Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2019

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

         

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

Burocrazia, un tormento eterno inventato in Francia nel Settecento.

Democrazia, regime del sospetto. Moralismo e Burocrazia.

La Cupola della Pubblica Amministrazione mafiosa.

In Italia c'è un commissario per ogni disgrazia.

Gemellaggi: vantaggi per i cittadini o solo viaggi per gli amministratori?

Il lungo addio delle Province.

I soldi ci sono, lo Stato li perde.

La cultura chiusa per festività.

I Ragazzi delle Scorte.

L’Insicurezza.

I servizi telefonici.

I servizi energetici.

Vigilanza su ponti e ferrovie: ma quando mai…

La circolazione stradale.

Le Ferrovie regionali hanno gravi lacune di sicurezza e manutenzione.

La raccolta e lo smaltimento dei rifiuti.

Gli incubi dei soldati italiani. " la Sindrome del Vietnam".

Suicidi nelle Forze dell'Ordine: i dati di una strage.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

Italia: trionfo della disuguaglianza.

Italia accattona.

Il mistero dei "poveri".

Giovani, laureati e disoccupati. La verità sul lavoro (che nessuno dice).

Generazioni a confronto. L’Italia dei Baby boomer, della Generazione X, della Generazione Y, della Generazione Z, dei bamboccioni, dei Neet e dei Hikikomori.

La fecondazione assistita.

Terzo settore, mai fidarsi di certi buoni.

Case di riposo nel mirino.

L’epopea coraggiosa dei disabili.

Un Popolo di Impasticcati.

Il Comparaggio.

L’Aifagate.

Gli italiani e lo sport? Ne parlano tanto... ma ne fanno poco.

Salute. Cosa non fare…

Farmaci contaminati e contaminanti.

Cavie predestinate.

Espianto e donazione degli organi.

La Tecnologia soppianta gli strumenti medici tradizionali.

Malasanità.

Aborto clandestino, migliaia di donne ancora oggi rischiano la vita.

Psoriasi, i falsi miti duri a morire.

Neoplasia o Tumore o Cancro.

Linfoma.

Leucemia.

Carcinoma.

Melanoma.

Nadia Toffa e il tumore al cervello.

Tumore alla Gola.

Tumore della Laringe.

L’Interruttore del Tumore al seno.

Tumore al polmone e fumo: il rischio non è uguale per tutti.

Quando il fiato si fa corto. Emozione o malattia?

Svapo o non svapo?

Il cancro al pancreas.

Tumori alle vie biliari ed al fegato: la cura è possibile.

Curare il tumore all’ovaio: si apre un nuovo scenario.

Tumore del rene, malattia «subdola» scoperta spesso tardi.

Tumore alla vescica. Rischio Femminile.

Uomini e prostata.

Tumore e discriminazione: l'Auto vecchia si rottama, non si ripara.

Testimonianze dei tumorati. Roberto Calderoli: graziato dal Tumore; Cirinna’ e gli attacchi social.

Cancro: che culo, che palle. Mihajlovic e i danni della solidarietà.

Dove curo il tumore?

Quando e perché si muore di tumore …

I Medicinali Cancerogeni.

Metodo Hamer. Niente chemio? Condannati.

Malata di cancro si salva con la cura Di Bella. Ma il giudice la “condanna”.

Altro che inquinamento ci si ammala di Meno. Occhio alla prevenzione.

Tumore e cancro: il vero, il falso, l'improbabile.

Se la salute è un lusso: curare un tumore costa 40mila euro l'anno.

I Diritti dei Tumorati.

Addio Tumore, Prof Berrino: “Ecco gli alimenti che lo nutrono, mai mangiare la…”

L’intelligenza aiuta a non ammalarsi.

Prurito: che cosa lo può provocare, come si controlla e quando è spia di problemi seri.

La Psoriasi.

Artrosi delle mani.

I Diverticoli.

Celiachia e glutine. Gli intolleranti...alimentari.

La Cervicale.

L'influenza.

La Clinomania? Ecco cos'è il disturbo che ci lega al letto.

Il Diabete.

Le malattie neurodegenerative. La Sla, la Demielinizzazione, ecc.

La Cervicalgia, più semplicemente chiamata "cervicale".

Le Malattie rare.

I meteorosensibili e meteoropatici.

Le cure (nel lettino di casa) per i bambini terminali.

La Pressione: Massima e minima. 

L’Ansia.

Quando fa freddo…che fare?

La Calvizie.

La carie e le speculazioni odontoiatriche.

L’omeopatia.

Il nostro sistema immunitario è un’orchestra.

Adriano Panzironi. Lo scomunicato.

Fatture o sussidio. Reddito di Cittadinanza e Salario Minimo. La fotografia del Paese diviso.

Ammalarsi da «autonomi».

Morti sul lavoro: persone, non numeri.

Business del mal di schiena: troppi interventi inutili.  

Dimenticare il figlio in macchina ed il caos del sistema.

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Burocrazia, un tormento eterno inventato in Francia nel Settecento.

Burocrazia, un tormento eterno inventato in Francia nel Settecento. Pubblicato mercoledì, 5 giugno 2019 da Paolo Fallai su Corriere.it. L’invenzione delle parole ha sempre qualcosa di prodigioso, «di magico» ci suggerisce un appassionato e competente studioso come Giuseppe Antonelli. Nel suo libro «Un italiano vero» (Rizzoli) cita alcuni esempi famosi di inventori come Cicerone o D’Annunzio, anche se ci ricorda - citando gli studi di Tullio De Mauro - il debito che abbiamo con Dante Alighieri: «più di un quinto delle parole usate ancora oggi nell’italiano di tutti i giorni risulta attestato per la prima volta nelle sue opere, e in particolare nella Commedia». La parola che vogliamo raccontare questa settimana è un prestito francese e soprattutto molte fonti concordano nell’individuare nome e cognome del suo inventore. E non succede spesso. Burocrazia sarebbe stata coniata dall’economista francese Jean Claude Marie Vincent de Gournay (1712-1759) ottenendo molto presto uno straordinario successo. Nata dall’unione tra le parole bureau (ufficio, in francese) e kratos (potere, in greco), si è imposta affiancandosi a già note composizioni come aristocrazia (potere dei nobili), democrazia (potere del popolo), per indicare il «potere degli uffici». Non stupisce quindi che nel suo primo significato di «complesso degli uffici gerarchicamente ordinati che svolgono funzioni di amministrazione» sia attestata in italiano fin dal 1781. Crescita e moltiplicazione degli apparati amministrativi - e del loro incidere sulla vita quotidiana dei cittadini - hanno fatto sì che analogo successo avesse il suo significato figurato, fortemente caratterizzato in modo negativo, come «eccessiva e ottusa osservanza dei regolamenti», e «il potere assunto negli stati moderni (o, per analogia, anche in strutture politiche anteriori) dalla massa dei funzionarî, soprattutto come effetto del moltiplicarsi delle funzioni dello stato e degli enti pubblici» (Treccani). Insomma sarebbe una connotazione negativa di un significato che in origine non avrebbe avuto. Non sarebbe proprio andata così: quel signor Gournay che abbiamo citato prima come inventore della parola, era un economista che si è applicato in particolare allo studio delle condizioni economiche delle regioni francesi: una delle sue conclusioni, di supporto al liberismo economico che professava, sosteneva la necessità di liberare industria e Commercio dall’intralcio dei vecchi ordinamenti. Insomma l’insofferenza verso regole e funzionari era presente fin dalla nascita della parola. Ed era talmente forte da contaminare le lingue più vicine alla Francia. Dell’italiano abbiamo detto, in Gran Bretagna, la parola sorella bureaucracy compare sul Times di Londra già nel 1815. Come sempre quando una parola risolve con precisione la descrizione di un concetto, questa poi si moltiplica in una quantità di derivazioni a loro volta sempre più precise: da burocrate a burocratese (inteso come lingua infarcita di termini giuridici e tecnici, quindi pressoché incomprensibile); da burocraticamente a borosauro, dal titolo di una commedia di Silvano Ambrogi «I burosauri» che metteva alla berlina il burocrate come emblema della pignoleria e della inefficienza dell’amministrazione pubblica.

·        Democrazia, regime del sospetto. Moralismo e Burocrazia.

LA BUROCRAZIA HA ROTTO IL CAZZO. Sergio Rizzo per “Affari & Finanza - la Repubblica” il 18 novembre 2019. Tremilacentoventinove giorni. Otto anni e quasi sette mesi per avere il permesso di realizzare un impianto fotovoltaico in Puglia, mentre l' Italia passava da Silvio Berlusconi a Luigi Di Maio attraversando le più o meno brevi epoche di Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Senza che nessuno si fosse astenuto dal dichiarare guerra alla burocrazia. Ma solo a parole, ovviamente. Il calvario della società Palo energia è raccontato nel provvedimento del terzo (terzo!) commissario ad acta incaricato di sbrogliare la matassa, pubblicato qualche settimana fa sul bollettino ufficiale della Regione. Provvedimento che ha richiesto, per spiegare l' accaduto, ben 23 pagine fitte fitte. Inutile e tedioso l' elenco di pareri, approvazioni, revoche, dinieghi e nulla osta, osservazioni, distinguo e precisazioni. Basti sapere che su questa vicenda e i ricorsi che ne sono seguiti il Tar della Puglia ha emanato tre sentenze e una serie altrettanto nutrita di ordinanze. Per non parlare delle rituali Conferenze dei servizi, e qui l' elenco dei soggetti che ne fanno parte spiega tante cose: sono 30 (trenta!) Fra questi, sei uffici della Regione, due soprintendenze, due diverse strutture del Demanio statale, la Provincia, il Comune, l' Autorità di Bacino, il consorzio di bonifica, l'Acquedotto pugliese, l'Enac, l'Enav, l'Enel, la Snam, il comando in capo del Dipartimento militare e il Comando militare dell' esercito per la Puglia, nonché l' Aeronautica militare. Per carità di patria ci fermiamo qui: non senza dire che alla riunione decisiva della Conferenza di questi trenta erano presenti appena in tre. E quanto tutto questo carosello sia costato ai contribuenti non riusciamo nemmeno a immaginarlo.

Malaburocrazia, il cancro che nessuno vuole curare. Domenico Ferrara su Il Giornale il 25 novembre 2019. E alla malaburocrazia chi ci pensa? Nessuno, anche stavolta. Nella manovra economica non ci sono misure volte a semplificare, eppure ce ne sarebbe bisogno come il pane. Sia per le imprese sia per i cittadini. Ma purtroppo da anni è un cancro che non si vuole né analizzare né provare a curare. In un convegno realizzato a Milano lo scorso 22 novembre dall’associazione Competere e dal titolo: “La sfida della semplicità. Come ritornare competitivi nel mondo”, mi hanno colpito due dati su tutti:

1) Il 30% del tempo delle risorse umane viene impiegato in attività di anti corruzione e compliance.

2) Mediamente un’azienda è costretta a effettuare 15 diverse tipologia di pagamento per un totale di 269 ore consumate.

In una parola sola: burocrazia. Secondo l’indice Doing Business, che analizza la disciplina normativa e fiscale che si applica alle imprese, l’Italia è costantemente agli ultimi posti tra le vecchie economie più avanzate. Nell’edizione del 2020, per esempio, occupa appena la 58esima posizione: venti punti sotto gli altri Paesi del G7. I mali dell’Italia sono essenzialmente tre: la complessità fiscale, la lentezza burocratica e la lentezza giudiziaria. Ma sono temi che difficilmente trovano spazio nell’agenda politica di un governo. O meglio, durante la campagna elettorale i partiti si ripromettono di risolverli, ma poi finisce tutto in una bolla di sapone. Eppure di casi emblematici ormai ne succedono uno al giorno. Dal commerciante che vuole aprire un supermercato ma che all’improvviso viene bloccato perché la Regione cambia le norme e blocca le nuove domande per almeno sei mesi al povero contribuente che per due centesimi di differenza d’imposta riceve una multa da 60 euro di cui 51 euro di sanzioni amministrative, 8,75 euro di spese di notifica ed emissione atto, 0,23 euro di arrotondamento. Storie di tutti i giorni, direbbero i Pooh. Storie di ordinaria follia burocratica.

"Schiavi della burocrazia Per completare un ponte non ci bastano 15 anni". Il presidente dell'Ance, Gabriele Buaia: un labirinto di norme e pareri. Per uscirne accorciamo la filiera. Stefano Zurlo, Martedì 26/11/2019, su Il Giornale.

Troppe norme. Troppi pareri. Troppe voci. Troppo tempo.

«Troppo di tutto - sbotta Gabriele Buia, presidente dell'Ance, l'Associazione nazionale costruttori edili - attraversiamo una perenne emergenza, il dissesto idrogeologico avanza come una lebbra ma noi siamo sempre alle prese con la nostra devastante burocrazia, con le procedure bizantine, con i soldi che alla fine restano in qualche cassetto».

Domenica è caduto un viadotto sulla Torino-Savona. È solo l'ultima di una serie infinita di sciagure. Come ne usciamo?

«Purtroppo, che si tratti di riparare una galleria o di costruire una nuova strada, le cose non cambiano. Si entra in un labirinto».

Un labirinto?

«Sì. Io per un singolo intervento ho conteggiato tredici pareri. E parliamo di una strada a rischio. Siamo dentro un colossale gioco dell'oca: il governo stanzia i soldi, poi li gira al ministero che magari li passa alle regioni. E intanto si alzano voci, innumerevoli e dissonanti. La Regione contro il Comune e contro il Governo. E poi la legge A che dice il contrario della norma B. Un manicomio».

Ma la manutenzione?

«È lo stesso pantano. Che si debba realizzare la ferrovia veloce Napoli-Bari o sistemare un pezzo di rete, la sostanza non cambia».

Cosa serve?

«Dobbiamo far ripartire l'Italia».

Mi scusi, Presidente: lo ripetono tutti.

«Anche noi e da anni. Il problema è che non ci ascoltano. Anzi»...

Anzi?

«Quando mettono mano, i politici aggiungono un'altra legge che complica ancora di più il cammino già lentissimo».

Ma allora?

«Ci sono miliardi su miliardi stanziati che non si riesce a spendere».

Ma come è possibile?

«Gliel'ho detto. È un iter contorto e farraginoso, con mille stazioni, mille problemi e mille campane che suonano. Neppure i morti bastano per sciogliere questi nodi intricati. A Sarno, dove ventuno anni fa ci furono 160 vittime, ci sono interventi finanziati da anni che restano sulla carta. Come gran parte delle opere annunciate da questo o quel governo. Il tempo se ne va in un corpo a corpo senza fine. Corpo a corpo a corpo con il groviglio legislativo, con i bandi, con la ripartizione dei fondi, con i funzionari che non firmano gli atti per la paura di commettere un abuso d'ufficio o di essere richiamati dalla Corte dei conti».

Ci sarà pure una soluzione.

«Si deve accorciare la filiera, ridurre le caselle e gli attori. Non è possibile che l'Anas solo per farsi approvare un progetto attende in media cinque anni. E che la Presidenza del consiglio ci offra un dato sconcertante: per completare nuove infrastrutture sopra i cento milioni di spesa servono almeno quindici anni».

Buia sorride ironico e allarga le braccia: «Io non sono il Presidente dell'Ance ma dell' associazione Reduci e combattenti».

Siamo senza speranza, mentre il Paese si sbriciola giorno per giorno?

«A volte i commissari, che hanno poteri in qualche modo speciali, riescono ad abbreviare le liturgie dello Stato. Ma non possiamo vivere di emergenze».

E allora?

«Dobbiamo riprendere il modello spagnolo. In Spagna fra il 2010 e il 2012 hanno speso 13 miliardi di euro. Cifre per noi inimmaginabili».

Il segreto?

«Fissare una linea invalicabile, una data sul calendario, e poi partire. Abbiamo sperimentato qualcosa di simile con i piccoli interventi per i Comuni in difficoltà».

E come è andata?

«Benissimo. Sono stati stanziati 400 milioni ma questa volta quasi tutti i cantieri, si sono messi in movimento. Un miracolo nell'Italia di oggi».

Dalla Società della fiducia alla Società del sospetto. Moralismo e burocrazia. I soldi persi del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. L’Editoriale del direttore del Tgnorba, Vincenzo Magistà del 13 marzo 2019: «Fondo Sviluppo Coesione, o FSC, non è una brutta parola, anzi è la formula del nostro futuro. Si tratta di un Fondo nazionale, nel quale confluiscono risorse europee e statali, che sono destinate a finanziare opere pubbliche: l’80% di queste opere nelle regioni del Sud. Quindi è un Fondo che ci riguarda direttamente. Un Fondo che sostiene un Programma di investimenti da fare, però, in sette anni. Il Fondo attuale porta la data del 2014 e scadrà l’anno prossimo. Infatti si chiama FSC 2014-2020. La dotazione del Fondo è enorme: 32 miliardi, di cui quasi 26 riservati e destinati alle regioni meridionali. In questo Fondo ricadono finanziamenti compresi nei 15 patti per il Sud, che Renzi, ricorderete, firmò tre anni fa con Regioni, Provincie e Città Metropolitane. Progetti che hanno l’obbiettivo di aprire cantieri, rilanciare occupazione e gli investimenti attraverso la realizzazione di opere pubbliche, peraltro necessarie. Quindi una bella occasione di crescita e, però, solo sulla carta. La Ragioneria dello Stato ha voluto mettere ordine nella montagna di carte, decreti, ricorsi, parole che hanno soffocato in questi anni l’FSC. Lo hanno tramortito, lo hanno ingessato. La ricognizione si è conclusa nei giorni scorsi. Al 31 ottobre 2018 sui 32 miliardi a disposizione è stato speso soltanto l’1,5%, cioè appena 492 milioni e le proiezioni ad oggi, si è segnalato una certe ripresa, comunque le proiezioni ad oggi indicano la possibilità che la spesa sia salita all’1,9%. Rimanendo, cioè, ferma a cifre irrisorie. Allora, se la situazione è questa, quando emettiamo giudizi, quando ci lamentiamo, quando facciamo proteste, beh, dobbiamo prima rifletterci, anzi, dobbiamo cambiare tutto. Basta a lamentarci che non ci sono soldi: i soldi ci sono. Ci sono anche i progetti. Ci sono anche le idee. Il problema è che non sappiamo trasformare le idee con i soldi che ci sono in fatti concreti. Forse, non è che non li sappiamo spendere, è più corretto dire, in certi casi, che non ce li fatto spendere. Perché il problema principale, il problema che blocca i progetti, i finanziamenti, e quindi i cantieri, è la burocrazia: la cronica lentezza, e ci fermiamo qui, della pubblica amministrazione. Un certificato che si può rilasciare in mezz’ora, si rilascia in una settimana. Per un parere che si può ottenere in un giorno, si aspettano mesi; per progetti interi, anni. La malattia che causa questo male si chiama: DERESPONSABILIZZAZIONE. Negli uffici pubblici si sparisce per non firmare; ci si nasconde per evitare di assumersi responsabilità. E questo perché alla società della fiducia abbiamo sostituito la società del sospetto. Ed è proprio il sospetto che ci sta uccidendo, che ci sta facendo precipitare sempre più in basso. Il guaio è che quando lo capiremo, forse, sarà troppo tardi.

Si vota per un partito non perché ci piace, ma per punire il partito che non tolleriamo. Democrazia, regime del sospetto. Il vero scopo del voto dato a Salvini è punire Renzi, scrive Gianfranco Morra il 14 marzo 2019 su Italia Oggi. Utili e nocive, spietate e approssimative, professionali e mitiche, le intercettazioni sono nell'occhio del ciclone. Ci sono sempre state. Dionigi di Siracusa intercettava i prigionieri da un orecchio di roccia scavato nelle latomie; oggi bastano strumenti quasi invisibili, nascosti ed efficientissimi. Si chiede dunque una legge, che ne preservi l'uso per fini di giustizia, ma impedisca di rivelare, spesso senza fondamento, la (peggiore) vita intima dei cittadini. Va bene la libertà di stampa, ma non può servire per denigrare persone, che troppo spesso risultano innocenti. Due leggi, nel 2001 (Mastella) e nel 2008 (Alfano), sono state discusse in parlamento, ma non son giunte in porto. Oggi se ne riparla. Ma forse il problema più importante è un altro: perché qualunque notizia rivelata suscita tanto interesse e sdegno, rumore e protesta? o meglio: che tipo di società è la nostra, nella quale, non solo ci sono le intercettazioni, ma c'è il desiderio, anzi la fregola di conoscerle e di usarle contro gli altri? e in che misura quelli che si scandalizzano sono spesso identici agli intercettati, anche se non hanno i mezzi per emulare le loro imprese? Chi siamo ce lo dicono i tre «maestri del sospetto» della nostra epoca. I cui più alti valori sono la falsificazione di interessi di classe, non ideali ma ideologie, menzogne teoriche per finalità pratiche (nonno Marx). Non bisogna mai credere alle verità perenni sbandierate dai deboli, lo fanno solo per guadagnarci qualcosa, di fronte ad ogni affermazione bisogna chiedersi che cosa ci sta «dietro» e «sotto»: «quanto più sospetto, tanto più filosofia» (figlio Nietzsche). Anche perché la nostra vita conscia è solo un riflesso inconsapevole del nostro istinto libidico, è «un ciò irrazionale che diventa un io» (nipote Freud). In una società del sospetto ogni accusa viene tenuta per vera. La totale sfiducia dei cittadini nei politici, li induce a credere subito alle malefatte rivelate dalle intercettazioni. Tutte e comunque. La madre del sospetto è quella «morale degli schiavi» che nasce dal «risentimento»: un odio incapace di tradursi in violenza, una volontà di vendetta rimossa e sublimata, trasformata in rancore e invidia per l'altro, non per quello che è, ma perché io non posso essere ciò ch'egli è. Il risentito è un nichilista inconsapevole. È una invidia impotente e pertanto repressa e conservata dentro, che produce intossicazione nell'intimo. Perché il risentito non può ammettere la sua inferiorità e insieme è incapace di superarla. Non si tratta di un mentire consapevole, ma di una falsità organica e inconscia: una cattiva fede in buona fede. La volpe che lascia l'uva sul tralcio troppo alto non mente, è convinta che non sia ancora matura (nolo acerbam sumere). Tutte le società della storia hanno avuto forti e deboli, ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati. Ma nella società del passato, quando la differenza era tanta e anche giustificata da teologi e filosofi, non si avevano che rare e limitate esplosioni di rivolta. Chi stava «sotto» sapeva che doveva starci, il figlio di un operaio ben difficilmente poteva diventare un «borghese» (anche se quando, raramente, ci riusciva, era meglio degli altri). Non così la democrazia. Il suo vangelo è che gli uomini sono uguali, quando invece nella realtà potranno esserlo più o meno, mai però del tutto. In tal modo essa promette qualcosa che potrà dare solo in parte e sollecita così il risentimento delle «classi inferiori» (Pareto e Mosca: inferiori non in senso morale, ma sociale). Il sospetto è sempre una «dietrologia», dato che in ogni azione non manca mai il secondo fine, anzi è il più importante. La funzione palese è solo lo schermo della funzione nascosta. Di ogni persona è secondario domandare «se sia onesto oppure corrotto». La domanda più importante è: «Cosa nasconde questa notizia e a chi serve?». Anche le intercettazioni. Se i giornali parlano dei milioni dati alle olgettine, non ci si chiede se si tratti di un fatto reale o di una invenzione. Il problema diventa: «A chi è utile questa notizia?». Se Lupi si dimette da ministro, il problema non è se «era giusto che lo facesse», ma «chi ne ha tratto il maggiore vantaggio?». Nonostante le tante realizzazioni positive, la democrazia è un regime debole (o, come oggi dicono i politologi, liquido, fragile, instabile). Perché è il regime del sospetto. Che è alla base di ogni scelta elettorale: venute meno le idee forti del passato, si vota per un partito, non tanto perché si crede nelle sue qualità intrinseche, quanto per il fatto che, sostenendolo, si «punisce» un altro. Il voto è per lo più di protesta. Si fa il tifo per A solo per condannare B (e viceversa). Il vero scopo del voto dato a Salvini è quello di punire Renzi; chi vota per Grillo non intende premiare il comico, ma far perdere tutti gli altri. Non tutti i cittadini sono così, non mancano certo persone aliene dal risentimento. Ma il sospetto e la conseguente dietrologia, proprie dell'uomo di ogni epoca, raggiungono il massimo della estensione proprio nelle società democratiche decadenti, dominate da relativismo e narcisismo. Come la nostra. Nella quale si fanno sempre più tenui i legami di socialità e solidarietà. Senza i quali (è la conclusione del più acuto studioso del risentimento, Max Scheler) la società, anche se simula rispetto e devozione per i grandi valori, rimane incapace di superare le sue tendenze negative: «Senso e impulso di vendetta, odio, invidia, gelosia, malizia» (Del risentimento, Vita e Pensiero, p. 31). Pochi fenomeni lo mostrano così bene come il morboso interesse per le intercettazioni.

Le origini della cultura del sospetto. Da Italians di Beppe Severgnini del Il Corriere della Sera del 3 dicembre 2001. Caro Severgnini, si dice che l'Italia sia il Paese dalle molte anime, culturali e politiche. Il che è vero, e in un regime democratico la polifonia è certamente un elemento positivo. C'è però una cultura che, di fatto, ha prevalso sulle altre, soprattutto in questi ultimi decenni. E' la cosiddetta "cultura del sospetto", che fa capo a quelli che il filosofo Paul Ricoeur ha definito i "maestri" del sospetto: Marx, Nietzsche e Freud. Secondo costoro, in soldoni, la realtà è sempre ingannevole e niente di ciò che accade, di ciò che viene detto, financo di ciò che viene pensato corrisponde a verità: tutto è falso e va demistificato. Questo modo di pensare ha condizionato e condiziona il nostro vivere quotidiano più di quanto non appaia. Nelle piccole come nelle grandi questioni. Tutti sanno, ad esempio, che Andreotti è stato giudicato innocente dell'omicidio Pecorelli. Bene. Ma quanti ancora "sospettano" che Andreotti sia comunque colpevole nonostante la sentenza del tribunale? E che sia comunque coinvolto, magari con gravi responsabilità, nei misfatti italiani degli ultimi cinquant'anni? A riprova, un piccolo fatto dal mondo dello spettacolo. Narrano le cronache che nella sua ultima fatica teatrale il comico Luttazzi abbia inserito una scena, ripugnante e macabra, in cui Andreotti fa sesso, per usare un eufemismo, con il cadavere di Aldo Moro. Ora, al di là dell'aspetto puramente etico di questa geniale trovata, che già di per sé giustificherebbe il ripristino immediato della censura, quel che qui interessa sottolineare è come questa operazione teatrale rappresenti un classico esempio di cultura del sospetto. Essa infatti reitera e ripropone, sotto altre spoglie, la vulgata complottarda secondo cui ci sarebbe un legame, nella tragica vicenda di Aldo Moro, tra i brigatisti e il "potere", rappresentato (manco a dirlo) da Andreotti. Eppure non è stato dimostrato in nessuna aula giudiziaria che Andreotti era il regista occulto, il Grande Vecchio, del rapimento e dell'omicidio dello statista democristiano ad opera delle Br. Ma tant'è. Il sospetto resta. Pervicace, ostinato, duro a morire. Come un virus mutante si insinua negli ingranaggi della pubblica opinione fino a diventare luogo comune. A farne le spese, come al solito, la gente comune, che alla fine non sa più che pesci prendere, a chi credere, a cosa credere. Oltre, naturalmente, al malcapitato di turno che viene "marchiato" a vita. A prescindere, direbbe Totò. Luca Del Pozzo.

·         La Cupola della Pubblica Amministrazione mafiosa.

Troppe leggi, burocrazia asfissiante, cooptazione, raccomandazione ed infedeltà dei dipendenti pubblici, mancanza di controllo dei dirigenti, omertà corporativa, incentivano e favoriscono la corruzione da parte degli utenti vessati e l’infiltrazione della criminalità.

Tutta colpa della burocrazia. Il rapporto di Confcommercio: nel 2010 l'Italia è al 20° posto su 25 nella classifica sulla complessità della burocrazia a livello internazionale. Siamo ultimi per livello di efficienza del sistema giudiziario. Domenico Ferrara, Mercoledì 08/08/2012, su Il Giornale. "La burocrazia è un gigantesco meccanismo azionato da pigmei", sentenziava Honoré de Balzac. Una descrizione che rispecchia fedelmente il nostro Paese, sovrastato e bloccato da una mancata semplificazione normativa, dalle lungaggini burocratiche, da una bassa qualità dei servizi pubblici e dall'onerosità degli adempimenti. Ostacoli che fanno sprofondare l'Italia in fondo alle classifiche nel confronto internazionale. Infatti, in base a quanto emerge dal rapporto sulle determinanti dell’economia sommersa realizzato dall’Ufficio Studi di Confcommercio, nel 2010 il nostro paese è al ventesimo posto su venticinque nella graduatoria sul grado di complessità della burocrazia a livello internazionale. Il rapporto Confcommercio, che si basa sui dati del world economic forum e della Banca mondiale, spiega che "il nostro Paese soffre in maniera accentuata di eccessiva burocrazia e la percezione di come lo Stato risponde ai cittadini-imprese è rimasta sostanzialmente invariata nell’ultimo decennio". Se al peso della burocrazia si aggiunge quello della lentezza della giustizia, ecco che il quadro non può far altro che peggiorare. Infatti, secondo il rapporto, l’Italia registra il più basso livello di efficienza del sistema giudiziario ed è agli ultimi posti per la capacità di risolvere controversie tra imprese, per la diffusione di pagamenti irregolari e tangenti, per i costi e i tempi di adempimento degli obblighi fiscali". Inoltre, per quanto riguarda la diffusione di pagamenti irregolari e di tangenti, il Belpaese occupa il 25esimo posto, prima della Slovacchia, segnalando un peggioramento di una posizione rispetto al 2000. In particolare, il tempo di attesa per una sentenza di fallimento o di insolvenza è raddoppiato passando da uno a quasi due anni (circa cinque volte i tempi dell’Irlanda e il doppio del Regno Unito).

Da Italians di Beppe Severgnini su Il Corriere della Sera 03-01-09. I privilegi dei burocrati favoriscono l'illegalità. Caro Severgnini, ha toccato il principe degli argomenti per cercare di ristabilire in Italia una fiducia stabile e generale. Si è posto la domanda perché Ciampi (e prima di lui gli altri) non affrontano l'argomento? Semplicemente perché sanno benissimo che la contropartita dell'illegalità diffusa nel sistema italiano sono stati i privilegi e i favori di cui godono a dismisura quasi tutti coloro che operano nel pubblico, soprattutto a Roma e dintorni. E il nostro presidente lo sa benissimo, visto che la Banca d'Italia è l'apice di questo sistema. Chiaro che Ciampi, o altri come lui, non hanno "rubato" niente, non hanno "truffato" niente, ma tutta la pletora di privilegi, favori e cavilli che li distinguono dal normale cittadino si possono reggere e giustificare solo se agli altri permetti di fare i "furbi". Quindi è impossibile sperare che possano venire parole come quelle da lei auspicate, ma quello che io credo (sarò pessimista) è che tali parole non girano nella testa di coloro neppure come pensieri inespressi, tanta è ormai la consuetudine a questo sistema. Come in tutti i conflitti umani la soluzione può essere solo di due tipi: una delle parti prevale con la forza, oppure (meglio) tutti facciamo un passo indietro. Da parte mia sono convinto che il primo passo debba farlo la burocrazia, che comunque ha sempre un salvagente in più del privato costretto dalle circostanze a fare il "furbo". Saluti cordiali, Sandro Benassai.

Quel mostro della burocrazia legislativa che ci divora ma che alla fine alimentiamo. Pietro Di Muccio De Quattro il 26 Ottobre 2019 su Il Dubbio. L’Ufficio studi della CGIA, meritoria Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre, ha pubblicato una nota intitolata “La burocrazia legislativa produce una montagna di carte: oltre 30.600 pagine all’anno”. Ne risultano cifre agghiaccianti che il Parlamento e i partiti, se non fossero in altre faccende ( persino puerili) affaccendati, dovrebbero mettere al primo punto dell’agenda politica; così come stampa e televisione, in prima pagina. Le 365 Gazzette Ufficiali del 2018 sono composte da ben 30.671 pagine, pesano 80 chilogrammi e, se stese una dopo l’altra, coprono 452 chilometri, pressoché la lunghezza dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria! Questo diligente e ammirevole Ufficio studi ha pure calcolato che a una persona normale, che impiegasse 5 minuti per leggere ciascuna pagina infarcita di leggi, decreti, regolamenti, ordinanze, delibere, comunicati, occorrerebbero 319 giorni lavorativi per scorrere il profluvio di fogli, cioè oltre un anno d’ininterrotto lavoro! Inoltre, non senza larvata ironia, l’Ufficio studi ha precisato che il 12 aprile 2018 si è registrata “la punta massima di produttività normativa”, allorché il Supplemento ordinario n° 18 della Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il primo gruppo di ISA ( Indici Sintetici di Affidabilità fiscale) che sostituiscono gli studi di settore. “In buona sostanza – scrive l’Ufficio le imprese, i commercialisti, le associazioni di categoria, gli addetti ai lavori si sono trovati tra le mani un malloppo di 2.967 pagine che illustra i nuovi indicatori delle prime 69 attività economiche con le relative specificità territoriali.” Tuttavia il giorno più infausto è stato il 4 gennaio di quest’anno. Il Supplemento ordinario n° 3 ha pubblicato il secondo decreto sugli ISA di altre 106 categorie economiche, ben più corposo del precedente: 4.334 pagine! Come tutti possono verificare dal devastante esempio, l’avversario ostile ed implacabile dell’imprenditore e dell’aspirante tale non è il potenziale concorrente ma il teorico protettore: lo Stato, ovvero, in senso ampio e generale, quegli uffici e impiegati pubblici ai quali la politica, mediante una legislazione più che improvvida e farraginosa, affida servizi, controlli, rilascio di nullaosta, licenze, concessioni, autorizzazioni, benestare, visti, permessi, attestati, e simili. Una ricerca di European House- Ambrosetti, pure citata dall’Ufficio studi, ha evidenziato il costo spaventoso sopportato dalle imprese per ( cercare di) superare la corsa ad ostacoli tra le norme e le pratiche: 57 miliardi! Del resto, la giungla legislativa italiana è così intricata che le stime sulla stessa quantità delle leggi in vigore oscillano tra 90.000 e 160.000, mentre in Francia sarebbero 7.000, in Germania 5.500, nel Regno Unito 3.000. Stando così le cose, sembra umoristica e paradossale la rituale “cerimonia del ventaglio” nella quale le Camere, ad inizio estate, magnificano la fecondità dell’attivismo parlamentare e si gloriano delle tante nuove leggi approvate nell’anno, obbedendo all’ideologia giuspositivista che devasta lo Stato di diritto. La definizione di “burocrazia legislativa” ( espressione felicemente inusuale, se non addirittura inedita nel suo doppio significato) con riguardo alla proliferazione incontrollata delle norme calza solo a metà o per metafora. A ben vedere la burocrazia oppressiva propriamente detta è bensì figlia legittima delle troppe regole giuridiche, essendone la legiferazione ipertrofica la madre naturale, però trascura il padre, che non è meno certo, cioè il cittadino elettore, il quale sollecita continuamente lo Stato ad intervenire, spesso a sproposito, mentre a loro volta la pubblica amministrazione e la magistratura chiedono per conseguenza, anche legittimamente, interventi per precisare, chiarire, completare il contesto normativo e ordinamentale. La burocrazia è fatta di una norma, un impiegato, un ufficio, uno stanziamento, ed è sempre invocata con le migliori intenzioni, salvo poi pentirsene quasi sempre a cose fatte perchè ineluttabilmente essa obbedisce al proprio codice genetico, originatosi al riparo della concorrenza. Dunque pretendere una burocrazia senza gli specifici vizi burocratici lamentati equivale a voler sgrassare il sangue con il colesterolo. Inoltre, ancor più grave, a misura che il processo di burocratizzazione espande la sua influenza sulla società, i vizi burocratici ( rectius: il suo intrinseco modo d’operare) non restano confinati all’attività imprenditoriale od economica in senso stretto ma contagiano l’azione umana in generale. La straordinaria aporia dello statalismo, in particolare italiano, consiste nel fatto che tutti biasimano il burocratismo e considerano offensivo il termine “burocrazia”, eppure chiedono più burocrazia se sembra soddisfare un loro peculiare interesse ovvero nell’illusione che riuscirà a soddisfarlo. Tant’è che gl’Italiani, unici al mondo, sono stati capaci persino d’istituire un ministero per riformare i ministeri.

Non è reato offendere gli impiegati per i ritardi delle loro funzioni. Durante il lungo processo il cittadino si è fatto difendere dall’avvocato Pasquale De Laurentis mentre il geometra si è costituito parte civile. Nazareno Dinoi su La Voce di Manduria mercoledì 09 ottobre 2019.  Non è condannabile un cittadino che per i ritardi di un pubblico servizio si rivolge al dipendente usando parole “sopra le righe”. È quanto ha stabilito una sentenza del tribunale di Taranto che ha assolto un manduriano finito sotto processo per una lettera indirizzata ad un geometra del comune di Manduria nella quale scriveva: «Vergognatevi, dovreste vergognarvi, fornite un disservizio pagato profumatamente». La missiva che era indirizzata ai responsabili dell’Area tecnica della città Messapica, aveva creato risentimento anche nel dirigente di allora, ingegnere Antonio Pescatore che aveva prima querelato il cittadino ritirando poi la denuncia. Aveva invece deciso di andare avanti uno dei geometri in servizio (ora in pensione) che ha portato avanti un lungo processo durato otto anni finito con l’assoluzione dell’imputato «perché il fatto non sussiste». I fatti risalgono al 2011. In quell’anno un manduriano che allora aveva 64 anni, presentò all’Ufficio tecnico la richiesta di un certificato di destinazione d’uso per dichiarazione di successione che nonostante vari solleciti tardava ad arrivare. Finalmente, dopo un periodo che l’utente sessantaquattrenne aveva giudicato “biblico”, il protagonista volle sfogare la sua rabbia inviando una lettera ai responsabili di quell’insopportabile ritardo. Non uno sfogo dettato dalla rabbia che si chiude con quattro parole magari urlate in faccia, ma una ponderata accusa, come si dice, nero su bianco. La lettera ebbe il suo effetto desiderato. Partì così la querela dei due dipendenti, una poi ritirata, che hanno fatto iscrivere il nome del cittadino sul registro degli indagati per il reato di diffamazione aggravata nei confronti di un pubblico ufficiale durante lo svolgimento delle sue funzioni. Durante il lungo processo il cittadino si è fatto difendere dall’avvocato Pasquale De Laurentis mentre il geometra si è costituito parte civile con richiesta quindi di risarcimento danni. Dopo otto lunghi anni di udienze e di rinvii e di nuove udienze, finalmente qualche giorno fa il giudice Gabellone del Tribunale di Taranto ha emesso la sentenza che assolve il cittadino-utente che può ora tirare un sospiro di sollievo grazie anche alla difesa del suo avvocato.

Papa Francesco: “Basta raccomandazioni, generano illegalità e corruzione”. Udienza in Vaticano davanti a 20mila membri del Movimento cristiano lavoratori. "Ci sono sempre queste tentazioni, ma vanno respinte, abituando il cuore a rimanere libero. E fuggire dalle scorciatoie dei favoritismi. L’illegalità è una piovra che non si vede". Francesco Antonio Grana il 16 gennaio 2016 su Il Fatto Quotidiano. “Basta raccomandazioni che generano illegalità e corruzione”. È l’appello che Papa Francesco ha rivolto durante l’udienza in Vaticano davanti a 20mila membri del Movimento cristiano lavoratori. Per Bergoglio “nel mondo del lavoro, ma in ogni ambiente, è urgente educare a percorrere la strada luminosa e impegnativa dell’onestà, fuggendo le scorciatoie dei favoritismi e delle raccomandazioni. Qui sotto c’è la corruzione. Ci sono sempre queste tentazioni, piccole o grandi, ma si tratta sempre di ‘compravendite morali’, indegne dell’uomo: vanno respinte, abituando il cuore a rimanere libero. Altrimenti, ingenerano una mentalità falsa e nociva, che va combattuta: quella dell’illegalità, che porta alla corruzione della persona e della società. L’illegalità è come una piovra che non si vede: sta nascosta, sommersa, ma con i suoi tentacoli afferra e avvelena, inquinando e facendo tanto male”. Più volte il Papa è intervenuto sul problema della disoccupazione sottolineando che “senza lavoro non c’è dignità” e puntando il dito contro “il lavoro disumano, il lavoro schiavo, il lavoro nero”. Ma anche sottolineando le discriminazioni nei confronti delle donne, “troppe volte licenziate perché incinte” e soggette a una “scandalosa disparità di retribuzione” . Nel suo discorso al Movimento cristiano lavoratori il Papa ha ricordato che “l’apostolo Paolo incoraggiava a testimoniare la fede anche mediante l’attività, vincendo la pigrizia e l’indolenza; e diede una regola molto forte e chiara: ‘Chi non vuol lavorare, neppure mangi’. Oggi, invece, – ha aggiunto Bergoglio – ci sono persone che vorrebbero lavorare, ma non ci riescono, e faticano persino a mangiare. Voi incontrate tanti giovani che non lavorano: davvero, come avete detto, sono ‘i nuovi esclusi del nostro tempo’, e vengono privati della loro dignità. La giustizia umana chiede l’accesso al lavoro per tutti. Anche la misericordia divina ci interpella: di fronte alle persone in difficoltà e a situazioni faticose, penso anche ai giovani per i quali sposarsi o avere figli è un problema, perché non hanno un impiego sufficientemente stabile o la casa, non serve fare prediche; occorre invece trasmettere speranza, confortare con la presenza, sostenere con l’aiuto concreto”. Per Francesco “occorre formare a un nuovo “umanesimo del lavoro” perché viviamo un tempo dove si sfruttano i lavoratori con il lavoro schiavo, dove l’uomo, e non il profitto, sia al centro; dove l’economia serva l’uomo e non si serva dell’uomo”.  Bergoglio ha aggiunto che “il lavoro dovrebbe unire le persone, non allontanarle, rendendole chiuse e distanti. Occupando tante ore nella giornata, ci offre anche l’occasione per condividere il quotidiano, per interessarci di chi ci sta accanto, per ricevere come un dono e come una responsabilità la presenza degli altri”. “Vi incoraggio – ha concluso il Papa – a dare testimonianza a partire dallo stile di vita personale e associativo: testimonianza di gratuità, di solidarietà, di spirito di servizio”.

Corruzione: lo Stato di illegalità sostanziale. Marcello Adriano Mazzola, Avvocato e scrittore, il 6 aprile 2015 su Il Fatto Quotidiano. Se togliessimo le lenti scure e ispessite dalla propaganda di regime inoculataci ogni giorno da decenni dai mass media dopati dai finanziamenti di Stato e controllati dalle pochi lobby di potere e dai soliti noti, noteremmo come in Italia abbiamo un radicato Stato di illegalità sostanziale, ancor più grave dello Stato di illegalità formale che pure non manca. Ma in Italia come sapete non ci facciamo mancare nulla. E’ il paese dei balocchi. E degli allocchi che, tra democristiani-socialisti-celoduristi-pseudoliberisti innati nel dna, votano soggetti salvifici e riform’attori (attanagliati dall’amletico: twittare o non twittare, questo è il problema!).

Cosa sia lo Stato di illegalità sostanziale è presto detto, citando alcuni esempi:

– Corruzione e concussione? Poffarbacco, celo! Con gli art. 318 e ss. cod. pen.. Peccato poi che tali reati non colpiscano realmente le condotte di corruttela e soprattutto tutti gli agenti della corruzione, come dimostrano gli innumerevoli fatti di cronaca. Reati che costano alla collettività miliardi di euro ogni anno tra lievitazioni dei costi delle grandi opere, realizzazione di grandi opere inutili (Tav Torino-Lione, Brebemi, Pedemontana etc.), allungamento dei tempi nella realizzazione delle infrastrutture (leggasi Expo). Miliardi di euro non investiti nei settori vitali quali la messa in sicurezza del territorio, scuole e ospedali, conservazione dei beni culturali etc.. Miliardi di euro poi addossati dallo Stato furbetto attraverso l’aumento esponenziale delle imposte sugli immobili, dei costi della Giustizia (aumento abnorme e aberrante dei contributi unificati e delle sanzioni per chi osi avviare un contenzioso se non sia assolutamente certo delle proprie ragioni) etc. Non vi pare all’uopo surreale che in Italia invece di disegnare immediatamente un quadro legislativo granitico e inespugnabile contro la corruzione-concussione si sia pensato di introdurre nel 2014 l’ennesima Autorità Garante (quale l’Anac – Autorità Nazionale Anticorruzione), così da un lato creando l’ennesima costosa macchina amministrativa (composta da circa 300 dipendenti) e, seppur dotata di funzioni amministrative e non giurisdizionali, tale da creare una zona grigia di interferenza con le delicate funzioni giurisdizionali? Ed è irrilevante che l’Anac poi sia egregiamente condotta da Raffaele Cantone. Pare tanto che sia stata creata una foglia di fico, invocando ossessivamente il nome di Cantone.

– Corruzione e illegalità nella Pubblica Amministrazione? Poffarbacco, celo! Con la legge 190/2012 c.d. legge Severino son state introdotte incompatibilità anche per impedire ai politici condannati di gestire la cosa pubblica. Talmente certe tranne un mero dettaglio: l’incertezza del momento iniziale per applicare la legge. Ma sono quisquilie che interessano pochi casi e pochi Tribunali Amministrativi Regionali.

– Appalti pubblici? Poffarbacco, celo! Con il d.lgs. n. 163/2006 composto da niente popò di meno che da 257 articoli abbiamo da dieci anni il poderoso Codice degli Appalti pubblici, ossia un sofisticatissimo marchingegno studiato ad arte dai legislatori cesellatori per rendere possibile qualsivoglia infiltrazione di qualunque subappaltatore, affidando la cabina di regia allo stesso appaltatore e consentendo la lievitazione ad libitum del miglior costo iniziale di aggiudicazione. Irrilevante che poi attraverso tale strumento si finanzi un abnorme sistema di tangenti e di mala amministrazione.

– Fisco? Poffarbacco, celo! L’intera materia tributaria è scritta in sistematica violazione dell’art. 25 Cost. che pone una riserva di legge, aggirata costantemente e vergognosamente attraverso l’uso delle leggi delega (in bianco o in grigio, a seconda delle lenti che s’indossano) così che i nuovi tributi non siano più (da decenni) decisi dal Parlamento ma dall’esecutivo ad libitum e a ben vedere, in modo ancor più grottesco, dalla stessa Agenzia delle Entrate attraverso le sue corposissime c.d. circolari (composte da decine e decine di pagine, minuziose e piene di dettagli, leggasi da ultimo quella sulla “disclosure”), e a nulla valga che i giudici ci ricordino che le circolari non siano vincolanti atteso che violarle significa avviare un sicuro contenzioso. Ed è irrilevante sapere come le stime indichino in circa 200 miliardi annui l’evasione fiscale, poiché ciò non legittima quanto sopra scritto. Anche perché poi interviene il presunto legislatore a varare lo scudo fiscale (2009, con il “mille proroghe”) che dona (a spese nostre) il condono del 5%.

Tralasciando infine di ricordare come lo Statuto dei diritti del contribuente(2000) sia sistematicamente calpestato e violato dalla stessa Agenzia delle Entrate. Per opporsi a tali barbarie è dunque necessario scegliere attentamente chi ci “governa”, controllarlo (con maggiore democrazia diretta, mentre il renzismo sta procedendo all’opposto) e incalzarlo con una stampa libera, come questa. Tutto il resto è Twitter.

«Troppe leggi e troppi legislatori: terreno fertile per la corruzione». Gazzettino Giovedì 30 Aprile 2015. «Ci servono regole precise che tutti rispettino. Poi vinca pure il più bravo». Meno burocrazia e leggi più certe antidoto contro la corruzione dilagante. La ricetta non è certo nuova ma è un chiaro messaggio giunto ieri dal convegno organizzato da Confindustria Venezia e sintetizzato da Alberto Baban, presidente del comitato piccola industria di Confindustria. Attorno al tavolo i magistrati che hanno condotto l'inchiesta Mose, il procuratore aggiunto Carlo Nordio e il sostituto procuratore Stefano Ancilotto, il presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella, e, appunto Alberto Baban. «Legalità motore per lo sviluppo» il tema dell'appuntamento introdotto dal presidente di Confindustria Matteo Zoppas e moderato dal direttore del Gazzettino Roberto Papetti. «L'Italia nel 2014 si sia classificata al 69° posto su 177, dietro Montenegro e Cuba. Gli investitori esteri spesso citano la corruzione come una delle principali ragioni che li scoraggia nel scegliere in Italia. Lo scandalo Mose ci ha danneggiato e non poco all'estero e noi imprenditori onesti adesso non dobbiamo più essere la maggioranza silenziosa. Dobbiamo essere pronti a denunciare tutte le storture che troveremo». «Le lungaggini burocratiche sono i padri genitori sia della corruzione sia della incapacità che ha il nostro paese di allinearsi con gli altri europei - ha aggiunto il procuratore Nordio -. La complessità delle procedure e l'incertezza delle leggi sono un ostacolo insormontabile ad una veloce e rapida esecuzione delle opere. Alle imprese lascio questo messaggio: il rispetto delle regole e della legalità è utile e non solo doveroso, perché rispettarle conduce ad una vita migliore e porta un aumento della produttività e dei profitti». «L'Italia è un paese con troppe leggi, emanate da più soggetti come Comuni, Regioni, Province e Stato e questo crea terreno fertile per la corruzione - ha precisato Pitruzzella - Semplificare serve a ridurre la corruzione. Il governo sta lavorando ma è una strada lunga».

Governi la Regione e poi vai in galera…La “maledizione” di Del Turco, Errani, Scopellitti, Pittella…e Formigoni, scrive Simona Musco il 24 Febbraio 2019 su Il Dubbio. C’ è il presidente della Basilicata, Marcello Pittella, finito ai domiciliari con l’accusa di falso e abuso d’ufficio per le nomine nella sanità. C’è Giancarlo Galan, per 15 anni presidente del Veneto, prima in carcere e poi ai domiciliari con l’accusa di corruzione, concussione e riciclaggio nella maxi inchiesta sulle tangenti per il Mose. E anche Ottaviano Del Turco, arrestato per l’inchiesta sulla sanitopoli abruzzese quando era a capo della giunta, accusato anche di associazione a delinquere, accusa poi caduta. Non esiste una sola regione in Italia che non abbia avuto, almeno una volta, un presidente indagato. Se ne contano circa 60, negli anni, e a volte a qualcuno è toccato anche varcare le porte del carcere. L’ex presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, è solo l’ultimo in ordine di tempo: dopo la condanna definitiva a 5 anni e 10 mesi per corruzione, da ieri si trova in carcere a Bollate. Prima di lui la Lombardia aveva visto indagato e condannato anche Roberto Maroni. Ma il carcere è un destino che il Celeste condivide con il collega calabrese, anche lui di centrodestra, Giuseppe Scopelliti, condannato definitivamente, ad aprile scorso, a quattro anni e sette mesi per gli ammanchi nei bilanci del Comune di Reggio Calabria dal 2008 al 2010, periodo in cui era sindaco della città. Accusato di abuso d’ufficio (reato prescritto) e falso in atto pubblico, l’ex sindaco ha ottenuto solo uno sconto di cinque mesi rispetto alla condanna in appello. Il 5 aprile, dunque, l’ex presidente si è recato nel carcere di Arghillà, che ora può lasciare quattro ore al giorno per svolgere attività di volontariato. Ma la “maledizione” dei governatori si è abbattuta anche sul suo successore piddino, Mario Oliverio, oggi costretto all’obbligo di dimora a San Giovanni in Fiore con l’accusa di abuso d’ufficio e corruzione, contestata dalla Dda di Catanzaro per la gestione di alcuni appalti milionari della Regione. Non è una novità, dunque, anche perché la Calabria si è vista indagare gli ultimi cinque governatori. Oltre Scopelliti e Oliverio ci sono, infatti, anche Luigi Meduri, governatore dal 1999 al 2000, arrestato nel 2015 per una storia di tangenti che coinvolgeva anche l’Anas. Ai domiciliari da ottobre a dicembre, poi sottoposto all’obbligo di firma fino a marzo 2016, nei mesi scorsi è stato assolto «perché il fatto non sussiste». Ma i guai hanno riguardato anche il suo successore, l’ex magistrato Giuseppe Chiaravalloti, finito nelle indagini di Luigi De Magistris – “Poseidone”, “Dinasty2” e “Why not” – con le accuse di frode, corruzione e abuso d’ufficio. In due casi fu prosciolto, in “Why not” nel 2013 scattò la prescrizione. E quest’ultima inchiesta coinvolse anche Agazio Loiero – coinvolto in diverse indagini, uscendone sempre pulito – assolto poi per «non aver commesso il fatto». Una poltrona maledetta quella della cittadella regionale di Catanzaro, dunque. Come forse lo è anche quella a Palazzo d’Orléans, in Sicilia, dove fra il 1994 e oggi sono sei i presidenti e gli ex presidenti finiti in casi giudiziari. Prima Rino Nicolosi (Dc), arrestato e condannato due volte: cinque anni e mezzo per mazzette sulla costruzione di un centro fieristico a Catania e tre anni e due mesi per una tangente di mezzo miliardo sull’acquisto della sede di rappresentanza della Regione siciliana a Roma. Ma Nicolosi era coinvolto anche nel processo sulla “Tangentopoli siciliana”, durante il quale ammise: «la politica costa». Ci fu poi Giuseppe Provenzano (Forza Italia), per il quale Giovanni Falcone chiese l’arresto per avere intrattenuto rapporti con la moglie del boss Provenzano, quale commercialista della donna. Dopo meno di una settimana fu scagionato dallo stesso Falcone, ma poi condannato assieme ad un altro presidente, Giuseppe Drago, a tre anni per peculato e all’interdizione dai pubblici uffici. Ci sono poi Totò Cuffaro – condannato a sette anni per favoreggiamento aggravato alla mafia – e Raffaele Lombardo, arrestato due volte e ora di nuovo a processo, dopo la decisione della Cassazione di accogliere il ricorso della Procura generale di Catania: dopo una condanna in primo grado a 6 anni e 8 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa, il 31 marzo 2017 la Corte d’Appello di Catania aveva ridotto la pena a 2 anni solo per voto di scambio. Infine Rosario Crocetta, indagato nel 2017 per corruzione e finito nell’inchiesta Montante l’anno dopo con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al finanziamento illecito. Tra gli imputati e assolti eccellenti c’è Vasco Errani, ex governatore della Toscana, assolto dall’accusa di falso ideologico perché il fatto non sussiste, dopo un calvario lungo 7 anni. Ma la storia dei governatori finiti agli arresti è lunga e parte da lontano. In Campania (dove tra gli indagati eccellenti ci sono stati anche l’ex presidente Antonio Bassolino e l’attuale governatore Vincenzo De Luca) c’è ad esempio Ferdinando Clemente di San Luca ( Dc), presidente dal 1989 al 1993, anno in cui venne arrestato con l’accusa di aver ricevuto delle tangenti. Nel 2002 fu riabilitato e risarcito con 160mila euro. Il collega democristiano Antonio Fantini, che lo aveva preceduto, dopo una condanna a 2 anni e 10 mesi per la cattiva gestione dei fondi per il Terremoto dell’Irpinia del 1980, nel 2009 venne sottoposto al divieto di dimora in Campania om un’inchiesta sull’Agenzia regionale per la Protezione ambientale. Agli arresti, negli anni, ci sono finiti anche Marco Marcucci, ex presidente della Toscana, finito in carcere a Sollicciano per lo scandalo della diga del Bilancino e assolto nel 1999 perché il fatto non sussiste; e Angelo Rojch, presidente in Sardegna dal 1982 al 1984, indagato per truffa alla Comunità europea nei corsi professionale e per voto di scambio. In carcere ci rimase per 30 giorni, salvo poi essere assolto con formula piena. In Liguria, Alberto Teardo, presidente dal 28 settembre 1981 al 25 maggio 1983, venne arrestato per corruzione e concussione con altri esponenti del Psi ligure, scontando più di due anni di carcere. In Abruzzo non è toccato solo a Del Turco, ma anche al suo predecessore Rocco Salini: la giunta venne arrestata in blocco per l’uso scorretto di 450 miliardi di fondi europei e lui fu l’unico condannato ad un anno e 4 mesi di reclusione per falso ideologico e abuso d’ufficio. Ma la conta non finisce qui: in Friuli, nel 1994, finì in carcere Adriano Biasutti, coinvolto in Mani pulite e condannato, a seguito di un patteggiamento, a38 mesi di reclusione, mentre in Umbria, nel 2013, Maria Rita Lorenzetti è rimasta 14 giorni ai domiciliari nell’inchiesta sul passante ferroviario dell’alta velocità in costruzione, con le accuse di associazione per delinquere, abuso d’ufficio, corruzione e traffico illecito di rifiuti.

Comuni sciolti per mafia, lo studio: sono 249 in 18 anni, il record in Calabria. “Ma troppo arbitrio al governo”. Nel rapporto di Avviso pubblico un bilancio critico della legge in vigore dal 1991. Le amministrazioni colpite due o tre volte sono 62. Accanto ai tanti casi conclamati di condizionamento, ci sono situazioni in cui mandare a casa gli amministratori eletti si rivela eccessivo. Con disparità di trattamento fra Sud e Nord. Non solo minacce e intimidazioni: spesso è il malaffare politico a cercare l'appoggio dei boss. Mario Portanova il 4 luglio 2019 su Il Fatto Quotidiano. Sono 249 i Comuni sciolti per mafia in Italia dal 1991, quando entrò in vigore la prima legge, a oggi. Per altri 26, lo scioglimento deciso dal governo è stato bocciato dai giudici amministrativi. Poi ci sono ben 62 amministrazioni colpite negli anni più volte, fino a tre. A conti fatti, i provvedimenti emanati hanno toccato quota 328. E nel momento in cui scriviamo sono 40 i municipi dove al posto di sindaco e assessori è insediata una commissione nominata dal prefetto. I numeri sono imponenti, tanto che ormai queste notizie finiscono nei trafiletti di cronaca. Basta pensare che fra il 2012 e il 2018 sono stati imposti 112 scioglimenti, una raffica, di cui solo tre annullati dai giudici (il record spetta al governo Monti, che sciolse due Comuni al mese, per un totale di 36; i più miti sono stati invece gli esecutivi di centrosinistra succedutisi dal ’91 a oggi, con un Comune sciolto ogni due mesi). Ma i numeri sono tutto? E bastano a dire che la legge –  confluita poi negli articoli 143-146 del decreto legislativo 267/2000 – funziona a dovere? A fare un bilancio ci pensa il rapporto Lo scioglimento dei Comuni per mafia. Analisi e proposte, a cura di Simona Melorio, presentato oggi a Roma da Avviso Pubblico, la rete degli enti locali contro le mafie, e pubblicato in collaborazione con Altreconomia.

Da Sud a Nord. Il record tocca alla Calabria, i cui enti locali hanno subito l’intervento dello Stato ben 115 volte, seguita da Campania (108) e Sicilia (79). Ben distanziata la Puglia, con 15 provvedimenti, mentre nel resto del Paese i casi si contano sulle dita di una mano. Ma fanno rumore. Basta pensare ai Comuni sciolti in Piemonte, Liguria e Lombardia, e quello recente di Brescello (nella foto la campagna elettorale del sindaco Marcello Coffrini, dimessosi prima dello scioglimento) in provincia di Reggio Emilia: i provvedimenti di questi ultimi anni hanno in qualche modo ufficializzato la capacità delle mafie – ‘ndrangheta su tutte – di sottomettere la politica anche al Nord. Più esattamente, come recita la legge, di esercitare “forme di condizionamento” tali da “determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali”. Come a Lavagna (Genova), dove secondo il decreto di scioglimento i locali clan di ‘ndrangheta avevano promesso sostegno elettorale in cambio di un posto in giunta. Di solito a fare emergere questo “condizionamento” sono le indagini della magistratura, che aprono la strada a una commissione d’accesso e alla richiesta del prefetto, che poi può essere approvata o respinta dal ministro dell’Interno. Il dettaglio per provincia vede in testa Reggio Calabria con 66 scioglimenti, seguita da Napoli con 59, un sorpasso avvenuto solo negli ultimi anni dopo una lunga supremazia campana; poi vengono le province di Caserta (36) e Palermo (33). I 40 Comuni attualmente sciolti sono distribuiti fra Calabria (22), Sicilia (9), Puglia (5) e Campania (4). Il rapporto di Avviso pubblico si concentra poi sui recidivi, cioè quei municipi dove i boss riescono a riconquistare la macchina comunale una volta che gli emissari del prefetto se ne sono andati: 45 amministrazioni hanno subito due scioglimenti, 17 hanno toccato il record di tre. Tra queste Casal di Principe(1991, 1996, 2012), Gioia Tauro (1993, 2008, 2017), Platì (2006, 2012, 2018), Taurianova (1991, 2009, 2013). La legge fu pensata soprattutto per i piccoli Comuni – ricordate la polemica sull’opportunità di sciogliere addirittura Roma per lo scandalo di Mafia capitale? – perché più facilmente condizionabili, ma Avviso pubblico sottolinea che in realtà i mafiosi puntano alle prede grosse: il 13% dei centri colpiti almeno una volta conta più di 50mila abitanti.

Quando il politico cerca il mafioso. Il rapporto prende in esame la documentazione di diversi casi, e le storie che emergono sono da brivido. Come quella, citata nell’intervento dello studioso Vittorio Mete, di San Felice a Cancello (Caserta), sciolto nel 2017, dove le indagini hanno dimostrato “gravissimi e reiterati fenomeni corruttivi tali da costituire un vero e proprio ‘sistema illegale’ caratterizzato dal costante asservimento delle risorse pubbliche al tornaconto personale di esponenti dell’apparato politico e burocratico dell’ente in un contesto inquietante di commistione con gli interessi delle consorterie localmente egemoni”. Attenzione però: lì non erano i mafiosi cattivi che minacciavano e vessavano i poveri politici per appropriarsi indebitamente del denaro dei cittadini. Era esattamente il contrario. Scriveva il prefetto di Caserta: “Non è il clan malavitoso a cercare il contatto con le istituzioni e a imporre o proporre accordi vantaggiosi per entrambi, ma è direttamente la ‘politica’ a sollecitare l’intervento del clan camorristico per ottenere l’apporto finanziario sufficiente per la gestione illecita di grossi appalti pubblici”. Se certo non mancano amministratori vittime di aggressioni, danneggiamenti e minacce, il rapporto è sempre più di reciproca convenienza, sottolinea nel suo saggio Alberto Vannucci, esperto di corruzione (nonché blogger di ilfattoquotidiano.it e rubrichista di FQ MillenniuM): in un quadro in cui le mafie sparano di meno e corrompono di più, “diversi decreti di scioglimento segnalano la sussistenza in loco di preesistenti comitati d’affari che disciplinano accordi di cartello e altre relazioni di scambio occulto, comprendenti soggetti interni all’amministrazione comunale”. In casi come questi, “i mafiosi si inseriscono in un tessuto già consolidato di relazioni illecite”. E’ il malaffare, insomma, a spalancare la porta alle mafie, e non viceversa. Non è certo un caso, si legge ancora nel rapporto, che nel 2017 “il 9,5 per cento dei Comuni sciolti versava in condizioni di deficit finanziario”, in pratica l’orlo del dissesto, contro uno 0,9% della media nazionale. In molte di quelle amministrazioni non solo la spesa pubblica veniva pianificata a beneficio degli amici degli amici, ma spesso i tributi locali non venivano riscossi e neppure richiesti.

Quando la politica chiude gli occhi. Il bottino di questi 18 anni insomma è ricco, ma i numeri non dicono tutto. Sono diversi i punti critici della legge che il rapporto affronta. Il più generale è un’elevata arbitrarietà della decisione di sciogliere o meno un ente locale, dimostrata fra l’altro dalle differenze di interventi da governo a governo. Secondo lo storico Isaia Sales, per di più, si è usata la mano pesante al Sud e il guanto di velluto al Centro-Nord, nonostante l’espansione delle mafie ben oltre i confini tradizionali sia comprovata da tempo. Tornano in mente i casi di Desio (Monza-Brianza) e Fondi (Latina), che anni fa la scamparono nonostante i risultati inequivocabili delle inchieste giudiziarie, quando al governo ci stava il centrodestra berlusconiano (sia a Roma sia nei due Comuni interessati). Detto questo, riconosce il rapporto di Avviso pubblico, azzerare una giunta e un consiglio comunale eletti è molto invasivo. Si potrebbe studiare l’alternativa di un “affiancamento” dello Stato nei casi meno gravi, come del resto è previsto dal recente Decreto sicurezza. Inoltre – rileva Vannucci – si mandano a casa i politici, ma gli apparati burocratici restano “inamovibili”, anche quando i referenti dei mafiosi si annidano proprio fra loro. Infine, come dimostrano tanti casi di scioglimenti multipli, ma non solo, dopo il commissariamento spesso vincono le elezioni “quelli di prima”. O i loro amici. Su questo, però, non c’è legge che tenga.

Stati Generali Lotta alle Mafie. Intervento del Presidente dell’Anac, Raffaele Cantone. Milano, Palazzo Reale, 23 - 24 novembre 2017. Mafia, corruzione e pubblica amministrazione Il mio breve intervento non può che cominciare con un ringraziamento sincero al Ministro della Giustizia per avermi voluto quale coordinatore del tavolo di lavoro che, nell’ambito degli Stati generali della lotta alle mafie, si sarebbe dovuto occupare di “Mafia, corruzione e pubblica amministrazione”. E grazie in particolar modo per avermi concesso l’onore di partecipare a questa tavola rotonda con relatori tanto prestigiosi e resa solenne dalla presenza del Presidente della Repubblica. Ci sono moltissimi argomenti che vorrei poter affrontare nell’ambito di questa iniziativa tanto interessante. Per non dilungarmi troppo mi limiterò tuttavia ad affrontare la tematica che è stata oggetto del lavoro del tavolo, che si è giovato di contributi di componenti autorevoli e particolarmente esperti, ai quali va il mio personale ringraziamento per gli stimoli e le riflessioni importanti che hanno offerto (e le mie scuse se, per ragioni di tempo, non ho modo di citarli uno ad uno). Ritengo che il tema trattato sia oggettivamente uno dei più attuali e stimolanti nel dibattito, sempre molto vivo, che vi è nel mondo dell’antimafia, che oltre agli addetti ai lavori (magistratura, forze di polizia, avvocatura) ha il pregio di mettere insieme anche il Parlamento - soprattutto attraverso l’apposita Commissione bicamerale d’inchiesta, che appare sempre più uno strumento irrinunciabile - e la società civile, di cui fa parte anche tutto quel fondamentale network definito come “antimafia sociale”. L’attualità dell’argomento è conseguenza anche di alcune importanti inchieste salite agli onori della cronaca, in particolare quella cd. di “Mafia capitale”, in cui il rapporto fra organizzazioni criminali di tipo mafioso e corruzione è emerso in modo eclatante, soprattutto perché non riferito a territori tradizionalmente interessati dalla presenza pervasiva di simili associazioni. Sotto questo profilo l’esito processuale, per quanto in parte difforme rispetto all’impostazione accusatoria (fra l’altro neppure definitivo), non incide affatto sulla centralità della tematica. Se infatti tale centralità è emersa per la rilevanza, anche sul piano simbolico, dell’inchiesta della Procura di Roma, e benché le forme assunte dalla corruzione di stampo mafioso siano oggi del tutto nuove rispetto a quelle tradizionali, ciò non vuol dire affatto che la questione non fosse già da anni all’attenzione degli addetti ai lavori, per quanto circoscritta. Nei territori originari delle storiche organizzazioni criminali nessuno ha mai dubitato che la corruzione sia uno degli strumenti tipici utilizzati per rendere cogente l’assoggettamento e l’intimidazione ambientale, che rappresentano i dati ontologici della mafia e i tratti caratterizzanti della fattispecie incriminatrice. È lampante che poter far leva sul controllo di pezzi dell’amministrazione pubblica, soprattutto locale, sia determinante per ottenere quel consenso sociale che rappresenta un obiettivo strutturale dell’azione delle mafie. Sotto questo aspetto le mafie hanno dunque dimostrato di essere in grado di fare scelte improntate a una logica utilitarista e assai pragmatica: è di tutta evidenza difatti che “coinvolgere” negli affari dell’organizzazione e nei conseguenti vantaggi economici gli esponenti amministrativi (burocratici e politici), paghi di più che assoggettarli attraverso l’intimidazione e la minaccia. Modalità, queste ultime, che non scompaiono mai del tutto, ma che divengono una extrema ratio da impiegare nei confronti di chi non rispetta i patti o di coloro che invece si rifiutano di scendere a patti (cittadini coraggiosi che non sono mai mancati e che, per fortuna, continuano a non mancare neppure oggi). In tal senso non si può pertanto non dar ragione a chi, talvolta inascoltato, rimarca che un’amministrazione mal funzionante, attraversata da fatti di maladministration o, peggio ancora, di corruzione, è il terreno fertile per l’infiltrazione criminale. È impossibile però non rilevare come negli ultimi anni si assista sempre più di frequente all’emersione di episodi di corruzione messi in atto da organizzazioni mafiose in territori non mafiosi o, per essere più chiari, l’utilizzo dello strumento corruttivo come strategia di controllo di territori non adusi ai tradizionali metodi omertosi ed intimidatori. La mafia, in estrema semplificazione, piuttosto che “esportare” il suo consueto ricorso alla violenza, che al di fuori dei territori di origine non avrebbe attecchito ed anzi avrebbe rischiato di dar luogo a meccanismi di rigetto, ha preferito ricorrere al metodo collusivo, meno abituale ma comunque consolidato per infiltrarsi nel sistema economico ed affaristico delle aree del Paese in cui non era presente (e dove non c’è tuttora, secondo i criteri tradizionali). Aree che, forse non a caso, sono fra le più ricche d’Italia. In tal senso, risulta ancora più evidente quanto il contrasto alla corruzione possa diventare esso stesso, sia pure per via indiretta, un argine all’infiltrazione mafiosa. Ecco perché è apparsa lungimirante la scelta del Ministro della Giustizia di dedicare uno specifico tavolo a questa tematica nell’ambito degli Stati generali. Non si può, fra l’altro, non convenire con quanto, correttamente ed argutamente, evidenziato dalla Procura nazionale antimafia nell’ambito di un importante simposio internazionale; l’individuazione di indici di possibile corruzione all’interno di amministrazioni pubbliche non solo può essere utile in funzione di prevenzione ma anche come alert di una possibile infiltrazione. L’esistenza di un indiscutibile collegamento fra mafie e corruzione pone inoltre un’altra, speculare questione: individuare meccanismi di contrasto che possano rifluire positivamente sul versante della lotta al crimine organizzato. I contributi giunti dal gruppo di lavoro che ho avuto l’onore di presiedere sono, a mio modo di vedere, assai illuminanti, seppure non su tutti gli aspetti in linea con le conclusioni emerse in altri tavoli. Anche in questo caso ragioni di tempo impongono di darne conto solo in estrema sintesi. Mafia e corruzione, in pratica, pur potendo essere collegati, restano due fenomeni distinti, tant’è vero che le indagini giudiziarie restituiscono molte vicende (e sono la maggioranza, in termini quantitativi) relative a fatti corruttivi che nulla hanno a che vedere con la mafia. Le mafie, d’altro canto, pur essendo in difficoltà anche nei suoi tradizionali luoghi di insediamento e pur manifestandosi con differenti modalità al di fuori di essi, sono un fenomeno lungi dall’essere stato debellato e la morte di colui che è stato il capo della certamente più importante organizzazione mafiosa, Cosa nostra, non certifica affatto la sua fine, com’è stato osservato in questi giorni. La diversità fra mafia e corruzione, tradotta sul piano delle conseguenze giuridiche, sconsiglia da un lato di modificare il paradigma dell’incriminazione della associazione mafiosa tramite l’inserimento del metodo corruttivo, in quanto finirebbe per snaturare il tratto tipico di un fenomeno ancora vivo e vitale; dall’altro suggerisce di non esportare tout court le regole del contrasto mafioso, soprattutto quelle utilizzate in ragione della sua eccezionale gravità, alla corruzione. La corruzione mafiosa, e cioè quella messa in campo delle mafie, può del resto già giovarsi della possibilità di utilizzare gli strumenti tipici (anche eccezionali) dell’antimafia! Il giudizio sulla politica legislativa di contrasto alla corruzione è in ogni caso sostanzialmente positivo, anche con riferimento alle norme che hanno reso più rigorose le pene in materia, ma l’opzione su cui insistere con particolare pervicacia è di lavorare sempre più sulla prevenzione. Una amministrazione pubblica che agisca in modo efficiente, nel rispetto delle regole e con il massimo della trasparenza rappresenta già di per sé un argine fondamentale a qualunque infiltrazione criminale; proprio in questa prospettiva bisogna pensare ad ulteriori interventi legislativi, per introdurre meccanismi di trasparenza in quelle organizzazioni di tipo politico, come le fondazioni, che stanno soppiantando i partiti e che rappresentano di conseguenza il viatico per l’accesso alle cariche pubbliche. Una necessaria trasparenza che si impone proprio per il ruolo svolto nell’approvvigionamento economico, tale da poter creare rapporti di tipo collusivo. Sempre de iure condendo, alcuni partecipanti al tavolo hanno messo in evidenza come, per una sorta di eterogenesi dei fini, meccanismi di controllo oggettivamente importanti ed indiscutibili (come quello esercitato per via penale tramite l’imputazione di abuso di ufficio) stanno, nella pratica, creando una situazione di paralisi nella gestione della cosa pubblica che è divenuta nota come “paura della firma”. Tali circostanza finisce per avere pesanti ricadute sulla efficienza dell’azione amministrativa e di essa bisogna tener conto, non certo per deflettere sulla legalità e men che meno nella prospettiva di abrogare fattispecie incriminatrici, ma soltanto per individuare meglio gli ambiti dei controlli e quindi degli interventi. Infine, e su questo punto tutti i partecipi al tavolo hanno convenuto, è indispensabile una attività di formazione e di sensibilizzazione culturale dell’opinione pubblica sulle tematiche della corruzione, perché un’opinione pubblica avvertita rappresenta essa stessa un criterio di controllo dell’agire amministrativo. Proposte che oggi non possono che essere lasciate in eredità al futuro Parlamento e al futuro governo. Sono certo tuttavia che averle presentate in questa altissima cornice istituzionale fa assumere loro un’autorevolezza che fa ben sperare sulla possibilità che il legislatore e l’esecutivo che verranno sapranno tenerle in debita considerazione. Raffaele Cantone

Quando la regola del controllo dirigenziale  diventa eccezione da premiare.

Il Ministro Bongiorno incontra dirigenti meritevoli nella lotta all’assenteismo. Ministero Funzione Pubblica.gov.it il 14 marzo 2019. Il Ministro Bongiorno ha incontrato presso la sede del Dipartimento della Funzione Pubblica, a Palazzo Vidoni, undici dirigenti pubblici che con le loro azioni di controllo e denuncia hanno concretamente contribuito a contrastare il fenomeno dell’assenteismo negli enti presso i quali prestano servizio. Alla riunione hanno partecipato dirigenti dell’Azienda Servizi alla Persona ASP Istituti Milanesi Martinitt e Stelline e Pio Albergo Trivulzio di Milano, del Comune di Fondi, del Comune di Castellammare di Stabia, del Comune di Livorno, dell’Istituto Frisia di Merate, della città metropolitana di Milano, del Comune di Reggio Emilia, del Comune di Trieste, dell’INPS di Salerno, dell’Ente parco nazionale dell’Aspromonte, della Provincia di Avellino. “Sono particolarmente contenta e orgogliosa quando, come oggi, può essere dato un riconoscimento ad alcune eccellenze. Si tratta di esempi che lasciano ben sperare per un futuro in cui sempre più la Pubblica Amministrazione sarà percepita come un bene della comunità, e in cui l’orgoglio di contribuire al suo corretto funzionamento sarà un sentimento diffuso”, ha affermato il Ministro Bongiorno. “Occorre lavorare con determinazione per migliorare la PA e l’organizzazione di ciascun ufficio, e anche per questo sono in cantiere leggi che serviranno a valutare con criteri oggettivi i dirigenti.  Ma oggi ho voluto incontrare alcuni dirigenti che hanno contrastato il fenomeno dell’assenteismo, dimostrando senso del dovere e affezione nei confronti delle strutture presso le quali prestano servizio. Il mio auspicio è che sempre più la Pubblica amministrazione sia percepita, difesa e valorizzata - ha concluso il Ministro - come qualcosa che appartiene a ciascuno di noi”. Al termine dell’incontro i dirigenti convocati dal Ministro hanno ricevuto un attestato di merito. 

