Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2019

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

         

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

Burocrazia, un tormento eterno inventato in Francia nel Settecento.

Democrazia, regime del sospetto. Moralismo e Burocrazia.

La Cupola della Pubblica Amministrazione mafiosa.

In Italia c'è un commissario per ogni disgrazia.

Gemellaggi: vantaggi per i cittadini o solo viaggi per gli amministratori?

Il lungo addio delle Province.

I soldi ci sono, lo Stato li perde.

La cultura chiusa per festività.

I Ragazzi delle Scorte.

L’Insicurezza.

I servizi telefonici.

I servizi energetici.

Vigilanza su ponti e ferrovie: ma quando mai…

La circolazione stradale.

Le Ferrovie regionali hanno gravi lacune di sicurezza e manutenzione.

La raccolta e lo smaltimento dei rifiuti.

Gli incubi dei soldati italiani. " la Sindrome del Vietnam".

Suicidi nelle Forze dell'Ordine: i dati di una strage.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

Italia: trionfo della disuguaglianza.

Italia accattona.

Il mistero dei "poveri".

Giovani, laureati e disoccupati. La verità sul lavoro (che nessuno dice).

Generazioni a confronto. L’Italia dei Baby boomer, della Generazione X, della Generazione Y, della Generazione Z, dei bamboccioni, dei Neet e dei Hikikomori.

La fecondazione assistita.

Terzo settore, mai fidarsi di certi buoni.

Case di riposo nel mirino.

L’epopea coraggiosa dei disabili.

Un Popolo di Impasticcati.

Il Comparaggio.

L’Aifagate.

Gli italiani e lo sport? Ne parlano tanto... ma ne fanno poco.

Salute. Cosa non fare…

Farmaci contaminati e contaminanti.

Cavie predestinate.

Espianto e donazione degli organi.

La Tecnologia soppianta gli strumenti medici tradizionali.

Malasanità.

Aborto clandestino, migliaia di donne ancora oggi rischiano la vita.

Psoriasi, i falsi miti duri a morire.

Neoplasia o Tumore o Cancro.

Linfoma.

Leucemia.

Carcinoma.

Melanoma.

Nadia Toffa e il tumore al cervello.

Tumore alla Gola.

Tumore della Laringe.

L’Interruttore del Tumore al seno.

Tumore al polmone e fumo: il rischio non è uguale per tutti.

Quando il fiato si fa corto. Emozione o malattia?

Svapo o non svapo?

Il cancro al pancreas.

Tumori alle vie biliari ed al fegato: la cura è possibile.

Curare il tumore all’ovaio: si apre un nuovo scenario.

Tumore del rene, malattia «subdola» scoperta spesso tardi.

Tumore alla vescica. Rischio Femminile.

Uomini e prostata.

Tumore e discriminazione: l'Auto vecchia si rottama, non si ripara.

Testimonianze dei tumorati. Roberto Calderoli: graziato dal Tumore; Cirinna’ e gli attacchi social.

Cancro: che culo, che palle. Mihajlovic e i danni della solidarietà.

Dove curo il tumore?

Quando e perché si muore di tumore …

I Medicinali Cancerogeni.

Metodo Hamer. Niente chemio? Condannati.

Malata di cancro si salva con la cura Di Bella. Ma il giudice la “condanna”.

Altro che inquinamento ci si ammala di Meno. Occhio alla prevenzione.

Tumore e cancro: il vero, il falso, l'improbabile.

Se la salute è un lusso: curare un tumore costa 40mila euro l'anno.

I Diritti dei Tumorati.

Addio Tumore, Prof Berrino: “Ecco gli alimenti che lo nutrono, mai mangiare la…”

L’intelligenza aiuta a non ammalarsi.

Prurito: che cosa lo può provocare, come si controlla e quando è spia di problemi seri.

La Psoriasi.

Artrosi delle mani.

I Diverticoli.

Celiachia e glutine. Gli intolleranti...alimentari.

La Cervicale.

L'influenza.

La Clinomania? Ecco cos'è il disturbo che ci lega al letto.

Il Diabete.

Le malattie neurodegenerative. La Sla, la Demielinizzazione, ecc.

La Cervicalgia, più semplicemente chiamata "cervicale".

Le Malattie rare.

I meteorosensibili e meteoropatici.

Le cure (nel lettino di casa) per i bambini terminali.

La Pressione: Massima e minima. 

L’Ansia.

Quando fa freddo…che fare?

La Calvizie.

La carie e le speculazioni odontoiatriche.

L’omeopatia.

Il nostro sistema immunitario è un’orchestra.

Adriano Panzironi. Lo scomunicato.

Fatture o sussidio. Reddito di Cittadinanza e Salario Minimo. La fotografia del Paese diviso.

Ammalarsi da «autonomi».

Morti sul lavoro: persone, non numeri.

Business del mal di schiena: troppi interventi inutili.  

Dimenticare il figlio in macchina ed il caos del sistema.

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Burocrazia, un tormento eterno inventato in Francia nel Settecento.

Burocrazia, un tormento eterno inventato in Francia nel Settecento. Pubblicato mercoledì, 5 giugno 2019 da Paolo Fallai su Corriere.it. L’invenzione delle parole ha sempre qualcosa di prodigioso, «di magico» ci suggerisce un appassionato e competente studioso come Giuseppe Antonelli. Nel suo libro «Un italiano vero» (Rizzoli) cita alcuni esempi famosi di inventori come Cicerone o D’Annunzio, anche se ci ricorda - citando gli studi di Tullio De Mauro - il debito che abbiamo con Dante Alighieri: «più di un quinto delle parole usate ancora oggi nell’italiano di tutti i giorni risulta attestato per la prima volta nelle sue opere, e in particolare nella Commedia». La parola che vogliamo raccontare questa settimana è un prestito francese e soprattutto molte fonti concordano nell’individuare nome e cognome del suo inventore. E non succede spesso. Burocrazia sarebbe stata coniata dall’economista francese Jean Claude Marie Vincent de Gournay (1712-1759) ottenendo molto presto uno straordinario successo. Nata dall’unione tra le parole bureau (ufficio, in francese) e kratos (potere, in greco), si è imposta affiancandosi a già note composizioni come aristocrazia (potere dei nobili), democrazia (potere del popolo), per indicare il «potere degli uffici». Non stupisce quindi che nel suo primo significato di «complesso degli uffici gerarchicamente ordinati che svolgono funzioni di amministrazione» sia attestata in italiano fin dal 1781. Crescita e moltiplicazione degli apparati amministrativi - e del loro incidere sulla vita quotidiana dei cittadini - hanno fatto sì che analogo successo avesse il suo significato figurato, fortemente caratterizzato in modo negativo, come «eccessiva e ottusa osservanza dei regolamenti», e «il potere assunto negli stati moderni (o, per analogia, anche in strutture politiche anteriori) dalla massa dei funzionarî, soprattutto come effetto del moltiplicarsi delle funzioni dello stato e degli enti pubblici» (Treccani). Insomma sarebbe una connotazione negativa di un significato che in origine non avrebbe avuto. Non sarebbe proprio andata così: quel signor Gournay che abbiamo citato prima come inventore della parola, era un economista che si è applicato in particolare allo studio delle condizioni economiche delle regioni francesi: una delle sue conclusioni, di supporto al liberismo economico che professava, sosteneva la necessità di liberare industria e Commercio dall’intralcio dei vecchi ordinamenti. Insomma l’insofferenza verso regole e funzionari era presente fin dalla nascita della parola. Ed era talmente forte da contaminare le lingue più vicine alla Francia. Dell’italiano abbiamo detto, in Gran Bretagna, la parola sorella bureaucracy compare sul Times di Londra già nel 1815. Come sempre quando una parola risolve con precisione la descrizione di un concetto, questa poi si moltiplica in una quantità di derivazioni a loro volta sempre più precise: da burocrate a burocratese (inteso come lingua infarcita di termini giuridici e tecnici, quindi pressoché incomprensibile); da burocraticamente a borosauro, dal titolo di una commedia di Silvano Ambrogi «I burosauri» che metteva alla berlina il burocrate come emblema della pignoleria e della inefficienza dell’amministrazione pubblica.

·        Democrazia, regime del sospetto. Moralismo e Burocrazia.

LA BUROCRAZIA HA ROTTO IL CAZZO. Sergio Rizzo per “Affari & Finanza - la Repubblica” il 18 novembre 2019. Tremilacentoventinove giorni. Otto anni e quasi sette mesi per avere il permesso di realizzare un impianto fotovoltaico in Puglia, mentre l' Italia passava da Silvio Berlusconi a Luigi Di Maio attraversando le più o meno brevi epoche di Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Senza che nessuno si fosse astenuto dal dichiarare guerra alla burocrazia. Ma solo a parole, ovviamente. Il calvario della società Palo energia è raccontato nel provvedimento del terzo (terzo!) commissario ad acta incaricato di sbrogliare la matassa, pubblicato qualche settimana fa sul bollettino ufficiale della Regione. Provvedimento che ha richiesto, per spiegare l' accaduto, ben 23 pagine fitte fitte. Inutile e tedioso l' elenco di pareri, approvazioni, revoche, dinieghi e nulla osta, osservazioni, distinguo e precisazioni. Basti sapere che su questa vicenda e i ricorsi che ne sono seguiti il Tar della Puglia ha emanato tre sentenze e una serie altrettanto nutrita di ordinanze. Per non parlare delle rituali Conferenze dei servizi, e qui l' elenco dei soggetti che ne fanno parte spiega tante cose: sono 30 (trenta!) Fra questi, sei uffici della Regione, due soprintendenze, due diverse strutture del Demanio statale, la Provincia, il Comune, l' Autorità di Bacino, il consorzio di bonifica, l'Acquedotto pugliese, l'Enac, l'Enav, l'Enel, la Snam, il comando in capo del Dipartimento militare e il Comando militare dell' esercito per la Puglia, nonché l' Aeronautica militare. Per carità di patria ci fermiamo qui: non senza dire che alla riunione decisiva della Conferenza di questi trenta erano presenti appena in tre. E quanto tutto questo carosello sia costato ai contribuenti non riusciamo nemmeno a immaginarlo.

Malaburocrazia, il cancro che nessuno vuole curare. Domenico Ferrara su Il Giornale il 25 novembre 2019. E alla malaburocrazia chi ci pensa? Nessuno, anche stavolta. Nella manovra economica non ci sono misure volte a semplificare, eppure ce ne sarebbe bisogno come il pane. Sia per le imprese sia per i cittadini. Ma purtroppo da anni è un cancro che non si vuole né analizzare né provare a curare. In un convegno realizzato a Milano lo scorso 22 novembre dall’associazione Competere e dal titolo: “La sfida della semplicità. Come ritornare competitivi nel mondo”, mi hanno colpito due dati su tutti:

1) Il 30% del tempo delle risorse umane viene impiegato in attività di anti corruzione e compliance.

2) Mediamente un’azienda è costretta a effettuare 15 diverse tipologia di pagamento per un totale di 269 ore consumate.

In una parola sola: burocrazia. Secondo l’indice Doing Business, che analizza la disciplina normativa e fiscale che si applica alle imprese, l’Italia è costantemente agli ultimi posti tra le vecchie economie più avanzate. Nell’edizione del 2020, per esempio, occupa appena la 58esima posizione: venti punti sotto gli altri Paesi del G7. I mali dell’Italia sono essenzialmente tre: la complessità fiscale, la lentezza burocratica e la lentezza giudiziaria. Ma sono temi che difficilmente trovano spazio nell’agenda politica di un governo. O meglio, durante la campagna elettorale i partiti si ripromettono di risolverli, ma poi finisce tutto in una bolla di sapone. Eppure di casi emblematici ormai ne succedono uno al giorno. Dal commerciante che vuole aprire un supermercato ma che all’improvviso viene bloccato perché la Regione cambia le norme e blocca le nuove domande per almeno sei mesi al povero contribuente che per due centesimi di differenza d’imposta riceve una multa da 60 euro di cui 51 euro di sanzioni amministrative, 8,75 euro di spese di notifica ed emissione atto, 0,23 euro di arrotondamento. Storie di tutti i giorni, direbbero i Pooh. Storie di ordinaria follia burocratica.

"Schiavi della burocrazia Per completare un ponte non ci bastano 15 anni". Il presidente dell'Ance, Gabriele Buaia: un labirinto di norme e pareri. Per uscirne accorciamo la filiera. Stefano Zurlo, Martedì 26/11/2019, su Il Giornale.

Troppe norme. Troppi pareri. Troppe voci. Troppo tempo.

«Troppo di tutto - sbotta Gabriele Buia, presidente dell'Ance, l'Associazione nazionale costruttori edili - attraversiamo una perenne emergenza, il dissesto idrogeologico avanza come una lebbra ma noi siamo sempre alle prese con la nostra devastante burocrazia, con le procedure bizantine, con i soldi che alla fine restano in qualche cassetto».

Domenica è caduto un viadotto sulla Torino-Savona. È solo l'ultima di una serie infinita di sciagure. Come ne usciamo?

«Purtroppo, che si tratti di riparare una galleria o di costruire una nuova strada, le cose non cambiano. Si entra in un labirinto».

Un labirinto?

«Sì. Io per un singolo intervento ho conteggiato tredici pareri. E parliamo di una strada a rischio. Siamo dentro un colossale gioco dell'oca: il governo stanzia i soldi, poi li gira al ministero che magari li passa alle regioni. E intanto si alzano voci, innumerevoli e dissonanti. La Regione contro il Comune e contro il Governo. E poi la legge A che dice il contrario della norma B. Un manicomio».

Ma la manutenzione?

«È lo stesso pantano. Che si debba realizzare la ferrovia veloce Napoli-Bari o sistemare un pezzo di rete, la sostanza non cambia».

Cosa serve?

«Dobbiamo far ripartire l'Italia».

Mi scusi, Presidente: lo ripetono tutti.

«Anche noi e da anni. Il problema è che non ci ascoltano. Anzi»...

Anzi?

«Quando mettono mano, i politici aggiungono un'altra legge che complica ancora di più il cammino già lentissimo».

Ma allora?

«Ci sono miliardi su miliardi stanziati che non si riesce a spendere».

Ma come è possibile?

«Gliel'ho detto. È un iter contorto e farraginoso, con mille stazioni, mille problemi e mille campane che suonano. Neppure i morti bastano per sciogliere questi nodi intricati. A Sarno, dove ventuno anni fa ci furono 160 vittime, ci sono interventi finanziati da anni che restano sulla carta. Come gran parte delle opere annunciate da questo o quel governo. Il tempo se ne va in un corpo a corpo senza fine. Corpo a corpo a corpo con il groviglio legislativo, con i bandi, con la ripartizione dei fondi, con i funzionari che non firmano gli atti per la paura di commettere un abuso d'ufficio o di essere richiamati dalla Corte dei conti».

Ci sarà pure una soluzione.

«Si deve accorciare la filiera, ridurre le caselle e gli attori. Non è possibile che l'Anas solo per farsi approvare un progetto attende in media cinque anni. E che la Presidenza del consiglio ci offra un dato sconcertante: per completare nuove infrastrutture sopra i cento milioni di spesa servono almeno quindici anni».

Buia sorride ironico e allarga le braccia: «Io non sono il Presidente dell'Ance ma dell' associazione Reduci e combattenti».

Siamo senza speranza, mentre il Paese si sbriciola giorno per giorno?

«A volte i commissari, che hanno poteri in qualche modo speciali, riescono ad abbreviare le liturgie dello Stato. Ma non possiamo vivere di emergenze».

E allora?

«Dobbiamo riprendere il modello spagnolo. In Spagna fra il 2010 e il 2012 hanno speso 13 miliardi di euro. Cifre per noi inimmaginabili».

Il segreto?

«Fissare una linea invalicabile, una data sul calendario, e poi partire. Abbiamo sperimentato qualcosa di simile con i piccoli interventi per i Comuni in difficoltà».

E come è andata?

«Benissimo. Sono stati stanziati 400 milioni ma questa volta quasi tutti i cantieri, si sono messi in movimento. Un miracolo nell'Italia di oggi».

Dalla Società della fiducia alla Società del sospetto. Moralismo e burocrazia. I soldi persi del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. L’Editoriale del direttore del Tgnorba, Vincenzo Magistà del 13 marzo 2019: «Fondo Sviluppo Coesione, o FSC, non è una brutta parola, anzi è la formula del nostro futuro. Si tratta di un Fondo nazionale, nel quale confluiscono risorse europee e statali, che sono destinate a finanziare opere pubbliche: l’80% di queste opere nelle regioni del Sud. Quindi è un Fondo che ci riguarda direttamente. Un Fondo che sostiene un Programma di investimenti da fare, però, in sette anni. Il Fondo attuale porta la data del 2014 e scadrà l’anno prossimo. Infatti si chiama FSC 2014-2020. La dotazione del Fondo è enorme: 32 miliardi, di cui quasi 26 riservati e destinati alle regioni meridionali. In questo Fondo ricadono finanziamenti compresi nei 15 patti per il Sud, che Renzi, ricorderete, firmò tre anni fa con Regioni, Provincie e Città Metropolitane. Progetti che hanno l’obbiettivo di aprire cantieri, rilanciare occupazione e gli investimenti attraverso la realizzazione di opere pubbliche, peraltro necessarie. Quindi una bella occasione di crescita e, però, solo sulla carta. La Ragioneria dello Stato ha voluto mettere ordine nella montagna di carte, decreti, ricorsi, parole che hanno soffocato in questi anni l’FSC. Lo hanno tramortito, lo hanno ingessato. La ricognizione si è conclusa nei giorni scorsi. Al 31 ottobre 2018 sui 32 miliardi a disposizione è stato speso soltanto l’1,5%, cioè appena 492 milioni e le proiezioni ad oggi, si è segnalato una certe ripresa, comunque le proiezioni ad oggi indicano la possibilità che la spesa sia salita all’1,9%. Rimanendo, cioè, ferma a cifre irrisorie. Allora, se la situazione è questa, quando emettiamo giudizi, quando ci lamentiamo, quando facciamo proteste, beh, dobbiamo prima rifletterci, anzi, dobbiamo cambiare tutto. Basta a lamentarci che non ci sono soldi: i soldi ci sono. Ci sono anche i progetti. Ci sono anche le idee. Il problema è che non sappiamo trasformare le idee con i soldi che ci sono in fatti concreti. Forse, non è che non li sappiamo spendere, è più corretto dire, in certi casi, che non ce li fatto spendere. Perché il problema principale, il problema che blocca i progetti, i finanziamenti, e quindi i cantieri, è la burocrazia: la cronica lentezza, e ci fermiamo qui, della pubblica amministrazione. Un certificato che si può rilasciare in mezz’ora, si rilascia in una settimana. Per un parere che si può ottenere in un giorno, si aspettano mesi; per progetti interi, anni. La malattia che causa questo male si chiama: DERESPONSABILIZZAZIONE. Negli uffici pubblici si sparisce per non firmare; ci si nasconde per evitare di assumersi responsabilità. E questo perché alla società della fiducia abbiamo sostituito la società del sospetto. Ed è proprio il sospetto che ci sta uccidendo, che ci sta facendo precipitare sempre più in basso. Il guaio è che quando lo capiremo, forse, sarà troppo tardi.

Si vota per un partito non perché ci piace, ma per punire il partito che non tolleriamo. Democrazia, regime del sospetto. Il vero scopo del voto dato a Salvini è punire Renzi, scrive Gianfranco Morra il 14 marzo 2019 su Italia Oggi. Utili e nocive, spietate e approssimative, professionali e mitiche, le intercettazioni sono nell'occhio del ciclone. Ci sono sempre state. Dionigi di Siracusa intercettava i prigionieri da un orecchio di roccia scavato nelle latomie; oggi bastano strumenti quasi invisibili, nascosti ed efficientissimi. Si chiede dunque una legge, che ne preservi l'uso per fini di giustizia, ma impedisca di rivelare, spesso senza fondamento, la (peggiore) vita intima dei cittadini. Va bene la libertà di stampa, ma non può servire per denigrare persone, che troppo spesso risultano innocenti. Due leggi, nel 2001 (Mastella) e nel 2008 (Alfano), sono state discusse in parlamento, ma non son giunte in porto. Oggi se ne riparla. Ma forse il problema più importante è un altro: perché qualunque notizia rivelata suscita tanto interesse e sdegno, rumore e protesta? o meglio: che tipo di società è la nostra, nella quale, non solo ci sono le intercettazioni, ma c'è il desiderio, anzi la fregola di conoscerle e di usarle contro gli altri? e in che misura quelli che si scandalizzano sono spesso identici agli intercettati, anche se non hanno i mezzi per emulare le loro imprese? Chi siamo ce lo dicono i tre «maestri del sospetto» della nostra epoca. I cui più alti valori sono la falsificazione di interessi di classe, non ideali ma ideologie, menzogne teoriche per finalità pratiche (nonno Marx). Non bisogna mai credere alle verità perenni sbandierate dai deboli, lo fanno solo per guadagnarci qualcosa, di fronte ad ogni affermazione bisogna chiedersi che cosa ci sta «dietro» e «sotto»: «quanto più sospetto, tanto più filosofia» (figlio Nietzsche). Anche perché la nostra vita conscia è solo un riflesso inconsapevole del nostro istinto libidico, è «un ciò irrazionale che diventa un io» (nipote Freud). In una società del sospetto ogni accusa viene tenuta per vera. La totale sfiducia dei cittadini nei politici, li induce a credere subito alle malefatte rivelate dalle intercettazioni. Tutte e comunque. La madre del sospetto è quella «morale degli schiavi» che nasce dal «risentimento»: un odio incapace di tradursi in violenza, una volontà di vendetta rimossa e sublimata, trasformata in rancore e invidia per l'altro, non per quello che è, ma perché io non posso essere ciò ch'egli è. Il risentito è un nichilista inconsapevole. È una invidia impotente e pertanto repressa e conservata dentro, che produce intossicazione nell'intimo. Perché il risentito non può ammettere la sua inferiorità e insieme è incapace di superarla. Non si tratta di un mentire consapevole, ma di una falsità organica e inconscia: una cattiva fede in buona fede. La volpe che lascia l'uva sul tralcio troppo alto non mente, è convinta che non sia ancora matura (nolo acerbam sumere). Tutte le società della storia hanno avuto forti e deboli, ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati. Ma nella società del passato, quando la differenza era tanta e anche giustificata da teologi e filosofi, non si avevano che rare e limitate esplosioni di rivolta. Chi stava «sotto» sapeva che doveva starci, il figlio di un operaio ben difficilmente poteva diventare un «borghese» (anche se quando, raramente, ci riusciva, era meglio degli altri). Non così la democrazia. Il suo vangelo è che gli uomini sono uguali, quando invece nella realtà potranno esserlo più o meno, mai però del tutto. In tal modo essa promette qualcosa che potrà dare solo in parte e sollecita così il risentimento delle «classi inferiori» (Pareto e Mosca: inferiori non in senso morale, ma sociale). Il sospetto è sempre una «dietrologia», dato che in ogni azione non manca mai il secondo fine, anzi è il più importante. La funzione palese è solo lo schermo della funzione nascosta. Di ogni persona è secondario domandare «se sia onesto oppure corrotto». La domanda più importante è: «Cosa nasconde questa notizia e a chi serve?». Anche le intercettazioni. Se i giornali parlano dei milioni dati alle olgettine, non ci si chiede se si tratti di un fatto reale o di una invenzione. Il problema diventa: «A chi è utile questa notizia?». Se Lupi si dimette da ministro, il problema non è se «era giusto che lo facesse», ma «chi ne ha tratto il maggiore vantaggio?». Nonostante le tante realizzazioni positive, la democrazia è un regime debole (o, come oggi dicono i politologi, liquido, fragile, instabile). Perché è il regime del sospetto. Che è alla base di ogni scelta elettorale: venute meno le idee forti del passato, si vota per un partito, non tanto perché si crede nelle sue qualità intrinseche, quanto per il fatto che, sostenendolo, si «punisce» un altro. Il voto è per lo più di protesta. Si fa il tifo per A solo per condannare B (e viceversa). Il vero scopo del voto dato a Salvini è quello di punire Renzi; chi vota per Grillo non intende premiare il comico, ma far perdere tutti gli altri. Non tutti i cittadini sono così, non mancano certo persone aliene dal risentimento. Ma il sospetto e la conseguente dietrologia, proprie dell'uomo di ogni epoca, raggiungono il massimo della estensione proprio nelle società democratiche decadenti, dominate da relativismo e narcisismo. Come la nostra. Nella quale si fanno sempre più tenui i legami di socialità e solidarietà. Senza i quali (è la conclusione del più acuto studioso del risentimento, Max Scheler) la società, anche se simula rispetto e devozione per i grandi valori, rimane incapace di superare le sue tendenze negative: «Senso e impulso di vendetta, odio, invidia, gelosia, malizia» (Del risentimento, Vita e Pensiero, p. 31). Pochi fenomeni lo mostrano così bene come il morboso interesse per le intercettazioni.

Le origini della cultura del sospetto. Da Italians di Beppe Severgnini del Il Corriere della Sera del 3 dicembre 2001. Caro Severgnini, si dice che l'Italia sia il Paese dalle molte anime, culturali e politiche. Il che è vero, e in un regime democratico la polifonia è certamente un elemento positivo. C'è però una cultura che, di fatto, ha prevalso sulle altre, soprattutto in questi ultimi decenni. E' la cosiddetta "cultura del sospetto", che fa capo a quelli che il filosofo Paul Ricoeur ha definito i "maestri" del sospetto: Marx, Nietzsche e Freud. Secondo costoro, in soldoni, la realtà è sempre ingannevole e niente di ciò che accade, di ciò che viene detto, financo di ciò che viene pensato corrisponde a verità: tutto è falso e va demistificato. Questo modo di pensare ha condizionato e condiziona il nostro vivere quotidiano più di quanto non appaia. Nelle piccole come nelle grandi questioni. Tutti sanno, ad esempio, che Andreotti è stato giudicato innocente dell'omicidio Pecorelli. Bene. Ma quanti ancora "sospettano" che Andreotti sia comunque colpevole nonostante la sentenza del tribunale? E che sia comunque coinvolto, magari con gravi responsabilità, nei misfatti italiani degli ultimi cinquant'anni? A riprova, un piccolo fatto dal mondo dello spettacolo. Narrano le cronache che nella sua ultima fatica teatrale il comico Luttazzi abbia inserito una scena, ripugnante e macabra, in cui Andreotti fa sesso, per usare un eufemismo, con il cadavere di Aldo Moro. Ora, al di là dell'aspetto puramente etico di questa geniale trovata, che già di per sé giustificherebbe il ripristino immediato della censura, quel che qui interessa sottolineare è come questa operazione teatrale rappresenti un classico esempio di cultura del sospetto. Essa infatti reitera e ripropone, sotto altre spoglie, la vulgata complottarda secondo cui ci sarebbe un legame, nella tragica vicenda di Aldo Moro, tra i brigatisti e il "potere", rappresentato (manco a dirlo) da Andreotti. Eppure non è stato dimostrato in nessuna aula giudiziaria che Andreotti era il regista occulto, il Grande Vecchio, del rapimento e dell'omicidio dello statista democristiano ad opera delle Br. Ma tant'è. Il sospetto resta. Pervicace, ostinato, duro a morire. Come un virus mutante si insinua negli ingranaggi della pubblica opinione fino a diventare luogo comune. A farne le spese, come al solito, la gente comune, che alla fine non sa più che pesci prendere, a chi credere, a cosa credere. Oltre, naturalmente, al malcapitato di turno che viene "marchiato" a vita. A prescindere, direbbe Totò. Luca Del Pozzo.

·         La Cupola della Pubblica Amministrazione mafiosa.

Troppe leggi, burocrazia asfissiante, cooptazione, raccomandazione ed infedeltà dei dipendenti pubblici, mancanza di controllo dei dirigenti, omertà corporativa, incentivano e favoriscono la corruzione da parte degli utenti vessati e l’infiltrazione della criminalità.

Tutta colpa della burocrazia. Il rapporto di Confcommercio: nel 2010 l'Italia è al 20° posto su 25 nella classifica sulla complessità della burocrazia a livello internazionale. Siamo ultimi per livello di efficienza del sistema giudiziario. Domenico Ferrara, Mercoledì 08/08/2012, su Il Giornale. "La burocrazia è un gigantesco meccanismo azionato da pigmei", sentenziava Honoré de Balzac. Una descrizione che rispecchia fedelmente il nostro Paese, sovrastato e bloccato da una mancata semplificazione normativa, dalle lungaggini burocratiche, da una bassa qualità dei servizi pubblici e dall'onerosità degli adempimenti. Ostacoli che fanno sprofondare l'Italia in fondo alle classifiche nel confronto internazionale. Infatti, in base a quanto emerge dal rapporto sulle determinanti dell’economia sommersa realizzato dall’Ufficio Studi di Confcommercio, nel 2010 il nostro paese è al ventesimo posto su venticinque nella graduatoria sul grado di complessità della burocrazia a livello internazionale. Il rapporto Confcommercio, che si basa sui dati del world economic forum e della Banca mondiale, spiega che "il nostro Paese soffre in maniera accentuata di eccessiva burocrazia e la percezione di come lo Stato risponde ai cittadini-imprese è rimasta sostanzialmente invariata nell’ultimo decennio". Se al peso della burocrazia si aggiunge quello della lentezza della giustizia, ecco che il quadro non può far altro che peggiorare. Infatti, secondo il rapporto, l’Italia registra il più basso livello di efficienza del sistema giudiziario ed è agli ultimi posti per la capacità di risolvere controversie tra imprese, per la diffusione di pagamenti irregolari e tangenti, per i costi e i tempi di adempimento degli obblighi fiscali". Inoltre, per quanto riguarda la diffusione di pagamenti irregolari e di tangenti, il Belpaese occupa il 25esimo posto, prima della Slovacchia, segnalando un peggioramento di una posizione rispetto al 2000. In particolare, il tempo di attesa per una sentenza di fallimento o di insolvenza è raddoppiato passando da uno a quasi due anni (circa cinque volte i tempi dell’Irlanda e il doppio del Regno Unito).

Da Italians di Beppe Severgnini su Il Corriere della Sera 03-01-09. I privilegi dei burocrati favoriscono l'illegalità. Caro Severgnini, ha toccato il principe degli argomenti per cercare di ristabilire in Italia una fiducia stabile e generale. Si è posto la domanda perché Ciampi (e prima di lui gli altri) non affrontano l'argomento? Semplicemente perché sanno benissimo che la contropartita dell'illegalità diffusa nel sistema italiano sono stati i privilegi e i favori di cui godono a dismisura quasi tutti coloro che operano nel pubblico, soprattutto a Roma e dintorni. E il nostro presidente lo sa benissimo, visto che la Banca d'Italia è l'apice di questo sistema. Chiaro che Ciampi, o altri come lui, non hanno "rubato" niente, non hanno "truffato" niente, ma tutta la pletora di privilegi, favori e cavilli che li distinguono dal normale cittadino si possono reggere e giustificare solo se agli altri permetti di fare i "furbi". Quindi è impossibile sperare che possano venire parole come quelle da lei auspicate, ma quello che io credo (sarò pessimista) è che tali parole non girano nella testa di coloro neppure come pensieri inespressi, tanta è ormai la consuetudine a questo sistema. Come in tutti i conflitti umani la soluzione può essere solo di due tipi: una delle parti prevale con la forza, oppure (meglio) tutti facciamo un passo indietro. Da parte mia sono convinto che il primo passo debba farlo la burocrazia, che comunque ha sempre un salvagente in più del privato costretto dalle circostanze a fare il "furbo". Saluti cordiali, Sandro Benassai.

Quel mostro della burocrazia legislativa che ci divora ma che alla fine alimentiamo. Pietro Di Muccio De Quattro il 26 Ottobre 2019 su Il Dubbio. L’Ufficio studi della CGIA, meritoria Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre, ha pubblicato una nota intitolata “La burocrazia legislativa produce una montagna di carte: oltre 30.600 pagine all’anno”. Ne risultano cifre agghiaccianti che il Parlamento e i partiti, se non fossero in altre faccende ( persino puerili) affaccendati, dovrebbero mettere al primo punto dell’agenda politica; così come stampa e televisione, in prima pagina. Le 365 Gazzette Ufficiali del 2018 sono composte da ben 30.671 pagine, pesano 80 chilogrammi e, se stese una dopo l’altra, coprono 452 chilometri, pressoché la lunghezza dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria! Questo diligente e ammirevole Ufficio studi ha pure calcolato che a una persona normale, che impiegasse 5 minuti per leggere ciascuna pagina infarcita di leggi, decreti, regolamenti, ordinanze, delibere, comunicati, occorrerebbero 319 giorni lavorativi per scorrere il profluvio di fogli, cioè oltre un anno d’ininterrotto lavoro! Inoltre, non senza larvata ironia, l’Ufficio studi ha precisato che il 12 aprile 2018 si è registrata “la punta massima di produttività normativa”, allorché il Supplemento ordinario n° 18 della Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il primo gruppo di ISA ( Indici Sintetici di Affidabilità fiscale) che sostituiscono gli studi di settore. “In buona sostanza – scrive l’Ufficio le imprese, i commercialisti, le associazioni di categoria, gli addetti ai lavori si sono trovati tra le mani un malloppo di 2.967 pagine che illustra i nuovi indicatori delle prime 69 attività economiche con le relative specificità territoriali.” Tuttavia il giorno più infausto è stato il 4 gennaio di quest’anno. Il Supplemento ordinario n° 3 ha pubblicato il secondo decreto sugli ISA di altre 106 categorie economiche, ben più corposo del precedente: 4.334 pagine! Come tutti possono verificare dal devastante esempio, l’avversario ostile ed implacabile dell’imprenditore e dell’aspirante tale non è il potenziale concorrente ma il teorico protettore: lo Stato, ovvero, in senso ampio e generale, quegli uffici e impiegati pubblici ai quali la politica, mediante una legislazione più che improvvida e farraginosa, affida servizi, controlli, rilascio di nullaosta, licenze, concessioni, autorizzazioni, benestare, visti, permessi, attestati, e simili. Una ricerca di European House- Ambrosetti, pure citata dall’Ufficio studi, ha evidenziato il costo spaventoso sopportato dalle imprese per ( cercare di) superare la corsa ad ostacoli tra le norme e le pratiche: 57 miliardi! Del resto, la giungla legislativa italiana è così intricata che le stime sulla stessa quantità delle leggi in vigore oscillano tra 90.000 e 160.000, mentre in Francia sarebbero 7.000, in Germania 5.500, nel Regno Unito 3.000. Stando così le cose, sembra umoristica e paradossale la rituale “cerimonia del ventaglio” nella quale le Camere, ad inizio estate, magnificano la fecondità dell’attivismo parlamentare e si gloriano delle tante nuove leggi approvate nell’anno, obbedendo all’ideologia giuspositivista che devasta lo Stato di diritto. La definizione di “burocrazia legislativa” ( espressione felicemente inusuale, se non addirittura inedita nel suo doppio significato) con riguardo alla proliferazione incontrollata delle norme calza solo a metà o per metafora. A ben vedere la burocrazia oppressiva propriamente detta è bensì figlia legittima delle troppe regole giuridiche, essendone la legiferazione ipertrofica la madre naturale, però trascura il padre, che non è meno certo, cioè il cittadino elettore, il quale sollecita continuamente lo Stato ad intervenire, spesso a sproposito, mentre a loro volta la pubblica amministrazione e la magistratura chiedono per conseguenza, anche legittimamente, interventi per precisare, chiarire, completare il contesto normativo e ordinamentale. La burocrazia è fatta di una norma, un impiegato, un ufficio, uno stanziamento, ed è sempre invocata con le migliori intenzioni, salvo poi pentirsene quasi sempre a cose fatte perchè ineluttabilmente essa obbedisce al proprio codice genetico, originatosi al riparo della concorrenza. Dunque pretendere una burocrazia senza gli specifici vizi burocratici lamentati equivale a voler sgrassare il sangue con il colesterolo. Inoltre, ancor più grave, a misura che il processo di burocratizzazione espande la sua influenza sulla società, i vizi burocratici ( rectius: il suo intrinseco modo d’operare) non restano confinati all’attività imprenditoriale od economica in senso stretto ma contagiano l’azione umana in generale. La straordinaria aporia dello statalismo, in particolare italiano, consiste nel fatto che tutti biasimano il burocratismo e considerano offensivo il termine “burocrazia”, eppure chiedono più burocrazia se sembra soddisfare un loro peculiare interesse ovvero nell’illusione che riuscirà a soddisfarlo. Tant’è che gl’Italiani, unici al mondo, sono stati capaci persino d’istituire un ministero per riformare i ministeri.

Non è reato offendere gli impiegati per i ritardi delle loro funzioni. Durante il lungo processo il cittadino si è fatto difendere dall’avvocato Pasquale De Laurentis mentre il geometra si è costituito parte civile. Nazareno Dinoi su La Voce di Manduria mercoledì 09 ottobre 2019.  Non è condannabile un cittadino che per i ritardi di un pubblico servizio si rivolge al dipendente usando parole “sopra le righe”. È quanto ha stabilito una sentenza del tribunale di Taranto che ha assolto un manduriano finito sotto processo per una lettera indirizzata ad un geometra del comune di Manduria nella quale scriveva: «Vergognatevi, dovreste vergognarvi, fornite un disservizio pagato profumatamente». La missiva che era indirizzata ai responsabili dell’Area tecnica della città Messapica, aveva creato risentimento anche nel dirigente di allora, ingegnere Antonio Pescatore che aveva prima querelato il cittadino ritirando poi la denuncia. Aveva invece deciso di andare avanti uno dei geometri in servizio (ora in pensione) che ha portato avanti un lungo processo durato otto anni finito con l’assoluzione dell’imputato «perché il fatto non sussiste». I fatti risalgono al 2011. In quell’anno un manduriano che allora aveva 64 anni, presentò all’Ufficio tecnico la richiesta di un certificato di destinazione d’uso per dichiarazione di successione che nonostante vari solleciti tardava ad arrivare. Finalmente, dopo un periodo che l’utente sessantaquattrenne aveva giudicato “biblico”, il protagonista volle sfogare la sua rabbia inviando una lettera ai responsabili di quell’insopportabile ritardo. Non uno sfogo dettato dalla rabbia che si chiude con quattro parole magari urlate in faccia, ma una ponderata accusa, come si dice, nero su bianco. La lettera ebbe il suo effetto desiderato. Partì così la querela dei due dipendenti, una poi ritirata, che hanno fatto iscrivere il nome del cittadino sul registro degli indagati per il reato di diffamazione aggravata nei confronti di un pubblico ufficiale durante lo svolgimento delle sue funzioni. Durante il lungo processo il cittadino si è fatto difendere dall’avvocato Pasquale De Laurentis mentre il geometra si è costituito parte civile con richiesta quindi di risarcimento danni. Dopo otto lunghi anni di udienze e di rinvii e di nuove udienze, finalmente qualche giorno fa il giudice Gabellone del Tribunale di Taranto ha emesso la sentenza che assolve il cittadino-utente che può ora tirare un sospiro di sollievo grazie anche alla difesa del suo avvocato.

Papa Francesco: “Basta raccomandazioni, generano illegalità e corruzione”. Udienza in Vaticano davanti a 20mila membri del Movimento cristiano lavoratori. "Ci sono sempre queste tentazioni, ma vanno respinte, abituando il cuore a rimanere libero. E fuggire dalle scorciatoie dei favoritismi. L’illegalità è una piovra che non si vede". Francesco Antonio Grana il 16 gennaio 2016 su Il Fatto Quotidiano. “Basta raccomandazioni che generano illegalità e corruzione”. È l’appello che Papa Francesco ha rivolto durante l’udienza in Vaticano davanti a 20mila membri del Movimento cristiano lavoratori. Per Bergoglio “nel mondo del lavoro, ma in ogni ambiente, è urgente educare a percorrere la strada luminosa e impegnativa dell’onestà, fuggendo le scorciatoie dei favoritismi e delle raccomandazioni. Qui sotto c’è la corruzione. Ci sono sempre queste tentazioni, piccole o grandi, ma si tratta sempre di ‘compravendite morali’, indegne dell’uomo: vanno respinte, abituando il cuore a rimanere libero. Altrimenti, ingenerano una mentalità falsa e nociva, che va combattuta: quella dell’illegalità, che porta alla corruzione della persona e della società. L’illegalità è come una piovra che non si vede: sta nascosta, sommersa, ma con i suoi tentacoli afferra e avvelena, inquinando e facendo tanto male”. Più volte il Papa è intervenuto sul problema della disoccupazione sottolineando che “senza lavoro non c’è dignità” e puntando il dito contro “il lavoro disumano, il lavoro schiavo, il lavoro nero”. Ma anche sottolineando le discriminazioni nei confronti delle donne, “troppe volte licenziate perché incinte” e soggette a una “scandalosa disparità di retribuzione” . Nel suo discorso al Movimento cristiano lavoratori il Papa ha ricordato che “l’apostolo Paolo incoraggiava a testimoniare la fede anche mediante l’attività, vincendo la pigrizia e l’indolenza; e diede una regola molto forte e chiara: ‘Chi non vuol lavorare, neppure mangi’. Oggi, invece, – ha aggiunto Bergoglio – ci sono persone che vorrebbero lavorare, ma non ci riescono, e faticano persino a mangiare. Voi incontrate tanti giovani che non lavorano: davvero, come avete detto, sono ‘i nuovi esclusi del nostro tempo’, e vengono privati della loro dignità. La giustizia umana chiede l’accesso al lavoro per tutti. Anche la misericordia divina ci interpella: di fronte alle persone in difficoltà e a situazioni faticose, penso anche ai giovani per i quali sposarsi o avere figli è un problema, perché non hanno un impiego sufficientemente stabile o la casa, non serve fare prediche; occorre invece trasmettere speranza, confortare con la presenza, sostenere con l’aiuto concreto”. Per Francesco “occorre formare a un nuovo “umanesimo del lavoro” perché viviamo un tempo dove si sfruttano i lavoratori con il lavoro schiavo, dove l’uomo, e non il profitto, sia al centro; dove l’economia serva l’uomo e non si serva dell’uomo”.  Bergoglio ha aggiunto che “il lavoro dovrebbe unire le persone, non allontanarle, rendendole chiuse e distanti. Occupando tante ore nella giornata, ci offre anche l’occasione per condividere il quotidiano, per interessarci di chi ci sta accanto, per ricevere come un dono e come una responsabilità la presenza degli altri”. “Vi incoraggio – ha concluso il Papa – a dare testimonianza a partire dallo stile di vita personale e associativo: testimonianza di gratuità, di solidarietà, di spirito di servizio”.

Corruzione: lo Stato di illegalità sostanziale. Marcello Adriano Mazzola, Avvocato e scrittore, il 6 aprile 2015 su Il Fatto Quotidiano. Se togliessimo le lenti scure e ispessite dalla propaganda di regime inoculataci ogni giorno da decenni dai mass media dopati dai finanziamenti di Stato e controllati dalle pochi lobby di potere e dai soliti noti, noteremmo come in Italia abbiamo un radicato Stato di illegalità sostanziale, ancor più grave dello Stato di illegalità formale che pure non manca. Ma in Italia come sapete non ci facciamo mancare nulla. E’ il paese dei balocchi. E degli allocchi che, tra democristiani-socialisti-celoduristi-pseudoliberisti innati nel dna, votano soggetti salvifici e riform’attori (attanagliati dall’amletico: twittare o non twittare, questo è il problema!).

Cosa sia lo Stato di illegalità sostanziale è presto detto, citando alcuni esempi:

– Corruzione e concussione? Poffarbacco, celo! Con gli art. 318 e ss. cod. pen.. Peccato poi che tali reati non colpiscano realmente le condotte di corruttela e soprattutto tutti gli agenti della corruzione, come dimostrano gli innumerevoli fatti di cronaca. Reati che costano alla collettività miliardi di euro ogni anno tra lievitazioni dei costi delle grandi opere, realizzazione di grandi opere inutili (Tav Torino-Lione, Brebemi, Pedemontana etc.), allungamento dei tempi nella realizzazione delle infrastrutture (leggasi Expo). Miliardi di euro non investiti nei settori vitali quali la messa in sicurezza del territorio, scuole e ospedali, conservazione dei beni culturali etc.. Miliardi di euro poi addossati dallo Stato furbetto attraverso l’aumento esponenziale delle imposte sugli immobili, dei costi della Giustizia (aumento abnorme e aberrante dei contributi unificati e delle sanzioni per chi osi avviare un contenzioso se non sia assolutamente certo delle proprie ragioni) etc. Non vi pare all’uopo surreale che in Italia invece di disegnare immediatamente un quadro legislativo granitico e inespugnabile contro la corruzione-concussione si sia pensato di introdurre nel 2014 l’ennesima Autorità Garante (quale l’Anac – Autorità Nazionale Anticorruzione), così da un lato creando l’ennesima costosa macchina amministrativa (composta da circa 300 dipendenti) e, seppur dotata di funzioni amministrative e non giurisdizionali, tale da creare una zona grigia di interferenza con le delicate funzioni giurisdizionali? Ed è irrilevante che l’Anac poi sia egregiamente condotta da Raffaele Cantone. Pare tanto che sia stata creata una foglia di fico, invocando ossessivamente il nome di Cantone.

– Corruzione e illegalità nella Pubblica Amministrazione? Poffarbacco, celo! Con la legge 190/2012 c.d. legge Severino son state introdotte incompatibilità anche per impedire ai politici condannati di gestire la cosa pubblica. Talmente certe tranne un mero dettaglio: l’incertezza del momento iniziale per applicare la legge. Ma sono quisquilie che interessano pochi casi e pochi Tribunali Amministrativi Regionali.

– Appalti pubblici? Poffarbacco, celo! Con il d.lgs. n. 163/2006 composto da niente popò di meno che da 257 articoli abbiamo da dieci anni il poderoso Codice degli Appalti pubblici, ossia un sofisticatissimo marchingegno studiato ad arte dai legislatori cesellatori per rendere possibile qualsivoglia infiltrazione di qualunque subappaltatore, affidando la cabina di regia allo stesso appaltatore e consentendo la lievitazione ad libitum del miglior costo iniziale di aggiudicazione. Irrilevante che poi attraverso tale strumento si finanzi un abnorme sistema di tangenti e di mala amministrazione.

– Fisco? Poffarbacco, celo! L’intera materia tributaria è scritta in sistematica violazione dell’art. 25 Cost. che pone una riserva di legge, aggirata costantemente e vergognosamente attraverso l’uso delle leggi delega (in bianco o in grigio, a seconda delle lenti che s’indossano) così che i nuovi tributi non siano più (da decenni) decisi dal Parlamento ma dall’esecutivo ad libitum e a ben vedere, in modo ancor più grottesco, dalla stessa Agenzia delle Entrate attraverso le sue corposissime c.d. circolari (composte da decine e decine di pagine, minuziose e piene di dettagli, leggasi da ultimo quella sulla “disclosure”), e a nulla valga che i giudici ci ricordino che le circolari non siano vincolanti atteso che violarle significa avviare un sicuro contenzioso. Ed è irrilevante sapere come le stime indichino in circa 200 miliardi annui l’evasione fiscale, poiché ciò non legittima quanto sopra scritto. Anche perché poi interviene il presunto legislatore a varare lo scudo fiscale (2009, con il “mille proroghe”) che dona (a spese nostre) il condono del 5%.

Tralasciando infine di ricordare come lo Statuto dei diritti del contribuente(2000) sia sistematicamente calpestato e violato dalla stessa Agenzia delle Entrate. Per opporsi a tali barbarie è dunque necessario scegliere attentamente chi ci “governa”, controllarlo (con maggiore democrazia diretta, mentre il renzismo sta procedendo all’opposto) e incalzarlo con una stampa libera, come questa. Tutto il resto è Twitter.

«Troppe leggi e troppi legislatori: terreno fertile per la corruzione». Gazzettino Giovedì 30 Aprile 2015. «Ci servono regole precise che tutti rispettino. Poi vinca pure il più bravo». Meno burocrazia e leggi più certe antidoto contro la corruzione dilagante. La ricetta non è certo nuova ma è un chiaro messaggio giunto ieri dal convegno organizzato da Confindustria Venezia e sintetizzato da Alberto Baban, presidente del comitato piccola industria di Confindustria. Attorno al tavolo i magistrati che hanno condotto l'inchiesta Mose, il procuratore aggiunto Carlo Nordio e il sostituto procuratore Stefano Ancilotto, il presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella, e, appunto Alberto Baban. «Legalità motore per lo sviluppo» il tema dell'appuntamento introdotto dal presidente di Confindustria Matteo Zoppas e moderato dal direttore del Gazzettino Roberto Papetti. «L'Italia nel 2014 si sia classificata al 69° posto su 177, dietro Montenegro e Cuba. Gli investitori esteri spesso citano la corruzione come una delle principali ragioni che li scoraggia nel scegliere in Italia. Lo scandalo Mose ci ha danneggiato e non poco all'estero e noi imprenditori onesti adesso non dobbiamo più essere la maggioranza silenziosa. Dobbiamo essere pronti a denunciare tutte le storture che troveremo». «Le lungaggini burocratiche sono i padri genitori sia della corruzione sia della incapacità che ha il nostro paese di allinearsi con gli altri europei - ha aggiunto il procuratore Nordio -. La complessità delle procedure e l'incertezza delle leggi sono un ostacolo insormontabile ad una veloce e rapida esecuzione delle opere. Alle imprese lascio questo messaggio: il rispetto delle regole e della legalità è utile e non solo doveroso, perché rispettarle conduce ad una vita migliore e porta un aumento della produttività e dei profitti». «L'Italia è un paese con troppe leggi, emanate da più soggetti come Comuni, Regioni, Province e Stato e questo crea terreno fertile per la corruzione - ha precisato Pitruzzella - Semplificare serve a ridurre la corruzione. Il governo sta lavorando ma è una strada lunga».

Governi la Regione e poi vai in galera…La “maledizione” di Del Turco, Errani, Scopellitti, Pittella…e Formigoni, scrive Simona Musco il 24 Febbraio 2019 su Il Dubbio. C’ è il presidente della Basilicata, Marcello Pittella, finito ai domiciliari con l’accusa di falso e abuso d’ufficio per le nomine nella sanità. C’è Giancarlo Galan, per 15 anni presidente del Veneto, prima in carcere e poi ai domiciliari con l’accusa di corruzione, concussione e riciclaggio nella maxi inchiesta sulle tangenti per il Mose. E anche Ottaviano Del Turco, arrestato per l’inchiesta sulla sanitopoli abruzzese quando era a capo della giunta, accusato anche di associazione a delinquere, accusa poi caduta. Non esiste una sola regione in Italia che non abbia avuto, almeno una volta, un presidente indagato. Se ne contano circa 60, negli anni, e a volte a qualcuno è toccato anche varcare le porte del carcere. L’ex presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, è solo l’ultimo in ordine di tempo: dopo la condanna definitiva a 5 anni e 10 mesi per corruzione, da ieri si trova in carcere a Bollate. Prima di lui la Lombardia aveva visto indagato e condannato anche Roberto Maroni. Ma il carcere è un destino che il Celeste condivide con il collega calabrese, anche lui di centrodestra, Giuseppe Scopelliti, condannato definitivamente, ad aprile scorso, a quattro anni e sette mesi per gli ammanchi nei bilanci del Comune di Reggio Calabria dal 2008 al 2010, periodo in cui era sindaco della città. Accusato di abuso d’ufficio (reato prescritto) e falso in atto pubblico, l’ex sindaco ha ottenuto solo uno sconto di cinque mesi rispetto alla condanna in appello. Il 5 aprile, dunque, l’ex presidente si è recato nel carcere di Arghillà, che ora può lasciare quattro ore al giorno per svolgere attività di volontariato. Ma la “maledizione” dei governatori si è abbattuta anche sul suo successore piddino, Mario Oliverio, oggi costretto all’obbligo di dimora a San Giovanni in Fiore con l’accusa di abuso d’ufficio e corruzione, contestata dalla Dda di Catanzaro per la gestione di alcuni appalti milionari della Regione. Non è una novità, dunque, anche perché la Calabria si è vista indagare gli ultimi cinque governatori. Oltre Scopelliti e Oliverio ci sono, infatti, anche Luigi Meduri, governatore dal 1999 al 2000, arrestato nel 2015 per una storia di tangenti che coinvolgeva anche l’Anas. Ai domiciliari da ottobre a dicembre, poi sottoposto all’obbligo di firma fino a marzo 2016, nei mesi scorsi è stato assolto «perché il fatto non sussiste». Ma i guai hanno riguardato anche il suo successore, l’ex magistrato Giuseppe Chiaravalloti, finito nelle indagini di Luigi De Magistris – “Poseidone”, “Dinasty2” e “Why not” – con le accuse di frode, corruzione e abuso d’ufficio. In due casi fu prosciolto, in “Why not” nel 2013 scattò la prescrizione. E quest’ultima inchiesta coinvolse anche Agazio Loiero – coinvolto in diverse indagini, uscendone sempre pulito – assolto poi per «non aver commesso il fatto». Una poltrona maledetta quella della cittadella regionale di Catanzaro, dunque. Come forse lo è anche quella a Palazzo d’Orléans, in Sicilia, dove fra il 1994 e oggi sono sei i presidenti e gli ex presidenti finiti in casi giudiziari. Prima Rino Nicolosi (Dc), arrestato e condannato due volte: cinque anni e mezzo per mazzette sulla costruzione di un centro fieristico a Catania e tre anni e due mesi per una tangente di mezzo miliardo sull’acquisto della sede di rappresentanza della Regione siciliana a Roma. Ma Nicolosi era coinvolto anche nel processo sulla “Tangentopoli siciliana”, durante il quale ammise: «la politica costa». Ci fu poi Giuseppe Provenzano (Forza Italia), per il quale Giovanni Falcone chiese l’arresto per avere intrattenuto rapporti con la moglie del boss Provenzano, quale commercialista della donna. Dopo meno di una settimana fu scagionato dallo stesso Falcone, ma poi condannato assieme ad un altro presidente, Giuseppe Drago, a tre anni per peculato e all’interdizione dai pubblici uffici. Ci sono poi Totò Cuffaro – condannato a sette anni per favoreggiamento aggravato alla mafia – e Raffaele Lombardo, arrestato due volte e ora di nuovo a processo, dopo la decisione della Cassazione di accogliere il ricorso della Procura generale di Catania: dopo una condanna in primo grado a 6 anni e 8 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa, il 31 marzo 2017 la Corte d’Appello di Catania aveva ridotto la pena a 2 anni solo per voto di scambio. Infine Rosario Crocetta, indagato nel 2017 per corruzione e finito nell’inchiesta Montante l’anno dopo con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al finanziamento illecito. Tra gli imputati e assolti eccellenti c’è Vasco Errani, ex governatore della Toscana, assolto dall’accusa di falso ideologico perché il fatto non sussiste, dopo un calvario lungo 7 anni. Ma la storia dei governatori finiti agli arresti è lunga e parte da lontano. In Campania (dove tra gli indagati eccellenti ci sono stati anche l’ex presidente Antonio Bassolino e l’attuale governatore Vincenzo De Luca) c’è ad esempio Ferdinando Clemente di San Luca ( Dc), presidente dal 1989 al 1993, anno in cui venne arrestato con l’accusa di aver ricevuto delle tangenti. Nel 2002 fu riabilitato e risarcito con 160mila euro. Il collega democristiano Antonio Fantini, che lo aveva preceduto, dopo una condanna a 2 anni e 10 mesi per la cattiva gestione dei fondi per il Terremoto dell’Irpinia del 1980, nel 2009 venne sottoposto al divieto di dimora in Campania om un’inchiesta sull’Agenzia regionale per la Protezione ambientale. Agli arresti, negli anni, ci sono finiti anche Marco Marcucci, ex presidente della Toscana, finito in carcere a Sollicciano per lo scandalo della diga del Bilancino e assolto nel 1999 perché il fatto non sussiste; e Angelo Rojch, presidente in Sardegna dal 1982 al 1984, indagato per truffa alla Comunità europea nei corsi professionale e per voto di scambio. In carcere ci rimase per 30 giorni, salvo poi essere assolto con formula piena. In Liguria, Alberto Teardo, presidente dal 28 settembre 1981 al 25 maggio 1983, venne arrestato per corruzione e concussione con altri esponenti del Psi ligure, scontando più di due anni di carcere. In Abruzzo non è toccato solo a Del Turco, ma anche al suo predecessore Rocco Salini: la giunta venne arrestata in blocco per l’uso scorretto di 450 miliardi di fondi europei e lui fu l’unico condannato ad un anno e 4 mesi di reclusione per falso ideologico e abuso d’ufficio. Ma la conta non finisce qui: in Friuli, nel 1994, finì in carcere Adriano Biasutti, coinvolto in Mani pulite e condannato, a seguito di un patteggiamento, a38 mesi di reclusione, mentre in Umbria, nel 2013, Maria Rita Lorenzetti è rimasta 14 giorni ai domiciliari nell’inchiesta sul passante ferroviario dell’alta velocità in costruzione, con le accuse di associazione per delinquere, abuso d’ufficio, corruzione e traffico illecito di rifiuti.

Comuni sciolti per mafia, lo studio: sono 249 in 18 anni, il record in Calabria. “Ma troppo arbitrio al governo”. Nel rapporto di Avviso pubblico un bilancio critico della legge in vigore dal 1991. Le amministrazioni colpite due o tre volte sono 62. Accanto ai tanti casi conclamati di condizionamento, ci sono situazioni in cui mandare a casa gli amministratori eletti si rivela eccessivo. Con disparità di trattamento fra Sud e Nord. Non solo minacce e intimidazioni: spesso è il malaffare politico a cercare l'appoggio dei boss. Mario Portanova il 4 luglio 2019 su Il Fatto Quotidiano. Sono 249 i Comuni sciolti per mafia in Italia dal 1991, quando entrò in vigore la prima legge, a oggi. Per altri 26, lo scioglimento deciso dal governo è stato bocciato dai giudici amministrativi. Poi ci sono ben 62 amministrazioni colpite negli anni più volte, fino a tre. A conti fatti, i provvedimenti emanati hanno toccato quota 328. E nel momento in cui scriviamo sono 40 i municipi dove al posto di sindaco e assessori è insediata una commissione nominata dal prefetto. I numeri sono imponenti, tanto che ormai queste notizie finiscono nei trafiletti di cronaca. Basta pensare che fra il 2012 e il 2018 sono stati imposti 112 scioglimenti, una raffica, di cui solo tre annullati dai giudici (il record spetta al governo Monti, che sciolse due Comuni al mese, per un totale di 36; i più miti sono stati invece gli esecutivi di centrosinistra succedutisi dal ’91 a oggi, con un Comune sciolto ogni due mesi). Ma i numeri sono tutto? E bastano a dire che la legge –  confluita poi negli articoli 143-146 del decreto legislativo 267/2000 – funziona a dovere? A fare un bilancio ci pensa il rapporto Lo scioglimento dei Comuni per mafia. Analisi e proposte, a cura di Simona Melorio, presentato oggi a Roma da Avviso Pubblico, la rete degli enti locali contro le mafie, e pubblicato in collaborazione con Altreconomia.

Da Sud a Nord. Il record tocca alla Calabria, i cui enti locali hanno subito l’intervento dello Stato ben 115 volte, seguita da Campania (108) e Sicilia (79). Ben distanziata la Puglia, con 15 provvedimenti, mentre nel resto del Paese i casi si contano sulle dita di una mano. Ma fanno rumore. Basta pensare ai Comuni sciolti in Piemonte, Liguria e Lombardia, e quello recente di Brescello (nella foto la campagna elettorale del sindaco Marcello Coffrini, dimessosi prima dello scioglimento) in provincia di Reggio Emilia: i provvedimenti di questi ultimi anni hanno in qualche modo ufficializzato la capacità delle mafie – ‘ndrangheta su tutte – di sottomettere la politica anche al Nord. Più esattamente, come recita la legge, di esercitare “forme di condizionamento” tali da “determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali”. Come a Lavagna (Genova), dove secondo il decreto di scioglimento i locali clan di ‘ndrangheta avevano promesso sostegno elettorale in cambio di un posto in giunta. Di solito a fare emergere questo “condizionamento” sono le indagini della magistratura, che aprono la strada a una commissione d’accesso e alla richiesta del prefetto, che poi può essere approvata o respinta dal ministro dell’Interno. Il dettaglio per provincia vede in testa Reggio Calabria con 66 scioglimenti, seguita da Napoli con 59, un sorpasso avvenuto solo negli ultimi anni dopo una lunga supremazia campana; poi vengono le province di Caserta (36) e Palermo (33). I 40 Comuni attualmente sciolti sono distribuiti fra Calabria (22), Sicilia (9), Puglia (5) e Campania (4). Il rapporto di Avviso pubblico si concentra poi sui recidivi, cioè quei municipi dove i boss riescono a riconquistare la macchina comunale una volta che gli emissari del prefetto se ne sono andati: 45 amministrazioni hanno subito due scioglimenti, 17 hanno toccato il record di tre. Tra queste Casal di Principe(1991, 1996, 2012), Gioia Tauro (1993, 2008, 2017), Platì (2006, 2012, 2018), Taurianova (1991, 2009, 2013). La legge fu pensata soprattutto per i piccoli Comuni – ricordate la polemica sull’opportunità di sciogliere addirittura Roma per lo scandalo di Mafia capitale? – perché più facilmente condizionabili, ma Avviso pubblico sottolinea che in realtà i mafiosi puntano alle prede grosse: il 13% dei centri colpiti almeno una volta conta più di 50mila abitanti.

Quando il politico cerca il mafioso. Il rapporto prende in esame la documentazione di diversi casi, e le storie che emergono sono da brivido. Come quella, citata nell’intervento dello studioso Vittorio Mete, di San Felice a Cancello (Caserta), sciolto nel 2017, dove le indagini hanno dimostrato “gravissimi e reiterati fenomeni corruttivi tali da costituire un vero e proprio ‘sistema illegale’ caratterizzato dal costante asservimento delle risorse pubbliche al tornaconto personale di esponenti dell’apparato politico e burocratico dell’ente in un contesto inquietante di commistione con gli interessi delle consorterie localmente egemoni”. Attenzione però: lì non erano i mafiosi cattivi che minacciavano e vessavano i poveri politici per appropriarsi indebitamente del denaro dei cittadini. Era esattamente il contrario. Scriveva il prefetto di Caserta: “Non è il clan malavitoso a cercare il contatto con le istituzioni e a imporre o proporre accordi vantaggiosi per entrambi, ma è direttamente la ‘politica’ a sollecitare l’intervento del clan camorristico per ottenere l’apporto finanziario sufficiente per la gestione illecita di grossi appalti pubblici”. Se certo non mancano amministratori vittime di aggressioni, danneggiamenti e minacce, il rapporto è sempre più di reciproca convenienza, sottolinea nel suo saggio Alberto Vannucci, esperto di corruzione (nonché blogger di ilfattoquotidiano.it e rubrichista di FQ MillenniuM): in un quadro in cui le mafie sparano di meno e corrompono di più, “diversi decreti di scioglimento segnalano la sussistenza in loco di preesistenti comitati d’affari che disciplinano accordi di cartello e altre relazioni di scambio occulto, comprendenti soggetti interni all’amministrazione comunale”. In casi come questi, “i mafiosi si inseriscono in un tessuto già consolidato di relazioni illecite”. E’ il malaffare, insomma, a spalancare la porta alle mafie, e non viceversa. Non è certo un caso, si legge ancora nel rapporto, che nel 2017 “il 9,5 per cento dei Comuni sciolti versava in condizioni di deficit finanziario”, in pratica l’orlo del dissesto, contro uno 0,9% della media nazionale. In molte di quelle amministrazioni non solo la spesa pubblica veniva pianificata a beneficio degli amici degli amici, ma spesso i tributi locali non venivano riscossi e neppure richiesti.

Quando la politica chiude gli occhi. Il bottino di questi 18 anni insomma è ricco, ma i numeri non dicono tutto. Sono diversi i punti critici della legge che il rapporto affronta. Il più generale è un’elevata arbitrarietà della decisione di sciogliere o meno un ente locale, dimostrata fra l’altro dalle differenze di interventi da governo a governo. Secondo lo storico Isaia Sales, per di più, si è usata la mano pesante al Sud e il guanto di velluto al Centro-Nord, nonostante l’espansione delle mafie ben oltre i confini tradizionali sia comprovata da tempo. Tornano in mente i casi di Desio (Monza-Brianza) e Fondi (Latina), che anni fa la scamparono nonostante i risultati inequivocabili delle inchieste giudiziarie, quando al governo ci stava il centrodestra berlusconiano (sia a Roma sia nei due Comuni interessati). Detto questo, riconosce il rapporto di Avviso pubblico, azzerare una giunta e un consiglio comunale eletti è molto invasivo. Si potrebbe studiare l’alternativa di un “affiancamento” dello Stato nei casi meno gravi, come del resto è previsto dal recente Decreto sicurezza. Inoltre – rileva Vannucci – si mandano a casa i politici, ma gli apparati burocratici restano “inamovibili”, anche quando i referenti dei mafiosi si annidano proprio fra loro. Infine, come dimostrano tanti casi di scioglimenti multipli, ma non solo, dopo il commissariamento spesso vincono le elezioni “quelli di prima”. O i loro amici. Su questo, però, non c’è legge che tenga.

Stati Generali Lotta alle Mafie. Intervento del Presidente dell’Anac, Raffaele Cantone. Milano, Palazzo Reale, 23 - 24 novembre 2017. Mafia, corruzione e pubblica amministrazione Il mio breve intervento non può che cominciare con un ringraziamento sincero al Ministro della Giustizia per avermi voluto quale coordinatore del tavolo di lavoro che, nell’ambito degli Stati generali della lotta alle mafie, si sarebbe dovuto occupare di “Mafia, corruzione e pubblica amministrazione”. E grazie in particolar modo per avermi concesso l’onore di partecipare a questa tavola rotonda con relatori tanto prestigiosi e resa solenne dalla presenza del Presidente della Repubblica. Ci sono moltissimi argomenti che vorrei poter affrontare nell’ambito di questa iniziativa tanto interessante. Per non dilungarmi troppo mi limiterò tuttavia ad affrontare la tematica che è stata oggetto del lavoro del tavolo, che si è giovato di contributi di componenti autorevoli e particolarmente esperti, ai quali va il mio personale ringraziamento per gli stimoli e le riflessioni importanti che hanno offerto (e le mie scuse se, per ragioni di tempo, non ho modo di citarli uno ad uno). Ritengo che il tema trattato sia oggettivamente uno dei più attuali e stimolanti nel dibattito, sempre molto vivo, che vi è nel mondo dell’antimafia, che oltre agli addetti ai lavori (magistratura, forze di polizia, avvocatura) ha il pregio di mettere insieme anche il Parlamento - soprattutto attraverso l’apposita Commissione bicamerale d’inchiesta, che appare sempre più uno strumento irrinunciabile - e la società civile, di cui fa parte anche tutto quel fondamentale network definito come “antimafia sociale”. L’attualità dell’argomento è conseguenza anche di alcune importanti inchieste salite agli onori della cronaca, in particolare quella cd. di “Mafia capitale”, in cui il rapporto fra organizzazioni criminali di tipo mafioso e corruzione è emerso in modo eclatante, soprattutto perché non riferito a territori tradizionalmente interessati dalla presenza pervasiva di simili associazioni. Sotto questo profilo l’esito processuale, per quanto in parte difforme rispetto all’impostazione accusatoria (fra l’altro neppure definitivo), non incide affatto sulla centralità della tematica. Se infatti tale centralità è emersa per la rilevanza, anche sul piano simbolico, dell’inchiesta della Procura di Roma, e benché le forme assunte dalla corruzione di stampo mafioso siano oggi del tutto nuove rispetto a quelle tradizionali, ciò non vuol dire affatto che la questione non fosse già da anni all’attenzione degli addetti ai lavori, per quanto circoscritta. Nei territori originari delle storiche organizzazioni criminali nessuno ha mai dubitato che la corruzione sia uno degli strumenti tipici utilizzati per rendere cogente l’assoggettamento e l’intimidazione ambientale, che rappresentano i dati ontologici della mafia e i tratti caratterizzanti della fattispecie incriminatrice. È lampante che poter far leva sul controllo di pezzi dell’amministrazione pubblica, soprattutto locale, sia determinante per ottenere quel consenso sociale che rappresenta un obiettivo strutturale dell’azione delle mafie. Sotto questo aspetto le mafie hanno dunque dimostrato di essere in grado di fare scelte improntate a una logica utilitarista e assai pragmatica: è di tutta evidenza difatti che “coinvolgere” negli affari dell’organizzazione e nei conseguenti vantaggi economici gli esponenti amministrativi (burocratici e politici), paghi di più che assoggettarli attraverso l’intimidazione e la minaccia. Modalità, queste ultime, che non scompaiono mai del tutto, ma che divengono una extrema ratio da impiegare nei confronti di chi non rispetta i patti o di coloro che invece si rifiutano di scendere a patti (cittadini coraggiosi che non sono mai mancati e che, per fortuna, continuano a non mancare neppure oggi). In tal senso non si può pertanto non dar ragione a chi, talvolta inascoltato, rimarca che un’amministrazione mal funzionante, attraversata da fatti di maladministration o, peggio ancora, di corruzione, è il terreno fertile per l’infiltrazione criminale. È impossibile però non rilevare come negli ultimi anni si assista sempre più di frequente all’emersione di episodi di corruzione messi in atto da organizzazioni mafiose in territori non mafiosi o, per essere più chiari, l’utilizzo dello strumento corruttivo come strategia di controllo di territori non adusi ai tradizionali metodi omertosi ed intimidatori. La mafia, in estrema semplificazione, piuttosto che “esportare” il suo consueto ricorso alla violenza, che al di fuori dei territori di origine non avrebbe attecchito ed anzi avrebbe rischiato di dar luogo a meccanismi di rigetto, ha preferito ricorrere al metodo collusivo, meno abituale ma comunque consolidato per infiltrarsi nel sistema economico ed affaristico delle aree del Paese in cui non era presente (e dove non c’è tuttora, secondo i criteri tradizionali). Aree che, forse non a caso, sono fra le più ricche d’Italia. In tal senso, risulta ancora più evidente quanto il contrasto alla corruzione possa diventare esso stesso, sia pure per via indiretta, un argine all’infiltrazione mafiosa. Ecco perché è apparsa lungimirante la scelta del Ministro della Giustizia di dedicare uno specifico tavolo a questa tematica nell’ambito degli Stati generali. Non si può, fra l’altro, non convenire con quanto, correttamente ed argutamente, evidenziato dalla Procura nazionale antimafia nell’ambito di un importante simposio internazionale; l’individuazione di indici di possibile corruzione all’interno di amministrazioni pubbliche non solo può essere utile in funzione di prevenzione ma anche come alert di una possibile infiltrazione. L’esistenza di un indiscutibile collegamento fra mafie e corruzione pone inoltre un’altra, speculare questione: individuare meccanismi di contrasto che possano rifluire positivamente sul versante della lotta al crimine organizzato. I contributi giunti dal gruppo di lavoro che ho avuto l’onore di presiedere sono, a mio modo di vedere, assai illuminanti, seppure non su tutti gli aspetti in linea con le conclusioni emerse in altri tavoli. Anche in questo caso ragioni di tempo impongono di darne conto solo in estrema sintesi. Mafia e corruzione, in pratica, pur potendo essere collegati, restano due fenomeni distinti, tant’è vero che le indagini giudiziarie restituiscono molte vicende (e sono la maggioranza, in termini quantitativi) relative a fatti corruttivi che nulla hanno a che vedere con la mafia. Le mafie, d’altro canto, pur essendo in difficoltà anche nei suoi tradizionali luoghi di insediamento e pur manifestandosi con differenti modalità al di fuori di essi, sono un fenomeno lungi dall’essere stato debellato e la morte di colui che è stato il capo della certamente più importante organizzazione mafiosa, Cosa nostra, non certifica affatto la sua fine, com’è stato osservato in questi giorni. La diversità fra mafia e corruzione, tradotta sul piano delle conseguenze giuridiche, sconsiglia da un lato di modificare il paradigma dell’incriminazione della associazione mafiosa tramite l’inserimento del metodo corruttivo, in quanto finirebbe per snaturare il tratto tipico di un fenomeno ancora vivo e vitale; dall’altro suggerisce di non esportare tout court le regole del contrasto mafioso, soprattutto quelle utilizzate in ragione della sua eccezionale gravità, alla corruzione. La corruzione mafiosa, e cioè quella messa in campo delle mafie, può del resto già giovarsi della possibilità di utilizzare gli strumenti tipici (anche eccezionali) dell’antimafia! Il giudizio sulla politica legislativa di contrasto alla corruzione è in ogni caso sostanzialmente positivo, anche con riferimento alle norme che hanno reso più rigorose le pene in materia, ma l’opzione su cui insistere con particolare pervicacia è di lavorare sempre più sulla prevenzione. Una amministrazione pubblica che agisca in modo efficiente, nel rispetto delle regole e con il massimo della trasparenza rappresenta già di per sé un argine fondamentale a qualunque infiltrazione criminale; proprio in questa prospettiva bisogna pensare ad ulteriori interventi legislativi, per introdurre meccanismi di trasparenza in quelle organizzazioni di tipo politico, come le fondazioni, che stanno soppiantando i partiti e che rappresentano di conseguenza il viatico per l’accesso alle cariche pubbliche. Una necessaria trasparenza che si impone proprio per il ruolo svolto nell’approvvigionamento economico, tale da poter creare rapporti di tipo collusivo. Sempre de iure condendo, alcuni partecipanti al tavolo hanno messo in evidenza come, per una sorta di eterogenesi dei fini, meccanismi di controllo oggettivamente importanti ed indiscutibili (come quello esercitato per via penale tramite l’imputazione di abuso di ufficio) stanno, nella pratica, creando una situazione di paralisi nella gestione della cosa pubblica che è divenuta nota come “paura della firma”. Tali circostanza finisce per avere pesanti ricadute sulla efficienza dell’azione amministrativa e di essa bisogna tener conto, non certo per deflettere sulla legalità e men che meno nella prospettiva di abrogare fattispecie incriminatrici, ma soltanto per individuare meglio gli ambiti dei controlli e quindi degli interventi. Infine, e su questo punto tutti i partecipi al tavolo hanno convenuto, è indispensabile una attività di formazione e di sensibilizzazione culturale dell’opinione pubblica sulle tematiche della corruzione, perché un’opinione pubblica avvertita rappresenta essa stessa un criterio di controllo dell’agire amministrativo. Proposte che oggi non possono che essere lasciate in eredità al futuro Parlamento e al futuro governo. Sono certo tuttavia che averle presentate in questa altissima cornice istituzionale fa assumere loro un’autorevolezza che fa ben sperare sulla possibilità che il legislatore e l’esecutivo che verranno sapranno tenerle in debita considerazione. Raffaele Cantone

Quando la regola del controllo dirigenziale  diventa eccezione da premiare.

Il Ministro Bongiorno incontra dirigenti meritevoli nella lotta all’assenteismo. Ministero Funzione Pubblica.gov.it il 14 marzo 2019. Il Ministro Bongiorno ha incontrato presso la sede del Dipartimento della Funzione Pubblica, a Palazzo Vidoni, undici dirigenti pubblici che con le loro azioni di controllo e denuncia hanno concretamente contribuito a contrastare il fenomeno dell’assenteismo negli enti presso i quali prestano servizio. Alla riunione hanno partecipato dirigenti dell’Azienda Servizi alla Persona ASP Istituti Milanesi Martinitt e Stelline e Pio Albergo Trivulzio di Milano, del Comune di Fondi, del Comune di Castellammare di Stabia, del Comune di Livorno, dell’Istituto Frisia di Merate, della città metropolitana di Milano, del Comune di Reggio Emilia, del Comune di Trieste, dell’INPS di Salerno, dell’Ente parco nazionale dell’Aspromonte, della Provincia di Avellino. “Sono particolarmente contenta e orgogliosa quando, come oggi, può essere dato un riconoscimento ad alcune eccellenze. Si tratta di esempi che lasciano ben sperare per un futuro in cui sempre più la Pubblica Amministrazione sarà percepita come un bene della comunità, e in cui l’orgoglio di contribuire al suo corretto funzionamento sarà un sentimento diffuso”, ha affermato il Ministro Bongiorno. “Occorre lavorare con determinazione per migliorare la PA e l’organizzazione di ciascun ufficio, e anche per questo sono in cantiere leggi che serviranno a valutare con criteri oggettivi i dirigenti.  Ma oggi ho voluto incontrare alcuni dirigenti che hanno contrastato il fenomeno dell’assenteismo, dimostrando senso del dovere e affezione nei confronti delle strutture presso le quali prestano servizio. Il mio auspicio è che sempre più la Pubblica amministrazione sia percepita, difesa e valorizzata - ha concluso il Ministro - come qualcosa che appartiene a ciascuno di noi”. Al termine dell’incontro i dirigenti convocati dal Ministro hanno ricevuto un attestato di merito. 

Il problema del Sud sono i furbetti del Sud. Carlo Lottieri, Venerdì 19/07/2019, su Il Giornale. Questo ennesimo scandalo sui cosiddetti «furbetti del cartellino» obbliga a porre attenzione a uno dei miti più assurdi: quello che spinge tanti a preferire il pubblico al privato, a sostenere ogni intervento statale e ogni nazionalizzazione, avversando privatizzazioni e liberalizzazioni. Il motivo principale di questa avversione per la libera impresa, che si converte in un'infatuazione per le logiche parastatali, è che l'imprenditore è spesso pensato come un soggetto immorale, volto unicamente al profitto, ossessionato dalla brama dei soldi. Al contrario, molti evidenziano che l'azienda pubblica non ha bisogno di fare utili, può accontentarsi di chiudere in pareggio e, di conseguenza, può offrire servizi a prezzi moderati. Gli imbroglioni che dominano le cronache ci mostrano, in realtà, che siamo tutti in qualche modo «animali economici», il che significa che tra gli altri obiettivi abbiamo anche quello di massimizzare la nostra condizione. Se l'imprenditore è portato a ricercare il profitto, il dipendente di un apparato che non offre gratificazioni e ignora il merito (né è in grado di penalizzare i comportamenti disonesti) tende a sua volta a fare il possibile per evitare la fatica. Tutto cambia, ovviamente, quando abbiamo un'impresa privata che deve soddisfare il pubblico e che, dovendo competere con altre realtà, ha bisogno che i propri dipendenti offrano il meglio di sé, gratifichino il consumatore, producano servizi apprezzati. Nessuno si è mai chiesto perché i furbetti che fanno timbrare da altri il proprio cartellino li abbiamo nello Stato e non già nelle aziende private? La ragione è che dove c'è un proprietario, il quale ha investito risorse anche ingenti, ognuno è richiamato alle proprie responsabilità. La moralità media di un dipendente pubblico equivale a quella del dipendente di un'azienda privata, ma le regole sono diverse. E nel mercato non è possibile quel consolidarsi di un parassitismo diffuso che produce simili esiti. Queste considerazioni dovrebbero essere tenute presenti, ci pare, da quanti continuano a difendere nei trasporti (si pensi al «caso Alitalia»), nella scuola, nella sanità una presenza dello Stato che è asfissiante e non lascia spazio alla concorrenza. Se non capiremo che i «furbetti» sono l'esito per certi aspetti inevitabile dello statalismo, difficilmente potremo uscire dal disastro in cui ci siamo cacciati.

Assenteisti al Cardarelli, 60 avvisi di garanzia: un bambino timbrava per la madre. Indagine della Procura di Napoli su dipendenti dell'azienda ospedaliera: nei video dell'inchiesta della polizia sorpresi a timbrare il cartellino e andare via. Il nosocomio si costituirà parte civile. La Repubblica il 18 luglio 2019. Sono stati immortalati dalle telecamere installate dagli investigatori mentre marcavano il badge anche per i colleghi: la procura di Napoli ha notificato 60 avvisi di garanzia nei confronti di altrettanti dipendenti dell'ospedale Cardarelli che dopo avere timbrato abbandonavano il posto di lavoro. L'indagine della polizia di stato di Napoli (commissariato Arenella) è stata coordinata dal pm Giancarlo Novelli insieme con il procuratore Giovanni Mellilo. Si ipotizzano i reati di truffa e la violazione della cosiddetta "legge Brunetta". Nei video ripresi dalle telecamere installate dai poliziotti nei pressi del dispositivo marcatempo di uno solo degli ingressi dell'ospedale Cardarelli di Napoli si vede anche un giovane tra 12 e i 13 anni, che indossa un cappellino di colore scuro, figlio di una dipendente del Cardarelli, che "timbra" il badge per conto della madre la quale, invece, andare a lavorare quel giorno se ne è rimasta comodamente a casa. Emerge anche questo dall'inchiesta della Procura di Napoli, che ha portato gli agenti del commissariato Arenella di Napoli (guidato dal primo dirigente Angelo Lamanna) a notificare 62 avvisi di garanzia ad altrettanti furbetti del cartellino i quali, ora, rischiano il licenziamento in tronco. Tra i destinatari degli avvisi figurano anche due medici: uno in servizio in pneumologia e l'altro in oncologia. In quest'ultimo reparto, mediamente, mancavano 8-9 dipendenti al giorno. Una situazione, è stato sottolineato dagli investigatori, che ha reso quella sezione molto meno efficace. Sguarnito, o quasi, è risultato anche il reparto centralinisti. Tra gli indagati anche un sindacalista e il consigliere di un Comune del Napoletano. L'inchiesta - che riguarda gli anni tra il 2014 e il 2017 - prende spunto da un'altra attività investigativa, che risale a qualche anno fa, incentrata sulla turnazione autonoma dei lavoratori del centralino del Cardarelli. Da quanto emerso i dipendenti passavano nel rilevatore di presenze 2-3 badge alla volta. Talvolta entravano in servizio mentre in altre occasioni abbandonavano il posto di lavoro.

"L'azienda si costituirà parte civile". "Se ci sono dei comportamenti scorretti è bene che vengano individuati e sanzionati, perchè la leggerezza o la mancanza di senso civico di pochi finiscono poi per penalizzare il buon nome e tutta la squadra del cardarelli, fatta di grandi professionisti e lavoratori instancabili. In questo senso mi sento di ringraziare la magistratura che è sempre, come in questo caso, pronta a raccogliere le segnalazioni che arrivano da questa direzione generale per poi portare luce nelle zone grigie". Questo il commento del commissario straordinario del Cardarelli Anna Iervolino in merito agli avvisi di conclusione indagine notificati in mattinata. Si conclude così, si legge in una nota del nosocomio napoletano, "un percorso di indagini iniziato più di quattro anni fa, sotto la direzione di Ciro Verdoliva, oggi commissario straordinario dell'Asl Napoli 1 centro, e proseguito nel segno di una continuità d'intenti con l'attuale management aziendale". "Il nostro compito come amministratori di questa azienda - spiega iervolino - è anche quello di vigilare con rigore sul rispetto delle regole e sulla trasparenza di tutto ciò che accade". Una misura, quella del passaggio, nel 2017, ai marcatempo con il rilevamento delle impronte digitali, conclude Iervolino, "accolta di buon grado dalla stragrande maggioranza dei nostri dipendenti, proprio perchè consente di eliminare qualsiasi ombra di dubbio sul rigoroso rispetto degli orari di lavoro. Distinguendo chi ci mette l'anima da quanti credono di fare i furbetti". L'azienda ha già provveduto ad avviare i procedimenti disciplinari nei confronti dei dipendenti coinvolti nell'indagine e si costituirà parte civile nel procedimento penale.

Ospedale di Monopoli, 9 medici arrestati per assenteismo: timbrava il parcheggiatore abusivo. Sono trenta gli indagati tra medici e dipendenti: uscivano per svolgere attività private dopo aver timbrato il cartellino oppure non andavano a lavorare e risultavano in servizio facendo timbrare il cartellino da altre persone. Chiara Spagnolo il 18 luglio 2019 su La Repubblica. Seconda raffica di arresti, in dieci giorni, di assenteisti degli ospedali. Dopo il "Don Tonino Bello" di Molfetta è toccato al "San Giacomo" di Monopoli finire al centro delle verifiche su cartellini non timbrati e ore di straordinari rubate. Una trentina sono gli indagati - e 13 gli arrestati - nell'ambito di un'inchiesta condotta dai carabinieri e coordinata dalla procura di Bari. Coinvolti anche due primari. Ecco i nomi degli medici arrestati: Angelamaria Todisco (Immunotrasfusionale), Gianluigi Di Giulio (Radiodiagnostica), Rinaldo Dibello (Gastroenterologia), Egidio Dalena (Otorinolangoiatia), Girolamo Moretti (Radiodiagnostica), Vincenzo Lopriore (Cardiologia), Sabino Santamato (Ginecologia), Leonardo Renna (Ginecologia). Ai domiciliari anche l'operatore tecnico della direzione sanitaria Antonio Bosio, l'assistente amministrativo Anna Pellegrini, il collaboratore amministrativo-professionale Giancarlo Sardano e l'infermiera del reparto di ginecologia Giuseppa Meuli. Carlo Battaglia, parcheggiatore abusivo davanti all'ospedale, più volte è stato sorpreso a timbrare il suo cartellino. C'è un altro dirigente medico destinatario della misura cautelare degli arresti domiciliari che è attualmente all'estero. Altre venti persone, tra le quali dieci medici (uno in servizio all'ospedale San Paolo di Bari), cinque infermiere, un operatore tecnico, tre autisti di ambulanza e un parcheggiatore abusivo, sono state sottoposte alla misura dell'obbligo di dimora. In totale gli indagati sono 46. A causa del coinvolgimento di diversi medici  alcune sedute operatorie previste per oggi sono state rinviate. Lo rende noto il direttore generale della Asl di Bari, Antonio Sanguedolce, che assicura l'uso delle sale operatorie per altri interventi. "Pertanto - precisa Sanquedolce - le sale operatorie non sono ferme perché la direzione medica di presidio con il supporto di altri Direttori di unità operative ha evitato il mancato utilizzo delle sale chirurgiche per intervenire su altri pazienti urgenti". I reati contestati sono truffa aggravata ai danni dello Stato, commessa in violazione dei doveri inerenti un pubblico servizio, false attestazioni e certificazioni sulla presenza in servizio commesse da dipendenti della pubblica amministrazione, falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico e peculato. Ipotesi simili a quelle contestate pochi giorni fa dalla procura di Trani in relazione a circa trecento episodi di assenteismo verificati all'ospedale di Molfetta. In quel caso dodici persone (tra medici, amministrativi e operatori tecnici) finirono agli arresti domiciliari mente per sei fu disposta l'interdizione dal lavoro per tre mesi. Stando alle indagini, gli indagati uscivano per svolgere attività private dopo aver timbrato il cartellino oppure non andavano a lavorare e risultavano in servizio facendo timbrare il cartellino da altre persone. Sono 660 le ore di servizio sottratte all'ospedale. Con le loro condotte i 46 indagati, 13 dei quali destinatari di misure cautelari degli arresti domiciliari e 20 dell'obbligo di dimora, avrebbero causato anche un danno economico alla Asl di Bari, quantificato in 25 mila euro. e indagini dei Carabinieri, partite dopo le segnalazioni di alcuni cittadini che lamentavano disservizi all'ospedale di Monopoli, si sono avvalse di videoriprese con cinque telecamere installate ai varchi di accesso della struttura sanitaria, i cui dati sono stati poi incrociati con la documentazione acquisita negli uffici della direzione amministrativa. Gli accertamenti, coordinati dal procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno e dal sostituto Chiara Giordano, hanno consentito di ricostruire le modalità con le quali gli indagati si assentavano fino ad alcune ore, grazie a false registrazioni dell'entrata e dell'uscita, facendo cioè timbrare il proprio cartellino a familiari, colleghi o conoscenti. In alcuni casi giustificavano, con false dichiarazioni, la mancata registrazione per "avaria della scheda, dimenticanza, smarrimento". A tre autisti di ambulanza arrestati è contestato il reato di peculato per aver utilizzato i mezzi di servizio "per fini diversi da quelli istituzionali".

Monopoli, furbetti del cartellino in ospedale: 13 arresti e 46 indagati. Coinvolti 18 medici, tutti i nomi. Assenteismo diffuso all’ospedale San Giacomo. In 20 colpiti dal provvedimento dell’obbligo di dimora, tra cui 9 medici. Massimiliano Scagliarini il 18 Luglio 2019 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Un caso di diffuso assenteismo è stato scoperto nell'ospedale civile san Giacomo di Monopoli (Bari) dai carabinieri che hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari nei confronti di 13 persone e provvedimenti di obbligo di dimora nei confronti di 20 dipendenti. Tra i coinvolti ci sono 18 medici tra cui 7 primari. Sono 46 in tutto gli indagati per concorso in truffa aggravata ai danni dello Stato commessa in violazione dei doveri inerenti un pubblico servizio, false attestazioni e certificazioni sulla propria presenza in servizio commesse da dipendente della pubblica amministrazione, falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico e peculato. I provvedimenti cautelari sono stati emessi dal gip del Tribunale di Bari, Antonella Cafagna. L'indagine è nata da segnalazioni ai carabinieri di Monopoli da parte di cittadini che lamentavano disservizi in ospedale. Gli accertamenti, coordinati dal procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno e dal sostituto Chiara Giordano, hanno consentito di ricostruire le modalità con le quali gli indagati si assentavano fino ad alcune ore, grazie a false registrazioni dell’entrata e dell’uscita, facendo cioè timbrare il proprio cartellino a familiari, colleghi o conoscenti. In alcuni casi giustificavano, con false dichiarazioni, la mancata registrazione per «avaria della scheda, dimenticanza, smarrimento». A tre autisti di ambulanza arrestati è contestato il reato di peculato per aver utilizzato i mezzi di servizio "per fini diversi da quelli istituzionali". In quattro mesi, secondo l'accusa, sarebbero state "sottratte" 660 ore di servizio in totale da parte degli indagati.

I NOMI DEI COINVOLTI: Provvedimenti di arresti domiciliari sono stati eseguiti nei confronti di: Angelamaria Todisco, nata a Monopoli 64 anni, responsabile del servizio trasfusionale, Gianluigi Di Giulio nato a Potenza, anni 55, primario della radiodiagnostica, Girolamo Moretti , nato a Monopoli di 46 anni, dirigente medico del Reparto di Radiodiagnostica, Rinaldo Dibello nato a Monopoli, 58 anni primario della gastroenterologia, Egidio Dalena, nato a Monopoli di 58 anni, primario dell’otorinolaringoiatria, Vincenzo Lopriore, nato a Monopoli, 62 anni, primario della cardiologia, Sabino Santamato nato a Bari,  64 anni, primario della ginecologia e il suo aiuto Leonardo Renna, nato a Locorotondo 65 anni, i dipendenti Antonio Bosio di Rodi Garganico di 51 anni, Anna Pellegrino di Polignano a Mare 60enne, Giancarlo Sardano di Monopoli di 62 anni e l’infermiera 50enne Giuseppa Meuli di Fasano. Una tredicesima persona, un medico, è all’estero e sta tornando in Italia. Gli obblighi di dimora riguardano Anna Consiglia Scardigno, nata a Ruvo di Puglia, 51 anni, medico di chirurgia, Angela Pantaleo, nata a Fasano 57 anni, medico di medicina, Cosimo Marasciulo nato a Bari, 60enne, medico di ginecologia, Marilena Matarrese nata a Massafra 40 anni, medico del servizio immunotrasfusionale, Francesco Paolo Di Taranto nato a Foggia, di 38 anni, medico di otorinolaringoiatria, Giuseppe Cappelli nato a Bari, di 63 anni, medico della sorveglianza sanitaria, Fulvio D’Onghia di Castellana Grotte di 45 anni, medico ortopedico, Francesco Fino di Monopoli 49 anni, medico cardiologo, Domenico Limitone  di Bari, 63 anni, medico urologo, gli infermieri Rosa Bianco di Torino 58 anni, Concetta De Rinaldis, nata a Zurigo di 53 anni, Pasquale Lacasella di Bari 63enne, Carmela De Laurentis nata a Monopoli di 59 anni, gli operatori tecnici Erasmo Lobefaro di Santeramo in Colle 50 anni, Francesco Fratella di Conversano di 62 anni, Gianfranco Brescia di Monopoli di 57 anni, Sante Palmisano di Fasano di 54 anni. Agli ultimi tre è contestato anche il peculato. Obblighi di dimora anche per il medico Marco Sperti, nato a Taranto 46 anni, dell’ortopedia del San Paolo di Bari, marito della Matarrese, l’infermiera Margherita Mezzapesa nata a Castellana Grotte di 46 anni e il parcheggiatore abusivo dell’ospedale, Carlo Battaglia di Monopoli di 55 anni.

EMILIANO: DENUNCIARE ASSENTEISMO UNICO MODO PER COMBATTERLO - «Le Asl stanno collaborando da tempo con la Magistratura e le Forze dell’ordine per stanare i casi di assenteismo diffuso che purtroppo, alla luce delle indagini, sono ancora tanti - dichiara il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano - Abbiamo anche dato vita a un nucleo ispettivo che segnala automaticamente alla Procura e alla Corte dei conti tutti i casi denunciati alle strutture o anche a me personalmente. Il nucleo ha svolto delle ispezioni anche sull’ospedale di Monopoli, i cui esiti sono stati trasmessi alle autorità competenti. Oggi tredici persone sono state arrestate nell’ospedale di Monopoli. Partiranno contestualmente i procedimenti disciplinari e, dove accertate le accuse, i relativi licenziamenti nel rispetto dalla legge. Così come auspico che, se ci sono persone estranee ai fatti contestati, possano rapidamente chiarire la loro posizione. Per quanto doloroso possa essere, l’accertamento della verità e l’assunzione di responsabilità da parte di tutti, a cominciare da chi è dipendente pubblico e si occupa della cura delle altre persone, è un passo necessario e fondamentale per migliorare le cose. E tengo anche a dire che chi si comporta male danneggia anche i tantissimi lavoratori diligenti e onesti, che sono la stragrande maggioranza, che ogni giorno sono al servizio della comunità. Questi ultimi devono denunciare ai loro superiori ogni episodio di assenteismo in modo da rendere più facile la repressione del fenomeno. Denunciare chi non si presenta al lavoro o lo abbandona prima del dovuto non è un gesto di slealtà verso i colleghi, ma è l’unico sistema possibile per evitare che pochi dipendenti infedeli macchino l’immagine di decine di migliaia di lavoratori che stanno migliorando giorno per giorno la qualità della sanità pugliese al prezzo di grandissimi sacrifici, nonostante la mancanza di personale. Ricordo che è prevista dalle leggi anche la denuncia anonima che non comporta alcuna conseguenza per il denunciante».

Alle Poste o alla casa al mare: ecco dov'erano i furbetti di Monopoli nelle ore di lavoro. Parla il pm Chiara Giordano: «Perdevano anche un numero spropositato di ore a zonzo in ospedale». La Gazzetta del Mezzogiorno il 18 Luglio 2019. Timbravano il cartellino e andavano alle Poste, al centro commerciale, o alla casa al mare: ecco quello che racconta il pm Chiara Giordano sugli arresti di questa mattina dopo che i carabinieri hanno scoperto un diffuso assenteismo all'ospedale San Giacomo di Monopoli (Ba). 46 indagati in totale, 18 medici in tutto coinvolti, compresi 8 primari, che - inoltre - "perdevano" tante ore in ospedale, passando diverso tempo in uffici in cui non avevano motivo di sostare, o parlando al cellulare. Una pratica fin troppo diffusa nel nosocomio, e le indagini sono scaturite proprio dalle tante segnalazioni arrivate ai carabinieri del posto, da parte di cittadini stanchi dei continui disservizi. 

Piaga nella pubblica amministrazione. Le assenze costano 7 miliardi all'anno. Sprechi di Stato: la Cgia di Mestre stima 4 miliardi per le malattie e 3 per la legge 104. Manila Alfano, Sabato 25/02/2017, su Il Giornale. Furbetti del week end e fannulloni di Stato, costantemente attratti dalle tentazioni che offre la vita: un giro per saldi, la spesa al supermercato, un salto alle bancarelle del mercato in cerca di imperdibili occasioni, una gitarella in barca, un paio d'ore passate a tentare la sorte giocando con le slot machine, o addirittura un secondo lavoro tra i fornelli di una cucina di un ristorante, inutile dire, in orario di lavoro. E intanto qualcuno si occupa di timbrare il cartellino per tutti. Parlano i numeri: i casi di assenteismo, sia di massa sia individuali, che nel pubblico impiego toccano livelli da sempre inaccettabili e al Paese costano la bellezza di 7 miliardi l'anno, non si contano. Come non si contano i casi in cui si abusa dei permessi concessi dalla legge 104 per fare altro invece che assistere i congiunti anziani o invalidi. Insomma vale tutto quando si tratta di svicolare dalle responsabilità lavorative per dedicarsi ai propri interessi. Si ma quanto ci costano gli assenteisti? Lo Stato italiano spende all'incirca 7 miliardi di euro per le assenze dei dipendenti pubblici. E intanto gli scandali che coinvolgono gli statali continuano senza sosta. Sono sette miliardi di euro l'anno spesi tra malattie (4 miliardi) e permessi concessi dalla legge 104 (3 miliardi), che negli ultimi anni hanno fatto registrare un'impennata per l'assistenza ai congiunti bisognosi. Una cifra enorme: per avere un termine di paragone recente, basti pensare alla manovra correttiva che la Ue ha chiesto al governo per rimettere in linea i conti pubblici: 3,4 miliardi di euro, pari allo 0,2% del Pil italiano. A guardare i numeri sulle assenze, emerge come i lavoratori del pubblico impiego siano davvero molto più «cagionevoli di salute» dei colleghi del settore privato: negli uffici pubblici si ammala il 55% del personale, mentre nelle aziende private va in malattia il 35%. E sempre secondo la Cgia di Mestre, il rapporto nelle assenze che durano solo un giorno è più che doppio: sono il 27,1% nel pubblico impiego contro il 12,3% nel privato. In totale, nel 2015 i giorni di assenza complessivi (malattia, permessi e congedi) nel settore pubblico sono stati 19 contro i 13 dei lavoratori privati, il 46% in più. Numeri che hanno portato Confindustria a stimare questa differenza a carico dello Stato in una voragine da 3,7 miliardi. Da verifiche più stringenti sugli abusi della legge 104 si potrebbero recuperare almeno 600 milioni l'anno. È indubbio che questi oltre tre milioni di persone, che lavorano nella scuola, nella sanità, nella ricerca, nelle regioni, nei ministeri e negli enti locali, sono anelli fondamentali del nostro Paese. E devono tornare a essere una risorsa trainante e non una zavorra.

Assenteismo e doppio lavoro: la truffa milionaria dei dipendenti pubblici. Il ministro Madia parla di licenziamento. Ma in dodici mesi 1.274 dipendenti infedeli hanno guadagnato oltre 6 milioni in nero, con un danno all'Erario di 15 milioni. Nadia Francalacci il 4 novembre 2015 su Panorama. "Un dipendente pubblico che dice che va a lavorare e poi non ci va, deve essere licenziato". Il ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, è stata molto chiara. “Licenziare”, è il verbo usato dal ministro che dopo i recenti fatti di Sanremo, si esprime senza giri di parole. “Non tutti i dipendenti pubblici però sono fannulloni- ci tiene a precisare la Madia – e non bisogna cadere nelle trappola del "luogo comune"”. Ovviamente davanti agli ultimi vergognosi fatti di cronaca scoperti dalla Finanza in Liguria, il ministro non può non riconoscere il problema dell’assenteismo come una delle piaghe della Pubblica Amministrazione da “curare” urgentemente mandando a casa il dipendente infedele. I fatti di Sanremo e in particolare il dipendente che viene ripreso a timbrare il cartellino in mutande hanno indignato l’Italia, ma gli italiani e soprattutto il Governo, sembrano essersi dimenticati i dati sconvolgenti della Guardia di Finanza relativi ai dipendenti pubblici con il doppio lavoro “scovati” solo due anni fa.

Lavoro nero. In dodici mesi 1.274 dipendenti pubblici hanno guadagnato con il doppio lavoro, illegale e rigorosamente “in nero” una vera fortuna, anzi, un tesoretto da mini manovra finanziaria: 6 milioni di euro. Assicuratori, idraulici, consulenti, elettricisti e persino badanti che prestavano i loro servizi a pagamento sia durante l’orario di lavoro, dopo aver timbrato il cartellino, che a chiusura giornaliera degli uffici. Mansioni e lavoretti che hanno creato un danno allo Stato italiano di oltre 15 milioni di euro, a tanto infatti ammonta il valore delle sanzioni che la Guardia di Finanza gli ha contestato. Questo è accaduto nel 2013.

I licenziamenti. Ma dal monitoraggio della Funzione Pubblica, dati relativi proprio al 2013, emerge come su quasi 7 mila procedimenti, quelli conclusi con licenziamento, siano solo 220 e tra questi solamente un centinaio per assenteismo. Un dato vergognoso davanti a prove davvero schiaccianti come quelle che vengono fornite dalle telecamere piazzate nel corso delle indagini effettuate dalla Finanza.

E sulla questione assenteismo e fannulloni, interviene anche l'ex ministro della P.A, Renato Brunetta, che ricorda come la legge per mandare a casa e licenziare definitivamente i dipendenti pubblici che non lavorano esiste già ed è il decreto legislativo 150 del 27 ottobre 2009. Insomma, per l'attuale presidente dei deputati di Forza Italia "c'è già tutto, basta applicare le leggi". In effetti il licenziamento disciplinare è espressamente previsto per la "falsa attestazione della presenza in servizio" e si fa cenno proprio "all'alterazione dei sistemi di rilevamento" e ad "altre modalità fraudolente", così da coprire tutti i possibili casi assenteismo e truffa ai danni della Pubblica amministrazione.  Ma la riforma della P.A. del Governo Renzi, prevede proprio un restyling della legge Brunetta, o meglio dell'azione disciplinare che oggi segue un meccanismo con diversi passaggi e attori. Il decreto attuativo che porterà a un nuovo testo unico sul pubblico impiego non farà però parte del primo pacchetto di provvedimenti applicativi della riforma. Bisognerà infatti aspettare il 2016.

Statali fannulloni, ora preferiscono le mini assenze. Il 26 per cento delle malattie dura un solo giorno. Il totale degli stop costa 4 miliardi. Il Tempo l'11 Gennaio 2015. La piaga dell’assenteismo nella pubblica amministrazione non è stata debellata. Nonostante le numerose riforme che hanno reso più difficile e anti economico assentarsi dal lavoro senza un valido motivo, il fenomeno persiste ancora. La forma prevalente non è più quella della malattia che dura lo spazio di tempo necessario per partire per la settimana bianca o quella delle cure termali per concedersi il relax in qualche centro benessere. Ora prevalgono le mini assenze, da uno a tre giorni. Il 25,9% delle malattie dura un solo giorno, pari a 1 assenza su 4. Il dato messo a fuoco dalla Cgia si riferisce al 2013 ed è in crescita del 5,9% rispetto all'anno precedente. Il primato delle «malattie brevi» spetta a Palermo: tra i dipendenti pubblici il 42,6% del totale delle assenze dura un giorno. Le assenze per malattia di durata compresa tra i 2 e i 3 giorni rappresenta, sempre nel settore pubblico, il 36,1%. Mel rapporto della Cgia si sottolinea il rischio reale che le assenze brevi «nascondano forme più o meno velate di assenteismo, soprattutto nei casi in cui la malattia dura solo un giorno». Diversa invece la situazione nel settore privato dove le malattie brevi, di un giorno solo, sono oltre la metà del pubblico impiego (11,9%) e sono in calo dell'1% rispetto all'anno precedente. Il record anche in questo caso ce l’ha Palermo ma l’incidenza è del 27,8%. Ma il settore privato, dice ancora la Cgia, detiene invece il primato malattia in termini di giorni medi sia nel 2013 che nel 2012: 18,3 contro 17,1 giorni dei dipendenti pubblici. Complessivamente, infatti, l'Inps ha ricevuto oltre 17.800.000 certificati medici: il 3,4% in più rispetto al 2012. Notevole la crescita, comunque nel comparto pubblico: nel 2013 hanno marcato visita il 9,2% di lavoratori in più. Nella classifica delle città dove si sospende l’attività per malattia, dopo Palermo c’è Agrigento con il 38,4% di assenze che durano 1 giorno, seguita da Catania, 35,6 % e da Trapani, 34%. Chiudono la classifica Udine (14,2%), Belluno (12,8%) e Bolzano (10,5%). Complessivamente, la provincia che presenta la durata media di malattia più elevata nel pubblico impiego è Vibo Valentia, con 23,2 giorni di assenza all'anno. Nel settore privato, invece, dopo la «leadership» del capoluogo regionale siciliano, il rapporto Cgia indica Catania (21,1%), Roma (18,8%) e Siracusa (18,5%). I territori più virtuosi sono Vicenza e Udine (entrambe con il 5,5%), Ascoli Piceno (5,1%) e Vibo Valentia (2,6%). Anche nel settore privato, il primato della durata media dell'assenza di malattia spetta alla Calabria: si tratta della provincia di Reggio Calabria, con 53,4 giorni di assenza all'anno. Dal punto di vista salariale la riforma Brunetta prevede che fino a dieci giorni di assenza, sarà corrisposto esclusivamente il trattamento economico fondamentale con decurtazione di ogni indennità o emolumento e di ogni altro trattamento economico accessorio. Nel comparto privato, invece, i primi 3 giorni di malattia sono interamente a carico dell'azienda, dal 4° al 20° giorno la retribuzione giornaliera media è coperta al 50 per cento dall'Inps, dal 21° al 180° giorno la quota in capo all'Istituto di previdenza sale al 66,66%. Confindustria mette in evidenza che i lavoratori pubblici si assentano il 50% in più di quanto non facciano i privati per un costo complessivo di 3,7 miliardi. «Un minore assenteismo aumenterebbe l'efficienza e la qualità dei servizi», chiosa il rapporto del Centro studi di Viale dell'Astronomia, per non parlare del risparmio di 3,7 miliardi che deriverebbe «da un minor fabbisogno di personale», mentre la Cgia chiede che vengano colpiti «con maggiore determinazione i furbi che assentandosi ingiustificatamente, recano un danno all'azienda per cui lavorano e, nel caso dei dipendenti pubblici, anche alla collettività». I dati, rielaborati da Confindustria sulla base del Conto Annuale della Ragioneria dello Stato, indicano che nel 2013 i dipendenti pubblici hanno totalizzato in media 19 giorni di assenze retribuite contro le 13 registrate dai lavoratori privati di cui 10 giorni di assenza procapite per malattia e 9 giorni per altre assenze retribuite. Circa 6 giorni in più, dunque, che porta a quota 46,3% la differenza con quanto avviene nelle imprese con oltre 1000 addetti, la cui dimensione più si avvicina a quella del pubblico impiego.

Quelli che sul lavoro non muoiono. Maurizio Blondet 4 Marzo 2008. «Omicidio di Stato», strilla Liberazione sullo sfondo di un’orma insanguinata. «Sistema Italia», piange il Manifesto su fondo nero-lutto. «Nessuno ferma la strage di operai», urla l’Unità. Per i cinque morti sul lavoro di Molfetta, i giornali si sono prodotti in un’orgia di lacrime di coccodrillo e di demagogia. Specie quelli «di sinistra», naturalmente. Gli articoli: colpa dei padroni che risparmiano sulla sicurezza (a Molfetta, il padrone è morto coi suoi operai). Colpa di Montezemolo. Colpa dello Stato e del sistema, del governo che «non fa i regolamenti». (A proposito: chi governa l’Italia oggi? Di colpo, per non disturbare «la sinistra» veltroniana, il governo si è reso invisibile. Non appare più nei TG. Non ne parla nemmeno Mediaset. Ma il governo è sempre quello: Prodi, Visco, Padoa Schioppa, Diliberto, Giordano, Pecoraro Scanio). Una strage nel settore privato, un milione di incidenti sul lavoro ogni anno, 550 mila risarcimenti INAIL; lacrime di coccodrillo, a fiumi, sui sacrificati, sugli sfruttati.

Così, non c’è spazio per raccontare l’altro scandalo emerso lo stesso giorno: quelli che su posto di lavoro non ci muoiono. I dipendenti pubblici, specie degli enti locali, hanno aumentato il loro tasso di assenteismo: più 9% nei Comuni, più 13% nelle Province. Il comune di Roma guida la classifica: 39 giorni d’assenza l’anno per ogni dipendente, che diventano 68,5 se si aggiungono le ferie e i permessi retribuiti. Secondo posto, Rieti, con 37,3 giorni d’assenza. Terzo Viterbo, con 33,4. Solo nei capoluoghi di provincia (media di assenze: 26 giornate per dipendente, a parte le ferie) le giornate perse - ma che noi contribuenti paghiamo - sono più di 4,2 milioni l’anno. Supponiamo che ogni giornata persa da costoro ci costi 50 euro (stima ottimistica: il costo si aggira sui 100), si arriva a un costo di 210 milioni di euro. Ossia 420 miliardi di lire l’anno, delle nostre tasse, vanno a pagare gli assenti abituali. Ma si capisce subito che la cifra è sbagliata per immenso difetto: solo nel comune di Roma, dice l’assessore al personale Lucio D’Ubaldo, «l’assenteismo ci costa 100 milioni l’anno, quasi come una manovra del bilancio comunale».

I dipendenti pubblici sono 3,2 milioni, sparsi nelle 9.300 amministrazioni centrali e locali. Ci sono gli assenteisti delle Regioni: prima come sempre la Regione Lazio (ogni dipendente manca 21,2 giorni per «malattia», e altri 11,6 per «altre cause», totale 32, 8 giorni di assenza), dove sono anche i più pagati: il costo pro-capite in Lazio è di quasi 50 mila euro l’anno, contro i 41 mila della media regionale. Probabilmente non si è lontani dal costo delle assenze pubbliche indicato da Confindustria, 14 e passa miliardi di euro l’anno, 30 mila miliardi di lire, ossia un punto del prodotto interno lordo, o una finanziaria pesantissima. Questo spiega tutto. Anche, direttamente e indirettamente, i troppi incidenti sul lavoro nel settore privato. Dice perché gli operai della Thyssen facevano 13 ore di lavoro e si esaurivano negli straordinari fino a perdere lucidità e attenzione: la paga lorda che basterebbe a vivere è dimezzata dalle tassazioni, con cui gli operai mantengono i dipendenti pubblici assenteisti. I duemila euro diventano, nelle tasche di chi lavora, meno di mille. Ciò spiega il perché le piccole imprese arrancano, non reggono alla concorrenza, non crescono in produttività, limano i costi su tutto ed anche sulla «sicurezza»: perché si devono pagare, con tributi esorbitanti e balzelli odiosi, quelli che sul posto di lavoro non muoiono ma vanno a vivere - un giorno lavorativo su tre - altrove, in allegri shopping o pause-caffè o assenze truffaldine (il collega timbra il cartellino per te, domani tu timbrerai il suo per lui). La palla al piede che inceppa la nostra «competitività» mondiale, non è difficile da identificare.

L’enorme assenteismo spiega anche la mancanza di controlli nella mitica «sicurezza»: e chi volete che controlli, se quelli sono per lo più assenti? Al costo vivo del furto di lavoro andrebbero aggiunti i costi degli ostacoli che l’assenteismo pubblico impone al lavoro privato: data l’intrusività della burocrazia pubblica italiana, dato che per fare qualunque cosa bisogna ottenere un permesso, un’autorizzazione, un certificato pubblico, gli sportelli vuoti per pausa-caffè o permesso retribuito e ingiustificato ostacolano il lavoro di chi lavora, fanno perdere tempo ed ore a quelli per cui le ore lavorate sono denaro. E quando sono presenti allo sportello, quei dipendenti sbadiglianti e di malavoglia, che non danno nessun servizio, di fatto «ostacolano» positivamente il fare; il fare di chi è esposto alla concorrenza interna ed estera. «Varare subito i nuovi decreti sulla sicurezza», strilla Avvenire. In questo senso c’è l’immancabile «appello del presidente della repubblica», che viene applaudito per la sua «sensibilità» (ma ha mai cacciato una lira, Napolitano, per le vittime del lavoro operaio?). In Italia, davanti ad ogni problema e tragedia, si pensa a «fare una legge». Che si aggiungerà ai milioni di leggi inapplicate e inapplicabili per l’inadempienza del settore pubblico, che se offre un servizio, lo offre solo a se stesso, e a spese di tutti noi.

E’ un modo di bastonare l’aria, anziché bastonare i responsabili. Come se una legge sulla sicurezza potesse ovviare all’ignoranza tecnica dilagante anche fra gli operai, cui nessuno ha insegnato che le esalazioni in una cisterna non sono solo un cattivo odore, ma un veleno, e che prima di lavare l’interno di un’autobotte bisogna immettervi aria, aria in quantità; al costume d’incuria che vediamo in ogni addetto all’edilizia - solo in Italia i muratori non portano l’elmetto perchè fa caldo, anche questo un sottoprodotto della cattiva istruzione, dell’arretratezza generale, dell’inadempienza delle scuola pubblica.

Avvenire, nel suo editoriale coccodrillo, vuole una legge «anche con qualche forzatura sanzionatoria», cui finora si sono opposti gli industriali. Egoisti? No, perché la forzatura sanzionatoria è pensata contro gli imprenditori, presunti colpevoli in via preventiva di «trascurare la sicurezza» per aumentare i profitti. «Vale la pena di correre il rischio di un costo economico più elevato del dovuto», scrive il cattolicissimo Avvenire. Ma il «costo economico più elevato del dovuto» lavoratori e imprenditori lo pagano già: e lo pagano per mantenere la Casta assenteista, inadempiente, costosa e ostacolatrice. Avvenire - cioè, nelle questioni di lavoro, la CISL di Pezzotta - vuole aggiungere un costo aggiuntivo ai «padroni», senza sottrarre il costo aggiuntivo dei fancazzisti comunali, provinciali e regionali.  Se proprio ci dev’essere una nuova legge per la sicurezza, la si formuli così: ad ogni morto sul lavoro, agli assenteisti pubblici si sottragga la retribuzione di una loro giornata d’assenza, che andrà a costituire un fondo di solidarietà per quelli che sul lavoro ci muoiono. Una legge educatrice. Per aiutare gli assenteisti a capire che il posto fisso e ben pagato, lo devono a contribuenti molto più poveri di loro: quanti contribuenti nel privato hanno uno stipendio di 41 mila euro l’anno, come ogni dipendente regionale in media? A capire che quel posto da cui si assentano 65 giorni l’anno, obbliga gli altri a sfiancarsi negli straordinari per portare a casa 980-1.200 euro il mese, con cui non riescono a mantenere la famiglia. A capire che è la ricca paga che rubano a far mancare i soldi per coprire i costi della sicurezza, dell’addestramento, dell’istruzione tecnica e dei controlli.

Una legge che tolga il maltolto, lo stipendio rubato da questi parassiti, può aiutarli a sentirsi uniti agli altri verso i quali hanno dovere di fornire servizi che non forniscono; in una parola, a farli partecipi del triste destino comune di arretratezza, di discesa nella scala della civiltà materiale, di cui loro - gli assenteisti - sono una causa primaria. Avvenire dice che «dobbiamo tutti sentirci responsabili imprenditori, sindacati, rappresentanti politi-ci, istituzioni, mass media, lavoratori»; come vedete, nella lista mancano loro, quelli che sul posto di lavoro, il caldo sicuro posto pubblico, non ci vanno, ma si fanno pagare. La lista doveva cominciare da lì. Come mai non comincia? La CISL rifiuta di riconoscere l’assenteismo dei pubblici dipendenti, che sono il nerbo della sua «base»: strilla che le cifre sono false. Ma anche la «destra» tace: 3,2 milioni di dipendenti pubblici assenteisti sono elettori, la Casta è tanto numerosa da essere una forza sociale temibile, da non irritare. E i giornali piangono lacrime di coccodrillo, mentre nascondono la notizia: le assenze crescono in Comuni e Province, non diminuiscono. Un caso di ottusità burocratica vissuto personalmente: prendo la residenza a Viterbo, dalla Lombardia, e vado alla ASL per farmi assegnare il medico di base. Mi rispondono che devo fornire i dati della mia ASL lombarda: numero della ASL, indirizzo esatto, eccetera. Facilissimo, ecco qua: la Lombardia ci ha fornito di una modernissima tessera sanitaria di plastica con un chip, identica ad una carta di credito: tutti i dati sono nella memoria elettronica. Ma ovviamente, la Lombardia è la sola ad aver adottato questo mezzo avanzato. In Lazio vogliono il «documento cartaceo». E non hanno nemmeno torto. Quel chip di memoria della mia avanzatissima tessera sanitaria non si può leggere se non nei terminali della Regione Lombardia. Nemmeno io posso sapere cosa vi è contenuto, dei miei dati personali; devo per forza andare alla ASL di Lombardia, ad uno sportello, e - dopo la solita coda - pregarli di leggere per me i miei dati in quella memoria, e implorarli di farmi una stampata «cartacea» del contenuto. E’ un esempio di secessione mentale, tipico del servizio pubblico che serve solo se stesso: in Lombardia non si sono messi nei panni degli assicurati, non hanno pensato che questa tessera (che forse contiene dati medici personali utili) potesse essere letta anche fuori dalla regione, magari d’urgenza, se l’assicurato ha un incidente in Lazio o in Calabria. E’ anche un esempio di come, in mano alla nostra burocrazia regionale, anche la tecnologia avanzata diventa un ostacolo, anziché un ausilio, e peggiora l’arretratezza. La mia tessera elettronica, in Lazio, è l’equivalente della sveglia che il selvaggio si appende al collo.

Comune di Sanremo, un terzo di inutili.  Stefano Olivari il 26 Ottobre 2015 su Indiscreto. La vicenda degli assenteisti di Sanremo, intesa come Comune, può stupire soltanto chi non abbia mai avuto a che fare con uffici pubblici e non abbia perso giornate di lavoro per un “il dottore è fuori ufficio” quasi mai motivato. Quantificando: la Procura di Imperia ha disposto l’arresto per truffa ai danni dello Stato di 35 dipendenti sanremesi e ne ha denunciati a piede libero altri 71 dopo due anni di indagini sui loro comportamenti in orario di lavoro. Non solo: ma altri 82 dipendenti comunali sono stati colti a compiere reati di minore gravità ma comunque associabili all’assenteismo. In totale quindi 188 persone, sulle 272 controllate, per una percentuale del 69,1%. In totale il Comune di Sanremo ha 528 dipendenti, ma non vogliamo spalmare sui non controllati la percentuale di truffatori che c’è fra i 272 controllati anche se il campione è abbastanza significativo. Mettiamo che gli altri siano tutti onesti, oltre che ciechi: 188 su 528 è il 35,6%. Anche senza fare discorsi penali o indulgere in particolari da ‘Ah signora mia, la casta’, tipo il premio di produzione (ma produzione di cosa?), il punto della vicenda è secondo noi che il Comune di Sanremo negli ultimi anni è andato avanti con nemmeno due terzi dell’organico, ad essere generosi. Sanremo ha poco più di 55mila abitanti, il che significa un impiegato comunale ogni cento abitanti. Rapportando tutto all’Italia, con lo stesso metro avremmo 600.000 impiegati comunali: tanti o pochi? Ma tornando alla statistica, un terzo degli impiegati pubblici sarebbe da licenziare dalla sera alla mattina, non ci sarebbe nemmeno bisogno di leggi speciali ma soltanto della volontà politica di colpire i comportamenti fraudolenti. Per la cronaca, il sindaco da cui è partita la segnalazione alla Procura (Zoccarato) era di Forza Italia, quello attuale (Biancheri) è di una lista di centro non meglio specificata: nei comuni la passione per il centrismo è, per motivi evidenti, più viva che nella politica nazionale. Chi ha derubricato a boutade elettorale la proposta grillina del reddito di cittadinanza, magari gli stessi che esultavano per gli 80 euro alla Achille Lauro (ma il Comandante usava soldi suoi), non si rende conto che in Italia il reddito di cittadinanza esiste già e costa allo Stato molto di più di 780 euro al mese (un terzo del lordo di uno degli impiegati assenteisti). Senza contare il fatto che potendo davvero licenziare si toglierebbe al posto pubblico il ruolo di merce di scambio elettorale, di favore paramafioso che ti sistema per sempre.

·        In Italia c'è un commissario per ogni disgrazia.

In Italia c'è un commissario per ogni disgrazia. Il Paese incapace di gestire le sue difficoltà si affida a manager dell’emergenza in ogni campo, dall'Ilva all’Alitalia, dal Mose ai comuni infiltrati dalla criminalità. Un esercito di Montalbano strapagati che non porta i risultati del poliziotto di Camilleri. Gianfrancesco Turano il 27 novembre 2019 su L'Espresso. Paese di santi, di navigatori, di commissari. L’Italia in emergenza permanente effettiva, dal Mose all’Ilva, dall’Alitalia alle imprese edili, si consegna ad alti commissari, supercommissari, commissari straordinari, commissari prefettizi, commissari giudiziali, commissari ad acta. C’è un commissario per ogni difficoltà che non si possa risolvere attraverso le vie normali: cioè sempre. Ci sono stati commissari antimafia (1982-1993), che Giovanni Falcone considerava inutili. Commissari polivalenti come Guido Bertolaso (terremoti, vulcani, rifiuti, migranti, mondiali di ciclismo) e superspecializzati come l’ex governatore leghista del Piemonte Roberto Cota (contraffazione) o come il democrat veneziano Paolo Costa, delegato dal governo per il traffico acqueo in laguna. Dal Grande Vecchio al Grande Montalbano il salto è stato rovinoso. Venezia, Taranto, Fiumicino rischiano di essere le pietre tombali di un esecutivo che francamente è solo l’ultimo a reggere un cerino a fine corsa.

Quando è colpa di tutti, non è colpa di nessuno. Si è visto con l’acqua alta nella laguna veneta dove l’unico spettacolo più orrendo della devastazione di un gioiello architettonico senza pari al mondo è stato lo scaricabarile collettivo dei politici. Il governatore Luca Zaia ha detto che ormai tanto vale finire ma a lui il Mose non è mai piaciuto. Non si sarebbe detto a vederlo entusiasta durante la primissima inaugurazione del Mose alla bocca di Treporti nel 2013, poco dopo il primo scossone della magistratura con l’arresto di Pierluigi Baita, deus ex machina del Consorzio Venezia Nuova (Cvn). Baita, che ha patteggiato per le tangenti veneziane dopo l’arresto (febbraio 2013), spara a zero sui cinque anni di gestione straordinaria e denuncia “l’irresponsabilità collettiva”. Giancarlo Galan, predecessore di Zaia, che era il suo vicepresidente, si è assolto da ogni colpa sui ritardi dell’opera da 5,5 miliardi dopo avere anche lui patteggiato una condanna a due anni e dieci mesi. I veneziani Renato Brunetta (Forza Italia) e Pier Paolo Baretta (Pd) hanno rievocato il loro trauma giovanile dell’“aqua granda” del 1966. Intanto nelle ore della marea eccezionale si litigava sul sistema delle dighe: sollevarle o lasciarle sott’acqua, dove stanno arrugginendo a grande velocità? Ha prevalso la linea dell’immobilismo, dettata dal commissario Francesco Ossola, e forse è stata una fortuna dati i problemi tecnici manifestati dall’opera di recente. Ma nel picco della crisi non era chiaro a chi spettasse la parola finale, se ai commissari, e a quale dei due commissari, oppure al prefetto o ancora al provveditorato che il governo Renzi ha sostituito all’antico magistrato alle acque, dopo che due figure di vertice dell’organismo creato dai dogi (Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva) erano finite agli arresti per le tangenti del Mose, stimate complessivamente in un centinaio di milioni di euro. Così è stato nominato il supercommissario previsto da una legge del governo giallo-verde, la Sblocca cantieri, parente stretta dello Sblocca Italia di Matteo Renzi. A Venezia arriverà l’architetto Elisabetta Spitz. Il compito è di completare quel 6-7 per cento di impiantistica, e non è poco, che manca al Mose per entrare compiutamente in azione alla fine del 2021. «Ci sono tante figure di commissari», dice Luigi Magistro, terzo commissario del Cvn fino alle dimissioni senza rimpiazzo due anni e mezzo fa. «Quelli per le crisi aziendali, come per il concordato di Astaldi, o quelli che arrivano in casi di crisi giudiziaria, come il Mose. In teoria sono plenipotenziari dello Stato. In pratica, lo Stato stesso aumenta i controlli rispetto alla situazione precedente, per esempio attraverso la Corte dei conti. Giusto farlo ma i tempi si allungano. In più, il commissario subentra in casa altrui e si dà per scontato che i proprietari, per quanto delinquenti, continuino a finanziare l’impresa. Ma se dicono di no, nessuno li può costringere. Si può solo farli fallire, e non è questo l’obiettivo. Il terzo problema è che i lavori li fanno sempre loro e, se prima erano abituati a fare prezzi molto alti, tendono a insistere su questa strada. Da qui nascono altri rallentamenti e spesso il commissario passa gran parte della sua attività a replicare ai ricorsi dei proprietari». Con questo panorama, il lavoro dei commissari impegnati con il Mose non è certo stato dei peggiori. L’opera, giusta o sbagliata che sia, è andata avanti nonostante le condizioni ardue perché in questi anni sopra Venezia si è scatenata la tempesta perfetta. Al commissariamento governativo del Cvn si è aggiunta la crisi economica di quasi tutti i soci del consorzio: Mantovani-Fip (Serenissima holding), Condotte, Fincosit Grandi Lavori, Astaldi, le cooperative. La capofila Serenissima della famiglia Chiarotto a fine gennaio ha ottenuto il via libera del tribunale di Padova che ha nominato i commissari Remo Davì, Anna Paccagnella e Michele Pivotti. Il documento con la richiesta di concordato fallimentare dei Chiarotto è allo stesso tempo la carrellata su un declino finanziario e un atto di accusa. Eppure la holding è cresciuta a dismisura e in breve tempo grazie ai finanziamenti pubblici dello Stato. Nel 2013 i ricavi arrivavano al record di 633 milioni. Nel 2014, dopo l’inizio dello scandalo, erano 551, nel 2015 scendevano a 336, poi a 230 nel 2016 e a 152 milioni nel 2017. L’anno scorso il fatturato è stato di 70 milioni con 200 milioni di perdite contro i 10 milioni di utile del 2014. La colpa? «L’intervenuto commissariamento del principale committente (Cvn) e una gestione assai penalizzante nei confronti delle imprese consorziate realizzatrici dei lavori, tanto nel mancato affidamento di nuovi lavori quanto nel pagamento dei debiti pregressi». Firmato Romeo Chiarotto, il patriarca novantenne azionista del gruppo padovano. Per andare avanti la Mantovani è stata ceduta in fitto alla parmense Coge ad agosto 2018 e Serenissima aspetta di fare cassa con la cessione del 14 per cento della superstrada Ragusa-Catania, statalizzata dall’ex ministro Danilo Toninelli, e con l’11,7 per cento del raccordo anulare di Padova. Certo, che il Mose sia un’opera giusta o sbagliata non è propriamente secondario. Come non era secondario diffondere dati ridicolmente bassi sulle spese annuali di gestione delle dighe mobili. I 15-20 milioni di euro previsti sono in effetti 100 o forse più. «Può anche essere giusto che costi così tanto», dice un ex collaudatore che chiede l’anonimato. «Il problema è che dichiararlo da subito sarebbe costato il posto a chi lo diceva». Un altro commissario collaudatore, l’ex direttore generale dell’Anas Francesco Sabato, presidente della commissione di collaudo alla bocca di porto del Lido, oggi ricorda: «Nel 2004 con i miei colleghi completammo diversi controlli e presentammo una serie di rilievi. Evidentemente eravamo troppo pignoli e il Magistrato alle acque ci sostituì nel 2010. Da allora ho letto sull’Espresso del problema della ruggine nelle cerniere. Credo sia una mancanza da parte dell’impresa perché non erano certo imprevedibili gli effetti dell’acqua salata sulla parte metallica sommersa». Anche volendo attribuire alla Fip (gruppo Chiarotto) i 34 milioni di euro già spesi fuori budget per tamponare il problema, l’azienda di Selvazzano non sarebbe in grado di fare fronte. Pagherà il contribuente, come da manuale delle grandi opere in Italia. A ben guardare c’è un quarto problema oltre ai tre esposti da Magistro. È il compenso del supercommissario. Per un impegno come quello che richiede il Mose vale la legge 111 del 2011. C’è una parte fissa di 50 mila euro e una somma pari variabile secondo il raggiungimento degli obiettivi. Nella migliore delle ipotesi, si parla di 100 mila euro. Nella peggiore, sono duemila netti al mese per tenere a bada il mare Adriatico. Con questi chiari di luna si comprende come spesso la qualità del personale commissariale abbia suscitato perplessità, soprattutto quando le terne hanno dovuto affrontare situazioni complesse come quelle dei comuni colpiti contemporaneamente da infiltrazioni del crimine organizzato e situazioni di dissesto finanziario. La vicenda drammatica dell’Ilva di Taranto, per restare agli ultimi mesi, mostra che più di qualcosa non va, nonostante l’introduzione del sorteggio su una rosa di selezionati voluto dai grillini per evitare un’eccessiva concentrazione di incarichi sui soliti noti. A fine aprile si sono dimessi i commissari di nomina renziana Piero Gnudi, commercialista bolognese per decenni in testa alla lista di chi ha più incarichi, Enrico Laghi, cinquantenne che si muove sulla strada del professionista bolognese (tredici incarichi attivi tra commissariamenti, collegi sindacali, cda e liquidazioni), e Corrado Carrubba. Al loro posto, l’allora ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha nominato Antonio Cattaneo, Antonio Lupo e Francesco Ardito. Cattaneo ha declinato l’invito quasi subito, senza neppure entrare in carica, per possibili conflitti di interessi e si è andato a occupare della crisi di Mercatone Uno insieme a Luca Gratteri e a Giuseppe Farchione. Negli ultimi giorni, dopo che Arcelor-Mittal ha dichiarato di volere chiudere l’impianto, il Mise di Stefano Patuanelli ha incaricato una società di head-hunting di individuare un commissario straordinario, per gestire la fase di transizione. La fine di questo mese di novembre potrebbe essere la svolta per Taranto, come per il Mose  e per Alitalia che paga mesi e mesi di indecisione. Ma come se non bastassero le esitazioni fra Delta e Lufthansa e il tira e molla con Atlantia, dieci giorni fa la Procura di Civitavecchia ha spedito la Guardia di finanza a caccia di documenti negli uffici di Fiumicino per verificare la posizione, e gli eventuali conflitti di interessi, dei quattro commissari straordinari Luigi Gubitosi, poi passato a guidare Tim, il suo sostituto Daniele Discepolo, l’ex rettore dell’università di Bergamo Stefano Paleari e il già citato Laghi, ex presidente di Midco, controllante della compagnia di bandiera. Sulla vicenda a giugno dell’anno scorso si era pronunciata l’Anac, allora guidata da Raffaele Cantone, che si era dichiarata incompetente «in relazione ai profili evidenziati». Rispetto ai 100 mila euro del supercommissario al Mose, il lavoro in Alitalia offre ben altre prospettive di guadagno, se la compagnia riuscirà a salvarsi. Il decreto del Mise guidato da Carlo Calenda (2017) prevede circa 10 milioni di euro complessivi per la terna. Possono sembrare tanti soldi ma sono poca cosa rispetto ai 12 milioni a testa, poi scesi a 7 milioni, contrattati dai commissari Astaldi Vincenzo Ioffredi, Francesco Rocchi e Stefano Ambrosini (recordman italiano con 50 incarichi inclusa la vecchia Alitalia). Rocchi e Ambrosini sono indagati per corruzione dalla Procura di Roma in un’inchiesta rivelata dall’Espresso all’inizio di novembre. Con loro è indagato Corrado Gatti, che doveva vagliare la bontà del piano di concordato. Laghi ha un ruolo anche nella vicenda Astaldi. Il docente di economia aziendale alla Sapienza di Roma è creditore dell’impresa per oltre 900 mila euro e ha un contratto di consulenza da 2,5 milioni per il piano che dovrebbe riportare l’impresa in buona salute con Laghi ad agire da procuratore, se andrà bene, o da liquidatore, se andrà male. Laghi ha minimizzato il suo possibile conflitto di interessi scrivendo ai commissari che i 900 mila euro sono «meno del 9 per cento del volume d’affari» suo e del suo studio nell’anno in cui si è formato il suo credito ossia una decina di milioni complessivi. Il commissario inventato da Andrea Camilleri non ha mai visto tanti soldi in vita sua.

·        Gemellaggi: vantaggi per i cittadini o solo viaggi per gli amministratori?

Gemellaggi: vantaggi per i cittadini o solo viaggi per gli amministratori? Pubblicato mercoledì, 09 ottobre 2019 su Corriere.it da Milena Gabanelli e Adele Grossi. Sono 2,755 tra l’Italia e i Paesi europei. Sulle spese la Corte dei Conti ha richiamato più di un Comune. Ma a che serve gemellarsi? Vale la pena chiederselo, visto che spesso tutto quello che conoscono i cittadini del Comune interessato inizia e finisce davanti al cartello che lo dichiara alle porte del territorio, sulle strade statali o provinciali. Per esempio, quanti bolognesi sanno che Bologna conta ben 13 gemellaggi? Otto in Europa e 5 altrove: Sant Louis (Senegal), un altro Sant Louis in Missouri (Usa), La Plata (Argentina) e San Carlos (Nicaragua). I milanesi hanno 15 fratelli fra cui Osaka, Shanghai, Melbourne e Tel Aviv. In totale, l’ultima volta che li hanno contati nel 2010, i gemellaggi stretti dall’Italia con i fratelli europei erano 2.755, su 39.508 totali in Europa. La città con più gemellaggi è Firenze con 21.Un buon accordo di gemellaggio può rivelarsi un’operazione assai virtuosa e recare molti benefici a una comunità e alla sua amministrazione comunale: integrazione, unione tra persone provenienti da diverse parti dell’Europa, condivisione dei problemi, scambio di opinioni. Quando il sistema funziona tutto questo si traduce in vantaggi tangibili. Qualche esempio: ad agosto, l’amministrazione comunale di Rieti e il Comitato Gemellaggi e Relazioni internazionali del Comune, hanno pagato il soggiorno di una settimana nelle città gemellate di Nordhorn (Germania) e Saint Pierre Les Elbeuf (Francia) a quattro studenti particolarmente meritevoli delle ultime classi degli istituti di secondo grado dell’anno scolastico 2018/2019. Un’iniziativa simile è stata intrapresa a maggio dal Comune di Vicenza. L’Europa incoraggia i gemellaggi sin dagli anni ’50. Il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa, la più grande associazione fra gli enti locali europei, ha anche dato vita ad una piattaforma web, appositamente pensata per far incontrare nuovi potenziali partner. Si chiama twinning.org: un’apposita sezione intitolata «trovare un partner» fornisce tutti i consigli pratici per trovare l’ente giusto con cui iniziare una relazione e dà anche la possibilità di verificare quali siano i Comuni «single» in cerca. Ma, soprattutto, l’Europa li finanzia.Ma cosa è un buon gemellaggio? Certamente, può aiutare cercare il partner giusto seguendo un’affinità di partenza fra popolazioni residenti, origini comuni, identità politiche, storiche, geografiche. E queste peculiarità dovrebbero essere trasparenti e note, se non altro ai cittadini che vivono nei territori gemellati. Non sempre purtroppo è così. Difficilmente, per esempio, al Comune di Ingria in provincia di Torino – 44 abitanti – non sanno spiegare perché ci sia il gemellaggio con il Comune francese di Mayres. Tuttavia nonostante l’incoraggiamento dell’Europa, non sempre scegliamo il partner fra i Paesi europei; dalle grandi città ai piccoli Comuni ci gemellaggi le cui motivazioni non sempre sono conosciute anche dai cittadini: dal 1998 Anghiari, provincia di Arezzo, è gemellata con La Plata (Argentina). Peccioli, 4.000 abitanti in provincia di Pisa, ha ben due gemelli nel Ghana. Tarquinia è gemellata con Jaruco (Cuba), Novellara (Reggio Emilia) ha tre gemelli fra Cuba, Israele e Brasile. Naturalmente scegliere un partner fuori dal confine europeo può avere anche una ragione: per esempio San Fele, provincia di Potenza, da 35 anni è gemellato con Canada Bay, cittadina alle porte di Sidney dove molti sanfelesi sarebbero emigrati nel corso del tempo.Capita però che il gemellaggio, sconosciuto ai cittadini e magari sganciato da una qualsiasi comunanza fra territori, si traduca in una scusa per far viaggiare gli amministratori comunali a spese della collettività. Qualche anno fa la Corte dei Conti condanna il sindaco di Santa Teresa Riva (Messina) che se n’era andato con la moglie a Fuveau, in Francia, a spese dei cittadini per decretare il gemellaggio. Con lui anche l’assessore al Turismo e consorte, un consigliere comunale e consorte e anche il presidente del comitato per il gemellaggio (anche lui, con consorte al seguito). Viene avviato un controllo stringente e la Corte detta delle linee guida chiare: le spese per i gemellaggi rientrano fra le spese di rappresentanza solo se si fondano sulla concreta e congrua esigenza di accrescere il proprio ruolo istituzionale in un contesto più ampio, in vista di concrete aspettative di promozione della propria vocazione turistica e culturale, di creazione di nuovi sbocchi commerciali, di ricerca di prospettiva di sviluppo della propria economia. Su queste premesse non si contano i casi in cui la Corte è costretta a richiamare puntualmente le amministrazioni locali, come Val Brembilla, 4000 abitanti in provincia di Bergamo, che fra gemellaggio con Nantua (Francia), «scambio interculturale» e un viaggio della Commissione comunale nel 2017 ha speso 2947,67 euro.

·        Il lungo addio delle Province.

Il lungo addio delle Province: ponti, scuole e strade senza manutenzione, scrive il i7 Febbraio 2019 Il Corriere del Giorno. A seguito della nefasta legge Delrio del 2014 le amministrazioni provinciali sono diventate terra di nessuno con scarsissimi fondi e limitate competenze. La sicurezza a rischio. Provate ad immaginare di assumere la gestione di 5.100 scuole e 132 mila chilometri di strade e dopodichè lasciarle per tre anni senza manutenzione. Le condizioni in cui le ritroverete non è difficile immaginarle. 5 mila di quelle strade dovrebbero chiudersi in quanto insicure. Quindi sarebbe inevitabile limitare il transito su 1.918 ponti e viadotti, in quanto per 802 di essi i pericoli di cedimenti potrebbero diventare tali da suggerirne la chiusura. Infine constaterete che nel corso dell’anno scolastico vi saranno 50 distacchi di intonaco (cioè uno ogni 4 giorni), e quindi più della metà delle scuole non avrà l’agibilità e il 60% neppure il certificato di prevenzione incendi. Questo il paradossale “mondo” delle Province italiane. Incredibilmente i Governi che si sono succeduti, in previsione di una loro cancellazione, poi mai avvenuta, hanno azzerato le risorse per le Province lasciando però loro due servizi tanto importanti quanto esosi come appunto la gestione delle strade e la manutenzione delle scuole. Il risultato è quello immaginato sopra. Uno dei primi atti del Governo Renzi fu la loro trasformazione in 86 enti di secondo livello, dando per scontata l’approvazione di una riforma costituzionale che avrebbe soppresso le Province, trasferendo le competenze a Comuni e Regioni, e quindi non furono più previste elezioni a suffragio universale per le Amministrazioni Provinciali, ma solo da parte di sindaci e consiglieri comunali. Del nutrito numero di competenze che avevano – dai servizi per l’impiego allo sviluppo economico, dalla viabilità alle scuole, dalla cultura ai servizi sociali – ne restarono fondamentalmente due: edilizia scolastica e strade provinciali. Impegni tutt’altro che minimi se si pensa all’enorme fabbisogno necessario per 132 mila chilometri di strade ed arterie e da 5.100 edifici scolastici al cui interno studiano 2 milioni e 500 mila ragazzi. Non così, però, dovettero pensarla gli artefici delle Finanziarie che seguirono, visto che tolsero alle Province un miliardo l’anno dal 2015 al 2017 e stabilirono il taglio di 16 mila dipendenti su 43 mila, da pensionare o trasferire presso ministeri, tribunali e Regioni. La beffa finale fu che dopo questo svuotamento di risorse, l’incompiuta riforma costituzionale venne bocciata dal referendum e le Province restarono in una specie di terra di nessuno, moribonde ed allo stesso tempo costrette alla vita, cariche di responsabilità ma prive di risorse. Gli investimenti crollarono del 60% e si svuotarono gli uffici tecnici, i soli in grado di gestire gli appalti per le opere necessarie. Ben presto la rinuncia alla manutenzione cominciò a farsi sentire su una rete stradale vecchia di 50-60 anni. A cominciare dai ponti. Come il viadotto di Annone Brianza, crollato più di due anni fa sulla statale Milano-Lecco provocando un morto e cinque feriti, con immediato rimpallo di responsabilità tra la Provincia di Lecco e l’Anas. O più recentemente come il viadotto Sente, che collega Abruzzo e Molise e che sarebbe potuto crollare da un momento all’altro se nel settembre scorso non fosse stato chiuso: la terza campata si era spostata di parecchi metri ed era lesionata. Con il moltiplicarsi dei casi di deterioramento, come quello dei ponti sul Po, gli unici oggi ad avere una garanzia certa di risorse; ecco scattare chiusure o divieti di transito per i trasporti pesanti e limiti di velocità palesemente inapplicabili e buoni solo per cercare di limitare i guai giudiziari. A proposito dei quali, qualche anno fa tutti i presidenti di Provincia fecero un esposto alle Procure per chiedere che, in assenza di risorse, potessero avere almeno le attenuanti giudiziarie in caso di cedimento dei ponti. Certo, lesioni e crolli si verificano anche al di fuori della rete provinciale, ma qui la frequenza è maggiore perché manca la manutenzione. Emblematico, l’enorme masso che ha bloccato per due anni la provinciale 12 nel Cilento. Una piccola inversione di rotta arriva con le ultime due Finanziarie. Quella per il 2019 attiva 250 milioni l’anno fino al 2033 per strade e scuole. Ma è ancora una goccia nel mare, se pensiamo – secondo una ricerca della Fondazione Caracciolo-centro studi Aci – che le strade provinciali avrebbero bisogno ogni anno di una manutenzione di 46 mila euro a chilometro (6,1 miliardi), e sono invece disponibili appena 3.800 euro, cioè appena 500 milioni, cioè dodici volte meno del necessario. Il discorso non cambia passando dalle strade alle scuole. 770 progetti sono pronti ma costano 2 miliardi ma per le scuole superiori al massimo sono disponibili 500 milioni. Nel frattempo, si moltiplicano i cedimenti, le disfunzioni, i distacchi di intonaco. Ed i crolli di interi tetti, come è accaduto nel maggio scorso a Fermo, all’istituto Montani, dove si è sfiorata la strage. Con il 55% delle scuole fuori norma contro gli incendi, poi, la sola risposta che si è riusciti a dare è quella far slittare il rispetto delle norme. Solo così ad esempio si è evitato di dar seguito alla chiusura delle scuole come quello ordinata lo scorso settembre dal sindaco di Messina. Ed adesso che il Governo ha posto fine allo slittamento delle regole, migliaia di presidi rischiano la denuncia penale. Nel frattempo il Governo si prepara a rafforzare il ruolo delle Province. Ma è sempre più chiaro che, competenze a parte, se i fondi disponibili continueranno ad essere dodici volte inferiori al necessario, le Province resteranno impotenti e non potranno offrire neppure i servizi minimi richiesti dal proprio territorio.

·        I soldi ci sono, lo Stato li perde.

Smascherati tutti gli “ammazza-Sud”: da Renzi alla grande beffa dei fondi, scrive mercoledì 13 marzo 2019 Giovanna Taormina su Secolo d’Italia. I finanziamenti per rilanciare il Mezzogiorno ci sono, ma i soldi vengono spesi poco e male. Eppure c’è una pubblica amministrazione pagata per aggiungere valore e non per sottrarlo: il risultato finale è che, invece, il Sud poi cresce molto meno rispetto al Nord. L’ultima fotografia del Fondo per lo sviluppo e la coesione, e in particolare della quota riservata ai Patti per il Sud, mostra la cronica difficoltà della pubblica amministrazione nella progettazione e gestione delle gare.

Sud, che cos’è il Fondo per lo sviluppo e la coesione. Il Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc) è, congiuntamente ai Fondi strutturali europei, lo strumento finanziario principale attraverso cui vengono attuate le politiche per lo sviluppo della coesione economica, sociale e territoriale e la rimozione degli squilibri economici e sociali in attuazione dell’articolo 119, comma 5, della Costituzione italiana e dell’articolo 174 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. In sostanza, deve garantire risorse finanziarie aggiuntive per obiettivi di riequilibrio economico e sociale, con una quota minima di utilizzo dell’80 per cento a favore del Mezzogiorno.

I dati della Ragioneria dello Stato. Secondo i conti fatti dalla Ragioneria dello Stato, come riporta Il Sole 24 Ore, l’intero Fondo sviluppo coesione 2014-20 è all’1,5% di pagamenti sulle risorse programmate. In sostanza, è stato speso molto meno: le amministrazioni hanno utilizzato solo 492,6 milioni su 32,1 miliardi. Nel dettaglio ci si ferma all’1,9 per la sottosezione rappresentata dai Patti per lo Sviluppo (276,6 milioni su 14,3 miliardi programmati).  Complessivamente tra risorse ripartite dal Cipe per diverse aree tematiche e risorse ancora da assegnare, il monitoraggio della Ragioneria indica per il Fsc del periodo 2014-2020 una dotazione totale di 59,8 miliardi. Quanto poi ai Patti per lo sviluppo, furono sottoscritti nel 2016 sommando più fondi e risorse. In particolare la dotazione Fsc fu ripartita in 14,4 miliardi per le 15 intese al Sud (le otto regioni più le sette metropolitane) e circa 900 milioni per il Nord. La percentuale di spesa sul programmato, riporta ancora l’analisi pubblicata sul Sole 24 Ore, segnala oggi una situazione di allarme. I progetti finanziati con i patti riguardano per il 40% il settore trasporti e infrastrutture, per il 27% l’ambiente e per percentuali molto più basse aree come inclusione social, ricerca, istruzione.

Il trucchetto. Ma sul finanziamento dei Patti c’è anche il trucchetto. Il Sole 24 Ore osserva che c’è un altro dato che spiega la paralisi di spesa di quello che una volta si chiamava Fas (Fondo aree sottoutilizzate): nel bilancio dello Stato ci sono ben 21 miliardi di residui. La stima è contenuta in un articolo di Gian Paolo Boscariol che sarà pubblicato nel prossimo numero della Rivista giuridica del Mezzogiorno della Svimez. La tesi proposta è questa: i diversi governi che si sono succeduti hanno alimentato periodicamente il Fsc 2014-2020 con nuove risorse, ma contemporaneamente tenevano le autorizzazioni di cassa a un livello assai inferiore. Il Fondo quindi ha viaggiato con il “freno a mano tirato”. E tutto ciò si aggiunge all’inerzia delle amministrazioni pubbliche a utilizzare i fondi.

I soldi ci sono, lo Stato li perde. (Come riportato da Ferruccio De Bortoli – CORRIERE DELLA SERA 11 Febbraio 2019). Nella manovra, 400 milioni per piccole opere legate alla sicurezza del territorio da iniziare entro il 15 maggio. Un segnale al Paese dimenticato, che non giustifica la cancellazione del piano periferie, utile per dare un contributo alla crescita. E che dire degli 80 miliardi Ue, in gran parte inutilizzati, che nel 2020 rischiano di svanire… Per la stragrande maggioranza dei Comuni italiani l’articolo 1, commi 107-114, della legge di Bilancio, è una piccola boccata d’ossigeno. Un impercettibile spiraglio di luce nel panorama spesso grigio dei bilanci delle amministrazioni locali. Non certo quella manna prodigiosa piovuta all’improvviso dal cielo di Roma. E grazie alla lungimiranza del governo, come traspariva dalle parole del leader della Lega e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ma che cosa prevede questo poco discusso passaggio di una manovra economica già recessiva nei suoi numeri? Una legge di Bilancio che ha sacrificato gli investimenti per rientrare, momentaneamente, nelle regole europee? Ai Comuni italiani, esclusi quelli grandi, vengono dati 400 milioni. Si tratta di pocket money. Spiccioli. Quarantamila euro alle amministrazioni con popolazione inferiore ai 2 mila abitanti. Cinquantamila a chi ne ha tra 2 e 5 mila. Settantamila ai centri con una popolazione compresa tra 5 e 10 mila. Infine, centomila euro alle città comprese tra 10 e 20 mila abitanti. I Comuni beneficiari, secondo la normativa, devono spenderli subito per finanziare uno o più lavori pubblici allo scopo di mettere in sicurezza il territorio. I cantieri devono essere aperti entro il 15 maggio. Altrimenti i finanziamenti, erogati in due tranche, potranno essere revocati, già entro il 15 giugno, privilegiando le amministrazioni dei Comuni più efficienti e tempestivi. Per la verità esiste già un altro fondo di finanziamento dei lavori in edifici pubblici per ragioni di sicurezza varato dal precedente governo. Si tratta di 350 milioni assegnati con criteri che dovrebbero favorire le amministrazioni con necessità più impellenti e ridotti avanzi di bilancio. Si dirà: ma perché quell’oscuro comma della legge di Bilancio 2019 è così importante vista l’esiguità dell’importo? Perché è la cartina di tornasole dei criteri del governo nei finanziamenti pubblici. Difficile che i fondi possano essere revocati. Sarebbe un po’ come chiedere la restituzione di un reddito di cittadinanza a un comune povero. Ma se, nella prossima primavera, in una miriade di centri piccoli e medi — le grandi metropoli sono escluse — si moltiplicheranno manutenzioni, ripristini, coperture di buche, ebbene sarà il segno visibile di un Paese che si riprende. Lo Stato che dimostra di esserci. Anche per mettere a posto il marciapiede sotto casa. O rinforzare l’argine del torrente che lambisce il quartiere, la frazione. Se però i finanziamenti si disperderanno in mille rivoli o saranno usati soltanto per integrare spese già decise, dovremmo constatare — per l’ennesima volta — che dare un po’ a tutti serve poco o a nulla. La norma è poi rivelatrice della filosofia, anche elettorale, di Lega e Cinque Stelle. Il loro ragionamento è il seguente: il centrosinistra privilegia le grandi metropoli, noi i piccoli centri, l’altra Italia, quella «dal basso». E non è un caso che la maggioranza gialloverde abbia esordito cancellando il piano periferie studiato dall’allora ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. Quei lavori erano già stati progettati e finanziati. I cantieri si sarebbero aperti velocemente. Con un impulso non disprezzabile agli investimenti pubblici. Si può fare sviluppo anche non distruggendo le buone idee degli avversari. Ma tant’è. Con le ultime leggi di Bilancio si è però di fatto superato il patto di stabilità interno. Ovvero la cassa libera per quei comuni che hanno i conti a posto — e non hanno una quota di avanzi ancora bloccata — può essere impegnata in finanziamenti di pubblica utilità. La stima è che si possa disporre di un surplus di capacità di spesa di 13 miliardi in più anni. Anche una sentenza della Corte costituzionale ha contribuito ad accrescere la libertà di bilancio dei Comuni meglio amministrati. Ciò fa crescere la possibilità che finalmente nel 2019 si possa invertire il ciclo negativo dei finanziamenti pubblici. Lo scorso anno si prevedeva di aumentarli in misura considerevole, tra i due e tre miliardi. La stima sul consuntivo 2018, in via di elaborazione da parte della Ragioneria dello Stato, registra una flessione di qualche centinaio di milioni. Poteva andare peggio. L’Anci, l’Associazione che riunisce i comuni italiani, è prudente. Troppi passaggi burocratici. Alcune Regioni sono lentissime. Un esempio significativo è quello degli interventi di edilizia scolastica. La raccolta delle firme può richiedere fino a un anno e mezzo. E poi magari si lasciano solo sei mesi ai Comuni per progettare e avviare i lavori. In diverse situazioni, anche in centri medio grandi, c’è scarsità di personale tecnico, enormi difficoltà di progettazione. Il Codice degli appalti ha paralizzato molte amministrazioni. Secondo i dati Ifel-Anci, nel periodo 2010-17, gli investimenti fissi lordi dei comuni sono diminuiti del 37,2 per cento in termini di impegni e del 29,2 per cento sul versante dei pagamenti. La legge di Bilancio 2019 ha istituito «una struttura di supporto presso la Presidenza del Consiglio» per aiutare gli enti locali nella progettazione, coinvolgendo anche InvestItalia. La soglia degli affidamenti diretti è stata elevata a 150 mila euro. La Cassa depositi e prestiti, nel suo piano triennale, si è impegnata a creare una nuova unità, Cdp Infrastrutture, per «affiancare la Pubblica amministrazione nella programmazione, progettazione, sviluppo e finanziamento delle opere». I dati al 31 ottobre 2018 sul monitoraggio delle politiche di coesione europee, nel periodo 2014-2020, sono illuminanti sulla nostra difficoltà, a volte incapacità, di investire i soldi che pure sono stati stanziati. Il totale delle risorse disponibili, tra fondi europei e cofinanziamento italiano, supera gli 80 miliardi. Solo per i due principali programmi (Fesr, Fondo europeo per lo sviluppo regionale, e Fse, Fondo sociale europeo per promuovere l’occupazione), che ammontano complessivamente a 55 miliardi, il grado di avanzamento dei progetti era in media del 32 per cento e la cifra spesa appena del 12,62 per cento. Nelle Regioni del Sud, che ne avrebbero maggior bisogno, siamo al 7,69 per cento. In Sicilia al 2 per cento. E il 2020 è l’anno prossimo. Se non si spendono i fondi si rischia di perderli. Alla fine del 2018 sono finiti nel nulla tre programmi per complessivi 61,25 milioni di euro. Spariti per lentezza, distrazione, sciatteria.

FONDI EUROPEI. Milena Gabanelli e Luigi Offeddu per il “Corriere della Sera – Dataroom” il 25 febbraio 2019. L' Italia ha dato molto all' Unione Europea: solo nel 2017, circa 4,4 miliardi in più di quanto abbia ricevuto da Bruxelles. Nel 2016, ha avuto 11,5 miliardi ma ne ha sborsati 13, 9. E fra il 2011 e il 2017, ha accumulato in tutto 36,1 miliardi di saldi negativi. Nello sbilancio tra il dare e l'avere, l'Italia arriva quarta, dopo la Germania, il Regno Unito e la Francia. Ma chi decide quanto «dare» e quanto «avere»? Il «dare» si decide in base ai trattati da cui è nata l'Unione, firmati da tutti i Paesi. Principio generale: chi sta meglio aiuta chi sta peggio, per favorire la stabilità e la pace sociale dell'Ue. Il bilancio dell'Unione è definito in un piano di sette anni, rappresenta l'1% del Prodotto interno lordo totale dei Paesi membri, ed è sottoposto annualmente all' approvazione dell'Europarlamento, sola istituzione direttamente eletta dai cittadini europei, cioè da noi tutti (nessuno può dire «non c' ero»). Pertanto ogni anno, ogni Stato versa a Bruxelles un contributo basato sul reddito nazionale lordo, su alcuni dazi doganali, su un'aliquota Iva, e così via. Bruxelles a sua volta ricambia erogando i suoi fondi. Se un Paese taglia il suo contributo, come ha minacciato di fare Roma, va incontro al 2,5% di interessi di mora sulla somma dovuta, più lo 0,25% per ogni mese di ritardo. Fatti due calcoli sulle rispettive popolazioni, ogni cittadino del Paese più ricco, la Germania, dà a Bruxelles circa 286 euro all' anno (162 euro in più di quanto riceva). Quello più povero, il greco, versa 140 euro ma ne incassa 541, cioè 401 in più. Mentre ogni italiano è in credito verso Bruxelles di circa 39 euro. Errori e contestazioni sono possibili per tutti. Ma chi amministra meglio, ha più speranze di conquistarsi la fiducia di Bruxelles e dunque i suoi fondi. Lo fa capire bene la nostra Corte dei Conti, nella relazione 2018 depositata lo scorso 9 gennaio: «la dinamica degli accrediti dipende, oltre che dalla preassegnazione dei fondi a ciascun Paese nell'ambito della gestione concorrente, anche dalla capacità progettuale e gestionale degli operatori». Nel piano 2014-2020 la Ue ha stanziato a favore dell'Italia 42,7 miliardi che, aggiunti a 30,9 miliardi di co-finanziamento nazionale, prefigurano 73,6 miliardi da investire in programmi di occupazione, crescita, tutela dell'ambiente, agricoltura (sono fondi strutturali, quelli che rappresentano la metà di tutti i finanziamenti europei). Dopo la Polonia, l'Italia è il Paese Ue cui Bruxelles ha assegnato più soldi. Ma è anche il sestultimo per capacità di spesa: fino allo scorso ottobre abbiamo speso solo il 3% dei fondi disponibili, contro una media europea del 13%. Cosa si rischia? Lo scrive la Commissione Europea: «se una somma stanziata a favore di un dato programma non viene ritirata entro la fine del secondo anno a decorrere dall' approvazione dello stesso, tutte le somme di denaro non versate non saranno più disponibili per quel programma». Ed è il conto che l'Ue sta presentando a Napoli: potrebbe revocare i fondi già stanziati per la linea 6 della metropolitana (98 milioni), e quelli per la via Marina (16 milioni). A rischio anche gli 813 milioni per la Tav. La Corte dei Revisori Ue nel Rapporto 2018 scrive: sulla programmazione 2007/2013 l'Italia ha accumulato 950 milioni di fondi non impiegati e progetti sospesi, e in questo è seconda in Europa dopo la Romania. Secondo i dati della Commissione, l'89% dei grandi progetti italiani presentati nel 2007-2013 aveva un'insufficiente analisi costi-benefici, il 68% errori di pianificazione o di conoscenza del mercato interno, il 51% insufficiente valutazione dell'impatto ambientale e copertura finanziaria. Fra gli esempi di sprechi marcati da burocrazia e incapacità, ce ne sono stati pure di tragici. Nel novembre 2007, Bruxelles approva il Programma di sviluppo regionale della Puglia. Comprende anche il «Grande Progetto» di raddoppio dei 13 pericolosi chilometri di binario unico sulla linea Corato-Barletta. Nel febbraio 2008, la Regione Puglia approva le modalità dell'intervento Ue, ma dal 2011 in poi, il Programma viene più volte modificato. Nel frattempo, al «Grande Progetto» vengono assegnate diverse autorità di gestione e diversi «organismi» per valutare le pratiche amministrative, un intrico di competenze. Il 19 aprile, nove anni dopo la prima approvazione giunta da Bruxelles, e quattro anni dopo l'erogazione di 180 milioni, parte la prima vera gara d' appalto per il raddoppio del binario unico. Troppo tardi. Il 12 luglio 2016, su quello stesso binario, due treni si scontrano: 23 morti, 50 feriti. Quando non sono tragedie, sono soldi buttati. Nel gennaio 2018, il tribunale della Corte di Giustizia Ue conferma il taglio di 380 milioni dal totale di 1,2 miliardi del Fondo sociale Ue per la Sicilia. Ecco alcune irregolarità citate dai giudici: «progetti presentati dopo la scadenza dei termini, progetti non ammissibili alle misure per le quali erano stati dichiarati. Spese relative al personale non correlate al tempo effettivamente impiegato per i progetti; consulenti esterni privi delle qualifiche richieste; spese non attinenti ai progetti, spese contabilizzate in modo inappropriato; violazione delle procedure di appalto e di quelle per la selezione di docenti, esperti e fornitori». Ce la caviamo bene anche con le frodi. Le segnalazioni di irregolarità riguardanti Roma giunte dall' Olaf (l'autorità anti-frode di Bruxelles) sono quintuplicate nel periodo che va da 2007 e il 2013, solo nel 2017 si è passati da 927 a 1227. Un esempio pittoresco: Val Trompia, maggio 2018. Tre allevatori bresciani prendono in affitto pascoli in alta quota per le loro nuove mandrie, mirando ad incassare 200 mila euro di fondi Ue della Politica agricola comunitaria. Ma in Val Trompia ci sono anche i carabinieri forestali, che un giorno spediscono un paio di droni a curiosare dall' alto su quei pascoli. Così scoprono che lassù non c' è nemmeno una mucca. I tre bresciani vengono denunciati. Loro, certo, non volevano essere «contributori netti» di Bruxelles. Ma c' è qualcos'altro, che ci danneggia: «L' Italia non è abbastanza presente a Bruxelles, in tutti i sensi - dice Alessia Mosca, eurodeputata autrice del libro «L' Unione, in pratica: un'Europa a misura d' Italia» -. Spesso non ci siamo ai tavoli più importanti dove si decide, soprattutto nei progetti transnazionali che calamitano i fondi diretti più importanti, dove devi dimostrare di avere un sistema-Paese che può stare in un network. Ma non molti nostri politici parlano bene l'inglese o il francese, in più i ministri preferiscono restare nei loro collegi che andare alle riunioni di Bruxelles, dove se invece ci sei, puoi negoziare». In effetti preferiscono parlar male dell'Europa, anche senza conoscerne i meccanismi, dai cortili di casa. E i cortili applaudono.

·        La cultura chiusa per festività.

Vittorio Sgarbi scandalizzato, l'ultima porcheria: "Insulto all'Italia da parte dello Stato". Libero Quotidiano il 3 Maggio 2019 su Il Dubbio. L'immagine dei turisti che mostravano il biglietto prenotato e pagato per visitare L'ultima cena di Leonardo da Vinci il 1° maggio e che hanno trovato l'ingresso sbarrato, ha fatto il giro del mondo, suscitando imbarazzo e indignazione. Nonostante le parole da parte della dirigente del complesso museale, Emanuela Daffra, che ha dichiarato, seppur in ritardo di aver avvisato i visitatori e che dietro questa chiusura c'è una mancanza di personale le scuse non sono bastate. Tramite le pagine de Il Giornale ha detto la sua a riguardo Vittorio Sgarbi: "Non ci sono giustificazioni. La chiusura del Cenacolo di Leonardo il primo maggio è una inconcepibile testimonianza di abdicazione dello Stato e di mancanza di rispetto per i cittadini italiani e per i turisti e visitatori stranieri. Una pagina umiliante e deprecabile. La proprietà del Cenacolo è dello Stato, e la sua natura è di un museo pubblico come gli Uffizi, come il Louvre, come Brera". A rendere tutto ancor più grave, aggiunge il critico d'arte, è che tutto ciò accada nell'anno del cinquecentesimo anniversario della morte dell'artista, in un momento in cui anche il nostro Presidente della Repubblica si trova in Francia per onorarlo. "Un gestore intelligente non avrebbe consentito mai la chiusura del primo maggio, oltre che per l'anniversario anche per le ragioni simboliche che ci vedono comunque subalterni al Louvre (che realizzerà a breve la grande mostra monografica, umiliandoci), anche perché i musei devono essere aperti sempre nelle giornate di festa, per ovvie ragioni, di turismo e di rispetto per la cultura e la dignità dello Stato. Quello che è accaduto è imperdonabile. Preferirei dire: impossibile. Un primo maggio umiliato. Un insulto all'Italia e a Leonardo da parte dello Stato".

E POI CI LAMENTIAMO CHE I TURISTI NON VENGONO PIU’ IN ITALIA. Miriam Romano per “Libero quotidiano” il 30 aprile 2019. Non tutti i monumenti e i musei più apprezzati in Italia saranno visitabili il primo maggio. Alcuni, tra i più celebri oltretutto, caleranno il sipario a cittadini e turisti. Le porte saranno sbarrate col chiavistello e i capolavori dei maestri d' arte rimarranno celati al pubblico per tutta la giornata. Senza spiragli di orari ridotti o chiusure anticipate, nessuna eccezione di sorta o deroga per pochi eletti. Un peccato per chi sogna proprio domani, giorno di pausa dal lavoro, di farci una capatina, anche veloce. Staremo a vedere se le grandi città d' arte, decapitate dei musei più visitati, collezioneranno lo stesso, domani, il solito sciame di turisti. La mappa delle grandi chiusure della festa dei lavoratori, non può che cominciare da Milano. La città meneghina sarà orfana della Pinacoteca di Brera, sede museale tra le più visitate. E dire che la galleria di arte antica e moderna, tra le più vaste di Milano coi suoi 24000 metri quadrati di superficie, le sue opere celebri, lo scorso anno aveva tentato un' apertura straordinaria proprio il primo maggio. Solo la mattina, fino alle 14, e aveva registrato parecchi incassi. Ma quest' anno è un' altra storia: battenti serrati, non ci sarà modo di dare una sbirciatina, neanche di sfuggita, ai capolavori. Sigillati dietro le porte del celebre palazzo meneghino rimarranno la Pala di Piero della Francesca e il Cristo Morto di Andrea Mantegna. Stessa sorte toccherà al Castello Sforzesco, simbolo di Milano e della sua storia, che rimarrà chiuso il primo maggio. Tanto che una visita alla città, senza un giro nelle stanze antiche della fortificazione, è una visita monca. Non solo per la Pietà Rondanini, ultima grande opera incompiuta di Michelangelo, la Sala delle Asse affrescata con le decorazioni di Leonardo da Vinci o la Sala della Balla con gli arazzi di Bramantino, che già di per sé potrebbero bastare per giustificare una visita di qualche ora ad uno dei più grandi castelli d' Europa, ma anche per Il Gonfalone di Milano, la rappresentazione raffinata di Sant' Ambrogio, patrono della città. Ma per Milano sarà una chiusura a larga scala, perché molti altri musei e monumenti non apriranno le porte ai visitatori. Con l' eccezione delle vetrine di Palazzo Rele, Pac, Museo del Novecento e Mudec. Una scelta che non strizza di certo gli occhi ai grossi incassi, dato che proprio durante le ultime feste di Natale, i musei milanesi avevano ottenuto grossi boom di presenze. Si sa, in vacanza si è tutti più propensi a passare qualche ora al museo per rifarsi gli occhi con quadri, statue e dipinti. Se Torino e Venezia, invece, terranno i cancelli aperti ai turisti, bisogna scendere giù a Roma per trovare la porta di ingresso di celebri musei sbarrata. A Firenze, infatti, quest' anno la Galleria degli Uffizi e Palazzo Pitti resteranno aperti. Già ci immaginiamo i chilometri di coda all' ingresso. La sfilza dei musei chiusi il primo maggio nella capitale del paese è bella lunga. Pochi celebri monumenti faranno eccezione a Roma. Il Colosseo, per esempio, sarà visitabile, come anche Castel Sant' Angelo. Ma non sarà così per Palazzo del Quirinale, Palazzo Madama e Palazzo di Montecitorio, che non apriranno le porte al pubblico per tutta la giornata. Per non parlare dei Musei Vaticani, tra le mete più ambite non solo per motivazioni di fede, ma anche per gli amatori di arte e cultura. Tanto da essere tra i primi cinque musei più visitati al mondo. Chiusura che farà mettere il broncio a molti.  Con i Musei Vaticani, chiude la saracinesca pure della Cappella Sistina, che decorata con gli unici affreschi di Michelangelo Buonarroti non ha bisogno di presentazioni per la fama raggiunta in tutto il mondo. A seguire, a Roma, rimarranno chiusi il primo maggio pure la Casa della Memoria e della Storia, il Museo Mario Praz, il Museo della via Ostiense Porta San Paolo e il Museo Maxxi. E pure il Pantheon, edificio della Roma antica, nel rione Pigna, tempio dedicato alla divinità del passato, non tirerà su la serranda domani. E così la sua cupola, tra le più grandi al mondo, non potrà essere oggetto degli sguardi ammaliati dei visitatori. Nell' elenco delle grandi chiusure del capoluogo del Lazio, pure Villa Farnesina Chigi, Domus Romane di Palazzo Valentini, Technotown e Casina di Raffaello. Non solo, anche in tutti i musei civici di Roma saranno chiusi: dai Musei Capitolini al Museo dell' Ara Pacis, dal Museo Napoleonico al Museo di Roma in Trastevere. Più giù a Napoli, se Castel Sant' Elmo, Certosa, Maschio Angioino, e il grande Museo di Capodimonte, spalancheranno le porte ai visitatori, seppure con orari ridotti per consentire riposo ai dipendenti, il Palazzo Reale di piazza Plebiscito e il Complesso monumentale dei Girolamini domani chiuderanno i battenti tutto il giorno.

·        I Ragazzi delle Scorte.

Dario Del Porto per “il Venerdì - la Repubblica” il 18 novembre 2019. "I ragazzi delle scorte", li chiamano. Addestrati per garantire la sicurezza di capi di Stato e governo, politici, magistrati antimafia, testimoni di giustizia, imprenditori antiracket. Rischiando e sacrificandosi. Ma, per molti di loro, più che un lavoro è una scelta di vita. «Era l' estate del 1992, l' estate delle stragi, e avevo appena finito la scuola della polizia di Stato» racconta per cominciare il sovrintendente capo Giuseppe Riviezzo che lavora all' ufficio scorte della Questura di Napoli. «Avevo vent' anni e rimasi colpito dalla morte di quei colleghi. Le immagini del tritolo di Capaci e via D' Amelio per me furono come una chiamata alle armi». Per diventare un "ragazzo della scorta" non basta volerlo. Bisogna superare una lunga selezione. Il primo passaggio è rappresentato da prove psico-attitudinali, poi si frequenta un corso di specializzazione ad Abbasanta, in Sardegna, dove si trova il Caip, il centro addestramento istruzione professionale. È il posto in cui torneranno sempre, periodicamente, per aggiornarsi. E dopo? Contrariamente a quello che pensano molti, non è il ministro dell' Interno a decidere a chi assegnare la protezione. Dopo la morte dell' economista Marco Biagi, che aveva chiesto e non ottenuto la scorta, assassinato dalle Brigate Rosse diciassette anni fa, al Viminale è stata istituita una struttura ad hoc, l' Ucis (Ufficio centrale interforze per la sicurezza): raccoglie le segnalazioni provenienti dalle prefetture, esamina la documentazione e decide se disporre la protezione. Può capitare di dovere scortare la stessa persona per lunghi periodi. O, invece, di dovere prendere in consegna personalità provenienti da altre zone del Paese o anche dall' estero. Un lavoro non facile. Che si porta dietro una notevole dose di sacrificio. «Servono attenzione, concentrazione, efficacia. E non si deve essere troppo invadenti» racconta Riviezzo. «Perché noi siamo legati indissolubilmente alla personalità. Dalla mattina, appena esce di casa, fino a sera, quando rientra. I suoi orari sono i nostri orari». Il resto dipende da una serie di variabili, indipendenti dalla volontà degli agenti: perché fare programmi è difficilissimo. Mentre è facile immaginare le ricadute familiari. «Sono cose che mettiamo nel conto. Se scegli di lavorare in ufficio, sai a che ora inizi e a che ora finisci. Per noi è diverso. È vero, ci sono i turni, ma non siamo padroni delle nostre giornate. Come noi, anche le nostre famiglie devono abituarsi a questa incertezza. È capitato a tutti di essere costretti a saltare compleanni, ricorrenze o di dover trascorrere giornate di festa in auto al seguito di qualcuno. Fa parte del gioco e lo accettiamo». Anche se accade, se si scorta uno "stakanovista", di sentirsi dire, a notte fonda, dopo una giornata di lavoro, «ci andiamo a mangiare una pizza?». La prima sede di Riviezzo è stata Milano, dove per quattro anni e mezzo ha scortato, fra gli altri, Silvio Berlusconi, la giovane presidente della Camera Irene Pivetti, pm impegnati in indagini delicatissime come Ilda Boccassini, Alberto Nobili, Maurizio Romanelli. la libertà perduta Da quando è a Napoli, ha svolto servizi per sindaci, presidenti di Regione, leader politici, giornalisti, imprenditori e sacerdoti. E pazienza se talvolta c' è chi punta il dito contro le scorte, considerate più uno status symbol che una necessità reale. «Le polemiche non ci interessano. Nella maggior parte dei casi, sentiamo la solidarietà dei cittadini. Se qualcuno si lamenta, è perché non sa che all' assegnazione della scorta si arriva dopo un iter complesso. Molti, poi, non capiscono che la nostra presenza rappresenta una limitazione per chi scortiamo. Parliamo di persone che da sole non possono andare al ristorante, a fare la spesa, ad accompagnare i figli a scuola oppure al parco». Una "simbiosi"che crea forzatamente un rapporto strettissimo, ma nessun corso può insegnare fino in fondo a gestirlo: «Quando segui una personalità istituzionale di altissimo livello, hai l' opportunità di vedere tante città che non conoscevi. Se ti trovi accanto a un leader di partito quando conclude la campagna elettorale, avverti la fedeltà degli elettori. Nel caso di personalità internazionali, come quando la cancelliera tedesca Angela Merkel è stata in vacanza a Ischia, entri in contatto con i livelli di sicurezza più alti del Pianeta, con protocolli molto rigidi. E ricordo che quando è venuta a Capri la moglie dell' emiro del Qatar, mi sono trovato di fronte a una cultura diversa dalla nostra, basti pensare che la sovrana non si può neanche guardare in faccia». Nel quotidiano, non c' è molto tempo per valutare i rischi che corre chi è scortato: «Variano a seconda dello scenario, del luogo in cui ti trovi, delle circostanze. Un conto è accompagnare un magistrato in un processo che si celebra in un' aula bunker, un altro è scortare la stessa persona in villeggiatura. La folla, poi, richiede un certo tipo di attenzione: non è la stessa cosa scortare il politico che parla a un comizio di fedelissimi e il sindaco di una grande città quando incontra i residenti di un quartiere a rischio». L' odore della paura A distanza di tanti anni Riviezzo dice di non essere pentito della sua scelta: «È un lavoro che può farti sentire in pericolo, comporta sacrifici anche per la famiglia, ma ti arricchisce». E i pericoli? «Ci sono, ma non ci pensi», assicura Giuseppe. Però, inevitabilmente, ci sono volte in cui la paura affiora. «Agli inizi degli anni Novanta, nel cuore della Calabria, eravamo in un corteo di auto blindate con Agostino Cordova, da poco nominato procuratore di Napoli» ricorda. «Si respirava ancora il clima delle stragi. Non c' era anima viva, solo una macchina ferma sul ciglio della strada. In quel momento, in mezzo al nulla, sentii la tensione salire pericolosamente». Fra tante difficoltà, c' è anche spazio per le soddisfazioni. «La cosa più bella è trovarsi a contatto con persone che credono in quello ciò che fanno e per questo rischiano in prima persona» continua Riviezzo. «Quelli che si ribellano alla mafia, ad esempio. Ho fatto parte per quattro anni e mezzo della scorta di un imprenditore della provincia di Caserta che aveva denunciato il racket. Il clan dei Casalesi, per ritorsione, aveva ammazzato suo padre. Ho vissuto praticamente in simbiosi con quella famiglia: marito, moglie e tre bambini piccoli. In questi casi si crea una rapporto umano. Mangi con loro, condividi ogni momento come se fossi un parente. Ciò nonostante, non devi mai dimenticare il motivo per cui sei lì. Devi pensare al servizio, mantenere la massima attenzione. Sei lì per proteggerli, quello è il tuo mestiere».

Il Tar accoglie il ricorso: bloccata la revoca della protezione al Capitano Ultimo. Cosa aspetta il prefetto Pazzanese (UCIS) a dimettersi? Il Corriere del Giorno il 26 Ottobre 2019. Al colonnello De Caprio, “Capitano Ultimo” l’ufficiale dell’Arma dei Carabiniere noto per aver arrestato nel 1993 il “capo dei capi” di cosa Nostra Totò Riina, lo scorso anno era già stata revocata la scorta . “Grazie a chi ritiene la mafia ancora un pericolo”. Tra le prime voci contro la revoca si era alzata quella di Rita Dalla Chiesa che su Facebook scriveva: “La scorta a Saviano sì, e a Capitano Ultimo no?”. Il Tar del Lazio ha sospeso in via cautelare il provvedimento con cui il Ministero dell’Interno il 3 settembre 2018 aveva annullato la protezione per il colonnello Sergio De Caprio, noto a tutti come ”Capitano Ultimo” , l’ufficiale dei Carabinieri che stanò ed arrestò Totò Riina. I giudici hanno accolto il ricorso presentato dall’ avvocato Galletti, difensore di De Caprio. “Ringrazio l’avvocato e il Tar del Lazio, che evidentemente ritengono la mafia ancora un pericolo per i cittadini e la vita e la sicurezza del capitano Ultimo preziosa e in pericolo a differenza del prefetto Alberto Pazzanese direttore dell’ Ucis e del generale dei Carabinieri Giovanni Nistri“ ha commentato lo stesso De Caprio, che qualche giorno fa a Cosenza, in una delle occasioni pubbliche che lo hanno visto comparire sempre con il volto seminascosto dal passamontagna, si era appellato proprio ai cittadini. “Ancora una volta il Tar di Roma accoglie le nostre ragioni, addirittura in sede d’urgenza – commenta Antonino Galletti, che è presidente dell’ Ordine degli Avvocati di Roma – ulteriore testimonianza del fatto che il colonnello De Caprio tuttora vive in una condizione di pericolo concreto ed attuale. Non ci risulta che la mafia sia stata ancora sconfitta e chi si è battuto a lungo contro di essa sacrificando la propria libertà e mettendo a rischio la vita ha diritto di essere tutelato dallo Stato“. Nel ricorso il legale del colonnello De Caprio  aveva sottolineato che “un’attenta istruttoria avrebbe condotto a ravvisare numerosi indicatori di rischio per l’incolumità di De Caprio e della sua famiglia, nonché un grave ed attuale pericolo di ritorsioni, laddove era onere dell’amministrazione fornire prove oggettive sull’assenza dei pericoli per il ricorrente, tali da legittimare l’adottato provvedimento”. Nel testo dell’istanza si legge anche: “L’amministrazione avrebbe dovuto motivare in maniera più esaustiva e approfondita le presunte circostanze anche fattuali che renderebbero non più concreto l’obiettivo di assicurare, in favore di De Caprio, la misura di protezione. Dopo i suoi brillanti successi contro le organizzazioni criminali e il lungo impegnato nella lotta contro la mafia, il rischio per l’incolumità e sicurezza si devono presumere per definizione”. “Le risultanze della Commissione Centrale Consultiva per l’adozione delle misure di sicurezza personale del febbraio 2019, sia il verbale della riunione del 23.7.2019″ hanno “incredibilmente ignorato (infatti, non v’è traccia nell’istruttoria procedimentale e nella motivazione del provvedimento finale) le relazioni ultime dell’attività investigativa svolta dalla DIA circa l’attuale livello di pericolosità dell’associazione mafiosa denominata “Cosa Nostra” anche in relazione alla possibilità concreta che alcuni esponenti dell’organizzazione criminale operanti nel territorio capitolino possano colpire uomini dello Stato (come il De Caprio) che si sono contraddistinti nella lotta alla mafia“, viene rilevato nel ricorso. “Con i provvedimenti impugnati, infatti, l’Amministrazione omette colpevolmente di considerare il valore e l’importanza nella cultura criminale di Cosa Nostra di perseguire e annientare i simboli dello Stato che hanno cercato di affermare giustizia e legalità in Sicilia”. La decisione di revocare il dispositivo di protezione finora goduto da De Caprio “non tiene conto delle minacce pubbliche che alcuni boss di Cosa Nostra del calibro di Leoluca Bagarella, Salvatore Biondino e altri esponenti, tutti sottoposti a regime di detenzione particolarmente restrittivo, hanno proferito nei confronti dell’ufficiale e che potrebbe essere il segnale per i sodali dell’organizzazione di colpire il ricorrente, come si suol dire in gergo mafioso, per finalità di vendetta”. Nel ricorso si ricorda poi che, “come più volte pubblicamente dichiarato dalle Autorità pubbliche palermitane, alcuni dei boss di Cosa Nostra potrebbero lasciare a breve le strutture penitenziarie a seguito dello sconto integrale della pena e ciò aumenta l’allarme per l’incolumità e la sicurezza personale del De Caprio” . In relazione poi “all’evento incendiario verificatosi nel marzo 2019 in una zona frequentata quotidianamente dal De Caprio, ricondotto sbrigativamente e senza approfondimenti ad un attentato contro la società pubblica Eni spa“, è “doveroso rappresentare” che nel settembre 2018 ‘l’Espresso’ “ha rilevato come il colonnello De Caprio, durante la sua permanenza all’Aise, ha svolto un ruolo di primo piano nelle vicende che hanno riguardato l’approvvigionamento delle risorse energetiche in Libia da parte dell’Eni, oggetto della campagna di attentati incendiari rivendicati dagli anarchici“. La “frettolosa riconduzione degli atti incendiari di autovetture del marzo 2019 nelle vicinanze della abitazione del ricorrente, alla sola matrice anarco-insurrezionalista ed in particolare ad una campagna anarchica contro la politica governativa italiana a tutela degli interessi dell’Eni in Libia”, rappresenta quindi “un pericolo concreto ed attuale alla incolumità dell’Ufficiale”. Nel ricorso si ricorda che “l’art. 8 del D.M. del 28 maggio 2003, impone l’opportunità di un immediato e più attento riesame della situazione, se è vero che, ai sensi dello stesso art. 8, il livello 4 di protezione, afferente al rischio meno elevato, ricorre in tutte le situazioni in cui elementi informativi attendibili abbiano consentito di acclarare un pericolo non ancora determinato ed attuale e non possa escludersi il compimento di azioni criminose nei confronti della persona da tutelare; compimento che, per quanto sopra sommariamente esposto e per quanto già acclarato in sede processuale nel precedente giudizio, non può logicamente escludersi per definizione nel caso di specie“. Sull’incendio di diverse autovetture di fronte al condominio in cui vive De Caprio e nei pressi della casa famiglia promossa da ‘Ultimo‘ a Roma con finalità assistenziali, “non risulta essere stata operata una nuova approfondita valutazione, ad opera delle competenti autorità, rispetto alla situazione di potenziale pericolo alla quale potrebbe essere ancora esposto l’interessato“. “E’ stato già dedotto – prosegue il ricorso – come, anche l’interpretazione fornita dall’Amministrazione all’evento incendiario del 29.3.2019, ricondotto ad atto di matrice anarco-insurrezionalista posto in essere contro la società Eni spa, espone il ricorrente ad un pericolo attuale e concreto, stante il ruolo svolto dal De Caprio nell’operazione di acquisizione di risorse energetiche in Libia da parte della società pubblica. Esattamente, dunque, il contrario di quanto sostenuto dall’Amministrazione secondo la quale sarebbe venuto meno il profilo di rischio per avere l’Amministrazione addirittura ignorato l’attività svolta dall’ufficiale all’epoca in servizio all’Aise“. L’istruttoria dell’ UCIS, concludeva il ricorso dell’ Avv. Galletti  “è stata compiuta in maniera approssimativa e superficiale, né è convincente e credibile” la tesi secondo la quale “‘si tratterebbe di ‘azioni criminose chiaramente poste in essere contro l’Eni’, posto che se davvero il movimento anarco-insurrezionalista avesse voluto portare avanti azioni dimostrative contro la società pubblica non si sarebbe limitata ad azioni criminose contro una autovettura a noleggio parcheggiata nella lontana periferia romana”. De Caprio “ha documentato due episodi che ben lungi dall’essere risalenti, giova ribadire, si sono peraltro verificati addirittura in prossimità delle udienze di discussione della tutela cautelare e del c.d. merito della controversia“. La revoca della scorta, disposta dal Viminale aveva suscitato polemiche nel mondo politico, a partire dallo stesso Capitano Ultimo che su Twitter aveva commentato: “I peggiori sono sempre quelli che rimangono alla finestra a guardare come andrà a finire. Sempre tutti uniti contro la #mafia di #Riina e #Bagarella. No #omertà“, definendo la decisione #mobbing di Stato. Per poi tornare a postare poche ore prima della revoca: “Senza scorta come piace a voi“. Tra le prime voci contro la revoca si era alzata quella di Rita Dalla Chiesa che su Facebook scriveva: “La scorta a Saviano sì, e a Capitano Ultimo no?“. Negli ultimi giorni la petizione lanciata su Change.org da volontari perché venisse riassegnata la protezione al colonnello De Caprio ha superato le 89 mila firme. Ed abbiamo firmato anche noi ! Fatelo anche voi.

Capitano Ultimo e la scorta tolta all'uomo che arrestò Totò Riina. Le Iene il 23 ottobre 2019. Il colonnello ed ex comandante dell’unità militare combattente dei carabinieri, è l’uomo che il 15 gennaio 1993 mise le manette a Totò Riina. Da allora viveva sotto scorta, ma la protezione è appena stata revocata. Giulio Golia è andato a trovarlo: “Questa potrebbe essere la mia ultima intervista”. Il 15 gennaio 1993 Totò Riina, il feroce e temuto capo di Cosa Nostra, è stato arrestato dal Crimor, l’unità combattente armata dei carabinieri del Ros. A guidare quel gruppo di militari c’era il famoso Capitano Ultimo: è lui che quel giorno mette materialmente le manette ai polsi al capo mafia. Da quel giorno Ultimo vive sotto scorta: la sua vita è infatti costantemente minacciata dalla mafia, pronta a vendicarsi contro l’uomo che ha portato in carcere uno dei suoi più famosi e sanguinari capi. Ora però la protezione gli è stata revocata: “Questa potrebbe essere la mia ultima intervista”, ha detto a Giulio Golia.

Il capitano Ultimo senza scorta: “Ogni giorno sono pronto a essere ucciso”. Le Iene il 22 ottobre 2019. Il colonnello dei carabinieri il 15 gennaio del 1993 ha arrestato Totò Riina, capo di Cosa nostra: gli è stata appena revocata la scorta perché secondo il ministero dell’Interno non corre più un concreto pericolo. “La mafia non dimentica, io mi sento preso in giro” dice lui a Giulio Golia. Il capitano Ultimo il 15 gennaio 1993 ha arrestato Totò Riina, uno dei più violenti e sanguinari capi di Cosa Nostra. Da allora il colonnello dei carabinieri vive sotto scorta perché la mafia vuole vendicarsi. La protezione però gli è appena stata revocata: da un momento all’altro Ultimo rischia di essere ucciso. Giulio Golia è andato a parlare con lui. “Questa potrebbe essere la mia ultima intervista, vediamo di farla bene”, ci ha detto. Partiamo dalla sua storia e dallo scudo che protegge l’uomo: “Sceglievamo un nome di battaglia, perché così via radio nessuno ci poteva riconoscere. Mi sono scelto Ultimo perché tutti volevano essere primi, volevano mettersi in mostra”, racconta alla Iena. “Vivo sotto scorta dal 1993, è importante avere intorno una o due persone che vedano se sono seguito da qualcuno che ho indagato”. Ultimo ricorda ancora come si è arrivati alla cattura di Totò Riina, grazie a un meticoloso lavoro e all’aiuto di alcuni pentiti di mafia. Riina negli occhi “aveva la paura, la paura della vittima. Non aveva capito chi eravamo: una cosa spregevole”. Qual è la prima cosa che ha detto il capo di Cosa Nostra? “Chi siete? Chi siete? Non respiro, chi siete?”. Dopo l’arresto, però, succede qualcosa che segna la carriera di Ultimo. Il colonnello propone che il covo in cui Riina è stato individuato non venga perquisito. I mafiosi non sapevano infatti che fosse stato scoperto e i militari sperano di poter scovare altri membri di vertice di Cosa Nostra: la richiesta viene esaudita, ma a un certo punto la sorveglianza del covo viene inspiegabilmente sospesa. I mafiosi riescono così a portare via tutto quello che c’era. “Ci hanno contestato il favoreggiamento”, ricorda Ultimo. “Ma come puoi pensare che io voglio aiutare la mafia? Tutto puoi dire tranne che io sia amico di Cosa Nostra”. Il capitano è stato assolto dal tribunale, ma c’è una condanna ben peggiore che pende sul suo capo: quella decisa dalla mafia per aver arrestato Riina. Il nuovo capo dei capi, Bernardo Provenzano, sembra disposto a tutto per catturare e uccidere il capitano Ultimo. Nel 2003 però anche lui viene arrestato. “La condanna a morte significa che hai fatto del male a loro e li hai vinti”. Ora quei due capi mafia sono morti, ma il militare non è ancora al sicuro: “Diventi un obiettivo simbolico, chi vuole potere ti uccide e può dire ‘visto, sono quello che ha ammazzato il capitano Ultimo’”. L’ufficio del ministero dell’Interno che si occupa delle scorte però non la pensa così e a fine 2018 la scorta gli viene revocata. Secondo il Viminale c’è “mancanza di particolari segnali di concreto pericolo per la figura dell’ufficiale” e “il lasso di tempo trascorso dall’istituzione della connessa misura tutoria”. Per la Dia, la direzione investigativa antimafia, Cosa nostra mantiene però ancora una forte pericolosità. “L’amarezza è questa: allora è stato un gioco?”, si chiede il capitano Ultimo. “Facciamo belle cerimonie quando ricordiamo il generale Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, e poi dei funzionari dicono che non c’è più pericolo? Questa ondata di negazionismo deve essere combattuta”. Negli ultimi anni più di una macchina è stata bruciata vicino ai luoghi dove Ultimo lavora e vive: secondo l’ufficio del ministero dell’Interno, però, questi avvenimenti non sarebbero legati alla figura del capitano ma si tratterebbe di dinamiche illegali tra cittadini extracomunitari. Il Viminale aggiunge che nessun altro carabiniere è destinatario di protezione ravvicinata e che inoltre Cosa nostra nel suo ramo corleonese appare ridimensionata: in apparente contrasto, però, di quanto sostenuto dalla Dia. Il capitano Ultimo decide di fare appello al Tar e il tribunale gli restituisce la scorta chiedendo agli uffici del ministero dell’Interno di svolgere una valutazione più approfondita. Il Viminale però non torna indietro e pochi giorni fa ha nuovamente comunicato la revoca della scorta ad Ultimo. “Io mi sento umiliato, capisco che abbiamo perso”. Giulio Golia ha provato a parlare con i responsabili dell’Ucis, l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, ma senza alcun risultato. “Ci penso tutti i giorni che potrei essere ucciso”, chiude Ultimo. “E ogni giorno sono pronto”.

Ingroia e la scorta: “Perché a Ultimo sì e a me no?” Le Iene l'8 novembre 2019. L’ex pm antimafia attacca la decisione del Tar di confermare la revoca della sua scorta: “C’è un venticello contro di me”. Poi si paragona alla situazione del Capitano Ultimo e lo attacca. Noi de Le Iene abbiamo appena intervistato l’uomo che catturò Totò Riina nel servizio di Giulio Golia. Il Tar del Lazio ha confermato la revoca della scorta per Antonio Ingroia. E l’ all’avvocato ed ex pm e antimafia non l’ha presa bene: ha detto di non essere sorpreso dalla decisione del Tribunale e di essere pronto a fare ricorso. “È chiaro che c'è qualche ‘venticello’ contro di me”, ha scritto Ingroia su Facebook. “Non mi arrendo perché è per me ormai anche una questione di principio. Quindi appellerò la decisione del Tar ancora una volta davanti al Consiglio di Stato”. L’ex pm ha poi lanciato una velata accusa contro il Capitano Ultimo e la sua scorta: “Vorrei capire perché lo stesso Tar del Lazio ha disposto il ripristino della scorta per chi ha deliberatamente scelto di non perquisire il covo di Riina e di sospendere ogni attività di osservazione sul covo, così obiettivamente agevolandone lo svuotamento da parte dei mafiosi”, ha detto nel suo post su Facebook facendo un chiaro riferimento alla sospensione della revoca della scorta per Ultimo. Noi de Le Iene ci siamo occupati proprio del caso della scorta al Capitano Ultimo nel servizio di Giulio Golia, che potete vedere qui sopra. Il militare il 15 gennaio 1993 ha arrestato Totò Riina, uno dei più violenti e sanguinari capi di Cosa Nostra. Da allora Ultimo vive sotto scorta perché la mafia vuole vendicarsi. La protezione era stata prima revocata, poi quella revoca è stata sospesa sempre dal Tar del Lazio, con una decisione opposta a quella per Ingroia. “Questa potrebbe essere la mia ultima intervista, vediamo di farla bene”, aveva detto Ultimo a Giulio Golia prima del ritorno della protezione.

Mafia, revocata scorta a Valeria Grasso: "Vengo lasciata sola". E' stata la testimone di giustizia contro il clan Madonia: "A rischio me e i miei figli, di cui una è ancora minorenne. Mi appello al Capo dello Stato e a tutte le autorità". La Repubblica il 24 novembre 2019. Revocato a Roma il servizio di protezione a Valeria Grasso, testimone di giustizia contro il clan Madonia. "Nell'epoca in cui il Ministro dell'Interno è una donna, e alla vigilia della Giornata contro la Violenza sulle donne, vengo lasciata sola, anche nel mio impegno contro la criminalità e la mafia che mi vede tutt'oggi in prima linea nella sensibilizzazione pubblica a sostegno della legalità e della giustizia perchè, l'ho dichiarato più volte, mi sento una donna dello Stato piuttosto che vittima della mafia" - denuncia la Grasso, che sottolinea: "e proprio quello Stato che ha ispirato il mio senso civico, con una condotta torbida, immotivata ed incomprensibile, sta lasciando a rischio me e i miei figli, di cui una è ancora minorenne. Mi appello al Capo dello Stato e a tutte le autorità". "Il mio sgomento - spiega - nasce anche dal fatto che, solo per citare l'ultimo degli episodi inquietanti che ho vissuto, il 6 giugno 2019 il mio compagno, titolare di una nota trattoria a Trastevere da oltre 20 anni, ha trovato una busta di plastica con un piccione morto sull'albero dove è posta l'insegna del locale", promessa di morte tipica della mafia". "Ritengo che il provvedimento di revoca della protezione alla signora Grasso sia illegittimo per assoluta carenza dei presupposti di legalità. Abbiamo appreso solo verbalmente questa decisione e, per tali motivi, abbiamo chiesto l'accesso agli atti lamentando la violazione del diritto alla partecipazione al procedimento amministrativo e chiedendo copia dell'atto finale con le relative motivazioni, il tutto dovuto per legge",  - spiega il legale della Grasso, avvocato Ezio Bonanni, che annuncia: "inizieremo al più presto un'azione legale a carico dello Stato, non sono dal punto di vista amministrativo, ma anche per capire ed identificare le responsabilità in tutte le sedi". La palermitana Valeria Grasso, si ricorda in una nota, si è ribellata alla legge del pizzo, ha sfidato ed ha fatto arrestare membri del Clan Madonia. Come testimone di giustizia è stata protetta con il IV livello di rischio, già di per sè insufficiente tenuto conto della gravità delle minacce che ha subito. Questo servizio di protezione nella capitale dove vive, è stato sospeso dal 23 novembre prossimo senza alcuna reale motivazione e senza le sia stato notificato alcun provvedimento. "Il comandante del nucleo Scorte, colonnello Luca Nuzzo, il 20 novembre scorso mi ha informata verbalmente della sospensione della misura di protezione personale a Roma, salvo confermarmi il dispositivo su Palermo considerata 'a rischio', dopo che, solo il 12 marzo 2019, mi era stata confermata dal Prefetto di Roma Paola Basilone", dice ancora Grasso.  Nella sua comunicazione scritta la Basilone aveva sottolineato che: "su proposta della scrivente, l'Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza Personale ha determinato che nei confronti della S.V. venga assicurata una misura di protezione personale con validità su tutto il territorio nazionale".

Revocata la scorta a Valeria Grasso: "Lo Stato mi lascia sola". L'imprenditrice palermitana Valeria Grasso, che non si è piegata al pizzo facendo arrestare i membri del clan Madonia, si è vista revocare la scorta. Vincenzo Ganci, Lunedì 25/11/2019, su Il Giornale. La palermitana Valeria Grasso si è ribellata al pizzo, facendo arrestare i membri del clan mafioso dei Madonia, non avrà più la protezione dello Stato. Come testimone di giustizia Valeria Grasso è stata protetta con il IV livello di rischio. Da oggi però il servizio di protezione a Roma è stato sospeso, senza che le sia stato notificato alcun provvedimento. A rendere nota la vicenda è la stessa imprenditrice. “Il comandante del nucleo scorte, colonnello Luca Nuzzo, il 20 novembre scorso mi ha informata verbalmente della sospensione della misura di protezione personale a Roma, salvo confermarmi il dispositivo su Palermo considerata “a rischio” dopo che, solo il 12 marzo 2019, mi era stata confermata dal prefetto di Roma Paola Basilone. Nell’epoca in cui il Ministro dell’Interno è una donna, e alla vigilia della Giornata contro la violenza sulle donne, vengo lasciata sola, anche nel mio impegno contro la criminalità e la mafia che mi vede tutt’oggi in prima linea nella sensibilizzazione pubblica a sostegno della legalità e della giustizia perchè mi sento una donna dello Stato piuttosto che vittima della mafia”. Così Valeria Grasso, rende noto che il servizio di protezione a Roma le è stato sospeso. “E proprio quello Stato che ha ispirato il mio senso civico, con una condotta torbida, immotivata e incomprensibile, sta lasciando a rischio me e i miei figli, di cui una è ancora minorenne. Mi appello al capo dello Stato e a tutte le autorità”, aggiunge. “Il mio sgomento – spiega – nasce anche dal fatto che, solo per citare l’ultimo degli episodi inquietanti che ho vissuto, il 6 giugno 2019 il mio compagno, titolare di una nota trattoria a Trastevere da oltre 20 anni, ha trovato una busta di plastica con un piccione morto sull’albero dove è posta l’insegna del locale, promessa di morte tipica della mafia”. Il su legale, Ezio Bonanni, sottolinea che “il provvedimento di revoca della protezione alla signora Grasso sia illegittimo per assoluta carenza dei presupposti di legalità. Abbiamo appreso solo verbalmente questa decisione e, per tali motivi, abbiamo chiesto l’accesso agli atti lamentando la violazione del diritto alla partecipazione al procedimento amministrativo e chiedendo copia dell’atto finale con le relative motivazioni, il tutto dovuto per legge. Inizieremo al più presto un’azione legale a carico dello Stato, non sono dal punto di vista amministrativo, ma anche per capire ed identificare le responsabilità in tutte le sedi”. In sostegno di Valeria Grasso interviene il senatore di Leu Francesco Laforgia, coordinatore nazionale di èViva. "Deve essere dato - dice Laforgia - un segnale immediato e dobbiamo porgerle le nostre scuse. Se da un lato dobbiamo chiederle di non tentennare mai e di non avere paura, dall’altra dobbiamo permetterle di continuare a vivere con la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta e quindi le va riassegnata immediatamente la scorta. Si torni indietro e si riconosca di aver commesso un errore. Siccome ciascuno di noi deve fare la propria parte, io, in qualità di Senatore, depositerò una interrogazione urgente affinché la Ministra dell’Interno le riassegni il diritto di avere una vita normale".

 Valeria Grasso, restituita la scorta: “Io, microfonata agli incontri coi boss”. Le Iene il 02 dicembre 2019. Valeria Grasso ha fatto arrestare 26 esponenti del clan mafioso dei Madonia. Per questo vive sotto scorta. Cinque mesi dopo essere minacciata di morte la scorta le viene tolta. Siamo intervenuti con Antonino Monteleone che può annunciarle che la protezione è tornata. Valeria Grasso è una testimone di giustizia simbolo della lotta alla mafia. Ha denunciato il clan dei Madonia, mandanti della strage di Borsellino e per questo da dieci anni vive sotto protezione insieme alle sue figlie, ma da qualche giorno le è stata tolta la scorta. “Non sto chiedendo la scorta, io non la voglio, io sono anni che voglio sentirmi dire ‘lei non è più in pericolo’”, racconta ad Antonino Monteleone. Il magistrato antimafia Roberto Tartaglia conosce molto bene quel clan: “Il clan dei Madonia è il più vicino alleato palermitano all’ascesa e alla scalata al potere di Totò Riina nella seconda guerra di mafia”. In particolare, Francesco Madonia ha preso parte all’uccisione dell’ex presidente della regione Piersanti Mattarella, fratello del Capo dello Stato Sergio, dell’allora prefetto di Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile di Palermo Ninni Cassarà e dell’imprenditore che si rifiutò di pagare il pizzo Libero Grassi. Fu coinvolto anche negli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino. Valeria Grasso ha dato un enorme contributo nella lotta contro questo clan, portando all’arresto di ventisei suoi esponenti: “Sono stata microfonata per un mese agli incontri con il boss e lo sanno tutti, lo sa anche la mafia", racconta a Monteleone. La mafia non dimentica e Valeria riceve protezione dallo stato. Comincia una vita sotto scorta, prima in Sicilia, poi si trasferisce a Roma. Un giorno nella Capitale, fuori dal ristorante del compagno di Valeria viene trovato un sacchetto con dentro un piccione morto. Un simbolo mafioso che significa “devi morire”. Nonostante questo cinque mesi dopo la scorta le viene revocata proprio nel territorio della città di Roma. "È pericolosa l’aria che tira perché io vedo che c’è un attacco proprio a chi si è messo in prima linea contro la mafia, contro la criminalità organizzata non è normale. Io sono molto preoccupata, molto spaventata", racconta Valeria Grasso a Monteleone. Siamo andati dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese a chiedere spiegazioni: " La questione la conosco, evidentemente da parte delle forze di polizia è stato ritenuto che non ci fosse un rischio su questo territorio". Però, poco dopo la nostra visita la scorta è magicamente riapparsa. Quando l’abbiamo comunicato a Valeria, ci ha detto: "Mi sento molto rassicurata, anche se io mi batterò perché queste situazioni non accadano più".

Diamo la scorta di Saviano al figlio della Ferragni. Gian Paolo Serino, 5 dicembre 2019 su Nocolaporro.it. La scorta togliamola a Roberto Saviano e diamola a Leo Ferragni, il figlio di Chiara e Fedez Ferragni. Per Saviano la scorta è da sempre soltanto una ruota che gli è utile perché il Solone dei giorni nostri senza averla perderebbe di “appeal”, ora che vive tra un attico di New York e lo studio di Fabio Fazio. Quella della scorta a Saviano è una battaglia che combatto da tempo, da anni, perché in un paese dove non esistono eroi ma solo martiri, Saviano è l’unico eroe che rimane martire in vita combattendo contro qualsiasi cosa tranne la propria onestà intellettuale. I suoi libri non si vendono più, il suo primo Gomorra è stato dimostrato persino in Cassazione che è stato copiato. Non è certo un fantasma che cammina: ma un idolo, ormai per pochi, in pixel televisivi e interventi non più sociali ma social. Il povero Leo Ferragni – come abbiamo già scritto su queste pagine – è vittima di genitori “social”: a loro andrebbe tolta la patria potestà perché il povero pargolo biondo è sempre utilizzato su Instagram come “attrazione” e coverizzato di sponsor pur di fare cassa violando tutte le leggi che tutelano i minori. Quindi la scorta andrebbe data a lui, salviamolo. Leggendo il nostro articolo anche il Codacons, l’Associazione dei Consumatori Italiani, oggi ha denunciato in un comunicato stampa e alle autorità competenti “l’uso totalmente errato dei social network da parte di Chiara Ferragni come cattivo esempio per i giovani e l’uso del proprio figlio a scopo commerciale per promuovere marchi e prodotti, in totale violazione delle norme vigenti che tutelano i minori e la loro privacy”. Ci fa piacere che persino L’Associazione dei Consumatori Italiani finalmente si sia mosso. Nel frattempo – mentre attendiamo l’esito delle denunce dei consumatori italiani- difendiamo il piccolo Leo. Come quando eravamo piccoli difendevamo i koala iscrivendoci al WWF e come fanno adesso i ragazzi per la difesa dell’ambiente o le firstsciure per i cagnolini e le pellicce. Chiediamo a colpi di status che al Piccolo Leo vada assegnata la scorta di Roberto Saviano. Gian Paolo Serino, 5 dicembre 2019

Paolo Becchi contro Repubblica sul caso Liliana Segre: "La scorta per una notizia falsa?" Libero Quotidiano il 12 Novembre 2019. Tiene banco il caso Liliana Segre. Tutto nasce da quanto rilanciato lunedì da Dagospia, che metteva in discussione quanto scritto da Repubblica: "200 messaggi online di insulti al giorno". La notizia in seguito alla quale è stata assegnata la scorta alla senatrice a vita. Notizia che, però, sarebbe una fake news di Repubblica, qui vi spieghiamo il perché. Ma il quotidiano di Carlo Verdelli ha rilanciato, confermando la notizia con argomentazioni che sembrano fare acqua da tutte le parti (qui la replica di Repubblica). Dunque la palla è tornata a Dagospia, che contro-replica a Repubblica con un tweet in cui le spiegazioni del quotidiano vengono bollate come "imbarazzanti" e in cui si rimarca come il chiarimento non chiarisce, ma ammette.  A questo punto nella contesa si inserisce Paolo Becchi, che sintetizza su Twitter: "Solo per capire, senza polemica e con tutto il rispetto: noi paghiamo la scorta alla senatrice Segre perché Repubblica si è inventata una notizia falsa". Dunque, il professore ricorda come sia stata creata "una Commissione su un problema inesistente. E poi poiché hanno fatto esistere il problema è stata assegnata una scorta. La profezia che si avvera. Tutto questo grazie a notizie prive di fondamento divulgate da un giornale". Infine, l'amara considerazione di Becchi, contattato da Libero: "E non puoi neppure dirlo, perché se lo dici sei un antisemita. La trappola perfetta", conclude Paolo Becchi.

Dagospia il 12 novembre 2019. Da I Lunatici Radio2. Federica Sciarelli è intervenuta ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format "I Lunatici", condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta dal lunedì al venerdì dalla mezzanotte e trenta alle sei del mattino. Diverse le tematiche affrontate dalla conduttrice di 'Chi l'ha visto?': "Il mio esordio alla guida del programma? Impossibile dimenticarlo. C'era il telefono a quei tempi, squillava il centralino e si sentiva la telefonata in diretta. Io attaccavo sempre al telespettatore, sentii in diretta gridare che non dovevo attaccare la cornetta. Parlavo a mitraglia, venivo dal telegiornale, gli autori mi dicevano di andare più piano perché nessuno mi capiva. Ma andò benissimo, facemmo un grandissimo risultato, il giorno dopo erano tutti contenti. I casi che mi hanno dato più soddisfazione? Difficile dirlo. Siamo riusciti a far riaprire il caso di Ilaria Alpi. Quella forse posso dire sia stata la mia più grande soddisfazione. Minacce? Ne ho ricevute tantissime. Ma se uno fa il giornalista d'inchiesta non può aver paura delle minacce. Non ci siamo fatto mancare nulla. Mi sono occupata della Banda della Magliana, mi misero anche la scorta vigilata, ma non l'ho mai usata. Se fai il giornalista d'inchiesta non puoi aver paura". Su Federica Sciarelli da ragazza e suoi sogni da bambina: "Mai sognato di fare la giornalista, ci sono capitata per caso perché ho fatto un concorso per l'avviamento alla carriera giornalistica in Rai. Ero abbastanza secchiona, ma andavo anche a tutte le manifestazioni. Facevo copiare i miei compagni di classe, ho sempre aiutato allegramente". Sulla Federica Sciarelli mamma: "Mio figlio è fortunato, da ragazzo quando stavo in televisione mi vedeva e stava tranquillo che non tornavo a casa. Battute a parte, sono un po' rompiscatole con mio figlio, quando mi vengono le botte d'ansia a volte mi ha detto che il mio programma mi rende pesante, che quando fa tardi invece di pensare a lui che si diverte penso a lui che ha avuto un problema con il motorino". Sulla condizione delle donne in Italia: "Si va avanti. Io non sono per le quote rose, devi essere bravo, poi se sei uomo o donna non mi interessa. Parlare di quote mi sembra quasi una diminuzione. Vedo tante donne che non ce la fanno più perché ci sono dei mariti, degli uomini, che mamma mia, fanno fatica anche a portare un fiore o un cioccolatino. Ci sono molti uomini pesanti. Non voglio parlare sempre delle donne in carriera, parliamo anche delle casalinghe, diciamo ai mariti che non si devono arrabbiare se il pranzo non è pronto quando lo vogliono loro".

Agguato a un giornalista. Spari contro il direttore di “Campania notizie”. Il Secolo d'Italia venerdì 15 novembre 2019. Due uomini hanno sparato ad altezza d’uomo almeno sei colpi di pistola contro il direttore di Campania Notizie, Mario De Michele, mentre era a bordo della sua auto. Ne dà notizia lo stesso giornale on line. «Due colpi – si legge sul sito del giornale online – all’indirizzo del parabrezza hanno attraversato l’abitacolo della macchina a pochi centimetri dal giornalista. Nel tentativo di fuga di De Michele, gli aggressori hanno esploso altri 3-4 colpi che hanno distrutto anche il lunotto posteriore della vettura. «Solo il caso ha fatto sì che ne uscisse illeso», sottolinea Campania Notizie. Indagano i carabinieri. Secondo quanto rivelato, nessuna pista è esclusa ma gli inquirenti si concentrerebbero, in particolare, sull’agguato di camorra.

Il secondo attentato a Mario De Michele in tre giorni. Questo è il secondo attentato subito in pochi giorni dal giornalista. Tre giorni fa Mario De Michele aveva denunciato un altro episodio verificatosi tra Sant’Arpino e Succivo. Due persone a bordo di un motociclo e coperte da casco integrale, hanno costretto il giornalista a fermarsi. Uno dei due aggressori colpiva con una mazza la carrozzeria dell’auto, mentre l’altro lo schiaffeggiava e gli gridava: “Per colpa tua il consiglio comunale di Orta è stato sciolto. Ci hai inguaiato. Ora smettila di scrivere sul campo sportivo di Succivo”.

Chi è il direttore di Campania notizie. Secondo quanto rivelato, nessuna pista è esclusa ma gli inquirenti si concentrerebbero, in particolare, sull’agguato di camorra. ″È vivo per miracolo” scrivono in una nota i vertici di Fnsi, Sugc e il presidente dell’Unci Campania,

Il giornalista, originario di Cesa (Caserta) da anni riceve minacce e intimidazioni. Nel 2 luglio 2018, De Michele si è visto recapitare a casa una busta con 4 proiettili calibro 9×21. Il giornalista ha denunciato un’aggressione anche il 31 maggio 2018. In Campania ci sono quattro giornalisti sotto scorta armata (Sandro Ruotolo, Rosaria Capacchione, Roberto Saviano e Marilena Natale).

Aversa, spari contro l’auto del giornalista De Michele. Il Dubbio il 16 Novembre 2019. Illeso il direttore di “Campania Notizie”. Solo tre giorni prima era stato fermato da due individui e schiaffeggiato per le sue inchieste. Spari contro l’auto di Mario De Michele, direttore del quotidiano online “Campania Notizie”, nel pomeriggio di giovedì, in una zona periferica di Gricignano di Aversa. De Michele sarebbe «stato raggiunto da alcune persone che hanno esploso 6- 7 colpi di pistola. Due di questi all’indirizzo del parabrezza che hanno attraversato l’abitacolo della vettura a pochi centimetri dal giornalista». Mentre De Michele si allontanava velocemente, «i criminali hanno esploso altri 3- 4 colpi che hanno mandato in frantumi anche il lunotto posteriore della vettura. Solo il caso ha fatto sì che ne uscisse illeso». De Michele tre giorni fa aveva denunciato un altro episodio avvenuto tra Sant’Arpino e Succivo. Due persone a bordo di un motociclo e coperte da casco integrale, lo avrebbero costretto a fermasi e mente uno di loro con una mazza colpiva ripetutamente la carrozzeria dell’auto, l’altro lo costringeva a scendere e lo schiaffeggiava e mentre lo faceva gli gridava: «Per colpa tua il consiglio comunale di Orta è stato sciolto. Ci hai inguaiato. Ora smettila di scrivere sul campo sportivo di Succivo». «Sono preoccupato per me e per la mia famiglia ha commentato il cronista -. Prefettura, magistratura e forze dell’ordine non mi hanno abbandonato un solo istante. Chiudo con un’ammissione: ho paura. Chiamatemi pure codardo», ha aggiunto, ma in ogni caso «continuerò a fare il cronista». Sull’episodio è intervenuto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, Andrea Martella. «Siamo di fronte ad una vicenda preoccupante» e ad una «escalation di violenza da parte di chi vede nella libertà di informazione un nemico da abbattere».

RAFFAELE SARDO per repubblica.it il 15 Novembre 2019. Spari contro l'auto del direttore di Campania Notizie, Mario De Michele. L'episodio è avvenuto nel pomeriggio di ieri nella zona periferica di Gricignano di Aversa. Secondo quanto afferma il sito Campania Notizie, il giornalista sarebbe "stato raggiunto da alcune persone che hanno esploso 6-7 colpi di pistola. Due di questi all'indirizzo del parabrezza che hanno attraversato l'abitacolo della vettura a pochi centimetri dal giornalista. Nel tentativo di fuga di De Michele i criminali hanno esploso altri 3-4 colpi che hanno mandato in frantumi anche il lunotto posteriore della vettura. Solo il caso ha fatto sì che ne uscisse illeso." De Michele tre giorni fa aveva denunciato un altro episodio avvenuto tra Sant'Arpino e Succivo. Due persone a bordo di un motociclo e coperte da casco integrale, lo avrebbero costretto a fermarsi e mente uno di loro con una mazza colpiva ripetutamente la carrozzeria dell'auto, l'altro lo costringeva a scendere e lo schiaffeggiava e mentre lo faceva gli gridava: "Per colpa tua il consiglio comunale di Orta è stato sciolto. Ci hai inguaiato. Ora smettila di scrivere sul campo sportivo di Succivo". Su entrambi gli episodi indagano i carabinieri del Gruppo di Aversa che stanno cercando di ricostruire la dinamica dei fatti e accertare il movente alla base dei due episodi.

Spari contro l’auto del giornalista Mario De Michele. Giornalista rimasto illeso. Da tempo denuncia minacce che subisce per il suo lavoro. Pochi giorni fa aveva raccontato di un'aggressione. Agata Marianna Giannino, Venerdì 15/11/2019, su Il Giornale. Ci è mancato poco che delle ogive potessero ferire il giornalista Mario De Michele, direttore di Campania Notizie, ieri scampato a un agguato. Si trovava nella periferia di Gricignano di Aversa (Caserta) quando dei colpi di pistola hanno finito per trafiggere la sua auto. Secondo quanto ha denunciato la vittima, i sicari prima hanno esploso dei colpi di pistola contro il parabrezza, poi, nella sua fuga, hanno continuato a sparare, colpendo il lunotto posteriore della macchina. De Michele da tempo denuncia minacce per il suo lavoro. Solo pochi giorni fa sul suo giornale aveva raccontato di una aggressione. “Due malviventi su una moto e col volto travisato mi hanno sbarrato la strada mentre viaggiavo sulla mia auto. Uno mi ha costretto a scendere e mi ha preso a schiaffi, l’altro ha colpito con una raffica di calci e sprangate la portiera destra della vettura”, aveva riportato martedì scorso il giornalista su Campania Notizie. Secondo quanto ha pubblicato sul sito, l’uomo che lo ha picchiato gli avrebbe poi detto: “Per colpa tua il consiglio comunale di Orta di Atella è stato sciolto per camorra. Ci hai inguaiato” e “Ora smettila di scrivere sul campo sportivo di Succivo’”, questioni di cui De Michele si è occupato nelle ultime settimane. “Più mi minacciate, più mi sento motivato ad andare avanti. Quindi: o mi ammazzate o perdete tempo”, è l’appello che aveva rivolto ai “mandanti del raid intimidatorio”, che sarebbe avvenuto tra Sant’Arpino e Succivo. A distanza di pochi giorni, De Michele è finito nel mirino di sicari. Sui due casi ora indagano i carabinieri del gruppo di Aversa, che dovranno accertare i fatti e capire se si tratta di episodi collegati e riconducibili agli stessi autori. “Ho paura”, ha scritto De Michele dopo l’agguato di ieri da cui, solo per caso, è uscito illeso. “Ma continuerò a fare il cronista”, precisa. “Mi rattrista e mi indigna che nel 2019 un cronista corra il rischio di essere ucciso soltanto perché fa il proprio mestiere. Non è accettabile. È da Alto Medioevo”, tuona. Poi esprime il suo senso di colpa verso i familiari. Tanti i messaggi di solidarietà che stanno arrivando a De Michele. Chiedono di attivare un'immediata protezione per il giornalista Carlo Verna e Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei giornalisti e dell'Ordine dei giornalisti della Campania. "Hanno sparato per uccidere - affermano Verna e Lucarelli in una nota - e fortunatamente non ci sono riusciti. Mario De Michele, direttore di Campania Notizie è scampato ad un agguato in piena regola. Ieri sera, nel casertano, due persone si sono affiancate alla sua auto quando lui era a bordo ed hanno esploso svariati colpi di pistola molti dei quali hanno centrato la vettura. Nei giorni scorsi - osservano Verna e Lucarelli - aveva denunciato aggressioni ed intimidazioni. Si tratta di un pericoloso salto di qualità - concludono - nelle aggressioni contro i giornalisti. De Michele da tempo si occupa delle infiltrazioni camorristiche nell'area del Casertano. Chiediamo alle autorità competenti l'immediata protezione per il collega". "Chi fa giornalismo vero rischia questo ora in Italia. Di questo tutti dobbiamo prendere coscienza. Massima solidarietà a chi scrive in certi contesti assumendosi questi rischi", scrive su Twitter il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra.

·        L’Insicurezza.

IN QUESTO MONDO DI LADRI. CONSIGLI PRATICI PER DIFENDERSI DAI FURTI E INGANNARE GLI ODIOSI LADRI. DAGONEWS il 29 novembre 2019. Alcuni ex topi di appartamento hanno condiviso su internet una serie di errori che commettono le persone quando cercano di difendere la loro casa dall’arrivo indesiderato dei ladri. Oltre a postare su Facebook dal luogo della vacanza, chiudere a chiave i cassetti di una scrivania e non cambiare le serrature dopo aver subito un furto, ecco una serie di consigli per non farvi cogliere alla sprovvista.

Non lasciare i pacchi vicino alla porta. In questo periodo dell'anno le persone investono in grandi laptop e TV. Ma ricordate di buttare via i cartoni e non lasciarli vicino alla porta - e certamente non in vista sulla strada. Un ex ladro ha scritto: «Se acquisti un nuovo televisore o un computer, rompi la scatola. Non lasciarlo solamente nel cestino della spazzatura».

Non chiudete i cassetti della scrivania. Alla domanda sui posti peggiori in cui lasciare oggetti di valore, un utente ha scritto: «In ordine: qualsiasi cassetto della scrivania, del comodino, della biancheria intima. Sotto il letto, nel guardaroba. In bagno o in cucina (sopra la stufa e in tutti i contenitori sopra gli armadi). Soprattutto chiudendo il cassetto a chiave stai indicando al ladro dove tieni la roba di valore. Riuscirà facilmente ad aprilo. Occhio a tenere un mazzo di chiavi vicino alla porta. Il ladro lo prenderà e tornerà a farvi vista. In ogni caso cambiate la serratura».

Ingannate i ladri. Un utente ha suggerito di ingannare i ladri acquistando bigiotteria "dall'aspetto costoso" e di lasciarla in mostra con dei soldi sopra. Il ladro potrebbe decidere di portare via quella lasciando perdere il resto.

Investi in un'illuminazione automatizzata. Un modo per proteggere la casa è acquistare quei sistemi intelligenti che consentono di accedere la luce a distanza, impostando accensione e spegnimento nei diversi ambienti in diversi orari per confondere i ladri.

Nascondi i tuoi oggetti di valore in soffitta. Pare essere la scommessa più sicura. Il ladro deve fare molto in fretta e la soffitta è il luogo in cui normalmente non va a guardare.

Non lasciare le chiavi della macchina in bella vista sul mobile vicino alla porta. Il ladro potrebbe averti seguito e potrebbe anche aver adocchiato la tua macchina. In molti hanno visto sparire, oltre agli oggetti di valore in casa, anche la loro auto.

Esplosione nella cascina, la richiesta d’aiuto del carabiniere ferito: «Manda qualcuno, stiamo morendo sotto le macerie». Corriere Tv il 5 novembre 2019. La tragedia di Alessandria: tre vigili del fuoco sono morti e tre sono rimasti gravemente feriti | Corriere Tv. La cascina di Quargnento era esplosa da pochissimi secondi. Al telefono la voce del carabiniere Roberto Borlengo, che chiama i colleghi della centrale operativa di Alessandro: «Siamo tutti feriti, io sono messo male, sto perdendo sangue, tra poco svengo ». Le tre vittime dell’esplosione avvenuta nella notte nell’Alessandrino sono i vigili del fuoco esperti Matteo Gastaldo e Marco Triches e il vigile del fuoco Antonino Candido. I feriti sono il caposquadra dei Vigili del fuoco Giuliano Dodero, il vigile Luca Trombetta e il carabiniere Roberto Borlengo.

Alessandria, esplode cascina: morti tre vigili del fuoco. Ipotesi dolo. Pubblicato martedì, 05 novembre 2019 da Corriere.it. Due esplosioni. Poi il crollo. Tragedia poco dopo mezzanotte a Quargnento, in provincia di Alessandria, poco distante dal mulino, dopo il bivio per Fubine, in via San Francesco d’Assisi: nello scoppio di una casa sono morti tre vigili del fuoco: due sono poco più che trentenni, di Alessandria e di Reggio Calabria; il terzo aveva 46 anni. Due pompieri e un carabiniere sono invece rimasti feriti. Il primo scoppio è avvenuto all’interno di una delle due case disabitate intorno a mezzanotte. Sono stati i vicini a chiamare i vigili del fuoco. Poco dopo la seconda esplosione e il crollo. I vigili del fuoco si trovavano all’interno dell’edificio. Sono rimasti sommersi dalle macerie. Anche gli abitanti, subito scesi in strada, si sono messi a scavare per aiutare a liberarli. I due pompieri e il carabiniere feriti sono stati trasferiti dal 118 all’ospedale di Alessandria e in quello di Asti. Ancora da determinare le cause degli scoppi: si parla di una fuga di gas, ma non è esclusa la pista dolosa.

Alessandria, il tragico presagio del pompiere Antonio Candido: "Quanto vale la nostra vita?" Libero Quotidiano il 6 Novembre 2019. Emerge un triste particolare dal profilo Facebook di Antonio Candido, uno dei tre vigili del fuoco deceduti nel rogo di Alessandria. "Quanto vale la nostra vita?", scriveva nel mese di giugno il 32enne di Reggio Calabria per commemorare un collega morto durante un intervento di soccorso. Una sorta di presagio, che fa riflettere sulla condizione dei 34.000 pompieri italiani. Professionisti esemplari, ma al tempo stesso scarsamente tutelati dallo Stato: sottopagati (in media 1.400 euro al mese), disarmati, non dispongono dell'assicurazione Inail sugli incidenti sul lavoro. Il 19 novembre era già prevista una manifestazione del corpo nazionale dei vigili del fuoco a Roma. Adesso, dopo l'ennesimo decesso sul lavoro, la protesta contro il disfattismo dello Stato avrà più valore. Per ricordare Antonio, Marco Triches, Matteo Gastaldo, i quali, come raccontano parenti e amici, svolgevano il proprio mestiere con serietà, passione e dedizione. Sono "vittime del dovere", per utilizzare le efficaci parole di Salvatore Mulas, capo del dipartimento dei vigili del fuoco.

La moglie di Matteo, morto da vigile del fuoco nella cascina esplosa: «Ho detto a mia figlia che non rivedrà più il papà». Pubblicato mercoledì, 06 novembre 2019 su Corriere.it da Floriana Rullo. La chiamata del carabiniere: «Stiamo morendo». «Ho dovuto dire a mia figlia di nove anni che suo padre non c’è più. Non avrei mai pensato di dover essere io a darle un dolore così grande». Elisa Borghello, la compagna di Matteo Gastaldo, 46 anni, uno dei tre vigili del fuoco morti nell’esplosione avvenuta ieri a Quargnento, è una donna distrutta. Il volto rigato dalle lacrime, la voce strozzata quando parla con chi si avvicina per farle le condoglianze. Per tutta la mattina ieri è stata al cimitero di Alessandria circondata dai suoi familiari. Al suo fianco, davanti alla porta d’acciaio della camera mortuaria dove sono stati portati i corpi delle tre vittime, i colleghi dei vigili del fuoco. Con giacche addosso e caschetto appeso alla cintura, hanno improvvisato un picchetto per i loro amici morti da eroi mentre erano in servizio. «Matteo ha perso la vita morto facendo ciò che amava — racconta con gli occhi gonfi di lacrime la compagna —. Lui viveva per il suo lavoro. Prima di iniziare il servizio ha baciato me e la bimba e ha detto «ci vediamo domani». Quando il colonnello ha bussato alla porta di casa, a Gavi, per dirmi che era disperso, e poi morto, mi è caduto il mondo addosso. Ora i suoi colleghi dovranno esaudire il suo desiderio: quello di portare la sua bara a spalle». A perdere la vita durante l’intervento nel cascinale di via San Francesco d’Assisi altri due componenti della squadra dei vigili del fuoco in servizio lunedì notte. Marco Triches, 38 anni e Antonino Candido, 32 anni. Altri due pompieri, Giuliano Dodero e Luca Trombetta e il carabiniere Roberto Borlengo sono rimasti feriti. Sono stati ricoverati negli ospedali di Alessandria e Asti in condizioni gravi. Erano arrivati nel casale, tra le campagne del Monferrato, dopo essere stati allertati da alcuni residenti che avevano sentito un’esplosione. Era mezzanotte e mezza. Sono arrivati e hanno aperto il cancello, che era stato chiuso con una catena, e hanno iniziato il sopralluogo. Poi, all’una e un quarto la seconda esplosione. Molto più forte. Tanto da sentirsi anche a chilometri di distanza. In pochi secondi la casa su due piani è crollata. I vetri sono arrivati in strada, i pezzi delle persiane nei prati che circondano l’abitazione. Loro sono rimasti sotto le macerie. Triches e Candido sono stati estratti subito. Erano senza vita. Gastaldo invece è morto schiacciato sotto i detriti. Trovato solo ieri mattina dopo alcune ore di ricerche. Un attentato di origine dolosa secondo il procuratore della Repubblica di Alessandria Enrico Cieri che indaga sul caso e ha aperto un fascicolo per omicidio plurimo e disastro. Nella casa infatti sono stati ritrovati degli inneschi sulle bombole del gas saltate in aria e un timer impostato sull’1 e 30. Ad indagare anche il Ris di Parma. Diverse le ipotesi su cui si stanno muovendo gli inquirenti. Non si esclude nulla. Dalla ritorsione al gesto disperato. La casa, dove la famiglia Vincenti, un tempo propietaria anche del maneggio vicino, non viveva più, era stata messa in vendita senza trovare acquirenti. Il proprietario, pare avesse problemi economici. Con la moglie, è stato sentito dagli inquirenti nella caserma di Solero prima e poi in quella di Alessandria come persona informata dei fatti. Ma potrebbe anche esserci un risarcimento assicurativo dietro le esplosioni. L’anziano padre del proprietario della cascina di Quargnento si è recato con la moglie davanti alle macerie dell’edificio dove abitava il figlio Giovanni. «L’aveva comprata e messa a posto. Lui è appassionato di cavalli, come mio nipote, Stefano. Che idea mi sono fatto? Nessuna. Con mio figlio Gianni non ho parlato. Ho saputo quello che era capitato alla tv, poi mi hanno telefonato alcuni parenti dalla Puglia. So solo che la casa era disabita». Non si esclude nemmeno la pista della ritorsione. Forse per un debito Intanto,mentre le indagini vanno avanti e sui corpi delle vittime sono stati disposti gli esami autoptici, nei paesi segnati dal dolore i sindaci hanno già dichiarato un giorno di lutto cittadino nei giorno dei funerali per ricordare i loro eroi.

Floriana Rullo per corriere.it il 6 novembre 2019. Due esplosioni, poi il crollo. Tragedia poco dopo mezzanotte a Quargnento, in provincia di Alessandria, poco distante dal mulino, dopo il bivio per Fubine, in via San Francesco d’Assisi. Nello scoppio di una cascina disabitata sono morti tre vigili del fuoco: le vittime sono Matteo Gastaldo, di 46 anni, Marco Triches, 38 anni, e Antonio Candido, 32 anni. I primi due sono originari di Alessandria, il terzo di Reggio Calabria.

Si indaga per crollo doloso e omicidio plurimo. Con il passare delle ore, si fa strada l’ipotesi che le esplosioni siano state dolose, come conferma il procuratore capo di Alessandria, Enrico Cieri, sul luogo della tragedia: «All’interno dell’abitazione sono state trovate bombole di gas , inneschi rudimentali e alcuni timer. Tutto ci fa pensare che l'esplosione sia stata voluta e deliberatamente determinata». E aggiunge: «Dagli elementi che abbiamo acquisito pensiamo sia un fatto doloso». La procura di Alessandria ha aperto un fascicolo al momento contro ignoti. Il reato ipotizzato è crollo doloso di edificio e omicidio plurimo.

La pista delle liti familiari. Sull’eventuale movente dell’episodio per il momento ci sono solo ipotesi. Quella che gli inquirenti sembrano privilegiare riguarda dissidi in seno alla famiglia proprietaria della cascina: pare che i litigi tra padre e figlio fossero frequenti. In subordine si pensa che l’esplosione fosse finalizzata a incassare un premio assicurativo. L’immobile era comunque in vendita per 750.000 euro sul sito immobiliare.it. Il proprietario dell’immobile, Giovanni Vincenti, è stato sentito a lungo. «E’ persona offesa - precisa il pm di Alessandria Enrico Cieri - e sta collaborando con l’inchiesta».

C.Gu. per “il Messaggero” il 6 novembre 2019. Ha fatto il pizzaiolo, l'allevatore di cavalli da corsa, poi si è reinventato informatico. Giovanni Vincenti, proprietario della tenuta, ha sempre avuto spirito d'iniziativa. Ma qui a Quargnento veniva considerato un forestiero e nonostante ci abbia vissuto dal 96 al 2017 non si è fatto nemmeno un amico. Di antipatie, in compenso, ne ha suscitate parecchie. Una volta è bruciato un fossato davanti a casa sua, circa sette anni fa è scoppiato un incendio nel capannone della possedimento: «Magari è un caso, o forse qualcuno si è tolto uno sfizio», racconta l'ottantenne Carlo dalle inferriate del giardino. L'esplosione gli ha spostato i coppi del tetto, ma ciò che più lo irrita - afferma il pensionato - sono alcune presunte pendenze di Vincenti nel pagamento delle tasse comunali. E dal passato, a quanto trapela, emerge qualche precedente di carattere amministrativo. In paese lo incrociavano spesso, anche dopo che ha messo la tenuta in vendita. «L'ultima volta l'ho visto qualche giorno fa. Veniva a controllare la casa, nella bella stagione tagliava l'erba», dice il vicino Giuseppe Dall'Elba. Dell'attività di un tempo sono rimasti solo un capannone e poco altro: «Allevava cavalli da corsa con il figlio, avevano tre dipendenti. Poi Stefano se n'è andato e l'affare è sfumato». Ha ricominciato ad Alessandria, con un'attività nel settore dei computer. «Lo abbiamo ascoltato più volte, fino a ieri pomeriggio - afferma il procuratore capo Enrico Cieri - Sta collaborando all'attività di raccolta delle informazioni». Tra i paesani che osservano desolati le macerie si mischiano anche il padre e la madre di Vincenti. «Mi dispiace per quei ragazzi morti, non si deve morire lavorando», dice l'uomo. «Mio figlio aveva comprato e messo a posto la tenuta, è appassionato di cavalli, come mio nipote». Fino a due anni fa, quando si è trasferito in città e ha messo in vendita la grande casa, senza però riuscirci. «Che idea mi sono fatto? Nessuna - assicura il padre - Con mio figlio non ho parlato. Ho saputo quello che era capitato alla tv, poi mi hanno telefonato alcuni parenti dalla Puglia. So solo che la casa era disabitata, la corrente staccata». Intanto, al comando provinciale dei vigili del fuoco di Alessandria, è il momento del dolore e del silenzio: alla cancellata vengono appesi messaggi, palloncini e appoggiati mazzi di fiori e lumini in omaggio alle tre vittime dell'esplosione. Mentre in serata i mezzi di soccorso di tutta la provincia, dalla protezione civile alla Croce rossa, al 118, si sono radunati con i lampeggianti accessi davanti al comando per una veglia spontanea. «A voi uomini veri il nostro grazie», recita il cartellone portato dai bambini di un asilo. «Dire grazie non sarà mai abbastanza».

C.Gu. per “il Messaggero” il 7 novembre 2019. «Il perché non lo so. O meglio, penso per pura e semplice invidia». Qualche idea ce l'ha Giovanni Vincenti, il proprietario della cascina esplosa lunedì notte nella campagna di Alessandria uccidendo tre vigili del fuoco. E dice di aver fornito agli investigatori anche una lista di nomi di possibili sospetti. «C'è una serie di situazioni che ho chiarito bene con i carabinieri. Sono riuscito a dare un filo logico a tante situazioni che si sono verificate da quando eravamo lì a Quargnento e sono emerse molte ipotesi», afferma. Nel fascicolo aperto dalla procura per omicidio plurimo e crollo doloso non sono per ora iscritti indagati. Le ipotesi al vaglio sono ancora numerose e il perimetro del lavoro investigativo è molto più ampio e non è sicuramente confinato alla «serie di situazioni» che Vincenti ha raccontato, indicando nella «invidia» il movente della tragedia. «Sono distrutto dal dolore per questi tre ragazzi che sono morti sotto le macerie di casa mia, dove abbiamo vissuto in armonia e amore per tanti anni», dice in lacrime l'imprenditore. Che intende anche sgomberare il campo dalle voci di liti con il figlio: «Quella dei dissidi familiari è la cattiveria più grossa che potevano dire. Io non ho problemi con mio figlio». Non nella famiglia, ma nei dintorni di quella tenuta polverizzata dalle deflagrazioni andrebbero cercati, secondo Vincenti, i colpevoli: «Io negli anni ho subito diversi atti dolosi. Non siamo mai stati ben acquisiti da quel paese da quando ci siamo trasferiti, siamo una famiglia un po' riservata, per questo non abbiamo mai avuto grossi rapporti con il vicinato». Il lavoro degli investigatori si concentra sul racconto dei sopravvissuti, sulle immagini delle telecamere e su quelle bombole del gas collegate a timer probabilmente impostati su orari successivi. «Un ordigno fai da te», lo definisce il procuratore capo di Alessandria Enrico Cieri, ma dall'enorme potenziale distruttivo. Gli accertamenti degli uomini del Ris di Parma proseguono sulle macerie in cui si è trasformata la scuderia crollata, mentre continuano gli interrogatori dei vicini, di tutti coloro che hanno orbitato attorno alla tenuta e alla famiglia Vincenti. La procura ha anche disposto l'autopsia sui corpi delle tre vittime, svolta ieri pomeriggio, per determinare se la morte sia stata causata da schiacciamento o asfissia. Il dramma ha suscitato un'ondata di commozione e dolore che si è levata da tutta Italia, di cui si è fatto interprete anche Papa Francesco che ha ricordato con una preghiera i tre vigili del fuoco italiani. Migliorano intano i feriti. Il caposquadra Giuliano Dodero è stato sottoposto a un'operazione alla gamba, le condizioni del vigile del fuoco Graziano Luca Trombetta e del carabiniere Roberto Borlengo, che sarà operato venerdì, non destano preoccupazione.

Alessandria, il proprietario della cascina: "Nel paese c'è invidia". L'importante rivelazione dell'uomo: "Negli anni ho subito diversi atti dolosi, non siamo mai stati ben acquisiti da quel paese da quando ci siamo trasferiti". Luca Sablone, Mercoledì 06/11/2019 su Il Giornale. "Perché è successo? Non lo so. O meglio, penso per pura e semplice invidia". È questa la spiegazione che Giovanni Vincenti si è dato relativamente all'esplosione della cascina abbandonata a Quargnento, in provincia di Alessandria, che ha provocato la morte di tre vigili del fuoco. Raggiunto telefonicamente, il proprietario dell'abitazione ha rivelato che già in passato era stato oggetto di simili azioni violente: "Negli anni ho subito diversi atti dolosi, non siamo mai stati ben acquisiti da quel paese da quando ci siamo trasferiti". La sua è una "famiglia riservata" e probabilmente per questo "non abbiamo mai avuto grossi rapporti con il vicinato, con il paese in particolare proprio mai, ma con i vicini neanche al di là del saluto". Tuttavia "ci sono una serie di situazioni che ho chiarito bene". E proprio ieri con i carabinieri è riuscito "a dare un filo logico a tante situazioni che si sono verificate da quando eravamo lì a Quargnento e sono venute fuori due o tre ipotesi". Ha rivelato che ai militari ha svelato i nomi di qualche sospetto.

L'accusa. E proprio queste presunte invidie potrebbero essere alla base del vile gesto: "Mi hanno fatto un dispetto, volevano annientarmi e invece hanno colpito degli innocenti". Ha detto di non sapere nulla delle bombole, degli inneschi e dei timer rinvenuti all'interno della cascina. Quella della vendetta dunque si aggiunge all'altra ipotesi percorribile circa dissidi con il figlio. Ma Vincenti ha negato tutto: "Non si può dire cattiveria più grossa". Ha ammesso che ci sono stati alti e bassi: "Quando se n'è andato via di casa perché la fidanzata voleva andare a Torino, io non l'ho presa benissimo siamo stati tre o quattro mesi un pò a litigare". Ma ha precisato che "poi è finita" e adesso "non ci sono assolutamente problemi, andiamo d'amore e d'accordo". L'uomo si è detto "distrutto dal dolore per questi tre ragazzi che sono morti sotto le macerie di casa mia dove abbiamo vissuto in armonia e amore per tanti anni". Anche perché l'edificio era stato messo su "per viverci tutta la vita e adesso è diventato un luogo di morte". Sconvolto e commosso: si è sentito così all'arrivo sul luogo dell'esplosione. "Quando sono arrivato tre minuti dopo l'esplosione, sono stato chiamato alle 1.05, 1.10, quando ho visto quella scena non potrò mai togliermela dagli occhi. È da quel momento che verso lacrime e cerco di capire", ha dichiarato in lacrime.

Alessandria, pompieri uccisi: fermato per omicidio il proprietario della cascina. Pubblicato sabato, 09 novembre 2019 su Corriere.it da Marco Imarisio e Massimiliano Nerozzi. Dopo un lungo interrogatorio Giovanni Vincenti ha fatto le prime ammissioni. Indagata anche la moglie. Nello scoppio sono morti tre vigili del fuoco. Svolta nelle indagini per la tragica esplosione della cascina di Quargnento (Alessandria) che ha causato tra il 4 e 5 novembre la morte di tre vigili del fuoco. È scattato nella notte tra venerdì e sabato il fermo di un uomo, come è stato reso noto dal Comando provinciale dei carabinieri. Si tratta di Giovanni Vincenti, il proprietario della cascina dove è avvenuta l’esplosione nella quale sono morti Antonino Candido, Marco Triches e Matteo Gastaldo. «Per lui l’accusa è di omicidio, disastro doloso e lesioni volontarie», come è stata specificato in una nota dell’Arma. L’uomo era entrato in caserma venerdì pomeriggio. Poi dopo un interrogatorio durato dieci ore è scattato il fermo. A confermare la presenza di Giovanni Vincenti nel Comando dei carabinieri era stato l’avvocato Laura Mazzolini. «Ho assistito all’interrogatorio, non posso dire nulla», aveva detto il legale lasciando gli uffici dell’Arma in piazza Vittorio Veneto. «Penso che tra poco avrete delle dichiarazioni ufficiali», si era limitata ad aggiungere Mazzolini lasciando la caserma. Infatti da lì a poco è arrivata la notizia del fermo. Anche il procuratore di Alessandria, Enrico Cieri, lasciando in auto il Comando provinciale dei carabinieri, dopo aver assistito al lungo interrogatorio di Giovanni Vincenti, non aveva voluto rilasciare dichiarazioni, limitandosi a un «no» con la mano da dietro al finestrino dell’auto. Saranno illustrati sabato mattinata, nel corso di una conferenza stampa, i dettagli dell’operazione dei carabinieri, che ha portato al fermo del proprietario della cascina ritenuto responsabile dell’esplosione che oltre alla morte dei tre vigili del fuoco ha causato il ferimento di altri due pompieri e di un carabiniere. L’appuntamento con i giornalisti è per le ore 9 nella sala briefing del Comando provinciale dell’Arma. All’incontro sarà presente anche il procuratore Cieri. La notizia del fermo è arrivata poche ore dopo la celebrazione dei funerali delle tre vittime, ala quale ha preso parte una folla di persone. E di autorità: dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte al presidente della Camera Roberto Fico fino alla ministra degli Interni Luciana Lamorgese. Al fianco dei familiari di Matteo, Marco e Antonino, sono arrivati anche tanti vigili del fuoco da tutta Italia.

Esplosione di Quargnento, confessa il proprietario della cascina : l'attentato per frodare l'assicurazione. Svolta nell'inchiesta della procura di Alessandria. Giovanni Vincenti crolla dopo dieci ore di interrogatorio. Nell'esplosione morirono tre vigili del fuoco. Federica Cravero e Cristina Palazzo il 09 novembre 2019 su La Repubblica. Confessa Giovanni Vincenti, il proprietario della cascina esplosa di Quargnento (Alessandria): fortemente indebitato ha causato l'attentato per frodare l'assicurazione. Vincenti è crollato dopo un interrogatorio di dieci ore dai carabinieri nell'ambito delle indagini per la morte dei tre vigili del fuoco. Indagata a piede libero la moglie Antonella Patrucco, in concorso. Nella conferenza stampa in corso ad Alessandria i particolari della svolta sulla tragedia di lunedì, il procuratore capo Cieri fornisce i dettagli. Esclusa la volontà di uccidere, Vincenti voleva solo danneggiare l’immobile ma comunque gli è stato contestato l’omicidio plurimo perché non ha avvertito i soccorritori della presenza delle 5 bombole di gas. Per gli inquirenti la prova è schiacciante: il timer acquistato in un negozio di Alessandria è quello per le luci degli alberi di Natale. A casa gli hanno trovato il libretto di istruzioni. Nella notte il Comando provinciale di Alessandria aveva diramato un comunicato : "Al termine di serrate ed articolate indagini, abbiamo proceduto al fermo di indiziato di delitto nei confronti di un soggetto ritenuto responsabile dei delitti di disastro doloso, omicidio, e lesioni volontarie". Per tutto il giorno ci sono stati accertamenti e approfondimenti di elementi legati alle indagini - coordinate dal procuratore capo di Alessandria Enrico Cieri (indaga per i reati di omicidio plurimo, lesioni, crollo doloso) e condotte dagli uomini del colonnello Michele Angelo Lorusso - che alla fine hanno fatto stringere il cerchio attorno a una persona che al momento è sotto torchio da parte degli investigatori nella sede del comando dei carabinieri. Una svolta forse arrivata proprio nel giorno in cui si sono celebrati i funerali dei tre pompieri morti nell'esplosione causata da alcune bombole collegate a un timer. Una folla in lacrime aveva dato al mattino l'ultimo saluto a Antonino, Marco e Matteo, i tre pompieri uccisi. Migliaia di persone strette ai famigliari e agli amici delle tre vittime, che chiedevano giustizia. "Bisogna capire perché e chi ha fatto questo", aveva tuonato dall'altare della cattedrale dei Santi Pietro e Marco il comandante provinciale Roberto Marchioni, dando voce alla "rabbia" dei vigili del fuoco. "Dovete beccarli, dovete fare di tutto per beccarli", era la richiesta delle famiglie al premier Giuseppe Conte, "commosso" di fronte al "lungo abbraccio della comunità a questi ragazzi e ai loro coraggiosi colleghi che ogni giorno rischiano la vita per garantire la sicurezza di tutti noi". Poche ore dopo, forse, in un'altra caserma, quella dei carabinieri, la richiesta ha trovato una risposta. Anche alle parole di Giuliano Dodero, il caposquadra che, pure ferito, aveva chiesto di lasciare l'ospedale per partecipare alle esequie. "Coraggio, facciamoci coraggio. Di fronte a ogni stortura di questo mondo e di questa vita la nostra forza sta nel non farci contaminare dal male, dalla zizzania ma perseverare nel bene". Si appellava al riserbo sull'eventuale svolta, Stefano Vincenti, figlio di Giovanni, il proprietario della cascina distrutta dall'esplosione nella notte tra lunedì e martedì. "Non ho informazioni da dare, gli inquirenti stanno facendo accertamenti. Non posso dire nulla".

Massimo nerozzi per corriere.it il 9 novembre 2019. Svolta nelle indagini per la tragica esplosione della cascina di Quargnento (Alessandria) che ha causato tra il 4 e 5 novembre la morte di tre vigili del fuoco. Giovanni Vincenti, il proprietario della cascina, dopo 10 ore di interrogatorio, ha confessato, negando però l’intenzione di volere uccidere. L’azione portata a termine «era volta a conseguire il premio dell’ assicurazione stipulata lo scorso agosto anche per fatto doloso», ha detto il procuratore Capo di Alessandria Enrico Cieri durante la conferenza stampa. «Per lui l’accusa è di omicidio, disastro doloso e lesioni volontarie», come è stata specificato in una nota dell’Arma. L’esplosione doveva essere una sola ma l’errore nella programmazione del timer, collegato alle bombole del gas, ha provocato la tragedia: «Il timer era stato settato all’1.30 ma accidentalmente c’era anche un settaggio alla mezzanotte. Questo ha portato alla prima modesta esplosione che, ahimé, ha allertato i vigili del fuoco». Una delle prove decisive, che hanno fatto crollare confessare Vincenti, è stato il ritrovamento del bugiardino del timer che ha innescato l’esplosione nella camera da letto. Anche la moglie di Vincenti è indagata.

Silvana Mossano per la Stampa il 9 novembre 2019. Giovanni Vincenti, proprietario della casa esplosa a Quargnento la notte tra il 4 e 5 novembre, è stato fermato per disastro doloso, omicidio plurimo e lesioni volontarie dai carabinieri di Alessandria. La svolta nelle indagini è avvenuta la notte tra l’8 e il 9 novembre: Vincenti, che era già stato sentito più volte nei giorni scorsi, è stato sentito anche la sera di venerdì 8 novembre, ma è stato chiaro che qualcosa era cambiato nella sua posizione perché dalle 21 era arrivata in caserma l’avvocato Laura Mazzolini per assisterlo. La stessa è uscita dal comando verso l’1,35. Poco dopo dalla caserma è uscito anche il procuratore della Repubblica Enrico Cieri, che non ha però rilasciato dichiarazioni. Vincenti è stato portato via introno alle 3,15. Vincenti, 55 anni, è un imprenditore, da pochi anni era titolare di un sito web per l’organizzazione di viaggi. In passato aveva fondato e gestito un maneggio poco distante dalla casa esplosa che però aveva già ceduto da alcuni anni. Non riusciva invece a vendere la casa di via San Francesco d’Assisi a Quargnento, che aveva lasciato un paio di anni fa per trasferirsi in centro ad Alessandria. Prima di oggi era già stato sentito quattro volte dai carabinieri e aveva riferito di avere da tempo problemi economici. E’ stato appurato che la casa era assicurata, ma quando al procuratore è stato chiesto a quando risaliva la stipula dell’assicurazione e per quale importo, il magistrato ha risposto: “No comment”. Il giorno dopo la tragedia, Vicenti aveva parlato con i giornalisti: "E’ da ieri sera che verso lacrime – aveva detto - che cerco di capire. Sto vivendo in modo drammatico, sono distrutto da dolore per questi tre ragazzi che sono morti sotto le macerie di casa mia dove abbiamo vissuto in armonia e amore tanti begli anni". E ha poi aggiunto: "Stiamo patendo un grosso dolore, io, mia moglie, la mia famiglia per questi vigili del fuoco che sono rimasti sotto le macerie e per le loro famiglie. Questo ci sta distruggendo la vita, non possiamo farcene una ragione", ribadisce. Alessandria, i funerali dei vigili del fuoco morti: le bare portate a spalle dai colleghi fuori dal Duomo. L’uomo aveva anche detto di avere fornito ai carabinieri «alcuni nomi» di persone che avrebbero potuto avere un motivo di fargli del male. Aveva anche riferito di aver subito in passato incendi dolosi e l’uccisione di cani di sua proprietà: «Pura e semplice invidia», a questo attribuiva le ripicche nei suoi confronti. Dopo il primo scoppio, la notte della tragedia, un vicino gli aveva telefonato per riferirgli quel che stava accadendo alla sua casa. «Allora mi hanno fatto un dispetto», questa la sua risposta, come riferito dallo stesso vicino. La svolta arriva dopo il giorno dei funerali di Stato per Marco Triches, Matteo Gastaldo e Antonino Candido che ha visto la partecipazione di migliaia di persone ad Alessandria. Era presente anche il premier Giuseppe Conte che, dopo la cerimonia funebre, si è appartato a parlare per alcuni minuti con il procuratore di Alessandria Enrico Cieri che coordina le indagini. Proprio a Conte si era rivolta in lacrime la madre di una delle tre vittime, Antonino Candido: "Dovete beccarli, dovete fare di tutto per beccarli", aveva detto al premier abbracciandolo al termine della messa.

Pompieri morti, la moglie del reo confesso: “L'ha fatto per soldi”.  Le Iene il 13 Novembre 2019. La moglie di Giovanni Vincenti parla della tragedia di Alessandria. Il marito ha confessato di aver causato l’esplosione della cascina dove sono morti tre pompieri. La donna ha parlato con Giulio Golia. “Credo l’abbia fatto per soldi”. Sono le parole della moglie di Giovanni Vincenti, reo-confesso di aver causato l'esplosione in cui sono morti tre pompieri nel crollo della cascina in provincia di Alessandria. Dopo aver incontrato i familiari delle vittime (clicca qui per l'articolo), Giulio Golia ha parlato con la donna, indagata a piede libero, invece il marito rischierebbe fino all’ergastolo per disastro colposo, omicidio doloso e plurimo e lesioni volontarie per la morte di Antonino Candido, Marco Triches e Matteo Gastaldo. Giulio Golia ha parlato con la donna che dice di non reggersi più in piedi, di non mangiare e dormire da giorni. Secondo gli inquirenti lei avrebbe aiutato il marito a portare le bombole in cascina che hanno provocato il crollo diventando una trappola mortale per i tre Vigili del Fuoco. La moglie continua a sostenere di non aver mai sospettato del marito: “Credo l’abbia fatto per soldi. Ma non perché non arrivavamo a fine mese. Ho preso le distanze da mio marito e dal suo folle gesto. Faceva grande uso di psicofarmaci”. Venerdì scorso, l’uomo ha confessato di aver inscenato tutto per truffare l’assicurazione. “Sapevo solo in parte dei debiti di mio marito”, sostiene la donna che era presente anche nel momento in cui le forze dell’ordine hanno trovato il foglietto di istruzioni del timer che ha innescato le 7 bombole. Era posato sul comò della camera da letto: “È una cosa gravissima, ma cerchi di capirmi sono diabetica non sto bene”. Lei per prima ha rivisto il marito subito dopo la tragedia. “Era sconvolto. Io gli ho creduto perché aveva gli occhi sconvolti piangeva sempre. Credevo a mio marito”. Nelle ore successive alla tragedia l’uomo ha parlato ai giornali. Diceva che tutto era stato architettato da qualcuno per invidia nei suoi confronti: “Ho fatto due-tre nomi in Procura”, dichiarava ai giornali. E ancora: “Ho subìto diversi atti dolosi” fino a definirlo “Un atto pieno di stupidità mal gestito”. L’accusa per Vincenti è di disastro colposo, omicidio doloso e plurimo e lesioni volontarie, mentre la moglie è indagata a piede libero. Tutto ha inizio da una telefonata dei vicini di casa ai Vigili del Fuoco. La squadra interviene per incendio in abitazione, ma appena arrivano alla cascina la situazione ha altri contorni. Le fiamme non c’erano. Solo in un edificio c’era un bagliore che sembrava un principio di incendio. E lì accanto c’erano delle bombole con quello che sembrava un timer. “Abbiamo messo in sicurezza quello che abbiamo trovato”, racconta da un letto di ospedale Graziano Luca Trombetta. La situazione sembra un po’ strana, ma i pompieri intanto si occupano della messa in sicurezza. Arriva sul posto una pattuglia dei carabinieri di cui fa parte Roberto Borlengo. Dopo aver spento il principio di incendio, i pompieri controllano la seconda cascina solo per scrupolo. “Per primi sono entrati Gastaldo e Triches seguiti da Candido”, racconta Dodero. In quel momento si attiva il secondo timer: “Neanche l’esplosione ho sentito. Stavo parlando con i colleghi e mi sono svegliato sotterrato. Ci ho messo un po’ per capire che cosa era successo”. Erano finiti in una trappola e stando a quello che sostengono gli inquirenti, il proprietario sapeva ma non ha avvisato. “Ero il più lontano e sono riuscito a liberarmi solo da qualche maceria e a chiamare i soccorsi”, spiega il carabiniere Borlengo. “Se mi va male ti prego di’ ai miei che gli voglio un mondo di bene. Sto perdendo un sacco di sangue”, ha detto al telefono con la sua centrale operativa. Nel frattempo arriva un’altra squadra dei Vigili del Fuoco ignara di quanto accaduto: “Sono arrivato per primo e c’era una devastazione totale. Erano tutti sotto le macerie. Noi di solito siamo quelli che salvano gli altri, qui mi sembrava di essere in un film”, racconta Daniele. Lui e i colleghi si mettono a mani nude a scavare tra le macerie. “Non sentivo urlare i miei colleghi. Credevo di urlare sopra di loro o che non riuscivo a sentirli perché lontani. Non metabolizzavo che non urlavano perché non potevano”, continua Trombetta. “Appena fuori ho pensato come avvisare mia moglie, sarà stato per questa promessa di non deluderla che sono sempre tornato a casa. Mi immedesimo in chi non ha avuto questa fortuna”. A questo punto si rendono conto che Antonino Candido, Marco Triches e Matteo Gastaldo non ce l’hanno fatta. Erano tra i migliori di quella caserma con 15 anni di servizio alle spalle. Il dramma è anche per le loro famiglie e i loro figli. Intanto continua la raccolta fondi che i Vigili del Fuoco hanno lanciato tramite Le Iene. In poche ore in tantissimi hanno donato ben 450mila euro che saranno devoluti ai familiari delle vittime.

Il saluto dei bimbi ai tre pompieri uccisi: «Antonino, Matteo e Marco aiutavano tutti noi». Pubblicato venerdì, 08 novembre 2019 da Corriere.it. Infine non resterà che questo: un mare di gente in silenzio, senza telefonini, uscita in strada a salutare tre uomini sfortunati. «Non eroi», come era scritto su un cartellone preparato dai bambini delle elementari, «ma belle persone che avevano scelto di aiutare tutti noi». Forse lo slogan non è d’effetto, forse la frase è stata trovata con l’aiuto delle maestre, però è la verità. Come sarà anche vero che questo Paese si ritrova unito solo ai funerali, ma quel che si è visto ieri ad Alessandria almeno per qualche tempo dovrebbe soddisfare il nostro generale bisogno di consolazione. Non tanto in chiesa, o nello schieramento delle autorità, dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte al presidente della Camera Roberto Fico fino alla ministra degli Interni Luciana Lamorgese, tutti comunque dignitosi e intonati a una atmosfera sobria, per quanto acuto fosse il dolore dei familiari di Matteo, Marco, Antonino e dei loro c0lleghi Vigili del fuoco arrivati da tutta Italia. Ma nelle strade di questa calma cittadina di provincia, una delle più colpite nel nord Italia dalla crisi economica, che mai nella sua storia recente aveva visto una mobilitazione del genere, così spontanea e così imponente. Alessandria non è conosciuta come una città di grandi slanci. La sua planimetria austera e squadrata, pensata per un accampamento militare, continua a modellare anche il carattere dei suoi abitanti, che della riservatezza hanno fatto un segno particolare di riconoscimento. Eppure alle nove di un mattino uggioso, quando manca ancora un’ora alla partenze dei feretri, in corso Romita ci sono almeno duecento persone che aspettano sul marciapiede di fronte al comando dei Vigili del fuoco. Non siamo in centro, ma ai bordi del quartiere Europa, al principio di una periferia fatta di palazzoni, zona industriale, supermercati e centri commerciali. «Solo per un saluto» dice una signora stretta nel suo paltò verde con finto collo di pelliccia, quasi avesse paura di disturbare. Si chiama Gianfranca Calcagno, viene da Quargnento, il paese della tragedia. «Morire così, per una truffa o una faida, qualunque cosa sia, non ha davvero senso». Accompagnato dal papà, c’è anche il bimbo disabile che l’anno scorso in visita alla caserma aveva conosciuto Marco Triches e Matteo Gastaldo. Gli avevano regalato un mantello rosso da pompiere, che per lui era diventato di Superman, ma non è che ci sia poi tutta questa differenza. Lo ha riportato indietro, in caserma, chiedendo che venisse posto ai piedi delle bare. «Come segno di gratitudine, per restituire un po’ di quello che queste persone ci danno ogni giorno», dice suo padre. Forse è questa la spiegazione per le due ali di folla che in via don Orione, e poi in via Cavour fino a piazza della Libertà, accompagnano il corteo funebre. Sotto al palazzo della prefettura i feretri vengono scaricati dagli automezzi, per essere portati a mano fino alla cattedrale. Quando appaiono in via Parma, entrando così nell’imbuto stretto di vicoli intorno alla cattedrale, l’applauso si leva da ogni strada. Applaudono anche dalle case dall’altra parte di piazza del Duomo, da dove non possono ancora vedere nulla perché in mezzo c’è il municipio, ed è un rumore di fondo che strappa qualche sorriso a vigili del fuoco con gli occhi rossi, provenienti da città diverse, che si salutano con lo sguardo, perché non è detto che bisogna sempre parlare. In chiesa l’emozione si congela nell’ufficialità, lascia spazio al dolore dei familiari. Giuliano Dodero, il caposquadra, arriva su una sedia a rotelle spinta dai suoi colleghi mentre suonano le campane. Ha chiesto di esserci, nonostante i lividi e le ferite che gli provocano un evidente dolore mentre le ruote sobbalzano sui sassi del selciato. «La notte del 5 novembre abbiamo capito che eravamo davanti a un intervento diverso dagli altri, dove a essere soccorsi non erano degli estranei ma eravamo noi assieme a un carabiniere. In quelle ore si è passati dalla speranza che tutto si risolvesse per il meglio per poi rendersi conto che le cose non sarebbero andate così». Dall’altare il comandante provinciale Roberto Marchioni evoca l’incredulità e lo smarrimento di quella notte, ed è il primo a nominare la rabbia, il sentimento nascosto di questa giornata. «Bisogna capire chi e perché ha fatto questo» dice combattendo per mantenere la voce intera. È la stessa cosa che chiede la madre di Antonino Candido al presidente del Consiglio, «giustizia, solo giustizia». Perché senza giustizia, anche questo lungo abbraccio collettivo che Alessandria ha dato in nome e per conto del resto d’Italia ai Vigili del fuoco risulterebbe vano, e perderebbe significato.

Pompieri morti ad Alessandria: la cascina trappola e la raccolta fondi. Le Iene l'11 novembre 2019. Tre pompieri sono morti nell’esplosione della cascina di Quargnento: il proprietario ha confessato di averla provocato per i soldi dell’assicurazione. Giulio Golia ricostruisce la tragedia partendo dal drammatico racconto di chi è sfuggito dalla morte. Mentre i Vigili del Fuoco hanno avviato una raccolta fondi per sostenere i familiari dei tre colleghi morti. I Vigili del Fuoco di Alessandria hanno avviato una raccolta fondi per aiutare i familiari dei tre pompieri morti nell’esplosione della cascina di Quargnento. Giulio Golia ricostruisce questa tragedia partendo dalla testimonianza esclusiva di chi è sfuggito alla morte e dei primi pompieri che sono arrivati sul posto. Tutto ha inizio da una telefonata dei vicini di casa ai Vigili del Fuoco. La squadra interviene per incendio in abitazione, ma appena arrivano alla cascina la situazione ha altri contorni. Le fiamme non c’erano. Solo in un edificio c’era un bagliore che sembrava un principio di incendio. E lì accanto c’erano delle bombole con quello che sembrava un timer. “Abbiamo messo in sicurezza quello che abbiamo trovato”, racconta da un letto di ospedale Graziano Luca Trombetta. La situazione sembra un po’ strana, ma i pompieri intanto si occupano della messa in sicurezza. Arriva sul posto una pattuglia dei carabinieri di cui fa parte Roberto Borlengo. Dopo aver spento il principio di incendio, i pompieri controllano la seconda cascina solo per scrupolo. “Per primi sono entrati Gastaldo e Triches seguiti da Candido”, racconta Dodero. In quel momento si attiva il secondo timer: “Neanche l’esplosione ho sentito. Stavo parlando con i colleghi e mi sono svegliato sotterrato. Ci ho messo un po’ per capire che cosa era successo”. Erano finiti in una trappola e stando a quello che sostengono gli inquirenti, il proprietario sapeva ma non ha avvisato. “Ero il più lontano e sono riuscito a liberarmi solo da qualche maceria e a chiamare i soccorsi”, spiega il carabiniere Borlengo. “Se mi va male ti prego di’ ai miei che gli voglio un mondo di bene. Sto perdendo un sacco di sangue”, ha detto al telefono con la sua centrale operativa. Nel frattempo arriva un’altra squadra dei Vigili del Fuoco ignara di quanto accaduto: “Sono arrivato per primo e c’era una devastazione totale. Erano tutti sotto le macerie. Noi di solito siamo quelli che salvano gli altri, qui mi sembrava di essere in un film”, racconta Daniele. Lui e i colleghi si mettono a mani nude a scavare tra le macerie. “Non sentivo urlare i miei colleghi. Credevo di urlare sopra di loro o che non riuscivo a sentirli perché lontani. Non metabolizzavo che non urlavano perché non potevano”, continua Trombetta. “Appena fuori ho pensato come avvisare mia moglie, sarà stato per questa promessa di non deluderla che sono sempre tornato a casa. Mi immedesimo in chi non ha avuto questa fortuna”. A questo punto si rendono conto che Antonino Candido, Marco Triches e Matteo Gastaldo non ce l’hanno fatta. Erano tra i migliori di quella caserma con 15 anni di servizio alle spalle. Il dramma è anche per le loro famiglie e i loro figli. Venerdì scorso si sono celebrati i funerali. “Voglio vedere la faccia dell’assassino che ha ucciso mio figlio”, dice la mamma di Antonino Candido. “A lui piaceva scherzare sempre, mancherà la scimmietta di casa, l’eterno Peter Pan. Non sono degli eroi sono solo dei figli di mamma. Non stavano andando a salvare delle vite, forse avrei accettato la morte. Ma venire uccisi da un pazzo…”. La donna racconta che il lavoro del Vigile del Fuoco per il figlio era la sua più grande passione: “Antonino ha aspettato 6 anni dopo che ha fatto il concorso perché le graduatorie erano bloccate. E io sempre che gli dicevo: fai qualcos’altro, fai un altro lavoro. Lui mi rispondeva: o il pompiere o niente. Sarebbe stato meglio niente, ora voglio vedere la faccia di quest’assassino”. In quelle ore il proprietario della cascina ha confessato. “L’ho fatto per i soldi dell’assicurazione. Non volevo uccidere nessuno”, si è difeso Giovanni Vincenti. Ora dovrà rispondere di disastro doloso ma anche di omicidio plurimo volontario (così come di lesioni volontarie per i due pompieri e il carabiniere rimasti feriti). Gli inquirenti stanno invece valutando la posizione della moglie, che sarebbe stata vista nei pressi della cascina poche ore prima dell’esplosione.

Elena Stancanelli per la STAMPA il 10 novembre 2019. Uccidere tre uomini per viltà. Se Giovanni Vincenti avesse parlato prima, se avesse avvertito che nella cascina aveva nascosto altre cinque bombole dalle quali stava continuando a uscire gas, i tre vigili del fuoco non sarebbero morti. Non ci sono dubbi, non è ipotetico: semplicemente non sarebbero morti, perché non sarebbero entrati sicuri e inconsapevoli in quella che sarebbe diventata la loro tomba. Perché non ha parlato? Cosa è successo nella testa di Giovanni Vincenti in quella mezz' ora che avrebbe potuto cambiare tre destini, quattro col suo, cinque con quello della moglie che è accusata di complicità? Quello che è successo dopo lo sappiamo. Giovanni Vincenti ha pianto, si è disperato, ha accusato chiunque. Siamo una famiglia riservata, i vicini non ci amano, abbiamo già subito altre intimidazioni, diceva. Sono distrutto dal dolore, non me ne faccio una ragione, diceva. Fin quando qualcuno ha trovato, poggiate sul comodino di camera sua, le istruzioni per attivare il timer. Solo in quel momento, di fronte all' evidenza delle prove e quando era ormai troppo tardi per salvare se stesso, e soprattutto i tre vigili del fuoco, Giovanni Vincenti ha confessato. Come in un film di Dino Risi, come un personaggio tragico di Alberto Sordi, gli si sarà sciolta la faccia e dopo aver guardato il suo avvocato, o forse la moglie, sarà crollato nelle sue mani aperte a conca poggiate sulle ginocchia. Liberato dal peso della sua imperdonabile menzogna. La banalità del male, peggio ancora, il dilettantismo del male, il male come effetto collaterale della vigliaccheria. Avrebbe voluto soltanto bruciare la cascina di Quargnento, Giovanni Vincenti, soltanto quello. E questa probabilmente sarà la sua difesa, saranno questo le parole che avrà pronunciato per giustificarsi, che pronuncerà il suo avvocato. Come se dar fuoco alla propria casa per intascare i soldi dell' assicurazione fosse accettabile, facesse parte di quei comportamenti deplorevoli ma ormai tollerati per via della «condizione di emergenza». C' è la crisi, ho i debiti, che sarà mai se do fuoco alla mia casa? Le assicurazioni sono cattive, come la politica, come gli amministratori delegati, i vigili urbani che ti multano se parcheggi in doppia fila per portare il figlio a scuola. Il povero cittadino reagisce. Si fa giustizia da solo se lo rapinano, dà fuoco all' uomo che dorme sotto casa sua perché «non ne può più», dà fuoco ai cassonetti che non vengono svuotati, dà fuoco ai condomini dove vivono i migranti, dà fuoco alla sua cascina perché ha troppi debiti. La gente è esasperata, si dice, lo stato non dà più risposte, si dice. In questo vuoto, in questa zona nella quale l' indignazione diventa la scusa per le mille piccole, e gigantesche, azioni delinquenziali, la banalizzazione del male prospera, e anche l' incapacità criminale. Probabilmente non ha parlato perché non aveva la certezza che le altre cinque bombole sarebbero esplose, pensava di farla franca, pensava che il destino lo avrebbe graziato. Può succedere, perché no? Il destino a volte ci mette una toppa, e quello che avrebbe potuto diventare tragico si trasforma in grottesco. Questa è la cifra dell' italianità, di quell'essere professionisti del vittimismo, dell'astuzietta, del piccolo reato? No, certo. Non siamo così, non tutti, ovvio. Ma è un vizio in agguato, una debolezza dalla quale dobbiamo stare in guardia, un pericolo che corriamo. Pensare che le nostre azioni possano non condurre al punto spaventoso verso il quale le spingiamo. La codardia che riconosciamo con evidenza nel comportamento di Giovanni Vincenti, immobile di fronte al dispiegarsi della catastrofe, non la vediamo in noi quando chiudiamo gli occhi di fronte all' inerzia della politica, quando premiamo qualsiasi provvedimento salvaguardi il nostro interesse a discapito della vita degli altri. Beato il paese che non ha bisogno di eroi, ma dannato quello nel quale i mostri, sempre citando Dino Risi - immenso interprete del carattere di questa nazione - vengono giustificati. Se non fosse morto nessuno, se il caso avesse evitato che le cinque bombole ancora nascoste scoppiassero facendo strage, siamo sicuri che non ci sarebbe stato qualcuno pronto a dire che Giovanni Vincenti aveva agitato mosso da disperazione, che la colpa non era sua ma di chi lo aveva costretto ad agire in maniera sconsiderata? Dei debiti, delle tasse, della crisi? Della politica, degli amministratori delegati, dei vigili urbani?

Pompieri uccisi ad Alessandria: “Voglio vedere l'assassino”. Le Iene il 9 novembre 2019. Giulio Golia ha incontrato i familiari dei 3 pompieri uccisi ad Alessandria. Poche ore dopo i loro funerali, Giovanni Vincenti ha confessato di aver causato l’esplosione in cui sono morti i tre Vigili del Fuoco per ottenere un risarcimento dall’assicurazione. Anche noi de Le Iene ci occupiamo di questa tragedia, domenica dalle 21.15 su Italia1. “Voglio vedere la faccia dell’assassino che ha ucciso mio figlio”. Sono le parole della mamma di Antonino Candido, uno dei tre pompieri che assieme ai colleghi Marco Triches e Matteo Gastaldo, uccisi nel crollo della cascina in provincia di Alessandria. A causare l’esplosione con 7 bombole del gas è stato Giovanni  Vincenti, da poche ore reo-confesso. Poche ore prima, il nostro Giulio Golia ha incontrato i parenti delle vittime nella camera ardente. Il servizio andrà in onda domenica a Le Iene dalle 21.15 su Italia1, qui sopra vi proponiamo un’anticipazione. “L’ho fatto per i soldi dell’assicurazione”, ha detto il proprietario della cascina dopo 10 ore di interrogatorio. “Non volevo uccidere nessuno”, si è difeso. Ora dovrà rispondere di disastro doloso ma anche di omicidio plurimo volontario (così come di lesioni volontarie per i due pompieri e il carabiniere rimasti feriti). Gli inquirenti stanno invece valutando la posizione della moglie, che sarebbe stata vista nei pressi della cascina poche ore prima dell’esplosione. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Vincenti avrebbe sistemato due bombole in un edificio più piccolo e cinque in quello principale. Ha aperto le valvole per far saturare di gas l’ambiente e ha sistemato i timer in modo che all’1.30 facessero scattare la scintilla in grado di fare saltare in aria tutto. Per un errore del congegno, tuttavia, una prima fiammata è scattata quando l’orologio ha segnato la mezzanotte. Questo ha provocato uno scoppio minore in grado di fare un foro nel tetto, che ha fatto uscire il gas ed evitato il crollo dell’edificio più piccolo. Tuttavia questo scoppio ha messo in moto la macchina dei soccorsi. Attorno alla cascina sono arrivate le squadre dei Vigili del Fuoco e dei carabinieri. Gentili avrebbe avuto tempo almeno un’altra mezz’ora per allertarli che il suo piano non era finito. Purtroppo non l’ha fatto e all’1.30 è avvenuto il secondo scoppio in cui sono morti i tre Vigili del Fuoco e altre tre persone sono rimaste ferite. A poche ore dai funerali,  Vincenti ha confessato tutto. Giulio Golia ha incontrato i familiari delle vittime nella camera ardente allestita ad Alessandria. “A lui piaceva scherzare sempre, mancherà la scimmietta di casa, l’eterno Peter Pan”, racconta la madre di Antonino Candido. “Non sono degli eroi sono solo dei figli di mamma. Non stavano andando a salvare delle vite, forse avrei accettato la morte. Ma venire uccisi da un pazzo…”. La donna racconta che il lavoro del Vigile del Fuoco per il figlio era la sua più grande passione: “Antonino ha aspettato 6 anni dopo che ha fatto il concorso perché le graduatorie erano bloccate. E io sempre che gli dicevo: fai qualcos’altro, fai un altro lavoro. Lui mi rispondeva: o il pompiere o niente. Sarebbe stato meglio niente, ora voglio vedere la faccia di quest’assassino”. 

Il video testamento del vigile del fuoco morto ad Alessandria: “Se domani non torno…” In un video di alcuni anni fa, il 38enne Marco Triches spiega il suo sogno di diventare un vigile del fuoco per poter "aiutare la gente" in difficoltà. Gabriele Laganà, Giovedì 07/11/2019, su Il Giornale. "Se domani non dovessi più tornare, racconta a tutti del mio amore esagerato per questa divisa. Racconta a tutti che ero riuscito a diventare ciò che sognavo da bambino". È una sorta di testamento il video messaggio con protagonista il 38enne Marco Triches, il vigile del fuoco morto con altri due colleghi nell’esplosione di una cascina disabitata a Quargnento in provincia di Alessandria. Un filmato che il pompiere aveva registrato per gli allievi della Scuola di Formazione Operativa dei vigili del fuoco che, a loro volta, lo hanno pubblicato sulla loro pagina per onorare il collega morto mentre adempiva al suo dovere. Triches nel video spiega con un sorriso disarmante e allo steso tempo rassicurante che “il suo desiderio di diventare vigile del fuoco nasce dal militare”. Un lavoro per aiutare chi si trovava in difficoltà. "Fare il vigile del fuoco vuol dire aiutare la gente e io sognavo di fare questo". Marco raccontava ai futuri pompieri cosa significa indossare quella divisa.“Non mi sento un eroe, mi sento una persona che spera di avere l’opportunità di salvare altra gente”. Il vigile del fuoco, però, era consapevole dei grandi rischi della sua professione. Tanto che termina il messaggio con una frase che sembra una dedica a chi è rimasto: “Se un giorno non dovessi più tornare, racconta a tutti del mio amore esagerato per questa divisa. Racconta a tutti che ero riuscito a diventare ciò che sognavo da bambino. Racconta di quanto ero felice ad avere fratelli al posto di semplici colleghi. Racconta a tutti che ero e sarò per sempre…semplicemente… un vigile del fuoco”. Marco lascia una moglie e un figlio di tre anni. Domani alle 11 nella cattedrale di Alessandria si svolgeranno i funerali dei tre vigili del fuoco morti nell’esplosione. Intanto, l'Associazione dei vigili del fuoco di Alessandria ha aperto un conto corrente per chi volesse aiutare le famiglie dei pompieri.

Notte da incubo per Marchisio Rapinatori in casa: «Guardavo la tv e sono entrati». Pubblicato mercoledì, 30 ottobre 2019 su Corriere.it. Rapina martedì sera in casa di dell’ex calciatore della Juve Claudio Marchisio, a Vinovo (Torino). Cinque banditi travisati armati di pistole e cacciaviti hanno fatto irruzione in casa quando Marchisio era presente, con la moglie. «Aprite la cassaforte» è stato l’ordine dato con la minaccia delle armi dai rapinatori. Marchisio e’ stato costretto ad aprirla e i ladri hanno portato via tutto, gioielli, orologi e ricordi. Ancora da stimare il bottino. Non ci sono stati feriti. Sul posto sono intervenuti i carabinieri. «Stavamo guardando la televisione quando sono entrati», ha detto, molto spaventato, Marchisio ai carabinieri, subito dopo il fatto. I banditi hanno pianificato il colpo da giorni, studiando ogni dettaglio, a partire dalla conformazione della zona in cui il campione juventino vive. Il Villaggio I Cavalieri è una zona che comprende ville e giardini, recintata e protetta da un sistema di video sorveglianza e di accesso con codici. I rapinatori sono entrati nel complesso e hanno usato la porta finestra della cucina, al piano più basso della villa, per fare irruzione in casa. Marchisio e la moglie stavano guardando la televisione sul divano, in un’altra camera. Due banditi avevano la pistola e l’hanno usata per spaventare le vittime. Ma non hanno usato la forza, le minacce sono state fatte verbalmente, con le armi puntate. Oltre ai gioielli, i ladri si sono fatti consegnare anche vestiti firmati, poi si sono dileguati. Il tutto è durato pochi minuti. I carabinieri hanno acquisito tutte le immagini dei sistemi di video sorveglianza. Procedono sia i Norm che il Nucleo investigativo. È stata informata l’autorità giudiziaria. 

Maurizio De Santis per calcio.fanpage.it il 30 ottobre 2019. Erano in quattro, avevano il volto travisato da un passamontagna, in pugno pistole e cacciaviti. I rapinatori hanno fatto irruzione in casa di Claudio Marchisio puntando le armi contro di lui e la moglie Roberta. I malviventi sono entrati in azione alle 21.30 di martedì sera e, a giudicare dalla dinamica dell'accaduto, si trovavano già lì attendendo il momento buono per agire e sorprendere l'ex calciatore. Hanno sorpreso i coniugi mentre erano nell'appartamento situato nella zona residenziale di Vinovo (il villaggio ‘Cavalieri', non molto distante dal centro sportivo della società, a Torino) e li hanno costretti a rientrare perché spalancassero loro le porte dell'abitazione e indicassero loro dove fare razzia e cosa prendere per il bottino la cui entità non è stata ancora quantificata dalle forze dell'ordine, alle prese con accertamenti di rito e le prime indagini.

Marchisio e la moglie minacciati con la pistola dai rapinatori. Il resto è stato un gioco da ragazzi: l'ex calciatore e la consorte non hanno opposto resistenza e sono rimasti inermi, sotto costante minaccia, mentre i ladri rastrellavano oggetti preziosi e altri valori dalla cassaforte oltre a farsi consegnare denaro contante. È avvenuto tutto nel giro di pochi minuti, conferma di un piano studiato da tempo e calibrato sulle abitudini dell'ex giocatore della Juventus di cui – con ogni probabilità – seguivano i movimenti da tempo.

Le indagini dei Carabinieri. Come ha fatto la banda ad agire in maniera indisturbata? È la prima domanda che i militari dell'Arma intervenuti sul posto si sono posti considerando la zona e le misure di sicurezza. La villa a due piani della famiglia Marchisio si trova nel cuore dell'area residenziale esclusiva, protetta da un recinto, controllata con un sistema di video-sorveglianza dettagliato che assicura la massima copertura. È una zona alla quale si può avere accesso solo attraverso codici numerici. Ed è lì che il "principino" – il soprannome dato dai tifosi all'ex centrocampista – è anche proprietario di un ristorante di lusso.

Chi sono gli autori del colpo. L'identità degli autori del colpo per adesso non è nota. Si sospetta che siano italiani e soprattutto che – dopo aver effettuato la rapina – siano riusciti a dileguarsi in fretta e in maniera agevole grazie a una vettura parcheggiata all'esterno del complesso residenziale. Il classico ‘palo' che era lì ad attendere i compagni per fuggire e far perdere le proprie tracce prima che la coppia avesse tempo di avvertire le forze dell'ordine.

Marchisio, dopo il furto anche la beffa. Raffica di insulti sul web. Il Secolo d'Italia mercoledì 30 ottobre 2019.  “Se entri nella casa di una persona per derubarla sei un delinquente. Se punti la pistola al volto di una donna sei un balordo. Se da una storia simile tutto quello che riesci a ricavarne è una battuta idiota sei un poveretto. A tutti gli altri un sentito grazie per la vicinanza”. Esprime così la sua amarezza il giorno dopo la rapina subita l’ex giocatore della Juventus, Claudio Marchisio. Il campione, sui social, ha postato un pensiero rivolto ai rapinatori e agli ‘haters’ che hanno sfruttato la rete per battute e sarcasmo fuori luogo. Ieri sera quattro banditi armati di pistole e cacciaviti sono entrati nella villa nei pressi di Vinovo di Marchisio dove l’ex bianconero si trovava in compagnia della moglie, i malviventi si sono fatti consegnare gioielli e orologi custoditi in cassaforte. Due persone erano armate di pistole e due di cacciavite. Il calciatore, dietro minaccia delle armi, ha dovuto aprire cassaforte. Nessun ferito. Sulla vicenda indagano i carabinieri.

Marchisio ha da poco lasciato il calcio. Claudio Marchisio da qualche mese un ex calciatore italiano, avendo lasciato lo sport agonistico a causa di un infortunio. Marchisio ha legato gran parte della carriera alla Juventus, club con cui ha vinto sette campionati di Serie A consecutivi (dal 2011-12 al 2017-18), uno di Serie B (2006-07), tre Supercoppe italiane (2012, 2013 e 2015) e quattro Coppe Italia consecutive (dal 2014-15 al 2017-18). Vanta inoltre la vittoria di un campionato di Prem’er-Liga con lo Zenit San Pietroburgo (2018-19). Ha fatto parte della nazionale olimpica, con cui nel 2008 ha dapprima vinto il Torneo di Tolone e poi partecipato ai Giochi di Pechino 2008. In azzurro è stato semifinalista all’Europeo Under-21 di Svezia 2009, finalista all’Europeo di Polonia-Ucraina 2012 e terzo classificato alla Confederations Cup di Brasile 2013; con la nazionale maggiore ha inoltre partecipato a due Mondiali (Sudafrica 2010 e Brasile 2014). È stato inoltre inserito per due anni consecutivi (2011 e 2012) nella squadra dell’anno AIC e nella squadra della stagione della UEFA Champions League nel 2014-15.

Marchisio e la rapina: «Ci hanno puntato la pistola alla testa». Rubati gioielli e abiti. Pubblicato giovedì, 31 ottobre 2019 su Corriere.it da Giampiero Timossi. L'ex calciatore racconta la paura: «Non ne parlo sui social perché non voglio che l’episodio venga strumentalizzato. È successo a noi, poteva capitare a chiunque. Esiste la giusta distanza anche dalla paura. Claudio Marchisio ha 33 anni, è stato centrocampista della Juve e della Nazionale e il 3 ottobre ha dato l’addio al calcio. Marchisio ha cuore e cervello ed è partito per nuove avventure. Ora però racconta una «disavventura» e misura le parole, ricorda che «ė stata tosta, perché due pistole vere non le avevo mai viste e stavolta le avevamo puntate alla testa, ma siamo riusciti a restare lucidi». Martedì «cinque uomini sono entrati in casa nostra a Vinovo, mi chiedevano della cassaforte, ma noi non ce l’abbiamo. Non ci credevano, ma è davvero così. Allora hanno preso tutto ciò che potevano e sono andati via. Avevo paura per me, per mia moglie Roberta e ringraziavo il cielo che in casa non ci fossero i nostri figli. Erano a giocare a pallone, dovevano rientrare alle 8 accompagnati dal nonno e l’allenatore è stato il primo a insospettirsi perché non rispondevamo al telefono. Quando i rapinatori l’hanno capito hanno fatto in fretta, è stata la nostra fortuna». Ieri pomeriggio la scientifica stava rilevando alcune impronte, sono partite le indagini e la famiglia sta ritrovando serenità. Marchisio crede nel valore social(mente) utile dei messaggi: 2,1 milione di persone lo seguono su Twitter, più di 4 milioni su Instagram. Uno dei suoi ultimi tweet parla del libro postumo di Nadia Toffa: «L’ho retwittato alla sera, quando il peggio era passato». Poi un altro messaggio: «Se entri nella casa di una persona per derubarla sei un delinquente. Se punti la pistola al volto di una donna sei un balordo. Se da una storia simile tutto quello che riesci a ricavarne è una battuta idiota o una discriminazione territoriale di qualsiasi tipo, sei un poveretto. A tutti gli altri un sentito grazie per la vostra vicinanza».

Perché non ha socializzato la sua paura?

«Non voglio che quanto accaduto possa esser strumentalizzato».

Anche politicamente?

«Anche, sono cose che accadono, in tutti i quartieri di Torino, in Italia, nel mondo. Stavolta è capitata a noi, per fortuna possiamo raccontarla, nessuno si è fatto male. Delle cose materiali mi importa meno, conta che stiamo tutti bene».

Cosa le lascia questa brutta esperienza?

«Il ricordo dei momenti di paura, quando neppure sai cosa accada nel tuo corpo ma riesci a restare tranquillo, anche con una pistola puntata contro. Poi tanti altri pensieri che si rincorrono».

Riesce a metterne in fila qualcuno?

«Non giustifico chi fa questo, ma penso: chi sta male, chi ha fame, non ha paura e può anche arrivare a fare ciò. Sono cose che accadono da tutte le parti, perché la differenza tra ricchi e poveri è ovunque».

Dicono che dopo la rapina vogliate cambiare casa?

«Sono anni che con Roberta pensiamo di trasferirci, ma non per motivi di sicurezza. Vogliamo vivere in centro città ma i problemi possono essere ovunque. Servono leggi che garantiscano più sicurezza, ma attenzione».

A cosa?

«Garantire la sicurezza significa eliminare certe disuguaglianze, far rispettare le leggi, sostenere il lavoro delle forze dell’ordine, creare voglia di legalità».

Ha letto certi commenti ironici, altri vergognosi, sui social?

«Si commentano da soli. Io esprimo le mie idee nel rispetto di quelle altrui. I social possono essere un modo anche per capire meglio le nostre abitudini, dove e come viviamo, forse i rapinatori li hanno usati per questo. Altri se ne servono per offendere. Non penso solo a me o alla mia famiglia. Io preferisco socializzare la nostra voglia di un mondo migliore».

Giampiero Mughini per Dagospia l'1 novembre 2019. Caro Dago, da secoli sono convinto che un calciatore di valore (e dunque uno molto intelligente, perché si gioca con la testa e con i piedi che fanno da accessori)) se ne mette in tasca quattro o cinque che fanno altri mestieri. Gianni Rivera, Gigi Buffon, Andrea Pirlo, Sandro Mazzola, sono stati personaggi che hanno pochi  rivali negli altri comparti della vita civile. La loro testa era superiore. La loro valutazione di tutto ciò che gli stava attorno, uomini e situazioni. Ieri Claudio Marchisio è stato come loro magnifico. Gli sono venuti in casa armati, hanno puntato una rivoltella alla testa sua e di sua moglie, si sono portati via dei valori. Lui è stato adamantino. Ha detto che è da “balordi” puntare la rivoltella alla testa di una donna, ma che non per questo vuole sfruttare l’occasione di vita maledetta che gli è toccata per sfanculare l’una o l’altra etnia reputata la più atta ai malviventi. Ha detto poche parole. Non ha fatto propaganda, non ha schiamazzato, non s’è gonfiato le gote di parole aggressive contro chicchessia e purchessia come fa il grosso dell’orda contemporanea in mezzo alla quale viviamo. E’ stato all’altezza di quando stava al cuore della mediana juventina, e nobilmente difendeva e contrattaccava e colpiva a metterla dentro. Un calciatore, un atleta, un uomo, tutto quanto di meglio. Uno con cui mi piacerebbe stare a chiacchierare una serata, mi piacerebbe moltissimo. A differenza che con i giurati del premio Strega, uomini piccoli così.

Jena per “la Stampa” l'1 novembre 2019. L' ex calciatore Marchisio rapinato in casa: "Chi sta male, chi ha fame, non ha paura e può anche arrivare a fare ciò... perché la differenza tra ricchi e poveri è ovunque". Uno così dovrebbe fare il ministro dell' Interno.

Filippo Facci per “Libero Quotidiano” l'1 novembre 2019. Forse sapete che l' ex calciatore Claudio Marchisio (ex dal 3 ottobre scorso) l' altra notte è stato rapinato in casa sua, una storiaccia brutta: in cinque hanno fatto irruzione nella sua villa nell' hinterland di Torino e si sono fatti consegnare gioielli e vestiti, questo prima di filarsela e dopo aver puntato la pistola alla tempia sua e della moglie. Un classico: volto coperto da passamontagna e ingresso da una portafinestra, mentre la coppia stava guardando la tv; i rapinatori hanno chiesto dov' era la cassaforte (che non c' era) e, dopo aver perlustrato la casa, se ne sono andati senza fare altri danni. Fortuna che i figli non c' erano. Ma non è la cronaca a interessarci. Il punto è che Marchisio, che ha 33 anni, ha detto due cose - quelle che ci interessano - e una è questa: «Non voglio che quanto accaduto possa esser strumentalizzato». Che cosa intendeva? Non è molto chiaro, ma in ogni caso l' ex calciatore potrebbe accettare un consiglio: se non vuole essere strumentalizzato, eviti di rilasciare - come ha fatto ieri - un' intervista al Corriere della Sera ed eviti di parlare della rapina ai 2,1 milioni di persone che lo seguono su Twitter: altrimenti qualcuno che voglia «strumentalizzare» (qualsiasi cosa intendesse) rischia di trovarlo. Ma forse è più interessante la seconda frase pronunciata da Marchisio, frase che il sito online del Corriere della Sera (non il cartaceo) ha messo direttamente nel titolo: «Non giustifico i banditi, ma penso: chi sta male può anche arrivare a fare ciò». La frase estesa, nel testo, è questa: «Chi sta male, chi ha fame, non ha paura e può anche arrivare a fare ciò. Sono cose che accadono da tutte le parti, perché la differenza tra ricchi e poveri e ovunque». Bene, cioè male, nel senso: non vorremmo che Marchisio, che non ci pare uno stupido, la sua rapina finisca per strumentalizzarla lui stesso: senza volere, ovviamente. Questo diffondendo un messaggio sbagliato o perlomeno molto ingenuo. Il messaggio sarebbe questo: in giro per il Paese - diviso come nel medioevo tra ricchi e poveri, coi calciatori insediati tra i ricchi - circolano dei poveri affamati che per non morire di inedia si riducono a modeste rapine di sopravvivenza, il cui primario obiettivo, idealmente, sarebbe un panino; i rapinatori che hanno puntato la pistola alla tempia sua e della moglie, cioè, sarebbero come i disperati che scippano per motivi alimentari o come altri disperati che delinquono per procurarsi la dose. Ma, pur ammettendo che il mondo del calcio sia molto autoreferenziale e un pizzico tagliato fuori dal mondo reale, è il caso di ripetere che le cose stanno diversamente. Da molti anni, in tutta Italia e soprattutto nel Norditalia, dove c' è più ricchezza e più case di gente abbiente - non poveri e non particolarmente ricchi - circolano bande di delinquenti professionisti che rapinano metodicamente ville e casali isolati, e questo per ragioni che con la fame e lo «stare male» hanno poco a che fare, anche perché trattasi di un mestiere altamente specializzato dove i disperati non sono visti di buon occhio. In linea di massima, chi ha fame va alla Caritas, o vive di espedienti, di piccoli furti da supermercato: non compone bande di criminali seriali che le forze dell' ordine hanno inquadrato da tempo. E non si tratta di nuovi poveri, di una nuova stratificazione sociale buona per le analisi dell' Istat o del Censis: sono i nuovi criminali, gente che sceglie deliberatamente di fare un mestiere - perché è un mestiere - che ha predecessori non negli italiani di «Ladri di Biciclette», ma in - per dire - Renato Vallanzasca e Francis Turatello. La differenza è che il rapinatore, in parte, corrisponde a uno dei lavori che gli italiani non vogliono più fare, e infatti ci sono molti stranieri che lo fanno anche meglio: c' è una buona percentuale di essi che si muove da un paese all' altro con l' intento specifico di ingrossare attività criminali, o, peggio, che finisce per caderci dentro grazie a quelle scuole di formazione che ormai sono le carceri. Chiunque - quindi anche Claudio Marchisio, che ha una buona dimestichezza con internet - può fare una ricerca e scoprire che le «bande delle ville» sono una realtà consolidata, organizzata, qualcosa che non dipende dalla mancanza di denaro ma che il denaro, semplicemente, insegue. Non è che questi stanno male, hanno fame e perciò, non avendo paura, fanno le rapine: non hanno paura di fare le rapine, punto. Il tutto con una rinnovata efferatezza che - questo sì - è propria di paesi che all' appuntamento col benessere sono arrivati in ritardo. Ma in quei paesi, come nel nostro, è pieno di gente che sta male, che ha fame e che non ha paura: ma le rapine non le fa lo stesso. Da una rapida ricerca, il primo risultato che ci viene fuori è una banda di albanesi e italiani che agiva soprattutto nel torinese (combinazione) e che il 9 ottobre scorso è stata arrestata perché «saccheggiavano ville e abitazioni isolate, sorprendendo i proprietari nel sonno e rubando qualunque cosa fosse presente in casa», «diciassette gli episodi contestati dai Carabinieri nelle province di Torino, Biella, Novara e Perugia». Il secondo risultato parla di una banda di tre albanesi che hanno fatto 33 rapine in ville, accumulando oltre un milione di euro in Friuli Venezia Giulia, Veneto e Lombardia. Il terzo risultato riguarda una banda che agiva «con tecniche militari, armati e con violenza, erano veri e propri imprenditori del crimine» e sono stati arrestati per rapine in Piemonte e Lombardia. Altri risultati scendono verso sud e raccontano di «rapinatori seriali» a Fiano Romano e a Nettuno. E via così. E può anche darsi che avessero fame: dopo la rapina saranno andati al ristorante.

Dal “Corriere della sera” il 18 ottobre 2019. Spiare i propri dipendenti con telecamere nascoste, installate a loro insaputa: da ora si può. Almeno nel caso in cui sia l' unico modo, per il datore di lavoro, per scoprire i responsabili dei furti che sta subendo e che gli stanno causando danni ingenti. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell' uomo in una sentenza definitiva che riguarda la Spagna ma è destinata a fare giurisprudenza sulla materia per tutti i 47 Stati membri del Consiglio d' Europa, Italia compresa. La vicenda era iniziata nel 2009 quando un manager di un supermercato spagnolo si era accorto di ammanchi di magazzino per 82mila euro. Per scoprire i colpevoli aveva allora fatto installare telecamere.

"Basta con il "tariffario" per le forze dell'ordine "vittime del dovere"". Domenico Pianese, segretario generale del Coisp, ci illustra il disegno di legge sulla riforma degli indennizzi per le famiglie degli agenti delle forze dell'Ordine che hanno perso la vita mentre stavano compiendo il proprio dovere. Francesco Curridori, Sabato 09/11/2019, su Il Giornale. "Con questo disegno di legge vogliamo dire basta ai morti di Serie A e B". Domenico Pianese, segretario generale del Coisp, ci illustra in questa intervista il disegno di legge sulla riforma degli indennizzi per le famiglie degli agenti delle forze dell'Ordine che hanno perso la vita mentre stavano compiendo il proprio lavoro.

Quante sono le vittime del dovere degli ultimi anni, quali i casi più importanti?

"Le vittime del dovere oscillano tra le 50 e le 100 ogni anno. Ovviamente questo dato non fa riferimento solo agli agenti della Polizia di Stato, ma a tutte le Forze di Polizia e alle Forze Armate. I casi più eclatanti? Possiamo indubbiamente far riferimento ai 'nostri' Matteo e Pierluigi, uccisi recentemente a Trieste".

Come si calcola l'indennizzo per le famiglie delle vittime?

"Le cosiddette “vittime del dovere” ricevono un indennizzo pari a circa 1800 € per ogni punto di invalidità, riconosciuto da un’apposita commissione che verifica l’entità delle lesioni e soprattutto che siano avvenute durante il servizio e per motivi di servizio".

Quali sono le disparità nel trattamento a cui fate riferimento?

"Le differenze che si presentano nella legislazione vigente, e che si sono stratificate nel corso degli anni, riguardano gli importi complessivi assegnati alle famiglie delle vittime in seguito al fatto che il proprio caro sia stato ucciso da un'organizzazione terroristica, da un'organizzazione mafiosa o dalla criminalità “semplice”".

Per quale motivo la legislazione vigente prevede questo tipo di disparità di trattamento?

"La ratio di questa distinzione va ricercata in una legislazione “emotiva” figlia del clima che, in diverse fasi storiche, ha attraversato il nostro Paese: l’epoca del terrorismo rosso e nero, ad esempio, o quella dell’eversione seguita alla strage di Capaci negli anni ’90, quando dare la vita per combattere le organizzazioni mafiose veniva percepito, nella sensibilità collettiva, come il massimo sacrificio. Si è creata così, nel tempo, una situazione paradossale: ancora oggi la famiglia di una vittima della mafia riceve dallo Stato un trattamento diverso da chi viene ucciso dalla criminalità organizzata o da un criminale comune. Ed è ovvio che questa disparità rischia di creare morti di serie A e morti di serie B".

Cosa chiedete?

"Nient'altro che la parificazione. Grazie all'aiuto del senatore Giampaolo Vallardi, presidente della Commissione Cultura del Senato, e della senatrice Erika Stefani, prima firmataria del ddl, intendiamo far sì che si possano parificare gli indennizzi per tutte le vittime del dovere, a prescindere dalla classificazione criminale del carnefice, azzerarando al tempo stesso quel contenzioso amministrativo che è frutto di ulteriori sofferenze per i familiari. Questo disegno di legge, a cui il Coisp ha collaborato nella stesura, sana quel vulnus che da molti anni giustamente lamentano i familiari delle vittime. La cosa più agghiacciante è questa sorta di 'tariffario' delle vittime. Le Forze dell'Ordine tutelano i cittadini, difendono e rappresentano lo Stato e combattono tutte le forme di criminalità, a qualsiasi livello. Quando un poliziotto, un carabiniere o qualsiasi altro appartenente alle Forze Armate resta ucciso deve essere riconosciuto al pari di tutti gli altri".

Cosa prevede il ddl che avete contribuito a scrivere?

"Uno dei passaggi chiave in questo ddl è quello contenuto nell'articolo 5: è una norma scritta al fine di far cessare tutti i contenziosi ancora in atto. È doveroso giungere a quella che vorremmo chiamare 'pacificazione giuridica', ponendo fine a un percorso doloroso per tante famiglie. Questi contenziosi, che si trascinano da molti anni, non fanno altro che procurare ulteriori ferite alle famiglie delle vittime: ecco perché confidiamo che su una norma di puro buonsenso vi sia la più ampia convergenza possibile tra le forze politiche".

Lo scorso 29 ottobre avete manifestato in Piazza Montecitorio. Cosa sta facendo questo governo per le Forze dell'Ordine?

"Siamo stati costretti a scendere in piazza, a Roma di fronte Montecitorio e davanti alle prefetture di oltre 50 città in tutta Italia, per portare alla luce la situazione delle donne e degli uomini appartenenti a tutte le Forze di Polizia. Dopo oltre dieci anni di blocco contrattuale, di mancate innovazioni normative, dell'assenza di tutele e di miglioramenti non solo economici, abbiamo fatto sentire la nostra voce. Noi non 'amiamo' scendere in piazza per manifestare; noi di solito nelle piazze ci stiamo per assicurare la libertà di manifestare, fondamentale diritto dei cittadini. Questa volta, però, siamo stati costretti a farlo perché abbiamo notato una forte disattenzione da parte del governo nei nostri confronti, fatti salvi alcuni annunci roboanti che poi, nei fatti, si sono ridotti in una 'mancetta'. La sicurezza deve essere al centro del programma di governo non solo a parole, ma anche nei fatti".

Il capo della Polizia Gabrielli agli agenti: «Sui social servono prudenza e riserbo». Pubblicato venerdì, 25 ottobre 2019 da Corriere.it. Vietato rivelare «informazioni e dati, né pubblicare notizie, immagine ovvero audio relativi ad attività di servizio». Obbligo di interagire sul web attraverso a chat e forum tenendo «un comportamento sempre improntato al massimo rispetto dei principi costituzionali e della dignità della persona». Quindi il richiamo a a usare «massimo equilibrio, cautela e attenzione nella partecipazione a discussioni su forum sul web». Sono le disposizioni contenute nella circolare del Ministero dell’Interno attraverso la quale Franco Gabrielli, Capo della polizia e direttore generale della pubblica sicurezza, disciplina l’uso dei social per le forze dell’ordine. Il testo è rivolto direttamente alla Polizia di Stato per competenza diretta. Ma le nuove coordinate valgono anche per le altre forze dell’ordine che operano nella pubblica sicurezza. Due gli aspetti presi in esame nella circolare. Da una parte l’immagine degli operatori delle forze dell’ordine. Dall’altra i rischi collegati alla diffusione on line di notizie legate all’attività di servizio, a compromettere cioè «efficacia e sicurezza dei servizi oltre a collidere con obblighi di mantenimento del segreto d’ufficio». La memoria torna alla scorsa estate, quando finì prima in Rete e poi sui quotidiani di tutto il mondo la foto di Christian Gabriel Natale Hjorth — uno dei giovani coinvolti nell’omicidio del vice-carabiniere dell’Arma, Mario Cerciello Rega, nel quartiere Prati, a Roma — bendato durante l’interrogatorio nella stazione dei carabinieri. Gabrielli scrive che «recentemente sono stati registrati episodi in cui operatori della Polizia di Stato, attraverso l’utilizzo di social network o di applicazioni di messaggistica (ad esempio Whatsapp), si sono resi autori di esternazioni, spesso accompagnate da video, audio e foto, dal contenuto inappropriato e, in taluni casi, con profili di natura penale e/o disciplinare». E sottolinea che «l’attività di polizia impone il massimo riserbo su argomenti o notizie la cui divulgazione potrebbe recare pregiudizio alla sicurezza dello Stato, oltre che alla propria e a quella dei colleghi». Quindi — tenuto conto dell’obbligo di legge a tenere un «comportamento idoneo a non creare disdoro o imbarazzo all’amministrazione» e visto che gli «strumenti social non garantiscono la riservatezza» perché le notizie «potrebbero essere acquisite da utenti esterni attraverso la realizzazione di screenshot» — si danno le direttive per il rapporto delle forze dell’ordine con il web. Con la richiesta di evitare esternazioni, «tra cui un messaggio apparentemente innocuo o un like», che possono essere travisati offrendo «a terzi una percezione dissonante o addirittura contraria ai valori rappresentati dalla divisa». Dai sindacati arriva un plauso e un augurio sulle nuove disposizioni impartite da Gabrielli. «Da tempo, anche su nostra sollecitazione, è in corso al dipartimento una discussione sull’utilizzo dei social da parte dei poliziotti — spiega Daniele Tissone, segretario generale sindacato di polizia Silp Cgil —. Certamente col precedente ministro dell’Interno (Matteo Salvini, ndr) sarebbe stato quantomeno curioso invitare i lavoratori in divisa a una maggiore prudenza nell’utilizzo dei social. Diciamo che questa circolare contiene suggerimenti di buon senso che dovrebbero già far parte delle regole minime di comportamento di qualsiasi poliziotto che utilizza Facebook e dintorni. In ogni caso, ci auguriamo che l’intento di questa circolare, come ci pare di cogliere, non sia punitivo ma costruttivo».

Arriva il bavaglio per le divise "Non dovete lamentarvi sui social". Circolare del capo della Polizia: «No alle doglianze via chat». Chiara Giannini, Sabato 26/10/2019, su Il Giornale. Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha paura di ciò che dicono i suoi agenti. Questo è ciò che appare alla luce della circolare che lo stesso ha inviato ieri a questori e dirigenti per raccomandare loro di sensibilizzare «il personale sull'uso dei social network e di applicazioni di messaggistica». In seguito alla morte di Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, i due poliziotti uccisi a Trieste, molti operatori hanno infatti esternato le loro preoccupazioni attraverso Whatsapp o Telegram, piattaforme su cui spesso vengono create chat di gruppo. Il materiale è stato diffuso ed è finito in mano ad alcuni giornalisti che poi, giocoforza, hanno iniziato a indagare sulle lamentele degli uomini e delle donne in divisa, che sempre più spesso parlano di «scarsa sicurezza», «materiale inadeguato», «poche risorse», «addestramento insufficiente». Un'evidenza di fronte a cui l'amministrazione sembra fare da tempo orecchie da mercante. Se Matteo Salvini, quando era ministro dell'Interno, aveva almeno investito sull'assunzione di nuovi agenti, l'attuale titolare del Viminale, Luciana Lamorgese, taglia mezzi della Polizia nel malcontento generale, creando ancor più difficoltà e imbarazzo tra gli agenti, che iniziano a non poterne più di lavorare in certe condizioni. E ora ci si mette anche Gabrielli che, attaccandosi a questioni di sicurezza nazionale, fa capire senza mezzi termini che lamentarsi attraverso i social potrebbe procurare ai poliziotti non pochi problemi. E se da una parte, per scelta proprio del capo della Polizia, non si possono avanzare critiche neanche attraverso i sindacati, visto che ogni volta che qualche loro rappresentante interviene sui giornali l'articolo non viene messo in rassegna del Dipartimento della Pubblica sicurezza, dall'altro la nuova circolare arriva a mettere le cose in chiaro: non si può parlare in certi termini. «Appare opportuno ribadire - si legge nella missiva di Gabrielli - che ogni operatore di polizia, in ossequio ai doveri prescritti dall'attuale disciplina, deve non rivelare a terzi informazioni e dati, né pubblicare notizie, immagini ovvero audio relativi ad attività di servizio, interagire nel web tenendo un comportamento sempre improntato al massimo rispetto dei principi costituzionali, ecc». Si specifica quindi che il pubblicare foto in divisa o con l'arma di servizio potrebbe mettere a rischio la sicurezza dello stesso agente. Inoltre, il poliziotto, dentro e fuori dal servizio deve mantenere «un comportamento idoneo a non creare imbarazzo all'amministrazione». La circolare ha creato non poche discussioni, proprio in quelle chat di cui parla Gabrielli. «Il fatto - spiega qualche rappresentante di Polizia - è che se parliamo attraverso i sindacati ci ignorano, quando i problemi sono tanti. Pensassero a comprarci giubbotti antiproiettile di buona fattura e che non mettano a rischio le nostre vite e ad addestrarci come si deve, invece che mandare le solite letterine di raccomandazione che costituiscono solo un lavoro in più per i questori».

Forza blocco e minaccia il carabiniere: "Ti scarico mitraglietta addosso". Fermato dopo aver forzato un posto di blocco, il boss 31enne di Aprilia ha aizzato la folla contro i militari. Poi le minacce all'agente: "Ti strappo la pelle". Giorgia Baroncini, Domenica 13/10/2019, su Il Giornale.  "Non mi potete arrestare. Io sono il boss del quartiere". A minacciare un carabiniere è Cristian Battello, 31enne di Aprilia, ritenuto responsabile insieme al coetaneo Cristoforo Iorio di aver forzato un posto di blocco lo scorso 11 ottobre e di aver aizzato la folla contro i militari. Aprilia, pochi minuti prima della mezzanotte. I carabinieri intervengono in via Francia in supporto a un'autoambulanza che sta effettuando un soccorso. Battello e Iorio in sella ad una moto di grossa cilindrata forzano il posto di blocco. I militari si mettono subito all'inseguimento dei due, fermandoli poco dopo. Battello e Iorio prima oppongono resistenza, poi chiedono l'aiuto di altre persone per sfuggire all'arresto. I residenti, richiamati dal "boss", scendono in strada e iniziano a scagliare oggetti contro i militari. Dalle finestre vengono lanciati persino dei vasi verso i due carabinieri.

Le minacce. Nel frattempo Battello minaccia i militari senza paura. "Ti strappo la pelle, te lo giuro sui miei figli", inizia a urlare, faccia a faccia con uno dei carabinieri (guarda il video). "Io sono Cristian Battello detto 'Schizzo'. Io ti strappo vivo", tuona il 31enne facendosi sempre più vicino al militare. La tensione sale. C'è chi cerca di fermare Battello, ma lui continua con le intimidazioni. "Sai quanti ce n'ho io de ferri? Ce n'ho proprio tanti. Appena ti prendo, te la scarico tutta adosso, la 98 Fs a mitraglietta te la scarico sulle gambe". Minacce e insulti inquietanti contro i militari che, nonostante la tensione sempre più altra, riescono a tenere sotto controllo la situazione. Qualcuno poi si accorge del video. "Sta registrando sto pezzo di merda", tuona. "Non mi urlare", replica il carabiniere mantenendo la calma. Il filmato si interrompe. Forse una colluttazione. Con l'arrivo di altre pattuglie, Battello e Iorio vengono arrestati. Il giudice dispone la custodia cautelare in carcere per il 31enne (già condannato a 5 anni per una gambizzazione e a 2 anni e 2 mesi per l'inchiesta Don't Touch) e gli arresti domiciliari per il suo complice. Entrambi chiederanno il giudizio abbreviato, già fissato per il prossimo 24 ottobre.

La rabbia delle Forze dell’Ordine: ridicolizzate dai criminali e umiliate da chi le dovrebbe difendere. Andrea Pasini il 12 ottobre 2019 su Il Giornale. Dopo l’episodio, l’ennesimo, raccontato nelle scorse ore relativo alla mancata condanna di una coppia di ladri scoperti a rubare ed arrestati dalla polizia, sempre più numerose si fanno le testimonianze di episodi analoghi raccontati dagli appartenenti alle forze dell’ordine. A proposito di questo, ho ripreso un articolo molto interessante a firma di Chiara Giannini pubblicato dal Il Giornale riguardo proprio questo fenomeno. Questa ad esempio è la versione completa di una storia di un appartenente alle forze dell’ordine che racconta ciò che gli è successo in servizio. «L’ho arrestato per sei volte perché spacciava. Quando gli ho tolto le manette mi ha riso in faccia»: è un poliziotto del centro Italia a raccontare disarmato il calvario cui vanno incontro gli agenti che ogni volta, a processo finito, vedono vanificato il loro lavoro. Il caso risale a qualche mese fa. «L’uomo, un tunisino, vendeva grosse quantità di droga. Lo abbiamo pedinato e fermato in flagranza di reato, mentre era intento a vendere lo stupefacente. Ogni volta abbiamo testimoniato in tribunale. Gli era stato imposto l’obbligo di firma, ma le pene dipendono dalla discrezionalità dei giudici, così al sesto processo gli è stato tolto, tanto non lo rispettava». Così l’extracomunitario è tornato a piede libero, a vendere morte, finché qualcuno non ha trovato il modo di espellerlo dall’Italia per motivi amministrativi però e non penali. Non era in regola con il permesso di soggiorno, ma ci sono voluti anni». Il problema è sempre lo stesso spiega Fabrizio Lotti, segretario nazionale dell’Fsp Polizia , ovvero una questione di norme da cambiare soprattutto per i reati predatori, quelli di allarme sociale che vanno dallo scippo alla rapina. C’è poi la questione dei protocolli operativi, perché il poliziotto che interviene in questi casi si prende delle responsabilità penali e amministrative non da poco. Non ha nessun tipo di tutela». A questo, per il sindacalista, si aggiunge che «in Italia c’è il libero convincimento del giudice che è diverso da ciò che è previsto nel diritto anglosassone. Finché sarà così ci saranno sempre sentenze differenti. Per questo auspichiamo una riforma delle leggi che sia dalla parte della Polzia ” Questa è un’altra triste vicenda che merita di essere raccontata proprio dall’agente interessati: «Sono stato 6 anni sotto processo racconta un agente al Giornale perché nell’ambito di una operazione per sedare una lite familiare sono stato ferito al volto con un coltello. L’aggressore e la famiglia hanno denunciato me e i miei colleghi perché secondo lui eravamo noi ad avergli fatto male. Alla fine siamo stati assolti, ma abbiamo dovuto buttare via decine di migliaia di euro in avvocati. Mentre l’uomo è ancora libero e continua a picchiare moglie e figli». Ma tutto questo disagio per chi opera tutti i giorni mettendo a rischio la propria vita in mezzo alla strada per difendere la nostra e per difendere la nostra libertà quando finirà? Quando potremo vivere in un Paese normale dove a pagare siano i delinquenti e i furboni e non chi per 1200 euro cerca tra mille difficoltà di far rispettare la legge? Speriamo presto! Purtroppo anche in questo caso come in molti altri dobbiamo ringraziare la totale incapacità della politica sopratutto di sinistra perché non è mai stata in grado di prendersi delle responsabilità e di dimostrare in modo chiaro da che parte vuole stare. Non si può giocare con il piede in dieci scarpe. Con tutto questo casino legislativo gli operatori del comparto sicurezza mentre svolgono il loro lavoro si trovano sempre ad operare sul filo del rasoio. E questo non è più accettabile. Ci vogliono delle leggi piu Semplici, chiare e che non possano più essere interpretabili da nessuno. Bisogna poi cambiare le regole d’ingaggio. Le forze dell’ordine devono poter lavorare in estrema serenità e non piu con il timore che la parola di chiunque valga più della loro. Perché Con sempre più frequenza capita che a presentarsi come imputati difronte ad un giudice in una aula di tribunale siano i buoni e non come dovrebbe essere,i cattivi. Questo credo che in un paese normale non sia accettabile. La Politica e le istituzioni dovrebbero difendere, tutelare, sostenere ed investire sulle forze dell’ordine e non usarle solo a convenienza e scaricarle appena possibile. Le forze dell’ordine rappresentano il fiore all’occhiello di un paese normale perché contribuiscono a rendere uno Stato forte, ordinato e sicuro. E lo Stato come capita in quasi tutti i Paesi del Mondo investe su di esse rendendole sempre più all’avanguardia e tutelandole mentre svolgono il loro lavoro. Succede quasi dappertutto nel mondo tranne che in Italia dove purtroppo per colpa della sinistra e del politicante coretto ancora oggi le forze dell’ordine sono viste non come una risorsa e una eccellenza da rispettare e sulla quale investire ma come una entità da controllare e rendere inerme. 

"Lo sai che sono un parlamentare?". Così Fassina sfidava i poliziotti. Ira degli agenti per gli attacchi dopo il ferimento del deputato: "Abbiamo solo avanzato e lui è caduto". Cecchini (Italia Celere): "Fassina si vergogni". Giuseppe De Lorenzo, Mercoledì 02/10/2019, su Il Giornale. Irritazione, fastidio, rabbia. Chiamatelo come volete, ma il sentimento diffuso tra gli operatori di polizia dopo quanto successo a Roma al deputato Stefano Fassina è condiviso da gran parte degli uomini in divisa. “L’ex vice-ministro ha fatto come i giocatori della Juve in area di rigore”, sorride ironico una fonte del Giornale.it vicina alla celere. Un modo per contestare il polverone sollevatosi dopo la pubblicazione della notizia. Per spiegare la cronaca bisogna tornare a ieri pomeriggio in via Tuscolana, quando alcuni lavoratori si ritrovano per protestare contro l’azienda Roma Metropolitane a seguito dello stop ai lavori della metro C. Sul posto arriva un collaboratore dell’assessore capitolino alle Partecipate, accolto dalle proteste di chi aveva organizzato il sit-in. Nulla di strano, fin qui. Le proteste, come sempre, sono legittime. Ma legittimo è anche l’obbligo degli operatori di polizia di fare il proprio mestiere. In questo caso scortare il funzionario all’interno della sede presidiata dai dipendenti. Il patatrac esplode quando i celerini si fanno largo per guadagnare l’ingresso, ostacolati da sindacalisti e protestatari. Nel parapiglia (non violento), Fassina cade e si fa male. Un video dell’agenzia Dire mostra le fasi convulse dell’incidente. "Non lo hanno calpestato le divise", dicono fonti di polizia. L’ex vice-ministro si lamenta per il dolore e viene prontamente soccorso. Trasportato in ospedale (verrà dimesso in serata con una diagnosi di trauma toracico), diventa rapidamente il simbolo degli "scontri tra forze dell’ordine e lavoratori". E immediata esplode la caccia all’agente. Per Federico Fornaro, capogruppo di Leu, si tratta di fatti "gravissimi". Per Orfini vanno presi "provvedimenti verso i responsabili”, mentre Nicola Frattoianni arriva addirittura a parlare di lavoratori "picchiati dalle forze dell’ordine". Per non farsi mancare nulla, pure il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, chiede al capo della Polizia Gabrielli di "verificare se l’intervento delle forze di polizia presenti sia stato svolto in maniera corretta e senza violazioni di legge". Ed è proprio la richiesta del Viminale a irritare gli uomini in divisa più di ogni altro attacco "esterno". C’è chi parla di "parole inaccettabili" e chi la accusa di "volersi ingraziare la politica". "Mamma mia - lamenta Andrea Cecchini, segretario di Italia Celere - Non ho parole: Lamorgese fa così solo perché è stato coinvolto un parlamentare". Chi ha potuto parlare con alcuni degli agenti finiti nella bufera racconta al Giornale.it tutta la frustrazione per la polemica esplosa. E svela alcuni retroscena fino ad ora inediti. Innanzitutto gli insulti “indescrivibili” ricevuti dalle divise in quei frangenti. Poi alcuni particolari fondamentali: primo, i poliziotti "non sono stati violenti"; secondo, erano "disarmati e senza sfollagente"; terzo, non portavano "neppure lo scudo”. "Non abbiamo usato la forza - hanno assicurato gli agenti coinvolti ai colleghi - abbiamo solo avanzato e loro non si sono spostati. Poi a un certo punto Fassina è caduto”. Non solo. Il deputato "è stato anche circoscritto per evitare che si facesse male" e, riportano i poliziotti, "diceva: ‘Lo sapete che sono un parlamentare?'". C’è un altro aspetto da tenere bene in mente. "Gli operatori avevano ricevuto un ordine dal delegato di servizio, ovvero di scortare il delegato comunale all’interno dello stabile”, spiega Cecchini. Quindi, "entrare era obbligatorio". Per portare a termine la missione, gli agenti sono stati costretti a farsi spazio tra i manifestanti, usando solo il fisico. Nessun uso della forza, tanto che Italia Celere si dice pronta a denunciare chiunque abbia parlato di "cariche". "Ieri nel torto c’era chi ha commesso una resistenza attiva contro i poliziotti", insiste Cecchini. Fassina "si è messo in mezzo e ha impedito alla polizia di adempiere al proprio lavoro. È stata resistenza attiva, che oltre ad essere un reato è soprattutto inaccettabile. Dovrebbe vergognarsi".

Fassina, la polizia mostra il "Var": "Ecco chi l'ha calpestato". Franco Gabrielli difende gli agenti: "Operato ineccepibile". Italia Celere: "Ecco il var su quanto successo a Fassina". Giuseppe De Lorenzo, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. La polizia non ci sta a diventare il "punching ball" di contestatori e politici. E mentre Franco Gabrielli definisce "ineccepibile" il comportamento dei celerini che erano sul campo quando Stefano Fassina si è ferito, i sindacati degli agenti si sono messi a controllare secondo per secondo i video disponibili su quanto successo a Roma. L'obiettivo? Dimostrare che i colleghi hanno eseguito l'ordine dettagliatamente senza far del male a nessuno. Osservando i filmati dell'agenzia Dire, i poliziotti fanno notare un particolare finora non venuto alla luce. Gli agenti stanno scortando il collaboratore dell'assessore alle Partecipate del Comune capitolino all'interno dello stabile sede di Roma Metropolitane. I lavoratori sono in protesta contro l'ipotesi liquidazione. I poliziotti si fanno largo tra i manifestanti per eseguire l'ordine arrivato dalla centrale operativa di accompagnare all'interno il funzionario. Di fronte alla porta trovano un gruppo di uomini, tra cui il deputato di Leu, che "si erano abbracciati uno con l’altro e formavano un cordone" impedendo l’accesso alla Celere. In quel momento, come rivelato al Giornale.it da fonti di polizia, Fassina pronuncia la frase "sono un Parlamentare". Poi il cordone si spezza, gli agenti riescono a entrare e nel parapiglia il deputato cade e si fa male. La domanda è: chi lo ha ferito, tanto da finire in ospedale per un trauma toracico? Italia Celere ha analizzato il filmato e sostiene che, dopo la caduta in terra, Fassina venga calpestato da un altro manifestante e non da un agente (guarda qui). "Grazie al Var ci siamo accorti che l'ex viceministro non è stato calpestato da un poliziotto. E che le altre persone non sono cadute per colpa della polizia", dice Andrea Cecchini. "Ringraziamo e onoriamo gli agenti per il lavoro svolto egregiamente". Il ministro Lamorgese, poche ore dopo i fatti, aveva chiesto al capo della polizia di verificare se l’intervento era stato "svolto in maniera corretta e senza violazioni di legge". Oggi Gabrielli ha risposto, assicurando che "l'operato della polizia è stato ineccepibile, credo che altri avrebbero dovuto non consentire che si arrivasse a quel punto". Il riferimento sembra essere al delegato dell'assessore che "avrebbe dovuto avere maggiore cautela a chiedere l'intervento della polizia per entrare". Su come si siano comportati i celerini, però, nulla da eccepire.

Gabrielli: «Reati in calo, uno su tre commesso da stranieri Fassina a terra? Gli agenti  non sono un punching ball». Pubblicato venerdì, 04 ottobre 2019 su Corriere.it da Rinaldo Frignani. Il capo della polizia: a Roma Metropolitane hanno agito bene. Un fiume in piena il capo della polizia Franco Gabrielli al Festival delle Città, in corso a Roma. «I dati sulla criminalità sono incontrovertibili, da 10 anni c’è un trend in calo complessivo dei reati. Ma c’è anche, negli ultimi anni, un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati, questo è inequivoco». Poi il prefetto snocciola i dati: «Nel 2016, su 893mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 la percentuale è salita al 29,8%, nel 2018 al 32% e in questo 2019 che sta quasi finendo il trend è lo stesso, siamo quasi al 32%. Tenendo conto che gli stranieri nel nostro Paese, sono il 12%, tra legali e non, questo dà la misura del problema», conclude. La polemica sui tafferugli a Roma Metropolitane: ««Comportamento ineccepibile» Sul fronte delle polemiche seguite ai tafferugli di martedì scorso davanti alla sede di Roma Metropolitane, Gabrielli sottolinea poi come «chi manifesta deve sempre porsi nella condizione di manifestare pacificamente il proprio pensiero. E di non considerare i poliziotti e i carabinieri dei punching ball. Questo è un Paese nel quale si è ritenuto che sputare a un poliziotto sia un comportamento di tenue gravità - aggiunge -. Credo che non sia così. Chi veste una divisa e chi rappresenta un’istituzione, credo che dovrebbe essere portatore di un rispetto non solo per la persona, ma anche per quello che rappresenta». Per il capo della polizia il comportamento degli agenti in via Tuscolana, dove è rimasto ferito il deputato di Leu Stefano Fassina, con due sindacalisti e un lavoratore dell’azienda partecipata del Comune ora in liquidazione, «è stato ineccepibile». La realtà è che «se mi dovessero chiedere qual è il deficit maggiore del nostro Paese, direi che è la perdita di credibilità delle istituzioni a tutti i livelli, che fa sì che la gente si allontani dalla cosa pubblica, che non metta le mani e rischi in prima persona, e tutto questo è il prodotto di una modalità con la quale si ritiene che le istituzioni non siano degne di rispetto».

 Cinque poliziotti e carabinieri uccisi dall'inizio dell'anno. Tre uomini dell'Arma caduti in Puglia, Lombardia e nella capitale. E poi i due agenti vittime della tragedia di Trieste. La Repubblica il 04 ottobre 2019. Con i due poliziotti uccisi a Trieste sale a cinque il numero degli uomini delle forze dell'ordine caduti dall'inizio del 2019. Dalla Puglia alla Lombardia passando per Roma, questi i quattro episodi che hanno scosso l'opinione pubblica prima della tragedia consumatasi nella Questura del capoluogo giuliano.

13 aprile. Un carabiniere di 47 anni, Vincenzo De Gennaro, viene ucciso sulla piazza principale di Cagnano Varano, un paesino del Foggiano, durante un controllo. Un uomo, la cui vettura era stata fermata a un posto di blocco, estrae improvvisamente una pistola e spara contro la pattuglia, uccidendo un militare e ferendone un altro in modo non grave. Poi l'uomo, un pregiudicato di 67 anni, tenta la fuga ma i commilitoni lo bloccano subito e lo portano in caserma per interrogarlo. Il maresciallo dell'Arma, vicecomandante della stazione del paese garganico, muore mentre viene trasportato in ospedale.

16 giugno. L'appuntato scelto Emanuele Anzini, 41enne di origine abruzzese che lavorava da venti anni in provincia di Bergamo, muore travolto da un'auto. Durante il turno di notte di pattugliamento a un posto di controllo a Terno d'Isola Anzini viene investito e ucciso da un automobilista risultato poi risultato positivo all'alcoltest e arrestato.

27 luglio. A Roma viene assassinato il carabiniere Mario Cerciello Rega, accoltellato a morte dal giovane americano Elder Finnegan Lee nel quartiere residenziale di Prati.

4 ottobre. A Trieste in una sparatoria in Questura perdono la vita l'agente scelto Pierluigi Rotta, 34 anni, e Matteo Demenego, 31 anni.

Da ilfattoquotidiano.it l'11 dicembre 2019. Filmare il fermo di un venditore ambulante da parte della polizia municipale di Roma è reato. Precisamente interruzione di pubblico servizio. È questa l’accusa contenuta nella denuncia a carico di Cosimo Caridi, giornalista e videomaker che ha lavorato in mezzo mondo e collabora con ilfattoquotidiano.it. Caridi nel pomeriggio di oggi si trova in via del Corso, non lontano da Palazzo Chigi e Montecitorio. È lì perché poco prima ha realizzato un servizio sulla manifestazione dei sindacati. Negli stessi frangenti si accorge che due agenti hanno bloccato in strada e stanno procedendo al fermo di un venditore ambulante straniero (di braccialetti e oggetti in legno), che nel tentativo di allontanarsi è caduto a terra. Caridi gira la telecamera e filma. Gli agenti non sono d’accordo. In due agenti si avvicinano, lo invitano a non riprendere perché si tratta di un’operazione di polizia. Uno dei due mette la mano sull’obiettivo della telecamera. “Lei non può riprendere senza autorizzazione, appena manda in onda queste immagini viene arrestato”, si sente nella registrazione. Lo invitano a “cancellare tutto”. Caridi dice di essere un giornalista, invoca il “diritto di cronaca”, spiega di essere “in uno spazio pubblico”. Uno dei vigili si innervosisce più dei suoi colleghi: “Ringrazia Dio che sto in divisa perché se sto senza divisa ti spacco questa in testa”, con riferimento alla telecamera. Lo portano nel loro quartier generale in Campidoglio, dove trascorre oltre due ore. Gli fanno eleggere domicilio per la denuncia: è accusato di interruzione di pubblico servizio. “Naturalmente lì mi hanno trattato bene, hanno capito perfettamente che sono un giornalista, è intervenuto anche l’ufficio stampa”, ha raccontato Caridi. La tesi dei vigili urbani sarebbe che mentre si occupavano del videomaker altri ambulanti sarebbero scappati.

 “PREMIANO GLI ASSASSINI E OFFENDONO LE VITTIME”. Nino Materi per “il Giornale” il 6 ottobre 2019. Quando ti bruciano viva una figlia e l' assassino esce continuamente dal carcere grazie ai permessi-premio (ma «premio» per cosa?), la rabbia diventa un mostro che rischia di divorare cuore e cervello. Eppure le parole di Mario Luzi sono piene di composta dignità. Il signor Luzzi è il papà della sedicenne accoltellata e distrutta con la benzina dal fidanzato il 24 maggio 2013 a Corigliano (Cosenza). Ora ha deciso di scrivere una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il motivo della missiva? «Mi sento abbandonato dallo Stato». Parole dure ma giustificate dalla triste realtà dei fatti: «A marzo 2016 l' assassino di Fabiana (il suo fidanzato di 17 anni ndr) fu condannato a 18 anni e 7 mesi, pena ridicola per la gravita del reato commesso - spiega il padre della vittima -. Inoltre quest' anno ha ottenuto licenze-premio già in tre occasioni. Mi sento distrutto». «Tutto questo mette in discussione il significato della parola giustizia - aggiungono i genitori di Fabiana -. Appresa la notizia, ci siamo sentiti male, tanto da dover andare in ospedale. Incrociare il carnefice di Fabiana nel nostro stesso paese ad appena tre anni dalla sentenza, è una cosa intollerabile. Ci sentiamo traditi da uno Stato e da leggi che premiano gli assassini e offendono ulteriormente le vittime e le loro famiglie». Un caso che segue di qualche giorno un' altra vicenda analoga, dove però a protestare (anche qui avendone tutte le ragioni ndr) è una figlia cui hanno ammazzato il padre. Stessa dinamica: un minore assassino al quale è concesso come premio di festeggiare il compleanno a casa, con tanto di foto di brindisi e balli postate sui social. Immagini di gioia scioccanti per una figlia che ha avuto il padre ucciso a sprangate e che per tutta la vita vivrà il dolore di non poterlo più abbracciare. Il ragazzo del party è stato condannato in primo grado a 16 anni e mezzo per aver trucidato insieme a due complici nei pressi della stazione Piscinoia della metropolitana di Napoli la guardia giurata, Francesco Della Corte. Motivo? «Volevamo rubargli la pistola». Il giudice aveva sottolineato nella sentenza la crudeltà degli imputati, definendoli «indifferenti al male». Marta, la figlia del vigilantes, ha spiegato di trovare «vergognosa ed assurda» la scelta del permesso premio: «L' assassino di mio padre ha festeggiato in allegria i suoi 18 anni. Io invece non ho festeggiato i miei 22 anni perché ancora provata dall' angoscia. Evidentemente questi ragazzi non hanno compreso la gravità di quello che hanno fatto». Marta ha aggiunto di aver visto i tre killer del padre «impassibili durante tutto il processo», anche quando descrivevano nei dettagli il delitto, e di aver ricevuto un breve messaggio di scuse solo da uno degli imputati.

La solitudine delle vittime. Il permesso dato al giovane che uccise una guardia giurata mostra come in Italia difendiamo troppo i carnefici e poco le vittime. Mario Giordano il 25 settembre 2019 su Panorama. «Vorrei anch’io il permesso di riabbracciare mio padre». Non riesco a togliermi dalla testa le parole di un ragazzo napoletano, si chiama Giuseppe Della Corte, e forse in questi giorni ne avrete sentito parlare in tv. Il papà di Giuseppe, Francesco, era una guardia giurata. È stato ucciso nel marzo dell’anno scorso, mentre lavorava: tre ragazzini, poco più che sedicenni, l’hanno aggredito con mazze e bastoni in una stazione e l’hanno pestato senza pietà. «Volevamo rubargli la pistola» diranno poi, senza alcun pentimento. Francesco è rimasto in coma 15 giorni prima di morire. E mentre lui era in agonia, i ragazzi assassini se la spassavano e ridevano alle sue spalle, senza sapere di essere intercettati. «Schiatta! Schiatta!», sghignazzavano. E poi: «Tanto non ci fanno niente». Subito dopo li hanno arrestati e processati. Questa primavera sono stati condannati a 16 anni di carcere. Poco, troppo poco per un omicidio così. Ora inizia il processo d’appello. Ma qualche giorno fa, questo è il punto, uno di loro ha compiuto 18 anni. E il tribunale gli ha concesso un permesso premio. Il ragazzo è uscito di cella ed è andato a festeggiare il compleanno in un locale lì vicino, circondato dagli amici. Torte, cotillons e tavole imbandite. I social hanno rilanciato le foto. Il ragazzo assassino, neo diciottenne, si pavoneggia mano nella mano con la sua fidanzatina. La riabbraccia. E per questo che Giuseppe dice: «Anch’io vorrei il permesso di riabbracciare il mio papà». Purtroppo, però, quel permesso non lo potrà avere. Mai più. Giuseppe ha una sorella, che si chiama Marta che studia giurisprudenza. Marta dice di aver scelto quella facoltà perché ha fiducia nella giustizia. Ma non è facile aver fiducia nella giustizia quando vedi l’assassino di tuo padre che fa festa, e a te rimangono solo ricordi, foto, lacrime e dolore. Tu l’hai festeggiato il tuo compleanno? hanno chiesto a Marta. No, ovviamente. Quest’anno Marta non ha festeggiato il compleanno. L’assassino di suo padre, invece sì. E ancora una volta, fra feste fatte e non fatte, si ha l’impressione che in questo Stato convenga essere criminali piuttosto che vittime. Per le vittime, infatti, non c’è mai nulla. Per le vittime non c’è mai attenzione. Non c’è un filo di emozione, né condivisione, tanto meno aiuto pratico. Chi è vittima rimane solo, vittima due volte, dei delinquenti e della solitudine in cui viene abbandonato. Per i criminali, invece, no. Per loro ci sono mille attenzioni. Le attenuanti. Le tutele. I percorsi di recupero. I permessi premio. La riabilitazione. Il reinserimento sociale. Il criminale non viene mai lasciato solo. E se ha un desiderio si cerca di esaudirlo, foss’anche quello di festeggiare il compleanno in faccia alle proprie vittime. È tutto perfettamente legittimo, per carità. Il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ha mandato gli ispettori nel tribunale che ha concesso il permesso premio, ma vi anticipo già come finirà. Come finisce sempre in questi casi: in nulla. Si troverà che sono state rispettate perfettamente le leggi, che le regole non sono state violate. Ma mi domando se questo non sia ancora più grave. Se non sia ancora più grave, cioè, dover dire a Marta e Giuseppe che quello che stanno vivendo non è frutto di un errore, una svista, un’infrazione. Ma è proprio quello che prevede lo Stato. Che si dimentica chi è vittima. Non chi è carnefice. E poi mi domando anche se questo sia davvero il modo di aiutare i carnefici. Se questo sia davvero il modo per aiutarli a capire quello che hanno fatto, premessa necessaria per poter essere realmente reinseriti nella società. Marta e Giuseppe hanno raccontato che durante tutto il processo gli assassini del padre non hanno mai chiesto scusa sul serio. Solo parole di circostanza. Fredde. E quando raccontavano il delitto (orrendo) lo facevano con cuore duro. Il giudice li ha definiti «ragazzi indifferenti al male». È stata riconosciuta l’aggravante della crudeltà. Avete capito bene: indifferenti al male, crudeltà. Ma per loro queste rimarranno parole vuote. Come potranno infatti capire l’orrore che hanno commesso, se dopo poco più di un anno possono andare già in giro a festeggiare? Ho l’impressione che dopo tanto parlare di rieducazione, ci sarebbe un gran bisogno di tornare a parlare di punizione. Perché, dopo un errore, se non c’è pena, non c’è comprensione. E se non c’è comprensione non ci può essere rieducazione. Resta solo l’offesa alle vittime. Condannate due volte, loro sì: al lutto e all’umiliazione. 

La squadra di pm a caccia di auto fantasma: 15 mila usate per reati. Pubblicato martedì, 17 settembre 2019 da Luigi Ferrarella su Corriere.it. Tutti a straparlare di «sicurezza», per di più mescolandola confusamente con i «clandestini». Eppure in pochi sembrano preoccuparsi di 15.500 «fantasmi», veri e pericolosissimi: i veicoli che, da febbraio 2018 a oggi, la Procura di Milano ha individuato e tolto dalla circolazione come fittiziamente intestati a 112 prestanome. È appena la punta dell’iceberg, solo il picco di illegalità emerso in città da quando una minisquadra (attorno al pm Antonia Pavan e all’aggiunto Riccardo Targetti) prova a trattare in maniera più sistematica i ricorrenti reati nei quali (fosse una rapina, un investimento stradale, un posto di blocco forzato) l’auto in uso al bandito di turno si rivelava intestata a un prestanome seriale. Un fenomeno tutt’altro che pittoresco, ma anzi molto criminogeno e a più livelli. Il primo è che la targa cessa di essere un prezioso elemento di indagine, e gli inquirenti non riescono più a rintracciate gli autori di un reato. Il secondo è l’insicurezza sulle strade (velocità, semafori rossi, precedenze agli incroci), determinata dalla fiducia degli utilizzatori di questi veicoli-fantasma di poter manovrare con la mano libera del tendenziale anonimato. Il terzo è che aumentano gli incidenti con auto senza assicurazione, il che mette in difficoltà le vittime e scarica sulla collettività (attraverso il fondo di garanzia per i risarcimenti) i costi dei danni. Il quarto investe gli enti locali, che da un lato non incassano le multe prese dalle auto-fantasma (un prestanome pizzicato a Monza aveva un debito con l’erario di 700.000 euro), e dall’altro spendono una montagna di soldi (10 euro a notifica) proprio nel tentativo vano di incassare le sanzioni. Ad aggravare il quadro c’è anche la mutazione antropologica del prestanome. Se in passato erano anziani indigenti, vagabondi e stranieri che si prestavano in cambio di pochi euro, adesso sempre più spesso partite Iva, sedicenti operatori di compravendite di veicoli, che però (guarda caso) vendono quasi niente e acquistano quasi solo, paradossalmente favoriti dalle norme che consentono passaggi semplificati di proprietà (tra commercianti del settore) senza pagare l’imposta provinciale di trascrizione. Del resto le agenzie di pratiche auto non hanno obblighi di «vedere» la persona, ma possono lavorare anche solo sui documenti. I magistrati milanesi, mutuando esperienze come quella di Verona, stanno ora provando più strade. Penalmente contestano ai prestanome il reato di «falso in atto pubblico con induzione in errore del pubblico ufficiale», e la «ricettazione» ai conducenti che non siano in grado di spiegare perché siano alla guida di un veicolo che risulta fittiziamente intestato a qualcuno che nemmeno magari conoscono. Poi c’è il lavoro per sensibilizzare altre Procure d’Italia, e per spingere i Comuni a integrare (come ad esempio ancora non accade proprio a Milano) il database dell zone Ztl, in modo che l’allerta sul transito di un veicolo-fantasma consenta alle pattuglie di incrociarlo e fermarlo. E soprattutto Procura e Aci-Automobil Club d’Italia hanno da poco stipulato un protocollo per far sì che l’Aci ogni 4 mesi comunichi ai pm non soltanto le persone prestanomi seriali, ma anche le ditte di rivendita di auto con indici di anomalia nel rapporto tra veicoli comprati e venduti: così che la Procura, se verifica che il sospetto è esatto, lo comunichi all’Aci affinché l’ente disponga il «blocco anagrafico» del nominativo, rendendogli impossibile qualunque altra negoziazione. In teoria, peraltro, già da 9 anni l’articolo 94 bis del codice della strada contemplerebbe una serie di misure efficaci, a cominciare da blocco e radiazione di queste vetture. Ma al solito, e per quanto possa sembrare incredibile a distanza di quasi un decennio, nei ministeri competenti nessuno si è degnato di varare i necessari decreti attuativi.

QUANTI SONO GLI OMICIDI IN ITALIA? Da Agi.it il 9 agosto 2019. La cronaca nera riporta spesso, quasi quotidianamente, notizie di omicidi volontari avvenuti in Italia. Ma, al di là delle emozioni che può suscitare il singolo caso, che cosa dicono i numeri? Quanti omicidi ci sono ogni anno in Italia e qual è il trend degli ultimi decenni? Come siamo messi rispetto agli altri Paesi? Anticipiamo subito che l’Italia è uno dei Paesi più sicuri al mondo, dal punto di vista del rischio di essere assassinati. Facciamo meglio della gran parte degli altri Stati a livello mondiale e anche all’interno della Ue siamo tra i migliori. Arriviamo del resto da tre decenni di calo quasi costante del numero di omicidi volontari. Ma andiamo a vedere i dettagli.

Gli omicidi in Italia. Secondo quanto riporta il database dell’Istat, gli omicidi volontari denunciati in Italia nel 2017 - ultimo anno per cui ci sono dati disponibili - sono stati 368, praticamente uno al giorno. Questo numero è il più basso degli ultimi dieci anni, un periodo durante il quale il totale degli omicidi volontari consumati nel Paese è andato calando quasi costantemente. Solo dieci anni prima, gli omicidi erano molti di più. Erano infatti 611 gli omicidi volontari nel 2008, 586 nel 2009, 526 nel 2010, 550 nel 2011, 528 nel 2012, 502 nel 2013, 475 nel 2014, 469 nel 2015 e 400 nel 2016. Se poi allarghiamo lo sguardo ad anni ancora antecedenti - possiamo a questo scopo consultare il database dell’Unodc, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, da cui abbiamo scaricato e reso agevolmente consultabili i dati - il crollo del numero totale di omicidi è impressionante. Nel 1990 erano stati 1.794, nel 1991 1.938, nel 1992 1.476. Numeri superiori fino a cinque volte quelli attuali. Siamo scesi sotto “quota mille”, per poi non tornarci più al di sopra, solo nel 1996 (953 omicidi) e nei 12 anni successivi si è progressivamente scesi verso i 611 omicidi del 2008.

Il tasso di omicidi in Italia. Questo calo impressionante del numero assoluto di omicidi si ripercuote ovviamente sul “tasso di omicidi”, cioè il numero di omicidi ogni 100 mila abitanti (che è poi il criterio che viene usato per i confronti internazionali). In Italia il tasso di omicidi, secondo quanto riportano i dati da noi scaricati dal database dell’Unocd, era superiore a 3 ogni 100 mila abitanti a inizio anni ‘90 (3,1 nel 1990, 3,4 nel 1991), è sceso a 1/100.000 nel 2008 e nel 2016 era dello 0,7/100.000. Secondo un nostro calcolo, nel 2017 dovrebbe essere ulteriormente sceso allo 0,6/100.000. Vediamo questa cifra come ci colloca a livello internazionale. Per prima cosa, guardiamo all’Unione europea.

Un confronto con gli altri Paesi Ue. Il dato dello 0,6 di tasso di omicidi nel 2017 colloca l’Italia tra i Paesi più sicuri dell’Unione europea. Meglio di noi fa soltanto il Lussemburgo, con un tasso dello 0,3 - ma essendo un Paese molto piccolo bastano pochi omicidi per far oscillare significativamente il dato: ad esempio nel 2016 era dello 0,8 - e ci affiancano Cipro e la Repubblica Ceca. Sono comunque molto vicini (usiamo i dati 2016, quando mancano quelli relativi al 2017) l’Austria, la Grecia, il Portogallo e la Spagna, con un tasso di 0,7 omicidi ogni 100 mila abitanti, e l’Olanda e la Polonia con lo 0,8. Gli altri grandi Paesi europei hanno tutti tassi superiori: la Germania è all’1, il Regno Unito all’1,2 e la Francia all’1,3. I Paesi con i tassi più alti sono la Lituania (4,5) e la Lettonia (4,2). Gli unici altri due Paesi della Ue con un tasso superiore al 2/100.000 sono poi la terza delle repubbliche baltiche, l’Estonia, con un tasso pari a 2,2 e l’Ungheria al 2,5.

Altri Paesi a confronto. Se poi guardiamo ai Paesi membri del G8, meglio dell’Italia fa solo il Giappone, con un tasso dello 0,3/100.000 abitanti. Di Francia, Germania e Regno Unito si è già detto. Il dato peggiore è quello della Russia, con un tasso del 9,2, seguita da Stati Uniti (5,3) e Canada (1,8). Tra i cosiddetti Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), la Cina risulta avere lo stesso tasso di omicidi dell’Italia (0,6) mentre gli altri Stati sono tutti in una situazione peggiore. L’India, col 3,2, e la Russia, col 9,2, sono comunque in una situazione meno drammatica del Brasile (30,5) e del Sudafrica (35,9), dove si registrano tassi tra le 50 e le 60 volte superiori a quello italiano. Guardando ai dati 2016/2017, infine, il Paese col tasso più alto di tutti risulta essere El Salvador, dove nel 2016 era pari a 83,1 ogni 100 mila abitanti (ma mancano i dati di diversi Paesi in situazioni critiche, come ad esempio la Libia).

Conclusione. Dal punto di vista del rischio di essere assassinati, l’Italia è uno dei Paesi più sicuri al mondo. Non solo abbiamo un tasso di omicidi tra i più bassi al mondo ma anche all’interno dell’Unione europea, dove i tassi medi sono più bassi che nel resto del pianeta. La situazione è nettamente migliorata nel corso del tempo: gli omicidi in Italia si sono dimezzati negli ultimi 15 anni e si sono ridotti a un quinto di quello che erano a inizio anni ‘90.

Quelle armi legali che distruggono famiglie: “Li ha massacrati”. Le Iene il 4 dicembre 2019. Solo nel 2018 sono state 51 le persone uccise da chi detiene pistole o fucili con licenze per uso sportivo. Matteo Viviani ha verificato quanto sia semplice avere uno di quei permessi e ha parlato con alcuni familiari delle persone uccise con armi detenute legalmente. Non vi parliamo di chi ha un’arma per uccidere, ma di chi ha ottenuto un porto d’armi o una licenza per uso sportivo: il numero di morti causati da chi ha questi tipi di permessi fa paura. Solo nel 2018 sono state 51 le persone uccise da chi detiene pistole o fucili in quel modo. Quattro volte più dei morti per furti o rapine, il doppio dei morti per mafia. Questi numeri sembrano indicare anche un’altra cosa: la maggior parte di chi detiene queste licenze non le cercherebbe per esercitarsi a sparare a un bersaglio al poligono. “Risultano esserci circa 150mila iscritti alle federazioni dei poligoni”, spiega Francesco Vignarca di Rete Disarmo, ma ci sono ben 500mila licenze. Ma se tutte queste persone in più non vanno mai al poligono, cosa se ne fanno delle armi? “Riteniamo che molte persone che hanno chiesto un permesso per il tiro sportivo lo abbiamo in realtà fatto per avere un’arma in casa”. Se fosse vero, significherebbe che la maggior parte di chi richiede questa licenza lo fa per sentirsi più sicuro con una pistola in casa. “La gente vuole l’arma in casa e quindi ovviamente usa l’approccio più facile per averla”, sostiene Vignarca. Con Matteo Viviani allora decidiamo di verificare se e quanto sia effettivamente facile ottenere una licenza. Come prima cosa andiamo dal medico di base per avere la certificazione di idoneità psicofisica. In meno di dieci minuti, rispondendo alle domande del modulo precompilato, abbiamo il certificato timbrato e siamo pronti al secondo step. A questo punto dobbiamo recarci dall’ufficiale sanitario dell’Asl per la visita che deve comprovare la nostra idoneità psicofisica. Tutto si risolve con un controllo della vista: la prima impressione è che i controlli sanitari possano essere un po’ superficiali. Le prove però non sono finite: bisogna andare al poligono per seguire e superare un breve corso. Dopo venti minuti di tentativi, siamo pronti a sostenere l’esame: lo passiamo, paghiamo e salutiamo. Per fare tutto questo ci vuole poco più di una settimana. Ora rimane solo da presentare tutta la documentazione in Questura e, visto che non abbiamo precedenti penali, è fatta. Se è stato così semplice per noi, purtroppo, significa che è lo è stato anche per chi quell’arma l’ha usata per uccidere. E le armi detenute legalmente sono quelle più usate per commettere omicidi in famiglia. Con il porto d’armi per uso sportivo possiamo comprare e portare a casa “dodici armi sportive più tre comuni”, come ci dice l’armaiolo Angelo Buzzini. Un vero e proprio arsenale, anche perché lo scorso anno è stata modificata la legge che in precedenza limitava a sei il numero massimo. La licenza è valida per cinque anni, senza dover subire nessun ulteriore controllo. “Non si può così, una persona può cambiare da un giorno all’altro”. Ali aveva una sorella, suo marito comprò una pistola proprio seguendo il percorso che vi abbiamo mostrato. “Lui ha preso l’arma e ha detto ‘voglio stare sicuro con mio figlio e mia moglie a casa, che non mi entrino i ladri’. Mia sorella aveva paura di quell’arma”. Un giorno l’uomo prende la pistola e scarica il caricatore sulla moglie e il figlio. “Li ha massacrati”. E purtroppo non è certo l’unica tragedia di questo tipo. “Abbiamo registrato alcuni casi in cui nemmeno a una persona sottoposta a Tso (il trattamento sanitario obbligatorio spesso legato a problemi psichici, ndr) si è potuta togliere la licenza o sottrarre le armi”, dice Vignarca. Ottenuto il permesso infatti è molto difficile che venga revocato. Daniela, vittima di uno squilibrato con licenza sportiva, racconta a Matteo Viviani: “Tutti sapevano che questo ragazzo aveva dei problemi, com’è possibile che abbia avuto quella licenza? Io ero in scooter, ho visto una persona sdraiata per terra che urlava. Quando ho capito che urlava ‘mi uccide, mi uccide’, mi sono beccata una pallottola nella schiena. Dal 2003 sono in sedia a rotelle. La prima cosa che mi sono chiesta è stata: perché non mi ha fatto un favore e non mi ha uccisa?”. Anche Giuseppe è finito vittima di chi aveva un’arma con licenza. “Aveva 16 anni”, racconta il padre Daniele. “Una mattina prima di andare a scuola parte in motorino e poi sparisce. Dopo una settimana di ricerche i carabinieri hanno trovato il corpo, nel cortile del ragazzo da cui era andato prima delle lezioni. In quella casa c’era un’arma regolarmente detenuta a titolo sportivo, quest’altro ragazzo l’aveva presa e ha sparato due colpi in testa”. Un litigio tra due adolescenti finito in tragedia, perché uno dei due aveva accesso a un’arma: “Ci vogliono delle norme stringenti anche per conservare le armi in modo adeguato”. Le norme in realtà esistono e prescrivono che le armi debbano essere conservate scariche e in una cassaforte o un armadio blindato. Abbiamo provato a parlare con il ministro dell’Interno Lamorgese per discutere di quanto sia possibile far applicare realmente questa norma, ma finora non ha trovato il tempo per discuterne con noi.

Al tredicesimo colpo  il benzinaio si arrende: «È il Far West, chiudo». Pubblicato giovedì, 19 settembre 2019 da Corriere.it. Una ruspa per scardinare una colonnina self-service e portare via un centinaio di euro, a tanto ammonta il bottino dei ladri che questa notte — incappucciati — hanno prima rubato il mezzo in una ditta di gestione inerti e poi preso d’assalto la vicina stazione di servizio Ip lungo la fondovalle Salinello, a Tortoreto, in provincia di Teramo, appena qualche minuto dopo che erano passati i vigilantes. Un danno complessivo di oltre ventimila euro. Il gestore, Graziano Di Ubaldo, 58 anni, da circa 13 anni al lavoro in questo impianto, è stanco e annuncia di voler chiudere l’attività dopo il tredicesimo episodio di questo genere: «Siamo abbandonati, qui è il far west, paghiamo solo tasse e continuiamo a essere vittime di situazioni che non cambiano mai». I ladri, tre, sono entrati in azione intorno alle due, a volto coperto, incuranti delle telecamere che hanno ripreso tutti i loro movimenti. Dopo aver rubato l’escavatore nel parcheggio della ditta di inerti, hanno attraversato la strada, si sono diretti verso il distributore e hanno iniziato un’opera di devastazione che è durata quasi un quarto d’ora. «Nel tentativo di trovare il sistema migliore per scardinare la colonnina del distributore automatico e prelevare l’incasso della serata, cento euro o poco più — prosegue D’Ubaldo —, hanno sollevato ripetutamente la pala della ruspa fino a quando, probabilmente per un errore nelle manovre, questa non si è abbattuta sullo spigolo del muro perimetrale della stazione di servizio mandandolo praticamente in frantumi. L’assalto è durato un tempo lunghissimo, durante il quale questi malviventi hanno potuto fare ciò che volevano senza che nessuno li fermasse». Dopo essere riusciti ad abbattere la colonnina self-service, i ladri l’hanno trasportata poco lontano, dietro gli alberi e la vegetazione sull’altro lato della strada, per non essere visti mentre la scassinavano alla ricerca delle banconote. «Un danno complessivo di oltre ventimila euro per avere un bottino misero — dice D’Ubaldo — e dato che è l’ennesimo episodio, il rischio calcolato dall’assicurazione sulla mia polizza è destinato ad aumentare sempre di più con le conseguenze che si possono immaginare». «Sono stanco — conclude — perché sono solo a combattere una battaglia che dura da troppi anni. Manca la sorveglianza e la sensazione che abbiamo, oltre all’insicurezza che cresce, è quella di vivere in un luogo abbandonato da tutti».

Da Adnkronos il 4 ottobre 2019. "Siamo in ostaggio, dentro la questura di Trieste perché sono stati arrestati due, forse domenicani, non lo so, io li ho visti entrare, un secondo dopo quando ho aperto il portone di ingresso, ho sentito degli spari". Così una poliziotta racconta i concitato momenti della sparatoria alla Questura di Trieste nella quale due agenti sono rimasti uccisi ed un terzo ferito. Un racconto trafelato disponbile su sito Adnkronos. Al momento di andare in rete non vi è però certezza sulla nazionalità dei due. "Praticamente dentro l'ufficio volanti, hanno preso una o due pistole ai colleghi che li hanno arrestati, e hanno cominciato a sparare. Due colleghi sono feriti all'ufficio volanti, io non so niente stavo entrando ed ero senza pistola e quindi mi sono dovuta rifugiare in un ufficio, anzi prima in uno scantinato poi in un ufficio, non mio. - continua il racconto - Uno è scappato, è uscito dalla questura con l'arma in mano e l'hanno ucciso davanti alla questura, l'altro sta vagando per la questura e non l'abbiamo ancora trovato probabilmente è dentro lo scantinato e un collega adesso ha detto che si sta cominciando ad arrendere".

Simone Pierini per Leggo il 4 ottobre 2019. L'agente Pierluigi Rotta, napoletano di 34 anni. L'agente scelto Matteo Demenego, 31 anni di Velletri, alle porte di Roma. Sono i due agenti di polizia morti nella sparatoria avvenuta all'interno della questura di Trieste. Entrambi in servizio presso l'Upgsp sono morti dopo i tentativi disperati di rianimazione. Rotta era figlio di un poliziotto, attualmente in pensione, che ha lavorato a Napoli. Dolore e sgomento negli uffici della Questura di Napoli per la tragica morte del 34enne. Ad ucciderli Alejandro Augusto Stephan Meran, 29 anni, dominicano. Il fratello, che ha tentato la fuga nei sotterranei, si chiama Carlysle Stephan Meran, 32enne. Entrambi sono titolari di permesso di soggiorno per motivi di famiglia. «Ho parlato adesso con i colleghi della Mobile. Hanno smesso di fare il massaggio cardiaco ai due colleghi in atrio, hanno smesso perché... perché son morti tutti e due. Agente scelto e agente. Non superavano i 30 anni, a quanto ricordo. Li conosciamo tutti, sono le ultime notizie, non so, boh». È l'audio scioccante, triste, pubblicato sul sito Adnkronos, di un poliziotto della questura di Trieste con il quale, su whatsapp, avvisa i colleghi della morte dei due agenti dopo un disperato tentativo di rianimazione.

Gigi in divisa come il papà e Matteo che amava viaggiare: I colleghi: "Colpa della fondina". I due ragazzi di Velletri e Pozzuoli erano orgogliosi di servire lo Stato. Polemiche sulle dotazioni: «Con le vecchie cinture troppo facile sfilare le pistole». Chiara Giannini, Sabato 05/10/2019, su Il Giornale. Matteo Demenego e Pierluigi Rotta avevano 31 e 34 anni e lavoravano alla questura di Trieste. Erano agente e agente scelto. Il primo di Velletri, dove aveva la famiglia e la fidanzata Valentina. Il secondo di Pozzuoli. I colleghi li descrivono come «un ragazzo sorridente il primo, amante dei viaggi e molto legato agli affetti e un simpatico guaglione napoletano il secondo». Entrambi dediti al lavoro e molto legati alla divisa, che avevano scelto per passione, attaccamento ai valori della Patria e spirito di servizio prima che per necessità o altre ragioni. Chi conosceva Matteo racconta di lui che il padre Fabio è un dipendente delle Poste e che aveva un fratello e una sorella, ai quali era molto affezionato. Progettava di farsi un giorno una famiglia, ma il destino è arrivato crudele a spezzare i suoi sogni. Pierluigi, che tutti affettuosamente chiamavano «Gigi», era tifoso del Napoli. I colleghi lo sfottevano in modo simpatico per la sua parlata del sud. Figlio di un poliziotto in pensione, dicono che aveva un cuore d'oro e che quando poteva scendeva in Campania dove aveva moltissimi amici. Doveva tornare nuovamente a breve dalla famiglia. Nessuno si sarebbe mai aspettato che ieri due rapinatori, nel tentativo di fuggire, mettessero fine alle vite dei due giovani agenti. I colleghi hanno tentato invano di rianimarli per lungo tempo, ma non ci sono riusciti. Così non è rimasto che il compito terribile di avvertire le famiglie. «Li avevo visti poco prima - racconta un poliziotto -, pranzavamo sempre insieme a mensa, non ci posso davvero credere che siano morti così». Qualche tempo fa Matteo era partito da Trieste per un viaggio con i genitori e sulla sua bacheca Facebook ancora si leggono gli auguri di compleanno che gli amici gli hanno fatto domenica scorsa. In un post dello scorso Natale aveva scritto: «Un mattino i figli chiedono alla loro mamma: che è un poliziotto? Senza esitare, la mamma risponde: è quell'uomo che non ha orari di lavoro, è colui che non ha il Natale, è quell'uomo che non ha un anno nuovo, che non festeggia compleanni né feste, che non ha estati né inverni, che non abbraccia i suoi cari nei momenti difficili. Per lui tutti i giorni sono uguali; è come la bandiera nazionale, si lava con la pioggia e si asciuga con il sole, è colui che non vi vede crescere e non vede il passare dei vostri anni. È colui che quando serve si converte in dottore, psicologo, meccanico, dizionario; fa da guida e semaforo degli altri. È quello che si commuove per un pensiero, una frase, ma non lo dà mai a vedere, non può, perché ció che fa vedere all'esterno è forza per gli altri. È quello che mostra la vostra foto, e dice orgogliosamente questi sono i miei figli! E quando nessuno lo vede, carezza i sui pensieri, abbraccia qualche foto e piange. Poi la mamma, con le lacrime agli occhi, abbraccia i figli e dice: per questo ci godremo questa giornata da soli, ma orgogliosi. Perché vostro padre è un poliziotto». Amava davvero la divisa e sapeva che ogni giorno è un rischio, che sulla strada si vive e si muore, spesso per pochi soldi. Come lo sapeva anche Pierluigi. «Sono morti - dice qualche loro collega - perché avevano le fondine bianche, quelle di vecchio tipo, in cartone pressato, che si aprono facilmente. A uno dei due si è anche sganciata. Ci sono casi analoghi. È successo già a Trieste nel 2014, quando un 21enne rubò la pistola a un agente e si suicidò. Sono morti per pochi euro di fondina in meno. Regali dell'amministrazione».

Ecco chi sono le vittime della sparatoria a Trieste. Due agenti sono stati uccisi a Trieste. I poliziotti sono morti sotto i colpi di due killer che hanno sfilato pistola agli agenti per poi far fuoco all'impazzata. Angelo Scarano, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. Paura e terrore a Trieste. Due uomini hanno aperto il fuoco all'impazzata all'interno della questura dopo aver sfilato la pistola ad uno degli agenti. Uno dei due aggressori, due fratelli, avrebbe chiesto di andare in bagno. Poi dopo una colluttazione con un agente gli avrebbe sottratto la pistola sparandogli a bruciapelo. In pochi istanti il killer avrebbe esploso diversi colpi uccidendo due agenti e ferendone un terzo. Una delle vittime è un poliziotto trentunenne, Matteo Demenego. Aveva compiuto gli anni qualche giorno fa. Di Velletri, aveva frequentato l'università de La Sapienza. Poi si era trasferito a Trieste dove lavorava indossando la divisa. Descritto dai colleghi come una persona "solare", amava divertirsi ballando con gli amici, come mostrano le foto sul suo profilo facebook. Demenego, 31 anni, era originario di Velletri in provincia di Roma. L'altra vittima della sparatoria è Pierluigi Rotta aveva 34 anni ed era originario di Napoli. suo padre era un poliziotto: attualmente è in pensione, in precedenza ha lavorato a Napoli. Un audio choc di un collega ha di fatto descritto gli ultimi istanti di vita dei due agenti: "Hanno interrotto il massaggio cardiaco, sono deceduti", ha affermato un poliziotto. La dinamica della sparatoria è ancora del tutto da chiarire. Di fatto però, secondo la ricostruzione degli inquirenti, i due killer si trovavano in questura per la rapina di un motorino. Ad un tratto uno dei due avrebbe chiesto di andare in bagno. Uno dei poliziotti, testimoni di quanto accaduto, ha raccontato all'Adnkronos: "Un domenicano, forse un marocchino, alto quasi due metri, un energumeno, portato nell'ufficio Prevenzione Generale Soccorso Pubblico della Questura, dove portano gli arrestati, ha chiesto di andare al bagno. E' stato accompagnato, quando è uscito era una furia, ha aggredito i colleghi, ne ha disarmato uno e ha sparato all'impazzata in direzione di entrambi". In pochi istanti all'interno della questura si è scatenata una caccia all'uomo. Uno dei due aggressori infatti è stato subito arrestato, l'altro invece è fuggito. Avrebbe tentato di rubare un'auto, ma inutilmente. È stato raggiunto dagli agenti, che dopo avergli urlato "faccia a terra", l'hanno immobilizzato.

Trieste, l'audio shock: "Sospeso il massaggio cardiaco: i due agenti sono morti". Ecco il drammatico audio del poliziotto che annuncia il decesso dei due agenti uccisi a colpi di pistola nella questura di Trieste. Giuseppe De Lorenzo, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. "Mi sembra giusto dirlo anche a voi: ho parlato con i colleghi della mobile, hanno smesso di fare il massaggio cardiaco ai due colleghi in atrio perché sono morti entrambi". Con questa frase un poliziotto sul posto alla questura di Trieste dà l'annuncio nelle chat della polizia della morte dei agenti dopo una sparatoria. "Sono un agente e un agente scelto: non superavano i 30 anni". Le notizie che arrivano da Trieste sono ancora frammentarie, sicuramente drammatiche. Un audio in possesso del Giornale ricostruisce dall'interno cosa è successo in quei momenti che hanno portato al decesso di due poliziotti. "Siamo in ostaggio qui dentro - dice una fonte - sono stati arrestati in due, io li ho visti entrare. Un secondo dopo, quando ho aperto il portone di ingresso ho sentito degli spari. Dentro l'ufficio volanti hanno preso una o due pistole ai colleghi della volante che li avevano fermati. Poi hanno iniziato a sparare. Due colleghi sono feriti, non so niente. Io stavo entrando ed ero senza pistola. Mi sono dovuta rifugiare in un ufficio, prima in uno scantinato poi in un ufficio. Uno è scappato, è uscito dalla questura con la pistola in mano, l'altro sta vagando per la questura, forse è dentro lo scantinato". Più fonti concordano nel dire che uno dei due si sia barricato in uno scantinato. Il bilancio definitivo, dicono le fonti, parla di due morti e un terzo agente ferito ad una mano. Ferito anche uno dei due aggressori. Fonti del Giornale dicono che l'area adesso è bonificata e si sente "un silenzio di tomba rotto solo dal pianto dei colleghi". I due soggetti coinvolti nella sparatoria sono in custodia. Si tratta di fratelli e sarebbero stati portati in questura per un accertamento dopo la rapina di uno scooter avvenuta sempre a Trieste.

Sparatoria a Trieste, ecco l'audio che annuncia la morte dei poliziotti. Matteo Demenego e Pierluigi Rotta: chi sono i poliziotti uccisi nella sparatoria di Trieste. La Repubblica il 4 ottobre 2019.  Gli agenti di Polizia uccisi nella sparatoria di questo pomeriggio a Trieste si chiamano Pierluigi Rotta, agente scelto, e Matteo Demenego, agente. Lo ha comunicato la Polizia. L'agente scelto Rotta aveva 34 anni ed era originario di Pozzuoli, in provincia di Napoli. Era figlio di un poliziotto ora in pensione e prima di essere trasferito a Trieste aveva lavorato a Napoli, come suo padre. Dolore e sgomento negli uffici della Questura del capoluogo campano per la tragica morte del 34enne. L'agente semplice Demenego, 31 anni, era originario di Velletri in provincia di Roma. Era diventato poliziotto con il 186/o corso allievi agenti ed era stato assegnato a Trieste il 24 settembre del 2013. Secondo ricostruzioni parziali, stavano accompagnando i due fratelli fermati (di 29 e 32 anni) nei bagni della questura, quando è scoppiata la rissa in cui uno dei malviventi si è impossessato della pistola di uno degli agenti e li ha colpiti a morte.

Campania in lutto: lacrime per il poliziotto ucciso a Trieste. Pierluigi Rotta era figlio di un agente in pensione. Nato a Napoli, aveva vissuto a Pozzuoli. Ieri sera i genitori sono partiti per Trieste, scortati dalle volanti della questura. Il sindaco Figliolia: "Un eroe dei nostri giorni". Irene De Arcangelis il 5 ottobre 2019. La polizia come una famiglia. Pierluigi Rotta, il poliziotto ucciso con un collega a Trieste durante una sparatoria, era figlio d'arte e aveva deciso di seguire le orme del papà, Pasquale: fare il poliziotto. La Campania piange un'altra vittima in divisa, pochi mesi dopo l'assassinio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ammazzato da un giovane americano a notte fonda a Roma. Pierluigi Rotta aveva cominciato da poco a fare il poliziotto. Ma aveva nel cuore la stessa passione del padre. Il sovrintendente Pasquale Rotta aveva sempre lavorato nella " sua" Pozzuoli, al commissariato flegreo prima nel gruppo ristretto dei collaboratori del dirigente, poi all'ufficio denunce. Stimato da superiori e colleghi, trascorreva il suo tempo libero portando il figlio Pierluigi e l'altro figlio maschio sulla sua barchetta. Amanti del mare, in giro per il golfo di Pozzuoli. E nel frattempo il padre - in pensione da due anni - che trasmetteva l'amore per la polizia di Stato a Pierluigi. Il ragazzo - che aveva trentaquattro anni - segue dunque le orme del genitore, ma dopo un breve periodo come aggregato al commissariato di Pozzuoli viene trasferito a Trieste. Intanto la famiglia si sposta, anche se di poco. Da Pozzuoli va a Lago Patria, frazione di Giugliano. Pierluigi, fidanzato, resta nella città friulana. Un fuorisede anche lui, altra analogia con Cerciello Rega. Aveva studiato all'Istituto tecnico commerciale per geometri di Pozzuoli, il Vilfredo Pareto. Nel suo profilo Facebook, il segno della passione per il Napoli e per le moto (c'è una foto di una Bmw). Sui social si chiamava "Pier Igi Lu". Scrivono ora gli amici sul suo profilo Facebook: "Addio collega Pier Igi Lu, abbiamo condiviso 8 mesi di vita quotidiana, eri un grande!!! Voglio ricordati con la foto di gruppo della camera 4A!!! Non ci sono altre parole se non un saluto affettuoso! Proteggi tutti noi colleghi da lassù, veglia amico mio!!!" . "Chi sceglie di servire lo Stato è un eroe dei giorni nostri che con spirito di abnegazione porta avanti una missione a difesa della collettività - dice il sindaco di Pozzuoli Vincenzo Figliolia - Tutta la mia vicinanza alla famiglia di Pierluigi e a quella del collega a cui barbaramente è stata strappata la vita da bastardi criminali. La città di Pozzuoli, la giunta e il consiglio comunale si uniscono in queste ore di dolore. Un caro abbraccio a Pasquale, papà di Pierluigi, per tempo al servizio della città. Nel giorno dei funerali sarà indetto lutto cittadino " . Ieri sera i genitori di Pierluigi sono partiti per Trieste, scortati dalle volanti della questura di Napoli per raggiungere il figlio.

A esplodere i colpi contro gli agenti è stato un dominicano affetto da disturbi psichici, che era stato fermato insieme al fratello in relazione al furto di uno scooter. Un terzo poliziotto è stato colpito di striscio da un proiettile. Panico tra la gente che era in strada. Mattarella: "Profonda tristezza per la morte dei due agenti". La Repubblica il 04 ottobre 2019. Due poliziotti, l'agente scelto Pierluigi Rotta, 34 anni di Napoli e l'agente Matteo Demenego, 31 anni di Velletri, sono morti ieri pomeriggio a Trieste in una sparatoria in Questura. A sparare un rapinatore che avevano fermato e che era insieme al fratello. Secondo una nota della stessa Questura, "i due fratelli erano stati accompagnati in Questura da personale delle Volanti dopo un'attività di ricerca del responsabile della rapina di uno scooter, avvenuta nelle prime ore del mattino. Per motivi in fase di accertamento - si legge nella nota - uno dei due ha distolto l'attenzione degli agenti e ha esploso a bruciapelo più colpi verso di loro. Entrambi hanno tentato di fuggire dalla Questura, ma sono stati fermati". I due fratelli sono originari della Repubblica Dominicana. Si chiamano Alejandro Augusto Stephan Meran, di 29 anni e Carlysle Stephan Meran, di 32. A sparare ai due poliziotti è stato il primo, descritto come affetto da disagio psichico. In mattinata Alejandro Augusto Stephan Meran aveva rubato il motorino a una signora, facendola cadere. Si era però pentito e aveva chiamato il fratello per chiedergli consiglio. Quest'ultimo ha avvertito la polizia, ma una volta arrivati in Questura Alejandro ha chiesto di andare in bagno e, all'improvviso, ha sottratto due pistole agli agenti che ha poi ucciso sparando loro a bruciapelo. Quello che è certo è che Meran - che come il fratello non aveva precedenti e non era segnalato come soggetto pericoloso - è riuscito a sottrarre le due armi. Come abbia fatto sarà difficile ricostruirlo: alla scena non hanno assistito testimoni e la zona non è coperta da telecamere. Dopo aver sparato al primo poliziotto, Meran si incammina verso l'uscita e trova sulla sua strada il secondo agente. L'uomo spara ancora e quando il poliziotto cade in terra gli prende la pistola, strappandogli la fondina. A quel punto si avvicina all'uscita e ha un terzo conflitto a fuoco, con l'agente al corpo di guardia, che lo ferisce. Meran, dicono ancora le fonti, riesce comunque a uscire dall'edificio e qui viene bloccato dagli uomini della squadra mobile. Alejandro cerca di scappato ma viene inseguito dagli agenti e ferito all'inguine. Secondo un testimone, una volta rimasto a terra ha urlato: "Non voglio l'ambulanza, portami via, scappiamo!". Dalla ricostruzione che sta emergendo sembra inoltre che il fratello, Carlysle Stephan Meran, non abbia avuto alcun ruolo nella sparatoria e, anzi, per paura si sia rifugiato nei sotterranei appena si è cominciato a sparare. La sparatoria è avvenuta nella zona tra la via del Teatro Romano e via di Tor Bandena, nel centro del capoluogo giuliano. Il Piccolo riporta che i testimoni hanno parlato di numerosi colpi d'arma da fuoco che hanno seminato il panico tra la gente che era in strada. Sul posto è intervenuta un'ambulanza e la strada è stata chiusa al traffico, protetta da un cordone di sicurezza. Il titolare di un locale della zona ha riferito di aver sentito spari provenienti dall'interno della questura e di aver visto pochi istanti dopo un giovane uscire di corsa con in mano un'arma. Quest'ultimo avrebbe provato ad aprire un'auto della polizia parcheggiata lì davanti, ma inutilmente. Subito dopo sono giunti alcuni agenti che lo hanno bloccato. Un'altra testimone ha raccontato: "È accaduto tutto alle 16.54, ho sentito sei spari e mi sono chiusa dentro il negozio. Poi i poliziotti urlavano "mani in alto e faccia a terra" e ho sentito altri spari". "Ho aspettato dieci minuti e mi sono affacciata: ho visto una persona a terra - racconta ancora la donna - con una pistola accanto e tre poliziotti che entravano di corsa in questura alla ricerca di un altro uomo. Ferma in mezzo alla strada un'auto aperta. Poi siamo dovuti rientrare, mentre sul posto sono arrivate tre ambulanze. Ora è tutto transennato". Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato al capo della polizia Franco Gabrielli un messaggio: "Ho appreso con profonda tristezza la notizia della barbara uccisione dell'agente scelto Matteo De Menego e dell'agente Pierluigi Rotta, feriti mortalmente presso la Questura di Trieste mentre erano impegnati in una operazione di servizio. In questa dolorosa circostanza, desidero esprimere a lei ed alla Polizia di Stato la mia solidale vicinanza, rinnovando i sentimenti di considerazione e riconoscenza per il quotidiano impegno degli operatori della Polizia al servizio dei cittadini. La prego di far pervenire ai familiari degli agenti le espressioni della mia commossa partecipazione al loro dolore". Il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, ha dichiarato il lutto cittadino. La ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, e il capo della polizia Franco Gabrielli sono corsi subito a Trieste, dove sono arrivati in serata. Domani sera è prevista a Trieste una fiaccolata spontanea che partirà nei pressi della Questura dove un dominicano, entrato con suo fratello dopo essere stato fermato per un furto, ha sottratto la pistola a un agente ed ha fatto fuoco, uccidendo due poliziotti prima di essere a sua volta ferito e quindi fermato.

Il bagno, la rissa e la fondina. Così si è scatenato l'inferno a Trieste. L'agente che sorvegliava il dominicano sarebbe stato sorpreso da una mossa improvvisa. Poi il corpo a corpo e gli spari. Giuseppe De Lorenzo e Ignazio Stagno, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. La colluttazione, poi gli spari a bruciapelo. Il pomeriggio di sangue di Trieste costato la vita a due giovani agenti della polizia di Stato è l'ennesimo episodio che vede la furia assassina accanirsi sulle divise che servono tutti i giorni il nostro Paese. La follia è scattata intorno alle 17 all'interno della questura. Un uomo fermato per il furto di un motorino è riuscito a disarmare un poliziotto e ad aprire il fuoco prima di essere arrestato e ferito. Le vittime sono Pierluigi Rotta, agente scelto e Matteo De Menego, 31 anni. A sparare sui poliziotti è stato Alejandro Augusto Stephan Meran, dominicano con regolare permesso di soggiorno. L'uomo era stato portato in questura insieme al fratello per il furto di uno scooter. Dopo aver ottenuto dagli agenti il permesso per recarsi al bagno, ha sorpreso un agente che lo sorvegliava. Qui sarebbe accaduto di tutto. Secondo quanto riportano fonti di polizia l'agente sarebbe stato disarmato e la fondina avrebbe perso il supporto durante la colluttazione con il dominicano. Dopo aver sottratto l'arma al poliziotto, il killer ha subito aperto il fuoco a bruciapelo. La risposta degli agenti presenti è stata immediata. Il killer è rimasto ferito. Il malvivente è riuscito comunque a scappare all’esterno dell’edificio, dove ha tentato di entrare in una delle vetture di servizio della Polizia che però era chiusa. Poi è stato raggiunto da altri agenti e bloccato, mentre il fratello era rimasto all’interno della Questura e sembra sia estraneo a quanto accaduto. Sempre secondo fonti della polizia, l'altro poliziotto rimasto ucciso "aveva invece una fondina in cartone pressato perché la sua si era rotta". Due fondine che hanno ceduto nel corso della colluttazione e che hanno armato la mano del killer. In questo quadro va sottolineata la testimonianza di una poliziotta che ha descritto gli attimi precedenti alla sparatoria: "Le pistole senza cinghia di sicurezza, poi gli spari e la paura. I due dominicani avevano un atteggiamento strano. Stavano troppo vicini prima di cominciare a sparare dentro la questura". I due agenti feriti gravemente sono stati subito soccorsi ma inutilmente: le pallottole calibro 9 parabellum esplosi dalla pistola d’ordinanza Beretta avevano raggiunto organi vitali. In un audio choc un collega presente ha raccontato la morte dei due agenti sotto i suoi occhi. Lascia senza parole quella frase: "Hanno interrotto il massaggio cardiaco". A terra, in questura, sono rimasti i corpi senza vita di due agenti che sono morti svolgendo il proprio lavoro. Secondo le prime indagini, secondo quanto riporta l'Adnkronos, i due domincicani avevano regolare permesso di soggiorno da dieci anni. Ora i rilievi della scientifica cercheranno di dare un quadro più chiaro della dinamica di questo pomeriggio di terrore che ha lasciato a Trieste, dopo le urla e gli spari, il silenzio della morte di due poliziotti.

L'audio shock dell'agente: "Siamo qui in ostaggio. ​Hanno preso la pistola..". Il racconto di una donna bloccata all'interno della questura di Trieste. Morti due poliziotti: sono Matteo Demenego e Pier Luigi Rotta. Bartolo Dall'Orto, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. La dinamica di quanto successo a Trieste, dove due agenti Pier Luigi Rotta e Matteo Domenego sono morti dopo una sparatoria, deve ancora essere ufficializzata. Ma in questi momenti stanno emergendo alcuni particolari che circolano tra gli appartenenti alle forze dell'ordine. "Siamo in ostaggio qui dentro - dice una donna, che era sul posto quando è successo - sono stati arrestati in due, io li ho visti entrare. Un secondo dopo, quando ho aperto il portone di ingresso ho sentito degli spari. Dentro l'ufficio volanti hanno preso una o due pistole ai colleghi della volante che li avevano fermati. Poi hanno iniziato a sparare. Due colleghi sono feriti, non so niente. Io stavo entrando ed ero senza pistola. Mi sono dovuta rifugiare in un ufficio, prima in uno scantinato poi in un ufficio. Uno è scappato, è uscito dalla questura con la pistola in mano, l'altro sta vagando per la questura, forse è dentro lo scantinato". Un altro audio choc, anticipato dal Giornale.it, descrive invece i momenti drammatici in cui un poliziotto di stanza Trieste comunica ai colleghi il decesso dei due agenti: ""Mi sembra giusto dirlo anche a voi: ho parlato con i colleghi della mobile, hanno smesso di fare il massaggio cardiaco ai due colleghi in atrio perché sono morti entrambi". I due assalitori sono fratelli dominicani, che erano in questura per alcuni accertamenti dopo la rapina di uno scooter. Secondo quanto emerge, uno dei due avrebbe chiesto di andare in bagno. Poi sarebbe scattata una colluttazione, prima della sparatoria. Uno dei due dominicani avrebbe rubato la pistola agli agenti e poi aperto il fuoco. Entrambi sono stati fermati. Sul posto è arrivata la scientifica. Per arrestare l'aggressore asserragliato nei locali della questura, secondo quanto riportano le fonti, sarebbe stato necessario l'intervento dei corpi speciali dello UOPI.

«Posso andare in bagno?»Poi disarma i poliziottie spara fuggendo in strada. Pubblicato venerdì, 04 ottobre 2019 su Corriere.it da Giusi Fasano e Andrea Pasqualetto. A sparare un dominicano fermato per la rapina di uno scooter. Le fondine degli agenti erano vecchie e senza cinghia di sicurezza. La richiesta del killer: «Posso andare in bagno». Poi l’aggressione e gli spariTrieste, due agenti uccisi in Questura. Il cordoglio di Mattarella: «Profonda tristezza per una barbarie». Questura di Trieste, ieri pomeriggio. La voce di un uomo dice al poliziotto della centrale operativa che «lo scooter è qui con mio fratello, venitelo a prendere». È Carlysle Stephan Meran, 32 anni, dominicano con regolare permesso di soggiorno. Suo fratello, Alejandro Augusto, 29, aveva sottratto quel motorino ieri mattina presto a una turista straniera che poi era andata a denunciare tutto. Partono due volanti, a bordo anche Rotta e Demenego. I poliziotti arrivano a casa dei due fratelli, li caricano sulle volanti e li portano in Questura. Manca poco alle cinque del pomeriggio. Prima di arrivare Carlysle si sente in dovere di dire agli agenti che «mio fratello è un po’ alterato» («soggetto squilibrato» diranno poi altri inquirenti, pare anche seguito da un centro di igiene mentale). La volante si ferma davanti all’ingresso. I due fratelli non sembrano agitati, uno di loro si permette anche una battuta con una poliziotta in borghese che è lì davanti alla porta della Questura. Gli agenti li fanno entrare. Niente manette. Alejandro Augusto fa pochi passi e poi chiede di andare in bagno. Rotta e Demenego lo seguono fino alla toilette di servizio. Lui entra, loro restano ad aspettarlo all’esterno. Quando esce è una furia. Aggredisce i poliziotti e inizia una colluttazione. Da questo momento in poi ci sono punti poco chiari e molte domande al momento senza risposte nella ricostruzione di quel che è accaduto. Prima fra tutti la questione della pistola. Non è chiaro se uno dei poliziotti l’abbia estratta e lui gliel’abbia sfilata dalle mani oppure se sia stato lui stesso a prenderla dalla fondina che, secondo i primi accertamenti, sarebbe di un vecchio modello, in cartone pressato e facile da staccare. Tra l’altro nessuno dei due agenti ha il correggiolo, cioè la cinghia di sicurezza (estensibile) per tenere agganciata l’arma al cinturone. In ogni caso: Alejandro Augusto si impossessa dell’arma, con la quale avrebbe minacciato l’altro agente pretendendo anche la sua pistola. E inizia a sparare. Scarica un intero caricatore puntando prima al petto dei due agenti, che non hanno scampo, e poi dove gli capita per aprirsi la via di fuga. Si muove e preme il grilletto. Vetri che vanno in frantumi, calcinacci, poliziotti che si riparano e rispondono al fuoco. «È stato tipo Beirut, non so quanti colpi sono stati esplosi, una infinità. Quell’uomo sparava a vista», dirà poi una poliziotta. Nel conflitto a fuoco uno degli agenti che lo sta seguendo viene ferito a una mano. Lui, l’assassino, riesce comunque a uscire anche se ferito e mentre è fuori incrocia sulla via di fuga una Fiat Panda della Squadra Mobile. Alza la pistola ancora una volta e spara verso gli agenti in macchina. «Alla testa», aggiunge la testimone. Loro si buttano a terra appena in tempo per non essere colpiti, rispondono al fuoco. Lui riesce a premere il grilletto per altre 11 volte prima di essere colpito e crollare (sarà poi portato in ospedale) non lontano dall’ingresso della Questura. A questo punto il fratello è ancora all’interno dello stabile. Nel caos generale è scappato verso il basso e si è rifugiato nel sotterraneo. Lo cercano, lo vedono. Qualcuno dice che ha una pistola fra le mani ma c’è troppa confusione nella ricostruzione delle prime ore e non è chiaro se davvero sia così oppure se gli stessi poliziotti confondano lui con suo fratello. Alla fine. comunque, lo scovano e l’incubo finisce. Proprio mentre i colleghi dei due poliziotti uccisi cercano inutilmente di soccorrerli. Ora, quello che si dovrà accertare di tutta questa tragica storia è se siano state rispettate tutte le procedure di sicurezza previste per casi del genere. C’è stata una sottovalutazione dei rischi? Sono state prese tutte le precauzioni necessarie? Davanti a due colleghi senza vita ieri nessuno aveva voglia di farsi domande. Solo sgomento e lacrime. Un’altra delle circostanze che si dovrà ricostruire è se davvero, come sembrerebbe, Alejandro aveva cominciato a dare segnali di squilibrio psichico durante la mattinata. Qualcuno sostiene che proprio per le sue condizioni di instabilità mentale sia stato chiesto un intervento al 118. Anche l’aggressione alla signora rapinata dello scooter — alle 6.40 del mattino — era stata «strana», per dirla con le parole di un investigatore e con il senno del poi. Cioè: il rapinatore aveva preteso il motorino dopodiché aveva spinto per terra la signora prima di andarsene. La rapina di un motorino. Un reato minore, nell’elenco dei casi che possono capitare ogni giorno in una Questura. Stavolta è stato l’inizio di una storia tragica per due giovani poliziotti. Pierluigi aveva 34 anni, Matteo 31.

Sparatoria in Questura a Trieste, muoiono due agenti. Il Corriere del Giorno il 5 Ottobre 2019. Le vittime sono Pierluigi Rotta, agente scelto di 34 anni, e Matteo Demenego, agente, 31 anni. A sparare sarebbe stato uno straniero di origine dominicana, presunto responsabile di una rapina avvenuta questa mattina. Proclamato il lutto cittadino, cordoglio in tutto il Paese. Il presidente Mattarella: «Profonda tristezza per la barbara uccisione».Qualcuno dice sei, qualcun altro otto, altri parlano di agenti crivellati di proiettili. L’ agente scelto Pierluigi Rotta di 34 anni, e l’agente semplice Matteo De Menego di 30 anni, sono morti caduti uccisi nei corridoi della Questura di Trieste dai proiettili delle pistole in uso proprio alla Polizia . L’ agente Rotta era originario di Pozzuoli (Napoli), figlio di un poliziotto attualmente in pensione, che ha lavorato negli uffici della Questura di Napoli dove si è immediatamente diffuso dolore e sgomento . L’ altro agente Demenego, era diventato poliziotto con il 186° corso allievi agenti ed era stato assegnato a Trieste il 24 settembre del 2013. Un loro collega è stato ferito: si tratta dell’Assistente capo coordinatore Cristiano Resmini. A sparare è stata una delle due persone fermate che gli stessi poliziotti avevano portato in Questura dopo un servizio avviato in seguito al furto di uno scooter. A compiere il furto stamani Alejandro Augusto Stephan Meran, di 29 anni, di nazionalità dominicana. Subito dopo il colpo si pente e chiama il fratello, Carlysle Stephan Meran, di 32 anni, il quale avverte la Polizia. Giungono sul posto una Volante con due agenti a bordo e un’auto della Squadra Mobile. I due fratelli salgono sulla prima vettura della Polizia,  l’altra li segue a distanza, un po’ più indietro a causa del traffico. Un’operazione di routine, senza particolari difficoltà. I quattro a bordo della Volante entrano in Questura. E quel che segue sono fotogrammi di un film impazzito, una manciata di minuti che seminano il terrore e spezzano due vite.  Quando già si trovavano all’interno della Questura, nell’ufficio Prevenzione Generale Soccorso Pubblico, il 29enne Alejandro affetto da difficoltà psichiche,  ha chiesto di usare i servizi igienici e, all’improvviso, ha aggredito uno degli agenti che lo stava accompagnando. Dopo una colluttazione, è riuscito a impossessarsi della sua pistola ed è proprio con quell’arma che ha sparato diversi colpi. Gli agenti Rotta e Demenego sono stati colpiti subito e sono rimasti a terra. Come abbia fatto sarà difficile ricostruirlo: alla scena non hanno assistito testimoni e la zona non è coperta da telecamere. Dopo aver sparato al primo poliziotto Meran si incammina verso l’uscita e trova sulla sua strada il secondo agente. L’uomo spara ancora e quando il poliziotto cade in terra gli prende la pistola, strappandogli la fondina. A quel punto si avvicina l’uscita e ha un terzo conflitto a fuoco, con l’agente al corpo di guardia, che lo ferisce. Meran, dicono ancora le fonti, riesce comunque ad uscire dall’edificio e qui viene bloccato dagli uomini della squadra mobile. Dalla ricostruzione che sta emergendo sembra inoltre che il fratello, Carlysle Stephan Meran, non abbia avuto alcun ruolo nella sparatoria e, anzi, per paura si sia rifugiato nei sotterranei appena si è cominciato a sparare. “Vieni a prendermi … non voglio l’ambulanza … sto morendo…”. Sono le frasi che Alejandro Augusto Stephan Meran, 29 anni, ha urlato rivolgendosi al fratello, Carlysle, all’esterno della Questura di Trieste. Alejandro, che ha già ucciso i due agenti, è a terra mentre attende l’ambulanza dopo essere stato ferito durante il tentativo di fuga. La scena è stata mandata in onda dall’emittente locale Tele4 nel corso di una edizione straordinaria trasmessa stasera. Ieri in serata una psicologa della Polizia e la dirigente del commissariato Liliana Galiani sono andati a casa dei genitori dell’agente per accompagnarli poi in aeroporto, direzione Trieste. Il pm di turno ha compiuto un sopralluogo ed ha interrogato il fratello di Alejandro che terrorizzato si era nascosto. Le squadre speciali, intanto, hanno compiuto una bonifica dei locali della Questura, a scanso di equivoci. Atteso l’arrivo in città del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, e del capo della Polizia Franco Gabrielli. Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza ha proclamato il lutto cittadino per la giornata di domani a seguito della morte di due Agenti nello scontro a fuoco avvenuto nel pomeriggio presso la Questura. “L’Amministrazione Municipale desidera così interpretare – ha detto Dipiazza – il sentimento dell’intera cittadinanza, di grande cordoglio per i Caduti nel compimento del dovere e di vicinanza alle famiglie, alla Polizia e a tutti gli uomini e donne delle forze dell’ordine, in un così grave momento”. “In 18 anni in cui sono sindaco non mi era mai successo, non si può morire a trent’anni in questo modo“. Queste le parole del sindaco Dipiazza fuori dalla Questura di Trieste  dove nelle scorse ore sono stati uccisi due agenti di polizia. “Sono dispiaciuto – ha aggiunto – un pò di colpa l’abbiamo tutti quanti perché ci lamentiamo se vengono fotografate le persone in manette” . Dipiazza ha ricordato che “stiamo parlando del furto di un motorino, non si può morire a trent’anni in questo modo. Sono vicino alle famiglie, ed è la prima volta in 18 anni che faccio il sindaco che proclamo il lutto cittadino. Mi dispiace perché oggi tutti parleranno di Trieste in un modo che non è quello giusto”. A Trieste il sole stava tramontando e in via di Tor Bandena, la sede della Questura non lontano dal porto, sugli scalini che conducono all’ingresso sostano — con i volti sconvolti — alcuni colleghi di dei due poliziotti uccisi nel pomeriggio nell’ufficio “Prevenzione Generale” . Lungo la strada i passanti si fermano, qualcuno lascia la sua firma di cordoglio, altri vogliono parlare con gli agenti per testimoniare vicinanza e solidarietà. Un poliziotto che pare il più anziano del gruppetto, sulla sessantina e gli occhi rossi per le lacrime, ringrazia tutti e stringe le mani. “Erano giovani — racconta — amavano il loro lavoro: notte e giorno sulle Volanti...”. A un tratto si volta ed entra in caserma, forse per non farsi vedere mentre piange ancora. Vite parallele, quelle di Matteo e Pierluigi, entrambi fidanzati, senza figli e in polizia dopo aver frequentato (il primo nel 2012, arruolato con il 186° corso e il secondo nel 2015 , 195°) la «Scuola Allievi Agenti» di Trieste. La prima assegnazione è stata per tutti e due proprio quella nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia. Erano in servizio all’ufficio «Prevenzione generale soccorso pubblico», il reparto Volanti, quelli che intervengono subito dopo la chiamata della sala operativa. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio inviato al Capo della Polizia, Prefetto Franco Gabrielli, scrivendo “Ho appreso con profonda tristezza la notizia della barbara uccisione dell’agente scelto Matteo De Menego e dell’agente Pierluigi Rotta, feriti mortalmente presso la Questura di Trieste mentre erano impegnati in una operazione di servizio. In questa dolorosa circostanza, desidero esprimere a lei ed alla Polizia di Stato la mia solidale vicinanza, rinnovando i sentimenti di considerazione e riconoscenza per il quotidiano impegno degli operatori della Polizia al servizio dei cittadini. La prego di far pervenire ai familiari degli agenti le espressioni della mia commossa partecipazione al loro dolore“. “Esprimo il mio più sentito cordoglio alla Polizia di Stato per i due agenti rimasti uccisi a Trieste e tutto il mio sdegno per quanto avvenuto. Ai familiari dei due ragazzi che hanno perso la vita, mentre con coraggio e abnegazione svolgevano il loro dovere di tutori della sicurezza e della legalità, giunga tutta la mia vicinanza”.  ha dichiarato il Presidente del Senato, Elisabetta Casellati, in merito al grave fatto di sangue accaduto alla Questura di Trieste che ha visto due agenti di polizia rimanere uccisi nel corso di una sparatoria.  Il Presidente Casellati ha aggiunto: “Chi colpisce un uomo delle Forze dell’ordine, colpisce lo Stato. Oggi l’Italia intera piange due dei suoi figli migliori“. “Una terribile notizia da Trieste. Sono vicino alle famiglie dei due poliziotti rimasti uccisi. A loro e al capo della Polizia di Stato esprimo tutto il mio cordoglio” scrive su Twitter il presidente della Camera Roberto Fico. Il Comandante Generale della Guardia di Finanza, Gen. C.A. Giuseppe Zafarana, ha formulato al Capo della Polizia e Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, Prefetto Franco Gabrielli, il suo personale profondo cordoglio e quello di tutti i Finanzieri per il barbaro assassinio dei due poliziotti in servizio alla Questura di Trieste. Anche la Fondazione Corriere del Giorno, la direzione del nostro giornale insieme alla redazioni e tutti i collaboratori intende manifestare il proprio cordogli alle famiglie deimm Salgono così a  5 i morti tra le forze dell’ordine nel 2019 Vincenzo De Gennaro, è stato ucciso sulla piazza principale di Cagnano Varano, un paesino del Foggiano, durante un controllo. Un uomo, la cui vettura era stata fermata a un posto di blocco, ha improvvisamente e. Il 13 aprile scorso un carabiniere di 47 anni, ha estratto una pistola e ha sparato verso la pattuglia, uccidendo un militare e ferendone un altro in modo non grave. Il 16 giugno 2019 è morto travolto da un’auto l’appuntato scelto Emanuele Anzini, un carabiniere 41enne di origine abruzzese ma che lavorava da venti anni in provincia di Bergamo. Durante il turno di notte di pattugliamento delle strade bergamasche Anzini è stato travolto e ucciso a un posto di controllo a Terno d’Isola da un automobilista risultato positivo all’alcoltest e arrestato.A fine luglio, infine, l’uccisione di Cerciello Rega, accoltellato a morte dal giovane americano Elder Finnegan Lee nel quartiere residenziale di Prati, sospettato di aver rubato lo zainetto di un pusher insieme all’amico e di averlo ricattato.

Trieste, Storace contro il Pd Scalfarotto: "Quanti minuti ci metterà ad andare dai due assassini in carcere?" Libero Quotidiano il 4 Ottobre 2019. "Quanti minuti passeranno prima dell'arrivo del sottosegretario Scalfarotto al carcere di Trieste per rendere omaggio agli assassini di due poliziotti?". Il direttore del Secolo d'Italia Francesco Storace, su Twitter, commenta così con amara ironia i drammatici fatti del capoluogo giuliano, con due immigrati dominicani che hanno sparato all'impazzata in Questura uccidendo due agenti. Il riferimento è alla visita in carcere del dem Scalfarotto ai due giovani americani che hanno ucciso il carabiniere Mario Cerciello Rega a Roma, in una dinamica ancora da chiarire del tutto.  

Il dominicano che ha sparato dopo aver sfilato l'arma a un agente dopo una colluttazione è regolare sul territorio italiano, così come il complice con il quale è stato portato in Questura dopo una rapina. Le vittime sono l'agente Pierluigi Rotta, 34 anni, e l'agente scelto Matteo Demenego, 31 di Velletri, entrambi in servizio all'Upgsp. Ventinove anni uno, 32 l'altro, i due dominicani sono entrambi in stato di fermo.

Trieste, Chef Rubio: "Poliziotti impreparati, non mi sento sicuro". Rubio non usa giri di parole: "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente". E sui social è polemica. Angelo Scarano, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. Sulla morte dei due agenti di polizia a Trieste comincia a scatenarsi il dibattito sui social. La dinamica di quanto accaduto questo pomeriggio all'interno della questura di Trieste, dove un domincano ha aperto il fuoco contro gli agenti, è tutta da chiarire. I rilievi della scientifica cercheranno di far luce sull'esatta sequenza dei fatti ma qualcosa è già emerso dalle ricostruzioni dei testimoni. Il killer dominicano, in questura insieme al fartello per il furto di un motorino, avrebbe chiesto di recarsi al bagno. Accompagnato da un poliziotto lo avrebbe sorpreso con una mossa improvvisa disarmandolo. Da qui la furia omicida. Subito alcuni colpi a bruciapelo che hanno lasciato a terra agonizzanti due agenti. Poi la fuga. Raggiunto in strada dai poliziotti l'uomo è stato immobilizzato e arrestato. La dinamica di questi fatti però fa discutere. E a scatenare le polemiche è un tweet di Chef Rubio che commenta così i fatti di Trieste: "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io non mi sento sicuro in mano vostra". Parole che di certo sono destinate a dar vita ad una raffica di reazioni sui social. I follower dello chef non l'hanno presa bene e hanno subito puntato il dito contro di lui per il tempismo del suo tweet: "Rispetto Rubio... Ti seguo e mi piaci ma potevi fare a meno di scrivere questo post irrispettoso nei confronti dei due poveri poliziotti", scrive uno di loro. E ancora: "Di fronte a queste tragedie si deve solo riflettere sul pericolo che affrontano ogni giorno queste persone, probabilmente non esperte. Al di là di ogni pregiudizio verso i "colpevoli". Insomma le parole dello chef fanno discutere parecchio. Ma c'è anche chi gli dà ragione: "Si ha la sensazione che i giovani agenti dell'ordine pubblico abbiano una preparazione complessiva alquanto approssimativa, divenendo così bersaglio più vulnerabile per i malavitosi! Noi li rispettiamo comunque, li piangiamo quando sono vittime, e vorremmo che così non fosse". Insomma sui social si è aperto il dibattito sulla preparazione e l'addestramento dei nostri poliziotti. Ma Rubio senza conoscerlo ha già emesso la sua sentenza...

"Vergogna", "Stupido", "Insulti" È bufera su Rubio per Trieste. Lo chef sbotta: "Poliziotti impreparati. Non mi sento sicuro". Salvini e Meloni all'attacco. E lui rincara: "Sciacalli". Angelo Scarano, Sabato 05/10/2019, su Il Giornale. Chef Rubio non molla e rilancia. Dopo le polemiche di queste ore per le sue parole su Twitter su quanto accaduto a Trieste, arriva la risposta dello stesso chef alle critiche che sono arrivate da più parti, a cominciare da Salvini e Meloni. Rubio ieri sui social ha lanciato una provocazione con parole fin troppo chiare: "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io non mi sento sicuro in mano vostra". Una frase a cui sono seguire le risposte piccate dei leader di FdI e Lega che hanno accusato lo chef di "insultare la polizia" definendolo uno "stupido". Ma non finisce qui. Lo stesso Rubio ha voluto precisare la sua posizione. E questa volta la sensazione è che la toppa sia peggio del buco. "E comunque chiudendo una per tutte il discorso, che me so rotto il c... de voi sciacalli: sono molto più vicino io alle loro famiglie incazzandomi che voi ipocriti, ridicoli pupazzi che fingete cordoglio solo per avere voti e aumenti di stipendio e li avete condannati a morte", ha aggiunto lo chef sui social. Alle parole di Rubio ha risposto in modo netto Rita Dalla Chiesa che senza usare perifrasi lo ha attaccato sui social: "Allora, adesso basta con questa storia della mancanza di preparazione dei nostri ragazzi delle #forze dell'ordine - sottolinea Dalla Chiesa - @rubio_chef, se mai ti capiterà di essere minacciato pesantemente da qualcuno, difenditi da solo, visto che di loro non ti fidi. Vergognati per la tua immensa pochezza". Una affondo che di certo solleverà nuove polemiche. Intanto anche altri esponenti della Lega hanno puntato il dito contro Rubio. Paolo Grimoldi, deputato del Carroccio, componente della Commissione Esteri della Camera, non usa giri di parole e attacca: "Adesso basta, adesso ha veramente passato il segno. Passi che Chef Rubio insulti la Lega ogni giorno, passi che Chef Rubio insulti Stati storicamente amici dell'Italia come Usa e Israele, passi tutto, passi persino che si è lamentato qualche settimana fa del fatto che la Polizia non ha manganellato e 'riempito di botte' i manifestanti pacifici e democratici che protestavano in piazza di Montecitorio contro l'insediamento del Governo delle poltrone". Il caso non è affatto chiuso. Infatti anche il Sap, il sindacato di polizia ha commentato in modo aspro le parole dello chef: "hef Rubio si vergogni. Ecco un altro che aderisce al partito dell'anti-polizia", ha affermato all'Adnkronos, Stefano Paoloni, segretario generale del Sindacato di Polizia Sap. La polemica è solo all'inizio...

Sparatoria a Trieste, il commovente messaggio del padre del poliziotto ucciso. Il papà di Matteo Demenego, uno degli agenti morti nella sparatoria di Trieste, ha saluto il figlio con un toccante post pubblicato su Facebook. Gabriele Laganà, Sabato 05/10/2019, su Il Giornale.  “Ciao mio eroe. Ora sei il nostro Angelo Custode”. È questo il dolce e struggente pensiero scritto su Facebook da Fabio Demenego, padre di Matteo, il 31enne agente di polizia caduto nella sparatoria nella Questura di Trieste insieme al suo collega Pierluigi Rotta. Poche parole scritte con il cuore quasi a volere mettere a tacere chi in queste ore drammatiche ha alzato assurde quanto inutili polemiche. Poche ore prima, infatti, un altro messaggio dai toni decisamente più accesi era stato scritto da Gianluca Demenego, fratello della vittima, contro chef Rubio che, come ormai sua cattiva abitudine, usa frasi pesanti per commentare i fatti di cronaca e politica. Quest’ultimo, infatti, aveva pubblicato un tweet critico verso la polizia. “Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io non mi sento sicuro in mano vostra”, ha scritto il volto noto della tv. Parole inaccettabili non solo per chi rischia quotidianamente la vita per difendere quella dei cittadini ma anche per Gianluca che aveva ribattuto:”Tieni sempre la guardia alta quando giri perché se colgo impreparato pure te fai la fine di mio fratello! Uomo di merda! Ti auguro di perdere un tuo caro!”. A differenza di Rubio, il giovane ha capito l’errore commesso e con grande umiltà ha chiesto scusa per quelle parole scritte di getto e dettate “dal dolore e dalla rabbia”. Altrettanto toccante è stato il pensiero del vescovo di Trieste, monsignor Giampaolo Crepaldi, pronunnciato nel corso dell'omelia in ricordo degli agenti Matteo Demenego e Pierluigi Rotta. "Due ragazzi a cui è stata tolta vita da una insensata follia omicida. E il dolore che questa città di Trieste conosce da sempre, per averlo trovato tante volte nella sua storia, è comparso di nuovo acuto e lancinante per la perdita di due giovani promettenti a cui stato rubato il futuro. E così Trieste si ritrova dentro quadro di orrore".

Rita Dalla Chiesa contro Chef Rubio: "Vergognati per la tua immensa pochezza, difenditi da solo". Libero Quotidiano il 5 Ottobre 2019. "Morire a 30 anni per un Paese in cui c'è ancora qualcuno che deride,insulta le nostre Forze dell'Ordine.Morire a 30 anni per un Paese che non garantisce sicurezza nemmeno a chi indossa una divisa per proteggerci. Morire a 30 anni per pochi euro, e spesso senza neanche un GRAZIE". Rita Dalla Chiesa commenta la notizia dell'uccisione dei due agenti di polizia per mano di Alejandro Augusto Stephan Meran, l'uomo che era stato accompagnato negli uffici della Questura di Trieste per il furto di uno scooter. La conduttrice ha lanciato una chiara frecciatina a Chef Rubio, il noto cuoco che diceva: "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io non mi sento sicuro nelle vostre mani". Una dichiarazione che ha generato diverse critiche, ma tra le più dure è proprio quella di Rita Dalla Chiesa che prosegue: "Allora, adesso basta con questa storia della mancanza di preparazione dei nostri ragazzi delle Forze dell'Ordine, Chef Rubio se mai ti capiterà di essere minacciato pesantemente da qualcuno, difenditi da solo, visto che di loro non ti fidi. Vergognati per la tua immensa pochezza". "Sapesse almeno cucinare...", aggiunge in un messaggio successivo. Io penso alle loro mamme, fidanzate, alle loro famiglie. Li hanno visti uscire stamattina e non li vedono tornare a casa stasera".

Chef Rubio finisce per insultare pure la polizia: "Trieste? Non mi sento sicuro". Giorgia Meloni: "Miserabile". Libero Quotidiano il 5 Ottobre 2019. "Io non mi sento sicuro in mano vostra". Se Chef Rubio voleva difendere i due poliziotti morti in una sparatoria in Questura a Trieste, per mano di un dominicano, non ha centrato l'obiettivo. Il celebre chef-star della tv, che spesso si concede sproloqui politici e insulti a viso aperto (specie contro Matteo Salvini e Giorgia Meloni) stavolta se la prende con politici e istituzioni ma, di fatto, indirettamente pure con le forze dell'ordine incapaci a suo dire di difendere i cittadini. Il riferimento è al fatto che il dominicano abbia sfilato le pistole ai due agenti poi freddati. "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente - accusa Chef Rubio su Twitter -. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente". Ne nasce una rissa social proprio con la Meloni, che definisce Rubio "miserabile": "Nessun politico o giornalista di sinistra che spenda mezza parola per condannare parole agghiaccianti come queste", è l'accusa della leader di Fratelli d'Italia sempre via Twitter. Pronta risposta dello chef, che non pago dà degli "analfabeti funzionali" ai sostenitori di FdI e dà un consiglio alla Meloni: "Fai la brava e lavora". Solito garbo.

Sparatoria Trieste, il fratello di uno dei poliziotti uccisi risponde a Chef Rubio: "Tieni alta la guardia..." Libero Quotidiano il 5 Ottobre 2019. Si è inasprito il dibattito sulla sparatoria di Trieste. Chef Rubio aveva denunciato, con un tweet, l'inadeguatezza e l'impreparazione delle Forze dell'Ordine, vista la dinamica che ha portato alla morte in Questura dei due agenti di polizia Matteo Demenego e Pierluigi Rotta per mano di un dominicano con problemi psichici. Il tweet incriminato è questo: "Per servire il Paese (i cittadini, no i coglioni che vi mandano a morire) bisogna essere dei virtuosi. Viverla come missione e non come lavoro, essere impeccabili, colti, preparati fisicamente e mentalmente così da gestire qualsiasi imprevisto. I colpevoli sono sopra non sotto". Gianluca Demenego, fratello di Matteo, di professione bartender, ha voluto rispondere per le rime allo chef romano sui social, dando sfogo a tutto il suo risentimento: "Chef Rubio, sono il fratello del poliziotto impreparato! Beh, tieni sempre la guardia alta quando giri perché se colgo impreparato pure te fai la fine di mio fratello! Uomo di m***a! Ti auguro di perdere un tuo caro! A presto!" La replica di Rubio, sempre sui social, non si è fatta attendere, lamentando un fraintendimento sul messaggio che voleva mandare e un certo accanimento ai suoi danni da parte della stampa: "Fermate tutto: Il fratello mi ha minacciato di morte, telegiornali e i giornalisti assetati di scoop che vogliono intervistarmi, un popolo alla deriva capitanato da criminali folli che gettano benzina sul fuoco. Io vi ricordo che sono morte due persone e pare che so stato io".

Chef Rubio sulla sparatoria di Trieste: "Minacciato dal fratello della vittima per colpa dei politici infami". Libero Quotidiano il 5 Ottobre 2019. "Il fratello mi ha minacciato di morte, telegiornali e i giornalisti assetati di scoop che vogliono intervistarmi, un popolo alla deriva capitanato da criminali folli che gettano benzina sul fuoco. Io vi ricordo che sono morte due persone e pare che sono stato io". Lo scrive su Twitter Chef Rubio, dopo il post su Facebook di Gianluca Demenego, fratello di Matteo, l'agente ucciso insieme al collega Pierluigi Rotta nella sparatoria in Questura a Trieste. "Grazie ai politici infami che sfruttano dichiarazioni chiare di denuncia per sciacallare e buttare benzina sul fuoco. Grazie agli analfabeti funzionali. Grazie a tutti voi per questo odio senza senso. Fratello, rispetto il tuo dolore, ma non hai compreso". Rubio chiama in causa in particolare Giorgia Meloni e Matteo Salvini. "Giorgi mi dà del MISERABILE, Matte dello STUPIDO e così a cascata una serie di parassiti mi insultano sull'onda di un analfabetismo funzionale imbarazzante, abituati troppo bene da una popolazione di cacasotto raccontata da giornalisti senza palle. Vediamo chi se stanca prima".

Sparatoria Trieste, sui social c’è chi esulta per la morte dei poliziotti. Una utente di Facebook ha postato una foto del luogo della tragedia con una frase di giubilo per la morte dei due agenti di polizia. Lo sdegno di Matteo Salvini. Gabriele Laganà, Sabato 05/10/2019, su Il Giornale.  Mentre l’Italia piange Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, i due agenti di polizia caduti nella Questura di Trieste sotto i colpi di Alejandro Stephan Meran, un dominicano affetto da problemi psichici, sul web c’è chi esulta. Su Facebook, una certa Diana Sam Coni, che si è fatta immortalare con il simbolo anarchico, ha postato una foto del luogo della tragedia accompagnata da una breve quanto vile frase carica di odio verso i poliziotti morti e tutti gli uomini che quotidianamente lavoro alla sicurezza di ogni cittadino: “Ke dire, due di meno!!!!!”. Un caso isolato di puro odio? Non proprio. Alcuni utenti commentano l’immagine e si complimentano con la donna per l’”alto pensiero”. C’è anche chi le consiglia di fare attenzione non per la frase di violenza ma perché c’è il rischio che Facebook potrebbe oscurarla. La vergognosa frase è stata notata dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini che, sullo stesso social, è intervenuto per esprimere tutto il suo sdegno. “SCHIFO e VERGOGNA! Come si può anche solo pensare di scrivere cose del genere??? È giusto essere consapevoli che esistono purtroppo in Italia individui che si rallegrano per la morte di due poliziotti. Gente senza cuore, senza cervello e senza dignità”.

Insulti alla polizia: "È dissenso critico". Assolti due studenti accusati di resistenza e oltraggio agli agenti. Cristina Bassi, Martedì 08/10/2019, su Il Giornale. Accusati di resistenza, oltraggio a pubblico ufficiale e (solo uno degli imputati) di aver acceso un fumogeno durante una manifestazione non autorizzata. E assolti in via definitiva - la Procura non ha fatto ricorso dopo che in aula aveva chiesto l'assoluzione - o «perché il fatto non costituisce reato» o «per particolare tenuità del fatto». Escono così indenni dal processo davanti alla Quarta sezione penale presieduta da Giulia Turri due studenti milanesi di 20 e 21 anni, incensurati, difesi dagli avvocati Mirko Mazzali e Guido Guella. Il 16 ottobre 2017 una ventina di ragazzi dei collettivi studenteschi si sono è avvicinati alla sede di Assolombarda, cercando di entrare per protestare durante un convegno sull'alternanza scuola-lavoro. Gli studenti avevano striscioni e megafoni e cercando di sfondare il cordone della polizia sono entrati due volte e brevemente in contatto fisico con gli agenti, che hanno risposto con cariche di alleggerimento. La Digos ha identificato i due finiti a processo (insieme a una ragazza minorenne), ripresi anche nei filmati, intenti a capeggiare il corteo. I ragazzi assolti erano accusati, a vario titolo, di aver spintonato i poliziotti, di averli colpiti con un casco, di averli insultati con frasi come «Merde, siete tutti delle merde» e «Bastardi, fateci passare» e di aver acceso un fumogeno. Per quanto riguarda le presunte botte con il casco, ricostruisce la sentenza, nelle immagini il 20enne che lo aveva in mano lo appoggia a terra su invito di un agente: «Non vi è prova» che lo abbia usato per colpire qualcuno. In relazione invece agli spintoni, gli insulti e il fumogeno, la Corte riconosce il «contegno aggressivo» dei manifestanti verso gli agenti, che reagiscono caricando, e che i reati sono «provati». Ma aggiunge che quel comportamento non era «connotato certamente (...) dalla volontà di impedire, ostacolare gli operanti». Ancora: c'è un «mancato impiego in termini aggressivi di arnesi di cui pure gli studenti avevano la disponibilità». I reati sono «non punibili» per «particolare tenuità dell'offesa» e «non abitualità del comportamento». Le condotte sono giudicate «estemporanee», maturate «in un contesto di manifestazione del dissenso critico». Gli insulti? Per i giudici, si è trattato di «poche parole oltraggiose (di fatto due frasi), neppure connotate da gratuita volgarità e anzi qualificate nei termini impiegati da espressione di uso comune».

Trieste, Giletti attacca chef Rubio: "Hai scritto una stronzata". Il giornalista contro Gabriele Rubini: "Appena succede qualcosa si sente la necessità di scrivere la prima stronzata. Vi prego, ragionate un po' di più". Luca Sablone, Lunedì 07/10/2019, su Il Giornale. Dopo la polemica nata per il post di chef Rubio in riferimento alla tragedia di Trieste, anche Massimo Giletti ha voluto prendere una posizione netta. Il giornalista, in diretta negli studi de La7, ha affermato: "Viviamo in una società dove appena succede qualcosa uno non sente altro che la necessità impellente di scrivere la prima stronzata che vuole dire. In certi casi sarebbe meglio evitare".

"Ragionate". Il conduttore di Non è l'arena si è poi rivolto direttamente a Gabriele Rubini: "Questi ragazzi non li hai mai visti, non li hai mai conosciuti. Allora prima di scrivere, prima di parlare, bisognerebbe conoscere la realtà dei fatti". Giletti ha premesso che "certamente qualcosa non è andato come sarebbe dovuto andare", ma prima di scrivere determinate cose "bisognerebbe pensarci non una, ma cento volte". Il giornalista inoltre ha voluto dedicare un applauso "a chi ogni giorno fa il proprio lavoro, a cui tutti noi dobbiamo dire grazie, al di là della retorica. Ricordiamoci chi sono e cosa fanno. Ogni anno ci sono circa 4 milioni di controlli". Relativamente alla sparatoria di Trieste ha precisato: "Certamente qualcosa non è andato per il verso giusto, ma ricordo che era una situazione "normale". Era lì per aver rubato uno scooter ed era in compagnia del fratello. Ma prima di scrivere certe cose, ragionate un po' di più".

“FATE RIDE. LI MORTACCI VOSTRA E DE CHI VE PAGA”. IL POST DI CHEF RUBIO: Amore mio, il numero non ce l’hai quindi non sparare cazzate in diretta dicendo che mi stai chiamando, che poi gli analfabeti funzionali ce credono e me riempiono la posta de stronzate. Quindi la prossima volta evita ( o chiedi alla redazione il numero vero ). Che poi te poteva pure dì male ( o bene, dipende dai punti de vista) e me trovavi su’r cesso e allora sai quanto me tajavo. Fate ride li mortacci vostra e de chi ve paga.

Giovanni Neve per il Giornale il 7 ottobre 2019. "Fate ride li mortacci vostra e de chi ve paga". Chef Rubio torna a riversare insulti e odio in rete. Questa volta lo fa contro Massimo Giletti che, ieri sera a Non è l'Arena, lo ha duramente criticato per le parole violente contro i due agenti ammazzati a Trieste dal domenicano. Le parole della star di Uniti e bisunti sono state postate su Instagram questa mattina e hanno immediatamente scatenato una violenta rissa tra follower che si sono divisi per i toni usati dal cuoco. A scatenare tutto è stato, come al solito, Chef Rubio. A poche ore dal brutale omicidio dei due poliziotti, Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, per mano di Alejandrio Augusto Stephan Meran se ne è uscito con un tweet violentissimo che ha scatenato l'ira di tutti. "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente - ha scritto - le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io - ha, poi, concluso - non mi sento sicuro in mano vostra". Tra i tanti che si sono indignati per questo post c'è anche Giletti che ieri, in trasmissione, ha duramente criticato il cuoco. "Viviamo in una società dove appena succede qualcosa - ha detto a Non è l'Arena - uno non sente altro che la necessità impellente di scrivere la prima stronzata che vuole dire. In certi casi sarebbe meglio evitare". Durante la puntata di ieri Giletti si è rivolto direttamente a Chef Rubio. "Questi ragazzi non li hai mai visti, non li hai mai conosciuti - gli ha fatto notare - allora prima di scrivere, prima di parlare, bisognerebbe conoscere la realtà dei fatti". Pur premettendo che "certamente qualcosa non è andato come sarebbe dovuto andare", il conduttore di Non è l'Arena ha invitato il cuoco a "pensarci non una, ma cento volte" prima di scrivere determinate cose. Quindi ha dedicato un applauso "a chi ogni giorno fa il proprio lavoro, a cui tutti noi dobbiamo dire grazie, al di là della retorica. Ricordiamoci chi sono e cosa fanno. Ogni anno ci sono circa 4 milioni di controlli". L'indomani Chef Rubio è passato al contrattacco. Con un altro post di fuoco: "Amore mio, il numero non ce l’hai quindi non sparare cazzate in diretta dicendo che mi stai chiamando, che poi gli analfabeti funzionali ce credono e me riempiono la posta de stronzate". E ancora: "La prossima volta evita ( o chiedi alla redazione il numero vero ). Che poi te poteva pure dì male ( o bene, dipende dai punti de vista) e me trovavi su’r cesso e allora sai quanto me tajavo".

Trieste, Chef Rubio adesso risponde ​al fratello del poliziotto: "Tu non hai compreso..." Chef Rubio risponde al fratello dell'agente Demenego, una delle due vittime della sparatoria di Trieste: "Fratello, rispetto il tuo dolore, ma non hai compreso". Angelo Scarano, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. Chef Rubio non ha usato giri di parole. In queste ore ha dato vita ad un vero e proprio dibattito social dopo aver commentato, con una provocazione, la morte dei due agenti a Trieste ammazzati dalla furia omicida di un dominicano. La frase che ha scatenato le polemiche è questa: "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io non mi sento sicuro in mano vostra". Parole queste che hanno scatenato la bufera con le reazioni anche del mondo politico. Salvini e Meloni hanno definito "stupido" e "vergognoso" l'attacco dello chef alle forze dell'ordine. Ma a far discutere ancora di più sono state le parole del fratello di Matteo Demenego, Gianluca che sui social ha deciso di rispondere al Rubio difendendo la memoria di questo ragazzo morto sotto i colpi della furia assassina di un dominicano: "Chef Rubio sono il fratello del poliziotto impreparato! Beh, tieni sempre la guardia alta quando giri perché se colgo impreparato pure te fai la fine di mio fratello! Uomo di merda! Ti auguro di perdere un tuo caro! A presto!". Poi è arrivata la replica dello stesso rubio che su Twitter ha commentato così le parole di Demenego: "FERMATE TUTTO: Il fratello mi ha minacciato di morte, telegiornali e i giornalisti assetati di scoop che vogliono intervistarmi, un popolo alla deriva capitanato da criminali folli che gettano benzina sul fuoco. Io vi ricordo che sono morte due persone e pare che so STATO io". E ancora: "Grazie ai politici infami che sfruttano dichiarazioni chiare di denuncia per sciacallare e buttare benzina sul fuoco. Grazie agli analfabeti funzionali. Grazie a tutti voi per questo odio senza senso. Fratello, rispetto il tuo dolore, ma non hai compreso". Dopo le parole di Rubio sono arrivate le scuse del fratello di Demenego che sempre sui social ha voluto chiudere la polemica: "Innanzitutto vorrei scusarmi per i toni e le parole usate contro Chef Rubio dettate dalla rabbia e dal dolore per il post fuori luogo e infelice pubblicato dallo stesso sulla morte di mio fratello e del suo collega. Per me la vicenda può ritenersi conclusa qui. Lasciateci al nostro dolore. Grazie!".

Trieste, la scritta choc a Modena: "Due porci in meno, polizia a morte". La vergognosa scritta su una strada di Modena. La rabbia di Salvini: "Provo schifo per questa immagine. Sempre dalla parte delle forze dell'ordine". Luca Sablone, Domenica 06/10/2019 su Il Giornale. Attacco vergognoso nei confronti della polizia dopo la morte dei due agenti di Trieste. Lungo l'asfalto della carreggiata di una via di Modena è comparsa una ripugnante scritta: "Due porci in meno. A morte la polizia". La foto ha fatto il giro del web nel giro di poche ore e ha scatenato l'ira da parte di molte persone. Tra queste Matteo Salvini, che sui propri profili social ha espresso il totale disprezzo verso il vile gesto: "Provo schifo per questa immagine, ma ve la mostro perché questi episodi devono ricordare a tutti che non dobbiamo mai abbassare la guardia. Sempre dalla parte di chi ci difende!".

Matteo Salvini: Sono quelli che manifestano distruggendo i centri storici delle città, che lanciano bombe carta e pietre a quelli che loro definiscono "sbirri", che incendiano manichini, che minacciano di morte, che travestono il proprio odio e la propria frustrazione con "democratiche" parole. Provo SCHIFO per questa immagine, ma ve la mostro perché questi episodi devono ricordare a tutti che non dobbiamo mai abbassare la guardia. SEMPRE dalla parte di chi ci difende!

"Vigliacco". Andrea Cavazzini ha commentato: "Da figlio di un maresciallo della guardia di finanza e soprattutto da triestino mi sento in dovere di chiamare vigliacco l’autore di questa scritta. Questo soggetto dovrebbe avere il coraggio di farsi avanti e rispondere del gesto". Il consigliere comunale forzista di Trieste auspica "che la Procura competente per zona apra un fascicolo e indaghi per risalire al personaggio o ai personaggi. Il rispetto per i defunti e per il dolore dei famigliari deve venire prima di ogni ideologia e deve essere tutelato sempre e comunque".

Sciacalli sulla polizia. Alessandro Sallusti, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. Ventunmila interventi al giorno, 650mila in un mese, quasi otto milioni all’anno. Se le nostre forze di polizia fossero quel branco di incapaci mal addestrati, come qualche sciacallo sostiene in queste ore dopo l’uccisione di due agenti nella questura di Trieste, nel giro di poche settimane dei centomila poliziotti in servizio resterebbe ben poco e ogni giorno avremmo un funerale di Stato. Basterebbero questi numeri per mettere a tacere le polemiche. Ma se volete ce ne sono altri che parlano dell’efficienza e della bravura dei ragazzi in divisa. A Trieste un controllo è andato storto, con le conseguenze drammatiche che conosciamo? Certo, è andato storto uno dei quattro milioni di controlli a persone che ogni anno vengono eseguiti, uno dei 16mila arresti (di cui mille in odore di terrorismo), una delle 67mila denunce. Come vedete, oltre al buon senso è la statistica a promuovere la preparazione dei nostri poliziotti. I quali non fanno un mestiere qualsiasi. Ogni minuto sono alle prese con il peggio della società e il più delle volte hanno pochi secondi per decidere se estrarre o no la pistola, se mettere o no il colpo in canna, se tendere la mano a chi hanno di fronte o metterlo nel mirino. Basta una esitazione, una distrazione e succede, in un modo o nell’altro, il patatrac. Chi siamo noi per giudicare il loro operato? Sono uomini, in divisa e armati, ma pur sempre uomini, e come tutti a volte stanchi, a volte stressati dal lavoro e dai loro problemi personali. Chi siamo noi per giudicarli sdraiati sul divano di casa - «ma come hanno fatto quei due lì a farsi fregare la pistola?» - sicuri che al primo allarme uno di loro verrà ad aiutarci, se non a salvarci, pur non sapendo se lo accoglieremo con un sorriso o con una bastonata? Come quando cade un aereo o un pilota schianta in corsa, gli incidenti non servono per processare i morti ma per aiutare i vivi migliorando di volta in volta regole e tecniche. Invece che imbastire squallidi processi sommari alle forze dell’ordine, concentriamoci sul fatto che un immigrato delinquente ha ucciso due nostri bravi poliziotti. E giù le mani da tutto il resto.

Pietro Senaldi sui poliziotti uccisi a Trieste: "Vietato dire extracomunitari". La censura tutta italiana. Libero Quotidiano il 6 Ottobre 2019. La sinistra italiana ha il problema dell' immigrazione. Non riesce a gestirla e perde voti, che vanno a Salvini, alla Meloni e finanche a Grillo. Ora che la Boldrini è tornata nel Pd e Fratoianni è al governo, la situazione è destinata a peggiorare. L' ha capito perfino Di Maio, che sui profughi si è messo a scimmiottare Salvini per mettere in difficoltà e distinguersi dai mai amati colleghi della maggioranza. Il punto è che, unici al mondo, i nostri progressisti hanno sbagliato l' approccio con la pratica. Mentre perfino i socialisti spagnoli e Macron tengono i clandestini alle porte e dicono no grazie all' accoglienza indiscriminata, i nostri dal primo momento hanno cercato di raccontare agli italiani una catastrofe mondiale che non sapevano come affrontare come una benedizione dal cielo. Clandestini di cui non si sa nulla sono stati descritti come risorse in grado di sostituire i giovani italiani laureati che cercano fortuna all' estero. L' importazione incontrollata di milioni di immigrati è stata raccontata come una strategia per dare sangue fresco a una società che invecchia. I valori secolari della nostra cultura sono stati equiparati automaticamente a quelli di altre civiltà, perfino a quelli dell' integralismo musulmano. La sinistra ha organizzato cortei per l' accoglienza ma non si è mai mossa per le vittime italiane della mala accoglienza. Il trucco è stato svelato e il Pd e compagni sono stati mandati a casa. Ora che sono ritornati nella stanza dei bottoni dal buco della serratura dimostrano di non aver imparato nulla. Sono sempre gli stessi, incapaci di risolvere il dramma immigrazione. Almeno però stavolta non allestiscono teatrini per dirci che l' invasione è una panacea e, rivendicando il proprio europeismo, si industriano, vanamente, per scaricare la patata bollente anche sugli altri Paesi Ue. Disarmati di fronte alla bomba extracomunitaria che hanno innescato, continuano ad accendere la miccia, ma tirando indietro la mano e sforzandosi di nascondere la polvere sotto il tappeto.

LE REAZIONI. Le reazioni alla mattanza di Trieste sono la prova di quanto sosteniamo. Solo i giornali di centrodestra hanno evidenziato che l' assassino era un dominicano, ossia un extracomunitario. I quotidiani di estrema sinistra, dal Fatto al Manifesto, non hanno neppure dato la notizia in prima pagina, benché una sparatoria in questura non sia episodio di tutti i giorni. Gli altri hanno raccontato ogni cosa per filo e per segno ma nella titolazione hanno relegato in posizione del tutto marginale l' origine del killer, in ossequio alla strategia della sinistra: se non puoi dire che gli immigrati sono dei santi, almeno dai poco risalto ai loro crimini. Noi di Libero invece abbiamo dato ampio risalto all' origine dell' assassino. Non per xenofobia ma perché è un elemento essenziale di quanto accaduto. Proprio poche ore prima della tragedia il capo della polizia, Gabrielli, non propriamente un fan di Salvini, ha reso noto che in Italia il 12% della popolazione straniera commette il 33% dei reati e che la percentuale è in crescita rispetto agli ultimi anni, quando il dato si fermava sotto il 30%. Tra gli italiani solo 4 su mille hanno problemi con la giustizia penale, mentre il dato raddoppia per gli immigrati regolari. Se poi si passa ai clandestini, esso si moltiplica per 59: 246 su mille sono delinquenti o giù di lì. Nella Repubblica Dominicana, da dove il 29enne killer Alejandro Meràn proviene, come in Africa, in tutto il Sud America, in Asia e finanche in Russia, la vita è tenuta in minor conto che da noi. Per questo i delinquenti extracomunitari, specie nei casi di criminalità comune, sono in genere più spietati e pericolosi dei nostri. Continuare a non dirlo è masochismo, così come lo è tendere la mano alle culture meno progredite della nostra senza pretendere in cambio rispetto per i nostri valori.

LA CORRELAZIONE. So che è fastidioso, dopo anni di buonismo, dire che gli extracomunitari sparano di più, ma la stampa deve fare questo sporco lavoro, perché, nascondendo la verità, finisce per farne uno ancora più sporco e svolgere un servizio non per i cittadini onesti ma per i non cittadini criminali. I dati divulgati venerdì da Gabrielli sulla delinquenza straniera sono stati confermati due ore dopo da Alejandro, ma solo Libero ha messo i due fatti in correlazione. Non è che siamo i più bravi, siamo solo tra i pochi che non hanno interesse a fare diversamente. Pietro Senaldi

Stranieri e criminalità, il problema esiste: lo dice il Capo della Polizia. Il Prefetto Gabrielli conferma: "Gli stranieri che sono il 12% della popolazione compie il 33% dei reati". Come la mettiamo ora? Andrea Soglio il 4 ottobre 2019 su Panorama. «I dati sulla criminalità sono incontrovertibili, da 10 anni c’è un trend complessivo di calo dei reati. Ma c’è anche, negli ultimi anni, un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati, questo è inequivocabile». Boom! A lanciare la bomba è il Prefetto Franco Gabrielli, Capo della Polizia durante un convegno a Roma in cui ha illustrato gli ultimi dati sulla criminalità e sicurezza in Italia. Ed i numeri, ha spiegato Gabrielli sono "inequivocabili". Sgomberiamo subito il campo dai malintesi: Gabrielli è da sempre uomo dello Stato, stimato da tutti, anche dall'attuale Governo. Non ha la tessera della Lega, non va a Pontida e nemmeno al Papeete. Quindi quando fa un'affermazione questa non è macchiata da chissà quale idea politica ma basata su fatti, conoscenze, esperienza. "Gli stranieri - ha spiegato - sono responsabili del 33% dei reati; ed essendo il 12% della popolazione questo dà la misura del problema". Traduzione: in Italia c'è un problema sicurezza legato agli stranieri, regolari e non. I reati infatti nel loro complesso stanno calando ma ben un crimine su 3 vede come responsabile uno straniero. E, da questo punto di vista, non c'è alcuna riduzione. A voler fare i precisi il rapporto tra un cittadino italiano e la criminalità è dello 0,75%. Lo stesso rapporto calcolato per uno straniero è del 33%, cioè oltre 40 volte tanto. Un'ammissione non da poco quella di Gabrielli che sdogana quell'idea che il problema della sicurezza legato agli stranieri fosse solo un'affermazione malsana del Salvini o del razzista di turno. Invece è un dato di fatto, comprovato dai numeri. Cifre e considerazioni che arrivano mentre i porti italiani sono aperti più che mai e le frontiere con gli altri paesi chiusi e blindati. Non c'è da star tranquilli, anzi, sicuri. Lo dicono i numeri, lo dice il Capo della Polizia. 

La furia del killer in questura "Ha sparato su altri 8 agenti". Tempesta di fuoco a Trieste: esplosi 23 colpi. Gli inquirenti smontano la "pazzia" del dominicano: "Inquadrato in tempo e spazio". Angelo Scarano, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. Non ha avuto pietà. No ha avuto scrupoli. Alejandro Augusto Meran ha ucciso due poliziotti, ma poteva ammazzarne almeno altri otto. Secondo la ricostruzione dei fatti da parte degli inquirenti, a Trieste venerdì pomeriggio c'è stata una vera e propria tempesta di fuoco. Il decreto di fermo dell'uomo parla chiaro: "Ha tentato l’omicidio di almeno altri otto agenti, di cui tre addetti alla vigilanza, quattro in forza alla squadra mobile nonché uno intervenuto in ausilio dopo aver udito gli spari". Insomma una vera e propria furia con due pistole in mano sottratte agli agenti. Ha sparato per ben 23 volte. Non tutti i colpi, pèer fortuna, sono andati a segno, ma Alejandro era una furia. Ma se nelle prime ore dopo l'omicidio era iniziata a circolare la voce di problemi psichici, adesso quella "follia" del dominicano pare essersi ridimensionata. E come sottolinea ilCorriere, sono proprio gli investigatori a dirlo nel decreto di fermo: "Allo stato — si legge — va detto che orientano verso una semplice scarsa lucidità solo i farmaci rinvenuti durante la perquisizione domiciliare, ma non risulta in atti traccia alcuna di visite specialistiche fatte in Italia, né risulta documentato l’episodio citato dal fratello di mancanza di autocontrollo in terra tedesca di cui l’uomo si sarebbe reso protagonista". E qui arriva un passaggio importante: "La deduzione da trarsi è che lo Stephan Meran è soggetto inquadrato nel tempo e nello spazio". Poi c'è quel passato in Germania dove ha amici e contatti. Contatti utili per una eventuale fuga all'estero. Ora è piantonato in ospedale e ha affermato di non voler rispondere alle domande degli inquirenti. Una cosa è certa Alejandro ha dato sfogo a tutta le sua ferocia mostrandosi attento e freddo nel mirare a bersaglio. Su Rotta ha esploso ben 12 colpi, l'intero caricatore. Poi altri colpi su Demenego. In totale i colpi esplosi sono 23. Alejandro nelle immagini delle telecamere di sicurezza appare con una pistola puntata ad altezza d'uomo su un piantone e l'altra arma nella fondina portata via ad una delle due vittime. Di quel pomeriggio di fuoco e di morte restano le parole, strazianti, del padre di Demenego che sui social ha scritto: "Ciao mio eroe, ora sei il nostro Angelo Custode". L'ennesima vittima, insieme a Rotta, del dovere. 

Stasera Italia, Daniela Santanchè contro Corrado Guzzanti: "Chi dice che l'assassino di Trieste era malato?" Libero Quotidiano il 5 Ottobre 2019. "Ma chi ve lo dice che era matto? Avete visto delle perizie?". Daniela Santanchè commenta le dichiarazioni girate nelle ultime ore sull'assassino dei due poliziotti a Trieste. Ma in studio, a Stasera Italia, c'è qualcuno che la pensa diversamente. "Lo dice la madre la quale riferisce di un passato clinico in Germania dove questo ha una certificazione" afferma contrariato Corrado Guzzanti. E ancora: "Forse mente. Allora sapremo se è una menzogna o meno. Sembra vero, se è così la colpa è tutta del sistema italiano non del fatto che è dominicano". La Santanchè non cambia idea: "Chi se ne frega? C'è una aggravante allora".  

Ma gli uomini in divisa non perdono la calma. "Mantenete la calma". I due agenti di Trieste sono appena morti. L'invito arriva via radio sulle volanti della polizia. Ecco l'audio originale. Antonio Ruzzo, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. Mantenere la calma. Sempre. Quando ti insultano, quando ti sputano. Quando in piazza ti arriva addosso di tutto e vorresti caricare e fargliela vedere. Da uomo a uomo, se uomini sono quelli capaci di vomitarti addosso il peggio e poi fuggire sapendo di farla franca. Sapendo che tanto i benpensanti, i barricaderi da salotto stanno dalla loro parte. Sapendo che un poliziotto, un carabiniere, una divisa oggi conta meno di un due di briscola. Mantenere la calma quando chiedi i documenti e ti ridono in faccia, ti minacciano, ti menano. Quando a un posto di blocco uno dei tanti ragazzotti ubriachi di movida ti compatisce perché tu, col misero stipendio che prendi, mica te la puoi permettere un fuoriserie così... Mantenere la calma sempre. Anche quando all'improvviso, quando meno te l'aspetti, ti uccidono due colleghi. Amici, mariti, padri... Che ne sanno gli altri. È un attimo. La sera prima li avevi salutati, magari ci avevi anche cenato insieme e poi via, non ci sono più. E non sai a che santo votarti, non sai che fare, non sai da che parte ricominciare. Mantenere la calma quando dentro hai il terremoto, quando comanda la pancia, quando vorresti toglierla quella divisa per un paio di ore e andare fuori a regolare i conti. Mantenere la calma perché quella è la parola d'ordine, la consegna. Che arriva via radio a tutte le pattuglie dalla voce emozionata di un dirigente, subito dopo l'assassinio di Pierluigi e Matteo. Mantenere la calma perché quella è l'esigenza, perché così insegnano ai corsi, perché solo così ci si protegge in servizio e si proteggono i cittadini di un Paese che farebbe bene a ricordarselo più spesso. Che ci sono agenti, sovrintendenti, ispettori, commissari che rischiano la vita ogni giorno senza aspettarsi riconoscenza. Che ci sono agenti, sovrintendenti, ispettori e commissari che si sentono impotenti e disarmati. Che prima di mettere le manette ad un balordo ci devono pensare mille volte. Che se arrestano un criminale il giorno dopo più che in cella rischiano di ritrovarselo sotto casa o davanti alla scuola dei figli. Ti si smuovono le viscere. Ma bisogna mantenere la calma.

Due fratelli affascinati dalle gang latinos. Una vita da balordi. E in famiglia l'unica ad avere un lavoro era la madre. Luca Fazzo, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. I genitori sgobbano. I figli meno. Per gli uomini e le donne arrivati dall'America Latina, l'Italia è una sorta di terra promessa, un posto dove ci sono molti lavori che i nativi non vogliono più fare: dal facchino alla badante. Per i loro figli, cresciuti in un benessere senza prospettive, l'Italia è un posto dove non sono né stranieri né integrati. E dove la prospettiva che li attende è, se ci riusciranno, lo stesso tunnel di sudore dei loro genitori, senza nessuna chance di ascensore sociale. È qui, in questa mancanza di speranze, che attecchiscono il proselitismo delle gang e il fascino della devianza. I latinos di seconda generazione sono oggi in Italia un fenomeno drammatico, un milieu dove hanno assunto dimensioni quasi endemiche l'etilismo, la droga e l'abuso sessuale. Alejandro Augusto Stephan Meran, l'assassino dei due poliziotti fulminati nella questura di Trieste, non è un pregiudicato, non è noto come esponente delle pandillas, e lo stesso vale per suo fratello Carlysle, che dopo il furto dello scooter di venerdì mattina lo ha convinto a presentarsi in questura. La loro mamma è una donna segnata dalla fatica, una che in questi anni ha dovuto occuparsi più di portare a casa uno stipendio che di prendersi cura come avrebbe voluto dei suoi ragazzi, e che ora storce le mani dalla disperazione davanti alla tragedia provocata da Alejandro, il più apparentemente fragile dei due. Betania, come tutte le madri nelle sue condizioni, probabilmente ha sempre avuto l'incubo che i ragazzi finissero nelle grinfie delle pandillas, le filiali italiane delle bande che imperversano in America Centrale. Non poteva immaginare che il messaggio di violenza delle bande avrebbe comunque fatto breccia nei suoi ragazzi, e alla fine ne avrebbe guidato le azioni. Gli Stephan Meran vengono (via Germania, dove hanno vissuto alcuni anni) da Santo Domingo, la grande isola-stato a sudest di Cuba. C'è tutto il Mar dei Caraibi a separare l'isola dai paesi dell'istmo dove la cultura delle pandillas è più radicata: Honduras, El Salvador. Ancora più lontani sono gli altri paesi simbolo delle gang dei latinos, ovvero Messico e l'Ecuador. Eppure anche a Santo Domingo la piaga è dilagata, alimentata dai reduci delle carceri statunitense. E da li è ripartita verso i paesi della nuova emigrazione dei latinos, verso il Vecchio Continente. E i Trinitarios, la prima - e tutt'ora più potente - delle pandillas dominicane hanno esportato i loro riti e i loro business fino in Italia. Oggi i Trinitarios sono tra i soggetti forti della criminalità giovanile in alcune aree urbane del nord Italia, a partire da Milano dove si confrontano e si scontrano con le altre due organizzazioni di punta, i Latin King e la Ms13 (ovvero Maria Salvatrucha). Ma anche a Trieste e nei suoi dintorni, dove l'assassino dei due poliziotti viveva con la famiglia, la presenza criminale di origine dominicana è radicata da anni. Business principale, ovviamente, il narcotraffico: già una decina di anni fa la Direzione distrettuale antimafia di Trieste dovette intervenire per sgominare una rete di importazione di cocaina che aveva come cervelli un gruppo di giovani narciso tutti provenienti da Santo Domingo e residenti tra la provincia di Pordenone e il capoluogo giuliano. Carichi da decine di chili di cocaina partivano dai Caraibi verso l'Italia, affidati a corrieri che prima di partire per la missione venivano sottoposti a riti voodoo: componente tutt'ora presente nei riti di iniziazione dei Trinitarios. Una cultura che avrebbe potuto avere la sua parte nello sbalestrare la mente già debole di Alejandro, trasformandolo da ladruncolo di ciclomotori in spietato assassino.

«Ha sparato almeno 17 volte». La furia del killer in Questura. Pubblicato sabato, 05 ottobre 2019 da Corriere.it. Un uomo che «ha dimostrato di essere privo di controspinta criminale» poiché «dopo il duplice omicidio ha perseverato nella condotta illecita». Il decreto di fermo di Alejandro Augusto Stephan Meran racconta l’essenziale. Tre pagine per descrivere quei pochi minuti di fuoco in questura, venerdì pomeriggio. Per ricostruire gli omicidi dell’agente scelto Pierluigi Rotta, 34 anni, e del suo collega e amico Matteo Demenego, 31 anni. Ma anche per raccontare che l’assassino ha «tentato l’omicidio di almeno altri otto agenti, di cui tre addetti alla vigilanza, quattro in forza alla squadra mobile nonché uno intervenuto in ausilio dopo aver udito gli spari». In sostanza se i colpi sparati da Alejandro Augusto ad altezza d’uomo fossero andati tutti a segno, i poliziotti morti oggi sarebbero dieci. A giudicare da quello che scrivono nel provvedimento, il procuratore capo Carlo Mastelloni e il pubblico ministero Federica Riolino non sono per nulla convinti dello stato di alterazione mentale di cui parlano i familiari dell’omicida. «Allo stato — scrivono — va detto che orientano verso una semplice scarsa lucidità solo i farmaci rinvenuti durante la perquisizione domiciliare, ma non risulta in atti traccia alcuna di visite specialistiche fatte in Italia, né risulta documentato l’episodio citato dal fratello di mancanza di autocontrollo in terra tedesca di cui l’uomo si sarebbe reso protagonista». Quindi «la deduzione da trarsi è che lo Stephan Meran è soggetto inquadrato nel tempo e nello spazio». L’episodio «in terra tedesca» riguarderebbe un periodo in cui l’intera famiglia Stephan Meran viveva in Germania, prima di approdare a Trieste (qualche anno fa). E proprio in Germania Alejandro avrebbe amici di riferimento che sono alla base della motivazione del pericolo di fuga. Perché avrebbe appoggi sufficienti per organizzarsi la vita, perché «si è dichiarato magazziniere e quindi in grado di sostenersi» e perché ha «la lucidità sufficiente» non soltanto «per rendersi conto della grave condizione giuridica in cui versa» ma anche per «uccidere i due poliziotti e poi colpirne un altro facendo fuoco con la mira ad altezza d’uomo». Lui è ricoverato (è stato ferito all’inguine nella sparatoria) ed è piantonato all’ospedale di Cattinara. Ieri pomeriggio non ha voluto rispondere alle domande del giudice delle indagini preliminari Massimo Tomassini che, in serata, ha poi convalidato il fermo confermando l’impianto della procura sulla sua piena capacità di intendere e di volere. Alejandro ha scaricato contro i due poliziotti l’intero caricatore della pistola d’ordinanza di Pierluigi Rotta (12 colpi) e ha premuto il grilletto altre volte anche con l’arma sottratta a Matteo Demenego quando era ormai a terra esanime (in tutto sono almeno 17 i colpi sparati). L’ipotesi ritenuta più probabile è che la pistola del primo poliziotto ucciso avesse già il colpo in canna e niente sicura quando è finita nelle mani dell’omicida. Forse proprio perché l’agente stava per usarla quando è stato disarmato. Questo avrebbe facilitato l’aggressione dell’uomo che a quel punto non avrebbe fatto altro che premere il grilletto (senza «scarrellare» l’arma e togliere la sicura). Non è chiaro se fosse nelle stesse condizioni anche la seconda pistola, presa dall’assassino assieme alla fondina. Lo si vede in un filmato registrato nell’atrio della questura: in una mano un’arma puntata ad altezza d’uomo verso il piantone (ferito a una mano) e l’altra esibita in aria all’interno della fondina e poi estratta e usata fuori dalla questura. Sugli stessi gradini che Alejandro ha fatto di corsa cercando la fuga adesso c’è una montagna di fiori. Bigliettini, disegni, libri, ceri. Qualcuno preferisce lasciarli all’interno, nello stanzone dell’ingresso. Molti, moltissimi, arrivano in lacrime, si fermano a pregare. Nei corridoi solo occhi lucidi, abbracci, ricordi. I parenti dei due agenti, arrivati dalla Campania, si sono stretti in un abbraccio comune, assieme a tanti poliziotti e al questore, Giuseppe Petronzi. «Giustizia, giustizia, se la meritano» ha detto entrando la madre di Pierluigi. Il padre di Matteo, Fabio Demenego, ha scritto in un post su Facebook «ciao mio eroe, ora sei il nostro Angelo Custode». Fra le mille e mille parole di cordoglio della giornata ci sono anche quelle del presidente Sergio Mattarella, che esprime «affetto, riconoscenza e dolore» di tutto il Paese per gli agenti uccisi. Affetto, riconoscenza e dolore anche per la famiglia di un adolescente che il 25 settembre voleva uccidersi. Lo hanno salvato Pierluigi e Matteo.

Poliziotti uccisi a Trieste, “sparati in tutto 23 colpi”. Gip convalida il fermo: “Concreto pericolo di fuga”. Pierluigi Rotta è stato colpito due volte: al lato sinistro del petto e all’addome, Matteo Demenego, tre volte: alla clavicola sinistra, al fianco sinistro e alla schiena. Il Fatto Quotidiano il il 5 ottobre 2019. Sono almeno 23 i colpi sparati all’interno della questura di Trieste nello scontro a fuoco che ha portato alla morte dei due agenti, Pierluigi Rotta e Matteo Demenego. Secondo un’ultima ricostruzione fornita dall’Adnkronos, Alejandro Augusto Stephan Meran, il 29enne che si trovava all’interno dell’edificio per un’indagine per furto e ora accusato di duplice omicidio, ha prima sfilato la semiautomatica dalla fondina vecchio modello di Rotta, sparando i 15 colpi nel caricatore, e successivamente si è anche impadronito della Beretta di Demenego, con la quale ha continuato a fare fuoco. Il gip, intanto, convalida il fermo del 29enne visti i “gravi indizi” e il “pericolo di fuga”. I primi colpi sono stati sparati nell’ufficio Volanti, poi il ragazzo ha raggiunto l’uscita e ha sparato sei colpi nell’atrio dell’edificio, verso il gabbiotto di guardia occupato da una giovane poliziotta e da un agente rimasto ferito alla mano. Pierluigi Rotta è stato colpito due volte: al lato sinistro del petto e all’addome. Matteo Demenego tre volte: alla clavicola sinistra, al fianco sinistro e alla schiena. Almeno 23 i colpi in tutto, anche se alcuni sono stati sparati dai poliziotti per difendersi dai proiettili del killer. Altri sono ancora conficcati nell’auto su cui si trovavano i due agenti della Squadra Mobile che hanno fermato, dopo averlo ferito all’altezza dell’inguine, il giovane di origine dominicana. La prima pistola completamente scarica, dato che il carrello-otturatore è rimasto aperto, è stata trovata sotto un’auto. L’altra, invece, sul marciapiede.

Gip convalida il fermo: “Concreto pericolo di fuga”. Il gip, nella serata di sabato, ha convalidato il fermo di Alejandro Augusto Meran. Secondo il giudice, da quanto si apprende, contro il giovane di origine domenicana ci sono “gravi indizi” che si concretizzano dal racconto dei testimoni, dal sopralluogo della Scientifica e dall’acquisizione dei video delle telecamere presenti sia all’interno che all’esterno della questura. L’esigenza cautelare, spiegano, è anche motivata nel provvedimento con il “concreto pericolo di fuga”. Inchiesta sulle fondine, al vaglio immagini delle telecamere – Dopo che Alejandro ha sparato e colpito i poliziotti, il fratello Carlysle si è barricato all’interno dell’ufficio delle Volanti. Quest’ultimo, sentiti i colpi, impaurito e sotto choc, ha sbarrato la porta dell’ufficio spostando una scrivania. Poi, non udendo più gli spari, è scappato nei sotterranei dell’edificio, dove è stato individuato e bloccato da alcuni agenti. Le fondine e le pistole delle due vittime sono state sequestrate. Da una prima analisi non risulterebbero danni tali da comprometterne la funzionalità. Sono state acquisite anche tutte le immagini delle telecamere presenti all’interno della questura che potrebbero riuscire a far luce, in particolare, sulla prima fase dell’aggressione quando il 29enne è riuscito a prendere l’arma. Anche i filmati delle telecamere esterne, dove il fermato è stato bloccato dopo aver sparato altri colpi di pistola, sono state acquisite e analizzate. Sulla questione è intervento il Sap, sindacato di polizia: “Nella vicenda dei due agenti uccisi ci sono stati problemi con le fondine. Al primo è stata sfilata la pistola perché aveva una fondina vecchia, in quanto quella in dotazione gli si era rotta. Al secondo agente ucciso, la fondina sarebbe stata strappata dalla cintura. Al secondo agente l’arma sarebbe stata strappata quando ormai era già in terra inerte a causa delle ferite per i colpi esplosi con la prima pistola sottratta”. In una nota arriva la durissima risposta del Dipartimento di sicurezza: “Allo stato attuale degli accertamenti, in assenza di testimoni e documenti video, è priva di fondamento ogni arbitraria ricostruzione della dinamica che ha portato alla sottrazione dell’arma del collega ucciso per primo. Sconcerta, pertanto, a poche ore dall’evento, la sicumera con cui si traggono frettolose conclusioni sulla inequivocabile riferibilità dell’accaduto alla presunta inadeguatezza della fondina. In un giorno così drammatico ci si sarebbe aspettati, almeno da chi veste la stessa divisa, un rispettoso cordoglio per le vittime e le loro famiglie. Sconvolge che alcuni, al fine di ottenere visibilità, speculino sulla morte dei colleghi caduti in servizio, profanando il dolore dei loro cari e della intera comunità. Se, in seguito, si accerteranno responsabilità di qualsiasi natura se ne chiederà conto, senza se e senza ma, anche per onorare la memoria di chi ha sacrificato la propria vita per il bene comune”. Il fermato in silenzio, contestato il duplice omicidio – Alejandro Augusto Stephan Meran si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande degli inquirenti: è accusato di omicidio plurimo e tentato omicidio nei confronti del piantone della Questura. La procura ritiene che sussista il pericolo di fuga e di reiterazione di reato e per questo ha chiesto la custodia cautelare in carcere, misura su cui dovrà esprimersi il gip dopo l’interrogatorio di garanzia. Ieri in tarda serata il magistrato di turno e il procuratore, dopo che il primo in Questura aveva sentito il fratello Carlysle, hanno raggiunto l’indagato all’ospedale Cattinara per interrogarlo. I magistrati hanno quindi firmato un decreto di fermo. Sono proseguiti per tutta la notte all’esterno della Questura i rilievi della polizia scientifica. La madre dell’indagato: “Chiedo perdono alle famiglie” – “Mi dispiace tanto, non so come chiedere perdono a queste famiglie. Prego Dio che dia loro pace e che un giorno possano perdonare – dice Betania, la madre del fermato – Mi dispiace per quello che ha fatto mio figlio cosa si può dire ad un padre che perde un figlio o a un figlio che perde il padre? Non c’è nulla che si possa dire per confortare un dolore così”. L’altro figlio della donna, Carlysle, non è risponde del reato contestato ad Alejandro. Entrambi i fratelli, è stato ribadito, sono regolarmente in Italia con due permessi di soggiorno rilasciati per motivi familiari, uno a tempo determinato, l’altro a tempo indeterminato. Conferma la notizia che il fermato soffre di disturbi psichici, e non era seguito dai servizi specifici della città. Anche il fratello del 29enne, con lui in questura al momento della sparatoria, ha inviato il suo messaggio di cordoglio alle famiglie degli agenti: “Mi dispiace tanto per ciò che ha fatto. Chiedo perdono per mio fratello e faccio le mie condoglianze, siamo distrutti tutti quanti”, ha detto durante un’intervista a Stasera Italia Weekend, su Retequattro. “Mio fratello – ha ribadito – è una persona con problemi mentali, si fermava a parlare con il muro. Sapevo già che non era in sé. Quando eravamo in questura mi sono chiuso dentro (una stanza ndr), ho messo un tavolo e delle sedie davanti, ho saltato ovunque perché avevo paura di morire. Mio fratello mi cercava disperato. Io ho trovato un seminterrato e mi sono nascosto perché ho sentito 5-6 spari e ho pensato che stesse venendo giù l’apocalisse”. Lutto cittadino, il terzo agente non è grave – Il terzo poliziotto ferito “è in buone condizioni” ha detto a SkyTg24 il questore di Trieste, Giuseppe Petronzi: “La dinamica è abbastanza chiara. È avvenuta in uno spazio della questura, dove non c’erano altre persone se non le vittime e l’autore del fatto. Azzardare ipotesi sarebbe poco serio e rispettoso”, ha continuato il questore sottolineando che l’omicida “si è impossessato dell’arma” e ha aperto il fuoco. Il sindaco di Trieste ha indetto il lutto cittadino e nella serata di sabato decine di migliaia di persone sono scese in strada per partecipare alla fiaccolata in memoria dei due agenti, dopo il momento della preghiera. La strada davanti all’ingresso della questura e quelle vicino agli uffici ieri teatro della sparatoria sono invase dai triestini. Un silenzio interrotto solo da diversi applausi. Per l’intera giornata, giovani, famiglie e anziani hanno lasciato biglietti e fiori sui gradini d’ingresso.

I due poliziotti uccisi a Trieste avevano salvato un 15enne che voleva suicidarsi. L'intervento 7 giorni fa, raccontato dal questore: "Hanno dimostrato un'estrema delicatezza". La Repubblica il 05 ottobre 2019. Il giorno dopo la tragedia, il cordoglio e il dolore. A Trieste e in tante altre città d'Italia si rende omaggio a Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, i due agenti uccisi nella sparatoria fuori dalla questura di Trieste. Ma tra le tante persone che ricorderanno i due agenti ce ne sarà sicuramente una in particolare: un 15enne che solo 7 giorni fa voleva tentare il suicidio ed è stato salvato da Rotta a Demenego. Il questore Giuseppe Petronzi ha raccontato l'intervento al TgR Friuli Venezia Giulia: "La settimana scorsa non avevamo rivelato ai media di questo intervento". Il 15enne, di cui naturalmente non sono state diffuse le generalità, voleva suicidarsi lanciandosi da un ponte. "Era giunta una segnalazione - racconta Petronzi - secondo cui un ragazzo era su un ponte e stava facendo un'azione inequivocabilmente tesa a lanciarsi nel vuoto". Rotta e Demenego, continua il questore, "sono stati estremamente reattivi nel recarsi sul posto e raggiungere il ragazzo". Gli hanno parlato, "una situazione in cui i ragazzi hanno dimostrato estrema delicatezza", poi sono riusciti ad avvicinarlo e a dissuaderlo.

Sparatoria a Trieste, il Questore: «Una mattanza senza motivo». Pubblicato lunedì, 07 ottobre 2019 su Corriere.it da Giusi Fasano, inviata a Trieste. Trieste, il Questore: «Poliziotti morti senza un perché». «È doloroso dirlo, ma quei ragazzi sono morti senza che si sappia il perché, e un controllo in Questura per un fatto di per sé comunque non grave si è trasformato, a causa della furia dell’indagato, in una tragedia che non verrà presto dimenticata, con vite letteralmente distrutte». Il giudice delle indagini preliminari Massimo Tomassini lo scrive nella parte finale della sua ordinanza. Cinque pagine per confermare il carcere come unica misura possibile nei confronti di Alejandro Augusto Stephan Meran, il dominicano che ha ucciso due poliziotti all’interno della Questura di Trieste, ne ha ferito un terzo e ha provato ad ammazzarne altri sette. «È del tutto chiaro - considera in un altro passaggio il gip - che se già così il bilancio è insopportabilmente pesante, non vi è dubbio alcuno di come il tutto potesse essere ancora peggiore». Nel valutare la capacità criminale dell’indagato il giudice parla di una «aggressività che a dispetto della sua incensuratezza merita la massima attenzione e il massimo rigore», e scrive: «Un soggetto che senza alcun plausibile motivo pone in essere una simile mattanza è soggetto dotato di una carica di antisocialità» che «può essere contenuta» soltanto con il carcere, «risultando impraticabile la misura degli arresti domiciliari proposta dal difensore (...). Molto inquietante poi il fatto che abbia “scarrellato” l’arma sottratta a uno dei due poliziotti, posto che tale gesto, non alla portata di tutti, dà conto di una familiarità con le armi, familiarità che si intuisce anche dalle foto che lo ritraggono mentre impugna le due pistole». Il riferimento è alle immagini riprese dalle telecamere nell’atrio della Questura. Alejandro Meran spara con la pistola che ha in una mano ed esibisce la seconda arma ancora nella fondina, strappata dal cinturone del secondo poliziotto quand’era ormai a terra. Quando finisce i 15 colpi della prima pistola è ormai fuori dalla Questura e se ne disfa buttandola via. È a quel punto che uno dei poliziotti - tra l’altro lo stesso che poi lo bloccherà colpendolo all’inguine - sente il rumore che fanno le pistole quando si «scarrellano», cioè quando si toglie la sicura e si mette il colpo in canna. Tutto questo, dice il gip, «dà conto di una precisa volontà di armarsi e di essere pronto a fare fuoco» e depone a favore della tesi che l’uomo fosse lucido e non nello stato di evidente alterazione psichica di cui invece parlano sua madre e suo fratello Carlysle. «Vi sono in atti frequenti riferimenti a disturbi psichici dell’indagato ma al momento non vi sono documenti medici al riguardo» scrive il giudice. Che lo ritiene, al contrario, presente a se stesso e sposa la linea del procuratore Carlo Mastelloni e del pubblico ministero Federica Riolino: è «pienamente inquadrato nel tempo e nello spazio». Nei passaggi che ricostruiscono i fatti l’ordinanza riporta anche gli orari esatti: alle 16.51 gli agenti Matteo Demenego e Pierluigi Rotta arrivano in Questura con i fratelli Alejandro e Carlysle Meran, alle 16.56 le telecamere dell’atrio riprendono Alejandro con le pistole in mano. Tutto in cinque minuti. I poliziotti che entrano con i due fratelli, Alejandro che chiede di andare in bagno e poi le urla, il primo omicidio, il secondo poliziotto ucciso mentre corre ad aiutare il collega e il conflitto a fuoco che si chiude con la cattura. Alle 17.55 i medici certificano il decesso di Matteo e Pierluigi. «Sono morti pressoché all’istante», scrive il gip.

Gli spari e la seconda pistola. Il killer in fuga dalla questura. Pubblicato lunedì, 07 ottobre 2019 su Corriere.it da Giusi Fasano. Il video dopo l’omicidio degli agenti. I pm: serve una perizia psichiatrica. La procura ha fissato per domani le autopsie sui corpi dei due agenti uccisi. Sono le 16,56. Le telecamere di sicurezza interne alla questura di Trieste riprendono Alejandro Augusto Stephan Meran. Il dominicano ha appena ucciso gli agenti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego. Cerca una via di fuga. Suo fratello Carlysle — barricato nella stanza delle volanti dopo aver sentito i colpi e aver capito che Alejandro aveva colpito i poliziotti — dirà poi a verbale che «mi chiamava, urlava che volevano ammazzarlo e andava avanti e indietro per il corridoio». In quell’«avanti e indietro» sono comprese le immagini riprese nella stanza che si usa per le persone sottoposte a fermo. Si trova in fondo al corridoio e, a differenza del punto in cui sono stati uccisi i due agenti, ha occhi elettronici che registrano. È lì dentro che Alejandro va più di una volta, appunto, nel suo andirivieni in cerca del fratello. Le immagini diffuse ieri dalla Questura lo mostrano soltanto in una delle sue incursioni. Entra. Ha con sé una sola pistola, controlla che dietro la porta non ci sia nessuno ed esce dalla stanza e dalla scena. Le inquadrature successive lo riprendono mentre arriva nell’atrio ma a quel punto le armi che maneggia sono due. Significa che, tornando indietro dalla stanza dei fermati e passando accanto ai corpi dei due poliziotti si è fermato a strappare la fondina con la pistola dal cinturone di Matteo Demenego, ucciso con l’arma di Pierluigi Rotta di cui si era impossessato mente l’agente lo accompagnava in bagno. Quando arriva nell’atrio, quindi, Alejandro ha nelle mani tutte e due le pistole, la seconda ancora nella fondina. Colpisce vedere con quanta freddezza alza le armi ad altezza d’uomo e spara in direzione della guardiola. Non si vede ma davanti a lui c’è il piantone che viene ferito a una mano. Le scene all’esterno lo riprendono mentre prova inutilmente ad aprire una delle volanti parcheggiate. Non ci riesce e allora fugge verso la strada che costeggia la Questura. Ma da lì arriva una Fiat Panda con quattro poliziotti della Squadra Mobile. Gli agenti arretrano, lui (sempre con due pistole in mano) avanza verso di loro passando accanto a un uomo che sembra non accorgersi di nulla. Si nasconde fra le auto parcheggiate. La Panda esce dall’inquadratura e si vede lui nascondersi dietro le auto. Il video diffuso ieri si conclude qui, ma nelle immagini agli atti lo si vede che spara ancora e finisce i 15 colpi della prima pistola, la butta via, poi apre la fondina dell’altra. Un agente lo sente «scarrellare» per far finire il colpo in canna. Le telecamere lo filmano mentre riprende a sparare verso gli agenti della Mobile che aprono le portiere e si buttano a terra rispondendo al fuoco. Lo colpiscono all’inguine. La sua fuga finisce in quel momento. Ieri mattina è stato trasferito dall’ospedale al carcere di Trieste. La procura ha fissato per domani le autopsie sui corpi dei due agenti, ha annunciato di voler chiedere una perizia psichiatrica e ha presentato una serie di richieste di informazioni alla Germania, Paese dove l’omicida ha amici (in Baviera) e dove andava spesso. Fra le richieste anche quella finalizzata alla ricerca di eventuali tracce di problemi di salute mentale affrontati nelle strutture sanitarie tedesche. Gli investigatori stanno inoltre valutando l’ipotesi (finora senza riscontri) che l’uomo sia legato a qualche gang violenta e che magari per questo abbia già avuto a che fare con le pistole data la sua «familiarità», come scrive il gip, con le armi.

Trieste, il killer dei poliziotti "sapeva usare le armi". Disagio psichico? L'ordinanza: "Lucida aggressività". Brunella Bolloli su Libero Quotidiano il 7 Ottobre 2019. Può un malato di mente maneggiare con tale disinvoltura rivoltelle e fondine strappate ai poliziotti in questura? La risposta è no. Gli inquirenti non hanno dubbi sulla «lucida aggressività» che ha caratterizzato l' azione di Alejandro Augusto Stephan Meran, il 29enne domenicano che venerdì ha ucciso due poliziotti, Pierluigi Rotta 34 anni e Matteo Demenego 31, e ha tentato di ammazzarne altri 8 negli uffici della questura di Trieste. Era lucido e consapevole Alejandro detto Tito. Così viene descritto nel decreto di fermo firmato dal pm Federica Riolino. Lucido mentre puntava gli agenti dopo avere scaricato almeno 16 colpi (mentre gli agenti ne hanno esplosi 6 per fermarlo). «Aveva familiarità con le armi», si legge nell' ordinanza. Sapeva cosa faceva.

Dettagli nei filmati - Una lucidità che lo stesso gip, Massimo Tomassini, ribadisce rilevando l' assenza di riscontri oggettivi su una possibile malattia psichica dell'uomo. Eppure la madre dell' omicida, chiedendo perdono, ha spiegato che quel figlio 29enne «sente le voci», è in cura per disturbi neurologici. Ma gli inquirenti non hanno trovato nulla, finora, che attesti un percorso terapeutico del magazziniere 29enne. L' ufficio d' igiene mentale proprio due giorni fa avrebbe dovuto decidere se prenderlo in carico, nulla per ora risulta. Si attendono altre informazioni mediche dalla Germania, dove Meran abitava prima di stabilirsi in Friuli. Solo i familiari conoscevano la vera natura del ragazzo, per questo non lo lasciavano quasi mai da solo: il fratello maggiore Carlysle stava spesso con lui, come venerdì scorso, giorno della tentata mattanza.

Nuovi dettagli sono emersi dalle immagini delle telecamere fuori e dentro la questura. Nei filmati si vede il giovane domenicano sparare come in un film a due mani impugnando le pistole sottratte ai poliziotti uccisi e poi fuggire all' esterno. In quei momenti, mentre Alejandro scatenava il far west, il fratello Carlysle si è barricato in ufficio spaventato. Alejandro gli ha gridato, quasi per assolversi: «Loro mi volevano uccidere». Ma è falso. Nessuno, delle forze dell' ordine, gli ha torto un capello. «Poteva essere una strage», ha dichiarato lapidario il questore Giuseppe Petronzi, «è un dato di fatto». L' omicida «aveva armi in pugno ed era all' interno della questura, fortunatamente e tragicamente c' eravamo solo noi poliziotti, quindi per fortuna non erano esposte altre persone, altrimenti il bilancio avrebbe potuto essere più tragico». Se il numero dei morti si è fermato a due, se a cadere sotto i colpi di Meran sono stati solo i valenti poliziotti poco più che trentenni, Rotta e Demenego, è stato grazie alla prontezza dei colleghi che hanno risposto al fuoco del domenicano e sono riusciti a neutralizzarlo all' esterno dell' edificio. «Abbiamo rischiato di morire anche noi, ci sparava contro ma con la rapidità abbiamo avuto la meglio», ha raccontato uno dei tre agenti della Squadra Mobile. «Stavamo rientrando verso il parcheggio della questura quando ci siamo trovati in mezzo al conflitto. Ci siamo riparati dietro la portiera della macchina e abbiamo risposto al fuoco. Meran è stato ferito e ora è piantonato in ospedale da cui uscirà solo per entrare in carcere. "Figli delle stelle" - Intanto sono stazionarie le condizioni del poliziotto ferito a una mano e ricoverato in Ortopedia a Cattinara. Nell' ordinanza è scritto che il primo a cadere è stato il 34enne agente scelto Rotta, di Pozzuoli, colpito da 4 proiettili; subito dopo è stato ucciso l'agente semplice Demenego, originario di Velletri: 31 anni compiuti il 27 settembre e una grande passione per i balli latino americani. Su Facebook da ieri c' è un video che li mostra insieme, sorridenti e felici. «Dopo tanto tempo "i figli delle stelle" sono tornati. Siamo qui e quindi voi dormite sonni tranquilli», dicono Matteo e Pierluigi. Sono a bordo di una volante, sorridenti, durante un turno notturno. In sottofondo si sente l'intro dell' omonima canzone di Alan Sorrenti. Il video è un ricordo dei due agenti. Si tratta di immagini filmate da loro stessi con un cellulare a inizio turno.

