare cosa vogliono, però parlano un linguaggio indecifrabile, una specie di borbottio. Poi, uno cerca di strappargli la roncola, chissà, forse temeva che gliela desse in testa. Scoppia la rissa: l' umanoide che tira da una parte, l' altro che non molla. Finché D' Ambros raccoglie un bastone e li costringe a scappare.

Sempre sospesi, come per levitazione, praticamente volano.

E lui, dietro di corsa; ma li perde di vista. Seguita a cercare, ed ecco su una radura un disco blu con la cupola rossa scoperchiata, e i due esseri che si infilano dentro. Il boscaiolo assiste al decollo: il razzo, con una fiammata, si alza silenzioso e taglia le nuvole come una sciabola di fuoco.

Sull' erba, un' ombra di caligine. Lo stesso giorno, altri testimoniano concordemente la presenza in cielo di un coso strano. C' è da riflettere».

Non sarà che in determinate zone il consumo di alcol etilico è proporzionato al numero e alla frequenza delle apparizioni?

«Comprendo il suo stupore, tuttavia liquidare un problema di tale importanza con mezzo litro di vino, non soltanto è riduttivo, ma anche sciocco. Molte persone hanno avuto rapporti del terzo tipo, non è onesto sostenere che fossero tutte sbronze. Sono proprio quelli come lei che ostacolano gli studi seri: perché la gente, per non passare da ubriacona, parla malvolentieri di queste cose».

Perdoni, professore, ma gli omini con le orecchie a sventola che pilotano a piedi nudi i razzi interplanetari non indeboliscono lo scettico?

«Già, e lei magari è uno di quelli che se un gatto nero attraversa la strada, infila svelto le mani in tasca per toccare le chiavi. Per fare una risata, non c' è bisogno di scomodare gli Ufo». Vittorio Feltri

La Marina Usa conferma alcuni fenomeni aerei non identificati: «Ma non chiamateli Ufo». Pubblicato giovedì, 19 settembre 2019 da Corriere.it. Unidentified Aerial Phenomena ovvero «fenomeni aerei non identificati». Questa la definizione utilizzata dalla Marina militare degli Stati Uniti nel comunicare ufficialmente gli avvistamenti nei cieli americani di tre misteriosi oggetti volanti. Gli “incontri” ad alta quota sono stati registrati durante alcune esercitazione militari (tra 2004 e 2015) e sono testimoniati da tre video diventati di pubblico dominio. Registrazioni che hanno portato alla diffusione delle più svariate ipotesi tra gli appassionati della materia. La parte interessante di questa vicenda per gli esperti è che l’espressione usata della Marina altro non è che una conferma dell’esistenza di questi oggetti volanti. I militari, però, invitano a non usare la parola Ufo, termine diventato troppo fantascientifico per non scatenare facili entusiasmi tra i «cacciatori di alieni» come accaduto recentemente a causa di un post su Facebook. Il primo avvistamento risale al 14 novembre 2004, mentre gli altri due sono datati 21 gennaio 2015. I video sono stati nominati Flir1, Gimbal e GoFast e registrati durante dei voli di addestramento di alcuni piloti americani. In uno di questi si nota un oggetto sferico effettuare una strana rotazione, mentre negli altri esegue manovre molto rapide prima di sparire dalla loro visuale. In sottofondo gli scambi di battute degli sbalorditi militari. Ancora non è chiaro quanti siano gli oggetti ripresi. La pubblicazione quasi in contemporanea di Gimbal e GoFast lasciano pensare che il fenomeno aereo non identificato possa essere lo stesso. Così come non è chiaro se i video siano stati desecretati ufficialmente e come siano finiti online tra dicembre 2017 e marzo 2018. Le prime versioni delle registrazioni sono state attribuite al New York Times e all’Academy of Arts and Science, un’organizzazione nata con l’obiettivo di coinvolgere le persone a «indagare oltre i confini della scienza e applicare ragionamenti non convenzionali» e fondata dal cantante e chitarrista dei Blink 182 Tom DeLonge. Nonostante l’alta qualità del sensore con cui sono state effettuate le riprese aeree, la definizione delle immagini non consente di capire la natura degli oggetti individuati. Non potendo smentire l’originalità delle registrazioni, né identificare in maniera certa gli oggetti come droni, la Marina militare americana si è rifugiata dietro la definizione di «fenomeno aereo non identificato», di solito usata per i veicoli non autorizzati in volo nello spazio aereo in cui avvengono le operazioni militari, come confermato dal portavoce del vice capo delle Operazioni navali per la guerra dell’informazione Joseph Gradisher in risposta alle domande di Black Vault, sito che raccoglie documenti pubblici ottenuti dalle istituzioni. Al Washington Post Gradisher ha spiegato inoltre che la definizione usata ha ormai sostituito da tempo Ufo, acronimo di Unidentified flying object («Oggetto volante non identificato») utilizzato dall’Aeronautica militare deli Stati Uniti all’inizio degli anni Cinquanta per classificare gli oggetti volanti non riconosciuti. Questo perché il termine è entrato in troppe teorie complottiste e di rapimenti alieni più diffusi ed è diventato sempre più sinonimo di "disco volante".

Area 51, perché tutti ne stanno parlando? Il 20 settembre 400 mila persone entreranno nella base, oggetto di mistero sugli UFO da sempre: verità o scherzo? Lo scopriremo presto. Antonino Caffo il 15 luglio 2019 su Panorama. L'Area 51 non manca mai di essere un tema caldo su Internet. E questa volta, è più caldo che mai. La misteriosa base governativa del Nevada è stata a lungo oggetto di teorie cospirative, legate agli extraterrestri. E il 2019 potrebbe essere l'anno della verità. Il 20 settembre prossimo infatti una marea umana potrebbe dirigersi dentro la base, infrangendone ogni possibile divieto.

Perché l'area 51 è di tendenza? Le teorie del complotto sull'Area 51 affermano che dentro i laboratori americani vi siano corpi di alieni e astronavi usate per raggiungere la Terra. Il vero scopo della base, ufficialmente chiamata Homey Airport o Groom Lake dall'Aeronautica militare, non è però materia pubblica. Oggi l'Area è tornata di moda a causa di una pagina su Facebook. Un evento intitolato "Storm Area 51, They Can't Stop All of Us", sta invitando a far saltare via il grande segreto una volta per tutte.

Qual è l'area 51 Raid? La descrizione dell'appuntamento recita: "Ci incontreremo il 20 settembre presso l'attrazione turistica Alien Centre e da qui coordineremo la nostra entrata. Se ci mettiamo a correre come Naruto, potremmo muoverci più velocemente e schivare i loro proiettili". Per chi non lo sapesse, la "corsa di Naruto" è l'insolito e caratteristico stile di movenze del popolare personaggio anime e manga giapponese, Naruto appunto. Lo stile consiste nel correre mentre si appoggia la parte superiore del corpo in avanti e tenendo le braccia dritte dietro il busto. Ci sono stati alcuni studi circa l'effettivo beneficio nel procedere, ad alta velocità, in questo modo anche se nutriamo più di un dubbio sul fatto che possa essere sufficiente per evitare di essere impallettati. Ciononostante, l'evento ha richiamato oltre 400.000 di iscritti, che hanno confermato di essere interessati a questa sorta di flash mob.

C'è davvero un tale evento? Il post è sicuramente uno scherzo: non ci sarà alcun raid il prossimo 20 settembre presso l'Area 51. Considerando quanto sarebbe illegale e pericoloso tentare di intrufolarsi un'installazione militare, pensiamo che il pubblico dei social sia sicuramente sciroccato ma non fino a questo punto. Peraltro i committenti sotto il post sono tutti scherzosi. Il migliore è di chi invita a travestirsi da alieni: "In questo modo saranno loro a portarci dentro, senza che noi dovremo far nulla".

Test atomici, armi chimiche e incontri del terzo tipo: i misteri dell’ Area 51 (e 52). Fino al 2014 il governo Usa negava persino l’esistenza dell’area. Storia delle zone militari più segrete del pianeta. Gustavo Ottolenghi il 12 Maggio 2019 su Il Dubbio. Numerosi sono, al mondo, i luoghi misteriosi o segreti, preclusi generalmente al pubblico, che rivestono tuttavia una importanza spesso non di poco conto per tutta l’umanità, a causa di ciò che contengono, nascondono o rappresentano. Fra questi possiamo ricordarne alcuni in ambito civile, quali, ad esempio, gli Archivi dello Stato del Vaticano; il Bohemian Grove in California ( U. S. A.); le grotte di Lascaux nel sud- est della Francia; i caveaux della Chiesa mormone nello Utah ( U. S. A.) e quelli di Fort Knox nel Kentucky ( U. S. A.) e della Federal Reserve a Manhattan New York ed altri, ancor più segreti, in ambito militare, quali il Fine Gap a sud ovest di Alice Springs in Australia ( dove vengono testati droni spia); il Menwith Hill della R. A. F. ( Royal Air Force, Aviazione militare inglese) a 20 km dalla città di Harrogate nello Yorkshire britannico ( che ospita strutture telematiche per le comunicazioni segrete tra U. S. A. e Gran Bretagna). E poi il sito per test missilistici di Mezhgorye e la Metro 2 di Mosca ( linea segreta di collegamento sotterraneo fra il Cremlino, il Ministero della Difesa e l’aeroporto di Bykovo) in Russia; e il poligono per test nucleari di Punggye nella Corea del Nord. Fra questi spiccano per la grande curiosità che hanno sempre stimolato, due fra i più misteriosi le Aree 51 e 52 degli U. S. A., sui quali si sono sempre intrecciate notizie vere con altre invero fantascientifiche, che meritano di essere raccontate, sia pur per sommi capi. L’Area 51 ( ne è ignoto il significato del numero) è una base sperimentale della U. S. A. F. ( United States Air Force) che si trova nello Stato del Nevada, nella Contea a 150 km a nord- est di Las Vegas, a 1.360 m slm, nei pressi del Groom Lake, antico lago salato a fondo asciutto. L’Area 51 ( nota anche come Dreamland, Home Base, Groom Lake, Homey Airport, The Box e Nevada Test Site) è raggiungibile seguendo la Statale SR 375 sino a un punto ove si incontra una grande cassetta bianca con scritte nere per la posta, punto in cui si deve deviare per la cosiddetta ‘ Extraterrestrial Highway” sino ai cancelli invalicabili dell’Area. Essa è costituita da un complesso di dodici edifici monopiano che, complessivamente, coprono una area di circa 9 km2, in parte collegati fra di loro mediante corridoi sotterranei; da venti grandi hangar per velivoli e da sei piste per decollo e atterraggio aerei, di cui la più corta è pari a 1.600 m e la più lunga oltre 7.000. Tutta l’area è vietata agli estranei eccetto gli autorizzati scortati ed è controllata da guardie pubbliche e private, sensori di movimento terrestre e telecamere. Venne istituita dal U. S. A. army nel 1945, durante la Seconda guerra mondiale come Census Designated Place, base militare destinata alle Scuole per artiglieri e mitraglieri, e tale rimase sino al 1955, anno in cui fu ceduta alla U. S. A. F, che necessitava di una zona protetta, defilata, adatta al decollo di aerei prototipi supersonici, lontana dalle normali vie di comunicazione. In breve fu dotata di tutte le strutture necessarie agli esperimenti aerei. Qui furono costruiti e sperimentati i prototipi degli aerei stealth ( invisibili ai radar) quali i ricognitori ad alta quota Lockheed U- 2 (Dragon Lady – 1956), Lockheed SR- 71 (Blackbird – 1962), Lockheed A- 2 (Oxcart – 1962), Lockheed D- 21 a pilotaggio remoto (1969), Lokheed SR- 91 (ipersonico a MACH 6), e General Atomics RQ- 1 ( Predator- 1955); i caccia d’attacco Grumman F- 14 (Tomcat- 1974), Lockheed F117 (‘ Night- hawk’ – 1981), Lockheed X- ST (‘ Have Blue’ sperimentale – 1976) e Martin Boeing- LOckheed- F22 (‘ Raptor’ – 1990); e il bombardiere strategico Northrop Grumman B- 52 (Spirit – 1989). Questo tipo di sperimentazione cessò all’inizio degli anni 2000, ma un’altra attività – di ricerca, analisi e studio – vi era continuata sino al 1980 su materiale altamente ‘ top secret’ che vi era stato portato segretamente nel 1947.

L’esistenza di una zona così segreta e protetta fu sempre negata dal Governo sino al 2003, allorché il Presidente George W. Bush ne ammise pubblicamente la presenza come semplice località operativa della U. S. A. F.; più tardi Barak Obama ( 2011) e la Candidata alla Presidenza Hillary Clinton ( 2016) dichiararono che avrebbero reso pubblico il segreto sulla base, ma entrambi non mantennero la promessa. Il silenzio cadde quindi sull’attività del Nevada Test Site 51 e questa ne è la storia ufficiale: ma ne esiste anche una diversa che, come vedremo, incrocia quella dell’altra Area segreta, la numero 52, assai più misteriosa e intrigante. Si tratta di un’altra base della U. S. A. F., ancor più segreta della 51. Nota come Tomopah Test Range and Training si trova nel deserto dello Utah, al confine con quello del Nevada, nella Contea di Toole, a 1.200 m slm , a 140 km a sud- est di Lake City, estesa su una area di 13,5 km2; circa 100 km a nord dell’Area 51 (con la quale è collegata da una serie di strade top secret) e fa parte del Dugway Proving Ground, la più estesa zona di esperimenti militari degli U. S. A. Fu scelta una zona arida in prossimità del Gran Lago Salato, nella quale fu costruito un complesso di laboratori, edifici, stanze e corridoi sotterranei la cui parte centrale era sormontata da una cupola appiattita in un luogo roccioso. All’inizio del 1942, iniziarono i primi test di prodotti chimici e biologici e di componenti radioattivi fra i più pericolosi per l’uomo, allo scopo di controllarne e contenerne gli effetti e di trovare validi sistemi di difesa contro di essi, in previsione di possibili guerre chimiche, batteriologiche o nucleari. Questi test riguardarono studi su diffusori di agenti tossici mediante spray, fucili a pallottole chimiche, bombe tattiche contenenti sostanze letali solide, liquide e gassose e, parallelamente, studi su antidoti, sistemi di decontaminazione e tute protettive verso di questi. Il tutto avveniva ovviamente sotto stretto controllo militare e questa attività durò sino al 1944 allorché venne sospesa e sostituita con una di tipo civile, per conto del Dipartimento Trasporti dell’Aviazione civile, consistente in test di nuove apparecchiature radar e telematiche. Tutta l’Area venne chiusa nel 1946, per essere poi riattivata nel 1951 per altri test chimici militari in concomitanza con la guerra di Corea. Nel 1958 l’A. T. E. C. vi trasferì anche, dal Maryland, la Scuola Superiore di Armamenti Chimici e Nucleari e sino al 1974 vi furono migliaia di esperimenti con sostanze letali su animali e piante agricole: drammatici furono i test condotti con la tetrodotossina, gas nervino che paralizza all’istante. A causa di tali esperimenti nella vicina Skull Valley oltre 6.000 pecore morirono nel marzo 1968 per intossicazione d pesticidi organofosfati, e nel 1970 si dovettero decapitare 1.700 cavalli infettati con spore di antrace usati nell’Area; e anche uomini che lavoravano nella base furono esposti ( ad esempio il 25 gennaio 2011) a intossicazioni dovute alla perdita di un flacone del gas nervino VX, peraltro senza vittime. Successivamente, dal 1985 e sino al 1996 l’Area divenne sede di addestramento del 7° Battaglione Ranger come Scuola di sopravvivenza e di decontaminazione. Nel 2004 essa subì una evoluzione drastica. Nella zona intervenne la N. A. S. A. per effettuare alcuni test aerospaziali, sfruttando la struttura sabbiosa e rocciosa della base, simile a quella, lunare (Progetto Genesis rendere abitabili pianeti trasferendovi microorganismi terrestri). Da allora tutta la zona fu sottoposta a un rigidissimo isolamento e controllo e, recentemente ( 2017), vi venne costruito un nuovo complesso sotterraneo (il Brauch) formato da vecchi containers navali assemblati fra di loro in tunnel per effettuarvi esperimenti in assenza di gravità. E questa è la storia ufficiale della ‘ Tonopah Test Range and Training 52’, ma ne esiste un’altra, parallela, che – come già accennato – incrocia quella altra Area segreta, la 51. Per illustrare questo incrocio, occorre rifarsi all’anno 1947, allorchè, il 2 luglio, un ‘ qualcosa’ cadde negli U. S. A. in un campo situato a circa 100 km a nord ovest dalla cittadina di Roswell, nella Contea di Chavez ( Nuovo Messico). Il padrone del campo, William Marc Mac Brazel, la mattina dopo affermò di avervi trovato strani oggetti metallici, lignei, di plastica, di stagnola e di lattice e ne informò lo sceriffo della Contea, George Wilcox, che a sua volta riferì lo strano fatto al Comando del 509° Bomb Group Roswell dell’VIII Corp Air Force. L’insolito accaduto fu subito messo in relazione a fenomeni extraterrestri del tipo di quelli successi, nello stesso anno, in alcune località (Maury Island, Monte Rainier) dello Stato di Washington, nelle quali erano state avvistate sfere volanti verdi di natura sconosciuta riferite a strutture aliene giunte nel nostro cielo e poi scomparse. L’ipotesi che gli strani oggetti rinvenuti a Roswell potessero quindi appartenere ai resti di una sfera ( o di un disco) volante accidentalmente schiantatasi in quel luogo fu subito oggetto di estremo interesse da parte degli organi di stampa locale intervenuti immediatamente sul posto, affascinati anche da talune voci che riferivano della presenza, nel luogo, addirittura del corpo di un alieno. Alcuni giornali ipotizzarono che i resti rinvenuti nel campo ( immediatamente dichiarati offlimits dallo sceriffo Wilson che non vennero mostrati alla stampa) fossero stati rapidamente sequestrati da agenti dell’intelligence dell’U. S. A. F. e portati in luogo segreto ( Area 51) per essere analizzati. La notizia fece in breve il giro degli States e per questo motivo, dal 1950, l’Area divenne oggetto di grande curiosità da parte degli ufologi di ogni continente che, nel tempo, tentarono variamente di violarne i recinti. Ogni anno si verificano raduni di tali appassionati che, seguendo la “extraterrestrial Highway” dalla famosa cassetta postale bianca, raggiungono le colline di Tikaboo e di Reveille, unici punti dai quali i civili possono intravedere le strutture e le lunghe piste di Groom Lake, nella speranza di poter vedere anche l’alieno. Un corpo con fattezze umanoidi – che sarebbe stato anche sottoposto ad autopsia – ripetutamente mostrato in pubblico e anche in alcune trasmissioni televisive, contrabbandato come appartenente all’alieno rinvenuto a Roswell si trova ancor oggi sotto una teca di vetro nei locali del Museo Internazionale della città, sollevando molti dubbi nei visitatori. L’ipotesi che strani oggetti extraterrestri e individui umanoidi fossero presenti a Roswell aveva portato a ipotesi del tutto fantasiose sulla loro natura e sui motivi della loro venuta sulla terra: si era addirittura parlato di un patto tra il Governo U. S. A. e alcuni degli alieni  grigi trattenuti nell’Area 51, in base al quale questi ultimi avrebbero fornito agli americani principi di tecnologia spaziale sconosciuti ai terrestri in cambio di basi nell’Area 51 atte a preparare il loro arrivo in forze sulla terra. Il patto non sarebbe stato rispettato dagli alieni che non avrebbero fornito alla controparte alcun dato tecnologico di rilievo, per cui gli U. S. A. li avrebbero sterminati nei locali dell’area, somministrando loro la tetradotossina che stavano testando conservando alcuni corpi: ma qui si è entrati in un campo che va ben oltre rispetto a quello della più sfrenata fantascienza. Il Governo a questo punto reagì a tale accozzaglia di ipotesi, illazioni, fantasie e notizie incontrollate di ogni tipo prendendo più volte posizione anche se spesso in modo contradditorio. Un primo Rapporto ufficiale della R. A. A. F ( Roswell Army Air Field, organo della base aerea del 509° Bomb Group) del 19 luglio 1947 stabilì che a Roswell si era schianta una sonda metereologica ray wind di quelle per le rilevazioni dei venti ad alta quota; e su tale versione le fonti governative si mantennero sino al 1994, anno in cui la U. S. A. F. pubblicò un primo Rapporto definitivo ( seguito poi da un altro nel 1995 e da un terzo ancor più definitivo del 1997) The Roswell Report nel quale veniva certificato che a Roswell era accidentalmente caduto un modulo, costituito da un pallone aerostatico che trainava un riflettore radar, facente parte del Progetto Mogul ( spionaggio ad alta quota delle installazioni nucleari dell’U. R. S. S.), L’interesse del pubblico sulla Area 51, sempre più misteriosa, si fece tuttavia costante e addirittura morboso per cui il Governo decise di trasportare nottetempo e nella massima segretezza, tutto il materiale riferibile allo schianto del 2 luglio ( eccetto il presunto corpo umanoide) nei sotterranei dell’Area 52, più defilata e di maggior difficoltà ad essere raggiunta: e tutto il materiale vi sarebbe tuttora conservato sotto strettissima sorveglianza. L’interesse sulle due Aree si risveglia periodicamente nell’opinione pubblica, alternando periodi di oblio ad altri di curiosità frenetica: ma a tutt’oggi tra U. F O. (Unidentified Flying Obiects “oggetti volanti non identificati”), esperimenti chimici, test letali, scuole militari e operazioni di intelligence, che cosa veramente siano, che cosa contengano e che cosa vi si faccia costituisce il mistero che continua ad avvolgerle. 

·         Vaccini e 5G: Stupidi o Cavie da Laboratorio.

Vaccini e vaccinazioni. Epicentro.iss.it: Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica l'1/8/2019 a cura dell'Istituto superiore di sanità.

Quali sono le leggende – e le verità – sulle vaccinazioni?

1° leggenda: Un miglioramento delle misure igieniche e sanitarie eradicherà le malattie – i vaccini non sono necessari. FALSO

Verità/Dati di fatto: Nel caso in cui si fermassero i programmi vaccinali, le malattie prevenibili con i vaccini tornerebbero. Anche se un’igiene migliore, il lavaggio delle mani e l’acqua pulita contribuiscono a proteggere dalle malattie infettive, queste malattie si possono diffondere indipendentemente dal livello di igiene. Se le persone non si vaccinassero, in breve tempo comparirebbero di nuovo malattie diventate poco frequenti, come la poliomielite e il morbillo.

2° leggenda: I vaccini si associano a parecchi effetti dannosi a lungo termine ancora sconosciuti. Le vaccinazioni possono essere anche fatali. FALSO

Verità/Dati di fatto: I vaccini in uso sono molto sicuri. La maggior parte delle reazioni avverse alle vaccinazioni, per esempio un braccio dolorante o un modesto rialzo febbrile, è in genere lieve e transitoria. Gli eventi gravi sono molto rari e sono attentamente controllati e valutati. È molto più probabile che la salute venga gravemente compromessa da una malattia prevenibile da vaccinazione che dalla vaccinazione stessa. Per esempio, la poliomielite può determinare una paralisi, il morbillo può causare encefalite o cecità, molte malattie prevenibili con i vaccini possono essere fatali. Mentre qualsiasi danno grave o decesso causato dai vaccini riguarda un caso su moltissimi vaccinati, i benefici delle vaccinazioni superano di gran lunga il rischio e in assenza dei vaccini i danni o i decessi causate dalle malattie prevenibili sarebbero molti di più.

3° leggenda: Il vaccino combinato contro difterite, tetano e pertosse e il vaccino contro la poliomielite sono responsabili della Sids (Sudden infant death syndrome, sindrome della morte in culla). FALSO

Verità/Dati di fatto: Non esiste alcun nesso di causalità tra la somministrazione dei vaccini e la Sids. Peraltro queste vaccinazioni vengono praticate in un momento della vita in cui i [alcuni] bambini possono andare incontro alla Sids. In altre parole, esiste una coincidenza temporale tra vaccinazioni e Sids, che si sarebbe verificata anche se non fossero state somministrate le vaccinazioni. È importante ricordare che queste quattro malattie sono potenzialmente rischiose per la vita e i bambini non vaccinati corrono un rischio grave di morte o di grave disabilità.

4° leggenda: Nel mio Paese, le malattie prevenibili con i vaccini son quasi eradicate, per cui non c’è motivo per sottoporsi alle vaccinazioni. FALSO

Verità/Dati di fatto: Anche se le malattie prevenibili con i vaccini sono diventate poco frequenti in molti Paesi, gli agenti infettivi che le causano continuano a circolare in alcune parti del mondo. In un mondo globalizzato, questi agenti possono attraversare i confini geografici e infettare chiunque non sia protetto. Nell’Europa occidentale, per esempio, a partire dal 2005 si sono verificati focolai di morbillo in popolazioni non vaccinate in Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna e Svizzera. Quindi, le due ragioni fondamentali per sottoporsi alle vaccinazioni sono la protezione individuale e quella collettiva. Il successo dei programmi vaccinali, così come il successo della società, dipende dalla cooperazione di ogni individuo al fine di assicurare il bene di tutti. Per fermare il contagio di una malattia, non ci si deve affidare solamente alle persone che si hanno intorno, ma si deve fare in prima persona quanto è possibile.

5° leggenda: Le malattie infantili prevenibili con i vaccini sono solo un fatto negativo che fa parte della vita. FALSO

Verità/Dati di fatto: Le malattie prevenibili con i vaccini non devono essere “fatti della vita”. Malattie come il morbillo, la parotite e la rosolia sono gravi e possono causare, in adulti e bambini, complicazioni serie come polmonite, encefalite, cecità, diarrea, infezioni dell’orecchio, sindrome da rosolia congenita (se una donna contrae la rosolia nelle prime fasi della gravidanza) e morte. Tutte queste malattie e le conseguenze negative possono essere evitate con i vaccini. La mancata vaccinazione contro queste malattie mette i bambini in uno stato di vulnerabilità evitabile.

6° leggenda: Somministrare a un bambino più di un vaccino alla volta può aumentare il rischio di eventi avversi pericolosi, che possono sovraccaricare il suo sistema immunitario. FALSO

Verità/Dati di fatto: Le prove scientifiche mostrano che somministrare più vaccini nello stesso momento non determina effetti negativi per il sistema immunitario del bambino. Ogni giorno i bambini sono esposti a parecchie centinaia di sostanze estranee che suscitano una risposta immunitaria. Il semplice fatto di mangiare gli alimenti introduce nell’organismo nuovi antigeni, e numerosi batteri vivono nella bocca e nel naso. Un bambino è esposto a molti più antigeni quando contrae un comune raffreddore o mal di gola che da parte dei vaccini. I principali vantaggi del ricevere più vaccini in una volta sola stanno nella riduzione degli accessi ai servizi di vaccinazione, con risparmio di tempo e di denaro, e con una maggiore probabilità che venga completato il ciclo vaccinale raccomandato. Inoltre, la disponibilità di vaccini combinati, come nel caso di morbillo, parotite, rosolia, implica anche meno iniezioni.

7° leggenda: L’influenza è solo un disturbo e il vaccino non è molto efficace. FALSO

Verità/Dati di fatto: L’influenza è molto più che un disagio. È una malattia talvolta grave responsabile di 300.000-500.000 morti ogni anno nel mondo. Hanno un rischio più elevato di infezione grave o di decesso le donne in gravidanza, i bambini piccoli, gli anziani già debilitati e tutte le persone con una malattia cronica come l’asma o una cardiopatia. Vaccinare le donne in gravidanza fornisce il beneficio aggiuntivo di proteggere i neonati (al momento non è disponibile alcun vaccino per bambini sotto i 6 mesi). La vaccinazione antinfluenzale conferisce un’immunità contro i tre ceppi più diffusi circolanti in ogni singola stagione. Rappresenta il modo migliore per ridurre la probabilità di malattia grave e di contagio. Prevenire l’influenza significa evitare costi sanitari aggiuntivi e mancati guadagni dovuti a giorni perduti a scuola o sul lavoro.

8° leggenda: È meglio essere immunizzati dalla malattia che dai vaccini. FALSO

Verità/Dati di fatto: I vaccini interagiscono con il sistema immunitario in modo da produrre una risposta immune simile a quella evocate dalle infezioni naturali, ma non determinano la malattia né espongono le persone al rischio di potenziali complicazioni. D’altra parte il prezzo pagato per acquisire l’immunità attraverso l’infezione naturale può consistere in ritardo mentale nel caso dell’infezione da Haemophilus influenzae di tipo b, in difetti congeniti per quanto riguarda la rosolia, in cancro del fegato per il virus dell’epatite B, nel decesso nel caso del morbillo.

9° leggenda: I vaccini contengono mercurio che è pericoloso. FALSO

Verità/Dati di fatto: Il tiomersale è un composto organico contenente mercurio, aggiunto ad alcuni vaccini come conservante. È il conservante di più largo impiego per i vaccini forniti in contenitori multi-dose. Non ci sono prove che la quantità di tiomersale utilizzata nei vaccini comporti rischi per la salute. In Italia nei programmi estesi di vaccinazione routinaria sono utilizzati vaccini che non contengono tiomersale.

10° leggenda: I vaccini sono responsabili dell’autismo. FALSO

Verità/Dati di fatto: Lo studio del 1998 che ha lanciato l’allarme su una possibile associazione tra il vaccino contro morbillo-parotite-rosolia MPR (measles-mumps-rubella, MMR) e autismo è stato giudicato a posteriori gravemente fallace, tanto che l’articolo è stato ritirato dalla rivista che l’aveva pubblicato. Purtroppo, la sua pubblicazione aveva generato un tale panico da condurre a un calo delle coperture vaccinali e di conseguenza a epidemie di queste malattie. Non c’è comunque prova di un legame tra vaccino MPR e autismo o disturbi dello spettro autistico.

5G: “NON SIAMO CAVIE DA LABORATORIO!” Filippo Femia per “la Stampa” il 5/8/2019. Un chirurgo potrà operare un paziente di Buenos Aires da Parigi. Gli elettrodomestici «parleranno» tra loro. Le auto a guida autonoma ci porteranno ovunque. La rivoluzione promessa dal 5G - navigazione fino a 100 volte più veloce rispetto a oggi - è dietro l' angolo. Il debutto è fissato entro il 2020 e da più parti arrivano allarmi sul nuovo Internet ultraveloce. Le preoccupazioni riguardano i possibili rischi per la salute dei cittadini. «Prima del via libera su larga scala, bisognerebbe studiare i possibili effetti nocivi», chiede a gran voce il comitato Stop 5G, che riunisce un migliaio di attivisti. La nuova tecnologia, denunciano, ha un lato oscuro non ancora indagato. Il fronte dei tecnoribelli, come si definiscono alcuni, si è allargato negli ultimi mesi. Da Torino a Bari, oltre 50 città hanno ospitato flashmob e convegni contro la quinta generazione della telefonia mobile. Iniziative - non affollatissime, per ora - dove lo slogan principale è «Non siamo cavie da laboratorio». E si moltiplicano le richieste ai Comuni di una moratoria da affiancare a valutazioni dei rischi ambientali e sanitari. Di recente sono arrivati i primi successi. I sindaci di alcuni dei 120 Comuni scelti per la sperimentazione si sono messi di traverso. Pompu, Segariu e Noragugume, i tre paesini-laboratorio della Sardegna hanno fermato il 5G. Poi è stata la volta di Cogne (Aosta), Ricaldone e Solonghello (Alessandria). L' ultimo a vietare le antenne è stato il sindaco di Scanzano Jonico, in Basilicata. Anche il Codacons si è unito alla rivolta e ha annunciato «una crociata contro la nuova tecnologia. Abbiamo scritto agli ottomila sindaci italiani chiedendo loro di adottare provvedimenti simili». L' associazione dei consumatori ha anche presentato un esposto a 104 procure della Repubblica per indagare sui rischi per la salute. Il guru della rivolta è Maurizio Martucci, presidente del comitato Stop 5G: «Di questa nuova tecnologia si sa poco o nulla. Qualora ci sia anche un solo dubbio deve sempre prevalere il principio di precauzione per tutelare la salute dei cittadini». Il tam tam sui social ha diffuso numerose bufale sul 5G. Una semplice ricerca su Google ne svela decine (una su tutte: «Le radiazioni porteranno all' estinzione del genere umano»). I tecnoribelli, però, presentano come prove due studi scientifici indipendenti, uno dell' istituto Ramazzini di Bologna e uno dello statunitense National Toxicology Program: «Entrambi attestano il nesso tra i campi elettromagnetici creati da 2G e 3G e il cancro», sostiene Martucci. Gli esperti dell' Istituto superiore di Sanità ribattono che quelle ricerche non sono applicabili al 5G. Intanto, il dibattito su Internet ultraveloce sta creando imbarazzo all' interno del M5S, creando una spaccatura. Cataldo Curatella, presidente della commissione «Smart cities» nel Consiglio comunale di Torino e grillino della prima ora, ricorda le battaglie del Movimento delle origini per la tutela della salute: «Fa parte del nostro Dna. Da un anno proviamo a parlare con i nostri deputati ma ci hanno detto che sul 5G si è già deciso e non si torna indietro». La deputata Mirella Liuzzi, da parte sua, liquida le polemiche: «L' implementazione del 5G è stata approvata dalla base su Rousseau». Il video pubblicato da Liuzzi («Basta fake news: facciamo chiarezza sul 5G») è stato attaccato duramente dal neo portavoce grillino al Parlamento europeo, Piernicola Pedicini: «Se il M5S ha deciso di intraprendere la strada dell' innovazione senza capire che passa per la difesa della salute, allora il Movimento non ha la risposta ai problemi del Paese». Nei mesi scorsi le deputate Veronica Giannone e Gloria Vizzini, che avevano chiesto a gran voce un' interrogazione sui rischi del 5G, sono state espulse dal Movimento. Il motivo ufficiale? «I voti in difformità di numerosi emendamenti contrari alla linea politica del Movimento».

5G e aumento tumori, le ultime ricerche parlano chiaro: il pericolo esiste ed è fondato. Maurizio Martucci, Giornalista e scrittore l'11 settembre 2018 su Il Fatto Quotidiano. Mondiale, la posta in ballo è straordinariamente alta. Non solo nel business, ma nella tutela della salute pubblica. L’ho scritto (denunciandolo) nel mio ultimo libro inchiesta. Lo scontro è tra titani. “Era da aspettarselo – scrive su Facebook, polemizzando con la Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti (Icnirp), Fiorella Belpoggi, ricercatrice dell’Istituto Ramazzini, a capo del più grosso studio al mondo sugli effetti nocivi delle radiazioni da antenne di telefonia mobile (banda 3G) – ora chi di dovere si prenderà la responsabilità di ignorare un pericolo”. Tra le polemiche, la partita è tutt’altro che chiusa e, clamorosamente, potrebbe riaprirsi: c’è attesa per le nuove linee guida sulla sicurezza per l’esposizione all’elettrosmog, depositati i risultati dell’istituto bolognese (condotto su cavie umane equivalenti, riscontrati tumori maligni su cervello, cuore e infarto) e dell’americano National Toxicology Program (cancro da cellulare),  la scorsa settimana bollati come “poco affidabili” dall’Icnirp, ma presto al vaglio dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Forse per questo, senza dar troppo nell’occhio, negli ultimi mesi stiamo assistendo a una forsennata corsa contro il tempo per implementare l’infrastruttura tecnologica di quinta generazione. Lo dimostrano i 500 milioni di euro prestati dall’Europa a Nokia, i 200mila lampioni LED/Wi-Fi appena installati a Roma e le mini-antenne accese a Torino: se l’Organizzazione Mondiale della Sanità dovesse rivalutare (al rialzo) la classificazione delle radiofrequenze, inserendole tra i “probabili” (Classe 2B) se non addirittura tra i “certi” (Classe 1) agenti cancerogeni per l’umanità, dall’oggi al domani crollerebbe l’intera impalcatura su cui – sbrigativamente – lobby dell’industria wireless e (spregiudicata) politica negazionista stanno costruendo il sogno digitale del 5G. Perché saremo tutti irradiati da una sommatoria multipla e cumulativa di nuove frequenze oggi all’asta, spingendo (presto con riforma di legge?) il campo elettrico nell’aria da 6 V/m a 61 V/m. Ovunque, uno tsunami di microonde millimetriche ci sommergerà: con quali conseguenze? Ecco: “Aumento del rischio di tumori del cervello, del nervo vestibolare e della ghiandola salivare sono associati all’uso del telefono cellulare. Nove studi (2011-2017) segnalano un aumento del rischio di cancro al cervello dovuto all’uso del telefono cellulare. Quattro studi caso-controllo (2013-2014) riportano un aumento del rischio di tumori del nervo vestibolare. Preoccupazione per altri tumori: mammella (maschio e femmina), testicolo, leucemia e tiroide. Sulla base delle prove esaminate, è nostra opinione che l’attuale classificazione delle radio frequenze come cancerogeno per l’uomo (Classe 2B) dovrebbe essere aggiornata a cancerogenico per gli esseri umani (Classe1)”. L’aggiornamento della ricerca medico-scientifica nei risultati dei nuovi studi parla chiaro. Il pericolo esiste ed è fondato. E non è uno scherzo, se si pensa all’uso compulsivo degli smartphone: le linee guida redatte nel 1998 dall’Icnirp sono vecchie, se non altro superate dall’incontrastato avanzamento tecnologico, più veloce per sfornare merce Hi-Tech priva di valutazione preliminare del rischio sanitario: l’aggiornamento è urgente! Non è procrastinabile. “Usano le parole magiche ‘incoerenti’ e ‘inaffidabili’ per minare le ultime scoperte – critici, sul blog scrivono i tecnoribelli di No Radiotion for you – accettando e promuovendo studi che mostrano un’immagine più sicura: l’Icnirp si dimostra ancora una volta inadeguato, insignificante e irrilevante”. L’appunto non è da poco: la Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti è quell’organismo (privato) accreditato Iarc-Oms su cui alla fine degli anni 90 l’Unione Europea si basò nel considerare i soli effetti termici (cioè il surriscaldamento del corpo umano irradiato dall’elettrosmog, simulato con manichini riempiti di gel), ignorando le evidenze sui danni biologici. “E’ giunto il momento di aggiornare e rivedere giudiziosamente le linee guida dell’Icnirp”, afferma l’ex membro (ci lavorò 12 anni) Jim Lin, mentre – come il noto Angelo Gino Levis (ex mutagenesi ambientale Università di Padova) anche Dariusz Leszczyński (scienziato tra i massimi esperti al mondo, studiò il progetto Interphone Iarc-Oms) – sostiene l’inaffidabilità dell’Icnirp per dettare l’agenda governativa in materia di regolamentazione del rischio sulle pervadenti onde invisibili. Allora: se gli esiti Icnirp sono superati, vecchi di 20 anni, cosa succederà se la massima autorità sanitaria del mondo recepisse le più aggiornate prove scientifiche sulla cancerogenesi dell’elettrosmog? Il danno biologico evidenziato dagli studi (con finanziamenti pubblici) di National Toxicology Program e Istituto Ramazzini? Che sarà del 5G? E della conseguenze a cui, come cavie, senza informarci ci stanno esponendo?

5G – allarmiamo la popolazione. Michelangelo Coltelli maicolengel su butac il 20/06/2019. Nel giro di poche ore siete in tanti ad avermi segnalato come durante l’estate sono in programma tanti eventi pubblici per i cittadini italiani in merito al 5G. Siamo di fronte a un copione che conosciamo bene, l’abbiamo già visto in altre occasioni, ogni volta l’allarme da lanciare cambia ma il gioco è sempre lo stesso, girare la penisola per diffondere vario allarmismo. Si colpisce un pubblico di nicchia, ma a chi diffonde l’allarme basta e avanza.

Vi mostro due delle locandine che mi avete girato in queste ore:

Il primo dei due posterini è quello che impressiona meno, diciamo che è quello che rende l’idea che possa essere un dibattito serio, fatto con scienziati pro e contro il tema di cui si dibatterà. Il titolo perlomeno ci dà quell’idea: Dai campi elettromagnetici naturali a quelli artificiali.

Il secondo invece già dal titolo: Telefonia Mobile 5G, quali danni per la salute?

ci fa capire quale sarà l’impostazione della serata. Per approfondire sono andato a vedere chi sono i soggetti che interverranno ai due incontri. Lo sapete come si dice in UK? Curiosity killed the cat… la curiosità ha ucciso il gatto, beh io per fortuna non sono morto, ma il mio andare ad approfondire ha evidenziato quello che già temevo. Anche il primo incontro vede in cartellone solo soggetti con un evidente pregiudizio nei confronti del 5G. Non si tratterà quindi di serate di vero dibattito e confronto, ma solo di incontri nati esclusivamente per allarmare. Non che ci si debba sorprendere, gli organizzatori di questo tipo di eventi sono clonati da quelli che organizzano i dibattiti sui vaccini (contro l’obbligo), i dibattiti sulla Xylella, gli OGM, l’omeopatia. Non dobbiamo sorprenderci, sull’allarmismo nascono affari, a volte anche di grande valore economico. Basta spaventare quanto basta per riuscire a fare breccia nella mente e nel cuore di chi partecipa a questi incontri. La paura fa 90, e grazie a essa quei soggetti saranno più propensi ad acquistare materiale sul tema, rivolgersi ai medici sodali con questo tipo di eventi, curarsi con acqua e zucchero magari…Purtroppo solo un vero fronte unito di scienziati italiani può spazzare via allarmismi e mercanti d’olio di serpente dalla nostra penisola. Mi piacerebbe dirvi che sarà l’ormai noto Patto per la Scienza a fare qualcosa in merito, ma per ora vedo una macchina complessa, lenta a muoversi come tutte le strutture composte da troppi cervelli. Speriamo si snelliscano e diventino più incisivi con la comunicazione a livello nazionale. Sarebbe bello vedere esprimere pareri sugli studi dell’Istituto Ramazzini ad esempio, portato in palmo di mano da tantissimi sostenitori della pericolosità del 5G, senza però che abbiano portato alcuna prova della dannosità dello stesso. Se i paesi in cui si terranno questi eventi volessero fare un vero servizio ai cittadini avrebbero dovuto obbligare gli organizzatori ad avere un vero confronto con la comunità scientifica, con una seria rappresentanza a favore del 5G. Non facendo così si crea uno sbilanciamento opposto a quello che esiste nella comunità scientifica internazionale. La scienza, ad oggi, dice che il 5G non rappresenta un pericolo per l’essere umano, che le frequenze a cui opera non sono pericolose. Eventi di questo tipo, con patrocini di vario genere, non sono corretti. Chi vi assiste si convince dell’esatto opposto di quanto invece dice la comunità scientifica internazionale. Lasciatemelo dire, questo modo di fare…Allarmi scientificamente infondati possono fare comunque grossi danni, basta pensare alle tante campagne cavalcate da associazioni come quelle rappresentate agli eventi contro il 5G. Solo pensando agli ultimissimi anni abbiamo avuto la Xylella, la demonizzazione degli OGM, la messa al bando dell’olio di palma e recentemente gli attacchi contro il glifosato. Non dobbiamo fare gli ignavi, dietro queste campagne di disinformazione ci sono precisi interessi economici. Mi lascia sempre stupito che chi non si fida di BigPharma abbracci senza spirito critico tutte queste campagne, senza rendersi conto di quali precisi interessi abbiano i promotori… Qui su BUTAC abbiamo già parlato più e più volte di 5G, non credo sia necessario aggiungere altro.

Le bufale sul 5G pericoloso per la salute hanno un intento di destabilizzazione. In America la rete tv finanziata dal Cremlino scatena il panico. In Italia c’è un movimento che cresce. Eugenio Cau su Il Foglio il 14 Maggio 2019. Rt America, la filiale americana e in lingua inglese della rete tv finanziata dal Cremlino, ha cominciato da mesi una campagna antiscientifica contro i presunti pericoli per la salute delle reti 5G, le reti di nuova generazione che in Italia sono in fase di sperimentazione e che in alcuni paesi, come la Corea del sud, sono già attive su parte del territorio. Il New York Times, che ha pubblicato un’inchiesta sul tema, scrive che Rt ha mandato in onda dal maggio scorso sette servizi che parlano di “Apocalisse 5G”. In questi servizi, sedicenti esperti mettono in guardia il pubblico americano dalla possibilità che la costruzione di reti 5G sul territorio nazionale possa portare allo sviluppo di tumori tra la popolazione, e presentano dubbie testimonianze su bambini che perdono sangue dal naso vicino alle antenne o subiscono deficit dell’apprendimento a causa del 5G. Per tentare di rendere l’idea della pericolosità, i giornalisti di Rt tendono a usare la parola “radiazioni” al posto di “onde radio”. Tutti i servizi hanno titoli allarmistici: “Il 5G è un crimine per il diritto internazionale”, “Il 5G espone più bambini al rischio di tumore?”, “5G, un pericoloso ‘esperimento sul genere umano’”. Sono tutte evidenti bufale. Esattamente come non ci sono prove conclusive della pericolosità delle reti 3G e 4G per la salute umana, così non ne esistono per il 5G, anzi: secondo i ricercatori le onde ad alta frequenza del 5G hanno meno possibilità di penetrare nei tessuti umani, e dunque l’esposizione è meno ridotta. Quale interesse può avere una rete televisiva finanziata dal Cremlino a diffondere disinformazione sul 5G, un’infrastruttura che il Cremlino stesso ha definito come strategica e fondamentale per il futuro della Russia? L’ipotesi più probabile è che RT voglia ricreare in vitro un nuovo fenomeno vaccini. In occidente, il movimento no-vax non è soltanto un pericolo per la salute pubblica, che ha riportato in molti paesi malattie che si ritenevano completamente debellate come il morbillo. Il movimento no-vax è diventato un fenomeno politico che ha minato la fiducia di una parte consistente della popolazione nelle istituzioni. Ben presto i no-vax sono diventati un bacino elettorale attorno al quale sono cresciute o si sono coagulate forze politiche invariabilmente populiste: basta pensare al Movimento 5 stelle in Italia. Populismo, sfiducia no-vax e antiscientismo fanno spesso parte dello stesso cocktail di destabilizzazione e caos, e questo è indicato dagli esperti come uno degli obiettivi della Russia nelle sue operazioni all’estero. Negli anni, Rt America non soltanto ha cavalcato le proteste contro i vaccini, ma anche quelle contro il fracking e contro gli Ogm. Nella sua campagna antiscientifica contro il 5G, la rete finanziata dal Cremlino sembra aver trovato terreno fertile. Il New York Times scrive che decine di articoli online di tono complottista e allarmistico hanno ripreso i servizi contro le reti di nuova generazione. In Italia, dove ancora non c’è eco della campagna di Rt, la paura per il 5G è tuttavia già arrivata. Moltissimi siti internet, spesso gli stessi che propalano bufale contro i vaccini, e spesso con formule note (“quello che i media non vi dicono”, “ecco uno studio censurato”) da mesi fanno campagna sulla presunta pericolosità delle reti 5G per la salute dell’uomo. Lo scorso febbraio, un gruppo chiamato Alleanza Stop 5G ha consegnato in Parlamento una petizione con 11 mila firme per chiedere una moratoria della tecnologia. E quando l’Agcom ha pubblicato la lista dei 120 piccoli comuni italiani che avranno una via preferenziale nello sviluppo del 5G per colmare il loro digital divide, molte associazioni di cittadini hanno protestato scambiando la “sperimentazione” della nuova tecnologia per un “esperimento” contro di loro.

L'uso del cellulare (forse) non favorisce il cancro. Francesca Angeli, Giovedì 08/08/2019, su Il Giornale.  Cellulari sicuri? La risposta dell'Istituto superiore di sanità è un «sì» ma con riserva perché i dati di riferimento vengono ritenuti ancora incompleti. Insomma se da un lato è confermata la sicurezza dei cellulari rispetto allo sviluppo di determinate neoplasie restano ancora dubbi prima di tutto per i più piccoli, esposti sin dall'infanzia alle radiofrequenze. Il Rapporto dell'Iss «Esposizione a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche», curato da Susanna Lagorio, Laura Anglesio, Giovanni d'Amore, Carmela Marino e Maria Rosaria Scarfì sugli eventuali effetti cancerogeni dell'esposizione a radiofrequenze non arriva a conclusioni definitive. I dati e le evidenze epidemiologiche confermano che anche un uso quotidiano del cellulare non sembra collegato ad un aumento dell'incidenza di neoplasie nelle aree più esposte alle radiofrequenze durante le chiamate vocali. La ricerca fa riferimento agli studi pubblicati dal '99 al 2017 e non si rilevano aumenti del rischio di glioma, tumore maligno o dei tumori benigni come meningioma, neuroma acustico, tumori delle ghiandole salivari collegati all'uso prolungato, ovvero dai dieci anni in poi, dei telefoni mobili. Quasi un'assoluzione rispetto allo studio del 2011 dell'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, che aveva decisamente collocato le radiofrequenze tra i possibili cancerogeni. Rispetto a quella valutazione, le stime di rischio considerate dal Rapporto, viene sottolineato, sono più numerose e più precise. Nello stesso rapporto però si sottolinea anche «un certo grado d'incertezza riguardo alle conseguenze di un uso molto intenso, in particolare dei cellulari della prima e seconda generazione caratterizzati da elevate potenze di emissione». Soprattutto si sottolinea che gli «studi finora effettuati non hanno potuto analizzare gli effetti a lungo termine dell'uso del cellulare iniziato da bambini e di un'eventuale maggiore vulnerabilità durante l'infanzia». Molto più critico infatti Paolo Maria Rossini, direttore dell'Unità di Neurologia del Policlinico Universitario Agostino Gemelli. «L'uso prolungato del cellulare fa male al cervello e potrebbe facilitare lo sviluppo di tumori», avverte il medico.