Il problema del Sud sono i furbetti del Sud. Carlo Lottieri, Venerdì 19/07/2019, su Il Giornale. Questo ennesimo scandalo sui cosiddetti «furbetti del cartellino» obbliga a porre attenzione a uno dei miti più assurdi: quello che spinge tanti a preferire il pubblico al privato, a sostenere ogni intervento statale e ogni nazionalizzazione, avversando privatizzazioni e liberalizzazioni. Il motivo principale di questa avversione per la libera impresa, che si converte in un'infatuazione per le logiche parastatali, è che l'imprenditore è spesso pensato come un soggetto immorale, volto unicamente al profitto, ossessionato dalla brama dei soldi. Al contrario, molti evidenziano che l'azienda pubblica non ha bisogno di fare utili, può accontentarsi di chiudere in pareggio e, di conseguenza, può offrire servizi a prezzi moderati. Gli imbroglioni che dominano le cronache ci mostrano, in realtà, che siamo tutti in qualche modo «animali economici», il che significa che tra gli altri obiettivi abbiamo anche quello di massimizzare la nostra condizione. Se l'imprenditore è portato a ricercare il profitto, il dipendente di un apparato che non offre gratificazioni e ignora il merito (né è in grado di penalizzare i comportamenti disonesti) tende a sua volta a fare il possibile per evitare la fatica. Tutto cambia, ovviamente, quando abbiamo un'impresa privata che deve soddisfare il pubblico e che, dovendo competere con altre realtà, ha bisogno che i propri dipendenti offrano il meglio di sé, gratifichino il consumatore, producano servizi apprezzati. Nessuno si è mai chiesto perché i furbetti che fanno timbrare da altri il proprio cartellino li abbiamo nello Stato e non già nelle aziende private? La ragione è che dove c'è un proprietario, il quale ha investito risorse anche ingenti, ognuno è richiamato alle proprie responsabilità. La moralità media di un dipendente pubblico equivale a quella del dipendente di un'azienda privata, ma le regole sono diverse. E nel mercato non è possibile quel consolidarsi di un parassitismo diffuso che produce simili esiti. Queste considerazioni dovrebbero essere tenute presenti, ci pare, da quanti continuano a difendere nei trasporti (si pensi al «caso Alitalia»), nella scuola, nella sanità una presenza dello Stato che è asfissiante e non lascia spazio alla concorrenza. Se non capiremo che i «furbetti» sono l'esito per certi aspetti inevitabile dello statalismo, difficilmente potremo uscire dal disastro in cui ci siamo cacciati.

Assenteisti al Cardarelli, 60 avvisi di garanzia: un bambino timbrava per la madre. Indagine della Procura di Napoli su dipendenti dell'azienda ospedaliera: nei video dell'inchiesta della polizia sorpresi a timbrare il cartellino e andare via. Il nosocomio si costituirà parte civile. La Repubblica il 18 luglio 2019. Sono stati immortalati dalle telecamere installate dagli investigatori mentre marcavano il badge anche per i colleghi: la procura di Napoli ha notificato 60 avvisi di garanzia nei confronti di altrettanti dipendenti dell'ospedale Cardarelli che dopo avere timbrato abbandonavano il posto di lavoro. L'indagine della polizia di stato di Napoli (commissariato Arenella) è stata coordinata dal pm Giancarlo Novelli insieme con il procuratore Giovanni Mellilo. Si ipotizzano i reati di truffa e la violazione della cosiddetta "legge Brunetta". Nei video ripresi dalle telecamere installate dai poliziotti nei pressi del dispositivo marcatempo di uno solo degli ingressi dell'ospedale Cardarelli di Napoli si vede anche un giovane tra 12 e i 13 anni, che indossa un cappellino di colore scuro, figlio di una dipendente del Cardarelli, che "timbra" il badge per conto della madre la quale, invece, andare a lavorare quel giorno se ne è rimasta comodamente a casa. Emerge anche questo dall'inchiesta della Procura di Napoli, che ha portato gli agenti del commissariato Arenella di Napoli (guidato dal primo dirigente Angelo Lamanna) a notificare 62 avvisi di garanzia ad altrettanti furbetti del cartellino i quali, ora, rischiano il licenziamento in tronco. Tra i destinatari degli avvisi figurano anche due medici: uno in servizio in pneumologia e l'altro in oncologia. In quest'ultimo reparto, mediamente, mancavano 8-9 dipendenti al giorno. Una situazione, è stato sottolineato dagli investigatori, che ha reso quella sezione molto meno efficace. Sguarnito, o quasi, è risultato anche il reparto centralinisti. Tra gli indagati anche un sindacalista e il consigliere di un Comune del Napoletano. L'inchiesta - che riguarda gli anni tra il 2014 e il 2017 - prende spunto da un'altra attività investigativa, che risale a qualche anno fa, incentrata sulla turnazione autonoma dei lavoratori del centralino del Cardarelli. Da quanto emerso i dipendenti passavano nel rilevatore di presenze 2-3 badge alla volta. Talvolta entravano in servizio mentre in altre occasioni abbandonavano il posto di lavoro.

"L'azienda si costituirà parte civile". "Se ci sono dei comportamenti scorretti è bene che vengano individuati e sanzionati, perchè la leggerezza o la mancanza di senso civico di pochi finiscono poi per penalizzare il buon nome e tutta la squadra del cardarelli, fatta di grandi professionisti e lavoratori instancabili. In questo senso mi sento di ringraziare la magistratura che è sempre, come in questo caso, pronta a raccogliere le segnalazioni che arrivano da questa direzione generale per poi portare luce nelle zone grigie". Questo il commento del commissario straordinario del Cardarelli Anna Iervolino in merito agli avvisi di conclusione indagine notificati in mattinata. Si conclude così, si legge in una nota del nosocomio napoletano, "un percorso di indagini iniziato più di quattro anni fa, sotto la direzione di Ciro Verdoliva, oggi commissario straordinario dell'Asl Napoli 1 centro, e proseguito nel segno di una continuità d'intenti con l'attuale management aziendale". "Il nostro compito come amministratori di questa azienda - spiega iervolino - è anche quello di vigilare con rigore sul rispetto delle regole e sulla trasparenza di tutto ciò che accade". Una misura, quella del passaggio, nel 2017, ai marcatempo con il rilevamento delle impronte digitali, conclude Iervolino, "accolta di buon grado dalla stragrande maggioranza dei nostri dipendenti, proprio perchè consente di eliminare qualsiasi ombra di dubbio sul rigoroso rispetto degli orari di lavoro. Distinguendo chi ci mette l'anima da quanti credono di fare i furbetti". L'azienda ha già provveduto ad avviare i procedimenti disciplinari nei confronti dei dipendenti coinvolti nell'indagine e si costituirà parte civile nel procedimento penale.

Ospedale di Monopoli, 9 medici arrestati per assenteismo: timbrava il parcheggiatore abusivo. Sono trenta gli indagati tra medici e dipendenti: uscivano per svolgere attività private dopo aver timbrato il cartellino oppure non andavano a lavorare e risultavano in servizio facendo timbrare il cartellino da altre persone. Chiara Spagnolo il 18 luglio 2019 su La Repubblica. Seconda raffica di arresti, in dieci giorni, di assenteisti degli ospedali. Dopo il "Don Tonino Bello" di Molfetta è toccato al "San Giacomo" di Monopoli finire al centro delle verifiche su cartellini non timbrati e ore di straordinari rubate. Una trentina sono gli indagati - e 13 gli arrestati - nell'ambito di un'inchiesta condotta dai carabinieri e coordinata dalla procura di Bari. Coinvolti anche due primari. Ecco i nomi degli medici arrestati: Angelamaria Todisco (Immunotrasfusionale), Gianluigi Di Giulio (Radiodiagnostica), Rinaldo Dibello (Gastroenterologia), Egidio Dalena (Otorinolangoiatia), Girolamo Moretti (Radiodiagnostica), Vincenzo Lopriore (Cardiologia), Sabino Santamato (Ginecologia), Leonardo Renna (Ginecologia). Ai domiciliari anche l'operatore tecnico della direzione sanitaria Antonio Bosio, l'assistente amministrativo Anna Pellegrini, il collaboratore amministrativo-professionale Giancarlo Sardano e l'infermiera del reparto di ginecologia Giuseppa Meuli. Carlo Battaglia, parcheggiatore abusivo davanti all'ospedale, più volte è stato sorpreso a timbrare il suo cartellino. C'è un altro dirigente medico destinatario della misura cautelare degli arresti domiciliari che è attualmente all'estero. Altre venti persone, tra le quali dieci medici (uno in servizio all'ospedale San Paolo di Bari), cinque infermiere, un operatore tecnico, tre autisti di ambulanza e un parcheggiatore abusivo, sono state sottoposte alla misura dell'obbligo di dimora. In totale gli indagati sono 46. A causa del coinvolgimento di diversi medici  alcune sedute operatorie previste per oggi sono state rinviate. Lo rende noto il direttore generale della Asl di Bari, Antonio Sanguedolce, che assicura l'uso delle sale operatorie per altri interventi. "Pertanto - precisa Sanquedolce - le sale operatorie non sono ferme perché la direzione medica di presidio con il supporto di altri Direttori di unità operative ha evitato il mancato utilizzo delle sale chirurgiche per intervenire su altri pazienti urgenti". I reati contestati sono truffa aggravata ai danni dello Stato, commessa in violazione dei doveri inerenti un pubblico servizio, false attestazioni e certificazioni sulla presenza in servizio commesse da dipendenti della pubblica amministrazione, falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico e peculato. Ipotesi simili a quelle contestate pochi giorni fa dalla procura di Trani in relazione a circa trecento episodi di assenteismo verificati all'ospedale di Molfetta. In quel caso dodici persone (tra medici, amministrativi e operatori tecnici) finirono agli arresti domiciliari mente per sei fu disposta l'interdizione dal lavoro per tre mesi. Stando alle indagini, gli indagati uscivano per svolgere attività private dopo aver timbrato il cartellino oppure non andavano a lavorare e risultavano in servizio facendo timbrare il cartellino da altre persone. Sono 660 le ore di servizio sottratte all'ospedale. Con le loro condotte i 46 indagati, 13 dei quali destinatari di misure cautelari degli arresti domiciliari e 20 dell'obbligo di dimora, avrebbero causato anche un danno economico alla Asl di Bari, quantificato in 25 mila euro. e indagini dei Carabinieri, partite dopo le segnalazioni di alcuni cittadini che lamentavano disservizi all'ospedale di Monopoli, si sono avvalse di videoriprese con cinque telecamere installate ai varchi di accesso della struttura sanitaria, i cui dati sono stati poi incrociati con la documentazione acquisita negli uffici della direzione amministrativa. Gli accertamenti, coordinati dal procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno e dal sostituto Chiara Giordano, hanno consentito di ricostruire le modalità con le quali gli indagati si assentavano fino ad alcune ore, grazie a false registrazioni dell'entrata e dell'uscita, facendo cioè timbrare il proprio cartellino a familiari, colleghi o conoscenti. In alcuni casi giustificavano, con false dichiarazioni, la mancata registrazione per "avaria della scheda, dimenticanza, smarrimento". A tre autisti di ambulanza arrestati è contestato il reato di peculato per aver utilizzato i mezzi di servizio "per fini diversi da quelli istituzionali".

Monopoli, furbetti del cartellino in ospedale: 13 arresti e 46 indagati. Coinvolti 18 medici, tutti i nomi. Assenteismo diffuso all’ospedale San Giacomo. In 20 colpiti dal provvedimento dell’obbligo di dimora, tra cui 9 medici. Massimiliano Scagliarini il 18 Luglio 2019 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Un caso di diffuso assenteismo è stato scoperto nell'ospedale civile san Giacomo di Monopoli (Bari) dai carabinieri che hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari nei confronti di 13 persone e provvedimenti di obbligo di dimora nei confronti di 20 dipendenti. Tra i coinvolti ci sono 18 medici tra cui 7 primari. Sono 46 in tutto gli indagati per concorso in truffa aggravata ai danni dello Stato commessa in violazione dei doveri inerenti un pubblico servizio, false attestazioni e certificazioni sulla propria presenza in servizio commesse da dipendente della pubblica amministrazione, falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico e peculato. I provvedimenti cautelari sono stati emessi dal gip del Tribunale di Bari, Antonella Cafagna. L'indagine è nata da segnalazioni ai carabinieri di Monopoli da parte di cittadini che lamentavano disservizi in ospedale. Gli accertamenti, coordinati dal procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno e dal sostituto Chiara Giordano, hanno consentito di ricostruire le modalità con le quali gli indagati si assentavano fino ad alcune ore, grazie a false registrazioni dell’entrata e dell’uscita, facendo cioè timbrare il proprio cartellino a familiari, colleghi o conoscenti. In alcuni casi giustificavano, con false dichiarazioni, la mancata registrazione per «avaria della scheda, dimenticanza, smarrimento». A tre autisti di ambulanza arrestati è contestato il reato di peculato per aver utilizzato i mezzi di servizio "per fini diversi da quelli istituzionali". In quattro mesi, secondo l'accusa, sarebbero state "sottratte" 660 ore di servizio in totale da parte degli indagati.

I NOMI DEI COINVOLTI: Provvedimenti di arresti domiciliari sono stati eseguiti nei confronti di: Angelamaria Todisco, nata a Monopoli 64 anni, responsabile del servizio trasfusionale, Gianluigi Di Giulio nato a Potenza, anni 55, primario della radiodiagnostica, Girolamo Moretti , nato a Monopoli di 46 anni, dirigente medico del Reparto di Radiodiagnostica, Rinaldo Dibello nato a Monopoli, 58 anni primario della gastroenterologia, Egidio Dalena, nato a Monopoli di 58 anni, primario dell’otorinolaringoiatria, Vincenzo Lopriore, nato a Monopoli, 62 anni, primario della cardiologia, Sabino Santamato nato a Bari,  64 anni, primario della ginecologia e il suo aiuto Leonardo Renna, nato a Locorotondo 65 anni, i dipendenti Antonio Bosio di Rodi Garganico di 51 anni, Anna Pellegrino di Polignano a Mare 60enne, Giancarlo Sardano di Monopoli di 62 anni e l’infermiera 50enne Giuseppa Meuli di Fasano. Una tredicesima persona, un medico, è all’estero e sta tornando in Italia. Gli obblighi di dimora riguardano Anna Consiglia Scardigno, nata a Ruvo di Puglia, 51 anni, medico di chirurgia, Angela Pantaleo, nata a Fasano 57 anni, medico di medicina, Cosimo Marasciulo nato a Bari, 60enne, medico di ginecologia, Marilena Matarrese nata a Massafra 40 anni, medico del servizio immunotrasfusionale, Francesco Paolo Di Taranto nato a Foggia, di 38 anni, medico di otorinolaringoiatria, Giuseppe Cappelli nato a Bari, di 63 anni, medico della sorveglianza sanitaria, Fulvio D’Onghia di Castellana Grotte di 45 anni, medico ortopedico, Francesco Fino di Monopoli 49 anni, medico cardiologo, Domenico Limitone  di Bari, 63 anni, medico urologo, gli infermieri Rosa Bianco di Torino 58 anni, Concetta De Rinaldis, nata a Zurigo di 53 anni, Pasquale Lacasella di Bari 63enne, Carmela De Laurentis nata a Monopoli di 59 anni, gli operatori tecnici Erasmo Lobefaro di Santeramo in Colle 50 anni, Francesco Fratella di Conversano di 62 anni, Gianfranco Brescia di Monopoli di 57 anni, Sante Palmisano di Fasano di 54 anni. Agli ultimi tre è contestato anche il peculato. Obblighi di dimora anche per il medico Marco Sperti, nato a Taranto 46 anni, dell’ortopedia del San Paolo di Bari, marito della Matarrese, l’infermiera Margherita Mezzapesa nata a Castellana Grotte di 46 anni e il parcheggiatore abusivo dell’ospedale, Carlo Battaglia di Monopoli di 55 anni.

EMILIANO: DENUNCIARE ASSENTEISMO UNICO MODO PER COMBATTERLO - «Le Asl stanno collaborando da tempo con la Magistratura e le Forze dell’ordine per stanare i casi di assenteismo diffuso che purtroppo, alla luce delle indagini, sono ancora tanti - dichiara il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano - Abbiamo anche dato vita a un nucleo ispettivo che segnala automaticamente alla Procura e alla Corte dei conti tutti i casi denunciati alle strutture o anche a me personalmente. Il nucleo ha svolto delle ispezioni anche sull’ospedale di Monopoli, i cui esiti sono stati trasmessi alle autorità competenti. Oggi tredici persone sono state arrestate nell’ospedale di Monopoli. Partiranno contestualmente i procedimenti disciplinari e, dove accertate le accuse, i relativi licenziamenti nel rispetto dalla legge. Così come auspico che, se ci sono persone estranee ai fatti contestati, possano rapidamente chiarire la loro posizione. Per quanto doloroso possa essere, l’accertamento della verità e l’assunzione di responsabilità da parte di tutti, a cominciare da chi è dipendente pubblico e si occupa della cura delle altre persone, è un passo necessario e fondamentale per migliorare le cose. E tengo anche a dire che chi si comporta male danneggia anche i tantissimi lavoratori diligenti e onesti, che sono la stragrande maggioranza, che ogni giorno sono al servizio della comunità. Questi ultimi devono denunciare ai loro superiori ogni episodio di assenteismo in modo da rendere più facile la repressione del fenomeno. Denunciare chi non si presenta al lavoro o lo abbandona prima del dovuto non è un gesto di slealtà verso i colleghi, ma è l’unico sistema possibile per evitare che pochi dipendenti infedeli macchino l’immagine di decine di migliaia di lavoratori che stanno migliorando giorno per giorno la qualità della sanità pugliese al prezzo di grandissimi sacrifici, nonostante la mancanza di personale. Ricordo che è prevista dalle leggi anche la denuncia anonima che non comporta alcuna conseguenza per il denunciante».

Alle Poste o alla casa al mare: ecco dov'erano i furbetti di Monopoli nelle ore di lavoro. Parla il pm Chiara Giordano: «Perdevano anche un numero spropositato di ore a zonzo in ospedale». La Gazzetta del Mezzogiorno il 18 Luglio 2019. Timbravano il cartellino e andavano alle Poste, al centro commerciale, o alla casa al mare: ecco quello che racconta il pm Chiara Giordano sugli arresti di questa mattina dopo che i carabinieri hanno scoperto un diffuso assenteismo all'ospedale San Giacomo di Monopoli (Ba). 46 indagati in totale, 18 medici in tutto coinvolti, compresi 8 primari, che - inoltre - "perdevano" tante ore in ospedale, passando diverso tempo in uffici in cui non avevano motivo di sostare, o parlando al cellulare. Una pratica fin troppo diffusa nel nosocomio, e le indagini sono scaturite proprio dalle tante segnalazioni arrivate ai carabinieri del posto, da parte di cittadini stanchi dei continui disservizi. 

Piaga nella pubblica amministrazione. Le assenze costano 7 miliardi all'anno. Sprechi di Stato: la Cgia di Mestre stima 4 miliardi per le malattie e 3 per la legge 104. Manila Alfano, Sabato 25/02/2017, su Il Giornale. Furbetti del week end e fannulloni di Stato, costantemente attratti dalle tentazioni che offre la vita: un giro per saldi, la spesa al supermercato, un salto alle bancarelle del mercato in cerca di imperdibili occasioni, una gitarella in barca, un paio d'ore passate a tentare la sorte giocando con le slot machine, o addirittura un secondo lavoro tra i fornelli di una cucina di un ristorante, inutile dire, in orario di lavoro. E intanto qualcuno si occupa di timbrare il cartellino per tutti. Parlano i numeri: i casi di assenteismo, sia di massa sia individuali, che nel pubblico impiego toccano livelli da sempre inaccettabili e al Paese costano la bellezza di 7 miliardi l'anno, non si contano. Come non si contano i casi in cui si abusa dei permessi concessi dalla legge 104 per fare altro invece che assistere i congiunti anziani o invalidi. Insomma vale tutto quando si tratta di svicolare dalle responsabilità lavorative per dedicarsi ai propri interessi. Si ma quanto ci costano gli assenteisti? Lo Stato italiano spende all'incirca 7 miliardi di euro per le assenze dei dipendenti pubblici. E intanto gli scandali che coinvolgono gli statali continuano senza sosta. Sono sette miliardi di euro l'anno spesi tra malattie (4 miliardi) e permessi concessi dalla legge 104 (3 miliardi), che negli ultimi anni hanno fatto registrare un'impennata per l'assistenza ai congiunti bisognosi. Una cifra enorme: per avere un termine di paragone recente, basti pensare alla manovra correttiva che la Ue ha chiesto al governo per rimettere in linea i conti pubblici: 3,4 miliardi di euro, pari allo 0,2% del Pil italiano. A guardare i numeri sulle assenze, emerge come i lavoratori del pubblico impiego siano davvero molto più «cagionevoli di salute» dei colleghi del settore privato: negli uffici pubblici si ammala il 55% del personale, mentre nelle aziende private va in malattia il 35%. E sempre secondo la Cgia di Mestre, il rapporto nelle assenze che durano solo un giorno è più che doppio: sono il 27,1% nel pubblico impiego contro il 12,3% nel privato. In totale, nel 2015 i giorni di assenza complessivi (malattia, permessi e congedi) nel settore pubblico sono stati 19 contro i 13 dei lavoratori privati, il 46% in più. Numeri che hanno portato Confindustria a stimare questa differenza a carico dello Stato in una voragine da 3,7 miliardi. Da verifiche più stringenti sugli abusi della legge 104 si potrebbero recuperare almeno 600 milioni l'anno. È indubbio che questi oltre tre milioni di persone, che lavorano nella scuola, nella sanità, nella ricerca, nelle regioni, nei ministeri e negli enti locali, sono anelli fondamentali del nostro Paese. E devono tornare a essere una risorsa trainante e non una zavorra.

Assenteismo e doppio lavoro: la truffa milionaria dei dipendenti pubblici. Il ministro Madia parla di licenziamento. Ma in dodici mesi 1.274 dipendenti infedeli hanno guadagnato oltre 6 milioni in nero, con un danno all'Erario di 15 milioni. Nadia Francalacci il 4 novembre 2015 su Panorama. "Un dipendente pubblico che dice che va a lavorare e poi non ci va, deve essere licenziato". Il ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, è stata molto chiara. “Licenziare”, è il verbo usato dal ministro che dopo i recenti fatti di Sanremo, si esprime senza giri di parole. “Non tutti i dipendenti pubblici però sono fannulloni- ci tiene a precisare la Madia – e non bisogna cadere nelle trappola del "luogo comune"”. Ovviamente davanti agli ultimi vergognosi fatti di cronaca scoperti dalla Finanza in Liguria, il ministro non può non riconoscere il problema dell’assenteismo come una delle piaghe della Pubblica Amministrazione da “curare” urgentemente mandando a casa il dipendente infedele. I fatti di Sanremo e in particolare il dipendente che viene ripreso a timbrare il cartellino in mutande hanno indignato l’Italia, ma gli italiani e soprattutto il Governo, sembrano essersi dimenticati i dati sconvolgenti della Guardia di Finanza relativi ai dipendenti pubblici con il doppio lavoro “scovati” solo due anni fa.

Lavoro nero. In dodici mesi 1.274 dipendenti pubblici hanno guadagnato con il doppio lavoro, illegale e rigorosamente “in nero” una vera fortuna, anzi, un tesoretto da mini manovra finanziaria: 6 milioni di euro. Assicuratori, idraulici, consulenti, elettricisti e persino badanti che prestavano i loro servizi a pagamento sia durante l’orario di lavoro, dopo aver timbrato il cartellino, che a chiusura giornaliera degli uffici. Mansioni e lavoretti che hanno creato un danno allo Stato italiano di oltre 15 milioni di euro, a tanto infatti ammonta il valore delle sanzioni che la Guardia di Finanza gli ha contestato. Questo è accaduto nel 2013.

I licenziamenti. Ma dal monitoraggio della Funzione Pubblica, dati relativi proprio al 2013, emerge come su quasi 7 mila procedimenti, quelli conclusi con licenziamento, siano solo 220 e tra questi solamente un centinaio per assenteismo. Un dato vergognoso davanti a prove davvero schiaccianti come quelle che vengono fornite dalle telecamere piazzate nel corso delle indagini effettuate dalla Finanza.

E sulla questione assenteismo e fannulloni, interviene anche l'ex ministro della P.A, Renato Brunetta, che ricorda come la legge per mandare a casa e licenziare definitivamente i dipendenti pubblici che non lavorano esiste già ed è il decreto legislativo 150 del 27 ottobre 2009. Insomma, per l'attuale presidente dei deputati di Forza Italia "c'è già tutto, basta applicare le leggi". In effetti il licenziamento disciplinare è espressamente previsto per la "falsa attestazione della presenza in servizio" e si fa cenno proprio "all'alterazione dei sistemi di rilevamento" e ad "altre modalità fraudolente", così da coprire tutti i possibili casi assenteismo e truffa ai danni della Pubblica amministrazione.  Ma la riforma della P.A. del Governo Renzi, prevede proprio un restyling della legge Brunetta, o meglio dell'azione disciplinare che oggi segue un meccanismo con diversi passaggi e attori. Il decreto attuativo che porterà a un nuovo testo unico sul pubblico impiego non farà però parte del primo pacchetto di provvedimenti applicativi della riforma. Bisognerà infatti aspettare il 2016.

Statali fannulloni, ora preferiscono le mini assenze. Il 26 per cento delle malattie dura un solo giorno. Il totale degli stop costa 4 miliardi. Il Tempo l'11 Gennaio 2015. La piaga dell’assenteismo nella pubblica amministrazione non è stata debellata. Nonostante le numerose riforme che hanno reso più difficile e anti economico assentarsi dal lavoro senza un valido motivo, il fenomeno persiste ancora. La forma prevalente non è più quella della malattia che dura lo spazio di tempo necessario per partire per la settimana bianca o quella delle cure termali per concedersi il relax in qualche centro benessere. Ora prevalgono le mini assenze, da uno a tre giorni. Il 25,9% delle malattie dura un solo giorno, pari a 1 assenza su 4. Il dato messo a fuoco dalla Cgia si riferisce al 2013 ed è in crescita del 5,9% rispetto all'anno precedente. Il primato delle «malattie brevi» spetta a Palermo: tra i dipendenti pubblici il 42,6% del totale delle assenze dura un giorno. Le assenze per malattia di durata compresa tra i 2 e i 3 giorni rappresenta, sempre nel settore pubblico, il 36,1%. Mel rapporto della Cgia si sottolinea il rischio reale che le assenze brevi «nascondano forme più o meno velate di assenteismo, soprattutto nei casi in cui la malattia dura solo un giorno». Diversa invece la situazione nel settore privato dove le malattie brevi, di un giorno solo, sono oltre la metà del pubblico impiego (11,9%) e sono in calo dell'1% rispetto all'anno precedente. Il record anche in questo caso ce l’ha Palermo ma l’incidenza è del 27,8%. Ma il settore privato, dice ancora la Cgia, detiene invece il primato malattia in termini di giorni medi sia nel 2013 che nel 2012: 18,3 contro 17,1 giorni dei dipendenti pubblici. Complessivamente, infatti, l'Inps ha ricevuto oltre 17.800.000 certificati medici: il 3,4% in più rispetto al 2012. Notevole la crescita, comunque nel comparto pubblico: nel 2013 hanno marcato visita il 9,2% di lavoratori in più. Nella classifica delle città dove si sospende l’attività per malattia, dopo Palermo c’è Agrigento con il 38,4% di assenze che durano 1 giorno, seguita da Catania, 35,6 % e da Trapani, 34%. Chiudono la classifica Udine (14,2%), Belluno (12,8%) e Bolzano (10,5%). Complessivamente, la provincia che presenta la durata media di malattia più elevata nel pubblico impiego è Vibo Valentia, con 23,2 giorni di assenza all'anno. Nel settore privato, invece, dopo la «leadership» del capoluogo regionale siciliano, il rapporto Cgia indica Catania (21,1%), Roma (18,8%) e Siracusa (18,5%). I territori più virtuosi sono Vicenza e Udine (entrambe con il 5,5%), Ascoli Piceno (5,1%) e Vibo Valentia (2,6%). Anche nel settore privato, il primato della durata media dell'assenza di malattia spetta alla Calabria: si tratta della provincia di Reggio Calabria, con 53,4 giorni di assenza all'anno. Dal punto di vista salariale la riforma Brunetta prevede che fino a dieci giorni di assenza, sarà corrisposto esclusivamente il trattamento economico fondamentale con decurtazione di ogni indennità o emolumento e di ogni altro trattamento economico accessorio. Nel comparto privato, invece, i primi 3 giorni di malattia sono interamente a carico dell'azienda, dal 4° al 20° giorno la retribuzione giornaliera media è coperta al 50 per cento dall'Inps, dal 21° al 180° giorno la quota in capo all'Istituto di previdenza sale al 66,66%. Confindustria mette in evidenza che i lavoratori pubblici si assentano il 50% in più di quanto non facciano i privati per un costo complessivo di 3,7 miliardi. «Un minore assenteismo aumenterebbe l'efficienza e la qualità dei servizi», chiosa il rapporto del Centro studi di Viale dell'Astronomia, per non parlare del risparmio di 3,7 miliardi che deriverebbe «da un minor fabbisogno di personale», mentre la Cgia chiede che vengano colpiti «con maggiore determinazione i furbi che assentandosi ingiustificatamente, recano un danno all'azienda per cui lavorano e, nel caso dei dipendenti pubblici, anche alla collettività». I dati, rielaborati da Confindustria sulla base del Conto Annuale della Ragioneria dello Stato, indicano che nel 2013 i dipendenti pubblici hanno totalizzato in media 19 giorni di assenze retribuite contro le 13 registrate dai lavoratori privati di cui 10 giorni di assenza procapite per malattia e 9 giorni per altre assenze retribuite. Circa 6 giorni in più, dunque, che porta a quota 46,3% la differenza con quanto avviene nelle imprese con oltre 1000 addetti, la cui dimensione più si avvicina a quella del pubblico impiego.

Quelli che sul lavoro non muoiono. Maurizio Blondet 4 Marzo 2008. «Omicidio di Stato», strilla Liberazione sullo sfondo di un’orma insanguinata. «Sistema Italia», piange il Manifesto su fondo nero-lutto. «Nessuno ferma la strage di operai», urla l’Unità. Per i cinque morti sul lavoro di Molfetta, i giornali si sono prodotti in un’orgia di lacrime di coccodrillo e di demagogia. Specie quelli «di sinistra», naturalmente. Gli articoli: colpa dei padroni che risparmiano sulla sicurezza (a Molfetta, il padrone è morto coi suoi operai). Colpa di Montezemolo. Colpa dello Stato e del sistema, del governo che «non fa i regolamenti». (A proposito: chi governa l’Italia oggi? Di colpo, per non disturbare «la sinistra» veltroniana, il governo si è reso invisibile. Non appare più nei TG. Non ne parla nemmeno Mediaset. Ma il governo è sempre quello: Prodi, Visco, Padoa Schioppa, Diliberto, Giordano, Pecoraro Scanio). Una strage nel settore privato, un milione di incidenti sul lavoro ogni anno, 550 mila risarcimenti INAIL; lacrime di coccodrillo, a fiumi, sui sacrificati, sugli sfruttati.

Così, non c’è spazio per raccontare l’altro scandalo emerso lo stesso giorno: quelli che su posto di lavoro non ci muoiono. I dipendenti pubblici, specie degli enti locali, hanno aumentato il loro tasso di assenteismo: più 9% nei Comuni, più 13% nelle Province. Il comune di Roma guida la classifica: 39 giorni d’assenza l’anno per ogni dipendente, che diventano 68,5 se si aggiungono le ferie e i permessi retribuiti. Secondo posto, Rieti, con 37,3 giorni d’assenza. Terzo Viterbo, con 33,4. Solo nei capoluoghi di provincia (media di assenze: 26 giornate per dipendente, a parte le ferie) le giornate perse - ma che noi contribuenti paghiamo - sono più di 4,2 milioni l’anno. Supponiamo che ogni giornata persa da costoro ci costi 50 euro (stima ottimistica: il costo si aggira sui 100), si arriva a un costo di 210 milioni di euro. Ossia 420 miliardi di lire l’anno, delle nostre tasse, vanno a pagare gli assenti abituali. Ma si capisce subito che la cifra è sbagliata per immenso difetto: solo nel comune di Roma, dice l’assessore al personale Lucio D’Ubaldo, «l’assenteismo ci costa 100 milioni l’anno, quasi come una manovra del bilancio comunale».

I dipendenti pubblici sono 3,2 milioni, sparsi nelle 9.300 amministrazioni centrali e locali. Ci sono gli assenteisti delle Regioni: prima come sempre la Regione Lazio (ogni dipendente manca 21,2 giorni per «malattia», e altri 11,6 per «altre cause», totale 32, 8 giorni di assenza), dove sono anche i più pagati: il costo pro-capite in Lazio è di quasi 50 mila euro l’anno, contro i 41 mila della media regionale. Probabilmente non si è lontani dal costo delle assenze pubbliche indicato da Confindustria, 14 e passa miliardi di euro l’anno, 30 mila miliardi di lire, ossia un punto del prodotto interno lordo, o una finanziaria pesantissima. Questo spiega tutto. Anche, direttamente e indirettamente, i troppi incidenti sul lavoro nel settore privato. Dice perché gli operai della Thyssen facevano 13 ore di lavoro e si esaurivano negli straordinari fino a perdere lucidità e attenzione: la paga lorda che basterebbe a vivere è dimezzata dalle tassazioni, con cui gli operai mantengono i dipendenti pubblici assenteisti. I duemila euro diventano, nelle tasche di chi lavora, meno di mille. Ciò spiega il perché le piccole imprese arrancano, non reggono alla concorrenza, non crescono in produttività, limano i costi su tutto ed anche sulla «sicurezza»: perché si devono pagare, con tributi esorbitanti e balzelli odiosi, quelli che sul posto di lavoro non muoiono ma vanno a vivere - un giorno lavorativo su tre - altrove, in allegri shopping o pause-caffè o assenze truffaldine (il collega timbra il cartellino per te, domani tu timbrerai il suo per lui). La palla al piede che inceppa la nostra «competitività» mondiale, non è difficile da identificare.

L’enorme assenteismo spiega anche la mancanza di controlli nella mitica «sicurezza»: e chi volete che controlli, se quelli sono per lo più assenti? Al costo vivo del furto di lavoro andrebbero aggiunti i costi degli ostacoli che l’assenteismo pubblico impone al lavoro privato: data l’intrusività della burocrazia pubblica italiana, dato che per fare qualunque cosa bisogna ottenere un permesso, un’autorizzazione, un certificato pubblico, gli sportelli vuoti per pausa-caffè o permesso retribuito e ingiustificato ostacolano il lavoro di chi lavora, fanno perdere tempo ed ore a quelli per cui le ore lavorate sono denaro. E quando sono presenti allo sportello, quei dipendenti sbadiglianti e di malavoglia, che non danno nessun servizio, di fatto «ostacolano» positivamente il fare; il fare di chi è esposto alla concorrenza interna ed estera. «Varare subito i nuovi decreti sulla sicurezza», strilla Avvenire. In questo senso c’è l’immancabile «appello del presidente della repubblica», che viene applaudito per la sua «sensibilità» (ma ha mai cacciato una lira, Napolitano, per le vittime del lavoro operaio?). In Italia, davanti ad ogni problema e tragedia, si pensa a «fare una legge». Che si aggiungerà ai milioni di leggi inapplicate e inapplicabili per l’inadempienza del settore pubblico, che se offre un servizio, lo offre solo a se stesso, e a spese di tutti noi.

E’ un modo di bastonare l’aria, anziché bastonare i responsabili. Come se una legge sulla sicurezza potesse ovviare all’ignoranza tecnica dilagante anche fra gli operai, cui nessuno ha insegnato che le esalazioni in una cisterna non sono solo un cattivo odore, ma un veleno, e che prima di lavare l’interno di un’autobotte bisogna immettervi aria, aria in quantità; al costume d’incuria che vediamo in ogni addetto all’edilizia - solo in Italia i muratori non portano l’elmetto perchè fa caldo, anche questo un sottoprodotto della cattiva istruzione, dell’arretratezza generale, dell’inadempienza delle scuola pubblica.

Avvenire, nel suo editoriale coccodrillo, vuole una legge «anche con qualche forzatura sanzionatoria», cui finora si sono opposti gli industriali. Egoisti? No, perché la forzatura sanzionatoria è pensata contro gli imprenditori, presunti colpevoli in via preventiva di «trascurare la sicurezza» per aumentare i profitti. «Vale la pena di correre il rischio di un costo economico più elevato del dovuto», scrive il cattolicissimo Avvenire. Ma il «costo economico più elevato del dovuto» lavoratori e imprenditori lo pagano già: e lo pagano per mantenere la Casta assenteista, inadempiente, costosa e ostacolatrice. Avvenire - cioè, nelle questioni di lavoro, la CISL di Pezzotta - vuole aggiungere un costo aggiuntivo ai «padroni», senza sottrarre il costo aggiuntivo dei fancazzisti comunali, provinciali e regionali.  Se proprio ci dev’essere una nuova legge per la sicurezza, la si formuli così: ad ogni morto sul lavoro, agli assenteisti pubblici si sottragga la retribuzione di una loro giornata d’assenza, che andrà a costituire un fondo di solidarietà per quelli che sul lavoro ci muoiono. Una legge educatrice. Per aiutare gli assenteisti a capire che il posto fisso e ben pagato, lo devono a contribuenti molto più poveri di loro: quanti contribuenti nel privato hanno uno stipendio di 41 mila euro l’anno, come ogni dipendente regionale in media? A capire che quel posto da cui si assentano 65 giorni l’anno, obbliga gli altri a sfiancarsi negli straordinari per portare a casa 980-1.200 euro il mese, con cui non riescono a mantenere la famiglia. A capire che è la ricca paga che rubano a far mancare i soldi per coprire i costi della sicurezza, dell’addestramento, dell’istruzione tecnica e dei controlli.

Una legge che tolga il maltolto, lo stipendio rubato da questi parassiti, può aiutarli a sentirsi uniti agli altri verso i quali hanno dovere di fornire servizi che non forniscono; in una parola, a farli partecipi del triste destino comune di arretratezza, di discesa nella scala della civiltà materiale, di cui loro - gli assenteisti - sono una causa primaria. Avvenire dice che «dobbiamo tutti sentirci responsabili imprenditori, sindacati, rappresentanti politi-ci, istituzioni, mass media, lavoratori»; come vedete, nella lista mancano loro, quelli che sul posto di lavoro, il caldo sicuro posto pubblico, non ci vanno, ma si fanno pagare. La lista doveva cominciare da lì. Come mai non comincia? La CISL rifiuta di riconoscere l’assenteismo dei pubblici dipendenti, che sono il nerbo della sua «base»: strilla che le cifre sono false. Ma anche la «destra» tace: 3,2 milioni di dipendenti pubblici assenteisti sono elettori, la Casta è tanto numerosa da essere una forza sociale temibile, da non irritare. E i giornali piangono lacrime di coccodrillo, mentre nascondono la notizia: le assenze crescono in Comuni e Province, non diminuiscono. Un caso di ottusità burocratica vissuto personalmente: prendo la residenza a Viterbo, dalla Lombardia, e vado alla ASL per farmi assegnare il medico di base. Mi rispondono che devo fornire i dati della mia ASL lombarda: numero della ASL, indirizzo esatto, eccetera. Facilissimo, ecco qua: la Lombardia ci ha fornito di una modernissima tessera sanitaria di plastica con un chip, identica ad una carta di credito: tutti i dati sono nella memoria elettronica. Ma ovviamente, la Lombardia è la sola ad aver adottato questo mezzo avanzato. In Lazio vogliono il «documento cartaceo». E non hanno nemmeno torto. Quel chip di memoria della mia avanzatissima tessera sanitaria non si può leggere se non nei terminali della Regione Lombardia. Nemmeno io posso sapere cosa vi è contenuto, dei miei dati personali; devo per forza andare alla ASL di Lombardia, ad uno sportello, e - dopo la solita coda - pregarli di leggere per me i miei dati in quella memoria, e implorarli di farmi una stampata «cartacea» del contenuto. E’ un esempio di secessione mentale, tipico del servizio pubblico che serve solo se stesso: in Lombardia non si sono messi nei panni degli assicurati, non hanno pensato che questa tessera (che forse contiene dati medici personali utili) potesse essere letta anche fuori dalla regione, magari d’urgenza, se l’assicurato ha un incidente in Lazio o in Calabria. E’ anche un esempio di come, in mano alla nostra burocrazia regionale, anche la tecnologia avanzata diventa un ostacolo, anziché un ausilio, e peggiora l’arretratezza. La mia tessera elettronica, in Lazio, è l’equivalente della sveglia che il selvaggio si appende al collo.

Comune di Sanremo, un terzo di inutili.  Stefano Olivari il 26 Ottobre 2015 su Indiscreto. La vicenda degli assenteisti di Sanremo, intesa come Comune, può stupire soltanto chi non abbia mai avuto a che fare con uffici pubblici e non abbia perso giornate di lavoro per un “il dottore è fuori ufficio” quasi mai motivato. Quantificando: la Procura di Imperia ha disposto l’arresto per truffa ai danni dello Stato di 35 dipendenti sanremesi e ne ha denunciati a piede libero altri 71 dopo due anni di indagini sui loro comportamenti in orario di lavoro. Non solo: ma altri 82 dipendenti comunali sono stati colti a compiere reati di minore gravità ma comunque associabili all’assenteismo. In totale quindi 188 persone, sulle 272 controllate, per una percentuale del 69,1%. In totale il Comune di Sanremo ha 528 dipendenti, ma non vogliamo spalmare sui non controllati la percentuale di truffatori che c’è fra i 272 controllati anche se il campione è abbastanza significativo. Mettiamo che gli altri siano tutti onesti, oltre che ciechi: 188 su 528 è il 35,6%. Anche senza fare discorsi penali o indulgere in particolari da ‘Ah signora mia, la casta’, tipo il premio di produzione (ma produzione di cosa?), il punto della vicenda è secondo noi che il Comune di Sanremo negli ultimi anni è andato avanti con nemmeno due terzi dell’organico, ad essere generosi. Sanremo ha poco più di 55mila abitanti, il che significa un impiegato comunale ogni cento abitanti. Rapportando tutto all’Italia, con lo stesso metro avremmo 600.000 impiegati comunali: tanti o pochi? Ma tornando alla statistica, un terzo degli impiegati pubblici sarebbe da licenziare dalla sera alla mattina, non ci sarebbe nemmeno bisogno di leggi speciali ma soltanto della volontà politica di colpire i comportamenti fraudolenti. Per la cronaca, il sindaco da cui è partita la segnalazione alla Procura (Zoccarato) era di Forza Italia, quello attuale (Biancheri) è di una lista di centro non meglio specificata: nei comuni la passione per il centrismo è, per motivi evidenti, più viva che nella politica nazionale. Chi ha derubricato a boutade elettorale la proposta grillina del reddito di cittadinanza, magari gli stessi che esultavano per gli 80 euro alla Achille Lauro (ma il Comandante usava soldi suoi), non si rende conto che in Italia il reddito di cittadinanza esiste già e costa allo Stato molto di più di 780 euro al mese (un terzo del lordo di uno degli impiegati assenteisti). Senza contare il fatto che potendo davvero licenziare si toglierebbe al posto pubblico il ruolo di merce di scambio elettorale, di favore paramafioso che ti sistema per sempre.

·        In Italia c'è un commissario per ogni disgrazia.

In Italia c'è un commissario per ogni disgrazia. Il Paese incapace di gestire le sue difficoltà si affida a manager dell’emergenza in ogni campo, dall'Ilva all’Alitalia, dal Mose ai comuni infiltrati dalla criminalità. Un esercito di Montalbano strapagati che non porta i risultati del poliziotto di Camilleri. Gianfrancesco Turano il 27 novembre 2019 su L'Espresso. Paese di santi, di navigatori, di commissari. L’Italia in emergenza permanente effettiva, dal Mose all’Ilva, dall’Alitalia alle imprese edili, si consegna ad alti commissari, supercommissari, commissari straordinari, commissari prefettizi, commissari giudiziali, commissari ad acta. C’è un commissario per ogni difficoltà che non si possa risolvere attraverso le vie normali: cioè sempre. Ci sono stati commissari antimafia (1982-1993), che Giovanni Falcone considerava inutili. Commissari polivalenti come Guido Bertolaso (terremoti, vulcani, rifiuti, migranti, mondiali di ciclismo) e superspecializzati come l’ex governatore leghista del Piemonte Roberto Cota (contraffazione) o come il democrat veneziano Paolo Costa, delegato dal governo per il traffico acqueo in laguna. Dal Grande Vecchio al Grande Montalbano il salto è stato rovinoso. Venezia, Taranto, Fiumicino rischiano di essere le pietre tombali di un esecutivo che francamente è solo l’ultimo a reggere un cerino a fine corsa.

Quando è colpa di tutti, non è colpa di nessuno. Si è visto con l’acqua alta nella laguna veneta dove l’unico spettacolo più orrendo della devastazione di un gioiello architettonico senza pari al mondo è stato lo scaricabarile collettivo dei politici. Il governatore Luca Zaia ha detto che ormai tanto vale finire ma a lui il Mose non è mai piaciuto. Non si sarebbe detto a vederlo entusiasta durante la primissima inaugurazione del Mose alla bocca di Treporti nel 2013, poco dopo il primo scossone della magistratura con l’arresto di Pierluigi Baita, deus ex machina del Consorzio Venezia Nuova (Cvn). Baita, che ha patteggiato per le tangenti veneziane dopo l’arresto (febbraio 2013), spara a zero sui cinque anni di gestione straordinaria e denuncia “l’irresponsabilità collettiva”. Giancarlo Galan, predecessore di Zaia, che era il suo vicepresidente, si è assolto da ogni colpa sui ritardi dell’opera da 5,5 miliardi dopo avere anche lui patteggiato una condanna a due anni e dieci mesi. I veneziani Renato Brunetta (Forza Italia) e Pier Paolo Baretta (Pd) hanno rievocato il loro trauma giovanile dell’“aqua granda” del 1966. Intanto nelle ore della marea eccezionale si litigava sul sistema delle dighe: sollevarle o lasciarle sott’acqua, dove stanno arrugginendo a grande velocità? Ha prevalso la linea dell’immobilismo, dettata dal commissario Francesco Ossola, e forse è stata una fortuna dati i problemi tecnici manifestati dall’opera di recente. Ma nel picco della crisi non era chiaro a chi spettasse la parola finale, se ai commissari, e a quale dei due commissari, oppure al prefetto o ancora al provveditorato che il governo Renzi ha sostituito all’antico magistrato alle acque, dopo che due figure di vertice dell’organismo creato dai dogi (Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva) erano finite agli arresti per le tangenti del Mose, stimate complessivamente in un centinaio di milioni di euro. Così è stato nominato il supercommissario previsto da una legge del governo giallo-verde, la Sblocca cantieri, parente stretta dello Sblocca Italia di Matteo Renzi. A Venezia arriverà l’architetto Elisabetta Spitz. Il compito è di completare quel 6-7 per cento di impiantistica, e non è poco, che manca al Mose per entrare compiutamente in azione alla fine del 2021. «Ci sono tante figure di commissari», dice Luigi Magistro, terzo commissario del Cvn fino alle dimissioni senza rimpiazzo due anni e mezzo fa. «Quelli per le crisi aziendali, come per il concordato di Astaldi, o quelli che arrivano in casi di crisi giudiziaria, come il Mose. In teoria sono plenipotenziari dello Stato. In pratica, lo Stato stesso aumenta i controlli rispetto alla situazione precedente, per esempio attraverso la Corte dei conti. Giusto farlo ma i tempi si allungano. In più, il commissario subentra in casa altrui e si dà per scontato che i proprietari, per quanto delinquenti, continuino a finanziare l’impresa. Ma se dicono di no, nessuno li può costringere. Si può solo farli fallire, e non è questo l’obiettivo. Il terzo problema è che i lavori li fanno sempre loro e, se prima erano abituati a fare prezzi molto alti, tendono a insistere su questa strada. Da qui nascono altri rallentamenti e spesso il commissario passa gran parte della sua attività a replicare ai ricorsi dei proprietari». Con questo panorama, il lavoro dei commissari impegnati con il Mose non è certo stato dei peggiori. L’opera, giusta o sbagliata che sia, è andata avanti nonostante le condizioni ardue perché in questi anni sopra Venezia si è scatenata la tempesta perfetta. Al commissariamento governativo del Cvn si è aggiunta la crisi economica di quasi tutti i soci del consorzio: Mantovani-Fip (Serenissima holding), Condotte, Fincosit Grandi Lavori, Astaldi, le cooperative. La capofila Serenissima della famiglia Chiarotto a fine gennaio ha ottenuto il via libera del tribunale di Padova che ha nominato i commissari Remo Davì, Anna Paccagnella e Michele Pivotti. Il documento con la richiesta di concordato fallimentare dei Chiarotto è allo stesso tempo la carrellata su un declino finanziario e un atto di accusa. Eppure la holding è cresciuta a dismisura e in breve tempo grazie ai finanziamenti pubblici dello Stato. Nel 2013 i ricavi arrivavano al record di 633 milioni. Nel 2014, dopo l’inizio dello scandalo, erano 551, nel 2015 scendevano a 336, poi a 230 nel 2016 e a 152 milioni nel 2017. L’anno scorso il fatturato è stato di 70 milioni con 200 milioni di perdite contro i 10 milioni di utile del 2014. La colpa? «L’intervenuto commissariamento del principale committente (Cvn) e una gestione assai penalizzante nei confronti delle imprese consorziate realizzatrici dei lavori, tanto nel mancato affidamento di nuovi lavori quanto nel pagamento dei debiti pregressi». Firmato Romeo Chiarotto, il patriarca novantenne azionista del gruppo padovano. Per andare avanti la Mantovani è stata ceduta in fitto alla parmense Coge ad agosto 2018 e Serenissima aspetta di fare cassa con la cessione del 14 per cento della superstrada Ragusa-Catania, statalizzata dall’ex ministro Danilo Toninelli, e con l’11,7 per cento del raccordo anulare di Padova. Certo, che il Mose sia un’opera giusta o sbagliata non è propriamente secondario. Come non era secondario diffondere dati ridicolmente bassi sulle spese annuali di gestione delle dighe mobili. I 15-20 milioni di euro previsti sono in effetti 100 o forse più. «Può anche essere giusto che costi così tanto», dice un ex collaudatore che chiede l’anonimato. «Il problema è che dichiararlo da subito sarebbe costato il posto a chi lo diceva». Un altro commissario collaudatore, l’ex direttore generale dell’Anas Francesco Sabato, presidente della commissione di collaudo alla bocca di porto del Lido, oggi ricorda: «Nel 2004 con i miei colleghi completammo diversi controlli e presentammo una serie di rilievi. Evidentemente eravamo troppo pignoli e il Magistrato alle acque ci sostituì nel 2010. Da allora ho letto sull’Espresso del problema della ruggine nelle cerniere. Credo sia una mancanza da parte dell’impresa perché non erano certo imprevedibili gli effetti dell’acqua salata sulla parte metallica sommersa». Anche volendo attribuire alla Fip (gruppo Chiarotto) i 34 milioni di euro già spesi fuori budget per tamponare il problema, l’azienda di Selvazzano non sarebbe in grado di fare fronte. Pagherà il contribuente, come da manuale delle grandi opere in Italia. A ben guardare c’è un quarto problema oltre ai tre esposti da Magistro. È il compenso del supercommissario. Per un impegno come quello che richiede il Mose vale la legge 111 del 2011. C’è una parte fissa di 50 mila euro e una somma pari variabile secondo il raggiungimento degli obiettivi. Nella migliore delle ipotesi, si parla di 100 mila euro. Nella peggiore, sono duemila netti al mese per tenere a bada il mare Adriatico. Con questi chiari di luna si comprende come spesso la qualità del personale commissariale abbia suscitato perplessità, soprattutto quando le terne hanno dovuto affrontare situazioni complesse come quelle dei comuni colpiti contemporaneamente da infiltrazioni del crimine organizzato e situazioni di dissesto finanziario. La vicenda drammatica dell’Ilva di Taranto, per restare agli ultimi mesi, mostra che più di qualcosa non va, nonostante l’introduzione del sorteggio su una rosa di selezionati voluto dai grillini per evitare un’eccessiva concentrazione di incarichi sui soliti noti. A fine aprile si sono dimessi i commissari di nomina renziana Piero Gnudi, commercialista bolognese per decenni in testa alla lista di chi ha più incarichi, Enrico Laghi, cinquantenne che si muove sulla strada del professionista bolognese (tredici incarichi attivi tra commissariamenti, collegi sindacali, cda e liquidazioni), e Corrado Carrubba. Al loro posto, l’allora ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha nominato Antonio Cattaneo, Antonio Lupo e Francesco Ardito. Cattaneo ha declinato l’invito quasi subito, senza neppure entrare in carica, per possibili conflitti di interessi e si è andato a occupare della crisi di Mercatone Uno insieme a Luca Gratteri e a Giuseppe Farchione. Negli ultimi giorni, dopo che Arcelor-Mittal ha dichiarato di volere chiudere l’impianto, il Mise di Stefano Patuanelli ha incaricato una società di head-hunting di individuare un commissario straordinario, per gestire la fase di transizione. La fine di questo mese di novembre potrebbe essere la svolta per Taranto, come per il Mose  e per Alitalia che paga mesi e mesi di indecisione. Ma come se non bastassero le esitazioni fra Delta e Lufthansa e il tira e molla con Atlantia, dieci giorni fa la Procura di Civitavecchia ha spedito la Guardia di finanza a caccia di documenti negli uffici di Fiumicino per verificare la posizione, e gli eventuali conflitti di interessi, dei quattro commissari straordinari Luigi Gubitosi, poi passato a guidare Tim, il suo sostituto Daniele Discepolo, l’ex rettore dell’università di Bergamo Stefano Paleari e il già citato Laghi, ex presidente di Midco, controllante della compagnia di bandiera. Sulla vicenda a giugno dell’anno scorso si era pronunciata l’Anac, allora guidata da Raffaele Cantone, che si era dichiarata incompetente «in relazione ai profili evidenziati». Rispetto ai 100 mila euro del supercommissario al Mose, il lavoro in Alitalia offre ben altre prospettive di guadagno, se la compagnia riuscirà a salvarsi. Il decreto del Mise guidato da Carlo Calenda (2017) prevede circa 10 milioni di euro complessivi per la terna. Possono sembrare tanti soldi ma sono poca cosa rispetto ai 12 milioni a testa, poi scesi a 7 milioni, contrattati dai commissari Astaldi Vincenzo Ioffredi, Francesco Rocchi e Stefano Ambrosini (recordman italiano con 50 incarichi inclusa la vecchia Alitalia). Rocchi e Ambrosini sono indagati per corruzione dalla Procura di Roma in un’inchiesta rivelata dall’Espresso all’inizio di novembre. Con loro è indagato Corrado Gatti, che doveva vagliare la bontà del piano di concordato. Laghi ha un ruolo anche nella vicenda Astaldi. Il docente di economia aziendale alla Sapienza di Roma è creditore dell’impresa per oltre 900 mila euro e ha un contratto di consulenza da 2,5 milioni per il piano che dovrebbe riportare l’impresa in buona salute con Laghi ad agire da procuratore, se andrà bene, o da liquidatore, se andrà male. Laghi ha minimizzato il suo possibile conflitto di interessi scrivendo ai commissari che i 900 mila euro sono «meno del 9 per cento del volume d’affari» suo e del suo studio nell’anno in cui si è formato il suo credito ossia una decina di milioni complessivi. Il commissario inventato da Andrea Camilleri non ha mai visto tanti soldi in vita sua.

·        Gemellaggi: vantaggi per i cittadini o solo viaggi per gli amministratori?

Gemellaggi: vantaggi per i cittadini o solo viaggi per gli amministratori? Pubblicato mercoledì, 09 ottobre 2019 su Corriere.it da Milena Gabanelli e Adele Grossi. Sono 2,755 tra l’Italia e i Paesi europei. Sulle spese la Corte dei Conti ha richiamato più di un Comune. Ma a che serve gemellarsi? Vale la pena chiederselo, visto che spesso tutto quello che conoscono i cittadini del Comune interessato inizia e finisce davanti al cartello che lo dichiara alle porte del territorio, sulle strade statali o provinciali. Per esempio, quanti bolognesi sanno che Bologna conta ben 13 gemellaggi? Otto in Europa e 5 altrove: Sant Louis (Senegal), un altro Sant Louis in Missouri (Usa), La Plata (Argentina) e San Carlos (Nicaragua). I milanesi hanno 15 fratelli fra cui Osaka, Shanghai, Melbourne e Tel Aviv. In totale, l’ultima volta che li hanno contati nel 2010, i gemellaggi stretti dall’Italia con i fratelli europei erano 2.755, su 39.508 totali in Europa. La città con più gemellaggi è Firenze con 21.Un buon accordo di gemellaggio può rivelarsi un’operazione assai virtuosa e recare molti benefici a una comunità e alla sua amministrazione comunale: integrazione, unione tra persone provenienti da diverse parti dell’Europa, condivisione dei problemi, scambio di opinioni. Quando il sistema funziona tutto questo si traduce in vantaggi tangibili. Qualche esempio: ad agosto, l’amministrazione comunale di Rieti e il Comitato Gemellaggi e Relazioni internazionali del Comune, hanno pagato il soggiorno di una settimana nelle città gemellate di Nordhorn (Germania) e Saint Pierre Les Elbeuf (Francia) a quattro studenti particolarmente meritevoli delle ultime classi degli istituti di secondo grado dell’anno scolastico 2018/2019. Un’iniziativa simile è stata intrapresa a maggio dal Comune di Vicenza. L’Europa incoraggia i gemellaggi sin dagli anni ’50. Il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa, la più grande associazione fra gli enti locali europei, ha anche dato vita ad una piattaforma web, appositamente pensata per far incontrare nuovi potenziali partner. Si chiama twinning.org: un’apposita sezione intitolata «trovare un partner» fornisce tutti i consigli pratici per trovare l’ente giusto con cui iniziare una relazione e dà anche la possibilità di verificare quali siano i Comuni «single» in cerca. Ma, soprattutto, l’Europa li finanzia.Ma cosa è un buon gemellaggio? Certamente, può aiutare cercare il partner giusto seguendo un’affinità di partenza fra popolazioni residenti, origini comuni, identità politiche, storiche, geografiche. E queste peculiarità dovrebbero essere trasparenti e note, se non altro ai cittadini che vivono nei territori gemellati. Non sempre purtroppo è così. Difficilmente, per esempio, al Comune di Ingria in provincia di Torino – 44 abitanti – non sanno spiegare perché ci sia il gemellaggio con il Comune francese di Mayres. Tuttavia nonostante l’incoraggiamento dell’Europa, non sempre scegliamo il partner fra i Paesi europei; dalle grandi città ai piccoli Comuni ci gemellaggi le cui motivazioni non sempre sono conosciute anche dai cittadini: dal 1998 Anghiari, provincia di Arezzo, è gemellata con La Plata (Argentina). Peccioli, 4.000 abitanti in provincia di Pisa, ha ben due gemelli nel Ghana. Tarquinia è gemellata con Jaruco (Cuba), Novellara (Reggio Emilia) ha tre gemelli fra Cuba, Israele e Brasile. Naturalmente scegliere un partner fuori dal confine europeo può avere anche una ragione: per esempio San Fele, provincia di Potenza, da 35 anni è gemellato con Canada Bay, cittadina alle porte di Sidney dove molti sanfelesi sarebbero emigrati nel corso del tempo.Capita però che il gemellaggio, sconosciuto ai cittadini e magari sganciato da una qualsiasi comunanza fra territori, si traduca in una scusa per far viaggiare gli amministratori comunali a spese della collettività. Qualche anno fa la Corte dei Conti condanna il sindaco di Santa Teresa Riva (Messina) che se n’era andato con la moglie a Fuveau, in Francia, a spese dei cittadini per decretare il gemellaggio. Con lui anche l’assessore al Turismo e consorte, un consigliere comunale e consorte e anche il presidente del comitato per il gemellaggio (anche lui, con consorte al seguito). Viene avviato un controllo stringente e la Corte detta delle linee guida chiare: le spese per i gemellaggi rientrano fra le spese di rappresentanza solo se si fondano sulla concreta e congrua esigenza di accrescere il proprio ruolo istituzionale in un contesto più ampio, in vista di concrete aspettative di promozione della propria vocazione turistica e culturale, di creazione di nuovi sbocchi commerciali, di ricerca di prospettiva di sviluppo della propria economia. Su queste premesse non si contano i casi in cui la Corte è costretta a richiamare puntualmente le amministrazioni locali, come Val Brembilla, 4000 abitanti in provincia di Bergamo, che fra gemellaggio con Nantua (Francia), «scambio interculturale» e un viaggio della Commissione comunale nel 2017 ha speso 2947,67 euro.

·        Il lungo addio delle Province.

Il lungo addio delle Province: ponti, scuole e strade senza manutenzione, scrive il i7 Febbraio 2019 Il Corriere del Giorno. A seguito della nefasta legge Delrio del 2014 le amministrazioni provinciali sono diventate terra di nessuno con scarsissimi fondi e limitate competenze. La sicurezza a rischio. Provate ad immaginare di assumere la gestione di 5.100 scuole e 132 mila chilometri di strade e dopodichè lasciarle per tre anni senza manutenzione. Le condizioni in cui le ritroverete non è difficile immaginarle. 5 mila di quelle strade dovrebbero chiudersi in quanto insicure. Quindi sarebbe inevitabile limitare il transito su 1.918 ponti e viadotti, in quanto per 802 di essi i pericoli di cedimenti potrebbero diventare tali da suggerirne la chiusura. Infine constaterete che nel corso dell’anno scolastico vi saranno 50 distacchi di intonaco (cioè uno ogni 4 giorni), e quindi più della metà delle scuole non avrà l’agibilità e il 60% neppure il certificato di prevenzione incendi. Questo il paradossale “mondo” delle Province italiane. Incredibilmente i Governi che si sono succeduti, in previsione di una loro cancellazione, poi mai avvenuta, hanno azzerato le risorse per le Province lasciando però loro due servizi tanto importanti quanto esosi come appunto la gestione delle strade e la manutenzione delle scuole. Il risultato è quello immaginato sopra. Uno dei primi atti del Governo Renzi fu la loro trasformazione in 86 enti di secondo livello, dando per scontata l’approvazione di una riforma costituzionale che avrebbe soppresso le Province, trasferendo le competenze a Comuni e Regioni, e quindi non furono più previste elezioni a suffragio universale per le Amministrazioni Provinciali, ma solo da parte di sindaci e consiglieri comunali. Del nutrito numero di competenze che avevano – dai servizi per l’impiego allo sviluppo economico, dalla viabilità alle scuole, dalla cultura ai servizi sociali – ne restarono fondamentalmente due: edilizia scolastica e strade provinciali. Impegni tutt’altro che minimi se si pensa all’enorme fabbisogno necessario per 132 mila chilometri di strade ed arterie e da 5.100 edifici scolastici al cui interno studiano 2 milioni e 500 mila ragazzi. Non così, però, dovettero pensarla gli artefici delle Finanziarie che seguirono, visto che tolsero alle Province un miliardo l’anno dal 2015 al 2017 e stabilirono il taglio di 16 mila dipendenti su 43 mila, da pensionare o trasferire presso ministeri, tribunali e Regioni. La beffa finale fu che dopo questo svuotamento di risorse, l’incompiuta riforma costituzionale venne bocciata dal referendum e le Province restarono in una specie di terra di nessuno, moribonde ed allo stesso tempo costrette alla vita, cariche di responsabilità ma prive di risorse. Gli investimenti crollarono del 60% e si svuotarono gli uffici tecnici, i soli in grado di gestire gli appalti per le opere necessarie. Ben presto la rinuncia alla manutenzione cominciò a farsi sentire su una rete stradale vecchia di 50-60 anni. A cominciare dai ponti. Come il viadotto di Annone Brianza, crollato più di due anni fa sulla statale Milano-Lecco provocando un morto e cinque feriti, con immediato rimpallo di responsabilità tra la Provincia di Lecco e l’Anas. O più recentemente come il viadotto Sente, che collega Abruzzo e Molise e che sarebbe potuto crollare da un momento all’altro se nel settembre scorso non fosse stato chiuso: la terza campata si era spostata di parecchi metri ed era lesionata. Con il moltiplicarsi dei casi di deterioramento, come quello dei ponti sul Po, gli unici oggi ad avere una garanzia certa di risorse; ecco scattare chiusure o divieti di transito per i trasporti pesanti e limiti di velocità palesemente inapplicabili e buoni solo per cercare di limitare i guai giudiziari. A proposito dei quali, qualche anno fa tutti i presidenti di Provincia fecero un esposto alle Procure per chiedere che, in assenza di risorse, potessero avere almeno le attenuanti giudiziarie in caso di cedimento dei ponti. Certo, lesioni e crolli si verificano anche al di fuori della rete provinciale, ma qui la frequenza è maggiore perché manca la manutenzione. Emblematico, l’enorme masso che ha bloccato per due anni la provinciale 12 nel Cilento. Una piccola inversione di rotta arriva con le ultime due Finanziarie. Quella per il 2019 attiva 250 milioni l’anno fino al 2033 per strade e scuole. Ma è ancora una goccia nel mare, se pensiamo – secondo una ricerca della Fondazione Caracciolo-centro studi Aci – che le strade provinciali avrebbero bisogno ogni anno di una manutenzione di 46 mila euro a chilometro (6,1 miliardi), e sono invece disponibili appena 3.800 euro, cioè appena 500 milioni, cioè dodici volte meno del necessario. Il discorso non cambia passando dalle strade alle scuole. 770 progetti sono pronti ma costano 2 miliardi ma per le scuole superiori al massimo sono disponibili 500 milioni. Nel frattempo, si moltiplicano i cedimenti, le disfunzioni, i distacchi di intonaco. Ed i crolli di interi tetti, come è accaduto nel maggio scorso a Fermo, all’istituto Montani, dove si è sfiorata la strage. Con il 55% delle scuole fuori norma contro gli incendi, poi, la sola risposta che si è riusciti a dare è quella far slittare il rispetto delle norme. Solo così ad esempio si è evitato di dar seguito alla chiusura delle scuole come quello ordinata lo scorso settembre dal sindaco di Messina. Ed adesso che il Governo ha posto fine allo slittamento delle regole, migliaia di presidi rischiano la denuncia penale. Nel frattempo il Governo si prepara a rafforzare il ruolo delle Province. Ma è sempre più chiaro che, competenze a parte, se i fondi disponibili continueranno ad essere dodici volte inferiori al necessario, le Province resteranno impotenti e non potranno offrire neppure i servizi minimi richiesti dal proprio territorio.

·        I soldi ci sono, lo Stato li perde.

Smascherati tutti gli “ammazza-Sud”: da Renzi alla grande beffa dei fondi, scrive mercoledì 13 marzo 2019 Giovanna Taormina su Secolo d’Italia. I finanziamenti per rilanciare il Mezzogiorno ci sono, ma i soldi vengono spesi poco e male. Eppure c’è una pubblica amministrazione pagata per aggiungere valore e non per sottrarlo: il risultato finale è che, invece, il Sud poi cresce molto meno rispetto al Nord. L’ultima fotografia del Fondo per lo sviluppo e la coesione, e in particolare della quota riservata ai Patti per il Sud, mostra la cronica difficoltà della pubblica amministrazione nella progettazione e gestione delle gare.

Sud, che cos’è il Fondo per lo sviluppo e la coesione. Il Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc) è, congiuntamente ai Fondi strutturali europei, lo strumento finanziario principale attraverso cui vengono attuate le politiche per lo sviluppo della coesione economica, sociale e territoriale e la rimozione degli squilibri economici e sociali in attuazione dell’articolo 119, comma 5, della Costituzione italiana e dell’articolo 174 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. In sostanza, deve garantire risorse finanziarie aggiuntive per obiettivi di riequilibrio economico e sociale, con una quota minima di utilizzo dell’80 per cento a favore del Mezzogiorno.

I dati della Ragioneria dello Stato. Secondo i conti fatti dalla Ragioneria dello Stato, come riporta Il Sole 24 Ore, l’intero Fondo sviluppo coesione 2014-20 è all’1,5% di pagamenti sulle risorse programmate. In sostanza, è stato speso molto meno: le amministrazioni hanno utilizzato solo 492,6 milioni su 32,1 miliardi. Nel dettaglio ci si ferma all’1,9 per la sottosezione rappresentata dai Patti per lo Sviluppo (276,6 milioni su 14,3 miliardi programmati).  Complessivamente tra risorse ripartite dal Cipe per diverse aree tematiche e risorse ancora da assegnare, il monitoraggio della Ragioneria indica per il Fsc del periodo 2014-2020 una dotazione totale di 59,8 miliardi. Quanto poi ai Patti per lo sviluppo, furono sottoscritti nel 2016 sommando più fondi e risorse. In particolare la dotazione Fsc fu ripartita in 14,4 miliardi per le 15 intese al Sud (le otto regioni più le sette metropolitane) e circa 900 milioni per il Nord. La percentuale di spesa sul programmato, riporta ancora l’analisi pubblicata sul Sole 24 Ore, segnala oggi una situazione di allarme. I progetti finanziati con i patti riguardano per il 40% il settore trasporti e infrastrutture, per il 27% l’ambiente e per percentuali molto più basse aree come inclusione social, ricerca, istruzione.

Il trucchetto. Ma sul finanziamento dei Patti c’è anche il trucchetto. Il Sole 24 Ore osserva che c’è un altro dato che spiega la paralisi di spesa di quello che una volta si chiamava Fas (Fondo aree sottoutilizzate): nel bilancio dello Stato ci sono ben 21 miliardi di residui. La stima è contenuta in un articolo di Gian Paolo Boscariol che sarà pubblicato nel prossimo numero della Rivista giuridica del Mezzogiorno della Svimez. La tesi proposta è questa: i diversi governi che si sono succeduti hanno alimentato periodicamente il Fsc 2014-2020 con nuove risorse, ma contemporaneamente tenevano le autorizzazioni di cassa a un livello assai inferiore. Il Fondo quindi ha viaggiato con il “freno a mano tirato”. E tutto ciò si aggiunge all’inerzia delle amministrazioni pubbliche a utilizzare i fondi.

I soldi ci sono, lo Stato li perde. (Come riportato da Ferruccio De Bortoli – CORRIERE DELLA SERA 11 Febbraio 2019). Nella manovra, 400 milioni per piccole opere legate alla sicurezza del territorio da iniziare entro il 15 maggio. Un segnale al Paese dimenticato, che non giustifica la cancellazione del piano periferie, utile per dare un contributo alla crescita. E che dire degli 80 miliardi Ue, in gran parte inutilizzati, che nel 2020 rischiano di svanire… Per la stragrande maggioranza dei Comuni italiani l’articolo 1, commi 107-114, della legge di Bilancio, è una piccola boccata d’ossigeno. Un impercettibile spiraglio di luce nel panorama spesso grigio dei bilanci delle amministrazioni locali. Non certo quella manna prodigiosa piovuta all’improvviso dal cielo di Roma. E grazie alla lungimiranza del governo, come traspariva dalle parole del leader della Lega e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ma che cosa prevede questo poco discusso passaggio di una manovra economica già recessiva nei suoi numeri? Una legge di Bilancio che ha sacrificato gli investimenti per rientrare, momentaneamente, nelle regole europee? Ai Comuni italiani, esclusi quelli grandi, vengono dati 400 milioni. Si tratta di pocket money. Spiccioli. Quarantamila euro alle amministrazioni con popolazione inferiore ai 2 mila abitanti. Cinquantamila a chi ne ha tra 2 e 5 mila. Settantamila ai centri con una popolazione compresa tra 5 e 10 mila. Infine, centomila euro alle città comprese tra 10 e 20 mila abitanti. I Comuni beneficiari, secondo la normativa, devono spenderli subito per finanziare uno o più lavori pubblici allo scopo di mettere in sicurezza il territorio. I cantieri devono essere aperti entro il 15 maggio. Altrimenti i finanziamenti, erogati in due tranche, potranno essere revocati, già entro il 15 giugno, privilegiando le amministrazioni dei Comuni più efficienti e tempestivi. Per la verità esiste già un altro fondo di finanziamento dei lavori in edifici pubblici per ragioni di sicurezza varato dal precedente governo. Si tratta di 350 milioni assegnati con criteri che dovrebbero favorire le amministrazioni con necessità più impellenti e ridotti avanzi di bilancio. Si dirà: ma perché quell’oscuro comma della legge di Bilancio 2019 è così importante vista l’esiguità dell’importo? Perché è la cartina di tornasole dei criteri del governo nei finanziamenti pubblici. Difficile che i fondi possano essere revocati. Sarebbe un po’ come chiedere la restituzione di un reddito di cittadinanza a un comune povero. Ma se, nella prossima primavera, in una miriade di centri piccoli e medi — le grandi metropoli sono escluse — si moltiplicheranno manutenzioni, ripristini, coperture di buche, ebbene sarà il segno visibile di un Paese che si riprende. Lo Stato che dimostra di esserci. Anche per mettere a posto il marciapiede sotto casa. O rinforzare l’argine del torrente che lambisce il quartiere, la frazione. Se però i finanziamenti si disperderanno in mille rivoli o saranno usati soltanto per integrare spese già decise, dovremmo constatare — per l’ennesima volta — che dare un po’ a tutti serve poco o a nulla. La norma è poi rivelatrice della filosofia, anche elettorale, di Lega e Cinque Stelle. Il loro ragionamento è il seguente: il centrosinistra privilegia le grandi metropoli, noi i piccoli centri, l’altra Italia, quella «dal basso». E non è un caso che la maggioranza gialloverde abbia esordito cancellando il piano periferie studiato dall’allora ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. Quei lavori erano già stati progettati e finanziati. I cantieri si sarebbero aperti velocemente. Con un impulso non disprezzabile agli investimenti pubblici. Si può fare sviluppo anche non distruggendo le buone idee degli avversari. Ma tant’è. Con le ultime leggi di Bilancio si è però di fatto superato il patto di stabilità interno. Ovvero la cassa libera per quei comuni che hanno i conti a posto — e non hanno una quota di avanzi ancora bloccata — può essere impegnata in finanziamenti di pubblica utilità. La stima è che si possa disporre di un surplus di capacità di spesa di 13 miliardi in più anni. Anche una sentenza della Corte costituzionale ha contribuito ad accrescere la libertà di bilancio dei Comuni meglio amministrati. Ciò fa crescere la possibilità che finalmente nel 2019 si possa invertire il ciclo negativo dei finanziamenti pubblici. Lo scorso anno si prevedeva di aumentarli in misura considerevole, tra i due e tre miliardi. La stima sul consuntivo 2018, in via di elaborazione da parte della Ragioneria dello Stato, registra una flessione di qualche centinaio di milioni. Poteva andare peggio. L’Anci, l’Associazione che riunisce i comuni italiani, è prudente. Troppi passaggi burocratici. Alcune Regioni sono lentissime. Un esempio significativo è quello degli interventi di edilizia scolastica. La raccolta delle firme può richiedere fino a un anno e mezzo. E poi magari si lasciano solo sei mesi ai Comuni per progettare e avviare i lavori. In diverse situazioni, anche in centri medio grandi, c’è scarsità di personale tecnico, enormi difficoltà di progettazione. Il Codice degli appalti ha paralizzato molte amministrazioni. Secondo i dati Ifel-Anci, nel periodo 2010-17, gli investimenti fissi lordi dei comuni sono diminuiti del 37,2 per cento in termini di impegni e del 29,2 per cento sul versante dei pagamenti. La legge di Bilancio 2019 ha istituito «una struttura di supporto presso la Presidenza del Consiglio» per aiutare gli enti locali nella progettazione, coinvolgendo anche InvestItalia. La soglia degli affidamenti diretti è stata elevata a 150 mila euro. La Cassa depositi e prestiti, nel suo piano triennale, si è impegnata a creare una nuova unità, Cdp Infrastrutture, per «affiancare la Pubblica amministrazione nella programmazione, progettazione, sviluppo e finanziamento delle opere». I dati al 31 ottobre 2018 sul monitoraggio delle politiche di coesione europee, nel periodo 2014-2020, sono illuminanti sulla nostra difficoltà, a volte incapacità, di investire i soldi che pure sono stati stanziati. Il totale delle risorse disponibili, tra fondi europei e cofinanziamento italiano, supera gli 80 miliardi. Solo per i due principali programmi (Fesr, Fondo europeo per lo sviluppo regionale, e Fse, Fondo sociale europeo per promuovere l’occupazione), che ammontano complessivamente a 55 miliardi, il grado di avanzamento dei progetti era in media del 32 per cento e la cifra spesa appena del 12,62 per cento. Nelle Regioni del Sud, che ne avrebbero maggior bisogno, siamo al 7,69 per cento. In Sicilia al 2 per cento. E il 2020 è l’anno prossimo. Se non si spendono i fondi si rischia di perderli. Alla fine del 2018 sono finiti nel nulla tre programmi per complessivi 61,25 milioni di euro. Spariti per lentezza, distrazione, sciatteria.