«C' è la volante 2 questa notte», rassicurano, «è tutto a posto. Come sempre si inizia... figli delle stelle..Speriamo bene...e niente... buona notte». Poi il saluto, con un bacio a favore della telecamera. Brunella Bolloli

"Agì con lucidità aggressiva": ecco il volto del killer di Trieste. Dopo aver visionato i filmati della sicurezza interna della questura il gip convalida il fermo del dominicano. Domenico Ferrara e Giuseppe De Lorenzo, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. Alejandro Augusto Stephan Meran non è un pazzo. Almeno per il gip che ha convalidato il suo arresto e che ha condiviso l'impianto accusatorio del pm. Il 29enne dominicano che venerdì scorso ha imbracciato due pistole e ha ucciso Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, rispettivamente di 31 e 34 anni, ha mostrato "lucidità" nella "manovra aggressiva" con cui prima ha ucciso i due agenti della questura di Trieste, ne ha ferito alla mano un terzo e poi, sempre sparando ad altezza d'uomo, "come si evince dai filmati tratti dalla sicurezza interna della questura" ha tentato l'omicidio "di almeno altri 8 agenti", tra cui tre addetti alla vigilanza degli uffici di via Tor Bandena, quattro agenti in forza alla Squadra mobile che erano nell'auto fuori è sono intervenuti per bloccarlo e di un altro poliziotto intervenuto dopo gli spari. È questo il quadro che emerge nel decreto di fermo vergato dal pm Federica Riolino che, sostenendo la presenza di "gravi indizi" di colpevolezza, ha chiesto e ottenuto dal gip, la convalida della misura cautelare. Il 29enne si trovava in questura per il furto di uno scooter. Ha chiesto di andare in bagno e una volta uscito è riuscito a impossessarsi della pistola di Rotta e ad ucciderlo, poi ha ucciso anche Demenego e si è fatto largo nell'atrio della questura con le due semiautomatiche tolte alle vittime - particolare dedotto dalle immagini delle telecamere - prima di essere ferito all'inguine e bloccato da uno degli agenti della Mobile che rientrava in via Tor Bandena. Il fratello dell'arrestato ha sempre fatto riferimento a un disturbo psichico, ma il 29enne non era in cura in nessun servizio di igiene mentale del capoluogo. Per la procura "orientano per una semplice scarsa lucidità solo i farmaci rinvenuti all'esito della perquisizione domiciliare". Un elemento su cui, al momento, la difesa dell'indagato non si pronuncia, ma che avrà un ruolo centrale in sede processuale. Adesso, Meran è piantonato all'ospedale di Cattinara di Trieste. In questa foto di qualche anno fa, che pubblichiamo in esclusiva, indossa una camicia con disegni floreali e ha il piercing all'orecchio sinistro. Si trova in compagnia del fratello Carlysle, entrambi sono sorridenti, come quando a quell'età ci si fa belli per andare a un party. Non è dato sapere se si trovino in Germania o a Ponte nelle Alpi dove ha abitato dal maggio 2017 all'agosto 2018 e dove avrebbe lavorato per qualche giorno come corriere espresso per una ditta. La foto segnaletica che invece hanno diffuso alcuni siti di informazione è ben diversa. Alejandro ha i capelli molto più corti e non ci sono sorrisi. Fonti del Giornale.it hanno fatto sapere che la divulgazione degli audio non ha fatto piacere ai piani alti della questura "anche perché all’interno c’erano alcune notizie non precise" sulla dinamica. La divulgazione delle notizie ora è centellinata ed è stato chiesto, o meglio indicato, di non mandare in giro foto e video. Anche perché, precisano le fonti, si vuole evitare quanto successo a Roma per la fotografia dell’americano bendato. Negli ambienti vicini alla questura continuano a ripetere che "il momento è complicato" e "il dolore è tanto".

Una malattia non certificata, la familiarità con le armi: il passato di Alejandro Meran «Una mattanza senza motivo». Pubblicato lunedì, 07 ottobre 2019 da Fulloni e Fasano su Corriere.it. Chi è Alejandro Meran: «familiarità con le armi», «stranezze e malattie» . Massiccio, tatuato, la mano che pare indicare — chissà — il segno «V» di vittoria. A petto nudo e poi con una maglietta rossa. Sono due foto che spuntano da un vecchio profilo Facebook, risalente a qualche anno fa, di Alejandro Augusto Stephan Meran, 29 anni, origini dominicane, di professione magazziniere, che venerdì pomeriggio ha ucciso, nelle stanze della Questura di Trieste, i due poliziotti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego. E che avrebbe potuto tranquillamente ammazzare altre persone se non fosse stato fermato da altri agenti. L’indagine adesso verte su quella abilità — assai sospetta — che l’uomo ha mostrato nell’uso delle due armi strappate dalle fondine di chi l’aveva arrestato poco prima per il furto di un motorino denunciato dallo stesso fratello del dominicano. Per i familiari Alejandro d’improvviso diventava strano, aveva crisi periodiche. Ma nell’ordinanza d’arresto il gip Massimo Tomassini parla di «una precisa volontà di armarsi e di essere pronto a fare fuoco» e depone a favore della tesi che l’uomo fosse lucido e non nello stato di evidente alterazione psichica di cui invece parlano sua madre e suo fratello Carlysle. «Vi sono in atti frequenti riferimenti a disturbi psichici dell’indagato ma al momento non vi sono documenti medici al riguardo» scrive il giudice. «Molto inquietante poi il fatto che abbia “scarrellato” l’arma sottratta — prosegue il gip — a uno dei due poliziotti, posto che tale gesto, non alla portata di tutti, dà conto di una familiarità con le armi, familiarità che si intuisce anche dalle foto che lo ritraggono mentre impugna le due pistole». Il riferimento è alle immagini riprese dalle telecamere nell’atrio della Questura. Alejandro Meran spara con la pistola che ha in una mano ed esibisce la seconda arma ancora nella fondina, strappata dal cinturone del secondo poliziotto quand’era ormai a terra. Prima che Carlysle si trasferisse a Trieste, nel 2016, per motivi di lavoro, il dominicano — scrive il Messaggero Veneto nell’edizione odierna — aveva vissuto a Udine in un palazzo in via Riccardo di Giusto. I cronisti hanno trovato qualche testimonianza. «Alejandro Meran – racconta un giovane – si sedeva spesso sul muretto che c’è davanti al palazzo e se ne stava lì per ore. Qualche volta siamo andati insieme a comprare le sigarette, ma a parte questo non lo conoscevo bene». «Si capiva che aveva qualche problema – dice un altro residente nel quartiere –, ma si faceva finta di niente e lui qui è sempre stato tranquillo». I Carlysle prima abitavano in Germania, i medici avevano parlato di «disagio psichico», era stato in cura, assumeva farmaci per ristabilire il suo equilibrio. Poi l’arrivo in Italia, per qualche tempo nel Bellunese, a Ponte nelle Alpi, infine Trieste. intanto continueranno anche oggi le indagini e gli interrogatori dei testimoni per stabilire esattamente cosa è accaduto venerdì 4 ottobre all’interno della Questura. L’idea in ogni caso è anche quella di scavare nel suo passato per capire da dove arrivi quella sua dimestichezza con le armi. Potrebbe invece slittare a metà settimana il completamento degli esami autoptici e di conseguenza il nulla osta della Procura allo svolgimento dei funerali. Il Gip sabato ha confermato il fermo del 29enne di origini dominicane che davanti al giudice si è avvalso della facoltà di non rispondere. Meran, ferito all’inguine mentre cercava di allontanarsi dalla Questura, è ancora ricoverato nel reparto di Medicina d’urgenza dell’ospedale di Cattinara, controllato a vista da 4 agenti della polizia penitenziaria. Nella stessa struttura è anche ricoverato il poliziotto colpito da un proiettile alla mano.

Il passato violento del killer: "Era grosso e ci faceva paura". I vicini di casa di Alejandro a Ponte nelle Alpi lo ricordano come aggressivo: "Ci minacciava, siamo stati fortunati". Chiara Sarra, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. "Siamo stati fortunati". A dirlo sono gli ex vicini di casa di Alejandro Augusto Stephan Meran e di suo fratello Carlysle. Per circa un anno (dal maggio 2017 all'agosto 2018) i due fratelli dominicani hanno vissuto a Ponte nelle Alpi, in provincia di Belluno. Entrambi lavoravano per una grossa ditta di spedizioni e abitavano in un appartamento della frazione di Pian di Vedoia. Ora, dopo la sparatoria in questura a Trieste, di Alejandro emerge un passato violento. Qualcuno lo ricorda come non perfettamente sano di mente - anche se pare non sia mai stato in cura per problemi psichici -, ma soprattutto aggressivo. In realtà il 29enne aveva lavorato solo per pochi giorni. Passava le sue giornate ad allenarsi in casa con la musica a tutto volume. "Era grande e molto muscoloso, face­va paura", dicono i vicini, "Ci minacciava, era violento. Aveva un carattere molto aggressivo". Aleandro viene descritto come una persona irascibile, "molto prepo­tente e arrogante". "Alejandro Augusto era una per­sona che era meglio evitare", spiega qualcuno al Gazzettino, "Anche perché era grosso, alto uno e novanta circa, e si capiva bene che aveva anche grandi problemi psichici. Non potevi dirgli niente. Anche se non facevano la loro parte nelle pulizie nell'edificio, non si pote­va proprio dire nulla, perché lui faceva paura. Eravamo disperati. Sono persone che arrivano da paesi di violenza e se la portano dietro. Alla fine, fortunatamente, se ne sono andati. Ci avevano det­to verso la Germania". In realtà i due si sono trasferiti dopo che la proprietaria dell'appartamento ha scoperto che in quella casa abitavano in quattro e non due come da contratto. Si sono trasferiti a Trieste. La città dove, venerdì scorso, Alejandro ha rubato lo scooter a una donna e dove Carlysle lo ha denunciato alla polizia. Dando così il via alle circostanze che hanno portato alla morte di Matteo Demenego e Pierluigi Rotta.

Davide Milosa per “il Fatto Quotidiano” il 6 ottobre 2019. Ventiquattro ore dopo il duplice omicidio di due agenti di polizia in Questura a Trieste, è tempo del cordoglio, ma anche di indagini che inevitabilmente innescano dubbi e polemiche. Non è certo un bel sentire dopo la morte dell' agente scelto Pierluigi Rotta, 34 anni, e dell' agente semplice Matteo Demenego, 31 anni, sui cui destini sarebbe giusto far scendere un amorevole silenzio. Invece tutto si ribalta. E ora sul piatto c'è il tema delle fondine dei due poliziotti. Entrambe sono state sequestrate, come anche le armi. Atto primo di una futura perizia che sarà decisiva per orientare l' inchiesta. Si procede con l' accusa di omicidio plurimo a carico di Alejandro Augusto Stephan Meran, dominicano di 29 anni, il quale ieri non ha risposto al magistrato. Nessuna accusa, invece, a carico del fratello 32enne. È stato lui, venerdì pomeriggio, a chiamare la polizia e a convincere il fratello a consegnarsi. Ma torniamo all' inchiesta e alle fondine delle pistole. Per quanto risulta dalla ricostruzione, Meran uscito dal bagno ingaggia una colluttazione con Rotta, riesce poi a rubargli l' arma e fa fuoco. Demenego allertato dagli spari si avvicina e viene colpito. Quando è a terra, Meran addirittura gli strappa dal cinturone l'intera fondina con la Beretta inserita. Su questo si innesta la polemica sollevata dal Sindacato autonomo di polizia (Sap) per il quale "al primo agente è stata sfilata la pistola perché aveva una fondina vecchia, in quanto quella in dotazione gli si era rotta. Al secondo agente ucciso, la fondina sarebbe stata strappata dalla cintura". Fondine vecchie o difettose, questo giustificherebbe l' intera vicenda? Nemmeno per sogno e ne sono convinte anche nei sindacati, a cominciare dall' Associazione funzionari (Anfp). La risposta del Dipartimento di pubblica sicurezza è stata netta: "Speculazioni odiose" e forse anche premature. Secondo fonti sindacali, Rotta aveva in dotazione una fondina in cordura, quella classica che viene fornita assieme al cinturone. Questo tipo di fondina ha una sicura per l' arma costituita da una semplice linguetta che in molti casi l' agente toglie senza nemmeno accorgersene. Ancora prima di questa fondina, c' era la classica in pelle bianca senza sicura se non una semplice clip. Demenego, invece, avrebbe avuto in dotazione la fondina nuova con un sistema rotante per quando l' agente si siede nella Volante. Queste fondine sono state denunciate dal Sap perché ritenute difettose e in molti casi sono state ritirate. Che le armi dei due agenti fossero o meno legate al correggiolo è ancor meno rilevante. Fatta la storia delle fondine, nulla cambia. Sicura o non sicura, fondina nuova o vecchia, tutto nasce dalla follia di Meran, il cui disagio psichico confermato ancora ieri dalla madre non era mai stato certificato. Nel momento in cui il dominicano ruba la pistola si trova in mano con buona probabilità un' arma con il colpo in canna, altrimenti avrebbe dovuto armarla perdendo tempo prezioso. Ma anche questa è polemica sterile. Tenere il colpo in canna con o senza sicura all' arma è, a oggi, a totale discrezionalità dell' operatore. Qualche vecchio agente poi ha sollevato il problema delle manette che non sono state usate. Va detto però che il dominicano non era stato fermato in flagranza. Meran non è uno spacciatore inseguito e ammanettato come capita di vedere spesso nelle nostre città. Meran chiama la polizia e si consegna. Quando arriva in Questura c' è anche il fratello. Addirittura scherzano con gli agenti. La situazione è chiaramente rilassata, il che giustifica in tutto e per tutto il non utilizzo delle manette. E così torniamo al punto di partenza. Alla fatalità di un evento che semmai, ci spiega un importante dirigente della Polizia di Stato, "dimostra quanto sia pericoloso il nostro mestiere, ogni giorno, per ogni banale accompagnamento". È il calcolo del rischio che corre sempre su un crinale pericoloso. Il questore Giuseppe Petronzi, poliziotto di grande esperienza, ha spiegato che "la dinamica è chiara, ma fare ipotesi al momento non è serio". Dagli ultimi rilievi emerge che Meran ha esploso 23 colpi usando entrambe le pistole. Il duplice omicidio è avvenuto in uno spazio chiuso dove erano presenti solamente le due vittime e Meran. Ieri sia la madre che il fratello dell' assassino hanno chiesto scusa ai parenti delle vittime. "Non so come chiedere perdono a queste famiglie", ha detto la madre Betania. Prego Dio che dia loro la pace e che un giorno possano perdonare". "Mi dispiace tanto - ha aggiunto Carlysle Stephan Meran - mio fratello ha fatto un disastro". Venerdì pomeriggio al telefono con la polizia lui aveva detto che Alejandro "era molto agitato". Un' agitazione che, però, è rimasta sotto traccia fino a quando è esplosa all' improvviso.

Da tg24.sky.it il 7 ottobre 2019. "Buonasera, i figli delle stelle sono tornati". A parlare davanti alla telecamera di un telefonino è l'agente Matteo Demenego, in turno insieme al collega e amico Pierluigi Rotta. Il video, diffuso anche sull'account Facebook della Polizia di Stato, mostra i due poliziotti uccisi il 4 ottobre a Trieste a bordo della volante mentre si rivolgono ai cittadini, augurando a tutti di "dormire sonni tranquilli,", perché "la volante due veglia su di voi, buonanotte". In sottofondo, la musica del brano "Figli delle stelle" di Alan Sorrenti. "In quel "dormite sonni tranquilli" c'è tutta la missione, la responsabilità, la dedizione al prossimo che erano alla base della scelta di Pierluigi e Matteo". È quanto si legge sull'account Facebook della polizia di Stato a commento del video. "Una finestra di qualche istante sull'orgoglio di indossare la divisa della Polizia di Stato per servire la gente - sono ancora le parole del post -, la storia di una grande amicizia. Proteggeteci anche da lassù, tra le stelle".

Valentina, la fidanzata dell’agente ucciso Demenego: «Nulla ora ha più senso». Pubblicato domenica, 06 ottobre 2019 da Corriere.it. «Ti voglio ricordare così amore mio, felice e sorridente. Mi hai cambiato la vita e hai continuato a farlo giorno dopo giorno... Ti hanno portato via da me, ma tu vivi in me, tu sei parte di me! ... Avevamo così tanti progetti in serbo per noi, una casa, un figlio e il matrimonio. Ma purtroppo il destino ha deciso così, ciao vita mia... ». Sono queste le parole con cui Valentina Sorriso Saponaro ha ricordato su Facebook il fidanzato Matteo Demenego, uno dei due poliziotti uccisi nella sparatoria avvenuta all’interno della Questura di Trieste. L’agente aveva appena compiuto 31 anni e insieme alla compagna, 25 anni, aveva grandi progetti per la sua vita.Nella giornata di ieri era arrivato anche il messaggio di Fabio Domenego, padre della vittima: «Ciao mio eroe. Ora sei il nostro angelo custode». A perdere la vita anche l'agente Pierluigi Rotta, 34 anni.

Fabio Tonacci per “la Repubblica” il 7 ottobre 2019. Chi è davvero Alejandro Stephan Meran? Prima della mattanza di Trieste, il dominicano dal fisico robusto e coi capelli rasta è, per le autorità italiane, un uomo qualunque. Ventinove anni, incensurato, titolare di una carta di soggiorno ottenuta un paio di anni fa, nessuna denuncia, nessun referto medico che ne attesti un qualsiasi disturbo mentale. Pulito. Vive con la madre nella mansarda di un palazzo del centro di Trieste. È un invisibile. Eppure, è lo stesso uomo che alle 16.56 di venerdì scorso avanza sparando nell' atrio della questura, tra i proiettili di chi prova a fermarlo: nella mano destra la pistola che ha strappato all' agente scelto Pierluigi Rotta, nella sinistra la Beretta 92 dell' agente Matteo Demenego, ancora incastrata nella fondina. Ha appena ammazzato i due poliziotti con undici colpi a bruciapelo, senza lasciar loro il tempo di difendersi («da parte delle vittime - scrive il gip - non c' è stata reazione»). Ed è lo stesso uomo che uscito all' esterno, nel panico generale, con un gesto rapido e automatico scarrella la pistola di Demenago per mettere il colpo in canna. Pronto a svuotare il secondo caricatore. Quindi, e ancora: chi è davvero Alejandro Meran? Il passato del dominicano è l' enigma di questa storia. Gli investigatori della Squadra mobile di Trieste, cui sono state affidate le indagini sulla sparatoria in questura, non credono al giorno di ordinaria follia di un uomo instabile. Non è plausibile, insomma, che prima di venerdì scorso, non avesse mai impugnato una pistola. Troppo agio nel maneggiare le fondine dei poliziotti che ha ucciso (quella di Demenago, oltretutto, era in polimeri, di ultima generazione, con una doppia sicura da togliere per estrarre la Beretta). Dubbi robusti li ha anche il gip Massimo Tommassini, che ne ha convalidato il fermo disponendo la custodia in carcere: «Molto inquietante lo scarrellamento: il gesto non è alla portata di tutti e dà conto della familiarità con le armi». L' indagine dunque si sposta in Germania, perché lì Alejandro ha vissuto insieme alla madre Betania e al fratello maggiore Carlysle prima di trasferirsi in Italia. Ed è lì che si può trovare la chiave per risolvere l' enigma. Nei prossimi giorni gli inquirenti inoltreranno una formale richiesta di collaborazione alla polizia tedesca, attraverso il circuito della collaborazione internazionale e l' Interpol, per verificare l' esistenza di eventuali precedenti penali, denunce o segnalazioni che lo abbiano riguardato. Ed anche per capire se sia stato mai ricoverato in qualche istituto di igiene mentale. Se non dovesse risultare nulla, gli inquirenti non escludono di estendere il raggio della ricerca fino alla Repubblica Dominicana. Dei suoi trascorsi in terra tedesca, finora, sappiamo solo ciò che la madre Betania ha raccontato ai giornalisti in un paio di interviste. «Seguiva una terapia per i disturbi mentali di cui soffre da sempre, ma quando siamo venuti in Italia l' ha interrotta». Anche negli atti dell' inchiesta c' è poco è niente. «Risulta che abbia contatti e appoggi in Germania », scrive il gip Tomassini, il quale nel tratteggiare il profilo del killer, usa parole pesanti. «Quello che ha fatto dà conto di una aggressività e di una spinta crimonogena che, ad onta della sua incensuratezza, merita il massimo rigore». Alejandro, ha rivelato Carlysle, ha un legame molto stretto con una persona, che vive tra l' Italia e la Germania e che diventa ora il testimone chiave per capire quali giri frequentasse. A Trieste Alejandro non sembra avere un lavoro, a differenza di Carlysle che ha un part-time come magazziniere. Lo vedono ciondolare spesso dalle parti del disco bar Las 3 Babys, ora gestito da sudamericani e, in passato, chiuso più di una volta per rissa e spaccio. Siamo a Barriera Vecchia, il quartiere multietnico della comunità serba e albanese, «zona di traffici poco chiari, dove è facile nascondersi», secondo la descrizione che ne fanno gli stessi triestini. I vicini di pianerottolo, nel palazzo di via Caccia dove condivide la mansarda con sua madre, aggiungono poco. «Mai visto dare di matto, né urlare o fare cose strane», racconta la signora del piano di sotto. «Anche la notte prima della sparatoria in questura non ho sentito niente di strano». Piantonato all' ospedale di Cattinara e ferito all' inguine, Alejandro Meran tace. Nell' interrogatorio di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Non si sa come abbia fatto a sottrarre la pistola di Rotta, mentre veniva accompagnato al bagno nel corridoio del reparto Volanti. Forse lo ha sopraffatto fisicamente, prendendolo alla sprovvista. Solo lui può dirlo. Di certo sapeva come e perché bisogna scarrellare una Beretta 92 calibro 9, se il colpo non è già in canna. «Charly, mi vogliono uccidere... dove sei?», urlava indiavolato, avanti e indietro nel corridoio, dopo aver colpito i due agenti che l' avevano portato lì solo per un accertamento dopo il furto di uno scooter. Charly, il fratello "buono", era nascosto sotto il tavolo, terrorizzato, barricato nella stanza. Anche lui incapace di decifrare l'enigma.

Fabio Biloslavo per “il Giornale” il 7 ottobre 2019. Il killer dominicano, Alejandro Augusto Stephan Meran, che ha ucciso due poliziotti nella Questura di Trieste e ferito un terzo agente non è un Rambo improvvisato da video games, ma «aveva familiarità con le armi». Il gip, Massimo Tomassini, lo scrive a chiare lettere nell' ordinanza di convalida della custodia cautelare. Le telecamere interne inquadrano l' assassino mentre spara con le due pistole strappate alle vittime. La seconda era ancora nella fondina anti estrazione, ma l' hanno sentito mettere il colpo in canna. All' esterno della Questura, intercettato da tre agenti della Squadra mobile, ha aperto il fuoco contro la loro auto senza insegne colpendo il montante ad altezza d' uomo. «Dati oggettivi che dimostrano dimestichezza o almeno scioltezza nell'uso dell' arma» spiega al Giornale un investigatore che si occupa del caso. Il Gip sottolinea che poteva essere «una mattanza». Stephan Meran, imputato di omicidio plurimo e tentato omicidio ha sparato ad 8 poliziotti dentro e fuori la Questura ferendone uno alla mano sinistra. Il capo della Mobile, Giovanni Cuciti, ha dichiarato che sono stati esplosi in tutto 22 colpi. Il killer dominicano ha tirato il grilletto 15 volte con la prima pistola portata via all' agente Pierluigi Rotta e uno o due con la seconda della vittima Matteo Demenego. «Hanno sentito che metteva il colpo in canna della calibro nove strappata con tutta la fondina all'agente Demenego dopo avergli sparato» spiega un investigatore. Il gip sostiene che l' assassino ha dimostrato «lucidità» portando avanti senza indugi «un' azione aggressiva». Sulla malattia mentale denunciata dai familiari il pubblico ministero, Federica Riolino, non ha trovato alcun riscontro a parte alcuni «farmaci rinvenuti all' esito della perquisizione domiciliare». Il questore di Trieste, Giuseppe Petronzi, alla domanda se è stata evitata una strage ha risposto in maniera lapidaria: «E' un dato di fatto: i video mostrano fasi concitate e drammatiche». Da dove spunta il killer immigrato da 7-8 anni in Italia, che sembra avere «familiarità con le armi»? Stephan Meran ha vissuto con il fratello Carlysle dal 2017, almeno per un anno, a Ponte delle Alpi, comune di appena 8.194 anime. E faceva il magazziniere a Belluno. Il futuro assassino, fermato una volta ad un posto di blocco, risulta incensurato. Il fratello era stato trovato con una scimitarra in macchina e segnalato per porto abusivo di arma da taglio. E proprio da Ponte delle Alpi sono partiti due jihadisti balcanici per la Siria legati all' imam dell' Isis Bilal Bosnic, oggi in carcere in Bosnia. «Al momento non risulta alcuna contaminazione con ambienti jihadisti. Al contrario i due fratelli, come la famiglia, sono molto legati alla religione cristiana» spiega al Giornale una fonte dell' antiterrorismo. I fratelli Stephan Meran erano arrivati nel bellunese dall' Aquila e prima ancora da Udine, dopo la Germania, grazie ad un ricongiungimento familiare. Si sta indagando sul passato europeo del killer. Oggi dovrebbero arrivare i primi riscontri dalla Germania anche sulla supposta patologia psichiatrica e le cure in territorio tedesco. Non è chiaro da quanto tempo si trovasse nello spazio Schengen, ma era in possesso di un regolare permesso di soggiorno in Italia. Il pluriomicida di 29 anni dove ha imparato ad usare le armi? Difficile che abbia potuto farlo attraverso i video games, ma forse ha fatto il militare oppure è stato affiliato a bande latino americane, che solitamente sono sanguinose e ben armate. Intanto l' uomo si trova ricoverato al sesto piano dell' ospedale di Cattinara a Trieste, nel reparto di Medicina d' Urgenza. Il killer è sorvegliato a vista da un agente della penitenziaria, che staziona con lui nella stessa stanza, e da altri tre poliziotti che controllano dall' esterno. Nessuno può avvicinarlo soltanto il personale medico.

Dalla Germania all’Italia, tra lavoro e farmaci. I demoni di Alejandro nella sua mansarda. Pubblicato domenica, 06 ottobre 2019 da Corriere.it. A lejandro dalla scorsa primavera viveva in un dignitoso palazzo ottocentesco nel centro di Trieste, zona Barriera Vecchia. Un’ampia mansarda al quinto piano, niente ascensore, scale in pietra, una pianta ad abbellire ogni pianerottolo. «L’avrò incrociato una decina di volte. Lui e il fratello. Buongiorno, buonasera, niente di più. Ragazzi tranquilli. Non ricordo mai rumori strani, oppure feste» racconta Marianna Sillitti, che abita con la madre proprio al piano di sotto. Ma la vita di Alejandro Augusto Stephan Meran, 29 anni, origini dominicane, di professione magazziniere, quando si rinchiudeva dentro casa era tutt’altro che tranquilla. Un demone lo consumavo dentro, le ombre gli minavano il cervello. I familiari lo sapevano e non lo perdevano mai di vista. A casa Meran raccontano che Alejandro all’improvviso diventava strano. Il fratello Carlysle lo aveva visto a volte parlare con il muro, «spesso non era in sé». Prima abitavano in Germania, i medici avevano parlato di «disagio psichico», era stato in cura, assumeva farmaci per ristabilire il suo equilibrio. Poi l’arrivo in Italia, per qualche tempo nel Bellunese, a Ponte nelle Alpi, infine Trieste. Alejandro aveva crisi periodiche, quando si presentavano il fratello e la madre Betania sapevano cosa fare, le medicine riuscivano a calmarlo. Ma venerdì mattina si rendono conto che questa volta è peggio del solito. La madre chiede aiuto al servizio di igiene mentale. Spiega che il suo «Tito», come lo chiama lei, la sera prima le ha detto di «sentire delle voci, che ha paura che qualcuno lo vuole ammazzare, che lo stanno perseguitando». La madre è preoccupata soprattutto perché è tornato a casa con un motorino non suo, l’ha rubato non sa a chi. A questo punto dall’ufficio di igiene mentale le consigliano di avvertire immediatamente del furto la Questura. E le danno appuntamento per il giorno dopo, sabato mattina, per capire cosa si può fare per la salute del figlio. La madre ne parla con Carlysle, è lui a chiamare gli agenti, che si presentano a casa nel pomeriggio con due volanti accompagnate da un’auto del 118. Niente fa ipotizzare quello che sta per succedere. Alejandro sembra tornato sereno, i poliziotti lo trovano «pacato e collaborativo». Il fratello e la madre però lo conosco bene, sanno che nella sua mente adesso c’è un tarlo in più, che dovrà rispondere di quel furto, che questa volta l’ha fatta grossa, che i suoi tormenti non potrà più tenerli nascosti dentro casa. Gli agenti chiedono così anche alla madre di venire in Questura, per accompagnare e rassicurare il figlio. I due fratelli vanno avanti, lei sale sulla seconda auto, che si attarda di qualche minuto. Quando arriva, Alejandro ha già preso le pistole ai poliziotti, ha sparato uccidendone due. Il suo «Tito» non è più un ladro di motorini ma un assassino. Lei non si dà pace, il giorno dopo continua a scusarsi: «Non si può dire nulla che possa confortare un padre che perde un figlio, o un figlio che perde un padre. Mi dispiace tanto, ha distrutto due, tre famiglie. Noi siamo persone credenti, abbiamo paura di Dio». E poi aggiunge: «Non pensavo che mio figlio potesse fare una cosa del genere. Lui non è in grado, è malato di mente». E non sembra un modo per giustificarlo, piuttosto è come ammettere le proprie responsabilità, come dire che ci ha provato in tutti i modi, ma non è riuscita a salvarlo. Dicono che Alejandro Augusto Stephan Meran abbia sempre alternato momenti di turbamento a lucidità. La stessa che ha spinto a motivare il suo fermo per il «concreto pericolo di fuga». Anche di fronte al Gip lui non ha detto niente, ma viene ritenuto perfettamente consapevole di quello che ha commesso e in grado di allontanarsi, per esempio tornando in Germania dove ha «mantenuto rapporti amicali». Anche a Trieste lui e il fratello frequentavano tanta gente. I vicini ricordano di avere incrociato sulle scale tanti giovani, come è normale che fosse per quell’età. Mai nulla di anomalo, vite all’apparenza normalissime. E ancora adesso fanno fatica a credere che a sparare ai due poliziotti sia stato proprio il ragazzo del quinto piano.

Giusi Fasano per il “Corriere della Sera” il 6 ottobre 2019. Non soltanto Pierluigi e Matteo. Alejandro Augusto Stephan Meran ha tentato di uccidere «almeno altri otto agenti, di cui tre addetti alla vigilanza, quattro della squadra mobile e uno che cercò di aiutare i colleghi dopo aver sentito gli spari». Quindi, se i colpi sparati ad altezza d' uomo fossero andati tutti a segno, i poliziotti morti oggi sarebbero dieci. Questo dice il decreto di fermo che ieri sera il giudice delle indagini preliminari Massimo Tomassini ha convalidato mantenendo l' impostazione della Procura. E cioè: nulla prova che l' assassino dell' agente scelto Pierluigi Rotta e del suo collega e amico Matteo Demenego abbia qualche tipo di problema mentale. Al contrario: è un uomo che «ha dimostrato» di non avere freni alle sue «spinte criminali» e di essere «soggetto pienamente inquadrato nel tempo e nello spazio». Quindi il gip, come il procuratore capo Carlo Mastelloni e il suo pubblico ministero Federica Riolino, non sono per nulla convinti dello stato di alterazione mentale di cui parlano i familiari di Alejandro. «Allo stato», scrivono, il solo dettaglio che «orienta verso una semplice scarsa lucidità» è il ritrovamento di «farmaci rinvenuti durante la perquisizione domiciliare, ma non risulta in atti alcuna traccia di visite specialistiche fatte in Italia, né risulta documentato l' episodio citato dal fratello di cui l' uomo si sarebbe reso protagonista in terra tedesca» (è il racconto di una circostanza in cui Alejandro avrebbe perso il controllo delle sue azioni, ndr ). L' episodio «in terra tedesca» riguarderebbe un periodo in cui l' intera famiglia Stephan Meran viveva in Germania, qualche anno fa. E proprio in Germania Alejandro avrebbe «amici di riferimento» che per i magistrati spiegherebbero il pericolo di fuga. Perché avrebbe appoggi sufficienti per organizzarsi la vita, perché «si è dichiarato magazziniere e quindi in grado di sostenersi» e perché ha «la lucidità sufficiente» per «uccidere i due poliziotti e poi colpirne un altro facendo fuoco con la mira ad altezza d' uomo» e «per rendersi conto della grave condizione giuridica in cui versa». Lui è ricoverato e piantonato all' ospedale di Cattinara (ferito all' inguine). Alejandro ha scaricato contro i due poliziotti l' intero caricatore della pistola d' ordinanza di Pierluigi Rotta (12 colpi) e ha premuto il grilletto altre volte anche con l' arma sottratta a Matteo Demenego quando era ormai a terra esanime (in tutto sono almeno 17 i colpi sparati). L' ipotesi ritenuta più probabile è che la pistola del primo poliziotto ucciso avesse già il colpo in canna e niente sicura quando è finita nelle mani dell' omicida. Forse proprio perché l' agente stava per usarla quando è stato disarmato. Questo avrebbe facilitato l' aggressione dell' uomo che a quel punto non avrebbe fatto altro che premere il grilletto (senza «scarrellare» l' arma e togliere la sicura). Non è chiaro se fosse nelle stesse condizioni anche la seconda pistola, presa dall' assassino assieme alla fondina. Lo si vede in un filmato registrato nell' atrio della Questura: in una mano impugna un' arma puntata ad altezza d' uomo verso il piantone (ferito a una mano), nell' altra stringe la pistola che è ancora dentro la fondina e che userà pochi istanti dopo, fuori dalla Questura. Sugli stessi gradini che Alejandro ha fatto di corsa cercando la fuga, adesso c' è una montagna di fiori, bigliettini, disegni, libri, ceri. Qualcuno preferisce lasciare il suo omaggio all' interno, nello stanzone dell' ingresso dedicato da sempre ai «Caduti nell'adempimento del dovere», come dice la scritta sul marmo. Molti, moltissimi giovani arrivano in lacrime, si fermano a pregare. Nei corridoi dove due giorni fa risuonavano gli spari solo occhi lucidi, abbracci, ricordi. I parenti dei due agenti, arrivati dalla Campania, si sono stretti in un abbraccio comune, assieme a tanti poliziotti e al questore, Giuseppe Petronzi. «Giustizia, giustizia, se la meritano» ha detto entrando la madre di Pierluigi. Il padre di Matteo, Fabio Demenego, ha scritto in un post su Facebook, «ciao mio eroe, ora sei il nostro Angelo Custode». Fra le mille e mille parole di cordoglio della giornata ci sono anche quelle del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che esprime «affetto, riconoscenza e dolore» di tutto il Paese per gli agenti uccisi. Affetto, riconoscenza e dolore anche dalla famiglia di un adolescente che il 25 settembre voleva uccidersi. Lo hanno salvato Pierluigi e Matteo.

Michela Allegri per “il Messaggero” il 6 ottobre 2019. Dalla Repubblica Dominicana alla Germania, dall'Aquila a Belluno, fino a Trieste. Un passato trascorso in un centro di igiene mentale tedesco e nessun ricovero in Italia, nonostante il giorno prima di rubare la pistola a un poliziotto nella questura di Trieste, uccidere lui e un suo collega, rubare un'altra arma e seminare il panico, Alejandro Augusto Stephan Meran, 29 anni, detto Tito, fosse già in preda alla follia, convinto di sentire voci di uomini che lo volevano uccidere. E invece, è stato lui a trasformarsi in un killer spietato, prima di rinchiudersi in un ostinato mutismo di fronte al gip che, dopo la mattanza, lo ha sentito per l'interrogatorio di convalida. Nessuna accusa a carico del fratello Carlysle, 31 anni. Era stato lui a denunciare Alejandro, che la mattina dell'omicidio aveva rubato un motorino. «Ha problemi psichici», aveva detto agli agenti. «Tito ha combinato un altro guaio», aveva detto invece alla madre. Ma non si sarebbe mai immaginato che avrebbe impugnato due pistole e avrebbe iniziato a sparare all'impazzata, uccidendo due persone, ferendone una terza, rischiando di colpire molti altri agenti e passanti. Spaventato a morte, Carlyse si è nascosto in un ufficio della Questura. Aveva paura che il fratello uccidesse pure lui. E pensare che era proprio Carlysle l'unico con un precedente preoccupante in famiglia, secondo quanto risulta alle forze dell'ordine: nel 2017, durante un controllo di polizia, era stato fermato con una scimitarra e denunciato con l'accusa di porto di arma abusiva e possesso di oggetti atti ad offendere. «Mi dispiace tanto per ciò che ha fatto. Chiedo perdono per mio fratello e faccio le mie condoglianze, siamo distrutti tutti quanti», continuava a ripetere ieri, ancora incredulo. Il permesso di soggiorno dei due fratelli era regolare. Alejandro ha la carta di soggiorno di familiare di cittadino dell'Ue. Mentre Carlysle ha un permesso di soggiorno per motivi di famiglia con scadenza nel 2020. Prima di trasferirsi in provincia di Belluno e poi a Trieste, sembra che Alejandro avesse fatto una richiesta di ricongiungimento con la madre all'Aquila, anni fa. Poi, il trasloco. I fratelli Meran, spiega il questore di Belluno Lidia Fredella, avrebbero abitato a Ponte nelle Alpi fino al 2017. Anche se alcuni residenti dicono di averli visti lì fino alla scorsa primavera. Quindi, il trasferimento a Trieste, la mente di Alejandro che non dà tregua. Il ragazzo è incontenibile, ma probabilmente il suo disturbo viene sottovalutato. Prima, diventa un criminale - rapina una turista - poi, diventa un omicida. Ora si trova in ospedale, piantonato dalla Polizia.

Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano” il 6 ottobre 2019. Siamo alle solite. Un delinquente, forse malato di mente, aggredisce due poliziotti, li disarma in questura e li fredda. Ci si domanda come sia possibile che giovanotti in divisa, robusti e prestanti, siano stati sorpresi e soppressi da un ragazzotto che aveva appena rubato un ciclomotore o uno scooter. La risposta è semplice ed esaustiva. Il nostro Paese è intriso di cultura di sinistra più propensa a tutelare i criminali che non coloro che li combattono. Cosicché gli agenti sono vincolati a rispettare protocolli assurdi che li pongono in condizioni di inferiorità di fronte a qualunque farabutto. Un esempio, essi non sono autorizzati a usare le manette se non in casi estremi. Praticamente mai, a meno che non si tratti di portare in galera un cittadino in attesa di giudizio. Basta questo a fotografare l' assurdità dei regolamenti che, se violati, comportano provvedimenti contro i difensori dello Stato. C' è molto di più che facilita le storture. Le fondine in dotazione al personale spesso sono difettose, antiquate. Così le armi. I poliziotti sono mal pagati e peggio addestrati. Sono visti persino dai loro superiori quasi quale carne da macello o comunque manovali della legge. Sorvoliamo sui mezzi a disposizione del corpo. Tuttavia, ciò che complica il lavoro delle nostre guardie è la mentalità di chi li guida frenandone l' attività anticrimine. Poi però, allorché succedono misfatti tipo quello di Trieste, si scatenano il piagnisteo istituzionale, le dichiarazioni commosse, la retorica di circostanza, la voglia di funerali. Tutto questo è rivoltante. Da cinquanta anni e forse più i progressisti gridano ai quattro venti che gli uomini addetti alla difesa dei cittadini siano fascisti e servi del potere quando invece sono costretti a condurre una vita grama. Per di più essi vengono ammazzati e liquidati con una manciata di lenticchie e, nonostante ciò, la gente li guarda dall' alto in basso quasi fossero esseri inferiori. Una remunerazione adeguata e dignitosa potrebbe restituire prestigio a coloro che pattugliano le strade, eppure non basterebbe: la politica cessi di alimentare pregiudizi che coprono di disprezzo chi rischia la pelle per salvare la nostra.

Fausto Biloslavo per “il Giornale” l'11 ottobre 2019. Alejandro Augusto Stephan Meran, il killer dei poliziotti nella Questura di Trieste, sarebbe stato arrestato per traffico di droga a casa sua, in Repubblica Dominicana, secondo un' informativa della Dndc, la Direzione nazionale antidroga del paese caraibico. La conferma arriva da Santo Domingo grazie ad Alicia Ortega, une delle più famose giornaliste investigative dell' isola. A Trieste gli investigatori spiegano di non avere ancora ricevuto queste informazioni. «Per ora non abbiamo riscontri del genere, ma siamo in attesa di ricevere per vie ufficiali informazioni dettagliate dalla Repubblica Dominicana» spiegano da Trieste. Nell' informativa dell' antidroga di Santo Domingo, che fornisce anche una foto del killer dei due poliziotti con un filo di pizzetto e sguardo triste, corrispondono anche il numero di passaporto, in possesso degli inquirenti italiani, l'età, 29 anni e il luogo di nascita, Comendador, il capoluogo della provincia di Elías Piña. Un'area al confine con Haiti dove passano le vie del narcotraffico caraibiche. Su Alejandro ci sono «tre fascicoli della Dncd» e sarebbe «stato in carcere nel Paese per traffico di droga» si legge nell' informativa, dove «ha scontato la pena». Forse potrebbe trattarsi solo di un fermo o le accuse magari sono cadute in seguito, ma le certezze si avranno solo con l' arrivo della documentazione ufficiale richiesta dagli inquirenti del capoluogo giuliano. Le notizie che arrivano dall' antidroga di Santo Domingo sollevano, però, ulteriori domande sul passato tutto da chiarire del pluriomicida, che si tenta di accreditare come un bravo ragazzo affetto da turbe mentali. Ortega è certa che il dominicano era schedato, ma in Italia non si è mai saputo nulla. Il giovane Alejandro sarebbe arrivato la prima volta nel nostro paese con la famiglia nel 2005. Poi però, se risultano tre dossier e l' arresto in Repubblica Dominicana, deve essere rientrato in patria. Nel nostro Paese era incensurato e ha ottenuto un permesso di soggiorno di lunga permanenza. Evidentemente nessuno ha indagato su eventuali precedenti ai Caraibi. Secondo informazioni raccolte da il Giornale a l' Aquila il futuro killer, registrato come immigrato disoccupato, ha girato dal 2015 a Montebelluna in provincia di Treviso, Ponte della Alpi, vicino a Belluno e alla fine Trieste. Il legale di fiducia, Francesco Zacheo, che lo ha incontrato nel carcere del capoluogo giuliano racconta che «legge la Bibbia ogni giorno e non si ricorda» dei due poliziotti uccisi. Mercoledì prossimo si terranno a Trieste le esequie solenne delle vittime, Pierluigi Rotta e Matteo Demenego. Il legale sta cercando «di ricostruire la vita di Alejandro da quando è nato a oggi, ma da quello che dice la madre ha una fedina penale pulita». Il killer faceva anche la spola con la Germania dove ha vissuto con un amico a Deggendorf, che gli investigatori vogliono interrogare. Lo scorso novembre, a Monaco, Alejandro ha rubato un' Audi, non facile da portare via per un neofita, andando poi a sbattere contro la recinzione dell' aeroporto. Sembra che volesse entrare nello scalo a forza per prendere un volo diretto a Santo Domingo. Ali agenti tedeschi intervenuti ha detto che esprimeva «pensieri confusi su una missione per Gesù». Per questo motivo è stato ricoverato in una struttura psichiatrica. Il legale ed i familiari sottolineano che aveva problemi mentali ed era in cura in Germania. Zacheo, ha ribadito che la madre «prima dell' accaduto aveva denunciato tantissime volte» i problemi del figlio. «Se non ricordo male - conclude - Alejandro è stato negli ospedali di Belluno, Udine e Trieste». Secondo l' avvocato «tutto, sarà basato ovviamente sulla perizia psichiatrica, dove si valuta la sua condizione mentale difficile».

Nonostante la dimestichezza con le armi dimostrata nella mattanza in Questura, Betanja, la madre, ha garantito al legale «che suo figlio non ha mai preso pistole in mano».

Trieste, il killer dei poliziotti Alejandro Meran scaglia lavatrice contro gli agenti in carcere. Libero Quotidiano il 26 Ottobre 2019. Aver ammazzato due poliziotti non gli basta. Si parla di Alejandro Augusto Stephan Meran, il 29enne dominicano che lo scorso 4 ottobre, in Questura a Trieste, ha imbracciato due pistole e ha ucciso gli agenti Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, 31 e 34 anni. Il criminale, in carcere, infatti ha dato in escandescenze mentre faceva la doccia e ha ferito, in modo lieve, uno degli agenti di polizia penitenziaria intervenuti per calmarlo. Meran, rinchiuso nel carcere del Coroneo, avrebbe tra l’altro tentato di scagliare una lavatrice contro le guardie carcerarie che cercavano di immobilizzarlo. L’episodio, avvenuto nei giorni scorsi, è stato segnalato alla Procura ed è costato a Meran una denuncia per danneggiamento aggravato, per aver distrutto alcune suppellettili del carcere. L'episodio è stato reso noto nella tarda serata di domenica 26 ottobre.

Da ilfattoquotidiano.it il 28 ottobre 2019. Armato di bastoni ha minacciato e ferito due agenti della penitenziaria. Lui è Alejandro Stephan Meran, il domenicano di 29enne agli arresti con l’accusa di aver ucciso gli agenti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego nella sparatoria dello scorso 4 ottobre dentro la questura di Trieste. L’aggressione, secondo quanto riferito dagli operatori, è avvenuta nel reparto docce ed è terminata solo quando gli agenti sono riusciti a calmare il detenuto, ovvero cinquanta minuti dopo: stando a quanto raccontato, dopo aver chiesto di potersi lavare ed essere uscito dalla cella dirigendosi verso la doccia, Alejandro è tornato indietro urlando “voglio uscire“. Poi la sua rabbia si è trasformata in violenza: prima l’uomo ha trascinato la lavatrice del reparto, cercando di scagliarla contro gli agenti della penitenziaria, ferendone in modo lieve due, per poi rincorrerli impugnando due bastoni di legno, ricavati rompendo una scopa. “Non vi avvicinate o vi colpisco”, avrebbe poi gridato. Solo dopo esser riuscita ad “armarsi” di scudi, caschi e manganelli, la polizia, con l’aiuto anche di un agente che conosceva la lingua spagnola, ha avviato una prima trattativa con l’uomo per farlo calmare. Non riuscendoci, il dominicano è stato fatto confluire nelle docce e bloccato con l’uso di idranti per una ventina di secondi. Quindi, passati cinquanta minuti dall’inizio dell’aggressione e solo dopo una seconda trattativa, Alejandro si è arresto ed è stato riportato in cella. I due agenti feriti sono stati medicati sul posto: solo uno è stato trasportato al pronto soccorso da cui è uscito con una prognosi di quindici giorni. Intanto, il detenuto è stato visitato dal medico del carcere che ha riferito che Meran è apparso vigile e lucido e senza aver riportato ferite o contusioni. La direzione del carcere ha segnalato l’accaduto alla Procura che ha potuto analizzare l’aggressione grazie a un video girato da un poliziotto.

Funerali di Stato a Trieste per gli agenti della Polizia Matteo Demenego e Pierluigi Rotta. L'ultimo saluto alla Volante 2. Nazionale, Politica & Istituzioni. Il Corriere del Giorno il 16 Ottobre 2019. Centinaia di cittadini triestini commossi hanno voluto porgere fino alle 2 dopo mezzanotte l’ultimo saluto ai due giovani poliziotti uccisi lo scorso 4 ottobre. Significativa la commozione dei colleghi degli agenti che durante la cerimonia funebre non sono riusciti a trattenere le lacrime, così come anche il questore di Trieste Giuseppe Petronzi nel suo ricordo dei due agenti fatto in chiesa. Oggi, nella chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo a Trieste, vengono celebrati i funerali solenni di Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, gli agenti della Polizia assassinati il 4 ottobre scorso. L’affetto mostrato da un’intera nazione nei confronti di questi giovani poliziotti, alle loro famiglie e a tutta la Polizia di Stato è simbolo di un sacrificio che non è stato vano. Da ieri pomeriggio la città di Trieste sta rendendo omaggio a Matteo e Pierluigi. La Squadra Volanti della questura di Trieste si è unita in un lungo abbraccio. Per fare spazio ai due feretri sono stati sposati tutti i fiori e le piante che erano stati lasciati sin dal giorno successivo a quello della tragedia. I disegni colorati lasciati dai bambini sono stati raggruppati e affissi nell’atrio dell’edificio. I feretri sono stati salutati dai rintocchi funebri delle campane della vicina chiesa. Scortati da auto della Polizia, ed avvolte nel tricolore, le bare sono state accolte da oltre un migliaio di persone, con un lungo applauso spontaneo e commosso tributato, dai colleghi e cittadini. Centinaia cittadini commossi hanno voluto porgere l’ultimo saluto fino alle 2 dopo mezzanotte, ai due giovani poliziotti uccisi lo scorso 4 ottobre, con di cittadini che hanno voluto dare l’ultimo saluto agli agenti tragicamente morti. Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, giunto ieri anche alla camera ardente, ha voluto sottolineare come l’ultimo grande abbraccio dato oggi a Demenego e Rotta non sia vano “Oggi, qui, proviamo una grande commozione di fronte ai Caduti e anche una grande emozione nel constatare l’incredibile grande abbraccio con cui la popolazione di una città unita si è stretta attorno a essi, al dolore di tutta la Polizia e dei familiari dei giovani Agenti, Pierluigi e Matteo“, ha dichiarato per la giornata di oggi il lutto cittadino con le bandiere degli edifici pubblici tutti a mezz’asta. I funerali solenni sono celebrati dal vescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi. che ha detto “Carissimi Matteo e Pierluigi -ha aggiunto- innumerevoli sono stati gli atti di amore verso di voi che hanno trovato espressione in questi giorni di dolore: dalle preghiere in tutte le chiese cattoliche e delle altre confessioni religiose della Città alla partecipata fiaccolata promossa il giorno dopo la vostra uccisione; dalle iniziative messe in atto dal nostro Sindaco con il lutto cittadino e la commemorazione in Consiglio comunale alla decisione dell’Amministrazione regionale di assegnare un concreto aiuto alle vostre famiglie; dagli attestati di affetto di tantissimi cittadini con l’omaggio di fiori deposti davanti alla facciata del palazzo della Questura ai disegni dei bambini“, aggiungendo “In molti di quei disegni, proprio i bambini, con la loro spontanea e innocente intuitività, vi hanno descritto come i nostri angeli. Sono certo che, dopo questo atto di addio, Trieste continuerà a ricordarvi come i suoi angeli e, con lungimiranza umana e civile, vi ha già dedicato un segno a perpetua memoria del vostro sacrificio, che resti come un monito soprattutto per le giovani generazioni, che da voi sono chiamate ad imparare una fondamentale lezione di vita. Questa: a costruire sono gli uomini e le donne pronti al servizio e al dono di sé, mentre a distruggere sono quelli che coltivano la violenza, l’odio e il proprio egoistico interesse”. Il leader della Lega  Matteo Salvini mentre era diretto a Trieste per assistere ai funerali solenni di Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, i due agenti uccisi nella sparatoria in Questura avvenuta lo scorso 4 ottobre, dopo l’atterraggio all’aeroporto di Ronchi dei legionari – Trieste Airport ha accusato un malore ed è stato portato all’ospedale San Polo di Monfalcone (Gorizia), dove è stato sottoposto ad accertamenti per una sospetta colica renale. Non ci sono state comunque conseguenze per l’ex ministro dell’Interno, che è stato anche già dimesso. Salvini ha ringraziato i medici di Monfalcone e si è detto dispiaciuto di non poter essere presente all’ultimo addio ai due poliziotti, dopo l’omaggio reso la scorsa settimana durante una visita alla Questura di Trieste. Al rito funebre in chiesa a Trieste hanno partecipato il presidente della Camera Roberto Fico, del vicepresidente del Senato Ignazio La Russa, del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, oltre ai massimi rappresentanti della Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Il capo della Polizia Paolo Gabrielli, ha incontrato i familiari dei due agenti e ha loro manifestato la vicinanza di tutta la Polizia di Stato. Al termine della celebrazione, i due feretri sono partiti alla volta delle città d’origine dei due poliziotti. A Velletri è in programma giovedì 17 ottobre alle 11 presso la cattedrale di San Clemente il funerale di Matteo Demenego. Invece venerdì 18 ottobre, nella chiesa Sacra Famiglia di Lago Patria a Giugliano (Napoli), ci saranno i funerali di Pierluigi Rotta. Significativa la commozione dei colleghi degli agenti che durante la cerimonia funebre non sono riusciti a trattenere le lacrime. Così come anche il questore di Trieste Giuseppe Petronzi nel suo ricordo dei due agenti fatto in chiesa. Questa mattina la Polizia di Stato ha diffuso un messaggio attraverso il poliziotto virtuale “Lisa” che assiste i cittadini sul web, per salutare e ricordare i colleghi Demenego e Rotta nel triste giorno delle loro esequie.  “Siamo vicini alle famiglie e il pensiero va a questi ragazzi la cui vita è stata spezzata in maniera improvvisa e assurda”. ha detto il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, uscendo dalla chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo dove sono stati celebrati i funerali solenni dei due agenti uccisi in Questura a Trieste. “Ciao, ragazzi, è arrivato davvero il momento di salutarci ed è il momento più doloroso. Perché obbliga familiari, amici e colleghi ad accettare definitivamente una realtà che finora, storditi dal dolore, aveva forse la parvenza più di un incubo. E invece no, è tutto vero, tristemente, drammaticamente reale“, scrive la Polizia di Stato pubblicando accanto la foto dei due poliziotti uccisi con una rosa appoggiata, «Un funerale per credere in una vita eterna ora che questa mortale vi è stata strappata – scrive l’agente Lisa – un rito anche per dare la possibilità di salutarvi a chi vi ha voluto bene, a chi vi ha visto crescere […]. Buon viaggio ragazzi, se vi immagino ora, l’unica cosa che mi viene da pensare è che ovunque andiate sarete ancora insieme, una pattuglia di amici. La Volante 2 dei “Figli delle stelle“. “La polizia si muove quotidianamente alla velocità della vita e alla velocità delle nostre città” ha detto il questore di Trieste Giuseppe Petronzi, l’unico a prendere la parola oltre al vescovo Gianpaolo Crepaldi alla cerimonia funebre. “Matteo e Pierluigi, ragazzi eccezionali ed esperti operatori di volante, si erano già distinti nell’arrivare un istante, un attimo prima – ha continuato Petronzi – Come pochi giorni fa quando avevano salvato la vita a un giovane che stava per lanciarsi nel vuoto. Uno dei tanti episodi della quotidianità delle forze di polizia che non assurgono all’onore della cronaca“. Il questore ha poi ringraziato la mobilitazione della comunità nel lutto delle famiglie e degli colleghi della polizia. “Il dolore è inevitabile, arrendersi sarebbe per sempre“. Nel salutare la “volante 2, alla sua ultima uscita“, il questore ha ceduto all’emozione, e con voce tremolante, accompagnata da un lungo applauso dentro e fuori dalla chiesa di Sant’Antonio, ha concluso citando i due agenti: “Dormite sonni tranquilli, qui ci siamo noi“. Nel “dormite sogni tranquilli” del video che i due agenti avevano realizzato durante una delle tante notti in cui erano in servizio c’è tutta la missione, la responsabilità, la dedizione al prossimo che erano alla base della scelta di Pierluigi e Matteo. Il loro orgoglio di indossare la divisa della Polizia di Stato per servire la gente, ma anche la storia di una grande vera “amicizia”. Buon viaggio ragazzi, proteggeteci anche da lassù, tra le stelle.

Conte ignora la polizia sul Def. Agenti in rivolta: "Adesso basta!" Il governo "dimentica" di convocare i poliziotti. Poi lo fa (ma in ritardo). E ora gli agenti scenderanno in piazza. Giuseppe De Lorenzo, Giovedì 17/10/2019, su Il Giornale. C'è una legge dello Stato che lo stesso Stato ha disatteso più di una volta, almeno da quando a Palazzo Chigi risiedeva Mario Monti. Capite l'assurdità? Si tratta dell'articolo 8-bis del decreto legislativo 195 pubblicato nel lontano 1995, secondo cui la Presidenza del Consiglio dei ministri deve convocare "le organizzazioni sindacali e le sezioni del Cocer" di polizia e carabinieri "in occasione della predisposizione" del Def e "prima della deliberazione del disegno di legge di bilancio". Il governo dovrebbe cioè consultare i poliziotti per accoglierne le istanze prima di decidere come investire i soldi delle nostre tasse. Ma Conte Bis non l'ha fatto. Il ritardo aveva fatto scatenare l'ira dei sindacati di polizia. Il Def infatti è stato ormai approvato, discusso e pure criticato. Senza però ascoltare le voci di chi ci difende in strada. La presidenza del Consiglio aveva già convocato le parti sociali e del comparto difesa, ma non i rappresentanti degli agenti. I sindacati in coro avevano denunciato il fatto lo scorso 24 settembre, sottolineando il "sentimento di totale abbandono che agita i servitori dello Stato". Una "leggerezza inaccettabile", un "oltraggio che ha il sapore del tradimento". Le grida dei poliziotti sono rimaste inascoltate per lungo tempo. A inizio ottobre le organizzazioni erano tornate a battere il chiodo, inutilmente. O almeno fino a l'altro ieri, quando finalmente qualcosa si è mosso. La convocazione dei sindacati, infatti, è arrivata nella tarda serata di due giorni fa, poche ore dopo (sarà un caso?) l'annuncio della manifestazione delle divise prevista per martedì prossimo 22 ottobre. Agenti, carabinieri, penitenziari, forestali e vigili del fuoco scenderanno in piazza di fronte a Montecitorio per fare sentire la loro voce. Un sit anticipato dal Giornale.it che ha già riscosso l'entusiasmo dei cittadini e le adesioni di diversi sindacati. In piazza non ci saranno bandiere, ma diverse sigle hanno già dimostrato il loro sostegno alla manifestazione. Altre stanno decidendo in queste ore. Anche il deputato Marco Silvestroni (FdI) ha dichiarato la sua adesione all'evento "Servitori, non servi". Altri politici potrebbero muoversi nei prossimi giorni. L'obiettivo però è quello di creare un movimento che "parta dalla base" per "rendere partecipe l'opinione pubblica". Fuori insomma dalle logiche sindacali o partitiche. "Non è una manifestazione di una sigla o dell'altra, ma dei poliziotti", dice al Giornale.it Andrea Cecchini, promotore dell'evento "come celerino e come sindacalista degli agenti". A osservarla da fuori sembra la sfida di Davide contro Golia. Le divise sono davvero "stufe", ma "non si piangono addosso" e puntano ad un movimento spontaneo: "Le istituzioni ci dovranno ascoltare. Devono farlo". La morte di Pier Luigi Rotta e Matteo Demenego ha infranto lo spesso velo di sopportazione. "Da mesi mi sento dire dai colleghi 'non ce la facciamo più'", confessa Cecchini. I poliziotti, così come i carabinieri e i vigili del fuoco, lamentano stipendi da fame, blocchi contrattuali, assenza di dotazioni. Per non parlare delle poche tutele (legali e sanitarie), la mancanza di regole di ingaggio e l'incredibile cortocircuito per cui "nel silenzio delle istituzioni è normale aggredirci e sputarci addosso". "La gente che ci governa poco interessa la sicurezza e di chi lavora per la sicurezza - conclude Cecchini - Ma noi siamo stanchi. Ora basta".

Forze di quale ordine? È tutta questione di… decenza. Alessandro Bertirotti il 17 ottobre 2019 su Il Giornale. Partiamo da questa notizia, che appare originale e che ci informa circa una protesta indispensabile. Notizia originale perché, a mia memoria, è la prima volta che le Forze dell’ordine decidono di farsi sentire così platealmente, tanto dai politici quanto dai cittadini, e protesta indispensabile perché la situazione nella quale versano sembra essere oramai evidente, a tutta la nazione. Peraltro, non sono i soli ad essere abbandonati da una politica che pensa quasi esclusivamente al proprio posto di potere, ribaltando nel giro di qualche ora opinioni e riferimenti post-ideologici. Sì, la parola chiave è proprio questa: post-ideologia, che il Ministro della Difesa di Luigi Di Maio ha pronunciato anche ultimamente, per legittimare le scelte politiche del Movimento Cinque Stelle. Ma cosa significa esattamente questo termine, e quale relazione vi è con il problema delle nostre Forze dell’ordine? Innanzi tutto, con questa parola si vuole intendere la fine di qualsiasi obiettivo che sia una “visione condivisa di percorsi adatti a raggiungere tale scopo”. Eh, sì, carissimi. Ideologia deriva da idea, ossia, in greco, visione intuitiva, anche se ha assunto, nel corso della storia della filosofia occidentale, molteplici e differenziate connotazioni. Per esempio il concetto di idea in Platone è cosa sostanzialmente diversa rispetto a quella presente in Kant, così come in Hegel e Marx. Ma non è questa digressione che mi interessa, mentre mi piace ritornare alla sua etimologia greca, ossia vedere per intuizione, oppure per immagine. Quindi l’ideologia è quell’insieme di primigenie visioni circa una serie di obiettivi. Bene, annullata l’ideologia, navighiamo a vista, senza grandi progetti e con l’idea costante di emergenza, praticamente procediamo improvvisando.

In tutto questo, ecco che le Forze dell’ordine si domandano: a quale ordine sociale, civile e culturale noi dovremmo garantire integrità, rispetto e decenza? Cosa ci stiamo a fare noi, se non siamo sostanzialmente tutelati nel nostro lavoro, poiché abbiamo perso l’ideologia della nostra funzione? O, meglio, poiché ci state facendo perdere la funzione sociale, persino agli occhi della gente comune? In sostanza, come possiamo garantire sicurezza se noi stessi siamo preda di una insicurezza generalizzata? Gli ultimi fatti dimostrano la presenza di uno Stato talmente post-ideologico da lasciare le Forze dell’ordine senza i protocolli necessari per sapere come agire in quei casi di effettivo pericolo di vita, come si lamentano gli stessi esponenti dei sindacati. Senza soldi, senza piani preventivi di azione, senza Taser e tutto lasciato all’improvvisazione di ognuno. Ho l’impressione che, forse, qualche cosa di ideologico dovrebbe rimanere in questa nazione, perché prima ancora che alla dimensione politica dell’esistere, dovremmo pensare alla dimensione più antropologica della vita stessa, ossia a quella del cuore. Cerchiamo di ricordare che la mente desidera ciò che il cuore sente.

Poliziotti&Co, sono davvero pochi? I numeri smontano il luogo comune: Italia al top in Europa per agenti. Il dossier dell'Osservatorio di Carlo Cottarelli: anche considerando i tassi di criminalità, le nostre forze dell'ordine sono più di quel che accade nei vicini europei. E l'incidenza della spesa sul Pil è alta. Dalla riforma Madia, risultati modesti. La Repubblica il 7 Dicembre 2019. Le forze di polizia italiane - intese come l'insieme dei quattro corpi di Carabinieri, Polizia, Penitenziaria e Gdf - sono davvero impegnate in una lotta sproporzionata contro il crimine? Ed è vero che negli altri Paesi si investono molte più risorse per questi capitoli, garantendo ai cittadini un dispiego di forze a presidio del territorio ben maggiore? Le cose, viste con l'occhio dei numeri, non vanno esattamente come il senso comune - in molti casi alimentato dalle dichiarazioni politiche che ciclicamente emergono sul tema - sembra suggerire. A fare i conti sul nostro settore della sicurezza è stato l'Osservatorio sui conti pubblici dell'Università Cattolica di Milano, guidato da Carlo Cottarelli in questi giorni grazie di assunzioni straordinarie in aggiunta al normale turnover. In uno studio siglato dai ricercatori Stefano Oliveri e Fabio Angei, si scopre infatti che il numero di appartenenti alle forze di polizia ogni 100 mila abitanti è ancora tra i più alti in Europa. Nel 2017 - quindi dopo la riforma Madia che ha fatto passare i Forestali sotto i Carabinieri, riducendo da cinque a quattro i corpi statali - si contavano circa 306mila unità. Un rapporto tra personale delle forze dell'ordine e popolazione da primato in Europa: su 35 Paesi considerati, l'Italia occupa l'ottava posizione, con 453 unità ogni 100mila abitanti contro una media europea di 355. I principali paesi europei paragonabili all'Italia si trovano a valori nettamente più bassi: il Regno Unito a 211, la Francia a 320, la Spagna a 361 e 297 la Germania. Se anche si volesse tenere in considerazione la diversa presenza di reati da combattere, l'Italia non sembrerebbe a corto di forze: abbiamo l'11,7 per cento di reati per 100 mila abitanti in più della media Ue, mentre il numero del personale della forze dell'ordine supera la media del 27,6 per cento. Anche la spesa di 1,3 punti percentuali di Pil è ben sopra la media (0,9 per cento) continentale. Insomma, a fronte di questi numeri la riorganizzazione invocata dalla Madia procede per ora a rilento. "Tuttavia, i potenziali risparmi emergenti dalla riforma sono limitati (meno di 60 milioni a regime su una spesa di circa 22,6 miliardi)", dicono i ricercatori e la riforma stessa "sta procedendo lentamente". Ad esempio, è probabile "che ancora per diversi anni troveremo stazioni di Polizia di Stato e di Carabinieri contigue o località, anche di dimensioni contenute, in cui sono presenti tutti gli altri corpi".

Ecco il testo integrale dello studio: Le nostre forze di polizia sono sottodimensionate? di Stefano Olivari e Fabio Angei. Uno dei "temi caldi" del dibattito politico è se il personale delle forze dell'ordine debba essere aumentato, cosa che sta parzialmente avvenendo in questi giorni grazie ad alcune assunzioni straordinarie in aggiunta al normale turnover. Tuttavia, il numero di appartenenti alle forze di polizia ogni 100 mila abitanti è ancora tra i più alti in Europa. La riforma Madia del 2015 (Legge n.124 dell'agosto 2015) prevedeva una razionalizzazione delle 5 principali forze dell'ordine tra cui l'accorpamento del Corpo forestale dello Stato, cercando di rimediare ad alcune criticità come la sovrapposizione territoriale e funzionale. Tuttavia, i potenziali risparmi emergenti dalla riforma sono limitati (meno di 60 milioni a regime su una spesa di circa 22,6 miliardi).

Il decreto ministeriale del 4 settembre 2019 prevede l'assunzione a tempo indeterminato di nuovo organico da inserire nelle forze dell'ordine.Oltre a nuove assunzioni dovute al naturale turnover, altre, invece, sono per nuove posizioni. Si prevede l'assunzione complessiva di 11.192 unità (4.538 per l'Arma dei Carabinieri, 3.314 per la Polizia di Stato, 1.900 per la Guardia di Finanza; 1.440 per la Polizia Penitenziaria);

È davvero giustificato un aumento delle forze di polizia oltre al naturale turnover? In Italia fino al 2015 esistevano 5 principali forze dell'ordine a livello nazionale, caso unico nei paesi avanzati, ognuna dipendente da un ministero diverso: la Polizia di Stato dipendeva dal ministero dell'Interno, i Carabinieri dal ministero della Difesa, la Polizia penitenziaria dal ministero della Giustizia, la Guardia di finanza dal ministero dell'Economia e delle Finanze, il Corpo Forestale dal ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Tale assetto comportava:

un limitato sfruttamento delle economie di scala, per esempio per l'acquisto centralizzato di beni e servizi (veicoli, armi, vestiario);

una sovrapposizione territoriale delle diverse forze di polizia, in particolare per quelle a competenza generale - Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri;

una sovrapposizione funzionale, in particolare per alcuni ambiti settoriali o comparti di specialità;

l'assenza su tutto il territorio nazionale del numero unico d'emergenza europeo 112 per la gestione coordinata dell'emergenza, come richiesto da una direttiva della Comunità europea del 1991.

Con la riforma Madia, il Corpo forestale dello Stato è stato assorbito dai Carabinieri. Dal punto di vista quantitativo:

nel 2017 i quattro restanti corpi di polizia occupavano complessivamente circa 306mila unità (contro le circa 312mila del 2015, anno della riforma Madia), di cui 96.891 nella Polizia di Stato, 110.779 nei Carabinieri, 38.136 nella Polizia Penitenziaria e 60.069 nella Guardia di Finanza. Nel 2016 (ultimo dato per cui sono disponibili confronti internazionali) il rapporto tra personale delle forze dell'ordine e popolazione era uno tra i più alti in Europa: su 35 Paesi europei considerati, l'Italia occupa l'ottava posizione, con 453 unità ogni 100mila abitanti contro una media europea di 355 (Figura 1). I principali paesi europei paragonabili all'Italia avevano valori nettamente più bassi: il Regno Unito era a 211, la Francia a 320, la Spagna a 361 e 297 la Germania. La spesa per "servizi di polizia" era di circa 22,6 miliardi di euro nel 2017 (circa 1,3 punti percentuali di Pil), ben al di sopra della media europea (0,9 per cento del Pil). Tra i maggiori paesi europei, solo la Spagna presentava nel 2017 un valore di spesa simile all'Italia (1,2 per cento di Pil). Si noti che, tenendo conto del maggior peso degli interessi sul debito pubblico e di altre rigidità presenti nel bilancio italiano (l'elevato peso della spesa per pensioni), a parità delle altre condizioni, la spesa per servizi di polizia dovrebbe casomai risultare più bassa di quelle della media europea, a meno di non voler mantenere in Italia tasse più elevate che nel resto d'Europa per sostenere una maggiore spesa pubblica. Il maggior numero del personale delle forze dell'ordine riscontrato in Italia sembra dovuto solo in parte, almeno a prima vista, dal maggior numero di reati con rilevanza penale. Infatti, in Italia nel 2017 sono stati registrati dalle forze di polizia circa 2.564 reati ogni 100mila abitanti, l'11,7 per cento in più rispetto alla media dei Paesi presi in esame. Questo scostamento è molto inferiore a quello registrato per il numero del personale delle forze dell'ordine (27,6 per cento). Questi dati suggeriscono probabilmente, nonostante siano sicuramente necessarie analisi più approfondite, che non abbiamo pochi poliziotti, che non spendiamo troppo poco e che i tassi di criminalità in Italia non sono così più alti degli altri paesi europei da giustificare un aumento della spesa per le forze di polizia. In effetti, la Legge n.124 dell'agosto 2015 (la cosiddetta riforma Madia) prevedeva un efficientamento delle forze di polizia stabilendo che:

tutte le forze di polizia dovessero ricorrere alla centrale d'acquisto nazionale Consip S.p.a. per la maggior parte degli acquisti e potessero ricorrere a specifici accordi per la gestione associata dei servizi strumentali (tipo poligoni di tiro, mense di servizio, ecc.);

le forze di polizia dovessero essere riordinate evitando sovrapposizioni territoriali, in particolare rifacendosi al "principio di gravitazione", già definito con una direttiva ministeriale del febbraio 1992 (e ripresa nel 1998). Questo privilegiava l'impiego della Polizia di Stato nei comuni capoluogo e dell'Arma dei Carabinieri nel restante territorio, salvo specifiche deroghe basate su parametri oggettivi di riferimento (come l'estensione territoriale, il grado di criminalità organizzata, l'esposizione a flussi migratori).

il Corpo forestale dello Stato fosse, quasi in totale, assorbito, come si è detto, dall'Arma dei Carabinieri, con un conseguente riordino dei compiti e delle mansioni di ciascuna forza venisse istituito un numero unico di emergenza europeo 112 su tutto il territorio nazionale, entro due anni. Il risparmio previsto da queste misure era però molto limitato: 8 milioni di euro nel 2016, 59 nel 2017 e 57 dal 2018 in poi (ossia meno dello 0,3 per cento della spesa per le forze dell'ordine). Di questi, il 50 per cento è destinato al reinvestimento in ottica dell'efficientamento della revisione dei ruoli delle forze di Polizia. In ogni caso, l'implementazione della riforma sta procedendo lentamente. Per quanto riguarda la sovrapposizione territoriale, il Ministero dell'interno sta riaffermando il principio di gravitazione. Con una razionalizzazione della dislocazione delle forze di polizia sul territorio. Viene richiesta una "necessaria gradualità in un arco di tempo pluriennale", ma non è stato specificato un termine entro il quale dovrà essere concluso il processo. Perciò, è probabile che ancora per diversi anni troveremo stazioni di Polizia di Stato e di Carabinieri contigue o località, anche di dimensioni contenute, in cui sono presenti tutti gli altri corpi. Relativamente alla sovrapposizione delle competenze, il DL 124/2015 ha effettivamente provveduto a un riordino dei compiti delle funzioni delle forze di polizia, ma questo è stato limitato prevalentemente all'assorbimento del Corpo forestale dello Stato dall'Arma dei Carabinieri. Inoltre, un ulteriore tentativo di riordino rispetto alla sovrapposizione delle competenze fra le diverse forze dell'ordine, è stato implementato nella Direttiva sui comparti di specialità delle forze di polizia del 15 agosto 2017, dove vengono esplicitate le funzioni di ogni forza e gli ambiti in cui concorrono con le altre forze. Il Corpo forestale dello Stato è stato assorbito, con le sue relative funzioni, nell'Arma dei Carabinieri, con l'eccezione di un piccolo contingente assegnato ad altri corpi e con l'eccezione dei sei corpi forestali delle regioni e province autonome poiché non facente parti del Corpo forestale dello Stato. L'assorbimento dei forestali da parte dei Carabinieri è stato considerato di dubbia legittimità, per il passaggio da una forza civile ad una militare delle unità delle forze forestali. Solamente con la sentenza della Corte Costituzionale del 16 aprile 2019 si è messo fine al ricorso al TAR delle regioni Abruzzo, Veneto e Molise sulla legittimità della soppressione del Corpo forestale, dichiarando "non irragionevoli" le misure di accorpamento per la salvaguardia delle posizioni lavorative. Qualche giorno fa, il Comitato europeo dei diritti sociali (le cui raccomandazioni non sono vincolanti) si è invece espresso contro questo accorpamento sostenendo una violazione delle libertà sindacali del personale che è transato verso le forze armate, dove non è garantita la piena libertà associativa sindacale e la partecipazione alla contrattazione collettiva. Nonostante i diversi richiami e condanne della Corte di giustizia EU, il numero unico di emergenza 112 è stato attivato solo in alcune regioni, principalmente situate al nord, mentre le regioni centrali e meridionali restano ancora scoperte, fatta eccezione per il Lazio e per alcune località siciliane come Palermo e Catania.

TUTTO QUELLO CHE NON TORNA NELL'OMICIDIO DEL CARABINIERE. Fulvio Fiano per il ''Corriere della Sera'' il 28 luglio 2019. Giovedì è una notte di svago per Gabriel Christian Natale Hjorth «Gabe», 19 anni da compiere a ottobre, in Italia da una settimana con il nonno e il padre in visita ai parenti di Fiumicino, di cui è originaria la famiglia. Da due giorni l’ha raggiunto a Roma Elder Finnegan Lee, nove mesi più grande di lui, amico fraterno nella San Francisco dove abitano e studiano. Per «vivere» la capitale hanno preso a spese di Elder una stanza al LeMeridien Visconti nel quartiere Prati ed escono con l’idea di cercare droga. L’ultima ricostruzione dell’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega parte da qui. Il decreto di fermo e gli interrogatori di testimoni e indagati forniscono maggiori dettagli, ma non chiariscono tutti i dubbi in una vicenda assai intricata.

La droga, la fuga, l’uomo del mistero. Quando è già sera tardi, Gabe e Elder si tuffano nella movida di Trastevere. Un primo video acquisito alle indagini li inquadra mentre nella pedonale piazza Mastai incontrano un uomo che spinge una bici, zaino in spalla. È Sergio Brugiatelli, 45 anni, formalmente incensurato, ma noto a tutti come un mediatore e forse un’esca per clienti in cerca di droga. Una presenza che da quanto è stato possibile ricostruire viene «tollerata» dalle forze dell’ordine in cambio di qualche dritta sui traffici illegali nello storico quartiere. Brugiatelli ottiene la fiducia dei due statunitensi e si offre di accompagnarli dai pusher. Elder resta con il suo zaino a garanzia dell’affare e Gabe, che parla qualche parola di italiano, lo segue in un angolo più riparato. Qui il racconto dell’italiano (contradditorio di suo) e del quasi 19enne divergono. Nei fatti, l’americano chiede 80 euro di cocaina, ma in cambio riceve della aspirina sbriciolata. Non solo. Al momento di concludere l’affare e forse per coprire la truffa, ai due pusher (un uomo con un cappello nero e un nordafricano) si affiancano altre 6-7 persone che inscenano una finta lite. È un trucco per mettere fretta all’acquirente, prendere i soldi e farlo fuggire senza controllare la merce. Solo che l’americano trascina via impaurito anche l’amico che lo aspetta più indietro. Li si vede correre assieme nel secondo video diffuso venerdì.

L’intervento di Cerciello e il contenuto dello zaino. Nello zaino ci sono documenti e il telefono di Brugiatelli, non viene trovata droga come pure sembrava possibile in un primo momento. L’uomo si fa prestare un cellulare e chiama i due americani. Si dice disposto a raggiungerli per riavere quello che gli appartiene, ma i due lo accusano del raggiro. La telefonata non è amichevole, tutt’altro. Alla fine Gabe e Elder propongono uno scambio (da cui l’idea del «cavallo di ritorno» circolata a caldo): lo zaino in cambio di 100 euro e un grammo di cocaina a ristoro di quanto subito. Brugiatelli chiama anche i carabinieri per tutelarsi. Possibile che non tema di finire nei guai? La sua posizione è al vaglio degli inquirenti. Intanto, la versione di una chiamata al 112 non trova conferme nel decreto di fermo e resta in piedi l’ipotesi che l’uomo si sia rivolto di persona a una pattuglia in zona. Piazza Mastai è di competenza della caserma Monteverde, il luogo dello scambio è a poche decine di metri da quella san Pietro, ma per il recupero della refurtiva si attivano Cerciello e il collega Andrea Varriale della caserma Farnese. Forse perché sono la pattuglia in borghese più a tiro, forse perché il doppio ruolo di Brugiatelli va protetto. L’estorsione non si consuma (e resta «tentata» nel capo d’accusa) perché all’appuntamento con Gabe e Elder si presentano Cerciello e Varriale, non la vittima del furto.

In borghese da soli: «aggressione spropositata». Forse i due carabinieri pensano a un intervento senza rischi, forse il primo contatto salta e i due militari restano in zona sperando di incrociare comunque gli americani. Ma di fatto non ci sono neanche pattuglie di copertura nelle vicinanze pronte a dar man forte. Qui c’è l’altro snodo chiave. Varriale afferma che lui e il collega si sono subito qualificati come carabinieri, gli indagati negano (Elder si difende con la non comprensione dell’italiano). Anzi, i due indagati sostengono di essersi spaventati quando, non trovandosi di fronte l’uomo dello zaino, hanno temuto una nuova trappola. Elder soffre di attacchi di panico e per gestirli fa uso dello psicofarmaco Xanax. Inoltre i due avevano bevuto e probabilmente assunto droghe. Nondimeno, la procura parla di «reazione del tutto spropositata» quando il ragazzo con la chioma mechata viola estrae il coltello e si scaglia con otto colpi sul brigadiere 35enne, accanendosi fin quando non l’ha sopraffatto. Nell’altro corpo a corpo l’amico cerca di divincolarsi da Varriale, che molla la presa quando vede Cerciello a terra in una pozza di sangue. Non estrae l’arma e cerca di salvarlo. Un tentativo vano. Come la fuga dei due, che vengono bloccati da altri carabinieri in tempi rapidi nell’albergo lì vicino, le valigie già pronte sul letto.

Simone Fontana per Wired.it il 28 luglio 2019. La falsa notizia della cattura di quattro nordafricani in relazione all’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega è stata pubblicata da un collega della vittima e diffusa da un agente della Guardia di Finanza, che ha esposto le foto dei presunti colpevoli sulla sua pagina Facebook da oltre 6mila follower, incitando i suoi seguaci al linciaggio. Si è svolta così una delle numerose trame laterali del caso di cronaca che ha tenuto l’Italia col fiato sospeso nella giornata di venerdì 26 luglio e che in serata ha visto la confessione di uno dei due studenti americani fermati per l’omicidio. In mezzo, come spesso succede in questi casi, molte reazioni scomposte della politica, che in alcuni casi sono arrivate a collegare apertamente la vicenda ai salvataggi operati dalle ong del Mediterraneo.

Com’è nata la bufala. Fin dalla mattinata di venerdì si inizia a parlare di “caccia a due nordafricani”, per via di un titolo del Messaggero – ora modificato senza traccia di rettifica all’interno del pezzo – immediatamente rilanciato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, che nel post su Facebook auspica “lavori forzati” per gli autori del delitto. In un articolo successivo, ancora il Messaggero fornirà un identikit più preciso dei ricercati, descrivendo uno dei due come “alto 1.80 e con le meches”. La notizia viene riportata da molti organi d’informazione, da Repubblica a SkyTg 24, ma all’ora di pranzo non arriva ancora alcuna conferma ufficiale. Alle 12.47, la svolta. La pagina Facebook Puntato, L’App degli Operatori di Polizia annuncia la cattura di quattro nordafricani, “tre cittadini di origini marocchine e uno di origini algerine”, con tanto di foto segnaletiche e occhi coperti per tutelarne la privacy. Si tratta naturalmente di una bufala, che resta online per un lasso limitato di tempo, ma tanto basta a scatenare il web. La pagina di Puntato è ritenuta una fonte piuttosto affidabile, non solo perché è l’account ufficiale di una app privata ma agganciata al sito della Polizia e dunque utilizzata dalle forze dell’ordine per, citando il sito web ufficiale dell’azienda, “fare controlli speditivi del veicolo e redigere verbali”, ma soprattutto perché è amministrata da due carabinieri attualmente in servizio. Nel giro di pochissimo tempo, su Twitter spuntano le schede segnaletiche dei quattro presunti sospetti, documenti riservati e non oscurati – teoricamente nelle mani dell’Arma dei Carabinieri – che riportano nome, cognome, fotografia e persino informazioni relative a domicilio e genitori degli uomini. Uno degli utenti che per primo ha postato le immagini – per poi cancellarle – ha rivelato di averle trovate su Portale Difesa, un aggregatore di notizie sulle forze armate dotato di forum e gruppo chiuso su Facebook. A dare la definitiva visibilità alla falsa notizia ci ha però pensato una pagina Facebook chiamata “Soli non siamo nulla. UNITI Saremo TUTTO”, che ha ripubblicato la foto messa in giro da Puntato, accompagnandola con la didascalia “Ora lasciateli a noi colleghi ed al popolo, faremo noi giustizia”. Prima di essere cancellato, il post è rimasto online per sei ore, ottenendo quasi 5mila condivisioni. Unico amministratore della pagina – come tiene a rivendicare nella sezione informazioni del suo profilo – è V. G., da 27 anni agente della Guardia di Finanza e con un breve passato in politica, da candidato di una lista civica in lizza per le comunali di Monte Romano, in provincia di Viterbo. La sua pagina Facebook è costellata di riferimenti espliciti alla destra estrema e al fascismo, tra i quali spiccano una bandiera di Casapound accompagnata dallo slogan #NoIusSoli e diverse immagini di Benito Mussolini. Oltre a tre profili personali e allo spazio sul social già menzionato, l’uomo gestisce un’ulteriore pagina Facebook a suo nome. In uno degli ultimi post, condividendo la notizia dell’uccisione di Cerciello, scrive: “#grazieCarola. Mi raccomando, domani tutte senza reggiseno. Mortacci vostra, spero vivamente che qualche volta tocchi a voi buonisti der cazzo”. E al commento di un utente (“Io gli tirerei l’acido mortacci loro”), controbatte con una frase da gelare il sangue: “Fratè io je tirerei co na 45”. La Guardia di Finanza ha confermato a Wired di aver attivato “urgenti approfondimenti sulla vicenda” e che eventuali responsabilità saranno poi trasmesse all’autorità giudiziaria.

Regole di ingaggio e buchi nelle immagini. Cosa non torna nella ricostruzione. Pubblicato domenica, 28 luglio 2019 da Fulvio Fiano, Ilaria Sacchettoni, Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Nelle riprese delle videocamere acquisite alle indagini c’è un buco, non voluto, che lascia aperti interrogativi e forse rimpianti sull’omicidio di Mario Cerciello Rega. È la parte relativa all’incontro tra i due presunti assassini Elder Lee e Gabe Natale con i carabinieri in borghese. I militari del comando provinciale e del Nucleo investigativo bloccano i due a poche ore dal delitto. Lo zaino che hanno portato via e per il quale chiedono soldi e droga in cambio della restituzione è nascosto in fretta in una fioriera all’esterno dell’hotel a pochi numeri civici dal luogo dell’omicidio. Il portiere di notte e un facchino descrivono il loro abbigliamento quando rientrano con passo veloce. Poi, nella camera 109, in un controsoffitto, viene trovata l’arma del delitto. Già nel pomeriggio gli inquirenti completano il quadro probatorio per il fermo convalidato poi dal gip. In via Mastai viene ripreso il contatto tra i due americani e Sergio Brugiatelli, il mediatore con i pusher. Poco più avanti sono inquadrati i ragazzi in fuga col suo zaino. E ancora loro due vengono ripresi mentre escono e rientrano dall’hotel a cavallo del delitto. Ma come è nato lo scontro con i due militari? L’autopsia sul vicebrigadiere rivela la presenza di undici coltellate, sferrate da Elder mentre abbranca da dietro Cerciello. Un’azione più da marine che non da studente di 19 anni con un fisico nella norma. Elder sostiene di aver agito per paura di avere di fronte i pusher. Ma anche contando il surplus di foga dovuto ad alcol e droga e il mix con gli psicofarmaci assunti per le crisi di panico, resta da capire come né Cerciello né il collega Varriale, tenuto fermo da Natale (anche lui esile), riescano a difendersi. Da dove spuntano fuori gli aggressori? Perché salta lo scambio con Brugiatelli funzionale all’arresto in flagranza? Le parole dei due verranno messe di nuovo a confronto con quelle di Varriale, quando dice: «Ci siamo identificati come carabinieri secondo la procedura». 

Elder Lee impugna un coltello “a baionetta” che il pm Calabretta e l’aggiunto D’Elia descrivono nel decreto di fermo «per tipo certamente idoneo a cagionare grave offesa». Di più, a sostegno della pari colpevolezza dei due, i magistrati annotano che «l’arma, per le sue dimensioni, non poteva non essere vista dal Natale», che pure sostiene questa tesi. Sono in corso accertamenti per capire se Lee abbia acquistato il coltello a Roma o se l’abbia imbarcato nella stiva dell’aereo alla partenza da San Francisco. Che uso pensava di farne? I due carabinieri non sfoderano le loro pistole, né prima (e non ce ne sarebbe stato motivo) né dopo la rissa, quando Varriale si concentra sul collega ferito. Sull’occultamento del coltello «i due protagonisti rendono versioni contrapposte, accusandosi a vicenda». Una stranezza che gli stessi pm evidenziano annotando, poche righe più avanti: «l’esistenza di un accordo anche nella fase post delitto che non consente di apprezzare atteggiamenti di resipiscenza». Quanto a Brugiatelli, anche il decreto di fermo dà conto dell’incertezza del suo racconto. Il 47enne sostiene di aver messo lui in giro la voce degli aggressori maghrebini «per paura di quelli a cui avevo rifilato il “pacco”». L’Arma ha diffuso ieri l’audio della telefonata al 112 (manca però il coinvolgimento di Cerciello e Varriale). Possibile che un pusher si rivolga ai carabinieri ma poi teme di rivelare la nazionalità dei ladri dai quali li conduce?

Ecco perché il vicebrigadiere Rega non ha sparato: inquietante ricostruzione, leggi italiane sotto accusa. Brunella Bolloli su Libero Quotidiano il 28 Luglio 2019. L'assassino del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega è il ventenne americano Elder Finnegan Lee, consumatore di cocaina e di psicofarmaci, autore di una violenza inaudita nei confronti di un servitore dello Stato che non ha avuto il tempo di difendersi né di usare la pistola d' ordinanza: è stato raggiunto da 8 coltellate di cui una dritta al cuore. L' americano ha confessato e ora è in carcere insieme al complice Christian Gabriel Natale Hjorth, 19 anni, entrambi accusati di omicidio volontario e tentata estorsione. Davanti ai pm l' autore materiale del delitto ha bofonchiato: «Non sapevo che fosse un carabiniere, non parlo italiano», invece ad estrarre la lama è stato velocissimo e per il 35enne neo sposo di Somma Vesuviana non c' è stato scampo, l' autopsia ha confermato la morte per emorragia.

Il militare poteva sparare? E il suo collega Andrea Varriale uscito con lui in servizio quella notte e rimasto ferito nella colluttazione con Hjorth, poteva fermare gli aggressori? È possibile che, sottovalutando il rischio di un' operazione in apparenza facile, i due carabinieri siano andati all' appuntamento con i balordi disarmati? Avevano lasciato la rivoltella in auto? No. Cerciello Rega e Varriale avevano la pistola d' ordinanza ma non hanno potuto usarla. La versione ufficiale dice che non hanno avuto il tempo perché sopraffatti dalla furia omicida di un ventenne pieno di coca e alcol e del suo compare altrettanto drogato. Per la legge, poi, la pistola d' ordinanza deve essere usata solo in situazioni stabilite da specifici articoli del codice penale; ci sono precise regole d' ingaggio e chi sgarra incappa in procedimenti disciplinari che possono portare perfino al licenziamento. Sembra assurdo, ma pure per i carabinieri, chiamati a difendere i cittadini, maneggiare le armi è diventato difficile e di sicuro, quella notte, non è stato il primo pensiero dei militari, i quali speravano di risolvere il caso pacificamente, arrestando gli estorsori e consegnando il maltolto al derubato. Invece, il dramma.

Abiti civili, turno di notte - I fatti si sono svolti tra il 25 e il 26 luglio nel centro di Roma, tra le piazze della movida di Trastevere e i palazzi eleganti in stile umbertino del quartiere Prati. «Rega», come lo chiamavano i colleghi, è stato accoltellato in via Cossa. Con Varriale stava effettuando un' attività di controllo notturno in borghese. Il loro era il turno da mezzanotte alle 6 di mattina, in genere routine, niente che lasciasse presagire il tragico epilogo. Entrambi campani, amici prima che colleghi, Mario e Andrea erano di pattuglia in abiti civili: non dovevano dare nell' occhio. Operativi nella stazione di Piazza Farnese, conoscevano il sottobosco di microcriminalità che rifornisce il centro della Capitale, non avevano paura, ma forse stavolta hanno sottovalutato le insidie di una missione che ha ancora diversi lati oscuri.

"Gli occhi spiritati" - Tutto è cominciato giovedì dopo le 22 a piazza Mastai. Le telecamere di zona riprendono i due ventenni americani mentre camminano con un altro ragazzo che spinge una bici e ha sulle spalle uno zaino nero. I tre sembrano dialogare senza tensioni, bighellonano in cerca di roba, un posteggiatore abusivo lì vicino dirà che erano tutti «strafatti e con gli occhi grandi così, da spiritati», e che forse i militari stavano già sulle loro tracce da allora. Il ragazzo con la bici verrà identificato in Sergio Brugiatelli, romano, piccoli precedenti penali, conosce gli spacciatori locali, deve avere una fitta agenda di contatti e pare sia una vecchia conoscenza delle forze dell' ordine. Brugiatelli bazzica le piazze della movida, a volte spiffera agli uomini in divisa qualcosa, sa dove si trova la roba e a lui si sono rivolti i due americani in cerca di sballo. Il romano, però, li indirizza da un altro tizio al quale i rampolli californiani pagano 100 euro, salvo poi scoprire che non avevano acquistato cocaina ma un mix di aspirina tritata. In sintesi: Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjorth vengono truffati dal vero spacciatore e questa cosa li fa andare letteralmente fuori di testa. Non ci stanno. Pensano che Brugiatelli sia stato complice della mega sòla e si vendicano rubandogli il borsello. A questo punto la storia si complica perché Sergio rivuole indietro il suo preziosissimo zaino con il cellulare dentro ed è disposto a tutto. Si fa prestare un telefono e denuncia il furto alla centrale operativa, poi chiama sul suo cellulare e gli risponde uno degli americani che gli offre lo scambio, quello che i militari in gergo definiscono «cavallo di ritorno», cioè vieni con i soldi e un grammo di cocaina e ti ridiamo la borsa. Sul posto arriva una gazzella della stazione di Monteverde ma con le insegne dell' auto riconoscibile l' affare non va in porto. Si passa dunque al piano B e si fissa un rendez-vous in una via defilata senza sbirri tra i piedi. L' orario è spostato intorno alle 3 di notte e, in quel momento di turno, ci sono Cerciello Rega e Varriale. Sono loro a recarsi all' incontro con gli stranieri a bordo di un' auto senza insegne, avendo avvertito le altre pattuglie di rimanere vicino ma non troppo per non fare saltare lo scambio. Si dirigono a Prati, nella via a due passi dall' hotel di lusso dove alloggiano i californiani, senza timore, con la convinzione di farsi riconsegnare la borsa e di stroncare il tentativo di estorsione. Fanno il loro lavoro ma l' operazione fallisce. E qui sorgono altre domande.

Il depistaggio - Cosa c' era di tanto importante nello zaino di Brugiatelli? Ma, soprattutto, quali sono i reali rapporti di questo signore con i carabinieri? È una persona da proteggere? Quando mai uno spacciatore chiama il 112? «Per lui noi era in quel momento la vittima di un furto», fanno sapere dall' Arma. Il romano, inoltre, avrebbe inizialmente depistato le indagini parlando di una pista maghrebina anziché americana proprio per paura della reazione violenta dei due statunitensi ai quali aveva «tirato il pacco». Per riconsegnargli i suoi averi, un giovane carabiniere, un ragazzo d' oro, ci ha rimesso la vita. Brugiatelli stava in un luogo nascosto mentre Rega e Varriale andavano incontro al loro destino, quando di solito avviene il contrario, cioè: lui che tratta con i ladri e i carabinieri che intervengono ad arrestare i malfattori. Chi ha deciso di condurre così la missione? E, soprattutto, com' è stato possibile che appena hanno mostrato il tesserino, i due ragazzotti hanno ingaggiato una colluttazione e nessuno è accorso in aiuto dei militari? Varriale si è beccato un pugno da Natale Hjorth, Mario Cerciello Rega ha braccato Finnegan Lee, ma in un attimo costui ha estratto una lama di 17 centimetri e l' ha infilzato otto volte. Il vicebrigadiere ha urlato e il collega ha lasciato il 19enne per cercare rinforzi. Non è stato esploso neanche un colpo. In fondo sarebbe stata legittima difesa, invece Mario è morto. E tutti ora lo piangono da eroe. Brunella Bolloli

Cerciello disarmato? Pistola troppo grande. E i carabinieri escono senza. Mario Rega Cerciello era in servizio regolare la sera dell'omicidio. Era senza pistola. L'Arma: "Solo lui sa perché". Ma molti agenti lo fanno. Giuseppe De Lorenzo, Venerdì 02/08/2019, su iL giornale. La procura di Roma qualche dubbio lo ha ancora. Non tanto su chi abbia accoltellato Mario Cerciello Rega, ma su come si sia arrivati al tragico omicidio. Lo spaccio a Trastevere, l'arrivo dei carabinieri, l'intervento in borghese. Mario era lì in servizio? Il sistema centralizzato dice di sì. Eppure molti non capiscono per quale motivo il vicebrigadiere non abbia portato con sé la pistola. Quesito legittimo. Ma una spiegazione potrebbe esserci. "Solo lui potrebbe dire perché ha lasciato la pistola nell'armadietto", è la tesi del colonnello Gargaro. Ma la verità è che quella di andare per strada senza rivoltella è una decisione non nuova tra le forze di polizia. Soprattutto quando si agisce in borghese, come nel caso di Cerciello. "L'arma in dotazione è difficilmente occultabile", racconta una fonte al Giornale.it. In estate non ci sono giacconi sotto cui nasconderla e la sua misura impedisce di infilarla sotto gli abiti estivi. "Esiste un marsupio fatto apposta, con un laccetto che permette di aprirlo in pochi secondi ed estrarre la pistola. Ma se ti presenti in una piazza di spaccio con un marsupio a tracolla si capisce lontano un miglio che sei uno sbirro". Immaginiamoci un'operazione contro il traffico di stupefacenti in cui il carabiniere deve acquistare cocaina per provare l'attività criminale: "A volte succede che il delinquente ti perquisisce, la Beretta calibro 9 è impossibile da mimetizzare". Inoltre, si viene facilmente "sgamati" perché "dà troppo nell'occhio". E così capita "spesso" che i militari in borghese preferiscano lasciarla nell'armadietto. Nonostante l’obbligo di legge o il rischio di violare la consegna. La pratica non riguarda solo la Benemerita. Ma anche le altre forze di polizia. A confermalo al Giornale.it sono decine di poliziotti impegnati nei più disparati servizi a difesa dell'ordine pubblico. "Una volta le Squadre Mobili avevano disponibilità di più comodi revolver, meglio occultabili - spiega un agente - Oggi non ce ne sono più. Quindi il problema c'è, in particolare in estate quando l'abbigliamento è molto più leggero". Nel 2017, dopo la strage sulla Rambla di Bercellona, il ministro Minniti invitò gli appartenenti alle forze dell'ordine a portare la pistola in dotazione anche fuori dall'orario di servizio. Un modo per combattere il terrorismo, anche comprensibile. È da allora, però, che il Siap chiede "armi più agevoli e facilmente occultabili". L'appello è rimasto senza risposta, spiega Pietro Di Lorenzo, segretario provinciale del Siap di Torino. E così la "dissimulazione necessaria" della rivoltella è rimasta un miraggio: "Garantire la sicurezza è un lavoro da professionisti - rimarca Valter Mazzetti, Segretario generale dell'Fsp - richiede preparazione e mezzi adeguati". Ma non sempre ci sono. La pistola d'ordinanza dell'Arma (e della polizia) è la Beretta 92 FS. Un modello che pesa 975 grammi, lunga 21 centimetri e spessa 38. Troppo, per metterla alla caviglia o sotto un abito leggero. Esistono certo rivoltelle a disposizione per "servizi speciali" e - spiega un militare - "i reparti operativi dei carabinieri in armeria hanno alcune calibro 38". Ma questa dotazione è "assente nelle stazioni e nei comandi di compagnia", dove - per dire - operava Cerciello. Direte: gli agenti potrebbero comprarsene una più piccola. Non è così, visto che per legge possono girare solo con quella di servizio e difficilmente viene loro concesso il porto d’armi per difesa personale. Classica italica assurdità: mentre gli ufficiali di pubblica sicurezza possono portare altre pistole, la maggioranza di carabinieri e poliziotti "semplici" deve accontentarsi della 9 millimetri parabellum. Cioè a munizionamento da guerra. "È validissima per essere trasportata per servizi esterni - assicura un agente - ma per quelli in borghese non è affatto comoda". A trovarsi in difficoltà sono la digos, la squadra mobile e chi fa le scorte. E, ovviamente, i carabinieri in abiti civili come Cerciello e Varriale. "Esistono pistole di calibro identico ma più piccole e leggere - lamentano le divise - ma non si decidono a fornircele". E così si preferisce uscire disarmati. A proprio rischio e pericolo.

Giuseppe De Lorenzo per Il Giornale il 5 agosto 2019. La legge c'è ed è un "Regio decreto". Risale al 1940, se si escludono le modifiche fatte nel tempo, quando al governo c'era ancora Benito Mussolini e Vittorio Emanuele III poteva fregiarsi dei titoli di Re D'Italia, d'Albania e imperatore d'Etiopia. All'articolo 73 del regolamento di esecuzione del Testo unico sulla pubblica sicurezza è scritto chiaro e tondo: ai magistrati è concesso portare la pistola senza licenza, ai poliziotti no. Se non quella d'ordinanza. Dopo l'omicidio di Mario Rega Cerciello, il carabiniere ammazzato a Roma da un giovane americano, si è riaperto il dibattito sulle armi date in dotazione alle forze di polizia. Il militare è infatti andato disarmato all'appuntamento con la morte. Come rivelato in esclusiva dal Giornale.it, molti carabinieri e agenti che operano in borghese decidono di lasciare nell'armadietto la pistola d'ordinanza perché "troppo grande e pesante". La 9 millimetri parabellum è "un'ottima arma", ma "difficilmente occultabile" quando in estate si gira con abiti leggeri. Il rischio è di essere "sgamati" rapidamente, per cui in determinate operazioni si preferisce presentarsi senza la Beretta 92 FS. Ecco allora che emergono tutti i paradossi della legislazione italiana. Dopo gli attentati sulla Rambla a Barcellona, l'ex ministro Minniti invitò le forze dell'ordine a girare armati anche fuori servizio. Il problema, fecero notare i sindacati di categoria, è che portarsi una 9 millimetri sul bus o in metro non è cosa semplice. E il rischio è di scatenare il panico e di maneggiarla con difficoltà. "Io di solito la porto con me – spiega Andrea Cecchini, segretario di Italia Celere – ma d'estate è complicato. Nasconderla è difficile e poi hai sempre la paura che possano rubartela, sparare a caso o chissà cos'altro". In molti da tempo chiedono che ai poliziotti venga concesso l'utilizzo di un'arma più piccola e facilmente maneggevole. Il ministero non può comprarle per tutti? Passi pure la scusa. Ma il fatto è che non possono neppure comprarsene una personale. Il motivo? Proprio quel regio decreto di mussoliniana memoria. La legge dice infatti che gli agenti di P.S. (carabinieri e poliziotti operativi) possono portare "senza licenza" solo "le armi di cui sono muniti". Ovvero la pistola d'ordinanza. In teoria potrebbero farlo "solo durante il servizio o per recarsi al luogo ove esercitano le proprie mansioni", ma come visto questo punto è stato superato dalla circolare di Minniti contro il terrorismo. Resta il problema della misura: i poliziotti possono circolare solo con la Beretta 92 FS data loro dallo Stato. Non un'altra. Capite l'assurdità? "Questa norma – spiega Cecchini – vale per l'85% dei tutori dell'ordine, che sono agenti di pubblica sicurezza". Il restante 15% è fatto dagli ufficiali di P.S., ovvero forze dell'ordine con gradi e responsabilità più alte. Solo loro hanno diritto di "portare senza licenza" qualsiasi tipo di arma e quindi possono tranquillamente comprarsene una più maneggevole. "Da tempo – spiega Cecchini – chiediamo ai governi di modificare la legge per permettere a tutti gli operatori della sicurezza (e non solo gli ufficiali) di circolare con le pistole senza licenza. In questo modo ce ne compreremmo una più piccola e potremmo nasconderla quando siamo in borghese o in abiti civili". Il paradosso è che spesso ci sono "istruttori che insegnano a sparare ai Cis, al Cnos e ai reparti operativi, ma poi non hanno il diritto di circolare armati". Un modo, in realtà, esisterebbe. Secondo le norme, i prefetti possono concedere il porto d'armi per rivoltelle e pistole "in caso di dimostrato bisogno". "Il problema è che non viene quasi mai rilasciato ai poliziotti, perché deve essere giustificata la necessità per la difesa personale". E un agente già equipaggiato con la 9 millimetri non rientra quasi mai nella categoria. L'ultimo (assurdo tassello) riguarda i magistrati. Il regio decreto, infatti, permette di circolare armati senza licenza anche al capo della polizia, ai prefetti, agli ispettori provinciali amministrativi (?), ai pretori e ai "magistrati addetti al Pubblico ministero o all'ufficio di istruzione". Cecchini è lapidario: "Non capiamo perché un pm, senza corsi specifici né prove psico attitudinali, possa comprarsi una pistola e noi che passiamo metà della nostra vita sul campo, invece no". Come dargli torto?

L’uomo derubato: «Ho detto io che erano maghrebini, avevo paura e volevo depistare». Pubblicato sabato, 27 luglio 2019 da Fabrizio Caccia su Corriere.it. «Gli avevo tirato il “pacco” con la cocaina e quelli per reazione m’avevano portato via di forza lo zaino, perciò avevo paura di loro, così quando ho chiamato il 112 per dare l’allarme l’ho detto io che erano stati due maghrebini e non due americani a derubarmi. Volevo un po’ depistare...». Sergio Brugiatelli, 47 anni, una modesta casa al Portuense, piccoli precedenti per reati contro il patrimonio e vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, avrebbe spiegato così agli investigatori parte delle incongruenze che lo riguardano nell’ambito dell’inchiesta sull’uccisione del vicebrigadiere Cerciello Rega in via Pietro Cossa. L’uomo al momento non è indagato e neppure agli arresti domiciliari, malgrado ieri si fosse diffusa questa voce. Ma dal rione Prati, il luogo del delitto, bisogna spostarsi di quasi 3 chilometri (più di mezz’ora a piedi) e arrivare in piazza Mastai, a Trastevere. É qui che una telecamera di sorveglianza inquadra Brugiatelli, la sera del 25, con la sua bicicletta e lo zainetto nero sulle spalle, che entra in scena precedendo di qualche passo i due americani. L’uomo bazzica con la sua bici le piazze della movida romana e conosce bene gli spacciatori locali. Nelle immagini del video chiede qualcosa a un homeless che riposa su una panchina, quello gli indica un punto. Dev’essere lì che si trova il pusher da cui i due statunitensi vorrebbero acquistare il grammo di cocaina. È proprio il “pacco” di cui parla Brugiatelli: al posto della cocaina, il pusher cede loro aspirina. Quando se ne rendono conto, Hjorth e Lee, il pusher è già sparito e loro decidono di punire Brugiatelli. In piazza Mastai, però, c’è un posteggiatore abusivo egiziano, Tamer Salem, 52 anni, che afferma di conoscere bene Sergio e racconta un’altra storia: «I due americani e lui non hanno mai litigato, se ne stavano insieme su una panchina verso le undici e mezza di sera e sembravano strafatti. Poi all’improvviso da dietro sono arrivati quei due carabinieri e gli americani hanno cominciato a correre all’impazzata, mentre Sergio si è allontanato con la bici. É cominciato così l’inseguimento». Ma la testimonianza è ritenuta «inattendibile» da chi indaga.

La telefonata al 112 di Brugiatelli sui 2 americani: «Mi hanno rubato la borsa, mi chiedono un riscatto. Sono scappati». Pubblicato domenica, 28 luglio 2019 da Corriere.it. Ecco la telefonata al 112 fatta la notte fra il 25 e il 26 luglio da Sergio Brugiatelli, l’uomo avvicinato dagli studenti americani (accusati di aver ucciso il carabiniere Mario Cerciello Rega), che in piazza Mastai a Roma racconta di essere stato derubato del borsello. L’operatrice passa la chiamata ai carabinieri. L’uomo dice che due ragazzi in piazza Gioacchino Belli gli hanno rubato la borsa. «Chiamo i ragazzi sul mio telefono ma mi chiedono i soldi e io dentro ho i documenti, il codice fiscale». Dice di aver provato «a inseguirli con la bicicletta e loro sono fuggiti a piedi». Chiede ai carabinieri di intervenire e loro dicono che arriveranno subito. Si tratta di un documento fondamentale per accertare che cosa è accaduto nei minuti successivi, fino all’accoltellamento mortale del vicebrigadiere Cerciello Rega. Finora era stato infatti ipotizzato che non ci fosse una chiamata diretta al 112 e invece l’audio dimostra che - nonostante fosse stato avvicinato per vendere droga - Brugiatelli decise di chiamare i carabinieri e provare a recuperare il borsello. E adesso anche lui è diventato un testimone chiave per ricostruire l’esatta dinamica della vicenda.

Edoardo Izzo e Maria Rosa Tomasello per ''la Stampa'' il 29 luglio 2019. Elder Finnegan Lee aveva bevuto probabilmente quella sera, non è chiaro se prima o dopo il delitto. E come lui, rivelano gli inquirenti, aveva bevuto Gabriel Christian Natale Hjort, l' amico con cui condivideva a Roma la stanza del lussuoso albergo di Prati dove Lee conservava tra le sue cose anche lo Xanax, un diffuso ansiolitico. Durante l'interrogatorio di venerdì sera in caserma, nel quale ammette di aver colpito con otto pugnalate il vicebrigadiere di Somma Vesuviana, Lee dice di non aver capito che Mario Cerciello Rega fosse un carabiniere. «Non comprendo bene l' italiano, se si è qualificato ma io non ho capito. Non voglio finire in carcere» dichiara il diciannovenne americano al pm. Davanti al gip Chiara Gallo, ieri, sceglie invece di non rispondere, al contrario dell' amico, che ribadisce invece la versione messa a verbale dal pm. A sera arriva per entrambi la conferma del carcere per i reati contestati dalla procura di Roma: omicidio volontario e tentata estorsione, con reclusione a Regina Coeli. Le dichiarazioni di Lee e quelle di Natale Hjort consentono al sostituto procuratore Maria Sabina Calabretta di ricostruire le fasi dell'aggressione che porteranno alla morte per dissanguamento - questo ha accertato l' autopsia - del giovane carabiniere campano. È notte inoltrata. I due ragazzi arrivano in via Pietro Cossa, duecento metri appena dall' albergo, dove è stato fissato l' appuntamento con Sergio Brugiatelli, un italiano di 40 anni. Devono riconsegnargli il borsello che gli hanno sottratto poco prima: in cambio sperano di avere 100 euro e, secondo quanto riferisce Lee (mentre l' amico nega), anche un grammo di cocaina. I soldi, questo accertano gli investigatori, sono quelli che i due americani avrebbero dato a un pusher in cambio di una dose di droga, ricevendone in cambio aspirina in polvere. A indicargli lo spacciatore sarebbe stato proprio Brugiatelli ed è per questo che i ragazzi, dopo essersi accorti di essere stati raggirati, tornano sui loro passi, rintracciano l' uomo e gli portano via il borsello in cui è custodito il cellulare. Per recuperare le proprie cose l'uomo chiama il suo numero: Natale, unico tra i due studenti a capire l' italiano, risponde proponendo lo scambio con quello che il pm definisce «l' accordo estorsivo»: soldi in cambio del borsello. Non possono immaginare che l' italiano chiamerà le forze dell'ordine, ma è quello che avviene e all' incontro si presentano Mario Cerciello Rega e il collega Andrea Varriale, entrambi in borghese. «A questo punto - scrive il pm nel decreto di fermo - le versioni dei due sono parzialmente coincidenti: Natale ammette «che il carabiniere che gli si è avvicinato si è qualificato, benché non fosse in divisa, mentre Elder nega la circostanza, o comunque si nasconde dietro alla propria difficoltà di comprendere la lingua italiana». Entrambi iniziano una colluttazione con i militari e «benché nessuno dei due carabinieri avesse estratto un' arma», Hjort si lancia su Varriale mentre Lee, ricostruisce il pm, «bloccato da Cerciello, estraeva un coltello colpendo più volte al tronco la vittima in zona vitale, desistendo dall' azione solo quando percepiva di averlo sopraffatto». Cerciello, racconta Lee, «urlava» e a quel punto «si fermava anche Natale: sta di fatto che a quel punto i due ragazzi fuggivano in direzione dell'albergo e provvedevano poi a occultare e ripulire l' arma utilizzata». Il coltello verrà ritrovato il giorno durante le perquisizioni all' interno della camera, nascosto in un pannello del soffitto assieme agli indumenti indossati la sera del delitto, così come il borsello sarà scoperto in una fioriera a pochi metri dall' hotel. Lee «ha riconosciuto come proprio» il coltello, indicandolo «come arma del delitto» scrive il pm. Che non ha dubbi: l' aggressione di Natale a Varriale ha contribuito alla morte di Cerciello, «quantomeno perché ha bloccato l' intervento di questi in aiuto del compagno». Allo stesso tempo, proprio perché nessuno dei due militari «ha neppure tentato di estrarre un' arma, la reazione di Lee è del tutto spropositata» oltre che di «particolare violenza». È per questo, conclude il pm, che appare inverosimile che Natale non si sia accorto di quanto stava accadendo così come il comportamento successivo «conferma l' esistenza di un accordo post-delitto». Hjort, al contrario, si difende sostenendo di non aver visto l'arma in mano all'amico.

Mario ammazzato in 4 minuti. Altri buchi nelle indagini. Simona Musco il 30 luglio 2019 su Il Dubbio. Nuovi dettagli sulla morte di Cerciello nell’ordinanza del gip. I carabinieri cercano l’autore della foto del ragazzo in manette. È l’una e 9 minuti del 26 luglio. In piazza Mastai, nel cuore di Trastevere, il carabiniere Andrea Varriale, in abiti civili, piomba in mezzo ad un gruppo di persone, dopo aver ricevuto indicazioni dal maresciallo Pasquale Sansone, suo superiore al comando di Piazza Farnese. Cerca un uomo scappato senza farsi identificare dopo aver consegnato un involucro di colore bianco, contenente una compressa di tachipirina. E lì Varriale trova Sergio Brugiatelli, che gli dice di aver subito un furto: due ragazzi gli hanno appena rubato lo zainetto. Il compagno del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso nella notte tra il 25 e il 26 luglio a Roma, si trova dunque in Piazza Mastai già un’ora prima della chiamata di Brugiatelli al 112. Un dettaglio contenuto nell’ordinanza di convalida del fermo degli americani Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, gravemente indiziati come autori dell’omicidio del militare, che rappresenta l’ultimo aspetto oscuro di una storia i cui tasselli sembrano non essere tutti ancora al loro posto. Una storia che conta, tra le proprie stranezze, non solo la foto di Natale Hjorth bendato e ammanettato in caserma, che rappresenta una potente arma in mano alla difesa per invalidare le confessioni, ma anche l’utilizzo di un’arma micidiale: «un coltello a lama fissa lunga 18 centimetri, tipo “Trenknife” tipo Kabar Camillus con lama brunita modello marine con impugnatura in anelli in cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito», col quale Elder avrebbe ucciso il 35enne, portato in Italia, dagli Usa, in valigia, nella stiva dell’aereo. Un’arma in voga durante la seconda guerra mondiale e utilizzata anche per la caccia agli orsi. E che un giovane e ricco americano portava con sé per le strade di Roma.

Le dichiarazioni di Brugiatelli. Il conto alla rovescia della tragedia parte alle 23.30 del 25 luglio. Brugiatelli si trova a Piazza Trilussa quando i due giovani americani lo avvicinano chiedendo della cocaina. Brugiatelli non ne ha, ma può procurarla. Gabe e Finn vanno a prelevare poco lontano, per poi tornare da lui e spostarsi, insieme, prima a Piazza Mastai, poi dall’altra parte di viale Trastevere, all’angolo con via Cardinale Merry del Val, 250 metri più in là. Brugiatelli ci va assieme a Gabe, l’unico che sappia parlare in italiano, mentre Finn rimane seduto su una panchina in Piazza Mastai, dove Brugiatelli ha lasciato il suo zaino, con dentro il cellulare e i documenti. Una volta arrivati all’appuntamento, Gabe consegna 80 euro, in cambio di un involucro di carta stagnola. Ma dentro c’è aspirina. Il giovane americano non ha il tempo di reagire, perché in piazza, intanto, arrivano delle persone, a bordo di un motorino nero, che circondano lo spacciatore. Sono i carabinieri in borghese, tra i quali c’è anche Varriale. Gabe e Brugiatelli si separano. L’intermediario, poco dopo, torna in piazza ma i due sono spariti con la borsa. Così decide di tornare indietro, per chiedere aiuto proprio ai carabinieri intervenuti a disturbare il suo stesso affare. Racconta del furto, spiega, e loro «mi rispondevano di andare a fare denuncia in mattinata». Inizia così la contrattazione con gli americani. Brugiatelli si fa prestare il telefono da un clochard e chiama il suo stesso telefonino. I due gli chiedono, in cambio dello zaino, 100 euro e un grammo di cocaina. Lui accetta, ma poi chiama il 112. Sono le 02.04, la centrale operativa dei Carabinieri manda una pattuglia. E sei minuti dopo Cerciello riceve la chiamata che lo fa arrivare, assieme al collega, a Piazza Gioacchino Belli. C’è Brugiatelli, che racconta del furto, ma non della droga. Su richiesta dei due militari in borghese, l’uomo ricontatta il suo numero e mette i due americani in vivavoce. Fissano ora e luogo dell’appuntamento, al quale si presenteranno Cerciello e Varriale. Gli americani, nella stanza 109 dell’hotel “Le Meridien”, si cambiano, indossano le felpe ed escono. Sono le 02.48. Nel luogo dell’appuntamento pensano di trovare di nuovo Brugiatelli. Lui, invece, rimane vicino all’auto. Dagli americani ci vanno Cercielli e Varriale, che notano subito la loro presenza in via Cossa. La strada è ben illuminata, e i connotati dei due sono evidenti: 20 anni a testa circa, alti 1 metro e 80, bianchi, uno biondo, l’altro coi capelli tinti di viola, il primo con una felpa nera, l’altro con una felpa viola, entrambi con il volto in parte coperto dal cappuccio. Sono Gabe e Finn.

Il verbale di Varriale. Sono «guardinghi e sospettosi», scrive Varriale, così i militari si avvicinano a passo svelto. A quel punto vengono allo scoperto: «Carabinieri», dicono tirando fuori i tesserini. Ma non hanno il tempo di fare alcun controllo: gli americani «ci aggredivano fisicamente per vincere un nostro tentativo di bloccaggio». Tutto avviene velocemente, «con estrema rapidità e violenza», dice Varriale. In quattro minuti, secondo il timing dettato dalle telecamere di videosorveglianza sparse nella zona, che hanno permesso al gip Chiara Gallo di ricostruire le fasi del delitto. Varriale viene aggredito da Natale Hjort, che si libera dalla presa «con calci, graffi e pugni». Cerciello ingaggia una colluttazione con Elder. «Fermati, siamo carabinieri, basta», dice di aver sentito gridare Varriale. 240 secondi e tutto si ferma. Perché le telecamere della zona vedono i due americani, alle 03.12, vicini al luogo dell’appuntamento e alle 03.16 scappare verso l’albergo, dopo aver imboccato via Cesi. Varriale, a quel punto, vede Carciello perdere un fiume di sangue dal fianco sinistro, all’altezza del cuore. «Mi hanno accoltellato», dice prima di accasciarsi. Il collega contatta la centrale, mentre con le mani cerca di fermare il sangue. Arriva un’altra pattuglia, poi, in 15 minuti, l’ambulanza e dopo altri 7 minuti un’auto medica. Le provano tutte, ma Mario Cerciello Rega muore al Santo Spirito, poco dopo. Brugiatelli, da dietro l’angolo, sente solo urlare. Poi vede lampeggianti, ambulanze e Varriale che torna e gli dice: «Seguimi». In poche ore i carabinieri arrivano agli americani. Ascoltano gente, controllano le telecamere. Li beccano in hotel, con le valigie fatte, pronti a scappare. Li portano via, in caserma. Qualcuno benda Natale Hjorn, prima dell’interrogatorio. Scattano una foto, comincia a circolare nelle chat. Ma fuori da lì nessuno, ancora, sa niente. Davanti al pm, poco dopo, i due ammettono di aver rubato lo zaino, che viene trovato in una delle fioriere dell’hotel, e di aver tentato di estorcere denaro a Brugiatelli. Ed Elder, che però non parla bene l’italiano e secondo la famiglia non ha un interprete, ammette anche di aver affondato la lama più volte nel corpo di Cerciello. Dice di non aver capito che fosse un carabiniere, piuttosto pensava ad una vendetta di Brugiatelli. Natale Hjort, invece, ammette tutte le fasi, anche di aver sentito Cerciello e Varriale identificarsi come carabinieri. Ma non ci ha creduto, giura. E non si sarebbe accorto di quei colpi mortali a pochi centimetri da lui: Elder gli avrebbe confessato di aver usato un coltello solo in albergo. La lama, dopo esser stata lavata, è stata nascosta nel controsoffitto della stanza. L’ha nascosta Gabe, afferma Finn davanti al magistrato.

L’udienza di convalida. 24 ore dopo, però, Elder rimane muto. Per il gip avrebbe provocato la morte di Cerciello in modo volontario: per le modalità, il numero di colpi inferti e le zone colpite. «Il tentativo difensivo di ipotizzare una sorta di legittima difesa putativa, sostenendo di aver avuto paura per la propria vita e di essersi difeso – scrive il giudice – non appare compatibile con gli elementi di fatto emersi dalle indagini». E poi si è presentato armato, continuando a colpire il militare disarmato, anche dopo averlo sentito urlare. Natale Hjort, invece, conferma, genericamente, quanto detto prima. Per il giudice è complice: la sua presenza ha agevolato la condotta di Elder, tenendo impegnato Varriale. E di quel coltello, secondo il gip, non poteva non sapere, così come non poteva considerare l’eventualità che la vicenda si concludesse con la morte di qualcuno. Il giudizio finale è impietoso: totalmente incapaci «di autocontrollo e capacità critica», i due non hanno dimostrato «di aver compreso la gravità delle conseguenze delle proprie condotte, mostrando un’immaturità eccessiva anche rispetto alla giovane età».

Carabiniere accoltellato, Varriale a colloquio con l’uomo derubato un’ora prima della chiamata al 112. Pubblicato lunedì, 29 luglio 2019 da Corriere.it. Già un’ora prima della telefonata al 112 di Sergio Brugiatelli, il collega diMario Cerciello Rega, Andrea Varriale, era in piazza Mastai a colloquio con il mediatore dei pusher che poi denuncerà in via ufficiale il furto del suo zainetto. La circostanza emerge dall’ordinanza con cui il gip convalida l’arresto dei due giovani americani accusati dell’omicidio del vice brigadiere. «Alle 2.04 e 22 secondi del 26 luglio - si legge nell’atto - la Centrale operativa dei carabinieri riceveva la richiesta di intervento da parte di Brugiatelli (pregiudicato, sottolinea il giudice, ndr) che riferiva di aver già provato a contattare i responsabili del furto». Poche righe più giù viene riportata l’annotazione di servizio di Varriale, dalla quale «emerge che poco prima di ricevere l’incarico di effettuare l’operazione in abiti civili volta al recupero dello zaino di Brugiatelli, alle ore 1.19 (quasi un’ora intera prima, dunque, ndr) Varriale era intervenuto in piazza Mastai su ordine del maresciallo Pasquale Sansone, anch’egli effettivo presso la stazione Farnese, il quale gli riferiva di trovarsi sul posto unitamente ad altri operanti per la ricerca di un soggetto che si era dato alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro bianco contenente tachipirina». Quel soggetto, continua il gip, viene identificato come Sergio Brugiatelli che veniva invitato a sporgere denuncia. Quanto all’arresto dei due sussistono il pericolo di fuga, già tentata e riproponibile verso l’estero data anche la mancanza di legami in Italia; il pericolo di reiterazione del reato; la mancanza di ogni consapevolezza del disvalore delle proprie azioni, come si evince anche dagli interrogatori in cui nessuno dei due ha mostrato di aver capito la gravità del gesto commesso; infine la disponibilità di un’arma ad alto potenziale offensivo (un coltello di tipo militare, lama di 18 centimetri ed impugnatura ad anelli). Tutti per i quali il gip Chiara Gallo accoglie la richiesta della procura e tiene in carcereElder Finnegan Lee e Gabe Natale, i due giovani statunitensi accusati dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Regalo scorso venerdì nel centro di Roma. 

L’ordinanza di 14 pagine riprende alcuni passaggi ancora controversi della vicenda. Oltre al primo intervento di Varriale, riporta anche la sua versione della colluttazione con Lee e Natale. Il carabiniere spiega che con il collega in borghese, dopo un primo approccio in cui si sono identificati, ha provato a bloccare gli americani abbrancandoli da dietro nel loro primo tentativo di fuggire. In quella situazione Lee ha colpito sul lato sinistro del torace Cerciello con 11 coltellate.

Il giallo dei contatti con il pusher prima della chiamata al 112. Pubblicato lunedì, 29 luglio 2019 da Fulvio Fiano, Ilaria Sacchettoni e Fabrizio Caccia su Corriere.it. Sergio Brugiatelli ha avuto almeno tre contatti con i carabinieri la notte in cui è stato ucciso il vicebrigadiere Cerciello Rega. E un’ora prima di chiamare il 112 è stato identificato da Andrea Varriale, che poi lo accompagnerà assieme al collega di pattuglia all’appuntamento con Elder Lee e Gabe Natale. Lo riporta l’ordinanza del gip Chiara Gallo. Il ruolo di Brugiatelli resta pieno di ombre. Racconta il pusher, ora indagato, Italo Pompei, che la sera prima, mercoledì, ha conosciuto nelle vie di Trastevere il 47enne con zainetto e bici. Lo rivede giovedì alle 20 e alle 23.30 e Brugiatelli è già in grado di portargli quei due clienti stranieri che cercano droga, come un navigato mediatore. Natale preleva al bancomat 80 euro per la cocaina. L’incontro viene confermato dall’egiziano Ahmed Tamer Salem, che Brugiatelli chiama Meddi o Fratellino e che alle 00.15 di venerdì vede l’amico assieme a «due ragazzi con l’accento inglese». Dettaglio importante perché smonta fin da subito l’ipotesi degli aggressori maghrebini. Annotato che Varriale nella sua relazione parla di «due ragazzi con carnagione chiara, uno dei quali con capelli biondi» e che Brugiatelli conferma il loro accento inglese, come si arriva a identificarli come nord africani? 

Alle 00.30 Brugiatelli chiama al cellulare Pompei e porta con sé Natale ad incontrarlo. Le telecamere li riprendono alle 00.53 e poi all’1.12 (i volti ben visibili). Il primo incontro con i carabinieri è qui. Quattro militari fuori servizio, tra cui il maresciallo Pasquale Sansone, notano i loro movimenti sospetti. Pompei fugge e lascia lì la tachipirina venduta come coca. Anche Natale scappa, seguito da Lee con lo zaino di Brugiatelli, pensando a una messa in scena per truffarli. Non c’è spaccio (manca la droga) ma si realizza il furto che Sansone invita Brugiatelli a denunciare. Secondo l’ordinanza, il maresciallo convoca Varriale, suo sottoposto nella caserma Farnese. I carabinieri ieri sera diffondono la nota di servizio che include Cerciello (non citato dal gip) tra i presenti. Trastevere non è la loro zona di competenza ma, spiegano gli inquirenti, per la sua complessità, nel quartiere vanno anche militari di altre caserme. Brugiatelli, già noto alle forze dell’ordine, viene identificato. Il contenuto del suo zaino è in parte omissato.

Per cercare il pusher fuggito viene avvisata la centrale operativa e all’1.30 arriva sul posto uno scooter nero con altri due militari della caserma Farnese. Fermano Pompei ma non Brugiatelli, mentre Tamer fugge via. Alle 2 Pompei e Brugiatelli si ricongiungono e Sergio chiede al pusher il suo telefono per chiamare una prima volta gli americani. Ricevuta la richiesta di un «riscatto» per riavere lo zaino — un grammo di coca e 100 euro — il 47enne si decide a chiamare il 112. È la prima delle due telefonate diffuse domenica. Viene smistata alla compagnia Monteverde che manda un’auto. Dopo un consulto con il comando centrale si decide per l’invio di due militari in borghese: Varriale e il collega Cerciello, che alle 2.10 riceve sul cellulare la nota di servizio. Chi decide di non aggiungere almeno una pattuglia di supporto? Operazione sottovalutata o mancanza di personale? Raggiunto Brugiatelli i due lo invitano a chiamare di nuovo gli americani e registrano la conversazione su whatsapp come fonte di prova. Lee e Natale fissano l’incontro nei pressi del loro hotel, dove nel frattempo sono rientrati a passo svelto, visti da un facchino e dalle telecamere. 

Alle 2.49 gli studenti vengono visti uscire. Natale dice di non saperlo, ma Lee ha già con sé il coltello che il gip specifica essere un «Trenknife tipo Kabar Camillus, 18 centimetri di lama brunita modello marines con impugnatura ad anelli in cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito». Un’arma da guerra che prima o poi Lee dovrà spiegare come e perché ha portato in Italia. I militari preferiscono lasciare Brugiatelli in auto e andare di persona all’incontro. Scelta forse infelice che allarma i due giovani, anche se Varriale e Cerciello si qualificano subito come carabinieri. Sono le 3.15. Natale e Lee provano a fuggire, Varriale si lancia su Gabe e cadono. Cerciello afferra Lee, che sostiene una legittima difesa esclusa dal gip. Il 19enne sferra 11 coltellate a Cerciello che urla: «Fermati, siamo carabinieri. Basta!». Poi crolla: «Mi hanno accoltellato». Alle 3.30 arrivano i soccorsi ma per il vicebrigadiere non c’è scampo. Gli americani fuggono in albergo dove vengono fermati alle 10.

Il gip convalida il loro arresto motivandolo con «il pericolo di fuga verso l’estero, già tentata e riproponibile per la mancanza di legami in Italia; il pericolo di reiterazione del reato; la mancanza di ogni consapevolezza del disvalore delle proprie azioni, come si evince anche dagli interrogatori in cui nessuno dei due ha mostrato di aver capito la gravità del gesto commesso».

Valentina Errante e Giuseppe Scarpa per “il Messaggero” 29 luglio 2019. «Non sapevo che avesse il coltello». Christian Gabriel Natale Hjorth scarica l'amico Finnegan Lee Elder, il responsabile delle undici coltellate che hanno ucciso Mario Cerciello Rega. Natale prende così le distanze dall'amico, tentando di differenziare le posizioni. Dopo le dichiarazioni di venerdì, adesso anche il suo avvocato Emiliano Sisinni marca le diverse situazioni processuali: «La sua posizione è estranea all'imprevedibile condotta di Lee che ha portato alla morte del servitore dello stato». Intanto emergono nuovi dettagli sugli ultimi istanti di Rega: «Aiuto, mi stanno ammazzando», gridava il militare. Il vicebrigadiere dell'Arma è crollato a terra per le coltellate sferrate da Elder, mentre il collega Andrea Varriale era impegnato in un corpo a corpo con l'altro ragazzo americano. Non è riuscito a reagire alle pugnalate Rega. Non compare nessuna ferita sulle braccia, ultima traccia del tentativo di parare il coltello. Il primo colpo fatale, come emerge dall'autopsia, è al cuore. Non gli lascia scampo. Solo un grido disperato d'aiuto, come hanno poi ricostruito gli investigatori. La ricerca di una notte, tra giovedì e venerdì, a sniffare cocaina è il primo pezzo del puzzle per comporre l'intera storia. Natale e Elder sono in cerca di droga. Sergio Brugiatelli è l'uomo che si offre di aiutarli. Come garanzia, l'italiano consegna a Elder uno zaino, con il suo cellulare e i documenti. Poi assieme a Natale, che parla italiano, si dirige dai pusher a Piazza Mastai. Gli spacciatori gli rifilano un'aspirina tritata. Poi litigano tra di loro. L'obiettivo è quello di mettere fretta all'americano, e incassare subito i soldi della dose. Le cose però non vanno per il verso giusto. Natale, infatti, si spaventa e fugge. Corre dall'amico e insieme scappano con lo zaino di Brugiatelli. Quest'ultimo è disperato. Alla scena assistono quattro carabinieri fuori servizio, due marescialli e due ragazzi che da poco sono entrati nell'Arma. Tentano un inseguimento, ma non riescono. Gli americani sono troppo lontani. I militari allora suggeriscono a Brugiatelli di telefonare al 112. Lui lo fa. Prima, però, chiama al suo cellulare, che è nelle mani di Elder e Natale. A rispondere è quest'ultimo che non solo pretende 100 euro, ma reclama anche un grammo di cocaina. Poi fissa il luogo dell'incontro, via Pietro Cossa quartiere Prati a cinquanta metri dall'albergo a quattro stelle, Le Meridien, in cui i due amici soggiornano. Brugiatelli si sente con le spalle al muro, chiama perciò il 112 dal cellulare di una persona presente in piazza Mastai, come gli era stato suggerito dai militari che avevano assistito alla scena. In poco tempo arriva una pattuglia. Anche i 4 carabinieri presenti si muovono e chiamano due loro colleghi, Mario Cerciello Rega e Andrea Varriale. Così, quando arriva l'auto di servizio sul posto, ci sono più uomini dell'Arma. Alla fine decidono chi deve andare all'appuntamento: la coppia Rega e Varriale. Ecco quindi che si dirigono all'appuntamento insieme a Brugiatelli. I militari, in borghese, con le pistole nelle fondine, passeggiano in via Cossa. Spuntano Natale e Elder, che prima erano andati a cambiarsi in albergo. Uno dei due indossa una felpa scura con il cappuccio in testa. Si guarda intorno in modo sospetto. I militari si avvicinano e si qualificano, secondo la versione di Varriale. «Non dicono di essere carabinieri», per Elder e Natale. Ad ogni modo gli americani perdono la testa. Elder che aveva portato con sé un coltello con una lama come quella di una baionetta lunga tra i 16 e 17 centimetri, non esita ad usarla. La conficca per 11 volte sul corpo di Cerciello. Il collega è impegnato in un corpo a corpo con Natale. Per questo, forse, non tira fuori la pistola. A questo punto i ragazzi scappano, mentre Varriale si getta sul collega. Corre a perdifiato verso l'auto di servizio, schiaccia un pulsante per dare l'allarme di soccorso alle pattuglie di zona. A sirene spiegate arriva l'ambulanza. Al Santo Spirito Rega arriva in condizioni disperate e morirà poco dopo.

(ANSA 29 luglio 2019) - "I due soggetti, notati di un atteggiamento palesemente guardingo e sospettoso, venivano da noi repentinamente avvicinati. Contestualmente ci qualificavamo come appartenenti all'Arma dei carabinieri attraverso anche l'esibizione dei nostri tesserini di riconoscimento". E' la ricostruzione degli istanti dell'aggressione mortale fornita da Andrea Varriale il collega del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, contenuta nell'ordinanza con cui il gip ha disposto il carcere per i due cittadini americani. "Ma i due - aggiunge - ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente per vincere un nostro tentativo di bloccaggio".

(ANSA 29 luglio 2019) - "Non avevo capito che era un carabinieri, ho avuto paura, credevo fosse uno dei pusher". E' quanto ha ribadito al suo difensore che lo è andato a trovare in carcere Finnegan Lee Elder, il 19enne californiano che ha confessato di essere l'autore materiale delle 11 coltellate al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega.

(ANSA 29 luglio 2019) - "Dopo pochi istanti, notavo entrambi i soggetti che si davano alla fuga in direzione via Cesi e in tale frangente notavo il vice brigadiere Cerciello Rega che perdeva moltissimo sangue dal fianco sinistro all'altezza del petto". E quanto ricorda Andrea Varriale, il carabiniere che era con il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega sul luogo dell' aggressione, come riportato nell'ordinanza del gip che ha disposto il carcere per i due cittadini americani. Prima di "accasciarsi al suolo" disse "mi hanno accoltellato". "Contattavo immediatamente la centrale operativa per richiedere i soccorsi e in attesa del loro arrivo tamponato le ferite riportate dal collega - racconta ancora -. Nel frattempo notavo sopraggiungere sul luogo del fatto anche altre pattuglie sia dell'arma che della polizia di Stato".

(ANSA 29 luglio 2019) - E' stato visitato da un medico ed è costantemente monitorato in carcere Finnegan Lee Elder, il cittadino californiano che ha ammesso di essere l'autore materiale delle 11 coltellate inferte al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. "Ho trovato il mio assistito sia psicologicamente che fisicamente più rinfrancato rispetto a sabato quando fatto udienza davanti a gip per convalida del fermo", afferma l'avvocato Francesco Codini lasciando il carcere di Regina Coeli.

(ANSA 29 luglio 2019) - "Entrambi avevano un accento inglese, credo americano". Sarebbe la descrizione fornita agli investigatori da Sergio B., l'uomo derubato dello zaino, la notte dell'aggressione mortale al vice brigadiere Mario Cerciello Rega e contenuta nell'ordinanza in cui il gip di Roma ha confermato il carcere per i due californiani. "Il primo ragazzo aveva i capelli biondi, era alto circa 1,80 metri, indossava una camicia color crema a quadri e pantaloni jeans scuri - riferì l'uomo -. Mentre il secondo aveva i capelli mossi con delle meches di colore viola, alto circa 1,80 metri, aveva un tatuaggio sull'avambraccio destro di grosse dimensioni, indossava una maglietta di colore chiaro e jeans di colore scuro. Quest'ultimo ragazzo sembrava tipo intontito. Aggiungo che entrambi avevano un accento inglese, credo americano".

(ANSA 29 luglio 2019) - "Fermati siamo carabinieri, basta". E' quanto avrebbe urlato il vice brigadiere Mario Cerciello Rega al giovane californiano durante l'aggressione mortale. A riferirlo il suo collega nell'annotazione sull'intervento contenuta nell'ordinanza di convalida del fermo dei due americani. "Il vice brigadiere Cerciello Rega, a breve distanza da me, - dice il collega - ingaggiava una colluttazione con l'altro giovane e ricordo di aver sentito le urla del mio collega che profferiva testuali parole: fermati siamo carabinieri, basta".

(ANSA 29 luglio 2019) - "Sceso dall'auto civetta notavo i militari allontanarsi lungo una strada adiacente perdendoli così vista. Dopo pochi minuti sentivo provenire delle urla da una strada limitrofa". E' la ricostruzione fornita da Sergio B., l'uomo derubato che fece scattare l'operazione sfociata nel ferimento mortale del vice brigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, contenuta nell'ordinanza con cui il gip di Roma ha confermato il carcere per i due cittadini americani. "Io rimanevo sempre vicino al mezzo - avrebbe aggiunto - in questi frangenti notavo sopraggiungere altre macchine dei carabinieri e un'autoambulanza. Dopo circa 15 minuti tornava uno dei carabinieri con cui ero arrivato e mi diceva di seguirlo. Venivo portato presso la stazione dei carabinieri di Roma Prati".

“MARIO CERCIELLO REGA E’ STATO COLPITO DA UN COLTELLO SU ENTRAMBI I FIANCHI”. Da La Repubblica  il 2 agosto 2019. Ripetuti segni di coltellate sul fianco destro e su quello sinistro. Ma il colpo più profondo è stato quello inferto da dietro che ha raggiunto e perforato lo stomaco. È quanto emerge dalla relazione preliminare dell'autopsia svolta sul corpo del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, accoltellato a morte nella notte tra il 25 e il 26 luglio in via Pietro Cossa, in Prati. Dall'accertamento autoptico è emerso che sono state undici le coltellate inferte sul corpo del carabiniere, la maggior parte delle quali ha colpito la vittima al tronco in zona vitale. Intanto proseguono le indagini sul delitto: i pm di piazzale Clodio acquisiranno i tabulati telefonici dei due giovani americani, Christian Gabriel Natale Hjort, di Finnegan Lee Elder, in carcere con l'accusa di aver ucciso il militare, dei due carabinieri intervenuti, di Sergio Brugiatelli, l'uomo che ha avvisato i militari per denunciare di aver subito il furto dello zaino da parte dei due diciannovenni e del pusher di Trastevere. L'acquisizione servirà agli inquirenti a ricostruire la vicenda sin dall'inizio, dal primo contatto a Trastevere fino al delitto a pochi passi da piazza Cavour. In mattinata si è svolto un vertice in procura tra i magistrati e gli investigatori dell'Arma. A piazzale Clodio hanno fatto il punto delle indagini, concordando i prossimi passi, il procuratore aggiunto Nunzia D'Elia e il pm Maria Sabina Calabretta assieme al comandante provinciale dei carabinieri, il generale Francesco Gargaro e al responsabile del Nucleo investigativo, il colonnello Lorenzo D'Aloia.

Analisi sulle immagini delle telecamere. I carabinieri stanno proseguendo l'analisi di ore di video delle telecamere presenti nelle zone interessate dalla vicenda. In primo luogo gli investigatori stanno passando al setaccio gli impianti di videoriprese, anche quelli eventualmente presenti nella zona di via Cardinale Merry Del Val, a Trastevere, dove i due americani arrestati hanno avuto il primo contatto con un pusher che gli avrebbe ceduto, per circa 80 euro, una bustina di carta stagnola con dentro della semplice aspirina. L'analisi dei video riguarda anche quanto immortalato da quelle presenti nell'albergo di via Pietro Cossa, a circa 80 metri dal luogo dell'omicidio, dove i due ragazzi alloggiavano. Il lavoro degli inquirenti è reso complesso dal fatto che nessuna telecamera (quelle di una banca nelle vicinanze erano fuori uso) ha ripreso la colluttazione e le coltellate sferrate da Finnegan Lee Elder.

Le coltellate a Cerciello: fianco, stomaco e cuore. Era in servizio regolare. Il risultato dell'autopsia: ucciso con ferocia Vertice degli investigatori, caccia ai tabulati. Stefano Vladovich, Venerdì 02/08/2019, su Il Giornale.  Massacrato di coltellate. Quattro a un fianco, almeno cinque dalla parte opposta. Una allo stomaco. Poi quella mortale, dritta al cuore da dietro. L'autopsia sul corpo di Mario Cerciello Rega conferma i primi esami medico legali. Il vicebrigadiere della caserma Farnese, a Campo de' Fiori, è stato ucciso con un ferocia inaudita. Ammazzato mentre era regolarmente in servizio ma senza un'arma. È il sistema centralizzato di gestione di gestione dei turni a spiegare, dopo sei giorni, che Cerciello e il collega Andrea Varriale erano regolarmente di turno la notte maledetta fra il 25 e il 26 luglio. «Anche se un carabiniere è sempre in servizio» chiosano i colleghi. Un caso tutt'altro che chiuso con l'arresto e la confessione dei due americani, Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth. Tanto che gli investigatori hanno organizzato un vertice in Procura, ieri, per fare il punto sulle indagini: ora è caccia ai tabulati telefonici e ai video delle telecamere. Un incontro fra i magistrati titolari dell'inchiesta, il procuratore aggiunto Nunzia D'Elia e il pm Maria Sabina Calabretta con il comandante provinciale dei carabinieri Francesco Gargaro e il comandante del nucleo investigativo di via In Selci Lorenzo D'Aloia. La caserma dove Natale è stato bendato e ammanettato alla sedia prima dell'interrogatorio. Due gli uomini chiave in questa tragica faccenda. Il primo è il carabiniere Varriale, di turno assieme a Cerciello e con lui mentre il 19enne californiano lo accoltella a morte. Varriale sarà ascoltato nuovamente nei prossimi giorni in Procura. Da chiarire il ruolo esatto dei militari di copertura su due pattuglie e che, purtroppo, non sono riusciti a intervenire per scongiurare la tragedia. Il secondo uomo è sempre lui, Sergio Brugiatelli. Quarantasette anni, precedenti per rissa e rapina, si considera «amico delle guardie». Tanto che l'ipotesi che sia un confidente non sarebbe incredibile. Ma sia lui sia i carabinieri smentiscono categoricamente. «Non sono una spia». Restano mille dubbi su una figura poco trasparente. Brugiatelli accompagna i ragazzi californiani in cerca di sballo ad acquistare cocaina. Conosce bene gli spacciatori, Brugiatelli. Tanto che li porta subito dalla persona giusta, Italo Pompei. Fa da tramite ma non viene accusato di nulla Brugiatelli. Che il pusher, poi, tira il pacco agli americani Sergio non lo poteva prevedere. Almeno è quello che afferma. Finnegan e Gabriel, però, lo ritengono responsabile della «sòla». E gli sottraggono lo zaino per chiedere poi il riscatto. Un modo per riavere i loro soldi, spesi per avere aspirina in polvere al posto della coca. C'è poi la testimonianza di un facchino del LeMeridien Visconti. Biagio Di Paola a verbale racconta di averli visti rientrare trafelati alle 2,45 della notte. Un suo collega 55enne, però, ricorda di averli visti mentre rientravano all'1,30, probabilmente dopo aver rubato lo zaino a Brugiatelli. Un'ora e 15 minuti di differenza. Chi dei due si sbaglia? Ancora. Il portiere d'albergo Roberto Altezza, 62 anni, parla di una prenotazione per Lee e un suo parente. Un familiare mai arrivato. «Elder mi ha detto che, alla fine, avrebbe soggiornato solo lui. Ho scannerizzato il suo documento, attivato un unico badge di accesso della camera 109 e inserito nel sistema il mancato arrivo». L'uomo giura di aver visto Elder parlottare anche con due uomini, uno dei due dalla pelle nera, nella hall. Gli spacciatori di Xanax, lo psicofarmaco ritrovato in camera la mattina dell'arresto?

Roma, carabiniere ucciso: il buco di 24 minuti prima del delitto. Pubblicato venerdì, 02 agosto 2019 da Fiorenza Sarzanini e Rinaldo Frignani su Corriere.it. Ci sono 24 minuti di «buco» negli spostamenti dei due giovani americani indagati per l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Tanto tempo è passato dal momento in cui Elder Finnegan Lee e Gabriel Christian Natale Hjorth sono usciti dall’hotel Le Meridien fino all’aggressione dei due militari e all’accoltellamento mortale. I due luoghi sono distanti appena 500 metri. Dunque che cosa hanno fatto? Sono rimasti appostati nel buio? Oppure hanno incontrato qualcuno? Avevano altri complici? Oppure alla rissa ha partecipato anche il mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli? Sono le domande che segnano il lavoro dell’accusa e sulle quali la difesa si prepara evidentemente a dare battaglia. Motivo in più per i magistrati guidati dal procuratore Michele Prestipino di ottenere una ricostruzione che non sia segnata da quei «punti oscuri» che invece proprio lui aveva evidenziato nella conferenza stampa di tre giorni fa. È quasi l’una della notte tra il 25 e il 26 agosto quando i due ragazzi sono a Trastevere per comprare droga e si rivolgono a Brugiatelli. Quando vanno via — ancora ignari di aver ottenuto soltanto pasticche di aspirina — si portano via il borsello del mediatore con documenti e cellulari. Gli orari sono stati ricavati incrociando quanto emerge dai filmati, i verbali dei testimoni e le chiamate al 112. La fuga dei due americani — come si vede dal primo video — comincia all’1,16. Dopo 16 minuti, all’1,31, entrano nell’hotel che si trova a 2 chilometri e 600 metri. Possibile che vadano di corsa, al momento non risulta che abbiano preso un taxi. A Trastevere intanto si pianifica l’operazione per il recupero del borsello. Nell’ordinanza di cattura dei due indagati il gip Chiara Gallo cita l’annotazione di servizio con cui Varriale dice di essere arrivato all’1,19. Non si fa cenno alla presenza di Cerciello Rega tanto che questa mancanza avvalora il sospetto che in realtà il vicebrigadiere fosse fuori servizio. Il comando provinciale lo esclude, ma si dovrà verificare se le altre relazioni di quella sera forniscano altri elementi su questo punto. Anche perché alle 2,04 Brugiatelli chiama il 112 denunciando di aver subito l’estorsione e alle 2,10 la centrale decide di contattare proprio il cellulare di Cerciello Rega per intervenire. Luogo e ora dell’incontro per effettuare lo scambio viene fissato alle 2,30, quando Brugiatelli chiama il proprio cellulare e Natale Hjorth risponde: si vedranno alle 3,15 in via Pietro Cossa. Sono i due americani a dettare le condizioni, visto che sono in albergo a poca distanza. Brugiatelli — questo dice la versione ufficiale — va in auto con i due carabinieri e rimane vicino all’auto ad attenderli. Cercielli Rega — ma questo si scoprirà soltanto giorni dopo — non ha la pistola. Dettagli di una procedura che lascia numerose zone d’ombra e che viene riverificata proprio in queste ore. Ma quello che succede prima e dopo è tuttora avvolto nel mistero, visto che nonostante le decine di telecamere della zona agli atti non risulta depositato alcun video che mostri l’aggressione. Gli americani escono dall’albergo alle 2,48. Sono davvero da soli? Hanno incontrato qualcun altro? Sono stati loro a fissare il momento del baratto, perché hanno deciso di stare in strada per così tanto tempo? Alle 3,12 la telecamera di una gioielleria li inquadra «mentre insieme si dirigono verso il luogo dell’appuntamento», come sottolinea la gip nel provvedimento di cattura. Nei successivi tre minuti c’è l’aggressione, ci sono le coltellate, la morte. Elder si scaglia come una furia contro il carabiniere, è riuscito a infliggergli ben 11 colpi. Il suo complice lotta con l’altro militare e poi scappa. Dov’è Brugiatelli in quei momenti? Continua a rimanere distante o invece si avvicina al luogo dell’incontro? Interviene nella rissa? Alle 3,16 la telecamera dell’hotel riprende i due americani che rientrano e salgono in stanza. Epilogo di una notte folle segnata ancora da troppi misteri.

Il doppio mistero. Le telecamere rimaste cieche e quei militari «fuori zona». Pubblicato venerdì, 02 agosto 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Ci sono svariate telecamere in quell’angolo del quartiere Prati dove il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è stato ucciso con 11 coltellate. Ma nessuna avrebbe registrato il momento dell’aggressione a lui e al collega Andrea Varriale. I video acquisiti agli atti dell’inchiesta sono stati riesaminati e l’esito è stato negativo. Nei 24 minuti di «buco» sugli spostamenti dei due americani accusati del delitto è infatti compreso anche quanto accaduto quando hanno incontrato i due militari e hanno lottato con loro. E dunque soltanto l’incrocio tra le testimonianze potrà aiutare a comprendere che cosa sia davvero successo e soprattutto se ci fossero altre persone presenti quando si è consumato il delitto. Soprattutto se davvero Sergio Brugiatelli, che aveva accompagnati i due a comprare cocaina, sia rimasto lontano, accanto alla vettura lasciata in sosta dai militari, come scritto nella relazione di servizio da Varriale. L’omicidio è avvenuto di fronte a una farmacia, ma i titolari hanno spiegato che le telecamere sono in funzione soltanto durante l’orario di apertura. A pochi metri c’è una banca, ma anche in questo caso la risposta fornita sarebbe stata negativa: il sistema di videosorveglianza inquadra soltanto gli ingressi. La zona è molto controllata perché ci sono uffici e altre banche. E infatti i due americani vengono inquadrati mentre escono dall’hotel, ripresi mentre vanno all’appuntamento, filmati ancora quando tornano in albergo. Appare incredibile che per quei 24 minuti fondamentali per l’inchiesta non ci sia nulla di utile e ora si sta verificando se altre telecamere più lontane possano aver inquadrato il passaggio dei carabinieri, oppure Brugiatelli stesso mentre era in attesa che avvenisse lo scambio che aveva concordato al telefono per riavere il borsello rubato. Chiarire il suo ruolo è fondamentale per le indagini. Il comunicato reso noto attraverso il suo legale per negare di essere «un pusher o un confidente» certamente non basta a chiudere la questione. Anche perché lui stesso ha ammesso di aver fatto da tramite tra gli americani e gli spacciatori per l’acquisto di cocaina. Finora non risulta indagato, ma dovrà comunque spiegare in maniera più convincente quale fosse il rapporto con i carabinieri che quella sera aveva incontrato in piazza a Trastevere prima di subire il furto. È proprio la relazione di servizio di Varriale a dare conto che in piazza Mastai quella sera ci sono anche il maresciallo Pasquale Sansone e altri carabinieri della stazione Farnese dove lui e Cerciello Rega prestano servizio. Non sono in servizio ma questo non impedisce loro di «cercare un soggetto che si era sottratto all’identificazione dandosi alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro di colore bianco contenente una compressa di aspirina», ma anche di «identificare Sergio Brugiatelli che riferiva di essere stato vittima di un borseggio». Quella piazza non è di competenza di chi lavora nella stazione Farnese, ma dei carabinieri in servizio alla stazione Trastevere. E allora perché erano proprio loro ad effettuare controlli e prendere denunce? Come mai — nel momento in cui Brugiatelli chiama il 112 per denunciare l’estorsione — la centrale contatta Cerciello sul cellulare per incaricarlo dell’operazione di recupero del borsello? L’ipotesi è che in realtà altre volte quel gruppo di carabinieri abbia svolto lì la propria attività, grazie alle «soffiate» che arrivavano proprio da quell’ambiente. E che Brugiatelli conoscesse bene almeno qualcuno di loro e abbia chiesto aiuto per recuperare almeno il telefono con i preziosi contatti che aveva in memoria.

Carabiniere ucciso, una settimana dopo l’omicidio  pusher in azione a Ponte Sisto. Pubblicato giovedì, 01 agosto 2019 da Rinaldo Frignani su Corriere.it. Un cenno con la testa a due aspiranti clienti appoggiati al parapetto di Ponte Sisto. Loro - uno grosso con la maglietta nera e l’altro più snello con i capelli ricci e la camicia a righe - restano interdetti, quasi imbarazzati. Temono di finire nei guai e allora il pusher, indispettito, replica il segnale, poi si allontana zoppicando verso il lungotevere. Solo allora i due si decidono a seguirlo, sempre con fare prudente. La scena si ripete anche altre volte in una delle piazze storiche dello spaccio di Trastevere. A una settimana dall’uccisione del vice brigadiere Mario Cerciello, nel rione funziona ancora così. D’altra parte soprattutto il commercio di cocaina - come quello di hashish e marijuana - non può fermarsi. Girano troppi soldi attorno allo spaccio di stupefacenti nella principale zona di movida della Capitale. A piazza Mastai, dove Cerciello e il suo collega Andrea Varriale intervennero con altri colleghi - secondo la versione dei carabinieri - per bloccare un giro di spaccio nel quale erano finiti anche i due giovani americani, poi arrestati per l’omicidio del sottufficiale avvenuto a Prati in circostanze ancora da chiarire, non c’è un grande movimento. Anzi. Un parcheggiatore abusivo e un fioraio stazionano ai margini della zona pedonale. Tre stranieri confabulano sui gradini della fontana costruita più di 150 anni fa insieme con il Palazzo della manifattura tabacchi. Sono spacciatori ma mancano i clienti, mentre sulle panchine alcuni clochard cercano di dormire. Il buio totale tutt’attorno trasforma l’area in una zona pericolosa, deserta. Proprio qui Lee Elder Finnegan e Gabriel Christian Natale Hjorth - stando alla ricostruzione dell’accusa - hanno derubato dello zainetto il presunto pusher Sergio Brugiatelli, dopo essere stati truffati con un antipiretico al posto della droga che volevano comprare da altri spacciatori. Se quella notte lo scenario era davvero lo stesso di mercoledì, allora si può ben comprendere come a quell’ora piazza Mastai fosse - allora come adesso - un luogo sinistro, dove tutto è possibile. Via della Luce, percorsa dagli americani per fuggire a piedi, lo è altrettanto sebbene l’illuminazione pubblica funzionante - sembra uno scherzo, visto il nome della strada ma è proprio così - renda meno preoccupante passarci a piedi. Almeno per chi non è in cerca di droga. Perché per chi esce per incontrare i pusher invece, più i vicoli e gli anfratti sono al buio e meglio è. Accade attorno al ministero dell’Istruzione, verso il Gianicolo, e poi ancora dalle parti di piazza San Cosimato (dove però la presenza massiccia del pubblico nell’arena del Piccolo America contribuisce a limitare il fenomeno) e di piazza San Calisto, ma qui i pusher stranieri non sono certo una novità. Nessuno comunque sembra preoccupato da ciò che è successo a poche centinaia di metri. La droga si vende e poi si consuma anche sul posto. Coca, fumo, erba. C’è di tutto, e di tutto si trova in un attimo, a seconda di ciò che serve. L’offerta non manca, nemmeno la richiesta si fa attendere. I dintorni di piazza Trilussa non fanno eccezione, vicolo del Cinque - con i ragazzi che schiamazzano fuori dai locali, con le birre e gli shottini in mano, proprio sotto le finestre dei palazzi - è soltanto l’anticamera di quello che attende chi arriva al lungotevere e quindi, di nuovo, su Ponte Sisto. Accade lo stesso anche su Ponte Cestio, all’Isola Tiberina, ma solo perché è al buio, anche questo. Per il resto lungotevere Farnesina, verso Trastevere, e lungotevere dei Tebaldi, dalla parte di Campo de’ Fiori (dove solo poche notti fa un diciottenne francese, forse ubriaco, è morto dopo essere precipitato dal muraglione per un assurda prova di equilibrismo) sono gli accessi preferiti da chi vuole contrattare con gli spacciatori. Un gruppetto di pusher staziona sul ponte, si muove disinvolto. È pur sempre casa loro, e lo sanno bene.

La catena di comando, l'assenza del mediatore: ecco chi può fare luce. Solo le testimonianze di Varriale, il collega del vice brigadiere morto, e di Brugiatelli consentirebbero di chiarire le ultime fasi. Luca Fazzo, Martedì 30/07/2019, su Il Giornale.  Nomi sbagliati, topografie impazzite: ad aumentare il caos nell'inchiesta sulla morte del carabiniere Mario Cerciello Rega arriva ieri l'ordinanza di custodia in carcere spiccata dal giudice Chiara Gallo nei confronti di Gabriel Natale Hjorth e di Finnegan Elder, i due giovani americani accusati di omicidio volontario. Una ordinanza piena di incongruenze, in cui è impossibile distinguere i lapsus figli della fretta dalle reali incertezze su come siano andati i fatti. Basti pensare che a pagina 3 si dice che gli americani danno appuntamento al derubato, Sergio Brugiatelli «in via Belli», cioè a Trastevere, mentre l'incontro avviene a Prati. Anche a pagina 4, quando si racconta l'aggressione, si dice che Cerciello e il suo collega di pattuglia Andrea Varriale «lasciano Brugiatelli nei pressi dell'auto di servizio in sosta presso via Belli»; invece due pagine dopo Brugiatelli dice di essere stato lasciato dietro piazza Cavour, e infatti sente chiaramente le urla seguite all'uccisione di Cerciello. Insomma, un pasticcio sintomatico del caos in cui si muove l'inchiesta. La sciatteria degli atti amplifica le incongruenze vere, i tanti dettagli che non collimano, i buchi neri. Ieri ne salta fuori un altro. Si scopre che Varriale già alle 01,19 si era trovato faccia a faccia con Brugiatelli, in piazza Mastai, convocato per dare la caccia a uno spacciatore che era scappato. Verosimilmente si tratta di Italo Pompei, lo stesso che tira agli americani il «bidone» a base di tachipirina che innesca tutto il dramma. Domanda inevitabile: dov'è in quel momento Cerciello? Perchè viene precettato solo Varriale, inferiore in grado, e lui no? Per quello che se ne sa finora, i due carabinieri erano di pattuglia insieme, in un servizio anticrimine a Trastevere. Ma qual era la catena di comando? A convocare Varriale in piazza Mastai è il maresciallo Sansone, suo superiore gerarchico della stazione di piazza Farnese. Invece a precettare Varriale e Cerciello un'ora dopo per tendere la trappola agli americani - che risulterà fatale al vicebrigadiere - è la centrale operativa del Nucleo radiomobile. Perché? La risposta ufficiale è: serviva ovviamente personale in abiti civili. Ma dal verbale di Pompei si scopre che altri carabinieri in abiti civili erano già entrati in scena due ore prima: in piazza Mastai «giungeva un motociclo di colore nero con due persone che si qualificavano come appartenenti all'arma dei Carabinieri», quindi evidentemente non erano in divisa. Che fine fanno i due in moto nella fase successiva? Perché al loro posto devono subentrare Cerciello e Varriale? Il racconto di Varriale della fase finale solleva anche domande sulle modalità operative. Alle 2,30 Brugiatelli ha parlato in presenza sua e di Cerciello, col telefono in vivavoce, con i due americani, dandosi appuntamento in via Cesi, sotto il loro hotel, per lo scambio borsello-soldi. I due carabinieri fanno salire l'uomo sull'auto civetta con loro, ma posteggiano a duecento metri di distanza dal luogo dell'incontro: lasciano Brugiatelli accanto all'auto e proseguono a piedi. Perché non lo portano con loro, perché non mandano lui coprendogli le spalle? Così facendo rinunciano alla chance, apparentemente ovvia, di lasciare che Brugiatelli consegni i soldi e di intervenire dopo arrestando i ricattatori in flagranza; rischiano addirittura di non riconoscere gli americani (Varriale dirà di averli individuati solo per «l'atteggiamento guardingo e sospettoso»), o che loro si allontanino. Tutto, insomma, riporta alla domanda: perché proprio la coppia Cerciello-Varriale fu incaricata, o si incaricò, di sbrigare la parte finale della pratica, la più delicata e (come si è visto) la più pericolosa? Se c'è un non detto, in questa vicenda, ci sono almeno due persone in grado di portarlo alla luce. Uno è Brugiatelli, questa improbabile figura di mezzano di spacciatori che di Trastevere, delle sue dinamiche di sbirri e di soffiate, sa molto. L'altro è Varriale, il compagno di pattuglia di Cerciello, quello che ne ha tamponato le ferite mentre agonizzava sull'asfalto. Chi sarà, dei due, a fare un po' più di luce?

Il coltello, lo zaino, la fuga: ecco l'ordinanza sul carabiniere ucciso. Svelate le carte del Gip: cosa è successo la sera in cui il carabiniere è stato ucciso. "Indagati senza autocontrollo". Bartolo Dall'Orto, Lunedì 29/07/2019, su Il Giornale. È l'ordinanza cautelare che dispone il carcere per Christian Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder a chiarire le dinamiche del drammatico omicidio del carabiniere a Roma. A firmarla è il Gip di Roma, Chiara Gallo.

Il furto dello zaino. Partiamo dal perché Cerciello e il collega Varriale sono andati lì quella sera. Sergio Brugiatelli, l'uomo che avrebbe indicato lo spacciatore ai due americani, sostiene di essere stato "avvicinato da due ragazzi che volevano cocaina". Lui gli presenta un pusher, che però vende aspirina tritata e non droga ai due giovani Usa. "Ho contattato il mio amico per rimediare droga", ha messo a verbale Brugiatelli. Una volta scoperta la truffa, Natale e Elder avrebbero rubato la borsa al "mediatore" per poi chiedere una sorta di riscatto (100 euro e un grammo di cocaina). L'uomo allora ha contattato il 112 (ascolta qui l'audio della telefonata) per denunciare il furto sostenendo che "questi ragazzi io li chiamo e mi chiedono il riscatto dei soldi e tutto quanto...". Anche di fronte ai pm Brugiatelli conferma la versione: dopo aver telefonato al proprio cellulare - dice - "ha risposto un ragazzo, credo in inglese" per dargli l'appuntamento per il riscatto.

L'intervento dei carabinieri. In piazza si presentano però Mario Rega Cerciello e il collega Andrea Varriale in borghese. Nelle scorse ore era sorto il dubbio che i due carabinieri si fossero presentati o meno. Elder dal carcere continua a sostenere di "non aver capito che era un militare, credevo fosse uno dei pusher". Ma dall'ordinanza emerge che è lo stesso Natale a confermare che i due militari in borghese si sono qualificati. Una volta mostrati i tesserini, scatta l'aggressione. "Io ero con loro sul posto - ha messo a verbale Brugiatelli - dall'auto sentivo le urla".

Le coltellate. A sfoderare le coltellate è il 19enne. "È pacifico - si legge nell'ordinanza - che l'autore materiale dell'omicidio sia Elder Lee". Una violenza inaudita: "Erano guardinghi - ha raccontato Varriale, la lite è stata rapida e violenta. Mario urlava: 'Basta, fermati, siamo due carabinieri'. Prima di accasciarsi ha detto: 'Mi hanno accoltellato'". Il carabiniere resta lì a terra, perde molto sangue, mentre i due americani fuggono a gambe levate per andarsi a rifugiare in un hotel di lusso non lontano dal luogo del delitto. È escluso che quella di Elder possa essere stata "legittima difesa". Per due motivi: innanzitutto, "non ci sono evidenze a sua difesa sul fatto che il Carabiniere lo afferrasse per il collo"; poi la "legittima difesa" è "incompatibile con le 8 coltellate a un uomo disarmato"; e infine lo stesso Elder ha ammesso "di aver colpito il carabiniere finché non ha lasciato la presa".

Il coltello e i vestiti indossati. Dopo le coltellate, scrive il Gip nell'ordinanza, viene ritrovato sul posto un cellulare "simile a quello rubato". Lo zaino lo abbandonano in una fioriera in via G. Belli. L'arma del delitto invece verrà ritrovata qualche ora dopo, intorno alle 12. I carabinieri, dopo aver visionato i due video che ritraggono Elder e Natale vagare per le piazze romane e poi scappare, fanno irruzione nell'albergo Le Meridien Visconti di via Cesi, in zona Prati. Alcune telecamere, infatti, li riprendono mentre rientrano in hotel dal luogo del delitto. Una volta in camera, si legge nell'ordinanza, Natale nasconde "in un controsoffitto" l'arma "sporca di sangue" perché "preoccupato per il mio amico". Si tratta di un "coltello a lama fissa lunga 18 centimetri tipo 'Trench knifè Ka-Bar Camillus con lama brunita modello marines con impugnatura di anelli di cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito". Sul posto i militari trovano anche i vestiti indossati la sera prima.

"Assenza di autocontrollo". Il Gip che ha firmato l'ordinanza sottolinea la "totale inconsapevolezza del disvalore delle azioni" dei due americani "come apparso evidente anche nel corso degli interrogatori durante i quali nessuno dei due indagati ha mostrato di aver compreso la gravità delle conseguenze delle loro condotte, mostrando una immaturità eccessiva anche rispetto alla giovane età". Condotte che "testimoniano la totale assenza di autocontrollo e capacità critica evidenziandone la pericolosità sociale".

La fuga. Per i due si sono aperte le porte del carcere anche perché per il Gip sussiste il "il pericolo di fuga e il pericolo di concreto reiterazione dei reati analoghi". "Si tratta di due persone stabilmente residenti all'estero - si legge nell'ordinanza - presenti in Italia occasionalmente e sorprese dalla polizia giudiziaria in procinto di lasciare l'albergo subito dopo avere commesso i delitti in contestazione, condotta quest'ultima che non può non ritenersi finalizzata a far perdere le proprie tracce".

Da La Repubblica il 30 luglio 2019. Un coltello per combattimenti corpo a corpo, in dotazione ai marines statunitensi sin dal 1942, quando prese il posto dei vecchi pugnali da trincea in bronzo o in lega della Prima guerra mondiale, ritenuti ormai inadeguati. È il coltello a lama fissa lunga 18 centimetri tipo 'Trench knife' Ka-Bar Camillus con lama brunita modello marines con impugnatura di anelli di cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito che ha ucciso il vice brigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, colpito - per l'appunto in un corpo a corpo, in strada - 11 volte dallo statunitense Finnegan Lee Elder. Un'arma con una lama di quasi 18 centimetri, il pugnale per antonomasia del Secondo conflitto mondiale. Chi si arruolava preferiva portarsi il pugnale da casa piuttosto che usare le diverse varianti del coltello 'Mark', e la Difesa Usa capì che era tempo di trovare un pugnale che fosse maneggevole, multiuso (sia in combattimento che per altri utilizzi) e con una lama robusta. Fu così che si rivolse alla Camillus Cultery di New York che negli anni della guerra ne produsse un milione di esemplari e continuò anche dopo, con un tale successo da cambiare il nome dell'azienda in Ka-Bar Knives. Questo nome ha anch'esso un'origine particolare: l'azienda lo fa risalire a una lettera mandata da un cacciatore alla Camillus per tessere le lodi dell'arma con cui era riuscito a uccidere un orso che lo aveva aggredito. Tra le poche parole ancora leggibili nella lettera, per l'appunto, 'k a b ar' da "kill a bear": uccidere un orso.

Da Agi.it il 30 luglio 2019. E' la domanda che in molti si sono posti; come si è procurato  Finnegan Elder Lee il coltello usato per uccidere Mario Cerciello Rega? Semplice: se l'è portato da casa. A San Francisco il 19enne accusato di aver colpito 11 volte il il vicebrigadiere dei carabinieri ha imbarcato una valigia nella stiva dell'aereo e nel bagaglio aveva riposto, insieme a qualche cambio d'abito per la vacanza romana, una lama da 18 centimetri del tipo in dotazione ai Marines. Secondo le regole dell'Autorità sulla sicurezza dei trasporti (TSA) degli Stati Uniti è possibile trasportare in volo partendo dagli Usa un coltello come il Ka-Bar. Le regole di imbarco prevedono che possono essere portati, solo nel bagaglio da stiva, oggetti come coltelli, coltellini svizzeri e spade compresi i modelli da scherma. La raccomandazione che viene formulata dalla TSA è quella di avvolgere correttamente oggetti con lame per evitare possibili lesioni agli addetti allo smistamento dei bagagli. E' possibile trasportare anche armi da fuoco in stiva ma per queste ultime bisogna richiedere l'autorizzazione. L'arma è un coltello per combattimenti corpo a corpo, in dotazione ai marines statunitensi sin dal 1942, quando prese il posto dei vecchi pugnali da trincea in bronzo o in lega della Prima guerra mondiale, ritenuti ormai inadeguati. E' il coltello a lama fissa lunga 18 centimetri tipo 'Trench knife' Ka-Bar Camillus con lama brunita modello marines con impugnatura di anelli di cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito scelto dalla Difesa Usa perché maneggevole, multiuso (sia in combattimento che per altri utilizzi) e con una lama robusta. E' prodotto da quella che fino al 1952 si chiamava Camillus Cultery di New York ed ebbe un tale successo da far cambiare il nome dell'azienda in Ka-Bar Knives. Questo nome ha anch'esso un'origine particolare: l'azienda lo fa risalire a una lettera mandata da un cacciatore alla Camillus per tessere le lodi dell'arma con cui era riuscito a uccidere un orso che lo aveva aggredito. Tra le poche parole ancora leggibili nella lettera, per l'appunto, "k a b ar" da "kill a bear": uccidere un orso.

La madre di Elder, l’americano accusato dell’omicidio del carabiniere: «Siamo distrutti». Pubblicato martedì, 30 luglio 2019 da G. Sarcina, inviato a San Francisco su Corriere.it. Una sola scampanellata. Breve attesa e la donna compare sui gradini all’interno del cancello. È una casetta a un piano, verdastra, protetta da una griglia che si affaccia sull’ingresso buio. Dentro si intravedono due grandi lavatrici, una caldaia e in un angolo una Vespa bianca fiammante. «Chi è?». Rispondiamo subito «Italia» e soltanto quando è ormai davanti al cancello, tutto il resto. Sembra funzionare: «Buongiorno, sono Leah». È la madre di Finnegan Lee Elder, il diciannovenne americano accusato di aver ucciso il vice brigadiere Mario Cerciello Rega. «Sono distrutta». È scesa così come si trovava, è evidente. Indossa una maglia larga a righe, una tuta-pantalone, scarpe basse; i capelli in disordine, raccolti in modo sommario. Leah Lynn Elder ha 51 anni, fa la consulente nel campo dei trasporti. «Non posso parlare, è tutto così precario, stiamo aspettando le indicazioni del dipartimento di Stato, prima di partire per Roma, forse domani o mercoledì (oggi 31 luglio, ndr)». La famiglia ha delegato Sean, lo zio di Finnegan, a tenere i rapporti con la stampa. E Sean, che è un giornalista, lo fa in modo cortese e un po’ burocratico, spedendo via mail brevi comunicati, come questo: «Stiamo continuando a raccogliere informazioni attraverso gli avvocati, nello stesso tempo siamo grati che Finnegan abbia ricevuto cure mediche. Come sempre i nostri pensieri vanno alla famiglia e agli amici dell’agente Rega, che hanno subito una perdita inimmaginabile». È un sentimento sincero: prima di rientrare nella sua abitazione, gli occhi azzurri di Leah si riempiono di lacrime quando parliamo del carabiniere accoltellato. Resta in silenzio, interdetta, smarrita, mentre ripercorriamo tutto quello che è stato detto e scritto su suo figlio: «violento», «drogato», «assassino». Nel suo sguardo si accende, invece, una piccola luce non appena la conversazione tocca la foto che ritrae l’altro ragazzo, Gabriel Natale Hjorth, ammanettato e bendato nel commissariato. «Ma non dico niente, davvero la situazione è così precaria». Leah risale e rimaniamo da soli, in questo pomeriggio (è lunedì 29 luglio), in una strada a saliscendi incredibilmente deserta. Il Sunset District è un quartiere residenziale, con tante «townhouse» carine, ma certamente non sfarzose. Ci vive gente che lavora giù nel distretto finanziario oppure fuori città, nella Silicon Valley. Il pensiero torna all’immagine del giovane bendato che tv e quotidiani locali continuano a trasmettere e a pubblicare da giorni. Non è difficile fare due più due, mettendo insieme il riferimento di Sean «ai legali» e lo sguardo di Leah, e verificare un semplice ragionamento con altre persone che stanno seguendo il caso. «The Elders» (così Sean firma le sue note) si stanno aggrappando a questo grave incidente con la forza della disperazione e con la speranza, umanamente comprensibile, di aiutare in qualche modo il figlio incriminato, nei guai e di quelli seri. Questo è lo stato d’animo, l’istinto della famiglia. Saranno gli avvocati a decidere come e che cosa fare: chiedere di invalidare la confessione del giovane? Spingere per l’estradizione negli Stati Uniti? Certo è che il precedente di Amanda Knox, la studentessa americana condannata e quindi assolta in Cassazione per l’omicidio di Meredith Kercher, ritorna in modo più o meno esplicito. Non importa se si gira per il Sunset oppure se si va oltre il ponte del Golden Gate, tra i villoni della Mill Valley dove vivono i genitori, separati, di Gabriel Natale Hjorth. Non importa se si chiacchiera con Debrah Kamper, una signora che aspetta che la sua bambina di dieci anni esca dalla vasca olimpionica della Tamalpais High School, il liceo pubblico, frequentato da Finnegan e Gabriel. Oppure se si scambia qualche parola con Terry McSweeney, anchor della Nbc per la Bay Area. Cominciano tutti nello stesso modo: «È una tragedia, qui siamo profondamente scossi». Ma poi arriva la domanda: «Ci possiamo fidare dei “policemen”, dei giudici italiani?».

Carabiniere ucciso a Roma, convalidato il fermo dei due americani. La famiglia Elder: "Siamo scioccati, condoglianze a parenti del brigadiere". I due fermati per omicidio volontario e tentata estorsione al termine di un lungo interrogatorio non rispondono al giudice. Il coltello usato per uccidere il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega nascosto dietro pannello nel soffitto della stanza dove i due americani alloggiavano. L'omicida faceva uso di psicofarmaci. Federica Angeli il 27 luglio 2019. Si chiamano Christian Gabriel Natale Hjorth ed Elder Finnegan Lee i due giovani responsabili dell'omicidio del vicebrigadiere Mario Rega Cerciello. Sono due americani e hanno 19 e 18 anni. Il loro fermo per omicidio volontario e tentata estorsione è arrivato al termine di un lungo interrogatorio in cui uno dei due ha confessato di aver affondato per almeno 8 volte la lama di un coltello nel corpo del carabiniere di 35 anni nella notte a cavallo tra il 25 e 26 luglio scorsi in pieno centro. E dopo il ritrovamento del coltello usato per uccidere il militare nascosto dietro un pannello nel soffitto della stanza dove i due americani alloggiavano. Durante l'interrogatorio di convalida del fermo davanti al gip Finnegan Lee si è avvalso della facoltà di non rispondere e Natale Hjorth si è rimesso a quanto dichiarato a verbale, rimanendo anche lui in silenzio. "Per rispetto del militare è meglio non parlare", ha detto fuori dal carcere di Regina Coeli il suo difensore, Francesco Codini. Il gip di Roma, Chiara Gallo, ha convalidato il fermo per i due, accusati anche di concorso in tentata estorsione. Si è anche saputo che Elder Lee faceva uso di psicofarmaci e nella stanza d'albergo sono state trovate boccette di Xanax. "Siamo scioccati. Esprimiamo le più profonde condoglianze alla famiglia del brigadiere Cerciello Rega", dichiara la famiglia di Finnegan Lee Elder in un comunicato pubblicato da Abc. "Non abbiamo informazioni indipendenti sull'accaduto, non siamo stati in grado di avere comunicazioni con nostro figlio. Chiediamo il rispetto della nostra privacy durante questo momento difficile. I nostri pensieri vanno a coloro che sono stati colpiti da questa tragedia". Elder è nato a San Francisco nel 2000 e si è diplomato alla Tamalpais High School nel 2018, insieme a Natale Hjorth. Per un breve periodo - lo riferisce l'Abc - ha frequentato la scuola Sacred Heart Cathedral Preparatory di San Francisco, dove ha giocato a football. La scuola Sacred Hearth è un istituto cattolico, con una retta annuale di 21.250 dollari.

L'appuntamento e l'estorsione. Intanto, a 24 ore dall'accaduto la dinamica comincia a diventare chiara. Tutto comincia dopo la mezzanotte quando i due americani sono a caccia di cocaina per sballarsi e cercano uno spacciatore. Si avvicinano a Sergio Brugiatelli (l'uomo a cui verrà rubato il borsello nero), in piazza Mastai, gli chiedono la droga. Lui non ne ha. Gli indica però il pusher da cui acquistarla. I due americani vanno dallo spacciatore, comprano per 100 euro la dose e se ne vanno. Quando consumano la droga i due si accorgono che la bustina che hanno acquistato non è cocaina ma aspirina. Tornano in piazza, non trovano più lo spacciatore e se la prendono con Brugiatelli. È stato lui a indicargli il pusher ed è lui a dover restituire i 100 euro. Gli prendono quindi il borsello di pelle e fuggono via. "Con la minaccia di non restituire altrimenti quanto sottratto, contattati telefonicamente, formulavano una richiesta di una ricompensa di 100 euro" , scrive poi il pm nel decreto di fermo. Secondo la ricostruzione della Procura, dopo aver stabilito un appuntamento in zona Prati per la riconsegna dello zainetto rubato, "raggiunto il luogo concordato e avvicinatisi i due carabinieri Mario Rega Cerciello e Andrea Varriale in borghese allertati dal Brugiatelli, nonostante i due militari si fossero qualificati come appartenenti all'Arma dei carabinieri, dapprima ingaggiavano una colluttazione rispettivamente il Cerciello con Elder e il Varriale Andrea con Natale Hjorth". Dopodiché Elder - si legge ancora nel decreto - colpiva con "numerosi fendenti il Cerciello" ferendolo "in zone vitali" tanto che a seguito dei fendenti inferti "il carabiniere Cerciello decedeva presso il pronto soccorso dell'ospedale Santo Spirito". Dopo l'aggressione entrambi i responsabili scappavano "incuranti delle condizioni del Cerciello, esanime".

Le testimonianze. Gli indizi di colpevolezza, raccolti dai carabinieri di via In Selci che hanno svolto le indagini, sono "gravi e concordanti" e si avvalgono di numerose testimonianze. Oltre alle dichiarazioni del derubato del borsello Sergio Brugiatelli, ci sono la relazione del carabiniere sopravvissuto, i ricordi del portiere dell'albergo dove la coppia alloggiava e, soprattutto, le dichiarazioni del facchino dello stesso hotel.  Li ha visti rientrare intorno alle 2,45 e ha descritto l'abbigliamento di uno dei ragazzi e il passo veloce col quale è entrato nell'albergo.

La descrizione degli aggressori. Dopo l'omicidio la telefonata del carabiniere sopravvissuto al 112 indica negli assassini due magrebini (così si legge infatti nei brogliacci). Da qui l'equivoco durato qualche ora sull'identità dei responsabili dell'omicidio. Quel che rimane ancora da chiarire in questa storia è da quale telefono il Brugiatelli abbia contattato i 2 americani che avevano il suo cellulare e come abbia chiesto i soccorsi ai carabinieri. Ci sono due versioni sul punto. La prima: ha chiamato il 112 (ma non risultano chiamate fatte da lui); la seconda ha fermato una pattuglia per strada la quale avrebbe diramato intervento, preso in carico dal vicebrigadiere morto e dal suo collega in servizio alla stazione Farnese. Secondo la procura artefice dell'accordo estorsivo con la vittima del furto del borsello, "in termini di partecipazione al colloquio telefonico", come scrivono anche il pm Calabretta e il procuratore aggiunto D'Elia nel decreto di fermo, è Natale, "l'unico dei due in grado di comprendere la lingua italiana". Usciti dall'hotel in Prati per raggiungere il luogo deciso per lo scambio, i due americani si trovano davanti non il ragazzo dal quale pretendevano soldi e droga, ma i due militari in borghese, Mario Rega Cerciello e Andrea Varriale. "A questo punto, le versioni dei due sono parzialmente coincidenti in quanto il Natale ammette che il carabiniere che gli si è avvicinato si è qualificato, benché non fosse in divisa, mentre Elder nega la circostanza o comunque si nasconde dietro la propria difficoltà di comprendere la lingua italiana". Entrambi "singolarmente" hanno una colluttazione con i carabinieri che gli avevano detto di fermarsi, una volta qualificatisi, e "benché nessuno dei due avesse estratto un'arma, Elder, bloccato dal Cerciello, estraeva un coltello (che per dimensioni e tipo è certamente strumento idoneo a cagionare grave offesa) colpendo più volte al tronco la vittima in zona vitale". Il vicebrigadiere ha urlato e solo a quel punto, dice Elder, "si fermava anche Natale". I due a quel punto sono fuggiti in direzione dell'albergo in Prati per poi nascondere e ripulire il coltello. Anche sull'occultamento dell'arma i due forniscono versioni "assolutamente contrapposte, accusandosi reciprocamente". Il coltello è stato trovato nella stanza dell'hotel, riconosciuta da Elder come propria "e l'ha indicata come arma del delitto" e comunque difficilmente non notata dall'amico che però ha negato la circostanza.

 Da Il Fatto Quotidiano il 30 luglio 2019. Un colpo alla testa a un coetaneo cui ha provocato “ferite potenzialmente letali“. Finnegan Lee Elder, il 19enne che ha confessato l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ha un grave precedente per aggressione, per il quale è stato giudicato dal tribunale dei minori della California. I fatti, riportati in un articolo del San Francisco Chronicle a firma del giornalista locale Evan Sernoffsky, sono risalenti a 3 anni fa, quando Elder aveva 16 anni. Il ragazzo, riporta il quotidiano californiano, era membro di una squadra di football presso il Sacred Heart Cathedral Preparatory in San Francisco. “Durante una partita il 29 ottobre 2016 ha dato un pugno a un altro giocatore, come riportano fonti informali agli investigatori”, si legge nell’articolo. E non è tutto. “Elder ha colpito un altro studente di 16 anni nel parco alberato vicino a Sloat Boulevard, sulla 19th Avenue, noto come luogo di ritrovo notturno per adolescenti, hanno riferito le fonti. La vittima è stata colpita sulla testa ed è stata ricoverata in ospedale con ‘ferite potenzialmente letali’, ha affermato la polizia all’epoca. La vittima affrontato una lunga convalescenza e da allora si è diplomata al liceo e frequenta il college. Non è stato possibile raggiungerlo per un commento”. Secondo il Chronicle, “Elder si è ripresentato dopo l’incidente del 2016 per poi essere inserito in un gruppo di una dozzina di giocatori sospesi per l’ultima partita della stagione al Kezar Stadium, a quanto riportano fonti e un’intervista di quell’anno con l’allenatore della scuola”. Il giornalista americano ha contattato “i funzionari del Sacred Heart” che “non hanno risposto ai messaggi del Chronicle”. E poi: “La scuola non ha commentato l’incidente in quel momento e non è chiaro se Elder abbia subito provvedimenti disciplinari prima di iniziare a frequentare il Tamalpais High”. Dopo l’aggressione, “Elder è stato arrestato con l’accusa di aggressione con gravi lesioni fisiche e il suo caso è stato giudicato in tribunale per i minorenni. E’ stato anche condannato per l’incidente, ma non è chiaro quale pena abbia dovuto affrontare”. “Fonti che sono volute rimanere anonime – spiega il quotidiano americano – a causa della delicatezza del caso”. Il giornalista del quotidiano di San Francisco ha anche contattato Sean Elder, lo zio di Finnegan Elder, che agisce come un portavoce della famiglia, il quale “ha detto e che l’incidente faceva parte di ‘una reciproca rissa premeditata, di cui molti membri della squadra di football erano al corrente'”. Dice Sean Elder al Chronicle: “Ho seguito Finn per tutta la sua vita e non l’ho mai visto violento o addirittura perdere la pazienza”, ha detto lo zio. “La scuola non ha preso provvedimenti nei confronti di suo nipote. L’adolescente si è trasferito a Tamalpais High dopo che suo padre si è trasferito a Mill Valley“, riporta l’articolo.

Carabiniere ucciso a Roma, i compagni di scuola sull'omicida Elder Lee: "È sempre stato un violento". Attilio Barbieri su Libero Quotidiano il 29 Luglio 2019. Un piantagrane, dedito all'alcol e non solo. Pericoloso. Questo raccontano a una tv locale californiana i vicini di Finnegan Lee Elder, l'americano accusato di aver ucciso con undici coltellate il vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega. Undici fendenti che hanno provocato un' emorragia fatale, come ha svelato l' autopsia svolta sabato all' istituto di medicina legale della Sapienza, a Roma. Figlio di una famiglia borghese che abita nella zona più elegante alle spalle di San Francisco, in California, nella metropoli californiana Finnegan ha studiato alla Sacred Heart High School, una scuola religiosa che però è costretto ad abbandonare, nonostante fosse ritenuto una promessa del football americano. Due vicini di casa di Finnegan demoliscono l'immagine del bravo ragazzo dipinta dagli amici di famiglia. Se "Fin" - questo è il nomignolo col quale lo chiamano amici e parenti - è uno dei tanti giovani poco raccomandabili che non mancano certo neppure nei quartieri bene della borghesia americana sulla costa occidentale, l' amico di scorribande e compagno di "sballi" Christian Gabriel Natale Hjorth è perfino peggio. È un violento. «Si è sempre saputo che fosse un cattivo ragazzo - racconta un suo ex compagno di scuola della Tamplais High School, Tommy Flynn - si cacciava in storie in cui non vorresti che i tuoi figli si cacciassero. Era noto per avere il carattere di un delinquente». È lui il ragazzo ritratto bendato e ammanettato nella caserma dei Carabinieri di via in Selci, a Roma. Su Instagram, Elder si fa chiamare «King of Nothing», il re del nulla e aggiunge nella sua biografia che «death is guaranteed, life is not», la morte è assicurata, non la vita. Finnegan vive nella Bay Area di San Francisco, dove è nato nel 2000: è l' area dove risiedono le famiglie più facoltose, perché da lì si gode una spettacolare vista del Golden Gate, il ponte che si affaccia sul Pacifico. Abbandonato il football, Fin si è trasferito alla Tamalpais High School a Mill Valley, sempre nella baia di San Francisco, dove ha conseguito nel 2018 il diploma. La stessa scuola in cui si è diplomato anche il suo amico, Gabriel Christian Natale Hjorth, anche lui accusato dell' omicidio. I due ragazzi, scorrendo i nomi dei diplomati 2018, sono tra i pochi a non aver ricevuto gli «onori», che vengono assegnati in base alla media finale dei voti. «Siamo sconvolti», ha fatto sapere la scuola. «È folle sentire che è successo alle persone del mio liceo, non me lo aspettavo», ha aggiunto uno degli studenti. Intanto, sull' abitazione della famiglia Elder, nel Sunset District di San Francisco, è comparso un cartello scritto a mano e attaccato al cancello di ferro: «Per favore, rispettate la privacy della famiglia. Non disturbare». «Siamo scioccati e sgomenti per quanto accaduto. Esprimiamo le più profonde condoglianze alla famiglia del brigadiere Mario Cerciello Rega», hanno scritto i genitori in un comunicato pubblicato da Abc News. Ma i voti bassi, l' atteggiamento provocatorio, le sbornie prese negli States, non sono nulla rispetto a quanto accaduto due giorni fa. A Roma Elder e Hjorth, quella notte maledetta, ubriachi fradici, erano a caccia di cocaina e almeno uno di loro faceva uso di psicofarmaci, come dimostra il flacone di Xanax, rinvenuto nella camera d' albergo del Meridien, assieme agli abiti insanguinati e al coltello che ha ucciso il vicebrigadiere Cerciello Rega. Che ha incrociato la loro strada.

Flavio Pompetti per “il Messaggero” il 2 agosto 2019. Combatteva a mani nude nel parco con altre persone disposte ad affrontarlo, ogni colpo permesso. Il giovane Finnegan Elder, che è accusato di aver accoltellato il vice brigadiere Mario Cerciello, ha partecipato a questi rituali cruenti in un area verde di San Francisco, dove non è raro che i giovani si riuniscano per sfidarsi. Sfide che ogni tanto finiscono con qualche ragazzo costretto ad andare in ospedale. La storia è confermata da suo zio, l'ex giornalista di Newsweek Sean Elder, che fa da portavoce per conto della famiglia in queste giornate terribili dopo la diffusione della notizia del crimine. La stampa statunitense si era interessata una sola volta a questa scena da branco selvaggio, quando nel novembre del 2016 in un confronto tra Finnegan e un compagno della squadra di football della scuola superiore Sacred Heart Cathedral di San Francisco, la violenza si era spinta un po' troppo in avanti. Finnegan aveva picchiato per scommessa il compagno durante una festa di fine campionato alterata dall'alcool e dalle droghe, e lo aveva colpito duro alla testa, al punto di produrgli, secondo il referto della polizia «lesioni potenzialmente letali». Ci sono voluti anni perché il malcapitato potesse guarire completamente dagli effetti della scazzottata, ma alla fine il recupero è stato completo, e oggi il giovane si è diplomato ed è uno studente universitario di buon successo. Lo zio Sean assicura che l'episodio non ha lasciato tracce sulla fedina penale di suo nipote, ma l'episodio non è stato isolato. Alcuni compagni di scuola della Tamalpais, il liceo nel quale Finnegan Elder si era iscritto in seguito al trasferimento del padre a Mill Valley, raccontano che il giovane era attirato dal confronto fisico, come se lo cercasse per addestrarsi a combattere. Due di loro chiedono di restare anonimi perché in tempi di esposizione globale su Internet, temono di associare indissolubilmente il loro nome ad una storia di omicidio. Ma dietro l'anonimato, raccontano di un Finnegan dalla doppia identità: socievole e apprezzato dai suoi coetanei, specialmente dalle ragazze; cortese nell'accompagnare a casa con la sua vettura chi ne aveva bisogno dopo la fine delle lezioni. Ma irascibile fino alla rabbia cieca, che spesso sfogava con una guida aggressiva in mezzo al traffico. Non aveva un solo vero amico alla Tamalpais, sembrava non averne bisogno, e sembrava piuttosto che nella rappresentazione della sua vita da lupo selvatico non ci fosse spazio per l'amicizia. Le scazzottate erano una specie di esercitazione all'abilità di combattere. Finn le cercava, le provocava con altri studenti, incurante della differenza di età e di corporatura. Era come ossessionato dall'idea di proiettare un'immagine di sé stesso aggressiva e cinica dice uno dei suoi ex amici I tatuaggi esibiti con ostentazione, la tintura di capelli come un divo dell'hard rock, tutto congiurava a costruire l'involucro di un guerriero spietato, nichilista e con nessuna aspettativa rispetto al futuro. In una delle pause scolastiche aveva preso a lavorare per un imprenditore edile, un'esperienza molto comune tra gli studenti statunitensi. Sul cantiere aveva avuto un incidente nel quale si è schiacciato un dito, e i medici non sono riusciti a salvarlo e hanno dovuto procedere con un amputazione. Anche quella menomazione, ricordano i suoi amici, era mostrata in pubblico come un segno non solo di virilità, ma di disprezzo della banale conformità di tanti altri suoi coetanei. E persino l'instabilità dell'umore e la salute mentale erano più simulate che reali. «Se l'hanno pescato con lo Xanax sul comodino della stanza d'albergo, non è certo perché un medico gliel'aveva prescritta. Ne ha sempre fatto uso, ma a fini ricreativi, non certo legali».

Nic. Pin. per “la Stampa” il 29 luglio 2019. Laura vive a Roma da quasi due anni, ha 25 anni e frequenta l'università americana. Anche lei è di San Francisco e casualmente ha frequentato lo stesso liceo a cui era iscritto Finnegan Lee Elder, il ragazzo col ciuffo viola accusato di aver infierito sul vicebrigadiere di Somma Vesuviana. Da due giorni raccoglie foto e testimonianze e con gli altri ragazzi del liceo Sacro Cuore ricorda le disavventure di quel ventenne troppo incline alla rissa. «Ce lo aspettavamo, che prima o poi potesse combinare qualcosa di grave - racconta - Era particolare fin da piccolo. Anche violento: gli sono sempre piaciuti gli eccessi. E infatti si era già ritrovato nei guai». Il primo fattaccio Laura lo ricorda benissimo: risale al 2016. Finnegan ha solo 16 anni e già mostra di avere un certo caratterino. In quel periodo i genitori pensano (e sperano) che possa diventare un campione di football. Invece, abbandona lo sport e inizia con le cattive compagnie. La rissa negli Usa Una sera d' autunno, alla fine di una festa, il litigio con un compagno di scuola rischia di finire in tragedia: «Si sono picchiati, botte fortissime in mezzo alla strada, perché si contendevano una ragazza - racconta la ragazza - Una zuffa conclusa davvero molto male: uno dei due è finito in ospedale in gravi condizioni». In pericolo di vita, spiegavano in quei giorni i giornali locali. Il fatto sconvolge la scuola privata Sacro Cuore e per questo Finnegan viene subito sospeso. «Era minorenne e per questa ragione non è stato arrestato e il suo nome non è neanche stato pubblicato sui giornali», dice un altro ragazzo di San Francisco che dagli Stati Uniti scrive sulla chat creata dagli ex compagnia di scuola: si raccolgono informazioni e si condivide l'indignazione per il drammatico omicidio di Roma. «Anche i vicini di casa stati intervistati dalle tv locali - aggiunge Laura - raccontano che Finnegan è sempre stato un ragazzo difficile. Spesso ubriaco, sempre pronto a innescare la rissa. Ci aspettavamo che prima o poi perdesse la testa: certo non potevamo immaginare che potesse essere coinvolto in qualcosa di così grave». Nel quartiere di Stern Grove - dice la ex compagna di scuola - Finnegan Lee Elder lo conoscono in tanti: famiglia perbene, frequentazioni discutibili e troppe serate a base di alcol. «Tutti i nostri amici sono indignati. Questa è una brutta figura anche per noi. E anche per la nostra scuola, che negli Stati Uniti è molto conosciuta e considerata di buon livello. Sapere che uno di noi è protagonista di un fatto del genere in Italia è drammatico». Gli americani nella Capitale Il pub di piazza Campo dei fiori per gli americani è diventato una specie di rifugio. Non un nascondiglio, ma un luogo di ritrovo sicuro. Quasi un confessionale. «In questi giorni siamo rimasti in pochi, perché quasi tutti gli studenti sono tornati a casa negli Stati Uniti, oppure sono andati in vacanza. Qui ci confortiamo a vicenda, perché ciò che è successo ha sconvolto anche noi». Non hanno paura, ma se potessero fuggirebbero tutti al più presto: «Con gli italiani andiamo d' accordo - dicono Tom e Anthony, due trentenni di New York che sorseggiano una birra sotto l' insolita pioggia estiva - Siamo certi che nessuno si vendicherà con noi, ma vorremmo che tutti sapessero che siamo addolorati: ci sentiamo un po' in colpa se un nostro connazionale commette un reato così grave. Noi non abbiamo alcuna colpa e questo lo sanno tutti. Ma vogliamo scusarci a nome dei nostri connazionali». «Siamo un po' preoccupati - dice la cameriera del locale - Qualcuno è venuto a fare delle foto, speriamo che non succeda niente di grave. Qui tra l' altro anche i carabinieri sono di casa: i militari della stazione vengono da quasi ogni sera». Le foto Sulle chat, intanto, arrivano altri messaggi e altre foto. Finnegan non è un grande frequentatore dei social network e il suo profilo Instagram è inaccessibile. Ma da San Francisco qualcuno fa gli screenshot e fa arrivare le immagini. In tutte il giovane accusato di aver accoltellato il vicebrigadiere ha lo smalto nero sulle unghie, la capigliatura stravagante e quasi sempre una bottiglia in mano. In una anche un coltellaccio in pugno.

Mario Cerciello Rega.  Mario ucciso a Roma, la moglie: «Gli avevo detto di non uscire, ma lui era coraggioso». Pubblicato sabato, 27 luglio 2019 da Corriere.it. «Lo sai, papà, Gesù sulla Croce ha avuto cinque piaghe, Mario stanotte ne ha ricevute otto», sospira, quasi in trance, Rosa Maria Esilio, la giovane moglie del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, piangendo tra le braccia di suo padre, che si chiama Mario anche lui, Mario Esilio, ed era il commissario capo di polizia a Somma Vesuviana fino a dieci anni fa, quando è andato in pensione. Otto piaghe di coltello che hanno distrutto un sogno. Si dispera adesso, Rosa Maria, soprattutto pensando alle ultime ore trascorse nella casa al secondo piano di via dei Balestrari, presa in affitto da neppure un mese, dopo il matrimonio, per andarci a vivere insieme, a cento metri dalla caserma di piazza Farnese: «Lo sai, papà, prima che Mario uscisse gli ho detto: ma perché stasera non resti in ufficio? Stai in caserma, che devi fare fuori? Mi raccomando. Ma lui era coraggioso, generoso e adesso è morto». «Chissà, forse se lo sentiva — riflette suo padre quando lei è lontana — ma Mario era fatto così, lavorava moltissimo, era fidanzato con l’Arma...». La figlia, 28 anni, laureata a Napoli in Farmacia, aveva lasciato tutto per l’amore della sua vita. Si era trasferita a Roma e qui presto ha trovato anche lavoro in una farmacia di via Veneto. Sembrava una favola. La sua bacheca Facebook è colma di pensieri tutti per il suo sposo. Ci sono le foto di loro due che si baciano. Rosa Maria cita Cechov: «La gente non si accorge se è estate o inverno quando è felice». E poi Neruda: «T’amo senza sapere come, né quando, né da dove, t’amo direttamente senza problemi né orgoglio: così ti amo perché non so amare altrimenti che così». «Ma il sogno è finito», abbassa gli occhi l’anziano genitore, accorso da Somma Vesuviana per stare vicino alla figlia. «Non so se riuscirò mai a risollevarla, credo di non avere abbastanza forza», si lascia andare il commissario in pensione. Intorno a lei fanno da scudo gli amici carabinieri del marito, gli stessi che il 13 giugno, il giorno delle nozze, formarono il picchetto d’onore nella chiesa di Santa Maria del Pozzo a Somma Vesuviana e poi accolsero fuori gli sposi facendoli passare sotto un tunnel di spade. Ricordi bellissimi, come quando erano ancora fidanzati e lei, Rosa Maria, saliva da Napoli per venire a trovare Mario portandogli mozzarelle, pastiere e teglie ricolme di parmigiana di melanzane, se tante volte lui avesse avuto un po’ di nostalgia per la sua terra. Naturalmente, poi, di tante prelibatezze beneficiavano pure tutti i commilitoni. «Lui era la mia gioia, era il mio tutto», dice Rosa Maria alla fine della messa serale officiata nella chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini, proprio di fronte alla caserma, da don William Barker, amico caro del vicebrigadiere Cerciello Rega. I parenti circondano la ragazza che ha il volto trasfigurato dal dolore: «Me l’hanno ucciso — ripete mille volte —. In una notte, dopo tanti sacrifici, me l’hanno portato via. Non è giusto. Senza di lui, io non ce la faccio».

Auto della Polizia di Stato a sirene spiegate per rendere omaggio a Mario Cerciello. Leggilo il 26/07/2019. Davanti al comando generale dell’Arma dei Carabinieri le auto della Polizia di Stato, a sirene spiegate, hanno reso omaggio a Mario Cerciello Rega, il militare ucciso questa notte a coltellate durante un controllo a due ladri. Tutta l’Arma dei Carabinieri si stringe intorno al dolore per la morte di Mario Cerciello Rega. Vice brigadiere in servizio, ad ucciderlo sono state 7 coltellate sferrate da un nordafricano. Poco fa, i colleghi della Polizia di Stato hanno deciso di rendergli un omaggio a sirene spiegate. Una decina di volanti, con lampeggianti blu accesi, si sono recate fuori il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri in viale Romania, ai Parioli, per rendere onore al collega. La notizia, e il video della commovente parata, è stata ripresa sul profilo Twitter dell’Arma: Volanti della @poliziadistato, a sirene spiegate, davanti al Comando Generale dei #Carabinieri, per solidarietà all'Arma che oggi perde uno dei suoi uomini. Un momento pieno di emozione che ci sembra giusto condividere, ringraziando i colleghi della Polizia per il gesto.

La morte del Carabiniere, sposato da soli 43 giorni, ha lasciato un grande segno nelle Forze dell’Ordine. Le immagini sono state girate dall’interno del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri e sono state condivise in rete da un ufficiale dell’Arma. “Un grande gesto, un video da brividi”, si legge in uno dei commenti. Poi ancora: “Onore alle nostre Forze dell’ordine, sono migliori al mondo. Onorate l’Italia, siamo fieri di voi”, scrive un utente. A piangere e disperarsi, in queste ore, è anche il collega di Cerciello, salvo per miracolo per aver reagito alla violenza dell’altro magrebino. La sua ricostruzione dei fatti è nota: tutto sarebbe iniziato con un borseggio a piazza Mastai. La vittima viene derubata di borsello e cellulare, denuncia il furto ai Carabinieri dopo aver chiamato il suo cellulare rubato dai due magrebini. Al telefono, i ladri le danno appuntamento a piazza Cavour per la restituzione in cambio di una somma di denaro. La donna arriva con Cerciello e il collega. “Quando li abbiamo visti ci siamo avvicinati, ci siamo qualificati e dopo pochi istanti ne è nata una colluttazione”, dice il collega, rimasto ferito in diverse parti del corpo, come riporta Il Gazzettino. “Dopo poco ho sentito Mario urlare colpito da più coltellate. Mi sono precipitato per soccorrerlo mentre i due si davano alla fuga. Ho chiamato subito i soccorsi e la centrale operativa per chiedere aiuto e dare la descrizione dei due aggressori”, prosegue nel racconto. Intanto, secondo le prime indiscrezioni, sembra che i responsabili – tre marocchini e un algerino – sarebbero stati fermati dai Carabinieri.

Carabiniere ucciso a Roma, il collega: «Ho sentito Mario urlare, ho provato a salvarlo». Il Gazzettino Venerdì 26 Luglio 2019. Poteva morire anche lui, e si è salvato per caso e perchè ha reagito alla violenza dell'altro magrebino. Il carabiniere che era di pattuglia insieme al vice brigadiere Mario Rega Cerciello, ucciso stanotte vicino piazza Cavour a Roma ha raccontato così ai colleghi e ai superiori come sono andate le cose. Lo ha fatto a caldo immediatamente dopo l'aggressione. Questa la sua ricostruzione dei fatti. Tutto sarebbe iniziato «con un borseggio a piazza Mastai, la vittima viene derubata di borsello e cellulare, denuncia il furto ai carabinieri dopo aver chiamato il suo cellulare rubato dai due magrebini. Al telefono i ladri gli avevano dato appuntamento vicino a piazza Cavour per la restituzione in cambio di una somma di denaro». La ricostruzione che il carabiniere sopravvissuto all'aggressione dei due magrebini fa ai colleghi e ai superiori fa riferimento all'utilizzo di due pattuglie, una in borghese e una del 112. La vittima del furto, secondo quanto si apprende, avrebbe accompagnato i carabinieri nella ricerca. All'appuntamento in via Cossa arriva prima la sua pattuglia. Ecco cosa è successo stando a quanto riferito ai superiori dal collega del carabiniere ucciso. «Quando li abbiamo visti ci siamo avvicinati, ci siamo qualificati e dopo pochi istanti ne è nata una colluttazione tra i due carabinieri e i due magrebini». Il collega del carabiniere ucciso, che riporterà numerose collusioni in più parti del corpo, ha raccontato ai colleghi che si sono messi alla caccia: «Dopo poco ho sentito Mario urlare colpito da più coltellate. Mi sono precipitato per soccorrerlo mentre i due si davano alla fuga. Ho chiamato subito i soccorsi e la centrale operativa per chiedere aiuto e dare la descrizione dei due aggressori». Descrizione che in poco tempo fa il giro delle pattuglie del 112 delle volanti del 113 e nelle chat interne dei carabinieri nelle quali si racconta di due magrebini di 20-25 anni «alti circa 1 metro e 80 cm, con felpa viola e nera, uno con capelli mesciati, durante colluttazione uno dei due stranieri attingeva il vice brigadiere Cerciello con 7 coltellate, una delle quali al cuore». Sempre dalla chat dei carabiniere si leggeva «trasportato d'urgenza al Santo Spirito spirava dopo tentativo di rianimazione. Soggetti in fuga. Sul posto sezioni rilievo reparto operativo e prima squadra nucleo operativo Roma».

Federica Angeli per “la Repubblica” il 30 luglio 2019. Il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega non aveva con sé la pistola quando è intervenuto in via Cossa, nel quartiere Prati, alle 3 e 13 del 26 luglio scorso, all' appuntamento con i due americani per recuperare un borsello per cui era stata fatta una richiesta estortiva al legittimo proprietario. L' aveva lasciata nel suo armadietto, in caserma «e solo lui può sapere perché lo ha fatto», dice il generale Francesco Gargaro, comandante provinciale di Roma nel corso di una lunghissima ricostruzione dell' accaduto. La notizia arriva a quattro giorni dalla tragica morte del vicebrigadiere e lascia tutti, per un attimo, senza parole. Una delle primissime domande fatte per ricostruire il momento in cui i due americani hanno aggredito la pattuglia in borghese della stazione Piazza Farnese - il vicebrigadiere Cerciello e il suo collega Andrea Varriale - all' indomani dell'accoltellamento, è stata proprio quella. Avevano un'arma? Erano in borghese, d'accordo, ma con una pistola? La risposta del comando provinciale è stata sempre una: sì, erano armati. «Intervenire in abiti civili non significa essere sprovvisti della pistola». Eppure ieri, e soltanto ieri, si è saputo che Cerciello la sua arma l' aveva dimenticata, o comunque lasciata nell' armadietto in caserma. Non era un elemento che avrebbe potuto inquinare le indagini. Eppure la verità è stata tenuta nascosta fino a ieri. Uno dei punti chiave della ricostruzione è il perché i due militari non si siano difesi, nel caso anche sparando. Cerciello non aveva la pistola «ma solo le manette», specificano gli inquirenti. E se anche l'avesse avuta, spiega il generale Gargaro, «non ci sarebbe stata, come in effetti non c' è stata, la possibilità di usarla». Non appena sono arrivati all'appuntamento con i due californiani, i militari «sono stati sopraffatti. Varriale è stato buttato a terra e Cerciello Rega è stato cinto e poi pugnalato ». Tutto si sarebbe consumato in un minuto. E se Varriale avesse sparato? Andrea Varriale la pistola la aveva. Lui sì. Ma non l' ha estratta. Neanche per esplodere un colpo a scopo intimidatorio. Perché? «Varriale non poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti oggi sarebbe lui indagato per un reato grave. I colpi in aria a scopo intimidatorio non sono previsti dal nostro ordinamento ». E comunque «si è preoccupato di soccorrere il collega a terra, insanguinato, cercando di fermare l'emorragia con un panno, fino a quando non sono arrivati i soccorsi ». Quattro pattuglie di copertura Varriale e Cerciello non erano soli e allo sbaraglio per quell'intervento, sottolineano gli inquirenti. «C'erano quattro pattuglie nella zona a loro copertura». Nei giorni precedenti era stato detto che erano due, ieri sono diventate quattro. Il problema è che, non potendo essere visibili, per non inficiare l' operazione, non hanno neanche potuto vedere che cosa stava accadendo e dunque non hanno assistito all' accoltellamento del vicebrigadiere. Nessuno, dunque, è potuto intervenire per bloccare i due assassini in fuga. L'unico ad assistere all' omicidio è Sergio Brugiatelli, l'uomo che all' una di notte (due ore prima dell' accoltellamento) aveva denunciato in strada, a Trastevere, proprio a Varriale e a Cerciello di essere stato derubato del borsello e poi alle 2 aveva chiamato il 112 per denunciare l' estorsione. Alle 3 e 13, dopo l' accoltellamento, Brugiatelli si avvicina a una pattuglia e descrive gli assassini come due nordafricani. Perché ha mentito? «Ha avuto timore di svelare che conosceva gli autori dell' omicidio. Non voleva essere associato al fatto». Poi ha cambiato la sua versione, conclude il generale Gargaro. Brugiatelli conosce i due americani alle 23.30 in piazza Trilussa. Loro gli chiedono della cocaina e lui si offre di accompagnarli da un suo amico pusher, Italo Pompei. Quando arrivano dallo spacciatore, quattro carabinieri liberi dal servizio si accorgono dello smercio di droga e intervengono. Gli acquirenti scappano e il maresciallo Pasquale Sansone, chiama il suo sottoposto Varriale invitandolo ad andare lì. È normale che non si passi dalla sala operativa e che si chiami sul cellulare militari in servizio per intervenire? «Sì lo è», replica Gargaro. «E non è certo biasimevole ma apprezzabile che dei carabinieri liberi dal servizio si preoccupino di individuare spacciatori e ladri nei loro quartieri o in quelli limitrofi. Si è carabinieri anche quando si è liberi dal servizio». Grazie alle telecamere gli inquirenti risalgono all'identità dei due americani e li rintracciano in hotel. Alle 11 di venerdì vengono portati nella caserma di via In Selci dove alle 17 arriverà il pubblico ministero per interrogarli. In quelle ore la foto choc dell' americano bendato e ammanettato fa il giro delle chat interne all' Arma. Sulla questione, chiosa il procuratore Michele Prestipino, «stiamo facendo piena luce». «Quando gli abbiamo detto che un carabiniere era rimasto ucciso, Christian Gabriel Natale Hjorth ha chiesto più volte conferma: "Ma è proprio morto? È morto davvero?"» ricorda la procuratrice aggiunta Nunzia D'Elia. «Finnegan Lee Elder invece, quando ha saputo, ha versato qualche lacrima». «Esprimo il disappunto e il dispiacere mio e di tutti i carabinieri di Roma per le ombre e i presunti misteri sollevati e diffusi in merito a questa vicenda in questi giorni, laddove una ricostruzione attenta e scrupolosa dell' intervento dei carabinieri ha dimostrato la sua correttezza e regolarità», sottolinea il generale Gargaro. Di diverso avviso il procuratore Prestipino: «Le indagini andranno avanti per chiarire ancora tutto, ci sono ancora punti oscuri». Compresi i tabulati di tutti i protagonisti di questa storia.

Auto incustodita e pistola dimenticata:  l’ultimo mistero sul carabiniere ucciso. Pubblicato martedì, 30 luglio 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Tra i video recuperati dai carabinieri su quanto accaduto tra il 25 e il 26 luglio, non c’è la scena dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. I filmati mostrano l’arrivo dei due giovani americani all’appuntamento fissato con il mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli e la loro fuga. Forniscono dettagli preziosi per l’indagine. Ma non consentono di ricostruire l’aggressione mortale di Lee Finnegan Elder e del suo complice Gabriel Christian Natale-Hjorth. E dunque di chiarire tutti i dubbi che ancora segnano l’operazione condotta quella sera dai militari. Incongruenze emerse dall’incrocio dei verbali e delle note di servizio di chi era sul posto, ma anche di chi aveva programmato l’intervento. Ufficialmente Cerciello Rega e il collega Andrea Varriale sono in servizio, presenti all’una di notte in piazza Mastai dove Brugiatelli racconta di essere stato derubato del borsello. Vanno via e poi vengono richiamati quando devono andare con lo stesso Brugiatelli a tentare di recuperare quanto gli è stato portato via. Ci sono due elementi che sembrano smentire questa versione. Nella sua ordinanza di arresto dei due statunitensi il gip Chiara Gallo afferma che soltanto Varriale è nella piazza. E ancora: la circostanza rivelata ieri sul fatto che Cerciello fosse senza pistola, potrebbe in realtà nascondere che fosse fuori servizio. E dunque bisognerà chiarire ogni suo spostamento fino alla decisione di coinvolgerlo nell’operazione di recupero. I due comunque arrivano nei pressi del luogo stabilito per lo scambio: gli americani consegneranno il borsello, Brugiatelli consegnerà i soldi. Generalmente in questi «cavalli di ritorno» il derubato viene mandato all’incontro e i carabinieri restano nascosti. E invece in questo caso viene seguita una diversa procedura, addirittura lasciando la vettura di servizio. Scrive il gip: «I due operanti raggiungevano via Gioacchino Belli e a piedi arrivavano in via Cesi, lasciando Brugiatelli nei pressi dell’autovettura di servizio parcheggiata in sosta presso via Belli». Non si comprende come mai abbiano deciso di lasciare l’auto al mediatore dei pusher. E se invece l’avevano chiusa e lui era fuori, perché non farlo andare con loro? L’ipotesi è che in realtà Brugiatelli fosse un confidente o comunque una persona alla quale i carabinieri della stazione di piazza Farnese si rivolgevano per avere informazioni su quanto accade in zona. E abbiano deciso di gestire personalmente la restituzione del maltolto. Per ricostruire questi momenti c’è soltanto la nota di servizio di Varriale. La zona è piena di telecamere, tanto che ci sono numerosi video di quella notte, ma nulla che racconti l’aggressione. Il carabiniere scrive: «I due soggetti notati in atteggiamento palesemente guardingo e sospettoso, venivano da noi repentinamente avvicinati. Ci qualificavamo come appartenenti all’Arma dei carabinieri attraverso l’esibizione dei tesserini, ma i due ci aggredivano fisicamente per vincere un nostro tentativo di bloccaggio». Il militare dice di aver subito «calci, graffi e pugni», mentre il collega urlava «fermati siamo carabinieri basta». Poi ricorda Cerciello Rega «che perdeva moltissimo sangue e si accasciava al suolo dicendo: «Mi hanno accoltellato». Entrambi i carabinieri appaiono molto più aitanti degli aggressori e soprattutto almeno uno aveva l’arma. Come mai non ha sparato almeno un colpo in aria? È possibile che sul posto ci fosse in realtà qualcun altro? Oppure che anche Brugiatelli abbia partecipato alla rissa? Se Cerciello Rega aveva dimenticato la pistola in caserma, come mai si è deciso di farlo partecipare comunque all’intervento? Secondo la versione fornita dell’Arma «si tratta di operazioni semplici, ne vengono fatte decine al mese, i rischi sono ridotti al minimo». Una posizione che stride con quanto dichiarato ieri dal comandante provinciale Francesco Gargaro sul fatto che «quella sera in zona c’erano quattro pattuglie, che non dovevano essere visibili per non pregiudicare l’operazione e sono intervenute pochi minuti dopo». Su questo punto ci sono almeno due circostanze da chiarire. Chi ha pianificato la presenza di quelle pattuglie e dove le ha dislocate? Ma soprattutto: se l’intervento ha portato a mobilitare tante pattuglie, non si comprende perché Cerciello non abbia detto di essere disarmato.

Carabiniere ucciso, «Quella sera Cerciello Rega aveva dimenticato l'arma». Pubblicato martedì, 30 luglio 2019 da Corriere.it. «Gli indiziati sono stati individuati e interrogati dai magistrati nel rispetto della legge». Così il procuratore aggiunto di Roma, Michele Prestipino, durante la conferenza stampa sul caso dell'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ucciso con 11 coltellate. Gli interrogatori di Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth «sono stati effettuati con tutte le garanzie difensive — ha spiegato —, alla presenza dei difensori, dell'interprete e previa lettura di tutti gli avvisi di garanzia previsti dalla legge. Gli interrogatori sono stati anche registrati». Prestipino ha poi aggiunto che la procura della Repubblica indagherà con rigore sulla vicenda della fotografia che mostra bendato in caserma uno dei due giovani americani (Natale Hjorth) accusati dell'omicidio del vice brigadiere: «C'è stata una tempestiva segnalazione da parte della stessa Arma», che ha definito il fatto «grave e inaccettabile». La Procura ha avviato indagini in merito nel corso delle quali verrà adottato il «rigore dimostrato in altre analoghe vicende». «Natale Hjorth non ci ha detto nulla in sede di interrogatorio del fatto che fosse stato bendato prima di essere sentito da noi magistrati, ha chiarito Prestipino. «Vi sono alcuni aspetti della vicenda che devono essere ancora approfonditi. Accertamenti saranno condotti dal mio ufficio con scrupolo e tempestività», ha concluso Prestipino, ringraziando gli agenti per essere arrivati all'individuazione dei responsabili nelle prime dodici ore. La morte del carabiniere «è una perdita insanabile e vuoto incolmabile, resta l'esempio che vi deve guidare». Il vicebrigadiere «era un servitore dello Stato caduto nell'adempimento del dovere, un dovere duro ma essenziale e determinante per garantire l'esistenza dello Stato e assicurare il rispetto della legge sempre e comunque». 

L'arma dimenticata. Perché la notte del 26 luglio erano presenti anche degli agenti in borghese? «Nel quartiere Trastevere operiamo sempre sia con servizi in borghese sia in divisa, ed è questo il contesto in cui abbiamo operato. Interventi di questo tipo li facciamo ogni giorno», ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Francesco Gargaro. Sul momento dell'omicidio, poi, e sul mancato uso delle armi da parte di Varriale e Cerciello Rega, Gargaro ha spiegato: «Non c'è stata possibilità di usare le armi. Primo perché è disciplinato e comunque perché sono stati sopraffatti nell'immediatezza. Nè il carabiniere Varriale poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato lui indagato. I colpi in aria a scopo intimidatorio non sono previsti dal nostro ordinamento». Cerciello non aveva l'arma con sé al momento dell'aggressione, ma solo le manette: «L'aveva dimenticata. Ma non cambia perché, come Varriale, non avrebbe avuto il tempo di reagire». Riguardo alla presenza di altre unità in zona Gargano ha ricordato che «c'erano quattro pattuglie che non dovevano essere visibili per pregiudicare esito operazione». Perché la notte del 26 luglio erano presenti anche degli agenti in borghese? «Nel quartiere Trastevere operiamo sempre sia con servizi in borghese sia in divisa, ed è questo il contesto in cui abbiamo operato. Interventi di questo tipo li facciamo ogni giorno», ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Francesco Gargaro. Sul momento dell'omicidio, poi, e sul mancato uso delle armi da parte di Varriale e Cerciello Rega, Gargaro ha spiegato: «Non c'è stata possibilità di usare le armi. Primo perché è disciplinato e comunque perché sono stati sopraffatti nell'immediatezza. Nè il carabiniere Varriale poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato lui indagato. I colpi in aria a scopo intimidatorio non sono previsti dal nostro ordinamento». Cerciello non aveva l'arma con sé al momento dell'aggressione, ma solo le manette: «L'aveva dimenticata. Ma non cambia perché, come Varriale, non avrebbe avuto il tempo di reagire». Riguardo alla presenza di altre unità in zona Gargano ha ricordato che «c'erano quattro pattuglie che non dovevano essere visibili per pregiudicare esito operazione».

La falsa indicazione dei due magrebini. L'indicazione del fatto che fossero stati due maghrebini «è stata data da Brugiatelli», la persona che era stata derubata della zaino, ha aggiunto Gargaro. «Ha parlato di due persone di carnagione scusa, presumibilmente maghrebini - sottolinea -. Lo ha detto perché aveva il timore di dire che conosceva gli autori dell'omicidio. Non voleva essere associato al fatto. Solo dalle immagini si è scoperto l'antefatto».

Sulla fotografia «nessuna indulgenza». Al momento di rendere l'interrogatorio davanti ai magistrati della procura di Roma, i due californiani, fermati per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega sono apparsi «in ottime condizioni senza segni di nessun genere», ha concluso il procuratore aggiunto Nunzia D'Elia. «Sulla vicenda della fotografia a uno dei fermati mentre era imbavagliato non ci sarà nessuna indulgenza». Infine, ha ricordato come Elder Finnegan Lee si sia presentato all'appuntamento di via Cesi armato di coltello perché aveva paura: «Gli abbiamo chiesto se aveva visto se il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega fosse armato o no. E lui ha ammesso di non aver visto alcuna arma e neanche che il militare avesse cercato di prenderla. Lui non ha dato spiegazione del fatto che avesse portato il coltello dagli Usa, ma ha precisato che lo ha portato all'incontro perché temeva che gli potesse succedere qualcosa».

Carabiniere ucciso a Roma, parlano gli inquirenti: "Cerciello in servizio ma aveva dimenticato la pistola". Lunga conferenza stampa sulle indagini per la morte di Mario Cerciello Rega: "Giusta la scelta di intervenire in borghese, basta ombre e presunti misteri". Sulla foto del ragazzo americano bendato in caserma interviene il procuratore Prestipino: "Indiziati interrogati nel rispetto della legge". Laura Venuti il 30 luglio 2019 su La Repubblica. Il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega non aveva con sé la pistola nella notte in cui è stato ucciso. È il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Francesco Gargaro, a rendere noto un particolare importante sull'uccisione del carabiniere accoltellato in via Pietro Cossa, nel quartiere Prati. Il generale, insieme al procuratore facente funzioni, Michele Prestipino, e al procuratore aggiunto Nunzia D'Elia, ha condotto una lunga conferenza stampa a quattro giorni dalla morte del vicebrigadiere e dall'arresto dei due cittadini americani Christian Gabriel Natale Hjort e Finnegan Lee Elder. Gargaro ha anche espresso "il disappunto e dispiacere per le ombre e i presunti misteri sollevati e diffusi in merito a questa vicenda", ribadendo che la ricostruzione "ha dimostrato la correttezza e la regolarità dell'intervento". Ma, ha aggiunto Prestipino, "vi sono alcuni aspetti della vicenda che devono essere ancora approfonditi. Accertamenti saranno condotti dal mio ufficio con scrupolo e tempestività". Riferendosi alla foto scattata venerdì 26 luglio in un ufficio del Reparto investigativo dei carabinieri di via In Selci, in cui si vede Natale Hjorth a capo chino, ammanettato dietro la schiena, con un foulard sugli occhi che gli impedisce la vista, Prestipino ha sottolineato che i due sono stati "interrogati nel rispetto della legge". Il procuratore ha anche spiegato che vi è stata "tempestiva segnalazione da parte della stessa Arma", che i vertici "hanno definito il fatto grave e inaccettabile" e che la Procura sul punto ha avviato "indagini necessarie per accertare quanto accaduto, per darne una qualificazione giuridica, senza pregiudizio, con determinazione e rigore, già dimostrati in altre vicende". Il procuratore aggiunto D'Elia ha poi spiegato che al momento di rendere l'interrogatorio davanti ai magistrati i due californiani sono apparsi "in ottime condizioni senza segni di nessun genere". Ai giornalisti americani presenti, che facevano domande sul trattamento riservato ai propri concittadini, come l'assistenza linguistica, e ipotizzava paralleli con il caso di Amanda Knox, gli inquirenti hanno risposto lapidariamente "la procura di Roma è abituata a trattare con indagati di ogni nazionalità".

Omicidio Cerciello Rega, la ricostruzione di quella notte. Il generale Gargaro ha ricostruito i fatti che hanno preceduto e seguito l'uccisione del vicebrigadiere e ha definito "giusta" la decisione di mandare i due militari in borghese all'appuntamento con gli americani. "Esprimo il disappunto e dispiacere mio e di tutti i carabinieri di Roma per le ombre e i presunti misteri sollevati e diffusi in merito a questa vicenda in questi giorni, laddove una ricostruzione attenta e scrupolosa dell'intervento dei carabinieri ha dimostrato la correttezza e la regolarità dell'intervento, tra l'altro analogo e ricorrente a Roma non dico ogni giorno ma quasi, anche per i cosiddetti cavalli di ritorno. In tutti questi interventi vengono adottate le stesse modalità, nel rispetto delle regole". Sull'intervento di militari liberi dal servizio, poi, il generale ha aggiunto che "non è biasimabile ma apprezzabile che dei carabinieri liberi dal servizio si preoccupino di individuare spacciatori e ladri nei loro quartieri o in quelli limitrofi, si è carabinieri anche quando si è liberi dal servizio". Uno dei punti chiave della ricostruzione è il perché i due militari non si siano difesi, nel caso anche sparando, molte le domande dei reporter su questo punto. E Gargaro ha spiegato lungamente. "Non c'è stata possibilità di usare le armi. Primo perché è disciplinato e comunque perché sono stati sopraffatti nell'immediatezza. Né il carabiniere Varriale poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato lui indagato. I colpi in aria a scopo intimidatorio non sono previsti dal nostro ordinamento". Gargaro ha poi chiarito che però "Cerciello non aveva l'arma con sé al momento dell'aggressione, ma solo le manette. L'aveva dimenticata. L'abbiamo trovata nel suo armadietto in caserma. Ma non cambia perché, come Varriale, non avrebbe avuto il tempo di reagire". Riguardo alla presenza di altre unità in zona il comandante provinciale ha sostenuto che "c'erano quattro pattuglie che non dovevano essere visibili per non pregiudicare esito operazione".

"Che fossero maghrebini l'ha detto Brugiatelli". Il generale ha poi spiegato che l'indicazione sul fatto che i due responsabili fossero "due maghrebini", come in un primo momento erano stati definiti gli autori del delitto, è stata "data da Brugiatelli" e non dal carabiniere Andrea Varriale, che "era sotto shock". "Brugiatelli ci ha detto di essere stato raggiunto da "due persone di carnagione scura, verosimilmente nordafricani". Brugiatelli - ha aggiunto Gargaro - "ha avuto timore a svelare che conosceva gli autori dell'omicidio. Non voleva essere associato al fatto". Poi ha cambiato la sua versione, conclude il generale. "Natale Hjorth non credeva fosse morto, Elder ha pianto". "Quando gli abbiamo detto che un carabiniere era rimasto ucciso, Natale Hjorth ha chiesto più volte conferma di ciò, "ma e' proprio morto?, è morto davvero?"". Le parole del procuratore aggiunto D'Elia raccontano la reazione dei due indagati. Finnegan Lee Elder invece "ha versato qualche lacrima" quando ha saputo che il vicebrigadiere era morto. Valentina Errante e Giuseppe Scarpa per “il Messaggero” il 30 luglio 2019. Quattro minuti per uccidere. Secondo il giudice Chiara Gallo, che ha confermato l'arresto in carcere, le condotte dei due 19enni statunitensi Christian Gabriel Natale Hjorth ed Elder Finnegan Lee «testimoniano la totale assenza di autocontrollo e capacità critica evidenziandone la pericolosità sociale». Hanno ucciso, non si sono pentiti. Finnegan Elder Lee e Christian Gabriel Hjort Natale escono alle 3,12 del 26 luglio dall'albergo di via Cesi per andare all'appuntamento in via Pietro Cossa con Sergio Brugiatelli, sperano di ottenere soldi e coca in cambio dello zaino che hanno rubato. Avviene tutto in un lampo. Alle 3,16 le telecamere li riprendono che corrono per fare ritorno in albergo. Elder ha già ucciso. Mario Cerciello Rega è stato colpito undici volte. Tutto era cominciato circa due ore prima: Cerciello Rega era intervenuto insieme al collega Varriale a Trastevere tre quarti d'ora prima della chiamata di Brugiatelli che denuncia alla centrale il furto dello zaino e la richiesta di riscatto. L'uomo è già stato identificato da quattro militari fuori servizio che chiamano i due colleghi al cellulare e chiedono il loro intervento. I militari hanno assistito alla vendita di una pasticca di tachipirina spacciata per cocaina. C'è questo all'origine dello scontro tra lo stesso Brugiatelli e i due turisti che gli ruberanno lo zaino. La ricostruzione che emerge dall'ordinanza di custodia cautelare a carico dei due americani fornisce altri dettagli su quella drammatica notte e sulle persone presenti sulla piazza dello spaccio. È la nota redatta da Varriale, in servizio da mezzanotte alle 6 insieme a Rega, a chiarire che, quella notte, lui e il collega vengono chiamati all'1,19 dal maresciallo Pasquale Sansone del comando di piazza Farnese che insieme ad altri tre militari era fuori servizio. I ragazzi americani, che si sono accorti di essere stati fregati dagli spacciatori sono appena fuggiti con lo zaino di Brugiatelli, che è stato identificato, mentre una persona ha consegnato ai militari l'involucro con la tachipirina ed è fuggito. Attraverso le diverse telecamere della zona viene ricostruita in fotogrammi quella notte. Alle 0,50 i ragazzi vengono inquadrati insieme a Brugiatelli, ritornano da via della Luce: l'uomo racconterà a verbale di averli accompagnati dal suo amico Italo, un pusher. All'1,16 Natale Hjort ed Elder Lee sono inquadrati mentre fuggono con lo zaino. Si legge nella nota di servizio di Varriale, che riferisce di essere stato chiamato all'1,19 dal maresciallo Pasquale Sansone della stazione di piazza Farnese: «Costui (il maresciallo che la notte tra giovedì e venerdì si trovava a Trastevere con altri tre colleghi fuori servizio, ndr) giustificava la richiesta del nostro intervento poiché un soggetto al quale avevano intimato di fermarsi al fine di identificarlo, si dava a repentina fuga facendo perdere le proprie tracce». Spiega l'ordinanza: «Poco tempo prima di ricevere l'incarico di effettuare l'operazione in abiti civili, alle ore 1,19, Varriale era intervenuto in piazza Mastai su ordine del maresciallo Sansone che gli riferiva di trovarsi sul posto con altri agenti per cercare un soggetto che si era sottratto all'identificazione dandosi alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro di colore bianco contenente una compressa di tachipirina». La nota di Varriale continua: «Dopo l'identificazione di Brugiatelli Sergio, il maresciallo ci riferiva che il soggetto che non erano riusciti a fermare e che si era dato alla fuga, prima di dileguarsi aveva consegnato a uno dei 4 carabinieri un involucro in plastica trasparente avvolto in un fazzoletto di carta bianco». All'interno, avrebbero poi notato che c'era una compressa di Tachipirina tritata. Sebbene tutti i protagonisti della vicenda si trovino a Piazza Mastai, Brugiatelli alle 2,03 chiama la centrale operativa per denunciare il furto dello zaino e la richiesta di riscatto da parte degli americani. Arriva una pattuglia con uomini in divisa, che viene mandata via e Cerciello Rega contattato sul suo cellulare dalla Centrale operativa del Comando riceve una nota di intervento per piazza Gioacchino Belli, a poca distanza da piazza Mastai. La segnalazione riguarda Brugiatelli che ha subito il furto dello zaino e un tentativo di estorsione. I due ragazzi intanto sono andati in albergo, è l'1,20, cambiati d'abito e indossato delle felpe. Rega e Varriale lasciano in auto Brugiatelli e si avvicinano al luogo dell'incontro. È ancora la testimonianza di Varriale, riportata nell'ordinanza a riferire quei due minuti drammatici: «Il vice brigadiere Cerciello Rega, a breve distanza da me, ingaggiava una colluttazione con l'altro giovane e ricordo di aver sentito le urla del mio collega che diceva fermati siamo carabinieri, basta». E poi, con le ultime forze prima di accasciarsi: «Mi hanno accoltellato».

Roma, interrogati i carabinieri "Varriale aveva la sua pistola". I colleghi di Cerciello hanno raccontato in procura cosa hanno visto la notte dell'omicidio. Si lavora anche sui video. Angelo Scarano, Venerdì 02/08/2019 su Il Giornale. A Roma le indagini non si fermano sull'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. In procura questa sera sono stati ascoltati i carabinieri che per primi sono arrivati sul luogo dell'omicidio, una strada centralissima della Capitale. I militari hanno raccontato quello che hanno visto al sostituto procuratore Maria Sabina Calabretta, al procuratore Michele Prestipino e al procuratore aggiunto Nunzia D'Elia. Nel corso dell'incontro sarebbero stati sentiti anche i militari fuori servizio che sono intervenuti in via Cardinale Merry del Val. Tra i carabinieri ascoltati c'è anche Andrea Varriale, il collega di pattuglia che era proprio con Cerciello in quella maledetta mezzanotte del 26 luglio. Secondo alcune indiscrezioni trapelate nel corso della giornata, si pensava che il militare fosse sprovvisto dell'arma la notte dell'omicidio. Ma queste voci sono state smentite dal Comando provinciale ribadendo che il militare era in servizio con la pistola d'ordinanza. L'arma era stata prelevata dagli stessi carabinieri giunti sul posto per effettuare alcuni accertamenti. Adesso nel lavoro degli investigatori hanno un peso importante le registrazioni delle telecamere di sicurezza. Di fatto si cercherà di incastrare in questo quadro investigativo le immagini dei video, le telefonate del mediatore Brugiatelli e le stesse testimonianze dei carabinieri, colleghi di Cerciello Rega. Nel corso della giornata c'è stato anche un vertice tra inquirenti a cui hanno preso parte i titolari dell'indagine il comandante provinciale dei carabinieri Francesco Gargaro, il comandante del Nucleo investigativo Lorenzo D'Aloia e il comandante del reparto operativo Mario Conio. La prossima settimana, molto probabilmente verranno effettuati nuovi accertamenti tecnici e verrà fissata anche l'udienza per il Tribunale del Riesame dopo l'istanza presentata dai legali di Natale. "Stiamo ancora valutando se ricorrere al tribunale del Riesame, stiamo facendo dei ragionamenti sul da farsi" ha detto l'avvocato Roberto Capra, legale di Finnegan Lee Elder, il 19enne americano in carcere insieme a Christian Gabriel Natale Hjort per il delitto del militare. L'altra partita delicata che si gioca è quella che riguarda la foto dell'americano bendato e ammanettato in caserma: "La prossima settimana sono stati fissati diversi accertamenti. Per noi come difesa è importante capire cosa è successo in tutte le fasi di questa vicenda, da Trastevere fino a Prati", ha concluso il legale. Insomma sulla vicenda restano ancora dei punti oscuri da chiarire. E gli investigatori stanno lavorando a pieno regime per chiudere il caso in tempi relativamente brevi.

Vittorio Feltri su Mario Cerciello Rega: "Chi comanda i carabinieri deve aver perso la testa". Libero Quotidiano il 30 Luglio 2019. La tragedia di Roma, l'assassinio del vicebrigadiere, è ancora molto nebulosa e piena di perché senza risposte. Anzitutto non si capisce come abbia fatto un ragazzo americano notoriamente svitato a giungere in Italia con un coltello - lama di 18 centimetri - nel bagaglio personale. In che maniera un oggetto simile è sfuggito ai controlli aeroportuali? Non è normale viaggiare da un continente all'altro tenendo con sé un'arma micidiale. Evidentemente il giovanotto non aveva intenzioni pacifiche, comunque la sua indole era quella del delinquente. E i delinquenti non si lasciano scorrazzare liberamente attrezzati per uccidere. Questo il primo punto da chiarire. Secondo punto. Come mai i due carabinieri si sono fatti sorprendere, senza muovere ciglio, dai farabutti drogati? Di norma, in caso di emergenza, una pattuglia che si reca sul luogo in cui si richiede un intervento si comporta così: un militare si avvicina cautamente ai farabutti, li perquisisce, e il suo collega si tiene a distanza di sicurezza impugnando la pistola. Tutto questo al quartiere Prati non è avvenuto. Lo squilibrato statunitense ha inferto undici fendenti al sottufficiale, il che richiede almeno tredici secondi lordi, durante i quali il compagno della vittima non ha fatto una piega: ha assistito al massacro senza reagire. Perché non ha estratto la rivoltella e non ha esploso alcuni colpi verso l' omicida, in modo che non potesse portare a termine il delitto? A questo quesito cosa si risponde? Silenzio assoluto. Certi servizi di ordine pubblico andrebbero svolti da personale in divisa, cosicché i banditi si rendano conto di avere a che fare con gente addetta alla repressione dei reati. Nel caso specifico invece i due carabinieri erano in borghese, quindi irriconoscibili nella loro funzione. Ciò ha complicato le operazioni, dato che i furfanti erano ignari di chi fossero coloro che avevano di fronte, e hanno operato senza alcuna soggezione verso di essi. È vero che le nostre leggi idiote impediscono agli uomini dello Stato di usare il revolver a scopo preventivo, ma allora a che serve esserne dotati? L'impressione che si ricava è che agenti e militari siano talmente intimiditi dalle norme varate dalle Camere e dai comandi da non essere più in grado di svolgere efficacemente il proprio lavoro e rischino la vita in parecchie circostanze. Il Parlamento non può chiudere gli occhi su certi episodi, è obbligato a proteggere i suoi uomini e consentire loro di adempiere al proprio dovere senza rischiare la pelle ogni cinque minuti. Non è serio criticare i carabinieri, che muoiono, ma chi li comanda e li dirige ha la testa tra le nuvole e l'ha persa. Vittorio Feltri

Vittorio Feltri sul carabiniere ucciso: "Perché fatico a definirlo un eroe?" Libero Quotidiano il 30 Luglio 2019. "Un vicebrigadiere che dimentica la pistola in caserma e si fa accoltellare da un ragazzotto mezzo scemo fatico a definirlo eroe". Vittorio Feltri non usa mezzi termini per la vicenda del carabiniere ucciso a Roma da due studenti ventenni americani ora in carcere per omicidio.

Mario Cerciello Rega, infatti, non si è difeso. Non ha fatto in tempo, non soltanto perché l'aggressione è stata improvvisa e fulminea ma anche, più banalmente, perché non aveva con sé la pistola d'ordinanza che aveva invece il collega Andrea Varriale, impegnato in una colluttazione distante da lui con Natale Hjorth e impossibilitato a correre in aiuto del vicebrigadiere fin quando i due non si sono dati alla fuga. "Aveva solo le manette. Se anche avesse avuto la pistola non avrebbe avuto la possibilità di reagire", ha detto il colonnello Francesco Gargaro nel corso di una conferenza stampa nella sede del Comando provinciale carabinieri di Roma, in piazza San Lorenzo in Lucina, sottolineando che la pistola di Cerciello Rega è stata trovata poi, a tragedia avvenuta, nel suo armadietto.

Massimo Fini per il “Fatto quotidiano” il 2 agosto 2019. A quanto pare è saltato fuori che il vicebrigadiere Cerciello Rega pur essendo in servizio si era dimenticato la pistola d'ordinanza in caserma. Più che un eroe, termine di cui in questi anni enfatici si è fatto uso e abuso, mi sembra un incapace. Ma anche l' altro brigadiere coinvolto, Andrea Varriale, non scherza, non è stato in grado di portare alcun aiuto al collega in difficoltà perché, come ha dichiarato Francesco Gargaro, comandante provinciale dei carabinieri di Roma, "sopraffatto e buttato a terra" dal ragazzo americano. Se queste sono le nostre Forze dell' Ordine stiamo freschi. Ma ho l'impressione che nemmeno nel nostro esercito la valentia e il coraggio abbondino. Si veda il patto leonino fatto con i Talebani in Afghanistan: loro non ci attaccano, in compenso noi non controlliamo il territorio. In quanto ai servizi segreti siamo messi ancor peggio. Qualcuno ricorderà, forse, l'epopea di Giannettini che spacciava come informazioni di sua mano ciò che sull' Europeo scrivevano i colleghi Corrado Incerti e Sandro Ottolenghi oppure il capitano La Bruna o, più recentemente, "Betulla", alias Renato Farina, un obeso buono a nulla come giornalista, tanto più come "informatore". Meno male che c' è il Mossad.

Non è che Sergio Brugiatelli sia un informatore?

Carabiniere ucciso, il misterioso "omissis" su Sergio Brugiatelli: l'uomo al centro del mistero. Libero Quotidiano il 31 Luglio 2019. Nel corso della conferenza stampa dell'Arma dei carabinieri sulla morte di Mario Cerciello Rega, il generale Francesco Gargaro ha affermato: "Spero di non sentire più la parola mistero o ombre". Certo è che su quanto accaduto quella maledetta notte, in cui i due americani hanno spezzato la vita del vice-brigadiere, restano ancora dei dubbi. Dei grossi dubbi. Uno dei quali riguarda l'uomo in bici, Sergio Brugiatelli, l'intermediario tra Elder Lee, Gabe Hjorth e il pusher che ha venduto loro l'aspirina. L'uomo a cui è stato rubato il borsello e che ha chiamato in causa le forze dell'ordine, delle quali pare essere in qualche modo una sorta di informatore. Il dubbio, nel dettaglio, riguarda il contenuto del borsello che gli è stato sottratto. Il diretto interessato, Brugiatelli, lo ha descritto così: "È in tela, nero, con due cerniere superiori e una sulla tasca inferiore. All'interno c' era il mio cellulare Nokia modello Ovetto, il codice fiscale, la carta di identità, una radiolina, le chiavi di casa, un portafogli di pelle nero con circa 30 euro, una camera d' aria per la bici, un gonfiatore e un cucchiaio". Insomma, non un contenuto che - almeno in linea teorica - valga i rischi che si è preso, esponendosi sia con le forze dell'ordine sia con i due teppisti. Ma il vero dubbio sorge perché nel verbale riportato dal gip, la descrizione di cosa contenesse il borsello, viene liquidata con un omissis. Gli inquirenti da par loro assicurano che quell'omissis indichi soltanto atti non rilevanti ai fini dell'indagine. Ma, in un clima di dubbi e sospetti come questo, una spiegazione simile non è sufficiente a placare dietrologie e fantasie sull'intera vicenda.

Da Radio Cusano Campus il 30 luglio 2019. Il giornalista e scrittore Massimo Lugli, che da 40 anni si occupa di cronaca nera, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano. Sul caso del carabiniere ucciso. “La vicenda di per sé è molto comune, il cosiddetto cavallo di ritorno a Roma avviene una decina di volte a settimana e nella maggior parte dei casi queste estorsioni non vengono denunciate – ha affermato Lugli -. Ci sono però due aspetti molto inquietanti: il fatto che i carabinieri eseguano una procedura inconsueta, perché normalmente si va in più persone, si bloccano le vie di fuga e si teme una razione violenta come quella che c’è stata. E poi la foto del ragazzo ammanettato e bendato. Sono molti anni che non si fanno più queste cose, Cucchi docet, ma la cosa che sconvolge è che la foto sia stata anche divulgata. E’ stato un autogol pazzesco per l’Arma dei Carabinieri. Le parole del Gen. Nistri sono indicative in questo senso. Altra cosa che mi stupisce è il coltello, il classico coltello americano, credo che i ragazzi americani ce l’abbiano tutti. Non è un’arma, anche da noi è considerata un oggetto atto ad offendere. Poi c’è la questione di come è stata gestita l’operazione. Purtroppo le regole d’ingaggio delle nostre forze dell’ordine sono piuttosto indefinite. Polizia e carabinieri evitano di tirare fuori le armi, soprattutto se c’è gente intorno, perché se vengono filmati succede un’ira di Dio. Non sono dotati ancora di armi non letali, che sarebbero la soluzione, come la bomboletta urticante e il taser. Quindi hanno due possibilità: o fanno a botte a mani nude oppure sparano, ma se sparano è la fine e parte la gogna mediatica. La reazione del ragazzo americano si spiega solo come un attacco di follia, perché la situazione non era certo problematica di per sé”.

Fabrizio Caccia per il “Corriere della sera” il 30 luglio 2019. «Con noi non comunicano. Eppure l' inglese lo parliamo bene. Non ci dicono nemmeno "thank you" dopo che hanno finito di fare colazione, pranzo e cena. E sì che l' appetito ce l' hanno! E così mangiano, dormono e vedono la televisione tutto il giorno come se non fosse successo niente. Non appaiono per nulla preoccupati, sembrano piuttosto indifferenti, sarà pure per la loro giovane età. Certo due molto strutturati, proprio non ce l' aspettavamo...». È il racconto a più voci che filtra dagli operatori impegnati nella Settima sezione, quella dei «Nuovi Giunti». Nel carcere romano di Regina Coeli, Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, i due giovani americani fermati venerdì scorso per l' omicidio del vicebrigadiere Cerciello Rega, non sono più in isolamento. A ciascuno dei due, da domenica, è stato assegnato un compagno di cella, altri due stranieri, più grandi di loro, con cui - con loro sì - i ragazzi hanno già iniziato a socializzare parlando un po' in inglese. Due giovani dunque all' apparenza «indifferenti», anche se gli avvocati Francesco Codini ed Emiliano Sisinni, che in questi giorni li hanno assistiti, raccontano di essersi trovati davanti degli individui davvero «molto provati». Di certo, qui non siamo alla «Tamalpais High School» di San Francisco. Qui la notte ogni due ore la luce si accende per i controlli e gli agenti guardano dallo spioncino. Poi, la mattina, puntuali alle 8, le guardie passano di nuovo per fare la conta, battendo i loro bastoni d' acciaio contro le grate per svegliare i detenuti. Un rumore, dicono quelli che l' hanno sentito almeno una volta nella vita, che non si dimentica più. La settima sezione si trova nella seconda rotonda del carcere. Le celle dei due americani sono su due piani diversi e anche l' ora di passeggio, la canonica ora d' aria, avviene per Finnegan Lee e Gabriel Natale in momenti distinti della giornata. Naturalmente perché non possono, non devono, interagire tra loro. Oltre alla possibilità di comunicare con agenti che parlano l' inglese, da quattro giorni vengono loro assicurati anche «massimo sostegno psicologico» e «massima attenzione», che vuol dire in pratica sorveglianza a vista per scongiurare il peggio. Per scegliere bene i loro compagni di cella, nei giorni scorsi, sono state fatte tante riunioni e valutazioni di compatibilità. Più volte si sono incontrati la direttrice della casa circondariale di via della Lungara, Silvana Sergi, il coordinatore del corpo di polizia penitenziaria del carcere, il comandante Rosario Moccaldo, e poi i medici, gli psicologi, i volontari e il cappellano, il francescano conventuale Vittorio Trani, una vera e propria istituzione a Regina Coeli, dove da quarant' anni svolge il suo ministero pastorale. «Ma qui non si fanno distinzioni nè preferenze: il trattamento e la cura sono uguali per tutti gli oltre mille detenuti che abbiamo», puntualizza determinata la direttrice Sergi, da anni alle prese col problema cronico del sovraffollamento. Le celle di Finnegan Lee e Gabriel Natale sono standard: due metri per tre, un letto a castello, un tavolino, il bagno con la doccia. Rappresentanti del consolato e dell' ambasciata americana sono già stati a Regina Coeli, in questi giorni, mettendosi a disposizione per eventuali richieste dei due reclusi: libri, vestiti, messaggi per i familiari in America, i quali però sono in attesa del disco verde del Dipartimento di Stato e non sono ancora partiti per Roma. Sembra comunque che i due ragazzi non abbiano manifestato fino a ora esigenze particolari. Il Console li incontrerà personalmente forse già questa settimana. Una cosa è certa: da quattro giorni i due americani sono a Regina Coeli e non ci sono stati problemi con gli altri detenuti. «Indifferenza totale» nei loro riguardi, raccontano dalla settima sezione quelli che si ricordano invece dei pianti di tanti altri, più o meno noti, accolti da insulti e grida dalle finestre vicine. Una tortura. Tanto da chiedere agli agenti di sprangare tutto, nonostante il caldo, per riuscire a dormire. Un problema che Finnegan e Gabriel sembrano non avere. 

Blitz Pd nel carcere del killer. Salvini: "Incontrano criminali". Scalfarotto ha incontrato i due americani per "sincerarsi delle loro condizioni". E si apre lo scontro con il Carroccio. Angelo Scarano, Mercoledì 31/07/2019 su Il Giornale. Sul caso del carabiniere ucciso con 11 coltellate per strada a Roma si apre un nuovo fronte di scontro politico. Da una parte il dem Ivan Scalfarotto, dall'altro Matteo Salvini. Il parlamentare dei dem si è recato nel carcere di Regina Coeli per incontrare i due americani coinvolti nel delitto di Mario Cerciello Rega. La visita di Scalfarotto però sarebbe dovuta ad un altro caso che ha infiammato le ore successive all'omicidio: la foto che ritrae uno dei due arrestati con una benda sugli occhi e ammanettato nella caserma dei carabinieri. A quanto pare Saclfarotto, come racconta la La Stampa, si sarebbe recato nel carcere romano per "sincerarsi delle condizioni" dei due ragazzi. Una scelta, quella di Scalfarotto che non è passata inosservata e che ha scatenato la reazione di Matteo Salvini che con un tweet di fuoco mette nel mirino il Pd: "Il Pd va in carcere a verificare che il criminale americano non sia stato maltrattato...Non ho parole!!! #MarioCercielloRega #Carabinereucciso", scrive il titolare del Viminale in un tweet. Ed era stato lo stesso Scalfarotto, sempre sui social, a parlare della sua visita in carcere ai due detenuti: "Ieri sono andato a verificare le condizioni dei due imputati per il terribile omicidio del carabiniere Cerciello Rega". Per la cronaca, proprio il ragazzo bendato alle domande di Scalfarotto ha risposto così: "Va tutto bene, il peggio è passato". Scalfarotto dopo al sua "ispezione" ha affermato che i due detenuti "sono trattati con professionalità e in maniera umana". Circostanza questa confermata anche dal padre del presunto killer, Elder Lee: "Io e mia moglie, dopo aver visto la foto di Hjorth bendato, abbiamo temuto per la sorte di nostro figlio. Ma siamo stati rassicurati sul fatto che non ha subito alcun maltrattamento". E proprio il padre di Elder è atterrato in mattinata all'aeroporto di Fiumicino a Roma. Poi il lungo tragitto verso il carcere dove ha chiesto di poter incontrare suo figlio. Intanto sul fronte delle indagine arriva la mossa della difesa del presunto assassino, l'avvocato Renato Borzone che ha messo in dubbio la ricostruzione fornita dall'accusa su quanto accaduto: "Riteniamo che questo processo debba essere celebrato in tribunale e non sulla stampa. Abbiamo assunto la difesa da 12 ore e stiamo cercando di ricostruire tutti i passaggi di una vicenda che presenta ancora aspetti poco chiari. In particolare mi riferisco alla dinamica dei fatti nella loro fase finale: non mi risulta che la colluttazione sia avvenuta nei termini rappresentati dalle fonti investigative". 

Ora è crisi di nervi nel Pd per il "blitz" dem in carcere. Zingaretti, Calenda e la Morani "processano" Scalfarotto per l'incontro con i due americani: "Iniziativa personale". Angelo Scarano, Giovedì 01/08/2019, su Il Giornale. E adesso il Pd va in tilt sulla visita in carcere ai due americani coinvolti nell'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. Il deputato dem, Ivan Scalfarotto, come riportato da La Stampa, qualche giorno fa ha incontrato i due ragazzi in carcere a Regina Coeli a Roma per "sincerarsi delle loro condizioni" dopo il caso della foto in cui uno dei due appare bendato e ammanettato all'interno di una caserma dei carabinieri. Già ieri sera, il deputato dem era stato criticato in modo chiaro dal ministro degli Interni Matteo Salvini: "Il Pd va in carcere a verificare che il criminale americano non sia stato maltrattato...Non ho parole!!! #MarioCercielloRega #Carabinereucciso". Lo stesso Scalfarotto sui suoi social aveva rivendicato quel gesto così: "Il Pd va in carcere a verificare che il criminale americano non sia stato maltrattato...Non ho parole!!! #MarioCercielloRega #Carabinereucciso". Ma adesso, dopo lo scontro con il titolare del Viminale, il dem deve fare i conti con i suoi compagni di partito che hanno aperto un vero e proprio fuoco amico sul parlamentare che ha varcato il portone del carcere romano per incontrare i due turisti americani. Il primo a prendere le distanze da Scalfarotto è il segretario del Pd, Nicola Zingaretti: "Quella di Ivan Scalfarotto è una sua iniziativa personale. Rientra nelle sue prerogative di parlamentare ma ripeto è una sua iniziativa non fatta a nome del Pd". Ma l'attacco al dem non finisce qui. Anche Calenda "spara" su Scalfarotto e non usa giri di parole: "È il caldo. Spero che sia il caldo. Perché tra Gozi ieri e Scalfarotto oggi vi giuro che stiamo raggiungendo vette di stupidità mai prima conquistate nella politica contemporanea", ha affermato l'ex ministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda. A stretto giro arriva anche la stoccata di un'altra dem di spicco, Alessia Morani: "Lo dico con sincerità: non condivido la visita in carcere al presunto omicida di #Cerciello del collega# Scalfarotto. Ho fatto tante battaglie con Ivan. Ma questa volta non sono d’accordo. Proprio no". Insomma nel partito democratico la visita di Scalfarotto a Regina Coeli è diventato un vero e proprio caso. Il Pd si è letteralmente spaccato e ha sostanzialmente scaricato Scalfarotto. Il suo ingresso nel penitenziario ha tutto il sapore di un passo falso.

Tutti contro Scalfarotto, colpevole di garantismo. Angela Azzaro il 2 Agosto 2019 su Il Dubbio. Va a trovare i due giovani statunitensi ed è subito bufera. Non solo Salvini, il renziano ha dovuto soprattutto subire il fuoco amico del Nazareno. Zingaretti il primo a scaricarlo: «iniziativa personale». Dopo le polemiche per il trattamento riservato a uno dei due imputati accusati per l’uccisione di Mario Cerciello Rega, sarebbe stato auspicabile che qualcuno dei parlamentari italiani fosse andato in carcere a verificare le condizioni dei due giovani americani. Ma Ivan Scalfarotto che lo ha fatto, è stato travolto dalle polemiche e dall’odio social fatto di insulti e persone che gli augurano di morire. Chi osa difendere lo Stato di diritto, sempre più spesso, viene sottoposto a sua volta alla gogna, processato per avere dato fastidio al senso comune. Il deputato dem, che viene da quasi un anno di coordinamento dei comitati civici renziani, non si è sognato minimamente di sottovalutare l’omicidio, ha invece compiuto un gesto che rientra nei suoi diritti/ doveri di parlamentare. A dare il via alle critiche e agli insulti, dopo aver condiviso il post di Scalfarotto, è stato il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che con un tono poco istituzionale ha commentato: «Il Pd va in carcere a verificare che il criminale americano non sia stato maltrattato… Non ho parole!!! Pazzesco». Salvini però si sa che cosa pensi e si sa come interagisca con la sensibilità popolare su questi temi. Il vero attacco contro Scalfarotto è stato quello del fuoco amico. Le critiche più negative sono arrivate proprio dal Pd.  Carlo Calenda, facendo riferimento anche all’incarico assunto dall’ex sottosegretario dem Sandro Gozi nel governo francese, ha commentato: «È il caldo. Spero che sia il caldo. Perché tra Gozi ieri e Scalfarotto oggi vi giuro che stiamo raggiungendo vette di stupidità mai prima conquistate nella politica contemporanea». Calenda è un battitore libero e da lui ce lo si aspetta. Diverso il caso della deputata Alessia Morani, in genere poco incline alla polemica, che questa volta però si dissocia e attacca l’ispezione a Regina Coeli: «Lo dico con sincerità: non condivido la visita in carcere al presunto omicida di Cerciello del collega Scalfarotto. Ho fatto tante battaglie con Ivan. Ma questa volta non sono d’accordo. Proprio no». Se Salvini va dritto per la sua strada, il Pd sembra aver difficoltà a trovare la sua e continua a inseguire l’avversario politico, anche su un tema così delicato come quello della giustizia. E Nicola Zingaretti, spesso silente, questa volta ha preso la parola per segnare le distanze: «Quella di Ivan Scalfarotto è una sua iniziativa personale. Rientra nelle sue prerogative di parlamentare, ma ripeto è una sua iniziativa non fatta a nome del Pd». Emanuele Fiano, anche lui critico, ha però difeso «Ivan dagli insulti social». È nel web infatti che sono state scritte le offese e le minacce peggiori. È lo stesso per gli avvocati che difendono gli imputati, per i giornalisti che sollevano dubbi e non emettono sentenze, per i giudici che assolvono. È questo il clima del Paese, un clima alimentato ad hoc, che rischia di travolgere principi finora cardine del nostro sistema di garanzie. Il Pd ha perso un’occasione importante: quella di stare vicino al proprio deputato facendo del garantismo e del rispetto della legge la propria bandiera. Non è innocentismo, ma stato di diritto. Invece, come su molti altri temi, il partito democratico di Zingaretti procede indeciso, incapace di ritagliarsi un profilo autonomo dal centrodestra. Timoroso di apparire troppo radicale, ondeggia tra posizioni spesso antitetiche. Oggi il sentire popolare va da un’altra parte, ma sarebbe compito di chi costruisce un’alternativa provare a invertire la tendenza. Non è facile. Forse è impossibile. Ma non appoggiare Scalfarotto alla fine è un doppio boomerang: perché si dà l’idea di un partito litigioso e perché non si differenzia dal centrodestra. Se l’obiettivo è far concorrenza a Salvini sul suo terreno, è una partita persa in partenza. Scalfarotto, però, non ci sta e dopo le polemiche ribadisce con un lungo post su Facebook la sua scelta: «È stata un’ispezione, non una visita; la differenza tra barbarie e civiltà sta in un principio che risale al 1200 e si chiama habeas corpus…Penso – sottolinea – che chi ha responsabilità pubbliche non debba accodarsi all’opinione pubblica specie quando la politica ne sollecita le reazioni più emotive». Poi la stoccata al “suo” segretario Zingaretti: «È la mia posizione personale, non del Pd».

Scalfarotto insiste: "Ecco perché ho incontrato gli americani in carcere". Il Pd ha "processato" Scalfarotto per la visita in carcere a Regina Coeli ai due americani in carcere per l'omicidio del carabiniere a Roma. Angelo Scarano, Venerdì 02/08/2019 su Il Giornale. Ivan Scalfarotto rincara la dose. Non sono bastate le polemiche dopo la sua visita nel carcere di Regina Coeli per "sincerarsi delle condizioni" dei due americani arrestati per l'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. Scalfarotto, pur avendo ricevuto critiche feroci dal suo stesso partito, ha deciso di rivendicare quel gesto che tanto ha fatto discutere. In un'intervista a La Stampa, il parlamentare dem non usa giri di parole e respinge gli attacchi di chi ha visto in quella mossa una sorta di mancanza di rispetto nei confronti dell'Arma: "Sono convinto della doverosità del mio gesto, nonostante la tempesta perfetta messa su. La mia ispezione era una verifica della tenuta dello Stato democratico: abbiamo già accettato che le persone possano affogare in mare, che possano stare sul ponte di una nave senza assistenza. Per fortuna posso dire che la polizia penitenziaria sta gestendo la situazione con grande professionalità. In uno Stato di diritto è doverosa la solidarietà per la vittima, ma lo Stato deve anche rispettare chi ha commesso il crimine più efferato", ha spiegato il dem. Insomma Scalfarotto chiede "rispetto" per chi ha pugnalato con ben undici coltellate un militare durante un controllo in pieno centro a Roma. L'esponente del Partito democratico manda anche un messaggio chiaro al Pd: "Il mio auspicio -aggiunge- è che il mio partito non subordini mai la tutela dello Stato democratico a valutazioni di opportunità politica. Questa è una posizione dalla quale non mi muovo. Non si può mettere in secondo piano neanche per un secondo la tutela dello Stato di diritto. Una volta che lo accetti non torni più indietro. E mi sembra che per il partito il problema non è tanto l'ispezione in sé, ma la reazione che c'è stata". Il dem dunque rispedisce al mittente gli attacchi ricevuti col fuoco amico del Nazareno. Ma di fatto la sua visita a Regina Coeli farà discutere ancora a lungo. Sui social infatti si è aperto il dibattito. E gli utenti, anche elettori del Partito Democratico, condannano il gesto del parlamentare che si è preoccupato di verificare le condizioni di salute dei due americani mettendo da parte in quel momento il cordoglio per un dolore indicibile che sta provando una intera famiglia che ha dovuto dire addio ad un ragazzo di 35 anni che amava il suo lavoro e la divisa.

Se il Pd è più vicino agli assassini che alle vittime. Un parlamentare va in visita ai 2 americani per capire se fossero maltrattati in carcere. Nessuna parola invece per la famiglia del carabiniere ucciso. Panorama il 2 agosto 2019. La sinistra, anzi, il Pd, sono come il calciomercato ad agosto: ogni giorno c’è una notizia. Raccontavamo ieri di Sandro Gozi, ex parlamentare del Pd entrato nel governo francese di Macron, uno che se può fare uno sgarro all’Italia lo fa doppio. Ma eccoci qui a raccontare la perla della giornata.  Premessa. Ivan Scalfarotto è una brava persona, e fin dai tempi in cui era consigliere comunale a Milano ha vissuto la politica con autentica passione ed un’attenzione vera verso la gente. Però ieri ha sbagliato, e di grosso. I fatti. Il parlamentare del Pd si è recato al carcere di Regina Coeli per incontrare i due giovani americani responsabili (uno ha confessato) dell’omicidio di un Carabiniere, Mario Cerciello Rega. Una visita il cui scopo era verificare le condizioni carcerarie e lo stato di salute dei due ragazzi. Tutto lecito, abituale, umano. Ma sbagliato. Perché la prima visita forse il parlamentare avrebbe dovuto farla alla moglie, ora vedova, del Carabiniere. O alla sua famiglia che ha perso un figlio. Invece no. Invece ecco che torna quella strana cultura per cui ci si preoccupa poco delle vittime, ma sempre troppo degli altri. Le avvisaglie le avevamo già avute con la famosa foto del ragazzo bendato in caserma, foto che aveva scatenato lo sdegno di molti. Molti che però erano rimasti silenti ed impassibili davanti alla bara di Cerciello Rega. Della serie: peggio bendati che uccisi. Una sensazione che ormai copre di sospetto ogni azione delle forze dell’ordine come se, dopo il caso Cucchi, le nostre caserme fossero quasi delle camere di tortura... Scalfarotto aveva una scelta ed ha deciso chi andare a trovare, ha deciso a chi portare il suo sostegno è quello del suo partito. Poi però non stupiamoci se la gente vota da un’altra parte.

Se "Zingaraccia" è peggio di una minaccia di morte. Salvini criticato per aver definito una Rom una "zingaraccia". Ma nessuno si preoccupa delle minacce di morte della donna al Ministro. Foto: Voto 8. E' di sicuro il politico dell'anno. Ricordiamo che prima delle elezioni del 4 marzo era un "appoggio" di Berlusconi nel centrodestra. Poi è diventato il partito di maggioranza della coalizione. Nella lunga fase della trattativa di Governo è stato il politico più abile, forzando e concedendo quando serviva ma tenendo sempre il pallino del gioco in mano. Una volta arrivato a Palazzo Chigi (da vicempremier) ha subito preso il comando delle operazioni con la sua battaglia contro le navi dei migranti (vinta) ed ha proseguito la crescita del suo partito arrivata stando ai sondaggi sopra il 30%. In ultimo: le sue dirette video su facebook sono state il successo dell'anno dal punto di vista della comunicazione politica. Ora le copiano tutti (ma con risultati pessimi). Panorama il 2 agosto 2019. Zingaraccia. E’ la parola del giorno. A crearla il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini. E giù critiche. “Non si può dire!”, “Razzista!”, “un ministro non può parlare così”. E via con il solito treno di luoghi comuni contro il leader della Lega ed il clima d’odio. Ci risiamo. Tutti (pardon, i soliti della sinistra, i soliti “radical chic”) ad indignarsi per questa parola, “zingaraccia”. Tutti a difendere la Rom, offesa. Tutti dalla sua parte. Nessuno però che si è chiesto come mai il Ministro si sia spinto a tale insulto. O meglio, tutti sanno il perché ma fa meno notizia. La nostra nomade che si trova in un campo alla periferia di Milano infatti, ad un giornalista che chiedeva lumi sulla recente proposta di fare un censimento dei rom in Italia, ha così commentato “C’è sempre Salvini in mezzo, quel coglione, Salvini che viene lui a parlare con noi. Ancora nessuno si è trovato sul punto di far mettere un proiettile in testa a Salvini. Si. Devono farlo”. Insomma. Coglione, visto quello che gira sul leader della Lega, è quasi un complimento. E lo facciamo pure passare in cavalleria. Ma quando si parla di proiettili in testa è una bella minaccia di morte. Che già è grave per una persona normale; per un Ministro della Repubblica lo è ancora di più. Ma no. Lo scandalo è Zingaraccia, non è augurarsi che qualcuno prenda una pistola e spari in testa ad un uomo. Ma va così. Così è peggio la foto in cui si vede il complice dell’omicidio di un Carabiniere bendato in una caserma piuttosto che la l’omicidio stesso. Così è peggio Zingaraccia di una minaccia di morte. L’unica cosa positiva è che questi discorsi valgono per le solite persone, anzi, a guardare gli ultimi sondaggi sono sempre di meno. Ps. Salvini è fatto così. Prima di "zingaraccia" ci fu "Ruspa", poi "Bacioni" e molte altre. Il personaggio ormai è chiaro. Non è e non sarà un Ministro dell'Interno alla Scalfaro, per dirne uno attento al protocollo ed alla forma. Ma è evidente che a sempre più italiani poco importino certe cose, anzi sembrano apprezzarle.

Fabrizio Caccia per il “Corriere della sera” il 31 luglio 2019. Al quinto giorno di Regina Coeli, i ragazzi di ghiaccio cominciano a sciogliersi: «Avvocato, la prego, sono disperato, faccia venire al più presto i miei genitori a trovarmi», è stata la prima richiesta fatta ieri dal più piccolo dei due californiani, Christian Gabriel Natale Hjorth, 18 anni, al suo nuovo avvocato, Francesco Petrelli. A poco a poco, dunque, quel muro d'indifferenza che aveva così tanto impressionato gli operatori del carcere, pare si vada sbriciolando: «Più ci penso e più sono sconvolto», ha ammesso anche Finnegan Lee Elder, il diciannovenne accoltellatore del vicebrigadiere Cerciello Rega, al suo nuovo legale Renato Borzone. E ripetendolo poi pure al Console americano che è andato a fargli visita. «In cella vorrei leggere qualcosa per passare il tempo», ha chiesto Elder. Ma di libri in inglese non ce ne sono così tanti a Regina Coeli, comunque alla fine gli agenti gliel' hanno trovato. Nelle celle del reparto «Nuovi Giunti» della Settima Sezione, dove entrambi da domenica non sono più in isolamento, la fatica del carcere si fa sentire: «Faccia venire almeno i miei parenti italiani, ho bisogno di vederli, non ce la faccio più», ha detto Hjorth all' avvocato Petrelli, appena nominato da suo padre Giuseppe. Tra l' altro, Petrelli, già legale di Giovanni Scattone nel processo per l' omicidio di Marta Russo, è pure l' attuale difensore del carabiniere Francesco Tedesco, l' uomo che, accusato di omicidio preterintenzionale per la morte di Stefano Cucchi, ha avuto il coraggio di chiamare in causa due suoi colleghi dell' Arma per il pestaggio subìto in caserma dal ragazzo romano poi deceduto nell' ottobre del 2009. I genitori di «Gabe», come lo chiamano gli amici, sono separati da tempo. Lui, una settimana prima del delitto di Prati, era venuto a Roma in vacanza con suo padre Giuseppe, che è italiano: «E infatti io ero già qui quando mi ha chiamato Elder dall' America - si è sfogato lui con l' avvocato Petrelli -, Finnegan mi ha detto " vengo a Roma, ci vediamo" , ma io non c' entro niente, mi sono trovato in mezzo a questa terribile situazione senza volerlo. Per esempio, non sapevo nemmeno che Elder avesse portato dall' America quel coltello e non stavo neppure con lui in albergo, io infatti stavo con mio padre, non ci avevo mai dormito con Elder prima di quella notte...». L' avvocato Petrelli, nel frattempo, ha già telefonato al collega Emiliano Sisinni che in questi primi giorni di detenzione aveva assistito il diciottenne. E con il vecchio legale ha affrontato la delicata questione della foto scattata da un carabiniere nella caserma di via in Selci dopo l' arresto, in cui si vede «Gabe» seduto in una stanza con una benda azzurra sugli occhi, il capo chino e le manette ai polsi. Sisinni gli avrebbe raccontato che a sua precisa domanda («Perche non me l' hai detto subito?»), il ragazzo avrebbe risposto candidamente: «Non l' ho mai detto, perché ero confuso». 

Flavio Pompetti per “il Messaggero” il 31 luglio 2019. La stampa statunitense comincia a scavare nel passato di Finnegan e Gabriel, i due giovani accusati dell'omicidio del vice brigadiere Giovanni Cerciello Rega, e scopre che l'immagine dei due amici è lontana da quella di due semplici turisti motivati a viaggiare dalla ricerca della bellezza e della storia romana. Amici e conoscenti dei due parlano del passato di risse e violenze ai quali sono entrambi associati, il liceo frequentato nei primi anni da Elder conferma la scazzottata nella quale il giovane aveva provocato danni cerebrali ad un suo coetaneo. E' un po' per via dell'emergere di questi dettagli, ma molto di più per il rispetto universale nei confronti della memoria del nostro brigadiere ucciso, che i media usano da qualche giorno un'enorme cautela nel modo in cui raccontano gli sviluppi della tragedia e dell'indagine. Persino la diffusione della foto di Gabriel Natale, ammanettato e bendato nell'ufficio di Via in Selci, viene trattata con il massimo riguardo e con tutti i distinguo del caso. L'immagine viene riportata dalla stampa con pochi commenti, ma questi ultimi abbondano nella blogosfera. Si sottolinea lo stato di shock nel quale devono essersi trovati i commilitoni di Cerciello, si fa riferimento al forte spirito di corpo che esiste anche all'interno delle stazioni di polizia negli Stati Uniti, e si citano episodi di reazioni anche più estreme da parte degli agenti, che si sono verificate negli anni quando uno di loro è caduto vittima della violenza di strada. Quella che invece è assente è una narrativa alternativa dei fatti, quale era quella che a pochi giorni dai rispettivi crimini, ha accompagnato in passato la ricostruzione del delitto di Perugia con l'assassinio di Meredith Kercher, e il rapimento in pieno giorno di Abu Omar. Non ci sono in giro teorie complottiste contro le conclusioni dell'indagine in Italia, né avvisaglie di una cordata di controinformazione, come quella che accompagnò la vicenda processuale di Amanda Knox. Il dato centrale che emerge dai commenti in tv e sui giornali è lo sdegno per il crimine commesso da due connazionali all'estero, nei confronti di un rappresentante delle forze dell'ordine, e di un difensore della sicurezza pubblica. La notizia è comunque passata già in secondo piano nelle cronache della giornata, affossata dall'emergenza di altre traumi nazionali, e dall'attesa per il dibattito tra i candidati democratici alla presidenza. Ieri mattina non c'era più nessuna ressa di giornalisti fuori dall'abitazione della madre di Finnegan Elder, anche perché la famiglia resta blindata intorno alla protezione della propria privacy. Le scuole frequentate in passato dai due giovani sono chiuse per la pausa estiva, così come lo è l'università alla quale entrambi erano iscritti quest'anno. E' il dipartimento di Stato di Washington che si sta muovendo al suo posto insieme all'ambasciata romana per assicurare l'assistenza al giovane accusato di aver vibrato le undici pugnalate contro Mario Cerciello. Ed è da questa fonte che arriva la raccomandazione più diretta ad «assicurare che ai cittadini statunitensi detenuti ricevano un processo equo e trasparente con accesso all'assistenza legale». Il silenzio invece del vertice dell'amministrazione e dello stesso Trump, altre volte molto solerte nell'intervenire a gamba tesa presso i governi stranieri in difesa dei suoi connazionali, testimonia al meglio l'imbarazzo che l'intero Paese sta vivendo nei confronti di questa vicenda.

 Il papà di Elder Finnegan Lee  a Roma: «Ci hanno assicurato che non è stato maltrattato». Pubblicato mercoledì, 31 luglio 2019 da Corriere.it. «Il vecchio e il mare di Hemingway può entrare; il dizionario d’inglese-italiano invece no, perchè ha la copertina rigida e potrebbe rivelarsi molto tagliente; anche l’asciugamano arancione è troppo lungo, potrebbe essere rischioso per suo figlio, qualora decidesse di farsi del male...», così dice l’agente allo sportello dell’ufficio colloqui di via delle Mantellate. Regina Coeli, ieri, mezzogiorno: Fabrizio Natale, il padre di Christian Gabriel Natale Hjorth, arriva con suo fratello Claudio portando uno zaino e due buste di nylon piene di cibo e vestiti puliti: «Il pane casereccio e gli affettati entrano, il dentifricio e il deodorante no, lo spazzolino solo quello manuale, l’altro a batteria rimane fuori...», l’agente allo sportello continua solerte il suo lavoro. Ma l’importante è esserci, pensa Fabrizio Natale, che ha subito raccolto il grido d’aiuto lanciato il giorno prima dal figlio diciottenne: «Voglio incontrare mio padre e mia madre, non ce la faccio più». E infatti sta arrivando da San Francisco anche sua mamma, Heidi Hjorth. Presto, così, si riuniranno nella Capitale tutti e quattro i genitori dei giovani americani finiti in cella venerdì scorso per l’omicidio del vicebrigadiere Cerciello Rega. Anche Leah, la madre di Finnegan Elder Lee, il diciannovenne reo confesso, è in partenza da San Francisco. Suo marito Ethan, invece, è già arrivato a Roma, accolto dall’avvocato Roberto Capra: «Io e mia moglie, dopo aver visto la foto dell’altro ragazzo, Hjorth, bendato in caserma, abbiamo temuto per la sorte di nostro figlio - ha detto papà Ethan -. Ma siamo stati rassicurati sul fatto che non ha subìto alcun maltrattamento. Mia moglie è disperata. Non vedo l’ora d’incontrarlo». Probabilmente potrà farlo già oggi. Ieri, per l’altro padre, l’italo-americano Fabrizio Natale, l’impatto è stato tremendo: il figlio ha pianto per un’ora intera e solo quando è finito il colloquio ha trovato la forza di rassicurare il papà, lo zio e l’avvocato Fabio Alonzi che li accompagnava: «Ok, adesso mi calmo e torno in cella». Suo padre, all’uscita, era sconvolto: «L’incontro con Gabriel è stato commovente ma molto duro per entrambi. Lui sta molto male e non si dà pace. É sconvolto per la morte del carabiniere e anch’io non posso che essere vicino al dolore della famiglia del vicebrigadiere. Ma sono convinto dell’innocenza di mio figlio». Gabriel e il papà, come tutti gli anni, erano venuti in Italia per qualche giorno di vacanza nella casa al mare di nonno Giuseppe, a Fregene. Poi, però, dall’America ha chiamato Elder, annunciando il suo arrivo: «Ma Gabriel non sapeva che il suo amico fosse armato - è ancora Fabrizio Natale che parla -. Di cosa fosse veramente accaduto, cioè che il carabiniere era morto, lui lo ha appreso solo dopo l’arresto. In questi giorni ho letto sui giornali molte cose inesatte: Gabriel è un ragazzo normale che studia per diventare architetto. E anch’io non sono così ricco come la stampa mi ha voluto per forza descrivere. Vivo del mio stipendio, sono un funzionario pubblico della previdenza, la vostra Inps...». Infine, la domanda più dura, quella sulla foto che ritrae il figlio in caserma bendato: «Non voglio commentare, è stato aperto un fascicolo alla Procura di Roma: sono convinto che, se ci sono responsabilità, saranno accertate».

Corrado Zunino per “la Repubblica” il 2 agosto 2019. Scende dalla Mercedes nera, presa in affitto in aeroporto, alza lo sguardo sul carcere del Settecento - Regina Coeli, impiantato nella Trastevere dove è iniziato il guaio - e si ferma. Il giovane dello staff che lo ha scortato fino all' ufficio "Pacchi e colloqui" lo deve sorreggere. Gli cedono le gambe. Una donna lo spinge all' interno, corridoio a piano terra popolato di madri e figlie italiane che attendono i loro colloqui. È mezzogiorno, ieri: Ethan Elder, 61 anni, funzionario della previdenza della California, comprende tutto. Un istante, il carcere: otto giorni gli passano davanti. La polo verde si perde nell' androne interno per la registrazione, quindi l' uomo sale verso la cella del figlio Finnegan, 19 anni, che fin qui ha parlato solo una volta con la mamma: una telefonata in Facetime. Lo spazio per i colloqui è caldo. Ethan può guardare il figlio e chiedergli: «Perché?». Non arriva la risposta. «Ti avevamo mandato in vacanza a Roma per toglierti da quel giro di amici, perché?». Non si sa se Finnegan - in questi giorni silenzioso, frastornato nella sua cella senza televisione - pianga: il padre ha tenuto per sé questo aspetto, non lo ha detto a nessuno della sua corte americana. Gabriel Natale Hjorth, l' amico che ora prende le distanze («Ho conosciuto Finnegan solo sui social», racconta nascondendo le frequentazioni nelle scuole a nord di San Francisco) ha una cella lontana: li hanno sistemati in modo che, durante l' ora d' aria, non possano incontrarsi, cortili separati. Papà Ethan si prende tutta l' ora del colloquio. Non ha portato niente con sé: Finnegan è ancora con infradito, pantaloncini e maglietta consegnati dall' amministrazione penitenziaria. Papà Ethan esce dal carcere che è l' una di pomeriggio: il volto sicuro del giorno dell' arrivo in aeroporto, ventiquattr' ore prima, ora è tradito dagli occhi. Sale sul van, per il ritorno c' è il pulmino con i vetri anneriti, che a fatica si libera dell' assedio dei cameramen. Torna all' ambasciata americana: ormai il caso dell' omicidio in vacanza è sotto la piena responsabilità della diplomazia Usa. Il consulente legale americano che Ethan si è portato dalla Baia - Craig Peters, già difensore pubblico negli Stati Uniti - mostra alla Abc7 la linea difensiva. Aggressiva. «Chi sta investigando in Italia non sa bene cosa sia successo quella notte vicino all' Hotel Méridien e fa filtrare solo le informazioni che gradisce. Un coltello da diciotto centimetri in mano a un ragazzo? Negli Stati Uniti non è certo una supersorpresa viaggiare con un'arma, si usa per difendersi». Nel pomeriggio i legali italiani dell' ex amico Gabriel Natale Hjorth - gli avvocati Francesco Petrelli e Fabio Alonzi - depositeranno un' istanza al Tribunale del Riesame per la scarcerazione. Anche per il reo confesso la linea difensiva sembra tracciata: Finnegan non sapeva che il vicebrigadiere Cerciello fosse un carabiniere, lo credeva un complice di quello a cui aveva rubato lo zaino. Ha reagito, ecco: un eccesso di legittima difesa, non un omicidio aggravato. In serata Ethan rientra all' Hotel Cavalieri Hilton, sulle alture del quartiere Montemario, cinque stelle tra gli ulivi. Anche il figlio si era abituato a soggiorni costosi. Nei prossimi giorni arriverà la madre, Leah Lynn, consulente nel campo dei trasporti. L' amico avvocato ricorda ancora: «Ethan e Leah scelsero Roma per la luna di miele, tanti anni fa. Hanno un grande amore per questa città e il fatto che oggi sia diventata il teatro di una tragedia vicina li ha devastati». A Regina Coeli riceve visite anche Gabriel. Lui, famiglia italiana, parla italiano. E parla di più. «È molto provato», dice però l' avvocato Alonzi, «ha solo 18 anni». Gabriel ribadisce: non sapevo che Finnegan fosse armato, non credevo stessimo andando a uno scontro. E i legali puntano sulla legittima difesa "Non sapeva di avere di fronte un militare, ha solo reagito a un attacco" AP A Regina Coeli Finnegan Lee Elder, 19 anni, ha confessato di aver colpito il vicebrigadiere con il coltello.

LA VERITA’ SULL’OMICIDIO CERCIELLO. F.Fla. per il “Corriere della sera” l'1 agosto 2019. «Non ricorda di aver detto subito dopo l' omicidio di Cerciello che gli aggressori fossero magrebini: l' unica cosa che ha detto in quel momento, in cui era sotto choc per quanto accaduto, è che si trattava di persone con accento straniero». Tramite il suo avvocato fresco di nomina, Andrea Volpini, Sergio Brugiatelli (ri)smentisce se stesso nel tentativo di chiamarsi fuori da questa storia. L' uomo a cui i due ragazzi americani rubarono lo zaino dopo che il 47enne presentò loro il pusher Italo Pompei (con la tachipirina al posto della cocaina) continua a cambiare versione su quella sera. I carabinieri sostengono che nel denunciare il furto e il tentativo di estorsione subiti Brugiatelli parlò di due nordafricani. E lui stesso l'ha confermato in un'intervista, sostenendo di aver avuto paura di rivelare la loro identità (nonostante stesse conducendo Cerciello e Varriale ad arrestarli). Poi, nel verbale successivo al delitto, ha sottolineato che i due ragazzi al telefono avevano un «accento inglese». E questo senza aver mai avuto la possibilità di riparlarci, dunque senza elementi per cambiare idea. «Non sono un pusher né un informatore. Nello zaino c' erano le chiavi della casa dove vivo con mio padre malato, mia sorella e mio nipote. Ho avuto paura - aggiunge - che potessero far del male a loro, così ho chiesto aiuto al 112. Le stesse minacce che avevano rivolto a me, sono state ripetute quando con il telefono in viva voce ho richiamato di fronte ai carabinieri». L'avvocato annuncia che il suo assistito si costituirà parte civile per il furto subito e la tentata estorsione.

Edoardo Izzo per “la Stampa” l'1 agosto 2019. Da un lato le indagini, ormai cristallizzate, sull'omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri, Mario Cerciello Rega. Dall' altro quelle appena partite sulla foto scattata a Christian Gabriel Natale Hjorth, il 19enne americano accusato in concorso con il suo connazionale, Finnegan Lee Elder. Sono i due binari su cui si muovono i carabinieri del Nucleo Investigativo, coordinati dalla procura di Roma, che anche ieri sono tornati all' hotel Le Meridien per acquisire ulteriori elementi. Insieme con loro i legali dei ragazzi, l' avvocato Roberto Capra e il collega Francesco Petrelli. Obbiettivo del sopralluogo tecnico: repertare tracce biologiche e impronte digitali dei due. Gli investigatori puntano, in primo luogo, a individuare le tracce papillari nella zona del controsoffitto, dove era stato nascosto il coltello con cui Elder ha colpito 11 volte Cerciello. La stanza resta comunque sotto sequestro: all' attenzione degli inquirenti anche gli indumenti indossati dai ragazzi e tutto ciò che era presente nelle loro valigie. «Vogliamo blindare il più possibile la scena del crimine», spiegano gli investigatori, che aggiungono: «Abbiamo solidi elementi probatori, non solo la confessione. Soprattutto le immagini delle videocamere e l' arma del delitto». Prove granitiche, anche se restano alcuni dubbi. Per la prima volta ieri pomeriggio ha parlato - tramite il suo legale, Andrea Volpini - l' uomo del borsello: Sergio Brugiatelli. Il 47enne disoccupato ha smentito parzialmente quanto affermato dall' Arma: «Non ho mai detto che gli aggressori fossero magrebini, ma solo che si trattava di persone con accento straniero». Una versione diversa rispetto a quella data due giorni fa in conferenza stampa dal comandante Provinciale, Francesco Gargaro: «Brugiatelli - aveva affermato - ci aveva riferito che erano magrebini, perché aveva il timore di dire che conosceva gli autori dell' omicidio e non voleva essere associato al fatto». Brugiatelli ha confermato solo di aver temuto per sé e per la sua famiglia: «Avevano preso lo zainetto con dentro chiavi di casa e documenti: per questo ho chiamato subito il 112», ha spiegato. Intanto proseguono anche le indagini sulla foto di Hjorth ammanettato e bendato nella caserma di via In Selci che ha spinto ben due procure - quella della Capitale e quella Militare - ad aprire un fascicolo d' indagine, al momento contro ignoti, in cui si ipotizza il reato di rivelazione di segreto d' ufficio. Al momento è iscritto sul registro degli indagati un sottufficiale dell' Arma, già trasferito a un incarico non operativo, cui il procuratore facente funzioni, Michele Prestipino e l' aggiunto Nunzia D' Elia, contestano il reato di abuso d' ufficio. Resta ignota l'identità del militare che ha fatto lo scatto e quella dell' eventuale complice che l' ha veicolata via WhatsApp ai media. La foto che in pochi minuti ha fatto il giro del mondo e che ora rischia di compromettere l' intera inchiesta.

Carabiniere ucciso, Brugiatelli: «Non sono né un pusher né un informatore». Pubblicato mercoledì, 31 luglio 2019 da Fulvio Fiano, Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. «Non sono né un pusher, né un informatore dei carabinieri e nemmeno un intermediario». Lo afferma Sergio Brugiatelli, l’uomo che la notte del 26 luglio denunciando il furto del proprio borsello al 112 ha avviato l’operazione dei carabinieri in cui è morto il vice brigadiere Mario Cerciello Rega. In una nota diffusa dal suo avvocato Andrea Volpini cerca di spiegare alcuni misteri che ancora oggi aleggiano attorno alla vicenda che ha provocato la morte del 35enne carabiniere di Somma Vesuviana che nella lettera definisce «un uomo valoroso. Con il suo lavoro di carabiniere ha salvato la mia vita e purtroppo perso la sua». Brugiatelli afferma che nello zaino rubato in piazza Mastai oltre ai documenti aveva le chiavi di casa dove vive con suo padre malato, la sorella e un nipote: « Ho avuto paura che potessero far del male a me e soprattutto a loro e per questo ho chiesto aiuto al 112. Le stesse minacce che avevano rivolto a me, sono state ripetute poco dopo, quando, con il telefono in viva voce, ho richiamato di fronte ai carabinieri il mio numero di cellulare». L’uomo indicato come un informatore dei carabinieri afferma, invece, che si tratterebbe solo di «false ricostruzioni proseguite anche dopo la conferenza stampa degli inquirenti». La paura di essere rintracciato dai due americani lo avrebbe spinto a chiamare il 112 senza aspettare il giorno successivo per sporgere denuncia, un aspetto rimarcato in un passaggio preciso della nota: «Quando ho chiamato il mio numero di cellulare chi ha risposto non ha solo preteso denaro e droga per riconsegnare le mie cose. Mi hanno minacciato, dicendo che sapevano dove abitavo e sarebbero venuti a cercarmi». Minacce ripetute più volte al telefono. Una di queste proprio in presenza dei carabinieri davanti ai quali avrebbe effettuato una telefonata in viva voce chiamando il proprio cellulare rimasto nello zaino rubato dai due americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth. « Il resto - conclude Brugiatelli - è storia nota, alla quale non voglio aggiungere altro, a parte tutto il mio dolore e rispetto, per la vita di un giovane eroe finita troppo presto».

Mario Cerciello Rega, dubbi sulle relazioni di servizio dei carabinieri: i magistrati acquisiscono i turni. Pubblicato giovedì, 01 agosto 2019 da Fulvio Fiano, Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Ricostruire gli spostamenti di Mario Cerciello Rega e del suo compagno di pattuglia Andrea Varriale a partire da mezzanotte, quando il vicebrigadiere ucciso circa tre ore dopo, avrebbe dovuto prendere servizio. È questo l’obiettivo che ha spinto i magistrati guidati dal procuratore Michele Prestipino ad acquisire i turni della stazione Farnese, dove lavorava. Per chiarire sospetti e misteri che ancora segnano quella notte. Svelando se le annotazioni di servizio possano essere state corrette dopo la tragedia per coprire eventuali errori, compreso il fatto che Cerciello Rega abbia partecipato a un’operazione pur non avendo con sé la pistola. Su questo aspetto anche la procura militare si muove ipotizzando la «mancata consegna». Nell’ordinanza di cattura dei due ragazzi statunitensi accusati dell’omicidio - Gabriel Christian Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder - la giudice Chiara Gallo scrive: «Dall’annotazione del carabiniere Andrea Varriale emerge che poco tempo prima di ricevere l’incarico di effettuare l’operazione in abiti civili volta al recupero dello zaino rubato al Brugiatelli, alle ore 1,19 era intervenuto in piazza Mastai su ordine del maresciallo Pasquale Sansone». Nell’atto ufficiale non si fa alcun cenno alla presenza di Cerciello Rega. Dov’era? Informalmente il comando provinciale dell’Arma ha fatto sapere che in realtà pure lui era citato nella relazione di servizio che dava atto della sua presenza. Anche su questo passaggio sono in corso verifiche e il fatto che i pubblici ministeri abbiano deciso di acquisire i turni fa presumere che ci siano dubbi sulla regolarità degli atti inviati. In questo quadro il maresciallo Sansone viene ritenuto un testimone fondamentale, visto che quella sera aveva richiamato numerosi sottufficiali per segnalare quanto accaduto. Dovrà essere proprio lui a chiarire che tipo di disposizioni vengano date ai militari che effettuano servizi di controllo nel quartiere, quali siano le regole per l’impiego delle pattuglie in borghese e in divisa, come sia possibile che per un “cavallo di ritorno” un carabiniere abbia ritenuto di poter intervenire disarmato. Nessuno ha infatti chiarito se Cerciello Rega avesse informato il collega e i superiori di non avere l’arma o se invece la circostanza sia stata scoperta soltanto dopo la sua morte. Nella stessa ordinanza di arresto viene specificato che verso l’1,30 in piazza Mastai «giungeva un motociclo di colore nero con a bordo due persone che si qualificavano come appartenenti all’Arma» e controllavano il pusher che avrebbe dovuto vendere la droga ai due americani. Dunque anche altri agenti in borghese, che viaggiavano a bordo di uno scooter che dovranno chiarire se siano intervenuti mentre erano in servizio o se invece siano stati richiamati. Rimane in ogni caso il mistero sulla tolleranza rispetto alla presenza dei pusher che evidentemente agiscono indisturbati in quella piazza, ma anche in altri luoghi del centro storico nonostante siano piene di carabinieri in divisa e in borghese. E per questo bisognerà delineare il ruolo di Mario Brugiadelli che ieri con una nota ufficiale del suo avvocato ha smentito di essere «un pusher o un confidente», pur consapevole che negli atti processuali il suo ruolo viene descritto come quello di mediatore con gli spacciatori. Quella sera Brugiatelli aveva infatti denunciato - parlando con i militari che in piazza - di aver subito il furto dello zaino, ma aveva poi anche parlato del ricatto dei due americani che volevano un grammo di cocaina perché erano stati truffati dai suoi amici che gli avevano invece venduto tachipirina. E allora, come mai non si è deciso di fermare i pusher che erano ancora in zona? Le verifiche sulle annotazioni dovranno tenere conto anche delle notizie filtrate subito dopo l’omicidio e delle successive correzioni. Il primo comunicato stampa dei carabinieri , il 26 mattina, fa riferimento a un «probabile cittadino africano» e la notizia dei nordafricani, con tanto di foto segnaletiche, ha continuato a girare sulle pagine social vicine all’Arma e alla polizia. Di nulla di tutto questo si trova più traccia e l’unico comunicato stampa dei carabinieri, alle 9.33 del 27 mattina parla ora dei due statunitensi.

Corrado Zunino per “la Repubblica” il 5 agosto 2019. Sta dormendo sulla panchina in marmo diventata immagine fissa del delitto del carabiniere buono: inquadrata dalle telecamera di una scuola di suore, è lo sfondo del colloquio in Piazza Mastai, quel venerdì 26 poco prima dell' una, tra il mediatore Sergio Brugiatelli e i due americani, Finnegan e Gabriel. Tamer Salem, 51 anni, in Piazza Mastai - la tonda Mastai dimora dei Monopoli di Stato, dell' agenzia AdnKronos e di tanti barboni - è parcheggiatore abusivo. Da 18 anni. Ed è uno degli otto testimoni oculari della "fase Trastevere" della camminata notturna di Brugiatelli e dei turisti sballati di San Francisco. «Disturbo?». Tamer - t-shirt bianca e scarpe da ginnastica blu elettrico - apre lentamente gli occhi, li stropiccia, si mette seduto. «No, prego». Si stira e inizia a raccontare la sua versione sulla mancata consegna del grammo di cocaina ai californiani, l'arrivo dei carabinieri in moto davanti al Cinema Alcazar, di là di Viale Trastevere, quindi la fuga di Sergio, Finn e Gabriel. Il racconto di Tamer coincide in diversi punti con quello già fatto a Repubblica da Italo Pompei, indicato da Brugiatelli come il pusher. L' egiziano Tamer dice di no: «Italo è solo un tossico, non uno spacciatore. Va in giro tutto il giorno con il suo bulldog, era con lui anche quel venerdì. Non era Italo che doveva dare la droga agli americani».

Chi, allora?

«Io so che quando sono arrivati a Mastai, Sergio e i due ragazzi erano strafatti. Tutti e tre. Ridevano, sembravano vecchi amici. Erano già imbottiti».

Di alcol?

«Dopo tanti anni passati in strada so riconoscere uno cotto, quei tre erano imbottiti di alcol e di droga. Per me si erano fatti insieme».

Ma lei, Sergio Brugiatelli, lo conosce bene?

«Lo vedo spesso».

E chi è?

«Uno che viene a Mastai a farsi le canne e che la droga la tratta».

La spaccia?

«Ho detto tutto ai carabinieri quando mi hanno interrogato».

Andiamo avanti. Secondo l' ordinanza della magistratura Brugiatelli e Gabriel il biondino si spostano verso Piazza Merry del Val e Finnegan, intontito, resta sulla panchina di Mastai.

«Non è vero, vanno tutti e tre verso l' Alcazar».

C' è scritto anche che Brugiatelli lascia lo zaino nero e la bicicletta incustoditi in Piazza Mastai.

«Per niente, non se ne separa mai. E che, mica è matto a lasciare telefonino, documenti e soldi su una panchina di venerdì notte?».

Lei resta sulla sua sedia da parcheggiatore affacciata su Viale Trastevere.

«E certo, io devo lavorare. Aiuto chi viene in auto nel quartiere a trovare posto. Non chiedo mai soldi, prendo quello che mi danno».

Ha visto bene quello che succedeva dall'altra parte della strada?

«Ho visto due carabinieri arrivare su una moto. Non li conoscevo, non erano del comando di Trastevere. Due pischelli. Sono scesi e sono andati verso l' Alcazar. Ho sentito chiaramente : "Carabinieri". E li ho visti tirare fuori i tesserini».

E a quel punto?

«Sergio è salito sulla bicicletta ed è scappato in Viale Trastevere, verso Piazza Belli. I due americani sono venuti verso di me correndo, hanno attraversato Piazza Mastai e si sono allontanati in Via della Luce. Anche loro direzione Piazza Belli. I due carabinieri hanno inseguito i ragazzi, inutilmente».

I due californiani avevano uno zaino nero in mano, il famoso zaino di Brugiatelli che farà innescare l'estorsione e poi l'omicidio?

«No».

Brugiatelli aveva ancora il suo zaino quando era in bicicletta?

«Sì, in spalla».

E quando glie lo hanno portato via i due ragazzi?

«Questo non lo so».

Conosce Medi, l' albanese spesso ubriaco presente quella sera?

«Certo. Lui aveva problemi con il soggiorno in Italia e in questi giorni l' hanno portato al centro migranti di Ponte Galeria. Sarà espulso. Me lo ha detto la mia fidanzata. È russa, anche lei è a Ponte Galeria».

Che idea si è fatto?

«Sono convinto che i carabinieri abbiano seguito i tre da Piazza Trilussa, li hanno pedinati. E Brugiatelli ha fatto un gran casino. Ha portato questi americani, drogati e violenti, nella nostra zona. E ha detto un sacco di bugie».

Rory Cappelli per “la Repubblica” il 4 agosto 2019. Le immagini delle telecamere di sorveglianza della banca Unicredit di via Federico Cesi - due, una al di là dell' ingresso in vetro e un' altra in strada - che puntano, entrambe, proprio sul luogo dell' omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ci sono o non ci sono? Se esistono diventano uno snodo fondamentale di tutta la vicenda: non a caso il padre di Finnegan Lee Elder e i legali del ragazzo chiedono da giorni che l'accusa li produca. Anche venerdì, prima di partire per San Francisco, Ehtan Elder ha detto: «Speriamo vivamente che l'accusa produca le immagini video che mostrano cosa è realmente accaduto». Gli investigatori tuttavia affermano di non avere immagini video del momento dell' aggressione. Tanto che il 30 luglio, durante la conferenza stampa di carabinieri e procura, il generale provinciale dei carabinieri Francesco Gargaro ha affermato: «Nel luogo in cui è avvenuta l' aggressione purtroppo non c' erano telecamere ». Il 26 luglio però tutte le agenzie battevano un' altra notizia. Era infatti trapelato che in mattinata erano stati sequestrati i video delle telecamere di piazza Mastai, a Trastevere, quelle interne ed esterne dell' hotel Le Meridien Visconti nel quartiere Prati dove i due americani alloggiavano, quelle della gioielleria Ghera di via Federico Cesi e quelle «del luogo in cui è avvenuta la colluttazione». Le agenzie di stampa scrivevano: «Ad incastrarli sarebbero le riprese delle telecamere di video sorveglianza anche sul luogo dell' aggressione al vice brigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega». Il 26 luglio, dunque, la notizia era che «i carabinieri del Gruppo di Roma e del Nucleo investigativo di via in Selci hanno vagliato le immagini delle telecamere sui luoghi del furto, dell' albergo e del ferimento del carabiniere» e tramite queste «sono arrivati all' arresto». Poi però i filmati scompaiono dalla narrazione. Forse le immagini sono scure, inutilizzabili. Tuttavia nell' ordinanza del 27 luglio la gip Chiara Gallo riporta quanto scritto nell' annotazione di servizio di Andrea Varriale, il collega di Cerciello Rega: «Appena svoltavamo in via Cesi notavamo immediatamente la presenza di due soggetti, situati nella prospicente via Pietro Cossa all' altezza del civico 57, posizionatisi presso una farmacia. La strada era ben illuminata e pertanto riuscivamo a vederli bene». Se la strada era ben illuminata, anche le immagini delle videocamera di sorveglianza dovrebbero esserlo. Sempre che esistano. Il primo agosto poi esce la notizia che «la telecamera della banca era fuori uso». Dunque inutilizzabile. Ma fonti della banca Unicredit il 26 luglio avevano comunicato a Repubblica «l' acquisizione dei filmati delle telecamere della filiale di via Federico Cesi da parte di personale del reparto operativo dei carabinieri e della prima squadra del nucleo radiomobile».

Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera” il 4 agosto 2019. La sera dell' omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega ci sono state diverse telefonate di cui non si conosce ancora il contenuto. La traccia dei contatti è negli atti processuali, ma adesso si sta cercando di ricostruire i dettagli dell' accordo tra il mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli e i due americani accusati del delitto. E soprattutto quelli con i carabinieri. Rimane infatti tuttora oscuro il motivo che ha spinto i militari ad assecondare le richieste di Brugiatelli, nonostante fossero consapevoli che lo scambio prevedesse la consegna di un grammo di cocaina. Già quel particolare era infatti sufficiente a dimostrare che l' uomo era al centro di un traffico illecito. E dunque non si comprende perché - invece di denunciarlo - si sia deciso di pianificare un intervento per recuperare il suo borsello. Un' operazione alla quale Cerciello ha partecipato pur non avendo con sé la pistola d' ordinanza. La ricostruzione, così come emersa grazie all' incrocio dei dati contenuti nelle annotazioni di servizio e del racconto dei testimoni, dimostra che prima di arrivare all' appuntamento con i due americani ci fu un fitto scambio di contatti. Il gip sottolinea che «una delle telefonate effettuate da Brugiatelli alla presenza dei carabinieri Andrea Varriale e Cerciello Rega, fu registrata». Ma poi dà conto di altri contatti effettuati da diversi telefoni. E soprattutto evidenzia le chiamate al 112 specificando che a un certo punto «Cerciello venne contattato sulla propria utenza cellulare dall' operatore della centrale del Comando del gruppo Roma». Perché tanto impegno? Che cosa c' era di così prezioso in quel borsello da determinare prima la mobilitazione dei carabinieri fuori servizio che si trovavano in quella piazza di Trastevere e poi l' operazione della pattuglia in borghese che dopo aver partecipato alla trattativa decise di andare nel quartiere Prati per effettuare lo scambio? Anche se davvero non è un complice degli spacciatori, Brugiatelli ha un «profilo» che dovrebbe convincerlo a tenersi lontano dalle forze dell' ordine. E invece la notte tra il 25 e il 26 luglio è stato lui a chiamare i carabinieri più volte, a insistere per avere il loro aiuto. Qualche giorno fa ha deciso di diffondere un comunicato per negare di essere un confidente, ma è proprio il comportamento tenuto dopo lo scippo ad avvalorare l' ipotesi che in realtà fosse consapevole di non avere nulla da temere. E sarebbe stato proprio lui, dopo l' omicidio del vicebrigadiere, a parlare della pista che portava ai nordafricani. Nei prossimi giorni i pubblici ministeri coordinati dal procuratore Michele Prestipino valuteranno la sua posizione e analizzeranno la sequenza delle telefonate di quella notte. I «punti oscuri» di cui ha parlato lo stesso magistrato non sembrano affatto chiariti. Compresa la dinamica dell' aggressione terminata con le 11 coltellate che Lee Finnegan Elder ha ammesso di aver inferto al vicebrigadiere. Anche per questo si continua a verificare se ci fosse almeno un' altra telecamera accesa e finora sfuggita ai controlli.

Rory Cappelli per “la Repubblica – Roma” il 4 agosto 2019. Sembrava una storia dai contorni chiari, risolta dopo sette ore: un omicidio, un assassino reo confesso, due arresti, di cui uno, così come stabilito dalla gip Chiara Gallo, per concorso in omicidio. Caso chiuso. E invece fin dall' inizio la morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è stata caratterizzata da notizie poi smentite, da punti poco chiari, da questioni tuttora irrisolte. Telecamere A cominciare delle telecamere di sorveglianza della banca Unicredit che puntano proprio sul luogo del delitto. Ci sono, non ci sono? I carabinieri sostengono di no. Ma il 26 luglio la notizia era che «i carabinieri del Gruppo di Roma e del Nucleo investigativo di via in Selci hanno vagliato le immagini delle telecamere sui luoghi del furto, dell' albergo e del ferimento del carabiniere» e tramite queste erano arrivati all' arresto. Da subito si parla del loro utilizzo per l' arresto. Poi però scompaiono.

I nordafricani. Da subito circola la notizia che sia Sergio Brugiatelli, vittima del furto e della tentata estorsione da parte dei ragazzi americani, a dire che i due ragazzi in fuga dopo l' omicidio erano nordafricani. Ma Brugiatelli poi « con forza » , per il tramite del suo legale, Andrea Volpini, negherà di essere stato lui a diffondere la falsa pista dei magrebini. Il collega di Cercillo, Andrea Varriale, che li ha visti in faccia e che sa che non si tratta di magrebini, parla di nordafricani: ma, spiega l' arma, dopo l' omicidio era confuso e sotto shock.

La rissa. I carabinieri Varriale e Rega vengono chiamati in piazza Mastai da un collega di caserma, Pasquale Sansone, che insieme ad altri colleghi, liberi dal servizio, hanno cercato di fermare un uomo che « era fuggito dopo aver consegnato un involucro con tachipirina. Viene identificato Sergio Brugiatelli che riferiva di essere stato vittima di un borseggio». Il confidente Fin dall' inizio appare strana tutta la dinamica della richiesta di intervento, le telefonate al 112, l'intervento di due carabinieri per un evento come il furto del borsello. Da subito si ipotizza che sia un confidente. L' arma smentisce però che Brugiatelli abbia alcun rapporto con i carabinieri. Allora perché l'impiego di due uomini per un furto e il suo cavallo di ritorno? E perché intervengono proprio Cerciello e Varriale, già intervenuti in piazza Mastai? La pistola di ordinanza Perché i carabinieri aggrediti non sparano? Dopo giorni di ipotesi, il 30 luglio, nella conferenza stampa di carabinieri e procura, il generale comandante provinciale Gargaro spiega che Cerciello non aveva l' arma con sé.

«Una dimenticanza» sottolinea. «Ciò non toglie che non aveva alcuna possibilità di reagire». Chi, invece, era armato era il suo collega, Andrea Varriale ma « non poteva sparare ad un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato indagato per un reato grave». 

Da Rainews.it il 4 agosto 2019. "Elder ci ha detto che aveva paura di essere strangolato, di essere oggetto di un'aggressione da parte di Cerciello quella notte, non sapeva che fosse un carabiniere". Lo riferiscono gli avvocati Roberto Capra e Renato Borzone, legali di Finnegan Lee Elder, il ragazzo americano reo confesso dell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Elder non ha ribadito la confessione al Gip. La famiglia del giovane americano, intanto, ha fatto sapere da San Francisco, tramite un loro legale, di auspicare che "la verità venga fuori e nostro figlio torni presto a casa". "Abbiamo l'impressione che l'opinione pubblica abbia avuto un resoconto incompleto della verità degli eventi", ha letto l'avvocato Craig Peters davanti alla casa degli Elder a San Francisco. Peters ha letto un breve comunicato davanti alla casa dei genitori di Finnegan Elder a San Francisco nel quale la famiglia esprime anche le sue condoglianze per la morte del militare. Gli stessi genitori di Elder hanno assistito alla lettura della nota, al termine della quale il legale non ha accettato domande.   "Continuiamo ad avere questa famiglia nei nostri pensieri e preghiamo per loro in questo difficile momento", ha aggiunto illegale.Il comunicato è stato emesso dopo la visita del padre di Elder, Ethan, a Roma, dove ha fatto visita al figlio 19 enne in carcere.

Elder: «Avevo paura di essere strangolato da Cerciello». Le telefonate prima della morte: cosa c’era nel borsello?. Pubblicato domenica, 04 agosto 2019  da Fiorenza Sarzanini e Redazione Roma, su Corriere.it. «Elder ci ha detto che aveva paura di essere strangolato, di essere oggetto di un’aggressione da parte di Cerciello quella notte, non sapeva che fosse un carabiniere». Lo riferiscono gli avvocati, Roberto Capra e Renato Borzone, legali di Finnegan Lee Elder, il ragazzo americano reo confesso dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Il 19enne, non ha ribadito la confessione al Gip. L’avvocato di Finnegan Lee Elder, Roberto Capra, aggiunge dettagli sulla strategia difensiva: «Stiamo conducendo una serie di accertamenti per stabilire con esattezza la dinamica di quanto è accaduto la notte del 26 luglio sul luogo dell’omicidio e non è escluso che, aldilà delle persone direttamente coinvolte, possano esserci dei testimoni che possano aiutare a chiarire la vicenda». «Ci auguriamo che la Procura riesca ad acquisire tutte le immagini della videosorveglianza in strada, affinché venga fatta piena luce sul caso», conclude Capra. Sempre domenica, la famiglia Elder, ha fatto sapere da San Francisco tramite un loro legale di auspicare che «la verità venga fuori e nostro figlio torni presto a casa». «Abbiamo l’impressione che l’opinione pubblica abbia avuto un resoconto incompleto della verità degli eventi», ha detto l’avvocato Craig Peters leggendo un breve comunicato davanti alla casa degli Elder a San Francisco nel quale la famiglia ha espresso anche le sue condoglianze per la morte del militare. Gli stessi genitori di Elder hanno assistito alla lettura della nota, al termine della quale il legale non ha accettato domande dai cronisti presenti. «Continuiamo ad avere questa famiglia nei nostri pensieri e preghiamo per loro in questo difficile momento», ha aggiunto il legale. Il comunicato è stato emesso dopo la visita del padre di Finnegan Elder, Ethan, a Roma, che ha incontrato il figlio 19enne in carcere a Regina Coeli.

Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della sera” il 6 agosto 2019. Quando sono andati all'appuntamento per lo scambio, i due americani non hanno portato il borsello. Lo hanno nascosto in una fioriera dove è stato ritrovato dopo il delitto del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Un dettaglio che aggiunge altri dubbi sulla ricostruzione di quanto accaduto la notte tra il 25 e il 26 luglio. E soprattutto sulla vera natura di quell'appuntamento preso tra i ragazzi e il mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli, che però decise di farsi accompagnare e poi sostituire da due carabinieri. È stato proprio Brugiatelli a raccontare che per ottenere la restituzione del borsello i due ragazzi gli chiesero in cambio 80 euro e un grammo di cocaina. Loro hanno sostenuto di aver chiesto soltanto i soldi, ma in ogni caso l'intesa - su questo concordano - era di vedersi nel quartiere Prati ed effettuare lo scambio. Adesso si scopre però che Gabriel Natale Hjorth e Elder Finnegan Lee si presentarono a mani vuote. Che intenzioni avevano? Davanti al giudice hanno sostenuto di essere stati convinti di dover incontrare gli spacciatori, o comunque il mediatore, e di non aver neanche immaginato che potessero invece arrivare i carabinieri. Ma comunque non spiegano per quale motivo non si siano portati il borsello che avrebbe consentito loro di ottenere indietro i soldi e forse la cocaina. E questo alimenta il sospetto che in realtà prima sia accaduto qualcos'altro. Che in quei 24 minuti trascorsi dal momento dell'uscita dall' hotel alla fuga dopo aver commesso l'omicidio, i due giovani possano aver incontrato qualcuno o comunque visto qualcosa che li avrebbe convinti ad agire in maniera diversa da quanto avevano concordato. Nei filmati finora acquisiti non risulta il momento dell'aggressione né si sa dove era esattamente Brugiatelli mentre i carabinieri lottavano con i due giovani. E dunque non si riesce a capire come mai, sa davvero era a poca distanza - come ha sostenuto il carabiniere Andrea Varriale nella sua relazione di servizio - non sia intervenuto subito o quantomeno non si sia avvicinato. Oggi nella stanza dell'hotel dove i due giovani si sono rifugiati e sono stati poi arrestati arriveranno i carabinieri del Ris per riesaminare le tracce, ma anche per effettuare altre verifiche. È probabile che decidano di effettuare controlli anche sul percorso di quella sera. Troppi dettagli rimangono ancora misteriosi. Compreso quello che riguarda le dotazioni. Si è accertato che Cerciello Rega non aveva con sé la pistola. Ora si dovrà scoprire se davvero aveva le manette.

Vincenzo Bisbiglia per Il Fatto Quotidiano il 5 agosto 2019. Anche Finnegan Lee Elder, il 19enne americano che ha confessato l’accoltellamento del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ha presentato istanza di scarcerazione al Tribunale del Riesame. I legali Roberto Capra e Renato Borzone hanno depositato il ricorso questa mattina in cancelleria. A quanto apprende IlFattoQuotidiano.it, gli avvocati non rinunceranno alla sospensione estiva delle attività giudiziarie nel mese di agosto, così da avere la possibilità di studiare con maggiore calma gli atti da acquisire per preparare l’udienza. Per questo motivo, il giovane californiano sarà ascoltato dai giudici nel mese di settembre. Il pool di legali – americani e italiani – ha impostato la linea di difesa su alcuni punti fondamentali. Il primo è che sia Elder sia il suo connazionale Gabriel Natale Hjort non sapessero che Cerciello Rega e il collega Andrea Varriale fossero dei carabinieri o comunque degli agenti di polizia. E che non potevano essersene resi conto. Elder ha raccontato al gip che i due non hanno esibito i tesserini e ha detto di essere stato aggredito e di aver avuto paura perché pensava che i due, in abiti civili, fossero semplicemente dei “rinforzi” chiamati da Sergio Brugiatelli “amico degli spacciatori“. Un contesto dove, secondo i legali, Finnegan si è presentato armato ed ha utilizzato il coltello “da marines” per difendersi. L’obiettivo degli avvocati è lasciare spazio agli inquirenti di effettuare ulteriori approfondimenti. Intanto, gli esami irripetibili sui reperti acquisiti previste fra domani e mercoledì, a iniziare dal coltello dove al momento non sono state trovate le improte digitali (l’arma è stata lavata). Ma molte risposte potrebbero arrivare dal contenuto dello zaino “rubato” dai giovani a Brugiatelli. I legali, infatti, rigettano anche il reato dell’estorsione. Gli inquirenti, secondo quanto rivelano fonti a IlFattoQuotidiano.it stanno verificando il contenuto del Nokia “vecchia generazione” dell’intermediario e in particolare i numeri presenti nella rubrica del telefono e gli sms inviati e ricevuti dall’uomo. È consuetudine, fra chi non vuole essere intercettato attraverso i trojan, procurarsi cellulari precedenti all’era degli smartphone. Individuato lo spacciatore che ha truffato i due americani poi arrestati per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Non aveva con sé la droga al momento del controllo quindi non è stato denunciato. E Brugiatelli, il tramite al momento è considerato semplicemente vittima del furto dello zaino. Fra i dubbi in seno ai difensori dei due americani, infatti, ci sarebbe la possibilità di una “natura privatistica” dell’azione portata avanti dai carabinieri – il “cavallo di ritorno” – ipotesi più volte fermamente smentita dai vertici dei carabinieri. Elder ha confermato al gip che all’appuntamento, alle 3 di notte nel quartiere Prati, c’erano sia Cerciello Rega sia Varriale e non Brugiatelli. Ma mentre lo scontro fra Cerciello e Elder aveva “rapidi risvolti drammatici”, i segni della colluttazione fra Varriale e Hjort risultavano invece essere “non significativi“. Anche per questo i legali insistono con gli inquirenti affinché si acquisiscano tutte le immagini possibile derivanti dalla videosorveglianza nella zona. Secondo la ricostruzione dei fatti fin qui emersa, Cerciello Rega e Varriale erano stati allertati a Trastevere da un maresciallo, Pasquale Sansone, che quella notte non era in servizio ma che si è attivato perché aveva notato dei movimenti in piazza Gioacchino Belli. Dopo il primo intervento, secondo quanto raccontato anche da Brugiatelli, viene chiesto all’intermediario dei pusher di chiamare il 112, telefonata che allerta “ufficialmente” la coppia in servizio di pattuglia automontata in borghese. La telefonata con il presunto ricatto da parte di Elder e Hjort avviene con il vivavoce attivato all’ascolto dei due carabinieri. Poi l’appuntamento in Prati. Gli audio fin qui non sono mai usciti.

Carabiniere ucciso,  altre telefonate  tra pusher e americani  prima dell’omicidio. Pubblicato martedì, 06 agosto 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. «C’è una annotazione di servizio, allegata agli atti dell’inchiesta, che conferma l’esistenza di almeno due telefonate effettuate prima della morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Chiamate di cui non si conosce il contenuto, ma che invece potrebbero aiutare gli inquirenti a comprendere quale fosse la natura dell’accordo preso dal mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli con i due americani accusati del delitto. Quella relazione è stata infatti compilata dai carabinieri della stazione Trastevere che per primi intervennero nella piazza quando Brugiatelli li fermò per denunciare che gli era stato rubato lo zaino. Ma poi furono sostituiti dai colleghi della stazione Farnese - Cerciello Rega e il suo compagno di pattuglia Andrea Varriale - che decisero modi e tempi dell’intervento. Quella sera del 25 luglio in piazza Mastai ci sono numerosi carabinieri in borghese e in divisa, alcuni sono fuori servizio. Ma evidentemente tutti si interessano a quanto accaduto a Brugiatelli. Lui aveva accompagnato i due americani da un amico a comprare cocaina, ai ragazzi era stata venduta tachipirina e loro per vendicarsi della truffa gli avevano portato via lo zaino. Non si trattava quindi di un normale scippo, ma di una lite legata alla droga, dunque non si capisce perché si sia deciso di dedicare alla vicenda tanto impegno. Anche ammettendo che Brugiatelli non avesse raccontato ai carabinieri che stava trattando droga, nelle successive telefonate si parla esplicitamente di una contropartita per ottenere lo zaino pari a «80 euro e un grammo di cocaina». E allora perché i carabinieri hanno continuato a seguire la trattativa anziché prendere provvedimenti nei confronti di Brugiatelli? Una risposta potrebbe arrivare proprio dalla ricostruzione di tutte le telefonate di quella notte. Nell’annotazione si parla di due chiamate, ma i contatti potrebbero essere stati quattro. E dunque bisognerà sapere che cosa si siano detti esattamente Brugiatelli e Natale, quali accordi abbiano davvero preso prima di darsi appuntamento nel quartiere Prati, cioè sotto l’albergo dove i due giovani alloggiavano. L’altro elemento fondamentale per ricostruire ogni dettaglio di quella sera, può arrivare dai video registrati dalle telecamere di sorveglianza che in quella zona sono molteplici. Al momento i filmati acquisiti non hanno consentito di vedere nè il momento dell’aggressione nè quanto accadde nei minuti precedenti, visto che ci sono 24 minuti durante i quali i due americani non vengono mai inquadrati. Una circostanza che appare piuttosto strana e per questo i legali dei due indagati ieri hanno formalizzato l’istanza ai magistrati. «Abbiamo presentato una richiesta ufficiale, sottoscritta anche da Elder - spiega l’avvocato Roberto Capra che lo difende con il collega renato Borzone - per l’acquisizione di tutti i video della zona. Confidiamo ci siano le immagini dell’incontro tra i carabinieri e i ragazzi». Sull’aggressione sono ancora diversi gli elementi da accertare. I due ragazzi sostengono di non avere nemmeno immaginato che i due fossero carabinieri . «Aspettavamo Brugiatelli, credevamo che i due uomini fossero pusher e quindi abbiamo reagito quando hanno tentato di bloccarci». In realtà Brugiatelli era stato lasciato vicino all’auto di servizio ma non risulta che sia intervenuto nonostante il ferimento a morte di Cerciello Rega. Nè che poi sia stato fermato o interrogato.

Dall’arma ai video: cosa non torna nella ricostruzione dell’omicidio del carabiniere. Pubblicato mercoledì, 07 agosto 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Ci sono alcuni fotogrammi che potrebbero offrire nuovi dettagli per ricostruire quanto accaduto la notte dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. I carabinieri li hanno recuperati visionando decine di filmati girati dalle telecamere nella zona del delitto. Aggiungono particolari sui movimenti dei due ragazzi americani prima e dopo l’accoltellamento. Rimane invece «buio» sul momento della colluttazione perché non risulta che in quel punto ci fossero telecamere accese. E dunque va avanti il lavoro dei magistrati guidati dal procuratore Giuseppe Prestipino per sistemare tutti i tasselli e chiarire i dubbi che, una settimana dopo il delitto, rimangono aperti. Anche perché nella stanza dell’albergo dove alloggiavano Lee Finnegan Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth è stato trovato un secondo coltello. Non risulta utilizzato, ma sarà comunque analizzato visto che l’arma usata per uccidere il carabiniere è stata lavata, probabilmente per nascondere le impronte lasciate prima di nasconderlo. Sono le 22.30 di giovedì scorso quando i due americani arrivano a Trastevere, in cerca di cocaina. Vengono agganciati da Sergio Brugiatelli che si offre di portarli da un suo amico spacciatore. Passano circa due ore e mentre avviene lo scambio arrivano due carabinieri che bloccano il pusher. Brugiatelli si allontana, ma quando arriva in piazza Mastai scopre che gli americani gli hanno rubato lo zaino. Decide allora di chiedere aiuto ai carabinieri. Come mai un uomo che fa da mediatore con gli spacciatori si rivolge alle forze dell’ordine? Gli dicono di fare una denuncia la mattina dopo e lui comincia a chiamare il proprio telefonino per trattare la restituzione. Che cosa c’è nello zaino? Secondo quanto dichiarato da Brugiatelli «un cellulare Nokia, il codice fiscale, la carta d’identità, una radiolina portatile, le chiavi di casa, un portafogli con 30 euro, una camera d’aria per la bicicletta, una pompa per gonfiare le ruote e un cucchiaio». L’elenco inserito dal giudice nell’ordinanza di custodia cautelare dei due americani si chiude però con un «omissis» e dunque non è ancora chiaro se ci fosse altro. Brugiatelli racconta che per la restituzione gli furono chiesti 80 euro e un grammo di cocaina. In quel momento nella piazza ci sono il maresciallo Pasquale Sansone della stazione carabinieri Farnese, quattro militari fuori servizio e due in moto. Brugiatelli racconta di aver chiesto aiuto a una pattuglia in divisa. C’è una sequenza di telefonate di cui non si conosce ancora il contenuto. Certamente rimane traccia di una chiamata che fa al 112 alle 2.04 per denunciare di essere vittima di un’estorsione. In realtà l’operazione per lo scambio è stata già pianificata un’ora prima. All’1.09, è arrivato in piazza il carabiniere Andrea Varriale chiamato proprio da Sansone. E allora perché Brugiatelli si rivolge al pronto intervento? Varriale è in borghese. Nella sua nota di servizio, allegata dal gip all’ordinanza, non si fa cenno alla presenza di Cerciello Rega che compare ufficialmente sulla scena alle 2.10, quando la centrale operativa lo chiama sul cellulare e «fornisce una nota intervento a lui e Varriale informandoli che Brugiatelli ha denunciato un tentativo di estorsione». I carabinieri hanno negato che Brugiatelli fosse un confidente, ma quanto avvenuto nella piazza avrebbe dovuto far comprendere il suo ruolo di mediatore con gli spacciatori. Perché si decide di aiutarlo a recuperare lo zaino? Perché tutti i militari che sono in piazza si adoperano per pianificare l’intervento? Alla presenza dei due carabinieri Brugiatelli continua a chiamare i due ragazzi, ma soltanto una telefonata viene registrata. È quella per fissare l’incontro nel quartiere Prati ed effettuare lo scambio: restituzione dello zaino per 80 euro e un grammo di cocaina. L’accordo è di vedersi alle 3.15 in via Pietro Cossa. Sull’auto «civile» salgono Varriale, Cerciello Rega e Brugiatelli. Il vicebrigadiere — ma questo si scoprirà soltanto quattro giorni dopo — non ha la pistola d’ordinanza. L’Arma ha negato che fosse fuori servizio, dichiarando che il suo turno era cominciato a mezzanotte. Sembra comunque strano che non abbia deciso di prenderla prima di recarsi all’appuntamento. E invece va proprio così, non è ancora chiaro nemmeno se avesse le manette. Quando arrivano in via Cossa, lasciano Brugiatelli accanto all’auto di servizio e loro vanno verso i due giovani che sono fermi all’angolo. Perché non lasciano che sia Brugiatelli ad effettuare lo scambio, come avviene di solito? Varriale sostiene che «si trattava di due sospetti e quindi ci siamo avvicinati e qualificati». In tre minuti vengono entrambi neutralizzati. Non ci sono telecamere, è lui a raccontare che cosa avviene: «Prima di procedere al controllo ci aggredivano, la lite si svolgeva con rapidità e violenza». Per entrambi è un corpo a corpo. Cerciello Rega viene colpito con 11 coltellate e muore poco dopo. Varriale non riesce a fare nulla, neanche a sparare un colpo in aria. La notizia diffusa la mattina dopo parla di un carabiniere ucciso da un nordafricano, dopo lo scippo subito da una donna. È la prima stranezza in una storia segnata ancora da troppi punti oscuri.

Rory Cappelli per “la Repubblica - Edizione Roma” il 7 agosto 2019. Sei ore a caccia di altre prove. Il nuovo sopralluogo ieri, voluto dalla procura, nella stanza dell' hotel Le Meridien di via Federico Cesi: la 109 prenotata da Finnegan Lee Elder, accusato dell' omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega. Qui il 19enne americano ospitava, senza registrazione, l'amico Gabriel Natale Hjorth, accusato anche lui dell'assassinio del militare. Per entrambi i pm avanzano un' altra accusa: l'estorsione nei confronti del "mediatore" Sergio Brugiatelli. Gli investigatori del Ris, quelli del nucleo investigativo, i legali dei due ragazzi, oltre a tecnici della difesa, sono rimasti nella camera per oltre sei ore. Presente anche uno dei legali di Rosa Maria Esilio, la moglie di Cerciello Rega, l'avvocato Massimo Ferrandino (gli altri sono Ester Molinaro e il professor Franco Coppi) che se ne è andato senza dire nulla. Ha invece parlato con i cronisti Roberto Capra, il legale sabaudo sceso nella Capitale per difendere, insieme a Renato Burzone, Elder: «L'accertamento di oggi, voluto dalla procura, non è così rilevante per capire cosa sia successo» ha detto, ricordando anche che «Finnegan ha detto nel verbale di interrogatorio di aver avuto paura di essere strangolato: l'ha detto subito, non dopo». Capra ha anche parlato dei filmati delle telecamere di sicurezza: «Confido nei video della zona che farebbero luce su ciò che è veramente accaduto. Li abbiamo richiesti alla Procura». E Fabio Alonzi, difensore di Natale Hjorth nel lasciare l'albergo è apparso molto provato: «Lasciateci lavorare: i Ris hanno acquisito i reperti e ora si passerà alle analisi, ma ci vorrà tempo». Chiarezza è sicuramente qualcosa che serve in tutta questa vicenda, dove resta fermo un punto solo: un uomo, un carabiniere, è stato brutalmente assassinato con 11 coltellate. È soprattutto per questo che è necessario che non vi siano zone d'ombra.

I VIDEO. Innanzitutto i video: ci sono, non ci sono? Gli investigatori sostengono che « non esistono». Ma in un passaggio dell'ordinanza la gip Chiara Gallo scrive: «Attraverso l'analisi delle immagini dei sistemi di videosorveglianza presenti sui luoghi in cui si sono svolti gli eventi (ovvero in piazza Mastai e via Cossa angolo via Cesi) è stato possibile individuare le persone coinvolte». Non solo. Repubblica il 26 luglio, poche ore dopo l'omicidio, ha la conferma che i carabinieri avevano sequestrato i video della filiale Unicredit di via Federico Cesi. Dove sono finiti? Non è vero, com'è stato sostenuto, che il sistema era rotto. Le riprese non erano troppo scure e quindi "illeggibili". Proprio nell'ordinanza, infatti, si riporta l'annotazione di servizio di Andrea Varriale, l'altro carabiniere in piazza con Cerciello Rega, che dice: «La strada era ben illuminata» riferendosi all' angolo tra via Cossa e via Cesi dove i due militari si erano recati e dove Sergio Brugiatelli - il " mediatore" - aveva preso appuntamento per recuperare il suo zaino.

LA DROGA. Brugiatelli lascia (così racconta) la sua bicicletta insieme allo zaino in piazza Mastai all'amico Meddi, rimasto su una panchina in compagnia di Elder, per recarsi in via Cardinale Merry del Val, proprio lì davanti, con Natale Hjorth. Deve incontrare il pusher Italo Pompei, andato a prendere 80 euro di cocaina per i due americani, già pagata. Nel momento dello scambio, però, intervengono carabinieri in borghese che identificano Pompei e cercano di fermare Natale Hjorth: questi consegna l'involucro con la droga ai militari e poi scappa. Quella droga viene subito identificata come tachipirina. «Lo capiscono carabinieri esperti» dicono al comando. Ma perché poi questo involucro viene «lasciato lì» ? Perché, a detta di Italo Pompei, fermato, identificato e poi lasciato andare, i carabinieri sembravano interessati soltanto a Hjorth? E perché quando fermano i due americani non sono sottoposti a esami tossicologici?

LO ZAINO. Quando c'è il dubbio che si stia per commettere un reato come l'estorsione, si attende sempre il momento dello scambio - la flagranza di reato - per bloccare i malviventi. Perché i due carabinieri invece si recano da soli, senza l'assistenza nelle immediate vicinanze di pattuglie, a piedi, lasciando Brugiatelli in una via limitrofa, in macchina, all'appuntamento con gli estorsori? I due, tra l' altro non avevano con loro lo zaino, non si fidavano, volevano essere certi di riprendersi il loro denaro e anche qualcosa in più (avevano chiesto in cambio 100 euro e un grammo di cocaina): i 24 minuti precedenti li avevano passati a scavare una buca in uno dei vasi di sempreverdi che adornano l' hotel per nasconderlo.

L'AUTOPSIA. I risultati autoptici usciti finora sono soltanto un esame preliminare: Il professor Antonio Grande, che ha eseguito l' esame all' Istituto di medicina legale di viale Regina Elena, rilascerà l' analisi completa soltanto alla fine della settimana. Intanto entrambi i team di difensori hanno fatto ricorso al tribunale del Riesame chiedendo la scarcerazione dei loro assistiti.

Valentina Errante e Giuseppe Scarpa per “il Messaggero” l'8 agosto 2019. Altre immagini di Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth prima dell'omicidio. Frame in mano ai carabinieri del nucleo operativo di via In Selci, che indagano sulla morte del collega Mario Cerciello Rega. Le immagini, registrate dalle telecamere tra via Belli, dove alloggiavano i due ragazzi americani accusati di avere ucciso il vicebrigadiere, e via Federico Cesi non riprendono il momento dell'accoltellamento, ma sono utili per ricostruire gli istanti precedenti l'incontro tra i due indagati e i carabinieri Andrea Varriale e Cerciello Rega. Le telecamere degli esercizi commerciali, che si trovano nel piccolo triangolo dove si è consumato il delitto, raccontano un altro pezzo della notte tra il 25 e il 26 luglio, quando i due indagati lasciano l'hotel Le Meridien, convinti di incontrare Sergio Brugiatelli per restituirgli lo zaino e ottenere in cambio 80 euro e un grammo di cocaina. Escono alle 2,48, Finnegan nasconde il coltello nella tasca della felpa. Nell'ordinanza di custodia cautelare, che ha portato in carcere i due turisti californiani, si fa riferimento ai video registrati dagli impianti dell'hotel, che fissano alle 2,48 l'uscita, e della gioielleria di via Cesi, davanti al quale Natale Hjorth e Lee Elder passano alle 3,12 per presentarsi sul luogo dell'appuntamento. L'altro frame del negozio di preziosi è delle 3,16: quattro minuti per la colluttazione e l'omicidio di Rega. Adesso i carabinieri hanno recuperato altri fotogrammi che coprono, ma solo in minima parte, i 24 minuti di buco, durante i quali i due giovani nascondono lo zaino nella fioriera di via Gioacchino Belli sul lato opposto della via, che percorreranno più di un quarto d'ora dopo per andare all'appuntamento. Forse sono i fotogrammi registrati dall'occhio elettronico piazzato all'ingresso della vineria di fronte all'hotel. Era proprio a questi immagini che, nei giorni scorsi, avevano fatto riferimento gli avvocati dei due indagati, Francesco Petrelli e Fabio Alonzi per Natale Hjorth, ma soprattutto Roberto Capra, l'avvocato che, insieme a Renato Borzone, difende Finnegan Lee Elder. I legali del ventenne, che avrebbe accoltellato il vicebrigadiere, hanno presentato un'istanza in procura, chiedendo l'acquisizione di tutte le immagini registrate dalle videocamere di zona in quella notte. Sostengono che solo i video consentiranno di ricostruire quella serata, cominciata due ore prima a Trastevere. E sono state proprio le telecamere, presenti tra piazza Mastai e vicolo della Luce, a confermare le diverse testimonianze e a raccontare la prima parte di quella notte, quando i ragazzi si rivolgono a Sergio Brugiatelli per comprare della cocaina. Si rendono immediatamente conto che l'amico di Brugiatelli, Italo Pompeo, li sta truffando, vendendogli tachipirina al posto della droga. Ed è proprio in quel frangente che arrivano quattro carabinieri fuori servizio, il maresciallo Pasquale Sansone, un suo parigrado e due giovanissimi militari. Natale lancia per terra l'involucro con la pasticca e fugge, raggiunge Elder Lee, che lo attende a piazza Mastai e insieme corrono, portando via lo zaino di Brugiatelli, lasciato a Finnegan mentre l'amico si addentrava nel vicolo con il mediatore. Poi la chiamate di Sansone sul cellulare di Varriale, le telefonate di Brugiatelli alla centrale, altre chiamate che il mediatore fa sul suo telefonino, rimasto nello zaino, per chiedere agli americani la restituzione della borsa e la richiesta di un riscatto. Intanto vanno avanti anche le altre indagini. Quelle che riguardano la foto di Natale Hjorth immortalato negli uffici del nucleo investigativo dei carabinieri di via In Selci, bendato e ammanettato. Perché se il nome del militare che ha abusato del suo ruolo nei confronti dell'indagato è già stato iscritto sul registro degli indagati, resta ancora sconosciuto l'autore dello scatto, per il quale si ipotizza la rivelazione del segreto istruttorio. Sono state decine i carabinieri ascoltati in relazione. La foto è delle ore che hanno preceduto il fermo. I militari dell'Arma sono stati ascolti in varie zone d'Italia.

Cristiana Mangani per “il Messaggero” l'8 agosto 2019. Hanno cercato nei lavandini, dietro i pannelli, tra gli indumenti e le lenzuola, alla ricerca di tracce di sangue che servano a delineare un quadro accusatorio già in parte definito, sebbene con diverse zone d'ombra. E hanno scoperto che il coltello che ha ucciso Mario Cerciello Rega è stato lavato accuratamente, prima di essere nascosto in una intercapedine del soffitto. Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth sono rientrati di corsa in albergo, dopo l'aggressione ai carabinieri, che è costata la vita al vicebrigadiere. E come primo pensiero hanno cercato di occultare ogni prova possibile: dagli indumenti all'arma. I militari del Ris che, ieri mattina, si sono recati nuovamente nella stanza 109 dell'Hotel di via Cesi, hanno recuperato anche un secondo coltello, tipo quelli svizzeri multiuso. Apparterebbe a Natale Hjorth - per sua stessa ammissione - e non sarebbe mai stato usato. Verrà comunque analizzato insieme con l'altro.

LE TRACCE. Le indagini puntano ora a verificare se sul coltello che ha ucciso ci siano tracce di dna o di impronte digitali. Questo servirebbe per chiarire la posizione di entrambi gli indagati. Gabriel nega di aver visto l'arma e anche di aver visto l'amico colpire Cerciello. Finnegan però lo avrebbe tirato dentro dicendo che è stato lui a nasconderlo nel soffitto. Ma se, quanto emerso dalle prime risultanze sarà confermato, la lama, che è stata lavata e insaponata accuratamente, difficilmente potrà fornire ulteriori indicazioni su chi l'abbia maneggiata. Anche se gli uomini del Reparto investigazioni scientifiche, diretti dal colonnello Sergio Schiavone, analizzeranno i reperti fin nei minimi dettagli. Il sopralluogo di ieri si è svolto davanti ai legali dei due indagati e al perito nominato dai difensori di Natale Hjorth. Quelli di Elder hanno deciso di non nominare nessuno, perché sul fatto che sia stato il loro assistito a colpire il vicebrigadiere non sembrano esistere dubbi. E la dinamica e l'incontro che continuano a mostrare zone d'ombra. C'è anche da chiarire dopo la richiesta di droga e la fuga da piazza Mastai con lo zaino di Sergio Brugiatelli, cosa sia successo realmente. In che modo i due americani siano fuggiti da Trastevere.

I TEMPI. Le telecamere li riprendono all'una e 16 minuti mentre si allontanano di corsa, e poi di nuovo, davanti all'albergo, all'una e 31. Un tempo troppo breve per arrivarci a piedi. Per questo i carabinieri stanno cercando il taxi che li ha trasportati fino a piazza Cavour. Qualcuno che possa riferire particolari di quei momenti concitati. Raccontare in che stato fossero realmente. Dalle foto scattate nelle ore successive al delitto, Finnegan appare più stordito che frastornato. Sul letto dell'albergo, gli inquirenti hanno recuperato una confezione di Xanax, probabilmente usato per dormire. Tutto andrà fatto rapidamente ma con molta precisione, perché la difesa ha diverse carte da giocare. «In questi giorni - ha commentato Massimo Ferrandino, avvocato di Rosa Maria Esilio - ci sono stati degli accertamenti ripetibili e irripetibili effettuati in modo certosino. C'è molta attenzione a dettagli. Alla fine delle indagini per come le stanno svolgendo gli inquirenti, sarà tutto ben delineato».

La famiglia di Elder: "I video per la verità". A caccia di tracce biologiche nell'albergo dei due americani dove era nascosto il coltello. Stefano Vladovich, mercoledì 07/08/2019, su Il Giornale. I video dell'incontro. I legali di Finnegan Lee Elder insistono. Solo le immagini della zona possono far luce sul drammatico epilogo di quella che doveva essere una semplice operazione di polizia giudiziaria. Ovvero due carabinieri in borghese, in parte disarmati, per recuperare un borsello scippato da due ragazzi stranieri all'amico dello spacciatore. Il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega conosceva bene il quartiere. Credeva di risolvere tutto in pochi minuti, Cerciello, senza ricorrere alle armi. Purtroppo Finnegan, un ragazzotto californiano cresciuto con il mito dei videogiochi di guerra, porta con sé un coltello da marines. E, all'improvviso, si accanisce con ferocia inaudita contro Cerciello, nonostante il militare, prima di perdere conoscenza, gli urla di fermarsi: «Siamo carabinieri». Intanto ieri mattina gli esperti del Ris tornano nella camera 109 dell'Hotel LeMeridien Visconti, a Prati, dove sono stati arrestati Elder e l'amico Gabriel Christian Natale Hjorth. Con gli uomini del reparto scientifico i legali e i consulenti di parte. Nella stanza era stata trovata l'arma del delitto ancora sporca di sangue, Finnegan l'aveva nascosta all'interno del controsoffitto. Un tubetto di Xanax, un potente ansiolitico, invece, è stato trovato fra gli effetti personali dei due ragazzi. Gli uomini del Ris hanno rilevato altre impronte degli americani, oltre a tracce biologiche. Un accertamento di rito o gli inquirenti cercano prove della presenza di un terzo uomo? Magari proprio le impronte di Sergio Brugiatelli, il personaggio più ambiguo di tutta questa triste storia. Un «amico delle guardie» e degli spacciatori trasteverini, come Italo Pompei, il pusher che vende aspirina al posto della coca agli studenti statunitensi. E che provoca la reazione violenta dei due 19enni. Ma se Brugiatelli non è un confidente, come ha sempre negato (chi l'ammetterebbe?), perché chiamare il 112 se poco prima, a piazza Gioacchino Belli, sfugge per un soffio ai carabinieri in borghese sul motorino nero? Finnegan uccide, questo è certo, ma per paura secondo i suoi avvocati Roberto Capra e Renato Borzone. «È chiaramente provato da questa situazione» dice l'avvocato Capra all'uscita dell'hotel. «Il mio assistito ha detto da subito, e non in un secondo momento, di aver agito per paura di essere strangolato - continua - L'accertamento di oggi non è così rilevante per capire cosa sia successo. Vorrei fosse chiaro a tutti che i processi li facciamo in tribunale». E per la prima volta parla il padre di Gabriel, Fabrizio Natale. «Mio figlio non è un assassino». Il ruolo del 18enne, l'indagato fotografato bendato e legato a una sedia nella stanza delle intercettazioni a via In Selci, è fondamentale per la trattativa borsa-denaro. Natale, nonostante il marcato accento inglese, è il solo a parlare italiano. È lui che fissa a Brugiatelli i termini del riscatto: «Porta 100 euro e un grammo di cocaina». I dati raccolti ieri dal Ris, in sede di incidente probatorio, verranno analizzati nelle prossime settimane. «Ci vorrà tempo» spiega Fabio Alonzi difensore di Natale. Sulla foto con il ragazzo bendato i familiari aspettano si faccia chiarezza.

Carabiniere ucciso, il papà di Gabriel: «Non è un assassino, lo proverò. Non sapeva che Cerciello fosse morto». Pubblicato martedì, 06 agosto 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. «Mio figlio era lì, ha sbagliato. Ma non è un assassino e io voglio dimostrarlo». Fabrizio Natale è il padre di Gabriel, il diciottenne americano accusato di aver ucciso il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega insieme all’amico Lee Finnegan Elder. Nello studio dei suoi avvocati Francesco Petrelli e Fabio Alonzi, accetta per la prima volta di rispondere alle domande su quanto accaduto la notte tra il 25 e il 26 luglio. 

Suo figlio era lì mentre l’amico infieriva con 11 coltellate sul carabiniere. Come può dire che non c’entra?

«Lui mi ha giurato di non sapere che l’altro ragazzo aveva un coltello. Pensava di dover effettuare uno scambio come gli era stato chiesto e così avrebbero avuto indietro i soldi». 

Poi però c’è stata l’aggressione e il suo amico ha accoltellato un uomo. Perché, invece di scappare via è tornato in albergo a dormire?

«Lui non sapeva che quell’uomo era un carabiniere, mi ha assicurato di non aver capito che era morto». 

E lei gli crede? 

«Sì. L’ho visto in carcere, ho visto in che stato è, quanto è disperato. E gli credo». 

Non pensa alla disperazione della moglie e dei familiari del vicebrigadiere Cerciello Rega?

«Certamente, lo faccio in continuazione. Lo so che loro stanno peggio di me. Ma proprio per questo io chiedo che sia fatta chiarezza su tutti i punti oscuri». 

Pensa di incontrarli o vuole dire loro qualcosa?

«E che cosa potrei dire? Nulla può cambiare una tragedia simile. Provo dolore come se avessi perso un figlio, ma non credo che le mie parole siano utili per loro». 

Come mai lei e suo figlio eravate a Roma? 

«Io sono italiano, ma lavoro negli Stati Uniti da quando ero giovane. I miei genitori vivono a Fregene. Tutti gli anni veniamo qui d’estate anche perché i miei figli sono molto legati a mio fratello». 

E lei dov’era quella sera?

«A Fregene. Gabriel mi aveva detto che un suo amico con cui aveva studiato al liceo era arrivato a Roma. Si erano parlati attraverso i social e si erano dati appuntamento per vedersi. Mio fratello lo ha accompagnato». 

Quando siete stati avvisati di quello che era successo?

«Mai. Lo abbiamo saputo dalla televisione. I miei genitori hanno visto il tg, c’era la foto di Gabriel. Mio fratello è andato di corsa all’albergo e poi ha saputo che era stato arrestato». 

Che cosa le ha detto suo figlio la prima volta che l’ha visto?

«Era in carcere, piangeva disperato. Ha 18 anni e si trova in una situazione molto più grande di lui». 

È stato lui a trattare con il mediatore dei pusher la restituzione del borsello in cambio di 80 euro e un grammo di cocaina.

«E infatti ho detto che ha sbagliato. Ha fatto un errore grave, ma qui stiamo parlando di omicidio. E lui non ha ucciso». 

Però quella sera cercava cocaina.

«Mio figlio mi ha assicurato che lui non fa uso di droghe. Mi ha chiesto di farlo sottoporre a tutte le analisi per poterlo dimostrare. Era andato con il suo amico. E giura di aver chiesto soltanto la restituzione degli 80 euro». 

Che cosa vuole dire?

«Io non conosco l’altro ragazzo, non l’ho mai visto. Quindi non so che tipo sia. Io posso dire che lui e mio figlio non si frequentavano negli Stati Uniti, si sono ritrovati a Roma per caso. La magistratura sta facendo le indagini e io ho fiducia che alla fine tutto si chiarirà. Ma Gabriel mi ha detto che lui voleva soltanto fare lo scambio e recuperare i soldi e io gli credo». 

In caserma suo figlio è stato bendato. Che cosa le ha raccontato?

«So che ci sono verifiche in corso, preferirei non rispondere». 

Come mai sua moglie non è in Italia?

«Noi abbiamo due figli e lei è rimasta negli Stati Uniti con quello più piccolo. Sarà a Roma il prima possibile, ma su questo vorrei smentire quanto è stato detto su di noi. Non siamo miliardari, lavoriamo entrambi e questa tragedia ci ha sconvolti, ha stravolto le nostre vite. Ma noi lotteremo insieme a Gabriel per arrivare alla verità». 

Stefano Vladovich per “il Giornale” il 4 agosto 2019. Uno scambio di «prigionieri». Lee Elder Finnegan e Gabriel Christian Natale Hjorth, al posto di Chico Forti. Oppure Jerelle Lamarcus Gray, 22 anni, e Darius Montre McCullough, 21 anni, accusati di violenza sessuale di gruppo, sempre in cambio del velista vicentino. L' ipotesi che, dopo il processo e l' eventuale condanna, i due studenti americani accusati di aver ucciso in concorso il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega potrebbero scontare la pena negli Stati Uniti sarebbe già sul tavolo delle due ambasciate. Del resto non è la prima volta che il governo di Washington sostiene che la giustizia italiana è fin troppo superficiale ed eccessivamente permissiva con i detenuti. Tanto da non aver mai ceduto alle richieste di estradizione, e carcerazione in Italia, di Forti. «I due americani potrebbero scontare la pena eventuale in un penitenziario statunitense - spiega l' avvocato Giuliano Valer, vicepresidente della Camera penale di Trento -, viceversa Forti si farebbe l' ergastolo in una nostra prigione anziché nell' istituto di massima sicurezza, il Dade Correctional, in Florida». Forti, campione italiano di vela, sei campionati del mondo di windsurf (con Robby Naish alle Hawaii inventa il looping con la tavola), produttore televisivo, viene arrestato e condannato per omicidio in soli 24 giorni. L' uomo, che sconta il «fine pena mai» dal 2000, si è sempre dichiarato vittima di un errore giudiziario tanto che da anni si è formato un movimento di opinione che chiede la revisione del processo. Ma gli americani non hanno mai accennato ad aperture. Una storia paradossale. Sposato con un' americana, Heather Crane con la quale ha tre figli, Enrico «Chico» Forti nel 1998 decide di acquistare un Hotel a Ibiza. Durante la trattativa con il proprietario, Anthony Pike, il figlio Dale viene trovato morto, assassinato, sulla spiaggia. Per gli americani è lui l' autore: un omicidio maturato nell' ambito di un altro reato, la truffa (un felony murder), secondo i magistrati stelle e strisce. Inutili i ricorsi presentati dal suo legale, il pm accusatore di Alì Agca, Ferdinando Imposimato. Il suo avvocato newyorkese, Joe Tacopina, sta ancora cercando prove sconosciute all' epoca del dibattimento. Forti potrebbe non essere l' unico «mezzo» di scambio. A Vicenza, sei mesi fa, una festa fra militari della base Veneta Del Din, carne alla griglia e alcol a fiumi, finisce male per una giovane 22enne. Accusato di stupro è il sergente statunitense Tyrekie Meyer, 27 anni, sposato e con figli. L' uomo, congedato dall' esercito, sarebbe potuto tornare in patria da civile se il giudice non avesse disposto la custodia cautelare in carcere. L' ipotesi di un accordo internazionale per far trascorrere anni di galera ai rispettivi cittadini, americani e italiani, non sarebbe per il momento presa in considerazione dai legali di Lee Elder Finnegan, ancora incerti se fare istanza al Tribunale del Riesame, come già fatto per Gabriel Christian Natale. «Il processo ci sarà, questa è una certezza», spiega uno dei due legali di Finnegan, l' avvocato torinese Roberto Capra. «Sulla condanna è tutto da vedere. A dibattimento bisognerà chiarire molte cose». A fare leva sull' ipotesi che i due giovani americani possano tornarsene a casa, il fatto della benda. Ovvero il «trattamento» riservato a uno dei due fermati, Gabriel Natale Hjorth, nella caserma del nucleo operativo di via In Selci prima dell' interrogatorio. Gli Stati Uniti ora temono per i loro connazionali.

SLIDING DOORS ROMANE. Nicola Pinna per “la Stampa” il 31 luglio 2019. Le lancette dell' orologio del folle giovedì romano è necessario farle tornare indietro. Di quanto, di preciso, non è chiaro. Ma c' è un episodio che nei provvedimenti giudiziari ancora non risulta. È avvenuto non molto lontano dal triangolo della drammatica serata che si svolge tra Trastevere e Prati. Tutto accade a Campo dei fiori, tra mezzanotte e mezza e l' una, dove centinaia di ragazzi passeggiano, bevono e cercano la dose per lo sballo. All' improvviso due giovanissimi scippano una donna che passeggia in mezzo alla piazza. Ma in quella zona ci sono anche due carabinieri in borghese, che non perdono tempo e provano a mettersi sulle tracce dei fuggitivi.

La fuga. Nel cuore della movida romana rintracciare due giovani che scappano, atletici e capaci di mimetizzarsi nella folla, è difficile se non impossibile. Ma l' attenzione dei militari si sofferma subito su due giovani che accelerano il passo e si allontanano rapidamente. Chi sono? I sospetti si concentrano quasi immediatamente su un biondino e su un ragazzo che ha i capelli rasati, forse ha un ciuffo tinto. Corrono, fanno uno zig-zag tra i vicoletti e cambiano piazza. Convinti, forse, di aver seminato i militari. Ma in piazza Mastai, proprio dove inizia il racconto del pubblico ministero e del giudice che ha convalidato gli arresti per la morte di Mario Cerciello Rega, i militari rintracciano due stranieri: potrebbero essere gli autori dello scippo. Fermi tra le panchine della piazza, sotto una piccola telecamera, sono i due americani che poi hanno aggredito il carabiniere. Stanno discutendo con l' intermediario che li aiuta a trovare la droga e al quale, proprio lì, riescono a rubare lo zaino. È l' una e 19 minuti, ma questo evidentemente è già il secondo episodio della vicenda.

Le confidenze in piazza. Cinque giorni dopo il dramma del vicebrigadiere Cerciello, in piazza Mastai ci sono le solite persone. C' è Ahmed, che smista le auto tra i pochi parcheggi di fronte al bar, e ogni tanto si presenta anche Tamer, un egiziano di 52 anni che vive a Roma oramai da 35. «Ero sposato con una ragazza romana e ora non ho neanche una casa in cui dormire». Passa le notti in una di quelle panchine che si vedono nelle immagini delle telecamere di sicurezza che hanno consentito di arrestare Gabriel Natale Hjiorth e Finnegan Elder. Giovedì notte, quando i due amici americani vanno in giro a cercare qualche dose di droga e iniziano a trattare con Sergio Brugiatelli, Tamer Salem era come al solito in un angolo della piazza. E ha visto la prima scena importante della trama confusa di una serata piena di dubbi e follie. «La cosa che ricordo con più chiarezza è il momento in cui i carabinieri sono arrivati in piazza. Hanno tirato fuori il tesserino, l' hanno mostrato e hanno detto "siamo carabinieri". Erano in borghese e stavano cercando gli autori dello scippo a Campo dei Fiori: io quei militari li conoscevo e per questo sono rimasto alla larga. Sergio Brugiatelli e i due ragazzini sono fuggiti subito e lì è iniziato tutto il casino». Qui carabinieri, parcheggiatori abusivi e pusher si conoscono per nome. E ogni volta che c' è un problema la chiamata parte quasi in automatico. «Ci aiutano sempre, noi abbiamo il numero dei loro cellulari - racconta Ahmed, l' ultimo arrivato tra i parcheggiatori della piazza - Vengono anche fuori servizio, per evitare che qui scoppi il caos. D' altronde non siamo delinquenti e per loro non c' è niente di male a essere nostri amici».

Il telefonino scomparso. Nel cuore di Trastevere, quasi alle spalle di piazza Mastai, gli investigatori cercano di raccogliere informazioni anche da un altro testimone importante. È il cameriere di un ristorante molto frequentato dai turisti e ogni sera, alla fine del turno di lavoro, si sposta nella zona di piazza Gioachino Belli insieme ad un gruppo di amici e colleghi. Una birra, quattro risate, qualche volta uno spinello. Una delle telefonate arrivate alla centrale operativa dei carabinieri per segnalare il furto del borsello, e la richiesta di riscatto degli americani, parte - guarda caso - dal suo cellulare. Quando i militari richiamano, per avere altre informazioni sulla trattativa e per organizzare l' appuntamento, è sempre lui che risponde. La sua voce si sente nella registrazione diffusa dai carabinieri: «Io non sono Sergio, aspetta che te lo passo». Ha visto qualcosa? Ha assistito alle trattative per la vendita della cocaina agli americani? C' era al momento del furto? Per gli uomini del Nucleo investigativo del comando provinciale questi possono essere dettagli preziosi e per questo due giorni fa sono andati a prenderlo al ristorante. Lo hanno portato in caserma e interrogato a lungo ma ancora c' è qualcosa che manca: il telefonino. Ci sono video o fotografie? Ci sono le tracce di altre telefonate fatte durante la trattativa tra pusher e ragazzi americani? Il suo smartphone però è sparito: «L' ho perso nel caos che c' è stato giovedì sera».

Valeria Costantini  per il “Corriere della Sera – ed. Roma” il 4 agosto 2019. «Qua come alzi una pietra trovi una bustina di droga». Incastrata tra i massi in travertino sulle scale del Lungotevere Farnesina, sotto i sanpietrini «mobili» di vicolo Moroni o dentro qualche centralina Acea decadente. A Trastevere i nascondigli dei pusher cambiano allo scadere di ogni ora, la «merce» passa di mano velocemente, i depositi provvisori vanno riempiti di pari passo alle richieste degli acquirenti. Nell'epicentro della movida romana estiva, lo spaccio degli stupefacenti attende il fine settimana per poter rimpinguare le casse. Un mercato mai come in questi giorni nel mirino delle forze dell' ordine, dopo il brutale omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. Un business che però non può fermarsi nemmeno di fronte alla tragedia, agli agenti in borghese, al giro di vite pur atteso nell' ambiente. I pusher sono sempre lì, come statue, a metà di Ponte Sisto, o nelle caratteristiche viuzze del rione, dove le botteghe storiche sono ormai state sostituite da wine bar e mini-market. Alle 23 di un venerdì di sballo, lo spaccio è solo alle prime battute. Il gruppo di giovani marocchini sul ponte - uno pure in bici pronto a scattare - aspetta i giovani turisti di passaggio, prede facili a cui vendere la busta con erba o hascisc a dieci euro. Se poi la richiesta invece riguarda la «bamba», la coca, allora il costo aumenta insieme alle precauzioni. Il passaggio della droga deve essere invisibile, come il suo rifornimento. «La nascondono un po' ovunque, una volta un operaio aprì la centralina accanto al mio negozio e dentro c' era ancora una bustina di marijuana», preferisce restare anonimo ma dal suo locale a ridosso di via del Moro, il signor Mario ha visto Trastevere cambiare come il giro degli spacciatori. «Erano tutti italiani fino a dieci anni fa, poi sono arrivati albanesi e nord-africani», spiega dall' uscio del suo emporio, un po' guardingo mentre indica i possibili «rifugi». In una spaccatura della parete vicino piazza Trilussa, ad esempio, non troppo lontana dal ponte da poter raccogliere con velocità per poi essere servita al cliente di turno. Oppure nelle fioriere o sotto massi instabili delle stradine. «Cerca il tamburello, è lui che ti aiuta a trovare qualche dose», spiega con altrettanta cautela il titolare di un pub. Tradotto significa che anche gli ambulanti africani che rumoreggiano agli angoli della movida o hanno qualcosa da vendere o ti accompagnano al sacchetto più vicino. Più è buio, più è facile trovare la roba. Ogni anfratto del quartiere diventa il «supermaket» di qualunque sostanza si cerchi. All' angolo di via Paglia, sotto l' ombra della chiesa, c' è il solito menù, dalla cocaina al «basilico», ovvero materiale per la canna: a indicare il pusher, giovane maghrebino, nemmeno ventenne, sono due ragazzi in visita nella Capitale da amici. Persino loro, romani improvvisati, hanno imparato la «geolocalizzazione» dello smercio illegale. «Se cercate fumo, c' è lui (lo straniero appoggiato al muro, ndr), altrimenti per roba più pesante dovete tornare a San Callisto»: la piazza per eccellenza, da sempre, dello spaccio capitale. Anche nella silenziosa piazza Mastai, c' è movimento: è qui che i due americani, Natale Hjorth e Elder Lee, avrebbero, da accuse, derubato Sergio Brugiatelli, il furto da cui è partita la tragedia. «Ho sentito solo le urla quella notte - ricorda ancora il fioraio dello slargo -. Ricordo che qualcuno ripeteva la parola "borsello", però non so cosa sia successo». Ma basta affacciarsi dal lungotevere e da un vicolo spunta il venditore. Posizione strategica la sua, appostato tra due b&b e dalla clientela più ricercata dai pusher: i turisti stranieri, meglio se giovanissimi. Sdraiati sugli scalini di piazza Trilussa o seduti nei portoni dei palazzi, spinello e alcolici tra le mani: la generazione dello sballo cerca ogni notte solo una cosa, «binge», l' abbuffata di droghe. Tutto insieme e rapidamente per il «trip» che può durare qualche ora, ma meglio se ti riesce a farti arrivare fino all' alba. «È la loro idea di festa», fa spallucce persino il tassista mentre carica due ragazze ubriache. Arrivano a spendere oltre 200 euro in una notte solo per perdere il controllo, tra shottini e una striscia di coca tirata sugli smartphone. Ma venerdì il mercato va a singhiozzo: «Torna più tardi», dice il pusher di Ponte Sisto davanti alla richiesta di fumo, ma non perché qualche nascondiglio è saltato. Le «vedette» hanno dato il segnale, arrivano i vigili per il pattuglione. Pochi minuti e si sbaracca. Ma lo spaccio si sposta, nel buio di Trastevere.

ACCADDE IL 10 FEBBRAIO 2016. Federica Angeli per La Repubblica – pubblicato il 10 febbraio 2016. Carabinieri che arrestano carabinieri. Un'indagine partita intercettando un gruppo di pusher e che ha portato all'amara scoperta. Quattro mele marce nell'Arma dei carabinieri che in cambio di informazioni non solo chiudevano un occhio e consentivano agli spacciatori di continuare indisturbati la loro attività, ma rivendevano la droga sequestrata. Sequestri che però sulla carta non era formalizzati. Ovvero droga che passava per gli uffici dei carabinieri che poi però veniva rimessa sul mercato. Per questo stamattina all'alba sono stati ammanettati dai loro stessi colleghi. Quelli buoni. Quelli che credono che il mestiere del carabinieri sia una missione per proteggere i più deboli. Si tratta di quattro sottufficiali del nucleo investigativo di via Selci: Antonio De Cristofare, Massimiliano Marrone, Bruno Sepe e Claudio Saltarelli. I 4 erano stati allontanati un mese fa dal reparto con una scusa e destinati ad uffici non operativi. Gli altri 5 arrestati sono spacciatori e confidenti dei militari. Così questa mattina, i Carabinieri del nucleo Investigativo del Comando provinciale di Roma hanno eseguito un'ordinanza di applicazione della custodia cautelare in carcere emessa dal Gip presso il tribunale di Roma su richiesta della Procura della Repubblica di Roma - Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 9 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti e peculato. L'indagine trae origine dalla necessità di verificare il coinvolgimento nell'attività di cessione di stupefacenti di quattro Carabinieri, inseriti all'epoca dei fatti in una struttura investigativa deputata al contrasto dello spaccio di droga ed attualmente destinati ad un'articolazione logistica dell'Arma. Gli approfondimenti investigativi sono stati affidati alla più prestigiosa unità investigativa della capitale, capace di neutralizzare gli insidiosi stratagemmi e le cautele attuate dai carabinieri indagati per non incorrere nel disvelamento delle loro azioni illecite. Il rigore con cui sono stati svolti gli accertamenti investigativi, la cura, la solerzia istituzionale, sempre rivolta a tutelare la sicurezza dei cittadini hanno consentito di smascherare i loschi traffici tra i quattro militari e i loro cinque complici confidenti -  oggi raggiunti dal medesimo provvedimento cautelare in carcere - i quali si occupavano della custodia e della successiva commercializzazione dello stupefacente sottratto nel corso di sequestri antidroga. 

Federica Angeli per “la Repubblica” dell’11 febbraio 2016 il 4 agosto 2019. "A Torpignattara Santarelli (il brigadiere capo, ndr) lo chiamano "er Puffo" ed è quello più cattivo della squadra di via In Selci". Così il fratello di uno spacciatore. "Quello che hanno fatto mio fratello l'hanno fatto a un sacco di gente, tanto che le chiamano le rapine col distintivo. Fanno finta de fa perquisizioni e invece te rapinano, piegandoti alle loro regole, tanto la parola di un carabiniere vale più di quella di un pregiudicato. Sono sempre loro", prosegue il fratello dello spacciatore. I 4 carabinieri gli hanno sottratto 43mila in contanti, due chili di hashish, sostituite con piccole dosi che i militari hanno tirato fuori da uno zaino loro, e verbalizzato. Non la spacciavano solamente la droga che requisivano, la assumevano anche i carabinieri di via In Selci. "Dove annamo a pippà stasera? C'ho tempo fino a mercoledì che poi devo smette tre giorni prima che me devo operà per le analisi ". Il maresciallo Marrone, classe '65, è nell'auto di servizio con l'appuntato De Cristofari. E' l'8 giugno, sono le 18.34. Si avviano verso casa di Benedetti, che custodisce per loro la droga. Marrone è un fiume in piena, non resiste, ferma l'auto in via Portuense e sniffa tre strisce di cocaina. "Aaaahhh start e stop", esclama. La cimice che è installata sull'auto di servizio che i 4 usano per muoversi capta ogni respiro. Evidentemente la paura di essere sotto controllo non li sfiora, neanche dopo lo spauracchio che appena due mesi prima si erano presi. L'8 aprile tornano infatti dal pregiudicato tedesco che il 15 gennaio avevano arrestato, rubandogli 8.000 euro. Vanno a eseguire il suo trasferimento in carcere. Lo hanno tenuto d'occhio e hanno visto che si è recato più volte in procura dove, al pm Zuin, aveva già raccontato dello strano blitz di cui era stato vittima.  "Cosa vuole sapere da te la dottoressa Zuin? Sei sicuro che non hai detto altro? Guarda che noi ti abbiamo fatto un favore a gennaio, potevamo arrestare tutta la tua famiglia". Il tedesco li rassicura sul suo silenzio. Il 24 maggio in via delle Susine incontrano, Marrone e De Cristofari, il confidente Chicca. Con l'auto di servizio scendono in un garage, aprono il bagagliaio e caricano un borsone con la droga. Vanno quindi dai Benedetti a consegnare il loro carico. "Quant'è?" chiede l'appuntato. "Sette", risponde il maresciallo. Ma quando arrivano dai Benedetti scoprono che sono meno. "M'avevi detto al civico 70, porco ..., non al 66", inveisce al telefono Marrone contro Chicca. Il 15 giugno, la prova regina della loro sottrazione di droga all'interno degli uffici di via In Selci. "Dobbiamo mettere nel grottino (così in gergo l'ufficio corpo di reati ndr) una busta uguale a quell'altra", si dicono in un sussurro i due. "Facciamo un change e poi andiamo a portare tutto a Franco (Benedetti, ndr).

Carabiniere ucciso, reazioni e condanna da tutto il mondo politico. Ma assieme al cordoglio tanta propaganda. Salvini invoca i lavori forzati, Meloni, il mondo sovranista e parte dei grillini replicano l'atteggiamento solito sui migranti (almeno fino alla scoperta che le persone fermate sono americane). La Repubblica il 26 luglio 2019. Reazioni di solidarietà all'Arma e ai familiari, sdegno, rabbia. Richieste sopra le righe e inviti al rispetto dello Stato di diritto. A non criminalizzare milioni di migranti per l'atto scellerato di due persone (e tra l'altro nel pomeriggio si scopre che le due persone fermate per il caso sono statunitensi. E uno dei due alla fine confessa l'omicidio). Sono passate poche ore dalla morte del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. E reagiscono tutti. A cominciare dal presidente della Repubblica. Sergio Mattarella invia un messaggio di cordoglio al comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, in cui dice di "avere appreso con profonda tristezza" della morte del militare, auspica  "che si arrivi rapidamente alla cattura dei criminali responsabili" ed esprime vicinanza all'Arma, ai familiari del carabiniere morto e al collega Andrea Varriale. Gli altri vertici istituzionali seguono. La presidente del Senato Elisabetta Casellati scrive che  "i carabinieri sono i nostri 'eroi della quotidianità' ma troppo spesso, nell'esercizio del difficile compito di garantire al Paese sicurezza e legalità, diventano martiri della quotidianità. E questo non è più accettabile". Roberto Fico, presidente della Camera, esprime, dolore e cordoglio per la morte del vice brigadiere Rega: "La vicinanza mia e di Montecitorio alla sua famiglia e a tutta l'Arma dei Carabinieri". Arriva anche la solidarietà di Ilaria Cucchi.

E poi Matteo Salvini. E qui i toni cambiano. E il cordoglio lascia spazio all'invettiva. "Caccia all'uomo a Roma, per fermare il bastardo che stanotte ha ucciso un carabiniere a coltellate. Sono sicuro che lo prenderanno, e che pagherà fino in fondo la sua violenza: lavori forzati in carcere finché campa", twitta a caldo il ministro dell'Interno. "Mario, un carabiniere, un eroe, un ragazzo con tutta la vita davanti, era sposato da appena 40 giorni... Quanta tristezza, quanta rabbia. Una preghiera, un abbraccio ai suoi cari e all'intera arma dei carabinieri, il mio impegno a prendere questi infami, per fargliela pagare cara", aggiunge poco dopo. Poi continua: Come si può colpire OTTO volte con il coltello un ragazzo di 35 anni per un cellulare e 100 euro? (Live Facebook) Spero che gli assassini di Mario vengano beccati e mandati in carcere a vita ai lavori forzati, perché è troppo comodo uccidere e poi stare comodi sul lettino. Ecco il mio intervento di questa mattina su Rai Uno.

Più o meno la stessa reazione del sottosegretario grillino agli Affari regionali Stefano Buffagni. "Tolleranza zero per questi vigliacchi assassini! Vanno trovati e sbattuti in carcere! Questi criminali devono marcire in carcere!". E Luigi Di Maio: "Quello che è successo stanotte è un atto vile non solo nei confronti dell'Arma ma dello Stato. Non so se gli aggressori sono stranieri o no, ma se dovessero essere persone non italiane, spero che il carcere se lo facciano a casa loro. Se sono irregolari non dovrebbero stare qui". Intanto sui social dilagano le invettive contro i migranti mentre alle 6 della sera arriva la notizia che ci sono due cittadini statunitensi in stato di fermo.

Al leader della Lega replica +Europa che, dopo aver espresso "l'affetto e la nostra commossa vicinanza a parenti, Arma e amici", si rivolge proprio a Salvini: "Già stamattina sparlava sui social network di pene non previste dal nostro ordinamento. Gli suggeriamo di fare il suo lavoro, e di rispondere, una volta tanto, con l'impegno concreto e con i fatti, non con la propaganda politica. Sarebbe il miglior modo per onorare i servitori dello stato caduti svolgendo il loro dovere".

Come da copione si accoda a Salvini Giorgia Meloni. "Provo rabbia e tristezza. L'Italia non può essere punto di approdo di certe bestie. Vicinanza a famiglia e carabinieri, spero questi animali vengano presi e marciscano in galera", dice la leader di Fratelli d'Italia. Salvini intanto annuncia che presto le forze dell'ordine avranno a disposizione migliaia di taser.

 "Proprio ieri - scrive Matteo Renzi su Facebook - il Parlamento ha licenziato il secondo decreto sicurezza di Salvini, pieno di demagogia ma inefficace, lo abbiamo visto. La sicurezza non si ottiene con le dirette Facebook, purtroppo. E il clima d'odio non serve a nessuno". "Pensate - aggiunge l'ex segretario dem - che una parlamentare della destra da stamani mi insulta dicendo che io sono il responsabile politico e morale dell'omicidio. Era convinta che fossero stati due africani ad uccidere il povero brigadiere ed ha pensato di farsi pubblicità attaccandomi per gli sbarchi degli scorsi anni. Questa cinica sciacalla che nessuno può definire 'onorevole' ha utilizzato l'omicidio di un servitore dello Stato per attaccare l'avversario: in un Paese civile non accadrebbe".

Mentre Silvio Berlusconi sposta l'attenzione sulle risorse sulle forze dell'ordine: "Sono certo che i responsabili di questo gesto crudele saranno assicurati alla giustizia e sconteranno la loro colpa con la severità che meritano", dice. E aggiunge: "Ai militari dell'arma, agli agenti della polizia di stato e a tutte le forze dell'ordine vanno assicurati compensi e mezzi adeguati. Continueremo a chiederlo a gran voce fino a quando non verranno incrementate le risorse del tutto insufficienti sinora a disposizione"

Reagiscono tutti i sindacati. Quelli nazionali e quello di settore. Alcune volanti della Polizia si presentano a sirene spiegate davanti al comanda generale dei carabinieri. "Bel gesto", commenta Meloni. Il generale Nistri ringrazia.

Nicola Zingaretti apre la riunione della Direzione del Pd con un minuto di silenzio. Tutto il partito espreme solidarietà e vicinanza. Idem per Forza Italia. Parlano Piero Grasso e Laura Boldrini, ex presidenti di Camera e Senato, ora in Liberi e Uguali. Arrivano testimonianze diverse. Il dolore del sindaco di Somma Vesuviana, paese di origine del carabiniere, Salvatore Di Sarno. L'invito di Virginia Raggi: "Non credo sia il caso di speculare sulle ipotesi" sulla morte del carabiniere. E dice che nella capitale mancano 200 agenti.

Anche Roberto Saviano, in un lungo post esprime solidarietà e vicinanza all'Arma e ai familiari. Ma dice anche che "la morte di Mario Cerciello Rega è già territorio saccheggiato dalla peggiore propaganda. La morte di un carabiniere in servizio non può essere usata come orrido strumento politico contro i migranti. Delinquenti politici che, per allontanare da sé i sospetti sui crimini commessi, non esitano a usare i più deboli tra voi, e i più esasperati (ognuno ha una ragione per esserlo), per alimentare sentimenti razzisti che non hanno ragione di esistere. Quando la camorra uccide, non è pensabile incolpare tutti i campani". Lo scrittore coglie una linea di demarcazione nei commenti che segue quella abituale sull'immigrazione clandestina. Se ne accorge anche Ignazio La Russa. "Mi sento in dovere di rivolgere ora a tutti, compresi i  colleghi della mia stessa area politica, un appello a ricordare il vice brigadiere in queste ore senza polemiche e senza eccessi nel tono delle dichiarazioni. Capisco i sentimenti che muovono certe affermazioni  ma oggi credo che debba prevalere il cordoglio e la volontà di stringerci tutti nella vicinanza ai familiari di Mario e all'Arma dei Carabinieri", dice il vicepresidente del Senato, dirigente di Fratelli d'Italia. Appello che naturalmente cade nel vuoto.

Federico Garau per Il Giornale il 26 luglio 2019. La tragedia del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, morto ieri a Roma dopo essere stato accoltellato ben 8 volte da un cittadino straniero, è stata commentata anche da Roberto Saviano, che qualche ora fa ha rilasciato un lungo post sulla sua pagina personale Facebook. Dopo avere riassunto l'intera vicenda, l'autore di "Gomorra" riflette sulle dinamiche che hanno portato all'uccisione del carabiniere, che ha perso la vita a soli 35 anni. "8 coltellate significa che i carabinieri non sono arrivati sul luogo con le pistole spianate, non sono piombati con violenza, ma con la prudenza del diritto" sentenzia Saviano, che aggiunge. "Sono intervenuti per misurare le intenzioni di chi avevano di fronte e speravano magari di poter risolvere tutto senza colpo ferire". Un comportamento, quello tenuto dai militari, che ha riscontrato la sua approvazione. "Questo è stato l’ultimo onore di Mario Cerciello Rega che si è comportato da carabiniere contro questi banditi, e ha pagato con la vita". Il coraggio certo non manca allo scrittore campano, che cerca di analizzare con lucidità una situazione che ha semplicemente dell'allucinante, visto che un giovane carabiniere è morto nell'adempimento del proprio dovere. "Non esistono mai servizi semplici quando si è in strada. Vivo tra i carabinieri da 13 anni, ho imparato a conoscere lo stress degli appostamenti notturni, i pattugliamenti, la fatica. E ho sentito ieri stesso i commenti disperati dei colleghi: “Cazzo, si era appena sposato!”. Ma, come da copione, arriva puntuale l'attacco preventivo contro chi ha espresso solidarietà nei confronti del militare ucciso, puntando il dito contro l'accoglienza indiscriminata e senza controlli. "E ora la morte di Mario Cerciello Rega è già territorio saccheggiato dalla peggiore propaganda. La morte di un carabiniere in servizio non può essere usata come orrido strumento politico contro i migranti. Delinquenti politici che, per allontanare da sé i sospetti sui crimini commessi, non esitano a usare i più deboli tra voi, e i più esasperati (ognuno ha una ragione per esserlo), per alimentare sentimenti razzisti che non hanno ragione di esistere. Quando la camorra uccide, non è pensabile incolpare tutti i campani...". Dopo l'affondo mirato contro i nemici dell'accoglienza, tirati in ballo anche dopo una tragedia di tali dimensioni, l'ennesima nel nostro Paese, il tono torna più conciliante in conclusione. "Mi rendo conto che non è semplice, ma sta a noi comprendere la reale situazione criminale del nostro Paese e difendere il sacrificio di un uomo, di un carabiniere caduto mentre agiva rispettando il giuramento prestato alle leggi democratiche del suo Paese".

Carabiniere ucciso, Paolo Gentiloni usa la parola "nordafricano": Parenzo e Saviano che dicono? Libero Quotidiano il 27 Luglio 2019. E adesso i vari Roberto Saviano, David Parenzo e Selvaggia Lucarelli che dicono? La vicenda è ancora la tragedia di Roma, l'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, assassinato a Roma da due statunitensi. Come è noto, nelle prime ore si parlava di caccia all'uomo, nel mirino due nordafricani, che sarebbero stati i sospettati. Tutto sbagliato, i nordafricani non c'entravano niente. E i vari Saviano, Parenzo e Lucarelli hanno attaccato Giorgia Meloni e Matteo Salvini per aver "fomentato odio", in buona sostanza, anche se nessuno dei due aveva dato alcun tipo di indicazione sulla nazionalità degli assassini (Salvini, per esempio, si era limitato a rilanciare un tweet de Il Messaggero che dava conto dell'ipotesi investigativa). Chi invece ha usato la parola "nordafricani" è stato Paolo Gentiloni, ex premier, il quale su Twitter aveva cinguettato: "Aveva 5 anni, faceva il Carabiniere, Mario Cerciello accoltellato a morte stanotte. A Roma in pieno centro, durante un controllo su due sospetti nordafricani. Onore alla vittima, solidarietà alla famiglia e all'Arma". Lungi da chi scrive voler fare qualsivoglia tipo di polemica contro Gentiloni (il quale ha poi rimosso il tweet, temendo il linciaggio buonista): semplicemente, l'ex premier, rilanciava l'ipotesi investigativa accreditata da tutta la stampa nazionale, o quasi. Semplicemente ci si chiede perché i vari Saviano, Parenzo, Lucarelli ed eccetera eccetera non abbiano nulla da eccepire contro di lui. Mentre hanno da eccepire, eccome, contro chi in verità la parola "nordafricani" neppure la aveva utilizzata.

Carabiniere ucciso, commento shock di una prof: "Uno in meno". "Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente: non ne sentiremo la mancanza". Questo il commento pubblicato da un'insegnante di 51 anni sulla morte dell'agente Cerciello. Poi le scuse: "Mi spiace, ho sbagliato". Gianni Carotenuto, Sabato 27/07/2019, su Il Giornale. Il carabiniere Mario Cerciello Rega è stato ucciso due volte. La prima, fisicamente, da due ragazzi statunitensi, Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjorth. La seconda, moralmente, da un commento apparso sui social subito dopo la sua morte. "Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza", ha scritto su Facebook un'insegnante novarese di 51 anni, Eliana Frontini. Il commento - riporta l'Ansa, è stato prontamente segnalato da alcuni utenti e trasmesso a due deputati della Lega, Paolo Tiravani e Cristina Patelli, che hanno sollevato il caso. "Un commento vergognoso, a maggior ragione se davvero arriva da un’insegnante", scrivono i due esponenti leghisti annunciando un'interrogazione parlamentare.

"Vergognati, vigliacca". Ma non è finita qui. Come sempre accade in questi casi, la polemica corre veloce sul web. E sul profilo Facebook della professoressa sono apparsi centinaia di messaggi di cittadini sdegnati. Critiche, insulti, inviti a chiedere scusa alla famiglia dell'agente ucciso a coltellate nel quartiere Prati di Roma nella notte tra giovedì e venerdì. L'insegnante, a un certo punto, non ha più retto alla vergogna e ha pubblicato un post (poi cancellato) dove ha scritto: "Amici, mi spiace per quanto sta accadendo, non me lo spiego proprio. Chi mi conosce spero sappia che non la penso così". Ma un impeto di rabbia divora chi proprio non riesce a mandar giù gli insulti dell'insegnante: "Da denuncia", "Vigliacca", "Vergognati", "Mi auguro un licenziamento per giusta causa".

"Chiedo scusa all'Italia, alla vedova e all'Arma". Poco prima, la donna si era giustificata così: "Ho commesso un errore gravissimo, me ne sono resa conto appena ho cliccato su invia, ma ormai il danno era fatto. Ho scritto una cavolata, non c'è nulla da dire - ha detto - Mi sono lasciata guidare dalla sensazione che spesso le forze dell'ordine non intervengono quando serve, quando una donna è maltrattata o peggio, si muovono solo quando ormai è troppo tardi". La professoressa Frontini racconta di aver provato a correggere il post, "ma ormai... Ho scritto quell'enorme sciocchezza, senza nemmeno pensare alla vedova e a chi voleva bene al vice brigadiere, una sciocchezza". Fino al messaggio di scuse vero e proprio: "Voglio chiedere scusa a tutti. In particolare a chi era vicino al militare e ora è straziato dal dolore e chiedo scusa all'Arma dei carabinieri e all'Italia intera. Sono stata una stupida", le ultime parole della professoressa.

Salvini: "Un commento vomitevole". Durissime critiche al commento della prof anche da parte del sistema politico. Se il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti, annuncia che saranno attivate "tutte le verifiche necessarie tramite gli Uffici territoriali del Miur", Mariastella Gelmini, presidente del gruppo di Forza Italia alla Camera dei Deputati, chiede che l'insegnante venga "cacciata. Sono parole ignobili, le scuse non bastano". D'accordo anche il senatore della Lega, Roberto Calderoli("Basta con i cattivi maestri: l'insegnante va radiata") e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini: "Un commento vergognoso, vomitevole, ancora più grave perché viene da una insegnante. Che in un primo momento ha negato, poi, di fronte all’evidenza, si è scusata".

L'Ufficio scolastico regionale del Piemonte ha disposto accertamenti e sta avviando il provvedimento disciplinare nei confronti dell'insegnante che ha pubblicato il post choc offensivo nei confronti del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega.

La prof di Novara: «Non ho scritto io quel post di insulti» L’insegnante è stata sospesa. Pubblicato lunedì, 29 luglio 2019 da Floriana Rullo su Corriere.it. «Quel post non l’ho scritto io, chi mi conosce sa che non penso quelle cose»: lo afferma all’Ansa Eliana Frontini, l’insegnante di Novara nella bufera per la frase «uno di meno» riferita al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. «Per motivi che spiegherò solo a chi di dovere, mi sono assunta una responsabilità non mia - sostiene - Non si è trattato di hackeraggio, semplicemente è stato usato il mio account e il mio computer. Non l’ho detto prima perché non credevo che la vicenda assumesse questo peso...». «Ho subito chiesto scusa, anche se mi rendo conto che si tratta di ben poca cosa rispetto alla gravità di quelle affermazioni - aggiunge l’insegnante -. Ora, però, è il caso di riportare la vicenda alle sue dimensioni reali». A scrivere il commento potrebbe essere stato un famigliare. «Non ho scritto io quel post - si limita a dire al riguardo -, quando verrò sentita dall’Ufficio scolastico territoriale o eventualmente da altri organi, comunicherò il nome della persona che ha agito. Una persona che è pronta ad assumersi le sue responsabilità». L’ufficio scolastico regionale dovrebbe aprire oggi un procedimento disciplinare nei confronti dell’insegnante, che si trova all’estero in vacanza. «Non è ammissibile che, di fronte alla morte di un carabiniere, una professoressa si permetta di scrivere “uno di meno” — ha detto il ministro —. Abbiamo proceduto per le sanzioni disciplinari di conseguenza, questo è inammissibile, intollerabile, irrispettoso e vergognoso». La professoressa sarebbe inoltre una giornalista, iscritta all’Ordine del Piemonte. «Il suo è un commento indegno — afferma il presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna— a maggior ragione per chi è iscritto a un albo professionale, con delle scuse che assomigliano a lacrime di coccodrillo». «L’autrice dovrà rispondere al Consiglio di Disciplina del Piemonte cui sarà segnalata, salvo una verifica su eventuale omonimia». «Sono stata fraintesa - aveva detto l’insegnante subito dopo le polemiche - Intendevo dire che chi sceglie di fare il carabiniere deve accettare anche i rischi del mestiere. Se fosse morto un idraulico, una professoressa, un fornaio sarebbe stato diverso». Intanto la docente dopo essersi scusata aveva provveduto a cancellare il suo profilo, ormai inondato dai commenti. A Novara tutti prendono le distanze dalla frase pubblicata sui social. Dal sindaco Canelli al questore Rosanna Lavezzaro. Era già successo ad un’altra professoressa torinese, Flavia Lavinia Cassaro, sospesa il 1 marzo 2018 dopo la sua partecipazione al corteo sfociato negli scontri del febbraio di quell’anno in occasione di una protesta contro un comizio di Casapound. La professoressa torinese aveva urlato ai poliziotti: «Dovete morire». Quegli slogan, qualche mese più tardi, le sono costati il licenziamento.

Francesca Angeli per ''il Giornale'' il 28 luglio 2019. «Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza». Impossibile capire che cosa passasse nella testa di Eliana Frontini, insegnate di Lettere e Storia dell' arte, presso il liceo scientifico Pascal di Romentino, Novara, quando ha postato questo commento sulla sua pagina Facebook. La frase si riferisce senza possibilità di equivoco alla morte di Mario Cerciello Rega, il carabiniere ucciso a coltellate la scorsa notte a Roma. Un fatto drammatico che vede vittima un uomo dell' Arma e che un'«educatrice» commenta in modo inqualificabile. Che cosa potrà mai insegnare questa professoressa ai suoi alunni? Parole inaccettabili per quali non sono sufficienti le scuse subito accampate dalla docente. Anche perché una delle sfide più importanti per gli educatori oggi è proprio quella di far capire ai ragazzi quanto sia importante un uso corretto dei social, evidenziando la necessità di frenare l' onda dilagante di commenti pieno di odio e di rabbia che invadono il web. Ci si chiede quale possa essere l' esempio per i suoi studenti. L'episodio inizialmente è stato denunciato da due parlamentari della Lega, Paolo Tiramani e Cristina Patelli, dopo le segnalazioni di alcuni cittadini indignati. I due leghisti hanno definito il commento «vergognoso». L' indignazione del mondo politico è stata trasversale. La docente ha cercato di correre ai ripari dicendosi dispiaciuta e assicurando che «non la pensa così». L'insegnante ha riconosciuto di aver scritto «una cavolata» e si è arrampicata sugli specchi dando una spiegazione che è altrettanto inaccettabile. «Mi sono lasciata guidare dalla sensazione che spesso le forze dell' ordine non intervengono quando serve, quando una donna è maltratta o peggio, si muovono solo quando ormai è troppo tardi -ha scritto la donna- E ho scritto quell' enorme sciocchezza, senza nemmeno pensare alla vedova e a chi voleva bene al vice brigadiere, una sciocchezza che ho provato a correggere immediatamente con un altro post, ma ormai era tardi. Voglio chiedere scusa a tutti. In particolare a chi era vicino al militare e ora è straziato dal dolore e chiedo scusa all' Arma dei carabinieri e all' Italia intera. Sono stata stupida». Ma oramai il danno è fatto e a questo punto si rende necessaria un' azione da parte delle istituzioni. Il ministro dell' Istruzione, Marco Bussetti ha sollecitato un intervento degli uffici territoriali del Miur e dopo tutte «le verifiche necessarie per chiarire il caso, gravissimo» partiranno i provvedimenti disciplinari. Per Bussetti «insultare un servitore dello Stato, caduto compiendo il proprio dovere, infierire sulla disperazione dei suoi cari e, allo stesso tempo, offendere l' intera Arma dei Carabinieri, non sono azioni compatibili con la condotta di chi è chiamato a educare e istruire i nostri figli. Un comportamento che non avrebbe niente a che vedere con lo spirito, l' abnegazione e la professionalità della nostra classe docente». La docente rischia di essere subito sospesa dal servizio. In un secondo momento come chiedono in molti potrebbe arrivare anche il licenziamento in tronco, richiesto in particolare Fratelli d' Italia e la Lega.

Lettera di Maria Giovanna Maglie a Dagospia il 28 luglio 2019: Caro Dago, la professoressa di Novara che ha coniato la frase più odiosa possibile sul povero carabiniere ucciso a Roma ha tentato poi di spiegare che era una frase dal sen fuggita, e che chiunque la conosca sa che lei non è il tipo da pensare cose tanto infami. “Uno di meno, chiaramente con sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza”. Sembrerebbe una bugia però e le bugie hanno sui social le gambe corte. Proprio i social, che vengono facilmente accusati di favorire pensieri che tutti hanno e che senza i social resterebbero inespressi e presto superati. Peccato che anche questa sia una balla. Scrive infatti su facebook Aldo Arena, della Polizia Penitenziaria, da Novara: Ho conosciuto questa persona circa un anno fa'!! Appena finito il turno di servizio sono passato a prendere la mia compagna al lavoro, e prima di tornare a casa ci siamo fermati in un supermercato di Novara per fare un po di spesa! Premetto che ero in uniforme e con l'arma d'ordinanza!! Uniforme che porto da quasi 30 anni con onore. Ad un certo punto sentivo dietro di me questa persona borbottare con il figlio dicendo: "Ma che schifo è questo, come si fa ad andare in giro cosi, è una vergogna" e altre frasi simili!!  Quindi mi sono girato e  ho chiesto : signora ma c'è qualche problema? E lei mi ha aggredito verbalmente dicendomi che non potevo andare in giro in quel modo!! Quindi con educazione ho cercato di farle capire che essendo un appartenente alle forze dell'ordine era normale indossare una uniforme!! Ma lei stizzita si allontanava andando dal responsabile del supermercato e chiedendogli di buttarmi fuori dal supermercato altrimenti non sarebbe più andata li a fare la spesa! Naturalmente il responsabile le ha risposto di no e si è avvicinato a me mortificato e chiedendomi scusa per l'accaduto.  In quel frangente ho pensato che fosse una signora con qualche problema ed ho chiuso li il discorso. Solo ora ho capito che e addirittura una professoressa! E questi dovrebbero insegnare ai nostri/vostri figli il rispetto delle leggi dello stato o l'educazione ?  Poi ci lamentiamo che i ragazzi di oggi non hanno nessun rispetto...Non ho più parole!

Ecco che qualunque riflessione sull'onda del dolore per un brutto orribile fattaccio di cronaca e per un morto ammazzato  senza senso, un uomo buono che tutti apprezzavano e amavano al suo paese e nel quartiere di Roma dove prestava servizio, uno che si era fatto notare anche nella grande indifferenza della capitale, qualunque riflessione deve uscire dalla due giorni della retorica autoassolutoria, e partire dalla battaglia culturale contro l'odio per le forze dell'ordine del quale sono portatori infetti categorie sociali che accedono all' educazione dei ragazzi, a partire dai loro figli. Ieri una delle foto più impressionanti della manifestazione NO TAV in Val di Susa era la scritta "più sbirri morti". L'autore, gli autori, erano regolarmente a volto coperto, mascherati ,da quei vigliacchi che sono. In questi giorni vedo garantismo scatenato contro chi invoca pene esemplari per questo tipo di reati. Sono gli stessi pronti a impiccare all'albero della reputazione distrutta  a vita chiunque sia indagato, come se fosse stato già condannato in tutti i gradi possibili. Così ci ritroviamo un paese nel quale c'è contemporaneamente il massimo del giustizialismo è il massimo del lassismo possibili. Ma la libertà di espressione nel caso dell'insegnante di Novara non c'entra niente, si tratta del peggior tipo di istigazione a delinquere, quella che parte dall' insegnare a pensar male e a vivere male.

Sospesa la prof che ha insultato il carabiniere ucciso. Lettera di un militare: «Noi rischiamo la vita ogni giorno». Pubblicato domenica, 28 luglio 2019 da Massimiliano Nerozzi su Corriere.it. Sospensione immediata dalla scuola. Già da domani mattina, lunedì 29 luglio, Eliana Frontini, la professoressa di storia dell’arte e disegno dell’Istituto Pascal di Romentino di Novara che ieri aveva scritto «Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza» parlando del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso venerdì a Roma, rimarrà senza cattedra. «Un soggetto del genere non può stare all’interno di una scuola e, meno che mai, nel ruolo delicato e importante di chi ha la responsabilità di educare e insegnare ai nostri figli il rispetto per lo Stato, per le istituzioni e per chi le rappresenta ogni giorno», hanno commentato il presidente della Regione Alberto Cirio e l’assessore all’Innovazione Matteo Marnati. E mentre ancora la macchina della giustizia deve partire, l’insegnante rischia di essere denunciata per vilipendio ed è già stata querelata per diffamazione dal Sap, sindacato autonomo di polizia, già da domani mattina per lei sarà avviato il procedimento disciplinare chiesto dallo stesso ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. E, con effetto immediato, l’ufficio scolastico Regionale la sospenderà dal ruolo in attesa dell’esito del procedimento disciplinare. «Non è ammissibile che, di fronte alla morte di un carabiniere, una professoressa si permetta di scrivere “uno di meno” — ha detto il ministro —. Abbiamo proceduto per le sanzioni disciplinari di conseguenza, questo è inammissibile, intollerabile, irrispettoso e vergognoso». «Sono stata fraintesa - si è giustificata la Frontini - Intendevo dire che chi sceglie di fare il carabiniere deve accettare anche i rischi del mestiere. Se fosse morto un idraulico, una professoressa, un fornaio sarebbe stato diverso». Intanto già da ieri pomeriggio la docente dopo essersi scusata aveva provveduto a cancellare il suo profilo, ormai inondato dai commenti. A Novara tutti prendono le distanze da quella frase pubblicata sui social. Dal sindaco Canelli al questore Rosanna Lavezzaro. Era già successo ad un altra professoressa torinese, Flavia Lavinia Cassaro, sospesa il 1 marzo 2018 dopo la sua partecipazione al corteo sfociato negli scontri del febbraio di quell’anno in occasione di una protesta contro un comizio di Casapound. La professoressa torinese aveva urlato ai poliziotti: «Dovete morire». Quegli slogan, qualche mese più tardi, le sono costati il licenziamento.

"Ma se l'accoltellatore del Carabiniere si fosse solo difeso?", scrive Francesco # FacciamoRete @kelevra19975343, che poi sparisce. “Non per polemica, ma per pochissima presenza di ipocrisia. Ma se l’uomo che ha accoltellato il carabiniere questa notte si fosse solo difeso? L’aggressività e la prepotenza delle forze dell’ordine, specialmente verso chi non è italiano e non ha la testa rasata, è palese ovunque”. "Un'altra giornata nazionale dell'ipocrisia! Chissà, se l'ipocrisia non fosse mai esistita, dopo quanti anni ci saremmo estinti. — Francesco #facciamorete (@Kelevra19975343) July 26, 2019

Che cos’è #Facciamorete, l’hashtag nato dal basso che fa più opposizione dell’opposizione. L’Inkiesta il 09 gennaio 2019. In meno di un mese ha fatto numeri da record su Twitter. Un fenomeno naturale del mondo social che raccoglie lo scontento verso il governo appellandosi all’antifascismo e ai principi della Costituzione. E che sembra destinato a crescere. Se siete frequentatori di Twitter, ci sarete incappati sicuramente: #facciamorete è l’hashtag del momento. Ora che l’opposizione sembra essersi definitivamente arenata, sui social e non solo, a scaldare i cuori degli anti-salviniani e a raccogliere il consenso dei delusi dal governo ci sta pensando questo nuovo motto. Nato a metà dicembre 2018 per mano di un gruppo di cittadini che non necessariamente si conoscono di persona, né dichiarano di appartenere ad alcuno schieramento politico o ideologia, #facciamorete non si definisce né come un movimento politico né come una campagna, bensì, stando alle parole dei promotori, come «una movimentazione civica nata dal confronto tra persone che si sono trovate a condividere lo stesso punto di vista». A chi non si riconosce nell’azione di un governo populista e sovranista che non apre i porti ai migranti, che disegna manovre illusorie e controproducenti e che propaga slogan a buon mercato unicamente per raccogliere un consenso basato sulla rabbia, insomma, #facciamorete sembra dire: non siete soli. Tant’è che pochi giorni dopo il lancio era già diventato trending topic e che ora, nemmeno un mese più tardi, sta facendo numeri davvero notevoli: a ieri, le “uscite” sono state 433mila, secondo l'esperto di social Pietro Raffa. «#Facciamorete è un modo per veicolare tutto quello che, al di là delle nostre visioni politiche o dei percorsi in comune, abbiamo come visione sullo stato delle cose, per contrastare la propaganda scorretta sui social, su cui oggi si costruisce il consenso, e per portare sotto gli occhi dell’opinione pubblica e politica uno sguardo diverso sulle cose», spiega a LinkiestaLaura L., su Twitter LadyLuna. Mossi dall’intento di «dover fare qualcosa, risvegliare consapevolezza e sguardo critico sulla realtà», lo scopo dei membri è quello di «stimolare un dibattito politico basato sui fatti e non sugli slogan, e quindi anche il senso civico». A fronte degli hater della rete e dei sovranisti dell’ultima ora, l’hashtag si appella quindi ai valori costituzionali dell’antifascismo, dell’uguaglianza e della solidarietà, anche attraverso delle linee guida condivise negli ultimi giorni per aiutare la comprensione e l’utilizzo. Non è raro infatti trovarlo accostato ad altri hashtag come #apriteiporti, #salvininonmirappresenti e #governodelcambiamentoinpeggio, mentre una delle emoji più utilizzate in abbinamento all’hashtag è quella della bandiera Ue, dice Raffa. Il successo dell’hashtag rimane limitato ad una base contenuta ma molto attiva di circa 11mila utenti. Ma «la cosa che impressiona è la costanza dell’utilizzo», dice Raffa a Linkiesta. «Mentre di solito queste campagne durano pochi giorni, #facciamorete è stato utilizzato continuativamente dal 13 dicembre in poi». #Facciamorete però rimane un movimento trasversale e apartitico, che alle spalle non ha alcun attore terzo. Checché ne dicano i suoi detrattori: il 99% dei tweet è inviato dall’Italia (il che confuta l’eventualità di bot stranieri), gli utenti sono equamente distribuiti sul territorio nazionale, non necessariamente giovanissimi, equilibrati anche in termini di genere. «È qualcosa che non ci aspettavamo, da quando è stato lanciato sono tante le persone che si sentono smarrite rispetto a tutto quello che sta avvenendo e che sentono la necessità di essere rappresentati a livello istituzionale e politico da un’alternativa» spiega LadyLuna. «Ciò che sconcerta è che la confusione riguarda tutti gli schieramenti, tanto che è difficile dialogare in maniera pacifica persino con chi si veste di valori democratici e di sinistra. Bisogna tornare a discernere le propagande e gli slogan, il conservatorismo che provoca chiusura tanto quanto il sovranismo». Per il momento, il successo dell’hashtag rimane limitato ad una base contenuta ma molto attiva di circa 11mila utenti. Ma «la cosa che impressiona è la costanza dell’utilizzo», spiega Raffa a Linkiesta. «Mentre di solito queste campagne durano pochi giorni, #facciamorete è stato utilizzato continuativamente dal 13 dicembre in poi, con un tetto di 30mila tweet il 2 gennaio». Grande è stata l’attenzione rivolta al discorso di fine anno di Mattarella, e in questi giorni l’hashtag è stato utilizzato in solidarietà verso i giornalisti de l’Espresso aggrediti a Roma e verso i 49 migranti ancora in mezzo al Mediterraneo, e contro la schedatura degli scienziati della ministra Grillo e le ipocrisie del governo su banca Carige. Si tratta solo di una bolla o è qualcosa di più di un semplice sfogo per un malessere diffuso? Difficile a dirsi. Quel che è certo è che le premesse perché #facciamorete continui a crescere ci sono tutte. Anche se nelle intenzioni dei suoi iniziatori rimarrà un fenomeno spontaneo e libero della rete. Dovrà allora esserci una forza politica di opposizione in grado di intercettare lo spirito e le istanze di una parte di elettorato che non si sente rappresentato dall’offerta corrente. Altrimenti, altrettanto spontaneamente, la mobilitazione si estinguerà. E a quel punto, oltre a un’opposizione incompetente, potrebbe non rimanere nemmeno l’ombra di un cittadino in protesta. E allora sì che saranno davvero guai.

Carabiniere ucciso, foto shock in caserma: bendato uno degli accusati. Aperta un’inchiesta. Pubblicato domenica, 28 luglio 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Lo hanno bendato e ammanettato subito dopo averlo portato nella caserma di via in Selci. Poi qualcuno ha deciso di fotografarlo. È un’immagine choc quella di Christian Gabriel Natale Hjort, l’americano di 18 anni accusato di complicità nell’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, scattata poco dopo il fermo. Ricorda i prigionieri di Guantanamo con la fascia grigia a coprire gli occhi, le braccia dietro la schiena, i polsi stretti dalle manette. Quando viene mostrata al comandante generale Giovanni Nistri dell’Arma, la reazione è immediata: «Si tratta di un episodio inaccettabile e come tale deve essere trattato». Per questo dispone l’immediata inchiesta interna per denunciare i responsabili alla magistratura e sottoporli a procedimento disciplinare. Due ore dopo il nome del militare viene consegnato ai pubblici ministeri. Adesso rischia l’accusa di violenza privata e maltrattamenti, ma anche la sospensione dal servizio. L’indagine continua per individuare chi ha fatto la scatto e ha poi deciso di diffonderlo. Anche perché era nella stessa stanza e per lui — così come per gli altri — potrebbe anche scattare l’omessa denuncia. «Il carabiniere che ha bendato il fermato — chiarisce il comandante provinciale Francesco Gargaro — dice di averlo fatto per evitare che potesse vedere la documentazione che si trovava negli uffici e sui monitor». La giustificazione appare risibile perché poteva essere tenuto in un ufficio dove non ci sono dossier riservati o computer. Ma soprattutto perché avvalora l’ipotesi che anche in altri casi si sia deciso di riservare alle persone prese in custodia lo stesso trattamento. Un’eventualità che il generale invece esclude: «Mai era accaduta una cosa simile. Questo è un caso del tutto particolare». La foto del ragazzo americano seduto a testa china in mezzo ai carabinieri comincia a circolare venerdì pomeriggio sulle chat interne ai carabinieri. Il giovane ha appena ammesso di essere stato sulla scena del delitto, ma ha detto di non sapere che il suo amico avesse il coltello. Qualcuno veicola l’immagine anche su altri canali. Quando al comando provinciale arriva la notizia, Nistri dispone l’accertamento immediato: «Dobbiamo censurare quanto accaduto, impedire che possa ripetersi o che possa essere ritenuto giustificato un comportamento gravissimo». Al comando provinciale scatta la verifica su chi si era occupato del giovane dopo il fermo, chi era presente nella stanza, chi era il responsabile delle procedure. La morte del vicebrigadiere Cierciello Rega ha provocato emozione e sgomento tra i suoi colleghi, ma anche rabbia. Sentimenti forti che però — come ha sottolineato il comandante — «non possono in alcun modo sfociare in una vicenda del genere. Conosciamo perfettamente lo stato d’animo dei carabinieri, perché è anche il nostro. Ma adesso dobbiamo individuare tutti i responsabili». È possibile che già domani il militare che ha bendato Natale Hjorth venga interrogato in Procura. E i magistrati sono consapevoli che una simile procedura potrebbe essere utilizzata dalla difesa anche per invalidare gli atti del processo.

Nicola Pinna per ''la Stampa'' il 28 luglio 2019. Una benda grigia sugli occhi, la testa china. Il ciuffo biondo è quello del ragazzino americano bloccato in albergo, la camicia la stessa: quella a righe bianche e azzurre. Elder Finnegan Lee ha le manette ai polsi, con le braccia dietro la schiena: seduto su una sedia della caserma dei carabinieri, attende forse di essere interrogato. Ma l' immagine che colpisce è quella del ragazzino bendato. A coprirgli gli occhi quella che sembra una sciarpa utilizzata all' occorrenza come una benda. Intorno ci sono diversi militari: alcuni lavorano, altri tengono d' occhio il giovane fermato. Sulla parete della stanza della caserma s' intravedono anche due fotografie: una è quella di Falcone e Borsellino, l' altra è il ritratto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nella stanza c' è caos e d' altronde la giornata è stata molto difficile per i carabinieri che hanno pianto la morte di un collega e lavorato a perdifiato per rintracciare gli autori del delitto. L'immagine, raccontano nelle chat di Whatsapp di cui fanno parte solo militari, è stata scattata nei momenti in cui stanno iniziando gli interrogatori. È il momento successivo al blitz dei carabinieri nell' albergo di lusso, dove i due ragazzini americani si erano rifugiati dopo la rissa in via Pietro Cossa. Mentre il biondino attende, forse l' amico - Gabriel Christian Natale - è quasi certamente seduto in un' altra zona della stanza. Chi ha scattato quella foto, destinata a scatenare le polemiche, ora rischia grosso. E infatti poco dopo la diffusione dell' immagine il comando provinciale dell' Arma annuncia subito l' avvio di accertamenti interni. La notizia si diffonde poco prima delle 23: un lancio d' agenzia che dà conto di un' immagine che circola nelle chat. E dell'indignazione degli altri militari che si rendono conto che quello scatto rischia di diventare di dominio pubblico e di trasformarsi in un caso molto spinoso. Qualche minuto dopo il comando generale dell' Arma decide di diffondere una nota in cui «prende fermamente le distanze dallo scatto e dalla divulgazione di foto di persone ristrette per l'omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega». Gli accertamenti, aggiunge il comando provinciale di Roma, «si stanno svolgendo con la massima tempestività accertamenti con l' obiettivo di individuare i responsabili». Contemporaneamente nei gruppi Whatsapp dei carabinieri esplode la rabbia, per quella che viene definita «speculazione» e per gli attacchi all' istituzione militare, «con un morto ancora da piangere e da seppellire», si lascia sfuggire un maresciallo di lungo corso. I californiani Elder Finnegan Lee e Gabriel Christian Natale Hjorth erano venuti a Roma come turisti. La vacanza l' aveva pagata a entrambi il padre di Finnegan: albergo a quattro stelle nel quartiere Prati, il salotto buono di Roma, a due passi dal Vaticano. I carabinieri li hanno trovati addormentati nella stanza 109 de Le Meridien Visconti Roma. Erano tornati a dormire dopo l' omicidio. Sul comodino un flacone di Xanax, tranquillante del quale farebbe uso Lee. Gabriel Christian Natale Hjorth si trovava in Italia da una settimana, era venuto a trovare dei parenti italiani. L' amico, il presunto killer secondo quanto avrebbe confessato, lo ha raggiunto solo dopo. Lee era in possesso di una carta di credito di lusso a conferma della sua provenienza da una facoltosa famiglia americana. Il soggiorno al Visconti Palace era a suo carico. Quando i carabinieri sono entrati nella stanza li hanno trovati addormentati ma vestiti. Si erano cambiati gli abiti sporchi di sangue che sono stati ritrovati nella stanza accanto al coltello ancora sporco di sangue. T-shirt grigio chiaro e pantaloni bianchi l' uno, pantaloncini e camicia a righe l' altro. Le valige erano già pronte. I due ragazzi si preparavano a lasciare l' Italia.

La foto shock del ragazzo bendato in caserma. L'Arma: metodi inaccettabili. Carlo Bonini il 28 luglio 2019 su La Repubblica. Questa foto è stata scattata venerdì 26 luglio in un ufficio del Reparto investigativo dei carabinieri di via In Selci, a Roma. Il ragazzo a capo chino, ammanettato dietro alla schiena, con un foulard stretto intorno agli occhi che gli impedisce la vista è il cittadino americano Gabriel Christian Natale Hjorth, 18 anni, accusato di concorso nell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Repubblica si è data la regola di non pubblicare immagini di persone private della loro libertà. E questa foto non è un’eccezione. Perché qui, il corpo del "reo" racconta altro. Racconta il contesto emotivamente stravolto in cui un indiziato di reato è stato fermato e l’effetto a catena che ha prodotto. Mentre il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini qualificava come «bastardi» i due fermati dai carabinieri, pronunciando contestualmente la sentenza definitiva di «condanna a vita ai lavori forzati» , in una caserma dei carabinieri accadeva quello che questa foto documenta. Gabriel Christian Natale Hjorth perdeva ogni diritto di habeas corpus. Privato della libertà e prima ancora di essere sentito da un magistrato, diventava un trofeo (magari da condividere via social) cui far pagare il conto per la morte di un collega. Nell’effetto per giunta straniante che vede il capo chino di quel ragazzo visivamente incorniciato dalle foto che sul muro dell’ufficio ricordano il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Raggiunto da Repubblica, il generale Roberto Riccardi, portavoce del Comando generale, ha definito l’immagine «due volte intollerabile» . «Intollerabile in sé e intollerabile che sia stata scattata e divulgata». A Francesco Gargaro, Comandante provinciale di Roma, il Comando generale ha delegato un’immediata indagine interna. «Quello che è accaduto è inaccettabile — dice — L’indagine interna per accertare responsabilità disciplinari e penali ha già individuato i responsabili. I militari in questione sostengono che il fermato fosse stato bendato per non riconoscere sui monitor dei pc le immagini di altri sospettati. In ogni caso, abbiamo già denunciato alla magistratura quanto accaduto e gli esiti dei nostri accertamenti». Ne va preso atto. Con una sola chiosa: i monitor dei pc sono spenti.

Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della sera” il 29 luglio 2019. Il carabiniere che ha bendato Gabriel Christian Natale Hjorth dopo il fermo per l' omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è stato trasferito ad un incarico non operativo. Gli altri militari che erano in quella stanza e hanno assistito senza intervenire, ma anche chi ha scattato la foto che mostra il giovane con le braccia dietro la schiena e i polsi stretti dalle manette, potrebbero subire la stessa sorte. Mentre l'Arma ribadisce che quel gesto «è inaccettabile», il procuratore generale di Roma Giovanni Salvi avvia un procedimento disciplinare sul comportamento dei carabinieri e su quello dei magistrati per verificare se quanto accaduto possa inficiare l'esito degli accertamenti, ma subito chiarisce che «l' inchiesta è stata regolare». E il dibattito politico si infiamma. Secondo l'Arma il giovane è stato tenuto con la benda sugli occhi «4 o 5 minuti per non fargli vedere quanto c'era in quell'ufficio, soprattutto sui monitor. Poi è stato portato in un' altra stanza nella caserma di via in Selci dove si trova il nucleo operativo». In una nota trasmessa ieri nel tardo pomeriggio, Salvi sottolinea che «le informazioni fornite dalla Procura della Repubblica circa le modalità con le quali è stato condotto l'interrogatorio consentono di escludere ogni forma di costrizione». Ma il difensore dell' indagato, l'avvocato Emiliano Sisinni, attacca: «La circostanza che un soggetto sia sottoposto ad un trattamento del genere nelle fasi antecedenti l' interrogatorio deve far seriamente riflettere sulle implicazioni che ciò potrebbe avere sulla libera autodeterminazione di un indagato nel rendere dichiarazioni». Una posizione condivisa dalle Camere Penali con il presidente Giandomenico Caiazza che dice: «Nemmeno nel momento del lutto e del dolore per l' assurda morte di un carabiniere lo Stato può permettere l'esistenza di proprie zone franche dove le leggi non vengono rispettate».

Lo scontro tra partiti è durissimo. È mattina presto quando il ministro dell' Interno Matteo Salvini interviene sui social: «A chi si lamenta della bendatura di un arrestato, ricordo che l' unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un Carabiniere, un servitore della Patria morto in servizio per mano di gente che, se colpevole, merita solo la galera a vita.

Lavorando». Gli fa eco Giorgia Meloni e subito reagisce il segretario del Pd Nicola Zingaretti: «I collaboratori di Salvini, probabilmente pagati con i soldi dei cittadini, sono a capo di una centrale dell' odio e del disordine sui social. Per un ministro che dovrebbe garantire l' ordine pubblico non è male».

Secondo la capogruppo di Forza Italia alla Camera, Mariastella Gelmini, «il caso della foto dell' assassino del carabiniere non deve essere strumentalizzato contro le forze dell' ordine: il vero crimine è l' efferato omicidio di un servitore dello Stato». Ma Pietro Grasso, parlamentare ex magistrato, ricorda: «Quando arrestammo Provenzano, interrogammo Brusca, e uomini autori delle stragi, che avevano fatto uccidere colleghi e amici, ho sempre avuto chiaro quale fosse il mio ruolo: quello di rappresentante dello Stato».

Giuseppe Sarcina per il “Corriere della sera” il 29 luglio 2019. «Scioccante», annuncia la Cnn. «Intollerabile», titola il Washington Post. La foto di Christian Gabriel Natale Hjorth ammanettato e bendato nel comando dei Carabinieri fa discutere e divide l' opinione pubblica americana. I network tv e i grandi giornali riportano le parole usate dal comandante dell' Arma, Giovanni Nistri, e riferiscono che «le autorità italiane hanno aperto un' inchiesta». Per il momento la gran parte dei media ha scelto di stare sulla notizia, senza prendere una posizione precisa. C' è, però, un riflesso condizionato: il Washington Post , per esempio, ricorda che «pochi mesi fa Amanda Knox» è tornata in Italia, dove era stata condannata ingiustamente per l' omicidio di Meredith Kercher. E ieri mattina la Cnn ha mandato in onda una corrispondenza da Roma di Barbie Latza Nadeau, nota per aver scritto nel 2010 un libro denuncia sul caso Knox. La giornalista ha commentato così l' immagine di Christian con gli occhi bendati: «Adesso la narrativa cambia. Ho l'impressione che quando i ragazzi potranno parlare con gli avvocati sapremo qualcosa di più su che cosa è davvero accaduto». La vicenda Knox ritorna in diversi commenti sulla Rete, nei messaggi inviati, per esempio, al Marin Independent Journal , il quotidiano locale della californiana Mill Valley, la cittadina di origine dei due arrestati. Scrive il lettore Fran Munez: «Anch' io credo nel principio di innocenza fino a prova contraria, sebbene Amanda vi potrebbe dire che è quasi impossibile ottenere un giusto processo in Italia». Ma molti altri invitano a non confondere casi completamente diversi. Tanti sottolineano che «è stata ritrovata l' arma del delitto» e che «i due hanno confessato». In uno dei circa 650 post raccolti dal Washington Post si legge «Questo è uno scandalo americano. È una tragedia italiana». C' è chi invoca una punizione esemplare, perché in molti Stati americani chi uccide un poliziotto va incontro alla pena di morte. Un altro lettore, Franck Dudley Berry jr, scrive: «Questo tizio ha pugnalato più volte un poliziotto e lo ha ucciso (in realtà per Hjorth non è questa l' accusa, ndr ). E il Post si preoccupa perché è stato bendato per un po' di tempo?». Ma l' impressione è che le parole della famiglia di Elder Finnegan Lee, il giovane accusato di aver accoltellato undici volte il carabiniere, abbiano contribuito ad abbassare il tono generale: «Abbiamo intenzione di andare a Roma non appena il Dipartimento di Stato ci assicurerà che saremo in grado di vedere nostro figlio Elder. Sappiamo anche dei funerali dell' agente Rega, e vogliamo essere pienamente rispettosi della sua famiglia e dei suoi amici, in questo momento devastante». Per il momento, però, il Dipartimento di Stato non ha preso una posizione ufficiale sulla foto pubblicata. E l' ufficio stampa non ha risposto alla mail inviata ieri dal Corriere.

Ritratti in tre: c’è anche chi ha messo la benda al ragazzo. Pubblicato lunedì, 29 luglio 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. La foto lo ritrae davanti all’indagato, in borghese. Ma mostra soltanto un lembo della maglietta e una parte del braccio. Dettagli minimi che hanno però consentito ai suoi superiori di individuarlo. Il sottufficiale che ha deciso di bendare Gabriel Christian Natale Hjorth è l’uomo con la t-shirt nera che si vede sulla destra dell’immagine. Tutti i carabinieri che erano con lui nella stanza sono stati identificati e saranno denunciati. All’appello manca soltanto chi ha scattato la foto, ma già oggi il suo nome potrebbe essere nell’informativa che dovrà essere consegnata ai magistrati per accertare le responsabilità penali e disciplinari. Verificando se ci siano state altre violazioni nella procedura. Un’eventualità che al comando provinciale diretto dal generale Francesco Gargaro escludono, avendo ricostruito ogni passaggio dal momento in cui i due accusati dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega sono stati fermati. Sono quasi le 11 di venerdì quando i due sospettati entrano in caserma. Vengono invitati a contattare i genitori, ma nessuno dei due ottiene risposta. E mentre si attende che vengano svolte le procedure si decide di separarli. Natale Hjorth viene portato in un ufficio al piano rialzato della caserma di via in Selci. Lo fanno sedere e viene bendato. Qualcuno decide di fissare il momento con il telefonino. Secondo i primi accertamenti la foto, scattata mettendo il cellulare dal basso verso l’alto, potrebbe essere stata fatta da qualcuno che si trova nella parte esterna, forse sul terrazzino. Ma non è escluso che fosse invece accanto alla scrivania e volutamente non abbia ripreso i volti dei suoi colleghi. Le testimonianze avvalorano l’ipotesi che in quei momenti nella stanza ci fossero tre militari, quello in borghese e due colleghi, però su questo sono ancora in corso accertamenti. Anche perché il sottufficiale trasferito assicura di averlo fatto «per non fargli vedere quello che c’era sui monitor» e giura che tutto è durato al massimo cinque minuti «e poi lo abbiamo portato in un’altra stanza per avviare le procedure di identificazione». Nella relazione per i magistrati sarà sottolineato che gli avvocati nominati d’ufficio sono stati contattati subito e che «in caserma ci sono sempre stati due traduttori, agenti della polizia locale». Ma le indagini dovranno anche accertare il «percorso» della foto. Si sa che è stata inviata in una chat interna ai carabinieri pochi minuti dopo essere stata scattata. E poi ha cominciato a circolare, tanto che almeno in un caso era allegata alle immagini dei quattro stranieri che venerdì sono state diffuse come se fossero sospettati del delitto. Soltanto quando sarà individuato l’autore dello scatto si capirà se la decisione di fotografare l’indagato in stato di costrizione servisse a documentare l’abuso o a esporre il trofeo, visto che la vittima era un carabiniere. Sembra comunque accertato che chi ha ripreso l’indagato non è la stessa persona che ha diffuso l’immagine e questo rende più complicata la ricerca, proprio perché non si può escludere che la scelta di veicolarla all’esterno sia stata compiuta da un carabiniere che non lavora in quella caserma.

Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 30 luglio 2019. La foto lo ritrae davanti all’indagato, in borghese. Ma mostra soltanto un lembo della maglietta e una parte del braccio. Dettagli minimi che hanno però consentito ai suoi superiori di individuarlo. Il sottufficiale che ha deciso di bendare Gabriel Christian Natale Hjorthè l’uomo con la t-shirt nera che si vede sulla destra dell’immagine. Tutti i carabinieri che erano con lui nella stanza sono stati identificati e saranno denunciati. All’appello manca soltanto chi ha scattato la foto, ma già oggi il suo nome potrebbe essere nell’informativa che dovrà essere consegnata ai magistrati per accertare le responsabilità penali e disciplinari. Verificando se ci siano state altre violazioni nella procedura. Un’eventualità che al comando provinciale diretto dal generale Francesco Gargaro escludono, avendo ricostruito ogni passaggio dal momento in cui i due accusati dell’omicidio.

La telefonata ai genitori. Sono quasi le 11 di venerdì quando i due sospettati entrano in caserma. Vengono invitati a contattare i genitori, ma nessuno dei due ottiene risposta. E mentre si attende che vengano svolte le procedure si decide di separarli.Natale Hjorth viene portato in un ufficio al piano rialzato della caserma di via in Selci. Lo fanno sedere e viene bendato. Qualcuno decide di fissare il momento con il telefonino. Secondo i primi accertamenti la foto, scattata mettendo il cellulare dal basso verso l’alto, potrebbe essere stata fatta da qualcuno che si trova nella parte esterna, forse sul terrazzino. Ma non è escluso che fosse invece accanto alla scrivania e volutamente non abbia ripreso i volti dei suoi colleghi. Le testimonianze avvalorano l’ipotesi che in quei momenti nella stanza ci fossero tre militari, quello in borghese e due colleghi, però su questo sono ancora in corso accertamenti. Anche perché il sottufficiale trasferito assicura di averlo fatto «per non fargli vedere quello che c’era sui monitor» e giura che tutto è durato al massimo cinque minuti «e poi lo abbiamo portato in un’altra stanza per avviare le procedure di identificazione».

La chat interna. Nella relazione per i magistrati sarà sottolineato che gli avvocati nominati d’ufficio sono stati contattati subito e che «in caserma ci sono sempre stati due traduttori, agenti della polizia locale». Ma le indagini dovranno anche accertare il «percorso» della foto. Si sa che è stata inviata in una chat interna ai carabinieri pochi minuti dopo essere stata scattata. E poi ha cominciato a circolare, tanto che almeno in un caso era allegata alle immagini dei quattro stranieri che venerdì sono state diffuse come se fossero sospettati del delitto. Soltanto quando sarà individuato l’autore dello scatto si capirà se la decisione di fotografare l’indagato in stato di costrizione servisse a documentare l’abuso o a esporre il trofeo, visto che la vittima era un carabiniere. Sembra comunque accertato che chi ha ripreso l’indagato non è la stessa persona che ha diffuso l’immagine e questo rende più complicata la ricerca, proprio perché non si può escludere che la scelta di veicolarla all’esterno sia stata compiuta da un carabiniere che non lavora in quella caserma.

Cristiana Mangani per "il Messaggero" il 30 luglio 2019. Verrà consegnata oggi in Procura l'informativa sulla foto rubata. I carabinieri hanno effettuato le indagini e stanno cercando di risalire a chi ha diffuso lo scatto. Vogliono anche capire quale sia stato l'obiettivo dell'autore: se danneggiare qualcuno dei comandanti o se soltanto mostrare a qualche collega cosa stesse succedendo in quel momento. Le indagini di questi giorni hanno permesso di individuare chi ha preso la decisione di mettere la benda sugli occhi di Gabriel Christian Natale Hjorth, il giovane americano, accusato di concorso in omicidio con l'autore materiale del delitto, Finnegan Lee Elder. La documentazione che sarà a disposizione del procuratore aggiunto Michele Prestipino contiene i risultati dei primi accertamenti. Sulla base di questi la procura potrà decidere se indagare o meno chi ha deciso di utilizzare metodi considerati non opportuni. Mentre l'inchiesta interna al Comando generale ha già portato al trasferimento di questa persona, a un incarico non operativo. Secondo la ricostruzione ufficiale, l'indagato è rimasto con le mani legate dietro la schiena e con gli occhi coperti dalla sciarpa di un militare, per non più di 4-5 minuti. Il tempo che ha preceduto il suo interrogatorio. Natale Hjorth è stato portato in una stanza che si trova al primo piano di via In Selci, la stanza degli ascolti, dove c'erano due carabinieri in divisa e uno in borghese. L'ambiente pare che sia facilmente visibile da un terrazzino di accesso che si trova nel cortile posteriore della Caserma. Ed è proprio da lì - secondo la ricostruzione - che qualcuno avrebbe scattato la foto incriminata. Trattandosi di un punto di passaggio non è facile accertare chi sia stato l'autore. Nel frattempo, comunque, il procuratore generale Giovanni Salvi ha blindato l'inchiesta sull'omicidio del vicebrigadiere specificando che gli indagati hanno avuto tutte le tutele necessarie e previste dalla legge. Che l'interrogatorio davanti ai magistrati si è svolto con il supporto di due interpreti, con gli avvocati nominati d'ufficio dopo che i due giovani hanno detto di non averne uno personale. E che a ognuno di loro è stata data la possibilità di telefonare ai genitori, ma che dall'America nessuno ha risposto, forse per questioni di fuso orario. La foto e la sua diffusione continuano però ad agitare la politica. «Ho visto molte polemiche sulla foto del ragazzo bendato - ha dichiarato il vicepremier Luigi Di Maio -, quella foto non è bella sicuramente ma parlare ogni giorno quasi più del ragazzo bendato che del nostro carabiniere ucciso significa buttarla in caciara». E il ministro della Giustizia Adriano Bonafede: «Mi fa piacere che l'Arma abbia gli anticorpi rispetto a comportamenti sbagliati. È stata già avviata la procedura per individuare i responsabili e i carabinieri hanno già fatto le loro valutazioni. Abbiamo un servitore dello Stato morto mentre faceva il suo dovere, bisogna concentrarsi su questo». C'è poi chi come il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri sostiene che «chi parla di confessione estorta alimenta una assurda difesa degli assassini. Sono alcuni organi di informazione, anche americani, che alimentano campagne vergognose. Gente che casomai ha taciuto di fronte alla severità americana di Guantanamo, altro che bende». Mentre per l'eurodeputato Pd-Siamo Europei Carlo Calenda: «Quello che Matteo Salvini non capisce è che la foto diffusa rappresenta, prima di tutto, una lesione alla dignità dello Stato italiano e di chi lo serve. Un insulto al vicebrigadiere Cerciello Rega, all'Arma dei Carabinieri e un rischio concreto di fornire un argomento legale per l'estradizione di uno dei due accusati che, se giudicati colpevoli, meritano invece di passare il resto della vita in una prigione italiana».

C. Man. per “il Messaggero” il 30 luglio 2019. Sulla foto incriminata ora scende in campo anche la procura militare. Un fascicolo di inchiesta è stato aperto dal procuratore Marco De Paolis che vuole accertare se siano stati commessi dei reati nelle fasi successive all'arresto dei due giovani americani. Nel frattempo, continua a creare polemica lo scatto nel quale si vede Gabriel Christian Natale Hjorth con gli occhi bendati e le mani legate dietro la schiena. La testa china, immobile. La decisione presa da un sottufficiale che è ritratto anche lui nella foto (in borghese, maglia e pantaloni neri), gli è costata l'iscrizione sul registro degli indagati da parte della procura di piazzale Clodio che gli contesta l'abuso dei mezzi di costrizione e intende sentirlo a breve. L'uomo ha già ammesso la sua responsabilità pur cercando giustificazione nel fatto che in quella stessa stanza ci fossero monitor con immagini riferite ad alcune indagini in corso. Qualcosa che non voleva far vedere all'americano. Una difesa che non è piaciuta al Comando generale dell'Arma che ha subito deciso di trasferirlo a un incarico non operativo. Mentre i magistrati stanno valutando se prendere provvedimenti anche nei confronti degli altri due militari in divisa che si vedono nella foto, probabilmente provenienti dalla caserma di piazza Farnese e quindi colleghi di Mario Cerciello Rega e di Andrea Varriale. Inoltre le indagini dei carabinieri sono sempre più vicine all'autore dello scatto sotto accusa. Dopo una riunione che si è svolta ieri dal procuratore Prestipino è stata circoscritta una cerchia di persone e si stanno verificando tutti i tabulati telefonici dei presenti in quelle ore in via In Selci. Inizialmente si era pensato che l'immagine fosse stata ripresa da qualcuno seduto dietro una delle scrivanie laterali, ma questa ipotesi è stata esclusa perché, pare che non ci fossero altre persone all'interno, mentre la stanza affaccia su un terrazzino di passaggio. Ed è da lì che il fotografo potrebbe aver agito dopo essersi fermato a vedere cosa stesse accadendo. Quello che la procura sospetta, però, è che dietro questa diffusione dell'immagine, ci possa essere la volontà di danneggiare uno dei comandanti. Un altro aspetto sul quale si sta investigando. È stato smentito, invece, che Finnegan Lee Elder possa aver avuto lo stesso trattamento dell'amico: «Non è stato assolutamente bendato e legato - ha dichiarato il comandante provinciale Francesco Gargaro - Sono stati svolti accertamenti che hanno escluso questa possibilità». I militari hanno spiegato che a Finnegan, è stato concesso, così come all'altro indagato, di effettuare una chiamata alla famiglia. Gabriel, l'italo-americano il cui padre era a Roma con lui, non ha avuto risposta, mentre Elder ha parlato al telefono con la mamma in America utilizzando il canale Facetime. Farfugliando parole poco comprensibili, ha cercato di mettere una dietro l'altra frasi sensate che potessero spiegare la sua notte di follia. La mamma sarà a breve in Italia per vederlo. «Accerteremo i fatti senza alcun pregiudizio e con il rigore già dimostrato da questa procura in altre analoghe vicende», ha puntualizzato il procuratore Prestipino. L'immagine del ragazzo potrebbe anche diventare un prezioso strumento in mano alle difese. Su quanto avvenuto nella tarda serata del 26 luglio nella caserma anche ieri la Procura ha ribadito che i due «indiziati sono stati individuati e interrogati dai magistrati nel rispetto delle regole. Gli interrogatori sono stati effettuati con tutte le garanzie difensive, alla presenza dei difensori, dell'interprete e previa lettura di tutti gli avvisi di garanzia previsti dalla legge». E ai giornalisti americani presenti alla conferenza stampa che evocavano la vicenda di Amanda Knox, Prestipino ha puntualizzato: «Siamo a Roma, la procura di Roma è abituata a trattare indagati di qualsiasi nazionalità ed etnia in continuazione. Per noi i cittadini di fronte alla legge sono tutti uguali».

Sui giornali Usa la foto choc dell’americano in caserma. Militare trasferito. Salvini: «Unica vittima il carabiniere». Pubblicato domenica, 28 luglio 2019 da Giuseppe Sarcina e Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. «Illegally blindfolded», bendato illegalmente. La condizione in cui è stato immortalato Christian Gabriel Natale Hjorth, uno dei due turisti statunitensi accusati di aver ucciso a coltellate il carabiniere Mario Cerciello Rega, viene descritta in più e più titoli della stampa straniera (americana, in particolare). Niente foto — pochissimi scelgono di riprendere l’immagine dove il ragazzo è seduto in caserma con le mani legate dietro la schiena e con una benda sopra gli occhi - ma titoli espliciti. Tra questi, c’è la Cnn, sul cui sito la notizia si trova tra le principali: «La polizia italiana ha lanciato un’indagine su uno scatto shock che mostra uno dei due giovani americani arrestati bendato» scrivono, aggiungendo che una seconda indagine sta cercando di capire chi ha condiviso la foto con la stampa.  Ma quel «Illegally blindfonded» si ritrova nei più autorevoli siti d’informazione degli Stati Uniti. Come il Washington Post. Che riprende notizie raccolta dall’agenzia Associated Press — il ragazzo è stato bendato forse con una sciarpa per qualche minuto prima dell’interrogatorio — e le parole del comandante provinciale Francesco Gargaro, che specifica come questa pratica sia «illegale» in Italia e che probabilmente il ragazzo è stato bendato per non permettergli di vedere alcuni documenti relativi alle indagini. «Poiché l’ufficiale ucciso è stato ampiamente compianto in Italia come eroe, alcuni temevano che la pubblicazione della foto potesse in definitiva aiutare la difesa a ostacolare la giustizia», scrive il Washington Post. Citando anche il caso di Stefano Cucchi: «Per altri, la foto evoca la morte di un giovane romano arrestato durante un’indagine contro il traffico di droga. Stefano Cucchi è stato picchiato duramente dopo l’arresto e morto alcuni giorni dopo. Diversi carabinieri sono stati accusati per il pestaggio e l’occultamento di prove». L’Associated Press viene ripresa anche dalla AbcNews , che sceglie di inserire la notizia del bendaggio illegale tra le principali del suo sito. Altre agenzie parlano del caso: Reuters cita anche le associazioni per i diritti umani che hanno definito la foto inquietante e il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che in un tweet — scrivono — «ha respinto la controversia: a coloro che si lamentano del bendaggio di una persona arrestata, ricordo loro che l’unica vittima da piangere è un carabiniere, morto facendo il suo lavoro». Anche su Bloomberg si fa riferimento al caso.

(ANSA il 28 luglio 2019) - "A chi si lamenta della bendatura di un arrestato, ricordo che l'unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un Carabiniere, un servitore della Patria morto in servizio per mano di gente che, se colpevole, merita solo la galera a vita. Lavorando. Punto." Lo dice il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Raggiunto da Repubblica, il generale Roberto Riccardi, portavoce del Comando generale, ha definito l’immagine «due volte intollerabile» . «Intollerabile in sé e intollerabile che sia stata scattata e divulgata». A Francesco Gargaro, Comandante provinciale di Roma, il Comando generale ha delegato un’immediata indagine interna. «Quello che è accaduto è inaccettabile — dice — L’indagine interna per accertare responsabilità disciplinari e penali ha già individuato i responsabili. I militari in questione sostengono che il fermato fosse stato bendato per non riconoscere sui monitor dei pc le immagini di altri sospettati. In ogni caso, abbiamo già denunciato alla magistratura quanto accaduto e gli esiti dei nostri accertamenti». Ne va preso atto. Con una sola chiosa: i monitor dei pc sono spenti.

(ANSA il 28 luglio 2019) - Il militare che ha messo la benda all'americano arrestato per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega sarà immediatamente spostato ad un reparto non operativo. Lo si apprende dai carabinieri. Il ragazzo bendato in caserma è stato anche immortalato con una foto circolata in alcune chat.

(ANSA il 28 luglio 2019) - La Procura di Roma è in attesa di una informativa in relazione alla foto scattata in una caserma dei carabinieri in cui compare Christian Gabriel Natale Hjort, uno dei due cittadini americani fermato per l'omicidio del vicemaresciallo Mario Cerciello Rega, bendato, con le mani legate e capo chinato. Dopo l'arrivo dell'informativa si procederà alla apertura formale di un fascicolo di indagine. Sulla vicenda l'Arma ha avviato una indagine interna.

(ANSA il 28 luglio 2019. ) - "Di fronte a un'inchiesta già promossa dal Comandante generale dell'Arma, di fronte a provvedimenti disciplinari già avviati, perché in Italia è reato fotografare una persona in situazione di restrizione della libertà, e perché è irregolare bendare la persona fermata, il #Ministrodellapaura, fomenta i sentimenti istintivi di rabbia e di odio contro i colpevoli del terribile assassinio del Carabiniere. Basta leggere i commenti sotto il suo post". Lo scrive su Facebook Emanuele Fiano, della presidenza del gruppo del Partito Democratico alla Camera. "Orfani della motivazione razziale per fomentare la rabbia contro assassini che non sono immigrati irregolari, trovano subito un altro obiettivo - sottolinea il deputato Dem - dove convogliare la fortissima emozione per l'omicidio efferato e trasformare la solidarietà di tutti per i Carabinieri in possibile difesa di un comportamento punito dalla legge. Addirittura già radicalmente criticato dal vertice dell'Arma. E già oggetto di inchiesta disciplinare". "Lo capite il meccanismo di creazione di odio per rimpolpare il consenso che è all'opera in ogni momento? Lo capite che la pena non è vendetta? Lo capite il cinismo schifoso a cui sta arrivando "La Bestia", la macchina del consenso salviniano? Io sì. E lo combatto. Noi siamo ancora una Repubblica fondata sul diritto e sui diritti. Io voglio giustizia rapida e inflessibile per gli assassini, ma - conclude Fiano - nessun cedimento alla barbarie. Esattamente come il Comandante dell'Arma dei Carabinieri". "Sapete chi c'era tra i propagatori delle false notizie sugli assassini di Mario Cerciello Rega? Un membro dello staff di comunicazione di Salvini", conclude.

Pietro Grasso sulla sua pagina Facebook il 29 luglio 2019. "Quando arrestammo Bernardo Provenzano, o quando interrogai Giovanni Brusca, mi trovai davanti uomini che avevano commesso le stragi, fatto uccidere colleghi e amici, progettato il mio omicidio e il rapimento di mio figlio. Potete immaginare il mio stato d’animo. Ho sempre avuto chiaro però quale fosse il mio ruolo: quello di rappresentante dello Stato. A Provenzano, catturato dopo 43 anni di latitanza, la prima cosa che chiesi fu: “ha bisogno di qualcosa?”; rispose che aveva bisogno di un’iniezione per curare la sua malattia, e rapidamente trovammo il modo di fargliela. Gli dimostrammo la differenza tra noi e loro: non ci si abbassa mai al livello dei criminali che si combattono, non ci sono e non devono esserci eccezioni. Questo significa essere uomini e donne al servizio dello Stato. Penso che la foto di cui tutti parlano, e che ovviamente mi guardo bene dal pubblicare, sia la prova di almeno un paio di reati, e probabilmente una buona arma in mano agli avvocati difensori dell’assassino. E’ una foto che mi fa male perché quel comportamento infanga il lavoro di migliaia di Carabinieri. Chi rappresenta lo Stato non deve fare queste cose. Chi fa il Ministro della Repubblica non deve giustificarle, come hanno fatto Centinaio e Salvini. Chi - come la Lega - lancia un sondaggio su facebook per aizzare gli istinti più bassi dei cittadini non ha alcun senso dello Stato. E' pericoloso, sbagliato, e fa male al nostro Paese. Non posso nascondere di essere davvero preoccupato.

L’indagato in caserma bendato: indagato il carabiniere che scattò la foto. Pubblicato venerdì, 09 agosto 2019 su Corriere.it. C’è un secondo indagato nell’inchiesta della Procura della Capitale sulla foto di Christian Gabriel Natale Hjort — il 19enne americano accusato di concorso in omicidio per la morte del vicebrigadiere dei carabinieri, Mario Cerciello Rega — bendato e ammanettato. Si tratta del militare che ha scattato la foto nella caserma dei carabinieri di via In Selci e a cui i pm romani contestano il reato di rivelazione del segreto d’ufficio. Nelle scorse settimane era stato iscritto nel registro degli indagati un sottufficiale dell’Arma accusato di avere bendato il ragazzo. L’attività degli inquirenti prosegue ora per accertare chi è stato a diffondere sulle chat whatsapp la foto: gli inquirenti hanno ascoltato, in varie parti d’Italia, decine di carabinieri con l’obiettivo di individuare chi ha «postato» in una chat l’immagine di Natale. Non è escluso, secondo quanto si apprende, che possa essere stata la stessa persona che ha scattato la foto a diffonderla poi via chat e a veicolarla agli organi di informazione.

La difesa del carabiniere che scattò la foto: «Hjorth bendato perché ci prendeva a testate». Pubblicato martedì, 27 agosto 2019 da Fulvio Fiano su Corriere.it. Chistian Gabriel Natale Hjorth fu bendato in caserma, e i suoi polsi legati alla sedia, come misura di emergenza per frenare i suoi gesti violenti. E la foto che lo ritrae in quello stato fu diffusa in una chat riservata fra 18 carabinieri di varie caserme d’Italia «al fine di rassicurare tutti i partecipanti sul fatto che i due responsabili dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega erano stati arrestati». Lo scrive l’avvocato Andrea Emilio Falcetta nella memoria difensiva che ha depositato ieri alla procura ordinaria e a quella militare come difensore del maresciallo indagato per rivelazione del segreto d’ufficio per aver fotografato il 18enne californiano. Secondo questa versione, ancora da verificare, fu poi un altro carabiniere a far circolare la foto all’esterno. Appena l’immagine apparve sui media, il 28 luglio, a tre giorni dal delitto del vicebrigadiere a Prati, l’Arma prese posizione assicurando che avrebbe individuato i responsabili per spostarli ad altro incarico: «Si tratta di un episodio inaccettabile», commentò il comandante generale Giovanni Nistri. Nella stanza erano presenti al momento della foto cinque militari. Il primo individuato, colui che mise la sciarpa sugli occhi del ragazzo, provò a difendersi dicendo che il bendaggio serviva a impedire al 18enne, fermato assieme all’amico e complice Lee Finnegan Elder di sbirciare nei monitor e sui fascicoli aperti sulla scrivania. I monitor erano in realtà spenti. «Mentre nella ancora si rincorrevano notizie inerenti l’effettiva identità dei due autori dell’omicidio — si legge nella memoria dell’avvocato del secondo carabiniere — il P. scattò la foto per cui è oggi indagato e la condivise nella chat medesima (sapendola riservata unicamente a carabinieri che avevano trascorso tutta la notte a condividere notizie e indicazioni sui possibili autori «magrebini» del vile attentato) anche e soprattutto al fine di rassicurare tutti i partecipanti sul fatto che i due soggetti erano stati arrestati, nonché di far notare che l’informazione inizialmente fornita dal collega di Mario (Andrea Varriale, ndr) era totalmente inesatta». Tramite il suo avvocato, il maresciallo in servizio presso la compagnia Roma Centro racconta anche le fasi convulse dell’arresto dello statunitense, che avrebbe provato a liberarsi colpendo i carabinieri con delle testate e scagliandosi anche contro il muro. Lo stesso carabiniere avrebbe per questo riportato delle ferite al volto. Di qui l’esigenza di bendare Hjorth come «strumento di contenimento legittimo e proporzionato. Il maresciallo sostiene poi che l’interrogatorio, come già sottolineato dai magistrati, è avvenuto nel pieno rispetto delle procedure e garanzie dell’indagato. «Che le manette vengano utilizzate a fine di contenimento sarebbe plausibile, ma in tanti anni di professione non mi è mai capitato di veder utilizzato il bendaggio “per evitare” che un fermato “faccia male a se stesso o ad altri”», commenta Francesco Petrelli, legale di Cristian Gabriel Natale Hjort. «Senza entrare nel merito di un’indagine che è ancora in corso — aggiunge l’avvocato — diciamo solo che se tale giustificazione è autentica e l’affermazione corrisponde al senso comune la cosa non può che destare qualche sorpresa e qualche perplessità».

Carabiniere ucciso, l'autore della foto con la benda: "Fu messa perchè Hjorth dava testate al muro". Parlano i legali del militare che scattò l'immagine: "Era destinata a chat interna". Avviati i test sui vestiti indossati da Mario Cerciello e Andrea Varriale la notte dell'omicidio del vicebrigadiere lo scorso 26 luglio. La Repubblica il 27 agosto 2019. "Il prossimo venerdì presso il Ris di Roma si procederà ad analizzare gli indumenti repertati di Mario Cerciello e Andrea Varriale la sera del 26 luglio in via Federico Cesi. In quella sede potremo, con molta probabilità, capire da quale posizione siano stati inferti i fendenti". A dare notizia degli accertamenti che verranno effettuati è l'avvocato Massimo Ferrandino, legale della moglie del vicebrigadiere ucciso a Roma da 11 coltellate inferte da Finnegan Lee Elder accusato di omicidio assieme a Gabriel Natale Hjorth. "Gli inquirenti stanno ultimando di puntellare in maniera precisa e scrupolosa elementi che saranno molto utili nella futura fase processuale", conclude il penalista. Intanto continuano le indagini sulla foto in cui appare Chistian Gabriel Natale Hjorth, uno dei due americani arrestati per l'omicidio del vicebrigadiere, con la bandana sugli occhi e le mani legate in una stanza della caserma di via In Selci. Il militare che ha scattato la foto in una memoria difensiva consegnata oggi ai pm di Roma dall'avvocato Andrea Falcetta, sostiene che  l'immagine non doveva essere pubblicata, ma era riservata a una chat WhatsApp di soli carabinieri. A diffondere la foto sarebbe stato invece un altro militare, che ne sarebbe venuto in possesso pur non appartenendo al gruppo di WhatsApp. Il legale ha chiesto l'interrogatorio del suo assistito, indagato per rivelazione di segreto d'ufficio. Nella memoria, il militare - un maresciallo della Compagnia carabinieri Roma centro, amico di Rega - sottolinea di aver appreso dell'omicidio intorno alle 5.40 del 27 luglio dalla telefonata di un collega. Aggiunge di aver partecipato alle ricerche dei responsabili, su ordine del proprio comandante di Compagnia, e spiega di come "a caldo" si fosse diffusa la falsa notizia che gli aggressori fossero due magrebini, pregiudicati per droga. Quindi riferisce di come, dai minuti successivi alla morte di Cerciello, "centinaia di messaggi e di foto di pregiudicati" vennero scambiate in un gruppo WhatsApp composto da 18 carabinieri, tra cui lui stesso, tutti con incarichi operativi, di varie regioni italiane. Obiettivo: aiutare le indagini, fornendo gli identikit di spacciatori, scambiando dati sensibili riguardanti i possibili sospettati (ritenuti ancora di origine magrebina), aggiornarsi reciprocamente sugli sviluppi delle indagini. Quando i due americani vennero arrestati, la notizia fu subito condivisa sulla chat. Lo stesso maresciallo li condusse, insieme ad altri militari, nella caserma di via In Selci: in questo frangente riportò anche delle ferite al volto perche colpito dalle testate di uno dei due giovani. Lo stesso arrestato, secondo la ricostruzione del maresciallo, avrebbe continuato a dare testate anche in caserma e quindi venne bendato - non dal sottufficiale, ma da un altro carabiniere - condotta che sarebbe stata approvata dai due ufficiali presenti, secondo cui si sarebbe trattato di un legittimo e proporzionato utilizzo di "strumenti di contenimento" per evitare che il giovane facesse male agli altri e a se stesso. Nella memoria difensiva il maresciallo parla poi dell'interrogatorio del fermato che, "come chiaramente affermato dal procuratore generale Giovanni Salvi, si svolse con ogni garanzia di legge". Nel frattempo il giovane si era calmato e "già da tempo era stato liberato dalla benda". Prima, però, il maresciallo scattò la foto per la quale è indagato, e la condivise nella chat ("sapendola riservata unicamente a carabinieri"), sia per "rassicurare tutti" che i due erano stati arrestati, sia per "far notare che l'informazione inizialmente fornita dal partner di Mario (sulla nazionalità degli aggressori - ndr) era totalmente inesatta". La foto, poi, sostiene il maresciallo, è stata "inopinatamente consegnata alla stampa da altro Carabiniere, quasi certamente non partecipante alla chat, che sarebbe già stato individuato dai vertici dell'Arma".

Quella notte in cui avvenne l’eclissi della legalità. Guido Neppi Modona il 31 luglio 2019 su Il Dubbio. L’eclisse della legalità, l’elemento che sotto vari aspetti costituisce il filo conduttore di tante, tristissime e sciagurate vicende. C’è qualcosa che lega le vicende che la notte tra giovedì e venerdì della scorsa settimana hanno portato alla tragica fine del Vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega e l’immagine dell’assassino confesso ammanettato e bendato in un ufficio dei Carabinieri. Quel qualcosa è l’eclisse della legalità, che sotto vari aspetti costituisce il filo conduttore di quelle tristissime e sciagurate vicende. In primo luogo, ho dei dubbi che rientri nei compiti istituzionali delle forze dell’ordine – nel caso di specie l’Arma dei Carabinieri – intervenire per dirimere una squallida controversia che vede come protagonisti: due giovani alla ricerca di cocaina, un procacciatore che si offre di accompagnarli da un pusher, che invece della cocaina fornisce una compressa di tachipirina tritata; l’intervento casuale di una pattuglia di carabinieri che mette in fuga il procacciatore, il pusher e i potenziali consumatori, che a loro volta si impossessano del borsello del procacciatore. Quest’ultimo torna dalla pattuglia dei carabinieri per denunciare il furto. Successivamente il maresciallo comandante della competente stazione dei CC dispone che Andrea Varriale, accompagnato dal vicebrigadiere Rega, si rechi sul posto per rintracciare e identificare il pusher che si era dato alla fuga; nel corso di contatti telefonici i due americani chiedono al procacciatore 80 euro per restituire il borsello. Il procacciatore denuncia al 112 la richiesta ritenuta estorsiva e la centrale dei CC affida l’incarico di recuperare il borsello ai carabinieri Varriale e Rega che si trovano già in zona, sono in borghese e quindi, trattandosi di un’estorsione, possono avvicinarsi senza destare sospetti. I carabinieri tramite il procacciatore combinano l’appuntamento con i due giovani americani, che si concluderà tragicamente con la morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Ma chi ha valutato che si trattasse effettivamente di un’estorsione? La richiesta era di soli 80 euro, e non risulta che sia stata accompagnata da violenza o minaccia, cioè le condotte che caratterizzano il delitto di estorsione. In fin dei conti gli 80 euro erano quelli che i due americani avevano sborsato per procurarsi la dose di cocaina. Come non rendersi conto che si trattava di una squallida vicenda tra spacciatori e truffatori da strapazzo, che non avrebbe richiesto né giustificato l’intervento dell’Arma dei Carabinieri? Viene naturale domandarsi se in questa vicenda balorda tra balordi la legalità che doveva essere difesa era il supposto diritto del procacciatore di recuperare il borsello rubato senza sottostare alla richiesta di 80 euro. Forse sarebbe stato meglio limitarsi a identificare e denunciare all’autorità giudiziaria il procacciatore e il pusher per i reati di droga. Il caso ha voluto che a questa vicenda di malintesa tutela della legalità finita così tragicamente si sia accompagnata pochi giorni dopo una violazione gravissima della legalità. In tutti luoghi in cui transitano persone in stato di fermo o di arresto dovrebbe essere esposto a caratteri cubitali il quarto comma dell’articolo 13 della Costituzione: “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione della libertà”. Grazie ad una foto siamo invece a conoscenza che il giovane americano indagato per l’assassinio del Vicebrigadiere dei CC è stato sottoposto a una forma particolarmente crudele di violenza nello stesso tempo fisica ( l’uso delle manette non giustificato né dal pericolo di fuga né da una pericolosità in atto) e morale, perché impedirgli in quel contesto l’uso della vista non può che provocare un profondo stato di angoscia e terrore per quello che potrà accadere. Provoca ulteriore sconcerto rendersi conto che attorno al giovane ammanettato e bendato vi sono alcuni carabinieri, e cioè che il trattamento riservato all’arrestato è stato almeno inizialmente condiviso dal personale di quell’ufficio. L’esecutore materiale dei maltrattamenti è stato immediatamente trasferito e il comando dei carabinieri ha deprecato e condannato l’accaduto, ma rimane una profonda inquietudine nel constatare che in una stazione dei Carabinieri sia stato commesso un così grave abuso, di cui si è venuti a conoscenza in maniera poco trasparente, attraverso una fotografia non si sa da chi scattata e con quali modalità divulgata. Vi è da augurarsi che anche su questi aspetti l’Arma dei Carabinieri faccia piena luce, cancellando dalla sua immagine questa macchia. Sarebbe anche questo un modo per rendere omaggio alla memoria del Vicebrigadiere Mario Cerciello Rega.

 “UN TRATTAMENTO DISUMANO CHE RIEMPIE L’ITALIA DI VERGOGNA”. Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” 29 luglio 2019. Il nostro eccellente Renato Farina si occupa oggi delle conseguenze nefaste del trattamento che i carabinieri hanno riservato a uno dei ragazzi arrestati per l' assassinio del vicebrigadiere, avvenuto a Roma tra giovedì e venerdì scorsi. Un trattamento disumano che riempie l' Italia di vergogna. Non solo perché il giovane americano non è quello che ha accoltellato il sottufficiale, ma anche perché in un Paese minimamente civile i fermati, gli arrestati e gli imputati meritano il rispetto a cui qualsiasi individuo ha diritto. La fotografia del diciottenne con gli occhi bendati e ammanettato, seduto davanti ai militari che lo interrogano, fa venire i brividi, inorridisce. Non immaginavamo che le forze dell' ordine arrivassero a tanto, ne siamo disgustati e pretendiamo di sapere come sia stato possibile che ciò sia accaduto all' interno di una caserma dell' arma fedele nei secoli. Che senso ha abbassarsi a livello di vendicatori della notte per ottenere delle risposte da un soggetto ormai assicurato alla giustizia e del quale si conosce già quanto ha commesso? Che bisogno c' era di allestire uno spettacolo rivoltante come quello documentato da uno scatto sul cellulare di qualche bullo in divisa? Non siamo in grado di comprendere a chi e per quale motivo sia venuto in mente di esibire gratuita crudeltà. Ci auguriamo che lo sgradevole episodio sia adeguatamente punito nonché spiegato in ogni dettaglio. Qui non è in discussione la necessità di condannare in modo appropriato coloro che hanno commesso il grave delitto, ovvio che si debba proseguire implacabilmente in base alla legge, ma quest' ultima non comprende la tortura. Ci saranno una inchiesta e un processo regolare, e questo è fuori dubbio oltre che indispensabile. Ma da qui a sopportare che i militari si abbandonino a violenze intollerabili, ce ne corre. Teniamo infine in considerazione che la notizia del bendaggio assurdo dello statunitense a opera dei carabinieri non resterà riservata, filtrerà ovunque, arriverà in America e noi rimedieremo un' altra gigantesca e pessima figura, dopo quella relativa ad Amanda Knox. Figura da telebani.

Carabiniere ucciso a Roma, lettore di Libero contro Feltri contrario alla benda. E lui: "Non siamo falsi". Libero Quotidiano il 3 Agosto 2019. Vi proponiamo il botta e risposta tra un lettore e Vittorio Feltri sul carabiniere ucciso, dopo il titolo di Libero di lunedì 29 luglio (Un killer di Roma interrogato bendato. Che pessima figura) in merito alla foto scattata dai carabinieri a Chistian Gabriel Natale Hjorth. Il ragazzo, indagato per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è stato immortalato, durante l'interrogatorio, bendato e ammanettato. La foto ha generato parecchio scalpore.

Caro direttore, ritengo che quanto appresso non sarà mai pubblicato, ma lo scrivo ugualmente per scaricarmi il magone. Apprezzo sempre gli articoli di spalla, incisivi, pratici e concisi del Direttore Feltri. Una lettura appagante ogni volta. Quello, però, apparso lunedì 29 luglio, in merito all' assassino bendato mi ha dato un forte senso di delusione. È quasi odioso nell' uniformarsi al coro. Termini esagerati quali "trattamento disumano", "siamo disgustati", "spettacolo rivoltante" sembrano mutuati direttamente da Travaglio o Scalfari o, forse, scritti da altra penna rossa. Per non parlare della mielosa, prolissa e noiosa paginata di Renato Farina sul "diritto dell' arrestato". E quello del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega? Si ha l' impressione che abbiate bisogno di dimostrare il politicamente corretto per arruffianarvi politici, anime belle e magistrati, i quali presto scarcereranno gli imputati (sempre presunti, per carità di dio). "Più che l' amor potè il digiuno" scrisse Dante; in questo caso, ho l' impressione, che "più che l' onor potè il tornaconto". Alla fine anche Voi allineati, compatti e prostrati (compagni)!  Roberto Pulli

Caro signor Roberto, noi siamo politicamente scorretti per definizione e contrari ad ogni opinione preconfezionata, e lei dovrebbe saperlo visto che è un nostro attento lettore. Ma nel ringraziarla per le espressioni che ha rivolto a me personalmente, vorrei segnalarle un particolare. I carabinieri godono della stima di tutti noi, perché si sacrificano e spesso perdono la vita per garantire la sicurezza pubblica. Questo è poco ma sicuro. Però capita anche a loro, come a ciascuno di noi, di commettere degli errori più o meno gravi, e non riconoscerlo significherebbe essere ipocriti. E noi siamo stronzi, tuttavia non falsi, per cui davanti a un comportamento scorretto dell' Arma non abbiamo la faccia di tolla di far finta di niente. Chi ha ucciso il vicebrigadiere, è evidente, ha trasgredito alla legge e va punito secondo il codice penale mediante regolare processo. Dopo il processo, non prima. Il fatto che i militari, pur con ogni attenuante dovuta al loro stato d' animo a causa dell' assassinio, abbiano tenuto ammanettato nonché bendato uno dei farabutti in violazione delle norme, costituisce reato. Quindi siamo di fronte a una ulteriore trasgressione delle regole. Cosa che non si può fare impunemente. Noi che non siamo politicamente legati ad alcun partito abbiamo denunciato la scorrettezza dei carabinieri, era nostro dovere farlo. Non siamo tifosi di nessuno, semplicemente esigiamo il rispetto dei codici civile e penale da parte di chiunque, cittadini e forze dell' ordine. Dove abbiamo sbagliato? Speriamo che i delinquenti subiscano le conseguenze dei loro atti criminali, e vengano condannati adeguatamente, al tempo stesso chiediamo che gli uomini in divisa i quali hanno illegittimamente bendato il ragazzo americano rispondano del loro errato comportamento. Se la giustizia è uguale per tutti, deve esserlo anche nei confronti dei carabinieri che hanno abusato del loro potere. Inoltre qualcuno è obbligato a spiegarci come mai il vicebrigadiere ammazzato abbia dimenticato in caserma la pistola e come mai il suo compagno abbia assistito senza fare una piega all' accoltellamento del collega, e non abbia reagito. Interrogativi, questi, che per ora sono rimasti privi di risposte. E tali rimarranno. Capisco che si preferiscano i carabinieri ai delinquenti, ciononostante non è un buon motivo per fottersene dei diritti umani che riguardano perfino i farabutti. Vittorio Feltri

La foto non macchia solo l'onore dei carabinieri. Renato Farina: disastro a processo, ecco i dettagli. Renato Farina su Libero Quotidiano il 29 Luglio 2019. La fotografia mostra Edgar Finnegan Lee, 19 anni, capo chino, occhi bendati da una sciarpa, mani legate dietro la schiena, i calzoncini corti in una caserma dei carabinieri. Sulla parete il ritratto del generale eroe Carlo Alberto Dalla Chiesa. Mai i carabinieri della sua squadra, che aveva a che fare con terroristi spietati, hanno toccato con un dito i brigatisti. A venti centimetri da Dalla Chiesa, sullo stesso muro, il quadro da cui sorridono ignari Falcone e Borsellino, che sempre hanno rispettato nei loro interrogatori la peggiore canaglia mafiosa. Il paragone stride. Siamo in una caserma dei carabinieri che deve essere il luogo sacro del diritto. Il quale contempla duri interrogatori. Un brutto mestiere. Ma il vilipendio della persona, che ha già perso la libertà, non può essere un espediente accettabile di questo mestiere. Ci rendiamo conto. Difficile contenere la rabbia dopo che ti hanno ammazzato un carissimo collega. Le vene pulsano, ribollono sentimenti, nella mente scorrono immagini terribili. Ma non esiste che un essere umano, un ragazzino, di qualsivoglia spaventoso delitto sia sospettato, riceva un trattamento da cane accalappiato, e sia poi esposto come un trofeo di caccia nel circuito social delle forze dell' ordine. Manca solo che si infili la testa del (presunto ) criminale un una picca! Un minuto dopo l' accaduto, il comando generale dell' Arma, giustamente indignato, decide di diffondere una nota in cui «prende fermamente le distanze dallo scatto e dalla divulgazione di foto di persone ristrette per l' omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega». Colpisce questo: non ci risulta contesti il trattamento in sé, ma la diffusione delle immagini. Non siamo del ramo. Ma è prassi far così? Per fortuna il generale Roberto Riccardi, portavoce del Comando generale, ha corretto il tiro, definendo l'immagine «due volte intollerabile: intollerabile in sé e intollerabile che sia stata scattata e divulgata». Intollerabile in sé. Colpisce l' apparente normalità che circonda il turista californiano sotto indagine, come se ormai dalla concitazione dell' arresto si sia passati a una strana calma: nessuno gli mette le mani addosso, e va detto, ma la condizione di prostrazione del prigioniero è tale che lo schiaffo più cattivo è fotografarlo e amplificarne lo scempio sui social. Il giovane americano è come una pianta divelta. Un annegato in un canale.

Salto mortale - Precisiamo. L' autore materiale dell' accoltellamento non è Edgar, bensì l' amico Gabriel Christian Natale Hjorth. In quel momento gli interrogatori non erano iniziati, non era chiaro nulla, salvo il ritrovamento di un coltello insanguinato nella camera dell' hotel e i vestiti coi segni del delitto in bagno. L' entità del sospetto grave o marginale non determina una scala di vessazioni. Di certo calpestare la dignità. persino di un infame assassino non aiuta la giustizia. Non è un salotto dove si servono pasticcini, la caserma. Ovvio. Ma da qui a bendare, umiliare, fotografare cittadini in mano dello Stato quasi siano ostaggi di una forza paramilitare, c' è un bel salto. E qui si tratta di un salto mortale. Per la logica inesorabile della comunicazione di massa, l' istantanea che fissa i metodi delle forze di polizia italiane contro i presunti malfattori, ha fatto il giro del mondo, ed è diventata virale negli Stati Uniti. Noi italiani non siamo quelli del bravo carabiniere ucciso da ragazzi californiani a caccia di droga e di sangue, ma il Paese di coloro che barbaricamente estorcono confessioni, come al tempo dell' Inquisizione. Le conseguenze - anche se ora è quanto ci preoccupa di meno - si rifletteranno anche sull' immagine e dunque sul fatturato del Made in Italy. La gravità dell' accaduto è stata colta dal comando provinciale di Roma. Annuncia: «Si stanno svolgendo con la massima tempestività accertamenti con l' obiettivo di individuare i responsabili». È bene succeda. La legge è la legge. E certo guai a speculare, a girare i cannoni contro l' Arma, la cui presenza in Italia è garanzia di pace sociale e fiducia nelle istituzioni. Questo episodio non ci fa abbassare di un grado Fahrenheit il calore dell' affetto per i carabinieri. Ci tocca però rintuzzare la tentazione di alcuni militari di voler sminuire la gravità del caso contestando che si attacchi l' istituzione militare «con un morto ancora da piangere e da seppellire». Che c' entra? Non ci si nasconde dietro il corpo di un eroe morto, non è degno dell' Arma.

Lo sfregio - Il vicebrigadiere martire Mario Cerciello Rega merita lacrime, sirene di gazzelle e volanti, una cascata di onore sul suo sangue versato per questa nostra disgraziata patria. Non c' era proprio bisogno di posare sulla bara lo scalpo di un ragazzino, colpevole o no, non c' entra. Non si fa, e basta. Povera e disgraziata patria, che riesce a rovinare la purezza del sacrificio dei carabinieri tutti con l' esibizione di crudeltà che alcuni sciagurati hanno offerto al mondo intero, magari credendo di rendere un tributo di giustizia al collega defunto. La fotografia del ragazzo di 19anni, presunto complice dell' assassino, somiglia tristemente a quelle del carcere di Abu Graib in Iraq che hanno sfregiato la reputazione dell' esercito americano e reso perciò più debole la buona causa rispetto a quella del terrorismo. Dopo quelle immagini tutto è diventato più difficile: che civiltà sarebbe quella che vuole affermare i suoi valori contro il male, se non rispetta la dignità anche del più bieco criminale? Una civiltà forse che non valeva la pena di tutelare morendo, come ha fatto il giovane carabiniere. Ci aspettiamo una risposta dell' Arma benemerita, degna della sua stupenda tradizione.

P.S. Spiace che Matteo Salvini paragoni anche lui i due episodi. Come se l' orrore del primo dolcificasse il secondo, certo meno grave. Riferisce l' Ansa la sua dichiarazione da ministro dell' interno: «A chi si lamenta della bendatura di un arrestato, ricordo che l' unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un Carabiniere, un servitore della Patria morto in servizio per mano di gente che, se colpevole, merita solo la galera a vita. Lavorando. Punto». Punto? Meglio un punto e virgola. E una frasetta sullo Stato di diritto. Renato Farina

Carabiniere ucciso a Roma, Edward Luttwak e la foto dell'americano bendato: "Dettagli non hanno importanza". Libero Quotidiano il 29 Luglio 2019. Da domenica 28, sta circolando una foto di Christian Natale Hjorth, uno dei due ragazzi americani coinvolti nell'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, freddato a coltellate la notte dello scorso 26 luglio, in via Pietro Cossa a Roma. L'immagine in questione, che sta provocando forte scandalo non solo in Italia, ritrae il  giovane mentre siede ammanettato e bendato nella caserma dei carabinieri, dove è stato condotto subito dopo l’arresto. A parlare su l'Adnkronos, è Edward Luttwak, politologo statunitense, il quale non crede che Washington possa avere una qualche reazione, né crede che tale immagine possa bastare per avanzare una richiesta di estradizione. "Dubito che le autorità italiane o degli Stati Uniti lasceranno che questi dettagli abbiano qualsiasi importanza". Per poi concludere, "ci sono tanti errori di procedura ma questi non cambiano la situazione, sarebbe stato meglio se non ci fossero stati ma non sono decisivi non possono essere decisivi". 

Carabinieri, ecco le foto che non vorremmo mai vedere. Sinistra e media Usa sulle barricate per l'immagine del presunto assassino bendato, ma in servizio muoiono decine di agenti. E nessuno protesta. Alessandro Sallusti, Lunedì 29/07/2019, su Il Giornale. C'è una foto che sta facendo discutere. Ritrae Christian Gabriel Natale Hjort, l'americano di 18 anni coinvolto nell'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ammanettato e bendato su una sedia della caserma dove è stato portato dopo l'arresto. Non sappiamo perché i militari abbiano deciso di bendarlo, forse c'è una ragione logica o forse no, è stata solo la rabbia del momento. Quella foto, disgraziatamente messa in circolazione, non dimostra alcuna violenza fisica, semmai psicologica. Il comando ha aperto un'inchiesta, vedremo. Ma già da oggi possiamo dire una cosa: chi mette, per via di una benda, sullo stesso piano i carnefici (i due ragazzi americani) e le loro vittime (i carabinieri) commette un madornale errore. Sono ben altre le fotografie che non vorremmo mai vedere e in questa pagina ne pubblichiamo una piccola carrellata. Sono quelle dei carabinieri morti ammazzati nell'esercizio del loro dovere. Vale la pena di guardarle per non dimenticare mai chi sta dalla parte giusta e chi no. È facile giudicare seduti in poltrona al caldo degli affetti. Diverso è trovarsi in prima linea a tu per tu con la morte. Curiosando sul sito «Donne dei carabinieri» ho trovato una storia, credo inventata nella forma ma non nella sostanza, che meglio di qualsiasi editoriale o dotta analisi spiega lo Stato d'animo e i tormenti di un carabiniere impegnato sul fronte della quotidianità. Eccola.

«Ci hanno chiamato... tre ladri sono entrati in una casa. Dentro ci sono una madre e due bimbi terrorizzati, ci implorano di fare presto!».

«Ok andiamo... ma mi raccomando non correre... rispetta i limiti di velocità e i semafori, altrimenti qualcuno ci filma, ci mette su Youtube e dice che noi ce ne sbattiamo del codice della strada... e giù commenti contro di noi...».

«Ma come? Ma stai scherzando? Lì dentro potrebbero esserci tua moglie e i tuoi figli!».

«Ma non sono loro... né tuoi parenti, giusto? Quindi vai piano... ricordati che se facciamo l'incidente per correre in aiuto di questa perfetta sconosciuta ti ripaghi la macchina per intero... senza parlare se nell'incidente facciamo male a qualcuno...».

«Ma santiddio, noi abbiamo fatto un giuramento...».

«Io ho giurato ai miei familiari che tutti i santi giorni farò rientro a casa sano e salvo... e tra i due neanche ti sto a dire quale per me sia il più importante. Tu sei giovane, hai voglia... ma non conosci la strada, le sue regole, non conosci la gente comune, non conosci i giornali, non conosci la magistratura... Io sono più vecchio di te, sono anni e anni che sto col culo su questa fottutissima gazzella e ti devo mettere in guardia. Se noi ora corriamo e, con l'aiuto di Dio, non facendo incidenti, arriviamo mentre quelli stanno ancora in casa che facciamo?».

«Come che facciamo? ma stai scherzando? Interveniamo, li blocchiamo e li arrestiamo!».

«Ahahahaha beata gioventù... se noi corriamo e li troviamo dentro vedrai che quelli tenteranno di scappare e per farlo non esiteranno a colpirci o ferirci con armi se mai ne avessero. Noi che dovremmo fare? Difenderci e ingaggiare magari una colluttazione per arrestarli? E se ci facciamo male? Se uno di quelli ha l'Aids o l'epatite e ce li becchiamo sporcandoci con il loro sangue? Chi lo dice alle nostre famiglie? E se invece nella colluttazione gli rompiamo qualcosa? Dobbiamo lavorare il resto della nostra vita per ripagarli invece di spendere i soldi per i nostri figli. Poi, sai, domani i giornali e le trasmissioni in tv come ci godrebbero? Farebbero vedere i carabinieri violenti, fascisti, nazisti, razzisti che si scaglierebbero, solo per il sapore macabro della battaglia, contro tre poveri cristi che per mangiare erano entrati dentro un'abitazione per racimolare qualcosa. Allora domani leggeremmo su Facebook i commenti contro 'sti due bastardi di carabinieri violenti... Invece noi andiamo piano piano, ci facciamo sentire con le sirene prima di arrivare così quelli scappano e noi non abbiamo nessun problema!».

«Sono confuso... io mi sono arruolato per aiutare la gente...».

«Anche io amico mio, ma le cose cambiano... il grande Indro Montanelli una volta scrisse: si pretende che i carabinieri frughino nell'immondizia ma non si accetta che si sporchino le mani. Allora noi le mani non ce le sporchiamo, aspettiamo semplicemente che passi il camion della nettezza urbana...».

«... Dici?».

«Dico, figliolo... facciamo che la gente che scrive contro di noi oggi, si trovi in difficoltà domani... e vediamo come se la cava... tanto a noi lo stipendio ce lo pagano lo stesso... perché andare a cercare i problemi? Poi se questi sono talmente scemi da farsi trovare ancora dentro e li arrestiamo senza problemi, domani leggeremo sui giornali che gli uomini, magistralmente diretti dall'Ufficiale e grazie alle sue direttive operative e di pianificazione, traevano in arresto bla bla bla... Amico mio... l'opinione pubblica vuole i carabinieri ligi e rispettosi delle regole? Ebbene, noi gli diamo quei carabinieri, cominciando dal rispettare i 50 all'ora in città, che ci siano interventi per stupri, rapine, risse, incendi, soccorso a persone, staffette, furti ecc. ecc., non usciamo dalle regole.. ligi fino in fondo!».

Sono queste le Forze dell'ordine che vogliamo?