Telefoni cellulari e tumori, rapporto dell'Iss non evidenzia aumenti di rischio. Il rapporto Istisan sull'esposizione a radiofrequenze e tumori: l'uso del cellulare non risulta associato all'incidenza di neoplasie nelle aree più esposte durante le chiamate vocali. Ma servono altre indagini sui rischi legati all’utilizzo fin dall'infanzia. Irma D'Aria il 7 agosto 2019 su La Repubblica. L’utilizzo prolungato del cellulare, per oltre dieci anni, non fa incrementare il rischio di neoplasie maligne (glioma) o benigne (meningiomi, neuromi acustici, tumori dell’ipofisi o delle ghiandole salivari). Ma i dati attuali non consentono valutazioni accurate del rischio dei tumori intracranici a più lenta crescita e mancano dati sugli effetti a lungo termine dell’uso del cellulare iniziato durante l’infanzia. Sono queste le principali conclusioni del Rapporto Istisan "Esposizione a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche" diffuso oggi dall'Istituto Superiore di Sanità.

L'aggiornamento degli studi scientifici. Utilizzare per tante ore il cellulare può far aumentare il rischio di tumore? Quante volte ci siamo fatti questa domanda temendo il peggio? La continua esposizione alle radiofrequenze (RF) ha fatto sorgere negli anni legittimi dubbi sui rischi per la salute. La Iarc nel 2011 ha classificato le radiofrequenze nel gruppo 2B (possibili cancerogeni). Ma le ricerche scientifiche più recenti confermano o indeboliscono il sospetto che l’uso del telefono cellulare aumenti il rischio di alcuni tumori cerebrali? Il rapporto Istisa, curato da un gruppo multidisciplinare di esperti di diverse agenzie italiane (Iss, Arpa-Piemonte, Enea, Cnr-Irea), risponde proprio a questi dubbi.

Le caratteristiche dell'esposizione. Il rapporto prende in esame le caratteristiche e i livelli di emissione delle sorgenti di radiofrequenze più rilevanti per la popolazione come antenne radiotelevisive, stazioni radio base, WiFi, telefoni cellulari. L’esposizione personale dipende dai livelli di campo nei luoghi in cui si svolge la vita quotidiana, dal tempo trascorso nei diversi ambienti e dalle emissioni dei dispositivi utilizzati a stretto contatto. "Gli impianti per telecomunicazione sono aumentati nel tempo - scrivono gli esperti nel rapporto - ma l’intensità dei segnali trasmessi è diminuita con il passaggio dai sistemi analogici a quelli digitali. La distanza da sorgenti fisse ambientali non è un buon indicatore del livello di radiofrequenze all’interno di un’abitazione perché molte antenne sono direzionali e le radiofrequenze sono schermate dalla struttura degli edifici e da altri ostacoli naturali". Non solo: gli impianti WiFi hanno basse potenze e cicli di lavoro intermittenti per cui nelle case e nelle scuole in cui sono presenti, danno luogo a livelli di radiofrequenza molto inferiori ai limiti ambientali vigenti.

La dose maggiore di radiofrequenze arriva dai cellulari. La maggior parte della dose quotidiana di energia a radiofrequenze deriva dall’uso del cellulare. L’efficienza della rete condiziona l’esposizione degli utenti perché la potenza di emissione del telefonino durante l’uso è tanto minore quanto migliore è la copertura fornita dalla stazione radio base più vicina. Inoltre, la potenza media per chiamata di un cellulare connesso ad una rete 3G o 4G (Umts o Lte) è 100-500 volte inferiore a quella di un dispositivo collegato ad una rete 2G (GSM 900-1800 MHz). Ulteriori drastiche riduzioni dell’esposizione si ottengono con l’uso di auricolari o viva-voce. In modalità stand-by, il telefonino emette segnali di brevissima durata ad intervalli di ore, con un contributo trascurabile all’esposizione personale.

L’avvento del 5G e l’impatto sulla salute. Con l’arrivo delle reti 5G si sono fatti strada anche dei dubbi sulle possibili maggiori conseguenze per la salute. Il rapporto Istisan indaga e risponde anche su questo punto: "Per quanto riguarda le future reti 5G - scrivono gli esperti - al momento non è possibile prevedere i livelli ambientali di radiofrequenze associati allo sviluppo dell’Internet delle Cose (Iot); le emittenti aumenteranno, ma avranno potenze medie inferiori a quelle degli impianti attuali e la rapida variazione temporale dei segnali dovuta all’irradiazione indirizzabile verso l’utente (beam-forming) comporterà un’ulteriore riduzione dei livelli medi di campo nelle aree circostanti".

Nessun aumento dell’incidenza di tumori alla testa. La relazione tra uso del cellulare e incidenza di tumori nell’area della testa è stata analizzata in numerosi studi epidemiologici pubblicati nel periodo 1999-2017. La meta-analisi di questi studi non rileva alcun incremento del rischio di neoplasie maligne (glioma) o benigne (meningiomi, neuromi acustici, tumori dell’ipofisi o delle ghiandole salivari) in relazione all’uso prolungato (≥10 anni) del cellulare. I risultati relativi al glioma e al neuroma acustico sono eterogenei. Alcuni studi caso-controllo riportano notevoli incrementi di rischio anche per modeste durate e intensita? cumulative d’uso, ma queste osservazioni non sono coerenti con l’andamento temporale dei tassi d’incidenza dei tumori cerebrali che non hanno risentito del rapido aumento della prevalenza di esposizione. "Rispetto alle evidenze disponibili al momento della valutazione della IARC - chiarisce il rapporto - le stime di rischio per l’uso prolungato del cellulare considerate in questa meta-analisi sono più numerose e più precise, perché basate su un maggior numero di casi esposti. Inoltre, le analisi più recenti dei trend d’incidenza dei tumori cerebrali coprono un periodo di quasi 30 anni dall’introduzione dei telefoni mobili".

Mancano i dati sull’uso iniziato nell’infanzia. La validità dei risultati degli studi epidemiologici su cellulari e tumori rimane, però, incerta. Un intero capitolo del rapporto, per esempio, è dedicato alle sorgenti di distorsione più rilevanti e al loro impatto sui risultati. I dati attuali, inoltre, non consentono valutazioni accurate del rischio dei tumori intracranici a più lenta crescita e mancano dati sugli effetti a lungo termine dell’uso del cellulare iniziato durante l’infanzia. Gli studi in corso (Cosmos, MobiKids, GERoNiMo) contribuiranno a chiarire le residue incertezze. "Anche l’ipotesi di un’associazione tra radiofrequenze emesse da antenne radiotelevisive e incidenza di leucemia infantile, suggerita da alcune analisi di correlazione geografica, non appare confermata dagli studi epidemiologici", si legge nel rapporto.

Le prossime valutazioni di rischio. Nel 2011 le radiofrequenze sono state classificate dalla Iarc tra gli agenti possibilmente cancerogeni in base a limitata evidenza nell’uomo, limitata evidenza negli animali e debole supporto fornito dagli studi sui meccanismi. Cosa vuol dire? Proprio per il fatto che il significato di questa classificazione non è intuitivo, la Iarc ha ritenuto utile ribadire che le radiofrequenze sono classificate nel gruppo 2B perché c'è un’evidenza tutt’altro che conclusiva che l’esposizione possa causare il cancro negli esseri umani o negli animali. Valutazioni successive concordano nel ritenere che le evidenze relative alla possibile associazione tra esposizione a RF e rischio di tumori si siano indebolite e non richiedano modifiche all’impostazione degli standard di protezione correnti. L'Oms sta attualmente preparando un aggiornamento della valutazione di tutti i rischi per la salute da esposizione a radiofrequenze. In attesa di questa monografia, gli sviluppi della ricerca sono costantemente monitorati da panel nazionali e internazionali di esperti.

Chi ha paura del 5G? Il Codacons vuole vederci chiaro e invita tutti i 7.914 comuni italiani a lasciar perdere le sperimentazioni e a salvaguardare la salute dei cittadini. Antonino Caffo l'8 agosto 2019 su Panorama. Il 5G è dietro l'angolo, con la promessa di rendere le nostre vite connesse molto più intelligenti di quanto lo siano oggi. Non si tratta solo di velocità ma della possibilità di collegare in maniera ottimizzata smartphone, tablet, computer, dispositivi indossabili e tutto ciò che in città "parla" con la rete. Non si poteva già fare oggi con il 4G? Si, certo, con grossi limiti in quanto a spazio concesso ad ogni prodotto (per farla spicciola), con una decadimento della qualità. Il 5G sarà un network migliore e creato apposta per ospitare centinaia, migliaia di device. Per fare questo serviranno antenne diverse dalle attuali, sulle quali il Codacons ha avviato la propria battaglia del "contro".

Stop alla penisola. L’associazione dei consumatori ha chiesto a tutti i sindaci italiani di bloccare e rifiutare la sperimentazione del 5G sui loro territori. Il motivo? «Allo stato attuale – afferma Carlo Rienzi, Presidente Codacons – le evidenze scientifiche non sono in grado di assicurare con assoluta certezza l’assenza di rischi suo fronte sanitario per i cittadini. In tali situazioni si applica quindi il principio di precauzione che pone come interesse primario la tutela della popolazione, anche perché i sindaci sarebbero i primi soggetti chiamati a rispondere di eventuali danni prodotti da strutture tecnologiche autorizzate dalle amministrazioni».

La ricerca del misfatto. A marzo dello scorso anno si è conclusa la ricerca che l’Istituto Ramazzini di Bologna, attraverso il Centro di ricerca sul cancro “Cesare Maltoni”, ha condotto per studiare l’impatto dell’esposizione umana ai livelli di radiazioni a radiofrequenza (RFR) prodotti da ripetitori e trasmettitori per la telefonia mobile. Il risultato? L'Istituto Ramazzini ha studiato le esposizioni alle radiofrequenze mille volte inferiori a quelle utilizzate nello studio sui telefoni cellulari del National Toxicologic Program (USA), e ha riscontrato gli stessi tipi di tumore, ossia malattie rare delle cellule nervose. Insomma, per la ricerca, ripetitori e telefoni cellulari causano il cancro.

Il 3G non è il 5G (e viceversa). Ma c'è un problema: l'Istituto ha utilizzato, come tester delle sue indagini, dei ratti, esponendoli a radiazioni su frequenze da 1.8 Ghz per molte ore al giorno. I topi hanno sviluppato, in alcuni casi, una forma tumorale al cervello. A seguito di ciò, per chissà quale motivo, la ricerca del centro è stata citata da più fonti per condannare il 5G, nonostante il fulcro fossero tecnologie di rete precedenti. La frequenza da 1.8 Ghz è propria del 3G. Non a caso, l'ICNIRP, l'organismo internazionale per lo studio delle radiazioni non ionizzanti, ha ritenuto che i risultati di questo studio non possano essere impiegati per modificare gli attuali parametri sui livelli di esposizioni.

Ecco le testuali parole del Ramazzini: «Nello studio del Ramazzini, 2.448 ratti Sprague-Dawley sono stati esposti a radiazioni GSM da 1.8 GHz (quelle delle antenne della telefonia mobile) per 19 ore al giorno, dalla vita prenatale (cioè durante la gravidanza delle loro madri) fino alla morte spontanea. Lo studio comprende dosi ambientali (cioè simili a quelle che ritroviamo nel nostro ambiente di vita e di lavoro) di 5, 25 e 50 V/m: questi livelli sono stati studiati per mimare l’esposizione umana full-body generata da ripetitori, e sono molto più basse rispetto a quelle usate nello studio dell’NTP americano». Peccato che 50 Volts al metro (l'unità di misura delle radiazioni non ionizzanti) sia una metrica che è fuori legge in un paese dove il limite è di 6 V/m. Al massimo, valori elevati si possono raggiungere in fase di chiamata cellulare, non fino ai "50" e per limitate ore effettive ogni giorno.

Facciamo un po' di chiarezza. Secondo delle inferenze matematiche alquanto basilari, il 5G opera su frequenze maggiori del 4G, quindi la lunghezza d'onda di azione è inferiore. Questo è il motivo per il quale servono più antenne per coprire una certa zona, ma a bassa potenza. Il Codacons collega il numero maggiore a un rischio aumentato per la salute. Ma quasi quasi fa più male mettere una mano, per qualche ora, nel forno a microonde. Come spiegato in un articolo del sito Key4biz: «Il fascio di radiazione emesso da una stazione radio base 4G ha un diagramma di irradiazione fisso. Il raggio di esposizione di una stazione base 4G è maggiore rispetto al 5G e il fascio di radiazione si propaga anche su persone, animali e oggetti che non utilizzano la tecnologia 4G. Invece per la stazione radio base 5G il diagramma di irradiazione è dinamico e indirizzabile verso l’utente. Ogni servizio vede unicamente una “porzione virtuale” della rete e tutti i soggetti che in quel momento non richiedono una connessione mobile di quinta generazione non sono interessati dal fascio di radiazione».

Cosa dice l'Istituto Superiore di Sanità. Inoltre, in un recente rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, in base alle evidenze epidemiologiche attuali, l’uso del cellulare non risulta associato all’incidenza di neoplasie nelle aree più esposte alle radiofrequenze durante le chiamate vocali. Nel periodo 1999-2017 non si sono rilevati rischi di tumori maligni (glioma) o benigni (meningioma, neuroma acustico, tumori delle ghiandole salivari) in relazione all’uso prolungato (≥10 anni) dei telefoni mobili. Per quanto riguarda le future reti 5G, al momento non vi è certezza pratica che, in Italia, non faccia male. Sappiamo che non ci sono conseguenze altrove (tipo negli Stati Uniti dove pure sono state studiate radiazioni più elevate) ma l'azione precauzionale del Codacons non fa altro che alzare la guardia su un fatto che è una credenza e non un'evidenza. Ragionando in questo modo saremmo ancora fermi ai caratteri mobili, al cavallo, ai messaggi di fumo. Se c'è una curva dovuta dello sviluppo tecnologico che prevede un periodo di sperimentazione, non vuol dire che questa comporti la fine dell'umanità. Non se i dati sono trasparenti, pertinenti e calzanti con quello che si cerca.

La petizione dei medici: "Tumori per i cellulari? Non è possibile negarlo". Quasi 5mila firme contro il documento che scagiona i telefonini: "Sottostima i rischi". Francesca Angeli, Venerdì 23/08/2019, su Il Giornale. «L'Istituto Superiore di Sanità deve ritirare il rapporto sulla correlazione tra utilizzo dei cellulari e cancro perché inadeguato a garantire al meglio la salute pubblica». Un'accusa pesantissima quella lanciata dall'Associazione Italiana Medici per l'Ambiente - Isde Italia che oltre ad invitare con forza l'Iss a ritirare il rapporto ha anche promosso una raccolta di firme per chiedere la rielaborazione del documento giudicato eccessivamente rassicurante rispetto al rischio cancro in caso di esposizione assidua alle radiazioni, le microonde emesse dai cellulari. Un sospetto inammissibile per un organismo governativo il cui principale scopo sarebbe per l'appunto la tutela della salute pubblica. Nel documento Iss si afferma che l'uso comune del cellulare non sarebbe «associato all'incremento del rischio di alcun tipo di tumore cerebrale» anche se si riconosce che esiste «un certo grado d'incertezza riguardo alle conseguenze di un uso molto intenso» e soprattutto rispetto «agli effetti a lungo termine dell'uso del cellulare iniziato da bambini e di un'eventuale maggiore vulnerabilità a questi effetti durante l'infanzia». Nonostante questa incertezza gli esperti Iss ritengono che in base alle evidenze disponibili non siano necessarie «modifiche sostanziali all'impostazione corrente degli standard internazionali di prevenzione dei rischi per la salute». Ma questa impostazione viene duramente respinta dall'Isde, rappresentata dal presidente del Comitato Scientifico, Agostino Di Ciaula e dal professor Benedetto Terracini già professore di Epidemiologia dei tumori all'Università di Torino. Gli esperti dell'Isde fanno notare come nel rapporto Iss si riconosca che «la normativa nazionale vigente, nel caso delle bande di frequenza proprie della rete 5G, sia inadeguata a verificare l'esistenza di livelli di esposizione certamente sicuri per la salute pubblica». Ovvero che non si ha idea di quali potranno essere gli effetti sulla salute del 5G. E in prospettiva abbiamo invece la certezza del fatto che ci sarà «un incremento notevole del numero di impianti installati sul territorio» e che «l'introduzione della tecnologia 5G potrà portare a scenari di esposizione molto complessi, con livelli di campo elettromagnetico fortemente variabili nel tempo, nello spazio e nell'uso delle risorse delle bande di frequenza». Per l'Isde dunque «non appare giustificabile ignorare o sottovalutare ciò che già sappiamo e declassificare come irrilevante ciò che ancora non sappiamo». Il rischio potenziale c'è, dicono in sostanza gli esperti, e non va ignorato fino a che non mostrerà i suoi effetti. In sostanza quello che è accaduto con la nicotina i cui effetti nocivi sono stati minimizzati per decenni. «Questo potrebbe trasformarsi in un'inaccettabile rilevazione e quantificazione a posteriori di danni altrimenti evitabili», insistono. Il professor Terracini critica l'eccessiva «timidezza» delle conclusioni del rapporto Iss dove si parla di «incertezze scientifiche ma si evita di esplicitare la sostanza di tali incertezze e non si propone quale utilizzo farne a fini di prevenzione primaria», soprattutto rispetto ai soggetti più fragili: bambini e donne in gravidanza.

·         I Complottisti.

Beppe Grillo contro la pseudoscienza: firma il patto di Burioni, immunologo «pro-vax». Nicola Barone 10 gennaio 2019 su Il Sole 24 ore. C’è Matteo Renzi e c’è anche Beppe Grillo. I due storici avversari, distanti galassie, sono fra i firmatari di un “patto per la scienza” proposto dall'immunologo Roberto Burioni per sostenere la ricerca scientifica e contrastare la pseudomedicina. È stato il medico stesso sul proprio sito Medicalfacts a spiegare che «oggi è successa una cosa molto importante: Beppe Grillo (sul suo blog) e Matteo Renzi hanno sottoscritto (insieme a molti altri), un patto a difesa della scienza. Perché ci si può dividere su tutto, ma una base comune deve esserci». Grillo, ospitando l’appello di Burioni sul proprio blog, cita Claude Levi-Strauss riportando la sua affermazione sul fatto che «lo scienziato non è l'uomo che fornisce le vere risposte; è quello che pone le vere domande». Nella scienza «non si crede: o si capisce oppure non si capisce. È una modalità di comprensione delle cose del mondo che deve essere capace di prescindere da qualsiasi pregiudizio (quindi anche relativamente ad un certo vaccino o modalità di vaccinazione della popolazione)», scrive Grillo. «Il rapporto matematica/realtà naturale non è ancora del tutto chiaro. La scienza procede, senza timori attraverso il dubbio (anche su se stessa). Ma che anche la scienza, ed il suo mondo, hanno bisogno di sopravvivere, come qualunque altra cosa». Per questo, segnala sempre il cofondatore dei Cinque Stelle, «condivido con voi il Patto trasversale per la scienza, perché il progresso della scienza deve essere riconosciuto come un valore universale dell'umanità e non può essere negato o distorto per fini politici e/o elettorali». Una posizione, quasi inedita e per molti versi clamorosa, che fa da sponda alle parole dell'immunologo e grande oppositore dei no-vax. «Non ascoltare la scienza significa non solo oscurantismo e superstizione, ma anche dolore, sofferenza e morte di esseri umani». Nel patto lanciato «le forze politiche si impegnano a “sostenere la Scienza come valore universale di progresso dell'umanità, che non ha alcun colore politico”, ma anche a «governare e legiferare in modo tale da fermare l'operato di quegli pseudoscienziati, che, con affermazioni non-dimostrate e allarmiste, creano paure ingiustificate tra la popolazione nei confronti di presidi terapeutici validati dall'evidenza scientifica e medica». «Stupito dall'adesione di Beppe Grillo? Non ho seguito quello che ha detto Grillo in passato sulla scienza, ma sono felice che in questo momento si riconosca in dei punti molto rigorosi: perché il patto non lascia spazio a fraintendimenti» ha commentato Burioni nel corso di «Uno, nessuno, 100Milan» su Radio 24. «È una base dalla quale partire per evitare il proliferare balle mortali come quelle dei vaccini contaminati e delle chemioterapie che uccidono. Grillo in passato nei suoi spettacoli brandiva le false teorie del professor Peter Duesberg sul fatto che l’Aids fosse un'invenzione? Mi piace pensare che il mio amico Guido Silvestri, che è uno dei più grandi esperti di Hiv al mondo, abbia fatto capire a Grillo che quelle posizioni erano sbagliate». Paradossale che nel 2019 l'adesione a un appello sull'importanza della scienza diventi una notizia? «È incredibile, ma questo è il mondo in cui viviamo». Me nel frattempo si scatenano critiche e insulti su Facebook contro Beppe Grillo “colpevole” di aver sottoscritto un testo che sostiene la ricerca scientifica, contrasta la pseudomedicina e di fatto sconfessa la battaglia no-vax. Oltre 400 follower del comico genovese hanno dato libero sfogo al disappunto nei commenti al post pubblicato sul blog beppegrillo.it. I giudizi sono pressochè unanimi e durissimi. «Traditore», «mai più il mio voto dopo questo voltafaccia», «ci avevate promesso di abolire i vaccini e invece adesso ce li volete iniettare con forza. Bel voltagabbana». Non manca chi posta un video risalente al 1998, in cui Grillo si batte contro i vaccini, con sotto il commento sarcastico «questo Grillo qui di oggi è lo stesso di questo video?».

Beppe Grillo: Complottista o Illuminato? L’Inkiesta 13 giugno 2012. Nel Movimento 5 Stelle si nasconde una marea di complottisti. Poi ci sono i complottisti "grillini pentiti", quelli talmente paranoici che sono convinti che Beppe Grillo sia una pedina degli Illuminati. Giuro. Non è difficile accorgersene, visto che sul ritrovo d'obbligo di tutti i "cinquestellati", il blog di Grillo, si trovano con una facilità estrema commenti tipo: "Sono convita che l'Aids sia una condizione sempre esistita di immunodeficienza non acquisita da virus ma per particolari condizioni vissute da un soggetto", oppure "Come mai i nostri giornalisti non parlano di HAARP? Sarà che manco sanno cos'è, oppure è 1000 volte meglio parlare del populismo di Grillo", o ancora (e veniamo ai paranoici) "Tutti i media sono controllati, Grillo non fa eccezione, basta controllare i video della Casaleggio, intrisi di simbologia illuminato-massonica". Ma cosa ci fanno i complottisti nel Movimento Cinque Stelle? La loro presenza è confermata dallo stesso Grillo, che in alcune dichiarazioni (come questa) si lamenta dei troppi sostenitori che lo fermano e gli chiedono di parlare di boiate tipo le scie chimiche e la fusione fredda. Eh già, perché Beppe Grillo a questa roba non ci crede mica. Crede però che l'Aids sia una truffa, che i pomodori siano incrociati con i merluzzi, che i vaccini siano inutili e a mille altre teorie più o meno assurde che stanno nel manuale del buon complottista e di cui si è parlato recentemente in seguito a questo articolo di Wired. Ed ecco spiegata la presenza dei complottisti nel M5S. Ma dove nasce invece la teoria che lo stesso Grillo sia un Illuminato? Partiamo da un po' lontano...Una delle teorie che più agitano gli spiriti cospirazionisti e a cui Grillo ha addirittura dedicato un intero tour nel 1998 (Apocalisse Morbida) è quella del signoraggio. O meglio, la bufala del signoraggio (a questo link trovate un po' di spiegazioni): una delle più dure a morire, ci è cascato pure Di Pietro e Grillo ne era uno dei più convinti sostenitori. Forse ignaro, o forse no, che le teorie a cui dava credito erano portate avanti da loschi individui neo-fascisti (come sempre capita quando ci si addentra nei meandri del complottismo). Aveva voglia Grillo a sponsorizzare, in quello spettacolo, l'esimio professore ed esperto di signoraggio Giacinto Auriti, forse era meglio informarsi un po' per scoprire che Auriti era (è deceduto nel 2006) un noto neo-fascista che è stato anche candidato nel cartello Mussolini + Forza Nuova + Fiamma Tricolore + Fronte Nazionale noto come Alternativa Sociale. Beh, ai neo-fascisti non si può concedere credito a livello economico? Personalmente, non mi affiderei mai a personaggi del genere, ma evidentemente Grillo la pensa(va) diversamente e si è lasciato portare dritto dritto nei tuguri cospirazionisti, affermando anche cose del tutto improbabili tipo che la Banca d'Italia è una Società per azioni (non lo è). Ma attenzione: la cosa davvero inquietante non è che Grillo credesse alla cospirazione del signoraggio, ma che dallo spettacolo del 1998 abbia smesso improvvisamente di parlarne. Non solo: molti accusano il leader del 5 Stelle di cancellare dal suo blog qualunque intervento che riguardi il signoraggio. Cos'è successo? Perché Grillo non tratta più un argomento così scomodo? Le teorie sono tre. Partiamo dalla prima che è la più semplice, portata avanti anche dal noto (?) esperto di signoraggio Antonio Miclavez, che in questa intervista del 2008 afferma: "Ne ho parlato con lui (Beppe Grillo) circa sei mesi fa, e lui mi ha detto di non volerne più parlare perché è troppo difficile e la gente non capisce". In effetti addentrarsi un po' nel signoraggio fa venire il mal di testa, ma sembra strano che il Beppe nazionale abbandoni un tema del genere solo perché "la gente fa fatica a capire". Seconda ipotesi: a causa del suo volere divulgare un'informazione corretta sul signoraggio, Beppe Grillo è stato minacciato di morte, e da allora ha smesso. Gli Illuminati si sono messi sulle sue tracce, in poche parole. E gli hanno fatto capire che non era il caso di continuare a svelare le loro pratiche per soggiogare il mondo. Alcuni paranoici ne sono convinti, e per diffondere il verbo pubblicano video come questo. Terza e ultima ipotesi, che è poi anche la mia preferita: Beppe Grillo fa parte degli Illuminati. Non è uno scherzo: altro che nemico dei poteri forti, Bilderberg e banchieri. No no. Grillo è un Illuminato, ed è qui tra noi per diffondere una contro-informazione distorta che in realtà fa il gioco degli Illuminati. E' stato comprato, insomma. E quindi ha smesso di parlare di signoraggio. Questi cortocircuiti schizoidi sono fantastici e sono anche un tipico meccanismo dei complottismi, per cui ogni dietrologia può essere a sua volta vittima della dietrologia. Ma da dove nasce questa convinzione? Uno dei punti di forza di questa tesi nasce dalla lettera scritta dall'Illuminato pentito (sì, esistono. O almeno dicono di esistere) Leo Lyon Zagami, autore del libro "Confessione di un Illuminato". In questa lettera scrive: Nell’ormai lontano autunno del 2006 io decisi di uscire fuori dalle società segrete del Nuovo Ordine Mondiale e di farlo pubblicamente grazie alle mie “Confessioni”. Cercavo cosi di rivelare i retroscena per cautelarmi in caso mi fosse successo qualcosa. Mi rivolsi quindi alle figure più importanti dell’informazione alternativa sul web, tra cui Beppe Grillo, da cui non ricevetti mai alcuna risposta alla mia mail; se non 3 anni dopo, in un episodio che dire strano è forse poco, ma che allo stesso tempo mi fece capire tutti i retroscena della Casaleggio e del nostro caro Grillo l’uomo della rivoluzione che non c’è, il giullare di corte dei poteri forti e degli illuminati del progetto DIGNITY. Ok, fermi un secondo. Cos'è Dignity? Dignity Order è la brand new loggia massonica fondata dall'ex Gran Maestro della Loggia Regolare d'Italia, Giuliano Di Bernardo. Ovviamente implicato (secondo i complottisti) nei più loschi traffici possibili immaginabili con finanzieri, poteri fortissimi, Mossad, CIA e chi più ne ha più ne metta. Al fine, indovinate?, di instaurare il solito Governo Mondiale. Va bene. E i Casaleggio? Oltre a tutte le voci non piacevoli sul guru di Grillo, adesso salta pure fuori che sono degli Illuminati? Ebbene sì, la lettera infatti continua. Erano ormai passati tre anni, partecipai nel Giugno del 2009 a un articolo messo su dal vice di Giuliano di Bernardo per la promozione del film Angeli e Demoni basato sul libro di Dan Brown. Sto parlando del famoso lobbista ed esperto nel settore dei media e della comunicazione Piergiorgio Bassi. E fu proprio nel periodo successivo all’uscita di questo articolo che ricevetti una strana telefonata da Piergiorgio Bassi che mi chiamava proprio dall’ufficio della Casaleggio Associati a Milano, per rimproverarmi di quella richiesta di aiuto fatta tre anni prima a Beppe Grillo. Non riuscivo a capire inizialmente il legame professionale tra Grillo e Bassi e mi domandavo tra me e me: "Giuliano di Bernardo Sovrano Gran illuminato ed Eminentissimo e Supremo Gran Maestro della Dignity come si fa chiamare lui stesso, che cavolo centrava con la Casaleggio e il Movimento di Grillo?" E perché di colpo il suo vice mi bacchettava dall’ufficio della Casaleggio chiedendomi perché mai avessi chiesto aiuto a Grillo anni prima? Verrebbe più che altro da chiedersi perché uno che è uscito dalla Massoneria stia partecipando alla stesura di un articolo con il "vice" del capo della Massoneria... O per quale ragione aspettano tre anni prima di sgridarlo. Gli chiesi allora, durante la stessa chiamata, cosa centrava lui con Grillo e la Casaleggio, e la risposta fu in questo caso davvero illuminante: “Fanno parte del team Marketing & communications della DIGNITY”, e poi mi disse: "Leo da quando sei rientrato in Italia io ti curo l’immagine, ma tu non puoi farmi questo, sembra quasi che vuoi fare il tirapiedi a Grillo ricorda che tu sei un Gran Maestro". Ma perché mai uno che vuole uscire dagli Illuminati si fa curare l'immagine da uno infognato fino al collo con la massoneria deviata? Questa cosa proprio non si capisce, ma probabilmente è solo perché non sono abbastanza addentro...Era chiaro ormai come il sole per me che la Casaleggio fosse una sorta di quartier generale delle forze occulte che manovrano Grillo, che poi a loro volta si rivolgevano a personaggi vicini ai servizi segreti come Piergiorgio Bassi. Avevo capito chi si celava dietro a Grillo quando Bassi mi disse che non solo lavorava con loro, ma che c’era li accanto a lui un “Fratello” dell’Accademia degli illuminati, che mi avrebbe voluto conoscere in seguito, un tale di nome Enrico Sasson, che è apparentemente una delle menti della Casaleggio e proviene (sorpresa delle sorprese) da una delle famiglie ebree più importanti nel cartello del Nuovo Ordine Mondiale, i Rothschild. Chiarissimo, no? Grillo è al servizio della massoneria. E' un Illuminato, comandato a bacchetta da persone che sono pappa e cicca con Rothschild. Ma questa lettera abbastanza incomprensibile non è l'unica prova. C'è anche quest'altra lettera, che accusa Grillo delle stesse cose ma citando personaggi diversi (eh vabbè), ma soprattutto il fatto che gli stessi Casaleggio nei video che pubblicano sulla loro pagina internet (quelli dove predicono il futuro del mondo in una maniera che li fa sembrare dei pazzi furiosi) non fanno altro, in realtà, che lanciare messaggi massonici, mostrando occhi onniscienti e citando il New World Order. Uno dei due video lo trovate qui ed è intitolato Gaia, mentre la realtà sui Casaleggio ce la mostra il video qui sotto, che dimostra inequivocabilmente come il loro vero scopo sia la creazione di un mondo stile Matrix (forse lo spiega ancora meglio questo post). Non basta? Non siete ancora convinti che Grillo sia una pedina dei Casaleggio che sono una pedina della massoneria italiana che è una pedina dei Rothschild? Allora sappiate anche questo: Beppe Grillo, nel 1992, era a bordo della Britannia. Sì, proprio quella Britannia, sulla quale i potentati della perfida Albione costrinsero il Governo Italiano a dare il via alle privatizzazioni industriali, ovviamente allo scopo di arricchire ancora di più chi tiene in mano le redini del mondo. Lo scrive il titolare e autorevole gestore del sito Signoraggio.it. (...) Nel 1992, quindi, Beppe Grillo era già al servizio della Massoneria. Adesso resta solo da capire perché fino al 1998 sbraitava contro il signoraggio e perché gli Illuminati lo abbiano minacciato di morte. Il timore è che in queste temutissime strutture oscure che governano il mondo non abbiano le idee troppo chiare.

Dagli alieni al "Frigo-Gate": quando il complotto è a Cinque Stelle. Dalla matita elettorale “da ciucciare” ai veri responsabili dell'11 settembre, dalle Stragi di Stato alle scie chimiche, passando per l'Isis, X-Factor ed i mitologici chip sottocutanei. Ecco a voi tutte le congiure paventate dai grillini. Wil Nonleggerlo il 25 ottobre 2016 su L'Espresso. Mettetevi seduti e fate un bel respiro. Diciamo davvero. Fatto? Bene: Bin Laden è vivo. Proprio così, e non è finita. L'uomo non è mai andato sulla luna. Ed i grandi poteri mondiali tramano in favore del matrimonio gay. Kennedy? È stato ucciso dal gruppo Bilderberg. Ah, la Sirenetta esiste sul serio. L'ultimo caso? Nella Roma di Virginia Raggi è in corso la più occulta delle operazioni: il #FrigoGate. Una mole enorme di congiure, trame e macchinazioni denunziate, spesso svelate da vertici e parlamentari del Movimento 5 Stelle. Tante verità, troppe. Siccome rischiavamo di perderne il conto, una raccolta non era più procrastinabile. E allora via, dalla matita elettorale “da ciucciare” ai veri responsabili dell'11 settembre, dalle Stragi di Stato alle scie chimiche, passando per l'Isis, X-Factor ed i mitologici chip sottocutanei. Si parte, ecco a voi tutti i complotti a 5 Stelle.

La Capitale ed il complotto dei rifiuti (Virginia Raggi, sindaco di Roma, a Repubblica, 25 ottobre 2016): "Non ho mai visto tanti rifiuti pesanti, divani, frigoriferi abbandonati per strada. Non so se vengono fatti dei traslochi, se tanta gente sta rinnovando casa, ma è strano...". Ma sta dicendo che lo fanno apposta? Forse ci sono sempre stati ma lei non li notava? "No, eh no. È un po' strano, ci sono frigoriferi che invece di essere portati all'isola ecologica vengono buttati vicino ai cassonetti e non è mica un lavoro semplice portarli lì, non so neanche come facciano. Però il frigorifero è già tutto sfondato e graffitato. Mi sembra strano...".

La "truffa" di X Factor (Carlo Sibilia, onorevole 5 Stelle, su Facebook, 12 ottobre 2016): "#IoStoConDanilo: "truffato" da X factor e dalla falsità della TV"..."Ho visto il tuo video, ho visto chi sei, la sincerità che traspare dai tuoi occhi, il fatto che tu sei un 25enne inoccupato di Mirabella Eclano, quindi mio conterraneo. Volevo trasmetterti tutta la mia solidarietà perché c'è stato un sovvertimento della realtà. Viviamo in un periodo in cui la realtà è modificata a piacimento di chi manovra la Tv. Mi sono visto in te perché anche io tante volto ho subito dai media tanto fango e falsità...".

Il complotto di Capitan Findus (Pietro Salvino, marito della deputata pentastellata Claudia Mannino, già candidato sindaco di Capaci con il Movimento, su Facebook, 5 ottobre 2016. Ma saranno moltissimi i 5 Stelle a scatenarsi sulla vicenda): "Proprio oggi non ho comprato delle spugnette Vileda visto che questa meretrice dell'etere conduttrice de #lariachetira (Myrta Merlino, ndr) ha più volte infangato personalmente anche me e le persone che stimo nel m5s dicendo falsità sul conto del M5S. #vileda e #findus rinunciate a sponsorizzare la propaganda renziana immediatamente e chiedete scusa o non venderete più una sarda surgelata ne una spugnina!!! Di vedere quella porcata di trasmissione ovviamente non se ne parla neanche se la conduzione passasse a Papa Francesco!!".

Non può esistere crisi monetaria! (Carlo Sibilia, on. M5s, su Facebook, 19 settembre 2016): "Esiste una crisi idrica, quando c'è scarsità d'acqua. Esiste una crisi geologica, quando c'è scarsità di suolo. Esiste una crisi d'aria, quando è troppo inquinata.Non può esistere una crisi monetaria perché manca la moneta. Infatti acqua, terra e aria sono risorse naturali e pertanto sono finite. La moneta è un'unità di misura e può essere creata in qualsiasi momento. Dire che esiste una crisi monetaria è come dire che non c'è la lunghezza perché mancano i metri.

Mafia Capitale contro il Movimento (Mario Giarrusso, senatore 5 Stelle, intervistato da Libero, 18 settembre 2016): "Di sicuro contro di noi c’è una reazione violentissima di Mafia Capitale, che ha messo in campo tutti i cannoni mediatici a sua disposizione. Stanno montando una vicenda che ha la consistenza del nulla». Insomma, dietro c’è una “manina”... "Scusi, francamente... pensi al fatto della e-mail (quella spedita da Paola Taverna a Di Maio per comunicare che la Muraro era indagata, ndr), agli sms, alle conversazioni private: è finito tutto sui giornali. Una puntualità sospetta, che mi spinge a pensare che dietro ci sia una regia. Parliamoci chiaro: qui c’è in ballo Roma, la possibile vittoria alle elezioni, il governo del Paese». Regia di...? "Ci sono tanti e tali di quegli apparati... non ultima la manovra di Renzi per mettere un suo amico a capo dei servizi...". Marco Carrai. "...proprio per fare spionaggio informatico. Non escluderei che dietro a questa puntualità ci sia una regia che non ha nulla a che fare con fonti interne al Movimento".

La cocaina addosso (Beppe Grillo dal palco del comizio di Nettuno, sulla bufera che ha investito l’M5S e la giunta romana dopo il caso Muraro, 7 settembre 2016): "La reazione di questo sistema a noi è una cosa bellissima! Ma è poca... Mi aspettavo molto di più, aspettavo un avviso di garanzia a me, aspettavo cinque chili di cocaina nella macchina, aspettavo che finalmente scoprissero che Di Maio è un omosessuale!".

Poteri forti (Virginia Raggi ai suoi assessori nel corso della prima seduta di Giunta dopo la sequenza di dimissioni ed i pasticci dei primi mesi di mandato, 2 settembre 2016): "Siamo determinati a lavorare per il bene della città. Queste dimissioni non ci spaventano. Diamo fastidio ai poteri forti ma siamo uniti e determinati".

Trilateral (Roberto Fico, parlamentare M5s, su Facebook, 19 aprile 2016): "Nel 2012 era il Bilderberg, oggi è la Trilaterale, riunita per tre giorni a Roma sotto la protezione di un imponente apparato di sicurezza. (...) Il fondamento della dottrina della Trilaterale è insomma la netta separazione fra potere (kratos) e popolo (demos): un pensiero antidemocratico penetrato nella società attraverso i media e realizzato progressivamente dagli esecutivi occidentali".

Il sistema-Vespa (Manlio Di Stefano, parlamentare M5s, su Facebook, 7 aprile 2016): "È SOLO DISTRAZIONE DI MASSA. Basta! Basta! Basta! Non fatevi fregare dal sistema! Vespa ne è parte da sempre, avete già dimenticato le mille occasioni in cui si è prestato a distrarre le masse dai veri problemi del paese? Per quanti mesi è andato in onda il plastico del Delitto di Cogne mentre in Parlamento ci toglievano il futuro? L'equazione è semplice: il Governo Renzi è in crisi perché pescato con le mani nel petrolio dalla magistratura e sotto mozione di sfiducia e, in 24h, mette su un teatrino a tutto campo fatto da Riina junior da Vespa, gli scontri di Bagnoli e il caso Regeni...". La collega Giulia Di Vita è d'accordo, e su Twitter scrive: "Dai @BrunoVespa c'hai provato, ma nel caso #Guidi ora spuntano pure ministri non ancora nominati nelle indagini... #distoglierelattenzione".

Il complotto per farli vincere (Paola Taverna, senatrice M5s, a Radio Cusano Campus, 16 febbraio 2016): "Potrebbe essere in corso un complotto per far vincere il Movimento Cinque Stelle a Roma. Centrodestra e centrosinistra stanno mettendo in campo dei nomi perché non vogliono vincere Roma, si sono già fatti i loro conti. A Roma vogliono metterci il Cinque Stelle, per togliere i fondi e fargli fare brutta figura. Questo i romani lo devono capire".

L'Occidente appoggia l'Isis (Manlio Di Stefano, deputato M5s, su Facebook, 16 settembre 2015): "GUERRA ALL'ISIS? NO, IMPERIALISMO. Gli USA e l'Unione Europea appoggiano l'ISIS. Questo è un dato di fatto riscontrabile in centinaia di testimonianze influenti (senatori americani) nonché in video che mostrano droni sorvolare i convogli neri senza attaccarli (...)".

La verità sull'11 Settembre (Angelo Tofalo, deputato M5s, su Facebook, 11 settembre 2015): "Da Ingegnere, da Portavoce del #M5S, da cittadino del mondo, non smetterò mai di cercare la verità su quel terribile 11 settembre del 2001. #11settembre #ae911truth #USA #Terrorismo".

Corriere: "Vito Crimi ed il complotto dei piedi sporchi" (Vito Crimi, senatore M5s, su Facebook, 28 luglio 2016): "LEGGETE, PRIMA DI RIDERE. Un amico che risiede a Ghedi, in provincia di Brescia, ci ha inviato questa lettera. Vi invito a leggerla. 'Ciao a tutti, molti di voi rideranno guardando l'immagine allegata (i piedi sporchi del figlioletto, ndr). Penserete forse che il caldo di questi giorni mi abbia dato alla testa o che si tratti semplicemente di uno scherzo di cattivo gusto. Purtroppo la realtà supera spesso la fantasia e in questo caso la realtà potrebbe essere più grave di quello che si pensi (...). Ma veniamo ai fatti. Dopo le vacanze al mare siamo ritornati a casa a Ghedi. Premetto che prima di andare via la casa era in perfetto ordine. Come è normale tutti gli scuri erano chiusi ma dietro qualcuno di essi qualche porta è rimasta socchiusa per favorire un minimo di ricambio dell'aria di casa. Ebbene dopo due settimane ecco quello che si è depositato sul pavimento di casa e raccolto dai piedini di mio figlio. Quello che mi spaventa è che non si tratta della normale polvere. È una polvere nera e sottile, più fine della fuliggine. Sembrano i piedi di uno spazzacamino (...). C'è da dire che non viviamo nei pressi di una fabbrica o di una fonderia per cui credo che sia effettivamente quello che circola nell'aria. E questo fa paura (...)'".

Le ruspe ad Hatra? Ma quale Isis, è un’invezione dei giornalisti (Tiziana Ciprini, onorevole M5s, su Facebook, 9 marzo 2015): "PSICOTERRORISMO MADE IN USA. HATRA, patrimonio Unesco, rasa al suolo dall’ISIS con le RUSPE, dice la stampa. È da un giorno e mezzo che cerco foto/video del prima e del dopo del rasamento al suolo. Nulla. Per l’industria SPARGIGUERRA americana i cattivi hanno sempre qualcosa di nero (ora la pelle, ora il vestito, ora la bandiera). Dopo i video i cui effetti speciali fanno impallidire l’industria cinematografica di Hollywood, dopo le statue di carton-gesso distrutte, ora i rasamenti al suolo con le RUSPE. ISIS? Si, si ci credo. American FALSE FLAG...".

Trame sanremesi (Emanuele Scagliusi, onorevole M5s, su Twitter, 12 febbraio 2015): "Mentre tengono gli italiani davanti la #tv con #Sanremo2015 qui in #Parlamento distruggono la #Costituzione!".

L'Isis stampa moneta! (Foto postata su Facebook da Paolo Bernini, onorevole M5s, 14 novembre 2014): "L'Isis stampa moneta senza il consenso di Usa e Fmi. Minare così tanto gli interessi Occidentali non è più tollerabile".

Mai stati sulla luna (Carlo Sibilia, onorevole 5 Stelle, su Twitter - 20 luglio 2014): "Oggi si festeggia l'anniversario dello sbarco sulla luna. Dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa...". E ancora, ironico: "Scusate. Rettifico. Siamo andati sulla luna, Berlusconi è onesto, la riforma del senato è cosa buona e giusta e Repubblica è un giornale".

Stragi di Stato? Colpa del Bilderberg (Claudio Cominardi, onorevole M5s, in un intervento alla Camera - 31 maggio 2014): "Il mandante della bomba di Piazza della Loggia è lo Stato italiano. Una strage di Stato. C'era di tutto. I servizi segreti deviati, la politica, la Cia, e come dice Imposimato, anche il gruppo Bilderberg. Dietro alla strategia della tensione e alle stragi c'è anche il gruppo Bilderberg!".

Complotto gay (Monia Benini, oggi coordinatrice dell'area stampa M5s al Parlamento europeo. In passato ha manifestato contro "scie chimiche" e "dittatura europea", ma non solo - 30 giugno 2013): "Goldman Sachs e Jp Morgan finanziano i matrimoni gay. Ora capisco perché tutti i riflettori sono puntati sull'argomento". E ancora: "Per chi vuole ottenere una massiccia riduzione della popolazione, ovvero governi e banche potenti, anche le leggi sull'omosessualità hanno un peso enorme. A settembre pubblicherò tutto".

Denunziamo il Bilderberg! (Tiziana Ciprini, il Comitato Popolo Sovrano e alcuni parlamentari M5s - 17 luglio 2014): "La vita o si vive o si scrive, diceva Pirandello. Lunedì 14 luglio sono stata presso la Procura di Roma col Comitato Popolo Sovrano per presentare la denuncia a carico dei presunti cospiratori appartenenti al Gruppo Bilderberg, tra cui Monti, Draghi, Van Rompuy, Barroso & co, per la presunta violazione della Legge Anselmi sull'associazionismo. Portavo virtualmente con me i PortaVoce 5 Stelle Claudio Cominardi, Paolo Bernini, Carlo Sibilia, Alessio Villarosa, impegnati fisicamente in altri fronti di lotta".

Il Nuovo Ordine Mondiale vuole che ti metti il cognome di mammà (Tiziana Ciprini, deputata del Movimento 5 Stelle, sulla nuova norma che apre all'introduzione del cognome materno - 16 luglio 2014): "Nel caos più totale, nell'inconsapevolezza e nell'ignoranza di quasi tutta l'aula circa il testo che si stava votando (...) è andato in scena il tentativo di annacquare la cultura patriarcale, per sostituirla con un nuovo paradigma non meglio specificato. (...) La strategia comunitaria (...) mescola, confonde e porta avanti questioni legittime e questioni più discutibili, quali il promuovere il cambiamento dei ruoli maschili e femminili. (...) Si intravede un tentativo per indebolire il legame (già precario) del nascituro con la linea maschile e paterna. (...) Il cognome del padre spesso tramandava ai figli il mestiere dei padri, il saper fare, come preziosa eredità di appartenenza a un ruolo sociale. Ho il fondato sospetto che l’Ue stia sfruttando da anni la propaganda di genere non già per elevare la condizione della donna, ma per abbassare quella dell’uomo comune, per demolire la cultura patriarcale, oramai diventata scomoda e pericolosa per il sistema che si vuole implementare, funzionale al NWO (Nuovo Ordine Mondiale, ndr) ovviamente. Si vuole colpire il patrimonio androtecnico (...) facendo sì che intere generazioni di uomini crescano senza più riferimenti dell’universo maschile. E venne l’epoca dei bamboccioni e il modello dell’indifferenziato. Questo perché il vertice della piramide del potere è stretto e c’è posto solo per una ristretta élite maschile, quindi meglio depotenziare tutti gli altri, rendendoli subalterni".

Braciole e guerre in Africa (Alessandro Di Battista, onorevole M5s, su facebook - 1 luglio 2014): "Vegetarianismo, povertà e immigrazione. Non riesco ad essere vegetariano del tutto. Riesco a rinunciare alla carne per mesi ma poi, puntualmente, ci ricasco. (...) Avete mai pensato che molte guerre vengono combattute per il rifornimento idrico fondamentale per l'industria della carne? (...) Resto dell'idea che i cittadini africani (salvo rifugiati, studenti o lavoratori con contratto) devono stare a casa loro perché l'Africa è casa loro (…)".