FONDI EUROPEI. Milena Gabanelli e Luigi Offeddu per il “Corriere della Sera – Dataroom” il 25 febbraio 2019. L' Italia ha dato molto all' Unione Europea: solo nel 2017, circa 4,4 miliardi in più di quanto abbia ricevuto da Bruxelles. Nel 2016, ha avuto 11,5 miliardi ma ne ha sborsati 13, 9. E fra il 2011 e il 2017, ha accumulato in tutto 36,1 miliardi di saldi negativi. Nello sbilancio tra il dare e l'avere, l'Italia arriva quarta, dopo la Germania, il Regno Unito e la Francia. Ma chi decide quanto «dare» e quanto «avere»? Il «dare» si decide in base ai trattati da cui è nata l'Unione, firmati da tutti i Paesi. Principio generale: chi sta meglio aiuta chi sta peggio, per favorire la stabilità e la pace sociale dell'Ue. Il bilancio dell'Unione è definito in un piano di sette anni, rappresenta l'1% del Prodotto interno lordo totale dei Paesi membri, ed è sottoposto annualmente all' approvazione dell'Europarlamento, sola istituzione direttamente eletta dai cittadini europei, cioè da noi tutti (nessuno può dire «non c' ero»). Pertanto ogni anno, ogni Stato versa a Bruxelles un contributo basato sul reddito nazionale lordo, su alcuni dazi doganali, su un'aliquota Iva, e così via. Bruxelles a sua volta ricambia erogando i suoi fondi. Se un Paese taglia il suo contributo, come ha minacciato di fare Roma, va incontro al 2,5% di interessi di mora sulla somma dovuta, più lo 0,25% per ogni mese di ritardo. Fatti due calcoli sulle rispettive popolazioni, ogni cittadino del Paese più ricco, la Germania, dà a Bruxelles circa 286 euro all' anno (162 euro in più di quanto riceva). Quello più povero, il greco, versa 140 euro ma ne incassa 541, cioè 401 in più. Mentre ogni italiano è in credito verso Bruxelles di circa 39 euro. Errori e contestazioni sono possibili per tutti. Ma chi amministra meglio, ha più speranze di conquistarsi la fiducia di Bruxelles e dunque i suoi fondi. Lo fa capire bene la nostra Corte dei Conti, nella relazione 2018 depositata lo scorso 9 gennaio: «la dinamica degli accrediti dipende, oltre che dalla preassegnazione dei fondi a ciascun Paese nell'ambito della gestione concorrente, anche dalla capacità progettuale e gestionale degli operatori». Nel piano 2014-2020 la Ue ha stanziato a favore dell'Italia 42,7 miliardi che, aggiunti a 30,9 miliardi di co-finanziamento nazionale, prefigurano 73,6 miliardi da investire in programmi di occupazione, crescita, tutela dell'ambiente, agricoltura (sono fondi strutturali, quelli che rappresentano la metà di tutti i finanziamenti europei). Dopo la Polonia, l'Italia è il Paese Ue cui Bruxelles ha assegnato più soldi. Ma è anche il sestultimo per capacità di spesa: fino allo scorso ottobre abbiamo speso solo il 3% dei fondi disponibili, contro una media europea del 13%. Cosa si rischia? Lo scrive la Commissione Europea: «se una somma stanziata a favore di un dato programma non viene ritirata entro la fine del secondo anno a decorrere dall' approvazione dello stesso, tutte le somme di denaro non versate non saranno più disponibili per quel programma». Ed è il conto che l'Ue sta presentando a Napoli: potrebbe revocare i fondi già stanziati per la linea 6 della metropolitana (98 milioni), e quelli per la via Marina (16 milioni). A rischio anche gli 813 milioni per la Tav. La Corte dei Revisori Ue nel Rapporto 2018 scrive: sulla programmazione 2007/2013 l'Italia ha accumulato 950 milioni di fondi non impiegati e progetti sospesi, e in questo è seconda in Europa dopo la Romania. Secondo i dati della Commissione, l'89% dei grandi progetti italiani presentati nel 2007-2013 aveva un'insufficiente analisi costi-benefici, il 68% errori di pianificazione o di conoscenza del mercato interno, il 51% insufficiente valutazione dell'impatto ambientale e copertura finanziaria. Fra gli esempi di sprechi marcati da burocrazia e incapacità, ce ne sono stati pure di tragici. Nel novembre 2007, Bruxelles approva il Programma di sviluppo regionale della Puglia. Comprende anche il «Grande Progetto» di raddoppio dei 13 pericolosi chilometri di binario unico sulla linea Corato-Barletta. Nel febbraio 2008, la Regione Puglia approva le modalità dell'intervento Ue, ma dal 2011 in poi, il Programma viene più volte modificato. Nel frattempo, al «Grande Progetto» vengono assegnate diverse autorità di gestione e diversi «organismi» per valutare le pratiche amministrative, un intrico di competenze. Il 19 aprile, nove anni dopo la prima approvazione giunta da Bruxelles, e quattro anni dopo l'erogazione di 180 milioni, parte la prima vera gara d' appalto per il raddoppio del binario unico. Troppo tardi. Il 12 luglio 2016, su quello stesso binario, due treni si scontrano: 23 morti, 50 feriti. Quando non sono tragedie, sono soldi buttati. Nel gennaio 2018, il tribunale della Corte di Giustizia Ue conferma il taglio di 380 milioni dal totale di 1,2 miliardi del Fondo sociale Ue per la Sicilia. Ecco alcune irregolarità citate dai giudici: «progetti presentati dopo la scadenza dei termini, progetti non ammissibili alle misure per le quali erano stati dichiarati. Spese relative al personale non correlate al tempo effettivamente impiegato per i progetti; consulenti esterni privi delle qualifiche richieste; spese non attinenti ai progetti, spese contabilizzate in modo inappropriato; violazione delle procedure di appalto e di quelle per la selezione di docenti, esperti e fornitori». Ce la caviamo bene anche con le frodi. Le segnalazioni di irregolarità riguardanti Roma giunte dall' Olaf (l'autorità anti-frode di Bruxelles) sono quintuplicate nel periodo che va da 2007 e il 2013, solo nel 2017 si è passati da 927 a 1227. Un esempio pittoresco: Val Trompia, maggio 2018. Tre allevatori bresciani prendono in affitto pascoli in alta quota per le loro nuove mandrie, mirando ad incassare 200 mila euro di fondi Ue della Politica agricola comunitaria. Ma in Val Trompia ci sono anche i carabinieri forestali, che un giorno spediscono un paio di droni a curiosare dall' alto su quei pascoli. Così scoprono che lassù non c' è nemmeno una mucca. I tre bresciani vengono denunciati. Loro, certo, non volevano essere «contributori netti» di Bruxelles. Ma c' è qualcos'altro, che ci danneggia: «L' Italia non è abbastanza presente a Bruxelles, in tutti i sensi - dice Alessia Mosca, eurodeputata autrice del libro «L' Unione, in pratica: un'Europa a misura d' Italia» -. Spesso non ci siamo ai tavoli più importanti dove si decide, soprattutto nei progetti transnazionali che calamitano i fondi diretti più importanti, dove devi dimostrare di avere un sistema-Paese che può stare in un network. Ma non molti nostri politici parlano bene l'inglese o il francese, in più i ministri preferiscono restare nei loro collegi che andare alle riunioni di Bruxelles, dove se invece ci sei, puoi negoziare». In effetti preferiscono parlar male dell'Europa, anche senza conoscerne i meccanismi, dai cortili di casa. E i cortili applaudono.

·        La cultura chiusa per festività.

Vittorio Sgarbi scandalizzato, l'ultima porcheria: "Insulto all'Italia da parte dello Stato". Libero Quotidiano il 3 Maggio 2019 su Il Dubbio. L'immagine dei turisti che mostravano il biglietto prenotato e pagato per visitare L'ultima cena di Leonardo da Vinci il 1° maggio e che hanno trovato l'ingresso sbarrato, ha fatto il giro del mondo, suscitando imbarazzo e indignazione. Nonostante le parole da parte della dirigente del complesso museale, Emanuela Daffra, che ha dichiarato, seppur in ritardo di aver avvisato i visitatori e che dietro questa chiusura c'è una mancanza di personale le scuse non sono bastate. Tramite le pagine de Il Giornale ha detto la sua a riguardo Vittorio Sgarbi: "Non ci sono giustificazioni. La chiusura del Cenacolo di Leonardo il primo maggio è una inconcepibile testimonianza di abdicazione dello Stato e di mancanza di rispetto per i cittadini italiani e per i turisti e visitatori stranieri. Una pagina umiliante e deprecabile. La proprietà del Cenacolo è dello Stato, e la sua natura è di un museo pubblico come gli Uffizi, come il Louvre, come Brera". A rendere tutto ancor più grave, aggiunge il critico d'arte, è che tutto ciò accada nell'anno del cinquecentesimo anniversario della morte dell'artista, in un momento in cui anche il nostro Presidente della Repubblica si trova in Francia per onorarlo. "Un gestore intelligente non avrebbe consentito mai la chiusura del primo maggio, oltre che per l'anniversario anche per le ragioni simboliche che ci vedono comunque subalterni al Louvre (che realizzerà a breve la grande mostra monografica, umiliandoci), anche perché i musei devono essere aperti sempre nelle giornate di festa, per ovvie ragioni, di turismo e di rispetto per la cultura e la dignità dello Stato. Quello che è accaduto è imperdonabile. Preferirei dire: impossibile. Un primo maggio umiliato. Un insulto all'Italia e a Leonardo da parte dello Stato".

E POI CI LAMENTIAMO CHE I TURISTI NON VENGONO PIU’ IN ITALIA. Miriam Romano per “Libero quotidiano” il 30 aprile 2019. Non tutti i monumenti e i musei più apprezzati in Italia saranno visitabili il primo maggio. Alcuni, tra i più celebri oltretutto, caleranno il sipario a cittadini e turisti. Le porte saranno sbarrate col chiavistello e i capolavori dei maestri d' arte rimarranno celati al pubblico per tutta la giornata. Senza spiragli di orari ridotti o chiusure anticipate, nessuna eccezione di sorta o deroga per pochi eletti. Un peccato per chi sogna proprio domani, giorno di pausa dal lavoro, di farci una capatina, anche veloce. Staremo a vedere se le grandi città d' arte, decapitate dei musei più visitati, collezioneranno lo stesso, domani, il solito sciame di turisti. La mappa delle grandi chiusure della festa dei lavoratori, non può che cominciare da Milano. La città meneghina sarà orfana della Pinacoteca di Brera, sede museale tra le più visitate. E dire che la galleria di arte antica e moderna, tra le più vaste di Milano coi suoi 24000 metri quadrati di superficie, le sue opere celebri, lo scorso anno aveva tentato un' apertura straordinaria proprio il primo maggio. Solo la mattina, fino alle 14, e aveva registrato parecchi incassi. Ma quest' anno è un' altra storia: battenti serrati, non ci sarà modo di dare una sbirciatina, neanche di sfuggita, ai capolavori. Sigillati dietro le porte del celebre palazzo meneghino rimarranno la Pala di Piero della Francesca e il Cristo Morto di Andrea Mantegna. Stessa sorte toccherà al Castello Sforzesco, simbolo di Milano e della sua storia, che rimarrà chiuso il primo maggio. Tanto che una visita alla città, senza un giro nelle stanze antiche della fortificazione, è una visita monca. Non solo per la Pietà Rondanini, ultima grande opera incompiuta di Michelangelo, la Sala delle Asse affrescata con le decorazioni di Leonardo da Vinci o la Sala della Balla con gli arazzi di Bramantino, che già di per sé potrebbero bastare per giustificare una visita di qualche ora ad uno dei più grandi castelli d' Europa, ma anche per Il Gonfalone di Milano, la rappresentazione raffinata di Sant' Ambrogio, patrono della città. Ma per Milano sarà una chiusura a larga scala, perché molti altri musei e monumenti non apriranno le porte ai visitatori. Con l' eccezione delle vetrine di Palazzo Rele, Pac, Museo del Novecento e Mudec. Una scelta che non strizza di certo gli occhi ai grossi incassi, dato che proprio durante le ultime feste di Natale, i musei milanesi avevano ottenuto grossi boom di presenze. Si sa, in vacanza si è tutti più propensi a passare qualche ora al museo per rifarsi gli occhi con quadri, statue e dipinti. Se Torino e Venezia, invece, terranno i cancelli aperti ai turisti, bisogna scendere giù a Roma per trovare la porta di ingresso di celebri musei sbarrata. A Firenze, infatti, quest' anno la Galleria degli Uffizi e Palazzo Pitti resteranno aperti. Già ci immaginiamo i chilometri di coda all' ingresso. La sfilza dei musei chiusi il primo maggio nella capitale del paese è bella lunga. Pochi celebri monumenti faranno eccezione a Roma. Il Colosseo, per esempio, sarà visitabile, come anche Castel Sant' Angelo. Ma non sarà così per Palazzo del Quirinale, Palazzo Madama e Palazzo di Montecitorio, che non apriranno le porte al pubblico per tutta la giornata. Per non parlare dei Musei Vaticani, tra le mete più ambite non solo per motivazioni di fede, ma anche per gli amatori di arte e cultura. Tanto da essere tra i primi cinque musei più visitati al mondo. Chiusura che farà mettere il broncio a molti.  Con i Musei Vaticani, chiude la saracinesca pure della Cappella Sistina, che decorata con gli unici affreschi di Michelangelo Buonarroti non ha bisogno di presentazioni per la fama raggiunta in tutto il mondo. A seguire, a Roma, rimarranno chiusi il primo maggio pure la Casa della Memoria e della Storia, il Museo Mario Praz, il Museo della via Ostiense Porta San Paolo e il Museo Maxxi. E pure il Pantheon, edificio della Roma antica, nel rione Pigna, tempio dedicato alla divinità del passato, non tirerà su la serranda domani. E così la sua cupola, tra le più grandi al mondo, non potrà essere oggetto degli sguardi ammaliati dei visitatori. Nell' elenco delle grandi chiusure del capoluogo del Lazio, pure Villa Farnesina Chigi, Domus Romane di Palazzo Valentini, Technotown e Casina di Raffaello. Non solo, anche in tutti i musei civici di Roma saranno chiusi: dai Musei Capitolini al Museo dell' Ara Pacis, dal Museo Napoleonico al Museo di Roma in Trastevere. Più giù a Napoli, se Castel Sant' Elmo, Certosa, Maschio Angioino, e il grande Museo di Capodimonte, spalancheranno le porte ai visitatori, seppure con orari ridotti per consentire riposo ai dipendenti, il Palazzo Reale di piazza Plebiscito e il Complesso monumentale dei Girolamini domani chiuderanno i battenti tutto il giorno.

·        I Ragazzi delle Scorte.

Dario Del Porto per “il Venerdì - la Repubblica” il 18 novembre 2019. "I ragazzi delle scorte", li chiamano. Addestrati per garantire la sicurezza di capi di Stato e governo, politici, magistrati antimafia, testimoni di giustizia, imprenditori antiracket. Rischiando e sacrificandosi. Ma, per molti di loro, più che un lavoro è una scelta di vita. «Era l' estate del 1992, l' estate delle stragi, e avevo appena finito la scuola della polizia di Stato» racconta per cominciare il sovrintendente capo Giuseppe Riviezzo che lavora all' ufficio scorte della Questura di Napoli. «Avevo vent' anni e rimasi colpito dalla morte di quei colleghi. Le immagini del tritolo di Capaci e via D' Amelio per me furono come una chiamata alle armi». Per diventare un "ragazzo della scorta" non basta volerlo. Bisogna superare una lunga selezione. Il primo passaggio è rappresentato da prove psico-attitudinali, poi si frequenta un corso di specializzazione ad Abbasanta, in Sardegna, dove si trova il Caip, il centro addestramento istruzione professionale. È il posto in cui torneranno sempre, periodicamente, per aggiornarsi. E dopo? Contrariamente a quello che pensano molti, non è il ministro dell' Interno a decidere a chi assegnare la protezione. Dopo la morte dell' economista Marco Biagi, che aveva chiesto e non ottenuto la scorta, assassinato dalle Brigate Rosse diciassette anni fa, al Viminale è stata istituita una struttura ad hoc, l' Ucis (Ufficio centrale interforze per la sicurezza): raccoglie le segnalazioni provenienti dalle prefetture, esamina la documentazione e decide se disporre la protezione. Può capitare di dovere scortare la stessa persona per lunghi periodi. O, invece, di dovere prendere in consegna personalità provenienti da altre zone del Paese o anche dall' estero. Un lavoro non facile. Che si porta dietro una notevole dose di sacrificio. «Servono attenzione, concentrazione, efficacia. E non si deve essere troppo invadenti» racconta Riviezzo. «Perché noi siamo legati indissolubilmente alla personalità. Dalla mattina, appena esce di casa, fino a sera, quando rientra. I suoi orari sono i nostri orari». Il resto dipende da una serie di variabili, indipendenti dalla volontà degli agenti: perché fare programmi è difficilissimo. Mentre è facile immaginare le ricadute familiari. «Sono cose che mettiamo nel conto. Se scegli di lavorare in ufficio, sai a che ora inizi e a che ora finisci. Per noi è diverso. È vero, ci sono i turni, ma non siamo padroni delle nostre giornate. Come noi, anche le nostre famiglie devono abituarsi a questa incertezza. È capitato a tutti di essere costretti a saltare compleanni, ricorrenze o di dover trascorrere giornate di festa in auto al seguito di qualcuno. Fa parte del gioco e lo accettiamo». Anche se accade, se si scorta uno "stakanovista", di sentirsi dire, a notte fonda, dopo una giornata di lavoro, «ci andiamo a mangiare una pizza?». La prima sede di Riviezzo è stata Milano, dove per quattro anni e mezzo ha scortato, fra gli altri, Silvio Berlusconi, la giovane presidente della Camera Irene Pivetti, pm impegnati in indagini delicatissime come Ilda Boccassini, Alberto Nobili, Maurizio Romanelli. la libertà perduta Da quando è a Napoli, ha svolto servizi per sindaci, presidenti di Regione, leader politici, giornalisti, imprenditori e sacerdoti. E pazienza se talvolta c' è chi punta il dito contro le scorte, considerate più uno status symbol che una necessità reale. «Le polemiche non ci interessano. Nella maggior parte dei casi, sentiamo la solidarietà dei cittadini. Se qualcuno si lamenta, è perché non sa che all' assegnazione della scorta si arriva dopo un iter complesso. Molti, poi, non capiscono che la nostra presenza rappresenta una limitazione per chi scortiamo. Parliamo di persone che da sole non possono andare al ristorante, a fare la spesa, ad accompagnare i figli a scuola oppure al parco». Una "simbiosi"che crea forzatamente un rapporto strettissimo, ma nessun corso può insegnare fino in fondo a gestirlo: «Quando segui una personalità istituzionale di altissimo livello, hai l' opportunità di vedere tante città che non conoscevi. Se ti trovi accanto a un leader di partito quando conclude la campagna elettorale, avverti la fedeltà degli elettori. Nel caso di personalità internazionali, come quando la cancelliera tedesca Angela Merkel è stata in vacanza a Ischia, entri in contatto con i livelli di sicurezza più alti del Pianeta, con protocolli molto rigidi. E ricordo che quando è venuta a Capri la moglie dell' emiro del Qatar, mi sono trovato di fronte a una cultura diversa dalla nostra, basti pensare che la sovrana non si può neanche guardare in faccia». Nel quotidiano, non c' è molto tempo per valutare i rischi che corre chi è scortato: «Variano a seconda dello scenario, del luogo in cui ti trovi, delle circostanze. Un conto è accompagnare un magistrato in un processo che si celebra in un' aula bunker, un altro è scortare la stessa persona in villeggiatura. La folla, poi, richiede un certo tipo di attenzione: non è la stessa cosa scortare il politico che parla a un comizio di fedelissimi e il sindaco di una grande città quando incontra i residenti di un quartiere a rischio». L' odore della paura A distanza di tanti anni Riviezzo dice di non essere pentito della sua scelta: «È un lavoro che può farti sentire in pericolo, comporta sacrifici anche per la famiglia, ma ti arricchisce». E i pericoli? «Ci sono, ma non ci pensi», assicura Giuseppe. Però, inevitabilmente, ci sono volte in cui la paura affiora. «Agli inizi degli anni Novanta, nel cuore della Calabria, eravamo in un corteo di auto blindate con Agostino Cordova, da poco nominato procuratore di Napoli» ricorda. «Si respirava ancora il clima delle stragi. Non c' era anima viva, solo una macchina ferma sul ciglio della strada. In quel momento, in mezzo al nulla, sentii la tensione salire pericolosamente». Fra tante difficoltà, c' è anche spazio per le soddisfazioni. «La cosa più bella è trovarsi a contatto con persone che credono in quello ciò che fanno e per questo rischiano in prima persona» continua Riviezzo. «Quelli che si ribellano alla mafia, ad esempio. Ho fatto parte per quattro anni e mezzo della scorta di un imprenditore della provincia di Caserta che aveva denunciato il racket. Il clan dei Casalesi, per ritorsione, aveva ammazzato suo padre. Ho vissuto praticamente in simbiosi con quella famiglia: marito, moglie e tre bambini piccoli. In questi casi si crea una rapporto umano. Mangi con loro, condividi ogni momento come se fossi un parente. Ciò nonostante, non devi mai dimenticare il motivo per cui sei lì. Devi pensare al servizio, mantenere la massima attenzione. Sei lì per proteggerli, quello è il tuo mestiere».

Il Tar accoglie il ricorso: bloccata la revoca della protezione al Capitano Ultimo. Cosa aspetta il prefetto Pazzanese (UCIS) a dimettersi? Il Corriere del Giorno il 26 Ottobre 2019. Al colonnello De Caprio, “Capitano Ultimo” l’ufficiale dell’Arma dei Carabiniere noto per aver arrestato nel 1993 il “capo dei capi” di cosa Nostra Totò Riina, lo scorso anno era già stata revocata la scorta . “Grazie a chi ritiene la mafia ancora un pericolo”. Tra le prime voci contro la revoca si era alzata quella di Rita Dalla Chiesa che su Facebook scriveva: “La scorta a Saviano sì, e a Capitano Ultimo no?”. Il Tar del Lazio ha sospeso in via cautelare il provvedimento con cui il Ministero dell’Interno il 3 settembre 2018 aveva annullato la protezione per il colonnello Sergio De Caprio, noto a tutti come ”Capitano Ultimo” , l’ufficiale dei Carabinieri che stanò ed arrestò Totò Riina. I giudici hanno accolto il ricorso presentato dall’ avvocato Galletti, difensore di De Caprio. “Ringrazio l’avvocato e il Tar del Lazio, che evidentemente ritengono la mafia ancora un pericolo per i cittadini e la vita e la sicurezza del capitano Ultimo preziosa e in pericolo a differenza del prefetto Alberto Pazzanese direttore dell’ Ucis e del generale dei Carabinieri Giovanni Nistri“ ha commentato lo stesso De Caprio, che qualche giorno fa a Cosenza, in una delle occasioni pubbliche che lo hanno visto comparire sempre con il volto seminascosto dal passamontagna, si era appellato proprio ai cittadini. “Ancora una volta il Tar di Roma accoglie le nostre ragioni, addirittura in sede d’urgenza – commenta Antonino Galletti, che è presidente dell’ Ordine degli Avvocati di Roma – ulteriore testimonianza del fatto che il colonnello De Caprio tuttora vive in una condizione di pericolo concreto ed attuale. Non ci risulta che la mafia sia stata ancora sconfitta e chi si è battuto a lungo contro di essa sacrificando la propria libertà e mettendo a rischio la vita ha diritto di essere tutelato dallo Stato“. Nel ricorso il legale del colonnello De Caprio  aveva sottolineato che “un’attenta istruttoria avrebbe condotto a ravvisare numerosi indicatori di rischio per l’incolumità di De Caprio e della sua famiglia, nonché un grave ed attuale pericolo di ritorsioni, laddove era onere dell’amministrazione fornire prove oggettive sull’assenza dei pericoli per il ricorrente, tali da legittimare l’adottato provvedimento”. Nel testo dell’istanza si legge anche: “L’amministrazione avrebbe dovuto motivare in maniera più esaustiva e approfondita le presunte circostanze anche fattuali che renderebbero non più concreto l’obiettivo di assicurare, in favore di De Caprio, la misura di protezione. Dopo i suoi brillanti successi contro le organizzazioni criminali e il lungo impegnato nella lotta contro la mafia, il rischio per l’incolumità e sicurezza si devono presumere per definizione”. “Le risultanze della Commissione Centrale Consultiva per l’adozione delle misure di sicurezza personale del febbraio 2019, sia il verbale della riunione del 23.7.2019″ hanno “incredibilmente ignorato (infatti, non v’è traccia nell’istruttoria procedimentale e nella motivazione del provvedimento finale) le relazioni ultime dell’attività investigativa svolta dalla DIA circa l’attuale livello di pericolosità dell’associazione mafiosa denominata “Cosa Nostra” anche in relazione alla possibilità concreta che alcuni esponenti dell’organizzazione criminale operanti nel territorio capitolino possano colpire uomini dello Stato (come il De Caprio) che si sono contraddistinti nella lotta alla mafia“, viene rilevato nel ricorso. “Con i provvedimenti impugnati, infatti, l’Amministrazione omette colpevolmente di considerare il valore e l’importanza nella cultura criminale di Cosa Nostra di perseguire e annientare i simboli dello Stato che hanno cercato di affermare giustizia e legalità in Sicilia”. La decisione di revocare il dispositivo di protezione finora goduto da De Caprio “non tiene conto delle minacce pubbliche che alcuni boss di Cosa Nostra del calibro di Leoluca Bagarella, Salvatore Biondino e altri esponenti, tutti sottoposti a regime di detenzione particolarmente restrittivo, hanno proferito nei confronti dell’ufficiale e che potrebbe essere il segnale per i sodali dell’organizzazione di colpire il ricorrente, come si suol dire in gergo mafioso, per finalità di vendetta”. Nel ricorso si ricorda poi che, “come più volte pubblicamente dichiarato dalle Autorità pubbliche palermitane, alcuni dei boss di Cosa Nostra potrebbero lasciare a breve le strutture penitenziarie a seguito dello sconto integrale della pena e ciò aumenta l’allarme per l’incolumità e la sicurezza personale del De Caprio” . In relazione poi “all’evento incendiario verificatosi nel marzo 2019 in una zona frequentata quotidianamente dal De Caprio, ricondotto sbrigativamente e senza approfondimenti ad un attentato contro la società pubblica Eni spa“, è “doveroso rappresentare” che nel settembre 2018 ‘l’Espresso’ “ha rilevato come il colonnello De Caprio, durante la sua permanenza all’Aise, ha svolto un ruolo di primo piano nelle vicende che hanno riguardato l’approvvigionamento delle risorse energetiche in Libia da parte dell’Eni, oggetto della campagna di attentati incendiari rivendicati dagli anarchici“. La “frettolosa riconduzione degli atti incendiari di autovetture del marzo 2019 nelle vicinanze della abitazione del ricorrente, alla sola matrice anarco-insurrezionalista ed in particolare ad una campagna anarchica contro la politica governativa italiana a tutela degli interessi dell’Eni in Libia”, rappresenta quindi “un pericolo concreto ed attuale alla incolumità dell’Ufficiale”. Nel ricorso si ricorda che “l’art. 8 del D.M. del 28 maggio 2003, impone l’opportunità di un immediato e più attento riesame della situazione, se è vero che, ai sensi dello stesso art. 8, il livello 4 di protezione, afferente al rischio meno elevato, ricorre in tutte le situazioni in cui elementi informativi attendibili abbiano consentito di acclarare un pericolo non ancora determinato ed attuale e non possa escludersi il compimento di azioni criminose nei confronti della persona da tutelare; compimento che, per quanto sopra sommariamente esposto e per quanto già acclarato in sede processuale nel precedente giudizio, non può logicamente escludersi per definizione nel caso di specie“. Sull’incendio di diverse autovetture di fronte al condominio in cui vive De Caprio e nei pressi della casa famiglia promossa da ‘Ultimo‘ a Roma con finalità assistenziali, “non risulta essere stata operata una nuova approfondita valutazione, ad opera delle competenti autorità, rispetto alla situazione di potenziale pericolo alla quale potrebbe essere ancora esposto l’interessato“. “E’ stato già dedotto – prosegue il ricorso – come, anche l’interpretazione fornita dall’Amministrazione all’evento incendiario del 29.3.2019, ricondotto ad atto di matrice anarco-insurrezionalista posto in essere contro la società Eni spa, espone il ricorrente ad un pericolo attuale e concreto, stante il ruolo svolto dal De Caprio nell’operazione di acquisizione di risorse energetiche in Libia da parte della società pubblica. Esattamente, dunque, il contrario di quanto sostenuto dall’Amministrazione secondo la quale sarebbe venuto meno il profilo di rischio per avere l’Amministrazione addirittura ignorato l’attività svolta dall’ufficiale all’epoca in servizio all’Aise“. L’istruttoria dell’ UCIS, concludeva il ricorso dell’ Avv. Galletti  “è stata compiuta in maniera approssimativa e superficiale, né è convincente e credibile” la tesi secondo la quale “‘si tratterebbe di ‘azioni criminose chiaramente poste in essere contro l’Eni’, posto che se davvero il movimento anarco-insurrezionalista avesse voluto portare avanti azioni dimostrative contro la società pubblica non si sarebbe limitata ad azioni criminose contro una autovettura a noleggio parcheggiata nella lontana periferia romana”. De Caprio “ha documentato due episodi che ben lungi dall’essere risalenti, giova ribadire, si sono peraltro verificati addirittura in prossimità delle udienze di discussione della tutela cautelare e del c.d. merito della controversia“. La revoca della scorta, disposta dal Viminale aveva suscitato polemiche nel mondo politico, a partire dallo stesso Capitano Ultimo che su Twitter aveva commentato: “I peggiori sono sempre quelli che rimangono alla finestra a guardare come andrà a finire. Sempre tutti uniti contro la #mafia di #Riina e #Bagarella. No #omertà“, definendo la decisione #mobbing di Stato. Per poi tornare a postare poche ore prima della revoca: “Senza scorta come piace a voi“. Tra le prime voci contro la revoca si era alzata quella di Rita Dalla Chiesa che su Facebook scriveva: “La scorta a Saviano sì, e a Capitano Ultimo no?“. Negli ultimi giorni la petizione lanciata su Change.org da volontari perché venisse riassegnata la protezione al colonnello De Caprio ha superato le 89 mila firme. Ed abbiamo firmato anche noi ! Fatelo anche voi.

Capitano Ultimo e la scorta tolta all'uomo che arrestò Totò Riina. Le Iene il 23 ottobre 2019. Il colonnello ed ex comandante dell’unità militare combattente dei carabinieri, è l’uomo che il 15 gennaio 1993 mise le manette a Totò Riina. Da allora viveva sotto scorta, ma la protezione è appena stata revocata. Giulio Golia è andato a trovarlo: “Questa potrebbe essere la mia ultima intervista”. Il 15 gennaio 1993 Totò Riina, il feroce e temuto capo di Cosa Nostra, è stato arrestato dal Crimor, l’unità combattente armata dei carabinieri del Ros. A guidare quel gruppo di militari c’era il famoso Capitano Ultimo: è lui che quel giorno mette materialmente le manette ai polsi al capo mafia. Da quel giorno Ultimo vive sotto scorta: la sua vita è infatti costantemente minacciata dalla mafia, pronta a vendicarsi contro l’uomo che ha portato in carcere uno dei suoi più famosi e sanguinari capi. Ora però la protezione gli è stata revocata: “Questa potrebbe essere la mia ultima intervista”, ha detto a Giulio Golia.

Il capitano Ultimo senza scorta: “Ogni giorno sono pronto a essere ucciso”. Le Iene il 22 ottobre 2019. Il colonnello dei carabinieri il 15 gennaio del 1993 ha arrestato Totò Riina, capo di Cosa nostra: gli è stata appena revocata la scorta perché secondo il ministero dell’Interno non corre più un concreto pericolo. “La mafia non dimentica, io mi sento preso in giro” dice lui a Giulio Golia. Il capitano Ultimo il 15 gennaio 1993 ha arrestato Totò Riina, uno dei più violenti e sanguinari capi di Cosa Nostra. Da allora il colonnello dei carabinieri vive sotto scorta perché la mafia vuole vendicarsi. La protezione però gli è appena stata revocata: da un momento all’altro Ultimo rischia di essere ucciso. Giulio Golia è andato a parlare con lui. “Questa potrebbe essere la mia ultima intervista, vediamo di farla bene”, ci ha detto. Partiamo dalla sua storia e dallo scudo che protegge l’uomo: “Sceglievamo un nome di battaglia, perché così via radio nessuno ci poteva riconoscere. Mi sono scelto Ultimo perché tutti volevano essere primi, volevano mettersi in mostra”, racconta alla Iena. “Vivo sotto scorta dal 1993, è importante avere intorno una o due persone che vedano se sono seguito da qualcuno che ho indagato”. Ultimo ricorda ancora come si è arrivati alla cattura di Totò Riina, grazie a un meticoloso lavoro e all’aiuto di alcuni pentiti di mafia. Riina negli occhi “aveva la paura, la paura della vittima. Non aveva capito chi eravamo: una cosa spregevole”. Qual è la prima cosa che ha detto il capo di Cosa Nostra? “Chi siete? Chi siete? Non respiro, chi siete?”. Dopo l’arresto, però, succede qualcosa che segna la carriera di Ultimo. Il colonnello propone che il covo in cui Riina è stato individuato non venga perquisito. I mafiosi non sapevano infatti che fosse stato scoperto e i militari sperano di poter scovare altri membri di vertice di Cosa Nostra: la richiesta viene esaudita, ma a un certo punto la sorveglianza del covo viene inspiegabilmente sospesa. I mafiosi riescono così a portare via tutto quello che c’era. “Ci hanno contestato il favoreggiamento”, ricorda Ultimo. “Ma come puoi pensare che io voglio aiutare la mafia? Tutto puoi dire tranne che io sia amico di Cosa Nostra”. Il capitano è stato assolto dal tribunale, ma c’è una condanna ben peggiore che pende sul suo capo: quella decisa dalla mafia per aver arrestato Riina. Il nuovo capo dei capi, Bernardo Provenzano, sembra disposto a tutto per catturare e uccidere il capitano Ultimo. Nel 2003 però anche lui viene arrestato. “La condanna a morte significa che hai fatto del male a loro e li hai vinti”. Ora quei due capi mafia sono morti, ma il militare non è ancora al sicuro: “Diventi un obiettivo simbolico, chi vuole potere ti uccide e può dire ‘visto, sono quello che ha ammazzato il capitano Ultimo’”. L’ufficio del ministero dell’Interno che si occupa delle scorte però non la pensa così e a fine 2018 la scorta gli viene revocata. Secondo il Viminale c’è “mancanza di particolari segnali di concreto pericolo per la figura dell’ufficiale” e “il lasso di tempo trascorso dall’istituzione della connessa misura tutoria”. Per la Dia, la direzione investigativa antimafia, Cosa nostra mantiene però ancora una forte pericolosità. “L’amarezza è questa: allora è stato un gioco?”, si chiede il capitano Ultimo. “Facciamo belle cerimonie quando ricordiamo il generale Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, e poi dei funzionari dicono che non c’è più pericolo? Questa ondata di negazionismo deve essere combattuta”. Negli ultimi anni più di una macchina è stata bruciata vicino ai luoghi dove Ultimo lavora e vive: secondo l’ufficio del ministero dell’Interno, però, questi avvenimenti non sarebbero legati alla figura del capitano ma si tratterebbe di dinamiche illegali tra cittadini extracomunitari. Il Viminale aggiunge che nessun altro carabiniere è destinatario di protezione ravvicinata e che inoltre Cosa nostra nel suo ramo corleonese appare ridimensionata: in apparente contrasto, però, di quanto sostenuto dalla Dia. Il capitano Ultimo decide di fare appello al Tar e il tribunale gli restituisce la scorta chiedendo agli uffici del ministero dell’Interno di svolgere una valutazione più approfondita. Il Viminale però non torna indietro e pochi giorni fa ha nuovamente comunicato la revoca della scorta ad Ultimo. “Io mi sento umiliato, capisco che abbiamo perso”. Giulio Golia ha provato a parlare con i responsabili dell’Ucis, l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, ma senza alcun risultato. “Ci penso tutti i giorni che potrei essere ucciso”, chiude Ultimo. “E ogni giorno sono pronto”.

Ingroia e la scorta: “Perché a Ultimo sì e a me no?” Le Iene l'8 novembre 2019. L’ex pm antimafia attacca la decisione del Tar di confermare la revoca della sua scorta: “C’è un venticello contro di me”. Poi si paragona alla situazione del Capitano Ultimo e lo attacca. Noi de Le Iene abbiamo appena intervistato l’uomo che catturò Totò Riina nel servizio di Giulio Golia. Il Tar del Lazio ha confermato la revoca della scorta per Antonio Ingroia. E l’ all’avvocato ed ex pm e antimafia non l’ha presa bene: ha detto di non essere sorpreso dalla decisione del Tribunale e di essere pronto a fare ricorso. “È chiaro che c'è qualche ‘venticello’ contro di me”, ha scritto Ingroia su Facebook. “Non mi arrendo perché è per me ormai anche una questione di principio. Quindi appellerò la decisione del Tar ancora una volta davanti al Consiglio di Stato”. L’ex pm ha poi lanciato una velata accusa contro il Capitano Ultimo e la sua scorta: “Vorrei capire perché lo stesso Tar del Lazio ha disposto il ripristino della scorta per chi ha deliberatamente scelto di non perquisire il covo di Riina e di sospendere ogni attività di osservazione sul covo, così obiettivamente agevolandone lo svuotamento da parte dei mafiosi”, ha detto nel suo post su Facebook facendo un chiaro riferimento alla sospensione della revoca della scorta per Ultimo. Noi de Le Iene ci siamo occupati proprio del caso della scorta al Capitano Ultimo nel servizio di Giulio Golia, che potete vedere qui sopra. Il militare il 15 gennaio 1993 ha arrestato Totò Riina, uno dei più violenti e sanguinari capi di Cosa Nostra. Da allora Ultimo vive sotto scorta perché la mafia vuole vendicarsi. La protezione era stata prima revocata, poi quella revoca è stata sospesa sempre dal Tar del Lazio, con una decisione opposta a quella per Ingroia. “Questa potrebbe essere la mia ultima intervista, vediamo di farla bene”, aveva detto Ultimo a Giulio Golia prima del ritorno della protezione.

Mafia, revocata scorta a Valeria Grasso: "Vengo lasciata sola". E' stata la testimone di giustizia contro il clan Madonia: "A rischio me e i miei figli, di cui una è ancora minorenne. Mi appello al Capo dello Stato e a tutte le autorità". La Repubblica il 24 novembre 2019. Revocato a Roma il servizio di protezione a Valeria Grasso, testimone di giustizia contro il clan Madonia. "Nell'epoca in cui il Ministro dell'Interno è una donna, e alla vigilia della Giornata contro la Violenza sulle donne, vengo lasciata sola, anche nel mio impegno contro la criminalità e la mafia che mi vede tutt'oggi in prima linea nella sensibilizzazione pubblica a sostegno della legalità e della giustizia perchè, l'ho dichiarato più volte, mi sento una donna dello Stato piuttosto che vittima della mafia" - denuncia la Grasso, che sottolinea: "e proprio quello Stato che ha ispirato il mio senso civico, con una condotta torbida, immotivata ed incomprensibile, sta lasciando a rischio me e i miei figli, di cui una è ancora minorenne. Mi appello al Capo dello Stato e a tutte le autorità". "Il mio sgomento - spiega - nasce anche dal fatto che, solo per citare l'ultimo degli episodi inquietanti che ho vissuto, il 6 giugno 2019 il mio compagno, titolare di una nota trattoria a Trastevere da oltre 20 anni, ha trovato una busta di plastica con un piccione morto sull'albero dove è posta l'insegna del locale", promessa di morte tipica della mafia". "Ritengo che il provvedimento di revoca della protezione alla signora Grasso sia illegittimo per assoluta carenza dei presupposti di legalità. Abbiamo appreso solo verbalmente questa decisione e, per tali motivi, abbiamo chiesto l'accesso agli atti lamentando la violazione del diritto alla partecipazione al procedimento amministrativo e chiedendo copia dell'atto finale con le relative motivazioni, il tutto dovuto per legge",  - spiega il legale della Grasso, avvocato Ezio Bonanni, che annuncia: "inizieremo al più presto un'azione legale a carico dello Stato, non sono dal punto di vista amministrativo, ma anche per capire ed identificare le responsabilità in tutte le sedi". La palermitana Valeria Grasso, si ricorda in una nota, si è ribellata alla legge del pizzo, ha sfidato ed ha fatto arrestare membri del Clan Madonia. Come testimone di giustizia è stata protetta con il IV livello di rischio, già di per sè insufficiente tenuto conto della gravità delle minacce che ha subito. Questo servizio di protezione nella capitale dove vive, è stato sospeso dal 23 novembre prossimo senza alcuna reale motivazione e senza le sia stato notificato alcun provvedimento. "Il comandante del nucleo Scorte, colonnello Luca Nuzzo, il 20 novembre scorso mi ha informata verbalmente della sospensione della misura di protezione personale a Roma, salvo confermarmi il dispositivo su Palermo considerata 'a rischio', dopo che, solo il 12 marzo 2019, mi era stata confermata dal Prefetto di Roma Paola Basilone", dice ancora Grasso.  Nella sua comunicazione scritta la Basilone aveva sottolineato che: "su proposta della scrivente, l'Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza Personale ha determinato che nei confronti della S.V. venga assicurata una misura di protezione personale con validità su tutto il territorio nazionale".

Revocata la scorta a Valeria Grasso: "Lo Stato mi lascia sola". L'imprenditrice palermitana Valeria Grasso, che non si è piegata al pizzo facendo arrestare i membri del clan Madonia, si è vista revocare la scorta. Vincenzo Ganci, Lunedì 25/11/2019, su Il Giornale. La palermitana Valeria Grasso si è ribellata al pizzo, facendo arrestare i membri del clan mafioso dei Madonia, non avrà più la protezione dello Stato. Come testimone di giustizia Valeria Grasso è stata protetta con il IV livello di rischio. Da oggi però il servizio di protezione a Roma è stato sospeso, senza che le sia stato notificato alcun provvedimento. A rendere nota la vicenda è la stessa imprenditrice. “Il comandante del nucleo scorte, colonnello Luca Nuzzo, il 20 novembre scorso mi ha informata verbalmente della sospensione della misura di protezione personale a Roma, salvo confermarmi il dispositivo su Palermo considerata “a rischio” dopo che, solo il 12 marzo 2019, mi era stata confermata dal prefetto di Roma Paola Basilone. Nell’epoca in cui il Ministro dell’Interno è una donna, e alla vigilia della Giornata contro la violenza sulle donne, vengo lasciata sola, anche nel mio impegno contro la criminalità e la mafia che mi vede tutt’oggi in prima linea nella sensibilizzazione pubblica a sostegno della legalità e della giustizia perchè mi sento una donna dello Stato piuttosto che vittima della mafia”. Così Valeria Grasso, rende noto che il servizio di protezione a Roma le è stato sospeso. “E proprio quello Stato che ha ispirato il mio senso civico, con una condotta torbida, immotivata e incomprensibile, sta lasciando a rischio me e i miei figli, di cui una è ancora minorenne. Mi appello al capo dello Stato e a tutte le autorità”, aggiunge. “Il mio sgomento – spiega – nasce anche dal fatto che, solo per citare l’ultimo degli episodi inquietanti che ho vissuto, il 6 giugno 2019 il mio compagno, titolare di una nota trattoria a Trastevere da oltre 20 anni, ha trovato una busta di plastica con un piccione morto sull’albero dove è posta l’insegna del locale, promessa di morte tipica della mafia”. Il su legale, Ezio Bonanni, sottolinea che “il provvedimento di revoca della protezione alla signora Grasso sia illegittimo per assoluta carenza dei presupposti di legalità. Abbiamo appreso solo verbalmente questa decisione e, per tali motivi, abbiamo chiesto l’accesso agli atti lamentando la violazione del diritto alla partecipazione al procedimento amministrativo e chiedendo copia dell’atto finale con le relative motivazioni, il tutto dovuto per legge. Inizieremo al più presto un’azione legale a carico dello Stato, non sono dal punto di vista amministrativo, ma anche per capire ed identificare le responsabilità in tutte le sedi”. In sostegno di Valeria Grasso interviene il senatore di Leu Francesco Laforgia, coordinatore nazionale di èViva. "Deve essere dato - dice Laforgia - un segnale immediato e dobbiamo porgerle le nostre scuse. Se da un lato dobbiamo chiederle di non tentennare mai e di non avere paura, dall’altra dobbiamo permetterle di continuare a vivere con la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta e quindi le va riassegnata immediatamente la scorta. Si torni indietro e si riconosca di aver commesso un errore. Siccome ciascuno di noi deve fare la propria parte, io, in qualità di Senatore, depositerò una interrogazione urgente affinché la Ministra dell’Interno le riassegni il diritto di avere una vita normale".

 Valeria Grasso, restituita la scorta: “Io, microfonata agli incontri coi boss”. Le Iene il 02 dicembre 2019. Valeria Grasso ha fatto arrestare 26 esponenti del clan mafioso dei Madonia. Per questo vive sotto scorta. Cinque mesi dopo essere minacciata di morte la scorta le viene tolta. Siamo intervenuti con Antonino Monteleone che può annunciarle che la protezione è tornata. Valeria Grasso è una testimone di giustizia simbolo della lotta alla mafia. Ha denunciato il clan dei Madonia, mandanti della strage di Borsellino e per questo da dieci anni vive sotto protezione insieme alle sue figlie, ma da qualche giorno le è stata tolta la scorta. “Non sto chiedendo la scorta, io non la voglio, io sono anni che voglio sentirmi dire ‘lei non è più in pericolo’”, racconta ad Antonino Monteleone. Il magistrato antimafia Roberto Tartaglia conosce molto bene quel clan: “Il clan dei Madonia è il più vicino alleato palermitano all’ascesa e alla scalata al potere di Totò Riina nella seconda guerra di mafia”. In particolare, Francesco Madonia ha preso parte all’uccisione dell’ex presidente della regione Piersanti Mattarella, fratello del Capo dello Stato Sergio, dell’allora prefetto di Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile di Palermo Ninni Cassarà e dell’imprenditore che si rifiutò di pagare il pizzo Libero Grassi. Fu coinvolto anche negli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino. Valeria Grasso ha dato un enorme contributo nella lotta contro questo clan, portando all’arresto di ventisei suoi esponenti: “Sono stata microfonata per un mese agli incontri con il boss e lo sanno tutti, lo sa anche la mafia", racconta a Monteleone. La mafia non dimentica e Valeria riceve protezione dallo stato. Comincia una vita sotto scorta, prima in Sicilia, poi si trasferisce a Roma. Un giorno nella Capitale, fuori dal ristorante del compagno di Valeria viene trovato un sacchetto con dentro un piccione morto. Un simbolo mafioso che significa “devi morire”. Nonostante questo cinque mesi dopo la scorta le viene revocata proprio nel territorio della città di Roma. "È pericolosa l’aria che tira perché io vedo che c’è un attacco proprio a chi si è messo in prima linea contro la mafia, contro la criminalità organizzata non è normale. Io sono molto preoccupata, molto spaventata", racconta Valeria Grasso a Monteleone. Siamo andati dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese a chiedere spiegazioni: " La questione la conosco, evidentemente da parte delle forze di polizia è stato ritenuto che non ci fosse un rischio su questo territorio". Però, poco dopo la nostra visita la scorta è magicamente riapparsa. Quando l’abbiamo comunicato a Valeria, ci ha detto: "Mi sento molto rassicurata, anche se io mi batterò perché queste situazioni non accadano più".

Diamo la scorta di Saviano al figlio della Ferragni. Gian Paolo Serino, 5 dicembre 2019 su Nocolaporro.it. La scorta togliamola a Roberto Saviano e diamola a Leo Ferragni, il figlio di Chiara e Fedez Ferragni. Per Saviano la scorta è da sempre soltanto una ruota che gli è utile perché il Solone dei giorni nostri senza averla perderebbe di “appeal”, ora che vive tra un attico di New York e lo studio di Fabio Fazio. Quella della scorta a Saviano è una battaglia che combatto da tempo, da anni, perché in un paese dove non esistono eroi ma solo martiri, Saviano è l’unico eroe che rimane martire in vita combattendo contro qualsiasi cosa tranne la propria onestà intellettuale. I suoi libri non si vendono più, il suo primo Gomorra è stato dimostrato persino in Cassazione che è stato copiato. Non è certo un fantasma che cammina: ma un idolo, ormai per pochi, in pixel televisivi e interventi non più sociali ma social. Il povero Leo Ferragni – come abbiamo già scritto su queste pagine – è vittima di genitori “social”: a loro andrebbe tolta la patria potestà perché il povero pargolo biondo è sempre utilizzato su Instagram come “attrazione” e coverizzato di sponsor pur di fare cassa violando tutte le leggi che tutelano i minori. Quindi la scorta andrebbe data a lui, salviamolo. Leggendo il nostro articolo anche il Codacons, l’Associazione dei Consumatori Italiani, oggi ha denunciato in un comunicato stampa e alle autorità competenti “l’uso totalmente errato dei social network da parte di Chiara Ferragni come cattivo esempio per i giovani e l’uso del proprio figlio a scopo commerciale per promuovere marchi e prodotti, in totale violazione delle norme vigenti che tutelano i minori e la loro privacy”. Ci fa piacere che persino L’Associazione dei Consumatori Italiani finalmente si sia mosso. Nel frattempo – mentre attendiamo l’esito delle denunce dei consumatori italiani- difendiamo il piccolo Leo. Come quando eravamo piccoli difendevamo i koala iscrivendoci al WWF e come fanno adesso i ragazzi per la difesa dell’ambiente o le firstsciure per i cagnolini e le pellicce. Chiediamo a colpi di status che al Piccolo Leo vada assegnata la scorta di Roberto Saviano. Gian Paolo Serino, 5 dicembre 2019

Paolo Becchi contro Repubblica sul caso Liliana Segre: "La scorta per una notizia falsa?" Libero Quotidiano il 12 Novembre 2019. Tiene banco il caso Liliana Segre. Tutto nasce da quanto rilanciato lunedì da Dagospia, che metteva in discussione quanto scritto da Repubblica: "200 messaggi online di insulti al giorno". La notizia in seguito alla quale è stata assegnata la scorta alla senatrice a vita. Notizia che, però, sarebbe una fake news di Repubblica, qui vi spieghiamo il perché. Ma il quotidiano di Carlo Verdelli ha rilanciato, confermando la notizia con argomentazioni che sembrano fare acqua da tutte le parti (qui la replica di Repubblica). Dunque la palla è tornata a Dagospia, che contro-replica a Repubblica con un tweet in cui le spiegazioni del quotidiano vengono bollate come "imbarazzanti" e in cui si rimarca come il chiarimento non chiarisce, ma ammette.  A questo punto nella contesa si inserisce Paolo Becchi, che sintetizza su Twitter: "Solo per capire, senza polemica e con tutto il rispetto: noi paghiamo la scorta alla senatrice Segre perché Repubblica si è inventata una notizia falsa". Dunque, il professore ricorda come sia stata creata "una Commissione su un problema inesistente. E poi poiché hanno fatto esistere il problema è stata assegnata una scorta. La profezia che si avvera. Tutto questo grazie a notizie prive di fondamento divulgate da un giornale". Infine, l'amara considerazione di Becchi, contattato da Libero: "E non puoi neppure dirlo, perché se lo dici sei un antisemita. La trappola perfetta", conclude Paolo Becchi.

Dagospia il 12 novembre 2019. Da I Lunatici Radio2. Federica Sciarelli è intervenuta ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format "I Lunatici", condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta dal lunedì al venerdì dalla mezzanotte e trenta alle sei del mattino. Diverse le tematiche affrontate dalla conduttrice di 'Chi l'ha visto?': "Il mio esordio alla guida del programma? Impossibile dimenticarlo. C'era il telefono a quei tempi, squillava il centralino e si sentiva la telefonata in diretta. Io attaccavo sempre al telespettatore, sentii in diretta gridare che non dovevo attaccare la cornetta. Parlavo a mitraglia, venivo dal telegiornale, gli autori mi dicevano di andare più piano perché nessuno mi capiva. Ma andò benissimo, facemmo un grandissimo risultato, il giorno dopo erano tutti contenti. I casi che mi hanno dato più soddisfazione? Difficile dirlo. Siamo riusciti a far riaprire il caso di Ilaria Alpi. Quella forse posso dire sia stata la mia più grande soddisfazione. Minacce? Ne ho ricevute tantissime. Ma se uno fa il giornalista d'inchiesta non può aver paura delle minacce. Non ci siamo fatto mancare nulla. Mi sono occupata della Banda della Magliana, mi misero anche la scorta vigilata, ma non l'ho mai usata. Se fai il giornalista d'inchiesta non puoi aver paura". Su Federica Sciarelli da ragazza e suoi sogni da bambina: "Mai sognato di fare la giornalista, ci sono capitata per caso perché ho fatto un concorso per l'avviamento alla carriera giornalistica in Rai. Ero abbastanza secchiona, ma andavo anche a tutte le manifestazioni. Facevo copiare i miei compagni di classe, ho sempre aiutato allegramente". Sulla Federica Sciarelli mamma: "Mio figlio è fortunato, da ragazzo quando stavo in televisione mi vedeva e stava tranquillo che non tornavo a casa. Battute a parte, sono un po' rompiscatole con mio figlio, quando mi vengono le botte d'ansia a volte mi ha detto che il mio programma mi rende pesante, che quando fa tardi invece di pensare a lui che si diverte penso a lui che ha avuto un problema con il motorino". Sulla condizione delle donne in Italia: "Si va avanti. Io non sono per le quote rose, devi essere bravo, poi se sei uomo o donna non mi interessa. Parlare di quote mi sembra quasi una diminuzione. Vedo tante donne che non ce la fanno più perché ci sono dei mariti, degli uomini, che mamma mia, fanno fatica anche a portare un fiore o un cioccolatino. Ci sono molti uomini pesanti. Non voglio parlare sempre delle donne in carriera, parliamo anche delle casalinghe, diciamo ai mariti che non si devono arrabbiare se il pranzo non è pronto quando lo vogliono loro".

Agguato a un giornalista. Spari contro il direttore di “Campania notizie”. Il Secolo d'Italia venerdì 15 novembre 2019. Due uomini hanno sparato ad altezza d’uomo almeno sei colpi di pistola contro il direttore di Campania Notizie, Mario De Michele, mentre era a bordo della sua auto. Ne dà notizia lo stesso giornale on line. «Due colpi – si legge sul sito del giornale online – all’indirizzo del parabrezza hanno attraversato l’abitacolo della macchina a pochi centimetri dal giornalista. Nel tentativo di fuga di De Michele, gli aggressori hanno esploso altri 3-4 colpi che hanno distrutto anche il lunotto posteriore della vettura. «Solo il caso ha fatto sì che ne uscisse illeso», sottolinea Campania Notizie. Indagano i carabinieri. Secondo quanto rivelato, nessuna pista è esclusa ma gli inquirenti si concentrerebbero, in particolare, sull’agguato di camorra.

Il secondo attentato a Mario De Michele in tre giorni. Questo è il secondo attentato subito in pochi giorni dal giornalista. Tre giorni fa Mario De Michele aveva denunciato un altro episodio verificatosi tra Sant’Arpino e Succivo. Due persone a bordo di un motociclo e coperte da casco integrale, hanno costretto il giornalista a fermarsi. Uno dei due aggressori colpiva con una mazza la carrozzeria dell’auto, mentre l’altro lo schiaffeggiava e gli gridava: “Per colpa tua il consiglio comunale di Orta è stato sciolto. Ci hai inguaiato. Ora smettila di scrivere sul campo sportivo di Succivo”.

Chi è il direttore di Campania notizie. Secondo quanto rivelato, nessuna pista è esclusa ma gli inquirenti si concentrerebbero, in particolare, sull’agguato di camorra. ″È vivo per miracolo” scrivono in una nota i vertici di Fnsi, Sugc e il presidente dell’Unci Campania,

Il giornalista, originario di Cesa (Caserta) da anni riceve minacce e intimidazioni. Nel 2 luglio 2018, De Michele si è visto recapitare a casa una busta con 4 proiettili calibro 9×21. Il giornalista ha denunciato un’aggressione anche il 31 maggio 2018. In Campania ci sono quattro giornalisti sotto scorta armata (Sandro Ruotolo, Rosaria Capacchione, Roberto Saviano e Marilena Natale).

Aversa, spari contro l’auto del giornalista De Michele. Il Dubbio il 16 Novembre 2019. Illeso il direttore di “Campania Notizie”. Solo tre giorni prima era stato fermato da due individui e schiaffeggiato per le sue inchieste. Spari contro l’auto di Mario De Michele, direttore del quotidiano online “Campania Notizie”, nel pomeriggio di giovedì, in una zona periferica di Gricignano di Aversa. De Michele sarebbe «stato raggiunto da alcune persone che hanno esploso 6- 7 colpi di pistola. Due di questi all’indirizzo del parabrezza che hanno attraversato l’abitacolo della vettura a pochi centimetri dal giornalista». Mentre De Michele si allontanava velocemente, «i criminali hanno esploso altri 3- 4 colpi che hanno mandato in frantumi anche il lunotto posteriore della vettura. Solo il caso ha fatto sì che ne uscisse illeso». De Michele tre giorni fa aveva denunciato un altro episodio avvenuto tra Sant’Arpino e Succivo. Due persone a bordo di un motociclo e coperte da casco integrale, lo avrebbero costretto a fermasi e mente uno di loro con una mazza colpiva ripetutamente la carrozzeria dell’auto, l’altro lo costringeva a scendere e lo schiaffeggiava e mentre lo faceva gli gridava: «Per colpa tua il consiglio comunale di Orta è stato sciolto. Ci hai inguaiato. Ora smettila di scrivere sul campo sportivo di Succivo». «Sono preoccupato per me e per la mia famiglia ha commentato il cronista -. Prefettura, magistratura e forze dell’ordine non mi hanno abbandonato un solo istante. Chiudo con un’ammissione: ho paura. Chiamatemi pure codardo», ha aggiunto, ma in ogni caso «continuerò a fare il cronista». Sull’episodio è intervenuto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, Andrea Martella. «Siamo di fronte ad una vicenda preoccupante» e ad una «escalation di violenza da parte di chi vede nella libertà di informazione un nemico da abbattere».

RAFFAELE SARDO per repubblica.it il 15 Novembre 2019. Spari contro l'auto del direttore di Campania Notizie, Mario De Michele. L'episodio è avvenuto nel pomeriggio di ieri nella zona periferica di Gricignano di Aversa. Secondo quanto afferma il sito Campania Notizie, il giornalista sarebbe "stato raggiunto da alcune persone che hanno esploso 6-7 colpi di pistola. Due di questi all'indirizzo del parabrezza che hanno attraversato l'abitacolo della vettura a pochi centimetri dal giornalista. Nel tentativo di fuga di De Michele i criminali hanno esploso altri 3-4 colpi che hanno mandato in frantumi anche il lunotto posteriore della vettura. Solo il caso ha fatto sì che ne uscisse illeso." De Michele tre giorni fa aveva denunciato un altro episodio avvenuto tra Sant'Arpino e Succivo. Due persone a bordo di un motociclo e coperte da casco integrale, lo avrebbero costretto a fermarsi e mente uno di loro con una mazza colpiva ripetutamente la carrozzeria dell'auto, l'altro lo costringeva a scendere e lo schiaffeggiava e mentre lo faceva gli gridava: "Per colpa tua il consiglio comunale di Orta è stato sciolto. Ci hai inguaiato. Ora smettila di scrivere sul campo sportivo di Succivo". Su entrambi gli episodi indagano i carabinieri del Gruppo di Aversa che stanno cercando di ricostruire la dinamica dei fatti e accertare il movente alla base dei due episodi.

Spari contro l’auto del giornalista Mario De Michele. Giornalista rimasto illeso. Da tempo denuncia minacce che subisce per il suo lavoro. Pochi giorni fa aveva raccontato di un'aggressione. Agata Marianna Giannino, Venerdì 15/11/2019, su Il Giornale. Ci è mancato poco che delle ogive potessero ferire il giornalista Mario De Michele, direttore di Campania Notizie, ieri scampato a un agguato. Si trovava nella periferia di Gricignano di Aversa (Caserta) quando dei colpi di pistola hanno finito per trafiggere la sua auto. Secondo quanto ha denunciato la vittima, i sicari prima hanno esploso dei colpi di pistola contro il parabrezza, poi, nella sua fuga, hanno continuato a sparare, colpendo il lunotto posteriore della macchina. De Michele da tempo denuncia minacce per il suo lavoro. Solo pochi giorni fa sul suo giornale aveva raccontato di una aggressione. “Due malviventi su una moto e col volto travisato mi hanno sbarrato la strada mentre viaggiavo sulla mia auto. Uno mi ha costretto a scendere e mi ha preso a schiaffi, l’altro ha colpito con una raffica di calci e sprangate la portiera destra della vettura”, aveva riportato martedì scorso il giornalista su Campania Notizie. Secondo quanto ha pubblicato sul sito, l’uomo che lo ha picchiato gli avrebbe poi detto: “Per colpa tua il consiglio comunale di Orta di Atella è stato sciolto per camorra. Ci hai inguaiato” e “Ora smettila di scrivere sul campo sportivo di Succivo’”, questioni di cui De Michele si è occupato nelle ultime settimane. “Più mi minacciate, più mi sento motivato ad andare avanti. Quindi: o mi ammazzate o perdete tempo”, è l’appello che aveva rivolto ai “mandanti del raid intimidatorio”, che sarebbe avvenuto tra Sant’Arpino e Succivo. A distanza di pochi giorni, De Michele è finito nel mirino di sicari. Sui due casi ora indagano i carabinieri del gruppo di Aversa, che dovranno accertare i fatti e capire se si tratta di episodi collegati e riconducibili agli stessi autori. “Ho paura”, ha scritto De Michele dopo l’agguato di ieri da cui, solo per caso, è uscito illeso. “Ma continuerò a fare il cronista”, precisa. “Mi rattrista e mi indigna che nel 2019 un cronista corra il rischio di essere ucciso soltanto perché fa il proprio mestiere. Non è accettabile. È da Alto Medioevo”, tuona. Poi esprime il suo senso di colpa verso i familiari. Tanti i messaggi di solidarietà che stanno arrivando a De Michele. Chiedono di attivare un'immediata protezione per il giornalista Carlo Verna e Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei giornalisti e dell'Ordine dei giornalisti della Campania. "Hanno sparato per uccidere - affermano Verna e Lucarelli in una nota - e fortunatamente non ci sono riusciti. Mario De Michele, direttore di Campania Notizie è scampato ad un agguato in piena regola. Ieri sera, nel casertano, due persone si sono affiancate alla sua auto quando lui era a bordo ed hanno esploso svariati colpi di pistola molti dei quali hanno centrato la vettura. Nei giorni scorsi - osservano Verna e Lucarelli - aveva denunciato aggressioni ed intimidazioni. Si tratta di un pericoloso salto di qualità - concludono - nelle aggressioni contro i giornalisti. De Michele da tempo si occupa delle infiltrazioni camorristiche nell'area del Casertano. Chiediamo alle autorità competenti l'immediata protezione per il collega". "Chi fa giornalismo vero rischia questo ora in Italia. Di questo tutti dobbiamo prendere coscienza. Massima solidarietà a chi scrive in certi contesti assumendosi questi rischi", scrive su Twitter il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra.

·        L’Insicurezza.

IN QUESTO MONDO DI LADRI. CONSIGLI PRATICI PER DIFENDERSI DAI FURTI E INGANNARE GLI ODIOSI LADRI. DAGONEWS il 29 novembre 2019. Alcuni ex topi di appartamento hanno condiviso su internet una serie di errori che commettono le persone quando cercano di difendere la loro casa dall’arrivo indesiderato dei ladri. Oltre a postare su Facebook dal luogo della vacanza, chiudere a chiave i cassetti di una scrivania e non cambiare le serrature dopo aver subito un furto, ecco una serie di consigli per non farvi cogliere alla sprovvista.

Non lasciare i pacchi vicino alla porta. In questo periodo dell'anno le persone investono in grandi laptop e TV. Ma ricordate di buttare via i cartoni e non lasciarli vicino alla porta - e certamente non in vista sulla strada. Un ex ladro ha scritto: «Se acquisti un nuovo televisore o un computer, rompi la scatola. Non lasciarlo solamente nel cestino della spazzatura».

Non chiudete i cassetti della scrivania. Alla domanda sui posti peggiori in cui lasciare oggetti di valore, un utente ha scritto: «In ordine: qualsiasi cassetto della scrivania, del comodino, della biancheria intima. Sotto il letto, nel guardaroba. In bagno o in cucina (sopra la stufa e in tutti i contenitori sopra gli armadi). Soprattutto chiudendo il cassetto a chiave stai indicando al ladro dove tieni la roba di valore. Riuscirà facilmente ad aprilo. Occhio a tenere un mazzo di chiavi vicino alla porta. Il ladro lo prenderà e tornerà a farvi vista. In ogni caso cambiate la serratura».

Ingannate i ladri. Un utente ha suggerito di ingannare i ladri acquistando bigiotteria "dall'aspetto costoso" e di lasciarla in mostra con dei soldi sopra. Il ladro potrebbe decidere di portare via quella lasciando perdere il resto.

Investi in un'illuminazione automatizzata. Un modo per proteggere la casa è acquistare quei sistemi intelligenti che consentono di accedere la luce a distanza, impostando accensione e spegnimento nei diversi ambienti in diversi orari per confondere i ladri.

Nascondi i tuoi oggetti di valore in soffitta. Pare essere la scommessa più sicura. Il ladro deve fare molto in fretta e la soffitta è il luogo in cui normalmente non va a guardare.

Non lasciare le chiavi della macchina in bella vista sul mobile vicino alla porta. Il ladro potrebbe averti seguito e potrebbe anche aver adocchiato la tua macchina. In molti hanno visto sparire, oltre agli oggetti di valore in casa, anche la loro auto.

Esplosione nella cascina, la richiesta d’aiuto del carabiniere ferito: «Manda qualcuno, stiamo morendo sotto le macerie». Corriere Tv il 5 novembre 2019. La tragedia di Alessandria: tre vigili del fuoco sono morti e tre sono rimasti gravemente feriti | Corriere Tv. La cascina di Quargnento era esplosa da pochissimi secondi. Al telefono la voce del carabiniere Roberto Borlengo, che chiama i colleghi della centrale operativa di Alessandro: «Siamo tutti feriti, io sono messo male, sto perdendo sangue, tra poco svengo ». Le tre vittime dell’esplosione avvenuta nella notte nell’Alessandrino sono i vigili del fuoco esperti Matteo Gastaldo e Marco Triches e il vigile del fuoco Antonino Candido. I feriti sono il caposquadra dei Vigili del fuoco Giuliano Dodero, il vigile Luca Trombetta e il carabiniere Roberto Borlengo.

Alessandria, esplode cascina: morti tre vigili del fuoco. Ipotesi dolo. Pubblicato martedì, 05 novembre 2019 da Corriere.it. Due esplosioni. Poi il crollo. Tragedia poco dopo mezzanotte a Quargnento, in provincia di Alessandria, poco distante dal mulino, dopo il bivio per Fubine, in via San Francesco d’Assisi: nello scoppio di una casa sono morti tre vigili del fuoco: due sono poco più che trentenni, di Alessandria e di Reggio Calabria; il terzo aveva 46 anni. Due pompieri e un carabiniere sono invece rimasti feriti. Il primo scoppio è avvenuto all’interno di una delle due case disabitate intorno a mezzanotte. Sono stati i vicini a chiamare i vigili del fuoco. Poco dopo la seconda esplosione e il crollo. I vigili del fuoco si trovavano all’interno dell’edificio. Sono rimasti sommersi dalle macerie. Anche gli abitanti, subito scesi in strada, si sono messi a scavare per aiutare a liberarli. I due pompieri e il carabiniere feriti sono stati trasferiti dal 118 all’ospedale di Alessandria e in quello di Asti. Ancora da determinare le cause degli scoppi: si parla di una fuga di gas, ma non è esclusa la pista dolosa.

Alessandria, il tragico presagio del pompiere Antonio Candido: "Quanto vale la nostra vita?" Libero Quotidiano il 6 Novembre 2019. Emerge un triste particolare dal profilo Facebook di Antonio Candido, uno dei tre vigili del fuoco deceduti nel rogo di Alessandria. "Quanto vale la nostra vita?", scriveva nel mese di giugno il 32enne di Reggio Calabria per commemorare un collega morto durante un intervento di soccorso. Una sorta di presagio, che fa riflettere sulla condizione dei 34.000 pompieri italiani. Professionisti esemplari, ma al tempo stesso scarsamente tutelati dallo Stato: sottopagati (in media 1.400 euro al mese), disarmati, non dispongono dell'assicurazione Inail sugli incidenti sul lavoro. Il 19 novembre era già prevista una manifestazione del corpo nazionale dei vigili del fuoco a Roma. Adesso, dopo l'ennesimo decesso sul lavoro, la protesta contro il disfattismo dello Stato avrà più valore. Per ricordare Antonio, Marco Triches, Matteo Gastaldo, i quali, come raccontano parenti e amici, svolgevano il proprio mestiere con serietà, passione e dedizione. Sono "vittime del dovere", per utilizzare le efficaci parole di Salvatore Mulas, capo del dipartimento dei vigili del fuoco.

La moglie di Matteo, morto da vigile del fuoco nella cascina esplosa: «Ho detto a mia figlia che non rivedrà più il papà». Pubblicato mercoledì, 06 novembre 2019 su Corriere.it da Floriana Rullo. La chiamata del carabiniere: «Stiamo morendo». «Ho dovuto dire a mia figlia di nove anni che suo padre non c’è più. Non avrei mai pensato di dover essere io a darle un dolore così grande». Elisa Borghello, la compagna di Matteo Gastaldo, 46 anni, uno dei tre vigili del fuoco morti nell’esplosione avvenuta ieri a Quargnento, è una donna distrutta. Il volto rigato dalle lacrime, la voce strozzata quando parla con chi si avvicina per farle le condoglianze. Per tutta la mattina ieri è stata al cimitero di Alessandria circondata dai suoi familiari. Al suo fianco, davanti alla porta d’acciaio della camera mortuaria dove sono stati portati i corpi delle tre vittime, i colleghi dei vigili del fuoco. Con giacche addosso e caschetto appeso alla cintura, hanno improvvisato un picchetto per i loro amici morti da eroi mentre erano in servizio. «Matteo ha perso la vita morto facendo ciò che amava — racconta con gli occhi gonfi di lacrime la compagna —. Lui viveva per il suo lavoro. Prima di iniziare il servizio ha baciato me e la bimba e ha detto «ci vediamo domani». Quando il colonnello ha bussato alla porta di casa, a Gavi, per dirmi che era disperso, e poi morto, mi è caduto il mondo addosso. Ora i suoi colleghi dovranno esaudire il suo desiderio: quello di portare la sua bara a spalle». A perdere la vita durante l’intervento nel cascinale di via San Francesco d’Assisi altri due componenti della squadra dei vigili del fuoco in servizio lunedì notte. Marco Triches, 38 anni e Antonino Candido, 32 anni. Altri due pompieri, Giuliano Dodero e Luca Trombetta e il carabiniere Roberto Borlengo sono rimasti feriti. Sono stati ricoverati negli ospedali di Alessandria e Asti in condizioni gravi. Erano arrivati nel casale, tra le campagne del Monferrato, dopo essere stati allertati da alcuni residenti che avevano sentito un’esplosione. Era mezzanotte e mezza. Sono arrivati e hanno aperto il cancello, che era stato chiuso con una catena, e hanno iniziato il sopralluogo. Poi, all’una e un quarto la seconda esplosione. Molto più forte. Tanto da sentirsi anche a chilometri di distanza. In pochi secondi la casa su due piani è crollata. I vetri sono arrivati in strada, i pezzi delle persiane nei prati che circondano l’abitazione. Loro sono rimasti sotto le macerie. Triches e Candido sono stati estratti subito. Erano senza vita. Gastaldo invece è morto schiacciato sotto i detriti. Trovato solo ieri mattina dopo alcune ore di ricerche. Un attentato di origine dolosa secondo il procuratore della Repubblica di Alessandria Enrico Cieri che indaga sul caso e ha aperto un fascicolo per omicidio plurimo e disastro. Nella casa infatti sono stati ritrovati degli inneschi sulle bombole del gas saltate in aria e un timer impostato sull’1 e 30. Ad indagare anche il Ris di Parma. Diverse le ipotesi su cui si stanno muovendo gli inquirenti. Non si esclude nulla. Dalla ritorsione al gesto disperato. La casa, dove la famiglia Vincenti, un tempo propietaria anche del maneggio vicino, non viveva più, era stata messa in vendita senza trovare acquirenti. Il proprietario, pare avesse problemi economici. Con la moglie, è stato sentito dagli inquirenti nella caserma di Solero prima e poi in quella di Alessandria come persona informata dei fatti. Ma potrebbe anche esserci un risarcimento assicurativo dietro le esplosioni. L’anziano padre del proprietario della cascina di Quargnento si è recato con la moglie davanti alle macerie dell’edificio dove abitava il figlio Giovanni. «L’aveva comprata e messa a posto. Lui è appassionato di cavalli, come mio nipote, Stefano. Che idea mi sono fatto? Nessuna. Con mio figlio Gianni non ho parlato. Ho saputo quello che era capitato alla tv, poi mi hanno telefonato alcuni parenti dalla Puglia. So solo che la casa era disabita». Non si esclude nemmeno la pista della ritorsione. Forse per un debito Intanto,mentre le indagini vanno avanti e sui corpi delle vittime sono stati disposti gli esami autoptici, nei paesi segnati dal dolore i sindaci hanno già dichiarato un giorno di lutto cittadino nei giorno dei funerali per ricordare i loro eroi.

Floriana Rullo per corriere.it il 6 novembre 2019. Due esplosioni, poi il crollo. Tragedia poco dopo mezzanotte a Quargnento, in provincia di Alessandria, poco distante dal mulino, dopo il bivio per Fubine, in via San Francesco d’Assisi. Nello scoppio di una cascina disabitata sono morti tre vigili del fuoco: le vittime sono Matteo Gastaldo, di 46 anni, Marco Triches, 38 anni, e Antonio Candido, 32 anni. I primi due sono originari di Alessandria, il terzo di Reggio Calabria.

Si indaga per crollo doloso e omicidio plurimo. Con il passare delle ore, si fa strada l’ipotesi che le esplosioni siano state dolose, come conferma il procuratore capo di Alessandria, Enrico Cieri, sul luogo della tragedia: «All’interno dell’abitazione sono state trovate bombole di gas , inneschi rudimentali e alcuni timer. Tutto ci fa pensare che l'esplosione sia stata voluta e deliberatamente determinata». E aggiunge: «Dagli elementi che abbiamo acquisito pensiamo sia un fatto doloso». La procura di Alessandria ha aperto un fascicolo al momento contro ignoti. Il reato ipotizzato è crollo doloso di edificio e omicidio plurimo.