La benda e il pugnale. Augusto Bassi il 29 luglio 2019 su Il Giornale. «Bendare un indagato è reato», ha dichiarato con grande austerità il premier e giurista Giuseppe Conte. Il Corriere della Sera, contestualmente, ci informava come i media americani siano rimasti sconcertati dopo aver visto le immagini di un loro connazionale «illegaly blindfolded». Il maggior strumentista italiano della réclame progressista, Enrico Mentana, non ha perso occasione di fare il trombone sulle note dell’immagine incriminata: «Una fotografia che documenta qualcosa che non si può accettare, neanche sapendo di cosa è accusato quel giovane». Ora, una piccola nota biografica può rivelarsi giovevole: quando studiavo a San Diego venni ammanettato, chiuso a spintonate nell’auto della polizia e scortesemente interrogato a lungo con una pila in faccia. Per un’inversione a U, eseguita al volante di un Suzukino Santana, a passo di lama. Eppure l’azione degli agenti fu perfettamente in linea con il protocollo. Lo strattonarmi, l’ammanettarmi, il segregarmi, l’intimidirmi e l’interrogarmi come fossi il Public enemy No. 1, senza formalizzare alcun capo d’imputazione, si delinearono come “diritto” della forza pubblica. Il giovane statunitense ha sventrato alle spalle un carabiniere, Mario Cerciello Rega, uccidendolo. Ma la benda sugli occhi durante l’interrogatorio vìola il protocollo. La benda sugli occhi mette in discussione lo “Stato di diritto”. La benda sugli occhi scandalizza e offende la misericordia dei giusti. Ciò che realmente non è più possibile accettare è l’ipocrisia pelosa di queste esternazioni da pretini falsi del garantismo, anche sapendo (“neanche sapendo” andrebbe evitato) quanto venerata sia fra gli animi fasulli. Ma gli animi fasulli, che pugnalano ogni aspirazione alla eusebeia con il loro meschino e strumentale ossequio alla norma, siederanno sempre a testa china, ammanettati, ciechi, di fronte al libero pensiero. E come assassini dinanzi alla giustizia, da loro vigliaccamente pugnalata alle spalle.

DAGONEWS il 29 luglio 2019. Come twitta Nunzia Penelope, sotto alla famigerata foto di Gabe Natale bendato pubblicata da CNN con l'aggettivo ''shocking'', i commenti degli americani sono quasi tutti di senso contrario: ma quale shock, quello ha appena ucciso (in realtà avrebbe aiutato a uccidere) un agente delle forze dell'ordine con 11 coltellate, qua in America mettiamo i bambini nelle gabbie al confine, torturiamo i sospetti, e ci impressioniamo per una benda? Negli USA un ''cop-killer'' sarebbe stato falciato da una sventagliata di proiettili, e se fosse arrivato vivo all'arresto, avrebbe ricevuto botte e strattonamenti. Qui sotto trovate alcuni dei commenti americani. Ovviamente dopo il tweet di Penelope sono arrivati gli italiani a confermare l'indignazione e lo shock, la vergogna e gli articoli del codice di procedura penale. Il punto è sempre quello: preda del nostro provincialismo, mentre neanche era finita la camera ardente del povero Cerciello Rega, il principale problema italiano era diventato la brutta figura in apertura della CNN. E capisci perché Salvini, prima di tutto questo, ha fatto quel tweet su chi è la vera vittima…

This is nothing compared to children being locked in cages at Border Crossings. Let's have some balance.

What’s shocking is they stabbed an officer and took his life!!!!!!!!!!!

Shocking?  SHAPE  \* MERGEFORMAT Did you use ‘shocking’ when you wrote about the murder?

He went to another country and killed a cop. They are not going to be nice.

Why is it shocking exactly? He stabbed a man 8 times 

Why is it shocking ?? If he was in America he would have been gunned down mercilessly by the police 

Flavio Pompetti per “il Messaggero” il 30 luglio 2019. Gli ultimi titoli che emergono nella stampa statunitense sull'omicidio del carabiniere Rega sono deboli tentativi per i due accusati di aggrapparsi al filo della speranza. La speranza ad esempio che la mancata conoscenza della lingua possa giustificare le 11 coltellate inferte al vice brigadiere: «Ho reagito d'istinto quando mi sono sentito prendere per il collo» scrive il San Josè Mercury News, uno dei giornali locali della baia di San Francisco, riportando le parole di Finnegan Elder, il diciannovenne che ha vibrato i colpi con il pugnale da combattimento Ka Bar dei Marines che aveva portato da casa. Evidentemente non hanno ancora visto che il referto medico esclude la presenza di graffi sul collo del giovane. «I due carabinieri non si erano identificati» lancia la CBS, raccontando la confusione che di nuovo ha denunciato il presunto omicida, difendendosi dietro l'incomprensione della lingua. Ma il tono generale dell'informazione il giorno della ripresa del tam tam mediatico dopo il fine settimana, è già sceso di alcuni gradini, rispetto alle illazioni vagamente controffensive che si erano viste domenica. La tendenza generale è ora di condanna per l'orrore dell'omicidio. «Che tristezza scrive Claude Stevens Jr su Twitter due nostri giovani ammazzano un poliziotto in Italia, e c'è chi si adira perché uno di loro è stato bendato al commissariato». «Anche le polemiche sulla foto di Gabriel Natale ammanettato e bendato sono in gran parte rientrate, come testimonia l'analista politico Edward Luttwack: «Ci sono tanti errori di procedura in questa indagine ma questi non cambiano la situazione. Certo, sarebbe stato meglio se non ci fossero stati, ma non sono decisivi. Dubito che le autorità americane vorranno intervenire su una semplice foto che rivela qualche deviazione di forma».

Mario Giordano per “la Verità” il 30 luglio 2019. Però adesso, cari americani, non rompeteci le scatole. Quella benda sugli occhi a uno dei due vostri ragazzotti con il coltello facile non è piaciuta nemmeno a noi. Ma resta il fatto che il ragazzotto è vivo e vegeto, l'unica cosa cui ha dovuto rinunciare è qualche minuto di luce davanti agli occhi. Non è una gran perdita al confronto della luce della ragione che egli ha perso in totale autonomia. E non è una gran perdita soprattutto in confronto al carabiniere Mario Cerciello Rega che la luce non la vedrà mai più. Alcuni dei vostri commentatori, cari amici americani, si sono stupiti e si sono chiesti che cosa ci faceva Gabriel Christian Natale Hjorth lì, in quelle condizioni. Giusta domanda: a casa vostra, infatti, non ci sarebbe nemmeno arrivato lì, in quelle condizioni. Anzi, non ci sarebbe arrivato proprio, probabilmente. Perché negli Stati Uniti uno che accoltella un agente delle forze dell' ordine, con undici colpi alla schiena, o uno che partecipa ad un assalto del genere, deve ringraziare il cielo se gli occhi non glieli cavano, altro che bendarglieli. E la probabilità di finire dentro un processo, per quanto ingiusto e inficiato da interrogatori ingiusti, è altamente inferiore alla probabilità di finire dentro una bara. Fa piacere che adesso, cari amici americani, vi scopriate tutti paladini dei diritti umani, della legalità, del rispetto degli arrestati, che vi indignate per le maniere forti (?!) usate dagli agenti in Italia, dimenticando che da noi manca solo che ai delinquenti sia obbligatorio offrire tè e pasticcini, accompagnati da un mazzo di fiori, per non venire immediatamente additati come biechi torturatori. Ma voi? Vi siete visti? Avete visto come si muovono i vostri agenti? Avete visto i video che girano freneticamente in queste ore, e che raccontano che il trattamento migliore per un arrestato è quello di ricevere una pallottola in mezzo agli occhi, così almeno soffre meno? Se un italiano in viaggio negli Stati Uniti passa con il rosso e ha la malaugurata idea di scendere dall' auto, anziché restare seduto nell' abitacolo con le mani ferme sul volante, si trova subito aggredito a fucili spianati come se fosse un pericoloso terrorista. E poi vi indignate se due vostri concittadini che prendono a coltellate un carabiniere vengono bendati? Dico: bendati? Poveri fanciulli, chissà che sofferenza quella benda sugli occhi, come sarà «choccante» , come scrive la Cnn. Come se la foto choccante fosse davvero quella del commissariato di polizia con un presunto omicida ammanettato. E non invece quella di una ragazza napoletana che 43 giorni fa era salita all' altare con suo marito e ora deve accompagnarlo al cimitero. Ecco, cari amici americani dall'animo improvvisamente sensibile: quella è la foto choccante. Quella della moglie del carabiniere Mario. Guardatela bene. E se proprio volete aprire un caso diplomatico, beh, apritelo per chiederci scusa per quello che hanno combinato quei due vostri sciagurati concittadini. Non certo per sollevare polemiche per una benda, che sarà pure una brutta immagine, ma che non ha provocato nessun reale danno ai vostri pargoletti con il vizietto della droga e del coltello. Perciò lasciate stare le proteste. Lasciate stare le foto choccanti (che poi sono choccanti solo per le redazioni, non certo per gli americani che infatti hanno commentato il titolo della Cnn sbertucciandolo). Lasciate stare la discesa in campo degli avvocatoni di grido alla Alan Dershowitz, il legale di O.J. Simpson, quello che fino all'altro giorno diceva sì alla tortura e adesso si straccia le vesti per un paio di manette (che orrore le manette? Ma come si permettono questi carabinieri?). Lasciate stare i paragoni con Amanda Knox, che non c' entra niente (mica era rea confessa lei). E lasciate stare anche i vostri nuovi amici italiani, quelli in salsa di Repubblica, che fino a ieri descrivevano l' America come il regno dell' orrore poliziesco, il luogo dove si ingabbiano i bambini e si torturano i neri, e adesso invece si sdilinquiscono per il cuore tenero che hanno scoperto sotto le stelle e strisce. Lasciate stare. Fidatevi di chi vi ha sempre difesi e apprezzati proprio perché non siete delle mammolette. E smettetela di fingervi indignati per una foto che, certo, nessuno di noi avrebbe mai voluto vedere. Ma che, in ogni caso, produce assai meno choc di undici coltellate. Smettetela perché, se ci pensate bene, non siete indignati nemmeno un po'. Lo dite per dire, ma chi vi conosce sa che non ci credete nemmeno voi.

Carabiniere ucciso a Roma, Diego Fusaro zittisce gli americani: "Natale Hjorth bendato? Guardate questa foto". Libero Quotidiano il 29 Luglio 2019. "I media Usa protestano per l'immagine sconvolgente (di Natale Hjorth bendato durante l'interrogatorio per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ndr). E hanno ragione. Magari servirà anche a non dimenticare immagini come queste, prodotte dal loro governo nemico del genere umano". Diego Fusarotorna sulla vicenda del carabiniere ucciso a Roma con un durissimo post sul suo profilo Twitter in cui mostra la fotografia di un vero e proprio abuso delle forze dell'ordine americane che ora gridano allo scandalo per quello scatto di Hjorth. Tutti muti adesso? 

ANCHE IN EUROPA. Bendare un arrestato? Una pratica diffusa nelle polizie di tutta Europa e anche negli Usa. Monica Pucci lunedì 29 luglio 2019 su Il Secolo d'Italia. La foto dello “scandalo”, quella che ritrae Christian Natale Hjorth bendato, nella caserma di via in Selci, è stata prontamente censurata dai vertici dell’Arma dei Carabinieri. L’immagine ha anche sollevato il consueto vespaio sui social media e spinto molti esponenti politici a interventi di condanna. Eppure, il bendaggio di un individuo in stato di fermo o arrestato, il “blindfolding”, non è una pratica in “stile Guantanamo”, come evocato da alcuni media, anche internazionali, ma una prassi, seppure eccezionale, presente nei regolamenti di polizia di nazioni civilissime. Negli stessi Stati Uniti, alcuni dipartimenti di polizia bendano il volto di un arrestato, se c’è il rischio che questi tenti di sputare contro gli agenti, propagando eventuali malattie. Il bendaggio vero e proprio degli occhi è invece praticato, quando non si dispone di altri strumenti, nel caso in cui un sospettato venga messo a confronto con un accusatore, per evitare che quest’ultimo venga riconosciuto. In Europa, il bendaggio degli arrestati è praticato della polizia olandese in operazioni di particolare rilievo. Ad esempio, la polizia di Amsterdam ammanettò e bendò le persone arrestate nel novembre di due anni fa in una retata contro il cosiddetto Cartello Kinahan, un’organizzazione dedita al traffico di droga, con ramificazioni in Olanda, Belgio e Irlanda. Le immagini degli arresti rimbalzarono sui media olandesi e irlandesi e sono ancora rintracciabili sul web. Che la pratica del “blindfolding”, sebbene censurabile, non sia del tutto estranea alle polizie di altri Paesi europei, lo dimostrano anche i rapporti del Cpt (European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment), organismo del Consiglio d’Europa. Nei suoi documenti, che si basano sulle ispezioni nei 47 Paesi che aderiscono al Consiglio, si legge che “in certi Paesi, il Cpt ha riscontrato la pratica di bendare le persone durante il fermo di polizia, in particolare durante gli interrogatori”. In passato, ad esempio, il Cpt ha censurato espressamente la Spagna. Altra immagine che fece “scandalo” fu quella scattata nell’agosto del 2015 a Parigi, mentre la polizia francese scortava all’interno del tribunale, scalzo e bendato, Ayoub El-Khazzani, il jihadista marocchino accusato dell’attacco terroristico al treno Thalys Amsterdam-Parigi. El-Khazzami venne fermato da un gruppo di passeggeri, tra i quali tre americani in vacanza. Due di loro erano militari. La vicenda venne anche immortalata nel film, “Ore 15:17 – Attacco al treno”, diretto da Clint Eastwood.

Carabiniere ucciso, foto shock Hjorth non scandalizza gli americani: in alcuni dipartimenti è la prassi. Libero Quotidiano il 30 Luglio 2019. La foto choc che ritrae Christian Natale Hjorth bendato nella caserma di Roma ha scosso l'opinione pubblica e non solo. La stessa Arma dei carabinieri ha censurato l'immagine del complice dell'assassino del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. Eppure il bendaggio di un individuo in stato di fermo o arrestato, è spesso una prassi, seppure eccezionale, presente nei regolamenti di polizia di diverse nazioni. Negli stessi Stati Uniti - ricorda Il Giorno - in alcuni dipartimenti di polizia bendano il volto di un arrestato se c'è il rischio che questi tenti di sputare contro gli agenti, propagando eventuali malattie. Il bendaggio degli occhi è praticato, però, solo quando non si dispone di altri strumenti, nel caso in cui un sospettato venga messo a confronto con un accusatore, per evitare che quest'ultimo venga riconosciuto ad esempio. In Europa, invece, il bendaggio degli arrestati è in uso alla polizia olandese in operazioni di particolare rilievo: la polizia di Amsterdam ammanettò e bendò gli arrestati due anni fa nella retata contro il Cartello Kinahan, organizzazione dedita al traffico di droga. Lo stesso è accaduto anche in Francia e Spagna. Forse questo potrebbe essere il motivo per cui gli americani, abituati a pratiche ben più peggiori, non si sono scandalizzati per una foto così forte per noi italiani. 

Carabiniere ucciso, protesta shock del vicepresidente del sindacato di Polizia: "Questione benda ridicola". Libero Quotidiano il 29 Luglio 2019. Franco Maccari, vice presidente nazionale del sindacato di polizia Fsp, è stato immortalato con una benda sugli occhi e un coltello insanguinato. È questa la protesta choc che ha lanciato nel giorno dei funerali del vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega e all'indomani delle polemiche per la foto di uno dei due ragazzi americani, indagati per l'omicidio del carabiniere a Roma, bendato in caserma. Maccari si dice stufo della piega presa dal dibattito: "La questione della benda - dice all'Adnkronos - prende il sopravvento sulla morte del vicebrigadiere, sulla discussione sulla sicurezza e sui sistemi di sicurezza inesistenti. Parliamo invece dei 16 cm di lama con il quale è stato ucciso il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega". Il vice presidente nazionale del sindacato di polizia Fsp se la prende contro gli "pseudo giornalisti che aizzano i lettori e gli ascoltatori per una innocua benda", contro gli "pseudo politici e politicanti che usano strumentalmente e vigliaccamente le morti di servitori dello Stato, scambiati sempre come servi, incapaci di dare strumenti di difesa". Maccari se la prende anche contro "pseudo insegnanti con retaggi post sessantottini di scuole che dovrebbero formare i giovani e che invece sanno solo urlare nelle piazze insulti e minacce ai servitori dello Stato o trasformarsi in leoni da tastiera per sfogare le proprie frustrazioni e rabbie". Ma l'invettiva di Maccari non finisce qui e nel mirino delle sue critiche ci sono anche gli "pseudo amministratori che si preoccupano di erigere cippi e intitolare strade" invece di "ricordare con simboli veri e intitolati a persone che siano stati un esempio per tutti e per le generazioni future". Il sindacalista della Polizia ha parole di sdegno anche per gli "pseudo magistrati" e "pseudo comandi generali o direzioni centrali che mentre stringono mani con i loro massimi rappresentanti raccogliendo la vera passione e umanità degli uomini e donne che si sono loro avvicinati, con la stessa mano vergano comunicati in cui scaricano subito i propri servitori prima ancora di accertare eventuali e non strumentali responsabilità".

Offese dal “Foglio” a Capezzone e Meloni sul carabiniere ucciso, scattano le querele. Il Secolo d'Italia lunedì 29 luglio 2019. «Ho già preannunciato azioni legali, ho condiviso su twitter l’articolo di insulti alla mia persona e fin da subito le manifestazioni di solidarietà sono state tantissime. Non intendo imbrattarmi con questo fango, si è davvero passato il segno e sono mortificato perchè sono stato tra le personalità pubbliche più vicine in questi anni alla comunità ebraica». Così Daniele Capezzone dopo essere finito nelle polemiche per un suo tweet pubblicato poche ore dopo la morte del vicebrigadiere Mario Rega. Un tweet che lo ha fatto finire soprattutto nel mirino del quotidiano Il Foglio, che lo ha attaccato, insieme al leader di Fdi Giorgia Meloni, con il titolo “I truci più truci dovrebbero dire: mi vergogno”, con l’aggiunta di una frase mai pronunciata né da Capezzone né dalla Meloni, “morte agli ebrei”, frase poi “sbianchettata” da un successivo tweet. La replica di Capezzone all’articolo apparso sul Foglio è pesante: «Il Foglio di Ferrara (che firma queste righe) e Cerasa mi ha davvero paragonato ai nazisti del 1933, associandomi all’infame grido “morte agli ebrei”. Pena e vergogna per loro. Ora la parola agli avvocati. Grazie a tutti per la valanga di amicizia che state manifestando”. In due ore infatti il tweet dell’ex segretario dei Radicali italiani ha avuto quasi duecento condivisioni e 700 like. Sulla questione interviene anche la Meloni, su Fb: «Gli aspiranti premi Pulitzer de “Il Foglio” pubblicano un post nel quale mi attribuiscono un falso e vergognoso virgolettato: “morte agli ebrei”. Poi probabilmente uno intelligente sarà capitato in redazione, magari a trovare un amico, e deve aver spiegato loro che se si inventano dei virgolettati falsi e diffamanti si beccano una querela e allora si sono affrettati a cambiare il post (ma l’articolo è un letamaio di diffamazioni lo stesso scritto da un Giuliano Ferrara ormai tristemente menestrello del mainstream). Non cambia, la querela se la beccano lo stesso, perché ci sono dei limiti che non si possono superare».

Paolo Mastrolilli per “la Stampa” il 29 luglio 2019. «Se io fossi l'avvocato dei due ragazzi arrestati a Roma, userei subito quella foto per invalidare l' intero procedimento legale». Il professore emerito di legge all' Harvard University Alan Dershowitz, forse l' avvocato penalista più famoso degli Stati Uniti, fa questo commento subito dopo aver visto l' immagine del detenuto bendato sul sito internet della Stampa. L' uomo che aveva contribuito all' assoluzione di O.J. Simpson chiarisce subito che il problema non è la disputa politica o morale tra "buonisti" e "cattivisti", ma l' impatto legale della foto.

Perché quell' immagine è così problematica?

«È evidente. Prova senza ombra di dubbio che il ragazzo arrestato ha subito un trattamento illegale».

Se lei fosse il suo avvocato, come la userebbe?

«Vedo tre possibili strade: una diplomatica, l' altra giuridica, e la terza europea».

Cominciamo dalla prima. La foto può essere sfruttata per documentare la violazione dei diritti basilari dell' arrestato, e quindi chiedere che venga rimandato negli Stati Uniti per il processo?

«Dal punto di vista legale non esiste un procedimento in vigore per l' estradizione inversa: il presunto reato è stato commesso in Italia e ricade sotto la giurisdizione italiana. Sul piano diplomatico, però, gli Stati Uniti potrebbero presentare una protesta formale, e chiedere che il ragazzo venga mandato in America per il processo. Gli Usa lo hanno fatto in molti casi. In genere non è un mezzo adoperato con i paesi alleati come l' Italia, ma l' impatto mediatico della foto potrebbe spingerli ad agire. L' unico elemento che potrebbe fermare Washington è la presenza di altre prove talmente schiaccianti, da rendere superfluo questo atto».

Quale sarebbe la strada giuridica?

«Negli Stati Uniti qualunque confessione o prova raccolta con quei metodi sarebbe inammissibile al processo. Si potrebbe discutere se la confessione è avvenuta quando il soggetto era bendato o dopo, ma il risultato alla fine sarebbe lo stesso. È possibile poi allargare la questione, mettendo in dubbio la legalità dell' intero trattamento ricevuto. Dovrei studiare nel dettaglio gli ordinamenti italiani, ma negli Usa quella foto potrebbe far saltare il processo, e sono sicuro che anche da voi esiste la possibilità di usarla per andare ben oltre l' invalidazione della confessione o di altre prove raccolte».

Quale sarebbe la terza strada a cui si riferiva, cioè quella europea?

«L'Italia fa parte dell'Unione Europea, e quindi di tutti i suoi organismi giuridici, come la Corte di giustizia. Inoltre è membro di altre istituzioni continentali, come la Corte europea dei Diritti dell' Uomo, che ha proprio lo scopo di garantire i diritti e le libertà fondamentali dei cittadini. Gli avvocati italiani dei due arrestati potrebbero subito rivolgersi a queste sedi, usando la foto come la prova di un trattamento che viola la legge, per bloccare o annullare il processo. I ricorsi in questi casi possono essere presentati prima, durante e dopo il procedimento, e quindi rappresentano una spada di Damocle che continuerà a pendere sulla testa delle autorità di Roma per anni. Toccherà ai legali italiani dei due ragazzi decidere come e quando utilizzare tale strumento, ma non ho alcun dubbio che prima o poi lo useranno. Fossi al loro posto lo farei certamente, perché la violazione della legge è chiara. Mette in discussione l' intero comportamento delle autorità italiane, qualunque siano le responsabilità dei due arrestati, e le corti europee hanno il dovere di far rispettare i diritti degli imputati. Come minimo ciò potrebbe portare allo spostamento della sede del processo, ma forse anche all' annullamento del procedimento attuale».

Uno dei due arrestati, Gabriel Christian Natale Hjorth, ha la doppia cittadinanza italiana e americana. Ciò potrebbe avere un impatto sul suo trattamento?

«No. È anche cittadino degli Stati Uniti, e quindi il nostro governo ha il pieno diritto di intervenire a suo favore».

Foto shock della benda. Battaglia legale sull’estradizione? Giulia Merlo il 30 luglio 2019 su Il Dubbio. L’istantanea che ha fatto il giro del mondo. L’abuso potrebbe interferire anche con il procedimento giudiziario. Secondo alcuni giuristi, gli Stati Uniti potrebbero chiedere che il processe venga celebrato negli Usa. La fotografia dell’indagato Christian Natale Hjort, ammanettato alla schiena e bendato, ha fatto il giro del mondo. L’immagine, diffusa in esclusiva dalla Stampa e circolata nelle chat private di membri delle forze dell’ordine, ha fatto scattare un’inchiesta interna e un procedimento penale parallelo a quello per l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cercello Rega. Secondo la ricostruzione dei fatti, dopo il fermo in albergo il ragazzo sarebbe stato portato ammanettato presso la caserma di via In Selci e fatto sedere in una stanza al piano terra, con affaccio sul cortile interno, destinata a sala ascolti per le intercettazioni telefoniche. Durante il tragitto, un sotto- ufficiale decide che a Natale Hjort non vengano tolte le manette e che non possa vedere dove lo stanno portando, per questo si sfila la sciarpa e la annoda intorno agli occhi del ragazzo, poi lo fa sedere al centro della stanza. In questo stato l’americano non sarebbe rimasto più di cinque minuti, prima dell’interrogatorio di garanzia per la convalida della misura cautelare, avvenuto alla presenza del suo avvocato e con tutte le garanzie previste dall’ordinamento.

Violazione della Costituzione. Il trattamento cui è stato sottoposto l’indagato viola una serie di previsioni di legge, ma in particolare l’articolo 13 della Costituzione. Anzitutto, l’articolo 3 Cedu, secondo cui «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti», quando per tortura ( secondo la Convention against torture delle Nazioni Unite), si intende «qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla o di esercitare pressioni su di lei».

Il codice penale. La condotta dei carabinieri viola diverse norme del codice penale. L’articolo 608 punisce con la reclusione fino a 30 mesi «Il pubblico ufficiale che sottopone a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata o detenuta di cui egli abbia la custodia, anche temporanea, o che sia a lui affidata in esecuzione di un provvedimento dell’Autorità competente». Inoltre, il nuovo articolo 613- bis ( introdotto nella scorsa legislatura su iniziativa dell’ex parlamentare Luigi Manconi) prevede che «Chiunque con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona». Infine, potrebbero sussistere gli estremi per i reati di violenza privata e maltrattamenti.

L’estradizione. Tale abuso di autorità potrebbe interferire anche con il procedimento giudiziario principale, per l’omicidio del vicebrigadiere. Secondo alcuni giuristi americani, la foto potrebbe portare gli Stati Uniti a chiedere l’estradizione del giovane, perchè gli vengano assicurate le garanzie difensive. Secondo la giustizia americana, inoltre, un trattamento di questo tipo renderebbe inammissibile la confessione e tutte le prove raccolte e addirittura «far saltare il processo», come spiegato alla Stampa dall’avvocato Alan Dershowitz. Secondo l’ordinamento italiano, invece, tale trattamento potrebbe influire sull’attendibilità delle dichiarazioni rese in sede di interrogatorio di garanzia, ma il processo non subirebbe conseguenze sostanziali dal punto di vista probatorio, visti i pesanti indizi ( il ritrovamento dell’arma del delitto nascosta nella stanza d’albergo e la testimonianza dell’altro carabiniere presente al momento dell’omicidio). L’estradizione passiva ( ovvero dall’Italia a un altro stato) non esiste, però, nel caso in cui il reato sia stato commesso in Italia, perchè ricade sotto la giurisdizione italiana. Sul piano diplomatico, tuttavia, si paventa l’ipotesi che gli Stati Uniti «presentino una protesta formale, e chiedere che il ragazzo venga mandato in America per il processo». L’Organismo congressuale forense, nel commentare la vicenda a margine del cordoglio per la morte del militare, ha commentato che «quegli stessi principi al cui rispetto il Vice- Brigadiere Mario Cerciello Rega ha sacrificato la vita, impongono che proprio coloro che hanno in custodia la nostra civiltà giuridica non possano mai abbandonarsi a reazioni scomposte, come purtroppo si è dovuto constatare con la diffusione di immagini che documentano trattamenti inaccettabili nei confronti di qualsiasi persona, seppure imputata dei reati più gravi».

Il commento di Amanda Knox: «No a processo mediatico, io vicina a famiglia della vittima». Pubblicato martedì, 30 luglio 2019 da Corriere.it. «Molti mi stanno chiedendo un parere su questa storia. Tutto quello che posso dire è: sospendo il giudizio. È un caso che dovrebbe essere trattato in un'aula di giustizia, non di fronte al tribunale dell’opinione pubblica. Comunque è una tragedia. I miei pensieri vanno alla famiglia della vittima». Sono le parole con cui Amanda Knox, condannata e infine assolta dopo otto anni per il delitto di Meredith Kercher, commenta la vicenda dell'assassinio del carabiniere Mario Cerciello Rega. Per il delitto sono in carcere due ragazzi americani, Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth. Hanno 19 e 20 anni, l'età che aveva Amanda quando, nel 2007, fu arrestata con l'accusa di aver partecipato al delitto della sua coinquilina, a Perugia. Knox presto riceverà un risarcimento dall'Italia, condannata a Strasburgo per aver violato il diritto di difesa della ragazza all'epoca dei fatti: 18.400 euro. La Corte ha sanzionato il nostro Paese perché Amanda venne interrogata per circa 54 ore dalla polizia senza essere avvertita di essere indagata, senza che le fosse messo a disposizione un avvocato e nemmeno un interprete. Da sempre Knox ha detto di essere stata maltrattata dalla polizia. Ed è per questo che il suo caso è stato associato a quello dei due americani arrestati a Roma: la foto di Finnegan Lee Elder bendato nella stazione dei Carabinieri ha fatto il giro del mondo. Tutti i carabinieri che erano in quella stanza sono stati identificati e saranno denunciati. Il militare che ha deciso di mettere la benda sugli occhi del ragazzo, reo confesso dell'omicidio, è stato trasferito ed è in corso un'inchiesta per accertare le responsabilità penali e disciplinari anche nella diffusione dello scatto. A giugno Amanda è tornata in Italia come super ospite del festival della giustizia penale di Modena. Dal palco, commossa e presa di mira dai flash, ha parlato della sua terribile esperienza - 4 anni in carcere da innocente - durante un incontro che si intitolava «Il processo penale mediatico». Quello che adesso si augura non travolga e confonda anche il caso del delitto di Cerciello Rega.

Dal Cermis ad Amanda, scontri di civiltà giuridica tra Italia e Usa. Paolo Delgado il 30 luglio 2019 su Il Dubbio. Gli scontri tra Roma e Washington. L’inchiesta sulla morte di Meredith fu una saga delle scorretezze. La studentessa americana non fu assistita da un difensore e gli interrogatori non furono registrati. I furbissimi hanno mangiato la foglia nel giro di pochi nanosecondi. Quella foto del sospettato imberbe e yankee con gli occhi bendati e ammanettato quasi neanche aveva fatto in tempo ad occupare siti e social e già le volpi mitragliavano sull’intera rete il loro sospetto, scambiandolo ovviamente per incontrovertibile realtà. Qui c’è puzza di complotto, grava l’ombra dei servizi segreti, si subodora la gelida regia. Tutto combinato apposta, la benda e la foto e la subdola diffusione della stessa per garantire al criminale dotato di passaporto a stelle strisce l’immunità. Non c’è da dubitare. Il fatto è chiaro, evidente, palese. L’eventualità, in effetti c’è sul serio. Non si può escludere che, sulla base di quella foto, Washington revochi in dubbio la possibilità che i suoi cittadini pur rei confessi, almeno uno, subiscano nella penisola un processo giusto e non viziato e chiedano pertanto l’estradizione. Ma di qui a immaginare il diabolico piano, messo in opera, ci corre parecchia e sbrigliata fantasia. Insaporita con dose abbondante di paranoia e sindrome da complotto. I due precedenti che da 48 ore rimbalzano nell’etere, il Cermis e il caso Amanda Knox, col caso in questione o c’entrano poco oppure indicano una realtà poco consona all’idea di complotto.

La strage del Cermis. Il caso del Cermis fu un esempio clamoroso e scandaloso di ingiustizia, ma l’Italia non avrebbe potuto far niente per impedirlo. Il 3 febbraio 1998 un aereo militare americano in forza al corpo dei marines, volando a un’altezza molto inferiore al consentito, tranciò di netto il cavo della funivia del Cermis. Le vittime furono 20, 3 delle quali italiane. Gli aviatori volavano bassi per filmare le bellezze naturali e quel video, che avrebbe costituito prova a loro carico, non esitarono a distruggerlo dopo il fattaccio. Anche l’aereo sarebbe stato smontato e ripulito a dovere se la procura non avesse sequestrato il velivolo, nella base di Aviano, giusto un soffio prima che ogni prova venisse cancellata. L’equipaggio, composto da quattro militari, faceva però parte delle forze Nato e quindi, in base alla convenzione di Londra del 19 giugno 1951 doveva essere giudicato nel proprio Paese, dunque negli Usa. Dei quattro solo il pilota e comandante, Richard Ashby, e il navigatore, Jospeh Schweitzer, furono inquisiti, il primo per omicidio preterintenzionale, il secondo per omicidio colposo. Si difesero dicendo di non essere a conoscenza dei limiti di velocità, che avevano abbondantemente superato, e di non aver potuto valutare l’altezza perché l’altimetro era rotto. Furono assolti entrambi. La condanna, minima, ci fu invece per la distruzione del video: intralcio alla giustizia. Costò a entrambi la cacciata dal corpo e furono tutti e due degradati. Solo il comandante fu anche condannato a sei mesi di prigione. Ne scontò 4.

Il caso Knox. La vicenda del Cermis fu un caso conclamato ed eclatante di ingiustizia ma l’Italia, con quel trattato di mezzo, non avrebbe potuto fare niente per impedirlo. Il caso di Amanda Knox, in compenso, è di segno opposto. E’ in effetti vero che rischia di condizionare la richiesta americana di estradizione e che costituisce un precedente. Tutto a carico della giustizia italiana. Amanda Knox era coinquilina dell’inglese Meredith Kercher, studentessa uccisa con una coltellata alla gola a Perugia, dove studiava, il primo novembre 2007. La vicenda snodatasi lungo 5 processi e conclusa con la sentenza di Cassazione che, il 27 marzo 2015, ha disposto l’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito senza rinvio, è tra le più complesse. Coinvolge, oltre ai due imputati assolti, l’ivoriano Rudy Guede, unico condannato per l’omicidio, e il congolese Patrick Lumumba, accusato ingiustamente dalla stessa Amanda ( con ritrattazione il giorno successivo). L’inchiesta fu una specie di enciclopedia di scorrettezze. Amanda non era assistita da un difensore e gli interrogatori non furono registrati, come si dovrebbe fare solo nei casi di terrorismo e mafia anche se nei fatti viene fatto quasi sempre purché il magistrato decida di considerare le testimonianze valide. Non ci fu interprete, anche se la Knox parlava poco l’italiano. Le indagini genetiche, secondo la sentenza definitiva furono «acquisite in violazione delle regole consacrate dai protocolli internazionali», gli «elementi probatori», l’arma del delitto e un gancetto di reggiseno con il dna di Sollecito furono repertati con enorme ritardo e conservati senza alcuna precauzione. La sentenza di assoluzione della Knox nella causa per calunnia nei confronti di Lumumba, poi, è un aperto j’accuse contro i metodi di interrogatorio: Non ci si è resi conto che l’unico attento approccio richiesto verso la Knox, anzi, imposto, doveva essere quello di informare l’indagata dei suoi diritti di difesa, dichiarati inviolabili, non a caso, dalla nostra Costituzione. Era richiesto solo il rispetto delle regole che governano le indagini ma tali limiti sono stati travalicati determinando contaminazioni delle procedure che hanno portato alla loro invalidità. Le scelte investigative hanno indotto nell’imputata il convincimento di aver subìto una pianificata azione investigativa vessatoria e ingiusta. Se si tiene conto dell’estrema importanza che il sistema giudiziario americano assegna alle questioni in apparenza formali, appunto quelle trasgredite una dopo l’altra nel caso di Amanda Knox, si capisce al volo perché in effetti quel fattaccio, un’onta per la giustizia italiana, rischi di essere impugnato a proposito dei due imputati per l’omicidio Rega. Senza alcun bisogno di scomodare complotti e servizi segreti.

"Bendare un arrestato non è reato. Basta con il processo all'Arma". La procura indaga, media Usa indignati. Trasferito il militare che ha bendato Natale. Ma l'avvocato dissente: "Chi ha detto che non si può fare?" Giuseppe De Lorenzo, Mercoledì 31/07/2019 su Il Giornale. "Basta ombre". Di fronte ai giornalisti, il comandante provinciale dei carabinieri, Francesco Gargaro, alza la voce e esprime "disappunto e dispiacere" per i tanti dubbi sollevati sull'operato dell'Arma. Quella foto dell'americano bendato in caserma sta facendo male alla Benemerita. I militari lo sanno: ha lasciato il segno. Ma forse ora si sta esagerando. Giorgio Carta, ex carabiniere e avvocato che "da 23 anni" difende militari in diversi processi, lo dice senza indugi: "Bisogna smetterla con questo processo mediatico". Come tanti altri non ci sta a puntare il dito contro l'operato dei carabinieri dopo la morte di Mario Rega Cerciello. "Posso immaginare la rabbia provata nell'arrestare le due persone accusate di aver assassinato il loro collega, ma sono sicuro che l’azione è stata gestita con assoluta professionalità e nel pieno rispetto delle regole". Tanto da dubitare che chi ha preso la benda e l'ha legata sul volto di Gabriel Christian Natale Hjorth debba per forza subire delle conseguenze. Tutt'altro. Scommessa azzardata, certo. Ma fondata su ragionamenti giuridici. E mentre la procura di Roma assicura massimo rigore nell'accertare i responsabili della "foto della vergogna", per Carta dalle indagini non scaturiranno condanne penali. Niente di rilevante, quindi, se non sul piano disciplinare. Il motivo? "Bendare un fermato non è necessariamente un reato".

Avvocato, lei dice di no. Ma molti assicurano che la bendatura configuri più di un illecito. 

«Ho letto ricostruzioni fantasiose che non condivido e che soffiano sul fuoco mai sopito dell’anti-polizia».

Eppure l'articolo 608 del codice penale punisce con 30 mesi di carcere il pubblico ufficiale che "sottopone a misure di rigore non consentite dalla legge" un arrestato. 

«È vero: la legge non prevede la bendatura, ma neppure la vieta. Chi dice che non è consentita?»

Coprirgli gli occhi non è una quindi "misura di rigore"? 

«Le fattispecie previste dall'articolo 608 fanno riferimento a ben altre pratiche. Coprire gli occhi per un tempo limitato non credo vada a restringere ulteriormente la libertà personale del soggetto fermato».

Però l'articolo 610 c.p. punisce con 4 anni di carcere pure chi "con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa". 

«Suvvia, era solo una sciarpa sugli occhi. Mi viene da pensare che tutti i poliziotti del mondo ridano dell’inaspettato polverone italiano sulla bendatura di un reo confesso dell’omicidio di un militare. Non oso pensare cosa sarebbe successo in qualsiasi altro Paese, dal Sudamerica al nord Europa».

Ma in Italia è comunque esplosa la polemica. 

«È stata una misura temporanea. E mi pare tutto fuorché una minaccia o una violenza. Torniamo con i piedi per terra, per favore».

C'è poi il reato di tortura (613 bis), quello introdotto da poco tra le mille proteste delle forze dell'ordine. 

«Questa norma ha presupposti molto severi. Punisce "violenze o minacce gravi", quando si agisce con "crudeltà" oppure si cagionano "acute sofferenze fisiche" o "un verificabile trauma psichico". Il reato è così grave, punito infatti col carcere fino a 12 anni, che non può assolutamente riferirsi ad una temporanea bendatura».

Mi dica: la foto potrebbe invalidare il processo o le dichiarazioni rese dall'americano? 

«Impossibile. Lo scatto precede l'interrogatorio e la stessa procura ha assicurato che non c'è stata alcuna forma di costrizione».

Chi ha bendato Natale non ha dunque commesso alcun reato? 

«L'unica violazione configurabile in astratto è quella che riguarda l'articolo 120 del codice penale militare che punisce con la reclusione fino a un anno il militare che "viola la consegna avuta"».

Ed è successo in questo caso? 

«Non è detto. Il diritto militare punisce solo la violazione di una consegna specifica regolatrice di un servizio specifico. E la consegna deve essere espressamente impartita. Quindi bisognerà capire se esiste una consegna che impedisca di bendare un fermato, il che è molto improbabile. Dunque la bendatura in sé, non accompagnata da altre violenze o privazioni, non mi pare sia un comportamento illecito nemmeno per il codice militare. E se pure lo fosse, il responsabile potrebbe estinguere il processo sul nascere, con una messa alla prova».

Però il carabiniere è già stato trasferito. 

«Questo perché a livello disciplinare non c'è la tassatività del diritto penale. Quindi è possibile che l'amministrazione possa valutare sanzioni amministrative di corpo, cancellabili in due anni e che comunque non inciderebbero sul mantenimento dello status di carabiniere».

Quindi non dovrà abbandonare la divisa? 

«Assolutamente no. Male che vada parliamo di uno o due mesi di sospensione dal servizio con mezzo stipendio».

Insomma: tutto fumo e niente arrosto? 

«È un polverone che oserei definire ridicolo, se confrontato con la gravità delle 11 coltellate inferte al brigadiere Cerciello. Non scherziamo».

La benda sugli occhi? Indigna solo l'Italia. Dalla Francia agli Stati Uniti, l'utilizzo dei cappucci è una prassi di sicurezza. Fausto Biloslavo, Mercoledì 31/07/2019, su Il Giornale. «In Italia si indignano perché hanno bendato un assassino» è il titolo di un fotomontaggio sui social che mette assieme le foto, ben più drammatiche, di arrestati con gli occhi coperti dalle polizie di mezza Europa oltre che dagli israeliani e negli Stati Uniti. Il colpo d'occhio rende perfettamente l'idea che bendare un sospetto è una prassi di sicurezza. Anche se duramente censurata dal Consiglio d'Europa. L'aspetto paradossale è che le forze dell'ordine in Canada, Stati Uniti, Francia e Germania hanno addirittura in dotazione non una semplice benda da moscacieca, ma il «Pol-i-veil». Un vero e proprio cappuccio, che si può comprare in rete e serve a garantire la sicurezza degli agenti oltre ad evitare che un criminale con malattie infettive possa sputare sui poliziotti. Il cappuccio in stile Guantanamo viene usato dalla polizia stradale di Toronto, oltre che dagli agenti di Los Angeles, quando devono arrestare gli ubriachi e figuriamoci degli assassini. Disponibile in bianco e blu oppure arancione o trasparente viene pubblicizzato dalla polizia tedesca. La versione blu, che non ti permette di vedere nulla, è stata tranquillamente utilizzata dall'antiterrorismo francese nel maggio scorso quando hanno scoperto dopo 17 anni di latitanza Josu Ternera, nome di battaglia dell'ultima capo dell'Eta basca ancora in circolazione. Nessuno si è scandalizzato per la foto «drammatica» dell'arrestato con il cappuccio in testa, che veniva portato via dal palazzo di giustizia della città francese di Bonneville. Nel 2015 i giornali di mezzo mondo, compresi ovviamente quelli italiani, hanno pubblicato la foto del jihadista Ayoub El-Khazzani, che voleva compiere una strage su un treno ad alta velocità. Per fortuna lo hanno bloccato tre militari americani in vacanza. Il seguace del Califfo è stato arrestato e portato in aula non solo bendato, ma pure scalzo. Non si è registrata l'indignazione del caso italiano con il giovane americano bendato, che ha partecipato all'uccisione del carabiniere Mario Cerciello Rega. Pure la tranquilla polizia olandese copre gli occhi ai criminali appena catturati. Due anni fa ha fatto scalpore la retata ad Amsterdam contro il cartello Kinahan, un'organizzazione dedita al traffico di droga con ramificazioni in Olanda, Belgio e Irlanda. Le immagini degli arrestati bendati sono rimbalzate sui media olandesi e irlandesi. La Spagna è stata censurata dal Consiglio d'Europa per l'uso eccessivo di cappucci e bende sugli occhi. Lo scorso ottobre i tedeschi, che dovevano trasferire in Marocco, dopo quindici anni di carcere in Germania, Mounir al-Motassadek in combutta con la cellula dell'11 settembre, hanno uguagliato Guantanamo. Il prigioniero è stato trasferito e regolarmente fotografato dalla stampa non solo bendato e ammanettato in mezzo a due Rambo, ma pure con delle cuffie sulle orecchie che non gli permettevano neppure di sentire. Quasi nessuno si è scandalizzato. Il Comitato per la prevenzione della tortura e dei trattamenti degradanti o inumani del Consiglio d'Europa censura il metodo, ma ammette che «in certi Paesi ha riscontrato la pratica di bendare le persone durante il fermo di polizia, in particolare durante gli interrogatori». Gli israeliani bendano praticamente di routine i prigionieri palestinesi e negli Stati Uniti hanno addirittura una «sedia di contenimento» per bloccare un criminale e incappucciarlo. Lo scorso anno uno sceriffo di Denver è stato filmato mentre atterrava un arrestato che era incappucciato e con le mani legate dietro la schiena. La polizia lo ha sospeso per quaranta giorni senza stipendio, ma poi è stato assolto dal tribunale. La magistratura stabilirà se i carabinieri hanno violato la legge, ma solo in Italia si scatena una levata di scudi paradossale, come se fossimo a Guantanamo, per un presunto killer bendato per cinque minuti.

Peggio morti che bendati. Panorama il 29 luglio 2019. L'indignazione per l'immagine del ragazzo bendato in caserma non può e non deve superare quella per la morte di Cerciello Rega. “Un morto, troppe ombre”. Così titolava ieri la prima pagina de La Repubblica. Occhiello: Il giallo del Carabiniere ucciso. Più sotto venivano spiegati i “dubbi sulla dinamica dei fatti”, quasi che i militari dell’Arma, uno dei quali ucciso a coltellate, avessero qualcosa da nascondere. Più esplicita però era la riga nera conclusiva del titolo: “Foto shock dell’interrogatorio in caserma” con relativo giudizio del portavoce dei Carabinieri (“Metodi inaccettabili”). Ecco il punto. La foto scattata a quel ragazzo è diventata la foto del giorno. E’ finita su tutti i giornali, i siti, le televisioni italiane e straniere. Cnn ha dato ampio risalto all’immagine. E via, sui social, sono partiti gli attacchi all’Arma con molti che hanno chiamato in causa il “caso Cucchi”. Inutile dire che il gesto è sbagliato, che non c’è spiegazione, nemmeno la rabbia per aver scoperto l’assassino di un collega. Inutile dire che i Carabinieri hanno aperto immediatamente un’inchiesta interna e che il responsabile o i responsabili pagheranno. C’è però un limite all’indignazione per la foto di questo ragazzo bendato. Ed il limite è la foto di Cerciello Lega, di un uomo ucciso da un ragazzo americano in vacanza invischiato in una storia di droga e che se ne girava per Roma armato, con un coltello. Oggi è il giorno dei funerali del Carabiniere ucciso e verranno scattate decine di foto della sua bara. Magari vedendo l’immagine di quella cassa di legno, con i fiori, il cappello dell’arma e dietro una famiglia distrutta capiremo che c’è un limite all’indignazione per un ragazzo bendato in una caserma; un ragazzo, un delinquente, bendato ma vivo. Nell’altra foto c’è infatti un uomo morto.

Enrico Fedocci per cronacacrominale.tgcom24.it il 28 luglio 2019. Quella foto del ragazzo accusato di complicità  nell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega con gli occhi bendati mostra una bruttissima scena. Questo è fuor di dubbio ed è giusto condannare quell’immagine per quel che rappresenta – ovvero un uomo privato della libertà, addirittura ammanettato e bendato – ed è oltremodo doveroso condannare anche chi ha scattato quella foto. Chi ha immortalato quel momento avrebbe dovuto intervenire impedendo che il giovane restasse con gli occhi coperti impedendogli di vedere. Mi sono domandato che cosa possa avere spinto l’autore della foto a diffonderla. Si aspettava un “bravo”? Era chiaramente un autogol: facilissimo arrivare all’individuazione di colui che ha coperto gli occhi del fermato e di colui che ha fotografato. Ci ho pensato bene perché mi sembrava un gesto assurdo, al limite dell’autolesionismo. Poi l’illuminazione: quella foto mi ha ricordato quella di Totò Riina sotto il ritratto del Generale Dalla Chiesa, pochi minuti dopo l’arresto nel 1993. Guarda caso, anche nell’istantanea dell’americano bendato e ammanettato c’è – proprio sopra di lui – incorniciato, il carabiniere più famoso d’Italia. Peraltro, la foto del Generale è la stessa del 1993 con Riina, e quindi la diffusione di quest’ultimo scatto potrebbe essere un goffo tentativo di scimmiottamento della foto di allora: come nel 1993 Capitano Ultimo mise il Capo dei Capi sotto l’effigie di Dalla Chiesa a mò di legge del contrappasso per averne ordinato l’omicidio, così chi l’altro giorno ha scattato la foto dell’americano deve avere notato la coincidenza e tentato di veicolare lo stesso messaggio. Di sicuro il giovane non è stato messo in posa, come “Totò u’ curto”, ma forse proprio questa coincidenza deve essere sembrata un segno del destino a chi poi ha fatto la foto. Un’analogia che doveva essere immortalata e condivisa, come dire “ecco che fine fanno coloro che uccidono un carabiniere”. Quindi – è solo una mia supposizione – chi ha diffuso la foto, davvero deve avere pensato di avere fatto chissà quale atto di giustizia, una vendetta sottile di cui andare orgogliosi, magari trasformando la foto in una sorta di immagine simbolo dell’arresto. Meglio ribadirlo: ha fatto bene quel militare? No, io penso che abbia fatto malissimo perché non bisogna mai infierire su uomo privato della libertà e per questo l’improvvisato fotografo e chi ha proceduto al bendaggio ne pagheranno le conseguenze disciplinari, come ha annunciato il Comandante Generale dell’Arma Giovanni Nistri, e penali per ipotesi di reato che vanno dalla violenza privata ai maltrattamenti passando per omissioni varie. Io, però, il mio giudizio lo esprimo mentre scrivo questo pezzo, seduto alla mia scrivania, tranquillo, sereno e beato. Ma ai più severi, a quelli che pretendono la perfezione anche dagli uomini, perfino gli uomini che stanno vivendo un forte stress emotivo perché hanno appena visto uccidere un amico, un collega, senza motivo, con otto coltellate, di cui due al cuore, dico: attenzione, perché in caserma c’erano due ragazzi accusati di avere ammazzato il compagno di lavoro di quei carabinieri. Un collega che si era appena sposato. 43 giorni prima era all’altare, avrà fatto i suoi 15 giorni di licenza matrimoniale, sarà tornato in servizio con la sua bella fede al dito e alla prima occasione due fuori di testa lo hanno sventrato come un capretto. Ora, sia chi lo ha bendato – sia chi lo ha poi fotografato! – ha sicuramente sbagliato, ma nella teologia morale cattolica ci sono i peccati mortali, per esempio “non uccidere” e i peccati veniali, come appunto questo. Contestualizziamo e non facciamoci portare fuori strada dai dettagli. Perché da quel che oggi emerge dai media, da molti giornali, dai social, dal sentire comune insomma, sembra quasi che Mario Cerciello Rega ora sia tra le braccia della moglie a preparare la grigliata domenicale, a ridere e scherzare con gli amici e i parenti e che lunedì tornerà in servizio con i suoi colleghi. Invece è all’obitorio con otto ferite suturate alla meglio con ago e filo e domani saranno celebrati i suoi funerali. A portare la bara, proprio quei carabinieri suoi amici che si sono trovati a cercare gli assassini con il dolore nel cuore ed un nodo bello grosso in gola. Due di loro hanno fatto una cazzata. E ne pagheranno le conseguenze. Ma infierire… da parte dell’opinione pubblica… sarebbe quasi come mettere di nuovo la benda al complice del presunto assassino. Lasciamo perdere, almeno noi che non siamo sotto stress.

(ANSA il 28 luglio 2019) - Su Instagram Finnegan Lee Elder, uno dei due americani fermati per l'uccisione del carabiniere, si identifica su Instagram come "King of Nothing" e nella sua biografia scrive "Death is guaranteed, life is not", la morte è garantita, la vita no. Elder ha circa 1.223 follower e il nome del suo account è finntrill. Lo riporta Abc.

(ANSA il 28 luglio 2019) - "Lo conosco da quando era un bambino. Sono scioccata. E' un bravo ragazzo, uno dei più bravi del quartiere. Quello che posso dirvi è quello che penso di Finn: non riesco a immaginarlo commettere un gesto simile". Lo afferma una vicina della famiglia di Finnegan Lee Elder sentita da alcuni media locali. "E' un ragazzo alla moda" afferma dicendosi non solo "sorpresa ma scioccata". Le telecamere hanno inquadrato anche casa Elder: alla porta c'è una scritta in cui la famiglia chiede privacy.

Cristiana Mangani e Flavio Pompetti per ''Il Messaggero'' il 28 luglio 2019. Un giorno in isolamento, ma già da oggi dovranno dividere la cella con gli altri detenuti. Lee Elder Finnegan, 19 anni e Gabriel Christian Natale Hjorth, 18 anni, californiani di San Francisco, restano in carcere, a Regina Coeli, accusati di omicidio volontario aggravato in concorso, di furto e di tentata estorsione. I genitori sono stati avvertiti dall'ambasciata e stanno per raggiungere l'Italia. Deve essere stato un duro colpo per queste due facoltose famiglie sapere che uno dei ragazzi ha accoltellato e ucciso un carabiniere e che prima entrambi si aggiravano per Trastevere in cerca di droga pesante. Gabriel era arrivato in città già da un settimana. Di cognome fa Natale e questo rivela le sue origini italiane. Ha parenti a Fiumicino ed è venuto nella Capitale proprio per andarli a trovare. Una vita di privilegio, la sua, così come quella dell'amico Lee che ha confessato di aver ucciso il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Si conoscono dai tempi del liceo. Natale abita in una delle zone più esclusive della città attraverso la baia e nella contea di Marin, poco a nord di Sausalito, in una casa il cui valore è stimato oltre i due milioni di dollari. Il padre Fabrizio è un consulente finanziario di fondi pubblici e privati e un appassionato velista che gareggia nelle regate amatoriali della baia. La madre Heidi Hjorth ha più di venti anni di esperienza come agente immobiliare, e lavora per la sezione locale di Tiburon dell'agenzia Golden Gate Sotheby's. La sua linea telefonica presso l'ufficio era ancora attiva ieri, ma solo una segreteria rispondeva alle chiamate. I profili dei genitori dell'altro giovane: Lee Elder Finnegan Jr. sono meno visibili, ma i due ragazzi si sono diplomati entrambi alla scuola superiore di Tamalpais la scorsa estate, dopo che Finnegan nel 2015 aveva frequentato la scuola cattolica Sacred Heart cathedral, dove ha giocato al football americano. Le tasse di iscrizione per un anno accademico nella prestigiosa scuola privata della diocesi di San Francisco costano 20.000 dollari l'anno. Il viaggio in Europa, e la sosta in Italia e a Roma, sono due costanti dell'estate per i figli della borghesia statunitense. Il padre di Gabriel, poi, non nasconde sui social la sua malinconia per l'Italia mostrando affetto per la musica di Fabrizio De Andrè, e per tutti quei riferimenti culturali tipici di un occidentale alla soglia dei sessant'anni. Laurea in Maryland e perfezionamento degli studi a Berkely. Nulla a prima vista lascia pensare alla predisposizione alla violenza, alle cattive abitudini, ai reati. Del resto, i ragazzi non hanno macchie sulla fedina penale, né notazioni che la scuola abbia fatto a margine delle cartelle che li riguardano. Non hanno particolarmente brillato con i risultati finali, perché accanto al loro nome non compare l'asterisco che evidenzia i meriti, ma hanno concluso gli studi e presumibilmente avrebbero continuato in qualche università molto quotata. Si ritrovano chiusi in una cella, con un futuro, al momento, non proprio roseo. Ognuno di loro ha chiesto agli avvocati qualcosa che li aiuti ad affrontare questa situazione difficile. Finnegan fa uso di psicofarmaci: nella stanza gli inquirenti hanno trovato un flacone di Xanax, un potente ansiolitico. E gli inquirenti non escludono che avessero assunto alcolici prima di incontrare i due carabinieri in borghese. Il presunto assassino di Cerciello Rega è stato trovato in possesso di una carta di credito di lusso, a conferma della sua provenienza da una famiglia benestante, anche se la permanenza in albergo a Roma è stato Gabriel a pagarla per entrambi. Non è comunque il denaro il problema di questi due giovani che, alla fine, hanno ucciso, derubato e distrutto delle vite per poco meno di 100 euro. Quando i carabinieri sono arrivati all'Hotel in via Cesi li hanno trovati ancora addormentati e vestiti, uno con una tshirt grigio chiaro e pantaloni bianchi, l'altro con una camicia bianca e azzurra a righe, arrotolata sulle braccia, un Rolex al polso e pantaloncini corti. Non indossavano gli abiti sporchi di sangue che avevano al momento dell'omicidio e che sono stati recuperati nella stanza, insieme con il coltello usato per il delitto e ancora macchiato di sangue. Una lama particolare, da amatore, che Lee Elder si è preso il gusto di comprare in un bel negozio del centro di Roma. Il Dipartimento di Stato americano ha annunciato che offrirà «assistenza appropriata» ai due giovani, così come avviene in tutti i casi di americani fermati all'estero. E la famiglia di Finnegan Lee Elder in una nota diffusa da Abc dice: «Non abbiamo informazioni indipendenti sull'accaduto, non siamo stati in grado di avere comunicazioni con nostro figlio. Chiediamo il rispetto della nostra privacy durante questo momento difficile. I nostri pensieri vanno a coloro che sono stati colpiti da questa tragedia».

Carabiniere ucciso, cella (a 40 gradi) per Natale Hjort: «In Usa sarei fuori su cauzione». Pubblicato domenica, 18 agosto 2019 da Stefania Moretti su Corriere.it. «Nella mia città, San Francisco, forse non sarei stato in carcere: sarei uscito su cauzione». Da quasi un mese Regina Coeli è diventata la casa di Gabriel Christian Natale Hjort, il 19enne americano indagato con l’amico Elder Finnegan Lee per l’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. Il giovane - finito suo malgrado al centro di aspre polemiche per essere stato bendato e fotografato in una caserma dell’Arma prima dell’arresto - è tra i detenuti che affollano il carcere di via della Lungara. Un penitenziario che potrebbe contenere al massimo 616 reclusi e che, invece, ne conta 1020. Poche parole, scambiate con i vertici del Partito Radicale in visita nel penitenziario. Gabriel capisce e parla l’italiano; il padre, negli Usa da trent’anni, è originario di Roma. Non si lamenta della vita in cella, in un reparto separato dall’amico Elder. Ma a Regina Coeli, d’estate, il termometro segna 40 gradi fissi. Una fornace senza scampo, perché non c’è traccia di condizionatori o ventilatori: «Così scontano la pena non solo i detenuti ma anche il personale», sottolinea Irene Testa, tesoriera dei Radicali, entrata a Regina Coeli con il segretario del partito Maurizio Turco, la presidente dell’Istituto Luca Coscioni Maria Antonietta Farina Coscioni e alcuni militanti radicali. È un’idea del partito il «Ferragosto in carcere» che, per quattro giorni, fino a oggi, ha portato 294 visitatori - parlamentari, avvocati e radicali - in 72 penitenziari italiani, tra cui quelli romani di Rebibbia nuovo complesso e Regina Coeli. Qui i detenuti sono per lo più in attesa di giudizio. Innocenti, quindi. Perché, per la Costituzione, nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva. «La custodia preventiva è un vulnus - sostiene Testa -: riguarda il 31% dei detenuti delle nostre carceri». Storie di ogni tipo: da Maurizio, in cella per 200 grammi di marijuana a scopo terapeutico, ad Alessandro, 22 anni, recluso per spaccio a 500 chilometri dalla sua città, in attesa di essere trasferito in una casa di lavoro. E poi i detenuti con patologie psichiatriche, per i quali la cella resta chiusa tutto il giorno. Dovrebbero stare in strutture ad hoc, le cosiddette Rems, Residenze per le misure di sicurezza, ma non c’è posto per tutti. E così rimangono in carcere. Per il segretario Turco, il problema è generalizzato: «Il 30% dei detenuti in Italia è in terapia psichiatrica. Nel Lazio la Regione è assente sulle questioni sanitarie. Ed è così che le carceri diventano ospedali clandestini».  «Ospedali» sovraffollati: nei penitenziari italiani i Radicali contano diecimila detenuti in più della capienza regolamentare. Rebibbia nuovo complesso segue il trend, come Regina Coeli: 1.608 detenuti anziché un massimo di 1175. Con 130 agenti penitenziari in meno nella pianta organica. «Non siamo qui per pietismo - spiega Ilari Valbonesi, membro del consiglio generale del partito radicale e capodelegazione di Rebibbia nc -. Il carcere è un tema politico che riguarda la gestione della giustizia, dalle misure alternative al rispetto dei diritti. Dei detenuti, ma anche di chi ci lavora».

La sinistra si indigna per l’assassino bendato e processa i carabinieri, Salvini e Meloni. Leo Malaspina domenica 28 luglio 2019 su Il Secolo d'Italia. Sfocerà in un’indagine della Procura di Roma la vicenda della foto scattata dopo il fermo in caserma di Christian Gabriel Natale Hjort, uno dei due americani coinvolti nell’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri, Mario Cerciello Rega, che si vede bendato e con le mani legate. I pm della Capitale attendono un’informativa mentre i carabinieri hanno avviato un’inchiesta interna che ha portato al trasferimento del militare che avrebbe bendato l’assassino di Mario Cerciello Rega. Atti dovuti, è chiaro, mentre meno scontate sono le reazioni sul fronte politico. Da destra, la posizione è molto chiara, come espresso dal nostro giornale e dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: “Qui c’è una sola vittima, il carabiniere“, mentre la sinistra ha immediatamente spostato l’attenzione sui carabinieri, inscenando una sorta di processo mediatico preventivo su quella foto dell’assassino bendato apparsa sui giornali. Neanche una parola di solidarietà alla famiglia, da Nicola Fratoianni, di Sinistra italiana, solo accuse all’Arma: “Chi ha messo la benda sugli occhi dell’assassino del vicebrigadiere e chi ha fotografato quest’orribile scena non certo degna di uno Stato serio e democratico, non ha fatto un bel servizio alla giustizia, ha infangato la propria divisa, ha oltraggiato la memoria di chi è stato ucciso, e forse ha pure danneggiato le indagini”. “Sono certo – prosegue l’esponente della sinistra – che i vertici dell’Arma e i magistrati sapranno come agire con tempestività ed efficacia in questo caso, e anche per evitarne altri del genere in futuro. Chi invece, come al solito, ha agito in modo irresponsabile è l’attuale ministro dell’interno che continua a diffondere odio insieme ai suoi collaboratori e che continua a non garantire la sicurezza dei cittadini”. E qui non manca occasione per attaccare Salvini e la destra, Meloni compresa, che hanno ricordato a tutti da che parte stare…Idem per Roberta Pinotti, ex ministro della Difesa, del Pd: “Noi siamo la Patria di Cesare Beccaria, che con ‘Dei delitti e delle pene ‘ dà impostazione fondamentale alla civiltà giuridica sulla detenzione dell’Europa liberale. Ma la propaganda dell’odio, su cui il Ministro ha basato e espanso il suo consenso, non può fermarsi. E allora ogni occasione è buona per strumentalizzare…”. Infine, il solito Emanuele Fiano, del Pd, secondo cui “di fronte ad un’inchiesta già promossa dal Comandante generale dell’Arma, di fronte a provvedimenti disciplinari già avviati, perché in Italia è reato fotografare una persona in situazione di restrizione della libertà, e perché è irregolare bendare la persona fermata, il Ministro della paura, fomenta i sentimenti istintivi di rabbia e di odio contro i colpevoli del terribile assassinio del carabiniere”, scrive su Fb, senza ricordare la vera vittima, il povero Mario Cerciello Rega. Senza specificare che la vera vittima è il carabiniere, accusando invece che il “bastardo” che ha ucciso Cerciello, la “bestia” che cura i social network per conto di Salvini…

David Parenzo ossessionato da Meloni e Salvini: "Americano bendato, perché state zitti?" Libero Quotidiano il 28 Luglio 2019. Ormai, David Parenzo nella sua battaglia contro Matteo Salvini e Giorgia Meloniha completamente perso il controllo. Dopo averli accusati di istigare all'odio in seguito all'omicidio del carabiniere di Roma, Parenzo torna all'attacco. Il pretesto è la foto di uno dei due arrestati bendato in caserma, con le manette e il capo chino. Una brutta immagine già stigmatizzata dall'arma, che sulla vicenda ha aperto un'indagine interna. Rilanciando l'immagine su Twitter, Parenzo scrive: "Dire che questa foto viola i diritti dei detenuti o delle persone in stato di fermo non vuole in alcun modo dimenticarsi del carabiniere ucciso Mario Cerciello Rega. Vorrei che l'onorevole Giorgia Meloni e il ministro Matteo Salvinisi facessero sentire", conclude. L'ossessione è servita. 

"Quell'anima bella di Mentana...". Vittorio Sgarbi sul carabiniere ucciso asfalta Chicco in tre parole. Libero Quotidiano il 28 Luglio 2019. "Quell’anima bella di Mentana scrive imprecisioni, tra retorica e stato di diritto". Così scrive Vittorio Sgarbi a proposito della foto di uno degli americani arrestati bendato in caserma. "Il brigadiere Mario Cerciello Rega non sappiamo se era un “uomo d’oro” (“captatio benevolentiae” di Mentana), possiamo invece dire che è un eroe. Che ucciderlo sia stato un atto bestiale è ovvio, un uomo non uccide un uomo. Ma ciò che non si può accettare è la delicatezza di Mentana verso l’assassino, con il coro dei nemici dello Stato e dei carabinieri". La foto dell’assassino bendato, prosegue Vittorio Sgarbi sul suo profilo di Facebook, "è soltanto il desiderio dei colleghi del brigadiere di neutralizzare (prima che mortificare), come merita, un criminale accertato. Forse Mentana voleva cortesia e delicatezze?".

"Speravo nel funerale del cretino che lo ha sbudellato". Carabiniere ucciso, rabbia di Feltri contro l'americano. Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 28 Luglio 2019.  Il carabiniere assassinato a coltellate a Roma, se avesse fatto ricorso alla pistola, non sarebbe stato ucciso. In nessun Paese al mondo le forze dell' ordine intervengono a mani nude per dirimere un contenzioso, e all' occorrenza sparano contro chi vìola la legge, non si tirano indietro, poiché il loro compito è solamente quello di impedire che si consumino dei reati, più o meno gravi. In Italia invece è stata approvata dal Parlamento una norma folle che prevede severe punizioni per i militari e gli agenti accusati di torturare i malviventi, nel senso che se un poliziotto immobilizza con le maniere forti un farabutto, viene processato e rischia pesanti sanzioni. La regola è addirittura ridicola. Come si fa a bloccare un delinquente in azione con dolcezza, con delicatezza, con garbo? Eppure questo assurdo provvedimento, unico nella sua imbecillità, è passato alle Camere ed è in vigore. Cosicché succede che due carabinieri si siano recati per sedare una lite non solo in borghese ma rinunciando alla rivoltella, per tanto uno di essi è stato ammazzato da un deficiente americano - i cretini sono una categoria internazionale - il quale ha sfoderato un pugnale e lo ha conficcato nelle carni di colui che doveva mettere pace, e che viceversa ha sacrificato la propria vita. Per approfondire leggi anche: Ecco perché il vicebrigadiere non ha sparato. Nella nostra nazione popolata da persone irrazionali le armi da fuoco fanno paura a tutti e nessuno è favorevole alla vendita di esse, anzi, i cittadini le osteggiano nella convinzione che se fossero diffuse la nostra patria si trasformerebbe in una sorta di gigantesco Far West. Una balla enorme. La gente ignora che il 90 per cento degli omicidi nel commettere il delitto usa lame da taglio, cioè coltelli. Tuttavia, ovviamente, non è vietato il possesso di posate più o meno acuminate e utilizzabili per scannare le vittime. Siamo al paradosso. Invece di fare la guerra agli assassini, la facciamo ai mezzi che sputano fuoco e possono causare la morte immediata di chi viene colpito dai proiettili. Segnaliamo ai lettori che se il vicebrigadiere freddato avesse avuto in tasca una elegante pistola ora non faremmo il funerale a lui, bensì al demente che lo ha sbudellato. Sarebbe stato meglio, molto meglio. Vittorio Feltri

Nicola Porro sull'americano bendato: "Alla fine i cattivi sono sempre i carabinieri", schiaffo ai buonisti. Libero Quotidiano il 28 Luglio 2019. Anche oggi, Nicola Porro nel suo Zuppa di Porro, il blog personale, torna sulla vicenda dell'omicidio di Mario Rega Cerciello, il vicebrigadiere ammazzato a coltellate a Roma da due americani. Lo fa con due considerazioni. La prima di stampo giudiziario, infatti scrive: "La stampa statunitense teme un nuovo caso Amanda Knox". Il riferimento è all'iter processuale che adesso coinvolgerà Elder Lee, l'assassino, e il suo socio Natale Hjorth. Ma soprattutto, Porro spende un breve ed efficace commento sul caso del giorno, la foto dell'americano bendato in caserma dopo l'assassinio, lo scatto che sta diventando un caso anche politico. "La benda e la sindrome Giuliani - taglia corto Nicola Porro -: alla fine i cattivi sono sempre le forze dell'ordine". Un commento amaro con cui si mette in luce come, al netto del fatto che quell'immagine sia davvero difficile da aspettare, ora sotto accusa pare esserci finita l'arma, con quell'immagine al centro del dibattito ancor più che la dinamica della mattanza.

Francesco Storace su Natale Hjorth: "Perché in caserma hanno bendato quel piccolo infame". Libero Quotidiano il 28 Luglio 2019. Fa discutere la foto di Natale Hjorth bendato, il capo chino, dopo il fermo in caserma. Lui è uno dei due americani responsabili per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, pur non essendo l'esecutore materiale dell'omicidio. Come detto, dalla tarda sera di sabato 27 luglio circola la foto che lo ritrae in mano alle forze dell'ordine con un foulard in testa. Foto che ha scatenato indignazione, soprattutto a sinistra, e che ha spinto l'arma ad aprire un'indagine interna. Chi, al contrario, non si indigna per niente è Francesco Storace, che picchia durissimo su Twitter: "Lo hanno bendato per evitare che si guardasse allo specchio. Piccolo infame. Io preferisco pensare a quel povero carabiniere e non me ne frega nulla se in caserma hanno ospitato così un delinquente drogato", conclude Storace. Dunque, allega il link a un suo intervento su questa vicenda pubblicato sul sito de Il Secolo d'Italia. Intervento in cui Storace ribadisce quanto sintetizzato su Twitter, e in cui chiosa: "Di incivile non c’è una fotografia, ma otto lunghissime coltellate durate un’eternità, fino a che Mario non ce l’ha fatta più. Quanti secondi ci vogliono per infilare la lama in un corpo e poi ripetere il gesto per altre sette volte fino ad ammazzare un uomo? Quella benda lasciategliela per tutta la vita. Magari riuscirà a non guardarsi più allo specchio per non doversi vergognare per quello che ha combinato assieme al suo compagno di giochi di merende, l’accoltellatore più delinquente di lui".

Carabiniere ucciso, la durissima legge di Bruno Vespa: "Magari quei due assassini..." Libero Quotidiano il 28 Luglio 2019. "Ah, se gli studenti americani assassini del carabiniere fossero puniti come lo sarebbero negli Stati Uniti...". Poi Bruno Vespa si spiega meglio: "A chi ha capito male. Io sono contrarissimo alla pena di morte, ma negli Usa chi ammazza un poliziotto resta dentro 40 anni senza permessi...". Il conduttore di Porta a Porta, su Twitter, esprime il suo sdegno verso chi ha assassinato il carabiniere Mario Rega Cerciello. Il vicebrigadiere è stato ucciso a coltellate a Roma da due americani.  I due colpevoli sono stati individuati in Elder Lee, l'assassino, e il suo socio Natale Hjorth.  Vespa tesse dunque le lodi della severità dell'ordinamento giuridico statunitense anche se prende nettamente le distanze (come ha fatto anche Matteo Salvini) dalla pena di morte, che negli Usa è prevista in alcuni stati. 

Carabiniere ucciso a Roma: se non spari sei morto, se spari vieni licenziato Roma. (Prima Pagina News 27 luglio 2019). Due vicende a confronto: un carabiniere che ha sparato legittimamente contro i suoi aggressori ma rischia il licenziamento e quella del V. Brigadiere Mario Cerciello Rega che ha affrontato "a mani nude" i propri carnefici. (Da GRNET.IT)

Mentre da ieri piangiamo la brutale uccisione del Vice Brigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega, per la quale sono accusati due ragazzi ventenni americani, in vacanza in Italia, non possiamo non sottolineare il clima di inquietudine e timore con il quale le nostre forze dell'ordine devono fare i conti durante il loro servizio. Paradossalmente coloro che pattugliano le nostre strade non hanno affatto paura di affrontare i delinquenti, ma di vestire i panni dell'accusato se per una malaugurata serie di circostanze dovessero essere costretti a far uso dell'arma in dotazione. Questo è il clima che si respira, e lo denunciamo da tempo. Queste erano presumibilmente le ansietà ed i timori che si portava dietro anche il Vice Brigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega prima di essere ucciso. Esempi di carabinieri finiti male per aver usato l'arma in dotazione ce ne sono tantissimi, ma quella del Maresciallo Raffaele RUSSO, all’epoca effettivo al Comando Stazione Carabinieri Roma San Pietro e difeso dall’avvocato Giorgio Carta, è emblematica e vale la pena leggere la dinamica di ciò che gli accadde direttamente dall'ordinanza di archiviazione del GIP del tribunale militare di Roma, Elisabetta Tizzani, che lo ha assolto: «...la mattina del 16.3.2018 personale della Compagnia CC Roma-San Pietro nel corso di attività investigativa delegata, effettuava un servizio finalizzato a bloccare alcuni soggetti dediti a truffe, estorsioni nei confronti di automobilisti. Verso le ore 18.00 in Via Federico OZANAM la pattuglia automontata intervenne per identificare gli occupanti di una autovettura Mini Cooper posizionandosi innanzi al mezzo. Il capo pattuglia in divisa usciva dalla autovettura e si avvicinava al conducente della Mini Cooper il quale, con improvvisa manovra di guida, cercava di darsi alla fuga tentando di investire il militare. Quest'ultimo si spostava dal margine verso il centro della carreggiata evitando l'investimento. A quel punto proveniva a piedi dall'opposto senso di marcia il Mar. Russo Raffaele in abiti civili. L'autovettura continuava la fuga e l'indagato per evitare di essere investito si spostava esplodendo un colpo di arma da fuoco in direzione dell'auto in fuga. Il proiettile attingeva una donna e sua figlia che viaggiavano a bordo di uno scooter nella stessa direzione di marcia della Mini in fuga. Le due donne venivano soccorse e portate presso l'ospedale San Camillo ove venivano ricoverate, la prima in prognosi riservata non in pericolo di vita per ferita di arma da fuoco alla spalla sx con lesione dell'arteria e del tendine ascellare e la seconda per lesione arto superiore sx da arma da fuoco». Senza dilungarci oltre, precisiamo che nell’ambito del procedimento penale militare a carico del Maresciallo Russo, sia il Pubblico Ministero, che il G.I.P. hanno ritenuto legittimo l’impiego delle armi da parte del militare. Il Pubblico ministero militare Massimo Nunziata, nel chiedere l’archiviazione del procedimento a carico del Maresciallo ha argomentato che l’esplosione del colpo è avvenuta "al fine di vincere la resistenza opposta in occasione di forzamento di posto di controllo da soggetto resosi responsabile di resistenza e tentativo di lesioni a pubblico ufficiale. La condotta dell’indagato, nei termini di cui alla contestazione, va quindi ricondotta nell’uso legittimo delle armi atteso che pur se rivolta nei confronti di soggetto in fuga essa mirava ad evitare l’insorgere di pericoli per altre persone oltre che per gli operanti" poichè il guidatore della Mini Cooper "compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a arrecare la morte ai pubblici ufficiali... in particolare lanciando contro i predetti l’autovettura in suo possesso senza riuscire nell’intento per cause indipendenti dalla volontà (schivamento del veicolo da parte dei due Carabinieri)". La conclusione dell'intero procedimento a carico del Maresciallo Russo è però sconcertante: se da una parte il tribunale militare ha archiviato la sua posizione e quello ordinario ha condannato in primo e secondo grado i suoi aggressori per aver tentato di ucciderlo, adesso il militare si trova ad affrontare un procedimento interno finalizzato - nonostante la piena assoluzione - al suo possibile licenziamento dall'Arma dei Carabinieri. Non importa se il guidatore della Mini Cooper non fosse nuovo a tali condotte (già nel 2017 veniva tratto in arresto dalla Polizia per aver aggredito fisicamente un agente e, in un'altra circostanza, veniva denunciato in stato di libertà per reati della medesima indole); non importa nemmeno se le due donne accidentalmente ferite abbiano rimesso la querela una volta risarcite dall'assicurazione; non importa nemmeno se ancora la stragrande maggioranza delle forze di Polizia non abbia in dotazione armi non letali come il taser. Quello che importa, e molto, è che un Maresciallo dei Carabinieri che per fortuna è ancora vivo dopo che i malviventi hanno tentato di uccidere lui e suoi colleghi, adesso deve lottare per non perdere il posto di lavoro. Questo è il clima di ansia e preoccupazione che appesantisce in maniera intollerabile il servizio delle forze dell'ordine ed è il medesimo - ne siamo certi - che respirava il povero Vice Brigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega il quale, se fosse stato più sereno ed avesse avuto in dotazione un semplice taser, forse oggi sarebbe ancora vivo. (GRNET.IT). (Prima Pagina News) Sabato 27 Luglio 2019

Carabiniere sparò al ladro, viene assolto. ​Ma l'Arma vuole cacciarlo. I banditi volevano investirlo. Il maresciallo usò legittimamente l'arma. Ma ora rischia la carriera. L'avvocato: "Così i militari hanno paura ad usare la pistola". Giuseppe De Lorenzo, Sabato 10/08/2019, su Il Giornale. Immaginate la scena: un carabiniere rischia di essere investito da banditi che vogliono ucciderlo, tira fuori l'arma, esplode un colpo e subito finisce nel vortice di inchieste, visite mediche, sanzioni, processi. Vicenda già vista. Stavolta però il militare in questione viene assolto dalla magistratura, per aver utilizzato legittimamente la pistola. Bisognerebbe esultare, direte voi. E invece no: perché l'Arma sta pensando di togliergli uniforme e distintivo, in sostanza di licenziarlo. Nonostante l'assoluzione. Non si tratta di una delle classiche barzellette sui carabinieri che si raccontano sotto l'ombrellone per far ridere amici e parenti. Ma dell'assurda storia (vera) di un maresciallo campano in servizio nella Capitale, al secolo Raffaele Russo. Siamo a Roma, in via Ozanam. È il 16 marzo dello scorso anno. Intorno alle 18, una Mini Cooper con a bordo due persone prova a mettere in atto la classica truffa dello specchietto ai danni di un ignaro signore. I carabinieri della Compagnia di Roma San Pietro però li stanno pedinando e li pizzicano con le mani nella marmellata. La dinamica successiva emerge dalle carte dei processi. I militari con la gazzella sbarrano la strada ai malviventi mentre un carabiniere in divisa scende dal mezzo e si piazza "di fronte all'autovettura intimando l'alt". Nel frattempo "il maresciallo Russo" si avvicina "di corsa al veicolo" per dare manforte. Sembra che tutto vada secondo i piani. Ma a un certo punto il conducente effettua "una manovra improvvisa": ingrana la retromarcia, si smarca dal posto di blocco e "innesta immediatamente la prima" tentando "di investire il militare" in divisa. Il primo carabiniere si getta di lato per salvarsi la vita e l'auto continua la sua folle corsa. Sulla traiettoria c'è Russo che sta accorrendo in aiuto del collega. I malviventi lo "puntano" e lui "per evitare di essere investito" si sposta di lato "esplodendo un colpo di arma da fuoco in direzione dell'auto in fuga". Sfortuna vuole che il proiettile finisca contro "una donna e sua figlia che viaggiavano a bordo di uno scooter" nella stessa direzione del malviventi. Come si dice: erano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Tradotto: sfiga. Dopo la corsa in ospedale, il ricovero e le prime paure, le due donne sono fuori pericolo. Nessuna conseguenza grave: hanno pure ritirato la querela inizialmente presentata. Lo stesso non si può dire per il malcapitato carabiniere che ha avuto l'ardire di premere il grilletto. Sette mesi dopo, infatti, il Comandante di Corpo gli ha inflitto una sanzione disciplinare di cinque giorni di consegna di rigore. La più grave delle punizioni militari di corpo. Il motivo? Aver esploso un colpo di pistola "incurante delle specifiche circostanze e condizioni ambientali". Il fatto è che nessun magistrato ha ritenuto necessario processare il militare per uso illegittimo dell'arma o per eccesso di legittima difesa. Anche il giudice militare, su concorde richiesta del pm, ha archiviato il caso, sentenziando che "l'esplosione del colpo possa ricondursi alla necessità di vincere una resistenza o respingere una violenza nell'adempimento del dovere". Cioè, il carabiniere aveva tutto il diritto di sparare. In fondo i testimoni giurano che se Russo "non si fosse spostato, sarebbe stato sicuramente investito o arrotato dal veicolo in fuga". Tanto che il malvivente alla giuda dell'auto è stato poi condannato per tentato omicidio del maresciallo. Ci si aspetterebbe un finale del tipo "tutti vissero felici e contenti". Ma non è così. La sanzione disciplinare rischia infatti di interrompere la carriera militare di Russo. Il carabiniere ha fatto richiesta di ammissione al servizio permanente, ma il Comando Generale gli ha comunicato che "sta valutando di non accoglierla" proprio per colpa di quei cinque giorni di rigore e della valutazione caratteristica assegnatagli dai superiori. Una beffa: i magistrati ti assolvono e l'Arma ti punisce. Secondo il Comando, il militare non avrebbe "sufficiente affidabilità" e poi ci sarebbe quel giudizio valutativo "inferiore alla media" redatto dai superiori - guarda caso - nel periodo che comprende il fattaccio. "Russo è risultato tra i migliori del suo corso di Marescialli - spiega però l'avvocato Giorgio Carta che lo difende - e il comandante di compagnia dove adesso fa servizio ha dato parere positivo al suo passaggio al servizio permanente". Perché allora cacciarlo? La vicenda fa tornare la mente quanto successo nei giorni scorsi a Mario Rega Cerciello. Il vicebrigadiere è stato ucciso da 11 coltellate eppure né lui né il collega hanno usato la pistola. Il comandante provinciale dei carabinieri ha spiegato che "se Varriale avesse usato l'arma sarebbe stato indagato". E infatti è così: se non spari sei morto, se lo fai (come nel caso del maresciallo Russo) passi le pene dell'inferno. "Le forze dell’ordine italiane sono terrorizzate dall'eventualità di usare le armi - insiste Carta - Questi episodi possono dissuadere dall'uso della pistola che, invece, è data in dotazione proprio per essere estratta in casi come quello di Russo, ove ricorra la necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’Autorità, come dice l’art. 53 del codice penale". Il rischio è che alla fine i militari escano in strada "con le armi spuntate". La Beretta meglio tenerla nella fondina. "In Italia siamo arrivati all'assurdo che molti poliziotti mi dicono di preferire una violenza piuttosto che tirare fuori l'arma. Se spari, vieni probabilmente indagato, eventualmente processato e, magari, fai la fine del maresciallo Russo. Il guaio è che pure i malviventi lo sanno e questo li spinge ad essere più aggressivi di quanto sarebbero con le polizie di altri Paesi. Sanno di non rischiare la vita, né una risposta armata dei tutori dell’ordine". Un paradosso.

La follia del partito anti polizia: vietare agli agenti di difendersi. Le forze dell'ordine arrestano i criminali, ma spesso e volentieri questi tornano in libertà. E ormai i poliziotti temono di essere perseguiti se si difendono dagli attacchi. Pina Francone, Lunedì 05/08/2019, su Il Giornale. "I miei colleghi temono meno le rapine a mano armata che gli avvisi di garanzia se osano sparare. I giudici hanno una visione ideologica". È lo sfogo amaro e significato di Gianni Tonelli, ex segretario generale del sindacato autonomo di polizia, che per anni ha portato avanti le cause degli agenti, difendendo i loro diritti e il loro lavoro. Diritti e lavoro che i poliziotti sentono talvolta calpestati dalla (in)giustizia italiana, che spesso e volentieri rilascia i criminali arrestati dagli stessi uomini in divisa – di fatto rendendo vani i loro sforzi sul campo – e che non di rado indaga sul comportamento in servizio degli stessi, paventando possibili eccessi di difesa durante gli inseguimenti e i faccia a faccia con i malviventi, specialmente in caso di scontri a fuoco. "Il partito dell'anti polizia vorrebbe impedire agli agenti di difendersi", riporta LaVerità, che dà voce anche allo sfogo di un ex poliziotto: "In Italia, oggi, un agente rischia anche solo a chiedere un documento". Insomma, una frase emblematica che racconta di come si sentano i tutori della legge: condannati a difendere con il proprio corpo in prima linea un sistema che, invece, non li tutela. E che, per di più, dà anche l'impressione che i delinquenti riescano a farla franca in tanti-troppi casi e che per questo agiscano forti di un senso di impunità che non fa altro che far proliferare la criminalità. Il quotidiano riporta anche un altro sfogo, che un uomo di polizia condiviso in una chat di gruppo su un'applicazione di messaggistica: "Ma allora noi agenti che cosa ci facciamo ancora in strada? A correre, al freddo, a rischiare la pelle…". E come lui, a quanto pare, se lo chiedono molti che indossano una divisa.

Il killer scappa? Vietato sparargli. Ecco l'assurda regola italiana. Il collega del carabiniere morto non ha aperto il fuoco. L'Arma: "Ora sarebbe indagato". Il bandito ha diritto di scappare? Giuseppe De Lorenzo, Giovedì 01/08/2019, su Il Giornale. Quella maledetta notte né Mario Rega Cerciello né Andre Varriale hanno avuto "la possibilità di utilizzare le armi". Il brigadiere perché la pistola l'aveva lasciata "nell'armadietto in caserma". L'altro carabiniere perché "sopraffatto" da Gabriel Christian Natale Hjorth. L'agguato dei due americani è stato repentino, violento. È durato meno di 20 secondi: la lama ha trafitto 11 volte Cerciello, ha trapassato intestino, stomaco e colon. Le grida di Mario, la concitazione, la fuga. Varriale non ha estratto l'arma e non ha sparato ai due americani in fuga. Un bene, in questo strano assurdo Paese. Visto che altrimenti avrebbe rischiato l'incriminazione, un processo e forse una condanna. Durante la conferenza stampa di ieri, il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Francesco Gargaro, ha scelto la via della trasparenza. Anche della polemica, in alcuni passaggi. E ha tenuto a precisare che sì, Varriale non ha estratto la pistola (che aveva con sé) non solo perché "la sua principale preoccupazione era quella di aiutare il collega". Ma anche perché "non avrebbe potuto sparare a un soggetto in fuga altrimenti sarebbe stato indagato per un reato grave". E di esempi ne esistono a bizzeffe. Uno in particolare sembra collimare (quasi) alla perfezione con il tragico omicidio di Rega. Nel 2015, a Ostra Vetere, una pattuglia nota un'auto sospetta (rubata e segnalata in alcuni furti) ferma sul ciglio della strada. I militari accostano, il comandante si avvicina e accende la torcia. Sorpreso, il bandito preme sull'acceleratore e fugge a tutta velocità a fari spenti. In quel momento, Mirco Basconi, carabiniere di 41 anni rimasto vicino alla gazzella, fa alcuni passi in avanti sulla strada e esplode quattro colpi di pistola. Tutti diretti verso le ruote dell'auto dei fuggitivi. Un proiettile rimbalza sull'asfalto, rompe il lunotto posteriore e trapassa il cranio di Korab Xheta. Una fatalità, direte. Vero. Ma è costata al povero militare una doppia condanna: la prima a un anno di reclusione, la seconda in appello a sette mesi e 10 giorni. Bella fregatura. Basconi continua a ripetere ai giudici (ed ha presentato ricorso in Cassazione) di aver utilizzato legittimamente la pistola. Ma le toghe non la pensano allo stesso modo: il carabiniere è stato dichiarato colpevole di omicidio colposo per l'uso "imprudente" delle armi. Il militare infatti poteva sparare solo "per respingere una violenza" o per "vincere una resistenza", ma non per bloccare dei fuggitivi. Quei banditi se la davano a gambe levate per "evitare esclusivamente l'arresto", fatto che non giustifica la risposta armata. In sostanza, visto che in quel momento non c'era "l'esigenza di contrastare violenza in corso da parte dei malviventi" né "di arrestare una fuga pericolosa per l'incolumità propria o altrui", il carabiniere non poteva premere il grilletto. I banditi stavano solo cercando di "sottrarsi all'arresto", quindi niente armi. Ora, i due casi si somigliano. Almeno in parte. Anche a Roma gli americani sono scappati. In linea teorica Varriale avrebbe potuto sparare nel momento in cui Elder accoltellava Cerciello, ma probabilmente non mentre i due correvano verso l'hotel (dove poi sono stati arrestati). La legge infatti differenzia la "resistenza attiva" da quella "passiva" (la fuga). E le regole sono chiare: l'uso dell'arma "può ritenersi legittimo soltanto in caso di resistenza attiva o di resistenza passiva effettuata con modalità tali che mettano a repentaglio l'incolumità altrui". In sostanza, ai banditi che scappano si può sparare solo se la loro fuga "determina rischi e pericoli per altre persone" (es: l'auto potrebbe investire persone in piazza). Altrimenti a prevalere è il maggiore valore della vita rispetto all'adempimento del dovere di fermare un assassino. Quello che sarebbe da valutare, quindi, è se due giovani che se la svignano a piedi (armati) siano o meno un pericolo "per l'incolumità di altre persone". A dire il vero, la legge considera legittimo l'uso dell'arma di ordinanza anche se il militare si trova a dover impedire alcuni reati, tra cui la strage, l'omicidio volontario, la rapina a mano armata e il sequestro di persona. I due americani hanno ammazzato Rega, ma non lo stavano facendo mentre fuggivano. Quindi anche in questo caso sparargli alle spalle sarebbe forse stato un uso illegittimo della pistola. Certo, tutti i procedimenti giudiziari sono diversi. E così anche i giudici che li valutano. Ma è indubbio che se Varriale avesse fatto fuoco "alzo zero" e magari ammazzato Elder o Natale sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati. E avrebbe passato le pene dell'inferno in Tribunale. Rischiando magari pure la condanna.

Magistratura Democratica: "Salvini? Rischio ritorsioni". Magistratura Democratica adesso va all'attacco di Salvini sul caso del carabiniere che ha bendato l'assassino di Mario Cerciello Rega. Angelo Scarano, Lunedì 29/07/2019 su Il Giornale. Magistratura Democratica mette nel mirino il carabiniere che ha bendato il ragazzo americano che ha ucciso un carabiniere a coltellate a Roma. Le toghe della corrente "rossa" non risparmiano critiche nemmeno al ministro degli Interni, Matteo Salvini, che ha sottolineato un punto chiaro: l'unica vittima di questa vicenda è il militare morto. "È preoccupante constatare che, attraverso le parole del ministro dell’Interno, si banalizzi il rispetto delle garanzie e si finisca per accreditare pericolose distorsioni e che ancora una volta, la politica possa trarre motivi di propaganda da una terribile vicenda per indire un grottesco referendum all’insegna del con chi stare". In una nota le toghe di Md di fatto non usano giri di parole e richiamano ai diritti impressi nella Costituzione: "La magistratura - si legge nella nota di Md - sta sempre dalla parte dei valori costituzionali dello Stato di diritto e la giurisdizione deve restare un baluardo insuperabile a difesa dei diritti di tutte le persone e di tutela delle garanzie e dei principi del giusto processo. Compito di tutta la comunità dei giuristi di questo Paese - conclude la nota di Md - è quello di far comprendere oggi alla collettività che sul rispetto diritti e delle garanzie si misurano la qualità e l’effettività di un ordinamento democratico". Insomma le "toghe rosse" di fatto i magistrati della corrente di sinistra mettono nel mirino il militare che avrebbe violato le norme della Carta costituzionale: "Chiunque, anche l’autore del più grave dei delitti, preso in carico da rappresentanti dello Stato, deve ricevere un trattamento che ne tuteli la dignità e i diritti. Le garanzie previste in uno Stato di diritto non conoscono eccezioni e chi ha il monopolio legale dell’uso della forza non può abusarne in alcun modo. L’articolo 13 della nostra Costituzione fa di queste garanzie l’argine invalicabile posto a tutela delle persone sottoposte a restrizione della libertà". Poi i magistrati puntano il dito contro la politica e tra le righe mettono ancora nel mirino il titolare del Viminale che a loro dire avrebbe usato questa vicenda per fini di propaganda: "Ancora una volta, la politica possa trarre motivi di propaganda da una terribile vicenda per indire un grottesco referendum all’insegna del con chi stare". Infine Magistratura Democratica sottolinea il ruolo delle toghe nel rispetto della Costituzione: "La magistratura - si legge nella nota di Md - sta sempre dalla parte dei valori costituzionali dello Stato di diritto e la giurisdizione deve restare un baluardo insuperabile a difesa dei diritti di tutte le persone e di tutela delle garanzie e dei principi del giusto processo. Compito di tutta la comunità dei giuristi di questo Paese - conclude la nota di Md - è quello di far comprendere oggi alla collettività che sul rispetto diritti e delle garanzie si misurano la qualità e l’effettività di un ordinamento democratico". Insomma il caso della benda farà ancora discutere. Intanto oggi migliaia di persone hanno dato l'ultimo saluto a un carabiniere morto a soli 35 anni mentre faceva il suo lavoro. 

Aggredisce gli agenti, il giudice: "È richiedente asilo, liberatelo". Sentenza shock  a Monza: un nigeriano ha ottenuto attenuanti e sospensione della pena per il suo status. Scoppia l'ira del Siap. Angelo Scarano, Lunedì 29/07/2019, su Il Giornale. Un'altra decisione che farà certamente discutere. La sentenza del Tribunale di Monza a carico di un cittadino nigeriano di 29 anni che ha aggredito due agenti di polizia è destinata a suscitare polemiche. I giudici infatti, pur avendo condannato l'immigrato per direttissima a una anno di reclusione, hanno sospeso la pena e hanno concesso tutte le attenuanti generiche perché il nigeriano è un richiedente asilo. Qualche tempo fa, l'immigrato di fatto aveva aggredito tre donne nordafricane, atri cinque nigeriani e poi, per finire si era scagliato con violenza contro gli agenti di polizia. Il nigeriano, durante i controlli era stato anche trovato in possesso di marijuana. Ma tutto ciò non è bastato per dare il via ad una condanna pesante. Secondo i giudici l'immigrato ha diritto alle attenuanti generiche grazie anche "alle precarie condizioni di vita in quanto in attesa del riconoscimento dell'asilo politico". A rivelare l'esito della condanna è il sindacato di Polizia del Siap che è già sul piede di guerra chiedendo più tutele per gli agenti che tutti i giorni rischiano la vita per garantire la sicurezza. Ed è il segretario del Siap, Giuseppe Tiani che afferma: "Rimaniamo basiti per la sentenza emessa dal Tribunale di Monza. L’uomo ha precedenti di Polizia per rapina, aggressione a pubblico ufficiale e violenza sessuale. Per dovere e per cultura riconosciamo e rispettiamo le sentenze della giustizia italiana, ma decisioni di questo tipo non aiutano il nostro personale che quotidianamente interviene per garantire la sicurezza della cittadinanza". Parole dure che sottolineano come le forze dell'ordine di sentano impotenti davanti ad alcune sentenze che nella sostanza vanificano il loro lavoro e per di più rappresentano un precedente per chi decide di attaccare in modo violento una divisa. E su questo punto è intervenuto, anche in modo deciso, l'assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, Riccardo De Corato: "Tutta la mia solidarietà e la mia vicinanza agli uomini e alle donne delle Forze dell’Ordine che, oltre a rischiare le loro vite tutti i giorni per difendere i cittadini italiani e garantire la nostra sicurezza, sono anche costretti ad assistere a sentenze di questo tipo. Sappiamo che uno dei principali problemi legati al rapporto tra agenti e giudici, è la scarsa severità con cui i magistrati, spesso e volentieri, trattano delinquenti che la Polizia arresta per reati minori. Quello che verrebbe da domandarsi di fronte a fatti simili, è se alcuni magistrati siano più dalla parte dei servitori dello stato oppure dei colpevoli di reato". Di certo dopo l'omicidio di Cerciello Rega, il carabiniere colpito con ben 11 coltellate e ucciso a Roma, l'attenzione sulle sentenze che riguardano aggressioni subite da uomini delle forze dell'ordine è alta. E una decisione di questo tipo, come quella maturata all'interno del Tribunale di Monza, accenderà ancora di più le polemiche su una giustizia che a volte mette da parte i servitori dello Stato per tutelare un richiedente asilo.

"Questa non è giustizia". L'ira di Salvini contro i giudici buonisti. Ennesimo caso di malagiustizia. Aggredisce due agenti ma non viene incarcerato perché richiedente asilo. Non è la prima volta che i giudici riconoscono attenuanti del genere. E a farne le spese sono le vittime. Fabio Franchini, mercoledì 31/07/2019, su Il Giornale. Ha aggredito tre donne nordafricane, poi cinque nigeriani e anche due agenti di polizia, per un totale di dieci persone. Infine, durante la perquisizione, è stato trovato in possesso di quaranta grammi di hashish. Ciò nonostante, il Tribunale di Monza, pur avendolo o condannato per direttissima a un anno di reclusione, gli ha sospeso la pena, concedendogli tutte le attenuanti generiche. Perché? Perché il violento nigeriano è un richiedente asilo. Insomma, i giudici parlano di "precarie condizioni di vita in quanto in attesa del riconoscimento dell'asilo politico" e quindi gli sospendono la pena. Già, proprio così: lo status di rifugiato gli ha evitato di scontare i dodici mesi della condanna in cella. E fa niente se è pure recidivo: l'extracomunitario 29enne in questione, infatti, ha pure precedenti per rapina, aggressione a pubblico ufficiale e violenza sessuale. Una decisione, questa delle toghe monzesi, che ha fatto sbottare, prima, il sindacato di polizia Siap (che si è detto basito per la sentenza) e, poi, Matteo Salvini. Il ministro dell'Interno ha infatti commentato la vicenda su Twitter con un laconico quanto amaro "Se questa è giustizia… Io sto con le forze dell'ordine". Forze dell'ordine che hanno fermato l'africano nella notte di venerdì a Sesto San Giovanni, dopo che aveva dato in escandescenza e ferito al volto una donna con una bottiglia di vetro. Dunque la colluttazione con i poliziotti e il ritrovamento del quantitativo di droga, della quale è spacciatore. Ma tutto questo, come detto, non è bastato alle toghe per incarcerarlo. E non è neanche la prima volta che capita un caso simile, anzi.

I precedenti. Eclatante – e frustrante per le forze di polizia – è stato il caso dell'agosto 2018, quando il Tribunale di Milano ha scarcerato un immigrato del Gambia spacciatore e con precedenti penali perché proprio la vendita dalla droga era la sua unica fonte di sostentamento. Insomma, i magistrati rimisero in libertà il pusher perché proprio con lo spaccio si manteneva. Un paradosso che è fulgido esempio di uno dei tanti-troppo cortocircuiti della giustizia italiana e che anche in quel caso il ministro dell’Interno criticò aspramente: "Roba da matti. Un immigrato del Gambia, con precedenti penali, beccato a spacciare morte, è stato scarcerato perché per i giudici del tribunale di Milano: 'Vendere droga è la sua sola fonte di sostentamento'. Poverino... Nell’Italia che ho in mente io chi sbaglia deve pagare, fino all’ultimo giorno! E se sei un richiedente asilo, torni direttamente da dove sei venuto. Chiedo troppo?". Sempre lo scorso agosto un 28enne del Burkina Faso, con regolare permesso di soggiorno e con precedenti, aggredì l'autista di un autobus del trasporto pubblico a Pordenone, accoltellando anche un carabiniere intervenuto per sedare la rissa. "Ma per qualche buonista questo sarà senz'altro un reato lieve...#tolleranzazero", l'allore commento alla vicenda del titolare del Viminale. L'immigrato era stato fermato e processato un mese prima, patteggiando una condanna a 9 mesi e venendo però subito liberato. Infine, impossibile non citare "Madame Furto", la ladra rom Vasvija Husic, liberata e riarrestata per l'ennesima volta in dodici anni perché madre di undici bambini. Una borseggiatrice seriale di 33 anni attivissima nelle metro di Roma che ha accumulato condanne su condanne per 25 anni di carcere, mai scontati perché costantemente incinta. Ed è proprio la gravidanza – o meglio, le gravidanze una in fila all'altra – lo stratagemma adottato da diverse malviventi rom per farla franca. Giusto qualche settimane fa "Madame Furto" era stata nuovamente arrestata e liberata, perché in stato interessante, facendo sbottare così il leader del Carroccio: "Questa maledetta ladra in carcere per trent’anni, messa in condizione di non avere più figli, e i suoi poveri bimbi dati in adozione a famiglie perbene. Punto".

Picchia un poliziotto: "È profugo, niente cella". Pena sospesa a un nigeriano perché è un richiedente asilo. Alessandro Sallusti, Martedì 30/07/2019 su Il Giornale. Strano Paese. C'è una professoressa che festeggia su Facebook la morte di un carabiniere ucciso con dodici coltellate, ci sono i giornali che processano i carabinieri per aver bendato l'assassino di uno di loro invertendo i ruoli di vittime e carnefici. E ci sono - è notizia di ieri - giudici che non mandano in carcere uno che ha menato dei poliziotti perché «essendo profugo» ha diritto alle attenuanti e a rimanere a piede libero. Carabinieri e poliziotti come carne da macello. Se non hanno il rispetto dei professori cui è demandata l'educazione dei nostri figli, degli opinionisti che dovrebbero indirizzare il sentire dell'opinione pubblica e dei magistrati che agiscono «nel nome del popolo italiano» perché mai delinquenti e spacciatori dovrebbero fermarsi a un loro alt. Il politicamente corretto sta distruggendo anche una delle poche cose - le nostre forze dell'ordine - che al netto delle inevitabili mele marce, immancabili in ogni ambito, resistevano pur se a fatica al degrado delle istituzioni. Non sto dicendo che se un carabiniere sbaglia non debba pagare. Dico che ci vogliono pesi corretti nel valutare le vicende. In quella di cui stiamo parlando, la benda agli occhi di un sospettato di omicidio è questione marginale. E mi meraviglia che tra chi la pone invece, non senza enfasi retorica, come prioritaria per «una questione di civiltà» ci sia anche chi rivendica il diritto di sparare a vista al primo che varca non autorizzato una sua proprietà. Le forze dell'ordine devono comportarsi civilmente, è ovvio. Ma per favore, non facciamo i moralisti: fare la guerra ai cattivi è un lavoro «sangue e merda» (come Rino Formica diceva della politica) non fioretto e galateo. Se poi il «sangue» è quello reale di un tuo fratello d'armi ci sta che ti vada alla testa e ti faccia non torturare ma bendare per un attimo un arrestato senza apparente motivazione logica. E puniamolo 'sto carabiniere bendatore, così saziamo la sete di giustizia dei pantofolari garantisti con gli assassini ma non con lui. Però vorrei altrettanta severità con chi ai carabinieri e ai poliziotti gli sputa e gli mena, a maggior ragione se parliamo di un ospite non desiderato ma in qualche modo mantenuto. Il comandante generale dei Carabinieri ieri ha chiesto di non sferrare la dodicesima coltellata di questa vicenda. Non parlava ai delinquenti ma a tutti noi assetati di sangue mediatico. Ascoltiamo.

Da Libero Quotidiano il 30 luglio 2019. Franco Maccari, vice presidente nazionale del sindacato di polizia Fsp, è stato immortalato con una benda sugli occhi e un coltello insanguinato. È questa la protesta choc che ha lanciato nel giorno dei funerali del vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega e all'indomani delle polemiche per la foto di uno dei due ragazzi americani, indagati per l'omicidio del carabiniere a Roma, bendato in caserma. Maccari si dice stufo della piega presa dal dibattito: "La questione della benda - dice all'Adnkronos - prende il sopravvento sulla morte del vicebrigadiere, sulla discussione sulla sicurezza e sui sistemi di sicurezza inesistenti. Parliamo invece dei 16 cm di lama con il quale è stato ucciso il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega". Il vice presidente nazionale del sindacato di polizia Fsp se la prende contro gli "pseudo giornalisti che aizzano i lettori e gli ascoltatori per una innocua benda", contro gli "pseudo politici e politicanti che usano strumentalmente e vigliaccamente le morti di servitori dello Stato, scambiati sempre come servi, incapaci di dare strumenti di difesa". Maccari se la prende anche contro "pseudo insegnanti con retaggi post sessantottini di scuole che dovrebbero formare i giovani e che invece sanno solo urlare nelle piazze insulti e minacce ai servitori dello Stato o trasformarsi in leoni da tastiera per sfogare le proprie frustrazioni e rabbie". Ma l'invettiva di Maccari non finisce qui e nel mirino delle sue critiche ci sono anche gli "pseudo amministratori che si preoccupano di erigere cippi e intitolare strade" invece di "ricordare con simboli veri e intitolati a persone che siano stati un esempio per tutti e per le generazioni future". Il sindacalista della Polizia ha parole di sdegno anche per gli "pseudo magistrati" e "pseudo comandi generali o direzioni centrali che mentre stringono mani con i loro massimi rappresentanti raccogliendo la vera passione e umanità degli uomini e donne che si sono loro avvicinati, con la stessa mano vergano comunicati in cui scaricano subito i propri servitori prima ancora di accertare eventuali e non strumentali responsabilità".

Carabiniere ucciso, PNFD: “Forze Ordine siano dotate di antitaglio e pistola Taser”. Calabria7.it il 27 Luglio 2019. “Non una, nemmeno due… ma otto coltellate! Ad espressione della violenza inaudita scagliata contro le Forze dell’Ordine. Cosi è morto Mario! Un carabiniere, il vice brigadiere Mario Rega Cerciello, di 35 anni e insieme a lui è come se tutto il nostro stesso Paese fosse stato pugnalato al cuore. Ancora una volta siamo costretti ad assistere ad un attacco ai servitori dello Stato – perché questi sono i poliziotti e carabinieri, dei servitori dello Stato. E’ ora di dire basta, chiediamo con vigore che lo Stato assuma accorgimenti immediati e duri contro questi attacchi inauditi, chiediamo che il gravoso, impegnativo e stancante lavoro quotidiano delle forze di Polizia sia tutelato così come le Forze di Polizia tutelano e garantiscono ogni giorno la sicurezza di milioni di cittadini! Lo sostiene a gran voce Ettore Allotta Segretario Generale Provinciale Polizia N.F.D. sindacato della Polizia Di Stato. Ci troviamo davanti ad “una tragedia che ha colpito tutti, per la particolare efferatezza del delitto. Questi vigliacchi devono pagarla cara devono subire la “certezza della pena” e non si tratta di farlo perché stranieri, potevano essere italiani, ma perché non se ne può più di questa violenza” – è quanto afferma nella sua nota Ettore Allotta. Da tempo, lo stesso Allotta chiede con determinazione attraverso innumerevoli appelli che il lavoro degli uomini in divisa sia garantito e assistito mediante dotazione agli stessi operanti di ogni strumento utile a combattere il crimine e per difendersi nelle situazioni di maggior complessità. Dotazione – che non può più essere procrastinata – del Taser (che consente all’operatore di riuscire a neutralizzare i criminali soprattutto se armati ed esagitati) e dei giubbotti antitaglio. – Da tempo si aveva la paura e la brutta sensazione che potesse arrivare il momento di “piangere” qualche Collega per via di questi attacchi e così è stato! E’ arrivato il momento di cogliere fino in fondo la pericolosità del lavoro che svolgono, giornalmente, le forze dell’ordine mandati spesso allo sbaraglio! Nel nostro Paese – è inutile far finta di nulla – l’immigrazione e la criminalità intesa sia organizzata che come delinquenza occasionale è ormai fuori controllo e i continui sbarchi che avvengono sulle coste italiane è praticamente certo consegnino al territorio italiano non solo profughi che hanno davvero bisogno di assistenza ma anche veri e propri delinquenti. Gli Agenti delle Forze dell’Ordine operano a tutela dei cittadini e agiscono anche per salvaguardare la vita dei Politici, dei Ministri, dei Deputati, dei Senatori e di conseguenza quest’ultimi devono in fretta legiferare per dare sicurezza – con leggi apposite, severe che prevedano la certezza della pena – agli agenti delle Forze dell’Ordine. Il Sindacato P.N.F.D. – Polizia di Stato esprime la solidarietà all’Arma dei Carabinieri e alle forze dell’Ordine tutte, profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia del militare barbaramente e vigliaccamente ucciso. Nessuno potrà restituirlo alla famiglia, nessuno potrà restituirgli lo splendido futuro che aveva davanti, strappatogli via dalla furia omicida di due bestie ma proprio al fine di evitare che si ripetano questi accadimenti è necessario consentire alle Forze dell’Ordine di poter agire difendendosi dalle aggressioni mediante la dotazione anche di giubbotti antitaglio e della pistola Taser. Con questa dotazione oggi non saremmo qui a dibattere sulla morte di un giovane Collega. Lo Stato ci pensi bene! Il cittadino non ne può più! Le Forze dell’Ordine non ne possono più di andare a lavorare con l’incertezza di sapere se torneranno a casa dai propri cari. Con la paura di non sapere se qualcuno gli strapperà via il futuro. Se non sarà garantita la sicurezza agli operatori delle Forze dell’Ordine da parte dello Stato, lo Stato stesso rischierà di essere complice di questi omicidi assurdi.”

Capitano Ultimo contro Nistri. È battaglia a colpi di querele. Il Dubbio l'1 Agosto 2019. L’uomo che arrestò il capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina, ieri si è dimesso da presidente del sindacato dei carabinieri. Volano gli stracci a viale Romania. Da un lato, il Sim ( Sindacato italiano militari) che accusa il Comando generale dell’Arma dei carabinieri di «comportamento antisindacale», in quanto impedirebbe «lo svolgimento di qualsiasi attività all’interno delle caserme, arrecando un grave danno economico al sindacato, limitando le iscrizioni». Dall’altro, il comandante generale, Giovanni Nistri, che denuncia alla Procura militare il presidente dello stesso Sim, il colonnello Sergio De Caprio, alias “capitano Ultimo” per diffamazione aggravata.

Polemica social. Oggetto del contendere, un sondaggio lanciato sul profilo Facebook di Ultimo nelle scorse settimane allorquando il Ministero dell’interno decise di revocare la scorta all’ufficiale che arrestò Totò Riina. «Tra Carabinieri – il testo del post ritenuto diffamatorio da Nistri – ci stavamo chiedendo, ma un comandante generale che delega la sicurezza del capitano Ultimo al prefetto è ancora un comandante militare?». Queste le possibili risposte: «si è un vero comandante» – «no è un funzionario». A contorno, due fotografie del generale, una in divisa e l’altra in abiti civili. Il provvedimento di revoca della scorta, impugnato da Ultimo, venne poi annullato dal Tar Lazio. «Il Comando generale – si legge in una nota di Ultimo – ha avviato una serie di attività repressive dell’attività sindacale avvalendosi in maniera impropria dell’azione disciplinare e dell’azione penale militare; in particolare impedendomi, come presidente del Sim, l’esercizio del diritto- dovere di critica sindacale nei confronti di Nistri.

Poche tessere per il sindacato. L’apertura del sindacato all’interno dell’Arma, dopo la sentenza della Consulta, non è stata fino ad oggi particolarmente apprezzata. Deludendo le aspettative di chi attendeva da anni questo momento, sono stati pochi i carabinieri che hanno deciso di tesserarsi. I motivi sono vari. Fra questi, l’approccio molto “militare” e poco “sindacale” alle istanze del personale. Una linea poco incisiva che sarebbe alla base delle dimissioni, di cui si è avuta ieri notizia, di Ultimo dalla carica di presidente. Contattato dal Dubbio, l’ormai ex presidente del Sim ha preferito non commentare, limitandosi ad un laconico «andiamo avanti». Più loquace il segretario generale aggiunto del Sim, Massimiliano Zetti, che al sito d’informazione militare “grnet”, ha spiegato i motivi dell’abbandono di Ultimo. «Credo – spiega Zetti – lo abbia fatto in dissenso con la linea “timida” tenuta della Segreteria nazionale nei confronti delle battaglie da intraprendere contro le posizioni di chiusura espresse dal Comando generale dell’Arma. Avrebbe voluto – prosegue organizzare sit- in di protesta, riunioni nelle caserme, ma i vertici dell’Arma lo hanno sempre impedito e su questa linea ha trovato anche il dissenso della maggioranza della Segreteria». «Credo si sia perso lo spirito che animava tutti noi carabinieri il 2 febbraio 2019, quando a Roma nacque il primo sindacato militare, il Sim», ha quindi concluso.

Antonello Piroso per “la Verità” il 4 agosto 2019. Il carabiniere che, a capo di un manipolo di valorosi, catturò il capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina. Il comandante - così chiamato dai suoi uomini - che, «senza tesi precostituite, ma solo svolgendo le normali attività di indagine di competenza», come sottolinea con puntiglio, ha messo nel mirino già nel 1988 la Duomo connection (una rete di affettuose amicizie tra politici, imprenditori e mafiosi all' ombra della Madonnina), quindi Finmeccanica, Ior e Cpl Concordia, diventando a sua volta bersaglio della Lega e del Pd, e che ha picconato il famoso processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia - «che non c' è mai stata, è un' invenzione costruita su invenzioni» - occupandosi di Massimo Ciancimino, icona dell' antimafia di Antonio Ingroia e millantatore conclamato. L' investigatore geniale e sopraffino che, senza volto, scelse il nome di battaglia di Ultimo perché «in un mondo in cui tutti volevano primeggiare, io volevo servire». Insomma: il colonnello Sergio De Caprio - oggi parcheggiato al comando carabinieri forestali, dopo essere stato mandato nei Ros, poi al Noe, il Nucleo operativo ecologico, all' Aise (i servizi segreti), come un pacco ingombrante di cui non ci si riesce a disfare - è stato appena querelato per diffamazione aggravata. Dal comandante generale dell' Arma, il generale Giovanni Nistri. A sua volta Ultimo, in quanto presidente del Sim (il sindacato dei carabinieri, carica da cui si è contestualmente dimesso), ha promosso un' azione legale nei confronti di Nistri per «abuso d' ufficio e attività antisindacale». Quando è uscito il libro scritto da Pino Corrias, Fermate il capitano Ultimo!, siamo rimasti in parola di fare un' intervista per La Verità per ripercorrere, attraverso quelle pagine, il suo cursus honorum in termini di inchieste e conseguenti piccole e grandi vessazioni che, per questo, lui e i «suoi» carabinieri si sono ritrovati a patire (senza alcun tipo di vittimismo da parte loro, va doverosamente aggiunto). Se non che, nel momento in cui abbiamo stabilito di vederci, insieme alla notizia delle querela è purtroppo arrivata quella dell' omicidio di Mario Cerciello Rega.

Che riflessioni ha maturato su questo tragico episodio?

«Che è morto un giovane servitore dello Stato, sposato da poco, in modo atroce e per una concatenazione di eventi su cui si deve fare il massimo di chiarezza, come è doveroso per ogni fattispecie criminale».

Il generale Nistri, al funerale, ha invitato a non infliggergli, riferendosi (almeno così mi è parso di capire) a dubbi e illazioni che aleggiano, un' ulteriore «coltellata».

«Per questo è opportuno che l' inchiesta proceda celermente, senza lasciare ambigue zone d' ombra. Però mi consenta un' osservazione: perché, a indagini in corso, far filtrare la notizia che l' arma di ordinanza è stata ritrovata nel suo armadietto in caserma, aggiungendo "e il motivo del perché fosse lì lo sa solo lui"? Non solo. Perché sostenere che i due carabinieri "non immaginavano di trovare una persona con un coltello di 18 centimetri e di essere aggrediti quando si qualificavano come carabinieri"?».

Lei intende dire che potrebbe apparire un modo obliquo di porre in capo a Cerciello e al suo collega la responsabilità di non aver osservato correttamente le procedure?

«È una sua valutazione. Io non intendo nulla. Mi fermo e soffermo su quello che leggo. Tra cui l' ipotesi di "violata consegna", che è un reato, come la giurisprudenza insegna, contro il servizio: si realizza nel momento in cui non vengono osservate le regole e le disposizioni ricevute. Ma chi avrebbe fatto, o non fatto, cosa? Loro due? O altri? E come? Quando? Al momento non si sa, quindi credo sarebbe doveroso non alimentare, magari involontariamente, suggestioni o dietrologie "intossicanti"».

Per via della querela presentata dal generale Nistri, lei rischia una pena fino a tre anni di carcere militare.

«Ne sono consapevole. Ma io non ho sollevato una polemica ad personam: mai mi sono permesso e mai lo farò. Il problema che intendevo segnalare era come sempre di metodo e di sostanza, e su un piano generale: nel momento in cui la sicurezza di un carabiniere è messa a rischio, può questa essere delegata a un prefetto?».

Nel caso concreto c' entrava la decisione di revocare la sua, di scorta. Per iniziativa del prefetto di Roma, Paola Basilone.

«A cui ho chiesto chiarimenti, ma il prefetto ha preferito scrivere al comando provinciale sostenendo che la mia domanda non poteva essere accolta per ragioni di opportunità. Quali? Mai sapute. Da responsabile della mia scorta, me la toglie ma non mi dice perché. Singolare, no? Come se la mia sicurezza non dovesse riguardarmi».

Tornando a Nistri. Lei su Facebook ha chiesto se chi si era rimesso alla decisione del prefetto poteva essere ancora definito un comandante militare, o non piuttosto «un funzionario». Contestava insomma a Nistri la «neutralità» dell' Arma, un atteggiamento «ponziopilatesco». Nistri le contesta lo spirito e la lettera del suo intervento.

«Ripeto: la questione era di principio, e andava oltre la mia persona. Quanto alla denuncia, sono un militare il cui attaccamento alla divisa e all' istituzione non credo possa essere messo in dubbio da alcuno. Ma proprio per questo attendo le decisioni della Procura militare. Di più non posso e non voglio aggiungere».

Nel frattempo, la scorta le è stata riassegnata, per decisione del Tar. Lei invece perché ha denunciato il comandante generale dell' Arma?

«Per aver impedito lo svolgimento di qualsiasi attività sindacale all' interno delle caserme, anche a seguito di specifiche richieste della nostra associazione, con una condotta di fatto manifestamente antisindacale, con conseguente grave danno economico, che a mio avviso deve trovare un giusto risarcimento in sede civile, per via degli oggettivi ostacoli alle iscrizioni».

Non è la prima volta che lei si ritroverà sul banco degli imputati. È successo a Palermo, per un' accusa infamante: favoreggiamento della mafia.Il bello è: dopo la cattura di Totò, U Curtu, Riina.

«Piroso, lei dieci anni fa in tv disse: "In America un investigatore che avesse messo le manette al ricercato numero uno sarebbe stato portato alla Casa Bianca per una foto e un encomio del presidente. Da noi invece lo abbiamo trascinato in tribunale". Dell' onorificenza non mi è mai importato nulla...».

Tanto da rifiutare il titolo di Cavaliere della Repubblica che il presidente, Sergio Mattarella, le ha conferito.

«Non potevo accettare quel titolo perché non fa parte dei miei valori, della cultura dell' umiltà che peraltro ho condiviso con i miei uomini. Il carabiniere lo si fa al servizio della gente. Naturalmente, ho ringraziato con deferenza il capo dello Stato, esprimendogli la mia ammirazione per la sua persona e la vicinanza per come ha affrontato il dolore di un affetto strappato con tale violenza alla vita: il fratello Piersanti Mattarella, ucciso dalla mafia».

Tornando al suo processo, quello che mi stupì fu che la Procura di Palermo, dopo l' assoluzione in primo grado, non impugnò la sentenza in appello.

«Forse perché aveva scoperto che il teorema non stava in piedi. Del resto, è agli atti che subito dopo l' arresto ci fu una riunione alla presenza del dottor Gian Carlo Caselli, fresco di nomina come capo della Procura di Palermo. A chi, anche ufficiali dell' Arma, sosteneva la necessità di entrare subito nel "covo", opposi i miei argomenti contrari, a fini investigativi, che Caselli condivise. Posso aggiungere una considerazione ex post?».

Prego.

«Ma se in quella casa c' erano così tanti documenti compromettenti per politica, governo, magistratura, com' è che nessuno negli anni li ha tirati fuori, e Riina e Provenzano sono morti in carcere?».

Per Finmeccanica, un' azienda strategica per difesa e sicurezza, l' hanno accusata di aver inferto un colpo agli interessi dell' Italia, con l' arresto dell' ex amministratore delegato, Giuseppe Orsi (sponsorizzato dal leghista Roberto Maroni): nel 2019 è stato assolto in via definitiva dall' accusa di corruzione internazionale e di false fatturazioni.

«Partimmo da un traffico di rifiuti, perché nel 2000 ero stato dirottato al Noe, il Nucleo operativo ecologico. S' indaga, informando il superiore gerarchico e il magistrato, così come vuole la legge, e non ci si preoccupa delle conseguenze patrimoniali o delle carriere. Una volta messo il raccolto in cascina, dopo aver visto, ascoltato, documentato, consegniamo tutto ai magistrati. Sono loro che devono decidere se chiedere il rinvio a giudizio, il resto accade nei processi».

La Lega l'ha accusata di averla danneggiata, con l'arresto del tesoriere, Francesco Belsito, espulso dalla Lega nel 2012 per lo scandalo dei rimborsi elettorali.

«C'era la pista per cui la Lega investiva i soldi dei rimborsi elettorali comprando diamanti. "Attenzioniamo" Belsito. Salta fuori di tutto. Al telefono Belsito commenta sconsolato con la segretaria di Umberto Bossi: "Questi neanche i caffè si pagano". Raccogliamo e consegniamo tutta l' informativa ai magistrati Roberto Pellicano e Alfredo Robledo della Procura di Milano».

Stessa accusa da sinistra, dalla galassia del Pd, per Cpl Concordia, la più potente tra le cooperative rosse.

«Stavamo seguendo la pista dei rifiuti, quindi delle risorse energetiche, la metanizzazione, e scopriamo che c' era chi potendo fare business, il suo giro d' affari l' aveva ceduto a costo zero alla Cpl Concordia che poi in Campania si metteva d' accordo con il clan camorristico dei Casalesi».

Altra accusa. Ha tramato contro Matteo Renzi. Per l' affare Consip.

«Affare, come lo chiama lei, di cui non mi sono mai occupato. E in più: mai occupato di, o indagato su, o parlato di Renzi o i suoi familiari. Quando sono stato messo sapientemente in mezzo, per alzare un gran bel polverone mediatico, ho chiesto un dibattito pubblico con tutti coloro che mi accusavano di essere un "esagitato eversore golpista". Non si è fatto avanti nessuno».

Renzi continua a pensare a un complotto.

«Credo gli serva per raccontarsi che in fondo, se ha perso il referendum, la responsabilità del suo fallimento politico non è sua. Ma appunto di noi carabinieri "infedeli". Invece, dovrei essere io a lamentarmi di essere finito in un tritacarne, per cui nell' agosto del 2015 il comandante generale, Tullio Del Sette, con un ordine di servizio di cinque righe, mi toglie tutte le funzioni operative di polizia giudiziaria: niente più indagini, per nessuna Procura».

Adesso è lei a vedere complotti.

«È così poco vero che a confermare che l' obiettivo era quello di estromettermi è stato il generale Sergio Pascali, ex comandante del Noe, che interrogato dai giudici romani ha ammesso: "Mi era stato chiesto di regolare De Caprio"».

Il 3 settembre alla Casa famiglia che ha aperto sulla via Prenestina, a Roma, sede dell' Associazione volontari capitano Ultimo...

«E dove non molto tempo fa è stata fatta trovare una macchina in fiamme, siamo stati noi ad avvertire i carabinieri di zona, se è stato un caso o un messaggio prima o poi lo si capirà...».

Proprio qui ricorderete il generale Dalla Chiesa.

«L' ho visto una volta sola, in accademia. Ci fece lezione, poi ci invitò a pranzo e ci disse: "Vogliate bene ai vostri comandanti e ai vostri colleghi". Disse proprio così, altro che "governare il personale", come spiegavano le giacche blu, i burocrati. Per questo, catturato Riina, lo abbiamo fotografato e appeso sotto la sua foto: era la mia promessa di giustizia. Aveva vinto Dalla Chiesa, aveva vinto lo Stato».

SI NASCONDONO VERITA’ INCONFESSABILI DIETRO L’OMICIDIO CERCIELLO? ANDREA GARIBALDI per professione reporter.eu il 12 agosto 2019. L’uccisione a Roma del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, nelle prime ore di venerdì 26 luglio, è un evento pieno di insegnamenti per i giornalisti. Non clamorosa, né fuori dal comune, questa è la storia di cronaca più confusa, pasticciata, incredibile degli ultimi anni. I giornalisti hanno lavorato, nel complesso, con impegno e costanza, ma hanno commesso alcuni errori, tratti in inganno dalle fonti ufficiali e non ufficiali. Su questi errori può essere utile riflettere. Per la prossima volta. La storia ancora è piena di buchi e stanze vuote. Che i giornalisti dovrebbero e potrebbero provare a riempire. C’è sempre un po’ di reverenza e di timore quando la cronaca riguarda da vicino le forze dell’ordine. E c’è il rischio della prepotenza da parte delle forze dell’ordine stesse. Tutto è cominciato nel peggiore dei modi. Il delitto avviene intorno alle 3 del mattino. Le prime notizie su quanto è accaduto vengono comunicate ai cittadini pochi minuti prima delle 9. Dunque, i comandi dei carabinieri ed eventualmente i responsabili politici da cui dipendono, hanno circa sei ore di tempo per reperire informazioni, comprendere, valutare, soppesare. Al limite, confezionare. Tutto questo non sembra venga effettuato con molta perizia, né molta cura. Ore 8 e 30 minuti, il sito Infodifesa, “Portale di informazione per il comparto sicurezza e difesa”, mette online la notizia del delitto con l’accenno alla responsabilità di “due soggetti nordafricani”. Ore 8 e 59 minuti, l’Ansa batte la notizia dell’uccisione del vicebrigadiere: “Dalle prime informazioni -si legge in questo primo take- sembra sia stato colpito da un uomo, probabilmente nordafricano”. L’agenzia viene letta in diretta a Unomattina dal giornalista Roberto Poletti, un milione di telespettatori apprendono la tragedia e l’identikit dei supposti (quasi certi) colpevoli. Dieci minuti dopo, stessa agenzia: “E’ caccia a due uomini, probabilmente africani”. Adnkronos dice invece che il collega dell’ucciso “poteva morire anche lui, e si è salvato per caso e perché ha reagito alla violenza dell’altro magrebino”. Fin qui le fonti sono nebulose, riservate, non citate. Ma alle 9,11 la Legione Carabinieri Lazio, Comando provinciale di Roma, emette finalmente un comunicato stampa ufficiale: “Un vice brigadiere dei Carabinieri è deceduto, in servizio, questa notte, a Roma dopo essere stato accoltellato da un individuo, probabilmente un cittadino africano…”. Il sito del Corriere della Sera scrive che uno dei due ricercati ha “un accento straniero, probabilmente nordafricano”, il Giornale parla di “balordo straniero”, Libero di “una belva nordafricana”, Il Messaggero annuncia la “caccia a due nordafricani”. La Verità pubblica un video in cui il giornalista Mario Giordano parla dei due sospettati nordafricani e ottiene 30mila visualizzazioni. Il Secolo d’Italia, diretto da Francesco Storace, titola: “Nordafricani ammazzano a coltellate carabiniere a Roma”: 10 mila condivisioni. Alle 12,47 la pagina Facebook Puntato, “l’App degli operatori di polizia”, annuncia la cattura di 4 nordafricani, tre cittadini di origini marocchine e uno di origini algerine, con tanto di foto segnaletiche e occhi coperti (per la privacy). Si tratta dell’account di una app privata, ma agganciata al sito della polizia, amministrata da due carabinieri in servizio, con 181 mila followers. In poco tempo su Twitter spuntano le schede segnaletiche dei quattro presunti sospetti, non oscurate, con nome, cognome, e informazioni su domicilio e genitori. Un’altra pagina facebook, “Soli non siamo nulla. Uniti saremo tutto”, ripubblica la foto di Puntato con la didascalia: “Ora lasciateli a noi colleghi ed al popolo, faremo noi giustizia”. Unico amministratore della pagina, V.G., da 27 anni agente della Guardia di Finanza, già candidato in una lista civica in lizza per le comunali di Monte Romano, in provincia di Viterbo. Sulla sua pagina Facebook, fra l’altro, una bandiera di Casapound con lo slogan #NoIusSoli e diverse immagini di Benito Mussolini. La rivista Wired contatta la Guardia di Finanza che conferma di “aver attivato urgenti approfondimenti sulla vicenda” e che eventuali responsabilità saranno trasmesse all’autorità giudiziaria. Nessuno ne sa più nulla, né chiede lumi alla Guardia di Finanza.

Prima riflessione, quindi: nessuna fonte si può prendere per buona senza almeno citarla. I carabinieri hanno diffuso una notizia falsa e agenzie e giornali, in gran parte, hanno riprodotto quella notizia, quasi sempre senza neanche usare il condizionale. L’Associazione Carta di Roma ha subito ricordato che gli organi di stampa aderenti alla Federazione nazionale della Stampa hanno sottoscritto la Carta di Roma, il cui terzo principio recita: “Evitare la diffusione di informazioni imprecise sommarie e riflettere sul danno arrecato da comportamenti superficiali e non corretti, che possano suscitare allarmi ingiustificati…”. Inoltre, sempre secondo Carta di Roma, la nazionalità di un criminale si indica di solito solo se è fondamentale alla comprensione della notizia e, soprattutto, non andrebbe usata se non si è sicuri. Col senno del dopo, si può notare come sia inspiegabile la prima notizia data dai carabinieri sull’identità “nordafricana”. Erano passate sei ore dal delitto, c’era un carabiniere testimone oculare che aveva ben visto le caratteristiche bianche e bionde degli aggressori. La fretta e la paura di restare indietro rispetto ai concorrenti hanno impedito a molti organi di informazione di rispettare le norme, il buon senso, la cautela, il rispetto. Senza chiedere nessuna scusa quando, nel primo pomeriggio di venerdì 26 luglio l’identità statunitense dei due accusati diventa palese. Per dare la notizia e usare la massima trasparenza sarebbe stato giusto citare il comunicato della Legione dei carabinieri come fonte, lasciare a loro la giusta responsabilità.

Il secondo punto oscuro, poco approfondito, riguarda Andrea Varriale, il carabiniere sopravvissuto, e presente in ogni passaggio. Inviato dai superiori, assieme a Cerciello Rega, a recuperare dai due americani lo zainetto sottratto a Sergio Brugiatelli. Brugiatelli aveva truffato gli americani facendo acquistare cocaina che non era cocaina. Teste chiave, si potrebbe definire Varriale in un giallo, se questo fosse un giallo e non un tragica realtà. Tanto per cominciare è lo stesso Varriale, secondo i suoi superiori a dire che gli assassini sono “magrebini”. In un secondo momento aggiunge che ha visto un ciuffo biondo (da qui si parlerà di nordafricano con le meches) e un tatuaggio. Si può ragionevolmente ricordare prima di essere aggredito e sopraffatto da due africani e poco tempo dopo ricordare un ciuffo biondo? “Si è confuso, era in stato di choc”, spiega il comandante provinciale dei carabinieri Francesco Gargaro. Lo stesso Varriale non aiuta il collega e non usa la pistola d’ordinanza, annientato dall’americano non armato di coltello. Gargaro: “E’ stato preso alla sprovvista. E comunque non è fisicamente grosso”. Ma non dovrebbe almeno essere addestrato a situazioni del genere? La sua pistola, dopo i fatti, gli è stata tolta e messa in sicurezza. A quali accertamenti sarà sottoposta, visto che non sarebbe stata usata? Senza dubbio, i giornalisti non dovrebbero far svanire nel nulla il personaggio Varriale. A quali compiti ora è stato destinato? Cosa ha da raccontare ancora? Ci sono carabinieri fuori servizio della stazione Farnese, in piazza Mastai, prima dell’appuntamento mortale. La stazione Farnese non è competente su Trastevere, c’è la stazione Trastevere. I carabinieri sostengono che quattro carabinieri, fra i quali il maresciallo Sansone, della stazione Farnese erano andati a mangiare una pizza e intervengono mentre lo spacciatore Pompei, contattato da Brugiatelli consegna la finta droga a uno degli americani. Poi, - secondo il racconto di Pompei ai pm -arrivano due carabinieri in moto, in borghese, poi un’altra pattuglia di Monteverde con un auto. E Varriale, in servizio in borghese, chiamato da Sansone. Pompei prova a dire: “Io so’ amico delle guardie”, ma c’è concitazione e Pompei molla il pacco con la droga, mentre Brugiatelli e l’americano scappano. La droga si rivela prima aspirina e poi diventa, nelle cronache, tachipirina. Ma -a quanto pare- il pacco viene lasciato dai carabinieri sul posto e nessuna perizia viene effettuata su questa sostanza. Pompei viene lasciato andare. Andrebbe chiesto conto ai carabinieri di questa circostanza e delle notizie diverse che vengono fatte filtrare. Andrebbero citate le fonti di tutte queste contrastanti informazioni.

Il 30 luglio, durante la conferenza stampa di carabinieri e procura, il comandante provinciale Gargaro dice che “nel luogo dove è avvenuta l’aggressione purtroppo non c’erano telecamere”. Ma il 26 luglio era “trapelato” che erano stati sequestrati i video delle telecamere di piazza Mastai, a Trastevere, quelle interne ed esterne all’hotel Meridien dove alloggiavano gli accusati, quelle della gioielleria Ghera di via Federico Cesi e quelle della filiale Unicredit sul luogo dove è avvenuta la colluttazione”. Il primo agosto esce la notizia che “la telecamera della banca era fuori uso”. Ma fonti della banca il 26 luglio avevano comunicato l’acquisizione dei filmati delle telecamere da parte del reparto operativo dei carabinieri e della prima squadra del nucleo radiomobile. La gip Chiara Gallo nella sua ordinanza a scrive: “Attraverso l’analisi delle immagini dei sistemi di video sorveglianza presenti sui luoghi in cui si sono svolti gli eventi (ovvero in piazza Mastai e in via Cossa, angolo via Cesi) è stato possibile individuare le persone coinvolte”. Anche di questo bisognerebbe chiedere conto.

Secondo alcune ricostruzioni, Cerciello è anche lui già in piazza Mastai, quando viene consegnata la finta cocaina. Ma secondo la maggioranza delle altre ricostruzioni, l’apparizione di Cerciello Rega avverrebbe dopo la consegna. Brugiatelli chiama il 112 perché gli americani, fuggendo, gli hanno sottratto lo zaino. La centrale -secondo informazioni pubblicate - prima manda una pattuglia in divisa in piazza Mastai, poi convoca Cerciello e lo incarica assieme a Varriale del recupero. A supporto, in Prati, vengono inviate -secondo informazioni pubblicate senza fonte- due pattuglie. Oppure quattro. Nessuna comunque interviene a difendere Cerciello dall’aggressione.

Cerciello -apprenderemo cinque giorni dopo il delitto- va all’appuntamento con gli americani senza pistola. “Solo lui sa perché”, dice il comandante Gargaro. Davvero incomprensibile. Come è incomprensibile che i due militari non lascino andare Brugiatelli all’incontro, appostandosi per sorprendere gli americani sul fatto, come si fa di solito in queste occasioni.

Uno dei due indagati statunitensi, Gabriel Natale Hjort, viene portato negli uffici del nucleo investigativo dei carabinieri in via Inselci e qui bendato. E fotografato. E la foto viene resa pubblica. Chi lo ha bendato? Chi lo ha fotografato? Chi c’era nella stanza dove avviene tutto questo? Secondo notizie pubblicate anche qui ci sono carabinieri della stazione Farnese. Onnipresenti su ogni luogo della vicenda, pur non essendo mai competenti per zona. Chi diffonde la foto all’esterno della caserma? Due sono i carabinieri indagati, uno per abuso d’ufficio e uno per rivelazione di segreto d’ufficio. Chi ha fatto la foto -fa sapere la Procura- potrebbe anche averla diffusa. Nessun nome reso pubblico, nessun dettaglio sul provvedimento nei riguardi degli indagati reso pubblico. I giornali dovrebbero esigere di sapere. O di sapere perché non si può sapere.

C’è stato e continua ad esserci un lavoro incessante di molti colleghi su questo mistero. Ma le notizie non sono precise. Spesso appaiono poco credibili, scarsamente attendibili. In molti casi non viene citata la fonte. Probabilmente perchè molte fonti non si possono citare. In un caso così complicato e confuso, ancora più del solito. Però si può ipotizzare che le fonti non citabili siano avvelenate e che quindi sia meglio non utilizzarle. Non si dovrebbero dare per certe, senza condizionali e senza citare la fonte, notizie di provenienza dubbia, incerta, che potrebbero essere diffuse per interessi slegati dall’accertamento dei fatti. Il lavoro dei giornalisti, quando è così difficile avvicinarsi alla verità, dovrebbe soprattutto consistere nel mettere in luce i lati oscuri, nel continuare a fare domande. Il quadro d’insieme della vicenda, molti giorni dopo l’evento tragico, resta assolutamente oscuro, inspiegabile. Perchè tutta questa confusione? L’unico motivo valido sembra la volontà di coprire realtà inconfessabili. Quali? L’unico che ha provato a gettare obliquamente luce, con metodo allusivo, è il sito Dagospia, che ha semplicemente pubblicato un articolo del febbraio 2016 su quattro carabinieri in servizio presso il nucleo investigativo di via Inselci arrestati: si appropriavano della droga sequestrata e la rivendevano, lasciando che gli spacciatori continuassero la loro attività, in cambio di informazioni. Arrestati anche 5 spacciatori e confidenti dei militari. Nessuna relazione palese con la vicenda attuale, una semplice, perfida, giustapposizione. Un giornalismo più rigoroso dovrebbe lavorare sulle piazze dello spaccio di Trastevere, raccogliere informazioni sull’attività delle forze dell’ordine in zona. Continuare senza requie. Cercare di capire. Evitare -come vogliono istituzioni e persone interessate all’oblio- che tutto vada a chiudersi in un polveroso cassetto. Una faccenda non chiarita, per un giornalista, non è mai chiusa.

L'OMICIDIO CERCIELLO E L’HOTEL DEI MISTERI. Rory Cappelli per la Repubblica il 5 settembre 2019. Lunedì scorso i carabinieri sono nuovamente tornati per un sopralluogo nella stanza 109 dell' hotel Le Meridien Visconti, in Prati. Quella occupata dai due ventenni americani - Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth - accusati dell' omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 luglio scorso all' angolo tra via Federico Cesi e via Pietro Cossa. La camera è ancora sotto sequestro: «Si, i carabinieri sono stati qui lunedì » dicono all' albergo. « In quell' occasione sono nuovamente saliti nella stanza che ancora non è disponibile. Pattuglie di carabinieri vengono però ogni giorno » continuano. « Non si sa perché, né è chiaro cosa vengano a fare: ma è così da quando è stato scoperto che i due indagati per il delitto soggiornavano da noi». Lo stesso raccontano i portieri degli stabili che si trovano di fronte all' ingresso dell' hotel: «Li vediamo ogni giorno» spiegano. I due ragazzi si trovano in carceri diversi: Natale Hjorth a Regina Coeli, Finnegan Lee Elder a Rebibbia. Chi li ha visti racconta di due persone molto provate: Finn Elder si trova in quell' area del carcere di Rebibbia dove sono confinati i reclusi in stato di difficoltà psichica. Proprio nella zona in cui domenica scorsa un detenuto ha dato fuoco a un materasso costringendo all' evacuazione. Elder è in isolamento, anche perché, spiegano, sarebbe sbagliato metterlo tra i detenuti comuni, non parla italiano ed è ancora frastornato per quello che è successo. Natale Hjorth, invece, è stato incontrato a Ferragosto dai radicali che, come ogni anno in quella data, visitano 72 penitenziari italiani, tra cui Rebibbia e, appunto, Regina Coeli. «A San Francisco forse non sarei in carcere: sarei uscito su cauzione », avrebbe detto in quell'occasione. Il ragazzo è uno dei 1020 detenuti del complesso carcerario che potrebbe ospitarne un massimo di 616. Nella notte dell' omicidio sotto la pensilina della Unicredit dormiva, come sempre, un senza tetto straniero, che nella prima parte della serata stazionava insieme ad altri amici proprio di fronte alla farmacia e al luogo del delitto, seduto su un portafiori vuoto da tempo, bevendo e fumando. Per poi, tra cartoni e un vecchio zaino, addormentarsi al riparo della banca. «Ma non ho visto e sentito niente» dice, un po' impaurito. «Dormire per strada significa anche riuscire a isolarsi dal mondo esterno, non " udire" più nulla, perché altrimenti la vita diventerebbe impossibile ». Ormai però l' uomo sotto la pensilina non si vede più e neanche i suoi amici. Qualcuno si è spostato più in là, nessuno parla. L' uccisione del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega avvenne alle 3.12 di notte. I due ragazzi erano stati a Trastevere, dove erano entrati in contatto con Sergio Brugiatelli che si era offerto di mediare un acquisto di 80 euro di cocaina. Nel momento della consegna della droga, però, alcuni militari in borghese avevano tentato di bloccarli. ed Elder e Hjorth erano scappati portandosi dietro lo zaino del " mediatore". Brugiatelli - che nello zaino aveva documenti e cellulare - aveva poi chiamato il proprio numero di telefono. Gli aveva risposto Natale Hjorth chiedendo, per la restituzione dello zaino, 100 euro e cocaina e dandogli appuntamento nei pressi dell' albergo, all' angolo tra via Cesi e via Cossa. Alle 3.12, però, all' appuntamento si erano presentati i due carabinieri. Ne era nata una colluttazione ed Elder aveva tirato fuori un Ka-bar, un coltello da Marine. E con questo aveva colpito 11 volte Cerciello Rega. Ancora non sono noti i risultati dell' autopsia e l' esame sui vestiti indossati quella notte dal vicebrigadiere: dovrebbero chiarire la dinamica dell' accoltellamento. Elder Lee ha infatti sempre sostenuto che si sia trattato di legittima difesa.

Cerciello e il collega erano in bermuda, senza pistola e senza tesserino. Pubblicato venerdì, 06 settembre 2019 da Tgcom24. Continuano le indagini sull'omicidio di Mario Cerciello Rega, il vicebrigadiere dei carabinieri ucciso il 26 luglio a Roma. Indagati sono gli americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, attualmente in carcere. Molti sono i dubbi su quanto accaduto quella notte e gli ultimi dettagli emersi non danno risposte chiare. Andrea Varriale, collega di Cerciello, ha ammesso che i due erano in borghese, in bermuda, disarmati e senza tesserino.Secondo quanto riporta Open, Varriale avrebbe ammesso al procurale reggente: "Anche la mia pistola era nell’armadietto. Eravamo in borghese con bermuda e maglietta, l’arma si sarebbe vista". Questo racconto smonterebbe quindi la tesi secondo la quale i carabinieri si sarebbero qualificati prima di presentarsi ai giovani statunitensi. I due non sarebbero stati neanche in possesso delle manette. Da quanto sta emergendo, Cerciello indossava solamente un marsupio in cui c'erano chiavi, una banconota, alcune monete e delle carte da gioco. Un nuovo video - Agli atti delle indagini risulta anche un nuovo video che copre il "buco" di 24 minuti intercorso dal momento in cui Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth escono dall'albergo dove alloggiavano fino all'appuntamento che avevano preso con Sergio Brugiatelli, l'intermediario del pusher a cui volevano restituire lo zaino sottratto a Trastevere alcune ore prima. Il filmato mostra i due ragazzi muoversi nervosamente, passando più volte davanti a un bar. Non è invece ripresa la fase della colluttazione conclusasi con l'omicidio di Cerciello da parte di Elder che aveva con sé un coltello a lama lunga.

La morte di Cerciello, anche il suo collega  non aveva la pistola. Pubblicato giovedì, 05 settembre 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. La sera dell’omicidio del brigadiere Mario Cerciello Rega, anche il suo collega Andrea Varriale non aveva la pistola. All’appuntamento con i due ragazzi americani che dovevano restituire lo zaino rubato al mediatore dei pusher in cambio di 100 euro, sono andati entrambi disarmati. È il nuovo clamoroso dettaglio emerso dall’indagine sul delitto — avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 luglio nel quartiere Prati a Roma — che continua ad essere segnata da misteri e punti oscuri. Non è l’unico. Gli atti dell’inchiesta contro Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder sembrano dimostrare che Cerciello Rega non avesse neanche il tesserino identificativo che secondo Varriale sarebbe stato mostrato ai giovani prima dell’accoltellamento. Avvalorando così l’ipotesi già formulata pochi giorni dopo l’aggressione, che fosse fuori servizio. Si torna dunque a quella sera quando i due americani vengono agganciati a Trastevere da Sergio Brugiatelli che si offre di accompagnarli da alcuni spacciatori nordafricani per acquistare cocaina. Poco dopo i ragazzi si accorgono di aver speso 80 euro ma di aver ricevuto due pasticche di tachipirina e per ripicca si portano via lo zaino che l’uomo aveva lasciato su una panchina. Ed è proprio per tentare di recuperare quello zaino che Brugiatelli si rivolge ai carabinieri e accetta di incontrare Elder e Natale Hjorth che gli avevano chiesto in cambio un grammo di cocaina e 100 euro. Al termine di una trattativa durata oltre due ore sale sull’auto «civile» dei carabinieri. Quattro giorni dopo il delitto il comandante provinciale di Roma aveva svelato che Cerciello Rega aveva lasciato la pistola nell’armadietto in caserma. Ma non era stata fornita alcuna spiegazione sul motivo per cui — mentre il suo amico veniva colpito con 11 coltellate e moriva dissanguato — Varriale non avesse reagito sparando almeno un colpo in aria. E di fronte ai magistrati coordinati dal procuratore reggente Michele Prestipino, Varriale è stato costretto ad ammettere: «Anche la mia pistola era nell’armadietto. Eravamo in borghese con bermuda e maglietta e l’arma si sarebbe vista». Una versione che appare incredibile, perché c’è una circolare firmata dal Capo della polizia Franco Gabrielli che obbliga tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine a girare armati. E in ogni caso non si comprende come mai, nel momento di andare all’appuntamento concordato, non abbiano deciso di prendere le armi. In realtà a leggere il verbale delle cose sequestrate sul luogo dell’omicidio emergono altre stranezze. L’elenco degli oggetti trovati accanto al corpo di Cerciello Rega comprende infatti «un marsupio che all’interno aveva alcune chiavi, un mazzo di carte, due banconote, alcune monete e un cellulare». Nessuna traccia delle «placche» o di tesserini che Varriale racconta di aver mostrato ai due ragazzi e che avrebbero scatenato la reazione di Elder. In vista dell’udienza di fronte al tribunale del Riesame prevista per il 16 settembre, i magistrati hanno depositato le informative dei carabinieri dalle quali emerge il recupero di numerosi video girati dalle telecamere della zona che mostrerebbero gli americani mentre «cercano un luogo dove appostarsi per attendere l’arrivo di Brugiatelli». Gli avvocati della difesa sostengono invece che l’appuntamento era in una strada diversa e i ragazzi sono stati sorpresi di essere avvicinati da due sconosciuti e di aver reagito pensando a un’aggressione. Versioni opposte per una verità sul delitto ancora lontana.

Gli ultimi istanti del carabiniere eroe. Pubblicato venerdì, 06 settembre 2019 da Il Tempo. e ultime parole del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega prima di morire, la drammatica telefonata del collega Andrea Varriale alla centrale operativa, la concitazione, la paura, l’errore sul numero civico, la pattuglia che non li trova e nel frattempo il sangue del carabiniere accoltellato da 11 fendenti che scorre a fiotti, mentre il compagno cerca di tamponargli le ferite con la sua maglietta. C’è tutto questo nell’informativa dei militari del Nucleo investigativo di via In Selci, depositata al Tribunale del Riesame di Roma che il prossimo 16 settembre dovrà pronunciarsi sull’esigenza cautelare in carcere per l’americano Christian Gabriel Natale Hjort, accusato di concorso in omicidio insieme al connazionale Finnegan Lee Elder (colui che materialmente ha ammesso di aver sferrato le coltellate). Gli inquirenti forniscono le prove per «sfatare» una serie di presunti dubbi sulla dinamica dei fatti, circolati nei giorni successivi al delitto. Innanzitutto, dall’ordine di servizio del 26 luglio scorso della stazione di piazza Farnese, emerge chiaramente che Cerciello Rega e Varriale erano in servizio di pattugliamento in abiti borghesi da mezzanotte alle sei del mattino. Che il primo aveva lasciato la sua pistola d’ordinanza in caserma, proprio perché quel genere di servizio sotto copertura prevede così. Varriale, invece, l’aveva portata con sé: non aveva avuto il tempo di usarla e poi l’aveva riconsegnata al posto di polizia dell’ospedale Santo Spirito. Le nuove risultanze acquisite confermano la complicità nell’azione delittuosa del biondino italo-americano, che finora si è sempre smarcato dall’amico, dicendo di non sapere che Elder avesse un coltello in taca. Dalle telecamere di videosorveglianza dell’hotel «Le Meridien Visconti» e degli esercizi commerciali della zona, infatti, si vede Natale Hjorth uscire dall’albergo alcuni minuti prima dell’omicidio, con il cappuccio alzato, «per compiere un vero e proprio sopralluogo»: identificare le telecamere presenti nell’area circostante e individuare il posto migliore dove attirare i carabinieri, oltre a quello più adatto per nascondere la refurtiva. Così facendo, ha dimostrato di essere «ben consapevole delle proprie azioni già nelle fasi di pianificazione dell’agguato». Infatti, questo sopralluogo, ha permesso ai due ragazzi americani di trovare l’unico punto di quella zona poco illuminato e non coperto da sistemi di videosorveglianza. Ma ecco le drammatiche telefonate dopo l’accoltellamento. Varriale alle 3,16, dopo essersi accorto che Cerciello Rega era stato appena ferito, chiama la centrale operativa per chiedere aiuto, mentre cerca di rianimare il collega. «Centrale, centrale, allora, piazza farnese... Vieni qua, vieni più di qua, ti prego vieni più di qua Mario, fermi all'incrocio...»...

Operatore: «Guarda ti sento a tratti, se metti il cellulare vicino alla bocca cortesemente».

Varriale:«Centrale, piazza Farnese... piazza Farnese in alfa charlie».

Operatore: «Addò stai collè?». [TESTO-NERO]Varriale:[/TESTO-NERO] «Zona Prati».

Operatore: «Dove?».

Varriale: «Mario, Mario! Via Pietro Cossa, via Pietro Cossa. Subito un'ambulanza, collega accoltellato, subito. Perde tanto sangue sto tamponando... Mario, oh guardami Mario, Mario guardami... Mario ti prego! Collega accoltellato, collega accoltellato, Mario, Mario, Mario, veloce il 118, veloce, Mario guardami! (...) Mario, oh Mario.. guarda qua, stai tranquillo Mario stai tranquillo, Mario... vi prego volate, vi prego perde un sacco di sangue sto tamponando io, Mario oh, Mario! (...) Dai! Da piazza Cavour arrivate subito, perde un sacco di sangue il collega.. Vi prego, vi prego, collega mi senti?».

Operatore: «Sì, sta arrivando l'ambulanza, è roba di secondi eh, stanno arrivando pure l'ausilio».

Varriale: «Mamma quanto sangue... mannaggia la miseria! Mario, dai, dai, dai che ce la fai!».

Operatore: «Via Pietro Cossa 32, vedono là sul posto».

Varriale: «Dai, collega devono volare. Marioo, dai...».

Operatore: «Ma dove è stato accoltellato?».

Varriale: «Sotto il braccio. Ma perde una cifra di sangue e respira a mala pena... respira a mala pena. Mi sono tolto la maglietta, sto tamponando io. Perde una cifra di sangue! Mario dai, dai, stanno arrivando Mario. Oh stanno arrivando.. dai che stanno arrivando, dai che stanno arrivando, dai che stanno arrivando, compagno mio, oh, oh, eccoli li senti? Dai Mario tranquillo dai, stanno arrivando, ecco li vedi?».

Cerciello: «Sto male, sto male...».

Varriale: «Ehi ehi, l'autoradio, l'autoradio mi sa che non mi ha visto (...) Ohhh (grida) porco diaz ma non mi vedono?».

Operatore: «Ma dimmi dimmi dove li vedi? E li ho visti passare sulla piazza qua».

Dopo pochi minuti, alle 3,22 Varriale richiama la centrale operativa per sollecitare ad inviare al più presto i soccorsi.

Varriale: «C’hanno preso accoltellate sti bastardi».

Operatore:«Ma quelli lì che hai fermato?».

Varriale: «No, li abbiamo fermati c’hanno acco…».

Operatore: «Eh ma dimmelo che li hai fermati no! Ti mando qualcuno!».

Varriale: «Ma che ho fermato che appena li abbiamo fermati c’hanno accoltellato!».

Operatore: «Manna, ma come sei arrivato a via Cicerone da piazza Trilussa?».

Varriale: «Eh, perché l’appuntamento non era lì, era da un’altra parte».

Varriale: «Eh ma dimmelo, chiamami no, ti faccio avvicinare una macchina lì vicino! Vabbè ma come state?».

Varriale: «No Mario sta perdendo un sacco di sangue, ci serve l’ambulanza, via Pietro Cossa».

Operatore: «Via Pietro Cossa ti mando subito l’ambulanza, il civico com’era?».

Varriale: «Civico trentadue».

Operatore: «Mo arrivano le macchine dai, ciao».

Subito dopo l’operatore richiama: «Ma è arrivato qualcuno delle macchine?».

Varriale: «Non è arrivato nessuno, mi passano davanti e non mi vedono».

Operatore: «Ok, dai dai mo ti mando qualcuno, dai ciao ciao».

Carabiniere ucciso, l'urlo di Varriale: "Compagno mio resisti, aiuto perde un sacco di sangue". Ecco la prima drammatica chiamata alla Centrale operativa, dopo l'agguato degli americani e l'accoltellamento di Cerciello Rega. Marco Mensurati e Fabio Tonacci su La Repubblica il 06 settembre 2019. Questa è la prima, drammatica, telefonata del carabiniere Andrea Varriale alla Centrale operativa, subito dopo l'aggressione. Sono le 3.16 della notte tra il 25 e il 26 luglio scorso. Il ventenne americano Finnegan Elder Lee ha appena inferto undici coltellate al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega ed è fuggito con l'amico Natale Hjort. Cerciello, che era andato senza pistola all'appuntamento con i due americani per recuperare il borsello di Sergio Brugiatelli,  è a terra. Varriale chiama per chiedere soccorsi. Sia Cerciello che Varriale appartengono alla caserma Farnese. Ecco la trascrizione integrale della telefonata così come appare negli atti dell'indagine.

Varriale: Centrale, centrale, allora, piazza Farnese...

Operatore: Ti sento male eh

V: Vieni qua, vieni più di qua, ti prego vieni più di qua Mario, fermi all'incrocio.

O: Guarda ti sento a tratti, se metti il cellulare vicino alla bocca cortesemente...

V: Centrale, piazza Farnese

O: Addò stai colle', se tu parli

V: Mario! Colle' colle' mi senti?

O: A tratti ti sento

V: zona Prati

O: dove?

V: Mario, Mario! Via Pietro Cossa via Pietro Cossa via Pietro Cossa subito un'ambulanza, collega accoltellato, subito

O: Ok, ok

V: Perde tanto sangue, sto tamponando

O: (rivolgendosi ad altro operatore) Chiama il 118

V: Fa veloce, che perde tanto sangue

O:  (rivolgendosi ad altro operatore) Chiama il 118, via Pietro Cossa, la pattuglia alfa charile Piazza Farnese, hanno accoltellato un collega

V: Mario, oh guardami Mario, Mario guardami...Mario ti prego! Collega accoltellato, collega accoltellato, Mario, Mario, Mario! Veloce il 118, veloce, Mario guardami!

O: Colle' ma tu stai per strada?

V: Sono per strada, per terra

O: Eh, a che altezza, che civico, sta arrivando sia la pattuglia che l'ambulanza, ma a che altezza?

V: 32, civico 32...Mario, oh Mario! Guarda qua, stai tranquillo, Mario, stai tranquillo, Mario...vi prego volate, vi prego perde un sacco di sangue sto tamponando io, Mario oh, Mario, Mario!

O: 32

V: Dai da piazza Cavour arrivate subito, perde un sacco di sangue il collega...guarda perde un sacco di sangue, è stato accoltellato. vi prego, vi prego, collega mi senti?

O: Sì, sta arrivando l'ambulanza è roba di secondi eh, stanno arrivando pure l'ausilio

V: Mamma quanto sangue mannaggia la miseria, Mario, dai dai dai che ce la fai

O: Via Pietro Cossa 32, vedono là sul posto

V: Dai, collega devono volare, Mario, dai!

O: Ma dove è stato accoltellato?

V: Sotto il braccio ma perde una cifra di sangue e respira a mala pena respira a mala pena, mi sono tolto la maglietta sto tamponando io perde una cifra di sangue

O: Sì sì sì, 32

V: Mario dai dai, stanno arrivando Mario oh! Stanno arrivando, dai che stanno arrivando, dai che stanno arrivando, dai che stanno arrivando, compagno mio, eccoli li senti? Dai Mario, tranquillo dai, stanno arrivando, ecco li vedi?

Mario Cerciello Rega: sto male, sto male...

V: Ehi ehi, l'autoradio, l'autoradio mi sa che non mi ha visto

O: Guarda gli sono passati avanti l'autoradio

V: Ohhh (grida) porco diaz ma non mi vedono?

O: Ma dimmi, dimmi, dove li vedi?

V: E li ho visti passare sulla piazza qua

O: Sulla piazza, aspetta ti passo il collega sul primo canale che ce l'hai in diretta aspetta un attimo

V: E dai...

Marco Mensurati e Fabio Tonacci per la Repubblica il 6 settembre 2019.

«Collega accoltellato! Collega accoltellato... Mario, oh guardami, Mario!

Mario ti prego... Sono per strada, per terra, manda un' ambulanza, veloce, perde tanto sangue, mi sono tolto la maglietta e sto tamponando, respira a malapena... Dai Mario, tranquillo dai, stanno arrivando, eccoli li senti? ». Sono le 3.16 di una notte di mezza estate. Sull' asfalto di via Cesi, il vice brigadiere Mario Cerciello Rega sta per morire. Accanto a lui, il collega Andrea Varriale chiama i soccorsi.

I killer sono scappati. La sua voce è quella di un uomo sgomento. La registrazione di questa telefonata, così come ogni altro particolare di quanto accaduto nella notte tra il 25 e il 26 luglio, è ricostruito nell' informativa del Nucleo investigativo dei Carabinieri di via Inselci, depositata alla procura di Roma per il Riesame chiesto dai legali degli americani accusati di omicidio, Gabriel Natale Hjorth (19 anni) e Elder Finnegan Lee (20). È il risultato dell' analisi di trenta telecamere sparse nei tre luoghi chiave della vicenda, dei telefonini (tabulati, chat e celle) dei protagonisti, e delle dichiarazioni dei testimoni. È un documento di duecento pagine, sintesi di un' indagine durata più di un mese e non ancora conclusa, che permette di fare un po' di chiarezza su un caso che ha sconvolto la città e generato molti dubbi. Uno dei quali relativo all' effettiva presenza in servizio di Cerciello Rega, che si presenta in borghese e disarmato all' appuntamento per recuperare il borsello di Sergio Brugiatelli, l' intermediario coi pusher di Trastevere a cui si erano rivolti i due americani. Dubbio che viene sciolto dall' esistenza di un ordine di servizio ufficiale (da mezzanotte alle sei di mattina) e dai video delle telecamere interne della sua caserma, la Farnese.

Il pelato e i polletti. Tutto comincia poco dopo mezzanotte. Varriale, carabiniere di origini napoletane, sta per uscire insieme al compagno Cerciello per il turno anti-spaccio a Trastevere. Da un collega fuori servizio, il maresciallo Mauro D' Ambrosi, viene avvertito che Brugiatelli ha agganciato qualcuno in piazza Trilussa. D' Ambrosi gli invia anche una foto, dove si vedono Natale e Elder e, di spalle, Brugiatelli. « Tenimm sta situazione per le mani...il pelato con i muscoli (Brugiatelli, ndr ) dovrebbe cedere (la droga, ndr ) ». Varriale però non è in zona. «Se dovesse esserci qualche movimento, chiamami subito che arrivam ... caricamm rint a machina a ci purtamm! ». Il pedinamento di D' Ambrosi prosegue fino a Piazza Mastai. Continua a tenere informato Varriale. «Sono due polletti che s' vonn accattà! Stanno chiedendo a tutti quanti. Appena vedo lo scambio cerco di intervenire. So proprio due polli! Ci sta il pelato che secondo me sta facendo da intermediario». L' ingaggio Brugiatelli scorta i due americani fino a Piazza Mastai dove troveranno un amico, Italo Pompei, disposto a vender loro un grammo di cocaina per 80 euro. In realtà, si tratta di una sòla. Pompei allunga a Natale un pezzo di carta con una pillola di tachipirina, poco prima che D' Ambrosi sbuchi alle sue spalle e cerchi di fermarlo. L' americano raccoglie da terra la pillola, la consegna e scappa. Secondo le testimonianze dei militari intervenuti, Natale «era consapevole di essere stato controllato da appartenenti alle forze di polizia in abiti borghesi». Nella fuga i due ragazzi rubano il borsello di Brugiatelli. Che, stando alle carte, non è un informatore: dai tabulati che coprono tutto il 2019 non emerge mai alcun contatto tra lui, Cerciello e Varriale. Né ci sono telefonate tra i due militari e Italo Pompei. Brugiatelli si rivolge comunque a loro, arrivati in Piazza Mastai dopo il mancato acquisto di droga, per denunciare il furto. E saranno sempre Cerciello e Varriale ad occuparsi di recuperare il borsello, su preciso ordine della centrale operativa. «C' è la pattuglia di Monteverde che sta a Piazza Belli - spiega un appuntato a Cerciello alle 2.34 - stanno parlando con una persona a cui hanno rubato la borsa. Gli stanno a chiedere i soldi per farsela ridare, se si combina l' appuntamento ci vai te».

In avanscoperta. L' incontro si fa. I due americani sono tornati al Meridien, il loro albergo nel quartiere Prati. Prima di andare all' appuntamento concordato con Brugiatelli, Natale ha una cosa importante da fare. Deve scegliere il punto giusto per lo scambio. Deve essere un «luogo isolato, non coperto da telecamere, e non frequentato da passanti». Scelgono le parole con cura, gli investigatori che parlano esplicitamente di «sopralluogo» in vista di «un agguato». quasi a indicare una premeditazione. Secondo loro non è un caso che a compiere questo sopralluogo sia Natale. Perché, dicono, è lui la mente, il maschio alfa della coppia. I suoi movimenti sono ricostruiti dall' analisi di quattro telecamere (quelle dell' hotel Meridien, della banca Unicredit, del bar Kiarotti e della gioielleria Ghera). «Natale è uscito da solo dalla stanza numero 109 del Meridien, guardandosi intorno e indossando una felpa nera con cappuccio non calzato». Appena fuori, mette il cappuccio. Cammina verso quello che sarà il teatro dell' agguato (via Cesi) guardandosi attorno «allo scopo di individuare telecamere». Quando arriva di fronte alla parte più isolata della strada si ferma un istante «ruotando il busto» verso il punto più buio. Proprio lì, poco dopo, cadrà Cerciello. Poi torna in hotel. La premonizione in chat Sono passate le tre. Lasciato Brugiatelli in macchina, Cerciello e Varriale vanno verso l' appuntamento. Camminano lungo via Cesi, uno sul marciapiede destro e uno sul marciapiede sinistro. Non si fidano di Brugiatelli e quella situazione evidentemente non gli piace. La notte è immobile, cercano di non fare alcun rumore. Varriale - che sembra essere il più preoccupato dei due - ha una premonizione. Prende il suo telefono e su whatsapp scrive tre messaggini a Cerciello. Il primo alle 03.13: «Stai attento». Il secondo e il terzo, un minuto dopo: «Potrebbe essere un diversivo». «Magari è un altro posto».

64 secondi per morire. Il posto era proprio quello. Da alcuni minuti, inquadrate a loro insaputa dalla telecamera del bar Kiarotti Wine, due ombre sono nascoste dietro una Bmw parcheggiata. Di lì possono controllare la scena. E ora stanno seguendo i movimenti dei due carabinieri. Alle 3.12 (due minuti prima dell' ultimo whatsapp di Varriale a Cerciello) la telecamera della gioielleria Ghera inquadra prima Natale che passa con il telefono in mano, poi Elder, con le mani in tasca. Alle 3.15, passano anche i due carabinieri. Alle 3.16 - un minuto e quattro secondi dopo - la telecamera riprende i due americani che scappano verso l' hotel. Cerciello è a terra, colpito da undici pugnalate.

La confusione. Varriale è disperato. «Ci hanno preso a coltellate, sti bastardi», urla via radio. È a torso nudo, con la camicia tampona il costato del collega moribondo. In questo stato, alla prima pattuglia che arriva, fornisce indicazioni fuorvianti: «Si ricercano due persone di colore marocchini hanno accoltellato il collega», dice la pattuglia via radio alla centrale che a quel punto «non riesce più a comprendere se l' episodio del furto del borsello fosse collegato a quello dell' aggressione». Ma non è l' unica comunicazione strampalata che Varriale, sotto shock, consegna ai colleghi. Dirà che sia lui sia Cerciello erano disarmati. Cosa non vera, perché se in effetti Cerciello aveva inspiegabilmente lasciato l' arma in caserma, lui l' aveva con sé. E questo ad oggi, resta, forse, l' unico vero mistero di questo caso.

Cerciello, la chat tra i due americani e Brugiatelli: “All’appuntamento vieni solo”. Pubblicato venerdì, 06 settembre 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. È l’1,19 della notte tra il 25 e il 26 luglio scorso: l’ultima notte di Mario Cerciello Rega. L’accordo tra i due giovani americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjort e Sergio Brugiatelli prevedeva che all’incontro per lo scambio tra lo zaino rubato e soldi (100 euro), il mediatore dei pusher arrivasse da solo. E invece all’appuntamento in zona Prati si presentano i carabinieri: Cerciello Rega e Andrea Varriale. Entrambi — ora lo sappiamo — senza pistola (e gli atti dell’indagine sembrano dimostrare che Cerciello Rega non avesse nemmeno il tesserino identificativo, avvalorando così l’ipotesi che fosse fuori servizio). E i due ragazzi li aggrediscono. Ecco la chat registrata via Whatsapp che svela i dettagli.

Natale: E poi ti ho detto a incontrarmi a Unicredit

Brugiatelli: E dove sta Unicredit?

Natale: Unicredit è una banca oh… Io ti ho detto, ti ho già detto l’indirizzo non posso darti più informazioni di questo se te non la trovi non è colpa mia

Brugiatelli: La banca dove… vabbè ridimmelo un’altra volta, porco dinci fratè io sto a venì oh io sto a venì lì, te sto a portà i soldi tutto quanto, me lo devi dare te l’indirizzo

Natale: Stai ancora con tuo amico, ti ho detto che devi rivenire da solo

Brugiatelli: Eh io vengo da solo, vengo da solo

Natale: Perché mi passi il telefono al tuo amico

Brugiatelli: Perché l’amico mio è più di Trastevere

Natale: Sento un sacco di voci, dietro che si sentono un sacco di voci, io ti ho detto di venire da solo

Brugiatelli: Ma guarda che io vengo da solo, io vengo da solo non ti preoccupà, però mi devi dire la banca, almeno la banca

Natale: Unicredit via Giuseppe Gioacchino Belli.

La chat si colloca, temporalmente, immediatamente prima dell’aggressione. Ma vale la pena ripercorrere le tappe di quella notte. Anzitutto a quando i due americani vengono agganciati a Trastevere da Sergio Brugiatelli che si offre di accompagnarli da alcuni spacciatori nordafricani per acquistare cocaina. Poco dopo i ragazzi si accorgono di aver speso 80 euro ma di aver ricevuto due pasticche di tachipirina e per ripicca si portano via lo zaino che l’uomo aveva lasciato su una panchina. Ed è proprio per tentare di recuperare quello zaino che Brugiatelli si rivolge ai carabinieri e accetta di incontrare Elder e Natale Hjorth che gli avevano chiesto in cambio un grammo di cocaina e 100 euro. Al termine di una trattativa durata oltre due ore sale sull’auto «civile» dei carabinieri. Quattro giorni dopo il delitto il comandante provinciale di Roma aveva svelato che Cerciello Rega aveva lasciato la pistola nell’armadietto in caserma. Ma non era stata fornita alcuna spiegazione sul motivo per cui — mentre il suo amico veniva colpito con 11 coltellate e moriva dissanguato — Varriale non avesse reagito sparando almeno un colpo in aria. E di fronte ai magistrati coordinati dal procuratore reggente Michele Prestipino, Varriale è stato costretto ad ammettere: «Anche la mia pistola era nell’armadietto. Eravamo in borghese con bermuda e maglietta e l’arma si sarebbe vista». Una versione che appare incredibile, perché c’è una circolare firmata dal Capo della polizia Franco Gabrielli che obbliga tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine a girare armati. E in ogni caso non si comprende come mai, nel momento di andare all’appuntamento concordato, non abbiano deciso di prendere le armi.

Carabiniere ucciso, i 2 mila contatti del pusher con un collega di Cerciello. Pubblicato venerdì, 06 settembre 2019 dai Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Italo Pompei, il pusher del caso Cerciello, aveva un referente tra i carabinieri. È un appuntato con il quale risultano oltre 2.000 contatti in due anni. Lo hanno scoperto gli uomini del Nucleo investigativo dell’Arma nell’ambito dell’indagine su quanto accaduto nella notte tra il 25 e il 26 luglio scorsi, prima dell’aggressione al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso con undici coltellate dal diciannovenne Lee Finnegan Elder mentre era con l’amico Gabriel Natale Hjorth, anche lui accusato di omicidio. E adesso saranno loro a dover verificare la natura di questi rapporti, chiarire come mai fossero così assidui. Si trattava di un confidente?È l’ultimo mistero in una vicenda che continua ad essere segnata da troppi punti oscuri. Anche perché gli atti messi a disposizione degli avvocati difensori svelano le diverse versioni fornite nel tempo da Andrea Varriale, il vicebrigadiere che ha gestito l’operazione e risulta l’unico testimone del delitto. Ma ha mentito su alcuni punti chiave, compresa la nazionalità degli aggressori.

I capi e la pistola. Nel verbale del 28 luglio, di fronte al colonnello Lorenzo D’Aloia che conduce le indagini, Varriale ricostruisce quanto accaduto e dichiara: «Io avevo indosso la pistola di ordinanza e le manette di sicurezza». Nei giorni successivi vengono convocati i carabinieri intervenuti nel quartiere Prati, dove Cerciello è stato ferito a morte. E lo smentiscono. Il 4 agosto il maresciallo Daniele De Nigris afferma: «Ho chiesto testualmente a Varriale se in quel momento fosse armato o dove si trovasse la pistola. Varriale ha risposto “non sono armato, la pistola è in sicurezza in caserma”». Nei giorni successivi vengono ascoltati altri militari e tutti confermano questa versione. Varriale viene dunque sentito dai magistrati coordinati dal procuratore reggente Michele Prestipino e alla fine ammette: «Quella sera quando siamo usciti sia io che Cerciello avevamo in dotazione le manette, ovviamente i tesserini, ma abbiamo lasciato le pistole in caserma proprio in relazione al tipo di servizio che dovevamo fare... Credo di aver già riferito la circostanza anche ai miei superiori gerarchici». È la frase che rimette tutto in discussione: con chi ha parlato? Chi lo sapeva? C’è qualcuno che lo ha sollecitato a mentire?

I due magrebini. Del resto quella sulla pistola non è l’unica bugia raccontata da Varriale. Un’altra la svela l’appuntato Mauro Ecuba, interrogato il 6 agosto, arrivato dopo l’accoltellamento. «Ho chiesto spiegazioni sull’accaduto al carabiniere Varriale e questi mi ha riferito che i responsabili erano due magrebini». In effetti nelle prime ore la notizia diffusa parlava di una donna scippata da due nordafricani. Varriale aveva però ascoltato le telefonate dei due americani con il mediatore dei pusher, Sergio Brugiatelli, che poi accompagnarono all’appuntamento per recuperare lo zaino in cambio di 100 euro. Si è sbagliato o c’erano altre ragioni per accusare due magrebini?

«Vieni solo». La trascrizione della telefonata tra Gabriel Natale Hjort e Sergio Brugiatelli, avvenuta all’1,19, rivela come l’accordo prevedeva che all’incontro per lo scambio il mediatore dei pusher arrivasse da solo. Invece si presentano i carabinieri.

Natale: E poi ti ho detto a incontrarmi a Unicredit

Brugiatelli: E dove sta Unicredit?

Natale: Unicredit è una banca oh… Io ti ho detto, ti ho già detto l’indirizzo non posso darti più informazioni di questo se te non la trovi non è colpa mia

Brugiatelli: La banca dove… vabbè ridimmelo un’altra volta, porco dinci fratè io sto a venì oh io sto a venì lì, te sto a portà i soldi tutto quanto, me lo devi dare te l’indirizzo

Natale: Stai ancora con tuo amico, ti ho detto che devi rivenire da solo

Brugiatelli: Eh io vengo da solo, vengo da solo

Natale: Perché mi passi il telefono al tuo amico

Brugiatelli: Perché l’amico mio è più di Trastevere

Natale: Sento un sacco di voci, dietro che si sentono un sacco di voci, io ti ho detto di venire da solo

Brugiatelli: Ma guarda che io vengo da solo, io vengo da solo non ti preoccupà, però mi devi dire la banca, almeno la banca

Natale: Unicredit via Giuseppe Gioacchino Belli. Secondo i difensori di Natale Hjorth (gli avvocati Francesco Petrelli e Fabio Alonzi) e quelli di Elder (Renato Borzone e Roberto Capra) «i ragazzi si aspettavano una sola persona e hanno reagito quando si sono trovati davanti i due uomini, credendo che fossero spacciatori». Ipotesi basata sul fatto che i due militari indossavano bermuda e magliette, erano disarmati e i loro tesserini non sono stati ritrovati. L’accusa ritiene invece che si trattò di un agguato pianificato e organizzato attraverso veri e propri appostamenti.

Carabiniere ucciso a Roma, legali Elder ritirano l'istanza di scarcerazione. "Non conosciamo ancora il quadro generale" sostiene l'avvocato di uno dei due ragazzi americani accusati per l'uccisione di Mario Cerciello. La procura: "Quadro accusatorio granitico". La Repubblica il 07 settembre 2019. I legali di Finnegan Lee Elder, il giovane americano arrestato a Roma per l'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega avvenuto tra il 25 e il 26 luglio scorsi, hanno ritirato la richiesta di scarcerazione. A riferirlo è l'avvocato del giovane, Renato Borzone. "È evidente che ci sono ancora investigazioni in corso, come quelle sugli abiti del carabiniere o dei ragazzi, e altre che non conosciamo. Il quadro generale manca di elementi, che non consentono un completo esercizio della difesa. Che finora è fondata su una persona che ha mentito - ha sottolineato in riferimento a Varriale, collega di Cerciello. Secondo la Procura, il  quadro accusatorio è "granitico". Spicca il ruolo "carismatico e dominante" di Christian Gabriel Natale Hjort. Dalle carte dell'inchiesta sull'omicidio del vicebrigadiere emergono gli sviluppi investigativi che sembrano delineare, fin nei minimi dettagli, cosa è avvenuto tra Trastevere e Prati quella drammatica notte. Nel documento di oltre 200 pagine depositato in vista dell'udienza davanti al tribunale del Riesame, fissato per il 16 settembre, si afferma che il quadro degli elementi raccolti "rafforza ulteriormente il già granitico quadro accusatorio nei confronti di Natale Hjort, che ha pianificato nei minimi dettagli tutte le fasi della condotta delittuosa posta in essere unitamente a Finnegan Lee Elder (autore delle 11 coltellate ndr) nel corso di quella nottata". Una aggressione durata appena 32 secondi. Una azione fulminea in cui Elder ha sferrato colpi violenti ai fianchi e all'addome del carabiniere. "Ci hanno preso a coltellate 'sti bastardi'", comunica alla Centrale Operativa Andrea Varriale, che quella notte era di pattuglia con Cerciello, pochi minuti dopo la drammatica collutazione. Un racconto ribadito anche ai magistrati il 9 agosto scorso. "Eravamo senza pistola - ha risposto al procuratore Michele Prestipino - quando fai quei tipi di servizio, in borghese, non sai dove nasconderla ma mostrammo il tesserino di riconoscimento e ci qualificammo". Una ricostruzione, che gli inquirenti giudicano credibile, con la quale il carabiniere prova sgombrare i dubbi sulla colluttazione. Un particolare, quello sulla mancata presenza dell'arma, più volte smentito da inquirenti e investigatori durante la prima fase delle indagini. "L'ho lasciata nell'armadietto", ha aggiunto Varriale spiegando che la decisione era legata al fatto che l'attività di controllo delle piazza di spaccio viene svolta in borghese, con un abbigliamento per dare nell'occhio, in particolare durante l'estate, simile a qualsiasi turista in giro per le stradine di Trastevere: maglietta e bermuda. "Per noi è impossibile in questo modo nascondere l'arma", ha puntualizzato Varriale. Per quanto riguarda l'utilizzo del distintivo di riconoscimento Varriale ha assicurato che i due lo hanno mostrato subito ai due giovani americani affermando di "essere carabinieri". Anche su questo punto non sono mancate polemiche e le difese hanno parlato di un "vero e proprio giallo" in quanto nel marsupio di Cerciello sono stati trovate "chiavi, banconote, un cellulare e un mazzo di carte" ma non la placca di riconoscimento. Agli atti anche un video di circa trenta minuti che va a coprire il "buco" di 24 minuti intercorso dal momento in cui i due americani escono dall'albergo dove alloggiavano fino all'appuntamento che avevano preso con Sergio Brugiatelli, l'intermediario del pusher a cui volevano restituire lo zaino sottratto a Trastevere alcune ore prima. I due indagati si sono "scientemente nascosti dietro le autovetture parcheggiate per evitare di essere notati da chi stavano per incontrare. Natale, preoccupato di poter essere scoperti, ha invitato Elder ad abbassarsi, lasciando chiaramente intendere di essere lui a gestire la situazione". Dopo averli individuati "hanno condotto Cerciello e Varriale ad un punto individuato come idoneo in quanto buio e privo di sistemi di videosorveglianza", concludono i carabinieri nell'informativa.

Rory Cappelli per ''la Repubblica - Roma'' l'8 settembre 2019. Hanno ritirato la richiesta di scarcerazione i legali di Finnegan Lee Elder, il giovane americano arrestato a Roma per l' omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega. «Le indagini sono ancora in corso: in particolare quelle sugli abiti del militare o dei ragazzi, e altre di cui non sappiamo » , afferma l' avvocato Renato Borzone. Il quadro generale manca di elementi che non consentono un completo esercizio della difesa. Fondata finora sulle dichiarazioni « di una persona di opinabile attendibilità » , ha infine sottolineato riferendosi ad Andrea Varriale, il collega di Cerciello che era con lui quella sera. Attraverso il loro legale americano, Craig Peters, i famigliari di Elder, poi, dopo averlo visitato nel carcere di Rebibbia venerdì, hanno inviato una dichiarazione alla Cnn: «Finn sta tentando di restare fiducioso ma, dall' accaduto, ha sofferto di una grave forma di depressione. In carcere ha visto il modo in cui la stampa, distorcendolo, ha dipinto e quello che è successo » , continua la dichiarazione. Peters ha continuato affermando che « la finestra di tempo entro la quale l' accusa è in grado di raccogliere elementi utili all' indagine - un mese e mezzo dopo l' accaduto - si è ormai chiusa. Il caso è costruito sulle dichiarazioni di un bugiardo conclamato, di un pusher e di un ubriaco, questo è ormai chiaro. D' altra parte la versione di quanto successo quella notte riferita dai ragazzi», conclude il legale, «è sempre più sostanziata da quanto oggettivamente accaduto ed è anche l' unica versione che abbia senso». L'amico 20enne americano di Elder, arrestato insieme a lui la mattina del 27 luglio, è Gabriel Natale Hjorth, accusato di concorso in omicidio. La Procura va avanti per la sua strada e ribadisce che il quadro accusatorio è « granitico » : dalle carte depositate emerge, per l' accusa, il ruolo «carismatico e dominante» di Gabriel Natale Hjort, che avrebbe «pianificato nei minimi dettagli tutte le fasi della condotta delittuosa posta in essere unitamente a Finnegan Lee Elder nel corso di quella nottata». Nelle carte si racconta dell' aggressione durata appena 32 secondi. Un' azione fulminea in cui Elder ha sferrato colpi violenti ai fianchi e all'addome del carabiniere. Anche se l' autopsia racconta che non ci sono state coltellate "da davanti". Per l' accusa i due indagati si sono «scientemente nascosti dietro le autovetture parcheggiate per evitare di essere notati da chi stavano per incontrare » . Poi « hanno condotto Cerciello e Varriale in un punto individuato come idoneo in quanto buio e privo di sistemi di videosorveglianza » , concludono i carabinieri nell' informativa. Nell' ordinanza della gip, emessa il 27 luglio, vengono tuttavia riportate le (ben diverse) dichiarazioni di Varriale: « La strada era ben illuminata e pertanto riuscivamo a notare i due sospetti».

LACUNE E BUGIE, VARRIALE FINISCE SOTTO INCHIESTA. Valentina Errante per ''il Messaggero'' l'8 settembre 2019. Dalla mancata consegna, per avere lasciato la pistola d'ordinanza nell'armadietto in caserma, alle bugie raccontate a verbale due giorni dopo la morte del collega Mario Cerciello Rega, fino alla maldestra organizzazione dell'operazione. La procura militare ha aperto un fascicolo e sta accertando eventuali profili di responsabilità di Andrea Varriale, il carabiniere di turno la notte tra il 25 e il 26 luglio insieme al vicebrigadiere ucciso. Agli atti del procuratore Antonio Sabino ci sono gli stessi verbali e la medesima documentazione dell'inchiesta penale, dai quali emergono le contraddizioni e gli errori che hanno portato all'omicidio di Cerciello. In primo luogo il fatto che i due carabinieri erano disarmati. Poi l'operazione: sia Varriale che Cerciello sapevano che Sergio Brugiatelli non era una qualunque vittima di scippo, ma un personaggio coinvolto uno spaccio-truffa. Come dimostra la telefonata del vicebrigadiere ucciso con la centrale. A pesare sulla valutazione del procuratore militare sarà anche la bugia di Varriale che, nel primo verbale, sostiene di avere avuto con sé l'arma, salvo poi cambiare versione davanti ai pm e ammettere di non averla. Una circostanza non da poco, sulla quale sono pronti a muovere battaglia le difese di Finnegan Lee Elder e Christian Natale Hjort: «Un pubblico ufficiale, principale testimone dell'omicidio, ha mentito a verbale e risulta inattendibile», commenta Roberto Capra, l'avvocato che, insieme a Renato Borzone, rappresenta Lee Elder. Dalla ricostruzione dei fatti emerge con chiarezza che quella notte le procedure non sono state rispettate. La prima e più grave violazione riguarda proprio il fatto che Varriale e Cerciello, sebbene in servizio, non avessero la pistola d'ordinanza, che i carabinieri, come tutti gli altri militari, sono «obbligati» a portare sempre, anche quando svolgono un'operazione in borghese, in base a un circolare del capo della polizia Franco Gabrielli. L'obbligo prevede anche la dotazione di manette e tesserino di riconoscimento. E anche su questo punto la procura militare vuole fare chiarezza, visto che, nel marsupio di Cerciello Rega, non c'erano né manette né tesserino. Ma al centro degli accertamenti è finita anche l'organizzazione dell'operazione di quella notte: in caso di estorsione, si prevede che all'appuntamento intervengano i militari in borghese, ma che altri, in divisa, rimangano a circondare la zona, «in numero congruo» a seconda della situazione. E invece quando Varriale e Cerciello Reaga si presentano all'appuntamento con Finnegan Lee Elder e Christian Natale Hjort, al posto di Sergio Brugiatelli, per recuperare lo zaino, non c'erano altri militari a supportarli. E anche su questo punto Sabino vuole fare chiarezza.

I carabinieri sapevano chi era Brugiatelli: un'ora prima di essere chiamati dai colleghi in borghese a piazza Mastai, Cerciello Rega e Varriale hanno già un quadro della situazione. È il maresciallo Mauro d'Ambrosi a mandare a Varriale alle 00,15 una foto di Sergio Brugiatelli e Natale Hjort. «Il pelato con i muscoli dovrebbe cedere», si legge nel messaggio. In realtà Brugiatelli accompagnerà il ragazzo americano a comprare la cocaina da Italo Pompei, uno spaccio truffa visto che l'uomo gli venderà solo tachipirina. L'arrivo dei militari fuori servizio provocherà la fuga dei due turisti con lo zaino di Brugiatelli. E Cerciello al telefono con la centrale spiega di sapere perfettamente chi sia l'uomo che denuncia l'estorsione: «Noi questo qua, l'amico già l'abbiamo fermato aveva fatto una sola ad una persona, mo' questo qui sta un'altra volta vicino a lui, io non so se è veritiera oppure no questa cosa, perché questo qui abita a Marconi perché prima l'ho visto e stava parlando di questa cosa, capito. Perché ho identificato il soggetto».

La morte del carabiniere Cerciello, indagato il collega Varriale: non aveva con se l’arma. Il Dubbio il 9 Settembre 2019. Il carabiniere Varriale non sarebbe stato armato, la procura considera questa una violazione del codice militare. dai documenti dell’inchiesta emergono le contraddizioni nelle dichiarazioni fornite. Prosegue il filone d’inchiesta sulla foto del ragazzo americano ritratto bendato. Ora sarà la procura militare ad indagare Andrea Varriale, il carabiniere collega del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega rimasto ucciso il 26 luglio per le coltellate inferte dal ragazzo statunitense Finnegan Lee Elder, fermato insieme all’amico Gabriel Natale Hjort. L’indagine della procura scaturisce dall’emergere di nuovi elementi sull’accaduto secondo i quali i due militi dell’Arma erano entrambi disarmati al momento dell’”incontro” con i ragazzi. A Varriale, come atto dovuto, viene così contestata la eventuale violazione dell’articolo 120 del codice militare relativo alla “violata consegna da parte di militare di guardia o di servizio”. Le norme relative a casi del genere sono molto chiare: “il militare, che abbandona il posto ove si trova di guardia o di servizio, ovvero viola la consegna avuta, è punito con la reclusione militare fino a un anno. Se il colpevole è il comandante di un reparto o il militare preposto a un servizio o il capo di posto, ovvero se si tratta di servizio armato, la pena è aumentata”. L’iniziativa giudiziaria, che dovrà appurare se esistono anche altri elementi oltre la contestazione in oggetto, arriva all’indomani delle rivelazioni giornalistiche che hanno messo in luce le stranezze e le contraddizioni di quella drammatica giornata, innanzitutto su come a non essere armato fosse appunto anche Varriale e non solo il suo collega assassinato.

Carabiniere ucciso, «anche  il comandante della stazione Farnese ha mentito». Pubblicato lunedì, 09 settembre 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Il vicebrigadiere Andrea Varriale non è l’unico ad aver mentito su quanto accaduto la notte tra il 25 e il 26 luglio scorsi, quando il suo collega Mario Cerciello Rega è stato ucciso con 11 coltellate. Anche il suo capo ha raccontato bugie e per questo, dopo aver indagato Varriale per violata consegna perché aveva effettuato l’operazione di recupero dello zaino del mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli senza la pistola di ordinanza, la Procura militare guidata da Antonio Sabino potrebbe estendere gli accertamenti. E verificare i comportamenti di tutti i carabinieri in servizio quella sera, in modo da colmare le lacune che ancora segnano la ricostruzione della vicenda. In particolare il comandante della stazione Farnese Sandro Ottaviani che ha raccontato di aver ricevuto l’arma di Varriale in ospedale, mentre è ormai accertato che fosse stata lasciata in caserma. Sono i verbali e le informative dell’indagine sui due americani accusati di omicidio - Lee Finnegan Elder e Gabriel Natale Hjorth - ad alimentare nuovi dubbi. Si torna al 28 luglio, quando Varriale ricostruisce la sera di fronte al colonnello Lorenzo D’Aloia e dichiara: «Io avevo indosso la pistola di ordinanza e le manette di sicurezza». È una bugia: sono cinque i carabinieri, intervenuti dopo l’aggressione, che lo smentiscono. Il 4 agosto il maresciallo Daniele De Nigris afferma: «Ho chiesto testualmente a Varriale se in quel momento fosse armato o dove si trovasse la pistola. Varriale ha risposto “non sono armato, la pistola è in sicurezza in caserma”». Il giorno dopo il carabiniere scelto Alberto Calvo è più esplicito: «Al suo ritorno dall’ospedale ho chiesto a Varriale perché non avesse usato l’arma di ordinanza e lui mi rispose che le armi erano state portate in caserma e messe in sicurezza. Visto che la mia domanda era rimasta fondamentalmente senza risposta, l’ho ribadita chiedendo nuovamente a Varriale se avesse l’arma al seguito. Questi però mi ha fornito la stessa risposta». Lo stesso dicono altri tre colleghi e così il procuratore reggente Michele Prestipino lo fa convocare in procura. E Varriale è costretto ad ammettere: « Quella sera quando siamo usciti sia io che Cerciello avevamo in dotazione le manette, ovviamente i tesserini, ma abbiamo lasciato le pistole in caserma proprio in relazione al tipo di servizio che dovevamo fare... Credo di aver già riferito la circostanza anche ai miei superiori gerarchici». In realtà a coprire la bugia di Varriale è il 1 agosto, a verbale, il suo comandante Sandro Ottaviani.

Domanda: Quando ha constato che il vicebrigadiere Cerciello aveva effettuato il servizio senza la pistola di ordinanza?

Ottaviani: La mattina del 26 luglio verso le 11,30 quando sono rientrato in ufficio ho verificato che nell’armadietto personale assegnato a Cerciello era riposta la sua pistola d’ordinanza.

Domanda: Riguardo all’arma in dotazione a Varriale?

Ottaviani: Varriale mi ha consegnato l’arma al pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito dove aveva appreso che Cerciello non aveva l’arma al seguito.Non è vero, come si accerterà in seguito. Perchè Ottaviani ha mentito? Sperava di «coprire» soltanto la violata consegna del suo sottoposto oppure c’è ben altro dietro questa bugia? Il sospetto è che in realtà ci siano affinità tra alcuni carabinieri e i pusher della zona e questa catena di bugie contribuisce ad alimentarlo.

Valentina Errante per ''il Messaggero'' il 9 settembre 2019. «Ma come sei arrivato a via Cicerone da piazza Trilussa?». A porre la domanda alle 3.22 del 26 luglio scorso ad Andrea Varriale che aveva chiamato disperato perché il suo collega, Mario Cerciello Rega era stato accoltellato e perdeva sangue, è l'appuntato, in servizio quella notte alla centrale operativa. «E dimmelo no, chiamami ti faccio avvicinare una macchina». Dalle conversazioni risulta chiaro che non ci fossero altre auto di supporto a sostenere l'operazione dei militari, intervenuti in borghese per un cavallo di ritorno, ossia la tentata estorsione ai danni di Sergio Brugiatelli e la richiesta da parte di Finnegan Elder Lee e Gabriel Christian Natale Hjorth di 80 euro e un grammo di cocaina. Nei drammatici minuti che precedono l'arrivo dell'ambulanza, un'auto in servizio passa davanti a Varriale che tenta di farsi vedere. Una circostanza che ritarda anche i soccorsi. Il luogo diverso, rispetto a quello noto alle centrale, e il fatto che proprio Varriale accusi dell'aggressione due magrebini fa presumere che si tratti di un'altra operazione. Dal momento che la descrizione dei due americani «Uno biondo, l'altro moro», era stata fornita dalla centrale operativa.

LA CONVERSAZIONE. La prima chiamata di Varriale alla centrale è pochi secondi dopo l'accoltellamento. Varriale è disperato, chiede un'ambulanza. Ripete: «Mario, Mario Cossa, via Pietro Cossa, subito un'ambulanza, perde tanto sangue, sto tamponando...respira a mala pena». Nella registrazione le ultime parole del vicebrigadiere: «Sto male, sto male», mentre un'auto di servizio passa davanti ai due militari: «ehi, ehi, l'autoradio mi sa che non mi ha visto», dice Varriale. L'operatore dice a un collega: «Guarda gli so' passati avanti l'autoradio». Varriale grida. «Porco ...ma non mi vedono?». Dalla centrale cercano di capire: «Ma dimmi dove li vedi?» E li ho visti passare sulla piazza qua». E l'operatore: «Aspetta ti passo il collega sul primo canale che ce li ha in diretta, aspetta un attimo».

«MANDAVO QUALCUNO». Quattro minuti dopo, Varriale chiama ancora, alla centrale non hanno capito. Varriale bestemmia «C'hanno preso a coltellate sti bastardi». L'operatore risponde: «quelli che ha fermato?. Ma dimmelo che li hai fermati, ti mando qualcuno». E Varriale: «Ma che fermato, che appena li abbiamo fermati ci hanno accoltellato». E l'operatore: «Ma come sei arrivato a via Cicerone da piazza Trilussa?». Il carabiniere risponde: «Perché l'appuntamento non era lì, era da un'altra parte». L'appuntato che era a conoscenza dell'intervento aggiunge: «E dimmelo, chiamami, no? Ti faccio avvicinare una macchina lì vicino. Vabbé ma come state?». Varriale: «Mario sta perdendo sangue, ci serve un'ambulanza, via Pietro Cossa». E quell'altro: «Via Pietro Cossa, ti mando subito un'ambulanza, il com'era». «Civico 32», replica Varriale...poi dalla centrale chiedono: «Ma è arrivato qualcuno delle macchine?». E Varriale: «Non è arrivato nessuno, e non mi vedono». «Ok, dai, ti mando qualcuno». Alcuni secondi dopo dalla centrale partono le indicazioni in base alla testimonianza fornita da Varriale: «Si cercano due persone di colore, età circa 20, hanno accoltellato il collega». A questo punto proprio dalla centrale non comprendono più se Varriale e Cerciello Rega siano intervenuti per la tentata estorsione indicata proprio prima. Era stata proprio la centrale a informare Varriale e Cerciello Rega sui connotati dei due americani. Così l'operatore dice a un collega: «Sembra però che le descrizioni sono diverse perché prima ci avevano detto uno biondo e uno moro e mo' sono due di colore, quindi non so se sono due cose distinte e separate..Non c'avevano informato che erano arrivati fino a zona San Pietro. Noi stavamo aspettando di sapere qualche notizia in merito a st'appuntamento, perché gli avremmo mandato un'altra macchina».

LA VERSIONE DEL KILLER: "MI STRINGEVA IL COLLO, HO DOVUTO COLPIRLO".  Marco Mensurati e Fabio Tonacci per ''la Repubblica'' il 9 settembre 2019. "Mi chiamo Finnegan Lee Elder. Sono nato il 31 gennaio del 2000 a San Francisco. Il mio soprannome è Fin. Sono uno studente di Economia. Non ho condanne. E ho continuato a colpirlo finché non ho sentito mollare la presa al collo". Quando il killer del vice brigadiere Mario Cerciello Rega si siede davanti ai magistrati la mattina del 26 luglio sa bene che le sue possibilità di uscire indenne da quel guaio sono pari a zero. I carabinieri l'hanno preso in albergo poche ore dopo l'omicidio, hanno trovato il coltello con cui ha inferto undici fendenti al costato di Cerciello, e, ora, stanno interrogando il suo amico Gabriel Natale Hjorth. Quanto basta per spingerlo alla mossa della disperazione: ribaltare i fatti, consegnare un racconto che da aggressore lo vede aggredito. "Uno dei due uomini (Cerciello, ndr ) mi ha preso e gettato a terra, poi con le mani ha cercato di strangolarmi".

"Macché coca, volevo dormire". Il verbale inedito della sua confessione è allegato agli atti dell'indagine della procura di Roma, depositati in vista del Riesame per la scarcerazione. In parte coincide con la testimonianza di Natale Hjorth, in parte è opposta, come quando gli viene chiesto della ricerca del grammo di cocaina, primo moto di una notte di sangue. "Era Natale che la voleva", sostiene Fin ("Era Elder che la cercava ", dirà invece l'amico). Dopo l'aggancio con Sergio Brugiatelli, l'acquisto andato a vuoto, il furto dello zaino, e l'accordo per scambiarlo con soldi e droga il racconto di Finnegan approda al momento cruciale: l'incontro in via Cesi delle 3.15.

"Era grosso, mi sono spaventato". "Quando siamo arrivati nel luogo dell'appuntamento, pensavo di vedere Sergio ma invece ho visto due uomini che guardavano in direzioni opposte mentre parlavano tra di loro. Sembravano turisti. Siamo stati aggrediti non appena sono arrivati vicino a noi, e loro non ci hanno detto nulla. Uno dei due mi ha buttato a terra e ha cercato di strangolarmi. A quel punto ho estratto il coltello perché pensavo che fossero stati mandati da Sergio e che avessero cattive intenzioni, non pensavo che Sergio avesse potuto ottenere l'aiuto dei poliziotti. Gli ho dato il primo fendente, ma questo ragazzo (Cerciello, ndr ) non si fermava, quindi ho continuato a colpirlo finché non ho sentito mollare la presa al collo. Quindi sono scappato". Andrea Varriale, il carabiniere di pattuglia con Cerciello, spiegherà invece che avevano semplicemente tentato di immobilizzarli, e che la reazione di Finnegan fu furibonda, inaspettata e violenta: undici coltellate inferte in circa 32 secondi, stando a quando si desume dagli orari di una telecamera che inquadra l'arrivo dei carabinieri e la fuga degli americani. "Mi immobilizzava con le ginocchia e, sovrastandomi, mi colpiva ripetutamente e ho percepito questa situazione di compressione al collo", sostiene, al contrario, Finnegan. "Mentre mi teneva fermo non ha mai estratto la pistola (non ce l'aveva, ndr ), ma mi sono molto spaventato perché era di corporatura robusta".

La menzogna. Dunque, sostiene a questo punto Finnegan di non aver capito chi aveva davanti. "Se avessi saputo che si trattava di un poliziotto, mi sarei fermato. In America, quando un poliziotto ti ferma, la prima cosa che fa è esibire il tesserino". Una versione che non regge. Primo, perché le telecamere li filmano mentre si abbassano per non farsi vedere al passaggio della macchina di copertura, una Gran Punto nera, di Cerciello e Varriale, come se già la conoscessero. Secondo, perché Natale Hjorth, la "mente" dell'agguato per gli investigatori, dichiara ai pm il contrario: "L'interlocutore (Brugiatelli, ndr ) mi diceva di raggiungerlo, e girando ho visto due tipi che si sono messi a gridare dicendo qualcosa sui Carabinieri, ma non sapendo che i Carabinieri potessero essere in borghese ho avuto molta paura per la mia vita e, spintonando uno dei due (Varriale, ndr ), sono riuscito a liberami". Nel frattempo, Cerciello veniva colpito a morte. "Non ho capito cosa è successo - balbetta Natale - solo a tarda notte ho visto il mio amico molto agitato e mi ha confessato di aver usato il coltello. Non mi rendevo conto della gravità dell'accaduto, mi sono limitato a chiedergli: perché, perché?".

I due coltelli. Fin e Gabe (soprannome di Gabriel Natale) si contraddicono pure sul coltello. "Tornati in albergo, Finnegan è andato in bagno e mi sembra che lo abbia lavato. Non so dove l'ha messo poi. E non posso definirlo mio amico, visto che non mi aveva detto di avere preso il coltello". E l'altro: "Io l'ho lavato, ma è stato Natale a nasconderlo, vicino alla porta nel controsoffitto. Anche lui aveva un coltello, ma molto più piccolo". Tornato all'hotel Meridien, dopo aver ucciso un carabiniere, Finnegan - che rivela di soffrire di "crisi di panico da circa due anni", di assumere Xanax, e di aver provato la cocaina "solo quando ero giovane" - ha il tempo di fare una telefonata. "Ho avvisato la mia ragazza in America". Poi il sonno.

Il collega del carabiniere ucciso da i due americani: “In bermuda e senza pistola, in certe missioni è la prassi”. Varriale: "Se io e Cerciello avessimo avuto la percezione che tutto fosse partito dalla droga le modalità sarebbero state diverse”. Fabio Tonacci il 12 settembre 2019 su La Repubblica. "Né io né Cerciello abbiamo avuto la percezione che il nostro intervento servisse a recuperare lo zaino di uno coinvolto in fatti di droga. Se l'avessimo saputo, le modalità dell'intervento sarebbero state diverse". L'ultima versione del carabiniere Andrea Varriale comincia alle 12.48 del 9 agosto, in un ufficio della procura di Roma. Quello che siede davanti ai magistrati Michele Prestipino e Nunzia D'Elia è un uomo che ha già mentito tre volte. La prima subito dopo l'omicidio, indicando come "maghrebini" i killer di Mario Cerciello Rega. Altre due volte, quando ha ripetuto agli investigatori di aver avuto con sé la pistola. È un'audizione cruciale, questa. I pubblici ministeri devono capire se Varriale sia un teste attendibile, o se, al contrario, la sua ricostruzione della notte del 25 luglio sia capziosa. Nel verbale, finora mai pubblicato integralmente, Varriale giustifica così la leggerezza con la quale si approcciarono al "cavallo di ritorno. "Dopo l'una - spiega - siamo stati chiamati dal maresciallo Sansone per un controllo in piazza Mastai. Nei pressi c'erano gli altri colleghi con un signore che poi abbiamo accertato essere Sergio Brugiatelli (l'intermediario dei pusher di Trastevere, ndr), e che non avevo mai visto prima né conoscevo come persona dedita allo spaccio. Nessuno dei colleghi ci ha indicato gli autori della cessione della pasticca di tachipirina". Stando a Varriale, in piazza Mastai i carabinieri fuori servizio che hanno appena bloccato il pusher Italo Pompei non lo informano che quel Brugiatelli è coinvolto nella sòla della tachipirina spacciata per cocaina. "Non abbiamo avuto contezza di chi fossero il truffatore e il truffato", ribadisce. Il codice militare, però, impone di portare la pistola anche quando si è in borghese (Varriale per questo è indagato dalla procura militare). "Avevamo le manette e i tesserini, ma le pistole le abbiamo lasciate in caserma", ammette. "Essendo estate e dovendo confonderci con le persone, io ero in blue jeans e maglietta, Cerciello aveva un paio di pantaloni tipo 'pinocchietti' e una maglietta. Portarsi la pistola voleva dire vanificare la mimetizzazione e l'efficacia del servizio (antispaccio, ndr). Nei giorni scorsi ho riferito tale circostanza ai miei superiori gerarchici". Rimane lo stesso la menzogna rifilata ai carabinieri del Nucleo investigativo di via in Selci, che lavorano sull'omicidio. Varriale svicola, si rifugia in una giustificazione risibile ("Si è trattato di un errore dovuto a un cattivo ricordo su una questione che non ritenevo determinante") ma sufficiente, al momento, per essere ritenuto attendibile dagli inquirenti e per non finire sul registro degli indagati per falsa testimonianza. Ripercorre infine il disastroso esito dell'incontro alle tre di notte con Finnegan Lee Elder e Natale Hjorth. "Volevamo seguire la nostra prassi abituale: tenere un profilo basso, simulare un controllo in strada per accertamenti, poi chiamare una macchina per accompagnare i soggetti in caserma". Le cose sono andate assai diversamente. "Quando arriviamo vicino ai due ci qualifichiamo dicendo 'carabinieri', e mostrando entrambi il tesserino di servizio e la placca. I due giovani ci aggrediscono. Sono subito scivolato a terra in un corpo a corpo durato fino a quando il ragazzo è riuscito a divincolarsi e a scappare. L'altro aveva aggredito Cerciello e l'ho sentito urlare più volte 'fermati, siamo carabinieri'. Dopo è scappato e mi sono reso conto che Cerciello sanguinava da un fianco. Era in piedi ma barcollante, ha detto 'mi ha accoltellato'. Poi è crollato al suolo". 

Fiorenza Sarzanini per Corriere.it l'11 settembre 2019. Il vicebrigadiere Andrea Varriale non è l’unico ad aver mentito su quanto accaduto la notte tra il 25 e il 26 luglio scorsi, quando il suo collega Mario Cerciello Rega è stato ucciso con 11 coltellate. Anche il suo capo ha raccontato bugie e per questo, dopo aver indagato Varriale per violata consegna perché aveva effettuato l’operazione di recupero dello zaino del mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli senza la pistola di ordinanza, la Procura militare guidata da Antonio Sabino potrebbe estendere gli accertamenti. E verificare i comportamenti di tutti i carabinieri in servizio quella sera, in modo da colmare le lacune che ancora segnano la ricostruzione della vicenda. In particolare il comandante della stazione Farnese Sandro Ottaviani che ha raccontato di aver ricevuto l’arma di Varriale in ospedale, mentre è ormai accertato che fosse stata lasciata in caserma. Sono i verbali e le informative dell’indagine sui due americani accusati di omicidio - Lee Finnegan Elder e Gabriel Natale Hjorth - ad alimentare nuovi dubbi.

Le due versioni. Si torna al 28 luglio, quando Varriale ricostruisce la sera di fronte al colonnello Lorenzo D’Aloia e dichiara: «Io avevo indosso la pistola di ordinanza e le manette di sicurezza». È una bugia: sono cinque i carabinieri, intervenuti dopo l’aggressione, che lo smentiscono. Il 4 agosto il maresciallo Daniele De Nigris afferma: «Ho chiesto testualmente a Varriale se in quel momento fosse armato o dove si trovasse la pistola. Varriale ha risposto “non sono armato, la pistola è in sicurezza in caserma”». Il giorno dopo il carabiniere scelto Alberto Calvo è più esplicito: «Al suo ritorno dall’ospedale ho chiesto a Varriale perché non avesse usato l’arma di ordinanza e lui mi rispose che le armi erano state portate in caserma e messe in sicurezza. Visto che la mia domanda era rimasta fondamentalmente senza risposta, l’ho ribadita chiedendo nuovamente a Varriale se avesse l’arma al seguito. Questi però mi ha fornito la stessa risposta». Lo stesso dicono altri tre colleghi e così il procuratore reggente Michele Prestipino lo fa convocare in procura. E Varriale è costretto ad ammettere: « Quella sera quando siamo usciti sia io che Cerciello avevamo in dotazione le manette, ovviamente i tesserini, ma abbiamo lasciato le pistole in caserma proprio in relazione al tipo di servizio che dovevamo fare... Credo di aver già riferito la circostanza anche ai miei superiori gerarchici».

La bugia del capo. In realtà a coprire la bugia di Varriale è il 1 agosto, a verbale, il suo comandante Sandro Ottaviani.

Domanda: Quando ha constato che il vicebrigadiere Cerciello aveva effettuato il servizio senza la pistola di ordinanza?

Ottaviani: La mattina del 26 luglio verso le 11,30 quando sono rientrato in ufficio ho verificato che nell’armadietto personale assegnato a Cerciello era riposta la sua pistola d’ordinanza.

Domanda: Riguardo all’arma in dotazione a Varriale?

Ottaviani: Varriale mi ha consegnato l’arma al pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito dove aveva appreso che Cerciello non aveva l’arma al seguito.

Non è vero, come si accerterà in seguito. Perchè Ottaviani ha mentito? Sperava di «coprire» soltanto la violata consegna del suo sottoposto oppure c’è ben altro dietro questa bugia? Il sospetto è che in realtà ci siano affinità tra alcuni carabinieri e i pusher della zona e questa catena di bugie contribuisce ad alimentarlo.

Mentì su pistola di Varriale: comandante  della stazione indagato. Pubblicato lunedì, 16 settembre 2019 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini. Il responsabile della stazione di Roma Farnese aveva raccontato di aver ricevuto la pistola del vicebrigadiere quando era in ospedale, dopo l’omicidio del collega Cerciello Rega. Ma era una bugia che ora dovrà spiegare. Aveva raccontato di aver ricevuto la pistola del vicebrigadiere Andrea Varriale quando era ancora in ospedale, dopo l’omicidio del suo collega Mario Cerciello Rega. Ma era una bugia. E per questo il comandante della stazione dei carabinieri «Roma Farnese», Sandro Ottaviani, è ora indagato per falso. Si allarga dunque l’indagine sulle omissioni e sulle menzogne raccontate dai militari su quanto accaduto la notte tra il 25 e il 26 luglio scorsi quando i due sottufficiali andarono a incontrare i due giovani statunitensi — Gabriel Natale Hjorth e Lee Finnegan Elder — per recuperare lo zaino del mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli. Un’operazione finita però in tragedia visto che Elder ha aggredito Cerciello Rega con undici coltellate e lo ha ucciso. Quattro giorni dopo il delitto si è scoperto che la vittima era disarmata, mentre Varriale aveva assicurato di avere con sé la pistola e i suoi superiori avevano confermato questa versione. Prima in una relazione di servizio e poi nel verbale del primo agosto davanti ai colleghi del Nucleo investigativo, Ottaviani dichiara: «Varriale mi ha consegnato l’arma al pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito dove aveva appreso che Cerciello non aveva l’arma al seguito». Un falso che adesso dovrà chiarire ai pm coordinati dal procuratore reggente Michele Prestipino, mentre Varriale è indagato dalla Procura militare per violata consegna. Ieri gli avvocati di Natale Hjorth Francesco Petrelli e Fabio Alonzi hanno deciso di rinunciare al ricorso al Riesame per esaminare le perizie del Ris sulle impronte del ragazzo trovate dov’era nascosto il coltello e su una macchia di sangue ancora «ignota» che aveva sotto la scarpa. 

Bugie e depistaggi, tutti i buchi neri sulla morte del carabiniere Cerciello Rega. Simona Musco il 17 Settembre 2019 su Il Dubbio. Dalle pistole lasciate in centrale alle menzogne sui sospettati e ora la procura acquisisce le dichiarazioni del comandante Ottaviani. Le pistole rimaste in centrale. I contatti con il pusher. Le bugie sugli assassini. La foto del giovane americano bendato in caserma. L’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso nella notte tra il 25 e il 26 luglio scorso a Roma, è un puzzle che stenta a comporsi. E che giorno dopo giorno consegna alle cronache nuovi pezzi da sommare a quelli precedenti, cambiando di volta in volta la storia e allargando i filoni d’inchiesta. Quel che è certo, per ora, sono i nomi dei due indagati: Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, due giovani americani che avevano tentato di comprare della cocaina e che, invece, si sono ritrovati in mano della semplice aspirina. Così, dopo aver rubato lo zainetto a Sergio Brugiatelli, l’intermediario con cui avevano contattato per avere la droga, hanno tentato di estorcergli del denaro. E tutto è degenerato, culminando nelle 11 coltellate che hanno ucciso il carabiniere. Disarmato, così come il suo collega Andrea Varriale. Che per giorni, però, ha mentito. Alle 23.30 del 25 luglio i due giovani americani avvicinano Brugiatelli in Piazza Trilussa, chiedendo della cocaina. Lui non ne ha, ma può fargliela avere facilmente. E mentre si avvia assieme a Gabe, Finn rimane seduto su una panchina in Piazza Mastai, con lo zaino di Brugiatelli, al cui interno ci sono il cellulare e i documenti. Natale Hjorth consegna 80 euro, ricevendo in cambio di un involucro di carta stagnola. Ma dentro c’è aspirina. Il giovane americano non ha il tempo di reagire, perché in piazza, intanto, arrivano i carabinieri, che cercano un uomo non identificato. Tra loro ci sono anche Varriale e Cerciello Rega. Così Gabe e Brugiatelli si separano. Ed è a quel punto, tornando in piazza, che quest’ultimo si accorge che la sua borsa non c’è più. Torna indietro, per chiedere aiuto agli agenti, che lo invitano a fare denuncia il giorno successivo. Ma lui, facendosi prestare un cellulare, contatta il suo stesso telefono, rimasto nella borsa. I due americani, in cambio dello zaino, vogliono 100 euro e un grammo di cocaina, vera questa volta. Brugiatelli chiama allora il 112 e sei minuti dopo, alle 02.10, Cerciello riceve la chiamata che lo porterà verso la morte. Lui e Varriale devono raggiungere Piazza Gioacchino Belli, dove l’intermediario racconta del furto, ma non della droga. I due carabinieri lo invitano a ricontattare gli americani e fissano ora e luogo dell’appuntamento. Gabe e Finn arrivano alle 02.48, pensando di trovare solo Brugiatelli. Ma ci sono Cerciello e Varriale. La luce è buona e i militari vedono i volti di chi arriva chiaramente. Sono due giovani americani. I militari si avvicinano velocemente e, scrive Varriale nel verbale, si identificano come carabinieri. Ma i due giovani, pensando ad una vendetta di Brugiatelli, reagiscono subito, resistendo al tentativo di bloccaggio. Tutto avviene in quattro minuti, dalle 03.12 alle 03.16: Varriale viene aggredito da Natale Hjort, Cerciello, a pochi passi da lui, ingaggia una colluttazione con Elder. Dopo 240 secondi Cerciello, coperto di sangue, che sgorga dal fianco sinistro, all’altezza del cuore, si accascia e dice: «Mi hanno accoltellato». Varriale contatta la centrale e nel corso di una telefonata drammatica chiede aiuto, mentre con le mani cerca di fermare il sangue. Ma dice una bugia: ad accoltellare il collega, sostiene, sono stati due magrebini. E così carabinieri e polizia si mettono alla ricerca di due ragazzi di colore. Mario Cerciello Rega muore al Santo Spirito, poco dopo. Le varie fasi dell’omicidio, riprese dalle telecamere, portano però all’hotel dove i due americani sono ospiti. Quando i carabinieri piombano nella loro stanza li trovano confusi e pronti ad andare via. I due ammettono di aver rubato lo zaino e di aver tentato di estorcere denaro a Brugiatelli. Ed Elder ammette anche di aver affondato la lama più volte nel corpo di Cerciello, ma di non aver capito di aver avuto davanti un carabiniere. Per la procura, sulla colpevolezza dei due americani non c’è alcun dubbio, perché al di là delle loro dichiarazioni ci sono elementi chiari, come il coltello militare e le immagini delle telecamere. Ma il racconto di Varriale ha aperto diversi interrogativi, perché né lui né Cerciello Rega, quella sera, erano armati. Una consapevolezza che nel caso della vittima – che non aveva il tesserino addosso – è arrivata due giorni dopo l’omicidio, mentre Varriale ha a lungo affermato di aver avuto con sé la pistola e di averla consegnata ad un suo superiore in ospedale. Salvo, poi, una volta confrontate le versioni di altri colleghi, ammettere di averla lasciata in caserma, finendo per essere indagato dalla procura militare per “violata consegna”. Ma anche il comandante della stazione Farnese Sandro Ottaviani ha mentito, dicendo di aver ricevuto l’arma del collega in ospedale, dichiarazioni ora al vaglio della procura. Una bugia, quella di Varriale, detta per evitare le conseguenze disciplinari del suo gesto. Senza nemmeno un’arma, a garantire la sicurezza dei due militari dovevano esserci, come raccontato in conferenza stampa, quattro volanti nelle immediate vicinanze. Ma stando alla trascrizione della telefonata fatta da Varriale alla centrale operativa, lo stesso non sapeva di avere colleghi dei dintorni. Tanto che la prima auto inviata dalla centrale operativa non vede i due stesi per terra in via Pietro Cossa. E poi c’è la bugia sui magrebini. Che apre altri interrogativi, come quelli sui circa 2mila contatti del pusher Italo Pompei – colui che avrebbe dovuto fornire la droga ai giovani americani – con un uomo dell’Arma. Contatti sui quali ora si cerca di fare chiarezza.

Caso Cerciello Rega, Natale Hjorth rinuncia al Riesame. «Nuovi atti depositati all’ultimo». Il giovane ha appreso dei documenti dai giornali. Valentina Stella il 17 Settembre 2019 su Il Dubbio. Ha rinunciato al ricorso al Tribunale del Riesame Natale Hjorth, accusato di concorso in omicidio con Lee Elder del vicebrigadiere Cerciello Rega. Natale resta nel carcere di Regina Coeli, dove è seguito dagli psicologi. «Si è ripetuto – spiega al Dubbio l’avvocato Francesco Petrelli – lo stesso scenario per due volte di seguito: sia a ridosso dell’udienza del 6 settembre sia a ridosso di quella di oggi ( ieri, ndr) sono stati depositati dalla Procura atti qualitativamente e quantitativamente assai rilevanti per la posizione di Natale, mettendo oggettivamente la difesa in una condizione di difficoltà. Il nostro assistito è venuto a conoscenza dei nuovi depositi dai giornali e da un telegiornale e non abbiamo potuto confrontarci con lui su questo perché la casa circondariale di Regina Coeli non consente i colloqui nel fine settimana». La difesa, di cui fa parte anche l’avvocato Alonzi, fa riferimento ai risultati preliminari dell’attività del Ris che ha individuato impronte di Natale sul pannello del controsoffitto della stanza dell’albergo dove alloggiava con Elder e dove è stato nascosto il coltello utilizzato per colpire il carabiniere. «Porrei – continua Petrelli – la questione delle impronte in relazione con la mancanza di tracce biologiche di Natale sul coltello e sull’asciugamano che lo avvolgeva, accertata dal Ris: in quanto tale il dato sembra escludere che l’arma sia stata nascosta dal mio assistito; delle tracce di impronte sul pannello ne parleremo in seguito». L’avvocato Petrelli prosegue: «difendere un giovane di 18 anni, della cui innocenza io sono convinto oltre ogni ragionevole dubbio, ovviamente pone un problema di coscienza: non esporlo ad un processo che così com’è è diventato uno stillicidio». Inoltre c’è da evidenziare che «i giudici chiamati a controllare il provvedimento non avrebbero potuto contare su alcuna stabilità del materiale probatorio raccolto». E non ha torto se pensiamo alla cronistoria di questo caso, dalla sfortunata morte del vice brigadiere ad oggi: certezze granitiche si sono disintegrate nel tempo, soprattutto la versione del collega di Cerciello, Andrea Varriale indagato dalla procura militare per violata consegna. E su questo l’avvocato Petrelli è chiaro: «sta venendo fuori che l’intera prova di tipo dichiarativo proveniente dagli operanti si è autoaffondata, per cui la credibilità di tutto coloro che hanno operato in quel contesto mi pare sia uguale a zero, in una operazione piena di ombre. Stiamo parlando di un giovane ( Natale, ndr) che non ha sfiorato neppure con lo sguardo il povero Rega, e questo è un dato di fatto; in questo processo c’è un grosso profilo in diritto e non solo in fatto che dovrà essere coltivato con grande rigore». Sulle foto di Natale che imbraccia un’arma, Petrelli conclude: «le abbiamo viste sui giornali prima di riceverle in quanto legali. Si tratta di scorciatoie mediatiche inammissibili. Il tutto dovrà essere contestualizzato sotto il profilo sociale e geografico, negli Usa il rapporto con le armi è diverso. Sono elementi che non hanno a che vedere con la responsabilità giuridica».

Rita Cavallaro per ''Giallo'' il 30 settembre 2019. Mario, mi senti? Pronto, mandateci un’ambulanza, siamo in via Pietro Cossa, angolo via Cesi... è grave... è un ragazzo giovane africano... dov’è il coltello?”. Queste sono le urla che una testimone ha sentito risuonare alle 3.16 del 26 luglio scorso in via Pietro Cossa a Roma. La testimone si chiama Angioletta Gramatica ed è originaria di Bellagio, in provincia di Como. Quella notte la donna era ospite in un appartamento che si trova proprio nella via in cui è stato ucciso il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Le urla sentite dalla testimone, infatti, sono quelle di Andrea Varriale, il carabiniere che si trovava in servizio con Cerciello al momento dell’omicidio. Un caso che, come noto, presenta ancora molti punti oscuri soprattutto a causa delle bugie raccontate dai vari protagonisti della vicenda. Ebbene, con il passare del tempo, anziché chiarirsi, la ricostruzione dell’accaduto sembra complicarsi sempre  di più. Angioletta Gramatica, purtroppo, non ha visto nulla. Ha solo sentito quelle urla da dietro la finestra rimasta chiusa con la tapparella. Partendo da lei, però, gli inquirenti sono arrivati a un’altra donna, Luisa Gavotti, proprietaria dell’appartamento in cui era ospite la testimone. Ascoltata dai carabinieri, Luisa Gavotti non ha avuto nulla da riferire. Nulla, a parte un dettaglio su cui ora si sta concentrando la massima attenzione. La donna ha infatti raccontato di aver visto per caso un video su Facebook in cui si notavano delle persone litigare nella zona in cui è avvenuto l’omicidio. Questo video, però, sembra essere totalmente scomparso. Perché? Qualcuno l’ha cancellato? Chi ha registrato quel video? Per l’omicidio di Mario Cerciello Rega, colpito con 11 coltellate, sono stati arrestati i due 19enni statunitensi Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth. I due ragazzi quella sera erano in cerca di cocaina nel quartiere Trastevere. Qui avevano incontrato Sergio Brugiatelli, l’uomo che li aveva accompagnati dallo spacciatore Italo Pompei. Quest’ultimo, però, aveva truffato i due giovani vendendo loro Tachipirina anziché cocaina. Per questo i giovani avevano rubato lo zaino di Brugiatelli chiedendo 100 euro e una dose di droga vera in cambio della restituzione. Brugiatelli, in un giro di telefonate e messaggi ancora poco chiaro, aveva chiesto l’intervento dei carabinieri. All’appuntamento per la restituzione dello zaino si erano quindi presentati Mario Cerciello Rega e Andrea Varriale. Di qui l’aggressione mortale e il conseguente arresto dei due americani, avvenuto il giorno successivo. Prima di essere aggrediti, i due carabinieri, che erano vestiti in borghese e senza pistole, si sarebbero qualificati. Almeno questo è quello che ha raccontato Varriale. Gli americani dicono invece che i due militari non si sono identificati e di aver creduto che fossero due complici dello spacciatore venuti per vendicarsi del furto. Cosa è accaduto realmente? Il video di cui ha parlato Luisa Gavotti, la donna che possiede un appartamento nella zona dell’omicidio, potrebbe chiarire molti dubbi. I carabinieri del Nucleo Investigativo hanno riportato la testimonianza di Luisa Gavotti nella loro informativa.

Si legge nel documento: «Mentre era in auto con suo marito, durante uno dei viaggi effettuati con lui il 29 e il 31 luglio, (Luisa Gavotti) aveva visto che sulla home page di Facebook era stato postato un video non meglio indicato, riprendente, a suo dire, una lite tra persone che si trovavano per strada; tale video era stato girato di notte, in quanto la zona in questione era illuminata dalla luce artificiale;

nel guardarlo, operazione durata pochissimi secondi, le era sembrato che l’area ripresa corrispondesse a quella in cui era avvenuto l’omicidio del vicebrigadiere Cerciello Rega Mario; aveva percepito, nella brevissima visione del video, che chi stava riprendendo la scena era in compagnia di qualcuno con cui stava interloquendo e aveva inoltre sentito voci concitate, con toni molto alti, senza tuttavia distinguere le parole;

a quel punto aveva interrotto la visione, correlando successivamente e in modo autonomo quelle immagini all’aggressione del militare, poiché le era sembrato potesse trattarsi dei medesimi luoghi, pur senza esserne certa e senza fornire elementi specifici in merito; dopo un’ora aveva ricercato su Facebook quel video senza, tuttavia, riuscire a reperirlo e precisava, altresì, che non era stato “postato” da “contatti o amicizie” collegate al  suo account, ma era nella home page di  quel social network; aveva anche provato, invano, a ricercare il video nella cronologia del suo telefono cellulare».

Per gli inquirenti quel video potrebbe anche non esistere in quanto la donna potrebbe essere stata «condizionata dal fatto che l’episodio sia avvenuto nei pressi della sua abitazione». Se invece quel video esistesse e qualcuno l’avesse fatto sparire, si tratterebbe di un episodio grave su cui sarebbe necessario fare accertamenti. Non si tratterebbe infatti del primo documento misteriosamente scomparso. Che fine hanno fatto, per esempio, le foto segnaletiche dei due marocchini che, inizialmente, erano ricercati per l’omicidio? In quel caso l’equivoco era stato causato da Varriale, che aveva detto che gli assassini erano nordafricani. Varriale è indagato dalla Procura militare per violata consegna. Il comandante della Stazione Farnese, Sandro Ottaviani, deve invece rispondere di falsa testimonianza per aver mentito sul fatto che il carabiniere gli avesse consegnato la sua pistola.

Carabiniere ucciso, i due americani con droga e armi nelle foto sui telefoni. Pubblicato venerdì, 13 settembre 2019 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini. Foto e messaggi che mostrano i due ragazzi americani mentre sono in possesso di droga o maneggiano armi. Sono state trovate dai carabinieri nell’ambito delle indagini sul delitto del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega nei telefonini di Gabriel Natale Hijorth e di Lee Finnegan Elder. Scrivono gli investigatori nella relazione consegnata ai magistrati: «Tra le citate immagini ne vengono riportate anche alcune in cui il Natale, unitamente alla sua presunta “ragazza” o talvolta da solo, ostenta il possesso di ingenti somme di denaro che, correlate ad alcuni messaggi estrapolati dall’applicazione WhatsApp presente nel telefono cellulare dell’indagato, potrebbero essere comunque derivanti dai proventi della vendita dei narcotici». E ancora: «Sono state rinvenute numerose foto e diversi filmati che ritraggono, sia in luoghi chiusi sia all’aperto, Natale Hjorth Gabriel mentre maneggia delle armi. L’aspetto certamente più rilevante che si evince da tali immagini è la particolare predilezione per le armi palesata da Natale Hjorth Gabriel, vista la sua irriverenza nell’ostentarne il possesso e la disinvoltura mostrata nel maneggio».

Carabiniere ucciso: cocaina e pistole nei video girati con gli smartphone dei due americani. Maria Elena Vincenzi il 17 settembre 2019 su Repubblica Tv. Soldi, cocaina, coltelli e pistole. Nei filmati trovati nei cellulari sequestrati dai carabinieri a Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjort, i due giovani americani accusati dell'omicidio del vice-brigadiere Mario Cerciello Rega, ci sono eccessi di ogni tipo. I due californiani di 18 e di 19 anni (fermati dopo il delitto del 25 luglio) si mostrano mentre sparano, con della cocaina, con un coltello appoggiato sul volto di una ragazza, e mentre mangiano ravioli conditi con lo Xanax.

Armi, stupefacenti e impronte incastrano i killer di Cerciello. Sugli smartphone dei due americani foto e chat che confermano il "ruolo decisivo" di Hjort nell'omicidio del carabiniere. Chiara Sarra, Venerdì 13/09/2019, su Il Giornale. Foto con le armi, ma anche droghe e contanti. Gli smartphone di Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjort raccontano la vita "segreta" dei due americani che la notte del 26 luglio scorso hanno pugnalato a morte il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Lo raccontano le indagini Nucleo investigativo dei carabinieri che hanno passato al setaccio i dispositivi dei due 20enni statunitensi accusati ora di omicidio. In particolare nel cellulare di Hjort "sono state rinvenute numerose foto e diversi filmati che ritraggono, sia in luoghi chiusi sia all'aperto, Natale mentre maneggia delle armi". Ma anche immagini di marijuana in barattoli, piante, pastiglie con descrizioni, cocaina in pezzi o crack, narcotici e medicinali. Oltre ingenti quantità denaro contante ostentate anche negli scatti con una ragazza e che dimostrano come entrambi fossero dediti allo spaccio. Del resto la stessa madre di Hjort non aveva dubbi e gli dava del bugiardo: "Puoi andartene, fare uso e vendere droga ed andare alle feste tutte le notti senza avere una vita che sia produttiva, puoi andare avanti e farlo", gli scriveva su WhatsApp, "Non mi sento colpevole nemmeno per un secondo perché sono più che ragionevole con te e tutto ciò che fai è approfittartene senza dare nulla in cambio. È una cazzata che non stai ancora vendendo droghe poiché non hai un lavoro e continui a comprare cose. Cose costose. Mi menti costantemente...". Intanto Elder scriveva al suo pusher che agli incontri sarebbe portato un coltello, come dimostra una chat del 31 gennaio scorso con tale "El Cap". Poi, subito dopo l'omicidio, scrisse alla fidanzata negli Usa: "Non so se riesco a tornare", si legge nelle conversazioni. Una frase che lo mostra quindi consapevole di aver ucciso un uomo. Ma sono soprattutto le immagini e i video che dimostrano" la particolare predilezione per le armi palesata da Natale, vista la sua irriverenza nell'ostentarne il possesso e la disinvoltura mostrata nel maneggio" e che fanno emergere "il ruolo decisivo assunto da Natale nella commissione dei delitti posti in essere unitamente a Finnegan Lee Elder". Una in particolare viene segnalata dagli investigatori: quella in cui Natale indossa un guanto blu e viene ritratto "all'aperto mentre maneggia una pistola - presumibilmente modello Glock - nell'evidente azione di incamerare il proiettile nella canna". La stessa arma appare poi in altri video, mentre si specchia in una stanza e - con tanto di mirino laser - si riprende a torso nudo e con lo stesso guanto blu della foto. E poi ci sono le impronte. Quelle che lo stesso Hjort ha lasciato su uno dei pannelli del controsoffitto dell'hotel Le Meridien rimossi per nascondere il coltello utilizzato dall'amico per uccidere Cerciello. Una lama da 18 centimetri con cui il vicebrigadiere è stato colpito mortalmente per undici volte. Gli inquirenti concludono che dal materiale analizzato "emerge il profilo di due giovani che si dimostrano spavaldi e inclini alla sregolatezza". E se la posizione di Elder è stata fin dall'inizio "chiara e definita" (è stato lui a tirar fuori il coltello durante la colluttazione coi carabinieri in borghese), ora anche quella di Hjort prende forma. "Ha concorso nella condotta omicidiaria", scrivono gli investigatori. Perché ha negoziato la restituzione dello zaino preso a Brugiatelli "pretendendo in cambio la restituzione del denaro nonché la cessione di stupefacente". Ma anche perché "ha scelto accuratamente il luogo dell'incontro". Una posizione buia e senza telecamere, scelta con "un preliminare sopralluogo" che lo stesso Natale ha eseguito da solo.

Carabiniere ucciso a Roma, foto di droga e armi sui cellulari degli americani. Le impronte di Hjorth sul pannello. Dall'analisi dei telefoni di Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth, accusati di aver ucciso il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, emerse decine di foto di sostanze stupefacenti e di denaro in contante. La Repubblica il 13 settembre 2019. Decine di foto di sostanze stupefacenti e di denaro in contante. E' quanto è emerso dall'analisi dei cellulari di Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth, i due giovani americani accusati dell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega avvenuto a Roma il 26 luglio scorso. I risultato dell'attività investigativa è illustrato in una informativa depositata dalla Procura in vista dell'udienza davanti al tribunale del Riesame. "La quantità di immagini presenti all'interno dell'apparato telefonico - si legge nel documento - aventi per oggetto effigi riproducenti narcotici e medicinali di vario tipo, è risultata copiosa". Le immagini sono state estrapolate da alcune chat. "In alcune compare Natale che "unitamente alla sua presunta 'ragazzà o talvolta da solo, ostenta il possesso di ingenti somme di denaro che, correlate ad alcuni messaggi estrapolati dall'applicativo whatsapp presente nel telefono cellulare dell'indagato, potrebbero essere comunque derivanti dai proventi della vendita dei narcotici". Dalle immagini estrapolate dai telefoni emerge come i due indagati, in carcere da fine luglio, "siano spavaldi e inclini alla sregolatezza". Tra il materiale probatorio depositato a beneficio della difesa, ci sono diversi filmati che ritraggono Natale Hjorth in luoghi chiusi e all'aperto maneggiare armi e munizioni, ostentate "con irriverenza e disinvoltura", e indossare un cappuccio o un passamontagna mentre sta in posa davanti a uno specchio. Nell'informativa è citata anche una chat inviata da Finnengan Lee Elder alla fidanzata, pochi minuti dopo avere colpito con 11 coltellate il vicebrigadiere: "Qualunque cosa accada ti amo... non so se riesco a tornare". Intanto dalla relazione del Ris depositata oggi in vista del Riesame che dovrà decidere sulla posizione di Natale lunedì emerge che ci sono le impronte di Cristian Gabriel Natale Hjorth su uno dei pannelli del controsoffitto dove era stato nascosto il coltello da 18 centimetri nella camera dell'hotel "Le Meridien" dove il giovane, accusato insieme all'amico e connazionale Finnegan Lee Elder di aver ucciso il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, alloggiava. Questo elemento aggrava la posizione di Natale Hjorth che finora si era dichiarato estraneo all'omicidio di Cerciello Rega, ucciso con quel coltello da Elder. Sul pannello sono state rilevate un'impronta palmare e due impronte papillari (dita). Il pannello era stato prelevato nel corso dell'ultimo sopralluogo dai carabinieri del Nucleo Investigativo, nell'hotel di Prati dove i due americani alloggiavano, a poche centinaia di metri dal luogo del delitto. Lì era stata trovata l'arma, un coltello con una lama da 18 centimetri con cui il vicebrigadiere era stato colpito per undici volte. Dalle immagini estrapolate dai cellulari di Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth, inoltre, "emerge il profilo di due giovani che si dimostrano spavaldi e inclini alla sregolatezza", come si legge in una informativa del Nucleo investigativo depositata dalla procura in vista del Riesame che deve pronunciarsi lunedì sulla posizione di Natale Hjorth. Le sequenze foto e video forniscono, secondo gli investigatori, "un ulteriore contributo a supporto dei gravi indizi di colpevolezza già emersi a carico" dei due americani. In particolare, "oltremodo eloquenti appaiono le foto ed i video in cui sia Natale Hjorth sia Elder maneggiano, con padronanza ed assoluta disinvoltura, delle armi". Non solo: le immagini "dimostrano che entrambi hanno disponibilità di diverse sostanze stupefacenti e psicotrope".

Da Il Messaggero il 14 settembre 2019. Ci sono le impronte (palmari e digitali) di Christian Gabriel Natale Hjort, accusato di concorso con Finnegan Lee Elder nell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello, su uno dei pannelli del controsoffitto della camera dell'albergo dove è trovato il coltello utilizzato da Elder per colpire il carabiniere. Le hanno rilevate i carabinieri del Ris mentre dalle analisi dei cellulari dei due americani spuntano foto di droghe e soldi in contanti, nonché chat Whatsapp risalenti ai minuti subito successivi all'omicidio. In una di queste Finningan Lee Elder scrive alla fidanzata: «Qualunque cosa accada ti amo, non so se torno...». In un'altra del 30 giugno Natale Hjort viene accusato dalla madre di essere bugiardo e continuare a spacciare droga. Secondo gli inquirenti l'individuazione delle impronte di Natale Hjort è un dato importante in quanto l'americano ha sempre negato di avere avuto a che fare con l'arma. La novità, che quindi aggrava la posizione di Natale, è contenuta nella relazione dei carabinieri del Ris depositata in vista dell'udienza del Riesame in programma per lunedì prossimo. Si tratta di una impronta palmare e due impronte papillari. Il pannello era stato prelevato nel corso dell'ultimo sopralluogo dai Carabinieri del Nucleo Investigativo, nell'hotel di Prati dove i due americani alloggiavano, a poche centinaia di metri dal luogo del delitto. Lì era stata trovata l'arma, un coltello con una lama da 18 centimetri con cui il vicebrigadiere era stato colpito per undici volte. Secondo quanto si è appreso, sul soffitto non sono state individuate impronte di Elder, il che fa supporre che sia stato il solo Natale a nascondere il coltello a lunga lama utilizzato dal suo amico per colpire Cerciello. Che i due avessero «dimestichezza» con armi e coltelli emerge in modo lampante dall'analisi dei cellulari. Decine le foto che li ritraggono mentre impugnano pistole e armi da taglio in quella che appare come una sorta di ossessione. Da queste immagini emerge come i due indagati «siano spavaldi e inclini alla sregolatezza», scrivono in una informativa i carabinieri.

Carabiniere ucciso a Roma,  la lettera di Hjorth alla madre: «Scusa per la nostra ultima lite». Pubblicato lunedì, 16 settembre 2019 da Corriere.it. «Cara mamma ti chiedo scusa». Ecco la lettera che Gabriel Natale Hjorth – uno dei due americani accusato di aver ucciso il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega – aveva inviato nei mesi scorsi alla madre che lo rimproverava perché faceva uso di stupefacenti. Lo scritto è stato depositato dai difensori al tribunale del Riesame. Gli avvocati Francesco Petrelli e Fabio Alonzi hanno però deciso di rinunciare al ricorso «perché dobbiamo leggere i nuovi atti depositati dalla Procura». Tra gli atti messi a disposizione dei magistrati ci sono le foto con pistole, soldi e stupefacenti e le chat che raccontano le liti con i genitori, ma anche i messaggi dell’altro imputato con la fidanzata. «Ti amo con tutto il mio cuore - scrive Natale Hjorth alla mamma – e cercherò di dimostrartelo». La procura vuole dimostrare come i due ragazzi fossero inclini alla violenza e soprattutto che l’agguato ai carabinieri fosse premeditato. La difesa dice invece che i due hanno reagito credendo di trovarsi davanti a due spacciatori. 

Un'americano intercettato, confessa sull'omicidio del carabiniere Cerciello Rega: "I Carabinieri mostrarono il tesserino". Il Corriere del Giorno il 19 Novembre 2019. Il giovane americano Lee Elder confessa a suo padre ed legale americano amico di famiglia, quello che era accaduto notte in cui fu accoltellato Cerciello Rega: “Ho visto due sbirri”. È la frase che lo incastra per le accuse di concorso in omicidio volontario, lesioni, tentata estorsione e resistenza a pubblico ufficiale. È stato un colloquio intercettato in carcere a fare luce sull’uccisione del carabiniere  Mario Cerciello Rega, ed a chiarire che l’accoltellamento non sia stata la reazione a un’aggressione compiuta da due sconosciuti in piena notta, né tanto meno una risposta dettata da legittima difesa. “I saw two cops” che tradotto significa “Ho visto due sbirri. Ci hanno fatto vedere velocemente i distintivi” è stata l’ammissione intercettata. Quindi i due americani   Finnegan Lee Elder, 18 anni, e Gabriel Natale Hjorth, 19 anni, attualmente carcere per l’omicidio di Mario Cerciello Rega, erano ben consapevoli che i due uomini aggrediti brutalmente, la notte dello scorso 26 luglio nel quartiere Prati di Roma, fossero dei carabinieri. A confessarlo è lo stesso Finnegan in una conversazione intercettata in carcere  dagli investigatori, e contenuta nell’informativa finale redatta dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma. Quanto ascoltato e trascritto è stata la chiave di volta che ha convinto i magistrati, il procuratore in carica Michele Prestipino, l’aggiunto Nunzia D’Elia ed il sostituto Maria Sabina Calabretta ed ha consentito loro di ipotizzare la piena assoluta volontarietà a carico dei due statunitensi, ed  a chiedere il giudizio immediato nei loro confronti, saltando quindi l’udienza preliminare. Il reato contestato è pesante: “Concorso in omicidio volontario“. La conversazione captata dai Carabinieri è dello scorso 2 agosto, cioè pochi giorni dopo lo stato di fermo e l’adozione della custodia cautelare in carcere. Un colloquio avvenuto tra Elder, suo padre e Craig Michael Peters, avvocato penalista americano, entrato nel carcere di Regina Coeli soltanto in qualità di “amico di famiglia”, non essendo stato nominato legale di fiducia, motivo per cui è stato possibile  inserire l’intercettazione  tra quelle utilizzabili. È stato proprio il legale americano a chiedere informazioni su quanto avvenuto. Elder così esordisce nel suo racconto-confessione: “Ho visto due sbirri di cui uno più basso, erano rivolti nella direzione opposta. Sono venuti dietro a noi, alle nostre spalle. E la macchina militare era qui. Mi sono girato e li ho visti ad una distanza di tre piedi (cioè un metro circa n.d.r.). La persona che mi ha attaccato era basso, più massiccio. Mi picchiava, mi trascinava e così ho estratto il mio coltello e l’ho colpito due volte alla gamba. Poi mi ha stretto il collo e io ho cercato di scansarlo”. Quello che è successo quella notte è cosa nota. Undici coltellate sferrate colpiscono  trafiggono il povero carabiniere Cerciello Rega, fino ad ucciderlo. Il suo collega, Andrea Varriale, impegnato in una collutazione corpo a corpo con l’altro ragazzo, Natale Hjorth, non riesce ad arrivare in tempo in suo soccorso. Interrogato dai magistrati Varriale dichiara di aver mostrato il distintivo prima dell’intervento . Circostanza questa  che viene confermata anche Elder in carcere: “Ci hanno fatto vedere velocemente i distintivi”, dice  all’ avvocato a Peters, il quale gli ricorda di attenersi alla sua dichiarazione e di ripassarla punto per punto. La linea che il difensore vorrebbe seguire è semplice, e viene così spiegata: “Due ragazzi che vengono attaccati e assaliti da due uomini, questi agenti di polizia, ragazzetti che si devono difendere contro gli adulti”. Il carabiniere Andrea Varriale in servizio con il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso la notte del 26 luglio con 11 coltellate da Finningan Lee Elder ha presentato nel frattempo in Procura  a Roma una denuncia per lesioni contro Gabriel Natale Hjorth . La denuncia è collegato alle ferite riportate da Varriale, assistito dall’avvocato Francesca Coppi, nella colluttazione avvenuta prima del ferimento mortale di Rega. Le lesioni, giudicate guaribili in dieci giorni, sarebbero state causate da Hjorth durante la colluttazione. In merito alla tentata estorsione nei confronti di Sergio Brugiatelli, l’intermediario” che li aveva portati dal pusher a Trastevere ed al quale avevano rubato lo zainetto, dopo che l’acquisto di cocaina era fallito per l’arrivo dei militari, Elder è molto chiaro: “Il motivo per cui ho preso lo zaino è perché mi aveva mentito. Si è preso i soldi pensando di farla franca“. Resta ancora aperto invece il filone connesso alla diffusione e alla pubblicazione della foto di Natale Hjorth bendato, subito dopo il fermo, all’interno della caserma dei Carabinieri di via In Selci.

Valeria Di Corrado per il tempo.it il 20 novembre 2019. Crolla definitivamente l’ultima delle tante bugie raccontate dai due ragazzi americani per i quali la Procura di Roma ha chiesto il giudizio immediato per il concorso nell’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, assassinato la notte tra il 25 e il 26 luglio scorso in via Pietro Cossa, nel quartiere Prati, mentre era in servizio con il collega Andrea Varriale. Anche Finnegan Elder Lee - il 20enne che ha materialmente sferrato le 11 coltellate - sapeva, al pari del suo amico Gabriel Christian Natale Hjorth, che quello che aveva davanti era un carabiniere. Nell’interrogatorio col pm, subito dopo il fermo, aveva precisato: «Mentre si avvicinavano a noi, parlavano tra di loro in italiano senza affermare che fossero poliziotti. (...) Pensavo fossero stati mandati da Sergio per recuperare lo zaino e che avessero cattive intenzioni (...) Se avessi saputo che si trattava di un poliziotto mi sarei fermato, non l’avrei fatto. In America quando un poliziotto di ferma, la prima cosa che fa è esibire il tesserino».

«CI HANNO FATTO VEDERE I DISTINTIVI». Ma la verità è che anche Cerciello e Varriale avevano esibito il tesserino dell’Arma. Lo conferma proprio Elder, il 2 agosto, mentre al Regina Coeli - non sapendo di essere intercettato - parla con suo padre e l’amico Micheal Craig Peters, venuto dagli Usa per fargli da consulente legale (pur non avendo il mandato difensivo). «Quando ci hanno fatto vedere velocemente i distintivi (in inglese: “flashed the cards or whatever”)...», ricorda il 20enne, subito interrotto da Craig che, bisbigliando, gli suggerisce: «Rimani calmo, attieniti alla tua dichiarazione, ripassala punto per punto, ricordatela. Non ci deve preoccupare la tua dichiarazione... durante l’interrogatorio... questo non lo puoi dire. È successo e basta». «Tu non hai visto niente», taglia corto il legale, facendo riferimento proprio ai tesserini dei carabinieri.

«HO VISTO DUE SBIRRI». Ma nel prosieguo della conversazione, raccontando la dinamica di quella notte, Finnegan ribadisce di aver capito che Cerciello e Varriale erano due esponenti delle forze dell’ordine. «Ho visto due sbirri ("I saw two cops", in lingua originale, ndr). Uno di cui più basso. Erano rivolti nella direzione opposta. Sono venuti dietro a noi, alle nostre spalle. E la macchina militare (letteralmente "tank", in inglese) era qui». In effetti, dalle telecamere di sorveglianza del bar «Kiarotti Wine», in via Gioacchino Belli, di fronte all’ingresso dell’hotel «Le Meridien Visconti» (dove alloggiavano i due amici), si vedono gli americani nascondersi tra le auto parcheggiate, quando arriva la Fiat Punto sulla quale viaggiavano Cerciello, Varriale e Sergio Brugiatelli, il mediatore dei pusher a cui i due ragazzi avevano rubato lo zaino. «Ciò induce a ritenere - si legge nell’informativa dei carabinieri di via In Selci - che sia stato proprio Natale Hjorth a riconoscere la vettura civetta dei militari, per poi segnalarla a Elder. Al riguardo, non si esclude che la stessa auto sia stata vista dai due indagati in occasione dell’arrivo della pattuglia nei pressi di piazza Mastai», a Trastevere - nella fase precedente all’aggressione a Prati - quando Natale si era ritrovato con una compressa di tachipirina tra le mani, invece che una dose di cocaina. Probabilmente, infatti, dopo essere fuggiti con lo zaino di Brugiatelli, i due turisti di San Francisco erano rimasti nei paraggi. Lo dimostra il fatto che, quando Cerciello e Varriale arrivano a piazza Mastai, le celle dei cellulari dei due indagati continuano ad agganciare «ponti radio base» in quell’area. Inoltre, «essendo l’autovettura utilizzata dai due militari sprovvista di colori di istituto, nel momento in cui transita in zona Prati, poteva essere riconosciuta dai due statunitensi solo per il fatto di essere stata da loro già notata in zona Trastevere», è la conclusione a cui giungono gli inquirenti.

«CON LA CORTE GIOCHEREMO SULLE EMOZIONI». Tornando al dialogo intercettato in carcere il 3 agosto scorso, l’avvocato Craig spiega ad Elder la differenza tra la procedura penale adottata in America («prima c’è l’arresto, poi si fa il capo d’imputazione, le dichiarazioni scritte») e quella italiana. «Qui non è così. Qui può durare anche un anno l’iter giudiziario. Rischi 8 anni. Qui funziona cosi: ti interrogheranno di persona. Il pm utilizzerà le prove contro di te per costruire l’accusa. Quindi devi essere preparato per cosa possa dire (...) Il pm utilizzerà videoriprese, il protocollo d’autopsia, le dichiarazioni fornite dai testimoni e così via. Quindi l’obiettivo è di cercare di ridurre l’importanza di queste prove...Due ragazzi che vengono attaccati e assaliti da due uomini, questi agenti di polizia, ragazzetti che si devono difendere contro degli adulti. Che vengono attaccati… e non appena vedono che uno dei due è caduto a terra, scappano via. È questa l’immagine che vogliamo dare, la nostra linea di difesa. Il nostro scopo è di cercare di vincere la simpatia della Corte, giocare sulle emozioni. È la nostra unica possibilità di difesa». «Spero che così il processo, che solitamente è lungo, durerà di meno. È un rischio, ma deve essere il nostro obiettivo. Dobbiamo vedere se i giudici siano disposti a misure più lievi, all’arresto domiciliare, cose del genere, o firmare un ordine di estradizione per farti portare in patria. Anche se negli Stati Uniti, la pena sarebbe più lunga, ovviamente», ammette il legale.

«I CARABINIERI ERANO DEFICIENTI». Il legale americano chiede poi a Finnegan come vive il carcere. Il 20enne spiega: «Mi hanno dato una stanza speciale. Giù nel corridoio ci sono le docce, c’è la televisione... C’è di tutto, sono circondato da cose (Craig ride). Ma sono stanco… così stanco. Voglio tornare negli Stati Uniti. Mi pare di impazzire in carcere. Sono così stufo di sentire parlare in italiano tutto il giorno (fa un rumore di ronzio con la bocca). Mi fa venire la nausea sentirli». E poi aggiunge: «Vorrei dei tappi per le orecchie». Il padre lo rassicura: «Abbiamo speso un certo importo, qualche migliaio di dollari. Dobbiamo inviare una lettera al Presidente (forse Donald Trump, ndr) a nome di Finnegan Elder». Il 2 agosto viene intercettato in carcere anche Gabriel Natale Hjorth, mentre parla con il padre e lo zio: «Devono pure capire - spiega il 19enne - che pure i carabinieri erano deficienti... solo che non li hanno...». Il padre lo interrompe subito: «Non dobbiamo usare parolacce».

Francesco Salvatore per “la Repubblica” il 19 novembre 2019. «I saw two cops». Tradotto, "ho visto due sbirri". E poi, «ci hanno fatto vedere velocemente i distintivi ». È un colloquio in carcere a mettere nero su bianco che l' uccisione del carabiniere Mario Cerciello Rega non sia stata la reazione a un' aggressione compiuta da due sconosciuti in piena notte, né tanto meno una risposta dettata da legittima difesa. Erano ben consapevoli Finnegan Lee Elder, 18 anni, e Gabriel Natale Hjorth, 19 anni, i due americani in carcere per l' omicidio di Mario Cerciello Rega, che i due uomini aggrediti brutalmente, la notte dello scorso 26 luglio nel quartiere Prati di Roma, fossero carabinieri. A dirlo è lo stesso Finnegan in una conversazione in carcere intercettata dagli investigatori, e contenuta nell' informativa finale redatta dal nucleo investigativo dei carabinieri di Roma. Quanto riportato, nella sua semplicità, è il grimaldello che ha permesso agli inquirenti di ipotizzare in capo ai due statunitensi una volontarietà piena. E che ha convinto i magistrati, il procuratore Michele Prestipino, l' aggiunto Nunzia D' Elia e il sostituto Maria Sabina Calabretta, a chiedere nei loro confronti il giudizio immediato, saltando dunque l' udienza preliminare. Concorso in omicidio volontario il reato contestato. La conversazione carpita dai carabinieri risale al 2 agosto scorso, a pochi giorni dal fermo. Un colloquio avvenuto tra Elder, il padre e Craig Michael Peters, avvocato penalista americano. Quest' ultimo, entrato a Regina Coeli in qualità di amico di famiglia, non è stato nominato legale di fiducia, motivo per cui l' intercettazione è stata inserita tra quelle utilizzabili. È proprio il legale a chiedere informazioni su quanto avvenuto. «Ho visto due sbirri (I saw two cops) di cui uno più basso - esordisce Elder - erano rivolti nella direzione opposta. Sono venuti dietro a noi, alle nostre spalle. E la macchina militare (tank) era qui. Mi sono girato e li ho visti ad una distanza di tre piedi (un metro circa). La persona che mi ha attaccato era basso, più massiccio. Mi picchiava, mi trascinava e così ho estratto il mio coltello e l' ho colpito due volte alla gamba. Poi mi ha stretto il collo e io ho cercato di scansarlo». Quello che è successo poi è cosa nota. Con le undici coltellate che trafiggono Cerciello Rega, fino ad ucciderlo. Il suo collega, Andrea Varriale, nel corpo a corpo con l' altro ragazzo, Natale Hjorth, non riesce a intervenire in suo soccorso. Interrogato dirà di aver mostrato prima dell' intervento il distintivo. Cosa che conferma anche Elder in carcere: «Ci hanno fatto vedere velocemente i distintivi», spiega a Peters, il quale gli ricorda di attenersi alla sua dichiarazione e di ripassarla punto per punto. La linea che il difensore vorrebbe seguire è semplice: «Due ragazzi che vengono attaccati e assaliti da due uomini, questi agenti di polizia, ragazzetti che si devono difendere contro gli adulti», gli spiega. Quanto all' innesco di tutta la vicenda, la tentata estorsione nei confronti di Sergio Brugiatelli, l' uomo che li aveva portati dal pusher a Trastevere e al quale avevano rubato lo zainetto, dopo che l' acquisto di cocaina era fallito per l' arrivo dei militari, Elder è netto: «Il motivo per cui ho preso lo zaino è perché mi aveva mentito. Si è preso i soldi pensando di farla franca».

Familiari, colleghi e cittadini per il saluto al carabiniere. Il Dubbio il 28 luglio 2019. Decine le corone di fiori depositate anche nella chiostrina della cappella di piazza del Monte di Pietà. Sono decine le corone di fiori depositate anche nella chiostrina della cappella di piazza del Monte di Pietà dove è stata allestita la camera ardente del vice brigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega accoltellato a morte venerdì notte nel rione Prati a Roma. Una folla composta si è radunata per porgere l’estremo saluto al militare caduto. Ci sono  fiori inviati del “reparto carabinieri  Consiglio di Stato”, dai “colleghi del commissariato Trevi" e spicca una grande corona di rose rosse recapitata dai commercianti di via dell’Anima, la strada dietro piazza Navona non lontana dalla stazione di piazza Farnese, dove il carabiniere prestava servizio. Mario era molto amato dagli esercenti e dai residenti del suo territorio di competenza. «Ci difendeva da spacciatori e scippatori», aveva ricordati Fabrizio Roscioli, amico del carabiniere e titolare dello storico forno di piazza Campo de’ Fiori, «quella microcriminalità che inficia negativamente la vita del cittadino». Presente anche Rosa Maria, la moglie di Mario Cerciello Rega e gli altri familiari della vittima. Insieme a loro, una delegazione di circa 30 uomini e donne della polizia di Stato guidata vicequestore vicario di Roma Rossella Matarazzo e dal capo della squadra mobile Luigi Silipo, che ha reso omaggio a Rega, salutati dal comandante  provinciale dei carabinieri Francesco Gargano e, tra gli altri, dal comandante della stazione dei carabinieri di piazza Farnese Sandro Ottaviani.

Funerali del carabiniere ucciso, a Somma Vesuviana l'ultimo saluto a Mario Cerciello Rega. Pubblicato lunedì, 29 luglio 2019 da Corriere.it. È colma di persone la chiesa di Santa Maria del Pozzo, a Somma Vesuviana, dove si stanno svolgendo le esequie del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. Si tratta della stessa chiesa dove circa un mese fa il carabiniere si era sposato con Rosa Maria Esilio. Anche la piazza è gremita di persone. Il feretro, avvolto dal tricolore, è stato portato in chiesa a spalla da sei carabinieri, scortati da colleghi in alta uniforme. A seguirlo, la famiglia di Cerciello Rega. Gli applausi commossi della folla hanno accompagnato il feretro in chiesa. Lì, la famiglia vi ha deposto sopra alcune foto del matrimonio, il cappello d'ordinanza e la maglia del Napoli, di cui era tifoso. A officiare i funerali è l'Ordinario militare monsignor Santo Marcianò, che durante l'omelia ha detto: «Quello che è accaduto è ingiusto. Basta piangere servitori dello Stato, figli di una Nazione che sembra aver smarrito quei valori per i quali essi arrivano a immolare la vita!». Il monsignore si è rivolto anche alle istituzioni, invitandole a prendere Cerciello Rega ad esempio: «Se voi, responsabili della cosa pubblica, e tutti noi sapremo imparare, da uomini come Mario, il senso dello Stato e del bene comune, l'Italia risorgerà». Il comandante dell'Arma dei carabinieri, generale Giovanni Nistri, ha tracciato un ritratto di Cerciello Rega, poi ha chiesto «rispetto e riconoscenza»: «Il cuore di Mario è stato trafitto da undici coltellate, è bene che noi tutti si eviti la dodicesima coltellata, serve rispetto. Giusti i dibattiti, sono legittimi, ma teniamoli lontani, non oggi». L'Ordinario militare Santo Marcianò ha ricordato l'empatia e lo spirito di servizio di Mario Cerciello Rega, che incarnava «a perfezione la missione del carabiniere». Marcianò ha indirizzato anche un monito al Paese: «Non è nostro compito dire se servano leggi più rigide o soltanto leggi più giuste, ma una cosa osiamo chiedervela: Metteteci il cuore! Fate anche voi della vita degli altri il senso della vostra vita, consapevoli che quanto operate o non operate è rivolto a uomini concreti: a cittadini e stranieri, a uomini e donne delle Forze Armate e Forze dell'Ordine, ai quali non possiamo non rinnovare il grazie e l'incoraggiamento della Chiesa e della gente! E se voi, responsabili della cosa pubblica, e tutti noi sapremo meglio imparare, da uomini come Mario, il senso dello Stato e del bene comune, l'Italia risorgerà». Dopo l'omelia, il comandante generale dell'Arma dei carabinieri, generale Giovanni Nistri, ha pronunciato un discorso di commiato. «Mi compete l'onere più pesante», ha detto, «parlare di un ragazzo morto a 35 anni». Dopo aver raccontato la carriera di Cerciello Rega e averne tracciato un ritratto, il comandante generale ha chiesto «rispetto e riconoscenza»: «Il cuore di Mario è stato trafitto da undici coltellate, è bene che noi tutti si eviti la dodicesima coltellata: giusti i dibattiti, sono legittimi, ma teniamoli lontani, non oggi. E i toni non siano la dodicesima coltellata». Nistri ha chiesto rispetto «per un uomo che è morto per tutelare i diritti di tutti, a partire dal diritto all'equo trattamento che ha ogni persona, anche una persona che viene arrestata per aver compiuto un orrendo crimine». Poi ha ricordato i colleghi Emanuele Anzini (falciato all’alt da un ubriaco a giugno, in provincia di Bergamo) e Vincenzo Di Gennaro, ucciso questa primavera nel foggiano, durante una sparatoria, oltre ai 953 carabinieri feriti dall'inizio dell'anno. Il generale Nistri ha concluso con un ringraziamento: «Grazie Mario, per aver ricordato a me e a tutti, testimoniandolo con i fatti, chi sia davvero il Carabiniere, cosa davvero debba fare un carabiniere e quali siano i valori a cui si deve ispirare». «Prometto di amarti e onorarti sempre tutti i giorni della mia vita». Così Maria Rosaria, la moglie di Mario Cerciello Rega, ha ripetuto la promessa di matrimonio da quello stesso altare dove poco più di un mese e mezzo fa si era sposata con il vicebrigadiere ucciso a Roma. La donna, con voce rotta dall'emozione, ha letto anche la preghiera della moglie del carabiniere. Molte le cariche istituzionali presenti, compresi vice premier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il presidente della Camera Roberto Fico e la sindaca di Roma, Virginia Raggi. Al suo arrivo, Salvini è stato accolto dagli applausi. Alcune signore lo hanno intercettato dicendogli: «Proteggete i nostri ragazzi». Tra gli esponenti del governo presenti alle esequie, anche il ministro della Difesa Elisabetta Trenta e il ministro dell'ambiente Sergio Costa, oltre alla vicepresidente della Camera Mara Carfagna e al vicepresidente del Senato Ignazio La Russa (FdI). In chiesa ci sono anche i componenti dell'associazione cavalieri di Malta della quale Cerciello Rega faceva parte per svolgere attività di volontariato. Nella chiesa c'è la corona di fiori inviata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mentre all'esterno sono esposte quelle delle altre autorità, compresa quella del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ieri ha trascorso più di un'ora con i familiari nella camera ardente e che oggi non sarà presente alla cerimonia. Il sindaco del paese di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno, ha disposto il lutto cittadino. Ieri migliaia di cittadini hanno reso omaggio, nella camera ardente allestita nella cappella di piazza Monte della Pietà a Roma, al militare ucciso la notte tra giovedì e venerdì. Un'affluenza così imponente da costringere a rinviare l'orario di chiusura della camera ardente.

«La moglie del carabiniere»,  il testo letto in chiesa dalla vedova Rosa Maria. Pubblicato lunedì, 29 luglio 2019 da Corriere.it. «Essere moglie di un carabiniere»: Rosa Maria, vedova di Mario Cerciello Rega, ha letto al termine del funerale del marito un testo, ripreso da un post che circola da anni su Facebook tra mogli e fidanzate dei militari. Da «gioia e dolore, solitudine e fierezza», nasce la lacrima «che solo la moglie di un carabiniere prova», frutto «di tutti quei valori cui suo marito è legato e che lei farà suoi», sono state le parole pronunciate dall'altare, al termine delle esequie del vicebrigadiere. La moglie di un carabiniere «deve possedere le qualità di un padre e di una madre allo stesso tempo, essere sempre attiva ed intraprendente, far fronte a tutte le necessità, essere capace di svolgere allegramente le sue mansioni anche se è stanca o ammalata, ed essere capace di cambiare casa, abitudini e amicizie spesso e all'improvviso», ha concluso Rosa Maria, che ha chiesto di non essere inquadrata durante la funzione. Subito dopo l'Ordinario militare, Santo Marcianò ha concluso il rito funebre, ricordando come oggi «l'Italia intera sia in lutto». Il feretro è stato portato a spalla fuori della chiesa, tra gli applausi dei presenti. 

A mia moglie. Un giorno il buon Dio stava creando un modello di donna da destinare a moglie di carabiniere. Era al lavoro quando un angelo gli disse: «Signore, mi sembra che voi vi stiate preoccupando troppo. Perché deve essere così diversa dalle altre donne?».

Il Signore rispose: «Questa donna deve essere indipendente. possedere le qualità di un padre e di una madre allo stesso tempo. Essere una perfetta padrona di casa per quattro invitati come per quaranta anche se preavvisata solo un'ora prima, deve essere sempre attiva ed intraprendente, far fronte a tutte le necessità, essere capace di svolgere allegramente le sue mansioni anche se è stanca o ammalata, ed essere capace di cambiare casa, abitudini e amicizie spesso e all'improvviso». 

L'angelo scosse la testa: «Impossibile!». Il Signore proseguì: «La doteremo di un cuore particolarmente forte, capace di sopportare il dolore delle separazioni, di dare Amore senza riserve, di offrire energie al marito nei momenti più difficili e di continuare a lottare anche quando è carico di lavoro e stanco».

«Signore», disse l'angelo, toccandogli il braccio dolcemente. «Andate a coricarvi e riposatevi un pò. Potrete terminare domani». «Non posso fermarmi adesso», disse il Signore. «Sono così vicino alla creazione di qualcosa d'unico». «Questo tipo di donna si curerà da sola quando è malata, saprà dire arrivederci a suo marito su di un molo, in un aeroporto o in una stazione, comprendere perché è importante che egli parta ed aspettarlo con rispetto».

L'angelo si avvicinò al modello di donna lo guardò da vicino e sospirò: «Sembra ben fatta, ma ha l'aspetto troppo dolce», replicò il Signore. «Ma ha la forza del leone, non immagini tutto ciò che è capace di sopportare». Alla fine l'angelo si chinò e fece scorrere il suo dito sulla guancia di quella nuova creazione di Dio. «C'è una perdita!», esclamò. «Qualcosa non va in questa creatura». Il Signore parve offeso dalla mancanza di fiducia dell'angelo. «Ciò che tu vedi non è una perdita», disse «è una lacrima!». «Una lacrima? Perché dunque?». 

Domandò l'angelo. «È per la gioia, il dolore, la solitudine e la fierezza che solo la moglie di un Carabiniere prova ed è dedicata a tutti quei valori cui suo marito è legato e che lei farà suoi», disse il Signore dando vita a quella dolce creatura. Anche l'angelo, commosso pianse!».

Matteo Salvini, le parole della vedova del carabiniere ucciso: "Mario credeva in te, ma..."Libero Quotidiano il 30 Luglio 2019. Al funerale di Mario Cerciello Rega, il carabiniere ammazzato a Roma dai due americani, ha partecipato anche Matteo Salvini. "Prima di partire voglio salutare la moglie, i fratelli la famiglia", ha spiegato alle esequie, che si sono tenute lunedì 29 luglio a Somma Vesuviana. E il ministro dell'Interno ha mantenuto la parola, raggiungendo Rosa Maria, la moglie - da appena quaranta giorni - di Rega, straziata dal dolore. E Il Messaggero riporta quanto detto dalla signora a Salvini: "Mario credeva in te, ma non è giusto morire così in una notte di luglio, mentre si sta facendo il proprio lavoro per gli altri. Non è giusto, ministro - ha ribadito -. Voi dovete stare dalla parte di chi fatica, dovete dare delle risposte agli onesti: sono loro, siamo noi che esigiamo ragione e giustizia. E io, poi, come faccio adesso? Mario, il mio Mario, era lo Stato. E voi dovete stare sempre con lui. Con noi". Parole ascoltate con attenzione da Salvini, evidentemente commosso. Un appello che il ministro dell'Interno cercherà di non far cadere nel vuoto.

Carabiniere ucciso a Roma, Vittorio Sgarbi dedica una via a Sutri a Mario Cerciello Rega. Libero Quotidiano il 31 Luglio 2019. A Mario Cerciello Rega, il vice brigadiere dell'Arma dei Carabinieri ucciso con 11 coltellate nella notte tra il 25 e il 26 luglio a Roma, sarà dedicata una via a Sutri, il piccolo comune della Tuscia di cui è sindaco Vittorio Sgarbi. La decisione è maturata alcuni giorni fa "ma solo oggi - spiega Sgarbi che ha prima voluto confrontarsi con l'Ufficio Territoriale del Governo - possiamo darne notizia dopo avere avuto l'approvazione del prefetto di Viterbo Giovanni Bruno".  La cerimonia si svolgerà a settembre. "Inviteremo i familiari - annuncia Sgarbi - e i vertici dell'Arma".

Giuseppe Scarpa per “il Messaggero” il 23 ottobre 2019. Ha presentato una denuncia per lesioni contro Gabriel Natale Hjorth, Andrea Varriale. Si tratta del carabiniere in servizio con il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, il militare ucciso la notte del 26 luglio con undici coltellate da Finningan Lee Elder, amico di Hjorth. L'esposto, depositato ieri in procura, è legato alle ferite riportate da Varriale durante la colluttazione avvenuta prima del ferimento mortale di Rega. Il carabiniere riportò lesioni guaribili in dieci giorni procurategli, appunto, da Hjorth durante il corpo a corpo. Varriale ha deciso di denunciare il californiano anche perché, l'aggiunto Nunzia D'Elia e il sostituto Maria Sabina Calabretta, in assenza dell'esposto non possono procedere nei confronti dell'americano. Il reato di lesioni è infatti procedibile d'ufficio solo con una prognosi che supera i venti giorni. Intanto i due studenti americani si trovano sempre in carcere, accusati di concorso in omicidio di Cerciello. La ricerca di una notte a sniffare cocaina è il primo pezzo del puzzle per comporre l'intera storia. Natale e Elder sono in cerca di droga. Sergio Brugiatelli è l'uomo che si offre di aiutarli. L'italiano consegna a Finnegan uno zaino, con il suo cellulare e i documenti. Poi assieme a Natale, che parla italiano, si dirige dal pusher Italo Pompei. I due a Trastevere da Piazza Mastai si dirigono nella vicinissima Via Cardinale Merry del Val. Lo spacciatore rifila a Natale un'aspirina. Poi intervengono quattro carabinieri in borghese per contrastare un'attività di spaccio. Natale si spaventa e fugge. Corre dall'amico e insieme scappano con lo zaino di Brugiatelli. Quest'ultimo è disperato. I militari allora suggeriscono a Brugiatelli di telefonare al 112. Lui lo fa. Prima, però, chiama al suo cellulare, che è nelle mani di Elder e Natale. A rispondere è quest'ultimo che non solo pretende 100 euro, ma reclama anche un grammo di cocaina. Poi fissa il luogo dell'incontro, via Pietro Cossa quartiere Prati a cinquanta metri dall'albergo a quattro stelle, Le Meridien, in cui i due amici soggiornano. Brugiatelli si sente con le spalle al muro, chiama perciò il 112 dal cellulare di una persona presente in piazza Mastai, come gli era stato suggerito dai 4 militari. In poco tempo arriva una pattuglia. Anche i 4 carabinieri presenti si muovono e chiamano due loro colleghi, Mario Cerciello Rega e Andrea Varriale. Così, quando arriva l'auto di servizio sul posto, ci sono più uomini dell'Arma. Alla fine la centrale operativa decide chi deve andare all'appuntamento: la coppia Rega e Varriale. Ecco quindi che si dirigono all'appuntamento insieme a Brugiatelli. I militari, in borghese disarmati passeggiano in via Cossa. Spuntano Natale e Elder, che prima erano andati a cambiarsi in albergo. I militari si avvicinano e si qualificano, secondo la versione di Varriale. «Non dicono di essere carabinieri», per Finnegan. Ad ogni modo gli americani perdono la testa. Finnegan che aveva portato con sé un coltello non esita ad usarlo. La conficca per 11 volte sul corpo di Cerciello.

Offese il carabiniere Cerciello, professoressa radiata dall'ordine dei giornalisti. L’Ordine dei giornalisti del Piemonte cancella dall’elenco dei pubblicisti la professoressa di Novara Eliana Frontini, che nel luglio scorso offese gravemente il vicebrigadiere Cerciello, rimasto ucciso a Roma. Raffaello Binelli, Martedì 22/10/2019, su Il Giornale. Finì su tuti i giornali per un post scioccante, pubblicato su Facebook, in cui prendeva di mira il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega. Le parole di Eliana Frontini, docente di una scuola superiore, destarono scalpore: "Uno in meno e chiaramente con uno sguardo poco intelligente. Non ne sentiremo la mancanza". Ora si apprende che la Frontini è stata radiata dall'Ordine dei giornalisti (era pubblicista). Lo ha deciso il Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte. Iscritta nell’elenco dei giornalisti pubblicisti dal 1996 Frontini collaborava con alcune testate del Novarese occupandosi di arte. All'inizio la Frontini era corsa ai ripari dicendo di non essere lei l'autrice di quel commento choc. Nella sua scuola le avevano creduto ed era stata riammessa, dopo alcuni giorni di sospensione, anche se era stata spostata in un altro istituto. L'organo disciplinare dei giornalisti, invece, ha applicato il massimo della sanzione, cancellandola dall'albo. Frontini può presentare ricorso, cercando di far valere le proprie ragioni: ha trenta giorni di tempo per farlo. Il suo avvocato, Luigi Rodini, dichiara che "non si può condannare chi non ha commesso il fatto". Poi spiega che "non ha ancora ricevuto la comunicazione e noi nel frattempo abbiamo fatto ricorso al ministero dell’Istruzione per la sospensione di dieci giorni che, per questa ragione, non è ammissibile".

Vita da sbirro. Redazione lavalledeitempli.net il 21 ottobre 2019. Trentacinque anni, o anche più, di lavoro. In tanti sulla strada, pochi chiusi in ufficio, se hai fatto il 112 o il 113, dopo vent’anni di sgroppate in auto o in moto, al caldo torrido o al freddo, avrai di certo conosciuto il male di schiena, disturbi digestivi, malattie cardiovascolari. Ti guardi le gambe e vedi una ragnatela di vene blu. Eppure possono essere stati anni belli, irripetibili, dove ti sei sentito davvero utile alla società. Ma alla fine assomigli ad un rottame: stivali e bandoliera, capelli bianchi, e ancora corri per le città. Fuori peso, il volto invecchiato, le grane che durano anni, e magari rimedi pure qualche condanna. Ci sei arrivato a 20 anni, magari anche a 18, ad indossare la divisa, ed è stato subito come iniziare una nuova vita. La salutare rigidezza dei primi tempi, quando ti hanno insegnato cos’è un uomo e quando invece non lo sei. Poi il servizio, più o meno fortunato, con le sue asprezze, la sua durezza (arrestare persone, pur colpevoli, non è uno scherzo), le sue fatiche non descrivibili, i sacrifici imposti anche alle famiglie. Vite modeste, se riesci a comprarti una casa dignitosa è quasi un miracolo, se sei uno pulito. Alla fine, come se fosse passato un solo minuto, ti guardi alle spalle e quel mondo in cui sei cresciuto e invecchiato, non esiste più. Stai per andare al comando del tuo reparto, consegni pistola e placca e addio. Non serve guardare e riguardare le foto ingiallite del corso, rimaste per decenni nel portafoglio, le foto dei colleghi che hanno fatto vita e carriere diverse, i camion grigioverdi, le mimetiche e gli scarponi troppo grossi perchè la tua misura non c’era. In genere sullo sfondo c’è un sole splendido e basta chiudere gli occhi per risentire l’odore dell’erba appena tagliata. Tu hai i capelli folti, il fisico asciutto e gli occhi pieni di luce. Il ricordo fa ancora più male. Quando sei entrato dall’ortopedico, anni fa, per un controllo di routine, ha capito subito: “Poliziotto o carabiniere?”. Lo aveva indovinato dalla postura. Chi per decenni si è portato al fianco la Beretta ha piegato in modo evidente la spina dorsale.

VIVERE CON 250 EURO AL MESE. Sei un uomo di saldi principi, se ti separi prima pensi ai figli e alla moglie. Divise la quote, e il mutuo che continui a pagare, in tasca restano 250 euro da spendere in 30 giorni. “E’ vero, sono in caserma, non pago miente, mangio in mensa. Ma sapete cosa vuol dire avere solo 250 euro? Non puoi fare un regalo, non puoi andare una volta volta a cena, si vegeta e basta. Per anni e anni. Non ce la puoi fare”. E’ bastato poco per riportarti alla realtà. Il matrimonio, come accade sempre più spesso tra caserme e questure, che muore inspiegabilmente dopo decenni di apparente normalità , o tu hai deciso che basta, hai bisogno di una banale aria nuova. E allora gli anni di sacrificio con stipendi inadeguati, lasciano il posto a un incubo. Tu sei sempre lo stesso: alla mattina indossi la divisa, in perfetto ordine, la pistola, le incombenze da fare. Sai che non avrai più una vita normale. La casa dove hai vissuto non ti appartiene più, rischi di non poter più seguire i tuoi figli, la routine che ti annoiava ora ti sembra un paradiso perduto. Ti faranno la carità di una stanza in caserma, magari in una dove c’è un tuo collega, con cui dovrai ingoiare dolore e rabbia senza farti mai sentire. Se hai figli, sai che loro pagheranno un prezzo spaventoso a ogni cambiamento. Studi che saltano, questioni di salute, il superfluo così necessario per sentirsi eguale agli altri. In ogni caserma, in ogni ufficio, c’è un attimo, ogni giorno, di sospensione e di vuoto, le amarezze e il dolore salgono su come in un vortice. Non hai bisogno nemmeno di spiegarlo a nessuno, ma la Beretta si sgancia rapidamente. Punti la pistola alla testa e tiri il grilletto. Il tuo viaggio finisce qui. Colleghi e superiori, in molti casi si domanderanno: perchè? Ma risposta se la porta via il vento.

FINE DELLE ISTITUZIONI “PATERNE”. L’Arma o la Finanza sono le stesse di qualche decennio fa? Forse no. I profondi cambiamenti che hanno travolto il mondo del lavoro in genere, hanno cambiato anche le “famiglie” dei militari, dei poliziotti, dei vigili urbani. Sono tempi duri e cattivi. Il senso di stabilità, e di sentirsi parte di grandi comunità mosse da principi comuni, anche permeate di un rassicurante paternalismo, hanno lasciato posto a un mondo dove domina paura, malcontento, una sorda rabbia. Tutto va bene quando il percorso segue una linea, ma prova a ricevere una notifica dai colleghi per un’indagine della procura che tu sai ingiusta e che probabilmente finirà nel nulla. Vieni isolato, anche demansionato, perdi soldi, stima, amicizie. C’è chi si rassegna e affronta stoicamente il proprio destino, e chi invece precipita nella disperazione. Il perchè è semplice. Sino a poche ore prima eri in un rappresentate delle forze dell’ordine, stimato e benvoluto, oggi sei un indagato. Devi pagarti l’avvocato, migliaia di euro. Magari finisci pure sul giornale, carico di perfide insinuazioni. E sai che, quando e se sarai assolto, la tua storia varrà poche righe a fondo pagina. Certo, una volta era diverso. Colleghi e superiori facevano gara per proteggerti, e difendere con te l’istituzione, per fare quadrato. Oggi proprio no. Tutti hanno paura, per la carriera, o del magistrato politicizzato che non vede l’ora di fare a pezzi un carabiniere o un poliziotto per la propria sicurezza, o per partito preso: “Se non c’è una trave magari una scheggia di legno c’è…”. Sai benissimo qual’è il copione, chiuso in una campana di vetro. Intanto ti trasferiscono in uffici desolanti, la tua professionalità non conta più un tubo. Devi tacere per non fare altri danni. Come sono lontani i giorni dell’alzabandiera, il tricolore nel sole, e quel senso di appartenenza, di amore di patria; oggi pensi al tritacarne in cui sei finito, e in tanti altri prima di te, e sai che hai già perso in partenza, che i tuoi familiari pagheranno quell’ingiustizia sino in fondo, che la loro vita non sarà mai più la stessa. Al suicidio ti spinge un impulso improvviso o un gesto accuratamente meditato. Poco importa. Il suono sordo della sparo rimbomberà nelle stanze vuote. Il resto sono i soliti adempimenti burocratici. E’ difficile dare delle risposte, senza esaminare uno per uno i casi di suicidio e senza violare la privacy. Tra le varianti c’è la scoperta di malattie infauste, l’idea di rivelarlo ai comandi vuol dire sospendere di botto il servizio, sperare in una rapida – e impossibile – guarigione, con il congedo già scritto. Morire non è un gesto vile. Significa risparmiare inutili sofferenze a chi ti vuole bene e a non ritrovarti in un letto in cui ogni giorno ti consumi senza speranza. Un gesto stoico. Per un militare è più facile. Se sei depresso, se hai sintomi di una depressione vera, chiedere aiuto agli psicologi con le stellette spesso è come auto-denunciarsi. Scattano subito i provvedimenti di rigore, via la pistola, “vacanze” obbligate”, fine di una carriera. D’ora in avanti sarai un instabile, un reietto, un malato. Se poi ti rivolgi a un medico privato, nelle piccole e grandi comunità, sarà un segreto di Pulcinella. Basta una confidenza al collega sbagliato e il cerchio si chiude. Questi uomini e queste donne che troppo spesso danno la vita per noi, vivono in un ambiente severo e complesso, attraversato dagli stessi scompensi della società. In periodi bui come questi, dominano non solo la paura, ma anche l’invidia, una rabbia generalizzata contro tutti, la delusione e la sensazione, al termine di una carriera onorata, di avere fallito tutti i traguardi, uno dopo l’altro: le pensioni sono inadeguate, sempre di più ti hanno costretto a dare l’anima in strutture senza personale e senza mezzi, dove sbagliare è quasi inevitabile. Hai visto crescere gli stipendi di ufficiali e dirigenti e tu sei lì ad aspettare che ti venga pagato un misero straordinario. Ti domandi: ma dove ho sbagliato? Ed è un’altra risposta che si porta via il vento. A te non verrà perdonato nulla, ad altri praticamente tutto e di più. Non va bene. Uccidersi è un messaggio umile ma chiaro di un’estrema e muta protesta. Forse a qualcuno rimorderà la coscienza, la maggioranza ti dimenticherà presto, dimenticheranno il tuo nome, quasi un fastidio. Tornerà in mente quando chi ti aveva voltato la testa si ritroverà nelle medesime situazioni ma sarà ormai troppo tardi. In qualche cimitero ci sarà una lapide con la foto di un uomo in divisa. Una data di nascita e una di morte. Il resto è silenzio.

Fonte: Anonimo da chat

L’ELENCO DEI MORTI DAL 1 GENNAIO 2019 dati dell’Amministratore dell’Osservatorio Suicidi in Divisa

1. 5 gennaio – San Vittore (Polizia penitenziaria);

2. 10 gennaio – Padova (Polizia di Stato);

3. 27 gennaio Foggia Polizia ferrovia;

4. 4 febbraio – San Vittore (Polizia penitenziaria);

5. 6 febbraio – Campobasso (Carabinieri);

6. 5 febbraio – Torino (Esercito);

7. 17 febbraio – Sanremo (Polizia penitenziaria);

8. 22 febbraio – Cuneo (Polizia penitenziaria);

9. 11 marzo – Clusone (BG) (Carabinieri);

10. 11 marzo – Bergamo (Polizia Locale);

11. 20 marzo – Miano (NA) (Carabiniere);

12. 28 marzo – Chieti (polizia);

13. 29 marzo – Caltanissetta (polizia);

14. 4 aprile – Firenze (polizia);

15. 9 aprile – L’Aquila (polizia);

16. 27 aprile – Catanzaro (polizia penitenziaria);

17. 28 aprile – Ragusa (polizia);

18. 28 aprile – Pisa (polizia penitenziaria);

19. 1 maggio – Vigevano (Finanza);

20. 8 maggio – Perugia (carabinieri forestale);

21. 13 maggio – Desio (polizia);

22. 27 maggio – Gazzanise (aeronautica);

23. 5 giugno – Chiaromonte (PZ) (carabinieri forestale);

24. 18 giugno – Milano (polizia locale);

25. 20 giugno – Imperia (carabinieri);

26. 10 luglio – Sardegna (polizia penitenziaria);

27. 30 giugno – Marliana (PT) (carabiniere forestale);

28. 6 luglio – Foligno (carabinieri);

29. 11 luglio – Bologna (polizia penitenziaria);

30. 17 luglio – Asti (carabinieri);

31. 29 giugno – Trieste (polizia ferroviaria);

32. 11 agosto – Follonica (carabinieri);

33. 10 agosto – Taranto (marina militare);

34. 15 agosto – Palermo (Polizia);

35. 15 agosto – Pinerolo (alpini);

36. 17 agosto – Brescia (Carabinieri);

37. 20 agosto – Cremona (Carabinieri);

38. 20 agosto – Settimo Torinese (polizia locale);

39. 3 settembre – Roma (Polizia);

40. 5 settembre – Foggia (Carabinieri);

41. 6 settembre – Roma (Polizia);

42. 14 luglio – Frosinone (esercito);

43. 15 settembre – Vibo Valentia (polizia);

44. 16 settembre – Belluno (alpini);

45. 17 settembre – Cremona (Guardia di Finanza);

46. 17 settembre – Ancona (Vigili del fuoco);

47. 26 settembre – Milano (Polizia);

48. 26 settembre – Cassano d’Adda (Carabinieri);

49. 03 ottobre – Bologna (Guardia di Finanza);

50. 07 ottobre – Milano (Polizia Locale);

51. 11 ottobre – Gaeta (Guardia di Finanza);

52. 11 ottobre – Piacenza (Polizia Penitenziaria);

53. 15 ottobre – Pieve di Teco (IM) (carabinieri)

Suicidi: quel male oscuro che attraversa l’Arma. Dall’inizio dell’anno in 12 si sono tolti la vita. Giovanni M. Jacobazzi il 24 Agosto 2019 su Il Dubbio. «Neppure durante il periodo del terrorismo», dichiara un maresciallo dei carabinieri, negli anni di piombo collaboratore del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a proposito dell’aumento esponenziale dei suicidi nelle forze di polizia. Trentasette dall’inizio dell’anno, di cui dodici nell’Arma. «Solo nell’ultima settimana si sono tolti la vita tre carabinieri», prosegue il maresciallo che preferisce restare anonimo. Eppure il contesto è molto cambiato dagli anni Settanta dove, oltre ai pericoli della lotta armata, la disciplina era ferrea e la pur minima trasgressione dei regolamenti comportava il trasferimento dalla sede di servizio. «Tantissimi – aggiunge il maresciallo – erano i carabinieri inviati in "servizio provvisorio" a centinaia di chilometri di distanza, dalla sera alla mattina, per violazioni che oggi farebbero sorridere». Sul perché, allora, di questo malessere diffuso che spinge a gesti estremi nessuno dei vertici si sbilancia, preferendo optare per la “rimozione“ del problema. Le forme di associazionismo sindacale, pur recentemente autorizzate, non sembrano aver riscosso al momento grande fiducia fra il personale: il mese scorso si è dimesso da presidente del Sindacato italiano militare ( Sim) il capitano Ultimo, alias colonnello Sergio De Caprio, in polemica con il comandante generale dell’Arma, generale Giovanni Nistri, che ostacolerebbe l’attività del sindacato nelle caserme. In questo scenario, è tornato a farsi sentire il Cocer, il consiglio di rappresentanza militare, che fra i compiti statutari ha quello di interessarsi del «benessere del personale». Il Cocer ha però limitate capacità di incidere, essendo molto attento alle sensibilità dei comandanti militari. Le Commissioni d'inchiesta sui suicidi in divisa non sarebbero trasparenti essendo «costituite da ufficiali individuati attraverso scelte non condivise con gli organismi di rappresentanza», si legge in una nota diramata l’altro ieri da alcuni delegati della rappresentanza. Fra i motivi di forte disagio, la diffusione di video sui social che farebbero scattare nei superiori reazioni e provvedimenti «inadeguati e ben più afflittivi e dannosi di quelli emessi eventualmente da un Tribunale». Uno degli ultimi casi riguarda il maresciallo di Castel Volturno ( CE) che il giorno di Ferragosto, durante la visita di Matteo Salvini, cercava di allontanare i contestatori del ministro dell’Interno intenti a lanciare palloncini pieni d’acqua. «Almeno mirate bene», aveva detto ai manifestanti che colpivano i carabinieri e non il capo del Viminale. Una frase ripresa dalla telecamere e diventata subito virale sul web. Parole pronunciate, chiaramente, per stemperare gli animi sovraeccitati ma che hanno determinato l’apertura di procedimento disciplinare, dalle conseguenze non prevedibili, nei confronti del maresciallo.

Massimiliano Peggio per “la Stampa” il 30 settembre 2019. Né mafia né criminalità comune. La prima causa di morte violenta tra le forze di polizia è il suicidio. Strisciante e imprevedibile, la belva dell'anima azzanna nel silenzio e non molla la presa. Dall' inizio dell' anno sono 44 gli appartenenti alle forze dell' ordine che si sono tolti la vita. Per lo più con l' arma di ordinanza. «Un morto a settimana. È un dato impressionate che dovrebbe indurre i vertici delle varie amministrazioni a riflettere. Non cerchiamo colpevoli, ma antidoti. Se non iniziamo a interrogarci sul fenomeno, rischiamo di piangere altri morti» dice Roberto Loiacono, della Funzione Pubblica della Cgil di Torino. Un dibattito organizzato presso la Camera del lavoro di Torino, rivolto agli operatori del settore, ha delineato un quadro inquietante. E sono soprattutto i dati raccolti a livello nazionale dall' associazione Cerchio Blu, che da anni si occupa di sostegno psicologico per le forze di polizia, a rappresentare la gravità del fenomeno. L' 86% di chi si toglie la vita, tra carabinieri, polizia, finanza, penitenziaria e polizie locali, lo fa utilizzando la pistola d' ordinanza. La maggiore concentrazione di casi si registra nel Nord: 42% contro il 31,4% di eventi avvenuti nel Sud e nelle isole. La fascia di età a «rischio» va dai 45 e ai 64 anni, che racchiude il 58,13% di suicidi. Segue la fascia tra i 25 e i 44 anni, con il 34,48%. I picchi si sono registrati tra i 43 e 44 anni, e tra 52 e i 49 anni. Il 30,7 % lo ha fatto in un luogo privato, il 27,9% sul posto di posto di lavoro. Il 31% dei casi in estate, il 24% inverno. «Il problema va affrontato con estrema cautela perché i casi sono in aumento - spiega Graziano Lori, presidente dell' associazione Cerchio blu - Ci sono paesi, come la Francia, dove la situazione è addirittura più drammatica della nostra».

Nel 2014 i suicidi erano stati 43; 34 nel 2015 e nel 2016; 28 nel 2017 e 29 nel 2018. Le polizie locali o municipali, ex vigili urbani, registrano il più alto tasso di suicidi femminili: il 52,6%. I corpi di polizia locale accolgono il 36% di donne in divisa, percentuale più alta rispetto alle altre forze dell' ordine. A livello nazionale ci sono stati 5 episodi, di cui 2 in un arco temporale di 5 mesi nella sola provincia di Torino. «Spesso i comandanti o i funzionari apicali - spiega Emiliano Bezzon, comandante della polizia municipale di Torino - affrontano il problema da un punto di vista di puro rispetto delle norme per evitare ripercussioni sul piano della responsabilità. Non basta togliere l'arma d' ordinanza quando si manifesta un disagio. Io la vedo diversamente. Bisogna andare al di là della semplice gestione del personale. Bisogna prendersi cura delle persone, occuparsi delle criticità individuali». Quali sono i fattori che incidono di più? I contesti lavorativi o le dinamiche personali? Il fenomeno è seguito da un osservatorio nazionale ma i correttivi «andrebbero affrontati con maggior coraggio dalle amministrazioni centrali, che invece preferiscono nascondere il problema», dicono i sindacati. «Tra le valutazioni del rischio lavorativo non è compresa quella dello stress correlato - afferma Nicola Rossiello segretario regionale del Silp Cgil della polizia e coordinatore nazionale sicurezza sul lavoro - Dobbiamo obbligare le nostre amministrazioni a confrontarsi con la tragicità del fenomeno. A discutere apertamente dei rischi psicosociali che affliggono tutti gli operatori di polizia, qualunque sia la loro divisa».

 “Non ha protetto le vittime di Nassiriya”: il comandante risarcirà le famiglie. Le Iene l'11 settembre 2019. L’ex generale Bruno Stano, che quel 12 novembre 2003 guidava la missione italiana in Iraq, dovrà pagare indennizzi alle famiglie delle vittime militari. Morirono in 28 in quella strage di Al Qaeda, tra cui 19 italiani. “Sottovalutò il pericolo per i nostri militari a Nassiriya”. Arriva dalla Cassazione la clamorosa condanna per l’ex generale Bruno Stano, che nel 2003 era a capo della Brigata Sassari. Stano si trovava al comando della missione “Antica Babilonia”, ospitata nel compound iracheno dove sono stati uccisi in un attentato kamikaze 28 persone tra militari e civili, di cui 19 italiani. Per i giudici, che hanno condannato Stano in sede civile al risarcimento nei confronti delle famiglie delle vittime, il generale è responsabile della “complessiva insufficienza delle misure di sicurezza” e dunque non fu in grado di prevenire l’attentato di Al Qaeda che il 12 novembre 2003 penetrò con un camion bomba imbottito di esplosivo all’interno della base. L’esplosione fece crollare un’intera palazzina. Delle 19 vittime italiane 12 erano carabinieri, cinque militari dell’Esercito e due civili. Di Iraq e della missione “Antica Babilonia” abbiamo parlato anche noi de Le Iene, con il servizio di Luigi Pelazza che indaga su presunte “torture” operate dai militari italiani durante quella missione e che potete rivedere qui sotto. La Iena intervista Leonardo, un militare che era passato da Nassiriya e che racconta: “Ho visto alcuni uomini con il passamontagna e il manganello in mano, in una casa vicina alla nostra base: erano delle forze speciali italiane. C’erano un quarantina di persone in quella casa, divisa in tre grandi ambienti. Ero stato chiamato lì per ripulire le stanze con dell’acqua. Si sentiva un fortissimo odore di escrementi e di urine e c’erano tracce di sangue. In un gruppo di tende vicine alla casa poi ho visto alcuni arabi, inginocchiati, le mani chiuse da fascette da elettricista e un sacchetto di plastica in testa. In altre tende vicine c’erano uomini nudi, avevano segni di manganellate. Tutti nella base sapevano che quella casetta era dedicata agli interrogatori…”. In quello stesso servizio Luigi Pelazza ripropone una vecchia intervista ad un militare delle forze speciali, proprio uno di quelli addetti in genere agli interrogatori, che aveva candidamente raccontato: ”I prigionieri sono terroristi che minacciano il nostro paese, vengono individuati e poi rapiti. Come mi faccio capire con l’interrogato? Con la violenza. La tortura è quello che avviene subito dopo l’interrogatorio, se la persona non parla. Il trattamento per far parlare il prigioniero dura finché non ci dà risposte, non c’è un tempo”. E quando gli chiediamo di spiegarci le tecniche usate lui risponde senza esitazione e con molti dettagli: “Calci, pugni, manganellate, la corrente elettrica, poi viene incaprettato, viene attaccato e messo in un sacco dove viene sospeso per aria. Gli viene anche defecato e urinato addosso”.

''COME SI FERMA UN KAMIKAZE SU UN CAMION CON 4 TONNELLATE DI ESPLOSIVO?''. Grazia Longo per Il Secolo XIX l'11 settembre 2019. «Le sentenze si accettano e non si commentano. Ma no, in verità non mi sento in colpa per la strage di Nassiriya. Cosa avrei potuto fare io per arginare un kamikaze su un camion con 4 tonnellate di esplosivo? ». Bruno Stano, generale dell’Esercito in pensione ma ancora collaboratore delle Forze armate, è stato condannato dalla Corte di cassazione civile a risarcire le famiglie delle vittime della strage di Nassiriya, avvenuta il 12 novembre 2003, nella quale morirono 19 italiani. Era lui al comando della Brigata Sassari durante la missione italiana in Iraq, quando alle 10. 40 del 12 novembre 2003 un’autocisterna guidata da un terrorista di Al Qaeda piena zeppa di esplosivo si infilò nella base Maestrale. La deflagrazione fu infernale: morirono 28 persone, crollò un edificio e venne danneggiata la palazzina del comando.

Il comandante condannato. «Poiché pur essendo pensionato partecipo a un progetto dell’Esercito non posso rilasciare interviste senza essere autorizzato – prosegue l’alto ufficiale, che negli anni è stato promosso fino a diventare generale di corpo d’armata –. Ma vorrei ricordare che quella era una missione umanitaria. La base militare era in mezzo alla comunità locale. E dunque io come primo gesto umanitario avrei dovuto fare evacuare le case? Non era quello il nostro obiettivo». Assolto in via definitiva in sede penale, il generale Bruno Stano dovrà invece rispondere civilmente per gli errori commessi. Gli Ermellini sono infatti convinti che abbia sottovalutato il pericolo in cui si trovavano i militari all’interno del quartier generale italiano a Nassiriya in caso di un attentato «puntuale e prossimo» alla base e per la «complessiva insufficienza delle misure di sicurezza».

La sentenza. I giudici della Terza sezione civile della Corte Suprema hanno invece confermato l’assoluzione per l’allora colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli, attualmente generale e all’epoca responsabile della base Maestrale. Secondo quanto emerso dai processi, Di Pauli tentò di far salire il livello di guardia e di protezione ma i superiori non gli diedero retta. A partire da Bruno Stano che avrebbe sottovalutato il pericolo in cui si trovavano i militari italiani e per questo era stato già condannato dalla Corte d’Appello di Roma a risarcire le famiglie delle vittime. L’avvocato Rino Battocletti, legale di una quindicina di feriti scampati alla strage di Nassiriya accoglie favorevolmente il giudizio: «La sentenza pone fine a un iter giudiziario lunghissimo e molto articolato e accerta, in maniera definitiva, l’obbligo risarcitorio del generale Spano. Da questo punto di vista non si può che esprimere soddisfazione rispetto a una vicenda che avrebbe dovuto trovare già una soluzione soddisfacente per i feriti e i familiari delle vittime». L’avvocato precisa inoltre che «l’entità dei danni dovrà essere quantificata in sede civile».

Allarmi sottovalutati. A convincere i giudici della Cassazione ad annullare la sentenza di appello che scagionava Bruno Stano da ogni responsabilità civile ci sono alcune considerazioni. Innanzitutto il fatto che, dalle indagini è emerso come il generale avesse ignorato gli allarmi del Sismi (i servizi segreti esteri attualmente definiti Aise) che riferivano di un imminente attentato alle nostre forze a Nassiriya. L’intelligence infatti, il 23 ottobre, segnalò «un attacco in preparazione al massimo entro due settimane». Il 25 ottobre lanciò l’allarme di «un camion di fabbricazione russa con cabina più scura del resto» e il 5 novembre avvertì che «un gruppo di terroristi di nazionalità siriana e yemenita si sarebbe trasferito a Nassiriya». Il generale Stano, non avrebbe, inoltre messo in atto le strategie necessarie a difendere la base Maestrale. C’è tuttavia da ricordare che prese servizio l’8 ottobre 2003, mentre la base era stata allestita il giugno precedente.

INSICUREZZA. Lo Stato che non è capace di difendere i suoi cittadini: anche i più illustri.

Nicola Palma per "Il Giorno" il 23 gennaio 2019. I ladri sono entrati nel weekend, hanno forzato la cassaforte della cabina armadio e sono scappati con il prezioso contenuto. Colpo grosso a casa dell’ex sindaco Giuliano Pisapia e della moglie Cinzia Sasso, al quinto piano di un edificio a due passi dal Tribunale: i malviventi sono riusciti a portar via orologi e gioielli per un valore stimato attorno ai 300mila euro; secondo quanto risulta, l’allarme non era stato inserito. Il furto sarebbe avvenuto nella notte tra sabato e domenica della scorsa settimana, anche se i coniugi l’hanno scoperto solo domenica pomeriggio, al rientro: sul caso stanno indagando gli agenti di polizia. Nel tardo pomeriggio di domenica, un’altra banda è entrata in azione in zona Lotto, nell’abitazione in cui vive la cantante Dori Ghezzi, vedova del celebre cantautore Fabrizio De Andrè. In questo caso, però, i topi d’appartamento, entrati dal tetto, sono andati via a mani vuote: una vicina di casa dell’artista si è accorta del trambusto e ha subito allertato il 112; l’arrivo immediato delle gazzelle del Radiomobile dei carabinieri ha fatto saltare i piani dei malviventi, che sono scappati in tutta fretta (forse allertati da un complice in strada) senza rubare nulla. I militari hanno effettuato tutti i rilievi del caso all’interno delle stanze «visitate» dai ladri, a caccia di tracce utili agli approfondimenti investigativi; verranno analizzati anche i filmati delle telecamere di videosorveglianza installate nella zona, nella speranza che qualche occhio elettronico abbia immortalato l’arrivo o la via di fuga utilizzata dai banditi. Non è la prima volta, in questi ultimi mesi, che i ladri specializzati nei colpi in casa prendono di mira le dimore di personaggi noti: a novembre, ignoti avevano svaligiato l’abitazione del senatore di Forza Italia Giacomo Caliendo in zona Porta Romana, mettendo insieme un bottino di 10mila euro in gioielli e 500 euro in contanti. Prima era toccato al sindaco Giuseppe Sala: nel giugno 2018, tre ragazze di etnia rom, di cui due maggiorenni e una minorenne (tredicenne, secondo il suo avvocato, e quindi non imputabile), erano riuscite a entrare nell’appartamento in zona Brera del primo cittadino, in quel momento in vacanza in Liguria, e a rubare alcuni gioielli e un orologio di pregio. Pochi giorni dopo il blitz, gli agenti dell’Upg avevano individuato il covo della banda al femminile, in una villetta tra Bollate e Baranzate, e fermato le tre presunte autrici, fortemente sospettate di altri raid identici negli stabili del centro. In piena estate, invece, una gang di georgiani aveva preso di mira diversi appartamenti di un palazzo a Bande Nere, compreso quello abitato dai genitori del vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Anche in quel caso, era bastata meno di una settimana agli investigatori per risalire ai ladri, presi con le valigie in mano e i biglietti aerei già in tasca. A proposito di Salvini, pure l’ex suocero Lino Ieluzzi ha dovuto fare i conti con i topi d’appartamento, anche se in quell’occasione, a metà dicembre in viale Gian Galeazzo, si trattò di una rapina con sequestro di persona: il commerciante 73enne e la collaboratrice domestica furono tenuti legati per tre ore con fascette da elettricista.

Andrea Ferraro per ilmattino.it il 23 gennaio 2019. Furto nella villa del sindaco di Benevento, Clemente Mastella, a Ceppaloni. In cinque sono entrati incappucciati nella residenza, dopo aver sfondato un vetro. L'allarme era stato inserito e potrebbe essere stato disattivato. Il bottino è da quantificare. Sul posto sono intervenuti i carabinieri. I coniugi Mastella a ogni modo non erano in casa al momento del raid. In nottata un altro furto è stato perpetrato in un macelleria poco distante dalla villa.

“UCCIDEREI ANCORA SE È NECESSARIO. SONO STATO ADDESTRATO COSÌ”. Simona Pletto per “Libero quotidiano” il 20 maggio 2019. «Da adesso in poi sei autorizzata al colloquio con me in carcere. Ricordati che qui siamo in mezzo ai Pirenei, non c'è nulla intorno». Le indicazioni fornite dal detenuto più famoso di Italia e Spagna, mi rimbalzano in testa mentre osservo dal finestrino dell'auto che percorre l'Autovia A 23, le aride colline scavate lungo gli affluenti dell' Ebro, e la rara vegetazione spettinata dall' incessante vento. È domenica mattina, alle undici ho lasciato Saragozza per raggiungere il penitenziario di massima sicurezza a Zuera, nel cuore del paese iberico. Dopo mezz' ora di strada finalmente la struttura mi appare imponente davanti. È una sorta di cattedrale nel nulla circondata da un filo spinato, in un paese di neppure settemila anime. Qui mi aspetta Norbert Feher Ezechiele, più noto in Italia come Igor, "Igor el Ruso", come lo chiamano da queste parti. Qualcuno lo ha ribattezzato "el loco", cioè il pazzo, perché prima di essere catturato ha ucciso tre guardie civil spagnole. Anche in Italia il criminale serbo nato a Subotica (città al confine con l' Ungheria) 38 anni fa, ha seminato puro terrore: dopo aver ucciso nell' aprile 2017 Davide Fabbri, un barista di Budrio (Bologna) e poco dopo la guardia volontaria Valerio Verri (due delitti per i quali di recente è stato condannato all' ergastolo), è riuscito a far perdere ogni traccia di sé per otto mesi. Un fantasma inseguito invano da centinaia di carabinieri e poliziotti impegnati a dargli la caccia come a un latitante inafferrabile, dalle paludi del Ferrarese fino ai casolari dell' Aragona. Addirittura nelle campagne dell' Emilia Romagna, da Bologna a Ravenna, ha tenuto per mesi la gente col fiato sospeso. In tanti in quel periodo si chiudevano in casa col timore di trovarsi nel cortile il freddo e solitario killer più ricercato al mondo. La sua fuga, insieme alla sua parabola di morte, dopo la sua cattura a Teruel seguita dal conflitto a fuoco con le guardie civil, è finita qui, nel silenzio assordante di questo carcere sperduto tra i Pirenei. Eppure anche nella vicina città di Saragozza, a chi chiediamo notizie sul carcere di Zuera, il suo nome appare vivo più che mai: «Algunos, el penitenziario que aloja Igor» («Certo, è il penitenziario che ospita Igor»). «Norbert è un personaggio che ancora raccoglie molto interesse, i giornali pressano per avere sue notizie», ci conferma il suo avvocato Juan Manuel Martin Calvente, che gentilmente si è offerto di accompagnarmi da Saragozza fino a Zuera. Dal giorno del suo arresto, da metà dicembre 2017, quello che è considerato oggi il più pericoloso degli assassini, non ha mai ricevuto visite in carcere tranne quelle del suo avvocato. Io sono dunque la prima persona con la quale rompe il suo quotidiano isolamento accettando di farsi intervistare. Nonostante sia rinchiuso in cella in uno stretto regime di isolamento, nonostante non possa entrare in contatto con altri detenuti, Norbert fa ancora paura. È considerato un predatore feroce, è badato a vista da quattro guardie carcerarie. Quando esce per l' ora d'aria ha sempre le manette, non può guardare la tv, né ascoltare la radio. Può solo leggere. E lui ogni giorno inghiotte pagine della Bibbia e di fumetti. In tanti mesi di scambi epistolari ho imparato a conoscerlo: parla bene sei lingue, tra cui cinese, russo, romeno e italiano, è di fede cattolica nonostante abbia ucciso cinque persone e nonostante la sua storia criminale sia un' escalation che racconta di un rapinatore bizzarro, a tratti impacciato, divenuto killer spietato, multiplo nelle identità e multiforme nei comportamenti. Seduti pazienti su un muretto davanti al penitenziario, in attesa di entrare, notiamo i familiari di altri detenuti arrivati in largo anticipo. Ci sono spagnoli, messicani, quasi tutti giovani tranne una mamma già con le lacrime agli occhi. L'avvocato mi fa strada. Dimentico lo stress del lungo viaggio dall' Italia. Tra poco avrò l'incontro. La tensione è alta, tiro un respirone. L'esperienza umana e professionale è forte. Già. Quando mai mi ricapiterà di intervistare un assassino che da anni non parla con nessuna persona al mondo? Entriamo nell'atrio. A sinistra c'è una grande stanza d' attesa per i bambini, circondata da vetrate. All' interno ci sono giochi ovunque, cuscini, piccole sedie colorate. Il ferro delle strutture è verniciato di un allegro colore verde chiaro, la luce penetra un po' ovunque grazie a un gioco di vetri che circonda anche un cortile interno al centro dell' atrio. «Ok, è autorizzata da Madrid. Aspetti qui, la chiamiamo noi». Spiega un agente allo sportello. Tutto a posto. Meno male. Del resto Norbert, qui chiamato codice Nis 201716... (me lo ha inviato per sicurezza due mesi prima in una delle sue lettere), ha organizzato tutto per questa visita in carcere: dall'istanza con l'ok del giudice di sorveglianza, al depliant con le istruzioni del carcere fino ai numeri telefonici da chiamare persino per prenotare il pullman. Ha anche studiato ogni eventuale inghippo del mio viaggio. È un grande pianificatore, certo, lo si intuisce. Diversamente, forse, non avrebbe potuto farla franca in tutti quei mesi di fuga. i controlli «Non può portare nulla dentro, lo sa la signora?». S'affaccia di nuovo l' agente solo apparentemente severa. «Puoi chiedere se posso entrare almeno con un foglio e una penna?». Domando preoccupata al legale. Ma niente, il no è senza replica. Anche un foglio è considerato pericoloso qui con Norbert... Pazienza. Provo un piano "B", cerco di scrivermi una sorta di promemoria delle domande sulla pelle, ma la penna non marca abbastanza. Mi arrendo, mi sto innervosendo troppo. Devo stare tranquilla e concentrata. È quasi l'una. «Es tiempo». «È ora». Insieme ai familiari rimasti come me nella sala di attesa, mi avvio in una stanza per passare tutti i dispositivi di controllo. Poi col gruppo attraverso un corridoio che porta in un enorme spazio all' aperto, circondato da filo spinato. Le due guardie aprono la grande porta di ferro e ci troviamo nel cortile dei detenuti, quello dell'ora d' aria. Lo attraversiamo camminando in silenzio. Tra i familiari dei detenuti, la maggior parte rinchiusi qui per omicidi, c'è chi ogni tanto mi squadra da cima a fondo e mi fissa curioso come fossi un ospite nuovo non annunciato. Finalmente entriamo nell' ultima ala del penitenziario. Dietro di me la grande porta scorrevole a sbarre si chiude. A destra c' è la stanza degli agenti, circondata da vetri. Intorno tante gabbie di vetro numerate, ciascuna con due sedie e un divisorio. Ogni volta che le guardie chiamano il detenuto per nome, questi appare e si siede nella cabina assegnata. Passano almeno quindici minuti, io resto in piedi ad aspettare il mio turno. L'ultimo. Vedo entrare un ragazzo con le manette ai polsi. Si siede a testa bassa, non riesce a parlare nonostante il fratello, un bestione alto due metri tutto muscoli e tatuaggi, lo sproni impaziente a dire qualcosa. La madre, un donnone dai lineamenti marcati, smette di asciugarsi le lacrime e si sente male. Chiede alla guardia di poter uscire ma il regolamento non lo permette. Dimentico per un attimo Norbert, cerco di farla camminare e respirare. «Le manette, perché me lo fanno vedere con le manette...», si sfoga in spagnolo. Poi torna alla sua gabbia, dal figlio che ora sembra uscito dallo stato di trance e ha iniziato a parlare. Rientro nel mio angolo, sono rimasta solo io senza cabina assegnata. Osservo una guardia che disegna un foglio con un righello. Tutto qui scorre più lento, il tempo conta ben poco. Nessuno ha fretta. Ogni tre secondi butto l'occhio in direzione della porta d'ingresso dei detenuti. Qualcuno grida. «Norbert Feher Ezechiele». Ci siamo, mi dico, tocca a me. Noto da lontano un gruppo di persone. È Norbert scortato da quattro agenti di polizia penitenziaria che si fanno da parte dietro di lui solo quando mi appare davanti alla cabina. Eccolo qui "Igor il Russo". Ha il viso pallido, i capelli appena tagliati, il volto sbarbato. I suoi occhi azzurro-verde chiaro sono biglie trasparenti, quasi di ghiaccio. Dentro alla sua maglietta marrone un po' troppo ampia, nasconde i muscoli ben allenati, frutto di ore di flessioni quotidiane nella sua isolata cella. Ai polsi ha le manette. Ci divide un vetro. Resta in piedi, poi tenta di parlarmi attraverso un apparecchio telefonico bianco, collegato a un filo e ad un microfono sistemato dalla parte della mia cabina. «Ciao, mi senti?». La sua voce calma, rilassata, sembra arrivare da un continente lontano, non riusciamo a dialogare. Si gira deciso verso le guardie appostate dietro di lui, batte tre volte il dito sulla cornetta e dopo una manciata di secondi il problema è risolto: «Spostiamoci», mi ordina gentile. «Mi senti ora?», mi chiede. «Sì», rispondo, «Ti sento. Grazie per avermi permesso di incontrarti». Il nostro colloquio in carcere inizia così, seduti di fronte mentre dialoghiamo tra un vetro, attraverso una cornetta telefonica difficile da manovrare per via delle manette. Lo osservo mentre parla lento, con un inaspettato fare educato che stride con l' immagine di spietato e pericoloso assassino che la sua vera storia al contrario dipinge. Parliamo del più e del meno, con le manette che mi sventolano sotto il naso. «A me non danno fastidio», dice quasi mi avesse letto nel pensiero, «sono abituato, le porto tutto il giorno». Fa una smorfia, poi abbozza un sorriso ironico che lo accompagnerà per tutti i quaranta minuti della mia visita. «Me le tolgono solo quando sono in cella». Norbert ha il fare sicuro, è apparentemente distaccato anche quando parla dei suoi familiari lasciati a Subotica, anche quando racconta di sua madre, Jene Zuzana, che non vede ormai dal lontano 2001, da quando ha lasciato la Serbia ancora giovanissimo. Resta impassibile, a tratti freddo, sicuro di sé e capace di farsi scivolare addosso qualsiasi martirio. Ogni tanto, con un dito, fa salire sul naso i piccoli e leggeri occhiali rettangolari che gli danno un' aria da paziente impiegato. «Da quando sono qui dentro - lamenta rassegnato - ho perso almeno un grado in ogni occhio». A guardarlo bene, ora non somiglia a nessuno dei tanti personaggi che questo eclettico killer ci ha abituato a vedere attraverso i suoi infiniti travestimenti. «La Spagna somiglia un po' all' Italia... Io conosco bene la costa.». Certo, non a caso durante la fuga si era rifugiato proprio lì. Mi ringrazia per la Bibbia che gli ho fatto consegnare insieme ad alcune buste e lettere per scrivere. Lo chiamo Igor per sbaglio, lui spalanca gli occhi e mi guarda con disappunto. Chiedo scusa e proseguo. «Norbert, vorrei farti alcune domande per scrivere un articolo sul mio giornale in Italia. Posso iniziare?». «Certo che sì, te l'ho scritto, sono d' accordo». Mi risponde facendo un balzo in avanti sulla sedia. Il suo viso è disteso, sembra apparentemente sereno, quasi divertito.

Perché hai ucciso tutte quelle persone?

«Per difesa. Quando vengo attaccato reagisco. Mi scatta questa cosa».

Sì ma difendersi non significa necessariamente uccidere.

«Sono stato addestrato così, durante il servizio militare in Ungheria. Sono stato lì un anno e mezzo circa, ho imparato a difendermi a costo di uccidere. Con i delitti in Italia le cose comunque non sono andate come dicono: quando Ravaglia (l'agente rimasto ferito nell' agguato a Ferrara, ndr) è uscito dall' auto, aveva la pistola per metà fuori, mentre Verri è uscito dall' auto della polizia provinciale in uniforme urlando che avevo sparato al suo collega. Questo mi ha fatto pensare che non poteva che essere armato...Solo dopo mi sono accorto che non lo era. Per me comunque si è trattato di una difesa».

Pensi mai alle mogli, ai figli delle persone che hai ucciso e che soffrono per causa tua?

«Sì, ci penso. Penso che mi dispiace di aver fatto loro del male involontariamente. Ripeto: involontariamente».

Sei pentito?

«È tutto scritto, il mio destino è tutto scritto. Tutto quello che mi è capitato non è stato a caso».

Aspetta, ti rigiro la domanda: se potessi tornare indietro rifaresti quello che hai fatto?

«Solo in parte».

Spiega.

«Nel senso che alcune cose le eviterei. Sono stato arrestato perché con l'auto sono finito nel fosso. Ho battuto la testa, dovevo per forza fermarmi. Ecco, se potessi tornare indietro anziché a destra verso le guardie civil, andrei a sinistra».

Cosa vorresti dire ai parenti delle vittime che hai ucciso?

«Mi spiace se ho fatto loro del male indirettamente. Niente altro».

Sì ma non mi hai risposto. Sei pentito?

«Solo in una piccola parentesi».

Ammazzeresti ancora?

«Sì, se è necessario. Sono stato addestrato così. In certi casi il male è indispensabile».

In cella preghi 5 ore al giorno. Ma uno dei comandamenti dice "non uccidere".

«C' è anche il perdono. Comunque io continuo a seguire la parola del Padre Eterno».

Hai mai pensato o provato ad avere una vita normale, con una moglie, dei figli, un lavoro onesto.

«Certo, ci ho provato e mi sarebbe piaciuto, ma mi è andata male. Invece con le donne sono stato sfortunato».

È vero che ti sei sposato in Italia nel 2006 e che hai un figlio e una figlia rimasta uccisa per ritorsione contro di te?

«Non è vero. Che sappia io non ho figli».

Perché Igor e perché tutti quei travestimenti?

«Igor è un nome che mi piaceva. Mi travestivo perché amo avere tante personalità».

Per non averne nessuna.

«Forse sì, ad ogni modo mi piace conservare il bambino che c' è in me».

Sei stato in Italia nove anni. E da 18 non vedi tua madre, i tuoi fratelli e sorelle. Perché?

«Perché per digerire certe cose serve tempo. C'è un tempo per tutto».

In Italia ti hanno appena condannato all'ergastolo, qui in Spagna ti aspettano altre pesanti pene. Come ti vedi a 70 anni?

«Non mi vedo, non ci penso. Tra un' ora, uscendo da qui, potrebbe venirmi un infarto».

Hai dato il tuo consenso all'estradizione in Italia. Meglio il nostro carcere?

«Per certe cose sì, per altre no. Per le visite, ad esempio, ci sono possibilità di avere incontri intimi cosa che in Italia non accade. Il cibo non è male, la sanità è meglio in Italia. Ad ogni modo questo è uno dei migliori carceri spagnoli».

Quindi vorresti tornare in Italia?

«Io ho già dato il mio ok e ho la decisione del giudice di Madrid in mano solo che è sospesa. Penso che mi trasferiranno in Italia magari dopo il processo».

Ti hanno sottoposto a molte perizie, il quadro che è emerso è quello di una persona molto pericolosa.

«Per questo mi aspettano almeno cinque o sette anni di isolamento. Ma io sono sereno».

Come fai ad essere sereno se vivi isolato, senza poter avere contatti con nessuno, senza poter ascoltare una radio o guardare la tv?

«Lo accetto. Per chi sta fuori e ha tutto, la mia è una condizione non immaginabile da vivere; ma per me è quasi normale. Sono davvero sereno, non mi pesa il carcere. Stavo forse peggio quando ero fuori, durante la fuga. Se non fosse così, sarei imbottito di farmaci come molte persone qui dentro».

Su di te è stato scritto anche un libro.

«Sì l'ho letto, ma molte cose scritte non appartengono a me, non sono vere».

Non c'è nulla che ti manca qui?

«Vedere i cartoni animati di Dragon Ball e ascoltare la radio».

Hai una piccola cicatrice al naso.

«Questa?» (se la tocca), «una sciocchezza, è capitata al momento del mio arresto. Ho riso...».

Che effetto ti fa essere considerato uno dei più pericolosi assassini?

«Non sono il killer descritto, freddo venuto dall' Est. Sono altro. Ma a me importa poco quello che pensa la gente. Non devo piacere a nessuno. Sai qual è l' unica cosa che mi dispiace? Il fatto che mi hanno sequestrato la mia Bibbia originale con le preghiere, che per me aveva un valore inestimabile. L'avevo salvata in fuga con i poliziotti in Italia, e sempre per salvarla sono tornato indietro e ho spazzato via due guardie civil».

Ti sei fatto catturare?

«Era destino che capitasse, non potevo fare altro. Però questo è successo solo per poter fare una nuova avventura che il Signore mi ha riservato. Quindi vado avanti con più forza di prima».

Hai ammazzato tu nel Ravennate il vigilante Salvatore Chianese?

«Assolutamente no».

Si è detto che potresti aver ucciso anche i fidanzati Paula Mas e Marc Hernandez, due giovani massacrati nella palude spagnola di Susqueda il 24 agosto 2017.

«Nemmeno. Mi hanno indagato per questi delitti e solo dalla prova del Dna è emerso che non ero stato io. Le impronte non sono le mie».

In Spagna sei a processo anche per due tentati omicidi ed hai commesso diverse rapine anche in Italia.

«Mi stanno attribuendo morti e rapine che io non ho assolutamente commesso. Se c'è un caso irrisolto lo assegnano a me. Ma sinceramente a me cambia poco avere 30 anni di condanna o l'ergastolo. Avrò duecento anni in tutto da scontare. Dovrei essere Highlander per farmeli tutti. Ora andremo in appello».

Ci sono complici che hanno fatto il tuo nome.

«Lo so, questo per avere sconti di pena. Ma io non parlerò mai, non farò mai i nomi di chi mi ha aiutato nella fuga. Tipo chi mi ha dato armi, macchine, etc. Esiste un codice di onore. Punto. Questo non si può sorvolare, nemmeno se ci metto la mia testa. Mi porto il segreto in cielo, quando sarà il mio momento».

Le guardie penitenziarie si avvicinano, il nostro colloquio è terminato. "Igor il russo" si alza obbediente e si consegna con la stessa tranquillità con la quale mi è apparso un' ora prima. Mi saluta, mi ringrazia «per essere venuta fin qui», mi sorride e mi gira le spalle diretto al suo destino. Poi si ferma, ci ripensa. «Mi farebbe molto piacere se tu tornassi».

È partita la guerra dei giudici ​alla nuova legittima difesa. I rilievi di Mattarella alla legge trovano concordi le toghe: "Nessun automatismo". E spunta già il ricorso alla Consulta. Giuseppe De Lorenzo, Sabato 27/04/2019, su Il Giornale. C'era da aspettarselo: è partita la battaglia della magistratura alla legittima difesa. Ieri il presidente della Repubblica ha promulgato la legge bandiera della Lega (e del centrodestra) e c'è già chi, tra le toghe, sembra studiare il modo per impedire che la difesa diventi per davvero "sempre legittima". I magistrati parlano di "incertezza", sottolineano "problemi interpretativi" e qualcuno evoca il ricorso alla Corte Costituzionale. Il Viminale è avvertito. "I rapinatori da oggi sanno che se entrano in una casa, un italiano può difendersi senza rischiare di passare anni davanti a un tribunale in Italia", esulta Salvini. Ma la battaglia non è ancora finita. Nel mirino delle toghe sono finite due questioni: la prima, quella del "grave turbamento", condizione che con la nuova legge giustifica il ricorso alla legittima difesa. Per Mattarella il testo "presuppone" che sia un concetto "obiettivo" e non "soggettivo". Dunque sarà il giudice a valutare se vi sia effettivamente stato "grave turbamento" nel momento in cui viene esploso un colpo di pistola. La seconda, invece, riguarda l'articolo 1, dove la riforma prevede che la difesa sia "sempre" legittima: non sarà più necessario che il bandito mostri la pistola, ma basterà la minaccia generica di usare violenza per giustificare la reazione della vittima. Un salto epocale, ma che sembra andare un po' di traverso ai magistrati. L'obiettivo della riforma, in fondo, era ed è chiaro: togliere discrezionalità ai giudici (e ai pm). Nel 2006 il governo Berlusconi decise di introdurre la legittima difesa domiciliare, stabilendo il diritto all'autotutela della propria casa, del negozio o dell'ufficio. Sembrava una rivoluzione. Il fatto è che alla fine le toghe ne hanno limitato l'applicazione. Molti giudici si sono domandati infatti cosa intendesse il legislatore per "pericolo di aggressione": basta la minaccia? La pistola deve essere vera o basta lo sembri? O addirittura serve che il bandito spari per primo? Nel 2014 la Cassazione precisò che l'ingresso fraudolento o clandestino in una dimora non era sufficiente per dichiarare la legittima difesa. Poi, con una sentenza del 3 luglio 2014, disse che la legittima difesa domiciliare non poteva "giustificare l'uccisione con uso legittimo delle armi di un ladro introdottosi in casa quando sia messo in pericolo soltanto un bene patrimoniale dell'aggredito". È proprio su questi due punti che il Parlamento è intervenuto. D'ora in poi affinché scatti la legittima difesa non sarà necessario che il ladro abbia un'arma in mano, bensì sarà sufficiente la sola minaccia di utilizzarla. Inoltre, non sarà necessario che la minaccia sia espressamente rivolta alla persona (è prevista la difesa della "propria o la altrui incolumità" e dei "beni propri o altrui"). Infine, con il nuovo testo si esclude la punibilità di chi si è difeso in "stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto". Un cambio di passo notevole. Non è un caso dunque se i magistrati hanno esultato nel leggere la lettera inviata da Mattarella alle Camere. Il Colle non approva il testo, è evidente. E i magistrati condividono il passaggio in cui sottolinea che, affinché la difesa sia legittima, debba continuare a sussistere l'urgenza di difendersi da un pericolo attuale (ossia in atto, contemporaneo) di un'offesa ingiusta. "La valutazione in concreto della proporzionalità, nonostante l'illusoria introduzione della paroletta magica 'sempre', rimane imprescindibile", dice oggi l'ex procuratore di Milano, Edmondo Bruti Liberati, in una intervista a Repubblica. "Il Presidente ha escluso ogni illusione di automatismi e presunzioni di legittimità" e "non basterà addurre genericamente un 'grave turbamento'". Rilievi rispettabili quelli dei magistrati, per carità. Ognuno può pensarla come vuole. L'avvertimento dell'Anm però ha il sapore della sfida: "Nella concreta applicazione - ha avvisato Grasso - se emergeranno dubbi di costituzionalità, saranno sottoposti al vaglio della Corte Costituzionale". Tradotto: attendiamoci un intervento della Consulta. Secondo la legge, infatti, sono gli stessi giudici (all'interno di un processo) a poter chiedere l'assist della Suprema Corte. È probabile che accadrà, l'Anm l'ha fatto capire chiaramente. Per Grasso il "grave turbamento" è "un elemento di possibile incertezza", dunque "i giudici che di volta in volta saranno chiamati ad applicare questa nuova norma" decideranno come interpretarla. E eventualmente "tutto sarà sottoposto alla Consulta". A quel punto la Corte Costituzionale valuterà il testo e potrebbe dichiararlo incostituzionale. Costringendo così il Parlamento a ricominciare d'accapo.

I paletti di Mattarella sulla legittima difesa: "Non attenua ruolo dello Stato". Mattarella promulga la legge ma invia una lettera ai presidenti di Camera e Senato e al premier con alcuni rilievi. Angelo Scarano, Venerdì 26/04/2019, su Il Giornale. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha promulgato la legge che va a modificare le norme che regolano la legittima difesa. Contestualmente il presidente della Repubblica ha inviato una lettera ai presedenti del Senato, Elisabetta Casellati, al presidente della Camera, Roberto Fico e al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Nel suo messaggio alle altre cariche dello Stato, il presidente della Repubblica sottolinea alcuni aspetti della norma: "Si propone di ampliare il regime di non punibilità a favore di chi reagisce legittimamente a un’offesa ingiusta sottolineando che il fondamento costituzionale è rappresentato dall’esistenza di una condizione di necessità". Inoltre il Capo dello Stato sottolinea che "la nuova normativa non indebolisce nè attenua la primaria ed esclusiva responsabilità dello Stato nella tutela della incolumità e della sicurezza dei cittadini, esercitata e assicurata attraverso l’azione generosa ed efficace delle Forze di Polizia". Poi il Capo dello Stato affronta un punto caldo della riforma della legittima difesa: il "rilievo decisivo attribuito allo stato grave turbamento". Mattarella sottolinea che "è evidente che la nuova normativa presuppone, in senso conforme alla Costituzione, una portata obiettiva del grave turbamento e che questo sia effettivamente determinato dalla concreta situazione in cui si manifesta". Infine il Capo dello Stato sottolinea anche due "errori materiali": "Devo rilevare che l’articolo 8 della legge stabilisce che, nei procedimenti penali nei quali venga loro riconosciuta la legittima difesa ’domiciliare', le spese del giudizio per le persone interessate siano poste a carico dello Stato, mentre analoga previsione non è contemplata per le ipotesi di legittima difesa in luoghi diversi dal domicilio". L'altro rilievo è invece sull'articolo 3: "Segnalo che l’articolo 3 della legge in esame subordina al risarcimento del danno la possibilità di concedere la sospensione condizionale della pena, nel caso di condanna per furto in appartamento o per furto con strappo ma che lo stesso non è previsto per il delitto di rapina. Un trattamento differenziato tra i due reati non è ragionevole poichè - come indicato dalla Corte costituzionale, nella sentenza n. 125 del 2016 - ’gli indici di pericolosità che possono ravvisarsi nel furto con strappo si rinvengono, incrementati, anche nella rapina". E subito dopo la firma del presidente della Repubblica è arrivata la reazione del ministro degli Interni, Matteo Salvini: "Avevamo promesso una legge sulla legittima difesa, la legittima difesa è legge. Entri in casa mia? Posso difendermi. E non è il far west. Legittima difesa significa che se entri armato in casa mia alle 3 di notte, non devo aspettare. E soprattutto eliminiamo il risarcimento al povero rapinatore ferito. Anche a tutela delle forze dell’ordine che devono poter essere libere di fare il loro lavoro. Questo dev’essere Paese dove si devono rispettare le leggi".

Legittima difesa: la Lega esulta. I penalisti frenano: «Fine del bluff…». La promulgazione della nuova legge sulla legittima difesa divide politici e giuristi. Simona Musco il 27 Aprile 2019 su Il Dubbio. «Una bellissima notizia», esultano Matteo Salvini e la Lega. «Una riforma azzerata dal presidente Mattarella», fanno eco il presidente dell’Unione delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza, e i partiti d’opposizione. La promulgazione della nuova legge sulla legittima difesa, in qualche modo, dà ragione a tutti. A Salvini e ai suoi, che esultano per la vittoria sancita dal sì del Colle, e a chi questa riforma l’ha sempre ostacolata, confortato dall’invito di Mattarella a non dimenticare l’esclusiva responsabilità dello Stato nella tutela della incolumità e della sicurezza dei cittadini. «Avevamo promesso una legge sulla legittima difesa, la legittima difesa è legge. Entri in casa mia? Posso difendermi. E non è il far west», ha gongolato Salvini da Motta Sant’Anastasia, nel catanese. Una «bellissima notizia per gli italiani perbene e pessima per i delinquenti – ha aggiunto – Noi stiamo dalla parte di chi si difende». I ladri, ora, avranno «paura quando fanno il loro mestiere» e chi si difenderà non dovrà rischiare «di passare anni davanti ad un tribunale in Italia». E a chi gli ha chiesto se teme il ricorso alla Consulta ha replicato: «vorrei vedere qualche giudice della Consulta, Dio non voglia, che si trovasse in casa qualcuno armato e sta lì a sfogliare il Codice penale prima di difendere se stesso e i suoi figli. Chi entra in casa altrui armato, da oggi ne paga le conseguenze». Le osservazioni di Mattarella, ha aggiunto la collega alla Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, sono «in linea con quanto abbiamo sempre sostenuto», ovvero che non si concede nessuna “licenza di uccidere”, offrendo solo la possibilità di «risparmiare inutili calvari giudiziari a chi respinge una persona che si introduce in casa sua». Ma a frenare gli entusiasmi ci provano, su tutti, i penalisti, che fanno proprie le parole di Mattarella, una «conferma» alle «obiezioni e le perplessità che avevamo sollevato su questa riforma», ha spiegato Caiazza. Che definisce la legge «uno specchietto per le allodole», «pura propaganda politica, senza nessuna concreta possibilità ( per fortuna) di raggiungere gli obiettivi proclamati e promessi all’elettorato festante». Il Capo dello Stato «dice che è una legge compatibile con il sistema costituzionale solo se non si pensa che lo Stato deleghi al privato la difesa domiciliare», ha aggiunto il presidente dell’Ucpi, secondo cui «Mattarella dice una cosa che azzera questa riforma e cioè che il grave turbamento deve essere valutato oggettivamente legandolo al caso concreto». Quindi non basta vedersi piombare un ladro in casa, «ci deve essere una valutazione concreta del giudice». Un’affermazione «che svela la natura propagandistica di questa riforma». Insomma, non può passare inosservato, per Caiazza, che Mattarella abbia segnalato «la necessità di colmare con ulteriori interventi legislativi alcune eclatanti lacune tecniche del testo», ma, soprattutto, che «l’autodifesa domiciliare era prima e resta ora un fatto eccezionale ed in linea di principio patologico, perchè resta dovere primario dello Stato ( e precisamente del Ministro degli Interni, aggiungo io) quello di tutelare “l’incolumità e la sicurezza dei cittadini”». Ma è soprattutto, secondo il legale, la precisazione sul grave turbamento a dare «un colpo al cuore» alla «immaginaria» riforma. «Il grave turbamento non gode di alcuna astratta presunzione – ha sottolineato – legata al solo fatto del pericolo insito nella aggressione domestica. Esso dovrà essere valutato caso per caso». Salvini, ha concluso Caiazza, «fa buon viso a cattivo gioco, e si dice “attento” a quei rilievi, per poi sminuirli». Ma la verità è che la lettera del Capo dello Stato «dice chiaro e tondo che questa legge è compatibile con la Costituzione» solo «se si esclude ogni pretesa di eliminazione del criterio di proporzionalità tra offesa e reazione. Né più né meno di quanto accadeva prima di questa famigerata, rivoluzionaria riforma. Fine del bluff». Ma ci sono anche le opposizioni a criticare la norma. Per Pietro Grasso, senatore di LeU, la lettera di Mattarella «chiarisce ai partiti di maggioranza l’inutilità, la pericolosità e i rischi di una legge che abbiamo contrastato sin dal primo giorno». I richiami rivolti alle Camere, ha aggiunto Walter Verini, neo commissario dem in Umbria, «sono giusti e fondati» e ribadiscono che non sono possibili «nessuna giustizia fai da te, nessun arbitrio soggettivo, rispetto della proporzione tra offesa e reazione».

Caiazza: «Chi sarà aggredito in casa ora rischia di più». Legittima difesa, il presidente dell’Unione camere penali: «la vittima di un’aggressione non sarà più al sicuro anzi rischia di più, come fosse una corsa a chi spara per primo». Simona Musco l'1 Maggio 2019 su Il Dubbio. «Basta propaganda sul diritto penale: dire che solo oggi sia legittimo difendersi dai ladri in casa è una truffa». Per Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione camere penali, la nuova riforma sulla legittima difesa non aggiunge nulla a quella del 2006. E sulla castrazione chimica avverte: «è inutile ed attenua la pena, non la inasprisce».

Perché criticate la norma sulla legittima difesa?

«Non è che i penalisti abbiano qualcosa da eccepire sul tema della legittima difesa: è uno degli argomenti cruciali del nostro lavoro. Ma il rafforzamento giusto e doveroso è già intervenuto nel 2006, perché si riteneva che andasse chiarito il rapporto di proporzione tra la minaccia e la reazione. È ragionevole che se qualcuno mi entra in casa io abbia una reazione, ma il concetto di domicilio è molto vasto. Per questo il legislatore è intervenuto 13 anni fa, dando per scontato che dovesse poi essere il giudice, nella concretezza della fattispecie, a dire se c’è o meno la proporzione. Tant’è che non ci sono casi giudiziari che dimostrino l’irrazionalità della norma che è stata modificata».

Cosa cambia per la durata delle indagini?

«Non c’entra niente con la formulazione della norma. Bisogna smetterla di parlare del diritto penale in modo propagandistico e in modo populista per acquisire consensi, dicendo cose che non hanno senso tecnicamente. Immaginare che ora chi reagisce non debba essere indagato, sospettato e rimanere per mesi o anni sotto indagine è una truffa ai danni della pubblica opinione».

E come si può risolvere?

«Intanto il tema della durata innaturale della indagini e dei processi è una cosa che riguarda tutti i reati ed è quello su cui abbiamo anche lavorato al famoso tavolo con il ministro della Giustizia. Ma è tutto un altro discorso. Perché ci occupiamo solo dell’accusato di omicidio domiciliare, indagato per anni e poi prosciolto, e non per chi è accusato di un altro reato? È un impazzimento della discussione. Il Capo dello Stato, con quella lettera, ha chiarito che non deve venire in mente a nessuno che possa essere introdotto un automatismo. Il turbamento lo devo ricostruire dai fatti».

Il caso del ladro 16enne ferito a Monterotondo come si inquadra in questa discussione?

«Non cambia nulla: lo sparatore in ogni caso sarebbe stato indagato. Il pm ha sentito la versione solo di chi ha reagito, adesso sentirà il ragazzo: per forza deve ricostruire il fatto. Ora, che lo faccia in 20 giorni o in 20 mesi dipende dal carico di lavoro che ha, dalle priorità che ritiene di dare all’ufficio. Sono elementi che non hanno niente a che fare con il nuovo testo».

Cosa criticate, dunque?

«La propaganda. Ho sentito dire: finalmente c’è la legittima difesa in Italia e i rapinatori hanno più paura. Io penso sia il contrario: adesso dovrà avere più paura la vittima di un’aggressione, perché chi vive di reati in modo professionistico tutt’al più spara un attimo prima, invece di limitarsi a minacciarmi. Ora le Procure dovranno anche interrogarsi sul senso e il significato della lettera del garante della Costituzione, magari sollevando anche questioni di costituzionalità».

Cosa ne pensate della castrazione chimica?

«È un’idea barbarica e anche inutile. Solo in casi estremi la violenza carnale è assimilabile ad una patologia. Qui parliamo di un problema culturale, non chimico e questa è una risposta errata. Per di più è volontaria, quindi concepita come un modo per attenuare la pena. Probabilmente bisogna solo pensare all’esecuzione di una pena che è già severa. Dall’altra parte si invoca un inasprimento, ma per lo stupro le pene sono già durissime. Non si parla più del merito delle cose, ogni volta si sente il dovere di dover dare un segnale. Ma allora devono mettersi d’accordo: o queste persone devono marcire in carcere o devono essere curate come malati. Sono due cose che non stanno insieme tra di loro».

Morrone: «I malviventi avranno più paura e sarà più veloce chiudere le indagini». Il sottosegretario alla Giustizia: «castrazione chimica? Ne discuteremo, chi commette violenza sulle donne e sui bambini va punito duramente». Simona Musco l'1 Maggio 2019 su Il Dubbio. «Adesso i ladri ci penseranno due volte prima di entrare in casa di altri. La castrazione? Stiamo lavorando per dare ordine e un regime duro per pedofili e stupratori». Parola del leghista Jacopo Morrone, sottosegretario al ministero della Giustizia.

Mattarella ha firmato la legge sulla legittima difesa, con osservazioni precise però. È comunque una vittoria?

«Le osservazioni di Mattarella sono condivisibili e non abbiamo mai negato che sia lo Stato a dover pensare alla sicurezza dei cittadini. Tant’è che il vero impegno di questo governo in tema di ordine, sicurezza e giustizia è l’incremento di forze dell’ordine e del loro equipaggiamento. Ma la legittima difesa permetterà a chiunque viene aggredito all’interno della propria abitazione di potersi difendere. Naturalmente noi speriamo non avvenga mai, ma ora, semplicemente, la difesa quando si viene aggrediti è sempre legittima».

Ma cosa cambia rispetto alla norma precedente?

«Il fatto di identificare come criminale la persona che entra in casa di altri con un’arma e con la violenza. In quel caso può essere sempre respinto da parte di quella che è la vittima, ovvero chi viene aggredito nella propria abitazione. Questa è, secondo me, la grande distinzione, assieme alla possibilità per chi viene assolto per legittima difesa di avere il rimborso integrale delle spese legali sostenute. Non ci sarà più il risarcimento per i rapinatori che rimangono lesi introducendosi nelle abitazioni, come purtroppo è stato in passato. E poi c’è il tema del grave turbamento, che giustifica la reazione, se vogliamo anche spropositata, rispetto a quella che è l’offesa. Certo, condivido quanto dice Mattarella, cioè che il grave turbamento va valutato in modo obiettivo».

Però anche in passato questa valutazione portava all’assoluzione di chi reagiva.

«Sì, in alcuni casi è stato così, ma dopo quanto? Dopo anni di procedimento mediatico e giudiziario e una notevole spesa, rendendo quel cittadino vittima prima della rapina e poi di fronte allo Stato. Ora, invece, verrà indagato, ma il procedimento sarà brevissimo».

Come?

«Indicare che c’è sempre il rapporto di proporzione, sicuramente, aiuta chi deve interpretare e applicare la legge a sveltire e identificare la fattispecie, così come definire come legittima difesa la reazione per respingere una intrusione con minaccia o violenza».

Il caso di Monterotondo cosa ci dice rispetto alla nuova norma?

«Chi si trova in casa cerca di difendere la propria incolumità, anche se ovviamente bisogna ancora capire nel caso specifico cosa sia avvenuto. Se abbiamo la certezza che quella persona si è difesa perché è stata messa a rischio la propria incolumità, quella è legittima difesa».

Non si rischia di rendere più aggressivi i ladri?

«Io penso sia un deterrente. Se lei sa che entrando in casa trova degli agnellini affronta la questione in un certo modo, quando sa che dall’altra parte c’è qualcuno che può respingere la sua intrusione magari ci pensa due volte. Sono ladri, mica stupidi».

Qual è la sua opinione sul tema della castrazione chimica?

«Sono convinto che sia necessario aprire una discussione in Parlamento. Spesso quando si parla di questo non sa di cosa si tratti. Dobbiamo dire che è volontaria e che è un percorso di civiltà ed elevamento a esperienze di Paesi democratici europei che la applicano già. È una cura esclusivamente farmacologica e non ha una natura esclusivamente sanzionatoria. Noi depositeremo a breve un disegno di legge. Il nostro scopo è trovare ogni soluzione per sconfiggere la violenza».

Non è un problema culturale?

«Il sistema giustizia va avanti grazie alle norme, le forze dell’ordine, l’educazione civica e il sistema culturale. Migliora solo se si fanno tanti passi in tante direzioni. Chi violenta, picchia, minaccia, commette reati e deve pagare dopo una sentenza in un istituto penitenziario».

Edmondo Bruti Liberati attacca Matteo Salvini sulla legittima difesa: "Smontato lo slogan che si può sparare". Libero Quotidiano il 27 Aprile 2019. "Il presidente ha escluso ogni illusione di automatismi e presunzioni di legittimità della difesa». Così l'ex procuratore di Milano, Edmondo Bruti Liberati, in una intervista a Repubblica legge la lettera alle Camere di Sergio Mattarella. "È una legge demagogica e sgangherata e Mattarella ha indicato l'unica via costituzionalmente possibile per applicarla", afferma l'ex procuratore di Milano. "Il presidente ha motivato proprio sul punto che non vi può essere nessun automatismo", spiega. "Due righe del messaggio smontano gli slogan: la difesa 'non' è sempre legittima, il grave turbamento non è presunto ma deve essere accertato. La valutazione in concreto della proporzionalità, nonostante l'illusoria introduzione della paroletta magica 'sempre', rimane imprescindibile".

Quindi, "nessun automatismo: non basterà addurre genericamente un 'grave turbamento' perché scatti la legittima difesa e il giudice dovrà caso per caso valutare la 'concreta' situazione". E conclude: "Il presidente, con quello che ha detto e con quello che non ha detto, ha indicato la via di un'interpretazione costituzionalmente corretta. Piuttosto che di legge depotenziata direi che è stata esclusa ogni illusione di automatismi e presunzioni di legittimità della difesa. Spiace che il legislatore non abbia tenuto in alcun conto le critiche avanzate da professori, avvocati e magistrati". E attacca Matteo Salvini secondo il quale ora "i rapinatori sanno che se entrano in una casa, un italiano può difendersi senza passare poi anni in tribunale": "Ancora una volta s'insiste su un messaggio illusorio", dice Bruti Liberati. "Una indagine sarà sempre necessaria a garanzia di tutti e dei diritti della stessa vittima dell'aggressione. La magistratura ora dovrà impegnarsi per tempi il più possibili rapidi compatibilmente con la delicatezza degli accertamenti necessari".

Carlo Nordio, legittima difesa: "Basta con la litania sul far-west, l'intervento del pm è sempre necessario", scrive il 29 Aprile 2019 Libero Quotidiano. "Basta con la litania petulante sul far-west, del farsi giustizia da solo. Chi si difende da una aggressione in casa propria violenta e clandestina non mira a farsi giustizia da solo ma ad evitare un danno che lo Stato avrebbe dovuto impedire. Questa vuota retorica sarebbe bene che fosse espunta da questi colloqui". L'ex magistrato Carlo Nordio, autore de La Stagione dell'indulgenza in cui affronta il rapporto tra la paura degli italiani e la diffusa sfiducia nello Stato, è stato ospite di Myrta Merlino a L'aria che tira, su La7. Ed è entrato nel merito della legge sulla legittima difesa. "L'intervento del magistrato", spiega Nordio, "sarà sempre necessario perché dovrà verificare i presupposti, l'attualità del pericolo, la proporzionalità della reazione, lo stato di turbamento. Insomma quei presupposti che sono inseriti nella legge".

 “HO SPARATO AL LADRO E ORA TEMO LA VENDETTA DEI SUOI COMPLICI”. Rinaldo Frignani per il “Corriere della sera” 29 aprile 2019. «Eravamo da poco tornati da una giornata passata al mare. Stavamo facendo la doccia, quando abbiamo sentito dei rumori provenire dal soggiorno. Un bello spavento per me e la mia fidanzata: mi sono preoccupato soprattutto per lei che stava al piano di sopra. Adesso ho paura di vendette da parte dei ladri». Andrea Pulone, 29 anni, già immagina che oggi il suo nome sarà iscritto nel registro degli indagati. Il procuratore di Tivoli Francesco Menditto sta ultimando gli accertamenti - sulla base delle relazioni dei carabinieri - per decidere quale reato contestare al giovane che venerdì scorso ha sparato contro tre persone che si erano introdotte nell' abitazione dei genitori in via San Matteo, nel quartiere Belvedere della cittadina a nord di Roma. Uno dei proiettili ha colpito Enrico P., sedicenne albanese residente a San Basilio, con precedenti per furto, ora ricoverato in prognosi riservata al Policlinico Gemelli: è fuori pericolo, ed è indagato per concorso in furto aggravato. Tuttora è caccia ai due complici. «Se ha fatto qualcosa è giusto che paghi, ma con la giustizia», ha spiegato il padre del minorenne che ieri è andato a trovarlo nel reparto di terapia intensiva pediatrica.

Pulone è molto spaventato. Il procuratore ha deciso di trasformare la vigilanza davanti alla sua abitazione da saltuaria a fissa per evitare il rischio di ritorsioni: una pattuglia dei carabinieri staziona di fronte al cancello della villetta, dove forse oggi torneranno i genitori, in vacanza in Portogallo. «Siamo affranti - rivela il padre di Andrea, l' astrofisico Luigi Pulone -, nostro figlio sta subendo il contraccolpo emotivo di quello che è successo». «Indagare il giovane è un atto dovuto, non certo una conferma di colpevolezza», assicura ancora Menditto, che al riguardo precisa che in questo caso la nuova legge sulla legittima difesa non è applicabile e vale quella precedente, visto che non è ancora entrata in vigore perché deve essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. «E comunque - aggiunge il procuratore - l' eccesso di legittima difesa rimane contestabile, anche se adesso la nuova legge prende in considerazione lo stato d' animo di chi si difende». «Qual è il mio stato d' animo se mi indagheranno? - replica Pulone -. Ancora non lo so. Probabilmente saprò dare una risposta nel momento in cui accadrà». La pistola, una calibro 45 usata per il tiro sportivo, è stata sequestrata dai carabinieri del Gruppo di Frascati e della compagnia di Monterotondo che hanno concluso gli accertamenti. «Il quadro di ciò che è accaduto - aggiunge il procuratore - è già abbastanza chiaro». Al Belvedere di Monterotondo ci sono stati numerosi furti in passato e gli abitanti hanno paura. «Da noi non era ancora mai successo - riprende Pulone -, qui intorno sì. Ricordo che una volta i ladri in fuga sono passati per il nostro giardino». Ieri il giovane è rimasto fuori casa per molte ore. «Mi preoccupa soprattutto il fatto che sarebbe potuto accadere a chiunque altro, anche a mia madre quando è da sola - riflette -. Abbiamo sentito dei rumori e sono corso a prendere la pistola in cassaforte. Ho cercato di aprire la porta del soggiorno , ma c' era qualcuno che faceva resistenza e la teneva chiusa. Poi quando sono riuscito ad aprirla, mi sono trovato davanti tre uomini, uno armato di spranga: pensavano di poter rubare perché i miei genitori non c'erano. Ho sparato per farli scappare, per dissuaderli, non mi sono accorto di averne colpito uno», racconta Andrea. E parlando ancora del sedicenne aggiunge: «Se decidi di fare il criminale, sei tu che metti in pericolo la tua vita. Se non fosse entrato in casa nostra, tutto questo non sarebbe successo» Più o meno quello che dice il vice premier Salvini: «Se non avesse fatto il rapinatore, ora starebbe bene, a guardare "Ballando sotto le stelle"».

Monterotondo, spara e ferisce ladro: "Se non fosse entrato in casa non sarebbe successo". Parla Andrea Pulone, il giovane che venerdì pomeriggio avrebbe colpito un giovane che insieme a due complici cercava di introdursi nella sua villetta. Caccia ai complici. La Repubblica il 28 aprile 2019. "Se non fosse entrato nella proprietà, tutto questo non sarebbe successo. Sono le stesse parole di Salvini? Magari lui lo dice in maniera più colorita però in fin dei conti il discorso è quello. Ora ho paura. Ho avuta ritirata la mia pistola. Mi dedico al tiro sportivo ed è un hobby ma ora mi sento poco tutelato. Percepisco una sensazione di insicurezza perchè sono stato coinvolto in una storia del genere. Ho paura di possibili ritorsioni ed ora non sono neanche più armato". Parla Andrea Pulone, il 29enne di Monterotondo che nel tardo pomeriggio di venerdì, nel tentativo di far scappare tre presunti ladri, avrebbe colpito con un colpo di pistola uno di loro, poi scaricato dai presunti complici al Gemelli in gravissime condizioni. Dai microfoni di “L'Italia s'è desta” su Radio Cusano Campus, Pulone spiega ancora che "è stato un evento che uno non si aspetta di poter vivere, sembra qualcosa di lontano che accade solo ai telegiornali e nei fatti di cronaca. Come è accaduto a me poteva accadere al vicino o a mia madre mentre non c'ero. Questo è il fatto che mi ha scosso di più, l'imprevedibilità di un evento simile". "In queste ore, grazie al lavoro del comando provinciale del carabinieri e del pm titolare dell'indagine, stiamo mettendo in fila tutti i tasselli di questa vicenda per poi procedere, nella giornata di domani, a formalizzare le nostre determinazioni nel registro degli indagati", ha intanto spiegato il procuratore capo di Tivoli, Francesco Menditto. "Al momento - ha aggiunto il procuratore - il reato per cui procediamo è quello di furto in abitazione. Le eventuali decisioni di iscrivere nel registro degli indagati l'autore degli spari", ha chiarito Menditto, "non è influenzata dalla nuova norma sulla legittima difesa che, tra l'altro, non è ancora entrata in vigore". In queste ore gli inquirenti sono "alla ricerca dei complici che hanno tentato il furto. In questo ambito, per tutelarne la sicurezza, abbiamo disposto una vigilanza h24 nei confronti del proprietario dell'abitazione presa di mira. È stato lui stesso, intorno alle 19 di venerdì scorso, ad avvisare il 112 che estranei erano entrati nella propria abitazione". "C'è stata questa intrusione in casa", ha raccontato il ragazzo a Radio Cusano Campus. Ho sentito dei rumori, sono andato a prendere la pistola in cassaforte. Dopo aver preso la pistola dalla cassaforte sono andato verso la stanza dalla quale provenivano i rumori. Ho sentito una resistenza quando ho provato a spingere questa porta. Ho spinto con forza e mi sono trovato di fronte tre persone. Uno reggeva la porta per non farmi entrare e poi ce ne erano altri due. Me li sono trovati davanti con una spranga di ferro". "Ho sparato e loro si sono dati alla fuga. Quando li ho visti - prosegue - il mio primo pensiero è stato per la mia ragazza che si trovava al piano di sopra. Per me è stato un bello spavento. Il vantaggio di avere una pistola con me - osserva - è stato quello di ottenere un effetto dissuasivo. Magari, in un corpo a corpo con tre malviventi poteva finire peggio. Con una pistola mi sono potuto difendere senza neanche arrecare - parole del giovane - tutti questi danni". "Io ho cercato di sparare senza ferirli. A quanto mi hanno detto poi uno sarebbe stato colpito. Quanti colpi ho esploso? Non lo sapevo effettivamente. La cosa che mi ha colpito è che il rumore dei colpi, sotto effetto dell'adrenalina, sembrava rumore di miccette", racconta. Di sè, Pulone dice di essere "un tiratore sportivo, maneggio armi. Loro sono immediatamente scappati ma non ho visto l'auto con la quale scappavano. Quando se ne sono andati ho capito di aver sventato un rischio enorme. I miei genitori erano in Portogallo, pensavano di poter agire in modo indisturbato". A chi gli chiede se lo rifarebbe, il giovane dice "nel momento in cui una persona, purtroppo, intraprende un percorso di vita dedito al crimine è quella stessa persona a mettere in pericolo la sua vita".

Fuga e slalom con l’auto tra la gente: processo al carabiniere che gli sparò. Pubblicato domenica, 28 aprile 2019 da Giuseppe Guastella su Corriere.it. Un uso legittimo delle armi oppure un colpo sparato senza un motivo giustificabile e per uccidere una persona? Mentre la nuova legge amplia il diritto dei cittadini alla legittima difesa in casa con le armi, un processo a Monza deve stabilire se un carabiniere poteva o no sparare ad un uomo che alla guida di un’automobile nel centro di Macherio aveva tentato di sfuggire a una pattuglia che gli aveva intimato l’alt. Sono i giorni del Gran Premio di Monza e l’allarme ha raggiunto i massimi livelli dopo che due settimane prima un furgone lanciato sulla folla da un integralista islamico aveva ucciso 15 persone a Barcellona. Il prefetto di Milano ha diffuso un’allerta antiterrorismo e la tensione è alta tra le forze dell’ordine quando una Dacia Duster sfugge ad una gazzella dei carabinieri e si lancia a tutta velocità nel centro della cittadina brianzola carambolando sulle auto in parcheggio e facendo lo slalom tra i passanti. Alla guida c’è un uomo di 47 anni con gravi problemi psichici che poco prima era sfuggito ai carabinieri che dovevano accompagnarlo dal medico per un accertamento sanitario obbligatorio. Il giorno prima, dopo una lite in famiglia, aveva tentato di investire suo padre con la stessa macchina. La gazzella si lancia all’inseguimento mentre un’altra blocca la strada. Quando la Dacia è costretta a rallentare, un carabiniere prova ad aprire la portiera lato guidatore con la mano sinistra per arrestare l’uomo che, invece di arrendersi, accelera con uno strattone improvviso, così forte che il miliare resta con in mano la maniglia che si stacca mentre l’auto lo colpisce alla gamba destra. È in quel momento che parte un colpo dalla pistola che impugna con la mano destra. Il proiettile sfonda il finestrino posteriore sinistro, attraversa obliquamente l’abitacolo, colpisce il guidatore al collo poco sotto la nuca e si conficca nello specchietto esterno destro. Solo un caso fortunatissimo evita che non uccida il fuggitivo e neppure lo paralizzi, nonostante passi vicinissimo a molti centri vitali. Una ferita da appena 20 giorni di prognosi. Il carabiniere finisce sotto processo. La Procura esclude da subito l’uso legittimo dell’arma, previsto quando un appartenente a una forza di polizia è costretto ad impiegare la forza per impedire delitti molto gravi, come una strage, un omicidio oppure una rapina. Valutando le analisi balistiche e le immagini delle telecamere di sicurezza, il pm ritiene che il carabiniere abbia volutamente sparato al guidatore al fine di colpirlo. Invece, secondo la difesa, sostenuta dagli avvocati Luca Ricci e Carlo Cama, la situazione di pericolo giustificava l’impiego dell’arma per tutelare l’incolumità dei passanti che alle 10,10 del mattino si trovavano in via Roma. Il Carabiniere, inoltre, ha ammesso di aver voluto sparare, ma solo per intimidire il guidatore e senza mirare a lui. Voleva infrangere il finestrino ma la Duster lo ha colpito alla gamba facendogli cedere il ginocchio. Nella torsione, il braccio si è piegato verso l’uomo deviando la mira accidentalmente. Il processo riprenderà il 30 maggio.

Così i giudici e le loro sentenze sono i ​padroni della legittima difesa. Le toghe hanno interpretato la legge Castelli in maniera restrittiva, riducendo la lumicino i casi in cui invocare la legittima difesa. Giuseppe De Lorenzo, Martedì 14/03/2017, su Il Giornale. Chissà se a Mario Cattaneo, il ristoratore di Casaletto Lodigiano che due giorni fa ha ucciso un ladro, verrà riconosciuta la legittima difesa. Come da manuale, Cattaneo è finito nel registro degli indagati. Il pm teme possa essersi trattato di omicidio volontario, al massimo eccesso colposo di legittima difesa. Comunque vada, per l'oste significherà iniziare un calvario giudiziario. E allora puntuali come un orologio, le forze politiche sono tornate a chiedere una legge che permetta a chiunque di sparare contro chi irrompe in una proprietà privata. Senza che questo conduca ad indagini, incriminazioni e processi lunghi decenni. In realtà la norma c'è già. Il problema è chi la interpreta. Ovvero i giudici, facilitati dalla genericità con cui è stato partorito l'ultimo aggiornamento all'Art.52 del codice penale. Nel 2006 il governo Berlusconi decise di introdurre la legittima difesa domiciliare, stabilendo il diritto all'autotutela della propria casa, del negozio o dell'ufficio. Sembrava una rivoluzione: la difesa è "proporzionata" - dice la norma - nel caso in cui si "usa un'arma legittimamente detenuta" per difendere "i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione". Tradotto: se entri in casa mia e mi minacci, rischi di beccarti una pallottola. Peccato che i giudici (e i pm) negli anni abbiano fatto leva sull'ultima parte del secondo comma ("quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione") per limitarne l'applicazione.

Cosa è il "pericolo di aggressione". Andiamo con ordine. Il legislatore non ha spiegato nei dettagli cosa intendesse per "pericolo di aggressione". Basta una semplice minaccia? È sufficiente l'intrusione improvvisa in casa? Oppure è necessario che il bandito prima mi picchi o spari affinché io possa rispondere al fuoco? Nel 2014 la Cassazione ha precisato che l'ingresso fraudolento o clandestino in una dimora non basta per dichiarare la legittima difesa. Non solo. Con una sentenza del 3 luglio 2014, la Suprema Corte ha ritenuto che la legittima difesa domiciliare "non può giustificare l'uccisione con uso legittimo delle armi di un ladro introdottosi in casa quando sia messo in pericolo soltanto un bene patrimoniale dell'aggredito". Serve dunque che ci sia un "pericolo imminente" per l'incolumità fisica di chi viene derubato. Altrimenti è galera assicurata. Come nel caso di Antonio Monella, l'imprenditore di Arzago condannato a 6 anni e 2 mesi di reclusione. Il bandito gli aveva prelevato in casa le chiavi dell'auto per rubarla. Dal balcone l'imprenditore sparò un colpo calibro 12. Monella si disse impaurito e mosso dal desiderio di difendere la sua famiglia e i suoi beni. Ma per il giudice non sussisteva un "pericolo di aggressione" e non poteva uccidere il bandito al solo scopo di evitare che si portasse via l'auto. Sorte diversa toccò invece a Pierangelo Cozzano, gioielliere di Torino: nel suo caso i banditi si avventarono su di lui prima che usasse l'arma da fuoco. Cozzano allora venne assolto, ma solo perché aveva rischiato di morire.

La "non desistenza" e la fuga del bandito. L'altro punto controverso dell'art. 52 riguarda la "non desistenza". Nel caso in cui un ladro sta fuggendo, la vittima del furto non può sparare perché secondo la Cassazione deve essere considerato ormai innocuo. Esempio lampante il caso di Franco Birolo, tabaccaio di Correzzola condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi. Era l'aprile del 2012 quando prese la sua calibro 9 e scese nel negozio preso d'assalto dai banditi. Era buio, i ladri erano molto vicini e il momento risultava (ovviamente) concitato: Birolo esplose un colpo e uccise uno dei due malviventi mentre tentava di scappare. In Tribunale i legali chiesero l'applicazione della legittima difesa domiciliare, vista la situazione di oggettiva pericolosità, ma per la toga il fatto che il malvivente fosse sulla porta e quasi di spalle dimostrava che aveva desistito dal commettere il furto. In realtà, alla fine è sempre il giudice ad interpretare i fatti in base ai suoi convincimenti, valutando di volta in volta se c'è un pericolo reale ed attuale, se i mezzi di reazione utilizzati sono proporzionali all'offesa, se il bene minacciato è tale da eguagliare la vita del bandito, se il ladro è in fuga oppure no e se c'era un'alternativa al colpo di pistola. Discrezionalità che ha portato a sentenze tra loro molto discordanti e spesso ai limiti dell'imbarazzo: Franco Birolo, per esempio, proprio ieri è stato assolto in appello da tutte quelle accuse "accertate" dal giudice di pimo grado. Oggi colpevole, domani no. Legittima difesa à la carte.

Legittima difesa: evviva la libertà di difendersi. Chi spara per proteggersi da un criminale è nel giusto. E lo Stato non deve indagare il cittadino ma chi compie il reato, cioè il ladro o il malvivente. Foto: Mario Cattaneo, l'oste di Casaletto Lodigiano che nella notte tra il 9 e 10 marzo uccise un ladro romeno che si era introdotto nella sua proprietà, ha scritto un libro di ricette su suggerimento del comitato '#Io sto con Mario' per sostenere le spese legali di difesa, scrive Mario Giordano il 22 gennaio 2019 su "Panorama". Quelli che dicono che la legge sulla legittima difesa va benissimo così com’è, forse non conoscono Mario Cattaneo. Sapete chi è? L’oste di Lodi che sparò e uccise un ladro che era entrato nella sua casa, dove dormiva con la famiglia, compresi i tre nipotini. Il fatto è successo il 10 marzo 2017. Il processo per eccesso colposo di legittima difesa è appena cominciato. Durerà ancora mesi. Che cosa significa? Che la vita di quest’uomo di 68 anni, che non avrebbe fatto male a una mosca, che voleva solo continuare a servire polenta e brasato e risotto alla barbera in santa pace, è stata sconvolta. E che quel ladro è riuscito a rubargli qualcosa di più che l’incasso dell’osteria: gli ha rubato anni preziosi. Gli ha rubato un pezzo di vita. Conosco l’obiezione: ma il ladro la vita l’ha persa del tutto. Vero: il ladro è stato ucciso. E la morte di una persona non è mai motivo di gioia. Ma se uno si introduce nottetempo in casa d’altri, se anziché lavorare va a rubare, se deliberatamente sceglie azioni criminali, è causa del suo male, no? Se la va a cercare. Sa quello che rischia. Incerti del mestiere. Colpa sua, insomma. Mario, invece che colpa ha? Quella di riposare nel suo letto, dopo una giornata di lavoro? Quella di voler bene ai suoi nipotini? Quella di temere per la loro vita? Quella di aver avuto paura che qualcuno facesse loro del male? Eppure è due anni che l’oste sta dentro un calvario giudiziario, che si paga avvocati di tasca sua, che sacrifica tempo, energia, lavoro, famiglia come se quella sera fosse stato lui a organizzare un’aggressione. Mentre invece avrebbe solo voluto dormire serenamente e sognare il salumi da servire il giorno dopo. Conoscere questa vicenda umana è sufficiente a spiegare perché la legge sulla legittima difesa deve cambiare. E rapidamente. Si obietta: ma i Cattaneo sono pochi, il problema oggi riguarda poche persone. Embeh? Che vuol dire? Anche se fosse vero che oggi riguarda poche persone, in futuro potrebbe riguardare tutti. E stabilire per principio che una persona aggredita nella sua casa di notte non può e non deve diventare vittima due volte (prima dei ladri, poi della giustizia) è un principio sacrosanto, di valore inestimabile. Non vi pare? Non a caso molti italiani la pensano così, come dimostrano inequivocabilmente i sondaggi. L’altra obiezione che viene normalmente sollevata (di recente anche dall’Associazione nazionale magistrati) è che riformando la legittima difesa si invoglierebbero le persone a sparare e a uccidere, trasformando l’Italia in un Far West. E qui si tocca l’apogeo del ridicolo. A parte il fatto che l’Italia in Far West l’hanno trasformata certe sentenze di manica larga e una cultura diffusamente perdonista nei confronti dei malviventi, che c’entrano le pistole? La legittima difesa uno può farla con un fermacarte, la boccia dei pesci rossi, la statuina regalata da nonna Pina. Le armi non c’entrano nulla. Il Far West neppure. Il problema è soltanto uno: capire se, nel momento in cui uno si difende dai ladri (con qualsiasi strumento) poi deve difendersi anche dallo Stato (che non è stato capace di proteggerlo). O se, invece, potrà contare, almeno dopo l’aggressione, su uno Stato più comprensivo verso le vittime, di quanto lo sia oggi. In questo senso, se c’è da muovere una critica all’attuale proposta di legge, è che essa è troppo morbida, cioè dà ancora troppo poche garanzie a chi si difende in casa sua. Il Mario Cattaneo di turno, infatti, verrebbe in ogni caso indagato, seppur con maglie più larghe di oggi. Invece il Mario Cattaneo di turno, a mio parere, non dovrebbe neppure essere indagato. Un ladro entra in casa di un onesto cittadino e viene ferito o ucciso? Arriva il magistrato e apre l’inchiesta, si capisce. Ma l’inchiesta non riguarda l’onesto cittadino. Non riguarda chi ha sparato. Riguarda chi è stato colpito. Si indaga, cioè, soltanto su chi ha commesso il vero reato, e cioè la violazione di domicilio. Una volta accertato che la persona colpita è realmente un malvivente (e non un passante, un amico attirato in trappola o comunque un innocente) l’inchiesta viene chiusa perché il reato non esiste. Evitando di tormentare con interrogatori e accuse ai vari Mario Cattaneo, brave persone che dallo Stato meriterebbero una medaglia. Non una tortura.

L'Italia non è un paese per pistoleri. A dispetto degli stereotipi la nuova legge non ha portato alcuna "corsa" alle armi, scrive Giorgio Sturlese Tosi il 16 gennaio 2019 su Panorama. Gli italiani hanno il grilletto facile? Non si direbbe, stando ai numeri. Con l’adeguamento alla normativa europea, che è entrata in vigore lo scorso agosto, oggi in Italia si possono comprare più armi, pistole, fucili e munizioni. Significa che ci trasformeremo in un Far West? Non precisamente. Nelle armerie non si è affatto registrato quell’aumento di vendite che gli addetti ai lavori prevedevano e, magari, auspicavano. Stanno invece vivendo un momento magico i poligoni per il tiro a segno sportivo, che si moltiplicano e sono frequentati sempre più di donne, anche giovanissime. La nuova legge ha dato soprattutto impulso al settore «ludico», piuttosto che a quello venatorio, ormai asfittico, o a quello della difesa personale. Chi possiede un porto d’armi per uso sportivo, infatti, oggi può comprare il doppio delle armi di un tempo: il limite per le pistole che si possono detenere passa da sei a dodici, quello per i fucili da cinque a dieci. In pratica, chi va a sparare in un poligono può avere fino a ventidue armi da fuoco. Attenzione però, chi crede che sia più facile armarsi si sbaglia. La legislazione italiana sul porto d’armi è tra le più restrittive d’Europa. Alessio Carparelli, istruttore di tiro da difesa e autore di studi e testi sull’argomento, ricorda che «le norme su chi può ottenere un porto d’armi non sono cambiate: occorre una doppia valutazione sanitaria, del medico di famiglia e dello psicologo della Asl. A cui segue la verifica dell’autorità di pubblica sicurezza sui requisiti personali e penali, un corso da seguire e un esame da sostenere presso un poligono dell’Unione italiana tiro a segno nazionale del Coni». A differenza del passato, poi, oggi bisogna dimostrare di frequentare periodicamente lezioni di tiro e un poligono per poter mantenere il porto d’armi ad uso sportivo. Del tutto fuori luogo, poi, accostare la nuova normativa sul porto d’armi al dibattito sulla legittima difesa, ancora al vaglio del Parlamento. Nel testo di legge già approvato dal Senato e ora al vaglio della Camera, infatti, non vengono mai citate le armi da fuoco, mentre si parla genericamente di uso della forza. E il testo non modifica i requisiti e le prerogative di chi può possedere un’arma. Secondo il Viminale in Italia circolano 12 milioni di armi da sparo e i titolari di porto d’armi - che siano da caccia, da difesa o per uso sportivo - senza contare militari e forze dell’ordine, sono 1 milione e 369.148 persone. Negli ultimi due anni i titolari di autorizzazione per uso sportivo sono centomila in più. L’impressione è che, con gli sbarramenti mantenuti per ottenere un porto d’armi per difesa personale, in molti abbiano ripiegato su quella che permette comunque di frequentare un poligono e di tenere una pistola in casa. I nuovi appassionati, infatti, si rivolgono sempre più spesso alle celebre «.357 Magnum» o alla «44 Magnum», quelle dell’ispettore Callaghan per intendersi, che sparano proiettili capaci di sfondare un muro. Lo stesso vale per le cosiddette armi lunghe, dove la potenza di fuoco viene spesso preferita alla precisione; così che in molti, a un calibro 22, preferiscono il fucile d’assalto M4 per sentirsi un «marine» per un pomeriggio. La legge prescrive tuttavia che quando si entra in un poligono di tiro, pistole o fucili devono essere tenute separati dal caricatore, che deve essere vuoto e con le munizioni a parte. Così da rendere impossibile un uso immediato dell’arma. Restano, semmai, due lacune comunque importanti. Nessuna legge prescrive esattamente come debbano essere custodite le armi in casa, affidando la cura al buon senso di chi la detiene, col rischio concreto di incidenti domestici in caso di negligenza. Molte critiche ha poi sollevato l’abolizione, con la nuova normativa, dell’obbligo, per chi detiene un’arma, di informare i familiari. Nonostante il maggior numero di pistole e fucili che si possono acquistare, come si accennava, non si registra però un aumento di vendite. Angelo Buzzini possiede una delle più antiche armerie di Milano e registra come il giro d’affari negli ultimi mesi sia costante. «A caccia non va quasi più nessuno a causa di costi, burocrazia e calendari venatori sempre più ristretti» conferma Buzzini. «Le armi lunghe registrano da anni un calo importante di vendite. Si vendono un po’ di più i “pezzi” economici. Si può dire tuttavia che il mercato più promettente sia quello femminile». Basta entrare infatti in uno dei tanti poligoni di tiro - questi invece in crescita - per scoprire come sia cambiata la composizione di chi li frequenta. Mogli, madri, professioniste o casalinghe che, spesso in gruppo, si riuniscono la domenica pomeriggio sulle linee di tiro, al bersaglio o al piattello, sorprendendo i maschi, più anziani e assai meno precisi. Renato Lamera, presidente del poligono Cieli aperti, nella Bergamasca, commenta: «Qui ci sono una quarantina di donne che si ritrovano, soprattutto con la bella stagione, per stare insieme, cementare l’amicizia e divertirsi a sparare. Abbiamo anche una squadra, chiamata Rose rosse, che girà l’Italia organizzando gare amatoriali con ottimi risultati. È un ambiente sereno, con persone tranquille che hanno soprattutto voglia di socializzare con uno sport». Chi paventa scenari da sparatorie urbane si deve ricredere: più che Rambo il modello sembra Sex and the city. 

Perse il marito in una rapina: «Solo 7.200 euro dallo Stato, scandaloso». Pubblicato domenica, 14 aprile 2019 da Mara Rodella su Corriere.it. Non ha mai smesso di combattere e non ha intenzione di farlo adesso, cinque anni dopo aver perso il marito. Era la notte dell’8 luglio 2014: Pietro Raccagni, macellaio di 53 anni, fu aggredito da una banda di rapinatori nel cortile della sua villetta di Pontoglio, paese della Bassa bresciana. Uno di loro lo colpì alla testa con una bottiglia, lui morì undici giorni dopo. Tutti i responsabili, di origine albanese, sono stati condannati in via definitiva: 15 anni e 6 mesi per Victor e Pjeter Lleshi, 16 anni e 6 mesi a Ergren Cullahj e 14 anni e 4 mesi a Erion Luli. Lei, la vedova Federica Pagani, a Pontoglio non ci vive più, anche se resta membro del consiglio comunale tra le file della Lega. «Dopo tanti anni abbiamo chiuso l’attività e ci siamo trasferiti (con i due figli, Luca e Sara) sul lago di Garda, a Lazise, un posto splendido. Ci venivamo spesso con Pietro: avevamo adocchiato un negozio che ci piaceva tanto, sono riuscita a rilevarlo. Sarebbe tutto bellissimo, se non avessi questa croce sullo stomaco». Perché è arrabbiata? «Combatto da cinque anni: per la legittima difesa, la modifica del rito abbreviato, la tutela delle vittime di reati violenti come noi. E alla fine? Lo Stato, per la morte di mio marito, mi darà un indennizzo di 7.200 euro: tanto, per le istituzioni, vale la vita di un uomo. È una vergogna: ci sentiamo semplicemente presi in giro, io e tutti gli altri. Perché purtroppo siamo in tanti». Eppure gli assassini di Pietro sono stati condannati anche a pagarle un risarcimento ben più cospicuo. «Certo. Un milione e 800 mila euro, e 600 mila di provvisionale. Ma risultano nullatenenti, quindi noi quei soldi non li vedremo mai: sia ben chiaro, niente e nessuno mi ridaranno mai mio marito, la cui vita non ha prezzo, ma tocca allo Stato indennizzarci. Queste cifre, però, gridano allo scandalo. I parametri sono dettati dalla legge 122 del luglio 2016 emanata, evidentemente, per pulirsi la coscienza dopo i richiami dell’Unione Europea. Consideri che prima peraltro accedervi era pressoché impossibile, ma poco cambia: sono previsti 7.200 euro, che salgono a 8.200 in caso l’omicidio sia commesso da coniuge o familiare. Veda lei, io sono indignata. Noi dell’Unione nazionale vittime questi soldi non li vogliamo, è elemosina. Mi risulta anche che nell’ultima Finanziaria gli importi degli indennizzi siano stati alzati, ma mancano i decreti attuativi. Del resto negli altri Paesi europei si parla di ben altre somme». Lei tra pochi giorni avrà udienza a Roma, vero? «Sì, giovedì. Ho fatto causa civile allo Stato italiano perché gli assassini di mio marito erano clandestini, quindi nel nostro Paese non avrebbero dovuto esserci. Non escludo in quella sede si possa discutere anche dell’indennizzo». Non si fermerà qui? «Affatto. Tutto questo non è dignitoso, voglio giustizia: per la mia famiglia, per Pietro e per tutti gli altri. Sono pronta ad arrivare fino alla Corte Europea, se necessario. Nessuno si deve arrendere». Cosa vuole dire invece alle istituzioni? «Che quello che è successo a me potrebbe capitare a chiunque e tutti abbiamo bisogno di risposte concrete. Mi appello alla sensibilità del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che più volte si è esposto su questi temi, ma anche al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, affinché ci stiano vicini. Eravamo una famiglia molto unita, non ci siamo più ripresi: i miei figli, anche se sono bravissimi e ci mettono l’anima, anche nel lavoro, il loro padre non ce l’avranno mai più».

"Mio marito ucciso da 4 clandestini. Lo Stato mi darà solo 7mila euro". Federica Raccagni, vedova del macellaio ucciso da rapinatori albanesi, attacca: "Ho fatto causa civile allo Stato italiano", scrive Claudio Cartaldo, Lunedì 15/04/2019, su Il Giornale. Federica Raccagni da cinque anni vive con "una croce sullo stomaco". Una banda di rapinatori, l'8 luglio del 2014, colpì suo marito alla testa con una bottiglia. Dopo undici lunghi giorni di agonia morì lasciando moglie e figli. Per quell'omicidio ingiusto la giustizia ha fatto il suo corso e tre albanesi sono stati condannati tra i 14 e i 16 anni di carcere. Ma c'è una vicenda che ancora fa gridare allo "scandalo" Federica, consigliera comunale della Lega a Pontoglio (Brescia). Già, perché per quella morte ingiusta (i tre condannati erano clandestini), lo Stato ha accordato alla donna poco più di 7mila euro di indennizzo. "Combatto da 5 anni: per la legittima difesa - dice lei al Corriere - la modifica del rito abbreviato, la tutela delle vittime di reati violenti come noi. E alla fine? Lo Stato, per la morte di mio marito, mi darà un indennizzo di 7.200 euro: tanto, per le istituzioni, vale la vita di un uomo. È una vergogna: ci sentiamo semplicemente presi in giro, io e tutti gli altri. Perché purtroppo siamo in tanti". Il teoria i tre albanesi condannati le dovrebbero dare un milione e ottocentomila euro di risarcimento, oltre a 600mila di provvisionale. Il problema, spiega la Raccagni, è che "risultano nullatenenti, quindi noi quei soldi non li vedremo mai: sia ben chiaro, niente e nessuno mi ridaranno mai mio marito, la cui vita non ha prezzo, ma tocca allo Stato indennizzarci". Federica si dice "indignata". "Noi dell' Unione nazionale - insiste - vittime questi soldi non li vogliamo, è elemosina. Mi risulta anche che nell' ultima Finanziaria gli importi degli indennizzi siano stati alzati, ma mancano i decreti attuativi. Del resto negli altri Paesi europei si parla di ben altre somme". Due anni fa la Raccagni, come riportò ilGiornale, denunciò a gran voce il fatto che lo Stato considerasse suo marito ucciso un cittadino di serie B. Erano i giorni della sfilata di politici di sinistra al funerale di Emmanuel. A quello di Pietro Raccagni non c'era nessuno. Oggi Federica torna alla carica. "Ho fatto causa civile allo Stato italiano perché gli assassini di mio marito erano clandestini, nel nostro Paese non avrebbero dovuto esserci. Non escludo in quella sede si possa discutere anche dell' indennizzo". Infine, l'appello a Matteo Salvini: "Più volte si è esposto su questi temi - conclude - ma anche al ministro della Giustizia, Bonafede, affinché ci stiano vicini. Eravamo una famiglia molto unita, non ci siamo più ripresi: i miei figli, anche se sono bravissimi e ci mettono l'anima, anche nel lavoro, il loro padre non ce l'avranno mai più".

 "Mio marito ucciso da 4 clandestini: non ho ricevuto attenzioni dal governo". "Mio marito ucciso da 4 clandestini. Per lo Stato io vedova di serie B". Federica Raccagni ha deciso di realizzare un video per denunciare la disparità di trattamento tra le vittime italiane e le vittime straniere: "Bene la solidarietà ad Emmanuel, ma io non ho ricevuto attenzioni", scrive Giuseppe De Lorenzo, Lunedì 11/07/2016, su Il Giornale. Buonismo di Stato. Passerella. Opportunismo politico. Strumentalizzazione. Chiamatela come volete la corsa delle alte cariche dello Stato verso la prima fila ai funerali di Emmanuel, il nigeriano morto a Fermo dopo una lite con un ultrà locale. C'erano tutti: Laura Boldrini, Maria Elena Boschi, Cecile Kyenge e altri ancora. Angelino Alfano è andato il giorno dopo la tragedia, quando ancora si sapeva poco o nulla della dinamica. Matteo Renzi ha detto che l'Italia non lascerà sola Chinyery. Giusto. Giustissimo: ogni tragedia merita rispetto. O forse no. Venerdì, infatti, non era un giorno qualsiasi: nella notte dell'8 luglo di due anni fa, quattro albanesi entrarono nella casa di Pietro e Federica Raccagni, colpirono con una bottiglia il macellaio di Pontoglio e lo uccisero. Erano clandestini e facevano parte di una banda che aveva messo a soqquadro la zona. Federica ricorda ancora con dolore quel giorno. La morte del marito, i funerali e l'assenza dello Stato. Sì, assenza. Perché né il ministro dell'Interno, né Renzi, né l'allora Presidente della Repubblica andarono ai funerali di Pietro. Non c'era Maria Elena Boschi. Non c'era Cecile Kyenge a dichiarare che la clandestinità può portare alla malavita e la malavita distrugge la vita degli italiani. Non c'era Laura Boldrini al fianco di Federica, a rincuorarla, a dirle che lo Stato è con lei. Per questo la processione al funerale di Emmanuel, la vedova Raccagni la chiama diversamente: discriminazione. "Io sono vicina a Emmanuel e alla moglie - dice in un video - perché conosco il dolore e cosa vuol dire un atto di violenza. Ma quello che mi ha colpito più di tutto è stata la solidarietà del governo nei confronti della vedova. Una solidarietà che io non ho ricevuto. Per lei si è mosso Alfano, il Presidente della Repubblica ha speso belle parole nei suoi confronti. Renzi ha detto di non abbandonarla. Ecco: volevo denunciare che io tutte queste attenzioni non le ho avute". Federica è come se non esistesse agli occhi dello Stato. Nessuna pacca sulla spalla. Anzi: solo quella fitta quotidiana di sapere gli assassini condannati ad appena 10 anni di carcere per omicidio preterintenzionale. "Si parla di discriminazione razziale - attacca Federica -: penso di averla ricevuta io la discriminazione. Perché ci sono vedove di serie A e vedove di serie B. Ci sono vittime di serie A e vittime di serie B. Mio marito era una persona onesta, un marito esemplare, un padre esemplare, un cittadino onesto che ha sempre pagato le tasse. Era un uomo giusto e non ha ricevuto tutte queste considerazioni dallo Stato. Nonostante i miei richiami, nonostante io abbia fatto di tutto in questi due anni per sensibilizzare il governo". I familiari e gli amici di Pietro dovettero addirittura scrivere una lettera a Renzi per farsi ascoltare. "Non sono stata tutelata prima e non sono stata tutelata dopo - conclude Federica - Che l'esecutivo si sia mosso per la vedova di Emmanuel va benissimo. Ma deve muoversi per tutti. Perché io in questi due anni ho conosciuto moltissimi italiani che hanno subito aggressioni e nessuno si è interessato di loro. E questo non è giusto. Io voglio attenzioni. Io voglio che il governo ci tuteli. Si devono rendere conto che ci siamo anche noi italiani".

Amministratori sotto tiro: ogni 15 ore un politico locale riceve una minaccia. Incendi, aggressioni, lettere minatorie, proiettili, spari, diffamazioni e insulti sui social network. 574 atti intimidatori a danno di sindaci, assessori e consiglieri. In crescita dal Nord al Sud del Paese. Il drammatico censimento di Avviso Pubblico, scrive Lia Quilici il 5 aprile 2019 su L'Espresso. Sono 574 gli atti intimidatori, di minaccia e violenza censiti nel 2018 da Avviso Pubblico nell’ottavo Rapporto “Amministratori sotto tiro”, presentato oggi a Roma. Una media di 11 intimidazioni a settimana, una minaccia ogni 15 ore, il 7% in più rispetto al 2017. Nel mirino sono finiti sindaci, assessori, consiglieri comunali e municipali, amministratori regionali, dipendenti della Pubblica amministrazione. 84 le Province coinvolte – il 78,5% del territorio nazionale, il dato più alto mai registrato – e 309 i Comuni colpiti. Ad eccezione della Valle d’Aosta, sono stati censiti atti intimidatori in tutte le regioni d’Italia. 

La Campania per il secondo anno consecutivo si conferma la regione in cui si sono registrate il maggior numero di intimidazioni a livello nazionale, con 93 casi censiti. Segue nella classifica regionale la Sicilia, con 87 casi, che precede Puglia (59), Calabria (56) e Sardegna (52). Al sesto posto la prima regione del Centro-Nord, la Toscana, che con 40 casi ha più che raddoppiato il numero di atti intimidatori registrati nel 2017. Proprio nel Centro-Nord è più evidente l’emersione del fenomeno: se nel 2013 l’area faceva registrare appena il 20% delle intimidazioni su scala nazionale, cinque anni dopo la percentuale è salita fino al 34%. A livello provinciale, nel 2018 il territorio più colpito si conferma Napoli (47 casi, +38% rispetto al 2017). Seguono Palermo (25 casi), Roma (20), Reggio Calabria (17), Lecce e Agrigento (16) Caserta, Bari, Catania e Sassari (15 casi ciascuno). Ad eccezione di Sassari, si tratta di territori ad alta densità criminale, in cui è radicata una storica presenza mafiosa, autoctona o proveniente da altre regioni.

Oltre al deciso aumento degli atti intimidatori registrati in territori diversi da quelli di nascita delle cosiddette “mafie storiche” - ‘Ndrangheta, Cosa nostra, Camorra e Sacra Corona Unita - emergono altre novità nel Rapporto 2018 di Avviso Pubblico: le minacce sono sempre più multiformi e si manifesta un’evidente distinzione tra Nord e Sud Italia. Fra i 574 casi registrati la tipologia di minaccia più utilizzata si conferma l’incendio, ma con una incidenza percentuale in netto calo rispetto al 2017 (dal 28% al 19%). Aumentano le aggressioni (dal 10 al 15%), le minacce verbali (dal 9 al 12,5 per cento), quelle veicolate sui social network (dal 9 al 12%) e le scritte offensive/minacciose (dal 5 all'8 per cento). Questi dati descrivono un altro scenario: un aumento dell’aggressività fisica e verbale, quest’ultima veicolata sia “faccia a faccia” che a “a distanza”, al telefono o su Facebook. Le tre tipologie - aggressioni/minacce verbali/intimidazioni sui social network - che nel 2017 comprendevano il 28,5% dei casi totali, nel 2018 sfiorano il 40 per cento. Altro aspetto da sottolineare, una maggiore diversificazione nella tipologia di minacce tra Nord e Sud rispetto ai precedenti Rapporti. Gli incendi, prima tipologia di minaccia al Sud e nelle Isole, si trovano solo al 6°posto nell’area Centro-Nord. Analogamente lettere e messaggi intimidatori, prima tipologia di minaccia al Centro-Nord, si classificano all’8°posto nell’area Sud-Isole. Si può affermare che al Sud e nelle Isole si intimidisce in maniera più evidente, spettacolare, senza preoccupazioni di destare allarme sociale: il 41% delle minacce si concentra infatti nelle categorie incendi e aggressioni. Al contrario al Centro-Nord l’intimidazione sembra rispondere ad un’esigenza diversa - non attirare l’attenzione dell’opinione pubblica - pur mantenendo lo stesso fine: condizionare l’operato della vittima. Il 40% delle minacce censite è infatti veicolata attraverso lettere, messaggi e telefonate minatorie oppure tramite minacce verbali. Tornano ad aumentare le minacce registrare nei mesi che precedono e seguono le Elezioni Amministrative: tra aprile e luglio si registra un picco di intimidazioni (il 40% del totale annuo), che fa salire la media delle minacce nel periodo ad una ogni 12 ore, due al giorno. Un dato che fotografa l’obiettivo di molte intimidazioni dal sapore mafioso: lanciare “messaggi” in campagna elettorale – allo scopo di intimidire chi rappresenta un pericolo, “agganciare” candidati più malleabili, “ricordare” eventuali accordi sottobanco – o subito dopo l’insediamento di una nuova Amministrazione.

Talvolta le minacce si spingono oltre la volontà di intimidire e condizionare. L’obiettivo diventa quello di uccidere o lasciare segni indelebili nel fisico, non solo nello spirito. Il 6 aprile 2018 un’autobomba ha stroncato la vita di Matteo Vinci a Limbadi (Vibo Valentia), candidato alle precedenti elezioni comunali, finito in rotta di collisione con la potentissima cosca dei Mancuso. Il 17 giugno a Montecorvino Rovella (Salerno) Giampiero Delli Bovi, avvocato e collaboratore del neo Sindaco Martino d’Onofrio, ha perso l’uso di entrambe le mani a seguito dell’esplosione di un pacco bomba, recapitato davanti al cancello della sua abitazione. Il 2 luglio a Santadi (Sud Sardegna) un consigliere comunale di Giba, Nicola Atzori, mentre era alla guida della sua autovettura è stato raggiunto da due colpi di arma da fuoco alla testa. Sono alcune delle storie drammatiche raccolte lo scorso anno e riportate nella cronologia in appendice del Rapporto. Storie che provengono da ogni parte d’Italia, in certi casi specchio della conquista da parte della criminalità organizzata di ampie fette di territorio del nostro Paese. Analizzando l’archivio delle intimidazioni censite da Avviso Pubblico nel triennio 2016-2018, emergono 16 Comuni sparsi sul territorio nazionale in cui ogni anno sono state registrate minacce, aggressioni e altri atti minatori rivolti ad amministratori locali e personale della Pubblica amministrazione: Licata (Agrigento), Rosolini (Siracusa) e Gela (Caltanissetta) in Sicilia; Crosia (Cosenza) in Calabria; Scanzano Jonico (Matera) in Basilicata; Carovigno (Brindisi) e San Severo (Foggia) in Puglia; Lanciano (Chieti) in Abruzzo; Anzio, Ardea e il Municipio di Ostia (Roma) nel Lazio; Cascina e Pontedera (Pisa) in Toscana; Faenza (Ravenna) in Emilia-Romagna; Ventimiglia (Imperia) in Liguria; Carmagnola (Torino) in Piemonte. Lo scorso 18 marzo una vasta operazione congiunta dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, condotta tra il Piemonte e la provincia di Vibo Valentia, ha fatto affiorare come la ‘ndrina dei Bonavota che operava proprio nella zona di Carmagnola, avesse messo nel mirino l’amministrazione comunale, con i reiterati incendi delle auto del vicesindaco e dell’assessore all’Urbanistica. Una sovrapposizione tra presenza mafiosa e atti intimidatori che emerge anche nel Municipio di Ostia, nei Comuni di Ardea, Anzio e San Severo, territori costantemente citati da varie relazioni investigative e dalla Relazione conclusiva della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere della XVII Legislatura.

Ma il fenomeno, articolato e complesso degli Amministratori sotto tiro, presenta un’altra faccia della medaglia: non tutte le intimidazioni ricevute da amministratori locali e personale della Pubblica amministrazione hanno una matrice criminale. Avviso Pubblico ha registrato per il terzo anno consecutivo un aumento dei casi in cui non sono le mafie o altre organizzazioni criminali a colpire, quanto singoli cittadini o gruppi di essi. Sono ben 169 i casi di questo tipo, il 29% del totale. Cittadini disillusi, incattiviti, in cerca di risposte che la politica non è stata e non appare in grado di fornire, finiscono per riversare su vari capri espiatori il proprio malcontento. Tra questi gli amministratori locali, cittadini come loro, ma percepiti come rappresentanti di una “casta” di privilegiati e corrotti. “La società è attraversata da un sentimento, profondo e radicato: che si viva subendo delle ingiustizie. Il Sindaco è percepito come chi sta dalla parte da cui si pensa provenga l’ingiustizia” spiega Gherardo Colombo nell’intervista concessa per il Rapporto “Amministratori sotto tiro” 2018. Ed ecco il proliferare di intimidazioni e aggressioni nate da questo sentimento, associato al tema dell’accoglienza agli immigrati, al risvegliarsi degli estremismi politici, alla mancata ripresa economica, alla scarsità di offerte di lavoro.

Il tema “Amministratori sotto tiro”, grazie anche al lavoro ormai quasi decennale di Avviso Pubblico, gode finalmente di una visibilità e di un’attenzione, istituzionale e mediatica, sconosciuta fino a pochi anni fa. Un cambio di mentalità è necessario quando ci si interroga sulle risposte più efficaci da dare per contrastare il fenomeno. Il contrasto alle organizzazioni criminali e alla corruzione, offrire risposte concrete ai problemi socio-economici dei territori, rinsaldare il rapporto tra cittadini, forze politiche e istituzioni sono ricette fondamentali e interconnesse fra loro, che saranno ancora più efficaci se saremo in grado di cambiare anche la narrazione del nostro Paese. A fronte di tanti, troppi scandali, connivenze e collusioni con il sistema criminale – da denunciare senza sconti – c’è un mondo che fa fatica a trovare spazio sui media: quello della “buona politica”. Anche tra gli amministratori minacciati c’è chi viene intimidito perché non ha rispettato patti scellerati con organizzazioni criminali. Ma nei circa novemila Enti locali del nostro Paese opera una maggioranza di cittadini – personale politico e amministrativo – che svolge “con disciplina e onore” le proprie mansioni, secondo quanto richiamato nell’articolo 54 della Costituzione. Lo fanno in nome di un interesse collettivo, per la difesa e lo sviluppo del bene comune. Lo fanno per quello che Giovanni Falcone definiva “spirito di servizio”. Lo fanno in territori difficili, facendo fronte a scarsità di risorse economiche ed umane. Raccontare questa normalità, diffusa in tutta Italia, aiuta a disinnescare una delle più grandi fake news dei nostri tempi, quel “sono tutti uguali” declinato in senso dispregiativo, che alimenta la società del rancore in cui stiamo vivendo.

«Isterica o una donna in pericolo?»: polemica sul tweet di Bongiorno. Pubblicato venerdì, 29 marzo 2019 da Corriere.it. «Il Codice Rosso è una norma che prevede che quando una donna fa una denuncia per violenza deve essere ascoltata entro tre giorni dal Pg o dal Pm. Così si può appurare immediatamente se si ha a che fare con una isterica o con una donna in pericolo di vita e salvarla». Lo ha scritto ieri, su Twitter, il ministro della Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno. Il tweet, però, è stato cancellato. Colpa dell’aggettivo «isterica», che ha scatenato le critiche degli utenti al punta da finire nella lista dei trend topic italiani su Twitter. Il tweet è stato quindi eliminato. Un altro sullo stesso tema, però, è rimasto: «Con il #CodiceRosso, misura alla quale tengo tantissimo, le donne che denunciano violenza saranno sentite dal pm entro tre giorni. A chi obietta che alcune potrebbero fare denunzie false replico che il pm potrà valutare serietà e urgenza». Stesso concetto, parole diverse.

Bongiorno: «Rivendico tutto, dalla castrazione chimica all’uso della parola isterica». Pubblicato da Tommaso Labbate domenica, 31 marzo 2019 su su Corriere.it. «Premessa. Io non sono certo il tipo di persona che non ammette quando sbaglia, che non cambia mai idea, che non sa chiedere scusa. Detto questo, da dove cominciamo?».

Iniziamo dalla fine. Se vuole scusarsi, può farlo ora. 

«Non ho nulla di cui scusarmi, questa volta. E glielo dico col cuore. Sono rimasta intrappolata nella rapidità a cui in quest’epoca i social, ma lo stesso vale per la tv, ci costringono. Ha presente la schedina del totocalcio?».

Che cosa c’entra adesso?

«Per la schedina ci sono solo 1, X, 2. L’1 però non dice tutto. Dice che una squadra ha vinto ma non dice come, quanto, se ha giocato meglio. Io mi occupo di questioni per cui serve spiegare tutto e bene, purtroppo le cose che dovevo dire le ho sintetizzate in tv e sui social con un segno in schedina». Il ministro Giulia Bongiorno è finita in una bufera. Su Twitter, dovendo spiegare la sua norma Codice Rosso, che obbliga un pm o un pg ad ascoltare entro tre giorni una donna che denuncia una violenza, ha scritto che quei tre giorni servono a stabilire «se si ha a che fare con un’isterica o con una donna in pericolo di vita». Quell’«isterica» ha generato tantissime polemiche. Che si sono moltiplicate quando il titolare del dicastero della Pubblica amministrazione ha rilanciato la proposta di castrazione chimica per i condannati per violenza sessuale con pena sospesa.

Iniziamo dal tweet con l’«isterica».

«Quell’“isterica” non è mio. Moltissimi detrattori della norma Codice Rosso che ho incontrato sulla mia strada, nell’insistere sulla tesi secondo cui molte delle donne che denunciano una violenza in realtà non l’hanno subita, citano sempre quella parola. “E se è un’isterica?”, “Perdiamo tempo a causa di un’isterica?”, cose cosi. Per me, tutte le donne che denunciano una violenza vanno sentite entro tre giorni, poi si vede se chi denuncia dice la verità o calunnia».

Una donna che calunnia, secondo lei, è «un’isterica»?

«No, è una calunniatrice. Isterica fa parte del mio vocabolario solo come citazione altrui».

Lo riuserebbe per spiegare la legge?

«Certo che sì. Ma lo metterò tra virgolette spiegando che Codice Rosso serve per appurare in tempi rapidi se una donna che denuncia una violenza è in pericolo di vita oppure, come dicono i detrattori della norma, “un’isterica”. Vede, molto spesso questo tempo non c’è. Tantissimi anni fa, difendevo un industriale che aveva appena spiegato ai pm una serie di delicatissime operazioni finanziarie difficili da spiegare. Visto che il caso era sotto gli occhi della stampa mondiale…».

Sembra il racconto del crac Cragnotti.

«…lasciamo perdere, non c’entrano i nomi ma l’esempio. Esco dall’interrogatorio con un discorso preparato e dettagliato da dire alla stampa. Un giornalista del tg mi dice “ha cinque secondi, prego”. Risposi: “Abbiamo chiarito tutto”. Era vero. Ma io non avevo avuto il tempo di chiarire nulla».

Ci chiarisca perché vuole la castrazione chimica.

«Anche qua, il tema dell’avere il tempo di spiegare. La gente mi chiede per strada “ma tu vuoi castrare le persone?”. Io non voglio castrare nessuno. Sono per la castrazione chimica come lo è la commissione anti tortura del Consiglio d’Europa. E cioè a tre condizioni: che il reo lo accetti, che ci sia il consenso informato, che il trattamento non sia irreversibile».

In tanti pensano che lei sia cambiata dopo che è finita nella Lega.

«Io sono sempre io. Ero a favore della castrazione chimica anche da presidente della Commissione Giustizia della Camera».

La sua collega Trenta s’è detta delusa da lei «come donna».

«Se mi desse il tempo per spiegare che l’abuso sessuale non è un reato minore e che la castrazione chimica non è fisicamente castrare un uomo, glielo spiegherei volentieri».

Ha negato che in Italia ci sia razzismo.

«E lo nego oggi. Per me non c’è razzismo».

Non penserà che sia Salvini la vittima di razzismo di molti suoi oppositori?

«Diciamoci la verità. Molti pensano che Salvini sia un rozzo, ignorante, un cittadino di serie B che ha usurpato il potere che ha. Non gli riconoscono le grandi doti che solo chi lo conosce dal vivo può vedere. Che è una persona saggia, che sa ponderare rischi e opportunità, che è molto rapido nel prendere decisioni. Ecco, chi nega tutto questo un po’ razzista nei confronti di Salvini sì, lo è».

Entrando nel governo gialloverde sta perdendo i tanti fan che aveva nel mondo laico e di sinistra. Pentita di aver accettato?

«Se avessi fatto un calcolo costi-benefici, al governo non sarei mai entrata. Economicamente non mi conviene e nemmeno come visibilità, visto che ne avevo tanta anche prima. Però vorrei vivere cento vite, se potessi. Avevo quella da penalista, ne ho aggiunta una seconda».

Quando la vittima  in corsia ha il camice bianco. Pubblicato venerdì, 29 marzo 2019 da Corriere.it. Anche la nascita del pargolo può far perdere la bussola a papà. La frase «Ti faccio saltare» preceduta da ingiuriosi epiteti è l’aggressione verbale con la quale un uomo ha liquidato l’infermiera di un ospedale milanese, colpevole di averlo invitato a lasciare la stanza, per lasciar riposare la puerpera. È solo la punta dell’iceberg. Una punta affilata, perché tre volte su dieci l’aggressione sfocia in un atto di violenza e a soccombere sono i lavoratori. Le prime vittime sono gli operatori di guardie mediche e pronto soccorsi, medici, infermieri, ausiliari. Seguiti da chi lavora nei servizi psichiatrici. Le donne sono due volte più a rischio degli uomini. Gli aggressori? Non solo i pazienti. La violenza scaturisce spesso dai familiari. I resoconti di minacce, insulti e botte compongono un preoccupante bollettino di guerra. I riflettori sul tema si accendono quando c’è un ferito a morte, come Gianni Palumbo, 61enne stimato medico legale e professore a contratto all’Università di Genova, ucciso a coltellate nel suo studio a Sanremo da un ex paziente nel settembre 2018. Appena pochi mesi prima, ad Acireale, Letterio Alia, ortopedico di turno, veniva preso a colpi di forbice, con l’«arma» rubata dalla sala gessi, da un 35 enne esasperato dall’attesa in pronto soccorso. Più recente il caso di decine di persone al reparto di Medicina d’urgenza dell’ospedale di Boscotrecase (Na), che hanno picchiato medici e infermieri per «vendicare» la morte di una 55enne di Torre Annunziata deceduta dopo un lungo tentativo di rianimazione. E che dire dell’intero equipaggio del 118 di Bari preso a pugni e sputi da parenti e amici di una coppia caduta dal motorino? La Fiaso (Federazione di Asl e ospedali) stima i casi siano oltre tremila all’anno. Ma un fascicolo Inail viene aperto solo una volta su tre. «Pochi denunciano», spiega Roberto Monaco, presidente dell’Ordine dei Medici di Siena e segretario Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici) che ha attivato un osservatorio e messo on line un questionario per le vittime, avviando un corso di formazione. «Se c’è un’aggressione fisica – prosegue – e si viene feriti scatta la denuncia d’ufficio. Ma se l’aggressione è verbale, l’operatore va oltre». In Italia, in media, si verificano tre aggressioni al giorno ai danni di personale medico e sanitario. Nel 2018, l’Inail ha raccolto 1.200 denunce: 456 hanno riguardato gli addetti al pronto soccorso, 400 episodi in reparto, 320 in ambulatorio. Il sindacato Anaao Assomed ha condotto una indagine su un campione di 1.300 operatori: il 65% degli intervistati ha risposto di essere stato vittima di aggressioni; di questi il 66% ha riferito di aggressioni verbali mentre il 34% fisiche. Da una precedente indagine della Società italiana di medicina di emergenza e urgenza (Simeu) effettuata dal primo marzo al 30 aprile 2017 su un campione di 218 pronto soccorsi (il 33% di quelli presenti in Italia), in due realtà su tre (63%) si è verificata almeno un’aggressione fisica. Dagli insulti al tentativo di strangolamento fino a stupri e spedizioni punitive. 

Osservatorio e corsi di autodifesa. Monaco ritiene che il fenomeno rifletta «il momento particolare che la società sta vivendo, anche gli insegnanti sono sotto tiro». Per questo la prima risposta è stata l’attivazione di un osservatorio e la sensibilizzazione dei medici attraverso corsi e convegni. Più pragmatico il Nursind (nell’immagine, i dati dell’indagine recente che ha avviato), il sindacato delle professioni infermieristiche: «La mancanza di personale, l’aumento dei tempi d’attesa e l’iperflusso nei pronto soccorsi, i posti di polizia che funzionano a singhiozzo, le carenze strutturali» possono alimentare l’ira di chi attende una cura. L’emergenza ha spinto diverse realtà a trovare contromisure. «Facciamo molta formazione», spiega Catia Rizzini, responsabile del servizio di protezione e prevenzione dell’Asst Santi Carlo e Paolo di Milano (4 mila 800 dipendenti, 750 posti letto) che annovera una media di 70 aggressioni l’anno di cui il 20% grave e ha coinvolto più operatori. «Oltre alla teoria, corsi di prevenzione con istruttori di difesa. E mettiamo a disposizione uno sportello psicologico per le vittime, perché liquidare l’episodio come qualcosa che fa parte del lavoro è sbagliato. Nel tempo - conclude - può comportare conseguenze psicofisiche». Monaco ritiene che il fenomeno rifletta «il momento particolare

Ladro ucciso durante la rapina Genitori ora denunciano Salvini. I genitori di Giacomo Buonamico, ucciso durante il tentativo di rapina da un imprenditore alla stazione di servizio di Paolo del Colle hanno presentato un esposto contro Salvini, scrive Luca Romano, Venerdì 22/02/2019, su Il Giornale. I genitori di Giacomo Buonamico, ucciso durante il tentativo di rapina da un imprenditore alla stazione di servizio di Paolo del Colle, hanno deciso di denuncirae il ministro degli Interni. A Bari nel corso di un comizio Salvini è stato affiancaro dal segretario della Lega Enrico Balducci, processato e condannato in via definitva per l'omicidio di Giacomo Buonamico. Durante il comizio Salvini ha affermato: "Il rapinatore nella prossima vita deve cambiare mestiere. In questa legge è previsto per i parenti del povero rapinatore rimborso zero". Parole che non sono state gradite dai genitori di Buonamico che hanno deciso di querelare il ministro: "Non c'è alcun rispetto nei confronti dei nostri sentimenti di pietà e dolore". E ancora: "Siamo persone oneste. Giacomo non aveva precedenti, non era un pregiudicato. Non possiamo più accettare che si continui a parlare ignobilmente di nostro figlio". La risposta di Salvini è stata molto chiara: "Anche questa, non ho parole. Qualcuno pensa di spaventarmi? Hanno trovato l'uomo sbagliato". I legali dei genitori di Buonamico hanno consigliato alla coppia di presentare un esposto penale e di avviare una richiesta di risarcimento: "Nei prossimi giorni valuteremo esattamente quali azioni intraprendere", hanno spiegato Saverio Fragassi e Danilo Penna. Ora con il Viminale è scontro aperto.

Legittima difesa, quando le vittime pagano (due volte). Le storie di chi ha difeso casa, famiglia, proprietà privata usando la forza finendo condannato o comunque costretto a spese legali enormi, scrive Antonio Amorosi il 20 marzo 2019 su Panorama.

Il gioielliere Robertino Zancan ha perso un milione di euro. Il tabaccaio Franco Birolo, invece, ha già investito 120 mila euro in spese legali e ora sulla sua testa pende la spada di Damocle di un risarcimento da 325 mila. Benvenuti nel mondo della legittima difesa alla rovescia, dove le vittime sono costrette a pagare per aver protetto sé stessi e la propria attività dall’assalto dei ladri. In attesa del via libera alla legge, Panorama racconta le storie di chi è costretto a spendere cifre enormi per avere giustizia. Come, appunto, Robertino Zancan, 41 anni, gioielliere di Ponte di Nanto nel vicentino che, a inizio dicembre 2005, si ritrova sotto sequestro di una banda di slavi. Non pensa al proiettile che potrebbe fargli saltare il cranio, ma a moglie e figli in piedi davanti a sé: un ragazzino di otto anni e una bimba di quattro aggrappata alla gamba della mamma. Quattro scassinatori l’hanno già immobilizzato con a forza di pugni allo stomaco. Sono sempre gli stessi che 20 giorni prima entrarono nel cortile di casa durante la notte. Lui, spaventato, per farli scappare aveva sparato in aria con la pistola regolarmente posseduta. Chiamò i carabinieri che trovarono i bossoli nel cortile ma non i segni di scasso, così gli tolsero l’arma e finì su tutti i giornali locali per un «comportamento da Far West». Grazie alla notizia, i ladri sanno che non è più armato e così tornano. «Non abbiamo nulla qua» grida Zancan con la faccia a terra. Prende altri pugni, poi in tre mettono sottosopra la casa non trovando quello che cercano e insistono con l’uomo: «O ci dai quello che vogliamo o vi ammazziamo tutti». Uno di loro va verso la moglie e gli strappa la figlioletta scaraventandola per aria. «Non c’ho visto più» racconta Zancan a Panorama «anche gli animali reagiscono se gli tocchi i cuccioli. Mi sono lanciato contro l’uomo urlando “fermo”». Ma un altro da dietro gli torce il braccio e gli rompe una spalla. Come furie si scaraventano su di lui e lo massacrano. Resta a terra. Dopo ore gli slavi trovano una vecchia cassetta di sicurezza nascosta in casa, Zancan dà loro le chiavi e vanno via con la refurtiva. Si tratta dell’ennesimo assalto. Anni dopo si sono presentati in azienda in otto, sparando 70 colpi di kalashnikov contro le pareti del locale. Nel tempo, tra attività che ha dovuto chiudere, danni collaterali e avvocati, Zancan ha perso più di un milione di euro. C’è chi pensa che questi siano episodi occasionali ma non è così. In grande o in piccolo è il classico incubo in cui piomba chi subisce un furto. Se non sei morto la tua vita è stravolta, con traumi psicologici devastanti che ti segnano per sempre, anni nell’angoscia di rappresaglie, proiettili che arrivano per posta a casa, attività chiuse e anche se assolto senza processo dovrai spendere migliaia di euro per gli avvocati.

Molti hanno provato a difendere la propria vita, quella dei familiari e i propri averi come il meccanico di Bologna Quinto Orsi, 72 anni che per evitare il furto dell’auto di un cliente è finito in una bara. È il pomeriggio del 21 febbraio 2013 e, nell’officina di famiglia, con il figlio Fabio vede una Punto blu muoversi da sola. Sopra c’è Sonic Halilovic, bosniaco di 23 anni, che la sta rubando. Fabio lo insegue a mani nude. Halilovic accelera furiosamente in retromarcia e investe Quinto, uccidendolo. Poi scappa. «Ogni mattina che vado al lavoro la mente corre sempre lì» spiega con la voce rotta Fabio. Halinovic costituitosi viene condannato a 16 anni per omicidio volontario, ma in Appello la pena si riduce a 6 anni e 8 mesi: è stato giudicato un incidente. L’assicurazione dell’auto ha pagato un piccolo risarcimento ma tra carcere e arresti domiciliari il bosniaco ha scontato 4 anni ed è tornato libero. «Oltre ad aver perso mio padre che giustizia è questa? Eh!» chiede Fabio distrutto. È un’ingiustizia, la stessa a cui fa riferimento il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che ha voluto una nuova legge sulla legittima difesa. Tra le novità del testo: la difesa sarà «sempre» legittima quando sussiste la violazione di domicilio e l’azione violenta degli aggressori. Non sarà punibile chi si è difeso in «stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto». Chi si è legittimamente difeso ed è stato assolto in sede penale, non dovrà risarcire danni eventuali in sede civile. I processi avranno priorità sugli altri e chi si ritroverà vittima di un’aggressione del genere avrà diritto al gratuito patrocinio legale dello Stato. Il tutto con un aggravio delle pene per chi commette furti, rapine e violazioni di domicilio.

Lo ha ribadito Salvini facendo visita in carcere al piacentino Angelo Peveri, condannato a 4 anni e 6 mesi per il tentato omicidio di un ladro rumeno entrato nella sua azienda a rubare gasolio il 5 ottobre 2011. «Ho sempre lavorato, mi hanno derubato 90 volte e vado in galera. Mi sento un coglione» ha detto prima di entrarci. Peveri ha subìto otto anni di processi e sostenuto spese legali, per sé e un dipendente, di oltre 120 mila euro. «Arriveranno altre richieste di danni civili dal ladro» racconta frastornata la figlia Martina, «e 30-40 mila euro sono già stati destinati al ladro, soldi nostri, non riesco neanche più a ricordare quanti ne abbiamo spesi, siamo in black out totale. La nostra vita non tornerà più quella di prima. Non riusciamo più a stare in casa da soli. Viviamo nella paura che possano rientrare e accada di nuovo».

Ermes Mattielli, disabile con una gamba di legno, fa il rigattiere, ha 62 anni e vive ad Arsiero, tra le montagne vicentine. Il 13 giugno 2006 spara contro due ladri nomadi, sorpresi a rubare nel suo deposito e li ferisce. Nove anni dopo, nell’ottobre del 2015 viene condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione e a risarcire i ladri con 135 mila euro. Uno shock. Traumatizzato, senza denaro per sé e neanche per pagare il legale, un mese dopo la condanna, a novembre, muore di infarto. Non c’erano neanche i soldi per il suo funerale.

Dopo aver subito diversi tentativi di furto la notte del 26 aprile del 2012 Igor Ursu, moldavo di 23 anni, e altri tre uomini sfondano con un auto la vetrina della tabaccheria di Franco Birolo, 47 anni, a Civé nel padovano. Lui dorme al piano di sopra con moglie e figlia. Sente il trambusto e scende preoccupato che possano entrare in casa. Si ritrova con la pistola in mano in mezzo ai malviventi e mentre sta per essere aggredito alle spalle, spara, uccidendo Ursu. Il tabaccaio viene condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi per eccesso colposo di legittima difesa e a risarcire 325 mila euro. Nel marzo 2017 la Corte d’appello lo assolve. E a luglio 2018 la Cassazione dichiara inammissibile la richiesta di risarcimento da parte della famiglia del morto. Però Birolo ha speso in legali più di 120 mila euro: «Ho venduto l’attività perché non avevo più soldi. Ora faccio l’agricoltore, guadagno molto meno, ma vorrei stare tranquillo. Non ne posso più. Assisto meglio i miei genitori anziani». Di recente ha ricevuto una richiesta di mediazione dai parenti del rapinatore ucciso. Atto che preannuncia una probabile causa civile con richiesta danni.

È il 3 febbraio 2015 e siamo a Ponte di Nanto con cinque rapinatori armati di mitra che assaltano ancora una volta la gioielleria di Robertino Zancan. Dentro i locali c’è solo la commessa Jenny. Il benzinaio di fronte, Graziano Stacchio, 65 anni, prende il fucile legalmente denunciato e va a difenderla. I ladri sparano all’impazzata, ad altezza uomo, e nel piazzale è un fuggi fuggi. Stacchio, prima si nasconde con Zancan dietro un cassone di ferro, poi avanza verso la gioielleria. Mitragliato, spara alle gambe del ladro Albano Cassol, giostraio rom con precedenti penali, che muore. I familiari del giostraio reclamano i danni: «Stacchio doveva farsi i fatti suoi». Il pm chiede l’archiviazione, ottenuta a giugno 2017. Lo salvano le telecamere della gioielleria che confermano la sua ricostruzione. «È stata durissima» spiega Stacchio a Panorama, «16 mesi di attesa. Solo in spese legali ho dato 60 mila euro senza neanche arrivato al processo, ma sono stato aiutato da Confcommercio e Assopetroli che hanno aperto una sottoscrizione per coprire le spese. Gli italiani hanno cuore». I malviventi no. A lui e a Zancan, dopo il caso, sono arrivate due lettere anonime con alcuni proiettili.

Il 24 novembre 2015 tre albanesi incappucciati e armati di pistola sequestrano nella cantina della sua villetta a Rodano (Milano) il gioielliere Rodolfo Corazzo di 59 anni, la moglie e la figlia. Corazzo collabora per più di un’ora, gli albanesi gli portano via più di 100 mila euro, ma vogliono di più. E passano alle maniere forti: puntano un coltello alla gola della figlia. Ne nasce uno scontro e Corazzo tira fuori la pistola che aveva nascosto in tasca, uccidendo uno dei tre. «La vita è stravolta. Non sei più quello di prima» ripete. Indagato per eccesso colposo di legittima difesa, viene archiviato a marzo 2017. «Siamo stati fortunati, l’avvocato e il medico legale ci hanno sostenuti, non ci hanno chiesto denaro», racconta. Oltre i 100 mila euro che gli sono stati rubati, ne ha dovuti spendere altri 15 mila per la sicurezza dell’abitazione e 1.500 per lo psicologo.

Nella notte del 10 marzo 2017, siamo a Casaletto Lodigiano, il romeno Petre Ungureanu, con dei complici, si introduce di nascosto nel ristorante Osteria degli Amis per rubare. Il titolare, Mario Cattaneo, 68 anni, dorme al piano di sopra con la famiglia e un nipotino. Svegliato dal rumore, Cattaneo scende imbracciando il fucile da caccia regolarmente denunciato. Durante la colluttazione parte un colpo che colpisce a morte Ungureanu. Nel 2018 Cattaneo è stato rinviato a giudizio per eccesso di legittima difesa. Il fratello del ladro si è costituito parte civile per chiedergli i danni. «Vado a dormire sotto i ponti. Fate di me quello che volete» dice Mario al telefono con la voce a pezzi. Ha già speso 60 mila euro per la difesa e siamo solo alle prime udienze di primo grado di giudizio, più 20 mila euro per rimettere a posto gli infissi divelti. «Devo capire se chiudere l’attività. È un incubo senza fine. Mi sento morire» sospira al telefono. È un uomo prostrato.

Come Francesco Sicignano, pensionato di Vaprio d’Adda, Milano. La notte del 20 ottobre 2015 si trova in casa Gjergi Gjonj, rapinatore albanese di 22 anni e gli intima di fermarsi ma questi nel buio gli va contro puntandogli un oggetto. Lo uccide. Solo dopo si scopre che si trattava di una torcia. Nel dicembre 2017 la posizione del pensionato viene archiviata per legittima difesa. La famiglia del ladro prima chiede un risarcimento e qualche mese fa, intervistata dal programma tv Le Iene, minaccia di morte Sicignano. Il padre del ladro: «Lo Stato italiano ti ha assolto. Ma io ti troverò, puoi nasconderti sotto terra... ma io, la mia famiglia o un sicario... qualcuno ti troverà e ti ucciderà», invitandolo a recarsi in Albania per avere denaro in cambio del perdono. «Questa vicenda mi ha rovinato la vita» dice Sicignano. «Anche la mia famiglia è minacciata. Almeno la Regione ha promesso di coprirmi le spese di cui non conosco l’entità. Ma lo Stato tutela i delinquenti. Un c...zo di psicologo si è mai degnato di vedere cosa sto passando io?».

C’è poi Daniele Ferretti, ha 70 anni ed è un gioielliere di Pisa. Il 13 giugno 2017 quattro ladri armati assaltano la sua azienda. Ferretti è con la moglie, parte una colluttazione e viene accoltellato, ma spara e uccide uno dei tre. Nel febbraio 2018 la sua posizione viene archiviata dai magistrati. Ferretti ha chiuso la gioielleria e non ne vuole più sapere. Non si è neanche costituito parte civile nei processi contro gli aggressori. Dopo 38 furti, di cui sei denunciati, Fredy Pacini decide di dormire nel capannone dove lavora, a Monte San Savino, in provincia di Arezzo. Va anche a dirlo in televisione per dissuadere i ladri dal rapinarlo ancora. È un commerciante di gomme e biciclette da corsa di 57 anni. «Ci chiamano “il bancomat”, per i tanti assalti» spiega il suo avvocato Alessandra Cheli. «Siamo vicini all’autostrada! La gente non va neanche più a denunciare. Lo so che è sbagliato ma sono convinti che non serva a niente». La notte del 28 novembre 2018, il latitante moldavo Tonjoc Vitalie fa irruzione con un complice nel capannone di Pacini, armato di piccone. Il gommista spara, Vitalie muore. «Ho avuto paura d’essere ammazzato e non avrei mai sparato per salvare le mie biciclette» ha spiegato a caldo Pacini. Il caso è in fase di accertamenti e l’uomo è indagato per eccesso colposo di legittima difesa. Il suo calvario è appena iniziato.

L'ingiustizia di Stato è servita: le vittime pagano i ladri. Chi ferisce o uccide per legittima difesa deve risarcire i delinquenti. Ecco le storie, dal benzinaio al carabiniere, scrive Giuseppe Marino, Martedì 28/03/2017, su Il Giornale. Il carabiniere, le guardie giurate, il benzinaio, il tabaccaio. Tutti condannati a risarcire i delinquenti che avevano cercato di derubarli o addirittura di ucciderli. È l'albo nero dell'ingiustizia che premia chi vive di violenza. Un'ingiustizia con i bolli di Stato, perché imposta da altrettante sentenze di tribunali in tutta Italia. Il Giornale ha raccontato ieri la storia di Enrico Balducci, proprietario di una catena di distributori di benzina a Bari, cui un giudice ha posto sotto sequestro 170mila euro a fronte di una richiesta da un milione avanzata dai familiari del rapinatore che aveva fatto irruzione in uno dei suoi distributori. Ma non è un caso isolato. Il caso più clamoroso è quello di Ermes Mattielli, l'anziano robivecchi di Arsiero, in Veneto, che, spaventato dall'irruzione di due ladri di rame nel suo deposito, ha sparato nel buio, ferendoli. Il giudice l'ha condannato a pagare 135mila euro a favore dei due, entrambi rom con una lunga lista di precedenti. E così il furto sventato è riuscito in tribunale: Mattiello è morto due anni fa lasciando un paio di immobili destinati a finire in eredità a chi aveva cercato di derubarlo, per pagare il risarcimento. C'è poi il caso del tabaccaio del Padovano, Franco Birolo, anche lui condannato in primo grado a pagare 325mila euro ai parenti di un 23enne moldavo che aveva cercato di rapinare il suo negozio di tabacchi. Pochi giorni fa la sentenza è stata ribaltata in appello e Birolo è stato prosciolto, ma l'ultima parola non è ancora scritta. Perché sono possibili ricorsi e anche perché la legge prevede, oltre alla provvisionale stabilita in sede penale, la possibilità di un risarcimento per il «danno da perdita parentale» da stabilire con una causa civile, come nel caso di Balducci. Una legge con il buco, nel senso che la norma prevede i parametri per determinare il risarcimento pesando «l'intensità del vincolo familiare, della convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza idonea a comprovare l'intensità del legame», spiega l'avvocato Fabio Gaudino. La circostanza che la perdita sia strettamente collegata al fatto che il caro estinto se ne andasse in giro armato a fare rapine come occupazione abituale non conta: se la vittima della rapina viene condannata perché ha oltrepassato i limiti della legittima difesa la famiglia del rapinatore può chiedere il risarcimento. «Nell'attuale assetto normativo non c'è scampo a questo paradosso - spiega Gaudino al Giornale - il giudice ha il potere di agire secondo equità ma non contro la legge». Dunque se il giudice penale può almeno distinguere le responsabilità caso per caso, e può avere lo scopo di frenare la giustizia fai-da-te, qual è lo scopo di premiare i parenti di un rapinatore riconosciuto? E spesso a reclamare ricchi risarcimenti sono proprio i parenti di delinquenti abituali. «Se almeno fossimo condannati a risarcire lo Stato ci sarebbe una logica, ma così...», protesta Balducci, che ha fondato un'associazione di vittime di reati violenti, Nessuno tocchi Abele. A trovarsi nella condizione di dover pagare ladri e rapinatori o i loro parenti, ci sono perfino membri delle forze dell'ordine, come l'appuntato dei carabinieri Mirco Basconi, che sparò contro le ruote di un Suv rubato che cercava di investire i suoi colleghi ad Ancona. Un 24enne albanese, Korab Xheta, venne ucciso da un proiettile di rimbalzo e il militare si beccò un anno per eccesso di legittima difesa. Il suo caso è ancora aperto e il giudice ha rinviato alla causa civile il risarcimento. Che potrebbe ammontare a 2,5 milioni. Cifre minori di quelle che hanno dovuto pagare due guardie giurate, Mauro Pelella e Marco Dogvan in situazioni simili. O Antonio Monella, imprenditore che ha pagato duramente per aver sparato a un ladro. Il presidente Mattarella l'ha poi graziato. Ma è solo una toppa, l'ingiustizia resta intatta. E nessuno se ne cura.

Il dolore del gioielliere condannato: "Io da vittima a carnefice". Il gioielliere di Nicosia condannato a 13 anni: "Incubo mai finito". In aula ha un malore: "Sparai perché minacciavano mia moglie". Bartolo Dall'Orto, Mercoledì 11/12/2019, su Il Giornale. La decisione del pesa come un macigno. Sembra accettarla, ma non riesce a spiegarsi il "perché". Giudo Gianni, il gioielliere di Nicolosi che nel lontano 2008 ha ucciso due banditi (e ne ferì un terzo), è stato condannato dalla Corte di Assise di Catania e ora si trova in una nuova fase dell’incubo". Gioielliere uccide due ladri: condanna a 13 anni di carcere. "Solo chi la prova conosce quella paura". Farà ricorso, certo. Ma "preferirebbe essere già in carcere". Tutto inizia quando il 18 febbraio del 2008 tre rapinatori assaltano il negozio di Gianni minacciando di uccidere la moglie. I banditi sono armati con una pistola: risulterà finta, ma in quel momento è irriconoscibile senza il tappo rosso. Gianni cerca di difendere la moglie, ingaggia una colluttazione con i banditi e poi esplode i colpi di pistola. Mortali. La difesa aveva cercato di sostenere la legittima difesa, ma per il giudice il gioielliere è colpevole di duplice omicidio e tentato omicidio. Il pm aveva chiesto 17 anni di carcere: per l'accusa, l'uomo dopo aver ferito nella colluttazione i banditi gli avrebbe sparato mentre questi fuggivano e li avrebbe centrati alle spalle. Inutile il tentativo dei legali, Orazio Gulisano e Michele Liuzzo, di sottolineare come in quei drammatici momenti la mente dell'imputato fosse "offuscata" dal fatto che la moglie fosse appena stata aggredita. Gianni è stato condannato anche a risarcire i familiari delle vittime che si sono presentati al processo come parti civili. "Il gioielliere non c'è rimasto bene - ha riferito Luizzo all'Adnkronos - Ha detto che non avrebbe voluto neanche fare appello ma che paradossalmente avrebbe preferito essere già in carcere invece che essere da 11 anni a piede libero". Gianni è costernato. È convinto di essere passato "da vittima a carnefice". Le sue parole, raccolte dall'Adnkronos, tradiscono sconforto: "L'incubo non è mai finito - dice - Prosegue come quel famoso sogno dal quale uno si vorrebbe risvegliare. Purtroppo quando un cittadino si trova nei guai per volontà degli altri viene punito perché come ha detto il pm, io da vittima mi sono trasformato in carnefice. Quindi la vittima, che sono io, va a processo". Il gioielliere, che con la moglie ha avuto un malore alla lettura della sentenza, respinge l'accusa di omicidio. "Sparai perché minacciarono mia moglie con la pistola", ripete. Non si sente un assassino. "Non mi è mai passato per la testa e non ho mai agito volontariamente - ha aggiunto - ma a quanto pare nessuno l'ha recepito". Non capisce il motivo per cui è stato condannato e come sia stato possibile accusarlo "di voler far del male". "Come è possibile logicamente accusare qualcuno di voler fare del male se non ce n'è motivo? Se tu scappi - ha aggiunto- io non ho motivo di seguirti. Dove sta la mia volontarietà di fare del male?". E ancora: "Non ho ucciso qualcuno che, poverino, stava attraversando la strada. Per il rimorso mi sarei ucciso anch'io. Ma mi vogliono condannare e in questo caso ben venga la condanna".

Angelo Scarano per ilgiornale.it l'11 dicembre 2019. Il danno e pure la beffa: il gioielliere di Nicolosi che aveva ucciso due ladri che avevano assaltato il suo negozio minacciando di uccidere la moglie, è stato condannato a 13 anni di carcere dalla Corte d'assise di Catania. Il 18 febbraio del 2008 Guido Gianni, 57 anni, per difendere sua moglie e la sua attività, ha impugnato l'arma e ha fatto fuoco uccidendo due banditi e ferendone un terzo. Ebbene adesso per quella serata drammatica di 11 anni fa, il gioielliere ha subito una condanna a 13 anni. Il pm aveva chiesto una condanna a 17 anni mentre la difesa ha chiesto l'assoluzione per legittima difesa. I giudici oltre alla condanna hanno anche previsto un risarcimento alle parti civili, i familiari dei due ladri uccisi. Secondo l'accusa, il gioielliere avrebbe prima ingaggiato una colluttazione con i banditi ferendoli. Poi avrebbe esploso i colpi di pistola mentre i ladri erano in fuga colpendoli alle spalle. I legali del gioielliere hanno invano sostenuto il punto della legittima difesa affermando inoltre che in quel momento la mente di Gianni era "offuscata" proprio a causa dell'aggressione subita dalla moglie. Il 18 febbraio del 2008, come ricorda La Sicilia, intorno alle 19 un ragazzo si è presentato all'interno della gioielleria. Subito dopo sono entrati i due complici con i passamontagna che hanno minacciato con una pistola giocattolo la moglie del gioielliere. L'arma, del tutto simile ad una vera e sprovvista del tappo rosso, ha messo in allarme il marito. Il marito che lavorava nel retrobottega è intervenuto impugnando la 9X21. Prima alcuni colpi in aria, poi l'aggressione dei banditi sulla moglie. A questo punto la situazione è precipitata. Una colluttazione e un primo colpo che ha ferito uno dei banditi. Poi gli altri colpi che hanno raggiunto i banditi. Adesso la sentenza che condanna a 13 anni di carcere Gianni. Duro il commento di Matteo Salvini: "Vergogna! La 'giustizia' italiana condanna alla galera il commerciante aggredito nel 2008 a Nicolosi, in Sicilia, con la moglie minacciata di morte... Io sto con chi si difende, sempre". Insomma ancora una volta una sentenza che fa discutere e che riaprirà il dibattito sulla legittima difesa...

L'Anm prova a demolire così la legge sulla legittima difesa. Il presidente dell'Anm gongola per il rinvio in Parlamento, ma Salvini ribatte: "Vergognoso, fatti eleggere dalla sinistra", scrive Domenico Ferrara, Mercoledì 27/02/2019 su Il Giornale. Il rinvio dell'approdo alla Camera della "legittima difesa" dimostra non solo la strana debolezza di Matteo Salvini, costretto a cedere per "tutelare" il compagno di governo in difficoltà, ma diventa l'assist per il sindacato delle toghe che, puntuale come un orologio svizzero, ha fatto già sentire la sua voce. Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Francesco Minisci a Radio anch'io ha espresso la sua felicità per il rinvio della discussione in Parlamento della riforma della legittima difesa. "È una buona notizia, è una riforma di cui non abbiamo bisogno. È un istituto questo sufficientemente regolamentato nel nostro sistema. Quello schema alla francese, quella tutela rafforzata che si cerca di raggiungere attraverso questa riforma, in Italia già l'abbiamo, è stata introdotta nel 2006. Quindi questa è una riforma di cui non ne abbiamo bisogno e che presenta grossi profili di incostituzionalità". E ancora: "Si sta cercando di lanciare messaggi sbagliati ai cittadini, che se succede un fatto astrattamente rientrante nella legittima difesa non si deve fare nessun accertamento. Questo non è possibile. Gli automatismi non sono possibili. Se un soggetto muore in un determinato contesto, il pubblico ministero, le forze dell'ordine devono fare le indagini. Se diciamo il contrario, diciamo una cosa sbagliata ai cittadini. Però nessuno dei proponenti lo ha detto. Occorre fare chiarezza". Per contraddire le affermazioni del presidente dell'Anm è intervenuto il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno. Che ha specificato: "Smentisco in modo categorico che si impedirebbe ai magistrati di fare le indagini, auspico che le critiche siano fatte leggendo la norma. Temo che il presidente dell'Anm non abbia avuto modo di approfondire il testo: smentisco che si impedirebbe di fare le indagini, il testo non lo prevede. È ovvio che quando ci sono dei casi in cui c'è un morto la magistratura deve intervenire e indagare. Voglio tranquillizzare quelli che credono che abbiamo messo i magistrati fuori dalla possibilità di indagare". E poi le fatto eco il ministro dell'Interno. "Sentire il presidente dell'Anm che dice "non vogliamo che legge sulla legittima difesa si faccia" è di una gravità assoluta. Candidati alle elezioni e fatti eleggere dalla sinistra. Non penso spetti a un magistrato decidere quali leggi bisogna fare...E poi saremmo noi quelli che mettono a rischio la democrazia", ha tuonato Salvini. CHe poi ha annunciato: "Il diritto alla legittima difesa sarà legge entro marzo". Speriamo sia davvero così perché il rischio che uno dei capisaldi della Lega, che una delle battaglie più significative e simboliche di Salvini possa finire nel dimenticatoio o subire il fuoco nemico ora è alto. E l'immagine da duro che ha finora mostrato e avuto il leader del Carroccio rischia di diventare sfocata agli occhi dei suoi elettori. Nel nome di cosa poi, di una pseudo difesa dell'alleato Di Maio in difficoltà con la propria base? Una sorta di autocastrazione per rinvigorire il grillino in crisi di leadership e allungare la durata del governo ma che potrebbe portare solo a una perdita di consensi? Un fairplay politico a doppio taglio, soprattutto se riguarda temi e battaglie che facevano parte del programma con cui la Lega, insieme a tutto il centrodestra, ha chiesto voti agli elettori.

Giulia Bongiorno, legittima difesa: "Stupita dai magistrati che giudicano la scelta di fare o meno una legge", scrive il 2 Marzo 2019 Libero Quotidiano. "Sono stupita che ci siano delle correnti della magistratura che esprimono giudizi sulla scelta di fare o non fare una legge. Si può entrare nel merito ma spetta al Parlamento decidere se si deve o non si deve fare una legge". Giulia Bongiorno, ministro per la Pubblica Amministrazione, intervistata da Maria Latella su Sky TG24, parla del tema, cavallo di battaglia della Lega di Matteo Salvini, della legittima difesa, che martedì 5 marzo verrà approvata a Montecitorio e poi passerà al Senato. Un tema che secondo la Bongiorno non può essere criticato a prescindere: "Non è vero che si dà licenza di uccidere e confermo che ci saranno delle indagini ogni volta che ci sarà un'aggressione. Io parto da un presupposto: chiunque entri in casa altrui per rubare, uccidere, violentare deve accettare la conseguenza che chi è in casa deve potersi difendere". Questo, aggiunge, "non significa sparare alle spalle di chi entra ma dà il semplice diritto di respingere. La novità è che se ci si difende in uno stato di turbamento o di paura ci sarà la possibilità di non finire sul banco degli imputati".  

Giulia Bongiorno e legittima difesa, la lezione a Piercamillo Davigo: "Non è licenza di uccidere, ma...", scrive il 24 Febbraio 2019 Libero Quotidiano. "Il gesto di Matteo Salvini è pienamente coerente con una nostra battaglia: dimostrare che stiamo dalla parte di chi è aggredito, non di chi aggredisce". Esordisce così Giulia Bongiorno in un'intervista a La Stampa, in difesa del vicepremier che è andato a visitare in carcere Angelo Peveri, finito in galera per aver sparato a un rapinatore dopo l'ennesimo furto. Il ministro della Pubblica amministrazione, insomma, difende a spada tratta la riforma della legittima difesa. "Finalmente avremo una legge che si schiera decisamente a favore di chi è aggredito. La considero di importanza strategica: è un elemento di certezza del diritto e in Italia abbiamo estremo bisogno di certezza del diritto anche per l'economia". Dunque la Bongiorno risponde alle critiche di Piercamillo Davigo alla riforma sulla legittima difesa. "Tanto per cominciare, la norma dice che si tutela chi respinge un aggressore in casa propria. Non è affatto una licenza ad uccidere. È abbastanza chiara la differenza tra i verbi respingere e aggredire? Perciò dissento radicalmente dal dottor Davigo: in questa legge, a volerla leggere, non c'è affatto la legittimazione a sparare alle spalle a un ladro che fugge. Ripeto, anche a beneficio di chi sostiene l'incostituzionalità della norma, come gli esponenti di Magistratura democratica, che la condotta di reagire e respingere chi entra con violenza o minaccia in casa è assolutamente proporzionata alla situazione di pericolo che si crea. Peraltro, valorizzando lo stato d' animo dell'aggredito, di turbamento o di paura, allineiamo la nostra legislazione a quanto prevedono già molti altri Paesi europei", conclude la Bongiorno.

SIMON GAUTIER POTEVA ESSERE SALVATO? F.L. per “il Messaggero” il 20 Agosto 2019. È riuscito a chiedere aiuto, a dire che stava «morendo di male». Simone Gautier, al telefono con il 118 della Basilicata, ha chiesto più volte di essere aiutato, perché era caduto in una scarpata e aveva le gambe rotte. Dopo quella telefonata probabilmente ha perso i sensi e immediatamente dopo è morto. Ci sono voluti nove giorni per ritrovare il corpo del turista francese precipitato, lo scorso 9 agosto, in una scarpata della zona di Belvedere di Ciolandrea, a San Giovanni a Piro (Salerno). Ma quello che ora, da un primo esame esterno del suo corpo, sembra chiaro, è che Simon sia morto subito dopo la caduta, dopo neanche un'ora. La frattura di una gamba, in particolare, avrebbe rescisso l'arteria femorale e di conseguenza avrebbe causato una grave emorragia. Davanti all'ospedale di Sapri, dove nei prossimi giorni sarà effettuato l'esame autoptico, chi l'ha visto ha spiegato: «Neanche se fosse caduto in braccio a un soccorritore si sarebbe potuto salvare». Le operazioni di recupero della salma del giovane turista francese sono cominciate ieri mattina all'alba e non è stato semplice raggiungerlo, dato il luogo impervio. Ad attirare l'attenzione dei soccorritori è stato un foglio bianco, la sua mappa, mentre il corpo era coperto dai rovi. Per tutta la notte sono stati presenti gli uomini della protezione civile, del soccorso alpino e dei vigili del fuoco. Simon era in fondo a un crepaccio molto profondo e secondo i soccorritori dopo aver perso i sensi sarebbe morto in 40, 45 minuti. A causare il decesso è stata la frattura di una gamba che avrebbe rescisso l'arteria, causando l'emorragia. Il corpo, precisano gli inquirenti, era in avanzato stato di decomposizione: un particolare che confermerebbe il fatto che Simon sia morto poco dopo la caduta. Intanto all'ospedale di Sapri è giunto il padre con la sua compagna, la madre e il console francese. La famiglia di Simon, gli amici, nei giorni scorsi hanno più volte detto che servivano più persone, più attenzione, che qualcosa nelle ricerche del giovane escursionista non era andato per il verso giusto. La mamma Delfina Godard, giunta in Italia mercoledì 14 agosto, aveva lanciato un appello: «Ringrazio chi è intervenuto subito, ma chiedo una partecipazione ancora più massiccia di persone e mezzi perché la zona in cui è andato Simon è molto vasta». Chi indaga smentisce, affermando che l'area in cui è stato ritrovato il corpo era stata sin da subito individuata ma è stato complicato vedere Simon a causa del dirupo e della zona impervia. Il giovane, che a telefono con il 118 della Basilicata ha riferito che da Policastro avrebbe voluto raggiungere Napoli a piedi, avrebbe a un certo punto abbandonato il sentiero battuto e, forse per errore, avrebbe iniziato a percorrere una strada aperta da animali di passaggio. Alla fine di quel tragitto, rilevano i soccorritori, ci sono delle rocce sulle quali Simon sarebbe salito per poi cadere nel dirupo. Ora quel che resta è il dolore segnato sul volto dei genitori, degli amici venuti dalla Francia che ieri non hanno mai smesso di abbracciarsi. Quello che rimane è lo zaino di Simon che ha consentito di farlo ritrovare: ci sono dei sandali appesi, della frutta, delle chiavi, un auricolare, dei libri. «Il nostro caro Simon se ne è andato... Il nostro dolore è senza limiti», scrivono su Facebook gli amici. «Siamo tutti fisicamente e psicologicamente esausti. È ora per noi di tornare dalle nostre famiglie. Grazie all'infinito per tutti i vostri messaggi e il supporto che stiamo ancora ricevendo. Sentiamo tutto l'amore e la forza che ci state mandando per il nostro amico che sarà sempre nel nostro cuore».

COM’È MORTO SIMON GAUTIER? Stella Cervasio e Vincenzo Rubano per la Repubblica il 19 Agosto 2019. Un'inchiesta è stata aperta dalla Procura della Repubblica di Vallo della Lucania (Salerno) in relazione alla morte del turista francese 27enne Simon Gautier, il cui corpo è stato ritrovato ieri sera nel territorio del comune di San Giovanni a Piro. Secondo quanto si è appreso, l'indagine, in particolare, intende accertare eventuali responsabilità su presunti ritardi nell'avvio dei soccorsi. Le ricerche dell'escursionista, disperso dal 9 agosto nelle zone collinari del Golfo di Policastro, sono scattate in seguito alla telefonata che egli stesso ha effettuato al 118 quella mattina, venerdì, intorno alle 9. E proprio sulla tempestività e sull'efficacia dei soccorsi ci sono state polemiche da parte degli amici del giovane. Simon sarebbe morto subito dopo essere precipitato e aver chiesto aiuto. È riuscito a dare l'allarme ai carabinieri ma, secondo una prima ricostruzione anche in seguito all'esame esterno della salma, il ventisettenne in poco tempo, 40/ 45 minuti, sarebbe deceduto. A causare il decesso - ma sarà l'esame autoptico a stabilirlo - sarebbe stata la frattura di una gamba che avrebbe reciso l'arteria; da qui l'emorragia. Un'ipotesi che sembra confermata da quanto affermato dal 118 Basilicata: "Il cellulare di Gautier venne fatto ripetutamente squillare dopo la chiamata, non ha più risposto". L'ambulanza "è partita da Lagonegro (Potenza), verso la costa Tirrenica, un'ora e quaranta minuti dopo il primo contatto con Simon" ha spiegato all'Ansa il direttore delle postazioni Serafino Rizzo. Rizzo ha precisato che sono stati i carabinieri di Lagonegro a ricevere - alle ore 9 circa - la prima telefonata del giovane escursionista, trasferendola poi al 118 lucano, che non dispone di un servizio di geolocalizzazione (fornito dalle forze dell'ordine, quando necessario). Dopo una breve interlocuzione, il 118 lucano contattò i colleghi di Vallo della Lucania (Salerno), per avviare i soccorsi in collaborazione con i vigili del fuoco e con il soccorso alpino. Nel frattempo il cellulare di Gautier venne fatto ripetutamente squillare stando al direttore delle postazioni, senza alcun esito. Si decise quindi di inviare anche un sms su quel cellulare: se fosse stato aperto, i soccorritori avrebbero ottenuto una posizione più precisa. Il 118 della Basilicata ricevette la geolocalizzazione della prima telefonata di Gautier dal Soccorso Alpino alle ore 10.30 circa: si trattava di un'ampia area nella zona di Maratea (Potenza), dove vennero inviate alle ore 10.43 una prima ambulanza e un'auto dei carabinieri, senza però trovare alcuna traccia dell'escursionista. Da questo momento in poi le ricerche furono state estese verso nord, nel golfo di Policastro. La mamma di Simon, Delfina Godard, giunta in Italia mercoledì 14 agosto, venerdì scorso aveva lanciato un appello. "Ringrazio chi é intervenuto subito ma chiedo un intervento ancora più massiccio di persone e mezzi perché la zona in cui é andato Simon é molto vasta", aveva detto.

Il ritrovamento. Il corpo di Simon è stato trovato ieri sera in una zona di Belvedere di Ciolandrea, nel comune di San Giovanni a Piro, in provincia di Salerno. Una squadra di tecnici del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico è rimasta tutta la notte accanto alla salma con vigili del fuoco e protezione civile. Alle prime ore dell'alba altre squadre hanno raggiunto il luogo del ritrovamento: il corpo è stato adagiato su una barella per essere trasportato con le corde lungo il pendio ed essere affidato alla Guardia costiera. Le delicate operazioni sono iniziate all'alba: il recupero è stato reso difficoltoso dalle ripide scogliere che si tuffano nel mare nel comune di San Giovanni a Piro, a circa 200 km a sud di Napoli. La salma é giunta nel porto di Policastro, frazione del comune di Santa Marina (Salerno). È stata trasportata a bordo di un gommone della Capitaneria di porto di Palinuro partito dalla spiaggia dove era stato portato il corpo. Dal porto, poi, la salma é stata trasferita con un carro funebre per essere messa a disposizione dell'autorità giudiziaria. Si effettuerà, secondo quanto disposto dalla Procura della Repubblica di Vallo della Lucania, l'autopsia all'obitorio dell'ospedale di Sapri (Salerno) per capire le cause della morte e per determinare soprattutto se una mobilitazione più rapida e più massiccia dei soccorsi avrebbe potuto salvarlo dopo la telefonata al 118. Le operazioni di recupero della salma, in località Ciolandrea nel territorio comunale di San Giovanni a Piro, sono iniziate all'alba e sono durate diverse ore. Il corpo del giovane é stato recuperato, tra gli altri, dagli uomini del Soccorso Alpino in un dirupo profondo circa duecento metri.

Il dirupo. Avrebbe lasciato il percorso ufficiale e si sarebbe incamminato lungo un sentiero la cui strada è stata "aperta" da animali. Secondo le prime testimonianze dei soccorritori del Servizio alpino speleologico, potrebbe essere accaduto questo negli attimi prima che Simone Gautier precipitasse nel dirupo. Simon si sarebbe, infatti, incamminato lungo un sentiero dal terreno molto franoso al termine del quale ci sono delle rocce; sarebbe salito sulla roccia e da lì sarebbe caduto. I soccorritori che hanno trovato il corpo del turista francese hanno riscontrato una gamba completamente rotta e girata; forse era rotta anche l'altra. Il recupero é risultato molto difficile per il terreno franoso.

Gli amici. "Il nostro caro Simon se ne è andato... Il nostro dolore è senza limiti" scrivono su Facebook gli amici di Simon Gautier. "Vogliamo ringraziare tutti voi per le vostre donazioni" aggiungono i ragazzi, che avevano lanciato una raccolta di fondi da utilizzare per venire in Italia a cercare il turista francese, spiegando che i contributi arrivati fino ad ora saranno utilizzati per "tornare a casa con la famiglia di Simon". "Siamo tutti fisicamente e psicologicamente esausti - concludono - E' ora per noi di tornare dalle nostre famiglie e dai nostri amici. Grazie all'infinito per tutti i vostri messaggi e il supporto che stiamo ancora ricevendo. Sentiamo tutto l'amore e la forza che ci state mandando per il nostro amico che sarà sempre nel nostro cuore".

Il lutto cittadino. Il Comune di San Giovanni a Piro (Salerno) ha proclamato il lutto cittadino per la giornata di domani. Il corpo si trovava in un crepaccio molto profondo. Il sindaco di Santa Marina (Salerno), Giovanni Fortunato, esprime la propria vicinanza alla famiglia: "Esprimo a nome personale e di tutta la comunità territoriale il dispiacere e le condoglianze per la mamma, il papà, i familiari e gli amici di Simon Gautier. Un particolare ringraziamento per l'impegno, la professionalità e il duro lavoro a tutti i soccorritori: i vigili del fuoco, i carabinieri, la finanza, la protezione civile, il soccorso alpino speleologico e i volontari. Simon resterà sempre nei nostri cuori e nei nostri ricordi come un nuovo amato e compianto figlio di questa terra".

La notizia sui media francesi. Le Figaro sottolinea che le autorità locali non sono state in grado di geolocalizzare immediatamente Gautier in quanto la tecnologia 'Advanced Mobile Location' (Aml) non è ancora in servizio in Italia, "un dispositivo costoso - decine di migliaia di euro - che richiede una collaborazione con Google e Apple", precisa il quotidiano francese, sottolineando che "presto l'Italia sarà obbligata ad attuarla, del resto come gli altri Paesi Ue". Per risalire alla posizione di Gautier i carabinieri hanno dovuto far riferimento ai ripetitori, "un metodo di geolocalizzazione classico, molto più lento e complicato, soprattutto in una zona non abitata quindi poco fornita di antenne" aggiunge Le Figaro. Un'inchiesta è stata aperta dalla procura di Vallo della Lucania "per determinare le cause del decesso e stabilire se Simon Gautier avrebbe potuto essere salvato" conclude l'emittente Radio France Internationale.

La polemica. "Non siamo in grado di dire quali siano stati i traumi, può darsi di per sé mortali nel breve termine, subiti dal giovane caduto nella scarpata. Ma sicuramente se l'Italia avesse applicato la direttiva Ue recepita nel 2009, Simon Gautier sarebbe stato soccorso in tempi rapidissimi e, soprattutto, immediatamente golocalizzato. Se avesse chiamato in Francia, probabilmente, si sarebbe salvato". Lo denuncia a LaPresse il presidente nazionale del 118, Mario Balzanelli, in merito alla vicenda dell'escursionista francese morto in Cilento. "Usciamo sconfitti da una battaglia durata giorni, da una infinita fatica" dicono Claudio Ruocco e Giusy Cella, i piloti dell'azienda "AltaProspettiva" di Agropoli (Salerno) che ha messo a disposizione i droni per le ricerche di Simon, lavorando in sinergia con la Croce Rossa negli ultimi giorni nel Golfo di Policastro. "Abbiamo avuto le speranze fino all'ultimo - spiegano in un post su Fb - Speravo che ti avremmo trovato in un cunicolo a proteggerti dal sole, sì, ferito sicuramente, ma non morto". "Ti chiediamo scusa - proseguono -ma soprattutto ti chiediamo scusa da parte di tutta la nostra nazione che non ha saputo intervenire nel modo e nei tempi giusti". "Grazie - concludono - a tutti i volontari e alla Croce Rossa ma soprattutto al Soccorso Alpino".

TROVATO MORTO SIMON GAUTIER, LO STUDENTE FRANCESE DISPERSO DAL 9 AGOSTO IN CILENTO. IL CORPO DI SIMON ERA NEL BURRONE INDIVIDUATO GRAZIE ALLO ZAINETTO. Giusi Fasano per il “Corriere della sera” il 19 Agosto 2019. Un punto nero in mezzo alla macchia mediterranea. L' uomo del Soccorso Alpino l' ha visto comparire mentre con il binocolo perlustrava il fondo di un burrone. Era lo zaino di Simon Gautier e lì accanto c' era il suo cadavere. Lo hanno trovato così, Simon, ieri pomeriggio alle 19.30. I suoi 27 anni sono finiti ai piedi di un roccione in una località che si chiama Belvedere di Ciolandrea, nel Comune di San Giovanni a Piro (Salerno). I suoi occhi si sono chiusi per sempre sull' azzurro del mare che da lì si vede poco più in basso. «Ho le gambe rotte, sto morendo di dolore, non so dove sono, ma vedo il mare» aveva detto lui nella telefonata al 118 con la quale aveva chiesto aiuto subito dopo la caduta. Era la mattina di venerdì 9, ore 8.57. Non sono bastate indagini e ipotesi per capire che sentiero potesse aver preso quel francese che al telefono implorava aiuto. Non sono bastati centinaia di uomini fra Vigili del fuoco, soccorso alpino, carabinieri, Protezione civile, soccorso alpino della Guardia di finanza, volontari vari. Non è bastato l' impiego di strumenti tecnologici avanzatissimi per cercare di localizzarlo. E non sono bastati nemmeno i suoi venti amici arrivati dalla Francia per aiutare i soccorritori nelle ricerche. Alle 8.57 di quel venerdì lui ha dato l' allarme, da allora in poi non ha mai più risposto al cellulare e dal tardo pomeriggio di quello stesso giorno il telefonino si è spento. Forse già nelle prossime ore sapremo se Simon è morto poco dopo la telefonata o se il suo fisico ha resistito per giorni. Il fatto che non abbia mai risposto alle chiamate dei soccorritori autorizza a pensare che abbia quantomeno perduto i sensi, e comunque una cosa è sembrata chiara fin da quella lunga telefonata al 118 che in questi giorni ha fatto il giro del web: lui era confuso, spaventato. Sua madre, Delphine Godard, è arrivata in Italia a cercarlo convinta che qualcosa non avesse funzionato nella macchina dei soccorsi, che ci fossero stati dei ritardi fra l' allarme e il primo elicottero che si è alzato in volo per una ricognizione. Ma due giorni fa le hanno spiegato ogni passaggio delle ricerche, le hanno mostrato le immagini girate dai droni e la mappa tracciata dai Vigili del fuoco sulle aree già battute. Alla fine dell' incontro lei ha abbassato gli occhi, ha pianto e ha abbracciato tutti. Aveva capito le difficoltà enormi di chi lo stava cercando e aveva pensato, per la prima volta, che il lumicino della speranza ormai era quasi spento. Torniamo a Simon, alla chiamata d' aiuto. Quando è caduto ha telefonato prima a un' amica che però non ha risposto. Allora ha digitato il 112. Ma nel punto roccioso in cui si trovava il segnale delle celle telefoniche rimbalza, per usare un termine che dia l' idea. Quindi la chiamata di Simon non è arrivata ai carabinieri a lui più vicini (nel Cilento, in Campania) ma a quelli di Lagonegro, cioè il territorio della costa di fronte a quella in cui lui si trovava, la Basilicata. I carabinieri Di Lagonegro chiedono indicazioni sul luogo, ma lui non sa dire dov'è, allora passano la telefonata al 118 più vicino, sempre in Basilicata - perché i medici capiscano meglio le condizioni di salute del ragazzo - e nel frattempo avviano comunque le procedure di ricerca nel territorio del Potentino. Si prova a localizzarlo, ma la sfortuna vuole che lì dov' è, il cellulare di Simon agganci tre celle di confine fra le province di Potenza, Matera, Cosenza e Salerno: 143 chilometri quadrati. Un elicottero non saprebbe dove cercarlo, i soccorritori hanno bisogno di restringere il campo. Ma per farlo servono indagini, testimonianze, richieste da presentare in Procura e tutto questo vuol dire ore perdute di tempo prezioso. Nello scambio di informazioni con il 118, i carabinieri vengono a sapere che lui ha detto all'operatrice di essere partito da Policastro e di aver campeggiato da qualche parte lì. E allora comincia la ricerca nei campeggi, la visione delle telecamere, la caccia a testimoni che possano averlo visto. Da Roma (dove lui viveva) una sua amica manda a chi lo cerca il computer di Simon e si scoprono ricerche su Google che riguardano una zona precisa. Insomma: più passano i giorni più si restringe l'area in cui concentrarsi. Anche perché qualcuno finalmente ricorda «un ragazzo con il codino e con una tenda sullo zaino» che la sera di giovedì 8 aveva tutta l' aria di chi voleva fermarsi a dormire in una spiaggetta di San Giovanni a Piro. È la svolta. Si parte da quella spiaggetta con un' altra informazione: lui aveva spento il cellulare la sera del giovedì e lo aveva riacceso alle sei e mezza del venerdì mattina. Quindi la domanda a questo punto è: quanta strada può aver fatto, partendo dalla spiaggetta alle 6.30, fino alla chiamata di soccorso delle 8.57? I soccorritori si dividono le zone di ricerca. Il soccorso alpino sceglie di piazzare il suo campo su un pratone in cima a uno dei tanti posti impervi di quest' area. Da lì partono sentieri che magari all' inizio sembrano dolci, ma che in alcuni casi diventano rapidamente impossibili. Facilissimo perdersi. Dev' essersi perso, Simon. Per questo si è trovato davanti alla roccia enorme che probabilmente ha provato a superare precipitando. Poi quella chiamata. «Ho le due gambe rotte. Sto morendo di dolore».

“SPERO CHE SIMON SIA MORTO SUBITO”. Da Il Messaggero.it il 21 agosto 2019. Simon Gautier, dal momento della caduta, sarebbe rimasto in vita al massimo per 45 minuti. È quanto dall'autopsia sul corpo del turista francese eseguita oggi nell'ospedale di Sapri(Salerno). Il turista francese è morto in seguito ad uno choc emorragico per la rottura dell'arteria femorale. «Sono state riscontrate fratture esposte e composte ad entrambi gli arti inferiori ed il laceramento di tessuti. L'emorragia avrebbe avuto origine dalla gamba sinistra che presentava rotture dei principali vasi», dicono i medici legali. Il medico legale Adamo Maiese dell'Asl Salerno ha, tra l'altro, accertato che Simon Gautier, cadendo nel dirupo, ha riportato anche danni e traumi importanti alle vertebre. La salma, non appena sarà liberata dall'autorità giudiziaria, sarà trasferita in Francia. Presenti all'autopsia, tra gli altri, il sostituto procuratore di Vallo della Lucania, Antonio Ricci, il legale della famiglia Gautier, Maurizio Sica, e il capitano dei carabinieri, Matteo Calcagnile. Boom di download dell'app salvavita. Dopo la morte del turista francese Simon Gautier nel Salernitano, c'è stato negli ultimi giorni un boom dei download di Where are U (l'app che localizza con precisione e invia la posizione al numero unico 112): a fronte dei 600-800 medi giornalieri, nei giorni 18, 19, 20 agosto i download in Lombardia sono stati 1511, 12.080 e 18.966. A renderlo noto è Areu, l'agenzia di emergenza urgenza, che invita a diffondere ancor più la conoscenza della app salvavita.

Giusi Fasano per il “Corriere della Sera” il 21 agosto 2019. «Voglio credere che le ipotesi dei medici siano giuste e che Simon sia morto subito dopo aver chiamato i soccorsi. L' idea di saperlo ferito, spaventato e solo in fondo a quel crepaccio mi fa impazzire...». Delphine Godard si ferma, abbassa gli occhi, abbozza un sorriso. Ricordi reali e scene solo immaginate si mescolano. Suo figlio - Simon Gautier, 27 anni, francese da due anni a Roma per motivi di studio - è morto dopo essere precipitato da una scarpata che scende a picco sul golfo di Policastro. Lo hanno cercato per nove giorni e mezzo. Soccorritori esperti, droni, elicotteri, amici, volontari, pastori, cacciatori. «Io ho sperato fino all' ultimo», dice lei. «Una mamma non può mai arrendersi all' idea che suo figlio sia morto. Quando mi hanno detto che lo avevano trovato sono rimasta lì senza dire una parola. Ero pietrificata» racconta con un filo di voce. «Mi faceva male anche il solo pensiero che Simon avesse passato ore, o peggio ancora giorni interi, immobile e sofferente, con le gambe spezzate, sotto questo sole che cuoce tutto. Quando i medici hanno parlato di incoscienza, di coma, quando ci hanno spiegato che quasi certamente è morto poco dopo la chiamata al 118, ho tirato un sospiro di sollievo. Un' amara consolazione, lo so, ma così ho potuto immaginare che non abbia sofferto a lungo». Sono le 9 del mattino e Delphine sta rientrando in Francia. Lascia San Giovanni a Piro, il Comune dal quale suo figlio ha guardato l' ultima volta il mare. «Ho le gambe rotte, sto morendo di dolore. Non so dove sono ma da qui vedo il mare» aveva detto all' operatrice del 118, e «per favore potete aiutarmi?». Probabilmente nessuno avrebbe potuto aiutarlo, se è vero che ha vissuto solo pochi minuti dopo la chiamata. Ma dire subito a Delphine che suo figlio risultava disperso avrebbe certo aiutato i soccorritori a rintracciarlo più in fretta. Olivier, il suo compagno, dice che «noi siamo stati avvisati lunedì pomeriggio alle 17. Perché? Avevano il suo nome dalla chiamata al 118 che era stata il venerdì precedente alle 8.57. Potevano rintracciare Delphine poco dopo e non l' hanno fatto. Perché nessuno ci ha avvisato prima di quel che stava accadendo?». La madre di Simon fuma una sigaretta e annuisce. Dice che «quando sono venuti a dirmi che era disperso da quattro giorni sono rimasta scioccata, non riuscivo a crederci. Ho risposto: cosa dite? Mio figlio scomparso?

Non può essere, lui è sempre così organizzato...». «Guardi qui», Olivier mostra una fotografia sul suo cellulare. È lo zaino che Simon aveva preparato la sera prima di mettersi in cammino verso le alture di San Giovanni a Piro, nel Cilento. Molto organizzato, in effetti: attrezzatura da trekking, materassino, borraccia, coltellino, pila, tutto l' occorrente per affrontare un' escursione da persona avveduta. «E poi questa...» dice Olivier che ha un' altra immagine nella memoria del suo telefonino. Stavolta è la mappa di un percorso che Simon aveva disegnato a mano su un foglio di carta, fotografato e inviato a un amico. È la traccia di un sentiero che parte da Policastro e finisce a Napoli seguendo la costa. È molto precisa. Sono segnate le località con le stazioni ferroviarie, il numero di chilometri della tappa più lunga, i numeri (1, 2, 3, 4/5, 5) che probabilmente si riferiscono alla prima, secondo, terza giornata di cammino. Tutto pianificato. «Se ci avessero contattati prima avremmo dato informazioni preziose a chi lo cercava» dice sconsolato Olivier. «Appena abbiamo saputo ci è bastato chiamare i suoi amici per sapere dove poteva essere. Da loro abbiamo avuto subito questa mappa, abbiamo saputo che il giorno prima della caduta era a Napoli alle 13, avremmo potuto dare ai soccorritori una sua fotografia per cercare eventuali testimoni, abbiamo avuto la foto di cosa aveva messo nello zaino e potevamo presumere che tipo di percorso avrebbe fatto. Sapevamo perfino che Simon aveva comprato un biglietto ferroviario da Napoli per tornare a Roma il giorno 16». Olivier e Delphine precisano: «Forse non lo avrebbero trovato lo stesso anche con le nostre informazioni, forse è morto subito come dicono i medici. Ma nella mente resterà sempre quella domanda: e se invece a dispetto delle ferite si poteva ancora salvarlo?». Delphine saluta con dolcezza. Deve andare. Non si fermerà fino all' autopsia, non andrà a salutare Simon all' obitorio di Sapri. «Lo aspetto a casa, in Francia» dice. «Voglio ricordarlo com' era. Vitale, intelligente, felice. Mi creda: era un ragazzo meraviglioso». 

IL PADRE DI SIMON "CINQUE DOMANDE AI PM SULLA FINE DI MIO FIGLIO". Stella Cervasio per “la Repubblica” il 22 agosto 2019.  «Vado avanti soltanto per sapere se qui è stato fatto tutto il possibile per salvare Simon». Dominique Gautier è stanco, parla a fatica, si tiene la testa tra le mani. È un uomo diverso da quello che voleva trovare a tutti i costi il figlio disperso, corso in Cilento dalla Francia quando gli hanno comunicato che il suo Simon non si trovava più. Quattro giorni dopo la sua scomparsa, gliel'hanno detto. «Tre e mezzo », precisa con un sorriso doloroso Esther, la compagna, accarezzando una spalla di Dominique. Il padre di Simon Gautier, l'escursionista francese morto in un crepaccio nel Cilento, si appoggia al tavolo e s'interrompe: «Perdonatemi. Non ce la faccio a parlare di lui. Era prima di tutto un figlio. Un figlio meraviglioso». Trattiene le lacrime, poi prende con decisione dalla tasca un foglietto scritto a mano, con qualche cancellatura, e con voce rotta legge, in francese, le cinque domande che ha consegnato ad Antonio Ricci, procuratore di Vallo della Lucania: «Perché, dove, come e a che ora è morto Simon? Perché la telefonata al 118 non ha permesso di geolocalizzarlo? Perché il 118 non l'ha aiutato a geolocalizzarsi da solo? Perché il 118 ha chiuso la telefonata? E infine, perché i soccorsi sono stati mobilitati con grande ritardo?». Il manager delle poste francesi, che ha la doppia nazionalità franco-canadese, vive a Montréal con la compagna spagnola, da cui ha avuto due figli; Simon e la sorella erano arrivati con il precedente matrimonio. Ieri, Dominique Gautier ha incontrato per mezz' ora il medico legale che ha assistito per suo incarico all' autopsia. Ha atteso due interminabili ore nell' albergo dove si era trasferito, per non essere raggiunto da nessuno. Una conversazione, quella con il perito, mediata dall' interprete, che lo ha definitivamente prostrato. Ha la barba lunga, gli abiti di chi ha messo insieme una valigia veloce e resta una settimana lontanissimo da casa, animato solo da una speranza. Sul suo volto, ora c' è un' espressione triste ed è sparita la forza di volontà dimostrata nei giorni scorsi partecipando alle ricerche del figlio. Fino all' ultimo sperava di ritrovarlo vivo. Invece domenica sera, nel residence dove alloggiava, ha saputo del ritrovamento dal tg delle 21. «Potevano venire a dircelo prima ». Nessun altro commento. Abbraccia Esther e piange per quel figlio strappatogli un giorno d' agosto in un Paese straniero. Lo studente, che viveva da due anni a Roma e avrebbe discusso tra un mese la tesi di dottorato al Centre André Chastel di Parigi è scomparso il 9 agosto ed è stato ritrovato morto il 18. Nove giorni per scoprire dov' era, nonostante la telefonata al 118 che non è servita a salvarlo. È morto coprendosi il volto con una mano. L'autopsia eseguita ieri a Sapri, dove la salma era stata portata tre giorni prima dai volontari del Soccorso alpino che l' avevano recuperata dopo otto ore, ha confermato che Simon è morto dissanguato per la lesione all' arteria femorale e tibiale provocata dalla frattura della gamba sinistra, che è stata quasi amputata. Nella caduta, gli si era rotta in malo modo anche l' altra. La morte è stata rapida, come si era detto da subito: al massimo 45 minuti dopo la caduta. Ma l'inchiesta sull'organizzazione dei soccorsi prosegue in parallelo a quella sulla morte del giovane. L'ipotesi resta omicidio colposo. «È vero, potrebbe essere morto entro un' ora - dice il legale dei familiari, Maurizio Sica - ma non c' entra con i soccorsi: ci sono voluti 9 giorni per sapere dov' era Simon». Che domani torna a casa, in aereo: dopo l' autopsia, la salma è stata dissequestrata.

Giuliano Ferrara per “il Foglio” il 22 agosto 2019. Il randonneur era un giovane bello che studiava arte a Roma da due anni. Conosco le spiagge del Cilento in quel tratto di costa, tra le più isolate e misteriose d'Italia, per averle viste dal mare sulla mia barchetta. E conosco quei monti impervi e ostili, esposti a est, solcati da gole e acque, che contrastano nella frescura gli effetti caldi del pomeriggio, creando ampia ombra assai prima del tramonto, nel villaggio magnifico di Scario. Da una di quelle spiagge la mattina di un venerdì, dopo averci dormito, organizzato a puntino per raggiungere Napoli a piedi, Simon Gautier ha incominciato la sua passeggiata in ascesa, difficoltosa ma non estrema, dando le spalle al mare, al Golfo di Policastro e al Tirreno meridionale. Di lato, poco distante, riluceva Porto Infreschi o Bagninfreschi, una baia naturale d' acqua fredda per via delle sorgenti. Dall'altra parte Palinuro e il suo capo, dal nome del timoniere di Enea caduto tra le onde calme a notte, sconfitto dal dio del sonno o viaggiatore distratto (come preferite). Anche il viaggiatore Simon deve essersi distratto o forse è stato colpito da un dio. Secondo un suo amico romano, avrà fatto sosta su un dirupo per guardare le acque profonde lì sotto, stregato, e la roccia ha ceduto e tutti speriamo che sia morto presto, presto, subito dopo la telefonata in cui diceva di avere le gambe spezzate, chiedeva aiuto "per favore", aggiungeva che non ci stava già più con la testa, niente dettagli di geolocalizzazione, stava "morendo di male", morire di dolore, e l' u nica cosa che sapeva era che vedeva il mare. Ventisette anni sono pochi per una bella morte tanto dolorosa, solitaria e pietosa. Come sua madre Delphine Godard, non riesco a capacitarmi dei ritardi nella comunicazione di quanto stava avvenendo o era avvenuto, delle insufficienze pareggiate dalla buona volontà dei soccorritori, ma sopra tutto non riesco a capire come la Fortuna abbia abbandonato un' impresa così semplice e solenne, così umanamente divina, come la passeggiata solitaria di montagna verso Napoli attraverso i monti del Cilento. In quei giorni, quel giorno, eravamo tutti affannati intorno al nulla della città politica, all' inseguimento di bisbigli e rutti da bordello, mentre un francese che studiava arte a Roma la faceva, l'arte, con le sue gambe spezza te dall' imitazione della vita e della morte. Ci sono più cose tra cielo e terra, si sa. Ma tra il cielo del Cilento, la terra franosa, l'incespicatura, la caduta e il mare che muore di male anche lui c'è tutto quello che divide una giornata sfortunata e letale da una vita pubblica accaldata, affollata, troppo affollata, stupida e profondamente immorale. Isolarsi, distaccarsi, passeggiare, stancarsi, coltivare un cammino, guardare, abbeverarsi fino alla morte per acqua, come Phlebas il Fenicio, non è un gesto romantico, una ricerca di salute, è una fuga eroica o così mi appare. La terra è desolata, ma non muore, come dicono quelli dell' altro bla bla, muoiono gli uomini che dicono a sé stessi di non esser ancora morti.