Omicidi, anagrammi, esoterismo (Bartolomeo Pepe, il senatore da poco passato al gruppo Misto (ma eletto con il Movimento 5 Stelle) sulla propria pagina Facebook rilancia un delirante "teoria esoterica" di Paolo Franceschetti, "esperto di circoli e riti magici" - 14 giugno 2014): "Ci risiamo. Ennesimo omicidio, una strage in cui perdono la vita due bambini piccoli e una mamma. Se per valutare un omicidio occorre guardare gli indizi, cominciando dal nome della mamma (Cristina Omes, anagramma della vicenda Mose che si svolge a Venezia) per finire al nome del paese (Motta Visconti, come quel Visconti che fece Morte a Venezia) alla data, ecc. qui siamo sicuri che non si valuterà alcun indizio ma, prima o poi, incastreranno il padre oppure un pazzo isolato che magari confesserà; nonostante l'arma del delitto sia scomparsa, nonostante mancherà il movente, nonostante tutto. (...) Ora, dopo anni, capisco per quale motivo quando ho iniziato a capire questa storia degli omicidi rituali di matrice esoterica, molti esoteristi mi dicevano 'lascia perdere, è inutile... ti vai a cacciare in un guaio, quando la gente non è pronta a capire e al massimo ottieni di farti prendere per pazzo'..."

Mani nascoste (Tiziana Ciprini, deputata del Movimento 5 Stelle, spiega il perché di una certa gestualità durante un suo intervento alla Camera - 4 giugno 2014): "COMUNICAZIONE IMPORTANTE Il GESTO DELLA MANO NASCOSTA lo abbiamo fatto APPOSTA, in senso provocatorio, per denunciare e sbugiardare i poteri massonici e colpirli nei loro sistemi e SIMBOLOGIE. A dimostrazione dell'intento PROVOCATORIO c'è il mio post precedente dell'annuncio della mano nascosta!!".

Brogli europei (Dopo il tonfo elettorale delle Europee, Beppe Grillo si ritrova in stato confuzionale. Prima ringrazia gli elettori, poi ammette la sconfitta - "Casaleggio si trova in analisi, io mi prendo un Maalox" - poi trasforma il tracollo in vittoria ed infine abbraccia la teoria dei brogli elettorali. Sul blog pubblica i post di "Informare x Resistere", "La Rete non perdona" ed "E-iglesias". Ovviamente, di prove, nemmeno l'ombra - 2 giugno 2014): (...) Con l’ausilio dei moderni mass media, oggi il "divide et impera" viene realizzato in modo assai efficace e mirato, in numerose modalità, sia dirette che indirette. Tra quelle indirette vi è un metodo di cui poco si parla, ma che riflettendoci potrebbe essere tra le principali cause di divisione tra cittadini. Si tratta del broglio elettorale. (...) Con la chiusura degli spogli e la percentuale fantomatica del 41% al PD il sospetto di brogli è ragionevole. In una giornata come quella di ieri dove l’affluenza alle urne è stata circa del 60% e tenendo conto che gli elettori 5 Stelle per loro peculiarità vanno a votare, la perdita di 3 milioni di elettori è statisticamente molto improbabile. (...) Lo stesso entourage del PD ha ammesso l’inaspettato ed iperbolico risultato ottenuto, che mai si sarebbero immaginati. (...) La sinistra europea secondo gli ultimi risultati è stata quasi azzerata in queste elezioni. In controcorrente rispetto al quadro politico europeo ci sarebbe invece l’Italia, mosca bianca che secondo quanto risulta al voto darebbe un 41% al PD guidato da uno yes-man ai piedi della Merkel e dell’Europa. Francamente si deve compiere uno stupro alla logica per credere a questo. (...)

Bilderberg, colpi di stato, omicidio Kennedy (Salvo Mandarà, storico reporter grillino, al seguito dei deputati a 5 stelle in collegamento dal Bilderberg di Copenaghen - da La Zanzara, 1 giugno 2014): "Qui al Bilderberg vengono pianificati i colpi di stato, è dimostrato. Nel 2011 hanno pianificato il colpo di stato in Grecia e hanno pianificato il colpo di Stato in Italia. Al Bilderberg hanno persino pianificato l’assassinio di Kennedy. Bisognerebbe aprire un tribunale internazionale, oppure andare alla Corte dei Diritti dell’uomo e processare questi criminali... Draghi, Monti, Kissinger... processarli per crimini contro l’umanità... perché rendono i popoli schiavi, istigano la gente al suicidio. Il Bilderberg ha pianificato anche le stragi (come piazza della Loggia, ndr)... e se il Movimento avesse preso il 45-50% di voti in questo palazzo magari starebbero discutendo la prossima bombettta...".

Niente più tasse, semplice (Da una vecchia idea di Marco Valli, laureato in Economia Aziendale ed appena eletto al Parlamento Europeo tra le fila del Movimento 5 Stelle - 4 agosto 2011): "Come cancellare il debito pubblico e non pagare più tasse. Semplice... Ci hanno prestato carta senza alcuna riserva... Fondiamo una banca dello stato e cambiamo tutti gli EURO degli Italiani in LIRE nuove di proprietà dello stato Italiano... Gli euro che raccoglieremo saremo ben felici di restituirli alla banca d'Italia alla centrale europea e a quei figli di... del fondo monetario... sanando il nostro debito pubblico (...)".

Brogli uno (Luigi Di Maio, vicepresidente M5s della Camera, a Radio 24 - 28 maggio 2014): "Non credo nei brogli, ma sicuramente ci sono stati errori ai seggi. Ci sono una serie di presidenti che non conoscono nemmeno bene i regolamenti e quindi possono fare errori...".

Brogli due (Giulia Grillo, deputata M5s - 26 maggio 2014): "Questo il risultato, nella speranza che sia legale ovviamente visto che in questo paese di legale c'è ben poco".

Brogli tre (Mario Giarrusso, senatore M5s - 26 maggio 2014): "Secondo me si sono mossi apparati clientelari forti. Questa volta il voto di scambio è stato davvero fortissimo".

Complotto elettorale (Il giorno del voto europeo l'onorevole 5 Stelle Vega Colonnese pubblica su facebook questo messaggio. Poi lo farà sparire... - 25 maggio 2014): "Attenzione. Secondo dei sondaggi in mano al Viminale il Movimento 5 Stelle sarebbe parecchio avanti. L'ordine impartito ai presidenti di seggio è quello di ANNULLARE più schede possibile".

Occhio al pollicione! (Movimento 5 Stelle Pompei, su facebook - 25 maggio 2014): "A tutti i rappresentanti di Lista del M5S: Durante lo spoglio delle schede, prestate attenzione al pollice con matita incorporata...". (C'è pure una foto: "Contro i brogli elettorali domani Onaris svelerà il metodo che usano i mentalisti. Attenti al pollice")

Licio Renzi (Beppe Grillo, su twitter - 23 aprile 2014): "Il progetto di riforma del Senato di Renzie è una fotocopia di quello proposto dalla P2.

Ma le scie chimiche? (Paola Taverna, senatrice 5 Stelle, intervistata dall'Espresso - 19 aprile 2014): Anche lei vede complotti contro il vostro movimento, immagina sirene, sospetta chip sotto la pelle? "Va bene, ammetto che ci siano tra noi persone estremamente semplici nel comunicare che dovrebbero fare verifiche prima di parlare. Però chi può escludere che esistano le scie chimiche?".

Bin Laden è vivo e lotta insieme a noi (Paolo Bernini, deputato M5s, in un intervento alla Camera - 14 novembre 2013): "La giustificazione di Bush per invadere l'Afghanistan fu la guerra al terrorismo, con lo scopo di distruggere Al Qaeda e catturare ed uccidere Osama Bin Laden. Ma Al Qaeda continua a mietere vittime, e Bin Laden... beh... dovrebbe... essere morto due anni fa" (sorride e gesticola con le mani, come a dire, "figuriamoci se è morto", ndr).

Le sirene esistono! (Discovery Channel manda in onda un fanta-documentario che unisce "scienza e fiction" e che dovrebbe dimostrare "l'esistenza delle sirene". Puro fantasy. Ma l'onorevole grillina Tatiana Basilio prende tutto questo per vero, parla di "prove schiaccianti", e grida al complotto giudo-pluto-oceanico - 12 novembre 2013): "Prove schiaccianti! Sei scienziati che stavano facendo studi l'hanno vista, ma il NOOA nega tutto, gli sequestra il materiale d li caccia via!! Perché? Di cos'hanno paura? Perché non ammettere un fatto tanto evidente? Perché dire a scienziati che sono dei bugiardi? Perché fare un blitz a mo di Man in black e portare via tutti i documenti? Pensiamo di essere gli unici nell' universo, ma non siamo nemmeno unici sulla terraforse abbiamo paura di questo?"

La coca nella giacca (Alessandro Di Battista, onorevole M5S, su facebook - 28 settembre 2013): "Stanno ricominciando. Abbiamo tutti contro. Io prevedo attacchi sempre più mirati, magari a qualcuno di noi un po’ più in vista. Il sistema fa questo. Pezzi di stato deviati fanno questo. Ti mandano qualche ragazza consenziente che poi ti denuncia per stupro, ti nascondono una dose di cocaina nella giacca che hai lasciato incustodita in una birreria, tirano fuori una storia del tuo passato che nemmeno tu ricordi più. Questo succederà se continuiamo ad andare così bene, perché andiamo bene..."

11 Settembre? Sono stati gli Usa (Non poteva mancare la lettura di Paolo Bernini degli attentati dell'11 settembre 2001 - Da "Il Post"): Mercoledì 11 settembre 2013, in un suo intervento alla Camera, il deputato Paolo Bernini (M5S) ha citato alcune date importanti della storia degli Stati Uniti in chiave antiamericana e complottista. Ha nominato episodi conosciuti, come il colpo di stato contro Allende in Cile, insieme ad altri più fantasiosi, come quando ha parlato di una presunta corresponsabilità di Roosevelt nella mancata preparazione americana all’attacco di Pearl Harbor. A metà circa del suo intervento ha nominato gli attentati dell’11 settembre 2001: "Grazie presidente, colleghi e colleghi, il mio intervento vorrebbe porre l'attenzione su fatti che negli ultimi 100 anni hanno visti per protagonisti gli Stati Uniti d'America e cambiato la storia dell'umanità. Mi si accuserà di complottismo, ma i veri complottisti sono altri (...). La versione ufficiale dell'11 settembre è stata smentita da tutti i punti di vista, è palesemente falsa e ormai il mondo se n'è accorto. La verità probabilmente non la sapremo mai, ma sicuramente è molto diversa da quella che i media mainstream ci raccontano. In questo caso si può dire che tutto quello che sai è falso e detto all'americana: 'it was an inside job'. Tradotto: fu un lavoro interno".

Il cammino degli illuminati (Le elezioni amministrative 2013 rappresentano una grande delusione per il Movimento. E l'onorevole M5s Tatiana Basilio se la prende con l'umanità - 29 maggio 2013): "Non esiste sconfitta o vittoria, non stiamo giocando una partita a calcio, ma semplicemente sto guardando involuzione dell'umanità. Dicono che finché c'è vita c'è speranza ed io continuerò a combattere poiché l' umanità prosegua nel cammino degli illuminati...".

Tutta colpa del Signoraggio (Carlo Sibilia, in un intervento alla Camera - 22 maggio 2013): "Ebbene, signor Letta, mi spiega oggi qual è il nesso tra banche e stati? Se la Banca centrale europea è di fatto di proprietà delle banche centrali nazionali – e diremmo benissimo!, se le banche centrali nazionali fossero di proprietà dei cittadini, dello stato. (...) E se la moneta è dei cittadini, degli stati, allora perché ce la prestano? Caro Letta, ha mai sentito parlare di Signoraggio Bancario? Ne avete mai parlato alle riunioni del Club Bilderberg?".

Ricordate di umettare la matita! (Matteo Dall'Osso, i consigli per il voto dell'onorevole 5 Stelle, su facebook - 24 febbraio 2013): "PRIMA DEL VOTO BAGNATEVI LA MANO CON LA SALIVA, UMETTATE LA MATITA E POI VOTATE. Solo così il vostro voto sarà indelebile". "HO AVUTO CONFERMA: la matita copiativa in dotazione alle urne elettorali è COPLETAMENTE cancellabile (provato su carta semplice) a meno che non sia umettata, si sbiadisce leggermente, ma rimane. Ora mi chiedo: sulla carta elettorale si comporterà allo stesso modo??? M5S e... Vinciamo noooi!".

Anzi, la matita ciucciatela proprio (Da Marco Piazza, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle, altre "dritte" per il voto sicuro, su facebook - 24 febbraio 2013): "Importante per elettori e rappresentanti di lista!!!! Per avere la certezza assoluta che la matita sia davvero copiativa e il segno effettivamente indelebile, alcuni votanti ciucciano la matita".

Dittature orwelliane (Gianroberto Casaleggio, in uno dei "video-simbolo" del Movimento): "Nel 2018 il mondo sarà diviso in due blocchi: a ovest con Internet e a Est con una dittatura orwelliana. Nel 2020 ci sarà la Terza Guerra Mondiale (durerà vent’anni). Nel 2040 trionferà la rete democratica (Internet) (...) Nel 2050 un brain trust collettivo risolverà ogni problema mentre nel 2054 ci saranno le prime elezioni mondiali in Rete. Spariranno religioni, partiti e governi nazionali".

Vegano e disiscritto dalla Chiesa Cattolica (Il candidato del Movimento 5 Stelle Paolo Bernini (poi diventerà onorevole) si presenta agli elettori - marzo 2013): "Buongiorno, mi chiamo Paolo, sono vegano, faccio karatè, e sono disiscritto dalla Chiesa Cattolica. Ho scoperto la politica con il documentario Zeitgeist... mi ha fatto vedere il mondo in maniera completamente diversa. Non so se lo sapete, ma in America hanno già cominciato a mettere i microchip all'interno del corpo umano". Il fascismo ha fatto cose buone (Roberta Lombardi, da candidata 5 Stelle, sul proprio blog - 21 gennaio 2014) "Il fascismo, prima che degenerasse, aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia".

Il complotto della Ruota della Fortuna (Bartolomeo Pepe, pochi mesi prima di entrare in Parlamento con il Movimento 5 Stelle, su facebook - 28 settembre 2012): "Ecco giovincello rampante Renzi, che vinse 48 milioni di lire alla Ruota della Fortuna alla sola età di 19 anni, ma ditemi quante probabilità ci sono che uno superi le selezioni per partecipare e diventi campione per diverse settimane, ad una trasmissione di una rete televisiva di un suo prossimo avversario politico? Sveglia Gente vi stanno pigliando per il culo!!! Almeno siatene consapevoli...".

Satana e terrapiattisti, tempi duri per gli impresentabili del governo gialloverde (che adesso vuole sembrare rispettabile). Uno sostiene che il cambiamento climatico è colpa di Satana. L'altro che lo sbarco sulla luna è “controverso”. Tra i gialloverdi abbondano personaggi pittoreschi, che sono serviti a ottenere consenso, e ora vanno in qualche modo arginati. Il Foglio 10 dicembre 2018. Ecco, sentita altrove – in una chiesa, in un convegno teologico, a una presentazione libraria – l'analisi di Cristiano Ceresani che collega il riscaldamento globale alle tentazioni di Satana e alla predicazione apostolica sulla Parusia, la fine dei tempi e il ritorno di Gesù sulla Terra, avrebbe fatto meno effetto. Detta sulla prima rete Rai, durante Uno Mattina, all'ora della coalizione, la frase provoca qualche sobbalzo. Perché Ceresani non è uno qualunque, ma il capo di gabinetto del ministero della Famiglia (quota Lega), e insomma: questa suggestione da Nome della Rosa mette un po' inquietudine, ci si aspetta che salti qualcuno fuori a gridare “Penitenziagite” ai due giovani conduttori e al loro pubblico che ascoltano sbalorditi. Non è il solo caso. Abbiamo già visto un sottosegretario agli Interni - Carlo Sibilia – convinto che lo sbarco sulla Luna sia un accadimento «controverso», insomma, è possibile che non ci sia mai stato. E ovviamente quelli della ricerca sulle scie chimiche bloccata dal misterioso Nooa (on. Tatiana Basilio) e degli Usa che iniettano microchip sottocutanei all'intera popolazione (on. Paolo Bernini). Folkore, si dirà. E tuttavia la nuova fase governista della Lega e del M5S mal si concilia con i bizzarri estremismi che entrambi si tirano dietro dai tempi dell'opposizione, quando tutto faceva brodo per aumentare il consenso. Dai proibizionisti dei vaccini alle frange più estreme del fondamentalismo cattolico, dai gruppi ultras dei padri separati che vorrebbero dividere con la spada i figli come all'epoca di Re Salomone ai sostenitori del matrimonio tra specie diverse (sì, ci sono pure quelli), il peso risulta piuttosto gravoso. E tuttavia proprio nell'esistenza di queste frange pittoresche si conferma il ruolo che il nuovo blocco di potere intende assumere: qualcosa di simile alla vecchia Dc, che immobile al centro della scena poteva permettersi di strizzare l'occhio al tempo stesso ai Lefebvriani e alla teologia della liberazione. La nuova fase governista della Lega e del M5S mal si concilia con i bizzarri estremismi che entrambi si tirano dietro dai tempi dell'opposizione, quando tutto faceva brodo per aumentare il consenso. Complottisti, animalisti, fanatici delle armi, cattolici pre-conciliari, antiabortisti, gente che sogna di abolire il divorzio, nostalgici delle case chiuse e teorici del cancro curato con acqua e limone, orfani del Metodo Stamina, ex-sostenitori del Metodo Di Bella, sandinisti di ritorno, simpatizzanti di Pinochet che postano a manetta contro l'ultimo docufilm di Nanni Moretti sul Cile, si considerano i nuovi corpi intermedi in ascesa. Quelli che hanno portato voti al governo del cambiamento e adesso aspettano un gesto di riconoscimento. Attenderanno invano: le leadership di M5S e Lega saranno talvolta squinternate ma non sono matte. Sanno benissimo che accontentare uno qualsiasi di questi soggetti provocherebbe una crisi di rigetto nel Paese, che magari è politicamente confuso ma resta affezionato a certi diritti della laicità e della democrazia che si è conquistato nel tempo, oltrechè alle indubitabili conquiste della scienza e del sistema sanitario. In casa Cinque Stelle la vicenda più emblematica è quella della Tav: un progetto che i grillini stentano a cancellare nonostante gli impegni presi con i movimenti no-tunnel e la loro mobilitazione a Torino. Dalle parti della Lega si deve guardare alla riforma del diritto di famiglia, il famoso ddl Pillon, seppellito nei recessi di Montecitorio subito dopo il debutto. I movimenti dei padri separati che lo sostengono erano la presenza più visibile al comizio di Matteo Salvini a Roma e hanno atteso inutilmente un cenno di incoraggiamento, una parola buona. Il ministro della famiglia Lorenzo Fontana se ne è ben guardato. Il Capitano pure. Gli slogan sull'affido paritario ripetutamente scanditi nei momenti di pausa sono volati via col vento. Le leadership di M5S e Lega saranno talvolta squinternate ma non sono matte. Sanno benissimo che accontentare uno qualsiasi di questi soggetti provocherebbe una crisi di rigetto nel Paese. Il fatto è che quando vuoi essere Balena Bianca va benissimo – anzi fa scena – il dirigente che cita l'Apocalisse, i simpatizzanti che riempiono le piazze contro un'opera odiata, il pulviscolo associativo titolare di improbabili cause che ogni tanto conquista il palcoscenico. Il trucco è tenerli insieme concedendo il minimo sindacale, promettendo che “presto arriverà il momento”, senza mai dirgli quel che è chiarissimo a chiunque fa politica: questa era roba buona ai tempi dell'opposizione, ora che si governa suona un'altra musica.

·         Teoria del complotto sulle scie chimiche.

Teoria del complotto sulle scie chimiche. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Cielo solcato da scie di condensazione interpretate come "scie chimiche" dai sostenitori di questa teoria del complotto. La teoria del complotto sulle scie chimiche (in inglese chemtrails conspiracy theory) sostiene che le scie di condensazione visibili nell'atmosfera terrestre create dagli aerei non siano formate da vapore acqueo ma composte da agenti chimici o biologici, spruzzati in volo per mezzo di ipotetiche apparecchiature montate sui velivoli, per varie finalità. Il diffondersi di questa teoria nel mondo attraverso i mass media, in particolare Internet, ha fatto sì che enti governativi si siano trovati a ricevere, da parte di varie persone, richieste di spiegazioni in merito a questo presunto fenomeno. Gli stessi enti governativi e la comunità scientifica hanno ripetutamente dimostrato l'assoluta inconsistenza e incoerenza scientifica di tali asserzioni; analoghe risposte sono state date dai diversi governi italiani alle relative interrogazioni parlamentari, oltre che da numerosi piloti ed esperti di meteorologia. Anche riviste e programmi di divulgazione scientifica hanno definito la teoria una "bufala". La credenza, tuttavia, gode di un notevole credito: una ricerca su scala internazionale eseguita nel 2011 ha quantificato nel 17% del campione la parte di popolazione che si dichiarava convinta dell'esistenza di programmi segreti di irrorazione su larga scala per scopi di ingegneria climatica e di gestione e riduzione della radiazione solare (Solar radiation management). Le affermazioni sull'irrorazione per motivi di controllo climatico è stata sottoposta, nel 2016, a una procedura di revisione paritaria il cui risultato è stato l'inesistenza di prove a sostegno di tali "teorie". L'asserito fenomeno di rilascio di "scie chimiche" non deve essere confuso con la tecnica detta cloud seeding (inseminazione delle nubi), che consiste nello spargere nuclei di condensazione nelle nubi per stimolare le precipitazioni piovose, tecnica che però ha sempre fornito scarsi effetti e che oggi nel mondo viene quindi poco utilizzata.

Storia. La teoria del complotto delle scie chimiche cominciò a diffondersi nel 1996, quando l'aeronautica militare statunitense fu accusata di "irrorare" la popolazione con ipotetiche sostanze misteriose per mezzo di aerei che rilasciavano scie inusuali. L'Air Force rispose che questa accusa era una palese sciocchezza, alimentata in parte dalle decontestualizzate citazioni di un testo redatto nell'istituto universitario dell'Air Force intitolato Weather as a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025. Quel documento fu presentato in risposta alla richiesta dei militari di delineare future strategie di modifica del sistema climatico al fine di mantenere il predominio statunitense nell'anno 2025, come fittizia rappresentazione di situazioni e scenari futuri. In seguito l'Air Force chiarì che tale documento non rifletteva le contemporanee politiche e pratiche militari e che non era in corso alcun esperimento di modifica del clima, né era presente nei programmi futuri dell'Air Force. Altre fonti confermano l'inizio del diffondersi della teoria dalla seconda metà degli anni novanta. In questo periodo, la teoria del complotto delle scie chimiche trovò eco mediatica su alcuni programmi televisivi, radiofonici e su pubblicazioni riguardanti il cospirazionismo, arrivando perfino a essere citata in interrogazioni parlamentari in diversi paesi. I sostenitori di queste teorie, in genere, affermarono che le ipotetiche scie chimiche apparirebbero diverse dalle normali scie di condensazione, delle quali non avrebbero la consistenza e le proprietà note. In particolare, secondo i cospirazionisti, esse tenderebbero a persistere più a lungo, allargandosi pian piano invece di scomparire. Per esempio, secondo Jeff Rense, che con Art Bell conduce un programma radiofonico sui misteri, «…le scie chimiche inizialmente sembrano normali scie, ma sono più spesse e si estendono per il cielo in forma di X, griglia o in linee parallele. Invece di dissiparsi rapidamente, si allargano e si diramano. In meno di 30 minuti si aprono in formazioni che si uniscono tra loro formando un sottile velo di finte nuvole simili a cirri che rimangono per ore». In un articolo dal titolo The Chemtrail smoking gun, di Bruce Conway, si suggerisce che le presunte scie chimiche sarebbero l'ipotetica implementazione di una strategia suggerita nel 1992 dalla National Academy of Science, nello studio Policy Implications of Greenhouse Warming; in particolare, riguarderebbero un ipotetico progetto segreto per mitigare il riscaldamento globale.

Argomentazioni. Secondo la teoria, l'operazione farebbe parte di un complotto globale portato avanti da autori ignoti e per motivi sconosciuti; a tal riguardo sono state avanzate ipotesi diverse, la più comune delle quali è quella secondo cui si tratterebbe di una delle tecniche usate per l'alterazione e il controllo del clima terrestre. In genere, i teorici del complotto ritengono che le "scie chimiche" siano formate da sostanze chimiche (anche di tipo biologico), rilasciate su aree popolate per qualche motivo invariabilmente complottistico, non meglio dimostrato. La motivazione ipotizzata più di frequente è il tentativo di operare modificazioni climatiche. Altre motivazioni ipotizzate dai complottisti chiamano variamente e disordinatamente in causa una pletora di altre ipotesi eterogenee e non meglio definite, come presunti esperimenti governativi o militari, attacchi terroristici, operazioni di società private, tentativi di condizionamento psicologico tramite agenti psicoattivi, o addirittura il tentativo di frenare l'esplosione demografica mondiale, eliminando quattro miliardi di persone. Secondo i teorici del complotto le scie di condensazione si formerebbero solo a temperature inferiori a −40 °C a 8 000 m di quota e con umidità relativa del 70%. Questa affermazione si basa sul modello teorico elaborato nel 1953 da H. Appleman. Sempre secondo le teorie dei complottisti, lo Space Preservation Act sarebbe un'implicita ammissione dell'esistenza del fenomeno; l'HAARP sarebbe uno strumento di attuazione del piano; a essere "irrorato" sarebbe un presunto miscuglio di bario, alluminio, silicio e altre sostanze, il cui scopo sarebbe quello di creare una sorta di sandwich elettroconduttivo non meglio precisato, anche con presunte finalità di "controllo mentale" di cui comunque non chiariscono i presunti scopi, obiettivi e modalità o fondamento scientifico. Secondo i sostenitori della teoria delle "scie chimiche", i servizi segreti starebbero tentando di screditare il lavoro degli auto-proclamatisi "ricercatori indipendenti", con presunte minacce e azioni di sabotaggio. A capo della presunta organizzazione responsabile delle "scie chimiche", secondo alcuni teorici del complotto, ci sarebbero lo SMOM e il Vaticano, in collaborazione con un ipotetico ed eterogeneo insieme di enti che spazierebbero dalla CIA, alla NASA, a Google, alle compagnie aeree e altro ancora. Tale teoria del complotto non ha mai trovato alcun credito nell'ambito della comunità scientifica, in quanto priva di riscontri empirici, di coerenza esplicativa o di prove scientifiche. Quei fenomeni fisici che i sostenitori della teoria identificano come scie chimiche, non hanno alcuna caratteristica che le renda incompatibili con le normali scie di condensazione (inglese: contrails) dei gas di scarico degli aeromobili che, in base alle condizioni atmosferiche e all'intensità del traffico aereo, possono assumere aspetti eterogenei e inconsueti. I sostenitori delle teorie complottistiche non hanno mai condotto alcuna analisi fisico-chimica sulle scie nel momento dell'emissione in volo; uno di tali sostenitori, lo statunitense Clifford Carnicom, afferma di aver analizzato campioni di aria raccolti al livello del suolo in seguito a operazioni di rilascio di scie chimiche. Ha affermato di aver trovato alluminio e bario in queste polveri, che sarebbero state ottenute tramite precipitazione elettrostatica. Queste sue asserzioni non hanno però mai avuto alcun riscontro o possibilità di verifica indipendente, in quanto Carnicom non ha mai voluto mettere a disposizione di istituzioni terze i suoi presunti campioni, né ha mai esposto i metodi con i quali avrebbe svolto le analisi. Da sottolineare inoltre che, parlando di elementi chimici, quelli da lui citati sono praticamente ubiqui sulla Terra: l'alluminio è il terzo costituente per quantità della crosta terrestre (dopo ossigeno e silicio) e il bario è al quattordicesimo posto (su 92 elementi naturali).

Il rapporto con le scie di condensazione. Le scie che i sostenitori della teoria aggettivano come "chimiche", sono invece normali scie di condensazione, ovvero strisce nuvolose inizialmente sottili e che, successivamente, si allargano creando ampie formazioni. Sono generate dal passaggio di aeromobili e sono costituite da prodotti di condensazione e successiva solidificazione del vapore acqueo. Vengono suddivise in:

scie formate dai gas di scarico: sono dovute al rapido raffreddamento dei gas di scappamento dei motori, i quali immettono nell'atmosfera, già molto umida, una quantità di vapore acqueo e nuclei di condensazione sufficienti a provocare il fenomeno. La temperatura dell'aria più favorevole è quella compresa fra i −25 e i −40 °C. Questo tipo di scie, che sono le più persistenti, possono formarsi anche a umidità relative pari allo 0%, a patto che la temperatura sia sufficientemente bassa.

scie di convezione: sono dovute a moti convettivi che si manifestano sulla scia dell'aeromobile quando questo vola in aria molto umida e instabile. La temperatura dell'aria più favorevole è quella compresa fra 0 °C e −25 °C. Non si manifestano immediatamente dietro l'aereo, occorrendo un certo intervallo di tempo prima che l'aria calda immessa nell'atmosfera si porti al livello di condensazione.

scie di origine aerodinamica: le meno persistenti, sono dovute all'espansione dell'aria, provocata dal veloce moto di un aereo, quando vola in atmosfera molto umida. La temperatura dell'aria più favorevole è compresa tra 0 °C e 10 °C.

I sostenitori della teoria delle scie chimiche citano come prova della differenza fra scie "chimiche" e scie di condensazione quanto riportato dalla NASA: «…le scie di condensazione si formano solitamente ad alta quota (generalmente al di sopra degli 8 000 m), dove l'aria è estremamente fredda (generalmente al di sotto di −40 °C). Altri [tipi di] nuvole si possono formare ad altitudini molto varie, dalla prossimità del suolo, come la nebbia, a quote estremamente elevate, quali quelle dei cirri».

Secondo i teorici del complotto, queste sarebbero le "uniche" condizioni in cui le scie di condensa si potrebbero formare. Tuttavia quella della NASA è una descrizione divulgativa che vuole dare una sintesi relativa del fenomeno e l'affermazione specifica chiaramente che le scie di condensazione si formano "solitamente" (usually in originale) alle condizioni indicate e non esclusivamente. Inoltre, nello stesso documento, è specificato che le scie di condensazione «…possono anche formarsi più vicine al suolo quando l'aria è molto fredda e ha umidità sufficiente», affermazione che però sembra essere stata completamente ignorata dai sostenitori del complotto. Già negli anni cinquanta H. Appleman mostrò come la formazione di scie di condensazione dipendesse da diversi fattori e che esse potevano formarsi anche a umidità relative molto basse, umidità relativa che incide anche sulla persistenza di tali scie.

Analisi e risposte di scienza e istituzioni. Le scie di condensazione hanno una persistenza anche di ore. Tuttavia, i sostenitori della teoria affermano che le ipotetiche scie chimiche si differenzierebbero dalle scie di condensazione perché sarebbero più persistenti e arriverebbero a formare griglie, incroci o a porsi in parallelo tra loro, o ancora a non avere continuità (ad esempio una scia che si interrompe in un dato punto e che riprende in punto più avanzato); le scie, sempre a loro dire, sarebbero rilasciate da aeroplani militari o privi di segni distintivi ad altitudini basse e inusuali. In maniera pressoché unanime, tutte le agenzie governative, gli scienziati, gli esperti meteorologi, i ricercatori scettici, tra cui il Committee for the Scientific Investigation of Claims of the Paranormal statunitense, i piloti di aereo, spiegano invece che le scie di condensazione mostrano una gran varietà di aspetti e persistenza, e che le descrizioni e le fotografie delle supposte chemtrail sono in realtà del tutto in linea con quelle delle normali scie di condensazione e spesso corrispondono anche a rotte aeree ben note. Le scie di condensazione hanno infatti un diverso comportamento a seconda della temperatura, del wind shear orizzontale e verticale, dell'umidità presente in quota. Nessun sostenitore della teoria delle scie chimiche ha mai fornito delle analisi delle scie prese direttamente in aria; al contrario, fin dagli anni venti, vengono regolarmente effettuati studi sulle scie di condensazione. Quindi, la loro esistenza e normale spiegazione sono ampiamente comprovate da decenni. Diverse altre obiezioni vengono mosse alle numerose contraddizioni della teoria complottista delle presunte chemtrails: Il comportamento delle presunte "scie chimiche", descritto dai complottisti come "bizzarro" o "inusuale" è in realtà sempre perfettamente coerente con il possibile comportamento di una scia di condensazione. Non è possibile che un aereo contenga al suo interno così tanto materiale chimico da generare una scia lunga centinaia di chilometri. La visione del cielo da parte di un osservatore a terra risente del fatto che a grande distanza e senza punti di riferimento l'immagine tridimensionale appaia in realtà sostanzialmente bidimensionale. Di conseguenza due scie che appaiono "affiancate" o "incrociate" possono essere in realtà distanti diverse centinaia di metri in verticale. Analogamente due aeromobili che appaiono vicini possono trovarsi molto distanti, quindi produrre scie differenti. In questa situazione del resto non è in alcun modo possibile stabilire l'esatta verticale di un aereo in base alla semplice osservazione. In aggiunta a questo, la semitrasparenza di scie e nuvole rende in molti casi praticamente impossibile dire se l'una è al di sopra dell'altra o viceversa. Sarebbe necessaria una gigantesca operazione di copertura su scala internazionale, che coinvolgerebbe un numero incredibilmente alto di persone impiegate in diversi settori professionali: piloti, controllori di volo, governanti, militari, meteorologi, scienziati, ecc. Un'operazione del genere è pressoché impossibile da gestire, perché vi sarebbe un'enorme quantità di dati da falsificare, per di più in modo che questi risultino perfettamente compatibili e concordi tra di loro. Inoltre, aumentando il numero di persone a conoscenza di un'operazione segreta, aumenta anche il rischio che tale operazione possa essere scoperta. Ognuna di queste persone, infatti, potrebbe potenzialmente rivelare la natura di tale operazione (accidentalmente o volutamente) facendola quindi fallire. La necessità di mantenere segreto il presunto complotto è incompatibile col fatto che gli aerei operino in pieno giorno, lasciando in cielo delle scie visibili da tutti. I sostenitori della teoria, in risposta, affermano che agire alla luce del sole servirebbe proprio a far sì che la gente possa ritenere questa attività naturale e innocua. Come per molte altre teorie di complotto, i sostenitori citano dati tecnici, fotografie o video che mostrerebbero segni di falsificazione, incongruenze o stranezze. Tuttavia, se queste incongruenze fossero reali, sarebbero risultate immediatamente visibili agli occhi degli esperti dei vari settori coinvolti (piloti, meteorologi, scienziati vari, ecc.), soprattutto quando le persone sostenitrici di tali teorie affermano di averle scoperte attraverso la visione di video su YouTube o semplici osservazioni empiriche. Tutti gli aerei sono regolarmente sottoposti a ispezioni tecniche, che farebbero scoprire i presunti "apparati" per il rilascio delle scie. Ci sono state del resto costanti e numerose smentite governative in merito. Il rilascio di sostanze alle quote superiori ai 10 000 metri usate dagli aerei ha un comportamento non prevedibile, a causa della dispersione generata dai forti venti in alta quota. Inoltre, molte sostanze organiche e anche alcune sostanze chimiche verrebbero distrutte dalla temperatura dei gas combusti dell'aereo prima di distaccarsi dalle linee di flusso aerodinamico. I sostenitori della teoria affermano, tramite loro misure telemetriche amatoriali, che la quota di volo di queste operazioni sarebbe a loro dire molto al di sotto del limite minimo di formazione di contrail; ma nessuna di queste misurazioni personali è mai stata verificata in maniera indipendente, o sottoposta ad enti di certificazione. I sostenitori della teoria hanno più volte presentato delle analisi che mostrerebbero come, su alcuni terreni sorvolati dagli aerei chimici, a loro dire sarebbero presenti delle sostanze velenose. Tuttavia non esiste la prova che tali sostanze provengano necessariamente dagli aerei anziché altre fonti esterne. Inoltre, sostanze diffuse a diversi chilometri d'altezza, anziché ricadere esattamente a strapiombo, sono soggette alle turbolenze dell'aria: pertanto il luogo della loro ricaduta non può essere previsto né tantomeno ricostruito a posteriori. Come per molte altre teorie di complotto, nonostante vengano ipotizzate e citate presunte organizzazioni senza scrupoli (che a dire dei complottisti sarebbero in grado di avvelenare o uccidere la popolazione a proprio piacimento), queste sembrano disinteressarsi completamente dei vari siti internet che ne farebbero i nomi, lasciando loro piena possibilità di rivelare al mondo il complotto. Nonostante i sostenitori affermino che le presunte "scie chimiche" sarebbero diffuse in maniera regolare da molti anni, ancora non si sarebbero visti i risultati di questa ipotetica contaminazione (in particolare per chi sostiene che le "scie chimiche" servano alla diffusione di un'epidemia del cosiddetto "morbo di Morgellons" - a sua volta considerato essere in realtà una patologia psichiatrica dalla comunità scientifica). Secondo la termodinamica e l'aerodinamica, i diversi comportamenti delle scie di condensazione sono dovuti alle diverse condizioni meteorologiche (temperatura, pressione, umidità relativa e venti) riscontrabili a quote differenti, nonché al diverso tipo di motori usati dagli aerei: in una zona più fredda i gas condensano rapidamente e formano scie compatte, in una meno fredda (o con gas più caldi) il tempo di condensa è maggiore e le scie sono più larghe; anche le scie compatte, a causa del moto browniano, tendono ad espandersi al passare del tempo, anche in assenza di vento (e in quota sono sempre presenti venti e correnti). A seconda dei venti in quota (le condizioni in quota non rispecchiano quelle al livello del suolo), le scie possono allargarsi più velocemente o formare curve e ramificazioni (venti di direzione incostante). Dato che l'atmosfera è un fluido non omogeneo, si possono avere zone in cui sono presenti condizioni atte alla formazione di scie di condensazione adiacenti a zone in cui tali condizioni non sono presenti, con conseguente formazione di scie "a tratti". I reattori turbofan a doppio flusso creano scie di condensazione anche in condizioni in cui i vecchi turbofan a singolo flusso non le formano. I sostenitori della teoria affermano che a loro dire tale differenza di comportamento sarebbe dovuta alla presunta differenza di composizione delle supposte scie chimiche rispetto alle normale contrails, ma senza mai aver prodotto alcuna evidenza oggettiva a conferma di tale loro asserzione. È stato osservato che la nuvolosità provocata dalle normali scie di condensazione può avere effetti sul meteo e provocare perturbazioni, come per esempio nel caso dei bombardieri americani durante la seconda guerra mondiale.

Analisi storico-scientifiche. Nel corso dello sviluppo della teoria del complotto, oltre alle inesattezze scientifiche, la teoria delle scie chimiche è stata sostenuta anche da affermazioni completamente false su pubblicazioni e ricerche, in particolare riguardo alla storia della meteorologia e dell'aviazione, allo scopo di affermare che le scie di condensazione erano inesistenti prima degli anni novanta e che tutte le descrizioni scientifiche delle scie sono opera del complotto. «Non esisterebbero foto di scie di condensazione precedenti al 1995. Il che dimostrerebbe che all'epoca le scie non erano comuni.» Tuttavia le prime foto di scie di condensazione risalgono agli anni venti e trenta. «Non esisterebbero immagini satellitari delle scie di condensazione precedenti al 1995.» Anche questa affermazione è falsa, perché esistono numerose foto satellitari delle scie di condensazione anteriori a quella data, compreso uno studio meteorologico dell'American Meteorological Society, che si riferisce a foto satellitari delle scie di condensazione degli anni dal 1977 al 1979. «Le vecchie foto delle scie di condensazione sarebbero dei falsi in quanto gli aerei dell'epoca non erano pressurizzati e quindi non potevano raggiungere le alte quote.» In realtà già durante la seconda guerra mondiale gli aerei raggiungevano anche 10000-11000 metri. In alta quota i piloti utilizzavano bombole d'ossigeno e indumenti riscaldati elettricamente. Già nel 1936 era stato raggiunto da Mario Pezzi il record di altitudine dei 15635 metri e il pilota descrisse chiaramente una scia di condensazione che inizialmente credeva causata da un guasto al motore. «In passato le scie di condensazione non sarebbero state né persistenti né tendenti ad espandersi.» Il primo studio sulle scie di condensazione afferma invece che queste possono essere persistenti o non persistenti a seconda delle condizioni atmosferiche, mentre studi degli anni '70 descrivono la tendenza delle scie ad espandersi notevolmente oltre le dimensioni iniziali. Serbatoi installati su un prototipo di Boeing 747. Secondo i teorici delle chemtrails, è una prova dell'esistenza degli aerei responsabili delle scie chimiche. La presenza e il comportamento delle scie di condensazione erano quindi stati dimostrati già da tempo, prima dell'inizio del presunto complotto. L'aumento delle scie di condensazione è del resto direttamente proporzionale all'aumento del traffico aereo. A titolo di esempio, il traffico aereo civile nel ventennio 1986-2006 ha registrato un aumento del numero di voli superiore al 200%.

False prove. Diverse fotografie, che mostrano serbatoi installati all'interno della carlinga di un aeromobile civile, vengono portate come prova a sostegno dell'esistenza dei sistemi di dispersione aerea degli aerosol chimici. Si tratta, in realtà, di installazioni idrauliche atte a simulare il peso dei passeggeri, o di un carico pesante, allo scopo di testare la stabilità di un aereo mentre è in volo: i serbatoi sono riempiti di acqua, la quale viene pompata da un contenitore all'altro in modo da spostare il centro di gravità del velivolo. Un servizio televisivo andato in onda in Louisiana viene spesso portato all'attenzione dai teorici delle scie chimiche: viene mostrata un'analisi chimica dell'aria, nella quale i livelli di bario sarebbero pari a un livello, molto pericoloso, di 6,8 parti per milione, tre volte superiore al limite di legge statunitense. A una seconda analisi scientifica del servizio, è emerso che le attrezzature usate per la misurazione dell'aria furono male utilizzate e il livello di bario non eccedeva affatto i limiti di legge, ma era anzi di molto inferiore. In un altro servizio della BBC del marzo 2014, relativo alle ricerche del volo Malaysia Airlines 370, una particolare inquadratura mostra un getto bianco uscire da un ugello posto sull'ala dell'aereo dedito alle ricerche, un Lockheed P-3 Orion dell'aviazione australiana. Tale "spruzzo" è stato indicato, da diverse pagine, come la prova del rilascio delle scie chimiche; in realtà, il getto inquadrato è una operazione di fuel dumping, necessario in quanto l'aereo delle ricerche ritornò in aeroporto anzitempo e dovette alleggerirsi del carburante in eccesso prima di effettuare l'atterraggio.

Dibattito politico.

Stati Uniti. Negli Stati Uniti d’America, il rappresentante del Congresso Dennis Kucinich fece riferimento alle "scie chimiche" nello Space Preservation Act del 2001, una proposta di legge per bandire ipotetici "sistemi d'arma esotici". I teorici del complotto presentano tale proposta di legge come un riconoscimento ufficiale dell'esistenza delle "scie chimiche" come arma, almeno in potenza. L'uso del termine "scie chimiche" è però affiancato a una serie di altre armi inesistenti o dai nomi improbabili (come "armi ultrasoniche", "armi extraterrestri"), in un paragrafo che è stato rimosso nella versione successiva dello Space Preservation Act del 2003. In entrambi i casi la legge non fu approvata. La Forza Aerea statunitense ha pubblicato un articolo che dichiara esplicitamente che le scie chimiche sono “una bufala che è stata investigata e confutata da numerose università, organizzazioni scientifiche e pubblicazioni nei principali media”.

Canada. La Camera dei Comuni canadese, a una petizione sulle "scie chimiche" ha risposto che «…il termine scie chimiche è un'espressione popolare e non esistono prove scientifiche che ne dimostrino l'esistenza».

Regno Unito. Il Dipartimento britannico per l'Ambiente, il Cibo e gli Affari Rurali affermò che le "scie chimiche" «non sono un fenomeno riconosciuto scientificamente».

Germania. In Germania, l'Agenzia Federale dell'Ambiente ha avviato un'indagine sulle "scie chimiche" a seguito di «…numerose richieste di informazione in merito da parte dei cittadini». Dopo aver interpellato l'Istituto di Fisica dell'Atmosfera, il Servizio Meteorologico tedesco e l'Ente Aerospaziale tedesco, l'Agenzia dell'Ambiente ha pubblicato uno studio in cui si dichiara che le informazioni reperibili in internet sulle "scie chimiche" «…provengono da fonti non molto credibili, vista l'assenza di prove convincenti» e che le cosiddette "scie chimiche" sono in realtà «…normali scie di condensazione o nuvole».

Italia. In Italia, l'argomento è stato oggetto di 14 interrogazioni parlamentari in un arco del tempo dal 2003 al 2011 di cui tre presentate dal deputato del Partito Democratico Sandro Brandolini. Le diverse interrogazioni hanno ricevuto come risposta solo smentite da parte degli organi di governo interpellati. In particolare, nella risposta del 5 settembre 2008 del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare si legge che «Dall'esame della letteratura scientifica internazionale e del contenuto dei siti web specialistici non è possibile confermare l'esistenza delle scie chimiche. I siti specialistici degli osservatori delle scie chimiche, in particolare, risultano carenti dal punto di vista scientifico» e che «…l'interpretazione più plausibile del fenomeno è che i presunti episodi di scie chimiche siano in realtà comuni scie di condensazione che sono durate più a lungo e hanno assunto forma peculiare per effetto delle condizioni meteorologiche».

Parlamento europeo. La questione è stata oggetto di un'interrogazione presentata al Parlamento Europeo da parte del deputato olandese Erik Meijer. Nella risposta ricevuta, viene nuovamente ribadita l'inesistenza del fenomeno.

Episodi simili. Le presunte scie chimiche non vanno confuse con le usuali tecniche di irrorazione o di scarico di sostanze per mezzo di aerei, come l'uso di diserbanti, la lotta agli incendi o la stimolazione di precipitazioni.

Fertilizzanti e fitofarmaci sono, a volte e in alcuni Paesi, irrorati sui campi con aerei, ma con voli a bassa quota: in alta quota l'effetto sarebbe nullo, data la presenza di venti tesi e imprevedibili.

Un'operazione di scarico del carburante in volo, detta fuel dumping, è a volte necessaria in caso di emergenze con velivoli militari o civili. Detta operazione di scarico avviene tramite degli ugelli posti sulle ali e serve ad alleggerire il velivolo per permettere un atterraggio in condizioni di sicurezza. Il fuel dumping, che può avvenire anche a bassa quota, può generare delle scie con caratteristiche simili a quelle delle scie di condensazione, con la differenza che la scia non ha origine dai motori dell'aereo.

Durante la guerra del Vietnam venne sparso un defoliante con voli aerei a bassa quota, l'"Agente Arancio", per spogliare gli alberi delle zone di combattimento.

Durante le esibizioni aeree, si usano degli appositi pod posizionati sotto un'ala o in coda, o cartucce colorate nel tubo di scarico dell'aereo, per emettere fumo colorato che lascia tracce persistenti alcuni minuti nel cielo. In questo caso il principio utilizzato è diverso da quelli solitamente associati alla teoria delle scie chimiche: si tratta di sostanze, che, a contatto coi gas molto caldi del motore, bruciano lentamente emettendo fumi che si mischiano ai gas stessi.

Gli aerei commerciali, anche se raramente, scaricano in volo i reflui della toilette. Questa pratica, oggi abbandonata e usata solo in casi di emergenza su vecchi aeromobili, può causare delle corte scie di cristalli di liquami congelati e luccicanti, o dei blocchi di materiale solido e ghiacciato. Sono documentati casi di danneggiamenti causati da questi eventi, noti come blue ice.

La pratica del cloud seeding è un metodo di induzione della pioggia che si attua irrorando le nubi già predisposte a causare precipitazioni con varie sostanze, principalmente ioduro d'argento o ghiaccio secco. Queste sostanze creano all'interno delle nubi dei nuclei di condensazione attorno ai quali l'umidità dell'aria si possa raccogliere, formando gocce d'acqua e stimolando quindi la precipitazione. Questa tecnica è normalmente usata in caso di prolungate siccità o per proteggere i raccolti dalla grandine. Poiché questa pratica si limita a favorire la pioggia in nubi già predisposte a generarla, non si può considerare una tecnica di controllo climatico.

L'eventuale utilizzo di aerosol stratosferici è stato considerato quale uno dei sistemi potenzialmente in grado di mitigare il cosiddetto surriscaldamento globale; gli aerosol in alta quota avrebbero infatti il potere di aumentare il livello di albedo del pianeta, e con ciò la capacità di respingere i raggi del sole e il relativo calore.