La pista delle liti familiari. Sull’eventuale movente dell’episodio per il momento ci sono solo ipotesi. Quella che gli inquirenti sembrano privilegiare riguarda dissidi in seno alla famiglia proprietaria della cascina: pare che i litigi tra padre e figlio fossero frequenti. In subordine si pensa che l’esplosione fosse finalizzata a incassare un premio assicurativo. L’immobile era comunque in vendita per 750.000 euro sul sito immobiliare.it. Il proprietario dell’immobile, Giovanni Vincenti, è stato sentito a lungo. «E’ persona offesa - precisa il pm di Alessandria Enrico Cieri - e sta collaborando con l’inchiesta».

C.Gu. per “il Messaggero” il 6 novembre 2019. Ha fatto il pizzaiolo, l'allevatore di cavalli da corsa, poi si è reinventato informatico. Giovanni Vincenti, proprietario della tenuta, ha sempre avuto spirito d'iniziativa. Ma qui a Quargnento veniva considerato un forestiero e nonostante ci abbia vissuto dal 96 al 2017 non si è fatto nemmeno un amico. Di antipatie, in compenso, ne ha suscitate parecchie. Una volta è bruciato un fossato davanti a casa sua, circa sette anni fa è scoppiato un incendio nel capannone della possedimento: «Magari è un caso, o forse qualcuno si è tolto uno sfizio», racconta l'ottantenne Carlo dalle inferriate del giardino. L'esplosione gli ha spostato i coppi del tetto, ma ciò che più lo irrita - afferma il pensionato - sono alcune presunte pendenze di Vincenti nel pagamento delle tasse comunali. E dal passato, a quanto trapela, emerge qualche precedente di carattere amministrativo. In paese lo incrociavano spesso, anche dopo che ha messo la tenuta in vendita. «L'ultima volta l'ho visto qualche giorno fa. Veniva a controllare la casa, nella bella stagione tagliava l'erba», dice il vicino Giuseppe Dall'Elba. Dell'attività di un tempo sono rimasti solo un capannone e poco altro: «Allevava cavalli da corsa con il figlio, avevano tre dipendenti. Poi Stefano se n'è andato e l'affare è sfumato». Ha ricominciato ad Alessandria, con un'attività nel settore dei computer. «Lo abbiamo ascoltato più volte, fino a ieri pomeriggio - afferma il procuratore capo Enrico Cieri - Sta collaborando all'attività di raccolta delle informazioni». Tra i paesani che osservano desolati le macerie si mischiano anche il padre e la madre di Vincenti. «Mi dispiace per quei ragazzi morti, non si deve morire lavorando», dice l'uomo. «Mio figlio aveva comprato e messo a posto la tenuta, è appassionato di cavalli, come mio nipote». Fino a due anni fa, quando si è trasferito in città e ha messo in vendita la grande casa, senza però riuscirci. «Che idea mi sono fatto? Nessuna - assicura il padre - Con mio figlio non ho parlato. Ho saputo quello che era capitato alla tv, poi mi hanno telefonato alcuni parenti dalla Puglia. So solo che la casa era disabitata, la corrente staccata». Intanto, al comando provinciale dei vigili del fuoco di Alessandria, è il momento del dolore e del silenzio: alla cancellata vengono appesi messaggi, palloncini e appoggiati mazzi di fiori e lumini in omaggio alle tre vittime dell'esplosione. Mentre in serata i mezzi di soccorso di tutta la provincia, dalla protezione civile alla Croce rossa, al 118, si sono radunati con i lampeggianti accessi davanti al comando per una veglia spontanea. «A voi uomini veri il nostro grazie», recita il cartellone portato dai bambini di un asilo. «Dire grazie non sarà mai abbastanza».

C.Gu. per “il Messaggero” il 7 novembre 2019. «Il perché non lo so. O meglio, penso per pura e semplice invidia». Qualche idea ce l'ha Giovanni Vincenti, il proprietario della cascina esplosa lunedì notte nella campagna di Alessandria uccidendo tre vigili del fuoco. E dice di aver fornito agli investigatori anche una lista di nomi di possibili sospetti. «C'è una serie di situazioni che ho chiarito bene con i carabinieri. Sono riuscito a dare un filo logico a tante situazioni che si sono verificate da quando eravamo lì a Quargnento e sono emerse molte ipotesi», afferma. Nel fascicolo aperto dalla procura per omicidio plurimo e crollo doloso non sono per ora iscritti indagati. Le ipotesi al vaglio sono ancora numerose e il perimetro del lavoro investigativo è molto più ampio e non è sicuramente confinato alla «serie di situazioni» che Vincenti ha raccontato, indicando nella «invidia» il movente della tragedia. «Sono distrutto dal dolore per questi tre ragazzi che sono morti sotto le macerie di casa mia, dove abbiamo vissuto in armonia e amore per tanti anni», dice in lacrime l'imprenditore. Che intende anche sgomberare il campo dalle voci di liti con il figlio: «Quella dei dissidi familiari è la cattiveria più grossa che potevano dire. Io non ho problemi con mio figlio». Non nella famiglia, ma nei dintorni di quella tenuta polverizzata dalle deflagrazioni andrebbero cercati, secondo Vincenti, i colpevoli: «Io negli anni ho subito diversi atti dolosi. Non siamo mai stati ben acquisiti da quel paese da quando ci siamo trasferiti, siamo una famiglia un po' riservata, per questo non abbiamo mai avuto grossi rapporti con il vicinato». Il lavoro degli investigatori si concentra sul racconto dei sopravvissuti, sulle immagini delle telecamere e su quelle bombole del gas collegate a timer probabilmente impostati su orari successivi. «Un ordigno fai da te», lo definisce il procuratore capo di Alessandria Enrico Cieri, ma dall'enorme potenziale distruttivo. Gli accertamenti degli uomini del Ris di Parma proseguono sulle macerie in cui si è trasformata la scuderia crollata, mentre continuano gli interrogatori dei vicini, di tutti coloro che hanno orbitato attorno alla tenuta e alla famiglia Vincenti. La procura ha anche disposto l'autopsia sui corpi delle tre vittime, svolta ieri pomeriggio, per determinare se la morte sia stata causata da schiacciamento o asfissia. Il dramma ha suscitato un'ondata di commozione e dolore che si è levata da tutta Italia, di cui si è fatto interprete anche Papa Francesco che ha ricordato con una preghiera i tre vigili del fuoco italiani. Migliorano intano i feriti. Il caposquadra Giuliano Dodero è stato sottoposto a un'operazione alla gamba, le condizioni del vigile del fuoco Graziano Luca Trombetta e del carabiniere Roberto Borlengo, che sarà operato venerdì, non destano preoccupazione.

Alessandria, il proprietario della cascina: "Nel paese c'è invidia". L'importante rivelazione dell'uomo: "Negli anni ho subito diversi atti dolosi, non siamo mai stati ben acquisiti da quel paese da quando ci siamo trasferiti". Luca Sablone, Mercoledì 06/11/2019 su Il Giornale. "Perché è successo? Non lo so. O meglio, penso per pura e semplice invidia". È questa la spiegazione che Giovanni Vincenti si è dato relativamente all'esplosione della cascina abbandonata a Quargnento, in provincia di Alessandria, che ha provocato la morte di tre vigili del fuoco. Raggiunto telefonicamente, il proprietario dell'abitazione ha rivelato che già in passato era stato oggetto di simili azioni violente: "Negli anni ho subito diversi atti dolosi, non siamo mai stati ben acquisiti da quel paese da quando ci siamo trasferiti". La sua è una "famiglia riservata" e probabilmente per questo "non abbiamo mai avuto grossi rapporti con il vicinato, con il paese in particolare proprio mai, ma con i vicini neanche al di là del saluto". Tuttavia "ci sono una serie di situazioni che ho chiarito bene". E proprio ieri con i carabinieri è riuscito "a dare un filo logico a tante situazioni che si sono verificate da quando eravamo lì a Quargnento e sono venute fuori due o tre ipotesi". Ha rivelato che ai militari ha svelato i nomi di qualche sospetto.

L'accusa. E proprio queste presunte invidie potrebbero essere alla base del vile gesto: "Mi hanno fatto un dispetto, volevano annientarmi e invece hanno colpito degli innocenti". Ha detto di non sapere nulla delle bombole, degli inneschi e dei timer rinvenuti all'interno della cascina. Quella della vendetta dunque si aggiunge all'altra ipotesi percorribile circa dissidi con il figlio. Ma Vincenti ha negato tutto: "Non si può dire cattiveria più grossa". Ha ammesso che ci sono stati alti e bassi: "Quando se n'è andato via di casa perché la fidanzata voleva andare a Torino, io non l'ho presa benissimo siamo stati tre o quattro mesi un pò a litigare". Ma ha precisato che "poi è finita" e adesso "non ci sono assolutamente problemi, andiamo d'amore e d'accordo". L'uomo si è detto "distrutto dal dolore per questi tre ragazzi che sono morti sotto le macerie di casa mia dove abbiamo vissuto in armonia e amore per tanti anni". Anche perché l'edificio era stato messo su "per viverci tutta la vita e adesso è diventato un luogo di morte". Sconvolto e commosso: si è sentito così all'arrivo sul luogo dell'esplosione. "Quando sono arrivato tre minuti dopo l'esplosione, sono stato chiamato alle 1.05, 1.10, quando ho visto quella scena non potrò mai togliermela dagli occhi. È da quel momento che verso lacrime e cerco di capire", ha dichiarato in lacrime.

Alessandria, pompieri uccisi: fermato per omicidio il proprietario della cascina. Pubblicato sabato, 09 novembre 2019 su Corriere.it da Marco Imarisio e Massimiliano Nerozzi. Dopo un lungo interrogatorio Giovanni Vincenti ha fatto le prime ammissioni. Indagata anche la moglie. Nello scoppio sono morti tre vigili del fuoco. Svolta nelle indagini per la tragica esplosione della cascina di Quargnento (Alessandria) che ha causato tra il 4 e 5 novembre la morte di tre vigili del fuoco. È scattato nella notte tra venerdì e sabato il fermo di un uomo, come è stato reso noto dal Comando provinciale dei carabinieri. Si tratta di Giovanni Vincenti, il proprietario della cascina dove è avvenuta l’esplosione nella quale sono morti Antonino Candido, Marco Triches e Matteo Gastaldo. «Per lui l’accusa è di omicidio, disastro doloso e lesioni volontarie», come è stata specificato in una nota dell’Arma. L’uomo era entrato in caserma venerdì pomeriggio. Poi dopo un interrogatorio durato dieci ore è scattato il fermo. A confermare la presenza di Giovanni Vincenti nel Comando dei carabinieri era stato l’avvocato Laura Mazzolini. «Ho assistito all’interrogatorio, non posso dire nulla», aveva detto il legale lasciando gli uffici dell’Arma in piazza Vittorio Veneto. «Penso che tra poco avrete delle dichiarazioni ufficiali», si era limitata ad aggiungere Mazzolini lasciando la caserma. Infatti da lì a poco è arrivata la notizia del fermo. Anche il procuratore di Alessandria, Enrico Cieri, lasciando in auto il Comando provinciale dei carabinieri, dopo aver assistito al lungo interrogatorio di Giovanni Vincenti, non aveva voluto rilasciare dichiarazioni, limitandosi a un «no» con la mano da dietro al finestrino dell’auto. Saranno illustrati sabato mattinata, nel corso di una conferenza stampa, i dettagli dell’operazione dei carabinieri, che ha portato al fermo del proprietario della cascina ritenuto responsabile dell’esplosione che oltre alla morte dei tre vigili del fuoco ha causato il ferimento di altri due pompieri e di un carabiniere. L’appuntamento con i giornalisti è per le ore 9 nella sala briefing del Comando provinciale dell’Arma. All’incontro sarà presente anche il procuratore Cieri. La notizia del fermo è arrivata poche ore dopo la celebrazione dei funerali delle tre vittime, ala quale ha preso parte una folla di persone. E di autorità: dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte al presidente della Camera Roberto Fico fino alla ministra degli Interni Luciana Lamorgese. Al fianco dei familiari di Matteo, Marco e Antonino, sono arrivati anche tanti vigili del fuoco da tutta Italia.

Esplosione di Quargnento, confessa il proprietario della cascina : l'attentato per frodare l'assicurazione. Svolta nell'inchiesta della procura di Alessandria. Giovanni Vincenti crolla dopo dieci ore di interrogatorio. Nell'esplosione morirono tre vigili del fuoco. Federica Cravero e Cristina Palazzo il 09 novembre 2019 su La Repubblica. Confessa Giovanni Vincenti, il proprietario della cascina esplosa di Quargnento (Alessandria): fortemente indebitato ha causato l'attentato per frodare l'assicurazione. Vincenti è crollato dopo un interrogatorio di dieci ore dai carabinieri nell'ambito delle indagini per la morte dei tre vigili del fuoco. Indagata a piede libero la moglie Antonella Patrucco, in concorso. Nella conferenza stampa in corso ad Alessandria i particolari della svolta sulla tragedia di lunedì, il procuratore capo Cieri fornisce i dettagli. Esclusa la volontà di uccidere, Vincenti voleva solo danneggiare l’immobile ma comunque gli è stato contestato l’omicidio plurimo perché non ha avvertito i soccorritori della presenza delle 5 bombole di gas. Per gli inquirenti la prova è schiacciante: il timer acquistato in un negozio di Alessandria è quello per le luci degli alberi di Natale. A casa gli hanno trovato il libretto di istruzioni. Nella notte il Comando provinciale di Alessandria aveva diramato un comunicato : "Al termine di serrate ed articolate indagini, abbiamo proceduto al fermo di indiziato di delitto nei confronti di un soggetto ritenuto responsabile dei delitti di disastro doloso, omicidio, e lesioni volontarie". Per tutto il giorno ci sono stati accertamenti e approfondimenti di elementi legati alle indagini - coordinate dal procuratore capo di Alessandria Enrico Cieri (indaga per i reati di omicidio plurimo, lesioni, crollo doloso) e condotte dagli uomini del colonnello Michele Angelo Lorusso - che alla fine hanno fatto stringere il cerchio attorno a una persona che al momento è sotto torchio da parte degli investigatori nella sede del comando dei carabinieri. Una svolta forse arrivata proprio nel giorno in cui si sono celebrati i funerali dei tre pompieri morti nell'esplosione causata da alcune bombole collegate a un timer. Una folla in lacrime aveva dato al mattino l'ultimo saluto a Antonino, Marco e Matteo, i tre pompieri uccisi. Migliaia di persone strette ai famigliari e agli amici delle tre vittime, che chiedevano giustizia. "Bisogna capire perché e chi ha fatto questo", aveva tuonato dall'altare della cattedrale dei Santi Pietro e Marco il comandante provinciale Roberto Marchioni, dando voce alla "rabbia" dei vigili del fuoco. "Dovete beccarli, dovete fare di tutto per beccarli", era la richiesta delle famiglie al premier Giuseppe Conte, "commosso" di fronte al "lungo abbraccio della comunità a questi ragazzi e ai loro coraggiosi colleghi che ogni giorno rischiano la vita per garantire la sicurezza di tutti noi". Poche ore dopo, forse, in un'altra caserma, quella dei carabinieri, la richiesta ha trovato una risposta. Anche alle parole di Giuliano Dodero, il caposquadra che, pure ferito, aveva chiesto di lasciare l'ospedale per partecipare alle esequie. "Coraggio, facciamoci coraggio. Di fronte a ogni stortura di questo mondo e di questa vita la nostra forza sta nel non farci contaminare dal male, dalla zizzania ma perseverare nel bene". Si appellava al riserbo sull'eventuale svolta, Stefano Vincenti, figlio di Giovanni, il proprietario della cascina distrutta dall'esplosione nella notte tra lunedì e martedì. "Non ho informazioni da dare, gli inquirenti stanno facendo accertamenti. Non posso dire nulla".

Massimo nerozzi per corriere.it il 9 novembre 2019. Svolta nelle indagini per la tragica esplosione della cascina di Quargnento (Alessandria) che ha causato tra il 4 e 5 novembre la morte di tre vigili del fuoco. Giovanni Vincenti, il proprietario della cascina, dopo 10 ore di interrogatorio, ha confessato, negando però l’intenzione di volere uccidere. L’azione portata a termine «era volta a conseguire il premio dell’ assicurazione stipulata lo scorso agosto anche per fatto doloso», ha detto il procuratore Capo di Alessandria Enrico Cieri durante la conferenza stampa. «Per lui l’accusa è di omicidio, disastro doloso e lesioni volontarie», come è stata specificato in una nota dell’Arma. L’esplosione doveva essere una sola ma l’errore nella programmazione del timer, collegato alle bombole del gas, ha provocato la tragedia: «Il timer era stato settato all’1.30 ma accidentalmente c’era anche un settaggio alla mezzanotte. Questo ha portato alla prima modesta esplosione che, ahimé, ha allertato i vigili del fuoco». Una delle prove decisive, che hanno fatto crollare confessare Vincenti, è stato il ritrovamento del bugiardino del timer che ha innescato l’esplosione nella camera da letto. Anche la moglie di Vincenti è indagata.

Silvana Mossano per la Stampa il 9 novembre 2019. Giovanni Vincenti, proprietario della casa esplosa a Quargnento la notte tra il 4 e 5 novembre, è stato fermato per disastro doloso, omicidio plurimo e lesioni volontarie dai carabinieri di Alessandria. La svolta nelle indagini è avvenuta la notte tra l’8 e il 9 novembre: Vincenti, che era già stato sentito più volte nei giorni scorsi, è stato sentito anche la sera di venerdì 8 novembre, ma è stato chiaro che qualcosa era cambiato nella sua posizione perché dalle 21 era arrivata in caserma l’avvocato Laura Mazzolini per assisterlo. La stessa è uscita dal comando verso l’1,35. Poco dopo dalla caserma è uscito anche il procuratore della Repubblica Enrico Cieri, che non ha però rilasciato dichiarazioni. Vincenti è stato portato via introno alle 3,15. Vincenti, 55 anni, è un imprenditore, da pochi anni era titolare di un sito web per l’organizzazione di viaggi. In passato aveva fondato e gestito un maneggio poco distante dalla casa esplosa che però aveva già ceduto da alcuni anni. Non riusciva invece a vendere la casa di via San Francesco d’Assisi a Quargnento, che aveva lasciato un paio di anni fa per trasferirsi in centro ad Alessandria. Prima di oggi era già stato sentito quattro volte dai carabinieri e aveva riferito di avere da tempo problemi economici. E’ stato appurato che la casa era assicurata, ma quando al procuratore è stato chiesto a quando risaliva la stipula dell’assicurazione e per quale importo, il magistrato ha risposto: “No comment”. Il giorno dopo la tragedia, Vicenti aveva parlato con i giornalisti: "E’ da ieri sera che verso lacrime – aveva detto - che cerco di capire. Sto vivendo in modo drammatico, sono distrutto da dolore per questi tre ragazzi che sono morti sotto le macerie di casa mia dove abbiamo vissuto in armonia e amore tanti begli anni". E ha poi aggiunto: "Stiamo patendo un grosso dolore, io, mia moglie, la mia famiglia per questi vigili del fuoco che sono rimasti sotto le macerie e per le loro famiglie. Questo ci sta distruggendo la vita, non possiamo farcene una ragione", ribadisce. Alessandria, i funerali dei vigili del fuoco morti: le bare portate a spalle dai colleghi fuori dal Duomo. L’uomo aveva anche detto di avere fornito ai carabinieri «alcuni nomi» di persone che avrebbero potuto avere un motivo di fargli del male. Aveva anche riferito di aver subito in passato incendi dolosi e l’uccisione di cani di sua proprietà: «Pura e semplice invidia», a questo attribuiva le ripicche nei suoi confronti. Dopo il primo scoppio, la notte della tragedia, un vicino gli aveva telefonato per riferirgli quel che stava accadendo alla sua casa. «Allora mi hanno fatto un dispetto», questa la sua risposta, come riferito dallo stesso vicino. La svolta arriva dopo il giorno dei funerali di Stato per Marco Triches, Matteo Gastaldo e Antonino Candido che ha visto la partecipazione di migliaia di persone ad Alessandria. Era presente anche il premier Giuseppe Conte che, dopo la cerimonia funebre, si è appartato a parlare per alcuni minuti con il procuratore di Alessandria Enrico Cieri che coordina le indagini. Proprio a Conte si era rivolta in lacrime la madre di una delle tre vittime, Antonino Candido: "Dovete beccarli, dovete fare di tutto per beccarli", aveva detto al premier abbracciandolo al termine della messa.

Pompieri morti, la moglie del reo confesso: “L'ha fatto per soldi”.  Le Iene il 13 Novembre 2019. La moglie di Giovanni Vincenti parla della tragedia di Alessandria. Il marito ha confessato di aver causato l’esplosione della cascina dove sono morti tre pompieri. La donna ha parlato con Giulio Golia. “Credo l’abbia fatto per soldi”. Sono le parole della moglie di Giovanni Vincenti, reo-confesso di aver causato l'esplosione in cui sono morti tre pompieri nel crollo della cascina in provincia di Alessandria. Dopo aver incontrato i familiari delle vittime (clicca qui per l'articolo), Giulio Golia ha parlato con la donna, indagata a piede libero, invece il marito rischierebbe fino all’ergastolo per disastro colposo, omicidio doloso e plurimo e lesioni volontarie per la morte di Antonino Candido, Marco Triches e Matteo Gastaldo. Giulio Golia ha parlato con la donna che dice di non reggersi più in piedi, di non mangiare e dormire da giorni. Secondo gli inquirenti lei avrebbe aiutato il marito a portare le bombole in cascina che hanno provocato il crollo diventando una trappola mortale per i tre Vigili del Fuoco. La moglie continua a sostenere di non aver mai sospettato del marito: “Credo l’abbia fatto per soldi. Ma non perché non arrivavamo a fine mese. Ho preso le distanze da mio marito e dal suo folle gesto. Faceva grande uso di psicofarmaci”. Venerdì scorso, l’uomo ha confessato di aver inscenato tutto per truffare l’assicurazione. “Sapevo solo in parte dei debiti di mio marito”, sostiene la donna che era presente anche nel momento in cui le forze dell’ordine hanno trovato il foglietto di istruzioni del timer che ha innescato le 7 bombole. Era posato sul comò della camera da letto: “È una cosa gravissima, ma cerchi di capirmi sono diabetica non sto bene”. Lei per prima ha rivisto il marito subito dopo la tragedia. “Era sconvolto. Io gli ho creduto perché aveva gli occhi sconvolti piangeva sempre. Credevo a mio marito”. Nelle ore successive alla tragedia l’uomo ha parlato ai giornali. Diceva che tutto era stato architettato da qualcuno per invidia nei suoi confronti: “Ho fatto due-tre nomi in Procura”, dichiarava ai giornali. E ancora: “Ho subìto diversi atti dolosi” fino a definirlo “Un atto pieno di stupidità mal gestito”. L’accusa per Vincenti è di disastro colposo, omicidio doloso e plurimo e lesioni volontarie, mentre la moglie è indagata a piede libero. Tutto ha inizio da una telefonata dei vicini di casa ai Vigili del Fuoco. La squadra interviene per incendio in abitazione, ma appena arrivano alla cascina la situazione ha altri contorni. Le fiamme non c’erano. Solo in un edificio c’era un bagliore che sembrava un principio di incendio. E lì accanto c’erano delle bombole con quello che sembrava un timer. “Abbiamo messo in sicurezza quello che abbiamo trovato”, racconta da un letto di ospedale Graziano Luca Trombetta. La situazione sembra un po’ strana, ma i pompieri intanto si occupano della messa in sicurezza. Arriva sul posto una pattuglia dei carabinieri di cui fa parte Roberto Borlengo. Dopo aver spento il principio di incendio, i pompieri controllano la seconda cascina solo per scrupolo. “Per primi sono entrati Gastaldo e Triches seguiti da Candido”, racconta Dodero. In quel momento si attiva il secondo timer: “Neanche l’esplosione ho sentito. Stavo parlando con i colleghi e mi sono svegliato sotterrato. Ci ho messo un po’ per capire che cosa era successo”. Erano finiti in una trappola e stando a quello che sostengono gli inquirenti, il proprietario sapeva ma non ha avvisato. “Ero il più lontano e sono riuscito a liberarmi solo da qualche maceria e a chiamare i soccorsi”, spiega il carabiniere Borlengo. “Se mi va male ti prego di’ ai miei che gli voglio un mondo di bene. Sto perdendo un sacco di sangue”, ha detto al telefono con la sua centrale operativa. Nel frattempo arriva un’altra squadra dei Vigili del Fuoco ignara di quanto accaduto: “Sono arrivato per primo e c’era una devastazione totale. Erano tutti sotto le macerie. Noi di solito siamo quelli che salvano gli altri, qui mi sembrava di essere in un film”, racconta Daniele. Lui e i colleghi si mettono a mani nude a scavare tra le macerie. “Non sentivo urlare i miei colleghi. Credevo di urlare sopra di loro o che non riuscivo a sentirli perché lontani. Non metabolizzavo che non urlavano perché non potevano”, continua Trombetta. “Appena fuori ho pensato come avvisare mia moglie, sarà stato per questa promessa di non deluderla che sono sempre tornato a casa. Mi immedesimo in chi non ha avuto questa fortuna”. A questo punto si rendono conto che Antonino Candido, Marco Triches e Matteo Gastaldo non ce l’hanno fatta. Erano tra i migliori di quella caserma con 15 anni di servizio alle spalle. Il dramma è anche per le loro famiglie e i loro figli. Intanto continua la raccolta fondi che i Vigili del Fuoco hanno lanciato tramite Le Iene. In poche ore in tantissimi hanno donato ben 450mila euro che saranno devoluti ai familiari delle vittime.

Il saluto dei bimbi ai tre pompieri uccisi: «Antonino, Matteo e Marco aiutavano tutti noi». Pubblicato venerdì, 08 novembre 2019 da Corriere.it. Infine non resterà che questo: un mare di gente in silenzio, senza telefonini, uscita in strada a salutare tre uomini sfortunati. «Non eroi», come era scritto su un cartellone preparato dai bambini delle elementari, «ma belle persone che avevano scelto di aiutare tutti noi». Forse lo slogan non è d’effetto, forse la frase è stata trovata con l’aiuto delle maestre, però è la verità. Come sarà anche vero che questo Paese si ritrova unito solo ai funerali, ma quel che si è visto ieri ad Alessandria almeno per qualche tempo dovrebbe soddisfare il nostro generale bisogno di consolazione. Non tanto in chiesa, o nello schieramento delle autorità, dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte al presidente della Camera Roberto Fico fino alla ministra degli Interni Luciana Lamorgese, tutti comunque dignitosi e intonati a una atmosfera sobria, per quanto acuto fosse il dolore dei familiari di Matteo, Marco, Antonino e dei loro c0lleghi Vigili del fuoco arrivati da tutta Italia. Ma nelle strade di questa calma cittadina di provincia, una delle più colpite nel nord Italia dalla crisi economica, che mai nella sua storia recente aveva visto una mobilitazione del genere, così spontanea e così imponente. Alessandria non è conosciuta come una città di grandi slanci. La sua planimetria austera e squadrata, pensata per un accampamento militare, continua a modellare anche il carattere dei suoi abitanti, che della riservatezza hanno fatto un segno particolare di riconoscimento. Eppure alle nove di un mattino uggioso, quando manca ancora un’ora alla partenze dei feretri, in corso Romita ci sono almeno duecento persone che aspettano sul marciapiede di fronte al comando dei Vigili del fuoco. Non siamo in centro, ma ai bordi del quartiere Europa, al principio di una periferia fatta di palazzoni, zona industriale, supermercati e centri commerciali. «Solo per un saluto» dice una signora stretta nel suo paltò verde con finto collo di pelliccia, quasi avesse paura di disturbare. Si chiama Gianfranca Calcagno, viene da Quargnento, il paese della tragedia. «Morire così, per una truffa o una faida, qualunque cosa sia, non ha davvero senso». Accompagnato dal papà, c’è anche il bimbo disabile che l’anno scorso in visita alla caserma aveva conosciuto Marco Triches e Matteo Gastaldo. Gli avevano regalato un mantello rosso da pompiere, che per lui era diventato di Superman, ma non è che ci sia poi tutta questa differenza. Lo ha riportato indietro, in caserma, chiedendo che venisse posto ai piedi delle bare. «Come segno di gratitudine, per restituire un po’ di quello che queste persone ci danno ogni giorno», dice suo padre. Forse è questa la spiegazione per le due ali di folla che in via don Orione, e poi in via Cavour fino a piazza della Libertà, accompagnano il corteo funebre. Sotto al palazzo della prefettura i feretri vengono scaricati dagli automezzi, per essere portati a mano fino alla cattedrale. Quando appaiono in via Parma, entrando così nell’imbuto stretto di vicoli intorno alla cattedrale, l’applauso si leva da ogni strada. Applaudono anche dalle case dall’altra parte di piazza del Duomo, da dove non possono ancora vedere nulla perché in mezzo c’è il municipio, ed è un rumore di fondo che strappa qualche sorriso a vigili del fuoco con gli occhi rossi, provenienti da città diverse, che si salutano con lo sguardo, perché non è detto che bisogna sempre parlare. In chiesa l’emozione si congela nell’ufficialità, lascia spazio al dolore dei familiari. Giuliano Dodero, il caposquadra, arriva su una sedia a rotelle spinta dai suoi colleghi mentre suonano le campane. Ha chiesto di esserci, nonostante i lividi e le ferite che gli provocano un evidente dolore mentre le ruote sobbalzano sui sassi del selciato. «La notte del 5 novembre abbiamo capito che eravamo davanti a un intervento diverso dagli altri, dove a essere soccorsi non erano degli estranei ma eravamo noi assieme a un carabiniere. In quelle ore si è passati dalla speranza che tutto si risolvesse per il meglio per poi rendersi conto che le cose non sarebbero andate così». Dall’altare il comandante provinciale Roberto Marchioni evoca l’incredulità e lo smarrimento di quella notte, ed è il primo a nominare la rabbia, il sentimento nascosto di questa giornata. «Bisogna capire chi e perché ha fatto questo» dice combattendo per mantenere la voce intera. È la stessa cosa che chiede la madre di Antonino Candido al presidente del Consiglio, «giustizia, solo giustizia». Perché senza giustizia, anche questo lungo abbraccio collettivo che Alessandria ha dato in nome e per conto del resto d’Italia ai Vigili del fuoco risulterebbe vano, e perderebbe significato.

Pompieri morti ad Alessandria: la cascina trappola e la raccolta fondi. Le Iene l'11 novembre 2019. Tre pompieri sono morti nell’esplosione della cascina di Quargnento: il proprietario ha confessato di averla provocato per i soldi dell’assicurazione. Giulio Golia ricostruisce la tragedia partendo dal drammatico racconto di chi è sfuggito dalla morte. Mentre i Vigili del Fuoco hanno avviato una raccolta fondi per sostenere i familiari dei tre colleghi morti. I Vigili del Fuoco di Alessandria hanno avviato una raccolta fondi per aiutare i familiari dei tre pompieri morti nell’esplosione della cascina di Quargnento. Giulio Golia ricostruisce questa tragedia partendo dalla testimonianza esclusiva di chi è sfuggito alla morte e dei primi pompieri che sono arrivati sul posto. Tutto ha inizio da una telefonata dei vicini di casa ai Vigili del Fuoco. La squadra interviene per incendio in abitazione, ma appena arrivano alla cascina la situazione ha altri contorni. Le fiamme non c’erano. Solo in un edificio c’era un bagliore che sembrava un principio di incendio. E lì accanto c’erano delle bombole con quello che sembrava un timer. “Abbiamo messo in sicurezza quello che abbiamo trovato”, racconta da un letto di ospedale Graziano Luca Trombetta. La situazione sembra un po’ strana, ma i pompieri intanto si occupano della messa in sicurezza. Arriva sul posto una pattuglia dei carabinieri di cui fa parte Roberto Borlengo. Dopo aver spento il principio di incendio, i pompieri controllano la seconda cascina solo per scrupolo. “Per primi sono entrati Gastaldo e Triches seguiti da Candido”, racconta Dodero. In quel momento si attiva il secondo timer: “Neanche l’esplosione ho sentito. Stavo parlando con i colleghi e mi sono svegliato sotterrato. Ci ho messo un po’ per capire che cosa era successo”. Erano finiti in una trappola e stando a quello che sostengono gli inquirenti, il proprietario sapeva ma non ha avvisato. “Ero il più lontano e sono riuscito a liberarmi solo da qualche maceria e a chiamare i soccorsi”, spiega il carabiniere Borlengo. “Se mi va male ti prego di’ ai miei che gli voglio un mondo di bene. Sto perdendo un sacco di sangue”, ha detto al telefono con la sua centrale operativa. Nel frattempo arriva un’altra squadra dei Vigili del Fuoco ignara di quanto accaduto: “Sono arrivato per primo e c’era una devastazione totale. Erano tutti sotto le macerie. Noi di solito siamo quelli che salvano gli altri, qui mi sembrava di essere in un film”, racconta Daniele. Lui e i colleghi si mettono a mani nude a scavare tra le macerie. “Non sentivo urlare i miei colleghi. Credevo di urlare sopra di loro o che non riuscivo a sentirli perché lontani. Non metabolizzavo che non urlavano perché non potevano”, continua Trombetta. “Appena fuori ho pensato come avvisare mia moglie, sarà stato per questa promessa di non deluderla che sono sempre tornato a casa. Mi immedesimo in chi non ha avuto questa fortuna”. A questo punto si rendono conto che Antonino Candido, Marco Triches e Matteo Gastaldo non ce l’hanno fatta. Erano tra i migliori di quella caserma con 15 anni di servizio alle spalle. Il dramma è anche per le loro famiglie e i loro figli. Venerdì scorso si sono celebrati i funerali. “Voglio vedere la faccia dell’assassino che ha ucciso mio figlio”, dice la mamma di Antonino Candido. “A lui piaceva scherzare sempre, mancherà la scimmietta di casa, l’eterno Peter Pan. Non sono degli eroi sono solo dei figli di mamma. Non stavano andando a salvare delle vite, forse avrei accettato la morte. Ma venire uccisi da un pazzo…”. La donna racconta che il lavoro del Vigile del Fuoco per il figlio era la sua più grande passione: “Antonino ha aspettato 6 anni dopo che ha fatto il concorso perché le graduatorie erano bloccate. E io sempre che gli dicevo: fai qualcos’altro, fai un altro lavoro. Lui mi rispondeva: o il pompiere o niente. Sarebbe stato meglio niente, ora voglio vedere la faccia di quest’assassino”. In quelle ore il proprietario della cascina ha confessato. “L’ho fatto per i soldi dell’assicurazione. Non volevo uccidere nessuno”, si è difeso Giovanni Vincenti. Ora dovrà rispondere di disastro doloso ma anche di omicidio plurimo volontario (così come di lesioni volontarie per i due pompieri e il carabiniere rimasti feriti). Gli inquirenti stanno invece valutando la posizione della moglie, che sarebbe stata vista nei pressi della cascina poche ore prima dell’esplosione.

Elena Stancanelli per la STAMPA il 10 novembre 2019. Uccidere tre uomini per viltà. Se Giovanni Vincenti avesse parlato prima, se avesse avvertito che nella cascina aveva nascosto altre cinque bombole dalle quali stava continuando a uscire gas, i tre vigili del fuoco non sarebbero morti. Non ci sono dubbi, non è ipotetico: semplicemente non sarebbero morti, perché non sarebbero entrati sicuri e inconsapevoli in quella che sarebbe diventata la loro tomba. Perché non ha parlato? Cosa è successo nella testa di Giovanni Vincenti in quella mezz' ora che avrebbe potuto cambiare tre destini, quattro col suo, cinque con quello della moglie che è accusata di complicità? Quello che è successo dopo lo sappiamo. Giovanni Vincenti ha pianto, si è disperato, ha accusato chiunque. Siamo una famiglia riservata, i vicini non ci amano, abbiamo già subito altre intimidazioni, diceva. Sono distrutto dal dolore, non me ne faccio una ragione, diceva. Fin quando qualcuno ha trovato, poggiate sul comodino di camera sua, le istruzioni per attivare il timer. Solo in quel momento, di fronte all' evidenza delle prove e quando era ormai troppo tardi per salvare se stesso, e soprattutto i tre vigili del fuoco, Giovanni Vincenti ha confessato. Come in un film di Dino Risi, come un personaggio tragico di Alberto Sordi, gli si sarà sciolta la faccia e dopo aver guardato il suo avvocato, o forse la moglie, sarà crollato nelle sue mani aperte a conca poggiate sulle ginocchia. Liberato dal peso della sua imperdonabile menzogna. La banalità del male, peggio ancora, il dilettantismo del male, il male come effetto collaterale della vigliaccheria. Avrebbe voluto soltanto bruciare la cascina di Quargnento, Giovanni Vincenti, soltanto quello. E questa probabilmente sarà la sua difesa, saranno questo le parole che avrà pronunciato per giustificarsi, che pronuncerà il suo avvocato. Come se dar fuoco alla propria casa per intascare i soldi dell' assicurazione fosse accettabile, facesse parte di quei comportamenti deplorevoli ma ormai tollerati per via della «condizione di emergenza». C' è la crisi, ho i debiti, che sarà mai se do fuoco alla mia casa? Le assicurazioni sono cattive, come la politica, come gli amministratori delegati, i vigili urbani che ti multano se parcheggi in doppia fila per portare il figlio a scuola. Il povero cittadino reagisce. Si fa giustizia da solo se lo rapinano, dà fuoco all' uomo che dorme sotto casa sua perché «non ne può più», dà fuoco ai cassonetti che non vengono svuotati, dà fuoco ai condomini dove vivono i migranti, dà fuoco alla sua cascina perché ha troppi debiti. La gente è esasperata, si dice, lo stato non dà più risposte, si dice. In questo vuoto, in questa zona nella quale l' indignazione diventa la scusa per le mille piccole, e gigantesche, azioni delinquenziali, la banalizzazione del male prospera, e anche l' incapacità criminale. Probabilmente non ha parlato perché non aveva la certezza che le altre cinque bombole sarebbero esplose, pensava di farla franca, pensava che il destino lo avrebbe graziato. Può succedere, perché no? Il destino a volte ci mette una toppa, e quello che avrebbe potuto diventare tragico si trasforma in grottesco. Questa è la cifra dell' italianità, di quell'essere professionisti del vittimismo, dell'astuzietta, del piccolo reato? No, certo. Non siamo così, non tutti, ovvio. Ma è un vizio in agguato, una debolezza dalla quale dobbiamo stare in guardia, un pericolo che corriamo. Pensare che le nostre azioni possano non condurre al punto spaventoso verso il quale le spingiamo. La codardia che riconosciamo con evidenza nel comportamento di Giovanni Vincenti, immobile di fronte al dispiegarsi della catastrofe, non la vediamo in noi quando chiudiamo gli occhi di fronte all' inerzia della politica, quando premiamo qualsiasi provvedimento salvaguardi il nostro interesse a discapito della vita degli altri. Beato il paese che non ha bisogno di eroi, ma dannato quello nel quale i mostri, sempre citando Dino Risi - immenso interprete del carattere di questa nazione - vengono giustificati. Se non fosse morto nessuno, se il caso avesse evitato che le cinque bombole ancora nascoste scoppiassero facendo strage, siamo sicuri che non ci sarebbe stato qualcuno pronto a dire che Giovanni Vincenti aveva agitato mosso da disperazione, che la colpa non era sua ma di chi lo aveva costretto ad agire in maniera sconsiderata? Dei debiti, delle tasse, della crisi? Della politica, degli amministratori delegati, dei vigili urbani?

Pompieri uccisi ad Alessandria: “Voglio vedere l'assassino”. Le Iene il 9 novembre 2019. Giulio Golia ha incontrato i familiari dei 3 pompieri uccisi ad Alessandria. Poche ore dopo i loro funerali, Giovanni Vincenti ha confessato di aver causato l’esplosione in cui sono morti i tre Vigili del Fuoco per ottenere un risarcimento dall’assicurazione. Anche noi de Le Iene ci occupiamo di questa tragedia, domenica dalle 21.15 su Italia1. “Voglio vedere la faccia dell’assassino che ha ucciso mio figlio”. Sono le parole della mamma di Antonino Candido, uno dei tre pompieri che assieme ai colleghi Marco Triches e Matteo Gastaldo, uccisi nel crollo della cascina in provincia di Alessandria. A causare l’esplosione con 7 bombole del gas è stato Giovanni  Vincenti, da poche ore reo-confesso. Poche ore prima, il nostro Giulio Golia ha incontrato i parenti delle vittime nella camera ardente. Il servizio andrà in onda domenica a Le Iene dalle 21.15 su Italia1, qui sopra vi proponiamo un’anticipazione. “L’ho fatto per i soldi dell’assicurazione”, ha detto il proprietario della cascina dopo 10 ore di interrogatorio. “Non volevo uccidere nessuno”, si è difeso. Ora dovrà rispondere di disastro doloso ma anche di omicidio plurimo volontario (così come di lesioni volontarie per i due pompieri e il carabiniere rimasti feriti). Gli inquirenti stanno invece valutando la posizione della moglie, che sarebbe stata vista nei pressi della cascina poche ore prima dell’esplosione. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Vincenti avrebbe sistemato due bombole in un edificio più piccolo e cinque in quello principale. Ha aperto le valvole per far saturare di gas l’ambiente e ha sistemato i timer in modo che all’1.30 facessero scattare la scintilla in grado di fare saltare in aria tutto. Per un errore del congegno, tuttavia, una prima fiammata è scattata quando l’orologio ha segnato la mezzanotte. Questo ha provocato uno scoppio minore in grado di fare un foro nel tetto, che ha fatto uscire il gas ed evitato il crollo dell’edificio più piccolo. Tuttavia questo scoppio ha messo in moto la macchina dei soccorsi. Attorno alla cascina sono arrivate le squadre dei Vigili del Fuoco e dei carabinieri. Gentili avrebbe avuto tempo almeno un’altra mezz’ora per allertarli che il suo piano non era finito. Purtroppo non l’ha fatto e all’1.30 è avvenuto il secondo scoppio in cui sono morti i tre Vigili del Fuoco e altre tre persone sono rimaste ferite. A poche ore dai funerali,  Vincenti ha confessato tutto. Giulio Golia ha incontrato i familiari delle vittime nella camera ardente allestita ad Alessandria. “A lui piaceva scherzare sempre, mancherà la scimmietta di casa, l’eterno Peter Pan”, racconta la madre di Antonino Candido. “Non sono degli eroi sono solo dei figli di mamma. Non stavano andando a salvare delle vite, forse avrei accettato la morte. Ma venire uccisi da un pazzo…”. La donna racconta che il lavoro del Vigile del Fuoco per il figlio era la sua più grande passione: “Antonino ha aspettato 6 anni dopo che ha fatto il concorso perché le graduatorie erano bloccate. E io sempre che gli dicevo: fai qualcos’altro, fai un altro lavoro. Lui mi rispondeva: o il pompiere o niente. Sarebbe stato meglio niente, ora voglio vedere la faccia di quest’assassino”. 

Il video testamento del vigile del fuoco morto ad Alessandria: “Se domani non torno…” In un video di alcuni anni fa, il 38enne Marco Triches spiega il suo sogno di diventare un vigile del fuoco per poter "aiutare la gente" in difficoltà. Gabriele Laganà, Giovedì 07/11/2019, su Il Giornale. "Se domani non dovessi più tornare, racconta a tutti del mio amore esagerato per questa divisa. Racconta a tutti che ero riuscito a diventare ciò che sognavo da bambino". È una sorta di testamento il video messaggio con protagonista il 38enne Marco Triches, il vigile del fuoco morto con altri due colleghi nell’esplosione di una cascina disabitata a Quargnento in provincia di Alessandria. Un filmato che il pompiere aveva registrato per gli allievi della Scuola di Formazione Operativa dei vigili del fuoco che, a loro volta, lo hanno pubblicato sulla loro pagina per onorare il collega morto mentre adempiva al suo dovere. Triches nel video spiega con un sorriso disarmante e allo steso tempo rassicurante che “il suo desiderio di diventare vigile del fuoco nasce dal militare”. Un lavoro per aiutare chi si trovava in difficoltà. "Fare il vigile del fuoco vuol dire aiutare la gente e io sognavo di fare questo". Marco raccontava ai futuri pompieri cosa significa indossare quella divisa.“Non mi sento un eroe, mi sento una persona che spera di avere l’opportunità di salvare altra gente”. Il vigile del fuoco, però, era consapevole dei grandi rischi della sua professione. Tanto che termina il messaggio con una frase che sembra una dedica a chi è rimasto: “Se un giorno non dovessi più tornare, racconta a tutti del mio amore esagerato per questa divisa. Racconta a tutti che ero riuscito a diventare ciò che sognavo da bambino. Racconta di quanto ero felice ad avere fratelli al posto di semplici colleghi. Racconta a tutti che ero e sarò per sempre…semplicemente… un vigile del fuoco”. Marco lascia una moglie e un figlio di tre anni. Domani alle 11 nella cattedrale di Alessandria si svolgeranno i funerali dei tre vigili del fuoco morti nell’esplosione. Intanto, l'Associazione dei vigili del fuoco di Alessandria ha aperto un conto corrente per chi volesse aiutare le famiglie dei pompieri.

Notte da incubo per Marchisio Rapinatori in casa: «Guardavo la tv e sono entrati». Pubblicato mercoledì, 30 ottobre 2019 su Corriere.it. Rapina martedì sera in casa di dell’ex calciatore della Juve Claudio Marchisio, a Vinovo (Torino). Cinque banditi travisati armati di pistole e cacciaviti hanno fatto irruzione in casa quando Marchisio era presente, con la moglie. «Aprite la cassaforte» è stato l’ordine dato con la minaccia delle armi dai rapinatori. Marchisio e’ stato costretto ad aprirla e i ladri hanno portato via tutto, gioielli, orologi e ricordi. Ancora da stimare il bottino. Non ci sono stati feriti. Sul posto sono intervenuti i carabinieri. «Stavamo guardando la televisione quando sono entrati», ha detto, molto spaventato, Marchisio ai carabinieri, subito dopo il fatto. I banditi hanno pianificato il colpo da giorni, studiando ogni dettaglio, a partire dalla conformazione della zona in cui il campione juventino vive. Il Villaggio I Cavalieri è una zona che comprende ville e giardini, recintata e protetta da un sistema di video sorveglianza e di accesso con codici. I rapinatori sono entrati nel complesso e hanno usato la porta finestra della cucina, al piano più basso della villa, per fare irruzione in casa. Marchisio e la moglie stavano guardando la televisione sul divano, in un’altra camera. Due banditi avevano la pistola e l’hanno usata per spaventare le vittime. Ma non hanno usato la forza, le minacce sono state fatte verbalmente, con le armi puntate. Oltre ai gioielli, i ladri si sono fatti consegnare anche vestiti firmati, poi si sono dileguati. Il tutto è durato pochi minuti. I carabinieri hanno acquisito tutte le immagini dei sistemi di video sorveglianza. Procedono sia i Norm che il Nucleo investigativo. È stata informata l’autorità giudiziaria. 

Maurizio De Santis per calcio.fanpage.it il 30 ottobre 2019. Erano in quattro, avevano il volto travisato da un passamontagna, in pugno pistole e cacciaviti. I rapinatori hanno fatto irruzione in casa di Claudio Marchisio puntando le armi contro di lui e la moglie Roberta. I malviventi sono entrati in azione alle 21.30 di martedì sera e, a giudicare dalla dinamica dell'accaduto, si trovavano già lì attendendo il momento buono per agire e sorprendere l'ex calciatore. Hanno sorpreso i coniugi mentre erano nell'appartamento situato nella zona residenziale di Vinovo (il villaggio ‘Cavalieri', non molto distante dal centro sportivo della società, a Torino) e li hanno costretti a rientrare perché spalancassero loro le porte dell'abitazione e indicassero loro dove fare razzia e cosa prendere per il bottino la cui entità non è stata ancora quantificata dalle forze dell'ordine, alle prese con accertamenti di rito e le prime indagini.

Marchisio e la moglie minacciati con la pistola dai rapinatori. Il resto è stato un gioco da ragazzi: l'ex calciatore e la consorte non hanno opposto resistenza e sono rimasti inermi, sotto costante minaccia, mentre i ladri rastrellavano oggetti preziosi e altri valori dalla cassaforte oltre a farsi consegnare denaro contante. È avvenuto tutto nel giro di pochi minuti, conferma di un piano studiato da tempo e calibrato sulle abitudini dell'ex giocatore della Juventus di cui – con ogni probabilità – seguivano i movimenti da tempo.

Le indagini dei Carabinieri. Come ha fatto la banda ad agire in maniera indisturbata? È la prima domanda che i militari dell'Arma intervenuti sul posto si sono posti considerando la zona e le misure di sicurezza. La villa a due piani della famiglia Marchisio si trova nel cuore dell'area residenziale esclusiva, protetta da un recinto, controllata con un sistema di video-sorveglianza dettagliato che assicura la massima copertura. È una zona alla quale si può avere accesso solo attraverso codici numerici. Ed è lì che il "principino" – il soprannome dato dai tifosi all'ex centrocampista – è anche proprietario di un ristorante di lusso.

Chi sono gli autori del colpo. L'identità degli autori del colpo per adesso non è nota. Si sospetta che siano italiani e soprattutto che – dopo aver effettuato la rapina – siano riusciti a dileguarsi in fretta e in maniera agevole grazie a una vettura parcheggiata all'esterno del complesso residenziale. Il classico ‘palo' che era lì ad attendere i compagni per fuggire e far perdere le proprie tracce prima che la coppia avesse tempo di avvertire le forze dell'ordine.

Marchisio, dopo il furto anche la beffa. Raffica di insulti sul web. Il Secolo d'Italia mercoledì 30 ottobre 2019.  “Se entri nella casa di una persona per derubarla sei un delinquente. Se punti la pistola al volto di una donna sei un balordo. Se da una storia simile tutto quello che riesci a ricavarne è una battuta idiota sei un poveretto. A tutti gli altri un sentito grazie per la vicinanza”. Esprime così la sua amarezza il giorno dopo la rapina subita l’ex giocatore della Juventus, Claudio Marchisio. Il campione, sui social, ha postato un pensiero rivolto ai rapinatori e agli ‘haters’ che hanno sfruttato la rete per battute e sarcasmo fuori luogo. Ieri sera quattro banditi armati di pistole e cacciaviti sono entrati nella villa nei pressi di Vinovo di Marchisio dove l’ex bianconero si trovava in compagnia della moglie, i malviventi si sono fatti consegnare gioielli e orologi custoditi in cassaforte. Due persone erano armate di pistole e due di cacciavite. Il calciatore, dietro minaccia delle armi, ha dovuto aprire cassaforte. Nessun ferito. Sulla vicenda indagano i carabinieri.

Marchisio ha da poco lasciato il calcio. Claudio Marchisio da qualche mese un ex calciatore italiano, avendo lasciato lo sport agonistico a causa di un infortunio. Marchisio ha legato gran parte della carriera alla Juventus, club con cui ha vinto sette campionati di Serie A consecutivi (dal 2011-12 al 2017-18), uno di Serie B (2006-07), tre Supercoppe italiane (2012, 2013 e 2015) e quattro Coppe Italia consecutive (dal 2014-15 al 2017-18). Vanta inoltre la vittoria di un campionato di Prem’er-Liga con lo Zenit San Pietroburgo (2018-19). Ha fatto parte della nazionale olimpica, con cui nel 2008 ha dapprima vinto il Torneo di Tolone e poi partecipato ai Giochi di Pechino 2008. In azzurro è stato semifinalista all’Europeo Under-21 di Svezia 2009, finalista all’Europeo di Polonia-Ucraina 2012 e terzo classificato alla Confederations Cup di Brasile 2013; con la nazionale maggiore ha inoltre partecipato a due Mondiali (Sudafrica 2010 e Brasile 2014). È stato inoltre inserito per due anni consecutivi (2011 e 2012) nella squadra dell’anno AIC e nella squadra della stagione della UEFA Champions League nel 2014-15.

Marchisio e la rapina: «Ci hanno puntato la pistola alla testa». Rubati gioielli e abiti. Pubblicato giovedì, 31 ottobre 2019 su Corriere.it da Giampiero Timossi. L'ex calciatore racconta la paura: «Non ne parlo sui social perché non voglio che l’episodio venga strumentalizzato. È successo a noi, poteva capitare a chiunque. Esiste la giusta distanza anche dalla paura. Claudio Marchisio ha 33 anni, è stato centrocampista della Juve e della Nazionale e il 3 ottobre ha dato l’addio al calcio. Marchisio ha cuore e cervello ed è partito per nuove avventure. Ora però racconta una «disavventura» e misura le parole, ricorda che «ė stata tosta, perché due pistole vere non le avevo mai viste e stavolta le avevamo puntate alla testa, ma siamo riusciti a restare lucidi». Martedì «cinque uomini sono entrati in casa nostra a Vinovo, mi chiedevano della cassaforte, ma noi non ce l’abbiamo. Non ci credevano, ma è davvero così. Allora hanno preso tutto ciò che potevano e sono andati via. Avevo paura per me, per mia moglie Roberta e ringraziavo il cielo che in casa non ci fossero i nostri figli. Erano a giocare a pallone, dovevano rientrare alle 8 accompagnati dal nonno e l’allenatore è stato il primo a insospettirsi perché non rispondevamo al telefono. Quando i rapinatori l’hanno capito hanno fatto in fretta, è stata la nostra fortuna». Ieri pomeriggio la scientifica stava rilevando alcune impronte, sono partite le indagini e la famiglia sta ritrovando serenità. Marchisio crede nel valore social(mente) utile dei messaggi: 2,1 milione di persone lo seguono su Twitter, più di 4 milioni su Instagram. Uno dei suoi ultimi tweet parla del libro postumo di Nadia Toffa: «L’ho retwittato alla sera, quando il peggio era passato». Poi un altro messaggio: «Se entri nella casa di una persona per derubarla sei un delinquente. Se punti la pistola al volto di una donna sei un balordo. Se da una storia simile tutto quello che riesci a ricavarne è una battuta idiota o una discriminazione territoriale di qualsiasi tipo, sei un poveretto. A tutti gli altri un sentito grazie per la vostra vicinanza».

Perché non ha socializzato la sua paura?

«Non voglio che quanto accaduto possa esser strumentalizzato».

Anche politicamente?

«Anche, sono cose che accadono, in tutti i quartieri di Torino, in Italia, nel mondo. Stavolta è capitata a noi, per fortuna possiamo raccontarla, nessuno si è fatto male. Delle cose materiali mi importa meno, conta che stiamo tutti bene».

Cosa le lascia questa brutta esperienza?

«Il ricordo dei momenti di paura, quando neppure sai cosa accada nel tuo corpo ma riesci a restare tranquillo, anche con una pistola puntata contro. Poi tanti altri pensieri che si rincorrono».

Riesce a metterne in fila qualcuno?

«Non giustifico chi fa questo, ma penso: chi sta male, chi ha fame, non ha paura e può anche arrivare a fare ciò. Sono cose che accadono da tutte le parti, perché la differenza tra ricchi e poveri è ovunque».

Dicono che dopo la rapina vogliate cambiare casa?

«Sono anni che con Roberta pensiamo di trasferirci, ma non per motivi di sicurezza. Vogliamo vivere in centro città ma i problemi possono essere ovunque. Servono leggi che garantiscano più sicurezza, ma attenzione».

A cosa?

«Garantire la sicurezza significa eliminare certe disuguaglianze, far rispettare le leggi, sostenere il lavoro delle forze dell’ordine, creare voglia di legalità».

Ha letto certi commenti ironici, altri vergognosi, sui social?

«Si commentano da soli. Io esprimo le mie idee nel rispetto di quelle altrui. I social possono essere un modo anche per capire meglio le nostre abitudini, dove e come viviamo, forse i rapinatori li hanno usati per questo. Altri se ne servono per offendere. Non penso solo a me o alla mia famiglia. Io preferisco socializzare la nostra voglia di un mondo migliore».

Giampiero Mughini per Dagospia l'1 novembre 2019. Caro Dago, da secoli sono convinto che un calciatore di valore (e dunque uno molto intelligente, perché si gioca con la testa e con i piedi che fanno da accessori)) se ne mette in tasca quattro o cinque che fanno altri mestieri. Gianni Rivera, Gigi Buffon, Andrea Pirlo, Sandro Mazzola, sono stati personaggi che hanno pochi  rivali negli altri comparti della vita civile. La loro testa era superiore. La loro valutazione di tutto ciò che gli stava attorno, uomini e situazioni. Ieri Claudio Marchisio è stato come loro magnifico. Gli sono venuti in casa armati, hanno puntato una rivoltella alla testa sua e di sua moglie, si sono portati via dei valori. Lui è stato adamantino. Ha detto che è da “balordi” puntare la rivoltella alla testa di una donna, ma che non per questo vuole sfruttare l’occasione di vita maledetta che gli è toccata per sfanculare l’una o l’altra etnia reputata la più atta ai malviventi. Ha detto poche parole. Non ha fatto propaganda, non ha schiamazzato, non s’è gonfiato le gote di parole aggressive contro chicchessia e purchessia come fa il grosso dell’orda contemporanea in mezzo alla quale viviamo. E’ stato all’altezza di quando stava al cuore della mediana juventina, e nobilmente difendeva e contrattaccava e colpiva a metterla dentro. Un calciatore, un atleta, un uomo, tutto quanto di meglio. Uno con cui mi piacerebbe stare a chiacchierare una serata, mi piacerebbe moltissimo. A differenza che con i giurati del premio Strega, uomini piccoli così.

Jena per “la Stampa” l'1 novembre 2019. L' ex calciatore Marchisio rapinato in casa: "Chi sta male, chi ha fame, non ha paura e può anche arrivare a fare ciò... perché la differenza tra ricchi e poveri è ovunque". Uno così dovrebbe fare il ministro dell' Interno.

Filippo Facci per “Libero Quotidiano” l'1 novembre 2019. Forse sapete che l' ex calciatore Claudio Marchisio (ex dal 3 ottobre scorso) l' altra notte è stato rapinato in casa sua, una storiaccia brutta: in cinque hanno fatto irruzione nella sua villa nell' hinterland di Torino e si sono fatti consegnare gioielli e vestiti, questo prima di filarsela e dopo aver puntato la pistola alla tempia sua e della moglie. Un classico: volto coperto da passamontagna e ingresso da una portafinestra, mentre la coppia stava guardando la tv; i rapinatori hanno chiesto dov' era la cassaforte (che non c' era) e, dopo aver perlustrato la casa, se ne sono andati senza fare altri danni. Fortuna che i figli non c' erano. Ma non è la cronaca a interessarci. Il punto è che Marchisio, che ha 33 anni, ha detto due cose - quelle che ci interessano - e una è questa: «Non voglio che quanto accaduto possa esser strumentalizzato». Che cosa intendeva? Non è molto chiaro, ma in ogni caso l' ex calciatore potrebbe accettare un consiglio: se non vuole essere strumentalizzato, eviti di rilasciare - come ha fatto ieri - un' intervista al Corriere della Sera ed eviti di parlare della rapina ai 2,1 milioni di persone che lo seguono su Twitter: altrimenti qualcuno che voglia «strumentalizzare» (qualsiasi cosa intendesse) rischia di trovarlo. Ma forse è più interessante la seconda frase pronunciata da Marchisio, frase che il sito online del Corriere della Sera (non il cartaceo) ha messo direttamente nel titolo: «Non giustifico i banditi, ma penso: chi sta male può anche arrivare a fare ciò». La frase estesa, nel testo, è questa: «Chi sta male, chi ha fame, non ha paura e può anche arrivare a fare ciò. Sono cose che accadono da tutte le parti, perché la differenza tra ricchi e poveri e ovunque». Bene, cioè male, nel senso: non vorremmo che Marchisio, che non ci pare uno stupido, la sua rapina finisca per strumentalizzarla lui stesso: senza volere, ovviamente. Questo diffondendo un messaggio sbagliato o perlomeno molto ingenuo. Il messaggio sarebbe questo: in giro per il Paese - diviso come nel medioevo tra ricchi e poveri, coi calciatori insediati tra i ricchi - circolano dei poveri affamati che per non morire di inedia si riducono a modeste rapine di sopravvivenza, il cui primario obiettivo, idealmente, sarebbe un panino; i rapinatori che hanno puntato la pistola alla tempia sua e della moglie, cioè, sarebbero come i disperati che scippano per motivi alimentari o come altri disperati che delinquono per procurarsi la dose. Ma, pur ammettendo che il mondo del calcio sia molto autoreferenziale e un pizzico tagliato fuori dal mondo reale, è il caso di ripetere che le cose stanno diversamente. Da molti anni, in tutta Italia e soprattutto nel Norditalia, dove c' è più ricchezza e più case di gente abbiente - non poveri e non particolarmente ricchi - circolano bande di delinquenti professionisti che rapinano metodicamente ville e casali isolati, e questo per ragioni che con la fame e lo «stare male» hanno poco a che fare, anche perché trattasi di un mestiere altamente specializzato dove i disperati non sono visti di buon occhio. In linea di massima, chi ha fame va alla Caritas, o vive di espedienti, di piccoli furti da supermercato: non compone bande di criminali seriali che le forze dell' ordine hanno inquadrato da tempo. E non si tratta di nuovi poveri, di una nuova stratificazione sociale buona per le analisi dell' Istat o del Censis: sono i nuovi criminali, gente che sceglie deliberatamente di fare un mestiere - perché è un mestiere - che ha predecessori non negli italiani di «Ladri di Biciclette», ma in - per dire - Renato Vallanzasca e Francis Turatello. La differenza è che il rapinatore, in parte, corrisponde a uno dei lavori che gli italiani non vogliono più fare, e infatti ci sono molti stranieri che lo fanno anche meglio: c' è una buona percentuale di essi che si muove da un paese all' altro con l' intento specifico di ingrossare attività criminali, o, peggio, che finisce per caderci dentro grazie a quelle scuole di formazione che ormai sono le carceri. Chiunque - quindi anche Claudio Marchisio, che ha una buona dimestichezza con internet - può fare una ricerca e scoprire che le «bande delle ville» sono una realtà consolidata, organizzata, qualcosa che non dipende dalla mancanza di denaro ma che il denaro, semplicemente, insegue. Non è che questi stanno male, hanno fame e perciò, non avendo paura, fanno le rapine: non hanno paura di fare le rapine, punto. Il tutto con una rinnovata efferatezza che - questo sì - è propria di paesi che all' appuntamento col benessere sono arrivati in ritardo. Ma in quei paesi, come nel nostro, è pieno di gente che sta male, che ha fame e che non ha paura: ma le rapine non le fa lo stesso. Da una rapida ricerca, il primo risultato che ci viene fuori è una banda di albanesi e italiani che agiva soprattutto nel torinese (combinazione) e che il 9 ottobre scorso è stata arrestata perché «saccheggiavano ville e abitazioni isolate, sorprendendo i proprietari nel sonno e rubando qualunque cosa fosse presente in casa», «diciassette gli episodi contestati dai Carabinieri nelle province di Torino, Biella, Novara e Perugia». Il secondo risultato parla di una banda di tre albanesi che hanno fatto 33 rapine in ville, accumulando oltre un milione di euro in Friuli Venezia Giulia, Veneto e Lombardia. Il terzo risultato riguarda una banda che agiva «con tecniche militari, armati e con violenza, erano veri e propri imprenditori del crimine» e sono stati arrestati per rapine in Piemonte e Lombardia. Altri risultati scendono verso sud e raccontano di «rapinatori seriali» a Fiano Romano e a Nettuno. E via così. E può anche darsi che avessero fame: dopo la rapina saranno andati al ristorante.

Dal “Corriere della sera” il 18 ottobre 2019. Spiare i propri dipendenti con telecamere nascoste, installate a loro insaputa: da ora si può. Almeno nel caso in cui sia l' unico modo, per il datore di lavoro, per scoprire i responsabili dei furti che sta subendo e che gli stanno causando danni ingenti. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell' uomo in una sentenza definitiva che riguarda la Spagna ma è destinata a fare giurisprudenza sulla materia per tutti i 47 Stati membri del Consiglio d' Europa, Italia compresa. La vicenda era iniziata nel 2009 quando un manager di un supermercato spagnolo si era accorto di ammanchi di magazzino per 82mila euro. Per scoprire i colpevoli aveva allora fatto installare telecamere.

"Basta con il "tariffario" per le forze dell'ordine "vittime del dovere"". Domenico Pianese, segretario generale del Coisp, ci illustra il disegno di legge sulla riforma degli indennizzi per le famiglie degli agenti delle forze dell'Ordine che hanno perso la vita mentre stavano compiendo il proprio dovere. Francesco Curridori, Sabato 09/11/2019, su Il Giornale. "Con questo disegno di legge vogliamo dire basta ai morti di Serie A e B". Domenico Pianese, segretario generale del Coisp, ci illustra in questa intervista il disegno di legge sulla riforma degli indennizzi per le famiglie degli agenti delle forze dell'Ordine che hanno perso la vita mentre stavano compiendo il proprio lavoro.

Quante sono le vittime del dovere degli ultimi anni, quali i casi più importanti?

"Le vittime del dovere oscillano tra le 50 e le 100 ogni anno. Ovviamente questo dato non fa riferimento solo agli agenti della Polizia di Stato, ma a tutte le Forze di Polizia e alle Forze Armate. I casi più eclatanti? Possiamo indubbiamente far riferimento ai 'nostri' Matteo e Pierluigi, uccisi recentemente a Trieste".

Come si calcola l'indennizzo per le famiglie delle vittime?

"Le cosiddette “vittime del dovere” ricevono un indennizzo pari a circa 1800 € per ogni punto di invalidità, riconosciuto da un’apposita commissione che verifica l’entità delle lesioni e soprattutto che siano avvenute durante il servizio e per motivi di servizio".

Quali sono le disparità nel trattamento a cui fate riferimento?

"Le differenze che si presentano nella legislazione vigente, e che si sono stratificate nel corso degli anni, riguardano gli importi complessivi assegnati alle famiglie delle vittime in seguito al fatto che il proprio caro sia stato ucciso da un'organizzazione terroristica, da un'organizzazione mafiosa o dalla criminalità “semplice”".

Per quale motivo la legislazione vigente prevede questo tipo di disparità di trattamento?

"La ratio di questa distinzione va ricercata in una legislazione “emotiva” figlia del clima che, in diverse fasi storiche, ha attraversato il nostro Paese: l’epoca del terrorismo rosso e nero, ad esempio, o quella dell’eversione seguita alla strage di Capaci negli anni ’90, quando dare la vita per combattere le organizzazioni mafiose veniva percepito, nella sensibilità collettiva, come il massimo sacrificio. Si è creata così, nel tempo, una situazione paradossale: ancora oggi la famiglia di una vittima della mafia riceve dallo Stato un trattamento diverso da chi viene ucciso dalla criminalità organizzata o da un criminale comune. Ed è ovvio che questa disparità rischia di creare morti di serie A e morti di serie B".

Cosa chiedete?

"Nient'altro che la parificazione. Grazie all'aiuto del senatore Giampaolo Vallardi, presidente della Commissione Cultura del Senato, e della senatrice Erika Stefani, prima firmataria del ddl, intendiamo far sì che si possano parificare gli indennizzi per tutte le vittime del dovere, a prescindere dalla classificazione criminale del carnefice, azzerarando al tempo stesso quel contenzioso amministrativo che è frutto di ulteriori sofferenze per i familiari. Questo disegno di legge, a cui il Coisp ha collaborato nella stesura, sana quel vulnus che da molti anni giustamente lamentano i familiari delle vittime. La cosa più agghiacciante è questa sorta di 'tariffario' delle vittime. Le Forze dell'Ordine tutelano i cittadini, difendono e rappresentano lo Stato e combattono tutte le forme di criminalità, a qualsiasi livello. Quando un poliziotto, un carabiniere o qualsiasi altro appartenente alle Forze Armate resta ucciso deve essere riconosciuto al pari di tutti gli altri".

Cosa prevede il ddl che avete contribuito a scrivere?

"Uno dei passaggi chiave in questo ddl è quello contenuto nell'articolo 5: è una norma scritta al fine di far cessare tutti i contenziosi ancora in atto. È doveroso giungere a quella che vorremmo chiamare 'pacificazione giuridica', ponendo fine a un percorso doloroso per tante famiglie. Questi contenziosi, che si trascinano da molti anni, non fanno altro che procurare ulteriori ferite alle famiglie delle vittime: ecco perché confidiamo che su una norma di puro buonsenso vi sia la più ampia convergenza possibile tra le forze politiche".

Lo scorso 29 ottobre avete manifestato in Piazza Montecitorio. Cosa sta facendo questo governo per le Forze dell'Ordine?

"Siamo stati costretti a scendere in piazza, a Roma di fronte Montecitorio e davanti alle prefetture di oltre 50 città in tutta Italia, per portare alla luce la situazione delle donne e degli uomini appartenenti a tutte le Forze di Polizia. Dopo oltre dieci anni di blocco contrattuale, di mancate innovazioni normative, dell'assenza di tutele e di miglioramenti non solo economici, abbiamo fatto sentire la nostra voce. Noi non 'amiamo' scendere in piazza per manifestare; noi di solito nelle piazze ci stiamo per assicurare la libertà di manifestare, fondamentale diritto dei cittadini. Questa volta, però, siamo stati costretti a farlo perché abbiamo notato una forte disattenzione da parte del governo nei nostri confronti, fatti salvi alcuni annunci roboanti che poi, nei fatti, si sono ridotti in una 'mancetta'. La sicurezza deve essere al centro del programma di governo non solo a parole, ma anche nei fatti".

Il capo della Polizia Gabrielli agli agenti: «Sui social servono prudenza e riserbo». Pubblicato venerdì, 25 ottobre 2019 da Corriere.it. Vietato rivelare «informazioni e dati, né pubblicare notizie, immagine ovvero audio relativi ad attività di servizio». Obbligo di interagire sul web attraverso a chat e forum tenendo «un comportamento sempre improntato al massimo rispetto dei principi costituzionali e della dignità della persona». Quindi il richiamo a a usare «massimo equilibrio, cautela e attenzione nella partecipazione a discussioni su forum sul web». Sono le disposizioni contenute nella circolare del Ministero dell’Interno attraverso la quale Franco Gabrielli, Capo della polizia e direttore generale della pubblica sicurezza, disciplina l’uso dei social per le forze dell’ordine. Il testo è rivolto direttamente alla Polizia di Stato per competenza diretta. Ma le nuove coordinate valgono anche per le altre forze dell’ordine che operano nella pubblica sicurezza. Due gli aspetti presi in esame nella circolare. Da una parte l’immagine degli operatori delle forze dell’ordine. Dall’altra i rischi collegati alla diffusione on line di notizie legate all’attività di servizio, a compromettere cioè «efficacia e sicurezza dei servizi oltre a collidere con obblighi di mantenimento del segreto d’ufficio». La memoria torna alla scorsa estate, quando finì prima in Rete e poi sui quotidiani di tutto il mondo la foto di Christian Gabriel Natale Hjorth — uno dei giovani coinvolti nell’omicidio del vice-carabiniere dell’Arma, Mario Cerciello Rega, nel quartiere Prati, a Roma — bendato durante l’interrogatorio nella stazione dei carabinieri. Gabrielli scrive che «recentemente sono stati registrati episodi in cui operatori della Polizia di Stato, attraverso l’utilizzo di social network o di applicazioni di messaggistica (ad esempio Whatsapp), si sono resi autori di esternazioni, spesso accompagnate da video, audio e foto, dal contenuto inappropriato e, in taluni casi, con profili di natura penale e/o disciplinare». E sottolinea che «l’attività di polizia impone il massimo riserbo su argomenti o notizie la cui divulgazione potrebbe recare pregiudizio alla sicurezza dello Stato, oltre che alla propria e a quella dei colleghi». Quindi — tenuto conto dell’obbligo di legge a tenere un «comportamento idoneo a non creare disdoro o imbarazzo all’amministrazione» e visto che gli «strumenti social non garantiscono la riservatezza» perché le notizie «potrebbero essere acquisite da utenti esterni attraverso la realizzazione di screenshot» — si danno le direttive per il rapporto delle forze dell’ordine con il web. Con la richiesta di evitare esternazioni, «tra cui un messaggio apparentemente innocuo o un like», che possono essere travisati offrendo «a terzi una percezione dissonante o addirittura contraria ai valori rappresentati dalla divisa». Dai sindacati arriva un plauso e un augurio sulle nuove disposizioni impartite da Gabrielli. «Da tempo, anche su nostra sollecitazione, è in corso al dipartimento una discussione sull’utilizzo dei social da parte dei poliziotti — spiega Daniele Tissone, segretario generale sindacato di polizia Silp Cgil —. Certamente col precedente ministro dell’Interno (Matteo Salvini, ndr) sarebbe stato quantomeno curioso invitare i lavoratori in divisa a una maggiore prudenza nell’utilizzo dei social. Diciamo che questa circolare contiene suggerimenti di buon senso che dovrebbero già far parte delle regole minime di comportamento di qualsiasi poliziotto che utilizza Facebook e dintorni. In ogni caso, ci auguriamo che l’intento di questa circolare, come ci pare di cogliere, non sia punitivo ma costruttivo».

Arriva il bavaglio per le divise "Non dovete lamentarvi sui social". Circolare del capo della Polizia: «No alle doglianze via chat». Chiara Giannini, Sabato 26/10/2019, su Il Giornale. Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha paura di ciò che dicono i suoi agenti. Questo è ciò che appare alla luce della circolare che lo stesso ha inviato ieri a questori e dirigenti per raccomandare loro di sensibilizzare «il personale sull'uso dei social network e di applicazioni di messaggistica». In seguito alla morte di Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, i due poliziotti uccisi a Trieste, molti operatori hanno infatti esternato le loro preoccupazioni attraverso Whatsapp o Telegram, piattaforme su cui spesso vengono create chat di gruppo. Il materiale è stato diffuso ed è finito in mano ad alcuni giornalisti che poi, giocoforza, hanno iniziato a indagare sulle lamentele degli uomini e delle donne in divisa, che sempre più spesso parlano di «scarsa sicurezza», «materiale inadeguato», «poche risorse», «addestramento insufficiente». Un'evidenza di fronte a cui l'amministrazione sembra fare da tempo orecchie da mercante. Se Matteo Salvini, quando era ministro dell'Interno, aveva almeno investito sull'assunzione di nuovi agenti, l'attuale titolare del Viminale, Luciana Lamorgese, taglia mezzi della Polizia nel malcontento generale, creando ancor più difficoltà e imbarazzo tra gli agenti, che iniziano a non poterne più di lavorare in certe condizioni. E ora ci si mette anche Gabrielli che, attaccandosi a questioni di sicurezza nazionale, fa capire senza mezzi termini che lamentarsi attraverso i social potrebbe procurare ai poliziotti non pochi problemi. E se da una parte, per scelta proprio del capo della Polizia, non si possono avanzare critiche neanche attraverso i sindacati, visto che ogni volta che qualche loro rappresentante interviene sui giornali l'articolo non viene messo in rassegna del Dipartimento della Pubblica sicurezza, dall'altro la nuova circolare arriva a mettere le cose in chiaro: non si può parlare in certi termini. «Appare opportuno ribadire - si legge nella missiva di Gabrielli - che ogni operatore di polizia, in ossequio ai doveri prescritti dall'attuale disciplina, deve non rivelare a terzi informazioni e dati, né pubblicare notizie, immagini ovvero audio relativi ad attività di servizio, interagire nel web tenendo un comportamento sempre improntato al massimo rispetto dei principi costituzionali, ecc». Si specifica quindi che il pubblicare foto in divisa o con l'arma di servizio potrebbe mettere a rischio la sicurezza dello stesso agente. Inoltre, il poliziotto, dentro e fuori dal servizio deve mantenere «un comportamento idoneo a non creare imbarazzo all'amministrazione». La circolare ha creato non poche discussioni, proprio in quelle chat di cui parla Gabrielli. «Il fatto - spiega qualche rappresentante di Polizia - è che se parliamo attraverso i sindacati ci ignorano, quando i problemi sono tanti. Pensassero a comprarci giubbotti antiproiettile di buona fattura e che non mettano a rischio le nostre vite e ad addestrarci come si deve, invece che mandare le solite letterine di raccomandazione che costituiscono solo un lavoro in più per i questori».