Simon Gautier, l’autopsia: «Morto 45 minuti dopo  la caduta». Pubblicato mercoledì, 21 agosto 2019 da Corriere.it. La mamma di Simon Gautier, la signora Delphine, intervistata l’altro giorno dal Corriere della Sera, se lo era auspicata. «Spero che sia davvero morto subito dopo aver chiamato i soccorsi — ci aveva detto —. L’idea di saperlo ferito, spaventato e solo in fondo a quel crepaccio mi fa impazzire». Ora arriva la conferma anche dall’autopsia: lo studente francese di 27 anni, che si era perso il 9 agosto camminando in Cilento, rinvenuto cadavere nella serata del 18 dopo lunghe ricerche, sarebbe rimasto in vita al massimo per 45 minuti dopo la caduta. Sebbene sul caso sia stata aperta un’inchiesta per i possibili ritardi nei soccorsi, l’aspetto temporale emerso ora dall’esame autoptico fa pensare che comunque non sarebbe stato possibile salvare il ragazzo. Più precisamente, Simon sarebbe morto in seguito ad uno choc emorragico per la rottura dell’arteria femorale. Sono state riscontrate fratture esposte e composte ad entrambi gli arti inferiori ed il laceramento di tessuti. L’emorragia avrebbe avuto origine dalla gamba sinistra che presentava rotture dei principali vasi. «Simon dovrebbe essere caduto da un salto di almeno 5 metri — ha dichiarato oggi uno dei soccorritori a Montagna.tv —. E il cellulare non era vicino al corpo. Probabilmente, dopo aver chiesto aiuto, è scivolato ancora».

LA TECNOLOGIA POTEVA SALVARLO COME FUNZIONA E DOV' È ATTIVA. Paolo Virtuani per il “Corriere della sera” il 19 Agosto 2019.

1 La geolocalizzazione con gli smartphone è possibile? Els (Emergency Location Service) e Aml (Advanced Mobile Location) sono i sistemi di geolocalizzazione per le emergenze installati sugli smartphone (il primo per Android, il secondo per iPhone). In Italia non sono ancora attivi, una direttiva obbliga i Paesi Ue ad adeguarsi nel 2020.

2 Dove sono stati attivati? In 9 nazioni Ue (Austria, Belgio, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Olanda, Regno Unito e Slovenia), in altri tre Paesi europei (Norvegia, Islanda e Moldavia), in Usa, Emirati Arabi, Nuova Zelanda.

3 In quali sistemi operativi sono installati? Els è installato dal 2016 nel sistema operativo Android Ics 4.0 (Google), Aml in iOS di Apple (versione 11.3) da marzo 2018. Nella maggior parte delle nazioni dove sono in funzione, la geolocalizzazione avviene con entrambi i sistemi operativi. In Austria e Slovenia (Paesi dove è disponibile solo in alcune zone), Olanda, Moldavia ed Emirati Arabi soltanto con Android.

4 Come funziona? Quando parte una chiamata a un numero di emergenza (112 in Europa, 911 negli Usa, 111 in Nuova Zelanda, 999 negli Emirati), lo smartphone attiva il Gps e/o il Wi-fi per segnalare la posizione esatta da dove è partita la chiamata. Le coordinate vengono inviate automaticamente con un sms ai soccorsi. Dopo 30 secondi il software disattiva Gps e Wi-fi. Serve però una piattaforma in grado di ricevere i dati e di inoltrarli ai soccorritori. L' Italia ha effettuato dei test tra il 2016 e il 2017 grazie a contributi europei.

5 Els e Aml di quanto migliorano l' accuratezza della posizione di chi ha fatto la chiamata di emergenza? Secondo Eena (European Emergency Number Association) i due sistemi sono 4 mila volte più precisi e, grazie al Wi-fi, rilevano la posizione anche all' interno degli edifici dove il Gps è inefficace. Sono in grado di restringere la posizione di chiamata a un raggio di 56 metri, che scende a 42 metri quando sono attivati sia Gps che Wi-fi. Senza Els/Aml è possibile individuare solo l' ultima cella di telefonia agganciata dallo smartphone, che però ha un raggio di 3 km.

6 Quali sono i vantaggi? Chi chiama non deve dire dove si trova. Magari è ferito e non è in grado di farlo, si è perso o è in stato confusionale. A volte le chiamate di emergenza sono state fatte da bambini che non sapevano fornire indicazioni sulla posizione. Con Els/Aml basta solo far partire la telefonata di emergenza. Per Eena le funzioni, che non sono una App ma sono installate nei sistemi operativi, potrebbero salvare 7.500 persone nel mondo nei prossimi dieci anni.

7 Ci sono problemi di privacy? Apple non aveva installato Aml sugli iPhone per dubbi sulla privacy. Poi è prevalsa la linea che l' attivazione avviene solo quando è effettuata una chiamata di emergenza, spegnendosi poco dopo. In questo modo i dati sensibili dovrebbero essere più tutelati.

8 Ci sono altri accorgimenti da adottare in escursioni impegnative? «Consigliamo di addestrarsi a ricavare le coordinate con gli orologi da trekking e le App facilmente disponibili. Portare con sé un fischietto o accendere fuochi di segnalazione non serve», dice Walter Milan del Soccorso alpino nazionale. «A volte bastano accorgimenti banali», aggiunge Vincenzo Torti, presidente del Cai. «Se si va in un bosco è meglio evitare una tuta mimetica. Comunque la cosa più importante è la preparazione e non fare percorsi al di sopra delle proprie capacità».

·        I servizi telefonici.

TELEFONIA. I costi occulti di TIM ed Enel. Gli abusi ed i soprusi delle grande aziende di servizi. Di Antonio Giangrande.

Chi di voi è passato da TIM Smart a Tim Connect Fibra Gold? Sicuramente siete stati allettati dalla nuova offerta.

La fibra ultraveloce fino a 1000, il cui costo era azzerato per il primo anno, ed il modem e TIMVISION sempre inclusi, con l’obbligo del servizio TIM Expert di euro 6,90 mensili.

Una volta scelta la nuova offerta e leggi la nuova fattura, ti accorgi che qualcosa non va.

Il servizio Tim Expert non sai cosa sia e se mai lo utilizzerai.

La velocità della fibra ultraveloce fino a 1000 di 5,20 euro al mese (gratis il primo anno) è identica a quella precedente, ossia 100 mega circa. Ed in più te la fanno pagare, altro che gratis il primo anno.

Il noleggio del precedente decoder Tim Vision continua ad essere addebitato nel costo del servizio.

Intanto ti inviano, non richiesto, un nuovo decoder Tim Vision, le cui 48 rate ti vengono addebitate alla voce “Altri Importi” per una volta, due volte, ecc. nella stessa fattura, in numero conseguenziale alle rate contenute nella fattura precedente, come se i decoder Tim Vision fossero più d’uno. Come se tu ne vuoi tanti da metterli in vetrina per tutta la tua casa.

Spesso il Decoder Tim Vision non funziona o si guasta. Essendo in garanzia lo devi cambiare, sì, ma in uno specifico punto vendita lontano oltre 50 km.

Se ti lamenti del fatto che tra noleggio ed acquisto stai pagando 2 o tre Decoder Tim Vision non richiesti e non utilizzabili, il servizio clienti Tim 187 fa finta di non capire, fermandosi a controllare solo i costi del servizio in offerta e non analizzando anche gli altri costi.

Se insisti a spiegare, ti rispondono che è tutto regolare o ti chiudono la telefonata.

Sanno che nessuno inizia una guerra per pochi euro.

Comunque ti consigliano di consegnare a tue onerose spese con pacco postale e con ricevuta di ritorno il decoder Tim a noleggio e di recedere dal servizio.

Rivolgerti all’AGCOM è inutile, per via della farraginosa procedura, che si dimostra altresì inutile, perché la denuncia vale solo ai fini statistici.

La via giudiziaria è da escludere per la ripetizione dell’indebito o per il risarcimento del danno, in quanto devi prima attivare la procedura di conciliazione presso il CoReCom, per poi attivare il Giudice di Pace.

Attivare tutta la trafila per pochi euro non puoi e poi la spesa non vale la candela.

Devi per forza accumulare l’indebito addebitato. Insomma: subisci e taci.

Rivolgersi a quelle trasmissioni televisive di denuncia è vano, sostentandosi, queste, con la pubblicità della Tim.

Alla fine non resta che aspettare una offerta più vantaggiosa dai concorrenti della Tim, sempre che non siano peggio. 

·        I servizi energetici.

ENERGIA. L’ENEL poi, fa ancora peggio. Ti addebita:

spesa per materia energia  19,42

spesa per il trasporto energia elettrica e gestione del contatore 18,18

spesa per oneri di sistema 13,16

totale Iva 11,17

Totale bolletta 61,93

CONSUMO EFFETTIVO: 0 (ZERO) 

·        Vigilanza su ponti e ferrovie: ma quando mai…

Autostrade e pedaggi: quanto si paga in Italia e all'estero. Che sia in forma di abbonamento, pedaggio o circolazione libera viaggiare fuori dall'Italia è comunque meno caro. Barbara Massaro il 29 novembre 2019 su Panorama. Tra  le più care d'Europa. Le autostrade italiane con il loro complesso e costoso sistema di pedaggi, caselli, riscossioni e concessioni determina costi elevati per gli automobilisti che, in media, per percorrere circa 400 chilometri (diciamo più o meno la distanza che c'è tra Milano e Arezzo) spendono grossomodo 40 euro. In Francia, dove vige un sistema autostradale simile al nostro e quasi altrettanto costoso, per andare da Parigi a Lione (che distano 450 chilometri) si spendono circa 33 euro. Non solo: in Italia i periodici aumenti dei pedaggi sono del 2,75%, più o meno il doppio dell'inflazione annua e percorrere i 7000 chilometri della nostra rete autostradale è sempre più costoso arricchendo le tasche delle 26 concessionarie private cui lo Stato ha appaltato la rete autostradale e mettendo sempre più in difficoltà le famiglie italiane. Altrove in Europa non è così.

Autostrade a pedaggio: Italia, Francia, Spagna e Grecia. Un sistema di pedaggi simile al nostro e cioè stabilito per tratte e cadenzato da caselli vige, appunto in Francia e Spagna. In Spagna però la rete autostradale si divide in due: le autovias sono gratuite, mentre le autopistas sono a pagamento fisso per tratta. In Grecia, invece, non si paga all'uscita finale del casello, ma ogni tot chilometri con importi che variano da 1 euro a 3,50 euro.

Le autostrade in Germania, Belgio e Olanda. Completamente gratuite invece sono in Germania, Belgio e Olanda: le uniche nazioni del vecchio continente che sono riuscite a liberare gli automobilisti dall'obolo del pedaggio.

Gli abbonamenti: Slovenia, Svizzera e Austria. Altro sistema di riscossione è quello basato sull'abbonamento annuale. Che si percorrano le autostrade svizzere una volta o mille si pagheranno sempre 38 euro di abbonamento annuale. In Slovenia, invece, per un anno di libera circolazione sulla rete autostradale di euro se ne dovranno sborsare 110. In Austria, invece, la somma scende a 87,40 euro.

Il sistema scandinavo. Nei Paesi scandinavi il sistema è leggermente più complesso, ma se si apprende si evitano brutte sorprese. Non è vero, infatti, che viaggiare sulla rete stradale sia gratuito.  In Svezia per esempio esiste la Congestion Tax – Imposta sulla Congestione del Traffico per i comuni di Stoccolma e Göteborg. Se si passa da quelle parti si devono pagare circa 10 euro. Idem se si percorrono determinate tratte della rete o alcuni ponti come per esempio quelli di Motala e Sundsvall. Il problema per chi è distratto o poco informato e viene da fuori è che non esistono caselli o segnalazioni specifiche, ma solo telecamere che registrano il passaggio degli automobilisti e che sono collegate alla rete informatica di pagamento che becca i furbi e invia le multe a casa con notevoli sovrattasse.

Le card in Portogallo. Ancora diverso il sistema in Portogallo dove l'unico sistema di pagamento è quello elettronico. All'uscita dell'autostrada, infatti, non ci sono i caselli, ma l'automobilista deve essere collegato e registrato a uno dei possibili sistemi di riscossione e cioè: Easytoll (al costo di 60 centesimi di euro e ogni viaggio ha un costo amministrativo di 26 centesimi di euro) o Tollcard (una sorta di carta prepagata a ricarica il cui importo può variare dai 5 ai 50 euro) o recarsi presso un ufficio postale e versare il dovuto.

Fuori dall'Europa: USA e Giappone. Uscendo dall'Europa la situazione è altrettanto differente a seconda del Paese dove ci si trova. Negli Stati Uniti, ad esempio, le autostrade sono per lo più gratuite, mentre si paga per entrare nelle grandi città: Miami, Los Angeles Orlando. In Giappone, invece, esistono le autostrade urbane nelle grandi metropoli come Tokyo o Osaka che si estendono o come viadotti o sotto terra attraverso i tunnel. La rete autostradale è in media piuttosto cara, ma nei weekend e nei giorni di vacanza il prezzo è scontato. 

Se lo Stato ha regalato le concessioni delle Autostrade. Quanto sta accadendo è colpa dei concessionari che non fanno manutenzione e sicurezza e della politica che ha regalato loro una gallina dalle uova d'oro, senza controllare. Maurizio Belpietro il 29 novembre 2019 su Panorama. La colpa dei danni, dei crolli lungo le autostrade italiane è per prima cosa di chi ha costruito male, di chi ha messo poco cemento, di chi non ha fatto i controlli. E’ vero. Il discorso non può limitarsi all’oggi o a questo o quel Governo. Se quesi ponti hanno in evidenza il tondino di acciaio ormai arrugginito, oppure i pezzi di cemento scadente cadono a terra, se non sono state fatte le manutenzioni questo è un discorso di anni, se non decenni. Tuttavia una cosa dobbiamo dirla: il Ponte Morandi è crollato il 14 agosto del 2018 e prima di quello ci furono altri crolli, in Lombardia, Abruzzo, con meno morti ma era il chiaro segnale che ci fosse qualcosa che non funzionava nel sistema delle infrastrutture stradali italiane. Se tu domani mattina ti accorgi che forse nel passato qualcuno non ha fatto manutenzioni e controlli forse ti dai da fare e ti metti a controllare, è un discorso di buon senso, non è politica. In questi giorni le tv stanno trasmettendo le immagini dei piloni delle autostrade attorno a Genova: la A6, la A26, la A10; immagini di strutture rovinate in maniera seria. Ma la questione è che sono immagini già viste, un anno fa. I giornali, dopo lo schianto del Morandi, avevano pubblicato le stesse foto e foto analoghe di altri ponti. Al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ci sarà, c’era qualcuno che aveva il compito di controllare, si o no? E, soprattutto, queste autostrade che sono state date alle concessionarie, sono concessioni o sono regali dello Stato? Io sono convinto della seconda opzione: io sono sicuro che qualcuno ha regalato la sicurezza degli italiani senza controllare. Vorrei ricordare una cosa semplice: il concessionario è colui che riceve dallo Stato una concessione. E’ mai possibile che questa concessione si trasformi in miliardi, molti miliardi, tanto da farne delle società per azioni tra le più redditizie con gli italiani che pagano fior fior di soldi ai caselli e noi ci ritroviamo con le infrastrutture conciate in questo modo? la politica ha responsabilità evidenti, negli anni passati e soprattutto nell’ultimo anno. Ma quella principale è del concessionario che doveva fare investimenti proprio sulle infrastrutture e sulla sicurezza. C’era stato promesso che la concessione a chi gestiva il Ponte Morandi sarebbe stata revocata il giorno dopo, che il percorso era cominciato. Non è successo nulla. Ci abbiamo messo un anno per vedere andare via l’amministratore Delegato di Società Autostrade, un anno ci abbiamo messo per vederlo rimosso. Non ha avuto nemmeno il coraggio di dimettersi il giorno stesso, con tutti quei morti. C’è poi un problema di norme e burocrazia. In situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo, con le colline che franano, i viadotti che crollano, servono azioni rapide. Serve uno che decida e che le cose si possano fare subito; senza attendere le decisioni di un Tar o il ricorso di qualche comitato. Se le cose servono ora si fanno ora, non dopo, quando si contano i morti, che non servono più.

Autostrade e concessioni: quanto costano, quanto si guadagna. Quante sono le concessioni, quanto pagano le 25 società e quanto (in miliardi) ci guadagnano. Barbara Massaro il 26 novembre 2019 su Panorama. Mentre gli italiani rischiano la vita (dopo il Morandi ora il crollo sull'A6 e la chiusura della A26) su una rete autostradale costruita senza tenere in considerazione i rischi idrogeologici di un Paese come il nostro, i 7.488 chilometri di autostrade sono una fonte di business per i 25 rapporti di concessione dati dallo Stato - proprietario della rete - a 24 società differenti.

Quanto guadagnano le società concessionarie. Un business enorme con poche spese e investimenti (nostro malgrado) ma molti utili. Parlando solo di pedaggi - per dirne una - nel 2017, secondo i dati di Aiscat, l'associazione delle concessionarie autostradali, le aziende hanno incassato 8.050 milioni di euro. Per capire come funziona il business bisogna capire chi possiede cosa. L'intera rete autostradale italiana appartiene allo Stato che la controlla attraverso la società Anas spa. Dei quasi 7.500 chilometri, però, solo una piccola parte è gestita direttamente da Anas, nello specifico 954 chilometri: gli unici dove non si paga il pedaggio (Salerno Reggio Calabria; Palermo Catania o grande raccordo anulare di Roma). Tutto quel che non è gestito da Anas è dato in concessione a enti privati o gestito da Anas in collaborazione con regioni o province (come ad esempio la Bre.Be.Mi).

Cosa prevede il contratto tra lo Stato e le concessionarie. La concessione di un determinato tratto autostradale a società private comporta una serie di obblighi come quello di fare manutenzione, costruire eventiali nuovi tratti e riscuotere i pedaggi. Sia i lavori sia gli investimenti sono specificati nel contratto di concessione e i pedaggi sono concordati in accordo con Anas in base a calcoli che comprendono i dati di traffico, la redditività, parte dell’inflazione, la realizzazione degli investimenti, la qualità del servizio.

Nelle casse dello Stato, oltre all'Iva, finisce anche un canone per l'uso dell'infrastruttura. Prendendo l'esempio degli 8.050 milioni del 2017 di questi 1.452 milioni sono andati direttamente allo Stato come Iva e altri 654 milioni come canone. Esistono poi altri cononi integrativi a seconda dell'utilizzo della tratta o di eventuali sub concessione (in questo caso i dati più recenti sono del 2016 e arrivano dal Ministero dei Trasporti). Al netto dell’Iva, nel 2016, lo Stato ha incassato 841,7 milioni dalle autostrade: 135,5 milioni dai canoni di concessione, 630 milioni dalle integrazioni, 19,9 milioni dai canoni di sub-concessione. 

Quanto incassano le concessionarie. Ma quello che le società concessionarie restituiscono allo Stato (e quindi agli italiani) è nulla rispetto al guadagno che mettono in tasca. Ancora nel 2016, rivelano i dati del Ministero dei Trasporti, solo di pedaggi netti sono stati incassati 5,7 miliardi di euro a fronte di 2,9 miliardi di euro di costi di produzione che includono gli stipendi (943 milioni) e le spese per la manutenzione (646 milioni nel 2016). E proprio il tema "manutenzione" è una nota dolente. Tra il 2008 e il 2016, per dirne una, le concessionarie hanno investito 15 miliardi contro i 21,7 che erano stati promessi nei piani finanziari. Soldi messi a budget, ma non spesi e quindi rimasti nei forzieri delle società a costo del rischio di crolli e mal funzionamenti delle autostrade. Ponte Morandi per dirne una o il recente crollo del viadotto sulla Torino Savona. E sono decine i tratti della nostra rete autostradale che sono a rischio crollo e ignari automobilisti ogni giorno passano e ripassano su strade che potrebbero sgretolarsi sotto le loro ruote.

Il caso Atlantia. Ogni volta che qualcosa va storto e la concessionaria non onora l'impegno contrattuale lo Stato ha il diritto di revocare la concessione senza indennizzi. Solo che non lo fa. A oggi anche quando il Governo è a "un passo dalla revoca delle concessioni" - come nel caso del Morandi alla società Atlantia-  sul piatto della bilancia finiscono mille implicazioni che generano rimandi, proroghe e appelli di varia natura che causano un nulla di fatto: per fare un nome a caso per la questione Atlantia-Morandi: Alitalia. Atlantia al momento controlla l’88% di Autostrade per l’Italia. Il 30,2% di Atlantia, però, è di Sintonia, finanziaria lussemburghese di Edizione, la holding della famiglia Benetton che controlla anche Autogrill oltre ai negozi di famiglia. Ansa ha ripreso i dati di bilancio 2013-2017 di Atlantia: in cinque anni l’azienda ha messo via 4,05 miliardi di utili, distribuendone il 93% (3,75 miliardi) agli azionisti. Nello stesso periodo ha speso per la manutenzione solo 2,1 miliardi. Se ai 3,7 miliardi di utili si sommano gli 1,1 miliardi di euro di riserve che la società ha trasferito ai soci, l’incasso per i proprietari sale a 4,8 miliardi di euro in cinque anni. 

Massimo Sanvito per “Libero Quotidiano” il 25 novembre 2019. Chilometri e chilometri d' asfalto. Le casse automatiche che pian piano stanno fagocitando i casellanti in carne e ossa, le aree di servizio coi prezzi da ristoranti stellati, i caffè gratis di notte. Le piazzole dove c'è sempre qualcuno costretto a fermarsi perché ha bucato o se la sta facendo addosso. Le autostrade italiane sono un mondo parallelo, che vive sia di giorno che di notte. Da nord a sud, isole comprese, tra svincoli e caselli succede di tutto. Storie di criminali e gente comune che diventano protagonisti delle vicende più assurde. Come se l' autostrada fosse una sorta di terra di mezzo, dove ogni cosa diventa possibile.

Nei giorni scorsi, sulla A22, la Polizia di Verona ha fermato un tir che viaggiava coi vetri delle luci rotti e le gomme lisce. A bordo c' erano padre e figlio, originari di Salerno, diversi precedenti penali e nessuna patente idonea. Hanno subito spiegato che stavano trasportando fiori dall' Olanda, ma dai controlli è emerso che gli era pure stata revocata l' autorizzazione a trasportare merci. Ed ecco svelato l' arcano: tra le piantine gli agenti hanno trovato un sacchetto di plastica con dentro oltre dieci chili di cocaina. Dieci chili! Per i due florovivaisti-spacciatori sono scattate le manette e una multa da 7.000 euro vista la sfilza di infrazioni commesse.

Stessa autostrada, altro arresto. Il giorno prima la Polizia aveva fermato un uomo che trasportava 23 chili d' oro e 75 chili d' argento oltre a 30.000 euro in contanti. Un trasporto davvero eccezionale, diretto chissà dove.

E sempre la droga è stata protagonista in un sequestro avvenuto due mesi fa alla barriera est di Milano, dove la stradale ha trovato cinque chili di coca nascosti nell' imbottitura dei sedili di un' auto insieme a parecchio caffè mischiato per coprirne l'odore. L'ingegno non manca mai tra i furfanti che macinano chilometri in autostrada per portare avanti loschi traffici.

Un paio di settimane fa, sulla A19 Palermo-Catania, da un camion con la parte posteriore quasi a terra per il grande carico che trasportava sono saltati fuori 100 chili di sigarette senza i sigilli del Monopolio di Stato. Il conducente, arrestato per contrabbando, aveva pure la patente scaduta. Ma non c' è solo la cronaca nera, a riempire le pagine dei verbali delle forze dell' ordine in servizio sulle autostrade.

Tra gli episodi più assurdi si inserisce di diritto il calesse senza conducente che ha fatto strabuzzare gli occhi a chiunque passasse sulla A34, all' altezza di Gradisca d' Isonzo (Gorizia), quel 2 luglio del 2016. Due bei cavalli fieri che trottavano come fossero in pista, per giunta in contromano. È stato necessario l' intervento di tre pattuglie della Polstrada e degli ausiliari al traffico delle Autovie Venete per interrompere una scena da film che non è finita in tragedia solo perché a quell' ora il traffico era blando.

Liberi, invece, erano i due cavalli che correvano sulla A5 Torino-Aosta a inizio marzo di quest' anno. Per non si sa quale motivo il portellone del rimorchio adibito al trasporto animali si è aperto e i due puledri sono scesi per farsi una passeggiata in un habitat nuovo e decisamente pericoloso.

Cavalli che scappano e bici che volano. Sulla A4, dalle parti di Udine, tre anni fa due biciclette fissate male al portapacchi si sono sganciate finendo in mezzo alla strada. Per fortuna nessun danno, ma il conducente dell' auto - mosso dalla rabbia o per paura di essere sanzionato - le ha scaraventate nella scarpata a fianco. Scene di ordinaria follia.

Nella terra di mezzo delle autostrade anche la libidine trova sfogo. Quest' estate, presso lo svincolo di Savona, è stata denunciata e "daspata" la prostituta nota come "l' esibizionista dell' autogrill". Una romena di 30 anni bionda, prorompente e in abiti succinti diventata famosa su WhatsApp per una serie di video che la ritraevano intenta a praticare sesso orale proprio a lato carreggiata. Trascorreva le giornate ubriaca a denudarsi davanti ai camionisti e si è beccata una denuncia per atti osceni in luogo pubblico, oltre a una segnalazione ai servizi sociali di Ventimiglia.

Travolti da una passione di fuoco in tanti sono finiti nei guai per aver consumato a bordo autostrada. Due anni fa, una coppia di fidanzati è stata beccata mentre faceva sesso lungo il tratto della Palermo-Mazara del Vallo: la Polizia gli ha staccato una multa da 10.000 euro e i due hanno preteso di mettere a verbale che non sapevano che fare l' amore in un luogo pubblico fosse vietato.

E sempre in quei mesi, a pagare le conseguenze dei loro bollenti spiriti sono stati due quarantenni con tanto di figlioletto di appena due anni sul seggiolino. Hanno spento il motore dell' auto su una piazzola d' emergenza dell' Autostrada del Sole, all' altezza dell' uscita di Castel San Pietro (Bologna), e hanno cominciato a darci dentro mentre il bimbo guardava i cartoni sull' iPad. Entrambi sono stati denunciati per atti sessuali in presenza di minori e la donna si è beccata pure i domiciliari. Tutto vero, storie di un mondo parallelo che non conosce limiti né regole. Basta oltrepassare il casello.

Ma chi controlla i viadotti autostradali?  Fondi per il dissesto, speso solo il 10%. Pubblicato domenica, 24 novembre 2019 da Marco Imarisio su Corriere.it. A ogni emergenza meteo viene giù un pezzo di viadotto ligure. Durante la penultima, era la fine di settembre, dal ponte Bisagno dell’autostrada A12 si è staccato un pluviale, un tubo per lo scolo dell’acqua piovana, che è precipitato in mezzo a una strada della periferia di Genova. Il giorno dopo gli abitanti del quartiere hanno dato vita a un breve corteo per chiedere lumi sulle condizioni di quella striscia di asfalto che scorre sopra le loro teste. Peccato che non ci sia ancora nessuno a cui chiedere, a parte i gestori privati che nel recente passato non hanno certo dato grande prova di sé. Il passaggio «istantaneo» dalla logica dell’emergenza delle infrastrutture a quello della prevenzione annunciato nel trigesimo della tragedia del ponte Morandi dall’allora ministro Danilo Toninelli risulta ancora in corso oggi, a un anno e mezzo di distanza da quella mattina del 14 agosto. Doveva chiamarsi Ansfisa, complicato acronimo di Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e avrebbe dovuto superare la vecchia e poco utilizzata Direzione generale per la vigilanza sui concessionari, carrozza pubblica di limitate risorse e ancor meno potere, impossibilitata com’era a operare veri controlli sulle 7.317 «opere d’arte», ovvero tutti i ponti, i viadotti e i tunnel che rientrano nelle concessioni dei 19 gestori autostradali in teoria monitorati dall’Anac. La vecchia struttura non era certo nata su impulso nostrano, non sia mai. Era frutto dell’applicazione di una direttiva europea del 2008 che imponeva ispezioni ministeriali «altamente dettagliate» su infrastrutture viarie a un soggetto terzo. L’Italia aveva recepito con molta calma, dimenticandosi però i regolamenti attuativi e i soldi per gli ispettori. Adesso cambia tutto, aveva assicurato Toninelli ai genovesi che si erano dati appuntamento in piazza De Ferrari per ricordare le 43 vittime del ponte Morandi. A oggi, è cambiato solo il titolare del dicastero. L’Ansfisa è in attesa del parere del Consiglio di Stato su un regolamento attuativo scritto solo nel luglio 2019, un anno dopo l’annuncio dell’ex ministro. Dovevano essere assunti o spostati nella nuova struttura almeno 500 tra ispettori e dirigenti. Al momento, siamo a zero. C’è un organigramma con vertici già nominati, che in forma ufficiosa parlano di «almeno un anno» per la partenza, e niente sotto. A conferma della consueta risacca che segue i provvedimenti annunciati sull’onda emotiva dei disastri, una specialità italiana. La travagliata nascita della «super task force», il virgolettato è sempre di Toninelli, non è solo una ulteriore conferma di uno dei nostri vizi capitali. È anche la migliore spiegazione possibile del fatto che in Italia non sia mai esistita una mappatura delle infrastrutture a rischio, autostradali o meno. Prima e dopo il ponte Morandi. Manca la volontà dei gestori privati, e ci mancherebbe altro. Manca o mancava ogni forma di controllo pubblico. Al netto delle 28 opere di Autostrade per l’Italia segnalate su tutto il territorio nazionale dagli ispettori della Guardia di Finanza per conto della Procura di Genova, fa ancora fede il rapporto dell’istituto di tecnologia delle costruzioni del Cnr, che risale al giugno del 2018, quando mancava poco più di un mese al crollo del viadotto sul Polcevera. La premessa era chiara. Il nostro sistema di infrastrutture stradali non regge più, perché la maggior parte dei ponti e viadotti italiani è stato costruito tra il 1955 e il 1980. «Hanno superato la durata di vita per la quale sono stati progettati». Incrociando età anagrafica, interventi straordinari e allarmi raccolti dai gestori, il Cnr identifica venti ponti o viadotti che «destano preoccupazione», talvolta sovrapposti alle segnalazioni della magistratura. Ci sono quelli sulla superstrada Milano-Meda in Brianza, c’è il viadotto Manna in Campania e quelli abruzzesi sulla A24/25 danneggiati dal terremoto del 2009. In Sicilia c’è il caso di un altro ponte realizzato da Riccardo Morandi, tra Agrigento e Villaseta, chiuso dal 2017 e con costi di riparazione esorbitanti, almeno trenta milioni di euro. Anche se le cause del crollo del ponte di Genova e di quello della A6 vicino a Savona sono ben diverse una dall’altra, otto alluvioni dal 2010 a oggi e il cedimento di tre strade provinciali negli ultimi cinque anni dimostrano che esiste uno specifico ligure. Se due o più indizi fanno una prova, la «scarsa lingua di terra che orla il mare e chiude la schiena arida dei monti» cantata dal poeta Camillo Sbarbaro, è ormai allo stremo, con la percentuale di frane in proporzione più alta d’Italia. «La nostra morfologia accidentata» spiega il geologo Alfonso Bellini, docente universitario e perito di tutte le Procure liguri, «ci impone strade che per forza di cose tagliano i versanti, collinari e montani». Avrebbero bisogno di continui controlli, ma si torna alla casella di partenza. I soldi non ci sono. I rivi esondano, la terra si inzuppa, i viadotti cedono. Nel rapporto del Cnr sono citati come «preoccupanti» quattro ponti della A6 Torino-Savona, equamente divisi tra Piemonte e Liguria. Quello crollato ieri non era compreso nell’elenco.

Gallerie killer, cedimenti, appalti e poltronifici: così le nostre strade sono diventate un incubo. Il ponte Morandi è solo l'ultimo di una lunga serie di tragedie e inefficienze. E la legge del 2001 sulle responsabilità delle aziende protegge i top manager, che "possono non sapere". Gianfranco Turano il 28 agosto 2018 su L'Espresso. C’è una presunzione di colpevolezza in ogni grande infrastruttura. In Italia ogni strada, ogni ponte, ogni binario sono sospettati di esistere non perché necessari ma come pretesto per creste, tangenti, ruberie. È triste, quando va bene e si finisce in coda. Sa di presa in giro quando si osserva increduli il minischermo del casello che indica l’ennesimo aumento di pedaggio poco prima che la sbarra si alzi e una voce registrata ti dica arrivederci con allegria. È tragico quando la campata del viadotto Morandi a Genova si sbriciola sotto le ruote dei veicoli di passaggio, martedì 14 agosto. Il bilancio delle vittime è da strage terroristica. Il costo politico non è meno pesante. A ragione o a torto, lo paga per intero il centrosinistra, accusato dalla folla ai funerali del 18 agosto e dai social network di comparaggio con il concessionario Autostrade per l’Italia (Aspi). Le scuse tardive dei Benetton hanno messo benzina nel serbatoio di un governo spaccato sulle infrastrutture. È parso che sia stata la linea dura del premier Giuseppe Conte a piegare l’arroganza e il gelo tecnicistico del management di Aspi, guidato da Giovanni Castellucci e Fabio Cerchiai. Conte è un avvocato. Per mestiere sa che un contenzioso sulla revoca della concessione può durare più del suo governo ma ha giocato bene la sua carta. Ha fatto dimenticare che il suo alleato, la Lega, ha governato in sede locale e nazionale alcuni fra i peggiori disastri strutturali e che tutti hanno partecipato a costruire la distruzione, incluso lo stesso premier, consulente ben retribuito delle concessionarie.

La strana alleanza. Questa estate chi ha percorso la Salerno-Reggio Calabria, gestita dall’Anas e dunque dallo Stato, si sarà goduto il solito spettacolo di una mezza dozzina di gallerie che traforano il nulla, con un po’ di terra sparsa in cima a scopo ornamentale. Nella zona fra Mileto e Rosarno gli automobilisti avranno visto che il limite di velocità scende a 80 km/h senza ragione apparente. Una serie di cartelli gialli, lunghi otto righe e non proprio di facile lettura anche rispettando gli 80, spiegano che quel tratto è sotto sequestro preventivo dell’autorità giudiziaria per l’inchiesta sulla ditta Cavalleri, avviata oltre due anni fa. È possibile che abbiano rubato, quindi bisogna andare piano. Nella stessa zona c’è la “galleria killer” Fremisi-San Rocco, un tunnel nuovo di zecca che ha provocato cinque morti in pochi mesi nel 2016 con relativa inchiesta e dodici indagati. Come si spiega la galleria killer a un turista tedesco? Lui viene da un paese dove le autostrade non si pagano e si comportano con ottusità germanica, ossia da autostrade e non da oggetti di cristalleria. Come si spiega a uno straniero in una domenica di controesodo infernale, che per salire dalla Riviera adriatica bisogna aggirare la voragine di Bologna e che lo stesso accade a Genova, dove ci sono anche i traghetti in arrivo da Corsica e Sardegna? Le grandi opere sono un mondo complicato, pieno di codici e norme in continuo cambiamento, dove ballano cifre a otto o a nove zeri. È un sistema dove è difficile fare cronaca, tra querele sistematiche e budget pubblicitari usati a mo’ di silenziatore. Così il dibattito pubblico si è polarizzato sugli slogan. Di qua c’è il no a tutto, alla Gronda di Genova, al passante di mezzo di Bologna, alla Tirrenica, alla Torino-Lione, al passante ferroviario di Firenze, e via elencando. È la posizione del M5S prima del 4 marzo. Dall’altra parte c’è la Lega e il suo sì a tutto perché l’Italia si sviluppa soltanto con più cemento, più strade ferrate, più acciaio. L’escamotage del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, cioè il calcolo costi-benefici sui progetti in cantiere, serve soltanto per guadagnare tempo e rinviare la resa dei conti nell’esecutivo. Ma il calcolo costi-benefici sulle grandi opere è sempre in perdita. Le principali infrastrutture, dal canale di Suez a Panama all’Eurotunnel, sono costate cifre terrificanti, hanno rovinato i privati che ci hanno investito e hanno sommerso di debiti gli Stati. L’unico calcolo sensato sarebbe: serve o non serve? Ma per questo ci vuole una linea strategica a lungo termine, non un’alluvione di tweet e comparsate tv per vincere le prossime regionali in Abruzzo. La fretta dei politici nel monetizzare i disastri corre in parallelo con la cecità aziendale dell’obiettivo immediato, a scadenza trimestrale, finalizzato al bonus variabile di fine anno. Se lo Stato è il primo colpevole, è difficile trovare innocenti. Dice un progettista con trent’anni di esperienza e qualche no di troppo che non ha certo giovato alla sua carriera: «È un caso da manuale di eterogenesi dei fini. L’antagonismo sistematico degli ambientalisti è stato il migliore alleato di chi non voleva investire».

Rischio erosione. Soltanto in Sicilia, trenta viadotti sono a rischio inclusi i due realizzati da Morandi sulla Agrigento-Porto Empedocle e il Corleone, quello che sembra più problematico. A Catanzaro c’è un altro Morandi, il ponte Bisantis non lontano dagli svincoli nuovi creati nella zona dell’università di Germaneto che hanno già mostrato segni di cedimento. Più a nord c’è il ponte sulla statale 107 che oscilla e si flette in modo pauroso al passaggio dei veicoli: la Procura di Cosenza ha appena aperto un’indagine. L’Anas ha assicurato che è tutto a posto. Ma è la stessa cosa che ha detto l’ingegnere Giovanni Castellucci, ad di Atlantia-Autostrade. Lo ha detto dopo, non prima che crollasse il viadotto sull’A10 («Non mi risulta che il ponte fosse pericoloso»). A Benevento un’altra opera di Morandi è stata chiusa dal sindaco Clemente Mastella. In Abruzzo c’è il ponte di Lanciano, sulla Torino-Savona c’è il viadotto Lodo con i tondini in bella mostra grazie all’erosione del cemento. È un elenco infinito e da dopo Ferragosto centinaia di Comuni italiani con strutture a rischio, reale o presunto, stanno tempestando di telefonate l’Anas che ha dovuto creare una struttura ad hoc. La tragedia di Genova segna la fine della fiducia nei controllori e l’inizio della speranza in un fato benevolo ogni volta che si sale in macchina. Sul fronte delle sanzioni non va molto meglio. Per il crollo del viadotto di Fossano dell’aprile 2017 ci sono dodici indagati. Ci è voluto più di un anno per una perizia tecnica che non ha portato a conclusioni definitive sulle responsabilità. Per il crollo del viadotto sull’A14 ad Ancona il 9 marzo 2017 (due morti) l’inchiesta è in corso con sei indagati dipendenti di Aspi. Anche per il crollo del viadotto di Annone Brianza sulla statale 36 il 28 ottobre 2016 (un morto) sono in corso le indagini. Per il crollo del viadotto Scorciavacche, inaugurato senza collaudo dal top management dell’Anas il 23 dicembre 2014 e collassato una settimana dopo, il gip di Termini Imerese sta valutando le richieste di rinvio a giudizio della Procura. Per la strage sul viadotto dell’Acqualonga ad Avellino, dove un pullman sfondò le barriere dell’A16 (40 morti) il 28 luglio 2013, è in corso il processo che vede fra gli imputati anche Castellucci. Per il cedimento del ponte di Carasco (Genova) sul torrente Sturla il 21 ottobre 2013 (due morti) ci sono state quattro assoluzioni. Il crollo non era prevedibile. Per il crollo sulla provinciale Oliena-Dorgali in Sardegna del 18 novembre 2013, che provocò la morte di un poliziotto di scorta a un’ambulanza, la Procura ha chiuso le indagini ad aprile di quest’anno con tre richieste di rinvio a giudizio. La legge 231 del 2001 sulla responsabilità penale delle aziende ha prodotto una quantità di organi di vigilanza che sono diventati un poltronificio ben pagato per i soliti noti, grandi avvocati, ex magistrati amministrativi o contabili. Sul piano pratico, la 231 ha spesso allontanato la responsabilità dal top management, che ha il diritto di non sapere, per scaricarla sui livelli medi o bassi, nella più classica struttura di governance fantozziana. Del resto, il responsabile per Autostrade della manutenzione sull’A10 è un geometra, come risulta dai documenti interni di Aspi. Si chiama Mauro Moretti ed è solo omonimo dell’ingegnere Moretti. Il numero uno di Fs, e poi di Finmeccanica, è stato condannato in primo grado a sette anni per la strage di Viareggio del 29 giugno 2009 (32 morti). L’appello inizierà il prossimo novembre. Forse per la presunzione di innocenza il Moretti delle Fs è ancora presidente della Fondazione Ferrovie dello Stato e ha la carta per viaggiare gratis sui treni. A oggi la sentenza più dura è toccata a Sandro Gualano per il disastro di Linate dell’8 ottobre 2001 (118 morti). L’ex ad di Enav è stato condannato in via definitiva a sei anni e sei mesi.

Controlli? No, grazie. Sugli aspetti giuridici della revoca della concessione è intervenuto l’ex magistrato ed ex ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Il fondatore dell’Idv ha commentato che la costituzione di parte civile contro Atlantia da parte del ministro attuale è infondata perché proprio il Mit dovrebbe controllare le concessionarie. Toninelli, dottore in giurisprudenza, dovrebbe sapere che a un tribunale non interessano i cambi di maggioranza. I giudici valutano gli atti del governo in continuità e chi non ha controllato o ha controllato male è responsabile per un principio giuridico (culpa in vigilando) vecchio quanto il diritto romano. È anche giusto ricordare che, da ministro delle Infrastrutture (2006-2008), Di Pietro diede il via alla convenzione Anas-Autostrade che conteneva l’adeguamento automatico delle tariffe (70 per cento sull’inflazione reale). Inserita nel decreto Milleproroghe, ultimo atto del governo Prodi bis, la convenzione fu esclusa in extremis e approvata il 18 giugno 2008 dal nuovo Senato a maggioranza Pdl. È un meccanismo con benedizione bipartisan che nessuno è più riuscito a smontare, come pure ha tentato di fare Graziano Delrio, fallendo per i ricorsi ai tribunali dei concessionari. Benetton, Gavio e gli altri imprenditori che gestiscono le strade a pagamento hanno sempre pubblicizzato i loro investimenti a nove zeri. In che misura siano stati fatti è difficile dire. Fino a sei anni fa questi investimenti li controllava l’Anas. Poi, sotto la gestione di Pietro Ciucci, l’ex ente concedente ha voluto farsi concessionario nel tentativo di uscire dal perimetro della pubblica amministrazione. Destinata alla regionalizzazione dalle prime ipotesi federaliste di vent’anni fa, l’Anas si è messa in società con le regioni, attraverso una serie di jont-venture dalla Lombardia al Veneto, dal Molise al Lazio, dall’Umbria alle Marche, che avevano come principale utilità il parcheggio a peso d’oro di pensionati dell’Anas stessa e di usati sicuri della politica locale. Intanto l’Ivca, l’ispettorato vigilanza concessioni autostradali dell’Anas, è passata armi, bagagli e personale al Mit nell’autunno del 2012 cambiando nome in Svca (struttura di vigilanza sulle concessioni autostradali) e mantenendo alla guida Mauro Coletta. I controlli, che già non erano feroci, sono stati ulteriormente ammansiti all’interno di una squadra demotivata dal taglio di stipendio. Nell’agosto 2017 alla Svca è stato nominato il dottore in scienze politiche Vincenzo Cinelli, ex dg per il settore dighe e infrastrutture elettriche, mentre Coletta ha assunto la direzione di controllo sui porti del Mit. È uno degli esempi di quel nocciolo duro di alti dirigenti ministeriali che, di norma, finiscono per contare più dei ministri stessi, qualunque sia il loro orientamento politico.

Controesodo Anas. Il tutti contro tutti fa emergere vecchi rancori fra la parte pubblica, dove gli stipendi sono più bassi, e la parte privata. Un dirigente dell’Anas racconta così il suo esodo estivo sull’A16, la Napoli-Bari gestita da Autostrade. «Il 3 agosto nel beneventano inizia a grandinare. Non si vedeva nulla e non ci si poteva fermare perché non c’è corsia di emergenza. Siamo finiti incolonnati dietro un mezzo di Autostrade che segnalava lavori in corso. Lì sono tutti viadotti con una piazzola di emergenza ogni tanto. Le nostre statali, anche quelle più problematiche come la 106 hanno la corsia di emergenza. D’inverno, alla prima nevicata, i concessionari chiudono l’autostrada e scaricano tutto il traffico sulla nostra rete». Nei giorni di fuoco del viadotto Morandi è tornata più volte l’eventualità di affidare le autostrade di Aspi all’Anas, in caso di revoca della concessione o addirittura di nazionalizzazione. Anche questa sarebbe un’inversione di marcia a 180 gradi e presume un accordo politico fra le forze di governo. Il primo passo operativo è relativamente semplice: annullare l’incorporazione di Anas nel gruppo Fs varata alla fine del 2017 da Delrio. L’Anas grillo-leghista sarebbe più simile al vecchio ente della Prima Repubblica senza averne le forze, dopo anni di destrutturazione dovuta al cosiddetto federalismo stradale previsto dalla legge Bassanini del 2000. Un vecchio dirigente dell’Anas ricorda di quando andò a contrattare la restituzione delle strade agli enti locali. «I liguri erano i più scatenati», dice. «Volevano fino all’ultimo metro di asfalto disponibile e lo volevano subito». Il riflusso è partito già da qualche anno e, ancora una volta, la Liguria ha guidato la devoluzione dei tracciati dopo avere scoperto che sono soltanto spese e contenzioso. Il controesodo da regioni e province ha portato l’Anas vicino ai 30 mila chilometri di strade gestite.

Lega d’asfalto. Prima del 14 agosto, la Lega lo aveva detto chiaro attraverso i suoi governatori di punta. Luca Zaia e Attilio Fontana hanno comunicato: con la Torino-Lione e il gasdotto Tap fate come vi pare, ma le nostre pedemontane vanno completate a qualunque costo e i miliardi che mancano vanno trovati. In Liguria il terzo governatore di centrodestra, il forzista con appoggio della Lega Giovanni Toti, si ritrova in una posizione di forza dopo lo scempio dell’A10. Non solo ha tutte le ragioni di puntare oltre l’emergenza ma sarà complicato per i grillini bloccare anche altre grandi opere di quel quadrante, incluso il terzo valico dell’Av ferroviaria. C’è però un elemento di allarme che è sfuggito al fiume di dichiarazioni successive al 14 agosto. Le grandi opere si fanno a debito. Per finanziare i lavori non ci sono solo i soldi pubblici del Cipe ma un insieme di mutui bancari, di pegni, di obbligazioni emesse da società private (corporate) oppure da enti come nel caso Pedemontana Veneta, con la regione che paga interessi stratosferici sul capitale. Alcuni di questi bond sono quotati e tutti questi strumenti gravano sui bilanci. Imprese e concessionarie sono cariche di debiti che hanno una sostenibilità solo a fronte di margini improbabili, per chi costruisce, e di convenzioni a lunghissima durata, per chi gestisce. Con la crisi delle cooperative di costruzione, di Condotte, di Astaldi, non è esagerato dire che il vigilante di ultima istanza sul sistema grandi opere è la Banca d’Italia. Con una frase che meglio di tutte riassume la vacuità amatoriale del governo, Di Maio ha affermato: «L’Italia non è ricattabile». Come no. La precarietà finanziaria del sistema grandi opere è una bomba a orologeria nei conti già pericolanti dell’intera nazione.

Divorzio miliardario. Nel disastro, tra le foto delle famiglie distrutte e dei bambini travolti dal cemento, è crollato anche l’alibi di un certo capitalismo italiano fatto di imprese che vivono di tariffe. Suona paradossale che il gruppo Benetton, nato dal prodotto, abbia cambiato pelle fino a questo punto: tanta finanza, taglio costi, tariffe e royalties per fare utili. Atlantia ha portato il grosso dei profitti distribuiti alla famiglia (2,7 miliardi nel biennio 2016-2017 e 4,8 miliardi negli ultimi cinque anni). Come disse anni fa Alessandro Benetton a un manager del gruppo: «Ma tu lo sai quanti cugini ho?» Castellucci ha assicurato un considerevole tenore di vita alla seconda e alla terza generazione della famiglia di Ponzano Veneto ed è stato premiato con l’affidamento della pratica Leonardo da Vinci, l’ampliamento dell’aeroporto di Fiumicino. Una delle sue frasi famose dette in riunione ai suoi manager recita: «Gli italiani non hanno mai fatto una rivoluzione». Dopo il disastro il gruppo ha promesso mezzo miliardo di euro per risarcire le vittime. Tanto o poco che sia, bisogna ricordare che nelle concessioni, secretate per motivi di concorrenza, c’è una clausola che vale molto di più. Si chiama diritto di subentro. Se lo Stato si riprende il suo, cioè l’autostrada, deve pagare un indennizzo al concessionario. L’unico caso pubblico finora è stato quello della Sat, l’autostrada tirrenica. D’accordo con l’Anas e il Mit, i Benetton avevano inserito una clausola di subentro alla scadenza (anno 2046) pari al costo previsto dell’opera (3,8 miliardi di euro). La clausola fu bocciata da una direttiva dell’Ue e cancellata dall’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Su altre concessioni il subentro è in vigore. Altri costi e altre cause in vista.

Ponte di Genova, «problemi di sicurezza 10 anni prima crollo». Pubblicato martedì, 16 luglio 2019 da Corriere.it. Il Ponte Morandi, che crollò a Genova il 14 agosto 2018 causando 43 morti, aveva manifestato problemi di sicurezza nei dieci anni precedenti il disastro. È quanto si legge nel rapporto commissionato da Atlantia, secondo quanto riportato dal quotidiano Financial Times che sostiene di aver avuto accesso al documento. Il rapporto era stato presentato lo scorso novembre al Consiglio di amministrazione di Atlantia — la holding che controlla Autostrade per l’Italia, responsabile dell’infrastruttura. Secondo fonti vicine al Cda, scrive il quotidiano economico-finanziario, «la presentazione del rapporto era stata affrettata, senza abbastanza tempo per elaborare i risultati del documento di 87 pagine». Le fonti hanno espresso dubbi sulla decisione di non rendere pubblico il rapporto e hanno affermato che la risposta della società al disastro è stata «disorganizzata», tanto che c’è voluto più di una settimana per organizzare una riunione del board. Un portavoce di Atlantia ha confermato che il rapporto è stato presentato al board il 9 novembre scorso e al comitato di gestione del rischio e che il gruppo ha fatto tutto quello che poteva per reagire al disastro in modo appropriato e tempestivo. «Nessuna analisi o rapporto ha concluso che erano necessari gli interventi urgenti», ha continuato il portavoce, ricordando che «i costi di manutenzione di Autostrade sul ponte Morandi — 9 milioni di euro tra il 2015 e il 2018 — sono stati più alti della media di ogni altro viadotto nella nostra rete stradale». Il dossier, ha proseguito, «è stato consegnato agli investigatori che indagano sul crollo della struttura». Autostrade, scrive ancora il Financial Times, ha pagato ai famigliari delle vittime finora 60 milioni di euro (su un totale di 500 milioni promessi).

L’uomo che deve vigilare su ponti e ferrovie: «Non mi fanno lavorare». Pubblicato martedì, 16 luglio 2019 da Andrea Pasqualetto su Corriere.it. «Era stata annunciata come una rivoluzione copernicana, necessaria, urgente, voluta dal governo dopo il disastro di Genova. E invece, a sei mesi dal mio incarico, siamo ben lontani dall’averne realizzato anche solo una parte. Non ho un ufficio, non c’è un addetto... mi sembra di vivere in un equivoco». La rivoluzione doveva farla lui: Alfredo Principio Mortellaro, l’ex dirigente del Sisde già membro del Consiglio superiore dei lavori pubblici chiamato lo scorso gennaio dal ministro Danilo Toninelli a dirigere la neonata Agenzia nazionale per la sicurezza di ferrovie, strade e autostrade (Ansfisa). Un organismo previsto dal decreto Genova per dare all’Italia una struttura pubblica di garanzia del sistema delle infrastrutture dei trasporti su gomma e rotaia con un’attività ispettiva a tutto campo: «569 dipendenti a regime, 61 da assumere subito... Statuto e regolamento entro 90 giorni (cioè entro marzo, ndr)», sollecitava il decreto vista l’emergenza. Dopo aver lavorato in silenzio per mesi Mortellaro ha deciso di dire la sua. 

Cosa succede, direttore?

«Succede che l’Agenzia non è ancora stata avviata, nonostante gli impegni del governo per la partenza immediata. Non c’è una sede, non ci sono gli organi costitutivi, non è operativo il Regolamento e non c’è lo Statuto che peraltro deve essere deliberato da quel Comitato che non è stato ancora nominato».

Ma non doveva avviarla lei l’Agenzia?

«Io ci ho provato ma mi sono trovato di fronte a un fuoco di sbarramento. Si tratta di creare una struttura complessa che richiede la collaborazione di tutte le parti interessate, in primis il ministero e poi gli enti e i concessionari di strade e autostrade. Fino a oggi molte di queste parti hanno fatto ben poco per avere il nuovo organismo. Anzi, diciamo pure che in alcuni casi lo stanno osteggiando».

Qual è il motivo del fuoco di sbarramento?

«È una questione di potere, di consensi e di soldi. La nascita di un’Agenzia nazionale così importante, che assorbe le attività degli organismi preesistenti preposti alla vigilanza sulla sicurezza ferroviaria e stradale, implementandola, comporta necessariamente un trasferimento di competenze e di risorse umane e finanziarie verso il nuovo soggetto. Questo processo incontra forti resistenze da parte di chi non vuole rinunciare a quelle attività. E questo nonostante le tragedie degli ultimi anni. Genova, Pioltello, Viareggio, solo per citare i casi più clamorosi, hanno dimostrato l’inefficienza di quel sistema. Questo di base, ma qui c’è dell’altro».

Cioè?

«Premessa: per capire bene cosa c’è dietro bisogna innanzitutto conoscere i contenuti del Regolamento dell’Agenzia che è stato predisposto e al quale manca ancora l’autorizzazione del Consiglio di Stato. Questo documento stabilisce il campo d’azione dell’Agenzia e, nello spirito del decreto, è rivoluzionario rispetto al vecchio sistema. Nel senso che l’Agenzia intende verificare la corrispondenza dei piani di gestione delle manutenzioni delle strutture, programmati dai gestori pubblici e privati, alle urgenze evidenziate dalle ispezioni disposte dagli stessi gestori. E vuole anche verificare che le ispezioni siano fatte bene e che gli interventi siano eseguiti. Se si tiene conto che finora la Direzione di vigilanza sui concessionari autostradali del ministero si è occupata prevalentemente di sfalcio erba, rugosità dell’asfalto e lampadine sulle rampe senza intervenire sul controllo della sicurezza strutturale, il cambiamento è radicale».

A non volere l’Agenzia sarebbero il ministero e i concessionari autostradali?

«Preferisco far parlare i fatti. La prima levata di scudi c’e stata quando ho tirato fuori la bozza di Regolamento. Alla mia richiesta di visionare poi i piani di manutenzione, gelo. Hanno risposto solo i gestori pubblici di strade e ferrovie, cioè Anas ed Rfi. Dagli altri non è arrivato nulla e le Direzioni generali del ministero delle Infrastrutture non si sono adoperate adeguatamente per sbloccare la situazione. Resiste lo status quo. L’impressione è che non si vogliano spostare risorse dagli investimenti alle manutenzioni».

Si sente poco supportato dal governo?

«Non certamente dal ministro Toninelli, piuttosto da alcune componenti del ministero. La contraddizione è evidente: da una parte creano l’Agenzia per dare una svolta alla sicurezza del Paese e ne sottolineano l’urgenza nominandomi di corsa direttore, dall’altra non mi mettono a disposizione le risorse minime per iniziare a operare».

Lei ha presieduto la commissione ispettiva del ministero sul crollo del Morandi. Che idea si è fatto?

«Il Morandi è stato costruito con una tecnica particolare e innovativa che non consentiva facili ispezioni ma gli allerta erano stati evidenziati da alcune misurazioni, oltre che dallo stesso Morandi. Il nodo è sempre lo stesso: monitoraggio delle strutture e manutenzioni, che forse Autostrade ha ritardato».

Vede responsabilità del ministero sui mancati controlli?

«Il ministero non aveva l’obbligo della vigilanza strutturale, ahimè. Proprio per questa ragione nasce l’Agenzia, per far entrare nell’alveo pubblico questa importante funzione di controllo. E paradossalmente proprio dal ministero arrivano i maggiori ostacoli al cambiamento».

·        La circolazione stradale.

IN ITALIA CIRCOLANO 97.000 AUTO FANTASMA. Milena Gabanelli e Alessio Ribaudo per il “Corriere della sera” il 18 novembre 2019. È la sera del 22 Aprile a Napoli: un'automobilista si ferma in una stazione di servizio, fa dieci euro di benzina e riparte, senza pagare. Il gestore prende il numero di targa e la denuncia. La polizia stradale indaga e scopre che quell' auto non apparteneva alla «ladra di carburante», ma era sotto sequestro amministrativo e affidata ad un'altra donna: la moglie dell' intestatario. Un pregiudicato, agli arresti domiciliari, che «sulla carta» ne aveva intestate altre 899. Gli agenti, oltre a denunciarlo per omessa custodia, gli hanno consegnato un pacco di contravvenzioni arretrate per qualche migliaio di euro. Quattro mesi dopo, la Procura di Milano scopre che un ventottenne ne aveva intestate 386. Cinque anni fa, sempre nel capoluogo lombardo, un record: un 34enne ne aveva 2.609. Tutti prestanome. In Italia circolano almeno 96.887 auto intestate a 430 persone. «Un fenomeno allarmante anche perché spesso questi soggetti sono irreperibili», dice Luigi Altamura, comandante della Municipale di Verona e referente per le polizie locali dell' Associazione nazionale comuni d' Italia (Anci). Le auto «fantasma» vengono anche utilizzate per commettere reati perché sono «pulite» e rendono più difficile risalire ai criminali. «Delitti spesso molto gravi», mette nero su bianco Riccardo Targetti, procuratore aggiunto di Milano. In una sola operazione, la Procura di Venezia ha fatto arrestare una banda di dieci persone che aveva fatto intestare 1.279 auto a sei senza fissa dimora: per gli inquirenti erano servite per 102 rapine e furti in quattro regioni del Nord Italia e in otto Paesi d' Europa. Le «teste di legno» sono utilizzate anche dalla criminalità organizzata, come emerge dalle inchieste condotte dalla Direzione Distrettuale antimafia. Per la Procura di Milano, le «auto fantasma» servono per agevolare clandestini a cui non potrebbero essere vendute o affittate auto, o favorire la fuga in caso di incidenti gravi. I malviventi individuano i soggetti adatti fra i disoccupati cronici, pensionati ottantenni, pregiudicati, detenuti, o insospettabili che si offrono pure in Rete: «Faccio da prestanome a chi per motivi personali non vuole intestarsi un' auto. Contattatemi qui: prestanomeauto@libero.it». Il prezzo: 30 euro a libretto. Ricorrono però anche a un metodo più «professionale» che si avvale di partite Iva o sedicenti imprenditori. «Sfruttano le pieghe del decreto-legge che consente mini-volture semplificate per le imprese di veicoli usati - spiega Giorgio Brandi, che per Aci dirige il servizio gestione Pubblico Registro Automobilistico -. Intestano a proprio nome le auto prese in carico per la vendita, e poi le consegnano ad altri». Utilizzano anche il trucco del biglietto sul finestrino «se pensi di vendere la tua auto, chiamami: pagamenti in contanti». Solo che a volte dietro ci sono bande di delinquenti che hanno bisogno di auto «vergini» per commettere crimini. A usare i prestanome c'è poi la categoria degli imbroglioni, che vogliono evitare di pagare parcheggi, pedaggi, multe, bollo, assicurazione. Una «testa di legno», scoperta in Lombardia, aveva un debito con l' Erario di 700mila euro, ma essendo nullatenente, alla fine, lo Stato c' ha rimesso anche le spese di notifica. Per quel che riguarda le polizze, Ania stima che in Italia circolino 2,8 milioni veicoli senza copertura, e dentro ci sono anche le auto «fantasma». In caso di incidente grave, a pagare il risarcimento è il fondo di Garanzia per le vittime della strada, che viene alimentato proprio da coloro che saldano regolarmente le polizze Rc auto. Le indagini per rintracciare criminali e imbroglioni sono complesse e i reati contestati non fanno nemmeno «notizia»: si va dal favoreggiamento reale (se l'auto è servita per commettere crimini) al falso ideologico commesso ingannando un pubblico ufficiale. La Procura di Milano ha creato, assieme ai carabinieri, una mini-squadra che si avvale dell' esperienza informatica dei vigili di Verona, che facilita la ricerca incrociando le banche dati della Motorizzazione e del Pubblico registro automobilistico (Pra). Quando individuano le targhe dei prestanome, chiedono al Pra di emettere un «blocco anagrafico» che rende impossibile nuove compravendite. Un sistema che, da febbraio del 2018 a oggi, ha portato al sequestro di 15.500 mezzi intestati a 112 persone. Inoltre Aci, deve comunicare ai magistrati ogni quattro mesi le ditte di rivendita di auto «anomale», ovvero quelle che ne acquistano tante ma poi vendono pochissimo. Anche la Polizia stradale sta indagando da mesi: «Cerchiamo dentro le nostre banche dati chi ha più di cinquanta veicoli intestati e ne abbiamo scoperti 2.220», dichiara la dirigente Giuseppina Minucci. Fra questi, 76 non avevano la patente ma qualcuno «sulla carta» possedeva 329 veicoli, sette erano morti, sette irreperibili, cinque erano indagati per pluralità di autovetture intestate, c' erano anche carcerati. Alla fine sono state elevate 1.464 multe, mentre per dodici titolari di società di rivendita o noleggio di auto sono scattati i controlli amministrativi, e per due di loro è stata avviata la procedura di cancellazione della società presso le Camere di commercio. Il problema nasce da un «buco» normativo. Nell' agosto del 2009, con il decreto-legge 78, il governo provò a chiuderlo stabilendo l' obbligo per il Pra di segnalare ogni sei mesi alla Guardia di Finanza, all' agenzia delle Entrate e alle Regioni, le persone fisiche che risultavano intestatarie di almeno dieci veicoli. Non ha però disposto che le informazioni fossero inviate anche ai corpi più presenti in strada come carabinieri, polizia e vigili. Nel 2010 un' altra legge, la 120, ha inserito nel Codice della strada l' articolo che vieta immatricolazioni e iscrizioni al Pra qualora «risultino situazioni di intestazione simulate o che pregiudichino l' accertamento del responsabile civile della circolazione di un veicolo». Stabiliva anche le sanzioni: da 527 a 2.108 euro fino alla radiazione del mezzo. Purtroppo, dopo nove anni, non sono ancora stati emanati i decreti attuativi che definiscono i criteri e i casi per accertare le intestazioni fittizie. Eppure il fenomeno cresce a vista d' occhio: nell' ultimo semestre l' Aci ha segnalato 22.087 codici fiscali di persone da verificare che possiedono 412.500 veicoli, e su ordine delle forze di polizia sono stati radiati 5.886 mezzi. Sono tutti concordi: il decreto attuativo dovrebbe stabilire un tetto massimo di mezzi intestabili per ogni persona. A quel punto, se non sei un ricco collezionista, il fisco e le forze di polizia possono chiedere subito giustificazioni. Se la persona non è in regola scattano multe, radiazioni, confische e le auto in breve tempo finiscono all' asta, così lo Stato può recuperare il dovuto. Oggi invece o le scopri per caso, oppure devi avere la voglia di andartele a cercare, poi contestare i reati, chiedere il fermo amministrativo, insomma una procedura lunghissima che comporta tante spese e alla fine quando i veicoli vengono messi in vendita, spesso non valgono più niente.

CIRCOLAZIONE STRADALE. Guida a sinistra o a destra: tutto merito degli antichi romani e di Napoleone, scrive Noah Friedman il 2/1/2017 su businessinsider.com. Nel mondo ci sono circa 76 Paesi e regioni dove si guida tenendo la sinistra. Questa pratica risalirebbe all’antica Roma, quando i guerrieri conducevano i carri militari con la mano sinistra e usavano la destra per impugnare le armi. Un’abitudine che si è conservata fino al Medioevo e si è trasformata poi in una modalità di gestione del senso di marcia nei territori britannici. La sorprendente ragione per cui alcuni paesi guidano sul lato sinistro della strada, scrive Noah Friedman il 7 gennaio 2018. Circa 76 paesi e territori utilizzano il traffico a sinistra, e si ritiene che la pratica abbia avuto origine nell'antica Roma per aiutare a difendersi dagli attacchi nemici. Perché alcuni paesi guidano sul lato sinistro della strada? La maggior parte del mondo guida sul lato destro della strada. Ma circa 76 paesi e territori utilizzano il traffico a sinistra. Si ritiene che la pratica risalga all'antica Roma. I romani guidarono i loro carri e carri con la mano sinistra, per liberare la destra in modo da poter usare le armi per difendersi dagli attacchi nemici. Questo portò nell'Europa medievale e nel 1773, il governo britannico approvò le misure per rendere la legge la circolazione a sinistra. Ma dopo la rivoluzione la Francia ha favorito il diritto. Napoleone era mancino, e cavalcando sulla destra si dimostrò una tattica militare intimidatoria. La Gran Bretagna e la Francia hanno portato i loro stili di guida nelle rispettive colonie. Ecco perché molti ex territori britannici sono tra i pochi moderni paesi con traffico a sinistra. Negli Stati Uniti, il traffico a destra risale al XVIII secolo. I carri merci venivano trainati da squadre di cavalli. e gli autisti cavalcavano sul cavallo posteriore sinistro, usando la mano destra per controllare più facilmente la squadra. Il traffico si è spostato a destra in modo che i conducenti possano evitare facilmente le collisioni. Alla fine, con l'aumento dell'automobile e l'aumento del traffico globale, molti paesi sono passati alla destra per adattarsi ai vicini, incluse le Samoa, che sono appena passate da sinistra nel 2009.

Italia. Sosta selvaggia ed incompetenza.

I turisti, nel mettere piede in Italia, la prima cosa che notano è che sulla strada ognuno fa quel che gli pare. E’ abbastanza irregolare la circolazione, ma allucinante è il comportamento di chi si ferma con il suo veicolo. Un codice della strada fai da te, insomma.

Il fenomeno più appariscente è la sosta selvaggia.

Ma è possibile che in Italia ognuno parcheggia come cazzo gli pare, con il benestare dei vigili urbani e delle amministrazioni comunali?

La trasmissione televisiva di Mediaset, Striscia la Notizia, da sempre e stranamente si occupa solo dei parcheggi riservati ai disabili, occupati da chi non ne ha diritto.

Addirittura, chi si ritiene il più onesto del firmamento, cade nella tentazione della sosta selvaggia: “Multe per doppia fila al comizio della Raggi. I grillini: è un complotto - scrive il lunedì 23 maggio 2016 Carlo Marini su Secolo d’Italia.- Comizio di Virginia Raggi a Roma. A Piana del Sole, periferia romana, gli slogan sono i soliti: “Onestà, onestà”. Ma basta l’arrivo dei vigili urbani per mandare nel panico l’aspirante sindaco M5S e i suoi sostenitori. Una voce dalla platea lancia l’allarme: «Stanno a fa’ le multe». «Proprio adesso dovevano venì». I grillini, che vedono “microchip sotto la pelle” e “complotti” dappertutto, non hanno dubbi. Li palesa il deputato pentastellato al tavolo della Raggi, Stefano Vignaroli «Cioè a Piana del Sole non si vede un vigile nemmeno…». Virginia tace e sorride imbarazzata. Il rispetto delle regole dovrebbe valere per tutti. Anche per chi sa solo gridare “onestà, onestà”.

Eppure in Italia è consentito parcheggiare, ovunque, anche quando non ci sono le strisce che delimitano l’area di sosta, e comunque, come in doppia fila. Il tutto salvo che non ci sia un espresso divieto di legge od amministrativo e che ci sia qualcuno che lo faccia rispettare.

Ma andiamo con ordine. Vediamo prima di tutto cosa è una strada.

La strada. Art. 2 comma 1: «...si definisce “strada” l'area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali.» La strada può essere a senso unico o a doppio senso di circolazione e comprende i marciapiedi, le piste ciclabili e le banchine, come potete vedere dalla figura in alto. Essa può essere suddivisa in più carreggiate se separate da spartitraffico e ognuna a sua volta può essere suddivisa in una o più corsie di marcia. 

Come accennato ogni parte della strada dunque è destinata alla circolazione di diversi tipi di utenti. Pertanto la zona predisposta ai veicoli e agli animali è la carreggiata, le zone riservate ai pedoni sono le banchine e i marciapiedi, mentre per le biciclette troviamo le piste ciclabili. Fate dunque molta attenzione all'ultima affermazione soprattutto alla parte che dice che è la carreggiata ad essere destinata alla circolazione dei veicoli e degli animali. Dunque se all'esame dovesse capitarvi una domanda come questa: "La strada è normalmente riservata alla circolazione dei soli veicoli e animali" la risposta che dovete dare è "FALSO" in quanto per essere vera il soggetto dovrebbe essere "la carreggiata" e non "la strada". Quest'ultima infatti è destinata anche ai pedoni e alle bici. Quindi prestate molta attenzione quando rispondete alle domande che la riguardano in quanto la strada non è solo la striscia di asfalto consumato e spesso bucherellato che vedete mentre passeggiate.

Carreggiata. Da quanto già appreso con la definizione di strada possiamo dunque affermare che la carreggiata fa parte della strada ed è destinata alla circolazione dei veicoli e degli animali. Essa può essere a senso unico di circolazione oppure a doppio senso. La carreggiata comprende le corsie di marcia, le corsie di sorpasso, gli attraversamenti pedonali e gli attraversamenti ciclabili mentre non comprende le piste ciclabili, le banchine, i marciapiedi, le piazzole di sosta e le corsie d'emergenza. Da notare che gli attraversamenti ciclabili sono cosa ben diversa dalle piste ciclabili. Mentre gli attraversamenti ciclabili tagliano la strada, permettendo il passaggio dei ciclisti da una parte all'altra, la pista ciclabile è quella parte della strada che affianca la carreggiata e permette la circolazione delle biciclette. Stesso discorso vale per gli attraversamenti pedonali che sono cosa diversa dai marciapiedi. La carreggiata è la parte della strada destinata allo scorrimento dei veicoli pertanto tutte le domande che affermano che è destinata alla sosta risultano essere false. Quindi se vi trovate di fronte a una domanda del genere "La carreggiata è destinata alla sosta di emergenza" non indugiate ma cliccate tranquillamente su "FALSO".

Corsia. La corsia è una parte della carreggiata delimitata da strisce continue (come nella figura soprastante) oppure discontinue, in base a se le strisce possono essere oltrepassate o meno. Le sue dimensioni, che vanno dai 2,75 m ai 3,75 m di larghezza, consentono la circolazione di una sola fila di veicoli pertanto non possono essere in nessun caso a doppio senso di circolazione. Qualora all'esame dovesse capitarvi una domanda che afferma che su una stessa corsia possono circolare due veicoli affiancati, siano essi motocicli oppure ciclomotori, la risposta corretta è "FALSO". Esistono vari tipi di corsie: la corsia di marcia, la corsia di accelerazione, la corsia di decelerazione, la corsia di sorpasso, la corsia di emergenza, quella riservata a particolari categorie di veicoli (esempio i taxi) e infine quella specializzata, ossia riservata a quei veicoli che intendono effettuare una determinata manovra, come la sosta, la svolta oppure il sorpasso.

Corsia di accelerazione. La corsia di accelerazione è utilizzata per portare il veicolo ad una velocità tale da non intralciare il normale flusso della circolazione quando ci si immette sulle autostrade o sulle strade extraurbane principali. E' facile comprendere che se queste corsie non esistessero entrare in autostrada risulterebbe difficile e alquanto pericoloso. Questo tipo di corsia può essere presente anche alle uscite delle aree di servizio, appunto per rendere facile l'ingresso in autostrada. Ma state attenti se vi capitano domande che affermano che sono poste alle entrate o alle uscite delle piazzole di sosta in quanto ciò non si verifica mai. Ricordate infine che sulle corsie di accelerazione, così come sulle corsie di decelerazione, non è possibile sostare ne tantomeno effettuare un sorpasso.

Corsia di decelerazione. Contrariamente a quando avviene per la corsia di accelerazione quella di decelerazione è utilizzata per rallentare il veicolo al fine di facilitarne l'uscita da una carreggiata a precedenza. Carreggiate di questo tipo sono quelle delle autostrade e delle strade extraurbane principali. Generalmente la corsia di decelerazione è presente anche all'entrata dell'area di servizio per rallentare il veicolo in tutta sicurezza. Anche in questo caso, così come per le corsie di accelerazione, non si trovano invece all'entrata o all'uscita di una piazzola di sosta.

Banchina. Abbiamo riscontrato che quando si parla di banchina non sempre la gente ha ben chiaro in mente quale parte della strada sia e a cosa serva. La risposta è molto semplice anche perché tutti l'abbiamo sempre sotto i nostri occhi ma non essendo una zona ben definita pensiamo semplicemente che quella sia una parte di risulta della strada, non denominata e senza un utilizzo specifico. La banchina infatti è quella zona esterna alla carreggiata situata oltre la linea bianca continua di margine e fa parte della strada. Facciamo il caso che state passeggiando lungo uno dei marciapiedi della vostra città, guardate in basso a destra e vedete che oltre il marciapiede c'è un po' di spazio tra il bordo del marciapiede e la striscia bianca continua dipinta sull'asfalto. Congratulazioni, avete appena scoperto cos'è la banchina! Adesso che sapete cos'è se al test vi capiterà la domanda "La banchina divide la carreggiata in 2 corsie" non dovrete far altro che sorridere e cliccare su "Falso". Ma vediamo cosa si può fare e cosa meno sulle banchine. La banchina è riservata esclusivamente ai pedoni e quindi non potete circolare all'interno con un veicolo, nemmeno se è lento e siete in salita, nè tantomeno sostarci.

Marciapiede. Il marciapiede è quella parte della strada, situata al di fuori della carreggiata, riservata in genere alla circolazione dei pedoni. Pertanto questa parte della strada non è destinata ai veicoli nè tantomeno alle biciclette. La sosta dei veicoli è consentita solo nel caso vi siano apposite strisce di parcheggio.

Intersezione a raso (o anche incrocio a raso). L'intersezione a raso è un incrocio fra una strada statale e i binari del tram? Oppure è un passaggio a livello dotato di barriere o semibarriere? In realtà la risposta è molto semplice. L'intersezione a raso è il più comune incrocio che potete vedere passeggiando per le vostre strade cittadine. Nello specifico l'intersezione a raso è l'intersezione di due o più strade situate allo stesso livello, appunto a raso. L'errore più comune quando vi trovate a rispondere a domande che riguardano questo tipo di incrocio sta nel confonderlo con l'intersezione a livelli sfalsati, ossia dove le strade sono poste ad altezze diverse, ma basterà fare attenzione per evitare errori di questo tipo. Ricordate infine che attraversando questi incroci, a volte controllati da semaforo, altre volte basati sul diritto di precedenza, per evitare incidenti occorre prestare particolare attenzione ai veicoli provenienti da altre strade.

Intersezione a livelli sfalsati (o anche incroci a livelli sfalsati). Quante volte viaggiando in autostrada vi siete trovati a fermarvi ad un incrocio? Scommetto che la risposta è "MAI". Ognuno con un po' di intuito capirebbe che sarebbe una situazione alquanto pericolosa. Eppure anche le autostrade si incrociano! E allora come intervenire in questi casi? Per risolvere la questione viene adoperata un'intersezione a livelli sfalsati. L'intersezione a livelli sfalsati, a differenza di quella a raso, è l'intersezione di strade poste ad altezze diverse. Le strade in tal caso vengono collegate tramite apposite rampe, sovrappassi e sottopassi che facilitano la circolazione, escludendo l'incrocio diretto tra i veicoli. Questo tipo di intersezione viene adoperata non solo in autostrada ma in tutti quei casi in cui l'incrocio diretto dei veicoli renderebbe la situazione pericolosa. Adesso che avete imparato la definizione di strada e di alcuni dei suoi elementi non vi resta che passare alla prossima lezione classificazione strade. Avrete così modo di capire quando una strada può essere definita "autostrada" e quando "strada extraurbana principale". La lezione continuerà con tutta un'altra serie di elementi costitutivi della strada, quali il salvagente, l'isola di traffico, l'attraversamento pedonale ecc. Autore: Mariateresa Mastropietro 

Conclusione.

Strada. "Nuovo codice della strada", decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285 e successive modificazioni. TITOLO I - DISPOSIZIONI GENERALI Art. 2. Definizione e classificazione delle strade. 

1. Ai fini dell'applicazione delle norme del presente codice si definisce "strada" l'area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali. [….]

La strada a sua volta si divide in tante parti.

Carreggiata. La carreggiata, secondo la definizione riportata al n. 7 del comma 1 dell'art. 3 del nuovo codice della strada, è la parte della strada destinata allo scorrimento dei veicoli; è composta da una o più corsie di marcia e, in genere, è pavimentata e delimitata da strisce di margine. Sulla carreggiata avviene lo scorrimento di tutti i veicoli, salvo che la segnaletica stradale ivi presente prescriva l'obbligo per determinate categorie di avvalersi di altri percorsi specializzati (ad esempio di piste ciclabili per le biciclette o corsie pedonali per i pedoni). Oltre alla striscia bianca (o gialla se a carattere provvisorio) un elemento artificiale che può segnare il limite della carreggiata è il paracarro. A tutti i fini legali e assicurativi la carreggiata, proprio per la sua definizione di tratto di scorrimento, non può essere normalmente utilizzata come area di sosta o area di parcheggio e non dovrebbe neppure ospitare, se non in un'area esterna apposita, fermate di mezzi pubblici. In caso di necessità la parte di carreggiata destinata a quest'ultimo uso appare evidenziata da segnaletica orizzontale specifica di colore giallo. Un'altra indicazione fornita dal codice della strada prevede che solitamente la carreggiata possa essere attraversata dai pedoni solamente in presenza di appositi passaggi segnalati da strisce pedonali o da impianti semaforici. Collegato al concetto di carreggiata, utilizzato anche in campo autostradale e di strade ad alta frequentazione, vi è lo studio di particolari accorgimenti di sicurezza che aiutino l'inserimento e l'uscita dei veicoli dalla stessa, le corsie di accelerazione e decelerazione, nonché spesso, sul lato destro, di apposite corsie di emergenza delimitate sempre da segnaletica orizzontale.

Panchina Stradale. La banchina è quella parte della strada esterna alla carreggiata che, come cita L'articolo 3 del Codice della strada italiano, viene definita: "parte della strada compresa tra il margine della carreggiata ed il più vicino tra i seguenti elementi longitudinali: marciapiede, spartitraffico, arginello, ciglio interno della cunetta, ciglio superiore della scarpata nei rilevati". La banchina rientra nella struttura della strada e pur non essendo destinata specificamente normalmente alla circolazione dei pedoni, tuttavia è consentito agli stessi la circolazione in mancanza del marciapiede o del passaggio pedonale, può essere anche usata dai veicoli per particolari esigenze di sosta ad esempio avaria del motore, malore del conducente, sosta di emergenza e soprattutto al fine di evitare collisioni (Cass. pen. sez. IV, 1º aprile 1988, n. 431 - ud. 18 marzo 1988), ricordando che normalmente ne è interdetta la circolazione dei veicoli.

Marciapiede. L'articolo 3, comma 1°, n. 33) del Codice della strada definisce marciapiede: quella «parte della strada, esterna alla carreggiata, rialzata o altrimenti delimitata e protetta, destinata ai pedoni». Ciò significa che un veicolo non ha alcun diritto a stazionare o a circolare sul marciapiede, con l'eccezione delle rampe d'accesso a eventuali aree esterne alla carreggiata, come ad esempio parcheggi, garage o proprietà private. Con un'interpretazione restrittiva dell'art. 190 del codice, non è ammessa negli "spazi riservati ai pedoni", neanche la circolazione dei cosiddetti "acceleratori di andatura", come pattini, monopattini, skateboard. Nel caso in cui un pedone dovesse attraversare la carreggiata riservata alla circolazione dei veicoli per raggiungere il marciapiede situato al lato opposto della stessa, dovrebbe utilizzare gli attraversamenti pedonali evidenziati da segnali verticali o da un semaforo. Il marciapiede generalmente fa parte del demanio così come ne fanno parte anche le strade, eccezion fatta per alcuni casi di lottizzazioni in cui sono di proprietà privata, anche se aperti alla circolazione pubblica.

Area di sosta.

Per FERMATA si intende la sospensione momentanea della marcia anche se in area ove non sia ammessa la sosta, per esigenze di brevissima durata. Durante la fermata il conducente deve essere presente e pronto a riprendere la marcia.

Per SOSTA si intende la sospensione della marcia del veicolo protratta nel tempo, con possibilità di allontanamento da parte del conducente.

Per ARRESTO si intende l'interruzione della marcia del veicolo dovuta ad esigenze della circolazione (non per volontà del conducente), ad esempio: semaforo rosso, intasamento del traffico.

Per PARCHEGGIO di intende un luogo, uno spazio o una zona adibiti alla sosta di veicoli, nonché la tecnica di posizionamento dei veicoli per la sosta. Si parla invece di autorimessa quando la zona destinata a parcheggio è situata all'interno di una struttura edilizia, anche posta sotto il livello del mare.

Per POSTEGGIO SI INTENDE: 1 Occupazione del suolo pubblico con veicoli in sosta o con banchi di vendita; 2 Spazio, luogo dove è possibile parcheggiare un veicolo (sinonimo di parcheggio). 3 Porzione di suolo pubblico destinata alla sosta di venditori ambulanti.

Art. 157. Arresto, fermata e sosta dei veicoli. "Nuovo codice della strada", decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285 e successive modificazioni. TITOLO V - NORME DI COMPORTAMENTO Art. 157. Arresto, fermata e sosta dei veicoli. 

1. Agli effetti delle presenti norme: 

a) per arresto si intende l'interruzione della marcia del veicolo dovuta ad esigenze della circolazione; 

b) per fermata si intende la temporanea sospensione della marcia anche se in area ove non sia ammessa la sosta, per consentire la salita o la discesa delle persone, ovvero per altre esigenze di brevissima durata. Durante la fermata, che non deve comunque arrecare intralcio alla circolazione, il conducente deve essere presente e pronto a riprendere la marcia; 

c) per sosta si intende la sospensione della marcia del veicolo protratta nel tempo, con possibilità di allontanamento da parte del conducente; 

d) per sosta di emergenza si intende l'interruzione della marcia nel caso in cui il veicolo è inutilizzabile per avaria ovvero deve arrestarsi per malessere fisico del conducente o di un passeggero. 

2. Salvo diversa segnalazione, ovvero nel caso previsto dal comma 4, in caso di fermata o di sosta il veicolo deve essere collocato il più vicino possibile al margine destro della carreggiata, parallelamente ad esso e secondo il senso di marcia. Qualora non esista marciapiede rialzato, deve essere lasciato uno spazio sufficiente per il transito dei pedoni, comunque non inferiore ad un metro. Durante la sosta, il veicolo deve avere il motore spento.

3. Fuori dei centri abitati, i veicoli in sosta o in fermata devono essere collocati fuori della carreggiata, ma non sulle piste per velocipedi né, salvo che sia appositamente segnalato, sulle banchine. In caso di impossibilità, la fermata e la sosta devono essere effettuate il più vicino possibile al margine destro della carreggiata, parallelamente ad esso e secondo il senso di marcia. Sulle carreggiate delle strade con precedenza la sosta è vietata. 

4. Nelle strade urbane a senso unico di marcia la sosta è consentita anche lungo il margine sinistro della carreggiata, purché rimanga spazio sufficiente al transito almeno di una fila di veicoli e comunque non inferiore a tre metri di larghezza. 

5. Nelle zone di sosta all'uopo predisposte i veicoli devono essere collocati nel modo prescritto dalla segnaletica. 

6. Nei luoghi ove la sosta è permessa per un tempo limitato è fatto obbligo ai conducenti di segnalare, in modo chiaramente visibile, l'orario in cui la sosta ha avuto inizio. Ove esiste il dispositivo di controllo della durata della sosta è fatto obbligo di porlo in funzione. 

7. È fatto divieto a chiunque di aprire le porte di un veicolo, di discendere dallo stesso, nonché di lasciare aperte le porte, senza essersi assicurato che ciò non costituisca pericolo o intralcio per gli altri utenti della strada. 

7-bis. È fatto divieto di tenere il motore acceso, durante la sosta del veicolo, allo scopo di mantenere in funzione l’impianto di condizionamento d'aria nel veicolo stesso; dalla violazione consegue la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 216 a euro 432.

8. Fatto salvo quanto disposto dal comma 7-bis, chiunque viola le disposizioni di cui al presente articolo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 41 a euro 168.

E' vietato sostare con autoveicoli o motocicli nei centri abitati, quando non esistano le apposite strisce? FALSO

CASI IN CUI È VIETATA LA SOSTA. La sosta è vietata in presenza del segnale di DIVIETO DI SOSTA, dalle 8 alle 20 se posto nei centri abitati e 24 ore su 24 sulle strade extraurbane, e in presenza del segnale DIVIETO DI FERMATA, normalmente 24 ore su 24 ovunque si trovi. Occorre tener presente, tuttavia, che nel caso in cui la sosta è espressamente vietata da una norma del Codice della strada, l’osservanza di tale divieto non è condizionata dalla presenza di cartelli segnaletici. Anche in assenza di specifica segnaletica, infatti, la sosta è vietata: 

- in tutti i casi in cui è vietata la fermata;

- allo sbocco dei passi carrabili (garage);

- se si impedisce di accedere ad un altro veicolo regolarmente in sosta o di spostarlo;

- in seconda (o doppia) fila, salvo che si tratti di veicoli a due ruote;

- negli spazi riservati allo stazionamento e alla fermata degli autobus, dei filobus e dei veicoli circolanti su rotaia (qualora gli spazi non siano delimitati dalla segnaletica orizzontale è vietato sostare a meno di 15 metri dal segnale di fermata);

- sulle aree destinate al mercato e ai veicoli per il carico e lo scarico di cose, nelle ore stabilite;

- sulle banchine, salvo diversa segnalazione;

- negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli per persone invalide e in corrispondenza degli scivoli o dei raccordi tra i marciapiedi e la carreggiata utilizzati da tali veicoli;

- nelle corsie o carreggiate riservate ai mezzi pubblici (autobus, taxi);

- nelle aree pedonali;

- nelle zone a traffico limitato, se non si è muniti di autorizzazione;

- negli spazi destinati a servizi di emergenza o di igiene pubblica indicati dalla apposita segnaletica;

- davanti ai cassonetti dei rifiuti urbani;

- in corrispondenza dei distributori di carburante e in loro prossimità (sino a 5 metri prima e dopo), limitatamente alle ore di esercizio (cioè quando sono aperti);

- di un rimorchio staccato dalla motrice, nei centri abitati, salvo diversa segnalazione.

- negli spazi riservati allo stazionamento dei veicoli in servizio di piazza (taxi);

Oltre a questi casi, citati nei quiz, ricordiamo che la sosta è vietata anche: sulle isole di traffico (non vi si può nemmeno transitare); dove il bordo del marciapiede è colorato giallo e nero; occupando nei parcheggi più di uno spazio o con inclinazione diversa rispetto alle apposite strisce. L’inosservanza di tali divieti non è tollerata, neanche se la sosta è di breve durata o se si aziona la segnalazione luminosa di pericolo (quattro frecce lampeggianti simultaneamente).

CASI IN CUI LA FERMATA E LA SOSTA SONO VIETATE. La fermata e la sosta sono vietate:

- In presenza dell’apposito segnale DIVIETO DI FERMATA;

- in corrispondenza ed in prossimità dei passaggi a livello (di qualsiasi tipo);

- sui binari di linee ferroviarie o tranviarie (o così vicino ad essi da intralciare la circolazione dei veicoli su rotaia);

- nelle gallerie, salvo diversa segnalazione;

- nei sottovia, sotto i sovrapassaggi, sotto i fornici (archi stradali) e i portici, salvo diversa segnalazione;

- sui dossi e nelle curve e, fuori dei centri abitati e sulle strade urbane di scorrimento, anche in loro prossimità;

- nelle aree di intersezione (incroci) e, fuori dai centri abitati, anche in loro prossimità (nei centri abitati: a meno di 5 metri da esse);

- sugli attraversamenti pedonali e ciclabili (è consentito invece in prossimità, a meno che vi sia la striscia gialla a zig zag);

- sulle piste ciclabili e ai loro sbocchi (in genere le piste ciclabili sboccano sugli attraversamenti ciclabili).

- sui marciapiedi, salvo diversa segnalazione;

- davanti ai segnali stradali verticali o ai semafori in modo da occultarne (nasconderne) la vista;

- in corrispondenza dei segnali orizzontali di preselezione e lungo le corsie di canalizzazione;

- lungo le autostrade (salvo casi di emergenza, nell’apposita corsia di emergenza o piazzola di sosta);

La fermata è consentita (purché non si crei intralcio alla circolazione) allo sbocco dei passi carrabili e davanti ai cassonetti dei rifiuti urbani. È inoltre sbagliato dire che la fermata è vietata in seconda fila, negli spazi destinati a servizi di emergenza o di igiene pubblica indicati dall’apposita segnaletica, sulle aree destinate al mercato o al carico e allo scarico delle merci, in corrispondenza dei distributori di carburante, dopo il segnale DIVIETO DI SOSTA (In tutti questi casi è vietata solamente la sosta), nelle ore notturne, sul margine destro di qualunque strada o lungo il margine sinistro di una carreggiata a senso unico.

In tutti i casi in cui è vietata la fermata è vietata anche la sosta (ma non viceversa).

La sosta è la sospensione della marcia del veicolo protratta nel tempo, con possibilità del conducente di allontanarsi. Durante la sosta il conducente deve impedire l'uso del veicolo senza il suo consenso e adottare le opportune cautele atte ad evitare incidenti.

Non è vero che durante la sosta nelle ore notturne il conducente deve lasciare in ogni caso accese le luci di posizione. Durante la sosta è opportuno che il conducente spenga il motore, azioni il freno di stazionamento ed inserisca il rapporto più basso del cambio di velocità; nelle strade a forte pendenza, è opportuno inoltre che lasci il veicolo con le ruote sterzate verso il marciapiede.

Non è vero che il conducente di un autoveicolo può lasciare il motore acceso se sosta per poco tempo. Salvo diversa segnalazione il conducente, in caso di sosta nei centri abitati, deve collocare il veicolo il più vicino possibile al margine destro della carreggiata, parallelamente ad esso e secondo il senso di marcia, purché esista il marciapiede rialzato. Ove non esista deve lasciare uno spazio non inferiore ad un metro per il transito dei pedoni. Nelle strade urbane a senso unico di marcia, la sosta è consentita anche lungo il margine sinistro della carreggiata, purché rimanga uno spazio sufficiente (non inferiore a tre metri) al transito almeno di una fila di veicoli.

Non è vero che è vietato sostare con autoveicoli o motocicli nei centri abitati, quando non esistano le apposite strisce. Fuori dei centri abitati, il conducente che deve sostare ha l'obbligo di collocare il veicolo, ove possibile, fuori della carreggiata, ma non sulle piste ciclabili e non sulle banchine, salvo diversa segnalazione. In caso di impossibilità a collocare il veicolo fuori della carreggiata, deve sostare il più vicino possibile al margine destro della carreggiata. Nelle zone predisposte per la sosta, il conducente deve collocare il veicolo nel modo prescritto dalla segnaletica sistemando il proprio veicolo entro uno degli appositi spazi (stalli), senza invadere quelli contigui. In una zona in cui la sosta è regolata con parchimetro, occorre utilizzarlo anche se la sosta è di breve durata, non va usato in caso di sola fermata, ad esempio per far scendere un passeggero. Se si parcheggia in una zona regolamentata con parchimetro, occorre esporre l'apposito tagliando, in modo che sia ben visibile. Per parcheggiare in una zona regolamentata mediante disco orario, bisogna esporre in modo ben visibile l'orario di arrivo (non l'orario di fine sosta). Non è possibile aggiornare l'orario senza aver spostato il veicolo. Nelle aree di parcheggio a tempo limitato, i veicoli al servizio di persone diversamente abili non sono obbligati a rispettare il limite di tempo stabilito per la sosta.

Riepilogando. La sosta è vietata in tutti i casi in cui sia vietata la fermata, inoltre:

- nelle ore e nei giorni di validità dei segnali che la vietano (in presenza del "Divieto di Sosta" nei centri abitati dalle 8 alle 20 e sulle strade extraurbane 24 ore su 24) 

- sempre in presenza del "Divieto di Fermata" 

- allo sbocco dei passi carrabili

- se si impedisce l'accesso o lo spostamento ad altri veicoli in sosta

- in seconda fila, salvo che si tratti di veicoli a due ruote (non è vero che è consentita per pochi minuti azionando le luci di emergenza)

- negli spazi riservati allo stazionamento e alla fermata degli autobus, dei filobus e dei veicoli circolanti su rotaia 

- a meno di 15 metri dal segnale di fermata di autobus, filobus e veicoli circolanti su rotaia, qualora gli spazi di stazionamento non siano delimitati

- negli spazi riservati allo stazionamento dei veicoli in servizio di piazza e dei taxi

- sulle aree destinate al mercato e ai veicoli per il carico e lo scarico di cose, nelle ore stabilite

- sulle banchine, salvo diversa segnalazione

- negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli per persone invalide

- in corrispondenza degli scivoli o dei raccordi tra i marciapiedi e la carreggiata utilizzati dai veicoli per persone invalide

- nelle corsie o carreggiate riservate ai mezzi pubblici (non è vero che è consentita in alcune fasce orarie)

- nelle aree pedonali urbane

- nelle zone a traffico limitato per i veicoli non autorizzati

- negli spazi destinati a servizi di emergenza o di igiene pubblica indicati dalla apposita segnaletica

- limitatamente alle ore di esercizio, in corrispondenza dei distributori di carburante, e in loro prossimità sino a 5 metri prima e dopo

In nessuno di questi casi è possibile sostare neanche "per pochi minuti". Nel caso in cui la sosta è espressamente vietata da una norma del codice della strada, l'osservanza di tale divieto non è condizionata dalla presenza di cartelli segnaletici. Nei centri abitati il conducente non deve lasciare in sosta un rimorchio staccato dalla motrice, salvo diversa segnalazione. Il mancato rispetto delle norme prescritte relative al divieto di sosta, comporta, oltre ad una pena pecuniaria, anche la perdita di punti dalla patente. Non è vero che comporta la sospensione della patente.

Divieto di sosta e fermata: quando scatta la multa. Divieto di sosta; dal passo carrabile ai divieti temporanei. Ecco tutti i casi in cui parcheggiare è vietato e sanzionato con una multa salata. Ma opporsi è possibile, scrive Sara Bolzani il 31 Maggio 2018 su 6sicuro.

Il segnale di divieto di sosta. Un cerchio rosso su sfondo bianco e blu, con una barra o una “X” centrale, entrambe rosse: questi gli elementi che compongono il noto cartello di divieto di sosta o di sosta e fermata. I casi e i motivi per cui può essere posto sulla strada sono molteplici, senza contare le ipotesi di divieto di sosta temporaneo. Che con il cartello rosso non si possa parcheggiare è cosa nota. Il Codice della Strada, però, prevede un bel gruppetto di circostanze in cui, anche in assenza di cartello, è comunque proibito sostare con il proprio mezzo. Vediamoli tutti, in ordine di apparizione nel Codice della Strada.

Divieto di sosta e fermata. Il riferimento normativo principale è dato dall’art. 158 del Codice della Strada, che introduce la distinzione tra sosta (cioè l’interruzione della marcia del mezzo protratta per un apprezzabile lasso di tempo, con eventuale allontanamento del conducente) e fermata (cioè una sosta temporanea, ad esempio per consentire carico/scarico di persone, che normalmente non implica l’allontanamento del conducente dal veicolo).

Entrambe sono vietate nei seguenti casi:

in corrispondenza o in prossimità dei passaggi a livello e sui binari di linee ferroviarie o tranviarie o così vicino ad essi da intralciarne la marcia;

nelle gallerie, nei sottovia, sotto i sovrapassaggi, sotto i fornici e i portici, salvo diversa segnalazione;

sui dossi e nelle curve e, fuori dei centri abitati e sulle strade urbane di scorrimento, anche in loro prossimità;

in prossimità di segnali stradali verticali e semaforici, in modo da impedirne la vista, nonché in corrispondenza dei segnali orizzontali di preselezione e lungo le corsie di canalizzazione;

fuori dei centri abitati, in corrispondenza e in prossimità degli incroci stradali;

nei centri abitati, in corrispondenza di incroci e, in prossimità degli stessi, a meno di 5 m dal prolungamento del bordo più vicino della carreggiata trasversale, salvo diversa segnalazione;

sui passaggi e attraversamenti pedonali e sui passaggi per ciclisti, nonché sulle piste ciclabili e agli sbocchi delle medesime;

sui marciapiedi, salvo diversa segnalazione.

Divieto di sosta. Prosegue poi l’art. 158 C.d.S. al secondo comma, descrivendo i casi in cui vige soltanto il divieto di sola sosta e in cui una breve fermata è invece consentita. Essi sono:

allo sbocco dei passi carrabili;

dovunque venga impedito l’accesso ad un altro veicolo regolarmente in sosta, oppure lo spostamento di veicoli in sosta;

in seconda fila, salvo che si tratti di due veicoli a due ruote;

negli spazi riservati alla fermata degli autobus, dei filobus e dei veicoli circolanti su rotaia e, ove questi non siano delimitati, a una distanza dal segnale di fermata inferiore a 15 m, nonché negli spazi riservati allo stazionamento dei veicoli in servizio di piazza;

sulle aree destinate al mercato e ai veicoli per il carico e lo scarico di cose, nelle ore stabilite;

sulle banchine, salvo diversa segnalazione;

negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli per persone invalide e in corrispondenza degli scivoli o dei raccordi tra i marciapiedi, rampe o corridoi di transito e la carreggiata utilizzati dagli stessi veicoli;

nelle corsie o carreggiate riservate ai mezzi pubblici;

nelle aree pedonali urbane;

nelle zone a traffico limitato per i veicoli non autorizzati;

negli spazi asserviti ad impianti o attrezzature destinate a servizi di emergenza o di igiene pubblica indicati dalla apposita segnaletica;

davanti ai cassonetti dei rifiuti urbani o contenitori analoghi;

limitatamente alle ore di esercizio, in corrispondenza dei distributori di carburante ubicati sulla sede stradale ed in loro prossimità sino a 5 m prima e dopo le installazioni destinate all’erogazione.

Nei centri abitati è anche vietata la sosta dei rimorchi quando siano staccati dal veicolo trainante, salvo diversa segnalazione. Inoltre l’art. 158 C.d.S. prevede anche un obbligo generale: durante la sosta e la fermata il conducente deve comportarsi in modo tale da evitare possibili incidenti e l’utilizzo del mezzo senza il suo consenso (tipicamente, a causa del furto del veicolo).

Parcheggio in divieto di sosta: rischio la multa? Lo stesso articolo 158, nella parte finale, si occupa delle note dolenti: le sanzioni per le violazioni dei divieti. Sono previste due fasce di multe differenti:

violare uno qualunque dei divieti di sosta e fermata, nonché violare il divieto di sosta relativo a spazi e carreggiate riservate ai mezzi pubblici e ai mezzi di persone invalide, comporta una multa da un minimo di 40 euro ad un massimo di 164 euro, per ciclomotori e motoveicoli a due ruote, e una multa da un minimo di 85 euro ad un massimo di 338 euro per tutti gli altri mezzi;

tutte le altre previsioni dell’articolo, se violate, portano ad una multa che può essere pari nel minimo ad euro 24 e nel massimo ad euro 98, per ciclomotori e motoveicoli a due ruote, mentre può andare da un minimo di euro 41 ad un massimo di euro 169 per tutti gli altri mezzi.

Attenzione, perché si tratta di sanzioni giornaliere, che possono essere applicate, e quindi conteggiate, tante volte quanti sono i giorni di calendario per i quali prosegue la violazione.

Multa per divieto di sosta: faccio ricorso? Hai preso una multa per aver parcheggiato in divieto di sosta e ti chiedi cosa fare: pagare o contestare? Le sanzioni previste dall’art. 158 C.d.S. possono essere impugnate, come ogni altra multa, davanti al Giudice di Pace oppure davanti al Prefetto. Le motivazioni per contestare possono essere diverse. Di solito le più fondate sono quelle che riguardano la mancanza di segnale del divieto, oppure un cartello poco visibile o magari un’errata indicazione di giorni ed orari, nel caso di divieto di sosta collegato a determinati eventi (tipicamente, il lavaggio della strada).

Divieto di sosta e fermata: quando scatta la multa.

È valida la multa senza preavviso sul parabrezza.

È valida la multa se non ho trovato il classico preavviso sul vetro della macchina e al suo posto ho ricevuto direttamente la notifica del verbale a casa? La risposta, secondo la Cassazione, è sì: la multa sul parabrezza è una prassi non indispensabile, la cui assenza non comporta uno svantaggio apprezzabile per l’automobilista, se non un aumento di alcuni euro della multa, per spese di notifica.

Del resto tutti i termini, di pagamento in forma ridotta come pure di impugnazione, decorrono dalla data di ricevimento del verbale a casa. Non è una mancanza neppure il fatto che il verbale ricevuto a casa manchi dell’attestazione di conformità all’originale: così ha deciso la Cassazione nella sentenza 24999/2016, che ha riconosciuto la non necessità di tale attestazione, quando il verbale è redatto con sistema meccanizzato o con elaboratore di dati.

Divieto di sosta e passo carrabile. Il passo carrabile è il punto in cui una proprietà o una strada privata sfocia su una strada pubblica, permettendo l’accesso a mezzi a due o quattro ruote ed è regolamentato dall’art. 22 del Codice della Strada. Può essere raso (cioè accedente direttamente alla strada, senza taglio del marciapiede e conseguente necessità di rampa) oppure ordinario.

In entrambi i casi la normativa, confermata dalla Cassazione, è chiara: niente passo carrabile senza la preventiva autorizzazione concessa dal Comune, il cui numero deve essere riportato sul segnale di divieto di sosta. Niente da fare, quindi, per cartelli fai-da-te o acquistati in negozi di vario genere.

I passi carrabili devono essere individuati con l’apposito segnale, previa autorizzazione dell’ente proprietario. L’unica differenza tra raso e ordinario è dunque che, nel primo caso, non è dovuto alcun tributo al Comune, che deve comunque emettere la relativa autorizzazione. Sfatiamo anche un mito: il divieto di sosta per passo carrabile, come si è visto più sopra con l’art. 158, vale senza eccezioni. Ragione per cui non è possibile parcheggiare legittimamente l’auto davanti al proprio passo carrabile.

Divieto di sosta temporaneo. Forse il più insidioso dei divieti di sosta: appare inatteso e coglie alla sprovvista il povero automobilista abitudinario, che ama lasciare l’auto parcheggiata per giorni sempre nello stesso posto. È legittima allora la multa che gli venga inflitta per un divieto temporaneo di parcheggio, segnalato dopo che la macchina era stata parcheggiata? Secondo la Corte di Cassazione (sentenza n. 5663 del 20.03.2015) ogni proprietario di mezzo ha il dovere di tenere d’occhio il proprio veicolo. Per cui la risposta è: sì, resta valida la multa emessa per divieto di sosta temporaneo, anche se segnalato successivamente al parcheggio del mezzo sanzionato, ma soltanto qualora fosse stato debitamente annunciato con un preavviso minimo di 48 ore dall’inizio del divieto e purché sia segnalato in maniera adeguata, con cartelli visibili, chiari e ben fissati, in modo da non poter essere spostati facilmente. Per essere valido, poi, il divieto temporaneo deve essere stabilito dal dirigente comunale preposto.

Dove si può parcheggiare? Tutto quello che c’è da sapere, scrive Stefania Manservigi il 9 Marzo 2018. Dove si può parcheggiare senza incorrere in una multa? Strisce bianche, gialle o blu o senza strisce: tutto quello che c’è da sapere per non sbagliare. Chi è abituato a utilizzare la macchina quotidianamente per spostarsi sa bene che una delle esperienze più dure e stressanti è la ricerca di un parcheggio. Quante volte è capitato di fare più di un giro alla ricerca di un posto dove lasciare la macchina e, una volta trovato lo spazio adatto, ci si è chiesti se fosse possibile parcheggiare o se ci fosse il rischio di multa? Tra strisce bianche, blu e gialle e tra gli spazi senza strisce non è sempre facile capire, infatti, dove è possibile parcheggiare tranquillamente, possibilmente senza pagare nulla. Di seguito tutto quello che c’è da tenere per sapere sempre dove si può parcheggiare.

Si può parcheggiare senza le strisce? La soluzione ideale per gli automobilisti che devono sostare con la loro automobile sono sicuramente i parcheggi delimitati dalle strisce bianche, ossia i parcheggi gratuiti per antonomasia. Nelle città, tuttavia, i parcheggi con le strisce bianche sono sempre più un miraggio e l’automobilista alla ricerca di un parcheggio gratuito, in alternativa, si ritrova a chiedersi molto spesso se è possibile lasciare la macchina in uno spazio senza strisce. La buona notizia è che sì, le zone senza strisce sono adibite al parcheggio della propria vettura, con il rispetto di alcuni limiti da tenere bene a mente. Si può infatti parcheggiare in un qualsiasi posto senza strisce purché lo stesso non invada la carreggiata e purché non sia vicino ad un ufficio pubblico, ad una banca, ad una scuola, ad un cinema o un teatro o ad un altro qualsiasi edificio pubblico. In questo caso infatti scatta il divieto, sia per evitare atti vandalici o terroristici sia per facilitare un’eventuale evacuazione di un edificio pubblico in caso di emergenza. Prima di parcheggiare in uno stallo senza strisce, dunque, occorre sempre verificare queste due condizioni ed eventuali divieti presenti nella segnaletica orizzontale o verticale.

Chi può parcheggiare sulle strisce gialle? Prima di parcheggiare la propria macchina occorre fare attenzione al colore delle strisce del parcheggio. Se le strisce sono gialle, infatti, significa che quel posto è riservato ai soli residenti, agli invalidi, agli addetti ai lavori stradali, alle auto di servizio, ai possessori di speciali permessi. Se rientrate in una di questa categoria potete lasciare la vostra macchina nello spazio, esibendo sul cruscotto il permesso del Comune (dove deve essere riportato il numero di targa). Attenzione però: accanto al parcheggio a strisce gialle deve sempre esserci anche un’idonea segnaletica verticale per indicare chi può parcheggiare in quegli spazi. In caso contrario, un’eventuale multa risulta contestabile facendo ricorso al Giudice di Pace.

Le strisce blu sono sempre a pagamento? I parcheggi che vediamo e troviamo più spesso sono senz’altro quelli delimitati dalle strisce blu, che ci indicano la necessità di pagare per poter sostare con la nostra macchina. Ma i parcheggi blu sono sempre a pagamento? La segnaletica verticale adiacente alla zona di parcheggio dovrebbe indicare le condizioni dello stesso. In molti casi, infatti, viene consentita una sosta di breve durata gratuita, esponendo il disco orario sul cruscotto. Inoltre c’è anche un’altra regola, contenuta nel Codice della Strada e chiarita dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nel 2012 in base alla quale accanto ai parcheggi a strisce blu deve essere presente un numero adeguato di parcheggi a strisce bianche, quindi gratuiti.

Regola, questa, che molti Comuni tendono a non rispettare, e che potrebbe consentire all’automobilista di contestare un’eventuale multa.

Messaggero Veneto 16 ottobre 2004. Mi faccio portavoce del malcontento dei residenti in via Monte Matajur, laterale di via Gorizia che si collega con via Monte Ortigara. Orbene, da qualche tempo sembra che questa via sia diventata il parcheggio personale di alcune ditte di autotrasporti. Probabilmente si tratta di autisti dipendenti delle ditte che il venerdì sera, rientrando, parcheggiano i mezzi sotto casa fino al lunedì mattina, stante il divieto di circolazione nel week-end dei grossi mezzi. Non voglio pensare che siano le ditte stesse che scelgono una via piuttosto che un'altra per mettere i loro mezzi a deposito nel fine settimana. Sentiti i vigili urbani, ci si sente rispondere che, in assenza di specifico divieto, chiunque può parcheggiare qualsiasi mezzo in qualsiasi strada. A questo punto quindi ritengo debbano necessariamente intervenire il buonsenso, il comune senso civico e il rispetto per i concittadini residenti. In una zona in cui il sabato c'è un intasamento pazzesco di viabilità e parcheggi per via del mercato di viale Vat, e durante la settimana tutte le vie sono piene, ambo i lati, di autovetture parcheggiate da gente che viene in città dai paesi, parcheggia la macchina davanti alle nostre case e se ne va tranquillamente al lavoro o a passeggio in centro in autobus, questi autotrasportatori, fregandosene di quanto sopra auspicato, se ne vengono tranquillamente a parcheggiare i loro bestioni nel week-end. Parcheggio scambiatore di via Chiusaforte naturalmente sempre vuoto. Che dire, continueremo a sopportare all'italiana, danno e relativa beffa. Vedremo. Tutto questo sperando che a qualche coltivatore diretto non passi per la testa di venire a parcheggiare in via Monte Matajur la sua mietitrebbia...Gianna Argentin Udine

PARCHEGGIO SU STRADA E… BUON SENSO, scrive l'1 marzo 2018 Parcheggi.it. Quante volte abbiamo transitato su una strada a doppio senso ristretta a causa dei parcheggi a lato strada? E quante volte, in casi del genere, il doppio senso è di fatto impedito dallo spazio insufficiente, costringendo una fila di veicoli a fermarsi per far passare l’altra? Le domande sono senza dubbio retoriche, perché siamo sicuri che sia capitato anche a voi e non una volta sola. Ma i parcheggi paralleli alla carreggiata sono sempre legittimi?

Un recente articolo legale sull’argomento ci offre uno spunto interessante per riflettere sui parcheggi on-street e il loro sfruttamento da parte delle amministrazioni cittadine. Il portale "La Legge per Tutti" analizza una recente sentenza della Cassazione e spiega i parametri di legittimità per la sosta su lato strada. I parcheggi (sia a pagamento che gratuiti) devono essere ubicati fuori dalla carreggiata e non ostacolare lo scorrimento del traffico. Inoltre nella stessa area urbana il Comune è tenuto ad alternare strisce bianche e strisce blu. Non sappiamo quanto spesso venga applicato quest’ultimo principio, dato la progressiva tendenza delle strisce bianche a trasformarsi “magicamente” in blu. Ciò che conta per la determinazione della legittimità è la relazione tra lo spazio della carreggiata, utilizzata per il transito dei veicoli, e le aree di sosta parallele alla strada. Se le aree destinate al parcheggio devono essere ubicate fuori dalla carreggiata, è anche vero che le aree di sosta aggiunte a lato di una carreggiata, inevitabilmente, restringono la stessa. Ora, secondo il Codice della Strada la regola è che deve sempre essere garantito “uno spazio sufficiente per il transito di una fila di veicoli”. Questo spazio la Cassazione lo ha definito in termini numerici: 3 metri. Il portale legale citato in precedenza afferma: “almeno un senso di marcia deve essere garantito. Non importa se la stessa strada poteva – in assenza dei posti auto – garantire il doppio senso di circolazione.” I tre metri sono sempre garantiti secondo voi? Una strada a doppio senso ristretta dai parcheggi a lato strada secondo voi migliorerà o peggiorerà la circolazione stradale? Anche qui, domande secondo noi retoriche. Non è nostra intenzione disquisire sulla materia legale, anche perché non è il nostro campo di applicazione. A noi interessa il buon senso. A noi interessa il benessere dei cittadini. Perché è proprio questo che viene richiesto (giustamente!) a noi cittadini nella condotta stradale quotidiana, ed è ciò che dovrebbe muovere anche le intenzioni dei Comuni. Invece a pensar male spesso ci si azzecca, ed è lecito pensare che gran parte degli interventi delle amministrazioni in fatto di parcheggio siano fatti per fare cassa. Non solo le strisce blu superano di gran lunga quelle bianche, ma a volte rischiano di compromettere la mobilità generale: una strada a doppio senso deve funzionare in quanto tale, e non diventare a senso unico a causa dei parcheggi a lato strada. Questo vuol dire non solo spillare quattrini agli automobilisti, ma render loro la vita difficile nella quotidianità, aumentando il traffico, lo stress e i tempi di percorrenza. Un modo per migliorare la circolazione, parcheggiare in tranquillità e… tagliare la testa al toro? Utilizzare i parcheggi off-street: un servizio sicuro e perfettamente integrato con le infrastrutture cittadine, che aiuta a diminuire la congestione ed aumentare il valore dello spazio pubblico urbano.

Parcheggi a pagamento a lato della strada: sono legittimi?

Multe sulle strisce blu: i luoghi dove il Comune può mettere parcheggi a pagamento. Legge per tutti15 Febbraio 2018. Può il Comune “impossessarsi” di una parte della strada per destinarla ai parcheggi a pagamento? Immaginiamo una città come tante altre, piena di traffico e di automobili. La circolazione scorrerebbe molto meglio e più velocemente se solo le strade fossero a doppio senso. Molte di queste, però, sono state ristrette dal sindaco che, ai rispettivi lati, ha creato una lunga serie di parcheggi con le strisce blu. Insomma, per far cassa, il Comune ha ridotto la dimensione delle strade transitabili. È legittimo un comportamento del genere? La domanda se la sono fatta in passato molti avvocati che, dinanzi ai giudici di pace, hanno richiamato una norma del codice della strada ove si stabilisce che le aree destinate al parcheggio devono essere ubicate fuori dalla carreggiata. Il che significa – si è sostenuto – che i pacchetti a pagamento a lato della strada non sono illegittimi. Sulla questione è stata finalmente investita la Cassazione che, con una sentenza pubblicata ieri si è espressa nei seguenti termini. (Cass. 3624/2018 del 14 febbraio 2018.

Parcheggi gratuiti e a pagamento: quali regole. Due sono sostanzialmente le regole che deve rispettare il Comune quando decide di realizzare un’area di parcheggio a pagamento.

La prima: ubicare le aree destinate al parcheggio fuori della carreggiata e comunque in modo che i veicoli parcheggiati non ostacolino lo scorrimento del traffico (questa regola, in realtà, vale anche per i parcheggi gratuiti).

La seconda: fare in modo che, nell’ambito della stessa zona urbana (non necessariamente la stessa via) gli spazi contrassegnati con le strisce blu (parcheggi a pagamento) si alternino con quegli delimitati dalle strisce bianche (parcheggi gratuiti); ciò al fine di consentire agli automobilisti di esercitare un loro sacrosanto diritto di utilizzo delle aree urbane che, in quanto tali, sono pubbliche. Il che significa che l’amministrazione non può fare cassa ai danni degli automobilisti.

In un solo caso il Comune può evitare la regola dell’alternanza tra strisce bianche e strisce blu: quando vi è una delibera comunale (che quindi può essere acquisita dal cittadino) la quale dichiara la zona in questione come area pedonale, zona a traffico limitato, area di particolare pregio storico o di particolare rilevanza urbanistica. Qui, e solo qui, l’automobilista deve sapere che, anche se gira tutto il quartiere, potrebbe non trovare mai spazi per la sosta gratis.

Cosa si intende con carreggiata? Ritorniamo alla prima regola: «le aree destinate al parcheggio devono essere ubicate fuori dalla carreggiata». A interpretarla alla lettera, tutti i posti auto ai margini delle strade – quelli dove tutti, sino ad oggi, abbiamo parcheggiato – sarebbero illegittimi. Peccato che gli automobilisti si ricordino di questa norma solo quando lasciano l’auto sulle strisce blu e non su quelle bianche. Tant’è: il ragionamento è stato più volte presentato come motivo di opposizione al verbale della polizia municipale e, invero, qualche giudice di pace l’ha anche accolto. Oggi sulla questione è sceso il giudizio della Cassazione che ha prima spiegato cosa si intende con carreggiata. La carreggiata – lo dice lo stesso codice – è quella parte di strada destinata allo scorrimento dei veicoli; (…) composta da una o più corsie di marcia ed, in genere, (…) pavimentata e delimitata da strisce a margine. In particolare, la carreggiata può essere identificata, per esclusione, dallo spazio che corre tra le strisce di parcheggio a sinistra e quelle a destra, sempre che «residui uno spazio sufficiente per il transito di una fila di veicoli». In altre parole, se il Comune non si impossessa di tutta la via per i suoi tornaconti economici, ben è possibile disegnare le strisce dei parcheggi ai margini della strada. Almeno un senso di marcia deve essere garantito. Non importa se la stessa strada poteva – in assenza dei posti auto – garantire il doppio senso di circolazione.

La Cassazione, infine, chiarisce qual è, in termini numerici, lo «spazio sufficiente per il transito di una fila di veicoli»: si tratta di tre metri.

Le multe sulle strisce blu ai margini della strada sono legittime? Risultato: contrariamente a quanto sostenuto sino ad oggi dagli automobilisti, non viola la legge il Comune che sottrae una parte della strada per destinarla a parcheggi (gratuiti o a pagamento). Il parcheggio può fiancheggiare la carreggiata la quale risulta identificata per esclusione, dalla sagoma delle strisce di colore blu o bianco.

Strisce bianche: quali veicoli possono parcheggiare. Le strisce bianche rappresentano una delle poche aree in cui è possibile parcheggiare la propria auto a titolo gratuito, a meno che non sia presente la segnaletica specifica che lo eviti (divieto di sosta temporaneo o in alcune fasce orarie). Come funziona in realtà il parcheggio sulle strisce bianche?

Parcheggiare sulle strisce bianche. Le aree delimitate da strisce bianche sono, di fatto, dei posteggi che ogni automobilista può sfruttare per parcheggiare il proprio mezzo in maniera totalmente gratuita. Al fine di garantire questo privilegio esclusivo (considerando che, a volte, non si trova posto neanche nei parcheggi a pagamento) a tutti i cittadini, è obbligatorio esporre il disco orario dove è indicata l’ora di arrivo. Di norma infatti, queste zone vedono anche la presenza di apposita segnaletica stradale che regola il tempo massimo della sosta. In base a questo criterio, tutti i cittadini possono usufruire di queste aree gratuite, purché venga rispettato il limite massimo temporale, per non incorrere in multe e sanzioni per il trasgressore.

Codice della strada strisce bianche. L’articolo 40 del Codice della Strada regola l’utilizzo dei segnali orizzontali cui appartengono anche le strisce bianche che vanno a delimitare una zona in cui è possibile parcheggiare il proprio mezzo. Al comma 3 dello stesso articolo, si evince quanto segue: “I colori delle strisce di delimitazione degli stalli di sosta sono:

a) bianco per gli stalli di sosta non a pagamento;

b) azzurro per gli stalli di sosta a pagamento;

c) giallo per gli stalli di sosta riservati.”

Si evince dunque, che ogni automobilista può parcheggiare nei limiti delle strisce bianche senza arrecare alcun disturbo agli altri utenti della strada, come recita l’articolo 157 del Codice della Strada.

Multe e sanzioni per il parcheggio sulle strisce bianche. Se da un lato le linee bianche sono una manna dal cielo, dall’altro ognuno dovrebbe comportarsi in modo civico, senza essere di intralcio agli altri. In particolar modo, la sosta negli spazi delimitati dalle strisce bianche ha proprio come finalità il rispetto per gli altri utenti della strada. Parcheggiando all’interno dell’area circoscritta delle strisce bianche si ha la garanzia che il proprio mezzo sia nel posto giusto e l’automobilista può dormire sogni tranquilli. Capita, tuttavia, che molti automobilisti parcheggino senza curarsi degli altri e non rispettano quindi tali spazi, andando con le ruote sopra le strisce. Per non parlare poi di chi, con una sola macchina, occupa due aree. Per tutti questi comportamenti scorretti, l’Articolo 157 del Codice della Strada prevede una sanzione amministrativa a partire da 41 Euro.

Parcheggiare contromano è vietato, chi lascia l’auto sul lato sinistro rischia 168 euro di multa. Chi parcheggia contromano rischia fino a 168 euro di multa. Probabilmente non tutti lo sanno, perché le città sono piene di auto in sosta nella corsia sbagliata. Quando, in futuro, troverete uno spazio libero alla vostra sinistra fate attenzione. Se siete in una strada a doppio senso, infatti, state rischiando una multa. L’unica alternativa che avete è fare un’inversione di marcia in maniera corretta e posizionare la vostra auto nel verso giusto. Come spiega Studiocataldi.it, l’articolo 157 del Codice della strada, al comma secondo, stabilisce il divieto di parcheggio contromano laddove prevede che “Salvo diversa segnalazione, ovvero nel caso previsto dal comma 4, in caso di fermata o di sosta il veicolo deve essere collocato il più vicino possibile al margine destro della carreggiata, parallelamente ad esso e secondo il senso di marcia”. Inoltre, se non c’è il marciapiede rialzato, “deve essere lasciato uno spazio sufficiente per il transito dei pedoni, comunque non inferiore ad un metro. Durante la sosta, il veicolo deve avere il motore spento”. Chi non rispetta la norma rischia una multa da 41 a 168 euro. La norma, spiega Studiocataldi.it, “non offre alcuna distinzione tra strada con striscia continua e quelle con striscia tratteggiata, lasciando dedurre che in ambedue i casi la regola sul parcheggio sul lato destro deve ugualmente trovare applicazione”. L’unico parcheggio a sinistra consentito è quello previsto dal comma quarto. “Nelle strade urbane a senso unico di marcia la sosta è consentita anche lungo il margine sinistro della carreggiata, purché rimanga spazio sufficiente al transito almeno di una fila di veicoli e comunque non inferiore a tre metri di larghezza”.

«I camper possono stare nei parcheggi delle auto». Il Sulpl prova a fare chiarezza sul caso dei parcheggi di viale Sant'Ambrogio: «Sono equiparati alle normali autovetture. Pertanto è possibile sostare in qualsiasi parcheggio pubblico, purché rientrino per sagoma negli appositi spazi delimitati», scrive il 21 luglio 2016 Il Piacenza. Il Sulpl, il sindacato di polizia locale, prova a chiarire la disputa tra il presidente dell’associazione pendolari di Piacenza Ettore Fittavolini e alcuni lettori del nostro giornale. «Abbiamo seguito – scrive il Sulpl sulla sua pagina Facebook - con molto interesse le disquisizioni riguardo alla regolarità o meno della sosta dei camper nel parcheggio di Viale Sant'Ambrogio. Siamo soddisfatti della preparazione degli utenti della strada di Piacenza che nella maggior parte dei casi hanno dato risposte chiare e tecniche in merito all'argomento! Da esperti del settore e stando dalla parte di chi deve far rispettare il Codice della Strada, possiamo dire che la normativa è chiara: ai sensi dell’art. 185 del Codice della Strada le autocaravan sono autoveicoli e, al pari di quelli al di sotto delle 3,5 tonnellate, sono equiparati alle normali autovetture; pertanto è possibile sostare in qualsiasi parcheggio pubblico, purché rientrino per sagoma negli appositi spazi delimitati. Una limitazione alla sosta degli autocaravan per motivi di circolazione, di eccesso di massa ovvero di sagoma o per le particolari caratteristiche dell’infrastruttura stradale, deve essere debitamente motivata e non deve creare disparità di trattamento rispetto agli altri autoveicoli. Il CdS (articolo 185) dunque equipara a tutti gli effetti il camper chiuso ad un’autovettura; sarebbe quindi illegittimo vietarne la sosta e la circolazione stradale, perché soggetti alla stessa disciplina prevista per gli altri veicoli. A supportare quanto detto sopra è intervenuta anche una circolare del Ministero dell’Interno (n.277 del 14.01.2008) e delle Infrastrutture e dei Trasporti (n.31543 del 02.04.2007) che ribadisce l’illegittimità delle limitazioni nel caso in cui gli autocaravan poggino sulla sede stradale con le proprie ruote e non occupino la sede stradale in misura eccedente rispetto il proprio ingombro, essendo appunto equiparate alle normali automobili. Resta comunque il divieto per lo scarico dei residui organici e delle acque chiare e luride su strade ed aree pubbliche al di fuori di appositi impianti di smaltimento igienico-sanitario. La segnaletica verticale, dunque, attualmente apposta nel parcheggio ne consente la sosta regolare, all'interno dell'apposito stallo. Speriamo che il nostro intervento possa servire a fare chiarezza».

Fittavolini: «Le sagome di camper e camion superano gli spazi del parcheggio». Il presidente dell'associazione pendolari risponde alla precisazione del sindacato di polizia locale Sulpl: «In Viale Sant'Ambrogio i mezzi da noi segnalati ingombrano più del consentito: è pieno di furgoni e camion», scrive Ilpiacenza.it il 21 luglio 2016. Dopo la precisazione del Sulpl arriva la replica del presidente dell’associazione Pendolari di Piacenza Ettore Fittavolini. «Ringraziamo il Sulpl – scrive Fittavolini - per l'intervento sul tema, che leggiamo volentieri, questo come altri (peraltro molto spesso di più importante rilevanza per la sicurezza dei cittadini). Cerchiamo sempre di informarci sugli argomenti, prima di scrivere. Proprio cercando in rete, abbiamo trovato una relazione redatta dal Sulpl sull’argomento. Ci piace ricordare che proprio l'art. 185 del Codice Della Strada indica, al comma 2, come segue: “2. La sosta delle autocaravan, dove consentita, sulla sede stradale non costituisce campeggio, attendamento e simili se l'autoveicolo non poggia sul suolo salvo che con le ruote, non emette deflussi propri, salvo quelli del propulsore meccanico, e non occupa comunque la sede stradale in misura eccedente l'ingombro proprio dell'autoveicolo medesimo”. Quindi ci piace sottolineare che:

a) Il Comune con apposita ordinanza e segnaletica di divieto può vietarne la sosta nel rispetto della legge e del Codice della Strada (art. 6 e 7 del CDS stesso).

b) Nel caso in specie, posto che non abbiamo nessun ostracismo per camper, autocaravan e roulottes, i mezzi parcheggiati sono in divieto a prescindere in quanto le loro sagome eccedono, ed alla grande, gli spazi di sosta delimitati e delineati. Le foto da noi scattate e spedite ai mezzi di informazione lo mostrano chiaramente.

c) non si capisce perchè, se il Comune di Piacenza ha speso soldi pubblici per creare una area di sosta (non un campeggio!) specifica, ed oltretutto attrezzata, per tali mezzi, questi non sostino lì.

d) Più generalmente, la maggior parte dei mezzi fotografati sono autocarri, furgoni e centinati, che non hanno diritto a sostare perchè non sono autovetture o motocicli e perchè i loro ingombri più specificatamente occupano lo spazio di sosta delimitato in misura eccedente la loro sagoma. Dato che abbiamo fotografato negli anni anche motrici di rimorchi, l'incazzatura è conseguente...

e) non si capisce inoltre perchè il parcheggio questione sia diventato per l’appunto parcheggio "privato " per le società di autonoleggio (le foto lo dimostrano chiaramente)

f) non si capisce perché, in tutto questo il Comune taccia e continui a non occuparsi di infliggere contravvenzioni in quest'area, ove oltretutto vi sono tanti veicoli, ripetutamente negli anni fotografati al di fuori degli spazi di sosta, che ostacolano la circolazione all'interno del parcheggio, in alcuni casi impedendo fisicamente ai veicoli regolarmente parcheggiati, di poter uscire.

Ricordiamo, su tutto ciò, che quest'area pubblica, al pari del parcheggio pendolari lato via dei Pisoni, è rimasta con sosta gratuita solo perchè negli anni i pendolari si sono opposti strenuamente alle ipotesi che, a più riprese sono state fatte, di metterla a pagamento. Chiaro esempio della volontà di mettere a strisce blu tutta la città è il fatto che si sia allargata la loro pertinenza e anche viale S. Ambrogio. Da ultimo, evidentemente le migliaia di pendolari piacentini che quotidianamente vanno a lavorare e studiare altrove, non perchè si divertano a farlo, stanno assai antipatici, stante il tono e la pervicacia di alcune argomentazioni scritte. Non vogliamo essere al di sopra della legge in alcun modo, ma ne chiediamo il rispetto a prescindere».

Lascia il camion col motore acceso: i vicini insorgono, a processo, scrive il 21 novembre 2013 Cremona Oggi. Lasciando il camioncino con il motore acceso parcheggiato a lato della strada, oltre ad inquinare l’aria, avrebbe contaminato con le emissioni gassose del mezzo gli ambienti dell’abitazione vicina, provocando la furia di marito e moglie, due dei residenti di un palazzina di Casalmaggiore, frazione Quattrocase. A processo con l’accusa di getto pericoloso di cose ci è andato Palmiro, 58 anni, operaio, difeso dall’avvocato Marco Micolo. I fatti risalgono al 17 dicembre 2010. L’imputato, che sotto casa ha l’officina, aveva lasciato parcheggiato in strada di fronte alla sua rimessa il suo furgone che trasportava ferro. Il mezzo, in sosta proprio davanti all’abitazione dei coniugi, aveva il motore acceso, secondo l’accusa, per oltre 20 minuti, provocando emissioni di gas e fumi che avevano raggiunto le finestre dell’appartamento della coppia. Perché il motore era stato lasciato acceso? Secondo l’imputato, “il tempo necessario affinchè la batteria, che era scarica, riprendesse a funzionare”. “Il furgone ha problemi di accensione, dovevo scaldare il motore prima di salirci a bordo”, aveva detto agli agenti della polizia municipale che quella mattina verso le 10,15 erano intervenuti nella frazione Casalasca per la situazione di tensione che si era venuta a creare. Una situazione che a detta dei residenti si ripeteva troppo spesso e che non era più sopportata, in particolare da Giovannina e dal marito Primo. “L’odore si sentiva”, hanno ammesso i due agenti chiamati a testimoniare a processo, “ma era tollerabile. Quando siamo arrivati abbiamo chiesto al proprietario del mezzo di spegnere il motore”. Tutt’altra la percezione di Primo, che oggi ha testimoniato davanti al giudice Cristina Pavarani e al pm onorario Barbara Tagliafierro. “Facevo fatica a stare in casa”, ha detto. “Sentivo il bisogno di uscire”. “E’ da tempo che va avanti così”, ha ribadito il teste: “un giorno ha tenuto il motore accesso per sei ore”. Quando Giovannina era tornata a casa e aprendo le finestre “per cambiare aria” aveva sentito odore di scarico, esasperata, aveva raggiunto l’officina del vicino per dirgli tutto ciò che pensava. Erano volate parole grosse, tanto che l’imputato ha sporto denuncia nei confronti di Giovannina con le accuse di ingiurie e violazione di domicilio. Ma questa è tutta un’altra storia e riguarda un altro procedimento. Quello nei confronti di Palmiro è stato rinviato al prossimo 30 gennaio per la sentenza.

 Sosta selvaggia nella Capitale, inchiesta della Procura: a processo 10 automobilisti. Per interruzione di pubblico servizio: avevano parcheggiato in doppia o tripla fila bloccando anche il passaggio di autobus e tram, scrive il 14 Marzo 2019 Libero Quotidiano. La procura di Roma dichiara guerra ai parcheggi in doppia fila: sono una decina le persone già finite a giudizio con l'accusa di interruzione di pubblico servizio e le indagini, partite mesi fa grazie alle quotidiane segnalazioni dell'azienda del trasporto pubblico (Atac), vanno avanti contro chi blocca i bus con l'auto in sosta.

Ogni settimana nell'ufficio del procuratore aggiunto Paolo Ielo arrivano centinaia di segnalazioni che l'Atac invia ogni qualvolta un autista di bus o tram rimane bloccato a causa di un veicolo mal parcheggiato. Se il proprietario dell'auto sposta il mezzo entro mezz'ora, o esistono percorsi alternativi per il mezzo pubblico, l'esposto viene archiviato. In caso contrario il cattivo parcheggiatore rischia la citazione diretta a giudizio con l'accusa di interruzione di pubblico servizio. Una decina le persone già a processo mentre continuano indagini e segnalazioni.

Auto, parcheggio che blocca il passaggio: scatta il reato penale? Scrive il 23 marzo 2016 Leggi Oggi. Scatta il reato di violenza privata quando si parcheggia il proprio mezzo in modo da impedire o ostruire il passaggio delle auto o l’uscita da un parcheggio. A sancirlo l’articolo 610 del codice penale che stabilisce come l’ostruzione del passaggio nei confronti di un’altra vettura fa scattare il reato di violenza privata. Chiunque, quindi, parcheggi la propria auto davanti a ad un edifico oppure ad un parcheggio, sia pubblico che privato, in maniera tale da impedire il transito ad un’altra automobile, bloccandone uscita o accesso, rischia di incorrere non soltanto nel carro attrezzi ma anche nel procedimento penale. Con la sentenza n. 48346/15 del 7 dicembre 2015 la Corte di Cassazione ha precisato che il reato di violenza privata si identifica in qualsiasi mezzo che risulta idoneo a privare in maniera coattiva l’offeso della libertà di azione e di determinazione. Sempre la Cassazione, in passato, era già intervenuta in materia chiarendo come comportamenti quali il lasciare il proprio mezzo parcheggiato in maniera tale da impedire agli altri il passaggio, l’uscita, l’entrata da o in un box auto, un parcheggio pubblico, un cortile privato, un cancello, e così via, costituisca reato. Questo in quanto simili mezzi di costrizione della libertà altrui, oltre a comportare eventuali illeciti amministrativi per violazione del codice della strada (si pensi, ad esempio, al divieto di parcheggio o al passo carrabile), vengono considerati contrari all’ordinamento facendo altresì scattare un procedimento penale a carico del conducente. Al fine di integrare il reato di violenza privata, non incide lo scopo specifico volto a danneggiare l’altra persona, essendo sufficiente la consapevolezza di aver parcheggiato il proprio mezzo in modo tale da bloccare altri eventuali automobilisti. Da ciò, si deduce che un simile comportamento possa anche scaturire semplicemente da indifferenza delle norme stradali o da mera incuria da parte del conducente.

Si può parcheggiare l’auto in doppia fila? Quante volte è capitato di vedere un’auto parcheggiata in doppia fila e di augurarsi che un vigile facesse un’improvvisa comparizione per punire il colpevole? Perché, lo sappiamo tutti, la sosta in doppia fila non è consentita dal Codice della Strada e, in quanto violazione, è soggetta a sanzione amministrativa, scrive il 18 maggio 2018 Conte. Ma è sempre vero o vi sono dei casi in cui sia possibile parcheggiare, sebbene per pochi istanti, il proprio veicolo sulla carreggiata, accanto a uno già in sosta?

Il divieto e la sanzione Partiamo dalla fonte normativa di questo divieto.

La sosta in doppia fila è esplicitamente vietata dal Codice della Strada, all’articolo 158, comma 2, lettera c, dove stabilisce, con la stessa occasione, anche la sanzione amministrativa pecuniaria, che oscillerà tra un minimo di 41€ e un massimo di 168€ per i mezzi a quattro ruote, e tra un minimo di 24€ e un massimo di 97€ per le due ruote a motore. L’articolo successivo (art. 159 C.P.) sancisce addirittura la possibilità per gli agenti di Polizia di provvedere ad ordinare la rimozione forzata, nel caso in cui la sosta vietata costituisca un pericolo o un grave intralcio alla circolazione degli altri veicoli. La situazione può però aggravarsi e diventare persino un reato (quindi un’infrazione del Codice Penale), almeno secondo l’interpretazione della Cassazione. I Giudici infatti hanno stabilito con le sentenze 24614/2005 e 32720/2014 che la sosta in doppia fila è idonea ad integrare il reato di violenza privata, proprio a causa dell’ostruzione dell’unica via d’uscita di un altro veicolo.

Quando la legge chiude un occhio. Attenzione però, perché esistono delle situazioni in cui il parcheggio in doppia fila è tollerato. Questo significa che, anche nel caso in cui all’automobilista venga notificata la violazione dell’articolo 158, comma 2, lett. c, del Codice della Strada, egli potrà presentare ricorso e ottenere l’annullamento della sanzione. Ma quali sono questi casi e come individuarli chiaramente? Come è facile immaginare, la legge non specifica i singoli casi in cui sia possibile adottare o meno un certo comportamento, ma si limita a definire i principi fondamentali. I quali, nello specifico, si ritrovano nell’articolo 54 del Codice Penale, che recita: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”.

Il caso specifico delle eccezioni. Per passare dai principi generali all’applicazione della legge, quand’è che la sosta in doppia fila è consentita? Si tratta di tutti quei casi in cui si prefigurino:

Carattere d’urgenza e imminenza;

Situazione di pericolo non evitabile (non esistono soluzioni alternative);

Condizione di gravità della situazione che si vuole evitare.

Uno degli esempi più comprensibili in questo caso può essere l’acquisto di un farmaco salvavita in una situazione eccezionale. Pensiamo quindi alla necessità di procurarsi urgentemente un autoiniettore di adrenalina per far fronte ad uno shock anafilattico: sono quindi esclusi i casi di acquisti di farmaci che si assumano periodicamente e in maniera regolare.

Parcheggio in doppia fila, quando è consentito. Con un parcheggio in doppia fila non stiamo infrangendo non solo il Codice della Strada, ma anche il Codice Penale, commettendo un vero reato. Ci sono, però, alcuni casi in cui è possibile fare ricorso per una multa presa per una sosta in doppia fila. Scopriamo cosa dice la legge e come dobbiamo comportarci, scrive scrive Sonia Milan il 29 Marzo 2018 su 6sicuro. Il parcheggio in doppia fila è una pratica piuttosto diffusa, soprattutto nelle grandi città dove la carenza cronica di parcheggi crea molti disagi soprattutto a chi ha bisogno di fare una sosta breve, “al volo”, per fare una veloce commissione. “La lascio qui due secondi e torno subito” pensiamo, non rendendoci conto che stiamo infrangendo non solo il Codice della Strada, ma anche il Codice Penale, commettendo un vero reato. Ci sono, però, alcuni casi in cui è possibile fare ricorso per una multa presa per una sosta in doppia fila. Scopriamo cosa dice la legge e come dobbiamo comportarci.

Parcheggio in doppia fila: quali multe prevede il Codice della Strada Il Codice della Strada a vieta esplicitamente la sosta in doppia fila: l’articolo 158, comma 2, lett. c, infatti, vieta la sosta in seconda fila e prevede una sanzione amministrativa da 24 a 97 euro per i ciclomotori e i motoveicoli a due ruote e da 41 a 168 euro per i restanti veicoli. L’art. 159, inoltre, sancisce che gli agenti di polizia possono procedere alla rimozione forzata qualora la sosta vietata costituisca pericolo o grave intralcio alla circolazione.

Per la giurisprudenza è un reato. Secondo gli orientamenti della giurisprudenza, la sosta in seconda fila potrebbe costituire anche un reato. Esiste infatti una sentenza della Corte di Cassazione del 2005 (la n. 24614), i cui principi sono stati ribaditi nel 2014 (con sentenza n. 32720) secondo la quale la condotta sopra citata è idonea ad integrare il reato di violenza privata, così come qualunque atteggiamento di ostacolo all’accesso o all’uscita provocato dal “parcheggio selvaggio” del veicolo. Per i giudici, infatti, commette reato di violenza privata colui che ostruisce con il proprio veicolo l’unica via di uscita, o meglio, colui che fa questo con il preciso intento (dolo) di impedire la libera uscita dallo stesso. A seguito di queste due sentenze ne sono state emesse molte altre: in particolare, un conducente è stato condannato dal Giudice di Pace di Roma (sentenza n. 27962/2013) a causa del parcheggio in seconda fila sulla strada pubblica: il suo parcheggio impediva l’uscita dal parcheggio di un altro conducente, regolarmente posizionato sulle strisce a bordo carreggiata. Oltre alla condanna il giudice gli ha comminato anche il risarcimento danni per la perdita di tempo procurata al titolare dell’altro veicolo.

Parcheggio in doppia fila: quando è possibile fare ricorso. Ci sono alcuni casi in cui il parcheggio in doppia fila è consentito, secondo gli orientamenti della giurisprudenza: i giudici si rifanno a quanto stabilisce il Codice Penale per quanto concerne le “cause di giustificazione” per i reati.

L’articolo 54 del Codice Penale stabilisce che:

Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. Applicando quindi quanto appena indicato, possiamo individuare le condizioni che devono essere presenti per poter giustificare un parcheggio in seconda fila:

deve esserci urgenza: il pericolo cui si vuole porre rimedio deve essere attuale, imminente;

la situazione di pericolo deve essere non altrimenti evitabile: in pratica, non deve essere possibile trovare soluzioni alternative se non quella di violare il codice della strada;

deve esserci una condizione di gravità: il danno che si cerca di evitare non deve essere lieve, ma grave. Di entità tale da porre l’automobilista o altra persona in una situazione di pericolo per la vita o per l’integrità fisica.

Facciamo quindi qualche esempio pratico di parcheggio in doppia che può essere consentito:

acquisto di farmaci salvavita di cui c’è urgente bisogno (il bisogno deve essere immediata. Non è consentito il parcheggio in doppia fila per l’acquisto di farmaci vitali che si prendono regolarmente);

prestare soccorso a un familiare che ha chiesto urgente aiuto ai parenti con una telefonata;

necessità di recarsi al pronto soccorso per un problema grave proprio o di uno dei passeggeri trasportati nell’auto. La multa può essere annullata a prescindere da quello che sarà il responso dei medici. Se si ha il sospetto di avere un infarto in corso (oppure se si sta trasportando una persona di cui si sospetta un infarto), ma si viene poi dimessi con una diagnosi più favorevole (ad esempio tachicardia), si può ottenere l’annullamento della multa. Questo perché sussisteva una condizione di urgenza di cui non si conoscevano le cause e le conseguenze.

necessità di accompagnare dal medico una persona ferita, quando si sia convinti della necessità di un immediato intervento medico.

Parcheggio in doppia fila: quando non è possibile fare ricorso. Non è possibile fare ricorso per una multa per parcheggio in doppia quando non sussistano gli elementi di urgenza e gravità sopra descritti. Questi alcuni esempi:

visita dal medico curante senza che si sia in condizioni di urgenza e necessità;

acquisto in farmacia di medicine non urgenti e per malattie non gravi;

visita a un familiare ricoverato in ospedale, dove siano già intervenuti i soccorsi;

necessità di presentarsi a un esame, a un colloquio di lavoro o a un appuntamento;

necessità di evitare un danno economico.

Per concludere, non mi resta che raccomandare buon senso ed educazione quando si guida e anche quando si parcheggia. Il nostro “5 minuti e poi la sposto” può creare gravi problemi alle auto che risultano bloccate e che non possono muoversi. Oltre ad intralciare la circolazione. Troviamo uno stallo libero e impariamo a fare un perfetto parcheggio a S.

Pedone investito in autostrada a Vercelli, la Cassazione: "Chi guida non ha colpa". La donna camminava sulla carreggiata: la Procura si era opposta all'assoluzione dell'automobilista nonostante quest'ultimo avesse rispettato i limiti di velocità, scrive il 07 aprile 2019 La Repubblica. E' imprevedibile, per l'automobilista che guida in autostrada, anche solo immaginare la possibilità di trovarsi di fronte un pedone che cammina al centro della carreggiata, e anche nel caso in cui non c'è la corsia di emergenza non si può pretendere che chi rispetta i limiti di velocità tenga una guida ancora più prudente nell'attesa di un evento 'eccezionale'. Lo sottolinea la Cassazione che ha confermato l'assoluzione dall'accusa di omicidio colposo per un sessantenne che guidando la sua Hyundai di notte aveva travolto una donna in stato di ebbrezza. Claudia T. era scesa dalla sua macchina dopo una lite con il marito e si era messa a camminare al centro della carreggiata sulla A26 - la Genova - Gravellona Toce - per di più nella stessa direzione di marcia dei veicoli. Per gli 'ermellini', "è inesigibile una attenzione del conducente spinta al punto da scandagliare ogni angolo del tratto percorso alla verifica della eventuale presenza di pedoni, sulla cui assenza egli ha invece motivo di fare pieno affidamento". Così i supremi giudici hanno respinto il ricorso della Procura di Vercelli che chiedeva di condannare l'automobilista, Concetto T. - nato a Trapani -, perchè "procedeva ad una velocità pure rispettosa dei limiti cinetici in vigore nel tratto autostradale, ma in concreto tale da non consentirgli di arrestare l'auto entro il campo di visibilità delimitato dalla profondità dei fari anabbaglianti". Secondo la Cassazione, il guidatore "non solo non aveva l'obbligo di usare i fari abbaglianti, il cui uso gli era addirittura vietato per non abbacinare i conducenti di altre vetture", ma dato che ha "integralmente osservato la normativa di settore non può essergli mosso alcun rimprovero". Concetto T. infatti viaggiava a circa 105-110 chilometri l'ora, al di sotto del limite massimo fissato a 130 e in vigore anche sulla A26, l'Autostrada dei trafori che collega la Liguria al Piemonte. Rileva la Cassazione che la circolazione autostradale "è caratterizzata dalla velocità del traffico che ne costituisce l'essenza", come sede destinata "al traffico al di fuori degli agglomerati urbani". Per questo - prosegue il verdetto 10037 - la presenza di un pedone "nel centro della carreggiata, nella propria corsia di marcia, non può considerarsi circostanza prevedibile, essendovi un assoluto e comunemente rispettato divieto di attraversamento della sede autostradale". I supremi giudici della Quarta sezione penale aggiungono, infine, che è "evidente che qualora si imponesse al conducente di decelerare alla semplice vista del pedone ne risulterebbe gravemente compromessa la stessa circolazione e la sicurezza degli automobilisti, costretti a confrontarsi con un improvviso arresto di una vettura che procede a velocità elevata".

·        Le Ferrovie regionali hanno gravi lacune di sicurezza e manutenzione.

Le Ferrovie regionali hanno gravi lacune di sicurezza e manutenzione. E l’Ansf con direttive segrete impone tempi stretti per mettersi in regola. Andrea Sparaciari il 3 ottobre 2019 su it.businessinsider.com.

Nove gestori ferroviari regionali su 12 analizzati hanno pesantissime lacune rispetto a progettazione dell’infrastruttura;

funzionamento sicuro dell’infrastruttura;

fornitura e manutenzione del materiale;

manutenzione e funzionamento del sistema di controllo del traffico e di segnalamento.

In pratica, non funziona quasi nulla. A dirlo una relazione dell’Agenzia nazionale per la Sicurezza Ferroviaria (Ansf) datata 20 dicembre 2018. Un rapporto allarmante, anche alla luce delle nuove licenze di sicurezza che la stessa Ansf ha concesso ai medesimi gestori nel giugno scorso. Un via libera, come vedremo, condizionato e a tempo, perché soggetto all’obbligo, in capo ai gestori, di uniformarsi alle prescrizioni emesse dalla stessa agenzia di controllo.

Le licenze concesse prima delle nuove regole. Tra il 20 maggio 2019 e il 14 giugno 2020 Ansf rilascia ben 7 autorizzazioni di Sicurezza necessarie per società come Rfi, Ferrovienord, Gtt per poter operare. Un’ipertrofia motivata dal fatto che da giugno 2019 sono entrare in vigore le nuove norme europee previste dalla Direttiva UE 2016/797 – nota anche come “Quarto pacchetto ferroviario” -, una vera rivoluzione che avrebbe costretto molti gestori a ricominciare da capo l’iter per ottenere la certificazione, oppure a smettere proprio di operare. Quindi Ansf ha deciso di concedere il prolungamento dei permessi con le vecchie norme ma, invece di dare alle licenze i cinque anni di validità previsti, le ha sottoposte a termini molto più brevi. Così:

Rfi riceve l’autorizzazione di sicurezza il 15 giugno 2019, con validità fino al 20 dicembre 2021;

Ferrovie Nord Milano: 11 giugno 2019 – 28 giugno 2021;

Ferrotramviaria (Puglia): 7 giugno 2019 – 28 giugno 2021;

Gruppo torinese trasporti Spa (Gtt): 14 giugno 2019 – 20 dicembre 2020;

Ente Autonomo Volturno (Campania): 12 giugno 2019 – 20 dicembre 2021;

Ferrovie Emilia Romagna: 11 giugno 2019 – 20 dicembre 2020;

La Ferroviaria italiana (Toscana): 20 maggio 2019 – 20 maggio 2021;

A queste si aggiungono le Ferrovie del Gargano che ottengono l’ok il 25 gennaio 2019 con validità fino al 31 gennaio 2021. A colpire è che queste autorizzazioni (pubblicate sul sito Ansf) riportano tutte una postilla fondamentale tra le “INFORMAZIONI SUPPLEMENTARI”, per esempio la torinese Gtt “deve ottemperare a quanto prescritto dall’Agenzia nazionale per la Sicurezza delle Ferrovie con la nota di trasmissione della presente autorizzazione”. Le prescrizioni contenute nell’autorizzazione rilasciata alle Ferrovie Emilia Romagna. Sfortunatamente, quali siano le prescrizioni alle quali Gtt (come tutti gli altri gestori) deve adeguarsi entro il 20 dicembre 2020 non è dato sapere. Perché il documento con l’autorizzazione è pubblico, ma le note con gli audit che sottolineano le manchevolezze della società, invece no. Spiega Ansf: “Le autorizzazioni rilasciate ai gestori ferroviari delle ferrovie regionali sono pubblicate sul sito dell’ANSF su iniziativa dell’Agenzia stessa. L’esito dell’attività istruttoria è comunicato al richiedente l’autorizzazione, nelle forme previste delle procedure della P.A., attraverso il documento di autorizzazione (ove sussistano le condizioni per il suo rilascio),  accompagnata da un eventuale documento tecnico contenente le indicazioni volte a migliorare le evidenze documentali per dimostrare l’implementazione dei processi del sistema di gestione della sicurezza, nell’ottica  del miglioramento  continuo della sicurezza“. Un vulnus informativo tanto grave quanto inspiegabile che va a colpire utenti e lavoratori. Entrambi infatti hanno il diritto di sapere se la linea che prendono ogni giorno ha un problema di segnalamento o di sicurezza… Neanche la motivazione per la quale diffondendo gli audit si rivelerebbero informazioni sensibili su società quotate in borsa sta in piedi. Anzi, la scelta della segretezza va a ledere i diritti anche degli eventuali azionisti: se decido di investire in un gestore ferroviario, devo sapere se sussiste un rischio più o meno reale che su una linea possa verificarsi un incidente… Il dato di fatto è che un’autority pubblica, la quale controlla aziende pubbliche, non rende noti gli esiti delle sue ispezioni, mentre dovrebbero essere i primi dati portati a conoscenza dell’utenza. A maggior ragione se non vi è alcuna norma di legge che ne preveda la segretezza. Si tratta infatti di una scelta di Ansf. Pur nella segretezza degli audit, possiamo dire che la minor durata della licenza concessa da Ansf sia legata alla gravità riscontrata. Come spiega la stessa Agenzia a Business Insider: “La durata delle autorizzazioni è variabile in base all’esito dell’istruttoria e in funzione del tempo stimato per i miglioramenti richiesti. Inoltre, con l’entrata in vigore del IV Pacchetto ferroviario, lo scorso 16 giugno, sono state introdotte delle procedure ulteriori che in fase di revisione verranno applicate. La durata massima dell’autorizzazione è 5 anni“. Così, visto che Gtt e Ferrovie Emilia Romagna hanno solo 18 mesi per ottemperare alle prescrizioni, è logico ritenere che abbiano problemi di sicurezza maggiori rispetto, per esempio, all’Ente Autonomo Volturno (Circumvesuviana), il quale comunque ha soli 30 mesi per mettersi a norma.

La relazione allarmante. A rendere ancora più allarmante la situazione, il contenuto della relazione di Ansf datata 20 dicembre 2018 nella quale l’Agenzia faceva il punto sullo “Stato di avanzamento dei procedimenti di rilascio delle autorizzazioni di sicurezza dei gestori”, che Business Insider Italia ha scovato tra le centinaia di documenti presenti sul sito. Si legge nel raport: “Il risultato delle ultime valutazioni complete effettuate sui 9 Gestori Infrastrutture, Considerando che i criteri da soddisfare sono 90 (…), emerge che:

‒ il 26% dei criteri risulta non soddisfatto;

‒ il 32% dei criteri risulta parzialmente soddisfatto;

‒ il 42% dei criteri risulta soddisfatto.

E, rispetto a un’analisi effettuata dall’Agenzia in anni precedenti, la situazione era molto poco migliorata … Scrive infatti Ansf:

“Confronto rispetto alla prima valutazione:

La percentuale dei criteri non soddisfatti è scesa dal 29% al 26%

La percentuale dei criteri parzialmente soddisfatti è rimasta invariata al 32%;

La percentuale dei criteri soddisfatti è salita dal 39% al 42%”.

Ma quali sono i criteri che secondo l’autority i gestori non rispettano? Per saperlo bisogna rifarsi al “Regolamento (UE) N. 1169/2010 del 10 dicembre 2010 concernente un metodo di sicurezza comune per la valutazione della conformità ai requisiti per ottenere un’autorizzazione di sicurezza per l’infrastruttura ferroviaria”, che enumera i potenziali fattori di rischio, dando loro delle lettere dell’alfabeto.

Una pagina della relazione di Ansf del dicembre 2018. Secondo la relazione Ansf – ribadiamo di dicembre 2018 –, i “criteri non soddisfatti” o “soddisfatti parzialmente” riferibili al gestore sono il “T” (ovvero “Progettazione sicura dell’infrastruttura ferroviaria”); l’“U” (“Funzionamento sicuro dell’infrastruttura”); il “V” (“Fornitura di manutenzione e materiale”); il “W” (“Manutenzione e funzionamento del sistema di controllo del traffico e di segnalamento”). Numerose carenze erano state riscontrate anche nei criteri di analisi del rischio, come: “A” (“Misure di controllo per tutti i rischi connessi all’attività del gestore dell’infrastruttura”); “B” (“Controllo del rischio correlato alla fornitura di manutenzione e materiale”); “C” (“Controllo del rischio correlato all’uso delle imprese appaltatrici e controllo dei fornitori”); “D” (“Rischi derivanti dalle attività di altre parti esterne al sistema ferroviario”). Un quadro sconsolante, tanto che la stessa Ansf scrive: “Allo stato attuale Nonostante ci siano stati dei passi avanti nell’implementazione del SGS (Sistema di Gestione della Sicurezza, ndr), per la maggior parte dei gestori, tali sistemi non hanno ancora raggiunto un livello di maturità tale da consentire il rilascio dell’Autorizzazione di sicurezza. Piani di adeguamento tecnico e tecnologico con orizzonti temporali lunghi. Mancanza dei piani di adeguamento normativo ai principi del RCF (Regolamento per la Circolazione Ferroviaria, ndr)”. E conclude: “Dopo quasi due anni dalla prima richiesta di AdS (Adeguamenti di sicurezza, ndr), anche se in qualche caso si sono visti dei miglioramenti, i risultati raggiunti non consentono di tracciare un bilancio positivo”. Interrogata sullo stato di avanzamento dei lavori rispetto agli esiti della relazione di fine 2018, Ansf ha fatto sapere a Business Insider italia che: “Rispetto allo stato di avanzamento rilevato a dicembre, ad oggi non si può registrare un effettivo incremento della percentuale di km di linea di tratte attrezzate in esercizio con il sistema di controllo marcia treni. Si può tuttavia segnalare che: Ferrovie Nord ha completato l’attrezzaggio sull’intera rete: la linea Malnate – Laveno è certificata secondo le regole europee e autorizzata dall’ANSF; la linea Seveso-Asso è certificate ed è in corso di procedimento di autorizzazione di messa in servizio. I gestori FUC e FER hanno iniziato il procedimento autorizzativo per la messa in servizio su progetti in corso. Ferrotranviaria ha effettuato modifiche sulla parte di rete attrezzata con sistema di controllo marcia treni (Bari-Bitonto-Ruvo) e ottenuto l’autorizzazione di messa in servizio per predisporre l’interfacciamento con il resto della rete. Ente Autonomo del Volturno ha attivato, ottenendo l’autorizzazione dell’ANSF, una tratta di blocco automatico conta assi laddove esisteva solo il blocco telefonico”. L’agenzia sottolinea inoltre che “ha inviato lo scorso 15 aprile una nota a tutti i gestori richiamando l’attenzione sull’implementazione dei sistemi di sicurezza e richiedo agli stessi di comunicare tempestivamente i piani di adeguamento in corso“. 

Una pioggia di soldi pubblici. Insomma, Ansf l’anno scorso ha messo nero su bianco che esistono macroscopiche violazioni dei più elementari requisiti di sicurezza delle reti regionali e che i miglioramenti richiesti avanzano troppo lentamente. La domanda nasce così spontanea: ma se nove mesi fa la situazione era tanto grave, oggi come siamo messi? È successo un miracolo e da dicembre a oggi le condizioni sono mutate radicalmente perché i gestori hanno fatto in nove mesi ciò che non avevano fatto per anni…? Sì, perché i gestori si erano impegnati a sanare le carenze già molti anni fa, ricevendo per questo lauti finanziamenti. Ferrovie Nord Milano per esempio, il 25 luglio 2016, con il nuovo “Contratto di Programma per gli investimenti e le manutenzioni straordinarie sulla rete ferroviaria regionale” si era impegnata ad operare il “rinnovo, ampliamento e ammodernamento dell’infrastruttura e degli impianti tecnologici, ai fini del miglioramento della qualità dei servizi, dello sviluppo dell’infrastruttura e del conseguimento di elevati livelli di sicurezza”. entro il 31 dicembre 2022, ricevendo complessivamente 726.328.056 euro. Tuttavia, a parte opere minori, oggi è lo stesso sito di Fnm a  informare che: “Sono in corso con Regione Lombardia le attività finalizzate all’avvio della progettazione per i seguenti interventi: Ammodernamento e potenziamento infrastrutturale (…) in particolare sul nodo di Seveso. Rinnovamento armamento: interventi di rinnovo e potenziamento dei binari, ormai prossimi alla scadenza della vita tecnica utile, tesi quindi ad assicurare la regolarità e sicurezza dell’esercizio ferroviario con conseguenti benefici sugli oneri di manutenzione con priorità sulla linea della Brianza. Ammodernamento e accessibilità stazioni. Eliminazione passaggi a livello”. Altri interventi – ancora lontani dallo stadio di progettazione – sono previsti sulle linee Bovisa – Saronno,  Bovisa – Seveso – Asso; Saronno – Como; Saronno – Varese – Laveno; Brescia – Iseo – Edolo. Quando si faranno, non è comunicato. È certo però che entro il 2022 si vedrà ben poco di costruito e molto ancora sulla carta. D’altra parte, le Ferrovie del Sud Est – protagoniste del terribile scontro tra due treni il 12 luglio 2016 tra Andria e Corato costato la vita a 23 persone, recentemente acquistate da Fs – hanno assegnato il loro appalto principale solo il 23 settembre 2019! E parliamo di opere dal valore di 1,35 miliardi di euro, che comprendono: “manutenzione dei sistemi e delle apparecchiature degli impianti di sicurezza e segnalamento, RTB, telecomunicazioni, informazioni al pubblico, sistemi di videosorveglianza e impianti di luce e forza motrice della rete ferroviaria e delle infrastrutture di produzione e di servizi di Ferrovie del Sud-Est e Servizi Automobilistici S.r.l.”. Cioè tutto. In definitiva, tra ritardi certificati, licenze a tempo, obblighi segretati e appalti appena partiti, non si può certo dire che le reti regionali siano un’oasi di felicità. Del resto quotidianamente le cronache riportano le inefficienze di queste reti vecchie quanto costose e storicamente poco sicure. Mercoledì 1° ottobre, per esempio, decine di passeggeri hanno percorso a piedi oltre un chilometro sulla Circumvesuviana – tratta Sorrento-Napoli – perché il loro treno era “schiattato” sul binario. A inizio settembre gli studenti baresi hanno minacciato la rivolta contro i disservizi delle Ferrovie del Sud Est. La lombarda Trenord solo nel 2018 ha dovuto riconoscere agli abbonati bonus per oltre 28,5 milioni a causa di ritardi e soppressioni, l’equivalente di circa tre treni nuovi. Senza dimenticare lo scontro frontale tra due convogli pendolari del 28 marzo scorso fra Arosio e Merone, che ha causato 7 feriti e 50 contusi. Un incidente verificatosi su una linea, la Milano-Asso di Ferrovie Nord Milano, non ancora coperta totalmente dal sistema di controllo della marcia del treno (Scmt) che avrebbe potuto avere conseguenze assai più drammatiche. Insomma, il trasporto ferroviario sulle linee regionali è al collasso, i disservizi sono solo la punta dell’iceberg di uno sbandamento generalizzato della sicurezza non più tollerabile.

·        La raccolta e lo smaltimento dei rifiuti.

RACCOLTA E SMALTIMENTO RIFIUTI. 

LA RACCOLTA DIFFERENZIATA, scrive educarsialfuturo.it.

La raccolta differenziata è il modo migliore per preservare e mantenere le risorse naturali, a vantaggio nostro e delle generazioni future: riusare e riutilizzare i rifiuti, dalla carta alla plastica, contribuisce a restituirci e conservare un ambiente "naturalmente" più ricco.  Infatti, ogni nostra azione produce inquinamento, anche la più comune, come per esempio leggere un giornale o bere un'aranciata, non sarebbe nulla, se non considerassimo che ogni giorno nel mondo vengono stampate milioni di pagine, costruite milioni di bottiglie in plastica o lattine in alluminio, assemblati milioni di oggetti e mobilio per le nostre case.  Tradotto in altre parole, milioni di alberi abbattuti, milioni di litri di petrolio consumati, milioni di kg di CO2 immessi nell'atmosfera: con la raccolta differenziata, invece, tutte queste risorse vengono risparmiate. Alcuni esempi:

ognuno di noi produce circa 30 kg di plastica ogni anno: se questa plastica fosse completamente riciclata, in un comune di 100.000 abitanti si risparmierebbero 10.000 tonnellate di petrolio e carbone;

per produrre 1 kg di alluminio, occorrono 15 kwh di energia elettrica; per produrre un kg di alluminio riciclato,  servono invece 0,8 kwh: in Italia, ogni anno, vengono consumate 1 miliardo e 500 mila lattine;

per produrre una tonnellata di carta vergine occorrono 15 alberi, 440.000 litri d'acqua e 7.600 kwh di energia elettrica: per produrre una tonnellata di carta riciclata bastano invece 1.800 litri d'acqua e 2.700 kwh di energia elettrica;

se non differenziati, i farmaci in discarica possono dar luogo ad emanazioni tossiche ed inquinare il percolato; inoltre, la presenza di antibiotici nei rifiuti può favorire la selezione di ceppi batterici resistenti agli stessi antibiotici,

il riciclo del vetro permette un risparmio annuo, in Italia, pari a 400.000 tonnellate di petrolio;

i pneumatici, una volta terminato il loro ciclo, possono essere reimmessi in ciclo per gli utilizzi più svariati: è importante, poichè in Italia ne vengono scartati ogni anno 500.000 tonnellate, per un volume di oltre 3 milioni di metri cubi, l'equivalente di più di 6 stadi di San Siro colmi fino all'orlo;

da 100 kg di olio usato se ne ottengono 68 di olio nuovo: 1 solo kg di olio usato disperso nell'ambiente inquina 1.000 metri cubi d'acqua.  Adesso, provate a fare due calcoli con gli oggetti che vi circondano! 

I RISPARMI DELLA RACCOLTA DIFFERENZIATA

1.  Differenzia la plastica. Con il recupero di 1.000 tonnellate di plastica (ossia la quantità di plastica prodotta da una piccola città) si ottiene il risparmio di circa 3.500 tonnellate di petrolio, cioè l'equivalente dell'energia usata da 20.000 frigoriferi in un anno. 

2.  Differenzia la carta. Per produrre una tonnellata di carta vergine occorrono 15 alberi, 440.000 litri d'acqua e 7.600 kwh di energia elettrica.  Per produrre invece una tonnellata di carta riciclata bastano 1.800 litri d'acqua e 2.700 kwh di energia elettrica. 

3.  Differenzia il vetro. Nella produzione di vetro "nuovo", per ogni 10% di rottame di vetro inserito nei forni si ottiene un risparmio del 2,55%di energia, equivalente ad oltre 130 litri di petrolio risparmiato per ogni tonnellata di vetro riciclato usato.  Si stima che l'industria vetraria registri ogni anno un risparmio energetico, grazie alla raccolta differenziata, pari a 400.000 tonnellate di petrolio. 

4.  Differenzia il rifuto verde (ramaglie). Gli scarti provenienti dalla cura delle aree verdi e dei nostri giardini (foglie, erba, residui floreali, ramaglie,  potature) costituiscono una parte consistente dei rifiuti prodotti e sono fondamentali per il processo di compostaggio industriale.  Ne sono sufficienti 10 tonnellate per fertilizzare un ettaro di terreno. 

5.  Differenzia l'alluminio. Per produrre 1 kg di alluminio, occorrono circa 15 kwh di energia elettrica ed un impianto di estrazione di bauxite.  Per produrre 1 kg di alluminio da materiale riciclato, occorrono invece 0,8 kwh di energia e, soprattutto, nessun impianto di estrazione di bauxite, assente nel nostro paese. 

6.  Differenzia il tuo vecchio frigo. Frigoriferi e congelatori sono costituiti per lo più da acciaio e plastica ma contengono anche sostanze chiamate clorofluorocarburi (CFC), responsabili dei danni all'ozono atmosferico.  Si stima che ogni frigo contenga in media 250 grammi di CFC vari (freon, poliuretano), oltre all'olio minerale altamente dannoso contenuto nel motore dell'impianto refrigerante. 

7.  Differenzia l'olio minerale. L'olio minerale usato (olii lubrificanti nell'artigianato, negli autoveicoli, nell'industria, ecc.) è per la quasi totalità recuperabile.  Da 100 kg di olio usato si ottengono 68 kg di olio nuovo. 

8.  Differenzia i pneumatici. In Italia è stato calcolato che il 65%dei pneumatici finisce nelle discariche.  La gomma è un combustibile e, quando nella discarica avvengono combustioni non controllate, si liberano, soprattutto a causa dei pneumatici, fumi densi molto inquinanti.  Il recupero dei pneumatici usati avviene, per esempio, con la triturazione: alla temperatura di 100° sotto zero raggiunta tramite l'impiego di azoto liquido, la triturazione meccanica diventa semplice e la successiva separazione automatica dei vari componenti assicura un riciclo pressochè totale dei materiali, che vengono utilizzati come sottostrati anti­rumore per strade ed autostrade, piste da corsa e campi sportivi, ecc.

Oggetto di raccolta sono i rifiuti domestici e quelli cosiddetti assimilati ovvero quelli derivanti da attività economiche, artigianali, industriali che possono essere assimilati (con decisione del comune tramite apposita delibera) per qualità a quelli domestici.

Natura della tassa sui rifiuti. Il presupposto della tassa è l'occupazione di uno o più spazi, adibiti a qualsiasi uso e giacenti sul territorio del comune dove il servizio di smaltimento rifiuti è reso in maniera continuativa. Quindi, il presupposto impositivo non è il servizio prestato dal comune, ma la potenziale attitudine a produrre rifiuti da parte dei soggetti detentori degli spazi. Infatti, fatta eccezione per i comuni con popolazione inferiore a 35.000 abitanti, l'importo da corrispondere per questa tassa non è commisurato ai rifiuti prodotti, ma alla quantità di spazi occupati. Tali presupposti danno a questa tassa natura di imposta anziché di tassa, il cui importo viene invece commisurato al servizio prestato. Un altro elemento che lascia propendere verso la natura di tributo è dato dal fatto che la Tassa non è soggetta a IVA, come lo sarebbe invece stato qualunque tipo di servizio.

Più si differenzia, più si paga. Più si conferiva il tal quale indifferenziato, meno si pagava. Che strano ambientalismo!

Prima c’erano i cassonetti dell’indifferenziata. Poche spese e pochi operatori ecologici. In alcune zone scatta l’emergenza dei rifiuti, più per complotti politici e speculazioni economiche per la gestione delle discariche.

Poi ai tradizionali cassonetti si sono aggiunti i contenitori per carta, plastica, vetro, formando le isole ecologiche. Più spese e più operatori ecologici, ma anche più guadagni per la vendita del differenziato. In alcune zone aumenta l’emergenza dei rifiuti, più per complotti politici, ma crescono le speculazioni economiche: per la gestione delle discariche e per gli affari sul differenziato.

La politica si inventa l’ecotassa.

Ecotassa. Tributo speciale per il deposito dei rifiuti solidi in discarica, scrive Maurizio Villani il 27 dicembre 2013. Con i commi da 24 a 41 dell’art. 3, legge n. 549 del 28 dicembre 1995, è stato istituito, a favore delle Regioni, il tributo speciale per il deposito in discarica dei rifiuti solidi (cd. “ecotassa”), così come definiti e disciplinati dall’articolo 2 dell’abrogato D.P.R. 10 settembre 1982, n. 915. L’istituzione del tributo risponde a finalità ambientali consistenti nel favorire la minore produzione di rifiuti, il recupero dagli stessi di materia prima e di energia, la bonifica di siti contaminati e il recupero di aree degradate. Tale finalità emerge sicuramente dai vincoli di contabilità pubblica dei bilanci delle Regioni, che prescrivono una destinazione del 18% del gettito rinveniente dall’ecotassa a favore di fondi regionali destinati a finanziare il riciclo, smaltimenti alternativi, bonifiche e recuperi. Discenderebbe da detto vincolo di destinazione la denominazione del tributo quale tributo “speciale “. Si vuole in sostanza attenuare la convenienza economica dello smaltimento mediante semplice deposito in discarica od incenerimento senza il recupero di energia. Alle discariche sono assimilati gli impianti di incenerimento senza recupero di energia, le discariche abusive ed i depositi incontrollati, nonché le discariche istituite in via temporanea con ordinanza. La determinazione dell’ammontare di imposta avviene con legge regionale, nell’ambito di limiti statali, succedutisi nel tempo: il D.M. Ambiente 18 luglio 1996, il D.M. Ambiente 13 marzo 2003, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2003, l’art. 26, legge n. 62 del 18 maggio 2005. L’art. 3 al comma 30 stabilisce che il tributo sia versato alla Regione nel cui ambito territoriale è ubicata la discarica, dal gestore della stessa in apposito capitolo di bilancio, entro il mese successivo alla scadenza del trimestre solare in cui sono effettuate le operazioni di deposito. Entro i termini previsti per il versamento relativo all’ultimo trimestre dell’anno, il gestore è tenuto anche a produrre alla Regione competente una dichiarazione contenente, tra l’altro, l’indicazione delle quantità complessive dei rifiuti conferiti nell’anno di riferimento, nonché l’ammontare dei versamenti effettuati. Copia della dichiarazione sarà trasmessa alla Provincia nel cui ambito territoriale è ubicata la discarica.

Poi siamo arrivati all’oggi. Raccolta porta a porta dei rifiuti. Distribuzione dei contenitori per il conferimento dei vari rifiuti, divisi per specie. In alcuni paesi cinque, ad altri solo due. I colori sono differenti da paese a paese.

Ogni bidone (utenze non domestiche) o bidoncino (utenze domestiche) avrà il suo giorno stabilito per essere svuotato.

L’utente ha bisogno di una laurea. Finisce come la parodia di Ficarra e Picone nel film: l’Ora legale. Ficarra si mangia la buccia del melone, non sapendo dove buttarla e chiede: “Voi a Milano i tovaglioli sporchi di sugo dove li buttate?”

OGNI BIDONE UN COLORE, OGNI COLORE UN TIPO DI SPAZZATURA, TU LI SAI?

Cerchiamo di capire quali sono i colori più utilizzati per i bidoni della spazzatura nella raccolta differenziata dei rifiuti, non esiste ancora uno standard, ma in linea di massima queste sono le colorazioni più usate.

Pur non essendo ancora ufficialmente uno standard, si può dire che per la raccolta differenziata i vari colori dei bidoni seguono questo schema:

Bianco: Carta, cartone (riviste, giornali e materiali cellulosici in generale)

Verde: Vetro (bottiglie, barattoli, specchi, etc.)

Rosso o marroncino: Organico (umido)

Giallo: Plastica riciclabile (bottiglie di bevande, detersivi, prodotti per l’igiene, etc.)

Blu: Alluminio (lattine, imballaggi, bombolette spray, etc.)

Va comunque detto che essendo i comuni gli assegnatari dei vari colori in alcune zone potrebbero esserci delle variazioni, infatti ci sono zone in cui i bidoni blu sono destinati a carta e cartone, quelli verdi a vetro e lattine, quelli gialli alla plastica, quelli marroni o rossi ai rifiuti non riciclabili, quelli arancioni all'indifferenziata e quelli neri ai rifiuti organici. Ma non è finita qui, ad ogni sacco un colore, ad ogni colore un tipo di spazzatura, secondo voi vale la stessa regola e lo stesso abbinamento di colori che abbiamo appena visto per i bidoni? 

La raccolta porta a porta parte con difficoltà ad Avetrana. I contenitori a disposizione di ogni unità abitativa sono soltanto due, uno di colore marrone per l’umido e l’altro bianco «multiuso» che..., scrive Nazareno Dinoi martedì 19 febbraio 2019 su La Voce di Manduria. Avviata in forte ritardo rispetto a tutti i comuni della provincia di Taranto, la raccolta differenziata «porta a porta» nel comune di Avetrana soffre un rodaggio difficile e non privo di malesseri da parte degli abitanti convinti che si poteva fare di più. Le critiche maggiori riguardano l’insufficienza dei consumabili a corredo per ogni famiglia come buste e bidoncini per la separazione dei rifiuti, ma anche la modalità di ritiro della spazzatura e l’esclusione di alcune categorie dalla raccolta spinta. I contenitori a disposizione di ogni unità abitativa sono soltanto due, uno di colore marrone per l’umido e l’altro bianco «multiuso» che deve essere utilizzato di volta in volta come raccoglitore vetro, plastica, carta e cartone, alluminio, metalli e indifferenziato. Questo comporta da parte delle famiglie l’uso di altri recipienti personali, uno per ogni tipologia di spazzatura che sarà trasferita in quello multiuso nel giorno stabilito per il ritiro. Un solo giorno settimanale, il martedì, dedicato all’indifferenziato, inoltre, costringe gli utenti a lunghe permanenze in casa della spazzatura prodotta che deve essere contenuta in qualche secchio di fortuna perché quello bianco deve essere impiegato ogni giorno per una differente funzione. Critiche vengono mosse inoltre per la modalità di conferimento di pannoloni sanitari e pannolini per neonati. Il loro smaltimento avviene per tre giorni la settimana all’interno di buste o altri contenitori di fortuna lasciati sul marciapiede di casa con inevitabile imbarazzo per chi ci abita oltre agli ovvi problemi di odori che tale rifiuto produce soprattutto d’estate. Discriminante viene infine considerata l’esclusione degli studi professionali dalla raccolta porta a porta. Il contrato stipulato dal comune con la ditta incaricata, la «Universal Service» di San Marzano di San Giuseppe, non prevede questa inclusione costringendo i liberi professionisti (commercialisti, ingegnerei, architetti, geometri e così via) a portarsi a casa il rifiuto che sarà poi smaltito con quello domestico. Questi problemi, sommati all’impreparazione o alla inevitabile cattiva volontà di alcuni, sta producendo già i suoi effetti peggiori: nelle campagne intorno ad Avetrana fanno la loro comparsa buste di spazzatura lanciate dalle auto in corsa. Un’evenienza presa già in considerazione dall’amministrazione comunale che ha pronto un piano per l’installazione di video trappole. Il comune di Avetrana che vuole scrollarsi di dosso quel 6% della raccolta differenziata ottenuta con il vecchio sistema delle campane e dei cassonetti per le strade, investirà una somma pari a un milione e duecentomila euro l’anno estendendo il servizio anche nelle zone residenziale vicine alla costa. Ai cittadini che storcono il naso per come è stato organizzato il servizio, il vicesindaco Alessandro Scarciglia chiede comprensione e pazienza. «Siamo ancora in una fase iniziale – dice – e con lo sforzo di tutti riusciremo a superare ogni ostacolo».

Sempre che i bidoni rimangano in nostro possesso in comodato d’uso, perché un nuovo sport prende piede: il furto di bidoni e bidoncini. Le denunce presentate posso riempire centinaia di questi bidoni. E la burocrazia anche in questi casi punisce in modo grave. Dopo la denuncia seguono giorni di attesa e di adempimenti per la sostituzione di un bidoncino di pochi euro di valore.

Furbetti della raccolta differenziata non pagano la Tari e rubano i box. Saranno individuati tramite le denunce di chi ha subìto i furti, scrive il 10 Gennaio 2017 La Gazzetta del Mezzogiorno. La regola è che i rifiuti vengano depositati utilizzando gli appositi contenitori a suo tempo consegnati dalla ditta che gestisce il servizio di igiene urbana agli utenti, ma il malcostume di depositare i rifiuti senza utilizzare le betonelle non solo è duro a morire, ma è in continuo aumento. Il numero dei furbetti della differenziata è in continuo aumento tanto che a Palazzo di città nei mesi scorsi hanno dovuto fare ricorso ad un promemoria per rammentare ai cittadini che, in caso di furto delle betonelle, i nuovi contenitori possono essere richiesti gratuitamente alla Tradeco, la società che gestisce il servizio di igiene urbana nel Fasanese. «Nell’eventualità - si legge nella nota dell’Ufficio stampa del Comune - i cittadini avessero la necessità di sostituire (perché rotti o rubati) i contenitori dei rifiuti differenziati bianchi e marroni, si potranno recare, per il ritiro di quelli nuovi, direttamente alla sede della Tradeco, in contrada Sant’Angelo. I cittadini potranno recarvisi, muniti di copia della dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà con cui si denuncia la scomparsa dei contenitori, ogni giorno, dal lunedì al sabato, dalle ore 8 e 30 alle 13». Un vero e proprio esercito: sono davvero tanti i cittadini che, non avendo pagato le imposte e, non essendo quindi censiti, rubano i kit altrui per smaltire «correttamente» i propri rifiuti. Non si spiega altrimenti l’escalation di furti di contenitori per la raccolta differenziata. Le modalità del furto sono sempre le stesse: i raccoglitori vengono rubati nel corso nella notte, quando i proprietari li depositano all’esterno delle loro abitazioni con la frazione di rifiuti per cui è prevista la raccolta il giorno successivo. Quando hanno iniziato a registrarsi le prime scomparse di contenitori della differenziata si era pensato che dietro i furti ci fossero «bande» di ragazzini in vena di bravate. Quando, però, i colpi hanno iniziato ad aumentare in modo esponenziale è apparso chiaro a tutti che dietro i furti c’era ben altro. Al Comune si sono fatti un’idea ben precisa di quello che sta succedendo: chi non è nelle condizioni - e non lo è semplicemente perché non ha mai pagato la tassa sui rifiuti, la «famigerata» Tari - di ritirare il kit per la differenziata, per evitare di essere scoperto, i contenitori se li procura rubandoli. Più semplice di così. Di qui l’invito del Comune alle vittime di questi strani furti a denunciare l’accaduto. La denuncia serve per sapere chi usa un kit che non è il suo. Va ricordato, infatti, che ogni contenitore è dotato di un microchip e di un codice a barre. Agli addetti al ritiro dei rifiuti basta un semplice click per rendersi conto se il contenitore che hanno tra le mani è provento di furto e, di conseguenza, per scoprire chi lo sta usando indebitamente. Individuare i furbetti della differenziata non è un’impresa di quelle impossibili: basta solo passare sotto un lettore ottico i contenitori usati dagli utenti per conferire i rifiuti.

Ladri di «pattumelle», ne sono sparite 500. Qualche commerciante vuol mettere i carrellati all'interno di gabbie chiuse a chiave, scrive Fabio Casilli il 26 Ottobre 2016 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Tra un po’ sarà necessario un gran bel contenitore per tutte le denunce presentate da chi ha subito il furto di carrellati e mastelli per la raccolta differenziata. Perché negli uffici della «Monteco», società che gestisce il servizio in città, fino a questo momento ne sono state «accatastate», una sull’altra, ben 500. Tante, troppe se si tiene conto che la «differenziata spinta» è partita da appena due anni e l’intera città è stata «coperta» dalla distribuzione dei contenitori «a domicilio» (col preventivo ritiro di tutti i cassonetti stradali, ad esclusione delle campane del vetro) solo qualche mese fa. Un dato enorme, quello dei 500 contenitori sottratti: tra carrellati (i contenitori più grandi, consegnati a condomini e attività commerciali) e mastelli (quelli consegnati alle abitazioni con una sola famiglia). Come se, giusto per fare qualche esempio, gli abitanti di un quartiere come San Lazzaro o di una marina come Frigole restassero tutti, da un giorno all’altro, senza gli strumenti per la raccolta differenziata dei rifiuti. Un dato talmente enorme che qualcuno ipotizza un vero e proprio «mercato illegale» di carrellati e mastelli per organico, residuo secco, carta e plastica. A vantaggio, magari, di quanti - e sono tanti - non sono in regola con i pagamenti della Tari, la tassa comunale sui rifiuti. È bene però precisare che ogni contenitore per la differenziata, nel momento in cui viene consegnato al legittimo assegnatario, è dotato di un codice numerico. E, in quanto tale, non può essere utilizzato da nessun altro. Pare che, nei giorni scorsi siano stati anche individuati dei responsabili denunciati per furto. Ma si ipotizzano anche manovre da parte di qualcuno per «danneggiare Monteco», considerato che il costo dei nuovi carreggiati e mastelli è a carico della ditta. Senza trascurare che, in molti casi, si potrebbe anche trattare di «furti per gioco». Qualunque sia la ragione della «scomparsa» dei contenitori per la differenziata, a farne le spese sono famiglie e commercianti. Ne sa qualcosa, solo a titolo di esempio, Sergio Valentini, titolare del ristorante «Vita», situato alle spalle del cinema Massimo. «A me, nei giorni scorsi, hanno portato via un carrellato - spiega Valentini - E ho perso due giorni a fare la denuncia ai vigili urbani e poi per ottenerne uno nuovo. Pur rischiando la multa, però, il mio ristorante l’ho tenuto aperto. Abbiamo trattenuto i rifiuti all’interno e poi, dopo un paio di giorni, li abbiamo consegnati». Lo stesso Valentini ha partecipato ad una riunione tra i commercianti aderenti a Confcommercio, nel corso della quale è stata fatta la proposta di «ingabbiare» i contenitori della differenziata per scoraggiare eventuali ladri o buontemponi. «Io ho chiesto se potevo fare una gabietta, magari in stile liberty, chiusa a chiave - spiega - Una chiave resta a noi e l’altra agli operatori Monteco. Ma, da quanto sappiamo, non è possibile perché ci sarà un faccia a faccia tra Amministrazione comunale e Sovrintendenza per i dettagli sul Piano del colore e dell’arredo urbano in centro». Da Monteco allargano le braccia e ammettono che il problema esiste, eccome: «Sì, siamo attorno alle 500 denunce finora - spiegano - Perché per ottenere il nuovo contenitore, devono portarci la copia della denuncia sul furto subìto. Noi cerchiamo di consegnare il sostituto, prima possibile, proprio per evitare disagi agli utenti. Ed è utile ricordare che, per i responsabili del furto, scatta la denuncia penale».

E poi c'è la burocrazia.

Ritiro, acquisto e denuncia furto contenitori raccolta differenziata. A ciascuna utenza regolarmente iscritta nel registro TARI del Comune di Sestu (Ca)è consegnato un kit RD (raccolta differenziata) costituito da buste e contenitori dotati di un tag a radiofrequenza. In caso di furto o di rottura non imputabile agli operatori, è possibile acquistare nuovi contenitori per l'effettuazione della raccolta differenziata dei rifiuti al prezzo di € 10 ciascuno. Dato che essi sono dotati del un tag a radiofrequenza è necessario registrare il nuovo acquisto e cancellare il precedente. Per questa ragione, chi ha subito il furto di uno o più contenitori dovrà denunciarlo all’Ufficio Ambiente usando l'apposito modulo (vedi allegato in fondo alla pagina) disponibile anche presso la portineria del Municipio. Il modulo, una volta compilato, con allegata copia del documento di identità del titolare dell’utenza TARI, dovrà essere consegnato al Protocollo del Comune che provvederà al rilascio di una copia timbrata. Con quella copia sarà possibile comprare un nuovo contenitore dello stesso tipo di quello di cui si è denunciato il furto. In caso di rottura, invece, sarà sufficiente riportare il bidone rotto, così che questo venga ritirato e smaltito correttamente, e procedere all’acquisto e alla riassegnazione del tag. In nessun caso sarà possibile vendere bidoni a chi non ne denunci il furto o non ne riconsegni uno rotto della propria dotazione originaria. Il tag permette agli operatori di riconoscere se per strada si trovano dei bidoni che risultano rubati e chi avesse dichiarato un falso furto sarebbe punibile secondo le norme vigenti. Per l’acquisto sarà necessario mostrare il proprio documento di identità – se titolare dell’utenza – o delegare altri usando l'apposito modulo. Il delegato dovrà mostrare il proprio documento di identità agli operatori.

Poi bisogna combattere anche con l’arroganza degli operatori che ti riprendono per ogni errore: smaltire un certo tipo di rifiuti in giorni sbagliati o in orari sbagliati.

Se poi gli operatori minacciano di sanzione in caso di errore, allora l’ansia cresce.

Paradossale è che non puoi evitare lo smaltimento dei rifiuti versati, riciclando le cose utili buttate.

Rimini, senzatetto ruba la spazzatura dai cassonetti: denunciato per furto, scrive il 10 settembre 2018 TGcom 24. A "incastrarlo" una residente della zona. Nei confronti dellʼuomo anche lʼaggravante di aver rubato cose esposte alla pubblica fede. Un senzatetto di 48 anni è stato denunciato per furto dagli agenti della polizia municipale perché sorpreso più volte a frugare nei cassonetti, con l’aggravante di aver rubato cose esposte alla pubblica fede. È accaduto a Rimini. A presentare la denuncia una residente della zona in questione: la donna ha scattato delle fotografie al clochard e le ha portate alla polizia municipale. Lo riporta Il Resto del Carlino. Da quando la donna si è resa conto che il cassonetto della differenziata in cui andava a buttare i suoi rifiuti veniva manomesso da un uomo, ha iniziato a monitorare la situazione e a tenere d’occhio il clochard appostandosi alla finestra e scattando alcune fotografie. Dopo aver visionato le immagini - che immortalano il senzatetto intento a cercare del cibo tra la spazzatura - i vigili si sono rivolti a Hera, la società che si occupa del servizio della gestione dei rifiuti, per sapere se i bidoni fossero stati danneggiati. L’azienda ha confermato il danno e precisato che il clochard aveva portato via cose esposte alla pubblica fede. La polizia municipale, dopo aver tenuto sotto controllo l’area, ha individuato e fermato l'uomo: un 48enne di Rimini con qualche disagio psicologico, che rovista tra i cassonetti per mangiare gli scarti altrui. La denuncia è però partita ugualmente.

Clochard rovista nei cassonetti. La polizia lo denuncia per furto. Un barbone di 48 anni di Rimini è stato denunciato per furto con l'aggravante di essersi appropriato di cose esposte alla pubblica fede, scrive Giovanna Stella, Lunedì 10/09/2018, su Il Giornale. La legge non fa sconti a nessuno e anche un barbone di Rimini è stato denunciato per furto dalla polizia municipale. Il motivo? L'uomo è stato colto sul fatto mentre frugava nella spazzatura. Così è stato denunciato - come scrive il Giorno - con l'aggravante di essersi appropriato di cose esposte alla pubblica fede. Ad incastrare il barbone è stata una residente che vive nella prima periferia di Rimini. La donna ha chiamato i vigili urbani denunciando che uno dei cassonetti della raccolta differenziata del suo quartiere era stato manomesso. Ma non solo. La donna ha spiegato di aver beccato sempre lo stesso uomo a trafugare la spazzatura e così si è improvvisata detective. E con tanto di macchina fotografica alla mano, si è appostata alla finestra per cogliere sul fatto il clochard. E così è stato. Prove alla mano, è andata dritta dalla Polizia municipale denunciando l'uomo. Nelle immagini si vede appunto un uomo di spalle che dopo avere bloccato il coperchio con una sorta di bastone, ci rovista dentro. Ma la questione non si ferma qui. Perché i vigili urbani si sono rivolti a Here per sapere se quei bidoni siano stati danneggiati. E qualche giorno fa l'azienda ha risposto confermando che in quella strada uno dei cassonetti è stato rovinato e che il senzatetto si era portato via roba esposta alla pubblica fede. A quel punto gli agenti non avevano potuto fare altro che andare fino in fondo e cercare di scoprire chi sia il responsabile. E qui la verità. I vigili l'hanno fermato e identificato. È un cittadino riminese, di 48 anni. Un poveraccio che, hanno sottolineato gli agenti nel loro rapporto, soffre anche di evidenti problemi psicologici. Ma la legge vale anche per lui. Ed è scattata la denuncia per furto e violenza sulle cose.

Anche rubare la spazzatura è reato! E se il furto avviene in una piazzola ecologica c'è l'aggravante, scrive Valeria Zeppilli su studiocataldi.it. A chi non è capitato mai di incontrare dei "curiosi" che, in prossimità dei cassonetti dell'immondizia, frugano tra la spazzatura cercando di trovare qualcosa che possa essere utile. Nelle grandi città accade più spesso ma questa "caccia alla spazzatura" è una prassi che i senzatetto e i vagabondi seguono con costanza e che la crisi ha ancora più diffuso. Per il nostro ordinamento si tratta però di attività illecita: nonostante l'oggetto della sottrazione siano rifiuti, infatti, il prelevare indebitamente oggetti dai sacchetti della spazzatura va comunque considerato furto. Il rischio è quello di essere condannati ai sensi dell'articolo 624 del codice penale.

Fondamento del reato. Benché possa sembrare strano c'è una ratio alla base di tutto ciò. I rifiuti collocati nei bidoni, spesso hanno comunque un valore sociale, potendo essere riciclati o essendo necessaria la loro eliminazione dalla circolazione per motivi di salute (si pensi al cibo). Soprattutto essi divengono immediatamente di proprietà del Comune. Diverso è il caso in cui i rifiuti non sono prelevati dai cassonetti ma da terra o da altro luogo nel quale siano stati indebitamente abbandonati. In tal caso, trovare un diritto di proprietà che giustifichi la riconducibilità del comportamento alla fattispecie di furto è più complesso, se non impossibile. Si consideri però che tal volta potrebbe ricorrere in un altro illecito (Vedi: Se si trova un gioiello per la strada... Il ritrovamento di oggetti smarriti e vedi anche: Se trovi un portafogli e non lo restituisci … multa fino a 8mila euro).

Esposto del Codacons. A sostenere a gran voce che sottrarre beni dai cassonetti sia furto, in particolare, è stato il Codacons (Coordinamento delle Associazioni per la Difesa dell'Ambiente e dei Diritti degli Utenti e dei Consumatori) che nel 2013 ha presentato addirittura un esposto alla Procura di Roma oltre che una diffida per mancato controllo al Comune capitolino. Il degrado inaccettabile che le persone che frugano nei cassonetti rappresentano per il Codacons è, insomma, conseguenza di una chiara ipotesi di reato. Peraltro oltre che un furto, frugare nell'immondizia, a detta dell'avvocato Bassotti che seguiva la questione, era anche un rischio non indifferente per la privacy dei cittadini.

Furto nella piazzola ecologica. Quelle che sembrano solo astratte dissertazioni, in realtà, non lo sono affatto ma, anzi, stanno iniziando a trovare vero e proprio spazio nelle aule di giustizia anche se solo limitatamente a ipotesi peculiari. Ci si riferisce, in particolare, al caso in cui la sottrazione dei rifiuti avvenga all'interno della piazzola ecologica nella quale essi sono smistati. Sostanzialmente: nel passaggio successivo a quello della loro conservazione nei cassonetti. Con la sentenza numero 350 del 23 febbraio 2016, infatti, la sezione penale del Tribunale di Udine ha condannato un uomo per aver rubato dall'area della piazzola due televisori abbandonati. Per il giudice i beni conservano comunque un valore economico, anche se sono dismessi. Oltretutto nel caso di specie non è stato possibile nemmeno applicare la non punibilità del fatto: il furto, infatti, essendo avvenuto in uno stabilimento pubblico è stato reputato aggravato, con conseguente superamento della soglia edittale massima.

Cassazione, è lecito prendere rifiuti dai cassonetti? Scrive su Il Fatto Quotidiano il 29 Luglio 2018 Gianfranco Amendola, Ex magistrato, esperto in normativa ambientale. Sempre più di frequente si vedono persone rovistare nei cassonetti di rifiuti per cercare e asportare, con sacchi e carrelli, quelli che possono essere riutilizzati o venduti. A prescindere dagli aspetti sociali, si tratta di una condotta lecita?

A prima vista, infatti, si può certamente dire che un rifiuto è una cosa che è stata abbandonata dal suo proprietario e, quindi, non ci si può lamentare se qualcun altro se ne appropria; anzi, se la riutilizza, compie un’azione meritoria in quanto contribuisce a evitare un inquinamento da rifiuti. Tuttavia, recentemente sono intervenute due sentenze della Cassazione che vale la pena di esaminare brevemente perché entrambe ipotizzano la presenza di reati.

La prima (sez. 2, pres. Prestipino, n. 14960 del 4 aprile 2018) si è occupata del caso di una donna, la quale, dopo aver trafugato nel 2013 abiti usati da un cassonetto del Comune di Venezia, si era ribellata agli agenti ed era stata condannata per rapina impropria; la Cassazione derubricava il fatto a furto aggravato (trattandosi di cose esposte alla pubblica fede), confermando quindi, comunque, che si trattava di furto (anche se ormai prescritto).

La seconda (sez. 2, pres. Davigo, n. 29018 del 22 giugno 2018) si è, invece, occupata del caso di un uomo che, a Salerno, dopo aver rovistato nelle buste dei rifiuti conferiti in regime di raccolta differenziata, al fine di asportare quanto di suo interesse, rompeva le buste che li contenevano e asportava quanto a lui utile, abbandonando il resto sulla pubblica via, con pregiudizio dell’estetica e della pulizia conseguente, risultando imbrattato il suolo pubblico in modo tale da renderlo sudicio con senso di disgusto e di ripugnanza nei cittadini; e concludeva che, in tal caso, è ravvisabile il delitto di deturpamento aggravato, punibile con la reclusione da tre mesi a un anno e con la multa da mille a 3mila euro.

Diciamo subito che in questa seconda sentenza, in realtà, la Cassazione non era stata interpellata circa la liceità dell’asporto di rifiuti dal cassonetto ma solo per l’imbrattamento del suolo pubblico. Ma è anche innegabile che, a differenza del primo caso, nessun reato risulta essere stato contestato per l’asporto di rifiuti, pur conferiti in regime di raccolta differenziata.

Quanto al primo caso, va sottolineato che si trattava della raccolta di indumenti usati considerati dalla legge veri e propri rifiuti solo in presenza di alcune condizioni. E, per completezza, è bene ricordare che – con sentenza numero 350 del 23 febbraio 2016 – la sezione penale del Tribunale di Udine ha condannato un uomo per aver rubato dall’area della piazzola ecologica del Comune due vecchi televisori ivi conferiti.

In ogni caso – in attesa di chiarimenti definitivi da parte della suprema Corte – mi sembra opportuno evidenziare in proposito che, soprattutto se si tratta di rifiuti riutilizzabili conferiti al Comune tramite raccolta differenziata, essi possono essere considerati proprietà del Comune che da essi può trarre profitto. E, quindi, il loro asporto può essere considerato un vero e proprio furto ai danni del Comune. Nessun dubbio, comunque, esiste quanto alla illiceità di chi imbratta e insudicia il suolo pubblico. Si potrà discutere se è delitto o contravvenzione (articolo 674 c.p.). Ma di certo non può essere una condotta lecita ed è giusto punire lo sporcaccione.

Come Andare a Caccia nei Bidoni dell'Immondizia, scrive wikihow.it. Quiz veloce! La caccia al bidone è:

A) uno sport

B) un hobby popolare tra i risparmiatori

C) un modo di vivere consapevole a livello sociale e ambientale.

Tutte e tre le risposte sono valide. Come implica il nome, la caccia al bidone (nota anche come “rumare" in certe zone) è la ricerca di oggetti preziosi o utili tra gli scarti dei bidoni - non sempre e solo quelli dell'immondizia. Che ci crediate o no però, la caccia al bidone sta diventando una moda di massa in molti paesi. Che tu stia cercando di arredare casa, riempire il frigo o cercare soldi, questa guida ti insegnerà cosa fare e non fare. Ricorda: la robaccia di un uomo può essere un tesoro per altri!

Passaggi:

1. Studia le leggi locali. In molte giurisdizioni l'immondizia è considerata proprietà privata, quindi la caccia al bidone può essere considerata furto. In alcune città ci sono ordinanze che proibiscono di scavare nell'immondizia, specie nel Regno Unito. Le leggi australiane riflettono una sottile intolleranza verso questa pratica. La caccia al bidone può infrangere diverse leggi, come quelle ambientali; può anche rappresentare una violazione della proprietà privata, un disturbo della privacy e in alcuni casi viene anche considerata un furto. In molti stati la polizia ha dei poteri speciali conferiti appositamente per fermare chi fruga nei bidoni. Fai delle ricerche riguardo alla zona in cui vivi.

2. Preparati mentalmente e adatta i tuoi metodi per evitare pratiche che riterresti disgustose. Se ti fa schifo scavare nell'immondizia, prova a rovistare nei bidoni privi di rifiuti umidi, come quelli della plastica o del legno.

3. Collabora con altri cercatori. Praticando la caccia al bidone, probabilmente incontrerai altre persone interessate a questa attività; alcune, ma non tutte, saranno amichevoli e ti aiuteranno. Se possibile, condividi consigli ed esperienze. Individua delle associazioni di cercatori online o locali, per effettuare degli scambi o chiedere agli altri di cercare articoli che ti interessano.

4. Individua i bidoni nella tua zona. Stabilisci quali sono i momenti migliori per effettuare le tue ricerche, tenendo conto degli orari in cui la nettezza urbana svuota i cassonetti. Di solito ci sono degli orari fissi.

5. Progetta la caccia a seconda di cosa cerchi. Se ti interessa soltanto il brivido della sorpresa e ti accontenti di tesori inaspettati, puoi rovistare ovunque, ma se sei a caccia di articoli specifici, devi organizzare bene la ricerca. Ad esempio, cerchi del cibo? Guarda nei bidoni dietro ai supermercati e alle panetterie. La maggior parte dei negozi butta il cibo alla data di scadenza anche se è ancora buono e, magari, solo leggermente ammaccato. Cerchi articoli grandi, come mobili o oggetti di elettronica? Dai un'occhiata al di fuori dei bidoni, perché le cose più grandi solitamente vengono lasciate accanto ai cassonetti. Chiedi consigli online, possibilmente nei forum specializzati.

6. Indossa l'equipaggiamento adatto. Guanti protettivi, maniche lunghe e pantaloni sono fondamentali per proteggersi da tagli e sporcizia. Se entri nel bidone, indossa vestiti pesanti e spessi, come i jeans, e copriti più che puoi. Proteggi i piedi mettendo scarpe chiuse o stivali. Indossa abiti ai quali non tieni.

7. Attrezzati. Porta con te almeno uno sgabello su cui salire per rovistare meglio nei cassonetti. Non dimenticare le buste di plastica in cui metterai i tuoi tesori. Accertati di avere una torcia se vai a caccia di notte. Ricordati che non devi entrare nel bidone subito, ma usa un bastone per scandagliare prima il fondo.

8. Accertati che non ci sia nessuno nei paraggi e guardati intorno. La caccia al bidone è un'attività controversa; spesso, i gestori di locali e i padroni di casa non l'accettano di buon grado, perciò preparati anche ad un confronto verbale. Non è sempre un problema se gestisci bene la situazione, ma dovresti evitarlo. Se vedi persone in giro, aspetta che non ci sia più nessuno prima di procedere.

9. Procedi con attenzione. Stai attento quando tocchi oggetti nel bidone. Vetri rotti e oggetti appuntiti potrebbero ferirti, o rischi di pungerti con un ago usato. Gli abiti protettivi in un certo senso aiutano a evitare questi problemi, ma dovresti comunque essere molto cauto mentre rovisti nei cassonetti.

10. Prendi solo ciò che ti può servire davvero. Evita di prendere articoli che non userai: ci sono altre persone che potrebbero averne un disperato bisogno mentre tu li lasceresti a raccogliere polvere in garage.

11. Ripulisci. Se hai sparso la spazzatura ovunque, raccoglila e rimettila nel bidone. Getta tutto ciò che è rimasto fuori. Lascia la zona pulita o anche più pulita rispetto a come l'hai trovata: non contribuire a peggiorare la reputazione di chi rovista nei bidoni.

12. Pulisci bene gli oggetti. La pulizia è particolarmente importante per il cibo. Controlla le cose impacchettate e lavale in una soluzione blanda di candeggina e acqua. Il cibo che acquisti nei negozi solitamente è trattato così, perciò non è nulla di drastico.

13. Ripulisciti. Fatti una bella doccia con del sapone per toglierti di dosso gli odori e i germi.

14. Impara dalle tue esperienze. Cerca di adattarti alle situazioni, perché c'è sempre da apprendere. Condividi le tue conoscenze con gli altri e aiuta chi ha meno esperienza di te.

15. Ricorda che è una pratica pericolosa! I bidoni sono tra le cose più sporche che ci siano e possono veicolare malattie. Rischi anche di contaminare la tua famiglia. Il camion dell'immondizia passa un paio di volte alla settimana in certi posti. Se resti intrappolato all'interno, potresti essere tritato. Scegli un altro hobby se possibile.

Consigli:

Se affronti un residente, un netturbino o la polizia, sii gentile e spiega ciò che stai facendo. Molte volte daranno per scontato che tu stia facendo qualcosa di illegale e non vorranno sentire ragioni. In ogni caso, mostrati sempre gentile, rispettoso e cerca di capire anche il punto di vista dell'altro: ad esempio, i proprietari di negozi che ti dicono di andartene potrebbero essere preoccupati delle conseguenze legali se ti facessi male.

Condividi questa esperienza con un amico, è più divertente e più sicuro. Un amico può aiutarti se ti fai male o se ti scontri con qualcuno.

Prima di entrare nel cassonetto, batti i lati un paio di volte per avvisare possibili abitanti (opossum, orsetti lavatori, topi, scoiattoli). Attento soprattutto ai procioni e ai topi.

Svuota le tasche e togliti qualsiasi gioiello prima di entrare nel bidone in modo da non perdere nulla.

Vai a caccia di domenica, quando i camion della nettezza urbana non passano e potresti trovare cibo e altra roba buona!

Mentre scavi, metti fuori qualche scatolone formando una pila. Se qualcuno viene a protestare, avrai una scusa pronta dicendo che cerchi delle scatole per via di un trasloco. I negozianti, in particolare, avranno una reazione migliore se non dici che stai cercando roba da rivendere.

Un grembiule bianco ti farà sembrare un impiegato di in un negozio e non verrai seccato da altri cacciatori o dalle forze dell'ordine.

Cerca su internet altri suggerimenti utili. La sezione gratuita di Craigslist è un'ottima risorsa se vivi nelle aree metropolitane americane e molte comunità hanno gruppi di riciclo dove le persone portano quello che non vogliono. Se prendi parte a qualcuna di queste comunità ricordati che dare è importante quanto ricevere.

Se sei preoccupato per la tua sicurezza, parcheggia davanti al bidone in modo che non venga spostato. A volte è illegale, ma nei giorni di raccolta potrebbe salvarti la vita.

Quando scavi in cerca di cibo, rovista nei bidoni dell'umido appena riempiti invece che in quelli molto pieni.

Uno zaino è utile ma può esserti d'intralcio. Le borse della spesa invece si possono piegare e conservare in tasca. Ti daranno meno fastidio!

I guanti di cotone sono un'idea PESSIMA. Assorbono QUALSIASI cosa. Usa il lattice.

Indossa jeans aderenti perché non si impiglieranno. Ma controlla che ti permettano di muoverti agilmente.

Un set economico di pinze da camino funziona perfettamente per trovare oggetti senza dover entrare nel cassonetto. Un cappello da minatore con la luce incorporata o una lampada sono meglio della pila.

Fai sapere al vicinato che cerchi gente disposta a cedere i propri scarti. A molti non interessa chiamare chi si occupa di beneficenza, ma sono contenti se un vicino si prende carico di quella che per loro è robaccia.

Se non ami sporcarti prova i cassonetti della carta. Solitamente sono puliti e spesso ci trovi anche del buon materiale da leggere che ti evita di abbonarti a qualche rivista.

Avvertenze:

Non prendere alcun tipo di melone dal bidone. Assorbono facilmente tutti liquidi con cui vengono a contatto. Potresti morire se ingerissi sostanze nocive.

Mai entrare in un bidone dotato di compattatore.

Non tuffarti nei cassonetti. Dovresti portare una scala ed entrare lentamente.

Impara a capire se un prodotto in scatola è scaduto perché potrebbe aver sviluppato il botulino che è mortale.

NON fumare e non usare alcun tipo di fiamma come fonte di luce mentre cerchi dentro al bidone. Non buttare la sigaretta o la cenere all'interno dei cassonetti, perché potrebbe dar vita ad un incendio molto velocemente. Non hai idea dei materiali infiammabili che possono essere dentro al bidone. E gli incendi in questi luoghi sono difficili di spegnere.

Se vai a caccia nei cassonetti industriali, non sporgerti dal bordo - potresti fratturarti le costole o farti venire un'ernia.

Indossa sempre guanti molto spessi in modo da non tagliarti o ferirti con aghi.

Considera di fare un'antitetanica e un vaccino antiepatite A/B nel caso i tuoi richiami siano scaduti. La pelle lacerata e il contatto con i fluidi potrebbe anche risultare fatale.

Non prendere materassi che potrebbero contenere insetti e pulci.

Nel Regno Unito la caccia al bidone è illegale ed è classificato come furto. Gli articoli presenti nel bidone sono di proprietà della persona che li ha buttati finché non vengono raccolti dal servizio di nettezza urbana, dopodiché diventano proprietà dello stato. La gente viene processata per la caccia al bidone. Se vuoi farlo dovresti avere il permesso del proprietario del bidone. La legge australiana non è più permissiva; spesso il padrone di casa nega il permesso di rovistare nel cassonetto perché ha paura dei risvolti legali in caso di danni alla persona.

Attento ai coperchi che si chiudono a causa del vento o della gravità.

Mai entrare in un cassonetto quando c'è in giro il camion della nettezza urbana; se si avvicina esci subito.

Non esagerare quando hai un confronto con qualcuno. Se ti chiedono di andartene, vattene anche se sai che non stai facendo nulla di illegale.

Mai prendere documenti che contengono informazioni personali e non usare questi dati per scopi illegali.

Mai entrare in cassonetti o altri bidoni protetti da un cancello o da una scritta "non oltrepassare".

Pensa ai giorni di raccolta. Accertati di non essere dentro al cassonetto quando passa il camion delle nettezza urbana.

Cose che ti Serviranno:

Vestiti resistenti e comodi che non ti interessa sporcare.

Pantaloni di pelle o jeans economici con toppe sulle ginocchia per protezione.

Scarponcini chiusi e resistenti o stivali.

Guanti.

Bidone o sgabello.

Buste di plastica.

Un bastone o qualcosa di lungo per scandagliare l'interno del cassonetto.

Lampada o torcia.

Kit di pronto soccorso.

Casco.

Igienizzante per le mani.

Pinze da camino.

Forcone.

Intanto le utenze domestiche diventano bombe ecologiche, con tanti contenitori sparsi per casa che non trovano posto.

Se la “differenziata” in cucina è una bomba batteriologica: ecco come disinnescarla, scrive Paola Guidi il 19 agosto 2017 su Il Sole 24ore. Un’autentica bomba “batteriologica”, questa è oggi diventata la nostra cucina. E nel silenzio di tutti. La raccolta differenziata ha infatti trasformato la cucina –soprattutto per chi abita in condominio- in una maleodorante discarica con rifiuti di ogni tipo in contenitori pieni zeppi di batteri, microbi, salmonelle, virus, lieviti e muffe prodotti dalla putrefazione dei cibi e dal degrado di imballi sporchi. Il fatto è che i sacchetti non vengono mai portati ogni giorno nei bidoni del condominio. E i contenitori in cucina rimangono sporchi e infettati. Raramente vengono lavati, sterilizzati e asciugati (unici rimedi per mantenere un basso livello di microrganismi dannosi), ma quello che più preoccupa è che bidoni, sacchetti e rifiuti raramente trovano posto fuori dalla cucina. Sono ormai in gran parte sistemati sotto il lavello, all'interno dei mobili componibili dove, grazie al buio, all'umidità e al caldo i microrganismi vivono e si moltiplicano di ora in ora banchettando allegramente.

Severissimi con i ristoranti, menefreghisti con le cucine domestiche. L'elenco dei microrganismi non è una nostra fantasia, lo avevamo documentato nell'articolo pubblicato su Food24 del 27 settembre 2016. È infatti il contenuto del rigidissimo protocollo HACCP imposto per l'igiene alimentare nelle cucine dei ristoranti. Ma non nelle nostre cucine dove ci si ammala parecchio tra intossicazioni, infiammazioni e allergie della pelle, disturbi digestivi, malesseri continui, che si accentuano d'estate. Circa il 33% delle malattie di origine alimentare, secondo un rapporto EFSA, l'autorità europea per la sicurezza alimentare, è provocato direttamente dalle scarsissime condizioni igieniche della preparazione e della conservazione domestiche dei cibi. E da errori colossali commessi da chi, nell'imporre la raccolta differenziata peraltro necessaria, meritoria, vantaggiosa (per le aziende private), non ha mai dedicato tempo, consigli e strumenti ai consumatori sulla necessità di tenere fuori dalla cucina almeno la fonte più pericolosa dei problemi, l'umido. Grazie anche agli errori di chi, progettisti e costruttori di mobili, inserisce nelle cucine i contenitori a incasso per la raccolta differenziata, spesso di grandi capacità, che favoriscono prolungati accumuli e che, salvano l'estetica ma non certamente la salubrità. Perché vengono puliti molto molto di rado essendo scomodi da manovrare.

“Cagnotti”, vermi e larve: i rimedi. Non li vediamo perché invisibili, ma ci sono. I bidoni allevano, secondo esperti da noi consultati, colonie fisse di vermi-spazzatura o “cagnotti”, che si nutrono dei rifiuti e si moltiplicano con il calore e l'umidità in particolare d'estate. Il guaio è che tutto -microrganismi pestiferi, cagnotti, bestioline varie- è assolutamente invisibile. Ma molto molto mobile poiché grazie alle mani e agli utensili, alle pentole, agli strofinacci e alle spugnette questi microrganismi si trasferiscono nei cibi. Come abbiamo sottolineato, questo mix tossico provoca un aumento di allergie che spesso vengono trascurate. Ma che possono diventare croniche, soprattutto se esaltate dal caldo e dall'inquinamento. Inoltre, la scienza non conosce ancora bene i danni alle vie respiratorie che possono provenire dagli odori cattivi (sono sostanze chimiche vere e proprie) ma è assodato che sempre più persone accusano allergie, intolleranze, difficoltà respiratorie in presenza di muffe e odori forti e sgradevoli provenienti da rifiuti marci. Che fare?

1-Tenere all'esterno, sul balcone, sul davanzale (ben ancorato) il sacchetto dell'umido e possibilmente anche gli altri contenitori. Se avete poco tempo e poca voglia di seguire le nostre indicazioni sulla pulizia, un rimedio c'è: comprate (costano pochissimo) dei portasacchi per i sacchi differenziati: sono strutture semplicissime che non richiedono nessuna manutenzione; il sacco si appende e poi si toglie. In pochi secondi e con una pulizia assoluta e niente odori.

2-Tenere tutto pulito e disinfestato. Occorre svuotare di frequente ogni contenitore, lavare con acqua e candeggina tutto, quindi cospargere il fondo di sale (tanto). Chiudendo bene il bidone: candeggina e sale sono in grado di eliminare sia pure per poco qualsiasi animaletto. Ottimi la lacca per capelli, l'antizecche dei cani e persino la lavanda, insopportabile per i vermi.

3-Ogni rifiuto alimentare dovrà sempre essere avvolto in carta assorbente o di giornale.

4-Quando c'è lo spazio, tutti i contenitori per i diversi sacchetti dovranno essere posti al di fuori della cucina. In vendita si trovano contenitori per la raccolta differenziata dove sistemare i sacchetti per i differenti rifiuti. Nel 90% dei casi sono difficili e brigosi da pulire. Meglio secchiette e bidoncini separati…

5-Guadagnare con i rifiuti? Si, si cominciano a vedere gli Eco-Point di Garby, si tratta di raccoglitori di alluminio e di tutti i tipi di plastiche compresi i tappi, che compattano questi rifiuti riducendone l'ingombro dell'80%. In cambio si ricevono dei coupon per fare la spesa scontata presso gli esercizi commerciali convenzionati.

6-Compostaggio, conviene-Avete piante, orto, giardino o anche solo qualche vaso? I rifiuti alimentari –con qualche piccola eccezione- sono tutti utilizzabili per fare il concime migliore che ci sia, ovvero il compost che renderà il vostro verde molto resistente a insetti, infestanti, parassiti e persino ai bruschi cambiamenti climatici. Ma per evitare delusioni e puzze è bene acquistare contenitori previsti per questo scopo. Nature Mill è il primo composter domestico che in due settimane e in modo pulito “digerisce”, lavorandoli omogeneamente, i rifiuti e produce dell'ottimo Humus. Così ne guadagneranno in igiene e salubrità la cucina e chi la abita.

7-Tritiamo i rifiuti? Si, se è possibile installare il potente tritarifiuti elettrico da lavello e se abitate in un appartamento che non consente di trattare i rifiuti organici trasformandoli in compost. Vi accorgerete quanti e quali vantaggi derivano da questo elettrodomestico: più spazio sotto il lavello, meno odori, più igiene e meno lavoro.

E che dire delle città e dei paesi che sono delle vere bidonville maleodoranti, ossia strade invase da bidoni perenni posti sui marciapiedi (da 2 a 5 per utenza non domestica, come negozi, ristoranti, attività artigianali e professionali, ecc.).

Dove ci sono loro (i bidoni) è impedito il transito ai pedoni.

Intanto i pseudo ambientalisti osteggiano i termovalorizzatori per meri intenti speculativi.

Tari, nei comuni virtuosi si paga di più. Perché? Testo tratto dal corriere.it del 28 ottobre 2018. Lesmo è un piccolo Comune ai margini del parco della Villa Reale di Monza. Nel 2017 i suoi 8.500 abitanti hanno raggiunto un traguardo quasi danese: sono riusciti a differenziare il 92% dei loro rifiuti. Eppure quest’anno pagheranno il 5,6% di Tari in più. Il Sud differenzia poco (37,6 %) e ha 777 impianti di recupero. Il Nord differenzia molto (64,2) e di impianti ne ha 4.102; eppure continua a subire i maggiori rincari. Il caso più emblematico è quello della Lombardia, con una raccolta differenziata al 68,1%, ben 1.122 impianti, e i continui aumenti della tassa sui rifiuti: a Monza (+1%), a Lodi (+3), a Desenzano del Garda (Brescia) (+ 5%), a Treviglio (+6%), a Lecco (+12%), a Lazzate (Monza) (+25%), solo per citarne alcuni (controlla il tuo comune). Una nuova ondata di rincari è attesa anche per il 2019, a fronte di un servizio rimasto invariato. Ma non ci hanno sempre detto «Più sarai virtuoso e più si abbasseranno le tasse»?

Perché aumentano le tasse sui rifiuti. Secondo il giudizio concorde di operatori e amministratori locali, dipende tutto dall’articolo 35 del decreto Sblocca Italia approvato nel 2014 dal Governo Renzi, con Galletti ministro dell’Ambiente, che impone alle regioni con più inceneritori di smaltire i rifiuti provenienti da territori carenti di impianti e in perenne emergenza. La Lombardia, prima in Italia con 13 termovalorizzatori, seguita dall’Emilia Romagna (8) e dalla Toscana (5), ha quindi aperto le porte ai Tir e ai treni speciali, carichi di eco balle, che arrivano dalla Calabria, ma soprattutto dal Lazio e dalla Campania. Nel 2016, primo anno a pieno regime con le nuove norme, quante tonnellate di rifiuti di importazione sono state trattate negli inceneritori lombardi? Impossibile saperlo con esattezza, l’unico dato è quello fornito da Ispra: 190 mila tonnellate. I numeri del 2017 non sono ancora noti, ma secondo le stime la quantità è aumentata. Sappiamo che dalla Campania sono uscite 1 milione di tonnellate in direzione Nord.

I rifiuti del sud verso gli inceneritori del nord. Siccome quello dei rifiuti è un business che risponde alle leggi del mercato, i gestori degli impianti hanno alzato i prezzi: il costo del «secco» è passato dagli 82 euro a tonnellata di fine 2017 ai 110 euro di oggi; quello degli ingombranti, è passato dagli 85 euro a tonnellata ai 190 euro di oggi (+123% dal 2016). Inoltre la capacità massima degli impianti non è più stabilita dalla quantità di rifiuti trattata, ma dal loro potere calorifico. Tradotto: più basso è il potere calorifico, più rifiuti può trattare l’inceneritore e maggiore è il guadagno per i gestori. I rifiuti con il potere calorifico più basso sono quelli «sporchi», cioè il residuo secco contaminato da altre componenti, proveniente dalle zone in cui la raccolta differenziata è meno spinta o efficace. Visto che in Lombardia la raccolta differenziata è a livelli alti, i gestori preferiscono trattare i rifiuti sporchi che arrivano da regioni come Lazio (raccolta differenziata al 42,4% nel 2016), Campania (51,6%) o Calabria (33,2%). In sostanza, chi è stato più virtuoso viene penalizzato. Con un effetto paradossale: la Lombardia, fra le prime a uscire dalla grande emergenza degli anni ‘90, e dove per ridurre l’impatto ambientale si stava valutando la dismissione di 3 termovalorizzatori (quelli di Sesto San Giovanni, Cremona e Busto Arsizio), adesso è di nuovo al collasso. E il conto lo stanno già pagando i residenti dei Comuni lombardi.

Come guadagna la criminalità? In un contesto difficilmente controllabile si è sviluppata una criminalità «specializzata» che incassa per il trasporto e smaltimento di tonnellate di rifiuti, ma che, una volta riempiti i depositi, li abbandona o li brucia, risparmiando così milioni di euro. I carabinieri del gruppo Noe di Milano, impegnati in tutto il Nord Italia, continuano a scoprire e sigillare capannoni stipati di rifiuti (urbani e speciali). L’ultimo a Pregnana Milanese, con oltre mille metri cubi di residui plastici. Inoltre gli incendi dolosi, solo quest’anno, sono stati 29. Il fumo che ha coperto Corteolona nel Pavese il 3 gennaio scorso, proveniva dalle fiamme di un capannone industriale con dentro 1.850 tonnellate di rifiuti speciali. Il 12 ottobre, sei persone sono state arrestate con l’accusa di attività organizzata finalizzata al traffico illegale. Per alcuni di loro c’è anche l’accusa di aver dato volontariamente alle fiamme il capannone con tutto il suo contenuto nocivo. Altre 5.100 tonnellate di rifiuti industriali erano state abbandonate in un impianto di Corsico; guadagno sul mancato costo di smaltimento: un milione di euro. Uno degli imprenditori arrestati aveva già individuato altri due capannoni, uno a Levate nel Bergamasco, l’altro in provincia di Sondrio. Per gli inquirenti, si preparava a replicare il modello Corteolona.

La plastica «sporca» che la Cina non vuole più. Infine, ad incidere sull’aumento dei costi di smaltimento, c’è l’abitudine, diffusa un po’ ovunque, di buttare nel cassonetto della plastica contenitori sporchi o contaminati. Se fino a ieri non era un problema, perché la plastica di cattiva qualità riuscivamo a venderla ai cinesi, oggi ci rimane in casa. «La Cina ha deciso di smaltire e riciclare solo ciò che produce nel proprio vastissimo territorio» — spiega il docente del Politecnico di Milano Mario Grosso — «e di conseguenza gli scarti del riciclaggio oggi ingolfano il nostro sistema di smaltimento». Una tonnellata di rifiuti in plastica ben selezionati vale tra i 300 e i 400 euro. Circa 200 euro vengono pagati in origine dalle aziende che utilizzano imballaggi in plastica, per finanziare raccolta e riciclo. Il consorzio Corepla versa poi ai Comuni una cifra variabile tra i 200 e i 300 euro, in funzione della qualità del materiale raccolto. «Da ogni centro di selezione escono balle costituite da polimeri di qualità, che può essere venduta per un reimpiego industriale — aggiunge Grosso — ma il materiale scartato non è riciclabile, ed è un costo che il consorzio deve sostenere per lo smaltimento». E sono proprio questi materiali di scarto che sono stati bruciati due settimane fa a Milano, dove i cittadini sono stati costretti a tenere le finestre chiuse per tre giorni. 

Raccolta differenziata, quanto ci guadagnano i Comuni? Scrive Alternativa Sostenibile. L'Accordo quadro Anci - Conai. Il Contributo Conai e l'accordo quadro Anci - Conai, in sintesi, per comprendere il meccanismo raccolta differenziata degli imballaggi e valorizzazione economica per i Comuni. Il sistema CONAI coinvolge le imprese, che producono e utilizzano gli imballaggi, la Pubblica Amministrazione, che stabilisce le regole per la gestione dei rifiuti sul territorio, i cittadini, che con il gesto quotidiano della raccolta differenziata danno inizio ad un processo virtuoso per l’ambiente, fino ad arrivare alle aziende che riciclano.

CONAI è un Consorzio privato senza fini di lucro che costituisce, in Italia, lo strumento attraverso il quale i produttori e gli utilizzatori di imballaggi garantiscono il raggiungimento degli obiettivi di riciclo e recupero dei rifiuti di imballaggio previsti dalla legge. CONAI da 20 anni rappresenta un efficace sistema Consortile a cui aderiscono oltre 900.000 imprese produttrici e utilizzatrici di imballaggi. Nato sulla base del Decreto Ronchi del 1997, il Consorzio ha segnato il passaggio da un sistema di gestione basato sulla discarica ad un sistema integrato, che si basa sulla prevenzione, sul recupero e sul riciclo dei sei materiali da imballaggio: acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro. CONAI collabora con i Comuni in base a specifiche convenzioni regolate dall’Accordo quadro nazionale ANCI-CONAI, mentre le aziende produttrici ed utilizzatrici aderiscono al Consorzio e versano un Contributo obbligatorio che rappresenta la forma di finanziamento che permette a CONAI di intervenire a sostegno delle attività di raccolta differenziata e di riciclo dei rifiuti di imballaggi.

Il CONAI coordina a sua volta l'attività di 6 Consorzi, uno per ogni materiale: acciaio (Ricrea), alluminio (Cial), carta/cartone (Comieco), legno (Rilegno), plastica (Corepla), vetro (Coreve), garantendo il necessario raccordo tra questi e la Pubblica Amministrazione.

 Il Sistema CONAI garantisce il rispetto del principio della responsabilità estesa del produttore, ripartendo tra produttori e utilizzatori il Contributo Ambientale CONAI (CAC). Aderendo a CONAI, il produttore/utilizzatore è tenuto a versare il CAC, differenziato per tipologia di imballaggio immesso sul mercato. Come CONAI ne viene trattenuta una minima parte per lo svolgimento delle funzioni, mentre una parte rilevante viene trasferita ai Consorzi di filiera i quali, a loro volta, nel rispetto di quanto previsto dall’Accordo quadro ANCI-CONAI, riconoscono ai Comuni convenzionati i corrispettivi economici per la copertura dei maggiori oneri derivanti dalla raccolta differenziata degli imballaggi.

E i comuni quanto ci guadagnano dalla raccolta differenziata, o meglio quanto è versato loro per ogni tonnellata di materiale raccolto (importi che servono per abbattere il costo della raccolta differenziata)? Va detto che questo guadagno, previa stima in fase di progetto, può essere detratto dal costo industriale del servizio (ne risulta, quindi, il canone netto percepito dagli utenti) se le deleghe ad incassare sono girate all'appaltatore. Questa facoltà varia da Regione a Regione, in funzioni di normative specifiche.

Corrispettivi massimi per la raccolta differenziata dei materiali:

2016 €/ton, 2017 €/ton

Acciaio 112,43 114,48

Alluminio 551,60 551,60

Carta 40,65 40,65

Cartoni 96,78 96,78

Legno 16,75 16,75

Plastica 303,88 303,8

Vetro 51,85 51,85

Raccolta differenziata: nessun risparmio sulle tasse, scrive il 26 Settembre 2015 Temistocle Marasco su laleggepertutti.it. I cittadini fanno la raccolta differenziata ma la tassa sui rifiuti non diminuisce e, anzi, a volte aumenta: le ragioni della mancata riduzione dei costi. La raccolta differenziata è partita un po’ ovunque: il “secchio unico”, vecchio stile, ha ceduto il passo alla famiglia di bidoncini necessari a separare i diversi materiali. Il problema principale era (ed è) riuscire a superare le consolidate abitudini per fare posto ai nuovi e più ingombranti sistemi di raccolta. L’argomento più convincente è il risparmio in bolletta: più ricicli, meno rifiuti sono destinati in discarica, più si abbassano le tasse sulla spazzatura. Il principio è reale, chiaro e codificato. Dal 1996, infatti, è stata istituita la cosiddetta “ecotassa”, un tributo speciale che, in prima battuta, versa il gestore della discarica, ma con obbligo di rivalsa sui soggetti che conferiscono i rifiuti in essa, cioè sui Comuni; questi ultimi, a loro volta, pagheranno l’imposta prelevando il denaro dalle tasche dei contribuenti. A quanto dicono i numeri, nonostante i cittadini abbiano abbracciato – chi più, chi meno – la differenziata, le tasse non si sono abbassate e, anzi, in alcuni casi sono anche aumentate. C’è da capirne il perché. In alcune zone la differenziata è cominciata da poco e sconta la fase di “avviamento” (soprattutto laddove è stato istituito il “porta a porta”, inizialmente i costi possono lievitare); in altre viene fatta poco, in altre viene fatta male, in altre ancora un mix di entrambe. Al di là di queste situazioni, però, in molti Comuni sono state raggiunte buone percentuali. Ciò vuol dire minori conferimenti in discarica e possibilità di vendere ciò che è stato separato. Il 10% della differenziata è inservibile poiché inserita nel contenitore sbagliato o perché il materiale è troppo compromesso (si pensi al cartone della pizza unto di olio o intriso di liquido); un’altra parte non viene pagata ai Comuni a prezzo pieno poiché non è pulita (si pensi al barattolo di marmellata che presenta all’interno dei residui) e le ditte che acquistano devono provvedere da sé a questa operazione. Ma può bastare ciò a giustificare le mancate riduzioni delle tasse e, in alcuni casi, addirittura un loro aumento? Sembra paradossale ma i costi aumentano se il Comune di turno, pur incoraggiando e proponendo la differenziata, non ha poi i mezzi e le strutture necessarie per gestirla: parliamo, ad esempio, dei depositi di stoccaggio temporaneo oppure degli impianti per il trattamento della frazione umida. In caso di loro assenza, l’unica soluzione è il trasporto e lo smaltimento in altri Comuni, se non addirittura in altre regioni, con il concreto pericolo che i costi superino i benefici. Per tali motivi, se l’ambiente ne trae comunque un guadagno, fino a quando gli enti pubblici non riusciranno a dotarsi di un apparato efficiente, i cittadini potrebbero non essere premiati in bolletta per l’impegno profuso.

CONTRIBUTO AMBIENTALE. Il Contributo Ambientale CONAI rappresenta la forma di finanziamento attraverso la quale CONAI ripartisce tra produttori e utilizzatori il costo per i maggiori oneri della raccolta differenziata, per il riciclaggio e per il recupero dei rifiuti di imballaggi. Tali costi, sulla base di quanto previsto dal D.lgs. 152/06, vengono ripartiti “in proporzione alla quantità totale, al peso e alla tipologia del materiale di imballaggio immessi sul mercato nazionale”. A venti anni dalla fondazione del Consorzio, il Contributo Ambientale CONAI, stabilito sin dal 1998 per ciascuna tipologia di materiale di imballaggio, non è più unico per materiale. La finalità è di incentivare l’uso di imballaggi maggiormente riciclabili, collegando il livello contributivo all’impatto ambientale delle fasi di fine vita/nuova vita. CONAI ha scelto di avviare la diversificazione del contributo ambientale a partire dal materiale più complesso per la varietà delle tipologie e per le tecnologie di selezione e di riciclo. In passato erano già state introdotte alcune agevolazioni per gli imballaggi riutilizzabili impiegati all’interno di circuiti controllati e particolarmente virtuosi dal punto di vista ambientale.

Entità del Contributo Ambientale per materiale in vigore:

Acciaio 3,00 €/t dal 1° gennaio 2019

Alluminio 15,00 €/t dal 1° gennaio 2019

Carta 20,00 €/t dal 1° gennaio 2019 40,00 €/t dal 1° gennaio 2019 per gli imballaggi poliaccoppiati a prevalenza carta idonei al contenimento di liquidi

Legno 7,00 €/t 

Plastica Fascia A: 150,00 €/t, Fascia B1: 208,00 €/t, Fascia B2: 263,00, Fascia C: 369,00 €/t dal 1° gennaio 2019

Vetro 24,00 €/t dal 1° gennaio 2019

Le norme consortili prevedono che le somme dovute da tutti i Consorziati, Produttori e Utilizzatori, siano sempre prelevate, sulla base di una specifica indicazione in fattura dell’ammontare dovuto sulla base del peso e della tipologia del materiale di imballaggio oggetto della prima cessione. Per prima cessione si intende il trasferimento, anche temporaneo e a qualunque titolo, nel territorio nazionale:

dell’imballaggio finito effettuato dall’“ultimo produttore” al “primo utilizzatore”;

del materiale di imballaggio effettuato da un “produttore di materia prima (o di semilavorati)” ad un “autoproduttore” che gli risulti o si dichiari tale.

Inoltre le stesse norme prevedono che i materiali di imballaggio e gli imballaggi importati dall’estero siano soggetti al Contributo Ambientale in quanto il loro utilizzo darà luogo a rifiuti sul territorio nazionale.

Aspetti fiscali. Il Contributo Ambientale CONAI esposto nella fattura di vendita rientra nel campo di applicazione IVA e va assoggettato alla medesima aliquota (vigente al momento di effettuazione dell’operazione) degli imballaggi o dei materiali di imballaggio oggetto della cessione. Pertanto, in caso di cessione di imballaggi ai clienti che hanno presentato dichiarazione di intento ex articolo 8, comma 1, lettera c), del Dpr 633/1972, il Contributo Ambientale sarà applicato in esenzione IVA.

IL CONTRIBUTO CONAI.

Contributo CONAI - Cos'è il contributo CONAI? Il contributo CONAI è un importo inserito in fattura che si riferisce ai costi di riciclo e gestione degli imballaggi. Il contributo CONAI prende il nome dal Consorzio Nazionale Imballaggi, ente privato e senza scopo di lucro che si occupa della gestione degli imballaggi. Si tratta di un importo che rientra nell'imponibile IVA di una fattura e che varia per il tipo di materiale utilizzato e che viene utilizzato per coprire i costi di smaltimento. Questo costo viene ripartito tra produttori e utilizzatori di imballaggi che devono pertanto iscriversi al Consorzio sotto un profilo diverso a seconda del ruolo che ricoprono. Il contributo deve essere pagato una sola volta per imballaggio al momento della prima cessione ovvero il momento in cui questo passa dall'ultimo produttore al primo utilizzatore.

Chi deve versare il contributo CONAI? I produttori. Abbiamo già detto che questo contributo ambientale deve essere sostenuto da produttori e utilizzatori di imballaggi.

Quali sono le categorie interessate e come si devono registrare al Consorzio?  Tutti i produttori devono iscriversi come tali e iscriversi ai diversi statuti quando richiesto.

Chi produce elementi che vengono utilizzati imballaggi. Obblighi: applicare il contributo solo quando vende i prodotti agli autoproduttori ovvero coloro che producono i propri imballaggi per vendere la propria merce.

Chi importa materie prime per imballaggi. Categoria di registrazione: registrazione agli statuti consortili per i diversi materiali. Obblighi: applicare il contributo e dichiararlo.

Chi produce semilavorati che possono essere poi usati per imballaggi. Obblighi: L'applicazione del contributo e la relativa dichiarazione devono avvenire nel caso in cui si venda a autoproduttori.

Chi importa semilavorati. Obblighi: applicare il contributo e dichiarare le relative operazioni.

Chi produce imballaggi vuoti. Categoria di registrazione: produttori e adesione agli statuti consortili per i relativi materiali. Obblighi: contributo per ogni materiale degli imballaggi venduti e per quelli creati per utilizzo proprio per le merci da vendere.

Chi importa e rivende imballaggi vuoti. Categoria di registrazione: produttori e statuti consortili. Obblighi: Applicazione del contributo a tutti i materiali e beni e relativa dichiarazione

Chi deve versare il contributo CONAI? Gli utilizzatori. Passiamo ora agli utilizzatori di imballaggi che pur non immettendo direttamente l'imballaggio nel sistema lo utilizzano ed sono responsabili della gestione di questi materiali unitamente ai produttori. Per tutti gli utilizzatori è necessario indicare il settore di appartenenza al momento della registrazione al CONAI.

Chi compra e riempie imballaggi vuoti. Obblighi: Pagare il contributo indicato nelle fatture di acquisto e riportare il riferimento legislativo al contributo al momento della vendita ai clienti. La dichiarazione periodica e il versamento del contributo devono seguire le leggi di importazione nel caso in cui il fornitore sia estero.

Chi importa merci imballate. Obblighi: Pagamento del contributo per tutti gli elementi indicando i singoli materiali se necessario.

Autoproduttori. Si definiscono tali coloro che acquistano degli imballaggi per confezionare le proprie merci. Obblighi: Pagari il contributo indicato nella fattura del fornitore e riportare il riferimento legislativo nelle fatture attive. Inoltre è necessario effettuare la dichiarazione per tutti i casi in cui i materiali acquistati servano per la vendita delle merci.

Chi commercia. Nel caso in cui i fornitori siano italiani, è necessario solo riportare i riferimenti legislativi mentre il pagamento del contributo e la relativa dichiarazione vengono richiesti per fornitori stranieri poichè questo scenario si considera equivalente all'importazione.

Chi commercia in imballaggi vuoti. Si applicano le stesse regole del punto precedente.

I CONSORZI. SISTEMA CONAI.  I 6 Consorzi garantiscono il ritiro dei rifiuti di imballaggio di acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro raccolti in modo differenziato, la lavorazione e la consegna al riciclatore finale, che può essere un singolo impianto o un intermediario accreditato. Compito di ciascun Consorzio è dunque quello di coordinare, organizzare e incrementare:

il ritiro dei rifiuti di imballaggi conferiti al servizio pubblico;

la raccolta dei rifiuti di imballaggi delle imprese industriali e commerciali;

il riciclo e il recupero dei rifiuti di imballaggio;

la promozione della ricerca e dell’innovazione tecnologica finalizzata al recupero e riciclaggio.

Ricrea è il Consorzio che dal 1997 si preoccupa di assicurare il riciclo degli imballaggi in acciaio quali barattoli, scatolette, tappi, fusti, lattine e bombolette provenienti dalla raccolta differenziata organizzata dai comuni italiani. Nel 2016 Ricrea ha assicurato il riciclo di 360.294 tonnellate di imballaggi in acciaio, pari al peso di 50 Tour Eiffel. Con le  5.300.000 tonnellate di acciaio riciclate in 20 anni di attività da Ricrea si potrebbero realizzare 53.300 km di binari ferroviari pari ad oltre il doppio dell’intera linea ferroviaria italiana. 

CiAl è un consorzio senza fini di lucro che rappresenta l’impegno assunto dai produttori di alluminio e dai produttori e utilizzatori di imballaggi in alluminio, nella ricerca di soluzioni per ridurre e recuperare gli imballaggi, conciliando le esigenze di mercato con quelle di tutela dell’ambiente. Nell’ultimo anno, attraverso la collaborazione di 53 milioni di cittadini italiani coinvolti nella raccolta differenziata dell’alluminio, attiva in oltre 6.600 Comuni, il Consorzio ha recuperato il 73% degli imballaggi in alluminio immessi sul mercato nazionale.

Comieco è il Consorzio Nazionale che garantisce il recupero e riciclo di carta e cartone raccolti dagli Italiani. I consorziati a Comieco sono i produttori di materia prima per imballaggio e produttori di imballaggio in carta e cartone, importatori di imballaggi vuoti, i recuperatori (piattaforme di selezione del macero) e simpatizzanti. La sua finalità principale è il raggiungimento degli obiettivi di riciclo previsti dalla normativa attraverso una politica di prevenzione, educazione e sviluppo della raccolta differenziata. Dal 1998 al 2016, grazie al lavoro di squadra dell’intera filiera, la percentuale di riciclo degli imballaggi cellulosici in Italia è passata dal 37% all’80%: oggi vengono riciclate 10 tonnellate di macero al minuto. 

Rilegno nato 20 anni fa, ha il compito di organizzare e garantire in tutta Italia la prevenzione, il recupero e il riciclo degli imballaggi in legno. In questi 20 anni la filiera gestita da Rilegno ha recuperato 27,5 milioni di tonnellate di legno diventando così un’eccellenza riconosciuta in tutta Europa. Rilegno ogni anno recupera oltre il 63% degli imballaggi immessi al consumo, pari a 1.785.000 tonnellate, e li trasforma principalmente in pannelli per realizzare mobili. Con i suoi 2.300 consorziati Rilegno promuove la cultura e l’innovazione ponendo l’uomo al centro di un’economia circolare del legno verso un futuro sostenibile. 

Corepla è il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, a cui partecipa l’intera filiera industriale: produttori e trasformatori di materie plastiche per la fabbricazione di imballaggi, nonché, su base del tutto volontaria, imprese utilizzatrici e recuperatori/riciclatori di rifiuti di imballaggi in plastica. Grazie a Corepla, nel 2016 sono state avviate a riciclo e recupero oltre 960.000 tonnellate di imballaggi in plastica, provenienti dalla raccolta differenziata di più dell’80% dei Comuni italiani. 

Coreve è il Consorzio nazionale responsabile del riciclo e del recupero dei rifiuti d’imballaggio in vetro prodotti sul territorio nazionale. Vi aderiscono tutti i produttori di imballaggi in vetro e gli importatori, sia imbottigliatori che grossisti.  Il Consorzio razionalizza, organizza, gestisce e promuove il ritiro dei rifiuti d’imballaggio in vetro, provenienti dalla raccolta differenziata effettuata dal servizio pubblico, garantendone l’avvio a riciclo. Nell’ultimo anno, grazie a CoReVe, sono state riciclate quasi 1.700.000 tonnellate di rifiuti d’imballaggio in vetro. 

I sei materiali di imballaggio: Acciaio, Alluminio, Carta e Cartone, Legno, Plastica, Vetro. ,  

Ambiente, che fine fa il nostro frigorifero: viaggio nel mondo del riciclo dei RAEE, scrive il 20 febbraio 2019 Repubblica tv. Ecodom è il principale Consorzio italiano per il recupero e il riciclaggio degli elettrodomestici, una realtà privata e senza scopo di lucro che è costituita dai principali produttori di elettrodomestici, cappe e scalda acqua sul mercato italiano. L'obbiettivo è quello di gestire i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, i così detti RAEE. Dal 2008 Ecodom effettua il ritiro dei RAEE Domestici dai Centri di Raccolta e il loro trattamento presso impianti specializzati, così da evitare la dispersione di sostanze inquinanti nell'ambiente e recuperare i materiali da reinserire nel ciclo produttivo. Solo nel 2018 il consorzio ha gestito più 105mila tonnellate di apparecchiature.

Raccolta differenziata, il consorzio crocevia dei soldi comunali ha tra i suoi consulenti lo studio del delegato Anci. Filippo Bernocchi, avvocato e politico toscano legato ad Altero Matteoli ricopre da anni un ruolo determinante nel fare gli interessi degli enti trattando con il Conai costi e rimborsi per la differenziata. Il suo studio, però, cura da tempo i recuperi crediti del consorzio. L'interessato: "Mai fatto sconti". Resta il fatto che il sistema di raccolta economicamente pesa di più sulle spalle dei contribuenti che su quelle degli produttori di imballaggi. E le anomalie non finiscono qua, scrive Luigi Franco, il 9 Dicembre 2016 su Il Fatto Quotidiano. L’Italia è il Paese dei conflitti di interesse, niente di nuovo. Ma quelli che si possono scovare nel sistema della raccolta differenziata dei rifiuti hanno dell’incredibile. Prendiamo la figura di Filippo Bernocchi, avvocato e politico toscano legato all’ex ministro dell’Ambiente ed ex ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. Bernocchi è da anni il delegato a Energia e rifiuti dell’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni italiani, e sotto la presidenza di Sergio Chiamparino ne è stato anche il vicepresidente. Da tempo, insomma, ricopre un ruolo determinante nel fare gli interessi dei comuni nella gestione dell’immondizia. Una delle sue controparti è il Conai, il consorzio privato che è al centro del sistema della raccolta differenziata degli imballaggi. Le cose funzionano così: per ogni tonnellata di imballaggi immessa sul mercato i produttori di imballaggi versano un contributo (cac, contributo ambiente Conai) al Conai, controllato dagli stessi produttori. Il sistema Conai, costituito dal Conai e da sette ‘sotto-consorzi’ (ciascuno dedicato a un materiale da riciclare), riconosce poi ai comuni un corrispettivo a tonnellata che dovrebbe compensare gli extra costi sostenuti per la raccolta differenziata degli imballaggi rispetto a quella dei rifiuti generici. Questo corrispettivo viene stabilito ogni cinque anni a seguito di una trattativa tra Anci e Conai, come accaduto nel 2009 e nel 2014 con Bernocchi nel ruolo di responsabile rifiuti per l’Anci. In sostanza, quanto più lui è bravo a fare gli interessi dei comuni, tanti più soldi entrano nelle loro casse per finanziare la raccolta degli imballaggi. E, di conseguenza, tanti più soldi il Conai dove sborsare. Anci e Conai, per questo, sono due controparti. Ma ilfattoquotidiano.itha scoperto che da diversi anni il Conai ha un legame con lo studio legale dello stesso Bernocchi. Lo studio, infatti, attraverso un altro avvocato, cura il recupero crediti del Conai, e cioè i contributi cac evasi dai produttori di imballaggi. Bernocchi: “Mai favorito il Conai”. Ma la raccolta differenziata pesa soprattutto sui comuni – A quanto arrivano gli onorari pagati in questi anni dal Conai allo studio di Bernocchi? “Non glielo so dire, non me lo ricordo”, risponde il direttore generale del consorzio Walter Facciotto. “E’ uno degli studi che noi abbiamo. Fa attività di recupero crediti per noi come la fanno altri studi. Ne abbiamo sette o otto, con tutti abbiamo contratti che prevedono le stesse tariffe”. Beh, ma tra tutti gli studi legali che ci sono in Italia, proprio quello di Bernocchi dovevate scegliere? “Non so neanche quanto lui si occupi di queste cose, noi abbiamo rapporti con un’altra persona, un’avvocatessa”. Se dal Conai non si fanno grossi problemi di opportunità, Bernocchi che dice? “In questa vicenda non c’entro – sostiene il delegato dell’Anci -. Io personalmente, con la mia partita Iva, non curo il recupero crediti per il Conai, né ho conflitti di interessi, né seguo personalmente cause del Conai, né ho redditi che vengono dal recupero crediti del Conai”. Sì, ma ce li ha un avvocato associato al suo studio. E’ opportuno? “Un avvocato che ha la sua partita Iva può fare quello che gli pare, non deve avere pregiudizi per il fatto di conoscere me o collaborare con me – risponde Bernocchi -. Ha il suo lavoro e fa quel cazzo che gli pare”. E ancora: “Se un avvocato che svolge il suo lavoro autonomamente ha fatto una gara e ha vinto un servizio, è bene che lo faccia. Non è corretto che solamente per il fatto di lavorare con me gli vengano pregiudicate delle occasioni di lavoro”. Fino ad arrivare a una domanda che a questo punto è d’obbligo. E Bernocchi se la fa da solo: “Mi vuol chiedere se io, nella mia attività di responsabile dei rapporti con il Conai, abbia mai fatto sconti su qualcosa a causa di qualche interessamento nel settore del recupero crediti o di eventuali aspetti professionali? Mai, mai, mai”. A fronte dei “mai” di Bernocchi, qualche dato è bene riportarlo. Il sistema Conai, prendendo per esempio il 2015, ha incassato 593 milioni di euro grazie al cac e circa 225 dalla vendita dei materiali conferiti dagli enti locali, mentre ai comuni ha versato solo 437 milioni. Numeri che contribuiscono a creare una situazione che lo scorso febbraio è stata descritta così dall’Antitrust: “Il finanziamento da parte dei produttori (attraverso il sistema Conai) dei costi della raccolta differenziata non supera il 20% del totale, laddove invece, dovrebbe essere per intero a loro carico”. Il sistema Conai, cioè, è stato creato a fine anni novanta per soddisfare, sulla base delle direttive europee in materia, il principio del “chi inquina paga”. Ma stando al giudizio dell’Antitrust, a pagare sono soprattutto le casse pubbliche dei comuni. Se un unico conflitto di interessi è troppo poco – Quella del recupero crediti del Conai non è l’unica situazione di conflitto di interessi all’interno del sistema di gestione della raccolta differenziata degli imballaggi. E per trovarne altre non occorre tornare indietro all’interrogazione parlamentare di tre anni fa, con cui il M5S chiedeva conto del perché nel 2010 Bernocchi fosse diventato docente della Scuola superiore della pubblica amministrazione locale, proprio quella che, in base all’accordo Anci-Conai, prendeva fondi dal Conai per tenere corsi di formazione sui rifiuti da imballaggio. Di conflitti di interessi se ne trovano diversi anche ai giorni nostri, come già riportato da ilfatto.it . E’ per esempio il caso di Ancitel Energia e Ambiente, la società a maggioranza privata presieduta fino a pochi mesi fa da Bernocchi, che viene pagata dal Conai per gestire la banca dati condentro tutti i numeri della raccolta differenziata dei comuni italiani. O il caso del contributo cac dovuto dai produttori di imballaggi: a stabilirne il valore è il Conai, e quindi in ultima analisi sono i produttori stessi. La situazione è tale da portare l’Antitrust ad auspicare che la gestione degli imballaggi venga aperta al mercato e non sia più appannaggio quasi esclusivo del Conai. Auspicio su cui il consorzio non ha mai nascosto tutta la sua contrarietà. La questione è in parte affrontata da alcune norme contenute nel ddl concorrenza, al momento fermo in seconda lettura al Senato. Ma anche quando si va a vedere chi è coinvolto nel processo di formazione delle leggi che coinvolgono raccolta imballaggi e sistema Conai, saltano fuori i conflitti di interesse, quantomeno potenziali. I legami del Conai con le fondazioni di Realacci e Ronchi – Il Conai e il consorzio del sistema Conai della carta, il Comieco, fanno parte del forum degli associati della fondazione Symbola, con cui collaborano per alcuni progetti, come il Premio Carte, dedicato al settore cartario, e il rapporto annuale di Symbola ‘GreenItaly’. Presidente della fondazione è Ermete Realacci, che oltre a essere un deputato del Pd è anche il presidente della commissione Ambiente della Camera, quella incaricata di discutere ed esprimere pareri sulle norme che riguardano la gestione dei rifiuti. E quindi lo stesso Conai. Al di là della quota associativa (“poche migliaia di euro”), per Facciotto non si può parlare di un finanziamento del Conai a Symbola: “Noifinanziamo un report, come facciamo con alcune università. Visto che svolgiamo anche attività di ricerca e sviluppo, ci avvaliamo di diversi soggetti a cui facciamo fare attività di ricerca che paghiamo regolarmente sulla base di un listino”. Un legame analogo il Conai ce l’ha con la Fondazione per lo sviluppo sostenibile di Edo Ronchi, l’ex ministro dell’Ambiente a cui si deve il decreto che nel 1997 ha portato alla nascita del consorzio stesso. Tornando ai giorni nostri, il Conai e tutti i sette consorzi di filiera sono soci della fondazione, mentre il direttore generale del Conai Facciotto fa parte del suo comitato di presidenza. La fondazione di Ronchi da un po’ di anni ha un accordo di partenariato con il ministero dell’Ambiente (quello di quest’anno vale 330mila euro, di cui il 60% a carico del ministero) per attività di supporto agli Stati Generali della Green Economy, un processo di elaborazione strategico-programmatica aperto ai principali stakeholder della green economy, tra cui anche il Conai. In pratica la fondazione ha la possibilità di indirizzare le politiche del ministero e, tra le altre cose, nel contesto degli Stati Generali si occupa del recepimento delle nuove direttive in materia di economia circolare e rifiuti. Proprio quelle che, ancora una volta, interessano il Conai. Sponsor del meeting di Comunione e liberazone e dell’Anci – Se alcuni legami del Conai passano attraverso attività di ricerca, altri hanno al centro vere e proprie attività di lobbying. Come nel caso della sponsorizzazione al meeting di Comunione e liberazione di Rimini, dove il Conai, nell’ultima edizione, oltre a essere presente per le sue iniziative di comunicazione, ha dato il nome a una delle sale per i convegni. Tra le sponsorizzazioni c’è poi quella concessa all’assemblea annuale dell’Anci, in occasione della quale lo scorso ottobre sindaci e politici, Matteo Renzi compreso, si sono alternati a parlare dal palco di Bari con il logo del Conai sullo sfondo. Giusto per mischiare il ruolo di controparte dell’Anci con quello di main sponsor del suo evento principale. “Oltre che nostra controparte – spiega Facciotto – l’Anci è anche nostro partner. Ci mancherebbe che non partecipassimo a questo evento. La nostra partecipazione è doverosa, siamo lì per dare informazioni ai comuni sull’accordo Anci–Conai”. E quanto costa la presenza del Conai con uno stand e la sua sponsorizzazione? “Le cifre non mi piace darle, riguardano i rapporti diretti tra noi e loro. Chiedete all’Anci. Se ve le vogliono dare, noi non abbiamo alcun problema”.

Sulle tariffe rifiuti, l’Italia non è unita (e i virtuosi sono pochi). I dati sulle tariffe rifiuti fotografano un Paese iperframmentato: i virtuosi pagano meno e solo al top per raccolta differenziata e tariffazione puntuale, scrive Rosy Battaglia il 14.12.2018 su valori.it. Se il giro d’affari dell’industria del riciclo è stimato in 88 miliardi di fatturato, con ben 22 miliardi di valore aggiunto, ovvero l’1,5% di quello nazionale, come riporta lo studio di Ambiente Italia (promosso da Conai e da Cial, Comieco, Corepla e Ricrea) quanto costano, invece, i rifiuti alle famiglie italiane?

Pochi eletti e molti reietti. Non c’è una risposta certa, se non andando a guardare la nostra bolletta: dipende dal comune e della regione in cui viviamo. Da quanto e come differenziamo, ma pure dai costi che ogni città deve sostenere per la raccolta, il trasporto e il tipo di smaltimento (discarica, trattamento meccanico biologico, inceneritore o differenziata). E se non risiediamo nella ristretta cerchia dei 341 comuni che in Italia applicano, in modo volontario, la tariffazione puntuale – in base alla quale il cittadino paga in base alla “produzione” di rifiuti, la tassa sui rifiuti – la cosiddetta Tari, può essere una sorpresa molto cara.

La conferma arriva dall’Osservatorio Prezzi e Tariffe di Cittadinanzattiva. Nel 2018 la famiglia tipo, composta da 3 persone e con una casa di proprietà di 100 metri quadri, paga mediamente 302 euro. Con differenze abissali tra nord e sud. Dalla città più economica, Belluno, con 153 euro/anno per famiglia ai 571 euro della città di Trapani, in assoluto la più cara d’Italia. E se la regione più economica è il Trentino Alto Adige con una tariffa media di 188 euro, in diminuzione del 4,5% rispetto al 2017, secondo i dati di Cittadinanzattiva, la Campania si riconferma la regione più costosa con 422 euro di media.

Il dedalo dei costi standard. Come sono giustificabili differenze così abissali? Certo non aiuta la complessità del calcolo dei costi standard per i comuni, quelli che servono per emettere le bollette della tassa rifiuti. Il Ministero delle Finanze è dovuto intervenire ben due volte solo nell’ultimo anno, per definire le linee guida necessarie alle amministrazioni per calcolare la TARI. In secondo luogo, influisce la mancanza di trasparenza negli appalti e nell’intero ciclo di gestione della filiera, non solo al sud. Mancanza di trasparenza che non favorisce un contenimento dei costi. Un esempio tra tutti: il prolungamento del commissariamento prefettizio richiesto dall’Autorità Nazionale Anticorruzione in Toscana, per la Servizi Ecologici Integrati SEI Toscana s.r.l, a causa delle turbative d’asta e gare d’appalto truccate, ormai da più di un anno. E mentre è in corso l’indagine nazionale della nuova Autorità di regolazione per energia e reti e ambiente (Arera) per definire finalmente «un sistema tariffario certo, trasparente e basato su criteri predefiniti» che dovrà promuovere «la tutela degli interessi di utenti e consumatori», a giorni verrà pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’aggiornamento del Codice degli appalti, stilato dall’Autorità Nazionale Anticorruzione, che ha una nuova sezione interamente dedicata alla prevenzione della corruzione nella gestione dei rifiuti.

Intanto, per saperne di più, occorre studiare l’annuale rapporto curato da Ispra, che dedica ben due capitoli al monitoraggio del sistema tariffario e alla valutazione dei costi di gestione dei servizi di igiene urbana in Italia. Il rapporto Rifiuti 2018 appena presentato, ha analizzato, a campione, i piani finanziari di 2.557 comuni, pari a 26.508.421 abitanti. Realizzando così un monitoraggio dei costi annui pro capite di gestione dei rifiuti indifferenziati, dei rifiuti differenziati e del servizio di igiene urbana (che comprende il trasporto e lo spazzamento delle strade, ad esempio), relativi all’anno 2017, per ogni regione e per macroarea geografica. Nel 2017 sono stati spesi mediamente, con la gestione TARI, 175,28 euro pro capite, e ogni kg di rifiuto ci è costato mediamente 36,16 centesimi di euro.

Costi più elevati nel centro Italia. Dobbiamo sfatare qualche mito, però: i costi più elevati della gestione rifiuti sono nel centro Italia, con ben 228,87 euro/abitante per anno condizionato, nella media pesata, dal costo pro capite del comune di Roma, contro i 181,01 del Sud e i 153,57 del Nord. Tra le regioni più care risultano la Liguria (219,53 euro/ab), il Lazio (214,39 euro/ab), la Toscana (212,50 euro/ab), l’Umbria (186,64 euro/ab) e la Campania (185,16 euro/ab). Il meno caro resta il Friuli Venezia Giulia con 115,41 euro/ab. Medie regionali dei costi specifici annui pro capite della gestione rifiuti. FONTE: Rapporto Rifiuti urbani 2018 ISPRA. E sempre i dati di Ispra ci confermano che i costi cambiano anche in base al tipo di smaltimento e alla gestione complessiva, sia nella gestione TARI che a tariffazione puntuale, oltre che al numero degli utenti a cui è dedicato il servizio. Anche se, all’aumentare della percentuale di raccolta differenziata, alla quale è legata una diminuzione importante della quantità di rifiuti pro capite smaltiti in discarica (e all’incenerimento), con l’aumento della percentuale di rifiuti avviati al trattamento meccanico-biologico (TMB), diminuisce il costo totale pro capite annuo.

L’esperienza dei primi della classe. Nei comuni dove viene applicato il sistema a tariffazione puntuale, come Valori aveva già anticipato nei mesi scorsi, si paga meno. La media di spesa nel 2017, rispetto al campione esaminato relativo a 341 comuni che applicano volontariamente la tariffazione puntuale, è stata di 171,39 euro/abitante. Scendendo nel dettaglio regionale, l’analisi dei dati rileva che, in Piemonte, il costo totale nei comuni a Tari puntuale è pari a 147,58 euro/abitante per anno, in Lombardia si riscontrano 119,26 euro /abitante per anno, in Trentino Alto Adige 102,79, in Veneto 110,80 euro/abitante. Diversamente in Liguria dove si sale ai 134,04 euro/abitante per anno, in Emilia Romagna, dove il costo è pari 183,54. Nella regione Toscana il costo risulta essere di 190,59 euro/abitante per anno, mentre nel Lazio, il costo è pari 208,78 euro/abitante per anno.

L’economia circolare fa bene al portafoglio. Il più contenuto resta il Friuli Venezia Giulia, che a tariffazione puntuale scende a 75,33 euro/abitante per anno, sul quale incide notevolmente il risparmio di 15,65 euro/abitante per anno, generato dai ricavi per la vendita di materiali. Segno che l’economia circolare comincia ad attuarsi per davvero, facendo rimanere qualche euro in più nelle tasche dei cittadini. La copertura dei costi di gestione della raccolta differenziata e dei servizi urbani relativi, sostenuta dai comuni, dovrebbe essere ripagata attraverso il conferimento dei materiali nelle piattaforme dei consorzi di riciclo. Ma così non avviene. Secondo l’accordo quadro tra ANCI e CONAI, che scadrà a marzo 2019, nel momento in cui i comuni restituiscono alle piattaforme di riciclo i vari materiali, ricevono un corrispettivo per tonnellata, per «la copertura dei maggiori oneri sostenuti per fare le raccolte differenziate dei rifiuti di imballaggi». Quel corrispettivo varia a seconda della qualità del rifiuto conferito, motivo di contenzioso tra i consorzi e le amministrazioni comunali, come il rapporto annuale dei Comuni Virtuosi –Esper dimostra da qualche anno. Guardando le tabelle dei corrispettivi, è facile anche comprendere perché, visto che le escursioni di prezzo nella stessa categoria, sia essa acciaio, vetro, plastica, carta o legno, possono variare dal 50 al 300%. Nel caso dell’acciaio si va dai 66,78 euro/tonnellata ai 114,48. Per la plastica dagli 80,23 ai 395,14 euro/tonnellata e, a seconda del trasporto dai 2,02 euro ai 30,45 euro per le isole minori. Il vetro dagli 5,82 ai 51,87 euro/tonnellata, la carta dai 40,65 per la “raccolta congiunta” ai 96,78 euro per la raccolta selettiva. L’alluminio dai 150,44 ai 551,60 euro/tonnellata.

L’Antitrust bacchetta il sistema italiano. Nel 2016, la prima indagine conoscitiva sui rifiuti solidi urbani dell’Antitrust aveva già appurato che i cittadini italiani avrebbero potuto risparmiare notevolmente in bolletta con «meno discariche e più raccolta differenziata». Ma per fare ciò, ha ribadito l’Autorità, l’industria dovrebbe sopportare l’intero costo della gestione della parte riferibile agli imballaggi della frazione differenziata dei rifiuti urbani. Mentre, in Italia, secondo l’Antitrust, il rimborso ai comuni varia dal 20 al 35%, diversamente da quanto succede in Austria, Belgio, Germania Repubblica Ceca e Paesi Bassi. E in Francia il contributo dei produttori ammonta al 75%.

I miliardi nel cassonetto: chi vince e chi perde nel grande business dei rifiuti. Un giro d’affari di 11 miliardi: i profitti tutti al Nord e all’estero, dove arrivano centinaia di treni e camion dalle regioni del Centrosud rimaste gravemente indietro, che non possono fare altro che imporre tasse più alte, scrive Daniele Autieri su La Repubblica il 22 maggio 2017.  "Segui i camion". L'indicazione che arriva da un alto dirigente del ministero dell'Ambiente per capire chi fa affari con i rifiuti è semplice: "Segui i camion, e scoprirai uno dei più grandi trasferimenti di ricchezza del nostro Paese". Così, mentre i cassonetti di Roma esplodono e tante regioni convivono da anni con l'emergenza rifiuti, altri hanno saputo trasformare i problemi in opportunità, indirizzando le risorse economiche che si muovono insieme alla "monnezza", vengono idealmente caricate sui camion o sui treni nelle regioni del Centro o del Sud e finiscono lontano. Per la precisione, finiscono nelle casse di aziende private o di municipalizzate pubbliche del Nord, ma anche in Austria dove arrivano da Roma ben tre treni merci ogni notte. A monte il business dei rifiuti urbani: 11 miliardi di euro all'anno, di cui 5 spesi per sostenere i costi del personale dei 100mila lavoratori del settore; 2 miliardi di costi operativi di gestione (camion, officine, attrezzi, ecc.); e 400 milioni di investimenti per la manutenzione e il rinnovo delle flotte. Quello che rimane, oltre 3 miliardi l'anno, è il business puro, ossia il costo sostenuto per smaltire e trattare i rifiuti. Sono questi i denari che prendono la strada del Nord, molto più attrezzato del Centro e del Sud e disposto ad accogliere camion e treni che arrivano dalle grandi città, Roma e Napoli su tutte.

Il viaggio della riciclata. Il futuro è nel riciclo. Lo chiede l'Unione europea e lo certificano gli studi. L'ultimo, realizzato dall'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) calcola che la quota di raccolta differenziata sul totale ha raggiunto il 47,5%. All'interno della differenziata, l'organico è la parte che è cresciuta maggiormente, passando da 2,7 a 5,7 milioni di tonnellate raccolte ogni anno. Un ricco business per chi ha deciso di investire negli impianti di compostaggio (quelli che trattano l'organico e lo trasformano in concime). In Italia ce ne sono 263, per la maggioranza al Nord. Il Friuli Venezia Giulia ha sviluppato un enorme impianto a Pordenone in grado di gestire 350.000 tonnellate l'anno, una quantità superiore a quella prodotta dall'intera regione. L'impianto non serve per smaltire la produzione regionale, ma per fare business e infatti 150.000 tonnellate di organico arrivano ogni anno dal Lazio, con un costo di 80 euro a tonnellata, più alto rispetto ai 50 euro richiesti per trattare i rifiuti friulani. L'impianto è gestito dalla veneziana Bioman (società controllata da privati) che ha chiuso il 2015 (ultimo bilancio depositato) con un valore della produzione pari a 35 milioni di euro e utili per 4,5 milioni. Nei territori dove opera la Bioman, ossia tra Treviso e Pordenone, la differenziata raggiunge addirittura l'80%. Nello stesso mercato è attiva la Sesa di Padova, collegata alla Bioman attraverso la partecipazione azionaria della Finam spa, ma controllata - in questo caso - al 51% dal Comune di Este. Il suo valore della produzione raggiunge gli 89 milioni di euro, con un utile di 7,8 milioni. La Sesa gestisce l'impianto di Padova (400.000 tonnellate l'anno), dove arrivano 100.000 tonnellate dalla Campania.

La "monnezza" brucia. Il sistema si ripete con i termovalorizzatori, dove vengono inceneriti sia gli indifferenziati che i rifiuti secchi provenienti dai Tmb, gli impianti di trattamento meccanico-biologico che separano e lavorano l'umido mandandolo in discarica dal secco che finisce appunto nei termovalorizzatori. L'Ispra calcola che in Italia nel 2015 sono stati trattati in questi impianti 5,5 milioni di tonnellate di rifiuti. Di questi, 3 milioni sono stati gestiti dagli impianti presenti in due sole regioni: Lombardia ed Emilia Romagna. E il 30% della quantità di rifiuti che arriva nei 13 termovalorizzatori lombardi e negli 8 dell'Emilia proviene dal Lazio e da altre regioni del Sud. Il Lazio, ad esempio, ha un fabbisogno di incenerimento di 773mila tonnellate e una capacità di 480mila. Le 293mila tonnellate che rimangono vengono spedite fuori dalla regione. Ogni anno il costo sostenuto per smaltire al di fuori dei confini regionali i rifiuti prodotti da Lazio e Campania è pari a 120 milioni di euro. E questo nonostante il più grande termovalorizzatore in Italia sia ad Acerra. L'impianto incenerisce 714.000 tonnellate all'anno e garantisce ricavi medi pari a 80 milioni di euro. Denari che finiscono in parte al Nord, perché la gestione dell'impianto è stata affidata dalla Regione Campania ad A2A, la multiutility da 5 miliardi di fatturato controllata al 50% dai comuni di Milano e Brescia.

Fare affari con la plastica. Pochi lo sanno, ma ad ogni bottiglietta d'acqua o ad ogni lattina acquistata si paga un balzello invisibile di nome Cac (Contributo ambientale Conai), istituito nel 1997 dal decreto Ronchi. Questa eco-tassa, che nasce per sostenere i comuni che fanno la raccolta differenziata, viene pagata dai cittadini, incassata dalle imprese produttrici di imballaggi e da queste versata al Conai (il Consorzio nazionale imballaggi), una realtà privata che riunisce circa un milione di operatori del settore. Il giro d'affari, anche in questo caso, è consistente. Ogni anno ballano in media 800 milioni di euro. Rispetto al totale, 300 milioni vengono restituiti ai comuni come contributi alla differenziata, 100 milioni alimentano il funzionamento e attività del Conai e 400 milioni sono destinati alla filiera dei selezionatori e recuperatori del riciclato, per l'80% società private. La soluzione italiana ha scatenato una battaglia in seno all'Unione europea perché il pagamento della tassa da parte dei cittadini tiene salve le imprese che producono imballaggi e per questo viene considerato da molti a Bruxelles una sorta di aiuto di stato al settore. In Germania o in Olanda, ad esempio, sono le aziende private produttrici a pagare i contributi ambientali. Il risultato è che dalla crisi del 2008, quello del packaging è l'unico comparto italiano che ha continuato a crescere con una media annuale del 2,5-3%, trasformando l'Italia in uno dei leader mondiali del settore. Con il contributo prezioso dei cittadini.

Chi paga. Che si passi dagli impianti di compostaggio agli inceneritori, dai Tmb alle discariche, considerate da molti il passato ma ancora capaci di trattare quasi 8 milioni di tonnellate di rifiuti all'anno, il grande business dei rifiuti è tenuto in piedi dai cittadini. La capacità del Nord di attrezzarsi con impianti moderni ed efficienti, in grado di gestire i rifiuti del Centro e del Sud, ha un effetto diretto sulla tassa sui rifiuti applicata dai comuni, chiamati a pagare la gestione dello smaltimento. Questo permette a Brescia di avere l'imposta più bassa d'Italia (inferiore del 35% rispetto alla media nazionale), e più in generale alle regioni attrezzate di tenere alta la forbice. Guardando al costo medio pro capite per la gestione dei rifiuti sostenuto ogni anno dai cittadini, si passa dai 126 euro del Veneto (la regione più virtuosa) ai 286 euro della Sardegna. Nel mezzo, le regioni del Nord occupano le posizioni migliori (154 euro per la Lombardia, 148 per il Trentino, 152 per il Friuli) e quelle del centro-sud le peggiori (251 euro per il Lazio, 271 per la Calabria, 222 per l'Abruzzo). Sono questi i denari che alimentano il business dei rifiuti. Sono tanti, sono sicuri, e seguono le vie indicate dai camion.

Raccolta differenziata, tra conflitti di interesse e dati segreti: “Costi a carico delle casse pubbliche”. Tra opacità e critiche dell'Antitrust, il sistema Conai non garantisce la copertura dei costi di raccolta a carico dei Comuni con i prezzi di fatto definiti dai produttori di imballaggi. Una situazione capovolta rispetto a quella di altri Paesi europei, scrive Luigi Franco l'8 Ottobre 2016 su Il Fatto Quotidiano. Domanda numero uno: quanta plastica, carta o vetro da riciclare ha raccolto il tal comune? Domanda numero due: lo stesso comune quanti contributi che gli spettano per legge ha incassato a fronte dei costi sostenuti per la raccolta differenziata degli imballaggi? Due domande le cui risposte sono contenute nella banca dati Anci–Conai prevista dagli accordi tra l’Associazione nazionale dei comuni italiani e il Conai, ovvero il consorzio privato che è al centro del sistema della raccolta differenziata degli imballaggi. Numeri non diffusi ai cittadini, che possono contare solo su un report annuale con dati aggregati. Ma i dati aggregati non sempre vanno d’accordo con la trasparenza. E soprattutto non rendono conto delle incongruenze di una situazione su cui l’Antitrust di recente ha espresso le sue critiche, mettendo nero su bianco che “il finanziamento da parte dei produttori di imballaggi dei costi della raccolta differenziata non supera il 20% del totale, laddove invece, dovrebbe essere per intero a loro carico”. Con la conseguenza che a rimetterci sono le casse pubbliche, visto che tocca ai comuni coprire gran parte di quei costi.

I dati sulla raccolta differenziata? In mano a un privato pagato dal Conai – Il sistema Conai, creato alla fine degli anni novanta per recepire la direttiva europea in materia e per soddisfare il principio del “chi inquina paga”, funziona così: per ogni tonnellata di imballaggi immessa sul mercato i produttori di imballaggi versano un contributo (cac, contributo ambiente Conai) al Conai, che poi distribuisce ai vari consorzi di filiera le quote spettanti. Per gli imballaggi di plastica il consorzio di riferimento è il Corepla, per quelli di carta il Comieco, e così via. Tutti consorzi che fanno capo al Conai e che sono controllati dagli stessi produttori di imballaggi e da chi li immette sul mercato. Il sistema Conai, che tra le sue entrate può contare anche sui ricavi ottenuti con la vendita dei materiali conferiti dai comuni, riconosce a questi un corrispettivo a tonnellata che dovrebbe compensare gli extra costi sostenuti per la raccolta differenziata degli imballaggi rispetto a quella dei rifiuti generici. “Solo che ad oggi – spiega Marco Boschini, coordinatore dell’Associazione dei comuni virtuosi – non esiste ancora uno studio che stabilisca quali sono realmente in media gli extra costi sostenuti dai comuni per ogni tipologia di tonnellata di materiale raccolta”.

E così il corrispettivo dovuto ai comuni viene stabilito da una trattativa effettuata ogni cinque anni nell’ambito del rinnovo dell’accordo tra Anci e Conai, dove finora hanno prevalso gli interessi del sistema Conai. Con un particolare: i dati relativi alla raccolta differenziata sono custoditi nella famosa banca dati, che viene gestita a spese del Conai da Ancitel Energia e Ambiente (Ancitel E&A), a cui è stata affidata in modo diretto da Anci, senza alcun bando di gara. Ancitel E&A è una società che, al di là di una quota del 10 per cento in mano ai comuni attraverso Ancitel spa, è al 90 percento di proprietà di privati. Con un primo conflitto di interessi che salta subito all’occhio, come fa notare Boschini: “Il Conai e i suoi consorzi di filiera pagano ad Ancitel E&A la gestione della banca dati e sono quindi i suoi principali clienti, clienti che hanno garantito finora quasi per intero il fatturato di tale società. Se dall’elaborazione dei dati dovesse emergere, cosa peraltro in linea con quanto rilevato dall’Antitrust, che i sovra costi della raccolta differenziata degli imballaggi sono ben più elevati di quelli riconosciuti attualmente ai comuni, si verrebbe a determinare un aumento di costi a carico proprio dei clienti più importanti e decisivi di Ancitel E&A”.

Le critiche dell’Antitrust: “Il sistema Conai copre solo il 20% dei costi di raccolta” – Quando nel 2013 l’Associazione dei comuni virtuosi ha affidato alla società di ingegneria Esper (Ente di studio per la pianificazione ecosostenibile dei rifiuti) la redazione di un’analisi sugli effetti degli accordi tra Anci e Conai, ecco cosa è saltato fuori: “Analizzando gli ultimi dati disponibili nel 2013 – spiega Ezio Orzes, uno dei curatori della ricerca e assessore all’Ambiente di Ponte alle Alpi, comune più volte premiato da Legambiente per i risultati raggiunti nella raccolta differenziata – si è visto che ai comuni italiani il Conai riconosceva solo il 37% di quanto incassato grazie al cac e alla vendita dei rifiuti raccolti, mentre i corrispettivi per tonnellata raccolta ricevuti dai nostri enti locali erano tra i più bassi in Europa. Così, a fronte dei circa 300 milioni versati dal Conai ai comuni, questi ne spendevano almeno tre volte tanto per la raccolta degli imballaggi”.

Da allora, seppur con qualche miglioramento dovuto anche alle prese di posizione dell’Associazione dei comuni virtuosi, lo sbilanciamento a favore dei privati (sistema Conai) rispetto al pubblico (Anci) è rimasto. Così nel 2015 il sistema Conai ha incassato 593 milioni di euro grazie al cac e circa 225 dalla vendita dei materiali conferiti dagli enti locali. Valore, quest’ultimo, che potrebbe essere ancora più alto visto che, per fare un esempio, il consorzio Comieco vende sul mercato libero solo il 40% della carta recuperata, quota a cui è salito dopo un impegno preso nel 2011 con l’Autorità garante della concorrenza e del mercato che aveva censurato l’“opacità gestionale” determinata dalla pratica di cedere alle cartiere consorziate i materiali raccolti a prezzi inferiori a quelli di mercato. In ogni caso, a fronte delle somme incassate, nel 2015 il Conai ha versato ai comuni, secondo quanto comunicato a ilfattoquotidiano.it, solo 437 milioni. Numeri che contribuiscono a creare la situazione che – come detto – l’Antitrust lo scorso febbraio ha descritto così: “Il finanziamento da parte dei produttori (attraverso il sistema Conai) dei costi della raccolta differenziata non supera il 20% del totale, laddove invece, dovrebbe essere per intero a loro carico”. Una situazione capovolta rispetto a quella di altri Paesi europei, evidenzia Attilio Tornavacca, direttore generale di Esper: “In Germania e in Austria i costi di raccolta degli imballaggi domestici sono a carico esclusivamente di chi produce e commercializza imballaggi. In Francia, secondo un rapporto del 2015 di Ademe (un’agenzia pubblica di controllo a supporto tecnico del ministero dell’Ambiente, ndr), la percentuale dei costi di gestione degli imballaggi domestici a carico di Ecomballages e Adelphes, consorzi che svolgono una funzione similare a quella del sistema Conai in Italia, nel 2014 è stata pari al 74,8%”.

Un unico sistema, tanti conflitti di interesse – I conflitti di interesse non si limitano alla gestione della banca dati Anci-Conai. “Il cac versato in Italia dai produttori di imballaggi è mediamente tra i più contenuti tra quelli applicati in Europa – spiega Tornavacca -. Ad esempio in Francia per il cartone si pagano 163 euro a tonnellata, mentre in Italia solo 4”. E chi decide a quanto deve ammontare il cac? “Il Conai stesso. E quindi, in definitiva, lo decidono gli stessi produttori di imballaggi che pagano il cac e che nel consorzio detengono l’assoluta maggioranza delle quote”. C’è poi un altro punto. Il corrispettivo versato ai comuni dal sistema Conai dipende dalla percentuale di impurità del materiale raccolto: quante più frazioni estranee sono presenti per esempio in una tonnellata di imballaggi plastici conferiti, come può essere un giocattolo che non è classificato come imballaggio, tanto più bassa è la somma riconosciuta al comune dal consorzio di filiera Corepla. A valutare la qualità del materiale raccolto sono alcune società scelte e pagate dal Conai, che potrebbe quindi decidere di rinnovare o meno il contratto a seconda che siano state soddisfatte o meno le proprie aspettative. Il che basta a spiegare questo altro potenziale conflitto di interessi presente nel sistema all’italiana di gestione della raccolta differenziata. Sebbene infatti l’analisi di qualità possa essere eseguita in contraddittorio tra le parti, una cosa è chiara: un corrispettivo più basso versato al comune in seguito al risultato dell’analisi corrisponde a un esborso inferiore da parte del Conai.

E ancora. Che fine fa la differenza tra quanto incassato dal Conai grazie al cac e alla vendita del materiale raccolto e quanto versato ai comuni? “In parte viene accantonata a riserva per esigenze di anni successivi – spiega Tornavacca – in parte viene utilizzata per finanziare la struttura e tutte le attività promozionali del Conai e dei consorzi di filiera”. E anche qui casca l’asino su un altro bel conflitto di interessi. Perché nelle sue campagne promozionali il Conai si guarda bene dal promuovere pratiche che porterebbero a una riduzione del consumo di imballaggi, come la diffusione delvuoto a rendere, cosa che avrebbe conseguenze negative sui fatturati dei produttori suoi consorziati.

Conai e Anci: “Siamo per la trasparenza”. Ma la banca dati resta chiusa a chiave – Tra conflitti di interesse e costi di raccolta degli imballaggi che pesano soprattutto sulle casse pubbliche, anziché sui produttori, forse un po’ più di trasparenza ci vorrebbe. Magari rendendo visibile a tutti i cittadini il contenuto della banca dati da cui siamo partiti. Che ne pensa il Conai? “La banca dati Anci-Conai – risponde il direttore generale del consorzio Walter Facciotto – è uno strumento introdotto dal precedente accordo quadro Anci-Conai (2009-2013) ed è un sistema gestito direttamente da Anci. Restiamo convinti che sia il primo strumento per trasparenza e completezza nel settore dei rifiuti, a completa disposizione di chi ne ha la proprietà (i comuni) e la gestione (società e/o comune medesimo)”. E siccome la palla viene passata ai comuni, non resta che sentire il parere di Filippo Bernocchi, delegato Anci alle politiche per la gestione dei rifiuti e fino a pochi mesi fa presidente di Ancitel E&A: “Io sono sempre stato per il green open data. Le regole per rendere visibili i dati della banca dati sono definiti dal comitato di coordinamento Anci-Conai, ma ogni singolo comune dovrebbe dare il suo consenso perché possano essere pubblicati i dati che lo riguardano”. In attesa che Anci e Conai chiedano questo consenso, quei numeri continuano a essere chiusi a chiave nella banca dati.

Rifiuti organici, in Italia un giro d'affari da 1,8 miliardi di euro. Aumenta la raccolta nel 2017, a livello nazionale passa da 107 a 108 kg la raccolta annuale procapite. Lombardia in testa per produzione, scrive La Repubblica il 16 Febbraio 2019. Cresce ancora la raccolta dei rifiuti organici in Italia. Un settore che in Italia secondo le proiezioni del Consorzio Italiano Compostatori valeva, nel 2016, un giro d'affari di circa 1,8 miliardi di euro, dando lavoro a 9800 persone. A livello nazionale - rileva l'annuale analisi sulla raccolta differenziata del rifiuto organico e degli impianti italiani - sono 6,6 le tonnellate di rifiuti raccolti, in crescita del 1,6% rispetto all'anno precedente. Quella dell’organico (umido e verde) si conferma la frazione più importante per la Raccolta Differenziata nel Paese rappresentando il 40,3% di tutte le raccolte.  “In generale, si è riscontrato un calo nella produzione dei rifiuti in Italia, scesi a 29,6 milioni di tonnellate (-1,7% rispetto all’anno precedente) e la raccolta differenziata ha raggiunto una percentuale del 55,5%”, spiega Massimo Centemero, direttore del CIC.

Sale a 108 kg il dato procapite. A livello nazionale il dato procapite di rifiuto organico intercettato si mantiene sopra i 100 kg, passando da 107 a 108: i quantitativi maggiori sono quelli delle regioni settentrionali (127 kg/abitante per anno), seguite dal Centro (114 kg/abitante per anno) e dal Sud (83 kg/abitante per anno).

Lombardia in testa. Al primo posto per quantità di frazione organica raccolta si conferma la Lombardia, con 1,2 milioni di tonnellate annue, nonostante una leggera flessione rispetto all’anno precedente quando la raccolta si attestava su 1,3 milioni. In calo, ma stabile al secondo posto, anche il Veneto con 764.000 tonnellate. Al terzo posto l’Emilia Romagna (708.000 t), seguita a breve distanza dalla Campania (678.000 t). Interessanti i dati registrati nel Lazio (532.000 t) e in Sicilia (208.000 t), dove la raccolta della frazione organica è aumentata rispettivamente di 27.000 t e 67.000 t. In crescita anche il numero degli impianti, passati da 326 a 338, che hanno consentito di trattare nel 2017 circa 7,4 milioni di tonnellate (+4%) considerando il trattamento, oltre all’umido e al verde, anche di altri materiali di scarto a matrice organica.

Pochi impianti a Centro-Sud. L’impiantistica in Italia è passata da 326 a 338 strutture ed ha consentito di trattare nel 2017 circa 7,4 milioni di tonnellate (+4%) considerando il trattamento, oltre all’umido e al verde, anche di altri materiali di scarto a matrice organica.

Nella plastica riciclata, Italia a sorpresa fra le migliori d’Europa, scrive Corrado Giustiniani il 27 Giugno 2018 su leurispes.it (Istituto di Ricerca). La felpa è di color carta di zucchero, non sapresti dire se di lana leggera o di morbido cotone. Né l’una, né l’altro. È di plastica riciclata. Ci sono volute 27 bottiglie di acqua minerale per produrla, trasformate prima in scaglie, poi in filato, poi in tessuto. E questo bikini proviene da sei bottiglie, questo costume intero da dieci, questa trapunta matrimoniale da 67. «Sono soltanto alcuni esempi di che cosa si possa fare con la plastica riciclata – sottolinea Antonello Ciotti, (nella foto) presidente del Corepla, il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica – e l’Italia in questa attività è messa assai bene. Raccogliamo oltre 1 milione di tonnellate e ricicliamo il 43 per cento della plastica sul piano nazionale, un po’ meglio della Svizzera, e con una gamma più vasta di Francia e Germania, che si limitano alle bottiglie. Solo i Paesi del Nord Europa, come Svezia e Norvegia, fanno meglio, perché usano la plastica per il teleriscaldamento, ma da noi i termovalorizzatori sono all’indice». Il Corepla è un consorzio privato, esiste da una ventina d’anni, ha il suo stato maggiore a Milano e una sede più piccola a Roma. Gli “imballaggi in plastica”, di cui si occupa, non sono altro che i contenitori dei prodotti: nella stragrande maggioranza le bottiglie e bottigliette dell’acqua minerale e delle bibite, assieme alle vaschette e alle pellicole che custodiscono gli alimenti. Non fanno parte della sua attività altri tipi di plastica, come ad esempio quella dei giocattoli, che inevitabilmente finisce in discarica. È una direttiva europea a imporre questa attività, recepita in Italia nel 1997 dal cosiddetto “decreto Ronchi” sui rifiuti. Un’attività che può essere assai remunerativa per i Comuni o loro delegati, come vedremo. Il ciclo funziona così: le varie aziende municipalizzate raccolgono la plastica da imballaggi, la fanno selezionare e la cedono al Corepla al prezzo di 300 euro a tonnellata. Il Corepla la riceve, la ricicla e la mette pubblicamente all’asta, con la partecipazione di operatori industriali italiani ed europei. Indumenti soprattutto sportivi e materiali isolanti per l’edilizia sono soltanto alcuni usi, ma quello assolutamente prevalente è il riciclo delle vecchie bottiglie in nuove bottiglie. «In Italia quasi due bottiglie su tre vengono riciclate» assicura il presidente del Corepla, Consorzio a cui debbono versare un contributo tutte le industrie che producono o utilizzano questi prodotti. Nel 2017 la raccolta differenziata degli imballaggi in plastica ha registrato un incremento dell’11 per cento nel nostro Paese, con una media di 17,7 chili per abitante raccolti. Il giro d’affari complessivo del riciclo sfiora il miliardo di euro (per l’esattezza, siamo a 962 milioni, secondo una ricerca di Althesys realizzata per Corepla proprio quest’anno). Gli addetti all’intero settore sono 5.806, il risparmio che il riciclo consente, in termini di consumo energetico, è di 417 milioni di euro. Ma qual è la quota complessiva che i Comuni o loro delegati incassano, per aver consegnato gli imballaggi al Corepla? Secca e immediata la risposta del presidente Ciotti: «310 milioni di euro». Grazie a questo tesoretto, alcuni Comuni sono riusciti a sanare il bilancio delle aziende municipalizzate dei rifiuti. Il vicesindaco di Napoli, Raffaele Del Giudice, ha recentemente confidato al Presidente del Corepla che è così che Asia, l’azienda dei rifiuti partenopea, è tornata con i conti a posto. Oristano ha potuto abbassare recentemente la tassa sui rifiuti (Tari) del 15 per cento, e tanti altri sono gli esempi virtuosi, da Albano Laziale a Molfetta. Ma perché Napoli sì e Roma no? Perché la Capitale manca scandalosamente all’appello? Per una ragione sconsolante: non può fruire nella quantità auspicata di impianti di prima selezione della plastica, operazione necessaria per poter vendere il prodotto al Corepla. C’è un solo impianto, quello di Latina, del tutto insufficiente. Non sono stati concessi permessi di costruzione di altri impianti e, a quanto pare, non si stanno facendo avanti possibili imprenditori in un settore che pure promette di essere remunerativo. Così, una buona parte della plastica raccolta nella Capitale finisce in discarica, un’altra viene lavorata in Regioni diverse dal Lazio.

Assai interessante, infine, è la classifica della raccolta per Regione, perché scalza gerarchie che sono consolidate in tanti altri settori d’impresa e nella gestione dei servizi. In testa, infatti, c’è la Valle d’Aosta con 24,9 chili per abitante, appena una spanna avanti alla Sardegna, con 24,8 chili. V’è però una ragione segreta che spiega il perché queste due Regioni strappino performance pro capite così importanti, di oltre sette chili superiori alla media nazionale: hanno pochi abitanti e molti turisti che, nei loro giorni di vacanza, consumano bottiglie e bottigliette. Questo, senza nulla togliere alla capacità di raccolta differenziata dei valdostani e dei sardi. Al terzo gradino del podio il Veneto, con 24 chili per abitante. L’Emilia Romagna è quinta, la Lombardia appena settima, il Piemonte nono, deludente il Trentino Alto Adige, che pure dovrebbe avvantaggiarsi dei turisti oltreché della sua riconosciuta efficienza: occupa infatti il decimo posto, con 17,6 chili pro capite, dato praticamente pari alla media nazionale. Ma la vera novità positiva è la Campania, sesta, che sfiora i 20 chili per abitante, e che occupa il terzo posto assoluto quanto a tonnellaggio totale di raccolta. Fanalino di coda è invece la Sicilia, come del resto ha denunciato su questo magazine due settimane fa Saverio Romano, responsabile Mezzogiorno dell’Eurispes (La Sicilia, Cenerentola della differenziata…). La raccolta degli imballaggi in plastica è di appena 7 chili e mezzo per abitante, nemmeno la metà della media regionale. «Deve moltiplicare gli sforzi e guardare avanti – è l’esortazione finale di Antonello Ciotti –. In fondo, rispetto al 2016 il tonnellaggio della plastica è aumentato del 50 per cento. E poi anche qui ci sono Comuni virtuosi: Marsala e Aci Castello toccano 22 chilogrammi per abitante, tre volte la media regionale, e Acireale e Capo d’Orlando sono arrivati a 19. Insomma, si può fare».

PARLIAMO DI RACCOLTA DIFFERENZIATA DEI RIFIUTI SOLIDI URBANI

I rifiuti solidi urbani (umido, carta, vetro, alluminio, ecc.) ed i rifiuti speciali sono una risorsa che può creare lavoro e ricchezza. Il valore del materiale raccolto ed il risparmio sul suo smaltimento porterebbe benefici per tutti:

ai cittadini che pagherebbero meno la tassa sui rifiuti;

ai disoccupati che troverebbero lavoro per la raccolta porta a porta;

alle amministrazione che coniugherebbero lavoro, risparmio, tutela ambientale;

alle imprese specializzate per il riutilizzo che avrebbero una vera raccolta differenziata.

Questo perché spesso non è raccolta differenziata quella che si fa. Tutti gli errori e gli orrori del riciclo spiegato da Anna Tagliacarne.

Differenziare è fondamentale, ma l’errore è sempre in agguato. Gettate i giornali nel cassonetto condominiale per la carta e trovate residui di pizza in un cartone? In quello del vetro adocchiate un piatto di ceramica e una pirofila in frantumi? Sono gli errori più comuni. Come la Barbie in mezzo alle bottiglie dell’acqua. O i vasi sporchi di terra. Ma cosa succede quando ciò che gettiamo in pattumiera non è adatto al riciclo?

VETRO - «Si crea un grosso danno al ciclo produttivo, soprattutto buttando ceramica e pirex in mezzo al vetro. I detector non riconoscono le particelle di ceramica, pur essendo macchine molto sofisticate, e quando il vetro viene triturato e compresso, anche la ceramica, che fonde a una temperatura differente dal vetro, viene inglobata nelle nuove bottiglie», spiega Walter Facciotto, direttore generale del Conai, Consorzio nazionale imballaggi. «Queste bottiglie però, che contengono particelle differenti dal vetro, possono scoppiare, sono a rischio». Quindi dipende da noi la qualità delle nuove bottiglie in circolazione. Riciclando un chilo di vetro si evitano le emissioni di CO2 di una utilitaria che percorre quasi 10 chilometri, secondo i dati del Coreve (Consorzio recupero vetro), mentre grazie al recupero e al riciclo di carta e cartone tra il 1999 al 2011 il Comieco (Consorzio nazionale recupero e riciclo imballaggi a base cellulosica) ha evitato la formazione di 222 discariche.

CARTA - «Per quanto riguarda la carta, l’errore più comune è buttare gli scontrini, carta termica che contiene solventi e aumenta lo scarto, oppure cartoni sporchi, con avanzi di cibo, che fermentano», continua Facciotto. Bisogna sottolineare che la raccolta differenziata è strettamente limitata ai soli imballaggi: e in questo senso gli errori più vistosi li registriamo tra i manufatti in plastica: giocattoli, articoli per la casa, articoli di cancelleria, da ferramenta e giardinaggio, piccoli elettrodomestici, qualsiasi oggetto in plastica o con parti in plastica, viene erroneamente buttato nella raccolta differenziata ma, per fare un esempio, una bambola o un gioco in generale, è prodotta con differenti polimeri, non riciclabili.

PLASTICA - Lo stesso vale per il vaso o la penna sfera, anche se privata del refill. Nella fase di selezione i singoli polimeri vengono separati prima del riciclo, e ciò che viene scartato va ai termovalorizzatori e recuperato energeticamente». Se con venti bottiglie di plastica (Pet) si fa una coperta in pile, con sette vaschette portauova si può tenere accesa una lampadina per un’ora e mezza, e le tonnellate di rifiuti in plastica raccolte in Italia lo scorso anno (dati Corepla, Consorzio raccolta recupero riciclaggio rifiuti imballaggi in plastica) sono pari a sette volte il volume della Grande Piramide in Egitto e a due volte il peso dell’Empire State Building. Considerando la mole dei rifiuti prodotti è quanto mai opportuno separare e riciclare al meglio. Anche perché i rifiuti «migliori» hanno più valore. Maggiore è la qualità del materiale che scartiamo, maggiore è il corrispettivo riconosciuto ai Comuni.

METALLI - Per l’acciaio, ad esempio, si va da un minimo di 38,27 euro a tonnellata a un massimo di 83,51 euro, per l’alluminio da un minimo di 173, 96 euro a tonnellata a un massimo di 426,79. L’Italia è al primo posto in Europa per il riciclo dell’alluminio: secondo dati Ciai (Consorzio imballaggi alluminio) nell’ultimo anno è stato recuperato l’80% degli imballaggi in alluminio circolanti nel Paese, mentre in più di dieci anni secondo il Consorzio nazionale acciaio sono state recuperate quasi 3 milioni di tonnellate di acciaio, l’equivalente in peso di 300 torri Eiffel. «Le buone ragioni per differenziare correttamente non mancano: tutto ciò che scartiamo è riutilizzabile come materia prima, se lo buttiamo correttamente», conclude Walter Facciotto. «Per questa ragione, dovremmo andare periodicamente alle isole ecologiche e smaltire là le lampadine, i piccoli elettrodomestici, i cellulari, il legno. È un piccolo gesto che ognuno di noi può fare per l’ambiente senza troppa fatica».

Ci siamo mai chiesti se e quanto convenga al cittadino fare la raccolta differenziata della spazzatura, anziché buttare il “tal quale” nel cassonetto?

La raccolta e lo smaltimento dei rifiuti ha un costo per la comunità: per le aziende di raccolta e per l’ecotassa di smaltimento alle discariche.

Il riciclaggio è più complesso dello smaltimento in discarica o negli inceneritori, cui non si sostituisce, ma che ne limita comunque l'utilizzo. Si parla di sistema di riciclaggio riferendosi all'intero processo produttivo, e non soltanto alla fase finale; questo comporta la raccolta differenziata dei rifiuti, passaggio fondamentale del processo. Per realizzare una raccolta differenziata efficace è di grande importanza la fase di differenziazione attuata dai singoli utenti. Il riciclaggio apre un nuovo mercato, in cui nuove piccole e medie imprese recuperano i materiali riciclabili per rivenderli come materia prima o semilavorati alle imprese produttrici di beni. Un mercato che si traduce pertanto in nuova occupazione. Se al ricavo effettuato dalla vendita dei materiali riciclati si destinasse anche il risparmio effettuato dalla mancata raccolta e smaltimento dei medesimi materiali, vi sarebbe un incentivo per nuovi posti di lavoro e una raccolta più efficace porta a porta. Invece le amministrazioni comunali, anziché programmare una raccolta intelligente e vantaggiosa dal punto di vista economico, la disincentivano, invitando i cittadini alla raccolta differenziata, senza diminuire, però, (anzi si aumenta), il costo TARSU pro capite. Probabilmente non è solo incompetenza, ma un rapporto losco di affari e corruttela, che non deve essere tranciato tra amministratori ed aziende di raccolta e smaltimento.

Non solo. Ci siamo mai chiesti chi decide gli aumenti e i ribassi delle nostra bolletta della luce?

Si tratta dell’Autorità per l’energia e il gas (AEEG), competente nella determinazione delle tariffe della luce e del gas. Non sono più Eni e neppure Enel a fissare il prezzo e le accise che andiamo a pagare, come spesso erroneamente ci comunicano i diversi call center. La AEEG con scadenza trimestrale pubblica sul suo sito diverse delibere contenenti i valori aggiornati delle componenti che andranno ad imbellettare la nostra bolletta. La bolletta italiana, anche se ai più non piace e non si fa capire, può almeno definirsi democratica, poiché sia a nord sia a sud i suoi costi rimangono invariati: c’è un’unica tariffa nazionale regolata. I costi della bolletta cambiano a seconda dell’utenza: pagherete la tariffa D2 se siete un consumatore residente con fabbisogno casalingo che non supera i 3 kW di potenza. Nel caso invece non siate residenti oppure nel caso i vostri consumi domestici superino una capacità di 3 kW pagherete automaticamente una tariffa più cara, chiamata tariffa D3.

Ma andiamo ad analizzare le voci segrete della bolletta: si parla di costi di trasporto, prezzo energia ed accise, ma in realtà le voci sottintese sono molte di più.

Quando accendiamo la luce, in realtà paghiamo:

una quota potenza, che rappresenta un fisso all’anno da moltiplicare al valore della propria potenza casalinga; il valore di tale quota varia a seconda della tariffa utilizzata;

una quota fissa, un fisso da pagare una volta all’anno;

una quota energia, ancora un fisso da pagare in base ai propri consumi, a copertura dei costi relativi alle infrastrutture dedicate al servizio di trasmissione, di distribuzione e di misura;

un prezzo energia, che è la componente che ci interessa di più, poiché va a coprire i costi di approvvigionamento dell’energia elettrica. Quando i fornitori di energia elettrica ci parlano di sconti si riferiscono solo a questa componente. Questo costo influisce per il 60% sull’intera bolletta della luce. E’ solo su questa voce che si devono fare i calcoli per eventuali sconti derivanti da impianti fotovoltaici domestici;

il prezzo dispacciamento, un piccolo costo che si riferisce alla gestione della trasmissione giornaliera di energia;

la componente Disp.BT, che va a coprire ulteriori costi del dispacciamento;

la componente UC1 che copre i costi dovuti all’acquisto dell’energia elettrica, tale componente non viene pagata se si è già passati al mercato liberalizzato.

Ora seguono le componenti chiamate oneri generali di sistema che incidono per l’8% sulla bolletta:

la componente UC3 è prevista per la perequazione dei costi di trasmissione e di distribuzione;

la UC4 è per le imprese elettriche minori;

la componente MCT è a favore dei siti che ospitano centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile nucleare, fino al definitivo smantellamento degli impianti (anche se in realtà ora non si parla più di smantellare ma di ricostruire centrali nucleari);

la AS è una componente introdotta il 1° ottobre 2008 per compensare le agevolazioni previste per quei clienti che usufruiranno della tariffa sociale;

la A2 è un’ulteriore componente per lo smantellamento delle centrali nucleari;

la A3 è per la promozione della produzione di energia da fonti rinnovabili;

la A4 copre i tariffari speciali, previste per esempio per le Ferrovie dello Stato;

la A5 è per il finanziamento delle attività di ricerca e sviluppo;

infine la A6 è dovuta ai costi sostenuti dalle imprese in seguito alla liberalizzazione. Tale componente è al momento uguale a zero.

E ancora le tasse chiamate imposta erariale e accisa comunale che vanno a coprire il 14% dei costi totali della bolletta. E infine c’è l’immancabile l’Iva del 10% - 20%. È stata una lunga apnea, ma ora possiamo leggere con occhi più consapevoli la nostra bolletta della luce, e comunque capire che i costi fissi, rimangono tali, mentre solo i costi variabili, diminuiscono con l’uso del fotovoltaico, salvo che non diventa un onere il suo mancato uso.

Inceneritori, termovalorizzatori e discariche: che impatto hanno sulla salute? Dal pericolo delle discariche ai rischi della presenza di inceneritori, dal collegamento tra rifiuti e malattie alle raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità: quanto è necessario sapere per capire i danni che può arrecare l’immondizia all’uomo e all’ambiente, scrive Margherita De Bac il 18 novembre 2018 su "Il Corriere della Sera".

Cosa sono le discariche?

Sono in genere vecchie cave impermeabilizzate dove vengono stipati a vari strati i rifiuti compattati. L’immondizia produce percolato, liquido della decomposizione che se non viene raccolto bene e trattato in impianti di depurazione può inquinare le falde acquifere. Quando la falda si riempie possono essere autorizzati i sopralzi, le montagne di rifiuti che «ornano» alcuni panorami.

E gli inceneritori?

Quelli degli anni 50-70 bruciavano materiali eterogenei, in assenza di filtri, e rilasciavano dai grandi camini emissioni in grande quantità su aree ristrette con formazione e dispersione di diossina, una sostanza cancerogena. Gli inceneritori di seconda generazione (o termovalorizzatori) dovrebbero seguire le Best Available Techiques europee degli anni 90. Dovrebbero essere bruciati, in condizioni ben definite, materiali selezionati in modo da prevenire o ridurre la formazione di una serie di inquinanti. I camini sono alti e le emissioni si diffondono su aree vaste.

Perché la Terra dei fuochi è chiamata così?

È un’espressione degli anni Duemila che indica una vasta area della Campania, a cavallo tra Napoli e Caserta. I comuni all’interno del perimetro sono elencati in una legge del 2014: sono 55, poi estesi a 90. La denominazione si riferisce all’interramento di rifiuti tossici speciali e all’innesco di numerosi fuochi per eliminarli con conseguenze sulla salute della popolazione circostante.

Cosa si sa del rapporto tra rifiuti e malattie?

L’Istituto superiore di sanità con una legge del 2014 è stato incaricato di effettuare un aggiornamento della situazione. I dati, rilevati tra 2010 e 2011, sono stati pubblicati nel 2015 e, secondo quanto ha riferito il sottosegretario alla Salute Bartolazzi rispondendo a un’interrogazione parlamentare, hanno «evidenziato che il profilo di salute della popolazione residente nella Terra dei fuochi è caratterizzato da una serie di eccessi della mortalità, incidenza di tumori e ricoveri in ospedali per diverse patologie. Queste patologie fra i fattori di rischio includono l’esposizione a inquinanti rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti o alla combustione incontrollata». Nessuna ulteriore richiesta di approfondimenti è arrivata all’Istituto.

Esistono studi sull’eventuale impatto sulla salute dei termovalorizzatori?

Uno dei più completi è il progetto Moniter (pubblicato nel 2013 sulla rivista Epidemiology) che riguarda gli inceneritori di seconda generazione dell’Emilia-Romagna. Gli impianti moderni e ben controllati hanno un impatto molto minore sulla salute dei residenti, anche se è stato rilevato un eccesso di nascite pretermine.

Il tema del rischio legato ai rifiuti pericolosi come viene affrontato a livello europeo?

Nel giugno 2017 a Ostrava i 53 Paesi della Regione europea dell’Organizzazione mondiale della sanità hanno per la prima volta inserito fra le priorità il tema dei rifiuti pericolosi e dei siti contaminati. L’Oms già nel 2015 ha approvato un documento che insisteva sulla necessità di ridurre il più possibile la produzione di rifiuti e potenziare il riciclo e il riuso.

L’Oms come si è espresso sui rifiuti?

L’agenzia mondiale ha rilevato che resterà sempre una frazione di immondizia da smaltire ed è preferibile che ciò non avvenga nelle discariche ma negli inceneritori di nuova generazione costruiti secondo le Best Available Techniques, capaci di produrre energia. (Hanno risposto alle domande Pietro Comba, direttore del reparto di epidemiologia ambientale e sociale dell’Istituto superiore di sanità e Michele Conversano, direttore dipartimento prevenzione Asl Taranto).

Perché i rifiuti in Italia sono ancora un problema, scrive domenica 18 novembre 2018 "Il Post". Con pochi impianti adeguati e proteste che bloccano quelli nuovi, anche l'aumento della raccolta differenziata finisce per produrre guai: il risultato sono i roghi nei capannoni. Da un paio di settimane si è tornati a discutere della difficile situazione in cui si trova la gestione dei rifiuti in Italia. Il problema è che ci sono pochi impianti adeguati e c’è troppo materiale da smaltire, e la combinazione di questi due fattori – che ha varie cause – sta portando tutto il sistema in una situazione di stallo, non riuscendo più a sostenere lo smaltimento di tutti i rifiuti prodotti in Italia. Non si parla soltanto dei cassonetti stracolmi di alcune città che tante volte hanno fatto parlare di “emergenza rifiuti”, ma di un problema a monte che riguarda tutto il sistema nazionale della gestione dei rifiuti e che ha come conseguenza i sempre più frequenti incendi dolosi nei capannoni, le discariche abusive e gli impianti sovraccarichi di materiale, insieme alle nuove discussioni sugli inceneritori e sui termovalorizzatori.

Dove finiscono i rifiuti in Italia. Per capire da dove arrivino tutti i problemi bisogna prima spiegare rapidamente come funziona la gestione dei rifiuti in Italia. In generale la gestione dei rifiuti si può suddividere in due grandi blocchi distinti: operazioni di recupero e operazioni di trattamento-smaltimento. Delle prime si occupano principalmente gli impianti che gestiscono i rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata, mentre delle seconde si occupano discariche, inceneritori, impianti di trattamento meccanico-biologico: lo smaltimento viene definito tale anche se successivamente può avere come risultato secondario il recupero di sostanze o di energia. Per quanto riguarda il recupero dei rifiuti, l’Italia è un paese piuttosto virtuoso: eppure non basta a tenere in piedi tutto il sistema di smaltimento. Ogni anno più del 50 per cento dei rifiuti urbani – quelli prodotti dai singoli cittadini, e non dalle industrie – viene riciclato: un dato sopra la media dell’Unione Europea, dove viene sottoposto a riciclo il 47 per cento dei rifiuti urbani. Il 25 per cento dei rifiuti finisce ancora in discarica, un valore che il Parlamento Europeo ha stabilito debba essere limitato al 10 per cento entro il 2035. Nel 2016, secondo il rapporto del 2017 dell’ISPRA sui rifiuti urbani (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), in Italia sono stati prodotti 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, mentre sono state 135 milioni le tonnellate di rifiuti speciali (cioè i rifiuti industriali), a loro volta divisi in pericolosi e non pericolosi. A occuparsi del riciclo dei rifiuti urbani frutto della raccolta differenziata sono gli impianti di recupero, mentre per i rifiuti indifferenziati ci sono gli impianti di smaltimento. Tra quelli più utilizzati ci sono gli inceneritori (chiamati anche termovalorizzatori quando il calore prodotto dalla combustione dei rifiuti viene utilizzato per produrre energia) dove finiscono anche diverse tipologie di rifiuti speciali, come quelli ospedalieri e industriali.

La raccolta differenziata è un mercato chiuso. La raccolta differenziata è, paradossalmente, uno dei fattori principali che stanno causando questa situazione di stallo nella gestione dei rifiuti. In Italia se ne fa sempre di più – nel giro dieci anni si è passati dal 28,5 per cento del 2006 al 52,5 per cento del 2016 – ma succede che spesso venga fatta male, mischiando rifiuti che non andrebbero messi insieme. Gli impianti di riciclo che ricevono questi rifiuti dividono quelli riciclabili da quelli non riciclabili, e finiscono per riempirsi di materiale di scarto da avviare a smaltimento. C’è poi un altro problema che riguarda la raccolta differenziata, e cioè che se ne fa troppa rispetto alla domanda del mercato. I materiali derivati dal riciclo hanno sempre meno spazio sul mercato, e quello che non si riesce a vendere si prova a mandarlo in discariche o inceneritori. Quando questi ultimi sono pieni, però, può succedere quello che racconta Jacopo Giliberto sul Sole 24 Ore a proposito della plastica: «La plastica che non riesce a finire negli inceneritori viene accumulata dai riciclatori che non trovano acquirenti del prodotto finito, con un rischio grande di incidenti. Oppure finisce in mano alla malavita, che riempie di plastica di capannoni che bruciano».

La questione cinese. Non è l’unica, ma una delle cause principali del sovraccarico degli impianti è la decisione presa dal governo cinese l’estate scorsa di diminuire le importazioni dei rifiuti plastici e cartacei: una scelta che ha messo in crisi non solo l’Italia ma tutta l’Europa, che vendeva alla Cina gran parte dei suoi rifiuti differenziati. In Italia questa decisione ha riguardato soprattutto il settore della carta e in particolare quella da macero, cioè i residui impuri della carta riciclata: il blocco delle importazioni da parte della Cina infatti non ha riguardato tutti i materiali plastici e cartacei, ma solo quelli con impurità superiori allo 0,5 per cento. Nel 2016 l’Italia esportava 1,9 milioni di tonnellate di carta e più della metà finiva in Cina, che poi la riconvertiva in carta da imballaggio; ora che le nostre esportazioni di rifiuti sono in calo, il ciclo dei rifiuti ha avuto un improvviso rallentamento e gli impianti italiani si sono trovati con un surplus di carta da macero da smaltire.

“Not in my backyard”. A complicare questa situazione c’è lo stato attuale degli impianti italiani, sia di riciclo che di smaltimento. Per quanto riguarda i primi, alla buona notizia dell’aumento progressivo dei materiali da riciclare non è seguito nel corso degli anni un aumento del numero degli impianti, costringendo l’Italia a esportare sempre più rifiuti all’estero, in particolare verso Austria e Ungheria. Nel rapporto dell’ISPRA si nota infatti come nel 2016 i rifiuti esportati siano stati il doppio di quelli importati: 433mila tonnellate contro 208mila. La soluzione sarebbe la costruzione di più impianti, ma negli anni amministrazioni locali e proteste dei cittadini hanno rallentato l’espansione, chiedendo in molti casi la chiusura degli impianti esistenti. Si tratta del cosiddetto fattore nimby – acronimo per not in my backyard (“non nel mio cortile”) – ovvero l’ostilità della popolazione alla presenza nel proprio territorio di opere pubbliche, come appunto gli impianti di recupero o smaltimento, per la preoccupazione dei loro effetti negativi sulla salute o sul territorio. Questa ostilità ha riguardato trasversalmente tutta l’Italia e amministrazioni di tutti gli schieramenti politici, seppure con intensità e frequenze diverse. Possono succedere quindi cose bizzarre come le proteste per la presenza di un impianto di riciclo TMB (trattamento meccanico-biologico) nel quartiere Salario a Roma, di cui un comitato cittadino appoggiato dal PD chiede la chiusura a causa delle emissioni maleodoranti, e che è invece difeso dal Movimento 5 Stelle; lo stesso Movimento 5 Stelle che ne chiedeva la chiusura prima di governare la Capitale. Quelle per gli impianti di riciclo, però, sono solo una piccola parte delle proteste dei nimby. A creare più divisioni e scontri negli anni sono stati gli inceneritori/termovalorizzatori, le cui emissioni sono state il principale motivo di preoccupazione. Il dibattito sull’utilità o pericolosità degli inceneritori va avanti da anni, e anche in questo caso i partiti politici si sono dichiarati favorevoli o contrari, a seconda della situazione. Lo scontro più recente è avvenuto nei giorni scorsi all’interno del governo, in seguito a una visita del ministro dell’Interno Matteo Salvini in Campania. Salvini ha parlato della necessità di avere più inceneritori per lo smaltimento, sostenendo che «occorre il coraggio di dire che serve un termovalorizzatore per ogni provincia, perché se produci rifiuti li devi smaltire». A Salvini ha risposto il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, secondo cui in Campania «gli inceneritori non c’entrano una beneamata ceppa e tra l’altro non sono nel contratto di governo». Ai due si è aggiunto poi il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, anche lui contrario a nuovi inceneritori, con una risposta piuttosto semplificatoria: «Quando arriva l’inceneritore, o termovalorizzatore, il ciclo dei rifiuti è fallito». Il “contratto di governo” parla di rifiuti solo in modo molto vago, con i soliti richiami a “incentivare la raccolta differenziata”, ma senza essere più precisi: lo ha ricordato ieri Di Maio, aggiungendo che in Campania «non bisogna fare il business degli inceneritori ma bisogna fermare il business dei rifiuti». A proposito degli inceneritori, nel 2014 il governo Renzi inserì nel cosiddetto decreto “Sblocca Italia” un articolo, il 35, che prevedeva la costruzione di 12 nuovi impianti – da aggiungere ai 42 attualmente attivi – e la decisione fu molto contestata dalle opposizioni e dalle associazioni ambientaliste. Lo scorso aprile un ricorso presentato da alcuni comitati è stato accolto dal TAR del Lazio, che ha bloccato l’attuazione del decreto rinviandone la valutazione alla Corte di giustizia dell’Unione Europea; alcuni giorni fa il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha fatto sapere che ne proporrà la modifica in Parlamento. La proposta di Renzi, però, già all’epoca aveva trovato l’opposizione del suo stesso partito a livello regionale. È il caso del Lazio, dove nel 2016 l’allora ministro dell’Ambiente Galletti chiedeva la costruzione di un nuovo inceneritore per migliorare la gestione dei rifiuti, e a cui si oppose il suo collega di partito, il presidente della regione Nicola Zingaretti, oggi candidato alla segreteria del PD. Non solo alla fine il nuovo inceneritore non si è fatto, ma il 16 ottobre per decisione di Zingaretti è stato chiuso l’inceneritore di Colleferro, che era rimasto fermo per oltre un anno a causa delle proteste dei cittadini.

I roghi nel Nord Italia. E arriviamo così ai molti roghi di rifiuti avvenuti negli ultimi mesi nel Nord Italia, una delle conseguenze più tangibili della grave situazione in cui versa il sistema della gestione dei rifiuti. Per capire la causa di così tanti roghi bisogna fare un passo indietro: con l’articolo 35 del decreto “Sblocca Italia” non si è solo proposta la costruzione di nuovi inceneritori, ma si è anche introdotta una nuova norma sulla gestione dei rifiuti urbani tra le varie regioni. Se prima dello “Sblocca Italia” i rifiuti urbani indifferenziati potevano essere smaltiti solo nelle zone in cui venivano prodotti, ora è possibile portarli in altre regioni. Questo ha aiutato le regioni del Centro e del Sud – con impianti e discariche spesso piccoli e tecnologicamente arretrati, e che rifiutano più delle altre di costruirne di nuovi – a portare i loro rifiuti nei più grandi impianti del Nord, ovviamente pagando, ma ha avuto diverse altre conseguenze. La prima è che gli impianti che si occupano di smaltimento al Nord si sono ritrovati saturi di materiale da gestire, e per poter continuare a ricevere rifiuti hanno dovuto alzare le tariffe; la seconda è che, con gli impianti pieni e i costi aumentati, sono diventati sempre più frequenti, specialmente in Lombardia, i casi di roghi in discariche abusive e capannoni abbandonati. Quello che succede è che alcuni imprenditori, piuttosto che cercare di portare i rifiuti in un impianto di smaltimento a prezzi elevati, preferiscono pagare qualcuno perché stipi i rifiuti in uno dei tanti capannoni vuoti del Nord Italia, a cui poi viene dato fuoco per liberarsi del problema. Ovviamente quello dei roghi non è un fenomeno che riguarda solo il Nord, visto che dal 2014 si sono contati più di 300 casi in tutta Italia, ma – come dice il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – sarebbe ormai «qualcosa di strutturale».

Dalle città d'arte alle metropoli, tutti i volti (e i costi) della raccolta differenziata. L’analisi promossa da Utilitalia e realizzata da Bain, scrive il 16/02/2017 Adnkronos. Porta a porta o stradale con campane e cassonetti, monomateriale o multimateriale. Non c’è un modo unico per fare la raccolta differenziata in Italia dove, complici le caratteristiche geografiche, la gestione dei rifiuti e relativi costi sono influenzati da diverse variabili e ogni città è una storia a sé. Dalla raccolta delle grandi città come Milano o Torino, a Venezia dove i rifiuti si raccolgono con le barche nei canali; dalle città balneari come Rimini che vivono volumi differenti di rifiuti a seconda della stagione turistica, alle città d’arte con la loro viabilità limitata dal patrimonio architettonico; per non parlare di comuni montani e delle isole. La scelta degli enti locali e il lavoro delle aziende di igiene urbana può presentare scenari totalmente differenti, che vengono studiati da alcuni anni e lo scenario è tracciato dai risultati dello studio "Analisi Costi Raccolta Differenziata Multimateriale", promosso da Utilitalia, la federazione delle imprese dei servizi ambientali, idrici ed energetici, e realizzato da Bain, su un campione rappresentativo del Paese, pari al 24% della popolazione italiana. Secondo la ricerca, le imprese che utilizzano almeno una modalità di raccolta multimateriale sono il 94%. I modelli di raccolta sono principalmente cinque divisi in leggero (plastica-metalli e carta-plastica-metalli) e pesante (vetro-metalli, vetro-plastica-metalli, carta-vetro-plastica-metalli). Il modello leggero incide per il 47%, quello pesante per il 53%. In tutti e cinque i modelli è presente la raccolta di metalli. Quelli più diffusi sono: plastica-metalli (42%), vetro-plastica-metalli (25%), vetro-metalli (23%). Guardando alla categoria di rifiuto, per il vetro il modello più diffuso è quello ‘vetro-metalli’ (23%), per la plastica è plastica-metalli (62%), per i metalli è plastica-metalli (36%). Il porta a porta vince, sia pur di poco, con il 51% sulla raccolta stradale (49%). Nello specifico, quando il modello è il multimateriale leggero prevale il porta a porta con il 56%; quando invece il modello è ‘pesante’ la raccolta stradale arriva al 60%. Oltre il 30% dei rifiuti della differenziata sono raccolti con modalità multimateriale: circa 1,9 milioni di tonnellate all’anno (6% della produzione totale di rifiuti urbani) su un totale di oltre 6,3 milioni di tonnellate. Sono oltre 119 mila le tonnellate di carta e cartone (pari al 4% del totale) raccolte; più di 839 mila quelle di vetro (48%); quasi 819 mila di plastica (70%); oltre 132 mila di metalli (51% del totale). La percentuale sale al 56% escludendo dal computo carta e cartone. Perciò considerando soltanto plastica, vetro e metalli sono quasi 1,8 milioni le tonnellate raccolte con modalità multimateriale su un totale di quasi 3,2 milioni di tonnellate. “Non c’è un unico modo di fare le cose – osserva il vicepresidente di Utilitalia, Filippo Brandolini – ci sono delle variabili che cambiano in base alle caratteristiche del territorio, della popolazione, della stagionalità. Le aziende, in generale, sono attente a tutti i modelli che si stanno sviluppando perché soltanto da un’analisi comparata di dati effettivi, riscontrabili e statisticamente rappresentativi, si riescono a fare scelte di efficienza industriale e di riduzione dei costi di gestione”. Il costo di raccolta del multimateriale in Italia è pari a 185 euro a tonnellata. In generale per la raccolta multimateriale il porta a porta costa di più con una differenza che oscilla tra il 30 e il 40%. Costi maggiori che vengono riassorbiti però dal trattamento industriale successivo, che è naturalmente più basso quando concentrato su un'unica tipologia. Guardando invece alla comparazione dei costi, emerge mediamente una maggiore convenienza della raccolta con il sistema multimateriale rispetto a quello monomateriale. La ricerca rileva anche come, a fronte di una maggiore efficienza, i valori di intercettazione della differenziata pro-capite siano mediamente più bassi.

Rifiuti: costi e modelli della raccolta differenziata in Italia, scrive il 16 febbraio 2017 confservizi.emr.it. Non c’è un modo unico per fare la raccolta differenziata. Raccolta porta a porta o raccolta stradale con campane e cassonetti, ma anche raccolta monomateriale o raccolta multimateriale. In Italia, anche per le sue caratteristiche geografiche, la gestione dei rifiuti è influenzata da diverse variabili e ogni città è una storia a sé. Dalla raccolta delle grandi città come Milano o Torino, si va alle peculiarità di Venezia dove i rifiuti si raccolgono con le barche nei canali; dalle città balneari come Rimini che vivono volumi differenti di rifiuti a seconda della stagione turistica, si passa alle città d’arte con la loro viabilità limitata dal patrimonio architettonico; per non parlare di comuni montani e delle isole. Come è meglio raccogliere il vetro, la plastica, la carta, il metallo e le frazioni umide dei nostri rifiuti? Come cambia il costo del servizio di raccolta se basato su un unico cassonetto stradale, o anche sulle campane per il vetro e sui cassonetti per la carta o il ferro? È più utile la raccolta monomateriale, che segmenta ogni tipologia di rifiuto o quella multimateriale che accorpa nello stesso cassonetto vetro-plastica-metalli oppure carta-vetro-plastica-metalli? Quale è la scelta migliore perché un Comune raggiunga gli obiettivi di raccolta differenziata previsti dalla legge? La scelta degli enti locali e il lavoro delle aziende di igiene urbana può presentare scenari totalmente differenti, che vengono studiati da alcuni anni e lo scenario è tracciato dai risultati dello studio ‘Analisi Costi Raccolta Differenziata Multimateriale’, promosso da UTILITALIA – la federazione delle imprese dei servizi ambientali, idrici ed energetici – e realizzato da BAIN, su un campione molto rappresentativo del Paese, pari al 24% della popolazione italiana. Dopo l’analisi che nel 2013 Utilitalia e Bain hanno presentato sui costi della Raccolta Monomateriale dei rifiuti da imballaggi e quella del 2015 sulla Raccolta Differenziata della frazione organica (con un’appendice sulla raccolta indifferenziata) nel 2017 è la volta di uno studio sui diversi costi sostenuti dalle imprese sulla base delle diverse combinazioni e modalità di raccolta (stradale e/o domiciliare). La fotografia scattata dalla ricerca – presentata il 16 febbraio a Roma – offre alcuni dati su composizione, modelli, sistemi e analisi dei costi della raccolta differenziata, facendo anche una comparazione tra ritiro stradale e domiciliare. Le imprese che utilizzano almeno una modalità di raccolta multimateriale sono il 94%. I modelli di raccolta sono principalmente cinque, divisi in leggero (plastica-metalli e carta-plastica-metalli) e pesante (vetro-metalli, vetro-plastica-metalli, carta-vetro-plastica-metalli). Il modello leggero incide per il 47%, quello pesante per il 53%. In tutti e cinque i modelli è presente la raccolta di metalli. Quelli più diffusi sono: plastica-metalli (42%), vetro-plastica-metalli (25%), vetro-metalli (23%). Guardando alla categoria di rifiuto, per il vetro il modello più diffuso è quello vetro-metalli’ (23%), per la plastica è plastica-metalli (62%), per i metalli è plastica-metalli (36%). Il porta a porta vince, sia pur di poco, con il 51% sulla raccolta stradale (49%).Nello specifico, quando il modello è il multimateriale leggero prevale il porta a porta con il 56%; quando invece il modello è pesante la raccolta stradale arriva al 60%. Oltre il 30% dei rifiuti della differenziata – spiega il documento – sono raccolti con modalità multimateriale: circa 1,9 milioni di tonnellate all’anno (6% della produzione totale di rifiuti urbani) su un totale di oltre 6,3 milioni di tonnellate. Sono oltre 119 mila le tonnellate di carta e cartone (pari al 4% del totale) raccolte; più di 839 mila quelle di vetro (48%); quasi 819 mila di plastica (70%); oltre 132 mila di metalli (51% del totale). La percentuale sale al 56% escludendo dal computo carta e cartone. Perciò considerando soltanto plastica, vetro e metalli sono quasi 1,8 milioni le tonnellate raccolte con modalità multimateriale su un totale di quasi 3,2 milioni di tonnellate. “Non c’è un unico modo di fare le cose – osserva il vicepresidente di Utilitalia, Filippo Brandolini (nella foto) – ci sono delle variabili che cambiano in base alle caratteristiche del territorio, della popolazione, della stagionalità. Le aziende, in generale, sono attente a tutti i modelli che si stanno sviluppando perché soltanto da un’analisi comparata di dati effettivi, riscontrabili e statisticamente rappresentativi, si riescono a fare scelte di efficienza industriale e di riduzione dei costi di gestione”. Il costo di raccolta del multimateriale in Italia è pari a 185 euro a tonnellata. In generale per la raccolta multimateriale il ‘porta a porta’ costa di più con una differenza che oscilla tra il 30 e il 40%. Costi maggiori che vengono riassorbiti però dal trattamento industriale successivo, che è naturalmente più basso quando concentrato su un’unica tipologia. Guardando invece alla comparazione dei costi, emerge mediamente una maggiore convenienza della raccolta con il sistema multimateriale rispetto a quello monomateriale. La ricerca rileva anche come, a fronte di una maggiore efficienza, i valori di intercettazione della differenziata pro-capite siano mediamente più bassi.

Riciclare ma non troppo: ecco i paradossi della differenziata. La ricerca: se si arrivasse al 70% sarebbe insostenibile. Ma gli esperti insistono: “I benefici per l’ambiente non hanno prezzo”, scrive Elena Dusi su "La Repubblica" il 23 ottobre 2015. Ma quanto conviene fare la differenziata? Nel 2001, quando solo il 20% della spazzatura veniva selezionata, il costo di ogni tonnellata era di 12 euro ad abitante. Oggi che il tasso di differenziazione ha superato il 42%, il costo del servizio è quasi quadruplicato: 46 euro per tonnellata ad abitante. Secondo i dati Nomisma Energia del 2014, quella del riciclaggio non sembra un’economia di scala. I costi aumentano con il giro d’attività, mentre i ricavi - che coprono solo un quarto dei costi - sono rimasti fissi, o quasi, negli ultimi anni. L’impennata dei costi è in parte dovuta al porta a porta, sistema adottato per raccogliere il 49% di carta, plastica e vetro. Nel 2007 il dato era solo del 28%, secondo un rapporto di Bain & Company per Federambiente. Il servizio di raccolta a domicilio richiede personale, camion e benzina assai più del singolo compattatore che ingurgita tutto. Uno studio del gruppo Hera sui “Modelli territoriali a confronto” ha calcolato nel 2013 che il porta a porta costa più del triplo rispetto ai cassonetti, anche se garantisce percentuali di differenziazione più alte. Ed è soprattutto grazie a questo metodo che la raccolta di materiali riciclabili è balzata in su nonostante il calo della produzione di spazzatura provocato dalla crisi economica (meno 8% tra il 2007 e il 2012). Oltre ai costi del porta a porta, il problema di una differenziata molto spinta è la qualità dei rifiuti raccolti. Più si seleziona, più nei sacchetti colorati finiscono materiali spuri o scadenti. E i benefici della differenziata finiscano per diluirsi soprattutto nelle grandi città, dove più difficile è controllare la qualità dei rifiuti riciclabili. «Oltre una certa percentuale di differenziazione, i costi aumentano vertiginosamente», conferma Giovanni Fraquelli, economista dell’Università del Piemonte Orientale e del Cnr di Torino, autore nel 2011 di uno studio sui costi del riciclaggio con Graziano Abrate, Fabrizio Erbetta e Davide Vannoni. «Piccole realtà entro i 200-300 mila abitanti possono raggiungere percentuali del 70% senza enormi aggravi» aggiunge Fraquelli. «Ma se si cerca di spingere oltre la differenziata si incappa in costi insostenibili». I dati di Nomisma Energia confermano l’esistenza di un “confine” oltre il quale non è più conveniente andare. «In Emilia Romagna — spiega il presidente Davide Tabarelli — abbiamo fatto dei tentativi di fare una raccolta differenziata molto spinta, ma questo si è tradotto in maggiori costi, e quindi in aumenti per le bollette, anche del 20%». Abrate e i suoi colleghi sono molto schietti nel considerare un’altra componente di costo per alcuni comuni: la corruzione. “Riducendo il loro livello di corruzione a quello medio del campione — scrivono nello studio The costs of corruption in the italian solid waste industry — i due più grandi comuni italiani, Milano e Roma, risparmierebbero rispettivamente 10 e 50 milioni di euro all’anno, pari all’8,8% e 14% della spesa per i rifiuti”. Per Rosanna Laraia, responsabile del servizio rifiuti di Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) il riciclaggio resta comunque un impegno imprescindibile: «È vero che i suoi costi aumentano con la crescita della differenziazione, ma il riuso permette di risparmiare sulla voce delle discariche». E i benefici ambientali restano importanti anche quando i prodotti da riciclare sono venduti a paesi dall’altra parte del mondo. Secondo l’Epa (l’Environmental Protection Agency americana), il materiale più proficuo da riutilizzare è l’alluminio: riciclarne 500 tonnellate permette di risparmiare 2mila tonnellate di CO2 equivalente (pari a 1.569 auto), seguito da carta e cartone (700 tonnellate) e dalla plastica di tappi e detersivi (192 tonnellate).

L’Italia esporta 197 mila tonnellate di plastica  (che non sa come smaltire). Pubblicato martedì, 23 aprile 2019 da Alessandro Sala su Corriere.it. I Paesi industrializzati producono e consumano molta più plastica di quanta ne riescano a riciclare e a smaltire. E non sapendo come gestirla, hanno pensato di esportarla altrove. Fino alla fine del 2017 era stata la Cina, la destinazione principale degli scarti plastici di tutto il mondo. Una «discarica» ideale, lontana dagli occhi e quindi anche dal cuore. Poi dal 2018 il governo di Pechino ha chiuso le proprie frontiere a 24 diversi tipi di rifiuti, tra cui appunto la plastica, con il risultato che le nazioni con un surplus di scarto hanno dovuto trovare nuovi canali e nuove destinazioni. Le hanno trovate, in effetti, ma a che prezzo? E perché la raccolta differenziata non riesce a dare risultati? L’export dei rifiuti non è di quelli che fanno bene alla bilancia commerciale. Anzi. E’ un costo piuttosto pesante che tante nazioni, a partire dagli Stati Uniti e dal Giappone che sono i principali esportatori di materie plastiche di scarto (i primi sono responsabili del 16,5% del totale, i secondi del 15,3%) accettano di pagare pur di risolvere un problema che sta via via assumendo proporzioni ingovernabili. Nel 2016 a livello globale erano state delocalizzate 12 milioni e mezzo di tonnellate di rifiuti in plastica; circa 10 milioni nel 2017 e quasi 6 milioni tra il gennaio e il novembre del 2018. Anche l’Italia, come molti altri Paesi Ue, ricorre a questa pratica: in un anno manda a smaltire oltre confine circa 197 mila tonnellate di plastica (questo il dato del 2018, nei due precedenti era anche di più), che corrispondono al 2,25% della quantità esportata globalmente. Una quota che la posiziona all’11esimo posto della classifica mondiale. Sono numeri che emergono dal report sulle nuove rotte dei rifiuti plastici che l’associazione ambientalista Greenpeace diffonde oggi. Uno studio, basato su dati Eurostat, che analizza le dinamiche della circolazione infinita della plastica a a livello globale, prendendo in considerazione i 21 principali Paesi esportatori ed importatori. Collegati tra loro da un numero esagerato di mercantili carichi di container che solcano gli oceani trasportando non beni e prodotti, bensì immondizia. Movimenti formalmente in regola, esportazioni riconducibili al cdice doganale 3915. Ma i numeri sono da brivido e sono ovviamente al netto del sommerso e delle attività delle organizzazioni criminali, sempre più inserite nelle redditizie filiere dello smaltimento. Fino al 2018, come detto, la maggior parte del materiale aveva come destinazione la Cina, con porto di ingresso Hong Kong. Ma dopo che Pechino ha decretato lo stop, le nazioni che non sapevano come gestire altrimenti i propri rifiuti hanno dovuto individuare nuove rotte. E, come racconta il report di Greenpeace, le hanno subito trovate. Prima si è trattato di altri Paesi del Sud Est asiatico, ovvero Vietnam, Malesia e Thailandia. Poi anche in questi Stati, oggi al top della classifica importatori, sono state applicate delle restrizioni ed è stato dunque necessario reperire altre mete per non interrompere i flussi attuali e futuri. Indonesia e Turchia, secondo il report, sono i principali importatori emergenti a livello globale, ma spuntano sempre nuovi canali e oggi anche alcuni Paesi europei hanno iniziato ad accettare i rifiuti plastici altrui. I nostri, per esempio, nel 2018 sono finiti anche in Austria, Germania, Spagna, Slovenia, Romania, Ungheria, Francia e perfino in Svizzera. Il trasporto terrestre in altri stati europei è legato forse alla presenza di impianti in grado di gestire quote maggiori di materiale e quindi di farsi carico anche delle eccedenze italiane. Ma il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, Roberto Pennisi, che per conto della Dda redige il capitolo del rapporto annuale dedicato alle ecomafie e ai crimini ambientali, teme che ci sia dell’altro e ipotizza che in alcuni casi, laddove i trasporti avvengono in Stati dell’Est entrati da poco nella Ue e dove i controlli sono meno accurati, il flusso di materiali possa essere gestito anteponendo «l’interesse economico al rispetto della legalità, dell’ambiente e della salute umana». Senza contare che non necessariamente il rifiuto viene poi trattato nei Paesi Ue di destinazione, che possono essere soltanto una tappa di transito prima di un ulteriore passaggio extra-europea. La normativa comunitaria prevede che i rifiuti che escono dalla Ue possano essere esportati solo in Paesi che garantiscano il rispetto degli stessi standard di tutela delle persone e dell’ambiente, ma questo è difficile poi da verificare. Quando ci si affidava alla Cina, per esempio, non c’era sempre modo di verificare che tutti i processi di smaltimento e di riciclo fossero regolari con il rischio di una produzione di nuova plastica contaminata utilizzata per produrre nuovi manufatti a basso costo che, e qui scattava la beffa, tornavano poi ad invadere i mercati europei. Ma perché ci ritroviamo letteralmente sommersi dalla plastica, che inevitabilmente finisce poi con l’inquinare i l’ambiente, i fiumi, i mari uccidendo la fauna marina e creando condizioni di bioaccumulo nei pesci pericolose anche per la salute umana? «Il problema è che in Italia si premia la quantità e non la qualità della raccolta differenziata - spiega nel report Claudia Salvestrini, direttrice di Polieco, il consorzio nazionale per il riciclaggio dei rifiuti e dei beni a base di polietilene -. Possiamo anche raggiungere il 90% di raccolta differenziata ma all’atto pratico si tratta spesso di plastica di bassa qualità, tanto che di quella raccolta può risultare più del 30 per cento di materiali eterogenei di plastica da scartare». Perché non tutta la plastica può essere riciclata e non tutta la plastica è uguale, né per composizione né per provenienza. Prima dello stop di Pechino, negli anni 2016 e 2017, al mercato cinese è stato destinato il 42% degli scarti plastici spediti fuori dall’Europa. Lo stop dello scorso hanno ha dunque creato un’emergenza mondiale e messo gli Stati di fronte alla necessità di trovare alternative. Ma, come spesso accade, anziché affrontare il problema alla radice è stata scelta la scorciatoia, ovvero individuare chi potesse fare il «lavoro sporco» al posto della Cina. La soluzione, per Greenpeace, è invece una riduzione alla fonte della richiesta e produzione di plastica, combattendo per esempio l’usa-e-getta (che oggi rappresenta il 40% dei manufatti in plastica prodotti) e favorendo il riuso. «Con una produzione di plastica in vertiginosa crescita su scala globale, che raddoppierà le quantità del 2015 entro il 2025 e per poi quadruplicarle entro il 2050, il nostro pianeta rischia di essere sommerso da rifiuti in plastica - commenta Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia -. Si stima che ogni anno tra i 4,8 e i 12,7 milioni di tonnellate di plastica finiscano nei mari al ritmo di un camion al minuto per ogni giorno dell’anno. Numeri che, complice l’inefficacia del riciclo, sono destinati a peggiorare».

Raccolta differenziata, tra conflitti di interesse e dati segreti: “Costi a carico delle casse pubbliche”. Tra opacità e critiche dell'Antitrust, il sistema Conai non garantisce la copertura dei costi di raccolta a carico dei Comuni con i prezzi di fatto definiti dai produttori di imballaggi. Una situazione capovolta rispetto a quella di altri Paesi europei, scrive Luigi Franco l'8 ottobre 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Domanda numero uno: quanta plastica, carta o vetro da riciclare ha raccolto il tal comune? Domanda numero due: lo stesso comune quanti contributi che gli spettano per legge ha incassato a fronte dei costi sostenuti per la raccolta differenziata degli imballaggi? Due domande le cui risposte sono contenute nella banca dati Anci–Conai prevista dagli accordi tra l’Associazione nazionale dei comuni italiani e il Conai, ovvero il consorzio privato che è al centro del sistema della raccolta differenziata degli imballaggi. Numeri non diffusi ai cittadini, che possono contare solo su un report annuale con dati aggregati. Ma i dati aggregati non sempre vanno d’accordo con la trasparenza. E soprattutto non rendono conto delle incongruenze di una situazione su cui l’Antitrust di recente ha espresso le sue critiche, mettendo nero su bianco che “il finanziamento da parte dei produttori di imballaggi dei costi della raccolta differenziata non supera il 20% del totale, laddove invece, dovrebbe essere per intero a loro carico”. Con la conseguenza che a rimetterci sono le casse pubbliche, visto che tocca ai comuni coprire gran parte di quei costi. I dati sulla raccolta differenziata? In mano a un privato pagato dal Conai – Il sistema Conai, creato alla fine degli anni novanta per recepire la direttiva europea in materia e per soddisfare il principio del “chi inquina paga”, funziona così: per ogni tonnellata di imballaggi immessa sul mercato i produttori di imballaggi versano un contributo (cac, contributo ambiente Conai) al Conai, che poi distribuisce ai vari consorzi di filiera le quote spettanti. Per gli imballaggi di plastica il consorzio di riferimento è il Corepla, per quelli di carta il Comieco, e così via. Tutti consorzi che fanno capo al Conai e che sono controllati dagli stessi produttori di imballaggi e da chi li immette sul mercato. Il sistema Conai, che tra le sue entrate può contare anche sui ricavi ottenuti con la vendita dei materiali conferiti dai comuni, riconosce a questi un corrispettivo a tonnellata che dovrebbe compensare gli extra costi sostenuti per la raccolta differenziata degli imballaggi rispetto a quella dei rifiuti generici. “Solo che ad oggi – spiega Marco Boschini, coordinatore dell’Associazione dei comuni virtuosi – non esiste ancora uno studio che stabilisca quali sono realmente in media gli extra costi sostenuti dai comuni per ogni tipologia di tonnellata di materiale raccolta”. E così il corrispettivo dovuto ai comuni viene stabilito da una trattativa effettuata ogni cinque anni nell’ambito del rinnovo dell’accordo tra Anci e Conai, dove finora hanno prevalso gli interessi del sistema Conai. Con un particolare: i dati relativi alla raccolta differenziata sono custoditi nella famosa banca dati, che viene gestita a spese del Conai da Ancitel Energia e Ambiente (Ancitel E&A), a cui è stata affidata in modo diretto da Anci, senza alcun bando di gara. Ancitel E&A è una società che, al di là di una quota del 10 per cento in mano ai comuni attraverso Ancitel spa, è al 90 percento di proprietà di privati. Con un primo conflitto di interessi che salta subito all’occhio, come fa notare Boschini: “Il Conai e i suoi consorzi di filiera pagano ad Ancitel E&A la gestione della banca dati e sono quindi i suoi principali clienti, clienti che hanno garantito finora quasi per intero il fatturato di tale società. Se dall’elaborazione dei dati dovesse emergere, cosa peraltro in linea con quanto rilevato dall’Antitrust, che i sovra costi della raccolta differenziata degli imballaggi sono ben più elevati di quelli riconosciuti attualmente ai comuni, si verrebbe a determinare un aumento di costi a carico proprio dei clienti più importanti e decisivi di Ancitel E&A”. Le critiche dell’Antitrust: “Il sistema Conai copre solo il 20% dei costi di raccolta” – Quando nel 2013 l’Associazione dei comuni virtuosi ha affidato alla società di ingegneria Esper (Ente di studio per la pianificazione ecosostenibile dei rifiuti) la redazione di un’analisi sugli effetti degli accordi tra Anci e Conai, ecco cosa è saltato fuori: “Analizzando gli ultimi dati disponibili nel 2013 – spiega Ezio Orzes, uno dei curatori della ricerca e assessore all’Ambiente di Ponte alle Alpi, comune più volte premiato da Legambiente per i risultati raggiunti nella raccolta differenziata – si è visto che ai comuni italiani il Conai riconosceva solo il 37% di quanto incassato grazie al cac e alla vendita dei rifiuti raccolti, mentre i corrispettivi per tonnellata raccolta ricevuti dai nostri enti locali erano tra i più bassi in Europa. Così, a fronte dei circa 300 milioni versati dal Conai ai comuni, questi ne spendevano almeno tre volte tanto per la raccolta degli imballaggi”. Da allora, seppur con qualche miglioramento dovuto anche alle prese di posizione dell’Associazione dei comuni virtuosi, lo sbilanciamento a favore dei privati (sistema Conai) rispetto al pubblico (Anci) è rimasto. Così nel 2015 il sistema Conai ha incassato 593 milioni di euro grazie al cac e circa 225 dalla vendita dei materiali conferiti dagli enti locali. Valore, quest’ultimo, che potrebbe essere ancora più alto visto che, per fare un esempio, il consorzio Comieco vende sul mercato libero solo il 40% della carta recuperata, quota a cui è salito dopo un impegno preso nel 2011 con l’Autorità garante della concorrenza e del mercato che aveva censurato l’“opacità gestionale” determinata dalla pratica di cedere alle cartiere consorziate i materiali raccolti a prezzi inferiori a quelli di mercato. In ogni caso, a fronte delle somme incassate, nel 2015 il Conai ha versato ai comuni, secondo quanto comunicato a ilfattoquotidiano.it, solo 437 milioni. Numeri che contribuiscono a creare la situazione che – come detto – l’Antitrust lo scorso febbraio ha descritto così: “Il finanziamento da parte dei produttori (attraverso il sistema Conai) dei costi della raccolta differenziata non supera il 20% del totale, laddove invece, dovrebbe essere per intero a loro carico”. Una situazione capovolta rispetto a quella di altri Paesi europei, evidenzia Attilio Tornavacca, direttore generale di Esper: “In Germania e in Austria i costi di raccolta degli imballaggi domestici sono a carico esclusivamente di chi produce e commercializza imballaggi. In Francia, secondo un rapporto del 2015 di Ademe (un’agenzia pubblica di controllo a supporto tecnico del ministero dell’Ambiente, ndr), la percentuale dei costi di gestione degli imballaggi domestici a carico di Ecomballages e Adelphes, consorzi che svolgono una funzione similare a quella del sistema Conai in Italia, nel 2014 è stata pari al 74,8%”. Un unico sistema, tanti conflitti di interesse – I conflitti di interesse non si limitano alla gestione della banca dati Anci-Conai. “Il cac versato in Italia dai produttori di imballaggi è mediamente tra i più contenuti tra quelli applicati in Europa – spiega Tornavacca -. Ad esempio in Francia per il cartone si pagano 163 euro a tonnellata, mentre in Italia solo 4”. E chi decide a quanto deve ammontare il cac? “Il Conai stesso. E quindi, in definitiva, lo decidono gli stessi produttori di imballaggi che pagano il cac e che nel consorzio detengono l’assoluta maggioranza delle quote”. C’è poi un altro punto. Il corrispettivo versato ai comuni dal sistema Conai dipende dalla percentuale di impurità del materiale raccolto: quante più frazioni estranee sono presenti per esempio in una tonnellata di imballaggi plastici conferiti, come può essere un giocattolo che non è classificato come imballaggio, tanto più bassa è la somma riconosciuta al comune dal consorzio di filiera Corepla. A valutare la qualità del materiale raccolto sono alcune società scelte e pagate dal Conai, che potrebbe quindi decidere di rinnovare o meno il contratto a seconda che siano state soddisfatte o meno le proprie aspettative. Il che basta a spiegare questo altro potenziale conflitto di interessi presente nel sistema all’italiana di gestione della raccolta differenziata. Sebbene infatti l’analisi di qualità possa essere eseguita in contraddittorio tra le parti, una cosa è chiara: un corrispettivo più basso versato al comune in seguito al risultato dell’analisi corrisponde a un esborso inferiore da parte del Conai. E ancora. Che fine fa la differenza tra quanto incassato dal Conai grazie al cac e alla vendita del materiale raccolto e quanto versato ai comuni? “In parte viene accantonata a riserva per esigenze di anni successivi – spiega Tornavacca – in parte viene utilizzata per finanziare la struttura e tutte le attività promozionali del Conai e dei consorzi di filiera”. E anche qui casca l’asino su un altro bel conflitto di interessi. Perché nelle sue campagne promozionali il Conai si guarda bene dal promuovere pratiche che porterebbero a una riduzione del consumo di imballaggi, come la diffusione delvuoto a rendere, cosa che avrebbe conseguenze negative sui fatturati dei produttori suoi consorziati. Conai e Anci: “Siamo per la trasparenza”. Ma la banca dati resta chiusa a chiave – Tra conflitti di interesse e costi di raccolta degli imballaggi che pesano soprattutto sulle casse pubbliche, anziché sui produttori, forse un po’ più di trasparenzaci vorrebbe. Magari rendendo visibile a tutti i cittadini il contenuto della banca dati da cui siamo partiti. Che ne pensa il Conai? “La banca dati Anci-Conai – risponde il direttore generale del consorzio Walter Facciotto – è uno strumento introdotto dal precedente accordo quadro Anci-Conai (2009-2013) ed è un sistema gestito direttamente da Anci. Restiamo convinti che sia il primo strumento per trasparenza e completezza nel settore dei rifiuti, a completa disposizione di chi ne ha la proprietà (i comuni) e la gestione (società e/o comune medesimo)”. E siccome la palla viene passata ai comuni, non resta che sentire il parere di Filippo Bernocchi, delegato Anci alle politiche per la gestione dei rifiuti e fino a pochi mesi fa presidente di Ancitel E&A: “Io sono sempre stato per il green open data. Le regole per rendere visibili i dati della banca dati sono definiti dal comitato di coordinamento Anci-Conai, ma ogni singolo comune dovrebbe dare il suo consenso perché possano essere pubblicati i dati che lo riguardano”. In attesa che Anci e Conai chiedano questo consenso, quei numeri continuano a essere chiusi a chiave nella banca dati.

Lite fra Salvini e Di Maio sui termovalorizzatori. Salvini, uno per provincia. Di Maio, non c'entrano una ceppa, scrive l'Ansa" il 15 novembre 2018. Salvini, serve un termovalorizzatore per ogni provincia. "Occorre il coraggio di dire che serve un termovalorizzatore per ogni provincia perché se produci rifiuti li devi smaltire". Lo ha detto Matteo Salvini, ministro dell'Interno, a Napoli per il Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza. "A metà gennaio va in manutenzione l'unico termovalorizzatore della regione - ha affermato - è in pratica una emergenza annunciata". "C'è veramente una incapacità folle - ha aggiunto - dall'emergenza del 2008 siamo tornati indietro, ma nessun miglioramento". Di Maio, gli inceneritori non c'entrano una ceppa. "Quando si viene in Campania e si parla di terra dei fuochi si dovrebbero tener presenti la storia e le difficoltà di questo popolo. La terra dei fuochi è un disastro legato ai rifiuti industriali (provenienti da tutta Italia) non a quelli domestici. Quindi gli inceneritori non c'entrano una beneamata ceppa e tra l'altro non sono nel contratto di Governo". Lo scrive su Facebook il vicepremier Luigi Di Maio che fa riferimento, senza citarlo, a quanto affermato da Matteo Salvini sui rifiuti in Campania. Costa, termovalorizzatore è fallimento del ciclo dei rifiuti. "Quando arriva l'inceneritore, o termovalorizzatore, il ciclo dei rifiuti è fallito". Lo ha detto in una nota il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, dopo che Salvini ha proposto un impianto per ogni provincia della Campania. "Stiamo lavorando - ha aggiunto - ogni giorno per portare l'Italia, e non solo la Terra dei Fuochi, fuori dall'ormai cronico ritardo nella gestione del ciclo dei rifiuti. Riduzione, riuso, recupero, riciclo, sono le quattro R che devono diventare un mantra per tutti. Chi non è in sintonia con queste direttrici vive in un'epoca passata". M5S, in contratto esclusa costruzione inceneritori. "Sia il Contratto di Governo che punta al superamento degli inceneritori non a costruirne di nuovi, che i numeri della produzione dei rifiuti in Campania e lo stato d'avanzamento della raccolta differenziata nella Regione, escludono industrialmente la realizzazione di nuovi impianti incenerimento". E' quanto si legge in una nota dei parlamentari del Movimento 5 Stelle della Commissione Ambiente della Camera con la capogruppo Ilaria Fontana. De Magistris, Salvini fra i responsabili dell'emergenza. ''Ricorderei a Salvini che ha sostenuto un Governo, quello Berlusconi, che è stato tra i principali responsabili dell'emergenza rifiuti. Credo che si debba lavorare con spirito di leale collaborazione senza fare battaglie di religione o i professorini e credo che realizzare un termovalorizzatore in ogni angolo della Campania non sia la risposta''. Così il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha replicato alle parole del ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Il sindaco ha inoltre sottolineato che ''di quell'emergenza rifiuti il Comune di Napoli paga anche la calamità finanziaria perché il debito del Comune è così alto anche a causa di quell'emergenza''. Salvini, facciamo gestire rifiuti a camorra? "Io sono per costruire e non per i no, perché con i no non si va da nessuna parte. Questo vale soprattutto per gli enti locali, penso a tutti quei sindaci e alla stessa regione Campania che ha sempre detto no, no, no e i rifiuti cosa facciamo? Li facciamo gestire alla camorra?". Lo ha detto il ministro degli interni Matteo Salvini rispondendo a Napoli ai cronisti che gli chiedevano della replica di Luigi Di Maio alla sua proposta di un termovalorizzatore in ogni provincia in Campania.

Tecnica, paura e fede: lo strabismo dei grillini. Rifiutano la modernità e sognano l’Eden. La contraddizione dei 5 Stelle emerge per esempio nel caso dei rifiuti campani con il no Di Maio ai termovalorizzatori, scrive Antonio Polito il 19 novembre 2018 su "Il Corriere della Sera". Una paura irrazionale del futuro e una fede incrollabile nell’avvenire possono convivere. Il comunismo ne fu una grande (e fallimentare) prova. Allo stesso modo il crogiolo di culture che si è fuso nel Movimento Cinquestelle sembra rifiutare la modernità in cui vive proprio mentre sogna un Eden post moderno da venire. È singolare il rapporto che i pentastellati intrattengono con la tecnologia. Ciò che è rimasto del messaggio, insieme visionario e apocalittico, di Gianroberto Casaleggio, li spinge a credere che il progresso della tecnica possa risolvere gran parte dei problemi umani, e questo è un atteggiamento positivo. Ma della tecnica che già esiste oggi e che fa funzionare, anche meglio della nostra, tutte le altre società complesse e moderne, diffidano con tutte le loro forze, al punto da tentare di impedirne l’utilizzo. Il caso dei termovalorizzatori è emblematico. Ci sono in tutta Europa, in grandi metropoli come Parigi, Vienna e Copenaghen; ci sono nelle regioni, come la Lombardia o l’Emilia, che hanno risolto da tempo il problema dei rifiuti. Ma Di Maio dice che non li vuole in Campania perché sono «vintage», e un giorno non saranno più necessari, quando la raccolta differenziata e l’«economia circolare» trionferanno. In effetti nessuno può essere contro il riciclo: è la strada da seguire. Ma anche ammesso che un giorno nei vicoli di Napoli (dove si differenzia oggi solo il 38% dei rifiuti), si possa trattare in casa l’immondizia come non si fa ancora neanche in Svezia, un po’ ne resterebbe sempre da interrare o da bruciare. E intanto, nel frattempo che non entriamo nel futuro, la «monnezza» che non si può né interrare né bruciare finisce all’aperto, per strada, sotto i ponti, accatastata su grandi piattaforme, in siti cosiddetti di stoccaggio, dove il primo che passa può darle fuoco. Così, in attesa dell’Eden, la gente della Terra dei Fuochi vive all’Inferno. E i rifiuti viaggiano vorticosamente in giro per l’Italia in cerca di smaltimento. Dalla sola Roma partono 170 camion al giorno per il Veneto: inquinano di meno? Ieri a Caserta il governo ha promesso di usare anche i droni, oltre ai militari, contro i roghi. Bene (anche perché l’impiego dei soldati è già stato annunciato una volta all’anno da ognuno degli ultimi governi). Ma se, nel frattempo che non arrivano i droni, si rimuovesse la materia prima dell’incendio, e cioè l’immondizia parcheggiata in attesa? Già quattordici anni fa si facevano manifestazioni per impedire la costruzione del termovalorizzatore di Acerra con lo stesso argomento: che era obsoleto e che in breve tempo non sarebbe stato più necessario. Pensate dove sarebbe oggi la Campania senza quell’unico impianto, che oggi smaltisce settecentomila tonnellate di immondizia, più della metà di quella prodotta ogni anno nella regione. E la cosa più singolare è che i Cinquestelle si oppongono spesso anche alle soluzioni alternative da essi stessi proposte. Per esempio a Pomigliano d’Arco, patria di Di Maio, dove dovrebbe andare uno di quegli impianti per il trattamento dell’organico (compostaggio) appena sollecitati dal Presidente Fico. L’immondizia non è però il solo campo di applicazione di questo singolare strabismo. Sono molti i casi in cui l’attesa di un avvenire migliore si trasforma nel rifiuto di gestire il presente. Uno degli argomenti usati contro l’Alta Velocità Torino-Lione è che a breve non ci sarà più bisogno di spostare tutte queste merci, perché — è stato detto — saranno trasportate dalle stampanti a tre D. È possibile: chi può dire che cosa ci riserverà il futuro? Ma se si ha tutta questa fiducia in una tecnologia che non è ancora tra noi, come se ne può avere così poca in un’altra che usiamo da secoli, e cioè la perforazione della montagna per fare un tunnel (il Buco del Viso risale al 1480)? Allo stesso modo si ostenta sfiducia verso le banche che muovono i nostri soldi ma si scommette sulla tecnologia blockchain, forse nella convinzione che rischieremo di meno convertendo i nostri risparmi in una moneta virtuale. Oppure si diffida della democrazia rappresentativa, al punto di immaginare un tempo in cui non ci sarà più bisogno del Parlamento eletto a suffragio universale; ma si affida quella «diretta» a una piattaforma dove possono votare non più di centomila persone e che si è rivelata non esente da rischi di hackeraggio. Cambiare il mondo è l’aspirazione di tutte le rivoluzioni. Ma nel frattempo? In questa domanda si misura il divario tra un movimento utopico e una forza di governo. I Cinquestelle sono ancora lontani dal colmarlo.

Roma, i rifiuti del Sud e una scomoda verità. Il caos immondizia nella capitale e le ricorrenti emergenze nel Mezzogiorno sono causate dalla mancanza di termovalorizzatori. Ma nessuno lo dice. Guido Fontanelli il 10 luglio 2019 su Il Giornale. Siamo alle solite, a Roma e nel Mezzogiorno torna l’emergenza dei rifiuti urbani. A Roma ci sono mille tonnellate di immondizia da collocare da qualche parte in sette giorni mentre si cerca un Paese che se ne prenda un po' (a pagamento' s'intende). Intanto tra Roma e Regione Lazio volano gli stracci. In Campania in settembre si fermeranno per manutenzione tre linee del termovalorizzatore di Acerra (in provincia di Napoli) e i comuni devono attrezzarsi per gestire temporaneamente un’enorme massa di rifiuti: ora capiscono quanto è importante un impianto che nessuno voleva e fu costruito sotto la protezione dei militari. Il presidente della Regione Vincenzo De Luca ha lanciato un appello il 21 giugno alle amministrazioni locali per spingerli ad individuare siti di stoccaggio, visto che 80 mila tonnellate di rifiuti per 40 giorni non potranno essere bruciati nell’impianto. De Luca ha accusato i comuni di essere «distratti» e di muoversi in ritardo: in effetti si sa da mesi che l’impianto di Acerra deve fermarsi per una manutenzione programmata da tempo e sarebbe paradossale che la Campania di trovi impreparata davanti a quella che di fatto non sarebbe un evento straordinario. Inutile dire che di emergenze non si parlerebbe se il Lazio e le regioni del Sud si dotassero di impianti per il trattamento dei rifiuti e per la loro trasformazione in energia: in Lombardia, dove il conferimento dell’immondizia in discarica è pari allo 0,5 per cento, ci sono 13 termovalorizzatori e la raccolta differenzia sfiora il 70 per cento. Nel Lazio, dove Roma soffoca sotto la spazzatura e c’è la più grande discarica d’Europa e c’è un solo termovalorizzatore; in Campania ce n’è uno; in Sicilia, dove il sistema delle discariche ormai è al collasso, non ce n’è neppure uno. In media nel Sud la raccolta differenziata è al 42 per cento. Il risultato è che queste amministrazioni tentano di esportare i loro rifiuti in altre regioni trovando però gli impianti saturi e dovendo sborsare cifre sempre più alte. Che finiscono nella Tari pagata dai cittadini. Forse ai cittadini di Roma, di Napoli o di Palermo bisognerebbe far fare una gita a Milano: mostrargli che per strada non ci sono cassonetti e che è improbabile che un ristoratore butti per strada sacchi di rifiuti come succede a Roma. E questo accade a Milano perché la città ha i suoi inceneritori, come tutte le città europee. Perché Roma no? 

L’ITALIA PIÙ PULITA CON I TERMOVALORIZZATORI, scrive Donato Bonanni il 19 novembre 2018 su L’Opinione. In questi giorni il Movimento 5 Stelle e la Lega (senza sottovalutare gli altri scontri sulle materie importanti per il nostro Paese) stanno litigando sull’utilità o meno dei termovalorizzatori. In particolare, il leader della Lega Matteo Salvini ha detto che tali impianti sono fondamentali per chiudere il ciclo dei rifiuti e necessari per contrastare l’affarismo malavitoso. Sono d’accordissimo. Insomma, il tema rifiuti diventa il detonatore che fa esplodere le contraddizioni della maggioranza parlamentare. I termovalorizzatori (da non confondere con i classici inceneritori che hanno la funzione solamente di bruciare i rifiuti) sono impianti ad alta tecnologia, a impatto zero e rappresentano una parte dell’economia circolare dei rifiuti. Ovvero, i rifiuti non riciclabili vengono utilizzati per la produzione di energia elettrica e calore per le comunità locali. Un vantaggio importante per la collettività. In molte città europee come Vienna, Parigi, Barcellona, Malmoe, Stoccolma, Copenaghen (ma anche nel Nord Italia), i termovalorizzatori sono situati nel pieno centro della città e producono vantaggi ambientali ed economici molto significativi, in grado di soddisfare le comunità locali. In particolare, il nuovo impianto di Copenaghen, Amager Resource Center (nella foto), fornisce energia elettrica a più di 60mila abitazioni e acqua calda ad altre 160mila e mette a disposizione dei cittadini una pista sci realizzata con materiale innovativo prodotto (guarda caso) da una società italiana. Un grande capolavoro di progresso tecnologico e ambientale e un modello di gestione sostenibile dei rifiuti da prendere in considerazione. Perché in Italia, ma soprattutto, nel Centro e nel Sud non è possibile? A Roma l’emergenza rifiuti è oramai sotto gli occhi di tutti ed è causata dalla mancanza di impianti quali quelli di compostaggio, di ammodernamento di Tmb (trattamento meccanico biologico) dell’azienda municipalizzata Ama e soprattutto dei termovalorizzatori. Questi ultimi, sono previsti non solo dal Piano regionale dei rifiuti, ma anche dal Dpcm attuativo dell’articolo 35 del decreto legge n. 133/2014 (il cosiddetto “Sblocca Italia”). La Regione Lazio e il Comune di Roma non hanno voluto assumersi la responsabilità di realizzare e sbloccare i termovalorizzatori. Ad esempio, il termovalorizzatore di Colleferro (Rm) è stato bloccato dalla Regione Lazio (con la complicità del sindaco di quel Comune) e i lavoratori di quell’impianto gestito da Lazio Ambiente, quale società controllata dalla Regione Lazio, sono in forte difficoltà economica. La stessa Regione (e non mi capacito) vuole, invece, incenerire i rifiuti non riciclabili nei cementifici con conseguenze negative per l’ambiente e per la salute dei cittadini e riapre nella stesso Comune di Colleferro una grande discarica. La de-responsabilizzazione politica ha comportato il trasferimento di tante tonnellate di Css (combustibile solido secondario ricavato dal trattamento dei rifiuti indifferenziati da parte dei 4 Tmb presenti a Roma) nei termovalorizzatori di altre Regioni, come in Emilia-Romagna, in Lombardia e persino in Austria con costi notevoli per la collettività, ossia facendo alzare di molto la tariffa rifiuti dei romani che è tra le più alte d’Italia. Gli enti pubblici locali hanno il dovere di investire in un mix equilibrato di trattamento e smaltimento dei rifiuti: i termovalorizzatori sono una soluzione innovativa e ambientale fondamentale per spazzare via le organizzazioni criminali che fanno dei roghi tossici il loro business sporco e dannoso per l’ambiente e la salute dei cittadini.

Termovalorizzatori, perché ha ragione Salvini (e i Cinque Stelle fanno un danno enorme all’ambiente). Prima si eliminano le discariche, poi si può discutere dei termovalorizzatori: questa è la strategia sullo smaltimento di rifiuti di qualunque Paese serio. Evidentemente, noi non lo siamo, scrive il 19 novembre 2018 L’inkiesta. 64-35-1. No, non sono i numeri da giocare al lotto, ma le percentuali di rifiuti che, in Germania, vengono riciclate, termovalorizzate e mandate in discarica. Se c’è un modello da cui partire, nel definire il ciclo dei rifiuti in Europa, è questo. Un modello in cui la totalità (o quasi) degli scarti che produciamo viene reimmesso nel ciclo economico: due volte su tre come materia prima, una volta su tre come energia. Se si vuole parlare di rifiuti, cari Di Maio e Conte, partiremmo da qui. O, se vi sono antipatici i tedeschi, da Paesi come Austria, Olanda, Belgio, Svezia che non sanno più cosa sia una discarica e non sotterrano più nulla di ciò che scartano. Di sicuro, eviteremmo di parlare di quanto sono brutti e cattivi i termovalorizzatori, contro cui i Cinque Stelle hanno messo in piedi una surreale crociata, ancora di più in un Paese come l’Italia in cui in discarica ci finisce ancora il 32% dei rifiuti. O in cui il 7% nemmeno viene trattato e messo su un camion verso il nord Europa.

Se parliamo di malagestione, di costi alle stelle, di pericolo per la salute e di criminalità organizzata è alle discariche e alle emergenze che bisogna guardare, non certo ai termovalorizzatori. Ancora di più eviteremmo di farlo nel Mezzogiorno, dove la gestione dei rifiuti è a livelli bulgari - letteralmente: le percentuali sono quelle - con una percentuale di raccolta differenziata quasi dimezzata rispetto al nord Italia (37% contro 64%), con la totale assenza di impianti di termovalorizzazione e un processo di smaltimento che, se parlassimo di uno Stato sovrano, si fonderebbe quasi interamente sulle discariche e sull’esportazione dei rifiuti all’estero. A cui si aggiunge, ciliegina sulla torta, una gestione carissima rispetto al Nord - la Tari al sud è del 33,6% più alta rispetto alla media nazionale -, lo “spettacolo” dei rifiuti abbandonati in strada e l’enorme business che tutta questa inefficienza genera per la criminalità organizzata. Giova ricordare come dei 26mila crimini ambientali scoperti ogni anno in Italia, quasi seimila riguardano la gestione dei rifiuti. E che dietro questi reati, oltre ai roghi illegali, c’è il pericolosissimo business del giro-bolla per declassare la pericolosità dei rifiuti e consentirne l’impiego in cantieri e opere (pubbliche e private) infrastrutturali. In altre parole: se parliamo di malagestione, di costi alle stelle, di pericolo per la salute e di criminalità organizzata è alle discariche e alle emergenze che bisogna guardare, non certo ai termovalorizzatori. Che forse ne sono l'anello meno pregiato, ma che sono comunque economia circolare, a differenza delle discariche. Non a caso, all’estero non se ne costruiscono più: una volta eliminate le discariche, la strategia di gestione dei rifiuti si fonda sulla riduzione, sul riciclo e sul riuso. Una volta eliminate le discariche, lo ripetiamo. È così che nascono le terre dei cuori dalle terre dei fuochi, non con i proclami a vanvera e con l’esercito che controlla che nessuno bruci le pile di monnezza a cielo aperto. Così dovrebbe affrontare il problema un Paese serio. Evidentemente non lo siamo.

Così la scienza incenerisce i “no termo”. Lo scontro sui termovalorizzatori nel governo Lega-M5s e l'idea (sbagliata) che la raccolta differenziata sia l’alternativa. Stefano Consonni del Politecnico di Milano spiega dati, sistema lombardo e idee del centro studi MatER, scrive Daniele Bonecchi il 22 Novembre 2018 su Il Foglio. Il dubbio resta. Lo scontro sui termovalorizzatori è la nascita dei no termo (un po’ come i no vax e i no tav) o più semplicemente l’iniziativa “vintage” dell’allegra brigata Di Maio-Casaleggio per recuperare il terreno elettorale perduto su un Salvini quotidianamente all’attacco? Il dubbio resta, ma la Lombardia che crede ai fatti più che alle parole va avanti. Coi suoi termovalorizzatori che macinano rifiuti (il 34 per cento di tutta Italia) e distribuiscono calore a Milano e Brescia, con il marchio di efficienza di A2A. E c’è anche chi, come il governatore lombardo Attilio Fontana, dissotterra l’ascia di guerra dell’antica Lega Nord, spiegando a Di Maio che “se dice che gli inceneritori inquinano, io rilancio con questa mezza provocazione e mezza proposta, dicendo che iniziamo a smettere di bruciare rifiuti di altre regioni” (leggi il Sud). E’ così che inizia la caccia alle streghe contro i termovalorizzatori. Anche al Pirellone scattano le mozioni pro e contro, proprio mentre a Brescia il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ostenta le certezze targate Cinque stelle: “Una cosa è aprire termovalorizzatori, una cosa è chiuderne. Aprirne è antieconomico. Se il primo gennaio del 2019 dovessimo mai autorizzare un termovalorizzatore ci vogliono non meno di 7 anni per costruirlo e il businessplan prevede non meno di 20 anni per il recupero economico. Saremmo nel 2046, quando avremo percentuali tra 90 per cento e 95 per cento di differenziata e di riciclo e quindi non ci sarà più nulla da bruciare. Ecco perché dico che è una questione economica, tanto è vero che le gare vanno tutte deserte”. Non succederà, la competenza scientifica non è un punto di riferimento per questo governo, ma se il ministro dovesse mai passare per le aule del Politecnico di Milano gli infilerebbero un bel paio di orecchie d’asino. “Da molto tempo passa il messaggio che la raccolta differenziata sia l’alternativa alla termoutilizzazione e alla discarica, ma non è così”, spiega Stefano Consonni, professore di Sistemi per l’energia e l’ambiente al Politecnico. “Un equilibrato e moderno sistema di gestione dei rifiuti necessita della raccolta differenziata, dei termoutilizzatori, di una piccola quota di discarica (materiale inerte da mettere a riposo al sicuro). Quindi nel sistema integrato ciascuna tecnologia deve fare la sua parte. Se ne togliamo una, tutto il sistema non sta in piedi e va in emergenza”. “La tecnologia della termovalorizzazione – ma possiamo anche chiamarli inceneritori perché il principio di funzionamento è comunque quello di sottoporre a trattamento termico di combustione i rifiuti – è nata 150 anni fa con il primario obiettivo, allora, di sterilizzare, ridurre il volume dei rifiuti e renderli inerti. Nel corso di oltre un secolo e mezzo di storia questa tecnologia si è evoluta cambiando radicalmente le sue caratteristiche. Se potevano essere giustificate le preoccupazioni di oltre un secolo fa per le emissioni in atmosfera e per l’impatto sull’ambiente, queste preoccupazioni non sono più giustificate oggi. Diciamo che i termovalorizzatori di oggi sono molto diversi da quelli che si realizzavano fino a 50 anni fa, hanno anche cambiato nome non a caso perché mentre gli inceneritori di una volta avevano il mero obiettivo di smaltire. I termoutilizzatori di oggi hanno un effetto utile: la produzione di notevoli quantità di elettricità e calore che possono sostituire combustibili fossili e altre fonti da cui tutt’ora dipendiamo in modo massiccio”, spiega paziente e puntuale il professore. Ma come stanno in salute gli impianti italiani? “Gli impianti di termoutilizzazione in Italia sono di buona qualità, non sono per nulla obsoleti, sono buoni. La Lombardia, quasi completamente autonoma nel trattamento dei rifiuti, è un esempio con un sistema integrato ben equilibrato che recupera sia la materia che l’energia. Al Sud situazione assolutamente insoddisfacente. Roma poi è l’unica capitale europea senza un impianto di termoutilizzazione. Ci sono ad Amsterdam, a Parigi, a Stoccolma, a Londra, a Berlino, a Zurigo. Ne hanno tutti. Dove ci sono alte concentrazioni di popolazione è indispensabile provvedere a una civile e ordinata gestione dei rifiuti che consiste nel recupero di materia (riciclaggio, ndr) e recupero di energia”. In questi giorni ha fatto la sua comparsa l’impianto di Copenaghen, con tanto di pista da sci sul tetto “l’ho visitato mentre era in costruzione – spiega Consonni – sostituisce un impianto vecchio di trent’anni. Ma i termovalorizzatori che abbiamo a Milano, Torino e Brescia dal punto di vista tecnologico e delle prestazioni non hanno nulla da invidiare a quello di Copenaghen”. I ricercatori del Poli non si meravigliano della sagra delle bufale promossa da Grillo e soci, che accompagna innovazione e ricerca, soprattutto in campo ambientale. “Mi sembrano paure medioevali, demoniache, ma non hanno nulla a che fare con la tecnologia attuale”, protesta il professore. E poi spiega: “Abbiamo costituito al Politecnico il centro studi MatER (materia ed energia), che da molti anni si occupa di questi temi nell’ottica di individuare tecnologie e pratiche che possano garantire la sostenibilità di tutto il sistema di gestione dei rifiuti”. E’ istruttivo aprire la hompage del sito (mater.Polimi.it) dove campeggia una frase da “Le città invisibili” di Italo Calvino: “Una volta buttata via la roba, nessuno vuole più averci da pensare”. Più avanti c’è una rubrica dal suggestivo titolo: “Rifiutiamo le bufale” e poi “facciamo chiarezza. Grazie all’aiuto di ricercatori e ricercatrici del Centro studi MatER, usiamo la scienza per sfatare i falsi miti sul recupero di materia ed energia dai rifiuti”. Studiare per credere.

Quello che di Maio e Salvini non vi dicono su rifiuti e termovalorizzatori, scrive Marco Esposito il 22 novembre 2018 su nexquotidiano. Diceva il buon Einstein che solo due cose sembravano non avere limiti: l’Universo e la stupidità umana, ma mentre sulla prima questione aveva dei dubbi della seconda asseriva una certezza. Per confermare questa dichiarazione di Einstein (da cui ci dissociamo) in questi giorni hanno parlato di “rifiuti” i due vicepremier che l’Italia ha avuto in dote: Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il primo ha parlato, a proposito della Regione Campania e della gestione rifiuti, di “un termovalorizzatore in ogni provincia”, da cui si evince che, essendocene uno solo al momento, la Campania avrebbe bisogno di ben 4 termovalorizzatori, sparando una fesseria immane, il secondo, per non essergli da meno ha detto che “i termovalorizzatori sono una tecnologia superata”. Forse pensava alla Biowash di Beppe Grillo o al “ponte dove si mangia” di Toninelli e non sapeva come superarli in fesserie. Se c’è una cosa su cui il mondo economico-scientifico-tecnologico è abbastanza d’accordo è la gestione del ciclo dei rifiuti, il luogo di discussione è l’ISWA, l’associazione internazionale del “waste management”, e in tutto il globo terracqueo si parla di un ciclo di rifiuti basato su:

1. Biodigestori per l’umido.

2. Recupero metalli, carta, vetro e alcuni tipi di plastica (in particolare PET e PA6).

3. Recupero dell’energia (termovalorizzazione) da tutto il resto.

L’accordo è talmente ampio che anche l’Unione Europea ha emanato una direttiva in tal senso, come anche l’EPA (Ente per la Protezione dell’Ambiente negli USA): all’interno di queste tre aree esistono varie tipologie d’impianto, ma nessuno mette in dubbio che da qui si parte, e in particolare che il punto 3 è fondamentale. Sì, ma quanto e cosa recuperare di energia? Beh, se ci concentriamo sulla Campania, visto che i due vicepremier di quello parlavano, la Campania produce circa 2 mln di tonnellate di rifiuti urbani, di cui il 35% circa di “organico”, ovvero oltre 700.000 tonnellate di umido. La sola Napoli ne produce circa 500.000 tonnellate. Indovinate Napoli quanti biodigestori ha? Ve lo dico io: ZERO. Indovinate chi si oppone alla costruzione di un biodigestore a S. Pietro a Patierno (NA)? Ve lo dico di nuovo io: il Movimento 5 Stelle. Indovinate cosa fanno oggi di quell’umido? Ve lo dico io per la terza volta: viene “stabilizzato” e mandato a incenerimento. Di Maio spara cavolate a raffica, si oppone agli impianti che renderebbero inutili o quasi altri termovalorizzatori (ne servirebbe un altro, ma son calcoli economico-scientifici complessi, oltre a coinvolgere problematiche legislative e di altro tipo che richiederebbero un articolo a parte, per cui credetemi sulla parola). Ma perchè anche Salvini ha detto una fesseria? Perchè i termovalorizzatori si reggono solo se bruciano una quantità X di rifiuti con potere calorifico Y e la Campania non ne produce abbastanza per giustificare simili sforzi economici, ovvero anche Salvini chiacchiera “a vanvera”. Potrei adesso annoiarvi con varie considerazioni, ma ve ne sottopongo una sola: il Movimento 5 Stelle si oppone ai biodigestori “anaerobici” per motivi ideologici, e dice che quelli “aerobici” sono migliori (se volete vedere un biodigestore anaerobico digitate su Google “biodigestore di Augusta” e poi preparate le ghiandole salivari per quando incontrate un pentastellato). Comunque alla conferenza del clima di Parigi si è deciso di chiedere il bando per un tipo di digestori, in quanto “fortemente inquinanti”. Indovinate quale tipo…sì, esatto, quelli che piacciono a Di Maio. Colui che vive in una cabina telefonica a gettoni.

Le fake news (smontate) sui termovalorizzatori, scrive Raffaella Tregua su Quotidiano di Sicilia il 20 novembre 2018. Giuseppe Mancini, docente di Impianti chimici di UniCT spiega i luoghi comuni in cui è facile cadere. Dopo che lo scontro tra i leader del governo Giallo-Verde, i ministri Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ha riacceso il dibattito sui termovalorizzatori, per sfatare le false notizie che impazzano in questi giorni, soprattutto sul web, abbiamo intervistato Giuseppe Mancini, docente di Impianti chimici del Corso di laurea in Chemical engineering for industrial sustainability dell’Università degli studi di Catania. Ecco alcuni luoghi comuni in cui è facile cadere:

La raccolta differenziata risolve tutti i problemi (FALSO). La raccolta differenziata è uno strumento, non il risultato finale da raggiungere. Se per anni hai raccontato alla gente che i termovalorizzatori sono brutti e cattivi e che facendo la RD risolvi completamente il problema dei rifiuti, quando la gente inizia a farla sul serio e con fatica, pretende che il problema sia risolto mentre del tutto risolto non è perché c’è ancora tutto il rifiuto residuale ancora da gestire ed è tantissimo. A meno che non lo si voglia continuare a mandare in discarica o peggio spedire all’estero. E se non si mette in moto, parallelamente e nel lungo periodo, un mercato dei materiali riciclati che assorba veramente tutti i flussi (quindi anche cartiere, vetrerie, impianti per la produzione di prodotti in plastica riciclata) che sia in loco (meglio) o anche all’estero, la sola corsa all’aumento della RD, con o senza qualità, porterà comunque ad un sistema industriale insostenibile e dovremo accumulare il materiale raccolto a caro prezzo in mega depositi come abbiamo fatto per le eco-balle di Napoli. Lo sapete che queste, di sole multe, continuano a costare un caffè all’anno a tutti gli italiani, bambini compresi? Certo mi si dirà: cosa vuoi che sia un caffè all’anno? Ma 60 milioni di caffè all’anno per decine di anni, dico io, non fanno male?

I termovalorizzatori non producono energia (FALSO). Ogni singolo chilogrammo di rifiuto residuale possiede circa 10 Mega Joule di energia che se immessa in discarica andrebbe persa producendo emissioni sul lunghissimo periodo. Se si realizzano impianti di giusta taglia parte di questa energia viene recuperata sia sotto forma elettrica che di calore e non persa. Poca, molta? Moltissima. Anche se l’efficienza è solo un poco più bassa di una centrale a combustibile fossile, non stiamo bruciando un combustibile fossile ma stiamo recuperando l’energia da qualcosa, il rifiuto residuale, che andrebbe altrimenti solo a mangiarsi altre porzioni del nostro bellissimo territorio producendo molte ma molte più emissioni. Recuperando le sue scorie in prodotti certificati, un moderno termovalorizzatore permette di ridurre il fabbisogno di discarica almeno ad un ventesimo. Quindi nei prossimi vent’anni una sola discarica invece che 20. E questo è un guadagno immenso che si somma all’energia recuperata.

I termovalorizzatori inquinano più di altri sistemi (FALSO). Non conosco impianti che funzionando non hanno degli impatti. Ma i termovalorizzatori non sono più quelli di un tempo. L’avanzamento tecnologico e la grande attenzione agli stessi in passato li rende oggi sistemi avanzatissimi in grado di trattare i rifiuti con bassissime emissioni per kg di rifiuto trattato, molto ma molto inferiori a quelle prodotte in discarica dallo stesso chilo di rifiuti. è tutto qui il punto; bisogna fare il confronto quando devi scegliere. Non guardare solo a quello che produce un termovalorizzatore in termini di emissioni ma verificare quelle che evita. è un po' come dire che l’impianto di depurazione dei reflui produce CO2 ed acqua non pulitissima al suo scarico senza tener conto che l’alternativa è mandare la fogna tal quale in mare (cosa che mi pare succeda proprio in Sicilia). Come lo si spiega che moltissimi impianti di trattamento termico dei rifiuti siano stati costruiti proprio nel centro delle capitali europee o nelle più grandi città dell’avanzatissimo Giappone? Asserire che gli inceneritori inquinano senza tener conto che mandare il rifiuto residuale in discarica inquina molto di più i terreni, le falde e l’atmosfera, come tante inchieste sui giornali e della magistratura purtroppo ci ricordano ogni giorno, è una ulteriore balla che vi raccontano.

Il trattamento meccanico biologico “TMB” è utile (FALSO). è un trattamento che non recupera praticamente niente sull’indifferenziato mandandolo tutto in discarica ed è del tutto inutile se si fa a monte una buona raccolta differenziata dell’umido. Pertanto quando si parla con grande fantasia di “piattaforme” o “impianti tecnologici” da realizzare, informatevi se non è semplicemente previsto un impianto TMB che è indissolubilmente (per legge) legato ad una discarica (per quanto chiamata allegramente “di servizio”). Il recupero di materia di un TMB è di pochi punti percentuali (2-4%), quindi state nei fatti ributtando tutto in discarica e continuando a favorire l’indifferenziato.

I termovalorizzatori contrastano la Raccolta differenziata (FALSO). Nei termovalorizzatori non va immesso il rifiuto organico che è composto prevalentemente da acqua e ostacolerebbe la combustione. Quindi asserire che l’inceneritore è in competizione con la digestione anaerobica o il compostaggio nel recupero di questa importante frazione (35%) è una balla. Non va neanche immesso il rifiuto riciclabile, ma solo il rifiuto residuale che non ha altre soluzioni di smaltimento se non la discarica o il trasporto fuori regione o peggio all’estero. In tutti i paesi che hanno termovalorizzatori il riciclo è altissimo ed è la discarica ad essere stata ridotta a zero. è la discarica che si mangia la raccolta differenziata. Asserire che l’inceneritore è in competizione con il recupero di materia e la raccolta differenziata è ancora un’altra delle balle che vi raccontano.

Bisogna fare tantissima raccolta differenziata (FALSO). Aumentare la RD oltre certi limiti ti porta necessariamente ad una sua scarsa qualità perché aumentano le impurezze al suo interno e ti costa molto di più raffinarla. Se non si ammette per tempo che anche nel sistema industriale del recupero dei rifiuti occorre la qualità richiesta dal mercato, puntando su una RD di qualità, si fallirà come sono fallite in passato tante aziende in Sicilia e nel paese che hanno puntato solo sulla quantità e non sulla qualità dei loro prodotti. è chiaro che per ora in Sicilia di arrivare al 65% ce lo sogniamo e quindi occorre ancora spingerla questa raccolta differenziata ma facendola di qualità.

L’energia al Sud non si può recuperare perché fa caldo (FALSO). Se è vero che è difficile ipotizzare di realizzare ormai reti per l’utilizzo del calore a livello domestico nelle città del nostro Sud e collocare i termovalorizzatori al centro della città stesse (riducendo quindi le percorrenze dei compattatori e relative emissioni, quelle sì molto inquinanti) come ha fatto per tempo Parigi o appena ri-fatto Copenaghen, è molto semplice ipotizzare di realizzare le stesse reti nelle nostre aree industriali dove non solo l’elettricità ma anche il calore può essere ampiamente utilizzato in un’ottica di piena simbiosi industriale. Oggi gli avanzamenti tecnologici permettono anche di fare il freddo dal calore quindi l’energia termica viene utilizzata sia d’estate che di inverno. Che l’energia recuperata non possa essere utilizzata anche nelle regioni del Mezzogiorno è un'altra balla che vi raccontano.

Con compostaggio e selezione risolviamo tutto (FALSO). Ci vogliono gli impianti giusto, ma tutti gli impianti, anche quelli che ti fanno perdere voti all’inizio ma guadagnarne tanti dopo. Il compostaggio richiede molta energia, va bene per i piccoli centri ma dobbiamo pensare a soluzioni industriali più sostenibili con grandi impianti a servizio del territorio provinciale che utilizzino la combinazione di processi anaerobici – aerobici e che ci permettano di estrarre l’energia dalla frazione organica sotto forma di biogas ed eventualmente biometano. E lo scarto prodotto anche da questi impianti va a recupero energetico portando la discarica gradualmente a zero come fanno tutti i paesi più civili, ma come fa anche Milano.

E quindi? Qual è la soluzione? Se non iniziamo, e abbiamo perso tanto ma tanto tempo, a programmare soluzioni capaci di chiudere veramente la filiera, come si fa in qualunque comparto industriale, prevedendo una soluzione anche per gli scarti non recuperabili, ci troveremo nei prossimi dieci anni ad affrontare la solita continua e insopportabile emergenza. Perché anche recuperando la metà o poco più dei nostri rifiuti dovremmo sempre gestirne un’altra metà. E metà emergenza sarà comunque una emergenza.

Termovalorizzatori e inceneritori, ecco verità e bufale, scrive Nino Galloni su Starmag il 19 novembre 2018. Perché si confondono termovalorizzatori e inceneritori? Ha ragione Matteo Salvini, per due ordini di motivi:

1) né le discariche né la differenziata rappresentano la soluzione del problema;

2) il patto o contratto di governo è fondamentale (come rispettare il sabato) ma se ti cade l’asino nel pozzo lo vai a tirar fuori anche se è sabato.

Tuttavia, sia Salvini, sia la stampa e la televisione hanno parlato di termovalorizzatori e di inceneritori. Bene, quarant’anni fa c’erano gli inceneritori e una discreta mafia se ne interessò, ma la loro capacità di inquinare e rilasciare diossina quando gli impianti si raffreddavano era massima. Vent’anni fa arrivarono i termovalorizzatori – dotati di filtri – riducevano l’inquinamento del bruciare, ma non abbastanza, in cambio fornivano energia elettrica da combustione (legno, rifiuti, gasolio, tutto può bruciare). Oggi esistono gli Apparati di Pirolisi; due brevetti italiani, Italgas e Ansaldo. Oggi, dunque, esistono Pirolizzatori di cui un tipo che emette gas combustibile, inerti ed anidride carbonica; ed un altro che non emette l’anidride carbonica perché svolge al chiuso i processi. Perché non si parla di dotare l’Italia di questi apparati attuali? Perché si confondono termovalorizzatori e inceneritori? Perché la mafia non solo non si è interessata ai Pirolizzatori, ma anzi, li ha osteggiati in tutti i modi entrando nella politica e nell’economia per impedirne la diffusione? Perché a Roma Virginia Raggi ed il suo staff non hanno voluto prendere in considerazione tale proposta? Ci sono anche altre tecniche non aerobiche – in cui, sempre al chiuso, intervengono i batteri – e che consentono di trasformare la risorsa “rifiuti” in concimi, fertilizzanti e gas naturali, combustibili, a impatto ambientale negativo (cioè risolvono più problemi dell’abbandonare i rifiuti – come tali – a sé stessi o cercare di riciclarli in modo non efficiente). Intendiamoci, la differenziata e l’economia circolare sono buonissime idee; ma perché vetro, metalli, plastica eccetera vengano recuperati occorre dotare le città di industrie adeguate, non mandare tali risorse in Svezia o in Germania (che, invece, al pari di alcuni lodevolissimi comuni italiani – ma l’eccezione conferma la regola- sanno approfittare di tali opportunità. Credo che dell’ambiente – e non solo – si debba ragionare in modo non propagandistico, valutando bene, di ogni cosa, l’impatto economico, finanziario e sociale. (Estratto di un articolo tratto da Scenari economici)

Termovalorizzatori o inceneritori: dannosi per la salute? Scrive il 19.11.2018 Eleonora Lorusso su Donna Moderna. Che differenza c’è tra i due tipi di impianti, come funzionano, servono davvero o inquinano? Fanno male alla salute? Ecco le risposte, proprio mentre è di nuovo emergenza rifiuti. Inceneritori sì o no? Che differenza c’è con i termovalorizzatori? Quando e per cosa si usano, ma soprattutto: è vero che inquinano e producono sostanze nocive? In questi giorni di (nuova) emergenza rifiuti si torna a parlare di queste strutture, che rappresentano ad oggi il principale sistema di smaltimento di rifiuti non riciclabili, in alternativa (o insieme) alle discariche. In Italia ci sono 41 impianti, dei quali la maggior parte è di nuova generazione, dunque in grado di produrre energia dalla combustione di rifiuti, riutilizzata sotto forma di elettricità o calore per riscaldare altre strutture, come ospedali o abitazioni. Si trovano, però, quasi tutti in Lombardia.

Inceneritori e termovalorizzatori. Entrambi gli impianti servono a bruciare rifiuti ed esattamente quelli solidi urbani (come piccoli imballaggi, carta non riciclabile perché sporca, piatti e bicchieri di plastica anch’essi non destinati a seconda vita) e gli “speciali”, frutto di attività produttive per lo più industriali. La principale differenza tra inceneritori e termovalorizzatori consiste nel fatto che i secondi sono in grado di sfruttare il calore prodotto dalla combustione, ad esempio per distribuire acqua calda anche alle abitazioni civili, contribuendo al riscaldamento domestico (teleriscaldamento), come nel caso di Brescia, la città più teleriscaldata d’Italia. La possibilità di utilizzare energia elettrica prodotta mediante la combustione dei rifiuti ha anche permesso al comune lombardo di essere quello con le bollette per la luce e la Tari più basse del Paese (in media del 35% in meno). I termovalorizzatori, infatti, hanno più radiatori nei quali portare a ebollizione l’acqua, dispongono di turbine a vapore e alternatori che producono energia.

La polemica sull’inquinamento. Se da un lato i termovalorizzatori sono fondamentali per lo smaltimento di rifiuti che altrimenti finirebbero in discarica, dall’altra gli oppositori sottolineano i possibili effetti negativi sulla salute e l’ambiente. La legge prevede che la temperatura di combustione debba essere superiore agli 850 gradi, per evitare la formazione di diossine. Al di sotto di questo valore, infatti, si attivano bruciatori a metano. Studi del Cnr, il Consiglio nazionale della ricerca, e Ispra hanno mostrato come l’inquinamento prodotto da questi impianti è sostanzialmente inesistente. Per gestire gli scarti di combustione, i termovalorizzatori moderni hanno mediamente 4 livelli di filtraggio per i fumi e sistemi di trattamento e sistemi di riciclo delle ceneri molto sofisticati. Le analisi sulla qualità dell’aria e di tipo epidemiologico sulle popolazioni che si trovano nei pressi di impianti di moderna generazione, come nel nord Europa, non hanno evidenziato un aumento di patologie nelle zone dove sorgono questi termovalorizzatori. Trattandosi di strutture che funzionano a combustione, però, contribuiscono all’effetto serra, al pari degli impianti di riscaldamento o dei veicoli circolanti su strada, perché producono anidride carbonica.

Servono davvero? «Serve davvero un impianto di incenerimento in ogni provincia? Secondo noi no. Questo non vuole dire opporsi a qualsiasi termovalorizzatore» spiega Barbara Meggetto, responsabile di Legambiente Lombardia. «Le realtà sul territorio sono molto differenti tra loro: in alcuni casi, come in Lombardia, la dotazione è sufficiente, in altre no. Servirebbero più impianti, ma questa non è comunque la soluzione definitiva: negli anni ’90, in piena emergenza rifiuti nel milanese, si è messo in moto un meccanismo per cui si sono costruiti impianti di incenerimento, ma si è anche potenziata la raccolta differenziata. È su questo punto che bisogna agire, anche perché per realizzare un termovalorizzatore occorrono anni: nel frattempo? Per questo dobbiamo prima di tutto potenziare la differenziata, poi capire esattamente quanti impianti occorrono per arrivare a chiudere le discariche. In Lombardia i rifiuti che vi finiscono sono meno dell’1%» aggiunge Meggetto. «No rifiuti, sì impianti. Economia circolare per la sostenibilità» sostiene FISE-Assoambiente, che riunisce le imprese che operano nel campo dei servizi ambientali: «Oggi l’attenzione è focalizzata tutta sui termovalorizzatori, ma il discorso è più ampio. L’Europa ci ha indicato alcuni obiettivi importanti: il 65% di raccolta differenziata e non oltre il 10% dei rifiuti da conferire in discarica. Avanza dunque una quota che quindi è logico pensare sia la termovalorizzare. Noi però riteniamo che i passaggi fondamentali siano tre: per prima cosa ridurre i rifiuti; in secondo luogo riciclarli, riportandoli nel mercato sotto forma di materie prime secondarie; in terzo luogo, cercare di portare il meno possibile in discarica, ricorrendo all’incenerimento per la quota residuale di rifiuti che non possono essere destinati a nuova vita, sfruttando l’energia che se ne può ricavare. I termovalorizzatori, dunque, servono ma devono essere parte di un sistema completo, una economia circolare» spiega il direttore della Federazione Imprese di Servizi-Assoambiente.

Come funzione all’estero? In Europa si producono in media 480 chili di rifiuti all’anno a testa. L’Italia è in linea con quasi mezza tonnellata (495 chili) per ciascun abitante. Il record negativo spetta a Danimarca (770 kg), Svizzera e Norvegia (circa 700 kg). Secondo il recente rapporto Eurostat, a fare la differenza sono però le quote riciclate: in Germania, ad esempio, dove si producono in media 600 chili di rifiuti per abitante, la differenziata si attesta intorno al 75%, mentre il resto viene bruciato e in discarica finiscono appena 9 kg, a fronte dei 123 kg dell’Italia. Complessivamente in Europa si ricicla circa il 30% di carta, vetro e plastica, mentre il compostaggio della frazione umida è pari al 17%. Sono 125 milioni, però, le tonnellate che in Europa finiscono agli inceneritori e in discarica, dove però la quantità di rifiuti che viene conferita è calata negli ultimi 23 anni da 145 milioni a 59 milioni di tonnellate.

Inceneritori in Europa. Sono oltre 350 gli impianti di termovalorizzazione o incenerimento che si trovano in 18 Paesi europei. Il report Ispra (2015) indica la Danimarca come Stato col maggior quantitativo di rifiuti bruciati (415 kg/abitante per anno), seguita da Paesi Bassi (245 kg), Finlandia (239 kg), Svezia (229 kg), Lussemburgo (213 kg), Austria (212 kg) e Germania (196 kg). L’Italia brucia appena 99 chili pro capite all’anno, meno anche rispetto a Paesi come l’Estonia (185 kg), il Belgio (181 kg), la Francia (174 kg) e il Regno Unito (152 kg).  «Il paradosso è che noi portiamo all’estero una quota di rifiuti da bruciare, perché da noi non è possibile farlo. Sono Paesi definiti “virtuosi”, come Olanda, Svezia o Germania, dove esistono inceneritori e cosiddette ‘miniere di sale’, ex cave oggi riempite di rifiuti per evitare che collassino e che dunque si sono trasformate in discariche» spiega Elisabetta Perrotta, direttore di FISE-Assoambiente.

Dove sono gli inceneritori? Oltre al caso di Brescia (con 880 mila tonnellate di rifiuti all’anno smaltiti), che rappresenta un’eccellenza italiana nel settore ed è nata dopo l’emergenza rifiuti degli anni '90, per via delle discariche piene, la maggior parte degli impianti che bruciano rifiuti in Italia si trova al Nord: secondo il Rapporto rifiuti urbani 2017dell’Ispra, dei 41 complessivi ben 14 sono in Lombardia. A seguire ci sono l’Emilia Romagna (con 8 strutture) e la Toscana (5 sulle complessive 9 del centro Italia), seguite da Veneto (2), Piemonte, Trentino Alto Adige e Fiuli Venezia Giulia, con uno per ciascuna regione. I più importanti sono quelli di Torino, Milano, Brescia e Parma. Sono solo 7 invece gli inceneritori al Sud: solo in Sardegna sono due, ma l’unico impianto di dimensioni adeguate è quello ad Acerra (Napoli), dove si bruciano 600mila tonnellate all’anno di rifiuti. Sicilia e Abruzzo ne sono completamente sprovviste. I cosiddetti “inceneritori senza recupero energetico” sono pochi: i principali sono a Marghera (Venezia), disattivato di recente, San Vittore (Frosinone), Colleferro (Roma), Gioia Tauro (Reggio Calabria), Capoterra (Cagliari), Melfi (Potenza), Statte (Taranto). Sono strutture dalle dimensioni ridotte (sotto le 100 mila tonnellate di rifiuti smaltiti all’anno), più costose e destinate alla dimissione, come nei casi di Vercelli, Ospedaletto (Pisa), Tolentino (Macerata), Statte (Taranto) o Macomer (Nuoro).

Effetto B.A.N.A.N.A (e NIMBY) ed esempi virtuosi. L’emergenza rifiuti in Italia deve fare i conti con l’effetto NIMBY, acronimo inglese di Not In My Back Yard ("non nel mio giardino"). A questo di recente se ne è aggiunto un altro: il cosiddetto B.A.N.A.N.A, ossia Built Absolutely Nothing Anywhere Near Anything: "non costruire assolutamente nulla da nessuna parte vicino a niente". Un paradosso, se si pensa che esistono esempi virtuosi di impianti realizzati nel centro di capitali europee, come la Danimarca. Qui, dove la quantità di rifiuti smaltiti tramite combustione è elevata, lo scorso anno è stato inaugurato un termovalorizzatore nel centro della capitale, Copenhaghen, e sul suo tetto a dicembre sarà aperta una pista da sci. Costato 670 milioni di dollari, l’impianto di Amager Bakke - CopenHill ha sostituito il vecchio inceneritore: brucia circa 400mila tonnellate di rifiuti all’anno e secondo le autorità danesi emette solo vapore acqueo, perché i filtri trattengono polveri e fumi. Permette di produrre elettricità, destinata a 62.500 abitazioni, e acqua calda a 160.000 unità.

Le materie prime secondarie. «Per fare questo occorre però anche creare un mercato delle cosiddette "materie prime seconde": sono quelle realizzate con il trattamento dei rifiuti, lavorati e trasformati in materiali riutilizzabili, che possono fare concorrenza a quelli primari. È il caso della carta riciclata o delle bottiglie in Pet riciclato, o ancora di alcuni materiali ricavati dal riciclo dei cellulari: contengono materiali anche preziosi che, se riutilizzati, ci permettono di ridurre l’importazione di materie prime dall’estero, in modo da essere più autosufficienti, e di ridurre i costi» conclude Perrotta.

Inceneritori in Italia, dove sono e qual è la differenza coi termovalorizzatori. Diversamente dai primi, i termoutilizzatori producono elettricità e non inquinano. Ma c'è il problema CO2. Da Nord a Sud, la mappa completa, scrive Paco Misale il 19 novembre 2018 su Quotidiano.net. Inceneritori e termovalorizzatori. In molti li identificano come la stessa cosa. In realtà, non è così. I primi sono impianti che bruciano i rifiuti e basta, mentre i secondi sono impianti che bruciano i rifiuti per generare energia. Gli inceneritori sono impianti vecchi, che oggi non si costruiscono più: si preferiscono i termovalorizzatori, che permettono non solo di distruggere i rifiuti, ma anche di produrre elettricità.

DOVE SONO - In Italia gli inceneritori senza recupero energetico sono pochi e soprattutto al Sud: i principali sono a Porto Marghera (Venezia), San Vittore(Frosinone), Colleferro (Roma), Gioia Tauro (Reggio Calabria), Capoterra (Cagliari), Melfi (Potenza), Statte (Taranto). Gli impianti che bruciano rifiuti in Italia sono complessivamente 56, e per la maggior parte termovalorizzatori collocati al Nord (28 in tutto). Per quanto riguarda il Centro Italia, il numero maggiore di termovalorizzatori è in Toscana (5 su 9). L’intero Mezzogiorno che deve esportare l’immondizia ha appena 8 termoutilizzatori, di cui uno solo, quello di Acerra (Napoli), ha dimensioni efficienti. I più grandi d’Italia sono a Brescia (A2a, 880mila tonnellate l’anno) e Acerra (A2a, 600mila tonnellate l’anno). Di dimensioni industrialmente interessanti sono anche Milano (A2a), Torino (Iren), Parona Pavia (A2a), Padova (Hera), Granarolo Bologna(Hera), San Vittore del Lazio (Acea). Infine, ci sono decine di impiantini costosi, la cui ragione economica è sorretta dai vecchi incentivi Cip6 che stanno uscendo di scena insieme con gli inceneritori di cui sostengono il pareggio di bilancio. Diversi impianti di capacità inferiore alle 100mila tonnellate l’anno infatti sono spenti o funzionano in modo marginale, come quelli di Vercelli, Ospedaletto (Pisa), Tolentino (Macerata), Statte (Taranto)o Macomer (Nuoro).

IL BUSINESS DEI RIFIUTI AL SUD - Il fatto che la maggior parte di impianti sia al Nord non è senza conseguenze. Il caso di studio più importante è la Campania: con pochi e malfunzionanti impianti, nel 2016 (ultimo dato disponibile) la regione ha esportato 258 mila tonnellate di rifiuti urbani, arricchendo i consorzi di autotrasportatori e le municipalizzate settentrionali, proprietarie di impianti altrimenti affamati dall’aumento della raccolta differenziata (al Nord oltre il 64%, al Sud 37,6%; la Campania è al 52%, Napoli al 38%). Altre 103 mila tonnellate sono andate dalla Campania all’estero. In questa fase, il mercato paga 200 euro a tonnellata. Il conto è facile: il business dei rifiuti che la Campania non riesce a trattare vale almeno 70 milioni l’anno. Che consentono ai Comuni del Nord di calmierare le tasse sui rifiuti, a spese dei cittadini campani (ma anche dei romani, il meccanismo è analogo).

QUALI EFFETTI PER AMBIENTE E SALUTE - Inceneritori e termovalorizzatori bruciano lo stesso tipo di rifiuti, quelli solidi urbani (piccoli imballaggi, carta sporca e stoviglie di plastica, ad esempio) e quelli speciali (derivanti da attività produttive di industrie e aziende). Per legge la temperatura di combustione deve essere sopra gli 850 gradi, per evitare la formazione di diossine. Se la temperatura scende, si attivano bruciatori a metano. Rispetto agli inceneritori, i termovalorizzatori hanno in più radiatori dove l'acqua viene portata ad ebollizione, turbine azionate dal vapore e alternatori mossi dalle turbine che producono energia. Gli impianti più moderni distribuiscono anche acqua calda per i termosifoni delle case. Anche se l'impatto zero non esiste, come evidenziato da studi del Cnr e dell'Ispra, questi impianti sostanzialmente sono non inquinanti, ma hanno il problema degli scarti, in particolare ceneri e fumi. Per sopperire a questa complicazione, i moderni termovalorizzatori hanno 4 livelli di filtraggio per i fumi e sistemi di trattamento e riciclo delle ceneri molto avanzati. Anche per questo tutte le analisi epidemiologiche recenti condotte intorno agli impianti moderni non hanno evidenziato un aumento di patologie. Nel paesi del Nord Europa i termovalorizzatori sorgono in mezzo alle città. La combustione tuttavia produce CO2 e contribuisce all'effetto serra.

Copenaghen, l'inceneritore con pista da sci sul tetto. Di Maio: "Ce la vedo ad Acerra..." Tutto pronto per il nuovo termovalorizzatore costato 670 milioni di dollari. Produrrà energia a impatto zero. Attorno un parco con piste ciclabili e impianti sportivi. Sul lato più alto della struttura la parete artificiale d'arrampicata più alta del mondo, scrive Paco Misale il 19 novembre 2018 su Quotidiano.net. Da un lato il Movimento cinque stelle con Di Maio apertamente contrario agli inceneritori. Dall'altro Salvini, sicuro che su questo tema l'Italia non tornerà indietro. La gestione dei rifiuti è ormai diventata un enorme problema globale, tanto da entrare prepotentemente nella dialettica di governo con i contrari e i favorevoli. Ma se l'Italia si scopre (in parte) spaventata da questi impianti che bruciano rifiuti e preoccupano per a loro incompatibilità con la salute pubblica, c'è chi va dritto per la propria strada e sposa la filosofia degli inceneritori senza avere paura. E' la Danimarca: a Copenaghen sta infatti per entrare definitivamente in funzione un termovalorizzatore che non solo brucia i rifiuti della città scandinava, ma produce energia sorgendo al centro di un parco pubblico e ospitando sul suo tetto una pista da sci, in funzione da dicembre. L'impianto della capitale danese (citato da Salvini e che brucia 400.000 tonnellate di rifiuti all'anno) è costato 670 milioni di dollari, ha cominciato i test di funzionamento nel 2017 ed è in fase di ultimazione. Di Maio, sul collega vicepremier che ha chiamato in causa l'esempio di Copenaghen, si è lasciato scappare una battuta. "Sì, ce la vedo proprio la pista di sci ad Acerra", ha detto a Caserta dopo la firma del protocollo d'intesa sulla Terra dei Fuochi. 

I SEGRETI DEL TERMOVALORIZZATORE - La struttura sorge in un’area verde 5 chilometri a nord della città e sarà gestito da un consorzio pubblico di 5 comuni a cominciare dal municipio di Copenaghen. L’impianto ne sostituirà uno già in funzione, fornirà energia elettrica a 62.500 mila abitazioni e acqua calda a 160mila. Di più. Funzionerà a impatto zero: dai camini uscirà infatti solo vapore acqueo. Non basta: attorno all’inceneritore di Copenaghen un parco con piste ciclabili e impianti sportivi, mentre sul tetto dell’impianto progettato dallo studio di architettura Bjarke Ingels Group, sarà realizzata una pista da sci lunga 200 metri mentre su uno dei lati dell’edificio è prevista una parete per l’arrampicata libera. Per quanto riguarda la prima novità, si tratta di un pendio lungo 200 metri sul tetto, con un grande tornante e una pendenza che arriva al 45%. Su questo pendio, che scende da un'altezza di 90 metri, è stata realizzata una pista da sci larga 60 metri con fondo in plastica, fornito dalla Neveplast di Nembro (Bergamo). Un ascensore e tappeti mobili permetteranno agli utenti di risalire. La struttura può accogliere fino a 200 sciatori e il biglietto dovrebbe costare 9,50 all'ora. Intorno alla pista verranno piantati alberi e realizzati sentieri per trekking e jogging e aree picnic. Sul lato più alto dell'impianto è in corso di costruzione una parete artificiale d'arrampicata alta 85 metri, la più alta del mondo. L'offerta "turistica" dell'impianto (chiamato Copenhill) sarà completata da un grande caffetteria con vista sul porto e da un ampio parcheggio, utilizzabile anche per eventi di pattinaggio.

Rifiuti. Cosa fanno a Parigi. Scrive il Consorzio Recuperi Energetici. Un termovalorizzatore in parte interrato che tratta 460 mila tonnellate di rifiuti l’anno sull’argine della Senna. Vi sembra una fantasia? No è la realtà dell’impianto di Syctom Isseane, a Issy -les- Moulineeaux, un Comune della cintura di Parigi. Il progetto raggruppa 48 Comuni che hanno aderito ad un medesimo piano e si sono messi insieme per smaltire i rifiuti, realizzando quest’impianto. Dal 2007 il centro tratta i rifiuti prodotti di circa un milione di abitanti...Un’apposita carta della qualità ambientale è stata sottoscritta con il comune di Issy che garantisce le condizioni di qualità, di sicurezza e di protezione dell’ambiente. L’impatto sulla salubrità dell’ambiente è regolato da limiti rigorosissimi. Un impianto simile e forse anche più avanzato è quello di Firenze almeno sul ciclo dei rifiuti. Qui si raggiunge il 54% della raccolta differenziata ed entro il 2020 è previsto il 70%. Il termovalorizzatore di Case Passerini eviterà che i rifiuti residui, ossia quelli non riciclabili, siano inviati altrove producendo energia elettrica equivalente al fabbisogno annuo di 40 mila persone, climatizzando l’intero aeroporto ed eliminando lo smog causato dai camion che trasportano rifiuti nelle discariche.

Sta per entrare in funzione la nuova struttura, che produrrà energia a impatto zero: dai camini uscirà solo vapore acqueo. Attorno un parco con impianti sportivi, scrive Claudio Del Frate 19 novembre 2018 "Il Corriere della Sera". Chi ha paura degli inceneritori? Di sicuro non la Danimarca: a Copenaghen sta per entrare definitivamente in funzione un impianto che non solo brucia i rifiuti della città, non solo produce energia ma che sorge al centro di un parco pubblico e, dulcis in fundo, ospiterà sul suo tetto una pista da sci. Un altro mondo rispetto all’Italia dove in queste ore ci si interroga se continuare a far funzionare i termovalorizzatori già esistenti. Una sfida aperta a chi teme che questa attività sia incompatibile con la salute pubblica.

Energia elettrica e acqua calda. Il nuovo forno della capitale danese - citato anche da Salvini per ribadire che sui rifiuti «non si torna indietro» - è costato 520 milioni di euro, ha cominciato i test di funzionamento nel 2017 ed è in fase di ultimazione in tutti i suoi dettagli: sorge in un’area verde 5 chilometri a nord della città e sarà gestito da un consorzio pubblico di 5 comuni a cominciare dal municipio di Copenaghen. L’impianto ne sostituirà uno già in funzione, fornirà energia elettrica a 65 mila abitazioni e acqua calda a 150mila. Le tecnologie d’avanguardia consentono all’inceneritore di funzionare a impatto zero: dai camini uscirà infatti solo vapore acqueo.

Parco e pista da sci. Ma la vera sfida è quella di far convivere smaltimento dei rifiuti e presenza degli abitanti di Copenaghen: attorno all’inceneritore c’è un parco con piste ciclabili e impianti sportivi, la progettazione è stata affidata a uno dei più prestigiosi studi di architettura del paese in modo da ridurre l’impatto urbano. Fino all’obiettivo più ambizioso. La pendenza del tetto dell’impianto verrà sfruttata per realizzare una pista da sci lunga 600 metri mentre su uno dei lati dell’edificio è prevista una parete per l’arrampicata libera. Anche in questo caso, i rifiuti serviranno a generare profitto: per accedere all’impianto - ribattezzato Copenhill - occorrerà pagare un pass di circa 10 euro giornalieri.

·        Gli incubi dei soldati italiani. " la Sindrome del Vietnam".

Gli incubi dei soldati italiani. Decine di militari, di ritorno dalle missioni "di pace" soffrono della "Sindrome del Vietnam": depressione, ansia, panico, scrive Fausto Biloslavo il 18 dicembre 2018, su "Panorama". "Nell’incubo mi sveglio e sono in mimetica su una branda da campo in Afghanistan. A fianco c’è un altro parà, sembra dormire, di spalle. Lo scuoto per chiedergli dove siamo, cosa succede. Lui si gira e ha la faccia dell’attentatore suicida che ci ha fatto saltare in aria. Alla fine si trasforma in un mostro, che apre le fauci e mi divora". Manuel Villani ha 36 anni e si porta la guerra dentro. Nel 2009, durante gli aspri combattimenti contro i talebani, era un paracadutista del 187° reggimento Folgore. La sua colonna è stata travolta da un kamikaze che guidava una macchina minata. Nove anni dopo soffre ancora di disturbi post traumatici da stress (Dpts), la ferita nella mente e nell’anima di tanti militari italiani che hanno combattuto le «guerre» di pace dall’Iraq all’Afghanistan. Incubi, spinte suicide, crisi di panico, scatti d’ira, depressione, perdita della parola: sintomi dell’orrore della guerra. Una malattia che per vergogna, ignoranza, burocrazia è stata a lungo un tabù. Dal 2009 al 2018 sono stati rimpatriati 222 militari con disturbi psicologici. Dal 2005 al 2011 i casi accertati erano 267. La punta dell’iceberg dello stress post traumatico che esplode anni dopo. Panorama ha raccolto le storie dei soldati italiani perseguitati dalla «sindrome del Vietnam».

Perseguitato dal kamikaze. «Il letto, di notte, è il mio campo di battaglia. Mi sento perseguitato dall’anima dell’attentatore. Rivedo i suoi occhi, l’esplosione e sento l’odore della carne bruciata, del carburante. Per non parlare delle urla dei mie compagni imprigionati fra le lamiere mentre il blindato prende fuoco» racconta Villani, che vive in Veneto. Il 3 luglio 2009, il parà della 4° compagnia Falchi spunta dalla botola di un Lince attaccato alla mitragliatrice. Il convoglio italiano pattuglia la zona di Shindad in Afghanistan. Un minivan accosta e Manuel incrocia lo sguardo del kamikaze al volante. «Trent’anni, senza barba, vestito di bianco. Ci siamo guardati negli occhi e ho pensato: è finita. Sono morto». L’esplosione lo travolge e il blindato si ribalta sul fianco. Con il timpano rotto e ferito al gomito, esce per primo mentre gli altri parà urlano lambiti dalle fiamme del Lince che ha preso fuoco. Villani riesce a tamponare l’incendio e a tirarli fuori. Tutt’attorno i brandelli del kamikaze: «Le budella sul parabrezza, la testa volata a 20 metri di distanza e un cane che azzanna un piede e se lo porta via». Qualche mese dopo iniziano gli incubi, ma «nonostante il terrore, come una droga, volevo tornare laggiù». Nel 2011 il parà parte di nuovo per l’Afghanistan e la situazione precipita. «Se qualcuno fa una grigliata mi torna in mente l’odore della carne bruciata e vomito. Non riesco più a innamorarmi, non provo emozioni. Quando è morta mia madre, che adoravo, non ho pianto una lacrima» dice Villani. «Due settimane fa sono andato a ritirare un pacco e dal magazzino è arrivata una ventata di aria calda. Ho rivisto l’esplosione, la luce e mi sono paralizzato».

Una moglie in prima linea. Nina ha sposato Tommaso nel 2016, il momento peggiore della malattia, che ha portato l’ex militare, un tempo paracadutista dell’anno, a tentare due volte il suicidio. «L’incubo ricorrente di mio marito è tornare a casa in una bara. Oppure che gli sparano addosso e viene colpito più volte dai proiettili. Una notte, dopo aver urlato nel sonno, si è svegliato di soprassalto e mi ha stretto le mani al collo. Era come in trance» racconta Nina. L’11 giugno 2009 Tommaso e la sua unità finiscono in un’imboscata. Il parà della Folgore spara all’impazzata dalla torretta del blindato fino a quando arriva il colpo di mortaio. Le schegge lo investono, il viso è bruciato, ma si riprende per tornare a sparare. Solo allora si rende conto che ha la mano destra tranciata e attaccata al braccio solo da un filo di pelle. «Dopo otto interventi chirurgici torna in caserma, ma emergono i primi sintomi» racconta la moglie. «Se sale sul blindato si sente male. L’odore della polvere da sparo gli fa venire la nausea». Non vuole ammettere di avere bisogno di aiuto, si vergogna di dirlo al reparto e teme di venire congedato. La situazione esplode a ridosso del Natale 2015 quando lo avvisano di prepararsi a un pronto impiego in Libia. «È crollato travolto da un panico devastante» spiega Nina. « Pochi mesi dopo, quando ero incinta di sette mesi, si è chiuso in bagno buttando giù una valanga di pillole. Sono infermiera e l’ho preso in tempo facendolo vomitare e mettendolo sotto la doccia gelata. La forza l’ho trovata nell’amore che provo per lui». Il calvario burocratico inizia con la Commissione medico ospedaliera di La Spezia. «Lo hanno trattato come un cane» dice Nina. «Erano anche minacciosi: perché sei spuntato dopo anni? Chi ti ha mandato con la diagnosi di stress post traumatico? Lo sai che perderai il lavoro e avrai problemi con la famiglia? Ci saranno anche dei furbetti che se ne approfittano, ma non Tommaso». L’invalidità legata alla patologia comporta un riconoscimento economico e le casse dello Stato sono sempre vuote. Alla fine la beffa: il disturbo da stress post traumatico è stato riconosciuto, ma non per cause di servizio.

«La mia testa è rimasta in guerra». C. R. oggi lavora nei ruoli civili previsti per i veterani. In Afghanistan era un artificiere, ma la sua «colpa» è stata rimanere solo contuso in un attentato e non ferito con cicatrici visibili. Il 2 luglio 2011, a Bakwa, il suo mezzo salta in aria e il militare non tornerà più lo stesso. «Quando sono rientrato in Italia pensavo che, nel traffico, l’auto davanti potesse esplodere da un momento all’altro» racconta l’artificiere della Folgore. La moglie va a vivere dai genitori per spingerlo a curarsi. «Di notte urlavo, ma all’inizio non sapevo neanche cosa fosse lo stress post traumatico» dice. «Sognavo sempre di essere in Afghanistan. Con il corpo ero tornato a casa, la testa era rimasta laggiù». In brigata e al Celio gli danno una mano, ma la burocrazia militare lo mortifica. Per la Difesa solo «il trauma contusivo a gamba e ginocchio sinistro» è legato «all’effetto immediato e diretto dell’evento terroristico» e non il disturbo post traumatico. L’artificiere deve assumere un avvocato, come molte vittime della sindrome del Vietnam. «Ho avuto il 40 per cento di invalidità e parte dell’elargizione speciale, ma resta l’amaro in bocca per colpa della burocrazia e della Commissione medico ospedaliera di La Spezia. Mi hanno fatto sentire uno schifo».

La foto drammatica. Kabul, 17 settembre 2009, un afghano scatta la foto drammatica del corpo decapitato di un soldato italiano in mezzo alla strada e i blindati Lince sventrati. A fianco del cadavere con la mimetica insanguinata, un parà con la pistola in pugno. Si chiama Ferdinando Buono, oggi ha 39 anni e convive con gli incubi della guerra. Il caporal maggiore scelto del 187°reggimento Folgore è uno dei sopravvissuti del più grave attentato kamikaze in Afghanistan alle nostre truppe: sei paracadutisti massacrati da una macchina minata. «Al momento dell’esplosione un calore fortissimo mi ha colpito in faccia. Poi il bianco del fumo, le lamiere del blindato che si deformano e il corpo di Giandomenico Pistonami che era fuori dalla botola e crolla nell’abitacolo senza la testa. Il sangue sulla mimetica è anche il suo» ricorda Buono. Lui si stacca un dito per uscire dal blindato. Le vittime sono devastate: un parà senza gambe, un altro tagliato a metà con le budella di fuori. Dopo cinque mesi di convalescenza il parà torna in servizio. «Ho tentato il suicidio lanciandomi da un ponte, ma sono finito in mare, non sugli scogli» racconta Ferdinando, che ha continuato a fare l’istruttore. «Se vedo una scarpa abbandonata penso al piede di uno dei mie amici morti nell’attentato. Rivedo in sogno la scena, ma i soccorsi non arrivano mai». A un certo punto non ce la fa più, lo mandano prima in convalescenza e poi in congedo. Ora lavora nei ruoli civili della Difesa. Per farsi riconoscere l’indennità da stress post traumatico è in causa. In dicembre il giudice ha fissato l’ultima visita per il sopravvissuto al massacro.

«Ho l'incubo di spararmi ma non muoio mai». Jonny D’Andrea era un soccorritore di prima linea, nervi d’acciaio e coraggio da leone per tuffarsi sotto il fuoco a salvare i feriti nelle missioni della brigata Folgore. «Ho visto il sangue, i caduti e mai avrei mai immaginato di vivere il calvario del disturbo post traumatico» dice il veterano. «L’incubo ricorrente è spararmi dentro una macchina e non riuscire comunque a morire». Il 7 agosto 2011, in Afghanistan, uno dei blindati Lince del convoglio di D’Andrea finisce su una trappola esplosiva. Il soccorritore dei paracadutisti riceve l’ordine di scendere per prestare le prime cure ai feriti. Appena si avvicina al blindato colpito si scatena l’inferno. «Correvo e sentivo i proiettili che mi sfioravano a pochi centimetri. Mi ha salvato Gesù» è convinto D’Andrea, che si carica sulle spalle il ferito più grave portandolo in salvo. Quando cerca di tirare fuori il secondo parà dal blindato «arriva il razzo Rpg, vicinissimo. L’esplosione mi butta a terra. I denti davanti vanno in pezzi, dall’orecchio sinistro non sento nulla e ho lesioni alle vertebre, ma riesco a trascinarmi verso il punto di evacuazione dove arrivano gli elicotteri». A casa iniziano i flash back. «Non dormo, sudo tutta la notte e sono collerico» dice D’Andrea. Quando è al volante schiva i tombini «perchè ho sempre paura che nascondano una trappola esplosiva». Il soccorritore attende la Croce d’onore e vuole tornare in servizio. «Non sono un giocattolo rotto. E voglio dimostrarlo».

Nome di battaglia Ringhio. Basco amaranto da paracadutista, barba rossiccia, occhi chiari e muscoli da vichingo: Carlo, nome di battaglia Ringhio, è sempre stato un «guerriero». In Iraq si faceva i selfie con il leggendario generale David Petraeus, in Afghanistan prima saltava in aria su un piatto a pressione talebano e poi combatteva cinque ore nell’inferno di Shewan. «Al momento del botto ti senti volare ed entri in una specie di tunnel. Sono attimi, ma quando ho chiuso gli occhi mi sembrava di veder scorrere la mia vita. Le orecchie ti fischiano, senti l’odore di bruciato e il sapore di zolfo in bocca, il sapore dell’Ied (trappola esplosiva ndr)». Poi una gamba ha iniziato a cedere assieme al braccio sinistro. L’esplosione gli aveva schiacciato le vertebre. Una volta in Italia, il chirurgo che lo opera gli dice che è fortunato a non essere rimasto paralizzato. «Quando cominci a pensare la bestia ti assale» spiega Ringhio. «Sogno che finisco sotto attacco e il mio mitra si inceppa». Se sente un’ambulanza scatta come una molla, come fosse sotto i colpi di mortaio a Baghdad. Racconta Carlo, che fa parte del gruppo sportivo paralimpico della Difesa: «Urlavo la notte e vedevo i pezzi smembrati dei caduti afghani che dovevamo ricomporre. Ogni sera prendo una pillola per dormire. Di giorno mi capita di guidare in mezzo alla strada temendo che nei sacchi dell’immondizia ci sia una bomba».

Il ferito di Nassirya. Il luogotenente in congedo dell’Arma, Vittorio De Rasis, vive in Lazio. È uno dei 19 carabinieri sopravvissuti alla strage di Nassirya provocata da un camion bomba. Non si separa mai da una foto di 15 anni fa, riverso sul cassone di un fuoristrada con il volto insanguinato. Gli iracheni lo stanno portando di corsa all’ospedale. «Più volte al mese ho l’incubo della strage» dice. «Vedo i caduti come Filippo Merlino, che dopo l’esplosione si avvicina barcollando, ma non ce la farà. O l’amico Cosimo Visconti, sopravvissuto. Ricordo la raffica del kalashnikov dei terroristi che sfondano la sbarra con il camion zeppo di tritolo. Sento i colpi della Mg del carabiniere scelto Andrea Filippa. E poi il muro che mi crolla addosso». Un tuono, i fuochi d’artificio o il tappo dello spumante fanno ripiombare De Rasis nell’angoscia. Lo stress post traumatico gli è stato riconosciuto. «Quando mio figlio esce di casa ho il terrore che venga ucciso in un attentato. L’incubo di Nassiryah non mi abbandonerà».

I soldati italiani vittime della “sindrome Vietnam”, scrive il 28 dicembre 2018 Fausto Biloslavo su Gli Occhi della Guerra su Il Giornale. «L’ onda d’urto dell’autobomba mi ha catapultato al di là di un muretto riparandomi dalle schegge. Subito dopo l’esplosione ho scavato fra le macerie recuperando con le mani insanguinate tre dei nostri feriti. Una volta tornato a casa è crollato tutto. Dormivo con un coltello da combattimento sotto il cuscino e ho pensato più volte di suicidarmi». Nella lunga e amara lettera scritta da Fernando, che vive in Toscana, non c’è solo il dramma del conflitto in Afghanistan, ma la cicatrice invisibile che gli ha lasciato nella mente. Anche i militari italiani sono stati colpiti dalla «sindrome del Vietnam», i disturbi post traumatici da stress di combattimento (Dpts) provocati da eventi drammatici come un attacco kamikaze, i combattimenti contro i talebani o gli scontri in Irak durante le nostre guerre di pace. I sintomi sono incubi terribili, crisi di panico, aggressività, istinti suicidi, ma i numeri dei soldati che hanno la guerra dentro sono ancora un tabù. Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha ordinato «un bilancio totale corretto e reale» sui militari colpiti da disturbi psicologici, dopo le missioni in zone di guerra. Per ora si conosce solo la punta dell’iceberg: dal 2009 al 2018 sono stati rimpatriati dai teatri operativi 222 militari con problemi mentali di vario genere. Dal 2005 al 2011 i casi accertati erano stati 267. Per vergogna, ignoranza, ostacoli burocratici, o problemi legati ai riconoscimenti economici la malattia fantasma è rimasta a lungo un tabù. «Bisogna rassicurare i soldati che hanno bisogno di assistenza sul fatto che chiedere aiuto psicologico non provocherà in automatico problemi di carriera – ha dichiarato il ministro Trenta – e che un percorso di recupero ben fatto può renderli anche più resilienti e forti a vantaggio dell’esigenza operativa». Il primo maresciallo Fernando, che non vuole fare sapere a tutti il cognome ricorda come «il 30 giugno 2011 i talebani abbiano fatto saltare un’autobomba davanti alla sede del Prt con l’obiettivo di aprire una breccia e fare entrare altri kamikaze». Veterano delle missioni all’estero dai Balcani al Libano si salva per miracolo dall’esplosione e impugna la pistola per fronteggiare il nemico. Poi scava con le mani fra le macerie per salvare i commilitoni. «Al rientro in Italia sono cominciati gli incubi, l’insonnia, le allucinazioni su ombre che vedevo in casa, l’aggressività e gli sbalzi di umore. Il primo anno dopo l’attentato l’ho passato chiuso nel mio studio dove uscivo solo per mangiare e andare al bagno – spiega Fernando affetto da stress post traumatico – Ho pensato di buttarmi giù dal balcone e rischiato di accoltellare mia moglie e mio figlio in momenti d’ira. Per stare male non devi avere perso per forza un braccio o una gamba». Rachele Magro, psicoterapeuta, si è occupata di diversi casi di stress da combattimento: «Uno dei ragazzi andava in giro armato dopo essere rientrato in Italia per paura che qualcuno volesse fargli del male. Altri sono stati lasciati dalle consorti per i loro disturbi. Molti si sono attaccati alla bottiglia o usano psicofarmaci per offuscare i ricordi, ma non serve a nulla». Pure le donne soldato sono state colpite dalla «sindrome del Vietnam». Sulla pagina Facebook del ministro della Difesa, l’ex militare Valeria Monachella ha scritto: «In Afghanistan ho subito un attacco terroristico con la brigata Sassari (…) Invece di aiutarmi a riprendermi da una sindrome da stress post traumatica conclamata, l’esercito mi ha messo alla porta (…)». Magro, che è presidente del gruppo l’«Altra metà della divisa», composto da familiari dei nostri militari, rivela che «come associazione abbiamo evitato 5 suicidi dovuti al disturbo post traumatico solo nell’ultimo anno. E temo che possano aumentare sensibilmente». In settembre è stato inaugurato dal ministro Trenta, presso l’ospedale militare il Celio di Roma, il Centro veterani che si occuperà anche dei militari affetti da Dpts. «Talvolta si nascondono per omertà e timore di cosa può pensare il commilitone o la comunità dove vivi, ma chi è afflitto da disturbi post traumatici può e deve parlare», sottolinea Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valor militare dopo essere rimasto paralizzato durante la battaglia del pastificio in Somalia nel 1993. «Ai miei tempi il problema non veniva preso in considerazione. Adesso l’esercito sta cercando di avere due psicologi per brigata e uno fisso in teatro di operazioni – spiega Paglia costretto da un proiettile su una sedia a rotelle – In ottobre quando a Mogadiscio un nostro convoglio è stato attaccato da un kamikaze la Difesa ha inviato subito una squadra di psicologi». I problemi della malattia invisibile sono anche di altro genere e riguardano la ritrosia delle Commissioni militari ospedaliere sul territorio a riconoscere il Dpts. «Alcune sono più flessibili – ha scritto nella lettera denuncia Fernando – Ma siamo arrivati all’assurdo di tentare di catalogare un attentato con una moto imbottita di esplosivo, che fece ribaltare il Lince, come incidente stradale». Anche nel privato c’è chi ne approfitta: «Il primo medico legale a cui mi sono rivolto, una psichiatra di Firenze, mi aveva scambiato per un bancomat. Mi convocava per nulla e ogni volta mi chiedeva 100 euro». Al maresciallo sopravvissuto all’Afghanistan era stata riconosciuta un’invalidità del 24%, che per un punto non concede il diritto alla pensione seppure minima. Così ha dovuto fare causa al ministero della Difesa ottenendo il riconoscimento del 63% di invalidità complessiva. «Esiste un sottobosco o meglio dire una giungla di faccendieri che lucrano sulle persone come noi – spiega Fernando – Compresi legali che prendono sostanziose percentuali pure sugli interessi maturati allungando la causa di tre o quattro anni». Tutto a carico del militare che deve sborsare dai 45mila ai 60mila euro. La lettera di Fernando si conclude con un amaro sfogo: «La morale di questa storia è che sono stato ferito più volte dall’attentato, dalle Commissioni militari ospedaliere, dagli avvocati, dai medici legali, dall’Inps. Alla fine quello che mi ha fatto saltare in aria è stato il più degno di tutti».

·        Suicidi nelle Forze dell'Ordine: i dati di una strage.

Suicidi nelle Forze dell'Ordine: i dati di una strage. Sono decine i suicidi tra gli uomini delle Forze dell'Ordine dal 2010 al 2016. Ben 255 i morti, scrive Gianluigi Nuzzi l'8 gennaio 2019 su "Panorama". Terminato il servizio alle 20, l’ispettore capo del carcere di Monza, una donna di 41 anni, madre di un bambino di appena dieci anni, ha spento il motore dell’auto parcheggiata ordinatamente nella zona industriale a Brugherio, hinterland di Milano. Ha preso la propria pistola d’ordinanza e si è tolta la vita. Dinamica fotocopia di un altro suicidio avvenuto appena quattro mesi prima, a San Gimignano, in provincia di Siena, dove un agente si è ucciso in auto dopo essersi sincerato che le portiere fossero ben chiuse. È una strage silenziosa, continua, taciuta, quella di chi si toglie la vita tra chi appartiene alle forze dell’ordine. E quasi tutti, addirittura nell’80 per cento dei casi, scelgono di farla finita premendo il grilletto della propria arma d’ordinanza. A dimostrazione che l’accesso a strumenti letali è tra i «fattori incidenti», considerati dagli psichiatri nella valutazione clinica del rischio di suicidio, oltre ovviamente a particolari situazioni lavorative di stress. Come certamente quello di lavorare in un istituto penitenziario, ma anche di mantenere l’ordine pubblico durante una manifestazione o allo stadio. Che la situazione non sia monitorata e che, anzi, soffra ancora oggi di un certo imbarazzo istituzionale che rallenta la prevenzione del fenomeno è dimostrato dal fatto che non sono mai stati resi pubblici studi e analisi per capire portata e dimensione. Ad eccezione dell’Arma dei carabinieri, siamo ancora al punto di partenza, o quasi. La data spartiacque è il 15 settembre 2016, quando l’allora sottosegretario all’Interno Domenico Manzione diffuse per la prima volta alcuni dati ufficiali aggregati dei suicidi tra le forze di polizia, ferme al quinquennio 2009-2014. In media 12 suicidi all’anno: 62 sono stati quelli tra gli agenti di polizia, 92 tra i carabinieri, 45 nella guardia di finanza, 47 tra i poliziotti penitenziari, otto tra i militari dell’ormai sciolto corpo forestale. Per il quinquennio successivo bisogna affidarsi all’Osservatorio dell’associazione Cerchio blu che con precisione certosina cerca di offrire dati il più possibile completi. E così arriviamo al biennio 2015-2016 quando i suicidi sono stati in tutto 66, suddivisi in 34 nel 2015 e 32 nel 2016. Insomma, tra il 2010 e il 2016, ben 255 agenti si sono tolti la vita. Un numero preoccupante, visto che la percentuale è doppia rispetto alla media di suicidi nella popolazione civile italiana. Le nostre forze di polizia rischiano di avvicinarsi a situazioni gravi di altri Paesi europei. È il caso della Francia, dove negli ultimi vent’anni si sono contati costantemente tra i 60 e i 70 suicidi ogni dodici mesi, a fronte di una dozzina di agenti rimasti uccisi in scontri con la criminalità. Per esempio, nei primi 11 mesi del 2018, 61 sono gli appartenenti a polizia e gendarmeria che si sono tolti la vita. Una situazione drammatica soprattutto per la gendarmeria, dove il numero di suicidi è di fatto raddoppiato: 31 morti contro i 16 dello stesso periodo del 2017, in un organico complessivo di 100 mila unità. È difficile arginare questo rischio suicidio per il numero di variabili a cui sono esposti i membri delle forze dell’ordine. Purtroppo, sia in Italia sia in Francia, si incontrano problemi per organizzare una prevenzione che sia davvero efficace. Anche introdurre servizi di psicologia appropriati, che rendano più capillari e frequenti quelli già offerti, non è semplice. Le difficoltà derivano da mancanza di fondi e scetticismo. Insomma, siamo ancora all’inizio di un cammino che, scorrendo le statistiche, si impone sempre più con urgenza.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Italia: trionfo della disuguaglianza.

Le città in cui abitiamo sono il trionfo della disuguaglianza. I centri urbani sono spaccati al loro interno: disoccupazione, accesso ai mezzi pubblici, scuole e molto altro differiscono immensamente da una zona all'altra. I progetti per cambiare non mancano, ma la politica li ignora. Gloria Riva il 30 ottobre 2019 su L'Espresso. La disoccupazione nella capitale è al nove per cento e i laureati uno su cinque. Va male, ma non malissimo, verrebbe da pensare. Invece la situazione è drammatica se si guarda al dettaglio: nei quartieri popolari di Roma i laureati sono il 4,3 per cento e una persona ogni quattro ha in tasca la sola licenza elementare: uno su dieci neanche quella. Lì i disoccupati sfiorano il 20 per cento. Roma insomma è due città: una ricca o quasi, popolata da cittadini abbienti, di solito anziani, istruiti, ben serviti, spesso soli. E una gigantesca periferia segnata da disagio, cemento, disoccupazione, assenza di cure sanitarie, di trasporti pubblici, di opportunità di riscatto. I confini fra l’una e l’altra sono netti, invalicabili. Lo stesso accade a Milano, Torino, Napoli. A raccontarlo sono i tre economisti Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi nel libro fresco di stampa “Le mappe della disuguaglianza”, edito da Donzelli, un grido in ventisei immagini che mostra l’emergenza periferie delle metropoli italiane, «tutte fortemente diseguali, perché discriminano gli individui per la loro appartenenza sociale e territoriale», spiega Federico Tomassi, che lavora all’Agenzia per la Coesione Sociale del ministero dello Sviluppo Economico. Il fenomeno è iniziato dieci anni fa, nel 2009, l’anno della crisi: «Le città metropolitane escono dalla recessione più profonda che il nostro Paese abbia mai conosciuto con una classe di esclusi che si è andata allargando, arrivando a comprendere il ceto medio». E la crescita che si è registrata all’inizio del 2000 e dopo il 2015 ha paradossalmente contribuito ad aggravare gli squilibri: «Le zone benestanti sono migliorate, i quartieri deboli sono sprofondati».

I bambini e le ferite della diseguaglianza: se nasci in periferia ti laurei di meno. La differenza nei voti non la fa il merito. Ma il quartiere, il piccolo comune o la città. In un sistema che dimentica sistematicamente chi sta ai margini. Ecco il nuovo Atlante dell'Infanzia a rischio di Save the Children, pubblicato da Treccani. Che mostra come l'iniquità che colpisce i più piccoli parta dai banchi. Francesca Sironi il 12 novembre 2018 su L'Espresso. La stimmate si chiama "Fonte Nuova", a Roma, oppure "Corsico" o "Cologno Monzese" o "Cinisello Balsamo", a Milano. Non sono ghetti. Solo periferie, quartieri dove abitano in milioni per restarci poco. Zone che si svuotano di giorno. Fatta eccezione per una popolazione speciale: i bambini. I comuni indicati infatti sono aree urbane cresciute ai bordi delle due più grandi città d'Italia. Che condividono nello specifico una concreta stimmate: il maggiore distacco dal centro nei risultati alle prove Invalsi, i test standardizzati che in qualche modo danno una misura delle competenze in Italiano e Matematica degli studenti. La forbice fra i ragazzi di Corsico o di Fonte e quelli che abitano “dentro” le mura della città è di oltre 10 punti. Un piccolo abisso. Che si riflette su altre statistiche: come in quella di chi prosegue gli studi fino alla laurea. Perché bastano sette chilometri, sette, che fanno mezz'ora con i mezzi e meno in motorino, per passare dal 51 per cento di laureati delle zone bene di corso Magenta, a Milano, al 7,6 per cento di Quarto Oggiaro. È la differenza più alta d'Italia in così poco spazio. A Palermo, si salta comunque dal solo 2,3 per cento di universitari a Palagonia al 23 di Palazzo Reale. Nella capitale chi abita a Roma Nord ha quattro volte in più la possibilità di arrivare alla laurea rispetto a chi abita a Est del Raccordo. Non hanno scelto. È l'infrastruttura educativa del paese che li ha abbandonati. Sono alcune delle disuguaglianze ostili e troppo spesso banalizzate, che vengono messe invece in luce dal nuovo Atlante dell'infanzia a rischio di Save the Children, pubblicato da Treccani e dedicato quest'anno, appunto, alle periferie educative. Ovvero ai margini in cui sono lasciati in Italia i più piccoli. Partendo dai banchi. Le tavole dell'Atlante mostrano infatti come spostandosi di pochi chilometri, all'interno delle stesse città, cambino le possibilità di un futuro, gli strumenti per capire il presente. Un esempio? I Neet, gli scoraggiati, i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che sono usciti dai circuiti della formazione e non sono ancora approdati al traino di un'occupazione. Nel capoluogo lombardo, in zona Tortona, fra le vie strette che ogni anno vengono invase dai frequentatori del Design, sono il 3,6 per cento dei residenti. Ossia meno di un terzo dei disillusi che abitano invece a Triulzo Superiore, a Sud della città, dove i Neet sono il 14 per cento. Lo stesso accade a Genova: si sentono (e sono, adesso) esclusi dal futuro 3 ragazzi su 100 a Carignano e 16 su 100 a Ca Nuova. O ancora, passando da Palocco a Ostia Nord, raddoppiano. «È assurdo che due bambini che vivono a un solo isolato di distanza possano trovarsi a crescere in due universi paralleli», ha detto Valerio Neri, direttore Generale di Save the Children presentando il volume: «Rimettere i bambini al centro significa andare a vedere realmente dove e come vivono e investire sulla ricchezza dei territori e sulle loro diversità, combattere gli squilibri sociali e le diseguaglianze, valorizzare le tante realtà positive che ogni giorno si impegnano per creare opportunità educative che suppliscono alla mancanza di servizi». Un miraggio, in molte strade. E un miraggio che soprattutto sta peggiorando: la distanza fra chi abita nelle strade "bene" e "gli altri" aumenta, anziché diminuire. «Mentre nelle scuole dei quartieri più centrali e storici di Roma le scuole si svuotano», spiega l’urbanista Carlo Cellamare: «nei comuni più esterni del Grande raccordo, dentro o fuori il comune di Roma, le scuole sono spesso oberate da una super domanda e i servizi sono più scarsi, e si osservano alti tassi di dispersione. Sono segni della mancanza di visione e governo del territorio». Questa è un'altra delle contraddizioni più forti portate in luce dal rapporto: dove abitano più bambini, ovvero nelle periferie – e i dati dettagliati sono inequivocabili, a Roma o a Genova vivono in aree definite periferiche il 70 per cento dei bambini sotto i 15 anni - ci sono meno servizi. Meno giochi, meno strade illuminate, meno luoghi aperti per lo studio. E sono anche le zone dove le scuole sono lasciate più sole, con meno supporto. E quindi non riescono a aiutare i ragazzi a crescere, a conquistare gli strumenti per comprendere il presente. È un'altra ferita della disuguaglianza che aumenta. Senza trovare alcuno spazio oggi nella politica di Palazzo.

Disuguaglianze e meritocrazia. Luigino Bruni, Economista, Università Lumsa, per il “Corriere della Sera” il 10 dicembre 2019. La meritocrazia è oggi la legittimazione etica della diseguaglianza. Nel XX secolo, in Europa, abbiamo combattuto la diseguaglianza come un male; nel XXI secolo, è bastato cambiarle nome (meritocrazia) per trasformare la diseguaglianza da vizio a virtù pubblica. Destino bizzarro, se si pensa che la meritocrazia è stata ed è presentata come una lotta alla diseguaglianza - per questo la bizzarria che i fanatici della meritocrazia siano persone che in buona fede vorrebbero una società migliore e più giusta. Anche per la meritocrazia è vero quanto diceva, cento anni fa, il filosofo tedesco Walter Benjamin: «Il cristianesimo nell' età della Riforma si è tramutato nel capitalismo». La meritocrazia, infatti, prima di diventare dogma economico, era una categoria religiosa e teologica. «Lucrare meriti», «guadagnarsi il paradiso» e altre sono espressioni e temi che per secoli sono stati al centro della pietà cristiana, e continuano ad accompagnare ancora oggi la vita dei cattolici. Una certa idea di merito era già presente nella Bibbia, ma è stato l' incontro con l' etica greca e romana che ha trasformato parte del cristianesimo in un' etica del merito e delle virtù, fino a pensare che un cristiano per essere dichiarato santo debba mostrare di aver praticato virtù eroiche. L'etica biblica ed evangelica era invece diversa, l'eccellenza non era nelle virtù ma nell'agape, che non fa parte né delle virtù stoiche né di quelle aristoteliche. Da qualche anno la meritocrazia è uscita dai dibattiti delle aule delle facoltà di teologia, ha dimenticato le dispute dottrinali di Paolo, Agostino, Pelagio, Lutero ed è entrata nelle aule più eleganti e moderne delle business school, dove questi temi sono affrontati senza competenza teologica. La meritocrazia ha radici antichissime e profonde. Una vena profonda delle civiltà umane ha da sempre pensato che da qualche parte dovesse esistere un ordine che ricompensasse ciascuno in base ai meriti che ha acquistato e lo punisse per le colpe commesse e cumulate. In genere questo ordine era concepito come sovrannaturale e rimandato ad una vita futura, poiché era troppo evidente che sulla terra un tale ordine non esisteva né era mai esistito. Ad un certo punto, però, dentro l'evoluzione della civiltà occidentale è apparsa un'idea del tutto nuova e imprevedibile, quella secondo la quale una società meritocratica era finalmente possibile qui ed ora. Semplicemente perché una tale società in realtà esisteva già, era la business community, della quale le grandi imprese e banche erano l'espressione più matura. Lì i meriti erano quantificabili, misurabili, ordinabili in una scala, in modo che a ciascuno andasse il suo, né più né meno. Il "suo" in meriti e, chiaramente, in demeriti. Una operazione-promessa che ha convinto molto e molti, perché si presentava e si presenta come una forma superiore di giustizia (rispetto a quella ordinaria e comune). E così nel giro di pochi anni la meritocrazia è migrata dalla business community all' intera società civile, dalla politica alla scuola, dalla sinistra alla destra, dalla sanità al non-profit, e sta insidiando anche le comunità ecclesiali. Una grande operazione ideologica, tra le più vaste del nostro tempo, che si basa sull'imbroglio, etico e antropologico, tanto evidente quanto non detto: che i nostri meriti e i demeriti siano evidenti, facili da vedere e poi da ordinare, misurare, e poi premiare. Un'altra ipotesi, arbitraria, sta poi nel ritenere che il mercato sia capace di premiare i meriti, tacendo così che una virtù fondamentale del mercato, un tratto essenziale del buon imprenditore, è saper convivere con esiti non associati a meriti e colpe propri e degli altri. Un grave vizio del mercato è infatti pretendere che i propri risultati siano legati ai propri meriti e non a quanto gli altri con cui interagisco sono disposti a riconoscerci e a remunerare. Ma c'è di più. Noi sappiamo che i nostri meriti più preziosi li scopriamo affrontando una malattia, un lutto, una separazione. Perché sono davvero pochi i meriti che transitano per la sfera economica, poiché le imprese, in realtà, non sono interessate ai nostri meriti più profondi e veri. Non vogliono la nostra umiltà né la nostra mitezza, perché ci vogliono «vincenti» e invulnerabili; non vogliono la nostra misericordia né la nostra compassione, virtù e beatitudini che non capiscono e se le capiscono le temono. Non ce lo dicono ma da noi le imprese vogliono poco, perché intuiscono che se ci chiedessero molto noi daremmo troppo, diventeremo talmente liberi da non essere più gestibili e orientati dagli obiettivi aziendali. Infine, la meritocrazia è un meccanismo ideologico che ci libera dalla responsabilità nei confronti dei poveri. Un corollario necessario della meritocrazia è infatti l' interpretazione della povertà come colpa. Perché se il talento è primariamente merito (il grande assioma della meritocrazia), la mancanza di talento diventa demerito, e quindi la povertà colpa. L' ultimo residuo di welfare europeo sarà spazzato via quando ci saremo lasciati finalmente convincere che i poveri sono colpevoli della loro povertà. Li lasceremo nella colpa della loro sventura, e noi dormiremo tranquilli nei nostri meriti e nella nostra irresponsabilità.

Ecco chi sono i nuovi poveri nell'Italia ingiusta. Il Sud. I ragazzi fra i 18 e i 24 anni. E le persone al bivio di un licenziamento prima della pensione. Un’indagine esclusiva rivela le categorie più colpite dall'aumento del divario. Francesca Sironi il 19 febbraio 2018 su L'Espresso. Un'immagine del concorso fotografico indetto da Oxfam sulla disuguaglianza nel 2017Un nuovo sguardo allo slittamento in corso nel Paese. Una foto inedita della crepa aperta al centro della società.  Sono i dati elaborati dall’Istat per L’Espresso, pubblicati in queste pagine, che evidenziano come sono cambiate le disuguaglianze in Italia nelle diverse regioni e nelle differenti classi di età, dal 2004 al 2016. Più che un’evoluzione, queste statistiche fanno affiorare un’involuzione. Certificano cioè l’aggravarsi del divario fra chi ha e potrà avere, e chi non ha. Mostrando come il problema abbia solo sfiorato, per ora, alcune categorie, mentre ne ha già gravemente penalizzate altre. Soprattutto i giovani. Le regioni del Sud. E le persone attorno ai 55 anni. Parti di popolazione che si stanno separando a una velocità cui la politica risponde in ritardo. Innanzitutto, il metro. L’indicatore considerato qui per misurare la febbre alla malattia del secolo, la distribuzione ineguale della ricchezza, è “l’indice di disuguaglianza del reddito disponibile”. Si tratta di un valore utilizzato come riferimento per valutare il benessere economico della popolazione dall’Unione europea, dall’Ocse e dall’Istat. Definisce la distanza fra i più ricchi e i più poveri, come il divario che separa il 20 per cento della popolazione con il reddito più alto dal 20 per cento con quello più basso. Nel calcolare di quanto si sia spalancata la forbice della ricchezza nel nostro Paese, la serie dell’Istat mostra ad esempio come in alcune regioni del Sud, Calabria e Sicilia in testa, i cittadini che si trovano al seminterrato della piramide sociale non riescano ormai nemmeno a intravederli, i fortunati ai piani alti. L’indicatore della disuguaglianza, in queste due regioni, è infatti oggi superiore a quello registrato all’interno di Paesi come Romania e Bulgaria. Ed è aumentato dal 2008 in poi. Nello stesso periodo si è fermato l’ascensore dei redditi anche nel Lazio: la regione della capitale di Stato è diventata il quarto territorio d’Italia per gap fra ricchi e poveri. «Mentre al Nord i benefici della ripresa sembrano essere stati distribuiti meglio fra i residenti, in molte regioni del Sud la distanza aumenta», spiega Massimo Baldini dell’Università di Modena e Reggio Emilia: «Solo poche famiglie, in questi territori, partecipano allo sviluppo. Se il dato del 2016 verrà confermato dalle indagini future, sarà definitivamente assodato che siamo di fronte a una ripresa solo per alcune fasce della popolazione, quelle già solide. Insomma, che piove sul bagnato». Questa deformazione nell’accesso al futuro riguarda tanto la geografia territoriale quanto quella sociale. E anagrafica. «Dopo la crisi», dice Salvatore Morelli, ricercatore del Graduate Center della City University di New York (dove collabora con uno dei massimi esperti mondiali della materia, Branko Milanovic), «in Italia i redditi da lavoro dipendente e autonomo sono crollati, mentre le entrate garantite dalla proprietà di immobili, o dalle pensioni, sono rimaste più o meno stabili. I pensionati così hanno guadagnato terreno in termini relativi, mentre i lavoratori hanno perso». Giovani fragili da una parte, padri rimasti un po’ più protetti dai traumi economici dall’altra. È il nuovo conflitto generazionale. Con l’unico welfare rimasto, spesso: quello famigliare. Genitori accanto ai figli oltre i 30 anni. L’allarme arriva anche dal Fondo monetario internazionale, che in una nota appena pubblicata scrive: «Il rischio di povertà fra i giovani, in Europa, sta aumentando. Rispetto al 2008 la possibilità di scivolare sotto la soglia della povertà per gli over 65 è diminuita drasticamente, mentre per i ragazzi dai 18 ai 24 anni è cresciuta». Prima della scossa, la possibilità di ritrovarsi poveri colpiva in modo simile entrambe le fasce d’età. Ora la popolazione sotto i 34 anni possiede meno del cinque per cento della ricchezza del continente. L’Occidente sembra aver dimenticato in cantina i suoi figli. Negli Stati Uniti risaliti dallo shock economico, il reddito medio degli over 75 è cresciuto del 40 per cento dal 2013 ad oggi, «mentre quello delle famiglie con meno di 35 anni è aumentato soltanto del 12», ricorda Morelli. Quanto il nostro Paese ricalchi il quadro europeo lo spiegano Andrea Brandolini, Romina Gambacorta e Alfonso Rosolia in un saggio intitolato mestamente: “Disuguaglianza nella stagnazione: l’Italia nell’ultimo quarto di secolo”, che sarà pubblicato a breve in un volume della Oxford University Press. La crisi della distribuzione della ricchezza, spiegano gli autori, è stata una scossa violenta in Italia all’inizio della recessione degli anni ’90. Allora ci fu uno smottamento dalla classe medio-bassa alla povertà. Da quel momento in poi, però, spiegano gli autori, gli indici sembrano rimasti stabili. Tanto da portare i ricercatori a dire: «Non c’è evidenza di uno schiacciamento della classe media, in termini di reddito, preoccupazione invece ricorrente nel dibattito in Italia». La stabilità nasconde però delle debolezze altrettanto profonde e aumentate in questo periodo. Riguardano, concludono gli autori, le famiglie di immigrati, rimaste ai margini della distribuzione di ricchezza, e «i divari tra giovani e anziani». Ora, il bivio fra chi ha una prospettiva solida, chi potrà accumulare, cioè, avere possibilità di spendere, risparmiare, scegliere, e chi invece si vede sottratti ogni volta nuovi pezzi di orizzonte non separa solo i giovani dagli adulti. Ma anche i giovani dai giovani. Si sta ampliando infatti anche il divario fra coetanei, come mostrano i dati presentati in queste pagine. Cresce cioè anche la disuguaglianza all’interno della stessa classe d’età, soprattutto per chi ha dai 18 ai 24 anni. «L’ingresso nel mondo del lavoro avviene attraverso impieghi poco pagati o part time, sottoposti a una pressione verso il basso dei salari che è maggiore in Italia rispetto al resto d’Europa», commenta l’ex ministro Enrico Giovannini, ordinario di statistica economica a Tor Vergata, ora portavoce della “Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile”: «Poiché nel nostro Paese poi la scala dell’aumento del reddito è molto più legata all’anzianità che non al merito, sarà difficile per i ventenni di oggi superare il gap». Quanto tempo sarà necessario per stringere il divario? Per colmare cioè il vantaggio che può esercitare oggi a 20 anni chi ha ereditato un capitale di partenza, con le relative chance, rispetto a chi deve crearsi una ricchezza in un contesto in cui diventa sempre più difficile fondare il proprio futuro sui propri redditi? In un sondaggio Ipsos, pubblicato nel 2017 e basato su oltre 18mila questionari raccolti in 22 Paesi, il 71 per cento dei francesi ha detto che i ragazzi avranno una vita peggiore di quella dei loro genitori. In India sono pessimisti solo in due su 10. In Italia, lo è il 48 per cento della popolazione.

La distorsione dell’accesso al futuro non riguarda solo i salari. «In tutto il mondo stiamo assistendo a una polarizzazione del lavoro», spiega Emilio Reyneri, professore emerito di Sociologia all’università Bicocca di Milano. Ovvero una riduzione della cintura media di impiegati, operai, commercianti o artigiani - in via d’estinzione - a favore di una “fascia alta”, di tecnici e operai specializzati o esperti, e di una “fascia bassa” di mansioni a bassa produttività e basso valore aggiunto». Continua Reyneri: «Solo in Italia, e in Grecia, fra i Paesi sviluppati aumenta maggiormente l’offerta nella fascia bassa». Logistica, terziario, magazzini e centri commerciali, micro-imprese, o aziende che faticano a investire in innovazione. «Contrariamente a quanto sostiene l’opinione più diffusa, il cuore del problema è questo, in Italia: più che il lavoro instabile, il cattivo lavoro disponibile». Risultato: «Abbiamo pochi laureati. Ma ancor meno posti di lavoro qualificati», conclude Reyneri, «e quanti non si adattano ad abbassare le aspettative che fanno? Emigrano». È un’ipoteca sul futuro del Paese. Sulle nuove generazioni, la loro possibilità di crescere. E le risposte della politica sembrano girare a vuoto. «In Italia si parla quasi esclusivamente di interventi contro la povertà, come è avvenuto per il reddito di inclusione, introdotto di recente. Sono misure utili, certo, ma non avranno un impatto molto forte», commenta Maurizio Franzini, professore di economia politica alla Sapienza di Roma e fra gli autori pochi mesi fa di un “Manifesto contro la disuguaglianza” pubblicato dalla rivista “Etica ed Economia”: «Per riequilibrare i redditi bisogna alzarli a chi sta in basso. Prendendo le risorse dove? Certo è impopolare dire che bisogna frenare chi sta al top, ma è così». In campagna elettorale al contrario vanno forte le proposte di flat tax. Ma la bilancia è già rotta: a metà 2017, ha denunciato Ofxam pochi giorni fa, in occasione del vertice finanziario di Davos, in Svizzera, il 20 per cento più ricco degli italiani deteneva oltre il 66 per cento della ricchezza. La mancata redistribuzione della ricchezza non è il solo ostacolo a una maggiore equità. «Soprattutto per i giovani, pesano anche le differenze all’accesso nei percorsi di istruzione, e quindi di sviluppo del capitale umano», continua Franzini: «Così come la frammentazione dei contratti», che a parità di merito porta a destini separati per redditi e garanzie riconosciute. Almeno il Jobs act è servito ad appianare le differenze? «Assai poco. Ha distribuito incentivi, sì, ma temporanei. E non ha ridotto, anzi amplificato le opzioni contrattuali».

Per cambiare rotta, servirebbero investimenti. In ricerca, istruzione, ammortizzatori sociali capaci di bloccare la spirale negativa del mercato del lavoro, riprende Giovannini. Ma ci si ferma sempre al muro delle “politiche attive”, banco di sabbia per qualsiasi misura di sostegno al reddito in Italia. «Quando ero ministro facemmo un primo censimento dei centri per l’impiego, gli uffici che dovrebbero aiutare i disoccupati a trovare nuovi percorsi: abbiamo in tutto un decimo dei dipendenti dedicati a questo in Germania. E la riforma si è bloccata con il referendum», per l’incertezza tra chi dovesse tenere in mano le leve del comando fra lo Stato, le Regioni e le Province. È rimasto tutto fermo. «Così continua a mancare welfare per chi è ai margini», o proprio fuori dal sistema pensionistico. Lo dimostra l’altro dato che percorre queste pagine. Se i pensionati sono stati più protetti dagli assegni o dai risparmi, in questi anni, non è andata così per coloro che si trovano al guado dell’età. Chi ha fra i 55 e i 59 anni, infatti, sta percorrendo oggi binari sempre più divergenti rispetto a dieci anni fa. «Da un lato c’è chi è stato costretto a rimanere al lavoro dalle riforme, ma ha continuato comunque a percepire uno stipendio», spiega Brandolini: «dall’altro chi ha perso il posto a causa della crisi e non è potuto andare in pensione». E nemmeno rientrare nel mercato, se non a fatica, o accettando retribuzioni molto inferiori alle precedenti. Scoprendosi così precario, e diseguale, alla vigilia dei sessant’anni. Per concludere con almeno una nota positiva, i milionari italiani, certifica l’ultimo rapporto targato Crédit Suisse sui paperoni globali, sono aumentati, arrivando a un milione e 288 mila nel 2017. In alto 138 mila flûte in più.

·         Italia accattona.

Si moltiplicano i mendicanti, veri e falsi, e a nulla servono le norme e le multe di molti sindaci. Il nostro viaggio nell'insicurezza. Giorgio Sturlese Tosi il 22 agosto 2019 su Panorama. Sarà perché la città si è svuotata o perché ci sono meno viaggiatori, ma senzatetto e mendicanti intorno alla Stazione centrale di Milano, in questo agosto, sembrano molti di più. Stanno distesi sui prati, alcuni sono seduti sugli scaloni del piazzale, altri gesticolano agli automobilisti nel parcheggio. Disperazione, alcol e afa creano la miscela che spesso li rende molesti, a volte violenti. È a loro che la città più trendy d’Italia e che si prepara alle Olimpiadi invernali 2026 ha dichiarato guerra. Ma il problema non è limitato al capoluogo lombardo e da Bolzano a Messina il fenomeno dei cosiddetti accattoni molesti rischia di diventare un’emergenza. Con i comuni che, da Nord a Sud, cercano di mettere un freno ai clochard del terzo millennio approfittando di nuovi strumenti legislativi. Alcuni numeri spiegano il perché. Il più recente dato nazionale (censimento Istat del 2015) parla di 50.724 senzatetto. Un esercito. Secondo un’indagine della Caritas Ambrosiana, a Milano, nel 2018, si contavano 2.608 senza fissa dimora, di cui 587 abbandonati per strada e 2.021 ospitati di notte in strutture di accoglienza. In pratica si tratta di due clochard ogni mille residenti, concentrati soprattutto nelle zone del centro. Le cui strade, gallerie, porticati e marciapiedi, soprattutto la notte, si trasformano in una distesa di sacchi a pelo, cartoni, coperte e piccole tende. Rispetto al precedente studio Caritas del 2013, le persone censite in strada sono aumentate del 19 per cento: un terzo di loro ha meno di 35 anni e per il 73 per cento si tratta di stranieri. Per questo a Milano è stato applicato per la prima volta, nel dicembre scorso, il nuovo articolo del Codice penale, il 669 bis, introdotto dal penultimo decreto sicurezza che punisce chi «eserciti l’accattonaggio con modalità vessatorie o simulando deformità o malattie o attraverso il ricorso a mezzi fraudolenti per destare l’altrui pietà». Per chi infrange la legge è previsto l’arresto da tre a sei mesi e un’ammenda da 3 mila a 6 mila euro. E l’allontanamento. Un episodio del recente passato è illuminante. Siamo ancora a Milano, in Galleria Vittorio Emanuele. C’è una mendicante vestita di stracci, una mano incerta sulla stampella e l’altra, tremante, tesa verso i passanti. Intorno a lei le luminarie delle vetrine addobbate per Natale… Un personaggio da Charles Dickens. Ma si tratta di simulazione, regolarmente messa in scena da una bosniaca di 51 anni che nel dicembre scorso, dopo appostamenti e pedinamenti, gli agenti della polizia locale hanno bloccato in flagranza di reato. Non era anziana come voleva apparire, né inferma. Anzi, appena fermata dai ghisa, si è messa dritta in piedi, ha buttato in terra la stampella - e la gobba posticcia - e si è accesa una sigaretta. Oggi quella simulatrice non si vede più in giro, allontanata appunto grazie alle nuove norme. Che stanno riscuotendo il plauso bipartisan delle giunte comunali di ogni colore. Ma da chi è formato l’esercito dei nuovi mendicanti? Italiani che hanno perso il lavoro o che hanno divorziato e spesso sono senza casa, stranieri dei Paesi dell’Est, ex detenuti e nuovi immigrati africani, che ora rischiano di aumentare dopo la revisione dei criteri di accoglienza negli Sprar (il Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) e nei Cas (i Centri di accoglienza straordinaria). Non c’è più spazio per il vecchio «barba», benvoluto dal quartiere e pedagogicamente mostrato dalle mamme ai bambini tenuti per mano. Negli anni il fenomeno è divenuto via via più grave e la politica non l’ha saputo affrontare. Il primo a rendersene conto fu l’ex segretario della Cgil Sergio Cofferati, che da sindaco di Bologna, nel 2005 si attirò le critiche della sinistra salottiera emanando ordinanze contro lavavetri e squatter. Il suo «rigorismo civico» gli costò anche un pacco bomba. Di poco successiva l’esperienza di Firenze, dove il vicesindaco Graziano Cioni, ex senatore Ds, emanò un’ordinanza antilavavetri e dichiarò guerra agli accattoni, guadagnandosi contestazioni, il soprannome di «sceriffo» e la scorta di polizia. Per anni la questione è stata delegata ai sindaci, poveri di risorse e ancor più di strumenti legislativi efficaci. Finché, il 18 aprile 2017, con voto di fiducia, approvato il cosiddetto decreto Minniti, il governo di Paolo Gentiloni ha permesso ai primi cittadini di adottare provvedimenti «per superare situazioni di grave incuria o degrado o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana» e «per tutelare la tranquillità e il riposo dei residenti». Vengono così individuate le zone dove applicare il cosiddetto Daspo urbano, l’allontanamento di chi «limita l’accessibilità e la fruizione ad alcune aree della città», come stazioni, metropolitane e giardini pubblici. L’Anci, l’associazione dei sindaci festeggia. Passato poco più di un anno, a dicembre 2018, il governo Conte vara le modifiche volute dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, ampliando le zone da proteggere a ospedali, mercati, scuole e aree turistiche. Ecco che adesso si contano a migliaia le ordinanze di allontanamento disposte in centinaia di comuni, alcune delle quali, in caso di ripetute violazioni, finiscono sui tavoli dei questori che possono emettere dei veri e propri Daspo, mandando via dalla città chi ne viene colpito per un periodo lungo fino a un anno. Quasi un record è quello di Sassuolo, 40 mila residenti e già oltre cento allontanamenti, in massima parte a carico di immigrati nordafricani. Il neo sindaco Claudio Pistoni, eletto con la Lega, ne va fiero: «I questuanti non sono di Sassuolo, ma di una città vicina, dove sono ospiti in un centro di accoglienza. Lì già ricevono vitto, alloggio e qualche euro». E funziona l’allontanamento? «Chi abbiamo allontanato, non l’abbiamo più rivisto». A Modena il sindaco Gian Carlo Muzzarelli ha già messo in pratica oltre 200 Daspo «soprattutto contro posteggiatori abusivi e accattoni molesti». A Varese, dove il vicesindaco Daniele Zanzi con un passato di destra è in giunta con il Pd, il problema viene affrontato a 360 gradi. «In una città ricca e pulita come la nostra» dichiara Zanzi «anche un mendicante in galleria accanto alle vetrine dei negozi di lusso può rappresentare un allarme per i cittadini. Ogni caso segnalato dalla nostra polizia locale però viene preso in carico anche dall’assessorato alle politiche sociali». Non sempre però i provvedimenti risultano efficaci e su questo c’è discussione. A Verona, un 62enne dell’Est senza fissa dimora ha collezionato 768 multe per accattonaggio per un totale di 37 mila euro, che non pagherà mai. Il sindaco Federico Sboarina, ammette: «Siamo di fronte a un caso limite, che la dice lunga sulle difficoltà dei sindaci a fronteggiare il problema dell’accattonaggio». Nel frattempo in città sono stati disposti centinaia di Daspo. Il mondo del volontariato è critico sulle nuove norme. Il direttore della Caritas di Milano, Luciano Gualzetti, ribatte: «È giusto, anzi doveroso, punire chi riduce in schiavitù persone indifese costringendole a mendicare. Tuttavia aver reintrodotto il reato di accattonaggio, seppur limitandolo alle condotte moleste, è un passo indietro. L’elemosina resta un diritto delle persone povere». Mario Furlan, fondatore dei City Angels, conosce bene il fenomeno. I suoi volontari operano in 21 città dove aiutano 3 mila persone al giorno. «L’allontanamento d’autorità» spiega «può servire nei casi in cui il soggetto aspira a un reinserimento nella società, ma per i casi cronici non vale come deterrente. Sono convinto che si debba sanzionare chi diventa molesto, ma non si può punire la povertà». Il dottor Carlo Settembrini, quando a fine giornata si spoglia del camice, veste l’uniforme del Cisom, il Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta. E passa la notte alla stazione milanese di Rogoredo, dove i tossicodipendenti chiedono spiccioli per comprarsi la dose. «Ci sono persone costrette a vivere per strada e non riescono a uscirne. L’allontanamento rischia di spostare il problema più che risolverlo». I sindaci comunque vanno avanti. A Milano, che ha già disposto 290 allontanamenti, un espediente lessicale ha appena permesso la modifica del regolamento di polizia urbana che estende praticamente a tutta la città le aree dove si può emettere il Daspo per chiunque «impedisce di vivere appieno uno spazio di tutti». Dai Navigli a Corso Como, da San Siro a Rogoredo, più tutto il centro storico, Milano è diventata un’enorme zona rossa. L’ala più a sinistra della maggioranza a Palazzo Marino aveva annunciato il voto contrario. Dai banchi della stessa maggioranza sono piovute sulla giunta di Beppe Sala accuse di leghismo, respinte al mittente dalla vicesindaca con delega alla sicurezza, Anna Scavuzzo: «Stiamo applicando una legge dello Stato che nasce col ministro Minniti ed è stata modificata dal ministro Salvini». L’impasse, tutto ideologico, ruotava proprio intorno alla figura degli accattoni che, se pur molesti, evidentemente per qualcuno rappresentano ancora un tabù. E così il Pd ha rimosso con scaltrezza quella categoria dal nuovo regolamento di polizia, portando a casa la delibera e salvando la maggioranza. Ben sapendo, però, che i vigili potranno continuare ad applicare comunque la legge nazionale. E che la guerra agli accattoni molesti, sofismi a parte, andrà avanti. 

·        Il mistero dei "poveri".

Vittorio Feltri e il mistero dei "poveri": "Qual è la verità sugli straccioni e profughi in Italia". Vittorio Feltri 8 Maggio 2019 su Libero Quotidiano. Arrivano notizie strane che fanno riflettere e generano sospetti. L' ultima in ordine di tempo riguarda i poveri. I quali fino a due anni fa, 2017, ammontavano in Italia a oltre 6 milioni. Una cifra enorme che faceva tremare i polsi e preoccupava i politici e non soltanto quelli. Le statistiche erano riferite da Eurostat quindi degne di fede. Nel giro di dodici mesi ecco che la quantità dei miserabili ufficiali è diminuita di un milione. Cosa sia successo non si sa. Si interpreta il dato incoraggiante a capocchia, si va per tentativi. Se un milione di indigenti è rapidamente sparito in un periodo giudicato difficile per l' economia nazionale, mentre tutti i mezzi di comunicazione sostengono che il Paese è in crisi profonda, bisogna trovare una spiegazione.

Quale? Saperlo. Noi osservatori distratti della realtà nazionale abbiamo qualche idea. Indubbiamente i poveri sono sempre esistiti. Quando ero un ragazzo essi si distinguevano a occhio nudo. Avevano le pezze al culo, mangiavano poco e male, non avevano il bagno, figuriamoci il bidet, non mandavano i figli a scuola oltre alle elementari per motivi economici. Allorché un adolescente compiva 14 anni faceva il libretto di lavoro e andava a fare il garzone in bottega. Nessuno possedeva cellulari, la bicicletta era un lusso, solo alcuni fighetti si concedevano vacanze al mare o ai monti. Eppure pochi di coloro che tiravano a campare si consideravano ultimi.

Si adattava all' andazzo e buona notte al secchio. La situazione generale dell' epoca era assai peggiore dell' attuale. Oggi chi non dispone di tecnologie avanzate, di una automobile e di denaro sufficiente a finanziare ferie grasse in località di spicco è considerato, o si considera, uno straccione meritevole di pubblica assistenza. Il mondo non cambia, però sono cambiati la mentalità e i criteri valutativi della miseria. Pertanto le statistiche vacillano e non sono più in grado di indicare i limiti oltre i quali una persona è davvero in ristrettezze oppure si barcamena in una modesta normalità.