Il primo studio sulle scie chimiche smonta la bufala (ma non serve a nulla). Alcune teorie del complotto sono così ridicole che pare non ci sia nemmeno bisogno di smentirle. Prendiamo le scie chimiche, l’idea che sia in corso un gigantesco complotto globale ideato da una non meglio identificata plutocrazia. Eugenio Cau 17 Agosto 2016 su Il Foglio. Alcune teorie del complotto sono così ridicole che pare non ci sia nemmeno bisogno di smentirle. Prendiamo le scie chimiche: l’idea che sia in corso un gigantesco complotto globale ideato da una non meglio identificata plutocrazia con l’intento di irrorare dall’altro la popolazione di sostanze non meglio identificate per scopi che vanno dallo sterminio all’omosessualizzazione di massa fa rigirare Guglielmo da Occam e il suo rasoio nella tomba. Dovrebbe bastare un po’ di logica per smentire cotanta teoria, ma secondo una ricerca il 17 per cento della popolazione mondiale crede almeno in parte nelle scie chimiche, e il fenomeno ottiene giocoforza più attenzione di quanta meriterebbe. E’ così che un gruppo di studiosi di varie università americane ha deciso di realizzare uno studio scientifico sulle scie chimiche, il primo al mondo sottoposto al processo di peer review, e dunque dotato del suggello della scienza convenzionale. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters, e interroga 77 scienziati di fama sul fenomeno delle scie, presentando loro le presunte “prove” del complotto globale, dalle fotografie degli aerei alle analisi chimiche, e chiedendo spiegazioni. Tra gli esperti ci sono climatologi, chimici e studiosi dei materiali. Tutti, senza esitazioni, smentiscono le teorie complottiste, tranne uno. Quando agli scienziati viene chiesto se hanno mai avuto prove di un programma segreto di irrorazioni, un esperto su settantasette (non identificato) dice che effettivamente sì, in una certa area una volta ha trovato livelli di bario fuori dalla norma. Non arriva a dare credito all’idea del complotto globale, ma quasi. Così, lo studio che avrebbe dovuto essere la pietra tombale sul complotto delle scie si trasforma in una prova, l’ennesima, della penetrazione spaventosa di certe teorie perfino nelle fasce più educate della popolazione. Se uno dei 77 esperti del campo dà credito al complotto, perché stupirsi che lo faccia il 17 per cento della popolazione non esperta? Verrebbe facile parlare di mela marcia, ma il fenomeno è più profondo, e inquietante. Lo studioso dissenziente, adesso, sarà esaltato da tutti i complottisti come un eroe che ha saputo tener fronte al sistema, e come prova dell’esistenza del complotto. Ma se anche tutti e 77 gli scienziati fossero stati d’accordo nel negare le scie chimiche, questo non avrebbe fermato le teorie complottiste: sarebbero stati tutti etichettati come venduti. Al Environmental Research Letters si sono dimenticati di un altro studio, quello che provava che sbugiardare i complotti non fa che rafforzare la convinzione di chi ci crede.

Scie chimiche Porta a Porta. Una parola maldestra stuzzica il vespaio complottista. Su Rai Uno il direttore dell'Istituto di biometeorologia del Cnr usa la metafora di un “esperimento” per parlare di cambiamento climatico. I fanatici della cospirazione vanno in solluchero: “Bombardamento climatico sull'Italia”. Enrico Cicchetti 12 Novembre 2018 su Il Foglio. “Le parole sono importanti!”, si sgolava il Michele Apicella di Nanni Moretti in una delle scene cult(perdonaci, Michele) di Palombella Rossa. Una battuta diventata classico nazional popolare e rivisitata in mille salse. Ma che calza come un guanto al caso del dottor Antonio Raschi, direttore dell'Istituto di biometeorologia del Cnr. “Purtroppo quando non si è abituati a parlare in pubblico si usano espressioni che sono chiare a chi si occupa di ricerca, ma che possono essere strumentalizzate da chi cerca conferme alle proprie teorie”. Il dottor Raschi, incredulo, cerca di rispiegare la frase che ha pronunciato durante la puntata di Porta a Porta del 6 novembre 2018 (qui al minuto 24:50). E di mettere una toppa alla valanga di assurde teorie complottiste che ha scatenato un'affermazione forse un po' ingenua (rispetto al pubblico mainstream a cui era destinata) ma del tutto esatta e innocente. Il caso: durante la trasmissione si parla, tra le altre cose, del forte maltempo che ha colpito l'Italia nelle scorse settimana, con effetti anche disastrosi. Antonio Raschi del Cnr di Firenze viene intervistato. “Mi è stato chiesto di spiegare le cause degli eventi meteorici estremi delle scorse settimane”, racconta e “li ho descritti illustrando su un terminale l'evolversi di una cella di pressione estremamente bassa e la conseguente formazione di un fronte temporalesco. Ho specificato che tali eventi non sono nuovi, ma molto rari: ciò che probabilmente varierà è la loro frequenza, a seguito del cambiamento climatico in corso. Tale variazione è difficile da prevedere in dettaglio, appunto perché il cambiamento climatico è in corso, ma è comunque un fenomeno rischioso perché il pianeta è molto affollato e ha risorse limitate. Ho attribuito il cambiamento, almeno in gran parte, alla emissione di gas serra. Ho detto che è come se fossimo al centro di un esperimento planetario, causato da noi stessi, alterando il sistema in cui viviamo e osservandone l'evoluzione. Almeno, questo è quanto intendevo dire”. Le parole importanti, quelle incriminate e rilanciate su tanti blog e forum e social complottisti, infatti, sono due: “Esperimento planetario”. Gli “sciachimicari” del web italiano sono andati in solluchero: quelle due paroline, se lette da chi vive in una puntata di Black Mirror permanente e interpreta il reale con un costante retropensiero da B-movie paranoico, possono diventare una combinazione esplosiva. “Ammissione in prima serata non si tratta più di teoria del complotto”, si legge in un video di Mida Riva (Attivo TV). I bufalari hanno estrapolato poche frasi dall'intervista di Raschi, non l'hanno contestualizzate e sono partiti per la tangente: “STIAMO CONDUCENDO UN ESPIERIMIENTO (sic!) PLANETARIO DI CAMBIAMENTO DEL CLIMA” avvertono – fra l'altro con un italiano stentato che dà ragione a chi li sbertuccia parlando di “gombloddisti” – come se quella del direttore dell'Istituto di biometeorologia fosse un'ammissione dell'esistenza di una “congiura delle scie chimiche”. E poi siti, blog, pagine Facebook che riprendono la teoria, la gonfiano e manipolano, la distorcono e rimpastano. Così, dalla sorgente, il complotto si dirama in mille rivoli. C'è persino chi parla di “BOMBARDAMENTO CLIMATICO sull’Italia. Un avvertimento al governo?”. Un teatro dell'assurdo. Quelli delle scie chimiche invitano a spedire al presidente della Repubblica una lettera per chiedergli di “attivarsi per interrompere questi esperimenti nocivi o meno per la salute pubblica e per il territorio italiano in quanto non autorizzati dal Popolo Sovrano e rivolti verso il Popolo Sovrano stesso. Al contempo nego, fortemente nego, la mia autorizzazione a qualsiasi sperimentazione di geoingegneria sul suolo e nei cieli italiani. Come Cittadino esprimo il mio diritto a non essere usato come cavia”. Una richiesta che può far persino sorridere, a metà tra il formalismo maccheronico alla Totò e Peppino e quelle catene di Sant'Antonio che girano nelle chat tra genitori o tra vecchi amici delle elementari, che allertano di scrivere a mr. Facebook perché non usi le nostre foto o a mr. Whatsapp che, per cortesia, “con la testa sotto i vostri piedi”, non diventi un'applicazione a pagamento. “Siamo al centro di un esperimento planetario”, dice forse con ingenuità, il dottor Raschi. Nel senso che il nostro pianeta da anni sta subendo un aumento di CO2 e un riscaldamento che è un unicum nella storia della Terra. Un “esperimento”, appunto, che può provocare danni di un'entità a noi sconosciuta con esattezza, benché numerosa ricerca e letteratura scientifica ci indichi la direzione. Quella dell'esperimento globale, spiegano dal Cnr, è una metafora utilizzata spesso in climatologia per spiegare il recente incremento del meccanismo dell'effetto serra terrestre ad opera delle attività umane. Non è la prima volta che la si utilizza e chi si occupa di clima lo sa bene. Già in un articolo uscito nel 1998 su Science il climatologo americano Ramanathan utilizzava proprio questa metafora per spiegare la teoria dell'effetto serra potenziato: “Questo involontario esperimento ha portato il sistema climatico fuori dall'equilibrio...”. Altre fonti autorevoli si trovano su Nature (“Siamo in grado di osservare l'azione di bilanciamento dell'energia planetaria al lavoro grazie all'esperimento non intenzionale che l'umanità sta conducendo aggiungendo anidride carbonica all'atmosfera”) e su Medium (“A partire dalla rivoluzione industriale (o forse anche prima), l'umanità ha iniziato una manipolazione non intenzionale del clima del pianeta Terra...”). “L'aumento della CO2 atmosferica e il cambiamento del clima sono misurabili, e sono sotto gli occhi di tutti”, conclude Raschi. “Attendo dati altrettanto validi sulla composizione delle scie chimiche e sul loro effetto”. In sostanza, se congiura c'è, è quella dei siti complottisti, dove certi autori manipolano le informazioni per supportare le proprie teorie infondate, anche sulla pelle delle tante vittime del maltempo. Ignari lettori, magari in buona fede, senza verificare la notizia su portali più autorevoli, ci cascano e continuano a incentivare i falsari dell'informazione e dei “gombloddi”. “Chi parla male, pensa male e vive male”, avrebbe detto Michele Apicella. E questa volta non ci riferiamo al dottor Raschi.

·         Sulla Luna ci siamo stati?

Ivo Mej per Il Fatto Quotidiano l'8 luglio 2019. Insomma, ci siamo stati o no? Per quello che può interessare ai lettori de Il Fatto Quotidiano, la mia personale opinione è che no, sulla Luna non si saremmo mai potuti andare con la tecnologia degli anni 60, tant’è vero che non riusciamo ad andarci neanche oggi. Ma naturalmente della mia opinione chissenefrega, e poi come è possibile che in mezzo secolo non sia mai venuta fuori la verità sulla conquista mai avvenuta del nostro satellite? Per fortuna, esistono altri positivisti-scientisti oltre al sottoscritto, non inclini ad accettare qualsiasi cosa venga loro propinata dalla propaganda di turno, ma determinati a verificare le miriadi di supercazzole inventate dalla Nasa in 50 anni per compiacere i presidenti di turno. E’ il caso di Massimo Mazzucco – uno che di professione ha fatto il fotografo prima di diventare regista e di immagini se ne intende – e del suo incredibile documentario American Moon, oltre due ore di serena e plausibile confutazione della verità ufficiale sulla Luna. Come molti sanno, la “teoria del complotto lunare” corrente vorrebbe il regista Stanley Kubrick coinvolto in prima persona dalla Nasa per simulare la conquista della Luna. Moltissimi gli indizi in merito, riportati anche in un altro incantevole documentario di Rodney Ashner, Room 237, del 2012. Un altro indizio sulla stretta connessione tra Kubrick e la Nasa è la costruzione da parte dell’Ente spaziale americano di un obiettivo fatto appositamente per il film di Kubrick Barry Lyndon. Perché la Nasa avrebbe speso ingenti fondi per studiare e realizzare un obiettivo tanto speciale per il regista? Perché non glielo fece neanche pagare? Un semplice omaggio all’autore di 2001 Odissea nello spazio (anno: 1968)? Ma a tutto questo Mazzucco non accenna neanche. Di Kubrick nessuna traccia in American Moon. Invece, per tagliare le gambe a tutti i debunker sfata-tesi, il regista gioca d’anticipo, confutando dall’inizio e scientificamente tutte le loro critiche. Il principale debunker e avversario da sempre di Mazzucco è il solito Paolo Attivissimo, di nome e di fatto nel tentare di intorbidire le acque della vicenda lunare. Ma naturalmente ci sono anche fior di fotografi professionisti, interpellati da Mazzucco sulle caratteristiche tecniche delle immagini “riportate” dalla Luna. Bene, nessuno tra Oliviero Toscani, Toni Thorimbert, Aldo Fallai, Peter Lindbergh e Nicola Pecorini riesce a spiegare la stranezza di tutte quelle immagini degli “allunaggi” se non con la loro realizzazione in uno studio fotografico. Per non parlare di uno degli argomenti principe della impossibilità di arrivare sulla Luna: l’attraversamento delle micidiali Fasce di Van Allen, in grado di “friggere” qualsiasi apparato radio (non parliamo dei corpi degli astronauti). Non posso certo riportare qui tutte le incongruenze logiche, le strane dimissioni, le ammissioni a mezza bocca dei dirigenti Nasa presenti nel film, ma voglio ricordare che nel 1994 un altro regista, l’americano Bart Sibrel, tentò di fare giurare sulla Bibbia Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins di essere davvero stati sulla Luna. Nessuno di loro volle farlo.

·         Il terrapiattismo. 

I terrapiattisti arrivano a Milano: quando l’odio per la scienza non teme il ridicolo. Pubblicato sabato, 23 novembre 2019 su Corriere.it da Guido Tonelli. Domenica a Milano si terrà un convegno di terrapiattisti. Non c’è mai stata epoca nella quale la vita delle persone sia stata così dipendente dalla scienza: e allora perché si riaccendono teorie così infondate? Un convegno dei terrapiattisti a Milano. E un ingresso, domenica a partire dalle 9, rigorosamente a pagamento. Il biglietto di 25 euro consentirà di ascoltare quattro relatori che parleranno, tra l’altro, di «distanza tra Sole e Terra pari a 5.000 chilometri» (in realtà sono 149.600.000) e dei «50 anni di inganni» riguardo la conquista della Luna. Il gruppo di persone che si radunerà domenica a Milano per ascoltare relazioni dal titolo: «Il Sole dista dalla Terra 5000 km» sono gli ultimi rappresentanti di un punto di vista che ha avuto illustri predecessori. Fin dall’antichità il dibattito sulla forma della Terra è stato molto acceso. Sul tema si sono accapigliati anche i primi filosofi, i presocratici della Scuola di Mileto. Talete, il maestro per antonomasia, era un convinto terrapiattista. Ma anche il suo discepolo Anassimandro, che pure intuì per primo che la Terra galleggia nello spazio, le attribuiva una forma strana, una sorta di tozzo cilindro. Fu Pitagora, secondo la tradizione, il primo a parlare di Terra sferica, anche se occorrerà arrivare al periodo ellenistico, con Eratostene di Cirene, per avere la prima misura sperimentale della circonferenza della grande palla. Da allora sono passati più di 2000 anni e si sono accumulate prove innumerevoli della sfericità della Terra: dalle notazioni dei grandi esploratori, alle misurazioni astronomiche, fino alle osservazioni dirette, che, col pianeta sorvegliato da migliaia di satelliti, sono ormai attività di routine. Perché allora ci sono ancora persone che mantengono uno scetticismo così radicale verso risultati scientifici confermati da migliaia di osservazioni? C’è di sicuro una componente goliardica in questi gruppi di buontemponi che ricercano il clamore con la speranza di ricavarne un’effimera notorietà. A ben vedere, però, queste teorie bislacche fanno leva su meccanismi elementari di diffidenza e di paura, che possono contagiare strati più ampi della popolazione e manifestarsi in forme meno folcloristiche. Non c’è mai stata epoca nella quale la vita quotidiana delle persone sia stata così dipendente dalla scienza. Proprio per questo la diffidenza verso il sapere scientifico si riaccende. Ne sono una riprova la voglia cieca di credere ai fenomeni più assurdi: la presenza fra noi di extraterrestri, la fine del mondo prevista dal calendario Maya, le apparizioni periodiche della Madonna in un paesino dei Balcani e così via. È un pezzo di società nel quale scatta l’istinto di rivincita contro un sapere scientifico di cui si percepisce la potenza ma che non si capisce; ed ecco che non si teme il ridicolo pur di sognare di scoprire verità inconfessabili, di un lato oscuro della scienza che ne incrini alla radice l’autorevolezza e che faccia crollare l’intera costruzione.

Terrapiattisti a Milano: «In Antartide dimostreremo che la Terra è piatta». Pubblicato domenica, 24 novembre 2019 da Corriere.it. «Siamo qui a Milano perché è un piazza importante e per avere una certa risonanza: il nostro scopo è ottenere l’autorizzazione per andare in Antartide da parte del presidente del Consigli0. Abbiamo fatto richiesta a Conte tramite una lettera che mostreremo oggi» così l’ingegnere palermitano Agostino Favari presenta il Convegno «La Terra è piatta», in programma all’Hotel The Hub (25 euro) . «Verificando di persona, potremo avere delle risposte: per esempio se al Polo Sud non ci fosse il sole di mezzanotte, come al Nord, questa asimmetria dimostrerebbe che la Terra non è sferica». La teoria del Terrapiattismo per Favari non è una semplice passione, «ma un riscontro di veridicità». Lo stesso ingegnere oggi dimostra che il sole dista dalla Terra 5000 km «attraverso rilievi topografici delle ombre, come si faceva 2000 anni fa». Favari, complottista dichiarato, ha un trascorso in politica, nel Movimento 5 Stelle, «poi quando ho capito che anche questo era un teatrino ho deciso di mollare». Definisce Beppe Grillo, «un “gate keeper”, ovvero una persona che asseconda chi detiene il potere: non è venuto al convegno di Palermo, come aveva annunciato, ma ha messo in piedi lo spettacolo “Terrapiattista” che porterà in giro l’anno prossimo». Per Calogero Greco, altro promotore dell’evento, questo è un movimento anche politico. «L’acqua non può curvare: da qui si deduce che la Terra è piatta. Auspico che questo nuovo mondo che abbiamo scoperto possa avere un sistema basato sulla laocrazia, la vera democrazia». Tra i relatori anche Albino Galuppini, agricoltore laureato in scienze naturali, che parla di astronomia zetetica, «smontando il modello eliocentrico. Ma anche la beffa dell’allunaggio, parte di un inganno globale». E a proposito dell’annunciata partecipazione del filosofo Diego Fusaro, assicurano che «aveva dato conferma per poi fare marcia indietro». Al convegno sono stati invitati Beppe Grillo, Matteo Salvini e il sindaco Sala. Chissà se apriranno la busta.

TERRAPIATTISTI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI: “LA TERRA E’ PIATTA E IL POLO NORD E’ IL CENTRO”. Sara Scarafia per repubblica.it il 12 maggio 2019. "La terra è piatta e il Polo Nord è il centro". "Il sole è vicino ed è piccolo piccolo, una specie di lampadina". "Il complotto della terra sferica è ordito da un movimento sotterraneo che vuole negare l’esistenza di Dio". "Gli astronauti? Attori". "La circumnavigazione della terra? Un’illusione". "La forza di gravità non esiste". “La prova che la terra è piatta è in una bottiglia piena: basta metterla in orizzontale per accorgersi che l'acqua non si curva mai”. Eccoli, i terrapiattisti che domani a Palermo celebreranno la prima giornata di “esperimenti e conferenze” per dimostrare - sostengono - che "la verità che ci hanno raccontato finora è tutta una farsa". Un convegno a pagamento: 20 euro a testa. Galileo e Darwin? “Solo delle maschere”. La Nasa? “Una Disneyland, nessuno è mai stato nello spazio”. Agostino Favari, Albino Galuppini e Calogero Greco - i primi due ex 5Stelle - sono tre dei quattro terrapiattisti che si sono sono dati appuntamento a Palermo e che oggi hanno incontrato la stampa. Secondo i relatori del convegno, tutti possono rendersi conto che la terra è piatta: “Guardate l’orizzonte: è sempre piatto. Ma soprattutto  è sempre a metà della pupilla, anche quando siamo in volo”. Per Favari le prove regine sono tre: “La prova di curvatura, e domani lo dimostrerò. Il fatto che sia vietato andare in Antartide: lì c'è qualcosa da nascondere. Il divieto di fare osservazioni dall’alto: ci diano la possibilità di salire in volo in verticale. E invece nessuno può decollare senza un'autorizzazione della torre di controllo”. Galuppini è laureato in Scienze agrarie e fa l’agricoltore. Favari ha una laurea in Ingegneria “ma non dirò nient’altro di quello che faccio nella vita”. Così come Greco, che non vuole dire nulla di sé: “L’unica cosa che conta è che la terra è piana”. Nei giorni scorsi, Beppe Grillo aveva detto che sarebbe venuto al convegno. “Noi non lo abbiamo invitato, se verrà pagherà”. Ma lo staff di Grillo ha fatto sapere che il fondatore del M5S non ci sarà.

L’ira dei terrapiattisti su Grillo: «traditore democristiano». Pubblicato domenica, 12 maggio 2019 da Felice Cavallaro su Corriere.it. L’unica cosa tonda alla quale sembravano credere davvero era l’arancina addentata a mezzogiorno fra le panchine del Giardino Inglese. Pic nic e pasto povero ma succulento per i terrapiattisti in pausa dal convegno cominciato alle nove del mattino con ferreo controllo dei paganti, venti euro cadauno, e concluso al tramonto in un albergo di piazza Politeama, a Palermo, dove non è mai arrivato Beppe Grillo. Un tempo idolo di questa eterogenea accademia di scettici, il guru dei Cinque Stelle si è limitato a spedire alla vigilia dell’incontro un post e la emblematica foto di una pizza napoletana dal bordo alto, con dentro oceani e continenti ben appiattiti: «L’Elevato non sarà presente a Palermo, ma vi osserverà». Adesso additato come «un traditore democristiano» perché rinnegherebbe quanto sostenuto in passato. «Grillo era contro i vaccini e non ne discute più, era contro la terra tonda e si smentisce, lavoravamo per la democrazia diretta e tace», ripetono delusi Albino Galuppini, Agostino Favari e Calogero Greco, i patron dell’iniziativa. Esoterista il primo, grillini della prima ora gli altri due. Convinti d’essere stati turlupinati dagli insegnanti a scuola, dai «poteri forti» nella vita. Certi che la terra sia piatta, che la Nasa sia un’agenzia di stampa o di propaganda, che le Torri Gemelle fossero vuote, quinte di un’impostura in cui per loro campeggiano «astronauti mai andati nello spazio perché lo spazio non esiste», scienziati «a partire da Copernico» e cervelli alla guida del settore monetario. A cominciare da Mario Draghi, il gran capo della Banca centrale europea contro il quale punta il dito uno dei tre, Agostino Favari, 40 anni, laurea in ingegneria a Palermo. Un’esperienza politica in Toscana, agli esordi candidato assessore per i grillini a Pescia, Favari nella città di Pinocchio s’è fissato in testa che grandi siano le bugie di chi governa l’euro: «Ma servirebbe avere una delega giudiziaria per procedere e interrogarlo...». Anche i cronisti devono pagare per assistere a esperimenti e riflessioni da acuto mal di testa quando scattano le certezze su «astronomia zetetica», «laocrazia, vero nome della democrazia», «egocentrismo della stella polare» e così via. Fino alla deduzione che i soliti poteri forti abbiano fatto sparire gli scheletri dei giganti che costruirono piramidi e Colosseo. Blasfemi, fra i cinquanta paganti sorridono beffardi due giovani, Vincenzo Tura e Francesco Sinacori: «Meglio di un cabaret. Un’occasione per ridere. D’altronde noi facciamo parte di un gruppo di fantacalcio». Redarguiti da Galuppini, l’esoterista arrivato da Brescia, un conto aperto perfino col Papa: «Un massone... La foto del buco nero? Un falso». Infine, la grande prova: una bottiglia ruotata «con l’acqua che non curva mai». Come gli oceani.

Terrapiattisti a Palermo:«Delusi da Grillo, sfidiamo la Nasa». Pubblicato sabato, 11 maggio 2019 Felice Cavallaro su Corriere.it. La Nasa sarebbe solo un’agenzia di stampa, anzi di propaganda. Ovviamente al servizio dei poteri forti. A cominciare «da multinazionali e banche centrali che vogliono la terra tonda», mentre i loro esperimenti, da vedere al modico obolo di venti euro cadauno, «dimostrano che viviamo su una superficie ultrapiatta». Tutti invitati dai «terrapiattisti». Provare per credere. Pagando. Con sala riservata domenica mattina in un albergo di fronte al Politeama di Palermo dove l’ospite eccellente doveva essere Beppe Grillo. 

Ma è stata una delusione per Albino Galuppini, Agostino Favari e Calogero Greco, i patron dell’iniziativa, esoterista il primo, grillini della prima ora gli altri due: «Delusi perché Beppe rinnega quel che sosteneva quando cominciammo a parlare dei punti fermi: era contro i vaccini e non ne discute più, era contro la terra tonda e si smentisce, lavoravamo per la democrazia diretta e tace». Mentre la Sicilia si prepara ai ballottaggi elettorali di grandi comuni come Caltanissetta e Gela, l’accusa al guru grillino è di «trasformismo di tipo democristiano» in un gioco di carambola che il mancato ospite di Palermo richiama facendo campeggiare in rete un post e una foto emblematica, una pizza napoletana dal bordo alto, con dentro oceani e continenti ben appiattiti: «L’Elevato non sarà presente a Palermo, ma vi osserverà». Non basta per smussare il rincrescimento di un’altra grillina come Morena Morlini pronta a illustrare alla platea «l’egocentrismo della stella polare», mentre Greco si soffermerà sulla «laocrazia, il vero nome della democrazia», lasciando approfondire all’esoterista «l’astronomia zetetica». Ai non esperti può venire il mal di testa fra raggi crepuscolari, misura della curvatura e un vero pallone blu che galleggia in sala per provare come la terra a forma di palla sia un’invenzione. Ma loro vanno ben oltre le Cinque Stelle, tutti certi che in cielo bisognerebbe rimettere ordine. Cominciando dal sole, che starebbe ad appena 6 mila chilometri «e non a 150 mila», impegnato non a ruotare attorno alla terra, ma a passeggiare lungo il perimetro piatto come una lampadina insufficiente ad illuminare l’intero «quadrato». Il vero esperimento loro vorrebbero farlo «con i sedicenti astronauti» che considerano al servizio del potere dominante. E citano Umberto Guidoni, come fa Agostino Favari, 40 anni, laurea in ingegneria a Palermo, candidato grillino qualche anno fa come assessore al comune di Pescia, la città di Pinocchio: «Guidoni astronauta? Ma c’è mai andato sullo spazio? Perché non accetta la nostra sfida? Montiamo le nostre attrezzature su una navicella e partiamo insieme...». Beh, Favari sarebbe disposto anche ad un faccia a faccia con Mario Draghi: «Lasciatemelo interrogare perché dietro tutto ci sono la Banca centrale europea e, in Usa, la Federal Reserve... Ma dovrei avere delega giudiziaria per procedere». Complicato il dialogo con i cronisti che azzardano richiesta di chiarimenti sul sole che non gira intorno, ovvero sul cosiddetto «Trattato Antartide», nell’area del Polo Sud «dove si capirebbe tutto se non fosse proibito superare il sessantesimo parallelo». Qualcuno interroga dubbioso, subito redarguito perché il quesito contiene «un tocco tendenzioso». Un altro perdonato: «Ho capito che la domanda era in buona fede». Diffidenza evidente. Ed è forse l’unico punto fermo che ancora li salda all’Elevato con la terra dentro una pizza.

Il Duomo di Milano? Merito dei giganti. Così parlò il terrapiattista. Vincenzo Fiore il 06/05/2019 su Il Giornale Off. Già i filosofi antichi avevano avuto geniali intuizioni sulla formazione dell’universo, sulla forma della Terra e sul movimento degli astri. Ci sono voluti secoli e secoli per confermare e integrare quanto ipotizzato da uomini geniali come: Eraclide Pontico, Aristarco di Samo o dai pitagorici; tuttavia oggi, nel XXI secolo, c’è chi prova a riscrivere ogni conoscenza acquisita dall’umanità. D’altronde, nell’epoca della post-verità tutto viene asserito e confutato con la stessa semplicità, un’epoca dove il cretinismo viene scambiato per autenticità e lo studio per un’attività élitaria. In quest’ottica, citando a sproposito Hegel, internet sembra assomigliare alla «notte in cui tutte le vacche sono nere», un luogo senza confini e senza regole dove basta una connessione per ergersi a portatori di verità ultime. Se non fosse che, come diceva Flaiano, «la situazione è tragica, ma non è seria» si potrebbe addirittura parlare di una degenerazione della prassi democratica, ovvero di una confusione fra libertà di pensiero e ciarlataneria. Chiarito questo, ho incontrato Albino Galuppini (autore del libro Quaderni dalla Terra piatta,) uno dei relatori alla prossima conferenza sul terrapiattismo che avrà luogo domenica 12 maggio a Palermo. In circa quaranta minuti di conversazione, mi sono reso conto che la sua visione del mondo e delle cose non potrà mai convergere con la mia. Uno di noi due si sbaglia su tutto e continuerà a vivere nella propria illusione, in fin dei conti, suggeriva Allan Poe, «l’ignoranza è una benedizione, ma perché la benedizione sia completa l’ignoranza deve essere così profonda da non sospettare neppure se stessa».

Come è arrivato a scoprire quello che ha definito l’inganno della Terra sferica?

«Da vent’anni mi occupo dello sbarco sulla Luna, della contraffazione operata della Nasa. Successivamente, mi sono occupato anche di altre cospirazioni, fino ad arrivare nel 2015 alla teoria della Terra piatta che mi ha subito affascinato. Sono un complottista nato».

Perché dovrebbero ingannarci sulla forma della Terra?

«Ci sono diverse ragioni. Io, che ho una notevole sensibilità esoterica, penso che sia tutto un modo per negare la Bibbia. Mi sembra ovvio che i poteri occulti abbiano un’origine luciferina».

Potrebbe fornirci una prova che la Terra è piatta?

«Ce ne sono tantissime oramai. Ad esempio, la prova delle rotte aeree che non potrebbero funzionare sul globo. Innanzitutto, gli aeroplani dovrebbero continuamente portare il muso verso il basso per stare al passo con la curvatura terrestre. Se prendiamo in esame la rotta che va da Brisbane o da Sidney verso New York o Boston e verifichiamo l’andamento delle rotte, ci rendiamo conto che gli aerei, dopo aver attraversato l’Oceano Pacifico, giungono negli Stati Uniti da nord, passando per l’Alaska, e la cosa è del tutto incomprensibile sul modello sferico».

Del cosiddetto “effetto Pac-man” cosa mi dice?

«Un’invenzione giornalistica, come la questione dell’Australia, che non esiste».

E quella famosa puntata delle “Iene”?

«Da sempre noi terrapiattisti siamo vittime di manipolazioni: già è accaduto negli Stati Uniti. Non potendo smentire le nostre tesi, la stampa è costretta a ridicolizzarle».

Dalla locandina del prossimo raduno, ho notato che lei parlerà della “astrologia zetetica”. Di cosa si tratta?

«Un’osservazione del mondo in base ai nostri sensi. I nostri sensi parlano chiaro: la Terra non gira né tantomeno ha una curvatura. Da alcune riprese a raggi infrarossi fatte su un aereo di linea, è stato compreso che l’orizzonte è piatto. L’occhio umano a causa dell’umidità non riesce a guardare così lontano l’orizzonte, però grazie ai raggi infrarossi possiamo scorgere fino a distanze importanti, e dalle osservazioni effettuate non abbiamo scorto la curvatura terrestre».

L’altro argomento della sua relazione riguarderà “l’impero dei giganti”. Ci può dire di più?

«Non solo la scienza è manipolata, ma anche la storia. Alcuni monumenti non hanno spiegazione per la storia che conosciamo: ad esempio, sculture e architetture in stile greco-romano che si trovano in America e addirittura in Sri Lanka. Questi possenti edifici o cattedrali (alcuni stanno tentando di distruggerli, come la cattedrale di Notre-Dame), sono talmente enormi, da risultare sproporzionati per l’uomo. Guardi San Pietro o il Duomo di Milano e le loro porte gigantesche: per ora è solo una teoria, ma sarà dimostrato che questi edifici sono stati costruiti dai giganti. Come Notre-Dame e anche la Sagrada Família…»

E i giganti che fine hanno fatto?

«La Bibbia ci dice che sono stati eliminati per la loro cattiveria. Loro erano nati da incroci con angeli e sono stati spazzati via dal diluvio universale».

Se tutto quello che abbiamo studiato a scuola deve essere cestinato, allora dov’è possibile informarsi?

«Loro hanno i libri giusti, ma non sono di pubblico dominio. Esiste la questione delle invenzioni soppresse, i libri nascosti ai ricercatori indipendenti e tanto altro. Chi le conserva queste conoscenze? Dobbiamo solo sperare che non chiudano internet».

E dell’evoluzionismo cosa pensa?

«È sempre parte del complotto. Darwin era un massone, come lo era anche Karl Marx. L’ateismo, il comunismo, l’evoluzionismo sono invenzioni per negare il cristianesimo. Hanno costruito queste teorie grazie alla “retro-ingegneria” per allontanare l’uomo dalla verità e dalla Bibbia».

Sulle scie chimiche?

«Uno strumento di controllo mentale. Sono come gli ufo, distrazioni di massa. Non esistono gli ufo e nemmeno le scie chimiche. O meglio, esistono però sono armi di distrazioni di massa. Se loro volessero, potrebbero inventare scie chimiche trasparenti e non se ne accorgerebbe nessuno».

Internet può essere uno strumento utile, però, spero converrà con me, presenta anche molti rischi. Ci si può imbattere anche in teorie strampalate e prive di senso. Come distinguere un genio da un impostore?

«Io suggerirei di utilizzare il metodo zetetico, cioè di verificare personalmente, fare delle controprove e fare uso della logica. Utilizzare il buon senso e la propria esperienza insomma, anche con l’ausilio di conoscenti e di persone di fiducia».

La Terra è piatta: unitevi contro il Grande Complotto dei poteri forti. Le Iene 26 novembre 2018. Ne sono convinti migliaia di Terrapiattisti di tutto il mondo. Il servizio Gaston Zama ci guida in un viaggio spericolato tra chi crede che la Terra sia piatta e che (quasi) tutto quello che ci racconta la scienza sia figlio del grande complotto degli illuminati e dei poteri forti. Mister X indossa una maschera perché ha paura delle conseguenze delle sue rivelazioni. Poi annuncia: “Tutti noi siamo stati ingannati fin dal primo giorno, il nostro pianeta Terra non è una sfera, non è tonda: è piatta”. I Terrapiattisti nel mondo sono migliaia e sono cresciuti a dismisura negli ultimi anni sul web in America e in Europa. Il servizio di Gaston Zama ce li racconta, partendo dal loro convegno italiano ad Agerola, sulla Costiera Amalfitana. Un viaggio tra delirio e favole: basta guardare le loro mappe a uovo e sentire quando parlano di territori sconosciuti e ancora inesplorati. In assoluta contrapposizione a qualsiasi testo e nozione storica e scientifica condivisa dal resto dell’umanità. C’è di tutto: l’uomo non è mai stato sulla Luna né nello spazio. Fa tutto parte del grande complotto dei poteri forti, degli “illuminati” che ci ha nascosto pure la presenza degli alieni “da qualche parte”. Le scie chimiche? Vanno combattute. Pure i vaccini fanno parte del complotto. Fonte massima di informazione? Internet. Obiettivo: “Aprire gli occhi e non essere più schiavi del grande inganno”. È come nel film Matrix: si prende una metaforica pillola rossa "per scoprire quanto è profonda la tana del bianconiglio”. Crollano tutte le credenze: i dinosauri non sono mai esistiti. Le loro ossa sono le ossa degli antichi Giganti. Ecco, per esempio, perché la Basilica di San Pietro o il Duomo di Milano hanno porte alte dieci metri! Sono stati costruiti da Giganti per i Giganti. Chi sapeva già tutto? Piero Pelù dei Litfiba per esempio (“tutta la storia è una grossa bugia”, vi ricordate), mentre Einstein e Darwin non hanno capito nulla. Manco a dirlo poi: Al Qaeda non c’entra con l’11 settembre. Intorno alla terra piatta c’è un’altissima montagna di ghiaccio, presidiata da un esercito di Guardiani, da più di duemila anni. E al convegno a un certo punto se la prendono pure la forza di gravità: non esiste nemmeno quella. La spiegazione del tutto? Basta pensare al vecchio video Pac-Man, ci spiega l’Uomo Mascherato. Ecco, Pac-Man ci mancava.

Servizio shock delle Iene, il mondo in un complotto : dalla Terra piatta alle scie chimiche. Migliaia i sostenitori. Articolo di Raffaele Laricchia su Inmeteo.net 26/11/2018. La Terra è piatta e l’uomo vi è stato impiantato da creature ignote. Si, è esattamente il nuovo credo di migliaia di persone, portato avanti con teorie e ricerche che vanno avanti da decenni. Sapevate inoltre che l’Australia non esiste? Bene, tutto questo e altre teorie clamorose sono state svelate all’interno del servizio delle Iene andato in onda ieri 25 novembre in TV. Il servizio, dalla durata di 30 minuti, percorre un viaggio tra i “Terrapiattisti” e persone (o gruppi) fedeli a numerose teorie che pongono l’uomo al centro di un complotto che ha dell’incredibile! Un certo “Mister X” decide di venire allo scoperto e raccontare le sue verità all’inviato delle Iene, ma anche altre persone si sono riunite in un congresso ad Agerola, sulla costiera amalfitana, per affrontare il tanto delicato argomento della Terra Piatta. Sono davvero tanti i punti di discussione, che vanno in contrapposizione con qualsiasi testo o nozione storica/scientifica condivisa sino ad ora dall’umanità. Tutto ciò che abbiamo appreso a scuola, tutti i nostri studi specie in materie storiche e scientifiche, sono solo falsità create all’interno di un chiaro e vasto disegno dei “poteri forti” o gli “illuminati“, praticamente coloro che hanno in mano le redini del mondo e dell’umanità. Tutta la scienza viene non solo messa in discussione ma letteralmente gettata nella pattumiera : mostri sacri del mondo scientifico come Darwin e Einstein sono considerati “buffoni” e “massoni” che non hanno mai scoperto nulla. I “guru” delle teorie del complotto in Italia gestiscono conferenze e congressi dove esplicano le loro idee e teorie (considerate verità assolute) e oltre questo vendono anche numerosi libri che nuovi interessati o indecisi leggono anche con piacere. Sono decine di migliaia in Italia coloro che seguono con grande passione e determinazione queste teorie. La “Terra Piatta” è solo uno dei tanti concetti descritti nel video : oltre questa troviamo anche quella delle scie chimiche, l’esistenza dei giganti nel passato, la falsità dell’evoluzione, l’approdo mai avvenuto sulla Luna, il “male assoluto” dei vaccini, “l’effetto pac-man” e la grande bugia sull’esistenza dell’Australia. Si, avete capito bene! L’Australia non esiste!  Secondo queste persone la Terra è totalmente piatta, una specie di cerchio appoggiato su un piatto : il nostro mondo è un granello immerso in un grande complotto circondato da altri mondi dominati da “alieni” che i soldati combattono proprio sul perimetro del “piatto” in cui viviamo. Il perimetro è formato da una cintura di ghiacci dove vivono da sempre soldati e guerrieri che lottano con altre creature. E il Sole e la Luna? Semplicemente sono piccole sfere di qualche chilometro di diametro che ruotano sul nostro meraviglioso cerchio azzurro, a qualche chilometro di altezza! E cosa succede se viaggiamo su un aereo fino al bordo del mondo? Semplice, ricompariamo dall’altro lato come se fossimo nel videogames “pac-man”. Per non parlare delle migliaia, se non milioni, di persone pagate dai governi per tacere sul grande complotto portato avanti dai potenti della Terra : questi “burattini” vengono pagati per spruzzare scie chimiche nei cieli di tutto il cerchio su cui viviamo (con l’intento di creare fenomeni meteorologici violenti o per lobotomizzarci), altri vengono pagati per ingannarci sull’esistenza dell’Australia (addirittura verrebbero pagati anche i nostri parenti che vivono da quelle parti!), altri ancora per alimentare le falsità storiche e scientifiche nelle scuole e su internet. Insomma tutte le teorie complottistiche in qualche modo si intrecciano fra di loro e creano il vero e proprio disegno del complotto portato avanti dai potenti della Terra che ci hanno sempre tenuto nascosto e che mai potremo sapere. Fantasia esagerata o semplice ignoranza? Sicuramente il ragazzino al termine del video ha fatto la domanda più sensata : “ma perchè tutto questo?” Già, perchè? Ce lo chiediamo anche noi!

Flat Earth Society. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. La Flat Earth Society ("Associazione della Terra Piatta") è una associazione nata in Inghilterra che sostiene l'ipotesi della "Terra piatta". Successivamente ha avuto sede in California. Uno dei primi sostenitori moderni della Terra piatta fu William Carpenter (1830-1896), che realizzò nel 1885 un opuscolo intitolato "One hundred proofs the Earth is not a Globe" ("Cento prove che la Terra non è un Globo"), stampato e pubblicato in proprio. Una di queste prove, secondo Carpenter, era la testimonianza riferita dagli aeronauti secondo cui, nemmeno alle grandi altezze raggiunte con palloni aerostatici, era possibile vedere la curvatura terrestre; ma all'epoca le massime quote raggiunte non erano sufficienti a percepire ad occhio la curvatura della superficie. L'inventore inglese Samuel Birley Rowbotham (1816 – 1884) nel 1849, con lo pseudonimo "Parallax" (Parallasse) pubblicò un opuscolo di 16 pagine intitolato Zetetic Astronomy: Earth Not a Globe (Astronomia Zetetica: la Terra non è un globo), dando origine all'uso dell'aggettivo "zetetica" (dal greco zêtêin, che significa cercare, indagare) usato per definire la sua visione dell'astronomia. Secondo il modello di Rowbotham, la Terra sarebbe un disco piano, con il Polo Nord al centro, e il Sudcostituito dalla circonferenza del cerchio. Rowbotham pubblicò una seconda edizione del suo volume nel 1865 ampliandone il contenuto fino a 221 pagine, alla quale seguì una terza edizione nel 1881, di 430 pagine, in cui esponeva le basi della sua teoria. Pubblicò inoltre risultati di alcuni suoi esperimenti di misura della curvatura della superficie di diversi laghi per dimostrare come questa non fosse curva; secondo l'autore, il motivo per cui le navi spariscono all'orizzonte sarebbe un effetto prospettico. Rowbotham e i suoi seguaci guadagnarono popolarità conducendo pubblici dibattiti con i più noti scienziati dell'epoca. La Universal Zetetic Society. Alla morte di sir Rowbotham, i suoi sostenitori fondarono la Universal Zetetic Society che pubblicava una rivista, intitolata The Earth Not a Globe Review. La società rimase attiva fino ai primi anni del XX secolo, ma dopo la Prima guerra mondiale conobbe un lento declino. Negli Stati Uniti d'America l'idea di Rowbotham venne accolta dalla Christian Catholic Apostolic Church ("Chiesa Cristiana Cattolica Apostolica"), gruppo religioso fondato dal predicatore scozzese John Alexander Dowie (1847 – 1907). La chiesa stabilì nel 1895 una comunità teocratica a Zion, nell'Illinois. Al suo culmine, nel 1905, la chiesa contava 30 000 aderenti in tutto il mondo 7 500 dei quali nella sola città di Zion; la sua rivista, The Leaves of Healing, era distribuita negli Stati Uniti, in Australia, Europa e Africa del Sud. Nel 1906 Dowie fu sostituito alla guida della comunità dal suo luogotenente Wilbur Glenn Voliva, convinto sostenitore della teoria della Terra piatta. Voliva offrì un premio di 5.000 dollari a chiunque fosse riuscito a dimostrare la non validità del modello della Terra piatta, ma solo alle sue condizioni. Si avvalse di una radio privata per propagandare le sue idee e volle che l'astronomia zetetica fosse insegnata nella scuola della comunità. Dopo la morte di Voliva nel 1942 la chiesa declinò, tuttavia fino agli anni cinquanta persistevano alcuni sostenitori a Zion. Nel 1956 un membro della Royal Astronomical Society, Samuel Shenton, fondò la Flat Earth Society, che doveva raccogliere l'eredità della scomparsa Universal Zetetic Society. La Società venne a confrontarsi con il programma spaziale della NASA, che negli anni sessanta produsse fotografie della terra vista dallo spazio, provandone definitivamente la forma sferica. Tuttavia, a proposito delle foto, Shenton commentò: «È chiaro che una foto simile possa ingannare un occhio inesperto». La posizione della Società fu che il programma spaziale fosse una montatura e gli sbarchi degli astronauti sulla Luna fossero una finzione cinematografica, il tutto mirato ad ingannare l'opinione pubblica con la falsa idea di una Terra sferica. Questa teoria del complotto ebbe successo anche tra persone che non aderivano alla teoria della Terra piatta (vedere Dubbi sull'allunaggio dell'Apollo), e nonostante le due teorie non fossero strettamente correlate fruttò comunque alla Società un grande numero di iscrizioni. Alla morte di Shenton nel 1971 il texano Charles Kenneth Johnson (1924 - 2001), successore da lui stesso designato, diventò nuovo presidente della Società della quale fu energico promotore. Sotto la sua guida la Società divenne un movimento che, oltre a sostenere il consueto modello di Rowbotham, raccoglieva sostenitori di pseudoscienze in genere e si batteva contro le scienze consolidate. Johnson passò anni a esaminare studi a favore e contrari alla sua teoria; sulla base dei quali ipotizzò l'esistenza di un complotto contro la "Terra piatta" ed in proposito pubblicò un articolo su Science Digest nel 1980. Scrisse: «L'idea di un globo rotante è una cospirazione fallace contro cui Mosè e Colombo si batterono...». Le contestazioni all'articolo di Johnson furono molte, a cui il giornale replicò scrivendo: «Se la Terra è una sfera, allora la superficie di una grande massa d'acqua deve essere curva. Johnson ha controllato le superfici dei laghi Tahoe e Salton senza trovare alcuna curvatura». Nel 1995 la sede della Società di Johnson, un rifugio nel Deserto del Mojave, in California venne distrutta da un incendio, e con essa tutti gli archivi comprese le liste degli associati. Il 19 marzo 2001 Johnson morì, lasciando la "Flat Earth Society" al suo destino; all'epoca la società contava poche centinaia di iscritti.

Chi sono i "Terrapiattisti", quelli che non credono che la Terra sia sferica. Galileo? Un impostore. La Nasa? È alla base del più grande complotto di sempre, che coinvolge anche piloti e hostess. La Terra è piatta, è evidente. E il Sole ci gira intorno L’Inkiesta 13 agosto 2016. “Dall’alto sembra sempre piatta”, gli aveva risposto il pilota senza prestargli molta attenzione. Lui, però, non era per nulla sorpreso: da tempo Malachi Henderson si era convinto che la Terra, in realtà, non fosse affatto sferica, bensì piatta. Ne conseguiva che le immagini della Nasa fossero un falso, che le teorie di Galileo costituissero un abbaglio colossale e che la maggioranza degli abitanti della Terra vivesse in una bolla di menzogna e di ignoranza. Ebbene sì, Henderson era quello che si potrebbe definire un “terrapiattista”, esponente di un movimento in crescita in America (guarda caso) che nega la sfericità del nostro pianeta. Una posizione tanto bizzarra da non essere nemmeno inquietante. Loro, però, sono convintissimi. A dire il vero, come fa notare il magazine Mic in questo ampio ritratto dei “terrapiattisti” (in inglese si chiamano Earthers), questa strana teoria viene abbracciata in momenti di scarsa lucidità e difficoltà esistenziale. Una degli Earthers si era appena lasciata con il fidanzato: era la notte di Capodanno quando udì dentro di sé una voce, ben chiara, che la indirizzò verso questo genere di ricerche. “Così ho scoperto questa verità, insieme a molte altre”. Brava. Un altro, invece, si è lasciato irretire da alcuni filmati presenti su Youtube, abbindolato come un jihadista qualsiasi. Un terzo invece, ha capito che qualcosa nella teoria mainstream non funzionava quando, una notte, stava guardando la Luna. “All’improvviso ho notato che c’era una nuvola davanti e [tenetevi forte] ce ne era un’altra dietro la Luna”. Un fenomeno assurdo, “che non dovrebbe succedere visto che la Luna, secondo quanto dicono, è ben al di fuori dalla nostra atmosfera” (e che in realtà si spiega benissimo). Questo evento, anziché convicerlo ad andare da un buon oculista, lo ha spinto a negare la sfericità della Terra. Sono scelte. Secondo gli Earthers la Nasa & simili propagano falsità, all’interno di un enorme complotto teso a ingannare tutti gli abitanti della Terra (per quale scopo? Boh?). Oltre agli astronauti, nella trama sono coinvolti anche tutti i piloti e le compagnie aeree, che allungano il tragitto del volo per tenere in piedi una balla che ormai non regge più. Il pianeta è piatto, del resto. Lo si vede benissimo. Cosa può contare più dell’evidenza? Le conseguenze di questa rivelazione (come altro si può definire?) sono notevoli. Oltre a togliere ogni credibilità al discorso scientifico, elimina il concetto di Sistema Solare: “Non esiste, non c’è. Esiste la Terra e, sopra, ci sono due astri che girano: il Sole e la Luna. Sono della stessa dimensione”. Non solo: “La Terra ha una forma a cerchio: al centro c’è il cosiddetto Polo Nord, mentre l’Antartide è una sorta di muro che ne stabilisce la fine”. Infine, non esiste nemmeno la gravità. “Figurati, io non me la bevo”, ride uno degli Earther. “Non esiste, non ha senso. Esistono solo la densità e la fluttuazione”. Del resto, “un palloncino riempito di elio è in grado di sfuggire alla cosiddetta forza di gravità, mentre la Luna no, anzi. Come si spiega? Semplice, che non è vero”. È “un’invenzione necessaria per far credere alle persone che tonnellate di acqua possono stare su una palla che gira senza disperdersi in ogni direzione. È possibile? Vi sembra possibile?” Ogni commento risulta superfluo. Si può immaginare però che, una volta instradata la mente in una direzione, si può arrivare a credere ogni cosa, senza rispetto per qualsivoglia autorità. E questo, forse, è il male del nostro tempo.