Forza blocco e minaccia il carabiniere: "Ti scarico mitraglietta addosso". Fermato dopo aver forzato un posto di blocco, il boss 31enne di Aprilia ha aizzato la folla contro i militari. Poi le minacce all'agente: "Ti strappo la pelle". Giorgia Baroncini, Domenica 13/10/2019, su Il Giornale.  "Non mi potete arrestare. Io sono il boss del quartiere". A minacciare un carabiniere è Cristian Battello, 31enne di Aprilia, ritenuto responsabile insieme al coetaneo Cristoforo Iorio di aver forzato un posto di blocco lo scorso 11 ottobre e di aver aizzato la folla contro i militari. Aprilia, pochi minuti prima della mezzanotte. I carabinieri intervengono in via Francia in supporto a un'autoambulanza che sta effettuando un soccorso. Battello e Iorio in sella ad una moto di grossa cilindrata forzano il posto di blocco. I militari si mettono subito all'inseguimento dei due, fermandoli poco dopo. Battello e Iorio prima oppongono resistenza, poi chiedono l'aiuto di altre persone per sfuggire all'arresto. I residenti, richiamati dal "boss", scendono in strada e iniziano a scagliare oggetti contro i militari. Dalle finestre vengono lanciati persino dei vasi verso i due carabinieri.

Le minacce. Nel frattempo Battello minaccia i militari senza paura. "Ti strappo la pelle, te lo giuro sui miei figli", inizia a urlare, faccia a faccia con uno dei carabinieri (guarda il video). "Io sono Cristian Battello detto 'Schizzo'. Io ti strappo vivo", tuona il 31enne facendosi sempre più vicino al militare. La tensione sale. C'è chi cerca di fermare Battello, ma lui continua con le intimidazioni. "Sai quanti ce n'ho io de ferri? Ce n'ho proprio tanti. Appena ti prendo, te la scarico tutta adosso, la 98 Fs a mitraglietta te la scarico sulle gambe". Minacce e insulti inquietanti contro i militari che, nonostante la tensione sempre più altra, riescono a tenere sotto controllo la situazione. Qualcuno poi si accorge del video. "Sta registrando sto pezzo di merda", tuona. "Non mi urlare", replica il carabiniere mantenendo la calma. Il filmato si interrompe. Forse una colluttazione. Con l'arrivo di altre pattuglie, Battello e Iorio vengono arrestati. Il giudice dispone la custodia cautelare in carcere per il 31enne (già condannato a 5 anni per una gambizzazione e a 2 anni e 2 mesi per l'inchiesta Don't Touch) e gli arresti domiciliari per il suo complice. Entrambi chiederanno il giudizio abbreviato, già fissato per il prossimo 24 ottobre.

La rabbia delle Forze dell’Ordine: ridicolizzate dai criminali e umiliate da chi le dovrebbe difendere. Andrea Pasini il 12 ottobre 2019 su Il Giornale. Dopo l’episodio, l’ennesimo, raccontato nelle scorse ore relativo alla mancata condanna di una coppia di ladri scoperti a rubare ed arrestati dalla polizia, sempre più numerose si fanno le testimonianze di episodi analoghi raccontati dagli appartenenti alle forze dell’ordine. A proposito di questo, ho ripreso un articolo molto interessante a firma di Chiara Giannini pubblicato dal Il Giornale riguardo proprio questo fenomeno. Questa ad esempio è la versione completa di una storia di un appartenente alle forze dell’ordine che racconta ciò che gli è successo in servizio. «L’ho arrestato per sei volte perché spacciava. Quando gli ho tolto le manette mi ha riso in faccia»: è un poliziotto del centro Italia a raccontare disarmato il calvario cui vanno incontro gli agenti che ogni volta, a processo finito, vedono vanificato il loro lavoro. Il caso risale a qualche mese fa. «L’uomo, un tunisino, vendeva grosse quantità di droga. Lo abbiamo pedinato e fermato in flagranza di reato, mentre era intento a vendere lo stupefacente. Ogni volta abbiamo testimoniato in tribunale. Gli era stato imposto l’obbligo di firma, ma le pene dipendono dalla discrezionalità dei giudici, così al sesto processo gli è stato tolto, tanto non lo rispettava». Così l’extracomunitario è tornato a piede libero, a vendere morte, finché qualcuno non ha trovato il modo di espellerlo dall’Italia per motivi amministrativi però e non penali. Non era in regola con il permesso di soggiorno, ma ci sono voluti anni». Il problema è sempre lo stesso spiega Fabrizio Lotti, segretario nazionale dell’Fsp Polizia , ovvero una questione di norme da cambiare soprattutto per i reati predatori, quelli di allarme sociale che vanno dallo scippo alla rapina. C’è poi la questione dei protocolli operativi, perché il poliziotto che interviene in questi casi si prende delle responsabilità penali e amministrative non da poco. Non ha nessun tipo di tutela». A questo, per il sindacalista, si aggiunge che «in Italia c’è il libero convincimento del giudice che è diverso da ciò che è previsto nel diritto anglosassone. Finché sarà così ci saranno sempre sentenze differenti. Per questo auspichiamo una riforma delle leggi che sia dalla parte della Polzia ” Questa è un’altra triste vicenda che merita di essere raccontata proprio dall’agente interessati: «Sono stato 6 anni sotto processo racconta un agente al Giornale perché nell’ambito di una operazione per sedare una lite familiare sono stato ferito al volto con un coltello. L’aggressore e la famiglia hanno denunciato me e i miei colleghi perché secondo lui eravamo noi ad avergli fatto male. Alla fine siamo stati assolti, ma abbiamo dovuto buttare via decine di migliaia di euro in avvocati. Mentre l’uomo è ancora libero e continua a picchiare moglie e figli». Ma tutto questo disagio per chi opera tutti i giorni mettendo a rischio la propria vita in mezzo alla strada per difendere la nostra e per difendere la nostra libertà quando finirà? Quando potremo vivere in un Paese normale dove a pagare siano i delinquenti e i furboni e non chi per 1200 euro cerca tra mille difficoltà di far rispettare la legge? Speriamo presto! Purtroppo anche in questo caso come in molti altri dobbiamo ringraziare la totale incapacità della politica sopratutto di sinistra perché non è mai stata in grado di prendersi delle responsabilità e di dimostrare in modo chiaro da che parte vuole stare. Non si può giocare con il piede in dieci scarpe. Con tutto questo casino legislativo gli operatori del comparto sicurezza mentre svolgono il loro lavoro si trovano sempre ad operare sul filo del rasoio. E questo non è più accettabile. Ci vogliono delle leggi piu Semplici, chiare e che non possano più essere interpretabili da nessuno. Bisogna poi cambiare le regole d’ingaggio. Le forze dell’ordine devono poter lavorare in estrema serenità e non piu con il timore che la parola di chiunque valga più della loro. Perché Con sempre più frequenza capita che a presentarsi come imputati difronte ad un giudice in una aula di tribunale siano i buoni e non come dovrebbe essere,i cattivi. Questo credo che in un paese normale non sia accettabile. La Politica e le istituzioni dovrebbero difendere, tutelare, sostenere ed investire sulle forze dell’ordine e non usarle solo a convenienza e scaricarle appena possibile. Le forze dell’ordine rappresentano il fiore all’occhiello di un paese normale perché contribuiscono a rendere uno Stato forte, ordinato e sicuro. E lo Stato come capita in quasi tutti i Paesi del Mondo investe su di esse rendendole sempre più all’avanguardia e tutelandole mentre svolgono il loro lavoro. Succede quasi dappertutto nel mondo tranne che in Italia dove purtroppo per colpa della sinistra e del politicante coretto ancora oggi le forze dell’ordine sono viste non come una risorsa e una eccellenza da rispettare e sulla quale investire ma come una entità da controllare e rendere inerme. 

"Lo sai che sono un parlamentare?". Così Fassina sfidava i poliziotti. Ira degli agenti per gli attacchi dopo il ferimento del deputato: "Abbiamo solo avanzato e lui è caduto". Cecchini (Italia Celere): "Fassina si vergogni". Giuseppe De Lorenzo, Mercoledì 02/10/2019, su Il Giornale. Irritazione, fastidio, rabbia. Chiamatelo come volete, ma il sentimento diffuso tra gli operatori di polizia dopo quanto successo a Roma al deputato Stefano Fassina è condiviso da gran parte degli uomini in divisa. “L’ex vice-ministro ha fatto come i giocatori della Juve in area di rigore”, sorride ironico una fonte del Giornale.it vicina alla celere. Un modo per contestare il polverone sollevatosi dopo la pubblicazione della notizia. Per spiegare la cronaca bisogna tornare a ieri pomeriggio in via Tuscolana, quando alcuni lavoratori si ritrovano per protestare contro l’azienda Roma Metropolitane a seguito dello stop ai lavori della metro C. Sul posto arriva un collaboratore dell’assessore capitolino alle Partecipate, accolto dalle proteste di chi aveva organizzato il sit-in. Nulla di strano, fin qui. Le proteste, come sempre, sono legittime. Ma legittimo è anche l’obbligo degli operatori di polizia di fare il proprio mestiere. In questo caso scortare il funzionario all’interno della sede presidiata dai dipendenti. Il patatrac esplode quando i celerini si fanno largo per guadagnare l’ingresso, ostacolati da sindacalisti e protestatari. Nel parapiglia (non violento), Fassina cade e si fa male. Un video dell’agenzia Dire mostra le fasi convulse dell’incidente. "Non lo hanno calpestato le divise", dicono fonti di polizia. L’ex vice-ministro si lamenta per il dolore e viene prontamente soccorso. Trasportato in ospedale (verrà dimesso in serata con una diagnosi di trauma toracico), diventa rapidamente il simbolo degli "scontri tra forze dell’ordine e lavoratori". E immediata esplode la caccia all’agente. Per Federico Fornaro, capogruppo di Leu, si tratta di fatti "gravissimi". Per Orfini vanno presi "provvedimenti verso i responsabili”, mentre Nicola Frattoianni arriva addirittura a parlare di lavoratori "picchiati dalle forze dell’ordine". Per non farsi mancare nulla, pure il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, chiede al capo della Polizia Gabrielli di "verificare se l’intervento delle forze di polizia presenti sia stato svolto in maniera corretta e senza violazioni di legge". Ed è proprio la richiesta del Viminale a irritare gli uomini in divisa più di ogni altro attacco "esterno". C’è chi parla di "parole inaccettabili" e chi la accusa di "volersi ingraziare la politica". "Mamma mia - lamenta Andrea Cecchini, segretario di Italia Celere - Non ho parole: Lamorgese fa così solo perché è stato coinvolto un parlamentare". Chi ha potuto parlare con alcuni degli agenti finiti nella bufera racconta al Giornale.it tutta la frustrazione per la polemica esplosa. E svela alcuni retroscena fino ad ora inediti. Innanzitutto gli insulti “indescrivibili” ricevuti dalle divise in quei frangenti. Poi alcuni particolari fondamentali: primo, i poliziotti "non sono stati violenti"; secondo, erano "disarmati e senza sfollagente"; terzo, non portavano "neppure lo scudo”. "Non abbiamo usato la forza - hanno assicurato gli agenti coinvolti ai colleghi - abbiamo solo avanzato e loro non si sono spostati. Poi a un certo punto Fassina è caduto”. Non solo. Il deputato "è stato anche circoscritto per evitare che si facesse male" e, riportano i poliziotti, "diceva: ‘Lo sapete che sono un parlamentare?'". C’è un altro aspetto da tenere bene in mente. "Gli operatori avevano ricevuto un ordine dal delegato di servizio, ovvero di scortare il delegato comunale all’interno dello stabile”, spiega Cecchini. Quindi, "entrare era obbligatorio". Per portare a termine la missione, gli agenti sono stati costretti a farsi spazio tra i manifestanti, usando solo il fisico. Nessun uso della forza, tanto che Italia Celere si dice pronta a denunciare chiunque abbia parlato di "cariche". "Ieri nel torto c’era chi ha commesso una resistenza attiva contro i poliziotti", insiste Cecchini. Fassina "si è messo in mezzo e ha impedito alla polizia di adempiere al proprio lavoro. È stata resistenza attiva, che oltre ad essere un reato è soprattutto inaccettabile. Dovrebbe vergognarsi".

Fassina, la polizia mostra il "Var": "Ecco chi l'ha calpestato". Franco Gabrielli difende gli agenti: "Operato ineccepibile". Italia Celere: "Ecco il var su quanto successo a Fassina". Giuseppe De Lorenzo, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. La polizia non ci sta a diventare il "punching ball" di contestatori e politici. E mentre Franco Gabrielli definisce "ineccepibile" il comportamento dei celerini che erano sul campo quando Stefano Fassina si è ferito, i sindacati degli agenti si sono messi a controllare secondo per secondo i video disponibili su quanto successo a Roma. L'obiettivo? Dimostrare che i colleghi hanno eseguito l'ordine dettagliatamente senza far del male a nessuno. Osservando i filmati dell'agenzia Dire, i poliziotti fanno notare un particolare finora non venuto alla luce. Gli agenti stanno scortando il collaboratore dell'assessore alle Partecipate del Comune capitolino all'interno dello stabile sede di Roma Metropolitane. I lavoratori sono in protesta contro l'ipotesi liquidazione. I poliziotti si fanno largo tra i manifestanti per eseguire l'ordine arrivato dalla centrale operativa di accompagnare all'interno il funzionario. Di fronte alla porta trovano un gruppo di uomini, tra cui il deputato di Leu, che "si erano abbracciati uno con l’altro e formavano un cordone" impedendo l’accesso alla Celere. In quel momento, come rivelato al Giornale.it da fonti di polizia, Fassina pronuncia la frase "sono un Parlamentare". Poi il cordone si spezza, gli agenti riescono a entrare e nel parapiglia il deputato cade e si fa male. La domanda è: chi lo ha ferito, tanto da finire in ospedale per un trauma toracico? Italia Celere ha analizzato il filmato e sostiene che, dopo la caduta in terra, Fassina venga calpestato da un altro manifestante e non da un agente (guarda qui). "Grazie al Var ci siamo accorti che l'ex viceministro non è stato calpestato da un poliziotto. E che le altre persone non sono cadute per colpa della polizia", dice Andrea Cecchini. "Ringraziamo e onoriamo gli agenti per il lavoro svolto egregiamente". Il ministro Lamorgese, poche ore dopo i fatti, aveva chiesto al capo della polizia di verificare se l’intervento era stato "svolto in maniera corretta e senza violazioni di legge". Oggi Gabrielli ha risposto, assicurando che "l'operato della polizia è stato ineccepibile, credo che altri avrebbero dovuto non consentire che si arrivasse a quel punto". Il riferimento sembra essere al delegato dell'assessore che "avrebbe dovuto avere maggiore cautela a chiedere l'intervento della polizia per entrare". Su come si siano comportati i celerini, però, nulla da eccepire.

Gabrielli: «Reati in calo, uno su tre commesso da stranieri Fassina a terra? Gli agenti  non sono un punching ball». Pubblicato venerdì, 04 ottobre 2019 su Corriere.it da Rinaldo Frignani. Il capo della polizia: a Roma Metropolitane hanno agito bene. Un fiume in piena il capo della polizia Franco Gabrielli al Festival delle Città, in corso a Roma. «I dati sulla criminalità sono incontrovertibili, da 10 anni c’è un trend in calo complessivo dei reati. Ma c’è anche, negli ultimi anni, un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati, questo è inequivoco». Poi il prefetto snocciola i dati: «Nel 2016, su 893mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 la percentuale è salita al 29,8%, nel 2018 al 32% e in questo 2019 che sta quasi finendo il trend è lo stesso, siamo quasi al 32%. Tenendo conto che gli stranieri nel nostro Paese, sono il 12%, tra legali e non, questo dà la misura del problema», conclude. La polemica sui tafferugli a Roma Metropolitane: ««Comportamento ineccepibile» Sul fronte delle polemiche seguite ai tafferugli di martedì scorso davanti alla sede di Roma Metropolitane, Gabrielli sottolinea poi come «chi manifesta deve sempre porsi nella condizione di manifestare pacificamente il proprio pensiero. E di non considerare i poliziotti e i carabinieri dei punching ball. Questo è un Paese nel quale si è ritenuto che sputare a un poliziotto sia un comportamento di tenue gravità - aggiunge -. Credo che non sia così. Chi veste una divisa e chi rappresenta un’istituzione, credo che dovrebbe essere portatore di un rispetto non solo per la persona, ma anche per quello che rappresenta». Per il capo della polizia il comportamento degli agenti in via Tuscolana, dove è rimasto ferito il deputato di Leu Stefano Fassina, con due sindacalisti e un lavoratore dell’azienda partecipata del Comune ora in liquidazione, «è stato ineccepibile». La realtà è che «se mi dovessero chiedere qual è il deficit maggiore del nostro Paese, direi che è la perdita di credibilità delle istituzioni a tutti i livelli, che fa sì che la gente si allontani dalla cosa pubblica, che non metta le mani e rischi in prima persona, e tutto questo è il prodotto di una modalità con la quale si ritiene che le istituzioni non siano degne di rispetto».

 Cinque poliziotti e carabinieri uccisi dall'inizio dell'anno. Tre uomini dell'Arma caduti in Puglia, Lombardia e nella capitale. E poi i due agenti vittime della tragedia di Trieste. La Repubblica il 04 ottobre 2019. Con i due poliziotti uccisi a Trieste sale a cinque il numero degli uomini delle forze dell'ordine caduti dall'inizio del 2019. Dalla Puglia alla Lombardia passando per Roma, questi i quattro episodi che hanno scosso l'opinione pubblica prima della tragedia consumatasi nella Questura del capoluogo giuliano.

13 aprile. Un carabiniere di 47 anni, Vincenzo De Gennaro, viene ucciso sulla piazza principale di Cagnano Varano, un paesino del Foggiano, durante un controllo. Un uomo, la cui vettura era stata fermata a un posto di blocco, estrae improvvisamente una pistola e spara contro la pattuglia, uccidendo un militare e ferendone un altro in modo non grave. Poi l'uomo, un pregiudicato di 67 anni, tenta la fuga ma i commilitoni lo bloccano subito e lo portano in caserma per interrogarlo. Il maresciallo dell'Arma, vicecomandante della stazione del paese garganico, muore mentre viene trasportato in ospedale.

16 giugno. L'appuntato scelto Emanuele Anzini, 41enne di origine abruzzese che lavorava da venti anni in provincia di Bergamo, muore travolto da un'auto. Durante il turno di notte di pattugliamento a un posto di controllo a Terno d'Isola Anzini viene investito e ucciso da un automobilista risultato poi risultato positivo all'alcoltest e arrestato.

27 luglio. A Roma viene assassinato il carabiniere Mario Cerciello Rega, accoltellato a morte dal giovane americano Elder Finnegan Lee nel quartiere residenziale di Prati.

4 ottobre. A Trieste in una sparatoria in Questura perdono la vita l'agente scelto Pierluigi Rotta, 34 anni, e Matteo Demenego, 31 anni.

Da ilfattoquotidiano.it l'11 dicembre 2019. Filmare il fermo di un venditore ambulante da parte della polizia municipale di Roma è reato. Precisamente interruzione di pubblico servizio. È questa l’accusa contenuta nella denuncia a carico di Cosimo Caridi, giornalista e videomaker che ha lavorato in mezzo mondo e collabora con ilfattoquotidiano.it. Caridi nel pomeriggio di oggi si trova in via del Corso, non lontano da Palazzo Chigi e Montecitorio. È lì perché poco prima ha realizzato un servizio sulla manifestazione dei sindacati. Negli stessi frangenti si accorge che due agenti hanno bloccato in strada e stanno procedendo al fermo di un venditore ambulante straniero (di braccialetti e oggetti in legno), che nel tentativo di allontanarsi è caduto a terra. Caridi gira la telecamera e filma. Gli agenti non sono d’accordo. In due agenti si avvicinano, lo invitano a non riprendere perché si tratta di un’operazione di polizia. Uno dei due mette la mano sull’obiettivo della telecamera. “Lei non può riprendere senza autorizzazione, appena manda in onda queste immagini viene arrestato”, si sente nella registrazione. Lo invitano a “cancellare tutto”. Caridi dice di essere un giornalista, invoca il “diritto di cronaca”, spiega di essere “in uno spazio pubblico”. Uno dei vigili si innervosisce più dei suoi colleghi: “Ringrazia Dio che sto in divisa perché se sto senza divisa ti spacco questa in testa”, con riferimento alla telecamera. Lo portano nel loro quartier generale in Campidoglio, dove trascorre oltre due ore. Gli fanno eleggere domicilio per la denuncia: è accusato di interruzione di pubblico servizio. “Naturalmente lì mi hanno trattato bene, hanno capito perfettamente che sono un giornalista, è intervenuto anche l’ufficio stampa”, ha raccontato Caridi. La tesi dei vigili urbani sarebbe che mentre si occupavano del videomaker altri ambulanti sarebbero scappati.

 “PREMIANO GLI ASSASSINI E OFFENDONO LE VITTIME”. Nino Materi per “il Giornale” il 6 ottobre 2019. Quando ti bruciano viva una figlia e l' assassino esce continuamente dal carcere grazie ai permessi-premio (ma «premio» per cosa?), la rabbia diventa un mostro che rischia di divorare cuore e cervello. Eppure le parole di Mario Luzi sono piene di composta dignità. Il signor Luzzi è il papà della sedicenne accoltellata e distrutta con la benzina dal fidanzato il 24 maggio 2013 a Corigliano (Cosenza). Ora ha deciso di scrivere una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il motivo della missiva? «Mi sento abbandonato dallo Stato». Parole dure ma giustificate dalla triste realtà dei fatti: «A marzo 2016 l' assassino di Fabiana (il suo fidanzato di 17 anni ndr) fu condannato a 18 anni e 7 mesi, pena ridicola per la gravita del reato commesso - spiega il padre della vittima -. Inoltre quest' anno ha ottenuto licenze-premio già in tre occasioni. Mi sento distrutto». «Tutto questo mette in discussione il significato della parola giustizia - aggiungono i genitori di Fabiana -. Appresa la notizia, ci siamo sentiti male, tanto da dover andare in ospedale. Incrociare il carnefice di Fabiana nel nostro stesso paese ad appena tre anni dalla sentenza, è una cosa intollerabile. Ci sentiamo traditi da uno Stato e da leggi che premiano gli assassini e offendono ulteriormente le vittime e le loro famiglie». Un caso che segue di qualche giorno un' altra vicenda analoga, dove però a protestare (anche qui avendone tutte le ragioni ndr) è una figlia cui hanno ammazzato il padre. Stessa dinamica: un minore assassino al quale è concesso come premio di festeggiare il compleanno a casa, con tanto di foto di brindisi e balli postate sui social. Immagini di gioia scioccanti per una figlia che ha avuto il padre ucciso a sprangate e che per tutta la vita vivrà il dolore di non poterlo più abbracciare. Il ragazzo del party è stato condannato in primo grado a 16 anni e mezzo per aver trucidato insieme a due complici nei pressi della stazione Piscinoia della metropolitana di Napoli la guardia giurata, Francesco Della Corte. Motivo? «Volevamo rubargli la pistola». Il giudice aveva sottolineato nella sentenza la crudeltà degli imputati, definendoli «indifferenti al male». Marta, la figlia del vigilantes, ha spiegato di trovare «vergognosa ed assurda» la scelta del permesso premio: «L' assassino di mio padre ha festeggiato in allegria i suoi 18 anni. Io invece non ho festeggiato i miei 22 anni perché ancora provata dall' angoscia. Evidentemente questi ragazzi non hanno compreso la gravità di quello che hanno fatto». Marta ha aggiunto di aver visto i tre killer del padre «impassibili durante tutto il processo», anche quando descrivevano nei dettagli il delitto, e di aver ricevuto un breve messaggio di scuse solo da uno degli imputati.

La solitudine delle vittime. Il permesso dato al giovane che uccise una guardia giurata mostra come in Italia difendiamo troppo i carnefici e poco le vittime. Mario Giordano il 25 settembre 2019 su Panorama. «Vorrei anch’io il permesso di riabbracciare mio padre». Non riesco a togliermi dalla testa le parole di un ragazzo napoletano, si chiama Giuseppe Della Corte, e forse in questi giorni ne avrete sentito parlare in tv. Il papà di Giuseppe, Francesco, era una guardia giurata. È stato ucciso nel marzo dell’anno scorso, mentre lavorava: tre ragazzini, poco più che sedicenni, l’hanno aggredito con mazze e bastoni in una stazione e l’hanno pestato senza pietà. «Volevamo rubargli la pistola» diranno poi, senza alcun pentimento. Francesco è rimasto in coma 15 giorni prima di morire. E mentre lui era in agonia, i ragazzi assassini se la spassavano e ridevano alle sue spalle, senza sapere di essere intercettati. «Schiatta! Schiatta!», sghignazzavano. E poi: «Tanto non ci fanno niente». Subito dopo li hanno arrestati e processati. Questa primavera sono stati condannati a 16 anni di carcere. Poco, troppo poco per un omicidio così. Ora inizia il processo d’appello. Ma qualche giorno fa, questo è il punto, uno di loro ha compiuto 18 anni. E il tribunale gli ha concesso un permesso premio. Il ragazzo è uscito di cella ed è andato a festeggiare il compleanno in un locale lì vicino, circondato dagli amici. Torte, cotillons e tavole imbandite. I social hanno rilanciato le foto. Il ragazzo assassino, neo diciottenne, si pavoneggia mano nella mano con la sua fidanzatina. La riabbraccia. E per questo che Giuseppe dice: «Anch’io vorrei il permesso di riabbracciare il mio papà». Purtroppo, però, quel permesso non lo potrà avere. Mai più. Giuseppe ha una sorella, che si chiama Marta che studia giurisprudenza. Marta dice di aver scelto quella facoltà perché ha fiducia nella giustizia. Ma non è facile aver fiducia nella giustizia quando vedi l’assassino di tuo padre che fa festa, e a te rimangono solo ricordi, foto, lacrime e dolore. Tu l’hai festeggiato il tuo compleanno? hanno chiesto a Marta. No, ovviamente. Quest’anno Marta non ha festeggiato il compleanno. L’assassino di suo padre, invece sì. E ancora una volta, fra feste fatte e non fatte, si ha l’impressione che in questo Stato convenga essere criminali piuttosto che vittime. Per le vittime, infatti, non c’è mai nulla. Per le vittime non c’è mai attenzione. Non c’è un filo di emozione, né condivisione, tanto meno aiuto pratico. Chi è vittima rimane solo, vittima due volte, dei delinquenti e della solitudine in cui viene abbandonato. Per i criminali, invece, no. Per loro ci sono mille attenzioni. Le attenuanti. Le tutele. I percorsi di recupero. I permessi premio. La riabilitazione. Il reinserimento sociale. Il criminale non viene mai lasciato solo. E se ha un desiderio si cerca di esaudirlo, foss’anche quello di festeggiare il compleanno in faccia alle proprie vittime. È tutto perfettamente legittimo, per carità. Il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ha mandato gli ispettori nel tribunale che ha concesso il permesso premio, ma vi anticipo già come finirà. Come finisce sempre in questi casi: in nulla. Si troverà che sono state rispettate perfettamente le leggi, che le regole non sono state violate. Ma mi domando se questo non sia ancora più grave. Se non sia ancora più grave, cioè, dover dire a Marta e Giuseppe che quello che stanno vivendo non è frutto di un errore, una svista, un’infrazione. Ma è proprio quello che prevede lo Stato. Che si dimentica chi è vittima. Non chi è carnefice. E poi mi domando anche se questo sia davvero il modo di aiutare i carnefici. Se questo sia davvero il modo per aiutarli a capire quello che hanno fatto, premessa necessaria per poter essere realmente reinseriti nella società. Marta e Giuseppe hanno raccontato che durante tutto il processo gli assassini del padre non hanno mai chiesto scusa sul serio. Solo parole di circostanza. Fredde. E quando raccontavano il delitto (orrendo) lo facevano con cuore duro. Il giudice li ha definiti «ragazzi indifferenti al male». È stata riconosciuta l’aggravante della crudeltà. Avete capito bene: indifferenti al male, crudeltà. Ma per loro queste rimarranno parole vuote. Come potranno infatti capire l’orrore che hanno commesso, se dopo poco più di un anno possono andare già in giro a festeggiare? Ho l’impressione che dopo tanto parlare di rieducazione, ci sarebbe un gran bisogno di tornare a parlare di punizione. Perché, dopo un errore, se non c’è pena, non c’è comprensione. E se non c’è comprensione non ci può essere rieducazione. Resta solo l’offesa alle vittime. Condannate due volte, loro sì: al lutto e all’umiliazione. 

La squadra di pm a caccia di auto fantasma: 15 mila usate per reati. Pubblicato martedì, 17 settembre 2019 da Luigi Ferrarella su Corriere.it. Tutti a straparlare di «sicurezza», per di più mescolandola confusamente con i «clandestini». Eppure in pochi sembrano preoccuparsi di 15.500 «fantasmi», veri e pericolosissimi: i veicoli che, da febbraio 2018 a oggi, la Procura di Milano ha individuato e tolto dalla circolazione come fittiziamente intestati a 112 prestanome. È appena la punta dell’iceberg, solo il picco di illegalità emerso in città da quando una minisquadra (attorno al pm Antonia Pavan e all’aggiunto Riccardo Targetti) prova a trattare in maniera più sistematica i ricorrenti reati nei quali (fosse una rapina, un investimento stradale, un posto di blocco forzato) l’auto in uso al bandito di turno si rivelava intestata a un prestanome seriale. Un fenomeno tutt’altro che pittoresco, ma anzi molto criminogeno e a più livelli. Il primo è che la targa cessa di essere un prezioso elemento di indagine, e gli inquirenti non riescono più a rintracciate gli autori di un reato. Il secondo è l’insicurezza sulle strade (velocità, semafori rossi, precedenze agli incroci), determinata dalla fiducia degli utilizzatori di questi veicoli-fantasma di poter manovrare con la mano libera del tendenziale anonimato. Il terzo è che aumentano gli incidenti con auto senza assicurazione, il che mette in difficoltà le vittime e scarica sulla collettività (attraverso il fondo di garanzia per i risarcimenti) i costi dei danni. Il quarto investe gli enti locali, che da un lato non incassano le multe prese dalle auto-fantasma (un prestanome pizzicato a Monza aveva un debito con l’erario di 700.000 euro), e dall’altro spendono una montagna di soldi (10 euro a notifica) proprio nel tentativo vano di incassare le sanzioni. Ad aggravare il quadro c’è anche la mutazione antropologica del prestanome. Se in passato erano anziani indigenti, vagabondi e stranieri che si prestavano in cambio di pochi euro, adesso sempre più spesso partite Iva, sedicenti operatori di compravendite di veicoli, che però (guarda caso) vendono quasi niente e acquistano quasi solo, paradossalmente favoriti dalle norme che consentono passaggi semplificati di proprietà (tra commercianti del settore) senza pagare l’imposta provinciale di trascrizione. Del resto le agenzie di pratiche auto non hanno obblighi di «vedere» la persona, ma possono lavorare anche solo sui documenti. I magistrati milanesi, mutuando esperienze come quella di Verona, stanno ora provando più strade. Penalmente contestano ai prestanome il reato di «falso in atto pubblico con induzione in errore del pubblico ufficiale», e la «ricettazione» ai conducenti che non siano in grado di spiegare perché siano alla guida di un veicolo che risulta fittiziamente intestato a qualcuno che nemmeno magari conoscono. Poi c’è il lavoro per sensibilizzare altre Procure d’Italia, e per spingere i Comuni a integrare (come ad esempio ancora non accade proprio a Milano) il database dell zone Ztl, in modo che l’allerta sul transito di un veicolo-fantasma consenta alle pattuglie di incrociarlo e fermarlo. E soprattutto Procura e Aci-Automobil Club d’Italia hanno da poco stipulato un protocollo per far sì che l’Aci ogni 4 mesi comunichi ai pm non soltanto le persone prestanomi seriali, ma anche le ditte di rivendita di auto con indici di anomalia nel rapporto tra veicoli comprati e venduti: così che la Procura, se verifica che il sospetto è esatto, lo comunichi all’Aci affinché l’ente disponga il «blocco anagrafico» del nominativo, rendendogli impossibile qualunque altra negoziazione. In teoria, peraltro, già da 9 anni l’articolo 94 bis del codice della strada contemplerebbe una serie di misure efficaci, a cominciare da blocco e radiazione di queste vetture. Ma al solito, e per quanto possa sembrare incredibile a distanza di quasi un decennio, nei ministeri competenti nessuno si è degnato di varare i necessari decreti attuativi.

QUANTI SONO GLI OMICIDI IN ITALIA? Da Agi.it il 9 agosto 2019. La cronaca nera riporta spesso, quasi quotidianamente, notizie di omicidi volontari avvenuti in Italia. Ma, al di là delle emozioni che può suscitare il singolo caso, che cosa dicono i numeri? Quanti omicidi ci sono ogni anno in Italia e qual è il trend degli ultimi decenni? Come siamo messi rispetto agli altri Paesi? Anticipiamo subito che l’Italia è uno dei Paesi più sicuri al mondo, dal punto di vista del rischio di essere assassinati. Facciamo meglio della gran parte degli altri Stati a livello mondiale e anche all’interno della Ue siamo tra i migliori. Arriviamo del resto da tre decenni di calo quasi costante del numero di omicidi volontari. Ma andiamo a vedere i dettagli.

Gli omicidi in Italia. Secondo quanto riporta il database dell’Istat, gli omicidi volontari denunciati in Italia nel 2017 - ultimo anno per cui ci sono dati disponibili - sono stati 368, praticamente uno al giorno. Questo numero è il più basso degli ultimi dieci anni, un periodo durante il quale il totale degli omicidi volontari consumati nel Paese è andato calando quasi costantemente. Solo dieci anni prima, gli omicidi erano molti di più. Erano infatti 611 gli omicidi volontari nel 2008, 586 nel 2009, 526 nel 2010, 550 nel 2011, 528 nel 2012, 502 nel 2013, 475 nel 2014, 469 nel 2015 e 400 nel 2016. Se poi allarghiamo lo sguardo ad anni ancora antecedenti - possiamo a questo scopo consultare il database dell’Unodc, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, da cui abbiamo scaricato e reso agevolmente consultabili i dati - il crollo del numero totale di omicidi è impressionante. Nel 1990 erano stati 1.794, nel 1991 1.938, nel 1992 1.476. Numeri superiori fino a cinque volte quelli attuali. Siamo scesi sotto “quota mille”, per poi non tornarci più al di sopra, solo nel 1996 (953 omicidi) e nei 12 anni successivi si è progressivamente scesi verso i 611 omicidi del 2008.

Il tasso di omicidi in Italia. Questo calo impressionante del numero assoluto di omicidi si ripercuote ovviamente sul “tasso di omicidi”, cioè il numero di omicidi ogni 100 mila abitanti (che è poi il criterio che viene usato per i confronti internazionali). In Italia il tasso di omicidi, secondo quanto riportano i dati da noi scaricati dal database dell’Unocd, era superiore a 3 ogni 100 mila abitanti a inizio anni ‘90 (3,1 nel 1990, 3,4 nel 1991), è sceso a 1/100.000 nel 2008 e nel 2016 era dello 0,7/100.000. Secondo un nostro calcolo, nel 2017 dovrebbe essere ulteriormente sceso allo 0,6/100.000. Vediamo questa cifra come ci colloca a livello internazionale. Per prima cosa, guardiamo all’Unione europea.

Un confronto con gli altri Paesi Ue. Il dato dello 0,6 di tasso di omicidi nel 2017 colloca l’Italia tra i Paesi più sicuri dell’Unione europea. Meglio di noi fa soltanto il Lussemburgo, con un tasso dello 0,3 - ma essendo un Paese molto piccolo bastano pochi omicidi per far oscillare significativamente il dato: ad esempio nel 2016 era dello 0,8 - e ci affiancano Cipro e la Repubblica Ceca. Sono comunque molto vicini (usiamo i dati 2016, quando mancano quelli relativi al 2017) l’Austria, la Grecia, il Portogallo e la Spagna, con un tasso di 0,7 omicidi ogni 100 mila abitanti, e l’Olanda e la Polonia con lo 0,8. Gli altri grandi Paesi europei hanno tutti tassi superiori: la Germania è all’1, il Regno Unito all’1,2 e la Francia all’1,3. I Paesi con i tassi più alti sono la Lituania (4,5) e la Lettonia (4,2). Gli unici altri due Paesi della Ue con un tasso superiore al 2/100.000 sono poi la terza delle repubbliche baltiche, l’Estonia, con un tasso pari a 2,2 e l’Ungheria al 2,5.

Altri Paesi a confronto. Se poi guardiamo ai Paesi membri del G8, meglio dell’Italia fa solo il Giappone, con un tasso dello 0,3/100.000 abitanti. Di Francia, Germania e Regno Unito si è già detto. Il dato peggiore è quello della Russia, con un tasso del 9,2, seguita da Stati Uniti (5,3) e Canada (1,8). Tra i cosiddetti Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), la Cina risulta avere lo stesso tasso di omicidi dell’Italia (0,6) mentre gli altri Stati sono tutti in una situazione peggiore. L’India, col 3,2, e la Russia, col 9,2, sono comunque in una situazione meno drammatica del Brasile (30,5) e del Sudafrica (35,9), dove si registrano tassi tra le 50 e le 60 volte superiori a quello italiano. Guardando ai dati 2016/2017, infine, il Paese col tasso più alto di tutti risulta essere El Salvador, dove nel 2016 era pari a 83,1 ogni 100 mila abitanti (ma mancano i dati di diversi Paesi in situazioni critiche, come ad esempio la Libia).

Conclusione. Dal punto di vista del rischio di essere assassinati, l’Italia è uno dei Paesi più sicuri al mondo. Non solo abbiamo un tasso di omicidi tra i più bassi al mondo ma anche all’interno dell’Unione europea, dove i tassi medi sono più bassi che nel resto del pianeta. La situazione è nettamente migliorata nel corso del tempo: gli omicidi in Italia si sono dimezzati negli ultimi 15 anni e si sono ridotti a un quinto di quello che erano a inizio anni ‘90.

Quelle armi legali che distruggono famiglie: “Li ha massacrati”. Le Iene il 4 dicembre 2019. Solo nel 2018 sono state 51 le persone uccise da chi detiene pistole o fucili con licenze per uso sportivo. Matteo Viviani ha verificato quanto sia semplice avere uno di quei permessi e ha parlato con alcuni familiari delle persone uccise con armi detenute legalmente. Non vi parliamo di chi ha un’arma per uccidere, ma di chi ha ottenuto un porto d’armi o una licenza per uso sportivo: il numero di morti causati da chi ha questi tipi di permessi fa paura. Solo nel 2018 sono state 51 le persone uccise da chi detiene pistole o fucili in quel modo. Quattro volte più dei morti per furti o rapine, il doppio dei morti per mafia. Questi numeri sembrano indicare anche un’altra cosa: la maggior parte di chi detiene queste licenze non le cercherebbe per esercitarsi a sparare a un bersaglio al poligono. “Risultano esserci circa 150mila iscritti alle federazioni dei poligoni”, spiega Francesco Vignarca di Rete Disarmo, ma ci sono ben 500mila licenze. Ma se tutte queste persone in più non vanno mai al poligono, cosa se ne fanno delle armi? “Riteniamo che molte persone che hanno chiesto un permesso per il tiro sportivo lo abbiamo in realtà fatto per avere un’arma in casa”. Se fosse vero, significherebbe che la maggior parte di chi richiede questa licenza lo fa per sentirsi più sicuro con una pistola in casa. “La gente vuole l’arma in casa e quindi ovviamente usa l’approccio più facile per averla”, sostiene Vignarca. Con Matteo Viviani allora decidiamo di verificare se e quanto sia effettivamente facile ottenere una licenza. Come prima cosa andiamo dal medico di base per avere la certificazione di idoneità psicofisica. In meno di dieci minuti, rispondendo alle domande del modulo precompilato, abbiamo il certificato timbrato e siamo pronti al secondo step. A questo punto dobbiamo recarci dall’ufficiale sanitario dell’Asl per la visita che deve comprovare la nostra idoneità psicofisica. Tutto si risolve con un controllo della vista: la prima impressione è che i controlli sanitari possano essere un po’ superficiali. Le prove però non sono finite: bisogna andare al poligono per seguire e superare un breve corso. Dopo venti minuti di tentativi, siamo pronti a sostenere l’esame: lo passiamo, paghiamo e salutiamo. Per fare tutto questo ci vuole poco più di una settimana. Ora rimane solo da presentare tutta la documentazione in Questura e, visto che non abbiamo precedenti penali, è fatta. Se è stato così semplice per noi, purtroppo, significa che è lo è stato anche per chi quell’arma l’ha usata per uccidere. E le armi detenute legalmente sono quelle più usate per commettere omicidi in famiglia. Con il porto d’armi per uso sportivo possiamo comprare e portare a casa “dodici armi sportive più tre comuni”, come ci dice l’armaiolo Angelo Buzzini. Un vero e proprio arsenale, anche perché lo scorso anno è stata modificata la legge che in precedenza limitava a sei il numero massimo. La licenza è valida per cinque anni, senza dover subire nessun ulteriore controllo. “Non si può così, una persona può cambiare da un giorno all’altro”. Ali aveva una sorella, suo marito comprò una pistola proprio seguendo il percorso che vi abbiamo mostrato. “Lui ha preso l’arma e ha detto ‘voglio stare sicuro con mio figlio e mia moglie a casa, che non mi entrino i ladri’. Mia sorella aveva paura di quell’arma”. Un giorno l’uomo prende la pistola e scarica il caricatore sulla moglie e il figlio. “Li ha massacrati”. E purtroppo non è certo l’unica tragedia di questo tipo. “Abbiamo registrato alcuni casi in cui nemmeno a una persona sottoposta a Tso (il trattamento sanitario obbligatorio spesso legato a problemi psichici, ndr) si è potuta togliere la licenza o sottrarre le armi”, dice Vignarca. Ottenuto il permesso infatti è molto difficile che venga revocato. Daniela, vittima di uno squilibrato con licenza sportiva, racconta a Matteo Viviani: “Tutti sapevano che questo ragazzo aveva dei problemi, com’è possibile che abbia avuto quella licenza? Io ero in scooter, ho visto una persona sdraiata per terra che urlava. Quando ho capito che urlava ‘mi uccide, mi uccide’, mi sono beccata una pallottola nella schiena. Dal 2003 sono in sedia a rotelle. La prima cosa che mi sono chiesta è stata: perché non mi ha fatto un favore e non mi ha uccisa?”. Anche Giuseppe è finito vittima di chi aveva un’arma con licenza. “Aveva 16 anni”, racconta il padre Daniele. “Una mattina prima di andare a scuola parte in motorino e poi sparisce. Dopo una settimana di ricerche i carabinieri hanno trovato il corpo, nel cortile del ragazzo da cui era andato prima delle lezioni. In quella casa c’era un’arma regolarmente detenuta a titolo sportivo, quest’altro ragazzo l’aveva presa e ha sparato due colpi in testa”. Un litigio tra due adolescenti finito in tragedia, perché uno dei due aveva accesso a un’arma: “Ci vogliono delle norme stringenti anche per conservare le armi in modo adeguato”. Le norme in realtà esistono e prescrivono che le armi debbano essere conservate scariche e in una cassaforte o un armadio blindato. Abbiamo provato a parlare con il ministro dell’Interno Lamorgese per discutere di quanto sia possibile far applicare realmente questa norma, ma finora non ha trovato il tempo per discuterne con noi.

Al tredicesimo colpo  il benzinaio si arrende: «È il Far West, chiudo». Pubblicato giovedì, 19 settembre 2019 da Corriere.it. Una ruspa per scardinare una colonnina self-service e portare via un centinaio di euro, a tanto ammonta il bottino dei ladri che questa notte — incappucciati — hanno prima rubato il mezzo in una ditta di gestione inerti e poi preso d’assalto la vicina stazione di servizio Ip lungo la fondovalle Salinello, a Tortoreto, in provincia di Teramo, appena qualche minuto dopo che erano passati i vigilantes. Un danno complessivo di oltre ventimila euro. Il gestore, Graziano Di Ubaldo, 58 anni, da circa 13 anni al lavoro in questo impianto, è stanco e annuncia di voler chiudere l’attività dopo il tredicesimo episodio di questo genere: «Siamo abbandonati, qui è il far west, paghiamo solo tasse e continuiamo a essere vittime di situazioni che non cambiano mai». I ladri, tre, sono entrati in azione intorno alle due, a volto coperto, incuranti delle telecamere che hanno ripreso tutti i loro movimenti. Dopo aver rubato l’escavatore nel parcheggio della ditta di inerti, hanno attraversato la strada, si sono diretti verso il distributore e hanno iniziato un’opera di devastazione che è durata quasi un quarto d’ora. «Nel tentativo di trovare il sistema migliore per scardinare la colonnina del distributore automatico e prelevare l’incasso della serata, cento euro o poco più — prosegue D’Ubaldo —, hanno sollevato ripetutamente la pala della ruspa fino a quando, probabilmente per un errore nelle manovre, questa non si è abbattuta sullo spigolo del muro perimetrale della stazione di servizio mandandolo praticamente in frantumi. L’assalto è durato un tempo lunghissimo, durante il quale questi malviventi hanno potuto fare ciò che volevano senza che nessuno li fermasse». Dopo essere riusciti ad abbattere la colonnina self-service, i ladri l’hanno trasportata poco lontano, dietro gli alberi e la vegetazione sull’altro lato della strada, per non essere visti mentre la scassinavano alla ricerca delle banconote. «Un danno complessivo di oltre ventimila euro per avere un bottino misero — dice D’Ubaldo — e dato che è l’ennesimo episodio, il rischio calcolato dall’assicurazione sulla mia polizza è destinato ad aumentare sempre di più con le conseguenze che si possono immaginare». «Sono stanco — conclude — perché sono solo a combattere una battaglia che dura da troppi anni. Manca la sorveglianza e la sensazione che abbiamo, oltre all’insicurezza che cresce, è quella di vivere in un luogo abbandonato da tutti».

Da Adnkronos il 4 ottobre 2019. "Siamo in ostaggio, dentro la questura di Trieste perché sono stati arrestati due, forse domenicani, non lo so, io li ho visti entrare, un secondo dopo quando ho aperto il portone di ingresso, ho sentito degli spari". Così una poliziotta racconta i concitato momenti della sparatoria alla Questura di Trieste nella quale due agenti sono rimasti uccisi ed un terzo ferito. Un racconto trafelato disponbile su sito Adnkronos. Al momento di andare in rete non vi è però certezza sulla nazionalità dei due. "Praticamente dentro l'ufficio volanti, hanno preso una o due pistole ai colleghi che li hanno arrestati, e hanno cominciato a sparare. Due colleghi sono feriti all'ufficio volanti, io non so niente stavo entrando ed ero senza pistola e quindi mi sono dovuta rifugiare in un ufficio, anzi prima in uno scantinato poi in un ufficio, non mio. - continua il racconto - Uno è scappato, è uscito dalla questura con l'arma in mano e l'hanno ucciso davanti alla questura, l'altro sta vagando per la questura e non l'abbiamo ancora trovato probabilmente è dentro lo scantinato e un collega adesso ha detto che si sta cominciando ad arrendere".

Simone Pierini per Leggo il 4 ottobre 2019. L'agente Pierluigi Rotta, napoletano di 34 anni. L'agente scelto Matteo Demenego, 31 anni di Velletri, alle porte di Roma. Sono i due agenti di polizia morti nella sparatoria avvenuta all'interno della questura di Trieste. Entrambi in servizio presso l'Upgsp sono morti dopo i tentativi disperati di rianimazione. Rotta era figlio di un poliziotto, attualmente in pensione, che ha lavorato a Napoli. Dolore e sgomento negli uffici della Questura di Napoli per la tragica morte del 34enne. Ad ucciderli Alejandro Augusto Stephan Meran, 29 anni, dominicano. Il fratello, che ha tentato la fuga nei sotterranei, si chiama Carlysle Stephan Meran, 32enne. Entrambi sono titolari di permesso di soggiorno per motivi di famiglia. «Ho parlato adesso con i colleghi della Mobile. Hanno smesso di fare il massaggio cardiaco ai due colleghi in atrio, hanno smesso perché... perché son morti tutti e due. Agente scelto e agente. Non superavano i 30 anni, a quanto ricordo. Li conosciamo tutti, sono le ultime notizie, non so, boh». È l'audio scioccante, triste, pubblicato sul sito Adnkronos, di un poliziotto della questura di Trieste con il quale, su whatsapp, avvisa i colleghi della morte dei due agenti dopo un disperato tentativo di rianimazione.

Gigi in divisa come il papà e Matteo che amava viaggiare: I colleghi: "Colpa della fondina". I due ragazzi di Velletri e Pozzuoli erano orgogliosi di servire lo Stato. Polemiche sulle dotazioni: «Con le vecchie cinture troppo facile sfilare le pistole». Chiara Giannini, Sabato 05/10/2019, su Il Giornale. Matteo Demenego e Pierluigi Rotta avevano 31 e 34 anni e lavoravano alla questura di Trieste. Erano agente e agente scelto. Il primo di Velletri, dove aveva la famiglia e la fidanzata Valentina. Il secondo di Pozzuoli. I colleghi li descrivono come «un ragazzo sorridente il primo, amante dei viaggi e molto legato agli affetti e un simpatico guaglione napoletano il secondo». Entrambi dediti al lavoro e molto legati alla divisa, che avevano scelto per passione, attaccamento ai valori della Patria e spirito di servizio prima che per necessità o altre ragioni. Chi conosceva Matteo racconta di lui che il padre Fabio è un dipendente delle Poste e che aveva un fratello e una sorella, ai quali era molto affezionato. Progettava di farsi un giorno una famiglia, ma il destino è arrivato crudele a spezzare i suoi sogni. Pierluigi, che tutti affettuosamente chiamavano «Gigi», era tifoso del Napoli. I colleghi lo sfottevano in modo simpatico per la sua parlata del sud. Figlio di un poliziotto in pensione, dicono che aveva un cuore d'oro e che quando poteva scendeva in Campania dove aveva moltissimi amici. Doveva tornare nuovamente a breve dalla famiglia. Nessuno si sarebbe mai aspettato che ieri due rapinatori, nel tentativo di fuggire, mettessero fine alle vite dei due giovani agenti. I colleghi hanno tentato invano di rianimarli per lungo tempo, ma non ci sono riusciti. Così non è rimasto che il compito terribile di avvertire le famiglie. «Li avevo visti poco prima - racconta un poliziotto -, pranzavamo sempre insieme a mensa, non ci posso davvero credere che siano morti così». Qualche tempo fa Matteo era partito da Trieste per un viaggio con i genitori e sulla sua bacheca Facebook ancora si leggono gli auguri di compleanno che gli amici gli hanno fatto domenica scorsa. In un post dello scorso Natale aveva scritto: «Un mattino i figli chiedono alla loro mamma: che è un poliziotto? Senza esitare, la mamma risponde: è quell'uomo che non ha orari di lavoro, è colui che non ha il Natale, è quell'uomo che non ha un anno nuovo, che non festeggia compleanni né feste, che non ha estati né inverni, che non abbraccia i suoi cari nei momenti difficili. Per lui tutti i giorni sono uguali; è come la bandiera nazionale, si lava con la pioggia e si asciuga con il sole, è colui che non vi vede crescere e non vede il passare dei vostri anni. È colui che quando serve si converte in dottore, psicologo, meccanico, dizionario; fa da guida e semaforo degli altri. È quello che si commuove per un pensiero, una frase, ma non lo dà mai a vedere, non può, perché ció che fa vedere all'esterno è forza per gli altri. È quello che mostra la vostra foto, e dice orgogliosamente questi sono i miei figli! E quando nessuno lo vede, carezza i sui pensieri, abbraccia qualche foto e piange. Poi la mamma, con le lacrime agli occhi, abbraccia i figli e dice: per questo ci godremo questa giornata da soli, ma orgogliosi. Perché vostro padre è un poliziotto». Amava davvero la divisa e sapeva che ogni giorno è un rischio, che sulla strada si vive e si muore, spesso per pochi soldi. Come lo sapeva anche Pierluigi. «Sono morti - dice qualche loro collega - perché avevano le fondine bianche, quelle di vecchio tipo, in cartone pressato, che si aprono facilmente. A uno dei due si è anche sganciata. Ci sono casi analoghi. È successo già a Trieste nel 2014, quando un 21enne rubò la pistola a un agente e si suicidò. Sono morti per pochi euro di fondina in meno. Regali dell'amministrazione».

Ecco chi sono le vittime della sparatoria a Trieste. Due agenti sono stati uccisi a Trieste. I poliziotti sono morti sotto i colpi di due killer che hanno sfilato pistola agli agenti per poi far fuoco all'impazzata. Angelo Scarano, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. Paura e terrore a Trieste. Due uomini hanno aperto il fuoco all'impazzata all'interno della questura dopo aver sfilato la pistola ad uno degli agenti. Uno dei due aggressori, due fratelli, avrebbe chiesto di andare in bagno. Poi dopo una colluttazione con un agente gli avrebbe sottratto la pistola sparandogli a bruciapelo. In pochi istanti il killer avrebbe esploso diversi colpi uccidendo due agenti e ferendone un terzo. Una delle vittime è un poliziotto trentunenne, Matteo Demenego. Aveva compiuto gli anni qualche giorno fa. Di Velletri, aveva frequentato l'università de La Sapienza. Poi si era trasferito a Trieste dove lavorava indossando la divisa. Descritto dai colleghi come una persona "solare", amava divertirsi ballando con gli amici, come mostrano le foto sul suo profilo facebook. Demenego, 31 anni, era originario di Velletri in provincia di Roma. L'altra vittima della sparatoria è Pierluigi Rotta aveva 34 anni ed era originario di Napoli. suo padre era un poliziotto: attualmente è in pensione, in precedenza ha lavorato a Napoli. Un audio choc di un collega ha di fatto descritto gli ultimi istanti di vita dei due agenti: "Hanno interrotto il massaggio cardiaco, sono deceduti", ha affermato un poliziotto. La dinamica della sparatoria è ancora del tutto da chiarire. Di fatto però, secondo la ricostruzione degli inquirenti, i due killer si trovavano in questura per la rapina di un motorino. Ad un tratto uno dei due avrebbe chiesto di andare in bagno. Uno dei poliziotti, testimoni di quanto accaduto, ha raccontato all'Adnkronos: "Un domenicano, forse un marocchino, alto quasi due metri, un energumeno, portato nell'ufficio Prevenzione Generale Soccorso Pubblico della Questura, dove portano gli arrestati, ha chiesto di andare al bagno. E' stato accompagnato, quando è uscito era una furia, ha aggredito i colleghi, ne ha disarmato uno e ha sparato all'impazzata in direzione di entrambi". In pochi istanti all'interno della questura si è scatenata una caccia all'uomo. Uno dei due aggressori infatti è stato subito arrestato, l'altro invece è fuggito. Avrebbe tentato di rubare un'auto, ma inutilmente. È stato raggiunto dagli agenti, che dopo avergli urlato "faccia a terra", l'hanno immobilizzato.

Trieste, l'audio shock: "Sospeso il massaggio cardiaco: i due agenti sono morti". Ecco il drammatico audio del poliziotto che annuncia il decesso dei due agenti uccisi a colpi di pistola nella questura di Trieste. Giuseppe De Lorenzo, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. "Mi sembra giusto dirlo anche a voi: ho parlato con i colleghi della mobile, hanno smesso di fare il massaggio cardiaco ai due colleghi in atrio perché sono morti entrambi". Con questa frase un poliziotto sul posto alla questura di Trieste dà l'annuncio nelle chat della polizia della morte dei agenti dopo una sparatoria. "Sono un agente e un agente scelto: non superavano i 30 anni". Le notizie che arrivano da Trieste sono ancora frammentarie, sicuramente drammatiche. Un audio in possesso del Giornale ricostruisce dall'interno cosa è successo in quei momenti che hanno portato al decesso di due poliziotti. "Siamo in ostaggio qui dentro - dice una fonte - sono stati arrestati in due, io li ho visti entrare. Un secondo dopo, quando ho aperto il portone di ingresso ho sentito degli spari. Dentro l'ufficio volanti hanno preso una o due pistole ai colleghi della volante che li avevano fermati. Poi hanno iniziato a sparare. Due colleghi sono feriti, non so niente. Io stavo entrando ed ero senza pistola. Mi sono dovuta rifugiare in un ufficio, prima in uno scantinato poi in un ufficio. Uno è scappato, è uscito dalla questura con la pistola in mano, l'altro sta vagando per la questura, forse è dentro lo scantinato". Più fonti concordano nel dire che uno dei due si sia barricato in uno scantinato. Il bilancio definitivo, dicono le fonti, parla di due morti e un terzo agente ferito ad una mano. Ferito anche uno dei due aggressori. Fonti del Giornale dicono che l'area adesso è bonificata e si sente "un silenzio di tomba rotto solo dal pianto dei colleghi". I due soggetti coinvolti nella sparatoria sono in custodia. Si tratta di fratelli e sarebbero stati portati in questura per un accertamento dopo la rapina di uno scooter avvenuta sempre a Trieste.

Sparatoria a Trieste, ecco l'audio che annuncia la morte dei poliziotti. Matteo Demenego e Pierluigi Rotta: chi sono i poliziotti uccisi nella sparatoria di Trieste. La Repubblica il 4 ottobre 2019.  Gli agenti di Polizia uccisi nella sparatoria di questo pomeriggio a Trieste si chiamano Pierluigi Rotta, agente scelto, e Matteo Demenego, agente. Lo ha comunicato la Polizia. L'agente scelto Rotta aveva 34 anni ed era originario di Pozzuoli, in provincia di Napoli. Era figlio di un poliziotto ora in pensione e prima di essere trasferito a Trieste aveva lavorato a Napoli, come suo padre. Dolore e sgomento negli uffici della Questura del capoluogo campano per la tragica morte del 34enne. L'agente semplice Demenego, 31 anni, era originario di Velletri in provincia di Roma. Era diventato poliziotto con il 186/o corso allievi agenti ed era stato assegnato a Trieste il 24 settembre del 2013. Secondo ricostruzioni parziali, stavano accompagnando i due fratelli fermati (di 29 e 32 anni) nei bagni della questura, quando è scoppiata la rissa in cui uno dei malviventi si è impossessato della pistola di uno degli agenti e li ha colpiti a morte.

Campania in lutto: lacrime per il poliziotto ucciso a Trieste. Pierluigi Rotta era figlio di un agente in pensione. Nato a Napoli, aveva vissuto a Pozzuoli. Ieri sera i genitori sono partiti per Trieste, scortati dalle volanti della questura. Il sindaco Figliolia: "Un eroe dei nostri giorni". Irene De Arcangelis il 5 ottobre 2019. La polizia come una famiglia. Pierluigi Rotta, il poliziotto ucciso con un collega a Trieste durante una sparatoria, era figlio d'arte e aveva deciso di seguire le orme del papà, Pasquale: fare il poliziotto. La Campania piange un'altra vittima in divisa, pochi mesi dopo l'assassinio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ammazzato da un giovane americano a notte fonda a Roma. Pierluigi Rotta aveva cominciato da poco a fare il poliziotto. Ma aveva nel cuore la stessa passione del padre. Il sovrintendente Pasquale Rotta aveva sempre lavorato nella " sua" Pozzuoli, al commissariato flegreo prima nel gruppo ristretto dei collaboratori del dirigente, poi all'ufficio denunce. Stimato da superiori e colleghi, trascorreva il suo tempo libero portando il figlio Pierluigi e l'altro figlio maschio sulla sua barchetta. Amanti del mare, in giro per il golfo di Pozzuoli. E nel frattempo il padre - in pensione da due anni - che trasmetteva l'amore per la polizia di Stato a Pierluigi. Il ragazzo - che aveva trentaquattro anni - segue dunque le orme del genitore, ma dopo un breve periodo come aggregato al commissariato di Pozzuoli viene trasferito a Trieste. Intanto la famiglia si sposta, anche se di poco. Da Pozzuoli va a Lago Patria, frazione di Giugliano. Pierluigi, fidanzato, resta nella città friulana. Un fuorisede anche lui, altra analogia con Cerciello Rega. Aveva studiato all'Istituto tecnico commerciale per geometri di Pozzuoli, il Vilfredo Pareto. Nel suo profilo Facebook, il segno della passione per il Napoli e per le moto (c'è una foto di una Bmw). Sui social si chiamava "Pier Igi Lu". Scrivono ora gli amici sul suo profilo Facebook: "Addio collega Pier Igi Lu, abbiamo condiviso 8 mesi di vita quotidiana, eri un grande!!! Voglio ricordati con la foto di gruppo della camera 4A!!! Non ci sono altre parole se non un saluto affettuoso! Proteggi tutti noi colleghi da lassù, veglia amico mio!!!" . "Chi sceglie di servire lo Stato è un eroe dei giorni nostri che con spirito di abnegazione porta avanti una missione a difesa della collettività - dice il sindaco di Pozzuoli Vincenzo Figliolia - Tutta la mia vicinanza alla famiglia di Pierluigi e a quella del collega a cui barbaramente è stata strappata la vita da bastardi criminali. La città di Pozzuoli, la giunta e il consiglio comunale si uniscono in queste ore di dolore. Un caro abbraccio a Pasquale, papà di Pierluigi, per tempo al servizio della città. Nel giorno dei funerali sarà indetto lutto cittadino " . Ieri sera i genitori di Pierluigi sono partiti per Trieste, scortati dalle volanti della questura di Napoli per raggiungere il figlio.

A esplodere i colpi contro gli agenti è stato un dominicano affetto da disturbi psichici, che era stato fermato insieme al fratello in relazione al furto di uno scooter. Un terzo poliziotto è stato colpito di striscio da un proiettile. Panico tra la gente che era in strada. Mattarella: "Profonda tristezza per la morte dei due agenti". La Repubblica il 04 ottobre 2019. Due poliziotti, l'agente scelto Pierluigi Rotta, 34 anni di Napoli e l'agente Matteo Demenego, 31 anni di Velletri, sono morti ieri pomeriggio a Trieste in una sparatoria in Questura. A sparare un rapinatore che avevano fermato e che era insieme al fratello. Secondo una nota della stessa Questura, "i due fratelli erano stati accompagnati in Questura da personale delle Volanti dopo un'attività di ricerca del responsabile della rapina di uno scooter, avvenuta nelle prime ore del mattino. Per motivi in fase di accertamento - si legge nella nota - uno dei due ha distolto l'attenzione degli agenti e ha esploso a bruciapelo più colpi verso di loro. Entrambi hanno tentato di fuggire dalla Questura, ma sono stati fermati". I due fratelli sono originari della Repubblica Dominicana. Si chiamano Alejandro Augusto Stephan Meran, di 29 anni e Carlysle Stephan Meran, di 32. A sparare ai due poliziotti è stato il primo, descritto come affetto da disagio psichico. In mattinata Alejandro Augusto Stephan Meran aveva rubato il motorino a una signora, facendola cadere. Si era però pentito e aveva chiamato il fratello per chiedergli consiglio. Quest'ultimo ha avvertito la polizia, ma una volta arrivati in Questura Alejandro ha chiesto di andare in bagno e, all'improvviso, ha sottratto due pistole agli agenti che ha poi ucciso sparando loro a bruciapelo. Quello che è certo è che Meran - che come il fratello non aveva precedenti e non era segnalato come soggetto pericoloso - è riuscito a sottrarre le due armi. Come abbia fatto sarà difficile ricostruirlo: alla scena non hanno assistito testimoni e la zona non è coperta da telecamere. Dopo aver sparato al primo poliziotto, Meran si incammina verso l'uscita e trova sulla sua strada il secondo agente. L'uomo spara ancora e quando il poliziotto cade in terra gli prende la pistola, strappandogli la fondina. A quel punto si avvicina all'uscita e ha un terzo conflitto a fuoco, con l'agente al corpo di guardia, che lo ferisce. Meran, dicono ancora le fonti, riesce comunque a uscire dall'edificio e qui viene bloccato dagli uomini della squadra mobile. Alejandro cerca di scappato ma viene inseguito dagli agenti e ferito all'inguine. Secondo un testimone, una volta rimasto a terra ha urlato: "Non voglio l'ambulanza, portami via, scappiamo!". Dalla ricostruzione che sta emergendo sembra inoltre che il fratello, Carlysle Stephan Meran, non abbia avuto alcun ruolo nella sparatoria e, anzi, per paura si sia rifugiato nei sotterranei appena si è cominciato a sparare. La sparatoria è avvenuta nella zona tra la via del Teatro Romano e via di Tor Bandena, nel centro del capoluogo giuliano. Il Piccolo riporta che i testimoni hanno parlato di numerosi colpi d'arma da fuoco che hanno seminato il panico tra la gente che era in strada. Sul posto è intervenuta un'ambulanza e la strada è stata chiusa al traffico, protetta da un cordone di sicurezza. Il titolare di un locale della zona ha riferito di aver sentito spari provenienti dall'interno della questura e di aver visto pochi istanti dopo un giovane uscire di corsa con in mano un'arma. Quest'ultimo avrebbe provato ad aprire un'auto della polizia parcheggiata lì davanti, ma inutilmente. Subito dopo sono giunti alcuni agenti che lo hanno bloccato. Un'altra testimone ha raccontato: "È accaduto tutto alle 16.54, ho sentito sei spari e mi sono chiusa dentro il negozio. Poi i poliziotti urlavano "mani in alto e faccia a terra" e ho sentito altri spari". "Ho aspettato dieci minuti e mi sono affacciata: ho visto una persona a terra - racconta ancora la donna - con una pistola accanto e tre poliziotti che entravano di corsa in questura alla ricerca di un altro uomo. Ferma in mezzo alla strada un'auto aperta. Poi siamo dovuti rientrare, mentre sul posto sono arrivate tre ambulanze. Ora è tutto transennato". Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato al capo della polizia Franco Gabrielli un messaggio: "Ho appreso con profonda tristezza la notizia della barbara uccisione dell'agente scelto Matteo De Menego e dell'agente Pierluigi Rotta, feriti mortalmente presso la Questura di Trieste mentre erano impegnati in una operazione di servizio. In questa dolorosa circostanza, desidero esprimere a lei ed alla Polizia di Stato la mia solidale vicinanza, rinnovando i sentimenti di considerazione e riconoscenza per il quotidiano impegno degli operatori della Polizia al servizio dei cittadini. La prego di far pervenire ai familiari degli agenti le espressioni della mia commossa partecipazione al loro dolore". Il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, ha dichiarato il lutto cittadino. La ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, e il capo della polizia Franco Gabrielli sono corsi subito a Trieste, dove sono arrivati in serata. Domani sera è prevista a Trieste una fiaccolata spontanea che partirà nei pressi della Questura dove un dominicano, entrato con suo fratello dopo essere stato fermato per un furto, ha sottratto la pistola a un agente ed ha fatto fuoco, uccidendo due poliziotti prima di essere a sua volta ferito e quindi fermato.

Il bagno, la rissa e la fondina. Così si è scatenato l'inferno a Trieste. L'agente che sorvegliava il dominicano sarebbe stato sorpreso da una mossa improvvisa. Poi il corpo a corpo e gli spari. Giuseppe De Lorenzo e Ignazio Stagno, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. La colluttazione, poi gli spari a bruciapelo. Il pomeriggio di sangue di Trieste costato la vita a due giovani agenti della polizia di Stato è l'ennesimo episodio che vede la furia assassina accanirsi sulle divise che servono tutti i giorni il nostro Paese. La follia è scattata intorno alle 17 all'interno della questura. Un uomo fermato per il furto di un motorino è riuscito a disarmare un poliziotto e ad aprire il fuoco prima di essere arrestato e ferito. Le vittime sono Pierluigi Rotta, agente scelto e Matteo De Menego, 31 anni. A sparare sui poliziotti è stato Alejandro Augusto Stephan Meran, dominicano con regolare permesso di soggiorno. L'uomo era stato portato in questura insieme al fratello per il furto di uno scooter. Dopo aver ottenuto dagli agenti il permesso per recarsi al bagno, ha sorpreso un agente che lo sorvegliava. Qui sarebbe accaduto di tutto. Secondo quanto riportano fonti di polizia l'agente sarebbe stato disarmato e la fondina avrebbe perso il supporto durante la colluttazione con il dominicano. Dopo aver sottratto l'arma al poliziotto, il killer ha subito aperto il fuoco a bruciapelo. La risposta degli agenti presenti è stata immediata. Il killer è rimasto ferito. Il malvivente è riuscito comunque a scappare all’esterno dell’edificio, dove ha tentato di entrare in una delle vetture di servizio della Polizia che però era chiusa. Poi è stato raggiunto da altri agenti e bloccato, mentre il fratello era rimasto all’interno della Questura e sembra sia estraneo a quanto accaduto. Sempre secondo fonti della polizia, l'altro poliziotto rimasto ucciso "aveva invece una fondina in cartone pressato perché la sua si era rotta". Due fondine che hanno ceduto nel corso della colluttazione e che hanno armato la mano del killer. In questo quadro va sottolineata la testimonianza di una poliziotta che ha descritto gli attimi precedenti alla sparatoria: "Le pistole senza cinghia di sicurezza, poi gli spari e la paura. I due dominicani avevano un atteggiamento strano. Stavano troppo vicini prima di cominciare a sparare dentro la questura". I due agenti feriti gravemente sono stati subito soccorsi ma inutilmente: le pallottole calibro 9 parabellum esplosi dalla pistola d’ordinanza Beretta avevano raggiunto organi vitali. In un audio choc un collega presente ha raccontato la morte dei due agenti sotto i suoi occhi. Lascia senza parole quella frase: "Hanno interrotto il massaggio cardiaco". A terra, in questura, sono rimasti i corpi senza vita di due agenti che sono morti svolgendo il proprio lavoro. Secondo le prime indagini, secondo quanto riporta l'Adnkronos, i due domincicani avevano regolare permesso di soggiorno da dieci anni. Ora i rilievi della scientifica cercheranno di dare un quadro più chiaro della dinamica di questo pomeriggio di terrore che ha lasciato a Trieste, dopo le urla e gli spari, il silenzio della morte di due poliziotti.

L'audio shock dell'agente: "Siamo qui in ostaggio. ​Hanno preso la pistola..". Il racconto di una donna bloccata all'interno della questura di Trieste. Morti due poliziotti: sono Matteo Demenego e Pier Luigi Rotta. Bartolo Dall'Orto, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. La dinamica di quanto successo a Trieste, dove due agenti Pier Luigi Rotta e Matteo Domenego sono morti dopo una sparatoria, deve ancora essere ufficializzata. Ma in questi momenti stanno emergendo alcuni particolari che circolano tra gli appartenenti alle forze dell'ordine. "Siamo in ostaggio qui dentro - dice una donna, che era sul posto quando è successo - sono stati arrestati in due, io li ho visti entrare. Un secondo dopo, quando ho aperto il portone di ingresso ho sentito degli spari. Dentro l'ufficio volanti hanno preso una o due pistole ai colleghi della volante che li avevano fermati. Poi hanno iniziato a sparare. Due colleghi sono feriti, non so niente. Io stavo entrando ed ero senza pistola. Mi sono dovuta rifugiare in un ufficio, prima in uno scantinato poi in un ufficio. Uno è scappato, è uscito dalla questura con la pistola in mano, l'altro sta vagando per la questura, forse è dentro lo scantinato". Un altro audio choc, anticipato dal Giornale.it, descrive invece i momenti drammatici in cui un poliziotto di stanza Trieste comunica ai colleghi il decesso dei due agenti: ""Mi sembra giusto dirlo anche a voi: ho parlato con i colleghi della mobile, hanno smesso di fare il massaggio cardiaco ai due colleghi in atrio perché sono morti entrambi". I due assalitori sono fratelli dominicani, che erano in questura per alcuni accertamenti dopo la rapina di uno scooter. Secondo quanto emerge, uno dei due avrebbe chiesto di andare in bagno. Poi sarebbe scattata una colluttazione, prima della sparatoria. Uno dei due dominicani avrebbe rubato la pistola agli agenti e poi aperto il fuoco. Entrambi sono stati fermati. Sul posto è arrivata la scientifica. Per arrestare l'aggressore asserragliato nei locali della questura, secondo quanto riportano le fonti, sarebbe stato necessario l'intervento dei corpi speciali dello UOPI.

«Posso andare in bagno?»Poi disarma i poliziottie spara fuggendo in strada. Pubblicato venerdì, 04 ottobre 2019 su Corriere.it da Giusi Fasano e Andrea Pasqualetto. A sparare un dominicano fermato per la rapina di uno scooter. Le fondine degli agenti erano vecchie e senza cinghia di sicurezza. La richiesta del killer: «Posso andare in bagno». Poi l’aggressione e gli spariTrieste, due agenti uccisi in Questura. Il cordoglio di Mattarella: «Profonda tristezza per una barbarie». Questura di Trieste, ieri pomeriggio. La voce di un uomo dice al poliziotto della centrale operativa che «lo scooter è qui con mio fratello, venitelo a prendere». È Carlysle Stephan Meran, 32 anni, dominicano con regolare permesso di soggiorno. Suo fratello, Alejandro Augusto, 29, aveva sottratto quel motorino ieri mattina presto a una turista straniera che poi era andata a denunciare tutto. Partono due volanti, a bordo anche Rotta e Demenego. I poliziotti arrivano a casa dei due fratelli, li caricano sulle volanti e li portano in Questura. Manca poco alle cinque del pomeriggio. Prima di arrivare Carlysle si sente in dovere di dire agli agenti che «mio fratello è un po’ alterato» («soggetto squilibrato» diranno poi altri inquirenti, pare anche seguito da un centro di igiene mentale). La volante si ferma davanti all’ingresso. I due fratelli non sembrano agitati, uno di loro si permette anche una battuta con una poliziotta in borghese che è lì davanti alla porta della Questura. Gli agenti li fanno entrare. Niente manette. Alejandro Augusto fa pochi passi e poi chiede di andare in bagno. Rotta e Demenego lo seguono fino alla toilette di servizio. Lui entra, loro restano ad aspettarlo all’esterno. Quando esce è una furia. Aggredisce i poliziotti e inizia una colluttazione. Da questo momento in poi ci sono punti poco chiari e molte domande al momento senza risposte nella ricostruzione di quel che è accaduto. Prima fra tutti la questione della pistola. Non è chiaro se uno dei poliziotti l’abbia estratta e lui gliel’abbia sfilata dalle mani oppure se sia stato lui stesso a prenderla dalla fondina che, secondo i primi accertamenti, sarebbe di un vecchio modello, in cartone pressato e facile da staccare. Tra l’altro nessuno dei due agenti ha il correggiolo, cioè la cinghia di sicurezza (estensibile) per tenere agganciata l’arma al cinturone. In ogni caso: Alejandro Augusto si impossessa dell’arma, con la quale avrebbe minacciato l’altro agente pretendendo anche la sua pistola. E inizia a sparare. Scarica un intero caricatore puntando prima al petto dei due agenti, che non hanno scampo, e poi dove gli capita per aprirsi la via di fuga. Si muove e preme il grilletto. Vetri che vanno in frantumi, calcinacci, poliziotti che si riparano e rispondono al fuoco. «È stato tipo Beirut, non so quanti colpi sono stati esplosi, una infinità. Quell’uomo sparava a vista», dirà poi una poliziotta. Nel conflitto a fuoco uno degli agenti che lo sta seguendo viene ferito a una mano. Lui, l’assassino, riesce comunque a uscire anche se ferito e mentre è fuori incrocia sulla via di fuga una Fiat Panda della Squadra Mobile. Alza la pistola ancora una volta e spara verso gli agenti in macchina. «Alla testa», aggiunge la testimone. Loro si buttano a terra appena in tempo per non essere colpiti, rispondono al fuoco. Lui riesce a premere il grilletto per altre 11 volte prima di essere colpito e crollare (sarà poi portato in ospedale) non lontano dall’ingresso della Questura. A questo punto il fratello è ancora all’interno dello stabile. Nel caos generale è scappato verso il basso e si è rifugiato nel sotterraneo. Lo cercano, lo vedono. Qualcuno dice che ha una pistola fra le mani ma c’è troppa confusione nella ricostruzione delle prime ore e non è chiaro se davvero sia così oppure se gli stessi poliziotti confondano lui con suo fratello. Alla fine. comunque, lo scovano e l’incubo finisce. Proprio mentre i colleghi dei due poliziotti uccisi cercano inutilmente di soccorrerli. Ora, quello che si dovrà accertare di tutta questa tragica storia è se siano state rispettate tutte le procedure di sicurezza previste per casi del genere. C’è stata una sottovalutazione dei rischi? Sono state prese tutte le precauzioni necessarie? Davanti a due colleghi senza vita ieri nessuno aveva voglia di farsi domande. Solo sgomento e lacrime. Un’altra delle circostanze che si dovrà ricostruire è se davvero, come sembrerebbe, Alejandro aveva cominciato a dare segnali di squilibrio psichico durante la mattinata. Qualcuno sostiene che proprio per le sue condizioni di instabilità mentale sia stato chiesto un intervento al 118. Anche l’aggressione alla signora rapinata dello scooter — alle 6.40 del mattino — era stata «strana», per dirla con le parole di un investigatore e con il senno del poi. Cioè: il rapinatore aveva preteso il motorino dopodiché aveva spinto per terra la signora prima di andarsene. La rapina di un motorino. Un reato minore, nell’elenco dei casi che possono capitare ogni giorno in una Questura. Stavolta è stato l’inizio di una storia tragica per due giovani poliziotti. Pierluigi aveva 34 anni, Matteo 31.