I parametri che distinguono un diseredato da un cittadino florido sono saltati. Tanto che perfino i profughi sfoggiano telefonini di marca e li usano alla grande, senza spiegare come facciano a saldare le bollette. Probabilmente quelli che noi, semplificando, cataloghiamo alla voce pezzenti non sono altro che lavoratori in nero, in grado di guadagnare quanto basta onde sopravvivere. Non pagano le tasse e magari ottengono il reddito di cittadinanza. Gli istituti demoscopici non sono all' altezza di capire chi sta al di qua o al di là dello steccato della legalità. Fanno dei calcoli approssimativi, un tanto al chilo e non ci dicono mai la verità. Noi però intuiamo che i poveri in questa fase sono più finti che reali, e non abbocchiamo. Chi è squattrinato muore di fame e al presente non si registrano decessi per inedia. Vittorio Feltri

I poveri viaggiano in pullman. Reportage. Precari, sognatori, guerrieri: ecco l’Italia che viaggia in pullman: "Chi non ha soldi va lento". A bordo di FlixBus da Nord a Sud. Incrociando nuove migrazioni, antiche disuguaglianze, necessità di risparmiare. O di raggiungere destinazioni escluse dalla rapidità. Floriana Bulfon per L'Espresso il 06 settembre 2019. Chi non ha soldi va lento. È la certezza dell’Italia che per muoversi ripone l’orologio e sale su un mezzo che ha fatto la storia: la corriera. Nei primi anni ’60 collegava paesi isolati e dialetti diversi, timida avanscoperta di un’unità mai ultimata. All’epoca a bordo dominava l’euforia dello scoprire il nuovo con tanto di chitarra. Oggi il brusio dello stupore è rassegnazione che smorza la rabbia. Vite e speranze sballottate, sguardi che scrutano fuori dai vetri a scandagliare opportunità. È la bussola della diseguaglianza: rende netta la distinzione tra chi può salire sull’Alta Velocità e chi deve abbassare le ambizioni, concedendogli di mantenere gli affetti pagandoli con il tempo. Sono i bus della nuova migrazione, muta e silenziosa, che spopola il Sud rifornendo il Nord di risorse umane low cost, come il prezzo di questi biglietti. Studenti e famiglie, cervelli in fuga e anziani che partono cercando altrove qualcosa di meglio. La modernità è soltanto il wi-fi, tutto il resto riporta a un passato amaro. Tante compagnie riempiono il vuoto tra ricchi e poveri, assicurando risparmio e collegamenti facili, connettori di comunità dai redditi precari. Venti euro da Roma a Milano, meno di trenta da Crotone a Firenze, si può viaggiare anche con tre euro. Più si acquista il biglietto in anticipo, più si guarda alle offerte speciali, più si risparmia. È un venerdì di fine estate nel profondo Nord-Est. Sotto alla pensilina numero 26, davanti a una sala slot e al discount, risuonano i telefonini di una decina di persone. «È arrivato anche a voi?» chiede Valeria. Ha trent’anni ed è figlia dell’incertezza: torna a casa in un paesino delle montagne della Carnia una volta ogni due mesi perché di più non se lo può permettere. Il messaggio di FlixBus - il portale che fa da intermediario tra passeggeri e autolinee che sfrecciano su e giù per lo Stivale - segnala un ritardo tra i 10 e i 15 minuti. «Sarà colpa del traffico, al peggio ci godremo il paesaggio, smorza Valentina. È diretta a Roma per riprendere la figlia adolescente, l’unica in famiglia a cui è concessa una vacanza: «L’ho accompagnata con il Frecciarossa, ma da sola per risparmiare viaggio in bus: trenta euro contro cento, almeno dieci ore invece che sei». Alla visione della livrea verde-arancione ognuno cerca di guadagnare posizioni in una coda ingegnosa. Siamo in ventitré, compresa una decina di austriaci già a bordo. Si scende in pianura tra capannoni dismessi, ipermercati e saldissimi d’estate, giù fino al petrolchimico di Marghera. Poi la magia di Venezia sbuca oltre il finestrino e gli stranieri sbarcano per la loro dose di bellezza “mordi e fuggi”. C’è chi guarda le partite di calcio in streaming, chi se la prende con i migranti che rubano il lavoro, una quarantenne al cellulare che rende nota ad alta voce la sua vita sentimentale. Quando il bruco fora l’Appennino, l’anziano in terza fila smette di russare e borbotta: «Speriamo di non fare l’incidente. Alla fine uno accetta il rischio», ragiona, «questo costa meno». Il bus si ferma e sbuffa: 30 minuti di pausa. Valentina è delusa. Sperava di vedere Firenze, ma la fermata è all’uscita dell’autostrada, in un parcheggio. «Per entrare in città da qui devi prendere la tramvia», spiega l’autista. Guida da Venezia perché i suoi due colleghi sono già tornati su in Austria. «Ho fatto il camionista per 20 anni, poi la ditta è fallita». Cinquantasei anni, il sogno di fare il cammino di Santiago a piedi in meditazione e due figli ancora da far studiare. Sedici ore al giorno in viaggio, «ma lo stipendio è buono: 2.600 euro». Lavora per una delle sessanta ditte partner di FlixBus che versano tra il 25 e il 30 per cento degli incassi ai tedeschi. La piattaforma bavarese non ha autisti né mezzi, ma è la rete di autobus a lunga percorrenza più estesa d’Europa: controlla le prenotazioni, gli algoritmi che scelgono percorsi e orari, impone gli standard di sicurezza. Per la società l’Italia è il secondo mercato, collega 450 città ed è un business che funziona, tanto da attirare i capofila dell’avventura Italo che vogliono fargli concorrenza scendendo sull’asfalto.Si riparte, il traffico aumenta, proprio dove le tratte ferroviarie scompaiono. I binari dell’Italia centrale si spezzano, interrotti nella pancia appenninica, divisa tra Adriatico e Tirreno. Oltre 700 chilometri e 10 ore di viaggio più tardi, accanto alla stazione avveniristica, appare la fermata Roma Tiburtina in un brulicare di gente sommersa dall’afa e dall’odore di piscio. Per proseguire verso Sud occorre non sbagliarsi. Nel giro di mezz’ora partono ben sei bus. Quello per Catanzaro impiega quasi otto ore. A bordo Javier Mammissolle tiene stretto un atto di nascita ingiallito: “Salerno 19 agosto 1896”. Javier viene dalla Patagonia e porta con sé la delusione di un inganno. Assunto in Svizzera come chef si scopre illegale e così da un mese arrostisce carne argentina a Borgia, un paese nella Calabria jonica, e spera di ottenere la cittadinanza grazie al bisnonno italiano. «Prendo 300 euro al mese ma mi danno l’alloggio», confida. «Increible» sospira la ragazza accanto. «È troppo poco». Si chiama Jamirca Ortega Péres «per gli italiani Marica». Ha trentotto anni, fa la barista a Cosenza ed è venuta a trovare nella Capitale gli amici cubani. All’andata ha speso 59 euro con il treno: «Oltre 7 ore fermando ad Afragola e Paola; ora pago 17 euro». Vite da pullman come quella di Antonio studente a Firenze. «A Sala Consilina, il mio paese, è da quando sono nato che dicono che riapriranno la stazione». I binari ci sono, i treni se ne sono andati via insieme alle parole e ai soldi. «Almeno eviti le code al passaggio a livello», ironizza un anziano napoletano. Intorno il Belpaese va a fuoco, incendi da una parte all’altra dell’autostrada, fino ad imboccare la Salerno-Reggio Calabria, l’arteria degli appalti a fondo perduto. Corre sulle ruote l’Italia che si altera e si sgretola. Quella di Maria che oltrepassando il Po ha invocato la secessione e, anche se ha origini calabresi, non le importa che la Lega prima ce l’avesse con i terroni; dell’operaio Giovanni che non sa più se credere al M5S; di Michele giovane avvocato campano emigrato a Milano che vede i suoi coetanei «troppo incattiviti»; del quarantenne Riccardo che ha perso il lavoro da consulente finanziario e non si spiega come “noi” italiani «siamo il paese del caffè e la Nespresso è Svizzera, siamo un paese turistico e l’idea dei pullman viene ai tedeschi». Jurgen li osserva e capisce poco. Ama l’Italia e d’estate si diletta a fare lo skipper. «Ma quest’estate ho subito tanti controlli dalla Guardia costiera e di Finanza. Ben undici. Mi hanno fatto cadere accidentalmente in mare il documento e sono dovuto andare a Roma per un duplicato. La mia barca ha bandiera tedesca, sono solo. È paranoia migranti». In penultima fila don Bruno Maouango sbircia l’orologio. Viene dal Congo e sta tornando con l’autobus per dire messa: non c’erano sostituti. Fuori dai finestrini scheletri di cemento, blocchi di mattoni, vite abusive e incompiute, aspirazioni stritolate. A Catanzaro il pullman non passa sul ponte. Un giovane dello Sri Lanka spiega: «Bloccano i mezzi pesanti, perché è come quello di Genova, l’ha costruito Morandi». Ritratto di un paese ormai segnato dalle troppe cicatrici e di una società nevrotica, spaventata dalla crisi del welfare, incapace di guardare con sicurezza al proprio avvenire, descritta con anni d’anticipo da Edmondo Berselli nel suo libro “L’economia giusta”. Dal profondo Sud si risale alla ricerca di una vita possibile. Nicoletta e Leonardo sono una coppia di fidanzati ventenni. Lui sogna di prendere la patente per guidare un FlixBus, lei fa l’insegnante di sostegno. Da due anni le supplenze sono nella Capitale e quando la chiamano prende il regionale «impiego due ore e mezza. È spesso in ritardo e sto in piedi. Speriamo inseriscano presto un bus compatibile con i miei orari». A Napoli una nonna tiene in braccio una bambina che piange: la madre sta partendo per andare a lavorare in Francia. I pensionati Marcello e Francesca raggiungono invece la figlia emigrata per lavoro «ha avuto un nipotino e non si può permettere la baby sitter». Le partenze a Sud non producono più rimesse, lo zio d’America è evaporato insieme ai paesi che si sono svuotati. Il giovane autista controlla i documenti di quelli diretti Oltralpe e di alcuni stranieri. Tre badanti moldave passano, un migrante di colore no. «Fallo salire», urla un suo amico, «deve andare solo fino a Firenze. È malato, non ha i documenti». Nulla da fare. Rimane lì sulla banchina, le mani segnate dalla scabbia. Il mezzo a due piani riparte, caracolla sulle buche. Giovanni giardiniere a Nizza arriverà alle cinque del mattino. Fa amicizia con Andriy che alterna messaggi vocali in ucraino a frasi in napoletano. Antonino domani mattina a Tolone ha un imbarco sulla Corsica Ferries per altri due mesi «che a novembre mi nascono i gemelli». Oltre duemila chilometri in 29 ore di viaggio per 75 euro, avvistati solo due libri (“Cronache di poveri amanti” di Vasco Pratolini e “Quattro dopo mezzanotte” di Stephen King), una “Settimana enigmistica”, zero quotidiani, 25 borse frigo, più di un centinaio di teste reclinate sul cellulare. Meglio osservare lo schermo che guardare al futuro.

Dossier denatalità, perché  in Italia ci sono 8.000 nati  in meno rispetto al 2018? Pubblicato martedì, 01 ottobre 2019 da Corriere.it. Che l’Italia non faccia più figli è aldilà di ogni ragionevole dubbio. Siamo l’ultimi in Europa per nascite ogni mille donne, ultimi per l’età delle puerpere al primo parto (trentuno anni e due mesi), terzultimi per l’età media alla quale le madri mettono al mondo una bambina o un bambino in genere (quasi trentadue anni). Si contano più di 146 mila nascite all’anno in meno rispetto a undici fa, quando il Paese raggiunse l’apice di una pur timidissima ripresa. Con una popolazione comparabile nei due Paesi, i neonati di genitori entrambi italiani sono praticamente la metà dei neonati francesi. Tra l’altro l’onda lunga continua ad avanzare: l’Istat, l’istituto statistico, mostra che le nascite continuano a calare di circa il 2% e nel 2019 dovrebbero esserci ottomila neonati in meno rispetto al 2018. Ubriacarsi di cifre sulla recessione demografica è diventato così facile che essa entrata nelle coscienze persino dei politici. Non passa governo che non pensi a qualche misura perché gli italiani riprendano a riprodursi. I giallo-verdi al potere fino a due mesi fa offrivano un bucolico un appezzamento del demanio da coltivare, a partire dal terzo figlio in poi. I giallo-rossi al potere oggi, più vicini alle correnti europee, preferiscono più asili nido dove madri e padri possano lasciare i piccoli per andare al lavoro. Ogni cultura in Italia ha la sua certezza da vendere. C’è chi è convinto che le carriere femminili scoraggino la riproduzione; chi mostra invece come nei Paesi dove le donne lavorano di più, per esempio in Scandinavia, si facciano anche più figli. Eppure c’è qualcosa che nessuno fa, prima di spendere i soldi dei contribuenti per questa o quella misura: cercare di capire cosa succede esattamente, dando un’occhiata a come cambiano le nascite nei diversi territori d’Italia. Non ovunque l’andamento è uguale: nella provincia di Cagliari dal 2008 sono quasi dimezzate (contro un calo del 21% in media nazionale), in quella di Sassari sono salite di un quinto. Non ovunque si nota la stessa assenza di asili nido, pubblici o privati: a Caserta si trovano solo 5,7 posti ogni cento bambini fra gli zero e i trentasei mesi d’età, a Ravenna ce ne sono 46 e dunque più di quanto raccomandato dall’Unione europea. E non ovunque per una donna resta altrettanto difficile trovare lavoro come lo era dieci anni fa. In media nazionale l’occupazione femminile - sempre bassa - è salita del 3,9% in un decennio. Ma è cresciuta di un quarto nella provincia di Oristano, mentre si è quasi dimezzata in quella di Ascoli e stranamente a Milano è crollata del 16% (rispetto al 2007, nella capitale economica del Paese lavorano 120 mila donne in meno). Può essere che queste differenze incidano sulla scelta di fare figli? Se per esempio più posti disponibili nei nidi o più lavoro per le donne nei vari territori corrispondessero a una migliore dinamica delle nascite, o a una peggiore, allora sapremmo su quali tasti battere. E quali evitare. Ma è così? No. I dati su 103 provincie nell’ultimo decennio dicono che in Italia non c’è alcuna correlazione positiva fra l’offerta di asili-nido e l’evoluzione delle nascite. Non c’è correlazione neanche con l’aumento del lavoro femminile o con l’occupazione in genere. In 57 provincie l’offerta di posti nei nidi è superiore alla (scarsa) media nazionale di 24 posti ogni cento bambini; eppure fra queste province virtuose, ben trentacinque nell’ultimo decennio hanno visto un crollo delle nascite persino più drammatico della già terribile media nazionale di meno 21%. Non solo il livello è basso, ma la loro evoluzione è stata peggiore. È tutta l’Italia più ricca: Torino, Aosta, Bergamo, Pavia, Cremona, Mantova, Lecco, Vicenza, Venezia, Padova, Udine, Ancona. Neanche all’aumento del lavoro per le donne corrisponde necessariamente, come in Europa del Nord, un andamento un po’ migliore – o almeno meno peggio – della procreazione. Nelle 49 province in cui l’occupazione sale più che nella media nazionale nell’ultimo decennio, ben 23 registrano crolli delle nascite oltre la media nazionale. Questa è l’Italia ricca e non solo: Caltanissetta, Taranto e Brindisi, ma anche Livorno, Lucca, Alessandria e Treviso. C’è però un punto in comune fra tutte queste zone demograficamente più depresse, benché sulla carta più virtuose per le condizioni di sostegno alle famiglie. Dev’essere la chiave del mistero italiano, perché qui la correlazione è stretta. Quasi infallibile. Delle 35 aree del Paese con più nidi ma un crollo delle nascite peggiore della media, tutte meno una manciata presentano un elemento costante: in quei luoghi il numero delle donne in età fertile – formalmente fra i 15 e i 49 anni – è crollato più che nel resto del Paese negli ultimi anni. Invecchiano più in fretta. E così anche nelle 23 province dove il calo delle nascite è più rapido, benché il lavoro delle donne cresca più che altrove: in quasi tutte, invariabilmente, il numero di donne in età fertile sta scendendo più che nel resto d’Italia. In altri termini una delle grandi cause di questa recessione delle nascite è semplicemente che in Italia ci sono sempre meno donne in grado di procreare: quasi un milione in meno rispetto al 2008. Anche con la stessa propensione a fare figli di dieci anni fa, ne fanno meno. Ciò non significa che non occorrano più asili nido, più possibilità per le famiglie di poter contare su un doppio reddito e su un’assistenza. Luigi Guiso, un economista esperto (anche) di bilanci familiari, ricorda che questa ricetta è parte del successo scandinavo. Mario De Curtis, ordinario di pediatria alla Sapienza, sottolinea l’importanza del sostegno pubblico ai genitori meno abbienti. Ma oggi l’Italia paga un’incuria di decenni sulle politiche familiari. La prima recessione di nascite fra il 1975 e il 1995 sta riducendo oggi il numero di donne fertili e ciò accelera una seconda crisi e, in futuro, rischia di innescarne a catena altre più gravi. Una finestra biologica si sta chiudendo. Per riaprila, nessuno può escludere a priori che occorra dare uno sguardo nuovo anche a un’immigrazione gestita con ordine. (Ha collaborato Riccardo Antoniucci)

GEOGRAFIA DELLA RICCHEZZA. Da Infodat Il Sole 24 ore.com l'1 ottobre 2019. Dove vivono gli ultra-ricchi, quelli insomma con un patrimonio superiore ai 30 milioni di dollari? Ogni anno questa èlite è misurata dal World Ultra Wealth Report di Wealth-X. Secondo l’ultima rilevazione per esempio ci sarebbero 11 milioni di High Net Worth Individual (Hnwi) nel mondo. In Italia solo 168mila individui, il che ci collocherebbe in decima posizione nel mondo, il che non è affatto male se consideriamo i “fondamentali” della nostra economia, ovvero se guardiamo anche alla ricchezza che il nostro Paese è in grado di generare. Fondamentalmente noi ospitiamo più ricchi di quanto ricchezza generiamo. Ma proviamo a inquadrare il fenomeno dall’alto. Prima un po’ di nomi. La classifica di Forbes elaborata da Statista è sempre un buon punto di partenza per guardare in cima alla classifica. E infatti troviamo sempre un po’ i soliti nomi. Le bandierine vicine ai nomi forniscono un indizio chiaro. Va detto che chi possiede oltre 30 milioni di patrimonio non è detto che li abbia investiti tutti nel Paese in cui ha la residenza. Esistono nazioni che attirano ricchi con una serie di misure legislative create ad hoc per tutelare i loro risparmi o per garantirgli regimi fiscali più vantaggiosi. Se proviamo a guardare le classifiche scopriamo che la nazione che ha la fortuna di ospitare più “fortunati” è l’America del Nord, gli Stati Uniti. In cima alla lista ci sono gli Stati Uniti, dove lo scorso anno risiedevano 81.340 persone ultra ricche. Al secondo posto ma molto più indietro c’è la Cina con 24.965. Ovviamente parliamo di numeri assoluti. Nel 2018 la ricchezza assoluta di questi individui ammontava a 9,8 trilioni di dollari, rispetto ai $ 3,8 trilioni della Cina. Quindi non c’è confronto. Se invece ragioniamo “pro capite” se cioè spalmiamo questa “créme” su  tutta la popolazione scopriamo che la classifica si ribalta. Gli Stati Uniti scendono al decimo posto con 306 e Hong Kong sale in cima con 1.364. I paesi più piccoli e ricchi come la Svizzera entrano quindi nel mix, il primo al secondo posto con 848 e il secondo al 699. Diverso è il dato sulle città.  Come mostra l’infografica di Statista, la maggior di loro risiede a New York e Hong Kong. Questo almeno se guardiamo al patrimonio. Se invece volessimo ragionare in termini di ricchezza reale, senso di capacità di acquisto della popolazione  dovremmo dimenticarci almeno per un attimo dei super-ricchi e guardare al reddito delle persone normali. Qui sotto Davide Mancino ha calcolato il reddito disponibile in Europa per capire come siamo messi come italiani. Di misure per cercare di capire come sono messi a livello economico gli italiani ce ne sono tante, ma alcune sono senza dubbio più utili di altre. Un po’ per comodità, un po’ per abitudine siamo abituati a sentir parlare di PIL, a voler dire la somma dei beni e servizi prodotti in un certo luogo e in un certo periodo di tempo. Pur con i suoi limiti si tratta di un dato utile, che però a volte può essere lontano dall’esperienza comune di persone e famiglie. Loro, spesso, contano quanti soldi hanno a disposizione in tasca e quanti ne ricevono ogni mese per il lavoro che fanno – che per l’economia domestica quotidiana è la cosa che importa davvero. Per arrivare al reddito “vero” serve sottrarre, solo per citare le cose più ovvie. tutta una serie di imposte e contributi che alla fine della fiera ne riducono parecchio il totale, e di conseguenza quanto poi possiamo spendere in ciò che ci serve o che ci piace. Per fortuna alcune agenzie statistiche internazionali come Eurostat hanno provato a stimare quanto vale il reddito netto disponibile, così che possiamo farci un’idea più realistica – dal punto di vista delle famiglie – di quanti soldi esse hanno davvero a disposizione. Cominciando dall’Italia possiamo intanto fare una panoramica per regioni e province autonome, trovando che in quella di Bolzano compare il valore più elevato per abitante. Quasi la metà dello stesso e in fondo alla classifica invece la Calabria, che in questo senso risulta la più povera. Tutti i numeri qui presentati fanno parte di un’indagine statistica che include anche stime dell’economia sommersa. Quando si tratta di confronti internazionali essi poi tengono anche in conto che nazioni diverse hanno un diverso costo della vita: per esempio in generale i servizi sono più economici in Italia che in Germania e così via, e dunque lo stesso euro da noi è in grado di comprare leggermente più cose che nel paese teutonico. Zoomando un po’ fuori dall’Italia e guardando invece all’intera Unione Europea troviamo in sostanza una divisione in tre grandi aree; in ordine decrescente di reddito: centro-nord, sud e est. Fra regioni che appartengono a quest’ultima e le più ricche del continente la differenza di reddito disponibile arriva a essere anche sei o sette volte il totale. Nel sud Italia troviamo valori vicini e a volte persino inferiori che nelle aree più avanzate dell’est come Polonia o Repubblica Ceca, mentre il settentrione è senz’altro messo meglio ma comunque non arriva al livello di tante regioni più a nord del continente, come tra l’altro ce ne sono diverse in Germania. La singola regione dove il reddito disponibile appare maggiore è quella che comprende una parte di Londra, e nello specifico il centro politico e finanziario del Regno Unito. Berlino insieme alla nostra Roma sono invece due aree che fanno eccezione alla regola secondo cui è spesso la regione che ospita la capitale a essere la parte più ricca del paese. Portato all’estremo, questo è esattamente il caso di Parigi. In Francia troviamo una delle separazioni più nette fra ambiente urbano e rurale, con lavori (e redditi) migliori concentrati nella capitale mentre però il resto della nazione si trova abbastanza più indietro. Viaggiando verso est il reddito medio comincia a calare, per raggiungere il minimo registrato in Romania e Bulgaria.

Il caso italiano ci aiuta anche a mettere nella giusta proporzione, quanto a peso complessivo per una nazione, i numeri del reddito medio. Sappiamo appunto che Bolzano è l’area dove si registra il reddito medio disponibile maggiore, ma quanto incide davvero questo nell’intera Italia? Non moltissimo, in effetti, perché a ben vedere si tratta di poco più di mezzo milione di persone sugli oltre 60 milioni di italiani. A spostare l’equilibrio tutto da un lato è intanto la Lombardia, che è comunque fra le aree meglio messe e insieme ospita circa un italiano ogni sei. La bilancia pende invece dal lato opposto considerando Campania e Sicilia, regioni meridionali dove vivono 11,7 milioni di persone dal reddito netto assai inferiore. Fra i quattro principali nell’unione, l’Italia è il terzo più popoloso e solo in Spagna gli abitanti sono meno. La Germania, per parte sua, non solo in questo senso la nazione più grande ma risulta anche la meno povera: lì sempre secondo  Eurostat il 10% della popolazione con il reddito minore ha comunque un tenore di vita migliore rispetto all’identico gruppo di italiani. Anche considerando la situazione nel complesso, l’Italia appare una nazione dove il reddito è distribuito in maniera più disuguale che in Germania, e per esempio ancora al 10% più povero va una fetta molto minore (il 3,2 contro il 2%) del reddito totale prodotto nell’intero paese. Una differenza importante è che rispetto agli altri in Italia una parte maggiore del reddito guadagnato finisce ai ceti medio-alti, cosa che succede molto meno in Spagna, Francia o Germania.

Noi non siamo poveri. Ci vogliono poveri. Non siamo in democrazia. Siamo in oligarchia politica ed economica.

Perchè i regimi cosiddetti democratici ci vogliono poveri? Per incentivare lo schiavismo psicologico che crea il potere di assoggettamento. Nessun regime capitalistico o socialista agevola il progresso economico delle classi più abbienti e numerose, che nelle cosiddette democrazie rappresentative sono indispensabili alla creazione ed al mantenimento del Potere.

Il Regime capitalista è in mano a caste e lobby che pongono limiti e divieti al libero accesso ed esercizio di professioni ed imprese.

Il regime socialista è in mano all'élite politica che pone limiti alla ricchezza personale.

Tutti i regimi, per la loro sopravvivenza, aborrano la democrazia diretta e l'economia diretta. Infondono il culto della rappresentanza politica e della mediazione economica. Agevolano familismo, nepotismo e raccomandazioni.

Muhammad Yunus, l’economista bengalese settantottenne, Nobel per la pace nel 2006, che con l’invenzione del microcredito in 41 anni ha cambiato l’esistenza di milioni di poveri portandoli a una vita dignitosa, non ha avuto esitazioni, giovedì 17 maggio 2018 all’Auditorium del grattacielo di Intesa San Paolo a Torino, nell’indicare la via possibile verso l’impossibile: eliminare la povertà. E contestualmente la disoccupazione e l’inquinamento. Come riferisce Mauro Fresco su Vocetempo.it il 24 maggio 2018, tutto il sistema economico capitalistico, nell’analisi di Yunus, deve essere riformato. A partire dall’educazione e dall’istruzione, immaginate per plasmare persone che ambiscono a un buon lavoro, a essere appetibili sul mercato; ma l’uomo non deve essere educato per lavorare, per vendere se stesso e i propri servizi, deve essere formato alla vita; l’uomo non deve cercare lavoro, ma creare lavoro, senza danneggiare altri uomini e l’ambiente. Perché ci sono i poveri, si domanda Yunus, perché la gente rimane povera? Non sono gli individui che vogliono essere poveri, è il sistema che genera poveri. Ci stiamo avviando al disastro, sociale e ambientale: oggi, otto persone possiedono la ricchezza di un miliardo di individui, questi scenari porteranno, prima o poi, a uno scenario violento: dobbiamo evitarlo. La civiltà è basata sull’ingordigia. Dobbiamo invece mettere in atto la transizione verso la società dell’empatia.

Yunus ha dimostrato, con il microcredito prima e con la Grameen Bank poi, che quella che a economisti e banchieri sembrava un’utopia irrealizzabile è invece un’alternativa concreta, che dal Bangladesh si è via via allargata a più di 100 Paesi, Stati Uniti ed Europa compresi. Con ironia, considerando la sede che lo ospitava, Yunus ha ricordato che, quando qualcuno gli ribadiva che un progetto non era fattibile, «studiavo come si sarebbe comportata una banca e facevo esattamente il contrario». Fantasia, capacità di rischiare e, soprattutto, conoscenza e fiducia nell’umanità, in particolare nelle donne, sono i segreti che hanno permesso di dar vita a migliaia di attività imprenditoriali, ospedali, centrali fotovoltaiche, sempre partendo dal basso e da progettualità diffuse. L’impresa sociale, che ha come obiettivo coprire i costi e reinvestire tutti profitti senza distribuire dividendi, sostiene Yunus, è l’alternativa possibile e molto concreta per vincere «la sfida dei tre zeri: un futuro senza povertà, disoccupazione e inquinamento», titolo anche del suo ultimo lavoro pubblicato da Feltrinelli. L’impresa sociale può permettersi di produrre a prezzi molto più bassi, non ha bisogno di marketing pervasivo, campagne pubblicitarie continue, packaging attraente per invogliare il consumatore. Così anche le "verdure brutte", quel 30 per cento di produzione agricola che l’Europa butta perché di forma ritenuta non consona per essere proposta al consumatore – «la carota storta, la patata gibbosa, la zucchina biforcuta una volta tagliate non sono più brutte» ha ricordato sorridendo Yunus – possono essere utilizzate da un’impresa sociale e messe in vendita per essere cucinate e mangiate.

«Il reddito di cittadinanza per tutti? È questo che intendiamo per dignità della persona? Ai poveri dobbiamo permettere un lavoro dignitoso, la carità non basta».

Il premio Nobel Yunus: "Il reddito di cittadinanza rende più poveri e nega la dignità umana". Scrive il HuffPost il 13 maggio 2018. L'economista ideatore del microcredito intervistato dalla Stampa: "I salari sganciati dal lavoro rendono l'uomo un essere improduttivo e senza creatività". "Il reddito di cittadinanza rende più poveri, non è utile a chi è povero e a nessun altro, è una tipica idea di assistenzialismo occidentale e nega la dignità umana". Parola di Muhammad Yunus, economista e banchiere bengalese che ha vinto il premio Nobel per la pace nel 2006 per aver ideato e creato la "banca dei poveri". In un'intervista a La Stampa, l'inventore del microcredito boccia tout court il caposaldo del programma M5S: "I salari sganciati dal lavoro rendono l'uomo un essere improduttivo, ne cancellano la vitalità e il potere creativo".

Secondo Yunus l'Europa ha un grande limite. "L'Asia avrebbe bisogno di molte cose che in Europa ci sono e ci sono da tanto tempo, ma trovo che da voi ci sia un pensiero unico che limita gli slanci. Mi spiego meglio: le società europee sono ossessionate dal lavoro, tutti devono trovare un lavoro, nessuno deve rimanere senza lavoro, le istituzioni si devono preoccupare che i cittadini lavorino... Invece in Asia la famiglia è il luogo più importante e non c'è questo pensiero fisso del lavoro: esiste una sorta di mercato informale, in cui gli uomini esercitano loro stessi come persone. Penso che la lezione positiva che viene dall'Asia sia quella di ridisegnare il sistema finanziario attuale, privilegiando la dignità delle persone e il valore del loro tempo".

Durissimo il giudizio sul reddito di cittadinanza. "è la negazione dell'essere umano, della sua funzionalità, della vitalità, del potere creativo. L'uomo è chiamato a esplorare, a cercare opportunità, sono queste che vanno create, non i salari sganciati dalla produzione, che per definizione fanno dell'uomo un essere improduttivo, un povero vero".

Noi abbiamo una Costituzione comunista immodificabile con democrazia rappresentativa ad economia capitalista-comunista e non liberale.

I veri liberali adottano l'economia diretta con la libera impresa e professione. Lasciano fare al mercato con la libera creazione del lavoro e la preminenza dei migliori.

I veri democratici adottano la democrazia diretta per il loro rappresentanti esecutivi, legislativi e giudiziari, e non quella mediata, come la democrazia rappresentativa ad elevato astensionismo elettorale, in mano ad un élite politica e mediatica.

Ci vogliono poveri e pure fiscalmente incu…neati.

Quanto pesa il cuneo fiscale sui salari in Italia? E in Europa? Nell'ultimo anno la busta paga di un lavoratore medio (circa 30 mila euro lordi) era tassata del 47,9 per cento. Quindi su 100 euro di lordo in busta paga, a un lavoratore italiano medio arriva un netto di 52,1 euro. Quasi la metà, scrive l'Agi.

Che cos’è il cuneo fiscale e quanto pesa in Italia. Il cuneo fiscale – in inglese Tax wedge – è definito dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) come «il rapporto tra l’ammontare delle tasse pagate da un singolo lavoratore medio (una persona single con guadagni nella media e senza figli) e il corrispondente costo totale del lavoro per il datore».

Nella definizione dell’Ocse sono comprese oltre alle tasse in senso stretto anche i contributi previdenziali. Quindi se per un datore il costo del lavoratore è pari a 100, il cuneo fiscale rappresenta la porzione di quel costo che non va nelle tasche del dipendente ma nelle casse dello Stato. Nel caso dei contributi, i soldi raccolti dallo Stato vengono poi restituiti al lavoratore sotto forma di pensione (ma, come spiega l’Inps, nel nostro sistema “a ripartizione” sono i lavoratori attualmente in attività a pagare le pensioni che vengono oggi erogate: non è che il pensionato incassi quanto lui stesso ha versato nel corso della propria vita, come se avesse un conto personale e separato presso l’Inps).

Secondo il più recente rapporto dell’Ocse Taxing Wages 2019 – pubblicato l’11 aprile 2019 – nel 2018 in Italia la busta paga di un lavoratore medio (circa 30 mila euro lordi) era tassata del 47,9 per cento. Quindi su 100 euro di lordo in busta paga, a un lavoratore italiano medio arriva un netto di 52,1 euro. Quasi la metà. Ma come siamo messi in Europa da questo punto di vista?

La situazione in Europa. Il rapporto dell’Ocse Taxing Wages 2019 contiene anche una classifica dei suoi Stati membri, in base al peso del cuneo fiscale. Andiamo a vedere come si posizionano l’Italia e il resto degli Stati Ue presenti in classifica. Roma arriva terza, con il 47,9 per cento. Davanti ha il Belgio, primo in classifica con un cuneo fiscale (e contributivo) pari al 52,7 per cento, e la Germania con il 49,5 per cento. Subito sotto al podio si trova la Francia, con il 47,6 per cento, appaiata con l’Austria. Seguono poi Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Svezia, Lettonia e Finlandia. Gli altri Stati comunitari grandi e medio-grandi sono nettamente più in basso in classifica: la Spagna è sedicesima nella Ue con il 39,6 per cento, la Polonia ventesima con il 35,8 per cento, e il Regno Unito ventitreesimo con il 30,9 per cento. Londra è poi, dei Paesi Ue che sono anche membri dell’Ocse, quello con il cuneo fiscale minore.

Altri Paesi Ocse. In fondo alla classifica dell’Ocse non troviamo nessuno Stato dell’Unione europea. La percentuale più bassa è infatti attribuita al Cile, appena il 7 per cento di cuneo fiscale. Davanti, staccati, arrivano poi Nuova Zelanda (18,4) e Messico (19,7). Degli Stati europei, ma non Ue, quello con la percentuale più bassa è la Svizzera, con un cuneo fiscale del 22,2 per cento. Gli Stati Uniti, infine, hanno un cuneo pari al 29,6 per cento. La media Ocse è del 36,1 per cento.

Conclusione. In Italia il cuneo fiscale è pari al 47,9 per cento. Questa è la terza percentuale più alta tra i Paesi dell’Ocse. Davanti a Roma si trovano solamente Berlino e Bruxelles.

·        Giovani, laureati e disoccupati. La verità sul lavoro (che nessuno dice).

Gioventù bloccata, ai più  poveri 5 generazioni prima  di avere il reddito dei genitori. Pubblicato venerdì, 27 settembre 2019 su Corriere.it da Giuliana Ferraino. Secondo il rapporto Oxfam i figli del 10% degli italiani più poveri avrebbero bisogno di 5 generazioni per percepire. Il reddito medio nazionale. Il nodo della scuola. L’ascensore sociale in Italia è bloccato e le aspirazioni dei giovani a un futuro più equo appaiono oggi fortemente compromesse. Secondo il Rapporto Oxfam, intitolato significativamente «Non rubateci il futuro», i figli delle persone collocate nel 10% più povero della popolazione italiana, sotto il profilo retributivo, avrebbero bisogno di 5 generazioni per arrivare a percepire il reddito medio nazionale. Allo stesso tempo, ai due estremi della distribuzione della ricchezza, un terzo dei figli di genitori più poveri, è destinato a rimanere fermo al piano più basso dell’edificio sociale, mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, manterrebbe una posizione apicale. Da qui l’appello lanciato da tanti giovani e sostenuto da Oxfam, AIM, Felcos, Istituto Oikos, Re.Te. e WeWorld, per chiedere alle Istituzioni italiane un immediato cambio di rotta.Nel mirino gli investimenti insufficienti in istruzione. Rispetto a quanto accadeva in passato, oggi il sistema dell’istruzione italiano offre infatti minori garanzie di emancipazione sociale. A parità di istruzione, le origini familiari hanno impatti non trascurabili sulle retribuzioni lorde dei figli: il figlio di un dirigente ha oggi un reddito netto annuo superiore del 17% rispetto a quello percepito dal figlio di un impiegato, che abbia concluso un ciclo di studi di uguale durata. Con un investimento pari al 3,7% del Pil nel 2017, proiettato al 3,5% nel 2020 nell’ultimo Def, il sistema dell’istruzione italiano soffre di un cronico sotto-finanziamento, mostra accentuati squilibri in termini di qualità dell’offerta formativa, e una forte incidenza degli abbandoni precoci, risalita al 14,5% nel 2018 e con picchi nel Mezzogiorno ben al di sopra della media nazionale. Il 13% degli under 29 è «working poor», denuncia Oxfam. I giovani che ambiscono a un lavoro di qualità devono fare oggi i conti con un mercato del lavoro disuguale, caratterizzato, nonostante la ripresa dei livelli occupazionali dal 2008, dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili. Il lavoro non basta più a garantire un livello di vita dignitoso: nel 2018 circa il 13% degli occupati nelle fasce d’età tra i 16 e i 29 anni era working poor, faceva cioè parte di una famiglia con reddito inferiore al 60% del reddito mediano nazionale. Il fenomeno è riconducibile in buona parte agli inadeguati livelli retributivi che vedono i giovani penalizzati da quasi 40 anni nei livelli delle retribuzioni annue medie, rispetto agli occupati più anziani. Un fenomeno che va di pari passo con la proliferazione di contratti di breve durata e il boom degli occupati in part-time involontario che ha visto un incremento di 1.500.000 di unità nel decennio 2008-2018. «Dai un taglio alle disuguaglianze» è lo slogan scelto dai giovani protagonisti della campagna «People Have the Power» per richiamare l’attenzione pubblica e sollecitare l’azione dei decisori politici verso l’attuazione di urgenti misure di contrasto alle disuguaglianze che stanno fortemente compromettendo il loro futuro. La campagna nasce all’interno di un progetto finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics) per favorire la comprensione da parte dei giovani delle cause di una sempre di una disuguaglianza economica sempre più accentuata e dell’impatto sui livelli di povertà ed esclusione sociale.

Senza prospettive, sogni, giovani e anziani (che se ne vanno). Questo deve diventare un'emergenza politica, scrive Mario Giordano il 21 febbraio 2019 su Panorama. Simone Perna ha 33 anni. È nato a Pavia, ha studiato, si è laureato in dietistica, ha un master in nutrizione, un dottorato in sanità pubblica e in statistica, ha fatto un’esperienza importante all’Istituto Santa Margherita e ha pubblicato oltre 60 articoli su riviste scientifiche. Una preparazione solida, insomma. Riconoscimenti ad alto livello. Eppure, come ha spiegato qualche mese fa alla Provincia Pavese, «per me qui in Italia non ci sono opportunità». Dal settembre 2018 fa il professore nel Bahrein. Coordina un corso universitario al College of Science degli sceicchi. Secondo gli ultimi dati della Farnesina sono 5 milioni e mezzo gli italiani che hanno ormai lasciato l’Italia e vivono all’estero. La crescita degli espatri è impetuosa: oltre il 60 per cento in più negli ultimi dieci anni. Soltanto nel 2018 sono volati oltre confine 123.193 connazionali, cioè circa 350 al giorno, cioè 14 l’ora. Cioè uno ogni 5 minuti. Nel giro di un anno è come se fosse sparita una città come Monza o Pescara. La maggior parte di chi se ne va, è istruito: il 34,8 per cento ha un diploma, il 30 per cento una laurea. Tanto per dire: i nostri connazionali rappresentano ormai il 7 per cento degli assistenti universitari ai docenti della Germania. Siamo diventati il gruppo internazionale più numeroso negli atenei tedeschi. E il sindacato Anaoo Assomed ha denunciato che ogni anno se ne vanno all’estero anche 1.500 medici, nonostante il grande bisogno che c’è negli ospedali italiani. «Considerando quello che abbiamo speso a formarli» accusano «è come se regalassimo 1.500 Ferrari l’anno ai Paesi stranieri». Il dato nuovo è che la fuga dal tricolore non riguarda solo i giovani. Anzi: l’età si sta rapidamente alzando. Aumentano le partenze delle persone tra i 35 e i 49 anni, aumentano le partenze degli over 60 che vanno a godersi la pensione in Portogallo o alle Canarie (più 35 per cento fra i 65-74 anni, addirittura più 78 per cento negli over 85), e aumentano le partenze anche delle famiglie al completo, mamma, babbo e bebé al seguito. L’impressione è che a spingere gli italiani all’estero non siano soltanto il bisogno, la fame e la necessità, che pure ci sono. C’è anche la sfiducia. Gli italiani non credono più in questo Paese. Sul quotidiano economico Italia Oggi, Domenico Cacopardo ha raccontato di aver incontrato un dirigente di una primaria azienda italiana di marketing che si era appena licenziato, nonostante la promessa di un aumento di stipendio. Si era già accasato a Cincinnati. I suoi sei collaboratori, tutti laureati, tutti assunti a tempo indeterminato, hanno a loro volta lasciato. Nel giro di una settimana si sono occupati di nuovo. Nessuno in Italia. «Ho avuto modo di parlare con il quadro che ha scelto Sydney» racconta «e credo di aver capito che queste generazioni ormai non nutrono un particolare interesse per il nostro Paese». E questa crisi di fiducia, ancor più grave della crisi economica, rende difficile rispondere alla domanda, che pure bisogna farsi: questa emorragia si può fermare? Mauro Querci, bravo collega che ogni settimana si prende cura del Grillo Parlante, amerebbe molto saperlo. Ma io devo deluderlo. Non lo so. Di recente mi ha colpito la dichiarazione del vicepresidente di Confindustria Moda, Cirillo Marcolin, imprenditore molto conosciuto nel settore, gran visir del Bellunese: «Per le mie figlie non vedo nessun futuro qui in Italia» ha detto. E se nemmeno un imprenditore di successo vede un futuro possibile nel nostro Paese per le sue figlie, mi domando: chi lo può vedere? Però, ecco, forse bisognerebbe almeno cominciare a parlarne. Bisognerebbe considerarlo un’urgenza, un’emergenza, un tema di discussione al pari dell’ultima dichiarazione dell’onorevole Tizio o Caio o del senatore Sempronio, non vi pare? Invece niente: qui da noi i dati scioccanti sugli espatri non accendono nemmeno un po’ di dibattito. Rimaniamo lì, incatenati come sempre al chiacchiericcio del Palazzo, chiusi nella sterile polemica di giornata, affogati nella quotidiana tempesta nel bicchiere d’acqua. E non ci accorgiamo che il Paese ci sta sfilando via sotto gli occhi e ci fa bye-bye da lontano. Ce ne renderemo conto, prima o poi? Temo che, in ogni caso, sarà troppo tardi. Fatta l’Italia, si diceva una volta, bisogna fare gli italiani. A riuscire ancora a trovarli, però.

Giovani, laureati e disoccupati. La verità sul lavoro (che nessuno dice). Pubblicato giovedì, 02 maggio 2019 da Antonio Polito su Corriere.it. La previsione colpì per la semplice ragione che gli esperti e i media ripetevano invece tutti come un mantra che il mondo andava verso la «knowledge economy», l’economia della conoscenza, in cui solo chi avesse avuto un alto livello di educazione poteva sperare di diventare così flessibile da adattarsi ai cambiamenti continui indotti dall’innovazione nel mercato del lavoro. I partiti di sinistra, tradizionalmente concentrati sull’obiettivo della uguaglianza di reddito, ci credettero così tanto che lo sostituirono con l’uguaglianza delle opportunità: il compito dello Stato doveva essere solo di offrire a tutti una educazione di alto livello, poi il mercato avrebbe scovato quelli bravi. Come è noto, così non andò, e non solo per la recessione del 2008. Aveva ragione quella ricerca. I lavori più facili da trovare nei due decenni del Duemila sono stati del genere parrucchieri e badanti, cioè lavori che apparentemente non richiedono un alto grado di competenza e specializzazione. I lavori nuovi che sono stati creati, e che ci aspettavamo di vedere nei laboratori di ricerca, per camici bianchi, sono stati invece spesso su una bici a consegnare pizze. E se fare il parrucchiere è certamente una possibilità (anche se il mio barbiere dice che i nuovi arrivati sanno usare solo la macchinetta e non più le forbici), per fare il/la badante gli italiani sono fuori mercato, grazie alla vasta manodopera a basso costo disponibile tra i gruppi di immigrati. Ci eravamo dunque sbagliati? I laureati non trovano lavoro e dunque a che serve l’educazione? Vi stupirà sapere che si tratta di domande vecchie come il cucco. Già negli anni ‘50, nelle sue «Prediche inutili», Luigi Einaudi, il grande economista liberale e secondo presidente della Repubblica italiana, rispondeva sul tema in questo modo: «Ho interrogato parecchi giovani americani sul problema della disoccupazione nel mondo universitario americano e vidi che la domanda non era neppure capita... i milioni di baccellieri e di masters, i quali escono dagli istituti universitari americani, sanno che il diploma non dà diritto a nulla... in me è sempre vivo il ricordo del 1926, quando, per invito di un noto economista, visitai un suo podere in uno stato del centro. Nella stalla, il vaccaro mungeva la mucca. Il collega, dopo averlo presentato, aggiunse: “Questi è un diplomato della mia università”. Come costui, nove decimi dei diplomati americani non sognano neppure di fare gli intellettuali solo perché hanno frequentato una Università e in essa si sono diplomati». Che cosa voleva dirci Einaudi? Che l’istruzione non serve a nulla? Nient’affatto. «Nessuno - scriveva - ha mai sostenuto la tesi che sia migliore una popolazione di analfabeti piuttosto che una popolazione di uomini e donne meglio istruiti». Tra l’altro, c’è da chiedersi se l’America si sarebbe mai risollevata dalla Grande Crisi che tre anni dopo quella visita l’avrebbe sconvolta, se non avesse avuto laureati anche nelle stalle. Piuttosto Einaudi ci stava dicendo che il lavoro dipende dall’andamento e dai bisogni dell’economia. Per cui, per tornare al nostro esempio, in un’epoca in cui i servizi alla persona sono fortemente richiesti, anche a causa dell’invecchiamento della popolazione, parrucchieri e badanti trovano più facilmente lavoro. Di conseguenza anche l’atteggiamento mentale dei giovani e delle famiglie deve cambiare, perché l’istruzione è un formidabile arricchimento della persona e della società, ma la laurea non è un voucher per il lavoro. Che va trovato altrimenti. Invece noi viviamo nel paradosso di essere uno dei paesi con il più basso numero di laureati tra le grandi economie europee ma con uno degli indici più alti di disoccupazione cosiddetta intellettuale, cioè di laureati e diplomati.

In compenso abbiamo un’economia basata sull’industria manifatturiera, in cui siamo ancora i secondi in Europa, ma nei nostri istituti tecnici specializzati (Its) studiano solo diecimila studenti, contro gli ottocentomila della Germania, nostra principale competitrice. Forse che quella istruzione non è istruzione? Nelle Berufsschulen tedesche si accede a un contratto di formazione in azienda prima ancora che si cominci la scuola, ma con l’accredito fornito dalla scuola. È una educazione che mette in relazione con il lavoro da subito. Ma allo stesso tempo non è un ghetto perché resta aperta per chi vuole la strada della università e del lavoro intellettuale. La delusione di milioni di giovani cui in questi anni abbiamo promesso un buon lavoro in cambio di una laurea ha creato risentimento e rabbia, e gonfiato ovunque le vele dell’antipolitica e del populismo. Forse è arrivato il momento di fare i nostri figli un discorso di verità.

Da Mercatone Uno a Whirlpool, quando il lavoro diventa un miraggio. Grandi, medie, piccole. Nel nord, al centro, al sud. Così tante aziende si arrendono.  E migliaia di famiglie rimangono per strada.  Ma al ministero nessuno se ne occupa., Fabrizio Gatti il 25 giugno 2019 su L'Espresso. Mercatone Uno, Whirlpool, Tessiture di Nosate, Husqvarna, Porto di Cagliari e tante altre aziende. Non ha confini la geografia dell’Italia che ha chiuso o rischia di chiudere bottega. La crisi, annunciata all’improvviso o in corso già da anni, colpisce le imprese da Nord a Sud, isole comprese. Comincia così, nel peggiore dei modi, l’estate per migliaia di famiglie: la vita di coppie, genitori, figli e single stravolta dall’incertezza e, per molti, dalla mancanza di uno stipendio. Sotto pressione non è solo il sistema Paese e la sua reputazione nel mondo industriale. Anche l’ambiziosa corte del ministro Luigi Di Maio rischia di uscirne a pezzi. Schiacciata com’è tra i piani di ristrutturazione di società nazionali e multinazionali, le aspettative dei lavoratori-elettori e una spiccata inesperienza. Il nostro viaggio parte proprio da qui: via Veneto 33, Roma, sede del Mise, il ministero dello Sviluppo economico.

Il fallimento della catena di arredamento Mercatone Uno, praticamente sotto gli occhi dei funzionari di Di Maio, è il sintomo di una situazione non sempre sotto controllo. La lettura di due visure societarie avrebbe infatti potuto rivelare come alcuni dei nuovi acquirenti degli ipermercati fossero già stati coinvolti in una precedente procedura fallimentare, chiusa nel 2017 davanti al Tribunale di Vicenza. Dall’insediamento del governo di Giuseppe Conte al crack, dichiarato il 24 maggio scorso dal Tribunale di Milano, sono infatti trascorsi 358 giorni: nel frattempo nessuno ha tenuto conto di due semplici visure, pubblicate dalle banche dati delle Camere di commercio. Come è possibile? La risposta va cercata in quello che all’inizio di febbraio accade nel ministero di via Veneto. Da un giorno all’altro Di Maio non rinnova l’incarico, e non solo per limiti di età, a Giampietro Castano, 75 anni, il dirigente che da undici anni e sotto vari governi è responsabile dell’Unità di gestione delle vertenze per le imprese in crisi. Via lui, i funzionari targati 5Stelle si prendono tutti i dossier: dai 144 casi ereditati dal governo gialloverde nel giugno 2018 con 189 mila lavoratori coinvolti ai 138 ancora irrisolti nel 2019 per un totale in crescita di 210 mila dipendenti. E sono numeri che non calcolano l’indotto.

Pretendere di vigilare sui contenziosi aperti senza la necessaria esperienza è però un azzardo giocato sul futuro di migliaia di persone. La differenza con la squadra di Castano, mille vertenze affrontate e il soprannome di Mister 130 crisi, la si vede già nei curricula degli attuali protagonisti. La carriera del ministro del Lavoro, carica che Di Maio, 33 anni, somma a quella di capo del Mise, è già nota: «Ho avviato un progetto imprenditoriale di e-commerce, web marketing e social media marketing, oggi portato avanti dai miei ex soci», dichiara dalla piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle. Anche la sua percezione della realtà è famosa: «Oggi abbiamo abolito la povertà», esulta dal balcone di Palazzo Chigi il 28 settembre 2018, dopo appena centoventi giorni da ministro. Proprio questa settimana l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, pubblica dati in leggera crescita rispetto al precedente governo: un milione 822 mila famiglie in condizioni di povertà assoluta (contro un milione 778 mila del 2017) per un totale di cinque milioni di italiani, l’8,4 per cento della popolazione. Nonostante la stretta relazione tra poveri, lavoratori precari e nuovi disoccupati, la gestione dei tavoli di crisi non viene assegnata a dipendenti del ministero selezionati per capacità. Al posto di Giampietro Castano, Di Maio piazza due fedelissimi. Uno è il capo della sua segreteria tecnica, Daniel De Vito, 34 anni, nato ad Avellino come il ministro. Dal 2008 al 2014 lavora gratis come docente e assistente volontario del professor Claudio Preziosi, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno. Nei sei anni completa anche la pratica forense nello studio legale del suo professore. E dal 2014 al 2018 arriva la sua prima assunzione: funzionario legislativo dei 5Stelle alla Camera. L’altro è il vicecapo di gabinetto di Di Maio, Giorgio Sorial, 36 anni, di Brescia. Laureato in ingegneria elettronica per l’automazione, con master in amministrazione aziendale a Dublino. Deputato 5Stelle dal 2013 al 2018 e trombato alle elezioni dello scorso anno. Il partito della Casaleggio associati però non lo lascia disoccupato: da esperto di robot industriali, oggi Sorial nel ministero di Di Maio presiede i tavoli di crisi che dovrebbero salvaguardare il lavoro umano. Giovedì 18 aprile Sorial convoca una riunione di aggiornamento sul passaggio di proprietà della Mercatone Uno. Lo affianca Davide Crippa, 40 anni, ingegnere ambientale e sottosegretario allo Sviluppo economico dei 5Stelle. La catena di ipermercati è stata acquistata da due società. La parte principale con 55 punti vendita appartiene ora alla milanese Shernon Holding. L’accordo era stato formalizzato con i commissari dell’amministrazione straordinaria il 9 agosto 2018. Dal verbale della riunione si scopre però che gli amministratori della Shernon hanno chiesto al Tribunale di Milano l’ammissione alla procedura di concordato preventivo senza informare il ministero. È un grave segnale d’allarme che rivela una situazione già prefallimentare. Ma nessuno si allarma. «Il vicecapo di gabinetto», cioè Sorial, riporta il verbale, «ha concluso l’incontro confermando il supporto del ministero dello Sviluppo economico all’azienda Shernon... auspicando che ci possa essere un rilancio delle attività nel più breve tempo possibile». I funzionari di Di Maio continuano così ad affidare gli oltre duemila lavoratori della Mercatone Uno e i diecimila dell’indotto a una società praticamente bollita. Ma quando un mese dopo il Tribunale di Milano accoglie le istanze inderogabili dei fornitori, a loro volta danneggiati dalla voragine di novanta milioni bruciati nei primi otto mesi di nuova gestione, i 5Stelle se la prendono con il Pd e l’ex ministro Carlo Calenda, che ad agosto non era più ministro: «Ha ceduto la Mercatone Uno a una società fantasma di Malta», lo accusa il Blog delle Stelle. È la prova che lo staff di Di Maio non ha studiato il dossier: perché la Shernon non appartiene più a una società maltese, ma alla Maiora Invest di Padova. E lo stesso amministratore-socio delle due imprese, Valdero Rigoni, 59 anni, ora indagato dalla Procura di Milano, tra il 2014 e il 2017 aveva già liquidato per fallimento un’altra sua società che commerciava mobili, la Ctf Italia, di cui era comproprietario con la socia Patrizia Garbin. Sarebbero bastate due visure per intervenire in tempo e forse evitare il vicolo cieco a migliaia di famiglie. Non ci sono soltanto i casi più famosi come Alitalia, Piaggio Aero, Pernigotti, Honeywell. Vertenze altrettanto difficili riguardano le aziende più piccole. Crisi che nemmeno arrivano al ministero e spesso si fermano ai notiziari locali. Come la chiusura improvvisa della Tessiture di Nosate a Santo Stefano Ticino vicino a Milano (105 dipendenti a casa), lo stop alla produzione delle moto svedesi Husqvarna a Valmadrera in provincia di Lecco (102 operai in bilico), il crollo dei traffici nel porto di Cagliari, con la previsione di un meno 82 per cento e stipendi a rischio per settecento lavoratori assunti e dell’indotto. Drammi personali che, come denuncia la lettera inviata a Di Maio da tre sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil del Molise, nelle regioni del Sud sono aggravati da spopolamento e crollo demografico. «Negli ultimi dieci anni non c’è mai stata un’assenza di interlocuzione con il ministero. Oggi a fatica ti rispondono al telefono», protesta da mesi Marco Bentivogli, segretario generale di Fim-Cisl, il sindacato dei metalmeccanici: «Adesso ci sono ministri assenti. E quando c’è interlocuzione, è con sindacati filo-governativi. Il governo del cambiamento si è trasformato in casta». Il successo dello sciopero generale del 14 giugno scorso è la risposta di piazza che non si vedeva da anni. Francesco Paoletti, 53 anni, professore associato di Organizzazione aziendale all’Università di Milano Bicocca, da mesi dalla sua pagina Facebook corregge con garbo e competenza gli errori, le falsità, le finte certezze economiche che la propaganda politica diffonde in rete. «C’è stato un rallentamento nel commercio internazionale che per la nostra economia è vitale, perché è trascinata dall’export», sostiene Paoletti, «e noi soffriamo un po’ di più perché siamo la seconda manifattura più grande d’Europa. La novità nell’ultimo anno però è un’altra: è il ragionamento che le aziende internazionali stanno facendo sul rischio Paese in Italia, di cui forse non ci si rende conto». Bastano i titoli degli ultimi giorni. A cominciare da quello ispirato da Paolo Savona, 83 anni, ex ministro di Conte e presidente della Consob, l’autorità che dovrebbe tutelare gli investitori e la trasparenza della Borsa: «Il debito pubblico può arrivare a 200 per cento del Pil, sarà sostenuto dal risparmio degli italiani». Un’ulteriore allusione al prelievo forzoso dai conti correnti delle famiglie. E poi l’accusa di atteggiamento mafioso all’Unione Europea e il progetto dei minibond che secondo lo stesso ministro dell’Economia, Giovanni Tria, sono pericolosi e illegali. «A livello internazionale», spiega Paoletti, «ci si chiede che cosa vogliamo fare in Italia. Ci sarà un’Italexit? Vogliamo davvero uscire da un mercato comune europeo di 500 milioni di abitanti? Le aziende straniere valutano il rischio immediato e a lungo termine: le chiusure e le razionalizzazioni in corso oggi sono figlie di quello che all’estero pensano potrebbe capitare da noi».

Ci siamo giocati il boom economico e guadagniamo come negli anni 60. Pubblicato giovedì, 02 maggio 2019 da Federico Fubini su Corriere.it. I miracoli storici vanno però esaminati con le lenti della realtà e in questo i dati del Maddison Project, edizione del 2018, aiutano molto. Dato che esprimono i redditi medi dei singoli Paesi in parità di poteri d’acquisto a prezzi costanti - facendo pari ovunque ciò che un dollaro del 2011 può comprare - mettono in luce certi aspetti rimasti un po’in ombra nella nostra storia economica recente e nell’Italia di oggi. Il primo punto, quasi scontato, è che il «miracolo» in verità è stato in gran parte la fase di recupero fisiologica per una nazione prima poverissima e in seguito piuttosto simile a quella che oggi definiremmo un’economia emergente. Ma il secondo punto è quello che dovrebbe preoccupare di più: come italiani, siamo tornati indietro alla seconda metà degli anni ‘50 o ai primissimi anni ‘60; se non in termini assoluti, perché restiamo molto più ricchi di allora, lo abbiamo fatto senz’altro per la distanza negli standard di vita che oggi ci separa dalle altre principali economie dell’Occidente. In confronto ad esse siamo tornati a viaggiare nello stesso ritardo di più di mezzo secolo fa. I frutti di decenni di rincorsa, quanto a questo, sono andati perduti. Ma andiamo con ordine. All’indomani della guerra nel 1946 il reddito medio annuo degli italiani, espresso in valuta americana del 2011 e in parità di poteri d’acquisto, era di 4.400 dollari l’anno: meno della metà di quello dell’Albania o della Bosnia-Erzegovina attuali, attorno ai livelli del Kenya o dell’Honduras. L’Italia non era ancora un Paese che oggi si definirebbe in via di sviluppo. Aveva una borghesia colta e alcuni poli industriali, ma nel complesso giaceva prostrato in una povertà assoluta. Il reddito medio delle principali economie mondiali di allora, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, era rispettivamente del 228% e del 139% superiore a quello italiano. Eravamo abissalmente indietro, sul piano produttivo e tecnologico. Un’economia emergente l’Italia lo sarebbe diventata a pieno titolo solo una decina di anni più tardi quando il reddito medio per abitante - 8.632 dollari nel 1955 - avrebbe raggiunto quelli che oggi sono i livelli del Marocco o del Salvador. A quel punto il reddito medio degli americani sarebbe stato del 101% superiore rispetto ai nostri connazionali, quello dei britannici del 41% e quello dei tedeschi più alto del 36%. Eravamo quella che oggi si definirebbe un’economia a basso costo: un luogo ideale dal quale fare concorrenza al mondo avanzato con beni a medio-basso valore aggiunto grazie a salari inferiori, un po’ come fanno oggi alcuni Paesi d’Europa centro-orientale o dell’Asia del Sud-Est. L’italiano medio nel 1949 aveva un tenore di vita pari a quello di un vietnamita del 2016, includendo le sterminate campagne, non solo Milano e Roma o Hanoi e Ho Chi Minh City. Il motore del «miracolo» non era dunque chissà quale spirito patriottico, ma l’unione di due fattori tipici delle economie in via di sviluppo: i vantaggi di costo e gli aumenti di produttività, senza innovazione, ottenuti semplicemente importando o imitando tecnologie già esistenti all’estero. La lunga rincorsa si sarebbe conclusa tra gli anni ‘80 e i primi anni 90, anche se molta della crescita italiana in quella fase è artificialmente drogata dalla forte accumulazione di debito pubblico che il Paese sta scontando adesso. È come se gli elettori di quell’epoca avessero preso a noi una parte della loro prosperità, lasciando il conto da pagare. Di certo nei dati del Maddison Project il reddito medio italiano raggiunge quello francese nel 1984 e resta sopra a quello di Oltralpe fino al 2007, quando invece il reddito medio transalpino nel 1946 era stato più alto del 44%. I tedeschi su di noi avevano un vantaggio del 43% nel 1960, sceso poi appena al 6% nel 2002-2004. Quanto agli americani, il loro vantaggio tocca un minimo del 19% nel 1982 e nel 1990: si era ridotto di più di dieci volte rispetto all’immediato dopo la guerra. A maggior ragione, impressiona come gran parte del recupero di status economico dell’Italia repubblicana oggi sia andato perso. Sulla base dei dati del Maddison Project e dell’Ocse, è possibile stimare quello che è successo con il quarto di secolo di crescita perduta del Paese: nel 2018 il nostro svantaggio relativo sugli americani è tornato molto simile a quello del 1960; il ritardo sui francesi è oggi di nuovo pari a quello della fine degli anni ‘50; e il terreno perduto sui tedeschi ci riporta alle distanze di metà degli anni ‘50 (vedi grafico). Tutto ovviamente è in termini relativi, come detto, perché intanto oggi Paese è diventato comunque ricco e sofisticato. Ma se si guarda alle posizioni degli uni rispetto agli altri, il risultato è incontrovertibile: con le sbandate di questi anni l’Italia si è giocata una buona parte dei frutti del boom. A questo punto, il primo passo per ripartire forse è una narrazione meno retorica e più concreto di ciò che è stata quella stagione, non replicabile, che va sotto il nome di miracolo. 

·        Generazioni a confronto. L’Italia dei Baby boomer, della Generazione X, della Generazione Y, della Generazione Z, dei bamboccioni, dei Neet e dei Hikikomori.

Baby boomer. La generazione del baby boom contribuì notevolmente all'aumento di domanda per beni di consumo, stimolando la crescita economica registrata in quel periodo.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Un baby boomer è una persona nata tra il 1945 e il 1964 in Nordamerica e in Europa, che ha contribuito a quello che fu un sensibile aumento demografico avvenuto negli Stati Uniti in quegli anni, conosciuto, per questo, come baby boom. Superata da poco la seconda guerra mondiale, la generazione del baby boom contribuì notevolmente all'aumento di domanda per beni di consumo, stimolando la crescita economica registrata in quel periodo. I termini "baby boomer(s)", accanto ad altri, quali “boomies” o “boomers”, sono anche usati in paesi con indici demografici che non rispecchiano la crescita riscontrata nelle famiglie americane dello stesso periodo.

Generazione X. Questa generazione ha la reputazione stereotipata di apatici, cinici, senza valori o affetti. In aggiunta, la Generazione X è conosciuta come una delle generazioni più intraprendenti e tecnologiche.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Generazione X è una locuzione diffusa nel mondo occidentale per descrivere la generazione di coloro che, approssimativamente, sono nati tra il 1960 e il 1980. Fa seguito alla generazione del baby boom. I confini demografici esatti della Generazione X non sono ben definiti e dipendono di volta in volta da chi usa questa parola, dove e quando. Il termine è utilizzato nella demografia, nelle scienze sociali, e nel marketing, sebbene sia più comune nella cultura popolare. L'influenza di questa generazione sulla cultura pop iniziò negli anni ottanta e ha avuto il suo culmine negli anni novanta. Storicamente la Generazione X è inquadrata nel periodo di transizione tra il declino del colonialismo, la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda. Un'altra caratteristica prevalente nell'individuare gli appartenenti a questa generazione è la riduzione delle nascite tra il 1964 e il 1979, conseguente al Baby Boom tra il 1945 e il 1963. Una "generazione invisibile", piccola, inserita nella ricostruzione attuata dai figli del Baby Boom, che gli valse il titolo di "X", a rappresentare la mancanza di un'identità sociale definita. Una volta giovani adulti, la Generazione X raccolse l'attenzione dei media tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta, guadagnando la reputazione stereotipata di apatici, cinici, senza valori o affetti. In aggiunta, la Generazione X è conosciuta come una delle generazioni più intraprendenti e tecnologiche della storia americana ed europea e a loro si deve in gran parte l'espansione di Internet. La stessa Wikipedia nasce per iniziativa di persone appartenenti a questa generazione.

Origini. Il termine "Generazione X" fu usato anche per un grande fotoreportage di Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger ed altri fotografi della Magnum Photos'. L'intenzione era quella di documentare nel 1953 la vita dei giovani tra i venti e i venticinque anni che avevano vissuto la seconda guerra mondiale. Successivamente il termine fu usato nel 1964 in uno studio di Jane Deverson sulla gioventù britannica. Deverson condusse una serie di interviste con gli adolescenti del periodo. Lo studio rivelò una generazione di adolescenti che "dormono insieme prima del matrimonio, non credono in Dio, disprezzano la Regina e non rispettano i genitori". Deverson raccolse i risultati del suo studio in un libro. Comunque, il termine Generazione X venne usato per descrivere i primi punk inglesi per sottolineare il loro nichilismo, il rifiuto dei valori della generazione precedente e la sensazione di essere una generazione perduta, inutile per la propria società.

Rapporto con la società. La Generazione X è generalmente identificata dalla mancanza di ottimismo nel futuro, dallo scetticismo, dalla sfiducia nei valori tradizionali e nelle istituzioni. Dopo la risonanza della Generazione X nella cultura popolare e l'avvento dei Nirvana e della musica grunge, il termine è stato esteso a sempre più persone, nate dopo il Baby Boom e a volte prendendo anche l'appellativo di "generazione MTV". Con la commercializzazione del termine e la sua risonanza a livello mondiale, questa definizione è diventata sempre più oggetto di stereotipi e luoghi comuni sull'apatia di questa generazione. Il rapporto della Generazione X con la religione è complesso. Molti sono indifferenti alle tematiche religiose. Altri diventarono atei per marcare la distanza dalla religione e dai valori dei loro genitori e della società in generale. Altri ancora sono religiosi, ma credono in una forza suprema (deismo) non rappresentabile in Dio o in altre divinità convenzionali. Caratterizza comunque la Generazione X questa assoluta assenza di dogmatismo. La Generazione X crebbe durante la guerra fredda e gli anni di Ronald Reagan negli USA. Assistettero al collasso dell'Unione Sovietica e alla consacrazione degli Stati Uniti d'America come unica superpotenza mondiale. "La sola analisi demografica mostra come quella «X» sia una generazione se non proprio schiacciata, quantomeno cresciuta all'ombra dei Baby boomers la quale, essendo numericamente più consistente, ha finito per imporre – grazie anche a un significativo aumento della longevità – la propria visione del mondo e la propria centralità negli assetti di potere. La Generazione X, insomma, sarebbe una generazione per certi versi ‘invisibile', priva di un'identità sociale e culturale definita e costantemente esposta al rischio di subalternità rispetto alla precedente." In Italia va notato come gli appartenenti alla generazione X abbiano già espresso Presidenti del Consiglio dei Ministri, espressione della sinistra, che hanno governato più a lungo (Letta, Renzi, 38 mesi cumulati) di quanto abbiano fatto i Presidenti del Consiglio espressi dalla "formidabile" generazione dei baby boomers (D'Alema, Gentiloni, 33 mesi, inclusa fase post-voto 2018).

Generazione Y. Propensione a ritardare alcuni dei riti di passaggio all'età adulta più a lungo rispetto alle generazioni precedenti, nonché a causa di una sua tendenza a vivere con i genitori per un periodo più lungo. "Difficili da gestire, pensano che gli sia tutto dovuto, narcisisti ed egoisti, dispersivi e pigri".

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Con i termini Generazione Y, Millennial Generation, Generation Next o Net Generation o Boomerang Generation o Peter Pan. si indica la generazione che, nel mondo occidentale o primo mondo, ha seguito la Generazione X. Coloro che ne fanno parte – detti Millennials o Echo Boomers – sono nati fra i primi anni ottanta e i primi anni novanta. Questa generazione presenta forti aumenti di natalità simili all'aumento delle nascite degli anni '50 e '60, la cosiddetta generazione dei baby boomer. Il nome Echo Boomer riguarda le dimensioni della generazione e la sua relazione con la generazione baby boomer. Tuttavia l'impatto relativo del baby boom echo fu generalmente meno significativo rispetto al boom iniziale. Questa generazione è caratterizzata da un maggiore utilizzo e una maggiore familiarità con la comunicazione, i media e le tecnologie digitali. In molte parti del mondo, l'infanzia della generazione Y è stata segnata da un approccio educativo tecnologico e neo-liberale, derivato dalle profonde trasformazioni degli anni sessanta. Nel linguaggio giornalistico italiano il termine Millennials viene talvolta usato, erroneamente, per indicare i nati dal 2000 in poi.

Terminologia. Il termine Generazione Y apparve per la prima volta nell'agosto del 1993, in un editoriale sulla rivista Ad Age, che descriveva i teenager del momento, definendoli come separati dalla Generazione X. Alcuni hanno riferito la generazione Y come la generazione di MTV, anche se MTV Generation è anche un termine usato per riferirsi a persone fortemente influenzate dall'avvento di MTV e persino un termine utilizzato per comprendere tutti i giovani della fine del ventesimo secolo, a seconda del contesto. Gli autori William Strauss e Neil Howe sono stati influenti nel definire le generazioni americane nel loro libro Generations: The History of America's Future, 1584 to 2069 (1991). Howe e Strauss sostengono di usare il termine Millennials al posto di Generazione Y in quanto quest'ultimo è stato coniato direttamente dai membri stessi della generazione, non volendo essere associati con la Generazione X. Quasi un decennio più tardi hanno seguito il loro grande studio sulla storia della demografia americana, con un nuovo libro in particolare su quella generazione, intitolato: Millennials Rising: The Next Great Generation (2000). Nei loro libri Howe e Strauss utilizzano il 1982 come anno di inizio della nuova generazione e il 2001 come fine. Essi ritengono che il raggiungimento della maggiore età nell'anno 2000, i giovani delle scuole superiori e i laureati siano nettamente in contrasto con quelli nati prima e dopo di loro a causa dell'attenzione ricevuta da parte dei media e di come sono stati influenzati politicamente. L'autore Elwood Carlson individua la generazione americana che egli chiama "New Boomers", tra il 1983 e il 2001 a causa della ripresa delle nascite dopo il 1983, per finire con le "sfide politiche e sociali" dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 e le "persistenti difficoltà economiche" del tempo. Il Pew Research Center ha riclassificato il limite che divide i millennial dai post-millennial, anche con l’intento di fare chiarezza sui termini, spesso usati in modo sconclusionato da media, ricercatori e aziende. I millenial sono coloro nati tra il 1981 e il 1996. Chi è nato dopo fa parte di un’altra generazione il cui nome, non ancora definitivo, è informalmente generazione Z.

Tratti e tendenze. Gli scrittori William Strauss e Neil Howe affermano che la generazione ha una forte somiglianza con la "Greatest Generation" (i nati dal 1901 fino al 1924) in quanto come loro hanno un forte senso del dovere e restano molto legati alla loro patria d'origine. Molti sociologi criticano questa affermazione in quanto affermano che la "Net Generation" rappresenta la tendenza all'ottimismo verso il futuro, all'ambizione, alla tolleranza, all'intraprendenza, alla competitività, alla testardaggine ma anche al narcisismo. Altri scrittori statunitensi affermano che le tendenze della generazione Millenaria sono diverse rispetto a quelle delle generazioni precedenti e questo grazie alle nuove tecnologie digitali.

Ideologie culturali e politiche. La generazione del millennio è stata plasmata da eventi, leader, sviluppi e tendenze di questi tempi e tempi passati. L'aumento delle tecnologie di comunicazione istantanea resa possibile attraverso l'uso di Internet, come e-mail, SMS e IM e i nuovi media utilizzati attraverso siti web come YouTube e siti di social networking come Facebook, MySpace e Twitter possono spiegare come la fama dei Millennials sia orientata allo scambio e al commercio grazie ad una più facile comunicazione attraverso la tecnologia. L'espressione e l'accettazione è stata molto importante per questa generazione. In Cina, con una popolazione totale di un miliardo di persone, la voglia di distinguersi e di essere individualista è diventato un fiocco della cultura cinese della gioventù. I flash mob, il fenomeno di Internet e le comunità online hanno dato alcune delle più espressive accettazioni dei membri della Generation Y, mentre gli amici di penna on-line hanno dato socialità e accettazione agli individui più timidi. La Generazione Y è più radicalmente e culturalmente tollerante rispetto alle generazioni precedenti e la maggior parte dei suoi membri sono culturalmente liberali, e con molti a favorire i diritti del matrimonio tra lo stesso sesso per la comunità LGBT, ma a dispetto della nuova dominante crescita liberale, i club della nuova giovinezza e gruppi si sono creati nei paesi sviluppati (come gli Stati Uniti, Giappone ed Europa occidentale in generale) con il compito di promuovere e conservare posizioni conservatrici e credenze.

Boomerang Generation. Questa generazione è anche a volte indicata come Generazione Boomerang o Peter Pan, a causa della sua propensione a ritardare alcuni dei riti di passaggio all'età adulta più a lungo rispetto alle generazioni precedenti, nonché a causa di una sua tendenza a vivere con i genitori per un periodo più lungo.

Identità culturale. La generazione del Millennio è cresciuta in mezzo a un tempo durante il quale internet ha causato un grande cambiamento culturale e tradizionale. Shawn Fanning fondò il sito di peer to peer Napster, mentre era al college. La RIAA vinse la causa e arrestò il servizio di Napster nel 2001, ma l'industria musicale ha cominciato a soffrire e le vendite hanno iniziato a calare a partire dagli inizi del 2000. Come risultato di queste innovazioni nella tecnologia i giovani di questa generazione hanno avuto accesso a più musica su richiesta di qualsiasi altra generazione precedente, e hanno costretto l'industria discografica ad adattarsi ai nuovi modelli di business. La letteratura popolare degli anni 1990 e 2000 della generazione comprende Piccoli brividi (infanzia), Harry Potter, per citarne alcune delle maggiori. I manga e gli altri romanzi grafici sono emersi come una forma popolare di letteratura sia per i membri della Generazione X che per quelli di questa generazione. In un certo senso, nella generazione del millennio si è visto come un rifiuto finale della controcultura che iniziò nel 1960 e continuò nei decenni successivi agli anni 1990. Ciò è ulteriormente documentato nel libro di Strauss e Howe Millennials Rising: The Next Great Generation che descrive la generazione del millennio, come "Civic Minded", rifiutando gli atteggiamenti del baby boom e della Generazione X. Kurt Andersen, vincitore di un Langum Prize e collaboratore di Vanity Fair scrive nel suo libro "Reset" come questa crisi sia stata in grado di ripristinare i nostri valori e in "Renew America", scrive che molti appartenenti alla Generazione Y hanno visto le elezioni del 2008 di Barack Obama come un'occasione unica per costruire un consenso più sano e più utile rispetto alle proteste della controcultura alla fine degli anni 1960 e primi anni 1970, arrivando persino a dire che se i Millennials fossero in grado di "mantenere la loro concezione del diritto e del potere, questa potrebbe anche rivelarsi la prossima Greatest Generation". Tuttavia a causa della crisi finanziaria mondiale del 2008-2009, si è cominciato a paragonare questa generazione alla Lost Generation del ventesimo secolo.

Forza lavoro. La Generazione millenaria è la prima ad affrontare "la Grande recessione " crisi economica a cavallo tra il 2007 e il 2010. Diversi governi hanno istituito programmi importanti per l'occupazione giovanile, per paura di disordini sociali come nel 2008 in Grecia, avvenuti in seguito ai drammatici aumenti dei tassi di disoccupazione giovanile. In Europa i livelli di disoccupazione giovanile sono molto alti (40% in Spagna, 37% in Italia, il 35% nei paesi baltici, il 30% in Gran Bretagna e oltre il 20% in altri paesi). Gli appartenenti alla Generazione del Millennio vengono a volte chiamati Trophy Generation o Trophy Kids un termine che riflette la loro competitività in tutti gli aspetti della vita, dove "non si perde", e ognuno ottiene quel che vuole "grazie alla partecipazione". È stato riportato che si tratta di un problema in ambienti aziendali in quanto alcuni datori di lavoro sono preoccupati che i Millennials abbiano troppe aspettative di lavoro e il desiderio di plasmare il proprio lavoro in meglio per adattarlo alla loro vita, piuttosto che adattare la loro vita al lavoro. Per comprendere meglio questa mentalità, molte grandi aziende stanno studiando questo conflitto e stanno cercando di elaborare nuovi programmi per aiutare i lavoratori più anziani a capire i Millennials, mentre allo stesso tempo, cercano di rendere più confortevole il lavoro ai Millennials. Ad esempio Goldman Sachs conduce programmi di formazione utilizzando degli attori per impersonare i Millennials che affermano di cercare più feedback, responsabilità e il coinvolgimento nel processo decisionale. Dopo lo spettacolo, i dipendenti discutono e dibattono sulle differenze generazionali che hanno visto in gioco.

Simon Sinek sulla Generazione Y. Simon Sinek è uno scrittore, motivatore e consulente di marketing anglo-americano che, tra le altre cose, ha spesso trattato la questione dei Millennials nei suoi interventi, rispondendo alle domande più comuni sul tema. A dicembre 2016, durante una puntata del TED talks Inside Quest con Tom Bilyeu, Sinek è tornato a parlare proprio dei Millennials, spiegando le caratteristiche di questa generazione e soffermandosi sui problemi che li affliggono. Sinek, oltre ad aver scritto il bestseller del 2009 Start With Why: How Great Leaders Inspire Everyone to Take Action, è stato anche l'autore del discorso "How Great Leaders Inspire Action", il terzo più popolare intervento di tutti i tempi durante un TED talks. Il discorso di Sinek sui Millennials descrive alcuni dei fenomeni e delle caratteristiche più comuni che interessano questa generazione, descrivendo coloro che fanno parte di questa generazione come "difficili da gestire, pensano che gli sia tutto dovuto, narcisisti ed egoisti, dispersivi e pigri". Per Sinek, i Millennials spesso si trovano nella condizione di avere tutto ciò che vorrebbero avere, ma ad essere ugualmente infelici e questo perché vi sono quattro fattori che hanno influenzato la crescita di coloro che fanno parte di questa generazione e che hanno avuto delle conseguenze ben precise. Il primo fattore sono le "strategie fallimentari di educazione familiare" che sono state caratterizzate dal fatto che i Millennials sono cresciuti sentendosi dire che erano speciali e che "potevano avere tutto ciò che volevano dalla vita, solo perché lo volevano". Questo ha avuto l'effetto di non averli preparati alla vita reale, in cui puoi fare affidamento solo su te stesso e dove scopri che tutto ciò non è reale. Un altro fattore è la tecnologia, che si è diffusa sempre più negli ultimi anni e che crea forte dipendenza perché permette al nostro corpo di rilasciare dopamina, la stessa che si crea fumando, bevendo o scommettendo. La tecnologia, però, può essere utilizzata da tutti, soprattutto dagli adolescenti. Questo comporta che, in un periodo di alto stress come quello dell'adolescenza, i giovani si rivolgano alla tecnologia per far sì che il loro corpo produca dopamina e questo li rende dipendenti, tanto che nel corso della loro vita continueranno a rivolgersi alla tecnologia nei momenti di stress. Tutto ciò si ripercuote sulle loro capacità relazionali, rendendoli incapaci di creare dei veri e propri rapporti con le persone, ma solo relazioni superficiali e su cui non fanno affidamento. Il terzo fattore è il senso di impazienza dovuto al fatto di crescere in un mondo di gratificazioni istantanee, senza dover mai attendere nulla, ma ottenendo tutto ciò che vogliono con un solo click. Questo crea in loro un grande senso di frustrazione nel momento in cui devono ottenere dei risultati che necessitano di pazienza, come molte delle cose importanti della vita (ad esempio, l'amore o le gratificazioni lavorative). L'ultimo fattore è il contesto: quando i Millennials si trovano in un ambiente aziendale, per esempio, devono scontrarsi con tutte le difficoltà che questo comporta e che sicuramente non li aiuta a raggiungere un equilibrio, oltre a costringerli ad affrontare alcune delle loro lacune in termini relazionali ed emotivi. Questi sono i fattori che determinano la loro insoddisfazione che secondo Sinek non è una loro colpa, ma dell'epoca in cui sono cresciuti e in cui vivono che li fa convivere continuamente con un senso di frustrazione e infelicità.

Generazione Z. Istruzione carente, poco lavoro, delusione verso la politica. Un aspetto importante di questa generazione è il suo diffuso utilizzo di Internet sin dalla nascita. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che crescere in un periodo di grave recessione dà loro una sensazione di instabilità e insicurezza, tuttavia sembrano essere i più desiderosi di aiutare il proprio paese e molto simili alla generazione del baby boom.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. La Generazione Z o Centennials (conosciuta anche come iGen, Post-Millennials o Plurals) identifica le persone nate dopo i Millennials. La generazione è generalmente circoscritta tra i nati dal 1995 fino al 2012. Un aspetto importante di questa generazione è il suo diffuso utilizzo di Internet sin dalla nascita. I membri della Generazione Z sono considerati come avvezzi all'uso della tecnologia e i social media, che incidono per una parte significativa nel loro processo di socializzazione. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che crescere in un periodo di grave recessione dà loro una sensazione di instabilità e insicurezza, tuttavia sembrano essere i più desiderosi di aiutare il proprio paese e molto simili alla generazione del baby boom.

Terminologia. Gli autori William Strauss e Neil Howe hanno scritto alcuni saggi che hanno come oggetto di studio le generazioni; sono stati accreditati per essere coloro che hanno coniato il termine Millennials. Howe ha affermato "Nessuno sa come si chiamerà la generazione successiva ai Millennials". Nel 2005, la loro azienda ha sponsorizzato un concorso online e i partecipanti hanno votato in maniera massiccia per Homeland Generation. Tutto ciò non fu molto dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, e probabilmente una delle conseguenze degli attacchi fu che gli americani si sentivano più sicuri a casa propria. Howe si autodefinì come "non totalmente convinto" del nome e disse che "i nomi spesso sono inventati da persone che subiscono una forte pressione da parte della stampa. Tutti cercano un colpo di genio." Howe definisce la Homeland Generation come le persone nate dal 2005 al 2025.

iGeneration (o iGen) è un nome che reclamano diverse persone, anche se "suona come un adattatore usato per ricaricare il cellulare sull'autobus". L'autrice e professoressa di psicologia Jean Twenge sostiene che il nome iGen "le è venuto in mente" mentre stava guidando per la Silicon Valley, e che intendeva usarlo per il suo libro del 2006 chiamato Generation Me ma che fu ignorato dal suo editore. Il demografo Cheryl Russell dichiara di essere stato il primo ad usare il termine nel 2009. Nel 2012, USA Today ha sponsorizzato un contest online per i lettori per scegliere il nome della generazione successiva ai Millennials. Vinse il nome Generazione Z, anche se il giornalista Bruce Horovitz trovava il nome "scoraggiante". Furono proposti altri nomi, tra cui: iGeneration, Gen Tech, Gen Wii, Net Gen, Digital Natives e Plurals. Secondo Horovitz, questa generazione parte dal 1995. La Kelley School of Business definisce la Generazione Z come quella che va dalla seconda metà del 1997 al 2010. Nel 2013, il canale Nickelodeon usò il termine Post-Millennials per descrivere il pubblico dei "bambini nati dopo il 2005". Un'altra agenzia di comunicazione e marketing, Frank N. Magid Associates, ha denominato questo gruppo come "The Pluralist Generation" o 'Plurals'. I nati appartenenti a questa generazioni vanno dalla fine dell'anno 1997 fino ai giorni nostri. Anche la società statunitense Turner Broadcasting System ha denominato la generazione successiva ai Millenials 'Plurals' al posto di Generazione Z. La Generazione Z è stata la prima generazione ad avere un ampio accesso ad Internet sin da un'età precoce. Matt Carmichael, dell'agenzia Ad Age, nel 2012 disse "pensiamo che iGen sia il nome che meglio definisca e che meglio aiuti a comprendere questa generazione". Nel 2014, un tirocinante della NPR news notò come iGeneration "sembrava essere vincente" come nome per i Post-Millennials. È stato definito come "un occhiolino ai prodotti della Apple, l'iPod e iPhone", mentre l'ex scrittore della Ad Age, Matt Carmichael nota come la "i" minuscola in iGeneration "lascia spazio all'interpretazione" e "potrebbe essere una quantità di cose diverse: può stare per interattivo, per internazionale, per qualcosa che non abbiamo ancora scoperto." Randy Apuzzo, esperto di tecnologia e CEO di Zesty.io, pubblicò un articolo titolato "Always Connected: Generation Z, the Digitarians", nel quale chiamava la nuova generazione "Digitarians" perché sono la prima generazione "sempre connessa a Internet" che è cresciuta con dispositivi touch. Statistics Canada riporta come "la generazione Internet" sia la prima nata dopo l'invenzione della rete. Un report del 2005 pubblicato in Australia dal McCrindle Research Center riporta il 2001 come l'inizio di questa generazione. Uno studio successivo del 2009 dà un range di anni che va dal 1995 al 2009, a partire da un aumento registrato nel tasso di natalità in questi anni e dando come definizione di arco generazionale circa 15 anni. Sotto questa definizione McCrindle usa il tasso di natalità per determinare quando emerge una nuova generazione rispetto alle altre, aggiungendo a questa analisi cambiamenti a livello di macro trend e società. Secondo Statistics Canada questa generazione nasce nel 1993. Durante uno speech nel corso di un evento TEDx nel 2015, Mark McCrindle chiama coloro nati dal 2010 in poi "Generation Alpha". The Futures Company ha usato il termine "Centennials" per descrivere la generazione nata a partire dalla seconda metà del 1997.

Caratteristiche. Una ricerca del 2013 condotta da Ameritrade rileva che il 36% della Generazione Z negli Stati Uniti (considerando in questa sede coloro che avevano all'epoca tra i 14 e i 23 anni) nutre preoccupazione sulla possibilità di potersi permettere un'istruzione superiore. Questa generazione si trova ad affrontare un crescente divario di reddito della classe media, che aumenta il livello di stress nella popolazione. Un documento redatto dalla Frank N. Magid Associates rileva che questo gruppo generazionale mostra sentimenti positivi nei riguardi della crescente diversità etnica degli Stati Uniti, e che sono più disposti rispetto ai loro predecessori ad includere nelle proprie cerchie sociali persone di diversi gruppi etnici e religioni. Secondo Magid, la Generazione Z è "l'ultima a cui sia apparso verosimile che ci sia stato una cosa come il sogno americano" mentre i baby boomer e i loro figli, i Millennials "erano molto più propensi a credervi". La Generazione Z è in gran parte composta dai figli della Generazione X. I membri più giovani della Generazione Z sono i primi a vivere l'epoca dei matrimoni omosessuali legalizzati, della Crisi europea dei migranti (2015) e della guerra all'Isis. Per questi motivi sembra essere la generazione che più desidera aiutare il proprio paese d'origine. La Generazione Z è generalmente meno propensa ad avere una condotta rischiosa, rispetto a certe attività, dei Millenials. Nel 2013, il 66% dei teenager (i membri più anziani della Generazione Z) ha provato l'alcol, meno rispetto all'82% del 1991. Sempre nel 2013, l'8% degli adolescenti della Generazione Z non ha mai o ha raramente indossato la cintura di sicurezza durante un viaggio in macchina con il conducente: nel 1991, la percentuale era del 26%. I giovani adulti della Generazione Z hanno meno fede nel sogno americano “dopo aver visto i loro genitori e fratelli lottare duramente per affermarsi nel mondo del lavoro.” Essendo una generazione nata e cresciuta in un periodo di recessione economica, i membri di questo gruppo di persone hanno avuto esperienza in prima persona della paura e dello scoraggiamento che implica l'assenza di un impiego; come conseguenza, i membri della Generazione Z ricercano la soddisfazione personale in un impiego legato alle loro passioni più che a un salario alto. Come scrive Jeffrey Arnett, gli adulti emergenti “si aspettano di trovare un'occupazione che rispecchi la propria identità”. Sono disposti, più spesso che in passato, a provare una serie di lavori e tirocini in qualcosa a cui tengono veramente, piuttosto che accettare un lavoro stabile ma insoddisfacente. Il periodico Business Insider sostiene che questa generazione sarà "più intraprendente e pragmatica riguardo all'aspetto monetario" rispetto alla precedente. Uno studio del 2014 chiamato Generation Z Goes to College rivela come gli studenti della Generazione Z si auto-identificano come leali, compassionevoli, riflessivi, di mentalità aperta, responsabili e determinati. Il modo in cui però vedono i loro coetanei è differente da come affermano se stessi: essi li definiscono come competitivi, spontanei, avventurosi e curiosi, tutte caratteristiche raramente vedono in loro stessi.

Nativi digitali. Nel loro libro del 2007, Junco e Mastrodicasa hanno ampliato il lavoro di Howe e di Strauss includendo la ricerca basata sulle informazioni sui profili della personalità dei Millennials, in particolare per quanto riguarda l'istruzione superiore. Hanno condotto la ricerca su un grande campione (7.705) degli studenti universitari. Hanno scoperto che gli studenti universitari della Next Generation erano spesso in contatto con i loro genitori e che facevano uso della tecnologia in modo maggiore rispetto alle persone appartenenti ad altre generazioni. Nella loro indagine, hanno scoperto che il 97% degli studenti possedeva un computer, il 94% possedeva un telefono cellulare, e il 56% possedeva un lettore MP3. Hanno inoltre scoperto che gli studenti parlano con i genitori, una media di 1,5 volte al giorno su una vasta gamma di argomenti. Altri risultati del sondaggio di Junco e Mastrodicasa dichiarano che il 76% degli studenti utilizza l'instant messaging, il 92% sono abili nel multitasking così come IMing, WhatsApp, Skype e Snapchat e che il 40% degli studenti usa il web per ottenere la maggior parte delle notizie e il 10% usa la televisione. Questa generazione usa frequentemente social network come Facebook, Instagram ecc.. e spende almeno 3,5 ore al giorno online, Questa generazione viene definita come appartenente alla generazione dei nativi digitali; coloro che sono nati ma anche solamente cresciuti con le nuove tecnologie digitali.

Tecnologia e social media. Questa generazione è stata la prima a poter usufruire di Internet sin dalla prima infanzia. Con la rivoluzione del web che ha caratterizzato gli anni novanta, la Generazione Z è stata esposta a una quantità di 'tecnologia' impensabile per i predecessori. Mentre gli strumenti tecnologici diventavano più compatti ed economici, la popolarità degli smartphone, negli Stati Uniti, cresceva a livello esponenziale. Nel 2015 il 77% dei ragazzi tra i 12 e i 17 possedeva un telefono cellulare: non è difficile immaginare come questa tecnologia li influenzi in termini di studio e apprendimento. Secondo Forbes magazine quando questa generazione si affaccerà al mondo del lavoro, la tecnologia digitale sarà un aspetto preponderante in tutti i percorsi di carriera. Secondo Anthony Turner questa generazione ha un ‘legame digitale con la rete’, e sostiene che questo rapporto possa aiutare a sfuggire le delusioni emozionali e mentali che incontreranno nella vita offline.[38] Secondo un'indagine della società di consulenza Sparks and Honey nel 2014, il 41% degli adolescenti spendeva più di tre ore al giorno al pc per scopi non inerenti all'educazione scolastica, rispetto al 22% nel 2004. Steve Jobs e i social media, simboli che hanno segnato e identificano la Generazione Z. Circa i tre quarti dei ragazzi tra i 13 e i 17 anni usa il proprio cellulare ogni giorno, ed è una percentuale più alta di coloro che guardano la tv. Si stima che di 150000 delle Applicazione mobile, circa il 10% presenti nell'App Store (iOS), erano di tipo "educational" volte a preparare i bambini per le scuole superiori. Mentre ricercatori e genitori sono d'accordo nell'affermare che il cambiamento di paradigma educativo è significativo, i risultati del cambiamento stesso sono variabili. Da una parte, gli smartphone offrono opportunità di miglioramento nell'apprendimento e un'istruzione più personalizzata sull'individuo, rendendo questa generazione la più istruita su più campi; dall'altra, ricercatori e genitori temono che l'uso smodato degli smartphone crei una sorta di dipendenza tecnologica e una mancanza di auto-regolamentazione che ostacola lo sviluppo del bambino. Secondo un periodico, gli adolescenti non hanno bisogno di uno smartphone, ma lo posseggono ugualmente. Quando i bambini diventano adolescenti, ricevere un cellulare diventa un rito di passaggio che permette loro di tenersi in contatto con i loro coetanei; questa pratica è oggi socialmente accettata, anche possederne uno sin da piccoli. Un articolo del Pew Research Center riporta come “quasi i tre quarti dei teenager possiede uno smartphone o ha accesso a uno smartphone e il 30% ha un cellulare di livello base, mentre il 12% degli adolescenti tra i 13 e i 17 dichiara di non possedere alcun tipo di cellulare”. Questi numeri sono destinati a crescere ed è proprio il fatto che la maggior parte degli appartenenti a questa generazione possegga un cellulare a definirne le caratteristiche più salienti. Come risultato, “il 24% degli adolescenti è online “quasi sempre””. Gli adolescenti sono più propensi a condividere informazioni personali online rispetto al 2006. Tuttavia, sono accorti nel prendere precauzioni per proteggere alcune informazioni che non vogliono pubblicare. Sono più propensi a "seguire" gli altri sui social media che a "condividere" e usare i diversi social per gli scopi più svariati.[34]Un test ha mostrato che molti teen sono infastiditi da molte caratteristiche di Facebook, ma che continuano tuttavia ad usarlo poiché ritengono che la partecipazione sia importante al fine di socializzare con amici e coetanei. Twitter e Instagram stanno aumentando la loro popolarità tra i membri di questa generazione, tanto che il 24% (destinato a crescere) di teen che accedono a Internet ha un account su Twitter. Questo in parte si deve al fatto che spesso i loro genitori non utilizzano queste piattaforme. Snapchat è diventato un social molto attraente per questa generazione perché video, immagini e messaggi sono spediti più velocemente che con altre piattaforme. Velocità e affidabilità sono due aspetti importanti nella scelta della piattaforma social per questa generazione. Questa necessità di comunicare velocemente ha fatto sì che questa generazione apprezzi in maniera particolare applicazioni come Vine e che usi prevalentemente emoji. Uno studio condotto da diversi psicologi ha messo in luce che i più giovani utilizzano Internet per interagire con i coetanei e per accedere alle informazioni. La tecnologia mobile, i social media, e l'uso di Internet sono diventati sempre più importanti per gli adolescenti negli ultimi dieci anni. I giovani utilizzano Internet come strumento per aumentare le proprie capacità relazionali, che successivamente applicano alle situazioni della vita reale; inoltre grazie alla rete cercano contenuti che gli interessano. Gli adolescenti spendono la maggior parte del loro tempo online comunicando privatamente con persone con cui interagiscono anche nella loro vita offline. L'utilizzo dei social media non è solo finalizzato ad essere aggiornati su ciò che succede nel mondo, ma anche e soprattutto per sviluppare e mantenere vive relazioni con persone vicine. L'uso dei social media è diventato parte integrante delle vite quotidiane di coloro che nella Generazione Z hanno accesso alla rete: quello che ne consegue è un vasto utilizzo dello smartphone in termine di ore. Lo sviluppo di relazioni online è diventata una norma per questa generazione. La Generazione Zero è generalmente contraria all'utilizzo smodato di photoshop ed è contraria al cambiamento personale al fine di aderire ad un modello di perfezione. I genitori comunque temono l'utilizzo smodato della tecnologia, non vedono di buon occhio la condivisione di contenuti e immagini personali; d'altra parte gli adolescenti lamentano il controllo smodato dei genitori circa il loro uso della rete.[46] Questa generazione utilizza i social media per rafforzare il rapporto con gli amici e per costruirne di nuovi; essi interagiscono anche con persone che non avrebbero mai potuto incontrare nella vita reale, ed è così che i social diventano uno strumento di creazione di identità. I social media sono conosciuti per essere un veicolo di espressione dei propri gusti e di condivisione delle proprie vite; d'altra parte però, questo utilizzo non di rado provoca violenti episodi di razzismo.

Visione politica. Secondo la Hispanic Heritage Foundation, tale generazione tende ad essere più conservatrice dei Millennials: secondo un sondaggio di 83.298 studenti (tra i 14 ei 19 anni) negli Stati Uniti effettuato da My College Options e Hispanic Heritage Foundation tra settembre e ottobre 2016, il 32% dei partecipanti ha sostenuto Donald Trump, mentre il 22% ha sostenuto Hillary Clinton con il 31% che ha scelto di non votare alle elezioni (vedi: Elezioni presidenziali negli Stati Uniti d'America del 2016).

Rapporto sulla Generazione Z: istruzione carente, poco lavoro, delusione verso la politica. I giovani italiani restano a casa dei genitori fino a 35 anni. Record europeo per i giovani italiani: abitano a casa coi genitori, in media, fino a 35 anni. Colpa del precariato, delle scarse retribuzioni ma anche della comodità di essere accuditi istruzione carente, poco lavoro, delusione verso la politica. Per il 60% gli immigrati danneggiano l’economia, scrive Carlo Valentini l'1 maggio 2018 su Italia Oggi. Record europeo per i giovani italiani: abitano a casa coi genitori, in media, fino a 35 anni. Colpa del precariato, delle scarse retribuzioni ma anche della comodità di essere accuditi. A Lamezia (Catanzaro) è stato presentato il Rapporto Giovani 2018 dell'Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con l'università Cattolica di Milano. L'identikit delle nuove generazioni è disegnato sulla base di un campione rappresentativo di 3034 persone di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Spiega Rita Bichi , docente di Sociologia alla Cattolica: «La generazione di oggi, chiamata Generazione Z (che già cresce con la consapevolezza che il futuro non è più qualcosa di scontato) rispetto a quella nata negli anni 80 e 90 cosiddetta Millennials (la prima generazione dal dopoguerra a trovarsi in una situazione peggiore di quella dei propri genitori) vive positivamente il progresso tecnologico ma allo stesso tempo risente negativamente dell'incertezza economica che sta attraversando il mondo e che ha precarizzato il lavoro ma anche la scuola, siamo tra i primi per abbandono scolastico da parte dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni. Prima viene la Spagna, poi l'Italia. Inoltre solo poco più del 15% dei giovani italiani è laureato, contro oltre il 34% del Regno Unito. L'Italia ha anche il triste primato dei Neet, giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione, che sono oltre il 26% tra i 15 e i 24 anni». Il Rapporto conferma quindi lo stato assai poco brillante della formazione scolastica e la vistosa carenza del rapporto tra i giovani e la scuola. Altrove essa rappresenta un pilastro dell'approccio dei giovani alla società e al lavoro. Non è così nel nostro Paese e questo è uno degli elementi che genera sfiducia tra le nuove generazioni. Se metà dei giovani tra i 15 e i 34 anni che hanno concluso gli studi non ha ancora, secondo questa indagine, un'occupazione dopo un anno la colpa non è solo delle difficoltà e delle trasformazioni del sistema produttivo ma anche di una preparazione scolastica non idonea all'inserimento nel mondo del lavoro. Di questo gli intervistati esprimono consapevolezza: i giovani italiani (40,7%) insieme a spagnoli (35,3%) e francesi (33,6%) hanno idee abbastanza chiare sulle loro ambizioni professionali ma solo il 22%, quindi meno di 1 su 4, dichiara di avere fiducia nel poterle raggiungere (rispetto a una media europea che arriva al 50%). «Gli under 35 italiani», commenta Alessandro Rosina, coordinatore del Rapporto, «segnalano più dei loro colleghi stranieri una carenza sull'orientamento e sulla conoscenza del funzionamento del mondo del lavoro. Una volta usciti dal percorso scolastico, si trovano con strumenti inefficaci per la ricerca di lavoro». Vi sono poi i giovani disorientati, quelli che non hanno alcuna idea rispetto a un possibile percorso professionale o che non ci vogliono nemmeno pensare, in questo caso c'è una certa omogeneità europea infatti essi rappresentano una quota consistente sia degli intervistati italiani (26,8%), che di quelli francesi (25,4%) e britannici (23,4%). Quanto al capitolo della politica, il 40% degli intervistati si dice lontano e deluso (il 52,5% non si riconosce nella distinzione tra destra e sinistra), solo il 35% aderisce ad un partito o movimento, il raggruppamento «meno bocciato» è il movimento 5 Stelle che trova la sufficienza del 30% degli intervistati. Nonostante questa disaffezione verso la politica viene smentito un disinteresse, nel senso che va fatta la distinzione tra delusione e apatia: ben il 73,8% si dichiara pronto a impegnarsi in prima persona nella società se intravedesse che ne vale la pena, cioè che l'impegno è apprezzato e contribuisce al cambiamento. Qualche sorpresa arriva (forse) dal capitolo sull'immigrazione poiché emerge un generale atteggiamento di chiusura dei giovani verso gli immigrati. Per il 60% degli intervistati gli stranieri rendono l'Italia un posto insicuro e per il 50% peggiorano l'economia. «Il giovane non ha paura dello straniero della porta accanto o del compagno di banco», aggiunge Rita Bichi, «piuttosto di come il fenomeno migratorio possa incidere sull'economia e rendere ancora più complicato l'inserimento nel mercato del lavoro. Un dato confermato dal fatto che la percezione dell'insicurezza legata alla presenza degli stranieri è più alta tra gli intervistati che hanno un titolo di studio più basso. Vi è poi da aggiungere che l'immigrazione è in genere vissuta come irregolare e clandestina. Infatti l'atteggiamento cambia verso gli stranieri regolari presenti in Italia: solo 1 intervistato su 3 pensa che la loro presenza peggiori la sicurezza e l'economia». In condizioni di scarsità di lavoro i giovani tendono quindi ad assumere un atteggiamento protezionistico: la maggioranza reputa che l'immigrazione dovrebbe essere gestita in modo da non entrare in competizione con le condizioni di lavoro di chi già è in Italia. In particolare, il 62,6% ritiene che i datori di lavoro dovrebbero prendere in considerazione l'offerta di lavoro degli italiani prima di valutare quella degli immigrati. Un altro tassello di questo puzzle giovanilista riguarda la religione. Alla domanda «Lei crede a qualche tipo di religione o credo filosofico?», le risposte si raccolgono attorno a due opzioni: quella della religione cattolica (52,7%) e quella di chi dichiara di non credere a nessuna religione (23%). Anche la frequenza ai riti conferma la distanza dei giovani dall'esperienza religiosa: coloro che dichiarano di frequentare la Chiesa una volta a settimana sono l'11,7%, gli occasionali sono il 53,8%, mentre il 25,1% pur dichiarandosi cattolici non partecipa mai. Infine, i social. Il 24% dei giovani ritiene accettabile gli scritti violenti se l'altro ha attaccato per primo. Com'è la generazione Z che esce da questa ricerca? Vive coi genitori (fino a 35 anni), soffre di un'istruzione carente, fatica a trovare un lavoro, è delusa dalla politica ma pronta a un impegno sociale se ne intravede l'utilità, è assai critica verso l'immigrazione e poco propensa ad abbracciare una religione.

Bamboccione: giovane adulto che continua a stare in casa con i genitori e si fa mantenere da loro.

Gli Italiani bamboccioni? Dategli il reddito di cittadinanza e se ne andranno via di casa, scrive il 26 gennaio 2019 L'Inkiesta. Da decenni si racconta la favola dei giovani che vogliono stare da mamma e papà Se il 64% degli under 34 resta coi genitori è perché solo lì hanno una rete di protezione. Un'occasione per spiccare il volo gli italiani non ce l'hanno mai avuta. È cominciata la corsa all'anagrafe. I furbetti del reddito. Li abbiamo chiamati così perché a noi piace pensare male, che si fa peccato ma si indovina, no? Tutti in fila per chiedere se ci si può separare, se si può intestare l'auto al cognato, se si può fare un accordo con l'imprenditore per essere licenziati e poi riassunti con il reddito. Chi ha figli poi, praticamente in casa si ritrova un tesoro: altro che proletari. Nel racconto dell'Italia furbetta chi ha più figli, più guadagna e tanto meglio se sono maggiorenni. Basta farli risultare residenti altrove ed ecco che si materializzano 780 euro mensili per 18 mesi. 1 figlio maggiorenne, 1 assegno da 780 euro. 2 figli maggiorenni, 2 assegni da 780 euro. Eccola qui, la truffa ai danni del contribuente. Sì, perché a noi l'idea che un ragazzo maggiorenne si precipiti all'anagrafe al primo straccio di possibilità concreta per uscirsene finalmente da casa dei genitori non c'è neanche venuta in mente. Ma chi? Quei mammoni degli italiani? Ma figuriamoci: saranno furbetti. Per carità, ci saranno pure quelli. Ma perché non vedere la cosa con altri occhi? Perché ci riesce così difficile immaginare che un ragazzo di 20 anni possa prendersi l'assegno per sé e uscire per davvero di casa invece di intestarsi una residenza fittizia e girare i 780 euro al solito intramontabile pater familias italiano? Da decenni ormai il cordone ombelicale che lega i nostri giovani al nido è descritto quasi come se fosse una caratteristica naturale degli italiani. Nell'immaginario, se gli italiani sono gli ultimi ad uscire di casa, se la percentuale dei 30enni indipendenti da mamma e papà è la più bassa d'Europa (dopo Croazia e Grecia) dev'essere per forza per un'attitudine psicologica, per quelle mamme in grembiule che non fanno altro che preparare la pasta al forno ai loro bambini, che inseguirli fino a raccogliere l'ultimo calzino sporco, che pulirgli la bocca col tovagliolo dopo aver mangiato. E se questa sorprendente corsa all'anagrafe (sorprendente per la velocità di reazione) ci offrisse invece un altro quadro? Se mi danno 780 euro, io stavolta me la gioco: questo è il quadro. Perché a vent'anni o a venticinque chi è che non vorrebbe essere indipendente? Dati al momento non ce ne sono: né per dimostrare che sono tutti furbetti né per dimostrare che sono invece tutti in procinto di spiccare il volo. Quello che è certo però è che un'occasione per farlo i giovani italiani non l'hanno mai avuta. Se il 66% degli Under34 vive come Tanguy a casa dei genitori è perché solo lì esiste una rete di protezione. Il pater familias di cui si parlava sopra è stato fino ad oggi l'unica figura presa in considerazione dal nostro welfare. I genitori hanno il posto fisso e se lo perdono spesso hanno la cassa integrazione o qualche altra rete protettiva. I figli hanno un posto precario e quando lo perdono un calcio nel sedere. Dove sarebbero dovuto andare? Che volo folle avrebbero dovuto spiccare? La teoria degli italiani mammoni non è verificabile per mancanza la controprova. Se il reddito di cittadinanza può avere un merito dunque, pur nella sua risicata dotazione finanziaria, è quello di spostare la protezione dal posto di lavoro al cittadino (o almeno a un'idea che si avvicina a quella del cittadino): ti do una mano perché non hai un lavoro, non perché l'hai perso. È il primo tentativo in Italia, seppure con tanti limiti. Tra questi limiti può darsi che il governo, travolto dalla corsa all'anagrafe di questi giorni, debba presto aggiungere qualche sbarramento ai cambi di residenza. Ma finché non lo farà, questo reddito di cittadinanza risulta essere la prima sfida positiva ai giovani di questo paese. Dimostrate che non è vero: dimostrate che non siete né furbetti, nè bamboccioni. Pigliate il reddito e partite.

Bamboccioni, ecco il nuovo identikit: hanno un lavoro e vivono al Nord, scrive il 29 ottobre 2017 Tgcom24. Lo dice un’indagine pubblicata dalla Banca d’Italia: giovani-adulti che, pur potendo permettersi di lasciare casa, scelgono di rimanere con mamma e papà per non perdere il tenore di vita a cui sono abituati. I bamboccioni italiani abitano al Nord, provengono da famiglie con reddito alto e spesso hanno un lavoro. Giovani-adulti che, pur potendo permettersi di lasciare casa, scelgono di rimanere con mamma e papà perché è più conveniente e per non perdere il tenore di vita a cui sono abituati. E' ciò che emerge da una nuova indagine pubblicata dalla Banca d'Italia. Secondo gli ultimi dati dell'Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo circa l'80% di giovani italiani vivono ancora in casa con i genitori. Tra i paesi sviluppati è la percentuale più alta. Il solco diventa significativo se confrontiamo la tendenza italiana con quella statunitense. Prendiamo come parametro i nati tra il 1970 e il '74: tra i 15 e i 19 anni il 15% degli americani era già andato via di casa, in Italia solo 5%. All'età di 29 anni l'80% degli statunitensi viveva già da solo, gli italiani erano il 59%. Dall'indagine è emerso inoltre che circa il 13% dei 40enni italiani è ancora a casa con i genitori. L'Italia primeggia pure nel confronto con altri Paesi europei. Benché anche in Paesi come Spagna e Portogallo si registra la tendenza dei giovani a vivere con i genitori, l'Italia rimane comunque al primo posto con i suoi 83% di ragazzi tra i 20-24 anni che sono in casa con mamma e papà. Secondo l'analisi, molti di questi giovani-adulti hanno un lavoro, vivono al Nord e hanno alle spalle una famiglia con reddito alto. Per loro il sostegno dei genitori rappresenta un aiuto prezioso senza il quale perderebbero il tenore di vita a cui sono abituati. In questa situazione pesa il costo delle abitazioni e la scarsa offerta di lavoro. Infatti benché al Nord ci siano più opportunità lavorative e salari più alti, rispetto che al Sud, le condizioni sono comunque precarie e gli affitti alti costringerebbero i ragazzi a fare delle rinunce che, a quanto emerge, non intendono fare.

Prosperano i bamboccioni. È l'Italia che sogna il sussidio. Quasi il 67% dei giovani vive con i genitori in attesa del reddito di cittadinanza. Ma non è tutta colpa loro, scrive  Carlo Lottieri, Martedì 18/12/2018, su Il Giornale.  Com'era facile prevedibile, la notizia che la maggior parte dei giovani italiani vive con papà e mamma ha subito portato sulla bocca di tutti la stessa parola: «bamboccioni». E in parte è vero che le nuove generazioni hanno la tendenza a vivere all'ombra della famiglia, incapaci di farsi carico degli oneri dell'esistenza. I dati diffusi ieri da Eurostat devono fare riflettere. Dopo un leggero calo del 2016, torna a crescere il numero di quanti, avendo un'età compresa tra i 18 e i 34 anni, preferiscono restare a casa. Si tratta infatti del 66,4% dei ragazzi: il dato europeo più alto dopo Croazia, Malta e Grecia. È un fenomeno che conosciamo da tempo, legato alla struttura della società italiana, in cui le mamme hanno da sempre un ruolo preponderante. Non si prende il volo perché in fondo è molto comodo non dover preoccuparsi di tante cose: dalla pulizia delle camere alla gestione delle fatture domestiche, alla cura del guardaroba. Anche dopo i trent'anni, il giovane italiano (specie se maschio) resta un eterno Peter Pan che non vuole mettere famiglia, fare figli, costruirsi un futuro. Alla radice di questo, però, ci sono anche talune ragioni economiche. I giovani di oggi si trovano entro un quadro ben diverso da quello dei «trenta gloriosi»: la fase storica che condusse dalla fine della Seconda guerra mondiale alla metà degli anni Settanta. In quel periodo tutta l'Europa conosceva un'espansione formidabile e ogni generazione appariva destinata a vivere meglio di quella precedente. Ora non è più così: dopo che lo statalismo dei «baby boom» ha consumato tutto il consumabile e ha accumulato debiti di ogni tipo (moltiplicando i titoli di Stato e costruendo un sistema pensionistico pubblico fallimentare), chi ha meno di quarant'anni difficilmente si troverà in una situazione migliore di quella dei genitori. In tale contesto, è assurdo difendere l'idea di un reddito di cittadinanza alla Di Maio, che penalizzi chi lavora per aiutare chi non lavora. Se ci si preoccupa - e giustamente - dinanzi a giovani che restano sempre bambini, tutto si deve fare meno che costruire un meccanismo redistributivo che dia un reddito, anche se modesto, a quanti restano a casa tutto il giorno. In altre parole, le nuove generazioni fanno i conti con un'economia ingessata, in cui per le imprese è spesso irragionevole assumere. Perché non sempre si resta in famiglia per pigrizia: talora questo avviene perché mancano i soldi per affittare un appartamento e perché - da tempo - l'insieme dei capitali complessivi è concentrato nelle mani di quanti hanno più di cinquant'anni, mentre agli altri rimane davvero poco. Per tale ragione non è tutta colpa dei giovani se essi non escono di casa e se, in molti casi, non cercano neppure un impiego. Sono infatti gli adulti che hanno costruito un sistema economico e sociale chiuso, protetto, assistenziale, in cui è difficile intraprendere e in cui - in molte aree del Paese - è addirittura irragionevole attendersi cambiamenti di alcun tipo. Per finirla con i bamboccioni, allora, bisognerebbe introdurre più libertà d'iniziativa nell'economia italiana e, più in generale, nella nostra società. Bisognerebbe responsabilizzare le comunità locali, abbassare le imposte, liberalizzare interi settori. Un giovane ha il diritto di lavorare e intraprendere senza dover chiedere innumerevoli autorizzazioni a chi vive di risorse che non produce. E se le cose non stanno così, non stupiamoci se poi rimane in famiglia a vivere della pensione del nonno.

“Bamboccioni” 10 anni dopo, cosa è cambiato? Scrive Daniela Uva il 17 maggio, 2018 su forbes.it. Scrivo di successo, imprenditori, storie italiane. Una generazione si è alzata dal divano di casa di mamma? “Mandiamo i bamboccioni fuori di casa”. Era il 2009 e l’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa coniò questo termine per indicare una generazione di giovani secondo lui troppo pigra e legata alle famiglie di origine. Sono passati nove anni e sembra che nel frattempo poco sia cambiato, almeno a giudicare dai più recenti dati diffusi da Eurostat. L’istituto di statistica continentale ha messo in evidenza come il 60 per cento dei giovani disoccupati italiani non sia disposto a trasferirsi altrove per lavorare, contro una media Ue del 50 per cento. Inoltre, il 98 per cento avrebbe trovato occupazione senza bisogno di cambiare residenza: la media europea è del 90 per cento. Insomma, i bamboccioni non sono scomparsi nonostante siano in aumento i ragazzi che dal sud si trasferiscono al nord per trovare nuove opportunità. A fronte di questa “pigrizia” ci sarebbe un altro dato preoccupante: sempre secondo Eurostat, l’Italia è penultima nell’Unione europea per numero di laureati. Solo un cittadino su sei prosegue gli studi. Tra i 25 e i 34 anni risulta laureato il 26,4 per cento delle persone (contro il 38,8 per cento della media Ue). Insomma, a giudicare da questa fotografia i giovani non vogliono cambiare città ma neanche passare il tempo sui libri. Anche se occorre guardare questi dati con più attenzione, come spiega Francesco Daveri, docente di Politica economica all’università Bocconi di Milano. Secondo Eurostat il 60 per cento dei giovani italiani non è disposto a traslocare per cercare lavoro. È una fotografia reale del Paese? Il dato è fortemente influenzato dalle caratteristiche della disoccupazione italiana, che è concentrata in modo sproporzionato in una parte del Paese. Al nord i ragazzi sono più ottimisti e dunque meno favorevoli all’idea di spostarsi. Per questo viene fuori un dato medio complessivo molto elevato, che però riguarda in particolare una parte dell’Italia.

Quindi al sud c’è più propensione ad andar via?

«È evidente come una parte dei giovani meridionali si stia spostando verso le regioni del nord. Anche se c’è un’altra parte che invece resta a casa senza lavorare né studiare».

Ma quindi da quel lontano 2009, l’anno dei bamboccioni, nulla è cambiato?

«Le condizioni di allora sono ancora in larga parte presenti. Anche se l’entità non è così gigantesca. I bamboccioni ci sono, ma non rappresentano il 60 per cento dei giovani italiani».

Chi sono questi bamboccioni contemporanei?

«Sono ragazzi che non ritengono di doversi spostare perché il mercato del lavoro a casa loro è positivo. E questo avviene prevalentemente al nord. Ma anche giovani pessimisti, convinti di non avere sufficienti competenze per trovare occupazione lontano da casa. O che ritengono il trasloco troppo oneroso dal punto di vista economico. Chi non ha una famiglia solida alle spalle fa fatica ad andare altrove per cercare lavoro. E senza garanzie chiedere un prestito in banca è inutile».

Da cosa dipende l’assenza di competenze?

«Da una debolezza sistematica del nostro sistema scolastico e universitario, ancora troppo scollato dal mondo del lavoro e non sempre in grado di fornire ai giovani le abilità necessarie per essere competitivi. Ecco perché parlare solo di “bamboccioni” rischia di essere riduttivo».

Eurostat ha messo in evidenza come l’Italia sia penultima nell’Ue per numero di laureati. La disoccupazione giovanile dipende anche da questo?

«Si tratta di un dato negativo e molto preoccupante, anche se in realtà il nostro mercato del lavoro è un po’ diverso da quello di altri Paesi. In Italia ci sono migliaia di piccole imprese che non vogliono laureati, ma tecnici con molta esperienza, e spesso fanno fatica a trovarli. Resta il fatto che avere un numero adeguato di laureati sarebbe decisivo per modernizzare il Paese, per rendere le aziende attrattive per gli investitori, e quindi per crescere e produrre di più».

E in effetti recentemente sempre Eurostat ha messo in evidenza come solo il 58 per cento dei giovani italiani trova un lavoro entro tre anni dalla laurea…

«Questa è la diretta conseguenza della domanda da parte delle imprese, più interessate ai tecnici che ai laureati. Ma anche da una scelta delle facoltà da frequentare non sempre ponderata».

Cosa sarebbe meglio studiare, oggi, per lavorare immediatamente?

«Certamente Ingegneria ed Economia, che offrono sia competenze tecniche sia attitudine alla flessibilità. E poi Filosofia, che insegna a pensare in modo diverso. E questo per le aziende può essere un valore aggiunto».

PARLIAMO DI LAVORO. L’ITALIA DEGLI SFIGATI, DEI BAMBOCCIONI E DEGLI SCHIZZINOSI.

“Chi sa, fa. Chi non sa, insegna”. Così dice un vecchio detto. Ed eccoci oggi a commentare proprio una frase di chi insegna. Suvvia perdoniamo loro che non sanno quello dicono. Generalmente ci si divide in teorici e pratici (tecnici). I primi a teorizzare, i secondi ad attuare. Ma se al Governo ci hanno messo i teorici (quelli che insegnano e non conoscono la realtà), perché li han definiti tecnici (capaci di fare)? Già, perché, chi sapendo ben fare (rubare e sprecare), non aveva più niente da fare e voleva precostituirsi un alibi. Giusto per dimostrare una mia tesi: da sempre siamo solo presi in giro e pure ne godiamo, anzichè ribellarci e buttar giù tutti dal carrozzone. L'apatia e l'accidia generale dei cittadini ti smonta, la collusione e la codardia delle vittime ti scoraggia. E la politica. I borghesi conservatori posso capirli, ma i cosiddetti comunisti, che si definiscono progressisti, ma che in realtà sono solo restauratori?

“Giovani siete sfigati”! Giovani siete “bamboccioni”! “Giovani non siate schizzinosi”! Poverini non è colpa loro, (di chi dice ste cazzate), anche perché i loro figli schizzinosi non lo sono affatto, non avendone ragione. In un paese dove il 78% dei lavori si trova per «segnalazione» (dato Eurostat), i figli di banchieri, professori universitari, rettori, presidenti di Cda, prefetti, manager pubblici, magistrati, principi del foro, tutti futuri (attuali) ministri, non hanno tempo per essere choosy, «schizzinosi». Già a me quando ero giovane i vecchi mi dicevano: “aspetta, sei giovane, non hai esperienza. Devi farti le ossa”. Bene. Oggi che ho 50 anni i giovani mi dicono: “fai largo, sei vecchio, da rottamare”. Ergo, la mia è una generazione a perdere. In attesa di un turno che non arriverà mai. Questo mio pensiero è dedicato a chi, ignavo, non si ribella a cambiar le cose, se non per sé, almeno per i suoi figli. Per non destinare lor il destino di esuli per fame o per onor.

«Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.»

Il canto diciassettesimo del Paradiso di Dante Alighieri si svolge nel cielo di Marte, ove risiedono gli spiriti di coloro che combatterono e morirono per la fede; siamo alla sera del 13 aprile 1300, o secondo altri commentatori del 30 marzo 1300.

Giustissimo prendersela con gli scandali della politica. Ma il problema è che l'Italia è divisa in due: chi è privilegiato (per conoscenze, relazioni familiari, corporazioni etc) e chi invece è abbandonato a se stesso. «Io faccio il senatore e so per esperienza che quando le persone si rivolgono a uno di noi è sempre per chiedere un aiuto personale, una promozione, un favore. E' questa la cultura che alimenta i privilegi e uccide il merito». Dice Ignazio Marino. Ha ragione e lo dico io, Antonio Giangrande, uno che si è laureato a 36 anni, sì, ma come?

A 31 anni avevo ancora la terza media. Capita a chi non ha la fortuna di nascere nella famiglia giusta.

A 32 anni mi diplomo ragioniere e perito commerciale presso una scuola pubblica, 5 anni in uno (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), presentandomi da deriso privatista alla maturità assieme ai giovincelli.

A Milano presso l’Università Statale, lavorando di notte perché padre di due bimbi, affronto tutti gli esami in meno di 2 anni (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), laureandomi in Giurisprudenza.

Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ho fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare. Pago caro il denunciare il malaffare ed i concorsi truccati di quelle istituzioni che pretendono rispetto, senza meritarlo.

Mio figlio Mirko a 25 anni ha due lauree ed è l’avvocato più giovane d’Italia (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità).

Primina a 5 anni; maturità commerciale pubblica al 4° anno e non al 5°, perché aveva in tutte le materie 10; 2 lauree nei termini; praticantato; abilitazione al primo anno di esame forense.

Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ha fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare.

Alla fine si è sfigati comunque, a prescindere se hai talento o dote, se sei predisposto o con intelligenza superiore alla media. Sfigati sempre, perché basta essere italiani nati in famiglie sbagliate.

Schizzinosi no!! C’è da far umili lavori. Si và. Padre e figlio accomunati da identico destino. Fa niente che a parità di laurea il popolino appella il titolo di dottore solo a chi va in cravatta (immeritata) e non a chi va con le braghe sporche.

Certo è che nessuno va a chiedere ispezioni ministeriali per vagliare le risultanze dell'esame di abilitazione di avvocato o di notaio o di professore universitario, ovvero di verificare la legalità delle procedure di accesso alla magistratura. Compiti non corretti? Per le commissioni d'esame: Fa niente, conta il nome e l'accompagno. Il TAR, intanto, da parte sua sforna sentenze antitetiche tra loro su domande aventi lo stesso oggetto: dipende dall’avvocato che le presenta. Basta leggere il libro del  dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie”, e scrittore-editore dissidente che proprio sul tema ha scritto e pubblicato “CONCORSOPOLI".

Libro facente parte della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” pubblicata sui propri siti web, su Amazon in E-Book e su Lulu in cartaceo. Uno tra i 40 libri scritti dallo stesso autore e pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Opere che i media si astengono a dare la dovuta visibilità e le rassegne culturali ad ignorare.

PARLIAMO DI RACCOMANDAZIONE E CONCORSI TRUCCATI IMPUNITI: FAMILISMO, NEPOTISMO, CLIENTELISMO.

Dedicato a chi, ignavo, non si ribella a cambiar le cose, se non per sé, almeno per i suoi figli. Per non destinare lor il destino di esuli per fame o per onor.

«Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.»

Il canto diciassettesimo del Paradiso di Dante Alighieri si svolge nel cielo di Marte, ove risiedono gli spiriti di coloro che combatterono e morirono per la fede; siamo alla sera del 13 aprile 1300, o secondo altri commentatori del 30 marzo 1300.

VITTIME DELLA RACCOMANDAZIONE E DEI CONCORSI TRUCCATI: NON SIATE SCHIZZINOSI.

Una carrellata di opinioni venute da destra e da sinistra, giusto per dimostrare una tesi: da sempre siamo solo presi in giro e pure ne godiamo, anzichè ribellarci e buttar giù tutti dal carrozzone. L'apatia e l'accidia generale dei cittadini ti smonta, la collusione e la codardia delle vittime ti scoraggia. E la politica. I borghesi conservatori posso capirli, ma i cosiddetti comunisti, che si definiscono progressisti, ma che in realtà sono solo restauratori?

Quei figli dei ministri «poco schizzinosi». Il ministro Fornero ha definito i giovani "choosy". E i loro pupilli? Ricoprono tutti incarichi di rilievo scrive Paolo Bracalini su “Il Giornale”. In un paese dove il 78% dei lavori si trova per «segnalazione» (dato Eurostat), i figli di banchieri, professori universitari, rettori, presidenti di Cda, prefetti, manager pubblici, tutti futuri (attuali) ministri, non hanno tempo per essere choosy, «schizzinosi»: il lavoro arriva e coi fiocchi. Al di là dei loro sicuri meriti, non deve aver fatto la schizzinosa Maria Maddalena Gnudi quando il padre, il ministro Gnudi (ex presidente Enel, quota Udc) le ha proposto di diventare socio del prestigioso Studio Gnudi (commercialisti in quel di Bologna), il suo. Approdo sicuro anche per Eleonora Di Benedetto, avvocato 35enne, assunta da uno dei più importanti studi legali di Roma, lo studio Severino, quello della madre Paola, ministro della Giustizia. Ma non tutti i brillanti figli si impiegano indoor, altri lo fanno outdoor, sempre ad altissimi livelli. Come Costanza Profumo, brillante architetto laureata al Politecnico di Torino, figlia del rettore del Politecnico di Torino Francesco Profumo (ora ministro dell'Istruzione), ha lavorato nello studio newyorkese dell'archistar Daniel Libeskind, ora pare sia a Rio de Janeiro. Carlo Clini, figlio del ministro dell'Ambiente Corrado, è rimasto invece in Europa, a Bruxelles, dove coordina progetti per la Regione Veneto. Ricordate Carlo Malinconico, il sottosegretario tecnico che si è dimesso per una vacanza pagata da altri? Suo figlio, Stefano, avvocato, ha fatto pratica nello studio Malinconico (del padre), poi ha trovato lavoro al ministero dell'Ambiente dov'era direttore generale Corrado Clini (ex collega di governo del padre), e quindi all'Antitrust, quando il presidente era il sottosegretario Catricalà, (ex) collega del padre nei governo Monti. A sua volta il segretario Catricalà, che ha gestito l'Antitrust per sei anni, ha una figlia che è in una società, Terna, partecipata dal ministero dell'Economia, dove da sempre siede Vittorio Grilli, ministro dell'Economia, che però ha figli ancora in età scolare. Brillante carriera per un altro rampollo, Luigi Passera, figlio del ministro Passera. Passera jr., dopo la laurea in Bocconi (come il padre) si è occupato di marketing per la Piaggio, società di Colaninno, partner dell'ex ad di Intesa nella cordata di salvataggio Alitalia. Ora Passera jr ha un impiego di tutto rispetto presso la multinazionale Procter & Gamble. Di Monti jr, invece, si sono perse le tracce. Dopo aver lavorato a Londra per Citigroup e Morgan Stanley, il figlio del premier era stato chiamato alla Parmalat da Enrico Bondi (a sua volta poi chiamato da Monti padre come commissario straordinario per la spending review). Dopo le polemiche sul posto fisso (il premier disse che era «noioso») il curriculum del figlio, che nel frattempo ha lasciato Parmalat, è sparito dal web. Si sa però che la seconda figlia di Monti, Federica, ha lavorato nel prestigioso studio Ambrosetti, quelli del Forum Ambrosetti di Cernobbio, dove si riunisce la crème dell'economia italiana. E che poi ha sposato Antonio Ambrosetti, unico figlio maschio degli Ambrosetti. Benissimo è andata a Giorgio Peluso, 42 anni, figlio del ministro Cancellieri. Già assunto trentenne come direttore di Unicredit, poi direttore generale di Fondiaria Sai a 500mila euro l'anno, l'ha in questi giorni lasciata con una buonuscita di 3,6 milioni, scoperta dal Fatto. Ma non è rimasto a spasso: assunto da Telecom Italia come Chief Financial Officer. Poi c'è la Fornero. La figlia Silvia ha una cattedra all'Università di Torino (dove madre e padre sono professori ordinari), e lavora in una fondazione finanziata da Intesa (dove la madre era nel consiglio di Sorveglianza). L'altro figlio, Andrea Deaglio, invece, è uno stimato regista e produttore di film socialmente impegnati (emarginazione, minoranze etniche). Chissà cosa pensa dei choosy.

I figli dei ministri? Tutti geni, ecco perchè non sono schizzinosi…..scrive “PDFontanaliri”. All’indomani dell’ultima provocazione di Elsa Fornero (“i giovani italiani sono un po’ troppo schizzinosi -choosy- nel cercare lavoro”) Repubblica tira fuori la notizia di una mega liquidazione al figlio del ministro dell’Interno Cancellieri, Piergiorgio Peluso. Tre milioni e 600mila euro per un anno di duro lavoro alla Fondiaria Sai (che ha nel frattempo contribuito ad affossare), la società assicurativa dell’imprenditore Salvatore Ligresti, già arrestato per tangenti e indagato per corruzione. La folgorante ascesa professionale di Peluso inizia presto: appena laureato viene catapultato subito all’Arthur Andersen. Un fenomeno della natura. Da lì balza a Mediobanca.

Passa poi per diversi enti e dirigenze bancarie tra cui Aeroporti di Roma (consigliere d’amministrazione), Gemina (consigliere) Capitalia, Credit Suisse First Boston e Unicredit per finire, poco tempo fa, alla Fondiaria Sai dove ha ricoperto (fino ad oggi) il ruolo di direttore generale con compenso da 500mila euro all’anno.

Dobbiamo interrogarci su come sia possibile offrire a tutti (al figlio di Monti come a quello dell’operaio) le stesse condizioni di partenza e le stesse opportunità così come recita l’articolo 3 della Costituzione che qui ricordiamo: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Ancora: Giovanni Monti, figlio del Premier Mario, a poco più di 20 anni è già associato per gli investimenti bancari per la Goldman Sachs, la più potente banca d’affari americana, la stessa in cui il padre Mario ricopre il ruolo apicale di International Advisor. A 25 anni è già consulente di direzione da Bain & company, dove rimane fino al 2001. Dal 2004 al 2009, vale a dire fino al suo approdo alla Parmalat, Giovanni Monti ha lavorato prima a Citigroup e poi a Morgan & Stanley: a Citigroup è stato responsabile di acquisizioni e disinvestimenti per alcune divisioni del gruppo, mentre alla Morgan si è occupato in particolare di transazioni economico-finanziarie sui mercati di Europa, Medio Oriente e Africa, alle dipendenze dirette degli uffici centrali di New York. Silvia Deaglio, la figlia del Ministro Forneo, a soli 24 anni, mentre già svolgeva un dottorato in Italia, ottiene un incarico presso il prestigioso Beth Israel Deaconess Medical Center di Harvard, il prestigioso college di Boston. La figlia del ministro inizia ad insegnare medicina a soli 30 anni. Diventa associata all’università di Torino a 37 anni con sei anni di anticipo rispetto alla media di accesso in questo ruolo. Il concorso lo vince a Chieti, nel 2010, nella facoltà di Psicologia, prima di essere chiamata a Torino, l’università dove insegnano mamma e papà, nell’ottobre 2011. alla professoressa Deaglio ha certamente giovato nella valutazione comparativa il ruolo di capo unità di ricerca all’Hugef, ottenuto nel settembre 2010 quando era ancora al gradino più basso della carriera accademica, e a ridosso dell’ultima riunione della commissione di esame che l’ha nominata docente di seconda fascia. Come detto, l’Hugef è finanziato dalla Compagnia di San Paolo, all’epoca vicepresieduta da mamma Elsa Fornero. Piergiorgio Peluso, figlio del Ministro Cancellieri: appena laureato viene catapultato subito all’Arthur Andersen. Un fenomeno della natura. Da lì balza a Mediobanca. Passa poi per diversi enti e dirigenze bancarie tra cui Aeroporti di Roma (consigliere d’amministrazione), Gemina (consigliere) Capitalia, Credit Suisse First Boston e Unicredit per finire, poco tempo fa, alla Fondiaria Sai dove ricopre il ruolo di direttore generale con compenso da 500mila euro all’anno. Michel Martone, figlio di Antonio Martone, avvocato generale in Cassazione, amico di Previti e Dell’Utri e Brunetta, già nominato da Brunetta presidente dell’authority degli scioperi, ruolo da cui si è dimesso dopo essere stato coinvolto come testimone nell’inchiesta P3, ha una carriera universitaria molto rapida: a 23 anni ha un dottorato all’università di Modena. A 26 anni diventa ricercatore di ruolo all’università di Teramo. A 27 anni diventa professore associato. Al concorso, tenutosi tra gennaio e luglio 2003, giunse al secondo posto su due candidati, in seguito al ritiro di altri 6. Presentò due monografie, una delle quali in edizione provvisoria (ossia non ammissibile); ottenne 4 voti positivi su 5, con il parere negativo di Franco Liso, contro i cinque voti positivi ricevuti dall’altra candidata, 52enne con due lauree e 40 pubblicazioni. Tuttavia fu Martone ad ottenere il posto da ordinario. A 37 anni diventa viceministro del governo Monti.

Figli dei ministri schizzinosi? A ciascuno il suo lavoro di prestigio, scrive “Politica 24”. Il ministro Elsa Fornero non è stata affatto clemente con i giovani, invitandoli a non essere schizzinosi per quanto riguarda la scelta del lavoro da svolgere. Le affermazioni del ministro del Welfare hanno scatenato parecchie polemiche. In effetti in molti, alle prese con una disoccupazione imperante, si sono sentiti quasi provocati da parole di questo genere. Più che essere schizzinosi, bisognerebbe comprendere che in Italia il lavoro non c’è, specialmente per chi è alle prese con la prima occupazione. E mentre i giovani italiani portano avanti queste difficoltà, come se la cavano invece i figli dei ministri? Se la Fornero avesse riflettuto su quest’ultima questione, probabilmente avrebbe evitato di parlare dei giovani come “choosy”. In effetti, se esaminiamo la situazione lavorativa dei figli dei ministri e degli uomini politici in generale, ci accorgiamo che abbiamo a che fare con casi altro che “schizzinosi”. Luigi Passera, il figlio del ministro Passera, dopo essersi occupato di marketing presso la Piaggio, adesso è approdato a lavorare per la multinazionale Procter & Gamble. Il confronto con il lavoro da centralinista o da ragazzo che consegna le pizze sorge spontaneo. Ma la Fornero ha preso un grosso granchio, perché, nel momento in cui ha parlato di essere schizzinosi, non ha considerato nemmeno il lavoro della figlia Silvia: una dimenticanza. La figlia del ministro Fornero ha una cattedra all’Università di Torino, dove sia la madre che il padre sono professori ordinari. Inoltre Silvia lavora in una fondazione finanziata da Intesa. Non c’è da meravigliarsi, visto che la madre faceva parte proprio del consiglio di sorveglianza di Intesa. La Fornero ha anche un altro figlio, Andrea, un “choosy” pure lui, potremmo dire: regista e produttore di film sull’emarginazione e le minoranze etniche. E che dire di Maddalena Gnudi, figlia del ministro Gnudi? Non avrà certo fatto la schizzinosa, nel momento in cui il padre le ha proposto di diventare socio del famoso Studio Gnudi, un team qualificato di commercialisti. Sempre meglio delle pizze, giusto? Paola Severino, invece, ha una figlia: Eleonora Di Benedetto. Anche lei è rimasta a lavorare “in famiglia”: svolge la professione di avvocato presso lo studio legale Severino a Roma. E che dire del figlio Stefano di Carlo Malinconico, noto sottosegretario tecnico? Stefano ha fatto pratica nello studio legale del padre e poi è stato assunto al ministero dell’Ambiente, sotto la supervisione del Direttore Generale Corrado Clini. Ma non pensate male: in fin dei conti Clini è solo un ex collega di Governo del padre. Se vogliamo dirla tutta, Stefano Malinconico ha lavorato anche all’Antitrust, quando era presidente il sottosegretario Catricalà, sempre collega del padre. La figlia di Catricalà lavora in una società partecipata dal ministero dell’Economia. In questa società ha un ruolo importante Vittorio Grilli, ministro dell’Economia. Peccato che i figli di Grilli siano ancora troppo piccoli…Schizzinoso è stato invece il figlio di Monti, che era stato chiamato a lavorare alla Parmalat di Enrico Bondi. Dopo che Monti affermò che il posto fisso fosse noioso, del figlio si sono perse le tracce. La figlia di Monti, Federica, ha invece lavorato presso il prestigioso Studio Ambrosetti, che presenta stretti legami con gli esponenti più alti dell’economia italiana. Il figlio del ministro Cancellieri, Giorgio Peluso, ha preferito al lavoro di centralinista dell’altro: direttore di Unicredit, direttore generale di Fondiaria Sai, con 500.000 euro di stipendio all’anno e infine, dopo una buonuscita di 3,6 milioni, è stato assunto da Telecom Italia come Chief Financial Officer. Suvvia, figli dei ministri, non siate schizzinosi.

Bamboccioni di governo. Giovani choosy, non solo Fornero: quanti figli dei ministri sono schizzinosi. La battuta di Elsa è l'ultima di una lunga serie sui giovani italiani. Come se i suoi ragazzi facessero i porta-pizze, scrive “Libero Quotidiano”. I pupi ministeriali? Grandi manager, prof in studi prestigiosi, docenti universitari...I ragazzi non sono abbastanza umili. Parola di Elsa Fornero, ministro del Lavoro in carica. Beh, se un esponente del governo dei Prof dice che i giovani italiani sono troppo schizzinosi nella scelta del primo impiego, vorrà dire che i figli dei suddetti Prof avranno avuto un'umiltà esemplare, quasi francescana, nel cercare lavoro. Si saranno accontentati. Sarà andata così, no? No. I Forneros - Cominciamo proprio dai due figli del ministro Frignero (come la chiama Beppe Grillo). Silvia a neanche 40 anni è già professore associato presso la facoltà di Medicina dell’Università di Torino (ateneo dove insegnano sia la madre che il padre, l'economista Mario Deaglio). Ma, visto che è una ragazza modesta, Silvia si è cercata anche un secondo lavoretto: è responsabile unità di ricerca della HuGeF, fondazione creata e finanziata dalla Compagnia di San Paolo (leggi Banca Intesa, istituto di credito nel cui consiglio di sorveglianza sedeva la mamma). Il fratello Andrea, essendo un giovane sabaudo tutto concentrato sul lavoro (perché con la cultura, si sa, non si mangia), è regista cinematografico. La giovane Profumo e il figlio di Passera - Costanza Profumo, figlia del ministro dell'Istruzione Francesco, si è laureata nel 2008 in architettura al Politecnico di Torino (chi era il rettore? Papà).

Ragazza quadrata, di fronte alla crisi incalzante non si è tirata indietro dallo sporcarsi le mani nel primo lavoretto capitatole a tiro: lo studio (a New York) dell'archistar Daniel Libeskind, uno che, per capirci, firma il progetto della nuova Ground Zero. Altrettanto tetragono alle difficoltà della vità è Luigi Passera (di Corrado, ministro per lo Sviluppo economico). Laureato in Bocconi, il giovanotto ha studiato in Cina alla Hong Kong University e alla Fudan University (l'esclusivo ateneo che sforna la locale classe dirigente). Dopo uno stage negli stabilimenti vietnamiti della Piaggio, ora lavora per il colosso Procter & Gamble. E il figlio del Premier? - Ricorderete certamente Mario Monti lamentarsi della monotonia del posto fisso. Il figlio Giovanni, a soli 43 anni, è un esempio di flessibilità: ha studiato a Milano e New York, ha lavorato a Londra per le banche City Group e Morgan Stanley (di cui è stato vicepresidente), poi è stato chiamato alla Parmalat da Enrico Bondi (diventato in seguito commissario straordinario alla spending review del governo... Monti). Oggi risulta disoccupato: la crisi è crisi.

Miscellanea di prole ministeriale - Giorgio Peluso, figlio del ministro Anna Maria Cancellieri, a 42 anni è già stato: direttore di Unicredit, direttore generale di Fondiaria Sai e, dopo una buonuscita di 3,6 milioni di euro, chief finacial officer per Telecom Italia. Carlo Clini, figlio del ministro per l'Ambiente, vive e lavora da anni a Bruxelles, dove ha avuto prima un incarico per l'Upi, Unione delle Province Italiane, e poi per la regione Veneto. Eleonora Di Benedetto, infine, è un giovane avvocato di 35 anni assunto da uno dei più prestigiosi studi legali di Roma: quello della madre, Paola Severino, ministro della Giustizia.

PARLIAMO DELLA RACCOMANDAZIONE: TUTTI LA RINNEGANO; TUTTI LA CERCANO.

«Ciao Melitta, hai saputo? Mio marito è stato nominato all'unanimità presidente della Corte d'appello di Messina. Sono molto contenta, dillo anche a Franco (Tomasello, rettore dell'Università) e ricordagli del concorso di mio figlio. Ciao, ciao». Chi parla al telefono è la moglie del presidente della Corte d'appello di Messina, Nicolò Fazio, chi risponde è Melitta Grasso, moglie del rettore e dirigente dell' Università, il cui telefono è intercettato dalla Guardia di Finanza perché coinvolta in una storia di tangenti per appalti di milioni di euro per la vigilanza del Policlinico messinese. Ma non è la sola intercettazione. Ce ne sono tante altre, anche di magistrati messinesi, come quella del procuratore aggiunto Giuseppe Siciliano che raccomanda il proprio figlio. Inutile dire che tutti e due i figli, quello del presidente della Corte d'appello e quello del procuratore aggiunto, hanno vinto i concorsi banditi dall' ateneo. Posti unici, blindati, senza altri concorrenti. Francesco Siciliano è diventato così ricercatore in diritto amministrativo insieme a Vittoria Berlingò (i posti erano due e due i concorrenti), figlia del preside della facoltà di Giurisprudenza, mentre Francesco Siciliano è diventato ricercatore di diritto privato. Senza nessun problema perché non c'erano altri candidati, anche perché molti aspiranti, come ha accertato l'indagine, vengono minacciati perché non si presentino.

Le intercettazioni sono adesso al vaglio della procura di Reggio Calabria che, per competenza, ha avviato un'inchiesta sulle raccomandazioni dei due magistrati messinesi, che si sarebbero dati da fare con il rettore Franco Tomasello per fare vincere i concorsi ai propri figli. Altri guai dunque per l'ateneo che, come ha raccontato «Repubblica» nei giorni scorsi, è stato investito da una bufera giudiziaria che ha travolto proprio il rettore, Franco Tomasello, che è stato rinviato a giudizio e sarà processato il 5 marzo prossimo insieme ad altri 23 tra docenti, ricercatori e funzionari a vario titolo imputati di concussione, abuso d' ufficio in concorso, falso, tentata truffa, maltrattamenti e peculato. In ballo, alcuni concorsi truccati e le pressioni fatte ad alcuni candidati a non presentarsi alle prove di associato. E in una altra indagine parallela è coinvolta anche la moglie del rettore, Melitta Grasso, dirigente universitaria, accusata di aver favorito, in cambio di «mazzette», una società che si era aggiudicata l'appalto, per quasi due milioni di euro, della vigilanza Policlinico di Messina. Un appalto che adesso costa appena 300 mila euro. L'inchiesta sull'ateneo messinese dunque è tutt'altro che conclusa ed ogni giorno che passa si scoprono altri imbrogli. Agli atti dell' inchiesta, avviata dopo la denuncia di un docente che non accettò di far svolgere concorsi truccati, ci sono molte intercettazioni della moglie del rettore.

Convinta di non essere ascoltata, durante una perquisizione della Guardia di Finanza Melitta Grasso dice ad un suo collaboratore («Alberto») di fare sparire dall'ufficio documenti compromettenti. In una interrogazione del Pd al Senato, si chiede al ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini «se intende costituirsi parte civile a tutela dell'immagine degli atenei e inoltre se intenda sospendere cautelativamente il rettore di Messina». (Repubblica — 20 novembre 2008   pagina 20   sezione: cronaca)

Una generazione a perdere.

«Possiamo anche passar oltre al fatto che ancora oggi vi siano leggi fasciste a regolare la nostra vita ed ai catto-comunisti vincitori della guerra civile dell'altro millennio questo va bene, ma il grado di civiltà di una nazione si misura in base al livello di uguaglianza che viene riconosciuto ai suoi cittadini. Ed in Italia quel livello è infimo. Eppure la Costituzione lo prevede all’art. 3. Ma tra liste bloccate per amici e parenti e boutade elettorali, ogni nuova tornata elettorale, come sempre, non promette niente di nuovo: ergo, niente di buono.

I vecchi tromboni, nelle idee più che nell’età, minacciano il nostro futuro - dice il dr Antonio Giangrande, scrittore dissidente e presidente dell'Associazione Contro Tutte le Mafie. Noi siamo figli di una generazione a perdere: senza passato, senza presente e, cosa più grave, senza futuro. Questa non è una notizia di cronaca, ma cronaca lo è. Chi scrive è definito intellettuale. Si scrive, per quanto mi riguarda, forse, perché non si ha di meglio da fare dopo una vita in cerca di lavoro e di partecipazione a concorsi pubblici truccati. Però una cosa la devo scrivere. Credo che sia tempo di dire basta con questi politicanti. Questi i problemi li creano, non li risolvono. Non si dia a loro visibilità e si parli, piuttosto, dei veri problemi della gente da lor signori causati. Gente in carcere o morta di fame. Eravamo ragazzi e ci dicevano: “Studiate, sennò non sarete nessuno nella vita”.

Studiammo con i sacrifici nostri e dei nostri genitori. Dopo aver studiato ci dissero: “Ma non lo sapete che la laurea non serve più a niente? Avreste fatto meglio ad imparare un mestiere od a fare i commercianti!”. Imparammo il mestiere o diventammo commercianti. Dopo ci dissero: “Che peccato però, tutto quello studio per finire a fare un mestiere o ad aprire una bottega?”. Ci convinsero e lasciammo perdere, anche perché le tasse erano troppe ed alte e la burocrazia inefficiente ed oppressiva. Quando lasciammo perdere, rimanemmo senza soldi, a campare con le pensioni dei genitori. Poi diventammo disperati, senza futuro e con genitori senza pensione. Prima eravamo troppo giovani e senza esperienza. Dopo pochissimo tempo eravamo già troppo vecchi, con troppa esperienza e troppi titoli, con pochi posti di lavoro occupati da gente incapace, figli di una cultura corrotta. Non facemmo figli - per senso di responsabilità - e crescemmo. Così ci dissero, dall’alto dei loro concorsi truccati vinti o lavori trovati facilmente negli anni ’60, con uno straccio di diploma o la licenza media, quando si vinceva facile davvero: “Siete dei bamboccioni, non volete crescere e mettere su famiglia”. E intanto pagavamo le loro pensioni, mentre dicevamo per sempre addio alle nostre. Ci sposammo e facemmo dei figli per dare una discendenza ad una nazione fiera dei suoi trascorsi e ci dissero: “Ma come, senza una sicurezza nè un lavoro con un contratto sicuro fate i figli? Siete degli irresponsabili”. A quel punto non potevamo mica ucciderli.

Così emigrammo. Andammo altrove, alla ricerca di un angolo sicuro nel mondo, lo trovammo, ci sentimmo bene. Ci sentimmo finalmente realizzati, ma a piangere la terra natia ed a maledire chi la governava ed anche chi li votava. Diventammo vecchi senza conoscere la felicità. Ma un giorno, quando meno ce lo aspettavamo, per il magna magna dei pochi il “Sistema Italia” fallì e tutti si ritrovarono col culo per terra. Allora ci dissero: “Ma perchè non avete fatto nulla per impedirlo?”. A quel punto non potemmo che rispondere: “Andatevene tutti affanculo, voi, la vostra claque in Parlamento ed i giornalisti foraggiati che vi danno spazio sui loro giornali e vi invitano in tv a dir cazzate!”.»

Siamo un Paese di figli e figliastri scrive Michele Ainis su “L’Espresso”. Giustissimo prendersela con gli scandali della politica.

Ma il problema è che l'Italia è divisa in due: chi è privilegiato (per conoscenze, relazioni familiari, corporazioni etc) e chi invece è abbandonato a se stesso. Scandali, sprechi, sciali. E privilegi di stampo feudale, come no. Dei politici, della loro dolce vita, ne abbiamo gli occhi pieni. E continuiamo a sgranarli ogni mattina, basta aprire un quotidiano. C'è un rischio però, anche se a enunciarlo rischi a tua volta i pomodori. Il rischio di trasformare le malefatte di Lusi o di Fiorito in un lavacro collettivo, che monda ogni peccato. I nostri, non i loro. Perché non è vero che da un lato c'è la casta, dall'altro la società dei casti. Non è vero che il furto di denaro pubblico avvenga unicamente per mano dei partiti: ce lo dicono i numeri dell'elusione fiscale, del lavoro nero, degli abusi edilizi. E soprattutto non è vero che i privilegiati siano soltanto loro. Nell'Italia delle corporazioni ormai lo siamo tutti. LE PROVE? Cominciamo dalla pappatoia delle regioni, dove i consiglieri pappano a spese dell'erario. Ma il personale burocratico non sta certo a digiuno. In Trentino i dirigenti ottengono mutui a tasso zero. In Emilia vanno in bus con uno sconto dell'85 per cento sul biglietto. In Sicilia hanno diritto a un sussidio per il matrimonio, alla colonia estiva per i figli, perfino al contributo per le pompe funebri. Senza dire dei benefit che toccano in sorte ai dipendenti delle assemblee parlamentari: quelli del Senato intascano pure la sedicesima, alla Camera uno stenografo può guadagnare più del capo dello Stato (259 mila euro lordi l'anno contro 239 mila). E gli altri? Ce n'è per tutti, anche per chi timbra il cartellino fuori dal Palazzo. I bancari lasciano il posto in eredità alla prole (almeno il 20 per cento del turnover nelle banche si svolge attraverso una staffetta tra padri e figli). Le mogli dei ferrovieri salgono in treno gratis. Gli assicuratori ci infliggono le polizze più salate d'Europa (il premio Rc auto costa il doppio rispetto alla Francia e alla Germania). I sindacalisti vengono esentati dai contributi pensionistici. I tassisti si proteggono con il numero chiuso. Al pari dei farmacisti e dei notai, che oltretutto sono creature anfibie: funzione pubblica, guadagni privati (il sigillo notarile vale 327 mila euro l'anno). Come i medici ospedalieri, ai quali s'applica l'intra moenia extramuraria: un pasticcio semantico, prima che giuridico. In pratica, devolvono il 6,5 per cento del loro fatturato all'ospedale e vanno ad operare nelle cliniche di lusso.

D'altronde ciascuno ha il proprio lusso, e se lo tiene stretto. Ai dipendenti della Siae tocca un'"indennità di penna". Ai servizi segreti un' "indennità di silenzio". Agli avvocati dello Stato una "propina" (55 milioni nel 2011). I diplomatici all'estero incassano uno stipendio doppio. Come i giudici amministrativi distaccati presso i ministeri (in media 300 mila euro l'anno). I professori universitari hanno diritto alla vacanza permanente (l'impegno annuale è di 350 ore). I giornalisti entrano nei musei senza pagare.

Chi è impiegato all'Enel fruisce d'uno sconto sulla bolletta della luce. I docenti di religione hanno una busta paga più pesante rispetto a chi insegna geografia. E c'è poi il santuario degli ordini professionali, lascito imperituro del fascismo. C'è una barriera all'accesso che protegge avvocati, architetti, commercialisti, veterinari, ingegneri. C'è il mantello dell'indipendenza che si traduce in irresponsabilità per i pm (le sanzioni disciplinari colpiscono lo 0,3 per cento della categoria). C'è una selva di privilegi processuali in favore delle banche (possono chiedere un decreto ingiuntivo in base al solo estratto conto), di privilegi fiscali per i petrolieri (pagano royalty del 4 per cento contro l'80 in Norvegia o in Russia). C'è la mammella degli aiuti di Stato (30 miliardi l'anno), da cui succhiano le imprese siderurgiche non meno di quelle cinematografiche (1,5 milioni a "L'allenatore nel pallone 2"). Sì, è esattamente questa la nostra condizione. Siamo un popolo di privilegiati e discriminati, di figli e figliastri. Senza eguaglianza, senza giustizia, senza libertà. E non basterà il faccione di Fiorito, non basterà quest'esorcismo collettivo che stiamo intonando a squarciagola, a farci ritrovare l'innocenza.

Se la Casta è dentro di noi scrive Ignazio Marino su “L’Espresso”.

«Io faccio il senatore e so per esperienza che quando le persone si rivolgono a uno di noi è sempre per chiedere un aiuto personale, una promozione, un favore. E' questa la cultura che alimenta i privilegi e uccide il merito». Non possiamo continuare a tollerare una situazione in cui il finanziamento della ricerca non è assegnato in modo concorrenziale, in cui i posti non sempre sono distribuiti in base al merito, in cui difficilmente i ricercatori possono accedere alle sovvenzioni o ai programmi di ricerca oltre confine e da cui ampie zone d'Europa restano escluse». Sono le parole di Máire Geoghegan-Quinn, commissaria europea alla ricerca e all'innovazione, che chiede di abbattere le barriere tra gli Stati per realizzare uno spazio europeo della ricerca. Uno spazio in cui l'unico giudice sia il merito e che sia misurabile, come sosteneva anche Michael Young, che nel 1958 coniò il neologismo "meritocrazia". Agli appelli pressanti, che arrivano anche dall'Europa, l'Italia continua a rispondere con la sua cultura anti-merito. Si inizia con la scuola, dove copiare il compito del compagno è tollerato e non è considerato un fatto riprovevole. Anzi, lo sciocco è chi non copia. E si continua per tutta la vita quando, nonostante l'odio contro la casta, ci si rivolge a un politico per chiedere una raccomandazione, un posto di lavoro, una promozione, un trasferimento, per saltare la lista d'attesa in ospedale. Lo dico per esperienza personale: purtroppo è raro che le persone mi cerchino per presentarmi un progetto in cui credono mentre è più comune la richiesta di un aiuto personale, e quando rispondo che l'unica raccomandazione che mi sento di fare è chiedere a ogni commissione di scegliere il migliore, leggo delusione negli occhi del mio interlocutore, non apprezzamento.

Questa mentalità è così diffusa che fa sì che la nostra società sia profondamente diseguale e soffra di una scarsissima mobilità sociale proprio per la mancanza di cultura del merito che non permette ai migliori di correre, e magari vincere, quella gara verso l'alto, qualunque sia la loro base sociale di partenza. La conseguenza è visibile anche nel fatto che l'Italia da anni ormai rimane saldamente ancorata agli ultimi posti nelle classifiche internazionali per efficienza, qualità dei servizi, stima nei dipendenti pubblici. Il merito, infatti, non serve solo al singolo individuo quale giusto e doveroso riconoscimento dell'impegno e delle sue capacità personali ma è fondamentale per fare funzionare meglio l'intero sistema. Il settore dell'aeronautica rappresenta un valido esempio: ogni pilota d'aereo possiede un log-book, un libretto sul quale vengono annotati i dettagli di ogni volo, gli errori, i rischi, le manovre giuste, in pratica tutta la storia professionale. Su quella base si valutano le qualità del singolo pilota ma si studiano anche i punti deboli e gli elementi di fragilità del sistema. E così non solo si correggono ma si prevengono gli errori. Perché non immaginare un sistema simile anche per la sanità? Se per esempio si potesse conoscere tutto ciò che un medico ha fatto dal suo primo giorno in ospedale, quelle informazioni diventerebbero un biglietto da visita importantissimo, ma anche un elemento di valutazione, trasparente e oggettivo, per la sua carriera e più in generale per l'efficienza e la sicurezza del servizio sanitario. La cultura del merito non si può imporre per decreto e quando il governo sostiene che la spending review servirà a rendere più efficiente l'amministrazione pubblica dice una bugia, perché servirà solo a fare cassa. Per incidere sull'efficienza e per premiare i migliori servono tempo e strategia, iniziando con la raccolta dei dati e con la loro analisi. E poi serve una motivazione intrinseca, che non è data dalla prospettiva di un aumento di stipendio o da uno scatto di carriera ma dalla convinzione che ogni sforzo personale possa avere un effetto positivo su tutti. E' così ambizioso iniziare a considerare la parola merito non come un insulto? O smettere di pensare che sia una prerogativa esclusiva del mondo anglosassone? E' vero, la cultura del merito non ce l'abbiamo nel sangue ma dobbiamo infonderla nelle nostre vene, soprattutto in quelle dei giovani affinché non si sentano predestinati a non cambiare mai.

Ecco perchè il cittadino, per egoismo personale, vende la sua anima al diavolo.

LA MAFIA DELLE RACCOMANDAZIONI. MARTONE, LE VITTIME, SFIGATI A PRESCINDERE.

Parliamo di lavoro. A proposito del viceministro al Lavoro Martone e di Sfigati. Su “L’Espresso”, così come su tantissimi giornali nazionali o locali, vi è stata pubblicata una lettera aperta del Dr. Antonio Giangrande, scrittore, autore della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS. Da 20 anni partecipa al concorso forense: i suoi compiti non sono corretti, ma dichiarati tali da commissioni composte e presiedute da chi è stato da lui denunciato perché trucca l’esame. Il Tar di Lecce respinge i suoi ricorsi, nonostante vi siano decine di motivi di nullità. «Il viceministro Martone provoca i fuori corso universitari: "Se a quell'età sei ancora all'università sei uno sfigato". Ha ragione, eppure finisce alla gogna. Polemiche pretestuose sulla frase da chi ha la coda di paglia. Michel Martone, viceministro del Lavoro secondo il quale un 28enne non ancora laureato è spesso "uno sfigato". Ha ragione e lo dico io, Antonio Giangrande, uno che si è laureato a 36 anni, sì, ma come?

A 31 anni avevo ancora la terza media. Capita a chi non ha la fortuna di nascere nella famiglia giusta.

A 32 anni mi diplomo ragioniere e perito commerciale presso una scuola pubblica, 5 anni in uno (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), presentandomi da deriso privatista alla maturità assieme ai giovincelli.

A Milano presso l’Università Statale, lavorando di notte perché padre di due bimbi, affronto tutti gli esami in meno di 2 anni (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), laureandomi in Giurisprudenza.

Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ho fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare.

Mio figlio Mirko a 25 anni ha due lauree ed è l’avvocato più giovane d’Italia (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità).

Primina a 5 anni; maturità commerciale pubblica al 4° anno e non al 5°, perché aveva in tutte le materie 10; 2 lauree nei termini; praticantato; abilitazione al primo anno di esame forense.

Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ha fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare.

Alla fine si è sfigati comunque, a prescindere se hai talento o dote, se sei predisposto o con intelligenza superiore alla media. Sfigati sempre, perché basta essere italiani nati in famiglie sbagliate.»

Tale lettera è inserita in una inchiesta più larga su un malcostume ed illegalità noto ed utile a tutti. E si viene a sapere da Gianluca Di Feo su  “L’Espresso” che l'amico del padre del viceministro (quello degli 'sfigati') andò dal potente senatore del Pdl, Dell'Utri, per far sistemare il giovane. Lo ha detto, a verbale, Arcangelo Martino, imprenditore al centro dell'inchiesta sulla P3. «Mi sono ricordato che Martone sosteneva che attraverso il partito voleva dare una risposta lavorativa al figlio». Arcangelo Martino ha uno stile spiccio, spesso approssimativo. Del figlio di Martone dice che «fa il commercialista, una cosa del genere».  L'imprenditore è considerato uno dei pilastri della P3, la cricca che interveniva per pilotare le cause in Cassazione e in molti tribunali. Ma durante l'interrogatorio in carcere davanti ai pm romani ricostruisce in modo netto il principale interesse di Antonio Martone, all'epoca potente avvocato generale della Cassazione: sistemare il figlio, ossia Michel il giovane enfant prodige del governo Monti, pronto ad attaccare gli studenti fuori corso e le lauree tardive. Il suo curriculum di professore ordinario a soli 29 anni era anche - stando ai verbali - nelle mani degli uomini della P3. Martino dichiara che assieme a Pasqualino Lombardi, l'altro protagonista dell'inchiesta P3, si sarebbero presentati a Marcello Dell'Utri chiedendo di intervenire in favore del ragazzo. Sarebbe stato Lombardi a sollecitare la raccomandazione, accompagnata dalla lista dei meriti accademici del giovane al senatore del Pdl. Ottenendo una risposta vaga: «Va be' vediamo». Tanta premura per il rampollo non nasceva da una solidarietà amicale. L'interesse della P3 era chiaro: volevano che il padre intervenisse per sistemare la causa sul Lodo Mondadori, ossia il processo contro l'azienda di Silvio Berlusconi a cui era contestata un'evasione fiscale da circa 300 milioni, e sollecitasse un voto positivo della Consulta sul Lodo Alfano che garantiva l'immunità al premier. Due questioni strategiche per il Cavaliere che Pasqualino Lombardi e i suoi sodali volevano mettere a posto grazie all'aiuto di Martone, come spiegano ai magistrati. Antonio Martone ha dichiarato di non avere mai chiesto raccomandazioni per il figlio. L'uomo ha lasciato la suprema corte dopo la diffusione delle intercettazioni su suoi contatti con gli emissari della P3. Nunzia De Girolamo, parlamentare pdl, ha descritto la presenza dell'avvocato generale ai pranzi da Tullio dove ogni settimana Lombardi riuniva i suoi compagni di merende. «Ricordo che erano presenti il sottosegretario Caliendo e diversi magistrati. Tra loro Martone, Angelo Gargani e un magistrato del Tribunale dei ministri». Il geometra irpino Lombardi si mostra capace di grandi persuasioni, come ricostruisce la De Girolamo: «Ricordo anche che Martone diceva di volere andare via dalla Cassazione e che Lombardi non era d'accordo e cercava di convincerlo a restare.

Diceva che stava bene lì, che era un punto di riferimento lì. Martone insisteva dicendo che voleva fare altre esperienze e che preferiva andare da Brunetta».  Proprio da Brunetta era poi venuto il primo incarico di consulente da 40 mila euro l'anno per Michel Martone, mentre al padre andavano ruoli direttivi. Ma Lombardi e Martino si impegnavano per trovare «attraverso il partito una risposta lavorativa» migliore per il professore in erba. Che due anni esatti dopo l'incontro tra Lombardi e Dell'Utri per trovargli un posto «attraverso il partito» è arrivato al governo Monti.

Poletti jr e gli altri figli dei ministri col lavoro assicurato. Dai banchi del governo hanno attaccato precari, bamboccioni, choosy. E ora pure gli expat. Ma a casa loro..., scrive "Lettera 43” il 21 dicembre 2016. Prima furono i bamboccioni, poi i choosy, gli sfigati e, ancora, i nostalgici della «monotonia» del posto fisso. Poteva Giuliano Poletti non dare il suo contributo alla lista di offese governative ai giovani disoccupati, non ancora laureati o desiderosi di un tempo indeterminato che non arriva mai? Certo che no. E così il ministro del Lavoro davanti alla fuga di 100 mila giovani all'estero ha commentato in modo sprezzante che «questo Paese non soffrirà a non averli più tra i piedi». Inutili le scuse per l'espressione un po' troppo colorita, soprattutto davanti a una disoccupazione giovanile al 36,4% (anche se è il valore più basso degli ultimi quattro anni, sic), al neo schiavismo dei voucheristi e all'aumento della precarietà effetto del Jobs Act. Il primogenito di Poletti, invece, è uno di quei giovani (nel senso italico del termine visto che di anni ne ha 42) «non pistola» che hanno deciso di restare in patria. E dire che l'ex sottosegretario Michel Martone lo avrebbe definito uno «sfigato» visto che è sensibilmente fuoricorso («Se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato», a essere precisi). Chissà poi cosa ne pensa il padre, visto che nel 2015 il ministro cadde in un'altra boutade impopolare sui fuori corso. «Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21», disse agli studenti all'inaugurazione di Job&Orienta. Una giustificazione, però, Poletti jr ce l'ha: in questi anni si è dedicato al lavoro e alla famiglia, ha raccontato al Fatto quotidiano. Già il lavoro. Manuel dirige il settimanale Sette Sere Qui diffuso tra Faenza, Lugo Ravenna e Cervia. L'editore è la Coop Media Romagna di cui il figlio del ministro è presidente. Il giornale nel 2015 ha ottenuto 190 mila euro di contributi pubblici, 521.598 in tre anni. Ma lui, ha assicurato, guadagna 1.800 euro al mese. Il solito welfare cooperativo. Come si diceva, Poletti non è certo il solo ad avere preso di mira i giovani, salvo poi poter vantare prole sistemata, stipendiata e soddisfatta. E molto probabilmente pure meritevole e talentuosa, ma questo è un altro discorso. Si prenda per esempio l'ex premier Mario Monti che definì monotono il posto fisso. «I giovani devono abituarsi all'idea di non avere più il posto fisso a vita: che monotonia», disse a febbraio 2012. «È bello cambiare e accettare delle sfide». E, infatti, suo figlio Giovanni Monti di lavori ne ha cambiati parecchi, sempre fissi però. L'enfant prodige bocconiano, classe '73, dopo un po' di "gavetta" come consulente alla Bain and Co, è passato dalla vicepresidenza di Citigroup a quella di Morgan Stanley. Nel 2009 entrò in Parmalat chiamato dall'allora commissario straordinario Enrico Bondi per occuparsi di business development. Esperienza che finì con dimissioni ctinte di giallo. Presso quali lidi sia approdato Monti jr difficile dirlo oggi, anche perché ai tempi della bufera cancellò il suo profilo da Linkedin. Invece, come ha ricordato Il Giornale, qualcosa in più si sa di Federica Monti, la secondogenita, che ha lavorato presso lo studio Ambrosetti, quelli dell'omonimo forum di Cernobbio. Alla faccia della monotonia, Federica ha pure sposato Antonio Ambrosetti: tutta casa e lavoro, insomma. Dai monotoni ai choosy, il passo è breve. Anche Elsa Fornero, che di Monti era ministro del Lavoro, invitò a smettere di cercare un posto a tempo indeterminato. «Il lavoro fisso?», disse, «Un'illusione». Insomma, aggiunse materna, «non bisogna mai essere troppo "choosy" (schizzinosi, ndr), meglio prendere la prima offerta e poi vedere da dentro e non aspettare il posto ideale». Sua figlia Silvia Deagliodeve essere stata fortunata. Nata nel 1974, sposata con un dirigente Unicredit, Deaglio è professore associato alla facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università di Torino, lo stesso in cui insegnano i genitori. Per sconfiggere la monotonia montiana, la professoressa ricoprì anche un ruolo come «responsabile dell'unità di ricerca» della fondazione HuGeF, attiva nel campo della genetica. Un cervello non in fuga il suo. Anche perché, come scrisse il Fq, la fondazione riuscì a ottenere dai ministeri della Salute e della Ricerca «quasi 1 milione di euro in due anni, 500 mila nel 2008, 373.400 e 69 mila nel 2009». Ma i tecnici non sono stati gli unici ad aver dispensato consigli (non richiesti) alla popolazione di giovani precari italiani. Nel 2008 pure Silvio Berlusconi propose la sua ricetta. Durante la trasmissione Tg2 Punto di vista, a una ragazza che chiedeva come fosse possibile mettere su famiglia senza un'occupazione stabile rispose: «Da padre il consiglio che le do è quello di ricercarsi il figlio di Berlusconi o di qualcun altro che non avesse di questi problemi. Con il sorriso che ha potrebbe anche permetterselo». Dopo nove anni, quello del Cav resta - purtroppo e al netto delle comprensibili polemiche - l'unico bagliore di realtà. A sua insaputa.

Dal familismo amorale al familismo immorale. Famiglie italiane e società civile, scrive Francesco Benigno l'1 Luglio 2010 su “Italiani Europei”. In un’Italia in cui abbondano i “bamboccioni” e in cui emerge una tendenza ad “ereditare” anche gli incarichi pubblici tornano in auge le riflessioni sull’eccessivo potere assegnato alla famiglia nella sfe­ra pubblica. Ad un familismo che avrebbe ormai as­sunto i caratteri dell’amoralità – se non dell’immo­ralità – viene imputato il mancato radicamento dell’etica pubblica nel nostro paese. Quanta realtà e quanta mistificazione vi sono nel delineare questa presunta antitesi fra familismo e civismo? Periodicamente la famiglia torna sotto i riflettori dell’opinione pubblica, indagata come possibile matrice dei mali del “bel Paese”, scrutata come depositaria e riproduttrice delle virtù e, più spesso, dei vizi del carattere nazionale. In una recente intervista a “La Repubblica”, in cui vengono sintetizzati i risultati di una ricerca storica collettiva dedicata alle famiglie italiane nel Novecento, Paul Ginsborg ha riproposto nuovamente il tema del familismo come una possibile chiave di lettura della realtà italiana contemporanea. In un’Italia ripiegata su se stessa, in cui le giovani generazioni faticano a staccarsi dalle mura domestiche per progettare un futuro autonomo (i bamboccioni del ministro Brunetta), in cui ruoli politici e candidature passano disinvoltamente di generazione in generazione come fossero ereditarie (il figlio del ministro Bossi), e in cui recenti scandali coinvolgono responsabilità genitoriali (la «casa per la figlia» del ministro Scajola), conviene interrogarsi ancora – sostiene lo storico inglese naturalizzato italiano – sul concetto di familismo. Familismo è un’espressione famosa nel lessico delle scienze sociali, soprattutto dopo che nel 1958 lo studioso statunitense Edward Banfield ebbe coniato il concetto di «familismo amorale» per designare i comportamenti, descritti come angustamente individualistici, della gente di Montegrano (in realtà Chiaromonte, un isolato villaggio lucano). Lo studio di Banfield ha avuto una larga eco nel dibattito pubblico sulla questione meridionale, divenendo per alcuni (ma in modo assai contestato) una delle possibili spiegazioni delle carenze dello spirito pubblico nel Sud del paese. Successivamente, da Carlo Tullio Altan a Robert Putnam, è stato una ricorrente fonte di ispirazione per tutti coloro che si sono impegnati in schemi dualistici di raffigurazione della storia italiana. Ora Ginsborg lo recupera e, pur criticandolo, ne allarga la portata, fino ad usarlo per descrivere l’intero atteggiamento del “paese Italia”: anzi, richiamando il ben noto detto del «tengo famiglia» – e definito sorprendentemente non uno stereotipo ma la sintesi di «una filosofia antica e tipicamente italiana» – egli attribuisce al familismo, non più solo amorale ma ormai scopertamente immorale, il mancato radicamento di un’etica pubblica, di quel senso della collettività che è invalso nelle scienze sociali chiamare civicness. La tesi di Ginsborg, modellata sugli schemi dicotomici cari a tanta sociologia classica, è a prima vista suadente, e sembra anzi farsi forza di una sorta di riconoscimento immediato, un asseverarsi intuitivo che si nutre di evidenze: in Italia oggi saremmo di fronte alla ricorrente tendenza al tradimento della fedeltà allo Stato per arricchire parenti e consanguinei. Il familismo amorale, tracimando, si mescolerebbe così con l’uso delle risorse pubbliche per interessi privati, con il clientelismo. Può essere interessante rilevare – osserva Ginsborg – come nell’Europa mediterranea «questi fenomeni antichi non muoiano mai, ma si reinventino continuamente in forme nuove. Quel che fa impressione nell’Italia di oggi è il prevalere dell’organizzazione verticale tra patrono e cliente su quella orizzontale tra cittadini. Nella precarietà del mercato del lavoro diventa fondamentale la relazione con il potente che garantisce determinati accessi per te e per i tuoi figli, da qui un legame di gratitudine e asservimento. Tutto questo non ha niente a che vedere con cittadinanza, diritti e democrazia». Al fondo starebbe dunque una verità nascosta: insieme alla tardiva formazione dello Stato democratico, la chiave di volta dell’eccezione italiana, quel qualcosa che impedisce alla nazione di essere un paese normale, sarebbe il familismo, e cioè l’eccessivo potere assegnato alla famiglia nella società e nella sfera pubblica italiane. Il familismo svolge così nella visione di Ginsborg quel ruolo che un tempo era assegnato dalla retorica nazionalista al «particolarismo», un principio distruttivo e disgregatore di più ampie e morali solidarietà. La contrapposizione non potrebbe essere più netta: da una parte l’individualismo egoista nutrito nella culla familista e dall’altra l’etica pubblica solidaristica, cresciuta nell’alveo della società civile; da un lato una ricorrente tentazione alla gretta chiusura familistica e dall’altro una società civile colta, indipendente, reattiva, pronta ad organizzarsi e ad esprimere valori universalistici di partecipazione e di associazione; e ancora, per un verso un assetto sociale in cui il rapporto dominante è quello tra l’individuo e la famiglia, per l’altro compagini in cui al centro della vita individuale sta la relazione, variamente disposta, con lo Stato. A questa contrapposizione idealtipica corrisponde puntualmente una distribuzione geografica, o meglio una geopolitica dei valori. Secondo Ginsborg sarebbe familista l’Europa mediterranea: un insieme variegato e composito formato in buona sostanza dall’area dei cosiddetti PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) più i paesi mediorientali di tradizione islamica, descritti – questi ultimi – come comunità endogamiche, use al frequente matrimonio tra cugini primi e alla coabitazione delle coppie sposate coi genitori del maschio: tratti familiari che, uniti alla strutturazione clanica, avrebbe condizionato in senso negativo la crescita della società civile. In buona sostanza, l’accostamento di regioni così diverse funziona solo in negativo: esse sarebbero tutte segnate da una debole civicness a causa di strutture familiari troppo forti; sorta di controprova del successo del core nordeuropeo dello sviluppo economico (e insieme morale). In questa parte privilegiata del mondo (Inghilterra, Olanda e Scandinavia, più alcune aree della Germania e degli Stati Uniti) l’esistenza di famiglie più deboli e meno gerarchiche avrebbe permesso agli individui la libertà, gli spazi e i tempi per la partecipazione alla vita pubblica, da Ginsborg identificata con «la possibilità di sperimentare ed esplorare liberamente il variopinto mondo dell’associazionismo». La tesi della contrapposizione tra famiglie forti e famiglie deboli si può dimostrare, sostiene Ginsborg – che riprende qui tesi avanzate dal demografo David Reher – grazie all’analisi di tre piani distinti: quello delle strutture di coresidenza, dei sistemi demografici familiari e dei valori casalinghi. L’analisi comparativa delle strutture familiari di coresidenza è stata introdotta nel dibattito delle scienze sociali da Peter Laslett, uno dei padri della moderna storia della famiglia. Nella sua visione le famiglie inglesi (ma non irlandesi o scozzesi) e più in generale nordeuropeo-occidentali sarebbero state caratterizzate dal Cinquecento in poi da alcune caratteristiche specifiche: struttura nucleare, età tardiva della sposa, residenza neolocale. Grazie a queste caratteristiche, la famiglia inglese, portatrice di comportamenti virtuosi secondo l’etica maltusiana (con un’età tardiva al matrimonio cui corrispondeva un minor numero di figli) sarebbe stata il vero motore occulto della marxiana «accumulazione originaria», prodromo della rivoluzione industriale. A questo idealtipo dello sviluppo corrisponde, nella tipologia di Laslett, un idealtipo dell’arretratezza, costituito da famiglie variamente allargate, patriarcali, conviventi per più generazioni sotto lo stesso tetto, ordinate da strutture gerarchiche e costrittive, modellate sulle descrizioni fornite da antropologi anglosassoni dell’Europa meridionale e orientale: famiglie di pastori berberi o balcanici, di mezzadri toscani, di contadini calabri, di pescatori cantabrici. Va da sé che questi due modelli risultano – in quella visione – inscritti in un percorso evolutivo, un processo che prevede il passaggio da forme ritenute tradizionali o primitive ad altre reputate moderne. Questo schema semplificato e riduttivo è stato da tempo criticato e in gran parte abbandonato, ma la sua influenza continua ad avvertirsi nel discorso delle scienze sociali e nel dibattito pubblico. Malgrado l’evidenza, ad esempio, che in gran parte del Mezzogiorno la famiglia nucleare sia stata storicamente prevalente e le strutture di famiglie estese e complesse siano state invece minoritarie, l’idea che si possa trovare nella composizione familiare la chiave dell’arretratezza, il santo Graal della backwardness, non è stata mai abbandonata. È accaduto così che, scoperta negli anni Ottanta la cosiddetta Terza Italia, l’area valligiana centrosettentrionale a piccola impresa industriale diffusa, ci si è chiesti se non fosse da cercare nella struttura complessa, gerarchica e patriarcale della famiglia estesa mezzadrile, nella sua abitudine alla cooperazione nell’uso delle risorse comuni (il podere) il segreto del successo economico di questa parte del paese; laddove alla famiglia nucleare meridionale, descritta “alla Banfield” sarebbe venuta a mancare questa fondamentale risorsa cooperativa. In breve, patriarcale o nucleare che sia la famiglia, il risultato non cambia mai, se si continua inutilmente a porre la struttura familiare come pietra filosofale nell’eterna ricerca alchemica delle ragioni del sottosviluppo economico (o civico). Il secondo piano chiamato in causa da Ginsborg è quello dei sistemi demografici familiari. Si tratta di uno schema interpretativo elaborato a suo tempo dal demografo John Hajnal, che aveva prospettato l’esistenza nell’Europa moderna (dal XVI secolo in poi) di due sistemi familiari prevalenti e opposti fra loro: il primo, quello nordoccidentale, contraddistinto da una elevata età al matrimonio (soprattutto femminile) e strutture di residenza neolocali, e caratterizzato dall’abitudine di abbandonare presto la casa paterna per andare a servizio; il secondo, mediterraneo e orientale, a bassa età al matrimonio, segnato dalla preferenza per la convivenza di più generazioni nella stessa casa e dalla riluttanza a lasciare la famiglia d’origine. Questo schema, fuso in vari modi col precedente e formulato ancora una volta per spiegare le ragioni (virtuose) del primato economico nordoccidentale, divideva l’Europa secondo un’immaginaria linea disposta tra San Pietroburgo a Trieste, sì da isolare l’Europa nordoccidentale, vincente, e separarla dalla meno corretta, attardata e perdente “altra Europa” meridionale e orientale. Anche in questo caso le critiche all’impostazione di Hajnal non sono mancate, e hanno toccato sia l’inesistenza di una correlazione tra strutture neolocali ed età al matrimonio, sia l’inefficacia di isolare l’età al matrimonio come unica variabile indipendente e cioè senza considerare il regime demografico (soprattutto i tassi di mortalità) in cui è inscritta. Ma se l’applicabilità dello schema di Hajnal all’Europa preindustriale è assai dubbia, l’opportunità di isolarne solo un tratto (come l’età di abbandono della casa dei genitori) per determinare l’esistenza di famiglie “forti” o “deboli” oggi, a “rivoluzione demografica” da tempo conclusasi (con la conseguente completa equiparazione di tutti gli indicatori demografici fondamentali), appare alquanto controversa. Il dubbio grava specialmente sull’intento di inferire dalla comparazione delle diverse età nella fuoriuscita dalla famiglia di origine non un diverso livello delle opportunità, una differente struttura delle chances di mobilità, una variabile disposizione del mercato delle abitazioni, dei servizi e così via (tutte carenze rispetto a cui le strutture familiari possono funzionare da “ammortizzatori”) ma argomenti a sostegno di una tendenza culturale, riassumibile nello stereotipo indimostrato dell’italiano “mammone”, ovvero la predisposizione italica (ma poi, a seconda dei casi, meridionale, mediterranea oppure orientale) a convivere fino all’età adulta sotto lo stesso tetto dei propri genitori, una specie di tara insita nel carattere nazionale. Viceversa, la tendenza inglese di mandare presto i figli fuori di casa, un tempo a servizio, oggi a studiare, non viene collegata ad un sistema ereditario, quello dello one sole heir, che prevede la possibilità per i genitori di concentrare l’asse ereditario su un unico figlio a scelta, con la conseguente necessità di far sì che gli altri si costruissero una propria strada fuori dalle mura domestiche; e v’è da chiedersi se tale plurisecolare tradizione giuridica, decisamente volta alla conservazione del patrimonio familiare in barba a principi di elementare equità non possa con qualche ragione essere qualificata, essa sì, come “familista”. Infine, Paul Ginsborg, sulla scorta dei suoi studi precedenti, propone di dividere le famiglie in “aperte” e “chiuse”. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una polarità. Da una parte ci sono le famiglie che «sviluppano al loro interno, nelle loro conversazioni e tradizioni, un’apertura nei confronti della società e dei suoi problemi, una disponibilità dei componenti ad impegnarsi in associazioni e movimenti, un concetto della casa come spazio domestico poroso e accogliente»; mentre dall’altra «quelle che considerano la famiglia come una fortezza e vivono la vita familiare come un bene prezioso in costante pericolo»: queste ultime famiglie sono autoreferenziali e non aperte, come è evidente dalle loro case, che rifletterebbero questi atteggiamenti «sia nell’architettura sia nei sistemi di protezione». Anche in questo caso nessuna relazione è ipotizzata tra architettura e sistemi di protezione abitativa e livelli di reddito e di criminalità (reali o percepiti) del contesto sociale. Quest’ultima polarità si affiancherebbe così alle prime due, anche se con modalità piuttosto oscure, sicché non è chiaro se sia lecito aspettarsi una relazione positiva tra una certa struttura familiare, un dato sistema familiare e determinati valori casalinghi. È interessante notare come questa ripresa della chiave interpretativa familistica avvenga tuttavia in un clima intellettuale profondamente diverso da quello in cui essa fu forgiata: durante il mezzo secolo di storia del concetto di familismo amorale il tema cardine verso cui si è indirizzata l’analisi è stato quello dello sviluppo economico – verso il quale esso finiva per svolgere in negativo più o meno lo stesso ruolo che l’etica protestante svolge nella celeberrima tesi di Max Weber relativa allo sviluppo del capitalismo. Oggi, tuttavia, tale prospettiva appare per molti aspetti usurata. È significativo che sia stato proprio Ginsborg a rigettare l’avventurosa affermazione formulata da Francis Fukuyama in un suo libro intitolato “Trust” secondo la quale il familismo andrebbe in sostanza considerato un freno al dispiegarsi della fiducia collettiva e dunque alla qualità dello sviluppo economico capitalistico, con la conseguente classificazione delle liberaldemocrazie in più moderne e sviluppate (Germania, Giappone, Stati Uniti) e meno moderne (Cina, Corea del Sud, Francia e Italia). Nello stroncare tali elucubrazioni, fondate sulla ripresa di un concetto carico di «insensato determinismo antropologico», Ginsborg ricordava giustamente come tutta l’industria più avanzata e attiva sia in Italia, e non solo in Italia, a base familiare. È interessante in questa discussione il ruolo che finiva per giocare il Meridione come antitipo della modernità. Fukuyama infatti – basandosi ancora una volta su Banfield – indicava il Sud dell’Italia come un caso estremo, come l’area limite dell’Europa progredita, quella in cui la fiducia collettiva non poteva dispiegare i suoi benefici effetti sull’economia a causa di un tratto culturale familista che egli qualificava in modo assai bizzarro come «confucianesimo»: affermazione che oggi nessuno si sentirebbe di ripetere, non perché il confucianesimo non sia stato un credo che abbia privilegiato il ruolo della famiglia, ma perché, nel frattempo, lo straordinario successo industriale cinese ha insinuato più di qualche dubbio non solo sulla veridicità ma anche sulla semplice sensatezza di queste contrapposizioni. Vi è in queste tesi un tratto evidentemente paradossale: il comportamento degli abitanti di Montegrano, così scopertamente orientato a massimizzare l’utile, diviene il prototipo di un’etica in fondo anticapitalistica; e ciò dopo che – com’è stato acutamente notato – sin dai filosofi morali scozzesi del Settecento la retorica liberista ha teorizzato l’ostinato e angusto perseguimento di fini personali come necessaria premessa al dispiegarsi del bene collettivo, secondo la celebre palingenesi dei vizi privati in pubbliche virtù. Il familismo resuscitato da Ginsborg non è più dunque quello di una volta; non costituisce più una chiave per spiegare il maggiore o minore successo economico: egli ne opera una vistosa revisione, torcendo il concetto in senso culturalista ed etico. Opponendosi a quelle concezioni del capitale sociale che da un lato puntano a sganciarlo dal sistema dei valori, e dall’altro a farne una base per nuove tassonomie economiche, questa visione tende a qualificare il capitale sociale come impegno civico, e a ribadire un nesso tra civismo e alcune pratiche associative, distinte sul piano valoriale e, verrebbe da dire, politico. La società civile viene infatti descritta come un essere fragile e in pericolo, assediata da mali antichi e nuovi, che hanno il nome di clientelismo, corruzione, familismo, nepotismo, monopolio mediatico. Si tratta, in altre parole, di un malato, per il quale Ginsborg propone la cura della democrazia partecipativa economica, citando l’esempio dei soviet ma sostituendo il soggetto portatore delle speranze di rinnovamento: non più evidentemente la classe operaia ma «la popolazione urbana istruita del Nord del mondo», solo provvisoriamente (anche se alquanto volontariamente) «assoggettata al capitalismo consumista e all’arricchimento personale». Evidentemente non tutti i modi di partecipare alla vita sociale risultano, in questa prospettiva, «civici» allo stesso modo: non lo sono i rapporti di vicinato, una partecipazione che «non equivale al vero impegno civico», non l’appartenenza alle associazioni di categoria, inficiate da evidenti interessi particolaristici, non i legami comunitari e l’affiliazione a movimenti di rivendicazione locale a base identitaria, sospetti di razzismo e xenofobia, e non (si suppone) quel vasto mondo, alquanto elitario, di club e associazioni di ex allievi, sorta di compagnonnage delle professioni liberali così diffuso in quella cultura anglosassone che affida al college una parte importante della formazione dei giovani. Ma soprattutto sembra esservi in questa concezione del civismo uno spazio limitato per la partecipazione basata su schemi ideologici o ideologico-religiosi: dovendosi in questo caso prendere in considerazione non solo i dimostranti di Teheran e di Bangkok e i partecipanti all’universo del volontariato ma evidentemente anche i membri dei movimenti del risveglio religioso cristiano, i fanatici antisionisti, gli iscritti a partiti che propugnano l’ineguaglianza sociale o l’esaltazione di figure di leader telegenici dal senso civico alquanto incerto. E dire che nella raccolta di saggi contenuti in “Famiglie del Novecento” vi erano esempi molto diversi, in grado di allargare la visione a famiglie cattoliche familiste ma disobbedienti ai precetti dell’enciclica “Humanae Vitae” del 1968 o a famiglie comuniste fortemente coese (entro quelle reti di vicinato e di comunità intessute di tradizione politica costitutive delle cosiddette Regioni rosse) ma al contempo devote al partito, controfigura e promessa dello stato socialista che verrà, e in un modo così assoluto da fare esclamare a Marina Sereni: «Il Partito si è fuso per me con la mia vita privata così strettamente e completamente da darmi sempre la certezza di essere una particella di quella immensa forza che porta il mondo in avanti». Solo una visione fortemente limitata della società civile permette di opporla specularmente al familismo, un’attitudine di cui non viene spiegato sulla base di quali parametri possa essere indagata. Gli studi condotti in questo senso dai sociologi mediante interviste qualitative volte a comprendere cosa la gente pensi della propria famiglia e della società che la circonda offrono migliori spunti di riflessione. Loredana Sciolla, ad esempio, ha argomentato con forza che, scomponendo il concetto di cultura civica nelle sue componenti diverse (valoriale, fiduciaria, identitaria) la supposta antitesi tra familismo (l’atteggiamento di chi ha fiducia esclusivamente nella famiglia) e civismo risulta falsa, che gli italiani non mostrano un abnorme attaccamento alla famiglia ma simile o anche inferiore a quello di popoli di radicata cultura civica, che le regioni meridionali sono meno familiste della media nazionale e più inclini ad avere fiducia nelle istituzioni. Sicché non resta che concludere con Giulio Bollati che «ogni discorso sull’indole, la natura, il carattere di un popolo appare come un’equivoca combinazione di conoscenza e di prescrizione, di scienza e di comando. Quello che un popolo è (o si crede che sia) non si distingue se non per gradi di dosaggio da ciò che si vuole debba essere».

Poletti, il calcetto e tutte le gaffe su giovani e lavoro. Dai "bamboccioni" di Padoa Schioppa alla monotonia del posto fisso di Monti. Oltre Poletti, tutti i politici che sono scivolati sui giovani e il loro futuro, scrive Maria Franco il 29 marzo 2017 su "Panorama". Questa volta non si è trattato di un congiuntivo sbagliato, di un errore di geografia, di una citazione erroneamente attribuita e nemmeno di sviste sulla Costituzione. A scatenare la polemica che ha investito il ministro del Lavoro Giuliano Poletti è stata infatti una frase espressa in italiano corretto, secondo molti anche onesta nel contenuto ma per tutti tragicamente inopportuna.

Il calcetto. Incontrando gli studenti dell'istituto tecnico professionale Manfredi-Tanari di Bologna, Poletti ha infatti suggerito loro di coltivare il più possibile le relazioni sociali. Nulla di male se non avesse anche aggiunto che per trovare lavoro è “più utile giocare a calcetto che mandare in giro curricula”. Molte ricerche gli danno ragione: secondo i dati Isfol solo il 3% trova lavoro attraverso i centri per l'impiego mentre “l’Italia continua ad essere un paese – ha dichiarato il Commissario straordinario dell'ente pubblico di ricerca Stefano Sacchi - dove per trovare lavoro conta moltissimo la rete di conoscenze che un individuo può mettere in campo”. Eppure il ministro è stato travolto da critiche e attacchi e le opposizioni, Lega e Movimento 5 Stelle in testa, ne hanno chiesto le dimissioni.

I cervelli in fuga. D'altra parte il ministro del Lavoro non è nuovo a questo tipo di esternazioni scivolose. Qualche mese fa, a colloquio con dei giornalisti in difesa del Jobs Act, Poletti usò frasi piuttosto sprezzanti nei confronti di chi decide di lasciare l'Italia per cercare miglior fortuna all'Estero: “conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Anche allora il ministro tentò di correggere il tiro e si scusò: “non mi sono mai sognato di pensare che è un bene per l'Italia il fatto che dei giovani se ne vadano all'estero. Penso, semplicemente, che non è giusto affermare che a lasciare il nostro Paese siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri”. Un'altra polemica risale a circa un anno fa quando sempre Poletti dichiarò che “prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21”.

Fornero e i giovani “choosy”. Tra i ministri meno amati nella storia della Repubblica italiana, Elsa Fornero viene ancora oggi ricordata come la professoressa che ha sbagliato i conti sui cosiddetti “esodati” e che ha dato dei “choosy” (schizzinosi) ai giovani che non si accontentano di ciò che gli viene offerto quando si affacciano al mondo del lavoro. Per esattezza ciò che allora fece la ministra fu elargire loro il consiglio di “non essere troppo choosy, come dicono gli inglesi”. Ricordando ciò che ella era solita dire sempre ai suoi studenti, Fornero suggeriva che fosse opportuno prendere subito il primo lavoro che capitava per poi “da dentro” guardarsi intorno. Anche in questo caso sarebbe ipocrita negare che il 99% dei genitori italiani suggeriscano la stessa cosa ai loro figli. Ma da un ministro del Lavoro i giovani italiani si aspettano non consigli bensì soluzioni che li sottraggano a un futuro da precari a tempo indeterminato.

Monti e il posto fisso. Certo è che dentro il governo Monti, di cui Fornero ha fatto parte, il posto fisso non ha mai goduto di un particolare favore. “Che noia” dichiarò infatti l'allora premier Mario Monti a Matrix. “I giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita. È più bello cambiare”. Peccato che in un Paese dove, secondo dati Istat, la disoccupazione giovanile si attestava a gennaio al 40,6%, il problema non è più nemmeno quello di trovare un posto fisso ma di trovarne uno qualsiasi.

Anna Maria Cancellieri e i mammoni. Quasi che denigrare i giovani fosse diventata l'ossessione di molti dei membri del governo Monti, anche l'allora ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri non si fece scappare l'occasione di lanciare la propria personale bombetta. Intervistata da Tgcom24, la ministra che fu costretta a dimettersi quando da Guardasigilli del governo Letta fu coinvolta nel caso Ligresti, in una sola frase Cancellieri rievocò la celebre etichetta di “bamboccioni” appiccicata addosso ai giovani dal Padoa Schioppa e ribadì il giudizio espresso da Monti sul posto fisso: “Siamo fermi al posto fisso nella stessa città – disse infatti – di fianco a mamma e papà...”.

Martone e gli sfigati. Sui giovani, il lavoro e il loro futuro anche l'allora viceministro al Welfare (sempre del governo Monti) volle consegnare alle cronache una perla di presunta saggezza ma di dubbia opportunità. Alla sua prima uscita pubblica, un convegno sull'apprendistato organizzato dalla Regione Lazio, Michel Martone bollò infatti come uno “sfigato” chi a 28 anni ancora non è riuscito a mettersi una laurea in tasca. “Dobbiamo dire ai nostri giovani - disse il vice della Fornero - che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo. Essere secchione è bello, almeno hai fatto qualcosa”. Anche in questo caso il consiglio dall'alto, paternalistico e secchione, di un “giovane” particolarmente fortunato, fu respinto al mittente con profluvio annesso di infuocate polemiche.

Padoa Schioppa e i bamboccioni. A conquistarsi il titolo di “madre di tutte le gaffe” fu quella scappata allo scomparso ministro dell'Economia nel secondo governo Prodi Tommaso Padoa Schioppa. Nel presentare la finanziaria del 2007, l'allora titolare di via XX Settembre disse infatti che le misure a favore delle famiglie sarebbero servite anche “a mandare i 'bamboccioni' fuori di casa". Cioé incentivare l'uscita di casa da parte dei giovani che adesso restano fino a età inverosimili con i genitori. Non crescono mai, non si sposano, non si rendono autonomi”. Ma quanti sono quelli che non si rendono autonomi per scelta? Una domanda che evidentemente il ministro non si pose o che non ritenne opportuno porsi per evitare di essere in futuro ricordato solo per questo episodio nonostante una prestigiosa e lunga carriera ai vertici sia della Commissione europea che della Banca d'Italia.

Brunetta e l'Italia peggiore. Anche perdere la pazienza in pubblico può giocare brutti scherzi a chi fa politica. È successo per esempio al capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta all'epoca in cui era ministro della Funzione Pubblica. Al termine del suo intervento a un convegno sull'innovazione, un gruppo di precari chiede di prendere la parola. Il ministro chiamò sul palco due donne (precarie dell'agenzia tecnica del ministero del Lavoro) e appena quelle pronunciarono la parola “precarie”, Brunetta scese dal palco pronunciando uno stizzito “siete l'Italia peggiore”.

Poletti, Padoa-Schioppa, Berlusconi: dieci anni di battute contro i giovani precari. "Meglio il calcetto del curriculum" è stato solo l'ultimo sfottò di una lunga serie di uscite governative. Da Donne sposate mio figlio! agli sfigati senza ancora una laurea, scrive Wil Nonleggerlo il 28 marzo 2017 su "L'Espresso". Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti "Sfigati", "poco occupabili", "bamboccioni", "choosy"”. Insomma, "l'Italia peggiore". Dieci anni di crisi economica, dieci anni di battutine, sfottò, consigli imbarazzanti per studenti, precari e mondo del lavoro in generale. Ecco la risposta governativa ad una disoccupazione giovanile che veleggia stabile sul 40%, tra le più alte dell'Eurozona. L'ultimo caso riguarda il ministro del Lavoro Poletti: inviare curricula? Meglio il calcetto, crea più opportunità. Scivoloni di questo tipo non riguardano ovviamente solo i governi Renzi-Gentiloni, partono da Padoa-Schioppa e attraversano 10 anni di esecutivi, politici e tecnici. Li abbiamo raccolti per voi.

- Meglio il calcetto dei curricula (Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti agli studenti dell'istituto tecnico professionale Manfredi-Tanari di Bologna - 27 marzo 2017): Nella ricerca di un lavoro "il rapporto di fiducia è un tema sempre più essenziale", si creano più opportunità "a giocare a calcetto che a mandare in giro i curricula".

- Dopo lo scoppio delle polemiche il ministro Poletti prova a spiegare meglio il concetto (28 marzo 2017): "Critiche? È una stupidaggine sintetizzare in una riga due ore di dialogo con i ragazzi. Il calcetto, se volete, è la metafora della relazione sociale".

- Fuori dai piedi (Il ministro Poletti a colloquio con i giornalisti a Fano - 19 dicembre 2016): "Bene così: se 100mila giovani sono andati via non vuol dire che qui siano rimasti 60 milioni di pistola. Quelli che se ne sono andati è bene che stiano dove sono, il Paese non soffrirà sicuramente nel non averli più tra i piedi".

- Consigli per la laurea (Il ministro Poletti - non laureato - durante la convention di Veronafiere "Job&Orienta" - 26 novembre 2015): "Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21".

- Italiani poco occupabili (Enrico Giovannini, ministro del Lavoro nel governo Letta - 9 ottobre 2013): "L'Italia esce con le ossa rotte dai dati dell'Ocse diffusi ieri: dati che ci mostrano come gli italiani siano poco 'occupabili', perché molti di loro non hanno le conoscenze minime per vivere nel mondo in cui viviamo e non costituiscono capitale umano su cui investire per il futuro".

- Choosy (Elsa Fornero, ministro del Lavoro del governo Monti, durante un convegno a Milano - 22 ottobre 2012): "I giovani escono dalla scuola e devono trovare un'occupazione. Devono anche non essere troppo choosy, come dicono gli inglesi". 

- Sfigati (Michel Martone, viceministro del Lavoro del governo Monti, alla sua prima uscita pubblica, in un convegno sull’apprendistato organizzato dalla Regione Lazio - 24 gennaio 2012): "Dobbiamo iniziare a far passare messaggi culturali nuovi, dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato".

- Precari, siete l'Italia peggiore! (Renato Brunetta, ministro per la Funzione Pubblica del governo Berlusconi, risponde così ad un gruppo di precari durante la terza edizione della “Giornata Nazionale dell’Innovazione” - 14 giugno 2011): Il ministro invita due donne che chiedono di fare una domanda sul palco, ma non appena pronunciano la parola "precari" Brunetta perde completamente la pazienza: "Grazie, arrivederci. Questa è la peggiore Italia!". Uscendo dalla sala strapperà pure il cartellone dei manifestanti.

- La ricetta di Berlusconi contro la precarietà: donne, sposate mio figlio! (L'allora premier risponde ad una studentessa che nel corso della rubrica del Tg2 Punto di vista gli chiede come sia possibile, per una giovane coppia, farsi una famiglia senza un lavoro stabile - 13 marzo 2008): "Intanto bisognerebbe che in questa giovane coppia - ed è un consiglio che da padre mi permetto di dare a lei - dovrebbe cercarsi magari il figlio di Berlusconi o di qualcun altro... Lei col sorriso che ha potrebbe anche permetterselo!".

- I bamboccioni (Tommaso Padoa-Schioppa, ministro delle Finanze del governo Prodi, promuovendo agevolazioni all'affitto per i più giovani - 6 ottobre 2007): "Mandiamo i bamboccioni fuori casa!".

 “Sfigati”, disse il dottor Michel Martone, viceministro per un quarto di stagione. “Bamboccioni”, disse il ministro Tommaso Padoa Schioppa. “Choosy”, schifiltosi e pigri, così il ministro Elsa Fornero. “Giovani in fuga? Conosco gente che è meglio non averla tra i piedi”, dice il ministro Giuliano Poletti in carica al dicastero del Lavoro. In principio fu Tommaso Padoa Schioppa. Nel 2007 l'allora ministro dell'Economia, scomparso nel 2010, definì "bamboccioni" i giovani italiani. "Mandiamoli fuori di casa", disse all'epoca. E giù polemiche, con l'Italia spaccata tra bamboccioni sì e bamboccioni no. Da allora è stato un susseguirsi di sparate sui ragazzi del Belpaese. Fornero, Martone, Giovannini e il 26 novembre 2015 Giuliano Poletti secondo cui una laurea presa a 28 anni con 110 e lode non serve a un fico.

Basta! Ora siamo pure incompetenti. Da Padoa-Schioppa a Fornero, da Martone a Giovannini: i ministri se la prendono sempre con gli italiani in difficoltà. Bamboccioni, choosy e chi ne ha più ne metta. Ma perché non si guardano allo specchio? 9 ottobre 2013 da Libero quotidiano. Dopo “choosy”, “scansafatiche” e “bamboccioni”, ora gli italiani sono pure “incompetenti”. Il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, dopo sei mesi a palazzo Chigi centra subito l’obiettivo: farsi odiare da chi lavora e soprattutto da chi un lavoro non ce l’ha. Intervenendo a un convengo sul Senato sui 10 anni della legge Biagi, Giovannini afferma: “L’Italia esce con le ossa rotte dai dati dell’Ocse diffusi ieri: dati che ci mostrano come gli italiani siano poco occupabili, perché molti di loro non hanno le conoscenze minime per vivere nel mondo in cui viviamo e non costituiscono capitale umano su cui investire per il futuro”. Affermazioni pesanti di per sé, ancora di più se a pronunciare è il ministro del Lavoro”. Ma il ministro non fa marcia indietro: “Quelle cifre – ha aggiunto – ci mostrano quanto siamo indietro in termini di capitale umano e di occupabilità. La responsabilità di questa situazione – ha concluso – è di tutti”. Il dato di ieri dell’organizzazione mostrava come l’Italia sia tra gli ultimi posti al mondo per le competenze fondamentali necessarie a muoversi nel mondo del lavoro e della vita sociale. Ma quei dati di certo non sono il passaporto per poter definire gli italiani come “incompetenti” e “inoccupabili”. Insomma Giovannini si accoda subito alla buona tradizione di offese che sono piovute sugli italiani negli ultimi anni. Giovannini come la Fornero – L’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero qualche mese prima di lasciare il suo incarico disse chiaramente: “Gli italiani costano tanto e lavorano poco”. La bordata era arrivata subito dopo l’attacco ai giovani disoccupati che, sempre la Fornero, definì “choosy”, ovvero “stizzinosi, con poco spirito di adattamento”. Infine l’attacco di Giovannini è in linea con quello dell’ex ministro del Tesoro, Tommaso Padoa Schioppa che definì i giovani disoccupati come “bamboccioni”. Mentre l’ex sottosegretario al Lavoro, Martone disse che “laurearsi dopo i 28 anni, è roba da sfigati”.

Bamboccioni, choosy, pistola: quando i ministri fanno infuriare i giovani, scrive Ugo Barbàra su "Agi" il 20 dicembre 2016. Le scuse non bastano a fugare le nubi di tempesta che si addensano sul ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. "Non mi sono mai sognato di pensare che è un bene per l'Italia il fatto che dei giovani se ne vadano all'estero" ha detto dopo che sul web si è diffusa alla velocità della luce una sua affermazione riportata dalla stampa su alcuni giovani andati all'estero, "questo Paese non soffrirà a non averli più tra i piedi". "Evidentemente mi sono espresso male e me ne scuso", si legge nella nota di precisazione. "Penso, semplicemente", aggiunge, "che non è giusto affermare che a lasciare il nostro Paese siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri. Ritengo, invece, che è utile che i nostri giovani possano fare esperienze all'estero, ma che dobbiamo dare loro l'opportunità tornare nel nostro paese e di poter esprimere qui le loro capacità e le loro energie". 

Il Fatto Quotidiano traccia un parallelismo tra le parole di Poletti e quelle di Claudio Scajola, che definì "rompicoglioni" Marco Biagi, il giuslavorista ucciso il 19 marzo del 2002 dalle nuove Brigate Rosse. Ricercatori, ma anche liberi professionisti di livello, imprenditori, inventori di start up: per Poletti meglio che se ne siano andati, ad arricchire con le loro conoscenze, la loro capacità di intuito e di analisi, la loro immaginazione e fantasia, altri paesi. 

Non è la prima volta che Poletti attira su di sé le ire dei laureati. Poco più di un anno fa se ne uscì con un'altra frase destinata a scatenare ondate di polemiche: "rendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21". Ma non è l'unico, tra i vertici delle istituzioni, a primeggiare per impopolarità tra i giovani. 

In ottobre è stato il ministero dello Sviluppo economico a fare una gaffe non da poco: la blogger Eleonora Voltolina aveva trovato in un opuscolo destinato agli investitori esteri un invito forse allettante per loro, ma non lusinghiero per i lavoratori italiani il cui senso era questo: costano poco anche quando hanno un elevato tasso di scolarizzazione. 

Nell'ottobre del 2012 fu l'allora ministro del Lavoro, Elsa Fornero, a finire sotto il fuoco delle polemiche per una frase sui giovani che non devono essere troppo schizzinosi al momento dell'ingresso nel mercato del lavoro. “Non devono essere troppo choosy nella scelta del posto di lavoro. Meglio cogliere la prima occasione e poi guardarsi intorno”.

Dieci mesi prima, nel gennaio del 2012, era stato il viceministro del Lavoro, Michel Martone, a dare degli 'sfigati' ai giovani: "Se a 28 anni non sei ancora laureato - aveva detto partecipando a un incontro sull'apprendistato - sei uno sfigato. Bisogna dare messaggi chiari".

Nell'ottobre del 2007 era stato l'allora ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa a usare un termine destinato a diventare di uso comune nel dibattito politico. Le misure a favore delle famiglie, disse presentando la finanziaria, serviranno anche "a mandare i 'bamboccioni' fuori di casa. Cioé incentivare l'uscita di casa da parte dei giovani che adesso restano fino a età inverosimili con i genitori. Non crescono mai, non si sposano, non si rendono autonomi". 

La guerra infame del potere contro i giovani di questo Paese. Da Poletti alla Fornero. Ma il suo capostipite fu il ministro Padoa Schioppa, passato alla storia con la sua invettiva contro "i giovani bamboccioni", scrive Luca Telese il 20 dicembre 2016. Dei pistola. Malagente. Persone indesiderate da tenere - addirittura - fuori dall'Italia. L'incredibile gaffe del ministro al Lavoro Giuliano Poletti questa volta va studiata nel dettaglio. E non per ridicola e flebile richiesta di scuse che ha seguito l'infelice sortita, ma perché - purtroppo - non rappresenta un caso isolato. "Se 100mila giovani se ne sono andati dall'Italia - ha detto il ministro con incomprensibile fare aggressivo - non è che qui sono rimasti 60 milioni di 'pistola'". Il ministro del Lavoro, conversava amabilmente con i giornalisti a Fano e pochi minuti prima aveva difeso il Jobs Act del governo e aperto alla possibilità di rivedere le norme sui voucher. Già questa, a ben vedere, era una manifestazione di stato confusionale, visto che solo tre giorni prima lo stesso ministro si augurava una crisi anticipata del suo governo, pur di impedire il referendum abrogativo sui voucher e sull'articolo 18. Ma evidentemente, mentre fingeva di aprire, Poletti sembrava anche interessato a punire, se non altro sul piano simbolico: "Intanto - osservava stilando il suo atto d'accusa - bisogna correggere un'opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori. Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei 'pistola'. Permettetemi di contestare questa tesi". E a questo punto che era arrivato il colpo di grazia, la mazzata sui reprobi. "Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi". A chi si riferisse Poletti, non è dato di saperlo, resterà un mistero. Però ci sono almeno due indizi importanti da seguire. Il primo: le parole del ministro arrivano dopo un preferendo in cui le tesi del governo sono state bocciate a maggioranza quasi unanime, dagli elettori compresi nella fascia anagrafica fra i 18 e i 35 anni. La seconda, però, è molto più profonda, sottile, e merita una riflessione.

Denigrare i giovani è diventato uno sport nazionale. La guerra infame ed ideologica dei governi italiani contro i giovani in questo paese parte da lontano, e non è stata incominciata da Poletti. Ha il suo capostipite nelle parole scioccanti del ministro Padoa Schioppa che con il sorriso sulle labbra la sua celebre invettiva contro "i giovani bamboccioni". Italiani infantili e colpevoli perché incapaci di trovare una strada, mammoni, desiderosi di protezioni, pappe pronte e tutele. Non era che l'inizio. Quindi dopo il ministro dell'ulivo, fu la volta della ministra Fornero, la sacerdotessa del rigore con la lacrima facile, in uno dei suoi momenti di melodrammatica megalomania, si lanciò in una invettiva contro "i choosy", gli schizzinosi, contro i ragazzini che non hanno voglia di fare la propria parte. La faceva egregiamente lei, peraltro, massacrando i pensionati, battezzando con le sue lacrime di coccodrillo, battaglioni di esodati.

E che dire dell'allora sottosegretario al lavoro, Michel Martone? Anche lui ci era andato giù duro: "Hai 28 anni e non ti sei ancora laureato? Allora sei uno sfigato". A queste frasi, divenute ormai proverbiale, si sono aggiunte decine di dichiarazioni, di gaffe rivelatrici, di infortuni lessicali, seguiti da scuse più o meno maldestre in alcuni casi, e da nessuna scusa, nella maggior parte. Piuttosto che considerare questo florilegio una collezione di parole dal sen fuggite, o casi isolati, bisognerà rassegnarsi a prendere in considerazione questo repertorio di errori come una sorta di inconsapevole ma fluente manifesto ideologico. Come una dichiarazione di guerra a una classe sociale, anagrafica, che le classi dirigenti italiane considerano nemica. Mentre smantellavano diritti in tutte le leggi sul lavoro a partire dal pacchetto Treu, mentre colpivano la #buonascuola, mentre bastonavano, e non solo metaforicamente la precarietà, costruivano una apartheid di diritti, i governi italiani si sono dati la staffetta in un opera di demolizione psicologica delle loro vittime. Non sono loro ad avere colpa dell'esodo, non nel loro la responsabilità della fuga dei cervelli, non sono loro ad essere deficitari nelle loro risposte e iniqui nel loro operato. Con un geniale riflesso istintivo, hanno trasformando le loro vittime in carnefici, e viceversa.

Per alcuni i privilegi sono ormai una grazia dovuta. A sentire le sparate di Poletti e dei suoi epigoni, è chi paga il prezzo delle loro politiche che si deve vergognare e non viceversa. C'è dietro questa retorica cattiva, anche qualcosa di più, un istinto corporativo. La classe dirigente dei garantiti, che pensa a se stessa, ai propri figli e ai propri privilegi come ad una grazia dovuta. Come al biglietto di ingresso nel club dell'aristocrazia e delle elite. A tutti gli altri, invece, guarda come una masnada di usurpatori, disperati che si affollano bussando alle porte delle loro fortezze. I giovani che sono partiti, in verità, sono quelli che non rinunciano a muovere l’ascensore sociale. Sono quelli che non si mettono in fila di fronte ai nonni e ai baroni. Sono quelli che non accettano la geometria di potere delle vecchie e nuove caste, coloro che non vogliono pagare la tassa d'ingresso nelle corporazioni garantite. Fra qualche anno, quando tutto sarà più chiaro, le Fornero e i Poletti, che in questi anni la stampa e i media hanno trattato con i guanti di velluto, saranno ricordati come i razzisti americani degli anni ‘60, quelli che sorridevano con i colletti inamidati, mentre dormono coperture ideologica discorso lui, ai cappi, e ai roghi in cui si bruciavano i "negri" che non volevano piegarsi e accettare la parte dello zio Tom.

Concorsi, bandi, dottorati, cattedre: se all’università è tutto truccato. Rivelazioni shock di un insegnante della Statale, scrive “Leggi Oggi” il 18 marzo 2015. Concorsi truccati, sprechi, favoritismi a non finire. Il ritratto dell’università italiana, certo non al top della sua popolarità, firmato da Matteo Fini, dottore di ricerca con dieci anni in ateneo alle spalle. Lo racconta l’Espresso, in un articolo inchiesta che mette in evidenza tutte le leve che muovono l’istruzione accademica e definiscono le possibilità di carriera nelle cattedre del nostro Paese. “Non si sopravvive al sistema universitario italiano”, scriveva il giovane dottore di ricerca sulla sua pagina Facebook, dove puntualmente aggiornava, senza troppi sottintesi, sui peggiori vizi del sistema universitario italiano. Una protesta che gli ha procurato anche una diffida legale, con il suo editore, per cui aveva pubblicato un libro dal titolo “Non è un Paese per bamboccioni” di non pubblicare i post più polemici e ambigui. Docente di metodi quantitativi per l’economia e la finanza alla Statale di Milano, dottore di ricerca per il Dipartimento di scienze economiche dell’Università meneghina, Matteo si è però rifiutato di eliminare le sue riflessioni dalla pagina Facebook. E racconta, ancora oggi, un sistema che lo ha portato a fare di tutto: le lezioni, i ricevimenti, gli esami: un professore a tutti gli effetti, se non per il titolo e, ovviamente, lo stipendio. Come si diventa ricercatore? “È il professore stesso che ti precetta, quando tu magari nemmeno ci pensavi alla carriera universitaria. Ti dice: “ti va di fare il dottorato?”. E tu rispondi ok, e cominci. E pensi che sei davvero bravo. Un eletto. A quel punto però vieni risucchiato”. Cosa spinge ad andare avanti? La fiducia nella figura del docente che ha aperto la strada. “Fin dal primo giorno, mi ha detto: Tu fa’ quel che ti dico, seguimi, e alla tua carriera ci penso io”. Avanti così per anni, peccato che nel frattempo i contatti tra i due si fanno sempre più radi fino a che, un giorno, non viene indetto il concorso che proprio lui avrebbe dovuto vincere e il professore “chioccia” nemmeno si fa vivo. Matteo capisce che il suo posto non è più suo. “In Italia, prima si sceglie un vincitore e poi si bandisce un concorso su misura per farlo vincere. Anche per un semplice assegno di ricerca. All’università è tutto truccato”. I concorsi. Si arriva così al capitolo dei concorsi, dall’esito puntualmente scontato. “Tutti i concorsi a cui ho partecipato erano già decisi in partenza. Sia quando ho vinto, sia quando ho perso. Vinci solo se il tuo garante siede in commissione. Il concorso è una farsa, è manovrato fin dal momento stesso in cui si decide di bandirlo.” I fondi. C’è poi, nel suo racconto, un capitolo fondamentale sul gettito di fondi pubblici che arriva nelle casse delle università: “Quando vengono assegnati i fondi di ricerca, i professori e i dipartimenti si associano e mettono su un progetto. Dentro questi bandi vengono infilati anche dei ragazzi giovani, con la promessa che verranno messi poi a lavorare. Il bando viene vinto, arrivano i fondi, ma del progetto che ha portato ad accaparrarseli nessuno dice più niente. Viene accantonato, e i quattrini sono dilapidati nelle maniere più arbitrarie”. Un quadro deprimente, che sullo sfondo dei recenti scandali sui test di ammissione, prove sbagliate, ricorsi e qualità dell’insegnamento sempre più bassa, rende l’università italiana poco credibile anche da chi la fa.

"Università, altro che merito. E' tutto truccato. Vi racconto come funziona nei nostri atenei". Fondi sperperati, concorsi pilotati, giovani sfruttati. Un ex dottorato spiega nel dettaglio come si muove il mondo accademico tra raccomandazioni e correnti di potere. E qualcuno non vuole che il libro in cui riporta tutti gli scandali venga pubblicato, scrive Maurizio Di Fazio su “L’Espresso”. Non è un Paese per giovani docenti universitari. E' quanto ha scoperto sulla sua pelle da Matteo Fini, classe 1978, appena riemerso da quasi dieci anni di esperienza accademica come dottore di ricerca in statistica nel Dipartimento di scienze economiche dell’Università degli studi di Milano. “Tante illusioni svanite via via nel nulla”. Alla Statale si occupava di metodi quantitativi per l’economia e la finanza. “In pratica facevo tutto: lezioni, ricerca, davo gli esami, mettevo i voti – ci dice Fini – Ero un piccolo professore fatto e finito, senza titolo. E questa è una roba normalissima”. La sua è la storia di un giovane italiano che non ce la può fare nonostante tutto. “Non si sopravvive al sistema universitario italiano” aggiunge. E ne esce, e pensa di raccontarlo. Di dissacrarlo. Ne fa la sostanza del suo libro: la vita accademica vista dall’interno, nei suoi gangli ordinari. Episodi quotidiani che non danno scandalo abbastanza se presi singolarmente. Comincia a scriverlo, e ne posta qualche estratto su Facebook. Un giorno riceve una diffida legale, girata anche all'editore con cui aveva già fatto un libro ("Non è un paese per bamboccioni"), che gli intima di non pubblicare e di eliminare tutti i post “allusivi” dal social: tra questi, una citazione di Lino Banfi/Oronzo Canà. “I post non li ho affatto tolti, e tra l’altro erano generici e astratti – racconta Matteo Fini –. Questa è censura preventiva”. Il libro è pronto, anzi c’è tutta una piccola community sul web che ne attende l’uscita; ma non si sa più quando, né con chi vedrà la luce. Abbiamo incontrato l’autore per saperne di più di questo suo pamphlet arrabbiato, rimandato a settembre per “condotta”. L’inizio del percorso da ricercatore universitario è comune a tutti. “È il professore stesso che ti precetta, quando tu magari nemmeno ci pensavi alla carriera universitaria. Ti dice: “ti va di fare il dottorato?”. E tu rispondi ok, e cominci. E pensi che sei davvero bravo. Un eletto. A quel punto però vieni risucchiato e la strada si fa cieca”. Al “meccanismo” ci si abitua subito. Prendere o lasciare. I più, prendono, compreso Matteo Fini. “Ho capito subito che c’erano delle regole bislacche, ma le ho accettate: sai benissimo che lì dentro funziona così, è un sistema che non puoi cambiare, immutabile, e sai anche che la tua carriera è totalmente indipendente da quello che dici o che fai: conta solamente che qualcuno voglia spingerti avanti”. Anche Matteo ha il suo protettore. “Fin dal primo giorno, mi ha detto: Tu fa’ quel che ti dico, seguimi, e alla tua carriera ci penso io”. Va avanti così per anni. Ma le cose non sono eterne. “All’improvviso la sua attenzione si è completamente spostata altrove. Dal chiamarmi quattro volte al giorno, l’ultimo anno è scomparso. Fino al gran finale: il dipartimento bandisce il concorso per il posto a cui lavoravo da otto stagioni,“che avrei dovuto vincere io”. Lui nemmeno me lo comunica. Io ne vengo a conoscenza e partecipo lo stesso, pur sapendo che, senza appoggi, non avrei mai vinto. In Italia, prima si sceglie un vincitore e poi si bandisce un concorso su misura per farlo vincere. Anche per un semplice assegno di ricerca. All’università è tutto truccato”. In questo volume intra–universitario che non c’è, ma c’è, Fini spiega gli ingranaggi universitari più comuni. Talmente elementari che nessuno aveva mai pensato di raccontarli. Sfogliamolo virtualmente.

Neet Generation. Neet è l’acronimo di “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, cioè nullafacente, sia dal punto di vista dello studio che del lavoro.

Scrive Francesco Pastore, Economista, il 27 Febbraio 2018 su Il Fatto Quotidiano. Il mio amico e collega di lunga data, Hans Dietrich, ricercatore presso lo IAB, un grande centro studi tedesco che fa la valutazione delle politiche attive per l’impiego, ha visto il mio paper recente dal titolo molto di richiamo sulle transizioni scuola-lavoro in Italia: “Why so slow?”. L’articolo riassume i risultati di una lunga ricerca che è sfociata anche in un libro in italiano dal titolo altrettanto significativo: “Fuori dal tunnel”. Allora, Hans mi ha chiesto: “Tu accenni solo ai Neet, dicendo che sono tantissimi in Italia, ma non spieghi da dove escono fuori e perché sono così numerosi”. Io ho provato a dare una spiegazione e credo che la risposta sia di interesse per tanti e quindi la propongo qui.

Cause e rimedi. Ci sono milioni di articoli che misurano i Neet. Si sa quanti sono regione per regione e anno per anno; si sa anche la composizione per genere, età, livello d’istruzione e background familiare. Insomma, tanti dottori girano intorno al malato con la lente d’ingrandimento e perlustrano ogni centimetro del suo corpo. Sappiamo tutto sulla dimensione e forma del bubbone e su dove è localizzato, ma pochi parlano di cause e rimedi. All’accanimento descrittivo, non segue una adeguata diagnostica e terapia. Proviamoci noi, allora. Il motivo per cui ci sono così tanti Neet è che c’è un enorme carenza di esperienza lavorativa dei giovani. Più che altrove, i giovani hanno in Italia un’istruzione molto generale ed astratta, anche a livello universitario. Non dico di scarsa qualità intellettuale. Tutt’altro: quella è fuori discussione, ma l’istruzione è solo una delle componenti del capitale umano. Le imprese cercano capitale umano a tutto tondo e quest’ultimo non è costituito solo dall’istruzione, ma anche dalle competenze lavorative. Non mi stancherò mai di dirlo. È per questo che ci sono tanti Neet: molti hanno un basso livello di istruzione che rende la loro ricerca di un lavoro difficile se non vana in partenza; altri hanno istruzione medio-alta, ma nessuna competenza lavorativa e, perciò, è poco appetibile per le imprese.

Formazione professionale e garanzia giovani. In aggiunta, c’è poca formazione professionale o, quando c’è, è, in media, di scarsa qualità e poca attività in azienda. Una volta usciti dal circuito scolastico, le politiche attive per l’impiego sono il rimedio tipicamente utilizzato in altri paesi per coprire i gap lasciati dalla scuola. In Germania si ragiona così: tutti quelli che non vanno al ginnasio (circa il 40% di ogni coorte) devono fare l’apprendistato scolastico ed acquisire le competenze lavorative in azienda, per metà settimana. Si guadagno il 60% dello stipendio di un operaio adulto e, quando finisce, l’azienda ti assume subito. Quei pochi, spesso immigrati, che non sono riusciti ad acquisire una qualifica con l’apprendistato possono entrare nei programmi di formazione professionale e di assistenza alla ricerca di un posto di lavoro offerti dai centri per l’impiego. La Garanzia Giovani Europea è apparsa subito come un elemento importante, ma a parte le difficoltà organizzative che derivano dallo stato comatoso in cui versano ancora i nostri centri per l’impiego, non ci sono abbastanza soldi per tutta la platea potenziale. Il governo ha riformato già nel 2015 i centri per l’impiego, ma la mancanza di risorse ha reso il meccanismo dei quasi-mercato, potenzialmente molto efficiente, sostanzialmente inattuato. In Italia, l’apprendistato non scolastico riguarda ancora solo un 5%dei giovani di ogni coorte. E  perciò neppure questo è proprio un viale alberato.

Crescita debole ed incerta. È vero, il mercato del lavoro è divenuto più flessibile e quindi, in teoria, i giovani potrebbero acquisire l’esperienza lavorativa che gli serve direttamente sul posto di lavoro, non avendola trovato a scuola e/o all’università. Però, la crescita economica, ancorché finalmente in terreno positivo da due anni, il che non è poco, è ancora, purtroppo, percepita come incerta dalle imprese. Perciò, nonostante lo sforzo del governo di rendere il costo del lavoro permanente sempre più simile a quello del lavoro temporaneo, le imprese assumono ancora poco a tempo indeterminato, senza incentivi. Ciò significa che le occasioni lavorative, quando ci sono, sono di breve durata e non consentono perciò di acquisire esperienza lavorativa specifica, ma solo generica. Speriamo che il nuovo governo non interrompa, ma anzi rafforzi la crescita. Una strada potrebbe essere rendere gli incentivi a favore dei giovani permanenti con la defiscalizzazione delle assunzioni di tutti gli under-30. Ecco perché ci sono tanti Neet in Italia. Bisogna partire da qui per aggredire il bubbone!

Non lavorano, non studiano… Ma cosa fanno i “Neet”. Chi sono? E soprattutto, esistono davvero? Non esattamente, scrive Elisabetta Longo l'1 novembre 2014 su Tempi. Il sociologo Dario Nicoli prova a tracciare l’identikit di una categoria che “ingloba” il 32 per cento dei giovani italiani ma che di fatto è indefinibile (non sono i “bamboccioni”). Si chiamano “Neet” e si aggirano tra noi. Neet è l’acronimo di “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, cioè nullafacente, sia dal punto di vista dello studio che del lavoro. Il fenomeno riguarda secondo le statistiche soprattutto questi ultimi anni, ed è localizzato principalmente nella fascia di popolazione di età compresa tra i 20 e i 30 anni, con alcune eccezioni. Il rapporto 2014 dell’EU Social Justice Index 2014 – un progetto del think tank tedesco Bertelsmann Stiftung che mette a confronto 28 paesi europei in termini di giustizia sociale (prevenzione della povertà, diritto allo studio, accesso al mercato del lavoro, coesione sociale, sanità, giustizia intergenerazionale) – ha decretato che in Italia i Neet sono il 32 per cento dei giovani, la più alta percentuale in Europa. Nel nostro paese, insomma, un ragazzo su tre attualmente non sta studiando né sta cercando lavoro. Ma è davvero così radicata questa “tendenza” tra i giovani italiani? Tempi.it lo ha chiesto a Dario Nicoli, professore di sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Professor Nicoli, il dato del Social Justice Index le sembra rispecchiare la realtà?

«Più che commentare la percentuale del 32 per cento, vorrei innanzitutto domandarmi, e domandarlo a chi stila questo tipo di rapporti, come si possa pretendere di calcolare esattamente quanti siano i cosiddetti Neet. Per calcolare questa percentuale di popolazione, si deve partire da una negazione. Chi non ha comunicato allo Stato di essere impegnato in studi universitari o impiegato in un lavoro viene quantificato come Neet. Ma non è detto che queste persone siano necessariamente nullafacenti. Magari lavorano in nero, o sono sottopagati, per questo sono invisibili agli occhi della società».

Quindi i Neet soffrono di esclusione sociale?

«Non è detto. Nel mondo della comunicazione, per esempio, ci sono tantissimi cosiddetti Neet. Prendiamo il caso di un giornalista musicale, uno che scriva tutti i mesi su una rivista prestigiosa del settore, che vada ai concerti, che compri i dischi per recensirli. Certo, uno così non si sente socialmente escluso, anzi, si sente riconosciuto, viene lodato per il suo lavoro. Ma in quanto a compensi magari ottiene poco, viene pagato saltuariamente e in nero, e dunque per lo Stato non esiste. È un Neet, ma di fatto non lo è».

I Neet, di dice, hanno di solito alle spalle una famiglia che li sostiene. Subito il pensiero va al termine “bamboccione”.

«La famiglia diventa il proprio datore di lavoro, nel senso che provvede al mantenimento in caso di disoccupazione o di retribuzione insoddisfacente. Quello che i genitori si concedono è un lusso rischioso. Non voglio dire che invece dovrebbero disinteressare dei figli, per carità, solo che il ragazzo che si trova in questa condizione di limbo potrebbe adagiarsi. E non darsi più da fare, alla lunga, crea una spirale negativa».

È possibile cercare di dare un’immagine dei Neet?

«Il dato di fatto iniziale è che i Neet sono un’insieme di storie, ognuna delle quali è un caso a sé. È difficile dare un’immagine unica. Potremmo cominciare col dire che sono ragazzi che hanno sbagliato il percorso di studio, che dopo la triennale hanno fatto la biennale, e poi ancora un master, un altro master, hanno cercato di entrare nel mondo della ricerca universitaria ma non ci sono riusciti. Anno dopo anno sono arrivati a compierne 35, inseguendo qualcosa che non è mai stato troppo concreto. Poi ci sono i ragazzi meridionali, intesi come residenti al Sud, dove non c’è domanda e non c’è offerta di lavoro, tutto è immobile e nessuno riesce a trovare un impiego. Lì non si può parlare di crisi, la situazione economica è stabile da decenni, e talvolta i genitori, per riuscire a mantenere tutti i figli a carico, sono costretti a trasferirsi dalla città alla casa in campagna del nonno. Poi ancora ci sono gli studenti “persi”. Quelli che non si sono mai impegnati realmente, che si lambiccano nella propria pigrizia con la scusa che “c’è la crisi”. Li riconosco subito, questi Neet, tra i ragazzi ai quali insegno».

Lei insegna a studenti universitari, cosa cerca di spiegare loro riguardo al futuro?

«Alcuni fin dalla prima lezione mi chiedono: “Prof, saremo disoccupati?”. E io rispondo, molto tranquillamente: “Ragazzi, voi dovete ancora entrare nel mondo del lavoro, per essere un disoccupato bisogna prima aver avuto un’occupazione e averla persa”. Quest’ansia della crisi che c’è al di fuori dei chiostri universitari talvolta diventa un alibi. Credo comunque che alla base per gli aspiranti lavoratori di domani debba cambiare il tipo di percorso formativo, cosa che per altro sta già avvenendo in parte».

Lei che soluzione propone?

«A mio avviso, ci sarebbe bisogno di nuove figure di riferimento che facciano da “tramite” con i ragazzi, per evitare che si smarriscano. Chi sceglie giurisprudenza oggi sa già che purtroppo il settore degli avvocati è del tutto saturo. Al contrario, se un’impresa cerca operai specializzati, gli annunci rimangono senza risposta. Quando viene il momento di scegliere l’istruzione superiore, è un errore non valutare cosa chiede il mercato: non si può solo inseguire i propri sogni, bisogna che i sogni siano attaccati alla realtà. Serve un filo diretto con le imprese, per indicare ai ragazzi quali sono i mestieri più richiesti del momento. Così forse avremo meno Neet in Italia».

I Neet. Giovani «né studio né lavoro»: e se fosse (anche) un problema di carattere? Scrive Massimo Calvi mercoledì 22 marzo 2017 su Avvenire. Autostima e fiducia in se stessi sono decisivi per il successo negli studi o nel lavoro. Le ricerche dimostrano che è importante investire nell'educazione. E se fosse un problema di autostima? Se cioè la condizione dei giovani che non studiano e non lavorano fosse dovuta non soltanto alla crisi economica e alla mancanza di opportunità di impiego, ma dipenda anche dai tratti della personalità? L’ipotesi è tanto suggestiva quanto inquietante. Eppure è quello che emerge da diversi studi scientifici. Negli anni della Grande Crisi il numero dei cosiddetti Neet (Not in Employment, Education or Training), cioè i "ragazzi" dai 15 ai 29 anni che né lavorano né sono impegnati in programmi di formazione, è aumentato vertiginosamente. In Italia sono quasi 2 milioni e mezzo, il 29% dei giovani, uno dei dati più alti in tutta l’area Ocse, dove la media è del 14,6%. Fatto che ci costa quasi 1,5 punti di Pil. Nel 2007 il tasso italiano di Neet era poco sotto il 20%: è chiaro che la mancanza di lavoro e il boom della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile che ha raggiunto il 40%, hanno avuto un ruolo determinante. Ma il solo dato economico non spiega tutto: perché un giovane che non studia, non sta cercando lavoro? E perché un ragazzo che non lavora, non è impegnato in un percorso di formazione? Tanto si è detto e scritto intorno ai figli che restano in casa, anche se un lavoro l’hanno trovato, quelli che un po’ superficialmente definiamo "mammoni", "bamboccioni", o "generazione Tanguy". E ora una ricerca della Fondazione Visentini ci informa che l’età dell’autonomia sta salendo velocemente, a 40 anni nel 2020, e in futuro crescerà ancora: nel 2030 i figli si renderanno autonomi dalla famiglia di origine a 50 anni. Ma, tornando al punto di partenza, se la condizione di Neet fosse anche un problema di carattere? Cioè di qualcosa che si è formato in tenera età e durante l’adolescenza? La letteratura scientifica indaga da tempo il ruolo delle competenze non cognitive e della personalità sul successo scolastico o sulle probabilità di essere disoccupati in futuro. Una ricerca condotta da Silvia Mendolia e Ian Walker (U. of Wollongong e Lancaster U. – "Do Neets Need Grit?"), ad esempio, ha studiato il legame tra il carattere e il rischio di diventare Neet tra gli adolescenti inglesi. Ed è emerso che i ragazzi con bassi livelli di autostima o che attribuiscono a fattori esterni l’origine delle proprie "fortune" hanno una probabilità molto più elevata di diventare Neet. Al contrario, essere dotati di "grinta", della capacità di perseguire un obiettivo, mette al riparo dall’insuccesso, tanto che la sicurezza nei propri mezzi può essere equiparata a un talento. Non sono considerazioni scontate, tutt’altro. Le ricerche dimostrano che più tempo si passa senza lavorare né studiare, più aumentano le probabilità di avere risultati economici negativi in futuro. Dunque trovare un modo per influire sulla personalità quando è ancora possibile, cioè nelle fasi iniziali della vita e nell’età in cui il carattere è malleabile, grazie a programmi educativi mirati, può rappresentare un investimento significativo in favore dei giovani. Forse non riusciremo a renderli tutti autonomi all’età in cui lo si dovrebbe essere. Ma almeno sarà meno angosciante chiedersi se la generazione che resta in casa non sia anche il prodotto di un’altra crisi: quella della fiducia nei propri mezzi.

Hikikomori: in crescita i giovani italiani che non studiano, non lavorano e non escono mai di casa.

I giovani reclusi che dicono no alla vita. Stanno in camera tutto il giorno, connessi ma senza contatti con l'esterno. Sono 100mila i nuovi eremiti per la disperazione dei genitori, scrive Terry Marocco il 22 aprile 2019 su Panorama. Prigionieri di sé stessi. Iperconnessi e soli. Una gioventù bloccata nel tempo e nello spazio, che si rifiuta di crescere. E si ritira dal mondo. «Sono un hikikomori» dice Marco Brocca, 23 anni, parlando a voce bassa dalla sua casa di Treviso, dove vive recluso da quasi dieci anni. «Tutto ha avuto inizio a 13 anni. Non mi trovavo bene con la mia classe. Stavo male, soffrivo di una forte dermatite, nessuno mi capiva. A 16 anni, dopo essere stato umiliato in classe da una professoressa, ho detto basta. E ho smesso di andare a scuola». Marco per mesi non è uscito dalla camera. «Alleno una squadra di calcio sul pc con calciatori da tutto il mondo. Gioco fino alle cinque del mattino, mi sveglio alle tre del pomeriggio. Di notte mi sento al sicuro. Al mattino cresce l’ansia. Il computer è il mio mondo. Non ho mai avuto una fidanzata. Ho paura di soffrire ancora, come quando ero alle medie». I genitori sono separati e in famiglia nessuno ha preso bene la sua scelta. «Mi dicevano che ero pigro, un inetto, uno che non aveva voglia di fare niente. Solo mia madre mi ha capito. L’ho portata allo sfinimento, ma ha compreso il mio dolore e mi ha sostenuto». Ha capito che non era il solo a comportarsi così, ma era un «hikikomori», parola giapponese che significa stare in disparte, ritirarsi. In Giappone, dove il fenomeno è nato negli anni Ottanta, si stima che siano un milione gli autoreclusi. Una generazione perduta. In Italia i dati parlano di 100 mila ragazzi. Ma sono molti di più, c’è un mondo sommerso che ha paura a mostrarsi. Eppure moltissimi sono stati i genitori che tramite l’Associazione Hikikomori Italia, fondata nel 2017 dallo psicologo Marco Crepaldi, si sono fatti avanti per raccontare la loro storia. Un dolore profondo difficile da affrontare. La parola chiave è vergogna. «È l’elemento fondamentale. La vergogna ti porta a sparire, a nasconderti» spiega lo psicoterapeuta Antonio Piotti, tra i primi in Italia a occuparsi di ritiro sociale, autore del saggio Il banco vuoto. Diario di un adolescente in estrema reclusione (Franco Angeli). Nulla viene perdonato dai coetanei, neanche un brufolo, siamo in una società prestazionale, dove la bellezza è centrale e lo sguardo dell’altro il giudice più temuto. Spiega Piotti: «Se ti senti brutto, goffo, impacciato l’unica soluzione è togliere di mezzo quel corpo che ti fa soffrire e vivere in una realtà virtuale dove non ne hai più bisogno. E così non devi sottostare ad aspettative sempre più alte. Internet li protegge e nello stesso tempo imprigiona». Nella società dell’apparire un figlio che invece vuole sparire sembra inconcepibile. Irma Bonanno, madre e insegnante di Catania con un figlio di 14 anni, vuole metterci la faccia: «Magari potrà servire a fare coraggio ad altre famiglie». Racconta: «In prima liceo di colpo ha smesso di andare a scuola. Si è chiuso in camera, usciva solo per mangiare o se doveva comprare qualcosa per il computer. Non gioca più a calcio. Gli amici passavano a cercarlo, ma lui si negava. Da otto mesi è così. Non so dove sbattere la testa. Sono separata, mio marito non è presente». «La scuola a febbraio mi ha consigliato di ritirarlo per evitare la bocciatura» continua. «Così ho fatto e il giorno seguente mi sono trovata a casa gli assistenti sociali. Un altro disagio. Lui non mi ha mai spiegato nulla. Quando entro in camera urla: “Esci, vattene”. Guarda Netflix, gioca con la PlayStation o semplicemente sta sdraiato sul letto. Di notte lo sento parlare in cuffia con gli amici conosciuti sul web. I parenti mi dicono: “Se fossi al tuo posto lo avrei preso a sberle. Invece tu non fai niente”. Chi non vive questa realtà non può capire». Sindrome sociale, colpisce nell’80 per cento dei casi i maschi. In Giappone soprattutto primogeniti o figli unici, ma il numero delle ragazze è in continuo aumento. Solitamente si tratta di intelligenze sopra la media, carriere scolastiche brillanti interrotte e mai riprese. Gli anni di ritiro vanno da tre fino a dieci. Una piccola percentuale si spinge anche oltre. Famiglie benestanti, genitori spesso laureati. Ultimamente il fenomeno si sta diffondendo anche nelle classi medio-basse. Padri perlopiù assenti, madri iperprotettive. Un’alta incidenza di coppie divorziate. «Sono sicura che ci sia un mondo di cui nessuno parla. Ragazzi che all’improvviso spariscono da scuola. All’inizio non ci facevo caso, ora so cosa succede» racconta una madre milanese. «Mio figlio ha 18 anni, quest’anno farà la maturità, ma è stata durissima. Dalla prima media ha manifestato questo disagio. Non voleva andare a scuola. Lo portavo di peso. Lui diceva che stava male, aveva mal di testa, dissenteria. Sui banchi era assente e mi sentivo ripetere: “Può fare, ma non fa”. Gli abbiamo regalato una PS4 e lui ci passava sempre più tempo. Quando ha iniziato il liceo le aspettative erano più alte. Così si è rifugiato nella sua stanza. Era molto ingrassato, lo sguardo vuoto, se non giocava stava sdraiato sul letto. Anche per i fratelli era una sofferenza immensa. Parenti e amici ci guardavano come fossimo degli incapaci. Poi un’amica mi parlò degli hikikomori giapponesi e ho capito che lui era uno di loro». Matteo Lancini, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro, ha appena pubblicato il saggio Il ritiro sociale negli adolescenti (Raffaello Cortina Editore). «Dieci anni fa arrivarono da noi i primi ragazzi. Giocavano ai videogame tutta la notte, di giorno dormivano e non andavano a scuola. Alla base di questa scelta di solito c’è una delusione, un caso di bullismo, anche solo una frase sbagliata. C’è il crollo dell’Ideale dell’Io. Si cresce in una società individualistica, dove i ragazzi sono fragili. La scelta radicale diviene il ritiro nella propria casa che consente di allontanarsi dagli sguardi giudicanti dei pari, dalle emozioni». Concetta Signorello, madre di un venticinquenne, riflette: «Se mi chiedono da quando lui è un hikikomori, io rispondo da sempre. Ricordo una frase della sua maestra: “I ragazzi come suo figlio non sono rulli compressori, ma questa società richiede che lo siano. Chi non si allinea viene schiacciato”». L’estate è dolorosa, come spiega Lancini: «Un ritirato sociale non va al mare, è impensabile che si metta in costume da bagno». Il corpo va nascosto, il sesso non interessa. Molti hikikomori si professano asessuali. Il primo campanello d’allarme è l’abbandono della scuola. L’anno critico scatta solitamente in seconda o terza media, oppure durante il primo anno di liceo. Ma ormai ci sono ritirati sociali molto giovani, come il figlio di M.V che ha solo 11 anni: «È stata una chiusura graduale, iniziata in prima media. Era uno studente modello, ma non voleva più frequentare. Fu lui a dirmi “sono un hikikomori”, io non avevo mai sentito quella parola». Dalla provincia di Agrigento la madre lo porta con sé in una città del Nord dove lavora, ma le cose non migliorano. «Camminava guardando per terra, diceva che era brutto. Per due anni è rimasto nella sua camera. Era raro mangiare insieme, gli portavo un vassoio. Si interessa all’astronomia e al latino, che studia per conto suo. Mi ha detto che con i compagni non poteva parlare di queste cose. Sua nonna è stata molto dura, lo spingeva fuori dalla stanza, urlava. Io non ci riuscivo. Penso che abbia bisogno di tanta comprensione». Amore e una paziente attesa. Come nella storia di M.R, torinese, anche lei con un figlio adolescente: «Le prime avvisaglie sono arrivate a 13 anni dopo ripetuti atti di bullismo a scuola. Tutto è iniziato con una professoressa che lo umiliava davanti ai compagni. Aveva voti bellissimi, ma non ce la faceva a sopportare la situazione. Mi diceva: “Non è che non voglio, non ci riesco”. Chiuso a chiave in camera, tapparella abbassata, usciva solo di notte per saccheggiare il frigo. Siamo diventati reclusi sociali anche noi. Mio marito è della vecchia scuola. Sono venuti alle mani, è intervenuto il 118 un paio di volte. Oggi è in cassa integrazione. Così sono tutti e due a casa. Lui chiuso in camera. Mio marito nel suo dolore». Per i padri è ancora più difficile da affrontare, come confessa un genitore romano: «L’ho sgridato molto. E ho sbagliato. Ma la mia generazione viene da una storia diversa. I genitori si imponevano, i figli ubbidivano. Credo che la nostra educazione morbida sia uno dei motivi della loro crisi. Li abbiamo cresciuti nella bambagia, incapaci ad affrontare le difficoltà. Non siamo stati in grado di dargli le armi per affrontare questo mondo». Eremiti metropolitani profondamente narcisisti. E ormai ci sono anche le ragazze. Come racconta L.Q, madre piemontese di un’adolescente: «Aveva 12 anni quando si è ritirata. Stava a letto, non si alzava, non si lavava, si lasciava andare. Rifiutava qualsiasi contatto. Ha smesso anche di mangiare con noi. Guarda i social, segue alcuni YouTubers. So che a scuola è successo qualcosa. L’hanno presa in giro per i vestiti non all’ultima moda, l’hanno messa da parte durante un lavoro di gruppo. Oggi da sola studia l’inglese e il giapponese. E noi abbiamo riorganizzato la nostra vita per lei». Non bisogna rompere la bolla esistenziale dentro cui vivono, ma in punta di piedi provare a entrarci. Anche se sono uomini e non più ragazzi. Spiega una madre del Lazio, con un figlio di 25 anni: «Da sei vive nella sua camera. Dopo la maturità non è più uscito. Dieci ore davanti al computer, gioca con gli amici virtuali. Solo così è contento. Se gli togliessi Internet lo ucciderei. Quando è buio e la casa deserta esce per mangiare qualcosa. Cerco di parlargli, ma lui mi risponde “Sei tu che hai problemi, io sto bene così”. Non ha autostima, anche se è un bel ragazzo. Non vuole responsabilità, né crescere. Neanche i carcerati vivono così. Loro almeno escono durante l’ora d’aria. Quando gli ho chiesto cosa volesse fare del suo futuro mi ha risposto: “Ci sto pensando”». Migliaia sono i genitori iscritti all’Associazione Hikikomori Italia, l’unico punto di riferimento per le famiglie, che con più di quaranta gruppi di mutuo aiuto è riuscita a farli sentire meno soli. Il fondatore Marco Crepaldi è il loro unico faro: «Da una nostra indagine è emerso che il fenomeno è più presente al Nord, mentre il Lazio è la regione con più casi. La pulsione all’isolamento di un hikikomori non dipende mai esclusivamente dall’attrazione verso la Rete. Non è internet la causa del disagio, anzi toglierlo può solo peggiorare la situazione. Il computer è la loro finestra sul mondo, l’unico mezzo di contatto con la società esterna e anche il principale strumento di svago». Umberto C, vedovo, vive a Roma con il figlio diciassettenne. «Al secondo anno delle superiori, un istituto tecnico informatico, non ha più voluto frequentare. Non si alzava dal letto. Lo chiamavo, urlavo e lui si girava dall’altra parte. Dovevo andare a lavorare e mi sentivo morire a lasciarlo lì da solo al buio davanti al computer. È sempre stato un ragazzo socievole, con molti amici, nessun problema di bullismo. Intelligente, ipersensibile. Diceva solo che il mondo esterno non lo interessava. A volte usciva dalla stanza per mangiare. Noi due soli, in silenzio. Ha cancellato dal cellulare tutti i numeri degli amici e per due anni lo ha tenuto spento. Ho fatto di tutto. Ho tentato ogni escamotage per farlo uscire. Quest’anno l’ho iscritto in una piccola scuola privata. In classe sono solo sette e dopo due anni di assenza lui è tornato. Non sono riuscito a capire cosa gli sia successo. E ancora non posso dire che sia guarito». È l’espressione di una ribellione solitaria al mondo conflittuale e competitivo che gli abbiamo confezionato noi. Conclude la psicoterapeuta Michela Parmeggiani: «A scuola gli proponiamo solo programmi che li annoiano. Non abbiamo avuto l’umiltà di ascoltarli. Li abbiamo trasformati in oggetti di consumo, triturati in vite frenetiche. E allora è meglio ritirarsi e vivere su un’altra dimensione». Un mondo celato al mondo. 

Scrive Simone Stefanini il 20 Febbraio 2018 su Dailybest. La parola giapponese hikikomori significa letteralmente stare in disparte e isolarsi. È un termine che fa riferimento a tutte quelle persone che decidono di non volere più aver niente a che fare con la società e con le sue regole, ma invece di andare in eremitaggio sui monti o nel bosco, si ritirano in casa propria e ne escono raramente, solo per i fondamentali tipo fare la spesa. Come si evince dalla parola, il fenomeno è nato in Giappone come una sorta di ribellione alla cultura tradizionale dei giovani tra i 14 e i 30 anni, mediante un’esclusione sociale volontaria. Questo pericoloso fenomeno che in Giappone ha raggiunto la cifra incredibile di un milione di casi, sta interessando anche l’Italia. Son infatti in crescita i ragazzi che mollano la scuola e invece di cercare lavoro o realizzazione, smettono semplicemente di avere rapporti con l’esterno e si chiudono a riccio in un ambiente protetto, che presto diventa una gabbia. Gli hikikomori decidono di vivere in rete, connessi a internet durante la notte e a letto durante il giorno, invertendo così il normale ciclo sonno-veglia, rifiutando ogni rapporto fisico, leggendo libri, giocando a videogames o oziando senza mai mettere il naso fuori dalla propria camera. Non crediate però che i giovani che soffrono di questo disturbo siano da etichettare superficialmente con appellativi come bamboccioni, mammoni, vagabondi ochoosy. Essere hikikomori significa vivere molto male, impauriti dalla gente, dai rapporti d’amicizia o d’amore, terrorizzati dall’idea di andare a scuola e ancor di più da quella di cercare un lavoro, senza nessun tipo di volontà di comunicare con famiglia o amici. Un disturbo che può essere progressivo o avere motivo scatenante: un litigio coi genitori, un brutto voto a scuola, un licenziamento, episodi di bullismo o di violenzapossono portare alla segregazione volontaria, all’allontanamento da quelli che sono avvertiti come pericoli provenienti dall’esterno. Le pressioni sociali sempre più forti, la necessità di arrivare sempre primi, di farcela durante la crisi sono i fattori che un hikikomori decide di non voler affrontare più, gettandosi in una spirale discendente fatta di menzogne e stratagemmi per stare a casa, creandosi alias e vite parallele online,  finché quest’ultime non siano percepite come la vita vera. Benché presenti caratteristiche simili, l’hikikomori non è da confondersi con la dipendenza da internet, la depressione o la fobia sociale, è piuttosto una pulsione all’isolamento che si innesca come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale (tipiche delle società capitalistiche economicamente più sviluppate). È necessario capire fin da subito il problema e intervenire: nel caso vostro figlio, fratello, amico o voi stessi siate ragazzi introversi, timidi, vittime di bullismo, nel caso vi sentiate diversi e non capiti dal mondo esterno, visitate il sito Hikokomoriitalia.it creato dall’Associazione Hikokomori Italia Genitori, in cui la problematica viene spiegata perfettamente e potete informarvi approfonditamente, partecipare attivamente al forum o alla chat, sia per i ragazzi che per i genitori che si trovino ad affrontare questo disturbo tanto subdolo quanto pericoloso, per superare la paura del giudizio.

Hikikomori, è boom anche in Italia: migliaia di giovani si recludono in casa, scrive Matteo Zorzoli su it.businessinsider.com il 15/2/2018.  Hanno tra i 14 e i 25 anni e non studiano né lavorano. Non hanno amici e trascorrono gran parte della giornata nella loro camera. A stento parlano con genitori e parenti. Dormono durante il giorno e vivono di notte per evitare qualsiasi confronto con il mondo esterno. Si rifugiano tra i meandri della Rete e dei social network con profili fittizi, unico contatto con la società che hanno abbandonato. Li chiamano hikikomori, termine giapponese che significa “stare in disparte”. Nel Paese del Sol Levante hanno da poco raggiunto la preoccupante cifra di un milione di casi, ma è sbagliato considerarlo un fenomeno limitato soltanto ai confini giapponesi. “E’ un male che affligge tutte le economie sviluppate – spiega Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, la prima associazione nazionale di informazione e supporto sul tema – Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila: c’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di auto-escludersi”. Le ultime stime parlano di 100mila casi italiani di hikikomori, un esercito di reclusi che chiede aiuto. Un numero che è destinato ad aumentare se non si riuscirà a dare al fenomeno una precisa collocazione clinica e sociale. Associazioni come Hikikomori Italia ormai da anni stanno facendo il possibile per sensibilizzare l’opinione pubblica intorno ad un disagio che viene troppo spesso confuso con l’inettitudine e la mancanza di iniziativa delle nuove generazioni. Un equivoco che ha trovato terreno fertile nel dibattito politico, legislatura dopo legislatura, fornendo stereotipi come “bamboccioni”, definizione coniata nel 2007 dall’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, o “giovani italiani choosy” (schizzinosi) dell’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero, fino ad arrivare al mare magnum dell’acronimo Neet, i ragazzi “senza studio né lavoro”, che secondo un sondaggio dell’Università Cattolica del 2017 sarebbero 2 milioni in tutta la Penisola. Anche dal punto di vista medico l’hikikomori soffre di una classificazione nebulosa. Nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), la “Bibbia” della psichiatria, è ancora iscritto come sindrome culturale giapponese: un’imprecisione che tende a sottostimare la minaccia del disagio nel resto del mondo e che crea pericolose conseguenze. “Molto spesso viene confuso con sindromi depressive e nei peggiori casi al ragazzo viene affibbiata l’etichetta della dipendenza da internet” – spiega Crepaldi – Una diagnosi di questo genere normalmente porta all’allontanamento forzato da qualsiasi dispositivo elettronico, eliminando, di fatto, l’unica fonte di comunicazione con il mondo esterno per il malato: una condanna per un ragazzo hikikomori”. L’ambiente scolastico è un luogo vissuto con particolare sofferenza dagli hikikomori, non a caso la maggior parte di loro propende per l’isolamento forzato proprio durante gli anni delle medie e delle superiori. E’ in questo periodo che di solito si verifica il cosiddetto “fattore precipitante”, ovvero l’evento chiave che dà il via al graduale allontanamento da amici e familiari. Può essere un episodio di bullismo o un brutto voto a scuola, ad esempio. “Un avvenimento innocuo agli occhi delle altre persone, ma che contestualizzato all’interno di un quadro psicologico fragile e vulnerabile, assume un’importanza estremamente rilevante – spiega Crepaldi – E’ la prima fase dell’hikikomori: il ragazzo comincia a saltare giorni di scuola utilizzando scuse di qualsiasi genere, abbandona tutte le attività sportive, inverte il ritmo sonno-veglia e si dedica a monotoni appuntamenti solitari come il consumo sregolato di serie TV e videogames”. E’ fondamentale intervenire proprio in questo primo stadio del disturbo, quando si manifestano i primi campanelli di allarme. In questa fase i genitori e gli insegnanti rivestono un ruolo cruciale in chiave prevenzione: indagare a fondo sulle motivazioni intime del disagio e, nel caso, cercare in breve tempo il supporto di un professionista esterno può evitare il passaggio ad una fase più critica, che richiederebbe un intervento lungo potenzialmente anche anni. È innegabile che la cultura giapponese sia storicamente caratterizzata da una serie di fattori che aumentano la portata del fenomeno, tanto da poter già parlare di due generazioni di hikikomori, la prima sviluppatasi negli anni Ottanta. Il sistema sociale e scolastico ultra competitivo e il ruolo della figura paterna spesso assente a causa di orari di lavoro estenuanti sono alla base di aspettative opprimenti, spesso non realizzate. Seppur con le dovute proporzioni anche in Italia le pressioni sociali sono molto forti. Determinanti fin dai primi casi di hikikomori diagnosticati nel 2007, sono il calo delle nascite con il conseguente aumento dei figli unici, di norma sottoposti a pressioni maggiori, la crisi economica che rende più lontano l’ingresso (reale) nel mondo del lavoro e l’esplosione della cultura dell’immagine, esasperata dalla diffusione capillare dei social network. In Italia la sindrome non colpisce solo i maschi, come avviene in Giappone, ma riguarda anche un discreto numero di hikikomori-femmine, con un rapporto di 70 a 30. “Per una questione culturale le famiglie considerano, tuttavia, la reclusione della figlia come un problema minore – spiega Crepaldi – Probabilmente perché la vedono come una futura casalinga o sperano che un domani si sposi ed esca di casa”. All’interno del contesto italiano, ci sono poi differenze addirittura tra una regione e l’altra: gli hikikomori del Nord Italia hanno, infatti, delle caratteristiche diverse rispetto a quelli del Sud Italia. Proprio per questo il sito di Hikikomori Italia mette a disposizione chat regionali,in cui i ragazzi possono discutere dei problemi con i loro conterranei affetti dalla stessa sindrome. C’è un’unica regola all’interno della chat: chi ci entra non è costretto ad interagire, ma è gradita una breve presentazione. Chi non la rispetta, viene “bannato”. Per chi vuole raccontare la propria storia c’è anche il Forum, aperto sia ai ragazzi che ai genitori: un mondo parallelo, silenzioso, impalpabile. Una bacheca di richieste di aiuto e di sofferenza, ma anche di storie a lieto fine. Come quella di Luca, 25 anni: “Il giorno e la notte erano identici, dormivo quando avevo voglia, mangiavo quando avevo voglia. Ho perso tutti gli amici e lo schermo era uno “stargate” per un altro universo. Il tempo si dilatava quando cliccavo sulla tastiera e non volevo mai smettere. Quando dovevo lavarmi fremevo sotto la doccia per rimettermi a giocare. Ho passato così più di due anni giocando a Wow [World of Warcraft, un videogioco di strategia ndr] in totale isolamento. Non riuscivo neanche più a camminare. Tutto questo è successo senza che mia madre si accorgesse di nulla: lavorava dalle 8 alle 17 e io facevo finta di andare a scuola. Non avevo più voglia di tornarci. Troppa pressione. L’isolamento è una battaglia che alla fine diventa una cura. Cresceva dentro di me come un’onda, lentamente, fino al momento in cui tutto iniziava a darmi fastidio, non sopportavo cosa facevo, non sopportavo chi ero. Oggi ne sono fuori, vivo all’estero e ho una fidanzata bellissima. Sono o sono stato un hikikomori? Non lo so, ma quello che so è che la forza per combattere quel demone sta e risiede solo dentro di voi, nessuno vi può aiutare, nella taverna di qualche montagna virtuale dove voi stessi vi siete persi, con la sensazione di pace che vi avvolge la mente. L’unico consiglio che mi sento di darvi è: scappate da quel computer”.

Hikikomori: gli adolescenti chiusi in una stanza Il disagio giapponese dilaga in Italia. Le stime parlano di 30mila casi ma potrebbero essere di più i giovani che non vogliono uscire dalla loro camera per mesi, a volte anche per anni. Tra i sintomi del malessere, avversione per la società, fobia scolastica e fuga in Rete.  Lo psicoterapeuta Piotti: «Più che di depressione si tratta di un sentimento di vergogna», scrive Luciano Grosso il 22 giugno 2015 su L'Espresso. Per anni è stato considerato una questione tutta giapponese, una di quelle cose strane che fanno laggiù, come l’inchino, il biglietto da visita porto con due mani e le cene seduti per terra. E invece no. Perché gli Hikikomori, cioè gli adolescenti che rifiutano il mondo e si chiudono in camera per non uscirne più per mesi, anni o addirittura per tutta la vita, adesso ci sono anche in Europa e in Italia. “I primi casi italiani, sporadici e isolati, sono stati diagnosticati nel 2007, e da allora il fenomeno ha continuato a crescere e, seppure con numeri diversi da quelli giapponesi, a diffondersi”. A spiegarlo è Antonio Piotti, psicoterapeuta in forze al centro milanese Il Minotauro, che da sempre studia il disagio adolescenziale e autore, insieme a Roberta Spiniello e Davide Comazzi, del libro ‘Il corpo in una stanza’ (Franco Angeli) la prima indagine organica sugli hikikomori italiani. “Ad oggi non sappiamo con precisione quanti siano i giovani italiani che si sono ‘ritirati’- spiega Piotti-. Le stime parlano di 20/30 mila casi, ma il fenomeno potrebbe essere più ampio. In Francia se ne contano quasi 80 mila, mentre in Giappone, dove il fenomeno è quasi endemico, si parla di cifre che oscillano tra i 500 mila e il milione di casi”. Difficile riconoscere i sintomi di un Hikikomori, che possono essere confusi con quelli di una più comune depressione, anche se si tratta di due forme di malessere molto diverse. “Chi è depresso - spiega Piotti - tipicamente ha crisi di pianto, incapacità di relazione, continue lamentazioni su di sé e, nella sua sofferenza, c’è una forte componente di senso di colpa. Negli Hikikomori, invece, il sentimento prevalente è la vergogna. Si vive come un fallimento la distanza tra il mondo che si è immaginato e previsto per sé e quella che invece  è la realtà: tanto più grande è la distanza tra la realtà che si era idealizzata e quella vera, tanto più grande sarà la vergogna che si prova”. Così, in un’età che tipicamente si colloca tra la terza media e la prima superiore e indipendentemente dalla posizione geografica e sociale, posti di fronte alle comuni sfide della crescita, alcuni giovanissimi fanno crash e  prendono a evitare sempre di più il mondo esterno, fino a scegliere l’autoreclusione in un universo minimo, fatto solo di una stanza, in cui i contatti con il prossimo sono relegati solo all’universo virtuale dei social network o dei videogiochi e in cui non di rado il ritmo sonno veglia è completamente invertito. “Tra i sintomi presentati dagli Hikikomori c’è una forte avversione per tutti i tipi di attività sociali, dall’uscire con i coetanei alla pratica di sport di gruppo, e, soprattutto, un’accentuata fobia scolare, non necessariamente motivata da brutti voti. Il problema a scuola non riguarda né le materie, né lo studio, né gli insegnanti, ma la socialità complessiva, l’incontro con membri dell’altro sesso e, quindi, il rischio del rifiuto, e la competizione, non sempre vincente e felice, con quelli del proprio”. A saziare le esigenze di chi si taglia fuori dal mondo esterno, pensa la Rete che dà  risposte e aiuta a costruire legami senza troppi pericoli e senza metter in gioco il corpo. E proprio Internet è al centro di un’ampia discussione nella quale ci si chiede se il rapporto parossistico tra Hikikomori e web sia la causa o l’effetto della malattia. “In merito ci sono due teorie: secondo la prima gli Hikikomori nascono per colpa della rete, che con le sue mille attrattive ti tira dentro e ti allontana dal mondo. La seconda, invece, a cui credo io, sostiene che i ragazzi stanno male comunque, perché non reggono il peso del confronto e della continua aspettativa che arriva dalla cultura contemporanea;  una volta che ci si è reclusi in casa, poi, la Rete è oggettivamente un posto bellissimo dove andare, potenzialmente infinito e pieno di stimoli, in cui crearsi una vita fuori dalla vita”. In attesa di decidere se è nato prima l’uovo dell’attaccamento a internet o la gallina dell’isolamento dal mondo reale, l’unico dato di fatto è che dalla rete, spesso, arriva anche l’unico modo per curare gli Hikikomori. “Al terapeuta tocca trovare il modo per entrare in contatto ragazzi che, appunto, non vogliono nessun contatto e, spesso l’unico modo per farlo passa proprio internet, con Skype o con le chat”.

·        La fecondazione assistita.

RICORDATE LA STORIA DI ROSANNA DELLA CORTE? NEL 1994 PARTORÌ UN BIMBO A 62 ANNI E DIVENNE UN CASO NAZIONALE. Fabrizio Peronaci per il “Corriere della sera - Edizione Roma” il 30 settembre 2019. Quante gliene dissero, un quarto di secolo fa, quando il suo nome e la foto rimbalzarono su tutti i giornali e in tv «Ma sei matta, alla tua età! Un bambino stanca, non dorme, vuole mille cure. Come farai a stargli dietro?» Tanti andavano dritti al punto. «E poi sei sicura di come starai in salute? La vecchiaia è ingrata. Mica lo decidi tu quanto dura» Quanto? Tiè.

Come si sente, signora, alla bella età di 87 anni?

«Bene, mi hanno appena rinnovato la patente! A casa, ora che non c'è più mio marito, buon'anima, me la cavo da sola. Cucino, stiro, spazzo, accudisco mio fratello malato. Dovrei solo prendere una donna per lavare i vetri e staccare le tende, perché arrampicarmi in cima alla scala è pericoloso».

Eccola, Rosanna Della Corte, la mamma-record d'Italia (primato imbattuto), alla quale il figlio partorito in età da nipoti ha portato fortuna. Quel 18 luglio 1994, alle 10 di mattina, nella clinica Villa Luisa di Roma, lei, da tempo in menopausa, diede alla luce Riccardo, 3 chili e 270 grammi di gioia e salute. Mamma a 62 anni. Un sogno realizzato grazie alla fecondazione assistita del dottor Antinori, il discusso ginecologo da sempre nelle polemiche, di recente condannato per un traffico di ovociti. Diventò una celebrità, Rosanna. Sul portone di casa, a Canino, piccolo centro del viterbese, lei e il marito Mauro appesero il fiocco azzurro che per settimane attirò un esercito di cronisti e operatori tv.

Si parlò di esclusive da 400 milioni di lire per le immagini del piccolo. Si fa una risata.

«Ma quando mai! Con le foto concesse a un settimanale, pagai la clinica. Tutto qua. Quante ne sparate, voi giornalisti! Magari mi avessero dato quei soldi! Ora Riccardo starebbe qui con me e non fuori paese, lontano»

Già, la mamma sta benone. Ma il figlio?

«Bene anche lui, grazie. Mai avuto un problema, un orecchione, una notte insonne. Un ragazzo d'oro, buonissimo. Però da un annetto non c'è. Lui non ha studiato tanto, ha fatto solo l'istituto per geometri, e si è dovuto accontentare. E' andato a Milano, a lavorare in un ristorante, ma speriamo che non si trova una fidanzata, altrimenti non torna. Io non volevo, ma lo capisco, mica poteva restare qui a coltivare la terra che ci ha lasciato mio marito».

Suvvia, a 25 anni un giovanotto diventa autonomo.

«Sì, effettivamente lo abbiamo viziato. Soprattutto il babbo gliele dava sempre vinte. Ma lei sa perché?»

Racconti.

«Un immenso dolore. Prima di lui c'era Riccardo grande. Nel 1991, quando aveva 17 anni, me l'ammazzarono mentre andava al mare in Vespa. Una macchina gli tagliò la strada. Io ero morta, distrutta. Persi 25 chili. Vivevo al cimitero, dormivo persino davanti alla tomba e, se c'erano tuoni e lampi, gli dicevo "figlio mio, non avere paura, c'è mamma" . Mio marito capì che l'unica strada era tentare di averne un altro, e mi spronò».

Così andaste da Antinori?

«No, prima provammo con l'adozione. Andavo a chiedere negli orfanatrofi, al comune di Roma, dagli assistenti sociali. Niente. Una mattina io e Mauro uscivamo da un istituto di suore, dove mi avevano respinto dicendo che ero vecchia, e scoppiai a piangere. Vidi un'edicola e gli chiesi di comprarmi una rivista, per distrarmi. Lui prese 'Stop'. Arrivati a casa, in cucina, mi cascò l'occhio sulla storia di una mamma a 50 anni, con l'inseminazione artificiale. Lo chiamai: "Oh Mauro, guarda 'sta signora"»

E la mattina seguente eravate dal ginecologo.

«Esatto, senza appuntamento. C'era un sacco di gente, ma il professor Antinori mi fece entrare. Gentile, umano. E tutto andò per il meglio».

Nato al primo tentativo.

«Veramente no, Riccardo piccolo me lo sono conquistato! La prima volta che ho fatto l'inseminazione era il 27 luglio, all'ora che era morto Riccardo grande, ma dopo 40 giorni ho abortito. Abbiamo insistito. Ogni due mesi andavamo a Roma e, per non strapazzarmi, prendevamo una stanza d'albergo davanti alla clinica. Avevo quasi perso la speranza, quando alla settima inseminazione rimasi incinta! Una gravidanza bellissima, senza problemi»

E il 18 luglio 1994 nacque una star: la mamma, non il figlio.

«Un po' è vero, ma non mi sono montata la testa! Mi ha dato tanta energia, mi ha ringiovanita, ma faccio sempre la stessa vita: la spesa, le faccende, qualche amica, la visita al cimitero. Se ancora oggi mi invitano in tv, prima di uscire metto solo un po' di rossetto e di cipria. Nei camerini della Rai o di Mediaset non ci voglio entrare: lì ti spalmano in faccia un dito di zozzeria!»

Proprio vero, un figlio a 62 anni allunga la vita. Come è cresciuto Riccardo piccolo?

«Bene! A parte la scuola, che non gli garbava tanto. Gli amici venivano a casa, giocavano, guardavano la tv. E io a sfornare pizza per tutti. Le estati a Marina Velca, da mia sorella. Tifoso dell'Inter, fin da piccolo. E molto educato, rispettoso, perché io e il padre gli abbiamo fatto una testa così: più ancora dell'istruzione, conta l'educazione. Fino a che, un giorno, gli ho spiegato tutto insieme: sia perché gli avevamo dato quel nome, sia com'era nato lui».

Compito delicato. Prego.

«Mi venne fuori d’istinto, in forma di favola. Doveva avere otto anni e lui aveva fatto un raffronto con un amichetto. "Mamma, perché Davide ha la mamma giovane e tu non lo sei?" Io risposi che suo fratello Riccardo grande era morto in un incidente stradale ed era volato in cielo e da lassù mi vedeva sempre piangere e per questo era triste. Allora aveva preso un angioletto e me l'aveva messo in pancia, poi era venuto il babbo che aveva aggiunto il semino, e sei nato tu, conclusi, dandogli una carezza».

E lui come la prese?

«Senza problemi, voleva solo capire la storia del semino del padre, mi tempestava di domande. E io non sapevo che dire. Fortuna che arrivò qualcuno e cambiammo discorso!»

Ride, Rosanna. Segno zodiacale: Pesci. Altruista, positiva. Quasi novant'anni di energia inesauribile. Una vita di saliscendi. Gioie, dolori, rinascite. E ora c' è spazio persino per un sogno: «Un nipotino? Magari! Ogni bimbo è un dono da accogliere con amore».

·        Terzo settore, mai fidarsi di certi buoni.

Terzo settore, mai fidarsi di certi buoni. Inchiesta sul business della solidarietà che continua a crescere e diventa sempre più opaco, scrive Antonio Rossitto il 15 marzo 2019 su Panorama. Gianni Agnelli lo fulminò con una delle sue stoccate più celebri: «È un tipico intellettuale della Magna Grecia». Indro Montanelli, all’epoca direttore del Giornale, maliziosamente rettificò: «Non capisco cosa c’entri la Grecia…». Perfidia pura. Eppure Ciriaco De Mita, monumento Dc della Prima repubblica, ex premier, pluriministro e oggi sindaco della sua Nusco, è arrivato a festeggiare 90 primavere più candido di un giglio. Ovvero, come mamma l’ha fatto: incensuratissimo. Per metà della famiglia, anch’essa illibata, la procura di Avellino lo scorso ottobre ha però chiesto il rinvio a giudizio: presunta frode a due onlus per disabili. Anna Maria Scarinzi, moglie dell’ex presidente del Consiglio e presidente dell’associazione benefica Noi con loro, è sotto inchiesta per un giro di fatture false. Indagate anche le figlie: Simona e Floriana De Mita. Avrebbero incassato consulenze farlocche. Il sindaco di Nusco non è coinvolto. Ma si sarebbe attivato per far ottenere l’accreditamento, e i relativi fondi, all’Aias di Avellino. De Mita, indimenticato oratore, capace due anni fa di strapazzare Matteo Renzi in un dibattito tv sul Referendum, non commenta. Mentre la moglie s’è sfogata qualche mese fa: «Ho solo fatto del bene». Già, attenti ai buoni. Le accuse di aver malversato con i soldi per i disabili sono tutte da dimostrare. Ma l’indagine dei magistrati irpini è una delle tante. Negli ultimi mesi, decine di inchieste hanno svelato le bugie nascoste dietro la solidarietà. Onlus, ong, associazioni senza scopo di lucro ed enti di varia foggia. Una caritatevole illegalità alle spalle di ciechi, sordi, immigrati, poveri. A Limbiate, nel Milanese, a fine gennaio 2019 arrestano due persone: una finta onlus raccoglieva offerte per i bambini malati di cuore. Che poi i capi dell’organizzazione, a loro buon cuore, spendevano: anche giocando nelle sale slot. Una truffa, sostiene la Guardia di finanza, da 110 milioni di euro. A ottobre 2018 viene scoperta una maxi evasione da 3 milioni di euro di una onlus di Caltanissetta, accreditata dall’azienda sanitaria locale. A Como finisce nei guai una finta cooperativa sociale di assistenza ad anziani e disabili: i finanzieri scoprono 3,5 milioni di tasse non pagate e 130 lavoratori irregolari. Persino gli abiti usati raccolti nei cassonetti gialli possono diventare un business. A Cagliari, un mese fa, è cominciato il processo per un raggiro alla Caritas: i vestiti destinati ai poveri finivano nelle bancarelle di Napoli. Il presidente di un’associazione del cuneese è stato invece denunciato la scorsa estate: avrebbe venduto i vestiti firmati donati dalle case di moda per le cure dei disabili. Un supposto incasso di oltre 100 mila euro. Perfino il glorioso Soccorso alpino del Trentino è accusato di spese ingiustificate per 300 mila euro. Mentre il 20 febbraio 2019 viene condannato a tre anni Pierpaolo Cagnasso, ex presidente della sezione della Croce rossa di Piossasco, nel Torinese. Incolpato di peculato e appropriazione indebita, avrebbe sottratto all’ente 400 mila euro, dal 2010 al 2016: per acquistare auto di lusso e immobili. E poi finte raccolte fondi per comprare ambulanze, esose società sportive, false donazioni a distanza. Dilettanti. Basti pensare al gigantesco imbroglio che avrebbe architettato monsignor Patrizio Benvenuti, alto prelato di origini argentine, residente alle isole Canarie. Una frode da 30 milioni di euro, ai danni di quasi 300 persone. Gli ignari versavano le loro offerte alla fondazione umanitaria Kepha, di Benvenuti. I soldi, invece, sarebbero finiti in un diabolico meccanismo di riciclaggio: tra società estere e italiane. Tra i beni sequestrati c’è pure Villa Vittoria, sulla scogliera di Piombino: una lussuosa dimora del 1465, progettata nientemeno che da Leonardo da Vinci ed ex residenza della principessa Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone. La proprietà, del valore di otto milioni, era intestata alla fondazione. E pare fosse usata personalmente dal munifico monsignore. Che urla al complotto: «Sono finito sulla graticola, come San Lorenzo. Mentre altri stanno a Panama…». Capiamoci: il non profit pullula di brava gente, ci mancherebbe. Ma la carità è diventata un’industria che fa gola a molti. Anche perché il terzo settore, rivelano le ultime stime, vale oltre 70 miliardi: più della moda. E continua a crescere senza sosta. A ottobre 2018 l’Istat ha diffuso l’ultimo bollettino. Nel 2016, le istituzioni senza scopo di lucro italiane erano 343.432 e impiegavano 812.706 persone. E mentre industria e servizi ripiegano, la bontà tira sempre di più. Nel 2001 le imprese del settore sfioravano il 5,8 per cento del totale: adesso sono il 7,8 per cento. Aumentano i dipendenti. Così come le entrate. A partire da quelle delle ong. Una recentissima istantanea l’ha scattata il 28 febbraio 2019 il portale Open Cooperazione, che da quattro anni raccoglie dati e bilanci di oltre 200 organizzazioni non governative. In un anno il «fatturato» delle prime dieci ong italiane, ultimi bilanci alla mano, è cresciuto del 12,4 per cento: da 500 milioni del 2016 a 560 milioni nel 2017. Anche gli aiuti umanitari hanno però un lato oscuro. Perlomeno secondo le procure. L’inchiesta più fragorosa coinvolge il cognato dell’ex premier, Matteo Renzi: Andrea Conticini, marito di Matilde, sorella dell’ex premier. L’imprenditore è accusato di riciclaggio. L’indagine ruota attorno a 6,6 milioni di dollari destinati ai bambini africani e raccolti dalla Play Therapy Africa limited: socio e direttore era Alessandro Conticini, fratello del cognato di Renzi ed ex funzionario dell’Unicef in Etiopia. Quei soldi, ipotizzano i magistrati fiorentini, sarebbero finiti su conti correnti personali: per investimenti immobiliari all’estero e altre operazioni finanziarie. Andrea Conticini è accusato di aver acquistato, a nome del fratello Alessandro, quote di tre società. Quasi 134 mila euro sarebbero finiti alla Eventi 6, la società di famiglia dei Renzi, ora al centro di un’altra inchiesta della procura fiorentina che ha portato all’arresto di Tiziano Renzi e Laura Bovoli, genitori dell’ex premier. Altri 130 mila euro li avrebbe incassati la Quality press Italia. Mentre 4 mila euro sarebbero entrati nelle casse della Dot media di Firenze, che organizzava la Leopolda dell’allora Rottamatore. I soldi girati dalle organizzazioni umanitarie alle società di Alessandro Conticini, quantificano i magistrati, sono 10 milioni. La Fondazione Ceil and Michael Pulitzer dona, attraverso Operation Usa, cinque milioni e mezzo di dollari. L’Unicef, invece, versa 3,8 milioni a Play Therapy Africa. L’inchiesta, partita nel 2016, sembrava arenata: per procedere, mancava la querela di parte. Poi La Verità, a inizio gennaio 2019, rivela che Operation Usa ha denunciato Alessandro Conticini per appropriazione indebita. La parte lesa più nota, Unicef, decide di non procedere. Del resto, con una nota, lo scorso settembre già chiariva: i soldi pagati sono il «corrispettivo di prestazioni d’opera nell’ambito di regolari contratti». E, in assenza di nuovi e clamorosi sviluppi, «l’orientamento rimarrà di non procedere a querela». Le indagini della procura di Firenze, intanto, proseguono. Anche i finanziamenti alle ong restano un fronte aperto. Privati, aziende, istituzioni, crowdfunding. Ma soprattutto l’Unione europea: tra il 2014 e il 2017 ha destinato alle organizzazioni non governative 11,3 miliardi di euro, di cui 5,4 miliardi destinati agli aiuti umanitari in Africa. Una miniera di quattrini gestiti con «scarsa trasparenza». L’amara conclusione non giunge da cattivisti e seminatori di zizzania, ma da un’indagine dalla Corte dei conti europea sui finanziamenti gestiti dalle ong. La relazione, pubblicata il 22 dicembre 2018, spiega: «La Commissione non dispone di informazioni sufficientemente dettagliate sul modo in cui viene speso il denaro». E questa carenza «ostacola i controlli». Insomma: un fiume di denari pubblici scorre, senza verifiche, in nome dell’inviolabile solidarietà. Una fiducia spesso malriposta. Perfino la classificazione di ong a volte è farlocca: «inattendibile», sfumano i magistrati contabili europei. L’altra marea che continua a montare è quella dell’accoglienza ai migranti. Solo in Italia, nel 2018, è costata 4,8 miliardi. L’emergenza s’è trasformata in business. E fioccano le inchieste. Come ha raccontato Mario Giordano qualche mese fa su Panorama, partendo dal caso più emblematico. Meno di due mesi fa viene chiusa l’inchiesta sul centro di Gradisca d’Isonzo: 42 persone indagate. Tra loro due prefetti, due viceprefetti, alcuni funzionari dello Stato e i vertici di una cooperativa di solidarietà. Una storia di soldi e appalti: anzi, un’associazione a delinquere, ritiene la procura di Gorizia. Allargando l’orizzonte, tra il 2015 e il 2017 la Guardia di finanza ha denunciato 165 persone per reati legati alla gestione dei profughi: una alla settimana, in pratica. Qual è quindi l’amorale della favola? Attenti ai buoni! Anche perché Giulio Andreotti, incontrastato dominus della Prima repubblica, ricordava: «La cattiveria dei buoni è pericolosissima». Parola di Belzebù.

“LA VERITÀ” SPARA SULLA CROCE ROSSA. Antonio Rossitto per “la Verità” il 10 giugno 2019. Una vita nella gloriosa Croce rossa. In giro per il mondo, da una missione di pace all' altra. Eppure, a settembre del 2016, il maresciallo Franco M. viene spogliato d' ogni grado e trasferito al tribunale Civitavecchia. A ordinare scartoffie e metter bolli. Del resto, è solo uno dei 2.500 dipendenti trasferiti altrove: ministeri, scuole, uffici sanitari e giudiziari. Non gli rimane che dire signorsì. Guardare avanti. E quando la figlia gli annuncia imminenti nozze, l' ex sottufficiale non si tira indietro. Così, due mesi fa, chiede all' Inps l' anticipo della meritata liquidazione. Un gruzzoletto di 85.351 euro. Adesso sì che gli fa comodo. Ma l' istituto previdenziale risponde picche: i suoi vecchi datori di lavoro latitano. I soldi per i Tfs, i tanto attesi trattamenti di fine servizio, non li ha mai trasferiti. E il nostro maresciallo? Si metta pure l' animo in pace: l' appartamentino per sua figlia dovrà attendere. Dimenticate l'arcinoto detto. Stavolta sulla Croce rossa c' è da sparare. E pure a pallettoni. Metaforicamente, ovvio. Le liquidazioni dell' associazione umanitaria più antica e decorata d' Italia sono finite in un buco nero. Sparite. Evaporate. Dissolte. Ma come? I buoni tra i buoni. I retti tra i retti. Fanno sparire il malloppo? Proprio loro. E non si tratta di bruscolini. «Almeno 120 milioni di euro» calcola Domenico Mastrulli, segretario generale del Co.S.P., il Coordinamento sindacale di polizia penitenziaria che rappresenta oltre 300 ex crocerossini. Niente anticipi all' occorrenza. Niente buonuscite al momento della pensione. Già. E dov' è finita questa montagna di denari? Semplice: sepolta da lustri d' indimenticabili e pletorici sciali. Il supercarrozzone statale era oleato, ogni anno, con 200 milioni di euro. Ma non smetteva di macinare debiti. Grazie anche a un fantasmagorico organico formato da più di 5 mila persone. E nonostante gli oltre 160 mila indomiti volontari dediti alla causa. Gratuitamente. Morale della favola: pure quei 2.500 gruzzoletti, faticosamente accumulati mese dopo mese, si sono eclissati. Dietro ai soliti gineprai legislativi e politici. La genesi risale al 28 settembre 2012: epoca del mai dimenticato governo Monti. Dopo anni di scandali, inchieste e assunzioni selvagge, stavolta è deciso. L' ora è scoccata: la Croce rossa viene privatizzata. A parole, ovviamente. Visto che i soldi continuerà a cacciarli lo Stato. Va beh, non state troppo a sottilizzare. Si sa: da certe parti conta più la forma della sostanza. E, comunque, il fulgido piano governativo prevede due società: la bad e la good company. Fortunato schema finanziario già utilizzato qualche anno prima durante l' ennesima crisi dell' Alitalia. Con gli strabilianti esiti poi finiti sotto gli occhi di tutti. Niente paura, però. Stavolta a manovrare ci sono i professori. Da una parte nasce Esacri: brutto, sporco e cattivo. Dall' altra, risorge ciò che resta dell' impero dei buoni. Ovvero: l' Associazione nazionale Croce rossa italiana. Presidente di quest' araba fenice diventa l' allora commissario straordinario: Francesco Rocca. È però a Esacri, l' ente strumentale guidato da un commissario, che tocca il lavoro sporco. Compresa la tormentata ricollocazione dei 2.500 nelle varie amministrazioni statali. Alla fine, i dipendenti chiudono ogni rapporto con la Croce rossa. E avrebbero perfino diritto al sospirato Tfs. Mal gliene incoglie. Si scopre l' arcano. Quei soldi non ci sono. Ma i manovratori non si perdono d' animo. Pensa e ripensa, ecco l' uovo di Colombo: il patrimonio immobiliare! Da anni l' associazione cerca di dismetterlo, con scarse fortune peraltro. Basta trasferirlo all' Inps. Il gioco è fatto. Peccato che il fortunato istituto previdenziale sia d' opposto avviso. Possiede già una sterminata quantità di case, uffici e stabili: più di trentamila, in totale. E vorrebbe invano disfarsene da anni: la gestione dei cespiti è fallimentare. Cosa volete che se ne faccia dunque di altre case e palazzi? Niente. Difatti rinuncia all' allettante proposta. All' ente commissariale manda a dire: si paga sull' unghia, grazie. Un surreale dialogo tra sordi. Che va avanti da sette anni, senza tentennamenti. Tanto che l' Inps, il 19 febbraio 2019, fa l' ennesima chiamata alle armi. E invia a tutte le sue sedi territoriali un apposito messaggio, rinominato Hermes. Il tenore è inequivocabile: se Esacri, in liquidazione coatta amministrativa, continua a non trasferirci i fondi, «non si dovrà procedere al pagamento del Tfs maturato presso la Croce rossa dal personale ex dipendente». Un estenuante e poco consono scaricabarile. Che, qualche mese fa, un' ignota manina avrebbe tentato di placare con una specie di condono. Al sussurro di: «Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce o' passato». È la notte del 13 ottobre 2018. Si sta per approvare il decreto fiscale. Ma il vicepremier, Luigi Di Maio, denuncia: qualcuno, all' ultimo minuto, ha infilato due articoli nel provvedimento. Sbloccano 84 milioni di euro: destinati, guarda un po', a Esacri. All' insaputa di premier e ministri, però. E, soprattutto, contro il parere dell' Avvocatura generale dello Stato. Che, a fine luglio 2018, sondato dell' ente commissariale, aveva negato corsie preferenziali. Un giallo. A cui viene trovato il presunto colpevole: il capo di gabinetto del ministro dell' Economia, Giovanni Tria. È Roberto Garofoli: costretto a dimettersi dopo le vigorose pressioni del Movimento 5 stelle. Così, saltati gli emendamenti, svaniscono pure gli 84 milioni, destinati probabilmente a coprire il buco con l' Inps. Con i crocerossini che fanno ciao ciao alle agognate liquidazioni. E adesso? Boh. Lo scorso febbraio la Corte dei Conti ha messo nero su bianco, con l' usuale ecumenismo, l' ovvio e parziale epilogo di questo guazzabuglio: «Il percorso di riordino e privatizzazione di un ente complesso come Croce rossa italiana è stato, anche dal lato normativo, particolarmente arduo e non senza contraddizioni e ritardi». Rocca, presidente dell' associazione, sparge però soddisfazione: «Capisco che la privatizzazione abbia lasciato anche scontento e problemi aperti, ma non si può prescindere da un dato: quello che prima facevamo con 200 milioni, adesso lo facciamo con 60. Fate il conto di quanto valgono in un decennio questi 140 milioni che abbiamo risparmiato ogni anno». A essere precisi, informa l' ultimo bilancio di previsione approvato, i milioni sganciati nel 2019 sarebbero però 76. Pubblici, ovviamente. Soldi che, nonostante l' esodo biblico dei lavoratori, potrebbero non bastare. E «portare a diverse difficoltà nell' assicurare il corretto svolgimento dei servizi di pubblico interesse». La profezia s' è purtroppo avverata. La Croce Rossa di Roma, per esempio, ha appena avviato il licenziamento collettivo di una sessantina di dipendenti: un terzo del totale. Vi ricordate i famosi 35 euro destinati a ospitare i migranti? Quei bandi si sono smagriti. Il business è sfiorito. E i professionisti dell' accoglienza, abituati a rotondi margini, tirano adesso la cinghia. Oppure battono in ritirata. «La nostra è una via obbligata, non una scelta» lamenta il direttore dell' associazione nella capitale, Pietro Giulio Mariani. «Per noi la parola licenziamento è imposta dalle regole e dalla realtà, ma continueremo a essere parte di un sistema che accoglie i più deboli». Del resto, come recita l' audace motto della Croce rossa italiana? «Ovunque, per chiunque». O quasi.

·        Case di riposo nel mirino.

Chiusa una struttura ogni 5 giorni: case di riposo nel mirino. Pubblicato venerdì, 01 novembre 2019 su Corriere.it da Andrea Pasqualetto. I Nas: irregolarità nel 28% dei casi. Indagine a Udine, il pm: «Per i profitti sacrificata la dignità degli ospiti». E Confesercenti parla di mille vittime. I nomi sono rassicuranti: Casa Amica, Villa Paradiso, L’Accoglienza… L’ultimo in ordine di tempo a fare capolino nelle pagine di cronaca è il colosso nazionale delle case di riposo: 85 strutture gestite, 5.900 posti letto, 3 mila dipendenti, quasi 200 milioni di fatturato. Si chiama Sereni Orizzonti ma per il pm di Udine Paola De Franceschi gli orizzonti erano tutt’altro che sereni: «Bieco cinismo, perseguimento del profitto ad ogni costo, sacrificando il fondamentale interesse umano a una vita dignitosa...», ha bacchettato nel chiedere e ottenere otto arresti, compreso quello del fondatore del gruppo Massimo Blasoni, un imprenditore partito da zero poco più di vent’anni fa e a lungo consigliere regionale di Forza Italia. Si parla di frode a sei Regioni, di 10 milioni di euro di contributi pubblici percepiti illecitamente, di personale stressato, sottopagato e, quindi, di servizi di scarsa qualità e precaria assistenza agli anziani. «Mai, in nessuna conversazione intercettata — scrive il magistrato — viene manifestata la preoccupazione che gli ospiti delle strutture abbiano troppo caldo o troppo freddo o non siano lavati e puliti con la necessaria frequenza o siano abbandonati a loro stessi… Quello che interessa agli indagati è tradurre l’ospite in cifre, in modo da risparmiare il più possibile sull’assistenza». Venerdì scorso, assistito dall’avvocato Luca Ponti, Blasoni si è difeso davanti al giudice spiegando di «aver sempre cercato di arrivare alla maggiore efficienza possibile nel rispetto delle leggi». Tutto questo succede a Udine, nel senso che l’inchiesta penale, condotta sul campo dalla Guardia di Finanza, è in corso nel capoluogo friulano, anche se le strutture interessate riguardano sei regioni: Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Sicilia. Non vengono contestati maltrattamenti, violenze o abusi, tuttavia il pm sottolinea come la truffa si sia ripercossa su «persone che meno di altre avrebbero potuto obiettare, protestare ed esigere trattamenti migliori». Udine non è un caso isolato. Negli ultimi anni in Italia sono state aperte decine di indagini penali sulle case di riposo. Le procure perseguono reati per violazione delle norme in ambito sanitario e reati contro la persona. I numeri che sforna il Comando per la Tutela della salute dei Nas dei carabinieri fotografano una situazione critica. Dal 2017 al settembre scorso sono state chiuse o sequestrate 211 strutture, più di una ogni cinque giorni, mentre quasi una su tre è risultata irregolare. Colpisce il dato sulle persone denunciate all’autorità giudiziaria nello stesso periodo, tutte occupate nel settore: 1.074 (251 nel 2017, 531 nel 2018, 282 nei primi 9 mesi del 2019). Dalla Federazione italiana dei pensionati della Confesercenti rimbalzano le conclusioni di una ricerca intitolata «Quelle case senza amore»: «Dal 2013 al 2018 sono oltre mille le vittime accertate delle case di riposo, con 3 mila episodi di violenza contestati agli indagati». Qualche esempio? Borgo d’Ale (Vercelli): 300 episodi di maltrattamenti; Besana Brianza, dipendenti denunciati per percosse agli ospiti; Alessandria, undici sotto accusa per aver usato farmaci scaduti... Le cause del fenomeno sono varie perché varie sono le situazioni. Per la procura di Udine non ci sono dubbi: troppa attenzione al profitto e troppo poca all’affetto. L’Osservatorio nazionale sulle residenze per anziani del sindacato Spi-Cgil parla di settore privato imperante. «Io sono il proprietario, io decido, io convoco, io faccio quello che voglio della mia azienda, siamo in un sistema capitalistico, non comunista», diceva Blasoni, intercettato. «Attenzione però, ci sono strutture private che sono dei modelli di efficienza: potrei fare molti esempi. C’è piuttosto un problema di finanziamenti del settore», aggiusta il tiro Marco Trabucchi, da 10 anni presidente dell’associazione italiana di psicogeriatria. Secondo l’Ocse, in Italia i posti letto convenzionati (250 mila) sono la metà di quelli necessari. «La domanda inevasa genera ricoveri impropri e abusivismo», denunciano alla Fipac. Di qua, dunque, i profitti, di là la mancanza di strutture. E in mezzo loro, gli anziani, sempre più soli, sempre più deboli.

Case di riposo, chiusa una ogni cinque giorni. Le Iene il 2 novembre 2019. I carabinieri, in un rapporto sugli ospizi italiani, raccontano una realtà allarmante: negli ultimi cinque anni ci sono stati oltre 3mila episodi di violenza ai danni degli anziani.  Con Giulio Golia vi abbiamo raccontato l’orrore che avveniva nelle corsie de “Il Fornello” di Bologna, dove il titolare avrebbe addirittura abusato sessualmente di un’anziana degente. A dicembre la sentenza per gli imputati. Una casa di riposo chiusa ogni cinque giorni, 217 negli ultimi due anni e oltre mille operatori denunciati. Almeno tremila episodi di violenza ai danni degli anziani pazienti solo negli ultimi cinque anni. E' un bollettino di guerra quello che emerge dai dati del Comando per la Tutela della salute dei Nas dei carabinieri ripresi dal Corriere della sera. Case di riposo nelle quali, quando va bene, si registrano violazioni amministrative, contributi europei illegalmente ottenuti o personale sfruttato e sottopagato. E quando va male, e la cronaca continua a raccontarcelo, precipita i poveri pazienti in un vero e proprio inferno. L’ultimo caso è quello del gruppo “Sereni Orizzonti”: quasi 6mila posti letto per un’impresa che fattura 200 milioni di euro l’anno. Il pm di Udine, che ha chiesto e ottenuto 8 arresti, parla di “perseguimento del profitto a ogni costo, sacrificando il fondamentale interesse umano a una vita dignitosa". L’indagine si è avvalsa anche del contributo di numerose intercettazioni telefoniche che, stando sempre alla requisitoria del pm, avrebbero evidenziato come non venga mai “manifestata la preoccupazione che gli ospiti delle strutture abbiano troppo caldo o troppo freddo o non siano lavati e puliti con la necessaria frequenza o siano abbandonati a loro stessi”. Un inferno simile a quello che Simone Gigli, che aveva entrambi i genitori nella comunità alloggio “Il fornello”, in provincia di Bologna, ben conosce e che aveva raccontato a Giulio Golia. Un inferno sul quale, il prossimo 18 dicembre a Bologna, si esprimeranno i giudici. “Arriverà la sentenza a carico del titolare, di sua moglie e di due dipendenti, per i maltrattamenti ai danni di una decina di ospiti e la violenza sessuale su una donna anziana", spiega a Iene.it Simone Gigli. "Cosa vorrei? Il massimo della pena, che per me sarebbe l’ergastolo. Ma queste persone sono state giudicate con il rito abbreviato e il patteggiamento e dunque avranno sicuramente sconti di pena". E sugli ultimi dati dei Nas commenta: "Non mi stupiscono affatto, c’è un business enorme dietro la gestione degli anziani in Italia”. La casa di riposo dove erano ospitati i genitori di Simone è stata chiusa lo scorso febbraio perché il titolare assieme alla moglie è accusato di aver picchiato selvaggiamente, fino a costringerli al sesso orale, alcuni ospiti. E in quella struttura Simone ha perso il padre. “E' stata la prima di tante morti sospette che sono avvenute lì dentro, a soli tre giorni dal suo ingresso nella struttura. Sono dei criminali a capo di un’organizzazione perfetta. Penso avessero una violenza per ogni anziano in base alle sue debolezze”, racconta Gigli. “Ho il forte sospetto che mia mamma sia stata chiusa di notte sul terrazzo con 2 gradi sotto zero. Con una polmonite sarebbe morta senza lasciare alcuna traccia”. La donna però soffre di demenza senile e non è in grado di confermare che cosa accadeva in quella struttura. È invece certo un numero: “In camera con lei sono morte 8 persone. Una dietro l’altra, nel giro di poco tempo”. Nelle immagini registrate dalle telecamere nascoste dei carabinieri, che le hanno piazzate per indagare sulle troppe voci che circolavano sulla struttura, si vedono anziani presi a schiaffi, pugni e calci. Come conferma anche un’ex dipendente, sentita da Giulio Golia: “Prendeva le persone da sotto le ascelle e le scaraventava sul letto”, dice riferendosi al titolare. I parenti delle vittime e i vicini di casa della comunità non avrebbero mai sospettato nulla, perché gli accusati sembravano comportarsi con amore e dedizione nei confronti dei pazienti. Simone racconta: “Ho notato che quando andavo a trovare i miei genitori, i titolari non ci lasciavano soli un attimo. Ma ai nostri occhi sono sempre apparsi molto amorevoli nei loro confronti”. A febbraio sono scattati gli arresti per i responsabili e Giulio Golia ci ha raccontato questo vero e proprio inferno attraverso la testimonianza esclusiva della persona che per prima ha alzato il velo sui fatti, un’ex dipendente della Comunità. Il cibo fornito agli anziani sarebbe stato un orrore, tra alimenti scaduti e insetti, ma nelle carte dell’inchiesta risulta addirittura che il titolare avrebbe costretto un’anziana degente a subire rapporti sessuali completi. “I carabinieri ci hanno sconsigliato di vedere i filmati perché fanno paura”, racconta Gigli a Giulio Golia. “Sono favorevole alle telecamere negli asili e nelle strutture per anziani, ma le devono mettere anche nei bagni. È qui che vengono commessi gli orrori più grandi”. 

·        L’epopea coraggiosa dei disabili.

Gian Antonio Stella, il nuovo libro. L’epopea coraggiosa dei disabili. Pubblicato martedì, 05 novembre 2019 da Corriere.it. Gian Antonio Stella, «Diversi» (Solferino, pagine 302, euro 18), «Ooooop!» tuonò il gigante. E lanciò. Il nano volò su su, roteò nell’aria, strillò «Voilà» e ricadde. «Mon Dieu!» rabbrividì spaventatissima una signora francese. Ma all’ultimo istante, giusto prima che si sfracellasse al suolo, il gigante gli si infilò di sotto accogliendolo con professionale perizia in una bacinella di morbida plastica rossa. Lui si sollevò, si rimise in piedi, fece un inchino. Sono passati anni, da allora. Una trentina. Eravamo in un villaggio alla periferia più sgangherata di Lomé, la capitale del Togo. (…) «Stasera vi porto a vedere un pezzo di Africa che non potete neanche immaginare» ci aveva detto Luciano, un italiano figlio di emigrati bellunesi, cresciuto in Eritrea e poi spostatosi nel golfo di Guinea. C’era un gran tendone. Una specie di bar dove servivano birra, succhi di frutta, bibite. Musica sparata a tutto volume. A un certo punto, tra un assordante rullio di tamburi si fece avanti un omone immenso, alto forse due metri, le spalle larghe tre ante, una vaga somiglianza con Lothar, il gigantesco assistente nero di Mandrake. Gli arrancava accanto, storto ma svelto, un ometto piccolo piccolo dalle forme incerte, afflitto da disabilità vistose. Era lui, il protagonista. Lui entrava per primo sulla scena, lui si accomodava nel catino, lui si faceva proiettare in volo, lui fermava il fiato agli spettatori grandi e piccini, africani (tanti) o turisti (pochissimi), lui raccoglieva gli applausi e le urla di giubilo e girava poi a passo veloce tra i presenti per tirar su una giusta mercede per quello spettacolo mai visto.

Nato ad Asolo (Treviso) nel 1955, Gian Antonio Stella (foto Grazia Neri) è autore di vari bestseller, è editorialista e inviato del «Corriere» Eravamo agli sgoccioli del XX secolo ma quello show, per noi agghiacciante, scendeva dritto dritto da millenni di storia in cui i nani e gli storpi, i monchi e gli zoppi, i guerci e i pazzi, e insomma quasi tutti i disabili, erano stati indissolubilmente legati allo svago, al divertimento, al gioco per sbalordire re, imperatori, papi, visir e gran khan. (…) Certo, dall’antichità a oggi è cambiato il mondo. Meno, però, di quanto ci raccontiamo. Lo ricordano le quotidiane protervie contro i portatori di handicap per i parcheggi riservati come il cartello («Sono contento che ti sia capitata questa disgrazia!») lasciato da un anonimo multato in un centro commerciale milanese. Lo ricordano le infinite barriere architettoniche che ogni giorno impediscono a milioni di persone di muoversi... Lo ricorda la gaffe oscena di Donald Trump, che in un comizio fece il verso a Serge Kovaleski, un giornalista premio Pulitzer affetto da artrogriposi, un disturbo agli arti che causa scatti scomposti e incontrollabili. (…) Il calligrafo senza braccia Thomas SchweickerIl rispetto: ecco cosa conta di più per chi è disabile. Rispetto che per migliaia di anni è troppo spesso mancato. Perfino nei confronti di qualche imperatore. Come Claudio, che dopo essersi dedicato soprattutto agli studi, venne acclamato dai pretoriani in seguito all’assassinio di Caligola nel 41 d. C. e morì avvelenato da un piatto di funghi quattordici anni più tardi, probabilmente per mano della quarta moglie Agrippina Minore, madre di Nerone. Svetonio, nel suo De vita Caesarum scritto a distanza di una settantina di anni, ne traccerà un ritratto in chiaroscuro: «La sua persona non mancò né di prestanza, né di nobiltà, sia quando stava seduto, sia in piedi, ma soprattutto in posizione di riposo, perché aveva la figura slanciata, ma non gracile, un bell’aspetto, bei capelli bianchi, il collo pieno; ma quando camminava, la debolezza delle sue gambe lo faceva esitare; se parlava, sia scherzando, sia seriamente, aveva molti tratti ridicoli: una risata sgradevole, una collera ancora più odiosa che faceva sbavare la bocca ben aperta e inumidiva le narici, inoltre una balbuzie e un ondeggiamento della testa che, se era sempre continuo, si intensificava a ogni atto, per quanto piccolo fosse». (…) Il santo Hermann von ReichenauMa rovesciamo tutto: cosa sarebbe stato di un disabile come Claudio, se non fosse stato imperatore? Cosa sarebbe stato di Hermann von Reichenau se non fosse appartenuto a una delle famiglie più ricche e potenti del Baden-Württemberg, nel cuore dell’Europa? (…) Colpito dalla nascita da una grave malattia neurologica con danni motori gravissimi, il bambino era afflitto da problemi tali da esser soprannominato «Hermann der Lahme», Ermanno il Rattrappito. O lo Storpio. O il Contratto. Atrofia muscolare spinale? Improbabile, dicono i neurologi, perché quella porta giorno dopo giorno a un degrado progressivo che avrebbe causato la morte molto prima. Sclerosi laterale amiotrofica, cioè la oggi terrorizzante Sla? Non meno improbabile: di solito colpisce le persone di almeno vent’anni… Hermann no: ancora bambino era già marcato dalla disabilità. «Orribilmente deforme» scrive il gesuita inglese Cyril Charles Martindale, nel suo libro Santi uscito nel 1932 e ripubblicato mezzo secolo fa con la prefazione di don Luigi Giussani, «non poteva star ritto, tanto meno camminare; stentava perfino a star seduto nella sedia che era stata fatta appositamente per lui; le sue dita stesse erano troppo deboli e rattratte per scrivere: le labbra e il palato erano deformati al punto che le sue parole uscivano stentate e difficili a intendersi». C’è da credergli in ogni dettaglio? Mah…Certo è che «il mostriciattolo deficiente» (così lo chiama il suo biografo britannico: rispetto zero) fu affidato dal padre ai benedettini del monastero di Reichenau, che «sorgeva in una deliziosa isoletta nel lago di Costanza dove il Reno corre impetuoso verso le sue cateratte». Qui «il ragazzo che poteva a mala pena biascicare poche parole con la sua lingua inceppata, trovò, chissà in virtù di quale psicoterapia religiosa, che la sua mente si apriva». Imparò così la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia e la musica. (…)Morì quando aveva poco più di quarant’anni. Per una pleurite. Bertoldo scrisse che «alfine l’amorevole benignità del Signore si degnò di liberare la sua santa anima dalla tediosa prigione del mondo…». Non si sa, su quella isoletta del lago di Costanza, dove fu sepolto. Si sa che lasciò all’umanità, anche se l’attribuzione avrebbe margini di incertezza, un dono straordinario: il Salve Regina, forse il più amato tra i canti religiosi, musicato in quello stesso XI secolo: «Salve, Regina, / Mater misericordiae…». Un migliaio di anni dopo, anche Stephen Hawking, forse il più famoso scienziato degli ultimi decenni dopo Albert Einstein fu colpito da una malattia simile: «Durante l’ultimo anno a Oxford mi ero reso conto che stavo diventando sempre più impacciato nei movimenti» ha scritto in Breve storia della mia vita. «Andai dal medico dopo una caduta dalle scale, ma tutto ciò che mi disse fu: “Lasci perdere la birra”. L’impaccio aumentò dopo il mio trasferimento a Cambridge. A Natale andai a pattinare sul lago a St. Albans, caddi e non riuscii a rimettermi in piedi. Mia madre si accorse di queste difficoltà e mi portò dal medico di famiglia, il quale mi inviò da uno specialista, e poco dopo il mio ventunesimo compleanno entrai in ospedale per dei controlli. Vi rimasi due settimane, durante le quali fui sottoposto a un’ampia gamma di esami». All’inizio pareva si trattasse di sclerosi laterale amiotrofica, poi di atrofia muscolare progressiva. Due anni di vita, gli diedero: «Era difficile concentrarsi sapendo che forse non sarei vissuto abbastanza per completare il dottorato». (…) Per cinquantacinque anni visse, studiò, pubblicò, stupì il mondo dopo quella diagnosi infausta. Superando via via gli ostacoli progressivi. Come quando perse l’uso anche dell’unico dito che gli consentiva di dialogare col computer. «Paralizzato, immobilizzato, prigioniero del corpo malato, può comunicare con il mondo solo con il battito di una palpebra» scrisse il «Corriere della Sera». Spiegando però che un’industria d’eccellenza informatica gli aveva subito fornito un apparecchio davvero magico che riusciva a leggere quel battito di ciglia «così il genio prigioniero del suo corpo può, ancora, parlare al mondo». Se ne andò il 14 marzo 2018. Festività laica del «PiGreco Day». Dopo aver avuto due mogli e tre figli, ricevuto i maggiori riconoscimenti esistenti (tranne il Nobel), discusso di Dio con quattro Papi, venduto milioni di libri, registrato musica coi Pink Floyd, guadagnato un posto tra i fumetti dei Simpson, prenotato un volo spaziale con la futura prima navicella di Richard Branson, scritto con un pizzico di ironia di aver avuto molto dalla vita: «La disabilità non ha costituito un grave handicap nel mio lavoro scientifico. Anzi, per certi aspetti suppongo sia stata un vantaggio: non ho dovuto fare lezione e occuparmi degli studenti, e non ho dovuto perdere tempo in tediose commissioni». Tra gli ultimi messaggi, un appello alla speranza consegnato ai quattrocento presenti a una conferenza al Royal Institute di Londra: «I buchi neri non sono così neri come li si dipinge. Non sono prigioni eterne, come un tempo si pensava. Le cose possono uscire da un buco nero in due modi: o tornando all’esterno o ritrovandosi possibilmente in un altro universo. Così, se senti di essere in un buco nero, non arrenderti: c’è sempre una via d’uscita». (…) Sarebbero migliaia, le storie da raccontare, per capire come la disabilità sia stata vissuta per secoli e secoli. Come sia stato difficile il percorso per cambiare la storia. (…) Con un occhio particolare a tutti coloro che, dal pittore Henri de Toulouse-Lautrec al calligrafo senza braccia Thomas Schweicker fino al pianista nero, cieco e autistico Blind Tom Wiggins, hanno saputo in condizioni difficilissime dimostrare di avere moltissimo da regalare agli altri. Pensava anche a loro, Papa Francesco, quando nel maggio 2015, al congresso mondiale delle «Scholas Occurrentes», disse ai ragazzi disabili: «Ognuno di noi ha un tesoro dentro di sé. Non nascondete il tesoro che ognuno di noi ha. A volte si trova subito, altre volte no, proprio come nel gioco del tesoro. Ma una volta trovato bisogna condividerlo con gli altri. Io vi ringrazio perché aiutate tutti noi a capire che la vita è un tesoro, ma solo se lo diamo agli altri. Tutti voi avete come una scatoletta: dovete aprire questa scatoletta e farne uscire il tesoro che c’è dentro».

·        Un Popolo di Impasticcati.

UN POPOLO DI POETI, ARTISTI E IMPASTICCATI. Francesca Angeli per “il Giornale” il 19 giugno 2019. Dimmi che farmaci prendi e ti dirò come stai. E anche chi sei. L' ultimo Rapporto Aifa (l' Agenzia del farmaco) sui consumi dei medicinali non fotografa soltanto i progressivi tagli operati sulla spesa del servizio sanitario nazionale (ssn) ma ci racconta anche come cambiano gli italiani attraverso le loro abitudini ed i loro bisogni. Siamo un popolo un po' triste e anche arrabbiato ed infatti consumiamo in gran quantità gli «inibitori della pompa protonica», ovvero i farmaci per la gastrite e ancora tanti, forse troppi, antidepressivi. Soprattutto le donne. Comunque in media assumiamo un po' più di una pasticca e mezzo al giorno, inserendo nel calcolo tutta la popolazione, compresi i lattanti. In particolare le prescrizioni riguardano le molecole appartenenti alla classe degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI). Il loro consumo registra un progressivo aumento in Italia nel corso degli ultimi anni. Se nel 2013 le dosi giornaliere per 1.000 abitanti erano 39 nel 2018 siamo passati a 41,6 con un aumento del 6,2 per cento. Non solo. Spesso i pazienti assumono medicinali con leggerezza e non rispettano le indicazioni terapeutiche fornite dal medico, addirittura nel 40 per cento dei casi. I più anziani sono anche i più bisognosi. L' uso degli antidepressivi aumenta con l' età e comunque nelle donne è sempre più elevato rispetto agli uomini in tutte le fasce di età. Differenze evidenti anche nelle regioni. La Sardegna al top: con il 62,2 consuma il doppio rispetto alla Basilicata, ferma al 31,9. Meno al nord comunque e più al sud. Per i protettori dell' apparato gastrointestinale la spesa pubblica è stata di 2.835 milioni di euro, quasi 47 euro pro capite. Un altro elemento da sottolineare è che mentre diminuisce lievemente la spesa pubblica aumenta quella a carico del cittadino: quasi un più 4 per cento nel 2018 rispetto al 2017. Un punto dolente sul quale non a caso il direttore dell' Aifa, Luca Li Bassi ha promesso di impegnarsi per modificarlo, cercando di spingere molto di più il consumo dei meno cari generici. Nel complesso la spesa farmaceutica pubblica e privata si è attestata intorno ai 29 miliardi, lievemente inferiore allo scorso anno pari a 482 euro per cittadino, 492 nel 2017. Quella territoriale ammonta a 20.781 milioni di euro e l' ospedaliera a circa 11 miliardi. I cittadini invece pagano di tasca propria sempre di più: 8,3 miliardi, ovvero più 3,8 rispetto all' anno precedente. E tra i medicinali di classe C (a carico del cittadino) che richiedono la prescrizione medica in testa ci sono le benzodiazepine, gli psicofarmaci. Cresce pure la richiesta dei farmaci usati nella disfunzione erettile che con 219 milioni di euro sono la terza categoria a maggior acquisto, il cui consumo è passato da 2,9 dosi per 1.000 abitanti del 2014 a 3,6 del 2018. In generale assumiamo troppi farmaci. Lo scorso anno sono state consumate complessivamente 1.571,5 dosi di medicinali al giorno ogni 1.000 abitanti. Di queste il 72,3 per cento è stato erogato dalla sanità pubblica mentre il restante 27,3 è stato pagato dai cittadini. La categoria maggiormente prescritta e dunque consumata è quella dei farmaci per il sistema cardiovascolare 487,4 dosi per 1.000 abitanti al giorno mentre sono al terzo posto in termini di spesa a carico del Ssn: 3.240 milioni di euro; 53,6 euro pro capite. In generale al sud si spende di più per farmaci erogati in convenzione mentre proprio la Lombardia è la regione che consuma meno e spende di più probabilmente anche per il ricorso a farmaci innovativi più costosi. La regione che spende di più pro capite è la Campania, 201, mentre spende meno Bolzano, 120 a cittadino. Quella dell' aderenza alle terapie poi è diventata una delle questioni cruciali. Tra gli anziani, over 65, molti assumono diversi farmaci al giorno e in questo caso e sbagliarsi può avere conseguenze molto gravi.

·        Il Comparaggio.

A RIMETTERCI SONO SEMPRE I MALATI. Francesca Angeli per “il Giornale” il 14 settembre 2019. Traffico di farmaci ad altissimo rischio. L' operazione coordinata dalla Procura della Repubblica di Cremona e condotta dai Nas dei carabinieri che ha portato al sequestro di 824 confezioni di medicinali per un valore di quasi 4 milioni di euro, scoperchia un vaso di Pandora e svela un mercato illegale dove a rimetterci sono comunque e sempre i malati. Come sottolinea Francesco De Lorenzo ex ministro della Sanità e attuale presidente Favo, la Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia, il danno è duplice. Da un lato prima di tutto per i pazienti ai quali vengono sottratti farmaci essenziali alla sopravvivenza e dall' altro per i malati, inconsapevoli, ai quali questi farmaci, spesso ad elevata tossicità, verranno somministrati in strutture non adeguate e non rispettando i criteri di appropriatezza. «Si tratta di terapie specifiche da somministrare esclusivamente attraverso strutture ospedaliere che rispettino tutti gli standard di sicurezza. Sono dunque anche difficili da ricollocare. - osserva De Lorenzo. - Se è stato scoperto un traffico evidentemente c' è una forte richiesta da parte del mercato estero dove probabilmente verranno impiegati in cliniche o strutture prive delle garanzie di sicurezza dei nostri ospedali». I farmaci erano destinati in Europa e in Medio Oriente ma prevalentemente finivano in Nord Africa. I furti sono iniziati nel 2017 e grazie all' indagine «Dawaa» sono stati individuate le farmacie ospedaliere e le aziende sanitarie territoriali dalle quali sono stati sottratti i farmaci. Tra gli altri coinvolti dai furti gli ospedali San Giovanni Bosco ed Ascalesi di Napoli, San Timoteo di Termoli e le Aziende Sanitarie Provinciali, deputate da distribuire i medicinali alle strutture pubbliche su base territoriale, di Catanzaro, Caltagirone e Rutigliano. I reati ipotizzati sono associazione a delinquere, ricettazione, furto aggravato e commercio di farmaci guasti ed imperfetti. Sono 18 le misure cautelari: 14 di custodia cautelare e 4 restrittive. Il furto dei farmaci aggrava una situazione già molto difficile come da anni denunciano le associazioni di volontariato che cercano di fare fronte alle mille difficoltà alle quali vanno incontro i malati oncologici. La Favo da anni si batte per ottenere parità di accesso alle terapie innovative in tutte le regioni italiane. «Le disparità di accesso ai farmaci oncologici innovativi purtroppo permangono - spiega De Lorenzo- Anche se nell' ultimo anno la situazione è migliorata ad esempio in Campania ed in Puglia». Fanalino di coda ancora una volta la Calabria. E De Lorenzo denuncia anche il fenomeno dell' accaparramento. Farmaci che in Italia hanno costi contenuti vengono comprati in grandi quantità e poi rivenduti all' estero nei paesi che hanno prezzi base più alti. A fronte dei farmaci chemioterapici messi a disposizione dalla sanità pubblica i malati devono comunque affrontare costi pesanti. La Favo aveva calcolato che la spesa out of pocket sostenuta dai malati di cancro ammonta a 5 miliardi di euro l' anno. Mentre il servizio sanitario nazionale spende per i malati oncologici circa 16 miliardi di euro. Tra i costi a carico del malato le visite mediche (1,1 miliardi), i trasporti e i soggiorni sul luogo di cura (1,5 miliardi), i farmaci (808 milioni) e gli interventi di chirurgia ricostruttiva (425 milioni). Una realtà che riguarda i 3 milioni e 300.000 malati di cancro in Italia di cui 700 mila sono attualmente in trattamento. «I costi per evitare le complicazioni e quelli sociali sono ancora altissimi», conclude De Lorenzo.

BIG PHARMA, BIG BUSINESS. Simona Ravizza per Corriere.it il 5 agosto 2019. Un medico, universitario di fama, che si rifiuta di curare i pazienti con il farmaco salvavista meno costoso e disdice 70 appuntamenti tra le proteste dei malati. Succede nei giorni scorsi all’ospedale Sacco, uno dei più importanti per la cura dei problemi agli occhi. Così scoppia in Lombardia il caso Avastin-Lucentis, al centro dal 2013 di uno scontro giudiziale. Dopo quasi 10 anni di battaglie legali, è stato smascherato un accordo tra Roche e Novartis: i due colossi farmaceutici sono accusati di essersi messi d’accordo per incentivare l’utilizzo del medicamento più costoso a danno del servizio sanitario nazionale e con ricadute pesanti sulle cure dei malati. Tutto ruota intorno a una malattia agli occhi particolarmente diffusa dopo i 70 anni, la maculopatia, ossia una forma di degenerazione al centro della retina che, se non curata bene, può portare a perdere la vista: in Lombardia sono colpiti 20 mila pazienti. La patologia può essere curata con due farmaci: uno è l’Avastin prodotto da Roche e venduto a 80 euro a iniezione (nato come antitumorale, il suo uso è off label, cioè fuori indicazione terapeutica, perché Roche non ha mai chiesto l’estensione per la maculopatia); l’altro è il Lucentis di Novartis il cui costo è di 900 euro a iniezione. Nel 2013 parte un’istruttoria dell’Antitrust per un’ipotesi di intesa restrittiva della concorrenza tra le due case farmaceutiche. Dopo ricorsi e controricorsi, lo scorso 15 luglio il Consiglio di Stato scrive: «Gli elementi di prova raccolti dimostrano l’esistenza tra i gruppi Roche e Novartis di plurimi contatti finalizzati ad precisa strategia anticompetitiva: quella di enfatizzare i rischi derivanti dall’uso intravitreale (all’interno dell’occhio, ndr) del meno costoso Avastin a fronte della maggior sicurezza di Lucentis», «Roche e Novartis hanno attivato un’intesa restrittiva della concorrenza volta ad ottenere una differenziazione artificiosa dei farmaci Avastin e Lucentis, manipolando la percezione dei rischi dell’uso in ambito oftalmico di Avastin». Di qui la condanna di Roche e Novartis a pagare una maximulta da 184 milioni di euro. Novartis, multinazionale svizzera seconda al mondo per fatturato dopo la Pfizer, detiene il 33,3% delle azioni di Roche. Entrambi i farmaci sono sviluppati da Genentech, controllata da Roche. Nel frattempo, l’11 aprile 2018, l’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) riconosce che i due farmaci sono sovrapponibili per efficacia terapeutica e mostrano lo stesso profilo di sicurezza. In seguito al provvedimento del Consiglio di Stato, l’assessorato alla Sanità decide di intervenire con la delibera del 23 luglio che suona: «Dal momento che non sono state dimostrate differenze statisticamente significative nell’efficacia e sicurezza tra i due farmaci, dal 1 agosto 2019 per il trattamento della degenerazione maculare legata all’età e della compromissione visiva dovuta a edema maculare diabetico si prevede un rimborso di 55,6 euro per singola somministrazione per occhio». In sintesi: indipendentemente dal farmaco che viene somministrato, la cui scelta spetta al medico, il rimborso è lo stesso e non più, per il Lucentis, di 550 euro. Fine dei guadagni, insomma, per Novartis. Il risparmio stimato per le casse pubbliche è di almeno 40 milioni di euro l’anno. Tra gli oculisti, però, esplode la rivolta, con l’accusa a Regione Lombardia di compromettere le cure ai pazienti. In questo contesto, Giovanni Staurenghi, direttore della clinica oculistica dell’ospedale Luigi Sacco che dipende dall’Università Statale, fa disdire gli appuntamenti di 70 pazienti, richiamati poi in tutta fretta dopo l’intervento a gamba tesa dell’assessorato alla Sanità e sottoposti normalmente alle cure. Sulla delicata vicenda l’assessore alla Sanità Giulio Gallera è costretto a intervenire con una comunicazione nella giunta del 31 luglio (rimasta finora riservata) e per domani è in programma un incontro al Pirellone con gli oculisti. I vertici del Sacco, guidati da Alessandro Visconti, stanno valutando se ci sono gli estremi per un procedimento disciplinare contro il medico.

·        L’Aifagate.

Maddalena Guiotto per “la Verità” il 15 novembre 2019. La Corte dei conti sta indagando dei dirigenti dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) che avrebbero causato un danno di 200 milioni di euro al Sistema sanitario a causa di «ingiustificate limitazioni imposte all' utilizzo» del farmaco meno caro per la cura di alcune patologie dell' occhio. La guardia di finanza, come si legge in una nota, ha raggiunto con «un invito a dedurre» dirigenti pro tempore dell' Aifa e «componenti pro tempore della Commissione consultiva tecnico scientifica della medesima agenzia» perché avrebbero limitato la prescrivibilità di Bevacizumab (nome commerciale Avastin), più economico, per curare alcune malattie oculari, in particolare la degenerazione maculare senile, a vantaggio del più costoso Ranibizumab (Lucentis). È l'ennesima puntata nel caso dei due farmaci sviluppati dalla stessa azienda (Genentech) al centro di una vicenda che va avanti ormai da tempo e che ha visto anche una maxisanzione dell' Antitrust italiana nel 2014 e una pronuncia della Corte di giustizia dell'Unione europea un anno fa. Secondo gli accertamenti fatti dal nucleo di polizia economico finanziaria di Roma, i farmaci Avastin (antitumorale) e Lucentis ( indicato nella degenerazione maculare legata all' età) hanno la stessa equivalenza terapeutica, in termini di efficacia e sicurezza, come dimostrato da una serie di studi comparativi (Lucentis è una parte della molecola di Avastin). Il problema è che il primo, dice la nota, non è stato inserito tra i prodotti rimborsabili dal Ssn fino al 2014 e sono state imposte una serie di «ingiustificate limitazioni» al suo utilizzo almeno fino al 2017, causando un aggravio di spesa per lo Stato. Al totale di 200 milioni, dice la Gdf, si è arrivati calcolando la differenza di prezzo tra i farmaci (circa 600 - 730 euro per singola dose), in relazione al numero di trattamenti che sono stati effettuati con il Lucentis anziché con l' Avastin. Ora i dirigenti dell' Aifa e i componenti della Commissione tecnico scientifica dell' Agenzia hanno 60 giorni per fornire la loro versione alla Corte dei Conti. Sulle responsabilità delle aziende produttrici dei due farmaci (Roche e Novartis) si è già espressa, nel 2014, l'Autorità garante per la concorrenza e il mercato comminando una sanzione di oltre 180 milioni per aver creato una sorta di cartello. «I due gruppi» scriveva l'Autority nel 2014, «si sono accordati illecitamente per ostacolare la diffusione dell' uso di un farmaco molto economico, Avastin, nella cura della più diffusa patologia della vista tra gli anziani e di altre gravi malattie oculistiche, a vantaggio di un prodotto molto più costoso, Lucentis, differenziando artificiosamente i due prodotti. Per il Ssn l'intesa ha comportato un esborso aggiuntivo stimato in oltre 45 milioni di euro nel solo 2012, con possibili maggiori costi futuri fino a oltre 600 milioni di euro l'anno». Ci sono infatti dei rapporti economici particolari tra i gruppi Roche e Novartis. La prima, che commercializza l'antitumorale Avastin, avrebbe infatti « interesse ad aumentare le vendite di Lucentis», secondo l'Autority, «perché attraverso la sua controllata Genentech - che ha sviluppato entrambi i farmaci - ottiene su di esse rilevanti royalties da Novartis. Quest' ultima, dal canto suo, oltre a guadagnare dall' incremento delle vendite di Lucentis, detiene una rilevante partecipazione in Roche, superiore al 30%». La sanzione dell' Antitrust è stata confermata a luglio da una sentenza del Consiglio di Stato, che ha respinto il ricorso delle due aziende condannandole anche al pagamento delle spese.

Le mani della Lega sul business dei farmaci. Il partito di Salvini conquista la presidenza dell'Aifa, l'agenzia statale per i medicinali. Tra sprechi miliardari, riforme insabbiate e pressioni delle multinazionali. Gloria Riva il 15 novembre 2019 su L'Espresso. Uno scontro sotterraneo di potere, all’ombra della politica, scuote i vertici dell’Aifa, la potente Agenzia italiana del farmaco, che muove ben 28 miliardi di euro l’anno e decide quali medicinali possono entrare nel mercato italiano ed essere rimborsati dalle casse pubbliche. L’ente, con le proprie decisioni, non solo è responsabile della buona salute dei cittadini, ma indirettamente svolge un importante ruolo a garanzia di ben 70 mila posti di lavoro, tanti sono gli addetti del settore. Il direttore e i comitati tecnici di Aifa hanno il delicato compito di selezionare e valorizzare i prodotti più efficaci nel debellare le malattie, senza dimenticare gli investimenti industriali ed economici che ciascuna multinazionale del farmaco ha in programma nel territorio italiano. All’attenzione per i pazienti si aggiunge dunque l’interesse a mantenere buoni rapporti con un settore industriale da 32 miliardi di giro d’affari e tre miliardi di investimenti all’anno. Quei posti di comando dell’Aifa scottano così tanto che il direttore uscente, il chirurgo milanese Luca Li Bassi, esperto di management sanitario, con una lunga e comprovata esperienza internazionale in materia di gestione e rimborsabilità dei farmaci, è rimasto in sella poco più di un anno, per poi essere travolto dal più tipico degli spoil system: al cambio del ministro della Salute, avvenuto a settembre - quando la pentastellata Giulia Grillo è stata sostituita da Roberto Speranza, ex Pd ora in Leu - è seguita la pubblicazione di un nuovo bando per l’incarico di dirigere l’Aifa. Il successore di Li Bassi, oltre a saperne di farmaci, dovrà avere eccezionali doti politiche e di mediazione, visto lo scontro di potere che sta lacerando l’Agenzia pubblica. Ma procediamo con ordine. Proprio l’ex ministra Grillo a fine 2018 aveva lanciato una sorta di rivoluzione della governance farmaceutica, con l’obiettivo di spostare l’attenzione di Aifa sul benessere del paziente, ridurre sprechi e alleviare le casse del Sistema Sanitario Nazionale dai costi inutili. Lo aveva fatto seguendo le indicazioni di un luminare di fama internazionale, Silvio Garattini, fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, parecchio critico rispetto alla sostenibilità del sistema italiano: «I medicinali servono per curare le persone e se non sono davvero utili, perdono la loro funzione. Una banalità che molti hanno dimenticato», racconta all’Espresso il professore. Dati alla mano, Garattini dice che il 60 per cento dei farmaci in commercio è perfettamente inutile «perché si tratta dell’ennesimo prodotto fotocopia che, sotto un nome diverso ma con identica molecola, va ad intasare un mercato già saturo di miliardi di scatolette che allo Stato costa 20 miliardi». E aggiunge: «I farmaci fotocopia servono a logiche altre, rispetto alla cura dei pazienti: il sistema va razionalizzato e aggiornato». E quali sarebbero le logiche altre? «Il consumismo più sfrenato. L’Aifa deve decidere se la spesa farmaceutica serve a guarire i pazienti o a garantire i posti di lavoro». Eccola, la prima vera grana di Aifa. Le multinazionali hanno già delocalizzato all’estero tutti i più importanti centri di ricerca, perché non trovavano alcuna convenienza nell’investire in un Paese a scarso ritorno economico in termini di vendite. Meglio spostare i laboratori scientifici in Inghilterra o in Germania dove il business è più profittevole. Hanno invece mantenuto qui in Italia gran parte dell’industria produttiva, garantendo migliaia di posti di lavoro, ed è con questa leva che le aziende siedono ai tavoli di Aifa e fanno valere il proprio peso sulle Regioni, che hanno in gestione gran parte della spesa sanitaria pubblica. In questo quadro i governatori, che non vogliono ritrovarsi con ulteriori crisi industriali da gestire, meno di un mese fa hanno scelto il nuovo presidente di Aifa: è il super direttore generale della sanità veneta, Domenico Mantoan, un tecnico in quota Lega. Il suo predecessore, Stefano Vella, se n’era andato in aperto contrasto con l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Vella, durante gli anni di lavoro all’Istituto superiore di sanità, si è occupato dell’epidemia di Aids e dal 2000, insieme a figure carismatiche come Nelson Mandela, ha aperto la strada alla produzione in Sudafrica dei medicinali generici antiretrovirali, per combattere a costi più ridotti la piaga dell’Hiv nel continente nero. Vella è noto perché vinse le battaglie legali, fatte di numerosi ricorsi, avviate da ben 39 multinazionali farmaceutiche contro la diffusione dei farmaci a basso costo. Alla posizione di Vella, indipendente e spesso battagliera, è stata oggi sostituita la linea più morbida e pro-industria di Mantoan, designato a fine ottobre. Secondo tutte le fonti contattate da L’Espresso, questa nomina rappresenta un messaggio distensivo che le Regioni, in maggioranza governate dal centro-destra, hanno mandato all’industria del farmaco. Anzi, è il secondo segnale amichevole, se si considera che alla presidenza del Cpr, il cruciale Comitato prezzi e rimborsi di Aifa, siede Giovanna Scroccaro, anch’essa esponente della sanità veneta. Personalità che di certo non sentono l’urgenza di rivoluzionare lo status quo, come invece chiedeva il professor Garattini quando a fine 2018 dichiarava: «Bisogna riscrivere il prontuario, cioè l’elenco dei farmaci in commercio, che è fermo al 2005; bisogna eliminare i prodotti obsoleti e non più competitivi». Del resto proprio Garattini era stato il promotore dell’ultima seria revisione del prontuario, che risale al 1993 e aveva quasi dimezzato la spesa statale, ridotta da novemila a cinquemila miliardi di vecchie lire. Spiega oggi il luminare a l’Espresso: «È inutile avere a disposizione 100 farmaci simili e non avere le risorse per quelli con nuovo potenziale terapeutico. Siamo più anziani, l’oncologia ha fatto passi da gigante, le malattie rare sono sempre più conosciute e le nuove emergenze sanitarie impongono scelte terapeutiche personalizzate. Per questo, bisogna tagliare i rami secchi, evitare gli sprechi e appunto rivedere il prontuario secondo logiche nuove». Facile a dirsi, difficile a farsi. Ma la spesa farmaceutica pubblica è davvero esagerata? L’osservatorio Cergas Bocconi, che monitora l’economia del sistema sanitario, dipinge una situazione al limite della sostenibilità, distante dalla capacità di spesa di Germania e Francia. Infatti se Berlino spende in farmaci 691 euro pro capite, Parigi ne sborsa 521, mentre Roma solo 366. In totale, il nostro Sistema sanitario nazionale spende poco più di 20 miliardi per i farmaci, di cui 7,9 per coprire il costo delle confezioni vendute nelle farmacie dietro prescrizione del medico di base, i restanti 12,1 per i prodotti distribuiti negli ospedali. I cittadini aggiungono di tasca propria altri 8,77 miliardi. Di questi, 1,6 miliardi è il valore del ticket, che negli ultimi 17 anni è aumentato del 16 per cento. Altri 5,66 miliardi sono spesi per medicinali non coperti dal sistema pubblico: anche in questo caso la percentuale dei non rimborsabili è passata dal 33 per cento nel 2001 al 41,2 nel 2018. I restanti tre miliardi potrebbero essere risparmiati se gli italiani andassero dal medico di base per farsi prescrivere le ricette e se scegliessero i farmaci generici. Nel primo caso c’è stata un’impennata di coloro che si pagano di tasca propria le pasticche: si è passati dal 3,1 per cento del 2001 all’attuale 14,7. Nel secondo caso l’incremento è ancora più sconvolgente: la quota di chi sceglie di pagarsi una costosa scatola di marca, anziché l’economico generico, è raddoppiata negli ultimi otto anni, e la crescita è soprattutto al Sud e nelle regioni più povere d’Italia: Basilicata, Campania, Sicilia e Calabria, come spiegano i dati di Cittadinanzattiva. Ecco perché Garattini nel piano di riforma spingeva sull’informazione ai medici, per spiegare che i generici sono efficaci e producono risparmi. Parla di necessità di razionalizzazione anche l’economista Claudio Jommi del Cergas Bocconi, capo dell’Osservatorio sulla farmaceutica italiana: «C’è una generale percezione che la spesa sia eccessiva. I dati mostrano il contrario. È importante invece meglio programmare i tetti di spesa pubblica, rimodularli, vista l’evidente incoerenza con l’andamento dei due mercati di riferimento, e rendere ancor più strutturato il legame tra valore del farmaco e negoziazione dei prezzi». L’economista tocca così il secondo nervo scoperto. Ogni anno infatti, attraverso la legge finanziaria, lo Stato stabilisce l’entità dei due fondi, distinti e non comunicanti, utilizzabili dal sistema sanitario nazionale per l’acquisto dei farmaci. Il primo è quello per la spesa convenzionata, cioè per i medicinali acquistati in farmacia: vale 9 miliardi, ma quest’anno lascerà un avanzo in cassa di circa un miliardo, un surplus destinato ad aumentare nei prossimi anni. Il secondo fondo è quello per gli acquisti diretti, cioè i farmaci distribuiti negli ospedali, che è sempre più in sofferenza, perché aumenta la richiesta soprattutto di medicinali oncologici e terapie su misura: a fronte dei 7,8 miliardi stanziati nel 2019, quest’anno il costo reale è di 10,6 miliardi e nel 2021 l’extra spesa sforerà i due miliardi. E qui viene il punto. Perché a pagare metà di questo sforamento di spesa, oggi, sono le stesse aziende private, che in pratica devono restituire quanto incassato (secondo un meccanismo chiamato in gergo pay-back). «È tutt’altro che un sistema fluido: le imprese in passato hanno dato battaglia nei tribunali e poi raggiunto accordi transattivi con ciascuna regione», spiega Jommi. Secondo l’esperto la prima cosa da fare sarebbe proprio la rimodulazione dei tetti di spesa: in sostanza basterebbe ridurre il fondo per le farmacie e aumentare quello per gli ospedali. Di fatto però le Regioni si mettono di traverso, perché ogni amministrazione locale sfrutta i pay-back sganciati dalle multinazionali per far quadrare i propri conti. Detto altrimenti, se nel 2020 il governo dovesse riequilibrare i tetti di spesa, le Regioni perderebbero gli extra pagati dalle multinazionali e dovrebbero trovare almeno due miliardi di euro per chiudere in pareggio i bilanci. Altro che cura dei pazienti: dalla nomina dei vertici di Aifa, alla questione dei tetti di spesa, sembra che la sanità, più che una questione di vita o di morte, sia diventata una faccenda di economia e politica.

Esclusivo. Auto blu e favori politici: tutti i segreti dello zar leghista della sanità. Un'indagine finora inedita svela i retroscena della carriera di Domenico Mantoan, il super direttore degli ospedali veneti ora nominato al vertice dell'Aifa. Paolo Biondani e Andrea Tornago il 15 novembre 2019 su L'Espresso. Maledetta auto blu. Più che un privilegio, sembra una disgrazia per Domenico Mantoan, potentissimo neo-presidente dell’Aifa, l’agenzia che gestisce l’intera spesa farmaceutica e controlla il mercato miliardario dei medicinali. Perché sono proprio due infortuni con l’auto di servizio a insidiare la sua irresistibile carriera di super-dirigente della sanità nel ricco Veneto e ora in tutta Italia. Una nomina, decisa dalla conferenza delle Regioni, che sancisce il passaggio alla Lega di questo cruciale centro di potere sanitario, economico e politico. Mantoan, 62 anni, vicentino di Brendola, occupa da un decennio, ininterrottamente, la poltrona di direttore generale della sanità veneta: è il capo indiscusso di un apparato regionale che muove ogni anno dieci miliardi di euro di spesa pubblica. A Venezia è considerato un tecnico molto preparato e capace, con un carattere duro: una sorta di Richelieu, riverito e temuto anche ai piani alti di Palazzo Balbi, sede della Regione. Laureato in medicina a Padova, specializzato in endocrinologia a Verona, il super-manager ha la gerarchia nel sangue: inizia la sua carriera nel 1984 come ufficiale medico dei Carabinieri di Udine e del distretto militare di Verona, dove lavora fino al 1993. Nella sanità regionale entra nel 1995, quando il Veneto, dopo Tangentopoli e la fine della Dc, diventa un feudo del centrodestra. Da allora Mantoan continua a fare carriera sotto tutte le giunte. Con il berlusconiano Galan, viene chiamato a replicare il modello sanitario lombardo dell’era Formigoni (tagli agli ospedali pubblici, soldi alle cliniche private), che riesce ad applicare senza troppi danni sociali. Il Veneto diventa la terza regione italiana per spesa sanitaria privata (41 per cento del totale, secondo la Corte dei Conti) restando in vetta alla classifica dei livelli di assistenza. Dal 2010 ad oggi Mantoan resiste a tutti i cambiamenti di pelle della Lega: mentre il partito passa da Bossi a Maroni per arrivare a Salvini, e nell’assessorato alla sanità la cerchia del veronese Tosi è sostituita dai fedelissimi del trevigiano Zaia, il super-tecnico resta al suo posto, dove è riconfermato almeno fino alla primavera prossima. Ed è proprio l’attuale governatore Luca Zaia a candidarlo con successo alla presidenza dell’Aifa. A rovinare la festa per la nomina, il 31 ottobre scorso, arriva un’interrogazione dei Cinquestelle, che chiede al neo-ministro Roberto Speranza di chiarire una bruttissima storia di malasanità e malagiustizia che coinvolge l’auto blu di Mantoan. A Padova, il 13 settembre 2016, la vettura pubblica che trasporta il direttore, guidata dal suo autista di fiducia, fa una manovra vietata e uccide un motociclista. A effettuare l’autopsia si precipita il professor Massimo Montisci, direttore dell’istituto di medicina legale di Padova, che scagiona l’autista con una tesi incredibile: il motociclista, Cesare Tiveron, sarebbe morto d’infarto un attimo prima di essere travolto dall’auto blu. I familiari della vittima insorgono, denunciano un conflitto d’interessi (l’istituto di Padova dipende dal grande capo della sanità veneta) e ottengono una nuova perizia, affidata a una squadra di luminari, che capovolge il verdetto: ora il professor Montisci è accusato di falso, l’autista di Mantoan di omicidio stradale. La stessa auto blu è finita al centro di un’altra indagine, finora tenuta segreta. Un procedimento aperto nel 2014 e chiuso pochi mesi fa, nell’aprile 2019. Mantoan non è accusato di alcun reato, ma i fatti accertati documentano rapporti, metodi di lavoro e incontri di potere finora sconosciuti: una specie di biografia non autorizzata. Tutto nasce da un fascicolo minore. La Procura di Vicenza ipotizza un «peculato d’uso»: Mantoan ha diritto di usare la vettura regionale con l’autista pubblico per gli spostamenti tra casa e ufficio, cioè tra Venezia e Vicenza, mentre è sospettato di servirsene anche per trasferte private. Quindi la Guardia di Finanza comincia a seguire la sua auto blu, segnalando una serie di anomalie. Il 26 settembre 2014, in particolare, la macchina pagata dalla Regione effettua una deviazione: esce dall’autostrada a Padova Est e si ferma in un hotel a quattro stelle dove lui rimane fino all’alba successiva. Qui il super manager pubblico incontra una imprenditrice della sanità, che ha una ditta a Padova e vende prodotti ospedalieri. Un incontro riservato tra controllore e controllata. L’indagine si chiude con un’archiviazione chiesta dal pm Giovanni Parolin: il giudice Massimo Gerace certifica che il peculato «non sussiste», perché i «singoli episodi» si riducono a «deviazioni di pochi chilometri», che «non hanno provocato danni apprezzabili alle casse pubbliche». Anzi, nella notte in hotel c’è stato «un considerevole risparmio», perché l’autista lo ha lasciato a Padova anziché portarlo a casa nel Vicentino. Un proscioglimento pieno, che però riconferma l’incontro notturno tra il dirigente pubblico e l’imprenditrice privata «per ragioni comprovatamente personali». Un altro dato certo è che, nei mesi successivi, l’amica di Mantoan fa un grande salto di carriera. Prima era solo una rappresentante di commercio, con una ditta individuale di «prodotti medicali, chirurgici e ortopedici». Dal gennaio 2017 diventa amministratrice unica di una società con 100 mila euro di capitale, che gestisce un centro radiologico in provincia di Padova, di cui è anche socia con il 20%. Il primo azionista, con il 40%, è un soggetto misterioso, che vuole restare anonimo: la sua quota è intestata a una fiduciaria del Montepaschi. Il restante 40%, invece, fa capo al gruppo Hfc, che controlla diverse società importanti, con fatturati milionari. Una di queste, F.R. Engineering, negli ultimi anni si è aggiudicata decine di grandi contratti per la sanità veneta: dal ciclotrone dell’ospedale di Castelfranco, a sofisticati macchinari come la Pet di Padova, alla rete di condizionatori dell’Istituto oncologico veneto, di cui Mantoan è stato commissario fino al 2016. Intanto l’imprenditrice padovana ha trovato altri partner d’affari importanti, come la società milanese Adexte, che si è fatta rappresentare proprio da lei, come risulta dalla sua firma in un documento del giugno 2018, in almeno una gara d’appalto da 64 mila euro: forniture per la medicina nucleare dell’ospedale di Vicenza, aggiudicate alla Adexte. Dagli atti giudiziari emerge che il fascicolo sull’auto blu era nato da un’indagine molto più ampia: pressioni politiche per nominare primari ospedalieri fedeli alla Lega. Mantoan viene intercettato, nello stesso periodo della notte in hotel, mentre incontra segretamente, in un bar vicino a un altro casello, il direttore sanitario di un ospedale di Vicenza e il responsabile di una Usl veronese, entrambi leghisti. Il primo, riassume la Finanza, «si adopera attivamente per indirizzare e determinare le nomine di due primari, a Verona e Vicenza». E incontra Mantoan perché «ne conosce il potere di interferenza nelle decisioni sulla sanità veneta». Il procedimento si chiude nel 2018 per la morte del dirigente vicentino inquisito. Mentre Mantoan non viene neppure indagato: in quell’incontro «certamente anomalo» ha subito pressioni politiche, ma non risulta che sia mai arrivato a truccare i concorsi dei primari. Il 7 novembre anche il ministro Speranza ha ratificato la sua nomina all’Aifa. Per il direttore della sanità veneta, la presidenza di un’agenzia così strategica segna anche una rivincita personale su Roma, dopo le polemiche con l’ex ministro Beatrice Lorenzin sull’obbligatorietà dei vaccini. Nel settembre 2017, infatti, era stato un decreto firmato proprio da Mantoan a sospendere per due anni l’obbligo di presentare i certificati di vaccinazione come requisito per l’ammissione nelle scuole. La Regione Veneto è arrivata a impugnare le norme statali davanti alla Corte Costituzionale, senza successo. Quindi il governatore Zaia ha dovuto sospendere il decreto Mantoan. Ora il burocrate torna a Roma, nello stesso ministero, da vincitore: come numero uno dell’Aifa, sarà lui a rappresentare lo Stato negli incontri e scontri con le potenti multinazionali dei farmaci. Non in un hotel vicino all’autostrada, si spera.

·        Gli italiani e lo sport? Ne parlano tanto... ma ne fanno poco.

Gli italiani e lo sport? Ne parlano tanto... ma ne fanno poco. Pubblicato sabato, 14 settembre 2019 su Corriere.it da Paola D’Amico. Nel nostro Paese fa attività fisica una persona su quattro, nel Nord Europa fa attività il 70 per cento degli abitanti. Dello sport sanno tutto o quasi. Lo amano. Ne parlano tanto, ma ne fanno poco. Gli italiani, insomma, tengono stretta la maglia nera che spetta a uno tra i popoli più sedentari d’Europa. Le ultime rilevazioni dell’Eurobarometro ci danno in miglioramento. Negli ultimi 25 anni la percentuale di chi pratica un’attività sportiva è cresciuta del 10 per cento. Oggi, registra l’Istat, fa sport un italiano su quattro. E sono cresciute di numero le società sportive. Ma resta grande la distanza con i Paesi del Nord dove - è il caso di Finlandia, Svezia e Danimarca – il rapporto tra persone attive e sedentarie è ribaltato: fa sport il 70 per cento della popolazione. Tanta inattività, però, non è dovuta (solo) alla genetica. In parte dipende dal fatto di non avere a portata di mano impianti dove praticare sport e soprattutto a costi accessibili. Secondo l’ultimo report di OpenPolis, che ha esaminato i bilanci delle città italiane con più di 200mila abitanti, i Comuni investono poco e male. Ai due estremi della classifica troviamo Trieste, che con 49,52 euro pro capite all’anno, è al primo posto per livello di spesa, e Roma che è all’ultimo con 1, 96 euro. Una spesa infinitesimale, tenuto conto che tra l’altro - sottolinea lo studio - «nella Capitale diversi impianti sportivi sono di proprietà del Coni, che verosimilmente si occupa delle relative spese». Seconda a Trieste è Firenze che nel 2018 ha investito 35,24 euro per abitante, seguita da Padova (28,81), Torino (24,31), Verona (18,11) e Milano (16,34). Le grandi città del Sud occupano, invece, la seconda metà della classifica. Tranne Catania - che è quella messa meglio (15,51) - le grandi città del Mezzogiorno hanno tutte una spesa pro capite inferiore ai 15 euro/anno: Napoli è al penultimo posto (3,33). Può sembrare ingiusto puntare il dito contro i Comuni. Ma se lo Stato sborsa direttamente il 27 per cento (di cui il 19 è destinato al contributo Coni) e le Regioni l’11 per cento, è vero che più della metà dei soldi destinati allo sport (54 per cento) arriva proprio dai Comuni. Il report consegna qualche paradosso. Curiosa la storia di Viggiano (Pz), per esempio, il Comune lucano che nel 2014 risultò avere speso più di tutti nello sport, con 701,22 euro pro capite. La somma allora portò la «capitale del petrolio», nota per i suoi abbondanti giacimenti, in vetta alle classifiche. Ma non si può escludere possa essere stato l’effetto royalties. Fatto sta che il centro più attento allo sport in quegli anni aveva uno stadio rinnovato con campo di calcio ma non la squadra, perché il club locale era fallito. «Servono linee guida - dice Vittorio Bosio, presidente del Centro Sportivo Italiano (Csi), la prima nata tra le associazioni polisportive in Italia - e le Regioni devono avere un maggior ruolo, contribuire per esempio a evitare doppioni o impianti che rischiano alla lunga di essere ingestibili». Un impianto, chiarisce Bosio, deve essere «sostenibile, si deve auto-mantenere». E cita poi esempi virtuosi come quello di «venti piccoli Comuni, cominciando da Casnigo nella Bergamasca, che si sono consorziati, hanno costruito insieme la piscina e l’hanno poi affidata a una società sportiva da gestire e che quando fa utile lo reinveste in manutenzione». Nella Bergamasca c’è però anche l’esempio negativo: la piscina di Cologno al Serio incompiuta, a tre chilometri da quella di Ghisalba. Va oltre Vincenzo Manco, presidente nazionale Uisp, sottolineando che è necessario innanzitutto un cambio culturale: «Quante possono essere le palestre a cielo aperto? Quanti luoghi pubblici ci sono da mettere solo in sicurezza per consentire agli italiani di superare la sedentarietà? Spazi pubblici - spiega - su modello scandinavo. Penso a Copenaghen dove lungo le banchine trovi i tappetini per fare ginnastica e playground per giocare a basket, luoghi protetti ma pubblici. Questa visione semplifica il ruolo dei Comuni. Forse - aggiunge - non servono maxi impianti ma tanti mini impianti diffusi. E penso ancora a Madrid, dove nel Parco del Buen Retiro ti siedi su una panchina e pedali». Una svolta in tal senso sembra poter arrivare «dal collegato sport alla Finanziaria - conclude Manco - con cui questa estate è stato istituito un nuovo soggetto, Sport e Salute, che sostituirà il Coni Servizi, cui competerà solo l’organizzazione olimpica». Liberando risorse per lo sport di base, che non è solo strumento per l’inclusione e l’integrazione ma ha ripercussioni sulla riduzione della spesa sanitaria. Si è stimato, infatti, che a fronte di 3,8 miliardi di euro spesi, il valore salvavita dettato dagli attuali livelli di pratica sportiva nel Paese è di oltre 16 miliardi di euro all’anno. «Stiamo lavorando per la promozione dello sport - aggiunge Roberto Pella, sindaco di Valdengo (Bl) e vicepresidente Anci con delega allo sport - che coinvolga la popolazione a 360 gradi».

Elena Meli per “Salute - Corriere della sera” il 25 novembre 2019. Per mantenere il cuore in forma è meglio entrare in sauna per qualche minuto o farsi un giro in bici? C' è da scommettere che la maggioranza propenderebbe convinta per inforcare la bicicletta, ma a sorpresa avrebbe ragione anche chi punterebbe alla più riposante sudata in una stanza a 90 gradi: lo indica una ricerca dell' università tedesca di Halle Wittemberg, secondo cui su cuore e vasi una seduta in sauna dà gli stessi risultati di un breve allenamento sulla cyclette. Gli autori hanno sottoposto alcuni volontari a entrambe le attività, registrando pressione e frequenza cardiaca durante e dopo: «In sauna la pressione sale tanto quanto accade durante l' esercizio; lo stesso vale per i battiti del cuore, che accelerano in tutte e due le situazioni. La pressione del sangue «crolla» una volta usciti dalla sauna, così come la frequenza cardiaca: entrambe scendono a livelli inferiori a quelli registrati prima di entrare», illustra il coordinatore dell' indagine, Sasha Ketelhut. Il calo di pressione che può preoccupare chi entra in sauna (si veda sotto) è perciò soltanto successivo ai minuti «bollenti» e ha in realtà implicazioni positive, come spiega Ketelhut: «Nel lungo termine la riduzione di pressione e frequenza cardiaca ottenuta con saune regolari è analoga a quella possibile con un allenamento moderato e costante: i vantaggi cardiovascolari sono simili». Dati che confermano quanto emerso da uno dei più ampi studi sugli effetti del calore secco, il Sauna and Cardiovascular Heart Project, secondo cui la sauna migliora anche l' elasticità dei vasi. «Diventano più cedevoli sotto la spinta del sangue e ciò abbassa il rischio di eventi cardiovascolari correlati all' ipertensione (come infarti e ictus, ndr )», spiega Umberto Solimene, presidente della World Federation of Hydrotherapy and Climatotherapy (Femtec). «Il caldo secco riduce gonfiore, infiammazione e dolore» aggiunge Solimene. «Muscoli e legamenti si rilassano, quindi eventuali dolori a ginocchia, gomiti, mani o alla schiena diminuiscono. I muscoli diventano poi più elastici, si rigenerano più velocemente grazie alla maggiore irrorazione di sangue ai tessuti dovuta alla vasodilatazione, sono meno soggetti a contratture». A differenza dell' esercizio fisico però la sauna non fa dimagrire, come sottolinea il ricercatore tedesco: «Non c' è attività muscolare sufficiente in sauna: si perdono liquidi e non grasso, basta bere e mangiare per tornare al peso di partenza in poche ore».

Elena Meli per “Salute - Corriere della sera” il 25 novembre 2019. La pressione scende parecchio soprattutto una volta usciti dalla sauna: ma questo la rende sicura anche per chi è ipoteso? L'autore dello studio tedesco, il medico dello sport Sasha Ketelhut, specifica che «La sauna è una prova per l' organismo a cui può sottoporsi chiunque sia in grado di tollerare uno stress fisico moderato senza grossi disagi. Occasionalmente anche gli ipotesi potrebbero farla, a patto di avere qualche precauzione». È importante per esempio non esagerare coi tempi: in sauna non si può stare meno di otto minuti, altrimenti il corpo non si scalda a sufficienza, ma non bisogna mai superare i venti, perciò chi è ipoteso dovrebbe accontentarsi di una decina di minuti o poco più. Meglio poi stare seduti anziché distesi e alzarsi lentamente; per far aumentare la pressione in modo dolce va benissimo una doccia fresca dopo, intorno ai 15 gradi, iniziando dai piedi per salire verso gambe, tronco e testa. Nonostante le cautele tuttavia la sauna resta un' attività per tanti ma non per tutti e oltre alla pressione bassa ci sono altre controindicazioni, come precisa Umberto Solimene, presidente della Federazione Mondiale del Termalismo: «È sconsigliata per esempio a chi soffre di varici e gonfiori agli arti o se si ha già una malattia cardiaca (come infarti recenti, cardiopatie o insufficienza cardiaca, perché l' aumento della circolazione sanguigna e quindi del consumo di ossigeno indotto dalla sauna in alcuni può essere deleterio, ndr). Nelle donne è meglio evitarla durante il flusso mestruale perché la vasodilatazione può aumentare molto le perdite». Discussa la possibilità di farla in gravidanza, perché l' incremento della temperatura corporea è considerato un fattore di rischio per il bambino, che non ha una capacità di termoregolazione adeguata e potrebbe perciò essere esposto a colpi di calore nocivi: alcuni dati sembrano tuttavia rassicuranti, pare infatti che un quarto d' ora di sauna più blanda, a circa 70 gradi, non provochi danni. No invece in caso di infezioni acute come raffreddore, influenza o in alcuni casi di asma perché la sauna può aumentare la congestione delle mucose rendendo più difficoltosa la respirazione o addirittura scatenare una crisi asmatica; non è adatta infine per chi ha un' insufficienza renale, perché si perdono molti liquidi e sali minerali, e se si hanno problemi dermatologici come eczema o rosacea perché possono peggiorare, anche solo temporaneamente. «Quando si entra in sauna bisogna essere in perfette condizioni fisiche», sintetizza Solimene.

L’attività fisica può far dimagrire anche il cuore. Pubblicato giovedì, 31 ottobre 2019 su Corriere.it da Cristina Marrone. Sia l’esercizio aerobico sia quello anaerobico riducono il tessuto adiposo cardiaco. Fare attività fisica, si sa, fa bene. Aiuta a mantenersi in salute e a perdere peso, fa calare la «pancetta». Meno noto è un altro beneficio nascosto, ma altrettanto importante: l’esercizio, in generale, riduce anche il grasso che circonda il cuore. Lo suggerisce un nuovo studio condotto da ricercatori dell’Università di Copenhagen e pubblicato su Jama Cardiology. Per capire meglio che cosa è emerso nella ricerca è utile un breve ripasso di anatomia. Esistono due tipi di tessuti adiposi cardiaci: quello epicardico, che circonda il muscolo cardiaco e le arterie coronarie e quello pericardico, che si trova al di fuori del muscolo cardiaco. Proprio per il suo contatto diretto con il cuore con cui condivide l’apporto di sangue, il tessuto adiposo epicardico è importante per il metabolismo e la funzione del cuore. Meno si sa sui rischi legati al grasso del pericardio, poiché manca il contatto diretto con il cuore. Gli esperti concordano però che possa influire sull’attività cardiaca in modo più indiretto, essendo associato a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari. Nello studio sono state seguite per tre mesi 50 persone con obesità addominale. I partecipanti sono stati divisi in tre gruppi: uno ha seguito un allenamento aerobico ad alta intensità, un secondo ha invece eseguito un allenamento di resistenza con pesi, entrambi per tre volte alla settimana. Il terzo gruppo, di controllo, non ha invece praticato alcun esercizio. Che cosa si è scoperto? L’allenamento aerobico (inteso come corsa, nuoto, cardio-fitness) ha ridotto del 32% la massa del tessuto adiposo dell’epicardio, senza avere però alcun effetto sul tessuto del pericardio. L’allenamento di resistenza alla forza, che comprende tutte quelle attività in cui si usano sovraccarichi che possono essere pesi liberi, macchine da palestra, ma anche con il solo peso del corpo (ad esempio flessioni sulle braccia) ha ridotto del 24% la massa del tessuto adiposo dell’epicardio e del 32% quella del pericardio. Emerge dunque che l’allenamento può avere effetti sul calo del tessuto adiposo cardiaco che, come detto, aumenta il rischio di andare incontro a malattie cardiovascolari.Potete continuare a leggere l’articolo sul Corriere Salute in edicola gratis giovedì 31 ottobre oppure in Pdf sulla Digital Edition del Corriere della Sera.

L’attività fisica può far «dimagrire» anche il nostro cuore. Pubblicato giovedì, 07 novembre 2019 da Corriere.it. Fare attività fisica, si sa, fa bene. Aiuta a mantenersi in salute e a perdere peso, fa calare la «pancetta». Meno noto è un altro beneficio nascosto, ma altrettanto importante: l’esercizio, in generale, riduce anche il grasso che circonda il cuore. Lo suggerisce un nuovo studio condotto da ricercatori dell’Università di Copenhagen e pubblicato su Jama Cardiology. Per capire meglio che cosa è emerso nella ricerca è utile un breve ripasso di anatomia.

Tumori e non solo: lo sport medicina per il fisico e per la mente. Pubblicato giovedì, 07 novembre 2019 su Corriere.it da Vera Martinella. L’esercizio fisico dopo la diagnosi migliora l’efficacia delle cure contro il cancro al seno. È il tema di un dibattito al «Tempo della Salute», alle 18 di sabato al Museo Scienza. Un toccasana per la salute. Di più: come una potentissima medicina, che contribuisce a prevenire e curare oltre 40 malattie fra le più diffuse al mondo, fra le quali diversi tipi di cancro. Ormai moltissimi studi scientifici, condotti su migliaia di persone, hanno dimostrato come praticare regolarmente attività fisica aiuti a guarire più in fretta e a diminuire notevolmente il rischio di ricadute, anche in caso di malattie gravi. L’attività fisica è anche la premessa fondamentale per un benessere complessivo di tutto l’organismo. Non solo in termini di prevenzione, ma anche di formazione del carattere e di carburante per la resilienza. Di questo e di molto altro si parlerà al «Tempo della Salute», alle 18 di sabato 9 novembre, al Museo della Scienza di Milano, in un evento (a ingresso gratuito, fino a esaurimento dei posti) a cui parteciperanno Gianfranco Beltrami, vicepresidente Federazione Italiana Medici Sportivi, Sara Cardin, karateka e campionessa olimpionica, Valentina Di Mattei, psicologa clinica Università Vita e Salute dell’Istituto San Raffaele di Milano, Mike Maric, medico, docente all’Università di Pavia e campione mondiale di apnea 2004, Angela Restelli, Pink Ambassador di Fondazione Umberto Veronesi, Paolo Veronesi, presidente Fondazione Umberto Veronesi e direttore di Senologia chirurgica presso l’Istituto Europeo di Oncologia. «Numerose ricerche italiane e internazionali hanno coinvolto anche donne con un tumore al seno - spiega Paolo Veronesi, presidente di Fondazione Umberto Veronesi e direttore del Programma Senologia all’Istituto Europeo di Oncologia -. I risultati indicano che le donne fisicamente più attive soffrono meno di alcuni effetti collaterali delle terapie oncologiche e l’esercizio sembra ridurre le probabilità di una recidiva e migliorare la sensazione di stanchezza cronica (la cosiddetta fatigue) di cui soffrono molte pazienti». Indagini recenti mettono il luce anche l’importanza dello sport in chiave preventiva: tra i 30 e i 60 minuti quotidiani di attività fisica aerobica, per 5 giorni alla settimana, potrebbero infatti persino contribuire a limitare il rischio di sviluppare un carcinoma mammario nelle donne che per storia familiare o mutazione del Dna (quelli dei geni Brca1 e Brca2, per esempio) sono esposte a un pericolo maggiore della norma. Ricerche condotte negli Stati Uniti da scienziati della Medical School di Harvard, poi, hanno portato prove a sostegno del fatto che preparare i malati di tumore con attività fisica e sostegno psicologico prima dell’avvio delle cure sia un importante aiuto per migliorare nel complesso la loro salute: ovvero fare «pre-riabilitazione» prima di essere sottoposti ai trattamenti, iniziando subito dopo la diagnosi, può contribuire notevolmente sia a migliorare l’esito delle terapie anticancro che a ridurre le possibilità di complicazioni. «Dopo le cure per un carcinoma della mammella - conclude Paolo Veronesi -, le donne fisicamente più attive soffrono meno di disturbi articolari correlati alle terapie, come il linfedema. Il movimento migliora la funzionalità cardiaca, la circolazione sanguigna, riduce il colesterolo “cattivo” e i livelli di grasso corporeo. E ancora: la fragilità ossea e la perdita di massa muscolare che si riscontrano con l’aumento dell’età sono ampiamente ridotte da attività sportive come la camminata veloce e la corsa. Infine fare sport, in quantità e modalità adeguate all’età e alle reali possibilità di ciascuno, aiuta a non avere chili di troppo (ed essere sovrappeso e obesi è noto che fa aumentare le probabilità di ammalarsi di cancro e morirne)». Per ribadire l’importanza, medica e psicologica, dell’attività fisica, Fondazione Umberto Veronesi recluta donne operate di tumore al seno, utero o ovaie (che abbiano concluso le terapie entro marzo 2019), che correranno e saranno i volti e la voce del Pink is Good Running Team. Gli obiettivi primari dell’iniziativa sono la sensibilizzazione contro i tumori femminili e il sostegno alla ricerca. Alle donne che vorranno mettersi in gioco si chiede di condividere il messaggio che da anni il progetto Pink is Good lancia con forza: il tumore non ferma le donne. Basta dedicare 30 minuti al giorno al movimento, ma con regolarità. L’indicazione per tutti i pazienti con tumore (non solo le donne) è praticare attività fisica, aggiungendo alla camminata quotidiana anche un impegno in palestra, in piscina, un corso di ballo o qualsiasi attività gradita. Almeno due volte a settimana, prima durante e dopo le terapie. Fare sport mantiene in salute: rafforza il sistema immunitario e comporta benefici significativi anche per lo stato psicologico, con una diminuzione degli episodi depressivi, ma soprattutto per la conservazione, se non il miglioramento, delle capacità cognitive che possono essere messe alla prova come effetto collaterale di alcune terapie anticancro. Anche soltanto camminare per 10 minuti a livello celebrale stimola la produzione di endorfine che diminuiscono lo stress, le tensioni, il nervosismo e la stanchezza cronica.

Da iodonna.it l'1 dicembre 2019. Correre dopo i 50 anni? Fa bene. È vero. Ma… bisogna correre bene. La prima fondamentale regola è questa. Non c’è nessun aspetto negativo a cominciare o ricominciare a correre magari dopo anni di inattività, ma bisogna seguire delle accortezze.

L’importante è la preparazione. L’importante è buttarsi sulla pista con preparazione, avendo fatto gli esami medici giusti, avendo imparato bene la tecnica corretta, dopo aver parlato con un trainer e annotato tutti i fattori fondamentali per far sì che correre sia davvero un piacere e porti al risultato desiderato. Chiedetevi il perché, il motivo per cui volete correre. La base parte di qui, perché a seconda della risposta le cose cambiano completamente» spiega Daniele Tarozzi, coach e personal trainer di grande esperienza. «Non si può prescindere da questo, perché diverse saranno le cose da fare a seconda se la corsa verrà utilizzata per rimettersi in forma, per esempio, o se ci si voglia allenare per prepararsi per una maratona, o ancora  per migliorare il proprio tono muscolare».

C’è una corsa per tutti. Nel primo caso, ci spiega, Tarozzi, meglio per esempio lasciar perdere la corsa e darsi alla camminata veloce «soprattutto se si è in sovrappeso, mettersi a correre è il modo peggiore di arrivare al risultato. Il peso in più peggiorerà le performance, facendo sentire frustrati e demoralizzati. Nel secondo caso, invece, sarà necessario costruire la giusta preparazione con un allenamento tutto diverso. Basta immaginare di preparare un pasto bilanciato, dove siano presenti tutti gli elementi per nutrirsi in maniera bilanciata. Per la corsa è la stessa cosa». Ma vediamo i consigli del nostro personal trainer Daniele Tarozzi.

L'ok del medico. La prima cosa da fare, prima di iniziare, sarà quella di sottoporvi a una visita medica per verificare la vostra idoneità. Correre non è uno scherzo e per alcuni soggetti potrebbe essere veramente pericoloso. Se il medico vi darà semaforo verde, allora siete pronti per cominciare.

Gradualità. Non si può iniziare correndo. Ne va della integrità delle articolazioni, dei dolori muscolari. Cominciare piano, lentamente e per poco tempo. Lavorare sulla costanza e non sull’intensità. Quella arriverà quando la preparazione sarà adeguata.

Quanto allenarsi. L’ideale per iniziare è programmare almeno tre uscite settimanali, due in settimana e una più tranquilla nel weekend. Meglio non esagerare subito. Cercate di ascoltare i segnali che manderà il vostro corpo. Meglio allungare un po’ i tempi, e invece di stare fermi, intervallare le giornate dedicate alla corsa con giornate dedicate alla famosa ora di camminata veloce.

Farsi male è un attimo. Basta avere legamenti e muscoli freddi e l’infortunio è dietro l’angolo. Bisogna prendere esempio dai migliori corridori del mondo: loro suddividono la loro corsa in un primo lungo tratto lento, il secondo tratto arrivano al ritmo giusto e di lì non accelerano più, mantenendo il più stabile possibile il battito cardiaco. Arrivando alla meta in condizioni perfette.

La tecnica giusta. La tecnica deve essere quella giusta: lavorare sulle elasticità del gesto. No alle falcate lunghe, meglio corte e più numerose (dovrebbero essere 180 battute al minuto, le battute sono gli appoggi del piede). Il piede va appoggiato sotto l’asse del corpo e non troppo avanti. In questo modo la corsa sarà più sana e sostenibile, la postura sarà quella ideale e i benefici sulla colonna infiniti.

Pre e post sono momenti chiave. L’allenamento di preparazione e quello di scioglimento sono fondamentali. Non bisogna mai dimenticarli. Warm up di riscaldamento, iniziando come si diceva molto lentamente e stretching alla fine.

Le scarpe da scegliere. L’appoggio del piede nella scarpa giusta è essenziale per una buona corsa. Questo permetterà di ottenere la migliore mobilità sia del piede che della caviglia. Ci si può anche allenare con una pallina da tennis da massaggiare sotto al piede. Da provare.

Dieta? Meglio lo stile di vita giusto. Se la corsa viene utilizzata come semplice bruciagrassi, ovvero per poter poi bere e mangiare di più, lasciate perdere. Non è quello il suo fine. E la gestione del corpo così non è sostenibile. Chi corre deve sapere che è, al contrario, tutto lo stile di vita a concorrere per migliorare la performance sportiva. Quindi un buon riposo e un’alimentazione corretta e sana. Mangiare prima o dopo l’allenamento: dipende solo da voi. Non c’è una regola. Dovrete testarvi e provare quello che vi fa stare meglio. Naturalmente sul cosa mangiare, restate su carboidrati a basso indice glicemico, proteine magre e grassi buoni. Per il prima. Terminato l’allenamento reintrodurre fibre e liquidi. E naturalmente carboidrati a basso indice glicemico, proteine magre e grassi buoni.

Camminare sì, ma non basta: gli anziani devono anche sollevare pesi (velocemente). Pubblicato mercoledì, 30 ottobre 2019 su Corriere.it. La camminata quotidiana migliora senz’altro le condizioni fisiche degli anziani e la loro capacità aerobica. Anche incrementare la forza muscolare è un comportamento positivo ma, secondo un recente studio che ribadisce il concetto di un precedente lavoro del 2012, per vivere più a lungo e in salute, va aumentata anche la potenza muscolare. Qual è la differenza? Sollevare un peso una sola volta richiede forza, sollevarlo più volte e il più velocemente possibile richiede anche potenza. A sottolineare come l’aumento della potenza muscolare possa favorire la longevità è una ricerca coordinata dal professor Claudio Gil Araújo della Clinimex di Rio de Janeiro, clinica che si occupa di Medicina dello Sport, e presentata a EuroPrevent 2019, congresso della Società Europea di Cardiologia.

Silvia Turin per corriere.it il 31 ottobre 2019.

Lo studio. Essere in sovrappeso, si sa, può aumentare significativamente tutte le cause di morte, tra cui malattie cardiache, diabete di tipo 2, ipertensione e alcuni tipi di cancro. La novità è che un altro studio ha confermato la pericolosità del grasso addominale (o viscerale) anche quando si è normopeso. Alcune donne in menopausa, il cui indice di massa corporea (BMI) è nel range normale, ma hanno un eccesso di grasso addominale, hanno mostrato avere gli stessi rischi per la salute di donne obese. La relativa ricerca è stata pubblicata online il 24 luglio 2019 su JAMA Network Open.

Le donne a rischio. La ricerca identifica un sottogruppo di donne a rischio: quelle che hanno un peso normale ma una circonferenza vita più ampia. Potrebbero essere maggiormente soggette a eventi cardiovascolari o morte. «È importante perché molte di esse non sono riconosciute come parte di una popolazione ad alto rischio, invece i medici dovrebbero considerare anche dove si accumula il grasso», afferma Wei Bao, coautore dello studio e assistente professore di epidemiologia all’Università dell’Iowa College of Public Health di Iowa City.

Le cifre. Questo ampio studio prospettico di coorte ha utilizzato i dati di 156.624 donne iscritte alla Women’s Health Initiative in 40 centri clinici tra il 1993 e il 1998 per esaminare l’associazione tra donne dal peso normale con grasso addominale e le principali cause di morte. Le donne sono state osservate fino al febbraio 2017, il che significa che alcune donne sono state seguite per 20 anni o più.

L’indice di massa corporea (BMI) non basta. L’indice di massa corporea (BMI) è il peso di una persona in chilogrammi diviso per il quadrato della sua altezza in metri. Serve per stabilire le categorie relative al peso: normopeso, sovrappeso e obeso. L’intervallo di peso normale è compreso tra 18,5 e 24,9; 25-29,9 è considerato sovrappeso e 30 e oltre è considerato obeso. La circonferenza della vita è considerata normale se inferiore o uguale a 88 centimetri (calcolata utilizzando un metro a nastro nella parte più stretta del busto) e alta se è maggiore.

Cancro e infarti. Dopo aver controllato fattori come l’istruzione, il reddito, il fumo e l’uso di ormoni, i ricercatori hanno scoperto che le donne con peso normale e grasso addominale in eccesso avevano un rischio maggiore del 31% per tutte le cause di morte. Le principali cause di morte sono state le malattie cardiache e il cancro correlato all’obesità. Il rischio era quasi uguale al gruppo degli obesi, che faceva registrare un aumento del 30% del rischio di morte precoce.

Prima volta. Questi risultati sono in linea con ciò che già sappiamo; che avere una circonferenza della vita elevata aumenta rischi di malattie metaboliche, cardiovascolari e di cancro. Ciò è già stato dimostrato non solo nelle persone in sovrappeso, ma anche in uomini e donne di peso normale. Questo studio è unico in quanto è molto ampio, ha seguito le persone per molto tempo e ha osservato una popolazione specifica, le donne in post-menopausa. La maggior parte delle ricerche sulla circonferenza vita sono state condotte su soggetti in sovrappeso o obesi. Questo studio fornisce ulteriori prove del fatto che dobbiamo smettere di prestare solo attenzione all’indice di massa corporea come indicatore della massa grassa.

Tutti i rischi della pancia. Questi risultati supportano ricerche precedenti che suggeriscono che la dimensione della vita può prevedere i rischi per la salute. Uno degli studi più ampi e lunghi per esaminare questa associazione, il Nurses Health Study, ha seguito 44.636 donne per 16 anni. Le donne con la circonferenza della vita più ampia avevano quasi il doppio del rischio di morire per malattie cardiache rispetto alle donne che avevano il girovita più piccolo. Le donne con una maggiore circonferenza avevano anche un rischio maggiore di morte per cancro o per qualsiasi causa rispetto alle donne con vita più piccola.

Grasso nella pancia o nelle cosce/glutei? Il grasso addominale più profondo, che è il grasso viscerale che si accumula attorno agli organi addominali come pancreas, fegato e intestino tenue e crasso, è un tessuto metabolico attivo e rilascia ormoni e acidi grassi liberi che sono stati collegati a malattie cardiache, diabete e ipertensione. Le persone con più grasso addominale tendono ad avere un profilo metabolico peggiore rispetto a chi ingrassa su cosce o glutei. Il grasso in queste regioni è più inerte - non metabolicamente attivo - rimane semplicemente lì.

I muscoli. Se una persona ha un BMI normale ma una circonferenza vita ampia, probabilmente non ha abbastanza massa muscolare. Questa mancanza di muscoli potrebbe contribuire al problema, perché il muscolo è una centrale elettrica in cui viene bruciata energia.

La misurazione della circonferenza vita è importante. Questi risultati, insieme a ricerche precedenti, indicano che la circonferenza vita dovrebbe essere considerato un fattore di rischio autonomo per la morte precoce e altre malattie croniche. Anche se stiamo iniziando a tenerlo maggiormente in considerazione questi soggetti ricevono pochissima attenzione per quanto riguarda le strategie di riduzione del rischio.

La menopausa: bisogna cambiare. È più comune per le donne ingrassare sull’addome quando invecchiano. Anche se le donne spesso aumentano di peso durante questo periodo, ciò non significa che sia inevitabile. Dopo la menopausa le regole cambiano: bisogna essere più diligenti nell’attenzione allo stile di vita. Non si può mangiare ed esercitarsi le stesse esattamente come si faceva a trent’anni e aspettarsi che funzioni dopo la menopausa.

·        Salute. Cosa non fare…

Salute. Cosa non fare...Cristina Marrone per Il Corriere.it il 23 luglio 2019.

SANGUE DEL NASO. Piegare la testa all’indietro se esce sangue dal naso. Questo è uno degli errori più tipici, probabilmente tramandato dalle nostre nonne: piegare la testa all’indietro quando esce sangue dal naso. Ma è una manovra inutile che espone al rischio di inalare sangue e ostruire la via aerea con conseguente soffocamento.

Cosa fare: piegatevi in avanti sopra un lavandino e stringete il ponte del naso: la maggior parte delle epistassi si risolverà nel giro di dieci minuti. Utile nei soggetti con pressione alta controllare la pressione arteriosa.

METTERE GHIACCIO SU UN'USTIONE. Mettere ghiaccio su un’ustione. In caso di ustione in molti pensano, sbagliando, di dover subito raffreddare la zona applicando ghiaccio. Ma questo, come l’uso dei rimedi casalinghi più svariati (olio, dentifricio, burro) è un errore. Gli indumenti vanno rimossi solo se il processo di combustione continua sugli stessi.

Che cosa fare: l’obiettivo è mantenere la temperatura corporea normale e il ghiaccio potrebbe rendere la pelle troppo fredda. E’ consigliato raffreddare la parte colpita con acqua corrente fresca per alcuni minuti o, se non si ha a disposizione acqua corrente, fare impacchi di acqua fresca. Questo aiuta a limitare i danni e, almeno parzialmente, il dolore. Vanno subito rimossi gioielli come bracciali o anelli prima che la zona ustionata si gonfi ostacolando la medicazione. La zona ustionata va coperta con una garza sterile, senza comprimere.

SPOSTARE LE PERSONE FERITE. Spostare persone gravemente ferite. Quando ci si trova per primi sulla scena di un brutto incidente d’auto si può cadere nella tentazione di far muovere la persona ferita per assicurarsi che stia bene. Non bisogna farlo: potrebbe avere una grave lesione al midollo spinale e qualunque movimento può provocare danni neurologici permanenti o paralisi. Gli unici casi in cui è opportuno spostare un ferito è quando scoppia un incendio o se sussistono pericoli di crolli o scoppi.

Che cosa fare: in questi casi, se si ha a che fare con potenziali lesioni al midollo spinale, è fondamentale chiamare il 118. Medici e paramedici sono addestrati per trasportare il ferito in sicurezza.

MAI SPUTARE IN UN TAGLIO PER RIPULIRLO. Sputare su un taglio per ripulirlo. L’avrete sentito dire o visto in qualche film: sputare su una ferita pensando che la saliva lavi via i germi. Ma in verità è vero l’opposto perché la bocca è colonizzata da batteri potenzialmente dannosi che possono provocare un’infezione alla ferita. Altro errore è lavare la ferita in un fiume o torrente: anche in questo caso batteri e parassiti possono aumentare il rischio di infezione.

Che cosa fare: pulire la ferita con acqua del rubinetto o acqua salina sterile. Quando si viaggia conviene portare sempre con sè il kit di pronto soccorso con la soluzione salina, in caso di lesioni improvvise. Infine è bene coprire la ferita possibilmente con garze sterili.

ANTISTAMINICO E CHOC ANAFILATTICO. Dare antistaminico in caso di choc anafilattico. Un antistaminico impiega tra i 30 e i 60 minuti per fare effetto: troppo tempo in caso di grave reazione allergica. Una ritardo sulla terapia dopo uno choc anafilattico può avere conseguenze mortali.

Che cosa fare: in caso di respiro sibilante, mancanza di respiro, gonfiore alle labbra o intorno agli occhi non bisogna perdere tempo e va utilizzato l’autoiniettore con adrenalina che può salvare la vita. Questo vale soprattutto per chi sa di essere un soggetto a rischio di gravi allergia che, su indicazione del proprio allergologo, dovrebbe avere con sé il kit contenente due autoiniettori di adreanalina, cortisone e antistaminici. In ogni caso è fondamentale chiamare i soccorsi (118).

NON CONSERVARE LA ZECCA. Conservare la zecca da mostrare al medico. Contrariamente a quanto si possa credere, non è consigliato conservare la zecca che ha punto da mostrare al medico del pronto soccorso. Molte persone pensano che tutte le zecche portino la malattia di Lyme e che tutti i morsi di zecca richiedano antibiotici.

Che cosa fare: nel caso che la zecca si sia attaccata al corpo va rimossa con una pinzetta, tirando verso l’alto. Consultare il medico per valutare se sia necessaria la profilassi antibiotica. 

IMPACCHI SU UNA FRATTURA. Fare impacchi caldi su una distorsione o frattura. Mettere qualcosa di caldo su una distorsione o una frattura è un errore perché il calore aumenta il flusso sanguigno, che può peggiorare il gonfiore.

Che cosa fare: è sempre meglio, in questi casi, applicare il ghiaccio.

CORPI ESTRANEI NELL'OCCHIO. Cercare di rimuovere corpi estranei dall’occhio. Strofinare gli occhi irritati nel tentativo di far uscire corpuscoli che sono penetrati all’interno può peggiorare la situazione e creare danni permanenti. L’unica eccezione ammessa è quando negli occhi entra una sostanza chimica: in tal caso è bene sciacquare per 15 minuti.

Che cosa fare: in caso di ferite l’occhio va protetto in modo che niente altro possa entrare. Va chiesta subito assistenza.

GARZA SULLA FERITA. Rimuovere la garza da una ferita sanguinante. Se la garza posta su una ferita si impregna di sangue, può sembrare una buona idea rimuoverla e cambiarla con una nuova, ma in questo modo vengono eliminati anche i fattori di coagulazione che stanno aiutando a fermare il sanguinamento e così la ferita rischia di ricominciare a sanguinare.

Che cosa fare: meglio aggiungere una nuova garza sulla parte superiore e se la l’emorragia non si arresta è bene fare pressione sulla ferita fino a quando si blocca la fuoriuscita di sangue.

NON RICHIEDERE ASSISTENZA DOPO UN INCIDENTE. Non richiedere assistenza dopo un incidente. Dopo un incidente l’adrenalina che entra in circolo per lo spavento e la tensione può mascherare il dolore. Possono passare anche ore prima di sentirsi a pezzi: il classico colpo di frusta ma anche qualcosa di più grave.

Che cosa fare: se la macchina ha subito danni abbastanza seri è meglio andare al pronto soccorso anche se ci si sente bene. Il consiglio vale ancora di più per gli incidenti in moto.

NON CHIEDERE AIUTO E ISOLARSI. Non chiedere aiuto e isolarsi. Se sei punto da un insetto e ti rendi conto che stai subendo una reazione allergica non sederti in un luogo isolato in attesa di aiuto. Se al ristorante ti va di traverso un boccone non correre in bagno: purtroppo succede che alcune persone muoiano soffocate in bagno perché non vogliono disturbare gli altri commensali: collassano a terra e nessuno capisce perché.

Che cosa fare: in caso di emergenza bisogna rimanere dove ci sono altre persone che possono soccorrerci o chiamare un’ambulanza.

LACCIO EMOSTATICO. Usare il laccio emostatico. Quando una ferita sanguina copiosamente un errore comune è utilizzare il laccio emostatico per rallentare il dissanguamento in caso di ferite molto profonde o che coinvolgano le arterie. Non è un errore per la verità utilizzare il laccio emostatico, ma è necessario sapere quanto stringerlo e ogni quanto tempo slacciarlo, o si rischia di mandare l’arto in ischemia con conseguenti danni permanenti.

Che cosa fare: premere forte sulla ferita con un pezzo di stoffa, una maglietta o qualunque cosa si abbia a disposizione.

Dall'appendice al dente del giudizio, le parti del corpo inutili, "rifiuti dell'evoluzione". Sono rimasti come eredità dei nostri progenitori ma ora non ci servono più. In tutto sono almeno nove, scrive Diana Tartaglia il 22 gennaio 2019 su "La Repubblica". Se ci guardiamo allo specchio, non vediamo solo se la giacca è abbinata bene ai pantaloni. Sul nostro corpo vediamo anche ancora segni di quello che abbiamo ereditato dai nostri antenati, non solo dei nonni e degli zii, ma anche da quello che arriva dai tempi più remoti della nostra evoluzione. Sono molte infatti le strutture vestigiali, parti del corpo che oggi hanno perso di utilità ma fondamentali per i nostri progenitori. Un'antropologa del Boston College, Dorsa Amir, ha pubblicato su Twitter una serie di messaggi elencando tutte le caratteristiche ancora presenti sull'uomo ma che oggi non servono più. Il caso più celebre è il coccige, il resto di una coda, ma esistono altri elementi che sono rimasti in alcuni di noi, a ricordarci da dove e da chi veniamo.

• PARTIAMO DALLA TESTA: OCCHI E ORECCHIE. Guardando fissi negli occhi qualcuno possiamo ancora scorgere una piccola parte di pelle rosa che ricopre l'angolo interno dell'occhio. È la plica semilunare, quello che resta di una palpebra interna, utile per proteggere l'occhio dalla polvere. Resiste ancora nei gorilla, mentre è scomparsa anche negli scimpanzè, primati evolutivamente molto più vicini a noi. In alcune specie animali è anche trasparente e, chiudendosi, gli permette di avere visibilità anche sott'acqua e persino sotto terra. Sembra che le orecchie siano un organo molto nostalgico della nostra vita da primati, e forse ancor prima. Molti di noi hanno perso completamente la mobilità di questa parte del corpo. Qualche gradino evolutivo più in dietro, i muscoli che ci permettevano di muoverlo in tutte le direzioni erano molto utili per individuare la provenienza dei suoni. Ormai non ne abbiamo più bisogno e i quei muscoli si sono atrofizzati, sostituiti da una maggiore mobilità del collo che ci permette di girare la testa molto meglio. Solo poche persone, in casi molto rari, riescono ancora a muoverli. Ma non abbiamo ancora finito tutto quello che c'interessa sapere. Guardate il vostro orecchio da vicino se sul padiglione, quasi all'apice, avete una protuberanza, o se addirittura gli amici vi prendono in giro perché avete un orecchio a punta "da elfo", non c'è niente di cui preoccuparsi. È il tubercolo di Darwin, un'altra caratteristica vestigiale, presente in numerosi primati e in circa il 10% della popolazione umana. 

• ANCHE LA BOCCA. La dieta degli esseri umani civilizzati, che mangiano cibi cotti e processati, ha contribuito a ridurre inoltre le dimensioni delle nostre fauci. Non servono più mandibole grandi e potenti, ne bastano anche di più piccole. La riduzione delle dimensioni della bocca non è stata seguita con la stessa rapidità, dalla diminuzione del numero dei denti, in particolare dei molari. Gli ultimi, i denti del giudizio, spesso non trovano spazio per inserirsi e devono essere rimossi. In molti individui hanno anche smesso del tutto di comparire.

• GLI ARTI. Scendendo giù ecco un'altra parte del corpo che è cambiata. Stendete il braccio, con il palmo rivolto verso l'alto, su una superficie piana e fate toccare tra loro mignolo e pollice. In circa il 90% delle persone si può vedere la presenza del palmaris longus, un muscolo sottile che collega gomito e polso. Si pensa che servisse per muoversi tra gli alberi, ormai evidentemente non ci serve più e non sembra che la sua presenza o la sua assenza abbiano alcun effetto sulla forza con cui afferriamo gli oggetti. 

• I RIFLESSI. Non sono solo gli organi ad aver cambiato caratteristiche. Anche alcune reazioni istintive hanno una spiegazione ancestrale. Come accade per i neonati sotto i 3 mesi di vita che afferrano immediatamente tutto quello che gli viene appoggiato sul palmo delle mani (e dei piedi). È un riflesso involontario che però permette ai bambini di reggere il proprio peso per almeno 10 secondi. Anche i primati appena nati hanno questa capacità, ma la loro forza gli permette di restare aggrappati per più di mezz'ora. Per loro è fondamentale per restare attaccati alla pelliccia della madre quando questa si muove. Una reazione d'istinto che resta anche negli adulti è la pelle d'oca. Se abbiamo freddo o molta paura, i peli delle braccia si sollevano. Al giorno d'oggi, avendo perso la maggior parte dei peli del corpo non serve a molto, come in passato. Ma negli animali ricoperti da pelliccia o da piume questa reazione al freddo è molto utile per intrappolare uno strato di aria tra pelle e peli. In questo modo si viene a formare un livello protettivo che isola il corpo e impedisce al freddo di raggiungere la pelle. Una sorta di piumino naturale. Ma non è utile solo per proteggersi dal gelo. Per gli uomini delle caverne poteva, infatti, servire anche a proteggersi dai nemici. Gonfiando il petto e i peli i nostri antenati potevano dare l'impressione ai nemici di essere più imponenti e incutere maggiore timore. Oggi tutto questo ha perso la sua utilità ma è rimasto ancora qualche individuo in grado di drizzare i peli a comando.

• L'APPENDICE NON È POI COSÌ INUTILE. Tra tutti questi elementi che l'evoluzione ha decretato come inutili, ce ne sono alcuni che abbiamo considerato "inutili" e che invece adesso sembrano essere stati rivalutati. Come l'appendice. Il tratto attaccato all'estremità dell'intestino crasso che per anni è stato considerato una parte inutile del corpo umano. Le uniche attenzioni che ha mai ricevuto erano nel momento in cui minacciava di infiammarsi. Gli esperti hanno cambiato idea da qualche anno. È stato mess in evidenza infatti che gioca un ruolo importante nella selezione del bioma intestinale che può aiutare nella difesa contro le infezioni. 

Denti del giudizio, peli, coccige: ma sono davvero tutti organi inutili? Noi uomini non siamo sempre stati come adesso. C’è stato un tempo remoto, milioni di anni fa, in cui avevamo una pelliccia per riscaldarci e la coda per aggrapparci agli alberi, in cui avevamo un senso dell’olfatto potentissimo e riuscivamo perfino a muovere le orecchie. L’evoluzione ci ha portato a come siamo oggi ma qualche «ricordo» del lungo cammino percorso dai nostri antenati primati (e non solo) rimane: sono gli organi vestigiali, «pezzetti» del nostro corpo che oggi ci appaiono del tutto inutili o quasi. Ma siamo proprio certi che non servano veramente più a niente? Scrive Elena Meli il 20 gennaio 2019 su "Il Corriere della Sera".

L’appendice: aiuta a difenderci dalle infezioni. Ce ne ricordiamo soltanto quando si infiamma e provoca dolori lancinanti che spesso portano dritti in sala operatoria per rimuoverla: l’appendice è uno degli organi che più spesso sono stati definiti inutili perché non contribuisce ad assorbire il cibo e quindi non pare avere un ruolo nella digestione. Questo tubicino che sporge dall’intestino crasso, lungo fino a una decina di centimetri, secondo alcuni sarebbe il ricordo di quando mangiavamo molte foglie (in alcuni erbivori c’è e contiene batteri utili a digerire i vegetali); oggi però si sta scoprendo che ha un ruolo probabilmente non secondario nella risposta immunitaria e che potrebbe proteggere la flora batterica buona che vive nell’intestino. Lo sostiene Heather Smith, ricercatrice della Midwestern University in Arizona, che ha analizzato l’appendice in 533 mammiferi diversi scoprendo che le specie con l’appendice hanno una quantità maggiore di tessuto linfoide nel tratto dell’intestino all’imbocco con l’appendice stessa. Di certo rimuoverla se è infiammata non porta a rischi specifici. Alcuni dati sembrano indicare che esserne privi comporti un recupero un po’ più lento da situazioni in cui la flora batterica intestinale sia diminuita (come dopo una terapia antibiotica) e un tasso un po’ più alto di infezioni; secondo Heather Smith, inoltre, le appendiciti sarebbero una diretta conseguenza dell’eccesso di igiene in cui oggi viviamo: «L’appendice è un organo immune, un’immunità non correttamente sviluppata perché non si è stati esposti a sufficienza a virus e batteri da piccoli potrebbe comprometterne un corretto funzionamento e favorire la comparsa dell’infiammazione». Ipotesi da verificare, ma di certo non si può più dire che si tratti di un organo del tutto superfluo.

Il coccige: la coda ossificata. Il nostro scheletro è cambiato molto da quando i nostri antenati erano primati che vivevano sugli alberi, ma qualcosa ancora ci ricorda quei tempi in cui, per esempio, avevamo una coda per aggrapparci e «parlare» coi nostri simili: il coccige, la parte terminale della colonna vertebrale, è ciò che ne rimane. Quando abbiamo assunto la posizione eretta, che ha modificato completamente lo scheletro, la pressione evolutiva ha smesso di premere sulla coda che ha così assunto un’altra forma: oggi resta sotto forma di quattro-cinque vertebre sacrali fuse in una sorta di triangolo che però non è proprio irrilevante, perché oltre a proteggere la parte terminale del midollo spinale è anche la sede di inserzione di muscoli come il grande gluteo o gli elevatori dell’ano.

I capezzoli nell’uomo: sono una zona erogena. I capezzoli nell’uomo sono per molti l’emblema dell’inutilità: restano anche nel maschio perché la differenziazione sessuale degli embrioni, dopo tre mesi dal concepimento, è successiva al momento della loro formazione, ma essendo parecchio innervati secondo alcuni sarebbero una zona erogena importante per la sessualità maschile.

Il mignolo dei piedi: dagli alberi al terreno. Non è inutile neppure il mignolo dei piedi: i nostri antenati lo usavano per aggrapparsi agli alberi, ma è rimasto perché aumenta la larghezza della pianta del piede scaricando meglio il peso e favorendo l’equilibrio. Non potremmo farne a meno, quindi, anche se non è indispensabile per la postura eretta.

Le unghie: artigli rivistati. Altrettanto utili le unghie, che restano a protezione delle dita di mani e piedi e in passato, secondo gli antropologi, erano invece artigli per difendersi e offendere che si sono ritratti per consentirci una miglior manipolazione degli oggetti.

Il muscolo palmare gracile: serve a flettere la mano. Anche certi muscoli sembrano rimasti senza che ve ne sia molta necessità: il muscolo palmare gracile fra mano e avambraccio, per esempio, sviluppatissimo nei nostri antenati arrampicatori e oggi utile come fascio muscolare di supporto per flettere la mano, oppure il plantare gracile nel piede che contribuisce poco al movimento ma serve per migliorare la consapevolezza della posizione nello spazio.

Tonsille: una barriera contro i germi. Toglierle è stata quasi una moda, fino a qualche anno fa: difficile trovare un ragazzino che arrivasse al liceo avendo ancora le tonsille. Si trovano sul retro della bocca e, come le adenoidi localizzate fra naso e bocca, sono state spesso ritenute superflue e addirittura solo fonte di fastidi, perché sottoposte a infezioni ricorrenti; risultato, spesso e volentieri dopo due o tre tonsilliti si propone di eliminarle. Non è pericoloso farlo ma l’immunologo Angelo Vacca, presidente SIICA, sottolinea: «Le tonsille sono preziose perché sono un organo immune: contrastano l’ingresso dei germi e sono importanti per una buona difesa dell’organismo. Quando si tolgono non sempre il problema delle infezioni ricorrenti viene risolto, ma solo spostato nelle vie respiratorie più basse. In caso di tonsilliti frequenti è bene chiedersi se vi siano altre cause a provocarle: quelle comuni sono per esempio allergie subcliniche non ancora identificate, che inducono gonfiore delle tonsille e fanno sì che i batteri locali siano più aggressivi, oppure un reflusso gastroesofageo anch’esso responsabile di edema generalizzato dei tessuti e infezioni tonsillari ripetute — spiega Vacca —. Inutile se non dannoso, quindi, privarsi di un organo importante per il sistema immunitario nei casi in cui il motivo delle infezioni è in realtà altrove».

Adenoidi: controversa la loro utilità. Come le tonsille, pure le adenoidi bloccano germi e virus prima che possano scendere nelle vie aeree; anch’esse sono piccole masse di tessuto linfatico, quindi con un significato immunitario. «Hanno però meno “peso” rispetto alle tonsille e si possono eliminare più a cuor leggero, se si ingrossano e si infiammano», sottolinea l’immunologo Angelo Vacca. Succede soprattutto nei bambini, dove le adenoidi sono mediamente più grandi: con l’età la massa linfatica man mano si riduce e i problemi di infiammazione e gonfiore, che impediscono di respirare bene col naso soprattutto di notte, diminuiscono. Fastidi possono arrivare anche dai seni paranasali, quattro cavità collegate al naso che possono infiammarsi a seguito di raffreddori non ben curati dando luogo alla sinusite. È sicuro che possano dar problemi, controversa la loro utilità: secondo alcuni aiutano a sostenere il peso del cranio, altri ritengono che servano a riscaldare e umidificare l’aria in ingresso nel naso o a dare il timbro alla voce.

I peli: per nulla superflui. Un tempo il freddo non era un problema, perché avevamo una folta pelliccia. Oggi ci sono rimasti i peli superflui, inutili (a nostro parere) fin dal nome. La loro presenza è però un po’ meno vana di quanto si potrebbe pensare: intorno al bulbo pilifero infatti sta il muscolo orripilatore, altro residuo del passato che tuttora ha un piccolo ruolo. Quando eravamo coperti di pelliccia serviva a drizzare i peli per farci sembrare più aggressivi e isolarci meglio dal freddo; oggi la pelle d’oca che deriva dalla contrazione degli orripilatori è una risposta emotiva a sensazioni di piacere o di paura e contribuisce, seppure di poco, a mantenere più alta la temperatura corporea interna quando sentiamo freddo.

Peli pubici, capelli ciglia e sopracciglia. E se questo tutto sommato è un piccolo aiuto, non lo è la funzione dei peli rimasti più folti e abbondanti sotto le ascelle e attorno ai genitali: in queste zone i peli si associano alle ghiandole apocrine che producono odori particolari, assimilabili ai feromoni degli animali e quindi con una valenza sessuale tuttora presente, pure se non più dirimente per l’accoppiamento come in passato (anche perché abbiamo un olfatto sempre meno sviluppato). I peli pubici inoltre sono una sorta di cuscino protettivo per la pelle sensibile della zona, mantengono adeguate condizioni di umidità impedendo il proliferare di lieviti e funghi e “intrappolano” i germi esterni, evitandone l’ingresso. Probabilmente quindi non resteremo completamente glabri e continueremo anche ad avere capelli, ciglia e sopracciglia: la capigliatura ci evita scottature in testa e migliora la termoregolazione in un’area delicata, le ciglia e le sopracciglia trattengono sudore, detriti e impurità impedendo che finiscano negli occhi.

l tubercolo di Darwin (un tempo muovevamo le orecchie). Gli animali spesso hanno la possibilità di muovere le orecchie: lo potevamo fare anche noi, in passato, e il ricordo resta nel tubercolo di Darwin, un ispessimento sul bordo del padiglione dell’orecchio esterno che non tutti possiedono e che potrebbe essere un residuo dell’articolazione per orientare le orecchie.

Denti del giudizio: possono servire per «agganciare» le protesi. Si può dire che stiano sparendo proprio perché non servono: i quattro denti del giudizio, i molari che emergono fra i 18 e i 25 anni, erano utili quando mangiavamo cibi molto duri o il rischio di perdere denti era concreto a causa delle pessime condizioni igieniche. Oggi lo sono assai di meno, tanto che il 35 per cento della popolazione non li ha più e si pensa che nel corso delle prossime generazioni siano destinati a sparire. Meglio toglierli sempre, allora? «Se non ci sono disturbi specifici, come ascessi o carie, e sono emersi allineati senza creare problemi di spazio non si devono eliminare, potrebbero rivelarsi utili per esempio da anziani come “aggancio” per un apparecchio dentale — risponde Angelo Itro, direttore del Dipartimento di Scienze Odontoiatriche della Seconda Università di Napoli —. È opportuno toglierli se non escono bene, come quando per mancanza di spazio restano fermi, non ruotano per emergere correttamente e quindi puntano verso il dente davanti, provocando infiammazione». Oggi gli alimenti sono diventati più facili da masticare e mandibola e mascella sono più piccole: ecco perché i denti del giudizio non servono granché e trovano maggiori difficoltà a emergere. La buona notizia è che già in adolescenza, con una radiografia, si può capire se e come questi molari usciranno, così da decidere molto presto se sia il caso di toglierli.

La terza palpebra: probabilmente serve a lubrificare l’occhio. Si chiama piega semilunare ed è la nostra terza palpebra: si trova all’angolo dell’occhio, vicino alla ghiandola lacrimale, ed è ben diversa dalle due palpebre dotate di ciglia che sono una caratteristica speciale dell’essere umano (tutti gli altri animali infatti ne hanno in genere una soltanto). La piega semilunare secondo gli scienziati sarebbe quanto ci resta della membrana nittitante degli uccelli, di alcuni pesci e dei rettili, un tessuto trasparente che consente di proteggere e idratare l’occhio senza tuttavia impedirgli di vedere. Secondo alcuni è del tutto inutile, ma pare che contribuisca almeno in parte a detergere e lubrificare l’occhio, proteggendolo per esempio da eventuali particelle di polvere che potrebbero graffiarlo e facilitando l’azione “pulente” delle lacrime; senza, stando a chi non lo ritiene un organo inutile, mero ricordo del nostro passato più lontano, potremmo essere più predisposti a infezioni e traumi.

·        Farmaci contaminati e contaminanti.

REPORT PUNTATA DEL 28/10/2019. Cataldo Ciccolella, Giulio Valesini, collaborazione di Simona Peluso e Alessia Pelagaggi. Quando pensiamo alla globalizzazione, immaginiamo scarpe da tennis fatte in Thailandia e smartphone prodotti in Corea. Ma anche le medicine che assumiamo ogni giorno sono prodotte in stabilimenti lontani e spesso privi di controlli stringenti. Così si possono offrire prezzi bassi ai pazienti e fare anche un buon margine di profitto. Ma a forza di tagliare i costi, in alcuni casi il farmaco può venir fuori contaminato da impurezze. Come per numerosi lotti di Valsartan, medicinale contro la pressione alta, che le autorità europee del farmaco, compresa l’italiana Aifa, hanno ritirato negli scorsi mesi perché contenenti nitrosammine, cioè agenti potenzialmente cancerogeni. A produrre le medicine era una società cinese, la Zhejiang Huahai, che pur di produrre più velocemente ha immesso per anni sul mercato un prodotto dannoso. Report farà un viaggio a ritroso a partire da una compressa per vedere cosa c’è dietro la sua catena di produzione, fra inquinamento dell'ambiente, proliferazione di batteri antibioticoresistenti e sfruttamento di cavie umane per i test clinici.

Report e l’inchiesta sui farmaci contaminati prodotti in India. Giovanni Drogo il  28 Ottobre 2019 su nextquotidiano.it. Questa sera Report manderà in onda l’inchiesta di Cataldo Ciccolella e Giulio Valesini dal titolo Principi cattivi, un gioco di parole sui principi attivi contenuti nei farmaci. Il servizio prende le mosse dalla vicenda del batterio farmacoresistente New Delhi che tra il novembre 2018 e il settembre 2019 ha causato 36 decessi in Toscana. C’è poi un’altra storia, quella dei farmaci contenenti ranitidina ritirati dall’AIFA nei mesi scorsi perché contenenti nitrosammine, sostanze potenzialmente cancerogeni.

L’inchiesta di Report sui farmaci fatti in India. A produrre le medicine – scrive Report – era una società cinese, la Zhejiang Huahai. Il principio attivo contaminato però, scriveva l’AIFA, era stato prodotto presso l’officina farmaceutica SARACA LABORATORIES LTD in India. Come tante altre aziende del settore farmaceutico che si occupano della produzione dei prodotti intermedi e dei principi attivi ha sede nel grande distretto farmaceutico di Hyderabad (nello stato indiano del Telangana, nel sud del Paese) denominato Hyderabad Pharma City. Qual è il problema? Ad esempio il fatto che lo sviluppo del distretto industriale – che dovrebbe diventare la capitale dell’industria farmaceutica in India – abbia già causato parecchie preoccupazioni tra i residenti a causa dell’inquinamento delle acque dei fiumi nei quali le fabbriche sversano i rifiuti della lavorazione industriale. E per quanto riguarda noi europei? Uno degli ostacoli è che è estremamente difficile risalire a quale azienda (e dove) abbia prodotto un dato principio attivo. Ma molto spesso si finisce in India o in Cina. Le telecamere di Report sono andate proprio in una di quelle aziende dove vengono lavorati i prodotti intermedi, che poi vengono utilizzati dalle case farmaceutiche per innescare le reazioni chimiche che servono a produrre i farmaci. La situazione, igienicamente parlando, non è delle migliori. Potrebbe esserlo. Ma il titolare dell’azienda spiega che così il prezzo del prodotto finale aumenterebbe e quindi non sarebbe più possibile per le persone meno abbienti acquistare i farmaci generici che vengono prodotti a Pharma City. Ma la questione del rispetto degli standard igienici ed ecologici non è solo una fissa degli occidentali. Secondo i cittadini di Hyderabad che abitano vicino ai canali di scolo le acque sono contaminate dagli scarti delle lavorazioni chimiche. In quelle acque e nel suolo dei dintorni delle aziende l’Università di Lipsia ha trovato la presenza di batteri multi-farmacoresistenti. Secondo Christoph Lubbert, infettivologo dell’ospedale di Lipsia, che ha analizzato i campioni inviati dall’India «i batteri che stanno creando problemi in Toscana sono molto simili a quelli che sono stati trovati ad Hyderabad». I residui dei farmaci contaminati in India: così nascono i super batteri resistenti (come quello che uccide in Toscana).

Viaggio a Hyderabad, il cuore dell’industria farmaceutica indiana dove il rispetto dei lavoratori e dell’ambiente è spesso sacrificato in nome della riduzione dei costi. Le immagini degli scarichi in cui i residui dei farmaci si mischiano alle acque fognarie: un bio-reattore a cielo aperto in cui alla presenza di antibiotici nelle acque si associa il ritrovamento di super-batteri resistenti ai farmaci. L’anteprima della clip di Report “Principi Cattivi”, in onda questa sera su Rai Tre alle 21.20. - Report /Corriere Tv il 28 ottobre 2019. Hyderabad è il cuore dell’industria farmaceutica indiana, un distretto produttivo con 400 aziende e 170 siti di produzione su larga scala che preparano medicine e principi attivi per il mercato internazionale. Ma il rispetto dei lavoratori e dell’ambiente è spesso sacrificato in nome della riduzione dei costi. Secondo le normative indiane le acque reflue dovrebbero essere trattate dalle aziende in loco e depurate in impianti speciali. Report invece ha documentato diversi scarichi in cui i residui dei farmaci si mischiano alle acque fognarie. Si tratta di un bio-reattore a cielo aperto in cui alla presenza di antibiotici nelle acque si associa il ritrovamento di super-batteri resistenti ai farmaci, dello stesso tipo di quelli che stanno mietendo vittime negli ospedali della Toscana. Perché questi batteri con la globalizzazione girano il mondo e alla fine il risparmio dei prezzi ottenuto in India si paga anche in Italia.

Questa sera Report su RAI3, dall’India all’Italia la filiera sporca dei farmaci. Fedaiisf.it il 28 Ottobre, 2019. Su Rai3 Viaggio nelle fabbriche low cost delle medicine da dove arriva il batterio New Delhi, che ha già fatto decine di vittime in Toscana. Il Fatto Quotidiano – 28 ottobre 2019. Un fiume diventato un laboratorio a cielo aperto in cui batteri resistenti agli antibiotici proliferano e rischiano di uccidere i soggetti più deboli anche in Italia; farmaci contaminati da una filiera senza controlli e poco trasparente; un sistema che in nome del risparmio mette a repentaglio la sicurezza sanitaria europea e mondiale: il viaggio di Report, in onda questa sera su Rai 3 e di cui possiamo dare una anticipazione, è una spiegazione di ciò che accomuna il recente ritiro di alcuni farmaci per la pressione (Valsartan, Losartan e l’Irbesartan) e per lo stomaco come (Zantac e Randil) a causa della contaminazione dei loro principi attivi e i decessi che si sono registrati in Toscana a causa di un batterio resistente agli antibiotici denominato “Nuova Delhi”. L’articolo del Fatto prosegue riassumendo la vicenda che ha portato alla sospensione di alcuni farmaci per la presenza di nitrosammine (Mdma). Nel servizio di Report di Rai3 si dice che “Risalire la filiera di produzione è complicatissimo. I foglietti illustrativi riportano solo gli ultimi luoghi da cui si è mosso il lotto dei medicinali, ma in realtà i principi attivi per il 60% arrivano da paesi extra europei: India, Cina, Brasile, Armenia e Argentina. Ogni pillola può avere componenti provenienti anche da 12 paesi e quattro continenti. Sull’opportunità di segnalare la provenienza dovrebbe decidere l’Ema, che però è finanziata all’80 per cento proprio dall’industria farmaceutica. Le aziende, infatti, sostengono che Cina e India siano i posti migliori da cui rifornirsi, da lì arrivano anche i principi attivi dei medicinali generici. Si afferma che le ispezioni delle agenzie regolatorie sono “pilotate” oppure rilevino macchinari arrugginiti e condizioni igieniche insufficienti senza però apparenti conseguenze. Così si arriva in India dove c’è la fabbrica della Saraca, una di quelle che vende la ranitidina contaminata utilizzata anche per i farmaci in vendita in Italia. È al centro di un distretto farmaceutico a sud dell’India, uno dei più importanti al mondo con 170 impianti. Qui c’è anche Aurobindo, il gigante indiano fornitore dei generici, ma soprattutto ci sono le aziende che forniscono i prodotti intermedi necessari per scatenare le reazioni chimiche che poi portano al principio attivo. Le telecamere di Report mostrano solventi chimici, sporcizia, macchinari arrugginiti, reattori, barili di plastica. “Non sembra igienico” dice il giornalista. “Noi qui facciamo semilavorati e seguiamo i loro standard – risponde il titolare -. Se ne seguissimo di più alti, i costi si moltiplicherebbero e la gente comune non potrebbe permettersi farmaci a costo più basso”. Nel servizio si mostra il sistema delle acque di raffreddamento, gli scarti finiscono nei fiumi. Inquinano e i sistemi di trattamento non sono efficaci. accanto alle fabbriche che producono farmaci distribuiti poi in tutto il mondo, ci sono le baracche in cui vive la bassa manovalanza, pagata pochissimo, 5 euro al giorno. Nei villaggi attorno, l’inquinamento è una piaga, i pesci muoiono nei fiumi a causa delle acque di scarto dell’industria dei farmaci. I camion cisterna devono portare acqua potabile, le falde sono verdi e puzzano di solventi. Le persone si ammalano, gli animali non possono bere, la terra non si può coltivare. E l’inquinamento ha anche un’altra conseguenza: le acque sono piene di antibiotici. Nel servizio si riferisce che sono stati selezionati 28 siti, dove sono stati trovati batteri resistenti a moltissimi farmaci. “Ci aspettavamo di trovare il batterio Nuova Delhi – spiega Christoph Lubbert, infettivologo di Lipsia, riferendosi al germe che in Toscana ha già infettato 126 persone – ogni volta che c’è una nuova resistenza in India, in Cina o in Italia, non resta dove si trova. Quelli che stanno dando problemi in Toscana sono molto simili a quelli trovati ad Hyderabad”.

Le inchieste di Report – la sicurezza dei farmaci, la fabbrica della paura e i colori del sale. Aldo Funicelli (sito) su agoravox.it lunedì 28 ottobre 2019. Visto che Report fa informazione seria, non si occupa di Salvini solo prima delle elezioni, come maliziosamente hanno detto in tanti (sopo il servizio dedicato ai rapporti con gli oligarchi russi): anche questa sera uno dei servizi della puntata sarà dedicato al segretario della Lega e alla sua fabbrica della paura. Il servizio principale però riguarderà le medicine che prendiamo e che spesso sono prodotte in paesi con meno controlli sulla sicurezza. L'anteprima della puntata è, come di consueto, dedicata ad un tema legato alla vita quotidiana: ovvero il sale con cui condiamo i cibi che finiscono sulle nostre tavole.

Cinquanta sfumature di Sale di Chiara De Luca. Da una parte c'è l'OMS, secondo cui non dovremmo superare i 5 grammi di sale al giorno,dall'altra parte c'è chi lo produce o lo importa, che pubblicizza i sali colorati addirittura come benefici, vendendoli di conseguenza a prezzi maggiorati. Enzo Spisni, docente di fisiologia della nutrizione a Bologna, racconta di come ci sia una volontà a far ppassare un certo messaggio sul sale, “il sale costa poco, se trovo il modo di venderlo a 50-60 volte il prezzo, faccio un bel business”. Rosa, viola, nero, grigio: sono i colori dei nuovi tipi di sale che negli ultimi anni si sono diffusi sul mercato. Nell'immaginario collettivo hanno fama di essere salubri. Alcuni produttori e importatori infatti li pubblicizzano come ottimi per la salute e ricchissimi di oligoelementi. Report proverà a capire se sia giusto dare questo tipo di informazione, dal momento che l’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia un uso moderato del sale. Effettivamente le etichette che dovrebbero informare il consumatore non danno le giuste specifiche: qual è il punto di vista di chimici e nutrizionisti e quello di chi questi sali li immette sul mercato?

La globalizzazione dei medicinali. Le medicine come gli smartphone o come le magliette comprate a basso prezzo: oggi ci curiamo con medicine prodotte in paesi lontani dove il costo della produzione è molto basso (ma non il costo per il consumatore). Ma il risparmio delle case farmaceutiche corrisponde anche ad un risparmio sulla qualità e sulla nostra sicurezza? Giulio Valesini è andato in India, nel distretto di Hyderabad, un medicinale su dieci, tra quelli che arrivano da noi, è prodotto qui e gli effetti si vedono: le industrie farmaceutiche sversano le acque usate nella loro produzione, direttamente nel terremo, nei fiumi, che non sono più limpidi e dove invece si vedono le schiume degli scarti della lavorazione chimica. Nel 2016 la Corte Suprema indiana ha ordinato alle industrie farmaceutiche di applicare politiche di produzione a “zero liquidi”: ufficialmente quegli impianti hanno il trattamento in loco per le acque reflue, racconta al giornalista Christopher Lubbert medico dell'ospedale di Lipsia – “ma molti non funzionano a dovere perché così si risparmia”. Il giornalista è andato a vedere come si lavora dentro una di queste aziende del distretto, che produce semilavorati per conto di queste aziende farmaceutiche: da una parte raccontano che loro rispettano tutti gli standard di sicurezza che vengono loro dati, ma poi, di fronte all'evidenza di essere in un luogo poco sicuro, ammettono “se seguissimo standard più elevati i costi si moltiplicherebbero”. Così nelle acque trovi, oltre ai liquami fognari, anche antibiotici: campioni di acque e dei terreni sono stati fatti analizzare proprio all'ospedale di Lipsia, che ha trovato batteri farmaco resistenti ovunque. Hyderabad oggi rischia di essere l'epicentro di un pericolo che può arrivare in tutto il mondo. “Non voglio spaventarvi, ma ogni volta che c'è una nuova resistenza antibiotica in India, in Cina o in Italia, non rimane lì. I batteri che stanno creando problemi in Toscana (il batterio new Delhi scoperto a settembre), sono molti simili a quelli che abbiamo trovato a Hyderabad, la globalizzazione inversa ha trovato la sua strada per l'Italia” - spiega il professor Lubbert. E cosa è successo in Toscana? Mentre nel paese si discuteva di immigrazione, tasse, evasori da mandare in galera o meno, in Toscana ci sono un centinaio di pazienti colonizzati dal batterio New Delhi, per cui non esiste ancora un antibiotico specifico. Giulio Valesini ha intervistato il direttore dell'AIFA, Luca Li Bassi a cui ha chiesto se questo distretto farmaceutico indiano, con tutto il proliferare di batteri resistenti, sia sostenibile. Assolutamente no, la risposta. Non è ammissibile, tutto ciò: basterebbe che Aifa e gli altri enti regolatori chiedessero a queste aziende di produrre rispettando gli standard ambientali, altrimenti non esportate più in Europa. “Secondo me questa è un'ottima proposta costruttiva e sarebbe bellissimo poterla implementare” - la risposta del direttore.

Sul Fatto Quotidiano, Virginia della Sala da un'anteprima del servizio: Sull’opportunità di segnalare la provenienza dovrebbe decidere l’Ema, che però è finanziata all’80 percento proprio dall’industria farmaceutica. Le aziende, infatti, sostengono che Cina e India siano i posti migliori da cui rifornirsi, da lì arrivano anche i principi attivi dei medicinali generici. La filosofia dicono è andare dove costa meno ma solo se i produttori sono bravi e verificati secondo gli standard europei. Peccato che le ispezioni sono “pilotate” oppure rilevino macchinari arrugginiti e condizioni igieniche insufficienti senza però apparenti conseguenze. Così si arriva in India dove c’è la fabbrica della Saraca, una di quelle che vende la ranitidina contaminata utilizzata anche per i farmaci in vendita in Italia. È al centro di un distretto farmaceutico a sud dell’India, uno dei più importanti al mondo con 170 impianti. Qui c’è anche Aurobindo, il gigante indiano fornitore dei generici, ma soprattutto ci sono le aziende che forniscono i prodotti intermedi necessari per scatenare le reazioni chimiche che poi portano al principio attivo. Le telecamere di Report mostrano solventi chimici, sporcizia, macchinari arrugginiti, reattori, barili diplastica. “Non sembra igienico”dice il giornalista. “Noi qui facciamo semilavorati e seguiamo i loro standard risponde il titolare . Se ne seguissimo di più alti, i costi si moltiplicherebbero e la gente comune non potrebbe permettersi farmaci a costo più basso”. Cosa farà l'AIFA? E il ministero della salute? Riusciranno ad imporsi alle aziende, alle multinazionali del farmaco?

La scheda del servizio: PRINCIPI CATTIVI di di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella in collaborazione di Simona Peluso e Alessia Pelagaggi. Quando pensiamo alla globalizzazione, immaginiamo scarpe da tennis fatte in Thailandia e smartphone prodotti in Corea. Ma anche le medicine che assumiamo ogni giorno sono prodotte in stabilimenti lontani e spesso privi di controlli stringenti. Così si possono offrire prezzi bassi ai pazienti e fare anche un buon margine di profitto. Ma a forza di tagliare i costi, in alcuni casi il farmaco può venir fuori contaminato da impurezze. Come per numerosi lotti di Valsartan, medicinale contro la pressione alta, che le autorità europee del farmaco, compresa l’italiana Aifa, hanno ritirato negli scorsi mesi perché contenenti nitrosammine, cioè agenti potenzialmente cancerogeni. A produrre le medicine era una società cinese, la Zhejiang Huahai, che pur di produrre più velocemente ha immesso per anni sul mercato un prodotto dannoso. Report farà un viaggio a ritroso a partire da una compressa per vedere cosa c’è dietro la sua catena di produzione, fra inquinamento dell'ambiente, proliferazione di batteri antibioticoresistenti e sfruttamento di cavie umane per i test clinici.

PRINCIPI CATTIVI.

GIULIO VALESINI C’è una puzza tremenda qui.

ANIL DYAKAR – PRESIDENTE GAMANA ONG Sì, è tremenda.

ANIL DYAKAR – PRESIDENTE GAMANA ONG Ci sono antibiotici, i liquami fognari si mischiano agli scarti industriali ed è per questo che hai quella schiuma lì.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Ecco perché Hyderabad oggi è diventato l’epicentro di un pericolo che può arrivare in tutto il mondo.

CHRISTOPH LUBBERT - CAPO DIPARTIMENTO INFETTIVOLOGIA UNIVERSITA’ LIPSIA È come un gigantesco bio-reattore a cielo aperto per batteri multi farmaco-resistenti. Non voglio spaventarvi, ma i batteri che stanno creando problemi in Toscana sono molto simili a quelli che abbiamo trovato ad Hyderabad

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati. Come è stato possibile trasformare un fiume dell’India in un laboratorio a cielo aperto dove batteri che resistono agli antibiotici, proliferano e rischiano di uccidere i soggetti più deboli qui in Italia, lo vedremo. La tentazione è dare la responsabilità alla globalizzazione quando invece qui ci sono responsabilità ben precise, e i segnali dall’allerta c’erano già da tempo. Quando tu scegli, decidi di produrre un farmaco, i componenti di un farmaco, in un luogo e con un sistema più economico senza poter effettuare efficaci controlli, la ricaduta potrebbe essere questa: che alcuni farmaci, il Valsartan e la sua famiglia che servono per regolamentare la pressione e alcuni che servono per contrastare il reflusso gastroesofageo che hanno come principio attivo la Ranitidina, alcuni lotti sono stati contaminati da una sostanza potenzialmente dannosa. La Nitrosammina. Questi lotti sono stati ritirati, mi sentirei di dirvi state tranquilli, ma in un’epoca in cui tutto è tracciabile, l’epoca del blockchain come è possibile che non si sa dove vengono prodotti i componenti di un farmaco? Il nostro Giulio Valesini e Aldo Ciccolella.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO L’Ema deve controllare che i farmaci che assumiamo tutti i giorni siano sicuri ed efficaci. Ma il 19 settembre scorso ordina a tutte le aziende del settore: vi do sei mesi di tempo per controllare tutti i vostri farmaci a sintesi chimica. Potrebbero essere contaminati da nitrosammine.

CLAUDIO MEDANA – PROFESSORE CHIMICA TOSSICOLOGICA UNIVERSITÀ DI TORINO Sono potenti cancerogeni, sì.

GIULIO VALESINI Chi lo dice?

CLAUDIO MEDANA – PROFESSORE CHIMICA TOSSICOLOGICA UNIVERSITÀ DI TORINO Lo dice la letteratura scientifica. Sono anni che si studiano. Ne sono state descritte almeno trecento diverse. Trenta sono certamente cancerogene. E proprio tra queste trenta che ci sono le almeno quattro che sono state reperite in questo studio sulle impurezze di questa categoria di farmaci.

GIULIO VALESINI Senta quali organi attacca la nitrosammina?

CLAUDIO MEDANA – PROFESSORE CHIMICA TOSSICOLOGICA UNIVERSITÀ DI TORINO Gli organi principalmente a contatto con il tratto gastrointestinale o indirettamente come il naso, la vescica o il pancreas.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Per l’Organizzazione mondiale della Sanità ci sono prove che l’Ndma è un potente cancerogeno sugli animali da esperimento. Si può formare nel fumo delle sigarette, e nelle lavorazioni industriali di pesticidi, coloranti e pneumatici. Ma anche nei salumi e nella carne grigliata. Ora sono finite anche nella pillola che cura l’acidità di stomaco: il principio attivo è la ranitidina. GIULIO VALESINI Che differenza c’è tra questo e questo.

ANTONINO ANNETTA - FARMACISTA Questo è il farmaco originale, questo è il farmaco generico. GIULIO VALESINI Però sono stati ritirati entrambi?

ANTONINO ANNETTA - FARMACISTA C’è il divieto di utilizzo per tutti.

GIULIO VALESINI Ma è un farmaco popolare, quindi.

ANTONINO ANNETTA - FARMACISTA È un farmaco popolare.

GIULIO VALESINI E il paziente che dice?

ANTONINO ANNETTA - FARMACISTA Il paziente arriva in farmacia e chiede informazioni, giustamente. A volte è anche un po’ spaventato.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO A luglio del 2018 è stato ritirato dal commercio anche il Valsartan, un farmaco per regolare la pressione diffuso in tutto il mondo. Negli ultimi mesi le autorità hanno richiamato dal commercio anche il Losartan e l’Irbesartan perché contaminati. La signora Luisa prima di partire per le vacanze aveva fatto una scorta della sua pillola per la pressione.

LUISA PASINO - PAZIENTE Mi sono arrabbiata. Mi ha dato fastidio tutto il passaggio cioè il fatto che io l’abbia saputo così casualmente. GIULIO VALESINI Perché come l’ha saputo?

LUISA PASINO - PAZIENTE Attraverso i social. Cioè su Facebook c’era forse proprio il vostro articolo. Sono andata dal medico. Il medico era in vacanza. Vado dal sostituto, il sostituto, non sa nulla. Vado in farmacia e in farmacia mi dice: “Eh sono stati ritirati, ti darò il farmaco sostitutivo”.

GIULIO VALESINI Lei da quanto è che mi ha detto prendeva il Valsartan?

LUISA PASINO - PAZIENTE Dal 2008. Se sono preoccupata? Questo è un farmaco che io devo prendere tutta la vita!

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO L’Ema stima nel caso peggiore un nuovo caso di tumore ogni 3400 pazienti che hanno preso il farmaco per la pressione contaminato. Ma nel documento di analisi finale aggiunge “che non si conosce la reale portata dell’esposizione dei pazienti, e quindi non è possibile effettuare una valutazione totale del rischio”.

LEONARDO D’AQUILIO - PAZIENTE Quello che dà fastidio è che farmaci venduti in così larga scala nella tua nazione dovrebbero avere dietro un controllo che ne assicuri la…

GIULIO VALESINI Qualità…

LEONARDO D’AQUILIO - PAZIENTE La qualità. I famosi controlli qualità che si fanno nelle aziende farmaceutiche.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Controlli che dovevano essere ancora più stringenti visto che nel 2015, l’Ema aveva pubblicato le linee guida sulla impurezza nei farmaci. Le nitrosammine sono definite non tollerabili neanche in basse quantità. In alcuni lotti di Valsartan contaminato sono state rilevati fino a 17 microgrammi di NDMA in una singola pillola.

GIULIO VALESINI Considerate le quantità che avete trovato nel Valsartan accettabili?

FERGUS SWEENEY - CAPO ISPETTORE EMA Non è accettabile! Infatti ci siamo subito attivati. Il nostro obiettivo è di abbassare il rischio di nuovi tumori a meno di uno su 100mila pazienti. Per questo abbiamo chiesto alle aziende farmaceutiche di fare ulteriori valutazioni del rischio anche a soglie molto basse di nitrosammine.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO La prima farmaceutica a introdurre farmaci a base di Valsartan è stata la svizzera Novartis. Scaduto il brevetto, nel 2011 molte aziende hanno commercializzato la versione generica del farmaco.

GIULIO VALESINI Mi legge dov’è prodotto questo farmaco?

LUISA PASINO - PAZIENTE Produttore Actavis … Malta.

GIULIO VALESINI Malta.

LUISA PASINO - PAZIENTE Oppure questo qui…eh… Bulgaria.

GIULIO VALESINI Ok. Quindi se lei legge quel bugiardino immagina che questo prodotto, questo farmaco, sia stato prodotto?

LUISA PASINO - PAZIENTE A Malta o in Bulgaria. Poi c’è scritto anche che il titolare dell’autorizzazione all’immissione in commercio è della DOC GENERICI che è appunto quello è scritto sulla scatola, di Milano.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO INDIA Questo principio attivo contaminato di Valsartan, è stato invece prodotto in Cina. Negli stabilimenti del colosso Zhejiang Huahai Pharmaceutical. Ma non è indicato nel foglietto illustrativo, né sul sito della società.

ANDREA CAPOCCHI - DIRETTORE OPERAZIONI INDISTRIALI “DOC GENERICI” Non è previsto dalle normative.

GIULIO VALESINI Se io leggo questo foglietto illustrativo immagino che questo prodotto sia stato fatto a Malta e in Bulgaria.

ANDREA CAPOCCHI - DIRETTORE OPERAZIONI INDISTRIALI “DOC GENERICI” Mi fa vedere? Perché ce ne sono vari siti.

GIULIO VALESINI Che cosa c’è scritto, dove è rilasciato il lotto?

ANDREA CAPOCCHI - DIRETTORE OPERAZIONI INDISTRIALI “DOC GENERICI” Allora nel foglio illustrativo viene riportato l’ultimo, l’ultimo step, l’ultimo step ma da un punto di vista regolatorio.

GIULIO VALESINI Lei è il paziente, legge quel foglietto dove pensa sia stato prodotto?

ANDREA CAPOCCHI - DIRETTORE OPERAZIONI INDISTRIALI “DOC GENERICI” È irrilevante.

GIULIO VALESINI Voi quanti principi attivi acquistate da produttori indiani e cinesi?

ANDREA CAPOCCHI - DIRETTORE OPERAZIONI INDISTRIALI “DOC GENERICI” Per quanto riguarda l’India noi siamo al 38 per cento sul totale, la Cina siamo al 18 per cento.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Risalire alla tracciabilità completa di un farmaco vuol dire fare il giro del mondo perché tra principio attivo, blister e confezione, una singola pillola può avere componenti prodotti in dodici Paesi e quattro continenti.

ANDERS FUGLSANG – CONSULENTE AZIENDE FARMACEUTICHE Più aumenta il numero dei soggetti coinvolti, più diventa difficile controllarli. Anche le agenzie di controllo hanno problemi a risalire alla tracciabilità se non hanno inserito le informazioni in un database informatico.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Quello che un paziente deve sapere sulla provenienza di un farmaco lo stabilisce l’ente regolatore come L’Ema che è a capo del sistema europeo. A leggere i bilanci si scopre che si regge per l’80 per cento da finanziamenti dell’industria farmaceutica. Solo 8 milioni arrivano come contributo dagli stati membri.

GIULIO VALESINI Su nessun prodotto c’è scritto che viene prodotto in Cina o in India. Qualsiasi cosa compriamo sappiamo da dove arriva. Sui farmaci, no!

FERGUS SWEENEY - CAPO ISPETTORE EMA Il medico o il paziente possono contattare il distributore, oppure il fabbricante del prodotto finito… hai ragione, le società e i regolatori potrebbero migliorare l’informazione da dare ai pazienti.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Menarini il prodotto lo commercializzava con il brand Valpression. Scaduto il brevetto ha iniziato ad acquistare il principio attivo dalla Zhejiang. Ma non lo scrive da nessuna parte.

GIULIO VALESINI In questo caso Zhejiang lo avete selezionato?

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Che cosa si fa normalmente: si vanno a vedere le aziende che hanno un CEP, perché? Perché abbiamo una prima garanzia chiamiamola istituzionale da parte di un ente indipendente. Abbiamo privilegiato la Cina perché secondo noi per quei prodotti in Cina o in India loro sono i migliori.

GIULIO VALESINI Dal punto di vista della qualità o del prezzo, onestamente?

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Onestamente non ne faccio un problema etico. Ma lei sarebbe disposto a risparmiare pochi centesimi per prendere un fornitore che è a rischio?

GIULIO VALESINI Però scusi, scade il brevetto quindi c’è la necessità evidentemente di fare il prodotto a prezzo più basso.

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI C’è necessità di fare il prodotto a un prezzo più basso, ma salvaguardando quelli che sono i nostri principi.

GIULIO VALESINI Perché quando io sono andata a vedere i lotti ritirati e tutti si andavano a rifornire da questo Zhejiang, ho detto ma allora qual è la differenza tra Menarini e un generico se andavate tutti lì dal cinese?

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Noi ci siamo accorti che c’era molta gente, dopo, ma questo mi ha confortato. Evidente che fra un produttore bravo e uno bravo uguale vado da quello che costa meno, ma deve essere molto bravo. Nel nostro immaginario deve prendere 10.

GIULIO VALESINI Maggio 2017.

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Chi è?

GIULIO VALESINI Fda. GIULIO VALESINI Un anno prima che scoppia lo scandalo del Valsartan diciamo contaminato, no? Maggio 2017 Fda bussa a Zhejang. Ispeziona e gli dice…

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Io ora non le posso dire quello che penso.

GIULIO VALESINI Lo dica, ora o mai più.

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI No non lo dirò mai più.

GIULIO VALESINI Mi ha fatto venire curiosità, lei lo sa.

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Lei mi giura su Dio che non…ma secondo lei…no no no.

GIULIO VALESINI Dica, dica. Tanto lo dirà.

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Glielo dico quando ci salutiamo.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Non ce l’ha più detto. È il maggio del 2017 l’Fda, l’agenzia del farmaco americano, bussa alla fabbrica di Zhejang. Un anno prima che il Valsartan venisse ritirato dalle farmacie. Gli ispettori trovano macchinari arrugginiti e condizioni igieniche carenti, nel report scrivono che i vertici della società cinese hanno ignorato le contaminazioni, anche se in alcuni casi erano in dosi più alte del principio attivo. Li chiamavano “picchi fantasma” ma cosa si nascondesse sotto il lenzuolo bianco è un mistero.

GIULIO VALESINI Questo è il suo fornitore, lei se avesse letto questo report, avrebbe dormito tranquillo la notte?

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI No, avrei fatto però un’altra cosa, avrei scritto all’Fda e avrei detto: cara Fda mi dici cosa hai trovato davvero? L’Fda poteva rispondermi: io non te lo posso dire. Sarei partito immediatamente per un’ispezione.

GIULIO VALESINI Se lei avesse letto questo report prima di prendere una pasticca, insomma, l’avrebbe presa tranquillamente?

CLAUDIO MEDANA – PROFESSORE CHIMICA TOSSICOLOGICA UNIVERSITÀ DI TORINO Direi di no perché i testi analitici non erano stati validati. C’erano state delle denunce non seguite da un approfondimento. E soprattutto il principio attivo era molto inferiore.

GIULIO VALESINI C’era meno principio attivo di quello che ci sarebbe dovuto essere, cosa c’era?

CLAUDIO MEDANA – PROFESSORE CHIMICA TOSSICOLOGICA UNIVERSITÀ DI TORINO Meno principio attivo, qui siamo al 50 percento.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Quelli di Zhejang Huahai nel video promozionale si presentano come paladini della salute umana: “creare prodotti con integrità” è il loro motto. Peccato però che Fda sospetti che molti principi prodotti nel loro stabilimento siano contaminati. Per l’Italia, i controlli all’aziende farmaceutiche li ha fatti Aifa.

LUCA LI BASSI - DIRETTORE GENERALE AIFA Portiamo avanti circa 250 ispezioni all’anno.

GIULIO VALESINI Senta ma le aziende ispezionate lo sanno che voi state arrivando per ispezionarle?

LUCA LI BASSI - DIRETTORE GENERALE AIFA La maggior parte delle volte lo sanno, però le ispezioni possono essere condotte anche a sorpresa. GIULIO VALESINI Su dieci ispezioni quante sono a sorpresa e quante sono annunciate? Onestamente.

LUCA LI BASSI - DIRETTORE GENERALE AIFA Onestamente la maggior parte sono annunciate.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Tanto sono annunciate che può capitare che l’azienda ispezionata nasconda nel cassonetto, prima dell’arrivo dell’ispettore, i documenti interni sulle analisi dei farmaci. Come ha fatto la società indiana Strides Pharma a luglio scorso. In Germania un team di esperti indipendenti ha analizzato farmaci a base di Valsartan di marche diverse con uno speciale spettroscopio di massa ad alta risoluzione.

FRITZ SÖRGEL - DIRETTORE ISTITUTO RICERCA FARMACEUTICA DI NORIMBERGA Abbiamo confermato la presenza di NDMA e abbiamo trovato anche altre contaminazioni. A oggi siamo arrivati a quattro sostanze potenzialmente cancerogene.

GIULIO VALESINI Ne avete trovati in quantità accettabili, in limiti accettabili per l’uomo?

FRITZ SÖRGEL - DIRETTORE ISTITUTO RICERCA FARMACEUTICA DI NORIMBERGA Siamo rimasti sconvolti da quanto fossero alti i quantitativi che abbiamo trovato su alcune compresse. È un caso senza precedenti.

GIULIO VALESINI C’è il rischio secondo lei che altri farmaci, di altra natura, siano contaminati senza che noi lo sappiamo?

FRITZ SÖRGEL - DIRETTORE ISTITUTO RICERCA FARMACEUTICA DI NORIMBERGA Siamo sicuri che troveremo casi analoghi. Sono decine di migliaia di possibilità di contaminazioni possibili.

GIULIO VALESINI Quindi siamo solo all’inizio secondo lei?

FRITZ SÖRGEL - DIRETTORE ISTITUTO RICERCA FARMACEUTICA DI NORIMBERGA Sì, siamo solo all’inizio. Abbiamo appena iniziato a fare test con metodi adeguati. Finora il livello è stato troppo basso.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Alla ricerca collabora anche Ulrike Holzgrabe. Per capire come un contaminante potenzialmente cancerogeno sia finito in un farmaco prescritto agli ipertesi di tutto il mondo, ha studiato tutta la documentazione tecnica sul Valsartan: nel 2012, l’azienda cinese Zhejiang Huahai aveva brevettato un nuovo processo di sintesi chimica, che sostituiva un reagente rispetto alla formula originale della Novartis.

ULRIKE HOLZGRABE – PROFESSORESSA DI CHIMICA UNIVERSITÀ DI WÜRZBURG Si, esatto, serviva per produrlo in meno tempo, spendendo meno.

GIULIO VALESINI Sappiamo da quanto era contaminato il Valsartan?

ULRIKE HOLZGRABE – PROFESSORESSA DI CHIMICA UNIVERSITÀ DI WÜRZBURG Credo da anni. Dal momento in cui l’azienda ha brevettato questo nuovo processo di sintesi.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Il nuovo processo di sintesi, non era mai stato registrato sul libro farmacopea europea, e così non era stato neppure specificato quali impurità sarebbero potute emergere durante la produzione. Il compito di controllare che ogni nuovo farmaco sia compatibile con gli standard della farmacopea spetta all’EDQM, un ente che collabora con le autorità europee.

GIULIO VALESINI Quindi l’EDQM poteva accorgersi che c’era stata una contaminazione da nitrosammina?

ULRIKE HOLZGRABE – PROFESSORESSA DI CHIMICA UNIVERSITÀ DI WÜRZBURG Se avessero visto questo processo di sintesi, se lo sarebbero dovuti chiedere. Questo è sicuro.

GIULIO VALESINI Collabora ancora con l’EDQM?

ULRIKE HOLZGRABE – PROFESSORESSA DI CHIMICA UNIVERSITÀ DI WÜRZBURG Sì, ci lavoro ancora, ma ora non mi vogliono più. Il motivo è che ho spiegato come le nitrosammine sono finite nel Valsartan.

GIULIO VALESINI E non se ne sono accorti.

ULRIKE HOLZGRABE – PROFESSORESSA DI CHIMICA UNIVERSITÀ DI WÜRZBURG Il problema è che nell’unità di certificazione dell’EDQM non lavorano esperti di processi di sintesi, ma solo persone specializzate sulle analisi chimiche, che difficilmente se ne potevano accorgere.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO E così solo oggi scopriamo che per sei anni nessuno tra enti di controllo, produttori e società che commercializzavano i popolari farmaci per la pressione, si è accorto che il paziente assumeva tutti i giorni pillole contaminate. GIULIO VALESINI Per sei anni sono circolate in commercio delle pasticche contaminate da nitrosammina senza che nessuno si accorgesse o facesse nulla. Non le sembra grave questo?

ENRIQUE HÄUSERMANN - PRESIDENTE DI ASSOGENERICI Vediamo quale tipo di gravità, perché che si sia preso la pasticca con la nitrosammina è tutto da dimostrare, perché lei ha citato una fonte di principio attivo dove non tutti i produttori si approvvigionavano. GIULIO VALESINI La sua azienda ci andava da Zhejiang a comprarlo?

ENRIQUE HÄUSERMANN - PRESIDENTE DI ASSOGENERICI Ci andavano anche, sì.

GIULIO VALESINI Per una questione di costi si andava da loro?

ENRIQUE HÄUSERMANN - PRESIDENTE DI ASSOGENERICI Evidentemente, certo che è questione di costi.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Non tutti andavano in Cina a comprare il Valsartan da Zhejang. Il problema è che anche molti gli altri produttori usavano metodi di fabbricazione simili. Come i colossi Aurobindo e Mylan che producono il principio attivo nei loro stabilimenti di Telangana: anche loro con nitrosammine dentro.

LUCA LI BASSI - DIRETTORE GENERALE AIFA Il prodotto finito viene testato dalle aziende.

GIULIO VALESINI Ci dobbiamo fidare dei test delle aziende.

LUCA LI BASSI - DIRETTORE GENERALE AIFA I test delle aziende vengono fatti secondo delle metodiche…

GIULIO VALESINI No, no però, voglio dire, test indipendenti.

LUCA LI BASSI - DIRETTORE GENERALE AIFA I test indipendenti anche vengono condotti.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Nel 2017 Aifa su settemila farmaci in commercio ha controllato appena 78 lotti, attraverso i laboratori indipendenti dell’Istituto Superiore di Sanità. Ma la storia non finisce qui. In questi giorni gli enti regolatori le stanno cercando anche in altri farmaci.

ULRIKE HOLZGRABE – PROFESSORESSA DI CHIMICA UNIVERSITÀ DI WÜRZBURG L’Ente Tedesco ha fatto già uno screening iniziale per cercare farmaci in cui potrebbero avvenire processi tali da formare nitrosammine.

GIULIO VALESINI Sappiamo cosa curano questi farmaci? Sono per il diabete, per la pressione, per il cuore…cosa sono?

ULRIKE HOLZGRABE – PROFESSORESSA DI CHIMICA UNIVERSITÀ DI WÜRZBURG Questa è un’informazione un po’ confidenziale, preferirei non parlarne.

GIULIO VALESINI Risulta anche a voi che in Germania abbiano individuato una cinquantina di farmaci su cui fare dei test per scovare eventuali impurezze di nitrosammine?

FERGUS SWEENEY - CAPO ISPETTORE EMA Ci sono diverse investigazioni in corso. Nel momento in cui verranno trovate delle presenze di nitrosammina, con il sistema di allerta rapido l’informazione sarà condivisa con tutti i regolatori europei e si metteranno in campo azioni a tutela dei pazienti.

SIGFRIDO RANUCCI STUDIO Potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. Perché abbiamo capito che il meccanismo è talmente complicato che basta un granello di sabbia per mandarlo in tilt. E in tilt probabilmente è andata l’EDQM, cioè il Direttorato europeo per la qualità dei medicinali. Ci scrive che i suoi valutatori e i chimici hanno valutato in maniera indipendente le modifiche nel processo di produzione del Valsartan. Ma è stato sufficiente che l’azienda cinese, la produttrice, non ipotizzasse il generarsi di sostanze dannose, anche comunicando che stava adottando un nuovo metodo sintetico più economico. Non hanno controllato né la Food and drug administration né le aziende che commercializzavano questo prodotto. Insomma, ma è possibile? Comunque, chapeau a Menarini che almeno c’ha messo la faccia. È importante perché la prestigiosa azienda farmaceutica in questo modo ha avuto possibilità di spiegare ai pazienti. Mentre invece un po’ più stitica è stata l’azienda cinese, quella che ha causato il danno, che ci ha scritto un’email: “Stiamo collaborando con le autorità di regolamentazione, ma causa della natura confidenziale del nostro rapporto non possiamo darvi i dettagli”. E ora, la ricerca del farmaco che contrasta il reflusso gastrico, ci porta in India.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Questa è la fabbrica della Saraca Laboratories, una società indiana che secondo Aifa riforniva di Ranitidina contaminata molte società farmaceutiche che vendevano il prodotto per lo stomaco in Italia. Come la Glaxo che commercializza lo Zantac e Menarini con la sua Ranidil.

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Ranidil, in questo momento è veramente…

GIULIO VALESINI Voi compravate il principio attivo da Saraca?

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Saraca non è un nostro fornitore.

GIULIO VALESINI Come ci è finito allora?

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Perché noi compriamo il prodotto finito.

GIULIO VALESINI Tutto quanto?

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI A noi ci arriva già astucciato, tutto.

GIULIO VALESINI Voi fate solo l’inscatolamento Menarini, in pratica.

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI No. GIULIO VALESINI No, neanche.

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Nulla, ci arriva pronto da un fornitore tedesco.

GIULIO VALESINI Che a sua volta comprava da Saraca.

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Assolutamente.

GIULIO VALESINI Quindi voi avete soltanto il marchio di quel farmaco.

CARLO COLOMBINI - CDA GRUPPO MENARINI Abbiamo il marchio, lo vendiamo, come dice lei ne abbiamo la responsabilità, però noi di Saraca non sappiamo niente!

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO La Saraca Laboratories si trova nel pieno del distretto farmaceutico di Hyderabad, una città nel sud dell’India. Una volta un importante centro di commercio di diamanti. Da anni un polo farmaceutico tra i più importanti al mondo: più di 170 aziende hanno trasferito da queste parti i loro impianti di produzione.

CARL HENEGAN – DIRETTORE DIPARTIMENTO DI MEDICINA UNIVERSITÀ DI OXFORD Quando si pensa a una fabbrica di farmaci la si immagina come come la Nasa, dove la tecnologia è all’ultimo grido e i farmaci sono prodotti in un ambiente sterile. Invece, ci sono posti talmente sporchi che non ti ci faresti nemmeno un panino.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Negli ultimi due anni l'Fda, l'agenzia sanitaria americana, ha condotto diverse ispezioni nelle unità produttive di Aurobindo, il gigante indiano dei generici. Report è riuscito a ottenere alcune copie dei rapporti desecretati. A leggerli fanno impressione. Gli ispettori hanno trovato prodotti che sono “adulterati”, codici dei lotti diversi da quelli in uso, “personale non formato”, "igiene insufficiente a prevenire contaminazioni". E infine, “edifici non esenti da infestazioni di topi”.

GIULIO VALESINI Li ho letti solo io questi report?

ENRIQUE HÄUSERMANN - PRESIDENTE DI ASSOGENERICI Non è che posso leggere tutti i report delle aziende, no… non è il nostro compito.

GIULIO VALESINI Ho capito però poi dopo siete voi quelli che andate in India a comprare i principi attivi.

ENRIQUE HÄUSERMANN - PRESIDENTE DI ASSOGENERICI Sì, ma c’è un ente regolatorio che dice “guarda che”… Noi andiamo a ispezionare, regolarmente.

GIULIO VALESINI Quindi queste cose le vedete.

ENRIQUE HÄUSERMANN - PRESIDENTE DI ASSOGENERICI Dovremmo vederle, sì, certo.

GIULIO VALESINI Fate un controllo su carta, dice lei.

ENRIQUE HÄUSERMANN - PRESIDENTE DI ASSOGENERICI Possiamo anche andare a visitare gli impianti, ma se lei va a visitare un impianto chimico di come viene fatto il prodotto poco ci capisce. Perché vede dei grandi pentoloni ché è meglio star lontani.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO I principi attivi prodotti nelle unità sotto accusa sono Valsartan, Temisartan e il Pantoprazolo Sodio e probabilmente un'altra sostanza che l'Fda ha ritenuto di non rendere pubblica.

GIULIO VALESINI Siamo diventati dipendenti dai farmaci prodotti in quelle zone del mondo?

FERGUS SWEENEY - CAPO ISPETTORE EMA È per questo che stiamo cercando di fare più ispezioni. Lavoriamo fianco a fianco anche con le autorità di India e Cina, per alzare gli standard concordati.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Dinesh Takhur era un manager della Ranbaxy, il colosso farmaceutico indiano. Nel 2008 ha denunciato la sistematica falsificazione dei dati sui farmaci venduti dalla sua azienda in tutto il mondo. L’Fda ritirò dal mercato centinaia di farmaci perché pericolosi ed illegali. La Ranbaxy è stata condannata a pagare una multa di 500 milioni di dollari.

DINESH THAKUR - WHISTLEBLOWER Questo cose non le ha fatte solo la Ranbaxy; anche quest’anno molte aziende hanno truccato i dati sui pazienti, hanno falsificato i numeri sul processo produttivo, sulla qualità delle materie prime, perfino sull’efficacia dei farmaci.

GIULIO VALESINI Pensa che le ispezioni degli enti regolatori come Fda o Ema funzionino?

DINESH THAKUR - WHISTLEBLOWER Un ispettore passa pochi giorni in un impianto produttivo. Ed è difficile capire cosa succede, in così poco tempo. Per venire in India inoltre hai bisogno di un visto quindi le società farmaceutiche sanno in anticipo che stai per arrivare.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Per un principio attivo di un farmaco servono i prodotti intermedi per innescare le reazioni chimiche. Le grandi aziende farmaceutiche di Hyderabad spesso si riforniscono da altri stabilimenti più piccoli nella zona, come questo.

RAMA RAJU - IMPRENDITORE AZIENDA INTERMEDI FARMACEUTICI Questo prodotto ad esempio serve per fare quattro tipi di antibiotici.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Qui quaranta dipendenti lavorano tra forti odori di solventi chimici, macchinari arrugginiti, sporcizia e carenza di sicurezza.

RAMA RAJU - IMPRENDITORE AZIENDA INTERMEDI FARMACEUTICI Il processo di lavorazione è complesso. Vedi? Questo è un reattore in cui si mettono dei materiali grezzi insieme a dei solventi. Poi il prodotto viene trasferito in un altro reattore con temperature differenti. L’intermedio per i farmaci deve essere separato da tutti i solventi e dopo viene messo nei barili.

GIULIO VALESINI È chiuso con questo, no? Se lo apriamo si contamina. Ok. Quanto costa?

RAMA RAJU - IMPRENDITORE AZIENDA INTERMEDI FARMACEUTICI 1800 rupie al chilogrammo. Circa 21 euro.

GIULIO VALESINI Ma a quali aziende vendi questo prodotto?

RAMA RAJU - IMPRENDITORE AZIENDA INTERMEDI FARMACEUTICI lo questo lo vendo a molte grandi aziende del distretto farmaceutico. Noi produciamo seguendo gli standard globali. Per ogni ordine che riceviamo le industrie ci danno delle specifiche e noi dobbiamo rispettarle.

GIULIO VALESINI Chi controlla?

RAMA RAJU - IMPRENDITORE AZIENDA INTERMEDI FARMACEUTICI Ci sono degli scienziati che lavorano qui e fanno le verifiche.

GIULIO VALESINI Non sembra proprio molto igienico qua…

RAMA RAJU - IMPRENDITORE AZIENDA INTERMEDI FARMACEUTICI Noi ci occupiamo di semilavorati. Se seguissimo standard più elevati i costi si moltiplicherebbero e la gente comune non si potrebbe permettere i farmaci a costo più basso. L’importante è che quando la materia finisce nella fabbrica che fa principio attivo siano rispettate tutte le regole europee. E lì ci sono le ispezioni.

GIULIO VALESINI Gli esiti di queste ispezioni non sono buoni.

RAMA RAJU - IMPRENDITORE AZIENDA INTERMEDI FARMACEUTICI Questo non mi risulta. Non inquadrare, tu non sai di che si tratta. Sono acque di raffreddamento utilizzate con i reattori, noi abbiamo un sistema di trattamento delle acque per piccole industrie.

GIULIO VALESINI Qua a Hyderabad è tutto inquinato.

RAMA RAJU - IMPRENDITORE AZIENDA INTERMEDI FARMACEUTICI Ovunque ci siano aziende nel mondo c’è inquinamento.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO È il prezzo che paghi se risparmi sulla qualità della lavorazione e sulla tutela dell’ambiente. Gli indiani di Aurobindo ci scrivono che in seguito all'ispezione dell'FDA, è stata effettuata un'approfondita valutazione del rischio, è stato redatto un piano di miglioramento della qualità e di revisione del processo di produzione stesso. Ci fa piacere perché proprio sulla qualità, che si gioca la salute di tutti. Se risparmi in tema di tutela dell’ambiente o di lavorazione del prodotto, come abbiamo detto, il rischio è che poi paghi un prezzo curandoti con un farmaco contaminato o addirittura infettandoti con un batterio che è proliferato dall’altra parte del mondo.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Scaduto il brevetto di un farmaco gli studi di bioequivalenza sono la base per l’approvazione dei medicinali generici. Le aziende pagano i centri che organizzano i trial di sperimentazione: devono dimostrare sui pazienti che l’effetto del loro farmaco è simile a quello originale. Questo è il video promozionale delle GVK BIO in India. Nel 2016 l’Ema ha sospeso 700 farmaci testati da questa azienda e già autorizzati alla vendita in Europa.

DINESH THAKUR - WHISTLEBLOWER Per anni hanno falsificato i risultati delle analisi sui pazienti facendo credere che i farmaci per l’Europa fossero efficaci e sicuri. Ti reclutano gli stessi pazienti più volte per più test clinici. Nell’autorità di controllo indiana, poi, c’è tanta corruzione.

GIULIO VALESINI Le aziende europee e gli enti regolatori europei e americani come fanno ad accettare il rischio che arrivino continuamente farmaci i cui dati sono chiaramente non veritieri?

DINESH THAKUR - WHISTLEBLOWER Sanno come stanno le cose, non è un segreto. Molte volte le autorità nazionali non vogliono creare panico fra la gente dicendo la verità. Chieda alla sua agenzia del farmaco: cosa state facendo per tutelare i cittadini italiani dalla piaga delle sostanze scadenti? LUCA LI BASSI - DIRETTORE GENERALE AIFA Alla stessa maniera con cui si fanno le ispezioni nei siti di produzione, si fanno anche le ispezioni nei centri di sperimentazione.

GIULIO VALESINI Vengono rispettati sempre anche tutti i principi etici di sperimentazione? Perché, per esempio…

LUCA LI BASSI - DIRETTORE GENERALE AIFA I dati che provengono da questi centri sono dati che provengono da centri che sono stati verificati e certificati. G

IULIO VALESINI FUORI CAMPO Le medicine sono prima testate su volontari reclutati in villaggi come questo. Jummikunta è un centro di reclutamento, soprattutto di giovani attratti dai soldi offerti dai centri di sperimentazione clinica.

ALI SHABEER - ATTIVISTA Lui è una vittima della sperimentazione dei farmaci.

GIULIO VALESINI Che farmaci hanno fatto sperimentare a lui?

ALI SHABEER - ATTIVISTA Psicofarmaci.

GIULIO VALESINI A quanti trials ha partecipato lui?

ALI SHABEER - ATTIVISTA Lui l’ha fatto per 8-9 volte.

GIULIO VALESINI Quanto viene pagato un volontario di un trial?

ALI SHABEER - ATTIVISTA Solo dai 4 mila alle 12 mila rupie. Dai 50 ai 150 euro.

GIULIO VALESINI Era stato avvisato che correva dei rischi a partecipare a questi trial?

ALI SHABEER - ATTIVISTA La maggior parte degli eventi avversi sono secretati.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO L’intervista viene fermata dalla polizia locale.

GIULIO VALESINI Ci arrestano…

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Ci ordina di non fare più riprese e lasciare subito il villaggio. All’università di Hyderabad hanno realizzato uno studio su come vengono condotti i trial clinici in India.

PURENDRA PRASAD – PROFESSORE DI SOCIOLOGIA UNIVERSITÀ HYDERABAD Ho avuto il personale sempre addosso per controllare cosa chiedessi ai pazienti. Noi abbiamo visto che ci sono volontari che partecipano anche tre-quattro volte a queste sperimentazioni.

ENRIQUE HÄUSERMANN - PRESIDENTE DI ASSOGENERICI Non si può fare.

GIULIO VALESINI Non si può fare, però è così. Ma voi ne siete a conoscenza?

ENRIQUE HÄUSERMANN - PRESIDENTE DI ASSOGENERICI E no, certo, a conoscenza, a un certo punto non è che possiamo negare… ci sono state negli ultimi anni un paio di casi… eclatanti …dove però non ha avuto nessun impatto, sono stati fermati, buonanotte.

GIULIO VALESINI Come mai si va sempre più in India a fare i trial?

ENRIQUE HÄUSERMANN - PRESIDENTE DI ASSOGENERICI Teniamo conto che è una popolazione di un miliardo di persone e quindi l’arruolamento è più semplice.

GIULIO VALESINI Dove c’è miseria, dove c’è povertà.

ENRIQUE HÄUSERMANN - PRESIDENTE DI ASSOGENERICI Adesso non arriviamo alla miseria, dove c’è povertà.

GIULIO VALESINI Ci sono stato dottore, l’ho visto…

ENRIQUE HÄUSERMANN - PRESIDENTE DI ASSOGENERICI Sì ma è più facile arruolare, ho detto “facile arruolare” perché evidentemente sono pazienti sani.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Nel 2017, anche la Micro Therapeutic Research, un’altra importante CRO indiana, fu beccata a manipolare i dati degli studi sulle sperimentazioni e in Europa furono sospesi circa 300 farmaci generici. ISPETTORE TRIAL CLINICI Falsificare un trial non è difficile. Le CRO riescono a manipolare i dati senza lasciare traccia.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Incontriamo un consulente di importanti aziende farmaceutiche: va spesso in India presso i centri di sperimentazione dei farmaci.

ISPETTORE TRIAL CLINICI Un trial, in genere, funziona così: si seleziona un campione di volontari e si fa assumere a ognuno una compressa del farmaco generico. Si misura la concentrazione del principio attivo nel sangue. Poi si fa lo stesso con il farmaco originale. Se i due farmaci sono bioequivalenti, questi valori dovrebbero coincidere o per lo meno assomigliarsi.

GIULIO VALESINI E che succede se i valori non coincidono?

ISPETTORE TRIAL CLINICI Se i valori del generico sono più bassi, vuol dire che il farmaco è troppo blando. Se sono molto più alti, potrebbero esserci effetti collaterali troppo forti.

GIULIO VALESINI E a quel punto il test è fallito e il farmaco rimandato?

ISPETTORE TRIAL CLINICI Non sempre. Alcune CRO inventano dei nuovi soggetti e assegnano a queste persone fittizie gli stessi valori dei pazienti veri, invertendo i dati del generico con quelli dell’originator. Così la media sembra uguale. Alcuni, banalmente, allungano con l’acqua i campioni di sangue in cui la concentrazione di principio attivo è troppo alta.

GIULIO VALESINI E l’azienda farmaceutica che commissiona il trial sa che i dati sono truccati?

ISPETTORE TRIAL CLINICI In genere sì. Ci sono delle CRO che mandano due preventivi: quello base per il trial regolare e un altro più caro. Paghi di più, ma sei sicuro che sulla carta il generico risulterà bioequivalente.

GIULIO VALESINI Ed è un comportamento diffuso?

ISPETTORE TRIAL CLINICI Conosco almeno cinque CRO che lo fanno regolarmente: e ciò vuol dire che parliamo di migliaia di trial.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Questa è una delle tante fabbriche di Aurobindo nella zona di Hyderabad. Qui vengono prodotti i farmaci che prendono i pazienti in tutto il mondo. Accanto alle mura dell’azienda, nelle baracche, vivono i lavoratori immigrati impiegati come bassa manovalanza.

LAVORATORE DISTRETTO FARMACEUTICO Io recluto i lavoratori per le industrie farmaceutiche della zona e sorveglio il villaggio.

GIULIO VALESINI Quanto sono pagati i lavoratori che lavorano per le industrie farmaceutiche?

LAVORATORE DISTRETTO FARMACEUTICO Li pagano 800 rupie al giorno per marito e moglie, per pulire i pavimenti, fare lavori di manovalanza…

GIULIO VALESINI Dieci euro diviso in due. E vivono qui?

LAVORATORE DISTRETTO FARMACEUTICO Sì, vivono qui; quando piove le condizioni sono invivibili.

GIULIO VALESINI Tu quanto guadagni per trovare le persone alle aziende?

LAVORATORE DISTRETTO FARMACEUTICO Io prendo una commissione di cinquanta rupie sul loro stipendio ma sono responsabile di quello che gli succede. Quando si ammalano devo portarli io in ospedale.

GIULIO VALESINI Ma sono felici di lavorare per le aziende?

LAVORATORE DISTRETTO FARMACEUTICO No, io sono costretto a farlo. Non posso più coltivare la mia terra a causa dell’inquinamento. Ora basta parlare, perché dall’azienda ci stanno osservando.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Se le aziende farmaceutiche dei dintorni di Hyderabad preferiscono far lavorare nelle fabbriche lavoratori che arrivano da fuori, ai villaggi intorno all’area industriale rimangono soprattutto i problemi. Come il forte inquinamento. Nel 2017 in questo lago nel pieno del distretto farmaceutico, i pescatori hanno trovato oltre 200mila pesci morti. Decine di famiglie sono rimaste senza lavoro.

PESCATORE Le sostanze chimiche sono arrivate dalle industrie laggiù. Ora facciamo la guardia al lago sperando che si possa tornare a pescare presto.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Dovunque ti giri vedi passare i camion cisterna che trasportano acqua pulita per gli abitanti e le industrie. Perché l’acqua è inquinata fin sotto alle falde: dai terreni esce di colore verde e puzza di solventi chimici.

KAMMARI SRINIVAS – ABITANTE VILLAGGIO KISTAIAPALLY Ogni anno le industrie scaricano in acqua grandi quantità di residui che finiscono negli stagni creati dal fiume, come quelli che vedete lì giù.

GIULIO VALESINI Ma la gente qui lavora per le industrie farmaceutiche?

KAMMARI SRINIVAS – ABITANTE VILLAGGIO KISTAIAPALLY No, non lavorano per loro perché la maggior parte delle persone che vive qui e lavora per le industrie si ammala subito. Le aziende farmaceutiche hanno rubato tutte le nostre risorse. Nemmeno gli animali possono bere l’acqua.

GIULIO VALESINI Ma perché permettono questo alle industrie?

KAMMARI SRINIVAS - VILLAGGIO KISTAIPALLY Per mancanza di controllo; il governo non fa nulla contro questi scarichi.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Nel 2017 il National Green Tribunal ha emesso una sentenza molto dura: per colpa dell'inquinamento, la terra non si può più coltivare, i pesci muoiono, le persone si ammalano e l'acqua è diventata acida e scura. Il tribunale chiede al governo di rafforzare i controlli: ma pur riconoscendo le responsabilità delle aziende farmaceutiche, alla fine, non le sanziona. Ma è vicino alle industrie che gli effetti dell’inquinamento sono più evidenti: a pochi metri dalle fabbriche il terreno è solcato da liquidi di colore verde e arancione e in tutta l’area si sente il forte odore farmaci.

ANIL DYAKAR - PRESIDENTE GAMANA ONG Lì ci sono le grandi industrie farmaceutiche. Le acque di scarico sono sversate direttamente in questo lago che ormai è completamente inquinato. Puoi vedere anche tu: l’acqua di scarico arriva da lì.

GIULIO VALESINI Da quei buchi laggiù?

ANIL DYAKAR - PRESIDENTE GAMANA ONG Sì.

GIULIO VALESINI Ok. Sversano tutto qui e arriva laggiù?

ANIL DYAKAR - PRESIDENTE GAMANA ONG Sì.

GIULIO VALESINI Fino al lago laggiù.

ANIL DYAKAR - PRESIDENTE GAMANA ONG Per tutte le industrie è la stessa cosa: scaricano le loro acque grazie alla pendenza del terreno dall’alto verso il basso.

GIULIO VALESINI C’è una puzza terribile Anil.

ANIL DYAKAR - PRESIDENTE GAMANA ONG Questo è tutto lo scarto della lavorazione chimica.

GIULIO VALESINI Nel 2016 la Corte Suprema indiana ha ordinato alle industrie farmaceutiche di Hyderabad di attuare una politica di produzione chiamata a “zero liquidi”.

CHRISTOPH LUBBERT – CAPO DIPARTIMENTO INFETTIVOLOGIA UNIVERSITA’ LIPSIA Ufficialmente quelle società hanno impianti speciali per il trattamento in loco delle acque reflue, ma molti non funzionano a dovere perché così si risparmia.

GIULIO VALESINI C’è una puzza tremenda qui.

ANIL DYAKAR – PRESIDENTE GAMANA ONG Sì, è tremenda.

ANIL DYAKAR – PRESIDENTE GAMANA ONG Ci sono antibiotici, i liquami fognari si mischiano agli scarti industriali ed è per questo che hai quella schiuma lì. Abbiamo raccolto dei campioni delle acque e anche campioni del suolo e li abbiamo testati nell’ospedale di Lipsia.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Ecco perché Hyderabad oggi è diventato l’epicentro di un pericolo che può arrivare in tutto il mondo.

CHRISTOPH LUBBERT – CAPO DIPARTIMENTO INFETTIVOLOGIA UNIVERSITÀ LIPSIA È come un gigantesco bio-reattore a cielo aperto per batteri multi farmaco-resistenti.

CHRISTOPH LUBBERT – CAPO DIPARTIMENTO INFETTIVOLOGIA UNIVERSITÀ LIPSIA Abbiamo selezionato 28 siti di campionamento ad Hyderabad, lungo il fiume Musi, nelle acque di superficie vicino ai villaggi, nei campi di riso. Abbiamo trovato batteri multifarmacoresistenti ovunque: erano in concentrazioni molto alte nei pressi delle industrie farmaceutiche.

GIULIO VALESINI Perché una zona come Hyderabad la preoccupa in modo particolare?

CHRISTOPH LUBBERT – CAPO DIPARTIMENTO INFETTIVOLOGIA UNIVERSITÀ LIPSIA Ci aspettavamo la presenza del batterio NDM-1, il cosiddetto Nuova Delhi, ma abbiamo trovato un sacco di altri resistenti.

GIULIO VALESINI E che rischi ci sono che si diffondano veramente a noi in occidente?

CHRISTOPH LUBBERT – CAPO DIPARTIMENTO INFETTIVOLOGIA UNIVERSITÀ LIPSIA Il batterio Nuova Delhi viene dall’India, ma è stato individuato per la prima volta in un paziente in Svezia. Non voglio spaventarvi, ma i batteri che stanno creando problemi in Toscana sono molto simili a quelli che abbiamo trovato ad Hyderabad.

SAURO LUCHI - DIRETTORE MALATTIE INFETTIVE OSPEDALE SAN LUCA - LUCCA La zona dell’isolamento è da questa parte del reparto, in tre stanze singole. Sono praticamente dotate di una zona filtro.

GIULIO VALESINI Lì ci sono pazienti che in questo momento con il Nuova Delhi?

SAURO LUCHI - DIRETTORE MALATTIE INFETTIVE OSPEDALE SAN LUCA - LUCCA Colonizzati con Nuova Delhi. Hanno il microrganismo nel loro intestino però non hanno una patologia da questo microrganismo.

GIULIO VALESINI Si presenta come se fosse un’influenza: brividi, febbre…

SAURO LUCHI - DIRETTORE MALATTIE INFETTIVE OSPEDALE SAN LUCA - LUCCA Febbre elevata, difficoltà respiratoria, un calo della pressione arteriosa come tutti i pazienti che hanno una sepsi…

GIULIO VALESINI Può sembrare una banale influenza, ma in realtà il batterio è di quelli forti.

SAURO LUCHI - DIRETTORE MALATTIE INFETTIVE OSPEDALE SAN LUCA - LUCCA Potrebbe essere quello. Abbiamo avuto da novembre a settembre cinque casi di batterimie.

GIULIO VALESINI Di infezione?

SAURO LUCHI - DIRETTORE MALATTIE INFETTIVE OSPEDALE SAN LUCA - LUCCA Di infezione, quindi con una malattia piuttosto importante. Abbiamo avuto un decesso.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Il batterio chiamato “Nuova Delhi” produce un enzima tanto resistente da riuscire a distruggere parecchi tipi di antibiotici come quelli più forti usati negli ospedali. Da novembre ad oggi in Toscana ha infettato 126 pazienti; le morti associate sono circa un terzo, cinque solo nell’ospedale di Viareggio.

UOMO Mio padre era una persona che aveva circa 88 anni, una persona in salute. Una mattina, in macchina, ha avuto questo problema. Febbre alta, brividi di lì è iniziato blocco renale, succede un po’ di problemi, non camminava più…

GIULIO VALESINI Erano quelli che potevano sembrare sintomi…

UOMO Di una banale influenza. Il medico mi ha detto: “Guardi, suo padre ha questo batterio” e di lì… non siamo riusciti a fare niente finché è deceduto. Mio padre era 110 chili.

GIULIO VALESINI Era un bell’omone, insomma.

UOMO Era un bell’omone, al momento del decesso era 47 chili.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Secondo il rapporto O’Neill chiesto dal Governo Britannico oggi 700mila persone muoiono ogni anno per infezioni resistenti agli antibiotici. Nel 2050 nello scenario peggiore se non si prendono contromisure efficaci 10 milioni di vite all’anno saranno a rischio.

CHRISTOPH LUBBERT – CAPO DIPARTIMENTO INFETTIVOLOGIA UNIVERSITÀ LIPSIA Torneremo indietro, in una sorta di era pre-antibiotici; ma considerate che i trapianti, le operazioni chirurgiche, tutto quello che noi abbiamo messo insieme con la medicina moderna, si basa su antibiotici efficaci. Se perdiamo gli antibiotici, perdiamo il potere della medicina moderna.

GIULIO VALESINI Si calcola che una pillola su 10 che viene in Europa da noi, viene prodotta lì. Noi siamo stati e abbiamo visto questa roba, no… vede questa roba chimica?

LUCA LI BASSI - DIRETTORE GENERALE AIFA Caspita…

GIULIO VALESINI Hanno fatto dei test, li hanno fatti in Germania, hanno fatto analizzare le acque e sono usciti fuori il proliferare di batteri antibiotico resistenti.