I dieci principali argomenti a sostegno delle teorie dei terrapiattisti. Quali sono le "prove inconfutabili" dietro questa bizzarra convinzione? Ecco perché alcune persone ritengono che la forma sferica della terra sia il frutto di un complotto. Gabriele Fazio il 22 febbraio 2019 su Agi. Il servizio delle Iene sui terrapiattisti, ovvero quella comunità di persone dal numero impronosticabilmente alto convinte che la terra non sia sferica come pensiamo, andato in onda lo scorso novembre, ha aperto agli italiani un mondo che finora si pensava rientrasse semplicemente nei confini delle teorie complottiste della rete, tra il negazionismo sull’attacco alle Torri Gemelle, gli alieni dell’Area 51 e la morte di Paul McCartney. Ma sono numerosi invece i convegni sparsi per il mondo sull’argomento, talmente tanti che anche The Guardian ha deciso di dedicare ai terrapiattisti un’inchiesta che dimostrerebbe come grazie a YouTube il numero di persone che giorno dopo giorno si convincono che la terra in realtà abbia la forma di un disco aumenti costantemente. Ma la prima domanda che ci si pone rispetto a questa tesi che ai più appare bislacca è: come mai le immagini provenienti diffuse dalle agenzie aerospaziali di tutto il mondo ci dimostrerebbero inconfutabilmente che la terra è rotonda? È proprio da questo punto che parte la tesi complottista che si basa sul fatto che le foto dello spazio siano state diffuse tutte da agenzie filogovernative che avrebbero concordato la bugia per benefici derivanti non ben comprensibili. Accettata dunque la fake news delle foto e della relativa montatura dello sbarco sulla luna (che molti attribuiscono al genio creativo di Stanley Kubrick), da lì tutto in poi tutto diventa possibile e anche i più scettici potrebbero restare dubbiosi rispetto a “200 Proofs Earth is Not a Spinning Ball”, libro cult per i terrapiattisti di tutto il mondo scritto da Eric Dubay che raccoglie appunto le 200 prove della “piattezza” del nostro pianeta. Abbiamo raccolto le dieci principali:

L’orizzonte appare sempre perfettamente piatto per 360 gradi attorno all’osservatore, a prescindere dall’altitudine. Tutti i filmati fatti da palloni amatoriali, razzi, aerei e droni mostrano un orizzonte completamente piatto ad oltre 32 km d’altezza, che sarebbe la distanza oltre la quale dovrebbe palesarsi la curvatura della terra. Come è possibile che con un binocolo è possibile scorgere oggetti ben più distanti?

Ammettendo che la Terra sia sferica, come si spiegano le le consistenti superfici d’acqua che riescono a mantenere un livello invariato? La terra può curvare, ma l’acqua, si sa, no…

Se la terra fosse davvero una sfera con una circonferenza di 40’075 km, i piloti d’aereo dovrebbero costantemente correggere la loro altitudine verso il basso per non volare via dritti nello “spazio esterno”; un pilota che volesse semplicemente mantenere la sua altitudine alla tipica velocità di crociera di 805 km/h, dovrebbe costantemente abbassare il muso per scendere di 846 m ogni minuto! Altrimenti, senza compensazione, in un’ora il pilota si troverebbe 50,7 km più in alto del previsto.

Se la terra fosse una palla, diversi voli nell’emisfero sud seguirebbero il percorso più rapido e più diretto sopra il continente antartico, come quelli da Santiago del Cile a Sydney in Australia. Invece di scegliere la rotta più breve e più veloce in linea retta sull’Antartide, tutti questi voli fanno invece ogni tipo di deviazione giustificate con il fatto che le temperature sarebbero troppo basse perché un aereo possa volare! Considerando il fatto che esistono svariati voli per/da/sopra l’Antartide, e che la NASA afferma di possedere una tecnologia che permette loro di volare a temperature decisamente più basse – e anche molto più alte – di tutte quelle registrate sulla terra, una tale scusa non è chiaramente altro che una scusa e questi voli non si compiono soltanto perché sono impossibili.

Le preesistenti leggi della densità e del galleggiamento spiegavano perfettamente la fisica degli oggetti in caduta molto tempo prima che il massone nominato “Sir” Isaac Newton donasse la sua teoria della “gravità” al mondo. È un fatto certo che gli oggetti posti in un fluido più denso salgono verso l’alto mentre gli oggetti in un fluido meno denso affondano. Per adattarlo al modello eliocentrico che non ha sopra né sotto, Newton affermò invece che gli oggetti sono attratti dalle grandi masse e cadono verso il centro. Tuttavia, non un singolo esperimento nella storia ha mai dimostrato che un oggetto abbastanza grande fosse in grado – in virtù della sua sola massa – di attrarre altre masse minori, come Newton affermò che la “gravità” facesse con la terra, il sole, la luna, le stelle e i pianeti.

Non un singolo esperimento nella storia ha mai dimostrato che un oggetto possa – in virtù della sua sola massa – causare una massa minore di orbitare attorno a sé. La magica teoria della gravità consentirebbe che gli oceani, gli edifici e la gente siano costantemente appiccicati al fondo di una palla rotante e simultaneamente che oggetti come la luna e i satelliti rimangano agganciati in perenni orbite circolari attorno alla terra. Se questo fosse vero allora la gente dovrebbe essere in grado di saltare e iniziare a orbitare in circoli attorno alla terra, e la luna dovrebbe da molto tempo essere stata risucchiata dalla terra. Nessuna di queste teorie è mai stata verificata.

Se guardiamo una nave allontanarsi verso l’orizzonte ad occhio nudo finché lo scafo non è completamente scomparso alla vista oltre la presunta “curvatura della terra“, guardando con un telescopio vedremo l’intera nave riapparire immediatamente, il che prova che la sua scomparsa era causata dalla legge della prospettiva e non da un muro di acque curve! Questo prova anche che l’orizzonte è semplicemente la linea di fuga della prospettiva dal nostro punto di vista e NON la supposta “curvatura” terrestre.

La NASA ha pubblicato diverse presunte foto della palla-terra che mostrano svariati duplicati esatti dei corpi nuvolosi! Le probabilità che esistano due o tre nubi della medesima forma nella stessa immagine sono pari a quelle del trovare due o tre persone con le stesse identiche impronte digitali. Di fatto questa è una valida prova del fatto che le nuvole sono state copiate e incollate in un software grafico e che tali immagini della terra a forma di palla sono dei falsi.

Nel documentario “A Funny Thing Happened on the Way to the Moon“, è possibile vedere il filmato ufficiale della NASA che mostra gli astronauti dell’Apollo 11 Buzz Aldrin, Neil Armstrong e Michael Collins che per circa un’ora usano “diapositive” e trucchi ottici per produrre le false riprese della terra rotonda! Essi comunicano con il centro di controllo a Houston riguardo la messa in scena delle riprese, e qualcuno ripetutamente dice loro come posizionare la cinepresa per ottenere l’effetto desiderato. Dapprima essi oscurano accuratamente tutti gli oblò tranne quello circolare che si affaccia verso il basso, sul quale hanno puntato la telecamera a qualche piede di distanza. Questo crea l’illusione di una terra a forma di palla circondata dall’oscurità dello spazio, mentre in realtà è soltanto un finestrino rotondo nella loro cabina buia. Neil Armstrong a questo punto dice di essere a 208’570 km dalla terra, a metà strada verso la luna, ma quando il trucco con la cinepresa è terminato lo spettatore può vedere da sé che gli “astro-nots” non erano a più di 39 km sopra la superficie terrestre, probabilmente in volo su un aereo ad alta quota.

Il continente Antartico non sarebbe altro che un’enorme massa di ghiaccio che rappresenterebbe il confine del pianeta, per questo non “apparterrebbe” a nessuno, non perché inospitale ma perché frutto di un accordo tra i paesi industrializzati. 

Il terrapiattismo italiano in 10 punti. Gianluca Dotti, Giornalista scientifico, 29 novembrfe 2019 su Wired. Essere davvero terrapiattisti vuol dire non fermarsi alla sola idea che la Terra sia bidimensionale, ma abbracciare una serie di teorie alternative a tutto tondo, dall'esplorazione spaziale alla storia dell'umanità, incluse le scie chimiche e il sistema scolastico. La notizia è che fregiarsi dell’essere un terrapiattista significa molto più che essere convinti della forma bidimensionale della Terra. In Italia, oggi, aderire al movimento Flat Earth vuol dire abbracciare una serie di teorie alternative su argomenti che spaziano dal Duomo di Milano all’Australia, da Babbo Natale all’evoluzione, fino ad arrivare a screditare Einstein e una miriade di altri scienziati. Non è facile stimare quante persone nel nostro Paese siano convinte che la Terra non sia un globo, perché esistono posizioni più o meno estremiste in proposito, e soprattutto c’è chi si diverte a fingersi terrapiattista e a trollare altri creduloni. E c’è anche chi, ovviamente, con il terrapiattismo ci vive, o ne ricava un secondo stipendio a suon di libri venduti, gadget rifilati e convegni organizzati. Tornata in primo piano negli ultimi giorni dopo un servizio televisivo, la teoria della Terra piatta a volte pare quasi diventare motivo di scontro scientifico serio, come se davvero fosse necessario ripartire da zero e ridiscutere tutto daccapo. Ignorando secoli di ricerca scientifica e di conquiste nel campo della fisica e dell’astronomia, i terrapiattisti vorrebbero che con qualche schizzo disegnato su dei cartelloni e un paio di mini-esperimenti dalla finestra di casa si potesse creare un nuovo sapere, capace di smontare tutto il resto. Per riassumere l’identità del terrapiattismo italiano di fine 2018, abbiamo raccolto in 10 punti i dogmi di base della dottrina. Senza discutere passo passo l’anti-scientificità di queste tesi (conoscete la teoria della montagna di cacca?), eccole raccolte in ordine, quasi a formare un ipotetico manifesto dei terrapiattisti. Se emergono contraddizioni e passaggi illogici, nessun problema, fa tutto parte della dottrina. Tra i dogmi ne omettiamo uno, ovvio e alla base di tutti gli altri: la regola zero, ossia che la Terra non somiglierebbe affatto a una sfera, ma a un cerchio.

1. Il Polo Nord al centro, Polo Sud tutto intorno. Ci hanno sempre fatto credere che il Polo Nord fosse un luogo magico, una parte del mondo da non esplorare e abitata da strane creature come gli elfi e Babbo Natale. Invece non sarebbe altro che il centro del mondo. Il Polo Sud non sarebbe un punto, ma una linea di confine che circonda e delimita tutte le terre conosciute. Intorno alla Terra circolare, secondo le strampalate teorie, si troverebbe una catena montuosa alta 400 chilometri e lunga 72mila, color smeraldo e popolata da guardiani che difendono i confini terrestri da oltre 2mila anni, nutrendosi dei frutti della terra. Oltre quei confini, molte altre terre ancora inesplorate.

2. Sbarchi lunari e missioni spaziali come messinscena. La menzogna sull’esplorazione spaziale è chiaramente totale: gli allunaggi della Nasa sarebbero un falso, e tutte le altre presunte sonde lanciate nello Spazio solo una favoletta. L’esplorazione spaziale, secondo i terrapiattisti, servirebbe unicamente per sostenere la teoria della Terra sferica, e anche gli astronauti sarebbero degli attori ben pagati per simulare missioni in orbita e divulgare scemenze.

3. Foto satellitari e mappamondi? Strumenti di propaganda. Le immagini (che ci dicono essere) raccolte dallo Spazio sarebbero in realtà grafiche realizzate al computer create ad hoc per convincerci che davvero viviamo su un pianeta sferico. Come ulteriore elemento di persuasione, dicono i terrapiattisti, nei negozi si trovano mappamondi che riproducono la falsa forma di cui ci vogliono convincere. Lo stesso varrebbe per i libri di scuola e gli atlanti: strumenti creati dal sistema per non farci conoscere la verità.

4. Tutta la storia da riscrivere, dai megaliti alle necropoli. La vera storia dell’umanità ci sarebbe stata nascosta, perché chi controlla il passato di fatto controlla il futuro. I megaliti non erano grandi come dimostrazione di imponenza, ma perché in un passato indefinito la Terra era abitata da giganti. Anche la Basilica di San Pietro in Vaticano e il Duomo di Milano, che hanno porte di ingresso enormi, sarebbero per chi crede nella Terra piatta, costruzioni dei giganti per i giganti. Tutta la storia nella sua versione accademica quindi rappresenterebbe solo una grande bugia, un grande inganno.

5. I dinosauri mai esistiti e l’evoluzione come falsa teoria. Le ossa che abbiamo ritrovato grazie agli scavi sono reali, ma non apparterrebbero ai dinosauri, secondo i terrapiattisti, bensì a quei giganti che abitavano sulla Terra prima di noi. Volete una fantasiosa prova che l’evoluzione non esiste? Ci dicono che ci siamo evoluti dai pesci: prendete un pesce vivo e mettetelo su un tavolo. Quanto tempo credete che impieghi il pesce per capire che gli servirebbero le gambe (come le abbiamo noi) per scappare e ritornare in acqua? Non ce la farebbe mai.

6. L’Australia non sarebbe dove ci dicono e l’effetto Pac-Man). L’Oceania sia solo un continente fantasma frutto di un complotto ed esisterebbero piloti d’aereo che hanno confessato come stanno davvero le cose. Per vedere l’Australia, quella vera, basterebbe salire sulla cima di un monte in Norvegia, e la si potrebbe scorgere all’orizzonte. Riguardo alla presunta possibilità di circum-volare il globo andando sempre dritto in aereo, la spiegazione arriva dall’effetto Pac-Man: proprio come nel videogioco, quando si esce da una parte della mappa si rientrerebbe dall’altra.

7. Il vero sapere del web e gli scienziati massoni. La rete secondo i terrapiattisti è l’unico mezzo affidabile di informazione, perché non è schiava della massoneria e del sistema. Quelli che vengono spacciati per grandi scienziati, invece, non avrebbero inventato o scoperto alcunché. Le formule matematiche sarebbero complicate proprio per fare in modo che le persone non capiscano e si fidino del sistema, non avendo la forza e le capacità per controbattere. Tutte le teorie di Einstein, ovviamente, sarebbero sbagliate. Curvatura terrestre e forza di gravità sarebbero solo invenzioni, delle scuse per tentare di giustificare le bugie.

8. La verità di tutte le teorie del complotto. Gli attentati dell’11 settembre non ci sarebbero mai stati, i terremoti sarebbero prodotti artificialmente, gli alieni si troverebbero tra noi, le scie chimiche sarebbero un modo per lobotomizzarci e andrebbero combattute “con dispositivi orgonici che spiralizzano l’etere”. Anche i vaccini rappresenterebbero solo un modo per farci del male, perché in generale non si può tentare di “sostituire l’anima con la scienza”.

9. Gli altri pianeti e i corpi celesti? Ologrammi. La Luna sarebbe un cerchio piatto appeso nel cielo, infatti nessuno di noi ha mai visto la sua altra faccia. Le eclissi si potrebbero spiegare, secondo loro, con un gioco di luci e ombre senza tirare in ballo orbite circolari o pianeti sferici, ma non si potrebbe escludere che una parte degli effetti di oscuramento sia dovuta a qualche post-produzione dell’immagine del cielo. Marte invece non esisterebbe affatto, e il nome Nasa non sarebbe altro che un richiamo a Satana, come suggerirebbe anche il colore rosso del logo che indica la lingua del serpente. Chi gestisce il complotto ama giocare con le lettere, dicono i terrapiattisti, e Satana diventa Nasa, ma anche Ansa: ecco come si smaschera il complotto dell’informazione.

10. I nove punti, anche se non sembra, rientrerebbero nel terrapiattismo. L’inganno della terra sferica servirebbe per farci sentire insignificanti e renderci schiavi. In realtà saremmo tutti controllati e gestiti da un sistema, una sorta di Matrix in cui sono artificiosamente inserite anche le piante e gli altri animali. Saremmo stati creati altrove e messi sulla Terra, e l’immenso complotto inizierebbe dalla forma del nostro pianeta ma si manifesterebbe in moltissime altre occasioni, che coincidono con tutti quegli esempi che vengono fatti passare per complottismi senza senso. Ma se si aprissero gli occhi, tutto acquisterebbe un altro significato. Noi gli occhi li abbiamo ben aperti, ma ci teniamo la nostra Terra sferica.

Come si spiega l’incredibile successo dei «Terrapiattisti». Gilberto Corbellini Il Sole 24 ore 4 dicembre 2018. Da qualche giorno in rete si discute più del solito dell'idea fantasiosa che la Terra sia piatta. Merito di un esilarante servizio delle Iene che ha documentato il convegno dei terrapiattisti ad Agerola. La gente crede a una quantità sterminata di cose ridicole, come conseguenza non tanto di ignoranza, arroganza o perversione, ma del modo in cui funziona il cervello umano. Si crede a omeopatia e agopuntura, alla biodinamica o che i vaccini causano malattie, e poi all'astrologia, agli Ufo, a una pletora di venditori di pseudo-cure, etc. Siamo una specie credulona e a ciò si deve il nostro successo sul pianeta. E c'è una logica ben precisa nella pseudoscienza e nelle superstizioni. Nessuna credenza, forse, è più comica della teoria che la Terra sarebbe piatta. In questo caso il deragliamento della ragione tocca livelli importanti. E' interessante l'eziologia e la storia naturale della deviazione, ma anche come si diffonde. Non esistono rimedi contro le pseudo-credenze, e la loro fluttuazione nella popolazione generale dipende da dinamiche contingenti o dai danni che possono fare. Peraltro, credere che la Terra sia piatta non fa male a nessuno. Stando ai dati di Google Trend, da metà 2015 c'è stato un aumento crescente di ricerche che avevano per oggetto “Flat Earth”, con un picco quasi fuori scala a fine novembre 2017. Non ci sono motivi per quel picco, a parte forse che il 20 novembre Nature pubblicava la prima descrizione di un oggetto interstellare che attraversava il sistema solare, e tutti i giornali riportavano la notizia. Il paese dove il termine è stato più googlato è la Nuova Zelanda, mentre l'Italia è al 38° posto, con un lieve incremento di interesse negli ultimi 4 anni. Ma perché tanto interesse per un'idea così balzana (il 2% degli americani pare creda che la Terra sarebbe piatta e il 10 lo prende in considerazione), che si impara a confutare alle scuole elementari? Togliamo di torno che si tratti di passatismo. Gli antichi sapevano che la Terra è sferica. Viaggiatori e marinai per esperienza, in quanto vedevano prima le parti più elevate di un'isola o di una nave in avvicinamento. Aristotele scriveva che è un fatto accertato, mentre Eratostene ne misurò con sorprendente precisione la circonferenza nel III secolo prima dell'era volgare. Anche nel medioevo le persone istruite sapevano che la Terra è sferica: un trattato degli inizi del XIII secolo di Giovanni di Sacrobosco riassume le prove del tempo della sfericità del mondo (Tractatus de Sphera, circa 1230). Dopo i viaggi di Cristoforo Colombo la teoria entrava in un cono d'ombra per riemergere nell'Ottocento come risposta alla diffusione della razionalità scientifica e in difesa del contenuto letterale della Bibbia, da parte dei frange religiose più integraliste. A fine Ottocento si consumò in Inghilterra una sfida tra il grande biogeografo Alfred Wallace e il terrapiattista John Hampden, che mise in palio 500 sterline per chi avesse dimostrato la curvatura della Terra. Wallace ci riuscì, ma Hampden fece di tutto per non pagare e minacciò Wallace, finendo in carcere. Tuttavia, la scommessa fu annullata e Wallace, che puntava solo ai soldi, dovette restituire la somma, subendo anche le critiche dai colleghi perché non avrebbe dovuto svilire la scienza in una scommesse per stabilire un fatto acclarato. Le pseudoscienze non sono prive di “metodo”, come credono gli scienziati. Nell'ottocento in difesa del terrapiattismo era usato il metodo zetetico, cioè una forma di pseudo-scetticismo che si richiama al pensiero scettico radicale antico, per cui si deve partire da osservazioni e dati sperimentali per dedurre le spiegazioni, e non si devono assumere ipotesi o teoria in partenza da confutare attraverso le prove. Ergo, non si deve fare l'ipotesi che la Terra sia rotonda o piatta, ma partire dalle percezioni e dai dati sperimentali accessibili ai sensi da spiegare deduttivamente: tutto il resto sarebbero pregiudizio o inganni. Nell'era dei viaggi spaziali, la credenza nella Terra piatta è stata alimentata soprattutto dalle teorie cospirative, insieme alla dissonanza cognitiva e a una forma di bias anticonformista. I terrapiattisti sostengono ci sia una cospirazione mondiale che, come nel film Matrix, ci fa vivere una realtà che non esiste ed è frutto di manipolazioni. E' inutile portare prove, perché i terrapiattisti possono anche credere in alcune prove e conservare le loro pseudocredenze. È la dissonanza cognitiva, che ci aiuta a tirare avanti con le nostre contraddizioni. Oggi, per esempio, molti terrapiattisti non mettono più in discussione l'evoluzione darwiniana, l'età della Terra, i dati dei satelliti che provano il riscaldamento globale, la gravità, etc. Forse non è tanto importante credere che la Terra sia piatta, e in molti non ci credono davvero a livello inconscio, quanto aderire a una dottrina cospirativa. È la componente cospirativa che attrae verso molte pseudocredenze. Le teorie della cospirazione condividono il fatto di avanzare una teoria alternativa (altro che zetetica!) rispetto a qualcosa, ed elaborano vaghe (è importante che siano vaghe!) e contorte spiegazioni del perché qualcuno sta nascondendo quella versione “vera” degli eventi. I terrapiattisti sono ben più dogmatici sul fatto che la Terra sia piatta, di quanto noi lo siamo circa la sua rotondità. Per noi non c'è nulla da dimostrare più, e siccome le cose funzionano benissimo con la Terra rotonda, la diamo per scontata senza essere fanatici. Se si è predisposti a un bias di anticonformismo è difficile resistere all'influenza di gruppi di persone che pur avendo un punto di vista minoritario, lo presentano in modo astuto, sembrano molto ben informati e sono molto convinti di quello che sostengono. La nostra capacità non solo di farci ingannare dai sensi, ma anche di farci influenzare dagli altri e di montare argomenti apparentemente razionali per difendere credenze e metodi sbagliati, è fantastica. E c'è chi ancora crede che il libero arbitrio sia una cosa reale! Forse le strategie per contrastare la diffusione e gli effetti dannosi delle pseudoscienze andrebbero ripensate. 

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Il Controllo della Mente.

Da Il Foglio il 25 settembre 2019. Complesso, oscuro, misterioso. E altri aggettivi del genere si potrebbero usare per descrivere il cervello, l’organo che tutto controlla ma che resta – e non solo per i comuni mortali non istruiti in materia – qualcosa di poco esplorato: “Ciò che sappiamo del cervello e della mente è ancora una minima parte del tutto”, scrive l’autore in conclusione del libro. Si cercano le risposte a malattie gravi, l’Alzheimer e il Parkinson, le demenze e l’autismo. Ma si vorrebbe sapere di più, anche solo per mera curiosità, sul perché un colore ci piace più dell’altro, o perché la notte può essere affollata di sogni. Giulio Maira è un neurochirurgo di fama, non ha bisogno di troppe presentazioni e celebrazioni. Il suo curriculum parla per lui. Ha scelto una strada diversa per raccontare la sua grande passione per il cervello: non un trattato scientifico, denso di rimandi a piè di pagina e note varie. Il suo è un testo divulgativo, fatto di citazioni letterarie e agganci a episodi di vita vissuta, a metafore dispensate quando serve, a pillole tratte dal cinema (si parla anche di “Blade Runner”). Il risultato finale corrisponde all’auspicio iniziale. “Queste pagine vogliono spiegare con parole comprensibili e semplici quanto sia complesso e prezioso il funzionamento del cervello e come tutto ciò che caratterizza la nostra vita e il progresso che la accompagna sia possibile proprio grazie a lui. Tutto quello con cui entriamo in contatto ogni giorno, la nostra macchina, il cellulare, la radio che accendiamo andando al lavoro, il computer in cui custodiamo tanta parte della nostra vita, i sogni che ci trasportano in un mondo fantastico, il ricordo delle persone care, l’amore, il senso del bello, i pensieri, senza il cervello non potrebbero esistere”. Sembra un’ovvietà, ma non lo è se ci si ferma a meditare un po’. Tutto dipende da lì, manifestazioni artistiche, l’osservazione di un’opera d’arte, il restare colpiti dalla bellezza di una cattedrale. E poi, “viene dal nostro cervello anche l’identità che ognuno di noi ha di sé; è lui che ci suggerisce a cosa pensare e costruisce per noi l’immagine del mondo che ci circonda, che è il risultato dell’elaborazione di tutte le nostre esperienze. Confida a noi, e solo a noi, le sue riflessioni, le sensazioni, le conclusioni a cui giunge. Per tutto ciò che sappiamo, dobbiamo ringraziare il cervello. In ultima analisi, noi siamo il nostro cervello; senza di lui, noi, come siamo nella realtà, non esisteremmo”, scrive Maira. Il cervello allora è un po’ meno misterioso: è un “capolavoro sconcertante e noi siamo fortunati ad appartenere a una generazione che ha gli strumenti tecnici e la preparazione culturale per studiarlo. E’ la cosa – scrive il neurochirurgo – di gran lunga più bella che si sia scoperta nell’universo”. E’ un viaggio meraviglioso, quello descritto (ma sarebbe più opportuno dire “narrato”) da Maira, quasi fosse un romanzo d’avventura: “Agli albori dell’evoluzione, sulla Terra, non c’era traccia alcuna di coscienza o di libero arbitrio; prevalevano l’istinto e la lotta per la sopravvivenza. Poi, pian piano, l’acquisizione nel nostro cervello di sempre maggiori capacità e funzioni portò l’Homo sapiens a poter prevedere le conseguenze future delle proprie azioni, ad avere un primo barlume di coscienza”. Così, aggiunge, “la coscienza nasce con il cervello, sboccia quando il cervello sviluppa reti rigogliose e le consolida, e poi invecchia con esso. Quando il cervello muore, anch’essa muore”. Senza la coscienza, insomma, “non esisterebbe nulla”.

La nostra capacità di attenzione è di nove secondi: come quella dei pesci rossi. Cala vertiginosamente la concentrazione. Per questo cinema e web puntano sull'accelerazione. Ma più le immagini sono veloci e meno ricordiamo. Il direttore di Arté: «Il nostro tempo è diventato il fattore economico più prezioso». Anna Bonalume il 25 novembre 2019 su L'Espresso. Illustrazione di Pierluigi LongoOgni secondo in più che trascorriamo sui social è denaro. Google ha determinato l’algoritmo della nostra attenzione: il tempo massimo di concentrazione di un millennial è di 9 secondi. Un secondo in più di un pesce rosso. Sulla base di questa proiezione, Google produce contenuti e stimoli per sfruttare il tempo che trascorriamo sul web e monetizzarlo. Schiavi del dio connessione, la nostra attenzione produce ricchezza, quella di Google. E una serie di patologie, le nostre.  Bruno Patino, direttore editoriale di ARTE e della scuola di giornalismo di SciencesPo Parigi, racconta gli effetti del mercato dell’attenzione in un interessante libro appena pubblicato in Francia “La civiltà del pesce rosso. Piccolo trattato sul mercato dell’attenzione” (Grasset). L’autore è un grande esperto del mondo digitale, di cui si occupa da più di vent’anni. La sua carriera inizia a Le Monde, come giornalista corrispondente dal Cile, seguono ruoli di direzione nelle più grandi aziende mediatiche francesi: la rivista Télérama, la radio France Culture e la tv di Stato France Télévisions (corrispondente alla nostra Rai). Tra tutti i media Patino preferisce la radio, perché, dice, «ha una magia che fatico a dimenticare, grazie alla voce, un mezzo di trasmissione meraviglioso». Patino ci accoglie nel suo ufficio al quinto piano della sede di ARTE, la più grande industria culturale franco-tedesca, un canale televisivo di informazione e approfondimento fondato 30 anni fa grazie ad accordi diplomatici tra Francia e Germania per creare «la futura televisione culturale europea». «Il mercato dell’attenzione», racconta il direttore, «è un concetto, economico e semplice, nato negli anni ’20 negli Stati Uniti, nel periodo in cui si sviluppavano i media audiovisivi, secondo il quale alcuni media vivono grazie alla pubblicità e per questo hanno bisogno di captare il tempo dell’attenzione delle persone, quello che Patrick Le Lay, ex direttore di TF1 (canale tv francese privato, ndr.) ha chiamato «il tempo di cervello umano disponibile». Ma il concetto di mercato rinvia innanzitutto all’economia. Patino descrive l’impressionante deriva del modello economico dell’attenzione, del quale è testimone. Osserva che «l’economia dell’attenzione ha subìto una grande mutazione nell’epoca digitale con l’imporsi delle grande piattaforme social, finanziate dalla pubblicità». Questa mutazione ha provocato «gravi problemi individuali, in particolare problemi dell’attenzione e psicologici, ma anche collettivi». Non solo. «Sta cambiando la natura dello spazio pubblico, si è imposta una polarizzazione dei dibattiti pubblici e il dominio del regno dell’emozione nella nostra vita cognitiva e sociale». Ma il mercato dell’attenzione non è un’invenzione dei giganti del Web. Prima che arrivassero Google &Co. si cercava di (in)trattenere le persone di fronte alla tv il più possibile per vendere loro pubblicità. Al tempo del digitale, invece, è tutto più semplice, illimitato, perché siamo tutti connessi permanentemente, sottolinea Patino. Ed è tutto molto più preciso, perché gli strumenti digitali permettono di conoscere e anticipare i comportamenti, il contesto in cui viviamo, attraverso “data” e mezzi coniati con l’ausilio delle neuroscienze. «Il vostro cellulare è attivo 24 ore su 24, il suo scopo è riuscire a catturare la vostra attenzione, anche quando avete deciso di fare altro. Mentre state facendo attività poco interessanti, come durante i trasporti o nelle file di attesa, ma anche più importanti: lo studio, il lavoro, la vita personale e sociale». Persino mentre dormiamo. Il nostro desiderio compulsivo di sentirci circondati da uno “schermo protettore”, dove sviluppiamo la nostra esistenza digitale, ha infatti invaso anche il tempo del riposo. Mai troppo lontano dal cuscino, il cellulare rimane in standby pronto a riaccendersi nel cuore della notte, per controllare nuove notifiche. Accade ai “dormienti sentinella”, che evitano il sonno profondo per non perdere nessun segnale emesso dal cellulare. Le patologie legate a questa dipendenza, e alla conseguente perdita della libertà, sono note e repertoriate. Patino ne elenca alcune: c’è la “nomofobia” (no mobile phone phobia), che consiste nell’essere colti dal panico di fronte all’allontanamento, anche temporaneo, del proprio cellulare; la “phubbing”, (contrazione di phone, cellulare, e snubbing, snobbare), la consultazione evidente dello smartphone di fronte a colleghi, amici, persone di famiglia mentre si parla, un riflesso diventato incosciente, «il midollo spinale ha preso il sopravvento sul cervello». Se è vero che «la società digitale assomiglia ad un popolo di drogati ipnotizzati dallo schermo», quello che spaventa di più è la fragilità mentale, finora sconosciuta, provocata da questa dipendenza. Nel libro si scoprono diversi disturbi, di cui si comincia lentamente a discutere anche in Europa, catalogati da un gruppo di esperti del “Near Future Laboratory”: la sindrome d’ansia, la schizofrenia di profilo, l’atazagorafobia e l’oscuramento. L’ansia più comune è quella legata al bisogno permanente di esporre i diversi momenti dell’esistenza, anche i più derisori, sui social: sarà il buon momento per postare? È questa la foto adatta? Quanti like avrò? E quante condivisioni? Il timore è quello di sparire e di essere dimenticati dalla “comunità digitale”. L’atazagorafobico consulta il proprio cellulare di continuo alla ricerca di un like o di una condivisione e per assicurarsi di non essere un individuo entrato nell’oblio del gruppo. La frase di Sartre, «L’inferno sono gli altri», andrebbe riscritta: «Il nostro inferno quotidiano siamo noi stessi». Anche Patino, però, ha creduto al sogno di un’umanità migliore come risultato dell’evoluzione digitale. «Mi sono occupato della creazione del sito lemonde.fr. Ho iniziato a lavorare nel settore digitale sei anni prima dell’arrivo di Facebook e ho assistito ad un’accelerazione tecnologica inedita. All’epoca si lavorava con una connessione 14K, ci voleva un minuto e mezzo per caricare l’homepage di Le Monde… ci chiedevamo se mettere delle foto, se bisognasse inserire l’attualità o meno, quante volte al giorno aggiornare la homepage».  Quando parla di connessione 14K i suoi alunni della scuola di giornalismo lo guardano come fosse un mammut. «All’inizio mi sono detto: «È una novità tecnologica interessante». Poi «è una novità mediatica interessante».  Poi «è una novità sociologica.  Oggi tutti sappiamo che si tratta di una novità antropologica». Una novità che ha alterato i sogni. Come ricorda nel libro, i due principi fondamentali sui quali è nata la Rete erano l’accesso universale gratuito e la collaborazione di tutti gli utenti per migliorarla e farla crescere. L’utopia di «un’uguaglianza totale, associata a una libertà assoluta, per raggiungere la saggezza universale» si è ormai deteriorata. Trascinata da un impeto collettivo nato dalle passioni individuali, il web ha ceduto alla «superstruttura economica» nata dall’accumulazione. Ma come sono riuscite le piattaforme ad attirarci? Il segreto è il tempo. Il tempo è diventato un prodotto raro, la risorsa più richiesta, sulla base della quale si è costruita la crescita economica attuale. Le piattaforme digitali hanno prodotto un’accelerazione diffusa nella produzione di contenuti per mantenere l’utente sullo schermo. I media audiovisivi e audio ne sono stati influenzati. «Guardi per esempio un certo cinema. Le scene di un blockbuster sono talmente rapide che non si ha quasi nemmeno il tempo di capire quello che si sono detti gli attori. Si passa immediatamente a un’altra scena, producendo una specie di effetto stroboscopico sulla retina. Come se non fossimo più capaci di guardare una scena estesa nel tempo. Diversi libri accorciano i capitoli, di 4 o 5 pagine, perché si pensa che un capitolo di 50 pagine non sia più leggibile. Con questa accelerazione viviamo un circolo vizioso: una capacità d’attenzione che diminuisce, e la produzione culturale che accelera, diminuendo ancora di più la nostra attenzione». In questo contesto, la sfida di un canale come ARTE è grande: «Cerchiamo di ridare tempo e spazio alle persone, di sviluppare una sorta di sobrietà in un contesto di sovrabbondanza di segnali. Cerchiamo di promuovere racconti che richiedono tempo. E gli ascolti crescono». Tuttavia, non è solo questione di tempo. L’economia dell’attenzione ha permesso di democratizzare l’economia del dubbio. Il business del dubbio oggi produce un profitto immediato. Patino cita un memorandum interno al sindacato patronale dell’industria del tabacco datato 1969: «Il nostro prodotto ormai è il dubbio. Perché il dubbio è il miglior modo di indebolire le idee che esistono nella testa dei consumatori». Il dubbio produce domande, fa reagire, provoca uno shock emozionale e quindi moltiplica le azioni digitali, le condivisioni, i commenti. E poi è molto più facile ed economico produrre verosimiglianza, e quindi dubbi e credenze, che verità. «L’economia del dubbio ha creato un impero di credenze, e queste credenze sono il terreno dei complotti», aggiunge. «La realtà è un’esperienza. La solidarietà collettiva e il destino comune nascono dalla costruzione di un’esperienza condivisa». Ma perché quest’esperienza condivisa sia “libera”, bisogna rivedere le modalità e i tempi del consumo di social e altre piattaforme. Per esempio cominciando a diffondere una coscienza collettiva sulla necessità di un’autoregolazione dell’esperienza digitale. E poi avviare un cambiamento economico, senza necessariamente abbandonare Internet o fuggire dai social. Perché le patologie prodotte dalla schiavitù virtuale «non sono un prodotto tecnologico, ma il risultato del modello economico di alcune piattaforme digitali». Se insomma Facebook, Twitter, Youtube trovassero nuovi modi di finanziamento, per esempio attraverso la sottoscrizione di un abbonamento da parte degli utenti, o attraverso la formula “no-profit” di Wikipedia, non funzionerebbero come oggi, ovvero non cercherebbero di catturare ogni secondo della nostra attenzione, perché la loro sopravvivenza non dipenderebbe più dal nostro tempo, ma dal nostro portafoglio. Il problema, oggi, è invece che il successo di molte applicazioni digitali dipende dal tempo che noi gli dedichiamo.          

Nel libro di Giulio Maira i segreti del cervello, l’organo che ci governa. Pubblicato martedì, 24 settembre 2019 su Corriere.it da Luigi Ripamonti. Perché le idee migliori ci vengono quando la testa è libera di vagare? Viaggio nei meccanismi cerebrali in un volume pubblicato da Solferino. Vi siete mai chiesti perché la soluzione migliore per un problema cui non riuscivate a venire a capo vi è, letteralmente, «venuta in mente» da sola quando avete smesso di pensarci? Oppure perché le idee più originali le avete avute, per esempio, camminando in montagna o magari sotto la doccia? Il motivo è che queste sono situazioni in cui viene messa (almeno parzialmente) a riposo la neocorteccia, cioè i due metri quadrati di cellule nervose e relativi collegamenti, che, ripiegati in vari solchi e circonvoluzioni, rappresenta la parte più evoluta del nostro cervello, quella che il neuropsicologo russo Alexander Luria, definiva «l’organo della civilizzazione», deputata a far sì che la ragione vinca sull’irragionevolezza. Il saggio di Giulio Maira, «Il cervello è più grande del cielo», è pubblicato da Solferino libri (pp. 304, euro 17)È la neocorteccia che ci consente di agire con razionalità e ha permesso alla nostra specie di costruire cultura e relazioni sociali e di dominare il pianeta. La creatività, però, spesso si accende quando si spegne la neocorteccia perché ciò lascia «campo libero» all’attività di reti neuronali non legate ad azioni specifiche da svolgere, che compongono il cosiddetto default mode network. Alla loro attività si attribuisce la facoltà di mettere in relazione tra loro conoscenze accumulate in passato e di stabilire connessioni che sotto il giogo della logica non saremmo stati in grado di stabilire. È per questo che spesso è proprio nei momenti in cui si vaga con la mente che avvertiamo una profonda comprensione della realtà. Giulio Maira è neurochirurgo all’Istituto clinico Humanitas di MilanoEcco perché è importante, per esempio, che i bambini si annoino: se sono sempre incollati alla televisione o hanno tutto il tempo occupato da attività, per quanto intelligenti siano, la loro creatività sarà soffocata. Il bambino che ha tutto, che non ha tempo per annoiarsi non saprà lasciare liberamente spazio alla fantasia, all’immaginazione. E vale la pena ricordare che Einstein diceva che «la logica può portarti dal punto A al punto B, ma l’immaginazione può portarti ovunque». A spiegare questo e molto altro con profondità, ma anche con semplicità, è Giulio Maira, celebre neurochirurgo italiano ne Il cervello è più grande del cielo (Solferino), un viaggio attraverso il miracolo di quest’organo straordinario. Un percorso affascinante, chiaro e comprensibile, preciso ma non accademico, che affronta tutti i principali aspetti legati all’argomento: dall’intelligenza, alla memoria, ai sogni, fino a una riflessione finale sull’Intelligenza artificiale. La quale, per dirla con l’autore, difficilmente potrà essere dotata di un amigdala, piccola «mandorla» fondamentale per il sistema limbico, quella parte di cervello deputata alle emozioni, che, come dice Maira, ci fa fare la guerra ma anche provare l’amore. Il sistema limbico ci premia con la produzione del neurotrasmettitore dopamina per farci ripetere gesti che sono funzionali al nostro bene e alla prosecuzione della specie, come per esempio mangiare e accoppiarci. Ma che ci fa anche provare terrore davanti a qualcosa che minaccia la nostra vita, in modo che possiamo regolarci di conseguenza. È nella comunicazione continua fra il cervello limbico, che presiede alle emozioni, e la neocorteccia che si giocano il comportamento sociale evoluto e la ricerca della felicità. Questi due parti del cervello, insieme a quella rettiliana (la più antica dal punto di vista evolutivo), situata nella parte posteriore dell’encefalo e fondamentale per i movimenti, formano un complesso unico nel panorama degli esseri viventi. Nel loro insieme creano un «dispositivo» dalla potenza e dalla resa eccezionali, che deve la sua complessità e la sua efficienza, fra l’altro, al suo lungo tempo di formazione. A differenza della maggior parte degli animali, un neonato umano alla nascita, pur avendo una quantità enorme di cellule nervose a disposizione, non è capace di fare quasi nulla da solo: dipende totalmente dai genitori. Il motivo è che ha ancora un numero relativamente esiguo di sinapsi, le giunzioni che mettono in contatto fra loro le cellule nervose formando reti complessissime. Le connessioni si formano via via con il tempo e con le esperienze e fanno del cervello un organo che viene cablato e che si rinnova nel corso della sua intera esistenza. Non a caso Maira apre il suo libro scrivendo che la più bella rappresentazione di sempre di una sinapsi è quella del contatto fra il dito di Dio e quello di Adamo, affrescata da Michelangelo nel pannello centrale della Cappella Sistina.

L’intelligenza aiuta a non ammalarsi. Pubblicato domenica, 13 ottobre 2019 da Corriere.it. Esiste un legame tra livello di intelligenza di una persona e il suo stato di salute, con ripercussioni anche sulla longevità. In particolare, sembra esserci uno specifico rapporto tra il livello di intelligenza mostrato da bambini o da giovani e la salute di cui si godrà nella vita. Questo legame, la cui natura non è ancora del tutto chiara agli scienziati, sarà uno dei temi della quinta edizione del Festival della Scienza Medica, organizzato a Bologna dal 9 al 12 maggio e che quest’anno sarà dedicato proprio alla «intelligenza della salute». Al festival è prevista anche la partecipazione di Ian Deary del Centro per l’invecchiamento cognitivo del dipartimento di psicologia dell’Università di Edimburgo, autore di diversi studi sul rapporto tra intelligenza, stato di salute e longevità. Una delle sue ricerche ha coinvolto oltre 65mila persone che nel 1947 erano state sottoposte a test di intelligenza nelle scuole scozzesi, così è stato poi possibile verificarne le condizioni di salute e la longevità. Il legame tra quoziente di intelligenza e salute è risultato inequivocabile. «Abbiamo prove chiare del fatto che un livello più alto di intelligenza rilevato tramite specifici test risulta associato a una vita più lunga, sia per un minor rischio di malattia, sia per la maggior probabilità di tenere comportamenti salutari» ha spiegato Ian Deary al Corriere della Sera. «Le prove vengono da grandi studi di popolazione condotti in diversi Paesi. Punteggi elevati ai test dell’intelligenza sono abbinati a un minor rischio di morire per diverse patologie, compresi ictus, malattie cardiovascolari, tumori correlati al fumo di sigaretta, malattie respiratorie e dell’apparato digerente, demenza, ferite o lesioni. Sia il nostro gruppo di ricerca sia altri che lavorano sugli stessi temi stanno cercando di capire meglio perché esiste questa correlazione. Le ragioni in buona parte possono essere fatte risalire al livello di istruzione e alla posizione socio-economica e a comportamenti connessi allo stato di salute, compresa la relazione con il fumo di sigaretta. In parte però possono essere chiamati in causa anche fattori genetici ». Ma l’intelligenza oggi sembra essere sempre più una caratteristica mutevole dell’individuo, dal momento che la ricerca degli ultimi anni ha mostrato che il cervello sa essere plastico, con la possibilità fino in tarda età di sviluppare nuove sinapsi e perfino nuovi neuroni in certe zone, come l’ippocampo. Questa intelligenza «aggiuntiva» potrebbe aiutare comunque a migliorare il benessere e la longevità di un individuo? «Mantenere una buona funzione cognitiva ed evitare il declino in età adulta è sicuramente una buona idea» commenta Ian Deary. «Ne derivano una salute migliore, una vita più lunga e la possibilità di restare indipendenti quando si diventa anziani. Molte delle nostre ricerche oggi sono orientate a cercare di capire perché i cervelli e le abilità di pensiero di alcune persone sono migliori di quelli di altre. Sappiamo che alcuni fattori possono essere protettivi nei confronti del declino cognitivo: evitare il fumo di sigaretta, mantenersi in forma, raggiungere un più alto livello di istruzione, impegnarsi in lavori intellettualmente stimolanti, cercare di evitare le malattie. Poi però contano anche i fattori genetici. Comunque non credo che si debba per forza essere intelligenti per stare in salute. Credo piuttosto che tutti dovremmo chiederci come si comportano le persone più intelligenti rispetto alla loro salute. Se riusciamo a capirlo, allora possiamo copiarle». La disciplina che studia il legame tra intelligenza e stato di salute è l’epidemiologia cognitiva, sulla quale stanno lavorando diversi gruppi di ricerca al mondo. «L’epidemiologia cognitiva è lo studio della reciproca associazione dinamica tra il funzionamento cognitivo e le condizioni di salute lungo tutto il corso della vita di una persona, ed è coltivata in molti Paesi europei, negli Usa e in Australia. L’interrogativo principale che si pone è proprio la possibile associazione tra un più elevato livello di intelligenza rilevato ai test effettuati in gioventù e un miglior stato di salute, minori episodi di malattia e vita più lunga». «In molti Paesi — continua Deary - si stanno portando avanti ampi studi epidemiologici, come una ricerca danese effettuata su circa un milione di persone e uno studio israeliano che ha coinvolto circa due milioni di persone. Un’altra nostra ricerca ha esplorato i rapporti tra test d’intelligenza in età giovanile e presenza in età adulta di disturbi mentali e fisici, oltre che di specifici comportamenti salutistici. Abbiamo effettuato anche alcune ricerche di tipo genetico per cercare di scoprire qual è il ruolo della genetica e anche per individuare quali potrebbero essere i geni coinvolti». Intelligenza e salute certamente hanno una reciproca influenza e insieme rappresentano un vero e proprio patrimonio sociale che vale la pena preservare. «La salute dipende dall’intelligenza e l’intelligenza dalla salute» commenta Gilberto Corbellini direttore del Festival di Bologna. «Non dobbiamo dimenticare che nei Paesi dove i bambini crescono contraendo infezioni — alcune delle quali come la malaria, colpiscono gravemente anche il cervello, — o non si alimentano a sufficienza, subiscono ritardi cognitivi, con ricadute negative non solo a livello individuale, ma anche per le prospettive di sviluppo economico, sanitario e civile». Si chiama «effetto Flynn» ed è davvero sorprendente: da quando si fanno i test di intelligenza si rileva un costante aumento del punteggio raggiunto dai ragazzi. In media, i dodicenni testati nel 1980 mostravano un’intelligenza superiore a quella dei coetanei testati nel 1970, che a loro volta superavano quelli del 1960. L’effetto è stato scoperto dallo psicologo neozelandese James Flynn, che nel 1981 revisionò i risultati dei test d’intelligenza realizzati durante quasi un secolo. «È impossibile che gli esseri umani abbiano avuto in così poco tempo una vera evoluzione biologica che li ha portati a diventare una specie più intelligente» dice David Shenk, dell’Università dello Iowa, in un articolo pubblicato sulla rivista WIREs Cognitive Science. «Infatti i miglioramenti non sono rilevabili in tutte le aree, ma solo in alcune, come quella del ragionamento astratto». È possibile che il miglioramento osservato ai test rispecchi solo una maggior confidenza con il ragionamento astratto, mentre l’intelligenza delle generazioni precedenti era più ancorata alla realtà quotidiana». 

Dai un nome a quel brano: ecco in quanto tempo il cervello riconosce una melodia familiare. Pubblicato mercoledì, 30 ottobre 2019 da Corriere.it. In quanto tempo il cervello umano è in grado di riconoscere una canzone? Il nostro «Shazam» interno sembra essere velocissimo perché le note preferite vengono riconosciute dalla nostra memoria in un tempo davvero rapido: tra i 100 e i 300 millisecondi, come spiega uno studio dell’University College of London, pubblicato su «Scientific Reports». Nella ricerca gli scienziati hanno voluto scoprire esattamente la velocità necessaria al cervello per rispondere a una musica familiare, nonché la successione dei processi coinvolti in questa operazione. Il team ha reclutato cinque uomini e cinque donne che avevano indicato cinque canzoni a testa, molto familiari per loro. Per ciascun partecipante, i ricercatori hanno quindi scelto una delle canzoni più note e l’hanno abbinata a una melodia che era simile (come tempo, armonia, voce e strumentazione), ma non era familiare al volontario. I partecipanti hanno quindi ascoltato passivamente 100 frammenti (ciascuno della durata di meno di un secondo) della canzone familiare e di quella sconosciuta, presentati in ordine casuale. In totale sono stati ascoltati circa 400 secondi di musica. I ricercatori hanno sottoposto i volontari a elettroencefalogramma, che registra l’attività elettrica nel cervello, e pupillometria, una tecnica che misura il diametro della pupilla (considerata una spia dell’eccitazione). Così si è scoperto che il cervello umano riconosce le melodie familiari a partire da 100 millisecondi dall’inizio del suono, con un tempo medio di riconoscimento tra 100 e 300 millisecondi. A rivelarlo è stata la rapida dilatazione della pupilla, probabilmente collegata all’eccitazione associata al suono familiare, seguita dall’attivazione dell’area della corteccia correlata al recupero della memoria. Nessuna differenza del genere è stata riscontrata invece in un gruppo di controllo, di cui facevano parte soggetti che non avevano familiarità né con le canzoni note né con quelle sconosciute utilizzate nel primo gruppo. «I nostri risultati - commenta Maria Chait, dell’Ucl Ear Institute - dimostrano che il riconoscimento di un brano musicale che ci è familiare avviene molto rapidamente. Queste scoperte indicano che i circuiti temporali sono molto veloci, e sono coerenti con la profonda presa dei brani musicali che conosciamo bene nella nostra memoria». Capire come il cervello riconosce le melodie familiari «è utile - aggiunge Chait - anche per impostare interventi terapeutici basati sulla musica. Ad esempio, c’è un crescente interesse nel cercare di sfruttare canzoni e brani musicali per raggiungere i pazienti con demenza, nei quali il ricordo della musica appare ben conservato, nonostante l’alterazione generale dei sistemi di memoria». «Individuare il percorso neurale e i processi che supportano l’identificazione della musica - conclude - può fornire un indizio per comprendere le basi di questo fenomeno». Lo studio presenta però un limite importante. Le canzoni sono state esplicitamente selezionate per evocare ricordi e sentimenti positivi; pertanto per il gruppo «principale» le canzoni «familiari» e «non familiari» non differivano solo in termini di riconoscibilità, ma anche in termini di coinvolgimento emotivo e affettivo. Inoltre è stata utilizzata una sola canzone familiare per volontario.