Sparatoria in Questura a Trieste, muoiono due agenti. Il Corriere del Giorno il 5 Ottobre 2019. Le vittime sono Pierluigi Rotta, agente scelto di 34 anni, e Matteo Demenego, agente, 31 anni. A sparare sarebbe stato uno straniero di origine dominicana, presunto responsabile di una rapina avvenuta questa mattina. Proclamato il lutto cittadino, cordoglio in tutto il Paese. Il presidente Mattarella: «Profonda tristezza per la barbara uccisione».Qualcuno dice sei, qualcun altro otto, altri parlano di agenti crivellati di proiettili. L’ agente scelto Pierluigi Rotta di 34 anni, e l’agente semplice Matteo De Menego di 30 anni, sono morti caduti uccisi nei corridoi della Questura di Trieste dai proiettili delle pistole in uso proprio alla Polizia . L’ agente Rotta era originario di Pozzuoli (Napoli), figlio di un poliziotto attualmente in pensione, che ha lavorato negli uffici della Questura di Napoli dove si è immediatamente diffuso dolore e sgomento . L’ altro agente Demenego, era diventato poliziotto con il 186° corso allievi agenti ed era stato assegnato a Trieste il 24 settembre del 2013. Un loro collega è stato ferito: si tratta dell’Assistente capo coordinatore Cristiano Resmini. A sparare è stata una delle due persone fermate che gli stessi poliziotti avevano portato in Questura dopo un servizio avviato in seguito al furto di uno scooter. A compiere il furto stamani Alejandro Augusto Stephan Meran, di 29 anni, di nazionalità dominicana. Subito dopo il colpo si pente e chiama il fratello, Carlysle Stephan Meran, di 32 anni, il quale avverte la Polizia. Giungono sul posto una Volante con due agenti a bordo e un’auto della Squadra Mobile. I due fratelli salgono sulla prima vettura della Polizia,  l’altra li segue a distanza, un po’ più indietro a causa del traffico. Un’operazione di routine, senza particolari difficoltà. I quattro a bordo della Volante entrano in Questura. E quel che segue sono fotogrammi di un film impazzito, una manciata di minuti che seminano il terrore e spezzano due vite.  Quando già si trovavano all’interno della Questura, nell’ufficio Prevenzione Generale Soccorso Pubblico, il 29enne Alejandro affetto da difficoltà psichiche,  ha chiesto di usare i servizi igienici e, all’improvviso, ha aggredito uno degli agenti che lo stava accompagnando. Dopo una colluttazione, è riuscito a impossessarsi della sua pistola ed è proprio con quell’arma che ha sparato diversi colpi. Gli agenti Rotta e Demenego sono stati colpiti subito e sono rimasti a terra. Come abbia fatto sarà difficile ricostruirlo: alla scena non hanno assistito testimoni e la zona non è coperta da telecamere. Dopo aver sparato al primo poliziotto Meran si incammina verso l’uscita e trova sulla sua strada il secondo agente. L’uomo spara ancora e quando il poliziotto cade in terra gli prende la pistola, strappandogli la fondina. A quel punto si avvicina l’uscita e ha un terzo conflitto a fuoco, con l’agente al corpo di guardia, che lo ferisce. Meran, dicono ancora le fonti, riesce comunque ad uscire dall’edificio e qui viene bloccato dagli uomini della squadra mobile. Dalla ricostruzione che sta emergendo sembra inoltre che il fratello, Carlysle Stephan Meran, non abbia avuto alcun ruolo nella sparatoria e, anzi, per paura si sia rifugiato nei sotterranei appena si è cominciato a sparare. “Vieni a prendermi … non voglio l’ambulanza … sto morendo…”. Sono le frasi che Alejandro Augusto Stephan Meran, 29 anni, ha urlato rivolgendosi al fratello, Carlysle, all’esterno della Questura di Trieste. Alejandro, che ha già ucciso i due agenti, è a terra mentre attende l’ambulanza dopo essere stato ferito durante il tentativo di fuga. La scena è stata mandata in onda dall’emittente locale Tele4 nel corso di una edizione straordinaria trasmessa stasera. Ieri in serata una psicologa della Polizia e la dirigente del commissariato Liliana Galiani sono andati a casa dei genitori dell’agente per accompagnarli poi in aeroporto, direzione Trieste. Il pm di turno ha compiuto un sopralluogo ed ha interrogato il fratello di Alejandro che terrorizzato si era nascosto. Le squadre speciali, intanto, hanno compiuto una bonifica dei locali della Questura, a scanso di equivoci. Atteso l’arrivo in città del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, e del capo della Polizia Franco Gabrielli. Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza ha proclamato il lutto cittadino per la giornata di domani a seguito della morte di due Agenti nello scontro a fuoco avvenuto nel pomeriggio presso la Questura. “L’Amministrazione Municipale desidera così interpretare – ha detto Dipiazza – il sentimento dell’intera cittadinanza, di grande cordoglio per i Caduti nel compimento del dovere e di vicinanza alle famiglie, alla Polizia e a tutti gli uomini e donne delle forze dell’ordine, in un così grave momento”. “In 18 anni in cui sono sindaco non mi era mai successo, non si può morire a trent’anni in questo modo“. Queste le parole del sindaco Dipiazza fuori dalla Questura di Trieste  dove nelle scorse ore sono stati uccisi due agenti di polizia. “Sono dispiaciuto – ha aggiunto – un pò di colpa l’abbiamo tutti quanti perché ci lamentiamo se vengono fotografate le persone in manette” . Dipiazza ha ricordato che “stiamo parlando del furto di un motorino, non si può morire a trent’anni in questo modo. Sono vicino alle famiglie, ed è la prima volta in 18 anni che faccio il sindaco che proclamo il lutto cittadino. Mi dispiace perché oggi tutti parleranno di Trieste in un modo che non è quello giusto”. A Trieste il sole stava tramontando e in via di Tor Bandena, la sede della Questura non lontano dal porto, sugli scalini che conducono all’ingresso sostano — con i volti sconvolti — alcuni colleghi di dei due poliziotti uccisi nel pomeriggio nell’ufficio “Prevenzione Generale” . Lungo la strada i passanti si fermano, qualcuno lascia la sua firma di cordoglio, altri vogliono parlare con gli agenti per testimoniare vicinanza e solidarietà. Un poliziotto che pare il più anziano del gruppetto, sulla sessantina e gli occhi rossi per le lacrime, ringrazia tutti e stringe le mani. “Erano giovani — racconta — amavano il loro lavoro: notte e giorno sulle Volanti...”. A un tratto si volta ed entra in caserma, forse per non farsi vedere mentre piange ancora. Vite parallele, quelle di Matteo e Pierluigi, entrambi fidanzati, senza figli e in polizia dopo aver frequentato (il primo nel 2012, arruolato con il 186° corso e il secondo nel 2015 , 195°) la «Scuola Allievi Agenti» di Trieste. La prima assegnazione è stata per tutti e due proprio quella nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia. Erano in servizio all’ufficio «Prevenzione generale soccorso pubblico», il reparto Volanti, quelli che intervengono subito dopo la chiamata della sala operativa. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio inviato al Capo della Polizia, Prefetto Franco Gabrielli, scrivendo “Ho appreso con profonda tristezza la notizia della barbara uccisione dell’agente scelto Matteo De Menego e dell’agente Pierluigi Rotta, feriti mortalmente presso la Questura di Trieste mentre erano impegnati in una operazione di servizio. In questa dolorosa circostanza, desidero esprimere a lei ed alla Polizia di Stato la mia solidale vicinanza, rinnovando i sentimenti di considerazione e riconoscenza per il quotidiano impegno degli operatori della Polizia al servizio dei cittadini. La prego di far pervenire ai familiari degli agenti le espressioni della mia commossa partecipazione al loro dolore“. “Esprimo il mio più sentito cordoglio alla Polizia di Stato per i due agenti rimasti uccisi a Trieste e tutto il mio sdegno per quanto avvenuto. Ai familiari dei due ragazzi che hanno perso la vita, mentre con coraggio e abnegazione svolgevano il loro dovere di tutori della sicurezza e della legalità, giunga tutta la mia vicinanza”.  ha dichiarato il Presidente del Senato, Elisabetta Casellati, in merito al grave fatto di sangue accaduto alla Questura di Trieste che ha visto due agenti di polizia rimanere uccisi nel corso di una sparatoria.  Il Presidente Casellati ha aggiunto: “Chi colpisce un uomo delle Forze dell’ordine, colpisce lo Stato. Oggi l’Italia intera piange due dei suoi figli migliori“. “Una terribile notizia da Trieste. Sono vicino alle famiglie dei due poliziotti rimasti uccisi. A loro e al capo della Polizia di Stato esprimo tutto il mio cordoglio” scrive su Twitter il presidente della Camera Roberto Fico. Il Comandante Generale della Guardia di Finanza, Gen. C.A. Giuseppe Zafarana, ha formulato al Capo della Polizia e Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, Prefetto Franco Gabrielli, il suo personale profondo cordoglio e quello di tutti i Finanzieri per il barbaro assassinio dei due poliziotti in servizio alla Questura di Trieste. Anche la Fondazione Corriere del Giorno, la direzione del nostro giornale insieme alla redazioni e tutti i collaboratori intende manifestare il proprio cordogli alle famiglie deimm Salgono così a  5 i morti tra le forze dell’ordine nel 2019 Vincenzo De Gennaro, è stato ucciso sulla piazza principale di Cagnano Varano, un paesino del Foggiano, durante un controllo. Un uomo, la cui vettura era stata fermata a un posto di blocco, ha improvvisamente e. Il 13 aprile scorso un carabiniere di 47 anni, ha estratto una pistola e ha sparato verso la pattuglia, uccidendo un militare e ferendone un altro in modo non grave. Il 16 giugno 2019 è morto travolto da un’auto l’appuntato scelto Emanuele Anzini, un carabiniere 41enne di origine abruzzese ma che lavorava da venti anni in provincia di Bergamo. Durante il turno di notte di pattugliamento delle strade bergamasche Anzini è stato travolto e ucciso a un posto di controllo a Terno d’Isola da un automobilista risultato positivo all’alcoltest e arrestato.A fine luglio, infine, l’uccisione di Cerciello Rega, accoltellato a morte dal giovane americano Elder Finnegan Lee nel quartiere residenziale di Prati, sospettato di aver rubato lo zainetto di un pusher insieme all’amico e di averlo ricattato.

Trieste, Storace contro il Pd Scalfarotto: "Quanti minuti ci metterà ad andare dai due assassini in carcere?" Libero Quotidiano il 4 Ottobre 2019. "Quanti minuti passeranno prima dell'arrivo del sottosegretario Scalfarotto al carcere di Trieste per rendere omaggio agli assassini di due poliziotti?". Il direttore del Secolo d'Italia Francesco Storace, su Twitter, commenta così con amara ironia i drammatici fatti del capoluogo giuliano, con due immigrati dominicani che hanno sparato all'impazzata in Questura uccidendo due agenti. Il riferimento è alla visita in carcere del dem Scalfarotto ai due giovani americani che hanno ucciso il carabiniere Mario Cerciello Rega a Roma, in una dinamica ancora da chiarire del tutto.  

Il dominicano che ha sparato dopo aver sfilato l'arma a un agente dopo una colluttazione è regolare sul territorio italiano, così come il complice con il quale è stato portato in Questura dopo una rapina. Le vittime sono l'agente Pierluigi Rotta, 34 anni, e l'agente scelto Matteo Demenego, 31 di Velletri, entrambi in servizio all'Upgsp. Ventinove anni uno, 32 l'altro, i due dominicani sono entrambi in stato di fermo.

Trieste, Chef Rubio: "Poliziotti impreparati, non mi sento sicuro". Rubio non usa giri di parole: "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente". E sui social è polemica. Angelo Scarano, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. Sulla morte dei due agenti di polizia a Trieste comincia a scatenarsi il dibattito sui social. La dinamica di quanto accaduto questo pomeriggio all'interno della questura di Trieste, dove un domincano ha aperto il fuoco contro gli agenti, è tutta da chiarire. I rilievi della scientifica cercheranno di far luce sull'esatta sequenza dei fatti ma qualcosa è già emerso dalle ricostruzioni dei testimoni. Il killer dominicano, in questura insieme al fartello per il furto di un motorino, avrebbe chiesto di recarsi al bagno. Accompagnato da un poliziotto lo avrebbe sorpreso con una mossa improvvisa disarmandolo. Da qui la furia omicida. Subito alcuni colpi a bruciapelo che hanno lasciato a terra agonizzanti due agenti. Poi la fuga. Raggiunto in strada dai poliziotti l'uomo è stato immobilizzato e arrestato. La dinamica di questi fatti però fa discutere. E a scatenare le polemiche è un tweet di Chef Rubio che commenta così i fatti di Trieste: "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io non mi sento sicuro in mano vostra". Parole che di certo sono destinate a dar vita ad una raffica di reazioni sui social. I follower dello chef non l'hanno presa bene e hanno subito puntato il dito contro di lui per il tempismo del suo tweet: "Rispetto Rubio... Ti seguo e mi piaci ma potevi fare a meno di scrivere questo post irrispettoso nei confronti dei due poveri poliziotti", scrive uno di loro. E ancora: "Di fronte a queste tragedie si deve solo riflettere sul pericolo che affrontano ogni giorno queste persone, probabilmente non esperte. Al di là di ogni pregiudizio verso i "colpevoli". Insomma le parole dello chef fanno discutere parecchio. Ma c'è anche chi gli dà ragione: "Si ha la sensazione che i giovani agenti dell'ordine pubblico abbiano una preparazione complessiva alquanto approssimativa, divenendo così bersaglio più vulnerabile per i malavitosi! Noi li rispettiamo comunque, li piangiamo quando sono vittime, e vorremmo che così non fosse". Insomma sui social si è aperto il dibattito sulla preparazione e l'addestramento dei nostri poliziotti. Ma Rubio senza conoscerlo ha già emesso la sua sentenza...

"Vergogna", "Stupido", "Insulti" È bufera su Rubio per Trieste. Lo chef sbotta: "Poliziotti impreparati. Non mi sento sicuro". Salvini e Meloni all'attacco. E lui rincara: "Sciacalli". Angelo Scarano, Sabato 05/10/2019, su Il Giornale. Chef Rubio non molla e rilancia. Dopo le polemiche di queste ore per le sue parole su Twitter su quanto accaduto a Trieste, arriva la risposta dello stesso chef alle critiche che sono arrivate da più parti, a cominciare da Salvini e Meloni. Rubio ieri sui social ha lanciato una provocazione con parole fin troppo chiare: "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io non mi sento sicuro in mano vostra". Una frase a cui sono seguire le risposte piccate dei leader di FdI e Lega che hanno accusato lo chef di "insultare la polizia" definendolo uno "stupido". Ma non finisce qui. Lo stesso Rubio ha voluto precisare la sua posizione. E questa volta la sensazione è che la toppa sia peggio del buco. "E comunque chiudendo una per tutte il discorso, che me so rotto il c... de voi sciacalli: sono molto più vicino io alle loro famiglie incazzandomi che voi ipocriti, ridicoli pupazzi che fingete cordoglio solo per avere voti e aumenti di stipendio e li avete condannati a morte", ha aggiunto lo chef sui social. Alle parole di Rubio ha risposto in modo netto Rita Dalla Chiesa che senza usare perifrasi lo ha attaccato sui social: "Allora, adesso basta con questa storia della mancanza di preparazione dei nostri ragazzi delle #forze dell'ordine - sottolinea Dalla Chiesa - @rubio_chef, se mai ti capiterà di essere minacciato pesantemente da qualcuno, difenditi da solo, visto che di loro non ti fidi. Vergognati per la tua immensa pochezza". Una affondo che di certo solleverà nuove polemiche. Intanto anche altri esponenti della Lega hanno puntato il dito contro Rubio. Paolo Grimoldi, deputato del Carroccio, componente della Commissione Esteri della Camera, non usa giri di parole e attacca: "Adesso basta, adesso ha veramente passato il segno. Passi che Chef Rubio insulti la Lega ogni giorno, passi che Chef Rubio insulti Stati storicamente amici dell'Italia come Usa e Israele, passi tutto, passi persino che si è lamentato qualche settimana fa del fatto che la Polizia non ha manganellato e 'riempito di botte' i manifestanti pacifici e democratici che protestavano in piazza di Montecitorio contro l'insediamento del Governo delle poltrone". Il caso non è affatto chiuso. Infatti anche il Sap, il sindacato di polizia ha commentato in modo aspro le parole dello chef: "hef Rubio si vergogni. Ecco un altro che aderisce al partito dell'anti-polizia", ha affermato all'Adnkronos, Stefano Paoloni, segretario generale del Sindacato di Polizia Sap. La polemica è solo all'inizio...

Sparatoria a Trieste, il commovente messaggio del padre del poliziotto ucciso. Il papà di Matteo Demenego, uno degli agenti morti nella sparatoria di Trieste, ha saluto il figlio con un toccante post pubblicato su Facebook. Gabriele Laganà, Sabato 05/10/2019, su Il Giornale.  “Ciao mio eroe. Ora sei il nostro Angelo Custode”. È questo il dolce e struggente pensiero scritto su Facebook da Fabio Demenego, padre di Matteo, il 31enne agente di polizia caduto nella sparatoria nella Questura di Trieste insieme al suo collega Pierluigi Rotta. Poche parole scritte con il cuore quasi a volere mettere a tacere chi in queste ore drammatiche ha alzato assurde quanto inutili polemiche. Poche ore prima, infatti, un altro messaggio dai toni decisamente più accesi era stato scritto da Gianluca Demenego, fratello della vittima, contro chef Rubio che, come ormai sua cattiva abitudine, usa frasi pesanti per commentare i fatti di cronaca e politica. Quest’ultimo, infatti, aveva pubblicato un tweet critico verso la polizia. “Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io non mi sento sicuro in mano vostra”, ha scritto il volto noto della tv. Parole inaccettabili non solo per chi rischia quotidianamente la vita per difendere quella dei cittadini ma anche per Gianluca che aveva ribattuto:”Tieni sempre la guardia alta quando giri perché se colgo impreparato pure te fai la fine di mio fratello! Uomo di merda! Ti auguro di perdere un tuo caro!”. A differenza di Rubio, il giovane ha capito l’errore commesso e con grande umiltà ha chiesto scusa per quelle parole scritte di getto e dettate “dal dolore e dalla rabbia”. Altrettanto toccante è stato il pensiero del vescovo di Trieste, monsignor Giampaolo Crepaldi, pronunnciato nel corso dell'omelia in ricordo degli agenti Matteo Demenego e Pierluigi Rotta. "Due ragazzi a cui è stata tolta vita da una insensata follia omicida. E il dolore che questa città di Trieste conosce da sempre, per averlo trovato tante volte nella sua storia, è comparso di nuovo acuto e lancinante per la perdita di due giovani promettenti a cui stato rubato il futuro. E così Trieste si ritrova dentro quadro di orrore".

Rita Dalla Chiesa contro Chef Rubio: "Vergognati per la tua immensa pochezza, difenditi da solo". Libero Quotidiano il 5 Ottobre 2019. "Morire a 30 anni per un Paese in cui c'è ancora qualcuno che deride,insulta le nostre Forze dell'Ordine.Morire a 30 anni per un Paese che non garantisce sicurezza nemmeno a chi indossa una divisa per proteggerci. Morire a 30 anni per pochi euro, e spesso senza neanche un GRAZIE". Rita Dalla Chiesa commenta la notizia dell'uccisione dei due agenti di polizia per mano di Alejandro Augusto Stephan Meran, l'uomo che era stato accompagnato negli uffici della Questura di Trieste per il furto di uno scooter. La conduttrice ha lanciato una chiara frecciatina a Chef Rubio, il noto cuoco che diceva: "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io non mi sento sicuro nelle vostre mani". Una dichiarazione che ha generato diverse critiche, ma tra le più dure è proprio quella di Rita Dalla Chiesa che prosegue: "Allora, adesso basta con questa storia della mancanza di preparazione dei nostri ragazzi delle Forze dell'Ordine, Chef Rubio se mai ti capiterà di essere minacciato pesantemente da qualcuno, difenditi da solo, visto che di loro non ti fidi. Vergognati per la tua immensa pochezza". "Sapesse almeno cucinare...", aggiunge in un messaggio successivo. Io penso alle loro mamme, fidanzate, alle loro famiglie. Li hanno visti uscire stamattina e non li vedono tornare a casa stasera".

Chef Rubio finisce per insultare pure la polizia: "Trieste? Non mi sento sicuro". Giorgia Meloni: "Miserabile". Libero Quotidiano il 5 Ottobre 2019. "Io non mi sento sicuro in mano vostra". Se Chef Rubio voleva difendere i due poliziotti morti in una sparatoria in Questura a Trieste, per mano di un dominicano, non ha centrato l'obiettivo. Il celebre chef-star della tv, che spesso si concede sproloqui politici e insulti a viso aperto (specie contro Matteo Salvini e Giorgia Meloni) stavolta se la prende con politici e istituzioni ma, di fatto, indirettamente pure con le forze dell'ordine incapaci a suo dire di difendere i cittadini. Il riferimento è al fatto che il dominicano abbia sfilato le pistole ai due agenti poi freddati. "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente - accusa Chef Rubio su Twitter -. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente". Ne nasce una rissa social proprio con la Meloni, che definisce Rubio "miserabile": "Nessun politico o giornalista di sinistra che spenda mezza parola per condannare parole agghiaccianti come queste", è l'accusa della leader di Fratelli d'Italia sempre via Twitter. Pronta risposta dello chef, che non pago dà degli "analfabeti funzionali" ai sostenitori di FdI e dà un consiglio alla Meloni: "Fai la brava e lavora". Solito garbo.

Sparatoria Trieste, il fratello di uno dei poliziotti uccisi risponde a Chef Rubio: "Tieni alta la guardia..." Libero Quotidiano il 5 Ottobre 2019. Si è inasprito il dibattito sulla sparatoria di Trieste. Chef Rubio aveva denunciato, con un tweet, l'inadeguatezza e l'impreparazione delle Forze dell'Ordine, vista la dinamica che ha portato alla morte in Questura dei due agenti di polizia Matteo Demenego e Pierluigi Rotta per mano di un dominicano con problemi psichici. Il tweet incriminato è questo: "Per servire il Paese (i cittadini, no i coglioni che vi mandano a morire) bisogna essere dei virtuosi. Viverla come missione e non come lavoro, essere impeccabili, colti, preparati fisicamente e mentalmente così da gestire qualsiasi imprevisto. I colpevoli sono sopra non sotto". Gianluca Demenego, fratello di Matteo, di professione bartender, ha voluto rispondere per le rime allo chef romano sui social, dando sfogo a tutto il suo risentimento: "Chef Rubio, sono il fratello del poliziotto impreparato! Beh, tieni sempre la guardia alta quando giri perché se colgo impreparato pure te fai la fine di mio fratello! Uomo di m***a! Ti auguro di perdere un tuo caro! A presto!" La replica di Rubio, sempre sui social, non si è fatta attendere, lamentando un fraintendimento sul messaggio che voleva mandare e un certo accanimento ai suoi danni da parte della stampa: "Fermate tutto: Il fratello mi ha minacciato di morte, telegiornali e i giornalisti assetati di scoop che vogliono intervistarmi, un popolo alla deriva capitanato da criminali folli che gettano benzina sul fuoco. Io vi ricordo che sono morte due persone e pare che so stato io".

Chef Rubio sulla sparatoria di Trieste: "Minacciato dal fratello della vittima per colpa dei politici infami". Libero Quotidiano il 5 Ottobre 2019. "Il fratello mi ha minacciato di morte, telegiornali e i giornalisti assetati di scoop che vogliono intervistarmi, un popolo alla deriva capitanato da criminali folli che gettano benzina sul fuoco. Io vi ricordo che sono morte due persone e pare che sono stato io". Lo scrive su Twitter Chef Rubio, dopo il post su Facebook di Gianluca Demenego, fratello di Matteo, l'agente ucciso insieme al collega Pierluigi Rotta nella sparatoria in Questura a Trieste. "Grazie ai politici infami che sfruttano dichiarazioni chiare di denuncia per sciacallare e buttare benzina sul fuoco. Grazie agli analfabeti funzionali. Grazie a tutti voi per questo odio senza senso. Fratello, rispetto il tuo dolore, ma non hai compreso". Rubio chiama in causa in particolare Giorgia Meloni e Matteo Salvini. "Giorgi mi dà del MISERABILE, Matte dello STUPIDO e così a cascata una serie di parassiti mi insultano sull'onda di un analfabetismo funzionale imbarazzante, abituati troppo bene da una popolazione di cacasotto raccontata da giornalisti senza palle. Vediamo chi se stanca prima".

Sparatoria Trieste, sui social c’è chi esulta per la morte dei poliziotti. Una utente di Facebook ha postato una foto del luogo della tragedia con una frase di giubilo per la morte dei due agenti di polizia. Lo sdegno di Matteo Salvini. Gabriele Laganà, Sabato 05/10/2019, su Il Giornale.  Mentre l’Italia piange Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, i due agenti di polizia caduti nella Questura di Trieste sotto i colpi di Alejandro Stephan Meran, un dominicano affetto da problemi psichici, sul web c’è chi esulta. Su Facebook, una certa Diana Sam Coni, che si è fatta immortalare con il simbolo anarchico, ha postato una foto del luogo della tragedia accompagnata da una breve quanto vile frase carica di odio verso i poliziotti morti e tutti gli uomini che quotidianamente lavoro alla sicurezza di ogni cittadino: “Ke dire, due di meno!!!!!”. Un caso isolato di puro odio? Non proprio. Alcuni utenti commentano l’immagine e si complimentano con la donna per l’”alto pensiero”. C’è anche chi le consiglia di fare attenzione non per la frase di violenza ma perché c’è il rischio che Facebook potrebbe oscurarla. La vergognosa frase è stata notata dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini che, sullo stesso social, è intervenuto per esprimere tutto il suo sdegno. “SCHIFO e VERGOGNA! Come si può anche solo pensare di scrivere cose del genere??? È giusto essere consapevoli che esistono purtroppo in Italia individui che si rallegrano per la morte di due poliziotti. Gente senza cuore, senza cervello e senza dignità”.

Insulti alla polizia: "È dissenso critico". Assolti due studenti accusati di resistenza e oltraggio agli agenti. Cristina Bassi, Martedì 08/10/2019, su Il Giornale. Accusati di resistenza, oltraggio a pubblico ufficiale e (solo uno degli imputati) di aver acceso un fumogeno durante una manifestazione non autorizzata. E assolti in via definitiva - la Procura non ha fatto ricorso dopo che in aula aveva chiesto l'assoluzione - o «perché il fatto non costituisce reato» o «per particolare tenuità del fatto». Escono così indenni dal processo davanti alla Quarta sezione penale presieduta da Giulia Turri due studenti milanesi di 20 e 21 anni, incensurati, difesi dagli avvocati Mirko Mazzali e Guido Guella. Il 16 ottobre 2017 una ventina di ragazzi dei collettivi studenteschi si sono è avvicinati alla sede di Assolombarda, cercando di entrare per protestare durante un convegno sull'alternanza scuola-lavoro. Gli studenti avevano striscioni e megafoni e cercando di sfondare il cordone della polizia sono entrati due volte e brevemente in contatto fisico con gli agenti, che hanno risposto con cariche di alleggerimento. La Digos ha identificato i due finiti a processo (insieme a una ragazza minorenne), ripresi anche nei filmati, intenti a capeggiare il corteo. I ragazzi assolti erano accusati, a vario titolo, di aver spintonato i poliziotti, di averli colpiti con un casco, di averli insultati con frasi come «Merde, siete tutti delle merde» e «Bastardi, fateci passare» e di aver acceso un fumogeno. Per quanto riguarda le presunte botte con il casco, ricostruisce la sentenza, nelle immagini il 20enne che lo aveva in mano lo appoggia a terra su invito di un agente: «Non vi è prova» che lo abbia usato per colpire qualcuno. In relazione invece agli spintoni, gli insulti e il fumogeno, la Corte riconosce il «contegno aggressivo» dei manifestanti verso gli agenti, che reagiscono caricando, e che i reati sono «provati». Ma aggiunge che quel comportamento non era «connotato certamente (...) dalla volontà di impedire, ostacolare gli operanti». Ancora: c'è un «mancato impiego in termini aggressivi di arnesi di cui pure gli studenti avevano la disponibilità». I reati sono «non punibili» per «particolare tenuità dell'offesa» e «non abitualità del comportamento». Le condotte sono giudicate «estemporanee», maturate «in un contesto di manifestazione del dissenso critico». Gli insulti? Per i giudici, si è trattato di «poche parole oltraggiose (di fatto due frasi), neppure connotate da gratuita volgarità e anzi qualificate nei termini impiegati da espressione di uso comune».

Trieste, Giletti attacca chef Rubio: "Hai scritto una stronzata". Il giornalista contro Gabriele Rubini: "Appena succede qualcosa si sente la necessità di scrivere la prima stronzata. Vi prego, ragionate un po' di più". Luca Sablone, Lunedì 07/10/2019, su Il Giornale. Dopo la polemica nata per il post di chef Rubio in riferimento alla tragedia di Trieste, anche Massimo Giletti ha voluto prendere una posizione netta. Il giornalista, in diretta negli studi de La7, ha affermato: "Viviamo in una società dove appena succede qualcosa uno non sente altro che la necessità impellente di scrivere la prima stronzata che vuole dire. In certi casi sarebbe meglio evitare".

"Ragionate". Il conduttore di Non è l'arena si è poi rivolto direttamente a Gabriele Rubini: "Questi ragazzi non li hai mai visti, non li hai mai conosciuti. Allora prima di scrivere, prima di parlare, bisognerebbe conoscere la realtà dei fatti". Giletti ha premesso che "certamente qualcosa non è andato come sarebbe dovuto andare", ma prima di scrivere determinate cose "bisognerebbe pensarci non una, ma cento volte". Il giornalista inoltre ha voluto dedicare un applauso "a chi ogni giorno fa il proprio lavoro, a cui tutti noi dobbiamo dire grazie, al di là della retorica. Ricordiamoci chi sono e cosa fanno. Ogni anno ci sono circa 4 milioni di controlli". Relativamente alla sparatoria di Trieste ha precisato: "Certamente qualcosa non è andato per il verso giusto, ma ricordo che era una situazione "normale". Era lì per aver rubato uno scooter ed era in compagnia del fratello. Ma prima di scrivere certe cose, ragionate un po' di più".

“FATE RIDE. LI MORTACCI VOSTRA E DE CHI VE PAGA”. IL POST DI CHEF RUBIO: Amore mio, il numero non ce l’hai quindi non sparare cazzate in diretta dicendo che mi stai chiamando, che poi gli analfabeti funzionali ce credono e me riempiono la posta de stronzate. Quindi la prossima volta evita ( o chiedi alla redazione il numero vero ). Che poi te poteva pure dì male ( o bene, dipende dai punti de vista) e me trovavi su’r cesso e allora sai quanto me tajavo. Fate ride li mortacci vostra e de chi ve paga.

Giovanni Neve per il Giornale il 7 ottobre 2019. "Fate ride li mortacci vostra e de chi ve paga". Chef Rubio torna a riversare insulti e odio in rete. Questa volta lo fa contro Massimo Giletti che, ieri sera a Non è l'Arena, lo ha duramente criticato per le parole violente contro i due agenti ammazzati a Trieste dal domenicano. Le parole della star di Uniti e bisunti sono state postate su Instagram questa mattina e hanno immediatamente scatenato una violenta rissa tra follower che si sono divisi per i toni usati dal cuoco. A scatenare tutto è stato, come al solito, Chef Rubio. A poche ore dal brutale omicidio dei due poliziotti, Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, per mano di Alejandrio Augusto Stephan Meran se ne è uscito con un tweet violentissimo che ha scatenato l'ira di tutti. "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente - ha scritto - le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io - ha, poi, concluso - non mi sento sicuro in mano vostra". Tra i tanti che si sono indignati per questo post c'è anche Giletti che ieri, in trasmissione, ha duramente criticato il cuoco. "Viviamo in una società dove appena succede qualcosa - ha detto a Non è l'Arena - uno non sente altro che la necessità impellente di scrivere la prima stronzata che vuole dire. In certi casi sarebbe meglio evitare". Durante la puntata di ieri Giletti si è rivolto direttamente a Chef Rubio. "Questi ragazzi non li hai mai visti, non li hai mai conosciuti - gli ha fatto notare - allora prima di scrivere, prima di parlare, bisognerebbe conoscere la realtà dei fatti". Pur premettendo che "certamente qualcosa non è andato come sarebbe dovuto andare", il conduttore di Non è l'Arena ha invitato il cuoco a "pensarci non una, ma cento volte" prima di scrivere determinate cose. Quindi ha dedicato un applauso "a chi ogni giorno fa il proprio lavoro, a cui tutti noi dobbiamo dire grazie, al di là della retorica. Ricordiamoci chi sono e cosa fanno. Ogni anno ci sono circa 4 milioni di controlli". L'indomani Chef Rubio è passato al contrattacco. Con un altro post di fuoco: "Amore mio, il numero non ce l’hai quindi non sparare cazzate in diretta dicendo che mi stai chiamando, che poi gli analfabeti funzionali ce credono e me riempiono la posta de stronzate". E ancora: "La prossima volta evita ( o chiedi alla redazione il numero vero ). Che poi te poteva pure dì male ( o bene, dipende dai punti de vista) e me trovavi su’r cesso e allora sai quanto me tajavo".

Trieste, Chef Rubio adesso risponde ​al fratello del poliziotto: "Tu non hai compreso..." Chef Rubio risponde al fratello dell'agente Demenego, una delle due vittime della sparatoria di Trieste: "Fratello, rispetto il tuo dolore, ma non hai compreso". Angelo Scarano, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. Chef Rubio non ha usato giri di parole. In queste ore ha dato vita ad un vero e proprio dibattito social dopo aver commentato, con una provocazione, la morte dei due agenti a Trieste ammazzati dalla furia omicida di un dominicano. La frase che ha scatenato le polemiche è questa: "Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io non mi sento sicuro in mano vostra". Parole queste che hanno scatenato la bufera con le reazioni anche del mondo politico. Salvini e Meloni hanno definito "stupido" e "vergognoso" l'attacco dello chef alle forze dell'ordine. Ma a far discutere ancora di più sono state le parole del fratello di Matteo Demenego, Gianluca che sui social ha deciso di rispondere al Rubio difendendo la memoria di questo ragazzo morto sotto i colpi della furia assassina di un dominicano: "Chef Rubio sono il fratello del poliziotto impreparato! Beh, tieni sempre la guardia alta quando giri perché se colgo impreparato pure te fai la fine di mio fratello! Uomo di merda! Ti auguro di perdere un tuo caro! A presto!". Poi è arrivata la replica dello stesso rubio che su Twitter ha commentato così le parole di Demenego: "FERMATE TUTTO: Il fratello mi ha minacciato di morte, telegiornali e i giornalisti assetati di scoop che vogliono intervistarmi, un popolo alla deriva capitanato da criminali folli che gettano benzina sul fuoco. Io vi ricordo che sono morte due persone e pare che so STATO io". E ancora: "Grazie ai politici infami che sfruttano dichiarazioni chiare di denuncia per sciacallare e buttare benzina sul fuoco. Grazie agli analfabeti funzionali. Grazie a tutti voi per questo odio senza senso. Fratello, rispetto il tuo dolore, ma non hai compreso". Dopo le parole di Rubio sono arrivate le scuse del fratello di Demenego che sempre sui social ha voluto chiudere la polemica: "Innanzitutto vorrei scusarmi per i toni e le parole usate contro Chef Rubio dettate dalla rabbia e dal dolore per il post fuori luogo e infelice pubblicato dallo stesso sulla morte di mio fratello e del suo collega. Per me la vicenda può ritenersi conclusa qui. Lasciateci al nostro dolore. Grazie!".

Trieste, la scritta choc a Modena: "Due porci in meno, polizia a morte". La vergognosa scritta su una strada di Modena. La rabbia di Salvini: "Provo schifo per questa immagine. Sempre dalla parte delle forze dell'ordine". Luca Sablone, Domenica 06/10/2019 su Il Giornale. Attacco vergognoso nei confronti della polizia dopo la morte dei due agenti di Trieste. Lungo l'asfalto della carreggiata di una via di Modena è comparsa una ripugnante scritta: "Due porci in meno. A morte la polizia". La foto ha fatto il giro del web nel giro di poche ore e ha scatenato l'ira da parte di molte persone. Tra queste Matteo Salvini, che sui propri profili social ha espresso il totale disprezzo verso il vile gesto: "Provo schifo per questa immagine, ma ve la mostro perché questi episodi devono ricordare a tutti che non dobbiamo mai abbassare la guardia. Sempre dalla parte di chi ci difende!".

Matteo Salvini: Sono quelli che manifestano distruggendo i centri storici delle città, che lanciano bombe carta e pietre a quelli che loro definiscono "sbirri", che incendiano manichini, che minacciano di morte, che travestono il proprio odio e la propria frustrazione con "democratiche" parole. Provo SCHIFO per questa immagine, ma ve la mostro perché questi episodi devono ricordare a tutti che non dobbiamo mai abbassare la guardia. SEMPRE dalla parte di chi ci difende!

"Vigliacco". Andrea Cavazzini ha commentato: "Da figlio di un maresciallo della guardia di finanza e soprattutto da triestino mi sento in dovere di chiamare vigliacco l’autore di questa scritta. Questo soggetto dovrebbe avere il coraggio di farsi avanti e rispondere del gesto". Il consigliere comunale forzista di Trieste auspica "che la Procura competente per zona apra un fascicolo e indaghi per risalire al personaggio o ai personaggi. Il rispetto per i defunti e per il dolore dei famigliari deve venire prima di ogni ideologia e deve essere tutelato sempre e comunque".

Sciacalli sulla polizia. Alessandro Sallusti, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. Ventunmila interventi al giorno, 650mila in un mese, quasi otto milioni all’anno. Se le nostre forze di polizia fossero quel branco di incapaci mal addestrati, come qualche sciacallo sostiene in queste ore dopo l’uccisione di due agenti nella questura di Trieste, nel giro di poche settimane dei centomila poliziotti in servizio resterebbe ben poco e ogni giorno avremmo un funerale di Stato. Basterebbero questi numeri per mettere a tacere le polemiche. Ma se volete ce ne sono altri che parlano dell’efficienza e della bravura dei ragazzi in divisa. A Trieste un controllo è andato storto, con le conseguenze drammatiche che conosciamo? Certo, è andato storto uno dei quattro milioni di controlli a persone che ogni anno vengono eseguiti, uno dei 16mila arresti (di cui mille in odore di terrorismo), una delle 67mila denunce. Come vedete, oltre al buon senso è la statistica a promuovere la preparazione dei nostri poliziotti. I quali non fanno un mestiere qualsiasi. Ogni minuto sono alle prese con il peggio della società e il più delle volte hanno pochi secondi per decidere se estrarre o no la pistola, se mettere o no il colpo in canna, se tendere la mano a chi hanno di fronte o metterlo nel mirino. Basta una esitazione, una distrazione e succede, in un modo o nell’altro, il patatrac. Chi siamo noi per giudicare il loro operato? Sono uomini, in divisa e armati, ma pur sempre uomini, e come tutti a volte stanchi, a volte stressati dal lavoro e dai loro problemi personali. Chi siamo noi per giudicarli sdraiati sul divano di casa - «ma come hanno fatto quei due lì a farsi fregare la pistola?» - sicuri che al primo allarme uno di loro verrà ad aiutarci, se non a salvarci, pur non sapendo se lo accoglieremo con un sorriso o con una bastonata? Come quando cade un aereo o un pilota schianta in corsa, gli incidenti non servono per processare i morti ma per aiutare i vivi migliorando di volta in volta regole e tecniche. Invece che imbastire squallidi processi sommari alle forze dell’ordine, concentriamoci sul fatto che un immigrato delinquente ha ucciso due nostri bravi poliziotti. E giù le mani da tutto il resto.

Pietro Senaldi sui poliziotti uccisi a Trieste: "Vietato dire extracomunitari". La censura tutta italiana. Libero Quotidiano il 6 Ottobre 2019. La sinistra italiana ha il problema dell' immigrazione. Non riesce a gestirla e perde voti, che vanno a Salvini, alla Meloni e finanche a Grillo. Ora che la Boldrini è tornata nel Pd e Fratoianni è al governo, la situazione è destinata a peggiorare. L' ha capito perfino Di Maio, che sui profughi si è messo a scimmiottare Salvini per mettere in difficoltà e distinguersi dai mai amati colleghi della maggioranza. Il punto è che, unici al mondo, i nostri progressisti hanno sbagliato l' approccio con la pratica. Mentre perfino i socialisti spagnoli e Macron tengono i clandestini alle porte e dicono no grazie all' accoglienza indiscriminata, i nostri dal primo momento hanno cercato di raccontare agli italiani una catastrofe mondiale che non sapevano come affrontare come una benedizione dal cielo. Clandestini di cui non si sa nulla sono stati descritti come risorse in grado di sostituire i giovani italiani laureati che cercano fortuna all' estero. L' importazione incontrollata di milioni di immigrati è stata raccontata come una strategia per dare sangue fresco a una società che invecchia. I valori secolari della nostra cultura sono stati equiparati automaticamente a quelli di altre civiltà, perfino a quelli dell' integralismo musulmano. La sinistra ha organizzato cortei per l' accoglienza ma non si è mai mossa per le vittime italiane della mala accoglienza. Il trucco è stato svelato e il Pd e compagni sono stati mandati a casa. Ora che sono ritornati nella stanza dei bottoni dal buco della serratura dimostrano di non aver imparato nulla. Sono sempre gli stessi, incapaci di risolvere il dramma immigrazione. Almeno però stavolta non allestiscono teatrini per dirci che l' invasione è una panacea e, rivendicando il proprio europeismo, si industriano, vanamente, per scaricare la patata bollente anche sugli altri Paesi Ue. Disarmati di fronte alla bomba extracomunitaria che hanno innescato, continuano ad accendere la miccia, ma tirando indietro la mano e sforzandosi di nascondere la polvere sotto il tappeto.

LE REAZIONI. Le reazioni alla mattanza di Trieste sono la prova di quanto sosteniamo. Solo i giornali di centrodestra hanno evidenziato che l' assassino era un dominicano, ossia un extracomunitario. I quotidiani di estrema sinistra, dal Fatto al Manifesto, non hanno neppure dato la notizia in prima pagina, benché una sparatoria in questura non sia episodio di tutti i giorni. Gli altri hanno raccontato ogni cosa per filo e per segno ma nella titolazione hanno relegato in posizione del tutto marginale l' origine del killer, in ossequio alla strategia della sinistra: se non puoi dire che gli immigrati sono dei santi, almeno dai poco risalto ai loro crimini. Noi di Libero invece abbiamo dato ampio risalto all' origine dell' assassino. Non per xenofobia ma perché è un elemento essenziale di quanto accaduto. Proprio poche ore prima della tragedia il capo della polizia, Gabrielli, non propriamente un fan di Salvini, ha reso noto che in Italia il 12% della popolazione straniera commette il 33% dei reati e che la percentuale è in crescita rispetto agli ultimi anni, quando il dato si fermava sotto il 30%. Tra gli italiani solo 4 su mille hanno problemi con la giustizia penale, mentre il dato raddoppia per gli immigrati regolari. Se poi si passa ai clandestini, esso si moltiplica per 59: 246 su mille sono delinquenti o giù di lì. Nella Repubblica Dominicana, da dove il 29enne killer Alejandro Meràn proviene, come in Africa, in tutto il Sud America, in Asia e finanche in Russia, la vita è tenuta in minor conto che da noi. Per questo i delinquenti extracomunitari, specie nei casi di criminalità comune, sono in genere più spietati e pericolosi dei nostri. Continuare a non dirlo è masochismo, così come lo è tendere la mano alle culture meno progredite della nostra senza pretendere in cambio rispetto per i nostri valori.

LA CORRELAZIONE. So che è fastidioso, dopo anni di buonismo, dire che gli extracomunitari sparano di più, ma la stampa deve fare questo sporco lavoro, perché, nascondendo la verità, finisce per farne uno ancora più sporco e svolgere un servizio non per i cittadini onesti ma per i non cittadini criminali. I dati divulgati venerdì da Gabrielli sulla delinquenza straniera sono stati confermati due ore dopo da Alejandro, ma solo Libero ha messo i due fatti in correlazione. Non è che siamo i più bravi, siamo solo tra i pochi che non hanno interesse a fare diversamente. Pietro Senaldi

Stranieri e criminalità, il problema esiste: lo dice il Capo della Polizia. Il Prefetto Gabrielli conferma: "Gli stranieri che sono il 12% della popolazione compie il 33% dei reati". Come la mettiamo ora? Andrea Soglio il 4 ottobre 2019 su Panorama. «I dati sulla criminalità sono incontrovertibili, da 10 anni c’è un trend complessivo di calo dei reati. Ma c’è anche, negli ultimi anni, un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati, questo è inequivocabile». Boom! A lanciare la bomba è il Prefetto Franco Gabrielli, Capo della Polizia durante un convegno a Roma in cui ha illustrato gli ultimi dati sulla criminalità e sicurezza in Italia. Ed i numeri, ha spiegato Gabrielli sono "inequivocabili". Sgomberiamo subito il campo dai malintesi: Gabrielli è da sempre uomo dello Stato, stimato da tutti, anche dall'attuale Governo. Non ha la tessera della Lega, non va a Pontida e nemmeno al Papeete. Quindi quando fa un'affermazione questa non è macchiata da chissà quale idea politica ma basata su fatti, conoscenze, esperienza. "Gli stranieri - ha spiegato - sono responsabili del 33% dei reati; ed essendo il 12% della popolazione questo dà la misura del problema". Traduzione: in Italia c'è un problema sicurezza legato agli stranieri, regolari e non. I reati infatti nel loro complesso stanno calando ma ben un crimine su 3 vede come responsabile uno straniero. E, da questo punto di vista, non c'è alcuna riduzione. A voler fare i precisi il rapporto tra un cittadino italiano e la criminalità è dello 0,75%. Lo stesso rapporto calcolato per uno straniero è del 33%, cioè oltre 40 volte tanto. Un'ammissione non da poco quella di Gabrielli che sdogana quell'idea che il problema della sicurezza legato agli stranieri fosse solo un'affermazione malsana del Salvini o del razzista di turno. Invece è un dato di fatto, comprovato dai numeri. Cifre e considerazioni che arrivano mentre i porti italiani sono aperti più che mai e le frontiere con gli altri paesi chiusi e blindati. Non c'è da star tranquilli, anzi, sicuri. Lo dicono i numeri, lo dice il Capo della Polizia. 

La furia del killer in questura "Ha sparato su altri 8 agenti". Tempesta di fuoco a Trieste: esplosi 23 colpi. Gli inquirenti smontano la "pazzia" del dominicano: "Inquadrato in tempo e spazio". Angelo Scarano, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. Non ha avuto pietà. No ha avuto scrupoli. Alejandro Augusto Meran ha ucciso due poliziotti, ma poteva ammazzarne almeno altri otto. Secondo la ricostruzione dei fatti da parte degli inquirenti, a Trieste venerdì pomeriggio c'è stata una vera e propria tempesta di fuoco. Il decreto di fermo dell'uomo parla chiaro: "Ha tentato l’omicidio di almeno altri otto agenti, di cui tre addetti alla vigilanza, quattro in forza alla squadra mobile nonché uno intervenuto in ausilio dopo aver udito gli spari". Insomma una vera e propria furia con due pistole in mano sottratte agli agenti. Ha sparato per ben 23 volte. Non tutti i colpi, pèer fortuna, sono andati a segno, ma Alejandro era una furia. Ma se nelle prime ore dopo l'omicidio era iniziata a circolare la voce di problemi psichici, adesso quella "follia" del dominicano pare essersi ridimensionata. E come sottolinea ilCorriere, sono proprio gli investigatori a dirlo nel decreto di fermo: "Allo stato — si legge — va detto che orientano verso una semplice scarsa lucidità solo i farmaci rinvenuti durante la perquisizione domiciliare, ma non risulta in atti traccia alcuna di visite specialistiche fatte in Italia, né risulta documentato l’episodio citato dal fratello di mancanza di autocontrollo in terra tedesca di cui l’uomo si sarebbe reso protagonista". E qui arriva un passaggio importante: "La deduzione da trarsi è che lo Stephan Meran è soggetto inquadrato nel tempo e nello spazio". Poi c'è quel passato in Germania dove ha amici e contatti. Contatti utili per una eventuale fuga all'estero. Ora è piantonato in ospedale e ha affermato di non voler rispondere alle domande degli inquirenti. Una cosa è certa Alejandro ha dato sfogo a tutta le sua ferocia mostrandosi attento e freddo nel mirare a bersaglio. Su Rotta ha esploso ben 12 colpi, l'intero caricatore. Poi altri colpi su Demenego. In totale i colpi esplosi sono 23. Alejandro nelle immagini delle telecamere di sicurezza appare con una pistola puntata ad altezza d'uomo su un piantone e l'altra arma nella fondina portata via ad una delle due vittime. Di quel pomeriggio di fuoco e di morte restano le parole, strazianti, del padre di Demenego che sui social ha scritto: "Ciao mio eroe, ora sei il nostro Angelo Custode". L'ennesima vittima, insieme a Rotta, del dovere. 

Stasera Italia, Daniela Santanchè contro Corrado Guzzanti: "Chi dice che l'assassino di Trieste era malato?" Libero Quotidiano il 5 Ottobre 2019. "Ma chi ve lo dice che era matto? Avete visto delle perizie?". Daniela Santanchè commenta le dichiarazioni girate nelle ultime ore sull'assassino dei due poliziotti a Trieste. Ma in studio, a Stasera Italia, c'è qualcuno che la pensa diversamente. "Lo dice la madre la quale riferisce di un passato clinico in Germania dove questo ha una certificazione" afferma contrariato Corrado Guzzanti. E ancora: "Forse mente. Allora sapremo se è una menzogna o meno. Sembra vero, se è così la colpa è tutta del sistema italiano non del fatto che è dominicano". La Santanchè non cambia idea: "Chi se ne frega? C'è una aggravante allora".  

Ma gli uomini in divisa non perdono la calma. "Mantenete la calma". I due agenti di Trieste sono appena morti. L'invito arriva via radio sulle volanti della polizia. Ecco l'audio originale. Antonio Ruzzo, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. Mantenere la calma. Sempre. Quando ti insultano, quando ti sputano. Quando in piazza ti arriva addosso di tutto e vorresti caricare e fargliela vedere. Da uomo a uomo, se uomini sono quelli capaci di vomitarti addosso il peggio e poi fuggire sapendo di farla franca. Sapendo che tanto i benpensanti, i barricaderi da salotto stanno dalla loro parte. Sapendo che un poliziotto, un carabiniere, una divisa oggi conta meno di un due di briscola. Mantenere la calma quando chiedi i documenti e ti ridono in faccia, ti minacciano, ti menano. Quando a un posto di blocco uno dei tanti ragazzotti ubriachi di movida ti compatisce perché tu, col misero stipendio che prendi, mica te la puoi permettere un fuoriserie così... Mantenere la calma sempre. Anche quando all'improvviso, quando meno te l'aspetti, ti uccidono due colleghi. Amici, mariti, padri... Che ne sanno gli altri. È un attimo. La sera prima li avevi salutati, magari ci avevi anche cenato insieme e poi via, non ci sono più. E non sai a che santo votarti, non sai che fare, non sai da che parte ricominciare. Mantenere la calma quando dentro hai il terremoto, quando comanda la pancia, quando vorresti toglierla quella divisa per un paio di ore e andare fuori a regolare i conti. Mantenere la calma perché quella è la parola d'ordine, la consegna. Che arriva via radio a tutte le pattuglie dalla voce emozionata di un dirigente, subito dopo l'assassinio di Pierluigi e Matteo. Mantenere la calma perché quella è l'esigenza, perché così insegnano ai corsi, perché solo così ci si protegge in servizio e si proteggono i cittadini di un Paese che farebbe bene a ricordarselo più spesso. Che ci sono agenti, sovrintendenti, ispettori, commissari che rischiano la vita ogni giorno senza aspettarsi riconoscenza. Che ci sono agenti, sovrintendenti, ispettori e commissari che si sentono impotenti e disarmati. Che prima di mettere le manette ad un balordo ci devono pensare mille volte. Che se arrestano un criminale il giorno dopo più che in cella rischiano di ritrovarselo sotto casa o davanti alla scuola dei figli. Ti si smuovono le viscere. Ma bisogna mantenere la calma.

Due fratelli affascinati dalle gang latinos. Una vita da balordi. E in famiglia l'unica ad avere un lavoro era la madre. Luca Fazzo, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. I genitori sgobbano. I figli meno. Per gli uomini e le donne arrivati dall'America Latina, l'Italia è una sorta di terra promessa, un posto dove ci sono molti lavori che i nativi non vogliono più fare: dal facchino alla badante. Per i loro figli, cresciuti in un benessere senza prospettive, l'Italia è un posto dove non sono né stranieri né integrati. E dove la prospettiva che li attende è, se ci riusciranno, lo stesso tunnel di sudore dei loro genitori, senza nessuna chance di ascensore sociale. È qui, in questa mancanza di speranze, che attecchiscono il proselitismo delle gang e il fascino della devianza. I latinos di seconda generazione sono oggi in Italia un fenomeno drammatico, un milieu dove hanno assunto dimensioni quasi endemiche l'etilismo, la droga e l'abuso sessuale. Alejandro Augusto Stephan Meran, l'assassino dei due poliziotti fulminati nella questura di Trieste, non è un pregiudicato, non è noto come esponente delle pandillas, e lo stesso vale per suo fratello Carlysle, che dopo il furto dello scooter di venerdì mattina lo ha convinto a presentarsi in questura. La loro mamma è una donna segnata dalla fatica, una che in questi anni ha dovuto occuparsi più di portare a casa uno stipendio che di prendersi cura come avrebbe voluto dei suoi ragazzi, e che ora storce le mani dalla disperazione davanti alla tragedia provocata da Alejandro, il più apparentemente fragile dei due. Betania, come tutte le madri nelle sue condizioni, probabilmente ha sempre avuto l'incubo che i ragazzi finissero nelle grinfie delle pandillas, le filiali italiane delle bande che imperversano in America Centrale. Non poteva immaginare che il messaggio di violenza delle bande avrebbe comunque fatto breccia nei suoi ragazzi, e alla fine ne avrebbe guidato le azioni. Gli Stephan Meran vengono (via Germania, dove hanno vissuto alcuni anni) da Santo Domingo, la grande isola-stato a sudest di Cuba. C'è tutto il Mar dei Caraibi a separare l'isola dai paesi dell'istmo dove la cultura delle pandillas è più radicata: Honduras, El Salvador. Ancora più lontani sono gli altri paesi simbolo delle gang dei latinos, ovvero Messico e l'Ecuador. Eppure anche a Santo Domingo la piaga è dilagata, alimentata dai reduci delle carceri statunitense. E da li è ripartita verso i paesi della nuova emigrazione dei latinos, verso il Vecchio Continente. E i Trinitarios, la prima - e tutt'ora più potente - delle pandillas dominicane hanno esportato i loro riti e i loro business fino in Italia. Oggi i Trinitarios sono tra i soggetti forti della criminalità giovanile in alcune aree urbane del nord Italia, a partire da Milano dove si confrontano e si scontrano con le altre due organizzazioni di punta, i Latin King e la Ms13 (ovvero Maria Salvatrucha). Ma anche a Trieste e nei suoi dintorni, dove l'assassino dei due poliziotti viveva con la famiglia, la presenza criminale di origine dominicana è radicata da anni. Business principale, ovviamente, il narcotraffico: già una decina di anni fa la Direzione distrettuale antimafia di Trieste dovette intervenire per sgominare una rete di importazione di cocaina che aveva come cervelli un gruppo di giovani narciso tutti provenienti da Santo Domingo e residenti tra la provincia di Pordenone e il capoluogo giuliano. Carichi da decine di chili di cocaina partivano dai Caraibi verso l'Italia, affidati a corrieri che prima di partire per la missione venivano sottoposti a riti voodoo: componente tutt'ora presente nei riti di iniziazione dei Trinitarios. Una cultura che avrebbe potuto avere la sua parte nello sbalestrare la mente già debole di Alejandro, trasformandolo da ladruncolo di ciclomotori in spietato assassino.

«Ha sparato almeno 17 volte». La furia del killer in Questura. Pubblicato sabato, 05 ottobre 2019 da Corriere.it. Un uomo che «ha dimostrato di essere privo di controspinta criminale» poiché «dopo il duplice omicidio ha perseverato nella condotta illecita». Il decreto di fermo di Alejandro Augusto Stephan Meran racconta l’essenziale. Tre pagine per descrivere quei pochi minuti di fuoco in questura, venerdì pomeriggio. Per ricostruire gli omicidi dell’agente scelto Pierluigi Rotta, 34 anni, e del suo collega e amico Matteo Demenego, 31 anni. Ma anche per raccontare che l’assassino ha «tentato l’omicidio di almeno altri otto agenti, di cui tre addetti alla vigilanza, quattro in forza alla squadra mobile nonché uno intervenuto in ausilio dopo aver udito gli spari». In sostanza se i colpi sparati da Alejandro Augusto ad altezza d’uomo fossero andati tutti a segno, i poliziotti morti oggi sarebbero dieci. A giudicare da quello che scrivono nel provvedimento, il procuratore capo Carlo Mastelloni e il pubblico ministero Federica Riolino non sono per nulla convinti dello stato di alterazione mentale di cui parlano i familiari dell’omicida. «Allo stato — scrivono — va detto che orientano verso una semplice scarsa lucidità solo i farmaci rinvenuti durante la perquisizione domiciliare, ma non risulta in atti traccia alcuna di visite specialistiche fatte in Italia, né risulta documentato l’episodio citato dal fratello di mancanza di autocontrollo in terra tedesca di cui l’uomo si sarebbe reso protagonista». Quindi «la deduzione da trarsi è che lo Stephan Meran è soggetto inquadrato nel tempo e nello spazio». L’episodio «in terra tedesca» riguarderebbe un periodo in cui l’intera famiglia Stephan Meran viveva in Germania, prima di approdare a Trieste (qualche anno fa). E proprio in Germania Alejandro avrebbe amici di riferimento che sono alla base della motivazione del pericolo di fuga. Perché avrebbe appoggi sufficienti per organizzarsi la vita, perché «si è dichiarato magazziniere e quindi in grado di sostenersi» e perché ha «la lucidità sufficiente» non soltanto «per rendersi conto della grave condizione giuridica in cui versa» ma anche per «uccidere i due poliziotti e poi colpirne un altro facendo fuoco con la mira ad altezza d’uomo». Lui è ricoverato (è stato ferito all’inguine nella sparatoria) ed è piantonato all’ospedale di Cattinara. Ieri pomeriggio non ha voluto rispondere alle domande del giudice delle indagini preliminari Massimo Tomassini che, in serata, ha poi convalidato il fermo confermando l’impianto della procura sulla sua piena capacità di intendere e di volere. Alejandro ha scaricato contro i due poliziotti l’intero caricatore della pistola d’ordinanza di Pierluigi Rotta (12 colpi) e ha premuto il grilletto altre volte anche con l’arma sottratta a Matteo Demenego quando era ormai a terra esanime (in tutto sono almeno 17 i colpi sparati). L’ipotesi ritenuta più probabile è che la pistola del primo poliziotto ucciso avesse già il colpo in canna e niente sicura quando è finita nelle mani dell’omicida. Forse proprio perché l’agente stava per usarla quando è stato disarmato. Questo avrebbe facilitato l’aggressione dell’uomo che a quel punto non avrebbe fatto altro che premere il grilletto (senza «scarrellare» l’arma e togliere la sicura). Non è chiaro se fosse nelle stesse condizioni anche la seconda pistola, presa dall’assassino assieme alla fondina. Lo si vede in un filmato registrato nell’atrio della questura: in una mano un’arma puntata ad altezza d’uomo verso il piantone (ferito a una mano) e l’altra esibita in aria all’interno della fondina e poi estratta e usata fuori dalla questura. Sugli stessi gradini che Alejandro ha fatto di corsa cercando la fuga adesso c’è una montagna di fiori. Bigliettini, disegni, libri, ceri. Qualcuno preferisce lasciarli all’interno, nello stanzone dell’ingresso. Molti, moltissimi, arrivano in lacrime, si fermano a pregare. Nei corridoi solo occhi lucidi, abbracci, ricordi. I parenti dei due agenti, arrivati dalla Campania, si sono stretti in un abbraccio comune, assieme a tanti poliziotti e al questore, Giuseppe Petronzi. «Giustizia, giustizia, se la meritano» ha detto entrando la madre di Pierluigi. Il padre di Matteo, Fabio Demenego, ha scritto in un post su Facebook «ciao mio eroe, ora sei il nostro Angelo Custode». Fra le mille e mille parole di cordoglio della giornata ci sono anche quelle del presidente Sergio Mattarella, che esprime «affetto, riconoscenza e dolore» di tutto il Paese per gli agenti uccisi. Affetto, riconoscenza e dolore anche per la famiglia di un adolescente che il 25 settembre voleva uccidersi. Lo hanno salvato Pierluigi e Matteo.

Poliziotti uccisi a Trieste, “sparati in tutto 23 colpi”. Gip convalida il fermo: “Concreto pericolo di fuga”. Pierluigi Rotta è stato colpito due volte: al lato sinistro del petto e all’addome, Matteo Demenego, tre volte: alla clavicola sinistra, al fianco sinistro e alla schiena. Il Fatto Quotidiano il il 5 ottobre 2019. Sono almeno 23 i colpi sparati all’interno della questura di Trieste nello scontro a fuoco che ha portato alla morte dei due agenti, Pierluigi Rotta e Matteo Demenego. Secondo un’ultima ricostruzione fornita dall’Adnkronos, Alejandro Augusto Stephan Meran, il 29enne che si trovava all’interno dell’edificio per un’indagine per furto e ora accusato di duplice omicidio, ha prima sfilato la semiautomatica dalla fondina vecchio modello di Rotta, sparando i 15 colpi nel caricatore, e successivamente si è anche impadronito della Beretta di Demenego, con la quale ha continuato a fare fuoco. Il gip, intanto, convalida il fermo del 29enne visti i “gravi indizi” e il “pericolo di fuga”. I primi colpi sono stati sparati nell’ufficio Volanti, poi il ragazzo ha raggiunto l’uscita e ha sparato sei colpi nell’atrio dell’edificio, verso il gabbiotto di guardia occupato da una giovane poliziotta e da un agente rimasto ferito alla mano. Pierluigi Rotta è stato colpito due volte: al lato sinistro del petto e all’addome. Matteo Demenego tre volte: alla clavicola sinistra, al fianco sinistro e alla schiena. Almeno 23 i colpi in tutto, anche se alcuni sono stati sparati dai poliziotti per difendersi dai proiettili del killer. Altri sono ancora conficcati nell’auto su cui si trovavano i due agenti della Squadra Mobile che hanno fermato, dopo averlo ferito all’altezza dell’inguine, il giovane di origine dominicana. La prima pistola completamente scarica, dato che il carrello-otturatore è rimasto aperto, è stata trovata sotto un’auto. L’altra, invece, sul marciapiede.

Gip convalida il fermo: “Concreto pericolo di fuga”. Il gip, nella serata di sabato, ha convalidato il fermo di Alejandro Augusto Meran. Secondo il giudice, da quanto si apprende, contro il giovane di origine domenicana ci sono “gravi indizi” che si concretizzano dal racconto dei testimoni, dal sopralluogo della Scientifica e dall’acquisizione dei video delle telecamere presenti sia all’interno che all’esterno della questura. L’esigenza cautelare, spiegano, è anche motivata nel provvedimento con il “concreto pericolo di fuga”. Inchiesta sulle fondine, al vaglio immagini delle telecamere – Dopo che Alejandro ha sparato e colpito i poliziotti, il fratello Carlysle si è barricato all’interno dell’ufficio delle Volanti. Quest’ultimo, sentiti i colpi, impaurito e sotto choc, ha sbarrato la porta dell’ufficio spostando una scrivania. Poi, non udendo più gli spari, è scappato nei sotterranei dell’edificio, dove è stato individuato e bloccato da alcuni agenti. Le fondine e le pistole delle due vittime sono state sequestrate. Da una prima analisi non risulterebbero danni tali da comprometterne la funzionalità. Sono state acquisite anche tutte le immagini delle telecamere presenti all’interno della questura che potrebbero riuscire a far luce, in particolare, sulla prima fase dell’aggressione quando il 29enne è riuscito a prendere l’arma. Anche i filmati delle telecamere esterne, dove il fermato è stato bloccato dopo aver sparato altri colpi di pistola, sono state acquisite e analizzate. Sulla questione è intervento il Sap, sindacato di polizia: “Nella vicenda dei due agenti uccisi ci sono stati problemi con le fondine. Al primo è stata sfilata la pistola perché aveva una fondina vecchia, in quanto quella in dotazione gli si era rotta. Al secondo agente ucciso, la fondina sarebbe stata strappata dalla cintura. Al secondo agente l’arma sarebbe stata strappata quando ormai era già in terra inerte a causa delle ferite per i colpi esplosi con la prima pistola sottratta”. In una nota arriva la durissima risposta del Dipartimento di sicurezza: “Allo stato attuale degli accertamenti, in assenza di testimoni e documenti video, è priva di fondamento ogni arbitraria ricostruzione della dinamica che ha portato alla sottrazione dell’arma del collega ucciso per primo. Sconcerta, pertanto, a poche ore dall’evento, la sicumera con cui si traggono frettolose conclusioni sulla inequivocabile riferibilità dell’accaduto alla presunta inadeguatezza della fondina. In un giorno così drammatico ci si sarebbe aspettati, almeno da chi veste la stessa divisa, un rispettoso cordoglio per le vittime e le loro famiglie. Sconvolge che alcuni, al fine di ottenere visibilità, speculino sulla morte dei colleghi caduti in servizio, profanando il dolore dei loro cari e della intera comunità. Se, in seguito, si accerteranno responsabilità di qualsiasi natura se ne chiederà conto, senza se e senza ma, anche per onorare la memoria di chi ha sacrificato la propria vita per il bene comune”. Il fermato in silenzio, contestato il duplice omicidio – Alejandro Augusto Stephan Meran si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande degli inquirenti: è accusato di omicidio plurimo e tentato omicidio nei confronti del piantone della Questura. La procura ritiene che sussista il pericolo di fuga e di reiterazione di reato e per questo ha chiesto la custodia cautelare in carcere, misura su cui dovrà esprimersi il gip dopo l’interrogatorio di garanzia. Ieri in tarda serata il magistrato di turno e il procuratore, dopo che il primo in Questura aveva sentito il fratello Carlysle, hanno raggiunto l’indagato all’ospedale Cattinara per interrogarlo. I magistrati hanno quindi firmato un decreto di fermo. Sono proseguiti per tutta la notte all’esterno della Questura i rilievi della polizia scientifica. La madre dell’indagato: “Chiedo perdono alle famiglie” – “Mi dispiace tanto, non so come chiedere perdono a queste famiglie. Prego Dio che dia loro pace e che un giorno possano perdonare – dice Betania, la madre del fermato – Mi dispiace per quello che ha fatto mio figlio cosa si può dire ad un padre che perde un figlio o a un figlio che perde il padre? Non c’è nulla che si possa dire per confortare un dolore così”. L’altro figlio della donna, Carlysle, non è risponde del reato contestato ad Alejandro. Entrambi i fratelli, è stato ribadito, sono regolarmente in Italia con due permessi di soggiorno rilasciati per motivi familiari, uno a tempo determinato, l’altro a tempo indeterminato. Conferma la notizia che il fermato soffre di disturbi psichici, e non era seguito dai servizi specifici della città. Anche il fratello del 29enne, con lui in questura al momento della sparatoria, ha inviato il suo messaggio di cordoglio alle famiglie degli agenti: “Mi dispiace tanto per ciò che ha fatto. Chiedo perdono per mio fratello e faccio le mie condoglianze, siamo distrutti tutti quanti”, ha detto durante un’intervista a Stasera Italia Weekend, su Retequattro. “Mio fratello – ha ribadito – è una persona con problemi mentali, si fermava a parlare con il muro. Sapevo già che non era in sé. Quando eravamo in questura mi sono chiuso dentro (una stanza ndr), ho messo un tavolo e delle sedie davanti, ho saltato ovunque perché avevo paura di morire. Mio fratello mi cercava disperato. Io ho trovato un seminterrato e mi sono nascosto perché ho sentito 5-6 spari e ho pensato che stesse venendo giù l’apocalisse”. Lutto cittadino, il terzo agente non è grave – Il terzo poliziotto ferito “è in buone condizioni” ha detto a SkyTg24 il questore di Trieste, Giuseppe Petronzi: “La dinamica è abbastanza chiara. È avvenuta in uno spazio della questura, dove non c’erano altre persone se non le vittime e l’autore del fatto. Azzardare ipotesi sarebbe poco serio e rispettoso”, ha continuato il questore sottolineando che l’omicida “si è impossessato dell’arma” e ha aperto il fuoco. Il sindaco di Trieste ha indetto il lutto cittadino e nella serata di sabato decine di migliaia di persone sono scese in strada per partecipare alla fiaccolata in memoria dei due agenti, dopo il momento della preghiera. La strada davanti all’ingresso della questura e quelle vicino agli uffici ieri teatro della sparatoria sono invase dai triestini. Un silenzio interrotto solo da diversi applausi. Per l’intera giornata, giovani, famiglie e anziani hanno lasciato biglietti e fiori sui gradini d’ingresso.

I due poliziotti uccisi a Trieste avevano salvato un 15enne che voleva suicidarsi. L'intervento 7 giorni fa, raccontato dal questore: "Hanno dimostrato un'estrema delicatezza". La Repubblica il 05 ottobre 2019. Il giorno dopo la tragedia, il cordoglio e il dolore. A Trieste e in tante altre città d'Italia si rende omaggio a Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, i due agenti uccisi nella sparatoria fuori dalla questura di Trieste. Ma tra le tante persone che ricorderanno i due agenti ce ne sarà sicuramente una in particolare: un 15enne che solo 7 giorni fa voleva tentare il suicidio ed è stato salvato da Rotta a Demenego. Il questore Giuseppe Petronzi ha raccontato l'intervento al TgR Friuli Venezia Giulia: "La settimana scorsa non avevamo rivelato ai media di questo intervento". Il 15enne, di cui naturalmente non sono state diffuse le generalità, voleva suicidarsi lanciandosi da un ponte. "Era giunta una segnalazione - racconta Petronzi - secondo cui un ragazzo era su un ponte e stava facendo un'azione inequivocabilmente tesa a lanciarsi nel vuoto". Rotta e Demenego, continua il questore, "sono stati estremamente reattivi nel recarsi sul posto e raggiungere il ragazzo". Gli hanno parlato, "una situazione in cui i ragazzi hanno dimostrato estrema delicatezza", poi sono riusciti ad avvicinarlo e a dissuaderlo.

Sparatoria a Trieste, il Questore: «Una mattanza senza motivo». Pubblicato lunedì, 07 ottobre 2019 su Corriere.it da Giusi Fasano, inviata a Trieste. Trieste, il Questore: «Poliziotti morti senza un perché». «È doloroso dirlo, ma quei ragazzi sono morti senza che si sappia il perché, e un controllo in Questura per un fatto di per sé comunque non grave si è trasformato, a causa della furia dell’indagato, in una tragedia che non verrà presto dimenticata, con vite letteralmente distrutte». Il giudice delle indagini preliminari Massimo Tomassini lo scrive nella parte finale della sua ordinanza. Cinque pagine per confermare il carcere come unica misura possibile nei confronti di Alejandro Augusto Stephan Meran, il dominicano che ha ucciso due poliziotti all’interno della Questura di Trieste, ne ha ferito un terzo e ha provato ad ammazzarne altri sette. «È del tutto chiaro - considera in un altro passaggio il gip - che se già così il bilancio è insopportabilmente pesante, non vi è dubbio alcuno di come il tutto potesse essere ancora peggiore». Nel valutare la capacità criminale dell’indagato il giudice parla di una «aggressività che a dispetto della sua incensuratezza merita la massima attenzione e il massimo rigore», e scrive: «Un soggetto che senza alcun plausibile motivo pone in essere una simile mattanza è soggetto dotato di una carica di antisocialità» che «può essere contenuta» soltanto con il carcere, «risultando impraticabile la misura degli arresti domiciliari proposta dal difensore (...). Molto inquietante poi il fatto che abbia “scarrellato” l’arma sottratta a uno dei due poliziotti, posto che tale gesto, non alla portata di tutti, dà conto di una familiarità con le armi, familiarità che si intuisce anche dalle foto che lo ritraggono mentre impugna le due pistole». Il riferimento è alle immagini riprese dalle telecamere nell’atrio della Questura. Alejandro Meran spara con la pistola che ha in una mano ed esibisce la seconda arma ancora nella fondina, strappata dal cinturone del secondo poliziotto quand’era ormai a terra. Quando finisce i 15 colpi della prima pistola è ormai fuori dalla Questura e se ne disfa buttandola via. È a quel punto che uno dei poliziotti - tra l’altro lo stesso che poi lo bloccherà colpendolo all’inguine - sente il rumore che fanno le pistole quando si «scarrellano», cioè quando si toglie la sicura e si mette il colpo in canna. Tutto questo, dice il gip, «dà conto di una precisa volontà di armarsi e di essere pronto a fare fuoco» e depone a favore della tesi che l’uomo fosse lucido e non nello stato di evidente alterazione psichica di cui invece parlano sua madre e suo fratello Carlysle. «Vi sono in atti frequenti riferimenti a disturbi psichici dell’indagato ma al momento non vi sono documenti medici al riguardo» scrive il giudice. Che lo ritiene, al contrario, presente a se stesso e sposa la linea del procuratore Carlo Mastelloni e del pubblico ministero Federica Riolino: è «pienamente inquadrato nel tempo e nello spazio». Nei passaggi che ricostruiscono i fatti l’ordinanza riporta anche gli orari esatti: alle 16.51 gli agenti Matteo Demenego e Pierluigi Rotta arrivano in Questura con i fratelli Alejandro e Carlysle Meran, alle 16.56 le telecamere dell’atrio riprendono Alejandro con le pistole in mano. Tutto in cinque minuti. I poliziotti che entrano con i due fratelli, Alejandro che chiede di andare in bagno e poi le urla, il primo omicidio, il secondo poliziotto ucciso mentre corre ad aiutare il collega e il conflitto a fuoco che si chiude con la cattura. Alle 17.55 i medici certificano il decesso di Matteo e Pierluigi. «Sono morti pressoché all’istante», scrive il gip.