LUCA LI BASSI - DIRETTORE GENERALE AIFA Caspita…

GIULIO VALESINI Secondo lei è sostenibile?

LUCA LI BASSI - DIRETTORE GENERALE AIFA Assolutamente no. Non è ammissibile, non è, non è giusto.

GIULIO VALESINI Basterebbe che Ema, Aifa, gli enti regolatori, dicessero: o produci rispettando degli standard, o non esporti da noi in Europa. Perché che succede, tu vai lì a far produrre qualcosa che dovrebbe farci star bene, da lì poi nascono i batteri che adesso stanno uccidendo, insomma, hanno contribuito… insomma, c’è un’epidemia adesso in Toscana, lei lo sa meglio di me.

LUCA LI BASSI - DIRETTORE GENERALE AIFA Secondo me questa è un’ottima proposta costruttiva, e sarebbe bellissimo poterla implementare.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bene speriamo che inizino a lavorarci. Però bisogna cambiare lo sguardo. Bisogna mettere intorno a un tavolo gli enti di controllo, tutti, quelli mondiali, le aziende farmaceutiche, e chi produce per loro. Perché il farmaco, lo ha detto il manager della Manarini, ormai arriva anche inscatolato. Loro ci mettono solamente il marchio, e il prezzo. Quello che rischiamo di pagare noi ce lo raccontano i sette ospedali dell’area nord-ovest della Toscana che ci dicono di un’infezione che non ha precedenti per concentrazioni in Italia e in Europa da batterio New Delhi. É inutile dire che a rischio sono i soggetti con il sistema immunitario più debole. Funziona sempre così, pagano sempre i più deboli. Qui, come in India.

·        Cavie predestinate.

«Bayer non siamo cavie»: la protesta delle donne a cui la spirale Essure ha rovinato la vita. Domenica 15 settembre sfilano a Roma, in piazza Esquilino, gruppi internazionali di donne danneggiate dal contraccettivo prodotto dal colosso tedesco in uno scandalo già denunciato dall’Espresso. Gloria Riva e Leo Sisto il 13 settembre 2019 su L'Espresso. Arriveranno a Roma dalla Francia, dalla Gran Bretagna e da tante altre città italiane. Si incontreranno in piazza dell’Esquilino domenica 15 settembre. Sfileranno con striscioni e magliette gialle spiegando con i loro slogan perché moltissime donne, dalla vita rovinata, si trovano tutte lì a protestare: “Bayer non siamo cavie”, “Vittima di Essure”. Si sono passate la voce con il tam tam di Facebook e il passa parola internazionale le ha trasformate in attiviste. Ce l’hanno con la Bayer, colpevole di aver distribuito, tramite la consociata Conceptus, il contraccettivo Essure, che ha provocato danni irreversibili danni al loro organismo. È stato L’Espresso (25 novembre 2018) a denunciare  in Italia lo scandalo delle protesi difettose impiantate nei corpi dei pazienti con l’inchiesta mondiale “Implant Files” coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij) di Washington tra 252 giornalisti di 59 testate con sede in 36 nazioni con un obiettivo: tutelare la salute dei cittadini. Essure, riportava il nostro settimanale, è un anticoncezionale permanente: “Due fili metallici, avvolti a spirale l’uno sull’altro, che dovrebbero favorire la chiusura, per cicatrizzazione, delle tube di Falloppio”. Drammatiche le testimonianze raccolte dall’Espresso, almeno 33. Tra queste, una signora, M.B., abitante nel trevigiano, ha raccontato il suo calvario, convinta dal suo ginecologo a ricorrere a Essure dopo due parti con serie complicazioni: “Ho cominciato ad avere emicranie sembra più frequenti e intense, sono aumentata molto di peso, ho il bacino sempre gonfio, continue bronchiti e infezioni, difese immunitarie basse, ma la cosa peggiore è una stanchezza cronica, una depressione costante, che mi ha spinto sull’orlo del suicidio”. La Bayer ha poi tolto dal mercato italiano le sue tecno-spirali il 28 settembre 2017, costretta però a questo passo per una semplice ragione: quasi due mesi prima, il 2 agosto, l’ente certificatore irlandese Nsai aveva privato Essure del marchio CE, indispensabile per la sua circolazione nell’Unione Europea. Con nonchalance la Bayer Italia si è invece limitata ad annunciare di aver tirato via quel prodotto per un altro motivo: era ormai poco venduto, pur restando “sicuro” e benefico”. Una delle animatrici della campagna anti Essure è Annabel Cavalida, fondatrice e portavoce del gruppo “Essure-Problemi in Italia”, nonché una delle promotrici della manifestazione romana. Ha lanciato lei la pagina Facebook: Essure-Effetti collaterali e problemi”. L’Espresso l’ha sentita: «Siamo circa 250 donne. Ci siamo messe in contatto via Facebook per segnalare sintomi e problemi fisici avuti in seguito all'impianto del prodotto. Trenta di noi, anche se non hanno riscontrato indizi su di loro, lo tengono comunque sotto controllo. Altre 78 l’hanno rimosso e tutte – tranne cinque – sono rinate, sono tornate a condurre una vita normale. Chi non c'è riuscita è perché, sfortunatamente, ha scoperto la presenza di frammenti di metalli Essure in altre parti del corpo». Proprio così. Lo ha dimostrato uno studio della Fda, l’ente americano regolatore dei device medici. I micro-inserti Essure in poliestere, nichel-titanio, acciaio e lega per saldature si possono muovere, spostarsi qua e là, scatenando anomali eventi di migrazione: 1101 nell’utero, 41 nel fegato e 29 nell’appendice, secondo quella ricerca. In Italia sono stati commercializzati 7 mila dispositivi, ma, continua Cavalida, “non conosciamo quanti di questi sono stati innestati. Quindi il fenomeno potrebbe colpire molte più donne che hanno dei malesseri, ma senza collegarli a Essure. Alcune, forse, credono siano i normali effetti di una menopausa: ma non è assolutamente vero». Il gruppo italiano si è raccordato con altri movimenti internazionali, specialmente in Francia dove nel 2016 è stata costituita Resist, un’associazione che ha censito 2881 vittime di Essure su un bacino di 175 mila donne. La sua presidente Emilie Gillier sarà a Roma domenica, insieme ad altre iscritte, per documentare i risultati della sua attività, grazie anche all’apporto di alcuni deputati dell’Assemblea nazionale di Parigi. Ma in questa vicenda il nostro ministero della Salute come si è comportato? Giulia Grillo, dei 5S, fino a poche settimane fa ministro, aveva promesso in febbraio di organizzare un incontro per fare chiarezza. Incontro che non c’è mai stato. Come non c’è mai stata una risposta alla prima mail inviata da Annabel Cavalida il 21 maggio, seguita da una raccomandata dieci giorni dopo e, di nuovo, da altre due mail, il 19 e 20 luglio. Ed è così che in agosto si è fatta strada l’idea della dimostrazione di piazza Esquilino, per appellarsi alla coscienza del successore della Grillo, nominato nel frattempo, Roberto Speranza. Per ottenere che cosa? “La creazione di un protocollo d'espianto, un vademecum da inviare a tutti i chirurghi e i ginecologi per insegnare loro come espiantare Essure». La spirale, infatti, è studiata apposta per installarsi nelle tube che collegano le ovaie all'utero, cicatrizzandosi insieme a questo condotto: «L'unico modo per eliminare Essure è levare l'intero utero, ovaie comprese. Ma, senza un protocollo, i medici possono intervenire come meglio credono, in alcuni casi facendo rimozioni parziali, non risolutive». Domenica, in piazza Esquilino, ci sarà un medico, Gian Luca Bracco, direttore di ginecologia all'ospedale di Lucca, che insieme ad un altro dottore, Matteo Crotti, ginecologo dell'Ospedale di Carpi, sarebbe disponibile a indicare le linee guida del protocollo. Rimarca Annabel: «Il cambio al vertice del ministero della Sanità ci preoccupa. Per questo ci rivolgiamo al nuovo ministro Speranza, augurandoci che mantenga l'impegno preso dalla ministra Grillo”. Ma non è, questa, l’unica richiesta. È importante realizzare anche una mappatura del fenomeno, identificare tutte le donne esposte alle insidie di Essure. La signora Cavalida aggiunge: «Sappiamo che un laboratorio privato è disponibile ad analizzare la composizione di Essure, per individuare l’elemento responsabile dei nostri disturbi. Vogliamo andare a fondo, capire che cosa dà origine a quelle sintomatologie». Insomma, Bayer ascolti queste invocazioni d’aiuto e intervenga. Finora però il colosso tedesco rilascia all’Espresso soltanto la seguente dichiarazione: “La salute e la sicurezza dei pazienti che fanno affidamento sui nostri prodotti è per noi la principale priorità. Il profilo favorevole benefici-rischi di Essure rimane invariato. Continuiamo a sostenere l’efficacia e la sicurezza del prodotto, che sono stati dimostrati da un ampio numero di studi, sostenuti da Bayer e da ricercatori indipendenti: tra questi sono inclusi oltre 40 studi pubblicati, che hanno coinvolto più di 200.000 pazienti negli ultimi 20 anni. Le donne che al momento hanno adottato Essure possono continuare ad utilizzare con sicurezza il dispositivo e non dovrebbero preoccuparsi. Se una donna con Essure ha dubbi o domande sul dispositivo dovrebbe discuterne con il proprio ginecologo”. Papale, papale. Ovviamente, tutto questo vale per il passato, perché ormai Essure non può più essere utilizzato, come abbiamo già scritto. Eppure, domenica, in piazza Esquilino, insieme a donne inviperite, alle T-shirt gialle e a cartelloni tipo “Essure mi ha portato via un organo sano”, nello stile del film Oscar “Tre manifesti a Ebbing”, rimarrà sullo sfondo una grande incognita. Che potrebbe essere sciolta se si potesse avere, grazie a studi di laboratorio, come Annabel Cavalida auspica, “una conferma scientifica sulla pericolosità di Essure. Allora Bayer dovrebbe farsi carico anche dei costi che la sanità pubblica si è accollata per l'impianto e l'espianto del device». Vale a dire, 2.500 euro per l'impianto e tre volte tanto per l'espianto.

Il calvario delle donne intossicate da tecno-spirali e silicone velenoso. Ottomila pazienti lesionate da protesi al seno pericolose solo nel primo semestre 2018. E ora scoppia il caso Essure, impiantato su almeno settemila italiane, ritirato dalla Bayer dopo lo stop delle autorità irlandesi. Paolo Biondani, Gloria Riva e Leo Sisto il 25 novembre 2018 su L'Espresso. Le donne pagano un prezzo altissimo alla mancanza di controlli pubblici sui dispositivi impiantabili nel corpo. Nel 2012 fu lo scandalo delle protesi al seno, prodotte con silicone tossico dalla ditta francese Pip, poi finita in bancarotta, a spingere le autorità di Bruxelles a varare il nuovo regolamento europeo sui medical device che entrrà pienamente in vigore solo a partire dal 2020. Nonostante le migliaia di vittime del caso Pip, alcuni molti modelli di protesi al seno sono ancora associati a problemi gravissimi: gli Implant Files segnalano, solo nel primo semestre 2018, sette casi di morte e oltre ottomila lesioni personali. Da mesi le donne di mezzo mondo si stanno mobilitando anche contro Essure, un anticoncezionale permanente creato dalla Conceptus, una ditta acquistata dalla Bayer. Due fili metallici, avvolti a spirale l’uno sull’altro, che dovrebbero favorire la chiusura per cicatrizzazione delle tube di Falloppio. I dispositivi, applicati a circa un milione di donne nel mondo, rilasciano sostanze sconosciute, si spezzano, possono infiltrarsi fino al cuore o ai polmoni. L’Espresso ha raccolto le testimonianze delle prime 33 donne italiane che si sono rivolte all’avvocato Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo , per spedire alla Bayer una formale richiesta di risarcimento dei danni, preludio a una possibile causa collettiva (class action). In Italia Essure è stato impiantato su almeno settemila donne. Tutte le intervistate descrivono lo stesso calvario: «Mi chiamo M.B., sono nata in Brianza, abito vicino a Treviso, ho 44 anni. Nel 2014 la mia ginecologa, dopo due parti con gravi complicanze, mi ha consigliato di impiantare Essure, assicurando che era sicuro e non aveva alcuna controindicazione. Dopo l’impianto all’ospedale di Mestre, la mia vita è cambiata. Sono sempre stata una persona molte forte, in buona salute. Ho cominciato ad avere emicranie sempre più frequenti e intense, sono aumentata molto di peso, ho il bacino sempre gonfio, continue bronchiti e infezioni, difese immunitarie basse, ma la cosa peggiore è una stanchezza cronica, una depressione costante, che mi ha spinto sull’orlo del suicidio. Ho pensato anche questo, prima di trovare altre donne con gli stessi problemi e capire. La mia nuova ginecologa dice che sono stati pazzi a impiantarmi Essure». La signora A.C., che ha organizzato un gruppo Facebook delle vittime italiane, ha tolto Essure ed è rinata: «Poche ore dopo ho ricominciato a camminare, a poter riafferrare gli oggetti, a vederci come prima, a non avere più mal di testa. Ora sono dimagrita, sto bene, sono tornata me stessa. Il problema più grande è che molte donne non collegano questi sintomi a Essure: i mariti ci credono impazzite, ci portano dallo psichiatra. Ora voglio aiutare le altre vittime».

Gli Implant Files segnalano 8.500 casi di rimozione negli Stati Uniti, altre migliaia in Europa, 769 solo in Belgio. Al ministero italiano risultano invece solo 13 «incidenti». L’Espresso però ha contato decine di rimozioni, con ginecologi che lavorano a tempo pieno per togliere Essure. La Bayer ha ritirato le sue tecno-spirali dal mercato italiano il 28 settembre 2017. Due giorni prima, il ministero aveva ricevuto un’email dalla rappresentante delle vittime, che denunciava l’inerzia italiana dopo lo stop deciso già il 2 agosto 2017 dall’ente certificatore irlandese Nsai, che aveva fatto perdere a Essure il marchio CE. L’indomani il ministero, senza dire nulla alle pazienti, ha inviato alla Bayer un avviso di sicurezza, invitando l’azienda a richiamare Essure. Sul sito del ministero, dal 2 ottobre 2017, i cittadini possono leggere solo il comunicato di Bayer Italia, che dichiara di aver ritirato Essure perché si vendeva poco, ma resta un prodotto «sicuro e benefico». Il colosso tedesco ha mandato negli ospedali a prelevare le spirali il suo «distributore esclusivo per l’Italia»: Cremascoli & Iris spa, un’azienda che appartiene alla famiglia dell'imprenditore Eugenio Cremaascoli, arrestato e condannato per corruzione nel 2005 a Torino. Dove ha confessato di aver pagato tangenti per oltre un decennio a tre famosi cardiochirurghi per vendere dispositivi medici e prodotti per il cuore ai più importanti ospedali pubblici. "Oggi come ieri chi detiene il potere sostiene che il giornalismo sia finito e che meglio sarebbe informarsi da soli. Noi pensiamo che sia un trucco che serve a lasciare i cittadini meno consapevoli e più soli. Questa inchiesta che state leggendo ha richiesto lavoro, approfondimento, una paziente verifica delle fonti, professionalità e passione. Tutto questo per noi è il giornalismo. Il nostro giornalismo, il giornalismo dell’Espresso che non è mai neutrale, ma schierato da una parte sola: al servizio del lettore.

Dispositivi a rischio nel cuore dei bambini. Donne con reti nocive nel grembo. Protesi al seno cancerogene. L'allarme lanciato da L'Espresso lo scorso anno ora è diventato globale: le segnalazioni di apparecchi difettosi sono oltre 90.000. E i pazienti italiani hanno cominciato a tirare fuori le loro drammatiche esperienze. Paolo Biondani, Gloria Riva e Leo Sisto il 13 maggio 2019 su L'Espresso. Mamme e papà, seduti sulle panchine di una piazza di Rovigo, tengono d’occhio i bambini che giocano a rincorrersi.  Corrono tutti, disegnando un grande cerchio, tranne Erik. Lui riesce solo a fare qualche passetto, lentamente. Erik ha quasi nove anni, la sua è una vita segnata da continue operazioni a cuore aperto, ma «sta affrontando con  grandissima forza i dolori, gli scompensi cardiaci, le angine addominali, le febbri». Le parole di suo padre, Andrea Ferrari, esprimono ammirazione per quel figlio lottatore, da dieci mix di farmaci al giorno. Erik è nato nel 2010 con una malformazione congenita chiamata tetralogia di Fallot, che causa una miscelazione tra sangue povero e ricco di ossigeno, ostacolando la crescita e i movimenti. Un difetto cardiaco abbastanza comune, che si può curare. «A Bologna uno specialista ci aveva proposto un doppio intervento chirurgico, uno immediato, l’altro dopo qualche anno: un sistema collaudato», ricorda papà Andrea. «Un pediatra di Rovigo, però, ci ha parlato di un programma innovativo, applicato a Padova: un dispositivo chiamato Cormatrix. In quella cardiochirurgia pediatrica ci hanno spiegato che era una membrana in grado di riparare il cuore una volta per tutte, perché cresce insieme ai tessuti. Mio figlio aveva pochi mesi di vita. Ci siamo fidati: chi non l’avrebbe fatto? Nessuno ci ha informato dei rischi. È stato un calvario». 

UN'INDUSTRIA FUORI CONTROLLO. Il genitore veneto è uno degli oltre 700 italiani che hanno potuto cercare documenti e informazioni nella prima  banca dati globale  dei dispositivi medici (Imdd, International medical device database) creata dal consorzio giornalistico Icij, di cui fanno parte per l’Italia L’Espresso e Report. Nell’inerzia delle autorità, è l’inchiesta Implant files, frutto di un anno di lavoro di oltre 250 cronisti di 36 nazioni, che ha reso per la prima volta pubblici, dal novembre scorso, questi dati sulla sicurezza di migliaia di apparecchi, dai pacemaker alle protesi, impiantati nel corpo dei pazienti. Costretti a convivere con quei congegni per anni, o per sempre. In Italia si contano più di un milione di modelli di device. Molti sono preziosi strumenti salvavita: moderne tecnologie che proteggono i pazienti. Alcuni però nascondono problemi gravissimi. Evidenziati dalle cifre-choc rivelate dall’inchiesta Implant Files: solo negli Stati Uniti, dal 2008 al 2017, sono stati registrati oltre 82 mila casi di morte e più di un milione e 700 mila lesioni associate a dispositivi difettosi, deteriorati o malfunzionanti. Ora anche i pazienti e i medici italiani possono controllare personalmente, sul nostro sito oltre 90 mila segnalazioni di allarme (in gergo, avvisi di sicurezza) provenienti da 18 nazioni, dagli Stati Uniti alla Germania. Proprio qui il signor Ferrari ha trovato i dati sul device applicato a suo figlio. Al Cormatrix, nell’ultimo decennio, vengono collegati quasi trecento eventi avversi: 7 morti, 259 lesioni, 18 guasti. «Ma noi l’abbiamo saputo solo adesso, grazie alla vostra banca dati». Il Cormatrix, prodotto dall’omonima azienda statunitense, è una membrana ricavata da tessuti di origine suina e bovina, biocompatibili, progettata per saldarsi e crescere con le cellule del cuore. In Europa è stata certificata dalla ditta francese Medpass. Un’impresa privata pagata dal produttore. Una regola assurda, che vale per tutti i dispositivi, anche i più rischiosi: è il controllato che sceglie il controllore. Negli Stati Uniti risultano impiantati oltre 7 mila Cormatrix. In Italia il numero è ignoto, perché non esiste un archivio o registro degli impianti. La membrana risulta utilizzata da tempo in diversi ospedali, da Torino ad Ancona, da Padova a Bologna. Ma il nostro ministero della Salute non ha pubblicato alcun avviso di sicurezza. E neppure rilanciato i quasi trecento allarmi americani. Per anni diversi chirurghi italiani lo consideravano un dispositivo valido, «utile per ricostruire il pericardio dopo un’operazione», come spiega un professore milanese consultato da L’Espresso, che poi l’ha abbandonato «perché non garantiva l’efficacia promessa». Ma fino al 2010 il Cormatrix veniva applicato solo su pazienti adulti, non sui bambini: il papà veneto ha scoperto solo oggi che suo figlio, quell’anno, è stato usato come cavia. «A Padova il medico ci assicurava che non c’erano rischi e con un solo intervento ci saremmo dimenticati dei problemi al cuore di Erik. Col senno di poi, avremmo dovuto fare più attenzione alle sue parole: ci teneva a precisare che non era una sperimentazione, ma un progetto di studio». La differenza non è trascurabile. Per impiantare il Cormatrix nei bambini, i medici padovani proprio nel 2010 chiesero per due volte il parere del Comitato etico per la sperimentazione della Regione Veneto, composto da dodici medici e giuristi. Dalla documentazione ottenuta solo alcuni giorni fa «dopo una lunga attesa e svariati solleciti», come spiega l’avvocato Alessandro Boldini, che segue da tempo il caso, risulta che il Comitato aveva dato una risposta negativa: «L’impiego proposto risulta diverso dalla marcatura CE», cioè dal tipo di utilizzo certificato e autorizzato, mentre «le potenziali capacità di rigenerazione del tessuto (del cuore) sono ancora in fase iniziale di valutazione e non vi sono dati», per cui il progetto di usare il Cormatrix per i bambini «si configura come sperimentazione clinica e richiede l’approvazione di un protocollo». A quel punto Erik viene operato come «progetto di studio». E da lì, spiega il signor Ferrari, «inizia la nostra via crucis, con operazioni continue. Nel 2015 il bambino subisce un intervento a cuore aperto durato 16 ore, al Bambin Gesù di Roma, dove i chirurghi tentano di rimuovere la membrana, ma è quasi impossibile perché si è mischiata con le cellule». Erik lascia l’ospedale mesi dopo, con il suo terzo pacemaker nel cuore. «Siamo in contatto con un’altra famiglia: anche il loro bambino sta per essere rioperato nella speranza di eliminare il Cormatrix». In questi anni varie riviste scientifiche internazionali hanno pubblicato studi sui rischi del Cormatrix. Già nel 2014 un ricercatore dell’università di Padova, Filippo Naso, ha definito «allarmante che questo dispositivo sia stato autorizzato in Europa e Usa senza avvertire dell’effetto collaterale che possono avere cellule provenienti da tessuto animale». Nel 2016 un altro studio, firmato dai professori Biagio Castaldi e Annalisa Angelini, ha riassunto i risultati della prima campagna di controlli sui bambini con un titolo eloquente: «Un monito alla cautela». Tra le carte di Erik, il padre conserva il modulo di consenso al «progetto di studio» che gli fecero firmare nel 2010. Alla voce «C’è qualche rischio per mio figlio?», si legge «No». L’ospedale di Padova ha dovuto versare un risarcimento alla famiglia di Erik. Che però non basta nemmeno a pagare le gravose spese sanitarie: «Erik va controllato ogni due mesi a Roma, qui dobbiamo tenere le macchine per monitorare il cuore...  Quindi abbiamo dovuto ipotecare la casa». Il signor Ferrari deve anche difendersi da una querela: un chirurgo di Padova si è sentito diffamato dal suo racconto della storia di Erik, pubblicata in un blog. La procura ha chiesto l’archiviazione, ma il luminare si oppone. E così il 28 maggio, in tribunale, l’unico imputato sarà lui: il papà del bimbo con il cuore a pezzi.

TUMORI DA PROTESI AL SENO. L’Espresso aveva pubblicato già il 25 novembre 2018 il primo articolo in Italia su un allarme che ora è globale. Tutto parte dai dati rivelati dall’inchiesta Implant files: in dieci anni, solo negli Stati Uniti, si contano 39 vittime e oltre 14 mila lesioni associate ad alcuni tipi di protesi al seno. Un femminicidio silenzioso, che continua ad aggravarsi: le donne colpite raddoppiano ogni sei mesi. Il problema riguarda le protesi ruvide (macro-testurizzate), sospettare di aumentare da 9 a 16 volte il rischio di sviluppare una rara forma di cancro, il linfoma anaplastico a grandi cellule. Dopo i primi articoli, il 14 dicembre 2018 il certificatore francese Gmed nega il rinnovo del marchio CE alla multinazionale Allergan, bloccando così le vendite delle protesi al seno della gamma Natrelle. Quattro giorni dopo, il governo di Parigi ne ordina «il ritiro da tutti gli ospedali». E l’Italia? In febbraio la Società di chirurgia plastica ricostruttiva (Sicpre) dichiara che «nel 2018 sono state utilizzate cerca 51 mila protesi, per il 95 cento testurizzate», con 39 donne già colpite da linfoma (ora salite a 41). Quindi i colleghi di Report scoprono il primo decesso accertato in Italia: una donna con una protesi ruvida installata nel 2002, rimossa solo nel 2018. Un caso segnalato già in febbraio al ministero, che non ha pubblicato  avvisi per informare medici e pazienti. Il 2 aprile 2018 l’autorità francese Ansv comunica di aver «proibito la vendita, distribuzione, pubblicità e utilizzo» di altri modelli di protesi (macro-testurizzati o al poliuretano) prodotti da Allergan, Arion, Sebbin, Nagor, Eurosilicone e Politech. In Italia il ministro Giulia Grillo annuncia di aver chiesto un parere tecnico al Consiglio superiore di sanità, previsto il 13 maggio. L’eventuale richiamo delle protesi-killer si profila però problematico: L’Espresso ha denunciato già nel 2018 che in Italia non esiste nessuna banca dati nazionale dei dispositivi, per identificare e contattare i pazienti in pericolo. Nel 2012 l’allora ministro Balduzzi varò un «registro obbligatorio delle protesi al seno», che però non è ancora in funzione. Anche il Canada e altre nazioni hanno seguito l’esempio francese, mentre negli Usa l’amministrazione Trump «non ravvisa gli standard di un divieto». Tra le dieci più grandi multinazionali dei device, otto sono americane: fatturano oltre 350 miliardi all’anno. 

RETI DI PLASTICA, MEA CULPA POLITICI. È uno dei maggiori risarcimenti concessi a una singola persona per danni sanitari: 120 milioni di dollari, che il gigante Johnson & Johnson (J&J) dovrà pagare a una donna di 68 anni, Susan McFarland, che nel 2008 si era vista impiantare un dispositivo a maglie contro l’incontinenza urinaria. Una sentenza emessa a fine aprile da un tribunale di Philadelphia, che la multinazionale si prepara a contrastare  in appello. Il caso riguarda una rete plastificata (Tvt-ODevice) prodotta dalla Ethicon, consociata della J&J, simile a molti altri dispositivi pelvici accusati di aver rovinato decine di migliaia di vittime nel mondo. Tracie Palmer, legale della danneggiata, si era rivolta alla giuria con queste parole: «Ecco il vostro messaggio alla J&J: per la salute e sicurezza delle donne americane, togliete dal mercato questo prodotto». Le reti aderiscono agli organi interni, per cui diventa difficile toglierle anche se provocano emorragie e dolori atroci. L’inchiesta Implant Files è nata dallo scoop di una giornalista olandese, Jet Schouten, che ha videoregistrato i dirigenti di tre società di certificazione (una è italiana) pronti a offrire il marchio CE a una rete per agrumi da supermercato. Dalle protesi ortopediche ai pacemaker, dai defibrillatori alle valvole, le rivelazioni del consorzio hanno provocato una  specie di mea culpa universale. In Germania, Olanda, Regno Unito, Spagna, India, Canada e tanti altri Paesi i governi giurano di voler garantire più sicurezza e tracciabilità. In Italia il ministro della Salute ha presentato il 22 marzo la nuova «governance dei dispositivi», ma la direttiva europea che impone di registrare ogni device, con un codice da associare al singolo paziente, verrà applicata «gradualmente, entro tre anni». La lobby dei produttori intanto ha bloccato la riforma più importante: affidare autorizzazioni e controlli a un’agenzia europea, pubblica e indipendente, come per i farmaci. Medici e pazienti devono quindi accontentarsi del marchio privato CE: un congegno impiantato nel corpo resta meno sorvegliato di un’automobile. E non è l’unico privilegio legale concesso ai big dell’industria: «Per le cause sui dispositivi c’è una prescrizione brevissima: solo un anno», spiega l’avvocato Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, che assiste le prime 50 vittime italiane di Essure, il device anticoncezionale che la tedesca Bayer nel 2017 ha dovuto ritirare. Negli Stati Uniti l’agenzia di controllo (Fda) è pubblica. Il suo capo, Scott Gottlieb, un ex lobbysta nominato da Trump, che in novembre aveva promesso controlli più severi, poi è stato accusato di avere in realtà nascosto decine di migliaia di avvisi di sicurezza scoperti dal consorzio. E in marzo si è dimesso. In attesa di vere riforme, L’Espresso continua a ricevere denunce disperate. Molte donne scrivono al nostro sito di essere «molto preoccupate» per le protesi al seno: «Mi avevano detto che erano sicure. Eppure, da quando me le hanno impiantate, ho dolori diffusi insopportabili, stanchezza cronica, perdita di memoria,  rush cutanei, problemi agli occhi, gola perennemente secca, digestione difficile. Sto sempre peggio e ora si sono aggiunti dolori al seno. Fatico a lavorare, a fare le scale, a svolgere qualsiasi attività». Scrive un paziente di Roma: «Ho consultato la vostra banca dati e ho scoperto che mi è stata impiantata una protesi d’anca “a rischio medio-alto”, che rilascia metalli pesanti. Nel 2017 il cromo aveva un livello di 1,40, poco sopra il limite di 1, adesso è a 2,93. Il cobalto è 4,40, mentre la soglia va da 0,1 a 0,4. Vorrei capire cosa rischio, vorrei un aiuto medico». Altro caso pesante: «Sono stato operato per un’insufficienza cardiaca, ho scelto un ospedale veneto perché pubblicizzava un nuovo dispositivo da inserire senza un intervento a cuore aperto. È stato un vero disastro. Ho dovuto farmi rioperare in un altro ospedale. Qui i medici mi hanno detto che quella protesi è sperimentale, costosa (circa 20 mila euro) e viene applicata a centinaia di pazienti italiani anche se non è ancora autorizzata negli Usa, dove viene prodotta. È vergognoso». L’Espresso finora ha raccolto 80 denunce circostanziate che riguardano pazienti italiani. Il consorzio Icij, a livello mondiale, ne ha ricevute ben 3.432. L’inchiesta Implant files continua.  

·        Espianto e donazione degli organi.

Melania Rizzoli per “Libero Quotidiano” il 4 novembre 2019. Gli organi di Luca Sacchi, il ragazzo ucciso con un colpo di pistola alla testa una tragica sera a Roma, sono stati donati dopo che i genitori hanno acconsentito all' espianto, una decisione presa in pochi minuti, nel momento più drammatico e doloroso della loro vita, mentre si trovavano in un reparto di rianimazione di fronte al letto dove giaceva il loro figlio, intubato ed attaccato ai monitor, ancora vivo ma ormai incosciente, con il cervello spappolato da un proiettile in modo irreparabile, quel figlio che avevano baciato e abbracciato poche ore prima, sano e sorridente, quando ha varcato per l' ultima volta la porta di casa senza farvi più ritorno. La morbosità mediatica su questo tragico fatto di cronaca ha puntato i riflettori sulle cause, le dinamiche e i protagonisti del delitto, senza evidenziare in alcun modo un grande atto di generosità, il nobile gesto di un padre ed una madre, i quali, mentre veniva comunicata loro la morte cerebrale di Luca e cancellata brutalmente qualsiasi speranza di vita, hanno firmato in lacrime il consenso all' espianto.

Ma quando e come viene richiesta dai medici la donazione di organi di una persona in agonia? Al momento attuale, in assenza di espressione della volontà del defunto, sia scritta che orale, di norma viene effettuato un colloquio con i familiari per informarli sulla possibilità di tale procedura, i quali possono, eventualmente, opporsi al prelievo, e sono tuttora molti i dinieghi, perché quel figlio o quella persona amata giace incosciente in un coma irreversibile, è intubato e respira solo grazie ad un macchinario automatico, ma il suo cuore batte ancora, e l' elettrocardiogramma sul monitor registra i suoi battiti vitali amplificando drammaticamente il ritmo dei bip sonori, l' unico soffio di vita che si ascolta in quelle stanze.

ESPIANTO ORGANI. Tutti i pazienti candidati all' espianto sono infatti ancora vivi dal punto di vista cardiaco, ma in una condizione di «morte encefalica», detta impropriamente «morte cerebrale» dal termine britannico «brain death», accertata da un collegio di 3 specialisti, un medico legale anatomopatologo, un anestesista-rianimatore ed un neurofisiopatologo, i quali verificano e certificano, almeno due volte in un periodo di sei ore, il decesso di quel paziente, considerandolo defunto esclusivamente in base alla morte del suo cervello, indipendentemente dalle funzioni residue di qualsiasi altro organo che mostra ancora segni di vitalità. Quel paziente infatti, è scientificamente destinato all' arresto cardiaco entro le 24/36 ore, e dal quel momento i suoi preziosi organi non saranno più utilizzabili in quanto non più perfusi ed ossigenati, quindi considerati deteriorati e irrecuperabili. L' accertamento della morte cerebrale viene certificato in tutti i soggetti caduti accidentalmente nel sonno eterno, quando cioè si verifica strumentalmente e clinicamente che il loro cervello è perduto per sempre, ha cessato irreversibilmente tutte le sue funzioni, è considerato defunto insieme al suo proprietario, ed anche se viene mantenuta la ventilazione meccanica e il cuore continua a battere per alcune ore, tale morte cerebrale in medicina corrisponde quindi alla morte dell' individuo e a quella fisica imminente e definitiva. Una morte che però non va assolutamente confusa, e non ha nulla a che fare, né con lo stato di coma, né tantomeno con lo stato vegetativo, due condizioni gravi e patologiche di incoscienza profonda, relative però ad un paziente considerato dalla scienza ancora vivo, con attività cerebrale se pur residua ma presente, e quindi con ipotetiche possibilità di recupero. Nel caso della morte cerebrale invece, non esiste più alcuna speranza di ripresa, l' elettroencefalogramma risulta piatto da ore, senza alcun segno di attività elettrica o neuronale, il paziente non risponde più ad alcuno stimolo sensitivo, motorio e doloroso, anche se i supporti rianimatori vengono tuttavia mantenuti, e vengono proseguiti per i casi di eventuale donazione, al solo scopo di preservare gli organi ben ossigenati ed irrorati ai fini di un possibile trapianto.

LA CATENA. Una volta ottenuto il consenso, viene immediatamente attivata una gigantesca catena organizzativa, il paziente donatore viene portato in sala operatoria, preparato ed anestetizzato per l' intervento di prelievo di organi (fino a una decina di anni fa per la procedura di espianto non veniva nemmeno eseguita l' anestesia, tanto si era sicuri che il soggetto fosse morto cerebralmente ed incapace di avvertire qualunque sensazione, mentre oggi la si induce per legge) e gli organi prelevati vengono raffreddati e posti con cura nelle condizioni ottimali per il trasporto ed il successivo e veloce impianto nel fortunato paziente ricevente biocompatibile. Quasi tutti gli organi possono essere trapiantati (rene, fegato, cuore, polmone, pancreas, intestino, tranne il cervello e gli organi riproduttivi), i tessuti ( cornee, osso, cartilagini, valvole cardiache, vasi sanguigni, midollo osseo e cute) e finanche interi complessi (mani o piedi). Va segnalato purtroppo che il numero degli organi necessari per i trapianti è quasi sempre insufficiente a coprire le lunghe liste di attesa, per cui la mortalità di questi pazienti, gravemente ammalati, e la cui vita dipende tragicamente dalla morte di un altro, è sempre elevata, mentre con una sola donazione avrebbero la possibilità di guarire e di riprendere una vita normale. Gli organi donati sono assegnati in base a rigide condizioni di lista, di urgenza, di compatibilità clinica ed immunologica, un donatore unico può dare speranza di vita ad oltre sette soggetti, ed oggi i casi di rigetto sono sempre più rari e controllabili con la terapia farmacologica. In Italia i costi di qualunque trapianto sono totalmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale, poiché la donazione è, per legge, gratuita. Per ogni singolo trapianto vengono impiegate ed attivate oltre 60 persone, tra espianto, trasporto, assistenza, esami e impianto, e tutti i donatori sono persone che muoiono in ospedale, ricoverate in morte encefalica nei reparti di rianimazione per lesioni irreversibili del cervello, causate da ictus, emorragie, traumi cranici o prolungate anossie cerebrali, il loro stato di salute è valutato scrupolosamente con specifiche indagini dai medici per escludere patologie ed evitare infezioni trasmissibili, e non esistono limiti di età per donare, poiché anche quella avanzata non pregiudica necessariamente l' utilizzo di organi e tessuti per il trapianto, mentre per i minori di anni 18 è necessario il consenso espresso di entrambi i genitori. La legge attuale inoltre, garantisce l' anonimato perpetuo sia del donatore che del ricevente.

DRAMMATICA NOTTE. A Luca Sacchi sono stati espiantati tutti gli organi, tutti reimpiantati in quella stessa drammatica notte fino all' alba in molte sale operatorie di diverse località, tranne il suo cuore, perché essendo lui uno sportivo abituale, il suo muscolo cardiaco aveva i ventricoli troppo grossi e con pareti ispessite da renderlo incompatibile per la procedura di innesto nel petto di un altro. Quindi quel cuore resterà sempre con lui, e Luca sarà ricordato e ringraziato non solo dai sette/otto pazienti che hanno ricevuto il suo dono inaspettato e improvviso in una notte qualunque di fine ottobre, e che grazie a lui sono tornati a vivere e sorridere, ma da migliaia di persone che hanno seguito la sua sfortunata vicenda ed ascoltato la conferenza stampa rilasciata da suo padre, il quale, pur nella disperazione della perdita, ha rivelato tra le lacrime di aver acconsentito, insieme alla moglie, annichiliti dal dolore, all' espianto degli organi dal corpo del figlio, mentre era ancora a cuore battente. Un gesto generoso, coraggioso, consapevole ed altruista, offerto senza alcuna esitazione, una scelta dettata spesso dalla speranza che un pezzo di quel figlio possa continuare a vivere nel corpo di un altro, un esempio come ce ne sono molti in Italia ogni giorno, che non arrivano alle cronache, che non fanno notizia, che straziano l' anima di intere famiglie, e che meritano ammirazione e plauso, poiché rendono, pur nel dolore, una morte da inutile ad utile per gli altri, quegli altri che sono poi persone sconosciute e moribonde, che il destino quel giorno ha messo tragicamente sulla loro strada per farli incontrare e unire in modo indissolubile, strappando in extremis quel residuo alito di vita, arrivato come un dono del cielo da un corpo precipitato accidentalmente nell' abisso della morte cerebrale.

Ps: questo articolo è dedicato a Riccardo Galbiati, un ragazzo lombardo morto a 16 anni per un infarto nel 2017 mentre era su una pista da sci all' Aprica, e a suo padre Marco, che ha permesso e voluto la donazione dei suoi organi, che da allora pubblicizza questa procedura, e lotta per conoscere le persone che hanno ricevuto gli organi del figlio, anche se le norme in vigore lo vietano. La sua storia è raccontata in un libro «Il tuo cuore la mia stella», edito da Mondadori.

·        La Tecnologia soppianta gli strumenti medici tradizionali.

Melania Rizzoli per “Libero quotidiano” il 5 novembre 2019. Per duecento anni è stato al collo dei medici, pronto ad essere usato per ascoltare soffi, aritmie ed accidenti dei vasi e del cuore, come pure bronchiti, polmoniti e pleuriti polmonari, occlusioni intestinali e peritoniti, ma le nuove tecnologie lo hanno condannato e fatto diventare obsoleto. Lo stetoscopio, da secoli lo strumento simbolo e indispensabile della professione medica, è sorpassato, non serve più, e il suo utilizzo non si insegna più nei corsi di laurea in medicina, al punto che i giovani dottori dell' ultimo decennio non hanno mai provato a metterlo nelle orecchie, essendo stato superato dalla tecnologia, dagli ultrasuoni, dalle "app" e dagli algoritmi che lo rendono un dispositivo del passato. L' industria degli apparecchi medicali ha miniaturizzato ogni tipo di strumento, creando, con gli scanner ad ultrasuoni, stetoscopi digitali i quali, appoggiati per un secondo sul petto del paziente e collegati allo smartphone, creano immagini e forniscono dati che possono essere letti e interpretati in tempo reale, e la classe medica ha accolto con felice consapevolezza questa svolta, appoggiandola e rivendicando il fatto che oggi non c' è più motivo di auscultare i malati quando si può avere la diagnosi corretta, scritta e certificata sul display.

EVOLUZIONE. Uno studio pubblicato 5 anni fa sul Journal of American Cardiological Imaging indicava già nel 2014 la superiorità di questi sistemi rispetto all' esame diretto e all' orecchio umano, e la continua e rapidissima evoluzione delle nuove tecnologie applicate all'Intelligenza Artificiale (IA) promette di rivoluzionare l' intera moderna diagnostica per immagini, anche per quanto riguarda i costi. Attualmente infatti, i medici che sanno usare davvero il fonendoscopio sono sempre di meno, poiché negli ultimi anni sono stati digitalizzati in una gigantesca audioteca tutti i rumori del cuore, dei polmoni, del vasi sanguigni e di altri organi interni, sia quelli fisiologici che quelli patologici, i quali suoni sono stati anche amplificati, filtrati e registrati, ed i nuovi dispositivi digitali riproducono e riconoscono fedelmente questi rumori, che siano soffi, sibili, aritmie, rantoli, borborigmi, spasmi o altro, grazie ad una applicazione sul cellulare, i cui dati vengono inviati ad un sistema di monitoraggio medico, che analizza gli indizi forniti ipotizzando immediatamente la diagnosi, ovviamente priva dell' errore umano. Nonostante questi progressi e innovazioni però, lo steto-fonendoscopio è comunque al centro di una grande discussione in ambito cardiologico, in quanto non tutti sono d' accordo nel considerarlo uno strumento da rottamare o tenere come ricordo in un cassetto, rispetto ai nuovi dispositivi ad ultrasuoni tascabili. In verità l'utilizzo del vecchio stetoscopio ha sempre richiesto una certa dose di abilità, di orecchio, di esperienza e di intuizione clinica, una dote purtroppo non comune in tutti i medici, poiché la tecnica di sentire i rumori patologici emessi dal corpo per identificare a quale malattia sono associati, è stata sempre individuale, basata sulla pratica e sull' esperienza, comportando implicazioni importanti per quanto riguarda la decisione delle terapie da applicare, e quindi la sicurezza del paziente. Inoltre lo stetoscopio è un dispositivo da sempre usato per «dedurre» il problema patologico, piuttosto che osservarlo direttamente come si fa ora con i nuovi sistemi digitali per immagini.

TOCCO UMANO. Certamente il fonendoscopio non è solamente un' icona e non ha solo un valore simbolico, perché da secoli ha avuto il compito di ridurre la distanza tra il medico e il paziente, introducendo un tocco umano nel rapporto con il gesto dell' auscultazione diretta del torace nudo del malato, al quale si rivolgono delle domande o degli ordini (respiri, dica trentatré, faccia un colpo di tosse, ecc). È anche vero però che da decenni i pazienti vengono inviati a fare un elettrocardiogramma, un test sempre più sofisticato che si è rivelato molto più accurato rispetto alle interpretazioni che si possono fare auscultando quel cuore, ed è vero pure che i nuovi dispositivi sono in grado di fornire diagnosi più complete ed affidabili, anche a distanza. Negli Stati Uniti, durante una lezione di medicina cardiologica applicata alle nuove tecnologie, tre giovani medici erano collegati al cuore dei giocatori di una squadra di football durante una partita che si giocava in Siria, per registrarne il ritmo, ricevendone i segnali inviati da un computer attraverso delle cuffiette senza fili (come quelle per sentire la musica), e allorché uno degli atleti ha mostrato fatica fisica e un rallentamento nel tenere il passo con i compagni di squadra, tramite l' ascultazione del suo cuore i tre specializzandi hanno diagnosticato sul campo un difetto interatriale, ovvero un foro della parete cardiaca che separava i due atri del calciatore, una diagnosi risultata azzeccata e poi confermata dai test strumentali di routine, ma soprattutto un responso eseguito a grande distanza e senza alcun tipo di assistenza. Qualche giorno fa Google, il motore di ricerca più usato al mondo, ha però reso onore allo stetoscopio, realizzando un doodle e dedicando l' immagine di apertura al suo inventore, il medico francese René Laennec, che nel 1816 fu il primo a creare un dispositivo auscultatorio, allora realizzato con un foglio di pergamena arrotolato a forma di cono, per percepire i battiti cardiaci di una sua paziente obesa, insieme agli altri «rumori» all' interno del corpo. Un modo, quello di Google, per ringraziare un pioniere della scienza cardiologica, e per non dimenticare il suo vecchio strumento, grazie al quale nei secoli trascorsi sono state diagnosticate patologie cardiache, polmonari e addominali in milioni e milioni di persone nel mondo e spesso salvate altrettante vite umane.

·        Malasanità.

Se non è estorsione questa…

Avetrana. In presenza di una patologia con disturbi urologici che pare abbastanza grave ed improvvisa ci si rivolge al medico curante: chiuso!

Allora ci si rivolge alla Guardia Medica. Il medico di guardia è assente per visite domiciliari. Si attende con pazienza. Dopo un po’ di tempo il medico arriva e ti visita, ma non si esprime sulla diagnosi e la cura: si dichiara incompetente e ti manda al Pronto Soccorso di Manduria a 20 km.

Al Pronto Soccorso si arriva con mezzi propri, ci si rivolge all’accettazione e si manifesta il disturbo. Questi si dichiarano incompetenti e ti invitano ad andare al Pronto Soccorso di Taranto a 50 km. Ritengono che a Taranto vi possa essere la relativa visita specialistica.

Si preferisce aspettare a Manduria almeno per le cure più immediate. Allora ti assegnano il codice verde: non critico.

Dopo ore di attesa (con altri pazienti arrivati ore prima con differenti codici) arriva la visita medica (con pubblico annesso: 1 guardia e 2 infermiere) con riscontro di edema dello scroto e del pene, che lo fa diventare grosso come una palla. Visita di un minuto: una punturina intramuscolo e via.

La sorpresina è il pagamento del Ticket:

Importo ticket 20,66

Quota ricetta   10,00

Quota pronto soccorso 25,00

Totale: 55,66

Naturalmente da aggiungere le spese per il doppio percorso effettuato con auto propria per la visita, prima, ed il pagamento in giorno successivo, poi. Più il costo dei farmaci.

Quando si dice: diritto alla salute…

L’inutile assedio ai pronto soccorso: nessuna urgenza nel 90 per cento dei casi. Pubblicato domenica, 11 agosto 2019 da Corriere.it. Tutti inutilmente al Pronto soccorso. Chiunque di noi l’ha fatto più di una volta. E siamo, purtroppo, in buona compagnia. Quasi il 93% dei milanesi che si rivolgono al Ps lo fa in realtà senza avere nulla di grave. Sono più di 1.500 pazienti al giorno. Esattamente, da gennaio a giugno 2019, ben 271.188 solo negli ospedali pubblici di Milano: 72.092 (24,6%) in codice bianco, altri 199.096 (68%) in codice verde. Sono i due codici che, assegnati secondo le classi d’emergenza al momento del triage, vogliono dire che non c’è nessuna urgenza. Tecnicamente possono considerarsi accessi impropri che creano inutili file in sala d’aspetto e mettono sotto stress strutture e medici il cui compito è intervenire per i casi gravi. Questo fenomeno, che si trascina da anni, è da interpretare come il segnale più tangibile che continua a non funzionare al meglio l’assistenza sul territorio. Nei primi sei mesi dell’anno i codici gialli sono 19.234 (6,6%), i rossi 2.552 (0,9%). Solo l’8% dunque di chi viene visitato in Ps ne ha davvero bisogno. Gli altri ci vanno perché è la risposta che ritengono migliore ai loro problemi: non ci sono orari, gli esami medici necessari vengono svolti subito senza snervanti liste d’attesa, non costa nulla tranne il ticket da 25 euro per i codici bianchi. I numeri in dettaglio da gennaio a giugno: al Ps del Fatebenefratelli (che ha anche l’oftalmico) si rivolgono in 88.573 (91,2% codici bianchi e verdi), ai Santi Paolo e Carlo in 72.721 (90%), al Policlinico in 57.221 (92%), al Niguarda in 47.364 (97%) e all’ortopedico Pini in 27.095 (97%). I dati raccolti dal Corriere e provenienti in via ufficiale dai vari ospedali non si discostano dalle percentuali degli anni precedenti. Nei primi sei mesi del 2018 la percentuale di accessi impropri al Ps è del 93% (su 292.120 visite). Lo stesso vale se prendiamo tutto l’anno scorso: i codici bianchi e verdi sono il 92,6% su 555.991 pazienti. In sintesi: il problema è cronico e finora nessuno è riuscito a dare ai pazienti un’alternativa convincente sul territorio. Così il Pronto soccorso può essere considerato una cartina di tornasole dei problemi della Sanità più volte denunciati: medici di famiglia che, nonostante gli sforzi, spesso non riescono a rispondere alle nuove esigenze della popolazione; malati cronici in aumento che, se non ben seguiti sul territorio, si riversano nei Ps; liste d’attesa troppo lunghe. In questo contesto una visita al Pronto soccorso è la soluzione più semplice, anche se non è corretta. L’assessorato alla Sanità guidato da Giulio Gallera prova a correre ai ripari con l’ultima delibera del 31 luglio che prevede la nascita di ambulatori ben identificabili sul territorio per offrire prestazioni sanitarie e sociosanitarie per pazienti non acuti: il termine con cui vengono definiti è presidi sociosanitari territoriali (Presst). Da definire nei prossimi mesi cosa realmente offriranno e che fasce orarie copriranno. Inoltre le cooperative dei medici di famiglia potranno, per i 220 mila malati cronici che hanno aderito alla riforma della presa in carico (dati allo scorso maggio), offrire una serie di esami diagnostici di bassa intensità come elettrocardiogrammi, ecografie all’addome e controllo del colesterolo (delibera del 24 aprile che dovrà essere resa operativa da una circolare attuativa). «Il rafforzamento dei servizi territoriali si pone l’obiettivo di fornire a chi non si trovi in condizioni di codice rosso o giallo una rete socio-sanitaria di sicurezza basata su una stretta alleanza fra ospedale e territorio — assicura Gallera —. In un quadro di azioni per la presa in carico del paziente». Attacca Carlo Borghetti, vicepresidente pd del Consiglio regionale: «A distanza di 4 anni dalla riforma sanitaria di Maroni, che prevedeva una capillare rete di strutture per cure non urgenti, poco o nulla è stato fatto. Invece altre regioni già da tempo hanno capito le nuove esigenze: sono centinaia in Emilia e in Piemonte gli ambulatori aperti tutto il giorno e spesso anche la notte, con medici di famiglia, pediatri, specialisti e infermieri a disposizione. E il risultato è che lì nei Pronto soccorso gli accessi sono calati fino al 60%. Non si può più attendere, la Regione non può più finanziare solo nuovi grossi ospedali ma deve cambiare rotta e garantire i servizi sanitari e sociosanitari più adeguati così da evitare l’utilizzo di massa del Pronto soccorso che crea disagi in primis anche ai cittadini che attendono ore».

“Scambiato per un clochard” in pronto soccorso: perché nessun aiuto in 23 ore? Le Iene il 02 dicembre 2019. Giuseppe Ramognino è morto senza che nessuno lo aiutasse dopo 23 ore di attesa nella sala del pronto soccorso di Moncalieri, vicino a Torino. Qualcuno non ha fatto il suo dovere? Roberta Rei ricostruisce questa tragedia. Com’è morto Giuseppe Ramognino dopo 23 ore di attesa nel pronto soccorso di Moncalieri, una cittadina vicino a Torino? “Lui era un contadino. Un uomo semplice, forse un po’ schivo. La morte del fratello però lo ha turbato iniziando il declino”, raccontano Laura e Massino, i nipoti di Beppe. Si chiude in se stesso fino a isolarsi. “Non ci ha più fatto entrare in casa tenendo tutti alla larga”, sostengono i parenti che vengono a sapere della sua morte dai giornali. Tutto ha inizio la mattina del 1 maggio 2019. Sono le 10.02, quando viene trovato per terra in un centro commerciale dove c’era la tabaccheria in cui passava ogni giorno. Viene trasportato d’urgenza al pronto soccorso di Moncalieri. Quando arriva in ospedale è solo e probabilmente confuso. Alle 10.43 viene visitato e nel referto i medici scrivono: “Vigile, mutacico, poco collaborante”. Dopo quella visita passano 3 ore di attesa per altri accertamenti. Alle 13.33 l’infermiera che ha seguito la sua accettazione indica a Beppe la via d’uscita. Lo si vede dai filmati registrati dalle telecamere nella sala d’attesa del pronto soccorso. Pochi minuti dopo, alle 13.38 viene emesso il referto d’uscita con la motivazione di “disadattamento sociale”. Alle 13.41 però Beppe ricompare in pronto soccorso, entra e si siede in un angolo. “Probabilmente aspettava il suo turno perché non avendo firmato alcun documento, lui non sapeva di essere dimesso”, presume la nipote. Inizia una lunga attesa interrotta ogni 20 minuti per andare in bagno. Si vede che non sta bene tanto che alle 18 vomita in sala d’attesa. Nessuno gli chiede se ha bisogno d’aiuto. Passano le ore e il pronto soccorso si riempie di senzatetto che dormono per la notte, Beppe resta confuso tra loro. Sta male, si alza e va verso un’infermiera e si parlano: “Mi ha chiesto dove fosse l’uscita e non era visibile che stesse male”, sostiene la donna. Il tempo passa, arrivano le 4 di mattina, quando va di nuovo in bagno. Ci passerà 2 ore, fino a che un senzatetto si accorge di lui. Alle 6 di mattina un clochard si avvicina allo sportello dell’accettazione e indica il bagno. “Che cosa mi abbia detto non me lo ricordo”, sostiene oggi l’infermiera che 10 ore prima aveva parlato anche con Beppe. Le parole che avrebbe pronunciato il primo clochard sono scritte nei verbali: “Ha detto che c’era un signore in bagno che non apriva e non rispondeva”, sostiene un testimone. Passerà un’altra ora e solo dopo la segnalazione di un altro senzatetto, interviene l’infermiera. Solo ora si vede nelle telecamere che tre operatori sanitari entrano in bagno, prendono Beppe e lo adagiano su una sedia a rotelle che lasciano in un angolo della sala d’attesa. Sfinito dalla malattia e dalla stanchezza inizia a scivolare su quella sedia. Pian piano si accascia fino all’ultimo movimento alle 8.19. “È devastante vedere quando lui abbassa la testa che è morto”, racconta il nipote. “È disumano”. Solo alle 9 Beppe diventa un’emergenza. Una signora segnala la sua presenza e finalmente intervengono i medici. Per Beppe non c’è più nulla da fare. Dopo 23 ore di attesa lo trascinano sulla sedia a rotelle dentro il pronto soccorso. Su questa morte la magistratura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Secondo la Procura però nessuno può essere ritenuto responsabile. “La circostanza che il personale sanitario sia stato avvisato della presenza di una persona in difficoltà è puramente ipotetica e frutto di una illazione ricavata dalle immagini che non consentono di accertare cosa è stato effettivamente detto al personale sanitario”, scrive il pm. Perché le immagini della videosorveglianza sono senza audio. “Il fatto grave è che se lo sono dimenticato. Lo avessero preso e messo su una barella, noi non saremmo qui”, dice l’avvocato della famiglia di Beppe. “Nel momento in cui lo parcheggiano è un’omissione di soccorso”. Pochi giorni dopo la sua morte, qualcuno è entrato nella sua cascina rubando qualsiasi cosa. 

 “SE VUOI PERDERE LA DIGNITÀ UMANA RECATI AL PRONTO SOCCORSO DI REGGIO CALABRIA”. Strill il 13 settembre 2019. Riceviamo e pubblichiamo – Ho scelto di iniziare così questo mio scritto, perché è di questo che si parla. Di dignità. Pertanto non farò nomi e cognomi. Quelli saranno citati nelle sedi adeguate. Non farò neanche il mio. Non voglio ne onori né oneri. Voglio solo che si sappia questa storia. Per dare un segnale. Un segnale che possa portare a un cambiamento. Mio Padre era una Persona ammalata di leucemia. Egregiamente e amabilmente seguito presso il reparto di ematologia degli ospedali riuniti di Reggio Calabria e dagli splendidi volontari dell’Ail. Ma un pomeriggio, così, improvvisamente, si sente male a casa. Non vi era alcun segno di malessere in Lui. La malattia era sotto controllo. Si sospettava una possibile recidiva, ma i valori andavano bene.  Al mattino era serenamente uscito a far spesa. Ma si sa, in queste situazioni, tutto può accadere…Infatti ripeto, si sente male. E decido di chiamare il 118. Già al telefono mi dicono che l’ambulanza che arriverà è senza medico: “Accetta”? dico di sì. Tanto mi rendo conto che la situazione è abbastanza grave e che deve essere solo trasportato in ospedale dove, dicono, in corsia al Pronto Soccorso sono già stati avvertiti che arriverà un malato del reparto di ematologia e che dovrà essere preso in carico immediatamente. Gli infermieri dell’ambulanza si rendono conto, al loro arrivo, della gravità della situazione e, pensando ad un edema polmonare, corrono verso il Pronto Soccorso dove, dicono, nella sfortuna siamo fortunati, perché in turno vi è un ottimo pneumologo. E così arriviamo alle 19:30 dall’ottimo pneumologo che dice che c’è quest’edema polmonare e sostiene che prima di tutto va tamponata quest’emergenza. E così fanno. Almeno sembra. Tale medico mi dice che la situazione è abbastanza grave, mentre, rendendosi conto della mia presenza dentro il Pronto Soccorso, dove mi avevano permesso di entrare per qualche minuto per aggiornarmi, urla a qualcuno di mettere addosso a mio Padre almeno un lenzuolo per coprirlo, visto che lo avevano lasciato totalmente nudo con un enorme casco in testa, alla mercé di qualsiasi sguardo indiscreto. Dignità… Comunque… andiamo avanti.

Alle 20:30 c’è il cambio del Medico del P.S. Dicono che ne arriva uno pessimo. Vabbè penso… è pur sempre un Medico. E poi comunque sopra già sanno in ematologia… pensavo…Ma intorno alle 21.30 vengo chiamato da una dottoressa, la quale si presenta come medico del reparto di Terapia Intensiva – Rianimazione. Vuole sapere tutta la situazione clinica di mio Padre ed io gliela racconto. Mi dice che per lei non esiste alcun edema polmonare, ma c’è una pesante crisi respiratoria. E che attendeva l’esito delle lastre ai polmoni che avevano fatto. Dopo di che avrebbero deciso come intervenire. Ma in ogni caso mi sottolinea che i malati oncologici di solito non li portano in rianimazione. “E perché?” chiedo. Perché comunque ci sono neoplasie e quindi di solito non hanno una buona risposta… mi fa capire insomma che quasi quasi non ne vale la pena… Io comunque penso che mio Padre sia una Persona innanzi tutto, prima di essere un malato oncologico. Ma purtroppo questo non è un pensiero comune. Dignità…

Quindi già a questo punto sono passate più di due ore dentro al P.S. dove, neanche a dirlo, arrivano emergenze in continuazione: le urla si sprecano. La rabbia scorre a fiumi e tutti si trovano in preda ad ansie e frustrazioni varie. Il personale è poco, certo, ed è oberato. Ma nessuno brilla per cortesia e per professionalità. Quindi attendo pazientemente il responso delle lastre e le decisioni dei medici. E si fanno le 23:00 circa…E vengo chiamato dal medico del P.S. il quale mi dice che mio Padre deve essere ricoverato presso il Reparto di Ematologia. La notizia mi rende contento. Penso: “meno male, lì lo conoscono bene, sono stati avvertiti, e lo prenderanno in cura come sempre hanno fatto”. Ma mi aggiunge: “devi firmare però che accetti il ricovero in barella in corridoio”. Io firmo. Fidandomi. E, come dicevo, penso: “è ematologia”. E chiedo al medico: “ma com’è la situazione”? e lui, con aria seccata, sprezzante, e mezza ironica mi fa: “gioia mia! C’aimu a fari…Mandamulusupra”. Per la serie… c’è poco da fare ormai… non rompere…Dignità…

Mio Padre mi ha sempre insegnato l’educazione e la temperanza. Un uomo mite e risoluto. Ma educato e rispettoso. Ho obbedito ai suoi insegnamenti. Salgo con lui in ematologia dove viene ricevuto dagli infermieri. Rimango fuori come da prassi. Ed attendo notizie. Quando improvvisamente le porte si spalancano e, correndo con la barella con mio Padre sopra, escono i medici e gli infermieri imprecando. Dicendo che sono matti a mandarlo su in corridoio in quelle condizioni. Che è molto grave e che deve andare in rianimazione. Corsa sfrenata… corridoio… ascensore… rianimazione… ennesima porta chiusa…Dignità…

Esce la dottoressa di ematologia e mi dice: “ma perché hai firmato?, io sapevo che era giù, ero stata avvertita, ma non mi avevano detto che era in queste condizioni, altrimenti avrei agito direttamente subito. Non mi hanno detto niente”.

Ma io che ne potevo sapere… io sapevo che loro sapevano… e quindi, quando mi hanno proposto di firmare l’ho fatto senza esitare…Mi sono sentito circuito ed ingannato. Inizio a perdere la pazienza…Ennesima porta chiusa quindi…. E noi dietro… ad attendere notizie. Noi. Ancora non li ho menzionati. Ma con me in tutta la vicenda ci sono dall’inizio la mia mamma, mia moglie, mia sorella, mio cognato, mia zia, mia cugina… e poi sopraggiungono amici… comunque sono ormai le 23:45 circa quando mio Padre arriva in rianimazione. Finalmente veniamo chiamati a colloquio con la dottoressa. Ma sono circa l’una del mattino. Ci dice che la situazione è grave. Come mi aveva detto prima (perché è la stessa dottoressa di prima che mi aveva detto che non Lo avrebbero preso), non c’è alcun edema, ma un addensamento polmonare importante dovuto ad una polmonite acuta che gli ha totalmente compromesso il polmone destro. Loro cureranno la polmonite con gli antibiotici specifici. E poi vedremo che succede. Dice. Ci dà gli orari del reparto e come funziona. Ci dice che spera di non doverlo intubare. Perché è un malato oncologico. Ma dice che anche a loro è dovuta una speranza………………Se succede qualcosa vi avvertiamo noi. Sennò a domattina alle 8. Andiamo a casa. Alle 2:20 del mattino suona il mio cellulare. È lei: “avvicinatevi. Ha avuto un arresto cardiaco ed è grave”. Andiamo. Arriviamo. Entriamo. È morto. Disperazione. Rabbia. Tristezza. Domande. Tante domande. È andato tutto come doveva andare? O poteva andare diversamente? È normale che una persona che deve essere ricoverato in rianimazione d’urgenza ci arrivi dopo oltre tre ore che arriva al P.S.?

È normale che venga curato per un edema che non c’è?

È normale che se una Persona è un malato oncologico non possa godere di speranza?

È normale che un malato non è una Persona?

È normale che il luminare sbagli?

È normale che si sappia chi è bravo e chi no e che ti puoi affidare solo al Padre Eterno?

È normale che non ci sia nessuno a vigilare su ciò che accade lì dentro?

Scrivo tutto ciò perché vivo in questa terra. Ci sono tornato dopo 12 anni in cui sono stato fuori. Ho scelto di restare. Di scommettere che tutto possa cambiare. Ma mi rendo conto che è molto difficile. La nostra cultura non permette la serietà ed il rispetto delle regole. Tutto alla buona… tanto… siamo qui dove nessuno parla e tutti ci lamentiamo. Ma sinceramente ora basta. Io cerco sempre di essere retto e corretto in ciò che faccio. Con la temperanza e la buona educazione che mio Padre ha insegnato a me ed ai miei figli. Ma mi rendo ancora conto che solo l’arroganza e le minacce hanno ascolto. Se quella sera al P.S. avessi sbroccato? Se avessi iniziato ad urlare e minacciare avrebbero agito diversamente? Probabilmente sì. Ma non è nello stile della mia famiglia. E purtroppo l’educazione non paga. Scrivo amareggiato a voi organi di stampa. Per poter divulgare questa storia. Per rendere noto a tutti cosa è successo. Perché quando prenderò la cartella clinica di mio Padre, che ho richiesto, e che ci vorrà “solo” un mese e mezzo per averla, vorrei che le cose fossero coincidenti con quello che è accaduto realmente. E vorrei qualche risposta alle mie domande. E vorrei davvero che le cose cambiassero. Per tutti. Per tutti noi che stiamo quaggiù. Nella terra dimenticata dallo Stato…Lettera firmata

Muore in attesa visita, è stato infarto. Nel varesotto,al Pronto soccorso classificato da codice verde. Ansa 15 novembre 2016. E' morto per infarto fulminante l'uomo di 36 anni Elsayed Mohamed Ibrahim Elsayed, egiziano residente a Turate (Como), deceduto 10 giorni fa al pronto soccorso a Saronno (Varese), in attesa di essere visitato. Sono queste le prime indiscrezioni filtrate dall'esame autoptico ordinato dalla Procura di Busto Arsizio (Varese), dove è stato aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti. La relazione completa sarà consegnata alla magistratura entro i prossimi sessanta giorni. Secondo al vedova, che partorirà il secondo figlio dell'uomo il prossimo gennaio "lo hanno lasciato morire, continuava a dire che aveva dolore al petto, sudava e non respirava, ma nessuno lo ha visitato". A quanto si apprende, dopo avergli misurato temperatura e pressione in accesso in pronto soccorso, all'uomo era stato assegnato il "codice verde". Ora sarà la Procura di Busto a decidere se vi siano o meno profili di colpa in capo a membri dello staff ospedaliero.

Castelfranco Veneto: muore a 32 anni nell'atrio del pronto soccorso. Francesco Pugliese era andato in ospedale dopo una caduta in bicicletta. E' stato trovato morto all'alba sui divanetti dell'ingresso. Treviso Today il 4 ottobre 2015. Il personale sanitario s’è accorto del suo decesso soltanto all’alba di sabato, poco dopo le 7, quando qualcuno, pensando che dormisse sui divanetti dell'atrio davanti agli sportelli del Cup dell'ospedale di Castelfranco Veneto, ha provato a svegliarlo. Ma Francesco Pugliese, 32 anni di Montebelluna, disoccupato, non ha risposto ai richiami perché era morto già da alcune ore. Secondo quanto riportato dai quotidiani locali l'uomo si sarebbe recato in pronto soccorso nel tardo pomeriggio di venerdì dopo una brutta caduta in sella alla sua bicicletta. Francesco Pugliese era un disoccupato, alle prese con problemi di tossicodipendenza. Giovedì scorso aveva deciso di lasciare la comunità di Conegliano, dove si trovava per curare la sua dipendenza, per tornarsene a casa. Era anche passato al Sert e aveva parlato con i responsabili della struttura avvisando della sua decisione di tornarsene a casa. Cosa sia successo poi nella notte tra venerdì e sabato, al momento, non è ancora stato chiarito. Pugliese era entrato in ospedale nella notte di sabato, poco dopo l’una, per curarsi le ferite a una mano e a un ginocchio procuratesi in seguito a una caduta dalla bicicletta. Ma in quel momento il personale era impegnato con un’urgenza e avevano chiesto al giovane montebellunese di aspettare in sala d’attesa. Affrontata l’emergenza, i sanitari erano andati a chiamare il paziente per curarlo ma Pugliese non c’era più. Se n’era andato. Almeno così hanno accertato i sanitari. Alle 7 di ieri mattina, il personale dell’ospedale s’è accorto della presenza nella sala d’attesa del giovane montebellunese ma per Francesco Pugliese non c’era più nulla da fare. Era morto secondo i medici, da circa mezz’ora. A stroncarlo sarebbe stato un infarto. Sul posto è stato comunque necessario l’intervento dei carabinieri della compagnia di Castelfranco guidati dal capitano Alessandro Albiero e dal luogotenente Antonio Currò. Sarà, comunque, l’autopsia a stabilire l’esatta causa della morte di Pugliese, da tempo alle prese con la tossicodipendenza. L’uomo, disoccupato, percepiva una piccola pensione d’invalidità. Ora i familiari vogliono conoscere la verità sul decesso di Francesco, che a loro dire era andato all’ospedale di Castelfranco per curare le ferite riportate in una caduta in bicicletta  Dopo essere stata avvisata dai carabinieri, il pubblico ministero Laura Reale ha disposto l’autopsia vista anche la giovane età di Pugliese. Solo l’accertamento autoptico permetterà di capire l’esatta causa della tragedia. Del caso è stata informata anche la procura della Repubblica di Treviso. L’accertamento autoptico si farà lunedì. Francesco Pugliese lascia la mamma Marianna, il padre Giuseppe ed il fratello Eugenio. I funerali non saranno celebrati prima di martedì.

Ascoli, muore dopo ore di attesa al pronto soccorso. Un uomo di 73 anni è deceduto per complicazioni derivate da problemi cardiaci. Il Resto del Carlino il 27 maggio 2018. E' morto dopo due ore di attesa in pronto soccorso. Un uomo di 73 anni, Domenico Marinelli, è deceduto appena trasportato ad Ancona in seguito alle complicazioni derivate da alcuni problemi cardiaci. Ma non è chiaro se qualcosa in più sui tempi di attesa in ospedale poteva essere fatto. Da quanto si è appreso, il 73enne è stato preso in carico dal triage alle 13.03 di giovedì. Rimasto in sala d’attesa, avrebbe – a detta di alcune persone presenti in quel momento nella sala – lamentato più volte dolori chiedendo di essere visitato al più presto. Dopo poco più di due ore, l’uomo è stato visitato e sottoposto a tutti gli accertamenti; in particolare gli è stata riscontrata una grave patologia cardiaca e, quindi, è stato disposto il trasferimento d’urgenza all’ospedale di Torrette. E’ stato dunque richiesto l’intervento dell’elicottero e Marinelli è stato caricato su una barella e fatto salire nel mezzo. Ma purtroppo le sue condizioni sono ulteriormente peggiorate durante il tragitto e l’uomo, appena giunto ad Ancona, è deceduto. Giovedì, intorno all’ora di pranzo, sembra che il pronto soccorso di Ascoli fosse piuttosto intasato e questa circostanza avrebbe potuto comportare dei ritardi nelle visite; come pure non si esclude che, visto che Marinelli è rimasto sempre vigile, non sia stato semplice intuire fin da subito che la situazione potesse essere in realtà estremamente grave. L’uomo abitava ad Appignano, da solo, ma ha una figlia che vive fuori dal paese. I funerali si svolgeranno domani nella chiesa della camera mortuaria di Torrette, ad Ancona, alle ore 10. La salma sarà cremata e le ceneri saranno tumulate.

Moncalieri, muore seduto in sala d’attesa al pronto soccorso: ma nessuno se ne accorge. Un uomo è morto seduto nella sala d’aspetto del pronto soccorso dell’ospedale di Moncalieri. Nessuno si è accorto di lui per ore, fino a quando un familiare di un paziente ha notato l’uomo, ha provato a scuoterlo e ha visto che non reagiva. Rimane ignota l’identità della vittima, un clochard che era stato portato in ospedale già la sera prima. Stefano Rizzuti su Fanpage il 4 maggio 2019. Era seduto su una sedia in sala d’aspetto, al pronto soccorso. Probabilmente era lì da molte ore. Quando un familiare di un paziente dell’ospedale di Moncalieri lo ha notato. Ha provato a scuoterlo un poco, ha visto che non reagiva. A quel punto ha chiamato i medici che non hanno potuto far altro che constatare il decesso di quell’uomo che chissà da quante ore si trovava seduto al pronto soccorso, senza aver detto nulla a nessuno e senza aver segnalato la sua presenza. La vicenda viene raccontata oggi da Repubblica e Stampa, che spiegano anche come l’uomo non sia stato identificato. Una volta intervenuti, i carabinieri hanno scoperto che l’uomo non aveva alcun documento, ma solo un foglio di dimissioni dell’ospedale – risalente al giorno prima – in tasca. Secondo quanto ricostruito l’uomo si chiamava Beppe ed era un clochard, ma di lui non si sa altro. Secondo il direttore sanitario l’uomo non aveva alcuna patologia. Dopo la morte è stata comunque ricostruita la sua storia, con le sue ultime ore di vita. Beppe è arrivato martedì in pronto soccorso con l’ambulanza: alcuni clienti di un supermercato l’avevano visto seduto tra i cartoni, spaesato e debole. Per questo hanno chiamato i soccorsi. Arrivato in ospedale, l’uomo è stato registrato come ‘Ignoto1’, lo stesso nome poi dato al fascicolo d’inchiesta in procura. Ai sanitari l’uomo aveva detto di non ricordare il suo nome e di non avere nessuno da chiamare. I medici, allora, gli avevano offerto la colazione e lui aveva firmato i fogli per lasciare l’ospedale senza altri controlli. Dopo le dimissioni, l’uomo è tornato in ospedale, forse la sera dopo, quella del primo maggio, mentre fuori pioveva. Probabilmente per cercare riparo. E si è seduto sulla sedia in sala d’aspetto. Poi è morto nella notte tra il primo e il 2 maggio. Si è accorto di lui un parente di un paziente, verso le 9 di mattina. Dall’ospedale spiegano a Repubblica che casi di questo genere non sono poi così rari: “In molti non si sentono sicuri nei dormitori e preferiscono cercare riparo nelle corsie degli ospedali. Accade qui come in altri nosocomi della zona”.

Morto in ospedale dopo 23 ore in sala d’attesa: il dramma in fotosequenza. Pubblicato mercoledì, 02 ottobre 2019 su Corriere.it da Massimo Massenzio. Il legale dei familiari della vittima: «Io non so se il signor Ramondino si sarebbe potuto salvare, ma di certo non ha ricevuto l’assistenza adeguata». Le ultime 23 ore di vita di Giuseppe Ramondino sono racchiuse nei filmati delle telecamere di videosorveglianza dell’ospedale Santa Croce di Moncalieri. Il pensionato di La Loggia, che viveva come un eremita nella vecchia cascina di famiglia, è stato stroncato da un infarto intestinale, che, secondo la Procura non poteva essere previsto. L’uomo è morto all’alba del 2 maggio nella sala d’attesa del pronto soccorso, ma secondo il pm Ciro Santoriello «la circostanza che il personale sia stato avvisato della presenza di una persona in difficoltà è puramente ipotetica e frutto di un’illazione ricavata dalle immagini». L’avvocato Gabriele Roveta, che assiste i familiari della vittima, la pensa diversamente e per questo presenterà opposizione alla richiesta di archiviazione presentata dal pubblico ministero. A supporto della sua istanza ci sarebbero i fotogrammi selezionati dai carabinieri di Moncalieri che documentano l’arrivo in ospedale a bordo dell’ambulanza alle 10 del 1 Maggio, l’uscita dal Dea alle 13,36 e il successivo rientro alle 13,41. «Il signor Ramondino, quindi, non si è mai allontanato dal pronto soccorso – argomenta l’avvocato Roveda – Si è limitato a uscire per pochi minuti ed è rimasto sempre in sala d’attesa». A dimostrarlo ci sono le immagini che mostrano anche il momento in cui il pensionato loggese entra in bagno e alcuni clochard che, secondo il difensore, avrebbero cercato di attirare l’attenzione del personale infermieristico. «Fra questi anche un senza tetto di nome Sergio, che però non è mai stato identificato - ribadisce il legale – Questa è una lacuna gravissima e chiederemo ulteriori indagini. Io non so se il signor Ramondino si sarebbe potuto salvare, ma di certo non ha ricevuto l’assistenza adeguata. Neppure quando finalmente un operatore si è deciso a controllare e lo ha trovato privo di sensi in bagno ha ricevuto assistenza. Ma è stato sistemato su una sedia a rotelle ancora in sala d’attesa». Erano le 7 del mattino successivo al suo ingresso in ospedale e Ramondino era ancora vivo, come dimostrano alcuni sussulti riprese dalle telecamere. Solo due ore più tardi, dopo la segnalazione di una paziente, il pensionato viene portato all’interno del triage, dove alle 9,43 viene constatato il suo decesso: «È stato scambiato per uno dei tanti clochard che dormono in ospedale – conclude l’avvocato Roveta – E per questo è stato trattato come l’ultimo dei reietti».

Morì dopo 23 ore di attesa in pronto soccorso, il dramma ripreso dalle telecamere. Gli ultimi minuti di vita di Giuseppe Ramognino. Le telecamere hanno ripreso l'ultimo giorno di vita di Giuseppe Ramognino, 78 anni, morto nell'indifferenza generale. Per i magistrati non ci sono colpevoli, la famiglia si oppone. Sarah Martinenghi il 02 ottobre 2019 su La Repubblica. Sono immagini desolanti, che raccontano le ultime ore di vita di un uomo, e pur senza audio sembrano parlare da sole: una narrazione che è pura sofferenza e abbandono, proprio in un luogo dove in ogni istante si cerca solo di curare le persone e tentare di strapparle alla morte. Per Giuseppe Ramognino, 78 anni di Carmagnola, carattere schivo così tanto da essere definito “misantropo”, non è stato così. Dopo essere stato trovato svenuto nel bagno del pronto soccorso dell’ospedale Santa Croce di Moncalieri, la mattina del 2 maggio scorso, è stato messo una sedia a rotelle: dopo due ore si è accasciato ed il suo cuore ha smesso di battere. Ucciso da un infarto intestinale che difficilmente avrebbe potuto essere previsto, come ha sottolineato il pm Ciro Santoriello. Ma colpisce che, dopo un’attesa di un giorno e una notte, nessuno sia intervenuto quanto meno per provare a salvarlo. Scambiandolo per uno dei tanti clochard che erano lì per riposarsi al riparo, nessuno ha percepito la sua richiesta di aiuto. Ramognino è arrivato in ambulanza al pronto soccorso alle 10.03 del 1° maggio. Ha atteso per ore, come si vede dalle immagini delle telecamere. A notte fonda era ancora lì, è andato in bagno. Erano le 4.45. Solo alle 7 è stato soccorso, dopo che un senzatetto si è accorto di lui e ha informato il personale all’accettazione. Un testimone importante che gli inquirenti hanno provato invano a cercare. Si conosce solo il suo nome, Sergio, e secondo un altro clochard potrebbe aver trovato casa a Rivoli con il sostegno dell’associazione Sant’Egidio. Solamente alle sette Ramognino veniva soccorso e sistemato su una sedia a rotelle, sempre in sala d'attesa. Due ore più tard esalava l’ultimo respiro. “Non si ravvisano responsabilità perché la circostanza che il personale sia stato avvisato della presenza di una persona in difficoltà è puramente ipotetica e frutto di un’illazione ricavata dalle immagini”: per questo la procura, nei giorni scorsi, ha chiesto l’archiviazione del caso. Ma i familiari della vittima, dopo aver visto le immagini della telecamera di sorveglianza, faranno opposizione e chiederanno al giudice nuove indagini. Assistiti dall’avvocato Gabriele Roveta, sottolineano come Ramognino non si sia mai allontanato dall’ospedale dopo che era arrivato il 1° maggio in ambulanza. Il personale medico pensava se ne fosse andato, interrompendo gli esami che gli stavano facendo o gli avrebbero fatto, come un elettrocardiogramma di cui non si è trovato traccia. In realtà, dalle telecamere, si evince che Ramognino è sempre rimasto lì: è solo uscito per cinque minuti “probabilmente per fumare una sigaretta”. Poi è rimasto in sala d’attesa, fino a quando questa si è riempita, a tarda sera, di senza-tetto giunti a trovare un riparo. Lui invece, senza farsi sentire, senza nemmeno chiedere aiuto, cercava a suo modo di essere curato.   

Pistoia, americana muore dopo 7 ore di attesa al Pronto Soccorso. La donna, un'artista di 74 anni, cardiopatica, si era presentata all'ospedale San Jacopo alle 22 di venerdì ma è stata visitata alle 5 di sabato, ormai in coma. La Repubblica il 28 luglio 2019. Muore a 74 anni dopo un'attesa lunga sette ore al pronto soccorso. Il fatto, secondo quanto riportato dal quotidiano La Nazione, è accaduto all'ospedale San Jacopo di Pistoia dove l'artista americana Joann Zinkand, che pare soffrisse di problemi cardiaci, si è presentata intorno alle 22 di venerdì 26 luglio accusando un forte mal di stomaco e un malessere diffuso.  Dopo sette ore di attesa, è andata in coma e vano è stato ogni tentativo di rianimarla e salvarla.  Sul corpo è stata disposta l’autopsia. Vedova, la Zinkand aveva raggiunto telefonicamente un'amica spiegandole i sintomi;  secondo la ricostruzione della donna, che l'ha raggiunta al San Jacopo intorno a mezzanotte, la situazione che si è prospettata ai suoi occhi era evidentemente critica: Joann, ha raccontato a La Nazione, non parlava più, era riversa sulla barella in modo scomposto tra lenzuola madide di sudore, una flebo al braccio, finita. Secondo la testimonianza della donna, non sarebbe stata visitata prima delle 5 di sabato, quando le sarebbe stato diagnosticato una pancreatite e un ictus. Poi, la morte. Lunedì 29 Forza Italia presenterà un'interrogazione in consiglio regionale perché sia avviata un'inchiesta sull'accaduto. Pensavano dormisse. Invece era morto da ore. Un senzatetto è deceduto nella sala d'attesa del pronto soccorso dell'ospedale Santa Croce di Moncalieri la notte di giovedì 2 maggio 2019, dove era arrivato da circa un giorno a bordo di un'ambulanza come si racconta nelle pagine torinesi del quotidiano La Stampa. Dell'uomo, per ora, non si conoscono identità o domicilio: è probabile che si tratti di un clochard. Con sé non aveva documenti. La procura ha aperto un'inchiesta e ha disposto una serie di accertamenti medico-legali. Secondo quanto viene riferito, l'uomo era stato notato da alcuni passanti mentre sedeva tra i cartoni fuori da un supermarket a La Loggia (Torino). Nonostante i suoi dinieghi è stata chiamata un'ambulanza che lo ha portato al Santa Croce. I medici dell'ospedale, dopo visite dalle quali non sono emerse patologie, gli hanno offerto la colazione e lo hanno invitato a trattenersi, ma l'uomo si è allontanato, per poi tornare in sala d'attesa qualche ora dopo. Il mattino seguente è stato trovato seduto su una sedia, con la testa appoggiata al muro, ormai privo di vita.

Cosenza, donna 57enne muore dopo 11 ore di attesa al pronto soccorso: Il fatto è stato denunciato dai familiari. Calabria News 21 Luglio 2019. Dovranno essere le indagini delle forze dell’Ordine, che hanno raccolto la denuncia dei familiari, a stabilire se la morte di Ivana Curcio di 57 anni avvenuta, sabato sera intorno alle 20, al pronto soccorso dell’ospedale di Cosenza è un caso di malasanità o meno. Secondo quanto denunciato la donna sarebbe morta dopo 11 ore passate in attesa delle cure. Subito dopo il decesso della donna alcuni familiari avrebbero inscenato forti proteste che sono state ricondotte alla tranquillità da carabinieri e polizia prontamente intervenuti.

«Muore dopo 9 ore di agonia», la famiglia denuncia: sette medici indagati. Quotidianodipuglia.it Mercoledì 31 Luglio 2019. Un'inchiesta, l'autopsia e sette medici indagati per chiarire se e cosa si sarebbe potuto fare per salvare la vita della donna di 72 anni morta il 21 luglio nell'ospedale Vito Fazzi di Lecce. «Dopo un'attesa di nove ore in Pronto soccorso», sostengono i parenti di Flora Falconieri, nella denuncia che ha dato il via all'apertura di un fascicolo in Procura che ipotizza l'accusa di omicidio colposo in concorso. Ma il primario del reparto, Silvano Fracella, chiarisce: «Il Pronto soccorso non è un'astanteria e quelle ore che i parenti chiamano "d'attesa" sono state invece impiegate per garantire alla signora, arrivata già in stato di choc, tre visite specialistiche, nello specifico dello pneumologo, del nefrologo e del cardiologo. Effettuate, inoltre, tre analisi emogas, le analisi del sangue, l'ecocardiogramma, la radiografia del torace, l'ecografia all'addome ed è stata somministrata la terapia  per la pressione troppo bassa e per il potassio troppo alto. Poi è stato disposto il ricovero. Se tutti questi esami fossero stati effettuati in reparto, forse la signora avrebbe impiegato otto giorni e non otto ore». Se ne sta occupando il pubblico ministero Donatina Buffelli. Ieri mattina il primo passo verso l'accertamento della verità, con il conferimento dell'incarico di svolgere l'autopsia al medico legale Roberto Vaglio, allo specialista in anestesia e rianimazione Silvio Colonna ed al cardiologo Giacinto Pettinati. I medici hanno nominato come consulenti di parte di dottori Alberto Tortorella, Marco Ciccone ed Antonio De Giorgi. L'autopsia ha lo scopo di individuare l'ora del decesso, nonché le modalità e le cause. Il pubblico ministero Buffelli ha chiesto anche di stabilire se siano state rispettate o meno le linee guida e le buone pratiche clinico assistenziali durante la degenza di Flora Falconieri al Fazzi. Va da se' che compito dell'inchiesta sia anche quello di chiarire se è vero che questa donna sia rimasta per nove ore in Pronto soccorso, come se il suo caso non sia stato ritenuto prioritario. Le cartelle cliniche verranno in aiuto agli inquirenti perché da lì si potrà capire il codice assegnato alla paziente una volta entrata in reparto e secondo quale diagnosi. Inoltre compito dell'inchiesta è pure stabilire se e quali valutazioni siano state effettuate dai medici indagati nel corso della degenza in Pronto soccorso, prima che venisse trasferita in Cardiologia e morisse - questo lamentano, tra l'altro, i parenti - dopo circa mezz'ora. Non c'è nulla di certo al momento. Le indagini prendono spunto dalla denuncia dei parenti e seguiranno le indicazioni che arriveranno dall'accertamento autoptico. Intanto i medici indagati hanno nominato come difensori gli avvocati Massimo Bellini, Luigi Covella, Maria Benevola Petrachi, Francesca Serafini, Alessio Epifani, Alessandra Bello, Carlo Congedo e Corrado Passabì.

Pisticci, ha il cancro e aspetta 7 mesi per un'eco. Il giorno prima la chiamano: «Torni nel 2020». Giuseppina Vella racconta mettendoci la faccia la sua "disavventura": il medico dell'ospedale di Policoro manca e la sua ecografia al seno slitta di oltre un anno: «È una vergogna». Graziana Capurso il 4 Luglio 2019 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Prenotare un'ecografia al seno? In Basilicata è quasi impossibile. È la "disavventura" di una donna lucana di 49 anni, Giuseppina Vella, che ci ha scritto per dare voce a questo disservizio generato dal polo ospedaliero di Policoro, in provincia di Matera.  Giuseppina è una malata oncologica, ha un carcinoma al seno, e per fare l'ecografia di controllo ha dovuto aspettare 7 mesi. Il giorno prima della visita di routine l'hanno chiamata dall'ospedale e le hanno detto che l'esame prenotato al Presidio di Policoro non poteva più essere eseguito perché il medico mancava. Come è finita? Ha dovuto rifare tutta la trafila tramite il Cup, per poi sentirsi dire che la prima data disponibile era fissata per aprile 2020, questa volta però nell'ospedale di Potenza. «È una cosa inaudita - ci racconta - tra la prima e la seconda prenotazione ci vogliono in totale 17 mesi per fare un controllo, non è possibile che un malato di cancro debba aspettare tutto questo tempo. Nell'attesa potrebbe addirittura rimetterci le penne». Giuseppina ci mette la faccia e non lo fa solo per sé stessa ma anche per tutelare altri pazienti. «Ringrazio la Gazzetta che ha deciso di dar voce alla mia storia - conclude - con questo appello voglio allertare le autorità sanitarie lucane così che possano mobilitarsi per risolvere un problema creato dalla pura e semplice burocrazia».

Ospedali pubblici, code per tutti ma non se paghi: la mappa Regione per Regione. Pubblicato mercoledì, 03 luglio 2019 da Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Corriere.it. Il sistema sanitario nazionale deve garantire una prestazione in 72 ore se urgente, entro 10 giorni se c’è il codice «breve», entro 30 giorni per una visita e 60 per un esame se è differibile, e ancora entro 180 se è programmata (dal 2020 entro 120). È il medico che al momento della prescrizione indica il codice di priorità sulla ricetta. Se l’attesa è più lunga, e troppo spesso lo è, c’è un decreto legislativo — il 124 dell’aprile 1998 — che prevede: «Qualora l’attesa della prestazione richiesta si prolunghi oltre il termine (…), l’assistito può chiedere che la prestazione venga resa nell’ambito dell’attività libero-professionale intramuraria, ponendo a carico del sistema sanitario la differenza tra la somma versata a titolo di partecipazione al costo della prestazione e l’effettivo costo di quest’ultima, sulla scorta delle tariffe vigenti». In sintesi vuol dire che è possibile utilizzare la libera professione dentro l’ospedale pubblico e pagare solo il ticket. La norma di fatto non è mai stata applicata perché sconosciuta ai pazienti. La ministra alla Salute Giulia Grillo l’ha appena rilanciata come una novità, ma sulla fattibilità non è ancora dato sapere. Ad esempio a Milano viene applicata, ma solo se non c’è un appuntamento disponibile nel raggio di 100 chilometri e non nell’ospedale dove uno vuole prenotare. Se la modalità sarà questa suona un po’ come una farsa. Intanto la libera professione, prevista per dare la possibilità al paziente di scegliere il medico di fiducia, di fatto diventa l’unica strada per tagliare la coda. Emerge chiaramente dalla ricognizione sui tempi di attesa a pagamento che il ministero della Salute ogni anno fa su due mesi campione (ottobre e aprile) e che Dataroom ha potuto leggere. Le prestazioni più richieste sono: la visita cardiologica, garantita al 60% entro i 10 giorni; la visita ginecologica al 58%, la visita ortopedica al 67%, la visita oculistica al 48%. Per le prestazioni strumentali: ai primi posti c’è l’elettrocardiogramma, per il quale il 62% degli appuntamenti è garantito entro 10 giorni; per la Tac e risonanza magnetica la percentuale sale a oltre l’80%.I 51 mila medici che scelgono di esercitare la libera professione sono gli ospedalieri che, finito il loro turno di 38 ore a settimana, vedono i malati a pagamento nella stessa struttura pubblica. Il principio è sancito dalla riforma di Rosy Bindi (la 229 del 1999), approvata con l’obiettivo di evitare che per le visite a pagamento i pazienti si rivolgessero alle cliniche private. Questo per esercitare un maggiore controllo sull’attività privata dei medici. A vent’anni di distanza il bilancio è che, per consentire la libera professione dentro l’ospedale, il Servizio sanitario mette a disposizione gli sportelli per le prenotazioni, gli ambulatori, i macchinari e la loro manutenzione. Poi l’80% della parcella va al medico che prende anche l’indennità di esclusiva di 11.200 euro in media l’anno, mentre all’azienda ospedaliera resta il 20%. Sono complessivamente 238 milioni l’anno su 1 miliardo e 120 milioni di incassi per l’attività privata dentro le sue mura, ricavi con cui forse non vengono coperte neppure le spese. Eliminare la libera professione in Italia, però, è un tabù per la classe medica anche perché con l’attività privata si può arrivare a raddoppiare lo stipendio. Del resto il servizio sanitario nazionale paga poco i medici ospedalieri rispetto al resto d’Europa. La media italiana va dai 3 mila lordi mensili per gli specializzandi ai 4 netti per un cinquantenne senza incarichi da primario. Per l’Ocse la busta paga media di un medico in ospedaliero in Francia è di 85 mila euro lordi, in Germania di 147 mila, in Olanda di 158 mila. In Italia è di 81 mila euro lordi. La conseguenza è che le liste d’attesa continuano a essere lunghe in un sistema che manca anche di trasparenza, condizione essenziale invece per risolvere il problema. Un report del Gimbe dello scorso aprile mostra che solo 8 Regioni più Bolzano hanno portali interattivi accessibili pubblicamente e senza autenticazione come prevede la legge: ma di queste Emilia Romagna, Lazio, Toscana espongono i tempi massimi di attesa per ciascuna prestazione senza dire al paziente qual è la prima disponibilità; mentre le altre 6 (Provincia autonoma di Bolzano, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta) permettono di conoscere per ciascuna prestazione la prima disponibilità nelle varie strutture, senza però offrire alcuna rendicontazione pubblica sulle performance regionali. Per le altre Regioni i dati pubblicati sono addirittura incomprensibili o assenti (Calabria).Ora la ministra Grillo dice alle Regioni: «Se non riuscite a smaltire le liste d’attesa, allungate gli orari negli ospedali pubblici e stop alla libera professione». Difficile immaginare che i medici accettino doppi turni per smaltire le liste d’attesa, senza un’integrazione di stipendio, più probabile che facciano le valige. Occorre fare il passo successivo: pagare meglio i medici, rimpiazzare chi va in pensione, cosa che non viene fatta dal 2010 da quando sono stati persi 5.700 ospedalieri, in modo da fare viaggiare ambulatori e diagnostica a tempo pieno per il Servizio sanitario nazionale. Per fare questo occorre trovare le risorse, magari incassando l’80% e non il 20 % dalla libera professione interna agli ospedali, riparametrando il ticket in base al reddito e tagliando gli sprechi. Un caso su tutti, già denunciato da Dataroom: lo Stato continua a pagare agli imprenditori della sanità privata convenzionata fino a tre volte il costo degli esami che eseguono per il Servizio sanitario nazionale perché equipara le tariffe di rimborso a quelle del pubblico. Cosa che ci può stare per i grandi ospedali accreditati, che hanno il Pronto soccorso e curano i tumori, ma non certo per gli «ambulatorifici» dove vengono fatti esami del sangue, risonanze, tac ed ecografie dalla mattina alla sera, senza offrire nessun altro servizio. Se gli imprenditori privati puri — che non sono certo dei benefattori — riescono a garantire ai cittadini una risonanza magnetica a 59 euro, con strumenti di alta gamma e a guadagnarci, perché lo Stato, tramite le Regioni, ne deve pagare 188 agli imprenditori convenzionati? Il risparmio, solo su questo si aggira sui 2 miliardi l’anno.

CHI GODE PER UNA SANITÀ CHE NON FUNZIONA? LE STRUTTURE PRIVATE! Paolo Russo per “la Stampa” il 17 giugno 2019. I tempi di attesa per visite e accertamenti restano biblici e 19,6 milioni di italiani attingono sempre più al portafoglio per imboccare la scorciatoia che porta al privato. Nelle cui casse ogni famiglia lo scorso anno in media ha versato 1.437 euro, che moltiplicato per il numero degli assistiti d' Italia fanno 37,3 miliardi di euro di spesa sanitaria privata, in crescita del 7,2% rispetto al 2014. Somme che lievitano del 50% quando i conti si fanno in tasca ai malati cronici e che triplica addirittura per i non autosufficienti. «Soldi spesi in larghissima parte proprio per non sottoporsi al calvario delle liste di attesa, visto che quasi sempre si è trattato di prestazioni ritenute necessarie dal medico», spiega Francesco Maietta che ha curato il rapporto del Censis su sanità pubblica, privata ed integrata, presentato al "Welfare day 2019" organizzato da Rbm Assicurazione salute. Affermazioni supportate dai numeri, perché chi si è rivolto direttamente al privato nel 92,5% dei casi aveva in tasca una prescrizione per la visita oncologica, percentuale che è superiore all' 88% per la chirurgia vascolare e gli accertamenti diagnostici, mentre è dell' 82,4% per le prime visite cardiologiche con Ecg. L' indagine del Censis, condotta questa volta su una vasta platea di 10mila assistiti, racconta che quasi un cittadino su tre quando si è sentito dire che le liste di attesa erano chiuse o di ripassare tra qualche mese ha deciso di bussare al privato. Del resto lunghe o bloccate le liste di attesa sembrano continuare ad essere invalicabili. In media 128 giorni per ottenere una visita endocrinologica, 65 per una oncologica, 58 per il neurologo, 57 giorni per il gastroenterologo e 56 per farsi ricevere da un oculista. E non va meglio per gli accertamenti diagnostici, dove si aspetta in media 97 giorni per una mammografia, 75 per la colonscopia, 71 per una densitometria ossea e 49 giorni per effettuare una gastroscopia. Questo quando si riesce a farla la prenotazione. Perché com' è capitato non a un assistito qualunque ma al ministro della salute Giulia Grillo, si può passare anche una mattinata intera al telefono senza che il Cup risponda. Del resto sono stati oltre 16.500 i cittadini che hanno segnalato disservizi sui tempi di prenotazione al numero verde "1500" del Dicastero. Una via di uscita in realtà ci sarebbe e la offre la legge che consente di recarsi direttamente e gratuitamente (salvo ticket) dal privato convenzionato quando non vengono rispettati i tempi massimi stabiliti dal Piano nazionale o da quelli regionali per le liste d' attesa. «Peccato che molti cittadini ignorino questa possibilità e che le Asl facciano melina ritardando le autorizzazioni», denuncia il segretario nazionale del Tribunale dei diritti del malato, Antonio Gaudioso. Di fronte a questo stato di fatto non c' è poi da meravigliarsi se molti decidono di non perdere nemmeno tempo al telefono in attesa di una risposta del Cup e vanno diretti verso il privato. Opzione scelta dal 44% degli italiani per almeno una prestazione sanitaria. Nel 38% dei casi da chi ha un reddito basso, nel 50,7% da chi può spendere privatamente senza mettere a rischio la tenuta dei bilanci familiari. Segno che alla fine le liste d' attesa diventano anche un fattore di discriminazione sociale. E neanche a dire che dietro questa corsa al privato si nasconda qualche pregiudizio sul servizio pubblico, perché la maggioranza degli assistiti "surfa" tra i due rami della nostra sanità. Il 62% di chi ha effettuato una prestazione nel privato, ha infatti usufruito di almeno una visita nel pubblico. Anche in questo caso una libertà di scelta appannaggio più dei redditi alti che di quelli bassi. Dinanzi a questo quadro non ci si deve poi stupire che aumentino gli assistiti ai quali non vengono garantiti i livelli essenziali di assistenza. I dati illustrati dall' ad di Rbm, Marco Vecchietti, dicono che se nel 2006 erano solo un milione e 300mila gli italiani fuori dal perimetro dei Lea, oggi sono lievitati a 8,7 milioni. «Bisogna raddoppiare il diritto alla salute degli italiani garantendo a tutti la possibilità di aderire alla sanità integrativa», propone Vecchietti portando acqua al suo mulino. Che altri vorrebbero si versasse nella sanità pubblica da troppi anni in cura dimagrante.

«Sì, mi fido del mio medico (con l’aiuto del dr. Google)». Pubblicato venerdì, 17 maggio 2019 da Ruggiero Corcella su Corriere.it. Per il momento siamo tutti d’accordo: quando si tratta di salute, il nostro medico di famiglia resta il vero punto di riferimento. In Italia il cosiddetto Dottor Google, ovvero il motore di ricerca al quale spesso ci affidiamo - incautamente - per informarci su malattie e cure, non sfonda ancora questa linea Maginot. Tuttavia un buon numero di pazienti lo utilizza sia prima sia dopo la visita dal medico di famiglia o dallo specialista. Lo rivela l’edizione 2019 dell’indagine annuale condotta da Osservatorio Innovazione digitale in sanità del Politecnico di Milano e Doxapharma, che sarà presentata a Milano il 21 maggio prossimo. Su un campione di mille intervistati, statisticamente rappresentativi della popolazione italiana, il 35 per cento dice di cercare informazioni prima di andare dal medico e il 32 per cento anche dopo. Tutti gli altri no. Il dato potrebbe consolare quei medici che spesso si sentono «sotto assedio» di pazienti invadenti e sicuri di saperne di più grazie appunto alla scuola del Dr. Google. «In realtà crediamo che la chiave di lettura possa essere diversa - spiegano Chiara Sgarbossa e Emanuele Lettieri, rispettivamente direttore e responsabile scientifico dell’Osservatorio del Politecnico -. Nella marea di notizie sul web, la cui qualità è spesso dubbia, c’è bisogno di una bussola affidabile per orientarsi e i cittadini chiedono che sia il medico a fornirla». In effetti, l’indagine scandaglia anche i motivi della «consultazione online» e non sembrano emergere questioni di rivalsa. Riguardo al «prima», i pazienti sostengono di farlo per prepararsi alla visita (41 per cento), cercare più rapidamente le risposte alle domande (34 per cento), confrontarsi con altre persone che hanno vissuto la stessa esperienza di malattia (14 per cento). Pochissimi credono - ingenuamente - di poter così evitare la visita (5 per cento). Anche quel 66 per cento che afferma di voler verificare le informazioni ricevute dal medico, dopo la visita, pare animato da buone intenzioni. «D’altra parte - aggiunge Chiara Sgarbossa - sono ancora una minoranza quelli che si dichiarano sicuri di prendere decisioni sulla propria salute basandosi sul materiale trovato in internet». Se poi si deve scegliere uno specialista, la grande maggioranza degli intervistati vuole il parere del medico di famiglia. «Si chiede a parenti e amici solo per confrontarsi sulla loro esperienza, il servizio e l’accoglienza ricevuti o l’ascolto da parte del medico», sottolinea Emanuele Lettieri. Che cosa vogliono gli italiani, in tema di salute? Saperne di più su definizioni, sintomi e cure di una malattia, in primo luogo. E poi su corretti stili di vita e alimentazione. Al terzo posto vengono le informazioni inerenti i farmaci e le terapie. Ultime della lista, le vaccinazioni. Insomma, intorno al digitale c’è molto fermento e molta curiosità come confermano le risposte alle domande del sondaggio sulle App di Intelligenza artificiale. «Metà del nostro campione dimostra interesse, soprattutto tra quanti dichiarano di avere più familiarità con le tecnologie digitali, quali smartphone e tablet - chiosa Emanuele Lettieri -. Soluzioni di automazione stanno entrando nelle nostre case e alcuni iniziano a testarle incuriositi anche da possibili servizi di virtual coaching per i corretti stili di vita». L’altra metà invece sta alla finestra dell’innovazione tecnologica. Forse un po’ perché prevenuta e un po’ perché non conosce la materia. Ma anche tra i curiosi restano i dubbi sull’affidabilità delle tecnologie e sulla protezione dei dati «Serve una validazione scientifica di questi prodotti», conclude Chiara Sgarbossa. L’innovazione digitale sta sempre più modificando il nostro modo di curarci, l’intero percorso che va dalla prevenzione alla cura e al follow-up. Da un lato, il digitale sta cambiando i tradizionali punti di accesso della sanità facendone nascere di nuovi (come siti web, App, chatbot ecc.), dall’altro, consente ai professionisti sanitari e alle strutture sanitarie di innovare i processi di cura e di assistenza con strumenti che vanno dalla cartella clinica elettronica alla telemedicina, dall’Intelligenza artificiale alle terapie digitali.

L'ASSURDO CASO DEGLI OSPEDALI ITALIANI: LA MALATTIA O LA CURANO O LA PROCURANO. Da Ansa il 16 maggio 2019.  Allarme rosso per la mortalità causata dalle infezioni ospedaliere: si è passati dai 18.668 decessi del 2003 a 49.301 del 2016. L'Italia conta il 30% di tutte le morti per sepsi nei 28 Paesi Ue. Il dato emerge dal Rapporto Osservasalute 2018 presentato oggi a Roma. "C'è una strage in corso, migliaia di persone muoiono ogni giorno per infezioni ospedaliere, ma il fenomeno viene sottovalutato, si è diffusa l'idea che si tratti di un fatto ineluttabile", ha detto Walter Ricciardi, Direttore dell'Osservatorio nazionale sulla salute. In 13 anni, dal 2003 al 2016, il tasso di mortalità per infezioni contratte in ospedale è raddoppiato sia per gli uomini che per le donne. L'aumento del fenomeno è stato osservato in tutte le fasce d'età, ma in particolar modo per gli individui dai 75 anni in su. I tassi regionali, spiega il rapporto Osservasalute, presentano un'alta variabilità geografica, con valori più elevati nel Centro e nel Nord e valori più bassi nelle regioni meridionali. Nel 2016 per gli uomini i valori più alti sono stati registrati in Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, i più bassi in Campania e Sicilia. Per quanto riguarda le donne, i più alti sono in Emilia Romagna e Liguria e livelli minori in Campania e Sicilia come per gli uomini. Il gap territoriale può in parte essere legato alla maggiore attenzione da parte delle strutture ospedaliere nel riportare le cause di morte nel certificato.

Striscia la Notizia, orrore italiano contro i malati di Parkinson: un caso vergognoso. Scrive il 25 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Un caso scandaloso, del quale vi avevamo dato conto su Libero qualche giorno fa. Un caso del quale ora si occupa anche Striscia la Notizia, nella puntata trasmessa su Canale 5 mercoledì 24 aprile. Il punto è che nelle ultime settimane sono arrivate moltissime segnalazioni da parte di chi è afflitto dal morbo di Parkinson, segnalazioni relative all'indisponibilità di un farmaco fondamentale per chi ha la terribile malattia, il Sinemet. Dunque, nel tg satirico ideato da Antonio Ricci, sulla vicenda indaga Riccardo Trombetta, il quale come spiega il sito di Striscia "dà fiato a un'ingiustizia che ha per vittime i malati di Prakinson".

EMERGENZA SINEMET-Striscia la notizia-24 aprile 2019. Scrive il 24 aprile 2019 associazionepisaparkinson.it. Dopo la bella notizia di ieri 23 aprile 2019 che AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha dato risposta  alla lettera sulla carenza SINEMET inviata il 2 aprile u.s. dall’Accademia ed alla Fondazione LIMPE DISMOV, insieme al Comitato Italiano Associazioni Parkinson e a Parkinson Italia, ecco oggi giungere voci allarmanti: AIFA avrebbe bloccato l’acquisto all’estero del SINEMET. Presumibile motivazione: il farmaco sta riapparendo in qualche farmacia, sia pure a macchia di leopardo, qua e là, e con pochissime scatole, certamente non sufficienti a far fronte ai bisogni dei malati. Se queste voci fossero confermate, AIFA dovrebbe spiegare questo diniego, dal momento che SINEMET 100/25 e SINEMET 250/25 sono ancora inclusi nell’Elenco farmaci carenti aggiornato al 24 aprile 2019. I tanti malati che in alcune Regioni italiane hanno fatto o intendevano fare la richiesta di autorizzazione all’acquisto all’estero per farmaco carente (secondo una procedura prevista dalla normativa vigente per i farmaci inclusi nell’elenco farmaci carenti dell’AIFA) ora temono il protrarsi di questa emergenza SINEMET che dura ormai da mesi. Tutto questo accade alla faccia del diritto dei malati ad un accesso continuativo alle cure, ovvero a un farmaco fondamentale per il contenimento dei sintomi invalidanti della malattia di Parkinson. Ma in che Paese incivile viviamo?!

Torino, neonato muore di polmonite. All'ospedale gli avevano prescritto aerosol. I genitori del piccolo non si danno pace. Ora la Procura di Torino ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti, scrive Renato Zuccheri, Mercoledì 20/02/2019, su Il Giornale. I genitori del piccolo Giacinto non si danno pace. Il loro bambino aveva appena due settimane di vita quando i medici hanno constatato la tragica morte. Il neonato è morto per polmonite fulminante subito dopo essere arrivato all'ospedale Maria Vittoria di Torino. Era il 2 febbraio. E da quel giorno, il papà e la mamma di Giacinto chiedono solo una cosa: giustizia. "Stava male e così l'abbiamo portato al pronto soccorso. L'hanno visitato e poi dimesso prescrivendo l'aeresol" raccontano i genitori disperati a Il Corriere della Sera. "Abbiamo fatto tutto ciò che ci è stato detto ma la mattina del 2 febbraio nostro figlio ha girato gli occhi, ha perso i sensi. Abbiamo chiamato il 118: i medici hanno cercato di rianimarlo per quasi un'ora. Poi l'hanno portato in ospedale, ma quando siamo arrivati ci hanno detto che Giacinto non ce l'aveva fatta. Ora continuiamo a guardare le sue foto: è tutto ciò che ci rimane di lui". Adesso la Procura di Torino vuole vederci chiaro. E per questo è stata aperta un'inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti. Il bimbo era stato portato in ospedale dopo che i genitori avevano assistito a forti attacchi di tosse e svenimenti. I genitori raccontano che Giacinto rifiutava il latte materno, tossiva e dormiva tutto il giorno. Sintomi che hanno preoccupato il pediatra che ha esortato i genitori a portarlo all'ospedale la notte del 31 gennaio. Qui per, dopo la visita, i medici gli hanno prescritto un aerosol e lo hanno dimesso. Tornati a casa, dopo nemmeno 48 ore il piccolo è svenuto. I genitori hanno chiamato disperati il 118, ma non c'è stato nulla da fare. Dopo la morte, la Procura ha aperto l'indagine ed è stata disposta l'autopsia. E il medico legale ha confermato la diagnosi di polmonite fulminante. I genitori non si danno pace: "Nessuno ci ha detto che avesse la broncopolmonite. Ci hanno prescritto aerosol e clenil. Secondo l’autopsia il latte materno gli avrebbe causato la broncopolmonite che poi avrebbe determinato la morte. Ma nessuno ce lo ha detto. Ora vogliamo solo capire come è morto il nostro piccolo".

Da Il Corriere.it il 20 settembre 2019. Il pm Mario Ardigò ha chiesto due condanne e tre assoluzioni per il decesso della piccola Giovanna Fatello, morta a 10 anni nel marzo del 2014, durante un intervento all’orecchio, nella casa di cura Villa Mafalda. «Se gli anestesisti non fossero stati del tutto distratti Giovanna sarebbe ancora viva» ha detto l’accusa, rappresentata da Ardigò.

Il pm: «Dopo l’induzione dell’anestesia Dauri si è allontanato». Si tratta degli anestesisti Pierfrancesco Dauri e Federico Santilli, per cui è stata chiesta la condanna ad un anno di reclusione, con l’accusa di omicidio colposo. «Dopo l’induzione dell’ anestesia il professor Dauri si è allontanato» ha sottolineato l’accusa. Secondo questa ricostruzione, la bambina sarebbe morta per problemi con la respirazione meccanica e per la mancata attivazione della leva automatica dell’apparecchiatura: «Vi chiedo di condannare Dauri e Santilli a un anno di reclusione per l’omicidio colposo della paziente».

Gli avvocati della clinica: «Così usciamo di scena». Procura ha invece chiesto l’assoluzione per i chirurghi, Giuseppe Magliulo e Dario Marco Tullio, e per la direttrice sanitaria all’epoca dei fatti del clinica, Rossella Moscatelli, che era accusata di falso. «Così la clinica esce definitivamente di scena» hanno affermato gli avvocati della difesa della struttura.

Malasanità, non è stato un tragico incidente. Errori in corsia, diagnosi sospette, infezioni, interventi sbagliati. In Italia si spendono 22mld in risarcimenti per causa medica, scrive il 14 febbraio 2019 Panorama. A qualcuno hanno sbagliato la diagnosi, ad altri l’assistenza o la terapia. C’è chi è deceduto al Pronto soccorso e chi in sala operatoria. Il podio per numero di casi spetta al Sud ed è diviso tra Sicilia, Calabria e Lazio. La cronaca nera entra in corsia e racconta un’Italia che spende circa 22,5 miliardi di euro all’anno per risarcimenti da «colpa medica». E, così, il 15 per cento circa della spesa sanitaria viene consumato per rimediare agli errori di cui sono rimasti vittime il 10 per cento dei pazienti che mettono piede in una struttura sanitaria. Per l’1 per cento di loro non c’è scampo e il caso finisce in modo tragico. Gli unici dati disponibili sono contenuti in un report sulla qualità dei servizi sanitari diffuso dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità: sui circa 10 milioni di ricoveri ospedalieri, un milione di pazienti incappa in un errore sanitario. Tra loro circa 700 mila contrae un’infezione legata all’assistenza e 7 mila sono i decessi per cause direttamente riconducibili alle infezioni. Quasi 3.500 casi, stando alle stime dell’Oms, in astratto sarebbero prevenibili. I risarcimenti veri e propri, inoltre, sono solo una piccola fetta dell’importo speso per accomodare i cosiddetti casi di malasanità. Ciò che costa davvero sono i prolungamenti delle degenze e le cure aggiuntive. Spesso, infatti, i casi non si trasformano in contenziosi. E le denunce, addirittura, sono in calo. L’ultimo bollettino statistico curato dall’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni riporta questo dato: nel 2016 le assicurazioni hanno ricevuto 15 mila denunce per un sinistro ospedaliero. Nel 2010 erano 30 mila. Ma il dossier avverte: molte aziende sanitarie hanno fatto ricorso ad accantonamenti nei bilanci per i rischi, evitando le assicurazioni. E quindi lavano i panni sporchi in casa, lasciando così molti casi nell’ombra. Soprattutto perché i sanitari sono tradizionalmente contrari a segnalare in modo spontaneo gli eventi avversi. «L’auspicio» spiega sul suo sito web il giurista Gabriele Chiarini, esperto di diritto sanitario, «è che possa trovare compiuta attuazione la norma che prevede l’obbligo di attivare una adeguata funzione di monitoraggio, prevenzione e gestione del rischio». In genere, però, le strutture cercano di occultare gli errori. Per far emergere casi eclatanti c’è chi ricorre a delazioni anonime. A Cagliari, per esempio, una lettera a righe fitte, senza firma ma su carta intestata dell’ospedale Brotzu, ha svelato a una donna che il marito non era morto per caso: «Non è stata una terribile disgrazia». E ha fornito un elenco di dettagli sull’intervento a cuore aperto finito male. Anche a Potenza è stato un anonimo a denunciare che una paziente era stata operata da morta nell’ospedale San Carlo: il primario e l’équipe, ora sotto processo, le avrebbero impiantato una valvola, dice l’accusa, dopo averne provocato il decesso chiudendole con una pinza la vena cava. I casi sono tanti. Operazioni sbagliate, ma non solo. Il Veneto è alle prese con un batterio killer. Si teme che tra il 2010 e il 2017 molti pazienti possano essere stati infettati da uno strumento per la cardiochirurgia: sei persone sono morte. Per aver trasmesso l’epatite C a una paziente umbra con una trasfusione nel 1988, invece, i giudici di Perugia dopo 30 anni hanno stabilito che il ministero della Salute dovrà pagare 300 mila euro (10 mila per ogni anno di calvario). È la morte in sala parto, però, che scuote la magistratura. A Genova mesi fa è stata inflitta una pesante condanna a un ginecologo e a una neonatologa per il decesso di una bimba: sei mesi di carcere e 250 mila euro di multa. Stando all’accusa, i due medici avevano lasciato la mamma e la piccola senza assistenza. In Sicilia l’errore in sala parto è costato all’ospedale Civico di Palermo 2 milioni di euro. La sentenza record ha risarcito a fine 2018 una bambina che, appena nata, ha perso la vista per colpa dei sanitari. Molti anche gli errori più grossolani: ad Aosta, dopo un incidente, a un ragazzo 20enne hanno ingessato la gamba sbagliata; a una signora milanese di 78 anni, dopo un’operazione di 56 anni fa è rimasto un ago nella pancia e quest’anno la Cassazione l’ha risarcita con 200 mila euro; all’Ismett di Palermo due anatomopatologhe sono finite sotto inchiesta per aver fatto una biopsia su un polmone sano, tralasciando quello malato. L’elenco è lungo. Ed è in aggiornamento continuo.

Garattini: "Metà dei farmaci sono inutili". Si tratta di doppioni o di prodotti poco efficaci, parola del Prof. Silvio Garattini che accusa..., scrive Daniela Mattalia il 12 febbraio 2019 su Panorama. «Professore, se cammina così veloce non le sto dietro...». Silvio Garattini, 90 anni di cui 70 dimostrati, gli altri 20 nascosti chissà dove, con imperiosa gentilezza ha preso il mio cappotto e mi precede, diritto e rapido, per i luminosi meandri dell’Istituto Mario Negri di Milano, di cui è presidente oltre che fondatore e anima indiscussa. Scienziato e farmacologo di fama internazionale, da sempre conosce benefici ed effetti collaterali di ogni medicinale. E da sempre, con implacabile garbo, sostiene che metà dei farmaci che troviamo sugli scaffali delle farmacie (e che ci affrettiamo ad acquistare, sperando siano la definitiva soluzione ai nostri problemi) sono «perfettamente inutili».  Inutili perché di scarsa efficacia; oppure perché presi quando non serve farlo; inutili infine perché superflui, l’ennesimo prodotto fotocopia che, sotto un nome diverso ma identica molecola, va a intasare un mercato già saturo di infinite scatolette che promettono la stessa cosa. Un mondo di pillole «ehi, ci sono anch’io» che fanno lievitare la spesa del Servizio sanitario nazionale (22 miliardi di euro annui solo per i farmaci). Un supermercato ridondante e caotico nel quale, ora, si sta per «fare pulizia». Entro i prossimi sei mesi, su richiesta del ministro della Salute Giulia Grillo, entrerà in vigore il nuovo Prontuario farmaceutico revisionato dalla Commissione del ministero della Salute di cui Garattini fa parte (insieme ad altri esperti). Obiettivo, eliminare il futile e l’inutile, e risparmiare miliardi.  Seduto all’altro capo di un tavolo ordinatissimo, Garattini sorride, pronto a spiegare come e perché, dal nostro ripostiglio dei medicinali, sarà meglio che iniziamo a eliminare un po’ di cose.

Un farmaco su due è inutile, dice lei. È parecchio. E quali sono? Quelli da banco che prendiamo senza dar retta a nessuno?

«Quelli di sicuro, e anche i farmaci prescritti dai medici. Ma per capire meglio com’è che un farmaco superfluo arriva in farmacia, le spiego che percorso fa. Oggi i medicinali vengono approvati a livello europeo, dall’Ema. La legislazione europea dice che devono garantire tre cose: sicurezza, efficacia e qualità. Ma non dice la cosa più importante: qual è il valore in più di un farmaco rispetto a quello che già esiste in commercio».

Quindi un farmaco appena approvato può anche essere peggio o non meglio di altri...

«È così. Noi scienziati da tempo insistiamo affinché sia valutato, oltre a «qualità, efficacia e sicurezza», anche il valore terapeutico aggiunto. Cosa che al momento non è richiesta. Tutti i nuovi farmaci approvati vengono riversati sul mercato di ogni Paese. L’Aifa in Italia dovrebbe prendere da questo catalogo ciò che davvero serve, invece prende quasi tutto, con il risultato che abbiamo un mercato intasato: di uno stesso principio attivo possiamo avere anche dieci prodotti con nome diverso».

Le cosiddette molecole «me-too».

«Le molecole «anch’io», che sono la copia della copia della copia. Una revisione fatta da ricercatori indipendenti della rivista francese Prescrire ha stabilito che più del 70 per cento dei farmaci è di troppo».

È lei è d’accordo?

«Completamente. Si può discutere sulla percentuale, metà, 70 per cento, ma di sicuro una grande maggioranza di farmaci non è strettamente necessaria, è in esuberanza rispetto a quello che esiste sul mercato. Il problema è che dietro questa ridondanza ci sono le pressioni dell’industria, delle associazioni dei malati che spesso sono spinte dalle aziende, e le aspettative degli stessi pazienti»

Mi dica qualche farmaco «doppione»...

«Per esempio il valsartan, che si utilizza in campo cardiovascolare, o l’alendronato per prevenire l’osteoporosi, oppure l’antinfiammatorio ibuprofene, di cui ce n’è una quantità infinita. Tutti farmaci che esistono in tante versioni, ma il principio attivo è lo stesso. Quello che è grave è che farmaci analoghi hanno poi prezzi differenti».

Prima di venire qui ho fatto l’elenco di quello che c’è nel mio armadietto delle medicine: antidolorifici e analgesici di ogni tipo, statine anticolesterolo, sciroppi e fluidificanti per la tosse, paracetamolo, antiacidi, colliri... Butto via qualcosa?

«Guardi, i fluidificanti per la tosse non servono a granché, per fluidificare basta bere acqua. E anche gli antiacidi, visto che li ha citati... Spendiamo 500 milioni all’anno per comperare questi farmaci, i gastroprotettori, che ora si chiamano inibitori della pompa protonica: lansoprazolo, pantoprazolo e così via. Fra i primi 10 farmaci più venduti in Italia ci sono quattro prodotti di questo tipo».

Inutili?

«Il loro uso è giustificato probabilmente in un caso su cinque, non quando abbiamo digerito male o ci viene un po’ di mal di stomaco».

Immagino lo stesso discorso valga per gli epatoprotettori, che servono per proteggere il fegato...

«Non ci sono evidenze scientifiche della loro efficacia».

Parliamo di statine, sono un farmaco importante, non può negarlo. Giusto prenderle se si ha il colesterolo alto?

«Nel rischio di infarto cardiaco bisogna tenere conto di tanti fattori, il colesterolo è solo uno di questi, va considerato in un contesto. Agli anziani poi dare le statine è rischioso perché i danni sono spesso superiori ai vantaggi. Inoltre, quello che stanno facendo è ridurre i livelli di normalità: 30 anni fa i 240 di colesterolo erano considerati normali, poi si è detto 220, adesso si dice «il più basso possibile». Chiaro che se prevalgono queste idee diventiamo tutti malati».

Adesso si parla anche di pre-ipertensione.

«Pre-ipertensione, pre-diabete... anche qui, un tempo 120 di glicemia era ritenuto normale, si consigliava magari di migliorare lo stile di vita, di fare più esercizio fisico che abbassa la glicemia. Oggi invece lo si definisce pre-diabete. Ma questo fa passare l’idea che siamo tutti malati prima di esserlo, e ci spinge a consumare farmaci»

Un farmaco che viene dato regolarmente, appena una donna entra in menopausa, è la vitamina D, oltre agli integratori per il calcio. Ha senso?

«La vitamina D non diminuisce né le cadute né le fratture. Può anche modificare la densità ossea, ma non cambia il risultato finale. Eppure si spendono 280 milioni all’anno di vitamina D e derivati, li danno a tutti. Non solo. La Moc, l’esame per stabilire la densità ossea di una donna in menopausa, prende come riferimento la densità delle ossa di un uomo giovane».

E quindi l’esito indicherà sempre una fragilità...

«Ovvio. Andrebbe poi eseguita ogni due-tre anni, perché serve a vedere cambiamenti che avvengono lentamente, invece è un esame ripetuto in continuazione. Come per molti farmaci, l’uso che se ne fa è scorretto»

Noi pazienti sbagliamo di sicuro, ma spesso lo facciamo seguendo le indicazioni dei dottori.

«Anche i medici sbagliano, certo. Adesso c’è la tendenza a prescrivere a una persona anziana ma sana la cardioaspirina, non va bene perché i dati ci dicono che i danni sono superiori ai benefici».

È anche diffuso il concetto che il «nuovo» farmaco, in quanto tale, sia migliore di quello vecchio, sinonimo di sorpassato e antiquato...

«Ma non c’è alcuna prova che sia così. Abbiamo per esempio enfatizzato i sartani, un gruppo di farmaci anti-ipertensivi, rispetto a quelli che si chiamano ace-inibitori. Ma gli studi comparativi sono assenti. Nei test fatti dalle aziende, i farmaci vengono confrontati con i placebo. Le faccio un altro esempio. Per tanti anni i farmaci contro la sclerosi multipla non sono stati studiati contro l’interferone, il farmaco di riferimento, ma contro il placebo. Certo che erano meglio, ma io paziente voglio che siano più efficaci di quelli che esistono adesso. Se davvero un farmaco è meglio di uno più vecchio, allora l’altro dovrebbe essere tolto dal commercio, ma così non è».

Semplicemente, si aggiunge agli scaffali del farmacista...

«E per capire che questo sistema non funziona, basta guardare a quanto si spende a livello regionale procapite. La Campania, per esempio, spende procapite quasi il 20 per cento più della Lombardia».

Si ammalano di più?

«No, se si va a guardare quanti farmaci danno, sono meno di quelli della Lombardia. Ma si prescrivono quelli che costano di più. È il segno che c’è una distorsione nel mercato. Aggraviamo la spesa per il servizio sanitario con una schiera di farmaci superflui. Mentre potremmo usare quei soldi per altre cose. Spendiamo per i farmaci 22 miliardi di euro l’anno sui 115 a disposizione, una cifra enorme. Nel quadriennio 2013-2016 il governo ha dato al Servizio sanitario 2 miliardi e 800 milioni in più, e 2 miliardi se li è presi il settore farmaceutico per l’aumento della spesa».

Questa «medicalizzazione» di ogni cosa spiega anche il consumo sempre più diffuso di antidepressivi? Sono triste, ergo sono depresso, ergo prendo il Prozac?

«La maggior parte delle depressioni è di tipo reattivo, di fronte a un evento negativo della vita certo non siamo felici, ma non è che dobbiamo prendere subito l’antidepressivo. Anche qui si è abbassata la soglia con cui si definisce una malattia. Negli anziani poi il loro uso dà sedazione e aumenta il rischio di cadute e fratture. Parliamo poi delle benzodiazepine, altri farmaci abusati: in forme gravi di ansietà sono utili, ma se andiamo a guardare quanto si spende per il loro consumo, c’è un eccesso incredibile. E poi danno dipendenza».

Forse pensiamo che c’è una pillola per tutto perché pensiamo che tutto abbia bisogno di una pillola...

«Abbiamo creato un mercato dei farmaci che ha bisogno di entrare il più possibile tra i sani. Dovrebbe esserci la consapevolezza che ogni medicina ha anche effetti tossici, per cui poi c’è bisogno di ricoveri in ospedale o di altri farmaci per compensare gli effetti tossici dei primi e così via. Il mercato enfatizza i benefici, non dice quali sono i danni».

Da un lato siamo ingordi di farmaci, dall’altro diffidiamo della scienza. Tanti genitori scelgono di non vaccinare i figli. Non è eccessivo, chiedono molti, sottoporre un bambino a un vaccino esavalente? Non è meglio scaglionare le dosi?

«I vaccini sono assolutamente necessari, sono i farmaci più sicuri, si usano poche volte e il loro beneficio dura tutta la vita. E poi, c’è un’esavalente e un tetravalente, con cui si coprono dieci vaccini. Perché sottoporre un bambino a dieci iniezioni e farlo piangere dieci volte anziché due?»

Il vaccino per l’influenza?

«È utile, non protegge nel 100 per cento dei casi, diciamo nell’80, però non dimentichiamo che ci sono ogni anno 5-6 mila persone che muoiono di influenza. Io per esempio mi vaccino».

E che farmaci prende?

«Nessuno».

Sta scherzando. È arrivato ai 90 anni senza nessuna medicina? Avrà dei buoni geni...

«Può essere, o forse mi è sempre andata bene. Ma vede, conta moltissimo lo stile di vita. Io non ho mai fumato, bevo pochissimo alcol, mangio una sola volta al giorno. Vogliamo la salute come un diritto, ma ai diritti corrispondono dei doveri. C’è anche il dovere di mantenerla, la salute».

A proposito di prevenzione. Veniamo incoraggiati a fare analisi del sangue, check-up total body, mammografie, esame del Psa, tac, risonanze magnetiche... Esageriamo?

«È sicuramente un eccesso la continua ripetizione di certi test, c’è gente che fa esami ematologici ogni tre mesi». Ma poi, se uno fuma è inutile che faccia la tac al polmone e continui a fumare. C’è più voglia di fare esami che di modificare la propria vita in modo da star bene.

«Nelle varie offerte terapeutiche ci offrono anche ozonoterapia, camere iperbariche per l’ossigenoterapia...

Il suo commento?

«Al di là delle problematiche legate al mondo dei sommozzatori non c’è evidenza della loro reale efficacia, come della maggior parte delle cose che si fanno in ambito riabilitativo, per esempio i campi magnetici per l’artrite: tutte forme riabilitative con scarse basi scientifiche. Così come le terme».

Non mi dirà che le terme non fanno bene...

«Anche qui, di prove ce ne sono poche. Certo, stare in una casa di cura termale dà benessere, ma non dovrebbe pagarle il Servizio sanitario nazionale. Fa parte dei suoi tanti sprechi».

Però, si metta nei panni di un paziente: come fa a stabilire se il farmaco che prende è inutile o non va bene per lui se magari glielo ha consigliato il dottore? Non dovrebbe saperlo il medico, piuttosto?

«Il paziente non può, certo. Il problema è l’informazione che arriva ai medici, che proviene dall’industria o dagli informatori farmaceutici. Ed è un’informazione asimmetrica. Dov’è quella indipendente? Dov’è l’attività dell’Aifa, del ministero della Sanità, degli assessorati?»

Nel nuovo prontuario farmaceutico, alla fine, dove si farà «pulizia»?

«Un po’ in tutti i campi. L’obiettivo sarà togliere i farmaci superflui o i doppioni ed equiparare il costo: a parità dei benefici, parità dei prezzi. Contiamo di risparmiare in tal modo almeno il 10 per cento della spesa farmaceutica.

Andremo in farmacia e scopriremo che il nostro medicinale preferito non c’è più?

«Può darsi. Ma ne troveremo un altro che ha lo stesso effetto».

Lei è considerato un nemico dai fan dell’omeopatia, un altro dei suoi grandi bersagli. Ma non mi pare che sia un grande amico neppure delle multinazionali farmaceutiche. È amico di chi, alla fine?

«(Allarga le braccia e fa un ampio sorriso). Degli ammalati».

L’INPS paga i medici perché taglino le cure, scrive Michelangelo Coltelli ossia maicolengel su Butac il 12/10/2018. Il titolo usato è lo stesso riportato dal quotidiano La Verità, titolo che riprende una notizia che era passata anche su Il Fatto Quotidiano con un titolo lievemente diverso, ma il succo dell’articolo era più o meno lo stesso, e su FQ non ci sono paywall da superare.

FQ titola: Inps, effetto incentivi: da revoche taglio di altri 10 milioni a malattia e invalidità. Capo personale: “Sistema complesso”.

Nel testo del FQ ci spiegano le cose così: …dare un incentivo al medico per negare o revocare un diritto pone il medico stesso di fronte a un problema deontologico, insinua poi nel cittadino-paziente il dubbio che il beneficio della pensione o malattia gli venga negato non per una valutazione oggettiva e imparziale, secondo “scienza e coscienza”, come recita il giuramento professionale, ma in virtù del guadagno accessorio che il medico ottiene. “Non conta il quantum”, precisa Agnoletto, “è sufficiente che già ora sappia che negare quel riconoscimento gli comporta un vantaggio economico”. Così, sostiene, si incrina la fiducia nel medico e in tutto il sistema. Quindi Il Fatto Quotidiano e La Verità suppongono che tra i medici del SSN ve ne sia una parte consistente che tra il certificare se io sia o meno invalido possa scegliere di essere non oggettivo pur di intascare un possibile premio. A me onestamente questo genere di polemica fa un po’ venire il latte alle ginocchia. Il documento dell’INPS risale a marzo 2018, ma chissà come mai solo oggi se ne parla. Forse è interessante cavalcare la richiesta di dimissioni che un nostro Ministro fa verso Tito Boeri. Mi sono letto il documento di marzo dell’INPS, su cui vorrei fare un appunto: è vergognoso che nel 2018 ancora questo tipo di documenti, legati alla trasparenza, siano pubblicati come PDF fotocopiati da qualche stagista sottopagato. Un serio documento digitale (anche in PDF) che possa permettere di trovare i punti cercando le parole chiave deve essere alla base della decantata trasparenza.

Ma torniamo al documento. Si parla di retribuzione di risultato, voce che appare da tempo nei documenti del Sistema Sanitario, onestamente non so per ogni anno a quali risultati si facesse riferimento e con quali coefficienti. Ma non è così importante, quello che è importante è leggere quanto detto e riportato dal Fatto Quotidiano: Al posto di Boeri parla il direttore del personale dell’Inps, Giovanni Di Monde. Inizialmente non sembra prendere in considerazione le implicazioni etiche: “Nessuna delle sigle sindacali con cui abbiamo condiviso il piano e dovremo trovare gli accordi operativi per la definizioni degli incentivi ha posto questo tema facendo osservazioni o lamentele di carattere deontologico”. Se le cose stessero davvero così, ci sarebbe molto di cui preoccuparsi. De Monde parla dei falsi invalidi, snocciola cifre tristemente note. Quando gli si fa notare che nel “Piano” c’è già la voce premiale per le visite ispettive, come accertamento di prestazioni indebite, smorza così i rischi del pacchetto-premio al denegato riconoscimento: “Intanto l’input è arrivato dal Presidente, quindi noi ci occupiamo di tradurlo. Poi deve considerare che la premialità introdotta diventa parametro dentro un sistema di valutazione più complesso. Sarà una componente insieme ad altre voci e criteri di efficienza, sul piano gestionale e organizzativo, della presenza, ad esempio. In ogni caso la delibera presidenziale stabilisce i parametri, non quanto devo ridurre”.

C’è della tecnica in queste parole. La risposta di Di Monde è messa in secondo piano rispetto alle accuse del giornalista. Di Monde spiega subito che si fa riferimento ai falsi invalidi, problema che anche il Fatto Quotidiano conosce bene, visto che già nel 2016 ci raccontava di come 17 falsi invalidi a Napoli avessero truffato l’INPS per 1,7 milioni di euro. No, per il giornalista è più importante far passare al lettore l’idea che su 517 medici-commissari dell’INPS ce ne sia una parte che per un premio produzione è meno interessata a combattere i falsi invalidi di quanto non sia nel certificare il falso. Non stiamo parlando di una moltitudine di medici (sono oltre 350mila quelli iscritti a FNOMCeO, ma qui si fa riferimento solo a una nicchia della nicchia, selezionata appositamente per fare anche controlli di questo genere).

Sia chiaro, il giornalista ha tutto il diritto di esprimere la sua opinione. Sarebbe bello se nel farlo snocciolasse anche i numeri sui falsi invalidi, così da mettere le cose in prospettiva per il lettore. Su 100 invalidi che ricevono aiuti statali 8 sono falsi e non ne avrebbero diritto.  Sia chiaro, pare che le cifre recuperate da questi controlli a tappeto fatti ogni tot anni non siano strabilianti, ma basta pensare che in Italia ci sono circa 3 milioni di invalidi, se i medici incaricati dei controlli sono 517 come riporta FQ controllarli tutti è una storia lunga, altro che piano triennale. Non vi sto dicendo che non sia giusto vigilare, il male si annida ovunque. Mai fidarsi troppo. Ma al tempo stesso al lettore questi dati occorre darli, spiegarli, aiutarli a districarsi. Le opinioni magari sono apprezzate, ma se si parla di cronaca politica bisognerebbe stare attenti a fare sì che non sovrastino le dichiarazioni delle persone intervistate. Perché dovrebbero essere quei fatti su cui poi basare l’eventuale critica, non le opinioni. Spero di avervi dato un quadro più completo della situazione.

Inps e premi per chi taglia le invalidità? “Polemica sul nulla”. Boeri minimizza nonostante l’intervento di ministro e medici, scrive Alberto Sofia l'11 Ottobre 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Il presidente Inps Tito Boeri alla Camera dei Deputati parla di pensioni d’oro ed equità del sistema previdenziale, ma tira dritto sulla delibera con la quale a marzo ha introdotto un premio per i medici che tagliano le prestazioni di malattia e invalidità, come rivelato dal fattoquotidiano.it. Mentre il ministro della Salute in persona, l’Ordine dei medici, la stessa Associazione dei Medici dell’Inps e tutte quelle che tutelano gli invalidi hanno chiesto il passo indietro, Boeri bolla la questione come “fondata sul nulla”. “Ma di cosa stiamo parlando? Qui si parla di un incentivo che abbiamo introdotto in virtù di una sentenza del Consiglio di Stato che prevede l’introduzione di un sistema incentivante. Tra i nostri incentivi ci sono quelli legati alla riduzione del debito pubblico e al risparmio”. E ancora: “Sono obiettivi aggregati dell’istituto a livello regionale, il singolo medico non ha effetti revocando invalidità. Il medico risponde sulla deontologia alla giustizia civile e penale, oltre che alla propria coscienza”, ha tagliato corto. In realtà, la non meglio precisata sentenza richiamata da Boeri riguarderebbe l’autonomia dei professionisti che le amministrazioni devono garantire, ma il modo trovato dall’Inps – come rilevato dagli stessi medici dell’Istituto – va esattamente nella direzione contraria: l’incentivo al taglio delle prestazioni può condizionarne le scelte ledendone l’autonomia, con implicazioni delicatissime sul piano deontologico e dei diritti. E poco cambia che l’incentivo sia poi redistribuito su base regionale o di importo modesto. Le domande e le critiche che muovono da più parti restano: se l’Istituto nazionale di previdenza sociale debba erogare le prestazioni per cui i contribuenti pagano le tasse o conseguire risparmi per conto dello Stato; se possa farlo a scapito dei diritti di salute e assistenza dei cittadini; se possa poi rimettere al medico, che di salute si occupa, la “cura dei rapporti economici” che non gli competono. Trasformandolo, come ha detto il presidente dell’Ordine Filippo Anelli contestando il provvedimento, “da medico dei pazienti a medico dello Stato”.

Medici, la mannaia per i dottori pagati dalle case farmaceutiche: la lista, scrive Caterina Maniaci il 23 Gennaio 2019 su "Libero Quotidiano". "Finanziati" dalle case farmaceutiche: un lungo elenco di medici, ospedalieri e di famiglia, che hanno contatti appunto con i colossi del settore. Un modo per rendere ancora più trasparenti questi rapporti? Oppure un'iniziativa che rischia di trasformarsi in una gogna mediatica, come rilanciano gli stessi medici, che potrebbe mettere in crisi il rapporto di fiducia con i pazienti? Succede infatti che il Codacons ha pubblicato sul proprio sito un elenco che comprende decine di migliaia di nomi, tra specialisti, primari, medici di base di tutte le province italiane. Si va dalla singola azienda ospedaliera fino all' Istituto superiore di sanità (125.660,00 nel 2016, 93.940,00 euro nel 2017 per "servizi e consulenze"). In Veneto, ieri, è scoppiato un putiferio dopo la pubblicazione dei nomi.

PER I PAZIENTI. L'iniziativa è nata, secondo quanto dichiara Carlo Rienzi, presidente del Codacons, «per aiutare i pazienti, in questo caso quelli veneti, per verificare se il proprio medico ha ricevuto finanziamenti dalle case farmaceutiche, potrebbero essere legittimi, ma devono essere dichiarati. È doveroso che un paziente conosca i rapporti tra il medico curante e le ditte produttrici dei medicinali che lui prescrive». In effetti, dal 2016 esiste un accordo stipulato tra Farmindustria e i medici stessi proprio per garantire la trasparenza di questi rapporti, un codice di condotta, che tra l'altro prevede che siano pubblicati tutti i contributi erogati dalle aziende a medici, società scientifiche e associazioni di pazienti. In ogni caso, la Codacons, con l'assistenza di un pool di legali, ha già diffidato i 7 Ordini dei medici del Veneto e i 4 del Friuli Venezia Giulia affinché impongano gli iscritti l'obbligo di esporre in ambulatorio cartelli che ne illustrino gli eventuali legami con le multinazionali dei farmaci. Inoltre, come spiega Rienzi, si vuole chiedere l'intervento della Guardia di Finanzia se queste entrate eventuali, vengano dichiarate al fisco. E l'elenco sarà inoltrato all' Anac, l'autorità anticorruzione. Chi vuole leggere il documento frutto delle ricerche dell'associazione deve comunque iscriversi alla Codacons.

I CONVEGNI. Sotto accusa, in modo particolare, le partecipazioni ai grandi convegni organizzati proprio dalle aziende. Risponde la categoria dei camici bianchi, puntando il dito e a sua volta accusando di aver dato vita ad una inutile caccia alle streghe. «Si rischia di rovinare il rapporto di fiducia con i malati», spiega Francesco Noce, presidente regionale veneto della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo), e poi sottolinea il fatto che «sono le case farmaceutiche a finanziare la ricerca». Tanto che gli stessi medici sono coinvolti negli studi clinici che tentano l'efficacia di determinati prodotti. E sono anche relatori ai famosi convegni organizzati dalle aziende, che comunque «consentono ai medici di accumulare i punti Ecm (educazione continua in medicina) di aggiornamento, considerando che è obbligatorio raggiungerne 150 in tre anni». A questo punto, non si può non pensare ad una inchiesta che anni fa fece molto scalpore, che coinvolse il colosso farmaceutico della Glaxo. La procura di Verona dopo sei anni di indagini e 4.713 indagati arrivò nel 2009 a sei condanne, a una sanzione e un patteggiamento. Tutti gli altri, medici, dipendenti Glaxo, informatori farmaceutici, farmacisti, dirigenti, assolti o usciti dall' inchiesta.

In Parlamento è stata depositata una proposta di legge, la C.491, da parte di Massimo Enrico Baroni del Movimento Cinque Stelle, per rendere trasparente «i rapporti tra le imprese produttrici, i soggetti che operano nel settore della salute e le organizzazioni sanitarie», il cosiddetto Sunshine Act. E nell' ottobre scorso il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, ha presenziato all' audizione su questa proposta di legge presso la Commissione Affari Sociali della Camera. Caterina Maniaci.

Niente ecografia per la nonnina di 102 anni: «Torni l’anno prossimo». Pubblicato giovedì, 18 aprile 2019 su Corriere.it. La signora Ida Cucco, 102 anni, ha bisogno di fare un’ecografia al fegato. Abita a Fabriano, nelle Marche. Nell’ospedale della sua città non c’è posto per tutto il 2019, e così a quanto pare in tutta la regione. Per l’ecografia, chiesta dal medico con urgenza, dovrà aspettare almeno l’anno prossimo. Lo ha denunciato la figlia Loretta Bartocci come riportato da Qn di giovedì: «Ieri mattina mi sono presentata al Cup, il centro di prenotazioni dell’ospedale Profili di Fabriano per chiedere un’ecografia al fegato per mia madre. L’operatore di turno mi ha riferito che per tutto il 2019 non ci sono posti liberi per effettuare un esame del genere non solo a Fabriano, ma in tutte le Marche». Spiega la figlia: «Ormai da quattro anni, a mio madre è stato applicato un drenaggio biliare con cui convive. Periodicamente la sua situazione va controllata e nei giorni scorsi ci siamo rivolti ad un medico radiologo di Ancona che ha consigliato e sollecitato l’effettuazione di questa visita». Vista l’urgenza, l’unica possibilità sembrerebbe il ricorso alla sanità privata. «Se il contesto è davvero destinato a rimanere questo, la scelta obbligata sarà di rivolgersi agli esami a pagamento per i quali sono straconvinta si trovi posto nello spazio di pochissimi giorni» conclude amaramente la signora Loretta Bartocci.

Fabriano, a 102 anni l'ospedale le prenota l'ecografia per il 2020. La denuncia della figlia di un'ultracentenaria che si è sentita dire al Cup "Torni l'anno prossimo". La Regione Marche: "Rispettiamo i tempi di legge, le urgenze si fanno subito, l'esame della signora si può fare il 24 settembre", scrive il 18 aprile 2019 La Repubblica. La madre ultracentenaria ha bisogno di un'ecografia, ma al Cup di Fabriano le danno un appuntamento per l'anno prossimo. A raccontare il disservizio al Resto del Carlino è Loretta Bartocci, che martedì mattina è andata all'ospedale Profili di Fabriano per prenotare un'ecografia addominale per la madre di 102 anni. Secondo Bartocci l'operatore le ha detto che per tutto il 2019 non ci sono posti disponibile per fare quel tipo di esame non soltanto a Fabriano, ma in tutta la regione. La risposta della Regione, dopo la pubblicazione dell'articolo  è stata immediata: "Abbiamo verificato con il Cup, per la signora c'è posto già il 24 settembre prossimo". L'amministrazione ha poi precisato che per lo stesso esame anche le altre classi di priorità hanno la risposta, con tempi di attesa che sarebbero dai 10 giorni ai 30 - 60 a seconda dell'urgenza stabilita dal medico. "Si sta  lavorando per migliorare i risultati anche per le programmate - dice la Regione - , che  si ritiene essere la classe di priorità assegnata dal medico alla signora, perché l’obiettivo è che in 180 giorni la risposta si realizzi"."La problematiche della signora Ida sono molto importanti per la Regione,  perché lei rappresenta una fascia di cittadini, quella più fragile, che sta particolarmente a cuore alla presidenza e all’intera giunta - si legge ancora nella nota - . Le Marche rispettano i tempi previsti dalla legge per circa il 90% delle  prestazioni in classe B e D. Le urgenti sono invece garantite al 100%" 

Il Dottore è fuori stanza. In Italia mancano 12 mila medici e la crisi si aggraverà diventando vera emergenza. Simone Di Meo il 16 settembre 2019 su Panorama. Otto. Sono le volte che un paziente ha dovuto rimandare la sua operazione all’omero fratturato perché, a Foggia, il chirurgo non c’era. Ma che sia avvenuto in Puglia, in fondo, è un caso. Stavolta non c’è differenza tra Nord e Sud. Le specializzazioni mediche sono a rischio un po’ ovunque, in Italia. Perché mancano i camici bianchi, circa 12 mila, chiudono i reparti, e i pazienti restano senza cure. L’Anaao-Assomed, l’associazione dei medici dirigenti, ha stilato una mappa delle aree critiche che copre l’intero Paese. Non esistono regioni virtuose, se non nella misura in cui la «virtù» è un codice arancione piuttosto che rosso. Su 13 specializzazioni prese in considerazione, in Sicilia quelle carenti, sotto il profilo degli organici ospedalieri, sono 11. Quasi l’85 per cento. Al secondo posto c’è la Toscana con 10 specializzazioni «in via d’estinzione». Seguono la Puglia (9), la Lombardia e il Piemonte (7 a testa) e, infine, la Campania (6). Le montagne russe della salute, su e giù per lo Stivale. Le discipline che, in totale, destano maggiori preoccupazioni sono cinque: medicina d’urgenza (mancano 4.241 unità); pediatria (3.394); medicina interna (1.878); anestesia, rianimazione e terapia intensiva (1.523); e chirurgia generale (1.301). L’allarme non è ancora suonato per oftalmologia (246); nefrologia (366); igiene e medicina preventiva (474) e ortopedia e traumatologia (550), ma i segnali premonitori ci sono tutti. A inizio anno, oltre all’episodio accaduto di Foggia, c’è stato un altro esempio significativo: a Venezia, presso l’ospedale civile dell’Usl 3 Serenissima, per carenza di medici sono state annullate tutte le visite specialistiche. Si calcola che, entro il 2025, andranno in pensione oltre 52 mila dottori. «Un esodo biblico» lo definisce l’Anaao-Assomed. A cui non corrisponde un ricambio costante e congruo. Anzi, le percentuali possono solo peggiorare dal momento che, a oggi, il 54 per cento degli specialisti italiani ha più di 55 anni e Quota 100 sta prosciugando i bacini delle strutture pubbliche. Perché succede? I motivi sono vari, ma il principale è legato alla scarsità delle borse di specializzazione e alla complessità dei percorsi di formazione. Chi può, corre ai ripari. Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Piemonte hanno iniziato a richiamare i pensionati per «ingaggiarli» come professionisti esterni. La Toscana ha deciso di schierare i giovani specializzandi, che frequentano gli ultimi anni di corso, nei pronto soccorso. Ma non è così facile. «Diciamo no a forme contrattuali ibride e canali paralleli pensati per tamponare carenze di organico, che porterebbero gli specializzandi a ricoprire responsabilità per cui non sono preparati» ha chiarito Mirko Claus, vicepresidente di Federspecializzandi. Dello stesso tenore anche la posizione dei chirurghi ospedalieri (Acoi). «Esiste un problema sulla formazione» spiega il numero uno dell’associazione Pierluigi Marini. «I percorsi formativi in Italia sono giudicati incongrui da più del 70 per cento degli specializzandi e non adeguati ai tempi: troppa teoria e poca pratica. L’85 per cento di loro al termine del percorso formativo non si sente in grado di affrontare un intervento senza tutor». In Molise, una delle regioni con più posti letto (più di 6 ogni mille abitanti, il doppio che in Lombardia), i reparti di ortopedia di Termoli e Isernia non sono stati chiusi per un soffio. Sono in funzione perché ci lavorano otto specialisti part-time «prestati» dall’Asl della provincia di Andria-Barletta-Trani e dall’Ospedale San Giovanni di Roma: 60 euro lordi l’ora, e coprono i turni pomeridiani e serali. La sanità in Molise è commissariata da 12 anni per un debito da 22 milioni di euro, e ciò limita molto i margini di operatività. L’Azienda sanitaria regionale aveva provato a reclutare forze fresche per ortopedia e traumatologia con un bando per l’affidamento esterno che prevedeva 2.508 ore di servizio sanitario e 1.800 ore di reperibilità con base d’asta ancorata alla remunerazione prevista dal contratto nazionale di categoria. La società Medical line consulting, che già in Piemonte e in Veneto e in altre Regioni ha evitato la chiusura di vari reparti, oltre che dei pronto soccorso e punti nascite, aveva avanzato un’offerta, ma il commissario governativo Angelo Giustini ha bloccato la sottoscrizione del contratto. «Una scelta incomprensibile» afferma un dirigente sanitario del capoluogo molisano «che risponde solo ai formalismi di legge, non alle esigenze dei pazienti. In altre regioni il sistema di esternalizzazione di alcune specializzazioni è già una realtà da anni, da noi è stato vietato. Due pesi e due misure». Colpa dei vincoli del piano di rientro che pure dovrebbero essere resi un po’ meno rigidi dal Decreto Calabria che, pubblicato in Gazzetta ufficiale nel maggio scorso, attribuisce importanti poteri di deroga ai commissari delle Asl delle regioni commissariate sul turnover. La legge, infatti, consentirà di assumere prima a tempo determinato, e poi indeterminato, gli specializzandi alla fine del loro percorso formativo. Un’occasione che l’Anaao-Assomed ha salutato con entusiasmo, ma anche con un pizzico di polemica per i tentativi di depotenziamento della misura. «I baroni universitari alzano le barricate contro ogni tentativo di cambiare un sistema di formazione medica post-laurea del cui fallimento sono i principali responsabili e gli unici a non accorgersi», ha accusato l’associazione. «Denunciano una qualità dell’assistenza compromessa, nell’ipocrisia del “si fa ma non si dice” che omette di rivelare che già oggi nei loro policlinici usano i medici in formazione per l’attività assistenziale, da soli, di giorno e di notte». Torniamo ora alla mappa delle qualifiche mediche: le regioni in allarme finanziano poco e male le borse aggiuntive per i giovani laureati. La Lombardia ne copre appena 53, mentre il Piemonte dieci. Insufficienti le risorse anche per la Toscana che stanzia contributi per sole 25 borse di specializzazione. In Campania assistiamo, invece, a un fenomeno singolare. È la regione che, nonostante il commissariamento, eroga le maggiori risorse per le specializzazioni aggiuntive rispetto al resto d’Italia (ben 105) ma segue un principio tutt’altro che efficiente. «Sponsorizza» materie che sono già coperte creando un surplus in branche come chirurgia plastica (6 borse), medicina legale (3), endocrinologia (3), gastroenterologia (4), fisiatria (2), medicina legale (2) e medicina nucleare (2). Scenario simile a quello della Puglia che finanzia 29 borse integrative per discipline già sicure, come la neuropsichiatria infantile (3 assegni aggiuntivi), e non per quelle a rischio «estinzione» come rianimazione. Gli specialisti mancano non solo per la sproporzione tra nuovi ingressi e pensionamenti. C’è pure l’aspetto economico che contribuisce a rendere tutto più instabile. Il contratto nazionale dei medici è stato rinnovato a fine luglio, dopo dieci anni di attesa, e non senza polemiche considerato che i sindacati Cimo-Fesmed e Anpo-Asciti-FialsMedici hanno deciso di non firmare perché non soddisfatti dell’accordo soprattutto per quanto riguarda il potenziamento degli organici. Chi può (e sono tanti) opta per la libera professione. Secondo la cassa previdenziale Enpam, ci sono 35 mila precari retribuiti a chiamata; 10 mila sono esterni alle strutture, pagati fino a 90 euro l’ora. Per un turno di 12 ore, la retribuzione può arrivare a 500 euro lordi senza copertura assicurativa. Con la partita Iva si guadagna di più, e senza stress. «Personalmente non credo che l’esodo dal pubblico al privato sia una forma surrettizia di privatizzazione, nel senso che non ritengo sia stato voluto per questo» dice a Panorama Pierpaolo Sileri, presidente della commissione Igiene e Sanità del Senato. «Purtroppo, negli anni abbiamo assistito al progressivo abbandono prima del Servizio sanitario nazionale, poi dei concorsi per entrare in esso, infine, delle vocazioni per alcune branche specialistiche». La proposta di Sileri è innalzare «le retribuzioni e migliorare quella che è la quota legata alla esclusività con il Ssn, ferma da 20 anni con un calo del potere economico di oltre il 40 per cento. In tal modo si valorizzerebbe il medico che non lasciasse anticipatamente il Servizio pubblico, rendendo questo più attrattivo. Anche l’attività libero professionale intramuraria potrebbe essere utilizzata per far fronte alle emergenze». Laddove è possibile, si stanno facendo spazio gli stranieri. A Treviso, per esempio, sono in servizio dieci medici rumeni mentre l’Associazione che raggruppa i camici bianchi esteri in Italia dal 2018 ha ricevuto dal Veneto 400 richieste e oltre 350 dal Piemonte. «Penso che si potrebbe aprire ai medici già in possesso del titolo di specialista, purché siano già operativi sul nostro territorio da almeno 5 anni, e consentire loro di fare concorsi», propone a Panorama Sileri. «Aprire le frontiere ai medici stranieri quando abbiamo già medici stranieri in Italia, non servirebbe. Consentiamo a chi è qui e ne ha i titoli di fare i concorsi». Ammesso che poi i concorsi, comunque, si facciano in tempi rapidi.

Allarme medici e dentisti, in 15 anni saranno 14 mila  in meno. Pubblicato giovedì, 18 aprile 2019 su Corriere.it. Lo scenario è preoccupante: i medici sono già pochi rispetto alle esigenze e non ci sono abbastanza futuri professionisti per sostituirli quando andranno in pensione. L’Osservatorio Nazionale sulla Salute ha cercato di quantificare il danno: nelle Regioni Italiane tra 15 anni il Servizio Sanitario Nazionale perderà ben 14 mila medici e ne saranno rimpiazzati solo 42mila, il 75%, considerato l’attuale numero di posti per i corsi di laurea in medicina e chirurgia e delle scuole di specializzazione messi a bando ogni anno. I dati nascono dalle proiezioni effettuate dai ricercatori dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che opera all’interno di Vithali (spin off dell’Università Cattolica presso la sede di Roma): ipotizzando 10mila nuove immatricolazioni nel prossimo anno accademico si può prevedere che tra loro circa 8 mila e 700 saranno laureati tra 6 anni, di conseguenza in 10 anni in Italia ci saranno circa 49 mila nuovi laureati in medicina e chirurgi e gli specializzati tra 15 anni saranno circa 42 mila. Secondo le proiezioni effettuate sui dati del Conto annuale della Ragioneria dello stato, «Sono del tutto insufficienti gli accessi ai corsi di laurea in medicina e alle scuole di specializzazione per compensare questa continua diminuzione di camici bianchi». «Questo succede perché negli anni non è stata fatta una programmazione adeguata da parte delle autorità competenti, e ora rischia di compromettere le basi portanti del servizio sanitario nazionale» afferma Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane. «In un mondo in cui la carenza di medici e di personale sanitario sta diventando drammatica, l’Italia aggiunge la miopia di finanziare la formazione di un numero importante di giovani medici e di “regalarli” poi a Paesi in grado di accoglierli a braccia aperte». Per invertire la tendenza e rimpiazzare i 56 mila medici in 15 anni saranno necessarie 13 mila e 500 immatricolazioni ai corsi di laurea in medicina e 11 mila posti di specializzazione. «Ma le Università dovranno essere attrezzate per formare circa 5 mila studenti in più ogni anno» commenta Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane. L’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane ha sviluppato un modello di previsione per stimare quanti medici di medicina generale e quanti specialisti l’Italia avrà a disposizione nei prossimi anni. I dati riferiti al quadriennio 2013-2016 mostrano come il tasso di compensazione del turnover sia inferiore a 100, il che significa che sostanzialmente l’organico del SSN ha subito una contrazione. Tale dinamica ha interessato anche i medici e gli odontoiatri del SSN il cui numero si è ridotto in modo costante tra il 2013 e il 2016, passando da 108.271 unità nel 2013 a 105.093 unità nel 2016 (-2,9%). Il medesimo trend si riscontra in maniera più accentuata se si rapporta il numero di medici e odontoiatri del SSN alla popolazione: in questo caso la riduzione del numero di unità è del 4,3%. La dotazione minore di medici si riscontra nel Lazio, Molise e Lombardia le quali hanno 1,3 e 1,4 medici ogni 1.000 abitanti, a livello nazionale si attesta a 1,7 per 1.000. Molise e Lazio sono le regioni che hanno sperimentato la diminuzione più marcata dal 2013, 16,3% e 13,3% rispettivamente. In generale, la dotazione di medici mediamente più bassa si registra al sud, ad eccezione della Sardegna e della Basilicata che vantano un rapporto medico/popolazione superiore alla media nazionale, rispettivamente 2,7 e 2,1 ogni 1000 abitanti. La riduzione del personale medico è preoccupante in quanto si accompagna a un progressivo invecchiamento. Infatti, nel 2016, quasi il 52% del personale medico ha oltre 55 anni, sale al 61% tra gli uomini, tra le donne si attesta al 38%. Tra i 50 e i 59 anni la quota dei medici si attesta al 41%, tra i 40 e i 49 anni a circa il 23%. Dal 2013 al 2016 è aumentata di quasi il 10% la quota di medici ultra sessantenni, la variazione è del 7% al Nord, 8% al Centro e sale fino al 14% nelle regioni del Mezzogiorno. Per contro, tutte le fasce di età più giovani sperimentano una diminuzione del loro peso percentuale, calo generalizzato su tutto il territorio italiano.«La prospettiva è allarmante», affermano Ricciardi e Solipaca « nel 2016, i medici con più di 55 anni sono oltre 56 mila, quindi nel corso dei prossimi 15 anni (senza contare eventuali uscite legate a “quota 100”) ci si attende una uscita per pensionamento di pari entità».

Ospedali, i 300 reparti da evitare perché non sono sicuri. Tanti sono i reparti da chiudere perché non rispettano gli standard minimi. A opporsi sindaci e governatori. Pubblicato mercoledì, 10 aprile 2019 da Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Corriere.it. Questi criteri sono recepiti dal decreto ministeriale 70 del 2015 voluto dall’allora ministro della Salute Beatrice Lorenzin: «Per numerose attività ospedaliere – viene spiegato – sono disponibili prove, documentate dalla revisione sistematica della letteratura scientifica, di associazione tra volumi di attività e migliori esiti delle cure». Il provvedimento s’intitola: Definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera. I reparti che non stanno nei parametri devono essere chiusi o riconvertiti. Questi criteri riguardano le metropoli e le aree dove l’offerta sanitaria è vasta, e non sono ovviamente applicabili all’alta montagna o alle zone geograficamente disagiate. Dove non c’è alternativa, piuttosto che nulla è meglio piuttosto. La legge parla chiaro: per i Pronto soccorso ci vuole una media di 54 al giorno. Eppure sono ancora in funzione Pronto soccorso con meno di un caso all’ora: all’ospedale di Agropoli (Campania) vengono assistiti 16 pazienti al giorno, al Soveria Mannelli (in provincia di Catanzaro, Calabria) 20, persino in Lombardia a Morbegno non si arriva a 24 casi in media. Invece a Ostuni, in Puglia, dove vengono fatte 2 visite al giorno e a Scicli, in Sicilia, dove sono 11, al centralino ammettono: «È rimasto un punto di primo intervento, se ha qualcosa di grave vada altrove». Complessivamente, a quattro anni di distanza dal decreto 70, su 635 Pronto soccorso 103 – di cui 2 privati accreditati – risultano senza i requisiti minimi previsti e sarebbero da chiudere. In Emilia Romagna il punto nascita di Pavullo nel Frignano (Modena), 155 bambini nel 2017, è stato giustamente chiuso: «Non c’è più dal 17 ottobre 2017», chiariscono gentilmente al telefono. Ma all’ospedale San Giacomo di Licata, 11 nascite nel 2017, la sala parto è ancora in funzione: «L’abbiamo rinnovata», spiegano soddisfatti dal centralino. Si continua a fare nascere bambini anche a Portogruano in Veneto nonostante i 107 parti del 2017, e al Moriggia Perlascini di Gravedona dove viene alla luce solo un bebè al giorno. Su 442 reparti di ostetricia, 84 – di cui 9 privati accreditati – non raggiungono il minimo di 500 nascite, considerato la soglia per un parto in sicurezza in caso di complicazioni. Per aumentare la qualità dell’assistenza, la sicurezza delle cure e l’uso appropriato dei soldi pubblici, per specialità come cardiochirurgia e neurochirurgia la legge prevede che ci sia un reparto al massimo ogni 600 mila abitanti. E per la chirurgia vascolare uno ogni 400 mila. Complessivamente risultano 115 strutture in più: 12 (su 100) per la cardiochirurgia, 51 (su 160) per la neurochirurgia, 52 (su 207) per la chirurgia vascolare. Chiudere reparti per le Regioni è impopolare perché ogni volta che c’è da toccare qualcosa i cittadini insorgono al fianco di sindaci e politici locali, che nel caso di strutture pubbliche difendono la nomenclatura medica e nel caso di privati accreditati tutelano gli interessi degli imprenditori della Sanità. Nessuno spiega ai pazienti che è meglio ricoverarsi in un grande ospedale un po’ più lontano che in uno sotto casa, ma senza i requisiti minimi.

Paolo Russo per “la Stampa” il 5 dicembre 2019. Sempre meno letti negli ospedali e poche strutture alternative nel territorio soprattutto al Sud fanno lievitare le fila dei migranti della salute. Sono 713mila i pazienti dal Lazio in giù costretti a fare le valigie per trovare un posto in reparto. I ricoveri fuori regione erano il 7,6% di quelli complessivi nel 2010, sono cresciuti all' 8,8%. Un esercito che sale a un milione, se si considera anche chi emigra per accertamenti diagnostici complessi. Flusso generato in particolare da chi cerca un posto in reparti di ortopedia, chirurgia generale e riabilitazione. A disegnare la nuova mappa dei viaggi della speranza è un rapporto dell' Università Bocconi presentato oggi a Bari, in occasione dell' inaugurazione del nuovo ospedale di ricerca, ricovero e medicina riabilitativa del gruppo Maugeri. Grafici e tabelle che rilevano una volta per tutte la correlazione tra tagli ai posti letto e migrazioni sanitarie. Sedici regioni su ventuno sono al di sotto dei 3,7 posti letto ogni mille abitanti, standard stabilito da un decreto ministeriale del 2015 e che è il più basso d' Europa. A salvarsi e di poco sono le province autonome di Trento e Bolzano, Emilia Romagna, Molise, Valle d' Aosta, Piemonte e Lombardia. Mentre a scendere sotto la già scarsa media nazionale sono Marche, Basilicata, Abruzzo, Sicilia, Campania, Puglia, Calabria e Toscana. Fatta eccezione per quest' ultima, che vanta però un' ottima rete di servizi territoriali, tutte regioni che esportano pazienti. Lo stesso gruppo di regioni lo si ritrova anche nella bassa classifica dei posti letto per le lungodegenze. Per non parlare della riabilitazione, dove per quella neurologica di alta specialità indirizzata al recupero di chi ha subito gravi danni spinali o ictus altamente invalidanti, il fabbisogno sarebbe di 6.125 letti, mentre i dati del Ministero della salute dicono che ce ne sono solo 2.328. Con le solite grandi disparità regionali: Sicilia e Molise coprono quasi il loro fabbisogno, in Campania ci sono 32 letti anziché 595. In Sardegna la dotazione di letti è del 443% inferiore al necessario e anche in Piemonte, Calabria e Friuli si registrano carenze del 300 e più per cento. Anche se si parla di riabilitazione neurologica a minor tasso di complessità la carenza di letti è palesata dai numeri. Secondo le società scientifiche dovrebbero essere oltre 29mila, non arrivano a 23mila. Dove le dotazioni sono più insufficienti, maggiore è il numero di migranti sanitari. Che alla fine creano un circolo vizioso, perché le regioni che li accolgono fatturano le prestazioni fornite a quelle di provenienza per un conto di 4,3 miliardi. Soldi che sarebbe stato meglio spendere per creare quello che non c'è. Ma il fenomeno delle migrazioni sanitarie è anche figlio della discriminazione sociale. Perché al centro-nord quando il servizio pubblico non soddisfa le esigenze degli assistiti, soprattutto per i tempi di attesa, si sopperisce aprendo il portafoglio. Al Sud si fanno le valigie. Magari finendo per intasare ancor di più le liste d' attesa. Ad eccezione di Marche e Umbria infatti a nord della Campania le famiglie spendono per le cure nel privato più della media nazionale di 604 euro l' anno. Con la Valle d' Aosta che tocca i 1.030 euro di spesa, seguita dalla Lombardia con 793 euro, mentre la Campania, terra di migranti, si ferma a 374 euro. Per uscire da questa situazione il Ministro della salute, Roberto Speranza, ha portato a casa con la manovra due miliardi in più per l'edilizia sanitaria. «Ma occorre anche invertire la rotta del privato, che oggi investe poco al Sud, dove serve creare strutture ma anche competenze e organizzazione. Perché se la prima causa di esodo sanitario dalla Puglia è l' intervento all' alluce valgo, vuol dire che non è questione di carenza di alta specializzazione ma di offerta che non soddisfa la domanda», afferma Paolo Migliavacca, direttore generale degli Istituti clinici scientifici Maugeri, che a Bari hanno investito 30 milioni per un nuovo ospedale di alta specialità da 246 posti letto, tirato su in 15 mesi. Esempio di come al Sud si possa invertire il senso di marcia.

Via dal Sud per curarsi: l’esodo di 800 mila malati. Pubblicato mercoledì, 13 marzo 2019 da Corriere.it. Nella campagna attorno a Roma un bus parte a cadenze regolari da una villa nel verde verso il Campus Biomedico, il policlinico che si stende per molti ettari a poca distanza. Salgono passeggeri che sono, tecnicamente, migranti interni; da queste parti per lo più vengono dalla Calabria o dalla Sicilia. In Italia ogni anno si muovono quasi 800 mila persone come loro, disposte ad affrontare il costo umano e finanziario dello sradicamento da casa per curare una malattia o sottoporsi a un’operazione. Qui, a due passi dal Campus Biomedico, sono ospiti di una delle sedi di Casa Amica, un’organizzazione nata negli anni 80 da una madre che accompagnava i figli a scuola a Milano. La donna, Lucia Cagnacci, notava ogni mattino le persone che dormivano sulle panchine a Milano dalle parti dell’Istituto nazionale dei tumori e del Neurologico Besta: erano malati che venivano a curarsi da altre regioni, ma non potevano permettersi un alloggio. Una decisione del Consiglio dei ministri di ieri spiega, almeno in parte, perché lo facciano: il governo ha sciolto l’Azienda sanitaria di Reggio Calabria per infiltrazioni mafiose. Chi aveva bisogno di cure affidabili era costretto a lasciare la regione e magari cercare ospitalità in centri di accoglienza a Roma o al Nord. Con il sostegno delle donazioni e dei volontari, oggi Casa Amica a prezzi quasi simbolici ospita più di seimila persone all’anno a Milano — dove uno dei centri è solo per bambini — a Lecco e dal 2017 anche a Roma. È poco rispetto ai bisogni, ma è sempre di più. Qui sulle colline romane un anziano dipendente dell’Anas di Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, si aggira per le cucine comuni di Casa Amica in attesa che tra qualche ora la moglie venga operata al cuore. Lui sa che può restare assente per assistere un familiare a lungo senza perdere il lavoro, ma spesso non è così. Per aiutare le famiglie a gestire lo stress di queste migrazioni, a volte per molti mesi, Casa Amica offre anche il sostegno di alcuni psicologi. Questo resta uno dei grandi costi sommersi, pagati in silenzio da milioni di italiani in questi anni, dell’inefficienza e della diseguaglianza nella qualità delle amministrazioni. L’esodo sanitario è il segno di una radicata sfiducia verso le istituzioni in gran parte del Sud e ha numeri ormai impressionanti. Il più recente rapporto del ministero della Salute mostra che nel 2016 oltre mezzo milione di ricoveri per malati acuti in regime ordinario sono avvenuti fuori dalla regione di residenza. Un quarto dei calabresi e oltre un quinto dei siciliani si sono trasferiti altrove per trovare un letto in un ospedale di cui potessero fidarsi. In Lombardia, di gran lunga dominante nell’industria della salute, più di un ricovero per malati acuti ogni dieci è di un residente di un’altra regione. È nella cura dei tumori che l’esodo diventa una migrazione di massa. Nel 2016 si è trasferito fuori dalla regione più del 40% degli abitanti della Calabria che aveva bisogno di ricovero per una condizione acuta, il 19% degli abruzzesi e il 16% dei campani. All’estremità opposta, la Lombardia in totale ha offerto il doppio dei ricoveri per tumore rispetto alla seconda regione più attiva (il Lazio) e il 16% dei malati venivano dal resto del Paese. Quasi nessun lombardo si trasferisce altrove per curarsi. Ma molte migliaia di siciliani, piemontesi, pugliesi, liguri e campani arrivano ogni anno a Milano con le loro famiglie per questo motivo. La tendenza è evidente nella più drammatica (e costosa) delle cure, la chemioterapia. Metà degli abruzzesi, metà dei liguri e un terzo dei pugliesi soggetti a questo trattamento ormai in regime di ricovero ordinario lo assumono lontano da casa. La Lombardia da sola fornisce a non residenti quasi metà delle novemila chemio somministrate nella regione. Anche nel Lazio un quinto delle cure è dedicato a persone provenienti in prevalenza dalla Puglia, dalla Calabria o dalla Campania. C’è poi l’altro lato di questo enorme iceberg della sanità italiana, perché per esempio un antitumorale costa spesso oltre cinquemila euro a dose. Poiché ogni regione di residenza del malato deve rimborsare la regione che fornisce le cure, i trasferimenti fra Sud e Nord d’Italia sono ormai cifre di rilevanza macroeconomica. All’ultimo accordo della Commissione salute delle regioni, il totale delle compensazioni vale 4,6 miliardi di euro all’anno. La Lombardia ha il saldo netto positivo di gran lunga maggiore, perché riceve dalle altre diciannove amministrazioni sanitarie d’Italia poco più di 800 milioni di euro all’anno: un contributo decisivo ai bilanci dell’intero settore ospedaliero privato convenzionato di Milano, senz’altro migliaia di posti di lavoro in più. La seconda maggiore beneficiaria è l’Emilia-Romagna, con trasferimenti netti positivi per più di 350 milioni l’anno dal resto del Paese (quasi un quarto delle chemio somministrate in Emilia-Romagna sono per non residenti). Terzo è il Veneto con 161 milioni netti di «compensazioni» dalle altre regioni. Naturalmente c’è anche l’altro lato della medaglia. La Calabria affronta pagamenti netti al resto d’Italia per più di 300 milioni l’anno: in media ciascuno dei suoi abitanti, bambini inclusi, manda al Nord 150 euro all’anno delle proprie tasse o risorse locali; anche la Campania è oltre i 300 milioni di deflussi a favore del Nord (50 euro per abitante), la Sicilia a 240 milioni, mentre dalla Sardegna i trasferimenti netti al resto d’Italia sono di 50 euro per abitante. In sostanza, in tutto il Meridione d’Italia l’esodo sanitario porta via una parte enorme del gettito dell’addizionale regionale dell’imposta sui redditi delle persone. Gli abitanti delle aree più povere del Paese pagano le tasse alla giunta che hanno eletto, perché poi i loro soldi siano spediti alle aree più ricche d’Italia. Così la mobilità ospedaliera alimenta un silenzioso, enorme fenomeno di Robin Hood alla rovescia. Non è colpa di Milano, né del Veneto o dell’Emilia-Romagna. È il frutto della sfiducia degli abitanti del Sud verso le istituzioni dei loro territori. Queste ultime dovranno riguadagnarsela, gli elettori e contribuenti dovranno esigere più responsabilità dei loro enti locali e negli ospedali, perché questi squilibri inizino a ridursi. E con essi il costo umano dell’esodo.

UN PAESE IN MUTANDE - UN ITALIANO SU DUE FATICA A PAGARE LE VISITE MEDICHE. Nicola Lillo e Gabriele Martini per “la Stampa” il 14 Marzo 2019.  «Una vita spesa a far la spesa», scriveva Leo Longanesi mentre il Paese scopriva il boom economico dopo gli anni bui della guerra. Un motto ironico che nell' Italia di oggi non vale più. Dopo un decennio difficile per la nostra economia, la situazione si è ribaltata e ora - che il Paese si trova nella terza recessione dal 2008 - gli italiani stringono la cinghia e rinunciano anche a spese fondamentali, a partire dalla salute. Lo scorso anno quattro famiglie su dieci non sono riuscite a sostenere gli acquisti di tutti i giorni relativi ad abitazione, salute, mobilità e tempo libero, mentre una su due ha fatto fatica a risparmiare o addirittura non è riuscita a mettere da parte neppure un euro. È la fotografia della difficoltà con le quali sempre più spesso anche il ceto medio deve convivere. A scattarla è Altroconsumo, associazione di consumatori, che nella sua prima indagine sulla capacità di spesa delle famiglie - sono state sentite 1.628 persone tra i 25 e i 79 anni da Nord a Sud - mostra l'affanno in cui si trovano gli italiani. Lo studio ha indagato le spese relative a sei settori: la salute, l'abitazione, l'alimentazione, l'istruzione, la mobilità e il tempo libero. Ne è uscita l'immagine di un Paese che non si sente al riparo dai problemi, dove i pensionati tendenzialmente riescono a sostenere le spese in modo più agevole delle giovani coppie e dove c' è pessimismo per il futuro. L'Italia arranca. Il Pil ha il segno negativo da due trimestri a questa parte e per lo scorso anno ha registrato un modesto +0,9% contro l'1,6 auspicato dal governo: un calo legato al «netto ridimensionamento» del contributo della domanda interna e dunque dei consumi, come sottolinea l' Istat. A questo si affianca l'indice del clima di fiducia, precipitato anch' esso. Il dato più preoccupante del report di Altroconsumo è quello relativo alla salute. Per il 44% delle famiglie, infatti, la sanità è un peso economico. Il 55% degli italiani ha trovato difficile sostenere le cure dentistiche (per il 27% è molto difficile o addirittura impossibile), il 51% le visite mediche specialistiche (per il 18% non è stato possibile) e il 41% l'acquisto di farmaci (per il 12% è impossibile comprarli). «Ci sono vari gradi di difficoltà espressa dagli intervistati - spiega Flavio Pellegrinuzzi, curatore dell'indagine statistica -. Si tratta comunque di persone che purtroppo non sono andate lisce con le spese e quindi sono state costrette a tagliare da qualche altra parte nel bilancio di famiglia». Sardegna maglia nera Le difficoltà economiche sono diffuse su tutta la Penisola, ma al Sud la situazione è più complicata. «Stiamo parlando della percezione dei cittadini, non di dati oggettivi, ma sono comunque significativi», aggiunge Pellegrinuzzi. Per raccontare come cambia la vita quotidiana degli italiani, Altroconsumo ha creato un indice da 0 a 100 sulla capacità di spesa, ponderando i dati in base all' importanza delle rinunce: la sanità chiaramente pesa più delle mancate spese per il tempo libero. L' Italia ha un indice pari a 46,5 punti, è cioè un Paese con alcune difficoltà economiche. Le differenze tra le regioni sono marcate: in fondo alla lista c' è la Sardegna con 38,4 punti, penultima la Sicilia, poi a salire Abruzzo, Liguria e Puglia; in cima alla classifica invece il Trentino Alto Adige con 59,2 punti (unica regione a registrare un dato che identifica una zona senza particolari difficoltà economiche), seguito da Emilia-Romagna, Lazio e Lombardia. Sfiducia nel futuro Oltre alla salute, gli italiani faticano a sostenere le spese per la casa e la mobilità. Il 48% ha avuto problemi legati ai costi di luce, gas e acqua o alla manutenzione dell'abitazione, mentre il 46% ha incontrato difficoltà a trovare le risorse necessarie per l'automobile o per viaggiare sui mezzi pubblici. Il calo del potere d' acquisto ha colpito in primo luogo il tempo libero. Il 42% delle famiglie ha incontrato criticità: per i viaggi il 53%, per una serata al ristorante il 36%. È questo l'ambito in cui è ovviamente più facile fare un sacrificio. Vengono registrate invece meno complessità per le spese relative all' alimentazione e all' istruzione. Nel primo caso la percentuale di famiglie in difficoltà scende al 25% (il 32% per l'acquisto di carne e pesce), così come per le spese scolastiche, dove la percentuale si ferma al 24%. Oltre ai problemi registrati per il 2018, ci sono poi quelli che le famiglie mettono in conto per l'anno in corso: una su tre ritiene che nel 2019 la situazione sarà peggiore e una su due crede che sarà praticamente impossibile mettere da parte qualche risparmio.

·        Aborto clandestino, migliaia di donne ancora oggi rischiano la vita.

Diritti negati. Aborto clandestino, migliaia di donne ancora oggi rischiano la vita. Giorgia, Alaa, Sara. Tre itinerari di dolore come moltissimi altri. Che nessuno vuole vedere. Dalle roulotte dei campi nomadi ai “laboratori” cinesi, dove per interrompere la gravidanza si usa un farmaco per l'ulcera. Massimiliano Coccia su L'Espresso il 04 dicembre 2019. Il bus numero 105 è una linea molto frequentata, copre un tratto lunghissimo dalla Stazione Termini fino al Parco di Centocelle, una miriade di fermate che percorrono come un elettrocardiogramma la vecchia periferia di Roma. Il 105 è l’autobus che Giorgia prende tutti i giorni per andare al lavoro come addetta alle pulizie di un hotel low cost all’Esquilino dove la natura degli avventori è sempre incerta, Giorgia ha poco meno di trent’anni e uno sguardo affilato che apre in due. Non cerca pietà e compassione, ma lotta, lotta per se stessa e per le altre di cui non conosce il nome. Un giorno di un anno e mezzo fa la sua vita è cambiata per un aborto. «Stavo col mio compagno da tre anni e le cose non andavano bene, col passare del tempo come capita a tante l’ho visto cambiare e diventare violento e ossessivo, la storia che raccontano tutte», dice mentre gesticola ampiamente, «dopo un ritardo del mio ciclo prolungato faccio un test di gravidanza e mi accorgo di essere incinta. Ovviamente lo comunico e lui è felice, dice che finalmente potremmo iniziare una nuova vita. Passa la prima settimana e devo dire che il suo atteggiamento era cambiato, più calmo e proprio felice della notizia. Tra me e me dicevo “volesse il cielo che questo ha messo la testa apposto”, ma era solamente un’illusione». Giorgia racconta che dopo quella settimana di idillio a un certo punto la obbliga a mettersi in malattia dal lavoro «perché sosteneva che quel posto era squallido e che il bambino avrebbe rischiato di prendere chissà quale malattia». Da qui parte un’escalation di privazione graduale della libertà prima le toglie il cellulare: «mi faceva chiamare mia madre la sera e sotto il suo controllo». Questo incubo, racconta Giorgia, va avanti per due settimane quando da incubo passa al dramma. «A un certo punto gli dico che sta impazzendo, che non posso vivere così e che abortirò perché non ci sto a farmi segregare fino al parto e poi chissà quanto altro ancora. Gli dico che io non sono sua, che il figlio lo voglio buttare perché se averlo significa dover fare i conti con lui tutta la vita non lo volevo». Dentro Giorgia, mentre racconta, sale una rabbia enorme che le riga il volto perché «quel bastardo mi ha fatto dire e fare delle cose orrende». La reazione dell’uomo non si fa attendere: «Mi strattona e mi getta a terra, inizia a tirarmi tutto quello che trova a disposizione. In quegli istanti mi dice che sono una troia e che il bambino lo “cagherò fuori” anche se non lo voglio, perché il figlio è roba sua. Dopo mi tira su a forza e mi dà un cazzotto sulla bocca dello stomaco dicendo che se mi azzardavo a dire qualcosa mi avrebbe dato il resto». Giorgia non lo ha mai denunciato perché la sua famiglia nonostante avesse saputo delle violenze, della gravidanza e della sua segregazione ha sempre invitato a portare pazienza. «Mio fratello diceva che ero un’isterica, che ero una matta insomma e che lui faceva bene a stare attento a quello che facevo, insomma, mi sono sentita sola». L’incubo di Giorgia continua fino a che una mattina l’uomo si attarda ad alzarsi, lei si alza e vede che ha lasciato le chiavi attaccate alla porta. In quel momento, in pochi attimi si cambia in bagno, apre la porta e scappa senza soldi, senza documenti, inizia solamente a correre. Prende il 105 e si mescola alla vasta umanità che lo popola. «Mi sono sentita come loro», racconta, «c’erano gli immigrati e pure io ero un immigrata, pure se sono di Roma». Giorgia va nell’albergo dove lavora e racconta la storia che sta vivendo al suo datore di lavoro che ovviamente non le crede: «“La parola tua contro la sua”, mi dice, “e io a chi dovrei credere?”. Inizio a piangere, esco dalla sua stanza e trovo Alina, una mia collega rumena a cui racconto tutto. Mi calma e mi dice che ci penserà lei. Mi porta a casa sua, un minuscolo appartamento a Casalbruciato e lì inizio a sentirmi quasi in salvo. Mi dice che anche lei quando era appena arrivata ha abortito, con un farmaco, il Cytotec e che andremo in un campo dove alcuni amici suoi lo vendono. Mi rassicura dicendo che basteranno poche pasticche perché sono ancora di poche settimane. Le chiedo se non sarebbe meglio andare in ospedale e mi convince che tra medici obiettori, psicologi passerebbe troppo tempo e io di tempo non ne avevo molto. Dovevo salvarmi». Giorgia ricorre in modo insicuro al Cytotec, un farmaco che ha come principio attivo il misoprostolo che di solito viene utilizzato per la prevenzione delle ulcere gastriche, per trattare l’aborto spontaneo, per indurre il travaglio di parto, e come farmaco abortivo. Un farmaco pericoloso che è diventato oggetto di commercio spesso illegale come nel caso di Giorgia. «Arriviamo in questo campo nomadi alla Romanina, avevo tanta paura di morire. Alina mi diceva di non preoccuparmi, entriamo in una roulotte e una donna mi accarezza il viso. Non dimenticherò mai la carezza di quella donna, aveva una mano gelida. Alina ci parla e gli da 250 euro in cambio di sei pasticche di Cytotec». Nella roulotte della donna, racconta Giorgia, sembra esserci una specie di ambulatorio, comprensivo di reggigambe ginecologico e un lettino con degli asciugamani. «Quando ho visto quei ferri ho pensato chissà quante donne avrebbero abortito dentro quel posto squallido, chissà a quante come me sarebbe rimasta quella ferita perché fare un aborto sicuro è complicato e questa cosa mi ha addolorato». Giorgia torna a casa e assume le pasticche come “prescritto” dalla donna nella roulotte. Dopo poco il suo ventre inizia a contrarsi, Alina la tranquillizza, iniziano le perdite di sangue, la sua pressione cala. «Sembrava che avessi dentro un incendio, il sangue iniziava a uscire e dentro quel sangue ci sarebbe stato anche il feto pensavo e mi dicevo che quella era la punizione giusta per non aver badato a me stessa, alle compagnie che avevo vicine». Ma il sangue continua a uscire e anche Alina si spaventa e chiama un’ambulanza che dopo qualche minuto la porta in ospedale. «In ospedale», continua Giorgia, «mi puliscono l’utero, mettono fine all’emorragia e anche a una parte di me. Ho rischiato di morire perché per una donna non ci sono gli stessi diritti degli uomini, perché una donna deve andare in un campo nomadi per abortire? Perché è difficile denunciare una violenza domestica? Perché se sei povera non hai gli stessi diritti di una donna ricca? Sono le domande che mi faccio ogni notte prima di andare a dormire anche se non dormo mai». Giorgia ha ricominciato a vivere lontano dal quartiere dove viveva, ha un nuovo lavoro, «ma ancora non mi faccio toccare da nessuno perché quel sangue sarà andato via da dentro ma è rimasto fuori, sulle ferite che ho». Questa storia di aborto insicuro e clandestino non riguarda solo Giorgia, ma anche Alaa, che ha ventiquattro anni e viene dal Sudan. Alaa ha rischiato di morire in Puglia. È arrivata in Italia con un barcone e si è portata dietro un cammino di stupri e una gravidanza. Alaa oggi è a Roma e ha una nuova vita, ma nella sua memoria ha «i trafficanti addosso tutte le sere, sento ancora le loro mani», racconta mentre con le mani sembra volersi pulire da quella presenza, «sono scappata per la guerra e sono stata stuprata dopo pochi chilometri dalla partenza quando il primo trafficante ci vende ad altri trafficanti. Ogni scambio era uno stupro. Fino all’arrivo in Libia dove siamo stati ammassati in una sorta di buca dove i nostri carcerieri ci stupravano a turno e dove ho visto nascere e morire dei bambini». Alaa riesce ad arrivare in Italia e poi viene trasferita in Puglia e chiede alla sua mediatrice culturale se può abortire. «Lei mi risponde che si può fare ma la trafila è lunga e forse sono fuori dal tempo massimo per la legge italiana e allora chiedo ad altre donne che mi mettono in contatto con un uomo che mi fa avere queste pasticche che dicono essere abortive». La difficoltà di comunicare di Alaa è ovviamente il primo ostacolo, ha superato la dodicesima settimana e quindi la dose di Cytotec deve essere massiccia altrimenti il feto non potrà essere espulso. Alaa prende le pasticche fuori dal centro, fuori dal controllo medico, inizia come Giorgia a sanguinare e ad avere dolori atroci. Si trascina fino all’ingresso di un pronto soccorso di Bari dove sviene. «In ospedale», racconta Alaa, «sono stati gentili e mi hanno aiutata davvero. Non sapevo la lingua ma le donne del reparto mi hanno accudita». La carrellata di storie come quella di Giorgia e di Alaa è imponente. Gli aborti clandestini sono ancora migliaia ogni anno: gli ultimi dati disponibili del ministero della Sanità riguardano il 2012 e stimano fra i 10 e i 13 mila casi, dei quali più di 3 mila riguardano donne straniere. Sono numeri che raccontano un Paese sommerso e ipocrita, dai vasti coni d’ombra dove c’è un tacito accordo fino a quando andrà tutto bene. «Ho abortito dentro un laboratorio all’Esquilino in mezzo a tante altre donne cinesi che abortiscono e di cui nessuno sa niente e che magari muoiono, io ero minorenne tre anni fa», dice Sara, «la mia storia è uguale alle altre, ci rimane solo la pena e solo la lotta. Però raccontatelo perché ogni volta che si attacca la 194 si indebolisce la vita delle donne. Scrivetelo mi raccomando. Per tutte, scrivetelo».

·        Psoriasi, i falsi miti duri a morire.

Psoriasi, i falsi miti duri a morire. Pubblicato giovedì, 03 ottobre 2019 da Corriere.it. Niente strette di mano o appuntamenti galanti, scarsa socializzazione con i colleghi e persino pochi amici. Così lo stigma e i falsi miti sulla psoriasi influiscono concretamente nella vita di chi ne soffre, isolando i pazienti e pesando negativamente sul loro benessere psicologico.A misurare l’impatto della malattia è uno studio condotto negli Stati Uniti da psicologi e dermatologi della Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania, pubblicato sulla rivista Journal of the American Academy of Dermatology, che ha valutato la percezione che ne hanno studenti di medicina e popolazione generale. Gli esiti indicano che i pregiudizi restano forti e, secondo i ricercatori, servono campagne educative perché le persone imparino a conoscere questa patologia, che non è contagiosa e per la quale esistono oggi molte terapie efficaci.

La psoriasi è una malattia molto frequente, che colpisce milioni di persone in tutto il mondo. «Recenti studi epidemiologici mostrano che in Italia ne soffre circa il 3 per cento della popolazione - dice Peris -, quindi interessa più o meno 2 milioni di connazionali, includendo tutte le forme da quelle più lievi fino a quelle molto gravi. Si manifesta in uomini e donne in uguale misura e, sebbene si manifesti con lesioni sulla cute, la psoriasi non è «solo» una patologia delle pelle, ma una condizione severa che può seriamente compromettere il benessere psico-fisico di chi ne è affetto.«Sebbene sia noto e documentato che l’aspetto delle lesioni psoriasiche sulla pelle influisca negativamente la vita sociale, professionale e intima dei malati, volevamo cercare di capire quanto davvero sia pesante lo stigma - spiega Joel M. Gelfand, docente di Dermatologia e autore della ricerca -. E la nostra indagine indica che è importante informare le persone comuni, così come gli studenti di medicina, per combattere i molti stereotipi e false credenze che ancora resistono». L’indagine (condotta facendo compilare un questionario a quasi 400 persone e mostrando alcune fotografie di persone con psoriasi in zone del corpo visibili) ha rilevato che oltre la metà degli intervistati non andrebbe a un primo appuntamento con un paziente psoriasico; il 39 per cento non gli o le stringerebbe la mano; il 32 per cento non lo/la vorrebbe in casa propria. Quanto ai preconcetti più diffusi, i malati vengono ritenuti insicuri, d’aspetto sgradevole e contagiosi.Le cose migliorano se si valutano le risposte degli studenti di medicina o di chi già conosce qualcuno che soffre di questa malattia.D’altro canto, molti pazienti non sono ancora adeguatamente informati sulle varie opportunità terapeutiche e loro efficacia (in molti casi si può raggiungere l’obiettivo di una pelle «senza chiazze»), e sono spesso scoraggiati e disillusi nei confronti di qualsivoglia trattamento. Mentre è fondamentale parlare con il proprio medico o con un dermatologo, per ottenere la cura più idonea al singolo caso.Vivere bene con questa patologia si può, come confermano anche le storie di molte star internazionali che ne soffrono, da Kim Kardashian a Cyndi Lauper.

·        Neoplasia o Tumore o Cancro.

Neoplasia o Tumore o Cancro. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.

Sinonimi di Neoplasia: Tumore o Cancro (se maligno).

Una neoplasia (dal greco νέος, nèos, «nuovo», e πλάσις, plásis, «formazione») o un tumore (dal latino tumor, «rigonfiamento»), indica, in patologia, «una massa di tessuto che cresce in eccesso ed in modo scoordinato rispetto ai tessuti normali, e che persiste in questo stato dopo la cessazione degli stimoli che hanno indotto il processo», come chiarisce la definizione coniata dall'oncologo Rupert Allan Willis, accettata a livello internazionale. La crescita incontrollata e scoordinata di un gruppo di cellule, a scapito dell'omeostasi tissutale, è determinata da alterazioni del loro proprio patrimonio genetico, ed è alla base di una vasta classe di malattie, classificata in base a diverse caratteristiche, ma principalmente in tre modi:

secondo il tipo istologico originario delle cellule proliferanti: principalmente in tumori epiteliali, mesenchimali, delle cellule del sangue o del tessuto nervoso;

secondo l'aggressività e il decorso clinico previsto: in tumori benigni (non cancerosi) e tumori maligni (cancerosi, o cancro);

secondo la stadiazione tumorale, o classificazione TNM, per quanto riguarda i tumori maligni.

La branca della medicina che si occupa di studiare i tumori sotto l'aspetto eziopatogenetico, diagnostico e terapeutico è definita oncologia.

Origine del termine e cenni storici.

 -plasia

(Ana)plasia - indifferenziazione

(Iper)plasia - proliferazione con corredo genetico fisiologico

(Neo)plasia - proliferazione con corredo genetico patologico

(Dis)plasia - anormale maturazione

(Meta)plasia - conversione di tipo cellulare

Il termine tumore è stato coniato sulla base dell'aspetto macroscopico della maggior parte delle neoplasie, che si presentano frequentemente, ma non sempre, con una massa rilevante (tumor, «rigonfiamento») sul sito anatomico di origine. Il termine neoplasia, che letteralmente significa «nuova formazione», è sinonimo del precedente, ma prende in considerazione, più che l'aspetto esteriore della massa, il contenuto cellulare della stessa, costituito da cellule di "nuova formazione".

La manifestazione in forma maligna di un tumore viene anche chiamata cancro. Il termine, derivante dal greco karkinos ("granchio") è stato coniato dal padre della Medicina, Ippocrate, sulla base dell'osservazione che i tumori in stadio avanzato formano proiezioni spesso necrotiche all'interno del tessuto sano che danno un'immagine simile alle chele di un granchio. Il cancro è esistito per tutta la storia umana. La prima testimonianza scritta che riguarda il cancro è datata intorno al 3000 a.C. e si trova sul più antico trattato di medicina giunto fino a noi, il Papiro Edwin Smith, che descrive il cancro della mammella. Ippocrate di Coo (460 a.C. - ca. 377 a.C.) descrisse diversi tipi di tumore, riferendosi a loro con la parola grecacarcinos (granchio o gambero). Questo nome deriva dall'aspetto della superficie al taglio di un tumore solido maligno, con "le vene tese su tutti i lati, come un granchio ha le sue zampe. Celso (ca. 14 a.C. - 37 d.C.) tradusse carcinos nel nome latinocancer, che significa granchio e raccomandò la chirurgia come trattamento. Galeno (ca. 129 - 201 d.C.), in disaccordo con l'uso della chirurgia, consigliò, invece, la somministrazione di purganti. Queste raccomandazioni rimasero, in gran parte valide, per un millennio. Nei secoli XV, XVI e XVII secolo, diventò più accettabile per i medici sezionare i corpi al fine di scoprire la causa della morte. Il professore tedesco Wilhelm Fabryritenne che il cancro al seno fosse causato da un coagulo di latte in un dotto galattoforo. Il professore olandese Franciscus Sylvius, un seguace di Cartesio, credeva che tutte le malattie fossero il risultato di processi chimici e che il fluido linfatico acido fosse la causa del cancro. Il suo contemporaneo Nicolaes Tulp riteneva, invece, che fosse un veleno che si diffonde lentamente, concludendo che fosse contagioso. Il medico John Hill, nel 1761, associò l'aspirazione del tabacco come causa di cancro al naso. Ciò è stato seguito dalla relazione del 1775 del chirurgo Percivall Pottche rilevava che il cancro dello scroto fosse una malattia comune tra gli spazzacamini. Con la diffusione dell'utilizzo del microscopio, avvenuta nel XVIII secolo, è stato scoperto che il "veleno cancro" si diffonde dal tumore primario attraverso i linfonodi ad altri siti ("metastasi"). Questa caratteristica della malattia è stata determinata, tra il 1871 e il 1874, dal chirurgo inglese Campbell De Morgan. Nel 2007, i costi complessivi relativi alla cura del cancro negli Stati Uniti - tra cui il trattamento e la mortalità delle spese indirette (come ad esempio la perdita di produttività sul posto di lavoro) - sono stati stimati in 226,8 miliardi di dollari. Nel 2009, il 32% degli ispanici e il 10% dei minori di 17 anni o più giovani mancava di assicurazione sanitaria; "i pazienti non assicurati e quelli appartenenti a minoranze etniche hanno notevolmente più probabilità di ricevere una diagnosi tardiva di cancro, quando il trattamento può essere più difficoltoso e più costoso".

Epidemiologia. Nel 2008 sono stati diagnosticati circa 12,7 milioni di tumori maligni e 7,6 milioni di persone sono morte di cancro in tutto il mondo. Tutte le neoplasie sono la causa del 13% di tutte le morti annuali, con i più comuni che sono: cancro del polmone (1,4 milioni di morti), cancro allo stomaco (740.000 morti), cancro al fegato(700.000 morti), del colon-retto (610.000 morti) e il cancro alla mammella (460.000 decessi). Questi dati fanno sì che le neoplasie invasive siano la principale causa di morte nel mondo sviluppato e la seconda causa di morte nei paesi in via di sviluppo. Oltre la metà dei casi si verificano in queste ultime regioni. In Italia, nel 2007 sono morte 572.881 persone: 224.311 per cause riconducibili al sistema cardiovascolare, e 171.625 a causa di tumori (in massima parte maligni); in quest'ultimo gruppo, le patologie più diffuse sono stati i tumori maligni del sistema respiratorio (soprattutto carcinoma del polmone; 34.610 morti), il carcinoma del colon-retto (18.349), della mammella (12.050), dello stomaco (10.522), oltre ai tumori maligni (generalmente non epiteliali) del sistema immunitario(13.880 morti). I tassi globali di sviluppo di neoplasie, sono aumentati principalmente a causa di un invecchiamento generale della popolazione e di modifiche allo stile di vita. Il fattore di rischio più significativo per lo sviluppo di una neoplasia è la vecchiaia. Anche se è possibile che avvenga a qualsiasi età, la maggior parte delle persone a cui viene diagnosticato un tumore maligno è di età superiore ai 65 anni. Secondo il ricercatore Robert Weinberg: "Se abbiamo vissuto abbastanza a lungo, prima o poi saremmo tutti destinati ad ammalarci di cancro". La correlazione tra invecchiamento e cancro è attribuita all'immunosenescenza, ad errori accumulati nel DNA nel corso della vita e ai cambiamenti legati all'età nel sistema endocrino. Nei paesi sviluppati il cancro è una delle prime cause di morte. Alcuni tumori a crescita lenta sono particolarmente comuni. Studi autoptici condotti in Europa e Asia hanno evidenziato che fino al 36% delle persone avevano, al momento della loro morte, un tumore della tiroide non diagnosticato e apparentemente innocuo e che l'80% degli uomini aveva sviluppato un tumore alla prostatadall'età di 80 anni. Dal momento che questi tumori non avevano causato la morte della persona, la loro identificazione avrebbe rappresentato una sovradiagnosi.

Le tre neoplasie infantili più comuni sono la leucemia (34%), i tumori cerebrali (23%) e i linfomi (12%). I tassi di tumori maligni infantili sono aumentati dello 0,6% all'anno, tra il 1975 e il 2002 negli Stati Uniti, e del 1,1% l'anno tra il 1978 e il 1997 in Europa.

Eziologia. Tumori e fattori di rischio in paesi sviluppati.

Le neoplasie sono principalmente una malattia ambientale, con il 90-95% dei casi attribuibili a fattori ambientali e per il 5-10% alla genetica. Per fattori ambientali, si intendono qualsiasi fattore eziologico che non venga ereditato geneticamente, non solo l'inquinamento. Alcuni comuni fattori ambientali che contribuiscono alla mortalità da cancro includono il fumo (25-30%), l'alimentazione e l'obesità (30-35%), le infezioni (15-20%), le radiazioni ionizzanti, lo stress, la mancanza di attività fisica e gli inquinanti ambientali. È quasi impossibile dimostrare ciò che ha causato un tumore in un singolo individuo, in quanto la maggior parte presentano più cause possibili. Per esempio, se una persona accanita fumatrice sviluppa un tumore ai polmoni, si può dire che sia stato molto probabilmente questo comportamento la sua causa, ma non con assoluta certezza, poiché ogni individuo ha una piccola probabilità di sviluppare quel tumore a causa di altri fattori. Molto probabilmente l'eziologia della neoplasia non è da riferire ad una mutazione della sequenza nucleotidica del dna nucleare ma ad un errato controllo da parte di istoni e nucleosomi sulla replicazione cellulare.

Prodotti chimici. L'incidenza di cancro ai polmoni è altamente correlata con il fumo. La patogenesi delle neoplasie è riconducibile a mutazioni del DNA che incidono sulla crescita cellulare e sull'eventuale sviluppo di metastasi. Le sostanze che causano mutazioni del DNA sono conosciute come mutagene; tali sostanze che causano tumori sono noti come agenti cancerogeni. Sostanze particolari sono stati collegati a specifici tipi di tumore. Il fumo è associato a molte forme di cancro e causa il 90% dei tumori del polmone. Molti mutageni sono anche cancerogeni, ma alcuni agenti cancerogeni non sono mutageni. L'alcol è un esempio di un cancerogeno chimico che non è un agente mutageno. In Europa occidentale il 10% dei casi di cancro nei maschi e il 3% dei tumori nelle femmine sono attribuibili all'alcol. Decenni di ricerche hanno dimostrato il legame tra il fumo e le neoplasie del polmone, della laringe, della testa, del collo, dello stomaco, della vescica, dei reni, dell'esofago e del pancreas. Una sigaretta contiene più di 50 sostanze riconosciute come cancerogene, tra cui nitrosammine e di idrocarburi policiclici aromatici. Il fumo è responsabile di circa un terzo di tutte le morti per cancro nei paesi sviluppati e circa uno su cinque in tutto il mondo. Tuttavia, il numero dei fumatori in tutto il mondo continua ad aumentare, portando a quella che alcune organizzazioni hanno descritto come l'epidemia del fumo. Si ritiene che il cancro correlato alla propria professione lavorativa, rappresenti tra il 2% e il 20% di tutti i casi. Ogni anno, almeno 200.000 persone muoiono di cancro in tutto il mondo, probabilmente sviluppato a causa del proprio lavoro. La maggior parte dei decessi per cancro correlabile a fattori di rischio professionali si verificano nel mondo sviluppato. Si stima che circa 20.000 decessi per cancro e 40.000 nuovi casi ogni anno negli Stati Uniti siano attribuibili alle condizioni di lavoro. Milioni di lavoratori corrono il rischio di sviluppare tumori come il cancro del polmone e il mesotelioma per via dell'inalazione di fibre di amianto e fumo di sigaretta, o la leucemia per l'esposizione al benzene sul posto di lavoro.

Alimentazione ed esercizio fisico. Tumori e fattori di rischio in paesi sviluppati. La scorretta alimentazione, l'inattività fisica e l'obesità sono correlabili a circa il 30-35% dei decessi per tumore. L'eccesso di peso corporeo è associabile con lo sviluppo di molti tipi di cancro ed è un fattore presente in un valore compreso tra il 14% e il 20 % in tutte le morti per cancro negli Stati Uniti. L'inattività fisica è ritenuta di contribuire al rischio di sviluppare tumori, non solo attraverso i suoi effetti sul peso corporeo, ma anche attraverso gli effetti negativi sul sistema immunitario e sul sistema endocrino. Le diete a basso contenuto di verdura, frutta e cereali integrali e ad alto contenuto di carne trasformate o rosse, sono collegabili con una serie di tumori. Una dieta ricca di sale è legata al cancro dello stomaco, l'aflatossina B1, un alimento spesso contaminato, con l'epatocarcinoma, la masticazione di noci di Areca catechu con il cancro alla bocca. Ciò può in parte spiegare le differenze nell'incidenza del cancro in diversi paesi, per esempio il cancro allo stomaco è più comune in Giappone, per via della loro dieta ricca di sale, mentre il tumore del colon è più comune negli Stati Uniti. Gli immigrati sviluppano il rischio in base al nuovo paese in cui si trasferiscono, spesso all'interno di una generazione, suggerendo un legame sostanziale tra dieta e neoplasia.

Infezioni. In tutto il mondo, circa il 18% delle morti per cancro, sono legate alle malattie infettive. Questa percentuale varia nelle diverse regioni del mondo, da un massimo del 25% in Africa a meno del 10% in tutto il mondo sviluppato. I virus sono gli agenti infettivi più comunemente responsabili dello sviluppo di tumori, ma anche batteri, Micobatteri (vedi Tubercoloma) e parassiti possono esserne la causa. Un virus in grado di causare il cancro si chiama oncovirus. Questi includono il papillomavirus umano (causa delle neoplasie della cervice uterina), il virus di Epstein-Barr (malattie linfoproliferative e neoplasie nasofaringee), l'Herpesvirus umano 8 (causa del sarcoma di Kaposi e linfomi a effusione primaria), i virus dell'epatite B e C (carcinoma epatocellulare). L'infezione batterica può aumentare il rischio di cancro, come si è visto nel caso del carcinoma dello stomaco indotto dall'Helicobacter pylori. Le infezioni parassitarie fortemente associate con il cancro sono quelle da Schistosoma haematobium (carcinoma a cellule squamose della vescica) e trematodi del fegato, Opisthorchis viverrini e Clonorchis sinensis (colangiocarcinoma).

Ereditarietà. La maggior parte dei tumori è di tipo non-ereditario. Le neoplasie ereditarie sono prevalentemente causate da un difetto genetico. Meno dello 0,3% della popolazione è portatrice di una mutazione genetica che ha effetto sul rischio di sviluppare un cancro e rappresentano meno del 3-10% dei casi diagnosticati. Alcune di queste condizioni sono rappresentate da alcune mutazioni ereditarie nei geni BRCA1 e BRCA2 con un rischio più del 75% in più di sviluppare cancro al seno e alle ovaie, e ereditario non associato a poliposi del colon-retto (HNPCC o sindrome di Lynch), che è presente in circa il 3% delle persone con tumore del colon-retto, tra gli altri.

Trasmissibilità. A differenza delle specie animali, nell'uomo la trasmissione di un tumore da un individuo ad un altro è un evento rarissimo, ma non impossibile. Sono stati registrati vari casi, tra cui un chirurgo che ha contratto una forma di istiocitoma fibroso maligno dopo una ferita al braccio in sala operatoria e una significativa frequenza di sarcoma di Kaposi dovuti non alla trasmissione virale ma alle cellule tumorali del donatore in seguito a trapianto.

Agenti fisici. Alcune sostanze causano il cancro in primo luogo attraverso la loro azione fisica, piuttosto che chimica, sulle cellule. Un esempio importante è la prolungata esposizione all'amianto che è una delle principali cause di mesotelioma, un tipo di tumore maligno del polmone. Altre sostanze catalogabili in questa categoria sono la wollastonite, l'attapulgite, la lana di vetro e la lana di roccia. Si ritiene che queste possano avere un effetto simile all'amianto. Materiali particellari non fibrosi che causano il cancro sono: la polvere di cobalto, il nichel metallico e la silice cristallina (quarzo, cristobalite e tridimite). Di solito, gli agenti fisici cancerogeni devono penetrare all'interno del corpo (ad esempio tramite inalazione di piccole parti) e richiedono anni di esposizione prima di sviluppare un tumore. Un trauma fisico che possa provocare una neoplasia, è un evento assai difficile. La teoria che la rottura delle ossa possa provocare una neoplasia all'apparato scheletrico, per esempio, non è mai stata provata. Allo stesso modo, il trauma fisico non è accettato come una causa di tumori al collo dell'utero, alla mammella o al cervello. Una causa accettata dalla comunità scientifica è l'applicazione a lungo termine di oggetti caldi sul corpo. Ripetute bruciature sulla stessa parte del corpo, come quelle prodotte dagli scaldamani a carbone, possono condurre allo sviluppo di neoplasie della pelle, specialmente se sono presenti anche cancerogeni chimici. L'assunzione di bevande calde può creare delle scottature che favoriscono neoplasie esofagee. Generalmente, si ritiene che la neoplasia si possa sviluppare durante il processo di riparazione del trauma, piuttosto che questo sia la causa diretta. Infatti, le lesioni ripetute sugli stessi tessuti possono comportare l'eccessiva proliferazione cellulare che può poi aumentare le probabilità di una mutazione cancerosa. Non vi sono prove che l'infiammazione possa essere causa di una neoplasia.

Radiazioni ionizzanti. Fino al 10% delle neoplasie maligne sono legate all'esposizione alle radiazioni ionizzanti. Inoltre, la maggior parte dei tumori non maligni della pelle, sono causati da radiazioni non ionizzanti nello spettro dell'ultravioletto. Tra le principali fonti di radiazioni ionizzanti vi sono l'imaging biomedico e il gas di radon. Le radiazioni ionizzanti possono provocare il cancro in molte parti del corpo, in tutti gli animali ed a qualsiasi età, anche solitamente i tumori solidi indotti dalle radiazioni si sviluppano intorno ai 10-15 anni e possono richiedere fino a 40 anni per diventare clinicamente manifesti, mentre le leucemie richiedono dai 2 ai 10 anni per apparire. I bambini e gli adolescenti hanno il doppio delle probabilità di sviluppare leucemia indotta da radiazioni rispetto agli adulti. L'esposizione alle radiazioni prima della nascita aumenta di dieci volte l'effetto. Le radiazioni ionizzanti non sono un mutageno particolarmente forte l'esposizione residenziale al gas radon, per esempio, ha i rischi di cancro simili a quelli del fumo passivo. Basse dosi di esposizioni, come vivere vicino a una centrale nucleare, si ritiene che abbiano un effetto basso o nullo sullo sviluppo di neoplasie. Le radiazioni sono una fonte più potente di cancro quando sono combinate con altri agenti cancerogeni, come nel caso dell'esposizione al gas radon insieme al tabagismo. A differenza delle sostanze chimiche, le radiazioni ionizzanti colpiscono le molecole all'interno delle cellule in modo casuale. Se capita di trovare un cromosoma, esso può rompersi, portando ad un numero anormale, alla disattivazione di uno o più geni nella parte del cromosoma colpita, all'eliminazione di parti della sequenza di DNA, alla traslocazioni cromosomica o possono causare altri tipi di anomalie cromosomiche. Il danno maggiore porta normalmente alla morte cellulare, ma danni più piccoli possono far sopravvivere la cellula che, mutata, può essere in grado di proliferare e svilupparsi in neoplasia, soprattutto se geni soppressori sono stati danneggiati dalla radiazione. Tre fasi indipendenti sembrano essere coinvolte nella nascita di una neoplasia per causa delle radiazioni ionizzanti: cambiamenti morfologici alla cellula, acquisizione dell'immortalità cellulare e sviluppo di adattamenti che favoriscono la formazione di un tumore. Anche se la particella di radiazioni non colpisce direttamente il DNA, si innesca una risposta da cellule che indirettamente aumenta la probabilità di mutazioni. L'uso medico delle radiazioni ionizzanti è una fonte crescente di tumori indotti dalle radiazioni. Le radiazioni ionizzanti possono essere anche utilizzate per trattare i tumori stessi (radioterapia), ma questo può, in alcuni casi, indurre ad un tumore secondario. Inoltre, le radiazioni ionizzanti sono utilizzate in alcune tecniche di imaging biomedico. Un rapporto stima che circa 29.000 tumori potrebbero essere legati alle circa 70 milioni di TAC eseguite negli Stati Uniti in un anno. Si stima che il 0,4% dei casi di cancro sviluppato nel 2007 negli Stati Uniti siano dovute a TAC eseguite in passato e che questo dato possa aumentare fino a raggiungere il 1,5-2%. L'esposizione prolungata ai raggi ultravioletti provenienti dal sole può portare allo sviluppo di melanoma e tumori maligni della pelle. Prove evidenti stabiliscono che le radiazioni ultraviolette siano la causa della maggior parte dei tumori della pelle non-melanomi, che sono le forme più comuni di cancro in tutto il mondo. Altre radiazioni non ionizzanti, come le frequenze radio utilizzate dai telefoni cellulari, la trasmissione di energia elettrica, e altre fonti simili sono ritenute come possibili agenti cancerogeni dalla Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ormoni. Rappresentazione grafica di una molecola di testosterone. Gli individui che possiedono alti livelli di tale ormone, sono più soggetti a sviluppare il tumore alla prostata. Alcuni ormoni sono correlati allo sviluppo di neoplasie, promuovendo la proliferazione cellulare. I tumori la cui nascita è maggiormente influenzata dagli ormoni sono quelli legati al sesso come il cancro della mammella, dell'endometrio, della prostata, dell'ovaio e del testicolo, oltre ai tumori della tiroide e delle ossa. I livelli ormonali di un individuo sono in gran parte determinati geneticamente, quindi questo potrebbe spiegare almeno in parte la presenza di alcuni tipi di neoplasie che si verificano spesso all'interno di alcuni gruppi familiari che non presentano geni particolari. Ad esempio, le figlie di donne che hanno avuto un cancro alla mammella, hanno livelli significativamente più elevati di estrogeni e progesterone. Questi elevati livelli di ormoni possono spiegare perché queste donne hanno un rischio più elevato di neoplasie mammarie. Allo stesso modo, gli uomini di origine africana hanno livelli significativamente più elevati di testosterone rispetto agli uomini di origine europea e di conseguenza presentano un'incidenza di tumore alla prostata più elevata. Gli uomini di origine asiatica, con i più bassi livelli di testosterone, godono della minore incidenza. Tuttavia, i fattori non genetici sono anche rilevanti: le persone obese hanno più alti livelli di alcuni ormoni associati con il cancro e quindi una maggiore incidenza di tali tumori. Le donne che assumono terapia ormonale sostitutiva hanno un rischio maggiore di sviluppare tumori associati a questi ormoni. Alcuni trattamenti e approcci di prevenzione prevedono la riduzione artificiale dei livelli di tali ormoni, al fine di evitare i tumori ormone-sensibili.

Altre cause. Salvo le rare trasmissioni che si verificano durante la gravidanza e in qualche marginale caso di donazione d'organo, il cancro non è una malattia trasmissibile. La ragione principale di ciò è il rigetto dei tessuti innestati causato dall'istocompatibilità. Negli esseri umani e negli altri vertebrati, il sistema immunitario utilizza antigeni per distinguere le cellule tra "self" e "non-self", in quanto tali antigeni sono diversi da persona a persona. Quando vengono riconosciuti gli antigeni "non-self", il sistema immunitario reagisce contro la cellula. Tali reazioni proteggono contro l'attecchimento delle cellule tumorali, eliminando le cellule impiantate. Negli Stati Uniti, circa 3.500 donne in gravidanza hanno un tumore ogni anno ed è stata osservata la trasmissione transplacentare di leucemia acuta, linfoma e melanomadalla madre al feto. Lo sviluppo di tumori derivati da donatori durante un trapianto di organi è estremamente raro. La principale neoplasia associata al trapianto sembra essere il melanoma maligno.

Patogenesi. Affinché una cellula diventi tumorale, deve accumulare una serie di danni al suo sistema di controllo della riproduzione. Infatti il cancro è una malattia genetica delle cellule somatiche. Tutte le cellule cancerose e precancerose presentano alterazioni, spesso molto estese, del loro assetto cromosomico (cariotipo): il numero di cromosomi presenti nel loro nucleo può essere alterato e i cromosomi stessi sono danneggiati, multipli o mancanti (aneuploidia): questa osservazione, fatta all'inizio del XX secolo da David von Hansemann e Theodor Boveri, fu la base della teoria dei tumori come "malattie cromosomiche" accettata in medicina fino alla scoperta della struttura del DNA a metà del secolo scorso e del meccanismo delle mutazioni genetiche. L'alterazione cromosomica delle cellule tumorali è talmente estesa da fornire la prova che in ogni caso di tumore tutte le cellule cancerose discendano da una unica cellula madre mutata (popolazione cellulare clonale): tutte infatti condividono la stessa esatta forma di danno genetico, tanto complessa da rendere altamente improbabile l'eventualità di due cellule madri diverse che hanno subito per caso la stessa serie di mutazioni.

Il casuale disordine genetico che caratterizza le cellule tumorali spiega l'estrema variabilità per aspetto, effetti, sintomi e prognosi delle molte forme di cancro note. Alla base della patogenesi del tumore c'è la mutazione di determinati geni:

i proto-oncogeni,

i geni oncosoppressori,

i geni coinvolti nella riparazione del DNA.

Questi ultimi sono quelli che garantiscono la stabilità genetica perché se altri geni sono mutati per azione per esempio di agenti cancerogeni, questi riparano il DNA prima che vada incontro alla replicazione, prima cioè che queste mutazioni diventino stabili. Il cancro può colpire persone di ogni età, ma le persone anziane sono colpite con maggiore frequenza, perché i danni genetici tendono ad accumularsi con il tempo. Le mutazioni necessarie che una data cellula deve accumulare per dare origine a un cancro sono le seguenti, e sono comuni a tutti i tipi di cancro:

acquisizione dell'autonomia moltiplicativa per sopravvenuta incapacità a sottostare ai meccanismi regolatori della proliferazione cellulare;

assenza di inibizione dipendente dalla densità (le cellule normali si moltiplicano fino a una definita densità cellulare, raggiunta la quale diventano quiescenti);

ridotta capacità di adesione con altre cellule o componenti tissutali;

assenza di matrice extracellulare (spesso digerita da proteasi) che favorisce l'invasione di tessuti normali adiacenti;

angiogenesi: formazione di nuovi vasi sanguigni per fornire ossigeno e fattori nutritivi alle cellule tumorali;

riduzione o perdita della capacità differenziativa;

acquisizione della capacità di replicazione illimitata per effetto dell'espressione della telomerasi o con sistemi alternativi chiamati "ALT" (Alternative Lengthening of Telomeres);

riduzione o perdita della possibilità di andare incontro a morte cellulare programmata (apoptosi);

perdita della cosiddetta inibizione da contatto.

Oltre a queste possono verificarsi (e di solito si verificano) anche altre mutazioni, dipendenti dal particolare tipo di cellula originaria e dalla esatta sequenza dei danni genetici. Il tumore sfrutta dunque, oltre al danno meccanico che esercita la sua massa cellulare, l'azione di molecole di adesione CAM (caderine, integrine, selectine, immunoglobuline) e proteasi (catepsine, collagenasi, ialuronidasi), prodotte sia autonomamente sia da parte di cellule dell'organismo ospite, e in particolare macrofagi e fibroblasti. Il grado di aneuploidia, cioè il numero e l'entità dei difetti cromosomici, viene impiegato nelle biopsie come misura del potenziale canceroso di eventuali cellule anomale riscontrate.

Accrescimento. In seguito a mutazioni oncogeniche, le cellule tumorali acquisiscono caratteristiche di crescita autonoma, afinalistica e progressiva, unite alla perdita delle capacità di differenziazione e di possibillità apoptotica. L'accrescimento dei tumori benigni viene definito espansivo: l'aumento del volume cellulare totale, e quindi del tumore stesso, porta ad un aumento della tensione locale con possibili fenomeni necrotici dei tessuti circostanti per compressione dei vasi. La crescita è tuttavia lenta, localizzata e contenuta da una capsula fibrosa. L'accrescimento dei tumori maligni viene definito infiltrativo: un tumore con caratteristiche di malignità, oltre all'aumento volumetrico cellulare, tende ad infiltrarsi nei tessuti circostanti ed a metastatizzare. Ciò avviene quando un carcinoma in situ, ovvero contenuto entro la membrana basale, acquisisce capacità infiltrativa dovuta ad un aumento della tensione locale, alla motilità e minore coesività delle cellule tumorali ed alla presenza di sostanze che facilitano la lisi e la penetrazione cellulare. I tumori, nonostante il meccanismo generale di origine sia unico, possono manifestare una gamma molto vasta di evoluzioni e sintomatologie. In tutti però è costante un aumento del numero di cellule cancerose, dovuto alla maggiore velocità di riproduzione cellulare, per cui un maggior numero di cellule tumorali si moltiplica ed un minor numero di esse muore, mentre quelle che sopravvivono continuano a moltiplicarsi. Di solito la crescita di un tumore segue una legge geometrica: è molto lenta all'inizio, ma accelera all'aumentare della massa del tumore. L'infiltrazione delle cellule neoplastiche non si arresta di fronte alla parete dei vasi linfatici, dei capillari e delle venule che possono essere invase, con la conseguenza che le cellule tumorali raggiungono i linfonodi o il circolo sanguigno dando inizio a quel processo noto con il termine di metastatizzazione. Sembra che anche l'intervento dei macrofagi possa avere un ruolo nel processo di merito. La causa risiederebbe nella proteina S100A10 che si trova sulla superficie di questi leucociti, la quale permette ai macrofagi di legarsi alle cellule malate contribuendo così alla crescita e alla diffusione del tumore. Un'altra caratteristica dei tumori maligni è la "recidiva", cioè il rischio di riformazione del tumore nel sito di origine dopo l'asportazione chirurgica. I tumori maligni, infine, se non rimossi per tempo danno luogo alla cachessia, cioè ad un progressivo e rapido decadimento dell'organismo, che va incontro ad una notevole perdita di peso ed a fenomeni di apatia e astenia.

Analogie e differenze con la cellula staminale.

Analogie. La cellula cancerosa, pur essendo diversa dalle cellule staminali, presenta alcune caratteristiche comuni. Entrambe le cellule hanno la capacità di riprodursi mantenendo costante la lunghezza dei telomeri, questo impedisce alla cellula di invecchiare.

Differenze. Nonostante l'analogia della capacità di mantenere costante la lunghezza dei telomeri, la cellula cancerosa può presentare delle differenze per il sistema di conservare la lunghezza dei telomeri. Circa l'85% dei tumori utilizza per questo scopo l'enzima telomerasi. La maggior parte delle altre cellule cancerose presenta meccanismi alternativi chiamati "ALT" (Alternative Lenghtening of Telomeres). La cellula staminale presenta inoltre la capacità di mantenere costante il numero complessivo di cellule staminali (divisione asimmetrica), a differenza della cellula cancerosa, che si divide in modo simmetrico e aumenta costantemente il numero di cellule. Al di là delle analogie e differenze tra la cellula cancerosa e la cellula staminale, da alcuni anni è stata proposta la teoria dell'esistenza di particolari cellule cancerose che sarebbero al tempo stesso anche staminali, le cellule staminali tumorali, la cui esistenza è attualmente ancora oggetto di studio. Esse danno origine al teratoma.

Lesioni precancerose. Alcune lesioni, cosiddette "precancerose", spesso sono identificabili come sintomo di un prossimo processo tumorale maligno, in quanto è decisivamente elevata la possibilità di un passaggio allo stadio degenerativo. Generalmente le lesioni insorgono su cute e mucose. Esse sono di vario carattere: vanno da processi infiammatori cronici alle prolificazioni iperplastiche benigne, dalle disontogenie alle modificazioni tessutali dovute a squilibrio ormonale. I più comuni casi di lesione precancerosa sono costituiti da cheratosi senile, che principalmente interessa volto, nuca, manie avambracci; da cheratosi arsenicale, che generalmente si verifica in soggetti sottoposti a farmaci contenenti arsenico; da radiodermiti croniche; da cheratosi professionale, che colpisce solitamente lavoratori di catrame e oli minerali; da cicatrici da ustioni, ulcere, fistole croniche, alcune lesioni luetiche, lupus erimatoso sistemico e lupus volgare, xeroderma pigmentosum. Talvolta, al manifestarsi di tali lesioni, si verificano casi di carcinoma basocellulare o carcinoma spinocellulare. In misura minore si riscontrano lesioni precancerose a carico di apparato digerente e apparato urinario: leucoplachia ed eritroplachia del cavo orale, sindrome di Plummer-Vinson, poliposi familiare del colon, papilloma della vescica. Da ricordare anche leucoplasia e craurosi vulvare, mastopatia fibrocistica della mammella, leucoplasia della laringe.

Classificazione. Esemplari sono la classificazione per organo di insorgenza e la classificazione per estensione della malattia. In base al comportamento biologico invece i tumori si classificano in:

"benigni": sono costituiti da cellule che mantengono in parte le loro caratteristiche morfologiche e funzionali, pur esibendo autonomia moltiplicativa. Essi sono caratterizzati da un tipo di sviluppo detto espansivo, perché comprime i tessuti vicini senza distruggerli: i tumori benigni che originano dall'epitelio ghiandolare (adenomi) sono spesso avviluppati da una capsula di tessuto connettivo fibroso che li delimita nettamente dai tessuti confinanti, coi quali assumono un rapporto di contiguità.

"maligni" o "cancro": sono costituiti da cellule che appaiono morfologicamente e funzionalmente diverse dalle corrispondenti normali. L'atipia morfologica, che è tanto maggiore quanto più indifferenziato è il tumore, si manifesta con mancanza di uniformità nella forma e nelle dimensioni delle cellule (polimorfismo) e degli organi cellulari, in particolare del nucleo, che è frequentemente ipercromico ed in fase mitotica. I tessuti vicini al tumore maligno vengono invariabilmente infiltrati e distrutti dalle cellule tumorali che si sostituiscono a quelle normali, fenomeno questo caratteristico della malignità e noto col termine "invasività neoplastica".

"borderline": in alcuni casi i tumori presentano un comportamento intermedio fra la malignità e la benignità (tumori "borderline") o risultano inclassificabili (tumori a comportamento biologico incerto). In questi casi, generalmente la frequenza delle metastasi è molto bassa e il decorso è lento. Un esempio è il Tumore stromale gastrointestinale. La pericolosità di un tumore non dipende solo dalla sua natura. I fibromi cerebrali benigni, per esempio, provocano più spesso danni gravi od exitus di un carcinoma prostatico.

Caratteristiche:

Tumori benigni

Tumori maligni

Struttura: Il tessuto neoplastico

presenta cellule simili a quelle del tessuto di origine;

conserva in gran parte le caratteristiche morfologiche e funzionali del tessuto di origine;

è localizzato e facilmente individuabile.

 

Il tessuto neoplastico:

presenta cellule molto diverse da quelle del tessuto di origine;

perde ogni caratteristica morfologica e funzionale del tessuto di origine;

è distribuito e difficile da individuare.

Crescita

Espansiva: il tumore cresce lentamente, è ben delimitato e spesso contenuto in un feltro di fibre reticolari e collagene; si espande comprimendo i tessuti circostanti ma non si infiltra in essi.

Infiltrativa/Espansiva: il tumore non ha confini netti, e oltre a crescere di volume si infiltra nei tessuti circostanti, invadendoli.

Velocità di crescita

Solitamente lenta.

Solitamente veloce.

 

Recidiva in loco(dopo intervento chirurgico)

Raramente.

Spesso.

Metastasi a distanza

No.

Spesso.

Danni all'organismo

 

Il tumore provoca:

ingombro;

comprime i tessuti circostanti;

la funzionalità dell'organo colpito viene incrementata (iperfunzione) nella maggior parte dei casi.

 

Il tumore provoca:

ingombro;

Diffusione di metastasi attraverso il sangue o la linfa;

infiltrazione di organi e tessuti vicini e loro progressiva distruzione.

La funzionalità dell'organo viene a mancare (ipofunzione) nella maggior parte dei casi.

cachessia neoplastica: grave debilitazione generale.

Prognosi

Normalmente fausta.

Normalmente infausta.

Stadiazione. L'estensione della maggior parte dei tumori maligni nell'organismo (lo stadio) viene classificata, in genere, attraverso la Classificazione TNM, proposta e mantenuta aggiornata dalla UICC.

Nomenclatura. La nomenclatura dei tumori si fonda generalmente sulla morfologia microscopica con una nomenclatura indicata da organizzazioni internazionali come il WHO, intimamente collegata all'istogenesi (tessuto di derivazione) e al comportamento biologico (benignità o malignità) delle neoplasie; applicato correttamente la nomenclatura, è possibile applicare un sistema di codifica. Un esempio di sistema di codifica delle malattie, tumori compresi, è lo SNOMED.

Nomenclatura dei principali tumori.

Tessuto di origine

Tumori benigni

Tumori maligni

Tessuti mesenchimali non linfo-emopoietici

 

Sarcoma

Tessuto connettivo

Fibroma

Fibrosarcoma

Tessuto adiposo

Lipoma

Liposarcoma

 

Tessuto cartilagineo

Condroma

Condrosarcoma

Tessuto osseo

Osteoma

Osteosarcoma

Muscolo liscio

Leiomioma

Leiomiosarcoma

Muscolo striato

Rabdomioma

Rabdomiosarcoma

 

Endotelio

Emangioma

Angiosarcoma

Linfendotelio

Linfangioma

Linfangiosarcoma

Sinovia

Sarcoma sinoviale

 

Mesotelio

Mesotelioma

Meningi

Meningioma

Meningioma invasivo

Tessuti mesenchimali linfo-emopoietici

 

 

Linea ematopoietica linfoide

 

Leucemia linfoide

Linfoma

Mieloma

 

Linea ematopoietica mieloide

Leucemia mieloide

 

Epitelî

 

Carcinoma

Epitelî di rivestimento

Papilloma

Carcinoma

Epitelî ghiandolari

Adenoma

Adenocarcinoma

 

Epitelio della placenta

Mola idatiforme

Coriocarcinoma

Cellule germinali del testicolo

Seminoma

Tessuti nervosi

 

 

 

Glia

Glioma

Glioblastoma

 

Neuroni

Neurocitoma

Neuroblastoma

Melanociti

Nevo melanocitico

Melanoma

Cellule totipotenti (nelle gonadi o in residui embrionali)

Teratoma maturo, cisti dermoide

Teratoma immaturo, teratocarcinoma

Diagnosi.La dimensione critica di un tumore è di circa 1 centimetro cubico: raggiunta tale dimensione il tumore inizia a crescere molto velocemente e a dare luogo ai primi sintomi, e diventa rilevabile con visite mediche ed analisi (marker tumorali presenti nel sangue); spesso però i sintomi iniziali vengono ignorati o sottovalutati. La natura dei tumori e la loro estensione nell'organismo (stadiazione) viene valutata preliminarmente con l'esame clinico, integrato dai dati di laboratorio e dalle tecniche di diagnostica per immagini (ecografia, esami radiologici tradizionali o computerizzati (TAC), imaging a risonanza magnetica, scintigrafia con radioisotopi, PET); Al fine di aiutare il medico radiologo nell'analisi della grossa mole di dati fornita dalle tecniche citate, diversi studi si sono focalizzati sulla realizzazione di strumenti per la diagnosi automatizzata/assistita (CAD). La conferma diagnostica della natura, del grado di malignità (grading) e dell'estensione dei tumori (staging) spettano ancora all'anatomia patologica ed in particolare all'esame istologico dei tessuti, sempre più spesso integrato da tecniche di smascheramento di antigeni (ad esempio, mediante le colorazioni immunoistochimiche) o di tecniche di biologia molecolare per lo studio degli acidi nucleici (genomica) o delle proteine (proteomica).

Risvolti psicologici. Anche se molte malattie, come l'insufficienza cardiaca, possono avere una prognosi peggiore rispetto alla maggior parte dei casi neoplastici, il cancro è un argomento che suscita paura e spesso è considerato tabù. L'eufemismo, "dopo una lunga malattia", è ancora di uso comune ad indicare un decesso dovuto ad un cancro, ciò riflette una stigma evidente. La profonda convinzione che il cancro sia esclusivamente una malattia fortemente debilitante e solitamente mortale, si riflette nei sistemi scelti per redigere le statistiche: infatti, le forme comuni di cancro alla pelle non melanoma, che rappresentano circa un terzo di tutti i casi di cancro registrati in tutto il mondo ma che contano pochi decessi, sono escluse dalle statistiche, poiché sono facilmente curabili e vengono spesso trattati in un'unica e breve procedura ambulatoriale. Il cancro è considerato come una malattia che deve essere "combattuta" e spesso si sente parlare di "guerra al cancro". Queste metafore militari sono particolarmente comuni e sottolineano sia lo stato precario della salute della persona interessata sia la necessità per l'individuo di adottare azioni immediate e decisive per se stesso, piuttosto che di ritardare o ignorare la malattia. Queste metafore tendono anche a razionalizzare gli eventuali trattamenti radicali e distruttivi. Nel 1970, un trattamento relativamente popolare e alternativo del cancro, consisteva, in una terapia della parola specializzata, basato sull'idea che il cancro fosse causato da un cattivo atteggiamento. Le persone con una "personalità del cancro", risultavano depresse, avevano disgusto di sé e paura ad esprimere le proprie emozioni. Si credeva che il cancro fosse una manifestazione del desiderio inconscio. Alcuni psicoterapeuti ritenevano che il trattamento per cambiare la visione del paziente sulla vita avrebbe avuto effetto curativo sul cancro. Ciò portava a riversare sulla vittima la colpa di essere la causa del proprio male o di averne impedito la cura. Inoltre, ciò aumentava l'ansia dei pazienti, in quanto erroneamente ritenevano che le emozioni naturali di tristezza, rabbia o paura potessero accorciare la loro vita. La teoria è stata condannata da Susan Sontag, nel suo libro Malattia come metafora. Aids e cancro. Anche se questa teoria è ormai generalmente considerata come una sciocchezza, l'idea persiste, almeno in parte, in forma ridotta con una diffusa, ma errata, convinzione che mantenere deliberatamente un pensiero positivo, possa aumentare la sopravvivenza.Questo concetto è particolarmente rilevante nella cultura correlata al cancro al seno.

Trattamento. Vi sono molte opzioni disponibili riguardo al trattamento delle varie neoplasie, sia benigne che maligne, tra cui: la chirurgia, la chemioterapia, la radioterapia e le cure palliative. La decisione del trattamento da utilizzare dipende sostanzialmente dalla posizione e dal tipo e grado di tumore, nonché dalla salute del paziente e dalle sue aspettative.

Trattamento chirurgico. La chirurgia è il principale metodo per trattare la maggior parte dei tumori solidi e isolati e può svolgere un ruolo nella palliazione e nel prolungamento della sopravvivenza. È il trattamento di elezione nel caso di neoplasie benigne. Costituisce, inoltre, una parte fondamentale del processo diagnostico grazie alla messa in vista della massa tumorale e alla possibilità di eseguire una biopsia. Nei casi di neoplasie benigne o di tumori confinati, la chirurgia tenta, in genere, di resecarel'intera massa insieme, in alcuni casi, ai linfonodi locali. Per alcuni tipi di neoplasia, ciò è sufficiente a portare ad un buon risultato.

Chemioterapia. La chemioterapia, in aggiunta alla chirurgia, si è dimostrata utile in un certo numero di neoplasie, tra cui: neoplasie della mammella, al colon-retto, al pancreas, ai testicoli, all'ovaio e al polmone. L'efficacia della chemioterapia è spesso in contrasto con l'alta tossicità subita dagli altri tessuti del corpo.

Radioterapia. Una paziente si sottopone ad una seduta di radioterapia, effettuata per mezzo di un acceleratore lineare. La radioterapia è un trattamento che comporta l'utilizzo di radiazioni ionizzanti, nel tentativo di curare o migliorare i sintomi neoplastici. Questo perché le cellule neoplastiche sono molto sensibili alle radiazioni. È utilizzata in circa la metà di tutti i casi e la radiazione può essere sia da fonti interne, come nel caso della brachiterapia sia da fonti esterne, con l'utilizzo di acceleratori lineari. La radioterapia è tipicamente utilizzata in combinata alla chirurgia o alla chemioterapia, ma per alcuni tipi di tumore, come quelli precoci e relativi al capo-collo, può essere utilizzata da sola. È stato dimostrato che è efficace come cura palliativa per diminuire il dolore causato da metastasi ossee, nel 70% dei pazienti.

Trattamenti alternativi. Trattamenti complementari e alternativi, sono un gruppo eterogeneo di assistenza sanitaria, pratiche e prodotti che non fanno parte della medicina convenzionale. Per medicina complementare ci si riferisce ai metodi e alle sostanze utilizzate insieme alla medicina convenzionale, mentre per medicina alternativa si intendono i composti utilizzati al posto della medicina scientificamente riconosciuta. La maggior parte dei farmaci complementari e alternativi, per il trattamento di neoplasie maligne, non sono stati rigorosamente studiati o testati. Alcuni trattamenti alternativi valutati dalla comunità medica hanno dimostrato di essere inefficaci, tuttavia, continuano ad essere commercializzati e promossi.

Cure palliative. Le cure palliative sono un approccio alla gestione dei sintomi che mira a ridurre il disagio fisico, emotivo, spirituale e psicosociale delle persone affette da una neoplasia grave, generalmente a carattere maligno. A differenza di un trattamento che ha lo scopo di uccidere direttamente le cellule tumorali, l'obiettivo principale delle cure palliative è quello di far sentire meglio la persona. Le cure palliative sono spesso confuse con gli hospice e quindi collegate al momento in cui per il paziente si avvicina la fine della vita. Come gli hospice, le cure palliative cercano di aiutare l'ammalato a far fronte alle esigenze immediate e ad aumentare il suo comfort. Tuttavia, a differenza degli hospice, le cure palliative non richiedono alle persone di interrompere il trattamento volto a prolungare la loro vita o per la cura del cancro. Diverse linee guida mediche raccomandano l'adesione alle cure palliative per le persone in cui il cancro ha prodotto gravi sintomi (dolore, dispnea, affaticamento, nausea) o che hanno bisogno di aiuto per affrontare la loro malattia. Nelle persone che presentano una malattia metastatica al momento della prima diagnosi, gli oncologi dovrebbero prendere in considerazione immediatamente una cura palliativa. Inoltre, essa dovrebbe essere valutata in tutti i pazienti con una prognosi inferiore ai 12 mesi, anche con la continuazione del trattamento aggressivo. L'uso supervisionato di psilocibina nel trattamento dell'ansia e della depressione in pazienti con cancro potenzialmente letale è stato studiato e ha mostrato riduzione dei sintomi.

Prognosi. Le neoplasie benigne hanno generalmente una buona prognosi, i tumori maligni hanno una reputazione di malattia mortale. Nel complesso, circa la metà delle persone in trattamento per il cancro invasivo (esclusi i tumori della pelle in situ e non-melanomi) muoiono a causa sua o per via del trattamento. La sopravvivenza è peggiore in tutti i paesi in via di sviluppo. Tuttavia, i tassi di sopravvivenza variano notevolmente a seconda della tipologia di tumore, con una gamma che va da una guarigione quasi totale a quasi nessuna speranza di sopravvivenza. Coloro che sopravvivono al cancro sono a maggior rischio di sviluppare un secondo tumore primario per circa il doppio rispetto a coloro a cui non è mai stato diagnosticato. L'aumento del rischio si ritiene sia dovuto principalmente ai fattori di rischio che hanno prodotto il primo tumore, in parte a causa del trattamento per il primo cancro e anche per via di una maggiore osservanza di screening. Predire la sopravvivenza sia a breve che a lungo termine è difficile e dipende da molti fattori. I più importanti sono il tipo di tumore, l'età del paziente e la sua salute generale. Le persone fragili e con altri problemi di salute hanno tassi di sopravvivenza più bassi. Un centenario è improbabile che sopravviva per più di cinque anni, anche se il trattamento ha successo. Le persone che riferiscono una migliore qualità della vita, tendono a sopravvivere più a lungo. Le persone con bassa qualità di vita possono incorrere nel disturbo depressivo ed in altre complicanze, dovute al trattamento o alla sua progressione, che danneggia la loro qualità di vita, riducendone la durata.

Prevenzione.

Stile di vita. Lo stile di vita ha una significativa influenza sul rischio di contrarre il cancro. Secondo alcuni studi se tutti adottassero uno stile di vita corretto il numero dei tumori si ridurrebbe di 1/3. La dieta, l'inattività fisica, e l'obesità sono collegate approssimativamente al 30–35% delle morti per cancro. Qualsiasi fumo di tabacco in qualsiasi quantità come l'alcol al di sopra di valori modici aumentano significativamente il rischio di ammalarsi di tumore (oltre che di contrarre malattie cardiovascolari). Sono a rischio tutti i prodotti animali conservati mediante nitrati o nitriti (pesce, carne, salumi).

Dieta. Vi sono delle indicazioni precise sulla dieta da seguire per evitare l'accumularsi di fattori favorenti l'insorgenza dei tumori. Li ha resi noti anche l'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, l'AIRC.

·        Linfoma.

Linfoma. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze. Per linfoma si intende un gruppo di tumori del tessuto linfoide (linfociti T e B, NK e loro precursori). A volte, il termine, è usato per riferirsi esclusivamente alle forme maligne, piuttosto che a tutte le neoplasie. I sintomi possono includere, tra gli altri: ingrossamento dei linfonodi generalmente non dolorosi, febbre, sudorazione, prurito, perdita di peso e sensazione di stanchezza. La sudorazione è più comune durante la notte. Vi sono dozzine di sottotipi di linfoma e non è un caso che i linfomi facciano parte del più ampio gruppo di neoplasie dei tessuti linfoidi. Essi sono ascrivibili a due categorie principali di linfomi:

linfoma di Hodgkin (HL);

linfoma non-Hodgkin (NHL). I linfomi non-Hodgkin costituiscono circa il 90% dei casi e comprendono un gran numero di sotto-tipi.

La WHO (World Health Organization) include altre due categorie principali di linfomi:

mieloma multiplo;

disordini immunoproliferativi.

I fattori di rischio per l'HL comprendono le infezioni da virus di Epstein-Barr. I fattori di rischio per la NHL invece includono: malattie autoimmuni, l'AIDS, l'infezione da virus T-linfotropico dell'uomo, assumere ingenti quantità di carne e grasso, così come l'uso massiccio di farmaci immunosoppressori e l'esposizione ad alcuni pesticidi. La diagnosi viene fatta attraverso l'analisi del sangue, delle urine o del midollo osseo. Una biopsia di un linfonodo può rivelarsi utile. Indagini di imaging biomedico possono essere fatte per determinare se e dove il tumore si è diffuso. Questa diffusione può verificarsi in molti altri organi, tra cui: polmoni, fegato e cervello. Il trattamento può comportare una combinazione di chemioterapia, radioterapia, terapia mirata e chirurgia. Nel caso di non-Hodgkin il sangue può diventare così denso di proteine che una procedura chiamata plasmaferesi può rendersi necessaria. Una vigile attesa può essere appropriata in alcuni casi. Alcuni tipi di linfoma sono curabili, il tasso di sopravvivenza complessivo a cinque anni, negli Stati Uniti, per gli Hodgkin è dell'85% mentre i non-Hodgkin è del 69%. Nel 2012, a livello mondiale, si stima che vi siano sviluppati linfomi in circa 566.000 persone causando 305.000 decessi. Essi costituiscono il 3-4% di tutti i tumori e ciò li rende la settima forma più comune. Nei bambini sono il terzo tumore più comune. I linfomi si presentano più frequentemente nel mondo sviluppato piuttosto che nei paesi in via di sviluppo.

Cenni storici. Thomas Hodgkin pubblicò la prima descrizione di linfoma nel 1832, in particolare della forma che porta il suo nome, il linfoma di Hodgkin. Da allora sono state descritte numerose altre forme di linfoma, raggruppate sotto diverse classificazioni proposte. Nel 1982 il termine linfoma non Hodgkin è diventato molto popolare ed è stato a sua volta diviso in 16 diversi sottotipi. Tuttavia, poiché questi linfomi hanno poco in comune l'uno con l'altro, questa nomenclatura è di scarsa utilità sia per i medici che per i pazienti e si sta lentamente abbandonando. L'ultima classificazione proposta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2008, elenca 70 forme di linfoma divise in quattro grandi gruppi. In alternativa alla classificazione statunitense, nei primi anni 1970, Karl Lennert di Kiel, in Germania, propose un nuovo sistema basato sulla morfologia cellulare e sulla sua relazione con le cellule del normale sistema linfoide periferico.

Epidemiologia. Il linfoma è la forma più comune di tumore maligno ematologico nel mondo sviluppato. Nel loro insieme, i linfomi rappresentano, nei paesi sviluppati come gli Stati Uniti, il 5,3% di tutti i tumori (esclusi i semplici a cellule basali e i tumori della pelle a cellule squamose) e il 55,6% di tutti quelli del sangue. Poiché il linfoma colpisce il sistema immunitario del corpo, i pazienti con un'immunodeficienza, come da infezione da HIV o dall'assunzione di alcuni farmaci immunosoppressori, essi rappresentano un gruppo con una maggiore incidenza di linfoma.

Eziologia. L'eziologia dei linfomi è a tutt'oggi, in gran parte (70%), sconosciuta. Il 15-20% potrebbe essere ricollegato ad infezioni da patogeni quali Helicobacter pylori (linfoma follicolare primitivo dello stomaco), virus di Epstein-Barr (linfoma di Burkitt), virus dell'epatite C, HTLV 1 (leucemia/linfoma dell'adulto a cellule T). Il 5% invece viene ricondotto a situazioni di immunodeficienza (primaria, associata ad HIV, post-trapianto, da utilizzo di metotrexate) o autoimmunità (sindrome di Sjögren, tiroidite di Hashimoto, artrite reumatoide, ecc.) e altri tumori. Infine, solo meno dell'1% evidenzia una correlazione con l'esposizione ad agenti ambientali fisici o chimici (radiazioni, pesticidi, farmaci chemioterapici, ecc.). La cancerogenesi dei linfomi è molto vicina a quel modello “multi-steps” proposto per moltissimi tumori. Sono necessarie infatti sovraespressioni di un certo oncogene seguite dall'attivazione di altri protoncogeni e/o dal silenziamento di geni oncosoppressori. L'attivazione dei protoncogeni avviene allorquando tale gene viene traslocato nell'area di DNA controllata da un regolatore che permette la trascrizione costitutivamente (nel caso dei linfociti B, un tipico regolatore sempre attivo è quello delle immunoglobuline). Oppure un oncogene può diventare costitutivamente espresso quando una traslocazione ne porta la fusione con un altro gene, se il prodotto proteico ibrido (chimerico) ha perso i domini di regolazione o attivazione questa proteina (interessata nelle vie di segnalazione intracellulari di proliferazione) risulta sempre attiva. L'attivazione di un protoncogene può avvenire anche per mutazione puntiforme del suo regolatore fisiologico, che a seguito della mutazione iperesprime il suo gene. Infine, anche eventi epigenetici possono portare alla maggiore capacità trascrizionale dell'oncogene (metilazione del DNAe acetilazione degli istoni).

Segni e sintomi. Il linfoma si presenta con alcuni sintomi non specifici. Se i sintomi sono persistenti, la possibilità di un linfoma deve essere presa in considerazione dal medico.

Linfoadenopatia o gonfiore dei linfonodi - È la più frequente presentazione del linfoma.

Sintomi B (sintomi sistemici) - possono essere associati sia con il linfoma di Hodgkin e il linfoma non-Hodgkin. Sono costituiti da:

Febbre. Sudorazioni notturne. La perdita di peso.

Altri sintomi: Perdita di appetito o anoressia. Fatica. Insufficienza respiratoria o dispnea. Prurito.

Classificazione. La WHO Classification è l'ultima classificazione dei linfomi, pubblicata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) nel 2001. Essa prosegue il lavoro della prima classificazione REAL (Revised European-American Lymphoma) che nel 1991 portò studiosi statunitensi ed europei a confrontarsi sui parametri necessari all'identificazione di reali entità clinico-patologiche riconoscibili mediante le tecniche al momento disponibili. La più moderna revisione della classificazione è stata pubblicata a metà del 2008 (segue nell'articolo). La WHO Classification propone 5 grandi categorie per inquadrare le numerose forme di disordini neoplastici linfoidi. Ai tumori delle prime 4 categorie ci si riferisce quotidianamente come linfomi non Hodgkin.

I. Neoplasie dei precursori dei linfociti B:

Leucemia/linfoma linfoblastico dei precursori B

II. Neoplasie dei linfociti B maturi:

Leucemia linfatica cronica (LLC) / linfoma a piccoli linfociti

Leucemia prolinfocitica a cellule B

Linfoma linfoplasmacitico

Linfoma splenico della zona marginale

Linfoma della zona marginale extranodale (associato al MALT)

Linfoma della zona marginale nodale

Leucemia a cellule capellute

Neoplasie delle plasmacellule:

Mieloma plasmacellulare

Plasmocitoma solitario dell'osso

Plasmocitoma extraosseo

Malattie delle catene pesanti

Linfoma follicolare

Linfoma mantellare

Linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL):

Linfoma mediastinico (timico) primario a grandi cellule B

Linfoma intravascolare primario a grandi cellule B

Linfoma primitivo effusivo

Granulomatosi linfomatoide

Linfoma a grandi cellule ALK-positivo

Linfoma plasmoblastico

Linfoma a grandi cellule B sviluppato in HHV-8 associato alla malattia di Castleman multienterica

Linfoma di Burkitt

Linfoma a cellule B non classificabile con caratteristiche tra DLBCL e Burkitt

Linfoma a cellule B non classificabile con caratteristiche tra DLBCL e LLC

III. Neoplasie dei precursori dei T linfociti:

Leucemia/linfoma linfoblastico dei precursori T

IV. Neoplasie dei linfociti T ed NK maturi.

Leucemia prolinfocitica a cellule T

Leucemia a grandi linfociti T granulari

Leucemia/Linfoma a cellule T dell'adulto

Linfoma a cellule T tipo enteropatia

Linfoma epatosplenico a cellule T

Micosi fungoide/ Sindrome di Sézary

Disordini linfoproliferativi primari della cute a cellule T CD30-positivi:

Linfoma primario della cute a grandi cellule anaplastico

Papulosi linfomatoide

Linfoma angioimmunoblastico a cellule T

Linfoma a cellule T periferiche, non altrimenti specificato

Linfoma a grandi cellule anaplastico

Linfoma a cellule NK/T extranodale, tipo nasale

Leucemia aggressiva a cellule NK

Linfoma blastico a cellule NK

Leucemia a cellule T dell'adulto causato da HTLV

V. Linfoma di Hodgkin:

Linfoma di Hodgkin classico, sottotipi:

Sclerosi nodulare

Cellularità mista

Ricco di linfociti

Deplezione linfocitaria

Linfoma di Hodgkin a prevalenza linfocitaria nodulare

Altre classificazioni. Si usava classificare i linfomi secondo un alto e basso grado di malignità, tuttavia tale classificazione risulta non sempre applicabile. Oggi ciascuna delle entità patologiche descritte dalla REAL/WHO può essere sottoposto a classificazione (grading) secondo criteri specifici istologici, citologici e anatomo-patologici. È comunque essenziale, all'interno delle categorie succitate, tipizzare anche a livello genetico ogni particolare linfoma, difatti a ciascuna aberrazione genetica(mutazioni, delezioni, traslocazioni) corrisponde una prognosi più o meno fausta. Inoltre è necessario tipizzare il fenotipo, ovvero l'espressione di molecole più o meno aberranti nella quantità (sovra o sotto-espressione) o qualità (proteine di fusione, ecc).

Un'altra semplice distinzione, in base alla clinica, si fa tra:

Linfomi indolenti: che esordiscono senza un deperimento delle condizioni generali ed hanno una storia naturale di lunga sopravvivenza (anni) senza trattamento. Di questi fanno parte, in maggioranza, i linfomi a derivazione B, e solo un linfoma T. Grossolanamente, questi linfomi sono guaribili con fatica.

Linfomi aggressivi: esordiscono con un rapido deperimento delle condizioni di salute e portano all’exitus in poche settimane se non trattati. Tuttavia, al contrario degli indolenti, hanno generalmente più possibilità terapeutiche. Quasi tutti i linfomi T sono aggressivi, mentre di meno sono i B aggressivi.

Stadiazione dei linfomi. Oltre alla classificazione è necessaria, nella pratica medica, la stadiazione (staging) del linfoma che si esamina. Lo stadio di un tumore ne indica la diffusione e sovente ne aggrava la prognosi o comunque richiede un approccio terapeutico più aggressivo per disseminazioni e masse più abbondanti. Per la stadiazione dei linfomi si usa la classificazione di Ann Arbor (dalla città dove fu stilata, Michigan, USA), inizialmente pensata per la malattia di Hodgkin nel 1971. Al fine di classificare un linfoma è necessario avere numerose informazioni derivanti dalla storia clinica del paziente e dall'anamnesi, dall'esame obiettivo(adenomegalie?), dalle tecniche di diagnostica per immagini (TAC, TAC/PET), dall'analisi del sangue, dalla biopsia (sempre escissionale) linfonodale e dall'aspirato midollare o biopsia ossea.

Stadiazione clinica.

Stadio I: Interessamento di una sola regione linfonodale (I), o interessamento di un solo organo o sito extranodale (IE).

Stadio II: Interessamento di due o più regioni linfonodali dallo stesso lato del diaframma (o sopra o sotto), o affezione localizzata ad un solo organo o zona extralinfatica contigua (IIE).

Stadio III: Interessamento di due o più distretti linfonodali da entrambi i lati del diaframma, che si può accompagnare all'interessamento della milza (IIIS), e/o dell'organo o della zona extralinfatica contigua (IIIE, IIIES).

Stadio IV: Affezione disseminata o multipla di uno o più organi o tessuti extralinfatici, con o senza interessamento linfatico. La localizzazione midollare definisce sempre uno stadio IV.

Sintomatologia.  (suddivisioni A e B). Ogni stadio clinico può essere suddiviso a seconda della assenza (A) o presenza (B) di specifici sintomi generali. I sintomi che caratterizzano la suddivisione B sono:

perdita di peso inspiegabile di più del 10% del peso corporeo negli ultimi 6 mesi;

febbre significativa (con una temperatura superiore a 38 °C), non dovuta ad infezione;

sudorazione notturna profusa (tale da obbligare a cambiarsi durante la notte anche più volte).

Trattamento. La prognosi e il trattamento è diverso tra i linfomi Hodgkin e tutte le diverse forme di linfoma non-Hodgkin e, inoltre, dipendono anche dal grado del tumore, ovvero alla sua velocità di espansione.

Linfomi a basso grado. Molti linfomi a basso grado rimangono silenti per molti anni. Il trattamento del paziente non-sintomatico è spesso evitato. In queste forme di linfoma, una vigile attesa è spesso l'approccio iniziale. Si ricorre a ciò perché i danni ei rischi del trattamento superano i benefici. Se un linfoma a basso grado è sintomatico, la radioterapia o la chemioterapia sono i trattamenti di scelta, anche se non curano il linfoma possono alleviare i sintomi, in particolare la linfoadenopatia dolorosa. I pazienti con questi tipi di linfoma hanno una aspettativa di vita quasi normale, ma la malattia è incurabile.

Linfomi ad alto grado. Il trattamento di alcune forme più aggressive di linfoma possono portare ad una completa guarigione nella maggior parte dei casi, ma la prognosi è peggiore per i pazienti con una scarsa risposta alla terapia. Il trattamento per questi tipi di linfoma consiste, tipicamente, in una chemioterapia aggressiva, compreso il regime CHOP o R-CHOP. Il linfoma di Hodgkin in genere viene trattato con la sola radioterapia fintanto che è ben localizzato. In caso di malattia avanzata vi è la necessita di ricorrere alla chemioterapia sistemica, a volte in combinazione con la radioterapia.

Radioimmunoterapia. Si tratta di una terapia che coniuga i vantaggi della radioterapia con quelli dell'immunoterapia con anticorpi monoclonalispecifici per il linfoma. Tali anticorpi vengono utilizzati come veicoli per portare una molecola radioattiva direttamente sulla superficie delle cellule tumorali in modo da dare il massimo danno alla cellula tumorale stessa, con limitato coinvolgimento dei tessuti sani vicini. Di tali farmaci, in Italia è disponibile solo lo Ibritumomab tiuxetan in combinazione con ittrio-90, che viene somministrato per via endovenosa ed ha il vantaggio di funzionare in ogni sede in cui si trova la malattia. Lo Ibritumomab tiuxetan sfrutta il meccanismo di legame tra un anticorpo monoclonale (Ibritumomab) e una molecolaradioattiva (ittrio90) in modo da veicolare la molecola radioattiva direttamente a ridosso delle cellule (linfociti) che esprimono il CD20. Una volta che l'anticorpo monoclonale lega il CD20 sul linfocita B, l'ittrio (molecola radioattiva) ad esso legato emette raggi beta che colpiscono le cellule (specialmente quelle tumorali) negli 11 mm circostanti. L'effetto combinato di molte molecole di Ibritumomab tiuxetan legate alle cellule tumorali vicine genera un effetto di “fuoco incrociato” che aumenta l'efficacia antitumorale della singola molecola.

Somministrazione e gestione della radioattività residua. La terapia è in regime di Day Hospital consentendo al paziente di ritornare a casa al pomeriggio del giorno di terapia. Una volta dimesso il paziente presenta livelli di radioattività assai bassi e paragonabili per i famigliari e i conviventi del paziente con i livelli di radiazione di fondo (quella naturale) presente in Europa. Per una settimana si consiglia al paziente, per prudenza, di prestare attenzione allo smaltimento delle urine e degli indumenti contaminati da liquidi biologici evitando che altre persone vi vengano in contatto.

Indicazione all'utilizzo in Italia. L'Ibritumomab tiuxetan in Italia ha attualmente l'indicazione alla terapia del linfoma follicolare ricaduto o refrattario o come consolidamento dopo una prima linea con rituximab e chemioterapia. Sebbene esistano evidenze scientifiche di efficacia anche nel trattamento di altri linfomi (marginali, diffuso a grandi cellule B o in associazione nei condizionamenti del trapianto autologo) tali approcci sono ancora considerati sperimentali da AIFA e quindi non rimborsabili. Abitualmente i pazienti sono sottoposti ad un singolo trattamento di radioimmunoterapia con Ibritumomab tiuxetan.

Cure palliative.  Le cure palliative sono un approccio specialistico focalizzato sui sintomi, sul dolore e sullo stress di una grave malattia. Esse sono raccomandate da molteplici linee guida nazionali sul trattamento dei tumori come protocolli di accompagnamento ai trattamenti curativi per le persone affette da linfoma. Esse sono utilizzate per affrontare sia i sintomi diretti del linfoma sia degli effetti collaterali indesiderati che derivano dai trattamenti. Le cure palliative possono rivelarsi particolarmente utili per i bambini che sviluppano il linfoma e per le loro famiglie, affinché trovino un aiuto per affrontare i sintomi fisici ed emotivi della malattia. Per queste ragioni le cure palliative sono particolarmente importanti per i pazienti che necessitano di trapianto di midollo osseo.

Prognosi.

Stato della ricerca. Al 2014, la ricerca sui linfomi si concentra maggiormente sulle cause, sulla prevalenza, sulla diagnosi, sul trattamento e sulla prognosi. Centinaia di studi clinici vengono programmati e condotti continuamente. Gli studi possono concentrarsi sui protocolli più efficaci di trattamento, sulle metodologie tese a migliorare la qualità di vita dei pazienti o sulle cure più appropriate in caso di remissione o di follow-up. In generale, vi sono due indirizzi della ricerca sul linfoma: la ricerca clinica (o traslazionale) e la ricerca di base. La ricerca clinica si concentra sullo studio della malattia in un modo definito e generalmente improntato verso una applicabilità immediata al paziente, come ad esempio la sperimentazione di un nuovo farmaco. Al contrario, la ricerca di base studia il processo della malattia a distanza, come l'osservare in laboratorio se un sospetto agente carcinogeno sia in grado di indurre le cellule sane a trasformarsi in cellule del linfoma o come evolvono le mutazioni del DNA all'interno delle cellule malate. I risultati degli studi di ricerca di base sono generalmente meno utili nell'immediato per i pazienti con la malattia, ma possono migliorare la comprensione dei meccanismi fisiopatologici alla base della malattia e costituire così la base per lo sviluppo di trattamenti sempre più efficaci.

·        Leucemia.

Leucemia. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.

La leucemia è un termine con il quale si indica un insieme di malattie maligne, vari tipi di cancri o tumori caratterizzati dalla proliferazione neoplastica di una cellula staminale emopoietica e si traduce in un numero elevato di globuli bianchi anormali.Queste cellule bianche del sangue non sono pienamente sviluppate e sono chiamate blasti o cellule leucemiche.

Le cellule staminali emopoietiche, che si trovano nel midollo osseo rosso, danno origine a due linee cellulari:

La linea mieloide, da cui originano i globuli rossi, alcuni tipi di globuli bianchi (granulociti e monociti) e le piastrine.

La linea linfoide, da cui originano i linfociti (un altro tipo di globuli bianchi).

A seconda della linea cellulare verso cui evolve il clone leucemico si parla di leucemia linfoblastica acuta (LLA), leucemia mieloide acuta (LMA), leucemia linfatica cronica (LLC), leucemia mieloide cronica (LMC). La leucemia è parte di un più ampio gruppo di neoplasie che colpiscono il sangue, il midollo osseo e il sistema linfatico, conosciuti come "Tumori dei tessuti ematopoietici e linfoidi". Il quadro clinico della leucemia è dovuto essenzialmente all'invasione del midollo da parte del clone neoplastico e alla conseguente distruzione delle cellule emopoietiche normali: il paziente affetto da leucemia sviluppa dunque anemia, per insufficiente produzione di globuli rossi, infezioni frequenti e gravi per la ridotta produzione di globuli bianchi ed emorragia a causa di ridotta produzione di piastrine. La diagnosi viene solitamente formulata grazie ad analisi del sangue o tramite una biopsia del midollo osseo. La causa esatta della condizione è ancora sconosciuta. Diversi tipi di leucemia si ritiene abbiano diverse cause. Diversi fattori, sia genetici che ambientali, sono ritenuti come possibili fattori di rischio come il fumo, l'esposizione alle radiazioni ionizzanti o ad alcune sostanze chimiche (come il benzene), una precedente cura chemioterapica e la sindrome di Down. Gli individui con una storia familiare di leucemia sono maggiormente a rischio. Il trattamento comporta la combinazione tra chemioterapia, radioterapia, terapia mirata, e trapianto di midollo osseo, in aggiunta alla terapia di supporto e alle eventuali cure palliative. Alcuni tipi di leucemia possono essere gestiti tramite una "vigile attesa". Il successo del trattamento dipende dal tipo di leucemia e dall'età del paziente. Il tasso di sopravvivenza media negli Stati Uniti a cinque anni è del 57%. Nei bambini sotto i 15 anni, la sopravvivenza a cinque anni è superiore al 60% e all'85%, a seconda del tipo. Nel 2012, la leucemia ha colpito 352 000 persone in tutto il mondo ed è stata causa di 265 000 decessi. Si riscontra con maggior frequenza nel mondo sviluppato.

Cenni storici. La prima pubblicazione scientifica di un caso di leucemia in letteratura medica risale al 1827, quando il medico francese Alfred-Armand-Louis-Marie Velpeau descrisse il caso di un fiorista di 63 anni che aveva sviluppato una malattia caratterizzata da febbre, debolezza, calcoli urinari, e sostanziale ingrossamento del fegato e della milza. Velpeau aveva notato che il sangue del paziente aveva una consistenza come pappa, e ipotizzò che l'aspetto del sangue fosse dovuto ai globuli bianchi. L'eziologia della leucemia è stata descritta la prima volta dal patologo Rudolf Virchow nel 1845 che notò un numero anormalmente elevato di globuli bianchi in un campione di sangue da un paziente. Virchow chiamò la condizione Leukämie in tedesco, che deriva da due parole in lingua greca: λευκός, leukos, "bianco", e αίμα, aima, "sangue"; letteralmente "sangue bianco". Circa dieci anni dopo le scoperte di Virchow, il patologo Franz Ernst Neumann Christian scoprì che il midollo osseo di un paziente deceduto di leucemia aveva assunto un colore "giallo-verde sporco", a differenza del normale rosso. Questa scoperta permise a Neumann di concludere che era proprio un problema al midollo osseo la causa delle anormalità nel sangue presenti nei pazienti affetti dalla malattia. Nel 1900 la leucemia è stata considerata come una famiglia di malattie in contrapposizione ad una singola malattia. Nel 1947 il patologo Sidney Farber ritenne, grazie ad esperienze passate, che l'aminopterina, una mimica dell'acido folico, potesse potenzialmente curare la leucemia nei bambini. La maggior parte di loro affetti da leucemia linfoblastica acuta che furono testati mostrarono segni di miglioramento nel loro midollo osseo, ma nessuno di loro fu effettivamente guarito. Ciò, tuttavia, portò ad ulteriori esperimenti. Nel 1962, i ricercatori Emil J. Freireich Jr. e Emil Frei III utilizzarono la chemioterapia in combinazione per tentare di curare la leucemia. I test hanno avuto successo con alcuni pazienti che sopravvissero a lungo dopo questi tentativi.

Epidemiologia. Nel 2010, a livello mondiale, circa 281 500 persone sono morte di leucemia. Nel 2000, circa 256 000 bambini e adulti di tutto il mondo hanno sviluppato una forma di questa malattia e 209 000 morti per essa. Questo dato rappresenta da solo circa il 3% dei quasi sette milioni di decessi per cancro all'anno e circa lo 0,35% di tutte le morti per qualsiasi causa. Confrontando sedici siti differenti del corpo umano, la leucemia è stata il 12º sito più comune di malattia neoplastica e la 11ª causa più comune di decesso per cancro. Circa 245 000 persone negli Stati Uniti sono affette da una qualche forma di leucemia, compresi quelli che hanno raggiunto la remissione o la guarigione. Circa 44 270 nuovi casi di leucemia sono stati diagnosticati nel corso del 2008 negli Stati Uniti. Questo rappresenta il 2,9% di tutti i tumori (esclusi i semplici a cellule basali e i tumori della pelle a cellule squamose) nel paese e il 30,4% di tutti i tumori del sangue. Tra i bambini con qualche forma di cancro, circa un terzo ha un tipo di leucemia, più comunemente la leucemia linfoblastica acuta. Uno dei tipi di leucemia è la seconda forma più comune di cancro nei bambini di età inferiore ai 12 mesi e la forma più comune di cancro nei bambini più grandi. Gli adolescenti maschi hanno più probabilità di sviluppare la malattia rispetto alle ragazze e i bambini bianchi statunitensi hanno circa il doppio delle probabilità di sviluppare la leucemia rispetto ai bambini neri connazionali. Solo circa il 3% delle diagnosi di cancro degli adulti sono di leucemia, ma perché il cancro è molto più comune tra gli adulti: oltre il 90% di tutte le leucemie sono diagnosticate negli adulti. Si è osservato che negli Stati Uniti l'etnia è un fattore di rischio. Gli ispanici, soprattutto quelli sotto l'età di 20 anni, sono il gruppo a più alto rischio di incorrere nella condizione, mentre i bianchi, i nativi americani e i nativi asiatici sono a rischio maggiore rispetto agli afro-americani. Il sesso è anche un fattore di rischio. Più uomini che donne con diagnosi di leucemia muoiono dalla malattia. La leucemia si riscontra il 30% più frequentemente negli uomini che nelle donne. La leucemia si verifica più comunemente nel mondo sviluppato.

Classificazione. Quattro più frequenti tipi di leucemia:

Tipo cellulare

Acuta

Cronica

Leucemia linfocitaria (o "linfoblastica")

Leucemia linfoblastica acuta (LLA)

Leucemia linfatica cronica(LLC)

Leucemia mielogena ("mieloide" o "non-linfocitica")

Leucemia mieloide acuta (LMA o mieloblastica)

Leucemia mieloide cronica (LMC)

Classificazione generale. Clinicamente e patologicamente, la leucemia è suddivisa in una serie di grandi gruppi. La prima divisione è tra le sue forme acute e croniche:

La leucemia acuta è caratterizzata da un rapido aumento del numero di cellule immature del sangue. L'affollamento di tali cellule rende il midollo osseo non più in grado di produrre le cellule del sangue sane. Per la leucemia acuta è richiesto un trattamento immediato a causa della progressione rapida e per l'accumulo delle cellule maligne che poi finiscono nel flusso sanguigno e si diffondono in altri organi del corpo. Le forme acute sono le tipologie più comuni di leucemia nei bambini.

La leucemia cronica è caratterizzata da un eccessivo accumulo di globuli bianchi, relativamente maturi, ma ancora anormali. Tipicamente impiega mesi o anni per progredire. Le cellule vengono prodotte ad un tasso molto più alto del normale, portando ad avere molti globuli bianchi anormali. Se la leucemia acuta deve essere trattata immediatamente, le forme croniche a volte possono essere monitorate per un certo tempo prima di iniziare il trattamento, al fine di garantire la massima efficacia della terapia. La leucemia cronica si verifica soprattutto nelle persone anziane, ma può teoricamente presentarsi in qualsiasi fascia di età.

Inoltre, le leucemie vengono suddivise in base al tipo di cellula del sangue che viene influenzata. Questa categorizzazione divide le leucemie in linfoblastiche o leucemie linfocitarie e mieloidi o leucemie mieloidi:

Le leucemie linfoblastiche o linfocitarie, la modifica cancerosa si svolge in un tipo di cellula del midollo che va normalmente a formare i linfociti, che sono cellule del sistema immunitario che combattono le infezioni. La maggior parte delle leucemie linfocitarie coinvolge uno specifico sottotipo di linfociti: i linfociti B.

Nelle leucemie mieloidi, la modifica cancerosa si svolge in un tipo di cellula del midollo che va normalmente a formare i globuli rossi, in alcuni altri tipi i globuli bianchi o le piastrine.

La combinazione di queste due classificazioni fornisce un totale di quattro categorie principali. All'interno di ciascuna di queste quattro categorie principali, vi sono in genere diverse sottocategorie. Infine, alcuni tipi più rari sono di solito considerati al di fuori di questo schema di classificazione.

Tipi specifici.

La leucemia linfoblastica acuta (LLA) è il tipo più comune di leucemia che si riscontra nei bambini. Tuttavia, questa condizione colpisce anche gli adulti, in particolare quelli di età maggiore ai 65 anni. I trattamenti standard comprendono la chemioterapia e la radioterapia. I tassi di sopravvivenza variano per età: l'85% nei bambini e il 50% negli adulti. I sottotipi includono la leucemia linfoblastica acuta a cellule B, il linfoma di Burkitt, la leucemia acuta bifenotipica e la leucemia linfoblastica acuta a cellule T.

La leucemia linfatica cronica (LLC) più spesso colpisce gli adulti di età superiore ai 55 anni. Talvolta si verifica negli adulti più giovani, ma quasi mai colpisce i bambini. Due terzi delle persone colpite sono uomini. Il tasso di sopravvivenza a cinque anni è del 75%. È incurabile, ma vi sono molti trattamenti efficaci. Un sottotipo è la leucemia prolinfocitica a cellule B, una condizione più aggressiva.

La leucemia mieloide acuta (LMA) si verifica più frequentemente negli adulti che nei bambini, e più comunemente negli uomini rispetto alle donne. La LMA viene trattata con la chemioterapia. Il tasso di sopravvivenza a cinque anni è del 40%, fatta eccezione per la LPA (leucemia promielocitica acuta), che di oltre il 90%. I sottotipi di LMA includono la Leucemia promielocitica acuta, la leucemia mieloblastica acuta e la leucemia megacarioblastica acuta.

La leucemia mieloide cronica (LMC) si riscontra principalmente negli adulti, tuttavia si può verificare seppur raramente anche nei bambini. Il trattamento è tramite somministrazione di imatinib (Gleevec negli Stati Uniti, Glivec in Europa) o altri farmaci. Il tasso di sopravvivenza a cinque anni è del 90%. Un sottotipo è la leucemia mielomonocitica giovanile.

La leucemia a cellule capellute (HCL) è a volte considerata un sottoinsieme della leucemia linfatica cronica, ma non si adatta perfettamente a questo schema. Circa l'80% delle persone colpite sono uomini adulti. Non sono stati segnalati casi nei bambini. HCL è incurabile, ma facilmente gestibile. La sopravvivenza varia dal 96% al 100% a dieci anni.

La leucemia prolinfocitica a cellule T è una condizione molto rara e aggressiva di leucemia che colpisce gli adulti, con una leggera prevalenza degli uomini rispetto alle donne. Nonostante la sua relativa rarità, è anche il tipo più comune di leucemia a cellule T mature. Quasi tutte le altre leucemie coinvolgono le cellule B. È difficile da trattare e la sopravvivenza mediana si misura in mesi.

La leucemia linfocitica granulare a grandi cellule può coinvolgere sia i linfociti T che i linfociti NK; come la leucemia a cellule capellute è una leucemia rara e indolente (non aggressiva). È considerata come sottotipo della più grave Leucemia linfoblastica acuta.

Leucemia a cellule T dell'adulto è causata dal virus della Leucemia a cellule T dell'uomo (HTVL), un virus simile all'HIV. Come l'HIV, HTLV infetta le cellule T CD4+e si replica al loro interno; tuttavia, a differenza dell'HIV, non li distrugge. L'HTLV rende “immortali” le cellule T infette, dando loro la capacità di proliferare in modo anomalo. Il virus HTLV è endemico in alcune zone del mondo.

Eziologia. Le cause che provocano tali malattie non sono ancora del tutto chiare. Attualmente sono noti alcuni fattori di rischio che possono causare la nascita delle forme leucemiche.

Fattori di rischio. Radiazioni ionizzanti; (soggetti trattati con radioterapia per altre neoplasie). Sono anche da ricordare i casi di leucemia tra i sopravvissuti delle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki e dei liquidatori di Chernobyl. Benzene; presente nel petrolio e nella benzina, ampiamente usato in passato come solvente per vernici ed ora quasi del tutto bandito. Il meccanismo con cui questa semplice molecola provoca leucemie è stato ampiamente studiato in modelli animali sperimentali. Esso necessita di una conversione ossidativa in derivati vari (1,4-benzochinone, 1,2,4-tri-idrossibenzene, ecc.) che poi reagiscono col DNA in modo covalente provocando interferenza con i processi di replicazione e di riparo dell'acido nucleico. Alcuni farmaci usati per la cura di tumori, specie se in combinazione con radioterapia, possono aumentare il rischio di leucemia "secondaria". Sicuramente i farmaci più a rischio sono gli agenti "alchilanti" (clorambucile, ciclofosfamide, nitrosouree). Il fumo di sigaretta (1/4 di tutte le AML si verificano tra fumatori; ciò che corrisponde alla media statistica dei fumatori nelle società occidentali). È probabile che il benzopirene, le aldeidi tossiche, il catrame e certi metalli pesanti (come cadmio e piombo) nel fumo di sigaretta siano i fattori maggiormente responsabili. Alcune malattie come la sindrome di Down, l'anemia di Fanconi, l'atassia-teleangectasia e la sindrome di Bloom vari tipi di Anemia presenti al terzo stadio. In questo caso la mutazione genetica di alcune di queste patologie è a carico di proteine coinvolte nella riparazione del DNA. Il rischio di sviluppare una leucemia in queste malattie dipende dunque da una minore efficienza dell'organismo nel riparare il DNA dopo certe lesioni. Virus Umano T-linfotropico; la leucemia delle cellule T dell'adulto (ATLL) è un tipo di leucemia causato dal virus HTLV-1. Portano alla leucemia anche alcuni tipi di Anemia (carenza di emoglobina), sviluppate ad uno stadio molto alto. L'anemia inoltre può anche essere causata dalla leucemia.

Sintomi. Sintomi più comuni della leucemia:

I danni al midollo osseo, in grado di ridurre considerevolmente le normali cellule per via del più alto numero di globuli bianchi immaturi, si traduce in una mancanza di piastrine nel sangue che sono importanti nel processo di coagulazione del sangue. Ciò significa che i pazienti affetti da leucemia tenderanno a sviluppare più facilmente lividi, a sanguinare eccessivamente o a sviluppare piccole macchie cutanee di colore rosso vivo, chiamate petecchie.

I globuli bianchi, che sono coinvolti nel combattere contro gli agenti patogeni, possono arrivare ad essere soppressi o a non funzionare. In questo modo il sistema immunitario del paziente può non essere più in grado di difendersi da una semplice infezione oppure può iniziare ad attaccare altre cellule del corpo. Impedendo al sistema immunitario di funzionare normalmente, alcuni pazienti leucemici sperimentano infezioni frequenti che vanno da tonsillite, piaghe in bocca, diarrea, polmonite o infezioni opportunistiche.

Infine, la carenza di globuli rossi porta ad anemia, che può causare dispnea, palpitazioni e pallore.

Alcuni pazienti avvertono altri sintomi, come una sensazione di malessere, febbre, brividi, sudorazione notturna, sensazione di sintomi simil-influenzali, affaticamento e altro. Alcuni pazienti hanno anche nausea o una sensazione di pienezza allo stomaco provocata da un ingrossamento del fegato (epatomegalia) e della milza (splenomegalia); ciò può provocare una perdita di peso non intenzionale. In caso di presenza di una notevole massa tumorale, si possono riscontrare dolori muscolari o alle ossa. Se le cellule leucemiche invadono il sistema nervoso centrale si possono presentare sintomi neurologici, in particolare mal di testa. Sintomi neurologici non comuni, come l'emicrania, le convulsioni, il coma possono verificarsi a seguito della pressione esercitata sul tronco cerebrale. Tutti i sintomi associati con la leucemia possono essere attribuiti ad altre malattie, di conseguenza essa deve essere sempre diagnosticata attraverso esami medici. La parola leucemia, che significa "sangue bianco" deriva dall'elevato numero di globuli bianchi che la maggior parte dei pazienti affetti dalla malattia presenta prima del trattamento. Questo elevato numero si rende evidente osservando un campione di sangue al microscopio. Spesso, questi globuli bianchi sovrannumerari sono immaturi o disfunzionali. Il numero eccessivo di cellule può anche interferire con il quantitativo di ulteriori cellule, causando uno squilibrio dannoso nei valori del sangue.

Diagnosi: La diagnosi si basa solitamente su ripetuti esami emocromocitometrici completi (esame del sangue) (numero dei globuli rossi, globuli bianchi e piastrine, livello di Hb) e determinazione dei parametri ematochimici (azotemia, glicemia, uricemia, transaminasi), sull'analisi citogenetica (studio dei cromosomi dei blasti presenti nel midollo osseo, sul prelievo di midollo osseo per analizzare frammenti di tessuto), sull'analisi immunofenotipica (tramite citometria a flusso delle cellule presenti in un campione di sangue o midollo osseo allo scopo di identificarle sulla base di specifici Ag di superficie). Importanti possono pure risultare i test di immunoistochimica per differenziare all'interno di una leucemia i vari subtipi secondo la classificazione di FAB. A dipendenza del risultato vi sono prognosi e approcci terapeutici differenti. Dopo la diagnosi, esami ematochimici possono essere utilizzati per determinare il livello dei danni al fegato e ai reni o agli effetti della chemioterapia sul paziente. Quando sorgono preoccupazioni circa i danni causati dalla condizione, può essere utile ricorrere a tecniche di imaging biomedico come la radiografia, la risonanza magnetica o l'ecografia. Queste metodiche possono potenzialmente vedere gli effetti della leucemia su parti del corpo come le ossa (radiografia), il cervello (risonanza magnetica), o reni, milza e fegato (ecografia). Infine, la tomografia computerizzata può essere utilizzata, seppur raramente, per controllare i linfonodi nel torace. Nonostante l'utilizzo di queste metodiche, molti pazienti non ricevono una diagnosi corretta e precoce poiché molti sintomi sono vaghi, non specifici e possono ricondurre ad altre malattie. Per questa ragione, l'American Cancer Society stima che almeno un quinto delle persone con leucemia non sono ancora state diagnosticate.

Trattamento: La maggior parte delle forme di leucemia viene trattata con la prescrizione di farmaci, generalmente combinati in un regime chemioterapico multifarmaco. Alcuni pazienti vengono trattati anche mediante radioterapia e in alcuni casi si deve ricorrere al trapianto di midollo osseo.

Leucemia linfoblastica acuta: Le leucemie linfonodi acute sono un gruppo di leucemie rare più frequenti nel bambino. Si classificano in leucemia linfoblastica cauta a cellule B e leucemia linfoblastica cauta a cellule T, e poi ulteriormente suddivise in base all'aspetto molecolare, alla maturazione cellulare e in base alla mutazione genetica caratteristica; tutt'oggi si contano più di 180 forme di questa malattia. Il trattamento si concentra sul controllo del midollo osseo e sulla patologia sistemica (cioè su tutto il corpo). Inoltre, il trattamento deve impedire alle cellule leucemiche di diffondersi ad altri siti, in particolare al sistema nervoso centrale, ad esempio tramite punture lombari a cadenza mensile per la somministrazione di farmaci. In generale, ogni trattamento è diviso in diverse fasi:

Chemioterapia di induzione al fine di ottenere una remissione del midollo osseo. Per gli adulti, i trattamenti standard includono la somministrazione di prednisone, vincristina e un farmaco antracicline; altri piani di trattamento farmacologico possono includere asparaginasi o ciclofosfamide. Per i bambini con basso rischio la terapia standard di solito è costituita da tre farmaci, prednisone, asparaginasi, vincristina, da assumersi per il primo mese di trattamento.

Terapia di consolidamento o terapia intensificazione per eliminare tutte le cellule leucemiche residue. Vi sono molti approcci diversi al consolidamento, ma in genere è costituito da un trattamento multi-farmaco ad alto dosaggio che viene intrapreso per alcuni mesi. I pazienti con basso e medio-rischio ricevono la terapia insieme a farmaci antimetaboliti come il methotrexate e 6-Mercaptopurina. I pazienti ad alto rischio ricevono dosi più elevate oltre ad altri farmaci.

Profilassi del sistema nervoso centrale (terapia preventiva) per fermare la diffusione della neoplasia al cervello e al sistema nervoso nei pazienti ad alto rischio. La profilassi standard può includere radioterapia all'encefalo e/o la somministrazione di farmaci direttamente nella colonna vertebrale.

Trattamenti di mantenimento grazie a farmaci chemioterapici per prevenire la recidiva di malattia dopo che è stata raggiunta la remissione. La terapia di mantenimento di solito comporta dosi di farmaco inferiori e può continuare per un massimo di tre anni.

In alternativa, il trapianto allogenico di midollo osseo può essere consigliato ai pazienti ad alto rischio o in coloro che presentano una recidiva.

Leucemia linfocitica cronica. Reperto compatibile con LLC; striscio di sangue periferico che mostra elementi linfocitari con nucleo ipercromatico e scarso citoplasma.

Decisione per il trattamento. Gli ematologi decidono il trattamento della leucemia linfocitica cronica sulla base della stadiazione e su sintomi di ogni singolo paziente. La maggioranza dei pazienti affetti da questo tipo di leucemia presenta una malattia a basso grado che non beneficia di un trattamento. Gli individui con complicanze o una malattia più avanzata tuttavia devono essere trattati. In generale, le indicazioni per il trattamento sono:

Bassi valori di emoglobina o conta piastrinica

Progressione ad una fase successiva della malattia

Dolore correlato all'ingrossamento dei linfonodi e della milza

Aumento del tasso di produzione di linfociti.

Approccio di trattamento. Con i trattamenti attualmente disponibili, la leucemia linfocitica cronica è incurabile. Il piano primario è la chemioterapia in combinazione con clorambucile o ciclofosfamide oltre a un corticosteroide come il prednisone o prednisolone. L'uso di un corticosteroide ha l'ulteriore vantaggio di sopprimere alcune malattie autoimmuni correlate, come l'anemia o la porpora trombocitopenica idiopatica. Nei casi resistenti, i trattamenti in monoterapia con farmaci nucleosidici come fludarabina, pentostatina, o cladribina possono avere successo. I pazienti più giovani possono considerare il trapianto allogenico o autologo di midollo osseo.

Leucemia mieloide acuta. Le leucemie mieloidi acute sono la forma di leucemia globalmente più diffusa, viene classificata in 8 forme differenti (in base al fenotipo, alò grado di maturazione e in base alle cellule interessate). Molti diversi farmaci anti-tumorali risultano essere efficaci per il trattamento della leucemia mieloide acuta. Le prescrizioni variano leggermente a seconda dell'età del paziente e a seconda del sottotipo specifico della malattia. Nel complesso, la strategia consiste nel controllo del midollo osseo e della malattia sistemica, offrendo un trattamento specifico per il sistema nervoso centrale, se esso è interessato. In generale, la maggior parte dei trattamenti si basano su combinazioni di farmaci per la fase di induzione iniziale della chemioterapia. Tale combinazione solitamente offre i vantaggi della prima remissione e un minor rischio di resistenza alle malattie. Trattamenti di consolidamento e di mantenimento hanno lo scopo di prevenire la recidiva di malattia. I trattamento di consolidamento spesso comportano una ripetizione della chemioterapia di induzione o l'intensificazione con altri farmaci. Al contrario, il trattamento di mantenimento comporta dosi di farmaci più bassi di quelle somministrate durante la fase di induzione.

Leucemia mieloide cronica. Vi sono molti trattamenti possibili per la leucemia mieloide cronica, ma lo standard per le nuove diagnosi è la terapia con imatinib. Rispetto alla maggior parte dei farmaci anti-tumorali, l'imatinib possiede relativamente pochi effetti collaterali e può essere assunto per via orale al proprio domicilio. Con questo farmaco, più del 90% dei pazienti sono in grado di mantenere la malattia sotto controllo per almeno cinque anni, in modo che la condizione cronica diventi gestibile. In uno stadio più avanzato e quando il paziente non è in grado di tollerare l'imatinib o se il paziente desidera tentare una cura permanente, allora può essere eseguito un trapianto di midollo osseo allogenico. Questa procedura comporta la chemioterapia ad alte dosi e l'irraggiamento del corpo, seguiti dall'infusione di midollo osseo da un donatore compatibile. Circa il 30% dei pazienti muore in seguito a questa procedura. La leucemia mieloide cronica è l'unica leucemia cronica presente nell'età pediatrica, è piuttosto rara ed è classificata in tre principali forme: leucemia mielomonocitica giovanile, leucemia mieloide cronica ph+, e in leucemia mieloide cronica ph-.

Leucemia a cellule capellute. Decisione per il trattamento. I pazienti con leucemia a cellule capellute e che non presentano sintomi, di solito non ricevono un trattamento immediato. Il trattamento è generalmente considerato necessario quando il paziente mostra segni e sintomi come una conta di cellule del sangue bassa (ad esempio, una conta dei neutrofili al di sotto 1.0 K/mL), infezioni frequenti, lividi inspiegabili, anemia o fatica abbastanza significativa per interrompere la vita quotidiana del paziente.

Approccio tipico trattamento. I pazienti che hanno bisogno di un trattamento di solito ricevono o cladribina per una settimana, somministrata quotidianamente per infusione endovenosa o con una semplice iniezione sotto la pelle, o sei mesi di pentostatina, somministrata ogni quattro settimane per infusione endovenosa. Nella maggior parte dei casi, un ciclo di trattamento produrrà una remissione duratura. Altri trattamenti comprendono l'infusione di rituximab o l'auto-iniezione di interferone-alfa. In casi limitati, il paziente può beneficiare di una splenectomia (asportazione della milza). Questi trattamenti non sono in genere proposti come primo trattamento perché i loro tassi di successo sono inferiori alla cladribina o alla pentostatina.

Leucemia prolinfocitica a cellule T. La maggior parte dei pazienti con leucemia prolinfocitica a cellule T, una leucemia rara e aggressiva con una sopravvivenza mediana di meno di un anno, richiedono un trattamento immediato. questo tipo di leucemia è difficile da trattare e non risponde alla maggior parte dei farmaci chemioterapici disponibili. Molti trattamenti diversi sono stati tentati con scarso successo: analoghi delle purine (pentostatina, fludarabina, cladribina), clorambucile e varie forme di chemioterapia di combinazione (ciclofosfamide, doxorubicina, vincristina, prednisone, ciclofosfamide, vincristina, vincristina, doxorubicina, etoposide, ciclofosfamide, bleomicina). L'Alemtuzumab (Campath), un anticorpo monoclonale che attacca le cellule bianche del sangue, è stato utilizzato con maggiore successo rispetto alle precedenti opzioni. Ad alcuni pazienti che rispondono al trattamento con successo, viene proposto anche il trapianto di cellule staminali ematopoietiche per consolidare la risposta.

Leucemia mielomonocitica giovanile. Il trattamento per la leucemia mielomonocitica giovanile può includere la splenectomia, la chemioterapia e il trapianto di midollo osseo.

Prognosi. La prognosi cambia a seconda della forma leucemica coinvolta, ad esempio nella forma AML, leucemia acuta mielogena la sopravvivenza a cinque anni è stata calcolata al 40%.

Leucemia infantile. Incidenza. La leucemia pediatrica è una malattia rara. L'incidenza media è stimata a 1:100 000. L'85% delle leucemie infantili sono di tipo acuto, di queste il 55% sono leucemia linfoblastica acuta. La forma più comune di leucemia infantile è la leucemia linfoblastica acuta tipo COMMON con un'incidenza stimata di 2,5:100 000, costituisce il 75% di tutte le diagnosi pediatriche di leucemia linfoblastica acuta. Mentre la leucemia promielocitica tipica acuta e la leucemia mieloide acuta con maturazione sono le più comuni forme di leucemia mieloide. La leucemia mielomonocitica giovanile è la forma cronica più comune di leucemia pediatrica. Distribuzione delle leucemie pediatriche in Italia. La leucemia infantile è un fenomeno piuttosto eterogeneo in Italia, le regioni interessate maggiormente dal fenomeno delle leucemie e dei tumori pediatrici in genere sono aree caratterizzate da un elevato inquinamento atmosferico, quindi: Campania, Tarantino, Calabria, Roma, Emilia Romagna, Lombardia e la parte nord-est della Toscana.

Eziologia. La causa delle leucemie pediatriche risulta essere in gran parte sconosciuta, tra le cause note abbiamo mutazioni genetiche, atassia-teleangectasia, sindrome di Bloom, esposizione a radiazioni ionizzanti, chemioterapia (come ad esempio il Ciclofosfamide), benzene, alcuni tipi di fertilizzanti chimici e alcuni agenti inquinanti.

Prognosi. La prognosi è generalmente buona e varia da tipo a tipo. Le forme più curabili sono la leucemia promielocitica acuta e la leucemia mieloide acuta ad elevata maturazione, nella quali la prognosi sono rispettivamente del 98% e del 93%. Le forme meno curabili sono le leucemie linfoblastiche a cellule B a bassa maturazione in cui la prognosi ammonta al meno 10% a 2 anni. Del resto la sopravvivenza media delle altre forme di leucemia infantile è del 75%.

Aspetto sociale. Le leucemie pediatriche coprono un importante impatto sociale sia per le famiglie, sia per il paziente. Diverse associazioni si occupano della presa a carico del paziente leucemico. La qualità della vita viene irreparabilmente danneggiata, talvolta le leucemie pediatriche riescono a essere una importante barriera sociale, il ciò costituisce per il paziente un enorme svantaggio che comporta isolamento, sviluppo di ansia e stress.

Melania Rizzoli per “Libero quotidiano” il 15 luglio 2019. Dopo una fuga di notizie che aveva allarmato il calcio italiano, Sinisa Mihajlovic ha convocato una conferenza stampa per annunciare la sua leucemia, aggiungendo: «Sembra un incubo ma è la realtà. Non ho paura, io vincerò e diventerò un uomo migliore e più maturo. Nella vita nessuno mi ha regalato nulla e mi guadagnerò anche questa vittoria». Ed in effetti l'allenatore serbo ha buone probabilità di vincere la sua battaglia, poiché oggi queste malattie ematologiche non incutono più il timore di una volta, perché sono non solo curabili ma addirittura guaribili. Le leucemie sono tumori maligni liquidi, neoplasie del sangue che si sviluppano nel midollo osseo, nel sangue stesso, nel sistema linfatico e in altri tessuti, e si distinguono in acute e croniche a seconda della velocità di comparsa e di progressione di malattia. Il nome leucemia deriva dalla parola greca "leucos" che significa bianco, ed "ema" sangue, proprio perché questa patologia ha inizio nei globuli bianchi, le cellule incaricate di combattere le infezioni. Nei pazienti leucemici infatti, il midollo osseo inizia a produrre un numero elevatissimo di globuli bianchi anomali, milioni di cellule che non funzionano correttamente, non difendono dalle infezioni, per cui il primo sintomo che compare è la febbre persistente, come quella denunciata da Sinisa, e che lo ha indotto fortunatamente ad un rapido controllo medico. Durante il suo commosso racconto Mihajlovic ha rivelato di controllare spesso il suo stato di salute, avendo avuto un padre morto di cancro, e di aver eseguito tre mesi prima un check up completo, nel quale gli esami risultavano tutti regolari, di aver sempre condotto una vita sana, allenandosi tutti i giorni, senza accusare assolutamente alcun sintomo. Il dato certo infatti, è che per le leucemie non esiste alcuna prevenzione, poiché le malattie tumorali del sangue colpiscono all' improvviso come un' influenza, e non ci sono esami di screening da poter effettuare come nel caso dei tumori solidi, del cancro degli organi per intenderci, poiché essendo queste patologie emopoietiche di tipo sistemico, ossia coinvolgenti tutto l' organismo in quanto tumori "liquidi" del sangue, è importante saperne riconoscere i sintomi. Nel caso di una febbre persistente, o di una infezione che non risponde alle comuni terapie antibiotiche, o ancora nel caso di comparsa di eccessiva stanchezza e pallore cutaneo, o di sanguinamenti spontanei e non provocati, come quelli delle gengive, o di altri sintomi che includono sudorazioni eccessive, specialmente notturne, con ingrandimento di fegato o milza, o di dolori ossei non giustificabili, è consigliabile un consulto medico con prescrizione delle comune analisi del sangue. Sinisa come unico sintomo, oltre alla febbre, aveva accusato un lieve dolore all' anca, per il quale aveva eseguito una risonanza magnetica non indicativa, ma poi un semplice esame emocromocitometrico ed una valutazione dello striscio di sangue venoso periferico, hanno permesso di sospettare immediatamente la diagnosi leucemica acuta, ed un aspirato midollare ne ha individuato con certezza il tipo istologico ed anche il tipo di strategia terapeutica da adottare. Le leucemie acute oggi sono malattie curabili con alte possibilità di guarigione, e le terapie mettono a disposizione farmaci innovativi e potenti, quali gli anticorpi monoclonali o gli inibitori delle tirosin-chinasi, che vanno a colpire esclusivamente le cellule in replicazione tumorale, risparmiando quelle sane, sterilizzando in tale modo il sangue ed il midollo dalle cellule neoplastiche, ed i pazienti che hanno una remissione completa di malattia per più di cinque anni si posso considerare guariti. In base al tipo cellulare interessato dalla proliferazione neoplastica, le leucemie si distinguono in "linfoidi" quando il tumore colpisce i linfociti e le cellule della linea linfoide, e "mieloidi" quando la trasformazione maligna riguarda le componente della linea mieloide (globuli rossi, piastrine e leucociti). La leucemia acuta linfoide è la più comune nei bambini, ma compare anche nel paziente sopra i 65anni, mentre la mieloide acuta è più frequente nell' adulto. Il midollo osseo mantiene per tutto l' arco della vita la capacità di sostituire regolarmente l' enorme numero di cellule ematiche senescenti, le quali, dopo la loro immissione nel sangue periferico, hanno vita breve, poiché i globuli bianchi vivono 1 solo giorno, le piastrine 4-6 giorni e i globuli rossi circa 120 giorni, ed in condizione normale esiste un equilibrio tra il numero di cellule che vengono prodotte e quello che è destinato a morire. Quando insorge la leucemia, il midollo osseo produce globuli bianchi anomali, ovvero cellule leucemiche tumorali che non svolgono la normale attività difensiva dalle infezioni ed infiammazioni, e lo sviluppo dei globuli rossi e delle piastrine viene "soffocato" dai cloni tumorali, interferendo significativamente e portando a gravi problemi come anemia, emorragie ed infezioni sistemiche. Le leucemie acute sono malattie rapidamente progressive, caratterizzate da un decorso rapido e dalla comparsa precoce di sintomi, insorgono nei bambini e nei giovani adulti, mentre le leucemie croniche hanno un decorso più lento, la proliferazione nel sangue è meno rapida, spesso sono asintomatiche, e sono caratteristiche dell' età senile. La gravità di una leucemia dipende dal tipo di cellule interessate, dalla risposta alle cure e dal coinvolgimento dei vari organi, ed essendo patologie che non si possono operare, la terapia è esclusivamente medica, a base di chemioterapici e degli anticorpi monoclonali, che assicurano la sopravvivenza a cinque anni in oltre il 68% dei pazienti trattati nei casi di leucemia linfatica, nell' 85% nei bambini sotto i 15 anni, con una percentuale minore in quelli con leucemia mieloide. Se la chemioterapia di induzione ha successo, il paziente ottiene la remissione completa della malattia, e la terapia di mantenimento ha lo scopo di mantenere la remissione completa il più a lungo possibile. Quando la scomparsa della leucemia non è invece completa, o il tipo di leucemia è ad alto rischio, il paziente leucemico viene avviato al trapianto di midollo, che oggi si effettua con le proprie cellule staminali emopoietiche, che vengono prelevate dal paziente stesso, selezionate, moltiplicate ed in seguito reinfuse in una vena del braccio come una comune trasfusione di sangue. Il trapianto allogenico trova indicazione per tutte le leucemie ad alto rischio che raggiungono la remissione completa, in quelle in cui si assiste ad una ricaduta, o nei casi in cui la risposta terapeutica venga giudicata insoddisfacente od incompleta. Il trapianto di staminali oggi è l' unica arma in grado di offrire la speranza di guarigione anche in leucemie in fase avanzata o refrattarie ai trattamenti convenzionali, e negli ultimi decenni si è consolidato come una terapia straordinaria che ha assicurato nel mondo milioni di guarigioni una volta ritenute impossibili. Sinisa Mihajlovic ha avuto la fortuna di accertare la sua malattia all' esordio, e la sua leucemia non ha ancora compromesso le condizioni generali, per cui ha ottime possibilità di remissione completa della patologia ematologica affrontando la terapia medica ed un eventuale trapianto di staminali. Un percorso terapeutico che richiede coraggio e determinazione, in quanto lungo e faticoso, ma una volta superato lo shock iniziale della diagnosi, sempre traumatico per qualunque paziente, («ho passato due giorni chiuso in camera a piangere essendo precipitato in un incubo») egli imparerà a guardare negli occhi la sua leucemia, ad accettarla, a combatterla e a guarirla, con la forza che all' inizio si pensa di non avere, ma che emerge in tutti i pazienti colpiti da questa patologia, in coloro che hanno l' istinto alla vita, e che hanno attorno affetti ed amori dai quali non vogliono distaccarsi, (Sinisa ha una moglie amatissima e 5 figli) e con i quali desiderano continuare a vivere e tornare a sorridere.

Ps: in Italia vengono diagnosticati circa 15 nuovi casi di leucemia ogni 100mila persone all' anno, ovvero: 5.300 nuovi casi ogni anno tra gli uomini e circa 3.900 tra le donne. Nel nostro Paese le forme più frequenti di leucemia sono la linfatica cronica (33,5% del totale), la mieloide acuta (26,4%), la mieloide cronica (14,1%) e la linfatica acuta (9,5%).

Car-T, come funziona e dove si trova la nuova cura contro la Leucemia. Si tratta di una rivoluzione straordinaria nell'approccio alla cura di determinati tumori del sangue. Specie quelli infantili. Barbara Massaro l'8 agosto 2019 su Panorama. Da ieri in Italia c'è una nuova cura, una nuova arma o speranza contro la leucemia. Si tratta di cellule sane che vengono prelevate dal paziente, modificate geneticamente per trasformarsi in super anticorpi in grado di annientare le cellule tumorali. Il suo nome è: Car-T

Cos'è CAR-T. La realizzazione della chimera di un corpo umano in grado di guarire se stesso da oggi è un po' più vicina. L'Agenzia Italiana del Farmaco ha dato, infatti, il via libera alla rimborsabilità e quindi alla disponibilità in Italia della prima terapia oncologica con cellule CAR-T acronimo per Chimeric Antigen Receptor T-cell. La nuova terapia utilizza i globuli bianchi (linfociti T) prelevati dal paziente affetto da alcune forme aggressive di tumori ematologici(bambini e ragazzi con Leucemia Linfoblastica Acuta (LLA) a cellule B e in adulti con Linfoma diffuso a grandi cellule B -DLBCL -che siano diventati resistenti alle altre terapie, o nei quali la malattia sia ricomparsa dopo una risposta ai trattamenti standard). I linfociti T vengono ingegnerizzati e modificati per attivare il sistema immunitario. Dopo un mese di trattamento le stesse super cellule vengono reintrodotte nel paziente, entrano in circolo nel sangue e sono in grado di riconoscere le cellule tumorali e di eliminarle.

Perché è un'innovazione straordinaria. Si tratta di un'innovazione straordinaria che agisce a 360 gradi: una immunoterapia cellulare autologa altamente personalizzata. Il farmaco che modifica geneticamente i linfociti T si chiama tisagenlecleucel (Kymriah) e  intreccia le tre tecnologie più d'avanguardia in campo oncologico: immunoterapia, terapia cellulare e terapia genica. In questo modo al paziente verrà restituita la capacità di autoguarirsi grazie all'azione combinata di tisagenlecleucel che prima identifica le cellule malate e poi stimola il linfocita a combatterle e a eliminarle. Non solo: il super linfocita T immagazzina una sorta di memoria della malattia e questo fa sì che le recidive in pazienti trattati con la terapia CAR - T siano scarsissime perché i linfociti T neutralizzano ogni eventuale tipo di ricaduta prima che questa abbia luogo.

I dati sulle guarigioni. Il tasso di remissione globale dei pazienti trattati con tisagenlecleucel è dell'81% e la terapia CAR-T rappresenta una reale speranza di vita per malati prima ritenuti non curabili e già in fase avanzata della malattia. La leucemia linfoblastica acuta è la forma di tumore più frequente nei bambini tra i 2 e i 17 anni e tisagenlecleucel rappresenta ora una speranza di cura per coloro che non avrebbero altre opzioni terapeutiche a disposizione.  La terapia (fino a ora costosissima e quindi alla portata economica di numero ridotto di persone) sarà invece rimborsabile e disponibile a partire da settembre presso diversi centri di terapia ematologica selezionati regione per regione.

·        Carcinoma.

Carcinoma. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze. Con il termine carcinoma si identifica in medicina una neoplasia di origine epiteliale. Cioè una formazione patologica di nuove cellule che tende ad infiltrare i tessuti circostanti e a dare origine a metastasi e che dal punto di vista istologico risulta derivare da un qualunque tessuto epiteliale, sia esso tessuto di rivestimento (mucose, pelle) o ghiandolare. Qualora interessi gli epiteli ghiandolari si parla di adenocarcinoma. Il carcinoma è un tipo istologico di tumore (una neoplasia epiteliale maligna); è dunque errato usare tale termine, come spesso accade, quale sinonimo di cancro.

Tipi:

Carcinoma polmonare

Carcinoma della prostata

Carcinoma dell'esofago

Carcinoma del colon-retto

Carcinoma dell'ovaio

Carcinoma dell'utero

Carcinoma mammario

Carcinoma vescicale

Carcinoma uracale

Raro e insidioso:  il tumore della pelle che pochi conoscono, tre volte più letale  del melanoma. Pubblicato venerdì, 02 agosto 2019 da Vera Martinella su Corriere.it. È un raro e aggressivo tumore della pelle, ad alto rischio di recidive e di metastasi in tutto il corpo. Quaranta volte più raro del melanoma, altro tipo di cancro di cui si parla molto più spesso, il carcinoma a cellule di Merkel è però tre volte più letale. Fondamentale, sia nella diagnosi sia nel trattamento, è un approccio multidisciplinare che preveda il coinvolgimento di medici chirurghi, dermatologi, oncologi, anatomopatologi e chirurghi plastici. Per questo è importante che i pazienti siano curati in centri con esperienza, in modo tale che possano ricevere le terapie più indicate nel loro caso: recentemente, infatti, l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha approvato un nuovo medicinale per il trattamento dei pazienti con questa neoplasia in fase metastatica. «Il carcinoma a cellule di Merkel – spiega Paolo Ascierto, Direttore dell'Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale di Napoli - si manifesta con un nodulo cutaneo indolore di colore rosa, rosso o bluastro che potrebbe rompersi e sanguinare. Si tratta di un tumore insidioso, la cui diagnosi risulta difficile dal momento che spesso viene confuso con altre patologie di origine dermatologica. Purtroppo le difficoltà nella diagnosi facilitano la sua rapida diffusione in altre parti del corpo con la comparsa di metastasi, rendendolo quindi più difficile da trattare, con una prognosi infausta». Ogni anno in Italia, in base ai dati riportati dall’Osservatorio delle Malattie Rare, si stimano circa 240 nuove diagnosi, per lo più in persone sopra i 65 anni, con la carnagione chiara. «Questi tumori di solito appaiono come indolori lesioni o noduli solidi su testa, collo e meno frequentemente braccia e gambe, ma possono manifestarsi in qualunque zona del corpo – prosegue l’esperto -. È bene farsi vedere da uno specialista in caso di una lesione cutanea nuova, diversa da tutte le altre». L’esposizione prolungata al sole o la compromissione del sistema immunitario dovuta all’età avanzata, a una malattia o all’assunzione di farmaci immunosoppressori (come nel caso dei pazienti trapiantati) aumentano il rischio di ammalarsi. «Ripetute scottature, specie durante l’infanzia, e i danni derivanti dall’accumulo di radiazioni UV negli anni sembrano avere un ruolo in circa il 20 per cento dei casi – dice Ascierto -, sebbene nel restante 80 per cento dei malati sia il primo responsabile pare essere un virus chiamato poliomavirus delle cellule di Merkel». I carcinomi a cellule di Merkel sono di solito curabili con chirurgia o radioterapia quando rilevati e trattati in una fase precoce. Dal momento che sono spesso aggressivi e possono crescere rapidamente con elevate probabilità di recidiva (locale e a distanza), la diagnosi precoce e l'asportazione tempestiva sono particolarmente importanti. Secondo le statistiche le persone con carcinoma a cellule di Merkel inferiore a 2 centimetri, non metastatizzato ai linfonodi locali più vicini, hanno un tasso di sopravvivenza di 5 anni dalla diagnosi del 76 per cento. Per pazienti in cui la malattia si è diffusa localmente con metastasi raggiungendo un singolo linfonodo, la percentuale scende al 50 per cento e diminuisce ulteriormente se è interessato più di un linfonodo. Circa la metà di tutti i pazienti sperimenta purtroppo una recidiva e oltre il 30 per cento sviluppa metastasi.«Il carcinoma a cellule di Merkel risulta purtroppo fatale in circa un paziente su tre – dice Michele Maio, direttore del Centro di Immuno-Oncologia e dell’Unità Operativa Complessa di Immunoterapia Oncologica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese -: è una forma di cancro che, pur non essendo diffusa come altre patologie oncologiche, il più delle volte ha un esito sfavorevole. Il trattamento della fase avanzata si è molto evoluto negli ultimi anni: si è passati dalla chemioterapia, unica opzione terapeutica fino a qualche tempo fa nonostante un’efficacia solo nel breve termine, all’immunoterapia che ha permesso di raggiungere risultati importanti, grazie al potenziamento della capacità del sistema immunitario di riconoscere e distruggere le cellule tumorali. Oggi il trattamento con un farmaco anti-PD-L1 (avelumab) rappresenta un’evoluzione importante nel trattamento di questa patologia con la possibilità di ottenere un beneficio a lungo termine e addirittura con meno effetti collaterali rispetto alle chemioterapia. L’immunoterapia – conclude Maio - rappresenta senza dubbio un’innovazione terapeutica di rilievo in oncologia, in generale, e nel carcinoma a cellule di Merkel, in particolare».

·        Melanoma.

Melanoma. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze. Il melanoma è un tumore maligno che origina dal melanocita, una cellula preposta alla sintesi della melanina. La melanina è un pigmento scuro responsabile parzialmente del colore della pelle. Analogamente ai nevi, il melanoma può insorgere in tutti i distretti corporei in cui sono normalmente presenti i melanociti(quindi la cute con predilezione particolare per le zone fotoesposte); inoltre può neoformarsi nello spessore di:

mucose (melanoma primitivo delle mucose);

meningi;

uvea (melanoma uveale).

La ragione della presenza dei melanociti in questi distretti anatomici è da ricercarsi nella loro origine embrionale: le creste neurali. Le più frequenti varietà cliniche o morfologie verificate istologicamente sono:

8720 Melanoma maligno, NAS (Non Altrimenti Specificato)

8743 Melanoma a diffusione superficiale

8721 Melanoma nodulare

8771 Melanoma a cellule epitelioidi

8742 Lentigo maligna melanoma

8744 Melanoma acrale lentigginoso

Per quanto riguarda il melanoma cutaneo:

è uno dei principali tumori che insorgono in giovane età (al 2017 in Italia è il terzo tumore più frequente in entrambi i sessi al di sotto dei 50 anni);

ha una maggiore incidenza nel lato sinistro del corpo;

nelle donne insorge più comunemente sulle gambe;

negli uomini insorge più comunemente sul dorso.

È stato categorizzato nella ICDO (International Classification of Diseases for Oncology, Classificazione Internazionale delle Malattie Oncologiche) con il codice morfologico 8720/3.

È particolarmente comune tra i caucasici, soprattutto negli europei nord-occidentali che vivono in luoghi soleggiati. Vi sono tassi elevati di questa malattia in Oceania, Nord America, Europa, Sud Africa e America Latina. Questo schema geografico è correlato alla causa primaria: l'esposizione alla luce ultravioletta in combinazione con la quantità di pigmentazione della pelle nella popolazione.

Il trattamento varia in base allo stadio in cui si trova il melanoma. Quello di elezione (il cosiddetto gold standard) prevede la rimozione del tumore primario mediante biopsia escissionale ed è applicabile soltanto agli stadi precoci della malattia. Se viene rilevato e rimosso precocemente, quando è ancora piccolo e sottile, allora la probabilità di guarigione è alta. La probabilità che ritorni (recidiva) o si diffonda dipende da quanto profondamente ha invaso gli strati della cute. Per melanomi recidivanti o che si diffondono (metastasi) i trattamenti includono la chemioterapia, la terapia modulatori dei checkpoint immunitari) e/o la radioterapia. I tassi di sopravvivenza a cinque anni negli Stati Uniti sono in media del 91%.

Prevalenza. Il melanoma costituisce soltanto il 5% delle neoplasie maligne cutanee diagnosticate in tutto il mondo. Nel 2012 il melanoma è stato diagnosticato in 232.000 persone in tutto il mondo. Il maggior numero di casi di melanoma è stato registrato in Australia e Nuova Zelanda sia al 2008 che al 2012.

Incidenza. Negli ultimi 20 anni l'incidenza del melanoma è aumentata più velocemente rispetto ad altre neoplasie maligne, soprattutto nell'etnia caucasica. Secondo la stima della WHO vi sono 132.000 nuovi casi di melanoma all'anno in tutto il mondo. L'Australia e la Nuova Zelanda hanno i più alti tassi di incidenza di melanoma nel mondo. Negli ultimi anni in Europa si è assistito a un preoccupante incremento di questa patologia che, se non diagnosticata in tempo, può causare seri problemi e portare alla morte.

Si è registrata una correlazione in base a:

l'età (incidenza massima nei soggetti dai 35 ai 65 anni; e dunque raro in adolescenza ed età infantile);

l'etnia (17 volte più frequente nei soggetti con pelle chiara; nelle persone di pelle scura si riscontra perlopiù in seguito ad eziologia traumatica, nella pianta dei piedi);

eziologia (fotoesposizione, eventi traumatici);

Non è stata registrata una correlazione in base al sesso, visto che il tumore è di poco più frequente nelle donne rispetto agli uomini. In occidente negli uomini colpisce prevalentemente il tronco mentre nella donna gli arti, il collo, il cuoio capelluto e il volto.

Nel 5% dei casi si presenta con lesioni multiple.

In Italia. Nel 2017 in Italia sono attesi circa 14.000 nuovi casi di melanoma della cute (3% di tutti i tumori in entrambi i sessi), di cui:

7.300 tra gli uomini;

6.700 tra le donne

L'incidenza mostra tassi:

più elevati nel Centro-Nord (sia negli uomini sia nelle donne);

più bassi nelle Regioni del Sud (-48% negli uomini e -45% nelle donne).

Per quanto riguarda la popolazione target giovanile il melanoma rappresenta:

il 9% dei tumori giovanili negli uomini (seconda neoplasia più frequente);

il 7% dei tumori giovanili nelle donne(terza neoplasia più frequente).

In sintesi:

il rischio di sviluppare un melanoma cutaneo è elevato sia negli uomini (1 su 63) sia nelle donne (1 su 81);

Negli uomini il rischio è più basso nei giovani;

Nelle donne il rischio si mantiene costante in tutte e tre le fasce di età.

Mortalità. A livello globale, nel 2012, il melanoma ha colpito 232.000 persone e ha provocato 55.000 decessi. Sebbene sia uno dei tumori della cute meno frequente è sicuramente il più aggressivo tra tutti, soprattutto se non viene diagnosticato nelle fasi iniziali. Esso provoca la maggioranza (75%) dei decessi legati ai tumori della pelle. Il melanoma cutaneo inoltre rappresenta la causa principale di morte nelle giovani donne (25-30 anni).

In Italia. Nel 2014 nel suolo italiano sono stati registrati 2.018 i decessi per melanoma cutaneo (1.245 uomini e 773 donne), pari all’1% dei decessi per tumore in entrambi i sessi, con una frequenza leggermente più elevata nelle fasce giovani della popolazione sia maschile (4%) che femminile (3%).

Fattori di rischio. Per quanto riguarda i fattori di rischio è utile fare riferimento alla tabella progettata dall'oncologo Paolo Antonio Ascierto che li suddivide in:

Fattori Genetici;

Fattori Fenotipici;

Fattori Ambientali.

Fattori di Rischio del Melanoma Cutaneo

1.Fattori Genetici:

Storia familiare di melanoma cutaneo

Presenza della mutazione ereditaria del gene CDKN2A e altri proto-oncogeni (vedi testo);

Anamnesi personale (presenza di melanoma pregresso e altri carcinomi della cute)

2. Fattori Fenotipici:

Fototipo cutaneo chiaro;

Nevo melanocitico congenito largo (>20 cm);

Elevato numero di nevi;

Presenza di Nevi Atipici, soprattutto se inseriti nel quadro della "sindrome del nevo displastico".

3. Fattori Ambientali. Esposizione a raggi UV con:

Eritemi solari (soprattutto negli infanti)

Esposizione a lampade abbronzanti (es. Solarium) in età <30 anni.

Fattori Genetici: il melanoma "familiare". Quando il melanoma non rappresenta una patologia “sporadica” (in una percentuale di casi inferiore al 10%) esso può essere correlato a mutazione di oncosoppressori. In questo caso acquisisce la proprietà di essere ereditabile; (Hemminki et al, 2003) definisce questa forma di melanoma "familiare". È stato inoltre stabilito che chi ha già sofferto di questa neoplasia ha più possibilità di sviluppare un secondo melanoma primario nel futuro.

Mutazioni. I geni più frequentemente mutati nei melanomi sono:

p16 (la cui mutazione eterozigote può essere presente nei soggetti con melanoma familiare);

molecole di adesione (caderine e integrine);

c-kit (oncogene);

nelle fasi avanzate possono anche trovarsi mutazioni dell'EGFR, bFGF, IL-8, fibronectina e altri geni.

La maggior parte di queste mutazioni è presente nel cromosoma 9, nel braccio piccolo ("petit") della regione 9p21.

Fattori Fenotipici. Il rischio di sviluppare melanoma è maggiore nei soggetti di pelle chiara, dal fototipo cosiddetto chiaro. Fanno sospettare una crescita neoplastica i cambiamenti di simmetria, bordi, colore, dimensione ed estensione (orizzontale e verticale) di un nevo preesistente.

Fattori Ambientali. Raggi solari e melanoma. Tra i fattori di rischio il ruolo più importante è giocato sicuramente dalle radiazioni solari, da cui l'importanza della prevenzione e protezione durante l'esposizione al sole(specialmente nei soggetti più giovani e in relazione al fototipo). I raggi ultravioletti contribuiscono allo sviluppo del tumore, benché possa insorgere in qualunque distretto corporeo anche non irraggiato. Già verso la metà del Novecento, grazie agli studi in Australia su un campione di uomini bianchi e di colore, è stata evidenziata la correlazione fra la pelle chiara e l'esposizione ai raggi solari. Alla fine degli anni ottanta gli scienziati proposero due cause scatenanti il melanoma indotte dai raggi: la prima è la mutazione di genispecifici delle cellule cutanee, con conseguenti proliferazioni cellulari e disabilitazione del gene oncosoppressore; la seconda prevede una disabilitazione della risposta immunitaria della cute.

Verso la fine degli anni novanta i ricercatori hanno rilevato i danni che il DNA delle cellule cutanee, dopo lunghe esposizioni alla luce solare, subisce a causa dalla componente ultravioletta B dello spettro. Mentre, di solito, le cellule inabili a riparare il proprio DNA si autodistruggono (apoptosi), una lunga esposizione al sole può alterare il gene p53 e quindi la cellula "malata" continua a vivere e prolifera senza limiti. Anche la componente UVA viene correlata comunque allo sviluppo di melanomi.

Altri fattori. Oltre alla eccessiva o precoce esposizione a intensa luce solare, altri fattori di rischio sono l'immunosoppressione, l'uso di lampade a UV, la presenza di molteplici precedenti lesioni cutanee. Contrariamente a quanto in alcuni contesti affermato, l'uso di contraccettivi orali non ne aumenta l'incidenza, alla luce di una vasta revisione sistematica del 2010.

Fisiopatologia. Il melanoma, così come la maggior parte delle neoplasie a carattere maligno, va incontro ad una serie di cambiamenti nel corso del tempo. Con l'avanzare delle scoperte in biologia cellulare è stato possibile definire una serie di "caratteristiche" generali che possiede qualsiasi tumore invasivo (i cosiddetti "hallmarks" del cancro). Essi sono:

Proliferazione delle cellule anche in assenza di mitogeni (molecole che stimolano la proliferazione cellulare);

Proliferazione delle cellule anche in presenza di inibitori della proliferazione cellulare;

Aggiramento dei processi cellulari che scatenano l'apoptosi (una forma di morte cellulare programmata);

Proliferazione incontrollata;

Promozione dell'angiogenesi;

Messa in atto di strategie atte a favorire la migrazione del tumore;

Messa in atto di strategie atte ad aggirare il sistema immunitario.

Nel distretto cutaneo, può:

originare de novo su cute sana;

rappresentare la conversione maligna di un preesistente nevo melanocitico (Gandini et al, 2005; Zaal et al, 2004).

Hallmarks da 1 a 4: proliferazione focale e neoplastica dei melanociti. Il melanocita in un adulto umano è presente in proporzioni costanti rispetto ai cheratinociti dell'epidermide: da questa osservazione è stata formulata la definizione di unità epidermico-melanica, dove un melanocita è di solito associato a 36 cheratinociti circa. Nel 75-80% dei casi un melanoma cutaneo primario origina in aree di cute sana, a partire da un'unità epidermico-melanica e solo nel restante 25-20% dei casi a partire da un nevo pre-esistente. Raramente si riscontra la forma in situ del melanoma. Sono più frequenti i riscontri microinvasivi. Il melanoma è caratterizzato da una crescita bifasica: radiale e verticale. In entrambi i casi il melanocita continua a proliferare grazie alla perdita di inibizione da contatto.

Fase di crescita radiale. La crescita radiale è contraddistinta da cellule con citoplasma chiaro, atipie cellulari, mitosi non frequenti, non è interessato tutto lo spessore dell'epidermide, possono esserci gruppi di cellule neoplastiche al di sotto della membrana basale. La crescita radiale è associata ancora a buona prognosi.

Fase di crescita verticale. La crescita verticale è invece uno stadio più maligno del tumore, sono più evidenti e frequenti le atipie e le mitosi, le cellule hanno acquisito un forte impulso proliferativo, occupano tutto lo spessore dell'epidermide e possono raggiungere finanche il tessuto adiposo sottocutaneo. Questo evento si associa ad aumentato rischio di metastasi, vista l'intensa vascolarizzazione che si ha scendendo nel derma. All'immunoistochimica si riconosce la positività per la vimentina e la proteina S-100. Spesso può esistere una risposta infiammatoria che riduce le dimensioni del melanoma, ma non ne cambia la prognosi.

Hallmarks da 5 a 7: invasività e formazione di metastasi. La diffusione può avvenire per continuità, per via linfatica ed ematogena. Il tumore metastizza di frequente ai linfonodi extraregionali (59% dei casi), al polmone (36%), al fegato e al cervello (20% entrambi), all'osso (17%). Sono state descritte anche come sedi di metastasi l'esofago ed altri tratti del canale digerente, oltre che rare metastasi cardiache. Il melanoma della coroide, anche se trattato con radioterapia od enucleazione dell'occhio, ha una frequenza di metastizzazione maggiore al fegato (più frequentemente entro 5 anni, ma con casi documentati sino a 30 anni dal trattamento), con il 90% delle mestastasi, talvolta congiunte a metastasi ossee o polmonari.

Istopatologia. Regola ABCDE. Per l'individuazione di possibili melanomi, viene consigliato di utilizzare la cosiddetta Regola ABCDE che prevede di sottoporre all'attenzione del medico un presunto neo che però dovesse presentare le seguenti caratteristiche (non necessariamente tutte presenti):

Asimmetria. I melanomi sono di solito asimmetrici, con metà della macchia cutanea più grande dell'altra.

Bordi. I bordi del melanoma sono irregolari a carta geografica, al contrario di quelli dei nei.

Colore. Spesso il melanoma è policromo ovvero presenta colori diversi come nero, bruno, rosso e rosa.

Dimensione. Una lesione cutanea sospetta, di diametro superiore ai 7 millimetri deve essere verificata da uno specialista.

Evoluzione. La lesione cutanea che tende a modificare la propria forma, colore e superficie è da ritenersi sospetta e da verificare.

Nel caso del melanoma nodulare, il più aggressivo, viene modificata nella Regola ABCDEFG aggiungendo le caratteristiche:

Elevazione. Si presenta rilevata rispetto al piano cutaneo.

Firm. La consistenza, palpandola con le dita, è maggiore rispetto alla pelle circostante.

Growing. Crescita rapida in poche settimane o pochi mesi.

Varietà del melanoma. In caso di riscontro di una neoformazione scura, con tonalità diverse di colore, con margini frastagliati e superficie un po' piallata bisogna sempre sospettare la presenza di melanoma e agire di conseguenza. Con progressione più o meno rapida, la lesione può acquistare l'aspetto di uno dei seguenti melanomi:

Melanoma di tipo lentigo maligna: è poco frequente (Circa il 5-10% dei casi), insorge soprattutto nelle persone anziane, si localizza specialmente al volto dove assume l'aspetto di una macchia che va dal bruno pallido al bruno nerastro, tondo o più spesso ovale, che si espande lentamente e, senza trattamento, raggiunge la dimensione di un grosso medaglione.

Melanoma nodulare: non rappresenta la fase di evoluzione radiale, si presenta dall'inizio con crescita verticale e spesso con metastasi alla diagnosi. Si riscontra nel 10-15% dei soggetti con melanoma, principalmente nei maschi intorno ai 50-60 anni. Può insorgere ovunque. Si presenta come un nodulo a forma di cupola, bruno o nero. Non dà sintomi. A volte non presenta la caratteristica colorazione tumorale, perciò la diagnosi è difficile.

Melanoma a diffusione superficiale: è il più comune (60-70% dei melanomi); predilige il dorso negli uomini e le gambe nelle donne. Appare sotto forma di una chiazza brunastra difficile da distinguere rispetto al resto della cute, con colori che vanno dal rosso spento al bruno-nerastro, con margini piuttosto marcati. La lesione si estende a macchia d'olio mostrando spesso piccole aree biancastre di regressione. Dopo mesi o anni, assume aspetto più o meno nodulare, ulcerandosi. Questo indica che il tumore è passato dalla diffusione orizzontale a quella verticale.

Melanoma acrolentigginoso: è il tipo di melanoma più raro nelle persone con la pelle bianca. Si localizza alle estremità degli arti. Può passare inosservato per anni. Si confonde con il melanoma lentigo maligna, ma con una diagnosi accurata è possibile distinguerli.

Diagnosi. Il ruolo del dermatologo nella descrizione della lesione cutanea. Gli elementi essenziali per eseguire la diagnosi di un melanoma sono:

cambiamenti rapidi di pigmentazione e/o grandezza (sia in aumento che in diminuzione, fino alla scomparsa) di un neo preesistente

lesione piana con limiti policiclici netti; a "carta geografica" (melanoma a diffusione superficiale)

nodulo pigmentato a superficie convessa e limiti netti (melanoma nodulare).

La metodica più utilizzata ed efficace nella diagnosi precoce del melanoma è la dermatoscopia e permette l'osservazione di pattern non visibili a occhio nudo. La diagnosi differenziale del melanoma in dermatoscopia è basata prevalentemente sull'analisi di caratteristiche visive ben definite della lesione, unitamente all'anamnesidel paziente ed alle caratteristiche di evoluzione. Esiste una vasta semiologia tramite la quale il dermatologo esperto è in grado di effettuare diagnosi visive molto accurate. Negli ultimi anni, oltre alla tecnica tradizionale, si sono sviluppati alcuni metodi chiamati algoritmi soggettivi, quali il Seven-Point Checklist o la regola dell'ABCD, basati su serie di interpretazioni di caratteristiche dermatoscopiche. La variabilità e la difficile standardizzazione di questi algoritmi ha rivelato, tramite risultati riportati su riviste internazionali, una bassa accuratezza diagnostica rispetto alla tecnica diagnostica tradizionale.

Altri approcci classici non invasivi. La dermatoscopia digitale può offrire al dermatologo un valido ausilio diagnostico basato su valutazioni oggettive arrivando in alcuni casi addirittura alla diagnosi assistita basata sull'analisi delle immagini e sistemi d'intelligenza artificiale. È dimostrato che queste tecnologie basate sulla dermoscopia computerizzata contribuiscono realmente a un incremento in termini di accuratezza diagnostica purché validati scientificamente attraverso riviste scientifiche. È stato recentemente messo a punto un sofisticato metodo predittivo basato sull'analisi di sequenze di immagini di lesioni pigmentate in modo da fornire quadri diagnostici dettagliati in base alla cosiddetta mappatura dei nevi. Il follow-up delle lesioni riveste così una sempre più grande importanza nella diagnosi precoce del melanoma. Il software rileva dimensioni, variazioni di colore, profondità del nevo e li confronta con un database medico per stabilire la necessità di asportazione chirurgica, e con precedenti mappature dei nei del paziente per vedere l'evoluzione nel tempo.

Nuove tecniche. Nell'ultimo decennio sono state sviluppate tecniche di citogenetica che risultano essere di grande aiuto nella diagnosi e nella stadiazione del melanoma.

FISH (Fluorescence in situ hybridization, Ibridazione fluorescente in Situ). Per quanto riguarda lesioni cutanee melanocitiche non ambigue e controverse la tecnica FISH a quattro sonde è risultata essere sensibile e specifica. In particolare tramite la tecnica FISH è possibile analizzare anomalie cromosomiche (di numero o traslocazioni), visualizzare l'istologia del tessuto prelevato e determinare citogeneticamente la presenza di marcatori tumorali.

CGH (Comparative Genomic Hybridization). Questa tecnica permette di analizzare anomalie cromosomiche (di numero, inserzioni/delezioni del genoma) sebbene i suoi risultati dipendano soprattutto dalla purezza del campione prelevato. Un'altra complicazione della tecnica CGH è data dal fatto che non tutte le cellule di melanoma possono presentare alterazioni cromosomiche. È meno sensibile della tecnica FISH.

Prognosi. Come in qualsiasi tumore vengono a considerarsi dei fattori prognostici negativi e dei fattori prognostici positivi. I principali fattori prognostici negativi per il melanoma sono, ovviamente, la presenza di metastasi a distanza o linfonodali, l'ulcerazione, una forte attività mitotica, la presenza di lesioni satelliti ed elevati livelli di lattato deidrogenasi. La presenza di un infiltrato linfocitario antitumorale attorno alla lesione (in sigla TIL da Tumor-infiltrating lymphocytes), è invece considerato un fattore prognostico positivo (associato cioè a migliori risultati clinici). È evidente che si cerchi di evitare che il tumore raggiunga lo spazio sub-endoteliale di un vaso linfatico durante la fase di crescita radiale: da qui l'importanza dei TILs. Nel melanoma infatti i TILs contribuiscono alla distruzione delle nicchie delle cellule tumorali grazie a:

Linfociti T responsabili delle microsatellitosi linfocita/melanocita e di formazioni di strutture a rosetta linfocita/melanocita;

Cellule presentanti l'antigene.

Linfociti B;

Sono visibili anche dei macrofagi, che avviano il processo di fagocitosi dei melanociti per formare i melanofagi o per fagocitare detriti presenti nel microambiente del tumore, mastociti e granulociti neutrofili. La loro funzione nell'infiltrato è molto variabile e alcune ricerche considerano addirittura la presenza di questi citotipi come fattore prognostico negativo, poiché sono cellule mediatrici dell'infiammazione cronica.

Nel 1989 alcuni studiosi pubblicarono il risultato di una ricerca riguardante le diverse modalità d'azione dei TILs nel melanoma e formularono tre "comportamenti" delle cellule immunitarie nei confronti del tumore primario:

Brisk (tradotto "vivaci", ma in alcuni referti è anche presente il termine "efficaci"): i TILs sono presenti nello spessore del tumore, o lungo i suoi margini di invasione;

Non Brisk (tradotto "non vivaci", ma in alcuni referti è presente anche il termine "non efficaci"): i TILs sono presenti focalmente al centro del tumore o parzialmente lungo i margini di NON-invasione;

Assente: linfociti non visibili oppure linfociti visibili ma che non interagiscono con le cellule di melanoma.Esempio: linfociti presenti nel nodulo tumorale ma arrangiati in maniera perivenulare o in bande fibrose nella matrice extracellulare del tumore ma non nella cellula stessa.

Questi studi vennero riconfermati dal Dr.Clemente e colleghi nel 1996, i quali dimostrarono il valore predittivo delle categorie utilizzate da Clark/Elder e dimostrarono:

I pazienti con TILs Brisk avevano una prognosi estremamente favorevole;

I pazienti con TILs non brisk avevano una prognosi non ottimale;

I pazienti con TILs assenti avevano una scarsa prognosi.

Sempre in relazione all'infiltrazione linfocitaria sono stati proposti altri due fattori prognostici, al momento non ancora riconosciuti ufficialmente: la densità linfocitaria e la distribuzione linfocitaria.

Stadiazione. Livelli di Clark. Questa classificazione suddivide i melanomi in base allo strato cutaneo più profondo che riescono ad invadere:

Livello I: epidermide (tumore in situ);

Livello II: invasione del derma papillare; il melanoma non raggiunge il confine tra derma papillare e derma reticolare;

Livello III: l'invasione si espande nel derma papillare ma non raggiunge il derma reticolare;

Livello IV: invasione del derma reticolare; risparmiati i distretti sottocutanei (come ipoderma);

Quinto stadio: invasione dei distretti sottocutanei (es ipoderma, fasce superficiali, altri tessuti connettivali);

Spessore di Breslow. Indica la profondità in mm di penetrazione del tumore nella cute. È l'indice più attendibile e che correla meglio con la sopravvivenza.

Melanoma inferiore ad 1mm, sopravvivenza a 7 anni del 95%

Compreso fra 1 e 1,69mm, melanoma a rischio basso

Compreso fra 1,70 e 3,99mm, melanoma a rischio moderato

Superiore a 4mm, melanoma ad alto rischio.

Terapia. Le terapie sono diversificate in base allo stadio di progressione del tumore.

Terapia negli stadi precoci: biopsia escissionale e radicalizzazione. Il melanoma è un tumore con prognosi negativa negli stadi avanzati: è quindi preferibile riconoscere le forme precoci ed infine procedere alla biopsia escissionale. La biopsia escissionale ha due caratteristiche:

è diagnostica;

è terapeutica (rimuove la lesione azzerando praticamente il rischio di morte).

Stadio IA: biopsia escissionale con radicalizzazione. I melanomi sottili sono generalmente diagnosticati tramite una biopsia escissionale ed in seguito asportati mediante radicalizzazione. L'intervento chirurgico di asportazione viene definito radicalizzazione. Non sempre è possibile eseguire l'asportazione del melanoma: vi sono zone del corpo troppo sottili o delicate che non consentono la radicalizzazione (esempio: palpebra). L'intervento di radicalizzazione può essere svolto in anestesia locale e consiste in:

Asportazione della cicatrice causata dalla precedente biopsia escissionale;

Allargamento: asportazione di tessuto sano intorno al melanoma;

In seguito il melanoma sarà inviato alla UOC di Anatomia Patologica per impostare la terapia e il follow-up ideali per il paziente.

Terapia negli stadi intermedi: scintigrafia e asportazione del linfonodo sentinella. Se il melanoma primitivo (ovvero la massa tumorale originatasi esclusivamente nel sito esaminato dal professionista) è allo stadio:

pT1b: spessore minore a 0.8 mm ma con presenza di lesione ulcerativa;

2 o superiore (spessore maggiore a 0.8mm);

si procede all'asportazione del linfonodo sentinella.

Terapia adiuvante. È un trattamento che si esegue dopo aver rimosso la lesione primitiva per ridurre il rischio di recidive locali. Ha come obiettivi l'aumento della sopravvivenza e dell'intervallo libero da malattia. Spesso questi pazienti vengono inseriti in trial clinici per testare nuovi trattamenti. Si rientra nella popolazione target di pazienti ad alto rischio di recidiva se si è allo stadio:

IIB: spessore del melanoma consistente: ha già raggiunto le strutture connettivali;

IIC: spessore del melanoma consistente e presenza di ulcerazione;

III: presenza del melanoma nei linfonodi.

Immunoterapia. Consiste nello stimolare il sistema immunitario contro il tumore. Si divide in varie tipologie:

attiva non specifica: uso delle sostanze in grado di favorire la risposta infiammatoria a livello locale. Ad esempio l'interleuchina 2, l'interferone o il Bacillo di Calmette Guerin (di norma usato come vaccino contro la tubercolosi; è un batterio molto simile ma con virulenza più attenuata) passiva e specifica: "addestro" il sistema immunitario a combattere contro le cellule tumorali avvalendomi di vaccini appositamente preparati.

somministrazione di anticorpi monoclonali (usati da soli o coniugati con tossine o radioisotopi) diretti contro il tumore favorisco l'immunità cellulare (stimolo il TIL)

indiretta: (somministro inibitori dei fattori di crescita e dell'angiogenesi)

L'unico di questi trattamenti approvato dalla Food and Drug Administration è l'uso dell'interferone ad alte dosi per via sistemica negli stadi 2b e 3; che però è gravato da pesanti effetti collaterali (febbre e malessere nel 70-80% dei pazienti causati dalla risposta infiammatoria sistemica a questa citochina). Altri trattamenti usati sono i vaccini, ma non si hanno ancora dati certi sulle modalità di somministrazione La chemioterapia classica è inutile in adiuvante.

Terapia del melanoma metastatico e delle recidive. La terapia nei pazienti allo stadio IIIC-IV è molto eterogenea e in generale presenta due approcci:

approccio loco-regionale (mirata cioè ad una regione specifica del corpo in cui la lesione è presente);

approccio terapeutico-sistemico (mirata a tutto il corpo del paziente).

Qualora possibile, prima di procedere ad uno dei due approcci, sarebbe consigliabile effettuare l'analisi dello stato mutazionale di B-RAF. Grazie alle nuove scoperte infatti un melanoma allo stadio avanzato può essere curato mediante immunoterapia. La AIRC, il Ministero della Salute e numerosi primari delle UOC di Anatomia Patologica hanno identificato come primo step della terapia la valutazione dello status mutazionale del melanoma: il 40-60% dei melanomi metastatici possiede una mutazione V600 del gene B-RAF. I pazienti positivi a questa mutazione sono in grado di beneficiare della terapia combinata di:

dabrafenib/trametinib

vemurafenib/cobimetinib.

Approccio loco-regionale. L'approccio loco-regionale si applica a pazienti con poche metastasi (dette anche secondarismi) e si focalizza nella rimozione chirurgica dei tessuti che contribuiscono alla malattia. È consigliato a pazienti che sono allo stadio IV e presentano una singola metastasi in un viscere o una oligometastasi (coinvolgimento di 1 o 2 organi). In questo caso si procede alla resezione chirurgica.

Approccio terapeutico-sistemico. L'approccio terapeutico- sistemico si basava in passato sulla chemioterapia (soprattutto con la somministrazione della dacarbazina, un agente alchilante). In realtà, questa scelta rappresentava al più un trattamento palliativo-sistemico. Al 2017 sono disponibili cure che impediscono al melanoma di metastatizzare ulteriormente e, in alcuni casi, di regredire. Esse si basano sull'immunoterapia e prevedono:

ipilimumab (anticorpo anti CTLA4);

nivolumab, pembrolizumab (anticorpi anti PD);

Vemurafenib, RG7204 o PLX4032 (inibitori di BRAF);

Trametinib o Cobimetinib (inibitori di MEK).

Melanoma e mutazioni genetiche, quando un test può salvare la vita. Pubblicato venerdì, 13 settembre 2019 su Corriere.it da Vera Martinella. Attenti al «brutto anatroccolo»: la visita per la diagnosi precoce può significare la guarigione. È il cancro della pelle più pericoloso. Colpisce una popolazione mediamente giovane rispetto alla maggior parte degli altri tumori, tanto che negli under 50 è la seconda neoplasia più frequente tra gli uomini (dopo quello del testicolo) e la terza tra le donne (dopo quella del seno e della tiroide). Ed è in aumento, tanto che i casi in Italia sono raddoppiati in 10 anni, passando da circa 7mila nuove diagnosi nel 2008 ogni anno a quasi 14mila nel 2018. Per far conoscere meglio questa malattia parte oggi a Milano «Oltre la Pelle», una campagna di informazione e sensibilizzazione, ma anche un viaggio nel mondo della ricerca scientifica e del vissuto dei pazienti per capire come prevenire e curare la malattia. Come sempre quando si parla di cancro, una diagnosi precoce può salvare la vita e consentire di arrivare alla guarigione anche solo asportando chirurgicamente la lesione. Per questo la prima cosa da fare è prestare attenzione ai nei: se cambiano di colore o forma o dimensione bisogna farli vedere a un medico, così come è ben mostrare al dermatologo un «brutto anatroccolo», cioè un neo strano, diverso da tutti gli altri, magari comparso di recente. «Il dermatologo è il primo punto di riferimento al quale si chiedono informazioni per prevenire e curare le malattie della pelle ed è quindi il primo specialista coinvolto nell’educazione e nella prevenzione del melanoma - dice Giovanni Pellacani, direttore della Clinica Dermatologica e Preside della Facoltà di Medicina, Università degli studi di Modena e Reggio Emilia -. Si tratta di una patologia pericolosa, se non diagnosticata in anticipo, che origina dai melanociti, le cellule che producono la melanina. Nelle sue fasi iniziali può assomigliare a un nevo con delle disomogeneità di colore, per questo è importante una corretta prevenzione e tenere sotto controllo i nei». Quando la chirurgia non è più sufficiente, perché il tumore è in uno stadio avanzato, fino a pochi anni i malati con metastasi avevano ben poche possibilità (la chemioterapia purtroppo è poco efficace contro il melanoma). Oggi, grazie nuovi farmaci la metà dei pazienti metastatici è viva a cinque anni dalla diagnosi. I melanomi in stadio avanzato (IV stadio) e localmente avanzato (stadio III) sono più difficili da trattare e la scelta delle terapie possibili (terapia target, immunoterapia, radioterapia) dipende anche dalle caratteristiche molecolari della neoplasia, come la presenza di mutazioni in specifici geni del tumore. «Un aspetto importante per il trattamento dei pazienti affetti da melanoma è l’individuazione di eventuali mutazioni genetiche - spiega Giuseppe Palmieri, Presidente dell’Intergruppo Melanoma Italiano (IMI), responsabile dell’Unità di Genetica dei Tumori all’ICB-CNR di Sassari -. Negli ultimi anni, infatti, la ricerca ha permesso di individuare alcune mutazioni del DNA alla base della proliferazione incontrollata delle cellule: il gene BRAF ha un ruolo fondamentale nel controllo della proliferazione dei melanociti, le cellule da cui origina il melanoma. Circa la metà dei melanomi presenta mutazioni del gene BRAF in senso oncogeno, ovvero in grado di attivare in maniera abnorme la proliferazione cellulare neoplastica. «L’avvento della medicina di precisione ha permesso di avere opzioni terapeutiche più efficaci sia per la fase avanzata sia in fase adiuvante - Paola Queirolo, direttore della Divisione Melanoma, Sarcoma e Tumori rari all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano -. Oggi è fondamentale identificare la presenza della mutazione BRAF al fine di individuare l’approccio terapeutico più idoneo per ogni paziente. Uno dei trattamenti innovativi che si è dimostrato efficace è la terapia a bersaglio molecolare, una combinazione di un BRAF inibitore con un inibitore della proteina cellulare MEK. Questi farmaci combinati agiscono in maniera selettiva “spegnendo” l’attività della proteina BRAF mutata, bloccando l’evoluzione del tumore e garantendo, già nella fase avanzata della malattia, un’elevata efficacia e una maggiore aspettativa di vita. Oggi finalmente sappiamo che la stessa combinazione di farmaci è risultata efficace anche nelle fasi più precoci del melanoma, riducendo notevolmente il rischio di recidive». «Verificare la presenza della mutazione di BRAF è importante oggi anche nelle fasi più precoci della malattia, perché in questo stadio di malattia - prosegue Michele Del Vecchio, responsabile dell’Oncologia Medica Melanomi alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano -: recenti dati scientifici hanno dimostrato che la combinazione di BRAF inibitori e MEK inibitori è in grado di ridurre in maniera significativa il numero di recidive dopo asportazione del melanoma, consentendo un controllo della patologia a lungo termine in un numero sempre più elevato di pazienti con melanoma BRAF mutato. Per questo motivo è importante tracciare un identikit completo e dettagliato del melanoma, cosa oggi possibile eseguendo il test per la determinazione dello stato mutazionale di BRAF, un test di laboratorio, eseguito su un campione di tessuto prelevato tramite biopsia. Questo è possibile attraverso un approccio multidisciplinare che si rende necessario affinché il paziente venga tempestivamente identificato e indirizzato ad un adeguato percorso diagnostico terapeutico». «Oltre la Pelle» è un’iniziativa di sensibilizzazione di Novartis sul melanoma e sulla mutazione BRAF, dedicata alle persone che sono affette da questa patologia, ai loro familiari e rivolta anche al grande pubblico. Lo scopo della campagna è di dare voce ai bisogni dei pazienti, incoraggiandoli ad avere un ruolo attivo nel percorso diagnostico terapeutico. Per questa ragione nasce in collaborazione con alcune associazioni pazienti: Associazione Italiana Malati di Melanoma (A.i.ma.me.), Melanoma Italia Onlus (MiO), Associazione Pazienti Italia Melanoma (APAiM), Emme Rouge Onlus. E con il patrocinio di Fondazione Umberto Veronesi, Fondazione IEO-CCM e di Intergruppo Melanoma Italiano (IMI). All’interno di uno spazio espositivo che sarà visitabile per tre giorni consecutivi nelle piazze di Milano (12-14 settembre, via del Burchiello/piazza Pagano), Roma (20-22 settembre, piazza San Silvestro) e Bari (4-6 ottobre, piazza della Libertà), sarà possibile approfondire il tema del melanoma attraverso un percorso informativo mirato a far conoscere meglio questa complessa patologia e i diversi stadi che la contraddistinguono. Oltre a materiali inediti e interattivi sul melanoma, sono previste rappresentazioni teatrali delle storie dei pazienti realizzate dagli attori della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi e un auditorium polifunzionale, in cui verranno organizzati incontri tra oncologi, dermatologi e pazienti per facilitare uno scambio attivo di informazioni e favorire una maggiore comprensione della patologia e una migliore presa in carico del paziente rispetto al proprio percorso diagnostico terapeutico. Nel corso dei tre giorni verrà anche data la possibilità, ai visitatori, di sottoporsi a un controllo dermatologico gratuito di base, volto a familiarizzare con il primo passo verso la corretta prevenzione del melanoma.

·        Nadia Toffa e il tumore al cervello.

Tumori del cervello: quali sono e come si riconoscono. Con 6mila nuovi casi diagnosticati ogni anno in Italia e circa 4mila decessi, i tumori del sistema nervoso centrale (costituito da encefalo e midollo spinale) continuano a essere tra i più pericolosi e soltanto quattro malati su dieci sono ancora vivi un anno dopo la diagnosi. Possono colpire, a seconda del tipo, bambini e adulti. Vera Martinella il 2 agosto 2019 su Il Corriere della Sera. Quando si parla di tumori cerebrali bisogna tenere presente che in realtà ci si riferisce a molte malattie diverse: i più frequenti sono i gliomi, seguiti da astrocitomi, glioblastomi, oligodendriomi, ependimoni, medulloblastomi, meningiomi e altri ancora. «Alcuni sono più tipici dell’età infantile, altri interessano gli adulti. Ognuna di queste categorie comprende a sua volta sottotipi differenti, che richiedono cure specifiche in base alla singola neoplasia, alla sua aggressività e allo stadio più o meno avanzato» spiega Alba Brandes, direttore dell’Oncologia Medica dell’AUSL Bologna e fra i maggiori esperti italiani su queste patologie. Per questo generalizzare e parlare di «tumori del cervello» è molto difficile.

Quante persone colpiscono e quali sono le speranze di guarire? Con 6.100 nuovi casi diagnosticati in Italia nel 2018 e oltre 4mila decessi, i tumori cerebrali continuano a essere tra i più letali. Sono fortunatamente rari (sebbene compaiano tra i 5 tipi di cancro più frequenti prima dei 50 anni), ma hanno spesso una prognosi severa perché sono ancora difficili da curare, frequentemente sono aggressivi e resistenti ai farmaci.A cinque anni dalla diagnosi è vivo il 24 per cento dei pazienti, ma bisogna tener presente che molto dipende dal singolo sottotipo di neoplasia e dallo stadio (se in fase avanzata o meno).

Quali sono le avvisaglie che devono insospettire?

«I sintomi di un tumore cerebrale dipendono soprattutto dalle dimensioni della massa e da dove è localizzato, perché ogni zona dell’encefalo è responsabile di una funzione specifica e quindi sarà quell’attività a essere più o meno compromessa - spiega Francesco DiMeco, direttore del Dipartimento di Neurochirurgia della Fondazione Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano -. I disturbi sono molto vari e comuni a molte altre malattie a carico del sistema nervoso (cefalea, nausea, disturbi della vista o dell’umore, allucinazioni, crisi epilettiche, paralisi, molto sonno, disturbi del movimento), per questo non bisogna pensare necessariamente al peggio, ma è importante consultare il medico di famiglia che, se lo ritiene opportuno, prescrive una visita con un neurologo e i necessari accertamenti». In generale, se una neoplasia colpisce una parte del cervello (per esempio la sinistra) il sintomo si manifesta nella parte opposta (la destra): questo è dovuto al fatto che ogni emisfero cerebrale governa la parte controlaterale del corpo.

Si possono prevenire? No, anche perché non se ne conoscono ancora in modo chiaro le cause. I soli fattori di rischio noti sono l’esposizione alle radiazioni gamma e X e alcune sindromi genetiche (le neurofibromastosi di tipo 1 e 2, la sindrome di Li-Fraumeni) che aumentano le probabilità di ammalarsi. Non esistono test per la diagnosi precoce.

Come si arriva alla diagnosi? Se il medico di famiglia ritiene sia opportuno, in presenza di sintomi sospetti, prescrive una visita con un neurologo. Generalmente gli accertamenti da eseguire per arrivare alla diagnosi sono tomografia computerizzata (TC) cerebrale e risonanza magnetica nucleare (RMN), alle quali si possono aggiungere altri esami come l'elettroencefalogramma.

Esistono terapie efficaci? «La scelta del trattamento dipende da vari fattori (tra i quali il tipo di tumore, il suo stadio e la posizione, o le condizioni generali del paziente) - sottolinea Brandes -: chirurgia, radioterapia e chemioterapia possono essere usate da sole o in combinazione. E nonostante molte difficoltà, si registrano progressi anche nella cura di neoplasie cerebrali. Siamo ancora lontani, purtroppo, da farmaci che ci consentono di guarire o cronicizzare molti casi di tumori al cervello. Però la ricerca prosegue».

Glioma: chi colpisce e come si cura? I gliomi rappresentano circa il 40 per cento dei tumori che interessano il cervello e ad oggi non esistono metodi per diagnosticarli precocemente. Ne esistono diversi tipi le cui caratteristiche dipendono, principalmente, dal tipo di cellula colpita e dal tasso di crescita della massa tumorale. Oligodendrogliomi e astrocitomi sono gliomi di II o III grado, con un’evoluzione molto variabile e un’incidenza di 2-3 casi all’anno ogni 100mila abitanti. «Colpiscono soprattutto i giovani adulti - spiega Brandes -. Con il miglioramento delle terapie, in particolare chirurgia, radioterapia e chemioterapia si è assistito a un significativo prolungamento della sopravvivenza e attualmente la mediana di sopravvivenza è superiore a 10 anni, con variazioni che dipendono però ampiamente dalle caratteristiche genetiche del tumore (ovvero se c’è o meno la mutazione di IDH e la delezione dei cromosomi 1p e 19q)». Gli oligodendrogliomi di solito hanno un'evoluzione lenta e rispondono bene alle terapie. Gli astrocitomi pilocitici (molto rari, più comuni nei bambini) raramente si trasformano in un tumore più aggressivo e nella maggioranza dei casi la chirurgia è curativa: mentre quelli anaplastici nel tempo tendono a trasformarsi in gliomi più aggressivi.

Glioblastoma: chi colpisce e come si cura? È il glioma più frequente, con un’incidenza di 4-5 casi ogni 100mila abitanti per anno, e il più aggressivo. «Generalmente interessa gli adulti intorno ai 60 anni e la prognosi è severa, con sopravvivenza media di poco superiore all’anno - dice l’esperta -. Sulle aspettative di vita però intervengono in maniera significativa le caratteristiche genetiche: se è presente una metilazione del gene MGMT, i pazienti rispondono meglio ai trattamenti oncologici e hanno un’aspettativa di vita significativamente più lunga. I trattamenti utilizzati sono la chirurgia seguita dalla combinazione di radioterapia e chemioterapia».

Medulloblastoma: chi colpisce e come si cura? È tipico dei bambini e più raramente dei giovani adulti, mentre nell’adulto ha una incidenza di 0,5-1 caso su un milione ogni anno. È una neoplasia potenzialmente guaribile e i trattamenti sono differenti a seconda dell’età del paziente (primi anni di vita, adolescenza, età adulta), ma consistono principalmente in chirurgia, radioterapia e chemioterapia mixate o in sequenza fra loro.

Ependimoma: chi colpisce e come si cura? «Sono tumori rari e rappresentano infatti solo il 2 per cento dei tumori intracranici - chiarisce Brandes -. Di solito si presentano nei bambini nei primi dieci anni di vita e più raramente in giovani adulti. L’asportazione chirurgica più radicale possibile è il trattamento standard. E la radioterapia post-operatoria trova indicazione per ridurre le probabilità di recidive locali. La chemioterapia viene utilizzata per trattare le recidive di malattia».

Meningioma: chi colpisce e come si cura? Rispetto alle altre neoplasie cerebrali già citate, i meningiomi sono più frequenti e rappresentano circa il 30 per cento delle neoplasie del sistema nervoso centrale. Sono comuni nelle persone di età adulta e negli anziani. «In molti casi si tratta di riscontri occasionali, vengono scoperti “per caso” - conclude l’esperta -: piccoli meningiomi vengono infatti osservati in TC cerebrali o RM cerebrali eseguite per altri motivi. Hanno una crescita molto lenta e solo una quota modesta, inferiore al 15 per cento, ha caratteri atipici o maligni. Il trattamento principale è quello chirurgico. In alcune circostanze viene inoltre utilizzata la radioterapia».

Nadia Toffa e il tumore al cervello, parla l'esperta: ecco come riconoscere i sintomi. Melania Rizzoli su Libero Quotidiano il 15 Agosto 2019. Cari malati di cancro al cervello, voi lo sapete bene, il tumore all'encefalo è una malattia serissima, che colpisce come un fulmine a ciel sereno, che all'inizio si nasconde, inganna, opera sottotraccia, si maschera da altre malattie, viene scambiata per emicrania, cefalea o peggio per sindrome da stress, e che quando viene scovata ed accertata si ribella, resiste alle terapie, a volte si rafforza e cerca di espandere le sue radici, invadere il territorio limitrofo, e purtroppo non sempre viene sconfitta, e non sempre si raggiunge un esito positivo al termine delle cure. Ma c'è un ma, a mio giudizio molto importante. Intanto non fatevi impressionare dalla morte di Nadia Toffa, perché lei ha avuto uno di quei tipi di tumori per i quali non ci sono cure certe, e per i quali la scienza e la ricerca stanno lavorando molto, in Italia e nel mondo, per raggiungere il maggior numero di certezze e di successi terapeutici, ed il suo cancro si era manifestato ed era stato diagnosticato quando ormai era già radicato nel suo cervello, era ad alta malignità, e non ha mai lasciato, nemmeno per un momento, speranza di lunga vita. Infatti non esiste un solo tipo di tumore cerebrale, perché le neoplasie che si sviluppano all'interno della scatola cranica, possono essere molto diverse istologicamente, avere diversi gradi di benignità e malignità, di dimensione, di locazione e di crescita, e ciascuna di esse ha una storia naturale differente caso per caso.

Tra i benigni il più frequente è il meningioma (30,1%), mentre tra i maligni il glioblastoma (20,3%), l' astrocitoma (9,8%), i tumori della guaina dei nervi (8%), della ghiandola ipofisaria (6,3%), l' ependimoma (2,3%), ed altri tipi che raggiungono il 14%. Questi quelli che appartengono alla famiglia dei "gliomi", che colpiscono prevalentemente dopo i 21 anni, mentre il medulloblastoma o il neuroblastoma sono i tumori più frequenti nell'infanzia, che hanno un picco di incidenza nei bambini e giovani sotto i 15 anni, e che ogni anno in Italia colpiscono oltre 400 bambini. Naturalmente io sto parlando dei tumori primitivi dell'encefalo, ovvero quelli che nascono e germogliano dentro la scatola cranica, e non di quelli secondari, ovvero delle metastasi al cervello (i tumori intracranici più comuni negli adulti) che sono ripetizioni tumorali di neoplasie diffuse che provengono da altre parti del corpo, arrivando fino dentro la testa, e che derivano principalmente dal carcinoma polmonare, mammario e dal melanoma.

Probabilità di sopravvivere - Comunque i segni e i sintomi della presenza di lesioni occupanti spazio nel cranio sono simili, e riconoscerli allo stadio iniziale può migliorare la probabilità di guarigione e di sopravvivenza, e quando si presenta uno di questi sintomi, non bisogna pensare subito al peggio, ma è importante consultare il medico ed il neurologo per gli accertamenti necessari. In generale, se una neoplasia colpisce la parte destra del cervello, il sintomo si manifesta a sinistra e viceversa, mentre se ad essere interessato è il cervelletto, situato a livello della nuca, si hanno segnali differenti, quali disturbi della coordinazioni, dell'equilibrio e della vista. Cefalea e nausea sono i primi segni di ipertensione endocranica, segni però che possono avere molte altre cause, ma se persistono per giorni e non regrediscono con i comuni antalgici è bene richiedere un consulto. I problemi della vista riguardano la riduzione del campo visivo, perdita della visione laterale (persone che sbattono regolarmente contro gli spigoli o le porte, o strusciano la fiancata dell' auto) e la visione sdoppiata, mentre i disturbi della sensibilità e della motilità degli arti sono ulteriori campanelli d' allarme. A seconda delle aree del cervello interessate inoltre, possono comparire disturbi del linguaggio parlato o scritto, difficoltà ad esprimersi, parola inceppata, deficit dell'udito, della comprensione e dellamemoria, cambi della personalità e del comportamento, fino ad arrivare alle crisi epilettiche e alla perdita di coscienza o svenimenti senza una causa apparente.

Gli interventi - La terapia più adeguata del tumore cerebrale dipende dal tipo di neoplasia, dalla sua grandezza e posizione encefalica, oltre che dall' età e dallo stato di salute del paziente, e consiste principalmente nella rimozione chirurgica, quando possibile, nella chemioterapia associata alla radioterapia, ed alla radiochirurgia e terapia mirata sulla massa cerebrale da ridurre, quest' ultima eseguita con gli anticorpi monoclonali, che vanno a colpire solo ed esclusivamente le cellule tumorali del cervello e nel circolo sanguigno. Ogni paziente con un tumore al cervello ha una propria prognosi, nessuno è uguale ad un altro, perché il destino della progressione o regressione della malattia dipende da molti fattori di quel tumore, come la sede, il tipo istologico, la regione accessibile chirurgicamente dell' encefalo e soprattutto la precocità della diagnosi, perché individuare una neoplasia al primo stadio consente un trattamento terapeutico meno invasivo e con un rischio di complicanze molto ridotto. Molti tumori hanno una crescita lenta e limitata a un' area cerebrale, possono insorgere a qualsiasi età e a causarli è spesso una mutazione genetica tale, per cui le cellule colpite da questo "errore", crescono e si dividono con un ritmo più elevato rispetto al normale. Esclusi i tumori tipici dell' infanzia, il primo fattore favorente indiziato è l' età senile, poiché le persone avanti con gli anni sono decisamente le più colpite, anche se un altro fattore importante sono considerate le malattie congenite, quali la neurofibromatosi, la sclerosi tuberosa, la sindrome di Gorlin e varie altre. Non va sottovalutata neppure la storia familiare, in quanto se in famiglia ci sono stati casi precedenti di cancro al cervello, i familiari debbono obbligatoriamente seguire la prevenzione.

Più frequente - Oggi il tumore del cervello è tra i primi 5 tipi di cancro più frequenti prima dei 50 anni, ma si registrano progressi anche nella cura di neoplasie da sempre ritenute ardue da combattere (gliomi, glioblastomi e neuroblastomi), e molti risultati incoraggianti e positivi sono stati ottenuti con laimmunoterapia, basata sull'uso di particolari cellule del sistema immunitario sensibilizzate verso il tumore con peptidi sintetici. La ricerca in questo ultimo decennio ha fatto grandi passi in avanti in questo settore, aggiungendo nuove molecole come la temozolomide, oltre a nuove combinazioni di farmaci già in uso. Le più recenti tecniche chirurgiche consentono di asportare tumori che un tempo venivano giudicati inoperabili, mentre oggi è sempre più risolutiva. Inoltre la radioterapia, da sola od aggiunta alla chemioterapia, è finalizzata ad arrestare la crescita neoplastica ed a ridurre il rischio di recidiva, e le nuove analisi molecolari consentono una prognosi più precisa e permettono sempre di più di scegliere le terapie mirate a quel tipo di tumore. Poiché ogni zona del cervello è responsabile di una funzione specifica, sarà quella funzione, se colpita dal tumore, ad essere per prima compromessa, per cui quando si avverte che qualcosa è cambiato nella sensibilità, nei movimenti, nel linguaggio, nella vista, nell' equilibrio, nel tremore e in qualunque sintomo riconducibile alla testa, è bene farsi controllare da uno specialista ed approfondire l' origine del sintomo, fosse anche un semplice, ma persistente mal di testa. In un' epoca come la nostra, chiunque di noi ha avuto un familiare, un parente, un amico o un conoscente colpito da questo male, per cui la cura e la attenzione alle nostre condizioni di salute devono essere vigili e comprendere la prevenzione, l' arma più importante per intervenire in tempo, e spesso per salvarsi la vita. Ai malati di tumore cerebrale aggiungo che la storia di Nadia Toffa è tristissima e dispiace a tutti, anche a chi non la conosceva, ma voglio ricordare che sono di più le storie dei molti pazienti guariti, piccoli e grandi, famosi e sconosciuti, che spesso non arrivano alle cronache, che erano malati come voi e che hanno superato e vinto una delle patologie più infami, crudeli e terribili, con coraggio, con determinazione, superando i momenti più difficili senza lasciarsi intimidire, senza mai perdere la speranza e la voglia di lottare, un esempio da perseguire e da tenere sempre bene in mente. Melania Rizzoli

Melania Rizzoli per “Libero quotidiano” il 16 agosto 2019. Cari malati di cancro al cervello, voi lo sapete bene, il tumore all' encefalo è una malattia serissima, che colpisce come un fulmine a ciel sereno, che all' inizio si nasconde, inganna, opera sottotraccia, si maschera da altre malattie, viene scambiata per emicrania, cefalea o peggio per sindrome da stress, e che quando viene scovata ed accertata si ribella, resiste alle terapie, a volte si rafforza e cerca di espandere le sue radici, invadere il territorio limitrofo, e purtroppo non sempre viene sconfitta, e non sempre si raggiunge un esito positivo al termine delle cure. Ma c' è un ma, a mio giudizio molto importante. Intanto non fatevi impressionare dalla morte di Nadia Toffa, perché lei ha avuto uno di quei tipi di tumori per i quali non ci sono cure certe, e per i quali la scienza e la ricerca stanno lavorando molto, in Italia e nel mondo, per raggiungere il maggior numero di certezze e di successi terapeutici, ed il suo cancro si era manifestato ed era stato diagnosticato quando ormai era già radicato nel suo cervello, era ad alta malignità, e non ha mai lasciato, nemmeno per un momento, speranza di lunga vita. Infatti non esiste un solo tipo di tumore cerebrale, perché le neoplasie che si sviluppano all' interno della scatola cranica, possono essere molto diverse istologicamente, avere diversi gradi di benignità e malignità, di dimensione, di locazione e di crescita, e ciascuna di esse ha una storia naturale differente caso per caso. Tra i benigni il più frequente è il meningioma (30,1%), mentre tra i maligni il glioblastoma (20,3%), l'astrocitoma (9,8%), i tumori della guaina dei nervi (8%), della ghiandola ipofisaria (6,3%), l'ependimoma (2,3%), ed altri tipi che raggiungono il 14%. Questi quelli che appartengono alla famiglia dei "gliomi", che colpiscono prevalentemente dopo i 21 anni, mentre il medulloblastoma o il neuroblastoma sono i tumori più frequenti nell' infanzia, che hanno un picco di incidenza nei bambini e giovani sotto i 15 anni, e che ogni anno in Italia colpiscono oltre 400 bambini. Naturalmente io sto parlando dei tumori primitivi dell'encefalo, ovvero quelli che nascono e germogliano dentro la scatola cranica, e non di quelli secondari, ovvero delle metastasi al cervello (i tumori intracranici più comuni negli adulti) che sono ripetizioni tumorali di neoplasie diffuse che provengono da altre parti del corpo, arrivando fino dentro la testa, e che derivano principalmente dal carcinoma polmonare, mammario e dal melanoma. Comunque i segni e i sintomi della presenza di lesioni occupanti spazio nel cranio sono simili, e riconoscerli allo stadio iniziale può migliorare la probabilità di guarigione e di sopravvivenza, e quando si presenta uno di questi sintomi, non bisogna pensare subito al peggio, ma è importante consultare il medico ed il neurologo per gli accertamenti necessari. In generale, se una neoplasia colpisce la parte destra del cervello, il sintomo si manifesta a sinistra e viceversa, mentre se ad essere interessato è il cervelletto, situato a livello della nuca, si hanno segnali differenti, quali disturbi della coordinazioni, dell' equilibrio e della vista. Cefalea e nausea sono i primi segni di ipertensione endocranica, segni però che possono avere molte altre cause, ma se persistono per giorni e non regrediscono con i comuni antalgici è bene richiedere un consulto. I problemi della vista riguardano la riduzione del campo visivo, perdita della visione laterale (persone che sbattono regolarmente contro gli spigoli o le porte, o strusciano la fiancata dell' auto) e la visione sdoppiata, mentre i disturbi della sensibilità e della motilità degli arti sono ulteriori campanelli d' allarme. A seconda delle aree del cervello interessate inoltre, possono comparire disturbi del linguaggio parlato o scritto, difficoltà ad esprimersi, parola inceppata, deficit dell' udito, della comprensione e della memoria, cambi della personalità e del comportamento, fino ad arrivare alle crisi epilettiche e alla perdita di coscienza o svenimenti senza una causa apparente. La terapia più adeguata del tumore cerebrale dipende dal tipo di neoplasia, dalla sua grandezza e posizione encefalica, oltre che dall' età e dallo stato di salute del paziente, e consiste principalmente nella rimozione chirurgica, quando possibile, nella chemioterapia associata alla radioterapia, ed alla radiochirurgia e terapia mirata sulla massa cerebrale da ridurre, quest' ultima eseguita con gli anticorpi monoclonali, che vanno a colpire solo ed esclusivamente le cellule tumorali del cervello e nel circolo sanguigno. Ogni paziente con un tumore al cervello ha una propria prognosi, nessuno è uguale ad un altro, perché il destino della progressione o regressione della malattia dipende da molti fattori di quel tumore, come la sede, il tipo istologico, la regione accessibile chirurgicamente dell' encefalo e soprattutto la precocità della diagnosi, perché individuare una neoplasia al primo stadio consente un trattamento terapeutico meno invasivo e con un rischio di complicanze molto ridotto. Molti tumori hanno una crescita lenta e limitata a un'area cerebrale, possono insorgere a qualsiasi età e a causarli è spesso una mutazione genetica tale, per cui le cellule colpite da questo "errore", crescono e si dividono con un ritmo più elevato rispetto al normale. Esclusi i tumori tipici dell' infanzia, il primo fattore favorente indiziato è l' età senile, poiché le persone avanti con gli anni sono decisamente le più colpite, anche se un altro fattore importante sono considerate le malattie congenite, quali la neurofibromatosi, la sclerosi tuberosa, la sindrome di Gorlin e varie altre. Non va sottovalutata neppure la storia familiare, in quanto se in famiglia ci sono stati casi precedenti di cancro al cervello, i familiari debbono obbligatoriamente seguire la prevenzione. Oggi il tumore del cervello è tra i primi 5 tipi di cancro più frequenti prima dei 50 anni, ma si registrano progressi anche nella cura di neoplasie da sempre ritenute ardue da combattere (gliomi, glioblastomi e neuroblastomi), e molti risultati incoraggianti e positivi sono stati ottenuti con la immunoterapia, basata sull' uso di particolari cellule del sistema immunitario sensibilizzate verso il tumore con peptidi sintetici. La ricerca in questo ultimo decennio ha fatto grandi passi in avanti in questo settore, aggiungendo nuove molecole come la temozolomide, oltre a nuove combinazioni di farmaci già in uso. Le più recenti tecniche chirurgiche consentono di asportare tumori che un tempo venivano giudicati inoperabili, mentre oggi è sempre più risolutiva. Inoltre la radioterapia, da sola od aggiunta alla chemioterapia, è finalizzata ad arrestare la crescita neoplastica ed a ridurre il rischio di recidiva, e le nuove analisi molecolari consentono una prognosi più precisa e permettono sempre di più di scegliere le terapie mirate a quel tipo di tumore. Poiché ogni zona del cervello è responsabile di una funzione specifica, sarà quella funzione, se colpita dal tumore, ad essere per prima compromessa, per cui quando si avverte che qualcosa è cambiato nella sensibilità, nei movimenti, nel linguaggio, nella vista, nell' equilibrio, nel tremore e in qualunque sintomo riconducibile alla testa, è bene farsi controllare da uno specialista ed approfondire l' origine del sintomo, fosse anche un semplice, ma persistente mal di testa. In un' epoca come la nostra, chiunque di noi ha avuto un familiare, un parente, un amico o un conoscente colpito da questo male, per cui la cura e la attenzione alle nostre condizioni di salute devono essere vigili e comprendere la prevenzione, l' arma più importante per intervenire in tempo, e spesso per salvarsi la vita. Ai malati di tumore cerebrale aggiungo che la storia di Nadia Toffa è tristissima e dispiace a tutti, anche a chi non la conosceva, ma voglio ricordare che sono di più le storie dei molti pazienti guariti, piccoli e grandi, famosi e sconosciuti, che spesso non arrivano alle cronache, che erano malati come voi e che hanno superato e vinto una delle patologie più infami, crudeli e terribili, con coraggio, con determinazione, superando i momenti più difficili senza lasciarsi intimidire, senza mai perdere la speranza e la voglia di lottare, un esempio da perseguire e da tenere sempre bene in mente.

Nadia Toffa e il cancro, la verità della oncologa sulla sua malattia: "Stiamo studiando questo tipo di tumore". Libero Quotidiano il 13 Agosto 2019. "Nadia Toffa ha avuto un tipo di tumore per il quale la ricerca sta lavorando molto a livello internazionale, ma anche in Italia". Lo afferma Stefania Gori, presidente degli oncologi dell'Aiom, l'Associazione italiana di oncologia medica, interpellata dall'agenzia Agi sulla malattia che ha colpito dal 2017 la storica inviata e conduttrice delle Iene, morta a 40 anni dopo una coraggiosa battaglia contro il cancro al cervello. "Su alcune forme tumorali dobbiamo acquisire ancora maggiori conoscenze - ammette l'oncologa - ma anche per queste la ricerca sta avendo notevoli progressi. In generale la ricerca oncologica ha fatto molti passi avanti - osserva Gori -, il 60% dei pazienti con una diagnosi di tumore ha una sopravvivenza di 5 anni, e per il carcinoma alla mammella e alla prostata la percentuale di sopravvivenza sfiora il 90%". Il cammino è ancora lungo ma oggi, proprio grazie alla ricerca, si comincia a parlare di guarigione, "un concetto che fino a due anni fa non si prendeva in considerazione".

"C'è un esercito di persone - sottolinea la presidente dell'Aiom - che hanno avuto un tumore e che oggi sono vive in Italia e sono oltre 3 milioni e 400mila". Ma quand'è che ci si può considerare guariti? "Una certa quota di pazienti - spiega Gori - può essere considerata guarita perché ha raggiunto, dopo un numero di anni dalla diagnosi che è diverso a seconda della neoplasia dalle quale era affetto, la stessa aspettativa di vita di una persona della stessa età e dello stesso sesso che non ha mai avuto un tumore". 

Dagospia. Riceviamo e pubblichiamo: il 13 agosto 2019. Caro Dago, spiace per Nadia Toffa e nessuno merita di morire così (due anni di pura sofferenza per le cure), ma possiamo dire che l'affermazione del 12 febbraio 2018 (o giù di lì) della stessa Toffa di aver sconfitto il cancro era una cazzata bella e buona? Dopo due mesi NON curi il cancro. Nemmeno con il pensiero positivo e la radio. Furono tacciati di essere cattivi e hater tutti quelli che misero in dubbio queste parole, quando magari in tanti fecero solo notare che le cose purtroppo non stanno così. Spiace per la donna dietro il fenomeno mediatico e speriamo almeno che ora possa riposare in pace. Rimane incommentabile lo sfruttamento delle IENE che ha spettacolarizzato la malattia e purtroppo morte di una loro dipendente. Aspettiamoci ora uno speciale post mortem targato IENE; evidentemente il programma ha l'esclusiva dove sapremo tutto, tuttissimo sulla morte della loro inviata. Già l'annuncio della dipartita è stato affidato alle IENE e non alla famiglia, come sarebbe usanza e anche buona norma. Domanda: ma perché le IENE hanno questa passione morbosa per la disinformazione relativa alla salute? Saluti dagli sciacalli. Lisa

Non basta essere guerrieri per sconfiggere il cancro. Guglielmo Pepe su La Repubblica il 13 agosto 2019. La morte di Nadia Toffa è dolorosa. E non solo per i suoi cari, non solo per le amiche e gli amici e chi la stimava, ma anche per altre, tantissime, persone. In particolare quelle che combattono ogni giorno con il cancro. A loro, lei ha cercato di imprimere coraggio, per lottare e lottare contro una brutta malattia. E lo ha fatto fino all’ultimo. E quello che ha saputo trasmettere, resterà nei ricordi di tanti italiani. Da malato oncologico cronico so bene quanto sia importante il modo di affrontare il tumore, perché è un nemico molto forte, che devi affrontare mettendo da parte mille paure, cercando di mitigare le sofferenze psicologiche e fisiche che porta con sé, sapendo che ogni giorno in più è una conquista, che a volte l’obiettivo non è tanto sconfiggere la malattia, ma guadagnare tempo. Tempo di vita. Però non basta sentirsi “guerrieri”, perché anche se ti comporti come tale, hai comunque di fronte un nemico fin troppo spesso imbattibile. Perché perfino quando pensi di averlo sconfitto, quando i medici si dicono ottimisti, il male si riorganizza, e ritorna più forte di prima: il cancro è molto intelligente, e nel corpo cerca e trova la linfa per cercare di distruggere il tuo corpo. Insomma, non basta essere coraggiosi. Ma c’è forse qualcosa di più importante, che va oltre le capacità individuali di affrontare la malattia. E riguarda le politiche sanitarie, il diffondersi di strutture adeguate, gli investimenti nella ricerca. Perché ancora adesso un malato su due muore. E questa è l’immensa tragedia, negata, dimenticata, nascosta. Ogni giorno, solo nel nostro Paese, il cancro uccide 500 persone. E per ridurre questo numero impressionante di decessi, è necessaria una Sanità migliore. Servono in primo luogo diagnosi precoci. E invece la prevenzione non è diffusa come dovrebbe. In alcune zone d’Italia mancano le strutture, i mezzi per fare nei tempi giusti le corrette diagnosi. E sappiamo che prima si riconosce la malattia, prima iniziano le cure, più probabile è la “guarigione”. L’accesso alle cure è un altro grave problema, che trova alimento nelle stesse cause alla base delle diagnosi tardive. Quando i nostri esperti di sanità parlano di circa 50 mila morti evitabili, ogni anno, una parte è attribuibile all’assenza, strutturale di prevenzione. Infine le cure. Che si basano, soprattutto, sulla chemioterapia, sulla radioterapia, sulla terapia ormonale. Anche se nuove ricerche stanno aprendo altri percorsi di cura, non v’è dubbio che la Medicina è ancora indietro. Un grande oncologo, il professor Veronesi, alcuni anni fa disse che il cancro sarebbe stato sconfitto entro il 2020. Veronesi se ne è andato prima di vedere realizzata la sua previsione. Che è comunque lontana dal potersi avverare. Purtroppo.

Tumore al cervello, scoperto come "far morire di fame" le cellule cancerose e fermare la diffusione. Libero Quotidiano il 26 Agosto 2019. Buone notizie sul fronte della ricerca contro il tumore al cervello infantile. I ricercatori della Yale University, dell'Università dell'Iowa e del Translational Genomics Research Institute (Tgen), hanno pubblicato sulla rivista Nature Communications i risultati delle loro ricerche, dichiarando di aver identificato il modo per interrompere il processo cellulare responsabile della diffusione del tumore. Lo studio è applicabile al Glioma pontino intrinseco diffuso (il Dipg), il tumore cerebrale infantile, ad oggi considerato incurabile, che colpisce l'area del tronco encefalico chiamata Ponte di Varolio, ovvero nella zona di collegamento tra il cervello e il midollo spinale. Tale patologia ruota attorno attorno alla mutazione del gene Ppm1d, fondamentale per la crescita cellulare e per la risposta allo stress delle cellule stesse. I ricercatori sono riusciti a individuare una vulnerabilità, nel processo della creazione di un metabolita, il Nad, necessario per la vita delle cellule. Lo studio sul Ppm1d ha rivelato che, quando questo muta, silenzia il gene Naprt, fondamentale per la produzione del metabolita Nad. Quando dunque Naprt non è disponibile, l'organismo si rifà su un'altra proteina per creare Nad. Usando perciò un farmaco inibitore, si può far "morire di fame" le cellule cancerose. "Abbiamo scoperto che il gene mutato Ppm1d pone essenzialmente le basi per la sua stessa morte", ha dichiarato Michael Berens, uno dei ricercatori che ha preso parte allo studio.

·        Tumore alla Gola.

Da La Stampa il 2 settembre 2019. Il numero delle persone colpite da tumore alla gola continua a crescere in Italia e nel mondo e, nel prossimo decennio, è destinato ad aumentare in maniera esponenziale. Il principale responsabile è il Virus del Papilloma Umano (HPV), un'infezione molto diffusa, trasmessa prevalentemente per via sessuale e nella maggior parte dei casi asintomatica. A lanciare l'allarme sono gli esperti internazionali coinvolti nel trattamento dei tumori dell'orofaringe che per la prima volta si riuniranno in Italia, a Roma, in occasione del 7 Congresso mondiale dell'International Academy of Oral Oncology (IAOO) in programma dall'1 al 3 settembre. «Negli ultimi dieci anni i tumori orofaringei sono aumentati del 300%, soprattutto in relazione all'aumento di infezioni da Papilloma Virus responsabile, in Italia, del 40% dei casi, percentuale che sale all'85% negli Stati Uniti. Tuttavia ci aspettiamo un'ulteriore crescita di questi tumori legata al virus poichè la prevalenza è 18 volte superiore rispetto al passato», spiega il presidente del Congresso Giuseppe Spriano, responsabile Otorinolaringoiatria dell'IRCCS Humanitas e docente di Humanitas University. Ad aprire il Congresso Mondiale il professor Harald Zur Hausen, medico e professore emerito tedesco, vincitore del Premio Nobel per la Medicina nel 2008 per aver scoperto la correlazione tra virus e tumori. «Fino all'inizio di questo secolo, quasi il 20% dell'incidenza globale del tumore è stata legata a vari tipi di infezioni, tra cui virus, batteri e parassiti. Oggi esistono crescenti evidenze che questa percentuale sta aumentando. Attualmente stiamo calcolando che fino al 50% di tutti i tumori ha alcuni collegamenti con eventi infettivi», afferma Harald Zur Hausen. I tumori testa-collo rappresentano il 20% di tutti i tumori maligni nell'uomo e sono un gruppo di neoplasie che origina principalmente dalle cellule squamose dei tessuti di organi quali labbra, cavo orale, lingua, gola, laringe, faringe, cavità nasali e seni paranasali, ma anche da ghiandole salivari, tiroide, cute del viso e del collo, orbita. In Italia si stima che vi siano ogni anno circa 6.500 nuovi casi di tumori del cavo orale e della faringe e poco meno, circa 5.500, di tumori della laringe; i tumori della tiroide sono meno frequenti, più numerosi nella donna, e sono circa 1.000-1.500 nuovi casi all'anno. La sopravvivenza globale è migliore rispetto a quella di tumori di altre sedi, generalmente più aggressivi, con una media di guarigioni che va dal 50-60% a quasi il 90% per i tumori tiroidei.

Tumori della bocca, quanto ne sapete? Sesso orale (e scarsa igiene) fra le cause. Pubblicato lunedì, 16 settembre 2019 da Corriere.it. «Scendi dalle nuvole». «Esci dal guscio». «Non mettere la testa sotto la sabbia». Sono i tre messaggi lanciati quest’anno dalla campagna Tieni la testa sul collo , un invito a non sottovalutare i tumori della testa e del collo e a sottoporsi ai controlli diagnostici necessari. L’iniziativa è promossa dall’Associazione Italiana di Oncologia Cervico-Cefalica (AIOCC), con il patrocinio del Ministero della Salute e realizzata con il contributo non condizionato di Merck, in occasione della Make Sense Campaign 2019, iniziativa europea di sensibilizzazione sui tumori della testa e del collo che dal 16 al 20 settembre metterà in campo numerose iniziative su tutto il territorio nazionale. «Circa 30 Centri specialistici di tutta Italia apriranno le porte al pubblico per favorire una cultura della prevenzione e della diagnosi tempestiva nel trattamento dei tumori testa-collo – sottolinea Valentino Valentini, Presidente AIOCC -. Si potranno ricevere informazioni anche attraverso il materiale informativo che sarà distribuito, effettuare screening gratuiti e ricorrere, in caso di bisogno, all’ausilio di uno specialista».

·        Tumore della Laringe.

Tumore della laringe, si può curare senza perdere la voce? Pubblicato lunedì, 04 novembre 2019 su Corriere.it da Mohssen Ansarin. La raucedine persistente per più di 3-4 settimane è il principale campanello di allarme e non bisogna assolutamente trascurarlo

Mio papà ha ricevuto da pochi giorni la diagnosi di tumore della laringe. Per fortuna ci hanno detto che è in fase iniziale, perché siamo andati subito dal medico visto che la voce era diventata roca e bassa e non tornava normale. Siamo molto preoccupati per le cure: papà potrà continuare a parlare e mangiare normalmente?

Risponde Mohssen Ansarin, direttore del Programma Testa-Collo e Divisione di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico Facciale dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

Immagino che il tumore del suo papà si sia sviluppato sul piano glottico, ovvero sulla corda vocale, causando la voce rauca persistente. La cura dei tumori della laringe dipende dallo stadio del tumore e dalle sottosedi della laringe coinvolte. Nel vostro caso (tumore in stadio precoce) le possibili cure possono essere o la chirurgia mini-invasiva con laser CO2 oppure la radioterapia esclusiva. Ognuna di queste due metodiche ha dei vantaggi e svantaggi, ma visto che la malattia è in fase iniziale ci sono ottime probabilità di guarigione a prescindere dalla modalità di trattamento. In linea di massima, se entrambe le corde vocali sono coinvolte dal tumore in maniera superficiale, la scelta di radioterapia esclusiva potrebbe essere più vantaggiosa in termini di qualità della voce, mentre il limite maggiore è la durata del trattamento (circa 6 settimane, tutti i giorni tranne i weekend). Per quanto riguarda la chirurgia mini-invasiva con laser CO2, il paziente con tumore iniziale della corda vocale viene sottoposto a un intervento che è allo stesso tempo diagnostico e curativo. È una procedura che ormai si fa in day surgery, rientrando a casa propria la sera stessa dell’operazione, con la certezza di conservare la propria voce e la deglutizione. Il tumore della laringe è per fortuna è un tumore raro (5.000 nuovi casi l'anno tra gli uomini e 500 tra le donne). La raucedine persistente per più di 3-4 settimane è il principale campanello di allarme e non bisogna trascurarla, soprattutto nei pazienti forti fumatori maschi di 50-70 anni. Oggi è possibile, nel corso di una normale visita ambulatoriale con fibroscopio dedicato, individuare con buona precisione un tumore iniziale delle corde vocali e le sue caratteristiche. Si raccomanda quindi di intervenire tempestivamente perché la sua tardiva diagnosi può avere conseguenze gravi, in quanto riduce le probabilità di guarigione e richiede terapie invasive, a volte multi-modale (chirurgia e trattamento con farmaci post-operatorio), che compromettono le principali funzioni della laringe, essenziali per condurre una vita normale. La laringe infatti può essere paragonata ad una valvola che, grazie alla interazione delle sue componenti, corde vocali ed epiglottide, consente di parlare, di deglutire e di respirare.

·        L’Interruttore del Tumore al seno.

Tumore al seno: mammografi, strutture e ospedali da evitare. Pubblicato domenica, 29 settembre 2019 su Corriere.it da Milena Gabanelli e Simona Ravizza. Apparecchiature troppo vecchie per diagnosi precoci. La lista delle strutture dove il rischio di re-intervento è superiore alla media. Oggi nel 50% dei casi il tumore al seno viene «visto» quando è di dimensioni piccolissime, sotto al centimetro. Lo strumento che lo scova è il mammografo. Nei 396 ospedali italiani ce ne sono di due tipi. Quello digitale di ultima generazione garantisce una definizione dell’immagine più precisa, una migliore capacità diagnostica e minor esposizione alle radiazioni. Nelle strutture italiane, come mostra un report del Centro studi di Confindustria sui dispositivi medici, ce ne sono 1.012. Dallo stesso documento emerge che ce ne sono 865 ancora analogici di cui 18 con un’età inferiore ai 5 anni, altri 121 considerati obsoleti perché hanno fra i 5 e i 10 anni e 726 che superano i 10 anni. Ovvero l’84% dei mammografi analogici sono considerati pericolosi perché possono non «vedere» le piccole lesioni. Per quel che riguarda i mammografi digitali solo 51 (2%) hanno più di 10 anni. La considerazione che un mammografo con 10 anni e più di vita è troppo vecchio non la fa soltanto chi li produce (e che può avere interesse a venderne di più), ma proviene anche dallo stesso ministero della Salute. Il suo primo censimento sullo stato delle apparecchiature mediche risale al 2002 ed è il frutto del lavoro di due anni di una commissione formata da esperti dell’Associazione italiana di medicina nucleare e radiologia medica, che ha setacciato tutti gli ospedali italiani. La conclusione: «L’obsolescenza delle attrezzature disponibili è un elemento preoccupante. Il 23% dei mammografi censiti supera i 10 anni e il 44% ha oltre 8 anni di età». Continua il ministero: «Si tratta di apparecchiature la cui utilizzazione, oltre a comportare un’indebita esposizione a quantità oggi non accettabili di radiazioni ionizzanti, rischia di aumentare notevolmente, per la ridotta capacità diagnostica, il numero di false negatività e soprattutto di ritardare il momento diagnostico con implicazioni negative sul piano prognostico per le pazienti, e con rilevanti costi successivi per il servizio sanitario nazionale». In altre parole: se ritardi la diagnosi, quindi l’intervento, diventano più lunghe e invasive le cure, oltre ad aumentare la probabilità di esito finale drammatico. Ed è lo stesso ministero della Salute che indica la necessità di sostituire questi macchinari.Nel censimento del 2017 i mammografi con più di 10 anni sono diventati il 29,3%. La stima, al contrario di quella di Confindustria, non tiene conto delle differenze tra i due tipi (analogici e digitali). In ogni caso, mettendo insieme le due statistiche, emerge che complessivamente l’obsolescenza dei mammografi nella migliore delle ipotesi è del 30%, che arriva al 40% nella peggiore. Ciò vuol dire: bassa redditività, maggiori costi di manutenzione, oltre al già citato rischio per la vita della paziente, un aumento di possibilità di un intervento chirurgico demolitivo anziché conservativo, e maggiore impatto sulla spesa sanitaria. Ma quali sono le Regioni che non investono sul rinnovo dei macchinari e quali strutture è meglio evitare per la diagnostica? Questa informazione cruciale purtroppo il Ministero non la rivela. Sappiamo invece che il ministero della Salute rimborsa ai centri pubblici o convenzionati mediamente 40 euro per ogni mammografia: che lo strumento usato abbia 15 anni di vita o che sia di ultima generazione. L’unica cosa che possono fare le pazienti, dunque, è informarsi prima di sottoporsi all’esame sul tipo di mammografo utilizzato e scegliere di conseguenza dove rivolgersi. Sapere dove rivolgersi è fondamentale anche per chi deve sottoporsi all’intervento chirurgico che, come detto, può essere demolitivo (mastectomia, con l’asportazione totale del seno) o conservativo (con l’asportazione della parte del seno che contiene il tumore). La scelta della terapia è legata al tipo e allo stadio del carcinoma, alle condizioni cliniche e psicofisiche della paziente e alla sua età. Nel caso di intervento conservativo può seguire la radioterapia, mentre sia il trattamento conservativo sia il radicale possono essere eventualmente associati alla chemioterapia. Succede, però, che su oltre 37.200 donne operate con interventi conservativi l’anno, in media 2.800 devono ritornare in sala operatoria entro 4 mesi perché il tumore non è stato asportato radicalmente. Anche se l’intervento non è particolarmente complesso rispetto ad altre procedure chirurgiche oncologiche (toracica o intraddominale), il successo dell’operazione è legato alla presenza di un’équipe multidisciplinare che integra le diverse competenze: radiologo chirurgo, patologo, radioterapista, oncologo, psicologo, genetista e riabilitatore. Il rischio di re-intervento è misurato statisticamente dal Piano nazionale esiti (Pne), elaborato annualmente dall’Agenas (Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali).

Tumore al seno, l’attività fisica può davvero ridurre il rischio di recidive? Pubblicato giovedì, 03 ottobre 2019 su Corriere.it da Laura Cuppini. Progetto dell’Istituto Tumori di Milano, Ospedale di Urbino e Università Carlo Bo: 180 pazienti arruolati per verificare quanto lo sport possa incidere sulla qualità della vita dopo un tumore al seno. Quello al seno è il tumore invasivo più comune nelle donne di tutte le età. Nel 2018 il numero di nuovi casi nel mondo ha superato i 2 milioni e si prevede che nel 2050 si arriverà a 3,2 milioni. Può colpire anche gli uomini, seppure più raramente: si stima che ogni anno in Italia circa 500 uomini ricevono una diagnosi di tumore della mammella. Se da un lato l’incidenza tende a salire, dall’altro la diagnosi precoce e le terapie più mirate hanno determinato un aumento notevole del tasso di sopravvivenza. In Italia, nel 2018, sono stati stimati circa 52.800 nuovi casi, con un tasso medio di sopravvivenza a 5 anni dell’87%, valore superiore alla media europea (82%). Ma bisogna anche valutare la qualità di vita di chi ha superato la malattia: intervento chirurgico, radioterapia, chemioterapia e terapia ormonale possono causare effetti a lungo termine anche molto pesanti.

Tumore al seno metastatico, si vive più a lungo con i farmaci giusti. Pubblicato domenica, 29 settembre 2019 su Corriere.it da Adriana Bazzi, inviata a Barcellona. Migliorano le terapie per tumori al seno «difficili», o perché metastatici o per caratteristiche biologiche come i cosiddetti «triplo negativi». Vivono di più. Donne con tumore al seno metastatico in post-menopausa, grazie a nuove combinazioni di farmaci, vedono aumentare le loro probabilità di sopravvivenza, senza ricorrere alla chemioterapia. È quanto suggeriscono alcuni studi appena presentati a Barcellona al congresso dell’European Society of Clinical Oncology (Esmo). Studi piuttosto difficili da interpretare nei dettagli statistici, anche perché prendono in considerazione non tutti i tumori, ma alcuni, con particolari caratteristiche biologiche: quindi, è bene prima inquadrare il problema. Sono all’incirca 37mila le donne italiane con malattia metastatica, la maggior parte in post-menopausa. La stragrande maggioranza di questi tumori, pari al 70 per cento, sono rappresentati dai cosiddetti tumori ormono-dipendenti, cioè sono influenzati dagli estrogeni, e sono Her2 negativi (cioè non hanno questo particolare recettore per un fattore di crescita tumorale). Il restante 30 per cento riguarda invece proprio i tumori Her2 positivi. E in questi due gruppi le terapie cambiano. Nel secondo caso si ricorre a farmaci che bloccano questi recettori e alla chemio. Nel primo caso, invece, si fa altro ed è proprio qui che le combinazioni di nuovi farmaci stanno dando risultati molto interessanti. «Lo studio chiamato Monaleesa 3, presentato qui a Barcellona - dice Giuseppe Curigliano, direttore della divisione per lo sviluppo di nuovi farmaci all’Istituto Europeo di oncologia e professore di oncologia all’Università di Milano - ha dimostrato che la combinazione della classica terapia ormonale (a base di fulvestrant) con a un farmaco cosiddetto inibitore delle cicline (proteine che regolano la moltiplicazione cellulare) e chiamato ribociclib, utilizzata in prima linea, cioè in prima battuta, è in grado non solo di prolungare quel periodo in cui la malattia non peggiora (tecnicamente si chiama progression free survival), ma aumenta le probabilità di sopravvivenza delle pazienti. Nello studio sono state coinvolte 726 donne». Si può, dunque, allungare la vita alle pazienti. Di quanto? Dice Michelino De Laurentis, direttore del Dipartimento di Oncologia senologica all’Istituto Tumori G. Pascale di Napoli: «Dopo 42 mesi di trattamento (quindi, dopo quasi quattro anni) la sopravvivenza è passata dal 46 per cento con il solo fulvestrant al 58 per cento con l’aggiunta di ribociclib. Con un’ottima qualità di vita». Questo risultato si aggiunge a quello già ottenuto, sempre con la combinazione di fulvestrant e ribociclib, nelle donne con tumore al seno metastatico, ma in pre-menopausa: anche in questo caso si è dimostrato un aumento della sopravvivenza. Ma ci sono altre buone notizie che arrivano dagli studi presentati al congresso di Barcellona. Anche per un altro tipo di tumore al seno, chiamato «triplo negativo», uno dei più difficili da trattare, ci sono oggi nuove possibilità di cura. «Si chiama così perché non ha recettori per gli ormoni estrogeni, non ha recettori Her2 e non ha recettori per gli ormoni progestinici - spiega Curigliano -. Colpisce donne giovani e interessa anche i linfonodi». Spesso questi tumori, quando si diagnosticano allo stadio iniziale, non sono immediatamente operabili. Ecco allora che una terapia (neoadiuvante, la definiscono i medici) capace di rendere aggredibile chirurgicamente questo tumore può offrire nuove opportunità di sopravvivenza alle pazienti. Questa possibilità terapeutica è stata verificata in uno studio, presentato a Barcellona (si chiama Keynote 522), che ha voluto valutare l’efficacia della sola chemioterapia rispetto alla chemio associata a un farmaco, il pembrolizumab (è un immunoterapico) nel ridurre il tumore e renderlo «operabile». «Fino a oggi per queste pazienti la chemioterapia era l’unica terapia utilizzabile - continua Curigliano -. Il pemrolizumab associato alla chemio, invece, può interferire favorevolmente con la possibilità di sopravvivenza delle pazienti». Nel 2019 in Italia sono stimati 53.500 nuovi casi di tumore alla mammella e la forma «triplo negativa», il 15 per cento, è la più aggressiva.

L’INTERRUTTORE DEL TUMORE AL SENO. Da Ansa il 29 Agosto 2019. Potrebbe essere a una svolta la lotta contro i tumori causati da una mutazione ereditaria del gene Brca1 (meglio conosciuto come "gene Jolie"), come quelli del seno e dell'ovaio. I ricercatori dell'Università del Texas a San Antonio hanno scoperto un nuovo modo per fermare i tumori causati da questa mutazione ereditaria, la stessa per la quale l'attrice Angelina Jolie ha avuto, nel 2013, una doppia mastectomia preventiva e un intervento chirurgico ricostruttivo, una decisione che portò a definire in gergo comune quella mutazione "gene Jolie". Tutto ruota attorno a minuscola molecola chiamata micro-Rna (Mir) 223-3p che impedisce alle cellule normali di commettere errori mentre ripara il Dna delle cellule stesse. Il grande ostacolo consiste nei tumori con mutazioni del gene Brca1 che invece la reprimono. Gli studiosi sono riusciti ad aggiungere la Mir 223-3p costringendo le cellule cancerose mutanti del Brca1 a morire. Di fatto la molecola si comporta come un interruttore della luce, disattivando le proteine che i tumori mutanti del Brca1 devono dividere correttamente. Senza queste proteine chiave nella divisione cellulare, i tumori mutanti di Brca1 si suicidano. Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences.

Tumore al seno, l'ultima sorprendente scoperta: consumare soffritto riduce il rischio. Libero Quotidiano il 25 Settembre 2019. Uno studio condotto da Gauri Desai, epidemiologa della University of Buffalo, ha rivelato che cucinare insieme aglio e cipolla nel soffritto potrebbe diminuire addirittura del 67% il rischio di contrarre una neoplasia. Questi due ortaggi, facenti capo alla famiglia delle Liliacee, sarebbero principalmente efficaci nel caso del cancro al seno. La ricerca è stata condotta su una popolazione di quasi 800 donne, di cui 483 sane e 317 con un tumore. "Il consumo del soffritto, quando esaminato da solo, risultava inversamente associato al rischio di cancro; per le donne che ne facevano uso più di una volta al giorno, il rischio di cancro al seno era ridotto drasticamente rispetto alle donne che non lo usavano", scrivono gli autori dello studio. I benefici si pensa derivino dalle molecole che vengono sprigionate durante la sua preparazione, primi fra tutti i composti organici solforatì, come ad esempio l'allicina. 

Alternative alla chemioterapia per le donne con cancro al seno metastatico. Pubblicato venerdì, 20 settembre 2019 da Corriere.it. La chemioterapia fa sempre un po’ paura ed ecco che la notizia di uno studio, appena pubblicato sulla rivista Lancet Oncology, dà qualche speranza, alle donne con un tumore al seno metastatico, di poter sfuggire a questi trattamenti. Non a tutte, però: soltanto a chi è positiva per i recettori ormonali (cioè ha un tumore sensibile agli ormoni estrogeni) e che, comunque, rappresenta il 65 per cento di chi ha un cancro metastatico. Ma occorre essere cauti. Intanto vediamo qualche dettaglio della ricerca per capire la sua portata. Si tratta di una metanalisi (così si chiama tecnicamente) che ha analizzato 140 studi per un totale di oltre 50 mila pazienti con malattia metastatica. Ha visto la collaborazione di ricercatori internazionali, coordinati da Mario Giuliano dell’Università Federico II di Napoli e da Daniele Generali dell’Università di Trieste. Ha incluso lavori pubblicati fra il gennaio 2000 e il dicembre 2017. E ha concluso che è più efficace, per queste pazienti, un trattamento che combina le terapie ormonali e le terapie a bersaglio molecolare, rispetto alla chemio. «Questo studio dimostra che ci si può allontanare dalla chemioterapia — precisa Pierfranco Conte, professore di oncologia all’Università di Padova e direttore della Divisione di Oncologia all’Istituto Oncologico Veneto, sempre a Padova – utilizzando in prima battuta l’ormonoterapia, magari associata ai farmaci a bersaglio molecolare. Ma non va dimenticato che la chemio potrebbe, alla fine, essere l’ultima spiaggia per queste pazienti». Alcune ricerche, che verranno presentate all’Esmo, il congresso dell’European Society of Medical Oncology ,che si apre a metà della prossima settimana a Barcellona, sostengono che i cosiddetti farmaci a bersaglio molecolare si stanno rivelando sempre più efficaci nel trattamento del tumore al seno metastatico. “Parliamo dei cosiddetti inibitori delle chinasi (enzimi delle cellule, ndr) — precisa Conte – che bloccano le cellule tumorali: non le uccidono al momento, ma le fanno morire per senescenza. Sono farmaci che migliorano l’efficacia dell’ormonoterapia». E allontanano sempre di più il ricorso alla chemio, aggiungiamo noi. E i suoi effetti collaterali. Perché, in ogni caso, la chemioterapia, pur efficace nel controllare il tumore, è legata a effetti indesiderati importanti (nonostante i nuovi chemioterapici cerchino di limitarli): quelli di breve termine che si manifestano durante il trattamento, come nausea, vomito, perdita di capelli (particolarmente importante per le donne), stanchezza, rischio di infezioni e, nelle donne più giovani, menopausa precoce e rischio di infertilità, cui si possono aggiungere danni ai nervi che possono diventare permanenti. E quelli che si possono manifestare dopo mesi, ma anche anni, rari, ma seri come lo scompenso cardiaco. Che cosa dire, allora, alle donne con tumore metastatico, già in cura con la chemio che, alla luce dei dati di questa nuova ricerca, potrebbero domandarsi: “Ho già iniziato la chemio, la abbandono? Chiedo al mio oncologo di poter seguire queste nuove terapie... «La chemio, se è già stata iniziata, non va abbandonata» precisa Conte. In attesa di capire come ci si deve comportare con chi ha la malattia metastatica e deve accedere a nuovi protocolli di cura.

·        Tumore al polmone e fumo: il rischio non è uguale per tutti.

Tumore al polmone: la chemio messa da parte, ma qualche volta ritorna. Pubblicato lunedì, 30 settembre 2019 da Corriere.it. Tumore al polmone metastatico. Si ha l’impressione che la chemioterapia, per la cura di questa malattia, sia sempre più costretta in un angolo per lasciare spazio ai nuovi farmaci immunoterapici. Ma, in qualche caso, la storica chemio si può anche «reinventare» come quando si propone «a piccole dosi» per controllare, sempre tumori al polmone, ma in pazienti fragili. Ecco in sintesi i risultati di alcuni studi presentati a Barcellona al Congresso dell’European Society of Clinical Oncology (Esmo) su uno dei tumori più frequenti, i cui casi stimati per il 2019 in Italia sia aggirano attorno ai 42.500, in diminuzione fra gli uomini e in crescita fra le donne. Gli studi di cui parliamo si concentrano sui tumori cosiddetti non a piccole cellule (che rappresentano l’85 per cento di tutti i casi) metastatizzati, gravi, che, come si può ben capire, non è facile tenere sotto controllo. «Con la comparsa dei farmaci immunoterapici che funzionano “sbloccando” quei freni che impediscono al sistema immunitario di riconoscere un tumore e di aggredirlo, si è cominciato a pensare a un loro possibile utilizzo anche nel controllo dei tumori metastatici, con l’obiettivo di verificare se l’immunoterapia poteva scavalcare il ruolo storico della chemio» dice Filippo de Marinis, direttore della Divisione dell’oncologia toracica all’Istituto Europe di oncologia (Ieo) di Milano. Sono quattro gli immunoterapici che si sono resi disponibili, in ordine temporale: il nivolumab e il pembrolizumab (che intervengono sui recettori Pd1); l’atezolizumab e duvalumab (che, invece, agiscono sui recettori anti-Pd1). Tutti sono stati sperimentati nel tumore al polmone metastatico, con risultati alterni. Uno degli ultimi studi, presentato a Barcellona, dimostra che l’atezolizumab, quando somministrato in prima linea, non, cioè, dopo tentativi con la chemio, ma proprio in alternativa a quest’ultima, a pazienti con un’elevata espressione dei recettori Pdl-1 (questa condizione si trova in circa il 30 per cento dei malati) permette di raddoppiare la sopravvivenza (il vantaggio si calcola in sette mesi di sopravvivenza in più), senza gli effetti collaterali della chemio. Lo studio conferma quanto si era già osservato con il pembrolizumab in analoghe condizioni. Non sempre, però, la chemio è da demonizzare, anzi. Ci sono pazienti con forme avanzate di malattia che, per loro fragilità (per esempio sono anziani o hanno altre malattie), non possono sopportare il peso dei farmaci più nuovi ed efficaci. Ecco allora un’alternativa che si chiama metronomica. Spiega de Marinis: «L’idea di poter assumere un chemioterapico, in questo caso il vinorelbine, a giorni fissi della settimana, per bocca, a casa propria, senza dover recarsi in ospedale e senza gli effetti collaterali, legati invece alla somministrazione del chemioterapico una volta ogni tre settimane, ma a alte dosi e per via endovenosa, in ospedale, è allettante». Ed è anche vantaggiosa, come dimostra lo studio Tempo Lung presentato a Barcellona. Continua de Marinis: «Questo tipo di terapia ha la stessa efficacia della chemio standard, ma con meno effetti collaterali per il paziente e anche per i suoi familiari e caregiver. Possiamo definirla una terapia “umanitaria”». Ultimissima notizia. Parliamo ancora di tumori localmente avanzati o metastatici, ma un po’ particolari perché presentano una particolare anomalia genetica, il recettore Egfr, per il fattore di crescita epidermica, e rappresentano il 10-15 per cento dei casi. In questo caso l’immunoterapia non è indicata, ma si deve ricorrere ai farmaci a bersaglio molecolare, che interferiscono con queste alterazioni, per frenare la crescita tumorale. Uno di questi è osimertinib, molecola di terza generazione, che rispetto alle altre due della stessa classe, gefitinib e erlotinib, presenta alcuni vantaggi, come ha dimostrato lo studio Flaura. «Questo farmaco, se usato in prima battuta in pazienti con tumori non a piccole cellule in stadio avanzato o metastatici con la mutazione genetica (se ne contano all’incirca 2150 ogni anno in Italia) aumenta la sopravvivenza dei malati - spiega de Marinis -. È la prima volta che osserviamo questo dato». Insomma, si può sempre pensare che i risultati di questi studi portino pochi benefici reali, che qualche mese di sopravvivenza in più non sia tanto, ma passo dopo passo la mortalità per tumori in Italia, come ha dimostrato l’ultimo rapporto del Registro Tumori nel nostro Paese, è davvero in calo. I farmaci fanno la loro parte, come ci dimostrano gli studi, ma il problema è la loro disponibilità. L’impressione che si ricava, parlando con gli specialisti italiani qui a Barcellona, è che i nostri pazienti in qualche caso sono penalizzati e che il tema dei costi di queste terapie vada affrontato nel miglior modo possibile.

Tumore metastatico al polmone, l'immunoterapia può triplicare la sopravvivenza: l'ultima clamorosa ricerca. Libero Quotidiano il 12 Settembre 2019. In occasione della Conferenza mondiale sul tumore al polmone di Barcellona, è stato presentato lo studio IMpower131, coordinato da  Federico Cappuzzo, direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell'AUSL della Romagna. Lo studio rappresenta una speranza concreta per i circa 10.000 italiani, che ogni anno ricevono la diagnosi di tumore polmonare di tipo squamoso. Questo tumore è uno dei più difficili da curare, in quanto privo dei 'bersagli' molecolari ai quali i farmaci fin ora a disposizione sono diretti. "Abbiamo associato a due tipi diversi di chemioterapia l'immunoterapico atezolizumab, per verificare se la nuova combinazione fra immunoterapia e chemioterapia potesse migliorare la prognosi di questi pazienti rispetto alla sola chemioterapia - spiega Cappuzzo. - I risultati mostrano che l'immunoterapia è l'unica vera opportunità che possiamo offrire a questi malati: in tutti infatti rallenta significativamente il rischio di progressione di malattia, ma i risultati diventano eclatanti nei pazienti che esprimono in abbondanza la proteina PDL-1, bersaglio di atezolizumab". In questi casi, prosegue l'oncologo, "la risposta è ancora maggiore e abbiamo registrato una sopravvivenza quasi triplicata rispetto alla sola chemio". Circa il 20-25% dei malati presentano livelli elevati della proteina PDL-1: "questi sono perciò i candidati ideali per questo tipo di associazione di immunoterapia e chemioterapia; è quindi sempre più necessaria un'attenta selezione dei pazienti per individuare chi risponderà meglio alle terapie a disposizione", ha concluso.

Tumore al polmone e fumo: il rischio non è uguale per tutti. Pubblicato lunedì, 09 settembre 2019 da Vera Martinella su Corriere.it. Alcuni fumatori rischiano più di altri di ammalarsi di cancro ai polmoni. Quali? E cosa fare per individuare l’eventuale malattia agli esordi, quando è possibile salvare la vita dei pazienti? Quali controlli eseguire nelle persone maggiormente in pericolo? Da anni i ricercatori di tutto il mondo cercano di dare una risposta a queste domande e alcuni responsi importanti arrivano da uno studio italiano, presentato oggi nella sessione plenaria (la più importante) della Conferenza mondiale sul tumore del polmone dell’International Association for the Study of Lung Cancer in corso a Barcellona. Numeri e statistiche non lasciano scampo: «Il tumore ai polmoni resta un big killer: è il più letale fra tutti i tipi di cancro e, con 41.500 nuovi casi diagnosticati in Italia nel 2018, si colloca al terzo posto nella classifica dei più diffusi - spiega Giorgio Scagliotti, direttore dell’Oncologia all’Università di Torino e presidente dell’International Association for the Study of Lung Cancer (Ialsc) -. A causa della scoperta tardiva della malattia purtroppo soltanto il 16 per cento dei pazienti è vivo 5 anni dopo la diagnosi. Anche se, con le nuove terapie, si sono aperti nuovi scenari per la maggioranza dei malati (quasi 8 su 10) che presentano metastasi fin dall’inizio del trattamento». Gli sforzi per trovare un metodi di screening valido nell’identificare il carcinoma polmonare ai primi stadi si sono intensificati negli ultimi anni: la ricerca scientifica ha ormai dimostrato che la Tac spirale (un’apparecchiatura che ruota intorno al corpo come se lo avvolgesse, appunto, in una spirale e che permette di studiare gli organi interni a fettine ancora più sottili della Tac tradizionale) è un esame efficace per scoprire un tumore ai polmoni in stadio iniziale ed è in grado di ridurre la mortalità per questo tipo di cancro nei forti fumatori che vi si sottopongono con regolarità. Ora gli scienziati dell’Istituto Nazionale dei Tumori (INT) di Milano hanno dimostrato che abbinando alla Tac spirale uno specifico test del sangue è un metodo sicuro ed efficace per fare un passo in più: offrire programmi di diagnosi precoce non uguali per tutti, bensì strutturati ad hoc e personalizzati secondo le caratteristiche di ogni persona. «La nostra ipotesi di partenza era che il rischio di ammalarsi per i forti fumatori non fosse omogeneo, cioè il medesimo per tutti - spiega Ugo Pastorino, direttore della Chirurgia Toracica di INT e tra gli autori dello studio bioMILD presentato poco fa al convegno in Spagna -. I risultati ci hanno dato ragione perché sulla base degli esiti della Tac e del test miRNA siamo stati in grado per la prima volta di profilare il rischio di malattia e di definire che, a parità di esposizione, il rischio biologico è diverso». I dati dello studio bioMILD (condotto dall’INT e sostenuto da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro) sono stati raccolti esaminando i dati di circa 4mila persone, arruolate all’inizio del 2013. Il 70 per cento dei partecipanti era costituito da forti fumatori (cioè consumatori in media di un pacchetto di sigarette al giorno per 30 anni) con un’età superiore ai 55 anni, e il restante 30 per cento comprendeva volontari nella fascia d’età 50-55 anni, fumatori di 30 sigarette al giorno, sempre da almeno 30 anni. Tutti sono stati sottoposti alla combinazione di due esami: tac spirale a basso dosaggio di radiazioni e test miRNA, eseguito attraverso il semplice prelievo di un campione di sangue. I miRNA sono piccolissime molecole, molto specifiche, che vengono rilasciate precocemente dall’organo aggredito dalla malattia e dal sistema immunitario. Il test miRNA è stato scoperto e sviluppato presso l’Istituto Nazionale dei Tumori ed è la prima volta che un test molecolare sul sangue si rivela efficace nello screening, predicendo il rischio di malattia. Proprio grazie a questo test sarà possibile in futuro definire un programma di prevenzione personalizzata e integrata con la diagnosi precoce. I risultati sono stati significativi: il 58 per cento dei partecipanti è risultato negativo a entrambi i controlli ed è stato classificato a rischio basso di tumore del polmone, mentre il 37 per cento è risultato positivo a uno dei due esami (rischio medio) e il restante 5 per cento ha avuto entrambi i valori positivi con un rischio molto più alto di ammalarsi. «I vantaggi che otteniamo sono diversi - continua Pastorino -: innanzitutto, in base alla fascia di rischio viene messo a punto un programma di prevenzione personalizzato, che parte naturalmente dalla disassuefazione dal fumo. Inoltre, è possibile ridurre il numero di TAC di controllo, dal momento che chi è a rischio basso viene rivisto a distanza di tre anni. Infine, ultimo ma non meno importante, è possibile stabilire chi non necessita di cure immediate ma solo di un controllo annuale, e questo ci permette di evitare interventi che sarebbero inutili, a tutto vantaggio del paziente». La strategia migliore per non ammalarsi di cancro ai polmoni è non fumare e, per i tabagisti, smettere: che con la disassuefazione dal fumo si può ottenere una riduzione fino al 50 per cento della mortalità per tumore polmonare. Ma a giustificare l’elevato numero di decessi che questa malattia provoca ogni anno (oltre 33mila solo nel nostro Paese) c’è anche il fatto che si tratta di una neoplasia subdola che spesso non provoca disturbi fino allo stadio avanzato. «Ancora oggi circa l’80 per cento delle diagnosi viene fatto in fumatori abituali o ex tabagisti - ricorda Giorgio Scagliotti -. Quanto ai sintomi, possono comparire, non necessariamente tutti e insieme: tosse che non passa, mancanza di respiro (fiato corto), dolore al torace, “fischi” quando si respira. Altre avvisaglie, in genere successive ai primi, possono essere: tosse con catarro striato di sangue, raucedine, perdita di peso, infezioni respiratorie frequenti. Quindi, davanti a uno di questi disturbi che perdura per più di due o tre settimane è bene parlare con un medico, che valuterà se e quali accertamenti fare».

«I risultati degli studi MILD e bioMILD sono la base scientifica del programma SMILE, avviato di recente nel nostro Istituto - conclude Pastorino -, che per la prima volta combina screening e prevenzione in uno studio prospettico randomizzato, con l’abbinamento di cardioaspirina e citisina che, insieme ad attività fisica e corretta alimentazione, permettono di abbattere i valori della proteina C-reattiva nel sangue, un importante marcatore dell’infiammazione cronica associata a un alto rischio di mortalità per il tumore al polmone. Il Programma Smile è aperto a tutti: è sufficiente avere tra i 55 e i 75 anni ed essere attualmente forti fumatori oppure ex-fumatori da meno di dieci anni.

Tumore al polmone, un'arma in più per non ammalarsi: nasce la diagnosi che predice i rischi, come. Melania Rizzoli su Libero Quotidiano il 17 Settembre 2019. Perché tra i forti fumatori alcuni si ammalano di cancro del polmone, mentre altri arrivano all'età senile senza nemmeno conoscerlo? È una domanda che si sono posti tutti gli oncologi del mondo, e oggi ne conosciamo il motivo. La risposta è che il rischio del tumore del polmone non è uguale per tutti, per la prima volta è stato dimostrato, ed è stato individuato uno screening in grado di predire chi ha bassa, media o alta probabilità di sviluppare il carcinoma, in modo da poter definire un calendario di controlli e di misure preventive. Questa ricerca, tutta italiana, presentata due settimane fa a Barcellona in occasione della 20ma Conferenza mondiale dell' International Association for the Study of Lung Cancer (IASLC), è stata condotta dall' Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, supportato da Fondazione Airc, e rappresenta una svolta nella medicina oncologica, perché scardina l' idea finora sostenuta, ovvero che sia impossibile effettuare una diagnosi davvero precoce della neoplasia polmonare, o stabilire in anticipo chi ha maggiori probabilità di sviluppare la malattia, e questa scoperta potrà cambiare il destino di forti fumatori e soggetti ad alto rischio neoplastico. Lo studio, iniziato nel gennaio 2013, è stato condotto su 4mila persone di età superiore ai 55anni, il 70% delle quali considerate forti fumatori (20sigarette al giorno per 30 anni), mentre il restante 30% comprendeva volontari nella fascia d' età tra i 50 e i 55 anni considerati accaniti fumatori (30 od oltre sigarette al giorno sempre per 30 anni). pazienti sani Nessuno di loro aveva un cancro del polmone diagnosticato, e a tutti è stata eseguita una Tac spirale toracica a basso dosaggio di radiazioni (LDCT) con un esame del sangue particolare, un semplice prelievo per una analisi speciale, il Test del micro-Rna, un innovativo sistema che evidenzia piccolissime molecole, molto specifiche, che vengono rilasciate precocemente dal polmone aggredito dalla malattia, anche in fase iniziale, e dal sistema immunitario. Il Test miRna è stato scoperto e sviluppato presso l' Istituto dei Tumori di Milano, ed è la prima volta che un esame molecolare sul sangue si rivela efficace predicendo con sicurezza scientifica il rischio di malattia neoplastica. La combinazione di LDCT e Test miRna ha dato infatti risultati sorprendenti e significativi, perché inaspettatamente il 58% dei partecipanti, ovvero la maggioranza, è risultato negativo ad entrambi i controlli, ed è stato così classificato a Basso-rischio di tumore del polmone, il 37% è risultato positivo solo ad uno dei due esami, e classificato a Medio-rischio, mentre solo il restante 5% ha avuto entrambi i valori positivi, e definito quindi ad Alto-rischio di ammalarsi. Lo studio italiano, chiamato bioMILD (Multicenter Italian Lung Detection), pubblicato sul Journal of Thoracic Oncology , è partito proprio dalla ipotesi di partenza, da quell' interrogativo succitato, cioè che il rischio di ammalarsi per i forti fumatori non fosse affatto omogeneo, e nemmeno lo stesso per tutti, per cui ci si è cominciato a chiedere come fosse possibile e soprattutto come individuare i futuri e probabili pazienti che si sarebbero ammalati di tumore al polmone. Ebbene, i risultati sono stati chiari, anzi chiarissimi, e per la prima volta si è riusciti a profilare il rischio di neoplasia e soprattutto di definire che, a parità di esposizione, il rischio biologico è diverso, e a capire perché alcuni soggetti vengono aggrediti dal cancro ed altri invece no. Quali sono i vantaggi per i forti fumatori di seguire questo screening preventivo? Innanzitutto, una volta individuata la fascia di rischio, viene messo a punto un programma di prevenzione personalizzato, con riduzione delle Tac di controllo, poiché chi risulta a basso rischio viene richiamato a distanza di tre anni, ed inoltre è possibile stabilire chi non necessita di cure, a parte naturalmente la disassuefazione dal fumo, la quale permette di colpo la riduzione del 50% del rischio entro i primi cinque anni. Ma questo esame sarà fondamentale per individuare i tumori del polmone nella loro fase davvero iniziale, al loro esordio, quando sono così piccoli da poter essere operati ed eliminati, senza nemmeno doversi sottoporre successivamente alle pesanti cure oncologiche attualmente in atto. Non solo. All' Istituto dei Tumori di Milano è appena iniziato un nuovo studio scientifico del programma SMILE, l' unico in Italia che prevede la combinazione di Cardioaspirina e Citisina, due molecole che assunte insieme quotidianamente permettono di abbattere i valori della Proteina C-reattiva nel sangue, un importante indice di flogosi, cioè di infiammazione cronica, nei fumatori sempre associata ad un alto rischio di sviluppo di tumore al polmone, e valuteremo a breve i risultati. Intanto lo studio italiano bioMILD permetterà di costruire le basi, a livello internazionale, per l' avvio di programmi di controllo mirati per la diagnosi precoce del carcinoma polmonare, svolta di prevenzione avanzata per i forti fumatori che vogliano eseguirla, per evitare il big killer del secolo, od almeno per sapere se corrono il rischio di andare incontro ad una patologia, che se non diagnosticata e curata in tempo , è ancora troppo spesso mortale.

Ps: Struttura Complessa di Chirurgia Toracica. Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Direttore Prof. Ugo Pastorino, tra gli autori dello studio. Melania Rizzoli

Le nuove cure che allungano la vita ai malati di tumore al polmone. Pubblicato mercoledì, 11 settembre 2019 da Vera Martinella su Corriere.it. Resta il più letale, ma secondo gli studi presentati al congresso Iaslc a Barcellona alcuni farmaci incidono sulla sopravvivenza dei pazienti. «Facciamo progressi, passo dopo passo, contro il tumore ai polmoni che ancora oggi è il più letale tipo di cancro in Italia. Si ampliano le conoscenze nell’ambito della medicina di precisione: raccogliamo sempre più dati su alterazioni molecolari responsabili della malattia, che ad non sono ancora targettabili nella pratica clinica (ovvero non esistono, per ora farmaci mirati in grado di contrastarle), ma che lo saranno presto e per le quali esistono comunque studi clinici attivi anche nel nostro Paese. Continuiamo ad acquisire dati anche nell’ambito dell’immunoterapia, che ci confortano nel vedere il mantenersi dell’efficacia a lunga distanza e nell’evidenza di risultati positivi anche in una patologia orfana, per cui esistono ben poche cure efficaci, come il carcinoma polmonare a piccole cellule». Così Silvia Novello, ordinario di Oncologia Medica all’Università di Torino e responsabile dell’Oncologia Toracica del San Luigi di Orbassano, commenta gli studi presentati durante la Conferenza mondiale sul tumore del polmone dell’International Association for the Study of Lung Cancer (Iaslc) appena conclusosi a Barcellona. «Per i malati con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) in stadio avanzato importanti conferme arrivano dall’aggiornamento dello studio KEYNOTE 024, che ha evidenziato un tasso di sopravvivenza a 3 anni superiore al 40 per cento nei pazienti trattati con immunoterapia (pembrolizumab) in prima linea, che è circa il doppio rispetto ai pazienti trattati con la chemioterapia - spiega Novello -. Anche i nuovi dati che arrivano dagli studi Checkmate 017/057 mostrano un tasso di sopravvivenza a 5 anni del 14 per cento circa nei pazienti con NSCLC avanzato sottoposti a immunoterapia (nivolumab) in seconda linea verso il 2 per cento circa di chi riceve chemioterapia. Questi risultati suggeriscono che un significativo gruppo di pazienti con tumore polmonare riceve un beneficio a lungo termine dall’inizio del trattamento immunoterapico sia nella prima che nella seconda linea di terapia». Sempre l’immunoterapia, combinata alla chemio, consente di allungare la sopravvivenza in chi soffre di carcinoma polmonare a piccole cellule, un tumore aggressivo a crescita rapida, che recidiva e progredisce velocemente, nonostante la risposta iniziale alla chemioterapia a base di platino. I risultati dettagliati dello studio di fase III CASPIAN indicano come durvalumab, in combinazione con quattro cicli di chemioterapia, migliori trattati in modo significativo, in malati non precedentemente trattati, la sopravvivenza globale rispetto allo standard di cura (chemio da sola). I dati mostrano un maggior numero di pazienti liberi da progressione a 12 mesi (17,5 verso 4,7 per cento), un aumento del tasso di risposta (67,9 verso 57,6 per cento) e della durata della risposta a 12 mesi (22,7 verso 6,3 per cento).«Questi esiti confermano un ruolo dell’immunoterapia nel trattamento di prima linea nei pazienti con una diagnosi di carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio avanzato - dice Marina Garassino, responsabile dell’Oncologia Medica Toraco Polmonare della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano -. Rappresenta il primo studio a valutare la possibilità di combinare in questo setting di malattia l’immunoterapia con diversi schemi di chemioterapia. I risultati mostrano un beneficio significativo in sopravvivenza globale e un incremento del numero e della durata delle risposte».

Arriva sempre dall’immunoterapia una speranza per i circa 10mila italiani che ogni anno ricevono la diagnosi di tumore polmonare, uno dei più difficili da curare perché quasi sempre privo dei bersagli molecolari contro cui sono diretti i farmaci biologici finora a disposizione. «La prognosi ad oggi è ancora severa - dice Federico Cappuzzo, direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’AUSL della Romagna a Ravenna e coordinatore dello studio internazionale IMpower131, condotto su oltre mille pazienti, presentato a Barcellona -. Questo tipo di neoplasia, infatti, non risponde infatti ai “farmaci intelligenti” specifici già noti ed è perciò trattato con la sola chemio. Combinando l’immunoterapico atezolizumab con la chemioterapia, però, la malattia rallenta in tutti i casi e in alcuni pazienti metastatici (quelli che hanno abbondanza di PDL-1, proteina-bersaglio di atezolizumab) la sopravvivenza è più che raddoppiata, passando da una media di 10 mesi a 23 mesi». Dal congresso spagnolo emergono anche alcune sperimentazioni per ora alle prime fasi, che quindi necessitano maggiori conferme su numeri più ampi di pazienti. «I risultati dello studio LIBRETTO hanno dimostrato un profilo di attività e tollerabilità promettenti in favore dell’inibitore specifico di RET, LOXO-292, con un tasso di risposte obiettive del 82% (in prima linea di trattamento) e del 65% (in seconda linea) in una coorte di 32 pazienti affetti da NSCLC avanzato che presentano un’alterazione molecolare a carico del gene RET - dice Francesco Passiglia, ricercatore presso il Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino -. Questo farmaco ha dimostrato un’ attività elevata anche nel sottogruppo di pazienti con metastasi encefaliche e, se i dati preliminari saranno confermati in uno studio più ampio di fase 3 attualmente in corso, questa rappresenterà un’opzione terapeutica valida per la terapia personalizzata di questo sottogruppo di pazienti. Sempre per pazienti con NSCLC avanzato è interessante l’aggiornamento dello studio di fase 1/2 che ha studiato il profilo di attività e tollerabilità del primo inibitore irreversibile di KRAS, AMG 510, evidenziando un tasso di risposte del 48%, un controllo di malattia del 96% e un tasso di tossicità severe del 9%, in una coorte di 26 pazienti che presentano la mutazione G12C del gene KRAS. Questi dati promettenti hanno determinato l’attivazione dell’iter di approvazione rapido della molecola da parte dell’agenzia regolatoria del farmaco americana FDA, considerato che rappresenta al momento l’unica molecola attiva in un sottogruppo consistente di malati (circa il 30%) per i quali ad oggi non abbiamo altre opzioni se non la chemioterapia».

·        Quando il fiato si fa corto. Emozione o malattia?

Quando il fiato si fa corto, dalla Terra allo spazio. Emozione o malattia? Pubblicato venerdì, 08 novembre 2019 da Corriere.it. Quante volte e in quante condizioni diverse abbiamo detto: «Mi manca il respiro»? Dopo una corsa per non perdere il treno o dopo aver fatto sport intensamente. In seguito a un accesso di tosse o come conseguenza di una forte allergia, per colpa di un fortissimo raffreddore o come esito di qualche malattia respiratoria. Ma anche al luna park sulle montagne russe o davanti all’uomo o alla donna dei nostri sogni. In un ambiente troppo affollato o in una situazione in cui si è davvero molto, molto nervosi, sotto pressione, in ansia. La mancanza di respiro può essere anche solo un «evento da gestire», se come Umberto Guidoni, che nel 2001 a bordo dello Space Shuttle Endeavour e ha avuto il privilegio di essere il primo europeo a salire sulla Stazione Spaziale Internazionale, di mestiere fai l’astronauta. Ma se la mancanza di fiato così comune, quando non deve essere sottovalutato? Quando bisogna preoccuparsi e parlarne con un medico perché potrebbe essere spia di una malattia respiratoria o psicologica? Di avventure nello spazio e di salute psicologica e respiratoria si parlerà al «Tempo della Salute», alle 11 di sabato 9 novembre (ingresso gratuito fino esaurimento dei posti), al Museo della Scienza di Milano, in un evento organizzato con il contributo non condizionante di Boehringer Ingelheim. Parteciperà, insieme a Umberto Guidoni, Sergio Harari, pneumologo dell’Ospedale San Giuseppe MultiMedica Irccs di Milano e presidente dell’Associazione Peripato. «Respirare in orbita richiede un’attenta preparazione, come ogni cosa in una navicella spaziale - sottolinea Guidoni -. L’atmosfera nello shuttle è come sulla terra, composta per il 70 per cento da azoto e per il 30 per cento da ossigeno. Ma quando si indossa la tuta c’è solo ossigeno: per imparare a stare lì dentro e a uscire nel vuoto serve una lunga preparazione. Fisica e psicologica». «Anche nella vita di tutti i giorni prestare attenzione al corretto funzionamento dei nostri polmoni è determinante - spiega Harari- . Per cogliere i segnali che il corpo ci manda, possibili spie di piccoli o gravi disturbi. Il fiato corto (che in termini tecnici si chiama dispnea) è un sintomo che indica una soggettiva difficoltà respiratoria. Una manifestazione che può essere acuta (da pochi istanti ad alcune ore) o cronica (almeno un mese) e può essere attribuita a cause cardiopolmonari o di altra natura. Le ragioni più frequenti comprendono crisi d’asma, polmonite, broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). Oppure un affanno improvviso può dipendere da disturbi d'ansia, depressione e attacchi di panico». Respirare è il primo atto dell’esistenza, la cosa più naturale. «Eppure milioni di persone lo fanno male - sottolinea Harari - e si adeguano a convivere con un malfunzionamento che ha conseguenze negative su molti aspetti della loro vita. Per chi è malato, poi, di patologie respiratorie anche gravi, e riceve una diagnosi ben precisa, esistono oggi terapie che consentono di prolungare la sopravvivenza e di migliorare la qualità di vita». E se quella dell’astronauta può sembrare un’esperienza per pochi, «basta a pensare a chi fa sport subacquei - conclude Guidoni -: mi sono preparato alla respirazione “spaziale” come lo si fa andando sott’acqua. Sono entrambe condizioni anomale per noi creature terrestri. Sono procedure diverse, ma in entrambi i casi si possono correre rischi gravi. E bisogna prepararsi anche psicologicamente agli imprevisti».

·        Svapo o non svapo?

Sigaretta elettronica: pubblicità vietata ma sui social la fan tutti. Le Iene il 18 novembre 2019.  I social sono pieni di influencer che svapano, cosa che contribuisce al successo della sigaretta elettronica tra i giovanissimi. Alessandro Politi ci porta tra le ambiguità delle pubblicità di questo prodotto che sta facendo molto discutere. I social sono letteralmente invasi dalle sigarette elettroniche. Basta fare un giro sui vari profili per trovare tantissimi personaggi famosi che svapano con queste e-cig di ultima generazione. Proprio questa pubblicità potrebbe essere alla base del successo di questo prodotto. Ma che impatto avranno tutti questi influencer che svapano? Alessandro Politi, che già si è occupato dei possibili rischi per la salute legati allo svapo, ha incontrato un gruppo di adolescenti che usano la sigaretta elettronica. Uno di loro, di 14 anni, ci racconta di aver iniziato a svapare a 12 anni. “Tutti iniziano a fumare per farsi fighi”, ci ha detto una 14enne. “La sigaretta elettronica è molto carina anche dal punto di vista estetico”, spiega la ragazza. “Ho iniziato con l’elettronica perché non volevo fumare le sigarette normali”, ci dice un ragazzo. “L’odore del fumo, il sapore mi danno fastidio”, continua un’altra 14enne. Da quello che ci raccontano questi ragazzi, sembra che non abbiano iniziato con l’elettronica per smettere di fumare sigarette normali. Una giovane pensa che la colpa possa essere attribuita anche ai social: “Tu dici anche io voglio diventare quasi come lei, come Kokeshi Karen”, dice riferendosi all’influencer fidanzata con Fabio Rovazzi. Non c’è una certezza che ci sia una relazione tra la diffusione della pubblicità sui social e la diffusione dell’uso di sigarette elettroniche da parte dei giovanissimi. Quello che è certo, però, è che, seppur con una formulazione di legge che lascia spazio a diverse interpretazioni, in Italia sono vietate le comunicazioni commerciali con lo scopo di promuovere le sigarette elettroniche e il liquido di ricarica via radio, stampa e servizi della società dell’informazione. Nonostante ciò sono davvero tanti gli influencer che sponsorizzerebbero la sigaretta elettronica. Com’è possibile? Alessandro Politi ha chiamato un’influencer da 110mila follower, dicendo di aver ricevuto una proposta per sponsorizzare una sigaretta elettronica. Abbiamo chiesto qualche chiarificazione su come funzioni questa pubblicità piuttosto ambigua sui social. “Anche se ti pagano è come se te l’avessero regalata, quindi tu in realtà stai dicendo solo ‘ho preso questa sigaretta, me l’hanno regalata e mi trovo bene’”, ci spiega l’influencer. “Quindi legalmente parlando lo puoi fare. Io i follower più grandi che ho hanno 19 anni, anche a livello di clic sul link ne fanno un botto perché comunque oggi tutti i ragazzini fumano”. E ci parla della sua esperienza in questo campo: “Io l’anno scorso ho fatto sei mesi di attività e alla fine dei sei mesi mi hanno dato 6mila euro. Tipo 1.000 euro al mese, dovevo fare due stories e un post. Con me vogliono che io faccia un lavoro più trasparente, cioè che io stia facendo pubblicità ma che sembra che non la stia facendo”. Trasparente? Insomma, gli influencer sembrano continuare a pubblicizzare questo prodotto nonostante la legge lo vieterebbe. Speriamo che l’Antitrust faccia chiarezza una volta per tutte. 

Alberto Riva per “il Venerdì - la Repubblica” l'11 novembre 2019. “Nell'offerta di una sigaretta un invito all'amicizia» recitava una promettente pubblicità delle sigarette Edelweiss sulle pagine della rivista Epoca nel maggio del 1954. La réclame esibiva una ragazza sorridente sorpresa, probabilmente, nella pausa di una scampagnata. A guardarla oggi, attraverso il vaping delle sigarette elettroniche e i divieti al fumo entrati sempre più a fondo nelle abitudini quotidiane, pare quasi che quella donna sia in gita sulla Luna, tanto la chiamata ci appare distante, irreale. Eppure, racconta lo storico americano Carl Ipsen nel suo documentatissimo Fumo. La storia d' amore tra gli italiani e la sigaretta (Le Monnier, pp.300, euro 22), quell' immagine ci dice tanto della nostra storia, su come eravamo e come siamo diventati. La sigaretta, racconta Ipsen, ci permette di decifrare l' evoluzione sociale, economica, politica, i tic, le aspirazioni, talvolta il sapore di un' epoca. Basta riandare ai nomi delle sigarette vendute dal Monopolio sotto il Fascismo, quando la produzione dei tabacchi pugliesi, campani e veneti esplose (nel 1918 erano 8 milioni di chili, mentre nel '30 qualcosa come 50 milioni). Le più vendute erano ancora le Popolari, seguite dalle famigerate Nazionali, più diffuse delle Macedonia per via del prezzo. Nello stesso tempo, erano state introdotte marche fascistissime come le Me Ne Frego (fatte però in Egitto), oppure le Eja, il cui pacchetto era decorato con il fascio littorio, e le AOI, che «rimandavano all' Africa Orientale Italiana» (c'erano pure le Eritrea, prodotte con tabacco delle colonie). A dispetto dei rimbrotti del regime, le sigarette però ci dicono un'altra verità, e cioè che gli italiani, ma solo quelli che avevano qualche lira in tasca, guardavano alle «bionde» americane Lucky Strike, Camel, Chesterfield, e così il Monopolio si inventò, strizzando l' occhio alla bandiera Usa, le costose Tre Stelle, con una combinazione di tabacchi greci e turchi e il Virginia Bright, «flue-cured» all' americana. La diffusione delle sigarette suggeriva inoltre che il fumo non era più affare di soli uomini, ma piano piano si faceva largo nelle abitudini femminili. Se nel 1890, la protagonista di Il paese di cuccagna di Matilde Serao era un' operaia della manifattura tabacchi di Napoli (ma il romanzo, scrive Ipsen, «non prevede fumatrici»), nel 1930 La Domenica del Corriere faceva la propaganda al Formitrol, «prezioso presidio delle vie respiratorie» usando la silhouette di una signora che sospira volute di fumo. Una diva come Isa Miranda faceva pubblicità alle Macedonia Extra, e le sigarette Regina si affidavano a un' immagine di sofisticata eleganza femminile. «La sigaretta» dice Carl Ipsen, «era una tela bianca su cui scrivere le proprie fantasie: eleganti (Savoia), sexy (Eva), esotiche (Macedonia), decadenti (Sax), espressione di identità nazionale (Nazionali ovviamente), classe operaia (il Toscano e di nuovo le Nazionali) e così via». Per le donne, fin da subito, il fumo è visto come segno di indipendenza, di femminilità moderna e un po' ribelle. Nel 1928, Daria Banfi Malaguzzi stampa una fumatrice sulla copertina del suo celebre manuale Femminilità Contemporanea, ovviamente pettinata "alla maschietta". A fumare sono coloro che il fascismo aveva bollato come «donne crisi»; maliarde che «fumano, bevono, frequentano club e bar fino alle prime ore del mattino». Il cinema aderisce al cliché, come mostra il personaggio di Mariuccia (Lya Franca) in Gli uomini che mascalzoni di Mario Camerini (1932): la sigaretta fa capolino quale gesto di sfida, di libertà, anche sessuale. Riflette Ipsen: «Fin dalla Carmen di Prosper Mérimée, sigaraia, esiste oggetto più fallico della sigaretta? Oggetto che si manipola con le mani e poi si mette in bocca? E nel cinema», aggiunge, «quante volte la sigaretta ha sostituito l' atto sessuale?». Fino a tutto il secondo dopoguerra, la sigaretta entra immancabilmente in scena a fare della donna la manipolatrice, la «cattiva ragazza»: Clara Calamai in Ossessione (1943), Lucia Bosè in Cronaca di un amore (1950), Dominique Sanda in Il giardino dei Finzi-Contini che, sebbene girato negli anni Settanta, raccontava la guerra. Quando poi il consumo «va di pari passo col miracolo economico», è la sigaretta a raccontarci che l' Italia non è più un Paese povero, e non solo: è un paese di fumatrici. Nel 1951 Oggi, in una delle primissime inchieste sul fumo, in copertina ci piazza Silvana Pampanini. E quando nel '64 il settimanale si chiede se è possibile smettere col vizio, l'immagine è quella di un' altra grande fumatrice, Mina, all' apice del successo: «Persino nel fumare» dichiarava la cantante «mi dimostro molto sregolata e lunatica. E poi le sigarette fanno male davvero?». Gli italiani se lo domandavano poco, nonostante all'estero, già da tempo, gli studi avessero cominciato a svelare la scomoda verità. Forse una certa indifferenza al rischio, ipotizza l'autore, oppure la mai sopita affezione italica al motto «me ne frego»? Tra gli anni Sessanta e Settanta il fumo è così pervasivo che le popolari MS, degne sostitute delle Nazionali, diventano le più vendute, anche tra le donne. A tal proposito, secondo Ipsen il fumo è stato «una sorta di danno collaterale del femminismo», poiché «il tasso di fumatrici in Italia aumentò radicalmente dopo il 1968». Da meno del 10 per cento a oltre il 20 per cento della popolazione femminile fumava (negli anni Ottanta sarà il 30). Gli uomini fumano quasi tutti: operai, intellettuali, magnati, politici, attori, personaggi di fantasia: dal Bruno Cortona di Il sorpasso in avanti, il Bel Paese è un'allegra ciminiera in cui le sigarette perdono qualunque connotazione sociale, tanto che, scrive Ipsen, un grande leader di massa come Enrico Berlinguer, segretario del Pci, «fumava le olandesi Turmac». Qualche timido passo verso una regolamentazione s'è intanto fatto: nel 1962 era entrato in vigore il divieto di fare pubblicità al tabacco, aggirato però dai grandi produttori associando i marchi a linee di abbigliamento. Del 1975 è la legge che vieta di fumare «in determinati locali e sui mezzi di trasporto pubblico». Una norma, segnala Ipsen, «mai veramente applicata» fino alla «Legge Sirchia» del 2005, quando le cose cominciano davvero a cambiare. Il processo era stato molto più lento che altrove: ancora negli anni Novanta, un popolarissimo conduttore televisivo come Gianfranco Funari fumava tranquillamente in diretta tv ogni pomeriggio, sebbene già nel 1985 un sondaggio aveva indicato che il 71 per cento dei fumatori italiani voleva smettere. Un nuovo fronte dinnanzi al quale l'industria aveva reagito proponendo massicciamente sigarette con il filtro, che ormai occupavano il 90 per cento del mercato, e soprattutto le «light» con meno catrame e nicotina, anche se nessuno studio comprovava che facessero veramente meno danni. Per altro in quegli anni, svela l'autore, ci fu il boom del contrabbando. «La gente, assuefatta, voleva fumare» riflette Ipsen, «e molti preferivano immaginare che gli effetti non erano tanto gravi come dicevano i medici». Oggi il paradigma del passato si è capovolto: «In Usa, ma anche in Italia, fra le classi sociali più alte si fuma sempre meno, mentre in quelle inferiori si continua a godere di un piacere che non incide troppo sul bilancio e rappresenta un rifiuto dell' autorità. Anche tra i giovani: se continuano a fumare, compreso il vaping, evidentemente il fumo esercita ancora una certa attrazione, non più politica, ma contro le raccomandazioni degli adulti e per stabilire legami di solidarietà. Per avere dati affidabili su che effetti avrà il fumo elettronico, purtroppo, dovremo aspettare una trentina d'anni».

Malattie da sigarette elettroniche, gli Usa: “trovata una delle possibili cause”. Le Iene l'11 novembre 2019. Il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie di Atlanta ha trovato in 29 pazienti malati tracce della vitamina E acetato, una sostanza usata come additivo alimentare, e pericolosa se inalata. Un allarme di cui ci ha parlato anche il nostro Alessandro Politi, che martedì sera a Le Iene tornerà ad occuparsi delle sigarette elettroniche. Malattie respiratorie collegate all’uso delle sigarette elettroniche? C'entrerebbe la vitamina E acetato, che a quanto scrivono sul sito ufficiale, sembrerebbe una ”causa molto forte”. Lo afferma l'Agenzia per il controllo e la prevenzione delle malattie statunitense, il Cdc di Atlanta, che ha analizzato la sostanza che è usata come ingrediente nei prodotti a basa di Thc.  Una malattia che ha portato negli Usa alla morte di quasi 40 persone e all’aggravamento delle condizioni di salute di oltre 2000 utilizzatori di e-cig. Nei polmoni analizzati dei primi 29 pazienti americani malati sono state trovate tracce della vitamina in questione, diffusa in molti alimenti e utilizzata come additivo, che però, a quanto pare, può essere dannosa se inalata. Per il Cdc di Atlanta è la prima volta che si scopre “una tossina di potenziale preoccupazione” grazie a quei 29 campioni che "hanno fornito la prova della presenza di vitamina E acetato nel sito principale delle lesioni ai polmoni". Solo qualche settimana fa l’Istituto superiore di Sanità italiano aveva inviato una comunicazione al ministero della Salute e agli assessorati regionali, alzando di fatto l’allarme sulle malattie da e-cig al grado due su una scala di tre. “Occorre vigilare – aveva scritto l’Istituto - sulla grave malattia polmonare tra le persone che utilizzano le sigarette elettroniche, segnalata in diversi stati degli Usa”. Parliamo di una forma di polmonite chiamata “Evali”, diffusa tra chi utilizzerebbe impropriamente le sigarette elettroniche e che avrebbe provocato diversi morti tra i consumatori americani, tra cui diversi giovani. Consumatori, che a quanto pare, userebbero questi prodotti assieme a nicotina o cannabis e che acquisterebbero le cartucce da rivenditori non autorizzati e su internet o da spacciatori. Il CDC comunque continua a ribadire che ci potrebbero essere altre cause dietro a questa epidemia e che in sostanza è ancora presto per tirare le somme ma l'aver individuato la Vitamina E sui primi 29 pazienti è un buon inizio. Un allarme di cui vi abbiamo raccontato con il reportage di Alessandro Politi, che ha incontrato i familiari di alcuni giovani che si sarebbero gravemente ammalati dopo aver utilizzato, a quanto raccontano, le sigarette elettroniche. Alessandro Politi è volato a Chicago per capire se svapare sia davvero pericoloso per i polmoni, raccogliendo la testimonianza della madre di uno di questi, ricoverato in terapia intensiva. “Mio figlio non ha mai avuto nulla sin da ragazzino, neanche l’asma, è sempre stato in salute”, racconta la donna alla Iena. La sua è una bruttissima infezione polmonare che sarebbe legata all’utilizzo della sigaretta elettronica. E questa non è solo l’idea della madre: “I medici dicono che sono stati la sigaretta elettronica e il fumo a distruggere i polmoni di mio figlio", spiega la donna a Politi. "Il Centro per il controllo delle malattie di Atlanta mi ha contattato, stanno esaminando il nostro caso. Hanno chiamato anche i medici e gli infermieri di questo ospedale”. Ma non è un caso isolato il suo e Alessandro Politi raccoglie altre testimonianze: le malattie legate all’uso della sigaretta elettronica sono diventate negli Stati Uniti una vera e propria epidemia. Va detto che il nostro paese si era già dotato di regolamentazioni più rigide di quelle Usa, sul tema dell’acquisto delle sigarette elettroniche e sul controllo dei liquidi. Alessandro Politi tornerà a parlarci di sigarette elettroniche nella seconda puntata della sua inchiesta, in onda martedì sera a Le Iene, su Italia1. 

Svapo o non svapo? I dubbi sulle nuove alternative al fumo di sigaretta. Pubblicato venerdì, 08 novembre 2019 da Corriere.it. Le sigarette elettroniche, seguite da una varietà di altri dispositivi, sono state salutate come una buona alternativa alla sigaretta tradizionale, rispetto alla quale comportano diversi rischi in meno. Alcuni studi, tuttavia, indicano che, al contrario, potrebbero essere la porta d’ingresso all’abitudine al fumo «vero». Di recente, inoltre, sono stati segnalati negli Stati Uniti casi di una ancora misteriosa malattia polmonare associata agli strumenti per «svapare». Cosa c’è di vero? Cosa è stato scientificamente dimostrato sul fumo vecchio e nuovo? Sigarette elettroniche e dispositivi per il tabacco riscaldato sono meno nocivi delle sigarette tradizionali? Quali sono gli strumenti efficaci per chi vuole smettere? Quale appeal hanno le e-cig sui ragazzini e sulle persone che non hanno mai fumato? A tutte queste domande daranno una risposta gli esperti coinvolti nell’incontro in programma al «Tempo della Salute», alle 10 di domenica 10 novembre (ingresso gratuito fino esaurimento dei posti), al Museo della Scienza di Milano, organizzato in collaborazione con Fondazione Umberto Veronesi. Parteciperanno Roberto Boffi, medico pneumologo, responsabile della Pneumologia e del Centro antifumo dell’IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, Silvano Gallus, capo del Laboratorio di Epidemiologia degli Stili di Vita dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, Mike Maric, medico, docente all’Università di Pavia e campione mondiale di apnea 2004, Fiorenza Vallino, fondatrice e storico direttore del magazine Io Donna. Modera Donatella Barus, direttore Magazine Fondazione Umberto Veronesi. «Le sigarette elettroniche - commenta Gallus - vengono promosse come un’alternativa meno dannosa rispetto alla sigaretta tradizionale e per questo presunto motivo godono di benefici fiscali e regolatori rispetto alla sigarette tradizionali in tutto il mondo, Italia compresa. Dalle nostre indagini di popolazione emerge che tra gli utilizzatori di sigaretta elettronica sono più coloro che hanno iniziato (o re-iniziato) a fumare sigarette tradizionali come conseguenza dell’uso della e-cig, rispetto quanti hanno smesso utilizzandola». Dire addio al tabacco non è sempre facile, ma è possibile. Meglio se con l’aiuto di personale esperto: secondo le statistiche solo tra il 4 e il 7 per cento di chi ci prova da solo (il fatidico «domani smetto») porta a termine l’impresa. Lo testimonia l’esperienza di Fiorenza Vallino: «Sono stata un’accanita fumatrice. Così di lungo corso che tra i colleghi e gli amici nessuno avrebbe pensato che sarebbe riuscita a smettere di fumare. La prima sigaretta a 15 anni. L’ultima a 58. 43 anni di fumo ininterrotto. Fino all’incontro con Umberto Veronesi…». Dallo scorso agosto in poi è stato un triste crescendo di notizie, dichiarazioni e morti. Il «primo caso di decesso al mondo dovuto alle sigarette elettroniche» dichiarato negli Stati Uniti in estate ha fatto molto scalpore e ad oggi le istituzioni sanitarie americane hanno segnalato una serie preoccupante di oltre 1.800 casi di gravi patologie polmonari e circa 35 decessi. Tutti, secondo le autorità statunitensi, collegati all’uso di e-cig: i soggetti in questione erano infatti tutti svapatori, in molti casi giovani e in gran parte avevano utilizzato prodotti contenenti tetraidrocannabinolo (THC, sostanza psicoattiva nella cannabis). «Gli organi di controllo Usa stanno portando avanti le verifiche necessarie, ma molti aspetti di questa faccenda restano da chiarire - precisa Boffi -. È vero che la sigaretta elettronica è certamente meno dannosa del tabacco tradizionale, ma non si può affermare che sia innocua a causa delle presenza di alcune sostanze pericolose, come metalli pesanti e aldeidi nel vapore. Se però le e-cig vengono utilizzate in un contesto professionale e dedicato alla smoking cessation possono essere utili, ma solo seguendo precise regole». Mike Maric nel 2004 ha raggiunto la vetta a cui ambiscono tutti gli sportivi: è stato campione mondiale nella sua disciplina, l’apnea. Ora è allenatore di apnea e, con l’intento di migliorare la performance sportiva attraverso la respirazione, è diventato il riferimento per atleti di livello internazionale medagliati e olimpici di varie discipline. Tiene anche corsi e seminari rivolti a tutti, dai bambini agli anziani, incentrati su quelle che chiama le 3R: Respirare, Rilassarsi, Ritrovarsi. «Stare in apnea è sicuramente la cosa più innaturale che possa esistere, ma riuscire a vivere questa dimensione ti permette di conoscere meglio una parte di te - commenta Maric -. Per diventare campione serve una disciplina rigida, severa. Come per smettere di fumare, devi essere molto motivato, avere una grande concentrazione, una forte determinazione per voler dimostrare qualcosa a te stesso imponendoti grandi sacrifici, soprattutto in uno sport dove vince chi non respira. Ma la vittoria premia ogni sforzo e appaga il lavoro lungo e faticoso». Liberarsi dal fumo significa poi respirare meglio «e questo aiuta a gestire lo stress e la qualità della vita, a vincere l’ansia e a controllare le emozioni e, nel complesso, a migliorare la salute – conclude Maric -. La qualità della vita delle persone dipende dalla qualità della loro respirazione. Come medico e docente universitario ho studiato e raccolto prove scientifiche: insegno a respirare perché farlo correttamente significa vivere meglio».

Vera Martinella per “Salute - Corriere della sera” il 15 novembre 2019. Dallo scorso agosto in poi è stato un triste crescendo di notizie, dichiarazioni e morti: il «primo caso al mondo dovuto alle sigarette elettroniche» dichiarato negli Stati Uniti in estate ha fatto molto scalpore e a oggi le istituzioni sanitarie americane hanno segnalato una serie preoccupante di oltre 1800 casi di gravi patologie polmonari e 39 decessi. Tutti, secondo le autorità statunitensi, collegati all' uso di e-cig: i soggetti in questione erano infatti tutti svapatori, in molti casi giovani e in gran parte avevano utilizzato prodotti contenenti vitamina E acetato e tetraidrocannabinolo (Thc, sostanza psicoattiva nella cannabis). Gli organi di controllo Usa stanno portando avanti le verifiche necessarie, ma per ora ci sono soltanto due certezze: «Primo, ancora molti aspetti di questa faccenda restano da chiarire e servono prove certe per spiegare e collegare effettivamente morti e fumo elettronico - sottolinea Giorgio Scagliotti, direttore di Oncologia all' Università di Torino e presidente dell' International Association for the Study of Lung Cancer (Iaslc) -. Secondo, un grosso problema sono le miscele "fai da te", composti non in commercio e potenzialmente pericolosi. I dispositivi sono stati spesso caricati con olii alla marijuana, estratti o concentrati». Su un terzo punto, poi, tutti gli esperti concordano: la preoccupazione che la diffusione delle e-cig fra gli adolescenti possa essere un primo passo verso il fumo vero e proprio. Un fatto evidenziato già da diverse indagini, giunte alla conclusione che i ragazzini svapatori abbiano molte probabilità di passare alle più dannose sigarette tradizionali. «Proprio a tutela dei giovani sarebbe importante che le pubblicità di questi prodotti, che al momento sono diffuse in molte città italiane, venissero vietate - sottolinea Roberto Boffi, responsabile della Pneumologia e del Centro antifumo all' Istituto Nazionale dei Tumori (Int) di Milano -. L' ultimo rapporto dell' Istituto Superiore di Sanità ha messo in luce che la metà dei minorenni italiani ha provato a fumare almeno una volta. Molti iniziano già alle scuole medie o ai primi anni di superiori e le sigarette elettroniche sono sempre più diffuse e considerate alla moda. Il loro uso continuativo porta velocemente a una dipendenza gestuale e, se utilizzate con liquidi contenenti nicotina (non così difficili da reperire anche per i minorenni), anche fisica». Non pochi sono però gli adulti che hanno deciso di passare al fumo elettronico come «male minore» rispetto al tradizionale tabacco, che uccide ogni anno nel nostro Paese più di 70 mila persone. Alla luce degli eventi statunitensi, cosa dovrebbe fare chi fuma e-cig per sentirsi «sicuro»? «Non essendo sigarette elettroniche e liquidi degli ausili sanitari, ma appartenendo ancora alla dimensione del prodotto commerciale, una vera e propria sicurezza è difficile da avere - risponde Boffi -. Tuttavia ci sono buone pratiche che offrono qualche garanzia in più. Come l' acquisto di prodotti certificati, evitare il fai da te (diffidare dei molti «manuali» online che spiegano come fare miscele per risparmiare) o l' aggiunta di prodotti non specifici per le e-cig». E in materia di liquidi, quelli aromatici sono più pericolosi o nocivi rispetto ad altri? «Non c' è differenza: i liquidi delle sigarette elettroniche sono formati da una base composta da glicerolo vegetale e glicole propilenico che può essere utilizzata senza l' aggiunta di "sapori" ma nella maggior parte dei casi sul mercato sono presenti prodotti aromatizzati - chiarisce Elena Munarini, psicologa e psicoterapeuta presso il Centro antifumo dell' Int -. Quel che è certo è che per la loro gradevolezza e uniti alla nicotina aumentano il piacere dell' esperienza derivata dallo svapo, contribuendo a rafforzare la dipendenza in chi li usa». Resta il fatto che molti tabagisti si chiedono se le sigarette elettroniche possano essere un modo efficace per smettere di fumare. «Le certezze, anche in questo caso, non sono ancora molte - conclude Munarini -: si alternano studi pro e contro l' utilità delle e-cig per i fumatori, per cui ad oggi non ci sono evidenze tali da dare una risposta definitiva. Serve una premessa: è vero che la sigaretta elettronica è certamente meno dannosa del tabacco tradizionale, ma non si può affermare che sia innocua, a causa delle presenza di alcune sostanze pericolose, come metalli pesanti e aldeidi nel vapore. Se però le e-cig vengono utilizzate in un contesto professionale e dedicato alla smoking cessation possono essere utili, ma solo seguendo precise regole: eliminare in tempi brevi le sigarette tradizionali (ovvero non essere fumatori «duali»); scalare gradualmente la nicotina contenuta nel liquido fino ad arrivare a toglierla entro 4-6 mesi; essere consapevoli che la e-cig è un supporto momentaneo e bisogna ridurne l' uso fino a eliminarla, per evitare il mantenimento della dipendenza

Sigarette elettroniche, scovata la probabile causa dell’«epidemia» che ha fatto 39 morti. Pubblicato venerdì, 08 novembre 2019 da Corriere.it. La vitamina E acetato, un ingrediente aggiunto ai prodotti a base di tetraidrocannabinolo (Thc, uno dei maggiori principi attivi della cannabis) è stata identificata come una «causa molto forte» nella malattie collegate alle sigarette elettroniche che hanno fatto ammalare negli Usa 2051 persone uccidendone 39. A sostenerlo è stata l'agenzia per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) statunitense, che ha lasciato però aperta l'ipotesi che altre sostanze chimiche o tossine possano causare gravi malattie respiratorie. «Per la prima volta, abbiamo rilevato una potenziale tossina preoccupante da campioni biologici di pazienti», ha dichiarato la dottoressa Anne Schuchat, vicedirettore del Cdc in un briefing. La scoperta si basa sull'analisi di campioni di fluidi presi dai polmoni di 29 pazienti malati, dove sono stati trovati composti della vitamina. I campioni, ha spiegato, «hanno fornito la prova della presenza di vitamina E acetato nel sito principale delle lesioni ai polmoni».

Sigarette elettroniche, l'agenzia per la salute americana: "Vitamina E acetato forte causa malattie". Scoperta della Cdc: è un ingrediente aggiunto ai prodotti a base di Thc, uno dei maggiori principi attivi della cannabis. La Repubblica l'8 novembre 2019. La vitamina E acetato, un ingrediente aggiunto ai prodotti a base di tetraidrocannabinolo (Thc) - uno dei maggiori principi attivi della cannabis - è stata identificata come una "causa molto forte" nella malattie collegate alle sigarette elettroniche che hanno fatto ammalare negli Usa 2051 persone uccidendone una quarantina. Lo ha reso noto l'agenzia per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc), lasciando però aperta l'ipotesi che altre sostanze chimiche o tossine possano causare gravi malattie respiratorie. La scoperta si basa sull'analisi di campioni di fluidi presi dai polmoni di 29 pazienti malati, dove sono stati trovati composti della vitamina. "Per la prima volta abbiamo scoperto una potenziale tossina di preoccupazione, la vitamina E acetato, in campioni biologici di pazienti" con danni polmonari legati all'e-cig, ha dichiarato in una conferenza stampa Anne Schuchat, numero due del Cdc. I campioni, ha spiegato, "hanno fornito la prova della presenza di vitamina E acetato nel sito principale delle lesioni ai polmoni".

·        Il cancro al pancreas.

 Marta Musso per repubblica.it" l'8 novembre 2019.Negli ultimi anni quarant'anni è l'unico a non avere registrato miglioramenti in termini di sopravvivenza. E dire che purtroppo il cancro al pancreas è uno dei tumori più aggressivi: basta pensare che solamente in Europa fa oltre 95mila vittime all'anno e l'aspettativa di vita al momento della diagnosi è 4-6 mesi. È infatti, tra tutti, il tumore che lascia meno speranze: in Italia il tasso di sopravvivenza a 5 anni è di circa l'8% , mentre a dieci anni è solamente del 3%. Rimane asintomatico per lungo tempo, e solo nel 7% dei casi viene diagnosticato in stadio iniziale e circa l’80%-85% delle forme tumorali risulta non asportabile chirurgicamente al momento della diagnosi. È questo il preoccupante quadro emerso oggi al Ministero della Salute dallo studio “Gli unmet need nell’adenocarcinoma al pancreas: un’analisi a 360° con il paziente al centro”, a cura di Isheo, società di ricerca e valutazione economico-sanitaria, in collaborazione con la Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (Favo) e le Associazioni dei Pazienti Codice Viola e Nastro Viola. La ricerca, che esamina lo stato dell’arte di diagnosi, presa in carico del paziente da parte del Servizio Sanitario Nazionale e qualità della vita dei pazienti affetti da tumore al pancreas, sottolinea, così, alcuni interventi chiave con cui è urgente agire.

Incidenza e mortalità del tumore al pancreas. L'adenocarcinoma pancreatico costituisce il tipo più comune di tumore al pancreas in quanto, come stimato dall'American Cancer Society, circa il 95% dei tumori del pancreas sono proprio adenocarcinomi. Oggi rappresenta la terza causa di mortalità per tumori, dopo quello al polmone e al colon-retto. Negli ultimi quarant'anni (dal 1992 al 2016) la mortalità in Europa è aumentata del 62% e l’incidenza è di circa 13 mila casi (ossia il 3% dell'incidenza di tutti i tumori). Anche quest’ultimo parametro, tuttavia, risulterebbe in crescita nel 2019 (13.500 casi) e se la tendenza sarà confermata potrebbe portare l’adenocarcinoma pancreatico al secondo posto in termini di mortalità tra tutti i tipi di tumori nel 2030.

Un tumore asintomatico. Oggi, quindi, i pazienti affetti da tumore al pancreas, ma anche medici e caregiver, devono affrontare numerose difficoltà, come per esempio quella di riuscire a gestire una malattia che nella maggior parte dei casi viene scoperta in fase avanzata. Il nuovo studio, infatti, sottolinea come le principali sfide da affrontare siano rappresentate dai fattori di rischio, come fumo, alcol, obesità e alimentazione e dall’aspecificità dei sintomi che non consentono di effettuare una diagnosi precoce. Oggi, inoltre, secondo la Società europea di oncologia medica (Esmo), la rimozione chirurgica è l’unico trattamento potenzialmente curativo, anche se meno del 20% dei pazienti risulta idoneo. Tuttavia, la chirurgia resettiva del pancreas è la più complicata tra tutte, in quanto riporta un maggior tasso di complicanze post-operatorie e necessita, perciò, di centri altamente specializzati e ad alto volume di interventi, con un’équipe multidisciplinare, che oltre ai chirurghi includa il radiologo interventista, l’endoscopista, il team di terapia intensiva per gestire le fasi intra- e post- operatorie.

Aspetti psicologici da non sottovalutare. La ricerca evidenzia, inoltre, la necessità di tenere in considerazione le condizioni psicologiche e la vita quotidiana delle persone che riescono a sconfiggere il tumore. I pazienti, oltre a sottoporsi a controlli periodici dopo i trattamenti chirurgici e farmacologici previsti, devono essere accompagnati nella gestione di paure e problemi sociali e relazionali indotti dalla malattia e, nel contempo, devono essere portati a valutare la necessità di sottoporsi a cure palliative e di accompagnamento nel fine vita.

I costi. Sebbene i dati disponibili in letteratura siano scarsi, dallo studio è emerso che la patologia ha un impatto notevole in termini di costi diretti, indiretti e sociali. In particolare, si evidenziano i costi dovuti ai ricoveri, alla perdita di produttività dopo la diagnosi, e per morte prematura. In Europa, per esempio, l’adenocarcinoma pancreatico si posiziona al quinto posto, con 4 miliardi di euro, preceduto dal tumore al cervello e al sistema nervoso centrale, al colon-retto, al seno e al polmone, a oggi, il più costoso (17 miliardi).

Le azioni che non si possono più rimandare. Dallo studio, quindi, sono emersi tre punti su cui è necessario agire urgentemente. Primo fra tutti, la garanzia di una multidisciplinarietà del team di cura, in grado di gestire la complessità della diagnosi, la velocità di progressione della malattia e la necessaria presa in carico dei pazienti da parte di più specialisti. Bisogna, inoltre, garantire l’appropriatezza terapeutica attraverso l’accesso a tutte le terapie disponibili che abbiano fornito evidenze cliniche in grado di migliorare la vita dei pazienti. E, infine, definire specifici percorsi formativi e di supporto per i caregiver, per favorire una gestione più efficace sia assistenziale che emotiva dei pazienti.

Cancro al pancreas, il "big killer" dei tumori: i "campanelli d'allarme", cosa lo provoca e come scoprirlo. Libero Quotidiano il 13 Novembre 2019. Il cancro al pancreas è considerato il "big killer" dei tumori, con 13.500 casi in Italia nel 2019, riporta il Corriere della Sera, in aumento così come i numeri dei decessi. Tre quarti dei malati muoiono entro un anno dalla diagnosi e a 5 dalla scoperta della malattia soltanto 8 su 100 sono ancora vivi. "È un tumore complicato per la sua biologia infida e non prevedibile - spiega al Corsera Stefano Cascinu, ordinario di Oncologia Medica all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano -. Per questo motivo la diagnosi dev'essere davvero precoce: parliamo di dimensioni non superiori a 1-2 centimetri". Bisogna lavorare sul fattore di rischio: gli individui con maggiore probabilità di svilupparlo sono quelli "nei cui familiari di primo grado ci sono stati due o più casi di malattia, oppure nelle famiglie in cui ci sia una alterazione dei geni BRCA1 e 2, che sono tipicamente associati a tumori della mammella e dell'ovaio, ma che presentano anche un rischio, seppure minore, per neoplasie pancreatiche", conclude il dottor Cascinu. Inoltre, l'insorgere del diabete a 50 anni o più "potrebbe nascondere una neoplasia pancreatica. E questa diagnosi potrebbe essere davvero precoce". Secondo Giampaolo Tortora, oncologo medico direttore del Comprehensive Cancer Center della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma, "3 casi di cancro al pancreas su 10 sono causati dal tabacco e l'obesità aumenta il rischio di questa malattia. Per cui non fumare, seguire una dieta sana, stare alla larga dai chili di troppo e mantenere una moderata e costante attività fisica sono 4 azioni semplici e importanti". Tra i sintomi sospetti, oltre al diabete, occorre fare attenzione anche al dolore persistente nella zona dello stomaco o a livello della schiena al punto di passaggio tra torace e addome, a un importante calo di peso non giustificabile, a steatorrea (feci chiare, oleose, poco formate, che tendono a galleggiare), comparsa di trombi nelle vene delle gambe o diarrea persistente non spiegata da altre cause". Al Congresso Europeo di Oncologia Medica di Barcellona, uno studio italiano su 124 pazienti ha individuato la possibilità di ridurre il rischio di metastasi di circa il 25% con una combinazione di chemioterapia (gemcitabina e Nab-paclitaxel).

Vera Martinella per corriere.it il 15 novembre 2019.

Quali sono i numeri in Italia?

I casi di tumore del pancreas, che verrà diagnosticato a 13.500 italiani nel 2019, sono in crescita e cresce anche il numero di decessi che provoca. Mantiene, infatti, il triste primato come tipo di cancro più letale: tre quarti dei malati muore entro un anno dalla diagnosi e a 5 anni dalla scoperta della malattia sono vivi solo 8 pazienti su 100. Resta un nemico difficile da combattere anche perché spesso viene diagnosticato in fase avanzata.

Esistono test per la diagnosi precoce?

Ad oggi, nonostante le innumerevoli ricerche, gli scienziati ancora non sono riusciti a trovare un test in grado di scovarlo in stadio precoce, quando sarebbe possibile curarlo con maggiore efficacia. E sebbene negli ultimi anni siano stati fatti dei progressi nella comprensione delle mutazioni genetiche che lo provocano, resta ancora moltissimo da fare.

Perché è così complicato riuscire a fermarlo?

«E’ un tumore complicato per la sua biologia infida e non prevedibile - risponde Stefano Cascinu, ordinario di Oncologia Medica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano -. Per questo motivo la diagnosi dev’essere davvero precoce: parliamo di dimensioni non superiori a 1-2 centimetri. E poiché non da disturbi in questa fase di crescita, è difficile arrivare alla sua scoperta. Possiamo e dobbiamo però cercarlo in quegli individui che sappiamo avere un maggiore rischio di svilupparlo: persone nei cui familiari di primo grado ci sono stati due o più casi di malattia, oppure nelle famiglie in cui ci sia una alterazione dei geni BRCA1 e 2, che sono tipicamente associati a tumori della mammella e dell’ovaio, ma che presentano anche un rischio, seppure minore, per neoplasie pancreatiche. Infine, ed è una raccomandazione importante anche ai medici di medicina generale, non sottovalutare mai l’insorgenza di un diabete in un individuo con una età di 50 anni o più perché potrebbe nascondere una neoplasia pancreatica. E questa diagnosi potrebbe essere davvero precoce».

Cosa possono fare le persone per prevenirlo?

«Non molto – dice Giampaolo Tortora, oncologo medico direttore del Comprehensive Cancer Center della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma -. Ma sappiamo di per certo che 3 casi di cancro al pancreas su 10 sono causati dal tabacco e che l’obesità aumenta il rischio di questa malattia. Per cui non fumare, seguire una dieta sana, stare alla larga dai chili di troppo e mantenere una moderata e costante attività fisica sono 4 azioni semplici e importanti».

Ci sono dei campanelli d'allarme?

Visto che oltre la metà dei pazienti scopre il tumore quando è già in fase metastatica, è bene non trascurare alcuni sintomi sospetti, seppure un po’ “vaghi” e tipici anche di altre malattie meno gravi: «In particolare è bene fare attenzione alla comparsa improvvisa del diabete in un adulto, dolore persistente nella zona dello stomaco o a livello della schiena al punto di passaggio tra torace e addome, importante calo di peso non giustificabile, steatorrea (cioè feci chiare, oleose, poco formate, che tendono a galleggiare), comparsa di trombi nelle vene delle gambe o diarrea persistente non spiegata da altre cause» aggiunge Tortora.