Zeina Ayache per scienze.fanpage.it il 18 ottobre 2019. I ricercatori della Caltech hanno scoperto che esistono rare cellule cerebrali che sono uniche nei topi maschi e altre uniche invece nei topi femmine. Queste cellule specifiche in base al genere sono state trovate in una regione del cervello che governa sia l'aggressività che i comportamenti di accoppiamento. Vediamo insieme cosa significa e come gli esperti sono giunti a questa conclusione. Partiamo con il dire che esistono diverse tipologie di cellule all'interno del cervello, ad esempio ci sono i neuroni che trasmettono segnali e le cellule gliali che supportano le funzioni neurali, spiegano gli esperti. Per quanto tutte queste cellule contengano lo stesso insieme di geni o genoma, i tipi di cellule differiscono nel modo in cui esprimono quegli stessi geni. Per capirci, immaginiamo il genoma come un pianoforte a 88 tasti. Ogni cellula non utilizza tutti gli 88 tasti. Pertanto, il sottoinsieme di chiavi che "riproduce" la cellula determina il tipo di cellula stesso. Analizzando il comportamento dei neuroni nei cervelli dei topi maschi e dei topi femmine, gli esperti hanno osservato che la loro stimolazione è in grado di indurre gli animali ad essere più aggressivi, anche in assenza di minacce. Diversamente, una debole stimolazione induce i topi ad accoppiarsi. Tutto ciò avviene nell’ipotalamo, un’area fondamentale del nostro cervello. Nello specifico, gli esperti con il loro studio sono riusciti ad identificare 17 diverse tipologie di cellule del cervello, alcune delle quali sono più abbondanti nei maschi, mentre altre lo sono nelle femmine. Già si sapeva che l’espressione delle cellule era differente tra maschi e femmine, ma per la prima volta gli esperti sono riusciti a scoprire che esistono proprio cellule specifiche in base al genere nel cervello dei mammiferi. Lo studio, intitolato “Multimodal Analysis of Cell Types in a Hypothalamic Node Controlling Social Behavior”, è stato pubblicato su Cell.

Francesco Rigatelli per “la Stampa” il 29 ottobre 2019. Per anni direttore di Neurochirurgia al Gemelli e ordinario alla Cattolica di Roma, Giulio Maira, 75 anni, è «senior consultant» all' Humanitas di Milano e autore del libro «Il cervello è più grande del cielo» (Solferino), quasi un romanzo sull' organo più importante e misterioso.

Professore, lei dubita che l' Intelligenza Artificiale possa replicare la coscienza?

«Sì, le ricerche in atto possono far pensare che il cervello sia replicabile, ma in realtà le nuove tecnologie raggiungono obiettivi di calcolo importanti e tuttavia specifici. Altra cosa sarebbe riprodurre una mente completa, dotata di coscienza. E' la sfida di molti scienziati, che si domandano come mai non sia possibile, visto che, in fondo, il nostro cervello è fatto di materia proveniente dal pulviscolo di stelle successivo al Big Bang. Solo che ci sono voluti milioni di anni per diventare ciò che siamo. Certo che, anche senza la coscienza, il fatto che una macchina, nel 2045, possa raggiungere la capacità di calcolo di tutta l' umanità pone grandi interrogativi etici».

Questa coscienza così irreplicabile che cos' è?

«Un insieme di consapevolezza, giudizio, senso morale, creatività ed empatia: tutte capacità difficili da trasformare in algoritmi. Le macchine possono simulare queste facoltà, ma la loro creazione autentica resta improbabile. Certo, si rischia di arrivarci vicino e, dunque, l' importante è che l' Intelligenza Artificiale sia utilizzata per migliorare la vita umana e non per portare al comando il computer. Non a caso l' Ue ha posto delle regole sul suo sviluppo».

E l' intelligenza cos' è invece?

«Se la coscienza è la mente che riflette su se stessa, l' intelligenza può essere considerata la mente operativa, il frutto del ragionamento».

Si può dire, dunque, che è più importante essere coscienti che intelligenti?

«Naturalmente, anche perché l' intelligenza non esisterebbe senza la coscienza. E' importante pure la creatività, forse la caratteristica più umana assieme alla memoria. Gli animali, infatti, si muovono soprattutto secondo logiche di sopravvivenza, mentre gli uomini decidono in base a una serie più vasta di motivazioni e emozioni».

Nella vita si può diventare più coscienti o intelligenti?

«Fin da bambini la mente è dedicata a imparare dal mondo. Una capacità che si attenua con gli anni, ma non finisce mai. Le reti neurali sono in continua espansione, soprattutto se coltivate leggendo, dialogando, imparando materie e lingue nuove e anche facendo sport. Il cervello lavora pure di notte, quando nel sonno resetta la memoria e seleziona quella a lungo termine».

E la differenza tra mente femminile e maschile? Cosa ha capito in tanti anni?

«Il cervello femminile è un mondo meraviglioso e, a mio parere, più vivace di quello maschile, ma esistono differenze tra i due che non vanno negate. E' vero che hanno in comune il 99% dei geni, ma quell' 1% è fondamentale, perché, per esempio, tra il cervello di Einstein e quello della scimmia c' era solo l' 1,2% di differenza. Il cervello femminile ha un po' meno neuroni, ma più connessioni: tendenzialmente, dunque, la razionalità è maggiormente maschile e la creatività più femminile. La donna, invece, ha più neuroni nell' area del linguaggio e dispone di un ippocampo, l' area che contiene i ricordi, più grande. Inoltre l' amigdala femminile, che gestisce emozioni e paure, è collegata più a funzioni verbali, mentre quella maschile all' attività fisica: questo ha una spiegazione evoluzionistica, perché l' uomo cacciava e lottava e la donna cresceva e rassicurava la prole».

Uno schema ancestrale può arrivare fino a oggi?

«I nostri geni non si modificano da milioni di anni, al massimo si sono sviluppati altri centri del cervello, ma va chiarito che un meccanismo biologico di base non giustifica, oggi, comportamenti sociali sbagliati. L' uomo contemporaneo è pienamente in grado di superare con la razionalità e la cultura l' istinto elementare, che pure esiste nelle reazioni ad ansie e paure. Ecco perché persone con minori strumenti culturali possono essere più esposte a simili stimoli».

Quali sono i misteri ancora da risolvere sul cervello?

«E' l' unico organo che non ha solo funzione meccanica, ma parti delicatissime vicine alla coscienza, come il talamo o il tronco dell' encefalo. A stupire di più è che ogni notte questa coscienza praticamente scompaia e si risvegli al mattino, rigenerata. Come nasca e quale rapporto abbia con la materia del cervello resta un mistero.

Altro punto interrogativo è come sia davvero la realtà fuori di noi: tutto il mondo infatti, come diceva Sherrington nell' Ottocento, potrebbe essere un telaio incantato, immaginato dalla mente nella sua scatola buia grazie agli impulsi elettrici che le arrivano dai sensi. Infine, l'Intelligenza Artificiale e l'utilizzo di chip aprono grandi interrogativi etici».

Di quali si tratta?

«Della prima abbiamo parlato e dei secondi bisogna sapere che ne esistono già di sperimentali per trasferire l' attività mentale o i ricordi su computer. Usati in modo sbagliato potrebbero eliminare la memoria e condizionare gli individui».

Antonio G. Rebuzzi, Direttore Cardiologia intensiva - Policlinico Gemelli - Università Cattolica Roma per “il Messaggero” il 14 novembre 2019. «Ogni affezione della mente che si manifesti con dolore o con piacere, con speranza o con paura, è la causa di una agitazione la cui influenza si estende al cuore». Con queste parole, già nel 1628 il medico inglese William Harvey, primo a descrivere il sistema cardiocircolatorio dell'uomo, chiariva lo stretto rapporto che lega mente e cuore. Questa osservazione, semplice ma profonda, sembra essersi persa nella medicina moderna. Oggi siamo bravi nel trattare le malattie, molto meno attenti nel trattare i pazienti e spesso incapaci di trattare le persone. Noi cardiologi abbiamo sviluppato eccezionali tecniche diagnostiche ed interventistiche. Utilizziamo medicine all'avanguardia, ma prestiamo poca o nulla attenzione allo stato psicologico delle persone che curiamo. Eppure proprio il cuore è uno degli organi maggiormente in relazione col cervello. La frequenza cardiaca, ad esempio, cambia in base allo stato psicologico ed emozionale. Nel cuore ci sono oltre 40.000 neuroni, e le informazioni che vengono da questi raccolte sono indirizzate al cervello innescando reazioni che si ribaltano a loro volta sul sistema cardiovascolare. Così come patologie dell'organismo quali diabete, obesità o ipertensione possono danneggiare il cuore, alla stessa maniera lo danneggiano patologie della mente o alterazioni della psiche. Ce lo ricorda il prof. Glenn N. Levine del Baylor College of Medicine di Houston (Texas) in un editoriale pubblicato sulla rivista Circulation. Come noto, uno stress molto forte ed improvviso può aumentare di tre o quattro volte il rischio di attacchi anginosi fino all'infarto in chi è predisposto. Il terremoto di Northrige, vicino Los Angeles, nel 1994 fece aumentare del 260% le morti di origine cardiaca nell'area metropolitana rispetto ai giorni precedenti. Nella sindrome di Takotsubo, altrimenti classificata come cardiomiopatia da stress, un'emozione profonda (un lutto come una separazione) induce nel cuore una disfunzione marcata, delle modifiche dell'elettrocardiogramma ed un rialzo degli enzimi cardiaci tipici dell'infarto, senza che vi sia alcuna ostruzione delle coronarie. Stesso discorso di aumento notevole del rischio cardiovascolare vale per la depressione. C'è una chiara relazione tra grado di depressione e varie patologie cardiache. Nel Multi Etnic Study of Atherosclerosis (studio di prevenzione a cura dell'American Heart Association) le persone hanno in dieci anni un rischio di sviluppare fibrillazione atriale del 34% superiore ai non depressi. Stessa storia per le malattie coronariche. I pazienti depressi dopo un infarto vanno più facilmente incontro a recidiva rispetto a quelli non depressi. Anche il recupero dopo un intervento di by pass aorto-coronarico è più lento e con maggiori complicanze nei depressi. Va ricordato che la depressione spesso si associa a aumento del fumo ed incremento del peso, e conseguente maggiore rischio cardiaco. La perdita di autostima diventa un killer per le malattie coronariche. Mentre un atteggiamento ottimistico è stato in vari studi correlato a più basse percentuali di ospedalizzazioni e ridotta mortalità. Come medici, siamo perciò obbligati a tener conto non solo delle malattie, ma anche dei malati. Curare non significa solo tendere ad una assenza di malattia ma anche occuparsi del loro benessere psichico.

Marco Filoni Per Tuttolibri-la Stampa il 13 Novembre 2019. C’è un grande e potente dio che si aggira per il mondo: l’«io». Il nostro tempo gli ha eretto templi, sacrari pagani dove le pietre sono scatti. E una certa cultura, annacquata da un repertorio tragicomico, ha fatto il resto. Motivatori, mental coach, personal coach, life coach (chi più ne ha più ne metta), spacciatori di saggezze dal gusto esotico e orientaleggiante, fricchettoni fuori tempo massimo che contrabbandano felicità e manuali di auto-aiuto… Il catalogo è ampio – e, va detto, non tutto è risibile. Però il rumore di fondo di questo spirito del tempo sta tutto in una massima, ripetuta come un mantra: non puoi amare gli altri se non ami te stesso. È interessante come questa indicazione sia in fondo un ribaltamento del precetto della tradizione cristiana: il secondo comandamento, «Amerai il prossimo tuo come te stesso», aveva come presupposto implicito che ognuno si amasse già, senza bisogno di incoraggiamento. Del resto anche l’intera storia della filosofia occidentale ha lungamente discusso partendo dal presupposto che gli esseri umani siano essenzialmente egoisti, ovvero che si amino già abbastanza e che agiscano di conseguenza per soddisfare i propri bisogni e desideri. Per questo si è pensato per secoli che per vivere una vita virtuosa e felice fosse necessario liberarsi da questo egoismo di fondo. Oggi al contrario siamo perseguitati dall’amore per se stessi. Così perlomeno ci dice il filosofo inglese Simon Blackburn nel suo bel libro Specchio delle mie brame. Pregi e difetti del narcisismo. In questa lettura godibilissima – il grande pregio degli anglosassoni: saper fare divulgazione, quella vera, quella cioè capace di discutere temi complessi con semplicità – Blackburn si guarda bene dall’affrontare il tema del narcisismo sotto lenti che non ha lungamente lucidato. Certo, utilizza il mito, le religioni, la psicologia, ma la sua riflessione è di ordine morale; e ironicamente lo annuncia lui stesso nelle prime pagine quando scrive: «Questo saggio è quindi ciò che il grande filosofo tedesco Immanuel Kant, che non si lasciava intimorire dai titoli grandiosi, avrebbe definito un esercizio di antropologia pragmatica». Ecco allora scorrere fra queste pagine Aristotele e Platone, poi Adam Smith, David Hume e Kant, via via fino a Rousseau e Iris Murdoch: l’intento è quello di mostrare alcuni concetti molto complessi come quelli di orgoglio, vanità, autostima, ovvero la linfa del narcisismo, che quando si presentano mettono alla prova le certezze morali di ogni individuo. Anche perché hanno a che fare con la vergogna e l’imbarazzo, il risentimento e l’indignazione: emozioni che si sono sempre manifestate ma che nel mondo moderno hanno più vigore di quanto non sia mai stato in passato. Ma non sono solo questo, perché una buona dose di amor proprio è fondamentale, aiuta, è l’umanissima cura dell’«io». Il punto di partenza di Blackburn potrà sembrare frivolo: ovvero lo slogan della grande azienda di cosmetici L’Oréal: «perché io valgo». Ragionando su questo slogan altezzoso – e sulle sue varianti successive: «perché voi valete» e «perché tu vali» – l’autore trova la chiave per leggere l’ossessione contemporanea verso l’idea e l’immagine di sé. Perché se da un lato è innegabile che l’«io» è al centro della moralità (e della valutazione morale che ognuno ha di se stesso), dall’altro lato è anche la fonte di attitudini considerate comunemente immorali: egoismo, vanità, arroganza, avidità e invidia. In questo gioco di equilibri complessi, dove non ci sono ricette definitive, si gioca tutto il libro – per esplicita ammissione dell’autore, che non vuol dare una soluzione al problema bensì mostrarne gli aspetti più controversi. È un bene una certa dose di considerazione di sé; è un male quando questa diventa un alibi per comportamenti ignobili. I quali di certo non mancano: sono cristalline le pagine dedicate ad alcuni politici inglesi e americani (cita la Thatcher, George Bush jr. e Tony Blair, ma noi italiani in questo siamo un laboratorio impareggiabile) che con i loro paraocchi narcisistici hanno saccheggiato le società che governavano. Per non dire della cultura dell’avidità che domina nei colossi dell’economia e che ha legittimato le crescenti diseguaglianze, rifiutando la reciprocità umana e mercificando le persone, diventando così l’ostacolo principale del rispetto e della compassione, di uno sviluppo etico e collettivo. Con un registro autoironico, capace di passare dai classici del pensiero ai selfie e al disprezzabile narcisismo di molti personaggi pubblici, Blackburn riesce nel tentativo di orientare, di fornire le basi per la costruzione di quella bussola morale che il nostro tempo sembra aver smarrito. Il mito ci insegna che Narciso si innamorò della propria immagine riflessa nell’acqua, e che la ninfa Eco (condannata da Giunone a poter ripetere soltanto le ultime sillabe che le venivano dette) si consumò per amore riducendosi a quella flebile voce ossessiva che sentiamo fra le rocce. Ecco, la sfida oggi è quella di trovare l’equilibrio fra Narciso ed Eco: né così innamorati di noi stessi da non considerare più l’altro, né così poco attenti a se stessi da dissolversi in esso.

Al cervello piace leggere i libri (ma anche ascoltarli). Pubblicato martedì, 12 novembre 2019 da Corriere.it. Leggere un testo per conto proprio o ascoltarlo dalla viva voce di un lettore attiva le stesse aree cerebrali, generando un’esperienza emotiva e cognitiva molto simile. La prova di questa sovrapponibilità di esperienze viene da una ricerca pubblicata sulla rivista The Journal of Neuroscience da parte di un gruppo di neuroscienziati californiani guidati da Fatma Deniz. Molto accurata la metodologia utilizzata dai ricercatori per il confronto tra ascolto e lettura: sono state fatte rilevazioni tramite la Risonanza magnetica funzionale cerebrale su volontari che stavano ascoltando un episodio di The Moth Radio Hour, un sito Internet nel quale di volta in volta uno speaker racconta una breve storia autobiografica; gli stessi testi sono stati poi trascritti e letti direttamente dai volontari sempre mentre erano sotto Risonanza magnetica funzionale. Per rendere l’esperienza quanto più possibile confrontabile, il tempo della lettura individuale è stato governato elettronicamente in modo da corrispondere a quello dell’ascolto. «Gli esseri umani possono comprendere il significato delle parole sia espresse verbalmente, sia rappresentate in linguaggio scritto» dicono gli autori della ricerca. «È quindi importante capire la relazione esistente tra le rappresentazioni cerebrali generate da testi parlati o testi scritti. Nella nostra ricerca abbiamo mostrato che, sebbene la rappresentazione delle informazioni semantiche nel cervello umano sia alquanto complessa, quella evocata dall’ascolto e dalla lettura sono pressoché identiche». Individuate dai ricercatori con precisione anche le aree cerebrali che lettura o ascolto di un testo mettono in moto, e sono davvero tante, a dimostrazione che le parole che leggiamo o ascoltiamo rappresentano uno stimolo potente. Tra le altre, si attivano la giunzione temporale parietale, il giro angolare, la corteccia premotoria superiore ventrale, l’area di Broca e il giro inferiore frontale. Come per altre funzioni cerebrali complesse, anche per la lettura o l’ascolto di un testo non esiste un unico centro di elaborazione, ma una rete che collega aree del cervello anche molto distanti le une dalle altre. Ma se l’ascolto e la lettura di un testo sono esperienze emotivamente e cognitivamente simili, allora diventa ancora più importante leggere storie ai bambini prima che imparino a leggere da soli. In un articolo pubblicato sull’American Journal of Psychology, Dominic Massaro dell’University of California di Santa Cruz ricorda un esperimento che ha monitorato lo sguardo di bambini di 4 anni — che quindi ancora non sapevano leggere — mentre erano seduti in braccio a un genitore che stava loro leggendo un libro illustrato. Vista l’età, si trattava di libri costituiti principalmente da figure attorno alle quali c’era un po’ di testo. Il classico libro per bambini molto piccoli, che gli anglosassoni chiamano picture book. Dall’esperimento è emerso che i bambini tenevano lo sguardo fisso sulle figure per il 95 per cento del loro tempo, ignorando quasi completamente le parole scritte, in qualunque posizione fossero nella pagina. Eppure, nonostante che i bambini ignorino le lettere scritte, la lettura condivisa a voce alta è importante per lo sviluppo psicologico e linguistico del bambino. Ciò avviene, oltre che per gli aspetti affettivi della condivisione della lettura, anche perché un’analisi del linguaggio usato nei libri per bambini anche molto piccoli ha mostrato che nei loro testi sono presenti parole che non farebbero comunque parte del vocabolario tipico del linguaggio che si usa in casa. «I bambini che ascoltano un picture book letto a voce alta hanno una probabilità circa tre volte superiore di fare esperienza di parole non usate nel linguaggio diretto ai bambini. Le parole trovate nell’analisi dei picture books non fanno parte neppure delle 5 mila parole più frequenti del linguaggio, e rappresentano quindi una vera sfida» conclude Massaro. L’esposizione precoce all’ascolto di parole diverse da quelle della vita di tutti i giorni ha effetti anche distanza, come hanno dimostrato altre ricerche. Si sa infatti che quanto più precocemente una parola viene ascoltata e riascoltata da bambini, tanto più essa tenderà a entrare stabilmente nel vocabolario personale e durante la vita adulta sarà utilizzata con maggiore appropriatezza rispetto a chi l’avrà incontrata più avanti nel tempo.

Fabio Sindici per “la Stampa” il 19 novembre 2019. Non chiamatelo emozione. Francesco Bianchi-Demicheli, neurobiologo e sessuologo - ha una cattedra in sessuologia clinica all' Università di Ginevra - detesta le semplificazioni, quando si parla d'amore. L'amore è la sua specialità. Nelle diverse coniugazioni, dal desiderio degli amanti all' attaccamento tra genitori e prole, dall' affetto per gli amici all' amore romantico. Fino alla disperazione, a volte patologica, per la rottura di un rapporto. «Tutto parte dal cervello - assicura -. A seconda del tipo o della fase amorosa si accendono e si spengono diverse aree dell' organo più complesso: si stabiliscono connessioni sinaptiche e i quattro sistemi nervosi che collegano il cervello ai genitali si attivano. Prima, durante e dopo l' orgasmo, poi, si shakera un cocktail ormonale: endorfine, dopamina, ossitocina, prolattina. In alternanza e con effetti diversi su uomini e donne. Ma il gioco mentale e fisico va oltre il rapporto sessuale. L'amore agisce a lungo termine e in modo positivo e negativo. È lo stato più sofisticato che l' organismo sperimenti». Abbiamo le immagini di risonanza magnetica al riguardo, elaborate in meta-analisi. Cominciamo ad addentrarci nei labirinti neuronali, ma siamo ancora alla ricerca del filo d' Arianna. Bianchi-Demicheli è nel comitato scientifico della mostra «De L'amour» (Sull' amore), al Palais de la Découverte di Parigi: un percorso, tra ludico ed educativo, attraverso il corpo durante le bonacce e le tempeste del sentimento più complicato. Non è facile ricomporre il puzzle del cervello in amore. L'amigdala, il «cervello primitivo», gioca una parte importante nella nascita del desiderio, nella reazione agli stimoli sessuali e nella scelta del partner. «Se negli uomini hanno più importanza gli stimoli visivi, nelle donne, invece, la memoria e i dettagli degli atteggiamenti del futuro amante sembrano predominare». Nell' amplesso e nell'orgasmo l'amigdala sugli scan si spegne, come se il cervello togliesse i campanelli d'allarme che risvegliano la paura. «Bisogna stare attenti a non sovrainterpretare, però. L'amigdala - con la corteccia prefrontale ventromediale - apparentemente si prende una vacanza, ma potrebbe lavorare in un network. Il cervello è molto plastico durante l'amore». Probabilmente anche quando labbra ed epidermidi si congiungono, ci sono processi inibitori in aree dei lobi temporali, almeno fino all' orgasmo. «Bisogna fare attenzione a non identificare l'amore con il sesso e l' orgasmo. C' è altro. Nel desiderio sessuale è attiva l' insula posteriore. Nello stato amoroso tocca a quella anteriore. E ci troviamo nel campo del pensiero astratto. La stessa insula, nell' orgasmo, si accende a sinistra, nell' amore materno a destra. È l' area legata agli stati di estasi mistica e felicità creativa. Ne hanno fatto esperienza santi e scrittori. Non è più sufficiente parlare di endorfine, si può comprendere con l' idea di rete. La plasticità del cervello, infatti, aumenta durante lo stato amoroso e vengono prodotti nuovi neuroni». Siamo - sostiene il neuroscienziato - nella «théorie de l' esprit», intesa come modello per capire intuitivamente gli stati emotivi dell' altro. E gli ormai celebri neuroni a specchio hanno un ruolo? «Non ho dubbi. Pensiamo a certe coppie che sembrano capirsi senza parole. Questi neuroni sono coinvolti nell' innamoramento, come nella vita di coppia e nell' amore parentale». Eppure ci sono conflitti e «loop» ossessivi di pensiero. L' amore può diventare malattia. Dipendenza, come da una droga. Sentimenti o legami chimici? Se le aree del cervello che brillano nell' orgasmo sono le stesse sollecitate dall' eroina (un sostituto dell' affetto materno per alcuni psicologi), quelle che lampeggiano in modo inquietante nelle teste degli innamorati respinti o abbandonati le ritroviamo nelle persone in astinenza da cocaina. «Il rapporto finisce, ma il bisogno dell' altro rimane. Così si mette in moto il cortex cingolato posteriore e abbiamo rabbia, desiderio di vendetta, senso di isolamento. I farmaci antidepressivi sono in grado di tamponare, ma non di risolvere. Serve un terapeuta capace di sciogliere alcuni nodi e riallacciarne altri». Algoritmi e siti di incontri Il lato oscuro dell' amore non sempre fa la sua comparsa alla fine di un rapporto. Le chimiche dell' innamoramento, a volte, non lavorano in tandem. L' esaltazione dello spirito può diventare depressione al minimo segnale negativo: «È come se un' altra persona avesse piantato le tende nel nostro cervello», secondo una battuta di Helen Fischer, pioniera delle indagini neurologiche sull' amore. Le sue teorie sono finite negli algoritmi dei siti d' incontri. Fischer ha individuato tre sistemi di accoppiamento: il desiderio sessuale, il coinvolgimento romantico e l' attaccamento a lungo termine in una coppia. Sono percorsi che possono sovrapporsi. Bianchi-Demicheli ne aggiunge un quarto, un amore profondo e senza desiderio sessuale che somiglia all' amore platonico. «È come un navigatore mentale». Produce immagini felici. Il filosofo Arthur Schopenhauer, che rispettava l' amore alla stregua di un uragano, lo riteneva un inganno potente con la finalità della continuazione della specie. Sembra, a guardare nel cervello, che la «truffa» sia molto più complicata e sfuggente. E geniale.

Ma davvero la psicoanalisi è inutile come l'omeopatia? Inaffidabile. Illusoria. Piena di ombre fin dalla sua fondazione. Corbellini, colonna della battaglia contro le "pseudoscienze", spiega perché la terapia ideata da Freud merita la stessa diffidenza delle altre terapie antiscientifiche. E va quindi bandita dalle aule universitarie. Angiola Codacci-Pisanelli il 12 novembre 2019 su La Repubblica. La sfida arriva con un articolo che denuncia "una deriva sempre più grave" con cui "le università tradiscono se stesse": colpa di corsi e master che aprono le aule a pseudoscienze come biodinamica, omeopatia e agopuntura. Andando più avanti nella lettura della denuncia firmata per "La Stampa" da due colonne della battaglia contro le "pseudoscienze", il biologo Enrico Bucci e lo storico della scienza Gilberto Corbellini, si scopre però che accanto ai bersagli tradizionali dei paladini della ricerca scientifica impegnati contro la marea montante di "negazionisti" di ogni genere - un esercito colorito ma non innocuo che va dai "no vax" ai terrapiattisti - c'è anche la psicoanalisi. Cioè una pratica di "terapia della parola" usata anche da chi non avrebbe mai l'idea di sostituire farmaci chimici con zuccherini omeopatici, o antidolorifici con aghi cinesi.Una condanna eccessiva? Ne abbiamo parlato con Corbellini, professore di bioetica all'università di Roma La Sapienza, che ai pericoli della deriva antiscientifica ha dedicato il suo libro più recente, “Nel paese della pseudoscienza. Perché i pregiudizi minacciano la nostra libertà" (Feltrinelli). Corbellini in questa intervista entra nel dettaglio delle accuse. E conferma: «Se usata per curare malattie mentali, la psicoanalisi è come omeopatia e agopuntura. Se parliamo di psicoanalisi come filosofia umanistica, nessuno problema. Usare soldi pubblici per insegnarla come fosse una branca della medicina o della psicologia clinica lo trovo disonesto».

Nell'articolo che denuncia la resa dell'università italiana alle pseudoscienze si parla di «corsi di omeopatia, biodinamica, agopuntura, medicina tradizionale cinese e psicoanalisi». Fa effetto vedere messa sullo stesso piano una pratica molto diffusa, che ha aiutato molte persone ad affrontare problemi esistenziali gravi. Non è esagerato metterla in quell’elenco?

«Non è esagerato a mio modo di vedere. Se mi permette una battuta cattiva, la psicoanalisi è “il passato di un’illusione”. Le religioni sono anche più “diffuse” della psicoanalisi e portano un sollievo psicologico a molti. Ma non concludiamo per questo che sia vero quello che predicano. Non voglio essere frainteso: quando studiavo filosofia all’università, ho letto parecchia psicoanalisi. Ma mi era chiaro che con la scienza o la medicina non aveva niente a che vedere».

Nell’articolo citate corsi e master in agopuntura, omeopatia, biodinamica. E la psicoanalisi?

«Ci sono corsi, seminari e laboratori nei dipartimenti umanistici. E questo ok. Negli Ottanta/Novanta la psicoanalisi è diventata uno dei principali argomenti del pensiero postmoderno, relativista e costruttivista (critical studies). Ma ci sono corsi e attività elettive nei corsi di psicologia clinica, la psicoanalisi è insegnata nei corsi di psicologia dinamica e nelle scuole di specializzazione in psicoterapia. Questa pratica si diffonde attraverso scuole che abilitano al trattamento psicoterapico, con dei limiti se non si è laureati in medicina».

Cosa porta a giudicare la psicoanalisi una "pseudoscienza"? Solo il fatto che “non è falsificabile”?

«La non falsificabilità non è un concetto banale. Perché se io le dico che dalla parte opposta del Sole c’è in pianeta identico alla Terra, che non si può rilevare in alcun modo con le attuali conoscenze, che influenza il nostro cervello, ma che se lei ascolta i miei racconti e ci crede col tempo troverà al proprio interno la verità o la serenità, le sto sottoponendo una teoria non falsificabile e intanto la manipolo e forse la faccio anche stare meglio… Ma la sto ingannando. Comunque non c’è solo il problema della falsificazione: manca qualunque prova diretta o indiretta delle ipotesi e pratiche su cui si basa la psicoanalisi. Non esiste un solo trial clinico che provi l’efficacia della psicoanalisi: peraltro sarebbe impossibile farlo. La crisi della psicoanalisi nel mondo psichiatrico è iniziata quando, negli anni Ottanta, le neuroscienze hanno aperto nuove finestre sul cervello con l’obiettivo di spiegare anche le malattie mentali. In quegli anni anche il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders abbandonava i suoi originari contenuti psicodinamici. La psichiatria tornava a riferirsi al cervello o a sintomi e comportamemti osservabili piuttosto che a una vaga “psiche”. E sono arrivati libri di storici che hanno demolito anche Freud come quello di Frank Sulloway, "Freud, biologo della psiche” (Feltrinelli 1982), dove si dimostra che Freud era lontano anni luce dalla scienza ed era uno spregiudicato manipolatore di idee. È stato un interessante filosofo morale, oserei dire».

Nel libro "Freud Was a Fraud: A Triumph of Pseudoscience”, Frederick Crews elenca molti difetti dei casi raccontati dal padre della psicoanalisi. Ma basta questo a far crollare il valore della sua intera opera?

«Basta e avanza. Non c’è niente, davvero niente, che vada oltre le chiacchiere, nella psicoanalisi. La metapsicologia (Io-Es-Super Io) è aria fritta, così come la dottrina delle pulsioni, della repressione, della rimozione... Lo sviluppo infantile con le fasi orale, anale, genitale, oggi fa ridere. La riflessione di un influente psicoanalista statunitense la vede in via di estinzione anche come pratica di cura. Certo, ci sono stati anche sviluppi interessanti e clinicamente utili, scaturiti dalla psicoanalisi, come gli studi di Bolwby sull’attaccamento. Ma è un altro discorso».

Le altre pseudoscienze che lei combatte si propongono di sostituire una scienza, con risultati potenzialmente molto pericolosi. Pensa che chi si affida alla psicoanalisi corra lo stesso pericolo? Che si sieda sul lettino dell’analista per patologie che richiederebbero l'intervento dello psichiatra?

«Oggi non si corrono troppi pericoli se lo pscoanalista è onesto e non abusa delle fragilità del paziente. Gli psicoanalisti ci stanno di norma attenti. Come gli omeopati, che se non sono stupidi danno gli antibiotici quando servono. Ma quanti depressi gravi, in passato, si sono suicidati e quanti psicotici, ossessivi eccetera hanno fatto del male a sé stessi e ad altri, perché degli psicoanalisti si ostinavano a volerli aiutare solo la parola e una cartografia falsa della mente!»

Spesso però è proprio lo psichiatra che consiglia al paziente di affiancare o di sostituire (alla fine di una cura farmacologica) la psicoanalisi. Cosa pensa di queste alleanze tra psichiatri e psicoanalisti?

«Dipende dalle malattie di cui parliamo - i disturbi mentali non sono tutti uguali e nessuno dice che parlare non possa essere d’aiuto - e dai motivi per cui il paziente viene indirizzato all'analista. Ma mi chiedo: perché lo psichiatra usa quel particolare psicoterapeuta? Io non sto dicendo che le psicoterapie psicodinamiche non funzionano, in assoluto, ma che se qualcosa fanno non è in ragione delle spiegazioni psicoanalitiche. L’unica variabile correlata con una qualche efficacia delle psicoterapie psicodinamiche è il profilo personale del terapeuta. Non la teoria. Si tratta di effetto placebo».

Alcune forme di psicoterapia sono considerate scientifiche. Si tratta però di quella psicoterapia cognitivo comportamentale che dopo essere “andata di moda” per qualche anno, è ora accusata di superficialità: cura il sintomo ma non la causa dei disturbi.

«Esatto. Ma tutta la psichiatria, praticamente, tratta, con alcuni farmaci o psicoterapie e per alcune malattie in alcuni pazienti, il sintomo e non la causa. Gli psichiatri quasi mai conoscono la causa a livello biochimico/cellulare o anche a livello di lesioni funzionali del cervello che producano prevedibili deragliamenti mentali».

Il rapporto con le neuroscienze può aprire una porta a una “nuova” psicoanalisi, realmente scientifica? «Dipende dalle scuole di pensiero: per esempio penso che i lacaniani siano irrecuperabili. Quello che i neuroscienziati chiedono alla psicoanalisi - e penso al premio Nobel Eric Kandel - è di abbandonare l’impianto teorico, indifendibile, e usare la terapia della parola spiegandone eventuali effetti in un altro modo, che abbia senso biologicamente. Ma in questo modo che cosa resta, mi chiedo, della psicoanalisi?»

Bollare la psicoanalisi come pseudoscienza non rischia di favorire la deriva che porta a considerare per le malattie mentali solo cure farmaceutiche e non “di parola”? Vedo un doppio rischio: da una parte spinge chi ha una malattia mentale o una forma di “male di vivere” a una diffidenza eccessiva, dall’altro porta acqua al mulino dei “manicomi chimici”...

«Trovo curioso dire che se bolliamo la psicoanalisi come pseudoscienza scivoliamo verso cure solo farmacologiche. E se la psicoanalisi fosse davvero una pseudoscienza e le cure farmacologiche funzionassero davvero? Dovremmo almeno provare a essere neutrali, in partenza. Se applichiamo alla psicoanalisi intesa cura i criteri che definiscono una pratica clinica scientifica, questa non lo è. È pseudoscienza. Inoltre dovremmo ricordare le sofferenze dei malati di mente prima degli psicofarmaci, che hanno portato al superamento dei manicomi e delle camicie di forza. Se sono migliorati i trattamenti di alcune malattie mentali e le condizioni dei malati non è stato per merito della psicoanalisi. Questo è sicuro. Il problema non sono gli psicofarmaci ma l’assenza al momento di modelli biologici delle malattie mentali, per sviluppare terapie efficaci e mirate».

«Con la psicoanalisi curiamo la sofferenza: i pazienti lo sanno, chi la critica no». La presidente della Società Psicoanalitica Italiana risponde alla polemica sulla "psuedoscienza" lanciata da Gilberto Corbellini. E ricorda gli studi e le ricerche che ne fanno una disciplina indispensabile. Anna Maria Nicolò il 18 novembre 2019 su La Repubblica. Leggere quanto dice il professor Corbellini  fa venire molti dubbi intorno a quale sia la sua idea di psicoanalisi. Sembra riferirsi ad una filosofia che è rimasta ferma alla sua origine. Per molti di noi, medici, psichiatri, neuropsichiatri infantili, psicologi, la psicoanalisi è una scienza in movimento. Ormai sono moltissime le ricerche sull’efficacia della psicoanalisi. In Germania, M. Leuzinger Bohleber ha mostrato l’efficacia dell’orientamento psicoanalitico nel trattamento della depressione e questo ha indotto lo stato tedesco a finanziare al paziente 300 sedute di psicoanalisi.

Il dialogo tra psicoanalisi, neuroscienze e infant research..

Kandel affermava, nel 1999, che la psicoanalisi “è la visione della mente più coerente soddisfacente oggi disponibile”. Molti neuroscienziati, da Northoff a Gallese dialogano oggi con la psicoanalisi. Freud stesso era in origine un neurobiologo. Una delle frontiere della ricerca in proposito riguarda gli studi sulla memoria, sul sogno, sui vari tipi di inconscio. A Mauro Mancia, psicoanalista e neuro scienziato, tra gli altri, si devono gli studi sulla memoria implicita e sull’inconscio non rimosso, Tra di essi possiamo annoverare le tracce di quelle esperienze o di quei traumi che abbiamo depositato fin dall’inizio nei primi 3 anni, che non ricordiamo, ma che influenzano la nostra vita. Freud stesso l’aveva intuito. Non possiamo poi dimenticare gli studi sull’Infant Research e sulla Psicologia dello sviluppo. Le osservazioni sulle prime relazioni madre- bambino, sulle dinamiche genitoriali e co-genitoriali nell’allevamento, per non parlare di tutti gli studi dalla gravidanza all’adolescenza, fatti, tra gli altri ,da Winnicott , Fonagy e l’italiano Ammaniti, costituiscono il cuore di questo approccio. Fa molto bene Corbellini a citare Bowlby, il padre degli studi sull’attaccamento che, guarda caso, era uno psicoanalista inglese. Ma come mai Corbellini non cita le ricerche che hanno influenzato decisamente non solo la psicologia, ma perfino la nostra vita quotidiana? Farò uno tra mille esempi: la cura data alla gravidanza, alla depressione post partum, la scoperta dell’oggetto transizionale (winnicott),e cioè del legame specifico che esiste tra il bambino piccolo e , ad esempio,il suo orsacchiotto che rappresenta nello stesso tempo il suo possesso e il suo legame con l’altro da sé, il mondo esterno. Quello che invece accade alla psicoanalisi è il continuo furto delle sue idee e delle sue acquisizioni.

Ma la psicoanalisi è una pseudoscienza? Un tema sempre vivo resta il problema dello statuto epistemologico della psicoanalisi, se essa può essere considerata una scienza, sia pure diversa dalle scienze dure, oppure deve essere considerata una scienza umanitaria ,come la letteratura o la filosofia. Posizioni così radicalizzate non tengono conto di come sia cambiato il modo stesso di concepire la scienza , di come la valutazione al proposito è spesso soggettiva ,mentre la crescita in campo scientifico si deve a fattori che hanno poco a che fare con la quantificazione. Ci siamo forse dimenticati che a proposito di purezza della scienza, nel 1927, fu dato il premio Nobel al medico austriaco Wagner-Juaregg per la sua cura dei disturbi mentali che utilizzava crisi indotte di malaria. I pazienti spessissimo morivano. Non dobbiamo confondere la mente, la psiche, la sua complessità e ricchezza con un organo o con una macchina. Resto perciò stupita dal fatto che in modo diffamatorio Corbellini annoveri la psicoanalisi assieme all’omeopatia e all’agopuntura. Sembra che egli valuti come vero e reale solo ciò che si tocca o si guarda con gli occhi del corpo. Con quale termometro possiamo misurare le angosce dei nostri pazienti negli ambulatori, negli ospedali nelle comunità terapeutiche ? Certo, essendo medico e neuropsichiatra infantile, oltre che psicoanalista, non mi sento autorizzata a discutere di filosofia, se non superficialmente, e d’altronde penso che sia difficile per un filosofo o uno storico discutere appropriatamente di un approccio terapeutico, visto che non si è trovato mai davanti alla sofferenza di un paziente, alla responsabilità della sua cura. Bisogna essere in possesso di strumenti specifici per una valutazione obiettiva. Purtroppo certe affermazioni scandalistiche possono anche produrre danno a persone sofferenti o fragili.

L’essere umano non è una macchina. Dobbiamo usare per la malattia mentale lo stesso metro che useremmo per una polmonite batterica? .La ricerca empirica, nel campo della relazione umana, ha limiti connessi con la complessità del campo di studio che dovrebbe valutare , con la molteplicità infinita dei dati consci e inconsci presenti nella persona, e fa fatica a sintonizzarsi con la profondità dei livelli di funzionamento mentale della psiche. Esiste la specificità di ogni persona che si rivolge a noi e che proprio per la peculiarità del lavoro analitico non può essere semplificata in un sintomo, come invece può fare il medico che studia l’infezione batterica e l’antibiotico specifico. Infine la funzione terapeutica dell’analisi è collegata alla relazione con la stessa persona dell’analista ed è per questo motivo che l’analista serio ha una lunga formazione professionale fatta per molti anni dalla sua stessa analisi personale e da supervisioni di casi e seminari.

Quale è il bisogno che anima i detrattori della psicoanalisi? Aspetti economici probabilmente spingono a mettere in discussione questa disciplina. Ad esempio, lo psicoanalista, pur usandoli se necessario, riduce con il suo intervento l’uso dei farmaci. La nostra cultura si basa sulla semplificazione e su un tempo accelerato e questo rende difficile accettare un trattamento psicoanalitico. Più facile far credere che in 10 sedute puoi apprendere le manovre con cui superare una fobia o una difficoltà sessuale. Il paziente non si sente rimesso in discussione e crede di mantenere il controllo su sé stesso , senza dipendere da nessuno. Ma cosa succederà dopo, quando sarà svanita la suggestione e le angosce sottostanti si saranno ripresentate ? Cambiare una persona non è un’operazione magica, necessita di tempo. Ricerche prodotte da molti gruppi tra cui il Columbia Center Research o la Menninger clinic ,per citarne solo due, mostrano come i trattamenti analitici conseguono risultati più stabili e duraturi nel tempo e inducono miglioramenti rilevanti o una maggiore capacità di gestire i conflitti. Un lavoro psicoanalitico non è un processo semplicistico. In genere non è neppure un lavoro facile da riportare sul giornale o alla televisione, non serve a catturare audience, a impressionare il pubblico. Sulle pagine dei giornali fa sempre effetto un vigoroso attacco alla Psicoanalisi . Incuriosisce il lettore , lo spinge a leggere l’articolo o il libro che contiene queste accuse . Al contrario Il nostro intento è curare la sofferenza e uno degli obiettivi di una buona analisi è la ricerca della verità, non dell’immagine.

Cosa succede  al cervello durante la meditazione. Pubblicato domenica, 20 ottobre 2019 su Corriere.it da Danilo di Diodoro. È una forma strutturata di silenzio: l’assenza di rumore permette alla nostra «materia grigia» di modificarsi, gestire le emozioni e potenziare la memoria. Rumore e silenzio, croce e delizia delle orecchie, ma anche del cervello. E se quasi tutti cercano di sfuggire i rumori molesti, più articolato è il rapporto con il silenzio, che mette a confronto con se stessi e con gli altri, e forse per questo è talora temuto e rifuggito. Ma il silenzio svolge anche un importante ruolo di modulazione sul cervello, alterandone il funzionamento e la struttura, a causa della cosiddetta plasticità cerebrale, la capacità del cervello di modificarsi e adattarsi in relazione a richieste funzionali provenienti dall’ambiente interno ed esterno. A tal fine sono state molto studiate le tecniche di rilassamento, tra cui la meditazione, che può essere considerata una forma strutturata di silenzio. «Vari studi hanno dimostrato che la meditazione può produrre cambiamenti anche duraturi nell’architettura cerebrale, soprattutto se ripetuta regolarmente e per lunghi periodi di tempo» dice Filippo Carducci, responsabile del Laboratorio di neuroimmagini del Dipartimento di fisiologia e farmacologia dell’Università La Sapienza, di Roma, relatore al convegno Icons «Neurofisiologia del Silenzio», organizzato dalla Fondazione Patrizio Paoletti, tenutosi dal 26 al 28 luglio nel Monastero di San Biagio a Nocera Umbra. «Questi cambiamenti includono il potenziamento di attenzione, memoria di lavoro e creatività, una migliore gestione delle emozioni, un incremento del comportamento pro sociale. La pratica della meditazione migliora inoltre il senso generale di benessere, riduce i sintomi di ansia e depressione e migliora il funzionamento del sistema immunitario». Studi realizzati con la risonanza magnetica, hanno evidenziato la meditazione che può modificare l’attività di due network cerebrali antagonisti: il Default Mode Network (Dmn) e il Task Positive Network(Tpn). «Il Dmn è in funzione quando siamo in condizione di riposo mentale ed è costituito da corteccia prefrontale mediale, corteccia cingolata posteriore, ippocampo e amigdala» spiega Carducci. «Un’attività regolata di questo network riduce gli stati di insoddisfazione associati al vagare della mente e a processi di ruminazione mentale, e crea uno spazio di lavoro cosciente dove pianificare attività future anche sulla base di eventi passati significativi. Il Tpn è invece deputato allo svolgimento di processi che richiedono controllo ed è in grado di dirigere la nostra attenzione consapevole sia verso l’ambiente esterno che verso stati interni. Il Tpn comprende corteccia prefrontale laterale, corteccia cingolata anteriore, insula e corteccia somatosensoriale. La meditazione è associata a un’aumentata attività del Tpn e, conseguentemente, a una diminuzione dell’attività del Dmn. Si tratta di un effetto molto importante in quanto è dimostrato che un aumento dell’attività del Tpn migliora l’attenzione e le prestazioni della memoria di lavoro, mentre un’attività bilanciata del Dmn è associata a un miglioramento delle prestazioni cognitive e a un aumento del benessere» Secondo quanto riportato da Kishore Deepak del Department of physiology dell’All India Institute of medical science di New Delhi, in India, autore di un articolo su Progress in Brain Research, chi entra in uno stato di rilassamento psicofisico riesce a contenere l’attività spontanea del Dmn, fino a creare una condizione di silenzio interiore, che paradossalmente corrisponde a un incremento delle capacità cognitive. Tanto che, così come spesso si ricorre a una pausa caffè per recuperare energie psichiche troppo spremute, Deepak suggerisce di ricorrere anche a pause meditative, durante le quali il silenzio esteriore e interiore potrebbe fungere da momento di ricarica. Da un punto di vista biologico, la pausa meditativa sembra indurre una riduzione nel livello di alcune citochine, come l’interleuchina-1, nota per rappresentare un ostacolo naturale al buon funzionamento delle capacità cognitive. «Viviamo in una società densa di sollecitazioni, e il rumore permea tutta la nostra vita» dice Patrizio Paoletti, organizzatore, in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma e l’Haifa University israeliana, del convegno sul silenzio. «Ma il silenzio ha un valore per l’umanità e può aiutare l’uomo a conoscere se stesso e a raggiungere uno stato di benessere. Avere accesso a questo spazio interiore, che da millenni chiamiamo vuoto, può migliorare la qualità della nostra vita. La pratica del silenzio influisce positivamente sulla concentrazione, sulla capacità di tollerare i disagi, sulla creatività, sulle emozioni, sull’empatia, sul rapporto dell’individuo con il proprio corpo e con l’ambiente». La tendenza naturale della mente a vagare e quindi a riempire il vuoto che potrebbe crearsi in assenza di pensieri è la conseguenza del fatto che il cervello ha una tendenza proattiva, cerca sempre di anticipare il futuro e prepararsi per quello che potrebbe arrivare. «In conseguenza di ciò, il cervello non è mai passivo, raramente si lascia sorprendere» ha detto a Corriere Salute Moshe Bar del Gonda Multidisciplinary Brain Research Center dell’Università di Bar Ilan, in Israele, relatore al convegno. «Questa tendenza a pianificare e prepararsi è vantaggiosa per molti aspetti della vita quotidiana, ma allo stesso tempo è anche un ostacolo per godersi il presente. Una mente silenziosa potrebbe dipendere meno dalla memoria e più dalle sensazioni attuali, meno dalle aspettative e più dalle meraviglie davanti a noi. È importante distinguere tra i contesti nei quali è meglio avere una mente silenziosa e quelli nei quali è preferibile una mente proattiva».

·         Così la Cia creò l’Lsd (per controllare le menti).