Gli spari e la seconda pistola. Il killer in fuga dalla questura. Pubblicato lunedì, 07 ottobre 2019 su Corriere.it da Giusi Fasano. Il video dopo l’omicidio degli agenti. I pm: serve una perizia psichiatrica. La procura ha fissato per domani le autopsie sui corpi dei due agenti uccisi. Sono le 16,56. Le telecamere di sicurezza interne alla questura di Trieste riprendono Alejandro Augusto Stephan Meran. Il dominicano ha appena ucciso gli agenti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego. Cerca una via di fuga. Suo fratello Carlysle — barricato nella stanza delle volanti dopo aver sentito i colpi e aver capito che Alejandro aveva colpito i poliziotti — dirà poi a verbale che «mi chiamava, urlava che volevano ammazzarlo e andava avanti e indietro per il corridoio». In quell’«avanti e indietro» sono comprese le immagini riprese nella stanza che si usa per le persone sottoposte a fermo. Si trova in fondo al corridoio e, a differenza del punto in cui sono stati uccisi i due agenti, ha occhi elettronici che registrano. È lì dentro che Alejandro va più di una volta, appunto, nel suo andirivieni in cerca del fratello. Le immagini diffuse ieri dalla Questura lo mostrano soltanto in una delle sue incursioni. Entra. Ha con sé una sola pistola, controlla che dietro la porta non ci sia nessuno ed esce dalla stanza e dalla scena. Le inquadrature successive lo riprendono mentre arriva nell’atrio ma a quel punto le armi che maneggia sono due. Significa che, tornando indietro dalla stanza dei fermati e passando accanto ai corpi dei due poliziotti si è fermato a strappare la fondina con la pistola dal cinturone di Matteo Demenego, ucciso con l’arma di Pierluigi Rotta di cui si era impossessato mente l’agente lo accompagnava in bagno. Quando arriva nell’atrio, quindi, Alejandro ha nelle mani tutte e due le pistole, la seconda ancora nella fondina. Colpisce vedere con quanta freddezza alza le armi ad altezza d’uomo e spara in direzione della guardiola. Non si vede ma davanti a lui c’è il piantone che viene ferito a una mano. Le scene all’esterno lo riprendono mentre prova inutilmente ad aprire una delle volanti parcheggiate. Non ci riesce e allora fugge verso la strada che costeggia la Questura. Ma da lì arriva una Fiat Panda con quattro poliziotti della Squadra Mobile. Gli agenti arretrano, lui (sempre con due pistole in mano) avanza verso di loro passando accanto a un uomo che sembra non accorgersi di nulla. Si nasconde fra le auto parcheggiate. La Panda esce dall’inquadratura e si vede lui nascondersi dietro le auto. Il video diffuso ieri si conclude qui, ma nelle immagini agli atti lo si vede che spara ancora e finisce i 15 colpi della prima pistola, la butta via, poi apre la fondina dell’altra. Un agente lo sente «scarrellare» per far finire il colpo in canna. Le telecamere lo filmano mentre riprende a sparare verso gli agenti della Mobile che aprono le portiere e si buttano a terra rispondendo al fuoco. Lo colpiscono all’inguine. La sua fuga finisce in quel momento. Ieri mattina è stato trasferito dall’ospedale al carcere di Trieste. La procura ha fissato per domani le autopsie sui corpi dei due agenti, ha annunciato di voler chiedere una perizia psichiatrica e ha presentato una serie di richieste di informazioni alla Germania, Paese dove l’omicida ha amici (in Baviera) e dove andava spesso. Fra le richieste anche quella finalizzata alla ricerca di eventuali tracce di problemi di salute mentale affrontati nelle strutture sanitarie tedesche. Gli investigatori stanno inoltre valutando l’ipotesi (finora senza riscontri) che l’uomo sia legato a qualche gang violenta e che magari per questo abbia già avuto a che fare con le pistole data la sua «familiarità», come scrive il gip, con le armi.

Trieste, il killer dei poliziotti "sapeva usare le armi". Disagio psichico? L'ordinanza: "Lucida aggressività". Brunella Bolloli su Libero Quotidiano il 7 Ottobre 2019. Può un malato di mente maneggiare con tale disinvoltura rivoltelle e fondine strappate ai poliziotti in questura? La risposta è no. Gli inquirenti non hanno dubbi sulla «lucida aggressività» che ha caratterizzato l' azione di Alejandro Augusto Stephan Meran, il 29enne domenicano che venerdì ha ucciso due poliziotti, Pierluigi Rotta 34 anni e Matteo Demenego 31, e ha tentato di ammazzarne altri 8 negli uffici della questura di Trieste. Era lucido e consapevole Alejandro detto Tito. Così viene descritto nel decreto di fermo firmato dal pm Federica Riolino. Lucido mentre puntava gli agenti dopo avere scaricato almeno 16 colpi (mentre gli agenti ne hanno esplosi 6 per fermarlo). «Aveva familiarità con le armi», si legge nell' ordinanza. Sapeva cosa faceva.

Dettagli nei filmati - Una lucidità che lo stesso gip, Massimo Tomassini, ribadisce rilevando l' assenza di riscontri oggettivi su una possibile malattia psichica dell'uomo. Eppure la madre dell' omicida, chiedendo perdono, ha spiegato che quel figlio 29enne «sente le voci», è in cura per disturbi neurologici. Ma gli inquirenti non hanno trovato nulla, finora, che attesti un percorso terapeutico del magazziniere 29enne. L' ufficio d' igiene mentale proprio due giorni fa avrebbe dovuto decidere se prenderlo in carico, nulla per ora risulta. Si attendono altre informazioni mediche dalla Germania, dove Meran abitava prima di stabilirsi in Friuli. Solo i familiari conoscevano la vera natura del ragazzo, per questo non lo lasciavano quasi mai da solo: il fratello maggiore Carlysle stava spesso con lui, come venerdì scorso, giorno della tentata mattanza.

Nuovi dettagli sono emersi dalle immagini delle telecamere fuori e dentro la questura. Nei filmati si vede il giovane domenicano sparare come in un film a due mani impugnando le pistole sottratte ai poliziotti uccisi e poi fuggire all' esterno. In quei momenti, mentre Alejandro scatenava il far west, il fratello Carlysle si è barricato in ufficio spaventato. Alejandro gli ha gridato, quasi per assolversi: «Loro mi volevano uccidere». Ma è falso. Nessuno, delle forze dell' ordine, gli ha torto un capello. «Poteva essere una strage», ha dichiarato lapidario il questore Giuseppe Petronzi, «è un dato di fatto». L' omicida «aveva armi in pugno ed era all' interno della questura, fortunatamente e tragicamente c' eravamo solo noi poliziotti, quindi per fortuna non erano esposte altre persone, altrimenti il bilancio avrebbe potuto essere più tragico». Se il numero dei morti si è fermato a due, se a cadere sotto i colpi di Meran sono stati solo i valenti poliziotti poco più che trentenni, Rotta e Demenego, è stato grazie alla prontezza dei colleghi che hanno risposto al fuoco del domenicano e sono riusciti a neutralizzarlo all' esterno dell' edificio. «Abbiamo rischiato di morire anche noi, ci sparava contro ma con la rapidità abbiamo avuto la meglio», ha raccontato uno dei tre agenti della Squadra Mobile. «Stavamo rientrando verso il parcheggio della questura quando ci siamo trovati in mezzo al conflitto. Ci siamo riparati dietro la portiera della macchina e abbiamo risposto al fuoco. Meran è stato ferito e ora è piantonato in ospedale da cui uscirà solo per entrare in carcere. "Figli delle stelle" - Intanto sono stazionarie le condizioni del poliziotto ferito a una mano e ricoverato in Ortopedia a Cattinara. Nell' ordinanza è scritto che il primo a cadere è stato il 34enne agente scelto Rotta, di Pozzuoli, colpito da 4 proiettili; subito dopo è stato ucciso l'agente semplice Demenego, originario di Velletri: 31 anni compiuti il 27 settembre e una grande passione per i balli latino americani. Su Facebook da ieri c' è un video che li mostra insieme, sorridenti e felici. «Dopo tanto tempo "i figli delle stelle" sono tornati. Siamo qui e quindi voi dormite sonni tranquilli», dicono Matteo e Pierluigi. Sono a bordo di una volante, sorridenti, durante un turno notturno. In sottofondo si sente l'intro dell' omonima canzone di Alan Sorrenti. Il video è un ricordo dei due agenti. Si tratta di immagini filmate da loro stessi con un cellulare a inizio turno.

«C' è la volante 2 questa notte», rassicurano, «è tutto a posto. Come sempre si inizia... figli delle stelle..Speriamo bene...e niente... buona notte». Poi il saluto, con un bacio a favore della telecamera. Brunella Bolloli

"Agì con lucidità aggressiva": ecco il volto del killer di Trieste. Dopo aver visionato i filmati della sicurezza interna della questura il gip convalida il fermo del dominicano. Domenico Ferrara e Giuseppe De Lorenzo, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. Alejandro Augusto Stephan Meran non è un pazzo. Almeno per il gip che ha convalidato il suo arresto e che ha condiviso l'impianto accusatorio del pm. Il 29enne dominicano che venerdì scorso ha imbracciato due pistole e ha ucciso Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, rispettivamente di 31 e 34 anni, ha mostrato "lucidità" nella "manovra aggressiva" con cui prima ha ucciso i due agenti della questura di Trieste, ne ha ferito alla mano un terzo e poi, sempre sparando ad altezza d'uomo, "come si evince dai filmati tratti dalla sicurezza interna della questura" ha tentato l'omicidio "di almeno altri 8 agenti", tra cui tre addetti alla vigilanza degli uffici di via Tor Bandena, quattro agenti in forza alla Squadra mobile che erano nell'auto fuori è sono intervenuti per bloccarlo e di un altro poliziotto intervenuto dopo gli spari. È questo il quadro che emerge nel decreto di fermo vergato dal pm Federica Riolino che, sostenendo la presenza di "gravi indizi" di colpevolezza, ha chiesto e ottenuto dal gip, la convalida della misura cautelare. Il 29enne si trovava in questura per il furto di uno scooter. Ha chiesto di andare in bagno e una volta uscito è riuscito a impossessarsi della pistola di Rotta e ad ucciderlo, poi ha ucciso anche Demenego e si è fatto largo nell'atrio della questura con le due semiautomatiche tolte alle vittime - particolare dedotto dalle immagini delle telecamere - prima di essere ferito all'inguine e bloccato da uno degli agenti della Mobile che rientrava in via Tor Bandena. Il fratello dell'arrestato ha sempre fatto riferimento a un disturbo psichico, ma il 29enne non era in cura in nessun servizio di igiene mentale del capoluogo. Per la procura "orientano per una semplice scarsa lucidità solo i farmaci rinvenuti all'esito della perquisizione domiciliare". Un elemento su cui, al momento, la difesa dell'indagato non si pronuncia, ma che avrà un ruolo centrale in sede processuale. Adesso, Meran è piantonato all'ospedale di Cattinara di Trieste. In questa foto di qualche anno fa, che pubblichiamo in esclusiva, indossa una camicia con disegni floreali e ha il piercing all'orecchio sinistro. Si trova in compagnia del fratello Carlysle, entrambi sono sorridenti, come quando a quell'età ci si fa belli per andare a un party. Non è dato sapere se si trovino in Germania o a Ponte nelle Alpi dove ha abitato dal maggio 2017 all'agosto 2018 e dove avrebbe lavorato per qualche giorno come corriere espresso per una ditta. La foto segnaletica che invece hanno diffuso alcuni siti di informazione è ben diversa. Alejandro ha i capelli molto più corti e non ci sono sorrisi. Fonti del Giornale.it hanno fatto sapere che la divulgazione degli audio non ha fatto piacere ai piani alti della questura "anche perché all’interno c’erano alcune notizie non precise" sulla dinamica. La divulgazione delle notizie ora è centellinata ed è stato chiesto, o meglio indicato, di non mandare in giro foto e video. Anche perché, precisano le fonti, si vuole evitare quanto successo a Roma per la fotografia dell’americano bendato. Negli ambienti vicini alla questura continuano a ripetere che "il momento è complicato" e "il dolore è tanto".

Una malattia non certificata, la familiarità con le armi: il passato di Alejandro Meran «Una mattanza senza motivo». Pubblicato lunedì, 07 ottobre 2019 da Fulloni e Fasano su Corriere.it. Chi è Alejandro Meran: «familiarità con le armi», «stranezze e malattie» . Massiccio, tatuato, la mano che pare indicare — chissà — il segno «V» di vittoria. A petto nudo e poi con una maglietta rossa. Sono due foto che spuntano da un vecchio profilo Facebook, risalente a qualche anno fa, di Alejandro Augusto Stephan Meran, 29 anni, origini dominicane, di professione magazziniere, che venerdì pomeriggio ha ucciso, nelle stanze della Questura di Trieste, i due poliziotti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego. E che avrebbe potuto tranquillamente ammazzare altre persone se non fosse stato fermato da altri agenti. L’indagine adesso verte su quella abilità — assai sospetta — che l’uomo ha mostrato nell’uso delle due armi strappate dalle fondine di chi l’aveva arrestato poco prima per il furto di un motorino denunciato dallo stesso fratello del dominicano. Per i familiari Alejandro d’improvviso diventava strano, aveva crisi periodiche. Ma nell’ordinanza d’arresto il gip Massimo Tomassini parla di «una precisa volontà di armarsi e di essere pronto a fare fuoco» e depone a favore della tesi che l’uomo fosse lucido e non nello stato di evidente alterazione psichica di cui invece parlano sua madre e suo fratello Carlysle. «Vi sono in atti frequenti riferimenti a disturbi psichici dell’indagato ma al momento non vi sono documenti medici al riguardo» scrive il giudice. «Molto inquietante poi il fatto che abbia “scarrellato” l’arma sottratta — prosegue il gip — a uno dei due poliziotti, posto che tale gesto, non alla portata di tutti, dà conto di una familiarità con le armi, familiarità che si intuisce anche dalle foto che lo ritraggono mentre impugna le due pistole». Il riferimento è alle immagini riprese dalle telecamere nell’atrio della Questura. Alejandro Meran spara con la pistola che ha in una mano ed esibisce la seconda arma ancora nella fondina, strappata dal cinturone del secondo poliziotto quand’era ormai a terra. Prima che Carlysle si trasferisse a Trieste, nel 2016, per motivi di lavoro, il dominicano — scrive il Messaggero Veneto nell’edizione odierna — aveva vissuto a Udine in un palazzo in via Riccardo di Giusto. I cronisti hanno trovato qualche testimonianza. «Alejandro Meran – racconta un giovane – si sedeva spesso sul muretto che c’è davanti al palazzo e se ne stava lì per ore. Qualche volta siamo andati insieme a comprare le sigarette, ma a parte questo non lo conoscevo bene». «Si capiva che aveva qualche problema – dice un altro residente nel quartiere –, ma si faceva finta di niente e lui qui è sempre stato tranquillo». I Carlysle prima abitavano in Germania, i medici avevano parlato di «disagio psichico», era stato in cura, assumeva farmaci per ristabilire il suo equilibrio. Poi l’arrivo in Italia, per qualche tempo nel Bellunese, a Ponte nelle Alpi, infine Trieste. intanto continueranno anche oggi le indagini e gli interrogatori dei testimoni per stabilire esattamente cosa è accaduto venerdì 4 ottobre all’interno della Questura. L’idea in ogni caso è anche quella di scavare nel suo passato per capire da dove arrivi quella sua dimestichezza con le armi. Potrebbe invece slittare a metà settimana il completamento degli esami autoptici e di conseguenza il nulla osta della Procura allo svolgimento dei funerali. Il Gip sabato ha confermato il fermo del 29enne di origini dominicane che davanti al giudice si è avvalso della facoltà di non rispondere. Meran, ferito all’inguine mentre cercava di allontanarsi dalla Questura, è ancora ricoverato nel reparto di Medicina d’urgenza dell’ospedale di Cattinara, controllato a vista da 4 agenti della polizia penitenziaria. Nella stessa struttura è anche ricoverato il poliziotto colpito da un proiettile alla mano.

Il passato violento del killer: "Era grosso e ci faceva paura". I vicini di casa di Alejandro a Ponte nelle Alpi lo ricordano come aggressivo: "Ci minacciava, siamo stati fortunati". Chiara Sarra, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. "Siamo stati fortunati". A dirlo sono gli ex vicini di casa di Alejandro Augusto Stephan Meran e di suo fratello Carlysle. Per circa un anno (dal maggio 2017 all'agosto 2018) i due fratelli dominicani hanno vissuto a Ponte nelle Alpi, in provincia di Belluno. Entrambi lavoravano per una grossa ditta di spedizioni e abitavano in un appartamento della frazione di Pian di Vedoia. Ora, dopo la sparatoria in questura a Trieste, di Alejandro emerge un passato violento. Qualcuno lo ricorda come non perfettamente sano di mente - anche se pare non sia mai stato in cura per problemi psichici -, ma soprattutto aggressivo. In realtà il 29enne aveva lavorato solo per pochi giorni. Passava le sue giornate ad allenarsi in casa con la musica a tutto volume. "Era grande e molto muscoloso, face­va paura", dicono i vicini, "Ci minacciava, era violento. Aveva un carattere molto aggressivo". Aleandro viene descritto come una persona irascibile, "molto prepo­tente e arrogante". "Alejandro Augusto era una per­sona che era meglio evitare", spiega qualcuno al Gazzettino, "Anche perché era grosso, alto uno e novanta circa, e si capiva bene che aveva anche grandi problemi psichici. Non potevi dirgli niente. Anche se non facevano la loro parte nelle pulizie nell'edificio, non si pote­va proprio dire nulla, perché lui faceva paura. Eravamo disperati. Sono persone che arrivano da paesi di violenza e se la portano dietro. Alla fine, fortunatamente, se ne sono andati. Ci avevano det­to verso la Germania". In realtà i due si sono trasferiti dopo che la proprietaria dell'appartamento ha scoperto che in quella casa abitavano in quattro e non due come da contratto. Si sono trasferiti a Trieste. La città dove, venerdì scorso, Alejandro ha rubato lo scooter a una donna e dove Carlysle lo ha denunciato alla polizia. Dando così il via alle circostanze che hanno portato alla morte di Matteo Demenego e Pierluigi Rotta.

Davide Milosa per “il Fatto Quotidiano” il 6 ottobre 2019. Ventiquattro ore dopo il duplice omicidio di due agenti di polizia in Questura a Trieste, è tempo del cordoglio, ma anche di indagini che inevitabilmente innescano dubbi e polemiche. Non è certo un bel sentire dopo la morte dell' agente scelto Pierluigi Rotta, 34 anni, e dell' agente semplice Matteo Demenego, 31 anni, sui cui destini sarebbe giusto far scendere un amorevole silenzio. Invece tutto si ribalta. E ora sul piatto c'è il tema delle fondine dei due poliziotti. Entrambe sono state sequestrate, come anche le armi. Atto primo di una futura perizia che sarà decisiva per orientare l' inchiesta. Si procede con l' accusa di omicidio plurimo a carico di Alejandro Augusto Stephan Meran, dominicano di 29 anni, il quale ieri non ha risposto al magistrato. Nessuna accusa, invece, a carico del fratello 32enne. È stato lui, venerdì pomeriggio, a chiamare la polizia e a convincere il fratello a consegnarsi. Ma torniamo all' inchiesta e alle fondine delle pistole. Per quanto risulta dalla ricostruzione, Meran uscito dal bagno ingaggia una colluttazione con Rotta, riesce poi a rubargli l' arma e fa fuoco. Demenego allertato dagli spari si avvicina e viene colpito. Quando è a terra, Meran addirittura gli strappa dal cinturone l'intera fondina con la Beretta inserita. Su questo si innesta la polemica sollevata dal Sindacato autonomo di polizia (Sap) per il quale "al primo agente è stata sfilata la pistola perché aveva una fondina vecchia, in quanto quella in dotazione gli si era rotta. Al secondo agente ucciso, la fondina sarebbe stata strappata dalla cintura". Fondine vecchie o difettose, questo giustificherebbe l' intera vicenda? Nemmeno per sogno e ne sono convinte anche nei sindacati, a cominciare dall' Associazione funzionari (Anfp). La risposta del Dipartimento di pubblica sicurezza è stata netta: "Speculazioni odiose" e forse anche premature. Secondo fonti sindacali, Rotta aveva in dotazione una fondina in cordura, quella classica che viene fornita assieme al cinturone. Questo tipo di fondina ha una sicura per l' arma costituita da una semplice linguetta che in molti casi l' agente toglie senza nemmeno accorgersene. Ancora prima di questa fondina, c' era la classica in pelle bianca senza sicura se non una semplice clip. Demenego, invece, avrebbe avuto in dotazione la fondina nuova con un sistema rotante per quando l' agente si siede nella Volante. Queste fondine sono state denunciate dal Sap perché ritenute difettose e in molti casi sono state ritirate. Che le armi dei due agenti fossero o meno legate al correggiolo è ancor meno rilevante. Fatta la storia delle fondine, nulla cambia. Sicura o non sicura, fondina nuova o vecchia, tutto nasce dalla follia di Meran, il cui disagio psichico confermato ancora ieri dalla madre non era mai stato certificato. Nel momento in cui il dominicano ruba la pistola si trova in mano con buona probabilità un' arma con il colpo in canna, altrimenti avrebbe dovuto armarla perdendo tempo prezioso. Ma anche questa è polemica sterile. Tenere il colpo in canna con o senza sicura all' arma è, a oggi, a totale discrezionalità dell' operatore. Qualche vecchio agente poi ha sollevato il problema delle manette che non sono state usate. Va detto però che il dominicano non era stato fermato in flagranza. Meran non è uno spacciatore inseguito e ammanettato come capita di vedere spesso nelle nostre città. Meran chiama la polizia e si consegna. Quando arriva in Questura c' è anche il fratello. Addirittura scherzano con gli agenti. La situazione è chiaramente rilassata, il che giustifica in tutto e per tutto il non utilizzo delle manette. E così torniamo al punto di partenza. Alla fatalità di un evento che semmai, ci spiega un importante dirigente della Polizia di Stato, "dimostra quanto sia pericoloso il nostro mestiere, ogni giorno, per ogni banale accompagnamento". È il calcolo del rischio che corre sempre su un crinale pericoloso. Il questore Giuseppe Petronzi, poliziotto di grande esperienza, ha spiegato che "la dinamica è chiara, ma fare ipotesi al momento non è serio". Dagli ultimi rilievi emerge che Meran ha esploso 23 colpi usando entrambe le pistole. Il duplice omicidio è avvenuto in uno spazio chiuso dove erano presenti solamente le due vittime e Meran. Ieri sia la madre che il fratello dell' assassino hanno chiesto scusa ai parenti delle vittime. "Non so come chiedere perdono a queste famiglie", ha detto la madre Betania. Prego Dio che dia loro la pace e che un giorno possano perdonare". "Mi dispiace tanto - ha aggiunto Carlysle Stephan Meran - mio fratello ha fatto un disastro". Venerdì pomeriggio al telefono con la polizia lui aveva detto che Alejandro "era molto agitato". Un' agitazione che, però, è rimasta sotto traccia fino a quando è esplosa all' improvviso.

Da tg24.sky.it il 7 ottobre 2019. "Buonasera, i figli delle stelle sono tornati". A parlare davanti alla telecamera di un telefonino è l'agente Matteo Demenego, in turno insieme al collega e amico Pierluigi Rotta. Il video, diffuso anche sull'account Facebook della Polizia di Stato, mostra i due poliziotti uccisi il 4 ottobre a Trieste a bordo della volante mentre si rivolgono ai cittadini, augurando a tutti di "dormire sonni tranquilli,", perché "la volante due veglia su di voi, buonanotte". In sottofondo, la musica del brano "Figli delle stelle" di Alan Sorrenti. "In quel "dormite sonni tranquilli" c'è tutta la missione, la responsabilità, la dedizione al prossimo che erano alla base della scelta di Pierluigi e Matteo". È quanto si legge sull'account Facebook della polizia di Stato a commento del video. "Una finestra di qualche istante sull'orgoglio di indossare la divisa della Polizia di Stato per servire la gente - sono ancora le parole del post -, la storia di una grande amicizia. Proteggeteci anche da lassù, tra le stelle".

Valentina, la fidanzata dell’agente ucciso Demenego: «Nulla ora ha più senso». Pubblicato domenica, 06 ottobre 2019 da Corriere.it. «Ti voglio ricordare così amore mio, felice e sorridente. Mi hai cambiato la vita e hai continuato a farlo giorno dopo giorno... Ti hanno portato via da me, ma tu vivi in me, tu sei parte di me! ... Avevamo così tanti progetti in serbo per noi, una casa, un figlio e il matrimonio. Ma purtroppo il destino ha deciso così, ciao vita mia... ». Sono queste le parole con cui Valentina Sorriso Saponaro ha ricordato su Facebook il fidanzato Matteo Demenego, uno dei due poliziotti uccisi nella sparatoria avvenuta all’interno della Questura di Trieste. L’agente aveva appena compiuto 31 anni e insieme alla compagna, 25 anni, aveva grandi progetti per la sua vita.Nella giornata di ieri era arrivato anche il messaggio di Fabio Domenego, padre della vittima: «Ciao mio eroe. Ora sei il nostro angelo custode». A perdere la vita anche l'agente Pierluigi Rotta, 34 anni.

Fabio Tonacci per “la Repubblica” il 7 ottobre 2019. Chi è davvero Alejandro Stephan Meran? Prima della mattanza di Trieste, il dominicano dal fisico robusto e coi capelli rasta è, per le autorità italiane, un uomo qualunque. Ventinove anni, incensurato, titolare di una carta di soggiorno ottenuta un paio di anni fa, nessuna denuncia, nessun referto medico che ne attesti un qualsiasi disturbo mentale. Pulito. Vive con la madre nella mansarda di un palazzo del centro di Trieste. È un invisibile. Eppure, è lo stesso uomo che alle 16.56 di venerdì scorso avanza sparando nell' atrio della questura, tra i proiettili di chi prova a fermarlo: nella mano destra la pistola che ha strappato all' agente scelto Pierluigi Rotta, nella sinistra la Beretta 92 dell' agente Matteo Demenego, ancora incastrata nella fondina. Ha appena ammazzato i due poliziotti con undici colpi a bruciapelo, senza lasciar loro il tempo di difendersi («da parte delle vittime - scrive il gip - non c' è stata reazione»). Ed è lo stesso uomo che uscito all' esterno, nel panico generale, con un gesto rapido e automatico scarrella la pistola di Demenago per mettere il colpo in canna. Pronto a svuotare il secondo caricatore. Quindi, e ancora: chi è davvero Alejandro Meran? Il passato del dominicano è l' enigma di questa storia. Gli investigatori della Squadra mobile di Trieste, cui sono state affidate le indagini sulla sparatoria in questura, non credono al giorno di ordinaria follia di un uomo instabile. Non è plausibile, insomma, che prima di venerdì scorso, non avesse mai impugnato una pistola. Troppo agio nel maneggiare le fondine dei poliziotti che ha ucciso (quella di Demenago, oltretutto, era in polimeri, di ultima generazione, con una doppia sicura da togliere per estrarre la Beretta). Dubbi robusti li ha anche il gip Massimo Tommassini, che ne ha convalidato il fermo disponendo la custodia in carcere: «Molto inquietante lo scarrellamento: il gesto non è alla portata di tutti e dà conto della familiarità con le armi». L' indagine dunque si sposta in Germania, perché lì Alejandro ha vissuto insieme alla madre Betania e al fratello maggiore Carlysle prima di trasferirsi in Italia. Ed è lì che si può trovare la chiave per risolvere l' enigma. Nei prossimi giorni gli inquirenti inoltreranno una formale richiesta di collaborazione alla polizia tedesca, attraverso il circuito della collaborazione internazionale e l' Interpol, per verificare l' esistenza di eventuali precedenti penali, denunce o segnalazioni che lo abbiano riguardato. Ed anche per capire se sia stato mai ricoverato in qualche istituto di igiene mentale. Se non dovesse risultare nulla, gli inquirenti non escludono di estendere il raggio della ricerca fino alla Repubblica Dominicana. Dei suoi trascorsi in terra tedesca, finora, sappiamo solo ciò che la madre Betania ha raccontato ai giornalisti in un paio di interviste. «Seguiva una terapia per i disturbi mentali di cui soffre da sempre, ma quando siamo venuti in Italia l' ha interrotta». Anche negli atti dell' inchiesta c' è poco è niente. «Risulta che abbia contatti e appoggi in Germania », scrive il gip Tomassini, il quale nel tratteggiare il profilo del killer, usa parole pesanti. «Quello che ha fatto dà conto di una aggressività e di una spinta crimonogena che, ad onta della sua incensuratezza, merita il massimo rigore». Alejandro, ha rivelato Carlysle, ha un legame molto stretto con una persona, che vive tra l' Italia e la Germania e che diventa ora il testimone chiave per capire quali giri frequentasse. A Trieste Alejandro non sembra avere un lavoro, a differenza di Carlysle che ha un part-time come magazziniere. Lo vedono ciondolare spesso dalle parti del disco bar Las 3 Babys, ora gestito da sudamericani e, in passato, chiuso più di una volta per rissa e spaccio. Siamo a Barriera Vecchia, il quartiere multietnico della comunità serba e albanese, «zona di traffici poco chiari, dove è facile nascondersi», secondo la descrizione che ne fanno gli stessi triestini. I vicini di pianerottolo, nel palazzo di via Caccia dove condivide la mansarda con sua madre, aggiungono poco. «Mai visto dare di matto, né urlare o fare cose strane», racconta la signora del piano di sotto. «Anche la notte prima della sparatoria in questura non ho sentito niente di strano». Piantonato all' ospedale di Cattinara e ferito all' inguine, Alejandro Meran tace. Nell' interrogatorio di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Non si sa come abbia fatto a sottrarre la pistola di Rotta, mentre veniva accompagnato al bagno nel corridoio del reparto Volanti. Forse lo ha sopraffatto fisicamente, prendendolo alla sprovvista. Solo lui può dirlo. Di certo sapeva come e perché bisogna scarrellare una Beretta 92 calibro 9, se il colpo non è già in canna. «Charly, mi vogliono uccidere... dove sei?», urlava indiavolato, avanti e indietro nel corridoio, dopo aver colpito i due agenti che l' avevano portato lì solo per un accertamento dopo il furto di uno scooter. Charly, il fratello "buono", era nascosto sotto il tavolo, terrorizzato, barricato nella stanza. Anche lui incapace di decifrare l'enigma.

Fabio Biloslavo per “il Giornale” il 7 ottobre 2019. Il killer dominicano, Alejandro Augusto Stephan Meran, che ha ucciso due poliziotti nella Questura di Trieste e ferito un terzo agente non è un Rambo improvvisato da video games, ma «aveva familiarità con le armi». Il gip, Massimo Tomassini, lo scrive a chiare lettere nell' ordinanza di convalida della custodia cautelare. Le telecamere interne inquadrano l' assassino mentre spara con le due pistole strappate alle vittime. La seconda era ancora nella fondina anti estrazione, ma l' hanno sentito mettere il colpo in canna. All' esterno della Questura, intercettato da tre agenti della Squadra mobile, ha aperto il fuoco contro la loro auto senza insegne colpendo il montante ad altezza d' uomo. «Dati oggettivi che dimostrano dimestichezza o almeno scioltezza nell'uso dell' arma» spiega al Giornale un investigatore che si occupa del caso. Il Gip sottolinea che poteva essere «una mattanza». Stephan Meran, imputato di omicidio plurimo e tentato omicidio ha sparato ad 8 poliziotti dentro e fuori la Questura ferendone uno alla mano sinistra. Il capo della Mobile, Giovanni Cuciti, ha dichiarato che sono stati esplosi in tutto 22 colpi. Il killer dominicano ha tirato il grilletto 15 volte con la prima pistola portata via all' agente Pierluigi Rotta e uno o due con la seconda della vittima Matteo Demenego. «Hanno sentito che metteva il colpo in canna della calibro nove strappata con tutta la fondina all'agente Demenego dopo avergli sparato» spiega un investigatore. Il gip sostiene che l' assassino ha dimostrato «lucidità» portando avanti senza indugi «un' azione aggressiva». Sulla malattia mentale denunciata dai familiari il pubblico ministero, Federica Riolino, non ha trovato alcun riscontro a parte alcuni «farmaci rinvenuti all' esito della perquisizione domiciliare». Il questore di Trieste, Giuseppe Petronzi, alla domanda se è stata evitata una strage ha risposto in maniera lapidaria: «E' un dato di fatto: i video mostrano fasi concitate e drammatiche». Da dove spunta il killer immigrato da 7-8 anni in Italia, che sembra avere «familiarità con le armi»? Stephan Meran ha vissuto con il fratello Carlysle dal 2017, almeno per un anno, a Ponte delle Alpi, comune di appena 8.194 anime. E faceva il magazziniere a Belluno. Il futuro assassino, fermato una volta ad un posto di blocco, risulta incensurato. Il fratello era stato trovato con una scimitarra in macchina e segnalato per porto abusivo di arma da taglio. E proprio da Ponte delle Alpi sono partiti due jihadisti balcanici per la Siria legati all' imam dell' Isis Bilal Bosnic, oggi in carcere in Bosnia. «Al momento non risulta alcuna contaminazione con ambienti jihadisti. Al contrario i due fratelli, come la famiglia, sono molto legati alla religione cristiana» spiega al Giornale una fonte dell' antiterrorismo. I fratelli Stephan Meran erano arrivati nel bellunese dall' Aquila e prima ancora da Udine, dopo la Germania, grazie ad un ricongiungimento familiare. Si sta indagando sul passato europeo del killer. Oggi dovrebbero arrivare i primi riscontri dalla Germania anche sulla supposta patologia psichiatrica e le cure in territorio tedesco. Non è chiaro da quanto tempo si trovasse nello spazio Schengen, ma era in possesso di un regolare permesso di soggiorno in Italia. Il pluriomicida di 29 anni dove ha imparato ad usare le armi? Difficile che abbia potuto farlo attraverso i video games, ma forse ha fatto il militare oppure è stato affiliato a bande latino americane, che solitamente sono sanguinose e ben armate. Intanto l' uomo si trova ricoverato al sesto piano dell' ospedale di Cattinara a Trieste, nel reparto di Medicina d' Urgenza. Il killer è sorvegliato a vista da un agente della penitenziaria, che staziona con lui nella stessa stanza, e da altri tre poliziotti che controllano dall' esterno. Nessuno può avvicinarlo soltanto il personale medico.

Dalla Germania all’Italia, tra lavoro e farmaci. I demoni di Alejandro nella sua mansarda. Pubblicato domenica, 06 ottobre 2019 da Corriere.it. A lejandro dalla scorsa primavera viveva in un dignitoso palazzo ottocentesco nel centro di Trieste, zona Barriera Vecchia. Un’ampia mansarda al quinto piano, niente ascensore, scale in pietra, una pianta ad abbellire ogni pianerottolo. «L’avrò incrociato una decina di volte. Lui e il fratello. Buongiorno, buonasera, niente di più. Ragazzi tranquilli. Non ricordo mai rumori strani, oppure feste» racconta Marianna Sillitti, che abita con la madre proprio al piano di sotto. Ma la vita di Alejandro Augusto Stephan Meran, 29 anni, origini dominicane, di professione magazziniere, quando si rinchiudeva dentro casa era tutt’altro che tranquilla. Un demone lo consumavo dentro, le ombre gli minavano il cervello. I familiari lo sapevano e non lo perdevano mai di vista. A casa Meran raccontano che Alejandro all’improvviso diventava strano. Il fratello Carlysle lo aveva visto a volte parlare con il muro, «spesso non era in sé». Prima abitavano in Germania, i medici avevano parlato di «disagio psichico», era stato in cura, assumeva farmaci per ristabilire il suo equilibrio. Poi l’arrivo in Italia, per qualche tempo nel Bellunese, a Ponte nelle Alpi, infine Trieste. Alejandro aveva crisi periodiche, quando si presentavano il fratello e la madre Betania sapevano cosa fare, le medicine riuscivano a calmarlo. Ma venerdì mattina si rendono conto che questa volta è peggio del solito. La madre chiede aiuto al servizio di igiene mentale. Spiega che il suo «Tito», come lo chiama lei, la sera prima le ha detto di «sentire delle voci, che ha paura che qualcuno lo vuole ammazzare, che lo stanno perseguitando». La madre è preoccupata soprattutto perché è tornato a casa con un motorino non suo, l’ha rubato non sa a chi. A questo punto dall’ufficio di igiene mentale le consigliano di avvertire immediatamente del furto la Questura. E le danno appuntamento per il giorno dopo, sabato mattina, per capire cosa si può fare per la salute del figlio. La madre ne parla con Carlysle, è lui a chiamare gli agenti, che si presentano a casa nel pomeriggio con due volanti accompagnate da un’auto del 118. Niente fa ipotizzare quello che sta per succedere. Alejandro sembra tornato sereno, i poliziotti lo trovano «pacato e collaborativo». Il fratello e la madre però lo conosco bene, sanno che nella sua mente adesso c’è un tarlo in più, che dovrà rispondere di quel furto, che questa volta l’ha fatta grossa, che i suoi tormenti non potrà più tenerli nascosti dentro casa. Gli agenti chiedono così anche alla madre di venire in Questura, per accompagnare e rassicurare il figlio. I due fratelli vanno avanti, lei sale sulla seconda auto, che si attarda di qualche minuto. Quando arriva, Alejandro ha già preso le pistole ai poliziotti, ha sparato uccidendone due. Il suo «Tito» non è più un ladro di motorini ma un assassino. Lei non si dà pace, il giorno dopo continua a scusarsi: «Non si può dire nulla che possa confortare un padre che perde un figlio, o un figlio che perde un padre. Mi dispiace tanto, ha distrutto due, tre famiglie. Noi siamo persone credenti, abbiamo paura di Dio». E poi aggiunge: «Non pensavo che mio figlio potesse fare una cosa del genere. Lui non è in grado, è malato di mente». E non sembra un modo per giustificarlo, piuttosto è come ammettere le proprie responsabilità, come dire che ci ha provato in tutti i modi, ma non è riuscita a salvarlo. Dicono che Alejandro Augusto Stephan Meran abbia sempre alternato momenti di turbamento a lucidità. La stessa che ha spinto a motivare il suo fermo per il «concreto pericolo di fuga». Anche di fronte al Gip lui non ha detto niente, ma viene ritenuto perfettamente consapevole di quello che ha commesso e in grado di allontanarsi, per esempio tornando in Germania dove ha «mantenuto rapporti amicali». Anche a Trieste lui e il fratello frequentavano tanta gente. I vicini ricordano di avere incrociato sulle scale tanti giovani, come è normale che fosse per quell’età. Mai nulla di anomalo, vite all’apparenza normalissime. E ancora adesso fanno fatica a credere che a sparare ai due poliziotti sia stato proprio il ragazzo del quinto piano.

Giusi Fasano per il “Corriere della Sera” il 6 ottobre 2019. Non soltanto Pierluigi e Matteo. Alejandro Augusto Stephan Meran ha tentato di uccidere «almeno altri otto agenti, di cui tre addetti alla vigilanza, quattro della squadra mobile e uno che cercò di aiutare i colleghi dopo aver sentito gli spari». Quindi, se i colpi sparati ad altezza d' uomo fossero andati tutti a segno, i poliziotti morti oggi sarebbero dieci. Questo dice il decreto di fermo che ieri sera il giudice delle indagini preliminari Massimo Tomassini ha convalidato mantenendo l' impostazione della Procura. E cioè: nulla prova che l' assassino dell' agente scelto Pierluigi Rotta e del suo collega e amico Matteo Demenego abbia qualche tipo di problema mentale. Al contrario: è un uomo che «ha dimostrato» di non avere freni alle sue «spinte criminali» e di essere «soggetto pienamente inquadrato nel tempo e nello spazio». Quindi il gip, come il procuratore capo Carlo Mastelloni e il suo pubblico ministero Federica Riolino, non sono per nulla convinti dello stato di alterazione mentale di cui parlano i familiari di Alejandro. «Allo stato», scrivono, il solo dettaglio che «orienta verso una semplice scarsa lucidità» è il ritrovamento di «farmaci rinvenuti durante la perquisizione domiciliare, ma non risulta in atti alcuna traccia di visite specialistiche fatte in Italia, né risulta documentato l' episodio citato dal fratello di cui l' uomo si sarebbe reso protagonista in terra tedesca» (è il racconto di una circostanza in cui Alejandro avrebbe perso il controllo delle sue azioni, ndr ). L' episodio «in terra tedesca» riguarderebbe un periodo in cui l' intera famiglia Stephan Meran viveva in Germania, qualche anno fa. E proprio in Germania Alejandro avrebbe «amici di riferimento» che per i magistrati spiegherebbero il pericolo di fuga. Perché avrebbe appoggi sufficienti per organizzarsi la vita, perché «si è dichiarato magazziniere e quindi in grado di sostenersi» e perché ha «la lucidità sufficiente» per «uccidere i due poliziotti e poi colpirne un altro facendo fuoco con la mira ad altezza d' uomo» e «per rendersi conto della grave condizione giuridica in cui versa». Lui è ricoverato e piantonato all' ospedale di Cattinara (ferito all' inguine). Alejandro ha scaricato contro i due poliziotti l' intero caricatore della pistola d' ordinanza di Pierluigi Rotta (12 colpi) e ha premuto il grilletto altre volte anche con l' arma sottratta a Matteo Demenego quando era ormai a terra esanime (in tutto sono almeno 17 i colpi sparati). L' ipotesi ritenuta più probabile è che la pistola del primo poliziotto ucciso avesse già il colpo in canna e niente sicura quando è finita nelle mani dell' omicida. Forse proprio perché l' agente stava per usarla quando è stato disarmato. Questo avrebbe facilitato l' aggressione dell' uomo che a quel punto non avrebbe fatto altro che premere il grilletto (senza «scarrellare» l' arma e togliere la sicura). Non è chiaro se fosse nelle stesse condizioni anche la seconda pistola, presa dall' assassino assieme alla fondina. Lo si vede in un filmato registrato nell' atrio della Questura: in una mano impugna un' arma puntata ad altezza d' uomo verso il piantone (ferito a una mano), nell' altra stringe la pistola che è ancora dentro la fondina e che userà pochi istanti dopo, fuori dalla Questura. Sugli stessi gradini che Alejandro ha fatto di corsa cercando la fuga, adesso c' è una montagna di fiori, bigliettini, disegni, libri, ceri. Qualcuno preferisce lasciare il suo omaggio all' interno, nello stanzone dell' ingresso dedicato da sempre ai «Caduti nell'adempimento del dovere», come dice la scritta sul marmo. Molti, moltissimi giovani arrivano in lacrime, si fermano a pregare. Nei corridoi dove due giorni fa risuonavano gli spari solo occhi lucidi, abbracci, ricordi. I parenti dei due agenti, arrivati dalla Campania, si sono stretti in un abbraccio comune, assieme a tanti poliziotti e al questore, Giuseppe Petronzi. «Giustizia, giustizia, se la meritano» ha detto entrando la madre di Pierluigi. Il padre di Matteo, Fabio Demenego, ha scritto in un post su Facebook, «ciao mio eroe, ora sei il nostro Angelo Custode». Fra le mille e mille parole di cordoglio della giornata ci sono anche quelle del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che esprime «affetto, riconoscenza e dolore» di tutto il Paese per gli agenti uccisi. Affetto, riconoscenza e dolore anche dalla famiglia di un adolescente che il 25 settembre voleva uccidersi. Lo hanno salvato Pierluigi e Matteo.

Michela Allegri per “il Messaggero” il 6 ottobre 2019. Dalla Repubblica Dominicana alla Germania, dall'Aquila a Belluno, fino a Trieste. Un passato trascorso in un centro di igiene mentale tedesco e nessun ricovero in Italia, nonostante il giorno prima di rubare la pistola a un poliziotto nella questura di Trieste, uccidere lui e un suo collega, rubare un'altra arma e seminare il panico, Alejandro Augusto Stephan Meran, 29 anni, detto Tito, fosse già in preda alla follia, convinto di sentire voci di uomini che lo volevano uccidere. E invece, è stato lui a trasformarsi in un killer spietato, prima di rinchiudersi in un ostinato mutismo di fronte al gip che, dopo la mattanza, lo ha sentito per l'interrogatorio di convalida. Nessuna accusa a carico del fratello Carlysle, 31 anni. Era stato lui a denunciare Alejandro, che la mattina dell'omicidio aveva rubato un motorino. «Ha problemi psichici», aveva detto agli agenti. «Tito ha combinato un altro guaio», aveva detto invece alla madre. Ma non si sarebbe mai immaginato che avrebbe impugnato due pistole e avrebbe iniziato a sparare all'impazzata, uccidendo due persone, ferendone una terza, rischiando di colpire molti altri agenti e passanti. Spaventato a morte, Carlyse si è nascosto in un ufficio della Questura. Aveva paura che il fratello uccidesse pure lui. E pensare che era proprio Carlysle l'unico con un precedente preoccupante in famiglia, secondo quanto risulta alle forze dell'ordine: nel 2017, durante un controllo di polizia, era stato fermato con una scimitarra e denunciato con l'accusa di porto di arma abusiva e possesso di oggetti atti ad offendere. «Mi dispiace tanto per ciò che ha fatto. Chiedo perdono per mio fratello e faccio le mie condoglianze, siamo distrutti tutti quanti», continuava a ripetere ieri, ancora incredulo. Il permesso di soggiorno dei due fratelli era regolare. Alejandro ha la carta di soggiorno di familiare di cittadino dell'Ue. Mentre Carlysle ha un permesso di soggiorno per motivi di famiglia con scadenza nel 2020. Prima di trasferirsi in provincia di Belluno e poi a Trieste, sembra che Alejandro avesse fatto una richiesta di ricongiungimento con la madre all'Aquila, anni fa. Poi, il trasloco. I fratelli Meran, spiega il questore di Belluno Lidia Fredella, avrebbero abitato a Ponte nelle Alpi fino al 2017. Anche se alcuni residenti dicono di averli visti lì fino alla scorsa primavera. Quindi, il trasferimento a Trieste, la mente di Alejandro che non dà tregua. Il ragazzo è incontenibile, ma probabilmente il suo disturbo viene sottovalutato. Prima, diventa un criminale - rapina una turista - poi, diventa un omicida. Ora si trova in ospedale, piantonato dalla Polizia.

Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano” il 6 ottobre 2019. Siamo alle solite. Un delinquente, forse malato di mente, aggredisce due poliziotti, li disarma in questura e li fredda. Ci si domanda come sia possibile che giovanotti in divisa, robusti e prestanti, siano stati sorpresi e soppressi da un ragazzotto che aveva appena rubato un ciclomotore o uno scooter. La risposta è semplice ed esaustiva. Il nostro Paese è intriso di cultura di sinistra più propensa a tutelare i criminali che non coloro che li combattono. Cosicché gli agenti sono vincolati a rispettare protocolli assurdi che li pongono in condizioni di inferiorità di fronte a qualunque farabutto. Un esempio, essi non sono autorizzati a usare le manette se non in casi estremi. Praticamente mai, a meno che non si tratti di portare in galera un cittadino in attesa di giudizio. Basta questo a fotografare l' assurdità dei regolamenti che, se violati, comportano provvedimenti contro i difensori dello Stato. C' è molto di più che facilita le storture. Le fondine in dotazione al personale spesso sono difettose, antiquate. Così le armi. I poliziotti sono mal pagati e peggio addestrati. Sono visti persino dai loro superiori quasi quale carne da macello o comunque manovali della legge. Sorvoliamo sui mezzi a disposizione del corpo. Tuttavia, ciò che complica il lavoro delle nostre guardie è la mentalità di chi li guida frenandone l' attività anticrimine. Poi però, allorché succedono misfatti tipo quello di Trieste, si scatenano il piagnisteo istituzionale, le dichiarazioni commosse, la retorica di circostanza, la voglia di funerali. Tutto questo è rivoltante. Da cinquanta anni e forse più i progressisti gridano ai quattro venti che gli uomini addetti alla difesa dei cittadini siano fascisti e servi del potere quando invece sono costretti a condurre una vita grama. Per di più essi vengono ammazzati e liquidati con una manciata di lenticchie e, nonostante ciò, la gente li guarda dall' alto in basso quasi fossero esseri inferiori. Una remunerazione adeguata e dignitosa potrebbe restituire prestigio a coloro che pattugliano le strade, eppure non basterebbe: la politica cessi di alimentare pregiudizi che coprono di disprezzo chi rischia la pelle per salvare la nostra.

Fausto Biloslavo per “il Giornale” l'11 ottobre 2019. Alejandro Augusto Stephan Meran, il killer dei poliziotti nella Questura di Trieste, sarebbe stato arrestato per traffico di droga a casa sua, in Repubblica Dominicana, secondo un' informativa della Dndc, la Direzione nazionale antidroga del paese caraibico. La conferma arriva da Santo Domingo grazie ad Alicia Ortega, une delle più famose giornaliste investigative dell' isola. A Trieste gli investigatori spiegano di non avere ancora ricevuto queste informazioni. «Per ora non abbiamo riscontri del genere, ma siamo in attesa di ricevere per vie ufficiali informazioni dettagliate dalla Repubblica Dominicana» spiegano da Trieste. Nell' informativa dell' antidroga di Santo Domingo, che fornisce anche una foto del killer dei due poliziotti con un filo di pizzetto e sguardo triste, corrispondono anche il numero di passaporto, in possesso degli inquirenti italiani, l'età, 29 anni e il luogo di nascita, Comendador, il capoluogo della provincia di Elías Piña. Un'area al confine con Haiti dove passano le vie del narcotraffico caraibiche. Su Alejandro ci sono «tre fascicoli della Dncd» e sarebbe «stato in carcere nel Paese per traffico di droga» si legge nell' informativa, dove «ha scontato la pena». Forse potrebbe trattarsi solo di un fermo o le accuse magari sono cadute in seguito, ma le certezze si avranno solo con l' arrivo della documentazione ufficiale richiesta dagli inquirenti del capoluogo giuliano. Le notizie che arrivano dall' antidroga di Santo Domingo sollevano, però, ulteriori domande sul passato tutto da chiarire del pluriomicida, che si tenta di accreditare come un bravo ragazzo affetto da turbe mentali. Ortega è certa che il dominicano era schedato, ma in Italia non si è mai saputo nulla. Il giovane Alejandro sarebbe arrivato la prima volta nel nostro paese con la famiglia nel 2005. Poi però, se risultano tre dossier e l' arresto in Repubblica Dominicana, deve essere rientrato in patria. Nel nostro Paese era incensurato e ha ottenuto un permesso di soggiorno di lunga permanenza. Evidentemente nessuno ha indagato su eventuali precedenti ai Caraibi. Secondo informazioni raccolte da il Giornale a l' Aquila il futuro killer, registrato come immigrato disoccupato, ha girato dal 2015 a Montebelluna in provincia di Treviso, Ponte della Alpi, vicino a Belluno e alla fine Trieste. Il legale di fiducia, Francesco Zacheo, che lo ha incontrato nel carcere del capoluogo giuliano racconta che «legge la Bibbia ogni giorno e non si ricorda» dei due poliziotti uccisi. Mercoledì prossimo si terranno a Trieste le esequie solenne delle vittime, Pierluigi Rotta e Matteo Demenego. Il legale sta cercando «di ricostruire la vita di Alejandro da quando è nato a oggi, ma da quello che dice la madre ha una fedina penale pulita». Il killer faceva anche la spola con la Germania dove ha vissuto con un amico a Deggendorf, che gli investigatori vogliono interrogare. Lo scorso novembre, a Monaco, Alejandro ha rubato un' Audi, non facile da portare via per un neofita, andando poi a sbattere contro la recinzione dell' aeroporto. Sembra che volesse entrare nello scalo a forza per prendere un volo diretto a Santo Domingo. Ali agenti tedeschi intervenuti ha detto che esprimeva «pensieri confusi su una missione per Gesù». Per questo motivo è stato ricoverato in una struttura psichiatrica. Il legale ed i familiari sottolineano che aveva problemi mentali ed era in cura in Germania. Zacheo, ha ribadito che la madre «prima dell' accaduto aveva denunciato tantissime volte» i problemi del figlio. «Se non ricordo male - conclude - Alejandro è stato negli ospedali di Belluno, Udine e Trieste». Secondo l' avvocato «tutto, sarà basato ovviamente sulla perizia psichiatrica, dove si valuta la sua condizione mentale difficile».

Nonostante la dimestichezza con le armi dimostrata nella mattanza in Questura, Betanja, la madre, ha garantito al legale «che suo figlio non ha mai preso pistole in mano».

Trieste, il killer dei poliziotti Alejandro Meran scaglia lavatrice contro gli agenti in carcere. Libero Quotidiano il 26 Ottobre 2019. Aver ammazzato due poliziotti non gli basta. Si parla di Alejandro Augusto Stephan Meran, il 29enne dominicano che lo scorso 4 ottobre, in Questura a Trieste, ha imbracciato due pistole e ha ucciso gli agenti Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, 31 e 34 anni. Il criminale, in carcere, infatti ha dato in escandescenze mentre faceva la doccia e ha ferito, in modo lieve, uno degli agenti di polizia penitenziaria intervenuti per calmarlo. Meran, rinchiuso nel carcere del Coroneo, avrebbe tra l’altro tentato di scagliare una lavatrice contro le guardie carcerarie che cercavano di immobilizzarlo. L’episodio, avvenuto nei giorni scorsi, è stato segnalato alla Procura ed è costato a Meran una denuncia per danneggiamento aggravato, per aver distrutto alcune suppellettili del carcere. L'episodio è stato reso noto nella tarda serata di domenica 26 ottobre.

Da ilfattoquotidiano.it il 28 ottobre 2019. Armato di bastoni ha minacciato e ferito due agenti della penitenziaria. Lui è Alejandro Stephan Meran, il domenicano di 29enne agli arresti con l’accusa di aver ucciso gli agenti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego nella sparatoria dello scorso 4 ottobre dentro la questura di Trieste. L’aggressione, secondo quanto riferito dagli operatori, è avvenuta nel reparto docce ed è terminata solo quando gli agenti sono riusciti a calmare il detenuto, ovvero cinquanta minuti dopo: stando a quanto raccontato, dopo aver chiesto di potersi lavare ed essere uscito dalla cella dirigendosi verso la doccia, Alejandro è tornato indietro urlando “voglio uscire“. Poi la sua rabbia si è trasformata in violenza: prima l’uomo ha trascinato la lavatrice del reparto, cercando di scagliarla contro gli agenti della penitenziaria, ferendone in modo lieve due, per poi rincorrerli impugnando due bastoni di legno, ricavati rompendo una scopa. “Non vi avvicinate o vi colpisco”, avrebbe poi gridato. Solo dopo esser riuscita ad “armarsi” di scudi, caschi e manganelli, la polizia, con l’aiuto anche di un agente che conosceva la lingua spagnola, ha avviato una prima trattativa con l’uomo per farlo calmare. Non riuscendoci, il dominicano è stato fatto confluire nelle docce e bloccato con l’uso di idranti per una ventina di secondi. Quindi, passati cinquanta minuti dall’inizio dell’aggressione e solo dopo una seconda trattativa, Alejandro si è arresto ed è stato riportato in cella. I due agenti feriti sono stati medicati sul posto: solo uno è stato trasportato al pronto soccorso da cui è uscito con una prognosi di quindici giorni. Intanto, il detenuto è stato visitato dal medico del carcere che ha riferito che Meran è apparso vigile e lucido e senza aver riportato ferite o contusioni. La direzione del carcere ha segnalato l’accaduto alla Procura che ha potuto analizzare l’aggressione grazie a un video girato da un poliziotto.

Funerali di Stato a Trieste per gli agenti della Polizia Matteo Demenego e Pierluigi Rotta. L'ultimo saluto alla Volante 2. Nazionale, Politica & Istituzioni. Il Corriere del Giorno il 16 Ottobre 2019. Centinaia di cittadini triestini commossi hanno voluto porgere fino alle 2 dopo mezzanotte l’ultimo saluto ai due giovani poliziotti uccisi lo scorso 4 ottobre. Significativa la commozione dei colleghi degli agenti che durante la cerimonia funebre non sono riusciti a trattenere le lacrime, così come anche il questore di Trieste Giuseppe Petronzi nel suo ricordo dei due agenti fatto in chiesa. Oggi, nella chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo a Trieste, vengono celebrati i funerali solenni di Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, gli agenti della Polizia assassinati il 4 ottobre scorso. L’affetto mostrato da un’intera nazione nei confronti di questi giovani poliziotti, alle loro famiglie e a tutta la Polizia di Stato è simbolo di un sacrificio che non è stato vano. Da ieri pomeriggio la città di Trieste sta rendendo omaggio a Matteo e Pierluigi. La Squadra Volanti della questura di Trieste si è unita in un lungo abbraccio. Per fare spazio ai due feretri sono stati sposati tutti i fiori e le piante che erano stati lasciati sin dal giorno successivo a quello della tragedia. I disegni colorati lasciati dai bambini sono stati raggruppati e affissi nell’atrio dell’edificio. I feretri sono stati salutati dai rintocchi funebri delle campane della vicina chiesa. Scortati da auto della Polizia, ed avvolte nel tricolore, le bare sono state accolte da oltre un migliaio di persone, con un lungo applauso spontaneo e commosso tributato, dai colleghi e cittadini. Centinaia cittadini commossi hanno voluto porgere l’ultimo saluto fino alle 2 dopo mezzanotte, ai due giovani poliziotti uccisi lo scorso 4 ottobre, con di cittadini che hanno voluto dare l’ultimo saluto agli agenti tragicamente morti. Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, giunto ieri anche alla camera ardente, ha voluto sottolineare come l’ultimo grande abbraccio dato oggi a Demenego e Rotta non sia vano “Oggi, qui, proviamo una grande commozione di fronte ai Caduti e anche una grande emozione nel constatare l’incredibile grande abbraccio con cui la popolazione di una città unita si è stretta attorno a essi, al dolore di tutta la Polizia e dei familiari dei giovani Agenti, Pierluigi e Matteo“, ha dichiarato per la giornata di oggi il lutto cittadino con le bandiere degli edifici pubblici tutti a mezz’asta. I funerali solenni sono celebrati dal vescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi. che ha detto “Carissimi Matteo e Pierluigi -ha aggiunto- innumerevoli sono stati gli atti di amore verso di voi che hanno trovato espressione in questi giorni di dolore: dalle preghiere in tutte le chiese cattoliche e delle altre confessioni religiose della Città alla partecipata fiaccolata promossa il giorno dopo la vostra uccisione; dalle iniziative messe in atto dal nostro Sindaco con il lutto cittadino e la commemorazione in Consiglio comunale alla decisione dell’Amministrazione regionale di assegnare un concreto aiuto alle vostre famiglie; dagli attestati di affetto di tantissimi cittadini con l’omaggio di fiori deposti davanti alla facciata del palazzo della Questura ai disegni dei bambini“, aggiungendo “In molti di quei disegni, proprio i bambini, con la loro spontanea e innocente intuitività, vi hanno descritto come i nostri angeli. Sono certo che, dopo questo atto di addio, Trieste continuerà a ricordarvi come i suoi angeli e, con lungimiranza umana e civile, vi ha già dedicato un segno a perpetua memoria del vostro sacrificio, che resti come un monito soprattutto per le giovani generazioni, che da voi sono chiamate ad imparare una fondamentale lezione di vita. Questa: a costruire sono gli uomini e le donne pronti al servizio e al dono di sé, mentre a distruggere sono quelli che coltivano la violenza, l’odio e il proprio egoistico interesse”. Il leader della Lega  Matteo Salvini mentre era diretto a Trieste per assistere ai funerali solenni di Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, i due agenti uccisi nella sparatoria in Questura avvenuta lo scorso 4 ottobre, dopo l’atterraggio all’aeroporto di Ronchi dei legionari – Trieste Airport ha accusato un malore ed è stato portato all’ospedale San Polo di Monfalcone (Gorizia), dove è stato sottoposto ad accertamenti per una sospetta colica renale. Non ci sono state comunque conseguenze per l’ex ministro dell’Interno, che è stato anche già dimesso. Salvini ha ringraziato i medici di Monfalcone e si è detto dispiaciuto di non poter essere presente all’ultimo addio ai due poliziotti, dopo l’omaggio reso la scorsa settimana durante una visita alla Questura di Trieste. Al rito funebre in chiesa a Trieste hanno partecipato il presidente della Camera Roberto Fico, del vicepresidente del Senato Ignazio La Russa, del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, oltre ai massimi rappresentanti della Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Il capo della Polizia Paolo Gabrielli, ha incontrato i familiari dei due agenti e ha loro manifestato la vicinanza di tutta la Polizia di Stato. Al termine della celebrazione, i due feretri sono partiti alla volta delle città d’origine dei due poliziotti. A Velletri è in programma giovedì 17 ottobre alle 11 presso la cattedrale di San Clemente il funerale di Matteo Demenego. Invece venerdì 18 ottobre, nella chiesa Sacra Famiglia di Lago Patria a Giugliano (Napoli), ci saranno i funerali di Pierluigi Rotta. Significativa la commozione dei colleghi degli agenti che durante la cerimonia funebre non sono riusciti a trattenere le lacrime. Così come anche il questore di Trieste Giuseppe Petronzi nel suo ricordo dei due agenti fatto in chiesa. Questa mattina la Polizia di Stato ha diffuso un messaggio attraverso il poliziotto virtuale “Lisa” che assiste i cittadini sul web, per salutare e ricordare i colleghi Demenego e Rotta nel triste giorno delle loro esequie.  “Siamo vicini alle famiglie e il pensiero va a questi ragazzi la cui vita è stata spezzata in maniera improvvisa e assurda”. ha detto il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, uscendo dalla chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo dove sono stati celebrati i funerali solenni dei due agenti uccisi in Questura a Trieste. “Ciao, ragazzi, è arrivato davvero il momento di salutarci ed è il momento più doloroso. Perché obbliga familiari, amici e colleghi ad accettare definitivamente una realtà che finora, storditi dal dolore, aveva forse la parvenza più di un incubo. E invece no, è tutto vero, tristemente, drammaticamente reale“, scrive la Polizia di Stato pubblicando accanto la foto dei due poliziotti uccisi con una rosa appoggiata, «Un funerale per credere in una vita eterna ora che questa mortale vi è stata strappata – scrive l’agente Lisa – un rito anche per dare la possibilità di salutarvi a chi vi ha voluto bene, a chi vi ha visto crescere […]. Buon viaggio ragazzi, se vi immagino ora, l’unica cosa che mi viene da pensare è che ovunque andiate sarete ancora insieme, una pattuglia di amici. La Volante 2 dei “Figli delle stelle“. “La polizia si muove quotidianamente alla velocità della vita e alla velocità delle nostre città” ha detto il questore di Trieste Giuseppe Petronzi, l’unico a prendere la parola oltre al vescovo Gianpaolo Crepaldi alla cerimonia funebre. “Matteo e Pierluigi, ragazzi eccezionali ed esperti operatori di volante, si erano già distinti nell’arrivare un istante, un attimo prima – ha continuato Petronzi – Come pochi giorni fa quando avevano salvato la vita a un giovane che stava per lanciarsi nel vuoto. Uno dei tanti episodi della quotidianità delle forze di polizia che non assurgono all’onore della cronaca“. Il questore ha poi ringraziato la mobilitazione della comunità nel lutto delle famiglie e degli colleghi della polizia. “Il dolore è inevitabile, arrendersi sarebbe per sempre“. Nel salutare la “volante 2, alla sua ultima uscita“, il questore ha ceduto all’emozione, e con voce tremolante, accompagnata da un lungo applauso dentro e fuori dalla chiesa di Sant’Antonio, ha concluso citando i due agenti: “Dormite sonni tranquilli, qui ci siamo noi“. Nel “dormite sogni tranquilli” del video che i due agenti avevano realizzato durante una delle tante notti in cui erano in servizio c’è tutta la missione, la responsabilità, la dedizione al prossimo che erano alla base della scelta di Pierluigi e Matteo. Il loro orgoglio di indossare la divisa della Polizia di Stato per servire la gente, ma anche la storia di una grande vera “amicizia”. Buon viaggio ragazzi, proteggeteci anche da lassù, tra le stelle.

Conte ignora la polizia sul Def. Agenti in rivolta: "Adesso basta!" Il governo "dimentica" di convocare i poliziotti. Poi lo fa (ma in ritardo). E ora gli agenti scenderanno in piazza. Giuseppe De Lorenzo, Giovedì 17/10/2019, su Il Giornale. C'è una legge dello Stato che lo stesso Stato ha disatteso più di una volta, almeno da quando a Palazzo Chigi risiedeva Mario Monti. Capite l'assurdità? Si tratta dell'articolo 8-bis del decreto legislativo 195 pubblicato nel lontano 1995, secondo cui la Presidenza del Consiglio dei ministri deve convocare "le organizzazioni sindacali e le sezioni del Cocer" di polizia e carabinieri "in occasione della predisposizione" del Def e "prima della deliberazione del disegno di legge di bilancio". Il governo dovrebbe cioè consultare i poliziotti per accoglierne le istanze prima di decidere come investire i soldi delle nostre tasse. Ma Conte Bis non l'ha fatto. Il ritardo aveva fatto scatenare l'ira dei sindacati di polizia. Il Def infatti è stato ormai approvato, discusso e pure criticato. Senza però ascoltare le voci di chi ci difende in strada. La presidenza del Consiglio aveva già convocato le parti sociali e del comparto difesa, ma non i rappresentanti degli agenti. I sindacati in coro avevano denunciato il fatto lo scorso 24 settembre, sottolineando il "sentimento di totale abbandono che agita i servitori dello Stato". Una "leggerezza inaccettabile", un "oltraggio che ha il sapore del tradimento". Le grida dei poliziotti sono rimaste inascoltate per lungo tempo. A inizio ottobre le organizzazioni erano tornate a battere il chiodo, inutilmente. O almeno fino a l'altro ieri, quando finalmente qualcosa si è mosso. La convocazione dei sindacati, infatti, è arrivata nella tarda serata di due giorni fa, poche ore dopo (sarà un caso?) l'annuncio della manifestazione delle divise prevista per martedì prossimo 22 ottobre. Agenti, carabinieri, penitenziari, forestali e vigili del fuoco scenderanno in piazza di fronte a Montecitorio per fare sentire la loro voce. Un sit anticipato dal Giornale.it che ha già riscosso l'entusiasmo dei cittadini e le adesioni di diversi sindacati. In piazza non ci saranno bandiere, ma diverse sigle hanno già dimostrato il loro sostegno alla manifestazione. Altre stanno decidendo in queste ore. Anche il deputato Marco Silvestroni (FdI) ha dichiarato la sua adesione all'evento "Servitori, non servi". Altri politici potrebbero muoversi nei prossimi giorni. L'obiettivo però è quello di creare un movimento che "parta dalla base" per "rendere partecipe l'opinione pubblica". Fuori insomma dalle logiche sindacali o partitiche. "Non è una manifestazione di una sigla o dell'altra, ma dei poliziotti", dice al Giornale.it Andrea Cecchini, promotore dell'evento "come celerino e come sindacalista degli agenti". A osservarla da fuori sembra la sfida di Davide contro Golia. Le divise sono davvero "stufe", ma "non si piangono addosso" e puntano ad un movimento spontaneo: "Le istituzioni ci dovranno ascoltare. Devono farlo". La morte di Pier Luigi Rotta e Matteo Demenego ha infranto lo spesso velo di sopportazione. "Da mesi mi sento dire dai colleghi 'non ce la facciamo più'", confessa Cecchini. I poliziotti, così come i carabinieri e i vigili del fuoco, lamentano stipendi da fame, blocchi contrattuali, assenza di dotazioni. Per non parlare delle poche tutele (legali e sanitarie), la mancanza di regole di ingaggio e l'incredibile cortocircuito per cui "nel silenzio delle istituzioni è normale aggredirci e sputarci addosso". "La gente che ci governa poco interessa la sicurezza e di chi lavora per la sicurezza - conclude Cecchini - Ma noi siamo stanchi. Ora basta".

Forze di quale ordine? È tutta questione di… decenza. Alessandro Bertirotti il 17 ottobre 2019 su Il Giornale. Partiamo da questa notizia, che appare originale e che ci informa circa una protesta indispensabile. Notizia originale perché, a mia memoria, è la prima volta che le Forze dell’ordine decidono di farsi sentire così platealmente, tanto dai politici quanto dai cittadini, e protesta indispensabile perché la situazione nella quale versano sembra essere oramai evidente, a tutta la nazione. Peraltro, non sono i soli ad essere abbandonati da una politica che pensa quasi esclusivamente al proprio posto di potere, ribaltando nel giro di qualche ora opinioni e riferimenti post-ideologici. Sì, la parola chiave è proprio questa: post-ideologia, che il Ministro della Difesa di Luigi Di Maio ha pronunciato anche ultimamente, per legittimare le scelte politiche del Movimento Cinque Stelle. Ma cosa significa esattamente questo termine, e quale relazione vi è con il problema delle nostre Forze dell’ordine? Innanzi tutto, con questa parola si vuole intendere la fine di qualsiasi obiettivo che sia una “visione condivisa di percorsi adatti a raggiungere tale scopo”. Eh, sì, carissimi. Ideologia deriva da idea, ossia, in greco, visione intuitiva, anche se ha assunto, nel corso della storia della filosofia occidentale, molteplici e differenziate connotazioni. Per esempio il concetto di idea in Platone è cosa sostanzialmente diversa rispetto a quella presente in Kant, così come in Hegel e Marx. Ma non è questa digressione che mi interessa, mentre mi piace ritornare alla sua etimologia greca, ossia vedere per intuizione, oppure per immagine. Quindi l’ideologia è quell’insieme di primigenie visioni circa una serie di obiettivi. Bene, annullata l’ideologia, navighiamo a vista, senza grandi progetti e con l’idea costante di emergenza, praticamente procediamo improvvisando.

In tutto questo, ecco che le Forze dell’ordine si domandano: a quale ordine sociale, civile e culturale noi dovremmo garantire integrità, rispetto e decenza? Cosa ci stiamo a fare noi, se non siamo sostanzialmente tutelati nel nostro lavoro, poiché abbiamo perso l’ideologia della nostra funzione? O, meglio, poiché ci state facendo perdere la funzione sociale, persino agli occhi della gente comune? In sostanza, come possiamo garantire sicurezza se noi stessi siamo preda di una insicurezza generalizzata? Gli ultimi fatti dimostrano la presenza di uno Stato talmente post-ideologico da lasciare le Forze dell’ordine senza i protocolli necessari per sapere come agire in quei casi di effettivo pericolo di vita, come si lamentano gli stessi esponenti dei sindacati. Senza soldi, senza piani preventivi di azione, senza Taser e tutto lasciato all’improvvisazione di ognuno. Ho l’impressione che, forse, qualche cosa di ideologico dovrebbe rimanere in questa nazione, perché prima ancora che alla dimensione politica dell’esistere, dovremmo pensare alla dimensione più antropologica della vita stessa, ossia a quella del cuore. Cerchiamo di ricordare che la mente desidera ciò che il cuore sente.

Poliziotti&Co, sono davvero pochi? I numeri smontano il luogo comune: Italia al top in Europa per agenti. Il dossier dell'Osservatorio di Carlo Cottarelli: anche considerando i tassi di criminalità, le nostre forze dell'ordine sono più di quel che accade nei vicini europei. E l'incidenza della spesa sul Pil è alta. Dalla riforma Madia, risultati modesti. La Repubblica il 7 Dicembre 2019. Le forze di polizia italiane - intese come l'insieme dei quattro corpi di Carabinieri, Polizia, Penitenziaria e Gdf - sono davvero impegnate in una lotta sproporzionata contro il crimine? Ed è vero che negli altri Paesi si investono molte più risorse per questi capitoli, garantendo ai cittadini un dispiego di forze a presidio del territorio ben maggiore? Le cose, viste con l'occhio dei numeri, non vanno esattamente come il senso comune - in molti casi alimentato dalle dichiarazioni politiche che ciclicamente emergono sul tema - sembra suggerire. A fare i conti sul nostro settore della sicurezza è stato l'Osservatorio sui conti pubblici dell'Università Cattolica di Milano, guidato da Carlo Cottarelli in questi giorni grazie di assunzioni straordinarie in aggiunta al normale turnover. In uno studio siglato dai ricercatori Stefano Oliveri e Fabio Angei, si scopre infatti che il numero di appartenenti alle forze di polizia ogni 100 mila abitanti è ancora tra i più alti in Europa. Nel 2017 - quindi dopo la riforma Madia che ha fatto passare i Forestali sotto i Carabinieri, riducendo da cinque a quattro i corpi statali - si contavano circa 306mila unità. Un rapporto tra personale delle forze dell'ordine e popolazione da primato in Europa: su 35 Paesi considerati, l'Italia occupa l'ottava posizione, con 453 unità ogni 100mila abitanti contro una media europea di 355. I principali paesi europei paragonabili all'Italia si trovano a valori nettamente più bassi: il Regno Unito a 211, la Francia a 320, la Spagna a 361 e 297 la Germania. Se anche si volesse tenere in considerazione la diversa presenza di reati da combattere, l'Italia non sembrerebbe a corto di forze: abbiamo l'11,7 per cento di reati per 100 mila abitanti in più della media Ue, mentre il numero del personale della forze dell'ordine supera la media del 27,6 per cento. Anche la spesa di 1,3 punti percentuali di Pil è ben sopra la media (0,9 per cento) continentale. Insomma, a fronte di questi numeri la riorganizzazione invocata dalla Madia procede per ora a rilento. "Tuttavia, i potenziali risparmi emergenti dalla riforma sono limitati (meno di 60 milioni a regime su una spesa di circa 22,6 miliardi)", dicono i ricercatori e la riforma stessa "sta procedendo lentamente". Ad esempio, è probabile "che ancora per diversi anni troveremo stazioni di Polizia di Stato e di Carabinieri contigue o località, anche di dimensioni contenute, in cui sono presenti tutti gli altri corpi".

Ecco il testo integrale dello studio: Le nostre forze di polizia sono sottodimensionate? di Stefano Olivari e Fabio Angei. Uno dei "temi caldi" del dibattito politico è se il personale delle forze dell'ordine debba essere aumentato, cosa che sta parzialmente avvenendo in questi giorni grazie ad alcune assunzioni straordinarie in aggiunta al normale turnover. Tuttavia, il numero di appartenenti alle forze di polizia ogni 100 mila abitanti è ancora tra i più alti in Europa. La riforma Madia del 2015 (Legge n.124 dell'agosto 2015) prevedeva una razionalizzazione delle 5 principali forze dell'ordine tra cui l'accorpamento del Corpo forestale dello Stato, cercando di rimediare ad alcune criticità come la sovrapposizione territoriale e funzionale. Tuttavia, i potenziali risparmi emergenti dalla riforma sono limitati (meno di 60 milioni a regime su una spesa di circa 22,6 miliardi).

Il decreto ministeriale del 4 settembre 2019 prevede l'assunzione a tempo indeterminato di nuovo organico da inserire nelle forze dell'ordine.Oltre a nuove assunzioni dovute al naturale turnover, altre, invece, sono per nuove posizioni. Si prevede l'assunzione complessiva di 11.192 unità (4.538 per l'Arma dei Carabinieri, 3.314 per la Polizia di Stato, 1.900 per la Guardia di Finanza; 1.440 per la Polizia Penitenziaria);

È davvero giustificato un aumento delle forze di polizia oltre al naturale turnover? In Italia fino al 2015 esistevano 5 principali forze dell'ordine a livello nazionale, caso unico nei paesi avanzati, ognuna dipendente da un ministero diverso: la Polizia di Stato dipendeva dal ministero dell'Interno, i Carabinieri dal ministero della Difesa, la Polizia penitenziaria dal ministero della Giustizia, la Guardia di finanza dal ministero dell'Economia e delle Finanze, il Corpo Forestale dal ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Tale assetto comportava:

un limitato sfruttamento delle economie di scala, per esempio per l'acquisto centralizzato di beni e servizi (veicoli, armi, vestiario);

una sovrapposizione territoriale delle diverse forze di polizia, in particolare per quelle a competenza generale - Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri;

una sovrapposizione funzionale, in particolare per alcuni ambiti settoriali o comparti di specialità;

l'assenza su tutto il territorio nazionale del numero unico d'emergenza europeo 112 per la gestione coordinata dell'emergenza, come richiesto da una direttiva della Comunità europea del 1991.