Perché non si trovano metodi per diagnosi precoce?

«I motivi sono diversi – spiega Tortora -. Prima di tutto anatomici e clinici: il pancreas svolge funzioni fondamentali come la digestione e la regolazione del glucosio nel sangue, ma è un organo molto piccolo (è lungo solo circa 15 centimetri), in una posizione profonda nell’addome, circondato da altri organi e spesso difficile a vedersi bene con esami semplici come ad esempio un’ecografia. Solo negli ultimi anni l’impiego di TAC di nuova generazione e risonanza magnetica hanno consentito di esaminarlo bene. La sintomatologia è spesso molto vaga: i dolori lombari nei tumori della coda e l’ittero in quelli della testa sono i sintomi più eclatanti ma non sono sempre presenti, molto più spesso i sintomi sono rappresentati da qualche disturbo digestivo e poco altro».

Che fare con le lesioni precancerose?

«Un altro ostacolo – risponde Tortora - è rappresentato dalle scarse capacità di seguire e capire l’evoluzione di alcune lesioni considerate come precursori del cancro del pancreas. I tumori intraepiteliali (PanIn) sono certamente precursori molto importanti da cui originano molti adenocarcinomi del pancreas, ma sono in genere piccolissimi e non tutti “degenerano” diventando tumori maligni. Quindi, considerata la complessità della chirurgia per quest’organo, non è una buona idea rimuoverli chirurgicamente sempre una volta individuati. Tra gli altri precursori dei tumori maligni, quelli intraduttali papillari mucinosi (IPMN) e quelli cistomucinosi sono più grandi, ma anch’essi non sempre degenerano e quindi vanno soprattutto tenuti sotto controllo con esami ripetuti. Diversi studi stanno cercando di identificare marcatori nel sangue in grado di distinguere quali IPMN nascondono già cellule maligne con capacità invasive e hanno possibilità di evolvere e quali invece possono restare a lungo innocui. Nei prossimi anni avremo certamente informazioni che ci aiuteranno a capirlo».

Nuove terapie in arrivo: qualcosa si muove?

Al Congresso Europeo di Oncologia Medica di Barcellona, sono presentati i risultati di uno studio italiano su 124 pazienti che indicano la possibilità di ridurre il rischio di metastasi con una combinazione di chemioterapia (gemcitabina e Nab-paclitaxel) e rappresentano probabilmente un nuovo standard di cura per una precisa categoria di malati. «Nel 30 per cento dei pazienti, la malattia è individuata in fase localmente avanzata, senza metastasi e non operabile – chiarisce Cascinu -, ma tutte le opzioni di trattamento proposte finora per questi malati erano più il frutto di esperienze dei singoli medici o centri piuttosto che una scelta basata sull’evidenza scientifica».

Anche in Italia si fa ricerca.

«Al convegno Esmo di Barcellona, è stato proprio uno studio italiano (GAP), a indicare per la prima volta la via da seguire: il regime chemioterapico costituito dalla combinazione di nab-paclitaxel e gemcitabina riduce infatti il rischio di metastasi del 25% rispetto alla sola gemcitabina - conclude Cascinu -. La combinazione aumenta il tempo alla progressione della malattia e migliora la sopravvivenza (con una riduzione del rischio di morte del 35%). È un dato importante, perché una parte di questi pazienti, in seguito, può essere trattata con la radioterapia che contribuisce al controllo generale della malattia; in una parte dei partecipanti si è ridotta la malattia e circa il 6% che non era operabile, ha potuto affrontare l’intervento chirurgico». 

·        Tumori alle vie biliari ed al fegato: la cura è possibile.

Colangiocarcinoma, tumore subdolo che è in aumento (anche fra i giovani). Pubblicato lunedì, 02 dicembre 2019 da Corriere.it. Un tumore raro e subdolo, perché non dà sintomi iniziali e viene così riconosciuto spesso quando è ormai in fase avanzata e difficile da curare. Il colangiocarcinoma è una neoplasia maligna che ha origine dalla proliferazione rapida e incontrollata dei colangiociti, le cellule che costituiscono le pareti dei dotti biliari. Recentemente, però, si è scoperto che in oltre la metà dei pazienti sono presenti delle mutazioni genetiche, che hanno ruolo fondamentale nello sviluppo della malattia e la cui individuazione è cruciale per determinare le strategie terapeutiche future. «Oggi conosciamo le mutazioni geniche che guidano la crescita dei colangiocarcinomi - spiega Davide Melisi, professore Associato di Oncologia all’Università di Verona -. In particolare, circa il 50 per cento dei colangiocarcinomi intraepatici ha almeno una mutazione rilevante per la terapia in quanto costituiscono il target di farmaci a bersaglio molecolare. Le mutazioni che sono indispensabili, ormai da ricercare alla diagnosi, sono quelle del recettore del Fibroblast Growth Factor, detto anche FGFR-2 (presenti in circa il 15 per cento dei pazienti) e le mutazioni di un gene che codifica per una proteina coinvolta nel metabolismo che si chiama IDH-1 (circa il 20 per cento dei casi)». Individuare le alterazioni alla base della malattia, quindi, è fondamentale per poter scegliere la terapia più adeguata. «Prima di iniziare una chemioterapia standard bisogna appurare se nel presente sono presenti mutazioni per le quali esistono già farmaci sperimentali - continua Melisi -. Abbiamo assistito in un lasso di tempo molto breve a un vero e proprio cambiamento di paradigma nel trattamento dei pazienti affetti da questa neoplasia: da un quadro molto limitato di regimi solo chemioterapici si è passati a realizzare farmaci a bersaglio che si sono dimostrati utili nella terapia del colangiocarcinoma localmente avanzato e metastatico resistente alla chemioterapia. Stiamo inoltre testando questa classe di farmaci anche come trattamento di prima linea, ovvero come strategia subito dopo la diagnosi».  Sono circa 5mila gli italiani che ogni anno ricevono una diagnosi di carcinoma delle vie biliari. «Sono neoplasie del fegato che hanno in realtà origine a partire dai dotti biliari, i canali che trasportano la bile dal fegato all’intestino e si distinguono in base alla loro sede d’insorgenza in colangiocarcinomi intraepatici, se si sviluppano all’interno del fegato; colangiocarcinomi perilari, all’ingresso dei dotti biliari nel fegato ed extraepatici se nascono dalle vie biliari extraepatiche - chiarisce Giovanni Brandi, presidente Gruppo Italiano Colangiocarcinoma (GICO) -. Il colangiorcarcinoma intraepatico è il secondo tumore del fegato più frequente e rappresenta il circa il 15 per cento di tutti i tumori epatici. La chirurgia è il primo passo fondamentale per poter sperare nella guarigione, ma non sempre è praticabile per via della diagnosi tardiva. In ogni caso è fondamentale farsi curare in un centro con esperienza, sia nell’intervento (non semplice per la complessità stessa dell’area in cui si trova la neoplasia) sia nella diagnosi e nelle cure, che richiedono un team multidisciplinare di professionisti esperti in questa specifica patologia». Pazienti e familiari che si trovano a fare i conti con una malattia rara hanno spesso molte difficoltà a orientarsi e ha trovare le informazioni di cui necessitano. «Questo tipo di cancro ha tuttora un alto tasso di mortalità, ma più della metà delle persone riescono ad uscirne - ricorda Paolo Leonardi, presidente dell’Associazione Pazienti Italiani Colangiocarcinoma, intervenuto in un incontro organizzato a Milano con il sostegno non condizionato di Incyte -. Sul nostro sito c’è un elenco dei centri regionali di riferimento a cui rivolgersi quando il paziente ha un sospetto di malattia. Ma c’è ancora tanto lavoro da fare per garantire le migliori cure a tutti i pazienti. Anche il sostegno psicologico è importante: riuscire a parlarne con una persona che ha già vissuto questa esperienza aiuta molto chi ha appena ricevuto una diagnosi, per questo con l’associazione facciamo da tramite tra nuovi ed ex pazienti». I sintomi sono poco specifici, per questo in sei pazienti su dieci la diagnosi viene effettuata quando il tumore è già di dimensioni notevoli e in fase avanzata. In generale è meglio andare dal medico in caso di perdita di peso ingiustificata, ittero, dolore al fianco destro irradiato posteriormente. «Negli ultimi anni stiamo osservando nella pratica clinica un incremento delle forme intraepatiche, pari a circa il 4 per cento annuo, in alcuni paesi europei tra cui anche l’Italia - conclude Brandi -. Si tratta di un aumento reale non legato a miglioramenti della diagnostica che comincia ad interessare perfino un target pazienti diverso rispetto al passato, ovvero giovani a partire dai 30 anni. Le ragioni? Alcuni studi realizzati dal nostro Gruppo in collaborazione con lo IARC (International Agency for Research on Cancer di Lione) dimostrano che l’amianto è associato in oltre la metà dei casi di colangiocarcinoma intraepatico. Inoltre sappiamo che fra i fattori di rischio certi ci sono fegato grasso, obesità e consumo di alcolici, così come l’epatite B e C e la cirrosi epatica».

Tumore fegato, big killer in aumento fra le donne e in calo fra gli uomini. Pubblicato mercoledì, 06 novembre 2019 su Corriere.it da Vera Martinella. Non dà sintomi specifici e solo il 10 per cento dei casi è diagnosticato. in fase iniziale quando l’intervento chirurgico può essere risolutivo. Ecco tutto quello che serve sapere. Sono circa 12.600 (8mila negli uomini, 4.600 nelle donne) i nuovi casi di tumore del fegato stimati in Italia nel 2019. Le diagnosi fra le donne sono aumentate del 21% in cinque anni (da 3.800 nel 2014 a 4.600 nel 2019), mentre sono in calo del 7,5% fra gli uomini (da 8.600 a 8mila). Il 90% dei casi è rappresentato dall’epatocarcinoma e in più del 90% dei casi, l’epatocarcinoma si sviluppa in pazienti con cirrosi. Un terzo dei casi di tumore del fegato nel Nord Italia è dovuto ad abuso di alcol. Il tumore del fegato è il quinto «big killer», dopo polmone, colon-retto, mammella e pancreas.

Tumori alle vie biliari: la cura è possibile. L'oncologo e chirurgo Vincenzo Mazzaferro spiega come nuovi farmaci in combinazione con la chirurgia e altre cure disponibili restituiscono la speranza ai malati. Panorama il 23 settembre 2019. C’è un’intera famiglia di farmaci, alcuni dei quali in sperimentazione all’Istituto Nazionale Tumori di Milano, che permette di bloccare l’evoluzione dei tumori alle vie biliari. Essi vengono impiegati quando non è possibile intervenire chirurgicamente e permettono se non la guarigione (più spesso ottenibile con l’asportazione del tumore), almeno il controllo della malattia fino all’80 per cento. Lo spiega Vincenzo Mazzaferro, esperto noto a livello internazionale nel campo del trattamento dei tumori dell’apparato digerente, in particolare delle vie biliari e del fegato. Direttore del reparto di Chirurgia Apparato Digerente e Trapianto di Fegato della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori, professore ordinario in chirurgia generale per l’Università degli Studi di Milano, Mazzaferro è anche impegnato nel sostegno dei malati prima e dopo il trapianto di fegato. Ha ricevuto molti riconoscimenti tra i quali il premio Firc (Fondazione Italiana Ricerca sul Cancro) consegnato dalla Presidenza della Repubblica.

Professor Mazzaferro, che cosa si intende esattamente per tumore alle vie biliari?

«Si possono immaginare le vie biliari come un albero con le foglie e le estremità dei rami che toccano il fegato, e il tronco che si congiunge con l’intestino. La bile, prodotta dal fegato, scorre dentro questo sistema di ramificazioni sempre più grandi sino al tronco che la porta all’intestino, dove è essenziale ai processi digestivi, soprattutto dei grassi e di molecole complesse come il colesterolo. Il tumore può colpire varie zone della struttura ad albero che ho descritto, prendendo nomi diversi a seconda della sede di origine: “tumore delle vie biliari intraepatiche” se è interessata la zona delle foglie, o “tumori delle vie biliari extraepatiche” o “della cistifellea” se sono interessati i canali di deflusso più grandi, che escono dal fegato e vanno all’intestino».

E il tumore di Klatskin?

«E’ sempre un tumore delle vie biliari che colpisce il punto nel quale i due tronchi principali dell’albero biliare si congiungono a formare un tronco comune di scarico. Il nome è stato dato in onore del medico che per primo descrisse nel dettaglio questo tumore, nel 1965».

Immagino che le cure cambino a seconda della localizzazione…

«In parte sì, in parte no. La posizione del tumore però influenza fortemente la possibilità di un intervento chirurgico, perché assieme allo scopo di rimuovere la malattia, ogni intervento ha il compito di preservare il resto dell’albero in modo da poter garantire la sua sopravvivenza e la sua funzione. A volte, non potendosi lasciare una parte sufficientemente vitale dell’albero si decide di rimuoverlo completamente e di sostituirlo con un altro, effettuando cioè un trapianto di fegato in blocco col le vie biliari che lo attraversano».

Comunque il trapianto di fegato non è l’unica soluzione.

«No, infatti, è solo una di tre possibili strategie. Le altre due sono: l’intervento chirurgico di rimozione del tumore, che quando possibile garantisce i risultati migliori; e la terapia farmacologica. Quest’ultima è la novità più importante: oggi ci sono farmaci che possono rallentare e a volte bloccare la crescita del tumore».

Ci fa alcuni esempi?

«Sì, ma bisogna precisare prima che ogni farmaco va scelto sulla base di molti fattori, in particolare le caratteristiche del tumore stesso. Per quanto riguarda i farmaci chemioterapici, tra le scelte possibili vi è quella della gemcitabina in combinazione con i derivati del platino e il Nab-paclitaxel, come dimostrato in uno studio pubblicato l’anno scorso su Jama Oncology. In altri casi, ovvero nel 10-20 per cento dei colangiocarcinomi, si usano farmaci da noi studiati in Istituto Tumori; inibitori del recettore FGFR, in un altro 15-20 per cento inibitori dell’IDH1/2 e nel 5-7 per cento dei casi si usano i cosiddetti inibitori del BRAF. L’immunoterapia è invece usata in rari casi».

Quindi sono farmaci che danno speranze?

«Assolutamente sì. Tra l’altro, a volte i pazienti non operabili possono diventarlo per effetto di questi trattamenti (anche associati alla radioterapia a fasci esterni o a quella di radioembolizzazione). Esiste cioè un certo numero di casi che si riesce a rendere operabili dopo trattamenti integrati con farmaci associati a terapie locali come la radioembolizzazione, per effetto cioè della loro efficacia. Comunque la chirurgia o il trapianto rimangono la prima opzione di cura per questi tumori e l’esperienza dell’Istituto Tumori di Milano in materia è tra le più vaste in assoluto».

E le procedure di ipertermia magnetica?

«Sono terapie nelle quali parallelamente alla chemio si “riscalda” l’area del tumore. Si fa questo perché, in generale, si sa che l’aumento delle temperature rende le cellule tumorali più vulnerabili alle terapie. Purtroppo non ci sono evidenze che ciò funzioni nel caso dei tumori delle vie biliari».

Quali sono i centri migliori dove curarsi?

«Tutti i centri dove c’è una lunga esperienza in trapianti di fegato, soprattutto in oncologia. E dove ci siano le competenze per applicare eventuali terapie farmacologiche e radioterapiche».

Quindi quali?

«Per esempio a Milano, Torino, Padova, Bologna, Roma, Napoli… L’Istituto Tumori di Milano, è un centro di eccellenza in queste cure perché ha un gruppo di medici multidisciplinare pronto a mettere in atto strategie differenti, dal trapianto alla terapia farmacologica di punta».

Nel vostro centro ci sono anche protocolli per la sperimentazione aperti ai pazienti?

«Sì, stiamo testando nuovi farmaci e nuovi approcci di terapie locali e chirurgiche e se un paziente è idoneo lo reclutiamo».

Lei è impegnato nell’aiutare i pazienti non solo dal punto di vista medico…

«Sì sono fondatore di un’associazione no-profit che si chiama Prometeo. Il nome non è originale nel campo epatologico (ride) ma è un acronimo di “Progetto Malattie Epatiche Trapianto e Oncologia). E’ formata da pazienti, familiari e amici del nostro reparto e si dedica ad aiutare umanamente e materialmente le persone colpite dal cancro e contribuisce alla formazione di chi vuole operare in questo settore.. Forniamo aiuto logistico a chi non ha una casa a Milano durante le cure che effettua da noi in Istituto Tumori».

Com’è arrivato a occuparsi di questo tipo di tumori?

«Mi sono specializzato come chirurgo dell’apparato digerente e ho lavorato alcuni anni negli Stati Uniti. Poi dagli anni ‘90 ho guidato la squadra che ha iniziato a fare i trapianti di fegato per tumore. Piano piano ho costruito una grande esperienza che ci pone oggi a livelli assoluti sul piano internazionale. Ho molti giovani di grande valore nel mio gruppo che stanno realizzando risultati molto al di sopra di qualsiasi aspettativa».

·        Curare il tumore all’ovaio: si apre un nuovo scenario.

Curare il tumore all’ovaio: si apre un nuovo scenario. Pubblicato lunedì, 30 settembre 2019 su Corriere.it da Vera Martinella. Inizia l’era dei PARP-inibitori, diverse cure efficaci per lo stesso obiettivo: ritardare le ricadute nelle pazienti che già hanno una malattia avanzata e guadagnare tempo. È il settimo tipo di cancro più diffuso nel mondo e la sua incidenza in tutta l’Europa è in aumento. Fino a poco tempo fa, la ricerca avanzava lentamente e il carcinoma ovarico era una delle neoplasie più letali. Ora le cose stanno finalmente cambiando, tanto che alle nuove terapie contro questo tumore sono stati dedicati diversi studi presentati durante il simposio presidenziale, la sessione di maggior rilievo, del congresso europeo di oncologia in corso a Barcellona. «Lo testimoniano anche i numeri nel nostro Paese – commenta Saverio Cinieri, direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Ospedale Perrino di Brindisi -: sono 5300 i nuovi casi stimati nel 2019 in Italia e le statistiche più recenti indicano oltre 3200 decessi ogni anno. La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è pari al 40 per cento e a 10 anni scende al 31. Questo anche perché, a causa della sintomatologia aspecifica e tardiva, circa il 75-80 per cento delle pazienti presenta al momento della diagnosi una malattia che purtroppo è già in fase avanzata, con metastasi, molto più difficile da trattare». I relatori intervenuti in Spagna durante i lavori dell’European Societty of Medical Oncology (Esmo) hanno raccontato le grandi speranze riposte nella chemioterapia introperitoneali e nei farmaci angiogenetici, che si sono poi rivelati solo marginalmente utili. E hanno ricordato i moltissimi trial che, nonostante i molti sforzi, si sono alla fine rivelati negativi: ovvero non hanno dimostrato alla fine un vantaggio reale per le malate.Ma se il trattamento di prima linea resta la «cara vecchia chemioterapia», quando si arriva alla seconda linea (quando cioè, dopo il primo ciclo di cure, il tumore riprende a crescere o si ripresenta con nuove metastasi) ci sono finalmente nuove cure da offrire alle pazienti, più efficaci di quelle finora disponibili.«Recentemente avevamo già visto dei progressi con l’introduzione dei cosiddetti farmaci PARP-inibitori nelle linee più avanzate di trattamento - spiega Nicoletta Colombo, professore Associato Ostetricia-Ginecologia Università Milano-Bicocca e direttore del Programma Ginecologia Oncologica dell’Istituto Europeo Oncologia di Milano -, soprattutto nelle pazienti con mutazione genetica BRCA. Ora siamo andati a verificare se questi medicinali potessero rivelarsi utili anche prima, nelle prime linee di terapia». È in questo contesto che s’inseriscono gli ampi studi presentati a Barcellona (tutti in fase III di sperimentazione, l’ultima prima dell’approvazione di un farmaco all’immissione in commercio) sui PARP-inibitori (niraparib, olaparib e veliparib). Lo studio PAOLA-1 ha confrontato l’utilizzo di olaparib in associazione a bevacizumab rispetto al solo bevacizumab come monoterapia nel trattamento in prima linea di mantenimento per tutte le pazienti, indipendentemente dallo stato mutazionale o dall’esito di un precedente intervento chirurgico. I risultati mostrano che olaparib in combinazione con bevacizumab ha ridotto il rischio di progressione della malattia o di morte del 41 per cento e migliorato la sopravvivenza libera da progressione. con una mediana di 22,1 mesi rispetto ai 16,6 mesi nelle pazienti trattate con bevacizumab in ionoterapia.«PAOLA-1 è il secondo studio di fase III positivo che ha coinvolto olaparib nel mantenimento in prima linea del tumore ovarico avanzato – commenta Colombo -. Un anno dopo la presentazione dei dati dello studio SOLO-1, questi risultati confermano l’efficacia di questo PARP inibitore nelle pazienti con mutazione BRCA e dimostrano un vantaggio significativo anche nelle pazienti che non presentano tale mutazione». «Per le donne con tumore ovarico avanzato il rischio di recidiva è molto elevato – sottolinea Sandro Pignata, direttore del reparto di Uro-Ginecologico all’Istituto dei Tumori Pascale di Napoli -. In sette pazienti su 10 la malattia tende a rimanifestarsi entro tre anni dalla diagnosi iniziale. Il fine del trattamento di mantenimento in prima linea per queste pazienti è proprio quello di ritardare quanto più possibile la recidiva. Nello studio PAOLA-1, i risultati con olaparib, aggiunto a bevacizumab, sono stati significativi e dimostrano la potenzialità di ridurre del 41% questo rischio. Lo studio rappresenta inoltre un esempio di collaborazione tra l’industria e l’accademia essendo stato condotto in partnership con i gruppi di studio MITO (Multicenter Italian Trials in Ovarian cancer and gynecologic malignancies) e MANGO (Mario Negri Gynecologic Oncology group)». Anche niraparib ha dimostrato di prolungare il tempo libero dalla progressione di malattia, in donne che avevano avuto una risposta completa o parziale durante i trattamenti di prima linea. Veliparib è invece stato testato già in prima linea, insieme alla chemioterapia e poi da solo come terapia di mantenimento e, anche in questo caso l’esito è stato soddisfacente perché si è ritardata di diversi mesi la ricomparsa del tumore. I prossimi passi, secondo gli esperti riuniti a Barcellona? Capire se usare i Parp-inibitori fin da subito insieme alla chemio e verificare se sono meno tossici come sola terapia di mantenimento.

·        Tumore del rene, malattia «subdola» scoperta spesso tardi.

Tumore del rene, malattia «subdola» scoperta spesso tardi. Pubblicato mercoledì, 09 ottobre 2019 da Corriere.it. Il 70 per cento dei pazienti italiani è vivo cinque anni dopo la diagnosi di un tumore al rene e può sperare di essere guarito. Ben il 10 per cento in più di quanto accade alla media dei malati nel resto d’Europa, dove chance si fermano al 60 per cento. Merito, da un lato, dell’efficienza del nostro sistema, dove sempre più spesso gli specialisti affrontano questa patologia nel migliore dei modi: con un team multidisciplinare, dove urologi e oncologi si confrontano per scegliere la terapia più indicata nel singolo caso. E merito, dall’altro, dei progressi compiuti negli ultimi decenni con l’arrivo di nuove cure, sempre più precise e mirate. Resta però un importante passo da fare: migliorare la diagnosi precoce, perché ancora troppi sono i casi scoperti in ritardo. È quanto emerge da un incontro organizzato a Milano dalla SIUrO, la Società Italiana di Urologia Oncologica. Nel 2019 in Italia il numero di casi stimati di tumore del rene è in totale 12.600: 8.100 negli uomini, 4.500 nelle donne. «Anche se in calo, nell’ultimo anno, il carcinoma renale interessa in totale circa 130mila italiani - dice Giario Conti, segretario nazionale SIUrO -. È una neoplasia subdola e insidiosa perché spesso rimane clinicamente silente per la maggior parte del suo corso. I sintomi più evidenti si manifestano solo quando la malattia è già in uno stadio avanzato. Per questo è bene non trascurare ematuria, ovvero la presenza di sangue nelle urine; dolore sordo al fianco o spasmi tipo colica, causati dalla presenza di coaguli di sangue lungo la via urinaria (pelvi renale e uretere); presenza di una massa palpabile nella cavità addominale a livello del fianco. Se diagnosticata in fase precoce ben la metà dei pazienti ha buone possibilità di guarigione». Ad oggi non esiste una forma di prevenzione specifica di questo tipo di cancro, né esami da eseguire a tappeto come screening, ma il 60 per cento dei casi oggi viene individuato casualmente con un’ecografia addominale eseguita per altri motivi e in assenza di sintomi. «Possiamo però eliminare o ridurre alcuni fattori di rischio che favoriscono l’insorgenza di questo tipo di cancro - aggiunge Conti, responsabile dell’Urologia al Sant’Anna di Como -. Si calcola che in totale oltre un terzo dei casi di tumore renale possa essere collegato al fumo di sigaretta. E il 30 per cento è attribuibile al sovrappeso o all’obesità». Esistono inoltre delle persone che devono essere considerate “sorvegliate speciali”: chi soffre di malattia renale policistica, sottoposto a dialisi per lungo tempo, presenta un rischio fino a 30 volte maggiore di sviluppare la neoplasia. «I parenti di primo grado di malati con carcinoma renale possono avere una probabilità quattro volte maggiore di essere colpiti dallo stesso tumore rispetto alla popolazione generale - prosegue Giuseppe Procopio, responsabile dell’Oncologia Medica Genitourinaria all’Istituto Nazionale Tumori Milano -. Particolarmente esposti al rischio sono anche i lavoratori costretti ad un’esposizione prolungata ai derivati del petrolio, torotrast o zinco. Infine non va sottovalutata l’ipertensione, una delle patologie croniche più diffuse e che interessa oltre 15 milioni d’italiani: aumenta del 60 per cento le probabilità d’insorgenza della malattia uro-oncologica». Quali le cure più efficaci oggi? «La chirurgia mantiene il suo ruolo fondamentale per la guarigione -. risponde Renzo Colombo, vice presidente SIUrO -. La ricerca medico-scientifica ha poi messo a punto nuovi strumenti estremamente efficaci: le terapie a bersaglio molecolare hanno rivoluzionato la lotta ad una neoplasia nella quale la chemioterapia si è storicamente dimostrata poco utile. Rispetto ai decenni precedenti la qualità di vita dei pazienti è quindi notevolmente migliorata. È comunque fondamentale farsi curare da un team multidisciplinare (costituito da urologo, oncologo, anatomopatologo, radiologo e altri specialisti a seconda del singolo caso) che elabora il piano di trattamento tenendo conto di vari fattori quali l’età e le condizioni generali del paziente, il tipo e lo stadio del tumore, la presenza di malattie concomitanti ed eventuali farmaci associati». Nei casi di malattia avanzata o metastatica il tasso di sopravvivenza a 5 anni è del 12 per cento, «ma in graduale aumento grazie all’avvento di terapie più innovative - conclude Procopio -. Oggi disponiamo di diversi farmaci in grado di rallentare o bloccare la crescita del tumore, ridurre le metastasi e nel complesso allungare e migliorare la vita dei malati: possiamo scegliere a seconda delle caratteristiche della malattia, ma anche basandoci sul singolo paziente (valutando ad esempio effetti collaterali e altre patologie di cui soffre). Da pochi giorni gli oltre 4.400 pazienti italiani colpiti da carcinoma renale avanzato hanno poi a disposizione, come trattamento di prima linea, un nuovo farmaco orale (cabozantinib): un inibitore antiangiogenetico che può bloccare la proliferazione cellulare attraverso l’inibizione della formazione di nuovi vasi sanguigni necessari al tumore per nutrirsi. La cura è appena stata approvata sia per i pazienti che devono ancora eseguire il loro primo trattamento, sia per quelli precedentemente trattati con terapia contro il fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF). Studi di fase II e III hanno inoltre evidenziato come la molecola sia capace di ridurre le metastasi ossee e cerebrali che sono tipiche della patologia uro-oncologica. Si aprono quindi interessanti prospettive che dovranno essere monitorate e quantificate da nuove indagini scientifiche».

·        Tumore alla vescica. Rischio Femminile.

Tumore alla vescica, ecco perché il rischio è più alto per le donne italiane. Pubblicato martedì, 15 ottobre 2019 da Corriere.it. Sebbene non se ne parli spesso, il carcinoma della vescica è la quinta forma di cancro più frequente in Italia con circa 27.100 nuovi casi diagnosticati nel 2018 nel nostro Paese: 21.500 tra gli uomini e 5.600 tra le donne. Nonostante ad ammalarsi siano soprattutto gli uomini, sono le donne a rischiare di più la vita perché nel sesso femminile la diagnosi arriva troppo spesso in ritardo. A richiamare l’attenzione su questa malattia ancora poco conosciuta e sottostimata e dare una spiegazione delle differenze fra i due sessi sono gli esperti della Società Italiana di Urologia (Siu), in chiusura del congresso nazionale dell’associazione tenutosi in questi giorni a Venezia. «Circa un quarto dei casi di tumore della vescica è attribuibile ad esposizioni lavorative in settori dove vengono impiegati soprattutto gli uomini - spiega Walter Artibani, professore di Urologia all’Università di Verona e Segretario generale della Siu -. È noto, infatti, l’aumento di incidenza di carcinoma uroteliale tra gli occupati nelle industrie dei coloranti derivati dall’anilina e delle ammine aromatiche (benzidina, 2-naftilamina), sostanze chimiche generate soprattutto nella produzione di vernici e pigmenti per tessuti, pelle e carta, oltre che nell'industria della gomma e del catrame». Il rischio di sviluppare la malattia è molto più alto nei maschi, ma il numero di nuovi casi maschili è in riduzione, mentre sono in lieve aumento quelli femminili. Un aumento che, come accade nel cancro ai polmoni, è in gran parte spiegabile con il numero crescente di fumatrici: il tabacco è infatti responsabile di circa la metà di tutti i tumori al tratto urinario. «Il fumo è responsabile di almeno il 50 per cento dei tumori delle vie urinarie - sottolinea Artibani -. Non dimentichiamo, infatti, che la vescica è l’organo che ha il compito di raccogliere l’urina che viene filtrata dai reni, prima di essere eliminata dal corpo. I tabagisti hanno da 4 a 5 volte più probabilità di ammalarsi rispetto ai non fumatori, ma il rischio si riduce con la cessazione del fumo, tornando dopo circa 15 anni approssimativamente quello dei non fumatori». Ma perché le donne sono più in pericolo? «A causa della diagnosi troppo spesso tardiva, nel sesso femminile la malattia viene diagnosticata in fase avanzata - risponde l’esperto -. E questo perché le interessate tendono a sottovalutare i sintomi. Non esistono segni specifici che permettano una diagnosi precoce: il principale segnale di un carcinoma vescicale è la presenza di sangue nelle urine. Altre spie iniziali possono essere la necessità di urinare più frequentemente, l’urgenza, il dolore o la difficoltà all’atto di urinare. Sono sintomi comuni ad altre malattie urinarie, anche non gravi e le donne tendono a sottovalutarli perché più frequentemente soffrono di cistiti o di perdite ematiche, nelle urine e non, collegate al ciclo mestruale o meno. Tendono così a non allarmarsi, a ritardare la visita dallo specialista o gli accertamenti e arrivano a scoprire la neoplasia tardivamente, quando le cure devono essere più aggressive. È bene parlarne subito con il proprio medico, che provvederà a far eseguire gli accertamenti più opportuni, in caso di qualsiasi episodio di ematuria macroscopica (anche episodico) o microscopica ripetuta. Sono meritevoli di approfondimento diagnostico con ecografia addominopelvica, citologie urinarie e cistoscopia a seconda dei casi: indagini che permettono di escludere la presenza di un tumore vescicale o di arrivare a una diagnosi precoce, cui è legata una prognosi migliore e maggiori possibilità terapeutiche, anche conservative». In Italia vivono oggi 269mila persone che hanno avuto una diagnosi di tumore della vescica (212mila uomini e 57mila donne): il 79 per cento di chi si ammala è vivo a cinque anni dalla diagnosi. Merito anche delle molte tipologie di cure oggi disponibili, che vanno stabilite in base al preciso tipo di neoplasia. «Ci sono due grandi categorie di tumori vescicali - chiarisce Artibani -, quelli superficiali che non infiltrano in profondità la parete vescicale, e quelli infiltranti che invece coinvolgono anche il tessuto muscolare. Le forme superficiali tendono a recidivare richiedendo valutazioni e trattamenti plurimi nel corso degli anni ma, se ben trattate, raramente progrediscono. Di norma per curarle si ricorre a metodiche non invasive con resezioni endoscopiche seguite, su necessità, da instillazioni vescicali con chemioterapici a base di mitomicina o immmunoterapia. Mentre le forme infiltranti muscolo invasive, piuttosto aggressive, richiedono trattamenti tempestivi, invasivi ed integrati. La terapia standard prevede l’asportazione della vescica e dei linfonodi e quindi una derivazione urinaria, esterna (la cosiddetta stomia con sacchettino) o mediante la ricostruzione di una neovescica. Quando possibile è poi indicata e vantaggiosa una chemioterapia sistemica preoperatoria neoadiuvante a base di cisplatino o in casi selezionati la terapia trimodale (che consiste nella resezione endoscopica massimale associata a chemioterapia sistemica e radioterapia). Quest’ultima soluzione, di cui vi sono diverse evidenze di efficacia, va valutata da un team multidisciplinare formato da un urologo, oncologo e radioterapista». Infine, recentemente si sono aperte nuove speranze di cura anche per i tumori vescicali metastatici nei quali l’immunoterapia, in casi selezionati, sembra dare risultati prima insperati. «Dopo quasi 30 anni senza grandi progressi adesso ci sono novità molto promettenti - sottolinea Sergio Bracarda, direttore dell’Oncologia medica dell’azienda ospedaliera Santa Maria di Terni -. Riguardano soprattutto quei malati più “difficili”, con un tumore giunto allo stadio avanzato e per i quali fino ad oggi l’unica opzione disponibile era una chemioterapia “impegnativa”, non di rado neppure somministrabile sfruttando al meglio le sue potenzialità terapeutiche perché troppo pesante da tollerare. Ad esempio, durante il recente congresso della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo) di Barcellona, sono stati presentati i risultati di uno studio (di fase III, IMvigor130) che, nei pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico non precedentemente trattati, ha valutato l’efficacia dell’immunoterapia con atezolizumab abbinata a chemioterapia a base di platino confrontandola con la sola chemioterapia nel trattamento di prima linea. La combinazione si è dimostrata più efficace rispetto alla sola chemio nel ridurre il rischio di peggioramento della malattia e questi esiti, lungamente attesi, riconfermano l’importante ruolo rivestito dal sistema immunitario nel controllo anche di questa neoplasia, particolarmente complessa anche dal punto di vista della popolazione trattata e dimostrano a fronte di una buona tolleranza della combinazione la possibilità di integrare risorse terapeutiche diverse nell’ottica di una sempre maggior personalizzazione delle scelte».

·        Uomini e prostata.

Tina Simoniello per “Salute - la Repubblica” il 4 dicembre 2019. Timore, pudore o mancanza di informazioni. Fatto sta che mentre le ragazze fanno diligentemente la loro prima visita dal ginecologo, i ragazzi dal medico non ci vanno. E considerato che non esiste più quel momento fatidico della visita di leva, che a 18 anni era in grado di individuare le patologie maschili che potevano mettere a rischio la salute sessuale e riproduttiva dei maschi, oggi si può dire che i giovani maschi non facciano prevenzione. Per questo motivo l' iniziativa della regione Lazio è particolarmente importante, perché porterà i ragazzi a farsi controllare nello studio del medico. I numeri fotografano bene il problema: 8 maschi su 10 non sono mai andati dall' urologo e 4 su 10 ritengono che, a meno di non sentire dolori o disturbi, andare dal medico sia inutile. Eppure anche loro, come le donne, soffrono di patologie tipiche del loro sesso. Dal tumore del testicolo, che colpisce soprattutto tra i 20 e i 40 anni, a quello della prostata, il più frequente tra i maschi, con 35mila nuovi casi l' anno in Italia. Dall' ipertrofia prostatica benigna, che riguarda oltre la metà degli uomini sopra i 60, al varicocele, nel 20- 40% dei giovani infertili. E poi l' impotenza, che tocca fino al 50% degli ultracinquantenni almeno una volta nella vita, e le prostatiti, che colpiscono soprattutto tra i 20 e i 40 anni. Malattie che impattano sensibilmente sulla vita personale e relazionale di chi ne soffre. E che in tanti casi si possono prevenire o diagnosticare per tempo. «A 20 anni e anche prima i ragazzi devono eseguire periodicamente l' autopalpazione dei testicoli per identificare eventuali noduli anomali - spiega Francesco Montorsi, primario dell' Unità di Urologia all' Irccs ospedale San Raffaele di Milano - che potrebbero indicare la presenza del tumore del testicolo, una malattia relativamente rara ma con un' incidenza massima tra i 20 e 40 anni » . Un autoesame semplice che si esegue passando pollice e indice sulla superfice dei testicoli. « I ragazzi non devono aver paura - dice l' esperto - perché se la diagnosi è tempestiva si guarisce nel 99% dei casi». Dopo i 40 anni, sarebbe opportuno sottoporsi al test del Psa, l' antigene prostatico specifico, una proteina prodotta dalle cellule della prostata. Un valore elevato potrebbe indicare un tumore ma anche condizioni benigne e comuni, come la prostata ingrossata. Se il Psa è normale si ripete ogni 3 anni, se è alto bisogna approfondire. In questo caso le più recenti linee guida della Eau, la società europea di urologia, raccomandano la risonanza magnetica multiparametrica o RMmp. «Un esame affidabile e non invasivo - dice Montorsi - che intercetta eventuali zone sospette all' interno della ghiandola. Solo in pochi fanno il dosaggio del Psa prima dei 60 anni: tutte le società scientifiche lo raccomandano, soprattutto quando c' è familiarità per il tumore della prostata, ma nessun paese recepisce le raccomandazioni. E dire che si tratta di un prelievo del sangue, poco costoso e facilmente interpretabile anche da un non specialista». Si stima che fino al 50% degli ultracinquantenni abbia avuto un episodio di disfunzione erettile. Un problema per il quale esistono soluzioni anche farmacologiche efficaci, e che si può prevenire con corretti stili di vita. « Una regolare attività fisica fin da giovani si associa a una migliore attività sessuale, così come mantenere il peso forma e giusti valori di trigliceridi e colesterolo » , dice l' esperto. Dalle informazioni raccolte dalla campagna # Controllati2018, promossa dalla Siu, la Società italiana di urologia, su oltre 2800 maschi, età media 55 anni, risulta che chi svolge un' attività fisica moderata- intensa da giovane ha un rischio di impotenza ridotto del 20% rispetto ai sedentari. « D' altronde - spiega Montorsi - movimento e alimentazione agiscono sulla pressione del sangue, che ha che vedere con l' erezione. Come il fumo che, oltre a essere un fattore di rischio per i tumori di prostata e vescica, impatta negativamente sulla circolazione e quindi sulla possibilità di avere erezioni soddisfacenti». L' alimentazione aiuta a prevenire le prostatiti, infiammazioni frequenti tra i 30 e i 50 anni. «L' indicazione è bere più di 2 litri al giorno di acqua. Cosa che protegge anche dall' ipertrofia prostatica benigna, frequente dalla mezza età. Inoltre una buona attività sessuale ha un ruolo protettivo», conclude l' esperto.

Ipertrofia benigna della prostata per l'80% degli over 65. In tutto 3 milioni e 357mila anziani evitano le cure. Più attenzione agli stili di vita sani: il 36% è sedentario. La Repubblica il 23 novembre 2019. E' una malattia "sommersa". In Italia vivono circa 5 milioni e 995mila uomini over 65. Di questi, l’80%, quasi 4 milioni e 800 mila cittadini è colpito da ipertrofia prostatica benigna. Ma troppi, almeno il 70%, evitano le cure e considerano i sintomi della malattia come conseguenze inevitabili legate all’età. Ne parlano poco anche con il medico di famiglia oppure ricorrono al ‘fai da te’. Un atteggiamento che accomuna i più anziani con i giovani adulti, perché la malattia è sottostimata e sottotrattata anche negli under 50.

Non si cura e può peggiorare. Si tratta di un “sommerso” preoccupante, perché i sintomi dell’ipertrofia prostatica benigna sono simili a quelli di altre malattie, tra cui il cancro alla prostata. Spetta al medico il compito di escluderle e, di fronte ai primi sintomi, è necessario rivolgersi al clinico. L’allarme per la “terra di nessuno” in cui sono lasciati gli anziani colpiti da ipertrofia prostatica benigna viene da CosmoSenior in corso a Rimini, il più grande appuntamento dedicato ai cittadini over 65, giunto alla settima edizione e organizzato da Senior Italia FederAnziani.

I farmaci. “Oggi vi sono farmaci in grado di controllare in modo efficace la patologia – spiega Vincenzo Mirone, direttore della Scuola di specializzazione in Urologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II -. In particolare, l’estratto esanico di Serenoa repens agisce con un potente effetto anti infiammatorio. Riduce in maniera significativa, di circa il 30%, l’infiammazione all’origine della malattia. Il farmaco, che deve essere prescritto dal medico, ha efficacia nella gestione di sintomi e disturbi urinari di origine prostatica, comprovata da numerose pubblicazioni in letteratura e certificata da enti come l’agenzia regolatoria europea, l'Ema. Il punto di forza dell’estratto esanico di Serenoa repens, soprattutto nel paziente over 70, è l’ottimo profilo di tollerabilità. Al contrario degli alfa litici e degli inibitori della 5-alfareduttasi, non impatta negativamente sulla sfera sessuale (desiderio, erezione ed eiaculazione). Inoltre, non provoca un eccessivo abbassamento della pressione, in persone spesso già in trattamento farmacologico per ipertensione. Infine, non alterando i valori di PSA, permette lo screening e la diagnosi precoce del tumore della prostata”.

Dopo i 50 anni. L’ipertrofia prostatica benigna colpisce più di sei milioni di cittadini over 50.  "Ma almeno 3 milioni e 357mila over 65 non la curano. Nell’immaginario comune, l’anziano deve rassegnarsi a soffrire di problematiche urinarie legate all’invecchiamento. Al contrario, esistono numerose terapie mediche e chirurgiche. Se non trattata in modo tempestivo e appropriato, l’ipertrofia prostatica benigna - spiega Antonio Magi, segretario generale Sumai (Sindacato Unico Medicina Ambulatoriale Italiana e Professionalità dell’Area Sanitaria) -. può causare seri disturbi, ad esempio ritenzione urinaria acuta, una condizione che richiede l’intervento di cateterizzazione, fino all’asportazione chirurgica della prostata. Ciononostante, la maggior parte degli uomini richiede un consulto medico solo quando manifesta già da tempo i sintomi”.

Colpisce anche a 30 anni. La malattia colpisce anche i più giovani (circa l’8% dei 31-40enni), interessa il 50% dei 51-60enni, il 70% dei 61-70enni per arrivare al 90% negli over 80. “Nei pazienti al di sotto dei 50 anni, i sintomi e disturbi legati alla prostata sono spesso ascritti ad un quadro non meglio specificato di ‘prostatite’, che si ritiene erroneamente dovuta ad un’infezione di origine batterica – spiega Mirone -. Molti giovani con disturbi urinari vengono pertanto sottoposti a numerosi cicli di antibioticoterapia, senza risolvere il quadro clinico. Le terapie comportamentali e mediche in molti casi non vengono prescritte. Da qui il ‘sommerso’ che riguarda anche i quarantenni”. I sintomi più frequenti della malattia sono rappresentati dai disturbi minzionali distinti in due categorie. Sintomi urinari ostruttivi, causati dall’ingrandimento della prostata, che determina compressione e ostruzione delle vie urinarie. Tipici sintomi urinari ostruttivi sono il getto urinario rallentato, la minzione in più tempi e la sensazione di mancato svuotamento vescicale (“tenesmo”). I sintomi urinari irritativi sono legati prevalentemente ad alterazioni della vescica, che avvengono come conseguenza della malattia. Sono rappresentati dalla necessità di urinare spesso durante la giornata (“pollachiuria”), dalla necessità di alzarsi più volte durante la notte per urinare (“nicturia”), dall’urgenza minzionale fino all’incontinenza urinaria da urgenza.

Più esercizio fisico. Numerosi studi scientifici suggeriscono che un’attività fisica moderata e regolare (ad esempio camminare, nuotare, giocare a tennis, andare in bicicletta o fare ginnastica in palestra almeno tre volte a settimana) possa ridurre significativamente i disturbi urinari legati alla malattia. Gli anziani, però, sono poco propensi a seguire le regole della prevenzione. In Italia, il 36,1% degli uomini over 65 è completamente sedentario, il 48,2% è in sovrappeso, il 13,4% obeso, e il 32,6% consuma alcol in quantità che possono danneggiare la salute.

«Corriere Salute»: prostata, quello che gli uomini non dicono. Pubblicato mercoledì, 06 novembre 2019 su Corriere.it da Vera Martinella. Dall’ipertrofia prostatica ai disturbi della sfera sessuale. Pubblichiamo in anteprima una parte dell’articolo di apertura del nuovo «Corriere Salute». Potete leggere il testo integrale sul numero in edicola gratis giovedì 7 novembre oppure in Pdf sulla Digital Edition del «Corriere della Sera». Si parla anche del «Tempo della Salute» con il programma e gli ospiti dei due giorni di incontri, dibattiti, tavole rotonde al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano il 9 e il 10 novembre. Convincere gli uomini a fare una visita urologica resta un’impresa titanica. Nonostante le molte sollecitazioni da parte della comunità medica il messaggio fatica a passare: la maggior parte dei maschi non vuole farsi vedere da un medico, se non in presenza di sintomi allarmanti o di un problema che perdura da molto tempo, peggiora ed è ormai diventato insostenibile. «Così spesso si condannano a convivere con disturbi che potrebbero essere alleviati e arrivano a curarsi quando la situazione è compromessa e la terapia dev’essere più invasiva — sottolinea Luca Carmignani, presidente di Fondazione Siu (Società italiana urologia), che si è impegnata a fianco di Fondazione Umberto Veronesi nel progetto dedicato alla Salute al Maschile (Sam) nato nel 2015 per sensibilizzare gli uomini di tutte le età a prendersi cura della propria salute —. Lo abbiamo appurato anche durante il tour appena concluso, che ha girato 13 città italiane per sensibilizzare il pubblico maschile di tutte le età sull’importanza della prevenzione. Gli interessati, soprattutto se giovani, venivano trascinati dalle compagne a parlare con i medici che erano a disposizione gratuitamente. Ad occuparsi del loro benessere, insomma, sono ancora spesso le donne».

 Da maggio a novembre due «Ducato», messi a disposizione da Fiat Chrysler hanno girato 13 piazze italiane con a bordo materiale informativo e, grazie alla collaborazione degli urologi di Fondazione Siu, era possibile ricevere un consulto specialistico. «Vogliamo diffondere la cultura della prevenzione declinata al maschile — dice Monica Ramaioli, direttore generale di Fondazione Umberto Veronesi —. Ancora oggi in Italia meno del 5% dei ragazzi sotto i 20 anni ha fatto una visita dall’urologo, mentre più del 40% delle ragazze coetanee è stata almeno una volta dal ginecologo. Il progetto Sam è nato per incentivare concretamente gli uomini a “farsi vedere”, promuovere la prevenzione delle patologie tipicamente maschili e sostenere, tramite borse di ricerca, medici e scienziati che lavorano per combattere le malattie che colpiscono maggiormente gli uomini».  

Fabrizio Assandri per “la Stampa” il 23 ottobre 2019. Sono più di sei milioni gli italiani colpiti da ipertrofia prostatica benigna, l' ingrossamento e l' infiammazione della prostata che può avere gravi conseguenze, fino alla ritenzione urinaria acuta e all' inevitabile ricorso al bisturi. Senza dimenticare che alcuni sintomi sono comuni a quelli del cancro prostatico. Eppure solo il 22% dei pazienti segue correttamente le terapie. E molti non sanno nemmeno di avere quella che è una vera e propria malattia e si «curano» con il fai-da-te. I sintomi sono sottovalutati, spesso considerati inevitabili, perché legati all' età. Anche per questo, nel congresso della Società Italiana di Urologia organizzato a Venezia, si è discusso della necessità di una campagna di comunicazione che spinga gli uomini a fare prevenzione come le donne, per le quali la visita ginecologica non è un tabù. «La necessità di alzarsi più volte durante la notte per urinare, l' urgenza di vuotare la vescica in modo frequente anche durante il giorno e il getto di urina sempre più debole, con una sensazione di mancato svuotamento: sono i sintomi dell' ipertrofia prostatica benigna - spiega Cosimo De Nunzio, del dipartimento di urologia dell' Ospedale Sant' Andrea, Università La Sapienza di Roma -. Sullo sviluppo della malattia incidono molti fattori: invecchiamento, modificazioni ormonali, insulino-resistenza, aumentata attività del sistema nervoso simpatico e infiammazione cronica. Quest' ultima svolge un ruolo chiave nel favorire l' ipertrofia prostatica benigna ed è presente in tre pazienti su quattro affetti da sintomi del tratto urinario inferiore». L' infiammazione si associa all' ingrossamento del volume prostatico. «Per questo deve essere tenuta in considerazione come obiettivo terapeutico - mette in guarda De Nunzio - e va curata». Spesso, però, anche chi è in cura, non si attiene alla terapia. Basta sentirsi meglio e molti la abbandonano. Ma per guarire possono servire fino a sette mesi di terapie. «Solo il clinico - continua - è in grado di trattare l' ipertrofia che, se trascurata, può progredire fino a causare ritenzione urinaria con l' impossibilità di vuotare la vescica: la «vittima» è proprio lei. Il tessuto muscolare può aumentare di volume per vincere la resistenza della prostata. Il rischio è di "sfiancarla" e di far soffrire i reni». Significativo lo studio pubblicato sul «World Journal of Urology», condotto su 100 pazienti: dimostra, per la prima volta attraverso una doppia biopsia prostatica, il ruolo di una molecola, l' estratto esanico di Serenoa repens, nel ridurre in modo statisticamente significativo l' infiammazione. E' un farmaco che si assume dietro prescrizione medica. «Prima abbiamo eseguito una biopsia prostatica in pazienti poi divisi in due gruppi: uno trattato per sei mesi con estratto esanico di Serenoa repens e uno che non aveva seguito terapie - spiega Stavros Gravas, autore dello studio e direttore di urologia all' Università greca della Tessaglia -. Dopo sei mesi è stata fatta una seconda biopsia: i pazienti che avevano ricevuto il trattamento presentavano una riduzione significativa dell'infiammazione. Nella pratica clinica si traduce in un netto miglioramento dei sintomi». Andrea Salonia, urologo all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, mette in luce che «il ruolo centrale del farmaco, in associazione con gli alfa litici, è dimostrato. Uno studio ha evidenziato l'efficacia della combinazione tra estratto esanico di Serenoa repens e un alfa litico nel ridurre i sintomi della malattia rispetto all' alfa litico da solo». La ricerca ha coinvolto 180 pazienti trattati per un anno. L'Ema, l' Agenzia europea per i medicinali, già nel 2015, aveva redatto un «report» che indica l' estratto esanico come l' unico estratto di Serenoa repens «in grado di sostenere un ampio utilizzo».

R.M. per “il Messaggero” il 20 novembre 2019. Otto italiani su 10 non si sono mai sottoposti a una visita dall'urologo, in un Paese che vede 25 milioni di uomini sopra i 15 anni. Pigrizia, vergogna, pudore fanno ancora della salute al maschile un grande tabù, eppure proprio gli spermatozoi rappresentano un importante marker della qualità di vita e sono una un campanello d'allarme per varie malattie.

L'ALLARME. Sono gli andrologi ad alzare la voce dal momento che negli ultimi decenni, per le cause più diverse, la fertilità maschile si è quasi dimezzata. Come è stato ricordato in occasione del convegno AndroDay della Fondazione PRO benessere al maschile che ha lanciato la campagna «Semi di salute» di prevenzione per l'uomo. «Partirà a gennaio 2020 e sarà un'operazione di sensibilizzazione sul benessere al maschile - annuncia Vincenzo Mirone, presidente di Fondazione PRO, ordinario di Urologia e direttore della Scuola di specializzazione in Urologia alla Università di Napoli Federico II -. Il seme maschile è un possibile marker dello stile di vita. Useremo lo spermiogramma, insieme a visite gratis ed altri esami di screening, per valutare lo stato di salute del ragazzo, dell'uomo e dell'anziano». Un dato, emerso dal gruppo di studio dell'università napoletana, disegna la situazione: è stato fatto un confronto tra le analisi del liquido seminale di ragazzi di 35 anni del 1989 e ragazzi della stessa età di oggi. La fertilità degli spermatozoi è risultata dimezzata del 50 per cento. Per l'inquinamento, per il cibo per motivi ancora sconosciuti. Per allertare i giovani e i meno giovani ad occuparsi della salute il progetto prevede 220 eventi fino a giugno in ogni regione italiana.

IL FUMO. Testimonial sarà Carlo Verdone. L'attenzione sarà concentrata sui comportamenti scorretti (sedentarietà, alimentazione, fumo e alcool) nemici di sessualità e fertilità maschile. Particolare attenzione, durante l'incontro, è stata data all'alimentazione: tanta verdura e frutta di stagione, carne rossa solo quattro volte al mese. Regola aurea: variare sempre i cibi. «La tutela della salute - aggiunge Ettore Prandini, presidente di Coldiretti che collabora al progetto - passa anche dalla capacità di ricostruire il legame tra i prodotti dell'agricoltura e il cibo che portiamo in tavola».

L'ESAME. Studi recenti hanno dimostrato l'efficacia dell'impiego dell'esame del liquido seminale come marcatore biologico, più affidabile rispetto a sangue ed urina, per valutare lo stato di esposizione ambientale ad agenti tossici. «Lo spermiogramma- spiega ancora Mirone - sarà promosso per la prevenzione delle malattie dell'apparato riproduttivo». Negli uomini con malattie endocrine, circolatorie, genitourinarie e della pelle, si osservano infatti tassi di anomalie dello sperma più alti della norma. E, con analisi anormali dello sperma, si ha un'incidenza di cancro ai testicoli 20 volte maggiore. Associazioni simili sono state rilevate per il cancro del colon-retto e della prostata.

Prostata, questa sconosciuta: solo un over 50 su quattro sa a cosa serve. Pubblicato sabato, 12 ottobre 2019 su Corriere.it da Vera Martinella. Sei milioni di italiani soffrono l’ingrossamento della ghiandola e non ne conoscono i sintomi. Maschi restii ai controlli, ma dai 40 anni in poi serve una visita annuale. È uno scenario sconfortante quello che emerge da un’indagine che ha coinvolto oltre 3mila uomini europei, tutti ultra 50enni: solo il 26 per cento degli interpellati è in grado di spiegare a cosa serve la ghiandola prostatica e soltanto il 38 per cento sa cosa sia l’ipertrofia prostatica benigna, una patologia che (in misura più o meno lieve) riguarda praticamente tutti i maschi dai 50 anni in poi. E c’è di peggio: un risicato 17 per cento degli intervistati sa che i sintomi che a un certo punto si manifestano non sono «normali» spie dell’invecchiamento. L’unica speranza? Che gli italiani siano più informati dei loro coetanei britannici, tedeschi e francesi, che sono stati ingaggiati nel sondaggio voluto dalla European Association of Urology e in cui esiti sono stati da poco resi noti. I risultati dell’indagine saranno analizzati dagli esperti durante i lavori del 92esimo congresso della Società Italiana di Urologia (Siu) che prende il via sabato 12 ottobre al Lido di Venezia. «Non ne sarei così certo - commenta Salvatore Voce, presidente della Siu e direttore della Struttura Complessa di Urologia all’AUSL di Ravenna -. Nella nostra pratica clinica quotidiana anche noi urologi italiani ci troviamo spesso a dover fornire al paziente dei ragguagli anatomici sull’esatta posizione della ghiandola prostatica e a dover spiegare che certi cambiamenti sono avvisaglie di una ben precisa patologia (l’ipertrofia prostatica appunto) e non soltanto cambiamenti dovuti all’età. Anche la quantità di uomini che cercano risposte su Google prima che dal medico è purtroppo comune all’Europa, ma a nostro favore credo sia invece il confronto con le partner: soltanto il 13 per cento degli “stranieri” intervistati dice che ne parlerebbe con la compagna, mentre in Italia spesso sono proprio le donne a spingere il paziente a riferire la propria sintomatologia al medico curante o allo specialista». Secondo le statistiche più recenti oltre 6 milioni di italiani soffrono di ipertrofia prostatica benigna (IPB) e di LUTS associati (acronimo in lingua inglese per Lower Urinary Tract Symptoms, che indica un insieme di sintomi del basso tratto urinario). «È una malattia benigna della ghiandola prostatica che, con l’aumentare dell’età, incrementa naturalmente di volume - spiega Walter Artibani, urologo e segretario generale Siu -. Si calcola che colpisca il 5-10 per cento degli uomini di 35-40 anni di età, circa la metà dei 50-60enni e la sua incidenza cresca fino a interessare il 90 per cento degli ultra 80enni. Nella metà dei casi è asintomatica e si manifesta con difficoltà a iniziare la minzione, bruciore durante la minzione, aumentata frequenza, anche notturna, senso di urgenza e di vescica non vuota e dolore al basso ventre. Alcuni pazienti lamentano, inoltre, presenza di sangue nello sperma ed eiaculazione dolorosa. In alcuni casi, può esser presente febbre con brivido». «Prevenzione e diagnosi precoce sono gli unici strumenti efficaci per contrastare le malattie dell’apparato riproduttivo maschile che possono interessare ragazzi e uomini ad ogni età - ricorda Luca Carmignani, responsabile dell'Unità Operativa di Urologia all’IRCCS Policlinico San Donato e presidente di Fondazione Siu, che si è impegnata a fianco di Fondazione Umberto Veronesi nel progetto dedicato alla Salute al Maschile (SAM) nato nel 2015 per sensibilizzare gli uomini di tutte le età a prendersi cura della propria salute -. I maschi si trascurano, sono restii ai controlli e tendono ad andare dal medico solo quando il problema è diventato intollerabile. Invece a partire dai 40 anni una visita annuale dall’urologo può aiutare a riconoscere i primi sintomi di malattie molto diffuse, quali infezioni legate all’attività , alterazioni della fertilità, disfunzioni sessuali (come i disturbi dell’erezione), prostatite (un processo infiammatorio che colpisce circa un maschio su quattro, specie sopra i 65 anni di età) e ipertrofia prostatica. Senza dimenticare i tumori, che se scoperti agli inizi si possono curare più semplicemente e con maggiori probabilità di guarire del tutto». «Con una diagnosi precoce è possibile impostare un regime terapeutico su misura del paziente e ridurre l’impatto della patologia sulla qualità di vita - sottolinea Salvatore Voce -. Per impostare una corretta terapia farmacologica è necessario identificare il paziente in base alla sintomatologia. L’utilizzo di un semplice test standardizzato come l’IPSS (International Prostate Symptoms Score), sommato alla diagnostica strumentale e a un approfondito esame obiettivo, ci permette di suddividere i pazienti in tre categorie: con sintomi (LUTS) lievi, moderati e severi. In base al profilo del singolo uomo, poi, si possono utilizzare diverse strategie, che prendano in considerazione non solo la patologia prostatica, ma la persona a 360 gradi con tutte le sue necessità e le eventuali patologie concomitanti». «Per i pazienti con sintomi moderati già la modifica dello stile di vita e dell’alimentazione possono migliorare i LUTS» spiega Artibani. Basta, ad esempio, bere in modo più «intelligente»: non più di un litro e mezzo d'acqua al giorno, evitare l'assunzione di liquidi prima di mettersi in viaggio e due ore prima di andare a letto. Sempre per evitare i disturbi urinari tipici di chi soffre di ipertrofia sono sconsigliati cibi liquidi (tipo minestre), alcolici e caffè, soprattutto di sera, onde evitare di alzarsi per andare in bagno di notte. Le terapie iniziano solo quando i sintomi influenzano la normale attività quotidiana e si segue una tradizionale graduatoria, che va però sempre condivisa fra medico e paziente: in genere, le prime cure sono a base di farmaci e quando la situazione si fa più complessa si passa all’intervento di disostruzione della ghiandola. «E ogni terapia prescritta necessita di un follow-up ben definito - aggiunge Carmignani -, perché un peggioramento dei parametri uroflussometrici, dei sintomi e l’aumento del residuo vescicale post-minzionale rappresentano degli indicatori per la terapia chirurgica». «I pazienti con sintomi moderati -severi necessitano solitamente di un approccio farmacologico in primis con gli a-litici (la cui uroselettività nel tempo è andata sempre migliorando), con gli inibitori della 5-a reduttasi (5-ARI) e con l’uso di fitoterapici tra cui vale la pena ricordare gli estratti a base di Serenoa Repens - continua Artibani -. Sappiamo che questi farmaci non sono scevri da effetti collaterali, come l’eiaculazione retrograda transitoria per gli a-litici e la riduzione della libido e riduzione del volume di eiaculato per i 5-ARI: tuttavia una corretta informazione del paziente può aumentare la sua adesione alle terapie. Altre categorie farmacologiche utilizzate per l’ipertrofia prostatica benigna sono rappresentati dagli inibitori della 5-fosfodiesterasi (tadalafil) che, nella formulazione “giornaliera” può essere la terapia appropriata per il paziente con LUTS moderati associati a disfunzione erettile, e gli antimuscarinici che vengono utilizzati principalmente nel paziente con urgenza minzionale e pollachiuria (la necessità di urinare più volte».

Tumore della prostata. Il cancro della prostata è uno dei tumori più diffusi nella popolazione maschile, ma i dati relativi alla sopravvivenza sono incoraggianti. Airc.it il 2 maggio 2018.

Cos'è. Il tumore della prostata ha origine dalle cellule presenti all'interno di una ghiandola, la prostata, che cominciano a crescere in maniera incontrollata. La prostata è presente solo negli uomini, è posizionata di fronte al retto e produce una parte del liquido seminale rilasciato durante l'eiaculazione. In condizioni normali ha le dimensioni di una noce, ma con il passare degli anni o a causa di alcune patologie può ingrossarsi fino a dare disturbi soprattutto di tipo urinario. Questa ghiandola è molto sensibile all'azione degli ormoni, in particolare di quelli maschili, come il testosterone, che ne influenzano la crescita.

Quanto è diffuso. Il cancro della prostata è uno dei tumori più diffusi nella popolazione maschile e rappresenta circa il 20 per cento di tutti i tumori diagnosticati nell'uomo: le stime, relative all'anno 2017, parlano di 34.800 nuovi casi l'anno in Italia, ma il rischio che la malattia abbia un esito infausto è basso, soprattutto se si interviene in tempo. Lo dimostrano anche i dati relativi al numero di persone ancora vive dopo cinque anni dalla diagnosi - in media il 91 per cento - una percentuale tra le più alte in caso di tumore, soprattutto se si tiene conto dell'avanzata età media dei pazienti e quindi delle altre possibili cause di morte. Stando ai dati più recenti, circa un uomo su 8 nel nostro Paese ha probabilità di ammalarsi di tumore della prostata nel corso della vita. L'incidenza, cioè il numero di nuovi casi registrati in un dato periodo di tempo, è cresciuta fino al 2003, in concomitanza della maggiore diffusione del test PSA (antigene prostatico specifico, in inglese prostate specific antigene) quale strumento per la diagnosi precoce e successivamente a iniziato a diminuire.

Chi è a rischio. Uno dei principali fattori di rischio per il tumore della prostata è l’età: le possibilità di ammalarsi sono molto scarse prima dei 40 anni, ma aumentano sensibilmente dopo i 50 anni e circa due tumori su tre sono diagnosticati in persone con più di 65 anni. I ricercatori hanno dimostrato che circa il 70 per cento degli uomini oltre gli 80 anni ha un tumore della prostata, anche se nella maggior parte dei casi la malattia non dà segni di sé e viene trovata solo in caso di autopsia dopo la morte. Quando si parla di tumore della prostata un altro fattore non trascurabile è senza dubbio la familiarità: il rischio di ammalarsi è pari al doppio per chi ha un parente consanguineo (padre, fratello eccetera) con la malattia rispetto a chi non ha nessun caso in famiglia. Anche la presenza di mutazioni in alcuni geni come BRCA1 e BRCA2, già coinvolti nell'insorgenza di tumori di seno e ovaio, o del gene HPC1, può aumentare il rischio di cancro alla prostata. La probabilità di ammalarsi potrebbe essere legata anche ad alti livelli di ormoni come il testosterone, che favorisce la crescita delle cellule prostatiche, e l'ormone IGF1, simile all'insulina, ma che lavora sulla crescita delle cellule e non sul metabolismo degli zuccheri. Non meno importanti sono i fattori di rischio legati allo stile di vita: dieta ricca di grassi saturi, obesità, mancanza di esercizio fisico sono solo alcune delle caratteristiche e delle abitudini poco salubri, sempre più diffuse nel mondo occidentale, che possono favorire lo sviluppo e la crescita del tumore della prostata.

Tipologie. Nella prostata sono presenti diversi tipi di cellule, ciascuna delle quali può trasformarsi e diventare cancerosa; quasi tutti i tumori prostatici diagnosticati originano dalle cellule della ghiandola e sono di conseguenza chiamati adenocarcinomi (come tutti i tumori che hanno origine dalle cellule di una ghiandola). Oltre all'adenocarcinoma, nella prostata si possono trovare in rari casi anche sarcomi, carcinomi a piccole cellule e carcinomi a cellule di transizione. Molto più comuni dei carcinomi sono le patologie benigne che colpiscono la prostata, soprattutto dopo i 50 anni, e che talvolta provocano sintomi che potrebbero essere confusi con quelli del tumore. Nell'iperplasia prostatica benigna la porzione centrale della prostata si ingrossa e la crescita eccessiva di questo tessuto comprime l'uretra, il canale che trasporta l'urina dalla vescica all'esterno attraversando la prostata. Questa compressione crea problemi nel passaggio dell'urina.

Sintomi. Nelle fasi iniziali il tumore della prostata è asintomatico. Viene diagnosticato in seguito alla visita urologica, che comporta esplorazione rettale o controllo del PSA, con un prelievo del sangue. Quando la massa tumorale cresce, dà origine a sintomi urinari: difficoltà a urinare (in particolare a iniziare) o bisogno di urinare spesso, dolore quando si urina, sangue nelle urine o nello sperma, sensazione di non riuscire a urinare in modo completo. Spesso i sintomi urinari possono essere legati a problemi prostatici di tipo benigno come l'ipertrofia: in ogni caso è utile rivolgersi al proprio medico o allo specialista urologo che sarà in grado di decidere se sono necessari ulteriori esami di approfondimento.

Prevenzione. Non esiste una prevenzione primaria specifica per il tumore della prostata anche se sono note alcune utili regole comportamentali che si possono seguire facilmente nella vita di tutti i giorni: aumentare il consumo di frutta, verdura, cereali integrali e ridurre quello di carne rossa, soprattutto se grassa o troppo cotta e di cibi ricchi di grassi saturi. È buona regola, inoltre, mantenere il peso nella norma e tenersi in forma facendo attività fisica: è sufficiente mezz'ora al giorno, anche solo di camminata a passo sostenuto.

La prevenzione secondaria consiste nel rivolgersi al medico ed eventualmente nel sottoporsi ogni anno a una visita urologica, se si ha familiarità per la malattia o se sono presenti fastidi urinari.

Diagnosi. Il numero di diagnosi di tumore della prostata è aumentato progressivamente da quando, negli anni Novanta, l'esame per la misurazione del PSA è stato approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) americana. Sul suo reale valore ai fini della diagnosi di un tumore, però, il dibattito è aperto in quanto spesso i valori sono alterati per la presenza di una iperplasia benigna o di una infezione. Per questa ragione negli ultimi anni si è osservata una riduzione dell'uso di tale test. In particolare la misurazione sierica del PSA va valutata attentamente in base all'età del paziente, la familiarità, l'esposizione a eventuali fattori di rischio e la storia clinica. I sintomi urinari del tumore della prostata compaiono solo nelle fasi più avanzate della malattia e comunque possono indicare anche la presenza di patologie diverse dal tumore. È quindi molto importante che la diagnosi sia eseguita da un medico specialista che prenda in considerazione diversi fattori prima di decidere come procedere. Nella valutazione dello stato della prostata, il medico può decidere di eseguire il test del PSA e l'esplorazione rettale, che si esegue nell'ambulatorio del medico di base o dell'urologo, e permette a volte di identificare al tatto la presenza di eventuali noduli a livello della prostata. L'unico esame in grado di identificare con certezza la presenza di cellule tumorali nel tessuto prostatico è la biopsia prostatica. La risonanza magnetica multiparametrica è diventata fondamentale per decidere se e come sottoporre il paziente a tale biopsia, che viene eseguita in anestesia locale, ambulatorialmente o in day hospital, e dura pochi minuti. Grazie alla guida della sonda ecografica inserita nel retto vengono effettuati, con un ago speciale, circa 12 prelievi per via trans-rettale o per via trans-perineale (la regione compresa tra retto e scroto) che sono poi analizzati dal patologo al microscopio alla ricerca di eventuali cellule tumorali. La biopsia prostatica può essere anche eseguita in maniera mirata sotto la guida della risonanza magnetica multiparametrica effettuata in precedenza.

Evoluzione. Il tumore della prostata viene classificato in base al grado, che indica l'aggressività della malattia, e allo stadio, che indica invece lo stato della malattia. A seconda della fase in cui è la malattia si procede anche a effettuare esami di stadiazione come TC (tomografia computerizzata) o risonanza magnetica. Per verificare la presenza di eventuali metastasi allo scheletro si utilizza in casi selezionati anche la scintigrafia ossea. Il patologo che analizza il tessuto prelevato con la biopsia assegna al tumore il cosiddetto grado di Gleason, cioè un numero compreso tra 1 e 5 che indica quanto l'aspetto delle ghiandole tumorali sia simile o diverso da quello delle ghiandole normali: più simili sono, più basso sarà il grado di Gleason. I tumori con grado di Gleason minore o uguale a 6 sono considerati di basso grado, quelli con 7 di grado intermedio, mentre quelli tra 8 e 10 di alto grado. Questi ultimi hanno un maggior rischio di progredire e diffondersi in altri organi. Più recentemente è stato introdotto un nuovo sistema di classificazione il quale stratifica la neoplasia prostatica in cinque gradi in base al potenziale maligno e all'aggressività. Per definire invece lo stadio al tumore si utilizza in genere il sistema TNM (T =tumore), dove N indica lo stato dei linfonodi (N: 0 se non intaccati, 1 se intaccati) e M la presenza di metastasi (M: 0 se assenti, 1 se presenti). Per una caratterizzazione completa dello stadio della malattia, a questi tre parametri si associano anche il grado di Gleason e il livello di PSA alla diagnosi. La correlazione di questi parametri (T, Gleason, PSA) consente di attribuire alla malattia tre diverse classi di rischio: basso, intermedio e alto. In genere nel caso di un basso rischio (cioè di una malattia che difficilmente si diffonderà e darà luogo a metastasi) si può anche decidere di non procedere alla rimozione chirurgica della ghiandola, ma di limitarsi a monitorare l'eventuale evoluzione della patologia.

Come si cura. Oggi sono disponibili molti tipi di trattamento per il tumore della prostata ciascuno dei quali presenta benefici ed effetti collaterali specifici. Solo un'attenta analisi delle caratteristiche del paziente (età, aspettativa di vita eccetera) e della malattia (basso, intermedio o alto rischio) permetterà allo specialista urologo di consigliare la strategia più adatta e personalizzata e di concordare la terapia anche in base alle preferenze di chi si deve sottoporre alle cure. In alcuni casi, soprattutto per pazienti anziani o con altre malattie gravi, si può scegliere di non attuare alcun tipo di terapia e "aspettare": è quello che gli anglosassoni chiamano watchful waiting, una "vigile attesa" che non prevede trattamenti sino alla comparsa di sintomi. In pazienti che presentino caratteristiche della malattia a basso rischio esistono opzioni terapeutiche che consentono di posticipare il trattamento nel momento in cui la malattia diventi "clinicamente significativa", effettuando inizialmente solo controlli abbastanza frequenti (PSA, esame rettale, biopsia) che permettono di controllare l'evoluzione della malattia e verificare eventuali cambiamenti che meritano un intervento (“sorveglianza attiva”). Quando si parla di terapia attiva, invece, la scelta spesso ricade sulla chirurgia radicale. La prostatectomia radicale - la rimozione dell'intera ghiandola prostatica e dei linfonodi della regione vicina al tumore - viene considerata un intervento curativo, se la malattia risulta confinata nella prostata. Grazie ai notevoli miglioramenti degli strumenti chirurgici, oggi l'intervento di rimozione della prostata può essere effettuato in modo classico (prostatectomia radicale retro pubica aperta) o per via robotica. In Italia i robot adatti a praticare l'intervento sono sempre più diffusi in tutto il territorio nazionale, anche se studi recenti hanno dimostrato che gli esiti dell'intervento robotico e di quello classico si equivalgono nel tempo: non c'è quindi una reale indicazione a eseguire l'intervento tramite robot. Per i tumori in stadi avanzati, il bisturi da solo spesso non riesce a curare la malattia e vi è quindi la necessità di associare trattamenti come la radioterapia o la ormonoterapia. Per la cura della neoplasia prostatica, nei trattamenti considerati standard, è stato dimostrato che anche la radioterapia a fasci esterni è efficace nei tumori di basso rischio, con risultati simili a quelli della prostatectomia radicale. Un'altra tecnica radioterapica che sembra offrire risultati simili alle precedenti nelle malattie di basso rischio è la brachiterapia, che consiste nell'inserire nella prostata piccoli "semi" che rilasciano radiazioni. Quando il tumore della prostata si trova in stadio metastatico, a differenza di quanto accade in altri tumori, la chemioterapia non è il trattamento di prima scelta e si preferisce invece la terapia ormonale. Questa ha lo scopo di ridurre il livello di testosterone - ormone maschile che stimola la crescita delle cellule del tumore della prostata - ma porta con sé effetti collaterali come calo o annullamento del desiderio sessuale, impotenza, vampate, aumento di peso, osteoporosi, perdita di massa muscolare e stanchezza. Fra le terapie locali ancora in via di valutazione vi sono la crioterapia (eliminazione delle cellule tumorali con il freddo) e HIFU (ultrasuoni focalizzati sul tumore). Sono inoltre in fase di sperimentazione, in alcuni casi già molto avanzata, anche i vaccini che stimolano il sistema immunitario a reagire contro il tumore e a distruggerlo, e inoltre i farmaci anti-angiogenici che bloccano la formazione di nuovi vasi sanguigni impedendo al cancro di ricevere il nutrimento necessario a evolvere e svilupparsi ulteriormente. Queste ultime forme di terapia potrebbero essere di aiuto se ne confermerà l’efficacia nei prossimi anni.

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Tumore della prostata: l’intervento chirurgico allunga la vita, ma non è sempre necessario. Studio sul decorso della malattia in 695 pazienti scandinavi con meno di 75 anni. Fabio Di Todaro il 18 Dicembre 2018 su La Stampa. Una volta accertata l’esclusiva localizzazione nella ghiandola, oggi sono diverse le opportunità per trattare un tumore della prostata: a partire dalla rimozione chirurgica (prostatectomia radicale) fino ad arrivare alla sorveglianza attiva. Questa strategia di «attesa» permette di rinunciare in prima battuta all’intervento e di ricorrervi eventualmente in un secondo momento: soltanto nel caso in cui la malattia evidenzi segni di progressione. La seconda scelta - viene consigliata all’incirca in un nuovo paziente su tre - è talora possibile perché alcuni tumori della prostata, al pari di quelli della tiroide , crescono molto lentamente. Motivo per cui, soprattutto ai pazienti più anziani e con altri problemi di salute, viene consigliato di rinunciare all’intervento (spesso non privo di effetti collaterali) e di sottoporsi a un calendario più serrato di controlli. L’opportunità deve però essere fatta presente soltanto nei casi in cui la scelta della sorveglianza attiva non vada a intaccare le probabilità di sopravvivenza. Ma quando si può evitare (o rimandare) l’intervento senza mettere a repentaglio la salute di un uomo?

Gli ultimi dati «premiano» la chirurgia. A riaprire il dibattito è uno studio pubblicato sul «New England Journal of Medicine», che ha osservato per quasi trent’anni - l’arruolamento è iniziato nel 1989 e s’è concluso nel 1999, mentre l’osservazione è durata fino al 2017- il decorso della malattia in 695 pazienti scandinavi: tutti con meno di 75 anni e colpiti da un tumore della prostata non diffusosi oltre la ghiandola, per metà operati e per metà monitorati nel tempo. Il lungo follow-up ha «premiato» la scelta dell’intervento. Vent’anni dopo la diagnosi, l’80 per cento del totale dei pazienti era deceduto (la quota più alta proveniva dal gruppo dei pazienti non trattati chirurgicamente). Ma tra coloro che erano stati operati, risultava ancora vivo il 24,8 per cento dei pazienti: rispetto al 16,1 per cento misurato nel gruppo di uomini a cui era stata indicata la vigile attesa. E in media la prostatectomia radicale è stata associata a un aumento medio di quasi tre anni della sopravvivenza e a una riduzione del numero di pazienti con malattia metastatica. «L’asportazione della prostata è associata a un miglioramento della sopravvivenza e a una riduzione del rischio di sviluppare metastasi nei pazienti affetti da un tumore della prostata clinicamente localizzato - afferma Francesco Montorsi, direttore dell’unità operativa di urologia dell’ospedale San Raffaele di Milano -. I pazienti che hanno un tumore della prostata a rischio intermedio o elevato e che hanno una lunga aspettativa di vita hanno una concreta possibilità di guarire con l’intervento chirurgico». Considerazioni che trovano d’accordo Francesco Porpiglia, alla guida dell’urologia dell’ospedale San Luigi di Orbassano (Torino). «Sapevamo che, nei dieci successivi alla diagnosi, la scelta di un’opzione piuttosto che di un’altra spesso non garantisce vantaggi in termini di sopravvivenza. Ma a distanza di tempo, il divario tra le due curve aumenta a favore dei pazienti che hanno subito un trattamento attivo». Un aspetto che conferma come il tumore della prostata cresca molto lentamente. E che spiega perché, nel confronto a breve termine, spesso non si osservano variazioni nel decorso della malattia, che invece possono comparire spostando più avanti il «traguardo» dell’osservazione. Tradotto: i decessi per tumore della prostata non si sono azzerati, ma possono comparire nel tempo se la scelta del trattamento non è stata adeguata.

La qualità della diagnosi fa la differenza. La difficoltà - per urologi, radiologi e oncologi - sta nell’individuare la strategie di cura più adeguata per ogni paziente. La priorità è rappresentata dal controllo della malattia oncologica, anche se non irrilevante è la richiesta di molti uomini di non vedere compromessa la propria qualità di vita. A spaventarli, spesso, è il rischio di vedere intaccata la propria autonomia (incontinenza) e virilità (deficit erettile) come conseguenza dell’intervento chirurgico. Da qui l’opportunità di ricorrere alla sorveglianza attiva, che va però considerata come una strategia «flessibile»: ovvero passibile di variazione sulla base degli esiti degli esami di controllo regolari(dosaggio del Psa ogni tre mesi, visita con palpazione della ghiandola a cadenza semestrale e biopsia prostatica a un anno dalla diagnosi). «L’approccio oggi in uso è comunque differente da quello considerato nello studio e relativo agli anni ‘90 - dichiara Walter Artibani, direttore dell’unità operativa di urologia dell’azienda ospedaliero-universitaria di Verona e segretario generale della Società Italiana di Urologia -. La vigile attesa di cui si parla nello studio, non prevedeva un iter serrato di controlli, come si consiglia oggi ai pazienti a cui si consiglia la sorveglianza attiva». Al momento, si continua a discutere sui criteri che possono portare a caldeggiare questa scelta, piuttosto che l’intervento chirurgico. «Il dosaggio del Psa e la biopsia standard rischiano di non essere sufficienti a definire la scelta più appropriata - è il pensiero di Porpiglia -. Di fronte a valori sospetti, l’uso della risonanza magnetica multiparametrica e della biopsia mirata diventa indispensabile». In questo modo, come peraltro dimostrato da un’altra ricerca pubblicata nei mesi scorsi sul «New England Journal of Medicine», si ottengono diagnosi più accurate. E il ricorso alla risonanza prima della biopsia è d’aiuto nella differenziazione tra la diagnosi un tumore indolente (eventualmente gestibile con la sorveglianza attiva) e uno più aggressivo (da rimuovere in sala operatoria).

Sorveglianza attiva: per chi e quando? A patto di essere quanto più accurati possibile al momento della diagnosi, dunque, la sorveglianza attiva non è destinata a scomparire dal ventaglio delle opportunità terapeutiche del tumore della prostata. «I numeri sono in crescita e noi continueremo a indicarla, ma la selezione dei pazienti è fondamentale: la sorveglianza o la terapia focale possono rappresentare la soluzione per chi ha un tumore poco aggressivo - prosegue Montorsi -. Le conclusioni di questo studio ci dicono che è sempre meglio operare un paziente che ha una prospettiva di vita pari almeno a dieci anni. Come tale non si intende soltanto l’adulto, ma anche un over 65 in buone condizioni. Oggi è un errore pensare che un paziente di 75 anni in salute possa evitare l’intervento, perché davanti a lui potrebbero esserci anche altri tre lustri di vita». Come limite del lavoro, occorre considerare che l’approccio al tumore della prostata è cambiato radicalmente, dalla metà degli anni ’90. All’epoca non si conoscevano il potenziale e i limiti del Psa , la risonanza magnetica non era disponibile, al pari della chirurgia robotica , che ha ridotto l’invasività della prostatectomia. In generale, l’aspettativa di vita era più breve e la qualità della vita dopo l’intervento meno considerata. «Oggi il tumore della prostata richiede la scelta di un trattamento cucito su misura del paziente - chiosa Porpiglia -. La scelta tra la sorveglianza attiva e l’intervento non spetta al paziente, con cui va invece condivisa dal team multidisciplinare di specialisti coinvolti nella gestione di questa malattia».

Cosa sapere sulla prostata. Il ruolo della prostata è quello di fornire componenti fondamentali alla sopravvivenza e alla qualità degli spermatozoi. Motivo per cui alcune alterazioni della struttura e dello stato dell’organo possono influenzare la fertilità maschile. Il tumore non è l’unica malattia che può colpire la ghiandola: prostatiti (di origine infiammatoria) e ingrossamento della ghiandola (ipertrofia prostatica benigna) sono altre condizioni abbastanza frequenti. Filo conduttore è uno dei possibili sintomi delle tre condizioni: ovvero la difficoltà a urinare. Gli esperti consigliano una visita urologica a cadenza annuale a partire dai 50 anni, dal momento che un’adeguata prevenzione permette di scoprire (eventualmente) condizioni precoci e, come tali, più semplici da trattare.

Le terapie per curare il tumore prostatico. Europauomo.it. Per curare un tumore prostatico esistono diversi approcci terapeutici che possono avere diverse finalità in relazione allo stadio di malattia. Nelle fasi iniziali i trattamenti utilizzati sono la chirurgia e la radioterapia che hanno l’obiettivo di curare radicalmente la malattia ed hanno eguali possibilità di cura. Le neoplasie prostatiche possono essere asportate per via chirurgica. Poiché i nervi che regolano l'erezione corrono vicinissimi alla ghiandola e una parte di uretra passa al suo interno, due conseguenze possibili della prostatectomia possono essere il deficit dell'erezione e l'incontinenza urinaria. Negli ultimi anni, tuttavia, sono state messe a punto tecniche dette "nerve sparing" grazie alle quali è possibile mantenere la funzione erettile. Per quanto riguarda l'incontinenza urinaria è un disturbo che si manifesta nella stragrande maggioranza dei pazienti subito dopo l'intervento chirurgico, ma che spesso regredisce entro tre mesi. La chirurgia, cioè la prostatectomia radicale, può essere condotta in maniera tradizionale (cosiddetta chirurgia "open"), in laparoscopia e più recentemente con la chirurgia robotica. Oggi, in Italia, abbiamo oltre 100 piattaforme robotiche in molti centri urologici che consentono di condurre una chirurgia con tecnica di dissezione estremamente raffinata e precisa ed inoltre consentono al paziente una ripresa delle attività sociali e lavorative molto precoce ed una ottima qualità di vita. Inoltre con quest'ultima tecnica si avrebbe, rispetto alle metodiche tradizionali, una riduzione dei tassi di complicanze ed un miglioramento dei risultati funzionali. Oggi si ritiene che la chirurgia robotica sia la tecnica da preferire in caso di terapia chirurgica del tumore prostatico. Un altro approccio diffuso è la radioterapia. Il rischio di deficit erettile associato alla radioterapia non è immediato come avviene dopo l’intervento chirurgico, ma si può presentare dopo mesi o anni dal termine del trattamento radioterapico ed è più frequentemente legato all’età del paziente ed al concomitante uso di terapia ormonale. Il rischio di incontinenza urinaria è estremamente raro, mentre si potrebbero manifestare nel tempo episodi di sanguinamento dal retto o dalla vescica (che nella maggior parte dei casi si risolvono spontaneamente) o modificazioni delle abitudini intestinali. Sono invece frequenti disturbi infiammatori locali a carico del sistema urinario (difficoltà ad urinare, bruciore, aumento della frequenza minzionale) e a carico del sistema gastrointestinale (modificazioni dell’alvo, bruciore o fastidio anale, raramente presenza di sangue o muco nelle feci). Questi effetti collaterali di tipo acuto si risolvono nella maggior parte dei casi entro un mese dal termine della trattamento radiante. La radioterapia si può effettuare in regime ambulatoriale (radioterapia a fasci esterni) oppure attraverso una metodica chiamata brachiterapia durante la quale le sorgenti radioattive vengono impiantate direttamente all’interno della ghiandola prostatica. La radioterapia può essere utilizzata dopo l’intervento chirurgico quando si è in presenza di determinati fattori di rischio che facciano temere una futura ricomparsa locale della malattia (in questo caso viene chiamata radioterapia adiuvante) oppure può essere utilizzata in caso di crescita del PSA (radioterapia di salvataggio). La radioterapia può inoltre essere utilizzata con intento palliativo per ridurre i sintomi nella malattia localmente avanzata o metastatica. Chirurgia e radioterapia hanno risultati sovrapponibili nelle fasi iniziali di malattia mentre la radioterapia è consigliata nelle fasi più avanzate oppure in caso di controindicazioni all’intervento chirurgico. Sia la radioterapia che la prostatectomia determinano la perdita della fertilità. Molto frequentemente le neoplasie prostatiche risentono dei livelli ormonali: per questo spesso viene quindi consigliata una soppressione ormonale, ottenuta per via farmacologica con farmaci chiamati analoghi dell’LHRH o con antiandrogeni. Dal 2010 sono stati introdotti nella pratica clinica nuovi antiandrogeni più potenti ed efficaci nel controllo della malattia. A volte le terapie ormonali sono usate in aggiunta ad altre cure (per esempio prima, durante o dopo la radioterapia). Gli effetti collaterali comprendono disfunzione erettile, calo di libido, osteoporosi, aumento di volume delle mammelle, indebolimento dei muscoli, alterazioni metaboliche e vampate di calore. Se il tumore alla prostata si è diffuso ad altri distretti corporei e non risponde più al trattamento ormonale si ricorre alla chemioterapia con l’obiettivo di ridurre le dimensioni della neoplasia e alleviarne la sintomatologia migliorando la qualità della vita del paziente. Recentemente si è osservato che l’uso contemporaneo di chemioterapia e di ormonoterapia antiandrogena, in pazienti con malattia estesa in prima linea di trattamento, può ottenere importanti miglioramenti della sopravvivenza. Un’altra importante terapia soprattutto nei pazienti con estesa malattia ossea e in assenza di lesioni viscerali è il trattamento con radio-223, un medicinale radioattivo che, somministrato per via endovenosa, si accumula nelle ossa dove emette particelle alfa che distruggono le cellule tumorali. Da alcuni anni si sta sperimentando anche una nuova strategia terapeutica per i tumori della prostata, che si basa sulla stimolazione del sistema immunitario mediante vaccini anti-tumorali o anticorpi immunomodulanti (antiPD1-PDL1). Infatti, le cellule "trasformate" sono riconosciute dalle nostre difese immunitarie, ma questo riconoscimento, se lasciato a sé, non è in grado di controllare la crescita del tumore. L’immunoterapia ha quindi lo scopo di potenziare queste risposte rendendole capaci di distruggere le cellule malate in maniera selettiva, risparmiando quindi le cellule sane. Proprio per questo motivo i vaccini anti-tumorali non hanno effetti collaterali importanti e permettono quindi una buona qualità di vita. Si tratta per ora ancora di terapie sperimentali, ma il primo vaccino anti-tumore della prostata (Sipuleucel-T) è stato approvato nel 2010 negli Stati Uniti, quindi si prevede che questi trattamenti possano essere riconosciuti in futuro anche in Italia.

Uomini e prostata. Melania Rizzoli per “Libero Quotidiano” il 4 agosto 2019. L'avete vista tutti. È quella pubblicità televisiva nella quale un uomo di circa 60 anni ha necessità di alzarsi più volte la notte per urinare, e quando rientra in camera la moglie si sveglia, e lui inventa una scusa, pur di non confessarle il suo intimo problema. Un tipico atteggiamento maschile dettato dal pudore, ed un errore grave, perché i disturbi urinari non dovrebbero essere banalizzati o declassati a semplici fastidi legati all' età, in quanto, se venissero curati già al loro esordio, si otterrebbe un ritardo di almeno un decennio degli importanti ed invalidanti effetti collaterali.

Oggi oltre 6 milioni di italiani over 50 sono colpiti da ipertrofia prostatica benigna, un ingrossamento della prostata che affligge il 50% degli uomini di età compresa tra i 51 e 60 anni, il 70% dei 61-70enni, per arrivare al picco del 90% negli ottantenni. In condizioni normali nell' uomo adulto la ghiandola prostatica ha la forma ed il volume di una castagna, è attraversata dal condotto urinario, è posizionata sotto la vescica, ed ha la funzione di produrre liquido prostatico, importante componente del liquido seminale che contribuisce a garantire vitalità e mobilità agli spermatozoi. Quando inizia ad ingrossarsi (può superare anche di due o tre volte le dimensioni normali fino ad arrivare al volume di un mandarino) essa comprime il canale uretrale che la attraversa, ovvero il condotto dove scorre l' urina, riducendone il lume e causandone di fatto una parziale ostruzione, uno strozzamento che interferisce con la capacità di urinare, per cui il sintomo principe, ed il primo a comparire, è l' indebolimento del getto di deflusso, in particolare all' inizio della minzione, che diventa intermittente, a scatti, e che inizia lentamente a non essere più decisa ed impetuosa, perde la forza della sua gittata anche a vescica piena, diventando sempre più debole, e spesso è accompagnata da una fastidiosa sensazione di incompleto svuotamento vescicale, per la permanenza in vescica di un residuo urinario che facilita l' insorgenza di infezioni, nonché la formazione di calcoli. Presto però scompare anche la capacità di dormire in modo continuativo tutta la notte, di fare tutta una tirata dalla sera fino all' alba, perché il sonno viene interrotto dallo stimolo urinario con conseguente necessità di alzarsi una o più volte per andare in bagno (nicturia), e successivamente insorge l' urgenza di svuotare la vescica in modo frequente anche durante il giorno (pollachiuria), con sgocciolamento terminale dopo aver finito di urinare, e le gocce che continuano ad uscire dal prepuzio sono quelle che ristagnavano sul fondo vescicale, quindi sempre acide e di tipo irritativo. Purtroppo nella prima fase infiammatoria di questa malattia più del 75% degli uomini non si cura affatto, o peggio ricorre al "fai da te", soprattutto assumendo vari integratori vegetali, un errore grave, perché questi preparati, non essendo farmaci, non sono curativi, e perché solo il medico può trattare l' ipertrofia prostatica benigna, la quale, se trascurata, può progredire fino a causare ritenzione urinaria con impossibilità a svuotare anche parzialmente la vescica. La vera vittima di una prostata che cresce infatti, è proprio la vescica, la quale, essendo costituita da tessuto muscolare, può aumentare il suo volume ed ispessirsi, per vincere la resistenza ostruttiva della prostata ingrossata che si oppone allo svuotamento, con il rischio di sfiancamento delle pareti vescicali e di sofferenza riflessa degli ureteri e dell' intero albero urinario fino a livello dei reni, gli organi emuntori per eccellenza. È necessario sottolineare che i sintomi dell' ipertrofia prostatica benigna spesso sono comuni e simili a quelli causati del tumore maligno della ghiandola, per cui è sempre necessaria una diagnosi differenziale, tramite esami clinici, ematologici, istologici, ecografici e radiologici, per escludere che si tratti di carcinoma. La visita urologica con esplorazione rettale, seguita da una ecografia endocavitaria, rappresenta ancora un tabù nell' universo maschile, e la maggior parte dei pazienti arriva all' osservazione clinica a malattia già conclamata ed avanzata, quando c' è poco da recuperare, per cui è importante dopo i 50 anni sottoporsi in via preventiva ad una visita specialistica. Ma perché la prostata si ingrossa? Le cause principali di questa patologia benigna sono l'invecchiamento e i cambiamenti ormonali (andropausa) che si verificano nell' età matura, per cui è importante aggredire l' aumento di volume prostatico al suo esordio, quando compaiono i primi sintomi, per ritardare la cronicizzazione della malattia e delle sue complicanze, che possono arrivare all'uso perpetuo del catetere vescicale fino alla rimozione chirurgica dell' intera ghiandola, con effetti permanenti sulla salute sessuale e psicologica dei soggetti che vengono privati di un organo così identitario della mascolinità. I farmaci oggi disponibili comprendono gli inibitori delle 5-alfa reduttasi, ovvero la dudasteride e finasteride, che agiscono sul testosterone responsabile dell' ingrossamento ghiandolare, e gli alfa-bloccanti, che rilassano i muscoli del collo vescicale e dell' uretra prostatica, facilitando il passaggio dell' urina. Come tutti i farmaci, anche questi presentano effetti indesiderati (eiaculazione retrograda, ipotensione ortostatica, vertigini ed astenia), e la finasteride, in una bassa percentuale tra l' 1 e il 2% può causare diminuzione della libido e impotenza. Il trattamento chirurgico non è più invasivo come una volta, si effettua senza aprire l' addome, è lo stesso che viene effettuato per i tumori maligni diagnosticati in tempo, quando sono ancora contenuti nella ghiandola, si chiama T.U.R.P., e si effettua in anestesia spinale con uno strumento detto Resettore, introdotto in vescica dal pene attraverso l' uretra, e dotato di un sistema a fibre ottiche e di un' ansa, tramite la quale si procede a resezione solo della porzione centrale ed interna della prostata, lasciando intatto il resto dell' organo, ripristinando in tal modo il canale urinario ad un calibro congruo a consentire una minzione regolare. La mini-invasività della Turp e la sua rapidità di esecuzione (inferiore ai 60minuti), e la breve degenza (due al massimo tre giorni), lo hanno reso senza dubbio il procedimento chirurgico di prima scelta nel trattamento della ipertrofia prostatica e di alcuni tipi di carcinomi, ma, nel caso della tumefazione benigna, esso viene eseguito solo dopo aver tentato la riduzione ghiandolare con la terapia farmacologica, oppure quando le dimensioni molto aumentate della prostata non lasciano altra scelta. È importante sfatare una leggenda popolare, ovvero sottolineare che questo tipo di operazione, lasciando intoccati i nervi erigendi, responsabili dell' erezione peniena, che hanno un decorso esterno alla prostata, non compromette affatto la potenza sessuale ed il raggiungimento dell' orgasmo, che vengono interamente conservati, ma ha come effetto collaterale l' eiaculazione retrograda nel 70% dei casi, ovvero lo sperma viene eiaculato non più all' esterno ma in vescica, e tale fenomeno è correlato all' abbassamento della pressione a livello del collo vescicale, e quindi a monte dei dotti eiaculatori, cosa che determina una risalita del liquido seminale in vescica, con conseguente impossibilità futura del soggetto operato alla procreazione. L' ipertrofia prostatica benigna è la patologia cronica più frequente negli over 50 dopo l' ipertensione arteriosa, e per evitarla o ritardarla è quindi importante la prevenzione, controllarsi per tempo ai primi sintomi e seguire le indicazioni mediche e farmacologiche, perché, e questo gli uomini lo sanno bene, la prostata può tornare utile anche in età avanzata, invece di diventare sterili o con il catetere fisso da gestire dentro i pantaloni.

Psa non affidabile (a volte): il tumore alla prostata c’è ma non si vede. Pubblicato lunedì, 07 ottobre 2019 da Corriere.it. Il Psa, test del sangue che misura l’antigene prostatico specifico, è al centro delle discussioni scientifiche da tempo. Su un punto però tutti concordano: valori elevati nell’esito dell’esame provano la presenza di un disturbo della ghiandola prostatica: può essere un’infiammazione, un’infezione o un tumore. Per questo, prima di qualsiasi intervento, per evitare diagnosi e trattamenti inutili, bisogna valutare bene i risultati e procedere, se necessario, con altre indagini. L’aspetto finora meno problematico della faccenda era quello che succede quando i valori di Psa sono bassi: uno studio recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Jama Internal Medicine, condotto su più di 80mila uomini, mette infatti in evidenza che si potrebbe sottostimare il pericolo di cancro alla prostata di fronte a un Psa basso in uomini che assumono farmaci per curare l’ipertrofia prostatica benigna. «Livelli alti di Psa non sempre sono indicativi di un tumore e si corre il rischio in questo caso di peccare per eccesso di zelo esagerando con trattamenti non necessari - spiega Giuseppe Procopio, responsabile della Struttura semplice di Oncologia medica genitourinaria all’Istituto nazionale dei tumori di Milano -. Di questo aspetto si è parlato a lungo. Meno noto è il pericolo opposto. Ci sono anche casi in cui bassi livelli di Psa non sono necessariamente rassicuranti e non possono escludere la presenza di un carcinoma. Quei valori potrebbero essere infatti essere falsati dalle terapie assunte per il trattamento di un disturbo benigno». È un inevitabile cambiamento dell’organismo che tutti i maschi sperimentano, anche se non amano affatto parlarne: con l’avanzare dell’età la prostata si ingrossa. I primi segnali sono piccoli disturbi urinari, come difficoltà ad iniziare la minzione, una certa impellenza del bisogno o la necessità frequente di svuotare la vescica, specie di notte. Nulla di grave, si chiama ipertrofia prostatica benigna. Ne soffrono fra i cinque e i 10 uomini 35-40enni e con l’avanzare dell’età il problema si amplia, fino ad arrivare all’80 per cento degli over 70. La diagnosi viene fatta utilizzando il «famoso» test del Psa, un semplice prelievo di sangue che misura l’antigene prostatico specifico e i cui esiti possono indicare la presenza di un’anomalia a livello della prostata: un’infiammazione (prostatite), un aumento del volume della ghiandola (ipertrofia) o un tumore. «È importante ricordare che il valore del Psa da solo non ci permette di dire se una persona è affetta o meno da un tumore della prostata - ricorda Procopio, che è anche consigliere dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica -. Ed è importante che gli uomini segnalino al loro medico eventuali disturbi senza allarmarsi e senza trascurarli a lungo».I possibili sintomi di un problema prostatico sono disturbi urinari (difficoltà ad iniziare la minzione, intermittenza di emissione del flusso, incompleto svuotamento della vescica, flusso urinario debole e lo sforzo nella minzione, elevata frequenza nell’urinare, un aumentato bisogno durante la notte, urgenza di svuotare la vescica e bruciore ad urinare) e sangue nelle urine. Nella loro ricerca, gli studiosi dell’University of California San Diego School of Medicine hanno analizzato i dati relativi a 80.875 uomini che si erano sottoposti al test del Psa tra il 2001 e il 2015. È emerso che solamente il 29 per cento dei pazienti in cura con inibitori della 5-alfa reduttasi (5Ari) ha effettuato una biopsia entro due anni da un test del Psa dall’esito sospetto in confronto al 59 per cento degli uomini che non assumeva i farmaci in questione. Inoltre, il 25 per cento di chi assumeva medicine per la prostata ingrossata riceveva una diagnosi a uno stadio avanzato della malattia, in confronto al 17 per cento delle persone che non seguivano la stessa terapia. Infine, il 7 per cento dei pazienti in cura con inibitori della 5-alfa reduttasi aveva un tumore metastatico rispetto al 3 per cento degli uomini non in cura. I farmaci per l’iperplasia prostatica che inibiscono l’enzima 5-alfa reduttasi, infatti, provocano un abbassamento artificiale dei livelli dell’antigene prostatico specifico (precedenti studi hanno dimostrato che queste medicine possono persino dimezzare i livelli rilevati nel sangue) compromettendo l’affidabilità dell’esame del Psa.  Il test del Psa viene spesso consigliato dal medico di famiglia a tutti gli uomini sani a partire dai 50 anni, ma ormai è assodato che non è appropriato per svolgere screening a tappeto sulla popolazione. «È utile invece per i soggetti a rischio, quelli che hanno una familiarità positiva per carcinoma della prostata e che dovrebbero eseguire il test almeno una volta attorno ai 45 anni - spiega Procopio -: sulla base del risultato si possono poi disegnare le strategie dei controlli e la loro frequenza. E poi, naturalmente, per chi ha disturbi della sfera genitourinaria. L'indicazione ad eseguire l'esame dovrebbe essere concordata con il proprio medico di medicina generale o lo specialista urologo. E sempre con il medico andrebbero valutati attentamente gli esiti, onde evitare di preoccuparsi eccessivamente o di sottostimarli, procedendo con altri esami se necessario».

COGLIETE LE PALLE AL BALZO! Irma D' Aria per “Salute - la Repubblica” il 16 luglio 2019. Una " spia" che segnala le condizioni di salute generali ma anche i rischi a cui si è più esposti. La mancata realizzazione del desiderio di paternità non è l' unica conseguenza dell' infertilità maschile che, purtroppo, si porta dietro un rischio maggiore del 20% di sviluppare un tumore del testicolo della linea germinale. «L' infertilità maschile - spiega Ermanno Greco, responsabile scientifico del Centro di Medicina della Riproduzione dell' European Hospital di Roma - non va intercettata e curata solo per fini procreativi ma anche per prevenire lo sviluppo di patologie oncologiche dell' apparato urogenitale, a cui il maschio infertile sembrerebbe essere più esposto » . È stato dimostrato, infatti, come le alterazioni seminali, cioè un basso numero di spermatozoi nel liquido seminale, ma anche una loro peggior qualità per motilità e forma, siano un fattore di rischio per lo sviluppo di un tumore testicolare. Il rischio è circa il doppio nei parenti di primo grado di uomini infertili rispetto a quelli della controparte fertile. «Oggi, però, si ipotizza anche una possibile correlazione con tumori della prostata e del colon-retto, melanomi, leucemie linfoblastiche acute, linfomi non Hodgkin e alcune forme di tumori della tiroide » , aggiunge Andrea Salonia, direttore dell' Istituto di Ricerca urologica presso la Divisione di oncologia sperimentale dell' Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. Non solo tumori: varie ricerche hanno, infatti, evidenziato come l' infertilità maschile sia il segnale di altri problemi di salute tra cui infezioni urinarie, malattie autoimmuni, disturbi renali, endocrini e metabolici. Purtroppo, l' infertilità maschile è in costante aumento e interessa oltre 45 milioni di coppie nel mondo: « È responsabile di almeno il 50% delle infertilità di coppia perché il numero degli spermatozoi dal 1970 a oggi si è dimezzato e si stima che fino al 12% degli uomini avrà problemi di fertilità nel corso della loro vita » sottolinea Greco. Ma perché l' uomo infertile è meno sano? Secondo gli esperti, è come se fosse affetto da una sorta di sindrome da senescenza anticipata, come se esistesse una discrepanza tra la sua età cronologica e quella biologica, che è espressione di quanto il suo corpo sia effettivamente invecchiato. Il parametro chiaro in questo senso è rappresentato dalla qualità e dalla quantità degli spermatozoi. Per dimostrarlo, il gruppo di ricerca di Salonia ha utilizzato l' indice di comorbidità messo a punto e scientificamente validato trent' anni fa dal medico Mary E. Charlson. Questo indice permette di dare un punteggio alla severità di ogni malattia in base al rischio che a un anno dalla diagnosi possa determinare la morte della persona ammalata. Dall' analisi è emerso che gli uomini infertili hanno un indice di comorbidità superiore a quelli fertili, cioè sono meno sani. «Maggiore è l' indice - prosegue Salonia - peggiore sembra essere la qualità del liquido seminale, ma soprattutto tanto più ridotta è la quantità di spermatozoi nel liquido seminale, tanto maggiore si è rivelato essere l' indice di Charlson con condizioni di salute complessivamente peggiori » . Tra le malattie riscontrate con più frequenza nei soggetti infertili c' è l' ipertensione arteriosa, che nel campione degli uomini italiani studiati al San Raffaele è stata individuata nel 7% dei casi contro circa il 3% di un gruppo di controllo fertile di pari età. Non solo: i ricercatori hanno rilevato che fino al 15% degli uomini infertili soffre di una condizione definita di prediabete.

·        Tumore e discriminazione: l'Auto vecchia si rottama, non si ripara.

Tumori, i pazienti anziani sono discriminati. Le persone over 70 sono tra le più colpite dal cancro, ma non sono rappresentate negli studi clinici. E, in molti casi, non vengono trattate nel modo adeguato. Tiziana Moriconi su La Repubblica il 20 aprile 2017. Un uomo ogni tre e una donna ogni cinque in Italia si ammalerà di cancro tra i 70 e gli 84 anni. Sono numeri alti e destinati a crescere. Perché non si scappa: l'incidenza dei tumori aumenta con l'età e gli over 65 sono oggi 13,5 milioni, il 22% della popolazione (Istat), percentuale che si stima salirà al 32% tra una ventina d'anni. Basta fare due conti per capire l'importanza di parlare non più solo di cura dei tumori, ma di cura dei tumori nelle persone anziane. Perché se oggi è certamente possibile trattare chi ha 70 o 80 anni, è vero che bisogna farlo in modo diverso da come si tratterebbe un cinquantenne. Il messaggio arriva dal “Primo incontro nazionale sul trattamento della paziente anziana affetta da carcinoma mammario”, organizzato a Campi Bisenzio (Firenze) da Laura Biganzoli dell'Oncologia Medica del Nuovo Ospedale di Prato - Istituto Toscano Tumori.

Tumore al seno: le donne anziane non sono trattate in maniera adeguata. “La mortalità per carcinoma della mammella è in calo da anni, ma non per le donne sopra i 70 anni”, spiega Lucia Del Mastro, oncologa dell'IST San Martino di Genova, co-direttore del convegno e membro dei gruppi di lavoro per la stesura delle linee guida dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), una delle società scientifiche che hanno patrocinato l'evento. “Questo dato – continua Del Mastro – è un campanello di allarme: significa che le pazienti over 70 oggi non sono trattate in maniera adeguata. Bisogna evitare di sotto-trattarle, cioè di non prescrivere le cure adeguate solo perché anziane, né di fare cure eccessive in chi è fragile. Si considera anziana una persona dopo i 70, ma l'età biologica può essere diversa da quella cronologica”.

Mammografie anche dopo i 70 anni. Il tumore al seno è la neoplasia più frequente nella popolazione femminile in tutte le classi di età e tra i 70 e gli 84 anni si stima che colpisca una donna ogni 21 (per confronto, le stime indicano una donna ogni 42 fino ai 49 anni, e una ogni 18 tra i 50 e i 69). “L'età è tra i fattori di rischio maggiore per il cancro al seno e il 21% dei casi verifica sopra i 70 anni”, sottolinea l'oncologa: “Per questo è indicato continuare a fare la mammografia ogni due anni anche superata questa soglia, soprattutto per chi è in buone condizioni e ha ancora una lunga aspettativa di vita. Le linee guida americane, per esempio, sono cambiate e non viene più fissato un limite di età”. Anche in Italia, alcune regioni stanno estendendo il programma di screening mammografico gratuito, almeno fino ai 74 anni: l'Emilia Romagna, il Piemonte, l'Umbria, la Toscana, la Basilicata e, pochi giorni fa, la Lombardia.

Come valutare gli anziani. “L'obiettivo di questo primo incontro nazionale – spiega Del Mastro – è stato proprio quello di sensibilizzare la comunità scientifica affinché si possano prendere decisioni sulla base di una valutazione attenta dello stato di salute generale della paziente, e non solo dell'età”. Il principio, ovviamente, non si applica solo alle donne con tumore al seno, ma si estende a tutti i pazienti anziani colpiti da ogni forma di cancro. Come Luigi, 77 anni: un tumore al polmone curato a 60 anni e una recidiva appena scoperta. La massa è piccola, ma in una posizione difficile. Forse sarà possibile operare o forse no: serve ancora qualche esame prima che il chirurgo prenda una decisione. Luigi non vorrebbe finire sotto i ferri, ma alla fine si affiderà alla decisione dei medici. “Con l'anestesia moderna, anche i pazienti anziani sono generalmente operabili”, dice Silvio Monfardini, Direttore del Programma di Oncologia Geriatrica dell'Istituto Palazzolo - Fondazione Don Gnocchi di Milano: “In ogni caso, però, è importante valutare il paziente anziano da molteplici punti di vista, come lo stato funzionale, se c'è un disturbo neurologico, se il paziente è depresso, quanto è autonomo nella quotidianità, e così via. Oggi una simile analisi viene fatta solo in una minoranza degli ospedali”. Questa valutazione Geriatrica Multidimensionale richiede tempo, continua Monfardini: “Disponiamo oggi, però, di strumenti di screening molto rapidi che in poco tempo permettono di capire quali pazienti possono essere trattati come adulti e quali invece meritano una analisi più approfondita. La bussola è la valutazione del paziente dal punto di vista geriatrico, perché il problema non tanto quello di saper gestire le più comuni patologie dell'anziano, come ad esempio il diabete, ma quello di guardare alla persona nella sua totalità. La competenza oncologica, da sola, non basta”.

Il problema della tossicità delle terapie. La cardiotossicità è tra i fattori di rischio più importanti di molti trattamenti, come alcuni chemioterapici e alcuni farmaci per i tumori al seno del tipo Her 2 positivo. Va da sé che le pazienti anziane hanno bisogno di una valutazione cardiologica approfondita: il rischio di vedere una cardiotossicità maggiore di quella di una donna più giovane va sempre tenuto in considerazione.

Anche la radioterapia deve essere modulata, quando vi è l'indicazione a farla. “In linea di massima – sottolinea Monfardini – bisogna tenere presente che gli anziani sono più esposti alla tossicità delle chemioterapie. Nel caso sia indicata una radioterapia assicurarsi che i pazienti siano in grado di rimanere fermi durante la seduta, se possono fisicamente accedere ai trattamenti o se invece non hanno nessuno che li può accompagnare. Un altro problema che a volte si può presentare è quello di determinare fino a che a punto spingere l'accertamento diagnostico. Anche in questo caso è utile una valutazione geriatrica”.

Anziani discriminati negli studi clinici. Insomma, non si possono dare indicazioni generali, ma serve un approccio multidisciplinare. E servono anche studi clinici che includano queste pazienti, o vi è il rischio di reazioni inaspettate. “Per quanto riguarda la ricerca clinica – conclude Monfardini – sono necessari studi non su pazienti anziani selezionati per le loro buone condizioni generali che li rendono simili ad adulti, come è avvenuto sino ad ora, ma su pazienti anziani fragili o vulnerabili. Come cioè sono nella vita reale”. 

Tumore prostata, in età avanzata è sconsigliato l'intervento chirurgico per il rischio complicanze. L'oncologo spiega in che modo scegliere i trattamenti a cui sottoporre il paziente, tenendo conto delle sue condizioni generali: dall'età biologica alla presenza di altre patologie. Sergio Bracarda, Consigliere Nazionale AIOM e Direttore dell'Oncologia Medica dell'Azienda USL8 di Arezzo,  il 27 giugno 2016 su La Repubblica.

Domanda: Mio padre ha 80 anni e gli è stato da poco diagnosticato un tumore della prostata di piccole dimensioni. I medici suggeriscono di tenere sotto controllo la malattia con esami specifici senza intervenire chirurgicamente. Non c’è il rischio che in questo modo il tumore progredisca?

Risposta: All'età di 80 anni, un tumore della prostata, anche se localizzato, non è opportuno che sia sottoposto ad intervento chirurgico per elevato rischio di complicanze. Per sapere se sottoporlo a trattamento radioterapico (stesso significato della chirurgia), terapia medica o sola osservazione è importante conoscere le condizioni generali del paziente (età biologica, eventuali comorbidità: cioè altre patologie importanti) ed alcuni parametri prognostici (in particolare grado di Gleason sulla biopsia prostatica, valore del PSA, estensione di malattia locale e/o a distanza ad RM pelvica, TC e Scintigrafia Ossea, se clinicamente indicati). In base a quanto elencato si può provare a prevedere quale sarà l'evoluzione della malattia e quindi a scegliere il comportamento più opportuno, riducendo sia il rischio di fare troppo che quello di fare troppo poco (appunto che il tumore progredisca: velocemente aggiungerei), anche se non è possibile fare previsioni con certezza matematica. 

Terza età e tumori: basta discriminazioni. Corriere della Sera 25 ottobre 2011. Sportello Cancro, Vera Martinella (Fondazione Veronesi). Sono sempre di più gli anziani malati di cancro. A rischio di cure eccessive. O di non ricevere terapie standard. Un malato di cancro su tre ha più di 70 anni e questi numeri sono destinati ad aumentare in futuro. Nei paesi industrializzati la fascia di popolazione di età superiore ai 65 anni è in crescita esponenziale e i dati epidemiologici indicano che nel 2030 raggiungerà il 40 per cento. Oggi però l’età non è quasi più un limite alle terapie oncologiche: chemioterapie a minore tossicità, terapie biologiche e fattori di crescita offrono nuove speranze. La particolare fragilità di questa classe di malati va rispettata, ma non deve essere un limite alle cure. A riportare l’attenzione sui bisogni specifici degli anziani con un tumore e sul rischio, sempre presente, che vengano discriminati nelle terapie è uno studio presentato all’ultimo Convegno europeo multidisciplinare di oncologia. CONTA LO STATO DI SALUTE, NON L’ETA’ - Analizzando i dati di 9.776 donne con un carcinoma mammario, i ricercatori greci guidati da Christos Markopoulos della University Medical School di Atene sono giunti alla conclusione che «le pazienti più anziane spesso arrivano al decesso per motivi diversi dal cancro e legati all’età (infarto o ictus, per esempio). Comunque, paragonando i tassi di mortalità per lo stesso tipo di neoplasia di donne over 65 con quelli di malate più giovani, emerge che chi è più avanti con l’età ha una prognosi peggiore. A causa – ha concluso Markopoulos -, probabilmente, di un sotto-trattamento». Che i pazienti con i capelli bianchi non ricevano le migliori terapie a disposizione, per timore che non sopportino gli effetti collaterali o perché si ritiene (a volte a torto) che i costi superino i benefici che possono trarne, è un dubbio che riaffiora spesso. «Ormai però molti studi hanno dimostrato che non è l’età il fattore discriminante – ha sottolineato a Stoccolma Michael Baumann, presidente dell’European Cancer Organisation -, bensì lo stato di salute generale. In Europa è in costante crescita il numero di malati anziani e possiamo appurare sempre più spesso che godono di buona salute e sono in grado di tollerare i trattamenti standard. O di partecipare alle sperimentazioni».

ANZIANI E CANCRO: NUMERI IN CRESCITA - Ogni anno in Italia sono circa 250mila i nuovi casi di tumore e di questi il 60 per cento riguarda gli over 65. Il rischio di sviluppare una patologia oncologica negli anziani è circa 40 volte maggiore rispetto alle persone tra i 20 e i 40 anni e quattro volte superiore rispetto ai 45-65enni. Un problema destinato a crescere nei prossimi anni, a causa dell’aumento dell’età media della popolazione e una realtà con la quale i medici si stanno confrontando per comprenderne difficoltà e bisogni. «I soggetti in età geriatrica rappresentano una quota in crescente e rapido aumento tra i pazienti neoplastici – conferma Riccardo Ghio, direttore del reparto di Medicina Interna 3 dell’Azienda Ospedaliera Universitaria San Martino di Genova - ma a tutt’oggi le linee guida e i trials clinici relativi alle modalità di diagnosi e cura delle neoplasie in età geriatrica sono ancora insufficienti».

FARE ATTENZIONE AI BISOGNI DI CHI E’ PIU’ FRAGILE - Se fino a dieci anni fa un paziente anziano era quasi escluso a priori da un trattamento chemioterapico, l’obiettivo oggi è quello di praticare una scelta tra buona qualità di vita del malato (senza sottoporlo a eccessi effetti collaterali) e possibilità di riuscita delle terapie. Certo per curare in maniera adeguata una persona anziana è necessario un approccio integrato che consideri tutti i diversi aspetti del malato. «L’invecchiamento è frequentemente associato ad altri problemi di salute e al declino della funzionalità di organi e apparati. Una vulnerabilità fisica – sottolinea Ghio - a cui si sommano spesso problemi di natura psicologica e familiare. Tutti fattori che vanno tenuti in considerazione quando si scelgono le terapie anticancro». Il rischio, ripetono da tempo gli esperti, è quello che in età senile si venga curati troppo o troppo poco. Occorre individuare schemi terapeutici adatti, ponendo particolare attenzione all’identificazione dei pazienti fragili per i quali un trattamento anche moderatamente tossico potrebbe essere mal tollerato e soprattutto non portare a benefici in termini di controllo della malattia, vista la rilevanza delle patologie concomitanti. Si tratta di scegliere una terapia tagliata sul paziente, di essere rigorosi nelle cure senza anteporre il protocollo al paziente. «E poi serve una maggiore delicatezza a partire dalla comunicazione della diagnosi – continua l’esperto -. Anche il dialogo riveste un ruolo fondamentale, perché se la scoperta di avere un tumore è uno shock per tutti, i pazienti avanti con l’età sono ancora più vulnerabili e il rischio di sofferenza psichica è maggiore».

SPERIMENTAZIONI E NUOVE CURE, BUONE NOTIZIE –Capita ancora troppo spesso che il paziente anziano venga escluso dai trials clinici sui nuovi farmaci anticancro: ne consegue che la scelta della cura sia spesso basata su protocolli messi a punto in sperimentazioni che per definizione escludono chi ha più di 65 anni. Ma le cose, lentamente stanno cambiando, anche grazie alle nuove chemioterapie a minore tossicità e alle terapie biologiche che, in virtù dei minori effetti collaterali, sono meglio tollerate in chi è avanti nell’età. «Non bisogna ignorare la fragilità tipica di molti anziani, che non vanno sottoposti in alcun modo cure troppo pesanti – conclude Ghio -. Oggi sono però disponibili nuove tipologie di farmaci, come i fattori di crescita (di cui si sopportano bene anche dosaggi elevati) o i farmaci biologici, che danno effetti tossici più contenuti rispetto a quelli dei chemioterapici tradizionali».

Campagne: La lotta al cancro non ha età. Insiemecontroilcancro.net. Oggi l’aspettativa di vita alla nascita è di 84,6 anni per le donne e 79,6 per gli uomini. In base ai dati ISTAT, in 37 anni (dal 1975 al 2012) la speranza di vita si è allungata di oltre 20 anni in entrambi i sessi (25,2 anni fra le donne e 21,5 per gli uomini). Questo parametro è ancora più elevato per le donne, anche se il differenziale fra i due sessi si sta riducendo: era, infatti, di 6,4 anni nel 1975 ed attualmente è di 5 anni. È tra gli anziani (70+ anni) che viene diagnosticato il maggior numero di neoplasie (pari a oltre il 50% del totale dei 365.500 nuovi casi diagnosticati nel 2014). La distribuzione dei principali tumori in questa fascia d’età condiziona anche la distribuzione di frequenza della malattia nel totale delle età. Tra gli uomini la prostata è al primo posto (20%), seguita dal polmone (17%), dai tumori del colon-retto (14%), della vescica (12%) e dello stomaco (6%); tra le donne è sempre la mammella il tumore più frequentemente diagnosticato (21%), seguito dal colon-retto (17%), dal polmone (7%), dallo stomaco (6%) e dal pancreas (6%). Il 9% degli italiani che convivono con la precedente diagnosi di tumore (quasi 200.000 persone) ha un’età compresa tra 0 e 44 anni, il 19% (oltre 400.000 individui) tra 45 e 59 anni, il 39% (quasi 900.000) tra 60 e 74 anni e il 34% (oltre 750.000) un’età superiore a 75 anni. In quest’ultima fascia di età, la proporzione di persone con diagnosi di tumore è particolarmente elevata (il 19% degli uomini e il 13% delle donne oltre i 75 anni ha avuto un tumore). Oggi la vecchiaia inizia a 70 anni. La soglia dei 65 non è più considerata un indicatore sufficiente: oggi un 70enne sano ha un’aspettativa di vita di 18 anni (se uomo) e di 21 (se donna). Ma, quando sono colpiti da tumore, gli anziani arrivano alla diagnosi troppo tardi, con la conseguenza che sopravvivono molto meno, talvolta solo pochi mesi, rispetto agli adulti di mezza età (55-69). Non solo. Gli over 70 vengono curati peggio rispetto agli altri, perché troppo spesso considerati pazienti di serie B. Solo 2 pazienti ultrasettantenni su 10 ricevono i trattamenti oncologici migliori mentre nella popolazione sotto i 50 anni sono otto su dieci. L’accesso alle cure diventa più difficile con l’avanzare degli anni. Sette over 70 su dieci scoprono la malattia in fase avanzata, quando non possono più beneficiare delle terapie. è necessario abolire le discriminazioni che questi malati devono affrontare entro 5 anni. Inoltre è essenziale coinvolgere gli anziani nei programmi di screening e nelle sperimentazioni cliniche dei trattamenti innovativi. Servono nuove leggi che prevedano studi registrativi per l’approvazione dei farmaci destinati agli over 70. La diversità di trattamento tra adulti di mezza età e anziani era già presente e consistente ad inizio anni ’90 quando il problema è stato affrontato per la prima volta da parte di oncologi e geriatri. Nonostante ciò, la differenza in sopravvivenza e lo svantaggio prognostico, invece di ridursi, sono aumentati nelle ultime due decadi e sono tuttora in crescita, soprattutto in Italia. Se nel biennio 1990-’92 una donna anziana con cancro al seno aveva il 40% di rischio di morire in più rispetto ad una adulta di mezza età, nel 2005-2007 questo svantaggio è salito e l’anziana ha più del doppio di probabilità di morte. Nel periodo di crisi economica che stiamo attraversando diventa prioritario individuare strumenti concreti che sappiano coniugare l’appropriatezza delle cure e la riduzione dei costi. Il ritardo diagnostico, spesso molto avanzato, non permette di somministrare terapie con intento curativo, al punto che un’alta percentuale di questi pazienti è destinata a morire entro pochi mesi dalla scoperta della malattia. Inoltre, a causa della ripetuta esclusione degli anziani dagli studi clinici, i miglioramenti ottenuti in oncologia negli ultimi venti anni hanno riguardato solo marginalmente questa popolazione. I principali fruitori delle strutture del Servizio Sanitario Nazionale sono proprio gli anziani: in Italia il 33% dei ricoveri ospedalieri ed il 44% dei giorni di degenza sono rivolti agli over 70. Ogni anno circa il 25% della degenza è rappresentato da ricoveri impropri e/o da cure che possono essere erogate in regime di Day Hospital o sul territorio, con un esborso incongruo di 11 miliardi di euro. È necessario realizzare un nuovo  modello di cura che tenga conto della disponibilità reale di risorse. Sono spesso a ‘pazienti complessi’ perché, oltre alla patologia oncologica, presentano comorbidità e disabilità. La complessità del quadro clinico impone un maggiore coordinamento tra ospedale e territorio, che inevitabilmente si traduce in una diversa e più pesante richiesta assistenziale per il Servizio Sanitario Nazionale. La mancanza di un coordinamento centrale si traduce, spesso, in richieste assistenziali incongrue e prestazioni inappropriate con ulteriore aggravio dei costi. Un ultimo aspetto riguarda le sperimentazioni che sono condotte normalmente nei maschi, giovani-adulti, con una sola patologia. La realtà clinica è invece molto spesso costituita da donne, anziane, con numerose patologie. In particolare per i farmaci biologici, che sono oggi utilizzati specialmente nel trattamento di tumori molto frequenti come quelli della mammella, del polmone e del colon-retto, non vi è esperienza clinica adeguata condotta negli anziani, che, invece, in alcuni casi, potrebbero ottenere risultati addirittura migliori rispetto ai più giovani. Da ultimo, assume particolare rilevanza lo sviluppo di campagne di prevenzione primaria (e secondaria) fra gli anziani. E’ infatti provato come anche nelle terza età mutare i propri stili di vita sbagliati comporti benefici per l’intero organismo. Come smettere di fumare: non è per nulla vero che “tanto fumo da 40 anni, se anche smetto non ho miglioramenti”. E’ provato che interrompere questo vizio  possa ridurre il rischio di essere colpiti da tumore del polmone. Così per l’alimentazione: ridurre il sovrappeso e l’obesità può permettere di ridurre fortemente il carico di patologia. Soprattutto attraverso interventi di educazione alimentare che spingano l’accento sul “cibo spazzatura” che purtroppo sta prendendo pesantemente piede anche nel nostro paese a causa delle ristrettezze economiche che colpiscono molto spesso gli anziani. Analoga situazione per l’alcolismo, piaga che si sta espandendo in questa fascia d’età, spesso motivata dalla solitudine e da ridotti rapporti con l’esterno. Da ultimo, non va dimenticata l’importanza di una quotidiana attività fisica che permette da un lato di rendere più forte l’organismo, dall’altra svolge una rilevante funzione sociale nel favorire il rapporto con gli altri, l’uscire di casa per sviluppare una vita sociale e di relazione. Insomma, la promozione di stili di vita corretti nella terzà età (anche se si sono poco seguiti negli anni precedenti)  può comportare una sensibile riduzione del numero di casi di tumori  e migliorare nel complesso la qualità di vita di queste persone. Senza dimenticare, l’importanza di sviluppare una forte campagna di sensibilizzazione per ribadire che il cancro non è più un male incurabile. Troppo spesso, infatti, si assiste ad anziani che dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore e dopo essersi sottoposti alle terapie non riescono più a svolgere una vita normale. Tutto ciò senza alcun razionale scientifico, dal momento che – come testimoniano i dati ufficiali – oggi il 50% delle persone colpite da un tumore sono vive a 5 anni dalla diagnosi.

·        Testimonianze dei tumorati. Roberto Calderoli: graziato dal Tumore; Cirinna’ e gli attacchi social.

Le storie. «Noi, malati di tumore, perseguitati dalle aziende per cui lavoriamo». Orari impossibili, mansioni punitive, privacy violata. Così le imprese tendono a sbarazzarsi dei dipendenti malati. E spesso ci riescono. Maurizio Di Fazio il 13 novembre 2019 su L'Espresso. Il cancro e il lavoro. Il male del secolo e l’umanità in azienda. Chi viene colpito da un tumore deve lottare spesso due volte: contro la peggiore delle malattie, e contro mobbing e cinismo sul posto di lavoro. Diventa un fardello, un intralcio al totem produttivo. Viene adibito a funzioni durissime, come se avesse ormai le ore contate, o destinato a compiti perfettamente inutili. E pensare che la cura di un paziente oncologico passa anche per il potere continuare a svolgere le normali attività di tutti i giorni. Comprese quelle lavorative. C’è chi è costretto a licenziarsi, e c’è chi resiste, magari al prezzo d’aggravarsi di salute. Il cancro in età lavorativa è un problema che nel nostro paese coinvolge più di un milione di persone (dati dell’ associazione italiana registri tumori). L’ultima indagine Favo-Censis ci racconta che ben 274 mila connazionali sono stati licenziati o indotti alle dimissioni dopo una diagnosi tumorale. I casi sono a migliaia, ma restano per lo più sommersi. La stragrande maggioranza preferisce infatti non palesarsi: si vergogna di questo «cancro aggiuntivo» che divora le sue speranze. Qualche lavoratore ha però accettato di raccontarci la sua storia. Gloria ha 45 anni e lavora nella grande distribuzione organizzata, come cassiera in un ipermercato. Passa le merci allo scanner dei prezzi. Ha avuto due tumori al seno, più una recidiva. In tutto tre operazioni, di quelle invasive. «Ho dovuto ricostruirmi entrambi i seni, e anche un braccio e un pezzo di schiena. Ma sulle prime l’azienda per cui lavoro non mi ha riconosciuto la malattia. Per loro, i miei erano interventi di chirurgia plastica. Roba estetica, insomma. Roba da pazzi». Poi ha inizio il carosello, o meglio, il «martirio invisibile» degli orari impossibili. «Ero appena uscita da un ciclo massiccio di chemio e radio. Avevo diritto a due ore al giorno di riposo, grazie alla legge 104. Ma la mia azienda ha cominciato a crearmi degli orari assurdi, concepiti apposta per portarmi al licenziamento. Invece di dividermi il monte-ore equamente, me ne mettevano poche un giorno e tante un altro. Non consentendomi così di fruire delle due ore quotidiane di riposo prescritte per legge». In alcuni giorni Gloria riposa solo un’ora, in altri le canoniche due; ma nel frattempo il suo orario è stato allargato, alla chetichella, a dismisura. Adesso la donna lavora non più quattro, ma anche cinque o sei ore al dì. A un certo punto getta la spugna e si licenzia. «Certo, mi aiutava molto il fatto di uscire di casa, la ricerca di una parvenza di normalità… ma non ce la facevo più ad andare avanti a quelle condizioni. Con quei turni massacranti e schizofrenici. Alla quinta ora di fila, mi diventava tutto pesante e insostenibile. Con le operazioni che ho avuto io, poi, scansionare i prodotti a un ritmo vorticoso al codice a barre è una tortura medievale. Mi hanno costretta, di fatto, ad andarmene, a mettermi in malattia». Oggi Gloria è in cura dallo psicologo. A farle male, più della malattia, è stato il comportamento machiavellico del suo ex datore di lavoro. Molti tengono segreta la malattia, temendo lo stigma aziendale. E c’è ancora chi si mette in ferie per effettuare gli esami e le cure di prassi. Eppure esiste tutta una serie di diritti conquistati nel corso del tempo. La leva su cui poggiano è quasi sempre la legge 104 del 1992, che tutela le persone disabili. I lavoratori malati di cancro possono essere equiparati ai portatori di handicap gravi, e in quanto tali lavorare nella sede più vicina al loro domicilio, svolgere mansioni adeguate alla loro capacità lavorativa (a parità di stipendio), essere esentati dai turni di notte e avere accesso al part-time durante i trattamenti. Sempre grazie alla 104, i malati oncologici fruiscono di permessi retribuiti, pari a due ore al giorno come abbiamo visto nel caso di Gloria o a tre giorni continuativi o frazionati. C’è poi il cosiddetto «periodo di comporto», la cui durata varia a seconda del tipo di contratto collettivo nazionale di categoria. Nel corso di questa fase, il lavoratore (a cui verrà corrisposto un salario ridotto) è libero di assentarsi senza che l’azienda possa licenziarlo. Superato il tetto massimo consentito, è invece possibile cacciarlo anche se è ancora malato. Nel commercio e nei servizi, e nel settore privato, il periodo di comporto dura 180 giorni, diluiti in un anno solare. Nel pubblico impiego sale a 18 mesi (sempre frazionati) nel triennio. Nel caso dei metalmeccanici e degli autotrasportatori, il periodo di comporto è secco (un unico, lungo blocco di allontanamento dal lavoro) e oscilla in base all’anzianità di servizio del lavoratore malato. Il limite invalicabile è di un anno di assenza semi-retribuita. Antonietta ha trentacinque anni. È, o meglio era, una commessa. Pesa 45 chili: ha difficoltà a nutrirsi a causa di un linfoma. Può mangiare solo a orari fissi. Dovendosi assentare per le sue cure, si è vista bollare come assenteista, con tanto di campagna denigratoria orchestrata dall’alto, nonostante i vertici la conoscessero bene la verità. «Molti miei colleghi stavano cominciando a crederci alle parole dei nostri capi, che mi dipingevano come una negligente, “quella che non lavora mai”. Manco andassi a ballare in quelle ore, e non a bombardarmi di chemio». La sua odissea è punteggiata da mille episodi spiacevoli, umiliazioni e variazioni speciose sul tema: «Cercavano di procurarmi inciampi con gli orari, e guadagnarmi una visita era, ogni volta, una battaglia. “Dammi prima il certificato”: era questo il loro mantra-standard». Eppure la certificazione è appannaggio del medico aziendale, e non può o non dovrebbe finire sotto gli occhi del management. Altrimenti vivremmo in un Stato di polizia sanitaria, e i lavoratori sotto ricatto. Anche lei va dallo psicologo. «Lo Stato dovrebbe intervenire urgentemente. Soprattutto nel privato. Occorrono regole e paletti. È una guerra che noi combattiamo e combatteremo nei posti di lavoro, ma non è sufficiente», spiega Francesco Iacovone del direttivo Cobas nazionale, tra i più attivi su questo fronte. I malati oncologici dovrebbero lavorare il giusto, senza queste montagne russe ingenerose e insalubri. Per fortuna non funziona sempre così: esistono aziende, come le cooperative di consumo, che tutelano chi ha un tumore, e garantiscono loro il mantenimento dell’occupazione anche dopo il periodo di comporto. C’è inoltre un aspetto su cui riflettere: perché la tutela arriva al massimo a 18 mesi, quando un malato di cancro può dirsi guarito solo dopo cinque anni e prima di allora le recidive sono in agguato?». Mario ha 56 anni, e un tumore alla prostata. Ha un contratto a tempo indeterminato come addetto amministrativo in un negozio di un brand del lusso. Il suo era un lavoro di responsabilità. Stava in ufficio, dietro le quinte. Ma da quando s’è ammalato gli tocca infilare i soldi nella cassa continua del bancomat, e basta. Davanti allo sguardo indiscreto dei colleghi e soprattutto dei clienti di passaggio. Perché dopo l’operazione soffre di incontinenza, corre in bagno ogni mezz’ora. Un pubblico ludibrio che si ripete tutti i giorni. E sta lì ad aspettare che la cassiera gli passi l’incasso per versarlo. Prima e dopo non ha nulla da fare. «Mi fanno fare soltanto questo e mi sento inutile, superfluo. Ed è così imbarazzante far vedere a tutti che non sto bene. Cosa darei per tornare nel guscio protettivo del mio ufficio, alle mie vecchie mansioni». Mario è seguito da uno psichiatra. L’articolo 32 della nostra Costituzione mette la tutela della salute tra i diritti fondamentali della persona. Ecco perché esiste, per esempio, il sopraccitato periodo di comporto. Ma non basta, e la dignità di questi malati gravissimi è troppo spesso calpestata. Serve una legge nazionale organica, perché i diritti fin qui acquisiti sono frutto dei piccoli frammenti finiti all’interno di qualche legge di riforma del lavoro, del livellamento allo status di disabile o portatore d’handicap, dei vari contratti collettivi nazionali e del «buon cuore» delle singole aziende. La stessa Aimac, l’associazione italiana dei malati di cancro, chiede da tempo una legge-quadro sul malato oncologico. «La disabilità oncologica è la nuova disabilità di massa, ma questo paziente ha esigenze peculiari perché la sua malattia ha un andamento ciclico e altalenante», ha dichiarato Elisabetta Iannelli, vicepresidente dell’Aimac. «Le leggi vigenti sono pensate invece per le cronicità stabilizzate». A rimetterci è soprattutto il mondo del lavoro. Da un tumore si può guarire, dal «cancro in azienda» no.

Calderoli: "Ecco come ho sconfitto il tumore". Il senatore racconta i suoi 7 anni di lotta al cancro e lancia un messaggio a Sinisa Mihajlovic. Giorgio Gandola l'1 agosto 2019 su Panorama. Ci sono messaggi che sembrano pergamene in bottiglia o bip da altri mondi. «Io ho vinto, vincerai anche tu, Sinisa». Questo arriva mentre è ancora forte la commozione per la rivelazione di Mihajlovic, per la divulgazione della malattia e della paura, per la grande dignità con la quale l’allenatore del Bologna che fu formidabile giocatore di calcio si appresta a combattere la leucemia. È firmato Roberto Calderoli, due volte ministro, quattro volte vicepresidente del Senato. Anche lui con il pigiama e il camice bianco per sette anni, anche lui ad alternare cure devastanti a mozioni d’ordine in aula. Sa come si fa. C’è tempo per lottare e c’è tempo per parlare. «Ascoltando quella conferenza stampa mi è tornato in mente tutto, disperazione e bagliori di luce. Ho sempre apprezzato il carattere da gladiatore di Mihajlovic, so cosa prova e gli sono vicinissimo. La prima barriera da rompere è quella del silenzio, perché all’inizio ti prende un senso di vergogna come quello che un tempo accompagnava le malattie psichiatriche o l’Aids. Hai a che fare con qualcosa che per la società è ancora intoccabile, indicibile».

Perché il pudore diventa debolezza?

«Perché la nostra società che tende alla perfezione rifiuta il concetto di morte. Sembriamo invincibili, ma non siamo mai preparati all’evento di cui c’è più certezza. Il nostro è un regresso rispetto alla società contadina, che essendo in sintonia con la natura contemplava la fine».

Non le sembra un approccio troppo millenarista?

«Guardi, io ho l’abitudine di andare ogni settimana al camposanto a trovare i miei genitori. Ho fatto di tutto perché il papà venisse seppellito con la mamma, la burocrazia è micidiale anche oltre la vita. Lì di gente ne vedo veramente poca. Eppure quello dovrebbe essere il rapporto più tenero e forte perché ha a che fare con la vita eterna. Forse è solo la testimonianza di un rapporto con la fede che purtroppo si sta perdendo».

Mihajlovic lotta e lei ricorda. Presidente, quando cominciò il suo incubo?

«Le faccio una premessa, a me non importa ripercorrere pubblicamente quella lunga e accidentata strada. E se lo faccio è solo perché voglio essere d’aiuto con la mia esperienza a tutti coloro che hanno sulle spalle il peso della malattia senza essere persone pubbliche, quindi privilegiate. Parlo pensando a chi non ha voce ma ha diritto di avere la stessa speranza. Diffidate della prima diagnosi, diffidate di chi vuole operarvi al volo. Comunque era il giugno 2012 e stavo al Senato come oggi, quando mi è arrivata la mazzata a tradimento».

Ce la spieghi.

«Non avevo nessun sintomo, prenotai semplicemente un controllo di routine in una clinica romana. Un medico mi disse che avevo una noce nella pancia e mi prescrisse una Tac. La feci una mattina alle otto, prima del turno di presidenza. Responso: ascesso retroperitoneale. Il chirurgo mi disse: «Se vuole la operiamo subito». Ero frastornato, chiesi un timeout e andai al bar di fronte a prendere un caffè. Lì, qualcuno mi spiegò che nella clinica non avevano neanche la rianimazione. Prima fuga».

Però la noce di carne esisteva e cominciava a condizionarle la vita. Cosa fece?

«Chiesi consiglio a un altro medico che mi disse: «Vai dal chirurgo che ha operato mia moglie». Altra clinica, altro ricovero da un famoso professore, cinque giorni in parcheggio. Le Tac però non mostrarono un ascesso, ma un tumore all’intestino cieco con le metastasi già in giro. Vengo operato e all’uscita dalla sala operatoria il chirurgo mi dice: «Abbiamo tolto tutto, asportato i linfonodi, lei è guarito». Mi consigliano un oncologo».

Sembrava la fine, era solo l’inizio.

«Nell’estate del 2012 vado a Modena e lo specialista mi toglie ogni illusione: quel tipo di tumore necessitava di un altro intervento perché le metastasi erano in giro per il peritoneo. La faccenda diventa complicata per due motivi: io non voglio tornare sotto i ferri e il primo chirurgo è contrario all’intervento. Di più, mi spiega che mi vogliono rioperare solo per farsi un nome. In famiglia è un periodo micidiale, dominato dall’incertezza e dall’angoscia. Comincio a pensare a come sistemare la mia vita, agli ultimi mesi da vivere».

Come ne siete usciti?

«Io sono per il no, mia moglie per il sì. Così comincia il pellegrinaggio della speranza che molti conoscono. Decidiamo di andare a Parigi, all’Istituto Oncologico Roussy, dove opera uno dei massimi esperti mondiali. La sentenza: «Devi essere rioperato». Poi spiega di avere un posto libero la vigilia di Natale e presenta i costi: 250 mila euro di intervento più gli esami e la degenza, per un totale attorno ai 400 mila euro. Vede la mia faccia e aggiunge che a Padova c’è un collega italiano bravissimo che fa l’intervento con il Servizio sanitario nazionale. È il professor Donato Nitti, mi salverà la vita. E dopo di lui il dottor Pierluigi Pilati».

Nel frattempo il politico Calderoli continua a lavorare e a fare la spola fra Roma e Bergamo. Poi il ricovero.

«In quel periodo c’erano le riforme costituzionali, ricordo che Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa venivano in clinica con gli emendamenti da firmare. A Padova mi trovarono tumori e metastasi in ogni parte dell’intestino. E per la prima volta dall’inizio dell’incubo mi fecero una colonscopia; nessuno ci aveva pensato prima. Intanto il professore di Roma mi telefonava per confermarmi che ero guarito e che, se anche avessi dovuto farmi rioperare, avrebbe avuto lui il diritto di farlo».

L’appuntamento per l’intervento decisivo era per gennaio 2013.

«Fu quello più pesante. Entrai alle 7 e 30 di mattina in sala operatoria e uscii alle 11 di sera. Oltre 15 ore, poi la rianimazione. Quando tornai nel mondo dei vivi, mi rivelarono che avevano trovato una metastasi della dimensione di un melone. Ricordo l’incazzatura al pensiero che altrove, sei mesi prima, mi avevano detto che era tutto a posto. Ora il giudizio su quella vicenda lo emetterà il tribunale».

Come ricominciò la sua vita?

«Una cosa tremenda, ero in giro con i tubi nella pancia. Facevo i comizi e andavo in Senato con i drenaggi sotto la giacca. Tutti i giorni, due volte al giorno, dovevo infilarmi le cannucce nell’addome per i lavaggi. Sono medico chirurgo maxillo-facciale, ho una certa dimestichezza con la materia. Continuo a domandarmi come avrebbe fatto un comune mortale».

In primavera ha annunciato di essere guarito, sette anni dopo.

«È stata una via crucis, ho avuto molte recidive, ogni tanto la bestia rispuntava. Ogni sei mesi dovevo sottopormi a piccoli interventi, non so più neppure quanti ne ho fatti. Forse sei, forse di più. E i cicli di chemioterapia, e quelli di immunoterapia. Uno strazio».

Cosa le ha dato la forza di arrivare fino in fondo?

«La fede. Sono credente, un’altra vita c’è. E allora il pensiero che ci fosse qualcuno che vegliava su di me mi ha aiutato tanto. In sala operatoria avevo davanti la madonna di Lourdes; ci ero stato da bambino con mia mamma».

Cosa consiglia a chi si trova una mattina davanti alla malattia del secolo?

«Non sottovalutate mai nulla. Mai rinviare a domani l’esame che si può fare oggi. Quando hai 30-40 anni ti senti invulnerabile, invece non è così. Basta un esame del sangue, un Psa, una mammografia per dare l’allarme e curarsi. Un secondo consiglio è quello di non andare all’estero perché in Italia ci sono eccellenze. Siamo bravi, fidatevi. Però...»

Però, presidente Calderoli?

«Però non fermatevi al primo consulto, andate in profondità. E non usate internet, il peggior informatore che c’è. Leggi e ti viene voglia di buttarti dalla finestra».

Lei è diventato un punto di riferimento per molti malati.

«La gente mi chiama, mi chiede consigli. Una continuità rispetto alla professione di medico. È la lista d’attesa per la vita. Andare nel posto sbagliato o finire tardi nel posto giusto significa morire».

Mihajlovic ha fatto bene a condividere tutto?

«Sì, inutile nascondere. Il tumore viaggia laddove ci sono difese immunitarie deboli, quindi la condizione psicologica è fondamentale. Il contesto, la condivisione, il supporto ti possono aiutare, anche se la reazione decisiva è quella interiore. In ballo c’è la vita».

Adesso l’incubo è davvero finito?

«Rispetto al passato rido. Ma ogni tre settimane mi devo infilare un tubo nella pancia con una pompa, lo faccio da solo. Prossimo controllo a settembre. Ti abitui a pensare che la vita ha scadenze più vicine»

Cirinnà e gli attacchi sui social: «Ho risposto all’hater raccontando il tumore». Pubblicato lunedì, 21 ottobre 2019 su Corriere.it da Andrea Arzilli. Vanitosa95 le ha augurato la malattia, la senatrice Pd ha replicato: «Sono stata operata già due volte e sono ancora qui. Piuttosto lei rifletta su quanto odio ha dentro di sé». Il profilo Vanitosa95 le augura il cancro e lei, Monica Cirinnà, 56 anni, le risponde dicendo «la verità, l’unico antidoto al vero male di questo Paese che è la solitudine». Esattamente, nella risposta, la senatrice Pd scrive: «Grazie, ma sono stata operata già due volte alla mammella e sono ancora qui, conosco il dolore e la paura di morire. Piuttosto lei rifletta su quanto odio ha dentro di sé, quello sì che può farle del male». Gli insulti le arrivano per il tweet contro «l’orrore della caccia»: è allora che la sua bacheca si riempie di macabri auspici. «Ti auguro un carcinoma polmonare che ti maciulli», scrive Vanitosa95.

Ci racconta la «verità»?

«Il 28 aprile 2010 sono stata operata per la seconda volta alla mammella. Una ricaduta, la prima era stata nel 2005».

Ormai ne è fuori?

«Mi considerano fuori pericolo. Ma faccio regolarmente ecografie e mammografie: in quei giorni ho un po’ d’ansia, penso “non c’è due senza tre”. Mia madre è morta, tre mesi fa, di cancro al pancreas: è anche per questo che l’odio social mi ha fatto male».

Come scoprì il tumore?

«A 40 anni, la prima mammografia di controllo. Un bravo ginecologo mi disse “vedo un puntino”. Il primo verdetto è stato terrificante: carcinoma intraduttale atipico. Ricordo come fosse adesso che ci siamo abbracciati forte forte con mio marito (Esterino Montino, sindaco Pd di Fiumicino, ndr) e lui mi ha detto: “Non puoi morire proprio ora”. Siamo andati a Milano da Umberto Veronesi e lui mi disse “puoi morire ma puoi anche farcela”. Poi l’operazione: una quadrantectomia. Ed eccomi qui».

Però c’è stato pure un secondo intervento.

«A Roma Veronesi mi ha mandato dal professor Raffaele Leuzzi che nove anni fa mi disse “Monicuccia, non rischiamo perché poi è un attimo”. Stavolta mi sono operata in una struttura pubblica, al San Filippo Neri. Ed è andata bene, ovviamente la mia mammella è un po’ tagliuzzata ma loro sono stati rispettosi anche dell’estetica».

Che ricordo ha di quel periodo?

«Le cure ti fanno capire quanto sei fragile. I capelli non li ho persi ma quando non ti reggi in piedi e sei verde in faccia, è dura. Però ho mio marito che è la mia vita, è il mio tutto. Mi sono aggrappata all’amore. Oggi penso che sia giusto dare speranza e raccontarmi senza vergogna».

E lo ha fatto con un tweet.

«Mi dicono tutti di non replicare agli attacchi social. Ma non va bene: se tieni tutto coperto loro continuano a vivere del loro odio. Se rispondi, invece, tanta gente ragiona. Certo, il fatto che non chiudano questi profili è grave. Questa che ha insultato me è segnalata da mesi. Ma Twitter non la chiude. Dà da riflettere».

«Portano click, questo dice?

«È proprio così. Chi produce tanti like è sempre lì. E io ho deciso di rispondere a tono. Chi ha avuto il cancro, se guarisce, è più forte perché ha già sfidato la morte. Per me è stato come rinascere a una seconda vita, anzi sono rinata tre volte. E paura, adesso, non ne ho più».

·        Cancro: che culo, che palle. Mihajlovic e i danni della solidarietà.

Mihajlovic e il cancro, attenti alle parole di solidarietà che possono ferire. Pubblicato martedì, 16 luglio 2019 da Pierluigi Battista su Corriere.it. Molti amici che hanno dato con slancio generoso la loro solidarietà a Sinisa Mihajlovic non hanno avuto il tempo di seguire un servizio della Bbc. Si dice, in quel servizio, che ci sono delle parole che feriscono, nel gergo e nella retorica per indicare chi ha un tumore: guerriero, combattente, eroe. Ma è proprio quello che hanno detto a Mihajlovic: guerriero, combattente, eroe. E chi muore, allora, forse non è stato eroico? Ha la colpa di aver ceduto alla malattia? È stato un guerriero maldestro? È un perdente? Attenzione, perché un’esortazione sincera, una metafora usata con generosità, un incoraggiamento può rovesciarsi nel suo contrario: non è che chi muore è stato meno eroico di chi è guarito. Non è una volontà di ferro che sconfigge il male, non è con uno spirito pugnace che le cellule cancerose arretrano. Non è il malato che può guarire perché è bravo a combattere, ma può salvarsi solo se le armi mediche risultano efficaci. Puoi avere la volontà d’acciaio e soccombere: non sei tu che determini l’esito della lotta. Se perdi, non solo muori ma ti devi dare la colpa di non esserti dotato di una buona tattica bellica? Morire è come la sconfitta sui campi di Waterloo? Puoi affrontare la malattia con determinazione muscolare, facendo sfoggio di «forzutismo», per usare una definizione di Elena Loewenthal, ma il nemico è stato più bravo di te. Punto. Oppure puoi guarire dopo aver vissuto la malattia abbandonandoti alla disperazione: è successo, succede. Pensare che si possa guarire o morire a seconda dell’atteggiamento con cui ci si cura è l’ultimo rifugio della presunzione di onnipotenza psicologica. Magia, non scienza. Lo aveva scritto Susan Sontag: il linguaggio con cui si affronta il cancro rischia di essere soffocato sotto un eccesso di metafore («Malattia della metafora» è appunto il titolo del saggio di Susan Sontag). Il linguaggio bellico ha sgominato tutti gli altri nella rappresentazione metaforica del cancro: le cellule cancerose «invadono» oppure «colonizzano», bisogna rafforzare le «difese», fare in modo che i pazienti siano «bombardati» con i raggi per contrastare «l’invasione tumorale». La nostra Oriana Fallaci ingaggiò una battaglia senza esclusione di colpi con l’«alieno» che le succhiava la vita: la sfida, il duello, la pugna, eppure alla fine non ce l’ha fatta. Il nostro Tiziano Terzani abbracciò l’atteggiamento opposto: l’accettazione saggia del destino, la vita dello spirito, il «Grande Tutto», eppure alla fine anche lui ha lasciato il mondo terrestre dei vivi. È fatalismo? No, è che la sorte della malattia non è emanazione di una volontà soggettiva, ma dipende dall’efficacia delle cure, che per fortuna oggi, per molte varietà di tumore, risulta maggiore e ha più successo di prima. Ha scritto Maurizio Crosetti: «Esiste una retorica del cancro secondo la quale vince chi lotta di più, chi non si arrende, chi ha più carattere. Oltre che falso, è offensivo per chi soccombe e muore. Non si arrende: muore. E chi vive non vince: guarisce». Ecco, per rispetto ai malati bisogna riportare il cancro al suo grado zero, non sovraccaricarlo di metafore militari che umiliano i pazienti, trasferiscono a chi si cura la responsabilità di un esito terapeutico che in realtà non dipende da lui, dalla sua volontà, dal suo carattere, dal suo armamentario bellico. Gli oncologi più avvertiti smentiscono una credenza molto diffusa e hanno stabilito che non c’è alcuna correlazione che abbia il valore di un’evidenza scientifica tra l’atteggiamento del malato e il decorso della malattia. Diverso dire che l’atteggiamento positivo del malato rende più agevole il lavoro del medico, ma un «guerriero» non ha nessuna chance in più di guarire di quante ne abbia un paziente più docile e introverso. Christopher Hitchens, che della sua malattia ha fornito un resoconto commovente e puntuale fino alla fine, ha scritto che nel «linguaggio di Tumorville», definizione geniale, la metafora militare rischia di avere un’influenza negativa sui pazienti costretti a vivere con un iniquo senso di colpa la progressione del tumore che avanza inesorabile e sbaraglia, è il caso di dire, ogni trincea terapeutica: purtroppo è così, è esattamente così. Ecco perché ci sono parole che, pronunciate con le migliori e più nobili intenzioni, possono ottenere un effetto boomerang. Ha ragione la Bbc: ci sono parole con cui non bisogna colpevolizzare i malati. Ce ne sono altre: di solidarietà, di cura, di affetto, di vicinanza, di amore. Non di guerra. E un abbraccio grande a Sinisa.

·        Dove curo il tumore?

Trovato il primo farmaco efficace nel 90% dei casi di fibrosi cistica. Pubblicato venerdì, 01 novembre 2019 su Corriere.it da Adriana Bazzi. Due studi dimostrano che la malattia può essere controllata all’origine e i sintomi migliorano in maniera «sorprendente». Quando Francis Collins, nel 1989, scoprì, con il suo team, il gene della fibrosi cistica, scrisse una canzone dal titolo «Il coraggio di sognare» dove esprimeva la speranza che, grazie alla genetica, si potesse trovare una cura per questa malattia che accorcia la vita. Trent’anni dopo il sogno dello scienziato americano, oggi capo dei National Institutes of Health, si è avverato: due studi, pubblicati in contemporanea sul New England e su Lancet, dimostrano che, grazie a una nuova terna di farmaci, la malattia può essere controllata all’origine e i sintomi migliorano in maniera «sorprendente», dicono gli americani. La fibrosi cistica è dovuta, appunto, all’alterazione di un gene (chiamato CFTR) e, quindi, della sua proteina che regola il passaggio dei sali in alcuni tipi di cellule epiteliali di rivestimento. Risultato: le secrezioni (come quelle del muco nelle vie aeree) sono più dense. E a subirne i danni sono soprattutto i bronchi e i polmoni, poi il pancreas, il fegato, l’intestino. La nuova triade terapeutica (si chiama Trikafta) è composta da due farmaci già in uso, l’ivacaftor e il tezakaftor, più quello nuovo, l’exacaftor: insieme «stirano» la proteina alterata, in quanto «accartocciata» su se stessa, e le permettono di agire nel posto giusto sulle cellule. I sintomi migliorano (i pazienti respirano meglio e hanno meno problemi digestivi) e la speranza dei ricercatori è quella di rendere la fibrosi cistica una malattia cronica, come il diabete (oggi la media di sopravvivenza di chi ha la fibrosi cistica è 44 anni). Questa nuova terapia è indicata nel 90% dei casi. Ne rimane escluso un 10%, con altre mutazioni genetiche, per il quale andranno trovate nuove cure. La fibrosi cistica è una malattia rara, ma non rarissima: colpisce uno su 2.500 nati e, in Italia, si registrano circa 200 nuovi casi all’anno. Per ora questa nuova terapia, approvata in tempi rapidissimi dall’Fda, l’Ente federale americano per i farmaci, è indicata solo per i pazienti dai 12 anni di età in su, ma si spera che possa essere disponibile anche per i più piccoli, così da contrastare subito i danni agli organi. A quando il suo arrivo in Italia? Perché sia disponibile occorre che sia approvata dall’Ema, l’Agenzia europea dei farmaci, e poi registrata da noi (ed eventualmente rimborsata). Il problema, come al solito, è quello del costo: attualmente, negli Usa, si aggira attorno ai 300 mila euro per anno di terapia per paziente.

Tumore, una modifica al Dna per curare il cancro. I primi clamorosi risultati su tre malati. Miriam Romano su Libero Quotidiano il 9 Novembre 2019. I primi risultati dimostrano che funziona. Non si può ancora cantare vittoria definitiva contro il cancro, ma l' ottimismo è giustificato. Un' altra terapia sperimentale potrebbe aprire una strada, finora inesplorata, per sconfiggere il tumore. Si tratta di una nuova strategia, messa a punto negli Stati Uniti, che utilizza una tecnica "manipolatrice" del Dna. Lo scopo è quello di alterare le nostre informazioni genetiche in modo tale da "caricare" il sistema immunitario compromesso dalle cellule maligne e permettergli di distruggerle, annientando il cancro. La tecnica, chiamata Dna Crispr, è stata già sperimentata su tre pazienti, dando come detto risultati per ora positivi. Due dei tre pazienti avevano un mieloma multiplo, un tumore maligno del sangue, mentre l' altro un sarcoma, una forma molto rara di cancro che si forma all' interno dei tessuti molli dell' organismo. Tutti e tre in stadio avanzato, non avevano risposto a chemioterapie, radioterapie e alla medicina tradizionale. I ricercatori hanno estratto le cellule T del sistema immunitario dai soggetti e le hanno trattate con il Crispr rendendo la risposta al tumore più aggressiva. Ai tre pazienti sono state poi infuse 100milioni di queste cellule modificate e il follow up più lungo è arrivato a sei mesi. «La buona notizia è che sono tutti vivi», ha detto Edward A. Stadmauer, dell' University of Pennsylvania Abramson Cancer Center. «La risposta migliore che abbiamo visto al momento - ha aggiunto - è la stabilizzazione della loro malattia».  Al contrario di altre terapie sperimentali, danni gravi collaterali per ora non ce ne sono stati. E questo fa già ben sperare. Cellule "guerriere" - La tecnica è simile a quella utilizzata nella ormai nota alle cronache terapia Car-T, entrata in commercio quest' anno in Europa. Anche con la Crispr, i linfociti T del paziente, le cellule "guerriere" del nostro sistema immunitario, vengono prelevati, modificati in laboratorio e in seguito reinfusi nelle vene dei malati. Ma nel caso di questa nuova tecnica il meccanismo si complica leggermente. Invece di limitarsi ad"armare" le cellule T con un recettore chimerico come nel caso delle Car-T, i ricercatori rimuovono innanzitutto tre geni. Le prime due modifiche servono per eliminare i recettori naturali della cellula T, assicurandosi che questa sia in grado di legarsi alla parte corretta delle cellule tumorali. "Aggiustano" cioè in questo modo il sistema immunitario malato non più in grado di funzionare nei pazienti affetti dal cancro. E poi sopravviene una terza modifica: rimuovono un ultimo gene che impedisce, spesso, ai linfociti di svolgere il loro lavoro contro i tumori. Infine le cellule vengono dotate di "un' arma" potente per distruggere il cancro. Così hanno fatto proprio nel caso specifico dei tre pazienti: i ricercatori dell' Università della Pennsylvania hanno prelevato i globuli bianchi, hanno rimosso i tre geni indesiderati, che potrebbero interferire con la capacità delle cellule di combattere il cancro o causare altri effetti gravi nei pazienti. Poi hanno usato un virus per armare le cellule con una "bomba biologica" mirata ad attaccare una proteina presente sulle cellule malate. I risultati non sono stati ancora pubblicati, ma saranno presentati il mese prossimo al meeting dell' American Society of Hematology a Orlando. «Questo è davvero solo l' inizio di un' intera generazione di trattamenti», ha dichiarato Stadtmauer. Piedi di piombo - I ricercatori ora sperano di usare Crispr per trattare una serie di malattie genetiche. Lo strumento è già stato utilizzato sperimentalmente contro l' anemia falciforme, mentre alcuni medici cinesi hanno affermato di aver già usato Crispr per curare vari tipi di cancro. La tecnologia è relativamente nuova e bisogna andarci coi piedi di piombo: qualcuno ad esempio teme che si possa in qualche modo modificare il gene sbagliato. Tutte le variabili del caso devono essere verificate. Per ora però le cose sembrano procedere per il meglio: le cellule infuse sono ancora vive dopo diversi mesi. Adesso occorrerà altro tempo per capire se questi "guardiani" combattano davvero il tumore. Le prossime fasi dello studio, che coinvolgerà più pazienti, faranno luce sui risultati. Prima della fine dell' anno, ha affermato lo studioso, un numero maggiore di malati riceverà cellule trattate con Crispr per combattere la leucemia. Miriam Romano

Ospedali da sogno a Bari e Brescia: la tele cardiologia vince gli sprechi. Le Iene l'11 novembre 2019. Pazienti curati con il tablet e occhiali della realtà virtuale per monitorare gli ictus ma anche gli sprechi e prevenire eventuali errori. Non siamo nel futuro, ma al Policlinico di Bari e all’ospedale di Brescia dove ci porta Gaetano Pecoraro. Al Policlinico di Bari stanno sperimentando la telecardiologia. Con una rete wi-fi un medico dal suo ufficio può curare un paziente che non è lì con lui, ma in ambulanza. I centralinisti del 118 prendono la chiamata e la passano ai volontari in ambulanza. Arrivano sul posto e iniziano a curare il paziente che viene caricato in ambulanza. Con gli elettrodi caricati viene collegato un tablet. Così hanno un elettrocardiogramma del paziente. Intanto chiamano un medico per capire che cosa ha il cuore dell’uomo. In pochi secondi il tracciato arriva nella control room, la cardiologa scrive il referto che arriva sempre già in ambulanza. A Bari stanno sperimentando lo stesso principio per altre patologie, come gli ictus. Ma riconoscere un problema cerebrale non è come guardare un elettrocardiogramma. Per questo servono gli occhiali della realtà virtuale. Così un neurologo dalla scrivania può aiutare a riconoscere i segni in faccia del paziente, a controllare i suoi riflessi e le sue condizioni. Questo è un antidoto alla medicina difensiva, una grande piaga della sanità come ci aveva raccontato la nostra Nadia nel 2016. Il medico per paura che un intervento vada male decide di non prendersi il rischio. L’ospedale di Brescia sembra aver trovato una soluzione alternativa. Per evitare che i medici non operino i pazienti, esiste un’applicazione: UpToDate. Una sorta di enciclopedia di medicina che un dottore può consultare quando in difficoltà trovando pareri di luminari internazionali. Tanto che gli stessi medici in tre anni grazie a questa hanno salvato ben 11mila vite. A Brescia hanno introdotto anche la cartella elettronica, tutte le informazioni cliniche del paziente sono consultabili in pochi secondi. E la tecnologia è in grado anche di segnalare eventuali errori nella prescrizione dei medicinali. Qui tutto è computerizzato, anche il magazzino di scorte dei medicinali: li traccia mettendoli anche in ordine di scadenza per evitare gli sprechi. La tecnologia serve anche per orientarsi in ospedale per chi non ci vede. Un sistema introdotto all’Ausl di Piacenza con appena 40mila euro di investimento. 

Ospedali da sogno: ridare la vista a chi non vede. Le Iene il 15 ottobre 2019. Continua il viaggio di Gaetano Pecoraro negli ospedali da sogno d’Italia. Vi portiamo al San Giovanni Addolorata di Roma e al centro di medicina rigenerativa “Stefano Ferrari” di Modena. Due eccellenze nella cura delle malattie degli occhi. Dopo le formiche sui pazienti degli “ospedali da incubo” raccontati la scorsa stagione, con Gaetano Pecoraro quest’anno abbiamo fatto un giro tra le eccellenze della sanità italiana di cui dobbiamo andare fieri. Siamo già stati all’ospedale Rizzoli di Bologna, dove abbiamo scoperto i miracoli che può fare una stampante 3d in medicina, e al Bambin Gesù di Roma, dove sperimentano une terapia innovativa contro la leucemia dei bambini. Oggi vi portiamo alla scoperta dell’ospedale San Giovanni Addolorata di Roma e del centro di medicina rigenerativa “Stefano Ferrari” di Modena. La collaborazione tra questi due centri specialistici permette di “aggiustare le cornee” che hanno subito gravi lesioni, per esempio con l’acido e così ridare la vista a chi l’ha persa. “Come fanno i ciechi tornano a vedere?” ha chiesto la Iena. “Con un trapianto di cornea: sotto questa sottilissima lente si trovano le cellule staminali che permettono a un occhio malato di guarire” ci spiega Augusto Pocobelli, direttore del laboratorio dell’ospedale.

Ospedali da sogno: terapia con le staminali ridà la vista ai ciechi. Le Iene il 16 ottobre 2019. Il viaggio di Gaetano Pecoraro negli ospedali da sogno approda su una nuova terapia tutta made in Italy che utilizza le cellule staminali per “aggiustare” le cornee di chi non vede. Continua il viaggio di Gaetano pecoraro negli ospedali da sogno. La terapia rivoluzionaria con le cellule staminali di cui ci parla questa volta sembra un vero miracolo perché ridona la vista a chi non ci vede più. Il San Giovanni Addolorata di Roma è l’ospedale pubblico in cui è stato realizzato il primo trapianto di staminali della cornea su pazienti ciechi. La cornea è una membrana trasparente che si trova sugli occhi, davanti all’iride (la parte colorata) alla pupilla (il buco nero al centro). Quando per malattia o incidente la cornea diventa opaca, l’occhio non vede più bene, fino alla possibilità di perdere la vista. Il direttore del reparto di Oftalmologia dell’ospedale, Augusto Pocobelli, ci spiega come funziona il trapianto di staminali della cornea. “Una parte dell’occhio dev’essere rimasta intatta, attualmente questa procedura viene utilizzata solo nel caso di ustioni corneo-congiuntivali”, quindi persone che hanno subito incidenti, o nei casi di aggressione con l’acido. “Questa è una tecnica che permette di far crescere delle cellule staminali, le mandiamo in laboratorio e lui ce le restituisce pronte per essere utilizzate”. Il laboratorio che si occupa di “coltivare” le cellule staminali si trova a Modena e nasce dall’intuizione di Michele De Luca, direttore del centro di medicina rigenerativa, e Graziella Pellegrini, coordinatrice del centro, “se in uno dei due occhi c’era ancora un millimetro che conteneva le staminali potevamo usarle per ricostruire la superficie corneale”. Proprio in questo centro hanno ottenuto il primo farmaco della storia per la cura della cornea a base di cellule staminali. Pocobelli ci permette di assistere a un’operazione alla cornea. Entriamo con lui in sala operatoria e assistiamo dal vivo al trapianto. Attenzione perché sono immagini non adatte a tutti gli stomaci e a tutte le sensibilità. Dopo l’operazione parliamo con Maurizio, un uomo che ha subito questo intervento. Ci racconta che si tratta di un vero e proprio miracolo: “Prima non vedevo, mi hanno fatto tornare la vista e il sorriso”. Michele De Luca ci spiega che “nel corso dei prossimi venti, trent’anni una serie di patologie potranno essere trattate con le cellule staminali”. “Vogliamo fregarcene dei malati rari o vogliamo investire in ricerca per curarli? I politici devono trovare il modo di rendere queste terapie avanzate accessibili ai pazienti”.

COLONNA PORTANTE! AL RIZZOLI DI BOLOGNA IL PRIMO TRAPIANTO AL MONDO DI VERTEBRE UMANE. Da repubblica.it il 15 ottobre 2019. È la prima volta al mondo: all'Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, una parte di colonna vertebrale è stata sostituita da quattro vertebre umane, conservate nella Banca del Tessuto Muscolo-scheletrico della regione. L'intervento è stato eseguito il 6 settembre su un paziente di 77 anni colpito da cordoma, forma maligna di tumore osseo. A guidare l'equipe il direttore della Chirurgia vertebrale a indirizzo oncologico e degenerativo del Rizzoli, Alessandro Gasbarrini.

Il dottore che cura i tumori usando la stampante 3D. Tg24-ore.com il 2 ottobre 2019. Non solo malasanità. In Italia, infatti, esistono anche ospedali da sogno e il Sistema sanitario nazionale investe, ogni anno, miliardi nelle cure all’avanguardia, che rappresentano un’eccellenza nel nostro Paese. Al Rizzoli di Bologna, per esempio, è stata messo in atto una nuova tecnica per combattere i tumori, usando la stampante 3D. A raccontarlo è Gaetano Pecoraro che ha realizzato un servizio per Le Iene, durante il quale ha incontrato il dottore Alessandro Gasmarrini, direttore della Chirurgia vertebrale a indirizzo oncologico e degenerativo. Lì, tra il resto, vengono curati i tumori che ataccano la colonna vertebrale: quando un cancro attacca le costole e le vertebre, il dottore studia quelle malate e le riproduce con una stampante 3D. Così si ottiene una protesi completamente uguale all’osso del paziente. Poi, la protesi viene impiantata nel malato, con un intervento delicatissimo, sostituendo costole o vertebre malate. Gasmarrini ha ideato questa soluzione all’avanguardia ispiransosi agli astronauti, che sulla Luna sono in grado di stampare in 3D i pezzi delle stazioni spaziali: “Mi sono detto che riescono a farlo sulla Luna, possiamo farlo anche qui”, racconta il dottore. E così, ha contattato gli ingegneri del Rizzoli che, partendo dalle immagini della Tac e della risonanza, riescono a ricostruire la parte di osso malata. Si tratta di una medicina su misura al 100%. Il tutto, al paziente non costa un euro, perché interventi del genere sono coperti dal Servizio sanitario nazionale. Dopo aver stampato la protesi, l’équipe medica entra in sala operatoria e inizia il delicato intervento di sostituzione: pinze, forbici, martelli e scalpelli, che suonano come termini da officina, vengono in realtà utilizzare per operazioni delicatissime, che richiedono una precisione impressionante. Infatti, basterebbe sfiorare un nervo, per paralizzare completamente il paziente. La tecnica usata al Rizzoli è molto avanzata, ma Gasmarrini guarda già oltre: “Il futuro è riuscire a creare una vertebra di osso”, una protesi cioè fatta di materiali completamente assorbibili dal corpo. Al Rizzoli esiste già una stampante 3D in grado di creare pezzi di osso. Una rivoluzione nel campo della medicina e un passo avanti nella cura dei tumori e non solo. Il sogno di Gasmarrini, infatti, è permettere alle persone che non possono più usare le gambe di tornare a camminare: “Voglio risolvere la paraplegia”, dice convinto alla iena.

A Roma, nell'ospedale che cerca una terapia per la leucemia nei bambini. Le Iene 11 ottobre 2019. In Italia, non ci sono solo gli ospedali da incubo, Gaetano Pecoraro ce ne racconta unpo da sogno: il Bambin Gesù di Roma. Qui si studia una terapia contro la leucemia dei bambini. Uno dei tumori che colpiscono di più i bambini è la leucemia. Attualmente i piccoli, esattamente come gli adulti, vengono sottoposti a chemioterapia, radioterapia e trapianto di midollo. In futuro però le cose potrebbero cambiare: la cura potrebbe diventare una semplice “infusione di cellule” senza più dover operare il paziente. Gaetano Pecoraro è andato nell’ospedale Bambin Gesù di Roma per farsi raccontare in cosa consiste questa “infusione di cellule”. La dottoressa Francesca Del Bufalo gli racconta come funziona questa terapia: “Si prendono delle cellule del bambino, si modificano geneticamente così diventano capaci di riconoscere le cellule affette da leucemia o neuroblastoma ed eliminarle”. Il nome di questa terapia è Car-T. Dal sangue del bambino malato vengono estratti i Linfociti T, poi il dna di queste cellule viene modificato in laboratorio, alla fine i linfociti potenziati lottano contro il tumore e lo eliminano. Questa ricerca è partita negli Stati Uniti ma l’Italia ha dato un grande contributo con il lavoro di Franco Locatelli, il direttore del reparto di Oncoematologia del Bambin Gesù di Roma. “Sono solo uno che prova a fare il suo lavoro nel modo migliore possibile”, ha detto a Pecoraro. Tra le corsie dell’ospedale abbiamo l’opportunità di conoscere Leo, un piccolo paziente che appena ci vede si mette subito a giocare con la nostra telecamera. Ha solo 5 anni e da due entra ed esce da quell’ospedale. Nell’ultimo anno e mezzo il Bambin Gesù ha trattato con il Car-T 38 bambini, tutti casi molto gravi. Per ora tutti loro stanno bene. Ora sta per cominciare una nuova fase di sperimentazione su un numero di pazienti più alto e se anche questa andrà bene lo sforzo dei nostri medici finalmente diventerà una cura per tutti.

Ospedali da sogno: la terapia sperimentale contro la leucemia. Le Iene il 5 ottobre 2019.  Seconda tappa del viaggio di Gaetano Pecoraro attraverso gli ospedali da sogno di cui può vantarsi il nostro Paese. Dopo il Rizzoli di Bologna, nella prossima puntata de Le Iene di martedì vi porteremo al Bambin Gesù di Roma, dove ogni giorno professionisti lottano per curare bambini gravemente malati. Dopo le formiche sui pazienti e gli “ospedali da incubo” della scorsa stagione, con Gaetano Pecoraro vi abbiamo raccontato nella prima puntata de Le Iene l’altra faccia della medaglia della sanità italiana, con un esempio di eccellenza di cui andare fieri: l’ospedale Rizzoli di Bologna, dove abbiamo visto come una stampante 3d possa davvero fare miracoli. Nella prossima puntata, martedì 8 ottobre, vi porteremo alla scoperta di un altro ospedale di cui essere orgogliosi: il Bambin Gesù di Roma. Qui arrivano bambini colpiti da gravi malattie, come la leucemia. L’Associazione italiana Registri Tumori ha calcolato che in cinque anni saranno 11mila i bambini e gli adolescenti che si ammaleranno di tumore. La maggior parte di loro è colpita proprio da leucemia. Al Bambin Gesù, nel reparto di oncoematologia e terapia cellulare diretto dal dottor Franco Locatelli, la Iena ci farà conoscere una terapia sperimentale per curare i bambini colpiti da questo terribile male. “C’è un bambino che ha un tumore, cosa si fa?”, chiede la Iena nell’anticipazione che potete vedere qui sopra. “Si prendono queste cellule del bimbo, le modifichiamo geneticamente, quindi ci inseriamo dentro un gene, che le rende in grado di riconoscere le cellule malate da o leucemia o neuroblastoma e di eliminarle”, ci spiega Francesca Del Bufalo del reparto di oncoemataologia dell’ospedale. Non perdetevi il servizio di Gaetano Pecoraro in onda martedì 3 ottobre in prima serata su Italia1. 

Tumori: l’era dei farmaci «agnostici» (in cui non conta più l’organo malato). Pubblicato venerdì, 04 ottobre 2019 su Corriere.it il 4 ottobre 2019. Studio di un oncologo nel prossimo futuro: il medico deve comunicare al paziente una diagnosi di cancro. «Signora Rossi, lei ha un tumore con mutazione del geni XYZ». «Dottor Verdi, i suoi esami indicano la presenza di una neoplasia con alterazione genetica ABC». L’organo interessato? Non è più l’informazione principale da considerare quando si pensa alla cura.Una vera e propria rivoluzione, con ampi risvolti positivi per i malati, alla quale gli addetti ai lavori si stando preparando, come dimostrano moltissimi studi presentati durante il convegno annuale della European Society of Medical Oncology (Esmo), appena concluso a Barcellona. La parola chiave della nuova era che sta per iniziare è «agnostici», che deriva dal greco antico «senza sapere». Il che non significa, naturalmente, che i medici non sappiano contro quali tumori utilizzarle o per quali pazienti possano essere efficaci. «Al contrario, sono una nuova conquista della medicina personalizzata, perché hanno un bersaglio super-preciso da colpire - spiega Giuseppe Curigliano, direttore della divisione per lo sviluppo di Nuovi farmaci e Terapie innovative dell'Istituto Europeo di Oncologia di Milano -. Si tratta infatti di farmaci non disegnati a priori per un determinato tipo di malattia. Non sono, insomma, stati studiati e testati per la loro efficacia su uno specifico tipo di cancro (colon, seno, polmone e via dicendo), ma vanno a colpire selettivamente alcune mutazioni genetiche, che possono essere responsabili di diverse neoplasie, in diversi organi. Un modello diverso da quello istologico (basato sull’esame al microscopio dei tessuti organici che presentano anomalie) che fino ad ora ha governato la ricerca clinica, le decisioni regolatorie e la partica oncologica». Il primo arrivato di questo nuovo gruppo è larotrectinib, che è stato approvato dalla Commissione Europea a settembre 2019 per il trattamento di pazienti adulti e pediatrici con tumori solidi che presentino una fusione del gene per il recettore della tirosin chinasi neurotrofica (NTRK), con malattia localmente avanzata, metastatica, o nei quali la resezione chirurgica possa causare gravi problemi, e per quelli che non hanno altre opzioni di trattamento soddisfacenti. «I risultati delle sperimentazioni scientifiche hanno dimostrato che questo medicinale, che si prende in pastiglie e ha pochi effetti collaterali, è utile contro 29 tipi di cancro differenti, in adulti e bambini, indipendentemente da quale sia l’organo colpito, con una sola cosa in comune: l’alterazione genetica che li provoca, NTRK appunto» chiarisce Curigliano.

«Ci sono altri farmaci già approvati - precisa l’esperto -. Ad esempio, pembrolizumab è approvato dalla Food and Drug Administration statunitense per tutti i tumori solidi adulti o pediatrici con presenza di specifiche mutazioni (MSI-H o dMMR); nivolumab è invece approvato per i tumori del colon con la stessa alterazione molecolare, in monoterapia o in combinazione con ipilimumab; entrectinib è approvato per il trattamento di tumori solidi in pazienti con ri-arrangiamento dei geni NTRK 1,2 3 e ROS1. E c’è da chiedersi se anche i PARP inibitori, già approvati per i tumori della mammella e dell’ovaio, debbano essere valutati in questa nuova ottica “agnostica”, visti i dati che dimostrano una loro attività nei tumori del pancreas e della prostata BRCA mutati». Per i pazienti hanno il vantaggio di essere più personalizzati, oltre al fatto che in questo modo è possibile avere terapie innovative anche per i tumori rari e per quelli pediatrici, sui quali solitamente si fanno meno ricerche. Inoltre, per il nostro Servizio sanitario disporre di terapie mirate e precise significa dare nuovi medicinali (che sappiamo essere costosi) solo a chi può trarne davvero beneficio. L’arrivo degli «agnostici» significa anche cambiare però l’approccio alla diagnosi: ovvero tutti i malati in cui gli esami (del sangue, radiografie, ecografie, Tac) mostrano la presenza di una massa neoplastica devono subito fare un test genetico? «Si stanno rendendo progressivamente disponibili sul mercato e nella pratica clinica oncologica i test NGS per la profilazione genetica tramite biopsia solida e anche biopsia liquida - risponde Curigliano -. Questi nuovi test sono in grado di analizzare anche oltre 300 mutazioni geniche in una singola analisi e di fornire dati anche sul Tumor Mutation Burden (TMB). Nei tumori rari o a sede primitiva ignota è di certo auspicabile eseguire questi test di profiling precocemente in modo da meglio personalizzare il percorso di cura. Nella malattia metastatica, invece, i test andrebbero richiesti ogni qualvolta il clinico ritiene che l’esecuzione abbia un potenziale beneficio».

Taranto, con cellule Car-T parte nuova cura contro i tumori del sangue. Per la Asl: è una terapia disponibile per i tumori ematologici. La Gazzetta del Mezzogiorno il 02 Settembre 2019. E’ prescrivibile anche a Taranto la nuova terapia 'Car-T' (Chimeric Antigen Receptor T-cell) che modifica geneticamente le cellule dei pazienti con tumori ematologici in maniera tale che, una volta reinfuse, queste siano in grado di combattere il cancro. Lo rende noto l’Azienda sanitaria locale (Asl) dopo il via libera dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) alla rimborsabilità della terapia, evidenziando che si tratta di una strategia immunoterapica di ultima generazione. «Non è un trattamento classico - precisa l'Asl - e non è un farmaco di sintesi che si trova preconfezionato in farmacia o in ospedale e pronto all’uso. Si tratta di una terapia cellulare basata sulle cellule vive del paziente (i globuli bianchi del sistema immunitario, o linfociti T), che vengono prelevate, modificate geneticamente e reinfuse nel soggetto, in modo da potenziarne il sistema immunitario contro il tumore. Entro poche settimane i primi pazienti riceveranno la terapia». Al momento queste terapie sono utilizzate per pazienti adulti con linfoma diffuso a grandi cellule B resistenti alle altre terapie, o nei pazienti in cui la malattia sia ricomparsa dopo una risposta ai trattamenti standard (chemioterapia e/o radioterapia), e per pazienti fino a 25 anni di età con leucemia linfoblastica acuta a cellule B. «La struttura di Ematologia dell’ospedali Moscati diretta dal dottor Patrizio Mazza - conclude l’Asl - oltre a essere specializzata in onco-ematologia, è dotata della certificazione del Centro Nazionale Trapianti e dell’accreditamento Jacie per trapianto allogenico».

Tumori, 90mila italiani ogni anno cambiano regione per curarsi. Le "migrazioni sanitarie" sono un costo in più per i pazienti. La soluzione potrebbe arrivare dalla concreta attuazione delle reti oncologiche sanitarie. Se ne parla a Roma in un convegno promosso da All.Can Italia, coalizione che unisce clinici, pazienti e industria. La Repubblica il 10 luglio 2019. Settemila euro per ‘macinare’ chilometri percorrendo l’Italia. Sono i soldi spesi ogni anno dalle famiglie italiane e non per andare in vacanza ma piuttosto per curare il tumore pagando visite mediche, farmaci, caregiver e appunto viaggi. Secondo i dati del Rapporto Censis “Migrare per curarsi”, infatti, ogni anno più di 90mila italiani colpiti dal cancro sono costretti a cambiare Regione per curarsi. Come fermare questi flussi migratori della salute? E’ la domanda a cui si è cercato di rispondere nell’ambito del convegno nazionale ‘Dalla parte del paziente, il valore della persona: la presa in carico e le opportunità delle reti oncologiche’, organizzato oggi a Roma da All.Can Italia, coalizione che si propone di ridefinire il paradigma di gestione del cancro, adottando un’ottica interamente centrata sul paziente.

La proposta di All.Can. Quello delle migrazioni sanitarie è un problema di vecchia data, ma ora la chiave di volta - almeno per quanto riguarda la cura dei tumori - potrebbe essere la concreta realizzazione delle reti oncologiche regionali. La proposta avanzata dalla piattaforma All.Can Italia, resa possibile grazie al contributo di Bristol-Myers Squibb e AbbVie, è quella di agire in quattro direzioni: riduzione delle migrazioni sanitarie, accesso all’innovazione, punti di ingresso nella rete riconosciuti e vicino al domicilio del paziente, integrazione con la medicina del territorio e con il volontariato.

Reti oncologiche: un’occasione per riconvertire la spesa sanitaria. L’iniziativa segue la recente approvazione in Conferenza Stato-Regioni dell’accordo per la revisione delle Linee Guida organizzative per le Reti Oncologiche, oggi attive in Piemonte e Valle D’Aosta, Veneto, Toscana, Umbria, Liguria, Provincia autonoma di Trento, Puglia e Campania oltre che in Lombardia ed Emilia-Romagna, pur se con configurazioni differenti. “Le reti sono una grande occasione per la presa in carico del paziente oncologico – spiega la senatrice Emilia Grazia De Biasi, Portavoce di All.Can Italia –, che di fronte ad una diagnosi si sente spesso solo e non supportato. Realizzare innovazione organizzativa nelle reti significa garantire al paziente un percorso di cura globale e multidisciplinare, percorsi diagnostico-terapeutici definiti, offrendo un punto di incontro con l’innovazione terapeutica. Porre il paziente al centro significa, infine, farsi carico della persona e degli aspetti sociali oltre che di quelli strettamente sanitari: dall’assistenza domiciliare alla presenza di professioni sanitarie differenti, ad un rapporto nuovo con il medico di medicina generale, che deve essere coinvolto nel percorso di cura. Le reti oncologiche sono dunque un’occasione di riconversione della spesa e risparmio in favore della qualità e dell’appropriatezza delle cure”.

Il ruolo della ricerca nell’ambito delle reti oncologiche. Una delle esigenze da soddisfare è quella di garantire un sostegno economico alla ricerca, favorendo e incentivando le sinergie tra i ricercatori. “Va individuata un’infrastruttura comune per le sperimentazioni cliniche, in grado di promuovere la partecipazione a studi anche nelle realtà periferiche”, afferma Gianni Amunni, vice presidente del progetto Periplo e direttore generale dell’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (ISPRO). “In Italia, nel 2018, sono stati diagnosticati 373.300 nuovi casi di tumore. Il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a cinque anni dalla diagnosi, con un incremento a 15 anni rispettivamente dell’8% e del 15%. Passi in avanti raggiunti grazie alla ricerca, che ha reso disponibili armi efficaci come le terapie a bersaglio molecolare e l’immunoterapia. La rete rappresenta il miglior modello organizzativo per l’oncologia, perché ‘avvolge’ il paziente con l’insieme dei servizi che vanno dagli ambulatori periferici all’alta specializzazione fino alla ricerca”.

La presenza sul territorio per essere vicini ai pazienti. Una delle caratteristiche più importanti delle reti oncologiche regionali è la presenza sul territorio perché proprio la vicinanza al domicilio del malato le rende capaci di intercettare meglio e più velocemente la domanda. “Nelle diverse reti possono assumere vari nomi, ad esempio Centri Accoglienza e Servizi (C.A.S.) in Piemonte e Centri di Orientamento Oncologico (CorO) in Puglia – evidenzia Oscar Bertetto, direttore del Dipartimento Interaziendale Interregionale Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta presso la Città della Salute e della Scienza di Torino. Questi punti hanno compiti di informazione, accoglienza e prima diagnosi dei nuovi pazienti oncologici, con successivo invio ai centri clinici di riferimento, nonché funzioni amministrativo-gestionali e di supporto per tutte le persone colpite da tumore”. Rappresentano una sorta di ‘gate’ per l’accesso facilitato alla rete e, quindi, alle cure, assicurano la presa in carico iniziale del paziente e ne monitorano il mantenimento in carico presso le strutture di riferimento. “Questi punti di accesso - prosegue Bertetto - devono essere distribuiti su tutto il territorio e assicurare un team multidisciplinare composto da oncologo, psico-oncologo, infermiere, assistente sociale, operatore amministrativo e volontari delle associazioni dei pazienti”.

I primi risultati della Rete pugliese. La Rete Oncologica Pugliese (ROP) è stata istituita circa un anno fa e a distanza di poco tempo dall’attivazione registra già i primi risultati incoraggianti. “I dati - spiega Giovanni Gorgoni, direttore generale Agenzia Regionale Strategica per la Salute e il Sociale (AReSS) della Regione Puglia - evidenziano un impatto positivo sulla mobilità sanitaria e anche il linguaggio si è fatto sempre più uniforme, con il rilascio recente dei primi cinque PDTA oncologici regionali”. Sono state, inoltre, create le sotto-reti regionali per Polmone, Prostata, Utero, Colon e Seno in cui rientrano solo i centri in possesso di quelle caratteristiche quali i valori soglia di attività, che li rendono più affidabili. “In queste patologie tumorali - prosegue Gorgoni - le strutture pugliesi sono cresciute nell’offerta di prestazioni, con quasi 700 interventi chirurgici in più e un trend in aumento dell’8%. Gli interventi hanno registrato un incremento del 20% per la prostata, del 10% per il polmone, del 7% per il seno, del 6% per il colon e del 2% per l’utero”.

Rete oncologica campana: prove tecniche di efficienza. Una delle conseguenze più serie della migrazione sanitaria è l’impatto negativo sulla qualità di cura e sulla sostenibilità finanziaria del sistema sanitario regionale. “Per poterle arginare in modo efficace - spiega Sandro Pignata, coordinatore scientifico della Rete Oncologica Campana (ROC) - le reti devono prevedere l’attivazione di una piattaforma informatica, indispensabile per governare la domanda e l’offerta oncologica del territorio. In tal modo, la piattaforma si occupa della gestione delle patologie neoplastiche, garantisce a tutti i centri afferenti di contribuire alla piena attuazione di un percorso assistenziale organizzato ed efficiente, non dispersivo per il cittadino, ed in grado di rispondere al bisogno di salute, assicurando una gestione multidisciplinare integrata, aderente alle linee guida, secondo i principi di appropriatezza ed equità di accesso alle cure”. 

Dove curo il tumore? È online la mappa degli ospedali sicuri. Per garantire una assistenza adeguata è fondamentale che gli ospedali eseguano un minimo di interventi all'anno. Ora sul web si può controllare quanti ne fanno, Regione per Regione. Letizia Gabaglio il 20 giugno 2019 su La Repubblica. Maggiore è il numero di pazienti con tumore che vengono operati in un ospedale, migliore è la qualità dell'assistenza che possono ricevere. È una questione di competenza e di esperienza. D'altronde, preferireste che la vostra macchina fosse riparata da un meccanico che ne ha visti almeno 100 di modelli come il vostro o da uno che ne ha toccati solo 10? Per orientare i pazienti oncologici e i loro familiari nella scelta del centro a cui rivolgersi per affrontare la malattia, Fondazione AIOM dedica due sezioni del sito a “Dove mi curo” e “Come mi curo”, temi al centro di un convegno nazionale oggi a Roma (Palazzo Giustiniani), realizzato con il contributo incondizionato di 3M.

Le soglie minime. Nel caso della cura dei tumori e della chirurgia oncologica, il primo presidio nella cura del cancro, la comunità scientifica ha stabilito che se non si eseguono almeno un tot di interventi l'anno non ci si può considerare “esperti”. Per il tumore del polmone sono 70, per quello della mammella 150 e così via. La mappa disegnata sul sito della Fondazione fa emergere un quadro per certi versi preoccupante: nella chirurgia del carcinoma del polmone, solo il 27% esegue il numero minimo di operazioni; soltanto il 23% dei centri (rispetto al 33% del 2016) è “esperto” di tumore dello stomaco; solo quattro Regioni (Veneto, Lombardia, Toscana e Lazio) hanno un centro che esegue il minimo di operazioni stabilito per il tumore al pancreas. Dall’altro lato, il nostro Paese registra miglioramenti nel cancro della mammella: nel 2017, il 20% degli ospedali ha effettuato almeno 150 interventi chirurgici, lo standard stabilito per legge, rispetto al 16,5% del 2015. Non solo. La proporzione di re-interventi di resezione entro 120 giorni da un’operazione conservativa per carcinoma della mammella si è ridotta nel tempo, passando dal 12,3% del 2010 al 7,4% del 2017, a conferma che alti volumi di attività garantiscono migliore qualità delle cure. “I dati della letteratura scientifica hanno confermato la forte associazione tra volumi di attività chirurgica più alti e migliori esiti delle cure oncologiche. Vogliamo offrire ai cittadini una fotografia delle strutture sanitarie ad alto volume di chirurgia oncologica”, sottolinea Fabrizio Nicolis, presidente di Fondazione AIOM. “Devono aumentare i centri che rispondono alla soglia minima di procedure chirurgiche richiesta”.

Le buone pratiche. La quantità da sola, però, non basta. Ci vogliono anche le buone pratiche assistenziali prima, durante e dopo la chirurgia. “Un obiettivo che può essere realizzato solo grazie a team multidisciplinari, che caratterizzano ad esempio le Breast Unit/Centri di senologia”, va avanti Nicolis. “È significativo anche il dato sugli interventi di ricostruzione contestuale a un’operazione chirurgica demolitiva per carcinoma della mammella, che è migliorato nel tempo, passando dal 35,5% del 2010 al 50% del 2017. Questa procedura consente di semplificare il processo ricostruttivo dell’organo e di ridurre l’impatto psicologico e sociale dell’intervento demolitivo, senza modificare il percorso terapeutico della paziente”. Un miglioramento che non procede però spedito su tutto il territorio: l’Umbria e la Provincia Autonoma di Trento riportano il 70% di ricostruzioni contestuali rispetto al 26% di Calabria e Campania. E spesso ci sono differenze marcate anche dentro le stesse Regioni. “È innegabile il progresso verso una razionalizzazione e centralizzazione delle patologie oncologiche maggiori in centri ad alto volume di attività. Ad esempio, in 5 anni (2013-2017), la percentuale dei centri sopra la soglia richiesta è raddoppiata per il cancro del polmone e della mammella, anche se siamo ancora lontani dal conseguimento di un risultato ottimale”, afferma Alessandro Gronchi, Presidente Eletto Società Italiana di Chirurgia Oncologica (SICO). “È quindi indispensabile arrivare a un sistema di riferimento dei pazienti, qualsiasi sia la loro patologia, cioè a centri ad alto volume per la patologia specifica. Il tutto andrebbe organizzato in una logica di rete, per minimizzare gli spostamenti dei pazienti alle fasi di cura in cui è strettamente necessario. Le reti oncologiche regionali, così come la rete nazionale tumori rari, dovrebbero diventare il cardine della riorganizzazione, per massimizzare gli outcome e minimizzare le spese del nostro sistema”.

Non bastano i volumi. “Un ampio bacino di pazienti e il superamento delle soglie non rende automaticamente un ospedale virtuoso in termini di completezza e qualità assistenziali”, dice ancora Nicolis. “Per garantire standard elevati, servono centri dotati di un team multidisciplinare composto da figure esperte”. Lo specialista in anestesia-rianimazione-terapia intensiva del dolore, per esempio, oltre a giocare un ruolo trasversale come medico del perioperatorio, può supportare il percorso terapeutico sia nelle fasi diagnostiche propedeutiche al trattamento, che nell’assistenza alla fragilità che molti di questi malati sviluppano e che richiede cure personalizzate. “Anche l’intervento, di conseguenza, deve essere inserito in un contesto globale, programmato con tempi e modalità improntati alla massima efficacia e alla minima sofferenza, salvaguardando la sicurezza e definendo insieme alla persona in cura la compromissione tollerabile della qualità della vita, scelta del tutto personale”, spiega Flavia Petrini, Presidente Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI). Fondamentale anche la figura dell'infermiere “che deve possedere notevoli capacità relazionali, comunicative e competenze altamente specialistiche. Siamo infatti a contatto con pazienti spesso fragili che presentano diversi bisogni, a partire dalla necessità di mantenere una qualità di vita soddisfacente”, afferma Alessio Piredda, Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI).

I bisogni dell'individuo. La medicina di eccellenza data dai grandi volumi non può pero ignorare la dimensione dell’individuo e delle sue abitudini e stili di vita entro cui si iscrive l'intervento chirurgico oncologico programmato. Uno dei tanti problemi da affrontare riguarda, ad esempio, lo stato nutrizionale dei pazienti. Il successo della chirurgia oncologica non è esclusivamente correlato alla qualità ed efficacia del gesto chirurgico, infatti, ma anche alla capacità dell’organismo di reagire a questo trauma con un supporto nutrizionale adeguato. “La malnutrizione del paziente sottoposto a chirurgia oncologica provoca un prolungamento della permanenza in ospedale dopo l’intervento, un aumento delle complicanze postoperatorie e della mortalità postoperatoria e, spesso, un ritardo nell’inizio di ulteriori terapie. Per questo, la valutazione preoperatoria dello stato nutrizionale e il supporto dietologico in preparazione, durante e dopo il ricovero sono alcuni dei fattori che determinano l’esito positivo delle cure”, spiega Nicolis.

Da dove provengono i dati. Il sito di Fondazione AIOM, nelle sezioni dedicate a “Dove mi curo” e “Come mi curo”, utilizza i dati forniti dal Programma Nazionale Esiti (PNE) dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS). I numeri sono suddivisi per Regione e per intervento chirurgico, riportando i dati degli ospedali che effettuano un numero totale di interventi superiore ad una determinata soglia. “Questo valore, per ciascuna patologia oncologica, è individuato da fonti nazionali e, nel caso di assenza di un riferimento normativo, si è fatto ricorso alla letteratura scientifica internazionale più recente”, sottolinea Maria Chiara Corti, Coordinatore delle Attività del Programma Nazionale Esiti di AGENAS. “I dati della letteratura sono concordi nel sottolineare che il rischio post-operatorio per i pazienti diminuisce all’aumentare dei volumi di attività delle strutture e dei reparti. Le conoscenze scientifiche, da sole, non consentono di identificare per gli indicatori di volume un preciso e puntuale valore soglia, minimo o massimo, ma è possibile stabilire un intervallo, al di sotto del quale il rischio di esiti negativi aumenta notevolmente”. È dimostrato che la mortalità a 30 giorni dopo l’intervento chirurgico diminuisce decisamente nei centri con almeno 50-70 interventi all’anno per tumore del polmone, nei centri con almeno 50 interventi per carcinoma del pancreas e nei centri con 20-30 interventi per tumore dello stomaco. 

·        Quando e perché si muore di tumore …

Tumore, "cancro acceso e spento", organi a rischio: bastano poche gocce di sangue, chi può salvarsi la vita. Melania Rizzoli su Libero Quotidiano il 6 Ottobre 2019. È un semplice prelievo, una nuova analisi del sangue che promette di diagnosticare la presenza o meno di ben 20 tipi di cancro, con una accuratezza straordinaria del 99,6% dei casi, in pratica infallibile, e che addirittura rivela, se positiva, da quale organo origina il tumore maligno. Il metodo, ancora sperimentale, è stato ideato ad Harvard, al Dana Faber Institute of Boston, e testato su 3.600 pazienti, alcuni malati di cancro e altri no, e la percentuale di esattezza e precisione del test ha stupito la moltitudine di oncologi internazionali riuniti alla Conferenza della Società Europea di Oncologia (Esmo) tenutasi la settimana scorsa a Barcellona, dove sono stati presentati i dati di questa ennesima e importantissima ricerca. La particolarità di questa nuova analisi, messa a punto dalla "Grail Inc", azienda di biotecnologie che usa metodi innovativi nell' osservazione delle sequenze geniche, è quella di essere diversa dalle cosiddette "biopsie liquide" che cercavano le mutazioni geniche all' interno del Dna delle cellule tumorali, perché in questo caso vengono identificati i metili, microsostanze chimiche coinvolte, attraverso un processo chimico chiamato metilazione, nella attivazione o disattivazione dei geni legati allo sviluppo dei tumori. In pratica questo test della Grail individua gli andamenti anormali nei processi di metilazione, che in molti casi risultano essere più indicativi della presenza del tumore, e addirittura segnalano la sua insorgenza quando non è ancora rivelabile o visibile da tutti i mezzi diagnostici, radiologici e strumentali, oggi a disposizione.

PREVENZIONE. La elevata specificità del Test, analizzando il Dna tumorale, ha permesso infatti di diagnosticare 1.530 pazienti con cancro, la cui presenza invece è stata esclusa sui restanti 2.053, controllando cioè quali geni tumorali erano "accesi" e quali "spenti", aprendo di fatto la strada ad un nuovo controllo che offrirà un formidabile metodo di screening per rilevare o meno la presenza di un tumore. La nuova analisi in pratica riconosce, in poche gocce di sangue, i derivati delle cellule tumorali che vengono riversati nel flusso sanguigno, ovvero le alterazioni del Dna correlate al cancro, concentrandosi sulle anomalie di metilazione tipiche delle cellule tumorali e sempre presenti fin dal primo insorgere della malattia. I tipi di carcinomi riconosciuti con questo metodo sono stati: il cancro del seno negativo ai recettori ormonali, il cancro del colon-retto, quello dell' esofago, della cistifellea, dello stomaco, del polmone, del pancreas, del rene e delle ovaie, i carcinomi della testa e del collo, ed anche alcune neoplasie del sangue, come le leucemie e il mieloma multiplo, e la sensibilità del test ha specificato anche il rischio di alta mortalità per alcune di queste neoplasie, con una precisione del 76%.

BIOPSIA LIQUIDA. La biopsia liquida consiste nel prelievo da una vena del braccio di poche gocce di sangue, e si distingue dalla biopsia classica, quella tessutale, con la quale è necessario prelevare frammenti di tessuto con ago aspirato o tramite intervento chirurgico, e nella ricerca succitata i due tipi di biopsie sono stati affiancati e confrontati per avere una doppia conferma, con risultati incontrovertibili. La ricerca nel mondo vive un' epoca eccitante grazie anche alla applicazione dell' Intelligenza Artificiale, ed anche se ci sono ancora molte cose da comprendere, la prossima sfida sarà quella di portare al letto del malato questo innovativo test, per scovare per tempo le molteplici forme di cancro in poche gocce di sangue, quelle che serviranno a salvare milioni di vite umane. Melania Rizzoli

Nei paesi ricchi il cancro uccide più delle malattie cardiache. Pubblicato martedì, 03 settembre 2019 da Corriere.it. Le malattie cardiovascolari restano la causa principale di morte nel mondo per gli adulti di mezza età (con una percentuale di circa il 40% di tutti i decessi). Ma nei Paesi ricchi le cose sono cambiate: qui la frequenza dei decessi per tumore è doppia rispetto a quelli per le malattie del cuore. La nuova «transazione epidemiologica» emerge da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista The Lancet e presentato in occasione del Congresso della European Society of Cardiology in corso a Parigi. Lo studio, condotto presso il Population Health Research Institute (PHRI) della McMaster University e Hamilton Health Sciences ad Hamilton, in Canada ha coinvolto 162.500 adulti di 35-70 anni, provenienti da 21 paesi a basso, medio e alto reddito e seguiti per un periodo medio di 9,5 anni. È emerso che complessivamente le malattie cardiovascolari rappresentano la causa più comune di morte (dando conto del 40% dei decessi in media), ma si va da un minimo del 23% nei paesi ricchi al 41% nei paesi a medio reddito, fino al 43% nei paesi poveri, sebbene i fattori di rischio cardiovascolare (obesità, fumo, sedentarietà ) siano maggiori nei paesi ricchi. I tumori rappresentano la seconda causa più frequente di morte (il 26% dei decessi), andando però da un massimo del 55% nei paesi ricchi, 30% dei decessi nei paesi a medio reddito e 15% in quelli poveri. «Il fatto che nei paesi ricchi i decessi per tumore siano divenuti il doppio più frequenti di quelli per le malattie cardiovascolari - spiega l’autore principale dello studio Salim Yusuf - indica una transizione nelle cause predominanti di morte. Siccome le malattie cardiovascolari si riducono in molti paesi grazie alla disponibilità di migliori trattamenti e alla prevenzione (statine per abbassare il colesterolo e altri medicinali per abbassare la pressione) - continua - la mortalità per tumore diverrà molto probabilmente la principale causa di morte per gli adulti di mezza età in futuro». Servono dunque nuovi e maggiori sforzi contro il cancro, concludono gli autori, e contemporaneamente è necessario trasferire i traguardi raggiunti contro le malattie cardiovascolari anche ai paesi a medio e basso reddito.

Quando e perché si muore di tumore … paoki.it. I tumori, la febbre, l’infiammazione, l’edema, non sono nemici da sconfiggere ma fanno parte di un processo biologico speciale di sopravvivenza sensato che risale alla notte dei tempi. La malattia si manifesta dopo che si è risolto un trauma o si lascia andare la tensione. L’uomo convive con centomila microbi, batteri, funghi e virus che sono suoi alleati e lavorano in simbiosi con il suo corpo; (come da studi scientifici sul microbioma umano) fanno parte del programma biologico della natura e lavorano attivandosi per aiutare a cicatrizzare, caseificare o ripulire i tessuti.

Mi pongo questa domanda, cosa vuol dire cellula maligna ? se osserviamo il nostro corpo dopo anni di evoluzione, risulta difficile pensare che un sistema creato per la sopravvivenza e l’adattamento possa generare cellule che, senza motivo, improvvisamente impazziscano e comincino a girare per tutto il corpo senza un fine. In ogni organo abbiamo diversi tipi di tessuti, quindi è necessario differenziare con precisione scientifica in quale parte c’è il problema. In presenza di un boccone che mi rimane sullo stomaco, reale o traslato, il nostro cervello comanderà alle cellule dello stomaco che producono acido cloridrico (che non è psicologico ma biologico) di aumentare la funzione e quindi di produrre più acido per digerire il boccone stesso. Se non basterà l’aumento di funzione, la natura ha previsto anche la crescita e l’aumento di cellule (tumore). In questa fase la nostra capacità digestiva funziona meglio.  Ma nel momento in cui la situazione (boccone)  viene digerita, ossia la persona ha potuto risolvere un problema della sua vita, queste cellule inizieranno a ridurre la loro funzione perché non servono più. Eventuali cellule create in esubero saranno demolite attraverso un processo di caseificazione prodotto da funghi e micobatteri;   se non ci fossero abbastanza microrganismi  simbionti il tessuto provvederà ad incistare il tumore che rimarrà lì per sempre, isolato. Tutto incomincia da un trauma emotivo che ci coglie impreparati  perché va ad attivare le nostre emozioni. Il nostro istinto animale di sopravvivenza produce l’attivazione nell’area  cerebrale dell’organo corrispondente, che è esattamente quello che serve in quel determinato momento per rispondere allo stimolo ambientale con preciso significato di sopravvivenza per se stessi o per i propri cari. Una volta riconosciuta la relazione tra il nostro stato emotivo e conseguente attivazione biologica sensata della natura, possiamo occuparci per modularla fino a conclusione, verificando anche con esami diagnostici di laboratorio il cambiamento del processo biochimico in atto. Già da queste osservazioni possiamo comprendere come la paura della malattia generata da una diagnosi nefasta possa generare ulteriori processi biologici  che vanno ad aggravare quelli precedenti. I traumi emotivi vissuti nel passato ci lasceranno più sensibili. In situazioni simili o uguali, anche se di minore entità, si attiverà lo stesso processo biologico perché si andrà ad agganciare all’evento intenso del passato. Anche un elemento ambientale presente al momento che si è verificato il primo shock emotivo (come un profumo, un cibo, un luogo ecc.),  se catturato dei nostri sensi, sarà poi associato successivamente e farà scattare le stesse reazioni mente-corpo (allergie, intolleranze). Ecco alcuni esempi di possibili correlazioni tra emozioni e parti del corpo interessate:

Polmoni: (alveoli polmonari) paura di morire per se stessi o per persona cara;

Ossa: non essere in grado di, autosvalutazione, non sentire il proprio valore;

Reni: (tuboli collettori renali) sentirsi soli al mondo, come un profugo, pesce fuor d’acqua, non accuditi, lotta per la sopravvivenza;

Seno: (ghiandola mammaria) conflitto del nido,  paura che per qualche motivo possa saltare il proprio nido (necessità di nutrire allattando qualcuno all’interno del nido), prendersi cura;

Intestino: (cellule secernenti muco e peristalsi) contrarietà ripugnante, brutto tiro; (mucosa assorbente) situazione che non ci nutre;

Stomaco: (piccola curvatura, epitelio di rivestimento) sottostare ingiustamente a qualcuno o a qualcosa, non ricevere qualcosa che si attendeva, buttare giù qualcosa troppo grosso, indigesto, non buono, o che non ci nutre;

Fegato: (ghiandole) mancanza del boccone per la propria sussistenza; (dotti biliari) rancore per ingiustizia subita;

Bronchi: (epitelio di rivestimento) minaccia per il territorio;

A seguito di una primaria diagnosi di tumore in un qualsiasi organo la persona potrebbe sentire di non valere più niente, che la vita sia finita e che non può  fare più niente, questa emozione  produce una necrosi  a livello delle ossa. Se poi la persona  dovesse tranquillizzarsi e mollare questa emozione  per qualche motivo intercorso nella sua vita o anche perché facendo la terapia si tranquillizza,  il corpo produrrà la fase infiammatoria cioè la ricostruzione dell’osso. Se verrà fatto un controllo in questa fase, questa crescita di cellule potrebbe essere interpretata o diagnosticata come tumore alle ossa a seguito delle precedenti diagnosi. La persona con questa etichetta rimarrà condizionata per sempre nella propria vita. Gli stessi medici difficilmente potranno non collegare quel determinato processo biologico al primo. Allora la persona potrebbe avere un altro shock emotivo e vivere la paura di morire (ossia di non respirare più)  che è collegata ai polmoni,  il che produrrebbe una moltiplicazione delle cellule alveolari per respirare meglio. In questa fase non avrebbe sintomi,  ma nel momento in cui riuscisse a tranquillizzarsi avrebbe i sintomi della polmonite  e rifacendo i controlli potrebbe ricevere un ulteriore diagnosi di tumore al polmone. Si comprende come la persona entri dentro ad un continuo processo recidivante di emozioni scioccanti con conseguenti attivazioni biologiche che alla lunga la vanno a sfiancare emotivamente e fisicamente considerando anche  l’utilizzo di farmaci fortemente intossicanti. In questa sensazione di non aver via di uscita,  gradualmente si arriverebbe ad una consunzione,  fino a che poi la persona molla completamente la vita. In effetti se consideriamo una crescita di cellule in un seno o in una prostata  di per sé  quella crescita non potrebbe causare morte perché non stiamo parlando di un organo vitale, infatti viene chirurgicamente asportato, ma il problema è legato alla paura delle metastasi.

Sul discorso delle metastasi ci sono ancora molti dubbi. Come mai le cellule partono da un seno e passando attraverso la circolazione del sangue e distretti del nostro corpo, solamente dopo anni vanno a finire in un organo tanto distante ? Se invece, grazie alla  conoscenza delle leggi biologiche osserviamo che quel determinato organo si è  attivato esattamente in corrispondenza di quella precisa emozione  che solo la persona può riconoscere, ecco che tutto diventa scientificamente comprensibile. Non siamo più nell’ambito della statistica e dell’ipotesi. Ulteriore prova del nove sarà il lavoro di aiuto alla persona sul piano emozionale con la corrispondente verifica di miglioramento attraverso una valutazione personale e diagnostica. Questo concetto di comprensione biologica di ciò che sta accadendo non esclude il bisogno di un intervento chirurgico o farmacologico,  d’urgenza e/o di gestione dei sintomi,  ma ci porta all’interno di una nuova stanza che ci consente di agire con consapevolezza su ciò che è veramente utile fare per il nostro corpo per aiutare la natura e per tranquillizzarci emotivamente. In questa nuova prospettiva non può più esistere un protocollo ma un lavoro mirato a quella singola persona, unica, con tutto il suo mondo alle spalle.

Perché si muore di tumore? Perché si vive più a lungo. Janet Crompton su fondazioneserono.org il 05.03.2014. Il rapporto annuale del governo americano sullo Stato dei Tumori nel Paese indica che rispetto a  50 anni fa, quando era molto più probabile che una persona morisse per una malattia cardiovascolare, oggi invece il cancro sta per superarla come prima causa di mortalità. A prima vista può sembrare preoccupante e certamente fa notizia – si sono letti titoli come “stiamo perdendo la lotta contro il cancro” - ma questo confronto diretto è ingiusto e si deve guardare la notizia in un ambito più ampio. Il cancro è un problema di gran lunga più difficile da affrontare, rispetto alle malattie di cuore e vasi, perché dipende  da meccanismi fondamentali per l’evoluzione degli organismi. Nelle cellule dell’organismo, durante la vita e nel corso delle generazioni, si possono verificare delle variazioni dei geni che si definiscono mutazioni. Nonostante le difficoltà, i ricercatori e i clinici si stanno impegnando e stanno facendo importanti passi in avanti nella lotta al cancro. Infatti, il già citato rapporto indica anche come, negli anni compresi tra il 2001 e il 2010, i decessi dovuti al cancro abbiano continuato a diminuire dell’ 1.5% ogni anno.  Risultati simili sono emersi dalla ricerca europea EUROCARE-5 che ha indicato chiaramente che, nel periodo  1999 -2007, c’è stata una tendenza all’aumento della sopravvivenza ai tumori nella maggior parte dei paesi. Miglioramenti particolarmente incoraggianti sono stati ottenuti nella sopravvivenza dei bambini nei quali, dal 1975 in poi, la mortalità da tumore è stata ridotta del 50%. Negli adulti, certi tumori sono trattati, e in qualche caso guariti, con una combinazione di chemioterapia, terapie a bersaglio, radioterapia e chirurgia. In altri casi, anche se non si riescono a guarire, i tumori sono tenuti sotto controllo per anni. Le terapie a bersaglio (dette anche farmaci intelligenti o farmaci “mirati”) sono la “nuova frontiera” della terapia contro i tumori.  Sono molecole create in laboratorio per interagire con una precisa funzione delle cellule del tumore e non hanno effetti, o hanno effetti minimi, sulle cellule normali. In particolare, nelle persone in età avanzata, oggi le malattie cardiovascolari e il cancro si equivalgono come causa di morte, ma, dato che gli sviluppi nel trattamento delle malattie cardiovascolari hanno ridotto costantemente e di molto i rischi di decesso, è probabile che presto i tumori  diventeranno la prima causa di morte anche in questa fascia di età. Non perché la mortalità da tumori sia in aumento, anzi diminuisce in valori assoluti, ma perché, appunto, diminuiscono i decessi da malattia cardiovascolare. D’altra parte, il cancro è difficile da combattere perché un “fenomeno naturale” più che una malattia. Esso è il risultato biologico di uno dei meccanismi che permette l’evoluzione della specie umana: la mutazione che consiste, come detto in precedenza, in modificazioni dei geni. Per riprodursi, ogni cellula si divide in due. Per trasmettere a queste cellule i geni si creano due copie dell’acido desossiribonucleico (in inglese desoxiribonucleic acid: DNA) della cellula dalla quale derivano.  Quindi si creano copie, di copie, di copie di una cellula originaria. Ma come tutti i meccanismi biologici, anche la copiatura del DNA può comportare errori, fra i quali le mutazioni. Le mutazioni in qualche caso possono avere effetti molto positivi, ad esempio possono rendere un individuo meno sensibile a certe malattie, in altri, invece, sono causa di malattie come, ad esempio, i tumori. Inoltre, a parte le mutazioni che si verificano casualmente durante le copiatura del DNA, altre dipendono dal contatto fra l’organismo e le radiazioni o sostanze chimiche definite “cancerogene”. Nel corso del tempo, le mutazioni si accumulano. Le cellule hanno sviluppato meccanismi per identificare e correggere molti degli errori, ma non tutti.

Fra le mutazioni che si accumulano negli anni, alcune sono potenzialmente causa di cancro. Infatti, il meccanismo dell’evoluzione può avere un prezzo da pagare: certe volte, combinazioni di mutazioni conferiscono alla cellula troppo “potere di cambiare” e, resasi indipendente dai meccanismi che danno stabilità all’organismo, si riproduce in modo incontrollato, diventando un tumore. Tutto questo fa sì che non ci sono facili rimedi. Il fatto che si muoia per malattie cardiovascolari e cancro è dovuto all’invecchiamento dell’organismo. Volendo semplificare i concetti, quando a causa di carenza di cibo, grandi epidemie e altri fattori limitanti la vita media era di 30-40 anni, malattie di cuore e tumori non “facevano in tempo” a svilupparsi e a provocare il decesso. Ora, che quelle minacce per la specie umana sono state debellate in molte popolazioni, si vive più a lungo e si diventa a rischio di malattie di cuore e tumori. Se non proprio confortante, il fatto che i tumori e le malattie cardiovascolari siano “pari” come cause di morte può essere considerato un successo. Da un lato, i trattamenti per le malattie del cuore sono diventati progressivamente più efficaci negli anni, grazie ai farmaci per diminuire la pressione arteriosa, a quelli per ridurre il colesterolo ecc. Quando si verificano problemi, come l’usura delle valvole del cuore o l’ostruzione di vasi sanguigni, si interviene con opportune riparazioni. Grazie a questi interventi, dal 1990 la mortalità attribuibile a quei danni si è ridotta del 44%.  Oggi, sempre più persone di età compresa fra 55 e 84 anni curano i loro problemi di cuore e vasi sanguini e vivono  più a lungo. Proprio per questo  possono sviluppare tumori, che come detto in precedenza sono conseguenza, in parte, dell’invecchiamento dei tessuti.

Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, piuttosto che mezzo vuoto …Cento anni fa l’aspettativa di vita non superava i 55 anni, oggi in molti paesi sviluppati è di quasi 79 anni.  Oggi la popolazione vive più a lungo, quindi è più probabile che le persone raggiungano un’età dove c’è maggiore possibilità di sviluppare un tumore. Inoltre, ci sono importanti speranze per il futuro. Lo strumento con risultati più incoraggianti è la prevenzione. Nel mondo, tra il 15 ed il 20% dei tumori è causato da virus; il vaccino contro il papilloma virus ha la potenzialità di eliminare il tumore del collo dell’utero quasi completamente. Le campagne contro il fumo, l’obesità e il diabete stanno contribuendo a diminuire la mortalità per cancro. Anche per le cure del cancro, i progressi della scienza continueranno. Per alcuni tumori i trattamenti definiti “immuno-terapie”, che rafforzano le difese dell’organismo contro le cellule tumorali, stanno dando i primi risultati positivi. Le immuno-terapie anti-tumorali sono trattamenti che sfruttano il sistema immunitario dell’organismo per lottare “dall’interno” contro il tumore.  I tumori rilasciano certe sostanze che “mettono il freno” alle cellule del sistema immunitario che altrimenti riconoscerebbero ed eliminerebbero le cellule tumorali. Sono stati sviluppati farmaci biologici, in gran parte anticorpi monoclonali, che bloccano questo processo, infatti, mirano alla riattivazione delle difese immunitarie fisiologiche dell’organismo colpito da un tumore  mettendole in grado di attaccare e distruggere il tumore.  L’immunoterapia potrebbe essere il quinto approccio alla cura del cancro, insieme alla chirurgia, alla chemioterapia, ai farmaci mirati e alla radioterapia. La prima immunoterapia è già utilizzata in pazienti con melanoma metastatico (tumore della pelle con tumori secondari a distanza) e nuovi anticorpi monoclonali sono in sviluppo per altri tipi di tumore. [link al news “Science”]. Inoltre, ci sono in sviluppo i nano robot, cioè microscopici dispositivi che riparano il danno cellulare. Infine si definiranno sempre meglio le alterazioni genetiche alla base dei singoli tumori e questo permetterà di mettere a punto terapie sempre più personalizzate e mirate. Insomma, non c’è la certezza che il cancro possa essere debellato, ma sicuramente la scienza fornirà strumenti sempre più efficaci per combatterlo.

Uccide più la cura che la malattia. Le autopsie rivelano che i tumori…Marcello Pamio - tratto da "Cancro Spa". Luigi De Marchi, psicologo clinico e sociale, autore di numerosi saggi conosciuti a livello internazionale, parlando con un amico anatomo-patologo del Veneto sui dubbi dell’utilità delle diagnosi e delle terapie anti-tumorali, si sentì rispondere: «Sì, anch’io ho molti dubbi. Sapessi quante volte, nelle autopsie sui cadaveri di vecchi contadini delle nostre valli più sperdute ho trovato tumori regrediti e neutralizzati naturalmente dall’organismo: era tutta gente che era guarita da sola del suo tumore ed era poi morta per altre cause, del tutto indipendenti dalla patologia tumorale». «Se la tanto conclamata diffusione delle patologie cancerose negli ultimi decenni - si chiese Luigi De Marchi - in tutto l’Occidente avanzato fosse solo un’illusione ottica, prodotta dalla diffusione delle diagnosi precoci di tumori che un tempo passavano inosservati e regredivano naturalmente? E se il tanto conclamato incremento della mortalità da cancro fosse solo il risultato sia dell’angoscia di morte prodotta dalle diagnosi precoci e dal clima terrorizzante degli ospedali, sia della debilitazione e intossicazione del paziente prodotte dalle terapie invasive, traumatizzanti e tossiche della Medicina ufficiale. Insomma, se fosse il risultato del blocco che l’angoscia della diagnosi e i danni delle terapie impongono ai processi naturali di regressione e guarigione dei tumori?”. Con quanto detto da Luigi De Marchi - confermato anche da autopsie eseguite in Svizzera su cadaveri di persone morte non per malattia - si arriva alla sconvolgente conclusione che moltissime persone hanno (o avevano) uno o più tumori, ma non sanno (o sapevano) di averli. In questa specifica indagine autoptica (autopsie) fatta in Svizzera, ed eseguita su migliaia di persone morte in incidenti stradali (quindi non per malattia), è risultato qualcosa di sconvolgente:

- Il 38% delle donne (tra i 40 e 50 anni) presentavano un tumore (in situ) al seno; 

- Il 48% degli uomini sopra i 50 anni presentavano un tumore (in situ) alla prostata; 

- Il 100% delle donne e uomini sopra i 50 anni presentavano un tumore (in situ) alla tiroide.

Con tumore in situ s’intende un tumore chiuso, chiuso nella sua capsula, non invasivo che può rimanere in questo stadio per molto tempo e anche regredire. Nel corso della vita è infatti "normale" sviluppare tumori, e non a caso la stessa Medicina sa bene che sono migliaia le cellule tumorali prodotte ogni giorno dall’organismo. Queste, poi, vengono distrutte e/o fagocitate dal Sistema Immunitario, se l’organismo funziona correttamente. Molti tumori regrediscono o rimangono incistati per lungo tempo quando la Vis Medicratix Naturae (la forza risanatrice che ogni essere vivente possiede) è libera di agire. Secondo la Medicina Omeopatica , la “Legge di Guarigione descrive il modo con cui tale forza vitale di ogni organismo reagisce alla malattia e ripristina la salute”. Cosa succede alla Legge di Guarigione, al meccanismo vitale di autoguarigione, se dopo una diagnosi di cancro la vita viene letteralmente sconvolta dalla notizia del male?  E cosa succede all’organismo (e al Sistema Immunitario) quando viene fortemente debilitato dai farmaci?

Ulteriori dati poco conosciuti. Poco nota al grande pubblico è la vasta ricerca condotta per 23 anni dal prof. Hardin B. Jones, fisiologo dell’Università della California, e presentata nel 1975 al Congresso di cancerologia presso l’Università di Berkeley. Oltre a denunciare l’uso di statistiche falsate, egli prova che i malati di tumore che NON si sottopongono alle tre terapie canoniche (chemio, radio e chirurgia) sopravvivono più a lungo o almeno quanto coloro che ricevono queste terapie. Il prof. Jones dimostra che le donne malate di cancro alla mammella che hanno rifiutato le terapie convenzionali mostrano una sopravvivenza media di 12 anni e mezzo, quattro volte superiore a quella di 3 anni raggiunta da coloro che si sono invece sottoposte alle cure complete. Un'altra ricerca pubblicata su The Lancet del 13/12/1975 (che riguarda 188 pazienti affetti da carcinoma inoperabile ai bronchi), dimostra che la vita media di quelli trattati con chemioterapia è stata di 75 giorni, mentre quelli che non ricevettero alcun trattamento ebbero una sopravvivenza media di 120 giorni. Se queste ricerche sono veritiere, una persona malata di tumore ha statisticamente una percentuale maggiore di sopravvivenza se non segue i protocolli terapeutici ufficiali. Con questo non si vuole assolutamente spingere le persone a non farsi gli esami, gli screening e i trattamenti oncologici ufficiali, ma si vogliono fornire semplicemente, delle informazioni che normalmente vengono oscurate, censurate e che possono, proprio per questo, aiutare la scelta terapeutica di una persona. Ma ricordo che la scelta è sempre e solo individuale: ogni persona sana o malata che sia, deve assumersi la propria responsabilità, deve prendere in mano la propria vita. Dobbiamo smetterla di delegare il medico, lo specialista, il mago, il santone che sia, per questo o quel problema. Dobbiamo essere gli unici artefici della nostra salute e nessun altro deve poter decidere al posto nostro. Possiamo accettare dei consigli, quelli sì, ma niente più.

I pericoli della chemioterapia. Il principio terapeutico della chemioterapia è semplice: si usano sostanze chimiche altamente tossiche per uccidere le cellule cancerose. Il concetto che sta alla base di questo ragionamento limitato e assolutamente materialista è che alcune cellule, a causa di fattori ambientali, genetici o virali, impazziscono iniziando a riprodursi caoticamente creando delle masse (neoplasie). La Medicina perciò tenta di annientare queste cellule con farmaci citotossici (cioè tossici per le cellule). Tuttavia, questa feroce azione mortale, non essendo in grado di distinguere le cellule sane da quelle neoplastiche (impazzite), cioè i tessuti tumorali da quelli sani, colpisce e distrugge l’intero organismo vivente. Ci hanno sempre insegnato che l’unica cura efficace per i tumori è proprio la chemioterapia, ma si sono dimenticati di dirci che queste sostanze di sintesi sono dei veri e propri veleni. Solo chi ha provato sulla propria pelle le famose iniezioni sa cosa voglio dire. «Il fluido altamente tossico veniva iniettato nelle mie vene. L’infermiera che svolgeva tale mansione indossava guanti protettivi perché se soltanto una gocciolina del liquido fosse venuta a contatto con la sua pelle l’avrebbe bruciata. Non potei fare a meno di chiedermi: ‘Se precauzioni di questo genere sono richieste all’esterno, che diamine sta avvenendo nel mio organismo?’. Dalle 19 di quella sera vomitai alla grande per due giorni e mezzo. Durante la cura persi manciate di capelli, l’appetito, la colorazione della pelle, il gusto per la vita. Ero una morta che camminava». Un malato di tumore viene certamente avvertito che la chemio gli provocherà (forse) nausea, (forse) vomito, che cadranno i capelli, ecc. Ma siccome è l’unica cura ufficiale riconosciuta, si devono stringere i denti e firmare il consenso informato, cioè si sgrava l’Azienda Ospedaliera o la Clinica Privata da qualsiasi problema e responsabilità. Le precauzioni del personale infermieristico che manipolano le sostanze chemioterapiche appena lette nella testimonianza, non sono una invenzione. L’Istituto Superiore di Sanità italiano ha fatto stampare un fascicolo dal titolo “Esposizione professionale a chemioterapici antiblastici” per tutti gli addetti ai lavori, cioè per coloro che maneggiano fisicamente le fiale per la chemio (di solito infermieri professionali e/o medici). Fiale che andranno poi iniettate ai malati. Alla voce Antraciclinici (uno dei chemioterapici usati) c’è scritto che dopo la sua assunzione può causare: “Stomatite, alopecia e disturbi gastrointestinali sono comuni ma reversibili. La cardiomiopatia, un effetto collaterale caratteristico di questa classe di chemioterapici, può essere acuta (raramente grave) o cronica (mortalità del 50% dei casi). Tutti gli antraciclinici sono potenzialmente mutageni e cancerogeni”. Alla voce Procarbazina (un altro dei chemioterapici usati) c’è scritto che dopo la sua assunzione può causare: “E’ cancerogena, mutagena e teratogena (malformazione nei feti) e il suo impiego è associato a un rischio del 5-10% di leucemia acuta, che aumenta per i soggetti trattati anche con terapia radiante”. In un altro documento, sempre del Ministero della Sanità (Dipartimento della Prevenzione – Commissione Oncologica Nazionale) dal titolo “Linee-guida per la sicurezza e la salute dei lavoratori esposti a chemioterapici antiblastici in ambiente sanitario” (documento pubblicato dalle Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano) c’è scritto: “Uno dei rischi rilevati nel settore sanitario è quello derivante dall’esposizione ai chemioterapici antiblastici. Tale rischio è riferibile sia agli operatori sanitari, che ai pazienti”. Qui si parla espressamente dei rischi per operatori e pazienti. Il documento continua dicendo: “Nonostante numerosi chemioterapici antiblastici siano stati riconosciuti dalla IARC (International Agency for Research on Cancer) e da altre autorevoli Agenzie internazionali come sostanze sicuramente cancerogene o probabilmente cancerogene per l’uomo, a queste sostanze non si applicano le norme del Titolo VII del D.lgs n. 626/94 "Protezione da agenti cancerogeni". Infatti, trattandosi di farmaci, non sono sottoposti alle disposizioni previste dalla Direttiva 67/548/CEE e quindi non è loro attribuibile la menzione di R45 "Può provocare il cancro" o la menzione R49 ‘Può provocare il cancro per inalazione’”. Quindi queste sostanze, nonostante provochino il cancro, non possono essere etichettate come cancerogene (R45 e R49) semplicemente perché sono considerate “farmaci”. Questa informazione è molto interessante. 

Andiamo avanti: “Nella tabella 1 [vedi sotto, ndA] è riportato un elenco, non esaustivo, dei chemioterapici antiblastici che sono stati classificati dalla IARC nel gruppo ‘cancerogeni certi per l’uomo’ e nel gruppo ‘cancerogeni probabili per l’uomo’. L’Agenzia è arrivata a queste definizioni prevalentemente attraverso la valutazione del rischio ‘secondo tumore’ che nei pazienti trattati con chemioterapici antiblastici può aumentare con l’aumento della sopravvivenza. Infatti, nei pazienti trattati per neoplasia è stato documentato lo sviluppo di tumori secondari non correlati con la patologia primitiva”.

Tabella 1. Cancerogeni per l’uomo: Butanediolo dimetansulfonato (Myleran) - Ciclofosfamide - Clorambucil - 1(2-Cloretil)-3(4-metilcicloesil)-1-nitrosurea (Metil-CCNU) - Melphalan - MOPP (ed altre miscele contenenti alchilanti) - N,N-Bis-(2-cloroetil)-2-naftilamina (Clornafazina) - Tris(1-aziridinil)fosfinsolfuro (Tiotepa)

Probabilmente cancerogeni per l’uomo: Adriamicina - Aracitidina - 1(2-Cloroetil)-3-cicloesil-1nitrosurea (CCNU) - Mostarde azotate - Procarbarzina.

Certamente si tratta di un elenco incompleto perché, sfogliando una trentina di bugiardini di chemioterapici, mancano diverse molecole cancerogene per ammissione stessa dei produttori. 

In conclusione, il documento sulle “linee guida” riporta alla voce “Smaltimento”: “Tutti i materiali residui dalle operazioni di manipolazione dei chemioterapici antiblastici (mezzi protettivi, telini assorbenti, bacinelle, garze, cotone, fiale, flaconi, siringhe, deflussori, raccordi) devono essere considerati rifiuti speciali ospedalieri. Quasi tutti i chemioterapici antiblastici sono sensibili al processo di termossidazione (incenerimento), per temperature intorno ai 1000-c La termossidazione, pur distruggendo la molecola principale della sostanza, può comunque dare origine a derivati di combustione che conservano attività mutagena. È pertanto preferibile effettuare un trattamento di inattivazione chimica (ipoclorito di sodio) prima di inviare il prodotto ad incenerimento. Le urine dei pazienti sottoposti ad instillazioni endovescicali dovrebbero essere inattivate prima dello smaltimento, in quanto contengono elevate concentrazioni di principio attivo”. Queste sostanze, che vengono sistematicamente iniettate nei malati, anche se incenerite a 1000°C “conservano attività mutagena”.  Ma che razza di sostanze chimiche sono mai queste? La spiegazione tra poche righe.

L’amara conclusione, che si evince dall’Istituto Superiore di Sanità, è che l’oncologia moderna per curare il cancro utilizza delle sostanze chimiche che sono cancerogene (provocano il cancro), mutagene (provocano mutazioni genetiche) e teratogene (provocano malformazioni nei discendenti).  C’è qualcosa che non torna: perché ad una persona sofferente dal punto di vista fisico, psichico e morale, debilitata e sconvolta dalla malattia, vengono iniettate sostanze così tossiche? Questo apparente controsenso - se non si abbraccia l’idea che qualcuno ci sta coscientemente avvelenando - si spiega nella visione riduzionista e totalmente materialista che ha la Medicina , ma questo è un argomento che affronteremo più avanti. In Appendice sono stati pubblicati alcuni degli effetti collaterali (scritti nei bugiardini dalle lobby chimico-farmaceutiche che li producono) di circa trenta farmaci chemioterapici. Uno per tutti: l’antineoplastico denominato Alkeran® (50 mg/10 ml: polvere e solvente per soluzione iniettabile che contiene come eccipiente: “acido cloridrico”) della GlaxoSmithKline. “Un alchilante analogo alla mostarda azotata”. Alchilante è un farmaco capace di combinarsi con gli elementi costitutivi della cellula provocandone la sua alterazione. Dal bugiardino si evince che questa sostanza chimica (usata nei malati tumorali), oltre a provocare la leucemia acuta (“è leucemogeno nell’uomo”), causa difetti congeniti nella prole dei pazienti trattati. Alla voce “Eliminazione”, viene confermato quanto riportato sopra: “L’eliminazione di oggetti taglienti, quali aghi, siringhe, set di somministrazione e flaconi deve avvenire in contenitori rigidi etichettati con sigilli appropriati per il rischio. Il personale coinvolto nell’eliminazione (dell’Alkeran) deve adottare le precauzioni necessarie ed il materiale deve essere distrutto, se necessario, mediante incenerimento”. Incenerimento, come abbiamo letto prima, alla temperatura di 1000-1200 gradi! La spiegazione è che queste sostanze sono analoghe alle “mostarde azotate”. Il sito del Ministero della Salute italiano, alla voce “Emergenze Sanitarie”, si esprime così: “Le mostarde azotate furono prodotte per la prima volta negli anni ’20 e ’30 come potenziali armi chimiche. Si tratta di agenti vescicatori simili alle mostarde solforate che si presentano in diverse forme e possono emanare un odore di pesce, sapone o frutta. Sono note anche con la rispettiva designazione militare HN-1, HN-2 e HN-3. Le mostarde azotate sono fortemente irritanti per pelle, occhi e apparato respiratorio. Sono in grado di penetrare nelle cellule in modo molto rapido e di causare danni al sistema immunitario e al midollo osseo (…) che si manifestano già dopo 3-5 giorni dall’esposizione, che causano anche anemia, emorragie e un maggiore rischio di infezioni. Quando questi effetti si presentano in forma grave, possono condurre alla morte”. Per “curare” il tumore oggi vengono utilizzati degli "agenti vescicanti": prodotti militari usati nelle guerre chimiche. Anche se la ”guerra al cancro” viene portata avanti con ogni mezzo dall’establishment, ritengo che ci sia un limite a tutto. (Mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale). [Giuramento di Ippocrate]   

Marcello Pamio - tratto da "Cancro Spa: leggere attentamente le avvertenze".

Perché non abbiamo ancora sconfitto il cancro, anche se le cure ci sono. Il cancro è un male che continua ad ucciderci ogni giorno contro il quale esistono però cure efficaci: ma allora perché non siamo ancora riusciti a sconfiggerlo del tutto? Vediamo insieme cosa c’è davvero da sapere sul cancro, quale sia la differenza con il tumore e quali siano i trattamenti più innovativi degli ultimi anni. Zeina Ayache su Fanpage il 5 febbraio 2019.  Perché nonostante le cure il cancro uccide ancora. Ogni giorno nuove pubblicazioni scientifiche parlano di cure efficaci contro il cancro, eppure ogni giorno il cancro continua ad ucciderci. Com’è possibile che in tutti questi anni di ricerca e con così tante nuove cure confermate dagli scienziati, ancora non siamo riusciti a curare il cancro?

Cos’è il cancro. Innanzitutto va detto che è scorretto parlare di cancro al singolare, attualmente infatti esistono centinaia di tipologie di cancro, dunque la prima cosa da dire è che il cancro è un insieme di diversi tipi di malattie che colpiscono i nostri organi e tessuti in maniera diversa.

Differenza tra cancro e tumore. Parliamo di tumore in generale quando ci riferiamo alla proliferazione non controllata di cellule ‘impazzite’ che si infiltrano negli organi e nei tessuti alterandoli. Ma come è possibile? Alcune delle nostre cellule si rinnovano con il passare del tempo, stiamo parlando di miliardi di cellule ogni giorno, queste cellule hanno un ciclo di vita durante il quale possono accumulare mutazioni sporadiche del DNA e che le portano a perdere alcune delle loro proprietà facendole ‘impazzire’. Le ‘nuove’ cellule malate iniziano così a proliferare formando i tumori. I tumori possono essere benigni, quando le cellule tumorali restano confinate nel tessuto di origine, non invadendo dunque gli organi circostanti, e, come dice il termine stesso, non rappresentano un serio pericolo per la nostra salute, e maligni, chiamati cancro, quando invece le cellule escono dai confini del tessuto in cui si sono formate e invadono gli organi circostanti, diventando dunque pericolose per la nostra salute.

Come curiamo oggi il cancro? Chiarito a grandi linee cos’è il cancro e chiarito che in realtà sarebbe più corretto parlare di cancri, ci viene più facile comprendere perché non sia stato ancora possibile trovare una cura universale. Dobbiamo infatti considerare vari aspetti: il cancro ha origine in diversi organi che sono dunque differenti tra loro, il seno non è un polmone, così come non è il cervello, il fegato o il colon e riguarda più tipi di cellule, anch’esse differenti, ci sono quelle del sistema immunitario, che hanno proprietà differenti rispetto a quelle epiteliali, per esempio.

il tumore si manifesta inoltre in più fasi, ognuna delle quali richiede un intervento differente. Non è dunque certo che un trattamento valido per un cancro, abbia lo stesso effetto su un altro. Non dimentichiamo inoltre che le cellule tumorali si evolvono con il passare del tempo, questo significa che terapie un tempo efficaci, possono ad un certo punto risultare inutili. Il cancro dunque non è un’unica malattia, ma un insieme di malattie che sono in continua evoluzione.

La sperimentazione contro il cancro. Un aspetto che spesso sottovalutiamo quando leggiamo di nuove scoperte contro il cancro è che gli esperimenti che hanno dato risultati soddisfacenti sono stati effettuati sugli animali, spesso i topi. Per quanto i topi vengano ampiamente utilizzati per la sperimentazione, l’efficacia su di loro non implica con certezza assoluta l’efficacia sul nostro corpo. Questo significa che, una volta accertato che un dato trattamento è valido per uno specifico cancro sui topi in determinate condizioni, bisogna poi valutare se sia altrettanto valido per l’essere umano. Questo richiede dunque nuove sperimentazioni che, se vengono concesse, necessitano di ulteriore tempo, oltre che denaro, rendendo dunque le tempistiche molto varie: possono infatti essere necessari molti anni per dimostrare che quel trattamento specifico è valido anche per l’essere umano. Senza contare poi, come dicevamo prima, che l’efficacia varia da soggetto a soggetto.

Le terapie più utilizzate contro il cancro. Attualmente contro il cancro esistono diverse tipologie di trattamento, le più diffuse sono la chirurgia, la chemioterapia e la radioterapia.

La chirurgia implica la rimozione del tumore solido al quale poi sono associate chemioterapia e radioterapia.

La chemioterapia utilizza farmaci citotossici, cioè tossici per le cellule, e ha il compito di impedire la divisione cellulare così da bloccare la replicazione delle cellule e colpisce quelle malate, ma può colpire anche quelle sane: questo spiega gli effetti collaterali legati a questo trattamento, in particolare per quanto riguarda le mucose, i capelli e il sangue.

La radioterapia invece utilizza i raggi X per uccidere le cellule malate e si concentra nella zone colpite dal cancro per evitare il più possibile le cellule sane.

L’avvento dell’immunoterapia. In questi ultimi anni si è sentito molto parlare di una terapia rivoluzionaria e particolarmente efficace: l’immunoterapia. L’immunoterapia ha rappresentato una delle scoperte scientifiche più importanti di questi ultimi anni tanto da aver portato i suoi ‘padri’, James P. Allison e Tasuku Jonjo, al Nobel per la medicina 2018. Ma cos’è l’immunoterapia? L’immunoterapia sfruttano il funzionamento del sistema immunitario per contrastare i tumori. In pratica, le cellule ‘malate’ sviluppano sulla loro superficie delle molecole, chiamate antigeni tumorali, che sono diverse da quelle delle cellule sane. Grazie all’immunoterapia, gli anticorpi selettivi vengono prodotti in laboratorio per riconoscere questi antigeni tumorali così da attaccare le cellule del cancro e ucciderle. Purtroppo però questo tipo di terapia non è efficace per tutti, infatti dipende non solo dalla risposta del singolo individuo, ma anche dalle caratteristiche delle stesse cellule tumorali.

La terapia genica. C’è un’altra cura apparentemente efficace che potrebbe rappresentare il futuro della lotta contro il cancro, e cioè la terapia genica. La terapia genica interviene direttamente sul DNA ‘difettoso’ del paziente riuscendo a contrastare la malattia. La terapia genica è efficace non solo contro il cancro, ma anche contro le malattie genetiche in generale.

Il vaccino contro il cancro. Un altro grande sogno degli scienziati, oltre a quello della messa in commercio di terapie definitive contro le varie forme di cancro, è quello del vaccino universale. Ma come funziona questo vaccino? I vaccini universali per ora sperimentati hanno l’obiettivo di stimolare il sistema immunitario contro qualsiasi forma di tumore. In pratica le cellule del sistema immunitario vengono ‘riprogrammate’ per contrastare la malattia. Attualmente sono stati effettuati test sui topi e su tre pazienti umani malati di melanoma e i risultati sembrano essere soddisfacenti: il tumore è infatti rimasto ‘clinicamente e radiologicamente stabile’. Prima di cantar vittoria però dobbiamo sempre ricordarci delle differenze che ci sono tra persona e persona e tra tumore e tumore, non stiamo parlando di ‘impossibile’, ma sicuramente siamo di fronte ad un lungo percorso che solo nei prossimi anni potrà dirci se davvero un vaccino contro il cancro sia o no possibile. Insomma, è vero che la guerra contro il cancro è ancora attiva, è vero che siamo di fronte ad un nemico molto abile, è vero che la ricerca richiede grandi somme di denaro per poter progredire, ma è anche vero che grandi passi in avanti sono stati compiuti, dobbiamo dunque continuare a credere nella scienza nella speranza che un giorno il cancro sia solo un brutto ricordo, o comunque un male che possiamo tutti sconfiggere.

Nadia Toffa morta, da Oriana Fallaci a Emma Marrone e Lorella Cuccarini: tutti i vip che hanno parlato apertamente del cancro. Chi ha già superato quella sfida ne parla ormai pubblicamente, per motivi diversi e tutti legittimi. C’è chi lo fa per invitare quelli che vogliono farlo a non vergognarsene; chi per “scherzarci” sopra; chi per sfidarlo. Il ciclista Lance Armstrong, della lotta al suo cancro ai testicoli, ci fece una ragione di vita e di esempio per tutto il mondo. Francesco Oggiano il 13 agosto 2019 su Il Fatto Quotidiano. Le cose terribili hanno sempre tantissimi nomi. “Malattia inguaribile”, “male incurabile”, “lunga malattia”, “male del secolo”. Nadia Toffa aveva scelto di chiamarlo cancro fin dall’inizio. Su Instagram metteva davanti alla parola pure il cancelletto, per trasformarla in hashtag e vaffanculo. Se doveva parlare della sua malattia, tanto valeva parlarne maestosamente, senza parafrasi. Wondy, su quelle parafrasi, ci ha sbattuto la testa per anni: “Alle soglie del 2014 siamo ancora troppo imbarazzati di fronte alla parola ‘cancro’!”, scriveva sul blog che aveva aperto su Vanity Fair. Si chiamava Francesca Del Rosso, giornalista, e per anni ha raccontato tutto ma proprio tutto del suo tumore: la “crapa pelata” (non voleva usare parrucche), le terapie, le piccole lotte quotidiane. Quando è morta nel 2016, suo marito Alessandro Milan, storica voce di Radio24, l’ha ricordata elencando anche i suoi difetti. Nessuna apologia, e tre parole: “Mi vivi dentro”. La stessa lotta linguistica fu portata avanti da Oriana Fallaci, che pure spesso chiamò il suo cancro ai polmoni “l’alieno”. La giornalista fu una delle prime in Italia a parlare apertamente della sua malattia, anche per rompere il tabù di cui divenne consapevole dopo il primo intervento subito: “Il chirurgo disse: ‘Le do un consiglio. Non ne parli con nessuno’. Rimasi allibita. E così offesa che non ebbi la forza di replicare: ‘Che cosa va farneticando?!? Avere il cancro non è mica una colpa, non è mica una vergogna!”. Pochi anni prima di morire, raccontò che la malattia l’aveva “cambiata, eccome”: “È diminuita estremamente la mia energia, è raddoppiata la mia sopportazione al male fisico”. Uguale rimase invece la sua cocciutaggine, che le diede la forza di ingaggiare con l’“alieno” una sfida, un dialogo muto: “Anche quando accendo una sigaretta mi sembra di sfidarlo, “Teh brutto stronzo, che ti fumo in faccia””. A spiegare quell’abitudine di fumare in faccia al cancro è stata Emma Bonino: “È il primo guizzo di sfida. Come diceva il mio papà, io voglio morire malata, non voglio morire sana“. La leader di +Europa ha raccontato pubblicamente la sua lotta con un tumore al polmone, che lei chiama un “signore antipaticissimo” dentro al corpo: “Uno stronzo, ma capisco che non se ne volesse andare. Mangi tre volte al giorno, hai un bel terrazzo, dormi tutta la notte. Chi meglio di lui?”. Niente parrucche, per lei, solo piccoli turbanti, tantissimi. Perché la lotta ha un’estetica tutta sua. Shannen Doherty, per esempio, ha trasformato il suo profilo Instagram in un museo vivente della lotta al cancro. Foto dopo foto, da due anni la Brenda di Beverly Hills 90210 mostra al mondo gli alti e bassi della sua vita col tumore dentro al seno: la testa rasata, gli esami in ospedale, la bandana. “Credo che ciò che è bello, difficile e interessante del cancro sia il fatto che ti distrugge e ti ricostruisce. E ancora ti butta giù, e ti ricrea. E tu ti ritrovi ricostruita in modi che non pensavi nemmeno fossero possibili”. E la paura? Quella c’è, eccome, e va raccontata proprio per questo. “Non so quanto durerò. Cinque anni? Dieci?”. Olivia Newton John non vuole saperlo. La dolcissima Sandy di Grease, a 70 anni e con un cancro definito incurabile, crede alle profezie che si autoavverano e si regola di conseguenza: “Se ti dicono che ti restano sei mesi, tu ci credi e alla fine vivrai proprio quel periodo di tempo lì. Io non voglio saperlo, non voglio avere un limite temporale alla mia vita”. Dice che ha “paura”, ma in fondo “tutti abbiamo delle sfide da combattere nella vita, questa è la mia”. La lotta al cancro va di pari passo con quella al suo tabù. Emma Marrone, che ha parlato di quel tumore che la colpì 25enne poco prima di partecipare ad Amici, ha detto parole lucidissime sul tabù della malattia: “Viviamo in una società che vuole essere supertecnologica e ultramoderna, per la quale dobbiamo essere sempre perfetti e forti. In cui una malattia è una cosa da non raccontare perché ci rende imperfetti e vulnerabili nei confronti di chi ci sta vicino”. Bugia: “Le imperfezioni e le diversità ci rendono unici. Senza quelle saremmo un ammasso di cose tutte uguali che non sanno dove stanno andando”. Chi ha già superato quella sfida ne parla ormai pubblicamente, per motivi diversi e tutti legittimi. C’è chi lo fa per invitare quelli che vogliono farlo a non vergognarsene; chi per “scherzarci” sopra; chi per sfidarlo. Il ciclista Lance Armstrong, della lotta al suo cancro ai testicoli, ci fece una ragione di vita e di esempio per tutto il mondo: “Le persone, anche quelle più forti, muoiono di cancro. Questa è la verità essenziale da imparare. E dopo averla imparata, tutto il resto sembra non avere più importanza”. Ben Stiller annunciò al mondo di aver sconfitto il tumore alla prostata nel modo più divertente possibile: postando la foto di lui giovane che si tocca le parti intime durante una scena di Tutti pazzi per Mary (quella della zip incastrata): “Due anni fa ho avuto un cancro e volevo parlarne”. Lorella Cuccarini, colpita da un tumore nel 2002, ha sempre raccontato la storia della sua “tiroide perduta con il sorriso sulle labbra”. Fabrizio Frizzi, uno che tra tutti gli estroversi era il più timido, pochi mesi prima di morire raccontò con garbo che lottava “per continuare a veder crescere la mia creatura”: “Non so se mia figlia Stella abbia capito quanto è accaduto, abbiamo cercato di proteggerla, ma so che i bambini capiscono molto più di quanto immaginiamo: ogni giorno giochiamo insieme, è il suo modo di sorreggermi, mi dà l’energia per continuare a combattere”. E poi ci sono quelli che ne parlano per sfidarlo, o lo raccontano per sensibilizzare gli altri alla prevenzione. La cantante Anastacia, dopo una doppia mastectomia, posò senza veli, per mostrare al mondo quelle cicatrici al seno, “ormai parte del mio viaggio”. Hugh Jackman, operato per un tumore alla pelle anni fa, ancora non smette di ripetere ai suoi fan su Instagram di “fare i controlli e mettere la protezione solare”. Perché fa pure questo il cancro, quando è raccontato: pialla tutto, leva ogni sovrastruttura, annulla ogni vantaggio pregresso. E porta uno degli attori più famosi e strapagati al mondo a ricordarti, col tono un po’ barboso di una mamma in spiaggia coi figli, di spalmarti la crema solare.

5 film per vivere la malattia con coraggio. Da "Arrivederci professore" a "L'amore che resta", ecco alcuni lungometraggi che ci insegnano ad affrontare i dossi della vita. Simona Santoni il 13 agosto 2019 su Panorama. "Non siamo malati, siamo guerrieri". Questa è una delle frasi, inno di battaglia, di Nadia Toffa, conduttrice televisiva morta a 40 anni a causa di un cancro al cervello, energica combattente che ha sempre amato la vita. Un altro suo mantra: "Quando mi chiedono 'Come stai?' io rispondo sempre "Benissimo". Non sono guarita, però non posso stare benissimo?". Sulle ali di questo spirito ardito, che sa prendere la vita per come viene, segnaliamo 5 film validi, che insegnano ad affrontare la malattia con coraggio. 

1) Arrivederci professore (2019) di Wayne Roberts. Da poco uscito al cinema, Arrivederci professore ha per protagonista un Johnny Depp finalmente in grande spolvero. È lui il professore del titolo. Scopre di avere un cancro in stato avanzato ma sceglie di non curarsi e, nel frattempo, trova proprio nell'idea della mortalità la scossa per vivere con più coraggio, irriverenza e un pizzico di follia. Ai suoi studenti l'insegnamento più importante: "Non arrendetevi alla mediocrità", "vivete una vita ricca di esperienze", "ricordatevi che la vita è un canto d'uccello", ogni momento cercate di "renderlo interessante". 

2) La teoria del tutto (2014) di James Marsh. La teoria del tutto è un film biografico con Eddie Redmayne nei panni del giovane Stephen Hawking: ed è detto tutto. Il celebre astrofico è stato un modello di tenacia e vitalità, nonostante tutto. Pur vincolato all'immobilità a causa di una malattia degenerativa del motoneurone, costretto a comunicare tramite un computer e una voce non sua, ci ha lasciato decenni di studi e una grande eredità scientifica. Un esempio che spinge ad andare oltre i propri limiti. 

3) L'amore che resta (2011) di Gus Van Sant. Una piccola perla, struggente, malinconica e infinitamente poetica. Il nichilismo non può nulla contro la vita: è vinto dall'amore, mentre la mortalità diventa una consapevolezza romantica.  Henry Hopper è Enoch, un ragazzo orfano che, per esorcizzare il trauma dei genitori morti in un incidente d'auto, assiste ai funerali di perfetti sconosciuti. Qui conosce Annabel, interpretata da Mia Wasikowska, coetanea malata di tumore al cervello a cui restano tre mesi di vita. Saranno tre mesi vissuti insieme in una danza attorno alla morte, pieni di vita e di amore intenso. Enoch sopravvive ad Annabel, con il ricordo bellissimo di lei. 

4) Le invasioni barbariche (2003) di Denys Arcand. Oscar al miglior film straniero, ha per protagonista Rémy (Remy Girard), cinquantenne canadese professore di storia che, dopo una vita vissuta appieno, si scopre malato terminale di cancro. Ha accanto l'ex moglie (Dorothee Berryman) e il figlio (Stephane Rousseau) con cui non aveva più rapporti ma che, per l'occasione, ritorna al capezzale paterno. Mentre la relazione padre-figlio rinasce, il giovane organizza attorno al genitore morente una vivace rimpatriata di amici, amanti, ex alunni. Alla fine Rémy sceglie di accelerare la dipartita con un'overdose di eroina. Ma in questa eutanasia fai-da-te ha accanto un confortante nugolo di persone più o meno care. 

5) Nemiche amiche (1998) di Chris Columbus. Commedia divertente e commovente, unisce due regine di Hollywood, Susan Sarandon e Julia Roberts. I loro personaggi si contendono l'amore di due bambini, la prima come madre naturale super efficiente, la seconda come nuova compagna del padre (Ed Harris), più giovane e fotografa affermata. Tra le due sono liti furibonde e schermaglie, finché la più attempata non scopre di avere un tumore. Dalla malattia, emerge una bella amicizia. 

·        I Medicinali Cancerogeni.

Da repubblica.it il 27 settembre 2019. Un controllo a tappeto, per tutelare la salute dei cittadini europei. Tutti i farmaci autorizzati al commercio nell'Unione Europea devono essere testati per l'eventuale presenza di nitrosammine, le sostanze cancerogene alla base del ritiro da parte dell'Aifa dei lotti di ranitidina e che nel 2018 era stato anche la causa del ritiro di molti farmaci antipertensivi contenenti valsartan. E' quanto richiede l'Ema, l'agenzia europea per i medicinali. questa determinazione, precisa l'Ema, è precauzionale e riguarda tutti i farmaci che contengono principi attivi prodotti da sintesi chimica. "Se vengono trovate nitrosammine in uno di questi farmaci - si legge - i detentori dell'autorizzazione all'immissione al commercio devono informare le autorità rapidamente per poter prendere i provvedimenti regolatori più appropriati". Le nitrosammine sono classificate come un 'probabile cancerogeno', vale a dire che l'esposizione sopra i livelli di sicurezza può aumentare il rischio di tumore a lungo termine. "Sono presenti in alcuni cibi e nell'acqua potabile - aggiunge l'Ema - e quando sono stati trovati nei farmaci il rischio di sviluppare un tumore è stato giudicato basso". "Nel frattempo, la Chmp (Committee for Medicinal Products for Human Use)  continuerà a valutare le conoscenze scientifiche disponibili sulla presenza di nitrosammine nei medicinali e consiglierà le autorità preposte alla regolamentazione sulle azioni da intraprendere nel caso in cui le aziende trovassero nitrosammine nei loro medicinali", scrive l'Ema nel suo comunicato. "E' una buona iniziativa quella di fare controlli che comunque sono precauzionali, d'altra parte desta anche un po' di sorpresa che questo tipo di test non venga fatto a priori, in modo regolare, su tutte le materie prime che vengono utilizzate e sui prodotti finiti". A dirlo all'Adnkronos Salute il farmacologo e fondatore dell'Istituto Mario Negri Silvio Garattini, intervenendo sulla richiesta fatta oggi dall'Agenzia europea dei medicinali (Ema) alle aziende. La presenza di queste sostanze, alla base del ritiro prima di alcuni prodotti chiamati sartani e di farmaci a base di ranitidina, "non ha niente a che fare con il farmaco in sé - spiega l'esperto - sono delle impurità, ma quando si preparano delle materie prime, quando poi i prodotti vengono messi in compresse e fiale, ci dovrebbe essere un controllo per eventuali impurità cancerogene. Meraviglia che non venga fatto a monte e che ci sia il bisogno di farlo ora. Questi dati avrebbero già dovuto essere disponibili precedentemente: bisogna studiare la presenza di impurità nelle produzioni e capire se può capitare che si trovino solo in un lotto, o se invece siano presenti in tutte le preparazioni, oltre a chiarire quale sia la quantità".

Ranitidina e sostanze cancerogene: chi è in cura deve interrompere i trattamenti? Pubblicato venerdì, 27 settembre 2019 da Corriere.it. Le nitrosammine nei farmaci sono un pericolo? «In realtà la loro presenza, anche se certificata, non comporta un serio rischio di tumore. Perché in genere si tratta di quantità minime. Anche se questi medicinali sono presi per lungo tempo e a dosi elevate».

Caso ranitidina, l’Ema  chiede test su tutti i farmaci  in commercio per precauzione. Pubblicato giovedì, 26 settembre 2019 da Corriere.it. Tutti i farmaci autorizzati al commercio nell’Unione Europea devono essere testati per l’eventuale presenza di nitrosammine, le sostanze cancerogene alla base del blocco da parte dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) dei lotti di ranitidina e che nel 2018 era stato anche la causa del ritiro di molti farmaci antipertensivi contenenti valsartan. Lo richiede l’Ema, l’agenzia europea per i medicinali. La richiesta, precisa l’Ema, è precauzionale.

L’Ema indica anche le priorità di intervento, visto l’elevato numero di prodotti approvati: i titolari dell’autorizzazione all’immissione in commercio dovrebbero dare la priorità ai vari farmaci tenendo conto di fattori quali la dose massima giornaliera assunta, la durata del trattamento, l’indicazione terapeutica e il numero di pazienti trattati. Un lavoro che potrebbe durare tre anni. Le nitrosammine - ricorda il comunicato - sono classificate come probabili agenti cancerogeni per l’uomo, il che significa che un’esposizione a lungo termine al di sopra di determinati livelli può aumentare il rischio di cancro. Quando sono state rilevate nei medicinali, il rischio di sviluppare tumori è comunque risultato basso. È noto che queste impurità possono formarsi durante la produzione in determinate condizioni e quando vengono utilizzati determinati solventi, reagenti e altre materie prime. Inoltre, le impurità possono essere riportate durante il processo di fabbricazione quando si utilizzano apparecchiature o reagenti già contaminati. «È una buona iniziativa quella di fare controlli che comunque sono precauzionali, d’altra parte desta anche un po’ di sorpresa che questo tipo di test non venga fatto a priori, in modo regolare, su tutte le materie prime che vengono utilizzate e sui prodotti finiti». A dirlo all’Adnkronos Salute il farmacologo e fondatore dell’Istituto “Mario Negri” Silvio Garattini. La ranitidina (antagonista dei recettori H2 dell’istamina) è un inibitore della secrezione acida utilizzato nel trattamento dell’ulcera, del reflusso gastroesofageo, del bruciore di stomaco e di altre condizioni associate a ipersecrezione acida. In Italia è commercializzata sia come farmaco soggetto a prescrizione medica, sia come medicinale di automedicazione, in forma di compresse, sciroppi o soluzioni iniettabili per uso endovenoso. L’elenco diffuso dall’Aifa contiene 516 lotti di vari farmaci: dal Raniben in compresse a Ulcex in compresse, e ancora Ranitidina Eg 300 mg, Ranibloc, e anche Buscopan antiacido, compresse effervescenti da 75 mg, di cui sono 12 i lotti da non utilizzare. E poi lo Zentiva, lo Zantac, l’Hexal iniettabile, il Ranidil in fiale, compresse e sciroppo (ecco cos’è la ranitidina). L’agenzia avverte: nelle ultime ore sui social network si stanno diffondendo liste di farmaci che nulla hanno a che vedere con quelli oggetto dei provvedimenti restrittivi disposti nei giorni scorsi che riguardano esclusivamente farmaci contenenti ranitidina. In una nota l’AIFA raccomanda di consultare esclusivamente le informazioni pubblicate sul portale dell’Agenzia. Gli elenchi dei lotti dei farmaci contenenti ranitidina interessati dal ritiro e di quelli interessati dal divieto di utilizzo sono disponibili alla pagina. Ogni altro elenco difforme da quelli su indicati non è da considerarsi attendibile. Se si è in trattamento con un medicinale a base di ranitidina prescritto dal medico - invita l’Aifa - non sospendere il trattamento, ma consultare il medico il prima possibile. Si potrà concordare con lui un trattamento alternativo (un altro medicinale diverso da ranitidina, indicato nel trattamento delle condizioni in cui lo stomaco produce quantità eccessiva di acido). Se si è in trattamento con un medicinale di automedicazione a base di ranitidina, consultare il medico o il farmacista che potranno consigliare un farmaco alternativo.

·        Metodo Hamer. Niente chemio? Condannati.

NIENTE CHEMIO ALLA FIGLIA CHE POI MORI’: PER I GIUDICI I GENITORI SONO COLPEVOLI. Brunella Bolloli per “Libero quotidiano” il 21 giugno 2019. Nell'unica foto in circolazione Eleonora Bottaro è una ragazza dai capelli folti e scuri che le incorniciano il viso e il sorriso sereno. Eppure, questa giovane donna morta troppo presto a causa di una forma di leucemia grave ha subìto enormi sofferenze, soprattutto da chi doveva proteggerla. Per i giudici del tribunale di Padova, i genitori di Eleonora, Lino e Rita Bottaro, sono colpevoli di non avere curato la loro figlia nell' unico modo in cui la ragazza poteva essere salvata: con cicli di chemioterapia, come avviene per i malati oncologici. I coniugi Bottaro, ieri, sono stati condannati in Appello a 2 anni ciascuno perché hanno consentito alla loro figlia di rifiutare la chemio. Secondo i magistrati le avrebbero imposto di farlo, l' avrebbero manipolata, plagiata, indotta a ritenere che il fantomatico metodo Hamer, che rinnega l' uso dei farmaci e si basa sull' idea che il tumore sia frutto di un conflitto psichico, fosse vincente, invece non lo è stato. Eleonora si ammalò tra il 2015 e il 2016, all' epoca era ancora minorenne e dipendeva da mamma e papà che dovevano rispondere per lei e la sua salute. La sua morte è avvenuta il 29 agosto 2016, una settimana dopo il 18esimo compleanno. Sarebbe stato diverso se avesse deciso da sola di non andare in ospedale? La procuratrice aggiunta Valeria Sanzari aveva subito iscritto la coppia nel registro degli indagati con l' accusa di omicidio colposo con l' aggravante della prevedibilità degli atti. Dopo l' udienza preliminare nel 2017 il gup Mariella Fino aveva però pronunciato una sentenza di non luogo a procedere con la formula «il fatto non costituisce reato». Secondo il giudice Fino, Eleonora, pur minorenne, era una giovane adulta in grado di decidere la sua cura in modo autonomo.

LA DIFESA DELLA COPPIA. Inoltre, secondo il Gup, i Bottaro erano in buona fede, avevano scelto un percorso culturale autonomo, non condiviso dalla scienza, ma determinato dalla libertà di pensiero che tutela la Costituzione. A processo, Rita Benini Bottaro si era sempre difesa: «A Eleonora parlammo della possibilità di fare la chemio, ma era lei a non volere. Diceva: è veleno per il mio corpo». In realtà, i medici, sentiti in tribunale, dissero che non era possibile avere un colloquio da soli con la paziente perché i genitori volevano sempre essere presenti e la ragazza non si sentiva libera di esprimere le proprie volontà. In udienza era stato sentito anche il professor Paolo Benciolini, medico legale, il quale è stato tutore per qualche mese di Eleonora prima che morisse. A lui il tribunale dei Minori aveva affidato il compito di prendersi carico della cura della 17enne, ma lei aveva continuato a opporsi fino a quando, ormai priva di forze e seguendo solo il metodo Hamer che prescrive cortisone e vitamine anziché i protocolli della medicina, si era spenta in brevissimo tempo. Il caso aveva sollevato forti reazioni nell' opinione pubblica e riacceso, in Rete, il dibattito tra sostenitori della scienza e no-vax. Tra i più duri, il virologo Roberto Burioni che si disse convinto fosse «una barbarie lasciare i genitori a giocare alla roulette russa con la salute dei figli». Dopo l' assoluzione, il pm Sanzari ha fatto ricorso e ieri la Corte d' Appello ha sposato la linea della procura. Per lei Eleonora non ha mai avuto modo di costruirsi una libertà di scelta perché «plagiata», soprattutto dal padre, che decideva ogni terapia, precludendole l' unica che avrebbe potuto salvarla. «Fino a pochi giorni prima di morire», ha aggiunto la pm, «era convinta di guarire, di compiere i 18 anni e andare in vacanza al mare».

IL MEDICO RADIATO. Altro elemento emerso nel processo, il fatto che la coppia fosse in rapporti con il medico di base Paolo Rossaro, condannato per la morte di un paziente e radiato dall' Ordine per i suoi metodi "alternativi" sui tumori. Sanzari ha chiesto l' acquisizione degli atti per un' eventuale nuova imputazione di Rossaro. Mamma Rita, però, che aveva già perso il figlio maschio colpito da aneurisma, è ancora convinta di avere agito bene per la propria creatura. «Credo nella giustizia divina, non ho sbagliato nulla, rifarei tutto quello che ho fatto, solo Dio sa quanto ha sofferto mia figlia».

·        Malata di cancro si salva con la cura Di Bella. Ma il giudice la “condanna”.

Malata di cancro si salva con la cura Di Bella. Ma il giudice la “condanna”. Desiree Ragazzi domenica 16 giugno 2019 su Il Secolo d'Italia.  «Nel 2002 ho pubblicato un volume Come prevenire i tumori, Carlo Marconi Editore, oggi esaurito, evidenziando anche le controindicazioni allo screening mammografico annuale per il rischio di induzione tumorale da radiazioni ionizzanti». Giuseppe Di Bella, figlio del professore Luigi Di Bella padre della Multiterapia contro il cancro, in un articolo apparso sul Quotidiano del Lazio parla di paradossi e di come la comunità scientifica abbia contrastato il Metodo Di Bella. «Fui colpito da scomuniche e anatemi dei luminari e lampadari della cosiddetta comunità scientifica. Alcuni giorni fa il Presidente dell’Ordine dei Medici di Bologna, Giancarlo Pizza, scienziato noto a livello internazionale, ha inviato agli iscritti la documentazione scientifica, in allegato, dell’American College of Physicians (ACP) screening mammography, che evidenzia e documenta i rischi dello screening mammografico annuale, con relativa pubblicazione sulla massima banca dati biomedica internazionale, sconfessando così un tabù così caro al regime e gelosamente tutelato. Nel volume di prossima pubblicazione, in luglio sulla prevenzione dei tumori, ho inserito un ampio capitolo sulla mammografia e radiazioni ionizzanti. Gradualmente si stanno scardinando, sgretolando i falsi miti e gli interessati inganni creati e ossessivamente riproposti dai mainstream di regime, asserviti ai circoli di potere politico finanziari».

Guarire col Metodo Di Bella. Il dottor Di Bella ha raccontato poi un caso: «Dieci anni fa curai una ragazza per un linfoma NH in rapida progressione, chemio resistente, non più responsivo dopo il completo fallimento di vari cicli di chemio-radioterapia. Dopo circa un anno di terapia intensiva con MDB la ragazza guarì. Per il documentato fallimento dei protocolli oncologici e la certificazione con esami ematochimici e strumentali della completa e stabile remissione con Metodo Di Bella, fece ricorso e ottenne l’erogazione del MDB». Che cosa è successo dopo? Racconta ancora Di Bella: «L’ematologia fece opposizione e malgrado il dato di fatto, incontestabile, della guarigione con Metodo Di Bella, il giudice, invocando gli esiti della sperimentazione, la condannò a restituire quanto aveva ottenuto per potersi curare e guarire. L’Italia si rivelò ancora una volta, dopo la creazione del Diritto Romano, Patria del diritto, creando un nuovo reato “La guarigione indebita”. Chi rifiuta di farsi accoppare dalle cure istituzionali di “Provata efficacia” e osa guarire con MDB è dichiarato reo di “Guarigione indebita”. Oltre che del gravissimo reato di lesa maestà verso i luminari, le sacre, immacolate, disinteressate vestali della tanto celebrata, “Comunità scientifica”, così affine e attigua ai centri di potere che gestiscono il mercato del farmaco e relativi fatturati».

Di Bella: «Applico il Metodo di mio padre». E infine: «Io non ho scoperto nulla, né ho il minimo merito in queste guarigioni ottenute dal metodo messo a punto da mio padre. Cerco solo di applicarlo, diffonderne il razionale e meccanismo d’azione, i riscontri clinici. Sto sperimentando anch’ io come mio padre, quanto sia difficile, erto, faticoso, pieno di ostacoli, il percorso di chi cerca di proporre scomode ma incontestabili verità ad una società ormai impermeabile e refrattaria alla verità».

Prevenire i tumori secondo Di Bella. Il Giornale il 19 settembre 2019. Un libro e 19 video allegati. Più di 300 pagine dedicate alla prevenzione dei tumori. Non una malattia sola, si capisce. Ma “un gruppo di patologie correlate”. Una complessità indecifrabile che parte dalle ultime nanometriche scoperte. Come quelle illustrate dal professore di Biologia molecolare, Carlo Ventura, nella prefazione: “Vi è uno scambio incessante di informazioni tra cellule poiché comunicano tra loro anche molecole che per la loro natura chimica non potrebbero oltrepassare la membrana plasmatica cellulare”. Già, perfino una vibrazione può “parlare”. 

Prevenire il cancro è questione di raffinatezza, come vivere in modo cosciente.

“La scelta antitumore” (Unoeditori e Macroedizioni, 25 euro) scritto da Giuseppe Di Bella, riflette l’impegno quotidiano di un medico che divide il suo tempo tra i malati e l’eredità del padre – il Metodo di cura messo a punto dal professor Luigi Di Bella – in continuo aggiornamento (proprio come lo studio delle cellule) grazie alle ricerche sostenute dalla Fondazione. Ma non manca (ancora) lo sguardo amaro sul passato. La storia della sperimentazione ministeriale bocciata inesorabilmente nel 1998, la delusione pubblica e il conseguente ritirarsi “ai margini della comunità scientifica”.

Dimenticarsi della propria storia significa vivere dimezzati; apprezzarne ciò che si è imparato vuol dire crescere.

“Mi prendo le mie soddisfazioni – dice oggi Giuseppe Di Bella, senza acredine – quando vedo che mio padre aveva ragione”. Non c’è una sola molecola del famoso Metodo che non abbia conquistato negli anni un nutrito numero di pubblicazioni: “Hanno tutte proprietà antitumorali, come diceva lui”.

La storia infinita (dei derivati dell’acido retinoico).

Citiamo solo uno degli ultimi lavori dell’Istituto Superiore di Sanità su un derivato dell’acido retinoico, detto nano fenretinide. Cliccate qui. “Effetto antitumorale ad ampio spettro su cellule tumorali di colon, polmone, melanoma, sarcoma, mammella, ovaio e glioblastoma e sua apparente assenza di tossicità”.

Leggiamo oggi che “questo farmaco si trova in una fase precoce di sperimentazione”. Ma nel 2006 la stessa sostanza, con le medesime caratteristiche, venne descritta come “promettente” dal professor Umberto Veronesi in un servizio al telegiornale divulgato in prima serata. Veronesi annunciò che non stava parlando di una sperimentazione in vitro o su cavie ma della conclusione di un lavoro “durato 14 anni, con gruppo di controllo randomizzato, su 2.800 donne” e che i risultati erano sorprendenti. Poi, non se ne seppe più nulla, se non che l’Istituto oncologico Ieo “produce il farmaco in proprio” per continuare a testarlo su un numero limitato di pazienti. Così, tra alti e bassi, talvolta percorrendo la stessa strada più volte, va la ricerca.

Il libro. Ampi capitoli sono dedicati agli stili di vita e alle sostanze cancerogene. Dagli scarti industriali all’inquinamento ambientale alle proprietà degli alimenti. Dalla radioattività al fumo all’alcool. Appaiono stralci sulle recenti scoperte nutrizionali, sul ruolo dei grassi, la cosiddetta scienza lipidomica. Si capisce perché l’acido folico assunto in gravidanza “spenga” il gene dell’obesità. Ancora: le proprietà dei cibi, come cuocerli e conservarli per evitare infiammazioni e infezioni, il ruolo dei virus e dei batteri. E poi la prevenzione farmacologica (individuale): si spiega come agiscono molte sostanze del Metodo a un diverso dosaggio: dalla vitamina D3 all’acido ascorbico alla melatonina. Quindi l’appendice “La via dell’equilibrio” scritta da don Paolo Spoladore che evidenzia l’importanza dei pensieri positivi, “perché da ciò che ci passa per la mente derivano le nostre emozioni”. Si capisce anche cosa significhi “accettare la malattia”, o, in alternativa ogni evento traumatico della vita. Non opponendosi perché significherebbe mentire a se stessi, ingaggiando una lotta inutile che mette in luce il lato peggiore di noi. Non è necessario, tuttavia, condividere o subire passivamente ciò che non ci piace, spiega l’autore, ma “lasciarlo lì” senza dargli troppa importanza. La malattia come una pietra miliare, poi c’è il resto del cammino.

·        Altro che inquinamento ci si ammala di Meno. Occhio alla prevenzione.

 Melania Rizzoli per “Libero quotidiano”il 25 settembre 2019. Il mondo è dichiarato inquinato a tal punto che i tumori risultano in calo. Anche in Italia i nuovi casi di cancro tendono a diminuire, ed è la prima volta che si registra un dato del genere nel nostro Paese, a tutto vantaggio della sopravvivenza che si allunga di ulteriori 5 anni, perché fino allo scorso anno i numeri erano sempre tristemente in crescita. Oggi invece, almeno un paziente su quattro, pari ad oltre un milione di persone, è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale, perché può considerarsi completamente guarito. «I numeri del cancro in Italia 2019», un volume zeppo di statistiche oncologiche, presentato ieri all' Auditorium del Ministero della Salute in un convegno nazionale, parla chiaro, e conferma che nell' anno in corso sono state registrate oltre 2mila diagnosi di tumore in meno rispetto all' anno precedente, e ad essere in calo sono soprattutto le cinque neoplasie considerate più frequenti, ovvero quelle alla mammella (53.500 casi nel 2019), colon-retto (49.000), polmone (42.500), prostata (37.000) e vescica (29.700). Tutto questo naturalmente, ed è bene sottolinearlo, sta accadendo grazie ad armi farmacologiche e diagnostiche sempre più efficaci, alla grande attenzione per la propria salute e alla maggiore adesione ai programmi di screening preventivi.

ENTRAMBI I SESSI. L' inversione di tendenza è molto importante, è in riduzione in entrambi i sessi, ed è dovuta al fatto che moltissime neoplasie vengono individuate in fase iniziale, quando cioè esiste alta probabilità di guarigione, e la maggior parte di esse viene eliminata al loro insorgere, e sono gli stessi identici tumori che fino a poco tempo fa, senza lo screening, sarebbero stati diagnosticati in stadio avanzato con prognosi infausta. Sono 371mila i casi di nuovi cancri stimati nel 2019, in calo di oltre 2mila diagnosi rispetto al 2018, e ciò significa che oltre 2mila persone in Italia si sono salvate grazie ad una diagnosi precoce, e molte di loro non hanno nemmeno dovuto affrontare ciclo di chemio e radioterapia poiché sono stati considerati completamente guariti con il solo intervento chirurgico. A dimostrazione che dal cancro ci si salva se si viene operati in fase iniziale, nel suo stato nascente, ricordando che per raggiungere la dimensione di 2,5 cm ogni neoplasia impiega circa cinque anni, per poi crescere in maniera esponenziale, per cui è importantissimo intuirne o sospettarne la presenza per tempo, o fare prevenzione, in modo da poterlo debellare chirurgicamente senza dargli la possibilità di espandersi, infiltrare i tessuti limitrofi e mettere le sue malefiche radici nell' intero organismo. La fotografia scattata dallo studio succitato ci informa anche che sono invece in crescita i tumori del pancreas, del cervello, della tiroide e dei melanomi, i quattro principali sui quali si sta concentrando una nuova campagna di attenzione e di prevenzione, e sui quali, oltre alla diagnosi morfologica vengono associati i profili molecolari, per consentire di identificare e perfezionare le caratteristiche di queste neoplasie, modulare specifiche terapie personalizzate, per evitare che tali patologie, insieme a quelle dell' ovaio, mietano ancora molte vittime. Il tumore della mammella si conferma il più frequente nella popolazione italiana, soprattutto nelle aree del Centro-Nord, per l' estensione dei programmi di prevenzione che invitano ad eseguire la mammografia dopo i 45 anni, mentre nel Meridione la minore adesione agli screening oncologici non ha fatto rilevare i benefici effetti della diagnosi precoce registrati nel Settentrione. Complessivamente in Italia ogni giorno circa 1.000 persone ricevono una nuova diagnosi di neoplasia maligna, e persistono le differenze regionali, poiché l' incidenza più alta si registra in Friuli Venezia Giulia (716 casi ogni 100mila abitanti), la più bassa in Calabria (559 casi per 100mila abitanti) ed è verosimile attribuire questa situazione a fattori che agiscono in senso protettivo, come abitudini alimentari, vita riproduttiva e minore esposizione a fattori di rischio ambientale. La nota dolente del report riguarda i pazienti over 65 che anche dopo la diagnosi maligna mantengono indisturbati le loro abitudini quali fumo, abuso di alcol e sedentarietà, i fattori di rischio più frequenti per recidive o aggravanti della malattia.

L'INVECCHIAMENTO. È accertato che nel corso della vita un uomo su 2 e una donna su 3 si ammalerà di tumore, poiché l' invecchiamento della popolazione è di fatto associato al rischio oncologico, e per questo motivo la riduzione di incidenza del cancro su riportata, in una percentuale destinata a crescere, è importante dal punto di vista scientifico, perché stabilisce una sopravvivenza "libera da malattia", quella che tutti ci auguriamo. Certo, di qualcosa si dovrà pur morire, ma il cancro è ancora percepito come il più terribile dei mali, una diagnosi tragica e drammatica paragonata al fine-vita, che sconvolge l' esistenza, dimenticando che è una malattia che può essere prevenuta, anticipata e affrontata con le molte tecniche diagnostiche e terapeutiche oggi a disposizione, a differenza di tantissime patologie improvvise e fulminanti che non lasciano scampo, come per esempio quelle cardiovascolari. E soprattutto oggi le malattie oncologiche considerate incurabili possono essere cronicizzate, consentendo lunghe sopravvivenze in condizioni più che accettabili. E comunque se avete paura del cancro fate i controlli preventivi, anche nel dubbio, perché è sempre meglio fare un' analisi in più che arrivare troppo tardi ad una diagnosi che poteva essere fatta mesi prima, ricordando che dopo le malattie cardiocircolatorie, i tumori sono la seconda causa di morte, ed ogni giorno oltre 485 persone, tra uomini, donne e bambini, muoiono in Italia a causa di un tumore.

I casi di cancro diminuiscono in Italia: un milione di persone guarite. Al Sud ci si ammala di meno, le donne sopravvivono più degli uomini. La fotografia scattata dal volume «I numeri del cancro in Italia», presentato al Ministero della Salute. Vera Martinella il 24 settembre 2019 su Il Corrriere della Sera. Sono 371mila, secondo le stime presentate al Ministero della Salute, i nuovi casi di cancro diagnosticati nel nostro Paese nel 2019. Erano 373mila nel 2018: 2.000 in meno in 12 mesi. L’incidenza tende a diminuire: in particolare quella delle neoplasie del colon-retto, dello stomaco, del fegato e della prostata e, solo negli uomini, i carcinomi del polmone (che continuano, invece, ad aumentare fra le donne per la preoccupante diffusione dell’abitudine al fumo di sigaretta nel sesso femminile). Sale anche il cancro al seno e, in entrambi i generi, quelli del pancreas, della tiroide e i melanomi cutanei. Almeno un paziente su quattro, pari a quasi un milione di persone, è comunque tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale, ovvero di chi di cancro non si è amai ammalato, e può considerarsi guarito. A dare il censimento ufficiale della situazione nel nostro Paese è il volume «I numeri del cancro in Italia 2019», giunto alla nona edizione e presentato all’Auditorium del Ministero della Salute in un convegno nazionale, grazie al lavoro di AIOM, dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), di Fondazione AIOM, PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), PASSI d’Argento e della Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPEC-IAP).

I tumori più frequenti in Italia nel 2019. «I dati (calcolati al netto dell’invecchiamento della popolazione) indicano che l’incidenza dei tumori è in riduzione in entrambi i generi - dice Stefania Gori, Presidente Nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) -. Il tumore della mammella si conferma il più frequente nella popolazione, in crescita soprattutto nelle aree del Centro-Nord per l’estensione dei programmi di screening e della popolazione invitata a fare la mammografia (da 50-69 anni a 45-74): non è però un fenomeno negativo. In pratica vengono individuati in fase iniziale e con alte probabilità di guarigione molti tumori che, senza lo screening, sarebbero stati scoperti in stadio avanzato». Complessivamente in Italia ogni giorno circa 1.000 persone ricevono una nuova diagnosi di tumore maligno: nel 2019 sono infatti state stimate 371mila diagnosi (196mila negli uomini e 175mila nelle donne). Le cinque neoplasie più frequenti sono quelle della mammella (53.500 casi nel 2019), colon-retto (49mila), polmone (42.500), prostata (37mila) e vescica (29.700). Escludendo i tumori della cute (non melanomi), nei maschi prevale il tumore della prostata, seguono polmone, colon-retto, vescica e dello stomaco; tra le femmine il più frequente è il cancro al seno, seguito da colon-retto, polmone, tiroide e corpo dell’utero. 

Differenze geografiche: al Sud ci si ammala di meno. Persistono poi le differenze fra regioni: l’incidenza più alta si registra in Friuli Venezia Giulia (716 casi per 100mila abitanti), la più bassa in Calabria (559 casi per 100mila abitanti). «Il numero di nuovi casi decresce progressivamente dall’Italia del Nord a quella meridionale e insulare - spiega Massimo Rugge, presidente AIRTUM -. Nel maschio, l’incidenza è più bassa al Centro (meno 4%, rispetto al Nord) e ancor più basso al Sud (meno 14%). E lo stesso andamento si conferma nel genere femminile (meno 5% nell’Italia centrale e meno 17% nell’Italia del Sud-insulare, rispetto al Nord). È verosimile attribuire questa situazione a fattori che agiscono in senso “protettivo”: abitudini alimentari, vita riproduttiva, minore esposizione a fattori di rischio ambientale. Nel Meridione, tuttavia, la minore adesione agli screening oncologici non ha fatto rilevare quei benefici effetti della diagnosi precoce, che si registrano nel Settentrione. Nell’Italia meridionale-insulare, infatti, non si è osservata quella riduzione di incidenza e mortalità che, nel Nord, è stata documentata per i carcinomi per i quali sono attivi programmi di diagnosi precoce (mammella, colon-retto e cervice uterina). Negli uomini - continua Rugge - le migliori sopravvivenze si registrano per i tumori del testicolo, della prostata e della tiroide; nelle donne per le neoplasie della tiroide, della mammella e per il melanoma. Nelle femmine, la sopravvivenza per tutti i tumori è più alta di quella della popolazione maschile: un vantaggio che può essere associato alla diversa diffusione di screening specifici (mammella e utero) e alla maggior propensione del genere femminile a aderire ai programmi di prevenzione/screening)». 

Tre milioni e mezzo di italiani vivi dopo il cancro. Quasi 3 milioni e mezzo di italiani (3.460.025, il 5,3% dell’intera popolazione) vivono dopo la diagnosi di cancro, cifra in costante crescita (erano 2 milioni e 244 mila nel 2006, 2 milioni e 587mila nel 2010, circa 3 milioni nel 2015), grazie ad armi sempre più efficaci e alla maggiore adesione ai programmi di screening. I cinque tumori che fanno registrare in Italia le percentuali più alte di sopravvivenza sono quelli della tiroide (93%), prostata (92%), testicolo (91%), mammella (87%) e melanoma (87%). La sopravvivenza a 5 anni più alta si registra, per gli uomini, in Valle D’Aosta (61%), Emilia-Romagna e Toscana (56%) e, per le donne, in Emilia-Romagna e Toscana (65%). Complessivamente la sopravvivenza a 5 anni nelle donne raggiunge il 63%, migliore rispetto a quella degli uomini (54%), ed è aumentata rispetto a quella dei casi diagnosticati nei quinquenni precedenti.

Mortalità in calo costante. I tumori sono la seconda causa di morte (29% di tutti i decessi), dopo le malattie cardio-circolatorie (37%). Si può affermare che, mediamente, ogni giorno oltre 485 persone muoiono in Italia a causa di un tumore. Nel 2016 (ultimo anno disponibile), nel nostro Paese, sono stati 179.502 i decessi attribuibili al cancro. «I trend temporali - continua Stefania Gori, che è anche direttore dipartimento oncologico all’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar - indicano che, nel periodo 2003-2014, anche la mortalità continua a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi, come risultato di più fattori, quali la prevenzione primaria, in particolare la lotta al tabagismo, la diffusione degli screening su base nazionale, i miglioramenti diagnostici, i progressi terapeutici (chirurgici, farmacologici, radioterapici) e l’applicazione sempre più su larga scala di una gestione multidisciplinare dei pazienti oncologici. Proprio la prevenzione primaria, cioè l’adozione di uno stile di vita sano (no al fumo, dieta corretta e attività fisica costante), è la migliore strategia per ridurre sia l’incidenza che la mortalità».

Risultati migliori grazie a test e terapie «mirate». «In particolare nell’ultimo decennio per tutti i big killer oncologici (polmone, colon-retto, mammella), ma non solo, alla diagnosi morfologica vengono associati i profili molecolari - afferma Mauro Truini, Presidente SIAPEC-IAP -. Ciò ha consentito agli anatomo-patologi di identificare e perfezionare le classificazioni delle singole neoplasie. Un esempio è il cancro della mammella, che è oggi riconosciuto come una malattia eterogenea che comprende almeno 21 (isto)tipi invasivi diversi e che presenta sottotipi molecolari distinti. Sulla base di tali precise diagnosi morfologiche e molecolari, l’oncologo è in grado di adottare e modulare specifiche terapie più adatte per il singolo paziente. Inoltre, la collaborazione tra AIRTUM e SIAPEC-IAP, coniugando i dati di diagnosi istologica tradizionale e di cosiddetta “immunofenotipizzazione” con i dati clinici dei registri tumori, ha permesso di derivare la classificazione molecolare del singolo tumore. Ciò ha consentito di avere un panorama dei tipi di cancro della mammella in Italia e quali sono gli organi bersaglio di metastasi a seconda delle caratteristiche del tumore stesso».

Cancro, gli obesi hanno il 50% di possibilità in più di contrarre la malattia: lo studio. Melania Rizzoli su Libero Quotidiano il 26 Ottobre 2019.  Ormai è un dato di fatto: l' incidenza del cancro è legata all' obesità e le persone che hanno un peso eccessivo hanno un rischio fino al 50% più alto di sviluppare un tumore maligno rispetto a chi ha mantenuto un peso stabile durante l'età adulta. Sono stati resi noti i risultati di un importante studio del Cancer Council of Victoria, pubblicati sul Cancer Journal for Clinicians e su Nature, condotto con la Harvard Chan School of Public Health di Boston, che hanno seguito oltre 30mila soggetti nel mondo per un periodo di 30 anni, nel quale si conferma che l' obesità è una causa primaria del cancro, e l' associazione fra la misurazione dell' Indice di Massa Corporea (IMC) durante l' età adulta e l' incidenza del tumore legato all' obesità è senza ombra di dubbio indiscutibile ed allarmante, perché i dati di questa ricerca trentennale si aggiungono ad una serie di evidenze sui legami fra dimensioni corporee e il carcinoma. Non solo. Secondo lo studio, chi è diventato gradualmente in sovrappeso con l' età ha un rischio maggiore del 30% di contrarre la malattia tumorale, mentre tra coloro che diventano obesi uno su due si ammalerà certamente di un tipo di neoplasia. Una delle forme più pericolose di grasso in eccesso è stata individuata in quello viscerale, ovvero nel grasso che si forma attorno agli organi interni del corpo degli obesi, i quali organi vengono come inglobati in una sorta di rete lipidica che li soffoca, gli sottrae ossigeno e produce ormoni, alimentando e favorendo lo sviluppo della malattia neoplastica. I tipi di cancro più strettamente associati all' aumento di peso sono 13, e sono quelli che colpiscono l' esofago, la tiroide, la mammella (dopo la menopausa), il fegato, la cistifellea, il pancreas, i reni, le ovaie, lo stomaco (il cardias gastrico), l' endometrio uterino, come pure il meningioma del cervello e il mieloma multiplo, ma non si escludono nemmeno il cancro del colon e del retto.

GENI SOVRAPPONIBILI. Addirittura dopo il fumo e l' esposizione al sole, l' obesità è stata classificata il terzo fattore di rischio individuato per lo sviluppo delle neoplasie maligne, di vario grado e malignità a seconda delle dimensioni corporee. Inoltre è stata esaminata la possibile relazione genetica tra obesità, cancro e sindrome metabolica, in quanto sono stati individuati almeno 38 geni perfettamente sovrapponibili tra donne malate di cancro alla mammella, ad esempio, e soggetti diabetici e obesi, con la conclusione che chi quindi soffre di obesità avrebbe una maggiore probabilità anche di tipo genetico di sviluppare questi tipi di tumori maligni. Il sovrappeso infatti, oltre ad aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, influisce sul nostro organismo "disorientando" il metabolismo, paralizzando in qualche modo macrofagi e cellule killer, che sono la prima linea di difesa contro infezioni e tumori. Il tessuto adiposo è composto non solo di cellule grasse, che fanno da "magazzino energetico" e da serbatoio metabolico, ma anche da cellule del sistema immunitario che inviano messaggi sbagliati, ed anziché spegnere le infiammazioni dovute all' eccesso di grasso, producono segnali infiammatori che alimentano lo sviluppo di cancro in molti modi, ad esempio promuovendo le metastasi. In Europa circa il 18% degli adulti è in stato di obesità, in Italia la percentuale scende al 10% (al pari della Lombardia), mentre a Milano gli abitanti ritenuti obesi sono il 6,6%, ma è la situazione dei "futuri obesi" a preoccupare, ovvero i bambini, perché nel nostro Paese uno su dieci è obeso (il 10,6%) contro il 5% della media europea, e in particolare in Lombardia i bambini tra i 3 e i 17 anni considerati obesi sono il 6%.

COME SI CALCOLA. È importante quindi conoscere le proprie misure dell' indice di massa corporea, calcolato in base a peso e altezza, e soprattutto sapere come mantenerlo a un livello stabile, considerando che sono classificati in sovrappeso i soggetti con un indice oltre 25, e obesi se l' indice è più di 30. Il rapporto tra circonferenza di vita e fianchi e la percentuale di grasso corporeo, sono stati correlati anche ad elevati livelli di insulina a digiuno e alla pressione arteriosa diastolica (la massima), concludendo che le conseguenze negative dell' obesità si ripercuotono principalmente sul rischio oncologico. Senza dubbio lo stato di infiammazione cronica che l' obesità genera nell' organismo, innesca una serie di meccanismi cellulari e molecolari che influenzano il rischio tumori, poiché oltre ad accompagnarsi alla resistenza all' insulina, provoca anche squilibri ormonali causati dalla presenza di grasso in eccesso, il quale diventa un vero e proprio "organo endocrino" capace di produrre ormoni, i quali, se in eccesso, possono dar vita a processi che portano inesorabilmente alla malattia neoplastica.

L'IMPORTANZA DELLA DIETA. Se è vero che non esiste una strategia perfetta e valida per tutti coloro che vogliono evitare l' accumulo dei pericolosi chili di troppo, è anche vero che i fattori che contribuiscono a sovrappeso e obesità dipendono soprattutto dal tipo di alimentazione, inclusa la frequenza e la quantità del cibo ingerito, e dal metabolismo di ciascun individuo, per cui la scienza offre alcune indicazioni generali che tutti possono seguire per avvicinarsi all' obiettivo di un peso nella norma, come quella di seguire una dieta ricca di frutta e verdura, camminare almeno mezz' ora al giorno ed eliminare bevande zuccherate e cibi grassi. A preoccupare sono i dati arrivati dagli Stati Uniti, secondo cui l'"epidemia di obesità" registrata negli ultimi quattro decenni ha fatto crescere a dismisura i numeri di queste neoplasie anche tra i giovani adulti, a cominciare dall' età dei 25anni, con un trend del tumore del rene tra i 45 e i 49 anni negli obesi.

CRESCE PIÙ VELOCEMENTE. L' obesità quindi rischia di minare parte delle importanti conquiste degli ultimi decenni nella lotta contro il cancro, e considerando che, anche quando curate queste persone vanno incontro alla vecchiaia con una diagnosi di tumore alle spalle, gli esperti non escludono che questo trend possa arrestare o far regredire la prospettiva di vita di chi oggi si trova nella condizione di sovrappeso od obesità, perché mangiando troppo "alimentiamo" il nostro corpo, ma anche le cellule tumorali, dotate di recettori in grado di captare ormoni e nutrienti, e l' eccesso di cibo offre al cancro la possibilità di crescere più velocemente e di diffondersi nell' organismo. Malattie peculiari della terza età oggi si riscontrano sempre più frequentemente anche prima dei 50 anni, prevalentemente nei soggetti con chili di troppo, per cui, per evitare patologie cardiovascolari, diabete e cancro, non ci resta che mangiare poco, frenarsi a tavola ed evitare i continui spuntini tra un pasto e l'altro, ricordando che nessun obeso ha mai superato gli 80 anni di vita, perché di obesità si muore. Melania Rizzoli

Tumore, le 12 regole per prevenirlo. Pubblicato mercoledì, 25 settembre 2019 da Vera Martinella su Corriere.it. Il Codice Europeo contro il cancro indica le azioni che ogni cittadino può adottare per contribuire alla prevenzione dei tumori: il 30% di casi in Europa potrebbero essere evitati se tutti seguissero queste indicazioni.

1. Non fumare. Non consumare nessuna forma di tabacco. Il tabacco è da solo responsabile del 90 per cento dei casi di cancro al polmone, del 70 per cento di quelli di tumore della vescica e di migliaia di altri tipi di neoplasie (stomaco, fegato, laringe, faringe, pancreas) che vengono diagnosticati ogni anno. «Il fumo continua a essere la prima causa di morte evitabile in tutto l’Occidente e uccide ogni anno nel nostro Paese più di 70 mila persone», dice Paolo Veronesi, presidente di Fondazione Umberto Veronesi.

2. Rendi la tua casa libera dal fumo. Il fumo può provocare gravi patologie cardiocircolatorie e respiratorie e l’elenco dei danni che provoca è lunghissimo. Per questo è importante che i giovani non inizino e che chi è già tabagista si impegni a smettere, chiedendo se necessario l’aiuto di esperti: esistono diversi metodi collaudati che fanno crescere le probabilità di successo.

3. Attivati per mantenere un peso sano. Gli esperti hanno già lanciato l’allarme: l’obesità sta per superare il tabacco e raggiungere un poco ambito primato, quello di prima causa prevenibile di cancro. Per conoscere se il proprio peso è in un intervallo accettabile è utile calcolare l’Indice di massa corporea (BMI = peso in Kg diviso per l’altezza in metri elevata al quadrato: ad esempio una persona che pesa 70 kg ed è alta 1,74 ha un BMI = 70 / (1,74 x 1,74) = 23,1.), che dovrebbe rimanere verso il basso dell’intervallo considerato normale (fra 18,5 e 24,9 secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità).

4. Svolgi attività fisica ogni giorno. Limita il tempo che trascorri seduto. L’uso dell’auto per gli spostamenti e il tempo passato a guardare la televisione sono i principali fattori che favoriscono la sedentarietà nelle popolazioni urbane. «È stato scientificamente dimostrato da più studi che la ginnastica è come una potente medicina – spiega Paolo Veronesi - contribuisce a prevenire e curare oltre 40 patologie croniche, a guarire più in fretta e a diminuire notevolmente il rischio di ricadute». In pratica è sufficiente un impegno fisico pari a una camminata veloce per almeno mezz’ora al giorno.

5. Segui una dieta sana. Basare la propria alimentazione prevalentemente su cibi di provenienza vegetale, con cereali non industrialmente raffinati e legumi in ogni pasto e un’ampia varietà di verdure non amidacee e di frutta. Limitare le carni rosse (ovine, suine e bovine, compreso il vitello). Non sono raccomandate, ma per chi è abituato a mangiarne si raccomanda di non superare i 500 grammi alla settimana. Bisognerebbe invece “evitare” le carni conservate (ogni forma di carni in scatola, salumi, prosciutti, wurstel), per le quali non si può dire che vi sia un limite al di sotto del quale probabilmente non vi sia rischio. Sono generalmente da limitare i cibi ad alta densità calorica, quelli industrialmente raffinati, precotti e preconfezionati, che contengono elevate quantità di zucchero e grassi. Da “evitare” invece l’uso di bevande gassate e zuccherate, anche perché forniscono abbondanti calorie senza aumentare il senso di sazietà.

6. Non bere alcolici. Non sono raccomandate, ma per chi ne consuma si raccomanda di limitarsi ad una quantità pari ad un bicchiere di vino (da 120 ml) al giorno per le donne e due per gli uomini, solamente durante i pasti. La quantità di alcol contenuta in un bicchiere di vino è circa pari a quella contenuta in una lattina di birra e in un bicchierino di un distillato o di un liquore.

7. Evita una eccessiva esposizione al sole. Il numero di casi di melanoma (il più pericoloso tipo di cancro della pelle) sono costantemente aumentati negli ultimi decenni e che l’età media dei pazienti si è abbassata, tanto che è diventato il terzo tipo di cancro più diffuso sotto i 50 anni. E gli specialisti di tutto il mondo hanno lanciato l’allarme soprattutto per i più giovani, adolescenti e universitari, a causa delle scottature che si procurano con i lettini abbronzanti.

8. Progettici dall’esposizione di agenti cancerogeni noti. I tumori della pelle possono essere collegati a radiazioni solari: ad essere esposti a maggiori rischi professionali sono quindi tutti i lavoratori che trascorrono molte ore all’aria aperta, come agricoltori, pescatori, operai edili. Inoltre sono state individuate come sostanze pericolose: arsenico e suoi composti; arsenuro di gallio; catrame di carbone e pece, benzo]a]pirene; fuliggine; catrame di carbon fossile. Per cui è bene seguire le previste tutele.

9. Fai in modo di ridurre i livelli di radon in casa. Secondo i dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità, il 10 per cento circa dei 41.500 nuovi casi di carcinoma polmonare che si registrano ogni anno in Italia è attribuibile al radon. Incolore, insapore e inodore, questo gas naturale è presente nel suolo e in quasi tutti gli edifici. Misurare la concentrazione di radon è molto facile e poco costoso: si utilizzano piccole scatoline contenenti un frammento di plastica sul quale le radiazioni emesse dal radon lasciano delle tracce che possono poi essere ingrandite e contate in laboratorio. Dato che la concentrazione di radon varia nel corso della giornata e delle stagioni, la normativa richiede che queste scatoline siano esposte per un anno, così da ottenere un valore medio rappresentativo. Se il valore riscontrato è di alcune centinaia di Bq/m3, rivolgersi a servizi in grado di ridurlo. Una cosa generalmente fattibile con interventi ( il cui costo si aggira fra mille e 2mila euro) che riducono l’ingresso di radon nell’edificio aspirandolo dal suolo sottostante e disperdendolo all’aria aperta.

10. Per le donne: l’allattamento al seno riduce il rischio di tumore. Come hanno documentato numerosi studi, infatti, le donne che allattano hanno minori probabilità di ammalarsi di cancro al seno e all’ovaio, perché durante l’allattamento l’attività ormonale (che può giocare un ruolo nell’insorgere di un tumore) viene messa a riposo in una situazione di benefico equilibrio.

11. Assicurati che i tuoi figli partecipino ai programmi di vaccinazione. Esistono 150 ceppi di Papillomavirus (anche detto virus Hpv), che si trasmettono per via sessuale e hanno un ruolo chiave nell’insorgenza sia di lesioni precancerose (condilomi genitali) maschili e femminili che di vari tumori. Malattie che potrebbero scomparire, o almeno diventare molto rare, grazie alla vaccinazione dal 2007 offerta gratuitamente nel nostro Paese a tutte le a tutte le ragazzine 12enni e nel 2017 estesa anche ai maschi. Esiste poi il vaccino contro l’epatite B che protegge dal cancro al fegato. Secondo stime recenti almeno un tumore su sei è causato da infezioni: oltre a Hpv e virus dell’epatite B e C, tra i principali imputati ci sono l’Helicobacter pylori e il virus di Epstein Barr, per i quali ad oggi non esiste un vaccino, ma ci sono delle cure.

12. Partecipa a programmi organizzati di screening per il cancro. Mammografia, test per la ricerca del sangue occulto nelle feci, Pap test ed esame per il Papillomavirus possono scoprire la presenza di lesioni precancerose o di un cancro agli stadi iniziali, quando è più semplice da curare e le probabilità di guarire sono maggiori. A oggi i programmi di screening in Italia prevedono che tutte le donne tra i 50 e i 69 anni ricevano ogni due anni una lettera d’invito dalla Asl a eseguire gratis la mammografia. Inoltre, tutti i cittadini fra i 50 e i 70 hanno diritto, sempre biennalmente, a fare il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci. Infine, ogni tre anni per le donne tra i 25 e i 64 anni c’è il Pap test, che viene progressivamente sostituito dall’esame che va alla ricerca del Papillomavirus (Hpv), più efficace e da ripetere ogni cinque anni. Nel 2015, secondo i dato dell’Osservatorio Nazionale Screening, sono stati inviati 13 milioni di inviti per gli screening, ma i test eseguiti sono stati meno della metà: 6 milioni.

Tumori, in Italia i pazienti vivono più a lungo della media europea Forum. Pubblicato sabato, 28 settembre 2019 su Corriere.it. Nuove terapie, qualità di vita dei malati e sostenibilità del sistema sono i temi cruciali attorno ai quali ruotano le centinaia di studi presentati in questi giorni a Barcellona duranti i lavori del congresso annuale della European Society for Medical Oncology (Esmo), che riunisce in Spagna quasi 25mila oncologi da tutto il mondo. Sebbene in Italia siano state stimate 371mila nuove diagnosi di cancro nel 2019, l’incidenza dei tumori è in calo sia negli uomini che nelle donne e così pure la mortalità. Del confronto fra Europa e Italia e del problema dei costi elevati dei nuovi farmaci parliamo con il presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica, Giordano Beretta. «Tradurre la scienza in cure migliori per i malati» è il tema scelto come filo conduttore del congresso ESmo 2019: cosa significa in concreto? «Negli ultimi anni la disponibilità di maggiori conoscenze di biologia molecolare ha consentito lo sviluppo di farmaci sempre più mirati - risponde Beretta, presidente eletto di Aiom -. Le nuove conoscenze sulla modalità di funzionamento del sistema immunitario hanno, inoltre, aperto la strada a trattamenti che, invece di agire direttamente sulle cellule tumorali a spese di grossi effetti collaterali sulle cellule sane, agiscono sul sistema immunitario per spingerlo ad eliminare le cellule malate. Questi due ambiti di ricerca, e ormai di pratica clinica (ovvero già disponibili per i pazienti) per alcune patologie, hanno consentito di ottenere risultati prima insperati nel trattamento di malati spesso precedentemente candidati a sopravvivenze molto limitate. La sfida futura è far capire alle persone cosa possono fare per non ammalarsi di cancro e arrivare a una prevenzione personalizzata di ogni persona sulla base dei rischi genetici».

Un milione di italiani è guarito dal cancro. Ma il costo delle terapie anticancro è sempre in crescita...

«La spesa per i farmaci anticancro in Italia è aumentata di oltre 650 milioni di euro in un anno: era pari a 5 miliardi nel 2017, ha raggiunto i 5 miliardi e 659 milioni nel 2018 - spiega Beretta, che è anche responsabile dell’Oncologia Medica di Humanitas Gavazzeni a Bergamo -. A fronte di un costante incremento delle uscite per la cura dei tumori, nel nostro Paese tutti i pazienti riescono ad accedere alle terapie migliori. In cinque anni (2013 – 2017) nel mondo sono stati commercializzati 54 nuovi trattamenti anticancro e l’Italia ha garantito (entro il 2018) la disponibilità a 35 di queste molecole innovative, collocandosi al quinto posto a livello internazionale dopo Stati Uniti (52), Germania (43), Regno Unito (41), Francia (37), e davanti a Canada (33), Spagna (30) e Giappone (29)».

Riusciremo a continuare a garantire le cure gratis a tutti i pazienti?

«I nuovi farmaci hanno costi esorbitanti, in parte giustificati da costi di ricerca e sviluppo, ma in parte di cui poco si conosce la reale giustificazione. Nel complesso la spesa sanitaria per i farmaci oncologici sta quindi lievitando in modo esponenziale e misure tipo il fondo per farmaci innovativi, di cui è comunque necessaria la conferma per i prossimi anni, hanno solo parzialmente aiutato a risolvere il problema in un sistema sanitario di tipo universalistico (e conviene a tutti che resti tale) che rischia di soccombere proprio all’aumento dei costi. Indispensabile risulta quindi essere l’adozione di fattori predittivi che indirizzino l’utilizzo dei farmaci su pazienti che realmente ne avranno beneficio evitando il loro impiego dove la probabilità di risultato sia assente, con minor consumo di risorse».

A Barcellona in questi giorni si presenteranno diverse nuove terapie che si dimostrano efficaci contro vari tipi di cancro. Qual è la qualità delle cure in Italia?

«La sopravvivenza a 5 anni è il miglior strumento per valutare l’efficacia di un sistema sanitario nella lotta al cancro. In Italia raggiunge il 63% ed è migliore sia della media europea (57%) che dei livelli toccati dal Nord Europa, come i Paesi Scandinavi (59%), Regno Unito e Irlanda (53%). Non solo. In Italia le morti per cancro diminuiscono in misura maggiore rispetto al resto d’Europa. Il nostro Paese si trova al primo posto in questa classifica: in 15 anni (2001-2016) il calo dei decessi è stato pari al 17,6%, in Francia e Spagna al 16%, nel Regno Unito al 13% e in Germania al 12,3%. Un risultato molto importante, se si considera che l’impatto dei farmaci oncologici sulla spesa farmaceutica totale rimane inferiore a quello degli altri Paesi: rappresenta infatti il 13% contro il 17,3% del Regno Unito e il 17% della Germania».

Sono disponibili anche da noi i trattamenti più innovativi?

«Come dimostrano le statistiche riportate qui sopra, il nostro sistema sanitario universalistico finora è riuscito a garantire a tutti i pazienti l’accesso alle cure più efficaci, grazie ai sistemi di rimborso concordati con l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco). Infatti in Italia il prezzo medio dei trattamenti antitumorali è fra i più bassi d’Europa. E l’aumento della sopravvivenza garantito dai farmaci innovativi garantisce un circolo virtuoso. Che però rischia di spezzarsi, se non si individuano nuove strade per garantire la sostenibilità del sistema. Per la prima volta, anche da noi si comincia a parlare di tossicità finanziaria, la crisi economica individuale conseguente al cancro e alle sue cure. Un problema che fino a pochi anni fa era confinato agli Stati Uniti. Un’analisi di 16 sperimentazioni condotte tra il 1999 e il 2015, a cui hanno partecipato 3.760 pazienti italiani, colpiti da tumore del polmone, della mammella o dell’ovaio, ha infatti evidenziato che il 22,5% presentava tossicità finanziaria e un rischio di morte nei mesi e anni successivi del 20% più alto rispetto ai malati senza problemi economici».

I «tagli alla spesa» sono un tema dominante, nel budget delle famiglie e nell’agenda politica. Qual è secondo lei il modo di risparmiare in oncologia, senza che a farne le spese siano i malati?

«Posto che non solo i costi dei farmaci sono alla base del rischio sostenibilità, un impegno importante deve essere posto, alla riduzione degli accertamenti e degli interventi inutili, all’ottimizzazione dei percorsi gestionali e, in sostanza, alla completa razionalizzazione organizzativa che, in ambito oncologico, non può non passare dai percorsi multidisciplinari e dalla realizzazione delle reti oncologiche regionali. Restando nell’ambito del costo dei farmaci il sistema migliore per spendere meno, posta un’attenzione ai meccanismi di rimborso da discutere con le aziende produttrici, è quello di avere meno pazienti».

L’Associazione Italiana di Oncologia Medica da anni sostiene che si investa troppo poco in prevenzione: non ammalarsi sarebbe il metodo migliore per salvare vite umane e ridurre le spese per curare il cancro. Vede qualcosa di nuovo all’orizzonte?

«La riduzione del numero di pazienti è possibile intervenendo sugli stili di vita ed evitando quindi l’insorgenza della malattia, ma una strada altrettanto efficace è quella di trovare la malattia in una fase in cui un trattamento di breve durata garantisca quasi a tutti la guarigione evitando trattamenti costosi per lunghi periodi. Si rendono quindi necessarie, a fianco di campagne di educazione e formazione, metodiche di prevenzione secondaria che consentano di individuare la malattia in una fase precoce, come già osservato con lo screening mammografico, con il pap test e con il sangue occulto fecale. Anche in questo ambito la ricerca ci sta aiutando. Il riscontro di categorie a rischio particolarmente elevato, quali ad esempio la presenza di una mutazione di BRCA o di una sindrome di Lynch, ci possono aiutare nell’attuare metodiche preventive differenti da quanto viene normalmente effettuato sulla popolazione generale. Accanto quindi a una terapia personalizzata, basata sulla selezione dei pazienti, la sfida futura sarà quella di arrivare a una prevenzione personalizzata sulla base dei rischi genetici, e quindi non modificabili solo con gli stili di vita, di ogni singolo soggetto. Solo uno sviluppo di organizzazione, terapia e prevenzione personalizzata potrà dare benefici tali da mantenere la sostenibilità del sistema, guarendo al contempo un numero sempre maggiore di pazienti».

·        Tumore e cancro: il vero, il falso, l'improbabile.

Da Il Messaggero il 15 settembre 2019. Una buona notizia per chi sta affrontando le cure anti-cancro. Da uno studio britannico arriva una svolta per contrastare la perdita dei capelli legata alle terapie anti-cancro. Gli scienziati dell'Università di Manchester hanno individuato una nuova strategia per proteggere i follicoli piliferi dalla chemio. Una scoperta, descritta su Embo Molecular Medicine, che potrebbe portare a nuovi trattamenti per prevenire la caduta dei capelli indotta dalla chemioterapia, uno degli effetti collaterali più psicologicamente angoscianti delle moderne terapie antitumorali. In particolare, lo studio del laboratorio di Ralf Paus del Center for Dermatology Research descrive come prevenire i danni al follicolo pilifero causati da taxani, farmaci antitumorali che possono causare la caduta permanente dei capelli. Per farlo, gli scienziati hanno sfruttato le proprietà di una nuova classe di farmaci chiamati CDK4/6 inibitori, che bloccano la divisione cellulare. «Abbiamo scoperto - spiega Talveen Purba, autore principale dello studio - che questi inibitori possono essere usati temporaneamente per arrestare la divisione cellulare, senza promuovere ulteriori effetti tossici nel follicolo pilifero. Quando facevamo un bagno in coltura di follicoli piliferi del cuoio capelluto umano in questi inibitori, i follicoli sono risultati molto meno sensibili agli effetti dannosi dei taxani». Il team spera che il lavoro possa aprire la strada allo sviluppo di medicinali per uso esterno, in grado di mitigare il danno indotto dalla chemioterapia.

Deve fare esame per tumore entro 72 ore ma non c'è posto negli ospedali. Un uomo, originario del Pavese, è stato costretto a rivolgersi a una struttura privata a pagamento, dopo aver contattato vari centri in regione. Andrea Pegoraro, Domenica 29/09/2019, su Il Giornale. Si è sentito dire da vari ospedali pubblici che non c’era posto per lui. E così un uomo originario del Pavese si è dovuto rivolgere a una struttura privata a pagamento per sottoporsi a una Pet (acronimo inglese di tomografia a emissione di positroni) e sapere se doveva operarsi per un tumore. I medici gli avevano prescritto l’esame da fare entro 72 ore. Come riporta Tgcom24, nessun nosocomio pubblico è riuscito a garantire all’uomo la Pet e così la famiglia è stata costretta ad andare in una struttura privata proprio perché non poteva e non voleva più attendere visti i tempi molto stretti. E infatti la famiglia ha contattato vari centri della regione ma la disponibilità degli ospedali era di 15 giorni. La Pet è una tecnica diagnostica di medicina nucleare che consente di confermare o meno una diagnosi di tumore, la presenza di metastasi o la diminuzione di massa tumorale ed è anche utile per valutare l’efficacia di una terapia oncologica. L'esame ha una controindicazione assoluta per le donne in gravidanza o in allattamento. Inoltre per i pazienti con diabete viene raccomandata una valutazione da parte del medico prima di sottoporsi all'esame. Le persone che hanno subito interventi chirurgici da meno di un mese e coloro che hanno eseguito trattamenti radioterapici da meno di tre mesi devono dichiararlo prima dell'esame.

Adelaide Pierucci per “il Messaggero” il 22 ottobre 2019. Pancia piatta a spese del servizio sanitario. Ma anche rimodellamento del seno e delle palpebre, per sfoggiare una silhouette o uno sguardo perfetto. Bastava la giusta conoscenza, un ritocco sulla diagnosi, e poi il reparto di Chirurgia plastica dei grandi ustionati del Sant'Eugenio si trasformava all'occorrenza in un centro avanzato di Medicina estetica. Gratis e in barba ai pazienti in lista di attesa. Lo ha concluso una inchiesta che ha portato nel registro degli indagati quindici camici bianchi del reparto, chi con l'accusa di peculato, chi di, chi per tutte e tre i reati. Come Paolo Palombo, direttore dell'Unità Operativa Complessa di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dell'ospedale, nonché esperto chirurgo, pronto ad entrare in sala operatoria anche in casi in cui non c'erano tracce di ustioni o patologie oncologiche accertate, le uniche che potessero giustificare interventi ricostruttivi nel suo reparto. Un indagato con un ruolo chiave secondo la ricostruzione del pm Carlo Villani, che ha appena notificato agli interessati il completamento delle indagini a loro carico. Tra le false diagnosi gli inquirenti ne avrebbero scoperta una emblematica: una mastoplastica per avere un seno più voluminoso coperta dalla diagnosi di cancro. «L'anamnesi era quella di tumore maligno della mammella», ricostruisce l'imputazione. «Un intervento effettuato per ragioni di natura estetica e non terapeutiche - si precisa, che non sarebbe potuto «ricadere automaticamente sotto la copertura del servizio sanitario nazionale, e quindi a prestazione gratis o col pagamento del solo ticket». Sono una decina i chirurghi che si sarebbero prestati a entrare in sala operatoria o a inserire dati ritoccati per permettere le operazioni di abbellimento. Come una mammoplastica riduttiva bilaterale su una giovane donna giustificata con la diagnosi di ingresso di ginecomastia (accrescimento dell'apparato mammario, in genere su uomini) e di uscita di ipertrofia del seno. Ma anche casi di blefarocalasi bilaterali con intervento su palpebre superiori e inferiori, o correzioni di anisomastia (mammelle diverse l'una dall'altra). Per la procura i medici avrebbero compiuto così anche un abuso d'ufficio procurando un «vantaggio patrimoniale» ai pazienti prescelti. Ma anche il reato di peculato per avere utilizzato come viene con precisione contestato: «pinze, porta aghi, bisturi, anestetici, garze, tamponi, disinfettanti, nonché l'energia elettrica usata per il funzionamento delle apparecchiature della sala operatoria». In base a un decreto regionale del 2010 che aveva per oggetto la Rete assistenziale della chirurgia plastica, il Sant'Eugenio veniva indicato come un centro di secondo livello, nel settore e quindi autorizzato a erogare prestazioni di natura estetica solo in casi precisamente classificati (ricostruzioni per gravi ustioni o per pazienti affetti da patologie maligne).

Per i medici  è stitica, bimba  di tre anni muore per un cancro raro. Pubblicato lunedì, 09 settembre 2019 da Cristina Marrone su Corriere.it. Amava i pony e la principessa Elsa di Frozen. «Mia figlia era frizzante, felice, una bambina gentile» racconta Eilish Flanagan al Mirroe. Ma la piccola Aoife, 3 anni appena, se ne è andata troppo presto. Viveva con i genitori a Rayleigh, nell’Essex, nel Regno Unito. Da giugno soffriva di forti mal di pancia. La madre per 11 volte l’aveva portata dal medico di base e in ospedale, Southend Hospital, ma tutti l’avevano liquidata spiegando che soffriva di costipazione infantile. Insomma era stitica perché seguiva una dieta sbagliata e si muoveva poco. Invece Aiofe era malata di cancro: soffriva di una rarissima tipologia di tumore alle cellule germinali dello stomaco. «Ero preoccupata, non potevo credere che fosse solo un problema di stitichezza. Non è vero che seguiva una dieta squilibrata e si muoveva come tutti i bambini. Andava spesso anche a cavallo» racconta la madre che vedendo la figlia stare sempre peggio si è rivolta alla fine a una struttura pediatrica di Londra, la Great Ormond Street Hospital di Bloomsbury. Solo a questo punto arriva la diagnosi vera: un cancro alle cellule germinali allo stomaco, un tipo di tumore che può essere agevolmente contrastato con la chemioterapia, se diagnosticato in tempo. «Mi dissero che aveva pochi giorni di vita». La bambina è morta in ospedale il 7 luglio scorso , tra le braccia della mamma, a causa di un attacco cardiaco devastante. Oggi, a due mesi dalla tragedia Ellish ha deciso di fondare Aoife’s Bubbles (dal nome del pony tanto amato dalla piccola), un ente di beneficienza che ha l’obiettivo di informare e sensibilizzare le persone sui sintomi di questa malattia rara per poter arrivare presto a una diagnosi. Secondo una scheda dell’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma i tumori alle cellule germinali hanno origine dalla trasformazione neoplastica delle cellule germinali, le cellule destinate a formare gli ovociti nella femmina e gli spermatozoi nel maschio. Si localizzano maggiormente a livello degli organi genitali, ovaio e testicolo, e più raramente in altre sedi come il cervello, il mediastino e la regione sacro-coccigea. In età pediatrica, in circa la metà dei casi sono benigni (teratomi maturi). I tumori a cellule germinali maligni rappresentano il 2-3% delle neoplasie maligne in età pediatrica con due picchi di età: il primo picco interessa i bambini sotto i 3 anni di età, con maggiore frequenza nel sesso femminile e a sede prevalentemente extragonadica (torace, sacro-coccige), il secondo picco compare durante e subito dopo l’adolescenza, con maggiore frequenza nel sesso maschile e con coinvolgimento prevalente delle gonadi (testicoli e ovaie). Sono tumori molto aggressivi, a rapida crescita ed elevata tendenza a metastatizzare, cioè localizzarsi in organi diversi da quello di origine.

Asportano lo stomaco per un tumore  che in realtà non c’è:  i chirurghi a processo. Pubblicato venerdì, 13 settembre 2019 su Corriere.it da Federico Berni. A giudizio un chirurgo e una sua collega della Multimedica, accusati di lesioni colpose gravissime per una vicenda che risale alla fine di marzo 2016. La donna: «Mi hanno mutilata». Le è stato asportato lo stomaco «per errore», dopo una «diagnosi di tumore maligno» che si è rivelata «totalmente sbagliata». È accaduto nel 2016 ad una 53enne e per quell’operazione non necessaria, secondo la Procura di Monza, che le ha provocato una «malattia certamente o probabilmente insanabile», la perdita di un organo, sono finiti a processo 2 chirurghi dell’Irccs Multimedica di Sesto San Giovanni. La donna è parte civile, assistita dall’avvocato Francesco Cioppa. Il pm di Monza, Alessandro Pepè, ha disposto la citazione diretta a giudizio per lesioni colpose gravissime di due medici, in qualità rispettivamente di «primo» e «secondo» chirurgo all’epoca, e la prossima udienza del processo in corso a Monza, davanti al giudice Angela Colella, è fissata per il 17 settembre. La Multimedica è stata citata nel dibattimento come responsabile civile dal legale della donna. L’avvocato Cioppa ha evidenziato «insieme all’inaudita gravità del comportamento negligente ed imperito mantenuto dagli imputati, l’incomprensibile ed inaccettabile indifferenza mostrata sia da questi, sia soprattutto dalla struttura sanitaria in cui questi operavano ed operano, nei confronti delle sorti della paziente e delle immani sofferenze a lei inferte». Secondo l’imputazione, la 53enne, che dopo l’intervento di gastrectomia non riuscì più ad avere una vita normale («da allora ha perso 30 chili», spiega il legale), diede il «consenso informato» a quell’asportazione per una «diagnosi di tumore maligno dello stomaco rivelatasi totalmente sbagliata e priva di qualsiasi riscontro». I due medici, «componenti l’equipe che ha prescritto, programmato, gestito ed effettuato l’intervento», tra le altre cose, come scrive il pm, hanno «interpretato in maniera completamente errata la Egds (esofago-gastro-duodenoscopia, ndr) e la Tac addominale del 31 marzo 2016». E hanno «formulato un’errata diagnosi di carcinoma gastrico» senza «attendere l’esito delle biopsie eseguite». Assenza di esiti di cui non hanno informato, sempre secondo l’accusa, la donna. Né le avrebbero spiegato «le ragioni della scelta di eseguire un’asportazione totale rispetto alla possibilità di procedere ad una asportazione parziale dell’organo». In più, sempre come ricostruito dal pm, nel corso dell’intervento non hanno eseguito biopsie per «acquisire ulteriori elementi di valutazione». E non hanno nemmeno rispettato le «linee guida in materia che impongono, ove possibile, di privilegiare un’asportazione parziale».

“È un tumore allo stomaco, asportiamo tutto!”, ma la donna era sana. Le Iene il 13 settembre 2019. Diagnosi terribile per una donna di 53 anni, dopo alcuni disturbi in seguito a un incidente stradale: tumore maligno. A Sesto San Giovanni le asportano lo stomaco, ma era solo un’ulcera gastrica: due chirurghi vanno a processo. Di un altro simile e terribile errore medico ci aveva parlato Andrea Agresti, raccontandoci la storia di Alessandra, a cui era stato rimosso l’intero cervelletto. “Lei ha un tumore maligno e dobbiamo asportarle tutto lo stomaco”. Di fronte ad una diagnosi così netta di un ospedale, non resta che accettare il destino e andare sotto ai ferri. Peccato che una donna 53enne, residente nel Milanese, a cui è stata detta, non avesse alcun tumore ma solo un’ulcera gastrica. La storia di tragica malasanità parte da un incidente stradale. Dopo, madre di tre figli, inizia ad avvertire forti disturbi tra cui nausea e vomito. Si rivolge alla clinica Multimedica di Sesto San Giovanni, che le comunica la diagnosi terribile: tumore maligno allo stomaco. Un errore inaccettabile che risale al 2016 e per il quale ora  la Procura di Monza ipotizza il reato di lesioni colpose gravissime per due chirurghi. Secondo il pm i due medici hanno "interpretato in maniera completamente errata la Egds, esofago-gastro-duodenoscopia, e la Tac addominale”,  optando tra l’altro per l’asportazione totale dello stomaco invece di valutare quella parziale. E i due, spiegano ancora dalla procura di Monza, non avrebbero neanche eseguito le necessarie biopsie per valutare l’esistenza del “carcinoma gastrico” diagnosticato. Un’assenza di riscontro che, secondo l’accusa, non venne comunicata alla donna. Quando due mesi dopo si scoprì che in realtà la donna era affetta da un’ulcera gastrica, l’ospedale le avrebbe detto che l’asportazione totale dello stomaco era comunque necessaria “per altre patologie che la affliggevano”. Il risultato di questa operazione? Per i suoi legali la donna dopo l’operazione perse oltre 30 kg e iniziò a non avere più “una vita normale”, ridotta “a uno scheletro vivente”. Di un simile e tragico errore medico c’eravamo occupati anche noi de Le Iene con il servizio di Andrea Agresti che potete rivedere qui sotto. La storia è quella di Alessandra, una ragazza di 33 anni a cui è stato asportato l’intero cervelletto. La donna, in attesa di una figlia, ha un lieve malore e le viene riscontrato un disturbo congenito dalla nascita, una dilatazione anomala di alcuni vasi sanguigni nel suo cervello. I sanitari decidono di attendere il parto e poi di sottoporla a una  terapia che prevede iniezioni di  liquido nel cervello, per bloccare la sua malformazione. Dopo l’intervento Alessandra sembra star meglio ma ad un certo punto i sanitari le propongono di asportare totalmente quella malformazione. “Mia moglie aveva trentatré anni e dissero che dal giorno questo intervento avrebbe potuto considerarsi guarita e avrebbe potuto avere altri figli”, spiega ad Andrea Agresti il marito della donna. Una parola, “figli”, davanti alla quale cedono le ultime resistenze di Alessandra, che accetta l’operazione. Va detto che l’asportazione totale della malformazione era stata sin dall’inizio esclusa dagli stessi sanitari, perché giudicata troppo pericolosa. “Il medico però questa volta mi aveva rassicurato sul successo”. Dopo dieci ore di intervento chirurgico, però, la situazione è molto diversa da quella prospettata: Alessandra non cammina, non sente dall’orecchio destro, non riesce neanche a mangiare, perché tutti i suoi movimenti sono completamente scoordinati. “Un professore di Innsbruck, dal quale siamo andati in seguito a far vedere le carte dell’intervento, ci ha spiegato che non avrebbe recuperato mai più quei danni, perché durante l’intervento le era stato asportato per intero il cervelletto”. E dire che la lettera di dimissioni dell’ospedale, dopo l’intervento, spiegava che non c’erano “complicanze acute come esito dell’intervento”. Alessandra nel frattempo è rimasta invalida al 100%.

Chemio per un tumore inesistente, l'ex cantante Marisa Sacchetto vittima di malasanità. Si è sottoposta a un ciclo di radioterapia che l'ha debilitata, poi ha scoperto che il medico aveva sbagliato l'analisi. L'azienda Ulss 6 Euganea, indagata, assicura collaborazione con l'autorità giudiziaria. La Repubblica il 7 settembre 2019. Nel 2015 le diagnosticarono un tumore, ma dopo aver fatto un'invasiva e debilitante chemioterapia ha scoperto che il tumore era inesistente. Vittima del caso di malasanità è Marisa Sacchetto, cantante padovana che negli anni '70 ebbe un certo successo con partecipazioni a Sanremo e al programma Senza rete. Sacchetto, che ha 65 anni ed è residente a Piove di Sacco, in provincia di Padova, ha ora denunciato la Ulss Euganea e accusa i medici di averle diagnosticato un tumore inesistente costringendola ad "un inutile e deleterio" ciclo di chemioterapia e radioterapia che le avrebbe provocato malesseri e uno stato di prostrazione fisica e psicologica. I fatti sono emersi nel 2017, quando l'ex cantante aveva mostrato a un medico l'esito di una biopsia fatta all'ospedale di Piove di Sacco. Il medico della signora Sacchetto, ritenendo che la prima diagnosi tumorale del 2015 fosse sbagliata, ha fatto analizzare i vetrini e sarebbe emerso che non c'era tumore. Ora il pubblico ministero Marco Brusegan ha aperto un fascicolo per lesioni gravissime derivanti da colpa medica, senza alcun indagato. La procura è in attesa dell'esito della consulenza del medico legale incaricato. L'azienda Ulss 6 Euganea ha oggi espresso "vicinanza umana" a Marisa Sacchetto e ha assicurato collaborazione con l'autorità giudiziaria. In una nota, l'Ulss sottolinea di "avere massimo rispetto del lavoro dell'Autorità giudiziaria, alla quale l'Unità socio-sanitaria locale ha da tempo fornito, per quanto di sua competenza, tutte le informazioni utili a chiarire lo svolgimento dei fatti. L'Ulss 6 esprime vicinanza umana alla signora Sacchetto e conferma la sua piena fiducia nell'attività degli inquirenti", conclude.

Diagnosticato un tumore per la cantante Marisa Sacchetto: "Non era vero, denuncio i medici". Marisa Sacchetto è stata cantante e attrice, ora denuncia i medici che le avrebbero curato un tumore inesistente, ma le indagini per ora non hanno ancora nessun indagato. Carlo Lanna, Sabato 07/09/2019, su Il Giornale. Marisa Sacchetto oggi ha 67 anni ma per un lungo periodo è stata una fra le artiste italiane più in voga del nostro Paese. Attiva dal ’69 fino al 1985, ha inciso dischi, ha partecipato a Sanremo, è stata sul palco di Canzonissima e poi è stata anche attrice, in piccoli ruoli in film di Tinto Brass e Sergio Bergonzelli. Ma di recente il suo nome è tornato a far rumore per una vicenda di malasanità. Come riporta Il Corriere, Marisa Sacchetto si è sottoposta a test e diversi analisi per scoprire di avere un tumore maligno. Subito sono arrivate le cure, le chemioterapie e altri farmaci potenti e dolorosi. Poi la sconcertante scoperta due anni dopo la diagnosi. L’artista non era affetta da nessun tumore, e le cure a cui si è sottoposta, sono state inutili e nocive. Per questo ora scatta la denuncia dei riguardi dell’USL di Piove di Sacco, cittadina del padovano in cui la donna risiede. Per ora il sostituto procuratore ha aperto un fascicolo per lesioni gravi provocate da colpa medica, ma non c’è alcun indagato. L’unitile calvario di Marisa Sacchetto è iniziato nel 2015, data in cui viene fatta la diagnosi nell’ospedale cittadino in cui la cantante aveva fatto dei controlli. Dopo qualche mese ci sarebbe stata la remissione completa e, solo nel 2017, è venuto alla luce il fatto che la Sacchetto non è stata mai affetta da tumore. L’avvocato modenese Gabriele Messina ha incaricato un perito per esaminare i vetrini e l’esito è stato molto chiaro. Oltre alla causa civile è stata intentata anche una causa penale. Le indagini sul caso procedono con velocità e, il medico legale che è stato chiamato per cercare di sbrogliare il nodo della matassa, deve indicare se c’è un nesso fra le cure subite e la grave situazione psicologica che l’ex cantante sta combattendo. E tante altre sono le variabili da verificare. Non resta che attendere i risvolti della questione.

PENSAVO FOSSE TUMORE E INVECE ERA… Roberta Polese per Corriere del Veneto.it l'8 Settembre 2019. Test, analisi e infine la diagnosi di un tumore che arriva come un ciclone a spazzare via progetti e certezze. E poi la chemioterapia, altre cure potenti e dolorose. Il tutto per arrivare due anni dopo a scoprire che il tumore non c’era e che le cure sono state del tutto inutili, oltre che nocive. Per questo motivo una donna di Piove di Sacco ha avviato una causa civile nei confronti dell’Usl euganea, e ha anche presentato una denuncia in procura. Il sostituto procuratore ha aperto un fascicolo per lesioni gravissime provocate da colpa medica, ma al momento non vi è alcun indagato. La protagonista di quello che potrebbe rivelarsi un caso di malasanità (il condizionale è d’obbligo in attesa dell’esito delle indagini) è Marisa Sacchetto, oggi 67enne. Il nome dovrebbe accendere la memoria di qualche appassionato di musica degli anni Settanta, perché Marisa Sacchetto per poco meno di vent’anni, dal ’68 al 1985 è stata una star: ha inciso dischi, ha partecipato a Sanremo, a Castrocaro, è stata sul palco di Canzonissima, ospite di Discoring negli anni Ottanta e poi attrice, con piccoli ruoli, in film di Tinto Brass e Sergio Bergonzelli. Protagonista delle cronache italiane dei tabloid come Tv sorrisi e canzoni, al fianco di Dori Ghezzi, e playmate della versione italiana di Playboy.

La carriera. Classe 1952, Marisa Sacchetto sembrava proiettata in un luminoso futuro da star, visto che all’inizio della carriera si trovava sotto l’aura protettiva del padre di Mina, che insieme alla figlia aveva fondato un’etichetta discografica con cui la Sacchetto aveva pubblicato qualche disco. Dopo il profumo del successo respirato negli anni Settanta la parabola della bella e procace padovana ha cominciato a calare fino all’abbandono della scena a metà degli anni Ottanta dopo alcuni dischi che non hanno avuto successo. La vita le aveva riservato un altro destino e lei è tornata a Piove di Sacco a vivere una normale quotidianità. È stato durante alcuni controlli che è arrivata la notizia che tutti temono: «Signora qualcosa non va». Era il 2015, la diagnosi venne fatta all’ospedale di Piove di Sacco dove la ex cantante aveva fatto tutti i controlli, e sempre lì le era stata data la più terribile delle notizie.

La chemioterapia. La donna è stata sottoposta alla chemioterapia con tutte le conseguenze del caso. Dopo qualche mese, la remissione completa. È stato durante un controllo avvenuto nel 2017 che un medico ha ipotizzato che quell’esame istologico che aveva prodotto la diagnosi infausta in realtà non presupponeva alcun tumore. Marisa Sacchetto a quel punto si è rivolta all’avvocato modenese Gabriele Messina che ha immediatamente incaricato un perito di esaminare i vetrini. L’esito della consulenza di parte è chiara: nel 2015 non vi era alcun tumore. Di conseguenza tutte le pesanti cure che la donna ha dovuto affrontare, e che l’hanno debilitata sia dal punto di vista fisico che psicologico, non erano necessarie.

La causa risarcitoria. Stando a quanto si apprende è stata avviata una causa risarcitoria nei confronti della Usl euganea ed è anche stata presentata una denuncia penale. Il pubblico ministero Marco Brusegan è stato incaricato di seguire il fascicolo nel quale, almeno per ora, non compare alcun nome. Il pubblico ministero ha incaricato il medico legale Antonello Cirnelli di analizzare la documentazione e stabilire se ci sia un nesso causale tra le cure subite e la grave prostrazione psicologica in cui la ex cantante si trova ora. Ma la prima cosa da stabilire è se veramente l’esame istologico, che è quel delicato procedimento attraverso il quale si toglie una parte di tessuto sospetto e lo si sottopone a un delicato processo di analisi, sia inequivocabilmente sbagliato. Al momento infatti è solo il medico legale di parte ad essere tranchant su questo aspetto. Poi bisognerà vedere se le cure subite dalla donna siano la vera causa del suo malessere interiore, un fatto che sembra scontato ma che ai fini penali non lo è affatto. Su tutt’altro piano si gioca la causa civile che, accertata la responsabilità di un errore medico, può avanzare richieste risarcitorie per danni morali e psicologici non indifferenti. Vivere due anni sapendo di affrontare la morte ogni giorno è un peso che lascia segni indelebili.

Tumore e cancro: il vero, il falso, l'improbabile. Timori ingiustificati, allarmi, leggende su "cosa fa venire il cancro". Queste le conclusioni degli scienziati, scrive Daniela Mattalia il 15 marzo 2019 su Panorama. L’ultimo caso controverso è quello del borotalco, accusato di provocare il tumore all’ovaio se usato in grandi quantità e in modo prolungato. Il sospetto è che il minerale, formato da magnesio e silicio, possa esporre al rischio perché contaminato (durante l’estrazione dalle miniere) da particelle di amianto. Secondo lo Iarc di Lione, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro che stila l’elenco delle sostanze pericolose per la salute, il prodotto è «potenzialmente cancerogeno»: interpellata da Panorama, l’autorità chiarisce, però, che non ci sono raccomandazioni, rimandando eventuali indicazioni al ministero italiano. Intanto, negli Stati Uniti, da dove l’allarme è partito, è boom di richieste di risarcimento danni, e online ormai circolano così tante informazioni che diventa difficile individuare quelle corrette. E la confusione su che cosa «fa venire il tumore» non fa che crescere. Non compriamo più il talco? Evitiamo l’aspartame? Addio carne rossa? Rinunciamo al vino? «Per quanto riguarda il borotalco, vari studi epidemiologici riportano un aumento di rischio del 20-30 per cento» dice Maurizio D’Incalci, capo dipartimento di oncologia dell’Istituto Mario Negri di Milano. «I dati raccolti, però, non sono del tutto coerenti e possibili errori nelle indagini possono motivare, in parte, questa debole associazione». Un esempio. È possibile che le donne colpite dal tumore all’ovaio, e considerate negli studi, abbiano riferito un utilizzo più frequente del prodotto perché sensibili al problema e influenzate dalle notizie apparse sui giornali. «Senza evidenti spiegazioni biologiche, sebbene un rischio limitato non possa essere escluso, i risultati non sono ancora completamente convincenti per stabilire un nesso causa-effetto» conclude l’esperto. Nell’attesa di distinguere tra studi poco conclusivi e pareri spesso discordi degli esperti, che si fa? Pubblicata nei giorni scorsi sul New Scientist, una tabella riassume le conoscenze e il grado di rischio di sostanze, prodotti di uso comune, alimenti, comportamenti (in alto). Una bussola per non perdere l’orientamento. Tenendo presente, in ogni caso, che il cancro è una patologia legata a più fattori. Su alcuni, come la predisposizione o i geni, non è dato agire. Su altri è possibile. Uno dei fattori «evitabili», per esempio nel tumore al seno, è l’obesità. Così come le ustioni solari lo sono per i tumori alla pelle, soprattutto nell’infanzia. Aumentano il rischio altri elementi controllabili, come l’epatite e il papilloma virus (per le quali esiste il vaccino.

La separazione tra ciò che si pensa e le scoperte scientifiche ha profonde radici, e lo dimostra un sondaggio realizzato nel 2018 dalla University College London e dalla University of Leeds, su 1.330 persone: solo il 60 per cento ritiene che le ustioni solari possano incidere, appena il 30 per cento è consapevole del legame tra papilloma virus e tumore alla cervice. All’opposto, una persona su tre è convinta che il cellulare provochi sicuramente il cancro al cervello, mentre lo Iarc classifica i campi elettromagnetici a radiofrequenza (inclusi i segnali wi-fi e di telefonia mobile) come «potenzialmente cancerogeni». Spiega l’agenzia a Panorama: «La valutazione si basa su un aumentato rischio di glioma, un tumore al cervello associato all’uso del wireless». Il gruppo di lavoro non ha, però, quantificato il pericolo. Resta valido quanto riportato in uno studio precedente (condotto fino al 2004) che ha mostrato un «più 40 per cento» di rischio nella categoria di utilizzatori cosiddetti pesanti. Un capitolo a parte va dedicato all’aspartame, che è fuori dalla lista Iarc, nonostante i ripetuti allarmi. «In realtà il dolcificante in commercio è sicuro, come ha stabilito un documento dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare della Commissione europea» riassume Cristina Bosetti, responsabile dell’unità epidemiologia dei tumori al Mario Negri. Non c’è da preoccuparsi nemmeno per il caffè: «Il nesso con il cancro si può tranquillamente escludere» aggiunge Bosetti. Gli alcolici, invece, incidono sulle probabilità di tumori del fegato, della testa e del collo e della mammella, per citarne alcuni. Il tabacco, infine, è collegato al 22 per cento di decessi di tumore nel mondo. «Anche se abbiamo assistito a un calo del vizio del fumo negli uomini, cui è seguita una diminuzione sostanziale di incidenza di tumori polmonari e di morti per questa malattia, nelle donne si è osservata una riduzione nel consumo solo più di recente, e tra loro la mortalità per questo tumore è ancora in crescita» avverte D’Incalci, caldeggiando campagne di sensibilizzazione più decise. Un altro modo efficace, e fuori da ogni ragionevole dubbio, per evitare irreparabili guai.

La conferma:  non ci si ammala  di cancro per caso  o per sfortuna. Pubblicato lunedì, 20 maggio 2019 da Silvia Turin su Corriere.it. Non ci si ammala di cancro per caso o per sfortuna: lo confermano i risultati dello studio di un gruppo di scienziati dell’Istituto Europeo di Oncologia, appena pubblicato sulla rivista scientifica Nature Genetics e finanziato dallo European Research Council (ERC). I ricercatori, guidati da Piergiuseppe Pelicci, Direttore della Ricerca IEO e Professore di Patologia Generale all’Università di Milano, e Gaetano Ivan Dellino, ricercatore IEO e di Patologia Generale dell’Università di Milano, in collaborazione con il gruppo diretto da Mario Nicodemi, Professore all’Università di Napoli Federico II, hanno scoperto che una delle alterazioni geniche più frequenti e importanti per lo sviluppo del cancro, le “traslocazioni cromosomiche”, non avvengono casualmente nel genoma, ma sono prevedibili e sono provocate dall’ambiente esterno alla cellula. «Nel corso della vita, un uomo su 2 e una donna su 3 si ammalano di cancro - spiega Pelicci - Perché? Un tumore si sviluppa quando una singola cellula accumula 6 o 7 alterazioni del DNA a carico di particolari geni: i geni del cancro. La domanda diventa quindi: che cosa determina quelle alterazioni? La ricerca di una risposta ha creato due scuole di pensiero: una che identifica la causa principale nell’ambiente in cui viviamo e nel nostro stile di vita, e l’altra che ne attribuisce l’origine alla casualità e dunque, in ultima analisi, alla sfortuna». Secondo tre precedenti studi pubblicati su Science, a firma da Bert Vogelstein, uno degli scienziati contemporanei più autorevoli, due terzi delle mutazioni trovate nei tumori si formano durante la normale vita dei nostri tessuti, quando le cellule duplicano il proprio Dna per moltiplicarsi. Siccome queste mutazioni sono considerate inevitabili, perché dovute ad errori casuali, Vogelstein aveva concluso che le stesse avverrebbero in ogni caso, anche se il nostro fosse un pianeta perfetto e i nostri stili di vita irreprensibili. I lavori pubblicati hanno stimolato un grande dibattito nella comunità scientifica. «Oggi pubblichiamo un lavoro che mette in discussione la casualità delle traslocazioni cromosomiche - spiega Dellino in un comunicato - , uno dei due tipi di alterazioni geniche trovate nei tumori. Le traslocazioni sono la conseguenza di un particolare tipo di danno a carico del Dna, ossia la rottura della doppia elica. Come per le mutazioni, pensavamo che questo tipo di danno avvenisse casualmente nel genoma, ad esempio durante la divisione cellulare, come ipotizzato da Vogelstein. Al contrario, studiando le cellule normali e tumorali del seno, abbiamo scoperto che né il danno al Dna né le traslocazioni avvengono casualmente nel genoma. Il danno si verifica all’interno di geni con particolari caratteristiche e in momenti precisi della loro attività. Si tratta di geni più lunghi della media e che, pur essendo “spenti”, sono perfettamente attrezzati per “accendersi”. La rottura del Dna avviene nel momento in cui arriva un segnale che li fa accendere. Studiando queste caratteristiche, possiamo prevedere quali geni si romperanno e quali no, con una precisione superiore all’85 per cento». «La questione centrale, che cambia la prospettiva della casualità del cancro, è che l’attività di quei geni è controllata da segnali specifici che provengono dall’ambiente nel quale si trovano le nostre cellule, e che a sua volta è influenzato dall’ambiente in cui viviamo e dai nostri comportamenti. Questa scoperta– continua Pelicci - ci insegna che la sfortuna non svolge alcun ruolo nella genesi delle traslocazioni e che abbiamo ora un motivo scientifico in più per non allentare la presa sulla prevenzione dei tumori. Per ora non abbiamo capito quale sia esattamente il segnale che induce la formazione delle traslocazioni, ma abbiamo capito che proviene dall’ambiente, pur ignorando ancora luoghi e circostanze. È possibile, infine, che il medesimo meccanismo, o uno simile, possa essere anche alla base delle mutazioni studiate da Vogelstein. Ci stiamo lavorando», conclude il ricercatore. A oggi conosciamo con certezza alcuni dei fattori ambientali che causano il cancro: fumo, alcool, obesità, inattività fisica, eccessiva esposizione al sole, una dieta ad alto contenuto in zuccheri e carni rosse o processate, e a basso contenuto di frutta, legumi e vegetali. La comunità scientifica concorda sul fatto che se tutti questi fattori fossero eliminati - e ciascuno è eliminabile - potremmo prevenire il 40 per cento dei tumori. Conosciamo inoltre alcuni virus e batteri che causano cancro: il virus Hpv favorisce il cancro della cervice e della faringe, il virus Hbv quello del fegato, il batterio Helicobacter pylori quello dello stomaco. Le vaccinazioni contro quei virus hanno il potenziale di evitare, da soli, il 15 per cento dei tumori nel mondo. Anche l’esposizione ad agenti inquinanti ambientali, occupazionali o industriali è causa di una frazione dei tumori. Purtroppo, però, a parte alcune eccezioni, come ad esempio l’amianto, non abbiamo ancora ben capito quali siano esattamente e quanto incidano. «Per quanto oggi sappiamo, ciascuno di noi può scegliere se prevenire il 40 per cento dei tumori, con pochi e precisi cambiamenti del modo in cui viviamo. La comunità scientifica lavorerà sul restante 60 per cento. A patto che ci siano fondi sufficienti per la ricerca», ricorda Pellicci.

Il cancro non è dovuto al caso o alla sfortuna: dipende dall'ambiente. La conferma in uno studio ad opera di ricercatori italiani. Francesca Bernasconi, Martedì 21/05/2019, su Il Giornale. "Non ci si ammala di cancro per caso o sfortuna". A confermarlo è uno studio scientifico, opera di un team di ricercatori italiani e pubblicato su Nature Genetics, che mostra come sia possibile rintracciare le cause della malattia nell'ambiente e nelle traslocazioni cromosomiche. Queste, spiegano gli scienziati, sono alterazioni geniche che portano allo sviluppo dei tumori. Ma le alterazioni non avvengono casualmente, per predestinazione o sfortuna, come sostenevano studi precedenti, come quello del 2015, opera di un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins School of Medicine. Secondo gli studiosi italiani, guidati da Piergiuseppe Pelicci, direttore della Ricerca Ieo e professore di Patologia generale all'università degli Studi di Milano, e Gaetano Ivan Dellino, ricercatore Ieo e di Patologia generale della Statale, in collaborazione col gruppo diretto da Mario Nicodemi, docente dell'ateneo di Napoli Federico II, le traslocazioni cromosomiche sono prevedibili e causate dall'ambiente esternoalla cellula. "Un tumore si sviluppa quando una cellula accumula 6 o 7 alterazioni del Dna a carico di particolari geni: i geni del cancro", spiegano gli scienziati. Le alterazioni possono consistere piccoli cambiamenti strutturali o arrivare anche alla fusione di due geni. Uno studio dello scienziato Bert Vogelstein ha dimostrato che le alterazioni si formano, quando le cellule duplicano il proprio Dna e, dato che queste mutazioni sono inevitabili, lo studioso ha concluso che avverrebbero a prescindere dagli stili di vita. Il lavoro dei ricercatori italiani, invece "mette in discussione la casualità delle traslocazioni cromosomiche", causate dalla rottura della doppia elica. "Pensavamo che questo tipo di danno avvenisse casualmente nel genoma, ad esempio durante la divisione cellulare come ipotizzato da Vogelstein- spiegano gli autori dello studio- Al contrario, però, studiando le cellule normali e tumorali del seno, abbiamo scoperto che né il danno al Dna né le traslocazioni avvengono casualmente nel genoma". Il danno, infatti, "avviene all'interno di geni con particolari caratteristiche e in momenti precisi della loro attività", che permettono di "prevedere quali geni si romperanno e quali no". Quindi, conclude il team tricolore, "l'attività di quei geni è controllata da segnali specifici che provengono dall'ambiente nel quale si trovano le cellule, che a sua volta è influenzato dall'ambiente in cui viviamo e dai nostri comportamenti". Viene così ribadita l'importanza della prevenzione dei tumori, adottando uno stile di vita sano, evitando i fattori ambientali che favoriscono la formazione del cancro: fumo, alcol, obesità, inattività fisica, eccessiva esposizione al sole, una dieta ad alto contenuto in zuccheri e carni rosse o processate, e a basso contenuto di frutta, legumi e vegetali. Inoltre, è bene effettuare i vaccini contro i virus e i batteri che causano i tumori.

Con i nuovi risultati è stata aperta "una finestra sul meccanismo molecolare alla base delle traslocazioni, che forse potremo usare in futuro come marcatore per identificare il rischio di sviluppare la malattia, o come bersaglio per disegnare farmaci che aiutino a prevenire il cancro". Per il momento, non è ancora chiaro quale sia il segnale che porta alle traslocazioni, ma la cosa importante è aver capito che "proviene dall'ambiente".

·        Se la salute è un lusso: curare un tumore costa 40mila euro l'anno.

Glioblastoma, arriva un nuovo farmaco per mille pazienti Tumori del cervello. Pubblicato sabato, 26 ottobre 2019 su Corriere.it da Adriana Bazzi. Uno studio italiano, indipendente, ha dimostrato che il regorafenib può aumentare la sopravvivenza in persone con malattia recidivante. Da quindici anni non venivano registrati nuovi farmaci contro il glioblastoma con recidiva, un tumore del cervello fra i più difficili da curare: ora una terapia c’è e si chiama regorafenib. È stata valutata in uno studio tutto italiano, pubblicato nel gennaio scorso su Lancet Oncology, e ora è a disposizione dei pazienti a carico del Sistema sanitario nazionale grazie a una procedura anticipata (prevista dalla legge 648). «Lo studio, condotto in dieci centri italiani di neuro-oncologia, ha coinvolto 119 pazienti con l’obiettivo di valutare il beneficio di un trattamento con regorafenib nei confronti di quello standard (a base del chemioterapico lomustina) - ha commentato Giuseppe Lombardi, dell’Istituto Oncologico Veneto a Padova, prima firma dello studio -. I dati che ne abbiamo ricavato hanno dimostrato che i pazienti trattati con il farmaco, vivi dopo un anno, erano il doppio di quelli curati con la terapia standard». Lombardi è un giovane ricercatore che in occasione del congresso annuale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) in corso a Roma è stato invitato a presentare questa ricerca nella Lettura Marco Venturini, dedicata appunto al miglior giovane oncologo dell’anno. Aggiunge Vittorina Zagonel, direttore dell’Oncologia 1 dell’Istituto Oncologico Veneto a Padova e ultima firma del lavoro: «Grazie a questo studio, tutto italiano, spontaneo e indipendente, l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha autorizzato l’accesso a questo farmaco con la procedura anticipata prevista dalla legge 648». La legge 648 del 1996 prevede, infatti, che alcuni farmaci possano essere messi a disposizione gratuitamente dal Sistema sanitario nazionale quando non ci sono valide alternative terapeutiche e gli studi dimostrino che questi farmaci possono portare un reale beneficio al paziente. A beneficiare di questo nuovo trattamento sarebbero all’incirca mille pazienti all’anno. «Negli ultimi tre decenni si è registrato un progressivo aumento di incidenza dei tumori cerebrali soprattutto fra gli over 65 - commenta Giuseppe Lombardo -. Le cause possono essere legate a radiazioni ionizzanti e alle mutazioni ambientali dovute anche all’inquinamento atmosferico. Inoltre si va ricercando una possibile correlazione con la prolungata esposizione ai campi elettromagnetici». Per entrare, invece, più nel dettaglio dello studio Regoma si deve sottolineare che la sopravvivenza a dodici mesi dall’inizio del trattamento è stata più del doppio con regorafenib (38,9 per cento) rispetto al trattamento standard (15 per cento). La molecola, comunque, è risultata ben tollerata. E anche la qualità di vita è risultata migliore nei pazienti curati con regorafenib.

Il farmaco jolly che colpisce 29 tipi di tumori senza sapere dove si trovano. Pubblicato sabato, 28 settembre 2019 su Corriere.it da Adriana Bazzi, inviata a Barcellona. È un nuovo modo di curare certe neoplasie: non in base all’organo dove hanno origine, ma a una mutazione genetica comune. Colpisce 29 tipi i tumore diversi a prescindere da dove si trovano. È un farmaco «jolly» che gli esperti definiscono «agnostico» perché non «conosce» l’organo dove il tumore ha avuto origine, ma va a interferire con una precisa mutazione genetica che può, appunto, essere comune a molti tipi di neoplasie. Il farmaco si chiama larotrectinib, ha appena ottenuto il via libera dalla Commissione Europa per la sua commercializzazione (negli Stati Uniti è già stato autorizzato da qualche tempo). E a Barcellona, dove è in corso il congresso della Società Europea di Oncologia (Esmo), gli studi presentati hanno confermato la sua efficacia. Il nuovo farmaco, orale e con pochi effetti collaterali, ha dato risultati, definiti «eccezionali» dalla comunità scientifica, in molti tipi di tumori solidi, 29 per l’appunto, sia degli adulti sia dei bambini, accomunati da questa alterazione genetica: fra questi, tumori del polmone, tiroide, melanoma, colon, sarcoma, tumori gastrointestinali, delle ghiandole salivari e fibrosarcoma infantile. Ha dimostrato efficacia anche nei tumori primitivi del sistema nervoso centrale e nei pazienti con metastasi cerebrali. Più nel dettaglio, le ricerche presentate a Barcellona hanno dimostrato una riduzione del 30 per cento della massa tumorale nel 79 per cento dei pazienti valutati (su un campione di 153) e nel 75 per cento di quelli con metastasi cerebrali, e la sopravvivenza media è superiore a tre anni. Una precisazione su questa alterazione genetica che il larotrectinib va a colpire (parliamo, dunque, di un farmaco a bersaglio molecolare): viene definita fusione genica di Ntrk (in pratica questa alterazione promuove la sintesi di proteine che favoriscono la proliferazione delle cellule e quindi del tumore), è rara, ma in Italia interessa circa 4mila pazienti ogni anno. «Questo nuovo approccio “agnostico” - spiega Salvatore Siena, ordinario di Oncologia all’Università di Milano e oncologo all’Ospedale Niguarda - si focalizza direttamente sull’alterazione genica che promuove la crescita del tumore e che può essere comune a più tipi di neoplasia. La sfida oggi è riuscire a scoprire i pazienti che hanno questa alterazione genica, per poterli trattare al meglio, e per questo è necessario che siano estesi i test genetici capaci di identificare questa anomalia». Grazie a questo nuovo farmaco, ci troviamo di fronte a un cambiamento di paradigma nella cura dei tumori. Da un lato non si può più pensare solamente di studiare medicine indicate «per il tumore al polmone piuttosto che a quello del seno eccetera», ma occorre capire quali sono, appunto le alterazioni genetiche alla loro origine. E qui stiamo parlando ancora della cosiddetta terapia a bersaglio molecolare (i geni alterati o le proteine da loro prodotte che favoriscono la crescita tumorale). Accanto a questo, non dimentichiamocelo, si affianca l’immunoterapia dei tumori, l’altra superstar della ricerca cui anche questo congresso Esmo a Barcellona sta dedicando ampio spazio. E anche qui ci si focalizza sempre meno sulla sede del tumore, ma sempre di più sulla sue caratteristiche biologiche e sulla capacità del sistema immunitario di aggredirlo, quale che sia la sua sede. Come dire che gli organi, che l’anatomia ci fa conoscere, stanno perdendo la loro identità (almeno quando si parla di tumori) in favore di una visione che bada di più al «microscopico» e cioè a caratteristiche che hanno a che fare con processi comuni a diverse cellule e tessuti dell’organismo.

Farmaci innovativi garantiti ai malati di tumore: rinnovato Fondo speciale. Pubblicato venerdì, 25 ottobre 2019 da Corriere.it. È una notizia che fa tirare un sospiro di sollievo a chi dovrà curare il cancro nei prossimi anni e a chi soffre di questa malattia: il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri ha annunciato a Roma, in occasione del congresso dell’Aiom, l’Associazione italiana di oncologia medica, che il Fondo per i farmaci antitumorali innovativi è confermato. «Il Fondo verrà rifinanziato per il triennio 2021-2023: sarà pari a 500 milioni di euro per ogni annualità - ha detto Sileri -. Era scontato, anche per una questione di buon senso». Come dire che non si possono lasciare «scoperti» pazienti di fronte a terapie personalizzate sempre più efficaci, anche se costose. Più nel dettaglio. Negli ultimi anni il costo dei farmaci antitumorali innovativi (quelli, cioè, che sono il risultato di ricerche sempre più sofisticate e possono davvero garantire un aumento di sopravvivenza per i pazienti) è in costante crescita e non può essere sostenuto dalle risorse sanitarie normalmente disponibili, pena l’esclusione di molti pazienti dalle cure. Ecco perché è stato istituito, con la Legge di Bilancio del 2017, un Fondo per i farmaci innovativi. Una metà di questo Fondo è dedicato ai farmaci oncologici e l’altra metà ad altre terapie innovative per altre patologie, come è stato per l’epatite C. Adesso il viceministro Sileri conferma che verrà rifinanziato nell’ambito della Manovra di bilancio. Ma per affrontare il problema cancro nel nostro Paese non si può fare affidamento soltanto su questa rinnovata disponibilità economica. Occorre ragionare a più ampio spettro. Per rimanere ancora un momento nel settore «cure farmacologiche» va ricordato che, nel 2018, le uscite per i farmaci anti-cancro hanno raggiunto i cinque miliardi e 659 milioni. Occorre, dunque, risparmiare, anche promuovendo l’uso dei farmaci biosimilari, farmaci cioè che non hanno più il brevetto e possono essere prodotti a più basso costo. «I biosimilari permettono risparmi fino al 20 per cento - commenta Giordano Beretta, presidente eletto Aiom e responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo -, ma dovrebbero essere impiegati nei pazienti all’inizio del trattamento e non con sostituzioni automatiche quando il malato ha già cominciato una cura con i farmaci “originali”». In ogni caso, conferma il viceministro Sileri, la decisione sull’utilizzo dei farmaci, biosimilari compresi, deve sempre essere una prerogativa del medico. E aggiunge: «Il risparmio non deve essere fine a se stesso, ma va reinvestito per ampliare le opportunità di cura ai malati». I farmaci però non bastano. Certo, aiutano a controllare la malattia e oggi garantiscono, in molti casi, lunghe sopravvivenze, grazie a terapie sempre più personalizzate. Ma il problema è anche a monte. E sta nella prevenzione. Primaria che significa evitare i fattori di rischio che possono predisporre alla malattia (per esempio il fumo) o secondaria (che vuol dire scoprire il tumore nelle sue fasi iniziali con esami di screening, come la mammografia per il tumore al seno, o la ricerca del sangue occulto nelle feci, per quello del colon). «I nuovi casi di tumore, in Italia, tendono a diminuire - ha confermato Stefania Gori, presidente nazionale Aiom e direttore del Dipartimento Oncologico Ospedale Don Calabria a Negrar (Verona) -. E il calo delle diagnosi va ricondotto soprattutto ai programmi di screening».

Quanto costa ammalarsi di cancro: per molti il disastro è anche economico. Pubblicato mercoledì, 23 ottobre 2019 su Corriere.iti da Vera Martinella. Gli ammalati spesso a rischio bancarotta per le spese extra cure da sostenere. Pubblichiamo in anteprima una parte dell’articolo in uscita sul nuovo «Corriere Salute» (in edicola gratis giovedì 24 ottobre) dedicato ai costi che deve sostenere un malato di tumore: spese extra per terapie o assistenza e spesso minori entrate. Si ammalano di cancro e finiscono per avere anche difficoltà economiche, dovute soprattutto alla riduzione di entrate da lavoro e a una serie di spese extra: da quelle mediche ai trasporti e agli alloggi per raggiungere l’ospedale, fino alla necessità di colf e badanti. E a essere eroso non è solo il conto in banca del diretto interessato, perché i problemi ricadono sull’intero nucleo familiare coinvolgendo anche chi lo assiste: coniugi, figli, fratelli e sorelle, in primis. A completare il quadro delle difficoltà che affrontano gli oltre 373 mila italiani che ogni anno si trovano a fare i conti con una diagnosi di tumore vanno aggiunte le necessità di riabilitazione fisica e psicologica che oggi in gran parte ancora vengono sostenute di tasca propria dai pazienti. A fotografare la situazione italiana nel 2018 è l’indagine pubblicata sull’ultimo Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, promossa dalla Federazione delle Associazioni di volontariato in oncologia (Favo), realizzato da Datamining, in collaborazione con i 34 Punti informativi dell’Associazione italiana malati di cancro (Aimac) e con gli Istituti nazionali dei tumori di Milano e Pascale di Napoli, che include anche un confronto con gli stessi dati rilevati nel 2012. «Il malato di cancro è chiamato spesso a mettere mano al portafoglio per sopperire a una serie di esigenze mediche e assistenziali non del tutto coperte dall’assistenza pubblica. Questa nuova ricerca stima in quasi 5 miliardi di euro la spesa complessiva annua sostenuta direttamente dai malati: 2 miliardi e 635 milioni per spese mediche e 2miliardi e 243milioni per altre voci — dice Francesco De Lorenzo, presidente di Favo —. I numeri danno già un’idea del quadro generale: il 57 per cento dei pazienti intervistati segnala, infatti, problemi sul piano psicologico, il 49,8 nelle pratiche quotidiane e il 45,5 in famiglia. Nella media generale, la malattia ha influito negativamente su carriera e istruzione nel 54 per cento dei casi, ma sono soprattutto i lavoratori flessibili e quelli assunti con contratti a tempo determinato a patire di più la situazione. Si confermano, insomma, i dati rilevati nel 2012, senza grossi peggioramenti, ma anche senza miglioramenti. E con una certezza: l’impatto del cancro varia in base ad altre situazioni di fragilità sociale preesistenti». In pratica la malattia colpisce più duro chi già era debole economicamente prima. E la qualità della vita viene drasticamente condizionata: la maggior parte dei pazienti riduce le spese per viaggi, vacanze, cultura, benessere e sport. Per non parlare di quella quota di malati che, a causa della condizione finanziaria, rinuncia o riduce l’uso di ausili o cure. Potete continuare a leggere l’articolo sul «Corriere Salute» in edicola gratis giovedì 24 ottobre oppure in formato Pdf sulla Digital Edition del «Corriere della Sera».

Se la salute è un lusso: curare un tumore costa 40mila euro l'anno. Terapie, visite non coperte da ticket, trasporti e ricadute sui familiari: «Servono più risorse». Maria Sorbi, Giovedì 16/05/2019, su Il Giornale. Non tutti i pazienti oncologici si possono permettere le cure allo stesso modo. Quasi fosse un lusso ammalarsi. Uno degli effetti collaterali sociali del cancro è nascosto nelle pieghe dei costi a carico del malato: 40mila euro a testa nei cinque anni successivi alla diagnosi. Significa una spesa complessiva di 5,3 miliardi di euro. Da qui le scelte drastiche di molte famiglie: limitarsi allo stretto indispensabile, lasciar perdere riabilitazioni, protesi e assistenza psicologica, tirare il più possibile la cinghia, aspettare mesi e mesi per una ricostruzione al seno, lasciar perdere le diete anti cancro, troppo care. In sintesi: curarsi male. A scattare la triste fotografia italiana è l'undicesimo rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici che la Favo (federazione delle associazioni di volontariato in oncologia) presenterà oggi in Senato. È vero che il sistema sanitario spende 16 miliardi all'anno per i 3,3 milioni di pazienti oncologici, ed è altrettanto vero che si tratta pur sempre del 15% della spesa sanitaria, non poco. Ma evidentemente non è sufficiente. Per far fronte alle liste d'attesa troppo lunghe i pazienti si rivolgono alle strutture private e pagano di tasca propria interventi ricostruttivi (con una spesa media all'anno di 2.600 euro), colf e badanti (1.400 euro), trasposti (800 euro), visite non coperte dal ticket (400 euro). E soprattutto perdono più di sei mesi di lavoro e di guadagno. Aspetto che non rappresenta un problema per chi ha un contratto a tempo indeterminato ma che è un guaio per chi lavoro con partita Iva o con contratti senza garanzie. La malattia manda all'aria l'intero bilancio famigliare: anche i caregiver, cioè i parenti che assistono il malato, sono costretti a rinunciare al lavoro per affiancare la badante o per prendere il suo posto. Dall'indagine Favo emerge che in media hanno perso 20 giorni di lavoro in un mese e il 26% di loro ha subito una riduzione del reddito attorno al 30%. «Il nostro sistema sanitario - spiega Giordano Beretta, presidente Aiom (associazione di oncologia medica) - permette a tutti di accedere a trattamenti per la diagnosi e la cura dei tumori. Malgrado ciò, esistono problematiche legate alla necessità di effettuare accertamenti al di fuori del pubblico a causa delle lunghe liste d'attesa». Francesco De Lorenzo, presidente Favo, sprona ad analizzare «i costi reali del cancro per programmare le politiche sanitarie e perché la politica destini in modo corretto le risorse». Come fare per alleggerire le incombenze di una famiglia che si trova a combattere contro la malattia? La Favo presenta in Senato un mini decalogo in cui suggerisce interventi fiscali e affini. Urge, ad esempio, informare con chiarezza le famiglie su quali esenzioni possono ottenere in caso di una patologia oncologica. E ancora, vanno ridiscussi i parametri e le regole per detrarre i costi associati alla malattia in sede di regime fiscale. «Dobbiamo affrontare al più presto il tema dei caregiver» sostiene De Lorenzo, che propone come primo passo di informarli su come accedere ai benefici previsti dalla legge in campo lavorativo, previdenziale e assistenziale. Altro tema caldo è quello delle partite Iva a cui, in qualche modo, vanno garantite delle agevolazioni, che potrebbero essere una rateizzazione dei contributi, un rimborso per le spese domiciliari, l'equivalente di un'indennità. Se davvero entro il 2020 i malati oncologici saranno un popolo di 4,5 milioni, sempre più cronicizzati, allora vanno studiate delle misure di tutela fin da adesso. Per garantire un po' di tranquillità al malato e alla sua famiglia e agevolare l'assistenza a domicilio anzichè nelle strutture sanitarie.

·        I Diritti dei Tumorati.

Un malato oncologico su tre non ha un aiuto psicologico. Il 70% dei pazienti vorrebbe un supporto ma spesso il servizio non è "disponibile". Lo rivela un sondaggio condotto su circa 4000 malati di cancro in 10 paesi da All.Can international cancer initiative. Tina Simonello il 24 luglio 2019 su La Repubblica. Un malato di cancro su tre non ha accesso a un supporto psicologico, anche se pensa di averne bisogno. È risultato dall’ultimo rapporto All.Can International cancer initiative, realizzato sulla base dei risultati di un sondaggio che ha coinvolto circa 4000 pazienti affetti da diversi tipi di tumore in 10 paesi, tra cui l'Italia.

7 su 10 avrebbero bisogno dello psicologo. Secondo il report di All.Can – un'alleanza sostenuta in 19 Paesi, tra cui il nostro, che si occupa di elaborare strategie a lungo termine per migliorare la vita dei pazienti oncologici -  circa sette intervistati su dieci, il 69% del campione, hanno affermato di avere o di aver avuto bisogno di supporto psicologico durante o dopo le cure, ma oltre un terzo di loro (il 34%) ha dichiarato che questo supporto non era ‘disponibile’ (dato che in Italia è però al 25%), e che per altro quando lo è stato non è sempre è stato utile e adeguato. Non soltanto: due pazienti su cinque (41%) hanno detto di non aver ricevuto informazioni dagli operatori sanitari che li assistevano su eventuali gruppi di sostegno per pazienti od organizzazioni di volontariato in grado di sostenerli lungo il percorso della malattia.

Un gap da colmare. Eppure "il supporto psicologico oggi è riconosciuto come una componente essenziale dell’approccio multidisciplinare al cancro” come ha dichiarato Matti Aapro, della Clinique de Genolier, centro svizzero specializzato nella cura delle malattie oncologiche, e membro del comitato direttivo di All.Can. “Sfortunatamente – ha però aggiunto Aapro -  nella pratica spesso non è così, ed è un gap importante, che va colmato”. Perché l’angoscia che accompagna chi soffre di cancro peggiora sensibilmente la qualità di vita, già compromessa dalla malattia, e rischia anche di avere un impatto sulla sopravvivenza, visto che i malati di cancro affetti da depressione avrebbero un rischio maggiore di mortalità del 39%, viene ricordato in una nota che accompagna l’uscita del documento. Che non tratta solo psicologia. Nello studio di All.Can c’è di più. 

Il ritardo nella diagnosi. Sempre basandosi sull’esperienza raccolta tra pazienti, il rapporto identifica infatti quattro punti chiave sui quali secondo gli esperti chi si occupa, a diversi livelli, di malattie oncologiche dovrebbe intervenire. Il primo punto riguarda la diagnosi, che deve essere accurata e va garantita in tempi rapidi. Un quarto degli intervistati (26%) ha in effetti dichiarato che arrivare alla diagnosi è stata la fase più inefficiente del percorso di cura, e quasi un terzo (32%) che il suo tumore è stato inizialmente diagnosticato come qualcos'altro, una volta o più volte.

La condivisione delle opzioni terapeutiche. Il secondo punto chiave riguarda la comunicazione tra medico e paziente e la condivisione delle scelte. Quasi la metà del campione (il 47%) non si è sentita sufficientemente coinvolta nella scelta delle opzioni di cura e il 39% ha riferito di non aver mai ricevuto, o solo qualche volta, un adeguato sostegno per affrontare sintomi ed effetti collaterali delle terapie.

Assistenza integrata. Il terzo punto si concentra sull’assistenza multidisciplinare integrata, che deve diventare per All.Can una realtà per tutti. Sette intervistati su dieci (69%), come dicevamo, hanno affermato di aver bisogno di supporto psicologico durante o dopo la cura, ma un terzo (34%) ha dichiarato di non avere avuto la possibilità di accedervi. Ma assistenza multidisciplinare non significa solo servizio psicologico.  Quasi un quarto degli intervistati (il 24%) ha detto di non avere la possibilità di accedere ad altri professionisti, come il nutrizionista o il fisioterapista.

Cancro e soldi. Infine, il quarto punto è sul rapporto tra soldi e tumori, sulla cosiddetta tossicità finanziaria del cancro, come diciamo oggi in Italia. Che rappresenta un grande problema per molti, moltissimi malati: il 26% degli intervistati ha riportato una perdita di reddito da lavoro dovuta ai trattamenti del cancro. A questo proposito da uno studio italiano, pubblicato su Annals of Oncology a fine 2016 che misurava la qualità della vita di 3800 persone con tumore del polmone, della mammella o dell’ovaio, è emerso che circa un quarto dei malati (22%) vive un disagio economico legato alla malattia. Ora arriva anche lo studio europeo a confermare quello che ormai è chiaro: il cancro impoverisce.

Farsi guidare dai pazienti. "È davvero importante che come medici ascoltiamo quello che con questo sondaggio ci dicono i pazienti", ha detto Christobel Saunders, membro internazionale di All.Can, chirurgo senologo e professore di oncologia chirurgica all'Università dell'Australia Occidentale. "Ciascuno dei temi identificati - aggiunge Saunders - è un'opportunità per migliorare la cura del cancro e raggiungere un'assistenza che sia veramente guidata dal paziente".

I 15 diritti (poco noti) che spettano a tutti i malati di cancro. In Italia un malato di cancro su tre è un lavoratore e sono ben 4 milioni i caregiver oncologici. In Italia tre milioni di persone vivono con una diagnosi oncologica e un milione continua a svolgere la propria professione. Spesso, però, senza essere al corrente delle leggi promulgate a garanzia loro e dei loro familiari che li assistono. Così le norme rimangono poco sfruttate.

Ecco tutti i diritti e come ottenerli. Fonte: Sportello cancro il 25 marzo 2019; Il Corriere della Sera il 28 luglio 2019. Autore: Vera Martinella.

In Italia un milione di pazienti-lavoratori e 4 milioni di caregiver. Degli oltre tre milioni di connazionali che vivono dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore, più di un milione si è trovato a dover affrontare la malattia insieme agli impegni legati alla normale attività professionale  A questo numero già imponente vanno poi aggiunti i ben quattro milioni di caregiver oncologici, ovvero coloro che si occupano del sostegno ai pazienti. Sono soprattutto familiari: mogli, mariti, figli che, nell’assistere un proprio caro, vengono catapultati in un turbinio di visite, viaggi in ospedale, esami, code nelle Asl o negli studi medici. Un piccolo esercito in crescita, visto che il numero dei casi di cancro è destinato ad aumentare. Una schiera di persone travolte sia da ansia e timore sia dalla spirale «burocratica» che la malattia comporta. «Esistono però leggi ancora poco sfruttate, che possono e devono essere applicate», sottolinea Elisabetta Iannelli, vicepresidente dell’Associazione italiana malati di cancro (Aimac), che ha condotto, in oltre 20 anni di attività, numerose battaglie per il riconoscimento di diritti fondamentali per tutelare la disabilità oncologica e difendere il posto di lavoro di chi è colpito da questa malattia.

Filos, l’assistente virtuale per i malati di cancro. Recentemente Aimac e Fondazione IBM Italia hanno realizzato un nuovo servizio gratuito e operativo H24 che fornisce risposte qualificate e personalizzate grazie all’utilizzo delle tecnologie di intelligenza artificiale applicate al tema dei diritti del malato di cancro, oggetto dell’omonimo libretto di Aimac che per l’occasione è stato totalmente aggiornato con le più recenti novità normative con la supervisione del Coordinamento Generale Medico Legale dell’INPS. «Il primo assistente virtuale, sempre online per dare risposte su diritti e tutele si chiama Filos ed è in grado di dare informazioni e risposte agli utenti in tempo reale, 7 giorni su 7, proprio come se stessero interpellando un operatore umano, attingendo dal patrimonio di informazioni dell’associazione – spiega Francesco De Lorenzo, presidente di Aimac-. Affinché le leggi non rimangano inattuate, è necessario che siano innanzitutto i malati a conoscere i diritti riconosciuti e garantiti a livello nazionale e locale».

In ospedale: cartella clinica. Il malato ha il diritto - a condizione che lo desideri - di avere piena cognizione del proprio stato di salute e di ottenere dai medici informazioni adeguate alle sue capacità cognitive e al suo livello socio-culturale. «Ciò significa che, a seconda delle necessità e delle richieste, gli dovrebbero essere fornite - spiega l’avvocato Iannelli -: informazioni mediche che spieghino il tipo di malattia diagnosticata, gli accertamenti ed esami richiesti; le opzioni terapeutiche con relativi pro e contro; gli effetti collaterali dei trattamenti (lavoro, sfera sessuale, procreazione, ecc.) e indicazioni sul modo in cui affrontarli. Il malato dovrebbe ricevere anche informazioni per ottenere sostegno socio-assistenziale e sulla disponibilità di un sostegno psicologico. Se lo desidera, il paziente può chiedere che le informazioni sul suo stato di salute siano condivise con altre persone, incluso il medico di fiducia».

In ospedale: il secondo parere. Se durante il ricovero si ritiene opportuno un consulto medico esterno alla struttura, il malato ha il diritto di ottenere una relazione medica dettagliata sulla sua situazione clinica, diagnostica e terapeutica. La cartella clinica può essere visionata dal malato e anche dal suo medico di famiglia durante il ricovero. Se il malato o la persona da lui delegata ne richiedono la copia integrale, questa deve essere consegnata entro 30 giorni dalla richiesta ovvero immediatamente in caso d’urgenza documentata. Analogamente, all’atto delle dimissioni i medici devono fornire, su richiesta, una relazione scritta per il medico di fiducia, in cui riporteranno ogni utile indicazione sullo stato di salute del paziente e, in particolare, sul decorso clinico, sui principali accertamenti effettuati e sui loro risultati, sulla diagnosi e sulla prognosi, sulle terapie praticate e su quelle consigliate.

Esenzione dal ticket. Il malato di cancro ha diritto all’esenzione dal pagamento del ticket per farmaci, visite ed esami appropriati per la cura del tumore da cui è affetto e delle eventuali complicanze, per la riabilitazione e per la prevenzione degli ulteriori aggravamenti. Il riconoscimento di un’invalidità civile del 100 per cento dà diritto all’esenzione totale dal pagamento dei ticket per farmaci e visite per qualsiasi patologia.

Pensione di inabilità e assegno di invalidità civile. Lo Stato assiste i malati oncologici che si trovino in determinate condizioni economiche e di gravità della malattia attraverso il riconoscimento dell’invalidità civile, nelle seguenti percentuali: 11%, 70% e 100%. Se il grado di invalidità civile è compreso tra il 74% e il 99% oppure è pari al 100% il malato ha diritto a determinati benefici socio-economici (rispettivamente assegno di invalidità o pensione di inabilità). La domanda per l’ottenimento di qualunque beneficio assistenziale deve essere presentata all’INPS esclusivamente per via telematica.

Indennità di accompagnamento. Se a causa della malattia o delle terapie oncologiche è stata riconosciuta un’invalidità totale e permanente del 100%, e il malato ha problemi di deambulazione o non è autonomo nello svolgimento delle normali attività della vita quotidiana, è possibile richiedere anche il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento. L’indennità di accompagnamento è compatibile con lo svolgimento di un’attività lavorativa.

Indennità di frequenza. L’indennità di frequenza è riconosciuta ai minori affetti da patologie tumorali che siano iscritti o frequentino scuole di ogni ordine e grado (compresi gli asili nido), centri terapeutici, di riabilitazione, di formazione o di addestramento professionale. Non è compatibile con l’indennità di accompagnamento o con qualunque forma di ricovero. In pratica, possono richiederne il riconoscimento i minori le cui condizioni siano meno gravi di quelle che danno diritto all’indennità di accompagnamento.

Scelta della sede di lavoro e trasferimento per malati e familiari. Il lavoratore malato di cancro, se riconosciuto portatore di handicap “grave”, ha diritto di essere trasferito alla sede di lavoro più vicina possibile al proprio domicilio e non può essere trasferito senza il suo consenso. Analogo diritto di essere trasferito alla sede più vicina al domicilio della persona assistita è riconosciuto al familiare lavoratore.

Mansioni lavorative e lavoro notturno. Il lavoratore disabile ha il diritto di essere assegnato a mansioni adeguate alla sua capacità lavorativa. Se le sue condizioni di salute si aggravano con conseguente riduzione o modifica della capacità di lavoro, ha il diritto di essere assegnato a mansioni equivalenti o anche inferiori, purché compatibili con le sue condizioni, mantenendo in ogni caso il trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza. Il lavoratore malato di cancro può anche chiedere di non essere assegnato a turni di notte presentando al datore di lavoro un certificato attestante la sua inidoneità a tali mansioni. Chi è già addetto a un turno notturno e diventa inidoneo a tali mansioni per il peggioramento delle sue condizioni di salute, ha il diritto di chiedere e ottenere di essere assegnato a mansioni equivalenti in orario diurno, purché esistenti e disponibili.

Part time, telelavoro e smartworking. Il malato di cancro che desideri continuare a lavorare dopo la diagnosi e durante i trattamenti può usufruire di forme di flessibilità per conciliare i tempi di cura con il lavoro come ad esempio il tempo parziale. Analogo diritto è riconosciuto, in forma attenuata, ai familiari lavoratori. Se il lavoratore malato di cancro desidera continuare a lavorare durante le terapie, ma senza recarsi in ufficio, può chiedere di farlo da casa o da altro luogo diverso dalla sede di lavoro. La richiesta di telelavoro o di smart work, se accolta, deve essere formalizzata in un accordo scritto nel quale devono essere riportati, tra le altre cose, le attività da espletare e le modalità di svolgimento. Il lavoratore agile, inoltre, ha diritto alla “disconnessione”. Se è invece il datore di lavoro a proporre il telelavoro, ma il dipendente è contrario, questi può rifiutare l’offerta e ciò non costituirà, di per sé, motivo di licenziamento, né di modifica delle condizioni del rapporto di lavoro preesistente.

Indennità di malattia e fasce reperibilità. Il lavoratore che non sia in grado di espletare le sue mansioni a causa della malattia e delle sue conseguenze ha diritto di assentarsi per il periodo necessario per le cure e le terapie, di conservare il posto di lavoro e di percepire un’indennità commisurata alla retribuzione. Poiché lo stato di malattia giustifica l’assenza dal lavoro e il diritto a percepire l’indennità di malattia, il lavoratore ammalato ha l’obbligo di rendersi reperibile al domicilio comunicato nel caso in cui il datore di lavoro o l’INPS richiedano eventuali visite fiscali da parte dei medici dell’INPS o dell’ASL.I lavoratori dipendenti malati di cancro, sia pubblici che privati, sono espressamente esclusi dall’obbligo di reperibilità qualora l’assenza sia riconducibile alla grave patologia che richiede terapie salvavita o a stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità riconosciuta (superiore o pari al 67%).

Assenze durante la malattia e periodo di comporto. Pur non esistendo una normativa organica che regolamenti specificatamente le assenze causate dalle malattie oncologiche (visite specialistiche, esami diagnostici, trattamenti terapeutici o riabilitativi in centri di cura) alcuni contratti CCNL e alcune circolari ministeriali prevedono norme specifiche di tutela dei lavoratori affetti da patologie gravi e invalidanti come quella oncologica. Pertanto, il lavoratore che non si senta in grado di lavorare (ad esempio nei giorni immediatamente successivi ai trattamenti) oppure che debba assentarsi per visite mediche o esami diagnostici, può usufruire di diversi strumenti giuridici (permessi orari o giorni di malattia o permessi legge 104/92) per tutelare il posto di lavoro e la retribuzione. Oltre alla retribuzione o all’indennità di malattia, il lavoratore malato ha diritto a conservare il posto per un determinato periodo stabilito dalla legge, dagli usi e dal contratto collettivo o individuale, nel caso siano più favorevoli. Il lasso di tempo durante il quale vige il divieto di licenziamento è detto periodo di comporto e ha durata variabile in relazione alla qualifica e all’anzianità di servizio.

Permessi e congedi lavorativi (e gli extra per terapie salvavita). I permessi e i congedi dal lavoro di cui possono usufruire i lavoratori riconosciuti invalidi o con handicap grave e i familiari che li assistono sono regolamentati da norme specifiche. In particolare sono previsti:

- permessi lavorativi (3 giorni/mese o 2 ore/giorno - legge 104/92);

- permessi lavorativi per eventi e cause particolari (3 giorni/anno);

- congedo per cure agli invalidi (30 giorni lavorativi/anno);

- congedo straordinario biennale retribuito (familiare lavoratore che assiste il malato);

- congedo biennale non retribuito per gravi motivi familiari (familiare lavoratore che assiste il malato).

Alcuni contratti CCNL prevedono inoltre, per le patologie oncologiche e per quelle gravi che richiedono terapie salvavita, che i giorni di ricovero ospedaliero o di trattamento in day hospital, come anche i giorni di assenza per sottoporsi alle cure siano esclusi dal computo dei giorni di assenza per malattia normalmente previsti e siano retribuiti interamente.

Lavoratori autonomi e liberi professionisti. I lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata INPS e i liberi professionisti iscritti alle rispettive casse previdenziali, se costretti a sospendere anche solo temporaneamente l’attività lavorativa a causa della patologia e delle terapie oncologiche, hanno diritto a forme diverse di assistenza economica.

I diritti dei caregiver oncologico. La malattia e le terapie antitumorali mettono a dura prova la famiglia dal punto di vista emotivo, ma anche economico e pratico. Se il caregiver lavora, la legge prevede diversi strumenti a tutela dei suoi diritti, che possono agevolare il gravoso compito di assistenza al malato, soprattutto se anziano o minorenne. Il presupposto per avere accesso ai benefici è che il malato abbia avuto il riconoscimento dello stato di handicap grave. A seconda delle condizioni del paziente, il familiare che lo assiste può avere diritto a: permessi lavorativi, scelta della sede di lavoro e trasferimento, congedo biennale, congedo straordinario (retribuito o no), esonero dal lavoro notturno, passaggio al lavoro a tempo parziale.

·        Addio Tumore, Prof Berrino: “Ecco gli alimenti che lo nutrono, mai mangiare la…”

Addio Tumore, Prof Berrino: “Ecco gli alimenti che lo nutrono, mai mangiare la…” Più Donna l'8 settembre 2019. Il Dott. Franco Berrino, medico ed epidemiologo italiano, attraverso questa intervista, fa il punto sui “12 comandamenti anticancro” del Codice Europeo. Queste raccomandazioni contro il cancro sono delle raccomandazioni per “la prevenzione dei tumori” e sono molto importanti anche per chi ha un tumore, ma non devono essere viste come delle soluzioni alternative alle normali cure; ciò che la medicina moderna propone, e cioè le terapie per la cura dei tumori, devono essere fatte perché indispensabili in questo tipo di patologie, ma è indispensabile, affinché questi trattamenti risultino efficaci, seguire una corretta alimentazione e il giusto stile di vita. Il Codice Europeo per la prevenzione del cancro sono delle raccomandazioni, proposte dalla Comunità Europea per i suoi abitanti, fatte da una serie di commissioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che hanno rivisto gli studi scientifici e hanno deciso ciò che può e che è sensato raccomandare, sulla base di una considerazione molto prudente di tutti questi studi. Berrino, I 12 punti di questo codice sono i seguenti:

Non fumare ed evitare qualsiasi tipo di tabacco. È importante evitare la dipendenza da fumo, abbassando di molto la probabilità dello sviluppo di neoplasie, soprattutto a livello polmonare.

Non fumare in casa. Il fumo passivo predispone i bambini alla sviluppo di leucemie e ne aumenta il rischio di ammalarsi. È anche importante seguire le direttive contro il fumo sul luogo di lavoro: questo eviterà che le persone non fumatrici siano esposte al fumo passivo dei colleghi fumatori.

È importante mantenere il peso forma o tornare al nostro peso ideale. I chili in eccesso sono dovuti al tipo di alimentazione troppo ricca di proteine, questo confermato dai numerosi studi presenti, contrariamente da quanto sostenuto dalle cosiddette “diete farlocche” iperproteiche che causano soltanto intossicazioni nell’organismo.

Pratica esercizio fisico tutti i giorni. Si sa molto chiaramente che chi esegue quotidianamente dell’esercizio fisico ha meno probabilità di ammalarsi di cancro.

Seguire una dieta sana basta sui cereali integrali non raffinati, sulla verdura e la frutta. È molto importante evitare le carni rosse, sappiamo come l’elevata quantità di ferro ossidante al loro interno favorisca la patogenesi di tumori dell’apparato digerente, le carni conservate, gli zuccheri e le bevande zuccherate. Di tutto ciò il Ministero della Sanità Italiana non ne parla per non danneggiare la nostra industria alimentare; dobbiamo però fare in modo che questa industria cambia i suoi metodi di lavorazione ed eviti di utilizzare gli alimenti citati. Infine, si parla di ridurre il sale nella nostra alimentazione, ma chi segue una dieta a base di vegetale deve aggiungere questo ingrediente affinché ci sia il giusto apporto di sodio, esagerato nella dieta mediterranea.

Limitare il consumo di alcolici. Per la prevenzione del cancro è assolutamente sconsigliata l’assunzione di bevande contenenti alcol.

Evitare lunghe esposizioni al sole, soprattutto per i bambini, utilizzare le protezioni solari e non utilizzare le lampade solari. Fondamentalmente il rischio di melanoma c’è in caso di scottature e non in caso di esposizioni prolungate al sole; si eviti il sole, nel caso in cui non si utilizzino le protezioni solari, e le lampade solari, a causa delle radiazioni UV che vengono emanate e assorbite dalla pelle.

Proteggersi dall’esposizione ad agenti cancerogeni sul luogo di lavoro. È importante che siano seguite le normative in merito alla sicurezza e che il lavoratore sia informato sugli agenti chimici che sta utilizzando.

Controllare se in casa si è esposti a elevati livelli di radiazioni radon. Il radon è un gas emesso dalle pietre di costruzione e dal cemento; può causare tumore al polmone e il suo effetto si somma a quello del tabacco nei fumatori e ne aumenta la predisposizione anche nei non fumatori. Tanto più si chiudono ermeticamente le nostre abitazioni, per risparmiare su condizionatore e riscaldamento, tanto più sarà maggiore l’esposizione alle radiazione del radon.

Nelle donne, l’allattamento riduce il rischio di cancro. È importante allattare il proprio bambino ed evitare le terapie ormonali sostitutive in menopausa, a meno che non ci sia una forte ragione per farlo. È importante in questo caso utilizzare il progesterone naturale perché secondo gli studi non è associato ad un aumentato rischio di cancro alla mammella, mentre i farmaci progestinici sintetici che le case farmaceutiche producono (brevettandoli e ricavandone denaro) sono associati ad una aumentata probabilità di ammalarsi.

Assicurarsi che i bambini siano vaccinati per il virus dell’Epatite B (i neonati) e il Papillomavirus (per le ragazze). Si raccomanda di eseguire queste vaccinazioni perché evitano la formazione del cancro al fegato (virus epatite B) o alla cervice uterina (HPV). Ovviamente la vaccinazione non è sufficiente perché copre solo il 70% dei virus, essendone presenti anche altri ceppi, ed è importante eseguire gli esami di controllo (es. pap test).

Aderire ai programmi di screening per il cancro all’intestino (uomini e donne), cancro al seno (donne) e cancro alla cervice (donne). È importante partecipare ai programmi organizzati, cioè di prevenzione, ma non sono consigliati quelli di controllo per il polmone e la prostata.

È indispensabile aderire a questo programma, magari migliorandolo in alcuni punti, ma è comunque un importante mezzo da utilizzare per evitare di ammalarsi; seguirlo in tutti i suoi punti può evitare di sviluppare numerose neoplasie e permettere di vivere in salute.

Fabio Di Todaro per La Stampa il 27 settembre 2019. Smettere di fumare fa bene, sempre e comunque: anche dopo diversi decenni vissuti a stretto contatto con le sigarette. Detto ciò, prima si riesce a compiere questo passo e più veloce è il recupero di una condizione cardiovascolare quanto più vicina possibile a quella di una persona che non ha mai fumato. Il «dietrofront», per i fumatori più accaniti, può richiedere fino a 25 anni per definirsi completo, come si evince da uno studio pubblicato sul «Journal of American Medical Association». «Se si smette di fumare, i benefici sono rilevabili da subito, ma è bene sapere che per un pieno recupero serve un tempo lungo», afferma Hilary Tindle, responsabile del centro per il trattamento del tabagismo della Vanderbilt University (Nashville) e coordinatrice della ricerca. Fumo e rischio cardiovascolare Gli specialisti hanno utilizzato i dati del Framingham Study - il più importante lavoro epidemiologico avviato nel 1948 per stimare il rischio cardiovascolare - per determinare l'effetto della cessazione del fumo sulla probabilità di ammalarsi di cuore. Nello specifico, analizzando le informazioni raccolte tra il 1954 e il 2014 da oltre 8.700 persone, gli esperti hanno valutato quale relazione ci fosse tra la disaffuefazione e il rischio di avere un infarto del miocardio, un ictus cerebrale e uno scompenso cardiaco. Ed, eventualmente, di morire a causa di queste condizioni. I dati raccolti sono stati poi confrontati con quelli rilevati nelle persone che, nello stesso periodo, avevano continuato a fumare. Un'operazione necessaria per misurare l'impatto che l'allontanamento dalle sigarette può avere sulla salute del cuore e dei vasi. Oltre a confermare il netto divario che c'è tra le probabilità che accompagnano i membri dei due gruppi, i risultati hanno confermato la possibilità di ridurre progressivamente il rischio cardiovascolare, fino a farlo combaciare con quello di una persona mai entrata a contatto con il fumo di sigaretta. Smettere di fumare per salvare il cuore Chi ha alle spalle almeno un ventennio di fumo, caratterizzato dal consumo di 15-20 sigarette al giorno, può quasi dimezzare (-39 per cento) il rischio di ammalarsi di cuore nei cinque anni che seguono il giorno in cui spegne l'ultima sigaretta. Segno che i benefici sono subito rilevabili, nel breve termine. Ma per arrivare ad avere cuore, arterie e vene simili a quelle di un non fumatore occorre rimanere a distanza dal fumo (almeno) per un periodo compreso tra 10 e 25 anni. «Visti i tempi per un pieno recupero, sarebbe opportuno smettere di fumare quanto prima», aggiunge Tindle. Ogni sigaretta fumata accresce il rischio cardiovascolare. I fumatori hanno da due a quattro volte più probabilità di andare incontro a una malattia a carico del cuore, rispetto ai non fumatori. Tra tutti i decessi causati dalle malattie cardiovascolari, uno su cinque è connesso al fumo. Come il fumo danneggia il cuore e i vasi Il fumo favorisce le malattie cardiovascolari con diversi meccanismi: riduce la quantità di ossigeno che arriva al cuore, aumenta la pressione sanguigna e il battito cardiaco, danneggia la parete interna dei vasi sanguigni, favorisce la vasocostrizione o gli spasmi delle arterie, accresce la probabilità di sviluppare placche ostruttive e trombi nei vasi sanguigni. Tutto ciò aumenta le probabilità di incorrere in un ictus o in un infarto. Il fumo è da solo sufficiente ad aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, con un effetto che in presenza di altri fattori il rischio aumenta drasticamente.

Quella dieta (sbagliata) degli ospedali. Si succedono studi che provano che certi cibi aumentano il rischio di recidiva nei malati operati di tumore. Però in molti ospedali si continuano a servire pasti senza tener conto di queste conoscenze. Salvo alcune eccezioni...

Luca Sciortino il 24 luglio 2019 su Panorama. Nella letteratura scientifica sta crescendo la consapevolezza dell'importanza della dieta nella cura dei pazienti affetti da tumore. Una recente statistica condotta su degenti in cura al Karolinska Institute mostra che una dieta appropriata subito dopo l'intervento accelera i tempi di guarigione e determina un risparmio nelle spese di gestione del paziente. Un altro studio pubblicato da Plos One su un campione di 522 pazienti oncologici dimessi dopo un intervento mostra che la qualità della dieta e l'attività fisica diminuiscono il rischio di morte prematura. Inoltre, è ormai assodato che certi cibi possono contrastare efficacemente l'insorgenza di metastasi o recidive, a tal punto che esistono linee guida alimentari codificate sia nel "Codice europeo contro il cancro" sia nel documento del "Fondo mondiale per la ricerca sul cancro". Ci si chiede allora se gli ospedali tengano conto di queste conoscenze nella preparazione dei pasti e nei suggerimenti inclusi nelle lettere di dimissione. L'esperienza di alcuni pazienti curati in vari centri italiani è che i piatti, spesso forniti da ditte esterne, non sono preparati tenendo conto delle linee guida. Inoltre, le lettere di dimissioni non contengono alcuna indicazione su cosa è bene mangiare o non mangiare appena usciti dall'ospedale. Questa impressione è confermata da Franco Berrino, ex direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano: «In generale, la classe medica non ha una preparazione adeguata sul ruolo della dieta per favorire la guarigione e prevenire l'insorgenza di recidive. In particolare, un giovane appena laureato in medicina non ha studi del genere alle spalle. Questa mancanza di cultura si riflette in una bassa attenzione alla dieta e alle linee guida alimentari all'interno degli ospedali». Berrino nota anche che, «se da una parte la ricerca individua un nesso tra l'eccesso di zuccheri e la crescita dei tumori, in quanto l'aumento di insulina che ne deriva favorisce la divisione cellulare, negli ospedali vengono somministrati cibi che fanno molto aumentare la glicemia, ovvero il contenuto di glucosio nel sangue» e cita alcuni esempi: «Uno dei pasti tipici degli ospedali è il prosciutto con il purè di patate: grave che si ignori che il secondo aumenta la glicemia e il primo è altamente sconsigliato dalle linee guida del Codice europeo contro il cancro, come tutte le carni lavorate. Per non parlare del fatto che nelle corsie di ospedale si trovano distributori di bevande zuccherate, altro alimento sconsigliato nella prevenzione. Succede perfino qui nell'Istituto Tumori di Milano. Tra l'altro bisognerebbe dare ai malati l'esempio e aiutarli così a capire cosa non dovrebbero fare dopo le dimissioni». Secondo Berrino bisognerebbe anche evitare il pane bianco e le farine raffinate: «ciò non avviene per una certa inerzia delle amministrazioni degli ospedali, che sperano di risparmiare affidandosi a ditte esterne le quali non hanno alcuna conoscenza di come la dieta possa aiutare il malato. Di fatto, però, risparmierebbero molto di più con diete corrette e calibrate: come mostrano vari studi, queste riducono i tempi di degenza e quindi i costi dell'ospedale». Le eccezioni, come sempre, non mancano: «Ci sono ospedali come il Policlinico San Donato di Milano o come il Policlinico Sant'Orsola di Bologna o l'Ospedale di Mantova i quali hanno intrapreso una strada differente, che tiene in conto le linee guida del Codice europeo» conclude Berrino. È quindi importante capire meglio la politica in fatto di alimentazione di questi ospedali dalla voce diretta di coloro che la stanno mettendo in atto. Livio Luzi, responsabile dell’area Endocrinologia e malattie metaboliche al Policlinico San Donato e Direttore del comitato scientifico Progetto EAT Alimentazione sostenibile, dice: «Che ci sia poca attenzione all'alimentazione dei malati è provato dal fatto che spesso negli ospedali si trova malnutrizione, soprattutto nel caso di anziani, di pazienti oncologici, o di pazienti con chirurgia intestinale maggiore, che vedono quindi ancora di più allungarsi i tempi di degenza. Noi ci impegniamo perché all'entrata i pazienti vengano visti da un nutrizionista-dietista, o ricevano indicazioni dietetiche dal personale del reparto. In questo modo individuiamo carenze o eccessi e formuliamo indicazioni dietetiche importanti non solo durante la degenza ma anche dopo la guarigione. Nella lettera di dimissioni includiamo almeno alcune indicazioni alimentari sulla base della diagnosi e del decorso della malattia. Nei casi di obesità-diabete, neoplasie, interventi di chirurgia maggiore, pazienti in rianimazione, i suggerimenti dietetici sono basati sulla misurazione del dispendio energetico mediante calorimetria indiretta». In particolare Luzi ha introdotto nel percorso diagnostico terapeutico calorimetri per la misurazione del consumo di calorie. Sulla base dei dati acquisiti, al San Donato sono così in grado di calibrare le diete nella degenza dando, se necessario, indicazioni dettagliate alle ditte che forniscono i pasti. «Sulla figura del nutrizionista-dietista bisogna notare che esistono anche figure professionali non sanitarie (laurea magistrale in scienze agro-alimentari), che non possiedono le competenze per operare in ambiente ospedaliero. Noi utilizziamo altre figure, specialisti che hanno anche conoscenze mediche come biologi nutrizionisti o dietisti, oltre ai Medici Dietologi» fa notare Luzi. Nell’Azienda ospedaliera-universitaria Policlinico di Sant’Orsola di Bologna c’è un’analoga consapevolezza delle potenzialità di una dieta ottimale, come spiega Marco Storchi, direttore dei "Servizi di supporto alla persona": «mentre gran parte degli ospedali compra menù già confezionati e uguali per tutti i pazienti, noi abbiamo mantenuto le cucine sotto il nostro controllo e abbiamo lanciato il progetto “Crunch” per unire cucina, ristorazione e nutrizione. Un team di dietisti e cuochi, coordinato da un nutrizionista esperto in collaborazione con la Dietetica Clinica e i medici delle diverse Unità Operative, provvede al miglioramento della dieta del paziente agendo sulla componente nutrizionale, sul gusto del piatto e sull’innovazione delle ricette. Grazie a queste strategie non solo riusciamo a essere più competitivi economicamente di un'eventuale gestione esterna, ma offriamo un servizio di migliore qualità e otteniamo benefici per i pazienti, che poi si traducono in risparmi ». Secondo Storchi il contesto dell’ospedale, ovvero Bologna, una città di grande cultura gastronomica, ha favorito una gestione attenta alla dieta. «I malati sono più esigenti e si rendono conto dell'importanza dell'alimentazione: ciò è stato un grande stimolo per noi. Per i pazienti oncologici abbiamo ridotto gli alimenti di origine animale a favore dei vegetali e dei legumi.  In più abbiamo realizzato alcuni studi interni, per esempio uno riguardante i pazienti disfagici, cioè che hanno difficoltà a deglutire, tra i quali vi sono anche pazienti affetti da tumore. Questi pazienti, che hanno caratteristiche di particolare fragilità, sono costretti a nutrirsi di cibi frullati o morbidi e, a causa di ciò, spesso non riescono a mangiare le stesse quantità degli altri, motivo per il quale sono spesso a rischio malnutrizione. Noi non ci limitiamo a frullare il pasto, come fanno molti ospedali, ma abbiamo reingegnerizzato il processo produttivo per offrire contenuti nutrizionali e apporti calorici in linea con i Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana (LARN) anche a fronte di minori quantità. Alimentare i pazienti disfagici in modo corretto significa accelerare il loro processo di guarigione». «Noi invece abbiamo attivato un progetto denominato “Chef in ospedale”» racconta Consuelo Basili, direttrice del Presidio Ospedaliero di ASST Mantova «una biologa nutrizionista e uno chef stellato supportano il personale della cucina ospedaliera in tutte le fasi principali, dalla formulazione dei menù alla preparazione dei pasti. Questo lavoro di contaminazione culturale tra cucina collettiva ospedaliera e alta ristorazione ha portato a rivisitare alcuni piatti classici dei menù ospedalieri, nella consapevolezza che una dieta sana permette di guarire più rapidamente. Così rendiamo il purè di patate più sano preparandolo con brodo di verdure fresche senza l’uso dei fiocchi, che causano un aumento del picco glicemico, e senza il burro. Il grande punto di forza dell’Ospedale di Mantova è possedere una cucina interna a gestione diretta e poter intervenire sull’acquisto delle materie prime. Appositi capitolati di gara ci aiutano a tutelare la qualità degli alimenti e la composizione dei menù. Se un piatto sano e anche buono si hanno maggiori probabilità che i pazienti continuino a mangiarlo anche fuori dall’ospedale. In questo modo avremo contribuito a quel cambiamento dello stile alimentare che influisce sullo stato di salute. Con questo spiritoo abbiamo richiesto la sostituzione delle bevande zuccherate con acqua e altre bevande senza zuccheri aggiunti. Abbiamo anche intrapreso una campagna informativa e formativa sui corretti stili alimentari rivolta a pazienti e dipendenti e a breve verrà attivato un ambulatorio di medicina integrata rivolto alle donne affette da tumore per il controllo nutrizionale durante il periodo del follow up». La scarsa attenzione agli effetti della dieta avviene in un contesto storico nel quale alcuni chef diventano popolari proponendo ricette d'avanguardia estremamente raffinate. Esiste perfino una nuova "scienza", la "neuro-gastronomia", che si avvale delle neuroscienze per comprendere come meglio presentare un piatto. Tutto ciò stride con la situazione negli ospedali, dove il "mangiar male" è considerato un fatto normale, con il quale bisogna convivere. Questa contraddizione profonda in seno alla nostra società è necessariamente destinata a esplodere man mano che sempre più pazienti ne prenderanno coscienza.

·        L’intelligenza aiuta a non ammalarsi.

L’intelligenza aiuta a non ammalarsi. Pubblicato domenica, 13 ottobre 2019 da Corriere.it. Esiste un legame tra livello di intelligenza di una persona e il suo stato di salute, con ripercussioni anche sulla longevità. In particolare, sembra esserci uno specifico rapporto tra il livello di intelligenza mostrato da bambini o da giovani e la salute di cui si godrà nella vita. Questo legame, la cui natura non è ancora del tutto chiara agli scienziati, sarà uno dei temi della quinta edizione del Festival della Scienza Medica, organizzato a Bologna dal 9 al 12 maggio e che quest’anno sarà dedicato proprio alla «intelligenza della salute». Al festival è prevista anche la partecipazione di Ian Deary del Centro per l’invecchiamento cognitivo del dipartimento di psicologia dell’Università di Edimburgo, autore di diversi studi sul rapporto tra intelligenza, stato di salute e longevità. Una delle sue ricerche ha coinvolto oltre 65mila persone che nel 1947 erano state sottoposte a test di intelligenza nelle scuole scozzesi, così è stato poi possibile verificarne le condizioni di salute e la longevità. Il legame tra quoziente di intelligenza e salute è risultato inequivocabile. «Abbiamo prove chiare del fatto che un livello più alto di intelligenza rilevato tramite specifici test risulta associato a una vita più lunga, sia per un minor rischio di malattia, sia per la maggior probabilità di tenere comportamenti salutari» ha spiegato Ian Deary al Corriere della Sera. «Le prove vengono da grandi studi di popolazione condotti in diversi Paesi. Punteggi elevati ai test dell’intelligenza sono abbinati a un minor rischio di morire per diverse patologie, compresi ictus, malattie cardiovascolari, tumori correlati al fumo di sigaretta, malattie respiratorie e dell’apparato digerente, demenza, ferite o lesioni. Sia il nostro gruppo di ricerca sia altri che lavorano sugli stessi temi stanno cercando di capire meglio perché esiste questa correlazione. Le ragioni in buona parte possono essere fatte risalire al livello di istruzione e alla posizione socio-economica e a comportamenti connessi allo stato di salute, compresa la relazione con il fumo di sigaretta. In parte però possono essere chiamati in causa anche fattori genetici ». Ma l’intelligenza oggi sembra essere sempre più una caratteristica mutevole dell’individuo, dal momento che la ricerca degli ultimi anni ha mostrato che il cervello sa essere plastico, con la possibilità fino in tarda età di sviluppare nuove sinapsi e perfino nuovi neuroni in certe zone, come l’ippocampo. Questa intelligenza «aggiuntiva» potrebbe aiutare comunque a migliorare il benessere e la longevità di un individuo? «Mantenere una buona funzione cognitiva ed evitare il declino in età adulta è sicuramente una buona idea» commenta Ian Deary. «Ne derivano una salute migliore, una vita più lunga e la possibilità di restare indipendenti quando si diventa anziani. Molte delle nostre ricerche oggi sono orientate a cercare di capire perché i cervelli e le abilità di pensiero di alcune persone sono migliori di quelli di altre. Sappiamo che alcuni fattori possono essere protettivi nei confronti del declino cognitivo: evitare il fumo di sigaretta, mantenersi in forma, raggiungere un più alto livello di istruzione, impegnarsi in lavori intellettualmente stimolanti, cercare di evitare le malattie. Poi però contano anche i fattori genetici. Comunque non credo che si debba per forza essere intelligenti per stare in salute. Credo piuttosto che tutti dovremmo chiederci come si comportano le persone più intelligenti rispetto alla loro salute. Se riusciamo a capirlo, allora possiamo copiarle». La disciplina che studia il legame tra intelligenza e stato di salute è l’epidemiologia cognitiva, sulla quale stanno lavorando diversi gruppi di ricerca al mondo. «L’epidemiologia cognitiva è lo studio della reciproca associazione dinamica tra il funzionamento cognitivo e le condizioni di salute lungo tutto il corso della vita di una persona, ed è coltivata in molti Paesi europei, negli Usa e in Australia. L’interrogativo principale che si pone è proprio la possibile associazione tra un più elevato livello di intelligenza rilevato ai test effettuati in gioventù e un miglior stato di salute, minori episodi di malattia e vita più lunga». «In molti Paesi — continua Deary - si stanno portando avanti ampi studi epidemiologici, come una ricerca danese effettuata su circa un milione di persone e uno studio israeliano che ha coinvolto circa due milioni di persone. Un’altra nostra ricerca ha esplorato i rapporti tra test d’intelligenza in età giovanile e presenza in età adulta di disturbi mentali e fisici, oltre che di specifici comportamenti salutistici. Abbiamo effettuato anche alcune ricerche di tipo genetico per cercare di scoprire qual è il ruolo della genetica e anche per individuare quali potrebbero essere i geni coinvolti». Intelligenza e salute certamente hanno una reciproca influenza e insieme rappresentano un vero e proprio patrimonio sociale che vale la pena preservare. «La salute dipende dall’intelligenza e l’intelligenza dalla salute» commenta Gilberto Corbellini direttore del Festival di Bologna. «Non dobbiamo dimenticare che nei Paesi dove i bambini crescono contraendo infezioni — alcune delle quali come la malaria, colpiscono gravemente anche il cervello, — o non si alimentano a sufficienza, subiscono ritardi cognitivi, con ricadute negative non solo a livello individuale, ma anche per le prospettive di sviluppo economico, sanitario e civile». Si chiama «effetto Flynn» ed è davvero sorprendente: da quando si fanno i test di intelligenza si rileva un costante aumento del punteggio raggiunto dai ragazzi. In media, i dodicenni testati nel 1980 mostravano un’intelligenza superiore a quella dei coetanei testati nel 1970, che a loro volta superavano quelli del 1960. L’effetto è stato scoperto dallo psicologo neozelandese James Flynn, che nel 1981 revisionò i risultati dei test d’intelligenza realizzati durante quasi un secolo. «È impossibile che gli esseri umani abbiano avuto in così poco tempo una vera evoluzione biologica che li ha portati a diventare una specie più intelligente» dice David Shenk, dell’Università dello Iowa, in un articolo pubblicato sulla rivista WIREs Cognitive Science. «Infatti i miglioramenti non sono rilevabili in tutte le aree, ma solo in alcune, come quella del ragionamento astratto». È possibile che il miglioramento osservato ai test rispecchi solo una maggior confidenza con il ragionamento astratto, mentre l’intelligenza delle generazioni precedenti era più ancorata alla realtà quotidiana». 

·        Prurito: che cosa lo può provocare, come si controlla e quando è spia di problemi seri.

Prurito: che cosa lo può provocare, come si controlla e quando è spia di problemi seri. Pubblicato lunedì, 14 ottobre 2019 su Corriere.it da Adriana Bazzi. Se si escludono gli insetti, nella maggior parte dei casi la ragione è dermatologica, ma sta anche in abitudini scorrette e malattie. Questa volta, prima di andare a spulciare i manuali medici e chiedere il parere degli esperti, consultiamo l’Enciclopedia Treccani alla voce «prurito». Così, per curiosità. E leggiamo: particolare sensazione cutanea che induce a grattarsi, provocata da cause diverse sia interne… sia esterne … oppure sintomo di malattie… O provocato da cause indeterminate: è il prurito sine materia. Ma c’è anche un significato figurativo che fa riferimento a «uno stimolo naturale intenso o a una forte voglia»: ecco allora che si parla di pruriti amorosi o erotici. Ci sono poi le citazioni letterarie. Scrive, per esempio, Alberto Moravia: «nei giorni di scirocco, mi viene il prurito di attaccar briga». Lasciamo ad altri eventuali commenti su questo secondo punto e ritorniamo al primo. La definizione «medica» della Treccani ben riassume il significato di questo sintomo. Diffusissimo e dalle mille sfaccettature. Tutte da interpretare. Chiediamo allora aiuto agli esperti. A Piergiacomo Calzavara Pinton direttore dell’Unità di Dermatologia degli Spedali Civili di Brescia e past Presidente di SIDeMaST, la società italiana di Dermatologia. «Tutti, prima o poi, nel corso della nostra vita, abbiamo a che fare con questo disturbo — esordisce Calzavara Pinton —. Ci sono cause esterne, dermatologiche o interne, ma c’è anche un prurito che apparentemente non ha una causa».

Lasciamo per un momento da parte le cause esterne come le punture di insetti, per esempio, e concentriamoci sulle cause dermatologiche. Cioè su quelle malattie della pelle che hanno come sintomo il prurito, ma non solo. Spesso il prurito è associato ad alterazioni come arrossamento, papule, pustole, pomfi . E la presenza di queste ultime sarà utile al dermatologo per formulare una diagnosi». Intanto: come nasce il prurito? «Il prurito è una sensazione che spinge a grattarsi e nasce dalla stimolazione di certe terminazioni nervose periferiche, le fibre C, da parte di sostanze infiammatorie, prima fra tutte l’istamina, ma anche altre come le prostaglandine» precisa Calzavara. Sostanze che, nel caso di malattie dermatologiche, vengono rilasciate proprio perché queste malattie sono sostenute da un processo infiammatorio della pelle. Stiamo parlando di patologie che si chiamano dermatite atopica (o anche eczema), psoriasi, orticaria, lichen, pemfigo (il capostipite di certe malattie bollose degli anziani). Frequentissime. E tanto per ritornare alla quotidianità di chi ne soffre, partiamo dalla prima: la dermatite atopica. Chi si ricorda di John Turturro, l’attore che in The night off, una serie televisiva americana, nelle vesti di un avvocato che non riesce nemmeno a portare i sandali e si gratta le caviglie con una matita? Poi c’è la psoriasi che si manifesta con placche biancastre che si desquamano; l’orticaria che si presenta con pomfi, e il pemfigo che invece è caratterizzato da bolle. E ancora il lichen che colpisce soprattutto i genitali femminili. «La dermatite atopica colpisce il 20 per cento dei bambini e il 10 per cento degli adulti — continua Calzavara Pinton . — La psoriasi, d’altra parte, interessa il 3-4 per cento della popolazione. L’orticaria, è frequentissima e ha spesso un’origine allergica. E infine c’è il prurito senile, diffusissimo». Insomma un gran numero di persone interessate.

Il capitolo anziani è particolarmente interessante. Spesso le persone di età avanzata hanno una pelle molto secca e manifestano questo sintomo soprattutto d’inverno. L’unica terapia, in questi casi, è ricostituire le difese della cute, soprattutto «ingrassandola», cioè usando prodotti capaci di restituire il film lipidico di protezione che la pelle normalmente ha. Viceversa, continui lavaggi con l’acqua possono peggiorare la situazione. E sempre a proposito di anziani va segnalata un’altra condizione. «Si tratta della notalgia parestesica — aggiunge Calzavara — . È un prurito che si localizza in definiti settori della schiena ed è dovuto a compressioni nervose delle vertebre cervicali». Arriviamo ora alle possibilità di controllare questo sintomo quando legato alle malattie dermatologiche fin qui descritte. «Per controllare il sintomo prurito occorre innanzitutto curare la patologia che ne è alla base. Oggi per molte di queste situazioni, e parliamo di dermatite atopica e di psoriasi soprattutto, esistono terapie basate soprattutto su farmaci immunoterapiaci. Che sono efficaci. In alcuni casi si può poi ricorrere a farmaci sintomatici come per esempio gli antistaminici».

Andiamo avanti. Se il sintomo prurito non trova giustificazione in una delle sopracitate malattie dermatologiche, se non si risolve con emollienti vari nel caso sia, per esempio, provocato da secchezza cutanea, che fare? «Bisogna allora sospettare due cose. La prima è che il prurito sia legato a una malattia sistemica. E ce ne sono molte. Ma di solito è accompagnato da altri sintomi, che il medico deve interpretare — conferma Calzavara —. La seconda è che sia un prurito essenziale, cioè senza evidenza di malattie che lo giustifichino. E qui entriamo in un ”campo grigio”. Potrebbe essere il primo segnale di una malattia dermatologica che non è ancora comparsa (per esempio una dermatite atopica o un pemfigoide) oppure ha vere e proprie origini psicologiche che, però, sono piuttosto rare».

Per il 98 per cento dei pazienti che si grattano, infatti, la causa è proprio dermatologica. Un’ultima annotazione che non riguarda più le diagnosi e le cure, ma le nostre abitudini quotidiane. Non bisogna, infatti dimenticare che il prurito può anche essere provocato da certi comportamenti sbagliati: troppe docce, troppi saponi aggressivi, indumenti sintetici inappropriati non fanno bene alla pelle. La soluzione è una sola, in questi casi: eliminarli.

Quando si parla di prurito non si può non ricordare anche Nanni Moretti e il suo film del 1993 “Caro Diario”, dove l’attore-regista parla della sua malattia, un linfoma di Hodgkin, a lungo misconosciuta nonostante avesse sempre riferito ai medici un sintomo, il prurito, associato a sudorazioni notturne. «Sì, il prurito può essere un sintomo di malattie sistemiche linfoproliferative come certe forme di tumori del sangue, il linfoma di Hodgkin (colpisce un tipo di globuli bianchi, i linfociti B, ndr) oppure certe mielodisplasie (caratterizzate da un’alterata produzione di globuli bianchi, rossi e piastrine da parte del midollo, ndr) — spiega Nicola Montano, docente di Medicina interna all’Università di Milano e primario di Medicina generale, immunologia e allergologia all’Ospedale Maggiore sempre di Milano —. Stiamo parlando però di patologie piuttosto rare, in cui il prurito può apparire proprio come il primo sintomo della malattia». Ci sono, invece, altre malattie sistemiche, molto più diffuse, in cui può comparire, fra gli altri, anche questo sintomo. «Al primo posto ci sono le insufficienze renali, seguite da malattie del fegato che comportano un ristagno della bile — commenta l’esperto milanese —. Anche un malfunzionamento della tiroide, nel senso o di un aumento della produzione di ormoni (ipertiroidismo) o di una riduzione (ipotiroidismo) e alcune anemie da carenza di ferro soprattutto, nelle donne giovani possono provocare questo disturbo». Nasce allora la domanda: ma perché queste malattie, diverse nella loro origine, finiscono per coinvolgere anche la pelle? «Il prurito è causato dall’attività di piccole fibre nervose chiamate C che mandano segnali al cervello — spiega Montano —. Queste fibre sono stimolate da sostanze diverse, come l’istamina o certi peptidi), che vengono liberati in presenza di determinate malattie sistemiche. Per esempio nelle epatopatie sono i sali biliari a provocarlo».

Altro capitolo da prendere in considerazione è quello dei farmaci. «La lista, in questo caso, è lunghissima — commenta Montano — comprende, per esempio, molecole che agiscono sul sistema nervoso centrale, come gli antiepilettici, o antipertensivi come i betabloccanti e i calcio-antagonisti. In genere il prurito è il primo sintomo di una vera e propria allergia che può manifestarsi poi con altri sintomi. Ma ci sono anche sostanze come gli oppiacei, la marijuana e l’hashish che danno prurito perché abbassano la soglia di attivazione delle fibre, cioè le rendono più “sensibili”. È caratteristico, in questi casi, il prurito cosiddetto acquagenico che si manifesta dopo una doccia o un bagno». Rimedi anti-prurito? Nel caso di malattie sistemiche, l’intervento è innanzitutto su queste. Nel caso dei farmaci la parola d’ordine è sospensione. Poi ci si può aiutare con sintomatici: la colestiramina per neutralizzare i sali biliari, oppure antistaminici, cortisonici e in qualche caso anche anestetici come la lidocaina. Fra poco dovrebbe essere disponibile un cerotto al peperoncino che funziona stabilizzando le fibre C.

·        La Psoriasi.

Psoriasi, dalla dieta alla possibilità di guarire. Pubblicato giovedì, 17 ottobre 2019 da Corriere.it. La psoriasi è una malattia cronica, dalla quale non si guarisce, ma che ora si controlla. Negli ultimi anni sono infatti arrivati nuovi medicinali che hanno consentito di raggiungere un obiettivo prima impensabile: avere la pelle pulita, libera dalle chiazze rossastre e ricoperte di squame (tipiche manifestazioni della patologia) e senza il prurito e l’imbarazzo che spesso le accompagnano. «Colpisce due milioni circa di italiani ed è importante ricordare che non è infettiva né contagiosa - sottolinea Piergiorgio Malagoli, direttore del Centro Psocare all’IRCCS Istituto Policlinico San Donato di San Donato Milanese -. Sebbene si manifesti con lesioni sulla cute, la psoriasi non è “solo” una patologia delle pelle, ma una condizione severa che può seriamente compromettere il benessere psico-fisico di chi ne è affetto. Oggi sappiamo che è una malattia ad interessamento sistemico, associata cioè a numerose altre patologie (quelle che gli specialisti chiamano comorbidità), prima fra tutti l’artrite psoriasica. Ma l’elenco è lungo e comprende l’associazione, documentata con crescente precisione, con alcune malattie metaboliche (tra cui diabete, obesità e sindrome metabolica), l’aumentato rischio cardiovascolare, la steatosi epatica non alcolica, le malattie infiammatorie croniche intestinali e l’uveite (una patologia degli occhi)».

·        Artrosi delle mani.

Artrosi delle mani: come si riconosce e le terapie disponibili. Pubblicato martedì, 22 ottobre 2019 da Corriere.it. L’artrosi è una condizione molto comune, soprattutto nelle donne dopo la menopausa, dovuta alla degenerazione progressiva della cartilagine delle articolazioni delle dita delle mani. Basti pensare che più del dieci per cento delle visite svolte dai medici di famiglia è dedicato proprio a questa condizione. L’artrosi della mano interessa circa due persone su dieci, con una predilezione particolare per le donne e gli anziani. Colpisce soprattutto le articolazioni interfalangee distali e in misura minore le interfalangee prossimali e l’articolazione trapezio-metacarpale del pollice (rizoartrosi).

·        I Diverticoli.

Diverticoli, piccole «sacche» nella parete intestinale: cosa succede se si infiammano. Pubblicato domenica, 20 ottobre 2019 da Corriere.it. Spesso si scopre di averli in modo casuale, magari in occasione di una colonscopia fatta per altri motivi. Stiamo parlando dei diverticoli intestinali, piccole estroflessioni a forma di sacco che si formano nella parete dell’apparato digerente, quasi sempre a livello dell’ultima porzione dell’intestino. Un problema diffuso che interessata circa una persona su dieci sotto i quarant’anni (anche se negli ultimi anni è evidente una tendenza all’aumento nei giovani) e che con l’avanzare dell’età può toccare punte del 70 per cento, con una predilezione per le donne.

·        Celiachia e glutine. Gli intolleranti...alimentari.

Barbara Carbone per “il Messaggero” il 24 ottobre 2019. Italiani, popolo di intolleranti. Sono sei milioni ogni anno quelli che riempiono i carrelli della spesa di prodotti senza glutine e senza lattosio, pur non soffrendo né di celiachia né di intolleranza al latte. Pare scoppiata una sorta di nevrosi collettiva dove l'assenza è percepita come sinonimo di qualità. Senza glutine, senza lattosio, senza zucchero, senza olio di palma, senza sale. È senza la parola magica, di quello che è diventato un business in tutto il mondo. Difficile definire il confine tra necessità e moda salutista. Fatto sta che il 25% degli italiani è convinto di avere qualche forma di intolleranza alimentare anche se nella maggior parte dei casi si tratta di ipersensibilità immaginaria o diagnosticata con strumenti non validati scientificamente. Il giro d'affari dei test per le intolleranze alimentari, secondo le stime del Ministero della Salute, ammonta a 3 milioni di euro. Il desiderio di stare bene a tutti i costi o di dimagrire con qualche piccola privazione, può rivelarsi un boomerang. «L'unica vera intolleranza misurabile con una metodica documentabile è quella al lattosio - avverte lo specialista in Allergologia e Immunologia Clinica, Mauro Minelli - Le altre sono stregonerie prive di ogni fondamento che costringono le persone a privarsi di alimenti che potrebbero invece mangiare senza problemi». Tra gli alimenti considerati killer della nostra salute c'è senza dubbio il glutine contenuto in molti cereali. Il convincimento comune è che faccia comunque male. Ma non è così. «Il glutine solo in alcuni soggetti può creare celiachia, allergie o sensibilità ha detto Minelli fino a 20 anni fa la celiachia, colpiva l'1% della popolazione italiana. Adesso la percentuale è salita al 2%. Mentre sulla celiachia e sull'allergia al glutine sappiamo tutto conosciamo relativamente poco in merito alla Non Coeliac Gluten Sensitivity (NCGS)che vuol dire essere sensibili al glutine senza essere celiaci». Si tratta di una patologia che, pur colpendo circa 5 milioni di italiani, continua a restare nell'ombra. I soggetti interessati, secondo l'immunologo, potrebbero anzi dovrebbero introdurre quantitativi di glutine modulati sulla base di un limite soggettivo di tolleranza da misurare attraverso uno specifico test di provocazione. Nella NCGS un elemento significativo che lo differenzia dalla celiachia è dato proprio dalla soglia di tolleranza al glutine che risulta diverso da individuo a individuo, aumentando o diminuendo nel corso della vita fino ad arrivare una possibile guarigione.

Ma quali sono i campanelli d'allarme ai quali prestare attenzione? «Alcuni disturbi ricordano quelli della sindrome del colon irritabile e dunque meteorismo, pancia gonfia, dolenzia dell'addome e difficoltà a digerire- spiega Mauro Minelli- ma anche mal di testa, sensazione di instabilità e difficoltà di concentrazione. Disturbi significativi nonostante i quali la NCGS non è ancora una patologia riconosciuta nel nostro Paese». Il consiglio sempre valido, all'insorgenza dei primi disturbi, è quello di recarsi da un medico senza cadere nella trappola di chi propaganda diete miracolose e elisir della lunga vita. La salute è un bene troppo prezioso per credere alle favole.

INTOLLERANZA ALIMENTARE. Celiachia, una nanoparticella con glutine per fermare la malattia. Il nemico numero uno della malattia autoimmune, se iniettato in un nanodispositivo, può evitare l'insorgenza della tolleranza immunologica. La Repubblica il 24 ottobre 2019. LO STOP alla celiachia arriva proprio dal glutine. Lo hanno scoperto i ricercatori della Northwestern Medicine iniettando una nanoparticella nei pazienti affetti dalla malattia. I risultati della sperimentazione clinica di fase saranno resi noti alla conferenza "European Gastroenterology Week" di Barcellona e svelano il meccanismo che può bloccare la malattia autoimmune che, innescata proprio dal glutine, danneggia le pareti intestinali. Il "nanodispositivo" biodegradabile è il cavallo di Troia che permette al paziente di imparare a riconoscere il glutine, la principale componente proteica del grano, come una sostanza innocua evitando reazioni autoimmuni. Durante la sperimentazione i pazienti celiaci hanno potuto così mangiare glutine per due settimane senza risentirne. La nanoparticella contenente glutine iniettata nel sangue viene subito captata da cellule immunitarie (i macrofagi) che letteralmente ingoiano il suo "cargo" e avvertono altre cellule immunitarie della sua innocuità, cosicché si prevengono reazioni avverse al glutine. Il trattamento praticamente elimina ogni reazione infiammatoria a carico delle pareti intestinali cui i pazienti celiaci vanno inesorabilmente incontro quando consumano glutine. Il nanodispositivo è stato già posto al vaglio della Fda statunitense e sarà ora testato anche per altre malattie autoimmuni e per allergie alimentari come quella alle arachidi.

·        La Cervicale.

 Melania Rizzoli per “Libero quotidiano” il 24 ottobre 2019. Sei italiani su dieci soffrono di «cervicale», come viene impropriamente chiamata la cervicalgia, il dolore al collo che si protrae per un periodo di tempo variabile, uno dei disturbi muscolo-scheletrici più diffusi nel mondo occidentale, che anche in Italia non accenna a diminuire, anzi risulta in continuo aumento. Il 50% della popolazione mondiale sperimenta un attacco di cervicalgia almeno una volta nella vita, una sindrome che si colloca al quarto posto nella classifica delle cause di anni persi per invalidità, subito dopo la lombalgia, la depressione e i dolori articolari. Il più delle volte la sintomatologia algica è causata da una semplice infiammazione che colpisce una delle sette vertebre cervicali della colonna vertebrale, quelle che sostengono il collo e la testa, e questo tratto di rachide è considerato uno dei punti più delicati e vulnerabili del corpo umano, se si pensa che un trauma del midollo spinale a livello della prima o seconda vertebra (C1 e C2) può condurre a morte immediata, e quello a livello della cervicale inferiore (C3-C7) può essere responsabile di paralisi permanenti a braccia e gambe (tetraplegia). Fortunatamente la cosiddetta cervicale non coinvolge mai il midollo spinale, bensì le strutture che compongono o affiancano le singole vertebre che lo custodiscono all' interno, come le articolazioni, i muscoli, i legamenti e i dischi intervertebrali, e si stima che colpisca in maniera prevalente le donne, rappresentando una delle principali cause di disabilità, dal momento che il dolore causa l' irrigidimento del collo e una forte riduzione della capacità di movimento della testa, che a causa della contrazione muscolare non può essere roteata, impedendo molte attività quotidiane.

CAUSE ETEROGENEE. a cervicalgia può essere scatenata da un insieme di cause particolarmente numerose ed eterogenee, le più indiziate delle quali sono la sedentarietà, la postura scorretta, ernie cervicali, ipercifosi dorsale, iperlordosi lombare, osteofiti e spondilosi, mentre la cervicalgia improvvisa ed acuta è spesso imputabile a colpi di freddo, colpi di frusta (traumi derivati da incidenti automobilistici), protrusioni discali e sport di potenza. Il classico dolore del collo inoltre, può essere affiancato da sintomi secondari, quali la tensione ed affaticamento muscolare locale, una sintomatologia che si irradia alla nuca, alla spalla e al dorso, con intorpidimento e formicolio localizzato, fino a provocare dolore al braccio (brachialgia) e debolezza di tutto l' arto superiore e della mano, che arriva in molti casi ad impedire la prensione degli oggetti. La cervicalgia viene spesso confusa con il «torcicollo», che altro non è che una contrattura dolorosa di alcuni muscoli del collo, scatenata da esposizioni al freddo, come il finestrino dell' auto abbassato durante la guida, spifferi ed aria condizionata, ma che nulla ha in comune con la patologie rachidea, perché tale sintomatologia coinvolge soltanto il complesso muscolare del collo e non le vertebre cervicali. In entrambi i casi però il fastidio e il dolore possono essere così importanti e invalidanti da impedire anche i più banali movimenti del collo e della testa, il paziente si gira con l'intero busto, manifestando rigidità di postura, accusando a volte perfino una sensazione di ottundimento, tanto la dolenzia è costante. Nella maggior parte dei casi (80/85%) all' origine del dolore c' è quindi una alterazione non grave, una flogosi che interessa le strutture meccaniche delle prime vertebre della colonna, ovvero dei muscoli, dei legamenti, dei dischi intervertebrali o delle articolazioni vertebrali che garantiscono il movimento, e basta uno sforzo non adeguato, che può essere istantaneo, brusco o prolungato a livello del collo, per creare una lesione di tali strutture. La cervicalgia non è una condizione legata all' età, perché può comparire anche durante quella giovanile, sebbene in questi casi è spesso imputabile a contratture dei muscoli cervicali e delle spalle, il picco di insorgenza si colloca tra i 40 e i 60 anni, ma con l' avanzare degli anni è più facile osservare degenerazione di uno o più dischi intervertebrali, formazione di speroni ossei, escrescenze ossee localizzate sulle vertebre, o formazioni di ernie in seguito a traumi pregressi e non curati a dovere. Più banalmente la cervicalgia latente può accentuarsi in diverse occasioni, come dormire su un materasso troppo morbido con un cuscino non adeguato, due condizioni che possono aggravare il dolore cervicale, come accade quando per esempio ci si sveglia con un braccio «addormentato», indizio di compressione anomala dei nervi cervicali causante parestesie e formicolio, oppure quando si rimane molte ore al volante, sottoponendo la colonna a ripetuti microtraumi durante la guida, come succede quotidianamente ai tassisti romani che percorrono le strade accidentate della capitale. Altro elemento imputato è lo stress, il quale, imponendo contratture da tensioni eccessive, accentua un dolore preesistente se si assumono posizioni scorrette, sfociando spesso in rigidità muscolari ed articolari, che non facilitano il risolversi della flogosi rachidea. Esistono poi alcune malattie che tra i sintomi annoverano i tipici dolori della regione cervicale, ma spesso si tratta di patologie dovute alla progressiva degenerazione delle ossa, come l'artrite reumatoide, l'osteoartrosi o l'ernia del disco, quando cioè si verifica un progressivo consumo dei cuscinetti intervertebrali, i quali premono e schiacciano i nervi limitrofi causando dolori, parestesie e rigidità da compressione.

MEDICINE DA BANCO. Di norma però, in assenza di patologie specifiche sottostanti, il dolore al collo e i sintomi della cervicalgia tendono a migliorare in pochi giorni con una comune terapia a base di farmaci da banco, analgesici ed antinfiammatori, ma se i sintomi non dovessero regredire è necessario rivolgersi al medico per una valutazione radiologica e strumentale della colonna cervicale, soprattutto quando compaiono vertigini, disturbi alla vista, all' udito, nausea e vomito. Se non trattati adeguatamente però, i sintomi tendono a ripresentarsi con relativa facilità, per cui l' obiettivo è spegnere l' infiammazione con i Fans (farmaci antinfiammatori non steroidei), mentre i cortisonici vanno usati nei casi più seri e sempre sotto prescrizione medica, per i noti effetti collaterali. La terapia viene di solito prescritta per 7/10 giorni e non dovrebbe essere interrotta anzitempo come fanno in molti, perché il dolore può sparire presto, ma non l' infiammazione sottostante, la quale se non correttamente guarita provoca sempre ricadute. È importante sottolineare che se il dolore cervicale non risponde alle comuni terapie in pochi giorni, può significare che a causarlo è una differente patologia che andrebbe prontamente e rigorosamente diagnosticata. La fisioterapia può servire a correggere i problemi posturali e a ripristinare la mobilità della parte colpita una volta risolti i sintomi più acuti, mentre le manipolazioni del collo eseguite da professionisti, possono aiutare a prevenire il ritorno dei sintomi, ma solo se il dolore non è di origine infiammatoria, altrimenti questi tipi di massaggi possono essere addirittura controproducenti. La chirurgia è un'opzione da non scartare quando si è in presenza di compressioni discali sul midollo spinale o dei nervi, come accade nell' ernia del disco, anzi in questi casi è l'unica soluzione per eliminare il disturbo ed andrebbe eseguita preferibilmente da uno specialista in neurochirurgia. Nel mondo sono 45 milioni le persone che soffrono di cervicale, molte delle quali affette da una disabilità permanente causata da un evento traumatico, per cui i medici raccomandano, appena svegliati, di fare sempre, per pochi minuti e da seduti, piccoli movimenti del collo, in senso antero-posteriore (toccando il petto con il mento ed estendendo la nuca sul dorso), laterali (allineando il mento alle due spalle in modo alternato) ed obliqui (avvicinando le orecchie alle spalle), per ridurre sensibilmente il rischio di probabili recidive di cervicalgia, per avere il collo libero da tensioni e dolori, o addirittura per eliminare la possibilità di comparsa della temibile cervicale.

·        L'influenza.

Valentina Arcovio per “il Messaggero” il 24 ottobre 2019. L'influenza è già arrivata e in alcune regioni di Italia non è neanche iniziata la campagna di vaccinazione. Quest'anno i virus influenzali sono un po' in anticipo e ci si aspetta che alcuni siano molto più aggressivi rispetto agli anno scorsi. Già è stato segnalato il primo caso grave all'Ospedale di Udine, dove pochi giorni fa un uomo di 50 anni, senza altre patologie, è stato colpito da una forma influenzale grave finendo in rianimazione. Il paziente adesso, dopo tre settimane di ricovero, è in via di miglioramento. «Se questi sono i segnali, con una prima diagnosi già alla fine di settembre, e se si ripeterà lo scenario registrato in Australia e altre parti del mondo, andremo incontro a una stagione influenzale particolarmente aggressiva, con circolazione di virus influenzali molto diversi: H3N2, come nel caso in questione, H1N1, virus B», dice Matteo Bassetti, presidente della Società italiana di terapia antinfettiva. Che aggiunge: «Questo caso suggerisce che la forma influenzale di quest'anno, anche se non dovesse avere i numeri straordinari come quelli dell'inverno 2017-18, può colpire anche le persone sane e rafforza il messaggio che la vaccinazione deve essere universale perché non esiste categoria di soggetti risparmiata dalle potenziali complicanze». Questo inizio di influenza non fa dunque ben sperare. Anche perché la popolazione deve ancora immunizzarsi. Se infatti nel Lazio la campagna di vaccinazione è iniziata da poco più di una settimana, in Lombardia le prime dosi si inizieranno a somministrare solo da lunedì prossimo. Nel Lazio sono state consegnate oltre 404 mila dosi, in Lombardia se ne attendono 900mila. Ma tra la somministrazione del vaccino e il suo effetto protettivo contro l'influenza, in genere passano due settimane circa. Quasi 15 giorni in cui, nonostante il vaccino, ci si può ammalare lo stesso. Per questo, se non si vuole finire ko a letto, le buone norme di prevenzione ora sono più importanti che mai. In particolare una, quella più semplice ma anche la più disattesa: lavarsi le mani. Sebbene ci siano molte prove del fatto che lavarsi le mani dopo essere stati in bagno, prima di mangiare o dopo aver viaggiato con i mezzi pubblici, può ridurre la diffusione di malattie, solo il 5 per cento delle persone lo fa correttamente ogni volta. Alcune ricerche indicano che ben la metà degli italiani non si lava bene le mani. Uno studio su oltre 3 mila persone in una città universitaria negli Stati Uniti ha scoperto che il 10 per cento dei soggetti ha lasciato i bagni pubblici senza lavarsi affatto le mani e che il 33 per cento, sebbene lo avesse fatto, non ha usato il sapone. Per igienizzarsi non basta infatti mettere le mani sotto l'acqua. Per proteggersi dai virus influenzali, e in generale dai germi, bisogna lavarle nel modo giusto. A questo proposito l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha dato delle indicazioni precise e chiare, raccomandandosi di non essere frettolosi. Stando alle raccomandazioni, un corretto lavaggio delle mani dovrebbe durare tanto quanto si impiegherebbe a cantare per ben due volte la canzone Happy Birthday. Non è importante la temperatura dell'acqua, se calda o fredda. Ma il sapone sì e deve coprire tutte le mani. Bisogna strofinare palmo a palmo, sia la parte posteriore che quella anteriore delle mani e delle dita. Dopo aver risciacquato le mani è altrettanto importante asciugarle correttamente. Di recente gli esperti di Dottoremaeveroche, il sito antibufale della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, ha diffuso una serie di indicazioni su come asciugare correttamente le mani. Sulla base degli studi condotti, la soluzione migliore sarebbe quella più «tradizionale», cioè la «vecchia» carta usa e getta. Gli asciugamani elettrici a getto d'aria, invece, diffonderebbero più germi degli asciugamani di carta. Lo ha dimostrato molto bene una ricerca pubblicata sul Journal of Hospital Infection, che ha esaminato la diffusione batterica nei bagni di tre ospedali nel Regno Unito, in Francia e in Italia. Secondo gli esperti, la scarsa igiene dei «getti d'aria» è valida anche per gli apparecchi che si azionano con le cellule fotoelettriche. Quindi la maggiore diffusione dei batteri non è imputabile all'azione di toccare con la mano l'apparecchio per accenderlo ma al fatto che le persone, dopo essere andate in bagno, spesso non si lavano le mani correttamente e quando se le asciugano sotto il getto d'aria i microbi dalle mani si disperdono in aria e si depositano sulle superfici. I virus influenzali, e i germi in generale, sono più subdoli di quanto si immagini. Per cui bisogna usare la testa anche quando ci si lava semplicemente le mani.

·        La Clinomania? Ecco cos'è il disturbo che ci lega al letto.

Da leggo.it il 15 dicembre 2019. Sappiamo bene quanto sia importante riposare bene ogni notte almeno 8 ore al giorno: ciò aiuta il cervello a ricaricarsi, abbassa i livelli di cortisolo e ci regala energia, ma cosa succede a dormire più di 9 ore a notte? Una ricerca proveniente dalla Cina, i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista specializzata Neurology, ha indagato sul legame tra ictus e sonno. Gli scienziati della Huazhong University of Science and Technology di Wuhan hanno portato avanti per 6 anni esami e analisi su più di 31mila adulti sani indagando sul loro stile di vita, al di là dell’attività fisica o dell’alimentazione. È emerso che il legame tra ictus e sonno è reale e preoccupante: chi tra i soggetti aveva l’abitudine di dormire più di 9 ore, aveva il 23% in più di essere colpito da ictus; percentuale che aumenta a 25% per coloro che fanno riposini pomeridiani più lunghi di un’ora e mezza.

Siete affetti da "clinomania"? Ecco cos'è il disturbo che ci lega al letto. Secondo un approfondito studio psicologico chi fa fatica a svegliarsi al mattino potrebbe soffrire di clinomania. È una vera e propria patologia che condiziona la vita di chi ne è affetto. Mariangela Cutrone, Martedì 03/12/2019, su Il Giornale. Rimanere inchiodati al letto non è solo una questione di pigrizia ma potrebbe celare un fenomeno chiamato clinomania. Considerata una vera e propria patologia. Non ha un riconoscimento medico ufficiale ma continua a mietere numerose vittime. Il clinomane vive come un trauma l'abbandono del letto al mattino. Fosse per lui starebbe interi giorni o settimane in letargo. Secondo il dottor Mark Salter, professore al Royal College of Psychiatrist e autore di numerosi articoli sull’argomento, la clinomania è un comportamento tipico di coloro che soffrono di disturbi depressivi. La letargia, combinata con il traumatico risveglio mattutino, a volte si manifesta come una completa incapacità di muoversi secondo l’esperto. I sintomi sono come quelli di chi fa fatica a svegliarsi al mattino al suono della sveglia. Non bisogna però confondere una temporanea riluttanza a rimettersi in piedi con un vero e proprio disturbo che rischia di condizionare la vita sociale dell’individuo. Le cause del disagio devono essere indagate partendo dall’analisi accurata del vissuto del soggetto che ne soffre. Egli potrebbe sviluppare la patologia quale conseguenza di una depressione latente e insospettata. Quest’ultima non gli consente al clinomane di affrontare come dovrebbe il mondo al di fuori al di fuori della sua comfort zone, rappresentata dal suo caldo e accogliente e letto. La natura della clinomania può essere approfondita e analizzata accuratamente grazie all’intervento e supporto di un bravo psicologo. Grazie al suo intervento si potrebbe elaborare una buona ragione per abbandonare il letto. Lo psicologo potrebbe guidare il clinomane nell’analisi delle cosiddette “ferite ataviche” che sono alla base di questo atteggiamento difensivo nei confronti del mondo. Secondo il dottor Sartel è possibile anche uscire dalla “trappola” della clinomania da soli cercando di crearsi degli stimoli e obiettivi che consentono di attivarsi al mattino. Numerosi clinomani fanno inoltre fatica ad addormentarsi la sera. Si potrebbe aiutarli a ristabilire il ciclo sonno/veglia con un integratore a base di melatonina. Utile sarebbe anche uscire ed esporsi alla luce del sole durante la giornata. Permette di potenziare la serotonina, l’ormone del benessere. Fondamentale è poi approfondire l’origine di questa tendenza a voler rimanere al letto al mattino. Potrebbe celare dei risvolti patologici sui quali è di estrema importanza intervenire efficacemente e tempestivamente. Non è da escludere che potrebbe solo trattarsi di una sola marcata pigrizia. In questo caso l’esperto consiglia di imporsi di assecondarla solo ed esclusivamente nelle sole ore notturne, quando il letto rappresenta il luogo ideale per un qualitativo sonnellino rigenerante.

Fabrizio Barbuto per “Libero quotidiano” il 3 dicembre 2019. Se quel vostro insopprimibile desiderio di restarvene a letto viene interpretato come banale pigrizia, da oggi avete un buon motivo per mettere a tacere tutti quanti: ad inchiodarvi al materasso potrebbe non essere l' accidia, bensì un disturbo volgarmente noto come "sindrome del dormiglione" o, se preferite, "clinomania" o "disania". Si tratta di una patologia che non vanta un riconoscimento medico ufficiale ma che continua a mietere vittime cui, non di rado, viene ingiustamente attribuita indolenza e fannullaggine. Il clinomane - a dispetto di quanto pensa chi vede di mal occhio alla sua abulia - non può opporsi allo strenuo bisogno di avvolgersi tra le lenzuola, pertanto vive come un trauma l' abbandono di quel giaciglio nel quale sarebbe capace di trascorrere interi giorni o settimane. Il dottor Mark Salter, del Royal College of Psychiatrist, in un articolo di Bbc Three enuncia: «Diasania è un termine usato raramente per esprimere il fatto che non ci si riesce a tirare giù dal letto al mattino. È un comportamento a volte riscontrabile in coloro che soffrono di disturbi depressivi. La letargia, combinata con il traumatico risveglio mattutino, a volte si manifesta come una completa incapacità di muoversi». I sintomi della patologia in oggetto sono comuni un po' a chiunque fatichi a tollerare il rintocco della sveglia, ma non bisogna confondere una temporanea riluttanza a rimettersi in piedi con un disturbo che rischia addirittura di castrare la vita sociale dell' individuo.

SINTOMI E CAUSE. Peraltro, non ci si scopre clinomani per ragioni inesistenti: infatti, come lo stesso Salter osserva, le cause del disagio vanno indagate nei trascorsi di vita dell' indisposto. Egli potrebbe sviluppare la patologia quale conseguenza di una depressione che, agendo latente e insospettata, lo depriva degli stimoli necessari ad affrontare il mondo al di fuori della sua cosiddetta "zona di comfort", vale a dire quella in cui si sente al sicuro. È così portato a intravedere, nel suo caldo e accogliente giaciglio, un surrogato postumo del grembo materno, dove gli è concesso di mettere in stand by la propria vita in attesa che il peggio sia passato. Ma non sempre il malato è cosciente di quale sia la sostanza del "peggio" da cui cerca rifugio sotto il piumone, e per approfondirne la natura potrebbe tornargli utile il supporto di uno specialista: lo psicologo dovrebbe costituire una buona ragione per abbandonare il letto poiché, con il suo intervento, si prefigge di mettere a fuoco le ferite ataviche che hanno fatto da humus alle abitudini del clinomane. Ma anche da soli si può trovare il modo di uscire dal tunnel di una disforia che si traveste d' accidia. Allo scopo occorre riconoscere con se stessi che qualcosa non va, così da imbrigliare il proprio stile di vita imponendogli una nuova routine. E dunque, cari clinomani in lettura, chi vi da dei "fannulloni" sbaglia nei modi, tuttavia dovreste dare ascolto al suo spartano tentativo di mettervi a confronto con una realtà sulla quale dovete agire. Potreste, ad esempio, ristabilire il ciclo sonno/veglia con un integratore di melatonina: stare sempre a letto e non esporsi mai alla luce del sole, a lungo andare, rischia di stravolgere il bioritmo alimentando il circolo vizioso del disturbo. Fondamentale è poi approfondire la natura del vostro bisogno di stare a letto e, qualora celasse davvero dei risvolti patologici, intervenite; se invece si tratta solo di una marcata pigrizia, imponetevi con voi stessi di conciliarla esclusivamente nelle sole ore notturne, quando il materasso potrebbe divenire un ospitale complice del riposo anziché un fortuito sabotatore dell' equilibrio esistenziale.

·        Il Diabete.

Da repubblica.it il 5 dicembre 2019. Un nuovo farmaco per i pazienti con diabete di tipo 2, oltre 4 milioni di italiani. E' infatti ora disponibile anche in Italia, rimborsato dal Servizio sanitario nazionale, semaglutide, farmaco agonista del recettore del Glp-1 di ultima generazione. Somministrato per via iniettiva, con una penna pre-riempita, una sola volta a settimana indipendentemente dai pasti, unisce, rispetto ai farmaci disponibili - spiega una nota della Novo Nordisk, l'azienda che produce il farmaco- superiore efficacia nel controllo della glicemia e del peso corporeo a benefici per il cuore, e in ultima analisi la riduzione del rischio di complicanze del diabete.

Circa 4 milioni di persone. "Sono circa 3,4 milioni di pazienti in Italia con diabete di tipo 2 rilevati da Istat nel 2017, pari al 5,7% della popolazione nazionale. A loro vanno aggiunte circa 1 milione di persone che hanno la malattia, ma non ne sono consapevoli", spiega Stefano Del Prato, professore di Endocrinologia presso l'Università di Pisa. "Il Glp-1 - commenta Agostino Consoli, professore di Endocrinologia presso l'Università degli Studi 'G. D'Annunzio' Chieti-Pescara - è un ormone fisiologico che svolge molteplici azioni nella regolazione del glucosio e dell'appetito, nonché nel sistema cardiovascolare. Semaglutide è un analogo del Glp-1, omologo al 94% a quello umano, le cui modifiche strutturali consentono la somministrazione settimanale". Secondo i ricercatori, fino al 79% dei pazienti raggiunge l'obiettivo terapeutico. Per questo il documento di consenso delle società scientifiche americana ed europea Ada/Easd 2018 riconosce semaglutide come una valida ed efficace opportunità già in una fase precoce del trattamento.

La patologia. "Le persone con diabete del nostro Paese - spiega Carlo Bruno Giorda, direttore della struttura complessa di Diabetologia dell'Asl Torino 5 - godono complessivamente di un buon controllo della malattia, soprattutto rispetto alla situazione che si riscontra in molte altre nazioni. Ciononostante, secondo i dati degli Annali Amd 2018 di Associazione medici diabetologi, nel diabete tipo 2 solo una persona su due, esattamente il 50,9%, ha un valore di emoglobina glicata (HbA1c) inferiore al 7%, soglia richiesta dalle principali linee guida di cura della malattia". Il valore dell'emoglobina glicata (HbA1c) è il parametro che indica il livello di controllo della malattia ossia misura l'efficacia della cura. "Il primo obiettivo da perseguire, come medici diabetologi - sottolinea Francesco Giorgino, professore di Endocrinologia presso l'Università di Bari “Aldo Moro” - è quello di mantenere la glicemia il più possibile sotto controllo, perché è ampiamente dimostrato quanto la riduzione del livello di emoglobina glicata di un solo punto percentuale sia in grado di ridurre drasticamente le complicanze del diabete: di oltre un terzo (-37%) quelle microvascolari, responsabili ad esempio del danno renale, del 14% l'infarto cardiaco, del 12%l'ictus e del 21% la morte correlata alla malattia".

Gli studi scientifici. Semaglutide - prosegue la nota - è stato oggetto di un ampio programma di studi clinici, che va sotto il nome di Sustain, che ha dimostrato la superiore efficacia della molecola nell'abbassamento del livello di emoglobina glicata. Ad esempio, nello studio Sustain 7, dove il confronto è con un altro farmaco agonista del recettore del Glp-1, semaglutide ha ridotto la HbA1c di 1,8 punti percentuali rispetto all'1,4 quando entrambi i farmaci venivano somministrati al massimo dosaggio. Analogamente, nello studio Sustain 2, semaglutide, valutato testa a testa con un inibitore del Dpp-4, ha mostrato una riduzione tra 1,4 e 1,6 punti percentuali, a seconda del dosaggio, rispetto a 0,5 punti percentuali con il Dpp-4.

Cala il peso corporeo. Semaglutide mostra, inoltre, un importante effetto di riduzione del peso corporeo. "Un'azione che ha un significato rilevante", precisa Basilio Pintaudi, medico diabetologo presso l’'Asst Grande Ospedale Metropolitano Niguarda. "Infatti, sempre dalle rilevazioni degli Annali Amd 2018, emerge come il 41,2% delle persone con diabete tipo 2 sia obesa e il 39% sovrappeso. Cioè, 8 persone con diabete tipo 2 su 10 hanno un peso eccessivo, con tutte le conseguenze che questo comporta. Tenere contemporaneamente sotto controllo glicemia e peso è certamente un importante vantaggio". Sempre nello studio Sustain 7, semaglutide ha ridotto, dopo 40 settimane, il peso corporeo di 6,5 chilogrammi rispetto ai 3 chilogrammi ottenuti con l'agonista del Glp-1 di confronto, e nello studio Sustain 2, dopo 56 settimane, tra i 4,3 e i 6,1 chilogrammi rispetto a 1,9 chilogrammi dell'inibitore del Dpp-4.

Riduzione del rischio cardiovascolare. L'altro punto di forza di semaglutide è la riduzione del rischio cardiovascolare, "la prima causa di morte e disabilità nel diabete tipo 2 a livello mondiale - chiarisce Angelo Avogaro, professore di Endocrinologia e Malattie del metabolismo presso l'Università degli Studi di Padova, che aggiunge - Una persona con diabete tipo 2 ha un rischio di andare incontro a coronaropatia o infarto sino a quattro volte superiore alle persone sane". Anche in questo caso, la dimostrazione dell'efficacia di semaglutide viene dal programma Sustain e precisamente da uno studio della durata di 2 anni, randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo - Sustain 6 - che ha valutato l'impatto del farmaco sugli eventi cardiovascolari. Semaglutide riduce il rischio cardiovascolare, rispetto al placebo, del 26%. Efficacia dimostrata su controllo glicemico e peso corporeo e riduzione del rischio cardiovascolare, associate alla possibilità di somministrarlo una volta a settimana rendono dunque semaglutide un farmaco comodo e semplice da utilizzare. "Le sue caratteristiche cliniche lo rendono indicato e dunque utilizzabile nel paziente non adeguatamente controllato, sin dalle prime fasi della cura del diabete tipo 2", conclude Avogaro.

·        Le malattie neurodegenerative. La Sla, la Demielinizzazione, ecc.

Demielinizzazione, cos’è la patologia che ha colpito Fedez. Notizie.it il Il rapper italiano Fedez, durante una puntata del programma “La Confessione”, ha rivelato a Peter Gomez di essere affetto da demielinizzazione. Di che patologia si tratta? E quale correlazione c’è tra questa e la sclerosi multipla?

Cos’è la demielinizzazione. Secondo la scienza, la demielinizzazione è un processo patologico che interessa i nervi del nostro corpo, protetti da un rivestimento chiamato, appunto, mielina. Questa sostanza è come l’involucro di un filo elettrico che protegge i cavi di metallo al suo interno. Grazie all’isolamento garantito dalla mielina, i segnali dei neuroni possono viaggiare con maggiore velocità. Quando questa si consuma o si danneggia, i nervi smettono di funzionare correttamente. Questi si possono deteriorare fino a causare problemi all’interno del cervello e in tutto il corpo. La condizione che danneggia la guaina di mielina è detta demielinizzazione. Questa patologia può svolgere un ruolo importante in molte malattie croniche. Il danno può portare anche al deterioramento degli assoni, che hanno il compito di trasmettere i segnali nervosi. L‘infiammazione è la causa più comune di un demielinizzazione o danno alla mielina. Altre cause possibili sono:

Infezione da virus

Problemi metabolici

Perdita di ossigeno

Compressione fisica.

Demielinizzazione e sclerosi multipla. La sclerosi multipla è una malattia neurodegenerativa autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale. Le difese immunitarie del nostro organismo scambiano erroneamente la mielina per una sostanza estranea e la danneggiano attaccandola. Si tratta della patologia demielinizzante più comune con 2.3 milioni di persone colpite in tutto il mondo. È una malattia cronica in cui si verifica demielinizzazione nella materia bianca del cervello e nel midollo spinale. Nelle zone in cui la mielina si trova sotto attacco da parte del sistema immunitario, si formano delle placche di tessuto cicatriziale. Il nome “sclerosi” indica infatti una cicatrice. Spesso queste anomalie si verificano in varie aree del cervello nel corso degli anni.

Perché è una patologia radiologica isolata. Il cantante ha raccontato di aver ricevuto una diagnosi di sindrome radiologicamente verificata. Si tratterebbe, in realtà, di una sindrome radiologicamente isolata, ovvero un’anomalia compatibile con le lesioni caratteristiche della sclerosi multipla, riscontata però in un soggetto che non presenta alcun sintomo della malattia. Quando un paziente si sottopone a una risonanza magnetica per un controllo e risultano lesioni compatibili con la sclerosi multipla, senza che vi siano altri sintomi, si tratterebbe di una sindrome radiologicamente isolata: una condizione per cui non è possibile prevedere se svilupperà, o meno, un’effettiva sclerosi multipla.

Michele Bocci per “la Repubblica” il 6 dicembre 2019. Il professor Giancarlo Comi coordina l' area neurologica dell' Istituto San Raffaele di Milano. È tra i maggiori esperti italiani di sclerosi multipla. Di che tipo di patologia si tratta?

«È una malattia infiammatoria del sistema nervoso centrale. Ne colpisce la sostanza bianca, cioè la mielina, è quindi detta demielinizzante».

Qual è il suo esordio?

«Nell' 85 per cento dei casi inizia con un episodio acuto, che porta il paziente a fare controlli. Nel resto dei casi si manifesta in maniera subdola. Questa forma si chiama primariamente progressiva, perché appunto progredisce in modo continuo e costante».

Come viene diagnosticata?

«Lo strumento fondamentale d' indagine è la risonanza magnetica, che ci fa vedere le strutture nervose danneggiate dalla malattia. Poi ci sono anche altri esami, come lo studio delle vie nervose centrali e quello del liquido spinale che ci dice se nell' organismo è in atto un processo infiammatorio».

Quanti sono i pazienti in Italia?

«Si stimano 120mila malati».

Come si manifesta?

«Ha un' estrema variabilità. Ci sono persone che conducono una vita normalissima e altre che a causa della forma progressiva hanno difficoltà motorie, di equilibrio e stabilità, che ovviamente interferiscono sulla qualità della vita.

Esistono farmaci per combatterla?

«Adesso ne abbiamo quasi 20 a disposizione. Questa è l' unica tra tutte le malattie neurodegenerative, come ad esempio la Sla, per la quale esistono medicinali efficaci a bloccarla o rallentarla. Ma prima ci si muove, meglio è».

Capita spesso che si scopra una demielinizzazione per caso?

«È una dinamica che conosciamo bene quella della scoperta di un reperto occasionale grazie a un esame fatto senza un sospetto specifico. La chiamiamo sindrome radiologicamente isolata, che può anche non portare allo sviluppo della malattia».

Perché si chiama così?

«Perché c' è solo un aspetto radiologico, non associato ad una alterazione rilevabile sul piano clinico. Spesso appunto si tratta di una cosa del tutto irrilevante».

Quanto spesso?

«Su 100 casi del genere, dopo 5 anni circa il 45 per cento sviluppa la malattia. Dopo 10 anni la percentuale sale fino al 60-65 per cento. Agli altri non succede niente».

Come si segue questa condizione?

«Vanno fatti controlli annuali per almeno 5 anni. La persona interessata non si deve allarmare. E poi se la malattia si manifesta è positivo averla scoperta in quel modo, perché si può mettere in atto un trattamento precoce, che può essere molto efficace».

·        La Cervicalgia, più semplicemente chiamata "cervicale".

Il telefonino aumenta il rischio di lesioni a collo e testa (perché ci si distrae quando lo si usa). Pubblicato sabato, 07 dicembre 2019 da Corriere.it. I telefoni cellulari sono un dolore unico e non fanno male solo a collo e schiena (causa cattiva postura che si assume per smanettarci), ma anche a volto, occhi, naso, orecchie e testa, visto che il numero di lesioni che ha interessato quelle zone del corpo è aumentato drasticamente dal 2007 a oggi, ovvero da quando la Apple ha messo in vendita il primo iPhone. A trovare il nesso fra l'avvento e la diffusione dei telefonini e l'incremento dei danni fisici è stato uno studio appena pubblicato sulla rivista JAMA. Analizzando un campione di 2501 casi segnalati dal database nazionale del pronto soccorso Usa, i ricercatori hanno appunto scoperto che la maggior parte delle lesioni al collo e alla testa lamentate dalle persone di età compresa fra i 13 e i 29 anni (leggi tagli, contusioni, lividi, abrasioni e problemi agli organi interni) era correlata all'uso del telefono cellulare, come ad esempio guidare senza prestare attenzione o camminare mandando messaggi. Nel dettaglio le lesioni alla testa sono aumentate del 33%, al viso del 32,7%, al collo del 12,5%. Le lacerazioni sono aumentate del 26,3%, le contusioni del 24,5%, le lesioni agli organi interni del 18,4%. E sebbene molte ferite non fossero preoccupanti o gravi al punto da richiedere il ricovero in ospedale, le conseguenze sul lungo termine potevano essere comunque rilevanti. «Le lacerazioni al viso e le conseguenti cicatrici possono scatenare ansia e ridurre l'autostima - hanno scritto infatti gli autori dello studio - soprattutto in presenza di un'infezione, che può aumentare la necessità di dover ricorrere a interventi di chirurgia estetica». Come detto, l'analisi dei dati ha evidenziato come gli incidenti legati ai telefonini fossero rari prima del 2007, per poi aumentare vertiginosamente negli ultimi due decenni. Secondo lo studio l’incidenza degli incidenti è aumentata costantemente, con un incremento di 8,99 nuovi casi per 1 milione di persone/anno nel 2007, con un picco di 29,19 nuovi casi per un milione di persone/anno nel 2016. «Sebbene la popolarità dei telefonini fosse in aumento prima di quel momento, le loro funzioni erano comunque limitate - hanno spiegato ancora i ricercatori - e quindi, rispetto agli smartphone di oggi, avevano meno probabilità di diventare delle distrazioni».

Letizia Gabaglio per “Salute - la Repubblica” il 7 dicembre 2019. Da novembre in poi ogni mal di testa, di denti o qualunque disturbo alla spalla è sempre colpa della cervicale. Persino il mal di schiena. Ma davvero c' entra sempre o è un mantra che viene ripetuto senza che vi sia un minimo di affidabilità scientifica? Premettiamo che quello cervicale è uno dei dolori più diffusi: ne soffrono prima o poi praticamente tutti, gli specialisti stimano si tratti del 60% della popolazione. Inizia come un episodio acuto, ma nel 10% dei casi può addirittura diventare cronico. Parliamo della cervicalgia, più semplicemente chiamata "cervicale", dal nome della parte della colonna che sorregge la testa, il rachide cervicale. « Il fenomeno non accenna a diminuire - ha spiegato Mario Manca, presidente degli Ortopedici e traumatologi ospedalieri d' Italia ( Otodi) durante il Trauma Meeting di ottobre a Riccione - e il dolore al collo, ma anche alla nuca e alle spalle, coinvolge sempre di più un numero enorme di persone. E molti, indipendentemente dalla loro età, sono costretti a vivere con dolori ricorrenti e invalidanti al collo». A seconda dell' età le cause possono essere diverse: nei giovani adulti è principalmente una questione di postura scorretta e di movimenti repentini, e molti studi accusano il ricorso massiccio a tablet e cellulari, che viziano la postura; negli anziani possono agire anche delle alterazioni causate invece dall' artrosi. « Il rachide cervicale è il tratto della colonna più mobile e quindi più fragile - spiega Francesco Falez, presidente della Società italiana di ortopedia e traumatologia - e il torcicollo è per questa zona specifica l' equivalente del colpo della strega sul tratto lombare ma. Diversamente dalla parte più bassa della schiena dove ci sono però gli addominali a compensare la posizione sbagliata, nel collo non ci sono muscoli che possano contrastare la postura scorretta». Così il dolore si irradia, va a colpire le spalle e arriva fino alle braccia, interessare anche la regione interscapolare e in generale tutte le parti del corpo in qualche modo legate al collo: non di rado le persone che soffrono di cervicale lamentano infatti anche mal di testa, soffrono di bruxismo - digrignano cioè i denti, specialmente durante il sonno - hanno giramenti di testa e vertigini. Tutti sintomi associati al torcicollo anche se non esistono evidenze che facciano luce sul rapporto di causa- effetto. « Quello che sappiamo per certo è che la cervicalgia è frutto di una inadeguatezza posturale in cui la testa si protende in avanti annullando la fisiologica curva in avanti del collo », aggiunge Falez. Imputati numero uno - appunto - gli schermi: quelli di computer, cellulari e tablet. Troppe ore passate seduti davanti al pc, abitudini sbagliate come parlare al cellulare tenendolo fra spalla e guancia oppure giocare e chattare al telefonino con il collo sempre abbassato. In questo caso - dicono gli esperti - basterebbe alzare le braccia e portare lo schermo all' altezza degli occhi per limitare i danni. Diversi studi, infatti, cominciano a trovare un' associazione fra queste abitudini e la frequenza del mal di collo. L' ultimo, firmato dai ricercatori dell' università della Giordania e pubblicato su Plos One, ha trovato nella popolazione studentesca un' associazione significativa fra torcicollo e ore passate a mandare messaggi o guardare video al cellulare. Di più, c' è anche chi azzarda che il mal di collo da cellulare sia da considerare un nuovo disturbo specifico e chi come Kenneth Hansraj della New York Spine Surgery and Rehabilitation Medicine - ha calcolato che inclinare il collo fino a 60° alla ricerca del video equivalga a sopportare un peso di oltre 27 chili. È lo sforzo necessario a contrastare la forza di gravità esercitata sulla testa - che in posizione verticale, con le orecchie sopra la linea delle spalle, pesa oltre 4 chili - in maniera crescente all' aumentare dell' inclinazione. La postura corretta è quindi la chiave per prevenire il dolore, insieme alla respirazione: se si usa il diaframma per inspirare è difficile che i muscoli delle spalle e del collo si contraggano. « Ci sono numerose evidenze del fatto che lo stress e l'emotività giocano un ruolo importante nell' esordio del torcicollo - spiega Flavia Santoboni, fisiatra all' ospedale universitario Sant' Andrea di Roma e all' Istituto di medicina e scienza dello sport del Coni - ma non sempre è possibile tenere questi fattori sotto controllo. Quindi se non riusciamo a prevenire l' insorgere del problema e il dolore dura a lungo bisogna agire: il primo passo è pianificare una visita dal fisiatra per stabilire il percorso di riabilitazione. Attenzione però: non esiste una cura che vada bene per tutti, ognuno risponde in maniera diversa sia ai farmaci sia alle altre terapie » . Di miracoli non se ne fanno, soprattutto se non si corregge la postura.

Da “Salute - la Repubblica” il 7 dicembre 2019. Seduti nelle sale d'attesa dei medici di famiglia se ne possono trovare a bizzeffe. Sono le persone che soffrono di cervicalgia, il dolore alla cervicale, disturbo che è secondo solo al mal di schiena come sintomo riportato nelle consultazioni. Eppure basterebbero piccole correzioni allo stile di vita e qualche accortezza in più per riuscire a prevenire o quanto meno contenere il problema. Già, perché il mal di collo è principalmente una questione di cattive abitudini, come ha certificato anche un gruppo di ricercatori svedesi del Karolinska Institute che ha valutato la storia di oltre 5mila persone descrivendo cosa ha scoperto su BMJ Open. Ebbene, potrà sembrare banale, ma chi ha una vita salutare - non fuma, beve con moderazione, fa attività fisica e mangia 5 porzioni di frutta e verdura al giorno - ha un rischio inferiore di soffrire di dolore al collo persistente rispetto a chi non segue queste indicazioni. Una protezione che funziona più nelle donne che negli uomini. Per un risultato ancora più efficace, per cercare cioè di prevenire l' insorgere del dolore - soprattutto se si è particolarmente soggetti alla cervicalgia - oltre a vivere secondo i principi dei sani stili di vita, si possono seguire i 10 consigli che ci ha dato Flavia Santoboni, fisiatra presso l' azienda ospedaliera Sant' Andrea di Roma e all' Istituto di Medicina e scienza dello sport del Coni. Consigli da mettere in pratica tutti i giorni oppure non appena si avvertono le prime rigidità o gli accenni di un dolore che, se non si interviene per tempo, rischia di condizionare fortemente la quotidianità.