Massimo Gaggi per Corriere.it il 14 settembre 2019. La Seconda guerra mondiale è finita da pochi anni. L’Europa, ancora distrutta, è spaccata in due. L’Unione Sovietica, ormai potenza nucleare, fa paura. L’America continua a vivere nel terrore anche quando doma il maccartismo e mette fine alla «caccia alle streghe». È l’alba della Guerra fredda e la Cia, convinta che gli scienziati russi stiano cercando di trasformare l’essere umano in un’arma controllando la sua mente e attribuendogli una nuova personalità, decide di giocare d’anticipo affidando a un brillante chimico, Sidney Gottlieb, un progetto che ha gli stessi obiettivi: scoprire se è possibile sopprimere il carattere di un individuo sostituendolo con un altro creato artificialmente. Gottlieb, un uomo inquieto, scosso da pulsioni etiche che lo spingono a rifiutare la religione ebraica, quella della sua famiglia, per battere altre strade, dall’agnosticismo al buddismo zen, accetta di guidare un programma segreto che lo porterà a usare molti uomini come cavie (alcuni moriranno, altri impazziranno) convinto che, per quanto alto, questo sia un prezzo che vale la pena pagare per difendere la libertà dell’America e dell’Occidente. Ottenuta carta bianca e molti soldi, privo di controlli, Gottlieb investe 240 mila dollari nell’acquisto di tutte le scorte di una nuova droga, l’Lsd, che trova in giro per il mondo. Può essere la materia prima per trasformare la personalità: il chimico decide di sottrarla ai russi (e alla Cina di Mao, ancora isolata ma già temuta). Inizia, invece, a sperimentare lui l’Lsd: prima in centri di detenzione sotto controllo americano in Germania, Giappone e nelle Filippine. Serve a tenere i test lontani da occhi Usa indiscreti, ma anche a ottenere l’aiuto di medici e chimici nazisti: la Cia usa i dati degli esperimenti fatti nei campi di concentramento tedeschi e giapponesi. Anche i metodi ricordano quelli degli abissi del dottor Mengele, l’«angelo della morte»: detenuti non protetti (spie nemiche, assassini psicopatici) torturati e drogati per misurare fino a che punto può arrivare la resistenza della mente umana. Poi Gottlieb trasferisce, in modo meno cruento, i suoi esperimenti negli Stati Uniti: distribuisce l’Lsd a penitenziari e ospedali psichiatrici per esperimenti di varia intensità. Questa storia agghiacciante della quale rimangono poche tracce (gli archivi del programma, chiamato MK-Ultra, furono distrutti quando Gottlieb lasciò la Cia) non è inedita: alla fine degli anni Settanta il caso venne fuori durante le indagini del Congresso sulle attività clandestine dell’intelligence Usa. Ormai sepolto da decenni, riemerge ora nella ricostruzione di un giornalista, Stephen Kinzer, che, dopo anni di ricerche, ha appena pubblicato Poisoner in Chief (avvelenatore capo), un libro nel quale ricostruisce questa pagina tragica della storia americana. Tragica e paradossale: il programma che la Cia aveva ideato per cercare di mettere sotto controllo l’umanità finì, invece, per alimentare involontariamente la ribellione generazionale della controcultura californiana degli anni Sessanta e Settanta: gli hippy e i tanti giovani che cercavano la libertà nella droga. L’Lsd di Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, veniva da un esperimento sponsorizzato dalla Cia. E anche la droga di Robert Hunter dei Grateful Dead o quella di Allen Ginsberg, il poeta della beat generation e dell’Lsd, arrivò, indirettamente, dai massicci acquisti dell’intelligence. Ormai consapevole di poter distruggere una mente, ma di non poterne creare un’altra, Gottlieb, che per i servizi segreti produsse anche veleni — regali tossici per Fidel Castro, un fazzoletto avvelenato per uccidere un colonnello iracheno, una freccia avvelenata per eliminare un leader congolese, tutti attentati falliti — si ritirò nel 1972 quando andarono via i capi della Cia che lo avevano coperto. Passò i suoi ultimi anni creando comuni dedite alle danze folk e alla pastorizia e facendo il filantropo: gestore di un lebbrosario in India e poi a fianco dei malati terminali in un hospice.

Così la Cia creò l’Lsd (per controllare le menti). L’intelligence Usa usò la droga per condurre test su detenuti, spie e psicopatici. Senza volerlo contribuì alla rivolta generazionale anni '60. Pubblicato mercoledì, 11 settembre 2019 Massimo Gaggi su Corriere.it. La Seconda guerra mondiale è finita da pochi anni. L’Europa, ancora distrutta, è spaccata in due. L’Unione Sovietica, ormai potenza nucleare, fa paura. L’America continua a vivere nel terrore anche quando doma il maccartismo e mette fine alla «caccia alle streghe». È l’alba della Guerra fredda e la Cia, convinta che gli scienziati russi stiano cercando di trasformare l’essere umano in un’arma controllando la sua mente e attribuendogli una nuova personalità, decide di giocare d’anticipo affidando a un brillante chimico, Sidney Gottlieb, un progetto che ha gli stessi obiettivi: scoprire se è possibile sopprimere il carattere di un individuo sostituendolo con un altro creato artificialmente. Gottlieb, un uomo inquieto, scosso da pulsioni etiche che lo spingono a rifiutare la religione ebraica, quella della sua famiglia, per battere altre strade, dall’agnosticismo al buddismo zen, accetta di guidare un programma segreto che lo porterà a usare molti uomini come cavie (alcuni moriranno, altri impazziranno) convinto che, per quanto alto, questo sia un prezzo che vale la pena pagare per difendere la libertà dell’America e dell’Occidente. Ottenuta carta bianca e molti soldi, privo di controlli, Gottlieb investe 240 mila dollari nell’acquisto di tutte le scorte di una nuova droga, l’Lsd, che trova in giro per il mondo. Può essere la materia prima per trasformare la personalità: il chimico decide di sottrarla ai russi (e alla Cina di Mao, ancora isolata ma già temuta). Inizia, invece, a sperimentare lui l’Lsd: prima in centri di detenzione sotto controllo americano in Germania, Giappone e nelle Filippine. Serve a tenere i test lontani da occhi Usa indiscreti, ma anche a ottenere l’aiuto di medici e chimici nazisti: la Cia usa i dati degli esperimenti fatti nei campi di concentramento tedeschi e giapponesi. Anche i metodi ricordano quelli degli abissi del dottor Mengele, l’«angelo della morte»: detenuti non protetti (spie nemiche, assassini psicopatici) torturati e drogati per misurare fino a che punto può arrivare la resistenza della mente umana. Poi Gottlieb trasferisce, in modo meno cruento, i suoi esperimenti negli Stati Uniti: distribuisce l’Lsd a penitenziari e ospedali psichiatrici per esperimenti di varia intensità. Questa storia agghiacciante della quale rimangono poche tracce (gli archivi del programma, chiamato MK-Ultra, furono distrutti quando Gottlieb lasciò la Cia) non è inedita: alla fine degli anni Settanta il caso venne fuori durante le indagini del Congresso sulle attività clandestine dell’intelligence Usa. Ormai sepolto da decenni, riemerge ora nella ricostruzione di un giornalista, Stephen Kinzer, che, dopo anni di ricerche, ha appena pubblicato Poisoner in Chief (avvelenatore capo), un libro nel quale ricostruisce questa pagina tragica della storia americana. Tragica e paradossale: il programma che la Cia aveva ideato per cercare di mettere sotto controllo l’umanità finì, invece, per alimentare involontariamente la ribellione generazionale della controcultura californiana degli anni Sessanta e Settanta: gli hippy e i tanti giovani che cercavano la libertà nella droga. L’Lsd di Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, veniva da un esperimento sponsorizzato dalla Cia. E anche la droga di Robert Hunter dei Grateful Dead o quella di Allen Ginsberg, il poeta della beat generation e dell’Lsd, arrivò, indirettamente, dai massicci acquisti dell’intelligence. Ormai consapevole di poter distruggere una mente, ma di non poterne creare un’altra, Gottlieb, che per i servizi segreti produsse anche veleni — regali tossici per Fidel Castro, un fazzoletto avvelenato per uccidere un colonnello iracheno, una freccia avvelenata per eliminare un leader congolese, tutti attentati falliti — si ritirò nel 1972 quando andarono via i capi della Cia che lo avevano coperto. Passò i suoi ultimi anni creando comuni dedite alle danze folk e alla pastorizia e facendo il filantropo: gestore di un lebbrosario in India e poi a fianco dei malati terminali in un hospice.

Lsd, il piano segreto della Cia per creare i killer. le Iene il 12 settembre 2019. In piena guerra fredda scienziati nazisti e uomini della Cia lavorarono a un segretissimo programma di “controllo della mente”. Lo svela un libro in uscita negli Usa. Una droga che è ancora diffusa tra i giovani, come ci ha raccontato in un servizio Liza Boschin. Una droga scoperta per caso e usata dalla Cia per un segretissimo esperimento di controllo delle menti. Parliamo dell’Lsd, tra le più potenti sostanze psichedeliche al mondo. Una sostanza in grado di alterare temporaneamente la percezione e lo stato di coscienza di una persona e di generare visioni e deliri di ogni tipo. L'Lsd ha una storia che viene da lontano: è stata scoperta casualmente negli anni Quaranta, quando una goccia di una sostanza cadde sulla mano di un chimico che lavorava in Svizzera, provocandogli immediatamente allucinazioni molto forti. L’Lsd negli anni fa moltissima “strada”, fino a diventare attorno al 1970 simbolo della ribellione giovanile e della cultura hippie. Una droga che è stata usata in modo massiccio dalla Cia per condurre un esperimento di “controllo sociale” degno del medico nazista Joseph Mengele. Lo racconta il giornalista Stephen Kinzer in un libro appena uscito negli Stati Uniti, “Poisoner Chief”. Tutto nasce dalla paura americana, in piena guerra fredda, che i nemici russi stessero conducendo esperimenti affinché il controllo della mente umana possa diventare un’arma da usare. Una paura talmente forte da dover essere anticipata: il chimico Sidney Gottlieb si vede affidare dalla Cia il progetto top secret. Uno scienziato che per il suo coinvolgimento in questo programma passerà alla storia come “lo stregone nero”, in grado di ideare vari piani per assassinare il leader comunista cubano Fidel Castro. L’idea di base è semplice ma inquietante: è possibile sconvolgere la mente umana al punto di creare una personalità completamente nuova, così da utilizzare la persona come un’arma contro il nemico? Come dire, possiamo trasformare un cittadino russo da odiato nemico a prezioso collaboratore capace di fare operazioni in patria senza essere scoperto? Un esperimento, racconta il libro di Kinzer, che usa fin da subito cavie umane, alcune delle quali impazziranno davvero, fino a morire. La sperimentazione ha come strumento principale proprio l’Lsd, che era stato scoperta da pochi anni. Vengono assoldati anche ex medici che hanno lavorato nei lager nazisti. Un esperimento che all’inizio avviene lontano dagli Usa, in laboratori sparsi in giro per il mondo, dal Giappone alle Filippine. Una volta analizzati i primi effetti su poche cavie, c’è bisogno di allargare la platea degli sperimentatori. Ecco allora che la ricerca torna negli Stati Uniti, dove l’Lsd viene somministrata in dosi importanti a pazienti che non possono dire di no: malati mentali e carcerati. Uno scandalo enorme insomma, che viene alla luce alla fine degli anni ’70: molti documenti top secret però sono già stati distrutti.

Di Lsd, una droga storica mai abbandonata davvero dai consumatori e usata anche da giovanissimi, ci ha parlato Liza Boschin, nel servizio che vedete qui sotto. “Per me non è una droga ma una sostanza che ti aiuta a stare meglio con te stesso nella vita”, spiega un ragazzo che confessa di farne uso abitualmente. Liza Boschin intervista anche un vecchio hippie, che decide di provarla davanti alle nostre telecamere e di raccontare gli effetti sulla sua psiche: “Le sensazioni sono sempre diverse, ogni volta. Ora mi sta scatenando irrefrenabili fantasie sessuali”. A usarla sono anche normalissimi professionisti molto lanciati nel mondo del lavoro, come il creativo che incontriamo e che spiega di usare le “microdosi” proprio per espandere le sue percezioni ed essere più geniale in ufficio. “Il rischio però, se hai problemi non risolti e mostri dentro di te, è quello di partire per mondi che poi non sai più gestire. Mi è capitato una volta di avere un’ansia tale che se avessi avuto una pistola mi sarei sparato”.

·         Una Scossa vi Guarirà.

UNA “SCOSSA” VI GUARIRÀ. Valentina Arcovio per “la Stampa - TuttoSalute” il 13 settembre 2019. «Un anno fa mi svegliavo di notte e pensavo a quali scommesse avrei fatto il mattino seguente, ora, invece, dormo come un bambino e al risveglio penso solo a mia moglie e ai miei quattro figli». Antonio Romano, 36 anni, di Santa Maria CapuaVetere, in provincia di Caserta, ha dato una scossa alla sua vita e a quella della sua famiglia. Letteralmente. Romano è uno dei sempre più numerosi pazienti che, schiavi della dipendenza da gioco, si è rivolto al Centro Riabilitativo per le Dipendenze «La Promessa» di Roma, per sottoporsi a un innovativo trattamento che sfrutta la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva con cui curare le dipendenze. Lì approdano pazienti nella speranza di curare diverse forme di dipendenza: non solo quella dal gioco, ma dalla cocaina, dall' alcol e dal cibo. Per tre mesi i pazienti vengono sottoposti a sedute di stimolazione magnetica transcranica: sulla testa viene posto un «braccio» dotato di un magnete che emette onde a bassa frequenza, capaci di penetrare la scatola cranica e raggiungere le aree dell' encefalo legate alla dipendenza. Le onde magnetiche hanno la funzione di re-insegnare al cervello a produrre dopamina naturalmente, una capacità che la dipendenza distrugge. «Nelle persone dipendenti - spiega Fabrizio Fanella, psicologo e direttore sanitario del centro - le cellule deputate alla produzione di dopamina non funzionano più. Per questo hanno bisogno di assecondare la dipendenza: solo giocando d' azzardo, consumando cocaina o mangiando compulsivamente, a seconda quindi della dipendenza, riescono a far circolare quel neurotrasmettitore fondamentale per il benessere psicofisico». La stimolazione magnetica transcranica, quindi, aiuta a recuperare la capacità di produrre fisiologicamente la dopamina, eliminando il problema dell' astinenza. «Si tratta di una procedura sicura e indolore - garantisce Fanella -. Le sedute consistono in due applicazioni di 15 minuti, intervallate da una pausa di poco più di 30 minuti». Nelle prime due settimane il trattamento viene eseguito tutti i giorni. Poi si passa a tre volte alla settimana per 15 giorni, fino ad arrivare a due volte alla settimana, e infine si procede con sporadiche sedute di mantenimento. I risultati sono notevoli. «Dal 2016 abbiamo trattato 150 pazienti, giovani e adulti, e nella stragrande maggioranza dei casi siamo riusciti a risolvere il problema». Ora è in via di pubblicazione uno studio su 20 pazienti, condotto con il National Institute on Drug Abuse e con l' Università «Gabriele d' Annunzio» di Chieti, nell' ambito della ricerca Brain Switch. «I risultati preliminari dimostrano che la proceduta è efficace in oltre l' 80% dei casi». Antonio Romano è la prova dell' efficacia della terapia. Il trattamento è costato intorno ai 4mila euro e, almeno per il momento, non è rimborsabile dal Sistema sanitario. «Ma la speranza è che i risultati del nostro lavoro renderanno questa procedura accessibile a chi ne ha bisogno - sottolinea Fanella -. La stimolazione magnetica è e sarà il futuro per la cura delle dipendenze patologiche».

·         Una scarica elettrica per renderci pro accoglienza.

Una scarica elettrica per renderci pro accoglienza. Michael Sfaradi il 26 agosto 2019 su Nicola Porro.it. L’Aktion T4 è il nome convenzionale con cui gli storici chiamano il Programma nazista di eutanasia che, sotto responsabilità medica, prevedeva nella Germania hitleriana la soppressione di persone affette da malattie genetiche inguaribili e da portatori di handicap mentali. Cioè delle cosiddette “vite indegne di essere vissute”. La ricerca dell’uomo perfetto è sempre stata la prerogativa di tutte le dittature, di destra o di sinistra, atte a perseguire l’eliminazione di chi, secondo il regime, era un peso per la nazione. Modus operandi tipico del regime nazista o fascista, oppure di quelli comunisti con i Laogai, i famigerati campi di rieducazione cinesi, o con i Gulag sovietici. Metodi diversi per raggiungere lo stesso fine. Vi chiederete perché alla fine estate del 2019 stia scrivendo di cose che dovrebbero essere relegate nel capitolo degli orrori di tutti i libri di storia, la risposta è semplice: troppi sono i segnali che qualcosa si stia nuovamente muovendo, anche se con mezzi moderni ed estremamente tecnologici, verso lo stesso fine. Cioè creare l’uomo perfetto che pensi in maniera corretta secondo degli standard condivisi da chi ne sa di più. Sui mezzi di comunicazione, giornali o televisioni, ma anche durante seminari di giornalismo e comunicazione, ho sentito più volte ripetere che in futuro bisognerebbe dare la possibilità di votare solamente a coloro che hanno una certa cultura o titolo di studio, perché i più ignoranti non hanno, secondo alcune “menti eccelse”, una visione di insieme di come si governa il mondo. Ho sentito anche dire, soprattutto dopo il referendum britannico per la Brexit, che le persone anziane, quelle che in maggioranza si sono espressi per staccare la Gran Bretagna dalla palude europea, non dovevano votare perché non avrebbero avuto tanto futuro da vivere, mettendo fine, di fatto, non solo alla democrazia ma anche alla divina provvidenza. Alcuni mesi fa il quotidiano La Verità di Maurizio Belpietro ha dedicato un articolo a Gilberto Corbellini, dirigente del C.N.R. che in un proprio articolo pubblicato da Wired aveva proposto l’uso della ossitocina (si tratta di un ormone) per rendere gli italiani più inclini all’accoglienza e meno salviniani. Inutile dire che insulti e derisioni hanno subissato la redazione del giornale che però, non aveva poi sbagliato tanto visto che il 16 agosto, con gli italiani in ferie occupati solo a riposarsi, l’Huffingtonpost ha ospitato un articolo blog di Maddalena Marini, ricercatrice dell’Istituto Italiano di Tecnologia intitolato: “La stimolazione cerebrale non invasiva contro pregiudizi e stereotipi sociali”. La dottoressa Marini nel suo articolo ci dice: “Nel corso degli ultimi decenni, la globalizzazione ha portato a un’intensificazione degli scambi internazionali nella nostra società, favorendo su una scala senza precedenti il crescere dell’economia mondiale e la coesistenza di differenti gruppi socioculturali. Tale processo, però, oltre ad avere certamente aspetti positivi molto rilevanti per l’evoluzione della società moderna come il superamento dei confini spazio-temporali, la velocità e la circolazione delle comunicazioni, e l’arricchimento culturale, ha portato a ripercussioni e scontri a livello sociale dovuti allo scambio culturale tra civiltà e culture molto diverse tra di loro. Infatti, nonostante la nostra società sia ora popolata da individui appartenenti a diverse culture, la nostra mente riflette ancora le tracce di un’eredità evoluzionistica dove gli esseri umani vivevano in piccoli gruppi composti da individui con caratteristiche genetiche e sociali simili tra loro, portandoci tuttora a preferire le persone che sono socialmente e culturalmente “simili a noi” rispetto a quelle che “differiscono da noi”. A conferma di ciò, la ricerca scientifica ha mostrato che la nostra mente contiene stereotipi e pregiudizi che sono legati alle diverse caratteristiche sociali degli individui, quali ad esempio l’etnia, il colore della pelle, il peso, il genere, l’età, l’orientamento sessuale, politico o religioso, la disabilità e la malattia fisica o mentale”. Diciamo che questa premessa è abbastanza riduttiva della realtà, ma il problema riguarda principalmente l’idea che questa dottoressa vorrebbe realizzare, e qui c’è di che far gelare i polsi: “L’idea che sto portando avanti con la mia ricerca presso l’Istituto Italiano di Tecnologia è che questi stereotipi siano così instillati nella nostra mente che l’unico modo per cambiarli sia modificare i meccanismi biologici del cervello responsabili della generazione e controllo di tali stereotipi. In particolare, i miei studi sono volti all’utilizzo di una procedura, chiamata stimolazione cerebrale non invasiva: tecnica appartenente al campo scientifico delle neuroscienze. Le tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva sono delle procedure considerate sicure che permettono, inducendo delle piccole correnti elettriche o magnetiche, di modulare i meccanismi attraverso i quali il cervello regola il nostro comportamento”. In tutta sostanza la dottoressa Marini vorrebbe indurci a cambiare il nostro comportamento usando stimolazioni cerebrali eseguite con delle procedure non invasive e, secondo lei, sicure. Si tratterebbe soltanto di piccole scariche elettriche o magnetiche a cui il popolo bue dovrebbe sottoporsi per smettere rapidamente di essere razzista, antisemita, islamofobo o altro ancora. Una scarica elettrica e il mondo sarà tutto rose e fiori, peace and love. Ma non è tutto perché nel suo pezzo la dottoressa Marini ci dice anche che: “Per far fronte a questo problema, i ricercatori negli ultimi 20 anni hanno cercato di creare degli interventi che siano in grado di modificare tali stereotipi e pregiudizi. Per esempio, è stato scoperto che è possibile ridurre il pregiudizio etnico/razziale, fornendo delle informazioni che vanno contro lo stesso pregiudizio, come per esempio presentare uno scenario relativo a un’aggressione, in cui un uomo bianco interpreta il ruolo dell’aggressore e un uomo di colore interpreta il ruolo del soccorritore. Questi interventi però, nonostante si siano mostrati efficaci hanno prodotto solo risultati limitati, soprattutto, in termini temporali. I loro effetti infatti non sono più presenti dopo qualche ora o giorno”.

Praticamente ci sta confermando che i problemi di oggi hanno radici lontane e che sono più di venti anni che si porta avanti una sorta di lavaggio del cervello di massa sui media di ogni tipo, per arrivare a un risultato che sarebbe invece più logico ottenere combattendo l’ignoranza con una sana istruzione. Ma non è ancora tutto visto che la dottoressa continua dicendoci che: “Studi che hanno iniziato a utilizzare queste tecniche nel campo degli stereotipi hanno permesso di definire una rete di regioni cerebrali causalmente coinvolte in questi processi e di dimostrare che aumentando o diminuendo l’attività di alcune di queste aree è possibile ridurre la forza degli stereotipi inconsci, come quello di genere in ambito scientifico e del pregiudizio che porta ad associare atti di terrorismo all’essere di origine araba rispetto al non esserlo. L’uguaglianza è un diritto fondamentale di ogni cittadino e un dovere della nostra società. Le pari opportunità non rappresentano solamente una caratteristica indispensabile per una società democratica, ma anche un fondamento cruciale per l’innovazione, l’economia e il benessere generale di una nazione”. Bene ha fatto Riccardo Torrescura il 20 agosto scorso sempre sul quotidiano La Verità a denunciare il tentativo di tornare al peggiore dei passati possibili, denunciare come voglio fare anche io con questo mio articolo, una ricerca che vorrebbe raggiungere una tecnologia che in mano a pochi potrebbe far sì che la popolazione umana, in un prossimo futuro, possa essere comandata tramite chip e scariche elettriche come in un pessimo film di fantascienza. Per non permettere che nel giro di un numero di anni queste persone possano decidere per noi ciò che noi stessi vogliamo essere, perché se si può cambiare in meglio lo si può fare anche in peggio, in un metodo che ricorda molto ciò che risulta dalle notizie che filtrano sull’indagine dei bambini di Bibbiano: scariche elettriche per immettere nella memoria ricordi di cose mai accadute. È impossibile al momento quantificare in quanto tempo queste folli ricerche possano avere applicazione pratica, ma vista la velocità con la quale la tecnologia si evolve quel momento potrebbe essere dietro l’angolo e per questo dico che tutto ciò deve essere fermato e deve essere fatto subito, con ogni mezzo, senza perdere tempo, prima che sia troppo tardi. Michael Sfaradi, 26 agosto 2019

·         Il primo sistema che traduce i pensieri in parole.

Il primo sistema che traduce i pensieri in parole. Lo fa "leggendo" i segnali dell'attività cerebrale, scrive la Redazione ANSA il 30 gennaio 2019. Costruito il primo sistema capace di tradurre i pensieri in parole: 'leggendo nel pensiero' di una persona, può ricostruirne le parole con una chiarezza mai avuta prima. E' un passo verso nuovi sintetizzatori linguistici basati sull'intelligenza artificiale e computer capaci di dialogare direttamente con il cervello umano, aiutando a esprimersi persone che non possono più parlare a causa di malattie. Il risultato, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, si deve alla Columbia University. Quando una persona parla, o immagina di farlo, appaiono nel cervello le spie di questa attività, segnali riconoscibili presenti anche quando si ascolta parlare qualcuno. Per decodificarli, i ricercatori guidati da Nima Mesgarani hanno sviluppato un vocoder, cioè un algoritmo capace di sintetizzare i discorsi, dopo aver imparato a registrare una persona mentre parla. "E' la stessa tecnologia usata da Amazon Echo e Apple Siri che rispondono verbalmente alle nostre domande", rileva Mesgarani. Per insegnare al vocoder a interpretare l'attività cerebrale, i ricercatori hanno studiato e misurato quella di malati di epilessia, mentre ascoltavano frasi pronunciate da persone diverse. Quindi hanno chiesto ai volontari di contare da 0 a 9, registrando i loro segnali cerebrali. Il suono prodotto dal vocoder in risposta a questi segnali è stato analizzato e 'pulito' da un sistema intelligenza artificiale che imita le strutture dei neuroni. Il risultato è stata una voce, dal suono meccanico, in grado di ripetere la sequenza di numeri. "Le persone riuscivano a capire e ripetere i suoni detti dalla macchina il 75% delle volte", continua. I ricercatori vogliono ora ripetere il test con parole e frasi più complesse, e con i segnali cerebrali prodotti da una persona mentre parla o immagina di farlo. L'idea è di arrivare a realizzare un impianto simile a quello usato per i malati di epilessia, capace di tradurre direttamente in parole i pensieri di persona non più in grado di parlare a causa di malattie, come la sclerosi laterale amiotrofica.

·         Ancora attacchi sonici a Cuba? 

Ancora attacchi sonici a Cuba? Il Canada ritira personale diplomatico, scrive l'1 febbraio 2019 Davide Bartoccini su "Gli Occhi della Guerra" de Il Giornale. Cuba torna al centro dei sospetti come teatro di presunti “attacchi sonici”. Il governo canadese ha ordinato il rientro a Ottawa dei diplomatici di stanza all’Avana, dimezzando il proprio personale presso l’ambasciata nella capitale cubana. L’annuncio del governo canadese è stato diramato ieri mattina in seguito ai disturbi analoghi a quelli già riscontrati, dopo la denuncia di un altro funzionario in servizio all’Avana. Il diplomatico canadese, come molti altri prima di lui, ha accusato sintomi relativi a quelli che sono divenuti noti alle cronache come “attacchi sonici”: misteriosi malesseri sorti improvvisamente e prolunganti nel tempo che si manifestano sotto forma di emicranie, forti giramenti di testa, insonnia, perdita di udito, problemi cognitivi e nausea durante l’utilizzo del computer. Alcune volte con lievi lesioni celebrali. Come nei casi precedenti anche i familiari del personale diplomatico in servizio presso l’ambasciata hanno lamentato le stesse sintomatiche. Ciò ha già suggerito che i soggetti possono aver subito questi attacchi anche al di fuori delle sedi diplomatiche. Questo genere di “attacchi”, che nell’ultimo anno avrebbero colpito personale diplomatico occidentale nelle ambasciate cubane e cinesi, sono stati sottoposti ad esamina dagli scienziati di una task force appositamente creata dal segretario di Stato americano Mike Pompeo, che dopo il presunto attacco “numero 2” lanciato contro il consolato di Guangzhouin Cina, ha deciso di fare chiarezza sul cosiddetto “incidente”. Non è ancora chiaro infatti si sia trattato, e se anche in questo caso possa trattarsi, di attacchi voluti, lanciati con nuove sofisticate armi che prevedono l’impiego di ultrasuoni o microonde. Ciò che è certo però, è che per la terza volta dal 2016, quattordici membri dei uno staff diplomatico – in questo caso canadese – sono stati colpiti da sintomi sospetti e analoghi. Nel caso dell’attacco all’ambasciata americana dell’Avana, Washington decise di ridurre il proprio personale diplomatico da oltre 50 persone a 18. Rimpatriando tutti coloro che hanno riportato le sintomatiche sospette. Nel caso del consolato cinese decise di rimpatriare 24 persone. Un ingegnere intervistato dal New York Times che era di stanza al consolato evacuato dichiarò di aver iniziato a percepire, prima dell’inizio dei sintomi, “suoni simili a biglie che rimbalzano e colpiscono un pavimento” che si sarebbero protratti per diversi mesi. Allora il Pentagono dichiarò che tra i possibili colpevoli di questi presunti attacchi ibridi, potevano essere contemplate Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese. Nonostante non vi siano ancora reali prove che identifichino i sintomi come “conseguenza di un attacco sonico” o di simile, ciò che potrebbe rivelarsi preoccupante, è l’ipotetica connessione tra la Cina come possibile colpevole, il Canada come obiettivo, e il “Caso Huawei” che vede contrapposti questi due paesi per l’estradizione della figlia del magnate cinese Meng Wanzhou come movente. Ma queste sono solo ipotesi infondate. In una nota ufficiale il governo canadese si è limitato a dichiarare: “La salute e la sicurezza del nostro personale diplomatico e delle loro famiglie sono la nostra priorità”, aggiungendo che le autorità preposte apriranno un’inchiesta per far luce sull’incidente e le potenziali cause di questi problemi. Che nel frattempo iniziano a preoccupare sempre maggiormente tutti gli staff diplomatici che temono di poter entrare nel mirino di questi misteriosi, quanto ancora indimostrabili attacchi.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Università, dalla dea Cerere alla scuola di Salerno. Storia di una corporazione.

Università, dalla dea Cerere alla scuola di Salerno. Storia di una corporazione. Pubblicato mercoledì, 06 novembre 2019 da Corriere.it. Una particolare categoria di parole ha visto il suo significato crescere e strutturarsi nel corso del tempo, fino a cristallizzarsi nella sua ultima espressione, dimenticando in qualche modo le sue origini. Fa parte di questa famiglia una delle parole più usate del nostro piccolo bagaglio: università. Pochi dubbi sul fatto che indichi l’istituzione, pubblica o privata, chiamata a completare il ciclo di studio e formazione dopo la scuola secondaria superiore. Così come la conosciamo è articolata in facoltà, corsi di laurea, dipartimenti e rilascia titoli accademici e professionali, lauree triennali o «magistrali» per quei corsi che durano 5 o 6 anni. Dal latino universĭtas, che significa «totalità, universalità», derivato di universus. Che non è stato subito un sinonimo di cosmo, ma più semplicemente voleva dire «tutto intero», essendo composto di unus «uno» e versus, participio passato di vertĕre «volgere»; in sintesi, come ci ricorda il vocabolario Treccani, «volto tutt’intero nella stessa direzione». Già aver chiarito l’etimologia offre un’immagine di questa parola più densa di quanto avremmo frettolosamente supposto. Proprio questa sua «universalità» ha fatto sì che nel medioevo il suo significato evolvesse in corporazione, insieme di persone associate. Ed è quindi abbastanza comprensibile che sia stata associata ad una «corporazione di studenti» nel momento della fondazione di una accademia dedicata allo studio, a Bologna nel 1088, secondo una data individuata con entusiastica approssimazione da una commissione di cui faceva parte anche Giosuè Carducci che non seppe resistere nel 1888 alla rotondità dell’anniversario. Ma che l’Università di Bologna sia stata la prima istituzione, nel mondo occidentale, dove «maestri di grammatica, di retorica e di logica iniziano ad applicarsi al diritto» non ci sono davvero dubbi ed è un primato che dovrebbe renderci orgogliosi. Se non altro perché sono italiane gran parte delle prime università: Modena (1175), Padova (1222), Napoli (1224), Siena (1240), Macerata (1290), Roma «La Sapienza» (1303, con una «bolla» di papa Bonifacio VIII), Perugia (1308), Firenze (1321). Per fare un piccolo confronto Parigi sarà fondata nel 1180, Oxford «solo» nel 1284. In realtà un centro studi di formazione superiore e interamente dedicato alla medicina, esisteva già prima del fatidico 1088: è la Scuola Medica Salernitana, le cui basi teoriche si rifacevano alle lezioni di Ippocrate e Galeno ma che non disdegnava di mettere a confronto elementi della tradizione greco latina con i contributi delle culture araba ed ebraica. Non esiste un atto di fondazione della scuola di Salerno e solo una leggenda la fa risalire genericamente all’alto medioevo. Ma tanto basta far considerare la scuola salernitana come antesignana delle moderne università e a salvare il primato bolognese. Non può sfuggire che per molti secoli l’accesso allo studio e alla formazione superiore, fossero riservati al clero e a una ristretta categoria di privilegiati. L’universalità dell’università era molto parziale e si è presa una sua rivincita solo nel 20º secolo con l’istruzione di massa. Non sarebbe male ricordare, ogni volta che si riflette sulle politiche dell’istruzione, che questa universalità rappresenta una delle conquiste più importanti dell’uomo moderno. Se non altro per combattere gli ostacoli di natura logistica e amministrativa (oltre alle posizioni dichiaratamente ideologiche) che tendono far tornare lo studio un privilegio per pochi.

L’Università di Bologna per prima e molte altre università dopo di lei, si fregiano dell’epiteto «alma mater» studiorum. È una locuzione latina che significa «Madre che alimenta». Nell’antica Roma era il titolo con cui identificare Cerere, dea madre della terra e della fertilità. È la divinità che i greci chiamavano Demetra. Entrambe poste a tutela del nutrimento dei nostri corpi, come le università dovrebbero sovrintendere a quello delle menti.

·         Ecco le scuole migliori d’Italia. La classifica città per città.

Ecco le scuole migliori d’Italia. La classifica città per città. Pubblicato mercoledì, 06 novembre 2019 da Corriere.it. Torna Eduscopio, l’atlante online delle migliori (e peggiori) scuole italiane pensato dalla Fondazione Agnelli per aiutare le famiglie nel delicato passaggio dalla terza media alle superiori. Migliori e peggiori in che senso? Come si misura la bontà di una scuola? In base ai risultati dei ragazzi alla Maturità, sui quali però pesa la soggettività di giudizio dei commissari, o a quelli più obiettivi ma sgranati dell’Invalsi? La Fondazione Agnelli ha scelto un terzo criterio, esterno alle scuole: ovvero le performance dei ragazzi al primo anno di università (numero di esami sostenuti e media dei voti). Per il secondo anno consecutivo la palma di liceo migliore d’Italia va allo Scientifico delle scienze applicate (quello con l’informatica al posto del latino) Pier Luigi Nervi di Morbegno, in provincia di Sondrio. Per gli istituti tecnici e i professionali esiste anche una seconda classifica, basata sugli sbocchi lavorativi: tasso di occupazione e coerenza fra studi fatti e lavoro trovato. Dall’anno scorso per tutti si è aggiunto anche un altro indicatore: quello dei diplomati che hanno compiuto il percorso in tempo netto, senza mai incorrere in una bocciatura. Se la percentuale è alta, la scuola è inclusiva. Se è bassa, la scuola è selettiva. Contrariamente alle attese, come ci tiene a sottolineare il direttore della Fondazione Andrea Gavosto, Eduscopio dimostra che non è vero che le scuole più selettive siano anche quelle che preparano meglio all’università e al lavoro. Anzi. Per la nuova edizione 2019-20, il gruppo di lavoro della Fondazione Agnelli coordinato da Martino Bernardi ha analizzato i dati di circa 1.255.000 diplomati italiani in tre successivi anni scolastici (2013/14, 2014/15, 2015/16) in circa 7.300 indirizzi di studio nelle scuole superiori statali e paritarie. Di seguito i risultati a Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze e Napoli.

Le scuole top. Ecco le superiori che preparano al futuro: a Milano e Roma rivincita dei licei storici. La sesta edizione della classifica "Eduscopio" della Fondazione Agnelli valuta anche gli sbocchi professionali. Ilaria Venturi su La Repubblica il 7 novembre 2019. Nelle città i licei storici. Al Nord, in particolare in Lombardia, le paritarie. Poi la riscossa degli istituti in provincia. Ma anche i tecnici e i professionali si prendono la loro rivincita: rispetto al passato danno più chance di trovare lavoro. È la fotografia scattata dalla sesta edizione di Eduscopio, la classifica stilata dalla Fondazione Agnelli sulle superiori che meglio preparano all'università e al mondo del lavoro. A fine mese le scuole apriranno le porte per gli open day e un esercito di oltre 560mila alunni ora in terza media, con genitori al seguito, dovrà orientarsi. È il tempo della grande scelta, quella che più agita le famiglie: sarà la scuola giusta? "Eduscopio aiuta chi non si accontenta del passaparola e soprattutto le famiglie che non possono contare su reti sociali e culturali forti", spiega il direttore Andrea Gavosto. Ad essere monitorati sono stati un milione e 255mila diplomati dal 2013-14 al 2015-16: sono valutate le performance al primo anno di università (voti e crediti) e nell'occupazione, calcolata su un lavoro di almeno sei mesi a due anni dal diploma, per chi è uscito da tecnici e professionali e non ha continuato gli studi. Un altro indice viene preso in considerazione: quanti studenti sono arrivati alla Maturità in 5 anni, una regolarità che racconta la capacità di una scuola di essere inclusiva, non di selezionare i migliori per essere la migliore. I risultati smontano il luogo comune di una formazione che, per essere di qualità, deve bocciare. "La severità non è un criterio, soprattutto se si accompagna a una didattica vecchia che punta al nozionismo e non alla capacità di ragionare: si può preparare bene gli studenti senza essere feroci nei criteri di giudizio", avverte Gavosto. A Milano, per esempio, tra gli scientifici, il Volta che è primo in graduatoria è meno severo del Da Vinci (secondo) o dell'Einstein (sesto). A Napoli, tra i linguistici, il Quinto Orazio Flacco (primo) è di gran lunga il più inclusivo. Altro dato che emerge è la stabilità: più o meno le scuole confermano le proprie posizioni. Il derby tra i classici di Bologna è vinto per il terzo anno consecutivo dal Minghetti sul Galvani, dove hanno studiato Pasolini e Casini. A Palermo lo scientifico Cannizzaro è saldo al primo posto, a Firenze e Genova il podio è pressoché confermato con gli stessi istituti del 2018. A Roma il classico Tasso rimane in vetta, ma è la risalita del Visconti dai piani bassi del 2018 a sorprendere: quest'anno il liceo dell'élite borghese è secondo. Il motivo? Un'annata eccezionale di diplomati nel 2016 che hanno mietuto successi da matricole. Rimonta anche a Napoli dello scientifico Convitto Vittorio Emanuele II: da decimo a primo. In Lombardia le paritarie spiccano: nei classici a Milano sono tra i primi 4 licei, con il blasonato Berchet, unico pubblico sul podio, che sale dal terzo al secondo posto.

In Piemonte è la provincia ad affermarsi: lo scientifico Ancina di Fossano, nel Cuneese, raggiunge il punteggio stratosferico di 96.31. Significativo il dato sull'occupabilità, al Nord più al Sud dove gli istituti scontano un contesto economico difficile. Non sono ancora i figli dell'alternanza scuola-lavoro quelli presi in esame, ma l'indice di occupazione dei diplomati dei professionali industriali cresce dal 51 al 57% e dal 58 al 68% quello dei servizi nel Nordest. Il tecnico Meucci di Cittadella, a Padova, e il Buzzi di Prato hanno un'occupazione all'87%, ma anche il tecnico economico Besta di Ragusa si difende: 62%. Non sarà l'unico criterio per orientarsi, ma un punto di partenza.

Francesco Malfetano per “il Messaggero” il  14 Novembre 2019. Vicenza, Lecco, Pavia, Pisa e Cuneo. Anche per il 2019 il podio dei migliori licei classici e scientifici italiani è tutto occupato da scuole del Nord della Penisola. Non si tratta di una vera e propria novità ma di una conferma che certifica la spaccatura all'interno del Paese. Anche estendendo l'analisi alla top 10, elaborata sui dati Eduscopio, l'atlante online delle migliori e peggiori scuole pubblicato pochi giorni fa dalla Fondazione Agnelli per aiutare le famiglie nel passaggio dalla terza media alle superiori, il risultato non cambia. In questa particolare classifica non c'è traccia di istituti scolastici più a Sud di Pisa. Una situazione che peraltro sembra peggiorare con il passare del tempo, come dimostra ad esempio la repentina caduta del liceo classico Sesto Properzio di Assisi. Dal primo posto ottenuto appena due anni fa, il liceo è scivolato fino al 33esimo. Scavalcato, neanche a dirlo, soprattutto da una lunga serie di istituti lombardi e piemontesi ma anche da quelle che figurano essere le eccellenze classiche della porzione più meridionale della Penisola. Vale a dire il Torquato Tasso di Roma e lo Jacopo Sannazaro di Napoli, rispettivamente undicesimo e trentunesimo. A spiccare in questo raffronto però, è anche il caso di Cuneo che tra città e provincia, raccoglie ben 4 tra le scuole migliori per preparazione fornita agli studenti per affrontare un percorso universitario. La Fondazione Agnelli infatti, per elaborare la sua guida ha scelto come indice - denominato FGA - la performance dei ragazzi al primo anno di università. In pratica il numero di esami sostenuti e la media dei voti sono stati considerati diretta conseguenza della preparazione che le scuole hanno dato ai loro diplomati. La classifica nazionale con la media dei punteggi invece, è un'elaborazione di questo giornale che sfrutta Eduscopio per provare a scattare una fotografia della situazione dell'intera Penisola. Ovviamente però, a differenza della Fondazione che da anni fornisce uno strumento alle famiglie, il confronto tra le diverse città, regioni e zone del Paese è indicativo. Non può infatti tener conto delle peculiarità geografiche. Nonostante ciò alcuni dei dati ottenuti appaiono lo stesso significativi. Non solo la top 10 orientata per intero verso settentrione, ma anche il raffronto tra le quattro più grandi città italiane e i loro risultati ottenuti nel 2017. Pur considerando che bisogna registrare una crescita minima della media dei risultati generici con i licei di Roma, Milano, Napoli e Torino tutti in trend positivo, è vero che la distanza appare ancora una volta evidente. Da un lato Torino e Milano continuano a contendersi il primo posto in classifica per licei classici e scientifici - con la città piemontese più adatta ai letterati e quella lombarda ai matematici - dall'altro la Capitale migliora troppo poco e rispetto a due anni fa viene scavalcata in entrambe le medie dalle scuole napoletane. Una débacle per Roma che non riesce a mantenere neppure il primato di migliore città per il Centro-Sud, rendendo forse ancor più evidente la frattura mostrata dal confronto e, peraltro, già certificata dall'ormai noto e discusso rapporto sui test Invalsi. Ogni anno infatti il resoconto sembra diventare un po' più drammatico raccontando di almeno la metà del Paese che arranca in un sistema scuola non funzionante e che pare ampliare le disuguaglianze piuttosto che ridurle. L'Italia spende 67,4 miliardi di euro, pari al 4,1% del Pil e all'8,1% della spesa pubblica per l'educazione dei suoi cittadini. Vale a dire meno di chiunque altro nel Vecchio Continente, eccetto la Grecia e alcune nazioni dell'Est. Tuttavia non solo la spesa per l'istruzione è in continua contrazione - lo ha già fatto dal 2005 al 2015 come mostrano gli indici Ocse, in cui l'Italia ha perso 4 punti in dieci anni, a differenza del resto dei Paesi europei - quanto prosegue a farlo in particolare a Sud. Stando al rapporto Svimez 2019 sull'economia e la società del Mezzogiorno presentato a Montecitorio pochi giorni fa, si continua infatti a tracciare una differenza sempre più netta. Mentre nel Centro-Nord la flessione nella spesa si attesta attorno al 13%, nel Mezzogiorno il calo è del 19%.

Scuola a Brescia si vanta: «Pochi stranieri», è polemica online. Pubblicato mercoledì, 06 novembre 2019 da Corriere.it. «La presenza di studenti con cittadinanza non italiana è numericamente limitata». Genera la polemica la frase contenuta nel piano di presentazione del Liceo classico Arnaldo di Brescia, da sempre ritenuto punto di riferimento della cultura bresciana. Una polemica fatta scoppiare in rete da un genitore che voleva iscrivere la figlia e che ha trovato la presentazione inappropriata. Nel piano, visibile online, si dice anche che «gli alunni provengono da un contesto socio-culturale in generale medio-alto, che offre buone potenzialità di formazione culturale e ricchezza di stimoli». Nello stesso testo la dirigenza scolastica aggiunge che «la scuola gode di buona fama all’interno del contesto cittadino e da sempre è considerata una delle scuole in cui si sono formate personalità in ambito sociale, culturale, politico, economico e le iscrizione dei figli alla scuola avviene anche per una volontà dei genitori di continuare la tradizione famigliare». Anche il liceo Visconti l’anno scorso era finito nel mirino per lo stesso motivo, e la preside fu accusata di classismo e razzismo. La polemica nasceva dalla descrizione di 1.500 caratteri che il Visconti faceva di sé nella sezione «Scuola in chiaro» del sito del ministero dell’Istruzione: «Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alta borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi». E ancora: «Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente». La preside si era difesa: «Solo dati oggettivi».

·         Ripetenti Patentati.

RIPETENTI PATENTATI. Fabrizio Barbuto per “Libero Quotidiano” il 16 ottobre 2019. Gli italiani sono bravi in tutto, tanto da essere ritenuti i più virtuosi d'Europa, ma c'è un settore nel quale, le nuove generazioni, sembrano incapaci di tenere alto l' onore nazionale: la guida. Stando a un' indagine condotta nel 2018 dall'Istituto mUp Research in collaborazione con Norstat, oltre 6 milioni di penisolani avrebbero ripetuto almeno una volta l' esame di guida; cifra che corrisponde al 17,7% di tutti coloro che hanno tentato di prendere la patente. Il Trentino Alto Adige, con il 29,5% dei respinti all' esame, è la regione in cui si è registrato il maggior numero di bocciati. Ad essa segue la Liguria con il 28%. Invece, a rivelarsi più preparate, sono state Lombardia, Campania e Lazio, con una quota di promossi al di sopra della media nazionale. Gli aspiranti automobilisti vacillerebbero soprattutto nella prova pratica, tanto da dover ripetere l' esame due, tre o quattro volte, come nel caso di 36mila esaminati. A bissare i test con più frequenza sarebbero le donzelle. Ma aspettate a declamare il proverbio "donne al volante pericolo costante" perché, a smentire i luoghi comuni, ci pensano le agenzie assicuratrici, dalle cui indagini risulta che, a manifestare più prudenza alla guida, siano proprio le fanciulle. A sorprendere non è tanto il numero di chi viene rimandato ai test quanto quello di chi, all' esame, non prova neppure ad accedere: i 18enni di oggi sono sempre più disinteressati al traguardo della patente, e raggiunta la maggiore età preferiscono dare priorità ad altri obiettivi che non a quello di una macchina delegata ad annullare le distanze. A contare il maggior numero di "spatentati" sono le regioni le cui aree urbane sono ben collegate da metropolitana e bus efficienti. Questi motivi hanno esteso il margine d' età entro il quale, i fanciulli, mirano a conseguire la patente: l' età media, in regioni come Basilicata, Campania e Sicilia, si aggira attorno ai 20 anni e 7 mesi. In Sardegna si arriva perfino ai 22 anni, ed in Emilia Romagna ai 21 e 8 mesi. A generare indifferenza attorno ai traguardi ambiti dai teenager di una volta contribuisce anche il fatto che, quelli di oggi, siano ben più remoti dall' indipendenza finanziaria: i 18enni di due decadi fa che cercavano lavoro per affrancarsi dalla famiglia guadagnavano più dei maggiorenni di oggi mossi dallo stesso bisogno d'autonomia. Mantenere un' auto senza gravare sui genitori, è pressocché impossibile: le polizze assicurative sono onerose, e neppure le spese relative alla scuola guida sono emblema di economia: si va dai 500 ai 900 euro. Per non parlare della benzina! Ce n' è abbastanza per sostenere che costa meno viaggiare in aereo che non in macchina. Per le brevi distanze, i più tradizionalisti, possono invece contare sul mezzo di trasporto meno esoso di tutti: le proprie gambe.

·         La scuola si svuota e restringe.

Allarme scuola, si svuotano le classi: dal 2014 trecentomila studenti in meno. Pubblicato giovedì, 03 ottobre 2019 su Corriere.it. La scuola si restringe, anno dopo anno stanno diminuendo gli studenti. E il fenomeno, preannunciato di dati sulla scarsa natalità nel Paese, sta cominciando ad essere ben visibile: in questo inizio di anno scolastico ci sono quasi 300 mila studenti in meno.. Erano 7.881.632 nel 2014/15, sono 7.599.259. Sono «scomparse» 500 sedi scolastiche, di cui 388 sono scuole elementari, perché il calo degli studenti per ora interessa soprattutto i piccoli: in cinque anni nella primaria si sono persi 150 mila studenti. C’è invece un dato, tra quelli diffusi dal servizio statistico del Miur, che è significativamente in controtendenza e positivo. E’ in leggero aumento il numero degli studenti che sono alle superiori: ci sono 14 mila ragazzi e ragazze in più di cinque anni fa, e dunque cinquemila classi in più, segno che pur tra alti e bassi, le politiche per la dispersione qualche cosa fanno, ma soprattutto che gli studenti si stanno spostando dagli istituti professionali triennali verso gli istituti tecnici. E’ un dato confermato infatti dallo stesso rapporto Miur: Nel 2014 uno studente su cinque (21 per cento) era frequentava un istituto professionale mentre oggi è il 18,7 . Lo spostamento nelle scelte verso percorsi più impegnativi come i tecnici e i licei si vede nel dato che riguarda le iscrizioni ai licei: erano il 47,1 per cento dei ragazzi a cimentarsi con queste scuole superiori, oggi sono il 49,8 che scelgono il liceo, in gran parte grazie ai nuovi indirizzi istituiti da una delle ultime riforme. La diminuzione degli studenti non ha significato la contemporanea diminuzione dei prof. Anzi, dal 2014 i posti comuni e per il sostegno sono (di poco) aumentati. Molto è dovuto all’ingresso nelle scuole del 50 per cento in più di insegnanti per il sostegno (molti in deroga, segnala il Miur, cioè occupati da insegnanti che non specializzati e comunque complessivamente non sufficienti), giustificato dalla presenza di un numero sempre maggiore di ragazzi con la certificazione (sono passati da 210 mila a 260 mila in cinque anni).

·         Cattivi Maestri.

Inchiesta sulla scuola, cosa pensano gli studenti dei prof? Uno su tre si sente incompreso. Pubblicato giovedì, 24 ottobre 2019 da Corriere.it. Ogni anno la pubblicazione dei risultati dell’Invalsi e di quelli della Maturità si porta dietro un inevitabile strascico di polemiche: sull’analfabetismo funzionale dei nostri ragazzi che arrivano all’ultimo anno senza sapere leggere e capire un testo di media complessità e con competenze matematiche da terza media, sulla forbice Nord-Sud, sulla disparità fra licei e istituti tecnici e professionali e così via. Ai dibattiti - per lo più senza alcun seguito - sulle ragioni di questa crisi (docenti sottopagati, didattiche non al passo con i tempi) si alternano le notizie di cronaca che raccontano di studenti e docenti bullizzati e famiglie in rotta con la scuola. Ma i ragazzi, loro, cosa pensano di compagni e prof? E cosa vorrebbero dalla scuola? Ecco i risultati di un sondaggio in più puntate condotto dal Canale Scuola di Corriere.it in collaborazione con il Laboratorio Adolescenza. L’indagine è stata realizzata con un questionario a risposte chiuse distribuito a un campione di 780 studenti delle scuole superiori di Milano (licei, istituti tecnici e professionali) durante l’orario di lezione, alla presenza dell’insegnante e/o di un intervistatore, tra i mesi di marzo e maggio 2019. La prima puntata ha per argomento il rapporto con gli insegnanti. L’autore, Maurizio Tucci, è presidente del Laboratorio Adolescenza. Il primo resoconto di questo percorso insieme agli studenti (attivato attraverso la somministrazione di un questionario e la realizzazione di focus group) lo dedichiamo ad un aspetto molto importante della vita scolastica: la qualità della comunicazione con gli insegnanti, a prescindere dagli aspetti strettamente legati all’insegnamento. Il risultato emerso dall’indagine appare decisamente confortante: il 70,7% degli intervistati (la percentuale sfiora il 73% se ci riferiamo solo alle ragazze) sostiene che la comunicazione con «i prof» è generalmente buona. E questo risultato non subisce variazioni significative passando dai licei alle scuole tecniche o professionali. Mentre, passando dal biennio al triennio, si consolida ulteriormente raggiungendo quota 72%. In quel 30% che sostiene, invece, che la comunicazione non è soddisfacente, c’è una percentuale significativa di studenti e studentesse che affermano di andare a scuola «così così» o «male». È evidente il collegamento tra le due cose: un buon rendimento scolastico facilita indubbiamente la comunicazione studente-insegnante, anche al di là della stretta didattica. Ma se da un certo punto di vista questa evidenza ci può apparire scontata, dall’altro ci deve spingere a riflettere sul rischio che un cattivo rendimento scolastico possa generare difficoltà anche nella comunicazione tout-court insegnante-studente, innescando un circolo vizioso dal quale può diventare difficile uscire. «Il recupero di un rapporto di fiducia con uno studente che ha un una comunicazione difficile con gli insegnanti, e che spesso si autoconvince di essere poco stimato e considerato come persona, non è cosa facile o scontata – afferma Teresa Caputo, insegnante dell’Istituto Tecnico Turistico Varalli di Milano (la scuola, tra quelle selezionate nel campione dell’indagine, in cui è risultata più alta la percentuale di studenti che ha affermato che la comunicazione con gli insegnanti è generalmente buona) – ma è necessario sfruttare tutti i canali possibili per riallacciare la comunicazione». A volte si può fare attraverso la famiglia, parlando con i genitori e spiegando che non c’è alcun preconcetto nei confronti del ragazzo o della ragazza; a volte sfruttando un eventuale maggior livello di confidenza tra lo studente e uno dei suoi insegnanti. «Nella mia lunga esperienza – riferisce Caputo – ricordo successi straordinari in questo senso, ma anche tante situazioni che non si sono risolte in modo soddisfacente. L’importante, da parte di un insegnante e della scuola tutta, è provarci sempre». Ma c’è un altro aspetto, emerso dall’indagine, che lega ulteriormente scuola e famiglia: tra i ragazzi e le ragazze che indicano la loro vita in famiglia come conflittuale (24%) o critica (8,5%), la percentuale di chi afferma di non avere un buon livello di comunicazione con gli insegnanti è maggiore rispetto a coloro che, invece, descrivono la loro vita familiare come «piacevole» (37,6%) o «tranquilla» (29%). Scontato anche questo? «Dipende dalla gravità del conflitto in famiglia – afferma Fulvio Scaparro, psicologo e psicoterapeuta, fondatore dell’Associazione Genitori Ancòra e referente per l’area psicologica di Laboratorio Adolescenza – All’età del campione osservato [15-19 anni] un normale tasso di conflitto familiare è inevitabile e generalmente non condiziona i rapporti con il resto del mondo, ma se il conflitto ed il disagio sono gravi, influiscono negativamente su tutto ed, in particolare, sul rapporto con il mondo adulto di cui gli insegnanti sono l’espressione extra-familiare con la quale gli adolescenti sono più a contatto». Prossimo appuntamento: A scuola telefonino sì o telefonino no?

Noi professori, da giudici a giudicati. Pubblicato martedì, 01 ottobre 2019 su Corriere.it da Alessandro Piperno. Non amo giudicare (né essere giudicato). Quando devo valutare qualcuno mi viene subito in mente la frase che Tolstoj mette in bocca a un suo personaggio: «Dove si giudica non c’è giustizia». Non amo giudicare (né essere giudicato). Ho seri problemi con pagelle, recensioni, verbali: che sia io a compilarli o che siano a mio danno o vantaggio, la sola utopia che concepisco è un mondo in cui nessuno giudica. Quando devo valutare qualcuno mi viene subito in mente la frase che Tolstoj mette in bocca a un suo personaggio: «Dove si giudica non c’è giustizia». Non invidio i magistrati, i vigili urbani, gli arbitri di calcio, per non dire dei critici gastronomici. Comminare pene? Multare? Ammonire? Conferire stelle? Che strazio! Forse faccio lo scrittore perché la narrativa è il solo luogo in cui il giudizio è sospeso quasi per statuto (parlo della narrativa migliore, naturalmente). Poi però c’è l’altro mestiere, quello borghese: l’accademico. Lì non si scappa. L’istruzione — a meno di non intenderla in modo utopistico, come faceva Montaigne — si basa sul giudizio, nei casi peggiori su reprimende, castighi, mortificazioni. All’università poi, come recita l’adagio eduardiano, gli esami non finiscono mai. Ebbene, se da studente detestavo essere esaminato, ora l’incubo è esaminare. Non mi fido del mio discernimento più che della buonafede dello studente medio (lo sono stato anch’io dopotutto, e non tra i più virtuosi). Con gli anni ci ho messo una pezza: mi sforzo di essere equanime ma non troppo indulgente; non pretendo dagli allievi la mia stessa devozione per la letteratura e tengo al guinzaglio simpatie o antipatie inconsulte. Se proprio devo, durante la sessione, sfotto me stesso, Flaubert e l’esaminato, ma così per allentare la tensione. Insomma faccio del mio meglio per non essere iniquo e ansiogeno. Non esibisco la crudeltà dei miei maestri ma neanche il lassismo peloso di certi demagoghi vetero-sessantottini. Ciò detto, tutto mi sarei aspettato tranne che, in una sorta di beffardo ribaltamento della sorte, alla soglia dei cinquant’anni mi sarei ritrovato invischiato in un tipo di istituzione universitaria — nuova di zecca e iper-democratica — in cui a essere giudicati sono i docenti. Spero che nessuno prenda questo pezzo per una squallida rivendicazione corporativa. Figuriamoci. Il mio intento è segnalare, persino divertito, alcuni bizzarri dati sensibili, chiamiamoli così. Tralascio i termini burocratici della faccenda, tanto noiosi quanto difficili da comunicare. Vi basti sapere che ogni anno gli atenei sottopongono gli studenti a una serie di questionari per valutare il gradimento del servizio erogato (testuale) dai professori. Si dà il caso che quest’anno, per ragioni di turnazione, mi sia ritrovato nella commissione chiamata a visionare le risposte dei nostri allievi, il cosiddetto «monitoraggio».

1) Cosa pensano gli studenti di noi?

2) Cosa possiamo fare per facilitare loro il compito?

3) Quali mancanze è necessario correggere?

Vorrei dirvi che ad avermi preoccupato sono state le risposte. Niente affatto. Assurde erano soprattutto le domande: il tono delle domande. Scorrendole mi sentivo come il titolare di un ristorante che consulta stoicamente i giudizi lasciati su un sito specializzato da un avventore esigente e malmostoso. Intendiamoci, da anni i docenti trovano sul proprio profilo accademico i commenti degli studenti sui loro corsi. Non mi piace ma mi adeguo. Ecco però un bel salto di qualità. Si fa una media matematica delle risposte a interrogativi così concepiti: «Il carico di studio richiesto da questo insegnamento è proporzionato rispetto ai crediti assegnati?». Che diavolo di domanda è? Che senso ha? Sono anni che provo a capire cosa sia adeguato e cosa non lo sia allo studio di una disciplina cui ho consacrato le mie forze migliori. E ora tocca a uno studente — anche al più pelandrone e disinteressato, «la confraternita del diciotto, spina dorsale della nazione» — dire la sua su una questione su cui io stesso nutro dubbi ancestrali. Che mondo è questo? Chi ha ideato una simile mostruosità demagogica? E visto che non c’è limite alla grande sbornia giudicante che infesta questi tempi di giacobinismo massificato, se ne sono inventati un’altra. Per fare carriera un professore deve pubblicare articoli su riviste scientifiche di classe A (sì, proprio come la Mercedes). Tralasciando il fatto che applicare criteri scientifici alle discipline umanistiche è una nefandezza atta a favorire conformismo, banalità e ogni sorta di consorteria accademica, e en passant a mortificare originalità e slanci creativi, soffermiamoci sulla bizantina trafila che porta alla pubblicazione. Tu sputi il sangue su un articolo per mesi. Poi lo consegni alla redazione; la quale, senza alcun criterio, lo invia a un paio di tuoi colleghi anonimi che si prendono il tempo per giudicarlo (non vedono l’ora di farti la pelle, o quanto meno la lezione). Tocca a loro stabilire se il tuo lavoro è degno di essere pubblicato. Ufficialmente non conoscono il nome dell’imputato affidato alle loro cure, ma vi assicuro: non è così difficile scoprirlo. In teoria potrebbero essere accademici con cui non condividi niente o con cui hai più volte polemizzato. Gli stai servendo su un piatto d’argento l’agognata vendetta. Dopo qualche settimana arriva il responso, il cosiddetto referee. Non è detto che i due censori siano d’accordo tra loro. Uno potrebbe ritenere che hai scritto la cosa più bella mai concepita sull’argomento, l’altro che ti sei reso ridicolo. A chi dare ragione? Uno dei due può accusarti di non aver citato un certo studio (per lui indispensabile, per te trascurabile). Perché deve averla vinta lui? Del resto, l’anonimato del giudice sembra un invito criminogeno all’esercizio del proprio piccolo potere o, nei casi peggiori, alla vendetta o alla delazione. A rendere tutto ancor più spiacevole è l’impossibilità di replica. Non puoi interloquire con i censori invisibili. Poniamo che tu non sia d’accordo con loro e voglia confrontarti? Non puoi farlo. Perché il loro giudizio dovrebbe valere più del tuo? Ti ritrovi l’articolo fatto a pezzi, pieno di commenti superciliosi o persino ingiuriosi, zeppo di correzioni neanche fosse una tesi di laurea; e devi starci, dando per scontate le argomentazioni, la competenza e soprattutto la buonafede dei tuoi colleghi. Chi ha concepito questo pastrocchio che serve solo a infittire le tenebre e favorire l’arbitrarietà? È proprio vero allora: dove si giudica non c’è giustizia.

"Troppi prof di sinistra": il sindaco avvia un monitoraggio nelle scuole. La decisione del sindaco leghista di Monfalcone: "I docenti, con le loro ideologie, avvelenano i giovani". E il Pd insorge: "Si apre la caccia alle streghe". Giorgia Baroncini, Lunedì 05/08/2019 su Il Giornale. Troppi professori di sinistra nelle classi di Monfalcone. Una situazione che non piace al sindaco leghista della cittadina in provincia di Gorizia. "Con le loro ideologie, avvelenano i giovani, osteggiando apertamente le scelte democratiche che gli italiani stanno manifestando verso gli amministratori della Lega", ha spiegato il primo cittadino, Anna Maria Cisint. Dopo aver fissato il tetto del 45% di stranieri per classe nella scuola materna e aver eliminato dalla biblioteca comunale i quotidiani Il Manifesto e Avvenire, ora il sindaco si concentra sugli insegnanti. Una decina le segnalazioni di "preoccupazione e disagio" arrivate sulla sua scrivania in due anni di mandato da genitori, studenti e da docenti che si distanziano da quelle posizioni. Così, come riporta il Gazzettino, la prima cittadina ha deciso di mettere in atto un monitoraggio delle scuole affidando il compito al Garante per i diritti dell'infanzia e della adolescenza che raccoglierà tutte le proteste e valuterà ogni singolo caso. "Dobbiamo far sviluppare nei ragazzi spirito critico, io non voglio la politica nella scuola e non voglio liste di proscrizione" dei prof di sinistra, ha continuato il sindaco. Ma il Pd non ci sta. "A Monfalcone la Lega apre la caccia alle streghe contro i terribili insegnanti di sinistra che infestano le scuole pubbliche. La sindaca Cisint vede 'comunisti' dappertutto e invita i ragazzi a fare i nomi di chi la critica. Parola d'ordine: bocca chiusa e ubbidire al Capitano", ha tuonato su Twitter Debora Serracchiani, ex presidente della Regione. La prima cittadina tira diritto e intende salvaguardare la formazione dei più giovani. "Egemonia di sinistra nelle scuole? Credo nelle scuole superiori ci sia senz'altro, non in tutte, ma la mia esperienza di sindaco e di mamma mi fa dire che il mondo della scuola così tanto neutrale non è. Non voglio parlare di cattivi maestri ma questa è una situazione che esiste", ha spiegato Cisint. "Ho saputo di critiche alle mie ordinanze e anche di manifestazioni del tutto irrispettose verso Salvini - ha continuato -. Ecco, io credo che questo non sia tollerabile: l'errore non è la critica in sé, ma il fatto che se ne parli in termini ideologici e partitici. Non è più libertà di insegnamento o di espressione, ma fomentazione dell'odio attraverso la strumentalizzazione dei giovani".

"A Monfalcone troppi insegnanti di sinistra, la scuola non può essere una dittatura". Parla la sindaca leghista Anna Cisint dopo il post sul centro di ascolto riservato agli studenti vessati dai docenti politicizzati: "Almeno dieci casi in quasi tre anni di amministrazione, un ragazzo irriso in classe. E' stata un'idea del mio garante dell'infanzia, a settembre vedremo se realizzarla". Corrado Zunino il 06 agosto 2019 su La Repubblica. "La sinistra deve capire che è finita la sua dittatura, scuola compresa". Spalleggiata dal presidente della Regione Veneto, Massimiliano Fedriga, la sindaca di Monfalcone Anna Cisint, 56 anni, alla Festa della Lega Romagna, a Cervia, ha insistito sul servizio di ascolto riservato di studenti (e genitori) per far emergere i docenti di sinistra "che infestano le scuole pubbliche".

Sindaca, giovedì scorso, a tarda ora, ha postato su Facebook questa frase sotto un testo di Nicola Porro che raccontava la storia di un insegnante imbavagliato da colleghi di sinistra: “Valuteremo se da settembre far partire un servizio di ascolto riservato”. E' sicura di quel che dice: un ascolto riservato per snidare i prof comunisti? 

“Liste di proscrizione, censimento degli insegnanti di serie A, chi sta a destra, e di serie B, chi è di sinistra. Mi state dando un'importanza che non merito, io sono più banale. Quel post è nato spontaneamente, poche righe innocue. Sa, io scrivo sui social, ma poi non sto a leggere le reazioni, non ho tempo".

Ci sono state reazioni, sui social e nella società. Non siamo più nell'Italia dei podestà che controllavano i maestri. La libertà d'insegnamento è garantita dall'Articolo 33 della Costituzione.

"Io non ho quella cultura, il fascismo, non è nelle mie corde. Sono di destra, ma i miei figli li ho lasciati sempre liberi di formarsi un convincimento. In questi giorni si è esagerato. Il post di Porro mi ha solo fatto ricordare tutti quei ragazzi e quelle famiglie che hanno vissuto disagi in una scuola dove docenti di sinistra li hanno messi in difficoltà. Altroché Podestà, ho colto un bisogno esistente".

Ci spiega che cosa hanno fatto questi docenti di sinistra e bulli? 

"Non voglio entrare nei dettagli, tradirei la fiducia di chi me lo ha raccontato. Diciamo che un ragazzo, per esempio, è stato irriso in classe perché non era in linea con il pensiero della docente, e poi ghettizzato per un anno".

Quanti casi ha registrato in quasi tre stagioni di amministrazione?

"Una decina, le sembrano pochi? Monfalcone è una città di trentamila abitanti e la gente mi regala confidenze quando mi incontra, mi prende da parte. Io giro molto e ascolto, un sindaco deve saper ascoltare. E non esagerare".

Questi dieci, mi par di capire non tutti studenti, le hanno confidato vessazioni subite da docenti di sinistra. Quali?

"Lezioni di storie molto faziose".

A scuola si spiega, per esempio, la Costituzione. Lì c'è scritto che l'Italia è una Repubblica democratica, che è vietata la ricostituzione del Partito fascista. Se un docente avesse spiegato questo lo considererebbe un fazioso di sinistra?

"Non è questo il punto. Il punto è non essere ideologici, lasciare che i ragazzi si formino un pensiero proprio. Io credo che non esista al mondo un libro con le verità assolute all'interno".

La scuola deve aiutare a formarsi un pensiero democratico. Se lei, sindaca, avesse ricevuto le confidenza di studenti che si sentivano costretti da docenti di destra, anti-stranieri, promulgatori del pensiero salviniano avrebbe pensato lo stesso a un servizio di ascolto riservato?

"A me sono arrivate solo le rimostranze dei ragazzi oppressi dalla sinistra".

Forse perché lei è una sindaca di destra.

"Può darsi e, comunque, se facessero politica in classe sbaglierebbero anche i professori di destra. La questione più importante è che di questo centro d'ascolto c'è bisogno, almeno a Monfalcone. Dopo che sono uscita allo scoperto mi sono arrivati altri messaggi, l’ultimo dieci minuti fa da un ragazzo del Liceo Petrarca di Trieste. Il problema è più diffuso di quel che credevo. Mi dica lei, perché ascoltare gli sfoghi di ragazzi in crisi deve diventare uno scandalo?".

Perché nella Repubblica democratica italiana funziona così, per legge. Se una persona, un cittadino, un sindaco, viene a conoscenza di docenti che svolgono male il loro mestiere, per esempio, come dice lei, indottrinando gli studenti con pensieri vetero-marxisti, può e deve segnalare la questione al ministero dell'Istruzione o all'Ufficio scolastico regionale. Le istituzioni aprono un fascicolo, decidono se inviare ispettori e, quindi, come comportarsi con quel docente. Non basta?

"Qui in provincia è più facile rivolgersi al sindaco. Se avessi detto a chi mi regalava le confidenze "fai un esposto al provveditorato", se ne sarebbe andato senza rivelarmi nulla".

E invece, adesso, lei vuole che la questione sia trasferita nell'ufficio del Garante dell'infanzia del Comune di Monfalcone, da lei nominato".

"Intanto il nostro garante, che è il signor Francesco Orlando, non ha un ufficio. E poi mica lo controllo. E' uno dei due candidati che ha inviato il curriculum: abbiamo dato a Orlando la funzione perché è un ex professore di scuola media".

O più probabilmente perché si era candidato con la sua lista civica, alle ultime elezioni amministrative. 

"Ma perché dovete vedere il male dappertutto?".

Quando il garante avrà ascoltato i racconti sui malvagi docenti di sinistra, che cosa farà?

"Non so, valuterà. Se sarà il caso manderà un rapporto in Provveditorato o al Miur".

Ma se bisogna passare sempre da lì, dall'Ufficio scolastico regionale o dal ministero, perché inventarsi un nuovo ufficio di ascolto in Comune?

"Guardi, è un'idea che ha avuto il garante, vedremo a settembre se si farà. Non è questa, certo, la priorità di Monfalcone né del Paese".

E' lei che ha fatto il post.

"Non ho cercato questa vetrina negativa, né sono andata a prendermi i ragazzi scontenti. E poi mi scusi, sono al primo giorno di ferie, vorrei fare dell'altro che parlare del centro riservato d'ascolto".

Sindaca, ha anche detto: “Le terribili insegnanti di sinistra che con le loro ideologie avvelenano i giovani osteggiando apertamente le scelte democratiche che gli italiani stanno manifestando verso gli amministratori della Lega”. Poi: "Nelle scuole superiori hanno un'egemonia". 

“Si sa che è così, almeno da noi a Monfalcone. Emerge dai fatti. E i genitori sono arrabbiati, i figli demoralizzati".

Ha detto ancora: "Mi hanno raccontato di docenti che criticano Salvini e le mie ordinanze". E da quando le sue ordinanze non si possono criticare?

"Un professore può fare commenti critici sulle ordinanze della mia giunta, ma se fossi io al suo posto prima le spiegherei, poi aprirei un confronto con gli studenti, infine, al limite, le criticherei. Se non si ragiona così, allora, siamo in dittatura".

Dopo l'insurrezione contro i colloqui di proscrizione, ha parlato di delegittimazione continua dei social rispetto alla sua attività amministrativa. Alludeva ai molti gruppi Facebook che la contestano?

"Sono guidati da chi c'era prima e ha fatto i guai a cui sto cercando di porre rimedio".

La sua Lega, e Salvini in particolare, sono i primi sfruttatori del bar Facebook. E’ un’arma del vostro successo, ma quando vi criticano diventa un problema.

"Guardi, io leggo poco Facebook, ma i post contro di me sono pieni di parolacce. Il mio avvocato sta procedendo, in un caso, con una querela. I social vanno gestiti con educazione e rispetto".

Lei li gestisce bannando chiunque non sia d’accordo con quello che scrive. Non è una pratica antidemocratica?

"Senta, è il mio primo giorno di ferie e le ho già dette molte cose".

A proposito di ordinanze, quella che garantisce birra calda per gli stranieri è ancora in vigore? 

"Non bisogna fermarsi ai titoli, quel provvedimento ha tolto dalla strada molti ubriachi molesti".

La biblioteca comunale ha per caso ripreso a fornire ai lettori Avvenire e Il Manifesto, giornali che hanno criticato le sue politiche con i migranti e che lei ha fatto togliere dal servizio?

"Intanto è stato un atto della dirigente della biblioteca, non mio. Li ha ritirati perché nessuno li chiedeva. Anche Repubblica mi attacca, ma le due copie non le abbiamo tolte. Noi acquistiamo molti giornali e settimanali, nei paesi intorno al massimo uno".

Le quote per bambini stranieri a scuola? Sono sempre valide? Hanno avuto l'effetto di spingere nelle loro case i figli dei lavoratori bengalesi della Fincantieri.

"Le mie politiche scolastiche hanno fatto sì che oggi abbiamo più posti che bambini, prima era il contrario. Alcuni scolari stranieri vanno nei paesi vicini, entusiasti. La distanza è poca e nessuno è più in lista d'attesa".

Cosa ne pensa della classe docente, sindaca Cisint?

"La stimo. I miei figli hanno avuto solo bravi insegnanti".

CATTIVE MAESTRE.  Massimiliano Peggio per La Stampa il  5 ottobre 2018.  Cocaina e hashish. È la droga sequestrata nell’alloggio di corso Novara dove vive Flavia Lavinia Cassaro, la maestra elementare licenziata per aver partecipato lo scorso 22 febbraio ad una manifestazione antifascista nel centro di Torino, urlando ai poliziotti schierati in ordine pubblico «vigliacchi, mi fate schifo, dovete morire». Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini ha commentato la vicenda rivelata dalla Stampa. «Ve la ricordate? Si era messa a insultare i poliziotti urlando “vigliacchi, mi fate schifo, dovete morire!”. Ora trovati cocaina e hashish a casa sua. Non c’è che dire, un’ottima educatrice? Viva la scuola libera da questi personaggi!». Sono stati gli agenti del commissariato Barriera Milano a controllare la sua abitazione, nel corso di un controllo straordinario del territorio che ha interessato lo stabile di corso Novara, occupato da anni da famiglie ed esponenti dell’area antagonista. La polizia, in realtà, era sulle stracce di un marocchino, H.E.M. 38 anni, conoscente della maestra, residente in un altro alloggio dello stabile, sospettato di essere un pusher. Nel suo appartamento gli agenti hanno trovato più di 14 grammi di hashish: per questo è stato denunciato all’autorità giudiziaria. Altri guai, dunque, per la maestra vicina ai centri sociali. Per il possesso della droga è stata segnalata amministrativamente. È stata lei a indicare ai poliziotti del commissariato lo stupefacente, lasciato in bella mostra sul tavolo della cucina. Inoltre è stata trovata in possesso di un «Grinder» ovvero un attrezzo da cucina che serve a sminuzzare vegetali, ma anche la marijuana. Flavia Lavinia Cassaro, sospesa dall’insegnamento dopo il clamore suscitato dalle sue frasi contro la polizia ripetute di fronte alle telecamere di Mediaset, lo scorso giugno era stata licenziata. Con la motivazione di aver agito «in grave contrasto con i doveri inerenti alla funzione di educatrice nonché per attività dolosa che ha arrecato grave pregiudizio alla Scuola e alla pubblica amministrazione». Inoltre si è ritrovata indagata per oltraggio nell’ambito dell’inchiesta sugli scontri tra polizia e antagonisti avvenuti la sera del 22 febbraio, quando le forze dell’ordine cercarono di impedire al corteo antifascista di raggiungere l’hotel Nh di corso Vittorio dove era in corso un comizio di CasaPound. Incontrando i giornalisti, pochi giorni dopo la notifica del provvedimento di «destituzione», l’insegnate, assistita dal sindacato Cub Scuola, aveva detto: «Ho fatto una sciocchezza, ma il licenziamento è eccessivo. È una punizione ingiusta rispetto all’errore che ho commesso». Pochi giorni fa il sindacato di polizia Siulp si è costituito parte civile nel procedimento penale per la guerriglia scoppiata tra corso Vittorio e piazza Statuto il 22 febbraio. L’azione legale contro gli imputati è una presa di posizione da parte del sindacato a tutela dei poliziotti rimasti feriti negli scontri.

Urlò "dovete morire" agli agenti: licenziata maestra antagonista. Il tribunale di Torino ha respinto il suo ricorso contro il Miur per il licenziamento: "Si resta docenti anche fuori dalla scuola". Franco Grilli, Martedì 30/04/2019, su Il Giornale. Si resta docenti anche fuori dalle Aule. La maestra di Torino che insultò gli agenti nel corso di una manifestazione perderà il posto di lavoro. Dopo avere impugnato il provvedimento disciplinare per lei è arrivata la doccia fredda: respinto. Così la direttiva del Miur è valida: la maestra dovrà rinunciare alla sua cattedra. Lavinia Flavia Cassaro pagherà a caro prezzo quegli insulti pieni d'odio urlati ai poliziotti durante una manifestazione antifascista contro un'iniziativa elettorale di Casapound a Torino. La maestra, come ricorda l'Adnkronos, è stata indagata dalla procura per istigazione a delinquere, oltraggio al pubblico ufficiale e minacce. A inchiodare la donna erano stati alcuni video finiti anche in tv in cui la maestra augurava la morte agli agenti in servizio. La Cassaro aveva impugnato la decisione dell'Ufficio scolastico regionale del Piemonte che l'aveva sanzionata per la "grave condotta" tenuta nel corso della manifestazione di febbraio scorso. La maestra ha però perso la sua battaglia legale. Il Giudice del Tribunale di Torino ha infatti respinto il ricorso e l'ha condannata a pagare le spese processuali. Il giudice ha di fatto ritenuta idonea la decisione del Ministero dell'Istruzione considerata la particolare gravità di quanto accaduto. Le motivazioni fornite dal giudice spiegano la sua scelta. Secondo il magistrato il sistema scuola rappresenta "un mezzo per promuovere la crescita della persona in tutte le sue dimensioni". Qui arriva la bocciatura del ricorso: il giudice evidenzia quanto possa essere "evidente il contrasto tra le finalità educative e il ruolo dell'insegnante e l'atteggiamento incontrollato e offensivo nei confronti delle forze dell'ordine tenuto dall'insegnante". Qui il giudice sottolinea e rimarca in modo chiaro il ruolo dell'insegnante: "I docenti hanno compiti non solo legati all'istruzione dei bambini e dei ragazzi, ma anche educativi" e, "per i docenti di scuola primaria, i compiti educativi sono ancora più marcati rispetto ai colleghi degli altri gradi scolastici: hanno a che fare con bambini che non hanno sviluppato un senso critico e sono quindi portati ad 'assorbire' tutto ciò che viene trasmesso loro dall'insegnante, pertanto, un comportamento che violi le regole di civile convivenza e diffonda un senso disprezzo per lo Stato e i suoi comportamenti, tenuto dalla persona che dovrebbe essere modello di comportamento è ancora più grave". Infine il giudice ha inoltre ritenuto che tali comportamenti abbiano "portato grave pregiudizio alla scuola, alla pubblica amministrazione, agli alunni, alle famiglie". Insomma quel "dovete morire" costerà il posto di lavoro all'insegnante che ha insultato gli agenti e la loro divisa.

Torino, la prof insulta i poliziotti: "Dovete morire vigliacchi". Una insegnante intervistata da Matrix conferma di fronte alle telecamere gli insulti alla polizia. Matteo Renzi: "Va licenziata". Claudio Cartaldo, Martedì 27/02/2018, su Il Giornale. Le telecamere l'hanno ripresa lì, di fronte ai poliziotti in tenuta antisommossa. La polizia: "Semina odio. Non può più insegnare". Cappuccio del cappotto sulla testa per proteggersi dal getto degli idranti. Torino. Scontri tra antagonisti e forze dell'ordine schierate a difesa di CasaPound. "Vigliacchi, mi fate schifo, dovete morire", urla la donna guardando in faccia le divise. Professoressa, la donna è stata intervistata da Angelo Macchiavello di "Matrix". Il servizio, mandato in onda ieri sera, sta già facendo discutere. "Sì, ho detto quelle parole perché loro stanno proteggendo i fascisti - ha ribadito la donna - e perché un giorno potrei trovarmi fucile in mano a combattere contro questi individui". Nel mezzo degli scontri, incurante delle telecamere che la stavano riprendendo, la professoressa aveva urlato di tutto contro i tutori dell'ordine. "Mezza cartuccia del cazzo...". E ancora: "Vergognati, schifoso". Durante quella serata di ordinaria guerriglia antagonista, un agente della polizia di stato è rimasto ferito dopo essere stato trafitto da una scheggia di legno schizzata nella sua gamba dall'esplosione di una bomba carta "costruita per uccidere". L'uscita della donna non è piaciuta nemmeno a Matteo Renzi, ospite in studio da Nicola Porro. "Che schifo - ha detto l'ex premier - una insegnante che augura la morte ai poliziotti andrebbe licenziata su due piedi. Una insegnante viene pagata per educare alla cittadinanza nelle scuole...".

Ecco chi è la prof degli insulti che non si pente e tifa No Tav. Una mamma della scuola rivela: urla anche ai bambini. E il ministero apre un caso sulla prof che insulta i poliziotti. Giuseppe De Lorenzo, Mercoledì 28/02/2018, su Il Giornale. La sua foto a bocca spalancata mentre vomita offese contro i poliziotti è ormai su tutti i giornali. Lavinia Flavia Cassaro è suo malgrado la "professoressa" più famosa d'Italia, anche se tecnicamente "professoressa" non è. Insegna all'Istituto Comprensivo Leonardo Da Vinci di Torino, una scuola elementare nella periferia Nord della città dove fa ore di compresenza in una classe. No Tav, No Muos, antagonista e fiera antifascista. La sua storia però è più complessa di quell'immagine che ora la rappresenta. E va guardata più dal lato militante che da quello tra i banchi di scuola. "La giovane è componente del centro sociale Gabrio", spiega un agente che ne ha seguito da vicino le mosse. "La digos la conosce molto bene e non va presentata come una professoressa impazzita durante un corteo". Nel suo curriculum ci sono "precedenti legati alla sua attività" come "occupazioni, imbrattamenti e manifestazioni di piazza". Nata nel 1980 a Piazza Amerina, ad Enna, risultava residente a Bologna "ma di fatto domiciliata a Torino". Un verbale di identificazione per una denuncia per "imbrattamento di cose altrui" la descrive come "sposata, insegnante, conosciuta agli archivi di Polizia". Nel suo profilo Facebook condivide più volte notizie legate alla lotta contro la Tav e alle proteste dei No Muos. La sua presenza in Val di Susa è stata registrata più volte, anche e soprattutto quando i cortei sono finiti in scontri con le forze dell'ordine. "È una delle presenze costanti ai cortei No Tav", fa sapere l'agente. "È proprio una delle anime più carismatiche di Gabrio". "Quello che hai visto in video l'altra sera - continua il poliziotto - è quello che fa sempre". Come nel 2013, quando in un post non esitò a chiamare "vigliacco di merda" un agente costretto a sparare ad un cane che gli ringhiava contro. L'odio verso le forze dell'ordine, in fondo, lo ha espresso senza filtri durante il corteo della settimana scorsa. E il suo nome sarebbe finito più volte nei taccuini delle forze dell'ordine per gli insulti urlati in faccia ai "celerini" in tenuta antisommossa. La Digos l'ha denunciata per quel "dovete morire" finito in televisione e la segnalazione è già arrivata in procura. Anche per questo motivo ieri il ministero dell'Istruzione ha aperto un "caso" su Lavinia Flavia Cassaro. "L'Ufficio scolastico regionale del Piemonte - ha detto oggi Valeria Fedeli - dopo aver svolto i necessari approfondimenti, mi ha informato che in data odierna è stato avviato un procedimento disciplinare". L'obiettivo è quello di capire se sia compatibile con il ruolo educativo che svolge. Ci sarebbero dei dubbi, rinvigoriti da quanto successo a Torino. Il Corriere infatti riporta la testimonianza di una mamma dell'Istituto il cui figlio, alunno alle medie, "sentiva le urla arrivare dal piano delle elementari dove c'era lei". "Gridava sempre e i bambini erano terrorizzati - spiega Claudia - finché un papà si è arrabbiato e allora finalmente l'hanno tolta dalla seconda B" per mandarla con bimbi più grandi. Su questo punto anche gli agenti di polizia sono concordi: "Dentro le istituzioni - dice Pietro Di Lorenzo, segretario provinciale del Siap torinese - non ci può essere spazio per chi nutre e predica odio verso i poliziotti. Le deve essere impedito senza se e senza ma il prosieguo del suo percorso nel mondo della scuola". In diretta su Matrix, Matteo Renzi si è affrettato a condannare la "professoressa dell'odio", come è stata ribattezzata. E lei non ha esitato a rispondergli definendosi una maestra "giustamente delusa dal sistema statale, per il vilipendio quotidiano nei confronti della Costituzione, per le connivenze, ma soprattutto le pratiche fasciste, in questo Paese". Lavinia Flavia non si pente: "Oltre che un’insegnante, sono una persona e sono antifascista. Non mi vergogno della sana rabbia che tutta questa incomprensibile indifferenza scatena nel mio cuore e nella mia mente".

Insegnanti veri! Alessandro Bertirotti il 6 maggio 2019 su Il Giornale. È tutta questione di… educazione permanente. Era molto tempo che non leggevamo, noi italiani, una bella notizia come questa, proveniente poi da un tribunale. Ho ragione, dunque, quando dico che esiste ancora la normalità, il buon senso, in questa nazione. Certo, un po’ nascosto, come accade nel caso dell’intelligenza, ma comunque presente. La frase che ovviamente mi è piaciuta è. “Si resta docenti anche fuori dalla scuola”. È una frase che utilizzo spesso durante le mie lezioni universitarie, quando devo spiegare i concetti di status e ruolo. Il ruolo è, infatti, il comportamento di status. E lo status è la posizione che si occupa all’interno di un gruppo o di una comunità culturale. Per meglio spiegarmi, il ruolo è un modello di comportamento che una persona assume in relazione alla società alla quale appartiene, e tutti i membri di tale società si attendono che quel comportamento di ruolo venga assunto e mantenuto. Quando il ruolo è diretto, abbiamo a che fare con effetti positivi, quando, invece, è indiretto, gli effetti sono negativi. Come in questo caso. Ecco perché la frase espressa dal giudice del tribunale di Torino, nei confronti di Lavinia Flavia Cassaro, è particolarmente importante, visto che considera il sistema scuola come “un mezzo per promuovere la crescita della persona in tutte le sue dimensioni”, risultando evidente, in questo caso, “il contrasto tra le finalità educative e il ruolo dell’insegnante e l’atteggiamento incontrollato e offensivo nei confronti delle forze dell’ordine tenuto dall’insegnante”. Infatti, visto che non vi è soluzione di continuità fra ruolo e status, è bene ricordare che in base allo status ci si attende che una persona si comporti in un certo modo, rispetto agli altri membri del gruppo, e che quest’ultimi si comportino di conseguenza in modo altrettanto specifico nei confronti di colui/colei che occupa quello status. Ebbene, che i nostri insegnanti (non tutti, ovviamente…) siano ignoranti lo sappiamo, ma che siano anche incompetenti circa il ruolo e lo status che occupano, penso sia più grave. Dovrebbero studiare di più, magari anche educazione civica, prima ancora di avere la pretesa di assegnare votazioni sul rendimento scolastico dei loro allievi. Perché, per studiare la storia e la filosofia bisogna stimare l’insegnante, come persona, come individuo e dunque come educatore. E i nostri studenti ci valutano, sempre e con una certa severità, visto che dal nostro comportamento dipende la possibilità di convincerli che il sapere migliora il (nostro) vivere in società, e migliora, con l’esercizio della fatica quotidiana, la qualità della vita di tutti. Per esempio, ci si attende che un padre si comporti con i propri figli secondo quanto è previsto dal suo ruolo, mentre il padre si attende che i figli si comportino nei suoi riguardi secondo il suo status. Ecco, questo dovrebbe accadere anche con i docenti.

·         Indottrinamento a scuola. I Libri di Storia li scrivono i vincitori e …gli ignoranti.

Libro di storia shock Caporetto? Si vinse. A scoprirlo l'assessore veneto Donazzan: volume ritirato. Felice Manti, Domenica 14/07/2019 su Il Giornale. Da qualche parte c'è il generale Luigi Cadorna che si arriccia i baffi e dice: «Visto? Avevo ragione io. Ho vinto». Come dargli torto. La Storia la scrivono i vincitori e la riscrivono i libri. Prendete Caporetto. Non c'è sinonimo migliore di sconfitta della battaglia del 24 ottobre 1917, Prima guerra mondiale, quando il nostro esercito dovette cedere alle forze austro-ungariche e tedesche, per poi riscattarsi a difesa del Piave, dove lo straniero non passò. E invece no. A Caporetto ci fu «lo sfondamento del fronte ad opera dell'Esercito italiano ai danni degli Austriaci». Scritto nero su bianco in un libro di storia, già ritirato dalle scuole venete e nazionali dove era stato adottato. «Roba da mettersi le mani nei capelli», ha detto l'assessore all'Istruzione della Regione Veneto Elena Donazzan, che ha anche scoperto un altro errore: «In una didascalia c'è scritto che il Ponte degli Alpini di Bassano si trova sul Piave». Lo strafalcione l'ha scoperto la professoressa Cavalli, una docente della scuola di formazione professionale Enaip di Bassano del Grappa. «C'è da chiedersi quante altre inesattezze ci siano in questo testo che fino a ieri era adottato dalle scuole italiane e forse lo è ancora oggi - si è lamentata la leghista - la Storia va maneggiata con cura, nello spirito di verità che concorre a formare la coscienza civica di una comunità ed è alle radici della propria identità». Com'è possibile che uno svarione del genere sia finito in un volume destinato ai ragazzi del liceo? Mistero. D'altronde, non c'è da stupirsi che secondo i test Invalsi un ragazzo su tre è un analfabeta funzionale, incapace di leggere e capire un testo scritto. Se anche chi studia rischia di non imparare nulla, anzi... Persino il ministro dell'Istruzione Marco Bussetti, nell'augurare buon lavoro ai maturandi, è scivolato su una citazione, «La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l'opportunità», che è stata attribuita a Lucio Anneo Seneca, quando in realtà Seneca non l'ha mai detta, perché in realtà sarebbe una sintesi di un passaggio del De Beneficiis. Non è il primo strafalcione a finire tra i banchi, e ahinoi non sarà l'ultimo. La deriva della scuola italiana è iniziata con il Sessantotto ed è finita con i telefonini e i social, che non abituano più i ragazzi né a saper scrivere correttamente né a quella «pazienza cognitiva» che serve per capire e assimilare un testo scritto. Il lavoro degli insegnanti, sfiduciati, mal pagati e senza più quel prestigio sociale che una volta veniva loro riconosciuto, è malvisto dalle famiglie. La politica finge di non vedere che oggi la cattedra è la trincea di un Paese che rischia l'ultima Caporetto.

Lorenzo Fioramonti, il ministro M5s riscrive la Storia per indottrinare i più giovani. Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano il 27 Ottobre 2019. Difficilmente passerà alla storia. E, se la cambierà, lo farà in peggio. Dopo aver proposto tasse sulle merendine, giustificazione per gli scioperi ambientalisti ed espulsione del crocifisso dalle aule, il ministro dell' Istruzione Lorenzo Fioramonti riesce a far danni pure annunciando la prima cosa di buon senso del suo mandato: la reintroduzione della prova di storia nell' esame di maturità. Nell'intervista rilasciata ieri a Repubblica, Fioramonti sostiene di non aver potuto «ignorare il Manifesto firmato da una parte rilevante della società italiana» che chiedeva di ripristinare la traccia di storia obbligatoria tra le prove. Detto questo, il ministro inciampa subito nelle motivazioni del suo intervento: «Solo la conoscenza del passato», spiega, «può permetterci di costruire il futuro». Oddio, ma ci voleva un ministro dell' Istruzione per dire questa ovvietà?

BASTA CON LE DATE. Ancor più grave è il metodo che Fioramonti intende seguire per ridare valore all' insegnamento della storia a scuola. A suo avviso, occorre cambiare le modalità di studio perché la storia «non può essere solo una sequela di date e di battaglie da mandare a memoria, ma il racconto di una evoluzione umana in ambiti come il progresso sociale, la conquista dei diritti civili, la partecipazione democratica». Questa frase sconcerta a livello di principio e di contenuto. Per quanto riguarda il primo aspetto, essa si fonda sulla convinzione che la storia umana sia un processo continuo di evoluzione, un cammino lineare orientato verso le "magnifiche sorti e progressive", un' affermazione graduale dello Spirito, come avrebbe detto Hegel. Ma questa visione è stata ormai superata perché le vicende storiche, soprattutto del Novecento, hanno dimostrato che non c' è alcuna tensione verso il Meglio o preparazione del sol dell' avvenire. Semmai, a volte, avviene l'esatto contrario: un processo di decadimento e regresso non guidato né da una ratio scientifica né da una qualche provvidenza.

I PILASTRI DELLA SOCIETÀ. Ma oltre a questo colpisce, da un punto di vista ideologico, la convinzione che l' evoluzione, per Fioramonti, coincida solo con la conquista dei diritti civili, il progresso sociale e la partecipazione democratica, ossia con i baluardi della sinistra Politicamente Corretta basata su retorica dei diritti, femminismo, pensiero Lgbt, accoglienza dell'altro ed estensione della cittadinanza. Dimenticandosi così degli altri pilastri di una civiltà che fanno capo ai doveri di un individuo e di una comunità, al rispetto dell' autorità, all' importanza della tradizione, e alla tutela dei riferimenti sacri, familiari, nazionali. Far coincidere l' evoluzione storica solo con gli elementi indicati da Fioramonti significa orientare l'insegnamento, indottrinare gli studenti, stabilendo un criterio che sancisce a priori ciò che è Bene e ciò che è Male.

SPIAZZARE I DOCENTI. Questo tentativo diventa ancor più evidente allorché il ministro aggiunge che «i libri di testo dovrebbero essere meno didascalici per offrire strumenti stimolanti agli occhi di un insegnante invogliato a essere più dinamico» e l' editoria di settore dovrebbe promuovere «una manualistica che spiazza i docenti» finora «rassicurati da un' impostazione più tradizionale». Quindi basta coi vecchi metodi di insegnamento e i libri di testo troppo tradizionali. Vogliamo manuali «dinamici» e «spiazzanti». Quasi non bastassero i libri di storia infarciti di ideologia sinistrorsa e sessantottina, ora arrivano i manuali grillini «stimolanti» e «non didascalici». Della serie: non c' è mai limite al peggio. Fioramonti assicura che è sua intenzione consegnare questa nuova modalità di studio della storia entro il 2022. Viene da pensare che esattamente un secolo prima, nel 1923, l' allora ministro dell' Istruzione Giovanni Gentile varava la sua epocale riforma della scuola. Da Gentile a Fioramonti: siamo sicuri che la storia sia un processo che evolve verso il meglio? Gianluca Veneziani

·         Istat, ragazzini promossi ma ignoranti.

 No, imparare divertendosi non è imparare. Studio e gioco siano separati: altrimenti si apprende solo in maniera discontinua. Francesco Alberoni, Domenica 08/12/2019, su Il Giornale. Fin dalla primissima infanzia ciò che oggi viene promosso come educativo, formativo è qualcosa di divertente: videogiochi o strumenti che in realtà hanno lo scopo di distrarre. Si è ormai diffusa l'idea che non ci debba essere differenza fra studio e divertimento. Vero, dicono, che noi impariamo solo ciò che ci appassiona, ma questo non può significare che noi impariamo solo quando ci vogliamo divertire. Di fronte a studenti distratti oggi i pedagogisti pensano che basti attirare la loro attenzione. Nelle nostre scuole medie degli studenti disattenti e svogliati alzano la testa, guardano l'insegnante solo quando lui dice qualcosa di nuovo, spiritoso e brillante, come se fosse un attore, un cantante o un comico. Io ritengo invece che gioco e studio vadano distinti. Ci sono delle cose, dei modi di sentire, dei comportamenti pratici che si apprendono con il gioco. Ma altri si ottengono solo con un diverso atteggiamento della mente, che chiamerei «di apprendimento», di «volontà di sapere». Leggendo dei racconti e guardando dei film posso imparare chi sono molti personaggi storici. Ma per conoscere la storia è necessario collocarli sull'asse storico-geografico in modo corretto. Lo stesso vale per la trigonometria, la geografia, la grammatica italiana, la musica. C'è una differenza fondamentale fra l'apprendimento ludico-emozionale, di divertimento oppure frammentario, basato sulla memoria a breve, su Google, di evasione, e quello intenzionale, la volontà di sapere, di apprendere, di ricordare in cui mettiamo in moto altre parti del cervello, altri circuiti, altri neuroni. Questo apprendimento multiplo e discontinuo, il «saltare da un argomento all'altro» e il «piluccare» qua e là rende difficile la lettura di un intero libro, sia esso un saggio o un romanzo, è incompatibile con un reale sapere e una reale capacità di apprendere. In questo modo, seguendo l'attualità, lo svago, l'ultimo stimolo, fluttuiamo su un non sapere, perdiamo i contatti con le nostre radici culturali e restiamo arretrati sul terreno scientifico-tecnologico. E ci indeboliamo economicamente sempre di più, diventando colonie dei Paesi più potenti.

Scuola, rapporto Ocse-Pisa. Uno studente su 20 comprende un testo. La Cenerentola delle materie è Scienze.