AL LAVORO. Evitare le posture scorrette e prolungate in ufficio: se si usa il computer il terminale va posto all' altezza degli occhi. Occorre regolare l' altezza della sedia in modo da non dover abbassare la testa per inquadrare lo schermo. Se si deve mantenere la stessa posizione a lungo, programmare almeno un momento di riposo ogni ora. Alzandosi e guardando anche fuori dalla finestra.

IL CELLULARE. Non passate ore con il collo piegato e il capo proteso in avanti per guardare il cellulare. Se non se ne può fare a meno, portare lo schermo all' altezza degli occhi, alzando le braccia o poggiandolo su un rialzo, e muovere il collo ogni 20 minuti. Per capire quanto i muscoli siano in tensione fate un bel respiro profondo abbassando le spalle al momento di buttare fuori l' aria.

MUOVERSI! Combattere la sedentarietà, che peggiora l' atteggiamento posturale sbagliato, con almeno 3 ore a settimana di attività fisica moderata associata a esercizi di stretching della muscolatura cervicale. Non servono grandi sforzi, basta una passeggiata di mezz' ora al giorno. A casa eseguire gli esercizi di allungamento dei muscoli del collo. Importante indossare calzature comode.

YOGA E TAI CHI. Migliorare la flessibilità della colonna vertebrale, agendo sia sugli arti superiori sia su quelli inferiori. Yoga, tai chi, qi gong sono discipline che rinforzano i muscoli favorendone l' allungamento e allo stesso tempo rilassano la mente. Va bene anche la ginnastica posturale o in generale tutti gli esercizi fisici dolci che richiedono uno sforzo moderato.

ATTENTI AI PESI. Attenzione agli sport di potenza, come la pesistica, perché la sollecitazione degli arti superiori è grande e lo sforzo potrebbe portare a contratture o strappi. Bisogna sempre avere la supervisione di personale esperto. In ogni caso dopo l' allenamento va dedicato il giusto tempo allo stretching che deve riguardare tutti i gruppi muscolari che sono stati sollecitati.

VIA DALLE CORRENTI. Evitare l' esposizione diretta a correnti fredde o all' umidità soprattutto se si è seduti a lungo a lavorare, leggere o guardare la tv. Anche se non ce ne accorgiamo, in risposta alla sensazione sgradevole di freddo i muscoli del collo e delle spalle si contraggono gradualmente e possono rimanere così anche per ore. In generale, è bene non passare mai più di 60 minuti nella stessa posizione.

IL BIMBO PESA! Evitare movimenti bruschi e torsioni, o i salti sui tappeti elastici: in questo caso si rischia il famoso colpo di frusta perché il ritorno del movimento non è controllato. Anche sollevare sacchetti della spesa troppo pesanti, prendere in braccio un bambino, spostare pesi da uno scaffale all' altro sono movimenti da evitare in caso di dolore acuto e da fare con attenzione se si soffre di torcicollo.

MOMENTI DI RELAX. Riconoscere e lavorare sulle cause di stress e tensione quotidiana. Il dolore è infatti correlato ad aspetti di natura emotiva e psichica e lo stress è un potente regolatore della percezione del dolore. Se non è possibile evitare le situazioni stressanti è bene programmare momenti di rilassamento, per esempio una lezione di yoga a fine giornata. O un massaggio rilassante.

LA RABBIA FA MALE. Evitare di pensare negativo. Potrebbe sembrare semplicistico, ma ci sono studi osservazionali che dimostrano come un atteggiamento di catastrofismo e la rabbia prolungata siano fattori prognostici sfavorevoli: rallentano cioè la guarigione del torcicollo perché alimentano una risposta infiammatoria da parte dell' organismo che dura nel tempo.

IL CUSCINO GIUSTO. Usare un cuscino anatomico per la cervicale. Insieme al fisiatra è bene passare in rassegna tutte le proprie abitudini, per individuare quelle su cui vale la pena agire. Come si riposa è una di queste: la posizione della colonna deve essere il più possibile naturale e favorire il rilassamento. A seconda di come si dorme - supini, su un lato - si potrà scegliere il cuscino anatomico più indicato.

AUMENTANO GLI INCIDENTI? È COLPA DELLO SMARTPHONE. Francesco Malfetano per “il Messaggero” il 12 dicembre 2019. Centinaia di lacerazioni al viso o al collo. Migliaia di contusioni più o meno gravi, traumi cerebrali, schiene compromesse o addirittura organi interni feriti. Un vero e proprio bollettino di guerra le cui cause però non vanno ricercate in chissà quale scontro o nell'utilizzo di armi. I responsabili infatti sono gli innocui smartphone. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha rivelato come dal 2007 - considerato l'anno zero della rivoluzione dei cellulari, a partire dalla presentazione del primo iPhone - i dispositivi siano diventati causa di numerosi infortuni sia indiretti (un incidente mentre si cammina con lo sguardo fisso sullo schermo ad esempio) sia diretti, come l'esplosione della batteria. Lo smartphone in pratica è la causa di tutta una nuova serie di traumi di cui gli utenti sembrano inconsapevoli. Capita così di vedere qualcuno sbattere contro un lampione mentre controlla il proprio account Instagram o, ancora peggio, che l'uso dello smartphone causi un incidente automobilistico. Ma anche di «rompersi il naso mentre, sdraiati a letto a guardare il telefono, ci sfugge di mano» perché sul punto di addormentarsi o - come riporta lo studio - di «essere morsi da un serpente dopo averlo calpestato perché distratti dal telefono». Una piccola e tragica galleria degli orrori (o della distrazione) raccolta da Boris Paskhover, coautore dello studio pubblicato sulla rivista scientifica Jama Otolaryngology e responsabile dei reparti di chirurgia plastica facciale e ricostruttiva presso la scuola medica di Rutgers nel New Jersey. «Nessuno riterrebbe mai giusto leggere un libro mentre si sta camminando, perché invece dovrebbe esserlo leggere un intero articolo sullo schermo di un telefono? Eppure lo fanno tutti. Lo faccio anch'io» ha sottolineato Paskhover che analizzando i dati raccolti tra gennaio 1998 e dicembre 2017 da circa 100 ospedali negli Stati Uniti, ha stimato 76.000 casi di infortuni da smartphone approdati nei pronto soccorso americani. Ma l'emergenza in realtà riguarda tutto il mondo ed è dovuta in gran parte alla distrazione degli utenti (1 caso su 4) che il più delle volte sono pedoni - con un boom particolare che riguarda l'utilizzo della app di Pokémon Go, il gioco in realtà aumentata che spopola tutt'ora - o, peggio, automobilisti. Non è un caso se, secondo un report Istat del 2018, in Italia ben 36mila incidenti (16,2% del totale) siano attribuibili alla distrazione dovuta all'uso del telefono alla guida. Per i pedoni invece è stato addirittura coniata un'espressione ad hoc: «Smartphone walking». Un fenomeno che sta portando le istituzioni di tutto il mondo a prendere delle iniziative. Ad esempio in Olanda, nella cittadina di Bodegraven, è in corso la sperimentazione di particolari semafori che proiettano a terra la luce verde, arancione o rossa in modo che sia visibile agli zombie dello schermo. Nel New Jersey è stata approvata una legge che prevede una multa di 50 dollari per chi cammina utilizzando lo smartphone e, in caso di recidiva, scatta l'arresto fino a 15 giorni. In alcune zone di Bruxelles, in Belgio, e della città cinese di Chongqing all'interno delle zone pedonali sono state invece introdotte delle corsie preferenziali per i pedoni che camminano e scrivono messaggi o controllano le e-mail. A Bolzano invece da qualche mese sono comparsi dei cuscinetti fucsia attorno a cartelli stradali e pali della luce per proteggere l'incolumità di chi cammina con la testa china sul cellulare. Posizione quest'ultima che, come sottolineato dallo studio americano e confermato dalla Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (Siot), nasconde anche altri pericoli, soprattutto per i più piccoli. I casi di cifosi da smartphone registrati nelle scuole medie inferiori negli ultimi 10 anni infatti sono aumentati del 700%. «Stare chinati con le spalle in avanti per ore - spiega Carlo Ruosi, Professore di Ortopedia e Traumatologia Università Federico II di Napoli - è assolutamente sconsigliabile per bambini che hanno ancora le vertebre in via di formazione. Una situazione che a lungo andare le fa crescere deformate».

·        Le Malattie rare.

La lotta di Marta, Laura e gli altri contro una rara infezione batterica. Pubblicato mercoledì, 30 ottobre 2019 su Corriere.it da Maria Giovanna Faiella. Il «Libro bianco sulla malattia polmonare da micobatteri non tubercolari» di Osservatorio Omar fa luce su una patologia spesso diagnosticata in ritardo, orfana di terapie efficaci e di tutele. Racconta Marta (nome di fantasia): «Tutto è cominciato circa tre anni fa con un forte colpo di tosse e delle tracce di sangue sul fazzoletto che avevo usato per coprirmi la bocca. Dopo mesi di angoscia, analisi ed esami, otto TAC, PET e ripetute broncoscopie è arrivata la diagnosi: infezione da NTM, malattia polmonare da micobatteri non tubercolari. Mi sentivo sollevata: non avevo un tumore al polmone; tuttavia, i medici mi dissero che si tratta di un organismo difficile da eradicare e la malattia può ripresentarsi. Dopo aver assunto per mesi un cocktail di antibiotici, con pensanti effetti collaterali, pensavo di avercela fatta, invece, a distanza di qualche mese dall’eradicazione, sono tornati i sintomi. Ho ripreso la terapia antibiotica in uno stato d’animo di ansia e depressione». Laura, affetta da NTM dal 2008: «A gennaio 2010 rimasi in isolamento per una ventina di giorni, trattata come i malati di tubercolosi, ma la mia condizione era diversa – ricorda –. A livello economico, poi, non c’è nessun aiuto, non è prevista l’esenzione dal ticket nemmeno per la TAC, e ne ho fatte una decina, una totalmente a mie spese, oltre a broncoscopie, radiografie, analisi di laboratorio, spirometrie e altri controlli periodici». Le testimonianze di Marta, Laura e altri pazienti sono state raccolte nel «Libro bianco sulla malattia polmonare da micobatteri non tubercolari, una malattia rara e orfana», presentato al Senato. Realizzato da OMAR-Osservatorio Malattie Rare in collaborazione con Amantum, Associazione Nazionale Malati da NTM, col contributo di Insmed, il volume fa luce su questa patologia ancora sconosciuta, orfana di terapie efficaci e di tutele, non essendo inserita nell’elenco delle malattie rare che danno diritto all’esenzione (allegato 7 al DPCM sui Lea, Livelli essenziali di assistenza). «Il libro bianco – spiega il professor Stefano Aliberti, del comitato esecutivo di IRENE, Osservatorio italiano delle micobatteriosi polmonari non tubercolari – nasce dalla necessità di approfondire le conoscenze su questa malattia orfana e rara e di mettere a punto un percorso diagnostico basato su una virtuosa interazione fra tutti i medici e gli operatori sanitari coinvolti nella presa in carico del paziente, al fine di sviluppare i corretti approcci terapeutici». Aggiunge Giovanni Sotgiu, specialista in malattie infettive all’Università di Sassari e membro del Comitato scientifico dell’Associazione Amantum: «A differenza di chi è affetto da tubercolosi, il paziente colpito da questo tipo di infezione non ha punti di riferimento e, in preda allo sconforto e al senso di desolazione, si isola sul piano sociale». La malattia polmonare da micobatteri non tubercolari è una rara e grave infezione batterica a trasmissione ambientale, provocata da micobatteri diversi da quelli che causano la tubercolosi, presenti nell’ambiente, in particolare nel suolo e nell’acqua. I più a rischio di contrarre l’infezione sono gli ultracinquantenni, le persone con infezione da HIV, i pazienti che soffrono di fibrosi cistica o patologie polmonari quali la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), chi è in cura con terapie immunosoppressive. I sintomi più comuni sono febbre, calo di peso, tosse, stanchezza, disturbi gastrointestinali, sudorazione notturna, presenza di sangue nell'espettorato, che può richiedere frequenti e prolungati ricoveri in ospedale. Spesso la diagnosi arriva in ritardo quando il paziente ha già sviluppato una patologia polmonare; inoltre, la resistenza agli antibiotici di gran parte dei micobatteri non tubercolari rende complicato il percorso terapeutico con pesanti ripercussioni sulla qualità di vita dei malati e il lavoro, oltre ai costi economici da sostenere. Da qui le richieste dell’Associazione dei pazienti di inserire la malattia polmonare da micobatteri non tubercolari nell’elenco delle malattie rare esenti, di istituire un registro di patologia e garantire la presa in carico multidisciplinare da parte di un team di professionisti quali pneumologo, infettivologo, microbiologo, radiologo, fisioterapista respiratorio.

Malattie rare: Micol, come una bambola di porcellana. Le Iene il 17 ottobre 2019. Veronica Ruggeri ci parla di malattie rare e della storia di Micol, l’unica bambina in Italia a soffrire la malformazione del gene wwox. In questi giorni tutti i giornali stanno parlando di Mila, una bambina americana affetta da una malattia rara. Solo 20 persone in tutto il mondo la soffrono e purtroppo è mortale. Alcuni medici di Boston hanno creato un farmaco personalizzato per la bambina. Così la piccola che sembrava spacciata, ora inizia a stare meglio. Questo caso ha aperto un importante dibattito. È economicamente possibile creare cure così specifiche per pochi pazienti? E in Italia qual è la situazione di chi soffre di malattie rare? Veronica Ruggeri ce ne parla stasera a Le Iene e ci racconta la storia di Micol, una bambina di due anni che sembra una bambola di porcellana. Lei è l’unica paziente italiana ad avere questa malattia degenerativa che al momento nel nostro Paese non viene studiata. Se siete medici visitate la pagina ilsorrisodimicol e mettetevi in contatto con mamma Beatrice. Invece per Giorgia che ancora non sa il nome della sua malattia, trovate qui la relazione sulle sue condizioni tradotta anche in inglese, cliccate qui per leggerla.

Nasce con l'Ittiosi Arlecchino: i genitori lo abbandonano in ospedale. La vicenda a Torino, dopo il piccolo nato con fecondazione eterologa è affetto da Ittiosi Arlecchino. Pina Francone, Mercoledì 06/11/2019 su Il Giornale. È nato quest’estate, ad agosto, all’ospedale Sant’Anna di Torino. Ma appena dopo il parto, i suoi genitori lo hanno abbandonato. Il motivo? Il piccolo è nato con una malattia rara e grave che colpisce un bambino su un milione, rendendone la pelle squamata. Si tratta dell'Ittiosi Arlecchino, patologia che obbliga chi ne soffre a rimanere lontano dal sole e bisognoso, specialmente nei primi anni di vita, di un'assistenza attenta e continua, vista anche le importanti difficoltà respiratorie. La storia di Giovannino – questo il nome del neonato – è stata raccontata da La Stampa, che racconta anche come l'infante sia nato da fecondazione eterologa (quella, per intenderci, in cui i due gameti vengono uniti artificialmente, provenendo – il seme o l'ovulo – da un soggetto esterno alla coppia). Dopo il parto, come detto, la scoperta della malattia e il conseguente abbandono dei genitori. Ora, il piccolo è amorevolmente accudito dalle infermiere del personale medico-sanitario del nosocomio torinese, ma fra due mesi si dovrà trovare una sistemazione per Giovannino, visto che l'ospedale può farsi carico del piccolo solo fino al compimento del sesto mese di età. Purtroppo, però, al momento, nessuna famiglia si è fatta avanti per adottarlo, così come nessuna richiesta è stata avanzata da alcuna casa-famiglia. Nelle ultime, ore, però, è scattata una vera e propria gara di solidarietà volta a trovare una sistemazione al piccolo. Giovannino è un piccolo miracolo, visto che la disfunzione congenita di cui soffre, solitamente, prevede un tasso di mortalità molto alto; infatti, chi nasce con l'Ittiosi Arlecchino muore nelle prime settimane di vita, mentre il piccolo protagonista di questa storia ha superato brillantemente la fase acuta della patologia. Ciò nonostante le sue aspettative di vita rimangono basse.

Che cos'è l’Ittiosi Arlecchino. Detta anche cheratosi fetale diffusa, l’Ittiosi Arlecchino (o feto Arlecchino) è una grave disfunzione congenita della pelle ed è così chiamata in quanto la cute colpita si presenta con grosse squame-placche a forma di rombo che ricordano la celebre maschera bergamasca della commedia dell'arte. I neonati che ne soffrono, nascono spesso prematuri e riescono a vivere anche solo poche ore o pochi giorni prima di decedere. Di cure efficaci non ce ne sono ancora: l'unica terapia possibile, per tamponare il male è la somministrazione dei cosiddetti retinoidi, che regolano la crescita delle cellule dell'epitelio. Colpisce, in media, un bimbo su un milione, ma vista la mancanza di informazioni epidemiologiche certe, si pensa che la malattia possa manifestarsi ogni 500mila nascite.

Malattie rare: Giovannino, 4 mesi abbandonato dai genitori in ospedale. Le Iene il 6 novembre 2019. Il piccolo Giovannino ha 4 mesi ed è stato abbandonato alla nascita in ospedale dai genitori perché ha una patologia rarissima, e adesso parte la gara di solidarietà. Veronica Ruggeri ci ha raccontato altri casi di bambini colpiti da malattie rare, per cui non esiste né cura né ricerca perché costa troppo. Giovannino ha 4 mesi e una malattia rara che lo obbliga a vivere lontano dai raggi del sole. Ma anche lontano dall’affetto di una famiglia, perché a causa di questa grave patologia lo hanno abbandonato in ospedale. È la terribile storia di un bimbo torinese, che da quando è nato vive al Sant’Anna di Torino. La sua patologia si chiama “Ittiosi Arlecchino” e comporta grosse placche su tutta la pelle, una disfunzione congenita per la quale non c’è guarigione definitiva e il tasso di mortalità è alto. I genitori di Giovannino, che lo hanno concepito dopo una fecondazione eterologa, hanno deciso che non se la sentivano di affrontare tutto questo, e lo hanno abbandonato. Il Comune ha subito allertato le numerose case famiglia del territorio, ma al momento per Giovannino non c’è posto. Ora è scattata una gara di solidarietà per aiutarlo, con il Cottolengo di Torino che si è dichiarato disposto ad accoglierlo. Del dramma delle malattie rare ci ha parlato Veronica Ruggeri nel servizio che potete rivedere qui sopra. È la storia di Micol, l’unica bambina in Italia a soffrire la malformazione del gene wwox. Mentre per Giorgia non c’è neppure un nome per la sua patologia. Veronica Ruggeri ci racconta le storie di bambini come questi, lasciati soli con le loro malattie rare perché non si ricorda di loro neppure la ricerca. Micol non può parlare, camminare e neppure essere lasciata sola per due secondi. La malattia le crea continue crisi epilettiche durante le quali la bimba smette di respirare. E in alcuni casi deve essere rianimata con l’ossigeno. La giovanissima mamma di appena 21 anni, Beatrice, racconta: “Ho scoperto di aspettarla appena 18enne, avevo da poco lasciato il papà di Micol. Mi sono ritrovata sola e incinta. È stato il panico”. Nessuno però nota il gene malato della piccola perché a quel tempo non era conosciuta. “Micol nasce e non piange. Poi sono arrivate le prime crisi”, racconta la mamma. Ogni volta la bimba si irrigidisce e spalanca gli occhi. “Non si possono neanche più contare da quante sono”, dice Beatrice. Per i primi sei mesi di vita, nessuno capisce che cosa abbia. Poi arriva la diagnosi: malformazione del gene wwox. “In Italia lei è l’unica e in America danno una prognosi di vita di tre anni”, spiega Beatrice. Nel mondo ci sono 19 bambini come lei. Un farmaco non esiste nel nostro paese e nessuno avvia la ricerca. “Un bimbo costa tanto, Micol ancora di più per la fisioterapia privata, i farmaci. Viviamo con il suo accompagnamento e le donazioni”, dice la mamma. Veronica Ruggeri ci racconta anche di Giorgia, una bimba di appena 4 anni con una malattia rara, ma che nessuno sa cosa sia. “A 3 anni ha iniziato a camminare piegata in avanti. Pensavo imitasse i personaggi dei cartoni animati”, racconta la mamma. Ma la situazione si aggrava improvvisamente: “Non riusciva più a muoversi dal collo in giù”. Viene ricoverata in terapia intensiva, è in coma. Nessuno sa che cosa sia successo. In Italia non c’è alcun caso simile.

Bambini lasciati soli con le loro malattie rare. Li aiutiamo? Le Iene 18 ottobre 2019. Veronica Ruggeri ci parla di malattie rare e della storia di Micol, l’unica bambina in Italia a soffrire la malformazione del gene wwox. Mentre per Giorgia non c’è neppure un nome per la sua patologia. Aiutiamo queste bambine e le loro famiglie? Veronica Ruggeri ci racconta le storie di bambini lasciati soli con le loro malattie rare. Di loro non si ricorda neppure la ricerca perché sono talmente pochi in Italia e nel mondo che non è vantaggioso economicamente investire. Micol non può parlare, camminare e neppure essere lasciata sola per due secondi. La malattia le crea continue crisi epilettiche durante le quali la bimba smette di respirare. E in alcuni casi deve essere rianimata con l’ossigeno. Al suo fianco c’è la giovanissima mamma di appena 21 anni, Beatrice, e la nonna. “Ho scoperto di aspettarla appena 18enne, avevo da poco lasciato il papà di Micol. Mi sono ritrovata sola e incinta. È stato il panico”. Nessuno però nota il gene malato della piccola perché a quel tempo non era conosciuta. “Micol nasce e non piange. Poi sono arrivate le prime crisi”, racconta la mamma. Ogni volta la bimba si irrigidisce e spalanca gli occhi. “Non si possono neanche più contare da quante sono”, dice Beatrice. Per i primi sei mesi di vita, nessuno capisce che cosa abbia. Poi arriva la diagnosi: malformazione del gene wwox. “In Italia lei è l’unica e in America danno una prognosi di vita di tre anni”, spiega Beatrice. Nel mondo ci sono 19 bambini come lei. Un farmaco non esiste nel nostro paese e nessuno avvia la ricerca. “Un bimbo costa tanto, Micol ancora di più. Fa fisioterapia privata, farmaci, osteopatia. Viviamo con il suo accompagnamento e le donazioni”, dice la mamma. Micol fatica a respirare, due volte al giorno ha bisogno di essere attaccata a un macchinario. Lei dorme attaccata a un respiratore nel caso dovesse avere crisi di notte. La giornata di Micol inizia con il bagnetto per farlo bisogna mettere lo scotch su tutti i tubicini. Poi è il momento della fisioterapia con la fisiatra e delle visite. Come Micol c’è Giorgia, una bimba di appena 4 anni con una malattia rara, ma nessuno sa che cosa abbia. “A 3 anni ha iniziato a camminare piegata in avanti. Pensavo imitasse i personaggi dei cartoni animati”, racconta la mamma. Ma la situazione si aggrava improvvisamente: “Non riusciva più a muoversi dal collo in giù”. Viene ricoverata in terapia intensiva, lei è in coma. Nessuno sa che cosa sia accaduto. In Italia non c’è alcun caso simile. Dall’altra parte del mondo c’è Mila, una bambina americana affetta da una malattia rara. Solo 20 persone in tutto il mondo la soffrono e purtroppo è mortale. “A tre anni ha iniziato a camminare in modo storto e a cadere”, racconta la mamma a Veronica Ruggeri. “Più di 100 medici l’hanno visitata prima della diagnosi: una malattia rara chiamata Batten”. Mila perde la vista e la parola con continui attacchi epilettici. Al Boston Children Hospital creano un farmaco sul dna della bimba che ha preso il nome da lei. “Oggi sorride e riesce anche a camminare. Abbiamo bisogno di avanzare il lavoro nel mondo delle malattie rare”, racconta la mamma. Così bambini come Micol, Giorgia e tanti altri possono avere speranza di crescere. La storia di Mila ci insegna che per trovare soluzioni è necessario innanzitutto parlare di questi casi.

La cantante con le ossa di vetro: che noia il pietismo sui disabili. Pubblicato lunedì, 21 ottobre 2019 da Corriere.it. Lei è «Lulu Rimmel», la ragazza bambola che sembra uscita da un film di Tim Burton: parrucca vistosa, corpetto stretto, trucco pesante e ukulele in mano. Un’anima gotica in un corpicino di un metro. All’anagrafe è Veronica Tulli, cantante romana di trent’anni con osteogenesi imperfetta, anche detta «sindrome delle ossa di vetro»: le sue sono tenute insieme da chiodi per non deformarsi. Perfino inciampare può causarle una frattura, ma non è un buon motivo per starsene immobili nell’eterna paura di cadere. «Mentre gli altri imparavano a camminare io “mi trasferivo” dal passeggino alla sedia a rotelle: a tre anni sfrecciavo nei corridoi dell’ospedale ed ero il terrore di mia madre», racconta ridendo. «Sono in carrozzina da sempre, ma non abbandono i miei sogni per questo». Il più grande è la musica: canta da quando ha memoria, ma a fare sul serio inizia a 17 anni. «Ho preso lezioni di canto e gospel. Da lì in poi non ho mai smesso di studiare: ora sono iscritta a Beni culturali, sezione musicale, a Tor Vergata. Per anni ho girato l’Italia con una band, ma mi mancava una dimensione mia. Allora ho provato a costruirmi un percorso da solista». Da un lato i «Pancake Drawer», il duo nato da un annuncio social per cercare un chitarrista che arrangiasse canzoni scritte da lei. Dall’altro «Lulu Rimmel», la bambola dark, tatuata dalla testa ai piedi, che Veronica si è cucita addosso: seduta - inevitabilmente - per tutto lo spettacolo, spesso su un pianoforte, proprio come le bambole poggiate sui mobili di casa. Ma mai sulla sedia a rotelle. «Non mi piace portarla sul palco - spiega -. È solo qualcosa che mi serve per camminare. Non è tutto ciò che sono, anzi non mi rispecchia affatto. E rompe lo schema di ciò che voglio trasmettere». Musica e basta: Veronica odia le etichette, le trova banali. «Che palle il pietismo sui disabili - taglia corto -. Non c’è mai un equilibrio: o ci vedono come esserini da proteggere o ci ignorano». Ma «Lulu Rimmel» sa come smontare gli stereotipi: nel salotto bohémien della «Bottega degli artisti», a Prati, la ragazza bambola è trasgressiva e «un po’ sacrilega», come dice lei. Il pubblico la vede muoversi a scatti. Capisce che è umana solo quando inizia a cantare. E resta stupito nel sentire che, da quella voce soave, escono anche battute sconce, turpiloquio, inviti al sadomaso come in «Picchiami Johnny», successo francese degli anni Cinquanta: «Amo l’amore che fa bum!». «Di fragile Veronica ha solo le ossa», scherza Antonio Di Domenico, regista romano che su di lei e la sua carriera ha girato un documentario. Si chiama «Cuore di bambola», anteprima martedì 22 al cinema Barberini. «Non vediamo l’ora - dicono entrambi -. Siamo stati tra i docufilm in concorso al Giffoni festival. Noi, con la nostra creatura autofinanziata, al cospetto di giganti prodotti, ad esempio, dalla Bbc. Un onore». La vita di un’artista in 75 minuti. Un’artista e basta. Senza pensare troppo alla disabilità. «Volevamo raccontare una storia in cui possono rispecchiarsi tutti - spiega il regista -, quella di una cantante che cerca di emergere e fare della musica un lavoro». Il risultato è lo stesso che ottiene la ragazza bambola: scardinare stereotipi. «Bellezza, sensualità, fascino non sono preclusi ai disabili. “Lulu Rimmel” lo dimostra». Tre anni di riprese ed ecco «Cuore di bambola». Come il cuore con la serratura che Veronica ha tatuato sul petto: «L’ho fatto dopo una storia finita male – racconta -. Mi ha insegnato che il cuore è prezioso e, quello sì, fragile. Va messo sotto chiave e conservato un po’ per sé, anche se ci si innamora. Mai regalarlo completamente a qualcuno». 

Osteogenesi imperfetta, i malati dalle ossa di cristallo: “Salvate quell'unità”. Le Iene il 24 novembre 2019. Veronica ha 30 anni e, come altre 1.200 persone in Italia, soffre di osteogenesi imperfetta, una malattia rara che rende le ossa fragilissime. Per loro esiste un’unità specializzata dell’ospedale Umberto I di Roma. Sta per essere chiusa, lasciando i malati senza le cure d’eccellenza che offriva: l’appello assieme alla nostra Nina Palmieri. “Ho avuto più di 50 fratture entro i 15 anni”. È questo il tormento della vita di Veronica, una ragazza di 30 anni affetta da osteogenesi imperfetta. Si tratta di una malattia molto rara, che colpisce circa 1200 italiani. Chi ne soffre ha ossa fragilissime, che rischiano di spezzarsi a ogni minimo contatto. Come se fossero delle bambole di cristallo. “Non mi sono fermata davanti quasi a niente”, ci racconta Veronica, che è anche protagonista del documentario 'Cuore di bambola'. “Non è che puoi vivere dentro a una campana di vetro. Poter fare anche pochi passi mi ha permesso di vivere una vita più indipendente”. E come lei ci sono altri, anche piccolissimi, che soffrono di questa malattia. Nel servizio che potete vedere qui sopra con Nina Palmieri abbiamo raccolto le storie di alcune di loro. Per assistere tutti questi malati esiste un'eccellenza in Italia, un’unità speciale all’ospedale Umberto I di Roma. In quindici anni di attività questo centro specializzato ha offerto cure di primissimo livello a tutti coloro che sono affetti da osteogenesi imperfetta. L’unità però adesso sta per essere assorbita dentro una più ampia struttura, dove si rischia di perdere alcuni dei servizi di eccellenza che lì sono offerti. “È allucinante che un centro così importante stia chiudendo”, ci dice Veronica. Ad accogliere i malati in questa unità specializzata c’è la dottoressa Martini, l’ortopedica numero uno in Italia per questa malattia: “Ci sono bambini che ho cominciato a trattare quando avevano pochi giorni di vita e adesso sono giovani adulti che ho operato decine di volte”, ci racconta. “Il paziente ha a disposizione degli specialisti praticamente 24 ore al giorno”. L’importanza di quel centro deriva anche dalla delicatezza che richiedono gli interventi su chi soffre di osteogenesi imperfetta. Esiste una tecnica particolare per riparare le ossa rotte: in Italia ci sono solo due persone in grado di praticarla e una di queste è la dottoressa Martini. L’unità operativa “è una macchina perfetta che stanno mandando alla demolizione, pezzo per pezzo la stanno smontando. E non si capisce perché, non stanno nemmeno rinnovando i contratti dei dipendenti”, ci racconta la mamma di un bambino malato. Tra le persone che hanno gli accordi in scadenza c’è anche la dottoressa Martini, che nonostante sia una eccellenza nel suo campo non potrà più stare al fianco di questi piccoli. E questo nonostante abbia pure vinto un concorso: “Da dicembre purtroppo non lavorerò più”. Così il medico più esperto d’Italia sarà costretta ad andare altrove. E non si capisce quale sia la motivazione di questa chiusura: l’unità infatti era in grande attivo e garantiva entrate economiche all’ospedale. I genitori dei bambini malati sono determinati a non far chiudere questo centro e si sono rivolti a tutte le autorità possibili. Compreso il Papa. Hanno raccolto firme e la loro protesta è arrivata pure in Parlamento. Nina Palmieri è andata a parlare con il professor Panella, direttore generale del policlinico Umberto I, che ha assicurato che nulla cambierà per i 1.200 malati di osteogenesi imperfetta. Noi ovviamente ci auguriamo che sia davvero così.

·        I meteorosensibili e meteoropatici.

Melania Rizzoli per “Libero quotidiano” il 31 ottobre 2019. Con i mutamenti climatici in atto sta aumentando la quota di meteorosensibili e meteoropatici, e a creare problemi in queste ultime settimane è la brusca variazione dei parametri, quando i passaggi dal caldo al freddo, dal sereno alla pioggia sono sempre più improvvisi, violenti e frequenti nella nostra penisola. La meteoropatia in medicina è classificata come un disturbo psichico e fisico di tipo neurovegetativo, che si verifica in determinate condizioni del tempo meteorologico o in quello delle situazioni climatiche stagionali. Il meteoropatico è un individuo particolarmente neurolabile, dal carattere volubile, predisposto ad essere fragile in situazioni di intenso stress, incline a cambiare umore a seconda delle condizioni del cielo e ad accusare disturbi ancora prima che si verifichino mutamenti delle condizioni meteorologiche, manifestando una fase acuta corrispondente alla variazione del tempo, come irritabilità, nervosismo, aggressività, insonnia, apatia e depressione, con una altrettanto rapida attenuazione, e scomparsa dei sintomi, alla fine della perturbazione atmosferica. In occasione di episodi ventosi o temporaleschi, accompagnati da una diminuzioni della pressione atmosferica, con pioggia, umidità e cielo nuvoloso, il meteoropatico accusa l' acuirsi di sintomi patologici, come avviene ad esempio per chi soffre di emicrania, asma, artrosi, reumatismi o allergie, con peggioramenti dell' umore causati dalla diminuzioni delle endorfine, le sostanze chimiche di natura organica prodotte dal cervello, dotate di proprietà analgesiche, la cui carenza induce diminuzione della sopportazione del dolore con contemporanea ridotta capacità delle difese immunitarie. Tutti coloro che lavorano quotidianamente vivono con un livello di stress piuttosto elevato, che mette alla prova le personali capacità di compensazione, ed inoltre passando la maggior parte delle giornate in ambienti condizionati, si perdono un po' le capacità naturali di adattamento. Ebbene, in questi ultimi mesi sono sempre di più i soggetti che accusano disagi anche 2-3 giorni prima di una perturbazione, che avvertono minime differenze di pressione ed elettricità in anticipo, inclusi i parametri chimici dell' aria, i quali iniziano 72 ore prima di un mutamento del tempo.

STRESS DELL' ORGANISMO. Quando le condizioni meteorologiche cambiano, l' organismo deve adattarsi ad esse e subisce naturalmente uno stress. Chi è sano e stabile psicologicamente però, non ne risente affatto, mentre chi è più vulnerabile non riesce a compensare l' alterazione e manifesta disagi; le donne e gli anziani sono più sensibili, così come chi soffre di alcune patologie, come ad esempio l' ipertensione, e tali soggetti, quando la temperatura cambia bruscamente, hanno un rischio maggiore di palpitazioni, tachicardia e crisi ipertensive, mentre chi è afflitto da cefalea o sindromi osteoarticolari vede acuirsi i fastidi, perché al variare dei parametri meteorologici si riduce la loro soglia del dolore. Il soggetto meteorosensibile è quello che quando cambia il tempo è più vulnerabile ai disturbi, mentre il vero meteoropatico ha un calo sostanziale della qualità di vita con un malessere generale che ne compromette in maniera evidente la quotidianità.

PROBLEMI DIFFUSI. La persona neurolabile, spesso di genere femminile, è quella dotata di particolare sensibilità ed emotività, difficilmente adattabile a contesti ed eventi nuovi, e l' instabilità del sistema neurale risulta una problematica sempre più diffusa, dovuta al l'incremento di elementi della normale vita quotidiana vissuti come negativi, che si ripercuotono pesantemente sul tono dell' umore e delle relazioni sociali, influenzando i sistemi di adattamento e del metabolismo. La meteoropatia non è associata a malattie pre-esistenti, pur essendo tipica di personalità particolarmente vulnerabili, ma dipende esclusivamente dai cambiamenti meteorologici, che influenzano lo stato di salute, e chi soffre di patologie varie subisce l' azione del clima in modo maggiore, accusando peggioramenti psichici e fisici. Sentirsi un po' giù o più assonnati quando il tempo volge al brutto è quasi normale, ma non riuscire ad alzarsi dal letto, non uscire di casa o avere una ricaduta dell' artrosi è da considerarsi patologico. Secondo le stime ufficiali i meteoropatici sono circa il 6% della popolazione, i meteorosensibili invece il 40%, poiché tutti noi un po' "sentiamo" il tempo, anche se non ce ne accorgiamo, non abbiamo veri e propri sintomi e non ne siamo condizionati.

MALEDETTA UMIDITÀ. Una ricerca dell' Università di Manchester ha certificato che il fattore più importante associato al peggioramento dell' umore e del dolore scheletrico è l' umidità, due componenti che peggiorano notevolmente nei giorni di pioggia, mentre tale associazione non è stata osservata correlata alla temperatura, ma è stato dimostrato che chi soffre di artrosi, una malattia degenerativa delle cartilagini, assiste al riacutizzarsi dei dolori con il freddo e le temperature rigide dei mesi invernali, mentre chi è affetto da artrite, una patologia infiammatoria che provoca danni articolari, subisce l' acuirsi del dolore quando quando il clima è caldo e afoso, quindi con l' aumento delle temperature, e non con il loro abbassamento. Insomma, l'"effetto meteo" varia certamente a seconda del disturbo del paziente, ma vira soprattutto a seconda della sensibilità individuale al clima. Nella maggior parte dei casi la meteoropatia si manifesta con disturbi dell' umore, con tendenza all' isolamento , ansia, malinconia e sintomi depressivi, insonnia e cefalea, aumento della dolorabilità a livello articolare e muscolare, ma si possono osservare anche disturbi del sistema cardiovascolare, della pressione sanguigna, cardiopalmo, tachicardia, pesantezza e dolorabilità retrosternale. Occorre precisare che il tempo da solo non può essere causa di questi disturbi ma, nei soggetti predisposti, può peggiorare quelli già preesistenti. Di norma la "sindrome meteoropatica" si manifesta 48/72 ore prima dell' arrivo di una perturbazione, perdura qualche giorno, per andare a scemare man mano che il tempo si stabilizza, e nel caso in cui le alterazioni atmosferiche siano una di seguito all'altra, i sintomi tendono a diminuire di intensità, verificandosi di fatto una sorta di adattamento. Non esistono rimedi farmacologici specifici diretti, ed occorre alleviare i sintomi attraverso binari sedativi in caso di ansia acuta e di antidolorifici in caso di riacutizzazione di dolori articolari o cefalee. Nelle forme croniche, oltre ad ansiolitici e blandi antidepressivi è utile la somministrazione di complessi vitaminici e magnesio, in particolare modo nelle donne.

SINTOMI DEPRESSIVI. La meteoropatia è quindi la conseguenza di una esagerata reazione del sistema nervoso centrale che si verifica quando, durante un brusco cambiamento climatico, il cervello impartisce ordini sbagliati alle ghiandole neuroendocrine, e questo spiega il motivo per cui molte persone ipersensibili alle variazioni del tempo cadono in uno stato d' ansia con sintomi depressivi. I meteoropatici tendono infatti a chiudersi in casa, ad evitare di esporsi al clima ritenuto negativo, senza capire che ridurre la propria esposizione alla luce naturale risulta proprio uno tra gli elementi ambientali che più influenzano questa sindrome e di conseguenza la salute fisica e psichica, poiché si riduce la produzione di mediatori chimici fondamentali, quelli che entrano in gioco nei periodi di sovraffaticamento o di stress. Vivere sempre a temperatura controllata è sbagliato, perché si disabitua l' organismo agli sbalzi di caldo e freddo, il quale si impigrisce e reagisce in modo anomalo, diventando incapace di riequilibrare la propria omeostasi, che è all base dei disturbi, i quali spesso coinvolgono e contagiano anche le persone che vivono accanto al meteoropatico, le quali diventano presto insofferenti ai continui cambiamenti d' umore di questi soggetti, che trascorrono la vita condizionati dalle nuvole e dalla pioggia, imputando tutta la loro instabilità psichica al maledetto cielo.

·         Le cure (nel lettino di casa) per i bambini terminali.

Le cure (nel lettino di casa) per i bambini terminali. Pubblicato domenica, 20 ottobre 2019 da Corriere.it. Luca non parla, è allettato da sempre, una malattia metabolica rara lo ha condannato sin dai primi mesi di vita all’immobilità. Comunica con gli occhi. Chiude le palpebre quando vuole essere lasciato in pace. Se il terapista finge di non capire, con la forza della mente rallenta i battiti del cuore. Il suo respiro si fa lento, profondo. Dorme, apparentemente. E appena quello se ne va, riapre gli occhi più vispi di prima. «Ecco, stai sorridendo, sei un briccone», gli dice la nonna, solo lei ammessa nella stanza. Luca ha 15 anni, è un bambino terminale, negli ultimi mesi è peggiorato, gli viene somministrata la morfina. Ma la famiglia è sempre riuscita a tenerlo a casa. Perché un’équipe multispecialistica ruota attorno a lui venti ore su ventiquattro. È uno dei 140 bambini che la Fondazione Maddalena Grassi segue ogni anno, a Milano e nella provincia di Monza e Brianza. In quasi trent’anni, da quando è nata, ha costantemente ampliato il proprio raggio d’azione seguendo i bisogni via via emergenti. In principio, i pazienti in Aids conclamata, poi le cure ai disabili psichiatrici, e poi i bambini. Come Ricky, che a 6 anni pesava nove chili e ha avuto un tracollo improvviso per colpa di una sindrome ancora senza nome. «Per farlo respirare – racconta Erika Preti, che con Catia Tognoni coordina l’équipe e organizza gli interventi ritagliati a misura di ogni bambino – gli hanno messo una tracheo (un tubicino nella gola). All’epoca in ospedale, dov’era ricoverato ritenevano che prolungasse la sua sofferenza». La famiglia ha insistito. Ricky è stato dimesso. Da quel giorno, grazie all’Adi (assistenza domiciliare integrata), sono passati tre anni e mezzo. «Oggi lo portiamo anche a scuola. Ricky - continua Catia Tognoni - ha imparato a leggere». Il cruccio degli operatori è «che le scuole non sono pronte ad accogliere questi bambini. Spesso bisogna lottare per i loro diritti». Eppure quanti documenti (nazionali e internazionali) «sottolineano che queste cose vanno fatte», dice Maurizio Marzegalli, cardiologo, tra i primi a credere nell’Adi per i pazienti più piccoli, che sarà al centro di un convegno il 18 ottobre, al Centro Congressi Fondazione Cariplo di Milano. «La fondazione è nata da una esperienza di volontariato di medici, infermieri e amministratori di quattro grandi ospedali milanesi, Policlinico, San Carlo, Niguarda, de Marchi, ospedale di Melegnano e altri. Seguivamo a casa i malati difficili dopo le dimissioni dal reparto - spiega il medico - perché ci eravamo resi conto che altrimenti rientravano in pronto soccorso in condizioni sempre peggiori». Il sogno, però, era di trovare fondi «per strutturare un servizio vero e proprio», continua Marzegalli. L’occasione arrivò da una donazione importante della famiglia Grassi, seguita da altre ancor più significative: «I genitori volevano ricordare la figlia 19enne, Maddalena, morta di fibrosi cistica. Da sempre ci occupiamo di questi bambini, che hanno bisogno di terapie e cure continue». Albi è uno di loro, ha 19 anni, è nato con un danno cerebrale da parto oltre alla fibrosi. «È cresciuto con noi – dicono con orgoglio Erika e Catia – e va a scuola, perché al di là del risultato è importantissimo per lui stare con i coetanei». «Quando siamo partiti, negli Anni 90, l’emergenza erano i malati di Aids. Così abbiamo aperto una casa di accoglienza a Seveso (Mb), in una villetta donata dai coniugi Gina e Mario Zarpellon. Poi ne sono state attivate altre due a Concorezzo (Mb)». Oggi quei malati vivono più a lungo. Qualcuno ha un minimo di autonomia, non una casa dove tornare. «Per loro ora ci sono dei mini appartamenti, dove vengono sempre seguiti dalle équipe». E mentre cresceva l’Adi, ecco nascere a Vigevano (Pv) una Residenza sanitaria disabili (per gravi stati neurologici, vegetativi, coma) e una struttura psichiatrica residenziale. La Fondazione, con il suo carico di 2.500 pazienti ogni anno, è un ospedale che non si vede, spalmato sul territorio.

·        La Pressione: Massima e minima. 

Elena Meli per corriere.it il 23 novembre 2019. Massima e minima. Fino a qualche tempo fa si parlava di pressione alta quando i valori erano uguali o superiori a 140 millimetri di mercurio per la «massima» e i 90 per la «minima». Oggi ci sono un bel po’ di distinguo e perfino una certa dose di disaccordo su che cosa si intenda per ipertensione, come ha sottolineato un recente studio pubblicato sul Journal of American College of Cardiology, che ha messo a confronto le ultime linee guida sull’argomento stilate dagli esperti statunitensi e dai loro colleghi europei. L’American College of Cardiology e l’American Heart Association infatti hanno messo nero su bianco che oltre il limite di 130/80 bisogna intervenire, perché la pressione è già da considerare troppo alta; l’European Society of Cardiology e l’European Society of Hypertension ribattono che la vecchia indicazione di tenersi sotto i 140/90 come obiettivo funziona ancora e sottolineano che non serve puntare troppo in basso, perché in alcuni casi scendere al di sotto di 120/70 potrebbe essere controproducente.

Il valore-soglia. Ma allora dove sta la verità? E quando ci si può dire ipertesi per davvero? Gianfranco Parati, coautore del confronto fra le linee guida americane ed europee e già presidente della Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa, spiega: «L’idea che si debba puntare più decisamente sotto il classico limite dei 140/90 è nata negli ultimi anni, quando è emerso che molti eventi cardiovascolari si registrano negli ipertesi in trattamento che hanno raggiunto valori attorno o appena inferiori a 140/90 e a seguito di studi che hanno mostrato come scendere al di sotto di 130 di massima conferisca un ulteriore, piccolo beneficio in termini di rischio cardiovascolare. Così gli americani hanno cambiato il valore-soglia dell’ipertensione e il target da raggiungere con le cure, senza però considerare che quando si opta per terapie più aggressive c’è un prezzo da pagare: aumentano infatti gli effetti collaterali, tanto che molti pazienti interrompono i farmaci, perdendone così ogni vantaggio e ritrovandosi fuori controllo, quindi ad alto rischio: ecco perché gli europei hanno mantenuto la soglia di 140/90 e un obiettivo terapeutico sotto i 140/90, possibilmente vicino a 130/80, consigliando di scendere più giù solo se il trattamento è ben tollerato e valutando sempre caso per caso se e quando sia opportuno essere un po’ più aggressivi. È stato fissato anche un limite inferiore: non si deve scendere al di sotto di 120/70 con una terapia, perché i rischi supererebbero i possibili vantaggi».

L’età. L’intervento deve tener conto dell’età e del profilo di rischio globale, come la presenza di altre patologie: negli anziani fragili per esempio è meglio essere «morbidi» perché potrebbero avere crolli di pressione troppo repentini col rischio di cadute e fratture; in chi ha una malattia renale cronica si può stare fra 130-140 e 70-79; nei diabetici, in chi ha avuto un ictus o un infarto e nei pazienti con coronaropatie è giusto puntare a 130/80 e anche più sotto, se ci si riesce senza andare incontro a guai.

Tempestività. «Più che focalizzarsi ad abbassare la pressione quanto più possibile in un iperteso, però, è bene cercare di correggerla appena la individuiamo: il messaggio non deve essere “più bassa è, meglio è”, ma “prima è, meglio è”», specifica Parati. «Iniziare una terapia tardi, quando la pressione ha già provocato danni irreversibili e il pericolo di eventi cardiovascolari è molto alto, significa solo tamponare le falle: si ottiene un beneficio, ma resta un rischio residuo di complicanze non indifferente perché l’ipertensione ha già avuto modo di creare danni agli organi. Curare la pressione alta quando non ha ancora fatto troppi guai e i valori sono solo di poco superiori alla norma significa avere un successo maggiore con la terapia, che funziona meglio se le arterie non sono già troppo irrigidite, e soprattutto consente di fare vera prevenzione e rimanere sani, perché non ci sono ancora alterazioni strutturali dell’apparato cardiovascolare e si può tornare alla normalità».

Stile di vita. Se si interviene con tempestività è anche più probabile evitare resistenze alla terapia e risolvere tutto migliorando lo stile di vita: come spiega Ciro Indolfi, presidente della Società Italiana di Cardiologia: «Cambiare le abitudini è indispensabile se si ha la pressione alta e spesso basta se il problema non è troppo grave o viene affrontato per tempo. La pressione scende in misura significativa se si perde il peso in eccesso, si riduce l’alcol, si passa a una dieta ricca di vegetali, cereali integrali e a basso contenuto di grassi. Serve ovviamente anche contenere l’apporto di sodio e aumentare quello di potassio. Infine, è necessario l’esercizio fisico: ogni volta che si fa attività aerobica la pressione cala visibilmente, se la si pratica con regolarità i benefici sono evidenti». Purtroppo dati raccolti di recente dal Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani dimostrano che il 62% degli ipertesi non fa alcuna attività fisica e l’82% ha una circonferenza vita superiore alla soglia di sicurezza per le patologie metaboliche e cardiovascolari, indice di un peso elevato, alimentazione scorretta e sedentarietà.

Farmaci. Se migliorare lo stile di vita non basta bisogna passare ai farmaci e qui le linee guida americane ed europee concordano: è spesso opportuno scegliere una pillola con combinazioni di principi attivi. Sottolinea Parati: «Se la pressione è solo lievemente elevata all’inizio può andare bene un singolo medicinale, altrimenti le pillole “combinate” possono aiutare: l’associazione di farmaci con meccanismi d’azione diversi ha infatti una maggior probabilità di funzionare, inoltre consente di diminuire le dosi necessarie per ogni singolo farmaco e quindi i possibili effetti collaterali, semplifica la cura e aumenta le chance che venga seguita. La scarsa aderenza al trattamento infatti è un problema. Dati raccolti in Lombardia mostrano che dopo un anno la metà degli ipertesi già non si cura più, spesso proprio per colpa degli effetti collaterali della terapia. Calibrarla bene in modo che sia più tollerabile è essenziale e oggi le combinazioni aiutano, perché non ci sono più soltanto quelle ad alto dosaggio ma ne esistono di vari tipi e a dosi differenti, anche basse». Resta il fatto che per intervenire contro l’ipertensione è essenziale diagnosticarla: pian piano la consapevolezza degli italiani sta aumentando, ma sono ancora troppi gli ipertesi che non sanno di esserlo e tuttora si stima che gli ignari siano circa un terzo del totale. «L’ipertensione è uno dei fattori di rischio cardiovascolare più importanti, aumenta infatti il rischio di infarto, scompenso cardiaco, ictus e fibrillazione atriale. Però non dà sintomi, a parte rarissimi casi (quando la pressione alta procura per esempio mal di testa e la perdita di sangue dal naso, ndr), così tuttora spesso si scopre di essere ipertesi in occasione di un ricovero per eventi cardiaci traumatici, come un infarto o un ictus. Per poter correre prima ai ripari è indispensabile misurare la pressione regolarmente, almeno una volta l’anno durante l’età adulta e ovviamente anche più spesso in caso di fattori di rischio come diabete, sovrappeso, sindrome metabolica», conclude Indolfi.

Nuovi fattori di rischio. La pressione alta? Tutta colpa di uno stile di vita sbagliato, fatto di sedentarietà, dieta scorretta, fumo. Vero, ma c’è anche altro: gli studi scientifici hanno di recente individuato altri elementi che favoriscono l’ipertensione, assai meno noti. Prima arriva il ciclo mestruale, più sale la possibilità di ritrovarsi ipertese una volta superata la menopausa: lo ha rivelato uno studio su 8mila donne cinesi e secondo gli autori, epidemiologi dell’università della Georgia, potrebbe dipendere dall’associazione del menarca precoce con uno sviluppo del sistema cardiovascolare non ottimale, che poi nel corso della vita si manifesta con una maggior probabilità di disturbi fra cui l’ipertensione. Anche i frequenti «viaggi» notturni alla toilette potrebbero essere un segno di ipertensione, stando a uno studio giapponese su 4mila persone: chi va spesso in bagno ha una probabilità del 40% maggiore di avere la pressione alta, che cresce all’aumentare del numero di risvegli per far pipì. «Il bisogno di urinare infatti potrebbe essere associato a un eccessivo incremento dei fluidi, si tratta perciò di un segnale da non sottovalutare», raccomandano gli autori. E poi i pesticidi: sono pericolosi quelli usati per la floricoltura, stando a un’indagine dell’università di San Diego condotta su ragazzini residenti in Ecuador in aree dedicate alla coltivazione delle rose raccogliendo i dati a maggio, quando la produzione è ai massimi per la festa della mamma: in questo periodo l’esposizione ai pesticidi sale e con lei pure i valori di pressione dei bimbi, che per questo poi potrebbero andare incontro più facilmente a ipertensione. E infine la liquirizia. Anche un apparentemente innocuo tè alla liquirizia può portare a una crisi ipertensiva chi è più fragile, per esempio perché anziano: lo segnala uno studio canadese che rinnova la raccomandazione a non esagerare con liquirizia e derivati se si soffre di pressione alta. Questa radice ha infatti un effetto ipertensivo molto netto, per cui è bene limitarne l’uso sia come tale sia sotto forma di caramelle, tè o infusi.

·        L’Ansia.

Valentina Di Mattei, psicologa clinica Ospedale San Raffaele, professore Università Vita e Salute San Raffaele, Milano, per “Salute - Corriere della sera” il 22 novembre 2019. Inizia e finisce con la prima lettera dell'alfabeto. Quando scatta, traccia una curva che parte da zero, si impenna e quando va bene torna a zero. A volte ci salva la vita, altre è all' origine di una folle sensazione di star per morire. Può essere leggera o estremamente materiale, corporea. Compare come una stoccata nel cuore della notte o è presente già al risveglio. Ama maschere e travestimenti. È sulla bocca di tutti perché tutti la conoscono e molti ne soffrono. È l' ansia. Secondo uno studio dell' Istituto di Fisiologia clinica del Cnr circa il 15 per cento degli italiani fa uso di psicofarmaci. Anche l' ultimo rapporto Osmed di Aifa, riporta che nel 2017 oltre 2 milioni di individui, su circa 35 milioni, hanno ricevuto almeno una prescrizione di antidepressivi. E il consumo di farmaci per il trattamento dei disturbi d' ansia è aumentato dell' 8 per cento, una curva in crescita e prima voce di spesa dei medicinali a carico del cittadino. Si assumono con funzione ansiolitica, sedativa o ipnotica. L' ansia infatti interferisce con l' addormentamento, con il risveglio e con la continuità del sonno. Cresce il consumo negli under 35, anche fra gli adolescenti (in modo spesso illegale) che ricorrono all' alprazolam con le stesse modalità di alcol e cannabis, a loro volta usati impropriamente come ansiolitici. Ma che cos' è l' ansia? Sappiamo che appartiene alla sfera dell' affettività e può avere intensità e cause diverse. Situazionale, cronica, sociale, libera fluttuante, da prestazione. Sono tante le modalità con cui si presenta. Ma innanzitutto esiste un' ansia fisiologica, normale, che da un punto di vista dell' evoluzione ci ha salvato mettendoci in fuga di fronte a una tigre. Però in molte circostanze le stesse risposte risultano inadeguate o addirittura patologiche. Non bisogna infatti dimenticare che prima di tutto l' ansia normale è un fenomeno essenziale per la sopravvivenza, un' allerta psichica dell' organismo con conseguente attivazione generale. È una reazione d' allarme, legata all' evoluzione, alla base della nota risposta al pericolo, fight or flight (combatti o scappa). Non interferisce dunque negativamente con la reazione del soggetto alla situazione, anzi, attiva e potenzia le capacità di affrontarla. Possiamo ben comprendere il rapporto tra ansia e prestazione pensando ai periodi di esame, «pericoli» più comuni delle tigri ai giorni nostri. Ad esempio, la mamma di Bianca, una bambina di seconda elementare, racconta di averla dovuta consolare perché si era «alzata con l' ansia» per le prove di esame Invalsi. Affrontate le prove, l' ansia non c' era più, lasciando il posto a un senso di leggerezza. Ma senza l' ansia Bianca non avrebbe rinunciato a qualche ora di gioco per ripassare le tabelline. Un po' d' ansia è quindi uno stimolo indispensabile per una buona preparazione, diventa patologica quando le risposte dell' organismo sono sproporzionate allo stimolo, con conseguente caduta nel livello delle prestazioni. Dunque, per capire quando si supera la soglia della normalità, dobbiamo fare riferimento all' inadeguatezza della risposta allo stimolo e a una durata prolungata. Quest' ultimo aspetto apre a un' altra importante distinzione. L'ansia può essere transitoria e contingente ( di stato ) o può essere una modalità persistente di affrontare le diverse esperienze di vita (di tratto ). Per quanto riguarda questa differenziazione stato/tratto le persone ansiose tendenzialmente sanno di esserlo e volentieri ne farebbero a meno. Più difficile capire quando si varca la soglia dal normale al patologico. Quali i segnali a cui prestare attenzione? Da un punto di vista specialistico, l' ansia viene classificata in termini operativi attraverso veri e propri criteri diagnostici. Manifestazioni o disturbi d' ansia sono presenti già in età pediatrica e persistono se non adeguatamente trattati, e sono più comuni nella popolazione femminile. L'ansia è un fenomeno che tende a manifestarsi sia sul piano cognitivo sia su quello somatico(«corporeo», ndr ), con sintomi molto vari. Sono tre le condizioni in cui l' ansia può essere definita patologica. La prima: quando la risposta ansiosa è eccessiva e non funzionale rispetto agli stimoli che l' hanno indotta e il soggetto ne è consapevole; in questi casi lo stato ansioso si manifesta con sintomatologia somatica e cognitiva, in maniera costante e non gestibile razionalmente dal soggetto, nonostante sia in grado di riconoscerne la disfunzionalità ( ansia generalizzata ). La seconda: quando lo stato ansioso si verifica in assenza di uno stimolo scatenante, sotto forma di attacco di panico. Si manifesta in modo acuto, con sintomi quali sensazione di soffocamento, sudorazione improvvisa, sbandamento, paura di morire o di perdere il controllo. A questo segue spesso un comportamento di marcato evitamento di tutte le situazioni in cui potrebbero verificarsi altri attacchi, determinando conseguenze ancora più penalizzanti degli attacchi stessi. La terza: quando lo stato ansioso e/o la paura sono irragionevoli e inappropriate risposte nei confronti di uno stimolo esterno o una situazione da affrontare. Il soggetto è consapevole della irragionevolezza e sproporzione di queste paure ma non riesce ad eliminarle e tende a mettere in atto comportamenti di evitamento (fobie ). Le ricerche degli ultimi decenni hanno messo in luce i sistemi neuroanatomici coinvolti nella modulazione degli stati d' ansia. I ricercatori hanno scomposto l' ansia in due dimensioni: preoccupazione e paura. Si tratta di caratteristiche che rimandano a due zone distinte del cervello. Sulle stesse zone si basava il classico circuito della paura di Joseph LeDoux, neurobiologo degli anni Novanta, che per primo scoprì che un agglomerato di neuroni a forma di mandorla (denominata dal greco amigdala ), aveva un ruolo fondamentale di sistema di allarme. Ancora più interessante la scoperta che essa fa parte di una vera e propria «via». In realtà, di vie LeDoux ne identificò due: la prima (low road , via bassa), rapida e istintiva, riguarda aree del cervello più primitive e «animali». Non arrivando all' elaborazione corticale, fornisce una rappresentazione dello stimolo grossolana e imprecisa, che tuttavia basta per innescare nel cervello una risposta emotiva e cominciare a reagire al pericolo. La seconda ( high road , via alta), più lenta e razionale, ne valuta, attraverso le parti più evolute del cervello, la reale consistenza. Questo sistema permette di rispondere a stimoli potenzialmente pericolosi, prima di capire esattamente cosa siano. L' interpretazione emotiva precede dunque quella cognitiva e razionale: questo è il motivo per cui stentiamo a controllare razionalmente le emozioni di fronte a una situazione minacciosa. Conferme a questa teoria sono arrivate da studi di laboratorio sui topi, e poi da lavori neuropsicologici su pazienti con lesioni dell' amigdala o della corteccia visiva. In pratica, prima scappiamo, poi, eventualmente, ci pensiamo, perché come diceva LeDoux «meglio trattare un bastone come un serpente che accorgersi troppo tardi che in realtà un bastone è un serpente». Un' alterazione di questi circuiti -un'iperattivazione o un'anomala lentezza della valutazione- sarebbe dunque implicata nella genesi dell' ansia patologica. La conoscenza della natura medico-biologica di questi disturbi dovrebbe essere portata più spesso nella pratica clinica per aiutare le persone a comprendere ciò che stanno vivendo. Non sempre infatti sono situazioni da ricondurre a reazioni psicologiche esagerate, ma dovrebbe essere spiegato il ruolo centrale dei meccanismi biologici, in parte legati a una predisposizione genetica, come mostrano studi di genetica comportamentale su gemelli e adottivi. Le teorie più attuali dunque spiegano l'ansia alla luce dell' interazione tra fattori genetici e ambientali. Storicamente, anche la tradizione psicoanalitica si è cimentata nella ricerca dell' origine degli stati d' ansia, identificando conflitti interni e inconsci di natura diversa. Più semplice la concezione cognitivo-comportamentale, che fa leva su schemi cognitivi impliciti, sedimentati sulla base di errate associazioni stimolo-risposta. È al fisiologo russo Ivan Pavlov che dobbiamo le prime osservazioni sul riflesso condizionato , da lui scoperto all' inizio del Novecento. Tutto sembra dunque ruotare intorno alla qualità degli stimoli, alla capacità del nostro cervello di processarli, elaborarli, tenerli insieme e dare una risposta. E alla loro quantità. Le sollecitazioni a cui l' uomo di oggi è sottoposto simultaneamente si moltiplicano in maniera esponenziale. I ritmi sono sempre più veloci e le esigenze sempre più pressanti. In relazione a questo, difficile non pensare all' effetto dell' ansia che concretamente blocca le capacità dell' individuo, il suo pensiero, la partecipazione alla vita, e che può indurlo a comportamenti di «evitamento». Su questi temi anche la sociologia e la filosofia stanno fornendo contributi importanti. Se, come si diceva all' inizio, è un fenomeno che riguarda quasi tutti, l' ansia è anche un fenomeno sociale. Capita di sentir parlare sempre più spesso di «società dell' ansia» e di ansia come patologia sociale. Ma già a metà dell' Ottocento, in tutt' altra società, il filosofo Soren Kierkegaard vedeva l' ansia come la paralisi derivante dall' eccessiva quantità di possibilità, di scelte, di libertà. The dizziness of freedom. Era il 1844. Immaginiamo cosa ne direbbe oggi.

·        Quando fa freddo…che fare?

Cristina Marrone per corriere.it il 15 dicembre 2019.

I rischi quando fa freddo. Quando fa freddo gli organismi viventi, compreso l’uomo, sono sollecitati a reagire per resistere alle basse temperature. L’organismo mobilita in particolare il sistema cardiovascolare, in modo che la temperatura corporea rimanga intorno ai 37°: il calore si concentra nelle parti vitali, cuore e cervello. Di conseguenza le periferie, mani e piedi, sono meno irrorati e diventano freddi. Per questo è molto importante coprirsi bene e indossare guanti caldi e scarpe chiuse per proteggere le estremità dal freddo ed evitare geloni. Va coperta anche la testa con un berretto per evitare dispersioni di calore.

Attività fisica. Se il freddo è intenso con temperature sotto lo zero l’attività fisica all’aperto, per le persone sane, non è pericolosa ma vanno prese una serie di precauzioni come bere tanto e assumere carboidrati prima di uscire. È importante che il corpo si mantenga caldo, quindi è bene indossare maglie termiche che fermano il sudore e impediscono al calore di uscire. Lo stato esterno deve essere una giacca anti vento per proteggere il corpo dal freddo. Chi soffre di malattie cardiache, asma e sindrome di Raynaud deve però evitare l’attività fisica al freddo.

Geloni e congelamento. Stare all’aperto a lungo a temperature sotto zero senza essere adeguatamente coperti può provocare geloni: se la pelle si raffredda troppo rischia di gelarsi. Naso, orecchie e guance diventano livide o color bianco-grigio. Spesso non si avverte dolore, ma nei casi più gravi, le zone colpite possono gonfiarsi, arrossarsi e coprirsi di vescicole. La cosa migliore è riscaldare le zone con un panno caldo o con gli scaldini che si utilizzano quando si va a sciare (bustine che emettono calore a contatto con l’ossigeno). Meglio ancora ripararsi in un luogo chiuso. Queste prime avvisaglie non sono da sottovalutare perché il congelamento profondo può portare alla perdita del tessuto delle dita. Le cause più frequenti del congelamento sono, oltre alle basse temperature, anche la presenza di vento forte e umidità relativa molto elevata.

Ipotermia (assideramento). Se la temperatura corporea scende sotto i 35°C le funzioni vitali non possono più considerarsi efficienti. L’ipotermia è una situazione pericolosa perché i sintomi compaiono progressivamente. In genere si pensa che l’ipotermia possa colpire solo alpinisti impegnati in scalate estreme, ma non è così. È importante riconoscere in modo tempestivo i sintomi: difficoltà a camminare, tendenza a inciampare, parlare a scatti, mancanza di coordinazione, tensione muscolare. Il rimedio è quello di entrare in ambienti chiusi e consumare liquidi caldi come tè, caffé o brodo vegetale.

Chi rischia di più? Le persone più a rischio sono coloro che soffrono di malattie cardiovascolari: come detto il freddo aumenta la circolazione sanguigna e vi è più pressione sul cuore, perché, quando il corpo perde calore, deve lavorare di più per riacquistarlo. L’età altera la sensazione di freddo: anziani e bambini sentono meno il freddo e tendono a coprirsi meno del necessario, rischiando più di altri le patologie legate al freddo.

Il vento aggrava la sensazione del freddo. Dal momento che la temperatura dell’aria è più fredda di quella corporea, sopra la pelle si crea un sottile strato di aria calda. Il vento spazza via quello strato di calore e il corpo è costantemente impegnato nello sforzo di riprodurlo, per questo la sensazione di freddo è più intensa quando c’è vento.

Che cosa mangiare. Sono da preferire pasti caldi. Sono consigliati alimenti come: pasta con i legumi o con le verdure, che forniscono energia e fibre, e il brodo caldo che apporta liquidi e proteine digeribili. Il latte e il miele possono essere un ottimo rimedio, tranne in caso di persone malate di diabete. La carne e il pesce garantiscono il giusto apporto di proteine, indispensabili per l’organismo, e forniscono calore ed energia. I pasti a base di frutta e verdura contengono vitamine e sali minerali, molto utili per difenderti dalle insidie del freddo. In generale sono consigliati tutti gli alimenti contenenti vitamina E e beta carotene (un precursore della vitamina A), in grado di stimolare le difese immunitarie. Ricorda che i cibi contenenti carotenoidi sono: carote, zucca, patate, pomodori, spinaci, carciofi, barbabietole rosse, broccoli, cavolfiori, peperoni, mentre quelli contenenti la vitamina E sono mandorle, nocciole, olio extravergine di oliva.

Che cosa bere. Anche se non si ha sete bisogna sforzarsi di bere acqua oppure bevande calde come tè e tisane o anche spremute di arance. È però importante evitare le bevande alcoliche perché danno una falsa sensazione: ci si scalda, ma i vasi sanguigni si contraggono rendendoci più sensibili al freddo. Inoltre, chi abusa dell’alcol può perdere la capacità di capire di avere freddo e non coprendosi in modo adeguato rischia l’ipotermia.

Il freddo eccessivo «congela» i meccanismi di difesa dell’apparato respiratorio. Le basse temperature sono strettamente correlate a un importante meccanismo di difesa del nostro apparato respiratorio chiamato clearance mucociliare. «Le cellule cigliate che si trovano nella trachea sono deputate a spostare verso l’esterno il muco, che ingloba polveri e minuscoli corpi estranei compresi virus e batteri penetrati nelle vie aeree. Il freddo paralizza il movimento di queste ciglia e di conseguenza il muco ristagna con tutta la sua carica virale o batterica» chiarisce il virologo Fabrizio Pregliasco. L’effetto negativo del freddo sulla clearance mucociliare è amplificato dallo sbalzo termico che si verifica nel passaggio dall’ambiente interno molto caldo e quello esterno particolarmente gelido (ma anche viceversa, in estate da ambienti con aria condizionata molto freschi ad ambienti torridi)

·        La Calvizie.

Francesco Malfetano per “il Messaggero” il 22 novembre 2019. Alla base della calvizie c'è una mutazione genetica. È la scoperta, in qualche modo rivoluzionaria, che potrebbe cambiare la vita di chi ha già perso i capelli o li sta perdendo. In futuro infatti, sfruttando il cosiddetto copia e incolla del Dna, si potrebbe trovare una cura per l'alopecia ereditaria che preoccupa centinaia di milioni di uomini nel mondo, arrivando a interessarne circa la metà di quelli con più di cinquant'anni. La chiave è nel gene che produce la proteina Map2, considerata un vero e proprio architetto dei capelli e che porta al loro diradamento e assottigliamento.

L'UNIVERSITÀ DI PECHINO. A scoprirlo sono stati i ricercatori della China Agricultural University di Pechino all'interno di uno studio sui maiali pubblicato sulla rivista della Federazione delle società americane di biologia sperimentale (Faseb). La scelta dei maiali come modello animale della ricerca ovviamente non è stata casuale: la somiglianza biologica con l'essere umano infatti li rende soggetti all'alopecia, anche se solo in casi piuttosto rari in natura. Nella prima fase dello studio iniziata diversi anni fa, i ricercatori di Pechino, guidati da Xiangdong Ding, hanno quindi selezionato esemplari adulti e neonati di maiali normali e con l'alopecia. Successivamente ne hanno esaminato le differenze soffermandosi su struttura e composizione biologica di follicoli piliferi e della pelle dei due gruppi. In questo modo i ricercatori cinesi sono riusciti a determinare soprattutto che la densità dei follicoli nei maiali normali era molto maggiore rispetto a quella degli animali privi di peli. Una evidenza che, una volta approfondite le differenze genetiche tra i due gruppi attraverso le tecniche di sequenziamento del Dna, ha permesso di individuare proprio la proteina Map2 come fattore chiave della calvizie. Non solo, dalle ricerche è anche emerso che la mutazione di questa proteina porta alla riduzione della densità dei follicoli durante lo sviluppo embrionale e a follicoli che non riescono a formarsi in modo normale.

LA TERAPIA. «Per quello che ne sappiamo - ha spiegato Ding - è la prima volta che questa proteina viene associata alla formazione dei follicoli. Con ulteriori studi si potrebbe arrivare a una possibile terapia per le malattie ereditarie dei capelli utilizzando l'editing genetico». La scoperta è «affascinante» e «imprevista» come ha spiegato Thoru Pederson, il ricercatore del Faseb che ha seguito la ricerca cinese fin dai primi passi. Pederson però, ha anche sottolineato come raggiungere una terapia genetica efficace contro la calvizie «potrebbe richiedere ancora molti anni». In pratica, almeno per il momento, chi è già rimasto senza capelli può solo sperare in alcuni promettenti test finora compiuti solo sui topi che hanno permesso di ottenere capelli cresciuti da follicoli piliferi coltivati in laboratorio oppure nella stampa 3D di follicoli ottenuti dalle cellule di alcuni donatori realizzata a gennaio scorso dalla Columbia University.

·        La carie e le speculazioni odontoiatriche.

Marco Belpoliti per “la Repubblica” il 22 novembre 2019. La pastiglia dei nonni è scomparsa. Da qualche tempo sui giornali non appaiono più le pubblicità dei prodotti per pulire le dentiere e quelle degli adesivi specifici per farle aderire al palato. Sono dunque sparite le dentiere? Probabilmente no. Tuttavia se ne vedono sempre meno. La dentiera è stato per decenni uno strumento importante per le persone anziane, e sino a tre decenni fa si era anziani in una età compresa tra i sessanta e i settanta. Poi la vita s' è allungata e la dentiera è diventa un oggetto indispensabile. La dentiera è una protesi rimuovibile, che sostituisce in parte, o totalmente, i denti mancanti. Sino a qualche tempo fa la cura dei denti era molto minore, sia nell' età infantile che in quella adulta, per cui intorno ai sessanta e settanta subentrava la necessità di provvedere a sostituire i denti mancanti avendone i mezzi per farlo. La dentiera costa non poco. Esistono vari tipi di protesi rimuovibili: la dentiera parziale, quella completa e la dentiera senza palato. Le dentiere assolvono a un doppio compito: aiutano a masticare bene e insieme migliorano l' aspetto estetico. Dopo secoli di denti mal messi, storti o caduti, gli anziani hanno cominciato ad avere denti ben distanziati, sorrisi perfetti e soprattutto denti bianchissimi. La dentiera completa è la meno costosa delle protesi; comporta la sostituzione di gran parte dei denti presenti in bocca. Esiste però una dentiera fissa che s' installa sugli impianti preesistenti, che non si toglie più di notte quando si dorme. La classica dentiera si immerge infatti nottetempo nel bicchiere insieme con la pastiglia che la ripulisce. Oggi ci sono dentiere senza palato, poiché la tecnica odontotecnica s' è evoluta. La dentiera costituisce perciò una vera e propria protesi sociale. Esistono anche strutture low cost, che la forniscono nelle unità sanitarie locali. L' aspetto estetico è diventato infatti decisivo anche per quanto riguarda la bocca: un bel sorriso fa molto. Tuttavia ora s'installano meno dentiere di un tempo, per via della diffusione delle cure dentarie, che ha diminuito la caduta di denti e la creazione dei cosiddetti impianti. L'educazione dentale attuata nelle scuole e sulla stampa ha cambiato le abitudini degli italiani. Per realizzare le dentiere occorre ancora una notevole manualità, perché si tratta di un lavoro artigianale. Sino a ieri vi provvedevano gli odontotecnici che, pur non essendo medici laureati, possedevano questa capacità e operavano nelle bocche dei pazienti. Oggi invece si usano metodi digitali per ottenere i profili delle bocche come le cosiddette Cadcam. La perdita di manualità viene in parte suffragata dalla strumentazione a disposizione. Il problema nuovo è che la crisi economica ha minato i redditi della classe media e le cure mediche non sono più per lei una priorità. Le cure dentarie costano. Tornerà la pastiglia dei nonni?

·        L’omeopatia.

«L’omeopatia non è una cura, va bandita da cliniche e ospedali». Pubblicato venerdì, 22 novembre 2019 su Corriere.it da Simona Ravizza. La campagna dell’imprenditore Nicola Bedin: «Dobbiamo tutelare le persone malate». Già 57 ospedali e ambulatori si schierano per dire no alle cure omeopatiche. «Non è una cura». Già 57 ospedali e ambulatori, anche molto noti come l’Istituto europeo di oncologia fondato da Umberto Veronesi e il Policlinico Gemelli, si schierano per dire no all’omeopatia: e l’elenco è destinato ad allungarsi. L’iniziativa è dell’imprenditore della Sanità Nicola Bedin, 42 anni, che ha deciso di chiamare a raccolta le strutture ospedaliere che bandiscono le cure omeopatiche tra le loro mura. Così sulla home del sito no-omeopatia, pubblico da sabato, campeggia la frase del premio Nobel Rita Levi Montalcini: «L’omeopatia è una non cura, potenzialmente pericolosa, perché sottrae i pazienti da cure valide». Tra le adesioni, anche quelle di movimenti scientifici come il Patto per la Scienza e la Fondazione Gimbe. Dopo un passato da manager ai vertici del Gruppo ospedaliero San Donato e del San Raffaele di Milano, all’inizio del 2018 ha fondato la società Lifenet Healthcare che oggi conta tra le sue proprietà il Piccole Figlie Hospital di Parma, gli ambulatori polispecialistici del Centro Medico Visconti di Modrone di Milano, del CeMeDi di Torino e del Lazzaro Spallanzani di Reggio Emilia, le due cliniche oculistiche Eyecare.

Perché mobilitarsi sull’omeopatia?

«Abbiamo deciso di far sentire la nostra voce a tutela delle persone malate, per evitare che cadano in equivoci e credano che l’omeopatia sia una pratica efficace che sostituisce le vere cure. Non è così, come decenni di studi comparativi hanno dimostrato».

Da dove parte la vostra posizione?

«La Federazione nazionale degli Ordini dei medici ha dichiarato che “non ci sono prove scientifiche né plausibilità biologica che dimostrino la fondatezza delle teorie omeopatiche”. E non cito altre dichiarazioni in tal senso di scienziati come Umberto Veronesi, Silvio Garattini, Alberto Mantovani».

È in cerca di polemiche?

«No, tutt’altro. Credo anzi che sia un’iniziativa doverosa. Abbiamo il dovere di rispettare le persone malate, e non esporre i meno informati al rischio di confondere questa pratica con terapie efficaci. Chi vuole utilizzare preparati omeopatici è libero di farlo. Ma non deve succedere in ospedali e ambulatori medici».

L’omeopatia però è diffusa.

«Aggiungo che oggi i preparati omeopatici in Italia sono fiscalmente detraibili. La Fondazione Gimbe ha stimato che questo provoca uno spreco di risorse pubbliche pari a 50 milioni l’anno. Questi 50 milioni potrebbero invece essere impiegati in modo virtuoso, risolvendo un problema come la carenza di medici. Si potrebbero formare duemila nuovi specializzandi. I posti oggi sono ottomila: diventerebbero diecimila, il 25% in più. Se si ha a cuore il futuro del Paese non si può non fare questi ragionamenti».

Da manager a imprenditore. L’iniziativa no-omeopatia.it è frutto anche della sua nuova vita?

Di fronte a importanti opportunità professionali a inizio 2017, mia moglie, che mi conosce bene ed era incinta del secondo figlio, mi ha fatto una domanda cruciale: “Ma tu cosa vuoi veramente fare?”. “Io voglio fare l’imprenditore”. “E allora fallo”, mi ha risposto guardandomi negli occhi. Non ho più avuto remore, nonostante si trattasse di partire da zero. Di pari passo ritengo importante mettere la faccia su ciò in cui si crede».

Non le manca il San Raffaele, che ha risanato dopo il buco da 1,5 miliardi di euro?

«Il San Raffaele è un posto straordinario. Un patrimonio del Paese. Credo che la figura di don Verzé debba essere rivalutata e ricordata. È stato un visionario. La compresenza di ospedale, centro di ricerca e università ha dato luogo a un modello che è moderno ancora oggi. La sera del mio ultimo giorno lì, l’11 settembre 2017, nell’andarmene ho percorso a piedi un tragitto lunghissimo, come se qualcosa mi stesse trattenendo lì. Quella camminata finale sembrava non finire mai. Ma fare l’imprenditore è stato qualcosa più forte di me. Ho poi cercato di fare tesoro di tutte le cose che negli anni ho imparato».

Un esempio?

«Il grande imprenditore Bernardo Caprotti citando il generale von Clausewitz una volta mi disse: “Nel successo sta il germe della sconfitta”. Intendeva dire che non bisogna mai rilassarsi nella convinzione di essere arrivati. Ma lavorare sempre guardando avanti, con senso di responsabilità».

Un altro tabù, l’Omeopatia, scrive il 4 febbraio 2019 Gioia Locati su Il Giornale. Ho visitato la scuola omeopatica Hahnemanniana diretta da Claudio Colombo, nel pavese. Avevo pronte le mie domande, a raffica, da come funziona l’Omeopatia, alle pubblicazioni. Avrei riempito il taccuino di repliche al professore farmacologo Silvio Garattini (“è solo acqua fresca”), cui va aggiunta la posizione dell’esperto di vaccini Roberto Burioni (“se qualcuno fa pipì nell’Oceano Atlantico, quella è all’incirca una diluizione omeopatica 10 CH, più concentrata delle diluizioni che trovate in farmacia, per cui meglio sperare che l’Omeopatia non funzioni”). Invece, niente di tutto questo. Prima di raccontarvi della visita, però, è importante che vi precisi la mia posizione. Sono cresciuta ignorando l’Omeopatia. Ho curato tossi e mal di gola delle mie figlie bambine con rimedi omeopatici senza sapere che lo fossero (poi i disturbi si risolvevano, ma, come insegna Garattini, i malanni passano da soli, basta saper aspettare). Con gli anni, aumentando il mio interesse nei confronti della salute, ho scelto di provare i rimedi su me stessa. Se vi dicessi che mi sono decisa dopo aver ascoltato una trasmissione televisiva mentirei, perché ero già propensa a eliminare il più possibile i farmaci, stavo gestendo i postumi di chemio, di radio, carico di ormoni e contro-ormoni…insomma, ero pronta al cambiamento ma quel report televisivo, ammetto, mi ha acceso una lampadina. Non mi dilungherò sulla puntata (Ballarò, 5-5-16), chi fosse interessato può recuperarla leggendo qui. Non è stata la testimonianza della moglie del conduttore a incuriosirmi (benché fosse riuscita a evitare un intervento chirurgico inguinale al figlio di pochi mesi) ma la reazione del professor Garattini, prima (“è stata sicuramente una falsa diagnosi”) e del giornalista Mirabella, poi (“il Cicap dice che non è possibile”). Così è: l’Omeopatia è diventata un altro tema tabù degli anni Venti del secondo Millennio. Una ricerca sui quotidiani del passato mi conferma che, dieci-vent’anni fa, l’argomento era presente sui giornali come qualsiasi altra branca della Medicina. Seguitissima la rubrica di consigli pratici del medico Elio Rossi che usciva settimanalmente nell’inserto di Salute del quotidiano La Repubblica. Se provate a rintracciare oggi quelle rubriche online, aimè, troverete molte pagine oscurate. In compenso, quando un fatto di malasanità o incompetenza professionale provoca morti e ha qualche riferimento all’Omeopatia, sui giornali si titola: “Morto di Omeopatia” che è come dire “morto di Cardiologia” (quest’ultimo incipit non lo troverete mai). Il titolista getta al macero, di botto, il buonsenso, la logica e le proprie capacità professionali attribuendo la colpa di un decesso, dovuto a un errore medico, alla disciplina. Perché lo fa? Teniamo presente che le morti per errori medici in Italia non sono considerate, l’Istat non le prende in considerazione. Vi sono solo indagini sporadiche svolte da alcuni Ordini. Cliccate il sito di “Medicina a piccole dosi” per trovarne alcune. Eppure si scopre, da un lavoro ventennale pubblicato sul British Medical Journal nel 2016, che gli errori medici rappresentano la terza causa di morte negli Usa, all’incirca 240mila persone su un totale di 2,6 milioni di decessi. Qui. Non è tutto. Vi sono anche i decessi da effetti collaterali da farmaci, secondo il report “Death of Medicine” ogni anno 2,2 milioni di americani finiscono in ospedale per un evento avverso e 106mila ne muoiono. Qui.

Neppure in beneficenza. Curioso. I rimedi omeopatici si vendono, indubbiamente, ma il giro d’affari non è paragonabile a quello dei farmaci tradizionali: 300 milioni contro 25,2 miliardi di euro, sono i due fatturati nell’anno 2015 (fonte: “Processo all’Omeopatia”, Maria Sorbi. Ed. ilGiornale) . Quindi non dovrebbero essere i motivi economici la causa della politica antiomeopatica. O sì? Nel giorno dedicato alla raccolta farmaci per i bisognosi promossa dal Banco farmaceutico mi trovavo in una farmacia milanese, in centro. Informata dell’iniziativa, scelgo di donare il mio collirio preferito (i clienti venivano invitati ad acquistare un prodotto a scelta) “Quello non va bene”, mi dice il farmacista. Credendo che il problema fossero i liquidi, propongo una pomata di arnica. “Non va bene nemmeno quella, prenda l’aspirina”. “Ma non si era liberi di scegliere il regalo?” “Sì ma qui si tratta di omeopatia e non so se possiamo devolverla”. Replico: “Ma non è scritto da nessuna parte, sono prodotti che voi vendete e che da quest’anno hanno pure l’autorizzazione di immissione in commercio di Aifa”. Il farmacista era spazientito e io pure. Per fortuna, il volontario addetto alla raccolta ha telefonato al suo responsabile e ho potuto offrire in dono il collirio.

La scuola Hahnemanniana. Nel rifiuto dell’Omeopatia convergono ideologia, interessi e ricerche estenuanti – pretestuose o in buona fede – di quantità di principi attivi per giustificarne l’azione: ma se i rimedi risultano tanto più potenti quanto più sono diluiti e dinamizzati, la spiegazione del come è possibile sarà altra rispetto alla presenza della dose-quantità, ad esempio potrebbe riguardare le onde, le frequenze, insomma la fisica più che la chimica. Non a caso studiosi di fisica come Emilio Del Giudice, Vittorio Elia o Carlo Ventura mostrano che “la comunicazione fra cellule avviene più velocemente tramite vibrazioni che attraverso segnali chimici”. Come si può escludere allora che una minima quantità di un prodotto dinamizzato abbia un qualche effetto? La mia chiacchierata con Claudio Colombo, direttore della scuola Hahnemanniana, non ha nemmeno sfiorato le polemiche. I corsi, i libri e le presentazioni sono per medici e ricercatori o per chi sa che rimedi hanno un senso. “Come è più semplice pensare che vi sia un ordine in Natura piuttosto che un disordine, così – spiega Colombo – è intuitivo ciò che Samuel Hahnemann (il medico che teorizzò l’Omeopatia nel volume Organon pubblicato la prima volta nel 1810) ha divulgato. In natura esiste, sotto forma di minerali, vegetali o animali, qualcosa di simile a ciascuno noi. Particelle piccolissime ma non per questo insignificanti. Il Principio era l’Uno che si è fatto carne separandosi”. “Il medico che individua quali elementi prevalgono in noi ci aiuta a ritrovare l’equilibrio. Che è poi la salute. Si dà al corpo un input delicato e simile il più possibile alla personalità del paziente o a ciò che la malattia manifesta, e si intraprende il cammino verso l’autoguarigione che coincide anche con l’avvicinarsi alla maturazione personale e alla consapevolezza. Per ogni persona vi possono essere più rimedi unici e si somministrano uno per volta. Dopo anni di studi e di pratica ho scelto di usare le potenze cinquantamillesimali LM (sono le più diluite e potenti descritte da Hahnemann nell’ultima edizione dell’Organon pubblicata postuma nel 1920)”. Ma Colombo non si ferma qui. Individua una trama fra alchimia, ermetismo e omeopatia. Per chi fosse interessato, suggerisco il libro “L’evoluzione in settenari in Omeopatia Hahnemanniana” (ed. Mediterranee) che l’autore considera l’eredità ricevuta da un suo maestro di vita, lo studioso e alchimista Paolo Lucarelli. Dopo una prima parte teorica, ne segue una seconda dedicata alle potenze, alle malattie e alle fasi di cura in settenari. Si legge che “l’essere umano è un microcosmo e non esiste nulla nel mondo che non sia presente anche nell’uomo” ecco perché “solo il simile può capire il simile”. Poiché: “L’universo origina da un’unica fonte energetica e in virtù di questa paternità vi è comunione tra tutte le cose del mondo”. E ancora: “Per un alchimista (e un omeopata) la Natura opera per vie misteriose ma perfette ed ogni corpo della manifestazione possiede un aspetto materiale che mai potrebbe essere considerato tale se non ci fosse uno Spirito che lo rende vivo…” “…[…] noi vediamo, sentiamo, parliamo, pensiamo ma non sappiamo quale energia ci fa vedere, sentire, parlare, pensare e quel che è peggio è che non ce ne importa nulla. Eppure noi siamo quella energia, questa è l’apoteosi dell’ignoranza dell’uomo […]”. (Albert Einstein)

·        Il nostro sistema immunitario è un’orchestra.

Il nostro sistema immunitario è un’orchestra. Pubblicato venerdì, 22 novembre 2019 da Corriere.it. Un vaccino è una forma di allenamento del sistema immunitario e sfrutta una proprietà fondamentale del sistema immunitario che è la memoria. In altri termini, quando il nostro sistema immunitario incontra per esempio un microbo, un patogeno, non se ne dimentica, così che, al secondo incontro, se ne ricorda ed è in grado di rispondere a esso in modo più rapido e più efficace. È un sistema estremamente complicato, di un livello di complicazione simile a quello del nostro cervello: sono i nostri due «massimi sistemi» che dialogano. Alberto Mantovani Ecco, a me piace pensare al sistema immunitario con un’immagine, quella di un’orchestra. Un’orchestra con elementi diversi per strumenti diversi. E io sono sempre stupito del fatto che non conosciamo ancora tutti gli orchestrali e tutti gli strumenti. Ne continuiamo a scoprire di nuovi. L’idea dell’orchestra ci suggerisce anche il tema dell’armonia; il sistema immunitario è fondamentale per la nostra armonia con il mondo microbico che ci accompagna, quello interno, e quello esterno. Quello interno è molto numeroso: in realtà noi siamo fatti di microbi. Il 90% dell’informazione genetica che portiamo è informazione genetica microbica. Ebbene, quest’orchestra che è il sistema immunitario deve distinguere i buoni dai cattivi, deve cioè eliminare i patogeni che arrivano dall’esterno. Deve dunque lavorare in armonia ma anche combattere. Perciò la seconda immagine che può rappresentare il sistema immunitario è quella di un esercito. L’esercito del sistema immunitario è in guerra continua e può essere ben rappresentata con l’esercito in terracotta di Xi’an; tutti i giorni, nel nostro organismo, circa cento milioni dei nostri fantaccini, la prima linea di difesa, muoiono per mantenere l’equilibrio con il mondo microbico che ci accompagna. Ma il sistema immunitario ha una terza caratteristica: il riconoscimento di sé stesso, il forte senso della propria identità. Ne Il miracolo dei santi Cosma e Damiano di Beato Angelico viene rappresentato il trapianto della gamba di un nero in un uomo bianco. Ebbene, il miracolo dei trapianti ha cessato di essere un miracolo, ed è qualcosa che eseguiamo normalmente perché abbiamo imparato a conoscere il sistema immunitario. Dal punto di vista immunologico ciascuno di noi è un’individualità quasi assoluta e per questo il sistema immunitario può non riconoscere la parte nuova, può rigettarla. Perché? Perché il sistema immunitario vede il mondo esterno attraverso uno specchio: lo specchio del «sé stesso». Quest’immagine ci richiama appunto il fatto che il sistema immunitario vede il mondo esterno solo se impara a riconoscere sé stesso, quindi dal punto di vista immunologico noi siamo caratterizzati come individui, abbiamo un fortissimo senso d’identità, ma al tempo stesso, come vedremo, siamo parte di una comunità. Abbiamo cioè una doppia immunità, non solo quella dell’individuo, ma anche quella della comunità, la cosiddetta «immunità del gregge», anche se il termine non mi è mai parso felice. Il sistema immunitario, quindi, ha il problema di riconoscere i buoni dai cattivi, deve riconoscere i microbi che ci accompagnano e quelli che arrivano dall’esterno, selezionare e uccidere. Ma il nostro sistema immunitario può sbagliare. Una rappresentazione di un caso di errore del sistema immunitario è l’Amorino dormiente dipinto da Caravaggio. Caravaggio, come noto, partiva dalla realtà, adottando spesso modelli provocatori; questo Bambin Gesù, probabilmente, è un bimbo morto di una malattia autoimmune. In lui il sistema immunitario ha aggredito sé stesso; è un bimbo affetto da un’artrite reumatoide, un’artrite reumatoide giovanile, quindi una malattia autoimmune delle articolazioni che ha manifestazioni sistemiche. Ecco, ora, i bambini con l’artrite reumatoide giovanile non solo non muoiono più, ma non vanno più incontro alla sostituzione delle articolazioni, per esempio l’articolazione del ginocchio, con protesi. Perché? Perché abbiamo imparato a conoscere meglio il sistema immunitario, e a fermare le parole sbagliate, le informazioni scorrette che sostengono la reazione contro il sé stesso in questo bambino. Ci sono altre situazioni in cui il sistema immunitario sbaglia, come quando aggredisce degli innocenti: è quello che succede, per esempio, con i pollini, se siamo allergici, oppure quando il sistema si addormenta: è quello che succede nei tumori. Nei tumori il sistema immunitario è come addormentato, o addirittura corrotto, cioè è passato al nemico, e aiuta il cancro a crescere. La peste periodicamente ha devastato lʼEuropa. La peste nera del Trecento ha distrutto città intere come Siena , sino ad allora una superpotenza finanziaria; della peste di Milano racconta Manzoni nei Promessi sposi. Ancora all’inizio del Novecento la peste colpiva l’Europa. Ma cera un’altra pestilenza, che flagellava lʼEuropa e il mondo intero, ed era il vaiolo. Il vaiolo, a metà del Settecento, si stima che causasse circa 600 mila morti all’anno solo in Europa, e questo non tiene conto poi di tutti i lasciti del vaiolo, al di là della morte. Qui vediamo Luigi XV. Luigi XV succede al Re Sole, Luigi XIV, ed è uno degli uomini più potenti della terra, e muore di vaiolo. Si racconta dei cortigiani che si lamentavano del lezzo che emanava il sovrano nei momenti terminali della malattia. Esisteva una procedura di inoculazione, come si chiamava all’epoca, una sorta di vaccinazione, che veniva dalla medicina popolare, della medicina cinese, dal primo millennio a.C.. Era stata propugnata da lady Montagu e dagli Illuministi. Ma era una procedura estremamente rischiosa e molto poco efficace. Chi ha cambiato la storia, la storia dell’umanità, è stato un medico inglese, Edward Jenner il quale, alla fine del Settecento, si rende conto che chi è a contatto con il vaiolo delle mucche, in particolare le mungitrici, non si ammala di vaiolo. E fa un esperimento che ci mette, ancora oggi, i brividi: prende un bambino, figlio di contadini, di nome James Phipps, e lo inocula col vaiolo delle mucche, col vaiolo vaccino, e poi lo espone al contagio della malattia del vaiolo. E il bambino non si ammala. Questo esperimento clinico cambia la salute dell’Europa e del mondo, perché porterà all’eliminazione completa del vaiolo. La mia prima figlia, Giovanna, è stata vaccinata contro il vaiolo; gli altri miei tre figli e i miei nipoti non sono stati vaccinati contro il vaiolo perché la vaccinazione ha fatto scomparire il vaiolo dalla faccia della terra. Immediatamente, associata all’introduzione della vaccinazione contro il vaiolo, ci furono le reazioni contrarie, fiorirono gli oppositori alla vaccinazione contro il vaiolo, non contro il metodo (usare un bambino come cavia, cosa che ora sarebbe inaccettabile) ma contro la vaccinazione in sé. L’opposizione alle vaccinazioni nasce con le vaccinazioni stesse: quello che vediamo in questi mesi non ci deve dunque stupire. Un altro flagello che è quasi scomparso dalla faccia della terra è la polio. Io — a differenza dei miei figli e dei miei nipoti — ho fatto in tempo ad avere la percezione di che cos’è la polio, nel senso che quando ero alla scuola elementare un mio compagno di classe aveva una gamba atrofica da polio. Se vogliamo avere idea della tragedia della polio possiamo leggere il bellissimo Nemesi, romanzo di Philip Roth, che ci racconta la polio in uno dei Paesi più ricchi del mondo, negli Stati Uniti: mieteva vittime, mieteva terrore, e lasciava deformazioni, menomazioni che qualche volta vediamo ancora ai bordi delle nostre strade, laddove occasionalmente, ci sono dei mendicanti che molto probabilmente hanno contratto la polio. Il mondo è cambiato grazie all’introduzione della vaccinazione, il vaccino di Salk, e il vaccino di Sabin, che ha germi vivi. E a me piace ricordare che Sabin ha dato da produrre il suo vaccino in questo Paese, senza pretendere un dollaro. E, grazie al vaccino prodotto in questo Paese, miliardi di persone, miliardi di esseri umani sono stati protetti dalla polio. Ma la polio non è scomparsa: c’è ancora in Pakistan, c’è ancora in alcune zone dellʼAfrica, è ricomparsa in Siria. Insomma, la polio non è con noi nella misura in cui ci vacciniamo; la polio potrebbe essere eliminata dalla faccia della terra se riuscissimo a raggiungere le zone più fragili del pianeta, le zone in Pakistan e le zone in Centro Africa. Voglio ricordare che mentre noi stiamo parlando circa un milione e mezzo di bambini muoiono ogni anno perché non hanno accesso ai vaccini più elementari: difterite, tetano, pertosse, epatite B e così via. La situazione è migliorata (circa 10 anni fa erano quasi 3 milioni) grazie a un’iniziativa di salute globale che si chiama Gavi, che sta per Global Alliance for Vaccines and Immunisation, e io ho avuto l’onore di servire per 5 anni come membro del comitato direttivo. Penso però che questo milione e mezzo di bambini che muoiono ogni anno perché non hanno accesso ai vaccini più elementari sia un vero e proprio scandalo. Mi addolora sentire che alcuni medici siano contrari alle vaccinazioni o propagandano, somministrano terapie che non hanno nessuna base scientifica, e quindi secondo me sono poco rispettosi dei pazienti: tradiscono la missione della medicina. È un po’ come il medico che fuma davanti ai pazienti o il prete pedofilo, se mi passate il paragone. Eppure ci sono, e dobbiamo chiederci che cosa possiamo fare. Dobbiamo innanzi tutto dire che la stragrande maggioranza dei medici è rispettosa dei dati scientifici, è rispettosa, nel nostro caso, dei vaccini, e questo è provato per esempio dalle posizioni assunte da tutte le società scientifiche in questo Paese. Mi sono chiesto che cosa posso fare io in prima persona. Io sono un insegnante, un professore universitario, e a un certo punto ho pensato che dovevo insegnare in modo più attento e sistematico i vaccini agli studenti di Medicina di Humanitas University: adesso, infatti, sia nel corso di Immunologia che nei corsi che teniamo per gli specializzandi di Humanitas University, io insegno in profondità i vaccini. Io credo che ciascuno sia chiamato a fare qualcosa per affrontare questo problema al servizio della salute di tutti, e in particolare dei più deboli. Mi piace ricordare che un medico dovrebbe essere cosciente che quando vaccina, o consiglia di vaccinare, è un po’ come quando ci allacciamo la cintura di sicurezza o mettiamo in un seggiolino protetto i nostri bambini, nel mio caso i miei sei nipoti: mettiamo in sicurezza i più deboli nella nostra società, quelli che non possono essere vaccinati.

·        Adriano Panzironi. Lo scomunicato.

Adriano Panzironi, nuove furbate del "guru della guarigione"? Le Iene il 27 ottobre 2019. Dai presunti affitti in nero all’inizio della sua "Life 120". Andrea Agresti torna a occuparsi di Adriano Panzironi, che con le sue pillole promette di guarire da ogni male e far vivere fino a 120 anni. Qualche giorno fa, mentre era ospite nel salotto di Barbara D’Urso, Adriano Panzironi riferendosi a un nostro servizio ha detto: “Sembra che non abbiano più niente da dire”. A dire il vero, noi qualcosa da dire ce lo avremmo e lo facciamo nel servizio di Andrea Agresti che potete vedere qui sopra. E di cose da dire ce ne sono tante! A partire dal passato di Panzironi, prima che diventasse una sorta di “guru guaritore” con le sue pillole Life 120. Una fonte ci ha infatti raccontato di un suo passato da immobiliarista, in cui le cose non sono proprio chiare. Nel servizio di questa sera, come potete vedere nella breve anticipazione qui sopra, chiederemo a Panzironi di presunti affitti in nero che avrebbe preso da alcuni appartamenti ad Anzio. “È vero che lei ha comprato delle case all’asta con un mutuo e questo mutuo non l’ha mai pagato? Nel frattempo però aveva le persone dentro, dalle quali prendeva gli affitti in nero. Questo corrisponde a verità?”, chiede la Iena al “guru”. Insomma, a noi non sembra proprio di non avere più nulla da dire su di lui! 

Panzironi prima di Life120: palazzi mai pagati e affitti in nero? Le Iene il 28 ottobre 2019. Non importa quanti provvedimenti sono stati presi contro di lui, sembra che niente fermi Adriano Panzironi. Nemmeno un passato da immobiliarista ben poco chiaro? Andrea Agresti ci racconta Adriano Panzironi prima di Life120. Niente riesce a fermare Andriano Panzironi. I riflettori su questo personaggio si sono accesi nel 2013, quando ha pubblicato il libro “Vivere 120 anni”. Con il suo “metodo” Panzironi sostiene che attraverso un regime alimentare di sole proteine e integratori in pillole che lui stesso produce e vende, si possa guarire da ogni male (compresi Alzheimer e diabete, per esempio) e vivere in salute fino a 120 anni. Panzironi promuove questo stile di vita attraverso il suo stesso programma “Il Cerca salute”. Trasmissione nella quale, non a caso, si sentono solo elogi e consensi a Life 120. Due anni fa, con Andrea Agresti, abbiamo iniziato a indagare su di lui e dopo il nostro servizio tante autorità si sono mosse e contro Panzironi sono stati presi molti provvedimenti. Solo per citarne alcuni: l’Antitrust lo ha multato per 476mila euro per pubblicità occulta, l’ordine dei medici lo  ha denunciato per abuso della professione medica e anche dall’Agcom è arrivata una maxi multa. Pochi giorni fa è arrivata la notizia che Panzironi e il fratello Roberto andranno a processo per esercizio abusivo della professione medica. Adriano rischia fino a 3 anni di carcere. Ma questo non basta a fermare l’inventore di Life 120, che è arrivato addirittura al cinema con un film che parla di lui! Andrea Agresti ha incontrato un suo ex collaboratore, che ci ha raccontato come tutto sarebbe iniziato. “Arrivavano dei pacchi: uno con la curcuma, un altro con estratto d’aglio. Prendeva 10 capsule, ci metteva la polverina dentro e così faceva 10 pillole. Ha cominciato a venderle così, in nero”. Gli ordini sarebbero cresciuti e, come ci ha raccontato questo collaboratore, Panzironi sarebbe passato dall’artigianato all’industriale. “Ha creato Life 120 Inc. con sede a Miami”, continua. “Io e la segretaria prendevamo i barattoli con le pillole e li mettevamo nei pacchi da spedire. Se un’etichetta era già scaduta la facevamo rifare e mettevamo quella nuova”. Ma pare che anche fare arrivare queste pasticche direttamente dall’America fosse un problema a causa dei controlli. Per questo, racconta il collaboratore, “hanno aperto Life 120 Romania: avevano paura che non le facessero passare queste pillole, così le mandavano in Romania dove c’era una persona vicina a Panzironi a cui lui aveva intestato Life 120 Romania. Questa persona le prendeva e le rispediva in Italia”. Nel nostro Paese le pillole sarebbero state poi rivendute su un sito. “Tutto in nero dal 2014 al 2017”, sostiene l’ex collaboratore. “Solo a giugno 2017 abbiamo iniziato a fare le ricevute fiscali. Quando c’ero io facevano 12, 13 milioni di euro l’anno solo di pillole”. Una miniera d’oro, insomma. E delle testimonianze dei pazienti cosa ci dice? “Non esistevano né cartelle cliniche né analisi”, afferma la fonte. “I testimoni andavano in trasmissione e dicevano quello che volevano. Praticamente ti facevi una vacanza gratis a Roma perché era tutto pagato”. Ma le sorprese non finiscono qui! Prima di diventare una specie di guru guaritore, infatti, Adriano Panzironi sarebbe stato un immobiliarista di minor fama. L’ex collaboratore infatti ci racconta che Panzironi avrebbe “comprato case ad Anzio e non ha pagato un euro”. “Le ha prese all’asta accollandosi completamente il mutuo. Poi però non ha pagato un euro di quel mutuo. E prima che gli venissero pignorati, perché adesso glieli hanno tolti, sono passati tipo 10 anni. Nel frattempo ha presso l’affitto di quei palazzi”. Siamo andati a verificare quello che ci ha raccontato la fonte parlando con gli inquilini di quei palazzi. “Veniva qui, io gli davo i soldi e lui mi dava un pezzo di carta. Secondo me lo pagavo in nero”, racconta uno degli inquilini. Sembra che Panzironi aspettasse in macchina, mentre le persone a una a una sarebbero entrate in auto e gli avrebbero dato i soldi. Ma di ricevute non ce ne sarebbe stata neanche l’ombra. Abbiamo chiamato Adriano Panzironi per chiedergli un incontro, ma non era molto contento di sentirci. “So che partirà presto un processo nei confronti della vostra trasmissione e a lei personalmente per diffamazione”, dice ad Andrea Agresti. “Si spera che la giustizia faccia corso”. Lo speriamo anche noi, Panzironi! In occasione della sua presenza nella trasmissione di Barbara D’Urso, Andrea Agresti è andato a fargli visita. Ma anche stavolta non era troppo disponibile a rispondere alle nostre domande! 

Lo strano caso dell’imprenditore Panzironi che va ancora in onda. Pubblicato lunedì, 21 ottobre 2019 su Corriere.it. Nel caravanserraglio di Barbara d’Urso c’è posto anche per Adriano Panzironi, l’imprenditore che promette anni di vita a quanti si affidano ai suoi prodotti per dimagrire: «Live-Non è la d’Urso» (Canale 5, domenica, ore 21.30). Per difendersi dalle molte accuse che sono piovute addosso ai suoi show televisivi (Panzironi è già stato sanzionato dall’Antitrust e dall’Agcom e, secondo notizie apparse sui giornali, dovrà ora presentarsi in un’aula di tribunale: non avrebbe titoli per suggerire e dispensare diete), il guru della nuova dieta No Carb ha due strategie. La prima è continuare a ripetere che lui suggerisce uno stile di vita e non fornisce prescrizioni mediche (tuttavia, a un’analisi attenta degli show, si osserva come questo confine sia molto labile, tenendo conto della «fragilità» della platea). La seconda è non lasciare mai parlare l’interlocutore, anche minacciando querele. E qui Barbara d’Urso ha molte colpe: a lei la cagnara farà gioco, ma quando c’è di mezzo la salute delle persone forse un maggior controllo andrebbe esercitato. Non certo con Eleonora Giorgi. Ma la domanda vera è: perché Mediaset continua a invitare Panzironi? Mi rivolgo a Piersilvio Berlusconi, a Fedele Confalonieri, a Gina Nieri, a Mauro Crippa e chiedo loro: ma avete mai visto «Il cerca salute»? Al di là di ogni giudizio personale, il ministero ha imposto questa sovrimpressione nel corso di tutta la trasmissione: «Avviso del Ministero della Salute: il Sig. Adriano Panzironi non possiede alcun titolo abilitante alla prescrizione o elaborazione di diete, il Ministro della Salute invita a consultare sempre il proprio medico curante. Attenzione: secondo il parere del Consiglio superiore della sanità, emesso nella seduta del 9 ottobre 2018 il metodo “Life 120” si basa su argomentazioni non supportate da evidenze scientifiche e incorre in imprecisioni ed errori gravi». Non basta questo per starne alla larga?

Adriano Panzironi, dieta Life 120/ Testimonianza choc: “Ho rischiato di morire”. Carmine Massimo Balsamo il 21.10.2019 su Il Sussidiario. Adriano Panzironi a Live – Non è la D’Urso arriva in manette. L’inventore della dieta Life 120 rischia tre anni di carcere, spuntano retroscena choc. 

Adriano Panzironi a Live - Non è la D'Urso. Adriano Panzironi ieri sera ospite a Live – Non è la D’Urso, il guru delle diete contro tutti per la sua Life 120. Barbara D’Urso ha mandato in onda una testimonianza choc sul programma ideato dal giornalista, una donna che ha rischiato la vita: «Mi avvicinai allo stile di Adriano Panzironi perché soffrivo di una sindrome artrosica alla mano destra. Iniziai a perdere drasticamente peso, arrivando a pesare 45,5%: mi sentivo sempre più debole, tachicardia, forti vertigini, stimolo costante ad andare in bagno. Un giorno mi sono sentita svenire e ho chiamato il 118: in ambulanza mi viene fatto un tracciato elettrocardiografico dal quale emergono delle aritmie. Ho avuto paura di morire». Presente in studio, la donna ha poi spiegato: «Sono stata censurata, i miei post in cui dicevo che stavo male non venivano pubblicati», sottolineando di aver «avuto un collasso cardiocircolatorio». Dopo una registrazione con protagonista la testimone e una dipendente di Life 120, Vladimir Luxuria su tutte le furie: «Diagnosi fatte al telefono da una donna al call center che non sappiamo che preparazioni hanno. Ma qui siamo al limite del grottesco, ma dai!». (Aggiornamento di Massimo Balsamo)

Adriano Panzironi, l’esperto: “Le etichette confondono consumatori”. Adriano Panzironi rischia tre anni di carcere per la sua Dieta 120 Life. Un confronto accesissimo quello andato in scena a Live – Non la D’Urso su Canale 5 con la padrona di casa che arriva a dire: “voglio essere chiara. Farò per la prima volta quello che non ho mai fatto in 40 anni di televisione: chiudere i microfoni. Dovete parlare due la volta!”. Tutti contro il giornalista sospeso che si è presentato in studio con le manette per protestare contro quanto sta succedendo. In studio arriva anche una ex paziente che rivela: “ho avuto una crisi, sicuramente un integratore mi ha fatto stare male”, ma poi è la volta di una chiamata fatta dalla paziente al centralino della Dieta 120 life in cui manifesta il suo problema. Panzironi precisa: “la signora beveva troppo, 3 litri di acqua al giorno”, ma la D’Urso prende la parola “bevo 3 litri di acqua al giorno e sto benissimo” per poi invitarlo a rispettare il turno degli altri: “Non puoi parlare su tutti”. Il finale poi è tutto contro Panzironi visto che quelli di Live – Non è la D?Urso hanno fatto controllare i prodotti alimentari e la scoperta è allucinante: “l’etichetta confonde il consumatore, è un inganno” dice uno specialista. (aggiornamento di Emanuele Ambrosio)

Vladimir Luxuria: “forse ti farai 3 anni di carcere”. Adriano Panzironi ancora una volta al centro di “Live – Non è la D’Urso”. Il giornalista, sospeso dall’ordine, rischia 3 anni di carcere per la sua dieta 120 Life. In studio sono tutti contro di lui: da Giovanni Ciacci a Vladimir Luxuria che interviene dicendo: “questo signore qui ha detto che con le sue pillole aumentano le difese immunitarie. Non credete a questo signore che probabilmente si farà tre anni di carcere”. Poi è la volta di Eleonora Giorgi: “bisogna capire se ci sono delle certificazioni”. A prendere la parola è poi una nutrizionista che, dopo aver studiato la dieta 120 life di Panzironi, dice: “questo stile di alimentazione sbagliato ci dà immediatamente dei benefici ma a lungo andare aumenta il rischio di tumori, diabete e malattie cardiovascolari”. La dieta mediterranea, “patrimonio dell’Unesco” sottolinea la D’Urso, però viene presa di mira da Panzironi: “siete stati così bravi che avete portato 5 milioni di diabetici in Italia”. (aggiornamento di Emanuele Ambrosio)

Adriano Panzironi protesta con le manette e la D’Urso…Adriano Panzironi entra negli studi di Live – Non è la D’Urso con delle manette: “è una protesta per quello che sta accadendo”. La D’URso però “tu inciti a fare questo e a comprare i tuoi ingredienti, se vuoi querelarmi fallo pure” ma il giornalista replica “non lo farei mai, la costituzione permette ad un giornalista di comunicare”, ma la padrona di casa lo frena “siediti con tutte le manette”. Il giornalista – dietologo rischia grosso, ma è in studio per difendersi: “ho le prove di quello che dico, la multa è stata fatta per via degli integratori”, ma la D’Urso interviene “vendi anche dei prodotti alimentari e noi siamo andati a far analizzare e quello che c’è scritto sulle etichette non corrisponde a quello riportato”. Nuove accuse in arrivo per Panzironi che dovrà vedersela anche con una dottoressa che è in studio per dire la sua. (aggiornamento di Emanuele Ambrosio)

Guru delle diete a processo: testimonianze choc a Live Non è la D’Urso. Adriano Panzironi sarà uno dei grandi protagonisti della nuova puntata di Live – Non è la D’Urso in programma oggi, domenica 20 ottobre 2019, in prima serata su Canale 5. Barbara D’Urso ha annunciato negli scorsi giorni che ci saranno delle nuove testimonianze choc sul guru delle diete, finito a processo per esercizio abusivo della professione medica e sono attese grandissime novità su uno dei casi mediatici più discussi degli ultimi tempi. Dopo censure e sanzioni da parte di Antitrust e Agcom, Adriano Panzironi rischia adesso fino a tre anni di carcere: sospeso dall’Ordine dei giornalisti, l’inventore di “Life 120” è stato denunciato alla Procura della Repubblica dall’Ordine dei Medici di Roma: secondo il presidente Antonio Magi, non è possibile consigliare un regime alimentare senza avere visitato una persona e senza conoscere eventuali patologie e problematiche. Il rischio è quello di consigliere alimenti incompatibili con lo stato di salute di un paziente e ora sono guai…

Adriano Panzironi può godere di ampia visibilità televisiva e sui social network: il guru delle diete è spesso ospite su media locali e nazionali, senza dimenticare che conduce la trasmissione televisiva “Il Cerca Salute” su alcune emittenti private. La sua teoria è che sia possibile vivere 120 anni e curare malattie gravi come diabete, Alzheimer e ipertensione seguendo i suoi consigli e utilizzando i suoi integratori. «LIFE 120 è un nuovo stile di vita che affonda le radici nel passato, quando l’uomo era esente dalle malattie degenerative, oggi chiamate comunemente “malattie moderne”», annuncia Adriano Panzironi sul suo sito, evidenziando che i mali del nostro tempo non sono affatto naturali ma «non sono altro che una conseguenza del nostro modo di vivere». E’ possibile, dunque, vivere in salute e oltre i 100 anni seguendo tre linee guida: la giusta alimentazione, la giusta attività fisica e la giusta integrazione. E il guru può vantare un grande seguito: oltre 500 mila persone hanno aderito a Life 120, scatenando non poche polemiche…

Spesso ospite nei programmi di Barbara D’Urso per rispondere alle polemiche su Life 120, Adriano Panzironi è finito nel mirino di molti esperti e luminari. Uno su tutti Roberto Burioni, esperto di Microbiologia e Virologia, che ha messo nel mirino tutti quei programmi che danno spazio al guru delle diete, «un comportamento gravissimo e intollerabile». E sono tantissime le testimonianze di “miracoli”: c’è chi ha raccontato che con Life 120 è guarito da diabete e malattie e c’è chi ha spiegato che la sua gamba si è allungata di tre centimetri. Recentemente il pubblico ministero Francesco Marinaro ha chiarito che Panzironi non è un dottore o un cardiologo, così come non è specializzato in scienze dell’alimentazione: il guru è semplicemente un giornalista e per questo motivo «i suggerimenti inerenti i suoi integratori potrebbero configurare il reato di esercizio abusivo della professione medica».

Dieta Panzironi: «Ho perso 30 kg e sono guarita». Ecco cosa si mangia nel menù della Dieta Life 120. Dieta Panzironi viene presentata a Non è La D'Urso: ecco lo schema settimanale della dieta Life 120 che ha scatenato polemiche durante la puntata condotta da Barbara D'Urso. Giuseppe Guarino il 21 Ottobre 2019 su funweek.it. A Pomeriggio 5 si è parlato della Dieta Panzironi, del suo schema settimanale e soprattutto di due persone che dichiarano di essere guarite grazie a questo regime alimentare Life 120. Inutile dire che la questione ha scatenato una lunghissima serie di controversie. Ma di cosa si tratta di preciso? Adriano Panzironi finisce nel mirino di una nutrizionista, che a Live Non è la D’Urso ha degustato i prodotti e gli integratori dell’ex giornalista. “Etichette dubbi, prodotti simili a quelli del supermercato. Sicuramente boccerei i suoi prodotti”, sentenzia la nutrizionista. Adriano Panzironi sbotta in trasmissione e afferma: “Accetto critiche solo da esperti, non da una nutrizionista. Quei prodotti andavano analizzati non degustati”. Barbara D’Urso difende la sua ospite nutrizionista: “Una nutrizionista ha tutto il diritto di dire quel che pensa”. La signora Angela, che ha seguito la Dieta Life 120, afferma che sua gamba sia cresciuta di tre centimetri dopo la dieta ma l’ortopedico, intervistato dalla D’urso, smonta la sua tesi: “Semplicemente lei è dimagrita e la gamba si è raddrizzata”. Tante critiche in studio per Adriano Panzironi, che perde anche il duello dei like con Vladimir Luxuria secondo il pubblico a casa. Andiamo con ordine. Nel salotto pomeridiano di Canale 5 è stata portata la testimonianza di due persone, con una signora che dice di aver perso 30 chili e di essere guarita da un fibroma e un’altra che ne ha persi 19 sostenendo di aver sconfitto il diabete di tipo 2 e la pressione alta. Risultati che farebbero gridare al miracolo ma nello studio di Barbara D’Urso c’è chi si è scagliato contro queste donne: Alessandro Cecchi Paone. Il giornalista, infatti, ha voluto precisare che “Non si può dire che cura le malattie, non esiste: la cura delle malattie è soltanto fatta dalle medicine. È passibile di denuncia se dice delle cose del genere”. Una delle donne presenti in studio ha ribattuto con “non sono qui a raccontare balle”, facendo montare su tutte le furie il buon Alessandro, che è partito in quarta: “Allora non dica che cura le malattie perché è una balla, una balla gigantesca. Qualunque persona che dimagrisce e perde peso, abbassa la pressione e perde altri piccoli problemi di carattere sintomatico. Adriano Panzironi non ha curato nulla. Per quanto riguarda il fibroma, si vergogni: sta dando speranza a delle persone che soffrono”. In molti però continuano a chiedersi in cosa consista la Dieta Panzironi, se abbia uno schema settimanale e a quali effettivi benefici porti. Innanzitutto, c’è da dire che questo regime alimentare prende il nome dal suo ideatore Adriano Panzironi, sebbene il suo vero nome sia Life 120 poiché avrebbe lo scopo di far vivere in salute fino a 120 anni. Innanzitutto, la Dieta Panzironi precisa si da subito che ad un’alimentazione "salutare" vada aggiunta un’opportuna attività fisica e l’assunzione di integratori specifici. Si basa essenzialmente sulla cosiddetta paleodieta, ossia le abitudini alimentare degli uomini dell’età della pietra, che non assumevano cereali e legumi. Pertanto, la Dieta Panzironi non offre uno schema settimanale fisso, ma propone una serie di alimenti consigliati ed altri da evitare accuratamente. Carne, pesce, verdure, bacche e frutta vanno bene. Mentre invece cereali, legumi e tuberi vanno sostituiti con specifici integratori a base di vitamine, spezie, olio di pesce e aminoacidi. Da limitare sono anche il latte e i suoi derivati.

Massimo Finzi per Dagospia il 5 luglio 2019. Negli anni ‘60 masse di persone arrivate con treni, auto private, autobus assediavano lo studio del Dott. Bonifacio, veterinario di Agropoli, per ricevere il miracoloso siero anticancro estratto dall’intestino delle capre. A nulla valevano i pareri negativi delle autorità sanitarie basati su solide evidenze scientifiche, i malati reclamavano a gran voce quel siero. Si arrivò ad interrogazioni parlamentari, petizioni al ministero della Sanità, al Presidente della Repubblica e perfino al Papa. Il tempo, che è sempre galantuomo, spazzò via quella illusione. Non andò meglio, negli anni ’90, alla cura del biologo Di Bella: anche in quella occasione abbiamo assistito a vere e proprie scene di delirio collettivo con la cura dispensata addirittura davanti alla facciata di una chiesa romana. Le autorità sanitarie furono costrette “a furor di popolo” ad effettuare sperimentazioni malgrado la cura Di Bella avesse già subito una sonora bocciatura a livello internazionale. Poi è stata la volta della terapia Stamina: anche in questo caso migliaia di persone manifestarono a favore di tale cura e di fatto obbligarono ad una sperimentazione che si rivelò un fiasco totale. Oggi, grazie ai potenti mezzi “di distrazione di massa” di una emittente televisiva privata, un giornalista, tale Adriano Panzironi, dispensa consigli dietetici e raccomanda specifici integratori in grado di assicurare il prolungamento della vita fino a 120 anni. La dieta, accompagnata da tali integratori, non solo rappresenterebbe l’elisir di lunga vita, ma addirittura sarebbe in grado di prevenire i tumori, l’infarto cardiaco, di curare l’Altzheimer, il Parkinson, ecc. sarebbe insomma la panacea di tutti i mali. Ma chi è Adriano Panzironi? Non è un medico, non è un nutrizionista, non è un dietologo, e non è neppure un biologo: è un giornalista sanzionato e radiato dal suo Ordine Professionale per 8 mesi che commercializza un integratore a base di curcuma, chiodi di garofano, cannella, origano, zenzero e pepe nero. Il costo di tale prodotto è di € 49,90 per una cura della durata di 30 giorni,  a questo vanno aggiunti altri integratori -per i quali non esiste alcuna prova scientifica che ne dimostri l’efficacia- potendo così arrivare ad una spesa media per paziente di circa 250 euro mensili. Le società che commercializzano gli integratori sono di proprietà di Adriano Panzironi e del fratello con un giro di affari che supera il milione lordo di euro al mese. Le trasmissioni televisive che  reclamizzano la dieta miracolosa sono prodotte dalla Welcome Time Elevator il cui amministratore è sempre Adriano Panzironi. Sul Palazzo della Civiltà del Lavoro all’EUR c’è una scritta riferita agli italiani:” Un popolo di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”… manca la numerosa categoria dei creduloni.

Il «guru delle diete» Panzironi rinviato a processo. Il pm: non  è medico nè dietologo. Pubblicato sabato, 12 ottobre 2019 su Corriere.it da Giulio De Santis. Dovrà spiegare a un giudice monocratico con quali titoli promette di guarire dalle malattie e far dimagrire. In televisione dispensa consigli per guarire dalle malattie con una dieta. Ma soprattutto racconta di conoscere il segreto per allungare la vita. Ora però Adriano Panzironi, il «guru» delle diete che è stato più volte sanzionato e multato dall’Antitrust e dall’Agcom, e che tuttavia continua a riempire i palazzetti con le sue promesse di dimagrimento, dovrà spiegare a un giudice monocratico su quali titoli si basano i consigli alimentari dati nella sua trasmissione «Il cerca salute». Secondo il pm Francesco Marinaro, lui non è un dottore, nemmeno un dietologo, non è specializzato in scienze dell’alimentazione e pertanto i suggerimenti inerenti i suoi integratori configurarono un reato: esercizio abusivo della professione medica. In aula non sarà solo. Al suo fianco, sempre nella veste d’imputato, avrà il fratello Roberto, insieme al quale è socio nell’azienda Life 120 Italy, che produce gli integratori, sponsorizzati e venduti nel programma televisivo condotto da Adriano e trasmesso da più di una emittente locale. A finire sotto inchiesta non sono gli integratori, ma la titolarità di Panzironi a commerciarli. Panzironi è un giornalista, seppure sospeso dall’ordine. Le contestazioni del pm risalgono al 2018. E almeno per ora, Panzironi continua ad andare in onda. Anche perché non esiste una sentenza definitiva che attesti le violazioni ipotizzate . La storia del successo di Panzironi è un documentario d’interviste, articoli di giornali, oltre al programma televisivo. Uno dei momenti più esaltanti della carriera di Panzironi è stato il raduno dello scorso anno all’Eur, dove ha garantito ai suoi sostenitori in delirio una performance nel suo stile, coinvolgente e appassionata. La sua capacità di esaltarsi sul palco o davanti alla telecamera è indiscutibile; quello che sostiene la procura è che non dovrebbe vendere i suoi prodotti, essendo privo delle competenze mediche per reclamizzarli.

L’Antitrust sanziona  di nuovo Panzironi: «Reiterate pratiche commerciali scorrette». Pubblicato lunedì, 30 settembre 2019 su Corriere.it. È il nome di cui si parla più di frequente in questi ultimi tempi riguardo alle diete - allunga-vita: star bene e cambiare la prospettiva della propria esistenza , spostando il traguardo ben oltre la normalità. Diventare belli e in forma come le immagini ammiccanti che appaiono su siti e televisioni. Un’idea che già in passato ha portato a provvedimenti contro Adriano Panzironi, giornalista e dietologo che ha fatto anche della sua immagine un punto di attrazione — lunghi capelli e fare autorevole — e deve far fronte ora a nuovi guai. L’Antitrust ha concluso un procedimento istruttorio nei confronti delle società Life 120 Italia e Welcome Time Elevator, dell’emittente televisiva Teleuniverso e di Adriano Panzironi per aver reiterato due pratiche commerciali scorrette già vietate e sanzionate. In particolare, spiega l’Authority in una nota, «Life 120 Italia Srl ha continuato a diffondere, all’interno delle puntate della trasmissione “Il CercaSalute” andate in onda nel periodo gennaio-giugno 2019, due versioni dello spot pubblicitario relativo al prodotto chiamato Orac Spice che contenevano riferimenti a non dimostrati effetti terapeutici delle sostanze contenute nell’integratore. Nello spot in esame venivano, infatti, suggeriti veri e propri effetti preventivi e terapeutici dei componenti dell’integratore che, per definizione, può invece avere soltanto l’effetto di ottimizzare le funzioni fisiologiche che sono già nei limiti della normalità. Per la reiterazione di tale pratica, alla società Life 120 Italia è stata irrogata una sanzione di 250.000 euro». Non basta: «Welcome Time Elevator, Life 120 Italia, Teleuniverso e Adriano Panzironi hanno anche reiterato il profilo di pubblicità occulta già censurato dal richiamato provvedimento del 13 settembre 2018. Infatti nel corso della rubrica “Panzironi venga a pranzo da noi”, presente all’interno di una puntata trasmessa il 5 marzo 2019 dall’emittente televisiva Teleuniverso, in un dialogo apparentemente casuale tra il signor Panzironi e un membro della famiglia ospitante venivano decantati i benefici dell’integrazione “Life 120”, sollecitandone implicitamente l’acquisto, in un contesto inidoneo a rivelare l’effettivo scopo pubblicitario della comunicazione. Per la reiterazione di tale pratica, alle suddette società e al signor Panzironi sono state irrogate sanzioni per complessivi 40.000 euro».Così, con l’aiuto del nucleo speciale Antitrust della Guardia di Finanza si è arrivati a un provvedimento, che è solo un’ennesima scure sul guru, da molti considerato un riferimento sicuro: denunciato dall’ordine dei medici del Lazio e dall’ordine nazionale dei biologi per esercizio abusivo della professione, Panzironi è socio della Life 120 Italia e amministratore di Welcome Time Elevator. La notizia arriva fra l’altro a un giorno dall’ospitalità concessa a Panzironi da Barbara D’Urso all’interno del suo programma «Live-Non è la D’Urso» su Canale 5. La conduttrice, in realtà, non ha omesso di riassumere per gli spettatori il percorso a ostacoli di Panzironi, fra fedelissimi che lo adorano e multe anche sostanziose già comminate in passato. E chiede di intervenire in maniera urgente con una interrogazione alla Camera il deputato di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli. Stavolta è un film al centro delle polemiche, il tema quello di sempre: vivere a lungo e bene, quando il dibattito è tutto incentrato invece sulla dignità del fine-vita. «Il governo consente al sedicente guaritore Adriano Panzironi di portare nelle sale cinematografiche, i prossimi 8 e 9 ottobre, il film “L’uomo che volle vivere 120 anni” — osserva Donzelli —. Trasmissioni televisive, libri, convention realizzate in edifici di proprietà pubblica: lo Stato non fa niente per impedire la diffusione di una teoria che non ha alcun riscontro scientifico e pericolosa per la salute dei cittadini. Il ministero della Cultura fermi d’urgenza la proiezione». Fa notare poi una contraddizione: «Nonostante le decisioni dell’Antitrust, il governo non ha mai deciso di intervenire sulle frequenze tv». Altri capitoli sono da scrivere.

Il guru delle diete Panzironi multato per gli spot sugli integratori. "Pratiche commerciali scorrette", ha sancito l'Antitrust: gli spot contenevano "riferimenti a non dimostrati effetti terapeutici". La Repubblica il 30 settembre 2019. L'Antitrust ha multato Adriano Panzironi - ideatore di una dieta con cui inonda le televisioni commerciali - Life 120 Italia, Welcome Time Elevator e Teleuniverso per pratiche commerciali scorrette. L'Autorità ha concluso un procedimento istruttorio per aver reiterato due pratiche commerciali scorrette già vietate e sanzionate con un provvedimento datato 13 settembre 2018. In particolare, Life 120 Italia, sottolinea l'Antitrust, "ha continuato a diffondere, all'interno delle puntate della trasmissione Il CercaSalute andate in onda tra gennaio e giugno 2019, due versioni dello spot pubblicitario relativo al prodotto Orac Spice che contenevano ancora riferimenti a non dimostrati effetti terapeutici delle sostanze contenute nel suddetto integratore". Nello spot in esame, rileva l'Autorità, "venivano, infatti, suggeriti veri e propri effetti preventivi e terapeutici in capo ai componenti dell'integratore Orac Spice che, per definizione, può invece avere soltanto l'effetto di ottimizzare le funzioni fisiologiche che sono già nei limiti della normalità. Per la reiterazione di tale pratica, alla società Life 120 Italia è stata irrogata una sanzione di 250.000 euro". Welcome Time Elevator, Life 120 Italia, Teleuniverso e Adriano Panzironi, si legge, "hanno, inoltre, reiterato il profilo di pubblicità occulta già censurato dal provvedimento del 13 settembre 2018. Infatti, nel corso della rubrica 'Panzironi venga a pranzo da noi', presente all'interno di una puntata trasmessa il 5 marzo 2019 dall'emittente televisiva Teleuniverso, in un dialogo apparentemente casuale tra il signor Panzironi e un membro della famiglia ospitante venivano decantati i benefici dell'integrazione 'Life 120', sollecitandone implicitamente l'acquisto, in un contesto inidoneo a rivelare l'effettivo scopo pubblicitario della comunicazione. Per la reiterazione di tale pratica, alle suddette società e al signor Panzironi sono state irrogate sanzioni per complessivi 40.000 euro".

L’ordine dei medici di Roma denuncia Adriano Panzironi. Pubblicato venerdì, 15 giugno 2018 su Corriere.it. L’Ordine dei Medici di Roma ha denunciato alla procura della Repubblica. il giornalista Adriano Panzironi per abuso della professione medica , lo ha annunciato il presidente Antonio Magi intervenuto alla trasmissione di fimmglazio tv «La Nostra Sanità». «Abbiamo fatto questo in quanto organo sussidiario dello Stato a tutela dei cittadini» ha commentato Magi nel suo intervento, come riportato dal sito della Fimmg (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale). Adriano Panzironi, giornalista ideatore di “Life120”, propone uno stile di vita basato su una dieta specifica, che si fonda, sostanzialmente sulla riduzione dei carboidrati. Il libro è entrato nelle classifiche dei volumi più venduti in Italia, e l’autore spiega le sue tesi attraverso un programma «Il cercasalute» diffuso attraverso una rete di televisioni locali in tutta Italia, durante i quali vengono proposti anche integratori che, appunto, integrerebbero il regime alimentare proposto, in grado, secondo Panzironi, a contrastare un ampio spettro di malattie degenerative. Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici del Lazio ha sottolineato che l’Ordine professionale ha agito sulla base «di molti esposti ricevuti». In particolare – ha specificato Magi - è stato segnalato «il fatto che un giornalista dia consigli di natura sanitaria con modalità tipiche di un medico. E la Procura ha già aperto un fascicolo sulla base del nostro esposto». L’Ordine dei medici del Lazio , occupandosi dei propri iscritti avrebbe convocato alcuni medici che sono stati segnalati negli esposti per chiedere su quali basi scientifiche sostengono questo stile di vita e lo raccomandano.

Panzironi, Giulia Grillo scomunica la convention del guru delle diete. I nas all'evento. Mauro Evangelisti Domenica 30 Giugno 2019 su Il Messaggero. Il guru di Life 120, Adriano Panzironi, oggi riunisce i suoi seguaci al Palazzo dello Sportdell’Eur, a Roma. Promette di portare almeno 5.000 persone da tutta Italia (con un programma fatto di convegni, degustazioni, fitness), mentre il ministero della Sanità vigila. Tra il pubblico ci saranno anche i carabinieri del Nas: c’è l’ipotesi sempre presente di vietare la vendita dei prodotti, visto che le promesse di Panzironi rischiano una pericolosa invasione nel campo della medicina. D’altra parte è già stato multato (264 mila euro) dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) perché nel canale tv ha diffuso «informazioni pubblicitarie potenzialmente lesive della salute». Ancora: c’è una denuncia dell’Ordine dei medici di Roma per esercizio abusivo della professione medica e una sospensione dall’Ordine dei giornalisti del Lazio. «Un evento memorabile, da non perdere» promette la pagina Facebook. Ancora: «Una giornata storica che cambierà la medicina... per sempre!». Bum. «L’uomo può vivere fino a 120 anni» assicura il sito con in primo piano il volto, ormai onnipresente sulla tv del digitale terrestre, del giornalista Adriano Panzironi, riconoscibile dalla folta chioma alla Doc di “Ritorno al futuro”. Vende integratori e un libro che mette insieme stile di vita, alimentazione e attività fisica. Servono a vincere una raffica di malattie, stando alle testimonianze che vanno in onda sul canale monotematico, seguite da una precisazione autoassolutoria in cui si dice di mantenere sempre il rapporto con i medici (anche se poi ogni tanto si spiega che la «medicina moderna ha fallito»). Per dire: iniziativa a Bologna, ecco l’ex camionista che dice a Panzironi di avere vinto il mal di schiena grazie ai suoi suggerimenti; la casalinga che sostiene di avere superato la depressione; un signore di mezza età che ora non ha più il reflusso. Sparate parecchio pesanti (e sì, meglio, molto meglio, rivolgersi ai medici che a un giornalista come Panzironi). L’altro giorno ha ironizzato: «In Italia celebriamo gli scienziati, come Leonardo da Vinci e Galileo Galilei, ma si crede ancora a maghi e stregoni. A questo punto tutto è possibile, anche che il prossimo ministro della Salute sia Wanna Marchi». Parlando di Panzironi, ma anche di una iniziativa no-vax, la Grillo ha aggiunto: «Si tratta di fenomeni che vanno capiti, come stamina, e che ci portano a interrogarci su come mai la società oggi abbia messo in crisi quello che dovrebbe essere un patrimonio da difendere a tutti i costi, ovvero il metodo scientifico». La Società italiana di diabetologia (Sid) ha invitato le persone con diabete a non abbandonare le terapie: «Denunceremo questo flusso di disinformazione e di fake news che può nuocere gravemente alla salute delle persone».  Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli: «La tutela della salute dei cittadini da parte dello Stato passa anche attraverso un uso non distorto delle informazioni: per questo abbiamo subito segnalato l’evento Life120 Live, in programma a Roma, alle autorità competenti. Non si può strumentalizzare la scienza medica per sostenere false speranze. Non si può giocare con la salute delle persone, specie se questo porta ad abbandonare le terapie per seguire un’illusione». Panzironi su Facebook fa sapere che oggi si faranno le ore piccole all’Eur: si comincia alle 10 (bisogna registrarsi e l’ingresso è gratuito) ma lui incontrerà «il Popolo Life 120 alle 23.30». E firmerà anche le copie dei suoi libri. Sarà fondato l’albo degli «Angeli del Life 120», dei volontari che potranno incontrare in forma privata Panzironi. E conoscere «i nuovi progetti in difesa dello stile di vita Life 120». Cosa significa?

Il festival di Panzironi, migliaia sedotti dal guru della longevità: «Vivremo 120 anni». Pubblicato domenica, 30 giugno 2019 da Fabizio Caccia su Corriere.it. ROMA Palaeur, ieri pomeriggio, un popolo devoto s’è radunato qui per ascoltare il verbo di Adriano Panzironi, 47 anni, romano, giornalista pubblicista (sospeso dall’ordine) «guru» della longevità. Cinquemila persone, parcheggio pieno come per un concerto, torpedoni da tutta Italia, Milano, Genova, Messina. Panzironi, autore del libro «Vivere 120 anni» che ha venduto dal 2014 ad oggi più di 400 mila copie, è già stato denunciato dall’ordine dei medici di Roma per abuso della professione medica e truffa. Eppure tutta questa gente lo segue estasiata e si mette in fila per fare un selfie con lui. «Io vorrei vivere 120 anni perché mi piace ballare: boogie, twist, rock’n roll. E vorrei continuare malgrado un dolore alla gamba — dice Luigi Bosco, 75 anni, pensionato di Asti — Da tempo sto cercando di incontrare Panzironi per sottoporgli un moscato filtrato naturale che produce un mio amico. No, perché posso pure togliere dalla tavola pane e pasta, come vuole lui, ma al vino non voglio assolutamente rinunciare. Un po’ di Barolo nella vita ci vuole». «Vorremmo vivere 120 anni — sospirano le due sorelle Laura e Aprilia Saffoncini, di Roma, 76 e 83 anni — perché in due abbiamo 8 figli e 10 nipoti e ci piacerebbe tanto continuare a godere della loro compagnia». La società di Panzironi, in effetti, si chiama «Life 120» e la sua teoria è semplice: per vivere più a lungo via dalla dieta i carboidrati insulinici. Pane, pasta, pizza, dolci, cereali. Un trauma, per molti: «In casa nostra — racconta Terzo Ercolani, da Urbino — mia moglie Alessandra un anno fa ha smesso di fare cappelletti e tagliatelle. Così, io che pesavo 93 chili oggi ne peso 78. Sono molto contento, però nel frattempo ho scoperto che Valeria e Nicola, i nostri figli, ora le tagliatelle se le fanno fare di nascosto dalla nonna Maria...». Ieri, da mattina a sera, il Palazzo dello Sport s’è trasformato in una fiera gastronomica sui generis: con la gente in fila al banco dei salumi, ricavati solo «da suini neri e duroc italiani allevati allo stato brado» e conditi con «aromi naturali, spezie e sale dell’Himalaya». Molto affollato anche il banco del «risino e degli spaghetti life», contenenti «meno dell’un per cento di carboidrati» e ottenuti con «farina konjac», un tubero asiatico portatore di una fibra dal nome minaccioso: «il glucomannano». Panzironi un guru, un imbonitore, un furbacchione? La gente in fila al banco del «milk life» (realizzato solo col siero del latte e la panna fresca) lo difende: «Io ora mangio 14 uova a settimana e ho cominciato ad allevare galline — racconta Guglielmo De Giusti, arrivato alla fiera con un gruppo di amici — Con Panzironi semplicemente abbiamo cambiato stile di vita: al posto degli spaghetti a mezzanotte, ora ci facciamo una bella grigliata di carne».  Venti milioni di euro di fatturato, il 50 per cento investito nella tv Life120 Channel, che diffonde in tutta Italia il programma più seguito, «Il Cercasalute», condotto dallo stesso Panzironi. E proprio ieri sera dal Palaeur esaurito è andata in onda la puntata. Anzi, un vero show. Agli spettatori sono state distribuite 3 mila lampadine, poi si sono spente le luci dell’arena e Panzironi ha chiesto al pubblico: «Chi di voi soffriva di mal di testa prima di cambiare grazie a noi stile di vita?», «chi soffriva di diabete?», «chi aveva dolori articolari o intestinali?». Le tremila lampadine, allora, si sono accese tutte in una volta. «E adesso — ha concluso lui con grande pausa ad effetto — spenga la torcia chi può dire di non soffrirne più». In sala s’è fatto buio.

Chi è Adriano Panzironi, l’uomo della dieta per vivere 120 anni. Donnaglamour.it il 27-06-2019. Il nome di Adriano Panzironi è balzato agli onori della cronaca per un particolare approccio alimentare che sostiene allunghi la vita. Scopriamo chi è il suo promotore… Secondo la sua teoria, un particolare stile di vita, che ha chiamato Life 120, sarebbe in grado di produrre e riprodurre la longevità. Ma le sue tesi sono state avversate dalla scienza e dalla medicina tradizionale, tanto da incassare persino una denuncia. Chi è davvero Adriano Panzironi? Vi sveliamo tutto sulla biografia e la vita privata.

Chi è Adriano Panzironi? Adriano Panzironi è nato a Roma, nel 1972. Ha un fratello a cui è legatissimo, e con cui ha sempre collaborato a livello professionale, Roberto Panzironi. Giornalista pubblicista dall’età di 19 anni, Adriano ha scritto per quotidiani come Il Tempo. Ha condotto un telegiornale locale, su un’emittente laziale, e fondato una casa editrice. Ha anche avviato un centro sportivo ad Anzio. Della sua professione e delle sue proposte alimentari si è occupata anche la trasmissione Le Iene, e su di lui si sono accesi i riflettori di scienza e medicina. Sostiene sia possibile vivere sino a 120 anni grazie ai suoi prodotti.

Adriano Panzironi: la dieta Life 120 Vivere 120 anni – Le verità che nessuno vuole raccontarti, pubblicato nel 2013, è un po’ un libro della discordia, che ha scatenato su di sé grande attenzione. Al suo interno, Panzironi propone la sua teoria Life 120, uno stile di vita basato su un regime alimentare che non è scritto da un medico e non ha basi scientifiche. Questo, ovviamente, ha attirato i sospetti di medici e biologi. Secondo Panzironi (denunciato nel 2018 dall’Ordine dei Medici e contrastato da quello dei giornalisti, come riporta La Repubblica), si può vivere a lungo e guarire da patologie come l’Alzheimer e il diabete con semplici (e costosi) integratori da lui proposti. Panzironi ha definito il suo regime alimentare una “paleodieta”, che secondo il suo parere si fonderebbe sul regime alimentare “degli uomini delle caverne: la dieta Life 120 propone infatti di eliminare completamente i carboidrati.

Adriano Panzironi: ricette e prodotti in tv Sul metodo Panzironi c’è anche un’ampia querelle per quanto concerne la messa in onda di una trasmissione, sul Canale 61 del digitale terrestre, che lo vede protagonista. Il Cerca Salute, questo il nome del programma, ospita le sue ricette per vivere sino a 120 anni, con annesse testimonianze sulla presunta efficacia della sua dieta e dei suoi prodotti. Panzironi sostiene che l’assunzione degli integratori di sua produzione migliori la qualità della vita e ne prolunghi la durata. Come riporta Il Tirreno, Agcom ha preso in carico le segnalazioni su questa trasmissione e ha sottoposto la questione a un’attenta analisi. Sotto la lente d’ingrandimento la programmazione del canale Life 120 Channel.

Dove abita Adriano Panzironi? Sulla base delle informazioni fornite sul suo profilo Facebook, Adriano Panzironi vive a Roma, città in cui è nato, ma non si conoscono informazioni aggiunte circa la via o anche solo il quartiere.

3 curiosità sul guru del dimagrimento:

Adriano Panzironi è molto seguito anche sui social: sul suo profilo Instagram non compaiono ancora foto, mentre su Facebook riceve un notevole successo.

Nonostante sia molto seguito e la sua dieta abbia scaldato gli animi di molte personalità mediche, sulla vita privata del guru delle diete non si conoscono molti dettagli: non è infatti conosciuta la sua data di nascita completa e se ha una moglie o una fidanzata.

Più volte il programma di Panzironi è stato soggetto a multe da parte dell’antitrust: quella più salata è arrivata nel 2019 con un totale da pagare pari a 260 mila euro!

Da Radio Capital il 3 luglio 2019. Lo chiamano "il guru delle diete", ma lui rifiuta la definizione: "Il termine è stato usato con un significato dispregiativo: si parla di seguaci, cioè di chi segue qualcuno senza farsi domande", puntualizza Adriano Panzironi a Radio Capital, "Io non ho seguaci: quello di Life120 è un popolo, persone che sono tornate in salute perché sono tornate consapevoli". Life120 "non è un metodo, ma uno stile di vita" che, secondo il creatore e promotore, consente di allungare la propria vita fino ai 120 anni unendo un certo tipo di alimentazione a degli integratori (venduti dallo stesso Panzironi). Chi lo abbraccia racconta di aver ottenuto tanti benefici: "Abbiamo avuto tantissimi casi di parodontite risolte, di carie che spariscono... il nostro corpo ha una capacità riparativa straordinaria", dice Panzironi, che smentisce chi lo accusa di non credere ai farmaci: "Ma devono essere un'extrema ratio da usare quando le altre armi terapeutiche sono esaurite. Già Ippocrate diceva 'fai che il cibo sia la tua medicina', mentre oggi i medici non fanno neanche un esame sull'alimentazione". L'autore del best seller "Vivere fino a 120 anni" si definisce "non un ricercatore, ma un giornalista" (nonostante a maggio sia stato sospeso dall'ordine per otto mesi) e racconta di aver ricevuto "minacce di morte sui social, ho denunciato più di 5mila persone. Io sono un giornalista che sta scoprendo delle verità scomode, che sta portando una rivoluzione sull'alimentazione e sulla salute del prossimo, e questo sta comportando una riduzione di fatturati di società farmaceutiche e alimentari. Io ho detto semplicemente che un giornalista che racconta delle verità deve essere protetto, perché un giornalista può essere eliminato, quando non ci sono altre mosse, anche fisicamente per impedire che racconti delle verità".

Panzironi, con le proteine vi libererò dal male. Panorama era al meeting dei seguaci del metodo Life120 dal Profeta del nuovo regno dove non si ammala mai. Francesco Bonazzi il 15 luglio 2019 su Panorama. C’è vita, oltre il carboidrato. Ma ad aprire le porte del paradiso della dieta iperproteica sarà Adriano Panzironi da Roma, il profeta degli integratori alimentari alla guida del sedicente «popolo Life120». Un folletto con la capigliatura da satanista in disarmo, la giacchina di lamé, le scarpe a punta argentate e un’idea meravigliosa: farci vivere tutti quasi due volte l’età minima pensionabile, in salute e pericolosamente attivi. Con i giusti integratori, quest’uomo che chiaramente campa sul sildenafil come principio attivo di una senescenza operosa, non solo sotto le lenzuola, è pronto a condurre migliaia di adepti in un mondo migliore. Un mondo senza più stipsi né tumori, depurato da afte ed emorroidi, liberato dal diabete e dalle artriti reumatoidi. Un pianeta che non conosce disfunzioni erettili e depressione, e neppure Alzheimer e prostate come dirigibili. Per Giulia Grillo, ministro della Salute, il giornalista pubblicista Panzironi è un fenomeno già visto, ma anche con un certo futuro: «In Italia celebriamo gli scienziati, come Leonardo da Vinci e Galileo Galilei, ma poi si crede a maghi e stregoni. A questo punto tutto è possibile, anche che il prossimo ministro della Salute sia Wanna Marchi». Si aspettavano 7 mila adepti al palazzetto dello sport dell’Eur, e sembrava la solita stima esagerata degli organizzatori, ma poi domenica 30 giugno, nell’arco di una giornata interamente dedicata a convegni, condivisioni delle esperienze salvifiche, esercizio fisico, assaggio di formaggi, salumi e dolci a «filiera controllata», alla fine almeno 4 mila persone sono arrivate per davvero. Con un gran finale, in cui Panzironi ha predicato il suo Verbo in una scenografia neo-corinzia a un ampio popolo di ex obesi, vecchietti terribili con un futuro da Clint Eastwood della Pontina, madri con figlie al seguito. E coppie di uomini di mezz’età con il cappellino azzurro degli Angeli Life120, il borsello a tracolla, il camiciotto da Testimoni di un regno che sta arrivando. Il regno della Libera Proteina Purificatrice. In ogni famigliola, al Palaeur, funziona come all’Ikea la domenica: è facile capire chi è la vittima e chi il carnefice, chi è il credente del Panzironi e chi il coniuge trascinato in questo circo dove ci sarebbe anche da ridere, se non si intravedessero le luci di un piccolo impero economico costruito sulle fragilità, sulle malattie, sul dolore, sull’incubo dell’invecchiamento. Un impero da 20 milioni di euro l’anno dichiarati, metà dei quali dedicati all’autopromozione. Al fenomeno Adriano Panzironi, 47 anni, non poteva mancare un fratello gemello che lo aiuta a mandare avanti la ditta, una onlus che esiste da una decina di anni e vanta mezzo milione di seguaci, anche grazie a un canale tv sul digitale terrestre. Al raduno, alla fine, gli integratori alimentari non si sono visti. Un quotidiano annunciava il blitz dei Nas e quindi sono rimasti solo gli stand culinari, i banchetti con i libri del «maestro», a cominciare dal monumentale Vivere 120 anni, la bibbia della lotta al Satana carboidrato. E poi le postazioni televisive dove sedersi e raccontare come il metodo del «Grande Adriano» ha guarito le patologie più bizzarre. Ma attenzione, perché non è Panzironi che promette guarigioni. Solo loro che raccontano di essere stati guariti. Qui i santoni sono i pazienti, ansiosi di rendere testimonianza, lui è solo un santino che organizza convention all’americana. Se la prende contro «la medicina dogmatica», formula che vuol dire tutto e niente, ma poi spaccia rimedi della nonna a tutto spiano per sgonfiare le pance, probabilmente il maggiore problema moderno a giudicare da questo pubblico adorante, di fronte al quale bisogna ammettere che il totem del suffragio universale traballa un po’. Un’ora prima della sua epifania fisica, i presentatori dello show spiegano come fischiare in diretta tv e ululare con tutta la forza che si ha nei polmoni. Vengono distribuite le lampadine da tirare su e accendere quando i presentatori «chiameranno» le singole patologie. Chi le ha affrontate con il metodo Life120 dovrà alzare la lampadina e spegnerla se è guarito grazie ad Adriano. Il colpo d’occhio dei lumini accesi in questa lunga Notte del senso del ridicolo è quello di un gigantesco cimitero di morti di fame viventi. Paola D., settantaseienne di Latina in apprezzabile stato di conservazione, vuole testimoniare: «Da due anni seguo il metodo Life120 e ho risolto un diabete di tipo 2 e l’artrosi deformante. Avevo rischiato di morire due volte per colpa delle medicine». Giovanni S., dalla Sicilia, spara: «Pesavo 100 chili e adesso ne peso 60. Mangio prosciutto, formaggio e due uova al giorno, ma solo al mattino presto, e ho guarito la stipsi con i semi di lino». Fa proseliti animando capannelli di gente che sembra chiamata a partecipare a un casting congiunto di Carlo Verdone e dei fratelli Coen. Non è un paese per vecchi, ma con Panzironi lo diventerà. Se vi siete chiesti, alla romana, se quest’uomo «ci è o ci fa», la risposta è sotto il fascio di luce che improvvisamente illumina il secondo anello in alto a sinistra: Panzironi non è un furbone che esercita abusivamente la professione medica, come ritiene l’ordine dei medici del Lazio. No, lui ci crede davvero. Per scendere dalle gradinate e arrivare sul palco, il profeta impiega 18 minuti netti. Scende le gradinate baciando e abbracciando donne, uomini, bambini, nonne, stampelle e quello che capita. In viso è trasfigurato, tocca e si fa toccare: un delirio di corpi in torsione, sudore, carezze a palmo aperto, occhiali appannati, braccia protese in segno di vittoria. La vittoria sulla lasagna. Manca solo il tuffo da concerto heavy metal. Qui abbiamo un Maestro che ha molto sofferto per il benessere psicofisico dei suoi credenti e ora chiede indietro un po’ di forza e calore. Quando sale sul palco, giacca con lustrini, scarpe argento, pantaloni di due taglie più piccoli, è come se Michael Jackson fosse tornato a Neverland per fare il dietologo. Ma i dietologi, quelli veri, gli stanno antipatici: «Non dicono la verità, io li abolirei tutti». Eh, grazie, ti piace vincere facile. Poi parte la gogna in contumacia. Davanti alle colonne da finto teatro greco, ci sono due tavoli da convegno, con i segnaposto. Sono per dieci «personalità» che hanno criticato Adriano nostro. Si comincia con la Grillo, si prosegue con il presidente dell’Ordine dei medici e con quello dei giornalisti del Lazio, che lo ha sospeso per sei mesi.

Poi tocca a senatori e deputati che hanno parlato male di Life120, ai presidenti delle autorità Antitrust e delle Comunicazioni che lo hanno multato, al presidente dei diabetologi italiani, Francesco Purrello, che lo ha accusato di «fare promesse che mettono a rischio la vita dei malati». A tutti viene dedicato un breve filmato che li ridicolizza, poi si inquadra il loro posto sul palco lasciato vuoto e dalle gradinate parte la scarica ammaestrata di ululati e fischi. Molti nemici, molto fatturato. Qui dietro, al Colosseo quadrato, qualcuno non aveva capito niente. Finita l’apologia, Panzironi impugna il microfono: «Noi ci limitiamo a informare le persone, ma l’ordine dei giornalisti attacca noi anziché il giornalista scientifico che porge il microfono in modo acritico al primario di turno». Ed ecco come il perseguitato Adriano si difende dall’accusa di non essere un medico: «Ci sono giornalisti che parlano di mafia e non sono mai stati mafiosi, che scrivono di calcio e non hanno mai dato un calcio al pallone». Lui però, con la stessa logica, pretende addirittura di allenare la Nazionale.

·        Fatture o sussidio. Reddito di Cittadinanza e Salario Minimo. La fotografia del Paese diviso.

L'ultimo libro di Francesco Bonazzi dimostra come il divario in Italia tra nord e sud c'è e sia incolmabile, scrive il 6 marzo 2019 Panorama. E venne il giorno di Della Cananea. Che detta così sembra un profeta dimenticato, uno che arriva dopo i supplizi di Geremia e prima che Giona venga sputato sulla spiaggia dalla balena. Lunedì 14 maggio 2018, dopo 70 giorni di inutile balletto per dare vita a un governo, lo spread è insospettabilmente fermo a 129 punti, cinque in meno della vigilia delle elezioni. Ce la faranno Lega e Cinque stelle a formare un esecutivo? Quel giorno Il Corriere della sera apre così: «Lega e Cinque stelle: siamo pronti». In realtà per la nascita del governo Conte ci vorranno ancora 20 giorni, il braccio di ferro su Paolo Savona al Mef, lo sfortunato incarico a Carlo Cottarelli (con spread fino a 303 punti) e una quantità mai vista di «auto-gufate» sulla tenuta dell’Italia. Da qualche settimana, dunque, è comparso in mezzo al deserto Giacinto Della Cananea, allievo di Sabino Cassese, ordinario di diritto amministrativo a Tor Vergata. È stato scelto da Luigi Di Maio per esaminare i programmi elettorali di M5s e Lega e trovare i punti di contatto sui quali stringere poi il famoso «contratto». 

Nato nel 1965, Della Cananea viene invitato dall’Associazione della Stampa estera per spiegare in che cosa consiste il suo lavoro. C’è grande curiosità, perché al di là dei tecnicismi e delle astrazioni della politica italiana, è interessante capire se «i nuovi barbari» abbiano o meno accesso alle migliori intelligenze del Paese. Un piccolo dettaglio personale: sono lì perché iscritto da qualche mese alla Stampa estera come corrispondente dell’agenzia di stampa inglese Alliance news, per la quale scrivo di Borsa e, in buona parte, purtroppo, di «rischio Paese». Della Cananea argomenta bene. Non sbaglia un congiuntivo. Non annuncia purghe. Cerco di astrarmi da quello che sta raccontando e ho la quasi matematica certezza che potrebbe annunciarci con uguale pacatezza la nazionalizzazione del risparmio privato, o l’invasione della Grecia. E invece, a un certo punto, interviene un collega del Sud Europa e gli fa una domanda densa di preoccupazione, nel corso della quale sostiene che «l’Italia è purtroppo un Paese deindustrializzato».

Mi sveglio dal mezzo torpore in cui mi ha parcheggiato l’eloquio forlaniano del profeta del governo gialloverde, e lì per lì non ragiono sul fatto che siamo la settima economia del pianeta, la seconda potenza manifatturiera d’Europa, o che le nostre macchine utensili sono vendute in tutto il mondo. No, penso all’autostrada Torino-Milano-Venezia, o alla Padana superiore. Penso che basta guardarsi intorno, dai finestrini. Penso che stare a Roma sia meraviglioso, ma dopo un po’ di anni finisci per credere che il Pil dell’Italia si regga sul Festival del cinema e sulla Rai «prima azienda culturale del Paese». È stato grazie a quel breve momento surreale, «l’Italia deindustrializzata», che ho deciso di scrivere il libro Viva l’Italia! Perché non siamo il malato d’Europa. Per provare a spiegare che siamo un Paese disordinato, ma che non siamo «il malato d’Europa». Dove la ricchezza finanziaria privata è quasi il doppio del debito pubblico e il patrimonio immobiliare vale 3,8 volte il Pil. E con una caratteristica ulteriore che ho cercato di dimostrare nel capitolo qui a fianco. Da noi nessuno minaccia più la secessione: e sapete perché? Semplicemente, perché la secessione c’è già stata.

Paolo Bracalini per ''il Giornale'' il 2 dicembre 2019. A otto mesi dalla partenza del reddito di cittadinanza i numeri certificano ormai il drammatico insuccesso della misura voluta dal M5s (e votata anche dalla Lega). Su 700mila beneficiari del sussidio considerati occupabili e quindi inseribili nelle liste si collocamento dei famigerati Centri per l'impiego, in realtà solo 50mila sono stati contattati per firmare il patto del lavoro, la procedura burocratica che dovrebbe portare - solo in teoria - il disoccupato sussidiato a trovare un impiego, la cosiddetta «fase 2» del reddito. Ovviamente ancora meno sono quelli che hanno trovato effettivamente un lavoro grazie a navigator, le figure inventate da Di Maio con la fantascientifica missione di proporre la bellezza di tre posti di lavoro ad ogni disoccupato. Secondo fonti sindacali interpellate dal Messaggero, infatti, hanno ottenuto un impiego solo mille persone sulle 700mila che ricevono l' assegno di cittadinanza, lo 0,14%. Quindi nulla. Specie se si considera l' enorme spesa sostenuta dalla collettività per finanziare il sussidio grillino: 3 miliardi di euro. In sostanza gli italiani hanno speso 3 milioni di euro per creare un posto di lavoro. La misura grillina si è insomma rivelata un sussidio puro e semplice, mentre il meccanismo dei navigator è - come prevedibile - un fallimento totale. Quei pochi sussidiati che trovano effettivamente un lavoro, poi, lo trovano precario. Questo è l' Anpal (l' Agenzia nazionale del lavoro che risponde al ministero) a dirlo: solo il 18% dei beneficiari del reddito di cittadinanza ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato, tutti gli altri sono precari. Ma sono appunto una sparuta minoranza in mezzo a gente sussidiata per non fare niente. Nei centri dell' impiego si stanno accorgendo che non hanno competenze minime neppure per trovare un lavoro umile. Arrivano percettori di reddito con una scolarizzazione troppo bassa, il 60/70% con un obbligo scolastico non completato» racconta al Sole 24Ore il direttore del Centro per l' impiego di Palermo. Stesso quadro in Veneto: «I percettori provengono da professioni di livello basso, basse qualifiche, nei settori dell' edilizia, nel commercio e della logistica dove c' è un turn over continuo. Potranno dunque essere impiegati solo temporaneamente» spiega al quotidiano confindustriale il direttore di Veneto Lavoro, Tiziano Barone. Maurizio Del Conte, presidente di Afol metropolitana, l' agenzia per la formazione della città metropolitana di Milano, parla di «una platea non ancora pronta ad essere spendibile, la stragrande maggioranza con un basso titolo di studio». Insomma centinaia di migliaia di persone che ricevono un assegno statale ma che difficilmente troveranno mai un datore di lavoro disposto ad assumerli. Anche perché le aziende cercano i profili di cui hanno bisogno attraverso altri canali, sapendo che molto difficilmente troverebbero qualcuno adatto tra i percettori del reddito iscritti ai Centri per l' impiego. Questa situazione rende di fatto eterno il reddito di cittadinanza a carico della fiscalità generale. Nel frattempo si scoprono con una frequenza allarmante nuovi casi di furbetti del reddito, gente che lo incassa senza averne titolo, lavorando in nero o peggio. Cinque affiliati alla 'ndrangheta arrestati a Reggio Calabria percepivano il reddito di cittadinanza, mentre sabato la polizia ha arrestato a Palermo il latitante di mafia Pietro Luisi, incastrato perchè la madre faceva la spesa per lui con il reddito di cittadinanza. Le frodi sono centinaia in tutta Italia. Pagati per non far nulla, lavorare in nero o delinquere. Peggio di così il M5s non poteva fare.

De Luca sul reddito di cittadinanza: "È servito a pagare la manovalanza della camorra". Il governatore dem della regione Campania contro il provvedimento dei pentastellati: "Ho sempre distinto la povera gente vera dai figli di buona donna e dai delinquenti. Troppe volte il sussidio è servito a far scansare il lavoro stagionale". Lavinia Greci, Giovedì 31/10/2019, su Il Giornale. "Il reddito di cittadinanza è servito a pagare la manovalanza della camorra". Le parole pesanti contro la misura del Movimento 5 Stelle sono del presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, che per contestare il provvedimento voluto dai pentastellati ha scelto un'espressione destinata a rimanere. Secondo quanto riportato da Libero, infatti, ieri, il governatore del Partito democratico si sarebbe espresso in questi termini intervenendo a Radio Crc e criticando, così, la disposizione politica 5S. "Ho sempre distinto la povera gente vera dai figli di buona donna e dai delinquenti. Troppe volte il sussidio è servito a pagare la manovalanza della malavita, a far scansare il lavoro stagionale, ad avere un incentivo a fare il doppio lavoro e prendersi il reddito di cittadinanza, a minacciare i commercianti per farsi dare in contante l'equivalente della scheda del reddito di cittadinanza", ha continuato De Luca ai microfoni dell'emittente, denunciando una prassi che, secondo le sue parole, sembra piuttosto consolidata. E così, per il governatore campano, il reddito di cittadinanza, che avrebbe dovuto essere utilizzato come sostegno e volano per l'avviamento al lavoro, viene in molti casi sfruttato da lavoratori in nero e criminalità, per agire nell'ombra e percepire le somme del sussidio.

Una giornata da navigator, interviste e computer lenti.  Pubblicato giovedì, 31 ottobre 2019 su Corriere.it daAntonio Crispino e Federico Fubini. Nel centro per l’impiego di Penne con due «tutor» freschi vincitori del concorso: «Le imprese? Aspettiamo i corsi». Da un lato le finestre sulle colline che digradano luminosamente verso Pescara e l’Adriatico, dall’altro la piazza medievale di Penne e le pendici severissime del Gran Sasso. In mezzo, in una stanza stretta fra le finestre, due giovani uomini sbarbati di fresco in jeans e maglia di lana: Francesco Gallo, 25 anni, laurea in scienze politiche con tesi sul pentastellato reddito di cittadinanza e sul reddito d’inclusione renziano, poi un’esperienza all’ufficio smistamento delle Poste; e Diego La Torre, 40 anni, tesi in psicologia del lavoro, un passato da manager di call center con cento addetti sotto di sé e un reddito da 1.500 euro al mese, assegni familiari inclusi per i due figli piccoli. Sono colleghi. Sono navigator del centro per l’impiego di Penne, Abruzzo. E non hanno tempo da perdere: entro dicembre devono convocare 528 percettori del reddito di cittadinanza, intervistarli, profilarli, stipulare con loro «patti per il lavoro» o, nei casi senza speranza, «trasformarli» (in gergo, mandarli ai servizi sociali). Anche stamattina ciascuno dei due navigator ha convocato sei o sette beneficiari. Poiché rischiano di perdere l’assegno se spariscono, quelli si presentano quasi sempre. La liturgia ogni volta all’inizio si somiglia, poi diventa sempre più varia man mano che passano i minuti e vengono a galla i drammi personali di ognuno. Gallo sta già parlando con una coppia di disoccupati di mezza età, lei abruzzese, lui senegalese, due figlie di dodici e quattordici anni. Più parla, più è chiaro che sono diversi: lui è fabbro da quando abitava a Dakar ma è pronto a tutto pur di lavorare, lei teme soprattutto di trovare un posto che le faccia perdere il reddito di cittadinanza. Sono le nove e ventisei quando entra una signora bionda scusandosi del ritardo a profusione. Era attesa fra quattro minuti, alle nove e mezza. Daniela è partita dal suo paese in collina due ore fa per essere certa di farcela. Chiede solo che non si riporti il suo cognome. Ha 46 anni, ma ha iniziato a lavorare da sarta a quattordici e a diciotto era già nella cucina del ristorante di quello che sarebbe diventato il suo ex marito. È disoccupata dal 2013, quando è fallita l’azienda di cui teneva la cucina. Faremo il patto per il lavoro, le dice il navigator. «So come funziona», taglia corto lei. Vorrebbe giusto capire perché il suo reddito di cittadinanza è stato tagliato dopo i primi due mesi, aprile e maggio. È la domanda che fanno tutti i convocati e i navigator non sanno rispondere perché gli importi li vede solo l’Inps, con il quale il centro per l’impiego di Penne condivide un piano in questo palazzo e gli austeri bagni per gli utenti, ma non le banche dati (il ricalcolo dovuto al peso di un sussidio precedente, chissà perché, ha decurtato l’assegno ai disoccupati proprio subito dopo le elezioni europee del 26 maggio).

Sbrigate le formalità, Diego La Torre parte con le domande alla signora Daniela: «Farebbe corsi di formazione?». «Sì, di cucina, mi piace tanto». «Lavorerebbe la domenica? A domicilio? Di notte? Su turni? In part-time?». Daniela farebbe tutto. Giusto la stagionale no perché l’ultima volta le hanno fatto fare dodici ore fino all’alba in una cucina, a quaranta euro. «E notturno no, perché non poi non torno a casa. Il lavoro è questione di bus». È un classico, da quando Gallo e La Torre hanno iniziato a intervistare disoccupati sei mesi dopo aver vinto il posto da navigator. «I giovani sono rari», fa Gallo. La figura tipica è la madre di mezza età, spesso single, titolo di studio basso, figlia di agricoltori che hanno lasciato una casa impossibile da vendere e impossibile da mantenere, esperienza in negozi o bar, figli minorenni o comunque agli studi. Queste donne sono in trappola. Poiché non lavorano, non possono permettersi un’auto e poiché non l’hanno un’auto, non possono lavorare dove non arriva il bus. Poiché non sono giovani, non possono competere con le ragazze e più il tempo passa dall’ultimo giorno in cui lavorarono, più diventano inoccupabili. Alla fine l’indice di profilazione di Daniela esce altissimo nello schermo del computer, non appena questo si sblocca (Mimmo Parisi, regista del progetto navigator per conto dei 5 stelle, parla di «machine learning» e «artificial intelligence», ma qui il software è di undici anni fa e gennaio Microsoft smette di supportarlo). Un indice alto significa che Daniela è considerata difficile da collocare, ma Diego La Torre ricorre a quella che un po’ è una bugia caritatevole: «C’è un assegno che lei porta in dote – dice alla donna, che in faccia ha già un sorriso amaro -. L’agenzia pubblica o privata che le trova un contratto di almeno sei mesi, avrà come premio un assegno di ricollocazione fra i mille e i cinquemila euro: tanto più alto se il suo indice di profilazione sale».

La realtà è più complicata. E non solo perché per il centro per l’impiego l’incentivo a darsi da fare è pari a zero: l’eventuale premio non spetterebbe né all’addetto che trova lavoro al disoccupato, né al suo ufficio. Va alla regione, nel calderone del bilancio. Così i navigator cercano di restare calmi, precisi, meticolosi, rassicuranti con i disoccupati. Ma il sistema delle politiche attive, visto qui da Penne, sembra la quinta di un western dove dietro alla facciata del saloon c’è poco o nulla. I pilastri del «patto il lavoro» che quasi tutti firmano sarebbero infatti cinque, ma solo uno è in piedi: l’azienda che assume il disoccupato in modo permanente può usare il suo reddito di cittadinanza, fino a esaurimento, per versare i contributi (ma pochi lo sanno); il premio in denaro all’agenzia che trova il posto è bloccato perché, incredibilmente, manca il decreto attuativo; i «progetti di utilità collettiva», nuovi lavori socialmente utili da affidare ai percettori del reddito, non partono perché il decreto ad hoc è appena stato varato e mancano i piani dei comuni; i progetti pubblici di formazione per i disoccupati sono quasi solo sulla carta, per ora; e i navigator come Gallo e La Torre non solo non stanno parlando con le imprese per comprendere le loro esigenze e intermediare fra loro e i disoccupati; non sanno neanche come si fa: i corsi ad hoc per loro non sono iniziati. Per ora i due restano chiusi in ufficio e intervistano, intervistano, intervistano. Molti navigator sotto sotto sono nervosi per questo: nel loro contratto di «collaborazione» con l’Agenzia per le politiche attive del governo (Anpal Servizi) è scritto che entro fine incarico, fra 18 mesi, devono aver segnalato almeno un’«offerta congrua» a ogni disoccupato. Altrimenti rischiano sanzioni, benché anche quelle per ora restino imprecisate. Ma è soprattutto qualcos’altro che lascia perplesso Francesco Gallo: da Anpal Pescara si raccomanda di far firmare «patti per il lavoro» invece di «trasformare», cioè mandare ai servizi sociali, i tanti senza lavoro da oltre due anni giudicati ormai inoccupabili. Si vuole evitare che i comuni poi li rimandino ai centri per l’impiego, in un eterno rimpallo fra burocrazie. «La norma dice che dopo due anni queste persone hanno bisogno di servizi sociali. Un minimo di formazione giuridica l’ho avuta e so che la legge non andrebbe ignorata», nota Francesco Gallo. Daniela intanto, tornata a casa dal colloquio, ha altro a cui pensare. Il navigator La Torre le ha detto di iscriversi al sito di Anpal, l’agenzia per il lavoro, «ma è un macello» dice lei. Complicatissimo. «Mi sono potuta iscrivere solo a metà. Spero veramente che la mia vita cambi».

Paolo Bracalini per “il Giornale” il 23 ottobre 2019. Pagati per non far niente. Le peggiori previsioni sul quel che sarebbe successo col reddito di cittadinanza si stanno puntualmente verificando. Propagandata da Di Maio come una misura per reinserire i disoccupati nel mercato del lavoro, il Rdc si sta invece rivelando come un sussidio puro e semplice, senza alcun vero meccanismo per far lavorare chi attualmente non ha una occupazione (o ne ha una in nero, in moltissimi casi, come sta scoprendo la Guardia di finanza). Dopo sette mesi dalla partenza del reddito, su 982mila percettori del benefit statale soltanto una misera percentuale, circa il 5%, ha infatti attivato un «patto per il lavoro». Si tratta di una sorta di contratto che il beneficiario del reddito firma dopo aver definito il proprio «bilancio delle competenze» e essersi impegnato a rispettare gli obblighi previsti dalla legge, tra cui quello di accettare una proposta di lavoro congrua, la cosiddetta «fase 2» del reddito di cittadinanza. Ecco, questa procedura finora, a sette mesi dall' avvio del Rdc, l' hanno fatta soltanto 50mila beneficiari del reddito di cittadinanza, su quasi un milione. In altre parole il 95% di coloro che ogni mese ricevono il sussidio non ha neppure lontanamente iniziato l' iter per essere poi inserito nelle «liste di collocamento» dei centri per l' impiego. I quali, nel romanzo di fantascienza partorito dai Cinque Stelle (e approvato anche da Salvini), dovrebbero poi offrire ben tre posti di lavoro ad ogni disoccupato. La realtà si sta rivelando completamente diversa dai sogni grillini. Finora l' unica cosa che funziona (e neanche bene) è il pagamento del reddito, ma tutta l' architrave che doveva traghettare gli assistiti verso il lavoro, attraverso l' intermediazione dei navigator assunti dalla Pa, con aggravio di spesa pubblica, si sta rivelando un drammatico bluff. I dati parlano chiaro. «Secondo le prime verifiche parziali, ci sono 200mila convocazioni, 70mila colloqui e 50mila Patti per il lavoro sottoscritti» spiega la coordinatrice della Commissione lavoro della Conferenza delle Regioni Cristina Grieco. Neanche 50mila, per la precisione 49.896. E questi non hanno trovato un lavoro, sono stati semplicemente schedati in vista del miraggio di un posto di lavoro. E gli altri 150mila convocati? Finora non si sono presentati nei centri per l' impiego, avevano altri impegni. Le Regioni protestano, chiedono una «data unica» per applicare le sanzioni verso chi non si presenta ai colloqui. Ma anche sul fronte dei lavori socialmente utili, previsti dalla legge istitutiva del reddito di cittadinanza come condizione per poterlo ricevere, siamo in enorme ritardo. Solo ieri il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha firmato il decreto per attivare i Comuni sulle modalità per far svolgere ai sussidiati dei servizi alla comunità, per qualche ora alla settimana. Cosa che, finora, non stanno assolutamente facendo. Insomma, come scrive Italia Oggi, per ora si configura come «reddito di cittadinanza a sbafo». Anche il governo è costretto a parlare di «fallimento». «Dobbiamo concentrarci sulla fase due perché i navigator non diventino il capro espiatorio di un eventuale fallimento - dice al Sole24Ore la sottosegretaria Pd al Lavoro, Francesca Puglisi - I primi beneficiari profilati dai centri per l' impiego mostrano competenze molto basse, poco più della scuola secondaria di primo grado, e una storia di disoccupazione che dura da anni». Insomma profili che difficilmente incontreranno mai le esigenze di una datore di lavoro. «Non solo. Gli operatori dei Centri per l' impiego e i navigator, da soli, difficilmente potranno gestire una ricollocazione così massiccia. Occorre intervenire, coinvolgendo meglio le agenzie per il lavoro private accreditate per favorire il più rapido inserimento». Quindi anche i navigator, sbandierati da Di Maio come una grande innovazione, sono inutili, serviranno consulenti esterni a pagamento. Nel frattempo, un milione di persone continua a ricevere l' assegno mensile, in media 482 euro al mese. Senza fare nulla e senza essere neppure candidabile ad un posto di lavoro. Il tutto per la modica cifra di 10 miliardi di euro.

Fatture o sussidio. La fotografia del Paese diviso, scrive Carlo Lottieri, Venerdì 08/03/2019, su Il Giornale.  È una rappresentazione dell'Italia divisa in due quella che emerge dalle ricerche in Google degli ultimi giorni: con una parte del paese che cerca di capire cosa debba fare di fronte alle nuove regole in materia di fattura elettronica, e l'altra metà che prova invece a districarsi tra le procedure necessarie per accedere al reddito di cittadinanza. La diatriba di questi giorni tra il ministro Erika Stefani e il presidente campano Vincenzo De Luca potrebbe essere letta a partire da qui: dalle responsabilità condivise di una classe politica italiana che, da un lato, continua a vessare quanti provano a produrre benessere e, dall'altro, seguita a promettere risorse non meritate a quanti avrebbero bisogno di più opportunità e non di soldi, di più libertà e non di aiuti. Dovrebbero allora riflettere su questa fotografia dell'Italia odierna quanti, specie al Sud (ma non solo: basti osservare certe prese di posizione del Pd veneto), continuano a contrastare ogni ipotesi autonomistica e seguitano a difendere l'esistente, senza comprendere come questa Italia unificata dallo statalismo faccia danni al Nord con un'invadenza tributaria abnorme e al Sud con un assistenzialismo che non offre prospettive di sviluppo, spingendo a emigrare. In effetti, se il governo Lega-M5S non riduce tassazione e regolazione, redistribuzione e spesa pubblica, ai giovani non resta che andarsene a cercare fortuna altrove. Una tale rappresentazione di questo nostro paese spaccato in due è maggiormente eloquente di tante cifre e insegna molte più cose di quanto non facciano talune analisi che si credono sofisticate. In questi giorni, infatti, si sono spesso contrapposti i dati della Ragioneria generale dello Stato e i Conti pubblici territoriali, con l'intento di negare che la società settentrionale sarebbe penalizzata, dato che anzi il Mezzogiorno darebbe più di quanto non riceva. Ovviamente non è così. E per giunta non si può sostenere che il Sud è sacrificato dal regime attuale e che, al tempo stesso, nulla va modificato per non togliere al Mezzogiorno le risorse necessarie ad assicurare gli stessi servizi sanitari o educativi. Se fosse vero che il Sud è maltrattato, per quale ragione si dovrebbe temere quella che è stata iperbolicamente definita la «secessione dei ricchi»? In realtà bisogna prendere atto, ormai, che in Italia ogni questione pubblica è soprattutto una questione territoriale, e questo perché le politiche di spesa hanno approfondito il divario Nord-Sud, danneggiando la società nel suo insieme. Le politiche romane, durante quest'anno come molte volte in passato, hanno spremuto l'economia centro-settentrionale promettendo favori e privilegi al resto d'Italia. Qualcuno ha annunciato la fine della povertà, altri hanno pensato che il prezzo del latte (derivante dall'incontro di una serie di fattori) possa essere manipolato per ottenere un po' di voti. Questa demagogia sta ora azzoppando il sistema produttivo, concentrato al Nord, dopo avere politicizzato all'ennesima potenza l'intero Mezzogiorno, sempre alla ricerca di favori. Avviare un processo che responsabilizzi i territori e porti tutte le regioni a vivere delle proprie risorse (ciò che non ha nulla a che fare con i cosiddetti «costi standard») è l'unica strada che può liberare il Nord e il Sud al contempo. Il primo potrà disporre della sua ricchezza e il secondo si sottrarrà, finalmente, alle logiche assistenziali che da troppi decenni ne impediscono lo sviluppo. Carlo Lottieri

Reddito di cittadinanza. Le storie di chi lo chiede.

Tante donne e uomini di mezza età senza lavoro, ma anche giovanissimi e anziani, scrive il 6 mar 2019 La Repubblica tv. Qualcuno dorme per strada, tutti fanno fatica a pagare l'affitto, le bollette, la spesa. C'è la madre sola che cerca una soluzione per la figlia ricercatrice a carico e la laureata in biologia disoccupata anni, la giovane donna che campa a stento da sempre a lavoretti, l'operaio edile con la ditta che ha chiuso, l'immigrato criminologo e il pensionato con la minima che mantiene moglie e due figli disoccupati. Da Milano a Torino, Genova, Bologna, Roma Napoli e Bari c'era l'Italia povera in coda agli uffici del Caf e delle Poste nel primo giorno utile per chiedere il reddito di cittadinanza. In coda con la stessa speranza e due dubbi: il reddito mi arriverà davvero? E cosa c'entra tutto questo con nuovi posti di lavoro?

Reddito di cittadinanza, le storie dei disoccupati tra speranza e scetticismo, scrive Mercoledì 6 Marzo 2019 Andrea Ruberto su il Mattino. Primo giorno per inoltrare richiesta del reddito di cittadinanza. Nonostante la poca affluenza registrata alle poste e ai Caf presenti sul territorio, sono tante le storie di chi attende il sussidio elargito dallo Stato. Storie di difficoltà economiche soffocanti, di stenti quotidiani e di occasioni che non arrivano mai. “Sono disoccupato dal 2009 - racconta Antonio - Vivo con i miei genitori, senza un lavoro e senza nessun introito. Sono venuto a informarmi sul reddito di cittadinanza anche se credo sia una forma di ricatto. Non si può andare avanti con pochi spiccioli”. Allo scetticismo di Antonio fa eco Maria, anche lei disoccupata. “Ho bisogno di chiedere il sussidio - spiega - Non sono d’accordo con le modalità, ma non abbiamo altra alternativa al momento. È una forma di elemosina da parte dello Stato e non ci sta bene. Noi vogliamo un lavoro, che sia un salario minimo, ma garantito”. Tra chi attende il proprio turno all’interno dei Caf c’è però anche chi ha fiducia nel futuro e spera attraverso il sussidio di risollevare la propria condizione. “Mi trovo in una situazione di precarietà essendo disoccupato e avendo famiglia - afferma uno dei presenti - Spero di trovare un’occupazione duratura, perché il reddito non è per tutta la vita”. “Non mi hanno mai dato un lavoro, nella mia vita ho solo sofferto - racconta Antonio, venditore ambulante, che ha appena consegnato i documenti necessari per la richiesta - Io credo nel reddito di cittadinanza, con questa carta posso trovare lavoro. Anche se ho cinquant’anni sono disposto ad alzare anche i palazzi”.

Cronache dal reddito di cittadinanza. Le storie del 7 marzo 2019 dai quotidiani locali del Gruppo Gedi. Agli sportelli ci sono soprattutto gli over 45 che hanno perso il lavoro ma non possono andare in pensione, sospesi in un limbo in cui la vita diventa pura sopravvivenza. Sono loro principalmente a fare richiesta del reddito di cittadinanza, come riportano i quotidiani locali del Gruppo Gedi nel giorno del debutto del provvedimento targato Cinquestelle. Ci sono poi i giovani che cercano una stampella che li sostenga durante la ricerca del lavoro, le donne sole con figli a carico, le persone fragili e poco istruite e magari con un passato di tossicodipendenza. È chiaro che ogni categoria avrebbe bisogno di un qualcosa di diverso: un sussidio di disoccupazione, un accompagnamento alla pensione, misure di inclusione sociale. Ma intanto, c'è il reddito, scrive Andrea Scutellà il 7 marzo 2019 su mattinopadova.gelocal.it.

Dalla Toscana al Friuli, la richiesta arriva dalle donne sole e dagli over 45. I giovani sono pochissimi. Agli sportelli dei Caf della provincia di Massa-Carrara ci sono soprattutto donne sole con figli a carico tra i 30 e i 50 anni. Poi ci sono i disoccupati sopra i 45 anni: persone che hanno perso il lavoro e per questioni anagrafiche sono state espulse da un mercato spietato, senza aver maturato i requisiti della pensione. Stesso discorso a Pisa e Udine: il reddito di cittadinanza, per i richiedenti, è l'ultima speranza per una vita dignitosa (Il Tirreno, Il Messaggero Veneto).

A Trieste il beneficiario è “fragile, poco istruito e con problemi di dipendenze”. Trieste. La giornata ai Caf di Trieste scorre come in quelli del resto d'Italia, senza intoppi né code. Il responsabile degli sportelli della Cgil Maurizio Fanin, traccia l'identikit del beneficiario: “La platea è varia, ma molti hanno problematiche di inserimento sociale, anche di ex tossicodipendenza, certamente di scarsa istruzione. Uomini e donne semplici, indifesi, senza un proprio ruolo nel mondo” (Il Piccolo).

Treviso, il reddito alternativa agli stage non retribuiti: “Non chiamateci parassiti”. Treviso. A Treviso la coda è più composita che nelle altre città, ci sono anche giovani come Eleonora, che arrivano da tre mesi di stage non retribuito. “Il sussidio per me è un ponte – spiega -, mi darà i soldi per mangiare e con i percorsi di inserimento è più facile trovare un'occupazione”. Dietro di lei lavoratori stranieri disoccupati da qualche mese, pensionati, esodati. È il mondo che ha bisogno del reddito (La Tribuna di Treviso).

“Se costringo la mia ex ad ottenerlo, non le do più il mantenimento?”. Padova. “Posso obbligare la mia ex moglie a presentare domanda per il reddito di cittadinanza per non versarle più il mantenimento?” La curiosa domanda è stata rivolta agli addetti di un Caf di Padova, nel primo giorno utile per la richiesta della misura targata Cinquestelle. Se ci state pensando, la risposta è no: non si può costringere nessuno a fare richiesta (Il Mattino di Padova).

Domanda online in tilt: ventiquattro ore in attesa dell'identità digitale. Udine. Se la fila agli sportelli fisici scorre liscia, non si può dire altrettanto per quelli online. Perché per completare la pratica da casa è necessario accedere al sistema di identità digitale Spid, che però non è facile da ottenere. Il Messaggero Veneto ci ha provato per tutta la giornata del 6 marzo, ma non è riuscito ad ottenere l'agognata mail di conferma di attivazione, promessa alle 10.32 dal portale del governo (Il Messaggero Veneto).

Ex Alitalia e tanti stranieri, storie di reddito al Caf, scrive Silvia Mancinelli su Adnkronos il 06/03/2019. Trovare un Caf che a San Giorgio sia abilitato all’invio del reddito di cittadinanza è ad oggi più complicato del previsto. Qui, nella borgata di Acilia dove il coraggio dei costruttori privati fa a pugni con le palazzine popolari affamate di manutenzione, i centri per l’assistenza fiscale per lo più non aprono le saracinesche prima delle 15,30 e i pochi aperti - come quello in via Cesare Maccari o in via Antonio da Gaeta, a due passi dalla più nota via di Acilia, non sono ancora "attrezzati" per l'emergenza del momento. E' all'ufficio postale di via di Saponara che bisogna andare: un’isola felice, contro ogni aspettativa, dove la paventata calca e le previste resse sono state annientate sul nascere da un'organizzazione che sembra di un altro mondo. All’ingresso una annoiata guardia giurata punta all'unico punto in cui si è formata fila: davanti allo sportello postepay, dall'altra parte una dipendente assiste gli utenti e li indirizza ai vari sportelli con i numeretti. "Per il reddito di cittadinanza abbiamo sconfitto fila e discussioni con l'invito a presentarsi, giorno per giorno, in ordine alfabetico - spiega l’impiegata -. Oggi possono inviare il modulo le persone il cui cognome inizia per A e B, domani quelli per C e così via fino al prossimo mercoledì 13 marzo quando sarà la volta di S fino a Z". A Ostia la folla si è invece creata nel Caf di via delle Gondole, dove per lo più ad aspettare l'aiuto a compilare il modulo ci sono stranieri. Pochissimi italiani, tra questi Lucio che sogna un lavoro: "Sono disoccupato dal 2011 - spiega -, se solo riuscissero a garantirmi una occupazione, tutta questa attesa sarebbe per me miele". Accanto a lui, Gaetano aspetta la nuora e la moglie all’interno: "Sono ottimista - dice l'uomo -, mio figlio ha lavorato in Alitalia nove anni ed è tra i mille e più esuberi lasciati per strada. Ha 30 anni Luca, ed è papà di due bambini. Ora che anche la moglie è stata licenziata dopo la seconda maternità dal negozio sulla Tiburtina dove lavorava, questa prospettiva potrebbe risollevarci non poco". "Siete voi giornalisti a creare panico - dice un senegalese uscito a fumare -, qui è tutto tranquillo". La compagna che a fatica prova a farsi capire lo raggiunge sventolando un foglio: "Ho permesso - alza la voce - io cittadina".

"Voglio portare il pane a casa". Quelli del Reddito di cittadinanza, scrive Claudio Zagara Mercoledì 06 Marzo 2019 su livesicilia.it. Il popolo del Reddito. Separati, disoccupati con molta speranza. Ecco le storie che ci hanno raccontato. Il Reddito di cittadinanza parte in sordina, tra speranze e buone intenzioni, ma senza folla e code chilometriche. Oggi la “carica” prevista nei giorni scorsi sembra non essere suonata: a Palermo uffici postali semideserti per tutta la mattina e impiegati a gestire l’ordinaria amministrazione, con sorpresa di chi era uscito di casa pronto per lunghe attese. Già più movimentata, ma pur sempre spedita e controllata, la situazione in alcuni Caf della città. Uno dei patronati più attivi nella prima mezza giornata di reddito è il Caf Cisl di via Villa Heloise, che alle 11,30 circa conta una sessantina di domande presentate in sede, e oltre 200 da tutti i Caf Cisl della provincia di Palermo. A queste potrebbe aggiungersi quella di Daniele, non molto ferrato su requisiti e procedure ma armato di speranze. “Ho 38 anni, sono separato da poco e sono disoccupato - dice -. Nella mia vita sono anche stato in regola, ma ben 14 anni fa, e da tutti questi anni lavoro saltuariamente e senza garanzie. Spero che mi inseriscano nel mondo del lavoro - continua -. Voglio portare il pezzo di pane a casa. La speranza è solo quella, di essere inserito nel mondo del lavoro”. Girolamo Crivello, responsabile Caf Cisl Palermo, assicura la preparazione dei dipendenti nell'affiancare i cittadini: “Abbiamo organizzato corsi di formazione, riunioni con l’Inps per dare il nostro contributo sulla modulistica e rendere le procedure più efficienti, e studiato il software utilizzato per il servizio. Non ci sfugge nulla, e chi è passato da qui lasciando intendere cattive intenzioni l’abbiamo subito mandato via”. Gli operatori di via Villa Heloise però notano che due cose in particolare sfuggono ai richiedenti: l’Isee, che molti non hanno portato insieme al resto della documentazione, e il fatto che la domanda sia totalmente gratuita, in virtù di una convenzione tra Caf e Inps. Attività rapide e senza intoppi anche alla Zisa dove, a pochi minuti dalla chiusura dell’una, il Caf Cisl di via Re Tancredi conta una cinquantina di nomi in lista d’attesa. Tra loro c’è Alessandro Latino, 56enne disoccupato dal 2007. “Alla mia età non so come posso trovare un lavoro - commenta -. Avevo il Rei (reddito di inclusione, ndr) ma è sospeso, mi manca la seconda parte prevista oltre al sussidio cioè quella del progetto di lavoro. Sono completamente disagiato. Certo i soldi servono a tutti, ma l’importante è che io vada a lavorare, anche a 100 km di distanza. Una persona ‘tolta di mezzo’ alla mia età è una cosa brutta”. Latino è un artigiano tagliatore di tomaie in pelle, e la sua ricerca nel settore in Sicilia non ha dato i frutti sperati. “Io partirei subito anche se si trattasse di andare a Firenze o che so, nelle Marche. Io ho moglie e un figlio di 23 anni, pure disoccupato nonostante un’infinità di domande di assunzione mandate; in famiglia lavoravo solo io”. I 'furbetti' ci saranno comunque, e i Caf si dicono già attrezzati per stanarli, ma al sussidio anti povertà gialloverde puntano soprattutto tante persone in difficoltà. “Lavoravo per un’azienda che si occupava di vendite e oggi sono qua perché da quattro anni ho perso il lavoro - racconta Fabio Alfano, 53 anni - e confido molto sulla possibilità, grazie al reddito di cittadinanza, di essere ricollocato nel mercato del lavoro. La provvidenza economica che ci sarà erogata aiuterà molto, visto che sono sposato e ho tre figli a carico. Non vedo l’ora di incontrare i famosi ‘navigator’ - dice Alfano - per avere l'opportunità di rientrare a lavorare ed essere produttivo e proficuo per me, per la mia famiglia e per il nostro Paese”.

Reddito di cittadinanza, le storie di chi l’ha chiesto (e di chi ha aiutato a chiederlo), scrive giovedì, 07 marzo 2019, Il Corriere.it. Antonella Ricceri ha 35 anni, 4 figli di 10, 9, 6 e 3 anni, e ieri mattina era al Caf di Labaro, periferia di Roma, per chiedere il reddito di cittadinanza. Avvolta da un piumino nero, capelli corti, al suo fianco uno dei bambini e il cagnolino, ha aspettato paziente il turno per chiedere tutte le informazioni all’ufficio di via Offanengo, 43, e iniziare un percorso che potrebbe darle una speranza di sopravvivenza. «Il mio compagno lavora, ma prende 500 euro al mese come aiuto cuoco. Io ho sempre cercato di fare qualcosa, per portare un po’ di soldi a casa: anche adesso aiuto una mamma con una bambina. Ma è un lavoretto così, senza contributi. Non è facile avere un lavoro stabile con 4 figli a cui badare tutti i giorni. Ma lo cerco sempre. A me non interessa il reddito di cittadinanza, ma il lavoro: se me lo danno anche subito, non tolgo il contributo a chi ne ha più diritto». Antonella risiede con la madre, che ha 62 anni, e la sua paura è che proprio questa circostanza possa ostacolarla: «Perché cumulano il nostro reddito col suo: mia madre ha lavorato con una ditta che ha chiuso, senza darle il Cud. E quindi stiamo avendo un po’ di problemi per compilare l’Isee (qui, ecco come si calcola l’Isee: come fare la domanda). Già quando fu messo il rei (reddito di inclusione, ndr) ci avevamo provato, ma non siamo rientrati. Stavolta ci conto». (Valentina Santarpia)

Reddito di cittadinanza, 44.145 domande. A Mondragone non lavora 1 abitante su 2 La guida in 10 punti. Le cose da sapere, scrive mercoledì, 06 marzo 2019, Il Corriere.it. Erano già trenta davanti alla sua porta e la prima reazione di Pasquale Marquez ieri mattina è stata di paura. Non delle persone: delle situazioni che le avevano portate lì. «Nonni che non riescono a comprare il latte per i nipoti» dice. Alle otto e mezzo, prima dell’apertura, stavano aspettando solo lui per presentare domanda di reddito di cittadinanza alla prima ora del primo giorno. A fine giornata aveva già aperto settanta di pratiche. Marquez, 50 anni, consigliere comunale di destra, gestisce il patronato Senas di via Vittorio Emanuele a Mondragone (Caserta). È nel centro elegante e spoglio di un comune che si piazza nel due per cento di quelli con il reddito più basso d’Italia: 6.558 euro a testa, a credere alle dichiarazioni del 2016. Già il mese scorso l’ufficio di Marquez ha raddoppiato i ritmi normali e registrato mezzo migliaio di nuove Isee, i certificati sulla situazione economica familiare che serve fra l’altro a chiedere il reddito di cittadinanza. Un quinto di quegli attestati riporta zero euro di redditi, anche per chi risulta pagare affitti. Gli altri, in media, si fermano a meno di metà delle soglie massime per il sussidio. Nella minuscola anticamera di Marquez una donna di 38 anni aspetta il suo turno con l’umiliazione e l’ansia negli occhi di arrivare a quei soldi. Altrove in paese però le emozioni sono più ambigue. Lo sono senz’altro nel serpeggiare di separazioni ufficiali, proprio ora che un nuovo stato di famiglia può aiutare ad avere un sussidio più nutrito. A Mondragone del resto l’ingegneria anagrafica per far scattare i requisiti non nasce con le misure dei Cinque stelle e della Lega, anche il Reddito d’inclusione del Pd aveva disgregato - nelle carte bollate - varie famiglie. Ora tocca alla Guardia di Finanza controllare, se riesce, eventuali libretti postali di risparmio cointestati fra ex coniugi o altri comportamenti sospetti. Nei numeri, oltre che nell’apparente tranquillità di Mondragone, qualcosa in effetti non corrisponde. In un comune che conta ventimila adulti, casalinghe e studenti inclusi, il 47% di loro è iscritto al Centro per l’impiego. In scala, è come se in Italia vivessero venti milioni di disoccupati ufficiali e non tre com’è il caso della realtà: statistiche più credibili in Venezuela, che in una delle regioni con l’aspettativa di vita più alta al mondo. Del resto Mondragone in questo non è unico. Al Centro per l’impiego della vicina Castel Volturno è iscritto il 57% dei residenti, nell’intera provincia di Caserta quasi trecentomila persone sono ufficialmente in fila al collocamento su poco più di seicentomila adulti. Probabilmente perché serve ad accedere al reddito di cittadinanza, oltre che ad altri sussidi preesistenti, la lista si è allungata del 10% solo da quando in settembre il vicepremier Luigi Di Maio promise di «abolire la povertà». Se questi dati fossero veri tutti - non solo in parte - non sarebbero solo ucraini o rumeni i braccianti che ogni mattina alle cinque affollano uno spiazzo sulla via Domiziana per affidarsi a un caporale (bulgaro, di solito) e guadagnare 40 euro alla giornata. Ci sarebbero anche mondragonesi, molti dei quali invece sono evidentemente impiegati in maniera sommersa nelle produzioni di mozzarella o di Falerno o nel turismo. Molto discusso nei bar del paese in questi giorni è come mantenere sia il reddito di cittadinanza che il lavoro in nero, se il Centro per l’impiego dovesse assegnare ai beneficiari un altro posto o un corso di formazione obbligatorio. Com’è noto, il sussidio è infatti legato alla disponibilità ad accettare le offerte. Ma a Mondragone non sembra un grosso problema. Con centinaia di migliaia di (veri) disoccupati, oggi l’intera Regione Campania non programma alcun corso di formazione. E con 9391 iscritti ufficialmente in cerca, il Centro per l’impiego di Mondragone nell’ultimo anno ha intercettato in tutto sette offerte dalle imprese della provincia. La penultima, in giugno, per uno stagionale in una pasticceria (ma pagato in modo irregolare). L’ultima la settimana scorsa: due addetti al forno crematorio di Castel Volturno.

È il reddito di delinquenza. In fila Spada e Casamonica. Anche i membri delle due famiglie che dominano la malavita di Roma hanno chiesto i 780 euro statali, scrivono Stefano Vladovich e Michelangelo Bonessa, Venerdì 08/03/2019 su Il Giornale. Reddito di cittadinanza agli Spada. Non solo. I Caf di Roma sono sommersi dalle richieste del modello Isee. Fra gli assistiti capifamiglia dei Casamonica, dei Di Silvio, degli Spada. Si, quelli che da anni gestiscono usura, estorsioni e persino il racket delle case popolari a Ostia Nuova, famosi per la testata di Roberto Spada contro il cronista della trasmissione Rai, Nemo. Tutti nomi eccellenti che, una volta ottenuta e certificata la propria situazione economica (entrate, uscite, giacenze medie e proprietà), potranno accedere al bonus mensile voluto dal governo di Lega e Cinque stelle per i poveri d'Italia, gli «invisibili». Peccato che i Casamonica, gli Spada, i Di Silvio poveri non sono anche se al fisco risultano nullatenenti e per l'Inps disoccupati. Quando i carabinieri, per dirne una, si presentano davanti al villino bunker a Porta Furba di Giuseppe Casamonica, figlio del capostipite Guerrino, trovano 15 fuoriserie tra cui una Ferrari. Oltre tre i milioni di euro sequestrati, insieme a ville, discoteche e terreni. Il proprietario, titolare di una ditta di antifurto, l'anno prima aveva fatturato appena seimila euro. Giuseppe Casamonica, con i fratelli Massimiliano, Pasquale, Domenico e Giovannina, per non farsi mancare nulla, riforniva anche di cocaina i locali della movida romana. Secondo quanto racconta Mirko Polisano del Messaggero ben tre famiglie Spada avrebbero presentato i documenti necessari per ottenere l'Isee 2018. Fra questi ci sarebbe la moglie di Ottavio Spada, detto «Maciste» o «Romolo», da un anno in carcere con i figli Roberto «Zibba» ed Enrico «Macistino», condannati in primo grado per associazione a delinquere di stampo mafioso. Notizia che spinge il vicepremier Luigi Di Maio a mettere le mani avanti: «Non so se sia vero che hanno fatto richiesta, ma posso garantire che chi fa parte del clan Spada non prenderà un solo euro». «In quel gruppo familiare c'è anche chi si è integrato nella società - spiega il legale degli Spada, Giosuè Naso -, chi porta un cognome non può essere criminalizzato, non è una condanna». Il problema, spiegano a un Caf del Casilino, è che anche un pregiudicato, se ha i requisiti richiesti, potrà accedere al reddito di cittadinanza. Al Caf di viale Paolo Orlando, a Ostia, dove sono stati richiesti i modelli Isee degli Spada, non rilasciano dichiarazioni. «Non si può parlare, ogni assistito ha diritto alla riservatezza. I nostri dati sono sensibili e protetti dal segreto professionale. Non si possono rivelare i nomi dei richiedenti», spiegano al numero verde del patronato Fnp-Cisl di Roma. D'altra parte, lo scorso gennaio all'ufficio delle politiche abitative del Campidoglio sono arrivate le domande di una casa popolare da parte di 27 famiglie rom di cui 7 targate Casamonica. Tutte, a vario titolo, componenti del clan residente al Quadraro e sfrattate a novembre. Senza più una casa, con figli a carico e redditi bassi se non inesistenti. Almeno all'apparenza. Ogni domanda presentata ha un solo obiettivo: ottenere la casa comunale. Il sogno di molti: canoni bassi e «una volta dentro non ti butta fuori nessuno». E al Comune di Roma altro non hanno potuto fare che inserire i Casamonica nelle graduatorie per l'assegnazione. Del resto il piano è stato concepito dalla sindaca Raggi per dare una sistemazione dignitosa a quanti vivono in condizioni ai limiti. Anche a Milano, però, tra chi richiede il reddito di cittadinanza c'è un po' di tutto: anziani impoveriti, i ricattatori di Lapo Elkann e chi sfonda le porte delle case popolari per affittarle in nero. Dalla zona nord a quella sud il pubblico degli interessati conta pochi veramente in cerca del sistema per rientrare nel mondo del lavoro. Su 150 richieste raccolte in un Centro di assistenza di una zona semi centrale sono appena due quelli che, secondo gli impiegati, vogliono davvero sfruttare la misura del governo giallo-verde. E si parla soprattutto di quelli che hanno depositato i documenti: sono infatti migliaia quelli che per ora hanno solo chiesto informazioni. Tanti sono stati rimandati a casa perché non avevano documenti di base come l'Isee, ma il flusso sembra comunque continuo. Caf e altri enti hanno già prenotazioni per le prossime settimane.

Ecco il reddito di cittadinanza Pacchia per immigrati e rom. Oltre 44mila domande nel primo giorno, ma poche code. Negli uffici postali in fila uno su tre è straniero, scrive Pasquale Napolitano, Giovedì 07/03/2019, su Il Giornale. Bulgari, rom, bengalesi, libici: tutti in fila agli sportelli di Poste e Caf per intascare il reddito di cittadinanza. Il 6 marzo 2019 è il giorno in cui ha inizio la vera pacchia per gli immigrati. Secondo le stime Istat saranno 1 milione e 300 mila le famiglie che avranno diritto al sussidio di stato: 2 milioni e 700 mila persone. Però nel reddito day sembrano pochi gli italiani che si affidano al sussidio, studiato e introdotto dal ministro del Lavoro, Luigi di Maio. Chi si aspettava file, caos e tensioni agli sportelli è rimasto deluso. Una partenza a rilento. Complice, forse, la grande attesa e la paura di andare incontro a file interminabili. Il bilancio della prima giornata di pacchia registra 35mila domande: 29mila a mano e 6 mila on line. Tra Roma, Napoli e Milano la vera caccia al reddito è però scattata tra rom e immigrati. L'Istat calcola che alla fine saranno 300 mila gli stranieri che potranno incassare l'assegno pari 5 mila euro l'anno. Nella Capitale almeno il 30 per cento non è italiano. La parola d'ordine viene ripetuta come un mantra: «Siamo venuti in Italia per trovare lavoro ma ci accontentiamo anche del reddito. Almeno paghiamo bollette o pigione di casa». Ma tra gli stranieri c'è il timore di non avere i requisiti. E allora? «Ce ne andiamo dall'Italia oppure siamo costretti a diventare manovalanza della malavita». In tanti hanno un lavoro in nero. E dunque potrebbero ricevere comunque diritto al sussidio introdotto dal governo gialloverde. Per gli immigrati che vogliono entrare nella platea dei beneficiari del reddito sono necessari due requisiti: il permesso di soggiorno di lungo periodo e 10 anni di residenza. Ma anche chi non possiede i due requisiti non vuole rinunciare al reddito. E infatti sono pronti i ricorsi per sollevare il vizio di costituzionalità della legge. A patrocinare i ricorsi sarà l'avvocato Alberto Guariso dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) che negli ultimi anni ha visto accogliere molti ricorsi in materia di discriminazione. In attesa della soluzione giuridica, gli immigrati sperano di fare bingo, incassando i soldi. Al Caf di Torpignattara (Roma) in fila per compilare i moduli sono in dieci: quattro stranieri. Spostandoci a Primavalle tra le persone in coda c'è Sanicolao di Capo Verde. Ha 43 anni e vive dal 1995 in Italia: moglie e due figli maggiorenni. Non ha un lavoro regolare. Al Giornale spiega di «essere un tuttofare: elettricista, giardiniere, idraulico: «La paga giornaliera è circa 60-70 euro ma senza continuità». E dunque spera in una stabilità economica, grazie al reddito di cittadinanza: «Devo mantenere la famiglia, pago luce, acqua, gas e affitto». Il reddito è una speranza per una vita agiata? «Sicuramente. Ma vorrei un lavoro. La vedo difficile in questo momento. In Italia non si vive bene». E se anche la domanda per il reddito dovesse andare male? «Vorrei andare in America. Altrimenti non c'è alternativa alla malavita». Al Caf di Colle Oppio, Maria, nazionalità bulgara ma in Italia da 20 anni, vuole il reddito. Anche qui il copione è identico: «Vorrei un lavoro ma mi accontento del reddito». Purtroppo non ha un lavoro regolare. Si è pentita di esser venuta in Italia? «Sì, vedo una situazione difficile, simile all'era post-comunista in Bulgaria». Se il vicepremier Luigi Di Maio esulta, la Cei boccia la misura. Intanto l'iter è partito. Il 15 aprile l'Inps sarà in grado di notificare ai cittadini che hanno fatto richiesta del reddito di cittadinanza se la domanda è stata accolta o respinta; nel giro di 2-3 giorni Poste convocherà il cittadino ed entro la fine del mese saranno pagate le rate del primo mese. Il commissario straordinario dell'Inps Pasquale Tridico ha fatto notare che la diffusione del reddito sarà omogenea sul territorio: 52,5% dei beneficiari sono nel Sud e nelle Isole e 46,5% nel Centro-Nord.

Reddito di cittadinanza, c’è pacchia per tutti: in fila anche ex Brigatisti rossi, rom e i boss del clan Spada, scrive giovedì 7 marzo 10:20 Marta Lima su secoloditalia.it. Il primo giorno non c’è stato il temuto assalto agli sportelli delle Poste ma qualche sentore su chi farà la fila per richiedere il sussidio è arrivato, chiaro e forte. Tra gli italiani in difficoltà che proveranno a incassare il reddito di cittadinanza non mancheranno anche figure del tutto inattese, come ex Brigatisti rossi, immigrati senza lavoro, nomadi dalle fonti di reddito tutte da definire, visto che notoriamente non sono dei campioni di rigore fiscale, ma anche esponenti di gruppi mafiosi che non si tirano indietro se c’è da incassare soldini dallo Stato. L’effetto-pacchiasembra già percepibile, nei primi passi del provvedimento firmato da Di Maio, che ieri ha fatto registrare numeri ancora contenuti: alle Poste sono arrivate 44.125 domande, di cui 8.492 on line. Le prime tre regioni per numero di richieste sono la Campania, la Lombardia e la Sicilia rispettivamente con 5.770, 5.751, 5.328 anche se – secondo il ministero – “ancora non è quantificabile il numero delle domande pervenute ai circa 30mila Centri di assistenza fiscale”. Solo i Caf della Cisl hanno comunicato i dati precisi: hanno elaborato 3.500 domande programmando 14mila appuntamenti. Tra coloro che si sono messi in fila per chiedere il modulo, secondo quanto riferisce il Messaggero, ci sarebbe anche la famiglia Roberto Spada (nella foto), il reggente del clan di Ostia e autore della testata nei confronti di un giornalista Rai. Secondo quanto riferisce il quotidiano romano, la famiglia Spada presenterà l’Isee al centro di assistenza fiscale di Ostia. «Almeno tre nuclei della famiglia Spada – fanno sapere dal Caf della Cisl di Ostia – hanno preso appuntamento per la compilazione dell’Isee, il documento è senz’altro prerogativa per poter chiedere poi il reddito di cittadinanza». Non mancano, nelle cronache di questa mattina, racconti di immigrati, nomadi, ma anche l’intervista a un ex Brigatista rosso, Rosario La Paglia, ieri in fila alle poste per avere il “reddito”: «Sono stato in carcere per terrorismo, facevo parte della colonna torinese delle Brigate Rosse ma dopo che è nata la mia prima figlia ho appeso il ferro al chiodo e pagato il mio debito con la giustizia». Vota Cinque stelle?, gli è stato chiesto: «Non credo nei Cinque Stelle, l’unica stella in cui ho creduto è stata quella a cinque punte»…

Milano, rom in villetta col reddito M5S: "E lavoriamo in nero". Nel campo di Chiesa Rossa i rom vivono in villette senza pagare luce, gas e acqua. Lavorano in nero e incassano il reddito di cittadinanza, scrivono Eugenia Fiore e Alessandro Diviggiano, Martedì 23/04/2019, su Il Giornale. Il reddito di cittadinanza tanto voluto dai Cinque Stelle è diventato realtà. Anche per i rom. Siamo andati nel campo nomadi di Chiesa Rossa, l’insediamento con il più alto tasso di delinquenza di Milano. Giusto per farsi un'idea: qui sono stati rubati 40mila euro a Lele Mora per una finta partita di champagne e c’è stata una sparatoria tra rivali lo scorso luglio. Nel 2016 tre marocchini sono stati rapinati di 25mila euro per una truffa legata a un annuncio di vendita online e, sempre lo stesso anno, sono state trovate all’interno del campo 130 tra spade, coltelli e macheti. I nomadi che vivono nel campo, però, minimizzano tutto e si presentano come vittime di un sistema che li usa come capro espiatorio. 

Il Comune regala gas e luce ai rom. Qui, in via Chiesa Rossa, i rom vivono in villette e roulotte in un terreno che appartiene al Comune. Nessuno di loro, però, paga le bollette. E, a quanto pare, all'amministrazione va bene così. "Il solito ingiustificato trattamento di favore per i rom, coccolati dalla sinistra a tal punto che per loro esistono leggi e regole diverse rispetto a quelle cui devono sottostare tutti gli altri - afferma Silvia Sardone, consigliere comunale e candidata alle Europee con la Lega, presente sul posto per un sopralluogo - A loro viene concesso di avere luce, gas e acqua senza pagare nulla". L'area accanto al campo, poi, si trasforma in discarica abusiva formata da mobili, elettrodomestici e gomme di auto (con tanto di pony e caprette dalla dubbia provenienza che si aggirano intorno).

Reddito di cittadinanza (e lavoro in nero). Non solo quindi villette autonome e bollette abbonate dal Comune. I rom di Chiesa Rossa hanno ottenuto anche il reddito di cittadinanza . E intanto, però, lavorano in nero. A dirlo sono loro stessi. "Avete fatto richiesta per il reddito di cittadinanza?", chiediamo mentre registriamo tutto con una telecamera nascosta. Quasi tutti all'interno del campo nomadi rispondono di "sì". "Ad alcune persone le tessere sono già arrivate, noi invece stiamo ancora aspettando", ci spiega una rom. E poi chiediamo a lei e alla sua famiglia: "Ma avete trovato un lavoro? Lavorate?". "Lavoriamo in nero", ammette guardando anche gli altri. Stesso discorso per altre persone incontrate nell'insediamento. Insomma, lavorano in nero e ricevono comunque il diritto al sussidio introdotto dal M5S. Intanto intorno al campo sventolano le bandiere dell'Europa, tanto volute dal Pd. Sono un simbolo di integrazione. L'integrazione di chi, però, le bollette le lascia da pagare a noi.

Reddito di cittadinanza, immigrati all’assalto: in arrivo una pioggia di ricorsi per avere i soldi, scrive mercoledì 6 marzo 2019 secoloditalia.it. Reddito di cittadinanza: gli immigrati vanno all’assalto: le associazioni che sostengono gli stranieri sono già sul piede di guerra, pronte a far dichiarare incostituzionale il provvedimento attraverso una pioggia di ricorsi contro i due requisiti riservati a chi non ha il passaporto italiano. I migranti che vogliono richiedere il sussidio, infatti, dovranno avere un “permesso di lungo periodo” ed essere residenti nel nostro Paese da almeno dieci anni. Così l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) si prepara a una “causa pilota al tribunale di Milano” attraverso i primi ricorsi presentati dall’avvocato Alberto Guariso che ha spiegato all’Ansa la sua strategia. Il legale aspetta che vengano rigettate le prime domande per impugnarle. Poi farà appello soprattutto su una sentenza della Cassazione dello scorso luglio che aveva dichiarato incostituzionale il requisito dei 5 anni di residenza in Lombardia o 10 anni nel Paese per l’accesso al “bonus affitti” in Regione. Per quanto riguarda il “permesso di lungo periodo”, invece, il legale punta sul fatto che il requisito “esclude i titolari di permessi a tempo determinato che rappresentano il 35% degli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia” e che anche in questo caso ci sono delle sentenze della Cassazione che possono essere usate per dimostrare che il provvedimento è discriminatorio e chiedere così che sulla misura si pronunci la Consulta.

Reddito di Cittadinanza a beneficio del Sud. Delle quasi 900mila domande accolte gran parte arriva dal Meridione dove è diventato uno strumento di assistenzialismo statale. Ecco i numeri. Panorama il 3 settembre 2019. Dando uno sguardo agli ultimi dati sul reddito di cittadinanza emerge chiaramente come la norma tanto cara al Movimento 5 stelle abbia interessato in larga parte i cittadini del Sud diventando, di fatto, uno strumento assistenzialista. Il primo fattore che salta all’occhio è che la norma nelle grandi città come Roma e Milano non ha avuto molto successo. Nella capitale sono state accolte 32.905 domande, pari all’1,1 per cento della popolazione (2.900.000 il totale dei cittadini) mentre nel capoluogo lombardo l’asticella si è fermata a 16.700 domande pari all’1,2 per cento della popolazione (1.350.000). Niente a che vedere con i risultati di Afragola (Napoli) dove l’Inps ha dato il via libera a 3 mila domande, pari al 4,6 per cento della popolazione; o a Castel Volturno, Caserta (1.491 domande accolte, il 5,9 per cento del totale dei cittadini). Valori simili a Villa Literno, sempre in provincia di Caserta, con 679 domande pari al 5,6 per cento della popolazione. Uscendo dalla Campania (dove i tassi di accoglienza delle richieste sono i più alti in assoluto) e passando alla Sicilia (seconda in classifica per domande accettate) i risultati non appaiono molto diversi. A Bagheria, poco fuori Palermo, è stato dato l’ok a 2.700 domande, il 4,9 per cento della cittadinanza. A Trabia, sempre nella provincia del capoluogo siciliano, altre 484 persone godranno del sussidio: il 4,9 per cento della popolazione. Su un totale, a oggi, di 875.003 domande accolte, dunque, 169.065 (ben il 19,3 per cento del totale) vengono dalla Campania, 155.173 (il 17,7) dalla Sicilia e 82.466 (il 9,4 del totale) dalla Puglia. Fuori dal podio troviamo, poi, Lazio (76.828 domande accolte, l’8,7 per cento) e Lombardia (68.428 richieste approvate, ossia il 7,8 per cento del totale). Queste due regioni sono trainate da Roma e Milano, percentualmente basse in relazione al numero di abitanti che hanno richiesto il reddito, ma, in termini assoluti, con i numeri tra più alti di tutto lo Stivale. Seguono poi la Calabria con 60.912 domande accolte (il 6,9 per cento dei richiedenti), il Piemonte (48.595 richieste approvate, il 5,5) e la Sardegna (39.563, il 4,5). Quello che si nota è che la classifica finisce con Trentino Alto Adige (2.523 domande, lo 0,2 per cento del totale) e Valle d’Aosta (946 richieste, lo 0,1 per cento delle carte distribuite per avere il sussidio), regioni dove la percentuale di domande è molto bassa. Ma quanto hanno percepito i richiedenti del reddito di cittadinanza? Su oltre 870 mila domande approvate, la stragrande maggioranza (181.379 persone), ha ottenuto un sussidio tra i 400 e i 500 euro. Segue la fascia, 83.383 persone, di chi percepisce tra 600 e 700 al mese e, subito dopo, ci sono coloro che ne ricevono tra 800 e 900 (78.568 persone). Praticamente a pari merito la fascia di chi ottiene tra 500 e 600 euro (64.528 richiedenti) e coloro che ne prendono tra 700 e 800 (64.273 individui). La distribuzione geografica del reddito di cittadinanza non appare dunque casuale. In regioni come la Campania, la Sicilia e la Puglia il costo della vita è assai diverso rispetto a chi vive in Lombardia, Valle d’Aosta o Trentino.   Appare chiaro dunque che, con 500 euro al mese in provincia di Palermo, abbiamo un potere d’acquisto ben più alto di chi percepisce la stessa cifra a Milano. Nel primo caso non si farà certo una vita da ricchi, ma si riuscirà almeno a pagare un affitto e a fare la spesa per l’acquisto di beni di prima necessità. Nel secondo, la cifra non basterebbe nemmeno per affittare un posto letto in periferia. E il ragionamento è ancora più evidente per chi è riuscito a spuntare un sussidio mensile più alto. Detto in parole povere, al Sud il reddito di cittadinanza si è trasformato in un incentivo che non favorisce  la ricerca di un lavoro. Al contrario, al Nord, la ricerca di una occupazione è una scelta praticamente obbligata. Il costo della vita non permette di «tirare la carretta» solo con l’aiuto voluto dal Movimento 5 stelle. 

Davvero il reddito di cittadinanza andrebbe per il 47% alle regioni del Nord? Lo ha dichiarato il vicepremier Cinquestelle Luigi Di Maio. La nostra verifica, dati Istat alla mano, scrive AGI il 20 ottobre 2018. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, ospite di W l’Italia su Rete 4 il 18 ottobre, ha dichiarato (min. -3.15): “Il 47% delle famiglie destinatarie del reddito di cittadinanza sarà al Nord”. Non è la prima volta che Di Maio fa un’affermazione simile, anche se in precedenza – ad esempio il 14 ottobre, ospite di Domenica Live su Canale 5 – aveva usato particolari diversi, sostenendo che (min. 3.03) “il 47% delle famiglie destinatarie del reddito di cittadinanza saranno del Centro-Nord”. Proviamo a verificare queste stime: e anticipiamo che i conti non tornano.

Una premessa geografica e demografica. Secondo la ripartizione dell’Istat, il Nord è composto da Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna. Qui, al 1° gennaio 2018, risiedono 27.736.158 persone, cioè il 46% circa della popolazione residente complessiva (60.483.973). Il Centro è composto da Toscana, Umbria, Marche e Lazio, e vi risiedono 12.050.054 persone (circa il 20% del totale). Il Sud – comprese le Isole – da Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, e qui risiedono 20.697.761 persone (il 34% circa del totale). Dunque, come risulta da questi numeri, c’è una grande differenza nel considerare solo il Nord oppure il Centro-Nord. Si tratta infatti di calcolare 4 regioni e 12 milioni di persone in più o in meno. Se il “reddito di cittadinanza” – un’espressione che abbiamo già visto in passato essere impropria per la misura in discussione – andasse per il 47% a famiglie del solo Nord, ci sarebbe una corrispondenza quasi perfetta con la popolazione residente. Se invece il 47% andasse al Centro-Nord (dove risiede il 66% della popolazione residente in Italia) sarebbe evidente che della misura beneficia maggiormente il Sud: questa seconda possibilità è più plausibile, visto che l’incidenza della povertà è diversa a seconda delle zone del paese.

Chi sono i beneficiari del reddito di cittadinanza e dove risiedono? Il reddito di cittadinanza, secondo quanto scrive il governo nel Documento programmatico di bilancio 2019 (la “bozza” della prossima legge di bilancio), verrà definito nel dettaglio da un disegno di legge allegato alla prossima legge di bilancio. A questo seguirà un decreto che specificherà i criteri di attuazione. Stesso percorso per la pensione di cittadinanza. Nonostante l’assenza di dettagli, il governo ha già fatto una stima dei beneficiari. I due provvedimenti, scrive infatti il Documento programmatico, dovrebbero riguardare “2.200.000 poveri, deprivati materialmente o appartenenti a famiglie a bassa intensità di lavoro”. Ma chi sono questi poveri? Al momento, nel Documento programmatico c’è scritto che “il reddito di cittadinanza garantisce il raggiungimento, anche tramite integrazione, di un reddito annuo calcolato in base dell’indicatore di povertà relativa dell’UE. Ne possono beneficiare i maggiorenni residenti in Italia da almeno 5 anni disoccupati o inoccupati (inclusi pensionati)”.

I poveri in Italia. I 2,2 milioni di beneficiari previsti sono una frazione minoritaria del totale delle persone che vivono in condizione di povertà relativa in Italia. Secondo l’ultimo rapporto Istat sulla povertà in Italia, relativo al 2017, le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà relativa – e che dunque dovrebbero avere diritto al reddito di cittadinanza – sono infatti 9,368 milioni. Di queste 5,842 milioni vivono nel Sud e Isole, 1,263 milioni nel Centro e 2,263 milioni nel Nord. Dunque nel Sud e nelle Isole si trova il 62,5% delle persone che vivono al di sotto della soglia di povertà relativa, nel Centro il 13,5% e nel Nord il 24%. Se il reddito di cittadinanza venisse distribuito secondo questo criterio, sarebbe quindi molto improbabile che il 47% delle famiglie beneficiarie risieda al Nord (con l’ipotesi che la riduzione da 9,368 milioni a 2,2 milioni della platea di potenziali beneficiari si spalmi in modo uniforme su tutto il territorio). E anche considerando il Centro i conti non tornerebbero.

Solo gli italiani? Il criterio della residenza scritto nel Documento programmatico, tra l’altro, smentisce quanto dichiarato a più riprese dal vicepremier Luigi Di Maio, e quanto scritto nel contratto di governo: cioè che il reddito di cittadinanza sarebbe andato solo ai cittadini italiani. Vale qui invece il criterio di residenza regolare da cinque anni, che include quindi anche stranieri comunitari ed extracomunitari.

Il precedente del Reddito di inclusione. Sulla collocazione geografica dei beneficiari del reddito di cittadinanza si può poi trarre qualche indicazione dal precedente del Reddito di inclusione (Rei), la misura di contrasto alla povertà introdotta dallo scorso governo. Il Rei è diventato una misura universale a partire dal primo luglio 2018, mentre fino a quel momento c’erano alcune condizioni per poterlo ottenere, oltre alla situazione reddituale (come la presenza di un minorenne, di una persona disabile, di una donna in gravidanza o di un disoccupato ultra 55enne). Secondo i dati dell’Inps, che si fermano al primo semestre 2018 quando dunque la misura ancora non era universale, “sono stati erogati benefici economici a 267 mila nuclei familiari raggiungendo 841 mila persone”. “La maggior parte dei benefici – prosegue l’Inps – vengono erogati al sud (70%) con interessamento del 73% delle persone coinvolte. Campania e Sicilia sono le regioni con maggiore numero assoluto di nuclei beneficiari (insieme rappresentano il 50% del totale e il 53% del totale delle persone coinvolte)”. Rispetto ai quasi 850 mila beneficiari del Rei, che verrà riassorbito dal reddito di cittadinanza, l’aumento di persone coperte dalla nuova misura – e dalla pensione di cittadinanza – dovrebbe ammontare a 1,35 milioni.

Conclusione. Visto che ancora mancano i dettagli sui criteri precisi con cui verrà distribuito il reddito di cittadinanza (e la pensione di cittadinanza), non è possibile fare una stima certa della collocazione geografica dei beneficiari, che dovrebbero essere 2,2 milioni. Ma se consideriamo la distribuzione geografica delle persone in condizione di povertà relativa in Italia, con il 62,5% che risiede al Sud, e il precedente del Rei, erogato per il 70% nel Mezzogiorno, sembra che la previsione di Di Maio sia molto improbabile. Restiamo ovviamente a disposizione per ricevere dati e stime diverse da parte del governo o della maggioranza.

Reddito di cittadinanza, moltissimi saranno al Nord. Forse, scrive Yahoo Finanza il 15 ottobre 2018. “Il 47% delle famiglie destinatarie sarà del centro-nord” ha dichiarato proprio Di Maio. Chi sarà toccato dall’ormai famoso reddito di cittadinanza quando questo diventerà realtà? Da sempre opinionisti e analisti vedono specialmente nelle regioni del Sud dell’Italia il bacino d’utenza di chi potrà approfittare del reddito voluto dal Movimento 5 Stelle e molti vedono proprio in questa promessa elettorale il boom dei voti al Meridione per Di Maio e colleghi. Ma sarà veramente così? No, proprio secondo il vicepresidente del Consiglio e Ministro per lo Sviluppo Economico. “Il 47% delle famiglie destinatarie sarà del centro-nord” ha dichiarato proprio Di Maio, facendo eco alle parole del presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ha affermato come “Stiamo pensando a come modulare le offerte di lavoro sulla base della distribuzione geografica”. Insomma, una distribuzione equa e capillare del reddito di cittadinanza da nord a sud, senza privilegiare dunque il bacino elettorale maggiore dei 5 Stelle. Ma sarà veramente così? Difficile, guardando all’esperienza passata. Il Reddito di inclusione voluto dal governo Gentiloni, infatti, mostra dati ben diversi da quelli paventati da Di Maio e Conte. Nel 70% dei casi, infatti, i benefici sono stati erogati nelle regioni del Sud, il 18% nel Nord e il restante 12% nelle regioni del Centro. Non solo, perché la Campania e la Sicilia sono quelle con il maggior numero di nuclei che ricevono il Rei, il 50% del totale in Italia. Difficile immaginare di ribaltare le cose, anche perché è evidente che quando il reddito di cittadinanza entrerà in vigore (ma bisogna ancora capire sia i tempi sia il numero di cittadini che ne saranno affetti) al sud ci saranno molte domande di accesso al reddito e poche offerte di lavoro. Come detto, però, sono ancora molte le domande senza risposte riguardo al reddito di cittadinanza. In primo luogo la copertura economica e chi e quando ne sarà coinvolto. Per ora, infatti, il progetto dovrebbe essere rivolto ai nuclei famigliari con un Isee inferiore ai 9.300 euro, con il 60% dei finanziamenti che andrebbero a famiglie con minori. Inoltre il RdC potrà essere utilizzato solo per beni di prima necessità e non sarà cumulabile di mese in mese. Il costo dell’operazione è di circa 10 miliardi e dovrebbe coprire circa 6,5 milioni di cittadini.

Reddito cittadinanza, Upb: al Sud il 56% dei beneficiari. Il 28% dei nuclei è residente al Nord, scrive il 6 marzo 2019 askanews. Per il reddito di cittadinanza il 56% dei nuclei beneficiari è residente al Sud e nelle isole, mentre circa il 28 per cento è residente nel Nord. E’ la previsione del Ufficio parlamentare di bilancio in audizione presso le Commissioni riunite Lavoro e Affari sociali nell’ambito dell’esame del disegno di legge in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni. A fronte di un elevata copertura della povertà a livello nazionale (72,5 per cento rispetto alla platea potenziale dei nuclei familiari, 71,4 per cento del totale degli individui), l’allineamento tra RdC e povertà varia considerevolmente tra le diverse aree geografiche: la percentuale dei nuclei beneficiari è prossima a quella dei nuclei in povertà assoluta nel Mezzogiorno (rispettivamente i beneficiari sono l’8,4 per cento nel Sud e il 9,8 per cento nelle isole contro una incidenza della povertà assoluta, rispettivamente, del 10,2 e del 10,5 per cento), sensibilmente più bassa al Centro e al Nord (il RdC raggiunge il 3,1 per cento nel Nord-Ovest e il 2,6 per cento nel Nord-Est, contro una incidenza della povertà assoluta, rispettivamente, del 5,7 e del 4,8 per cento). A incidere sono da un lato l’uniformità del beneficio confrontato con la forte eterogeneità territoriale delle soglie di povertà, dall’altro l’esclusione di una fetta della platea degli stranieri che contribuisce a ridurre la diffusione del reddito di cittadinanza al Nord dove la loro presenza è maggiore.

 Reddito di cittadinanza, domande sopra quota 120mila in 2 giorni, scrive Andrea Carli e Andrea Gagliardi su ilsole24ore.com il 7 marzo 2019. Sono almeno 120mila le domande per accedere al reddito di cittadinanza che sono state raccolte e presentate in due giorni dalle diverse strutture impegnate su questo fronte. Alle 92.094 domande presentate alle Poste, direttamente allo sportello o tramite il sito gestito per conto del governo, si aggiungono infatti le 30mila raccolte dai Caf nel primo giorno di assistenza che se seguono lo stesso ritmo anche nel secondo giorno porterebbero il totale attorno alle 150mila domande. Delle sole 44mila domande pervenute tra Poste italiane e web nel primo giorno di avvio del reddito di cittadinanza, una su tre (35,8%) è targata Nord. Quasi la metà delle richieste si concentra al Sud (45%), mentre al Centro si sfiora il 20 per cento. Sono questi i principali trend che emergono dai dati del ministero del Lavoro, relativi al primo giorno di presentazione delle richieste attraverso i due canali degli uffici postali e online (il dato non include le 30 mila domande raccolte dai Caf, per le quali non è ancora disponibile una ripartizione regionale). In base a questi dati, le domande presentate finora al Nord risultano superiori rispetto alle attese mentre quelle al Sud, al contrario, sono inferiori alle aspettative. In base alle stime fornite dall’Istat in una recente audizione alla Camera, infatti, i potenziali beneficiari del reddito risiederebbero per il 25,5% al Nord, e per il 57,5% al Sud.

La classifica regionale: Lazio prima al Centro. Tornando alla classifica delle richieste registrate il primo giorno, ai primi tre posti troviamo la Campania (5.770 domande), la Lombardia (5.751) e la Sicilia (5.328). Per quanto riguarda le regioni del Nord, al secondo posto c’è il Piemonte (3.998), seguito dall’Emilia Romagna (2.268). Quanto al Mezzogiorno, ad arrivare alle spalle della Campania e della Sicilia sono la Puglia (2.950), la Sardegna (2.575) e la Calabria (1.810). La regione del Centro che si avvicina di più alla vetta è il Lazio (4.492), seguita da Toscana (2.648) e Marche (732).

Reddito di cittadinanza, a Milano e in Lombardia è corsa ai Caf. Prenotazioni di appuntamenti per il modello Isee in costante crescita da Capodanno, agende piene fino a marzo, scrive Andrea Gianni il 19 gennaio 2019 su Il Giorno. Prenotazioni di appuntamenti per il modello Isee in costante crescita da Capodanno, agende piene fino a marzo, telefoni che squillano per richieste di informazioni sul reddito di cittadinanza. A Milano e in Lombardia è partito l’assalto ai Caf, i Centri di assistenza fiscale, che diventeranno una delle tappe quasi obbligate per tentare di accedere ai «fondi anti-povertà», una delle misure di bandiera del Governo Lega-M5s, varata giovedì dal Consiglio dei ministri assieme a quota 100 sulle pensioni. Per richiedere il reddito di cittadinanza - da un minimo di 40 fino a un massimo di 780 euro mensili per persona - bisognerà avere un Isee massimo di 9.360 euro. Una corsa che partirà proprio dai Caf gestiti da sindacati e associazioni, con la compilazione del modello Isee, indicatore del livello di ricchezza di una famiglia, prima di presentare la domanda di accesso al reddito. «Questo mese, rispetto a gennaio 2018, abbiamo registrato un aumento del 30-35% delle prenotazioni di appuntamenti per l’Isee, con una impennata dopo il 7 gennaio», spiega Metello Cavallo, amministratore delegato di Centro Servizi Fiscali Milano, società che gestisce i 40 Caf della Cgil tra Milano e hinterland. Dai giorni successivi alle feste si registrano ogni giorno, in media, 350 prenotazioni. Dall’inizio di gennaio è già stata superata quota 3.300 appuntamenti per l’Isee, con il tutto esaurito fino alla fine del mese. Novecento in più rispetto allo stesso periodo del 2018, quando gli appuntamenti per lo stesso tipo di servizio erano stati 2.400. «Un aumento che in parte è legato al reddito di cittadinanza - prosegue Metello Cavallo - perché chi ha intenzione di accedere alla misura inizia a portarsi avanti preparando l’Isee. Dietro a questo boom potrebbero esserci però anche altri fattori, come la richiesta dell’Isee da parte di Aler agli inquilini. Noi per ora riusciamo a far fronte all’incremento, vedremo nei prossimi mesi come evolverà la situazione». Cambiando sindacato, la musica è sempre la stessa. Nei Caf gestiti dalla Cisl le agende sono già piene fino al 20 marzo. «Di sicuro si tratta di un incremento anomalo - spiega Tommaso Di Buono, direttore dei Caf Cisl di Milano e area metropolitana - che può essere legato a diversi fattori, tra cui il reddito di cittadinanza. A gennaio dell’anno scorso chi ci chiamava otteneva un appuntamento nell’arco di 15 giorni, mentre adesso si va oltre il 20 marzo quando, tra l’altro, ci sarà il periodo caldo per le dichiarazioni dei redditi. Da qui al 20 marzo abbiamo già raggiunto quota 10mila Isee». Già da prima di Natale diverse persone si sono presentate ai Caf della Uil per chiedere informazioni sul reddito di cittadinanza. «Abbiamo ricevuto parecchie telefonate, principalmente da parte di italiani - racconta Vincenzo Vita, responsabile dei Caf Uil in Lombardia -. Adesso che lo scenario è più definito ci stiamo attrezzando per far fronte alle richieste e formare il nostro personale». Una corsa che ha toccato anche i patronati, sportelli specializzati nell’assistenza su pensioni, infortuni e disoccupazione. «Su quota 100 è stato più semplice dare risposte - spiega Francesco Castellotti, direttore del patronato Inca Cgil di Milano - mentre sul reddito di cittadinanza finora eravamo in un limbo. Ci hanno chiesto informazioni persone che erano da noi per assistenza sulla disoccupazione». Milanesi che, ora, tenteranno la corsa per accedere ai fondi.

Reddito, 330.000 tra domande e appuntamenti: testa a testa Campania-Lombardia, scrive Venerdì 8 Marzo 2019 Il Messaggero. Sono oltre 330.000 le famiglie che si sono presentate agli sportelli delle Poste e dei Centri di assistenza fiscale per fare domanda di reddito di cittadinanza. Nei primi due giorni dall'avvio delle richieste per il sussidio sono state 114.286 le domande pervenute a Poste italiane (95.994 presso gli uffici postali e 18.292 online), alle quali si aggiungono i 219.000 gli utenti transitati nei Centri di assistenza fiscale tra domande fatte e appuntamenti fissati per i prossimi giorni. 

I primi dati territoriali registrano un testa a testa tra Campania e Lombardia, con la prima che supera la seconda con 15.094 domande contro 14.932. Le tabella mostrano anche un equilibrio delle richieste tra nord e sud: al terzo posto c'è infatti la Sicilia con 13.099 domande, seguita al quarto dal Lazio (11.015) e al sesto posto dal Piemonte (10.495). In ogni caso, se l'afflusso appare consistente è probabile che una parte significativa delle richieste presentate non passi il vaglio dell'Inps che dovrà verificare che ci siano tutti i requisiti previsti dalla legge. Gli operatori postali si limitano a raccogliere le domande (senza nessuna consulenza, informazione né verifica dei requisiti come più volte hanno spiegato i vertici dell'azienda) mentre i consulenti nei Caf informano gli utenti sulle regole per ottenere il Reddito e quindi di fatto consigliano di non fare la domanda a fronte di Isee non conforme a quanto previsto nella norma. Resta il tema del patrimonio mobiliare e quello immobiliare oltre alla casa di abitazione sul quale i Caf non possono avere informazioni dirette. La verifica comunque spetta all'Inps che dopo la prima metà di aprile comincerà a mandare le prime risposte agli utenti (e alle Poste per la consegna della carta Rdc). Bisognerà comunque capire anche che succederà nel percorso di conversione del decreto visto che da una parte della maggioranza si chiede più attenzione ai disabili e alle famiglie numerose. A quel punto andranno rivisti i moduli per adeguarli alle nuove norme. Si attende inoltre di capire cosa succede sul fronte dell'inserimento al lavoro dei futuri beneficiari del reddito. Lunedì il governo dovrebbe consegnare alle Regioni il quadro sull'impianto del reddito mentre per martedì la Conferenza unificata dovrà esprimere un parere. Giudizio che è fondamentale per poter partire con il bando per il reclutamento dei cosiddetti navigator, le persone che dovrebbero guidare i beneficiari del reddito nell'inserimento nel mercato del lavoro. «Nei nostri Centri gli operatori - dicono i coordinatori della Consulta dei Caf, Massimo Bagnoli e Mauro Soldini - proseguono nella faticosa ma coerente informazione e assistenza al pubblico, non accettando domande prive dei minimi requisiti richiesti: vogliamo dare al cittadino che accogliamo la consapevolezza che la sua domanda - seppur autocertificata - verrà presa in considerazione dall'Inps essendo almeno all'apparenza formalmente corretta. È nostra convinzione - concludono - che avremo ulteriori picchi di crescita numerica nel corso delle prossime settimane, considerando che molti Centri saranno aperti al pubblico solo da lunedì 11 e che le notizie sul RdC hanno notevole diffusione».

Reddito di cittadinanza, Salvini: "Lombardia prima per numero di domande". "Sul reddito di cittadinanza ho visto dati positivi, la prima regione per richieste è la mia e quindi, orgoglio su orgoglio", scrive Giovedì, 7 marzo 2019 Affari Italiani. "Sul reddito di cittadinanza ho visto dati positivi, la prima regione per richieste e' la mia e quindi, orgoglio su orgoglio". Lo ha detto a Potenza, nel corso di una conferenza stampa, il leader della Lega e ministro dell'Interno, Matteo Salvini. 

Reddito di cittadinanza, superate le 600 mila domande: quasi la metà della platea potenziale. In vetta delle richieste presso Poste e online si conferma la Lombardia, di poco avanti alla Campania. Seguita dalla Sicilia. Piemonte e Lazio quasi appaiate, scrive Valentina Conte il 19 Marzo 2019 su La Repubblica. - Presentate 192.310 domande di reddito di cittadinanza, dal 6 marzo a oggi, presso gli uffici postali e online, sul sito del governo. Si tratta del 15% della platea stimata dal governo. A cui aggiungere le 420 mila richieste inoltrate dai Caf (dato relativo alla fine della settimana passata). In totale, 612.310 moduli: il 47% circa della platea complessiva degli aventi diritto - quasi la metà - stimata dal governo in 1 milione e 300 mila famiglie. Per quanto riguarda il dettaglio regionale, al momento una mini classifica si può fare solo per le domande accolte da Poste e online. In particolare, sono state depositate 166.710 richieste presso gli uffici postali e 25.600 via internet. Le prime cinque Regioni per numero di richieste sono la Lombardia con 26.492, la Campania con 25.486, la Sicilia con 21.071, il Piemonte con 18.118 e il Lazio con 17.971. Il decretone che istituisce il reddito e la pensione di cittadinanza - oltre a quota 100, l'anticipo pensionistico - non è ancora legge. Anzi oggi è tornato nelle commissioni della Camera per aggiustamenti tecnici, ma il voto finale con la questione di fiducia (che il governo ha posto in serata) è previsto entro giovedì. Sarà infine necessaria un'ultima lettura in Senato, prima della conversione in legge entro il 29 marzo. Chi ha presentato il reddito sin qui, in base ai criteri inseriti nel decretone ma poi modificati durante l'iter parlamentare, dovrà integrare la documentazione entro 6 mesi. Altrimenti perderà l'assegno. L'Inps prevede di approvare le prime domande entro il 15 aprile e accreditare le somme sulla card prima della fine del mese.

A quanto pare ci sono anche dei fannulloni al Nord, alla faccia di qualche razzista.

"Luigi Di Maio vincerà al sud. Vi spiego perchè", scrive Vittorio Feltri il 3 Febbraio 2018 Libero Quotidiano. La politica si è intorcinata. Destra, sinistra e grillini si sono già spartiti il territorio elettorale e nessuno dei tre gruppi avrà la maggioranza, cosicché difficilmente avremo un governo che non sia frutto di alleanze improbabili. Ma non è questo il punto. Tutti sappiamo che nel nostro futuro si profila una cronica instabilità, come del resto accade in vari Paesi europei dove mancano partiti egemonici. Il Nord e il Centro voteranno secondo tradizione. Il primo sarà orientato a dare la preferenza alla Lega e in parte cospicua a Berlusconi, il secondo penderà a sinistra nelle sue varie declinazioni. Mentre il Sud, cronicamente in bolletta, affiderà le proprie speranze al Movimento 5 Stelle, per un motivo banale: il reddito di cittadinanza che i grillini si sono inventati, a prescindere dalle risorse per garantirlo (i soldi pubblici non ci sono). La promessa di Di Maio e dei suoi scherani di stipendiare mensilmente gli sfigati privi di una occupazione ha sedotto i meridionali. I quali, dal loro punto di vista, giustamente sono contenti di poter ricevere del denaro senza lavorare. Sarebbero cretini a non esserlo. Non sono sicuri che i pentastellati saranno di parola e riusciranno a retribuire i nullafacenti, però essi si illudono lo stesso di intascare in massa l'obolo. Pertanto è naturale che preferiscano dare il loro suffragio a chi dice loro: tranquilli, ragazzi, se comanderemo noi vi riempiremo di bigliettoni, piuttosto che ad altre forze politiche abituate ad aumentare le tasse a tutti senza preoccuparsi di mantenere i terroni esclusi dalla paga. Ecco perché il Movimento fondato, e abbandonato, dal comico genovese non faticherà ad avvicinarsi o addirittura a superare il 30 per cento delle schede contenute nelle urne. Il Mezzogiorno è costituito da regioni perennemente povere nelle quali, all' infuori dell'impiego statale, non esistono molte opportunità di lavoro. Le industrie sono poche né hanno lo spazio per moltiplicarsi a causa della mancanza di infrastrutture. La depressione è endemica. Quindi partenopei, pugliesi, calabresi eccetera hanno bisogno di essere soccorsi dallo Stato per campare. Se arriva un Di Maio da Napoli, affamato pure lui, e giura di elargire, una volta al potere, quattrini a poveracci e lazzaroni di ogni specie da qui all' eternità, è fatale sia accolto quale salvatore della Patria e della pancia, e portato in trionfo. Il Movimento 5 Stelle ha fallito ovunque abbia comandato, ma questo non incide nel giudizio popolare del Sud, che aspetta soltanto di essere finanziato e se ne fotte della buona amministrazione. Ai tempi di Lauro, sotto il Vesuvio accaddero cose turche: l'armatore dava una scarpa a ciascun elettore, al quale consegnava la seconda a spoglio delle schede avvenuto, se i conti quadravano. Non è cambiato molto da Roma in giù. Sono però cresciute le aspettative: non bastano più le calzature, si pretende il reddito di cittadinanza, cioè una sorta di pensione a vita per chiunque si gratti il ventre, come tutti i grillini finiti già in Parlamento. In effetti, lavorare stanca e rompe i coglioni. Vittorio Feltri

Reddito di cittadinanza, bufera sul titolo di Libero: "Adotteremo un meridionale a testa", scrive Emiliano Dario Esposito su napolitoday.it il 14 novembre 2018. "Ci toccherà adottare un meridionale a testa" è il consueto titolo di Libero che sta generando polemiche. Il riferimento è a "reddito di cittadinanza, sgravi fiscali e contributivi, condoni di Equitalia", grazie ai quali secondo il quotidiano di Vittorio Feltri i grillini costringerebbero il Nord del Paese a sostenere il Sud. Lo sportello "Difendi la città di Napoli" attraverso un post social prima si chiede se quella del giornale è "è davvero solo un titolo, una provocazione, uno stratagemma acchiappaclic", poi giunge alla conclusione che si tratta piuttosto della "eco di una cultura sassaiola e discriminatoria che da decenni aggrega il pensiero dominante settentrionalista in grado di orientare l'opinione pubblica e legittimare il potere politico quando diventa operato anti-meridionale". "In assenza di una informazione libera e autonoma, che esprime un'editoria radicata nel Mezzogiorno – aggiunge ancora lo sportello del Comune diretto da Flavia Sorrentino – la retorica del terrone fannullone e parassita trova sfogo e piena autorizzazione". "Il Sud non ha un giornale e nemmeno più una banca – va avanti Difendi la città – Eppure ogni giorno con le nostre tasse, i nostri consumi e il sacrificio dei nostri vecchi e nuovi emigranti, contribuiamo al finanziamento economico per lo sviluppo del Nord. Da una parte chi governa propone ancora ricette assistenzialiste, dall'altra chi fa informazione usa la tecnica della "mostrificazione" del più debole per alimentare un sistema-paese fondato sulle disuguaglianze. In mezzo c'è il Sud che deve ribellarsi".

Reddito di Cittadinanza, attacco al Sud: “Ci toccherà adottare un meridionale a testa", scrive Giuseppe Cesareo il 13 novembre 2018 su vesuviolive.it. Il Reddito di cittadinanza diventa ancora una volta il pretesto per attaccare il Sud. Infatti, dopo la prima pagina de Il Giornale, scende in campo con la sua anche Libero. L’attacco, ben concentrato nel titolo “Ci toccherà adottare un meridionale a testa”, parte da uno studio de Il Sole 24 Ore che, analizzando i valori Isee delle famiglie italiane, ha stilato una graduatoria dei comuni che maggiormente potrebbero beneficiare “dell’obolo a cinquestelle”, come viene definito. Andando a leggere la graduatoria, si vede come a Napoli, Palermo e Caltanissetta, una famiglia su cinque rientra nelle condizioni previste per richiedere il sussidio. Ma a farla da padrone è il Comune di Crotone con una famiglia su tre. Qui scatta il malessere della testata di Vittorio Feltri che evidenzia come ad esempio a Bolzano il reddito di cittadinanza spetti solo ad una famiglia ogni quaranta. La testata, però, non si ferma qui e spiega come anche la decontribuzione, come annunciato dall’Istat, vada a favore del Sud, con 3,5 milioni di persone potenzialmente assunte. Libero evidenzia, a suo dire, una paradossale situazione: “Da una parte l’esecutivo paga un reddito a persone, soprattutto al Sud, per vivere mentre cercano un lavoro, e dall’altra paga i contributi alle aziende (e ai lavoratori) che a loro volta – sempre nel Meridione – sono interessate a creare un nuovo impiego. Lo Stato scuce soldi due volte? E con quali quattrini? Indovinate: quelli del Nord”. Sbandierando la distribuzione geografica del versamento Irpef, Libero spiega, inoltre, come la sola Lombardia “con circa 10 milioni di abitanti versa più dell’intero Sud che conta più del doppio degli abitanti”. La testata parla di “scrocconi” che vanno combattuti e che gravano sulle spalle delle famiglie del Nord, ma come al solito la sua analisi è solo parzialmente vera. Infatti, Libero non prende assolutamente in considerazione gli alti tassi di disoccupazione (soprattutto giovanile) che si abbattono sul Meridione, senza dimenticare le sempre minori possibilità di lavoro (e quando c’è è pure nero) e le imprese che ogni giorno sono costrette a chiudere. Si può essere anche d’accordo con Libero che il Reddito di cittadinanza sarà fallimentare, ma questo continuo “gettare la croce” sul Sud non solo è poco elegante, ma è anche poco intelligente. Qui, con un’Italia totalmente in caduta libera, non è più questione di Nord o Sud, ma si è tutti sulla stessa barca, in una guerra tra poveri che non fa differenze territoriali.

Lettera ai 130 mila rinunciatari del Reddito di Cittadinanza. Sono molto quelli che, dopo averlo richiesto hanno fatto un passo indietro. Furbetti che, evidentemente, non ne avevano così bisogno. Panorama 10 maggio 2019. Sono poco più di un milione le richieste presentate all'Inps al 30 aprile per il Reddito di Cittadinanza. Ma la notizia del giorno è che sembrano essere 130 mila quelli che dopo aver presentato la richiesta, l'hanno ritirata. Quelli cioè che hanno rinunciato. Numeri precisi su queste persone non esistono e nemmeno casistiche sulle motivazioni. Dalle prime risultanze sembrano però essere due io grossi problemi. Non le procedure, non la lentezza dello Stato. Semplicemente il fatto che la maggioranza avrebbe preso poche centinaia di euro e non le famose 780, e poi la paura verso i controlli sull'effettivo reddito e proprietà dei richiedenti. Da questo si evincono immediatamente due cose: se sei disperato, se davvero sei senza nulla, allora fossero anche solo 100 euro al mese tu le prenderesti. Se invece ci rinunci, se scegli il "niente" invece del "piuttosto" significa che non ne hai bisogno. Se invece la tua paura sono i controlli allora questo significa che sei un furbino, o almeno provi ad esserlo. Significa che lavori in nero, che dichiari zero al fisco ma hai un bel telefonino, una casa, la macchina e vai pure in vacanza. Che sia il caso uno o il caso due bisogna ammettere che le norme sul Reddito di Cittadinanza funzionano. Che non è la tanto pronosticata dai critici "mangiatoia per lazzaroni", molti dei quali hanno scelto di lasciar perdere. Se poi l'Agenzia delle Entrate avesse modo e tempo di indagare su chi ha paura di un controllo sui propri beni farebbe una cosa utile. Perché, non dimentichiamocelo mai, l'Italia resta primatista nell'evasione fiscale, con 190 mld di euro l'anno. Il reddito di cittadinanza dovrebbe costarne in totale meno di 10.

Reddito di cittadinanza, in Lombardia bocciata una domanda su tre: «Isee troppo alto». Pubblicato mercoledì, 15 maggio 2019 da Stefania Chiale su Corriere.it. In Lombardia uno su tre, fra chi chiede il reddito di cittadinanza, non lo ottiene. Secondo i dati Inps che il Corriere ha potuto visionare, la percentuale di diniego delle istanze per la misura baluardo del Movimento 5 Stelle lanciata il 6 marzo è del 36,4 per cento, con punte di oltre il 40 per cento nelle province di Lecco e Mantova. E supera di oltre dieci punti quella riferita a livello nazionale (il 25 per cento del milione e 16 mila richieste arrivate in Italia è stato rifiutato). Se il reddito di cittadinanza ha dunque più successo in Lombardia che in Calabria, e fa della regione la quarta per numero assoluto di richieste, i 90.269 lombardi che ne hanno fatto finora domanda sono più insoddisfatti rispetto alla media del Paese. «Nel 95 per cento dei casi — rivela Antonio Verona, responsabile del Dipartimento Mercato del lavoro Cgil Milano, dove i respinti sono il 33 per cento — si tratta di incongruità di Isee». Insomma: poveri, ma non abbastanza per ottenere il sussidio. Questione di sensibilità, secondo Gregorio Tito, direttore Inps per l’area metropolitana di Milano: «In una realtà come quella lombarda e milanese, la soglia di attenzione per la tutela dei propri diritti è più alta rispetto ad altre zone d’Italia. Questo spiegherebbe perché la Lombardia supera per richieste zone ben più disagiate del Paese. Ma il requisito fondamentale è il reddito, e tanti Isee non erano compatibili con i “parametri di povertà” richiesti». Per alcuni può aver giocato il fattore lavoro: «A differenza di altre regioni — spiega Verona — tanti nostri richiedenti non sono disoccupati (d’altronde la disoccupazione non era un requisito richiesto). Molti, benché occupati o semi-occupati, hanno fatto domanda perché si percepiscono in una condizione di povertà, anche per via di un costo della vita più alto confrontato ad altre zone d’Italia. Ma chiaramente il loro reddito era troppo alto rispetto all’Isee massimo necessario per ottenere il reddito di cittadinanza». Nonostante il quarto posto in classifica nazionale, i numeri sono ancora contenuti rispetto alle stime di qualche mese fa che parlavano di un potenziale milione di beneficiari in Lombardia. E suggeriscono analisi frettolose. C’è chi parla di flop della misura governativa, chi azzarda che ci siano meno poveri di quanti ipotizzati e chi conclude che una maggioranza dei possibili richiedenti preferisca continuare a vivere nell’economia sommersa. «Ma c’è “un’ipotesi C” — suggerisce Tito —, ci sta lavorando il presidente dell’Inps Pasquale Tridico a livello nazionale e noi a livello locale. Più i poveri sono in condizioni disagiate, meno hanno consapevolezza e forza di far valere i propri diritti. Interverremo direttamente nei luoghi in cui si trovano. A Milano, per esempio, a Casa Jannacci. Solo allora, forse, capiremo che la platea è più ampia rispetto alle domande finora presentate». C’è poi la questione degli extracomunitari, «che a Milano rappresentano il 35 per cento delle richieste — spiega Verona — ma per i quali la pratica del Rdc è più complessa rispetto a quella richiesta agli altri: c’è bisogno di tempo». Oltre ai respinti, si fanno sempre più largo i delusi e i pentiti. Nei Caf si moltiplicano le richieste di disdetta del reddito di cittadinanza. Nella sede di Via Fogagnolo a Sesto San Giovanni (insieme a Corvetto e San Donato, la zona di Milano dove la richiesta del RdC è stata maggiore) «ultimamente — spiegano — arrivano sempre più beneficiari che chiedono l’annullamento. Qualcuno ha trovato lavoro nel frattempo, ma la maggioranza ha ricevuto una cifra più bassa rispetto a quanto sperava». Secondo le stime nazionali ci sarebbero tra i 100mila e i 130mila beneficiari pronti a rinunciare. I famosi 780 euro annunciati nell’ininterrotta campagna elettorale governativa hanno illuso molti richiedenti, che l’hanno considerata come cifra standard e si sono visti ricevere importi ben inferiori di fronte a obblighi e controlli estesi nel tempo. Il grosso della platea nazionale conquisterà tra i 300 e i 500 euro al mese. Ma secondo i primi pagamenti, 34 mila italiani riceveranno appena 40 euro e oltre 61 mila rimarrebbero sotto i 100. Il gioco, per loro, non varrebbe la candela.

Reddito di cittadinanza: i numeri delle domande (presentate e accolte). Un milione le domande presentate; accolte circa il 70%. Nella classifica delle regioni prima la Campania, seconda la Sicilia. Barbara Massaro il 4 maggio 2019 su Panorama. L'Inps ha fornito i primi dati significativi sul numero di domande di reddito di cittadinanza presentate e quelle effettivamente accolte.

Quante domande sono state presentate. Al 30 aprile sono già 1.016.000 i cittadini che hanno presentato la richiesta, tra quelle compilate on-line sul il sito governativo dedicato e quelle presentate alle Poste o ai Caf. Ricordiamo che il Governo ha previsto stanziamenti per 1.300.000 domande (accolte). Secondo le stime dei tecnici le domande accolte saranno attorno al 70%, quindi 700 mila, circa il che prevederebbe un esborso complessivo minore di circa due miliardi di euro rispetto a quanto stanziato dal Governo.

La mappa delle Regioni. Al primo posto in questa "classifica" c'è la Campania, con oltre 172 mila richieste, seguita dalla Sicilia con oltre 161 mila domande. Subito dopo, con circa 90 mila domande ciascuna si piazzano Lazio (93.048), Lombardia (90.296) e Puglia (90.008). Chiudono la classifica Friuli Venezia Giulia e Basilicata con circa 12mila richieste e ancora più in fondo il Trentino Alto Adige (3.695) e Val d'Aosta (1.333).  si sfidano in un testa a testa per numero di richieste inoltrate all'Inps seguite da Sicilia, Lazio e Piemonte.

I paletti. L'integrazione economica, infatti, sarà erogata a chi potrà dimostrare di essere cittadino italiano residente nella penisola e di percepire un reddito inferiore a 6.000 euro l'anno se si vive soli e a 12.050 per una famiglia di quattro persone se tutti maggiorenni o di almeno cinque se con minori. Altri requisiti sono: un valore Isee fino 9.360 euro; un patrimonio immobiliare (diverso dalla casa di abitazione) fino a 30 mila euro; nessun autoveicolo immatricolato la prima volta nei 6 mesi antecedenti la richiesta e nessuna nave o imbarcazione da diporto.

I precedenti. Si tratta di maglie estremamente strette e molto più severe di quelle previste, ad esempio, dal reddito di inclusione in vigore fino alla fine del 2018. E già ai tempi del Rei, alla fine dello scorso anno, erano state respinte il 48% delle domande vale a dire che erano state rifiutate 354 mila richieste su circa 730 mila totali. Era andata ancora peggio con l'Ape sociale (acronimo per anticipo pensionistico sociale): il 60% dei moduli compilati era tornato al mittente. Inps ha fatto sapere che chi presenterà la domanda entro il 31 marzo riceverà una risposta via sms o via e-mail tra il 26 e il 30 aprile e il reddito, agli aventi diritto, verrà erogato a partire da maggio con la formula delle card governative. I dubbi sull'effettivo successo dell'operazione restano, però, parecchi e sono soprattutto legati alla rigidità dei paletti imposti dal Ministero del Lavoro non tanto sul tema Isee quanto piuttosto sul complesso del reddito famigliare.

MI È ARRIVATO IL REDDITO DI CITTADINANZA, CHE DISDETTA! Francesco Bisozzi e Luca Cifoni per “il Messaggero”  il 15 maggio 2019. Si pagherà per rinunciare al reddito di cittadinanza. Già perché chi disdirà il sussidio dovrà restituire in blocco quanto percepito con la card. È quanto trapela dai Caf, in attesa che venga resa nota la procedura per poter richiedere lo stop dei bonifici e quindi uscire dalla platea dei beneficiari. La fuga riguarda una platea potenziale che può arrivare a 130 mila persone. Sull' entità degli importi da ridare indietro e le relative modalità dovrebbe fare maggiore chiarezza una circolare dell' Inps in arrivo nei prossimi giorni, in cui verranno affrontati anche altri aspetti ancora poco limpidi, a incominciare dai tempi che saranno necessari per elaborare le rinunce. Le domande di disdetta dovranno espletare una serie di passaggi che richiederanno settimane, se non mesi, prima che le card vengano bloccate. A quanto emerso finora, le mensilità già incassate andranno restituite in un' unica soluzione, proprio come avvenuto in passato quando è stato chiesto a una parte dei beneficiari degli 80 euro di Matteo Renzi di restituire il bonus per mancanza di requisiti. Per permettere ai beneficiari delusi di rinunciare al reddito di cittadinanza è necessario aprire un nuovo canale telematico attraverso cui far passare le richieste dei pentiti. Dopodiché le domande andranno trasmesse all' Inps, a cui spetterà elaborare i rifiuti e rendere operativo lo stop. Oggi a voler fare un passo indietro sono soprattutto i cittadini che hanno ricevuto somme al di sotto dei 100 euro e che non sono più disposti a sobbarcarsi gli obblighi lavorativi che la misura contempla: entro luglio oltre 300 mila beneficiari dovranno siglare un patto per il lavoro, stima l' Ufficio parlamentare di bilancio. Ma a giudicare delle posizioni accumulate finora dai Caf sparsi in tutta Italia anche chi ha ottenuto somme inferiori a 300 euro si starebbe interrogando sul da farsi. I bassi importi erogati a molti rendono infatti il sussidio poco competitivo rispetto al lavoro nero. E visto che per i furbetti sono previsti fino a sei anni di carcere, a quanto pare c' è chi preferisce liberarsi da questo vincolo per tornare alla vita di prima senza correre particolari rischi. Sono circa 60 mila i nuclei che hanno ottenuto in questi giorni somme minori di 100 euro: il grosso delle defezioni si concentrerà in questa fascia di utenti. Considerati i tempi tecnici necessari per elaborare le domande di rinuncia, chi vorrà disdire il sussidio quest' estate si ritroverà a dover restituire almeno tre mensilità: se non è una penale, poco ci manca. La multa nei casi peggiori potrebbe arrivare a valere attorno ai 300 euro. Ma nel gruppo dei pentiti potrebbero confluire come detto anche i percettori di somme comprese tra 100 e 300 euro. Nel loro caso però gli importi da ridare indietro saranno inevitabilmente più elevati. Per esempio, chi deciderà di rinunciare al sostegno pur intascando ogni mese un assegno di 300 euro si potrebbe ritrovare a dover restituire allo Stato quasi mille euro. Nel complesso sono circa 130 mila le famiglie che hanno ricevuto importi tra 40 e 300 euro, dunque molto distanti dai 780 euro promessi. Il 13% dei nuclei che hanno presentato domanda per il reddito di cittadinanza a marzo ha incassato tra 40 e 100 euro questo mese, circa 40 mila famiglie hanno ottenuto tra i 100 e i 200 euro mentre altre 30 mila (il 7,2% sul totale degli attuali aventi diritto) hanno ritirato una card con un plafond di spesa che oscilla tra 200 e 300 euro. Dai Caf fanno sapere però che a voler disdire il sussidio non sono solo i beneficiari con obblighi lavorativi sulle cui tessere sono state accreditate somme decisamente al di sotto delle aspettative. Alcune pratiche sono state congelate anche solo per un email o un numero di telefono errato: i centri di assistenza fiscale tuttavia non dispongono di canali telematici tramite cui comunicare all' Inps integrazioni di questo tipo. Così per risolvere l' impasse c' è chi sta pensando di ricominciare tutto da capo, ma per poterlo fare deve prima provvedere ad annullare la domanda originale. Per chi rinuncerà al reddito di cittadinanza tuttavia non è escluso che dovrà passare un certo periodo prima che possa presentare di nuovo la richiesta per il sussidio. Nel frattempo, le istanze presentate per accedere al beneficio hanno superato il milione. Alla luce di un tasso di rifiuto del 75%, si stima che il prossimo mese la platea dei sussidiati arriverà a inglobare 750 mila famiglie contro le attuali 500 mila. 

Fuga in massa dal reddito Ma rinunciare non è gratis. Importi ritenuti troppo esigui: sarebbero oltre 100mila i pentiti dell'assegno. Si dovrà restituire quanto avuto. Pier Francesco Borgia, Giovedì 16/05/2019, su Il Giornale. Uno su dieci rinuncia. Uno su dieci dice no al reddito di cittadinanza dopo aver presentato regolare domanda. Secondo l'Inps sono oltre un milione le domande per ottenere il sussidio (nell'audizione alla Camera di martedì il presidente dell'istituto, Pasquale Tridico, ha detto che sono più di un milione e centomila). Quindi sarebbero oltre centomila i pentiti dell'assegno di cittadinanza. Che ora vorrebbero tornare indietro. La motivazione che sta dietro questa rinuncia sono l'esiguità degli importi (secondo l'Inps il 7% degli assegni non supera i 50 euro, mentre il 16% non va oltre soglia 300 euro) unita al timore di incappare nei controlli. Il gioco, per molti, non vale la candela. Quindi sono in tanti a voler restituire le card già ricevute. Si tratta di card prepagate. Ognuna con l'importo stabilito in base al reddito dichiarato dal beneficiario. Il Sole 24 Ore annunciava sabato scorso già che in molti Centri di assistenza fiscale i pentiti del reddito si stanno informando sulle procedure della rinuncia ben sapendo che il tempo stringe visto che proprio ieri sono stati trasferiti dall'Anpal alle Regioni gli elenchi dei cittadini beneficiari che dovranno sottoscrivere un patto per il lavoro con tutte le informazioni utili per la loro convocazione da parte dei centri per l'impiego. Ma attivare la procedura di recesso per il momento non è possibile. L'Inps deve infatti ancora attivare all'uopo un nuovo «canale telematico». La rinuncia al reddito di cittadinanza, inoltre, non sarà indolore: chi rinuncerà al sussidio dovrà restituire quanto già percepito attraverso la card. Non è ancora stata resa nota la procedura per poter richiedere lo stop dei bonifici e quindi uscire dalla platea dei beneficiari, mentre sull'entità degli importi da ridare indietro e le relative modalità delle rinunce dovrebbe fare maggiore chiarezza una circolare dell'Inps in arrivo nei prossimi giorni. Come detto sopra le domande per il reddito di cittadinanza sono state oltre un milione e, stando a quanto più volte dichiarato dal presidente dell'Inps Pasquale Tridico, soltanto il 75% otterrà l'autorizzazione. Se a questo numero si aggiunge la schiera di chi si mostra pentito del beneficio, alla fine il sussidio andrà a coprire una fetta della popolazione ben inferiore alle attese. Tanto che già si pensa di correre ai ripari. Con un nuovo decreto che allarghi la platea dei beneficiari. A dirlo è lo stesso presidente dell'istituto di previdenza. «Il decreto è già pronto - spiega Tridico -. Manca soltanto il veicolo legislativo per valutare le richieste per accedere al reddito di cittadinanza sulla base del reddito corrente. Questo permetterà ai disoccupati in particolari situazioni, percettori di sussidio di disoccupazione o disoccupati da oltre diciotto mesi, di accedere al reddito». Intanto i due vicepremier, ognuno a modo proprio, offrono un tangibile segno che il reddito di cittadinanza non ha sortito gli effetti sperati. Di Maio, al termine di un incontro con il Forum delle famiglie, ha annunciato che il risparmio di un miliardo precedentemente destinato al reddito di cittadinanza verrà messo a disposizione per creare un «fondo per i figli». «Il reddito di cittadinanza - dice il capo della Lega a proposito delle notizie sulla fuga dei pentiti del sussidio - non è il futuro del Paese. Questi assegni da 200/300 euro non sono che una toppa, non certo il futuro. Qualcuno invece di andare avanti vuole andare indietro».

Reddito di cittadinanza, 100mila "furbetti" rinunciano. Quello che il M5S non racconta...Il Corriere del Giorno il 14 Maggio 2019. Le prime stime al momento prevedono circa 100mila persone che vorrebbero rinunciare. Perchè ? I motivi sono diversi: gli importi sono molto più bassi rispetto alle promesse del M5S, oltre anche al timore di subire dei controlli . Per molti cittadini, insomma, ricevere il reddito di cittadinanza sarebbe un problema. Pasquale Tridico neo-presidente dell’ Inps  a margine di un incontro al Salone del Libro di Torino, ha reso noto che su oltre un milione di domande ricevute per ottenere il reddito di cittadinanza, 3 su 4 sono state autorizzate dall’Inps.  Per circa 300mila, una volta ricevuta la tessera con l’importo accreditato, scatta la seconda fase, quella cioè  prevede l’”attivazione” dei beneficiari per essere avviati a un percorso di inclusione sociale o lavorativa. In realtà però sulla base di quanto risulta a diversi CAF , i centri di assistenza fiscale sparsi sul territorio, sta crescendo in maniera esponenziale il numero di “beneficiari”  del reddito di cittadinanza che sono decisi a tornare indietro sui propri passi, rinunciando alla tessera prepagata, al punto tale che l’Inps presa alla sprovvista dalle molte rinunce, si sarebbe messa al lavoro per predisporre la procedura di rinuncia. Qualcosa che nè il Ministro del Lavoro Luigi Di Maio, nè i dirigenti dell’ INPS immaginavano minimamente. Numero che però non equivale ai beneficiari effettivi che si ottengono sottraendo il 25% (il tasso di rifiuto delle richieste registrato in media finora). A conti fatti quindi i nuclei beneficiari finora sono 710mila che equivalgono a circa 1,8 milioni di italiani (numero che si ottiene moltiplicando per 2,5: la composizione media di una famiglia). Sono tanti o pochi?  In realtà questo numero può considerarsi un mezzo “flop” se si prende in considerazione la platea di persone sbandierata dai Cinque Stelle a cui sarebbe destinato il loro cavallo di battaglia. Da mesi si parla di una platea di 5 milioni di poveri che è stata ribadita anche dallo stesso vice premier Luigi Di Maio, durante la presentazione lo scorso 4 febbraio della prima card per il reddito di cittadinanza insieme al premier Giuseppe Conte . Una stima tra l’altro anche inferiore rispetto a quanto annunciato in passato. Quando i “grillini”  cominciarono a ragionare anni fa sulla possibilità di introdurre il reddito di cittadinanza parlavano addirittura di 9 milioni di italiani (per una spesa di 17 miliardi). Come sempre fanno i conti senza alcuna credibilità. Le prime stime al momento prevedono circa 100mila persone che vorrebbero rinunciare. Perchè ? I motivi sono diversi: gli importi sono molto più bassi rispetto alle promesse del M5S, oltre anche al timore di subire dei controlli quindi . Per molti cittadini, insomma, ricevere il reddito di cittadinanza sarebbe un problema . Sono quei 35mila beneficiari di importi mensili oscillanti tra i 40 e i 50 euro, gli oltre 11mila tra i 50 e i 75 euro , ed i quasi 20mila che ricevono tra i 75 ed i 100 euromensili. Ma ci sono anche quei 40mila che non arrivano a percepire neanche 200 euro! “Beneficenze di Stato” ( o “reddito di cittadinanza” chiamatelo come volete !)  ben lontane dai780 euro al mese del beneficio “pieno” previsto per un single, come da promesse elettorali del M5S. Sul lato dei controlli, chiamati a scendere in campo sono i Comuni, l’Inps, l’Ispettorato del lavoro e la Guardia di Finanza che dovrebbero attivarsi nella fase due di applicazione del reddito di cittadinanza, chiamati a scovare i “furbetti” che hanno ricevuto la card,  ma non sono in regola con i requisiti previsti per Legge. La legge prevede diversi casi in cui il reddito di cittadinanza viene perso. È sufficiente che uno dei componenti del nucleo familiare non effettui la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro; oppure non sottoscriva il Patto per il lavoro o il Patto per l’inclusione sociale; o che non partecipi, in assenza di giustificato motivo, alle iniziative di carattere formativo o di riqualificazione o ad altra iniziativa di politica attiva o di attivazione; non aderisca ai progetti utili alla collettività, nel caso in cui il comune di residenza li abbia istituiti; non accetti almeno una di tre offerte di lavoro congrue oppure  in caso di rinnovo, non accetta la prima offerta di lavoro congrua oppure non comunichi l’eventuale variazione della condizione occupazionale oppure effettua comunicazioni mendaci producendo un beneficio economico del reddito di cittadinanza maggiore; non presenti una Dsu aggiornata in caso di variazione del nucleo familiare; o che venga trovato, nel corso delle attività ispettive svolte dalle competenti autorità, intento a svolgere attività di lavoro dipendente, ovvero attività di lavoro autonomo o di impresa, senza averlo comunicato. Infatti la Legge prevede che chiunque presenti dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere oppure ometta informazioni dovute è punito con la reclusione da due a sei anni. È prevista la reclusione da uno a tre anni , invece, nei casi in cui si ometta la comunicazione all’ente erogatore delle variazioni di reddito o patrimonio, nonché di altre informazioni dovute e rilevanti ai fini della revoca o della riduzione del beneficio. In entrambi i casi, è prevista la decadenza dal beneficio con efficacia retroattiva e la restituzione di quanto indebitamente percepito.

Concludendo in base a questi numeri od a quelli previste dalla relazione tecnica del decreto si può affermare che il reddito di cittadinanza ha raggiunto finora la metà dei potenziali beneficiari. Insomma il bicchiere sarebbe realmente mezzo vuoto .

Come intascare il Reddito di Cittadinanza senza averne diritto. Finti disoccupati che lavorano in nero, finti separati, cambi di residenza. Sono 3mila i furbetti scoperti ed i controlli sono pochi e casuali. Fabio Amendolara il 2 settembre 2019 su Panorama. C’è chi con la card in tasca continuava a fare il pannacciaro a Ercolano, a due passi da Napoli, beccato dalla Guardia di Finanza proprio mentre vendeva al mercato vecchi stracci. E chi lavorava in nero sui cantieri di Imperia, incassando comunque il benefit. Chi sugli undici dipendenti del ristorante tipico siciliano faceva finta di non essersi accorto che sette di loro percepivano il reddito di cittadinanza. E chi, credendo che i finanzieri si dedicassero ai controlli solo di giorno, aveva scelto un lavoro notturno in un lido di Montegiordano, in provincia di Cosenza. Così, di giorno era un povero con la mitica card che ne dà diritto, la notte era un lavoratore senza contratto. A Palermo, Savona e Napoli, poi, il reddito di cittadinanza voluto dai pentastellati ha innescato finte separazioni con tanto di cambio di residenza. Perché, per poter ricevere l’assegno, c’è da superare lo scoglio dell’Isee (l’Indicatore della situazione economica equivalente) che non può essere più di 9.360 euro. E quindi, per restare sotto la soglia richiesta, c’è chi ha deciso di dichiarare una residenza diversa da quella del tetto coniugale. Dopo le prime verifiche è emerso che un cambio di residenza su quattro, nelle tre città da record, era finalizzato a intascare la card. E basta digitare sul motore di ricerca Google le parole «furbetti» e «reddito di cittadinanza» per scoprire che la cronaca è zeppa di casi. Da Sud a Nord. Con un epicentro: la Sicilia. Negli ultimi 45 giorni, stando ai dati forniti dal tenente colonnello Pierluigi Buonomo, comandante del Nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri di Palermo, sono stati beccati ben 26 furbetti. Una decina nella sola provincia di Palermo. E stando ai dati che ha raccolto il Messaggero, dall’Inps, informalmente, fanno sapere che da inizio anno la Guardia di finanza ha scoperto 3 mila furbetti. I controlli sarebbero poco meno di 4.500 a fronte di quasi un milione sussidi già erogati. Ed è a questo punto che, se i numeri diffusi dal quotidiano romano dovessero trovare conferma, si percepisce che la macchina messa in moto con la carta acquisti delle Poste italiane si inceppa sui controlli. Gli illeciti, di solito, vengono a galla per caso, durante la routine dei controlli delle Fiamme gialle. Dalla sede del ministero del Lavoro, invece, sarebbero stati forniti agli investigatori solo 600 mila nominativi di beneficiari. Per il resto, dalle stanze dei bottoni, fanno sapere che l’efficacia dei controlli va ricavata dal numero di quanti non sono riusciti a diventare furbetti. Dice il presidente dell’Inps Pasquale Tridico: «Al momento non ci sono dati su eventuali irregolarità. I controlli incrociati dell’Inps con le banche dati collegate sono stati massivi e preventivi, la loro efficacia è dimostrata dal fatto che più di un quarto delle domande è stato respinto». Le verifiche effettuate sul campo, alla fine, si ridurrebbero quindi a poco meno di 4.500 (spesso avviate per scovare casi di lavoro nero o per il mancato pagamento di contributi pensionistici). La scoperta della card arriva dopo. Come a Crotone, dove un fruttivendolo con un bel negozio era sconosciuto al fisco, ma percepiva il reddito di cittadinanza. Gli investigatori della Guardia di finanza erano andati lì per controllare gli scontrini e, sorpresa, hanno accertato che il fruttivendolo arrotondava con il bonus voluto dai pentastellati. Superata la fase della prevenzione, tanto cara a Tridico, all’Inps hanno capito che era necessario creare un meccanismo per scovare chi è riuscito a superare le maglie dei controlli a monte. E a giugno l’istituto di previdenza, in affanno anche con le erogazioni sulle card (quelle che i funzionari chiamano «ricariche» e che a Napoli, per esempio, dopo le elezioni europee hanno fatto registrare ritardi record anche di un mese), ha preparato un protocollo per mettere a disposizione delle Fiamme gialle e degli ispettori del Lavoro i dati sul reddito di cittadinanza. Solo a fine luglio, poi, sono state definite le modalità per gli accertamenti. Nonostante non ci siano dati ufficiali disponibili, a riportare con i piedi per terra la vulgata che difende strenuamente la bontà del decreto voluto da Luigi Di Maio c’è la consapevolezza che le pene, fino a sei anni di reclusione, non sono un deterrente. E a dimostrarlo ci sono le decine di casi, alcuni anche molto gravi, venuti a galla nonostante l’assenza di comunicazioni tra i vari pezzi dello Stato. A Monreale, in provincia di Palermo, il titolare di una card da 780 euro al mese faceva anche il fabbro ed era considerato un asso nel montaggio dei cancelli. Ad Acqua dei Corsari, immediata periferia palermitana, c’era il re della cassata e del cannolo con ricotta, lo chef che preparava i dolci nel laboratorio di un bar pasticceria e intascava oltre mille euro al mese di reddito di cittadinanza insieme al suo nucleo familiare. La Sicilia, però, è la seconda regione d’Italia, dopo la Campania, per numero di aventi diritto. Ed è anche per questo che il dato dei furbetti è in percentuale più alto. Ma non ci sono regioni indenni. Nella piccola Basilicata solo qualche giorno fa sono saltati fuori due disonesti nello stesso giorno. Il primo, di 66 anni, con tutti i requisiti per ottenere il beneficio economico (cittadinanza italiana, piena età lavorativa e nessun reddito), faceva il mastro carpentiere in un condominio estivo di Maratea, sulla costa tirrenica lucana, portando a casa sia i 614,52 euro del sussidio, sia lo stipendio per lavoro dipendente, pari a 1.220 euro. L’amministratore del condominio è andato incontro alla maxi sanzione prevista per il lavoro sommerso. Il carpentiere, invece, è stato denunciato. Nel secondo caso il furbetto aveva semplicemente fatto finta di dimenticare di segnalare alle autorità che uno dei membri della famiglia aveva ottenuto un contratto. E, pur avendo cercato di sfuggire ai controlli, ha dovuto dire addio alla card. In Sardegna i furbetti lavoravano in albergo come camerieri. A Como invece ce n’è stato uno sfortunatissimo: aveva chiesto il sussidio, ma è stato beccato a lavorare in un autolavaggio pochi giorni prima che gli arrivasse la card. A Venezia un venditore di auto che aveva fatto affari nell’anno precedente per oltre un milione di euro si era poi azzardato a chiedere il reddito di cittadinanza per il suo nucleo familiare, composto da lui e dalla anziana madre. A Genova quelli scovati facevano il pizzaiolo e i portapizze stagionali. A Bari gli aspiranti furbetti erano così tanti che, dopo l’ennesima domanda a trabocchetto durante l’istruttoria, alla Sede del Caf Confasi di corso Sonnino hanno deciso di appendere alla porta un cartello con un messaggio inequivocabile: «Divieto di ingresso ai furbetti del reddito di cittadinanza». Ancora: a Campobasso una donna di 46 anni era riuscita a percepire la card e a incassare un sussidio di disoccupazione mentre lavorava in nero come cuoca in un ristorante di Montenero di Bisaccia. Triplo reddito. Ma non detiene il record. A Bolzano è stato stanato un furbacchione originario di Napoli che versava ufficialmente in stato di bisogno, ma in realtà era un proprietario terriero con alcuni possedimenti in Spagna e faceva utili a go go con un commercio illecito di birra sul mercato parallelo. Finché non è stato fermato dalla polizia . Quest’ultima, al termine dell’istruttoria, con grande sorpresa, ha accertato che l’uomo incassava pure il reddito di cittadinanza. E, con grande facilità, era riuscito a superare lo scoglio dei controlli preventivi. Nei quali, invece, c’è chi ha diritto ma si incaglia. «Ho presentato domanda per il reddito di cittadinanza a inizio aprile e sto ancora aspettando l’esito della verifica Inps. A questo punto temo di non riuscire ad avere la mensilità del sussidio, il che mi costringe a ricorrere al prestito di amici e familiari per le spese prioritarie». È uno dei tanti messaggi che compaiono nei forum in rete dedicati al reddito di cittadinanza e ai suoi ritardi. In una procedura standard, l’esito della verifica dei requisiti Inps viene comunicato tramite sms o email dopo 15 giorni dall’invio della richiesta. Ed è così nella maggior parte dei casi. Quando non accade ci si può rivolgere all’amico. O, se va male, allo strozzino. Oppure ci si può trasformare in furbetto e cercare un lavoro in nero, magari anche ben retribuito.

VOLEVI SOLO SOLDI. Michela Nicolussi Moro per il 14 maggio 2019. È stato caricato sulla «RDC card» di Poste Italiane il reddito di cittadinanza per le prime 500 famiglie venete sulle 3064 che l’avevano richiesto attraverso i Caf della Cgil. La maggioranza delle domande, accolte dopo il controllo dei requisiti da parte di Agenzia delle Entrate e Inps, arriva da Padova: 733. Seguono Treviso con 652, Rovigo con 486, Verona con 386, Vicenza con 372, Venezia con 359 e Belluno con 76.

Valanga di pratiche. «Altre 3mila pratiche devono ancora essere processate — spiega Claudio Zaccarin, responsabile regionale dei Caf Cgil — e di queste, stando alla media di accoglimento del 60% finora registrata, andranno a buon fine circa 1800. Le assegnazioni iniziali, erogate a partire dallo scorso 27 aprile, hanno un valore compreso tra 100 e 370 euro, ma ce ne sono anche da 40 e 50 euro. Tutte hanno suscitato una certa delusione, perché gli aventi diritto erano convinti di ricevere i 780 euro di massimale sul quale era stata impostata la campagna elettorale del M5S».

Troppe variabili. E invece la cifra cambia a seconda di molte variabili, non solo dei diktat di base, cioè: essere cittadini italiani, europei o risiedere in questo Paese da almeno 10 anni, di cui gli ultimi due continuativamente; avere un Isee inferiore ai 9.360 euro, un patrimonio immobiliare (esclusa la prima casa) non superiore ai 30mila euro e un patrimonio finanziario non maggiore ai 6mila (20mila per i disabili). «Se una persona gode già di una misura di sostegno, il reddito di cittadinanza diminuisce — avverte Alfio Calvagna, presidente del Comitato Inps Veneto — in certi casi può invece essere detratto, in altri sommato all’altro assegno. Insomma è tutto molto soggettivo e complicato anche se l’intento del governo di tendere una mano a chi è in condizioni economiche disperate è condivisibile».

La vergogna di spenderlo: fenomeno «veneto». Chi l’ha ricevuto, usa il reddito di cittadinanza per pagare le bollette, le rate del mutuo, le spese condominiali, l’affitto. «Ma non la spesa al supermercato o le medicine — rivela Zaccarin — perché si vergognano a esibire al supermercato o in farmacia la tesserina gialla, la vivono come una certificazione di povertà». «Posso trovare gente che conosco, non è dignitoso — ha confessato una casalinga trevigiana di mezza età, marito disoccupato e due figli studenti —. E poi i 370 euro che ci hanno dato bastano appena per le bollette». Un senso della dignità che ha finora spinto il 10% dei destinatari di una cifra irrisoria, come i 40 euro, a rifiutarla. «E’ vero, molti l’hanno respinta ed è un fenomeno tipicamente veneto — sottolinea Calvagna —. Questa regione è fatta di piccole comunità, ci si conosce tutti, è difficile ammettere di non farcela da soli, di avere bisogno di aiuto». Al punto che pure gli anziani respingono la pensione di cittadinanza, diramazione dello stesso provvedimento. Un’ottantenne veneziana a riposo dalla pubblica amministrazione e un coetaneo padovano in quiescenza dal privato, entrambi con pensione minima di 600 euro al mese, hanno detto «no grazie» ai 200-300 euro prospettati. «Un contributo così risicato è offensivo — la motivazione — invece di darci la carità, lo Stato ci passi una pensione adeguata».

Navigator fermi. C’è un altro problema: il reddito di cittadinanza prevede anche un inserimento lavorativo per uno dei componenti disoccupati della famiglia del richiedente, non necessariamente per lui. Ma i «navigator», cioè i tutor incaricati dal governo di facilitare accesso e pratiche ai Centri per l’impiego, non sono ancora scesi in campo, perché il bando per il loro reclutamento è uscito nemmeno un mese fa. E poi l’accordo Stato-Regioni prevede un potenziamento del personale dei Centri per l’impiego, che è in divenire. «In più molti assegnatari della misura di sostegno non vogliono lavorare, magari perchè già lo fanno in nero — aggiunge il responsabile Cgil —. Ma al terzo no (nei primi 12 mesi si riceve un’offerta di lavoro nel raggio di 100 chilometri dalla residenza, seguita da una seconda che coprirà un raggio di 250 chilometri e da un’ultima in arrivo da qualsiasi regione, ndr), perderà l’assegno». Tuttavia in questo momento sembra il problema minore. «Il lavoro lo procuri se c’è ma se non esiste, come al Sud, che fai?», chiude il presidente del Comitato Inps.

Reddito di cittadinanza: furbetti anche a Milano, con maxi multa. Le Iene il 25 ottobre 2019.  Una donna è stata pizzicata in provincia di Milano a lavorare in nero nonostante percepisse il reddito di cittadinanza. Il datore di lavoro invece è stato sanzionato con 12mila euro di multa. Noi de Le Iene vi abbiamo raccontato il caso che arriva da Palermo di altri due presunti furbetti. I furbetti del reddito di cittadinanza? Ci sono anche a Milano. Nelle scorse settimane noi de Le Iene vi abbiamo raccontato il caso di Giuseppe e Fabio di Palermo che nonostante percepiscano il sostegno economico sono stati pizzicati da Ismaele La Vardera all’interno di un negozio. Non abbiamo la certezza che stessero davvero lavorando, ma dopo il nostro servizio, che potete vedere qui sopra, anche la Guardia di Finanza ha voluto vederci chiaro. Sempre le Fiamme Gialle, ma a più di 1.000 chilometri, hanno smascherato una furbetta del reddito di cittadinanza a Cesano Maderno alle porte di Milano. Lavorava in nero in un salone di bellezza e centro estetico. I presenti al momento del controllo da parte della Guardia di Finanza hanno raccontato che la donna era lì in attesa che il figlio finisse di farsi tagliare i capelli. Ma non hanno abboccato avviando approfondimenti da cui è emerso che la 40enne di nazionalità italiana era invece una dipendente. Un lavoro in nero iniziato a gennaio che è proseguito nonostante la donna riceva da marzo anche il reddito di cittadinanza. Sul suo conto sono stati accreditati 1.348,62 euro, pari a 224,77 euro al mese. Per questo è stata denunciata e i titolari dell’attività hanno ricevuto una maxi sanzione di 12mila euro. Noi de Le Iene invece vi abbiamo raccontato il caso di Giuseppe e Fabio che dicono di essere disoccupati da anni: “Mi hanno dato 500 euro di reddito di cittadinanza”, spiega il primo mentre Fabio racconta di prenderne 638. Una buona entrata, soprattutto se uno in realtà un lavoro ce l’ha. Come sembrerebbe averlo Giuseppe, che abbiamo incontrato, riprendendolo con telecamera nascosta, in un negozio in cui si affittano biciclette ai turisti. Anche Fabio sembra riparare e affittare biciclette e quando Ismaele La Vardera gli chiede spiegazioni, lui cerca di nascondersi. Poi però decide di rispondere, e nega di lavorare in nero. Quando la Iena va da Giuseppe, spiegandogli che sta facendo un servizio sui furbetti del reddito di cittadinanza, lui dice che è una cosa “sbagliatissima”. La Vardera gli dice di sapere che lui lo prende, ma accampa una strana scusa. “Io qui non lavoro, nel senso che mi guadagno il pane, ma è una mia passione” e si rifiuta di autodenunciarsi alla polizia. Mentre stiamo per andarcene dal quartiere, incontriamo di nuovo Fabio, che minaccia di prenderci a schiaffi: “Sei qui per rovinare la gente o per fare il cornuto e sbirro?”. Gli animi si surriscaldano e l’uomo, spalleggiato da un amico, parte a caccia della telecamera, colpendo l’operatore con il microfono strappato alla Iena. Per questa aggressione l’operatore è stato ricoverato per trauma cranico, con una prognosi di 5 giorni. Non contento si dirige verso Ismaele e gli assesta, in rapida successione, tre schiaffi e un calcio nelle parti intime, mentre minaccia di venirlo a prendere a casa. Ora dopo il nostro servizio anche la Guardia di Finanza vuole vederci chiaro e ha avviato un’indagine. I due negozi sono stati sequestrati per eseguire tutti i controlli e verificare se siano stati commessi reati. Il sequestro è arrivato anche per le carte bancomat e il sussidio.

Reddito di cittadinanza: “I soldi li danno, ma non troveranno mai lavoro a tutti”. Le Iene il 27 ottobre 2019. Dal 6 marzo 2019 è stato introdotto il reddito di cittadinanza, che nelle parole e intenzioni del ministro Di Maio e dei Cinque Stelle doveva non solo dare un aiuto economico, ma soprattutto aiutare i destinatari a trovare un lavoro. Tre ragazzi che lo percepiscono raccontano a Gaetano Pecoraro che non funziona proprio così. “I soldi li danno ma non troveranno mai lavori da dare a tutti quelli che hanno il reddito”. Siamo in un Caf di Napoli, i centri che gestiscono le domande del reddito di cittadinanza. Le parole degli addetti non sono proprio rassicuranti. Gaetano Pecoraro ha conosciuto i tre giovani che hanno ottenuto il reddito di cittadinanza, ma che non ricevono nessun aiuto a trovare un lavoro, come era invece previsto dalla misura introdotta dal precedente governo giallo-verde. I tre ragazzi vengono da diverse parti d’Italia, nord, centro e sud, ma la storia è sempre la stessa: niente lavoro. Sono andati a informarsi ai centri per l’impiego che dovrebbero aiutarli, ma le cose non vanno come speravano, tra chi chiede limpidamente “che cazzo ti sei laureato in giurisprudenza a fare” a chi sentenzia “non troveranno mai i lavori per tutti”. E per quanto i riguarda i "navigator", ovvero chi dovrebbe aiutare a trovare un lavoro? "Sono spariti". 

Reddito di cittadinanza: “A casa a girarmi i pollici”. Li aiutiamo? Le Iene il 28 ottobre 2019. Nelle parole del ministro Luigi DI Maio, il reddito di cittadinanza doveva non solo dare un aiuto economico a chi è disoccupato, ma aiutarlo concretamente a trovare un lavoro. Sono passati sette mesi da quando è stato introdotto, ma le cose non sembrano andare proprio come era stato promesso. Ecco le storie di Francesca, Pasquale e Fabio e come aiutarli a trovare lavoro. Fabio, Pasquale e Francesca prendono il reddito di cittadinanza, ma non hanno ancora trovato un lavoro. Qui sotto trovate le loro schede. Il 6 marzo 2019 il ministro Luigi Di Maio ha dato il via al reddito di cittadinanza. Si tratta di un contributo economico offerto dallo Stato per le persone in difficoltà che non hanno un lavoro. Non solo, le persone che lo percepiscono dovrebbero anche essere aiutate nella ricerca di un lavoro. Sono passati più di sette mesi da quando è stato introdotto e 900mila italiani hanno ottenuto i soldi del reddito. Fabio, Francesca e Pasquale sono tre ragazzi che vivono grazie al reddito di cittadinanza. Ma per ora quel lavoro tanto sponsorizzato dal governo giallo-verde non l’hanno proprio visto. “Noi non vogliamo far stare le persone sul divano mentre prendono il redito di cittadinanza”, aveva promesso Di Maio. Ma le cose invece sembrano andare proprio così. Questi tre ragazzi vivono in zone diverse d’Italia: Fabio a Milano, Francesca vicino Roma e Pasquale a Napoli. Hanno tutti meno di 30 anni e vivono in condizioni modeste.

C’è Fabio, che se la cava alla grande in tutti i lavori informatici. Poi c’è Francesca, 26 anni, mamma single con un bimbo. Quando si è ritrovata sola, si è rimboccata le maniche come barista o facendo le pulizie. Infine c’è il super qualificato Pasquale, 26 anni, laureato in giurisprudenza. Ha lasciato la carriera in tribunale per aiutare economicamente la famiglia. “Quando è venuto a mancare mio padre ho dovuto lasciare”, racconta a Gaetano Pecoraro. “Ho iniziato a mandare curriculum ovunque. Addirittura ne avevo fatti due: uno con e uno senza laurea”. Il motivo è semplice: “Quando sei troppo qualificato non ti prendono”. I tre ragazzi il 6 marzo scorso sono andati ai Caf delle loro regioni, i centri che gestiscono le domande del reddito di cittadinanza. Sono risultati idonei: 500 euro al mese per Fabio, 900 per Pasquale e 670 euro per Francesca.

Dopo l’accettazione il destinatario del reddito dovrebbe essere contattato dai centri per l’impiego. È qui che entrano in campo i “navigator”, cioè le persone che dovrebbero aiutare gli italiani a trovare lavoro. “Io non li ho mai visti questi navigator”, dice Pasquale. E intanto il tempo stringe: “Il reddito di cittadinanza ha una durata iniziale di 18 mesi”, ci spiega. In pratica lo Stato in questi dieci mesi che mancano alla scadenza dovrebbe dare lavoro a 900mila persone.

“Io voglio lavorare, voglio sporcarmi le mani, tornare a casa stanca. Ho voglia di fare”, dice Francesca alla Iena. Abbiamo mandato i tre giovani a chiedere informazioni sui posti di lavoro. Fabio va al Caf, uno dei più grandi di Milano, che gli ha accettato la domanda del reddito. E un dipendente ci dice che solo due persone sono state chiamate per vedere questi famosi navigator.

Come vanno le cose al sud? Anche Pasquale va al Caf a Napoli. “I soldi li danno ma non troveranno mai lavori da dare a tutti quelli che hanno il reddito”, dice un impiegato. Al secondo Caf in cui va le cose vanno anche peggio. “Cazzo ti sei laureato a fare in giurisprudenza, ci stanno 50mila avvocati a Napoli”, ci dice uno degli addetti. “Per me proposte di lavoro non te le daranno mai”. Ma i famosi navigator, quelli che dovrebbero aiutare appunto nella ricerca del lavoro, che fine avranno fatto? “Sono spariti. Tutto fermo, non sappiamo neanche come andrà a finire”, ci dice un addetto del centro per l’impiego di Milano. A Napoli le cose non vanno meglio. “Proposte di lavoro non sono arrivate, è tutto molto aleatorio”, ci dicono a un altro centro per l’impiego. Per adesso l’unica che è stata chiamata per incontrare questi navigator è Francesca. Così a un centro per l’impiego a Roma ci troviamo finalmente di fronte a loro. Peccato che quello che manca, ancora una volta, sia l’offerta di lavoro! Non ci resta che andare direttamente da Luigi Di Maio. Gaetano Pecoraro gli ha raccontato la storia dei nostri tre amici. “I navigator sono stati assunti”, dice il ministro. Non ci risulta. “Non sono stati assunti? E dove stanno?”. Veramente dovrebbe saperlo lui. “I navigator funzionano così: noi abbiamo assunto 3mila persone a livello nazionale”, ma gli facciamo presente che ai nostri amici hanno detto che di navigator non ce ne sono. Così abbiamo deciso di fare una cosa: darglielo noi un aiuto a questi ragazzi per trovare lavoro.

Reddito di cittadinanza, ecco i primi 300 furbetti: c'è chi spaccia e chi ha una villa con piscina. Lorenzo Salvia il 24 novembre 2019 su Il Corriere della Sera. Nel suo genere, e che genere, è un piccolo giro d’Italia. Prima tappa, Palermo, due giorni fa. Operazione della Guardia di finanza sul contrabbando di sigarette, che non sarà più il business di una volta ma ancora un po’ di soldi li fa girare. Vengono sequestrate otto imbarcazioni e arrestate diciassette persone. Una piccola azienda. Tra i fermati c’è anche un uomo di Trapani che da giugno prendeva il reddito di cittadinanza, pure corposo, mille euro al mese. Seconda tappa, Napoli, fine ottobre. I carabinieri arrestano per spaccio di droga Francesco Colantuono, 58 anni. Dentro il cruscotto della macchina aveva nascosto quasi un chilo e mezzo di marijuana e due etti di hashish. Settore merceologico diverso, ma anche qui una piccola azienda. E pure lui prendeva il reddito di cittadinanza. Terza tappa, Erba in provincia di Como, sempre fine ottobre. La Guardia di Finanza sta facendo una serie di controlli sul lavoro nero al mercato rionale. Dietro a uno dei banchi di frutta e verdura c’è un uomo, anche gentile. Lavora lì da tempo ma ufficialmente sarebbe disoccupato. E anche lui prende il reddito di cittadinanza: 535 euro e 85 centesimi al mese. Nel nostro piccolo giro d’Italia di tappe ce ne sono molte altre e più avanti ne vedremo alcune. Ma bastano queste tre per arrendersi alla conclusione che nel nostro Paese di santi, poeti e truffatori, nemmeno il reddito di cittadinanza sfugge alla tentazione dello slalom tra le regole. Non è una sorpresa. Alla voce furbetti, l’enciclopedia Treccani elenca sette sottospecie: da quello del cartellino a quello della Legge 104, passando pure per l’innocuo furbetto della narrativa, «scrittore che utilizza temi, situazioni, stili accattivanti e di sicura presa sul lettore». Poteva mancare il «furbetto del reddito di cittadinanza», che aggira le regole per incassare un bell’assegno a fine mese in cambio di una disponibilità a lavorare più che vaga? Come in ogni giro d’Italia anche qui c’è una classifica ufficiale. Secondo l’Ispettorato generale del lavoro, sono 185 le persone che finora hanno incassato il reddito di cittadinanza ma non ne avevano diritto. Perché lavoravano in nero, come il nostro addetto al mercato rionale di Erba. O perché il loro lavoro era non solo in nero ma anche criminale, come il contrabbandiere siciliano o lo spacciatore napoletano. La classifica, però, è parziale. I dati dell’Ispettorato si fermano a fine giugno. E quindi riguardano solo il primissimo pezzo di vita della riforma voluta dal governo di Lega e Movimento 5 Stelle, partita ad aprile. Per i mesi successivi bisogna spulciare qua e là tra le pagine dei giornali. Sommando dati ufficiali e notizie sparse, si arriva in tutto ad almeno 300 casi. Considerato che a prendere il reddito sono poco più di un milione di persone, la percentuale dei truffatori è vicina allo zero assoluto. Lo 0,03%, per essere precisi. Nulla di paragonabile rispetto all’intero fenomeno del sommerso che secondo l’Istat riguarda 3 milioni e 700 mila persone e copre il 12% del nostro Pil, cioè della ricchezza prodotta in Italia. Ma c’è un ma. I truffatori scovati finora sono il risultato di quella che viene chiamata pesca a strascico. Non si cercavano in modo specifico persone che imbrogliavano sul reddito di cittadinanza. Li hanno trovati facendo controlli di altro tipo, sul lavoro nero, sullo spaccio di droga, sul contrabbando. Ma le cose stanno cambiando. Una circolare della Guardia di finanza, di fine ottobre, dispone una serie di controlli mirati proprio per scovare chi ha truffato sul reddito di cittadinanza. Questo non vuol dire che la pesca a strascico non produca i suoi frutti. E qui è arrivato il momento di rimettersi in sella e partire di nuovo per il nostro piccolo giro d’Italia. A Salinagrande, in Sicilia, hanno chiuso un laboratorio di pasticceria non a norma e hanno scoperto che il titolare prendeva un assegno da 700 euro al mese. A Bergamo il sussidio veniva incassato ufficialmente da tre persone morte da quattro mesi, una variazione sul tema della pensione intascata anche dopo che è morto il nonno. A Rimini un 70enne era proprietario di un hotel, ormai chiuso, che vale 800 mila euro, e prendeva pure lui il sussidio. Fino ai bravi ragazzi con villa e reddito, i cinque fermati per mafia a Ficarazzi, vicino a Palermo, che avevano una casa con piscina e arredamento kitsch stile Gomorra, ma per arrotondare non disdegnavano il sussidio dell’Inps. Non è un problema di sanzioni. Chi fa carte false per ottenere il reddito non solo deve restituire i soldi incassati ma rischia fino a sei anni di carcere. Un deterrente senza precedenti rispetto ad altre misure contro la povertà. Bisogna guardare anche un altro numero, però. Ci sono 44 mila persone che avevano il sussidio ma poi l’hanno perso. Magari perché hanno trovato un lavoro. Oppure perché guadagnano un po’ di più e non rientrano nei limiti fissati dalla legge. Ma tra loro ci potrebbe essere anche qualche furbetto pentito, chi ha provato a fregare lo Stato ma poi, forse spaventato dalle sanzioni, ha fatto marcia indietro. Non basta come consolazione? Allora risaliamo in bici per l’ultima tappa del nostro giro d’Italia. E torniamo lì dove eravamo partiti, in Sicilia. A Castelvetrano Giovanni Benito Firenze prende il reddito di cittadinanza. Non è un furbetto, anzi. Per sdebitarsi pulisce ogni giorno le strade del suo paese. Prima quella di casa sua, via Garibaldi. Poi anche le altre, davanti al museo civico, vicino alla stazione. Lui la spiega così: «Ho voluto dare un messaggio a mio figlio Luigi, che ha cinque anni, per insegnargli che nulla è dovuto». In realtà i lavori di pubblica utilità sarebbero uno degli obblighi previsti per chi prende il reddito di cittadinanza. Ma le regole sono state definite solo poche settimane fa, la macchina non è ancora partita. E allora non ci restano che un po’ di furbetti e qualche piccolo eroe.

Salvatore Dama per “Libero Quotidiano” il 20 novembre 2019. Li chiamavano "spaccaossa". Reclutavano persone in difficoltà economiche disposte a farsi rompere un braccio o una gamba per ottenere il rimborso dall' assicurazione. Gli infortunati prendevano pochi spicci, i boss incassavano il premio, truffando la compagnia. È l' ultimo business mafioso scoperto dalla Squadra mobile di Palermo. E, in realtà, non è l' unica notizia. L' altra è che lorsignori, gli "spaccaossa", percepivano pure il reddito di cittadinanza. Ed è solo l' ultimo scandalo legato al sussidio voluto dai grillini. In questi mesi ne sono stati denunciati a centinaia. Una carrellata di mafiosi, spacciatori, lavoratori in nero, truffatori, ex terroristi, pregiudicati. Alcuni già ricevevano l' assegno mensile, altri avevano fatto domanda. È il caso di Annamaria Franzoni. Che per il momento si è vista negare l' assistenza dall' Inps. Non perché abbia appena finito di scontare una condanna definitiva per l' omicidio del figlio Samuele, semplicemente la donna non rientrava nei criteri Isee. Torniamo a Palermo, dove sono state arrestate nove persone, accusate di associazione mafiosa, estorsione, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, autoriciclaggio, danneggiamento fraudolento di beni assicurati. E, appunto, truffe assicurative. Chi si faceva fratturare un osso riceveva qualche centinaia di euro, i boss incassavano polizze fino a 100mila euro. Cinque dei nove fermati sommavano ai guadagni illeciti anche il reddito di cittadinanza. A uno di loro è stata sequestrata una villa con piscina, sculture e statue di leoni. Nel parco auto sono state trovate macchine di lusso per un valore di 300mila euro. Nelle stesse ore, a Maratea (Potenza), la Guardia di Finanza ha denunciato un uomo che percepiva il Rdc ma lavorava in nero in un' impresa di trasporto merci. Sempre di ieri è la notizia che l' Inps di Bologna ha negato l' assegno ad Annamaria Franzoni, libera dallo scorso febbraio dopo aver scontato una condanna definitiva per l' omicidio del piccolo Samuele avvenuto a Cogne nel 2002. Macabra coincidenza: la domanda è stata respinta proprio per un calcolo legato alla detrazione dei figli a carico. La donna ha annunciato ricorso. A Palermo, qualche giorno fa, era finito sui giornali un meccanico 29enne. Che, oltre a percepire indebitamente il reddito di cittadinanza, operava senza autorizzazioni e aveva illecitamente attaccato la sua officina alla rete elettrica pubblica. A Floridia, in provincia di Siracusa, lo Stato assicurava il reddito minimo a un 41enne spacciatore. A casa gli hanno trovato 327 dosi di cocaina. E, nel box, una Porsche. Un altro pusher al quale l' Inps versava il reddito di cittadinanza è stato pizzicato a Boscoreale, Napoli. Quando i carabinieri lo hanno fermato, in auto aveva un chilo e trecento di marijuana. Poco più a Sud, ad Agropoli, una donna continuava a incassare la pensione della mamma morta nel 2013. Non le bastava, evidentemente. E ha fatto anche domanda per il reddito di cittadinanza. Chiamasi bulimia di assistenzialismo. Altrettanto noto è il caso di Federica Saraceni, ex brigatista, condannata a 21 anni e mezzo di carcere per l' omicidio del giuslavorista Massimo D' Antona e attualmente ai domiciliari, che percepisce un assegno RdC di poco superiore ai 600 euro al mese. Ogni giorno vengono stanati uno o più furbetti. Da fine marzo ad agosto i casi accertati dalle autorità sono stati 185. Mancano i dati relativi a settembre e ottobre. Però, se ci si basa sui fatti di cronaca, il numero sembra notevolmente lievitato. Beccarli non è facile. E, di solito, le irregolarità vengono fuori sempre quando le indagini seguono altre piste: droga, truffe, riciclaggio. L' Ispettorato del lavoro, nell'ultimo report, ha ammesso di essere in affanno a causa delle «limitate risorse a disposizione». Le ispezioni nel 2019 sono calate del 9% rispetto all' anno precedente.

Pacchi di pasta e propaganda. Il welfare dei partiti nell’Italia dei nuovi poveri. Pubblicato martedì, 14 maggio 2019  Goffredo Buccini e Federico Fubini su Corriere.it. I l Pd per «riscoprire» i poveri ha chiesto una mano a Sant’Egidio: che di poveri si occupa da mezzo secolo. «Non faccia quel sorrisetto. Io vengo da Villaggio Breda, dietro Tor Bella Monaca, anche se ora sto ai Parioli». Carla Fermariello, militante nel sociale da vent’anni, non ama passare da «pariolina» che di botto s’accorge degli ultimi. Eppure, che la sua sezione, lo storico circolo pd di via Scarlatti, abbia ospitato a febbraio per tre settimane quattro senzatetto (un tunisino e tre italiani), con tanto di cena offerta da un pastificio di via Po, fa effetto, dato che i dem resistono alle elezioni solo nei quartieri «bene» e sembrano aver divorziato da popolo e periferie. Lo ammette Carla: «Noi non parlavamo più con queste realtà, così abbiamo chiamato i volontari di Sant’Egidio, ma è un esperimento delicato, non lo si fa per un po’ di visibilità in più. Ha cominciato la nostra sezione di San Giovanni». Al giro di boa della modernità, Roma si ritrova stremata: anche in questo capitale di un’Italia che fatica a fare la spesa dopo la terza settimana del mese. E il pacco alimentare o la scodella di minestra diventano welfare privato: dove Stato o Comune non arrivano, la politica, a sinistra come a destra, ripercorre sentieri già segnati da molti anni dal volontariato cattolico, spesso però con motivazioni e obiettivi assai diversi. Intendiamoci: l’iniziativa del Pd non si può certo assimilare alle campagne di CasaPound a Casal Bertone, alla Magliana o in altre borgate romane. Lì la distribuzione di pacchi di pasta ha per contorno messaggi di rabbia e slogan razzisti. Qui gli eredi del vecchio Pci cercano di riprendere contatto con gli ultimi, cercando una vocazione perduta. Ma, in un’Italia sempre più venata di rabbia e fame, va nascendo un fenomeno nuovo: il welfare politico-alimentare. Secondo l’Istat oltre cinque milioni di persone vivono oggi in «povertà assoluta», quel tipo di indigenza che impedisce l’accesso ad alcuni beni essenziali. Anche se il dato fosse un po’ distorto dalle dimensioni del lavoro nero, l’emergenza resta acuta. Coldiretti stima che nel 2017 in Italia 2,7 milioni di persone siano state costrette a chiedere aiuto per mangiare. Il bisogno alimentare è un’epidemia con molti focolai, e non solo al Sud. Gratosoglio, Corvetto, Rogoredo, Lorenteggio, Comasina, Quarto Oggiaro o Quartiere Adriano, a Milano, Magliana, Tor Bella Monaca, Borgata Finocchio, San Basilio, a Roma, e molti altri quartieri delle città metropolitane sono in difficoltà nell’assicurare l’assistenza di base — che compete ai Comuni — perché l’evasione di imposte locali sui rifiuti o sulle seconde case ormai è endemica. Le periferie italiane restano così prive di un anticorpo essenziale: un welfare impersonale e non discriminatorio. Negli ultimi anni l’assistenza alimentare è stata garantita da organizzazioni caritatevoli, che rispondono in pieno a queste caratteristiche: a Roma Sant’Egidio; con base a Milano il Banco Alimentare che distribuisce gratis alimenti a migliaia di associazioni convenzionate in tutt’Italia; poi la Caritas o la Croce Rossa italiana. Ma anche la politica si sta accorgendo dei nuovi bisogni: e si muove sul mercato parallelo del consenso. Sant’Egidio diventa dunque il prototipo da imitare. Giovanni Impagliazzo, una delle anime della comunità trasteverina, racconta il primo contatto col Pd di San Giovanni: «Ci hanno chiesto aiuto per conoscere la povertà del quartiere. Noi gli abbiamo presentato un po’ di anziani...». Dallo scorso dicembre a marzo la sezione pd di via La Spezia è stata aperta a dieci senzatetto (due italiani, due romeni e sei maghrebini), branda e minestra nello stanzone sotto il livello stradale davanti al vecchio ritratto di Berlinguer. Dice Impagliazzo: «Queste esperienze possono fallire facilmente, noi abbiano chiesto che il modello fosse inclusivo. Certo, poi c’è un altro lavoro, quello di CasaPound, ma è settario perché si rivolge solo agli italiani». Quella è, del resto, la bandiera dei «fascisti del terzo millennio» che tentano di emendarsi da violenze e scene infami. Quando è esploso il caso del pane per i rom calpestato a Torre Maura, Luca Marsella ha replicato duro: «Mentre nei salotti tv si parla di periferie, noi continuiamo a sostenere le fasce più deboli», ha detto il consigliere di CasaPound di Ostia, dove il gruppo ha ottenuto un notevole successo elettorale: «Invitiamo politici e intellettuali, che ci hanno accusato per Torre Maura, a venire a vedere quanti italiani abbandonati hanno trovato speranza in CasaPound». A Ostia, ogni martedì i pacchi alimentari vengono consegnati agli indigenti (solo italiani) nella sede di via Pucci Boncambi. E ogni settimana la scena si ripete nelle sedi di Roma Est e in tante altre sparse per l’Italia. A Milano la onlus Bran.co, legata al gruppo di estrema destra Lealtà e Azione, fa un’attività identica e svolge interventi simili in una decina di altre città: da Catanzaro a Udine, da Firenze a Genova. A Napoli, nella Scampia delle Vele, il welfare alimentare non ha una sigla di partito, essendo fornito dalla palestra di Judo Star Club di Gianni Maddaloni, il maestro che strappa a sberle i futuri guappi alle babygang e due volte a settimana distribuisce la spesa donata dalla Caritas del Vomero e dal Banco Alimentare: ormai però anche Maddaloni ha, al di là della propria volontà, un capitale politico accumulato nel quartiere, spesso in polemica con il sindaco de Magistris. Sotto il Vesuvio compare anche l’estremo opposto di questo generoso popolano: Emanuele Filiberto di Savoia, nipote dell’ultimo re d’Italia, che, meditando un balzo in politica, racconta al Mattino di stare organizzando un «Banco Alimentare» per Pizzofalcone e il Pallonetto di Santa Lucia. Il rampollo aristocratico usa e spende però un nome dell’assistenza che non gli appartiene. Lo stesso fa CasaPound a Napoli con «Colletta Alimentare», il marchio con il quale il Banco Alimentare raccoglie offerte di cibo una volta l’anno. I neofascisti usano quell’insegna senza chiedere il permesso, piazzandosi davanti ai supermarket delle periferie: tra i più ferventi nella raccolta a Vallerano era il consigliere Francesco Chiricozzi, poi arrestato per lo stupro di una trentaseienne di Viterbo (nella sede di CasaPound in paese, chiusa dopo lo stupro, c’erano ancora i pacchi con le uova di Pasqua da distribuire). Ma l’abuso del marchio è un peccato diffuso. In Campania il Banco Alimentare ha dovuto interrompere le forniture a ben dodici associazioni «caritatevoli» che offrivano cibo in cambio di propaganda per un po’ tutti i partiti. Così il Banco si è dato una regola per le europee del 26 maggio: da sabato prossimo dai magazzini non esce più una sola scatoletta di tonno, nei dieci giorni prima di ogni elezione la distribuzione di cibo è sospesa a scanso di manipolazioni politiche del cibo. Bisogna insomma tornare alle mense di Sant’Egidio, dove questa storia è incominciata, per riassaggiare un aiuto senza condizioni né interessi. O in via Fienaroli, dove il martedì i volontari distribuiscono i pacchi: «cucina» (per chi ha casa e fornelli) o «non cucina» (per chi s’arrangia in strada) con scatolette di tonno, fagioli, biscotti. Eppure, persino in quelle file di popolo dolente, spesso a occhi bassi per il pudore, s’insinua il veleno dei nostri giorni, racconta una volontaria: «Capita sempre di più il romano che ti chiede perché quei vestiti usati li diamo anche agli stranieri invece di darli, sì... prima agli italiani».

Salario minino: cos'è, come funziona e perché fa paura alle imprese. A subire il danno maggiore dall'iniziativa parte dell'agenda economica del Conte-bis sarebbero le PMI che oggi creano lavoro. Barbara Massaro il 9 settembre 2019 su Panorama. Sostenere le fasce più basse di reddito introducendo l'obbligo del cosiddetto salario minimo, ovvero quella retribuzione oraria base che i datori di lavoro dovrebbero garantire per legge in busta paga. La proposta targata M5S pende come una spada di Damocle sulla testa delle imprese già dalla passata legislatura e il premier-bis Conte ne ha parlato anche nel suo discorso programmatico alla Camera dei Deputati quando ha annunciato l'ipotesi di una legge sulle relazioni sindacali e una "applicazione erga omnes dei contratti collettivi".

Cos'è il salario minimo. Con il concetto di salario minimo si fa riferimento alla più bassa retribuzione o paga oraria, giornaliera o mensile, che un datore di lavoro deve corrispondere ai propri dipendenti. L'ex Ministro del Lavoro Di Maio qualche mese fa aveva proposto di fissare la quota parte minima in busta paga a 9 euro, e nel testo si parlava di "una definizione certa, uguale per tutti i rapporti di lavoro subordinato, e cogente del trattamento economico che integra la previsione costituzionale della retribuzione proporzionata e sufficiente, attraverso l’obbligo che non sia inferiore a quello previsto dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali più rappresentative".

I paradossi del salario minimo. Quindi in sostanza sarebbe un provvedimento che andrebbe a riguardare coloro che sono vincolati da contratto nazionale di lavoro, solo che già oggi - come ricordava qualche tempo fa la Cgia di Mestre - "Nei principali contratti nazionali di lavoro dell'artigianato, che presentano i livelli retributivi tra i più bassi fra tutti i settori economici presenti nel Paese, le soglie minime orarie lorde complessive sono comunque superiori alla proposta di legge del Movimento 5 Stelle". Inoltre alla paga base ogni impresa aggiunge le indennità - il cosiddetto salario differito - e cioè le festività, gli straordinari, la maternità e tutto il resto. Introdurre per legge il cosiddetto salario minimo costerebbe alle pmi imprese almeno 1,5 miliardi l'anno e a subire maggiormente l'aggravio sarebbero proprio le imprese piccole e piccolissime, il settore dell'artigianato e le partite Iva, ovvero quelle aree del mercato del lavoro dove oggi come oggi è ancora possibile trovare impiego. 

Un disastro per le imprese. Se quindi imprese che ora fanno i salti mortali per mantenere i dipendenti dovessero vedersi imposta per legge la paga base oraria questo potrebbe determinare un aumento del numero di licenziamenti e una proporzionale crescita del lavoro in nero. Questo perché se i 9 euro sono la paga più bassa nei settori più umili in maniera proporzionale dovrebbe crescere il salario minimo anche ai livelli più alti e se così non fosse si assisterebbe al paradosso di lavoratori di livello inferiore pagati di più di colleghi più anziani o con mansioni di maggiore responsabilità. A livello internazionale, inoltre, la filosofia stessa alla base del salario minimo è stata bocciata da autorevoli organi quali l'Ocse, Confartigianato e Confindustria che ne sottolineano limiti e paradossi. Coloro cui la paga oraria minima non arriva a 9 euro sono circa 4 milioni di lavoratori ovvero il 21,1% del totale e in tutto per le imprese l'aggravio sui conti si aggirerebbe intorno ai 6,7 miliardi di euro, una bella zappa sui piedi per quelle aziende che vorrebbero creare lavoro.

·        Ammalarsi da «autonomi».

Ammalarsi da «autonomi». Pubblicato martedì, 15 ottobre 2019 su Corriere.it. Un malanno di stagione che costringe a stare qualche giorno a letto. Un dolore muscolare invalidante. Che fare poi quando il peso della cura si fa ancora più importante e richiede ricoveri ospedalieri o terapie in day hospital? Quando un lavoratore autonomo s’ammala spesso il primo pensiero non è guarire ma come riuscire a rispettare scadenze e impegni. La maggior parte dei modelli tradizionali di protezione sociale, infatti, sono concepiti per tutelare chi ha un contratto come dipendente. Il rischio per un libero professionista è che anche un semplice raffreddore diventi un problema. «Alcuni diritti esistono, eppure molti lavoratori autonomi li ignorano» sostiene Samanta Boni, autrice dell’e-book Il welfare per freelance non è una leggenda metropolitana (Zandegù) e membro dell’associazione di freelance Acta. Per i giorni di convalescenza e riposo a casa certificati dal medico di famiglia, la cosiddetta malattia domiciliare, si ha diritto a un’indennità giornaliera. Scatta solo dal quarto giorno e viene riconosciuta per un massimo di 61 giorni nel corso di un anno solare. La procedura per richiederla è semplice ma la tempistica è fondamentale: bisogna recarsi dal proprio medico entro 48 ore e assicurarsi che il professionista trasmetta il certificato di malattia per via telematica all’Inps (la modalità è consolidata perché è la stessa utilizzata per i lavoratori dipendenti). Se poi, entro 30 giorni dalla ripresa dell’attività lavorativa si ha una ricaduta, il medico deve inviare un nuovo modulo, indicando che il lavoratore è costretto ad assentarsi a causa di un evento riconducibile alla precedente malattia. «È importante farlo, perché così salta il limite temporale: l’indennità parte subito, senza quindi dover aspettare il quarto giorno» sottolinea Boni. Discorso diverso, invece, per i piccoli imprenditori, vale a dire artigiani e commercianti titolari di un’impresa: a queste categorie la malattia non viene riconosciuta. «Il commerciante, quando si ammala, di solito continua a lavorare. Se la malattia si protrae nel tempo, può ricorrere all’aiuto di un parente, inquadrandolo come “collaboratore familiare”» spiega Marco Abatecola, responsabile settore welfare di Confcommercio. Anche in caso di ricovero ospedaliero per una cura, un intervento chirurgico o per un day hospital si ha diritto a un’indennità giornaliera, per un periodo massimo di sei mesi l’anno. «Questa forma di sostegno vale solo per gli iscritti alla Gestione Separata Inps. La domanda va inoltrata per via telematica entro 180 giorni dall’evento, allegando la lettera di dimissioni o il certificato di ricovero. I tempi per ricevere l’indennità variano da sede a sede, non sempre sono veloci» avverte Boni. Commercianti e artigiani, invece, non hanno alcuna tutela. «L’alternativa è ricorrere a un sistema di welfare integrativo privato, che offre prestazioni su misura per rispondere alle esigenze dei titolari delle piccole imprese» spiegano da Confartigianato. Le indennità in caso di malattia sono riconosciute solo ai lavoratori autonomi iscritti alla Gestione Separata Inps con un reddito imponibile non superiore a 70mila euro lordi e sono calcolate in base ai contributi versanti nei 12 mesi antecedenti all’evento di malattia. Per la malattia domiciliare si va da un minimo di 11 (per chi ha 3 mesi di contributi) a un massimo di 22 (per chi ha 12 mesi di contributi) euro netti al giorno. Per i ricoveri ospedalieri e le patologie gravi la somma raddoppia: da 22 (per chi ha 3 mesi di contributi) a 44 (per chi ha 12 mesi di contributi) euro netti al giorno. I periodi coperti da indennità di malattia, sia domiciliare sia ospedaliera, non sono però conteggiati per il calcolo della pensione. Con il Jobs Act dei lavoratori autonomi, una legge del 2017 diventata operativa con le circolari che l’Inps ha emanato nel 2018, per i liberi professionisti iscritti alla Gestione Separata Inps ci sono due importanti novità. La prima riguarda le malattie gravi (oncologiche, degenerative, psichiatriche e comunque tutte quelle che comportano un’inabilità lavorativa temporanea del 100 per cento; la lista si trova sul sito dell’Inps): non vengono considerate come una semplice malattia domiciliare, ma sono equiparate alla degenza ospedaliera e liquidate con un’indennità doppia. L’altra misura per facilitare la vita al nutrito esercito delle partite Iva è la possibilità di sospendere il versamento dei contributi nei casi gravi, ovvero quelli che impediscono di lavorare per più di due mesi. «Si può congelare il versamento per l’intera durata della malattia e fino a un massimo di due anni. Superato questo termine la somma da pagare potrà essere rateizzata, senza oneri, in un numero di rate mensili pari a tre volte i mesi di sospensione» spiega Samanta Boni.

·        Morti sul lavoro: persone, non numeri.

Morti sul lavoro, l'operaio che raccoglie le storie delle vittime: "Basta parlare di numeri, sono persone". Marco Bazzoni tiene aggiornato un elenco di chi ha perso la vita, annotando il nome, l'età e le circostanze del decesso: "Lo faccio per restituire loro un po' di dignità". Flavio Bini il 13 Ottobre 2019 su La Repubblica. “Basta parlare soltanto di numeri: quelle sono persone. Lavoratori con degli affetti, una moglie, dei figli, che la mattina sono usciti per andare al lavoro e poi non sono più tornati a casa”. Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico di 45 anni della provincia di Firenze, alle statistiche preferisce le storie. Ogni giorno passa al setaccio i mezzi di informazione per aggiornare l’elenco delle vittime sul posto di lavoro. Più di 700 dall'inizio dell'anno, come viene ricordato oggi a Palermo nella giornata nazionale dedicata al tema e in occasione della quale anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ribadito che "la sicurezza di chi lavora è una priorità sociale". Quello di Bazzoni però non è un freddo database di numeri, ma una sequenza di nomi e cognomi, di brevi ricostruzioni, piccoli frammenti per raccontare chi fossero le persone che non ci sono più. “Lo faccio per restituire loro un po’ di dignità. A volte nemmeno si conosce il nome di chi è morto. Ma anche loro hanno delle storie, delle famiglie che hanno perso un proprio caro, è giusto che venga ricordato”.

Morti sul lavoro, i nomi e cognomi delle vittime nel 2019. Poche righe per trascrivere il nome di chi non c’è più, la sua età e, quando è possibile, le circostanze dell’incidente. Così, storia dopo storia, l’elenco dei morti diventa una lunghissima sequenza di frammenti di vite, restituendo con forza maggiore la portata della strage in corso. “Ho cominciato a occuparmene dal 2006, ho visto che se ne parlava troppo poco e ho iniziato a scrivere ai mezzi di informazione perché se ne occupassero di più”, racconta Bazzoni, che oggi è anche rappresentante per la sicurezza nelll’impresa in cui lavora, una fabbrica di macchine enologiche. Con alcuni dei famigliari delle vittime si è anche messo in contatto. “Alcuni li ho aiutati, quando si perde un proprio caro, un fratello, un padre, succede che si resta soli, ci si sente abbandonati da tutti, soprattutto dalle istituzioni. Ci sono anche delle problematiche burocratiche da affrontare: ottenere la rendita Inail ad esempio non è semplice, quando posso cerco di dare loro una mano". Intanto però l’elenco delle vittime si allunga, da dove cominciare? “Innanzitutto dovremmo smetterla di chiamarle "morti bianche", perché così sembrano tragiche fatalità, come se non ci fosse nessun responsabile dietro. Sembra quasi un modo per sminuirle”.

Landini: "In dieci anni 17 mila morti sul lavoro, è una strage". I responsabili invece ci sono, così come è ancora troppo debole l’azione del governo in questo senso. “Sono stati presi degli impegni a ridurre gli infortuni, si continuano a fare tavoli qui e lì, vorrei che si passasse dalle parole ai fatti”. Ad esempio rafforzando gli strumenti di prevenzione. “Gli ispettori del lavoro di cui si parla spesso, controllano solo la regolarità contributiva e sicurezza nei cantieri edili, ma devono sempre avvisare le Asl territorialmente competenti.I tecnici delle prevenzione sono circa 2000 in tutta Italia, con circa 4 milioni di aziende da controllare. Se le dovessero controllare tutte, ogni azienda riceverebbe un controllo ogni 20 anni”, sottolinea Bazzoni. “Avevo letto che il Ministro del Lavoro Catalfo voleva aumentare gli ispettori del lavoro di 150 unità, ma casomai bisogna aumentare i tecnici della prevenzione dell'Asl, che non dipendono dal Ministero del Lavoro ma dalle Regioni”. La politica insomma non può più voltarsi dall’altra parte. Le leggi esistono, ma ancora restano inapplicate: “C’è il Testo Unico per la sicurezza, è stato approvato 11 anni fa, ma mancano i decreti attuativi. Quello lo devono fare loro che sono al governo, non io che sono in fabbrica”.

Morti sul lavoro, i nomi e le storie delle vittime nel 2019. L'elenco raccolto da Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico di 45 anni, con i nominativi, l'età e le circostanze del decesso di alcuni dei 700 morti stimati dall'inizio dell'anno. La Repubblica il 13 Ottobre 2019.

02/01/2019 Massimo Aliseo, operaio di 28 anni, morto sul lavoro per l'esplosione di una bombola di ossigeno nella ditta Sapio Life ad Agrigento Regione Sicilia

02/01/2019 Karl Mairvongrasspeinten, agricoltore di 63 anni, morto sul lavoro per essere caduto dal fienile da un'altezza di 4 metri a Falzes (Bolzano) Regione Trentino Alto Adige

03/01/2019 Vincenzo Pariota, operaio di 41 anni, morto sul lavoro, per un incidente stradale avvenuto con il suo scooter a Quarto (NA) mentre stava andando a lavorare. Regione Campania

03/01/2019 Mariano Santi, agricoltore di 71 anni, morto sul lavoro per essere stato travolto dal trattore, precipitato da un dirupo a Chiampo (VI) Regione Veneto

03/01/2019 Luciano Bulgarelli, agricoltore di 60 anni, morto sul lavoro, schiacciato sotto il trattore che stava guidando a Mantova Regione Lombardia

08/01/2019 Un operaio rumeno di 48 anni, è morto sul lavoro per essere stato travolto da un albero a Fassinoro (RI). Regione Lazio 

09/01/2019 Carlo Di Sarno, operaio di 47 anni, morto sul lavoro per un incidente stradale avvenuto intorno alle quattro del mattino mentre l'uomo stava appunto tornando a casa dopo il turno di notte.Improvvisamente, per cause ancora da accertare, l'uomo ha perso il controllo della sua auto, una Renault Twingo, ed è finito contro un albero di ulivo.Lavorava per una ditta subappaltatrice della Modomec, ditta dell'indotto ArcelorMittal (ex Ilva). Regione Puglia

10/01/2019 Adriano Patrizio Tarzia, un operaio di Piancogno di 56 anni, è morto in un terribile incidente avvenuto nel tardo pomeriggio di giovedì lungo l'autostrada A22 del Brennero, tra i caselli autostradali di Mantova Nord e Nogarole Rocca. L'uomo era a bordo di un furgone, di proprietà di un'azienda di Lecco, che era fermo sulla corsia di emergenza. Regione Lombardia

10/01/2019 Stefano di Rienzo, operatore ecologico di 54 anni, morto sul lavoro per essere caduto dal mezzo della nettezza urbana a Manziana mentre stava raccogliendo la differenziata. Regione Lazio

11/01/2019 Mario Ruggeri, un autotrasportatore pesarese di 60 anni, è morto sul lavoro per un incidente avvenuto a Perugia, lungo la strada statale 318 'di Valfabbricà nella zona dello svincolo di Casacastalda. Una terribile carambola, che non ha lasciato scampo al camionista.Tra le cause al vaglio della polizia stradale anche che sia stato provocato dalla strada ghiacciata 

13/01/2019 Piero Nonnis, agricoltore di 60 anni, è morto sul lavoro per essere stato travolto dal trattore che si era rovesciato a Pratiglione in frazione Valtorta.Regione Piemonte

14/01/2019 Eugenio Fumagalli, tassista di 47 anni, è morto sul lavoro per essere stato investito mentre cercava di prestare soccorso a due giovani ragazzi rimasti coinvolti in un incidente stradale sulla Milano-Meda provocato da un pirata della strada. Regione Lombardia

14/01/2019 Un operaio di 63 anni, è morto sul lavoro, cadendo da un'impalcatura in un cantiere a Gargnano sul lago di Garda. Regione Lombardia

15/01/2019 Ivan Ferrero, vigile del fuoco di 37 anni, morto sul lavoro in un incidente stradale sulla strada provinciale 78, vicino al bivio che conduce verso il centro di Vestignè, nel Canavese. Regione Piemonte

15/01/2019 Andrea Corso, operaio di 47 anni, è morto sul lavoro cadendo da una scala, da un altezza di 30 metri a Fiumicino. Regione Lazio

15/01/2019 Georgiev Peycho, 56 anni, operaio metalmeccanico con mansione di autista, originario della Bulgaria, è morto sul lavoro chiacciato fra due mezzi durante delle operazioni di movimentazione all'interno dello stabilimento della Ferrau spa a Selvazzano Dentro (Padova), dove lavorava da 15 anni. Regione Veneto

15/01/2019 Angelo Spadaro, poliziotto di 55 anni, morto sul lavoro in un incidente stradale sulla A18 Catania Messina. Regione Sicilia

16/01/2019 Gioacchino Verde, 53 anni, sottoufficiale della Marina Militare, è morto sul lavoro, nell'incidente che era avvenuto in occasione dell'ormeggio della fregata Bergamini nel porto di Taranto. Regione Puglia

18/01/2019 Un autista 44enne, originario della Bosnia Erzegovina e residente a Terno d'Isola, in provincia di Bergamo, è morto per asfissia durante le operazioni di pulizia di una cisterna a Villafranca (Verona), in via Pasubio. L'uomo lavorava per una ditta di trasporti e spedizioni di Medolago. Regione Veneto

18/01/2019 Mirko Leone, 25 anni è morto per un incidente stradale a Misterbianco.Avrebbe perso il controllo della sua auto, nelle prime ore del mattino mentre si stava recando a lavoro, andandosi a schiantare contro un palo della segnaletica stradale in via Felice Fontana. Il giovane, di Aci Bonaccorsi - il più piccolo di tre fratelli - è morto sul colpo e per estrarre il corpo dalle lamiere sono intervenuti i vigili del fuoco. Regione Sicilia.

18/01/2019 Abele Egidi, titolare di un'azienda elettrotecnica, di anni 72, è morto sul lavoro schiacciato da un macchinario che stava riparando a Collazzone (Perugia). Regione Umbria

18/01/2019 Un operaio è morto sul lavoro, in un cantiere edile di Aci Sant'Antonio, in provincia di Catania, per essere stato travolto da un camion. Regione Sicilia

19/01/2019 Un agricoltore di 70 anni, è morto sul lavoro, schiacciato dal trattore che si era ribaltato a Raccuja (Messina) Regione Sicilia

21/01/2019 Eros Cinti, operaio di 42 anni, morto sul lavoro per essere stato schiacciato da un pezzo di materiale caduto da una gru, alla Ansaldo Energia a Genova. Regione Liguria

21/01/2019 Manuel Cipollaro, operaio di 29 anni, morto sul lavoro per essere caduto da un altezza di 30 metri, per il crollo di un lucernario in un centro commerciale ad Ariccia (Roma). Regione Lazio

22/01/2019 Eugenio Venuti, operaio di 50 anni, morto sul lavoro per essere precipitato dal terzo piano di un condominio, dove stava montando il tendaggio sul balcone di un appartamento a Piacenza. Regione Emilia-Romagna

22/01/2019 Salvatore Brancaccio, operaio di 46 anni, morto sul lavoro per essere stato schiacciato da un muletto a Pozzilli (Isernia). Regione Molise

24/01/2019 Gianfranco Caracciolo, operaio di 37 anni, morto sul lavoro folgorato, in un cantiere della Pedemontana (VI). Regione Veneto

24/01/2019 Antonio Puleo, operaio di 64 anni, morto sul lavoro per essere stato schiacciato da un cubo di carta compattata di 7 quintali all'isola ecologica di Casteldaccia (PA). Regione Sicilia

24/01/2019 Assane Nokho, agricoltore di 62 anni, schiacciato dal trattore a San Miniato (PI). Regione Toscana

25/01/2019 Sabatino Mazzeo, operaio di 53 anni, morto sul lavoro per essere caduto da un ponteggio a Vibo Valentia.Regione Calabria

 

27/01/2019 Alessandro Morvillo, 22 anni, morto sul lavoro, in un incidente stradale avvenuto all'uscita del tunnel di via Campiglione, che collega Pozzuoli e Quarto".Il ragazzo si stava recando a lavoro. Regione Campania

28/01/2019 Davide di Gioia, operaio di 24 anni, morto sul lavoro per essere caduto dal tetto di un capannone da un'altezza di 15 metri alle Industrie Fracchiolla, un'azienda specializzata nella produzione di serbatoi per l'industria alimentare e farmaceutica ad Adelfia (Bari). Regione Puglia

29/01/2019 Armando De Angelis, operaio di 83 anni, morto sul lavoro per essere caduto da un capannone industriale, da un'altezza di 5 metri a Controguerra (Teramo). Regione Abruzzo

30/01/2019 Khalid Khalid, operaio del Kuwait di 50 anni da tempo residente a Camerino, è deceduto nei cantieri della ricostruzione post terremoto. L'uomo è morto dopo essere caduto dall'impalcatura di un edificio in via di ristrutturazione, schiantandosi al suolo da un'altezza di 15 metri, a Matelica (Macerata). Regione Marche

30/01/2019 Fabio Baratella, agente di polizia di 57 anni, morto sul lavoro in un incidente frontale contro un camion a Livorno. Regione Toscana

31/01/2019 Giovanni Lupia, operaio di 53 anni, morto sul lavoro per essere stato travolto da 600 chilogrammi di gelatina in granuli, all'Italgelatine di Santa Vittoria d'Alba (Cuneo). Regione Piemonte

31/01/2019 Bruno Bertotti, operaio di 42 anni, morto sul lavoro per essere stato schiacciato dal rullo della pressa, alla Ibl, azienda di Coniolo in provincia di Alessandria. Regione Piemonte

01/02/2019 Un operaio di 60 anni, è morto sul lavoro, dopo 2 giorni, per essere precipitato da un'altezza di 4 metri, da un cantiere edile a Pescara. Regione Abruzzo

04/02/2019 Alessandro Ferronato, operaio 45enne di Mussolente, è morto sul lavoro, per essere stato investito e ucciso dal proprio furgone posteggiato a bordo strada, tamponato violentemente da un camion in transito. Secondo una prima ricostruzione la vittima era giunto sul posto, a bordo di un furgone di Veneto strade, con un collega ed erano scesi per sistemare delle protezioni stradali. Il camion, dopo aver travolto una serie di segnali stradali appena sistemati dagli operai, avrebbe tamponato il furgone che è finito contro l'operaio, rimasto ucciso sul colpo, schiacciato tra il camion ed il furgone. Illeso ma fortemente sotto choc il collega del 45enne.

07/02/2019 Giuseppe Butera, 62 anni, di Chivasso (Torino), e Giuseppe Rubino, 59, di Caluso (Torino), sono morti sul lavoro.I due cantonieri, in forza alla Città Metropolitana di Torino, stavano lavorando ad un cantiere stradale quando, secondo la ricostruzione dell'accaduto, sarebbero stati investiti dalla vettura, morendo sul colpo. Regione Piemonte.

07/02/2019 Un operaio di 48 anni è morto in un incidente sul lavoro verificatosi nella zona del Vasto a Napoli.L'uomo è caduto dal terzo piano di un'impalcatura in allestimento in via Pisa per lavori che dovevano essere effettuati in condominio e in programma proprio da stamattina. L'operaio, residente ad Ercolano, nel Napoletano, è morto sul colpo. 

08/02/2019 Un operaio, Nicola Vitto, di 48 anni, è morto a Carini (Pa) vittima di un incidente sul lavoro.L'uomo stava lavorando in un industria dolciaria a bordo di un elevatore che si è ribaltato. I colleghi e il datore di lavoro lo hanno portato in auto all'ospedale Cervello del capoluogo dove i medici non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso.

08/02/2019 Francesco Paolo Agrusa, di 26 anni, è morto a Corleone. Stava eseguendo dei lavori su un traliccio insieme ai colleghi della ditta Cargo, azienda che esegue interventi per conto dell'Enel, quando è stato colpito al capo da una grossa pinza. Lo strumento di lavoro ha bucato il casco e ha provocato una ferita alla testa che non ha lasciato scampo all'operaio. 

11/02/2019 Valeriu Ciochinica, 43 anni originario della Romania, è deceduto all'alba di questa mattina lungo la regionale 71, nel comune di Cortona, per un incidente stradale mentre si stava recando a lavoro.Era arrivato in Valdichiana e lavorava come operaio nella ditta Menci di Castiglion Fiorentino, specializzata nella produzione di rimorchi e cisterne per camion. Regione Toscana

11/02/2019 Antonio Salvatore, operaio di 45 anni, è morto sul lavoro, per essere rimasto folgorato.Stava spostando il frumento dal rimorchio del camion, ma nel tentativo di sollevare il braccio del mezzo è rimasto folgorato da una scarica elettrica di 20mila volt prodotta dai cavi.

12/02/2019 Gabriele Donetti, 55 anni, è morto per un incidente stradale a Bogogno. L'uomo si stava recando a lavoro.L'auto, uscita di strada, è andata a impattare di una recinzione di una villetta. Regione Piemonte

13/02/2019 Una donna di 53 anni è morta in un incidente stradale, mentre si stava recando a lavoro nella strada che collega Fabriano e Sassoferrato. Regione Marche.

13/02/2019 Aveva compiuto 19 anni a novembre scorso la giovane vittima di un terribile incidente stradale. Manuel Toska, di Sannicola, è morto sulla strada che lo avrebbe portato al lavoro. La tragedia è avvenuta intorno alle 7, sulla strada che collega Gallipoli a Chiesanuova. Il giovane ha perso il controllo della sua auto ed è uscito fuori strada: l'impatto con un muretto a secco non gli ha lasciato scampo. Il giovane era diretto al il "Supermac", dove nel reparto macelleria lavora anche il padre. Probabilmente, ma questo lo verificheranno gli accertamenti, stava andando al lavoro. Regione Puglia

15/02/2019 Un agricoltore 70enne originario di Monteforte d'Alpone, è morto sul lavoro per essere rimasto schiacciato da un rimorchio agricolo, probabilmente a causa del terreno sconnesso che ha causato il ribaltamento del mezzo. Regione Veneto

15/02/2019 Danilo Gallinella, 60 anni, direttore di macchina della Rimorchiatori Riuniti Spezzini, rimasto ferito lo scorso 7 febbraio e deceduto nella notte tra mercoledì e giovedì, quando si trovava ricoverato nel reparto di ortopedia dell'ospedale cittadino. Regione Liguria

15/02/2019 Un operaio edile, Giuseppe Ciziceno, 54 anni, di San Giuseppe Jato, è morto a San Cipirello questa mattina, intorno alle 10.30. Ciziceno era un operaio di una ditta che si occupa dei servizi locali di raccolta dei rifiuti. L'uomo si trovava nel deposito dei mezzi dell'azienda in corso Trento. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, mentre stava alzando il cassone di un furgoncino Piaggio Porter, per cause ancora da accertare, è rimasto schiacciato tra lo scarrabile e la matrice. L'uomo è morto sul colpo.

17/02/2019 Emanuele Pellegrino, 19 anni, è morto dopo 3 mesi di agonia. Il giovane era stato vittima di un incidente stradale il 23 novembre scorso, a Matera. Stava andando a lavoro quando ha perso il controllo della moto, una Aprilia Scarabeo. In sella anche sua sorella, rimasta ferita .Regione Basilicata.

17/02/2019 Un pastore romeno di 43 anni, Mihai Vasile, è morto scivolando in un burrone in contrada Musunaro, a Santa Lucia del Mela.L'uomo stava portando a pascolare il gregge quando sarebbe caduto da un'altezza di trenta metri morendo sul colpo. Il cadavere e' stato recuperato dai vigili del fuoco. Regione Sicilia.

18/02/2019 Un operaio ha riportato ferite mortali a seguito di un incidente sul lavoro che si è verificato nel tardo pomeriggio a Campodazzo. L'operaio stava posando delle reti paramassi ed era imbragato, ma per cause in via di accertamento è caduto sulle rocce ed è morto sul luogo. Stando alle prime informazioni l'uomo di 40 anni era nato a Milano. 

18/02/2019 Massimo Abbafati, operaio di 38 anni, è morto sul lavoro per essere rimasto schiacciato dal bobcat che stava manovrando, quando all'improvviso è finito in un fossato, non c'è stato nulla da fare. L'incidente sul lavoro è avvenuto a Ciampino, all'interno di un'area cantiere.Regione Lazio.

19/02/2019 Carlo Bertani, deceduto la mattina di martedì nel tragico incidente, lungo la provinciale Goitese nei pressi dell'officina Bignoni, quando la sua auto è andata a schiantarsi in modo frontale contro un camion che proveniva dalla direzione opposta alla sua. Carlo, solamente 21 anni, dopo aver concluso il proprio percorso scolastico, aveva deciso di darsi da fare nel mondo del lavoro. Oggi lavorava alla Relevi di Rodigo, da dove martedì mattina poco dopo le 6 stava tornando verso casa una volta concluso il turno di notte.

19/02/2019 E' morto dopo tre mesi di agonia Angelo.S., autotrasportatore di 41 anni, di Villaricca, coinvolto in un incendio a Viguzzolo, in provincia di Alessandria. L'uomo che da poco tempo si era trasferito al nord per motivi di lavoro, viveva a Mortara e quella mattina stava trasportando una cisterna di gasolio che poi è scoppiata probabilmente durante le operazioni di saldatura di un serbatoio di un mezzo pesante. 

20/02/2019 Un uomo di 80 anni L.F le sue inizialli ha perso la vita in un incidente sul lavoro, avvenuto poco prima delle 17 mentre si trovava nella sua azienda agricola. L'uomo stava lavorando il terreno con il suo trattore cingolato in via Spino, a Ponzano di Fermo, quando giunto in prossimità di una zona scoscesa s si è ribaltato con il trattore. Il capovolgimento del mezzo non ha lasciato scampo all'80enne, che non è sopravvissuto ai gravissimi traumi riportati nello schiacciamento. Regione Marche

20/02/2019 Un operaio di 50 anni è morto nella sua falegnameria a Cologno Monzese, in via Arturo Toscanini, travolto da alcuni pannelli di legno, che sarebbero caduti dall'alto schiacciandolo. Regione Lombardia

21/02/2019 Un imprenditore edile di 59 anni, Ultimino Fraticelli, è morto sul lavoro, ad Abbadia San Salvatore, lungo la Cassia, precipitando dal tetto di un capannone industriale sul quale stava effettuando un sopralluogo. Regione Toscana

21/02/2019 Un operaio di 61 anni, è morto sul lavoro a Pomezia. Stava scaricando alcuni pannelli di cartongesso da un camion quando il materiale, per motivi in corso di accertamento, gli è caduto addosso uccidendolo. Regione Lazio

21/02/2019 Massimiliano Visintin, operaio di 52 anni, è morto sul lavoro, per essere rimasto schiacciato dalla pressa dell'azienda di riciclaggio per cui lavorava. Massimiliano Visintin, originario di Conegliano, si era trasferito a Varese dopo aver trovato lavoro in Svizzera mentre la moglie Franca era rimasta a Conegliano insieme al figlio Andrea. Da anni Massimiliano sognava di poter trovare un nuovo lavoro in Veneto per poter tornare a vivere insieme alla sua famiglia.

23/02/2019 Marian Robert Nacsu, operaio di 22 anni, è morto sul lavoro nel cortile esterno di una ditta che si occupa di raccolta di carta e cartone in zona Padiglione, area industriale del Comune neroniano della provincia romana.Secondo quanto si apprende, il 22enne, residente a Pomezia, stava spostando delle balle di cartone in un cassonetto metallico. Mentre lavorava è però caduto da un'altezza di circa 1 metro e mezzo ed ha sbattuto con il volto contro lo stesso cassonetto metallico con il materiale che stava spostando che gli è poi finito addosso. Per il giovane operaio non c'è stato nulla da fare, è morto sul colpo.

25/02/2019 Mario Antonio Salerno, operaio di 48 anni, è morto sul lavoro per essere caduto da un impalcatura a San Cataldo (Caltanissetta), riportando traumi letali, morendo praticamente sul colpo. Lascia moglie, figlia, i genitori e due fratelli. Regione Sicilia

25/02/2019 Giacomo Gallo, operaio di 56 anni, è morto sul lavoro per essere rimasto gravemente ferito per il crollo di un fognatura in un cantiere edile a Desio (Monza). Regione Lombardia

26/02/2019 Ciro Paudice, operaio di 61 anni, è morto sul lavoro per essere caduto da tetto di una struttura da un'altezza di 6 metri a Monza. Regione Lombardia

27/02/2019 Enrico Moi, un quarantaseienne di Rossano Veneto, è morto mentre tornava a casa al termine del turno di lavoro notturno. L'incidente stradale è avvenuto poco prima delle 5.30 lungo via Bassano, nel territorio di Rossano Veneto: forse a causa di un colpo di sonno, l'automobilista ha perso il controllo della sua Ford Focus e, uscito di strada, è finito in una roggia, incastrandosi sotto un ponticello. A dare l'allarme è stato un residente nella zona, che ha udito il violento botto provocato dallo scontro e ha chiamato i soccorsi.

27/02/2019 Roberto Pulli, operaio di 56 anni, è morto sul lavoro per essere precipitato da un'impalcatura mobile mentre lavorava al cantiere per la ristrutturazione di un immobile, a Monteroni (Lecce). Regione Puglia

01/03/2019 Flavio Bani, operaio cinquantenne, è morto sul lavoro precipitando da un'altezza di 4 metri, causa di un forte trauma cranico, portato immediatamente in elicottero al Niguarda di Milano dove successivamente deceduto. Regione Lombardia

02/03/2019 Un operaio di 45 anni è morto sul lavoro per essere rimasto folgorato dai cavi dell'alta tensione (15 mila volt).Fulminato da una scarica di corrente mentre eseguiva lavori di manutenzione in una stradina di campagna a Sestu. Regione Sardegna

02/03/2019 Un operaio di 52 anni, Danilo.Dalmasso. di Borgo San Dalmazzo, è morto questa mattina in un incidente sul lavoro a Robilante, in Val Vermenagna (Cuneo).Secondo una prima ricostruzione, l'uomo lavorava in cava alla guida di un escavatore quando, per cause in corso di accertamento, è stato travolto da un cumulo di sabbia e terra. Regione Piemonte

02/03/2019 Arjan Cekani, operaio albanese di 40 anni, è morto sul lavoro, dopo 5 giorni all'ospedale Niguarda di Milano. L'operaio era rimasto gravemente ferito il 25 Febbraio, nell'azienda dolciaria Piuma D'oro.Ha tentato di sbloccare l'impastatrice su cui stava lavorando, ma il braccio si è impigliato nell'ingranaggio ed è stato risucchiato nel macchinario. Regione Lombardia

04/03/2019 Franco F. imprenditore di 75 anni, è morto sul lavoro per essere caduto dal tetto del capannone della sua attività a Paliano (Frosinone).Regione Lazio

04/03/2019 Una donna di 46 anni che stava tornando a casa dopo il turno di lavoro notturno la vittima del tremendo incidente che è avvenuto nelle prime ore di questa mattina, attorno alle 7, sulla SS47 in zona Valbrenta a San Nazario.La 46enne aveva appena terminato di lavorare in ospedale e con la propria auto stava andando in direzione Bassano del Grappa. Per cause in corso di accertamento, ad un certo punto ha perso il controllo dell'auto uscendo di strada e finendo prima contro il guardrail e successivamente 'rimbalzatà nella corsia opposta da dove stava provenendo un'autocisterna per il trasporto del gasolio.Lo scontro è avvenuto frontalmente e non ha lasciato scampo alla donna. Regione Trentino Alto Adige

05/03/2019 Un uomo di 58 anni è morto sul lavoro mentre stava eseguendo il gonfiaggio di una gomma di un pullman in un deposito in zona Osmannoro a Firenze. Regione Toscana

05/03/2019 Egidio Di Benedetto, operaio di 63 anni, morto sul lavoro a 32 miglia dal porto di Ancona. L'uomo lavorava sulla piattaforma Barbara F. dell'Eni. Faceva il gruista e mentre stava caricando un bombolone di azoto si è verificato il cedimento delle infrastrutture sulle quali era installata la gru di sollevamento. La gru è caduta in mare con tutta la cabina di comando, nella quale vi era Egidio Benedetto. Il corpo senza vita è stato trovato dopo due ore di ricerche a circa 70 metri di profondità. 

05/03/2019 Tragedia a Montefusco in via Pioppo dei Cappuccini dove un bracciante agricolo di Mirabella Eclano, mentre era a bordo di un trattore ha perso il controllo dello stesso ed è rimasto ucciso dal mezzo agricolo. Il 50enne si stava recando a lavoro quando per cause ancora in corso di accertamento si è verificato l'incidente. 

06/03/2019 Valter Cassanmagnago, operaio di 56 anni, è morto sul lavoro, per essere rimasto schiacciato sotto il mini-escavatore che stava manovrando e che si era ribaltato. Regione Lombardia

06/03/2019 Un operaio di 65 anni è morto cadendo dal tetto di una casa in ristrutturazione. L'uomo è morto sul colpo dopo un volo di una decina di metri, a Lurisia di Roccaforte Mondovì, in provincia di Cuneo. Regione Piemonte

06/3/2019 Un uomo è morto nel pomeriggio a Moso In Passiria, colpito da una scarica di sassi mentre lavorava a Moso in Passiria. Precipitato per diversi metri, è stato soccorso da un elicottero arrivato da Innsbruck, perché quelli locali erano impegnati su altri incidenti, ma i sanitari non hanno potuto che constatare il decesso.Regione Trentino Aldo Adige.

07/03/2019 Robertina Scognamillo, 51 anni, nata a Carovigno e residente a Brindisi, è deceduta a causa delle ferite riportate nell'incidente in cui sono rimasti coinvolti un furgone e un'auto. Per Robertina Scognamillo non c'è stato niente da fare. I soccorritori hanno provato a rianimarla, ma il tentativo è stato vano. Robertina Scognamillo cuoca presso l'arsenale della Marina militare e in passato aveva lavorato anche come cuoca per il comando dei vigili del fuoco di Brindisi. Incidente stradale mortale a Brindisi L'incidente è avvenuto attorno alle 20,40.

A quanto si apprende, la donna stava tornando a casa dopo una giornata di lavoro sulla strada che percorreva quotidianamente.. Era alla guida di una Citroen C3 che, per causa da chiarire, è finita contro il furgone all'altezza dello svincolo per contrada Montenegro. Alla guida del furgone un uomo di 56 anni, F.C, nato e residente a Brindisi, rimasto ferito in maniera lieve.

08/03/2019 Paolo Cantelli, 63 anni, è morto mentre stava ritornando a casa da lavoro con la sua bicicletta, per essere stato investito da una ford fiesta a Copparo. Regione Emilia Romagna

09/03/2019 Antonello Migliaccio, operaio di 39 anni, morto sul lavoro per essere caduto da una piattaforma su cui stava lavorando a Pastorano, in provincia di Caserta. Regione Campania 

09/03/2019 Marco Lucchesi, tecnico informatico dell'Asl, morto per un incidente stradale, mentre tornava a casa da lavoro con la sua moto. Regione Toscana

10/03/2019 Un operaio di 40 anni è morto sul lavoro, per essere caduto da un impalcatura, da un'altezza di 6 metri in provincia di Caserta. Regione Campania

11/03/2019 Giampiero Buttarazzi, 55 anni, morto per un incidente stradale mentre si recava a lavoro. Regione Lazio

12/03/2019 Un anziano di 83 anni a bordo di una Fiat Qubo ha travolto questa mattina un agricoltore imperiese di 55 anni che stava potando gli olivi sul margine della strada, in via Felice Musso a Oneglia. L'uomo, che ha riportato ferite interne è deceduto poco dopo in ospedale.Regione Liguria

11/03/2019. Giuliano Pagliaccia, 33 anni di Montefiascone, ha perso la vita mentre tornava a casa da lavoro al volante della sua auto. Inutili i tentativi di strapparlo alla morte: quando sono arrivati i soccorritori il suo cuore aveva già cessato di battere. Ora lo piangono a Montefiascone, dove era molto conosciuto, ma anche nel capoluogo dove aveva iniziato a farsi apprezzare insieme al socio grazie alla pizza che usciva dal loro forno. Regione Lazio

12/03/2019 Antonio Leva, operaio di 38 anni, morto sul lavoro per essere stato schiacciato da un mezzo pesante in un'azienda agricola a Carapelle (Foggia). Regione Puglia

13/03/2019 Cristian Rizoiu, operaio romeno di 55 anni residente a Ladispoli è morto sul lavoro dopo essere caduto da un ponteggio alto circa 2 metri. Regione Lazio

13/03/2019 E' morto all'ospedale di Careggi, l'operaio 45enne di origini albanesi residente a Pistoia caduto ieri da una scala appoggiata a una pianta, da un'altezza di circa tre metri e mezzo procurandosi un forte trauma cranico. L'incidente era avvenuto in un'azienda vivaistica di Calsaguidi, nel comune di Serravalle Pistoiese, dove l'uomo, insieme ad altri operai, stava rialzando i pini in vaso che nella notte erano caduti a terra, colpiti dalle raffiche di vento. Regione Toscana

14/03/2019 Michele D'Adamo, morto sul lavoro per un esplosione di un deposito di fuochi di artificio a Gesualdo. Regione Campania

15/03/2019 Un operaio è morto dopo un incidente sul lavoro avvenuto lo scorso 20 febbraio. Michele Vinci, 63 anni era rimasto impigliato con la sciarpa nella macchina seminatrice nei campi di Camporeale, in provincia di Palermo. Regione Sicilia

18/03/2019 Pinta Jurica, operaio di 25 anni e dipendente della ditta "Metalvar Italia Srl", è morto sul colpo, schiacciato da una lastra in acciaio che, per cause ancora in corso di accertamento, gli è crollata addosso durante una fase di puntellatura. Regione Friuli Venezia Giulia

18/03/2019 È Giuseppe Cogno la vittima dell'incidente avvenuto stamane , lunedì 18 marzo, in un area boschiva di Piozzo. L'uomo, 68 anni agricoltore carrucese, era impegnato nel'abbattimento di un albero ad alto fusto che lo ha travolto cadendo , vani i soccorsi allertati intorno alle 11,30. Regione Piemonte

20/03/2019 Un uomo di 32 anni di Nova Siri è morto questa mattina a Policoro mentre stava tagliando degli alberi per conto della ditta per cui lavorava. Regione Basilicata

21/03/2019 E' morto schiacciato dal suo camion. Tragico incidente sul lavoro per un uomo di 47 anni originario di Ferrara che ha perso la vita in pieno centro a Vezzano, in Trentino.

21/03/2019 Un operaio, Marino Lombardi, 54 anni, di Romano d'Ezzelino (Vicenza), è morto ieri sera in un incidente all'interno della fonderia "Bifrangi" di Mussolente, di cui era dipendente. L'uomo è stato trovato da alcuni colleghi a terra privo di sensi, con ustioni al corpo. Regione Veneto.

21/03/2019 Cesare Bondoni, 57 anni, camionista originario della provincia di Ferrara ma residente a Bologna, è morto schiacciato dal suo camion a Vezzano (Trento). Il cinquantenne è stato travolto dal proprio mezzo, mentre stava lavorando ad attaccare il rimorchio. L'incidente è avvenuto in un parcheggio vicino a un bar, quando l'uomo ha cercato di fermare la motrice che ha iniziato a muoversi senza controllo. Ha tentato di salire a bordo, ma il camion l'ha travolto e sbalzato giù dalla strada. Regione Trentino Alto Aldige

24/03/2019 E' stata aperta un'inchiesta per chiarire le cause del decesso di un uomo avvenuto all'ospedale di Legnano. L'artigiano Umberto De Paola, di 56 anni, venerdì mattina era impegnato in alcune mansioni presso uno stabile in via Cimabue, quartiere nord di Magenta. Stava effettuando delle verifiche al solaio quando è caduto dalla scala. Dall'altezza di un paio di metri. Ha riportato un trauma cranico, alla spalla e alla schiena. Soccorso da ambulanza e automedica quella mattina è stato trasferito, con il codice giallo, all'ospedale di Legnano. Nello stesso nosocomio il 56enne domenica pomeriggio ha perso la vita a causa di complicazioni sopravvenute. Le sue condizioni si sono aggravate al punto che, per l'equipe medica che lo ha preso in cura, è stato impossibile fare qualcosa. E' stato sottoposto ad un intervento d'urgenza, ma dall'esito negativo. Regione Lombardia

24/03/2019 Un sessantenne è morto a seguito di un incidente agricolo avvenuto in contrada Pallante a Loreto Aprutino. L'uomo era a bordo del suo trattore gommato quando, per circostanze ancora da chiarire, il mezzo si è ribaltato. L'uomo è finito sotto il trattore ed è morto sul colpo. Regione Abruzzo

25/03/2019 Ridvan Meizini , operaio di 59 anni, ha perso la vita per essere rimasto schiacciato da una scaffalatura metallica che gli è caduta addosso mentre si trovava all'interno di un container a Ortona (Chieti). Regione Abruzzo

26/03/2019 Un altro tragico incidente sul lavoro in Bergamasca: questa volta la vittima è Monica Cavagnis, operaia di 50 annin rimasta vittima di un infortunio al Tappetificio Radici di Cazzano Sant'Andrea.L'incidente è accaduto intorno alle 10 di martedì 26 marzo e sul posto è intervenuto anche l'Elisoccorso oltre a un'ambulanza da Bergamo, la Croce verde, la Polizia locale e l'Ats di Albino per i rilievi. "Da una prima ricostruzione fanno sapeere dall'Ats, intervenuta sul posto sembra che la siignora, una donna di Vertova, sia salita su un'apposita scaletta per controllare da vicino il tessuto e, nell'avvicinarsi ai cilindri in movimento, la sciarpetta che indossava si sia impigliata, soffocandola. È stata rinvenuta da un collega, che ha tagliato la sciarpa e fatto intervenire i soccorritori dell'Areu, che hanno tentato di rianimarla". Purtroppo invano. Regione Lombardia

26/03/2019 Un operaio di 48 anni, Seferi Ruston, di nazionalità macedone, è stato trovato cadavere, completamente carbonizzato, all'interno del locale caldaie della Quadrifoglio, azienda che si occupa di catering, a Isola Capo Rizzuto (Crotone). L'uomo, dipendente come tuttofare dell'azienda, è stato avvolto dalle fiamme divampate nel locale. A trovare il cadavere sono stati i vigili del fuoco del Comando provinciale di Crotone. Regione Calabria 

26/03/2019 Uno schianto terribile tra due articolati sull'autostrada A1 Milano-Napoli, i mezzi pesanti ridotti ad un ammasso di lamiere e uno dei due camionisti morto sul colpo dopo essere rimasto incastrato nella motrice del suo tir che trasportava fogli di alluminio.È la drammatica sintesi del tamponamento in cui ieri, intorno all'ora di pranzo, ha perso la vita, ai confini tra le province di Parma e Piacenza, Claudio Zambelli, un autotrasportatore di 62 anni,  originario di Carpi di Villa Bartolomea e residente attualmente a Vangadizza di Legnago. L'uomo è padre di tre figli.Regione Emilia Romagna

26/03/2019 Umberto De Paola, artigiano di 56 anni, morto sul lavoro per essere caduto da una scala da un'altezza di 2 metri a Magenta (Milano). Regione Lombardia

27/03/2019 Mario Tripardelli, un camionista di Torre del Greco di 56 anni, è deceduto dopo un grave incidente verificatosi nella serata di mercoledì 27, alle 22:30, nei pressi del casello autostradale di Acireale (Catania). L'uomo è rimasto intrappolato nella cabina del suo tir, che si è ribaltato ed è finito fuori strada. Le sue condizioni sono parse gravissime fin dal primo momento. "Riposa in pace, per sempre inarrestabile": così lo ricordano i colleghi su facebook. Regione Sicilia

28/03/2019 E' morto all'ospedale Cto di Torino, dopo quattro giorni di agonia, Franco Burdese, 50 anni, operaio. Lunedì era precipitato da un'altezza di due metri e mezzo nell'azienda dove lavorava, la Golden Car di Caramagna, che produce stampati in alluminio. Nella caduta l'operaio aveva sbattuto violentemente la testa. Soccorso dal 118, era stato trasportato d'urgenza al Cto di Torino dove il suo cuore ha smesso di battere oggi pomeriggio.Burdese era sposato e aveva due figli. Sull'incidente sono ancora in corso gli accertamenti dei carabinieri e degli ispettori Spresal. Regione Piemonte

29/03/2019 Un uomo è stato trovato morto vicino a un escavatore in un cantiere a Calenzano (FI). Si tratterebbe di un operaio. Immediato l'allarme dato da chi ha scoperto il corpo. Sono intervenuti il 118 e i carabinieri di Signa. Per l'uomo non c'era più niente da fare. Si cerca di capire come sia morto. Potrebbe aver avuto un malore o essere caduto dal mezzo stesso per cause accidentali, sbalzato dall'escavatore stesso. Secondo una prima ricostruzione, l'uomo era infatti alla guida del mezzo. I carabinieri hanno svolto i rilievi. L'incidente è accaduto mentre l'uomo lavorava a una massicciata. Non è chiaro se l'uomo stesse effettuando lavori in un'area di sua proprietà o per conto di altri. Regione Toscana

31/03/2019 A.S, agricoltore di 42 anni, è morto sul lavoro per essersi ribaltato con il trattore a Civitella San Paolo, in località Cava dei Sassi. Regione Lazio

03/04/2019 Due operai di 46 e 54 anni, sono morti sul lavoro, per essere stati travolti da una parete in metallo che loro stessi stavano sistemando a Pieve Emanuele, nel Milanese. Regione Lombardia

03/04/2019 Un operaio di 59 anni è morto sul lavoro per essere rimasto schiacciato da un mezzo pesante che trasportava bitume in Via la Val, nella frazione di Rivalta a Brentino Belluno. Regione Veneto

03/04/2019 Luigi Mercurio, operaio di 34 anni è morto sul lavoro per essere stato schiacciato da un compattatore.E' morto dopo 15 giorni di agonia all'ospedale Cardarelli di Napoli. Regione Campania

03/04/2019 Una ragazza di 20 anni, è morta per un incidente stradale a San Cesario.La vittima è Eleonora Pradelli, giovanissima dipendente del negozio Coop di San Cesario, che si stava proprio recando al lavoro. Regione Emilia Romagna

04/04/2019 Massimo Roberti, di 40 anni, è morto sul lavoro per essere caduto dal tetto di un capannone a Mafalda (CB), sul quale pare stesse lavorando per la sostituzione della copertura. Regione Molise

04/04/2019 Il conducente di un tir è morto questa notte a seguito di un incidente sull'autostrada A1, tra Calenzanoe Firenze Nord, in direzione sud, al km 279.Il mezzo pesante è uscito di strada, finendo al di sotto del cavalcavia, ed incendiandosi dopo essersi ribaltato.Il corpo dell'uomo alla guida è stato ritrovato carbonizzato.

05/04/2019 Due morti nel giro di poche ore a Torre Cajetani, un paesino tranquillo che non era mai salito alla ribalta delle cronache per questi motivi.  Il primo decesso è avvenuto nella zona Madonnina dove Simone Paris un uomo di 44 anni è rimasto schiacciato da una macchina mentre stava effettuando dei lavori di riparazione.  Dalle prime informazioni raccolte sembra che la macchina si sia frenata schiacciando il 44enne .Torre Cajetani, due morti in poche ore: uno muore schiacciato da un'auto, l'altro precipita da un tetto.L'altro drammatico incidente si è verificato in una abitazione di Torre Cajetani. Dino Cinti un operaio di 51 anni ha perso la vita precipitando dal tetto di una abitazione. Dalle prime informazioni raccolte l'operaio stava riparando alcune tegole di un caseggiato quando improvvisamente, ha perso l'equilibrio cadendo rovinosamente al suolo. Un volo di alcuni metri che purtroppo gli è costato la vita.

07/04/2019 Un agricoltore di 52 anni è morto nella tarda mattinata di oggi, mentre a Solopaca stava eseguendo alcuni lavori con un escavatore in un terreno.L'uomo, per cause ancora in corso di accertamento, è rimasto schiacciato dal mezzo. Regione Campania

07/04/2019 Tragedia sul lavoro a Monreale, in provincia di Palermo. Un giardiniere, Giuseppe Daidone, di 59 anni, è morto questa mattina mentre stava potando un pino in un terreno privato in via Pezzingoli. L'uomo ha perso l'equilibrio mentre si trovava sulla scala ed è finito sulla recinzione in ferro. Sono intervenuti i vigili del fuoco, i carabinieri e i sanitari del 118 che hanno constatato il decesso dell'uomo. Regione Sicilia

08/04/2019 Xhafer Sahitaj, operaio di 39 anni è deceduto nel pomeriggio mentre stava lavorando in salita Gazzo, sulle alture di Sestri Ponente, vicino al santuario della Madonna del Gazzo.ll 39enne, un operaio rocciatore che stava montando una rete di protezione su una parete di roccia di una cava utilizzata per i depositi del Terzo valico, è precipitato da un'altezza di venti metri. Ed è morto sul colpo. Regione Liguria

08/04/2'019 Un uomo, di circa cinquant'anni, è morto schiacciato da un trattore che si è ribaltato. L'incidente è avvenuto lunedì pomeriggio intorno alle 18.30 a Monte Castello di Vibio. La vittima risiedeva a Collazzone. Sul posto si sono recati i poliziotti e i vigili del fuoco. Regione Umbria

08/04/2019 Infortunio sul lavoro mortale nei pressi di un'azienda in via dei Canali a Olgiate Comasco. Pochi minuti dopo le 16, un operaio di 67 anni che stava lavorando su un carrello elevatore è precipitato. Finito a terra dopo un volo di diversi metri, è morto sul colpo. Sul posto sono interventi carabinieri, vigili del fuoco e personale di Ats Insubria, assieme ai soccorritori del 118, che non ha potuto fare nulla per salvare l'uomo. Regione Lombardia

10/04/2019 Gabriele Guida, un operaio di 25 anni è morto stamattina, forse schiacciato da una pressa, nella fabbrica della Silfa Metal Packaging di via Rossini. Una morte terribile su cui indagherà la Procura di Monza. Sul posto, oltre all'ambulanza del 118, carabinieri e polizia locale, anche la sindaca Carla Della Torre. Ora si attende l'arrivo del magistrato. Il giovane abitava a Cavenago Brianza ed era stato assunto da pochi mesi. Regione Lombardia

10/04/2019 Incidente mortale sul lavoro allo Stir di Giugliano (Napoli) dove un operaio è rimasto schiacciato da un muletto. Le indagini allo stabilimento di tritovagliatura e imballaggio rifiuti del Napoli sono della Polizia di Stato.Secondo quanto rende noto il Sindacato Azzurro, l'operaio era un dipendente del Consorzio unico di Bacino da tempo in servizio alla Sapna (Sistema ambiente provincia di Napoli). Regione Campania

10/04/2019  Profondo cordoglio a Grava, frazione di Alluvioni Cambiò, per la morte Mauro Daffonchio, 71 anni, vittima di un drammatico incidente sul lavoro. L'imprenditore agricolo mercoledì sera stava imballando fieno in un capannone all'interno della sua azienda Ranch Campreia quando è rimasto incastrato nel macchinario. Nonostante l'intervento del 118 purtroppo non è stato possibile fare nulla per salvare l'uomo.  Sul posto anche i Vigili del Fuoco di Tortona e i Carabinieri di Sale e lo Spresal per ricostruire la dinamica del drammatico incidente. Regione Piemonte

11/04/2019 Due persone hanno perso la vita in un incidente avvenuto nel primo pomeriggio di oggi sulla A12, nel tratto compreso tra Sestri Levante e Lavagna. Secondo quanto ricostruito, sarebbero due i mezzi coinvolti nel sinistro, uno dei quali è un camion che ha effettuato un "salto" di carreggiata, all'altezza del km 42. Sul posto i mezzi di soccorso. L'autostrada è stata chiusa in entrambe le direzioni nel tratto interessato dall'incidente.Due persone hanno perso la vita in un incidente avvenuto nel primo pomeriggio di oggi sulla A12, nel tratto compreso tra Sestri Levante e Lavagna. Secondo quanto ricostruito, sarebbero due i mezzi coinvolti nel sinistro, uno dei quali è un camion che ha effettuato un "salto" di carreggiata, all'altezza del km 42. Sul posto i mezzi di soccorso. L'autostrada è stata chiusa in entrambe le direzioni nel tratto interessato dall'incidente. E' stata istituita l'uscita obbligatoria a Lavagna per chi viene da Genova e a Sestri Levante per chi viene dallo Spezzino. Secondo quanto riporta il sito di Autostrade per l'Italia, si prevedono tempi lunghi per la riapertura del tratto, soprattutto della carreggiata in direzione Livorno, dove insistono tutti i mezzi coinvolti. Secondo quanto appreso, i due morti sono gli occupanti di uno dei tir che trasportava fiori. Regione Liguria

12/04/2019 Luciano Vellone, 53 anni, operatore ecologico, è morto sul lavoro per essere stato investito da un auto. Un'auto è sopraggiunta a forte velocità e ha travolto lo spazzino napoletano, uccidendolo sul colpo. Gli altri operatori ecologici hanno immediatamente chiamato il 118, ma lo staff medico giunto sul posto non ha potuto far nulla per salvare la vita al netturbino. Regione Campania

12/04/2019 Un tragico incidente sul lavoro è costato la vita a un giovane di 26 anni. Il dramma è avvenuto venerdì mattina, 12 aprile, in un'azienda agricola della provincia di Parma. Massimo Ruffini, un giovane agricoltore di 26 anni originario di Cremona, è morto mentre stava lavorando travolto da un ballone di fieno. È successo intorno alle 11 del mattino. Massimo era al lavoro nell'azienda agricola di proprietà della sua famiglia che si trova a Cozzano di Langhirano, nel Parmense. Regione Emilia Romagna

13/04/2019 Un maresciallo dei carabinieri, vicecomandante della stazione di Cagnano Varano (Foggia), Vincenzo Di Gennaro, di 47 anni, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco mentre era a bordo della Renault Clio di servizio con un collega di 23 anni rimasto ferito. Arrestato poco dopo il killer Giuseppe Papantuono, un pregiudicato di 64 anni, che ha fatto partire da una pistola calibro 9 i colpi che hanno ucciso il militare. Regione Puglia 

15/04/2019 Due persone sono morte questa mattina in due diversi incidenti sul lavoro nelle province di Treviso e Pordenone. Alle 7.20 a Trevignano (Treviso), nella ditta Agrifung Srl di via dei Pescatori, un operaio è stato travolto da un escavatore. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e i tecnici dello Spisal. La vittima è l'autotrasportatore R. D., quarantaduenne di Quinto di Treviso: secondo una prima ricostruzione dell'incidente, durante le operazioni di scarico di un rimorchio l'uomo è stato schiacciato da una macchina operatrice condotta da un operaio della ditta. Il quarantaduenne sarebbe morto sul colpo a causa dei traumi riportati nel rovesciamento di una macchina operatrice. La salma è stata trasportata all'obitorio dell'ospedale di Montebelluna. Agrifung è una ditta del settore agricolo che si occupa di produzione di funghi, tartufi e materiale per la funghicoltura.L'altro incidente mortale sul lavoro si è verificato all'alba a Maniago, nella provincia di Pordenone, in via Francesco Petrarca. La vittima è un uomo di quarantasette anni che, a quanto ricostruito, è rimasto schiacciato dalla gru che stava manovrando. L'incidente sul lavoro è avvenuto in una industria che si occupa di meccanica di precisione. Attorno alle 6, poco dopo l'apertura dei cancelli, la vittima che viveva poco ddistante dal luogo dell'incidente stava spostando un ccarico molto pesante quando la gru è caduta e lui è rimasto schiacciato. Nonostante i tempestivi soccorsi del 118 l'operaio è morto poco dopo per le gravi ferite riportate

16/04/2019 Si chiama Marco Bedani ed è l'ultimo morto sul lavoro in quella che appare sempre di più come una silenziosa strage: l'operaio, di 53 anni, è rimasto coinvolto in un gravissimo incidente durante il turno di notte che stava svolgendo nello stabilimento della Fucine Film spa a Fucine di Ossana, in val di Sole (Trentino). Stando a una prima ricostruzione, l'uomo è rimasto incastrato in un macchinario e schiacciato da un pesante rullo. Immediatamente soccorso dai colleghi, che hanno chiamato il 118, l'operaio è stato trasportato a Trento dall'eliambulanza in condizioni disperate. Nel pomeriggio il suo cuore si è fermato. Troppo gravi le lesioni riportate nell'incidente. Regione Trentino Alto Adige

18/04/2019 E' morto Antonio Casciano, il camonista 42enne, originario di Palomonte, rimasto ferito alcune settimane fa in un capannone industriale della Piana del Sele, dopo un incidente sul lavoro. L'uomo è morto all'ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d'Aragona di Salerno.Le sue condizioni di salute erano apparse subito gravi e sono peggiorate nel corso dei giorni: era stato trasportato in codice rosso al nosocomio salernitano dopo aver battuto la testa, cadendo dall'automezzo a bordo del quale stava lavorando. Regione Campania

18/04/2019 Muore nella propria azienda agricola mentre carica lo spandiconcime per un incidente sul lavoro. A perdere la vita, verso le 12, il 66enne agricoltore Luciano Morini. Quale sia stata la causa precisa dell'incidente non è dato sapere, almeno al momento: sta di fatto che l'uomo è rimasto schiacciato nel macchinario al quale stava lavorando. Regione Lombardia

19/04/2019 Incidente mortale alla acciaieria Arvedi di Cremona. Un magazziniere di 28 anni, Marco Balzarini, è rimasto schiacciato da un muletto in movimento. L'incidente è accaduto oggi intorno alle 14.15, nell'area esterna adibita al carico e scarico delle bobine. Regione Lombardia

23/04/2019  Tragedia in una nota azienda di materie plastiche di Taino: un giovane operaio, figlio del titolare della Rialti spa, è morto nella mattinata di martedì 23 aprile dopo essere caduto da una scala. La vittima Mattia Dal Toso,  28 anni. Regione Lombardia

24/04/2019 Vincenzo Langella, operaio di 51 anni, è morto sul lavoro, per essere stato colpito alla testa dalla struttura del ponte elevatore al porto di Livorno. Regione Toscana

24/04/2019 Daniele Racca, un artigiano di 44 anni, è morto questa mattina mentre eseguiva dei lavori in un capannone in provincia di Cuneo: l'uomo è rimasto schiacciato tra un tubo e una trave. Regione Piemonte

24/04/2019 Aveva appena finito di lavorare e stava per andare a pranzo con un collega Renzo Corona, l'operaio di 65 anni morto nell'incidente sul lavoro avvenuto a Sestu in località Seurru. L'uomo stava raccogliendo alcuni ortaggi per una ditta del paese e poco dopo mezzogiorno era pronto per la pausa. Il collega che era con lui è salito sul furgone Iveco Daily senza accorgersi che il 65enne stava attraversando la strada sterrata proprio dietro il mezzo e lo ha travolto in retromarcia, uccidendolo. Regione Sardegna

24/04/2019 Incidente sul lavoro nel Salernitano: è deceduto Nicola Palumbo, 54 anni, di Ravello. A quanto si apprende, un montacarichi si è staccato all'improvviso cadendo sul cranio dell'uomo morto poco dopo a causa delle gravi ferite, nonostante la tempestività dei soccorsi. Il fatto è avvenuto nel cantiere di San Cosma dove Nicola Palumbo stava lavorando in quanto titolare e socio dell'azienda.Regione Campania

24/04/2019 Daniele Nozori, elettricista di 52 anni, morto sul lavoro per una tragica caduta mentre era al lavoro. E' deceduto al Policnico Umberto I di Roma, dopo aver lottato per oltre un mese tra la vita e la morte. Regione Lazio

01/05/2019 Andrea Micheletti, agricoltore di 31 anni, morto sul lavoro per essere stato travolto dal trattore, che è stato investito da un auto a Romagnano, sulla provinciale della Gotarda. Regione Piemonte

01/05/2019 Alessandro Zigliani, muratore bergamasco di 50 anni, morto sul lavoro mentre stava lavorando in un cantiere a Cortemaggiore, in provincia di Piacenza. Regione Emilia Romagna

02/05/2019 Incidente sul lavoro a Petralia Soprana, operaio cade da un balcone e muore. Un operaio di 62 anni, Salvatore Cammarata, è morto precipitando dal balcone di un'abitazione mentre stava effettuando alcuni lavori. La tragedia in vicolo Garibaldi, non lontano dalla chiesa Madre.E' accaduto a Petralia Soprana. Regione Sicilia

07/05/2019 Tragico incidente sul lavoro stamane a Scordia (provincia di Catania). A perdere la vita mentre stava effettuando dei lavori di movimentazione di materiale in ferro, è stato il 26enne Rocco Lanza. Il giovane stava lavorando all'interno di un deposito di una ditta privata in via Tenente De Cristofaro quando per cause ancora in via di accertamento, si è ritrovato ad essere schiacciato dal materiale ferroso che stava manovrando dal basso. Regione Sicilia 

07/05/2019 Un agricoltore di 65 anni che abitava in frazione Roreto è morto nel tardo pomeriggio in un incidente avvenuto in strada Bergoglio a Cherasco. L'uomo era alla guida di un trattore che si è ribaltato finendo in un canale Pertusata. Inutili i soccorsi da parte dell'équipe del "118. Regione Piemonte

08/05/2019 Incidente mortale sul lavoro alla Cisa-Cerdisa di Maranello (Modena). Probabilmente per una caduta dall'alto, un operaio di 46 anni ha perso la vita. Sul posto subito l'ambulanza ma per l'uomo non c'è stato nulla da fare. La vittima sarebbe dipendente di una ditta esterna. 

08/05/2019 Non ce l'ha fatta Giacomo Rosso, classe 1996, residente a Canale: il ventitreenne, vittima di un incidente sul lavoro in un agriturismo del paese sabato 4 maggio, si è spento nella giornata di oggi, al Cto di Torino, dov'era stato trasportato in elicottero dopo essere stato travolto da una rotoballa. Da subito le sue condizioni erano parse gravissime.Il giovane canalese lascia la mamma Maria e il papà Gino. La famiglia ha disposto l'espianto degli organi, come da volontà del ragazzo. Regione Piemonte

09/05/2019 Un operaio è morto in un incidente sul lavoro nel Napoletano. L'uomo, un 65enne, stava lavorando a un muro di contenimento in via Stromboli, quando questo gli è crollato addosso. L'operaio è deceduto sul colpo. I carabinieri hanno avviato una indagine per accertare la dinamica dell'incidente e verificare eventuali inosservanze alla normativa in materia di sicurezza sul lavoro. Regione Campania

09/05/2019 Quarantotto anni, di origine marocchina, da tempo in Italia. Martedì 7 maggio tornava a casa in bicicletta dal lavoro. Improvvisamente è caduto, battendo la testa. Dopo due giorni di agonia è deceduto al Santa Maria della Misericordia. L'uomo, secondo i primi accertamenti e alcune testimonianze, sarebbe stato urtato da un'automobile che lo ha superato mentre da Balanzano tornava verso Ponte San Giovanni. Regione Umbria

10/05/2019 Tre incidenti sul lavoro in poche ore in Sicilia. Tre vite spezzate a Scicli, Marsala e Porto Empedocle.

L'ultimo caso questa notte nel comune agrigentino, dove un operaio di 65 anni, Giulio Albanese, ex pentito di mafia, da tempo fuori dal programma di protezione, ha perso la vita nello stabilimento dell'Italkali a Porto Empedocle, nella zona dove le navi vengono caricate di salgemma. Albanese è stato colpito alla cassa toracica ed è morto sul colpo. Sull'episodio indagano i carabinieri. Sul posto anche il personale della Capitaneria di porto. Un altro incidente mortale sul lavoro si è verificato ieri pomeriggio in contrada Ciappola a Marsala. A perdere la vita un 51enne, precipitato nel vuoto mentre stava montando un'antenna. L'uomo, un tecnico specializzato sarebbe morto sul colpo. Sul posto sono intervenuti gli operatori del 118 che hanno constatato il decesso. Un tragedia sul lavoro ieri anche nel Ragusano. Al trauma center dell'ospedale Cannizzaro di Catania, è morto Angelo Carbone, 21 anni, di Scicli. Il ragazzo ieri pomeriggio stava arando un terreno in contrada Balatelle, tra Scicli e Cava d'Aliga quando, per cause in via d'accertamento, la sua gamba si è incastrata nella fresa e poi il giovane è rimasto schiacciato dal macchinario. 

10/05/2019 Si chiamava Giuseppe Dell'Omo e aveva 54 anni. È lui la vittima dell'incidente sul lavoro avvenuto stamattina a Sant'Antimo. L'uomo stava lavorando sul tetto di una ex distilleria in via Marconi, quando questo è crollato. Dell'Omo conosciuto anche come "Peppe 'o niro" Si trovava lì con un collega dii lavoro, rimasto gravemente ferito. Regione Campania

10/05/2019 Dramma ad Artena, Comune in provincia di Roma, dove un uomo è morto dopo un incidente, mentre era alla guida del suo trattore nella frazione Selvatico. L'episodio è accaduto intorno all'ora di pranzo di oggi, venerdì 10 maggio, nella città che fa parte della Comunità Montana dei Monti Lepini. Secondo le informazioni apprese, la vittima è un 60enne del posto, che al momento dell'accaduto stava lavorando la terra, quando, per cause non note, è stato schiacciato dal mezzo. L'impatto è stato molto violento e l'uomo è deceduto sul colpo. Regione Lazio

10/05/2019 Un uomo di 47 anni, Pasquale Stefanelli, detto Sandro, è morto in un incidente sul lavoro avvenuto sulla strada statale 89 nei pressi di Manfredonia, in provincia di Foggia. L'operaio era impegnato nella scorta a un trasporto eccezionale quando è stato investito da un suv. La morte è stata immediata. Stefanelli era originario di Altamura, in provincia di Bari. Regione Puglia

11/05/2019 Un operaio di 27 anni è morto intorno a mezzogiorno all'interno dell'azienda di autotrasporto Battazza di Olginate in provincia di Lecco. In base ai primi accertamenti l'operaio sarebbe caduto mentre stava scaricando un camion e ha picchiato la testa contro alcune sbarre in ferro. Sul posto sono arrivati i carabinieri e due ambulanze del 118, ma i sanitari non hanno potuto salvargli la vita. Il lavoratore si chiamava Daniele Della Bella, di 27 anni, residente a Lecco. Regione Lombardia

13/05/2019 Un autotrasportatore di 55 anni, Enrico Trecca, di Carapelle, è morto folgorato nella ditta 'Salice', alla periferia di Foggia. A quanto si apprende da fonti investigative, l'uomo era a bordo del proprio mezzo e stava scaricando del materiale quando il cassone del tir in movimento ha toccato i cavi dell'alta tensione. La scarica elettrica ha ucciso il camionista sul colpo. Regione Puglia

13/05/2019 Una vera e propria tragedia ha colpito questa mattina la comunità di Marano, nella provincia di Napoli: un uomo, Mario Apicella, è precipitato dal sesto piano di un edificio sito in via Tevere, nel centro della cittadina della provincia partenopea. Stando a quanto si apprende, come riporta Terra Nostra News, l'uomo, amministratore del condominio, era salito sul terrazzo dell'edificio al sesto piano dove erano in corso dei lavori di impermeabilizzazione del tetto, molto probabilmente per dare un'occhiata al cantiere. All'improvviso, l'uomo è precipitato di sotto, cadendo al suolo da un'altezza ragguardevole. Nonostante l'intervento immediato dei sanitari del 118, per l'uomo non c'è stato niente da fare: i soccorritori non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso.Regione Campania

14/05/2019 Infortunio mortale martedì mattina intorno alle ore 11 a Montecatini Terme, in provincia di Pistoia, in via Corte del Tappo. La vittima, Luciano Ferrarese,  di 69 anni, mentre avviava all'interno di una rimessa un motocoltivatore per effettuare alcuni lavori su una proprietà adiacente, verosimilmente per una manovra errata, è rimasto schiacciato tra il manubrio della macchina e la parete posteriore della stessa rimessa, morendo sul colpo per il trauma toracico riportato. Regione Toscana

14/05/2019 Un uomo è morto in un incidente sul lavoro stamane, poco dopo le 10 a Mezzano, in Primiero. Si tratta di Fidenzio Dalla Sega, 54enne del posto, che è rimasto schiacciato da un trattore mentre stava scaricando legna dal mezzo con un braccio meccanico. Regione Trentino Alto Adige

15/05/2019 Nuova tragedia sul lavoro in Sicilia. Stamattina, un operaio di 27 anni, Michele Lumia, è morto mentre stava effettuando, assieme ad altri colleghi, dei lavori edili nei pressi di un caseggiato rurale nelle campagne di Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento. Secondo una prima ricostruzione sembra che il ventisettenne sia stato colpito dalla benna di una ruspa, che stava per scavare una buca, manovrata da un suo collega.Il giovane è stato subito soccorso e portato all'ospedale di Licata dove è però giunto cadavere. Regione Sicilia

15/05/2019 Nella mattinata di mercoledì un drammatico scontro frontale nella provincia del Sud Sardegna è costato la vita ad una guardia giurata di Iglesias che si stava recando al lavoro. Il dramma si è consumato lungo la provinciale 108, la strada panoramica che da Gonnesa conduce a Portoscuso, nel Sulci.La vittima è Pierpaolo Bartolini, vigilantes in servizio all'ex Alcoa di Portovesm. Secondo una prima ricostruzione dell'accaduto, la Fiat Bravo condotta dalla guardia giurata avrebbe sbandato, invadendo l'altra corsia e scontrandosi frontalmente contro un'altra vettura che proveniva dal senso opposto di marcia, un fiat Panda alla cui guida vi era una ragazza di 25 anni, rimasta ferita in maniera non grave nello schianto. Regione Sardegna

16/05/2019 Un 50enne è morto questo pomeriggio, 16 maggio, dopo le 16 in un'azienda agricola di via San Martino a Bonaldo, una località di Zimella. L'uomo sarebbe stato colpito dal braccio meccanico di un trattore e il colpo non gli avrebbe lasciato scampo. Inutili i soccorsi del 118, giunti con l'elicottero e con un'ambulanza. Regione Veneto

16/05/2019 Antonio Perissinotto, 65enne di Beinasco, manutentore di macchine per caffè, è morto folgorato nella Nuova Trattoria del Ponte di via Forno 36 a Rivara mentre stava effettuando un intervento. Regione Piemonte

18/05/2019 Drammatico incidente stamattina all'alba: un ragazzo di 25 anni è mortonella sua auto ribaltata mentre stava andando a lavoro. L'incidente è avvenuto verso le 5.25 a Desenzano del Garda. Leonardo Penaccini, classe 1993, è finito fuori strada probabilmente a causa dell'asfalto bagnato. L'auto si è ribaltata e il giovane, titolare della nota Osteria dal Penna di Desenzano, è rimasto intrappolato nelle lamiere. Regione Lombardia

21/05/2019 Infortunio mortale a Olgiate Olona. È successo in via Nino Bixio, zona residenziale del paese della Valle Olona, intorno alle 8.30 del mattino. L'uomo era un operaio, caduto dal ponteggio di una casa in costruzione, da un'altezza di circa tre metri. Si chiamava Aleksander Jaku, nato nel 1970, lascia moglie e figli con i quali viveva da molti anni a Busto Arsizio.Regione Lombardia

21/05/2019 Ancora un morto sul lavoro, il secondo in provincia di Piacenza nel giro di tre settimane.A perdere la vita un uomo di 68 anni, Domenico Bossalini, che secondo una prima ricostruzione stava lavorando a una pressa nell'azienda Petrol Raccord, all'interno della zona industriale di Ponte Trebbia di Calendasco (Piacenza).L'allarme è scattato poco prima delle 8 del 21 maggio, quando i soccorsi sono stati chiamati sul posto; per l'operaio, rimasto schiacciato da un bancale di ferro per cause in corso di accertamento, i sanitari non hanno purtroppo potuto fare altro che constatare il decesso.Regione Emilia Romagna

21/05/2019 Si chiamava Cesare Scanu, 72 anni, e lavorava per una ditta di Olbia l'uomo rimasto ucciso questa mattina nell'incidente nella zona dell'area militare. E' morto questa mattina dopo essere rimasto schiacciato dal trattore che stava guidando mentre lavorava in un campo nell'area militare delle Versegge, nel comune di Grosseto, vicino a Braccagni. Regione Toscana

21/05/2019 Ha perso la vista a poche centinaia di metri da casa, mentre rientrava dopo il lavoro. Probabilmente lo ha tradito l'asfalto reso viscido dalla pioggia, oppure un improvviso colpo di sonno o un malore.La tragedia è successa nella notte: Sergio Dagnoli, 38enne di Limone sul Garda ha perso la vita in un incidente stradale sulla provinciale 115, strada che sale verso Tremosine. L'uomo, stava tornando a casa dopo la fine del suo turno di lavoro effettuato come al solito in un Hotel di Riva del Garda. Regione Trentino Alto Adige.

21/05/2019 Drammatico incidente sul lavoro, purtroppo rivelatosi mortale, a Villaricca, nella provincia di Napoli, dove un operaio di 64 anni è deceduto. L'uomo, A.C. le sue iniziali, originario della vicina Giugliano in Campania, stando a quanto si apprende stava lavorando in un fondo agricolo, dove stava eseguendo dei lavori di muratura, quando è improvvisamente caduto dalla scala sulla quale era salito., battendo violentemente la testa al suolo. A soccorrere il 64enne è stato il proprietario del fondo agricolo, che lo ha portato all'ospedale San Giuliano di Giugliano: qui, a causa delle sue critiche condizioni di salute è stato trasferito all'ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli, dove purtroppo è deceduto a causa delle ferite riportate. Regione Campania

22/05/2019 Tragico incidente sul lavoro a Volturara Appula. Un uomo del '70, Giuseppe Fiorilli, è stato trovato morto in località Montauro. A dare l'allarme la cognata che non lo aveva visto rientrare a casa ieri sera. Dopo attente ricerche, i carabinieri hanno rinvenuto la vittima a terra con uno squarcio sulla coscia destra provocato da una motosega che l'uomo stava utilizzando per tagliare legna. Regione Puglia.

22/05/2019 Un settantenne, Giovanni Maragliano, è rimasto vittima di un incidente sul lavoro in contrada Firriato a Raffadali (AG) mentre arava con un trattore il proprio terreno. Pare - i carabinieri stanno ancora cercando di ricostruire l'accaduto - che il settantenne potrebbe aver fatto una manovra sbagliata il mezzo si sarebbe ribaltato e lui è stato schiacciato. Regione Sicilia

23/05/2019 Gravissimo incidente sul lavoro nella cava Cogeis di Borgofranco d'Ivrea nel pomeriggio di oggi, giovedì 23 maggio 2019.Un operaio polacco di 64 anni, Slawomir Mistera, residente a Borgofranco, è rimasto schiacciato contro il soffitto di un capannone mentre stava manutenendo un muletto. All'improvviso il cestello è partito verso l'alto e per lui non c'è stato scampo. Regione Piemonte

24/05/2019 Precipita da una cisterna e muore, tragedia sul lavoro a Lodi. La polizia sta cercando di ricostruire la dinamica dell'infortunio mortale avvenuto questa mattina, venerdì 24 maggio. Il dramma si è consumato sul piazzale dell'ex stabilimento Polenghi. Sul posto si sono precipitati i soccorritori con l'auto medica e un'ambulanza, ma nonostante il pronto intervento non è stato possibile scongiurare il peggio. Il lavoratore, un uomo di 52 anni, ha perso la vita. Regione Lombardia

24/05/2019 Un ragazzo di 26 anni, S. C. le sue iniziali, è morto nel primo pomeriggio di oggi nelle campagne di Locri schiacciato da un trattore mentre era intento a compiere alcuni lavori agricoli. Sul posto sono intervenuti i carabinieri per i rilievi di rito. Regione Calabria 

25/05/2019 Tragedia in un cantiere edile di La Loggia, lungo via Nizza, dove gli operai stanno lavorando all'ampiamento dell'acetificio Varvello. Intorno alle 12,30 di oggi, sabato 25 maggio, un uomo di 44 anni è morto mentre era impegnato in uno scavo. Dalle prime ricostruzioni, sembra che il terreno lo abbia sotterrato di colpo, non lasciandogli scampo. L'operaio lavorava da 15 anni per la ditta di escavazioni incaricata della realizzazione di un nuovo capannone. Regione Piemonte

27/05/2019 È sotto shock Giulia Rolfi, la moglie di Omar Mouhassine, il 27enne morto in un incidente stradale oggi, lunedì 27 maggio, a Pavone Mella, in provincia di Brescia. "Questa vita fa schifo", è il commento di dolore che la giovane donna ha affidato a Facebook. I due si erano sposati solo due mesi fa e ora il loro sogno d'amore è stato bruscamente interrotto da un incidente che ha tolto la vita a Omar. Di origini marocchine e musulmano, il 27enne aveva deciso per sposare la sua fidanzata in chiesa come lei desiderava di convertirsi al cattolicesimo e farsi battezzare. Una storia d'amore che i due portavano avanti da tempo in serenità. Fino al pomeriggio di ieri quando Omar, di ritorno a casa al termine del proprio turno di lavoro, in un'azienda di Gottolengo, in sella al proprio scooter si è schiantato contro un trattore. L'impatto è stato fatale, il 27enne è stato sbalzato per diversi metri sull'asfalto ed è morto praticamente sul colpo. Regione Lombardia

27/05/2019 Terribile incidente stradale lunedì pomeriggio sull'autostrada BreBeMi, tra Bariano e Caravaggio in direzione Milano: nello schianto ha perso la vita il 59enne Giovanni Cortinovis, da tutti conosciuto come Daniele, sposato e padre di due figli, residente a Lenna, in provincia di Bergamo. I rilievi sono stati affidati agli agenti della Polizia Stradale di Chiari. Stava andando a lavoro.

30/05/2019 Choc e incredulità. Capriolo è in lutto per la morte di Oscar Belotti, 35enne operaio capriolese, originario di Sarnico, padre di tre bambini e residente in paese, nel quartiere storico del monte, deceduto oggi mentre lavorava. Sebbene la dinamica precisa sia ancora al vaglio delle forze dell'ordine, sembra che il giovane stesse lavorando ad un tornio verticale nel capannone della Tur-Meccanica di via Colombara Bosco quando, per motivi ignoti, il suo abito da lavoro sarebbe stato agganciato dalla macchina che lavora trucioli metallici. L'uomo è stato trascinato nell'ingranaggio che lo ha poi schiacciato al torace. Regione Lombardia

01/06/2019 Un uomo di 53 anni è morto nel pomeriggio, schiacciato dal trattore che stava guidando mentre lavorava nel proprio podere agricolo in Via Comparoni nella frazione Gavasseto di Reggio Emilia, alle porte della città. L'agricoltore è morto all'interno di un canale irriguo perché è rimasto incastrato dal mezzo che conduceva. Secondo i primi accertamenti condotti dai Carabinieri della Stazione di Corso Cairoli, l'uomo mentre si trovava alla guida del trattore ha perso il controllo del mezzo che si è ribaltato in un canale pieno d'acqua. L'agricoltore è rimasto incastrato all'interno del mezzo ed è morto. Regione Emilia Romagna

01/06/2019 SI CHIAMAVA Sheptim Halili, 35 anni e un figlio di diciotto mesi. "Un ragazzo d'oro" lo ricordano i colleghi del "Miva' di più", la pizzeria di Sant'Agostino dove il giovane lavorava da diciassette anni dopo essere arrivato dall'Albania. Sabato, a fine serata intorno a mezzanotte, ha salutato tutti, "ciao ragazzi, ci vediamo domani". Ha chiamato la moglie, "preparati che andiamo un'ora a far due chiacchiere con gli amici". Ha preso lo scooter, si è infilato il casco, ha messo in moto e si è diretto verso la morte che lo stava aspettando. E' difficile dire cosa sia successo, non si sbilancia nemmeno la polizia locale che è intervenuta sul luogo dell'incidente e ha effettuato i rilievi.Sull'asfalto sono rimasti i segni di una brusca frenata (almeno una decina di metri) effettuata da Shpetim all'improvviso: ha trovato un ostacolo che l'ha costretto a scartare di colpo? Sta di fatto che il suo scooterone ha sbandato da un lato e lui è stato sbalzato di sella dall'altro, a sinistra, nel mezzo della carreggiata opposta sulla quale stava arrivando la 500 L condotta da un aretino di 60 anni, con a fianco la moglie, che non ha potuto evitare di investirlo.Stava tornando a casa da lavoro. Regione Toscana

02/06/2019 Un agricoltore di 75 anni è morto schiacciato mentre era alla guida di un trattore che si è ribaltato. L'incidente è avvenuto in un terreno agricolo di Lusuolo, frazione del comune di Mulazzo (Massa Carrara). Regione Toscana

03/06/2019 Un agricoltore andriese di 45 anni, Vincenzo Parenza, è morto all'alba in un incidente stradale avvenuto lungo la statale 16 bis, in territorio di Barletta, all'altezza dell'uscita Barberini.Per cause in corso di accertamento da parte dei carabinieri, il trattore a bordo del quale l'uomo viaggiava si è ribaltato, schiacciandolo. Regione Puglia

04/06/2019 Incidente mortale sul lavoro , intorno alle 11.15 di oggi lungo il tratto umbro in provincia di Terni dell'autostrada A1. Il fatto è accaduto a circa 7 chilometri dal casello di Orvieto, in direzione sud nei pressi di Baschi, all'interno di un cantiere per il rifacimento del manto stradale. A perdere la vita è stato un operaio di 57 anni, residente ad Orte, investito mentre stava lavorando per conto di una ditta privata incaricata da Autostrade per l'Italia da un camion adibito allo spazzamento della pavimentazione. Inutili i soccorsi: l'operaio è morto sul colpo. Regione Umbria

04/06/2019 Morto schiacciato da un camion al quale stava cercando di sostituire la ruota anteriore. Tragedia in via Andria, periferia di Trani, proprio di fronte al carcere, ai piedi dello svincolo della statale 16. La vittima è un giovane di 22 anni, Vincenzo Lomuscio, originario di Andria, operatore del soccorso stradale. Regione Puglia

05/06/2019 Un 70enne stava lavorando in campagna quando il trattore, per cause in via di accertamento, si è ribaltato. L'uomo è rimasto incastrato sotto il mezzo agricolo ed è morto poco dopo. A dare l'allarme sono stati i familiari che, nella tarda serata di oggi, non lo hanno visto rientrare. Giuseppe Ezzis, di Pozzomaggiore, è stato soccorso dai vigili del fuoco di Macomer che lo hanno liberato. Ma anche l'intervento immediato dei sanitari del 118 non è servito a salvargli la vita. Regione Sardegna

05/06/2019 Un uomo di 62 anni è morto schiacciato dal trattore. E' successo stamattina a San Clemente, nel comune di Reggello. Sul posto i vigili del fuoco e il personale medico del 118 che non ha potuto fare altro che constatare il decesso. Regione Toscana

06/06/2019 Nel primo pomeriggio a Vignanello (in provincia di Viterbo) un giovane è morto schiacciato dal trattore che stava guidando. Si tratta di un ragazzo di 26 anni, Innocenzo Ceccarelli dello stesso paese sui Cimini.Il giovane agricolore era di ritorno da un terreno in campagna in cui aveva svolto un lavoro. Il mezzo, mentre percorreva una strada poderale, ha urtato un ostacolo e si è ribaltato, schiacciandolo mortalmente. Regione Lazio

09/06/2019 Tragedia orribile quella che giunge da Summonte, dove un uomo è stato schiacciato dal proprio trattore. La vittima è un 45enne di Mugnano del Cardinale, che lascia una moglie e due figlie. Carmine C., questo il nome della vittima, era in compagnia del nipote che lo aveva seguito con un fuoristrada quando il mezzo, forse a causa di un cedimento di parte del terreno su cui poggiava, si è rovesciato finendo in una scarpata. Il nipote ha subito allertato i soccorsi ma le ferite erano troppo gravi. Il malcapitato è deceduto durante il trasporto in ospedale. Regione Campania

09/06/2019 Mario Marino Ferrara di 51 anni, portapizza, è stato investito a Bologna da una volante della polizia e l'uomo alla guida dello scooter ha perso la vita. Regione Emilia Romagna

10/06/2019 Luca Rizzeri, operaio di 33 anni, morto sul lavoro al porto di Ancona, per un cavo di acciaio che si è staccato e l'ha colpito all'altezza del collo. Regione Marche

10/06/2019 Claudio Menini, agricoltore di 59 anni, rimasto schiacciato dal trattore che stava guidando e che si è ribaltato a Marcellise di San Martino Buon Albergo. Regione Veneto

10/06/2019 E' accaduto alla contrada Santo Stefano. La vittima è un 71enne del posto morto schiacciato dal trattore che stava guidando. L'uomo stava lavorando in un suo fondo agricolo quando per cause ancora in corso di accertamento, il mezzo si è ribaltato travolgendo il conducente. Regione Campania

11/06/2019 Si chiamava Antonio Dell'Anna. Aveva 54 anni. Era originario di Fragagnano. Lavorava nel distaccamento di Grottaglie dei vigili del fuoco. È morto nella motte, per l'esplosione del portellone di un camion nell'azienda,  circolo ippico in territorio di San Giorgio Ionico. Regione Puglia

12/06/2019 Muore schiacciato dal trattore. L'incidente è avvenuto questa mattina a Visso. La vittima è Antonio Bordini, 57 anni. L'uomo aveva un'azienda agricola con il fratello e stava lavorando nei campi in località Santa Lucia. Il 57enne è finito con il trattore in un fossato ed è rimasto schiacciato. Regione Marche 

13/06/2019 Ribaltato col trattore è morto schiacciato un agricoltore di Lioni, ritrovato senza vita in un campo di sua proprietà. L'episodio si è verificato tra il tardo pomeriggio e la serata di ieri, giovedì 13 giugno. Al calare dell'oscurità intorno alle 20, una persona in transito lungo la strada che incrocia il campo della vittima, via Oppido, ha notato il trattore rovesciato, allertando subito i soccorsi. Ma sotto il mezzo giaceva già senza vita un uomo di settant'anni. Regione Campania

14/06/2019 Altri 2 operai morti sul lavoro nella giornata di oggi.Arben Rushitaj, operaio di 53 anni, è morto travolto da un bancale in una vetreria a Melara (Rovigo).Regione Veneto.Antonio Grieco, operaio di 52 anni, è morto mentre stava effettuando dei lavori di manutenzione, allo stabilimento Ferrero di Balvano (Potenza). Regione Basilicata.

15/06/2019 Tragedia questo pomeriggio nella frazione di Pugnago(Prignano sulla Secchia). Un agricoltore di 61 anni, Graziano Curocchi, è infatti deceduto in un incidente. Mentre era alla guida di un trattore agricolo l'uomo ha perso il controllo del mezzo, che si è capovolto schiacciandolo. Regione Emilia Romagna

15/06/2019 Cordoglio e incredulità per la morte di Paolo Ferri, il 56enne rimasto schiacciato sotto il trattore in un tratto di strada tra Vetto e Canossa. Ferri stava aiutando il padre nei lavori agricoli in un appezzamento di loro proprietà. Regione Emilia Romagna

16/06/2019 Tragedia nel tardo pomeriggio di oggi, domenica 16 giugno, nelle campagne di contrada Calvario, a Campobasso. Un uomo Cosimo Di Niro, 70 anni, si è infatti ribaltato col trattore e ha perso la vita sul colpo, probabilmente schiacciato dal mezzo. Regione Molise

16/06/2019 E' morto schiacciato dal suo stesso trattore mentre lavorava nei campi Niko Manoliu, il bracciante agricolo 61enne di nazionalità bulgara, vittima, oggi, di un tragico incidente avvenuto nelle campagne di San Marco in Lamis sul Gargano, in località Calderoso. Regione Puglia

16/06/2019 Aveva appena finito il suo turno di lavoro notturno ed era sulla strada di ritorno, ma a casa, Sebastian Failla, non ci è mai arrivato. L'uomo, 32 anni, è morto dopo che con la sua moto si è scontrato con un'automobile, all'alba di domenica, intorno alle 6.30. Il suo cuore ha smesso di battere lungo la Strada provinciale 30, a Vermezzo con Zelo (Milano). Regione Lombardia

17/06/2019 4 morti sul lavoro nella giornata di oggi.Emilio Iuticone, imprenditore di 66 anni, morto dopo 23 giorni di agonia all'Ospedale di Catanzaro, per essere rimasto schiacciato da un rullo asfaltatore.L'Appuntato Scelto Emanuele Anzini, 41 anni, morto mentre faceva il suo dovere, è stato investito nella notte da un autista ubriaco che l'ha travolto ad un posto di blocco a Bergamo. Pietro Cascione, 19 anni, morto in un incidente stradale nel tarantino, mentre stava andando a lavoro.Lascia una compagna e un figlioletto di pochi mesi. I carabinieri di Sommacampagna e i sanitari del 118 sono intervenuti questa mattina, davanti all'azienda agricola Spolverina di Sona, per soccorrere uno dei titolari, Thomas Moschini, 36 anni, il quale aveva sbattuto la testa scendendo con la bici dopo essere arrivato a lavoro.L'infortunio è capitato proprio di fronte al padre di Thomas, che gestisce l'azienda insieme a lui. È stato proprio questi a chiamare i soccorsi. Purtroppo però, per il figlio non c'è stato nulla da fare. Regione Veneto.

18/06/2019 Un motociclista di 49 anni, Giordano Tintorri, residente a Sala Bolognese è morto nella tarda mattinata in un terribile incidente stradale. Il centauro stava andando al lavoro in sella a una Honda quando, davanti al palazzo del Vignola, in via Funo ad Argelato, si è scontrato frontalmente con un furgone Dhl, intento a svoltare all'interno di un parcheggio.Lo schianto è stato così forte che il centauro, dopo essere stato catapultato a 40 metri di distanza, è morto sul colpo. Regione Emilia Romagna

19/06/2019 Un giovane di trent'anni B.D, è morto oggi a Soriano nel Cimino mentre stava lavorando a bordo di un trattore. Il ragazzo stava percorrendo una strada battuta nel bosco quando, per cause ancora da accertare, è caduto in un dirupo rimanendo schiacciato dal mezzo pesante. L'incidente è avvenuto in un tratto di forte pendenza. Regione Lazio

21/06/2019 Christian Catalano, operaio di 35 anni, è morto all'ospedale San Gerardo, dopo essere rimasto gravemente ferito da un grosso tubo metallico, tenuto sospeso da una gru, che gli è caduto sul petto mentre lavorava allaTrater di Nova Milanese, in provincia di Monza. Regione Lombardia

21/06/2019 Agostino Filandro, operaio di 42 anni, è morto sul lavoro in un cantiere nautico, nel porto di Gioia Tauro, colpito da un cavo che si è spezzato improvvisamente. Regione Calabria

22/06/2019 Due fratelli di 58 e 55 anni sono morti dopo essere stati travolti da una mietitrebbia, nelle campagne di Miglionico (Matera). Regione Basilicata

23/06/2019 Carmine M, agricoltore di 39 anni, è morto sul lavoro schiacciato dal trattore a Somma Vesuviana. Regione Campania

24/06/2019 Un operaio di 36 anni, addetto alla segnaletica stradale e in quel momento al lavoro sull'arteria, è stato travolto e ucciso da un mezzo pesante, attorno alle 16.30, lungo l'A31 Valdastico sud, tra i caselli di Agugliaro e Noventa Vicentina, in direzione Rovigo. Regione Veneto 

24/06/2019 A.P, operaio di 45 anni, di un'azienda agricola, è morto sul lavoro, travolto da una fresa agricola, a Montoro. Regione Campania

26/06/2019 Un operaio di 62 anni, è morto sul lavoro, mentre effettuava la manutenzione di un comignolo di un inceneritore di una azienda agricola della provincia di Mantova. Regione Lombardia

25/06/2019 Georg Reiterer, agricoltore di 35 anni, è morto sul lavoro per le gravi ferite riportate per il trattore che si è ribaltato mentre stava spargendo liquame su un prato in discesa a Bolzano. Regione Trentino Aldige

26/06/2019 Saverio Colloca, operaio di 47 anni, è morto a Catania, dove era ricoverato da 10 giorni per le gravissime ferite riportate, per essere rimasto coinvolto nell'esplosione di alcune bombole di gas di schiuma espansa il 17 giugno scorso mentre lavorava in un negozio per parrucchieri in via Nicotera proprio nel suo paese. Regione Sicilia

27/06/2019 Gabriele Scarano, imprenditore di 56 anni, è morto sul lavoro per essere stato travolto dalle tavole cadute da una gru a San Salvo. Regione Abruzzo

28/06/2019 Tragedia all'alba di oggi in un terreno agricolo a Vilano di Cantiano nel Pesarese. Un 50enne di Cagli, Romeo Marini, era alla guida di un trattore impegnato nel recupero di balle di fieno quando poco dopo le sei, il mezzo si è ribaltato e lo ha travolto, uccidendolo. Regione Marche

29/06/2019 Tragedia sulla strada nella prima mattinata di sabato 29 giugno: muore un 24enne, Nicolas Lazzarin, di Cavarzere.Secondo una prima ricostruzione dei fatti, il ragazzo si sarebbe schiantato con il suo furgone, addetto alla distribuzione dei giornali, contro un platano. Regione Veneto

29/06/2019 Vincenzo Ferrigno, operaio di 27 anni, è morto sul lavoro a Palermo, mentre stava pulendo i macchinari della rosticceria dopo la chiusura, quando è stato fulminato da una scarica elettrica improvvisa. Lascia la moglie e un bimbo di soli 3 anni. Regione Sicilia

30/06/2019 Antonio Casiello, agricoltore di 66 anni, è morto sul lavoro schiacciato dalla ruota posteriore del mietitrebbia a Genzano di Lucania. Regione Basilicata.

02/07/2019 Travolto da un trattore che stava guidando, nei pressi di un campo di sua proprietà, a Policoro (Matera), un uomo di 57 anni è morto stamani. Regione Basilicata

03/07/2019  Un agricoltore di 66 anni è deceduto verso le ore 16.30 mentre stava lavorando all'interno del suo campo agricolo. Il trattore sul quale si trovava si è ribaltato e per lui non c'è stato nulla da fare.E' accaduto a Branzone di Valmozzola. Regione Emilia Romagna

03/07/2019 Un agricoltore di 46 anni di San Buono, Roberto Cupaioli, è morto sul lavoro a causa di un tragico incidente agricolo avvenuto verso le 11, non lontano dalla strada provinciale all'ingresso di Furci.E' rimasto schiacciato dalla mietitrebbia guidata dal padre. Regione Abruzzo

08/07/2019 Davide Carnevali, 37 anni, era un giovane postino, in cerca di un lavoro definitivo, che si era spostato dalla provincia di Siena sino al Padovano, ai confini con il Polesine, per un lavoro.Era alla guida dello scooterone delle Poste, mentre percorreva la provinciale 91, della Moceniga. Procedeva in direzione Ponso, impegnato nella consegna di alcune raccomandate. All'improvviso, lo schianto contro un platano, al chilometro 42. I soccorsi sono stati immediati, ma inutili, nonostante sia stato messo in campo anche l'elicottero del Suem. Regione Veneto

09/07/2019 Mario Cavaliere, operaio di 57 anni, originario di Acquavena, frazione di Roccagloriosa, ma residente ad Ascea, è morto la notte scorsa durante alcuni lavori sui cavi della linea ferroviaria sulla tratta per San Vito dei Normanni. L'uomo sarebbe rimasto folgorato da una scarica elettrica provocata dal contatto di una scala metallica del camion su cui era a bordo con i colleghi e di un cavo in tensione.Lascia la moglie e 2 figli. Regione Puglia

10/07/2019 Incidente sul lavoro nelle saline di Sant'Antioco nel comune di San Giovanni Suergiu (Su), dove Dario Garau operaio di 67 anni originario di Tratalias (SU) è morto questo pomeriggio al Pronto Soccorso dell'Ospedale Sirai di Carbonia, dov'e stato trasportato poco prima da un'ambulanza del 118. Secondo una prima ricostruzione, nelle prime ore del pomeriggio mentre svolgeva il proprio turno di lavoro, apprestandosi a salire su una grossa macchina operatrice, l'uomo sarebbe caduto all'indietro sbattendo violentemente la testa al suolo, rimanendo esanime. Regione Sardegna

10/07/2019  Incidente mortale al km 55 dell'A12 direzione Roma. Il fatto è avvenuto alle 13 circa. Un autocarro (munito di braccio per il sollevamento carichi), impiegato nell'ambito dei lavori sul tratto autostradale, si è ribaltato ed ha investito 4 operai. Un giovane operaio di nazionalità straniera è deceduto, gli altri tre sono stati trasportati presso l'ospedale S.Paolo di Civitavecchia in codice rosso. Regione Lazio

10/07/2019 Cosimo Massaro, operaio 40enne di ArcelorMittal è morto in un incidente sul lavoro il 10 luglio, cadendo in mare insieme alla gru sulla quale lavorava, crollata per la tromba d'aria che ha colpito la città. Il suo corpo è stato recuperato tre giorni dopo. Il sindaco Giuseppe Fischetti ha proclamato il lutto cittadino. Regione Puglia.

15/07/2019 Massimiliano Faro, operaio di 57 anni, è morto sul lavoro questa mattina. all'interno dello stabilimento del Centro siderurgico bresciano, a Brescia. La vittima sarebbe stata schiacciata da una bobina di materiale metallico. Con lui c'era un collega che ha assistito impotente alla scena. Regione Lombardia

15/07/2019 Nelle campagne di Denno si è verificato l'ennesimo incidente sul lavoro. Andrei, operaio agricolo 31 anni non ce l'ha fatta. Schiacciato dal trattore su cui stava lavorando. Regione Trentino Alto Adige

16/07/2019 Maurizio Bovo, operaio vicentino di 57 anni è morto in un incidente sul lavoro avvenuto alla G.P. Piazzon, un'azienda metalmeccanica che sorge nella zona artigianale di Valdagno. Secondo una prima ricostruzione l'operaio residente a Valdagno, è stato colpito e ucciso da una pesante trave d'acciaio. Regione Veneto

16/07/2019  Barbara Fiore, mamma di 32 anni, è morta mentre andava a lavoro a bordo della sua Hyundai: è uscita fuori strada per cause da accertare, si è schiantata contro il guardrail e si è ribaltata fino a finire in una campagna al lato della careggiata, sulla SS101 a Gallipoli. Regione Puglia.

17/07/2019 E' stata dichiarata la morte di Rudi Asiatico, operaio di 44 anni caduto ieri dal tetto di un'abitazione di Varedo (Monza) e ricoverato in terapia intensiva all'ospedale San Gerardo di Monza. Rudi Asiatico, di Bergamo, a quanto emerso stava restaurando la sommità di una villetta, quando per cause ancora da accertarsi, è precipitato nel vuoto. Regione Lombardia

18/07/2019 Un uomo di 60 anni è morto folgorato mentre era al lavoro in un impianto lavorativo a Solbiate Arno, in Corso Roma, poco dopo le 14.30 di giovedì 18 luglio. Si tratta dell'elettricista Giuseppe Mazzetti di Sumirago. Regione Lombardia 

18/07/2019 Un operaio marittimo di 26 anni, è morto sul lavoro mentre stava pitturando il tetto della stiva quando è precipitato compiendo un volo di almeno 20 metri. Inutile l'immediato intervento dei mezzi di soccorso. L'uomo sarebbe deceduto sul colpo. Regione Liguria

19/07/2019 Un operaio di 57 anni, dipendente di una ditta di Genova, è morto in un incidente sul lavoro a Lerma, comune di ottocento abitanti in provincia di Alessandria. Secondo quanto riferito dai carabinieri di Novi Ligure (Alessandria) intervenuti sul posto, la vittima era impegnata in lavori di consolidamento di un dirupo quando, per cause in corso di accertamento, è precipitato per una ventina di metri. Inutile, per l'uomo, l'intervento del 118 con l'elisoccorso. Regione Piemonte

20/07/2019 Amos Turla, operaio di 61 anni, di Monte Isola, è morto schiacciato per cause ancora da stabilire alla Dolomite Franchi di Marone, una società storica per il territorio che ha appena festeggiato il secolo di attività. La tragedia si è consumata intorno alle 19.30 fa nel reparto dove si fabbricano laterizi e a schiacciare l'uomo sarebbero stati, a quanto risulta dalle prime ricostruzioni, dei carichi. Regione Lombardia

22/07/2019 Un operaio di 63 anni è morto dopo essere stato sbalzato da un escavatore che stava manovrando. E' accaduto ad Affile. A quanto ricostruito, il mezzo si è ribaltato e l'uomo si è schiantato al suolo. Trasportato in ospedale in gravi condizioni, è morto qualche ora dopo. Regione Lazio

22/07/2019 Agostino Medina, operaio di 43 anni è morto dopo essersi ribaltato con il carrello elevatore all'interno della Cgd di Crespellano, storica azienda meccanica specializzata nella costruzione di stampi e trancianti e nelle lavorazioni di precisione. Regione Emilia Romagna

25/07/2019 E' morto Luca Caravita, l'operaio di 44 anni traportato d'urgenza al pronto soccorso dell'ospedale Maggiore ieri, dopo un brutto incidente sul lavoro. L'uomo, dipendente dello zuccherificio CoproB di Minerbio, in via Mora, stava effettuando manutenzione su una macchina industriale quando una lastra sarebbe improvvisamente caduta, colpendolo alla testa. Regione Emilia Romagna

25/07/2019 Joachim Bauer, operaio di 32 anni è deceduto questa mattina in un'azienda agricola di Maccastorna (Lodi) dopo essere precipitato in una cisterna per la fermentazione di liquami organici per la produzione di biogas. Regione Lombardia

26/07/2019 Mario Rega Cerciello, carabiniere, è morto, per essere stato accoltellato mentre era in servizio. Regione Lazio

26/07/2019 Un 74enne di Cugnoli (Pescara), Mario Silvestri, è morto all'ospedale di Pescara a quasi 20 giorni dall'incidente agricolo in cui era rimasto gravemente ferito. L'uomo, lo scorso 8 luglio, nel comune del Pescarese, era alla guida di un trattore per eseguire alcuni lavori su un terreno di proprietà del figlio, titolare di un'azienda agricola, quando, per cause in corso di accertamento, il mezzo si era ribaltato. Finito in ospedale, è sempre stato ricoverato nel reparto di Rianimazione, dove oggi, attorno alle 12, è morto. Regione Abruzzo

30/07/2019 L.G., operaio edile di 52 anni è morto per i traumi riportati precipitando dal tetto della chiesa di San Giuseppe del Carminello, in via Garibaldi a Trapani, dove sono in corso lavori di ristrutturazione. Trasportato nel pronto soccorso dell'ospedale "Sant'Antonio Abate", con un'ambulanza del 118, l'uomo è deceduto poco dopo. Regione Sicilia

30/07/2019 Fabio Salerno, 50 anni compiuti da poco, era un operaio e stava tornando dal turno di notte in fabbrica quando, sabato 27 luglio 2019, è rimasto vittima dell'incidente stradale avvenuto in corso Re Umberto a Torino. Abitava a Grugliasco insieme a un cane e un gatto che adorava come se fossero i propri figli. Lascia il fratello gemello Maurizio, i genitori e due sorelle. Regione Piemonte

01/08/2019 Incidente mortale questa mattina a Castelfiorentino. La vittima è un uomo, Nertil Bushi, 27 anni, di origine albanese e residente a Bibbiena. L'incidente è avvenuto in un'azienda di via Niccoli, la VE.CA, attualmente non attiva in quanto in liquidazione. Da quanto si apprende l'uomo stava svolgendo alcuni lavori di impermeabilizzazione sul tetto di un magazzino assieme a un parente e sarebbe caduto da un'altezza di circa 10 metri a causa di un cedimento della struttura. Si sarebbe verificato anche un piccolo incendio sul tetto, ma non è chiaro in che modo l'incendio e la caduta siano collegate. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco di Petrazzi che hanno domato le fiamme. È stato attivato l'elisoccorso Pegaso, ma per l'uomo non c'è stato niente da fare. Regione Toscana

04/08/2019 Incidente sul lavoro nelle campagne di Montopoli. Intorno alle 13 è deceduto un uomo di 65 anni, scivolato dal trattore che stava guidando e poi stritolato dal mezzo che gli è passato sopra. Regione Lazio

05/08/2019 Antonio Pizzutelli, 38 anni, della provincia di Latina e Salvatore Vani, 45 anni, sono i due operai morti sul lavoro, investiti da un camion, mentre lavoravano in un cantiere stradale sull'A14, al Km 9 della Bologna Taranto. Regione Emilia Romagna

06/08/2019 Precipita da un'altezza di dieci metri e muore. Luigi Grassia,  operaio di 51 anni, è morto sul colpo mentre era intento ad effettuare lavori di ristrutturazione del tetto di un edificio di una traversa di via delle Muse a Trentola Ducenta, in una zona a cavallo con Aversa e Lusciano, nei pressi dell'Istituto Cottolengo, a poche centinaia di metri dall'ex ospedale psichiatrico Santa Maria Maddalena. Regione Campania

07/08/2019 Claudio Holzer, operaio di 41 anni, impiegato per un frantoio di Dolcedo, in Liguria, è morto schiacciato dal trattore su cui lavorava. L'incidente è avvenuto in frazione Rimbaudi. L'uomo, originario di Trento, lascia la moglie, impiegata nella stessa ditta, e un figlio di un anno e mezzo. Regione Trentino Alto Adige

07/08/2019 Incidente mortale sul lavoro questa mattina a Ostellato, nel Ferrarese: Daniele Angelo Citticiani, di 58 anni, è morto mentre stava installando una pesa per camion alla Biogas. L'uomo, del Modenese, proprietario della ditta Movitrans, al momento dell'incidente stava lavorando per la cooperativa Bilanciai di Campogalliano. Secondo una prima ricostruzione, la vittima era sul camion con un collega quando una delle cinghie ha ceduto ed è caduto all'indietro battendo la testa. È morto sul colpo. Regione Emilia Romagna

08/08/2019 Trafitto da una sbarra di ferro mentre lavora in cantiere, dopo poche ore di coma non ce l'ha fatta Alessandro Vezzoli, l'operaio di 28 anni di Romano. Ennesima vittima di un incidente sul lavoro. Stava lavorando a un ascensore quando è stato colpito da un tondino di ferro caduto da diversi metri di altezza. Il trauma è stato gravissimo. Regione Lombardia

09/08/2019 Alessandro Rosi, operaio di 45 anni, di Firenze, ha perso la vita mentre un altro è rimasto gravemente ferito alle Acciaierie Arvedi, di Cremona, dopo che una trave d'acciaio avrebbe schiacciato la cabina di una delle due gru che la stava spostando.

12/08/2019 Un boscaiolo di 56 anni è deceduto in seguito alle grave ferite riportate nel bosco, mentre stava lavorando Secondo i primi accertamenti sarebbe stato colpito da un tronco. Regione Trentino Alto Adige

13/08/2019 Una domestica di 54 anni, è morta sul lavoro per essere precipitata mentre puliva i vetri in una casa a Milano.La domestica era regolarmente assunta. Regione Lombardia

13/08/2019 Non ce l'ha fatta Gabriele Menghini, l'operaio di 54 anni caduto mercoledì scorso da un'altezza di tre metri e mezzo mentre smontava un ponteggio mobile al termine di un lavoro a casa della suocera, in via Ferrarese: è morto a tre giorni dal ricovero. Regione Lombardia

14/08/2019 Lorenzo Bano, operaio di 29 anni, è morto sul lavoro per essere rimasto vittima di un incidente sul lavoro a Calcinate. Il ragazzo è rimasto schiacciato da una pedana durante dei lavori di manutenzione di un camion. L'impatto con la pedana di carico del mezzo ha causato lesioni gravi e nonostante l'intervento dei sanitari del 118, l'uomo è spirato poco dopo l'incidente. Si indaga sull'accaduto, e il mezzo è stato sequestrato. Bano lavorava per la  GB Trasporti di Calcinate, società che lavora come fornitrice di Italtrans. Regione Lombardia

16/08/2019 Un operaio ha perso la vita questa mattina a causa di un infortunio sul lavoro avvenuto in un'azienda di logistica alle porte di Piacenza. Stava verniciando delle strutture di metallo. Si trovava in cima a un ponteggio a circa quattro metri di altezza, quando all'improvviso ha perso l'equilibrio ed è precipitato battendo violentemente la testa. Regione Emilia Romagna

17/08/2019 Un operaio, F.M., di 45 anni, di Fuscaldo (Cosenza), dipendente di un'impresa impegnata nell'esecuzione di lavori nella stazione ferroviaria di Monasterace, è morto in un incidente sul lavoro. L'operaio, nel momento dell'incidente, si trovava alla guida di un trattore. Nell'effettuare una manovra in retromarcia, si é affacciato dall'abitacolo del trattore battendo la testa contro un container posizionato a ridosso dei binari. Regione Calabria

19/08/2019 Tragica morte per un muratore 46enne di Randazzo, volato giù da una terrazza sovrastante il secondo piano di un'abitazione in via Marconi. Paolo Maio, che lascia una moglie e due bimbi, stava effettuando dei lavori sul terrazzo di una casa di fronte alla sua. Ha perso l'equilibrio sulla scala su cui si trovava e ha fatto un volo di sei metri urtando nelle ringhiere dei balconi sottostanti prima di finire sull'asfalto. Un volo che purtroppo gli è risultato fatale. Regione Sicilia

19/08/2019 Un operaio di 39 anni, Marco Iselli, è rimasto ucciso dalla ruspa che stava utilizzando su un pendio. Il mezzo, per cause ora oggetto di indagine, si è improvvisamente ribaltato ed ha schiacciato l'uomo, rimasto ucciso sul colpo. Regione Emilia Romagna

20/08/2019 Una giostraia di 39 anni, è morta in un incidente sul lavoro al luna park di Miramare di Rimini. Secondo una ricostruzione era su una scala per fare una manutenzione a una giostra, quando ha perso l'equilibrio ed è caduta a terra, battendo la testa. Regione Emilia Romagna

21/08/2019 Angelo Baresi, operaio di 51 anni è morto folgorato mentre stava lavorando in un cantiere edile. L'incidente è avvenuto poco dopo le 13: l'operaio stava lavorando a una gettata di cemento e stava manovrando il lungo tubo da cui fuoriesce il calcestruzzo.A un tratto, il braccio metallico da cui passa il cemento aspirato da una betoniera, manovrato da un collega, ha toccato una linea elettrica da 15mila volt di potenza che si è scaricata sull'uomo. E' stato subito trasportato in eliambulanza, in gravissime condizioni, agli Spedali Civili di Brescia, ma è morto poco dopo il suo arrivo. Regione Lombardia

26/08/2019 Un gravissimo incidente sul lavoro si è verificato in un cantiere di Barete, vicino all'Aquila. Un giovane di 32 anni, Alessandro Pacifici, per cause da accertare, è stato travolto da un mezzo con il quale stava lavorando. Il ragazzo è deceduto. Sul posto vigili del fuoco e 118.  Secondo quanto si è appreso, il ragazzo, figlio del titolare della ditta di costruzioni Pacifici, è stata colpito da una pesante lastra utilizzata per il carico di mezzi da lavoro sui rimorchi. Regione Abruzzo

26/08/2019 Tragico incidente sul lavoro a Sesto Ulteriano, una frazione di San Giuliano Milanese: un operaio di 40 anni è precipitato dal tetto di un capannone sul quale stava lavorando, facendo un volo di 12 metri. L'uomo è morto sul colpo. Regione Lombardia

26/08/2019 Ancora un tragico incidente sul lavoro, appena fuori la nostra provincia a Rivolta d'Adda (Cremona), avvenuto in un'azienda agricola di via Dante Alighieri. Un agricoltore di 62 anni è morto colpito da un tubo di raffreddamento di un trattore che è esploso. Il pezzo di ferro lo ha colpito al torace ferendolo mortalmente. Regione Lombardia

29/08/2019 Due operai Donato Telesca, di 53 anni e Leonardo Nolè di 54 anni, sono morti ad Alianello, in provincia di Matera, mentre ispezionavano la discarica Giuzio, dismessa da qualche anno.I corpi dei due lavoratori sono stati recuperati dai Vigili del Fuoco del Nucleo Speleo Alpini Fluviale, in un pozzo profondo circa 30 metri. Si pensa siano deceduti a causa della presenza di monossido di carbonio. Regione Basilicata

30/08/2019 È morto poco dopo l'arrivo in ospedale l'operaio di 39 anni che questo pomeriggio è rimasto incastrato tra due rulli industriali, in un macchinario di un'azienda di lavorazioni plastiche a Gorla Minore (Varese). Regione Lombardia

31/08/2019 Mario Borsato, operaio di 48 anni, è morto sul lavoro, travolto da un bancale alla Elledi Plast a Pezzan di Istrana, azienda di stampaggio di materie plastiche in provincia di Treviso. E' rimasto schiacciato da un carico di diversi quintali. Regione Veneto

03/09/2019 Tragedia sul lavoro lunedì a Fondi. Un uomo di 65 anni, Alfredo Gentile, titolare di una ditta, ha perso la vita per l'esplosione di un tubo dell'alta pressione che ha causato anche il ferimento del figlio. L'incidente si è verificato in serata intorno alle 20, mentre padre e figlio stavano effettuando lavori di manutenzione in una cella frigorifera all'interno di un'altra azienda logistica di via Pantanello. Regione Lazio

05/09/2019 Oggi sono morti sul lavoro altri 3 lavoratori, di cui 2 operai.Ahmed Sattaoui, operaio di 48 anni, morto per essere caduto dal tetto di un capannone, da un'altezza di oltre 10 metri, a Flero, in provincia Brescia.Era padre di 2 figli molto giovani.Un marittimo di 26 anni, morto per essere caduto dalla nave, nel porto di Livorno. Alija Ahmndi, operaio di 65 anni, morto dopo 6 mesi, per un grave infortunio sul lavoro, di cui era stato vittima (era stato travolto da un distributore di bevande) a Cingoli, in provincia di Macerata.Lascia una moglie e 3 figli.

07/09/2019 Era da circa un'ora al lavoro in un cunicolo per collocare le tubature destinate a collegare una nuova palestra alla rete fognaria quando una massa di terra lo ha travolto e sepolto. Così è deceduto Vincenzo Iannella, 57 anni, operaio di Paupisi, coniugato con due figli. Regione Campania

09/09/2019 Paolo Valenti, boscaiolo di 36 anni, papà di 3 figli, è morto sul lavoro nei boschi delle Giudicarie.L'uomo è precipitato da un'altezza di una decina di metri, e l'impatto con il suolo è stato fatale. Regione Trentino Alto Adige

10/09/2019 Christian Bertoni, operaio di 50 anni, di Roncone, è stato ritrovato senza vita con il corpo immerso per metà in una delle vasche dell'acquedotto, lungo la strada che conduce al passo del Duron. Regione Trentino

12/09/2019 Parm e Tarsem Singh, di 47 e 45 anni, titolari dell'azienda, e Harminder Singh, di 29 anni, e Manjinder Singh, di 28, operai, sono morti sul lavoro, annegati in una vasca agricola ad Arena Po, nel Pavese.

13/09/2019 Ennesima tragedia sul lavoro, questa mattina, in Brianza: un uomo di 38 anni, Gianluca Giovinazzo, è morto mentre si trovava al lavoro nella ditta Bri. Con di Casatenovo (Lecco). Il 38enne, è stato schiacciato da una pressa.La dinamica dell'incidente, che si è verificato intorno alle 7 di oggi, venerdì 13 settembre, è al vaglio dei Carabinieri della Compagnia di Merate e dei tecnici dell'Ats, intervenuti sul posto insieme ai sanitari del 118 e ai Vigili del Fuoco. Purtroppo a nulla è servito il tentativo di rianimare l'uomo, di cui è stato subito constatato il decesso. Regione Lombardia

16/09/2019 Un operaio di 57 anni è morto oggi in un cantiere a San Bartolomeo Val Cavargna (Como). Secondo i primi rilievi l'uomo, residente a Porlezza, è stato schiacciato dal cedimento di un muro in un cantiere edile per la realizzazione di una pista ciclabile. Regione Lombardia

16/09/2019 Un operaio di 52 anni è morto precipitando da un ponteggio nel pomeriggio di oggi, poco dopo le 17. La vittima, 52enne di origini rumene ma residente nel Bresciano mentre la famiglia vive in Romania, stava lavorando all'esterno di un'abitazione quando è caduto da un'altezza di circa 15 metri. Regione Lombardia

18/09/2019 Questa mattina è morto un operaio di 53 anni. L'uomo, di origini rumene, lavorava per una ditta edile, a cui era stata appaltato un lavoro di ristrutturazione di un capannone di Prato, in via Pieraccioli, nella zona di Galciana.Il 53enne stava camminando su un lucernario per effettuare un sopralluogo per lavori da realizzare sul tetto quando improvvisamente ha ceduto, l'uomo ha fatto un volo di circa 7 metri ed è morto sul colpo. L'intervento da parte degli operatori sanitari del 118 di rianimarlo è stato inutile. Regione Toscana

19/09/2019 Matteo Parmini, operaio di 36 anni, è morto sul lavoro per essere stato schiacciato da una tonnellata di zucchero, nella ditta Distillati San Giorgio.Lascia la moglie e due bimbi di 5 anni e 1 anno. Regione Lombardia

20/09/2019 Un operaio di 38 anni è morto in seguito a una caduta a Lugo, nel Ravennate. L'uomo, che stava lavorando per conto di una ditta riminese alla manutenzione del tetto di un'azienda, è precipitato da un'altezza di nove metri a causa del cedimento di un lucernario. Inutili i successivi soccorsi del 118. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri e gli ispettori della Medicina del Lavoro dell'Ausl. 

24/09/2019 E' morto schiacciato sotto il peso di alcune assi di legno che sarebbero servite a realizzare alcune pareti di un immobile. Un camionista di 49 anni, Gabriele Carmine, di Uboldo, ha perso la vitamartedì mattina in via Forlanini, angolo via Agnesi, a Bovisio Masciago. L'incidente sul lavoro è avvenuto poco prima delle 8. Il 49enne, originario di Corigliano Calabro, doveva scaricare una grande partita di legno in un cantiere edile, dove era in corso la costruzione di un edificio ecologico. Quando ha aperto il portone dell'automezzo, le assi di legno sono rovinate a terra, travolgendo il camionista. L'uomo è morto sul colpo, a causa delle ferite al torace e alla testa. Regione Lombardia

24/09/2019 Un operaio è morto in un incidente sul lavoroavvenuto intorno alle 13.30 in un cantiere edile di Verona, in via Vasari, nei pressi dello stadio Bentegodi. Secondo i primi rilievi dei carabinieri e dei vigili del fuoco, l'uomo si trovava sotto una gru quando è stato travolto dal cestello che si è improvvisamente sganciato dal braccio di una macchina movimento terra. 

24/09/2019 Per quattro giorni ha lottato contro la morte ma alla fine si è dovuto arrendere. È deceduto stanotte, infatti, Gianluca Demasi, l'operaio 30enne originario di Fabrizia, nelle Serre Vibonesi, che il 19 settembre scorso era rimasto gravemente ferito in un incidente sul lavoro in Val Vigezzo, nella provincia di Novara, in Piemonte.La vittima, che lavorava nel cantiere nel Comune di Malesco, è caduta da un'impalcatura riportando politraumi. Sul posto erano intervenuti i soccorsi del 118, che avevano elitrasportato il 30enne in codice rosso all'ospedale di Novara dov'era arrivato in stato di coma. Questa notte, purtroppo, il decesso. Regione Piemonte.

25/09/2019 Un operaio di 69 anni, è morto sul lavoro, travolto da un montacarichi, che ha ceduto sotto il peso dei sacchi di nocciole. E' morto all'interno di un deposito di nocciole a Quindici, nell'avellinese. Regione Campania

28/09/2019 Un operaio, di 40 anni circa, è morto questa sera, sabato 28, in un incidente sul lavoro. L'uomo stava lavorando a bordo di una nave ormeggiata in porto, quando è stato travolto da un camion in manovra. La vittima sarebbe un guardiafuochi di una cooperativa. L'incidente è avvenuto intorno alle 19.30. Sul posto sono giunti operatori del 118, vigili del fuoco e Capitaneria di porto. Regione Friuli Venezia Giulia

28/09/2019 E' morta mentre lavorava, di mattina presto, guidando il camion dei rifiuti di Sei Toscana. Una di 57 anni, Morena Tufi, dipendente dell'azienda è spirata sulla strada provinciale di Montemassi, nei pressi di Braccagni. La donna si è scontrata con un'auto su cui c'era un uomo di 50 anni, ricoverato in ospedale in codice rosso. Morena Tufi stava svolgendo il suo regolare turno di lavoro. Regione Toscana 

30/09/2019 Arturo Orlando, un ragazzo di soli 21 anni, morto sul lavoro, per essere stato travolto dal trattore che si è ribaltato, a Monte San Pietro. Regione Emilia Romagna

01/10/2019 Fabrizio Greco, operaio di 40 anni, morto sul lavoro per essere stato schiacciato da una pressa alla FCA di Cassino. Regione Lazio

01/10/2019 Dumitru Marius Sava, operaio di 39 anni della ditta SITI & TEL, morto sul lavoro per essere caduto dal palo di una linea telefonica, mentre stava effettuando la manutenzione tra Cabella Ligure e Carrega. Regione Piemonte

04/10/2019 Oggi sono morti sul lavoro 5 lavoratori .Un ragazzo di 23 anni S.I, mentre stava vendemmiando in un'azienda agricola a Mogardino in provincia di Asti, dalle prime informazioni sembra sia caduto da un rimorchio su cui stava lavorando, battendo violentemente la testa, riportando un trauma cranico, con emoraggia celebrale che gli è stato fatale. Un operaio, Mario Angiono, di 48 anni, di Crotone, è morto stamani, per essere caduto da un impalcatura, da un'altezza di 15 metri.Vincenzo Caccia, artigiano di 57 anni, è morto sul lavoro, per essere caduto da un terrapieno, da un'altezza di 4 metri a Brembilla (Bergamo).Due poliziotti Pierluigi Rotta 34 anni e Matteo Demenego 31 anni, sono morti in una sparatoria in questura a Trieste Due rapinatori che erano stati fermati, hanno tentato la fuga e fatto fuoco sui due agenti.

05/10/2019 Un operaio di 38 anni, è morto sul lavoro, schiacciato da un collo di oltre 100 kg di materiale di scarto di lavorazione, che gli sarebbe piombato addosso, a Vergiate (Varese). Regione Lombardia

07/10/2019 Altri 2 operai morti sul lavoro nella giornata di oggi, purtroppo. Questa mattina, dopo le 8, alla Cemental di Genola, nel Cuneese, stavano scaricando del materiale edilizio con la gru, quando il mezzo pesante si è ribaltato e ha schiacciato Thani Alexsander, operaio di 56 anni. Regione Piemonte

Un operaio marittimo di 24 anni, è morto sulla nave cargo Malta della Grimaldi, mentre si trovava in navigazione tra Cagliari e Porto Torres.Le prime informazioni parlano di un incidente a bordo, forse causato dal mare agitato a causa del maltempo.Sono persone e non numeri, ricordiamocelo sempre quando ne parliamo!Regione Sardegna

08/10/2019 Un operaio di 27 anni, è morto sul lavoro, colpito alla testa da una barra metallica alla M.A.B Spa a Lecco.Regione Lombardia

11/10/2019 Antonio Domante, operaio di 57 anni, è morto sul lavoro ucciso dal mezzo per triturare il legno a San Miniato.Era dipendente di una ditta, la Igo&M. Regione Toscana

·        Business del mal di schiena: troppi interventi inutili.  

Business del mal di schiena: troppi interventi inutili.  Solo la Lombardia dice basta. Pubblicato mercoledì, 13 novembre 2019 su Corriere.it da Milena Gabanelli e Simona Ravizza. I rimborsi massimi scendono da 19.700 a 7.600 euro, tranne che per le patologie più gravi. Com’è andata a finire? Oggi abbiamo i dati del ministero della Salute sulle 33.460 artrodesi del 2018, in due anni si continua a crescere: più 21% nel privato, contro il 9% del pubblico. Oggi, dopo un’approfondita analisi dei dati da parte della direzione generale dell’assessorato alla Sanità, la decisione è stata quella di tagliare i rimborsi. Per la prima volta in Italia, di fatto, la Lombardia riconosce il principio che la convenienza delle tariffe può spingere a eseguire artrodesi anche quando non strettamente necessarie. Di qui il provvedimento contenuto nelle «Regole di Sistema 2019»: dal 1° agosto 2019 per le patologie della colonna come discopatie, sindromi dolorose lombari, processi degenerativi artrosici — insomma tutti i casi in cui il paziente può beneficiare di altri tipi di trattamenti meno invasivi (terapia farmacologica, fisioterapia, altra chirurgia) — le tariffe di rimborso sono equiparate a quelle delle procedure meno invasive: da un minimo di 3.200 euro ad un massimo di 7.600 (e non più tra i 4.700 ed i 19.700). Restano ovviamente immutati i rimborsi per l’artrodesi in caso di tumori o gravi patologie per cui si ritiene appropriato l’intervento. Il risultato atteso: minori costi per il servizio sanitario e minor rischio per i pazienti di venir sottoposti ad interventi invasivi quando non necessari e pure in giovane età (decine le testimonianze arrivate a Dataroom in questi mesi).Ed è probabile che caleranno anche gli errori di codificazione, ovvero interventi più semplici classificati, e incassati, come artrodesi. A Milano, su 1.301 cartelle cliniche controllate nel 2018, il 34% dei rimborsi chiesti per artrodesi non ha trovato conferma nelle schede di dimissioni ospedaliere, ragion per cui l’azienda sanitaria (Ats) ha bloccato rimborsi per oltre 2,5 milioni e mezzo. Il taglio delle tariffe è stato considerato inevitabile, dai vertici dell’assessorato alla Sanità, ma mal digerito dalla sede lombarda della Società italiana di chirurgia vertebrale guidata da Roberto Bassani, chirurgo presso l’istituto ortopedico Galeazzi di proprietà della famiglia Rotelli: «L’abbattimento dei rimborsi al quale ha fatto ricorso la Regione Lombardia, se da un lato vuole colpire in maniera condivisibile casi di inappropriatezza, dall’altro ha portato alla sottovalutazione di alcuni costi che diventano insostenibili per le strutture ospedaliere, anche per quelle altamente specializzate. Proponiamo una revisione dei criteri generali di selezione». Nel frattempo nel resto d’Italia il business del mal di schiena continua: se già nel 2016 nelle strutture private si eseguivano 56 artrodesi su 100 interventi, oggi la percentuale è salita al 59% (mentre normalmente il sistema privato accreditato copre solo il 25-30% dell’attività chirurgica). Nel Lazio su 3.145 artrodesi, 2.230 sono nel privato (71%), in Toscana 2.456 su 3.642 (67,4%), in Emilia Romagna 2.354 su 4.075 (58%), in Abruzzo 419 su 566 artrodesi (74%). Indipendentemente dalla provenienza dei pazienti, le Regioni dove vengono fatte più artrodesi ogni 100 mila abitanti sono le stesse in cui le strutture private ne fanno di più. Il primario di Neurochirurgia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, Claudio Bernucci, l’estate scorsa ha denunciato in un post su Linkedln: «Davvero i pazienti hanno bisogno così spesso di artrodesi?. Se qualcuno ha la risposta, per favore ci dia delle fonti. Altrimenti, gran parte di questi approcci sono soltanto overtreatment (trattamenti eccessivi), non necessari e pericolosi per i pazienti, giustificati soltanto da rimborsi più onerosi».

·        Dimenticare il figlio in macchina ed il caos del sistema.

MA COME DIAMINE SI FA A DIMENTICARE UN FIGLIO DI 2 ANNI IN MACCHINA? Lara Sirignano per “il Messaggero” il 20 settembre 2019. Per cinque lunghissime ore è rimasto chiuso in auto. Finestrini serrati e il caldo soffocante di un settembre che sembra piena estate. Nessuno si è accorto di lui, nessuno l'ha sentito lamentarsi. E' rimasto seduto sul seggiolino della macchina dei genitori, parcheggiata davanti all'Università, ed è morto soffocato. Una storia atroce quella del bimbo di Catania di appena due anni dimenticato dal padre in automobile. Solo la telefonata allarmata della moglie che gli chiedeva perché il figlio non fosse all'asilo, come aveva saputo dalle maestre, lo ha riportato alla realtà. In un attimo è corso in strada, ma il piccolo era in fin di vita. La corsa al Policlinico, il medico che accerta la morte. La disperazione. «È distrutto, piange continuamente», racconta l'investigatore che per primo ha parlato con l'uomo, un 43enne ingegnere che lavora in amministrazione all'Università, e che ora è indagato per omicidio colposo. In zona non ci sarebbero telecamere: non saranno dunque le immagini a raccontare quanto accaduto. L'ingegnere, già ascoltato dalla polizia, ricorda solo di essere arrivato al lavoro. Un black-out di dolore sordo ha cancellato quello che avrebbe dovuto fare e non ha fatto. Accompagnare il bimbo all'asilo. Attimi che mancano nel ricordo di un padre straziato dal dolore, che tenta di capire come sia stato possibile dimenticare. Forse il piccolo dormiva, era silenzioso. Undici anni fa, a Catania, un altro padre fu protagonista di un dramma simile. Faceva caldo anche quel giorno: il 31 luglio del 1998. Era mattina presto quando era uscito con la sua Fiat Punto per accompagnare in asilo il figlio di 20 mesi appena, rannicchiato nel suo seggiolino, prima di presentarsi al lavoro negli uffici della Sgs Thompson, fabbrica di microelettronica nella zona industriale. Un percorso sempre uguale che seguiva ogni giorno quasi a memoria. Ma invece di passare dall'asilo, che non era lontano da casa, aveva subito puntato verso il lavoro. Era arrivato con un insolito anticipo al parcheggio dell'azienda, e già questo avrebbe dovuto insospettirlo. Il piccolo fu trovato morto dopo 7 ore. Tragedie che si sono ripetute più volte, appena due mesi fa, sempre a Catania, solo l'intervento della polizia ha evitato che un bimbo di 4 anni morisse soffocato in auto mentre i genitori erano andati a prelevare al bancomat. E proprio per scongiurare altre morti è stata approvata una norma che impone in Italia l'uso di seggiolini salva-bebé. In assenza del regolamento attuativo, però, la legge non è mai stata operativa. A giugno lo ricordava, con qualche preoccupazione in vista delle imminenti ondate di calore estivo, l'Asaps, l'associazione sostenitori Polstrada.

Claudia Voltattorni per corriere.it il 7 ottobre 2019. I seggiolini con dispositivo anti-abbandono sono diventati obbligatori su tutte le auto che trasportano bambini fino a 4 anni. Lunedì, la ministra dei Trasporti Paola De Micheli ha firmato il decreto attuativo dell’articolo 172 del Codice della Strada che prevede l’obbligo di installazione dei dispositivi salva-bebé sui seggiolini per automobili. L’obbligo sarà operativo appena il decreto legge sarà pubblicato, nei prossimi giorni, sulla Gazzetta Ufficiale. Il ministero fa sapere che sono allo studio agevolazioni fiscali per «favorire l’acquisto dei dispositivi, volti a scongiurare eventi tragici come quelli accaduti negli ultimi anni, e incrementare le relative risorse». La norma era stata approvata dal Parlamento già un anno fa quasi all’unanimità, ma il ritardo nell’invio alla Commissione europea per il parere obbligatorio e il successivo stop hanno allungato molto i tempi. Finalmente, dopo l’ok della commissione a fine luglio e il via libera nei giorni scorsi del Consiglio di Stato, la neoministra delle Infrastrutture e Trasporti De Micheli ha potuto firmare il decreto attuativo che sancisce l’obbligo di installazione dei dispostivi anti-abbandono sui seggiolini esistenti o l’obbligo di installazione di seggiolini salva-bebé. Per chi non rispetta tale obbligo, le sanzioni arrivano anche al ritiro della patente.

Da ilsole24ore.com il 7 novembre 2019. La Polizia di Stato interviene per dare una mano agli automobilisti presi alla sprovvista dall’anticipo dell’obbligatorietà dei seggiolini antiabbandono da oggi, anziché dal 6 marzo 2020, come inizialmente previsto. In un comunicato questa mattina chiarisce infatti che i dispositivi di allarme possono essere sia integrati nel seggiolino, sia costituire un accessorio del veicolo. Dunque non è necessario acquistare un seggiolino nuovo: basta integrarlo con un dispositivo d’allarme di quelli già in commercio. La Polizia chiarisce anche che i dispositivi non necessitano di omologazione, ma devono essere conformi alle prescrizioni tecniche riportate nell'allegato A al decreto. In particolare, l'antiabbandono deve dare un segnale di allarme idoneo ad attirare tempestivamente l'attenzione del conducente attraverso appositi segnali visivi e acustici , percepibili all'interno o all'esterno del veicolo, e devev avere la capacità di attivarsi automaticamente a ogni utilizzo, senza ulteriori azioni da parte del conducente. Prima dell'acquisto del dispositivo, ricorda ancora la Polizia, è consigliabile verificare la conformità alle caratteristiche tecniche previste dalla norma consultando la documentazione tecnica eventualmente messa a disposizione dal fabbricante.

Maurizio Caprino per ilsole24ore.com il 7 novembre 2019. L’obbligo di seggiolini antiabbandono per bambini in auto entra in vigore subito: dal 7 novembre e non più dal 6 marzo 2020 come sarebbe stato logico. Il colpo di scena è contenuto nella circolare del ministero dell’Interno 300/A/9434/19/109/12/3/4/1, diramata nel pomeriggio della vigilia, 6 novembre. Una novità che spiazza i produttori e, soprattutto, rischia di causare conseguenze pesanti in caso d’incidente.

Le (possibili) motivazioni. La circolare non spiega esplicitamente i motivi che spingono a interpretare in modo così dirompente la legge 117/2018 , che aveva introdotto il nuovo obbligo specificando che avrebbe avuto effetto solo 120 giorni dopo l’entrata in vigore del decreto ministeriale attuativo che avrebbe fissato le caratteristiche tecniche dei dispositivi. È quest’ultimo provvedimento, il Dm Infrastrutture 2 ottobre 2019 (pubblicato il 23 ottobre), che entra in vigore il 7 novembre. Dunque, da questa data sarebbero dovute diventare obbligatorie solo le caratteristiche tecniche, cui produttori e acquirenti avrebbero dovuto conformarsi, lasciando 120 giorni per mettersi in regola. Questa interpretazione era stata avallata informalmente dallo stesso ministero delle Infrastrutture. Il Consiglio di Stato, nel suo parere sul Dm, aveva osservato che occorreva lasciare tempo per adeguarsi, ma restava il fatto che la legge 117/2018 prevedeva non solo i 120 giorni, ma anche un’entrata in vigore comunque non successiva al 1° luglio scorso.

Seggiolini anti abbandono: ecco le nuove regole. Dunque, occorreva un’ulteriore disposizione di legge per cancellare la data del 1° luglio, che lo stesso ministero dell’Interno aveva ritenuto materialmente non rispettabile, per la mancanza del Dm sulle caratteristiche tecniche. Ma questa disposizione non è arrivata. Probabilmente è questo il motivo che ha indotto il ministero dell’Interno a interpretare la questione dell’entrata in vigore nel modo più restrittivo possibile. Ma la circolare non spiega nulla di tutto ciò: si limita ad affermare che «le disposizioni operative del decreto ministeriale sono in vigore dal 7 novembre 2019 e, di conseguenza, dalla stessa data sono applicabili le sanzioni».

Le conseguenze. Tutto questo è stato chiarito solo a poche ore dall’entrata in vigore delle sanzioni. Difficile ora mettersi in regola: il mercato non è pronto e non è certo che tutti i prodotti disponibili siano conformi ai requisiti stabiliti dal Dm. D’altra parte, ora chi trasporta un bambino di età inferiore a quattro anni con un seggiolino non munito di sistema antiabbandono (integrato nel seggiolino o separato) rischia per il nuovo articolo 172 del Codice della strada:

- 81 euro di multa;

- la decurtazione di cinque punti patente;

- la sospensione della patente da 15 giorni a due mesi, se viene colto a commettere la stessa infrazione più di una volta nel giro di due anni.

Si può prevedere che le forze dell’ordine, soprattutto all’inizio, chiuderanno più di un occhio: questione di buonsenso, unita al fatto che non è così semplice verificare se un apparecchio posto vicino al seggiolino sia davvero un dispositivo antiabbandono in regola con il Dm. Nel dubbio, gli agenti possono usare l’articolo 180 del Codice della strada per prescrivere di portare in ufficio la dichiarazione di conformità all’allegato A del Dm, redatta dal costruttore del dispositivo. Una procedura farraginosa , che sarà sgradita agli agenti anche a regime.

Manovra, arriva la stretta sulle auto aziendali. Ma che cosa succederà in caso d’incidente, soprattutto se con feriti? Qui per gli agenti diventa rischioso chiudere un occhio, quindi la violazione andrà messa a verbale. A quel punto, finirà agli atti e le compagnie assicurative potrebbero risarcire i danneggiati rivalendosi poi sul conducente. Il tutto per una violazione che nulla ha a che vedere con la capacità del seggiolino di proteggere dagli urti.

In caso di multa. Chi dovesse essere multato può ricordare che una circolare ministeriale non è vincolante davanti all’autorità giudiziaria. Quindi può fare ricorso al giudice di pace (non al prefetto, che fa parte della stessa amministrazione che ha emanato la circolare) sostenendo che l’obbligo non è entrato ancora in vigore. Può farlo sulla base del fatto che la norma ha una formulazione controversa e inapplicabile in tempi così brevi.

Come cautelarsi. Dunque, meglio precipitarsi ad acquistare un dispositivo o un seggiolino che ha l’allarme integrato. Esponendosi al rischio che non sia conforme. Ma è un rischio che si può limitare. Occorre chiedere esplicitamente al venditore la dichiarazione di conformità, che è sostanzialmente un’autocertificazione, di cui l’allegato B del Dm fornisce uno schema. Meglio desistere dall’acquisto se il venditore rifiuta di fornirla. Peraltro, anche se in seguito la dichiarazione si rivelasse falsa, ci si potrebbe rivalere sul venditore e/o farlo sanzionare dall’Antitrust.

(ANSA l'8 novembre 2019) - "Le sanzioni sono previste dalla legge 117, votata all'unanimità dal Parlamento italiano, ed entrano in vigore per legge insieme all'obbligo. Per dare più tempo per adeguarsi all'obbligo è necessario un altro intervento di legge, quindi stiamo studiando in quale decreto inserire l'emendamento che potrà essere del governo o della maggioranza, perché sia il Partito Democratico che altri partiti si sono detti disponibili a posticipare l'entrata in vigore delle sanzioni." Lo afferma Paola De Micheli, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, a Effetto notte di Roberta Giordano su Radio 24. De Micheli ha spiegato che "non è stato anticipato niente, abbiamo semplicemente seguito quello che diceva la legge" in quanto "la legge prevedeva 120 giorni dal decreto e comunque non oltre il primo di luglio". "Agli inizi di settembre, quando sono diventata ministro, è avvenuta una tragedia a Catania, dove un bambino è morto, ed è apparso chiaro che il ritardo con il quale stava uscendo quel decreto non potevamo permettercelo. Quindi abbiamo accelerato il più possibile - continua De Micheli -. La data tassativa era il primo di luglio; considerato il lavoro fatto in questi giorni, nel decreto pubblicato abbiamo dato la scadenza del 7 novembre. Quindi la scadenza del 7 novembre non è stata anticipata ma era già nel decreto attuativo".

Dall'articolo di Maurizio Caprino per ''Il Sole 24 Ore'' l'8 novembre 2019. Ma che cosa succederà in caso d’incidente, soprattutto se con feriti? Qui per gli agenti diventa rischioso chiudere un occhio, quindi la violazione andrà messa a verbale. A quel punto, finirà agli atti e le compagnie assicurative potrebbero risarcire i danneggiati rivalendosi poi sul conducente. Il tutto per una violazione che nulla ha a che vedere con la capacità del seggiolino di proteggere dagli urti.

Michele Bocci per “la Repubblica” l'8 novembre 2019. L' obbligo, improvviso, fa muovere in massa i genitori italiani. Corsa nei negozi fin dall' orario di apertura, telefonate, clic su internet: sono stati utilizzati tutti i mezzi per comprare i dispositivi anti abbandono. Da Milano a Palermo, ieri si è registrato un assalto e i rivenditori hanno rapidamente finito le scorte dei sistemi che avvisano il guidatore, nel momento in cui lascia la macchina, della presenza di un bambino sul seggiolino posteriore. Non bisogna dunque acquistare una nuova seduta, ma dotare il vecchio seggiolino ad esempio di placche bluetooth da attaccare alle cinture di sicurezza. Difficile che la domanda venga tutta soddisfatta prima di qualche mese. Sono circa 1,8 milioni i bambini tra 0 e 4 anni in Italia e per alcuni di loro, tra macchine di genitori e nonni, c' è più di un seggiolino. Intanto, denunciano dalla Chicco, online, anche su Amazon, i prezzi dei dispositivi salgono rispetto a quelli di listino. L' azienda ha mandato diffide a chi invece di 39,9 fa pagare 54,9 il suo prodotto universale, utilizzabile su tutti i tipi di seggiolino. Dopo la nota con cui mercoledì il ministero ai Trasporti ha annunciato che la nuova norma sui dispositivi anti abbandono sarebbe entrata in vigore ieri stesso, oltre ad agitarsi le famiglie con bambini da 0 a 4 anni, che rischiano una multa da 81 a 326 euro e una decurtazione di 5 punti dalla patente, si sono mosse le associazioni di consumatori e pure la politica. Da più parti è arrivata la richiesta una moratoria delle sanzioni. In serata la ministra ai trasporti Paola De Micheli ha rassicurato. «C' è la disponibilità del Governo e della maggioranza a intervenire per posticipare l' applicazione delle sanzioni ». L'idea è quella di approvare un emendamento specifico. La legge che impone l' uso dei dispositivi che prevengono l' abbandono involontario dei bambini in auto, prevedeva 120 giorni dall' approvazione del decreto per l' entrata in vigore. Il punto è che la stessa norma ne imponeva la pubblicazione entro il primo di luglio. Visto che c' è stato uno slittamento e la pubblicazione è arrivata il 23 ottobre, l' interpretazione del ministero è stata quella di non concedere più i 120 giorni. Questo ha provocato il caos, in aggiunta al fatto che la circolare non prevede omologazione per i sistemi anti abbandono (ma un' autocertificazione del produttore) e che quindi per molti non è facile capire se stanno acquistando il prodotto in regola. A Torino in alcuni negozi dopo aver esaurito tutti i dispositivi hanno detto di non saper quando ci saranno nuove disponibilità. A Bologna e Firenze sono stati venduti anche 100 pezzi in due ore. A Genova e Palermo i dispositivi sono introvabili. A Milano i commessi non solo hanno finito tutto, ma hanno passato la mattinata a rispondere al telefono. A Roma i sindacati dei vigili mettono in guardia sugli eventuali ricorsi contro le multe, da parte di persone sanzionate che dimostrano di non essere state in grado di reperire gli apparecchi. A Bari i vigili dicono di non aver fatto controlli ad hoc, come è accaduto quasi ovunque.

Alice Dutto per corriere.it l'11 novembre 2019. Un altro capitolo della già complicata vicenda dei dispositivi anti-abbandono per i seggiolini (obbligatori per i bambini fino a 4 anni d'età) riguarda la loro conformità alle caratteristiche delineate dal decreto attuativo. Se si legge la norma alla lettera, infatti, nessuno dei prodotti attualmente sul mercato sarebbe a norma.

Le due «falle». I punti critici sono essenzialmente due: il fatto che il dispositivo debba essere in grado di attivarsi automaticamente, senza alcuna ulteriore azione da parte del conducente, e il fatto che non alteri le caratteristiche di omologazione del seggiolino. «Oggi come oggi - denunciano gli esperti di Altroconsumo - non c'è alcun sistema in commercio che abbia entrambe queste caratteristiche: cioè che sia approvato dalla casa produttrice dei seggiolini e, allo stesso tempo, non preveda alcuna azione per attivarsi».

Bluetooth fuorilegge? Stando al testo dell'allegato A (punto 1 lettera B) del decreto attuativo, «il dispositivo deve essere in grado di attivarsi automaticamente ad ogni utilizzo, senza ulteriori azioni da parte del conducente». Questo fa sorgere diversi interrogativi, che l'associazione dei consumatori pone alle istituzioni: «Non è chiaro se, ad esempio, la necessità di attivare il Bluetooth sul telefonino sia da considerarsi un'azione volontaria attiva». 

Chiusura non a norma. Sempre Altroconsumo sottolinea che, per la stessa indicazione del decreto, non sarebbero a norma i dispositivi – sia integrati che indipendenti – che necessitano della chiusura di una clip o di parte del dispositivo.

Dispositivi indipendenti in forse. C'è poi un'altra questione: quella dell'alterazione delle caratteristiche con cui un seggiolino è stato omologato. Il punto 2, lettera B, dell'allegato A del decreto 122/2019, dice: «Nell'interazione con il veicolo o con apposito sistema di ritenuta, il dispositivo non deve in alcun modo alterarne le caratteristiche di omologazione».

Le certificazioni dei dispositivi. E allora perché praticamente tutti i dispositivi in commercio, a oggi, hanno la certificazione di conformità? Perché, come previsto dalla legge, si tratta di un'autocertificazione e non sono ancora scattati i controlli che, secondo fonti ascoltate dal Corriere, partiranno ad andar bene non prima di dicembre. Solo in seguito a tali controlli si saprà quali prodotti rispettano veramente la legge e quali no. Fino a quel momento si viaggia, letteralmente, nell’incertezza. Nella quale potrebbero fioccare le multe.

La necessità di un chiarimento. Ecco perché è importante che si proceda al più presto alla moratoria delle sanzioni che dovrebbe essere approvata a breve, come confermato dal Ministero dei Trasporti.

Il rebus dei dispositivi anti abbandono: quelli in vendita sono regolari o no? Pubblicato lunedì, 11 novembre 2019 su Corriere.it da Margherita De Bac e Alice Dutto. L’associazione: sistemi anti abbandono non omologati. Il ministero dei Trasporti: «In commercio prodotti a norma». Non c’è pace per i seggiolini anti-abbandono diventati obbligatori il 7 novembre. Ora viene adombrato il sospetto che quelli in commercio non siano in linea con i requisiti tracciati nel decreto attuativo e tanto basta per mettere in allarme migliaia di famiglie. La denuncia è dell’associazione Altroconsumo che elenca tutte le caratteristiche dei dispositivi a norma evidenziando in particolare l’indisponibilità di modelli capaci di attivarsi automaticamente, senza ulteriori manovre da parte del conducente. Ma il ministero delle Infrastrutture e Trasporti guidato da Paola De Micheli respinge senza indugi questo sospetto . E sono proprio i collaboratori della ministra a chiarire: «Non ci risulta che siano in circolazione prodotti non rispondenti ai requisiti. In ogni caso la vigilanza sui requisiti previsti per legge è affidata alla Motorizzazione». Dunque eventuali irregolarità verranno individuate. Ma in campo c’è anche la polizia Stradale che consiglia, al momento dell’acquisto, «di richiedere la dichiarazione di conformità». Secondo la stima del ministero dovrebbero essere disponibili ogni anno circa 400mila dispositivi per il trasporto di bambini da 0 a 4 anni. Attualmente il problema di acquisto da parte dei genitori riguarderebbe le grandi città, nei centri minori non vengono segnalati inconvenienti. I produttori stanno procedendo con le consegne e prevedono di ultimarle entro la fine dell’anno. Per quanto riguarda l’applicazione del decreto, restano in sospeso le sanzioni. Il governo sarebbe intenzionato a introdurre un emendamento al decreto fiscale per rinviarne l’applicazione al 6 marzo prossimo in modo da dare alle famiglie il tempo necessario per adeguarsi al Codice della strada. Proposte di modifica sono state già presentate dal Pd, Italia Viva e dal M5S in commissione Finanze. Il capogruppo del Movimento Emanuele Scagliusi indica addirittura un termine più lontano, il 1 giugno 2020 «perché è necessario un periodo cuscinetto». Altroconsumo si è focalizzata sulla mancanza di dispositivi che consentano al conducente di attivare automaticamente il blutooth al cellulare «ad ogni utilizzo», senza ulteriori azioni: «Non è chiaro se la necessità di attivare questa modalità sia da considerarsi un’azione volontaria attiva». Per il ministero però questa eventualità non esiste: il meccanismo va attivato una sola volta seguendo il libretto di istruzioni, poi è chiaro che se viene volontariamente staccato ha bisogno di una nuova riattivazione. Altro dubbio da parte dell’associazione riguarda la possibilità che il dispositivo alteri le caratteristiche di omologazione del seggiolini. Inoltre, si paventa l’irregolarità di alcuni dispositivi, sia integrati, sia indipendenti, che necessitano della chiusura di una clip «ma su questo vale la certificazione di idoneità», ribadisce la Stradale. Per chi ha ulteriori dubbi lo staff della ministra De Micheli rimanda al sito del ministero dove sono consultabili informazioni per il consumatore. Nei prossimi giorni sarà pubblicato un decreto per la richiesta degli incentivi. Il contributo sarà versato alle famiglie dietro presentazione della ricevuta di pagamento fino «a esaurimento delle risorse stanziate». Per questo si consiglia di conservare lo scontrino. Viene chiarito che gli incentivi sono destinati alle famiglie che hanno necessità di acquistare il seggiolino per i propri figli, dunque non per chi li regala. Le sanzioni vanno da 83 a 333 euro, ridotti se si paga entro 5 giorni. Chi sarà fermato senza il dispositivo subirà la sottrazione di 5 punti dalla patente che sarà sospesa da due settimane a due mesi in caso di due infrazioni nel corso di due anni.