Con la riforma Madia, il Corpo forestale dello Stato è stato assorbito dai Carabinieri. Dal punto di vista quantitativo:

nel 2017 i quattro restanti corpi di polizia occupavano complessivamente circa 306mila unità (contro le circa 312mila del 2015, anno della riforma Madia), di cui 96.891 nella Polizia di Stato, 110.779 nei Carabinieri, 38.136 nella Polizia Penitenziaria e 60.069 nella Guardia di Finanza. Nel 2016 (ultimo dato per cui sono disponibili confronti internazionali) il rapporto tra personale delle forze dell'ordine e popolazione era uno tra i più alti in Europa: su 35 Paesi europei considerati, l'Italia occupa l'ottava posizione, con 453 unità ogni 100mila abitanti contro una media europea di 355 (Figura 1). I principali paesi europei paragonabili all'Italia avevano valori nettamente più bassi: il Regno Unito era a 211, la Francia a 320, la Spagna a 361 e 297 la Germania. La spesa per "servizi di polizia" era di circa 22,6 miliardi di euro nel 2017 (circa 1,3 punti percentuali di Pil), ben al di sopra della media europea (0,9 per cento del Pil). Tra i maggiori paesi europei, solo la Spagna presentava nel 2017 un valore di spesa simile all'Italia (1,2 per cento di Pil). Si noti che, tenendo conto del maggior peso degli interessi sul debito pubblico e di altre rigidità presenti nel bilancio italiano (l'elevato peso della spesa per pensioni), a parità delle altre condizioni, la spesa per servizi di polizia dovrebbe casomai risultare più bassa di quelle della media europea, a meno di non voler mantenere in Italia tasse più elevate che nel resto d'Europa per sostenere una maggiore spesa pubblica. Il maggior numero del personale delle forze dell'ordine riscontrato in Italia sembra dovuto solo in parte, almeno a prima vista, dal maggior numero di reati con rilevanza penale. Infatti, in Italia nel 2017 sono stati registrati dalle forze di polizia circa 2.564 reati ogni 100mila abitanti, l'11,7 per cento in più rispetto alla media dei Paesi presi in esame. Questo scostamento è molto inferiore a quello registrato per il numero del personale delle forze dell'ordine (27,6 per cento). Questi dati suggeriscono probabilmente, nonostante siano sicuramente necessarie analisi più approfondite, che non abbiamo pochi poliziotti, che non spendiamo troppo poco e che i tassi di criminalità in Italia non sono così più alti degli altri paesi europei da giustificare un aumento della spesa per le forze di polizia. In effetti, la Legge n.124 dell'agosto 2015 (la cosiddetta riforma Madia) prevedeva un efficientamento delle forze di polizia stabilendo che:

tutte le forze di polizia dovessero ricorrere alla centrale d'acquisto nazionale Consip S.p.a. per la maggior parte degli acquisti e potessero ricorrere a specifici accordi per la gestione associata dei servizi strumentali (tipo poligoni di tiro, mense di servizio, ecc.);

le forze di polizia dovessero essere riordinate evitando sovrapposizioni territoriali, in particolare rifacendosi al "principio di gravitazione", già definito con una direttiva ministeriale del febbraio 1992 (e ripresa nel 1998). Questo privilegiava l'impiego della Polizia di Stato nei comuni capoluogo e dell'Arma dei Carabinieri nel restante territorio, salvo specifiche deroghe basate su parametri oggettivi di riferimento (come l'estensione territoriale, il grado di criminalità organizzata, l'esposizione a flussi migratori).

il Corpo forestale dello Stato fosse, quasi in totale, assorbito, come si è detto, dall'Arma dei Carabinieri, con un conseguente riordino dei compiti e delle mansioni di ciascuna forza venisse istituito un numero unico di emergenza europeo 112 su tutto il territorio nazionale, entro due anni. Il risparmio previsto da queste misure era però molto limitato: 8 milioni di euro nel 2016, 59 nel 2017 e 57 dal 2018 in poi (ossia meno dello 0,3 per cento della spesa per le forze dell'ordine). Di questi, il 50 per cento è destinato al reinvestimento in ottica dell'efficientamento della revisione dei ruoli delle forze di Polizia. In ogni caso, l'implementazione della riforma sta procedendo lentamente. Per quanto riguarda la sovrapposizione territoriale, il Ministero dell'interno sta riaffermando il principio di gravitazione. Con una razionalizzazione della dislocazione delle forze di polizia sul territorio. Viene richiesta una "necessaria gradualità in un arco di tempo pluriennale", ma non è stato specificato un termine entro il quale dovrà essere concluso il processo. Perciò, è probabile che ancora per diversi anni troveremo stazioni di Polizia di Stato e di Carabinieri contigue o località, anche di dimensioni contenute, in cui sono presenti tutti gli altri corpi. Relativamente alla sovrapposizione delle competenze, il DL 124/2015 ha effettivamente provveduto a un riordino dei compiti delle funzioni delle forze di polizia, ma questo è stato limitato prevalentemente all'assorbimento del Corpo forestale dello Stato dall'Arma dei Carabinieri. Inoltre, un ulteriore tentativo di riordino rispetto alla sovrapposizione delle competenze fra le diverse forze dell'ordine, è stato implementato nella Direttiva sui comparti di specialità delle forze di polizia del 15 agosto 2017, dove vengono esplicitate le funzioni di ogni forza e gli ambiti in cui concorrono con le altre forze. Il Corpo forestale dello Stato è stato assorbito, con le sue relative funzioni, nell'Arma dei Carabinieri, con l'eccezione di un piccolo contingente assegnato ad altri corpi e con l'eccezione dei sei corpi forestali delle regioni e province autonome poiché non facente parti del Corpo forestale dello Stato. L'assorbimento dei forestali da parte dei Carabinieri è stato considerato di dubbia legittimità, per il passaggio da una forza civile ad una militare delle unità delle forze forestali. Solamente con la sentenza della Corte Costituzionale del 16 aprile 2019 si è messo fine al ricorso al TAR delle regioni Abruzzo, Veneto e Molise sulla legittimità della soppressione del Corpo forestale, dichiarando "non irragionevoli" le misure di accorpamento per la salvaguardia delle posizioni lavorative. Qualche giorno fa, il Comitato europeo dei diritti sociali (le cui raccomandazioni non sono vincolanti) si è invece espresso contro questo accorpamento sostenendo una violazione delle libertà sindacali del personale che è transato verso le forze armate, dove non è garantita la piena libertà associativa sindacale e la partecipazione alla contrattazione collettiva. Nonostante i diversi richiami e condanne della Corte di giustizia EU, il numero unico di emergenza 112 è stato attivato solo in alcune regioni, principalmente situate al nord, mentre le regioni centrali e meridionali restano ancora scoperte, fatta eccezione per il Lazio e per alcune località siciliane come Palermo e Catania.

TUTTO QUELLO CHE NON TORNA NELL'OMICIDIO DEL CARABINIERE. Fulvio Fiano per il ''Corriere della Sera'' il 28 luglio 2019. Giovedì è una notte di svago per Gabriel Christian Natale Hjorth «Gabe», 19 anni da compiere a ottobre, in Italia da una settimana con il nonno e il padre in visita ai parenti di Fiumicino, di cui è originaria la famiglia. Da due giorni l’ha raggiunto a Roma Elder Finnegan Lee, nove mesi più grande di lui, amico fraterno nella San Francisco dove abitano e studiano. Per «vivere» la capitale hanno preso a spese di Elder una stanza al LeMeridien Visconti nel quartiere Prati ed escono con l’idea di cercare droga. L’ultima ricostruzione dell’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega parte da qui. Il decreto di fermo e gli interrogatori di testimoni e indagati forniscono maggiori dettagli, ma non chiariscono tutti i dubbi in una vicenda assai intricata.

La droga, la fuga, l’uomo del mistero. Quando è già sera tardi, Gabe e Elder si tuffano nella movida di Trastevere. Un primo video acquisito alle indagini li inquadra mentre nella pedonale piazza Mastai incontrano un uomo che spinge una bici, zaino in spalla. È Sergio Brugiatelli, 45 anni, formalmente incensurato, ma noto a tutti come un mediatore e forse un’esca per clienti in cerca di droga. Una presenza che da quanto è stato possibile ricostruire viene «tollerata» dalle forze dell’ordine in cambio di qualche dritta sui traffici illegali nello storico quartiere. Brugiatelli ottiene la fiducia dei due statunitensi e si offre di accompagnarli dai pusher. Elder resta con il suo zaino a garanzia dell’affare e Gabe, che parla qualche parola di italiano, lo segue in un angolo più riparato. Qui il racconto dell’italiano (contradditorio di suo) e del quasi 19enne divergono. Nei fatti, l’americano chiede 80 euro di cocaina, ma in cambio riceve della aspirina sbriciolata. Non solo. Al momento di concludere l’affare e forse per coprire la truffa, ai due pusher (un uomo con un cappello nero e un nordafricano) si affiancano altre 6-7 persone che inscenano una finta lite. È un trucco per mettere fretta all’acquirente, prendere i soldi e farlo fuggire senza controllare la merce. Solo che l’americano trascina via impaurito anche l’amico che lo aspetta più indietro. Li si vede correre assieme nel secondo video diffuso venerdì.

L’intervento di Cerciello e il contenuto dello zaino. Nello zaino ci sono documenti e il telefono di Brugiatelli, non viene trovata droga come pure sembrava possibile in un primo momento. L’uomo si fa prestare un cellulare e chiama i due americani. Si dice disposto a raggiungerli per riavere quello che gli appartiene, ma i due lo accusano del raggiro. La telefonata non è amichevole, tutt’altro. Alla fine Gabe e Elder propongono uno scambio (da cui l’idea del «cavallo di ritorno» circolata a caldo): lo zaino in cambio di 100 euro e un grammo di cocaina a ristoro di quanto subito. Brugiatelli chiama anche i carabinieri per tutelarsi. Possibile che non tema di finire nei guai? La sua posizione è al vaglio degli inquirenti. Intanto, la versione di una chiamata al 112 non trova conferme nel decreto di fermo e resta in piedi l’ipotesi che l’uomo si sia rivolto di persona a una pattuglia in zona. Piazza Mastai è di competenza della caserma Monteverde, il luogo dello scambio è a poche decine di metri da quella san Pietro, ma per il recupero della refurtiva si attivano Cerciello e il collega Andrea Varriale della caserma Farnese. Forse perché sono la pattuglia in borghese più a tiro, forse perché il doppio ruolo di Brugiatelli va protetto. L’estorsione non si consuma (e resta «tentata» nel capo d’accusa) perché all’appuntamento con Gabe e Elder si presentano Cerciello e Varriale, non la vittima del furto.

In borghese da soli: «aggressione spropositata». Forse i due carabinieri pensano a un intervento senza rischi, forse il primo contatto salta e i due militari restano in zona sperando di incrociare comunque gli americani. Ma di fatto non ci sono neanche pattuglie di copertura nelle vicinanze pronte a dar man forte. Qui c’è l’altro snodo chiave. Varriale afferma che lui e il collega si sono subito qualificati come carabinieri, gli indagati negano (Elder si difende con la non comprensione dell’italiano). Anzi, i due indagati sostengono di essersi spaventati quando, non trovandosi di fronte l’uomo dello zaino, hanno temuto una nuova trappola. Elder soffre di attacchi di panico e per gestirli fa uso dello psicofarmaco Xanax. Inoltre i due avevano bevuto e probabilmente assunto droghe. Nondimeno, la procura parla di «reazione del tutto spropositata» quando il ragazzo con la chioma mechata viola estrae il coltello e si scaglia con otto colpi sul brigadiere 35enne, accanendosi fin quando non l’ha sopraffatto. Nell’altro corpo a corpo l’amico cerca di divincolarsi da Varriale, che molla la presa quando vede Cerciello a terra in una pozza di sangue. Non estrae l’arma e cerca di salvarlo. Un tentativo vano. Come la fuga dei due, che vengono bloccati da altri carabinieri in tempi rapidi nell’albergo lì vicino, le valigie già pronte sul letto.

Simone Fontana per Wired.it il 28 luglio 2019. La falsa notizia della cattura di quattro nordafricani in relazione all’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega è stata pubblicata da un collega della vittima e diffusa da un agente della Guardia di Finanza, che ha esposto le foto dei presunti colpevoli sulla sua pagina Facebook da oltre 6mila follower, incitando i suoi seguaci al linciaggio. Si è svolta così una delle numerose trame laterali del caso di cronaca che ha tenuto l’Italia col fiato sospeso nella giornata di venerdì 26 luglio e che in serata ha visto la confessione di uno dei due studenti americani fermati per l’omicidio. In mezzo, come spesso succede in questi casi, molte reazioni scomposte della politica, che in alcuni casi sono arrivate a collegare apertamente la vicenda ai salvataggi operati dalle ong del Mediterraneo.

Com’è nata la bufala. Fin dalla mattinata di venerdì si inizia a parlare di “caccia a due nordafricani”, per via di un titolo del Messaggero – ora modificato senza traccia di rettifica all’interno del pezzo – immediatamente rilanciato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, che nel post su Facebook auspica “lavori forzati” per gli autori del delitto. In un articolo successivo, ancora il Messaggero fornirà un identikit più preciso dei ricercati, descrivendo uno dei due come “alto 1.80 e con le meches”. La notizia viene riportata da molti organi d’informazione, da Repubblica a SkyTg 24, ma all’ora di pranzo non arriva ancora alcuna conferma ufficiale. Alle 12.47, la svolta. La pagina Facebook Puntato, L’App degli Operatori di Polizia annuncia la cattura di quattro nordafricani, “tre cittadini di origini marocchine e uno di origini algerine”, con tanto di foto segnaletiche e occhi coperti per tutelarne la privacy. Si tratta naturalmente di una bufala, che resta online per un lasso limitato di tempo, ma tanto basta a scatenare il web. La pagina di Puntato è ritenuta una fonte piuttosto affidabile, non solo perché è l’account ufficiale di una app privata ma agganciata al sito della Polizia e dunque utilizzata dalle forze dell’ordine per, citando il sito web ufficiale dell’azienda, “fare controlli speditivi del veicolo e redigere verbali”, ma soprattutto perché è amministrata da due carabinieri attualmente in servizio. Nel giro di pochissimo tempo, su Twitter spuntano le schede segnaletiche dei quattro presunti sospetti, documenti riservati e non oscurati – teoricamente nelle mani dell’Arma dei Carabinieri – che riportano nome, cognome, fotografia e persino informazioni relative a domicilio e genitori degli uomini. Uno degli utenti che per primo ha postato le immagini – per poi cancellarle – ha rivelato di averle trovate su Portale Difesa, un aggregatore di notizie sulle forze armate dotato di forum e gruppo chiuso su Facebook. A dare la definitiva visibilità alla falsa notizia ci ha però pensato una pagina Facebook chiamata “Soli non siamo nulla. UNITI Saremo TUTTO”, che ha ripubblicato la foto messa in giro da Puntato, accompagnandola con la didascalia “Ora lasciateli a noi colleghi ed al popolo, faremo noi giustizia”. Prima di essere cancellato, il post è rimasto online per sei ore, ottenendo quasi 5mila condivisioni. Unico amministratore della pagina – come tiene a rivendicare nella sezione informazioni del suo profilo – è V. G., da 27 anni agente della Guardia di Finanza e con un breve passato in politica, da candidato di una lista civica in lizza per le comunali di Monte Romano, in provincia di Viterbo. La sua pagina Facebook è costellata di riferimenti espliciti alla destra estrema e al fascismo, tra i quali spiccano una bandiera di Casapound accompagnata dallo slogan #NoIusSoli e diverse immagini di Benito Mussolini. Oltre a tre profili personali e allo spazio sul social già menzionato, l’uomo gestisce un’ulteriore pagina Facebook a suo nome. In uno degli ultimi post, condividendo la notizia dell’uccisione di Cerciello, scrive: “#grazieCarola. Mi raccomando, domani tutte senza reggiseno. Mortacci vostra, spero vivamente che qualche volta tocchi a voi buonisti der cazzo”. E al commento di un utente (“Io gli tirerei l’acido mortacci loro”), controbatte con una frase da gelare il sangue: “Fratè io je tirerei co na 45”. La Guardia di Finanza ha confermato a Wired di aver attivato “urgenti approfondimenti sulla vicenda” e che eventuali responsabilità saranno poi trasmesse all’autorità giudiziaria.

Regole di ingaggio e buchi nelle immagini. Cosa non torna nella ricostruzione. Pubblicato domenica, 28 luglio 2019 da Fulvio Fiano, Ilaria Sacchettoni, Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Nelle riprese delle videocamere acquisite alle indagini c’è un buco, non voluto, che lascia aperti interrogativi e forse rimpianti sull’omicidio di Mario Cerciello Rega. È la parte relativa all’incontro tra i due presunti assassini Elder Lee e Gabe Natale con i carabinieri in borghese. I militari del comando provinciale e del Nucleo investigativo bloccano i due a poche ore dal delitto. Lo zaino che hanno portato via e per il quale chiedono soldi e droga in cambio della restituzione è nascosto in fretta in una fioriera all’esterno dell’hotel a pochi numeri civici dal luogo dell’omicidio. Il portiere di notte e un facchino descrivono il loro abbigliamento quando rientrano con passo veloce. Poi, nella camera 109, in un controsoffitto, viene trovata l’arma del delitto. Già nel pomeriggio gli inquirenti completano il quadro probatorio per il fermo convalidato poi dal gip. In via Mastai viene ripreso il contatto tra i due americani e Sergio Brugiatelli, il mediatore con i pusher. Poco più avanti sono inquadrati i ragazzi in fuga col suo zaino. E ancora loro due vengono ripresi mentre escono e rientrano dall’hotel a cavallo del delitto. Ma come è nato lo scontro con i due militari? L’autopsia sul vicebrigadiere rivela la presenza di undici coltellate, sferrate da Elder mentre abbranca da dietro Cerciello. Un’azione più da marine che non da studente di 19 anni con un fisico nella norma. Elder sostiene di aver agito per paura di avere di fronte i pusher. Ma anche contando il surplus di foga dovuto ad alcol e droga e il mix con gli psicofarmaci assunti per le crisi di panico, resta da capire come né Cerciello né il collega Varriale, tenuto fermo da Natale (anche lui esile), riescano a difendersi. Da dove spuntano fuori gli aggressori? Perché salta lo scambio con Brugiatelli funzionale all’arresto in flagranza? Le parole dei due verranno messe di nuovo a confronto con quelle di Varriale, quando dice: «Ci siamo identificati come carabinieri secondo la procedura». 

Elder Lee impugna un coltello “a baionetta” che il pm Calabretta e l’aggiunto D’Elia descrivono nel decreto di fermo «per tipo certamente idoneo a cagionare grave offesa». Di più, a sostegno della pari colpevolezza dei due, i magistrati annotano che «l’arma, per le sue dimensioni, non poteva non essere vista dal Natale», che pure sostiene questa tesi. Sono in corso accertamenti per capire se Lee abbia acquistato il coltello a Roma o se l’abbia imbarcato nella stiva dell’aereo alla partenza da San Francisco. Che uso pensava di farne? I due carabinieri non sfoderano le loro pistole, né prima (e non ce ne sarebbe stato motivo) né dopo la rissa, quando Varriale si concentra sul collega ferito. Sull’occultamento del coltello «i due protagonisti rendono versioni contrapposte, accusandosi a vicenda». Una stranezza che gli stessi pm evidenziano annotando, poche righe più avanti: «l’esistenza di un accordo anche nella fase post delitto che non consente di apprezzare atteggiamenti di resipiscenza». Quanto a Brugiatelli, anche il decreto di fermo dà conto dell’incertezza del suo racconto. Il 47enne sostiene di aver messo lui in giro la voce degli aggressori maghrebini «per paura di quelli a cui avevo rifilato il “pacco”». L’Arma ha diffuso ieri l’audio della telefonata al 112 (manca però il coinvolgimento di Cerciello e Varriale). Possibile che un pusher si rivolga ai carabinieri ma poi teme di rivelare la nazionalità dei ladri dai quali li conduce?

Ecco perché il vicebrigadiere Rega non ha sparato: inquietante ricostruzione, leggi italiane sotto accusa. Brunella Bolloli su Libero Quotidiano il 28 Luglio 2019. L'assassino del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega è il ventenne americano Elder Finnegan Lee, consumatore di cocaina e di psicofarmaci, autore di una violenza inaudita nei confronti di un servitore dello Stato che non ha avuto il tempo di difendersi né di usare la pistola d' ordinanza: è stato raggiunto da 8 coltellate di cui una dritta al cuore. L' americano ha confessato e ora è in carcere insieme al complice Christian Gabriel Natale Hjorth, 19 anni, entrambi accusati di omicidio volontario e tentata estorsione. Davanti ai pm l' autore materiale del delitto ha bofonchiato: «Non sapevo che fosse un carabiniere, non parlo italiano», invece ad estrarre la lama è stato velocissimo e per il 35enne neo sposo di Somma Vesuviana non c' è stato scampo, l' autopsia ha confermato la morte per emorragia.

Il militare poteva sparare? E il suo collega Andrea Varriale uscito con lui in servizio quella notte e rimasto ferito nella colluttazione con Hjorth, poteva fermare gli aggressori? È possibile che, sottovalutando il rischio di un' operazione in apparenza facile, i due carabinieri siano andati all' appuntamento con i balordi disarmati? Avevano lasciato la rivoltella in auto? No. Cerciello Rega e Varriale avevano la pistola d' ordinanza ma non hanno potuto usarla. La versione ufficiale dice che non hanno avuto il tempo perché sopraffatti dalla furia omicida di un ventenne pieno di coca e alcol e del suo compare altrettanto drogato. Per la legge, poi, la pistola d' ordinanza deve essere usata solo in situazioni stabilite da specifici articoli del codice penale; ci sono precise regole d' ingaggio e chi sgarra incappa in procedimenti disciplinari che possono portare perfino al licenziamento. Sembra assurdo, ma pure per i carabinieri, chiamati a difendere i cittadini, maneggiare le armi è diventato difficile e di sicuro, quella notte, non è stato il primo pensiero dei militari, i quali speravano di risolvere il caso pacificamente, arrestando gli estorsori e consegnando il maltolto al derubato. Invece, il dramma.

Abiti civili, turno di notte - I fatti si sono svolti tra il 25 e il 26 luglio nel centro di Roma, tra le piazze della movida di Trastevere e i palazzi eleganti in stile umbertino del quartiere Prati. «Rega», come lo chiamavano i colleghi, è stato accoltellato in via Cossa. Con Varriale stava effettuando un' attività di controllo notturno in borghese. Il loro era il turno da mezzanotte alle 6 di mattina, in genere routine, niente che lasciasse presagire il tragico epilogo. Entrambi campani, amici prima che colleghi, Mario e Andrea erano di pattuglia in abiti civili: non dovevano dare nell' occhio. Operativi nella stazione di Piazza Farnese, conoscevano il sottobosco di microcriminalità che rifornisce il centro della Capitale, non avevano paura, ma forse stavolta hanno sottovalutato le insidie di una missione che ha ancora diversi lati oscuri.

"Gli occhi spiritati" - Tutto è cominciato giovedì dopo le 22 a piazza Mastai. Le telecamere di zona riprendono i due ventenni americani mentre camminano con un altro ragazzo che spinge una bici e ha sulle spalle uno zaino nero. I tre sembrano dialogare senza tensioni, bighellonano in cerca di roba, un posteggiatore abusivo lì vicino dirà che erano tutti «strafatti e con gli occhi grandi così, da spiritati», e che forse i militari stavano già sulle loro tracce da allora. Il ragazzo con la bici verrà identificato in Sergio Brugiatelli, romano, piccoli precedenti penali, conosce gli spacciatori locali, deve avere una fitta agenda di contatti e pare sia una vecchia conoscenza delle forze dell' ordine. Brugiatelli bazzica le piazze della movida, a volte spiffera agli uomini in divisa qualcosa, sa dove si trova la roba e a lui si sono rivolti i due americani in cerca di sballo. Il romano, però, li indirizza da un altro tizio al quale i rampolli californiani pagano 100 euro, salvo poi scoprire che non avevano acquistato cocaina ma un mix di aspirina tritata. In sintesi: Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjorth vengono truffati dal vero spacciatore e questa cosa li fa andare letteralmente fuori di testa. Non ci stanno. Pensano che Brugiatelli sia stato complice della mega sòla e si vendicano rubandogli il borsello. A questo punto la storia si complica perché Sergio rivuole indietro il suo preziosissimo zaino con il cellulare dentro ed è disposto a tutto. Si fa prestare un telefono e denuncia il furto alla centrale operativa, poi chiama sul suo cellulare e gli risponde uno degli americani che gli offre lo scambio, quello che i militari in gergo definiscono «cavallo di ritorno», cioè vieni con i soldi e un grammo di cocaina e ti ridiamo la borsa. Sul posto arriva una gazzella della stazione di Monteverde ma con le insegne dell' auto riconoscibile l' affare non va in porto. Si passa dunque al piano B e si fissa un rendez-vous in una via defilata senza sbirri tra i piedi. L' orario è spostato intorno alle 3 di notte e, in quel momento di turno, ci sono Cerciello Rega e Varriale. Sono loro a recarsi all' incontro con gli stranieri a bordo di un' auto senza insegne, avendo avvertito le altre pattuglie di rimanere vicino ma non troppo per non fare saltare lo scambio. Si dirigono a Prati, nella via a due passi dall' hotel di lusso dove alloggiano i californiani, senza timore, con la convinzione di farsi riconsegnare la borsa e di stroncare il tentativo di estorsione. Fanno il loro lavoro ma l' operazione fallisce. E qui sorgono altre domande.

Il depistaggio - Cosa c' era di tanto importante nello zaino di Brugiatelli? Ma, soprattutto, quali sono i reali rapporti di questo signore con i carabinieri? È una persona da proteggere? Quando mai uno spacciatore chiama il 112? «Per lui noi era in quel momento la vittima di un furto», fanno sapere dall' Arma. Il romano, inoltre, avrebbe inizialmente depistato le indagini parlando di una pista maghrebina anziché americana proprio per paura della reazione violenta dei due statunitensi ai quali aveva «tirato il pacco». Per riconsegnargli i suoi averi, un giovane carabiniere, un ragazzo d' oro, ci ha rimesso la vita. Brugiatelli stava in un luogo nascosto mentre Rega e Varriale andavano incontro al loro destino, quando di solito avviene il contrario, cioè: lui che tratta con i ladri e i carabinieri che intervengono ad arrestare i malfattori. Chi ha deciso di condurre così la missione? E, soprattutto, com' è stato possibile che appena hanno mostrato il tesserino, i due ragazzotti hanno ingaggiato una colluttazione e nessuno è accorso in aiuto dei militari? Varriale si è beccato un pugno da Natale Hjorth, Mario Cerciello Rega ha braccato Finnegan Lee, ma in un attimo costui ha estratto una lama di 17 centimetri e l' ha infilzato otto volte. Il vicebrigadiere ha urlato e il collega ha lasciato il 19enne per cercare rinforzi. Non è stato esploso neanche un colpo. In fondo sarebbe stata legittima difesa, invece Mario è morto. E tutti ora lo piangono da eroe. Brunella Bolloli

Cerciello disarmato? Pistola troppo grande. E i carabinieri escono senza. Mario Rega Cerciello era in servizio regolare la sera dell'omicidio. Era senza pistola. L'Arma: "Solo lui sa perché". Ma molti agenti lo fanno. Giuseppe De Lorenzo, Venerdì 02/08/2019, su iL giornale. La procura di Roma qualche dubbio lo ha ancora. Non tanto su chi abbia accoltellato Mario Cerciello Rega, ma su come si sia arrivati al tragico omicidio. Lo spaccio a Trastevere, l'arrivo dei carabinieri, l'intervento in borghese. Mario era lì in servizio? Il sistema centralizzato dice di sì. Eppure molti non capiscono per quale motivo il vicebrigadiere non abbia portato con sé la pistola. Quesito legittimo. Ma una spiegazione potrebbe esserci. "Solo lui potrebbe dire perché ha lasciato la pistola nell'armadietto", è la tesi del colonnello Gargaro. Ma la verità è che quella di andare per strada senza rivoltella è una decisione non nuova tra le forze di polizia. Soprattutto quando si agisce in borghese, come nel caso di Cerciello. "L'arma in dotazione è difficilmente occultabile", racconta una fonte al Giornale.it. In estate non ci sono giacconi sotto cui nasconderla e la sua misura impedisce di infilarla sotto gli abiti estivi. "Esiste un marsupio fatto apposta, con un laccetto che permette di aprirlo in pochi secondi ed estrarre la pistola. Ma se ti presenti in una piazza di spaccio con un marsupio a tracolla si capisce lontano un miglio che sei uno sbirro". Immaginiamoci un'operazione contro il traffico di stupefacenti in cui il carabiniere deve acquistare cocaina per provare l'attività criminale: "A volte succede che il delinquente ti perquisisce, la Beretta calibro 9 è impossibile da mimetizzare". Inoltre, si viene facilmente "sgamati" perché "dà troppo nell'occhio". E così capita "spesso" che i militari in borghese preferiscano lasciarla nell'armadietto. Nonostante l’obbligo di legge o il rischio di violare la consegna. La pratica non riguarda solo la Benemerita. Ma anche le altre forze di polizia. A confermalo al Giornale.it sono decine di poliziotti impegnati nei più disparati servizi a difesa dell'ordine pubblico. "Una volta le Squadre Mobili avevano disponibilità di più comodi revolver, meglio occultabili - spiega un agente - Oggi non ce ne sono più. Quindi il problema c'è, in particolare in estate quando l'abbigliamento è molto più leggero". Nel 2017, dopo la strage sulla Rambla di Bercellona, il ministro Minniti invitò gli appartenenti alle forze dell'ordine a portare la pistola in dotazione anche fuori dall'orario di servizio. Un modo per combattere il terrorismo, anche comprensibile. È da allora, però, che il Siap chiede "armi più agevoli e facilmente occultabili". L'appello è rimasto senza risposta, spiega Pietro Di Lorenzo, segretario provinciale del Siap di Torino. E così la "dissimulazione necessaria" della rivoltella è rimasta un miraggio: "Garantire la sicurezza è un lavoro da professionisti - rimarca Valter Mazzetti, Segretario generale dell'Fsp - richiede preparazione e mezzi adeguati". Ma non sempre ci sono. La pistola d'ordinanza dell'Arma (e della polizia) è la Beretta 92 FS. Un modello che pesa 975 grammi, lunga 21 centimetri e spessa 38. Troppo, per metterla alla caviglia o sotto un abito leggero. Esistono certo rivoltelle a disposizione per "servizi speciali" e - spiega un militare - "i reparti operativi dei carabinieri in armeria hanno alcune calibro 38". Ma questa dotazione è "assente nelle stazioni e nei comandi di compagnia", dove - per dire - operava Cerciello. Direte: gli agenti potrebbero comprarsene una più piccola. Non è così, visto che per legge possono girare solo con quella di servizio e difficilmente viene loro concesso il porto d’armi per difesa personale. Classica italica assurdità: mentre gli ufficiali di pubblica sicurezza possono portare altre pistole, la maggioranza di carabinieri e poliziotti "semplici" deve accontentarsi della 9 millimetri parabellum. Cioè a munizionamento da guerra. "È validissima per essere trasportata per servizi esterni - assicura un agente - ma per quelli in borghese non è affatto comoda". A trovarsi in difficoltà sono la digos, la squadra mobile e chi fa le scorte. E, ovviamente, i carabinieri in abiti civili come Cerciello e Varriale. "Esistono pistole di calibro identico ma più piccole e leggere - lamentano le divise - ma non si decidono a fornircele". E così si preferisce uscire disarmati. A proprio rischio e pericolo.

Giuseppe De Lorenzo per Il Giornale il 5 agosto 2019. La legge c'è ed è un "Regio decreto". Risale al 1940, se si escludono le modifiche fatte nel tempo, quando al governo c'era ancora Benito Mussolini e Vittorio Emanuele III poteva fregiarsi dei titoli di Re D'Italia, d'Albania e imperatore d'Etiopia. All'articolo 73 del regolamento di esecuzione del Testo unico sulla pubblica sicurezza è scritto chiaro e tondo: ai magistrati è concesso portare la pistola senza licenza, ai poliziotti no. Se non quella d'ordinanza. Dopo l'omicidio di Mario Rega Cerciello, il carabiniere ammazzato a Roma da un giovane americano, si è riaperto il dibattito sulle armi date in dotazione alle forze di polizia. Il militare è infatti andato disarmato all'appuntamento con la morte. Come rivelato in esclusiva dal Giornale.it, molti carabinieri e agenti che operano in borghese decidono di lasciare nell'armadietto la pistola d'ordinanza perché "troppo grande e pesante". La 9 millimetri parabellum è "un'ottima arma", ma "difficilmente occultabile" quando in estate si gira con abiti leggeri. Il rischio è di essere "sgamati" rapidamente, per cui in determinate operazioni si preferisce presentarsi senza la Beretta 92 FS. Ecco allora che emergono tutti i paradossi della legislazione italiana. Dopo gli attentati sulla Rambla a Barcellona, l'ex ministro Minniti invitò le forze dell'ordine a girare armati anche fuori servizio. Il problema, fecero notare i sindacati di categoria, è che portarsi una 9 millimetri sul bus o in metro non è cosa semplice. E il rischio è di scatenare il panico e di maneggiarla con difficoltà. "Io di solito la porto con me – spiega Andrea Cecchini, segretario di Italia Celere – ma d'estate è complicato. Nasconderla è difficile e poi hai sempre la paura che possano rubartela, sparare a caso o chissà cos'altro". In molti da tempo chiedono che ai poliziotti venga concesso l'utilizzo di un'arma più piccola e facilmente maneggevole. Il ministero non può comprarle per tutti? Passi pure la scusa. Ma il fatto è che non possono neppure comprarsene una personale. Il motivo? Proprio quel regio decreto di mussoliniana memoria. La legge dice infatti che gli agenti di P.S. (carabinieri e poliziotti operativi) possono portare "senza licenza" solo "le armi di cui sono muniti". Ovvero la pistola d'ordinanza. In teoria potrebbero farlo "solo durante il servizio o per recarsi al luogo ove esercitano le proprie mansioni", ma come visto questo punto è stato superato dalla circolare di Minniti contro il terrorismo. Resta il problema della misura: i poliziotti possono circolare solo con la Beretta 92 FS data loro dallo Stato. Non un'altra. Capite l'assurdità? "Questa norma – spiega Cecchini – vale per l'85% dei tutori dell'ordine, che sono agenti di pubblica sicurezza". Il restante 15% è fatto dagli ufficiali di P.S., ovvero forze dell'ordine con gradi e responsabilità più alte. Solo loro hanno diritto di "portare senza licenza" qualsiasi tipo di arma e quindi possono tranquillamente comprarsene una più maneggevole. "Da tempo – spiega Cecchini – chiediamo ai governi di modificare la legge per permettere a tutti gli operatori della sicurezza (e non solo gli ufficiali) di circolare con le pistole senza licenza. In questo modo ce ne compreremmo una più piccola e potremmo nasconderla quando siamo in borghese o in abiti civili". Il paradosso è che spesso ci sono "istruttori che insegnano a sparare ai Cis, al Cnos e ai reparti operativi, ma poi non hanno il diritto di circolare armati". Un modo, in realtà, esisterebbe. Secondo le norme, i prefetti possono concedere il porto d'armi per rivoltelle e pistole "in caso di dimostrato bisogno". "Il problema è che non viene quasi mai rilasciato ai poliziotti, perché deve essere giustificata la necessità per la difesa personale". E un agente già equipaggiato con la 9 millimetri non rientra quasi mai nella categoria. L'ultimo (assurdo tassello) riguarda i magistrati. Il regio decreto, infatti, permette di circolare armati senza licenza anche al capo della polizia, ai prefetti, agli ispettori provinciali amministrativi (?), ai pretori e ai "magistrati addetti al Pubblico ministero o all'ufficio di istruzione". Cecchini è lapidario: "Non capiamo perché un pm, senza corsi specifici né prove psico attitudinali, possa comprarsi una pistola e noi che passiamo metà della nostra vita sul campo, invece no". Come dargli torto?

L’uomo derubato: «Ho detto io che erano maghrebini, avevo paura e volevo depistare». Pubblicato sabato, 27 luglio 2019 da Fabrizio Caccia su Corriere.it. «Gli avevo tirato il “pacco” con la cocaina e quelli per reazione m’avevano portato via di forza lo zaino, perciò avevo paura di loro, così quando ho chiamato il 112 per dare l’allarme l’ho detto io che erano stati due maghrebini e non due americani a derubarmi. Volevo un po’ depistare...». Sergio Brugiatelli, 47 anni, una modesta casa al Portuense, piccoli precedenti per reati contro il patrimonio e vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, avrebbe spiegato così agli investigatori parte delle incongruenze che lo riguardano nell’ambito dell’inchiesta sull’uccisione del vicebrigadiere Cerciello Rega in via Pietro Cossa. L’uomo al momento non è indagato e neppure agli arresti domiciliari, malgrado ieri si fosse diffusa questa voce. Ma dal rione Prati, il luogo del delitto, bisogna spostarsi di quasi 3 chilometri (più di mezz’ora a piedi) e arrivare in piazza Mastai, a Trastevere. É qui che una telecamera di sorveglianza inquadra Brugiatelli, la sera del 25, con la sua bicicletta e lo zainetto nero sulle spalle, che entra in scena precedendo di qualche passo i due americani. L’uomo bazzica con la sua bici le piazze della movida romana e conosce bene gli spacciatori locali. Nelle immagini del video chiede qualcosa a un homeless che riposa su una panchina, quello gli indica un punto. Dev’essere lì che si trova il pusher da cui i due statunitensi vorrebbero acquistare il grammo di cocaina. È proprio il “pacco” di cui parla Brugiatelli: al posto della cocaina, il pusher cede loro aspirina. Quando se ne rendono conto, Hjorth e Lee, il pusher è già sparito e loro decidono di punire Brugiatelli. In piazza Mastai, però, c’è un posteggiatore abusivo egiziano, Tamer Salem, 52 anni, che afferma di conoscere bene Sergio e racconta un’altra storia: «I due americani e lui non hanno mai litigato, se ne stavano insieme su una panchina verso le undici e mezza di sera e sembravano strafatti. Poi all’improvviso da dietro sono arrivati quei due carabinieri e gli americani hanno cominciato a correre all’impazzata, mentre Sergio si è allontanato con la bici. É cominciato così l’inseguimento». Ma la testimonianza è ritenuta «inattendibile» da chi indaga.

La telefonata al 112 di Brugiatelli sui 2 americani: «Mi hanno rubato la borsa, mi chiedono un riscatto. Sono scappati». Pubblicato domenica, 28 luglio 2019 da Corriere.it. Ecco la telefonata al 112 fatta la notte fra il 25 e il 26 luglio da Sergio Brugiatelli, l’uomo avvicinato dagli studenti americani (accusati di aver ucciso il carabiniere Mario Cerciello Rega), che in piazza Mastai a Roma racconta di essere stato derubato del borsello. L’operatrice passa la chiamata ai carabinieri. L’uomo dice che due ragazzi in piazza Gioacchino Belli gli hanno rubato la borsa. «Chiamo i ragazzi sul mio telefono ma mi chiedono i soldi e io dentro ho i documenti, il codice fiscale». Dice di aver provato «a inseguirli con la bicicletta e loro sono fuggiti a piedi». Chiede ai carabinieri di intervenire e loro dicono che arriveranno subito. Si tratta di un documento fondamentale per accertare che cosa è accaduto nei minuti successivi, fino all’accoltellamento mortale del vicebrigadiere Cerciello Rega. Finora era stato infatti ipotizzato che non ci fosse una chiamata diretta al 112 e invece l’audio dimostra che - nonostante fosse stato avvicinato per vendere droga - Brugiatelli decise di chiamare i carabinieri e provare a recuperare il borsello. E adesso anche lui è diventato un testimone chiave per ricostruire l’esatta dinamica della vicenda.

Edoardo Izzo e Maria Rosa Tomasello per ''la Stampa'' il 29 luglio 2019. Elder Finnegan Lee aveva bevuto probabilmente quella sera, non è chiaro se prima o dopo il delitto. E come lui, rivelano gli inquirenti, aveva bevuto Gabriel Christian Natale Hjort, l' amico con cui condivideva a Roma la stanza del lussuoso albergo di Prati dove Lee conservava tra le sue cose anche lo Xanax, un diffuso ansiolitico. Durante l'interrogatorio di venerdì sera in caserma, nel quale ammette di aver colpito con otto pugnalate il vicebrigadiere di Somma Vesuviana, Lee dice di non aver capito che Mario Cerciello Rega fosse un carabiniere. «Non comprendo bene l' italiano, se si è qualificato ma io non ho capito. Non voglio finire in carcere» dichiara il diciannovenne americano al pm. Davanti al gip Chiara Gallo, ieri, sceglie invece di non rispondere, al contrario dell' amico, che ribadisce invece la versione messa a verbale dal pm. A sera arriva per entrambi la conferma del carcere per i reati contestati dalla procura di Roma: omicidio volontario e tentata estorsione, con reclusione a Regina Coeli. Le dichiarazioni di Lee e quelle di Natale Hjort consentono al sostituto procuratore Maria Sabina Calabretta di ricostruire le fasi dell'aggressione che porteranno alla morte per dissanguamento - questo ha accertato l' autopsia - del giovane carabiniere campano. È notte inoltrata. I due ragazzi arrivano in via Pietro Cossa, duecento metri appena dall' albergo, dove è stato fissato l' appuntamento con Sergio Brugiatelli, un italiano di 40 anni. Devono riconsegnargli il borsello che gli hanno sottratto poco prima: in cambio sperano di avere 100 euro e, secondo quanto riferisce Lee (mentre l' amico nega), anche un grammo di cocaina. I soldi, questo accertano gli investigatori, sono quelli che i due americani avrebbero dato a un pusher in cambio di una dose di droga, ricevendone in cambio aspirina in polvere. A indicargli lo spacciatore sarebbe stato proprio Brugiatelli ed è per questo che i ragazzi, dopo essersi accorti di essere stati raggirati, tornano sui loro passi, rintracciano l' uomo e gli portano via il borsello in cui è custodito il cellulare. Per recuperare le proprie cose l'uomo chiama il suo numero: Natale, unico tra i due studenti a capire l' italiano, risponde proponendo lo scambio con quello che il pm definisce «l' accordo estorsivo»: soldi in cambio del borsello. Non possono immaginare che l' italiano chiamerà le forze dell'ordine, ma è quello che avviene e all' incontro si presentano Mario Cerciello Rega e il collega Andrea Varriale, entrambi in borghese. «A questo punto - scrive il pm nel decreto di fermo - le versioni dei due sono parzialmente coincidenti: Natale ammette «che il carabiniere che gli si è avvicinato si è qualificato, benché non fosse in divisa, mentre Elder nega la circostanza, o comunque si nasconde dietro alla propria difficoltà di comprendere la lingua italiana». Entrambi iniziano una colluttazione con i militari e «benché nessuno dei due carabinieri avesse estratto un' arma», Hjort si lancia su Varriale mentre Lee, ricostruisce il pm, «bloccato da Cerciello, estraeva un coltello colpendo più volte al tronco la vittima in zona vitale, desistendo dall' azione solo quando percepiva di averlo sopraffatto». Cerciello, racconta Lee, «urlava» e a quel punto «si fermava anche Natale: sta di fatto che a quel punto i due ragazzi fuggivano in direzione dell'albergo e provvedevano poi a occultare e ripulire l' arma utilizzata». Il coltello verrà ritrovato il giorno durante le perquisizioni all' interno della camera, nascosto in un pannello del soffitto assieme agli indumenti indossati la sera del delitto, così come il borsello sarà scoperto in una fioriera a pochi metri dall' hotel. Lee «ha riconosciuto come proprio» il coltello, indicandolo «come arma del delitto» scrive il pm. Che non ha dubbi: l' aggressione di Natale a Varriale ha contribuito alla morte di Cerciello, «quantomeno perché ha bloccato l' intervento di questi in aiuto del compagno». Allo stesso tempo, proprio perché nessuno dei due militari «ha neppure tentato di estrarre un' arma, la reazione di Lee è del tutto spropositata» oltre che di «particolare violenza». È per questo, conclude il pm, che appare inverosimile che Natale non si sia accorto di quanto stava accadendo così come il comportamento successivo «conferma l' esistenza di un accordo post-delitto». Hjort, al contrario, si difende sostenendo di non aver visto l'arma in mano all'amico.

Mario ammazzato in 4 minuti. Altri buchi nelle indagini. Simona Musco il 30 luglio 2019 su Il Dubbio. Nuovi dettagli sulla morte di Cerciello nell’ordinanza del gip. I carabinieri cercano l’autore della foto del ragazzo in manette. È l’una e 9 minuti del 26 luglio. In piazza Mastai, nel cuore di Trastevere, il carabiniere Andrea Varriale, in abiti civili, piomba in mezzo ad un gruppo di persone, dopo aver ricevuto indicazioni dal maresciallo Pasquale Sansone, suo superiore al comando di Piazza Farnese. Cerca un uomo scappato senza farsi identificare dopo aver consegnato un involucro di colore bianco, contenente una compressa di tachipirina. E lì Varriale trova Sergio Brugiatelli, che gli dice di aver subito un furto: due ragazzi gli hanno appena rubato lo zainetto. Il compagno del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso nella notte tra il 25 e il 26 luglio a Roma, si trova dunque in Piazza Mastai già un’ora prima della chiamata di Brugiatelli al 112. Un dettaglio contenuto nell’ordinanza di convalida del fermo degli americani Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, gravemente indiziati come autori dell’omicidio del militare, che rappresenta l’ultimo aspetto oscuro di una storia i cui tasselli sembrano non essere tutti ancora al loro posto. Una storia che conta, tra le proprie stranezze, non solo la foto di Natale Hjorth bendato e ammanettato in caserma, che rappresenta una potente arma in mano alla difesa per invalidare le confessioni, ma anche l’utilizzo di un’arma micidiale: «un coltello a lama fissa lunga 18 centimetri, tipo “Trenknife” tipo Kabar Camillus con lama brunita modello marine con impugnatura in anelli in cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito», col quale Elder avrebbe ucciso il 35enne, portato in Italia, dagli Usa, in valigia, nella stiva dell’aereo. Un’arma in voga durante la seconda guerra mondiale e utilizzata anche per la caccia agli orsi. E che un giovane e ricco americano portava con sé per le strade di Roma.

Le dichiarazioni di Brugiatelli. Il conto alla rovescia della tragedia parte alle 23.30 del 25 luglio. Brugiatelli si trova a Piazza Trilussa quando i due giovani americani lo avvicinano chiedendo della cocaina. Brugiatelli non ne ha, ma può procurarla. Gabe e Finn vanno a prelevare poco lontano, per poi tornare da lui e spostarsi, insieme, prima a Piazza Mastai, poi dall’altra parte di viale Trastevere, all’angolo con via Cardinale Merry del Val, 250 metri più in là. Brugiatelli ci va assieme a Gabe, l’unico che sappia parlare in italiano, mentre Finn rimane seduto su una panchina in Piazza Mastai, dove Brugiatelli ha lasciato il suo zaino, con dentro il cellulare e i documenti. Una volta arrivati all’appuntamento, Gabe consegna 80 euro, in cambio di un involucro di carta stagnola. Ma dentro c’è aspirina. Il giovane americano non ha il tempo di reagire, perché in piazza, intanto, arrivano delle persone, a bordo di un motorino nero, che circondano lo spacciatore. Sono i carabinieri in borghese, tra i quali c’è anche Varriale. Gabe e Brugiatelli si separano. L’intermediario, poco dopo, torna in piazza ma i due sono spariti con la borsa. Così decide di tornare indietro, per chiedere aiuto proprio ai carabinieri intervenuti a disturbare il suo stesso affare. Racconta del furto, spiega, e loro «mi rispondevano di andare a fare denuncia in mattinata». Inizia così la contrattazione con gli americani. Brugiatelli si fa prestare il telefono da un clochard e chiama il suo stesso telefonino. I due gli chiedono, in cambio dello zaino, 100 euro e un grammo di cocaina. Lui accetta, ma poi chiama il 112. Sono le 02.04, la centrale operativa dei Carabinieri manda una pattuglia. E sei minuti dopo Cerciello riceve la chiamata che lo fa arrivare, assieme al collega, a Piazza Gioacchino Belli. C’è Brugiatelli, che racconta del furto, ma non della droga. Su richiesta dei due militari in borghese, l’uomo ricontatta il suo numero e mette i due americani in vivavoce. Fissano ora e luogo dell’appuntamento, al quale si presenteranno Cerciello e Varriale. Gli americani, nella stanza 109 dell’hotel “Le Meridien”, si cambiano, indossano le felpe ed escono. Sono le 02.48. Nel luogo dell’appuntamento pensano di trovare di nuovo Brugiatelli. Lui, invece, rimane vicino all’auto. Dagli americani ci vanno Cercielli e Varriale, che notano subito la loro presenza in via Cossa. La strada è ben illuminata, e i connotati dei due sono evidenti: 20 anni a testa circa, alti 1 metro e 80, bianchi, uno biondo, l’altro coi capelli tinti di viola, il primo con una felpa nera, l’altro con una felpa viola, entrambi con il volto in parte coperto dal cappuccio. Sono Gabe e Finn.

Il verbale di Varriale. Sono «guardinghi e sospettosi», scrive Varriale, così i militari si avvicinano a passo svelto. A quel punto vengono allo scoperto: «Carabinieri», dicono tirando fuori i tesserini. Ma non hanno il tempo di fare alcun controllo: gli americani «ci aggredivano fisicamente per vincere un nostro tentativo di bloccaggio». Tutto avviene velocemente, «con estrema rapidità e violenza», dice Varriale. In quattro minuti, secondo il timing dettato dalle telecamere di videosorveglianza sparse nella zona, che hanno permesso al gip Chiara Gallo di ricostruire le fasi del delitto. Varriale viene aggredito da Natale Hjort, che si libera dalla presa «con calci, graffi e pugni». Cerciello ingaggia una colluttazione con Elder. «Fermati, siamo carabinieri, basta», dice di aver sentito gridare Varriale. 240 secondi e tutto si ferma. Perché le telecamere della zona vedono i due americani, alle 03.12, vicini al luogo dell’appuntamento e alle 03.16 scappare verso l’albergo, dopo aver imboccato via Cesi. Varriale, a quel punto, vede Carciello perdere un fiume di sangue dal fianco sinistro, all’altezza del cuore. «Mi hanno accoltellato», dice prima di accasciarsi. Il collega contatta la centrale, mentre con le mani cerca di fermare il sangue. Arriva un’altra pattuglia, poi, in 15 minuti, l’ambulanza e dopo altri 7 minuti un’auto medica. Le provano tutte, ma Mario Cerciello Rega muore al Santo Spirito, poco dopo. Brugiatelli, da dietro l’angolo, sente solo urlare. Poi vede lampeggianti, ambulanze e Varriale che torna e gli dice: «Seguimi». In poche ore i carabinieri arrivano agli americani. Ascoltano gente, controllano le telecamere. Li beccano in hotel, con le valigie fatte, pronti a scappare. Li portano via, in caserma. Qualcuno benda Natale Hjorn, prima dell’interrogatorio. Scattano una foto, comincia a circolare nelle chat. Ma fuori da lì nessuno, ancora, sa niente. Davanti al pm, poco dopo, i due ammettono di aver rubato lo zaino, che viene trovato in una delle fioriere dell’hotel, e di aver tentato di estorcere denaro a Brugiatelli. Ed Elder, che però non parla bene l’italiano e secondo la famiglia non ha un interprete, ammette anche di aver affondato la lama più volte nel corpo di Cerciello. Dice di non aver capito che fosse un carabiniere, piuttosto pensava ad una vendetta di Brugiatelli. Natale Hjort, invece, ammette tutte le fasi, anche di aver sentito Cerciello e Varriale identificarsi come carabinieri. Ma non ci ha creduto, giura. E non si sarebbe accorto di quei colpi mortali a pochi centimetri da lui: Elder gli avrebbe confessato di aver usato un coltello solo in albergo. La lama, dopo esser stata lavata, è stata nascosta nel controsoffitto della stanza. L’ha nascosta Gabe, afferma Finn davanti al magistrato.

L’udienza di convalida. 24 ore dopo, però, Elder rimane muto. Per il gip avrebbe provocato la morte di Cerciello in modo volontario: per le modalità, il numero di colpi inferti e le zone colpite. «Il tentativo difensivo di ipotizzare una sorta di legittima difesa putativa, sostenendo di aver avuto paura per la propria vita e di essersi difeso – scrive il giudice – non appare compatibile con gli elementi di fatto emersi dalle indagini». E poi si è presentato armato, continuando a colpire il militare disarmato, anche dopo averlo sentito urlare. Natale Hjort, invece, conferma, genericamente, quanto detto prima. Per il giudice è complice: la sua presenza ha agevolato la condotta di Elder, tenendo impegnato Varriale. E di quel coltello, secondo il gip, non poteva non sapere, così come non poteva considerare l’eventualità che la vicenda si concludesse con la morte di qualcuno. Il giudizio finale è impietoso: totalmente incapaci «di autocontrollo e capacità critica», i due non hanno dimostrato «di aver compreso la gravità delle conseguenze delle proprie condotte, mostrando un’immaturità eccessiva anche rispetto alla giovane età».

Carabiniere accoltellato, Varriale a colloquio con l’uomo derubato un’ora prima della chiamata al 112. Pubblicato lunedì, 29 luglio 2019 da Corriere.it. Già un’ora prima della telefonata al 112 di Sergio Brugiatelli, il collega diMario Cerciello Rega, Andrea Varriale, era in piazza Mastai a colloquio con il mediatore dei pusher che poi denuncerà in via ufficiale il furto del suo zainetto. La circostanza emerge dall’ordinanza con cui il gip convalida l’arresto dei due giovani americani accusati dell’omicidio del vice brigadiere. «Alle 2.04 e 22 secondi del 26 luglio - si legge nell’atto - la Centrale operativa dei carabinieri riceveva la richiesta di intervento da parte di Brugiatelli (pregiudicato, sottolinea il giudice, ndr) che riferiva di aver già provato a contattare i responsabili del furto». Poche righe più giù viene riportata l’annotazione di servizio di Varriale, dalla quale «emerge che poco prima di ricevere l’incarico di effettuare l’operazione in abiti civili volta al recupero dello zaino di Brugiatelli, alle ore 1.19 (quasi un’ora intera prima, dunque, ndr) Varriale era intervenuto in piazza Mastai su ordine del maresciallo Pasquale Sansone, anch’egli effettivo presso la stazione Farnese, il quale gli riferiva di trovarsi sul posto unitamente ad altri operanti per la ricerca di un soggetto che si era dato alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro bianco contenente tachipirina». Quel soggetto, continua il gip, viene identificato come Sergio Brugiatelli che veniva invitato a sporgere denuncia. Quanto all’arresto dei due sussistono il pericolo di fuga, già tentata e riproponibile verso l’estero data anche la mancanza di legami in Italia; il pericolo di reiterazione del reato; la mancanza di ogni consapevolezza del disvalore delle proprie azioni, come si evince anche dagli interrogatori in cui nessuno dei due ha mostrato di aver capito la gravità del gesto commesso; infine la disponibilità di un’arma ad alto potenziale offensivo (un coltello di tipo militare, lama di 18 centimetri ed impugnatura ad anelli). Tutti per i quali il gip Chiara Gallo accoglie la richiesta della procura e tiene in carcereElder Finnegan Lee e Gabe Natale, i due giovani statunitensi accusati dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Regalo scorso venerdì nel centro di Roma. 

L’ordinanza di 14 pagine riprende alcuni passaggi ancora controversi della vicenda. Oltre al primo intervento di Varriale, riporta anche la sua versione della colluttazione con Lee e Natale. Il carabiniere spiega che con il collega in borghese, dopo un primo approccio in cui si sono identificati, ha provato a bloccare gli americani abbrancandoli da dietro nel loro primo tentativo di fuggire. In quella situazione Lee ha colpito sul lato sinistro del torace Cerciello con 11 coltellate.

Il giallo dei contatti con il pusher prima della chiamata al 112. Pubblicato lunedì, 29 luglio 2019 da Fulvio Fiano, Ilaria Sacchettoni e Fabrizio Caccia su Corriere.it. Sergio Brugiatelli ha avuto almeno tre contatti con i carabinieri la notte in cui è stato ucciso il vicebrigadiere Cerciello Rega. E un’ora prima di chiamare il 112 è stato identificato da Andrea Varriale, che poi lo accompagnerà assieme al collega di pattuglia all’appuntamento con Elder Lee e Gabe Natale. Lo riporta l’ordinanza del gip Chiara Gallo. Il ruolo di Brugiatelli resta pieno di ombre. Racconta il pusher, ora indagato, Italo Pompei, che la sera prima, mercoledì, ha conosciuto nelle vie di Trastevere il 47enne con zainetto e bici. Lo rivede giovedì alle 20 e alle 23.30 e Brugiatelli è già in grado di portargli quei due clienti stranieri che cercano droga, come un navigato mediatore. Natale preleva al bancomat 80 euro per la cocaina. L’incontro viene confermato dall’egiziano Ahmed Tamer Salem, che Brugiatelli chiama Meddi o Fratellino e che alle 00.15 di venerdì vede l’amico assieme a «due ragazzi con l’accento inglese». Dettaglio importante perché smonta fin da subito l’ipotesi degli aggressori maghrebini. Annotato che Varriale nella sua relazione parla di «due ragazzi con carnagione chiara, uno dei quali con capelli biondi» e che Brugiatelli conferma il loro accento inglese, come si arriva a identificarli come nord africani? 

Alle 00.30 Brugiatelli chiama al cellulare Pompei e porta con sé Natale ad incontrarlo. Le telecamere li riprendono alle 00.53 e poi all’1.12 (i volti ben visibili). Il primo incontro con i carabinieri è qui. Quattro militari fuori servizio, tra cui il maresciallo Pasquale Sansone, notano i loro movimenti sospetti. Pompei fugge e lascia lì la tachipirina venduta come coca. Anche Natale scappa, seguito da Lee con lo zaino di Brugiatelli, pensando a una messa in scena per truffarli. Non c’è spaccio (manca la droga) ma si realizza il furto che Sansone invita Brugiatelli a denunciare. Secondo l’ordinanza, il maresciallo convoca Varriale, suo sottoposto nella caserma Farnese. I carabinieri ieri sera diffondono la nota di servizio che include Cerciello (non citato dal gip) tra i presenti. Trastevere non è la loro zona di competenza ma, spiegano gli inquirenti, per la sua complessità, nel quartiere vanno anche militari di altre caserme. Brugiatelli, già noto alle forze dell’ordine, viene identificato. Il contenuto del suo zaino è in parte omissato.

Per cercare il pusher fuggito viene avvisata la centrale operativa e all’1.30 arriva sul posto uno scooter nero con altri due militari della caserma Farnese. Fermano Pompei ma non Brugiatelli, mentre Tamer fugge via. Alle 2 Pompei e Brugiatelli si ricongiungono e Sergio chiede al pusher il suo telefono per chiamare una prima volta gli americani. Ricevuta la richiesta di un «riscatto» per riavere lo zaino — un grammo di coca e 100 euro — il 47enne si decide a chiamare il 112. È la prima delle due telefonate diffuse domenica. Viene smistata alla compagnia Monteverde che manda un’auto. Dopo un consulto con il comando centrale si decide per l’invio di due militari in borghese: Varriale e il collega Cerciello, che alle 2.10 riceve sul cellulare la nota di servizio. Chi decide di non aggiungere almeno una pattuglia di supporto? Operazione sottovalutata o mancanza di personale? Raggiunto Brugiatelli i due lo invitano a chiamare di nuovo gli americani e registrano la conversazione su whatsapp come fonte di prova. Lee e Natale fissano l’incontro nei pressi del loro hotel, dove nel frattempo sono rientrati a passo svelto, visti da un facchino e dalle telecamere. 

Alle 2.49 gli studenti vengono visti uscire. Natale dice di non saperlo, ma Lee ha già con sé il coltello che il gip specifica essere un «Trenknife tipo Kabar Camillus, 18 centimetri di lama brunita modello marines con impugnatura ad anelli in cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito». Un’arma da guerra che prima o poi Lee dovrà spiegare come e perché ha portato in Italia. I militari preferiscono lasciare Brugiatelli in auto e andare di persona all’incontro. Scelta forse infelice che allarma i due giovani, anche se Varriale e Cerciello si qualificano subito come carabinieri. Sono le 3.15. Natale e Lee provano a fuggire, Varriale si lancia su Gabe e cadono. Cerciello afferra Lee, che sostiene una legittima difesa esclusa dal gip. Il 19enne sferra 11 coltellate a Cerciello che urla: «Fermati, siamo carabinieri. Basta!». Poi crolla: «Mi hanno accoltellato». Alle 3.30 arrivano i soccorsi ma per il vicebrigadiere non c’è scampo. Gli americani fuggono in albergo dove vengono fermati alle 10.

Il gip convalida il loro arresto motivandolo con «il pericolo di fuga verso l’estero, già tentata e riproponibile per la mancanza di legami in Italia; il pericolo di reiterazione del reato; la mancanza di ogni consapevolezza del disvalore delle proprie azioni, come si evince anche dagli interrogatori in cui nessuno dei due ha mostrato di aver capito la gravità del gesto commesso».

Valentina Errante e Giuseppe Scarpa per “il Messaggero” 29 luglio 2019. «Non sapevo che avesse il coltello». Christian Gabriel Natale Hjorth scarica l'amico Finnegan Lee Elder, il responsabile delle undici coltellate che hanno ucciso Mario Cerciello Rega. Natale prende così le distanze dall'amico, tentando di differenziare le posizioni. Dopo le dichiarazioni di venerdì, adesso anche il suo avvocato Emiliano Sisinni marca le diverse situazioni processuali: «La sua posizione è estranea all'imprevedibile condotta di Lee che ha portato alla morte del servitore dello stato». Intanto emergono nuovi dettagli sugli ultimi istanti di Rega: «Aiuto, mi stanno ammazzando», gridava il militare. Il vicebrigadiere dell'Arma è crollato a terra per le coltellate sferrate da Elder, mentre il collega Andrea Varriale era impegnato in un corpo a corpo con l'altro ragazzo americano. Non è riuscito a reagire alle pugnalate Rega. Non compare nessuna ferita sulle braccia, ultima traccia del tentativo di parare il coltello. Il primo colpo fatale, come emerge dall'autopsia, è al cuore. Non gli lascia scampo. Solo un grido disperato d'aiuto, come hanno poi ricostruito gli investigatori. La ricerca di una notte, tra giovedì e venerdì, a sniffare cocaina è il primo pezzo del puzzle per comporre l'intera storia. Natale e Elder sono in cerca di droga. Sergio Brugiatelli è l'uomo che si offre di aiutarli. Come garanzia, l'italiano consegna a Elder uno zaino, con il suo cellulare e i documenti. Poi assieme a Natale, che parla italiano, si dirige dai pusher a Piazza Mastai. Gli spacciatori gli rifilano un'aspirina tritata. Poi litigano tra di loro. L'obiettivo è quello di mettere fretta all'americano, e incassare subito i soldi della dose. Le cose però non vanno per il verso giusto. Natale, infatti, si spaventa e fugge. Corre dall'amico e insieme scappano con lo zaino di Brugiatelli. Quest'ultimo è disperato. Alla scena assistono quattro carabinieri fuori servizio, due marescialli e due ragazzi che da poco sono entrati nell'Arma. Tentano un inseguimento, ma non riescono. Gli americani sono troppo lontani. I militari allora suggeriscono a Brugiatelli di telefonare al 112. Lui lo fa. Prima, però, chiama al suo cellulare, che è nelle mani di Elder e Natale. A rispondere è quest'ultimo che non solo pretende 100 euro, ma reclama anche un grammo di cocaina. Poi fissa il luogo dell'incontro, via Pietro Cossa quartiere Prati a cinquanta metri dall'albergo a quattro stelle, Le Meridien, in cui i due amici soggiornano. Brugiatelli si sente con le spalle al muro, chiama perciò il 112 dal cellulare di una persona presente in piazza Mastai, come gli era stato suggerito dai militari che avevano assistito alla scena. In poco tempo arriva una pattuglia. Anche i 4 carabinieri presenti si muovono e chiamano due loro colleghi, Mario Cerciello Rega e Andrea Varriale. Così, quando arriva l'auto di servizio sul posto, ci sono più uomini dell'Arma. Alla fine decidono chi deve andare all'appuntamento: la coppia Rega e Varriale. Ecco quindi che si dirigono all'appuntamento insieme a Brugiatelli. I militari, in borghese, con le pistole nelle fondine, passeggiano in via Cossa. Spuntano Natale e Elder, che prima erano andati a cambiarsi in albergo. Uno dei due indossa una felpa scura con il cappuccio in testa. Si guarda intorno in modo sospetto. I militari si avvicinano e si qualificano, secondo la versione di Varriale. «Non dicono di essere carabinieri», per Elder e Natale. Ad ogni modo gli americani perdono la testa. Elder che aveva portato con sé un coltello con una lama come quella di una baionetta lunga tra i 16 e 17 centimetri, non esita ad usarla. La conficca per 11 volte sul corpo di Cerciello. Il collega è impegnato in un corpo a corpo con Natale. Per questo, forse, non tira fuori la pistola. A questo punto i ragazzi scappano, mentre Varriale si getta sul collega. Corre a perdifiato verso l'auto di servizio, schiaccia un pulsante per dare l'allarme di soccorso alle pattuglie di zona. A sirene spiegate arriva l'ambulanza. Al Santo Spirito Rega arriva in condizioni disperate e morirà poco dopo.

(ANSA 29 luglio 2019) - "I due soggetti, notati di un atteggiamento palesemente guardingo e sospettoso, venivano da noi repentinamente avvicinati. Contestualmente ci qualificavamo come appartenenti all'Arma dei carabinieri attraverso anche l'esibizione dei nostri tesserini di riconoscimento". E' la ricostruzione degli istanti dell'aggressione mortale fornita da Andrea Varriale il collega del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, contenuta nell'ordinanza con cui il gip ha disposto il carcere per i due cittadini americani. "Ma i due - aggiunge - ancor prima di procedere a una qualsiasi forma di regolare controllo ci aggredivano fisicamente per vincere un nostro tentativo di bloccaggio".

(ANSA 29 luglio 2019) - "Non avevo capito che era un carabinieri, ho avuto paura, credevo fosse uno dei pusher". E' quanto ha ribadito al suo difensore che lo è andato a trovare in carcere Finnegan Lee Elder, il 19enne californiano che ha confessato di essere l'autore materiale delle 11 coltellate al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega.

(ANSA 29 luglio 2019) - "Dopo pochi istanti, notavo entrambi i soggetti che si davano alla fuga in direzione via Cesi e in tale frangente notavo il vice brigadiere Cerciello Rega che perdeva moltissimo sangue dal fianco sinistro all'altezza del petto". E quanto ricorda Andrea Varriale, il carabiniere che era con il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega sul luogo dell' aggressione, come riportato nell'ordinanza del gip che ha disposto il carcere per i due cittadini americani. Prima di "accasciarsi al suolo" disse "mi hanno accoltellato". "Contattavo immediatamente la centrale operativa per richiedere i soccorsi e in attesa del loro arrivo tamponato le ferite riportate dal collega - racconta ancora -. Nel frattempo notavo sopraggiungere sul luogo del fatto anche altre pattuglie sia dell'arma che della polizia di Stato".

(ANSA 29 luglio 2019) - E' stato visitato da un medico ed è costantemente monitorato in carcere Finnegan Lee Elder, il cittadino californiano che ha ammesso di essere l'autore materiale delle 11 coltellate inferte al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. "Ho trovato il mio assistito sia psicologicamente che fisicamente più rinfrancato rispetto a sabato quando fatto udienza davanti a gip per convalida del fermo", afferma l'avvocato Francesco Codini lasciando il carcere di Regina Coeli.

(ANSA 29 luglio 2019) - "Entrambi avevano un accento inglese, credo americano". Sarebbe la descrizione fornita agli investigatori da Sergio B., l'uomo derubato dello zaino, la notte dell'aggressione mortale al vice brigadiere Mario Cerciello Rega e contenuta nell'ordinanza in cui il gip di Roma ha confermato il carcere per i due californiani. "Il primo ragazzo aveva i capelli biondi, era alto circa 1,80 metri, indossava una camicia color crema a quadri e pantaloni jeans scuri - riferì l'uomo -. Mentre il secondo aveva i capelli mossi con delle meches di colore viola, alto circa 1,80 metri, aveva un tatuaggio sull'avambraccio destro di grosse dimensioni, indossava una maglietta di colore chiaro e jeans di colore scuro. Quest'ultimo ragazzo sembrava tipo intontito. Aggiungo che entrambi avevano un accento inglese, credo americano".

(ANSA 29 luglio 2019) - "Fermati siamo carabinieri, basta". E' quanto avrebbe urlato il vice brigadiere Mario Cerciello Rega al giovane californiano durante l'aggressione mortale. A riferirlo il suo collega nell'annotazione sull'intervento contenuta nell'ordinanza di convalida del fermo dei due americani. "Il vice brigadiere Cerciello Rega, a breve distanza da me, - dice il collega - ingaggiava una colluttazione con l'altro giovane e ricordo di aver sentito le urla del mio collega che profferiva testuali parole: fermati siamo carabinieri, basta".

(ANSA 29 luglio 2019) - "Sceso dall'auto civetta notavo i militari allontanarsi lungo una strada adiacente perdendoli così vista. Dopo pochi minuti sentivo provenire delle urla da una strada limitrofa". E' la ricostruzione fornita da Sergio B., l'uomo derubato che fece scattare l'operazione sfociata nel ferimento mortale del vice brigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, contenuta nell'ordinanza con cui il gip di Roma ha confermato il carcere per i due cittadini americani. "Io rimanevo sempre vicino al mezzo - avrebbe aggiunto - in questi frangenti notavo sopraggiungere altre macchine dei carabinieri e un'autoambulanza. Dopo circa 15 minuti tornava uno dei carabinieri con cui ero arrivato e mi diceva di seguirlo. Venivo portato presso la stazione dei carabinieri di Roma Prati".

“MARIO CERCIELLO REGA E’ STATO COLPITO DA UN COLTELLO SU ENTRAMBI I FIANCHI”. Da La Repubblica  il 2 agosto 2019. Ripetuti segni di coltellate sul fianco destro e su quello sinistro. Ma il colpo più profondo è stato quello inferto da dietro che ha raggiunto e perforato lo stomaco. È quanto emerge dalla relazione preliminare dell'autopsia svolta sul corpo del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, accoltellato a morte nella notte tra il 25 e il 26 luglio in via Pietro Cossa, in Prati. Dall'accertamento autoptico è emerso che sono state undici le coltellate inferte sul corpo del carabiniere, la maggior parte delle quali ha colpito la vittima al tronco in zona vitale. Intanto proseguono le indagini sul delitto: i pm di piazzale Clodio acquisiranno i tabulati telefonici dei due giovani americani, Christian Gabriel Natale Hjort, di Finnegan Lee Elder, in carcere con l'accusa di aver ucciso il militare, dei due carabinieri intervenuti, di Sergio Brugiatelli, l'uomo che ha avvisato i militari per denunciare di aver subito il furto dello zaino da parte dei due diciannovenni e del pusher di Trastevere. L'acquisizione servirà agli inquirenti a ricostruire la vicenda sin dall'inizio, dal primo contatto a Trastevere fino al delitto a pochi passi da piazza Cavour. In mattinata si è svolto un vertice in procura tra i magistrati e gli investigatori dell'Arma. A piazzale Clodio hanno fatto il punto delle indagini, concordando i prossimi passi, il procuratore aggiunto Nunzia D'Elia e il pm Maria Sabina Calabretta assieme al comandante provinciale dei carabinieri, il generale Francesco Gargaro e al responsabile del Nucleo investigativo, il colonnello Lorenzo D'Aloia.

Analisi sulle immagini delle telecamere. I carabinieri stanno proseguendo l'analisi di ore di video delle telecamere presenti nelle zone interessate dalla vicenda. In primo luogo gli investigatori stanno passando al setaccio gli impianti di videoriprese, anche quelli eventualmente presenti nella zona di via Cardinale Merry Del Val, a Trastevere, dove i due americani arrestati hanno avuto il primo contatto con un pusher che gli avrebbe ceduto, per circa 80 euro, una bustina di carta stagnola con dentro della semplice aspirina. L'analisi dei video riguarda anche quanto immortalato da quelle presenti nell'albergo di via Pietro Cossa, a circa 80 metri dal luogo dell'omicidio, dove i due ragazzi alloggiavano. Il lavoro degli inquirenti è reso complesso dal fatto che nessuna telecamera (quelle di una banca nelle vicinanze erano fuori uso) ha ripreso la colluttazione e le coltellate sferrate da Finnegan Lee Elder.

Le coltellate a Cerciello: fianco, stomaco e cuore. Era in servizio regolare. Il risultato dell'autopsia: ucciso con ferocia Vertice degli investigatori, caccia ai tabulati. Stefano Vladovich, Venerdì 02/08/2019, su Il Giornale.  Massacrato di coltellate. Quattro a un fianco, almeno cinque dalla parte opposta. Una allo stomaco. Poi quella mortale, dritta al cuore da dietro. L'autopsia sul corpo di Mario Cerciello Rega conferma i primi esami medico legali. Il vicebrigadiere della caserma Farnese, a Campo de' Fiori, è stato ucciso con un ferocia inaudita. Ammazzato mentre era regolarmente in servizio ma senza un'arma. È il sistema centralizzato di gestione di gestione dei turni a spiegare, dopo sei giorni, che Cerciello e il collega Andrea Varriale erano regolarmente di turno la notte maledetta fra il 25 e il 26 luglio. «Anche se un carabiniere è sempre in servizio» chiosano i colleghi. Un caso tutt'altro che chiuso con l'arresto e la confessione dei due americani, Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth. Tanto che gli investigatori hanno organizzato un vertice in Procura, ieri, per fare il punto sulle indagini: ora è caccia ai tabulati telefonici e ai video delle telecamere. Un incontro fra i magistrati titolari dell'inchiesta, il procuratore aggiunto Nunzia D'Elia e il pm Maria Sabina Calabretta con il comandante provinciale dei carabinieri Francesco Gargaro e il comandante del nucleo investigativo di via In Selci Lorenzo D'Aloia. La caserma dove Natale è stato bendato e ammanettato alla sedia prima dell'interrogatorio. Due gli uomini chiave in questa tragica faccenda. Il primo è il carabiniere Varriale, di turno assieme a Cerciello e con lui mentre il 19enne californiano lo accoltella a morte. Varriale sarà ascoltato nuovamente nei prossimi giorni in Procura. Da chiarire il ruolo esatto dei militari di copertura su due pattuglie e che, purtroppo, non sono riusciti a intervenire per scongiurare la tragedia. Il secondo uomo è sempre lui, Sergio Brugiatelli. Quarantasette anni, precedenti per rissa e rapina, si considera «amico delle guardie». Tanto che l'ipotesi che sia un confidente non sarebbe incredibile. Ma sia lui sia i carabinieri smentiscono categoricamente. «Non sono una spia». Restano mille dubbi su una figura poco trasparente. Brugiatelli accompagna i ragazzi californiani in cerca di sballo ad acquistare cocaina. Conosce bene gli spacciatori, Brugiatelli. Tanto che li porta subito dalla persona giusta, Italo Pompei. Fa da tramite ma non viene accusato di nulla Brugiatelli. Che il pusher, poi, tira il pacco agli americani Sergio non lo poteva prevedere. Almeno è quello che afferma. Finnegan e Gabriel, però, lo ritengono responsabile della «sòla». E gli sottraggono lo zaino per chiedere poi il riscatto. Un modo per riavere i loro soldi, spesi per avere aspirina in polvere al posto della coca. C'è poi la testimonianza di un facchino del LeMeridien Visconti. Biagio Di Paola a verbale racconta di averli visti rientrare trafelati alle 2,45 della notte. Un suo collega 55enne, però, ricorda di averli visti mentre rientravano all'1,30, probabilmente dopo aver rubato lo zaino a Brugiatelli. Un'ora e 15 minuti di differenza. Chi dei due si sbaglia? Ancora. Il portiere d'albergo Roberto Altezza, 62 anni, parla di una prenotazione per Lee e un suo parente. Un familiare mai arrivato. «Elder mi ha detto che, alla fine, avrebbe soggiornato solo lui. Ho scannerizzato il suo documento, attivato un unico badge di accesso della camera 109 e inserito nel sistema il mancato arrivo». L'uomo giura di aver visto Elder parlottare anche con due uomini, uno dei due dalla pelle nera, nella hall. Gli spacciatori di Xanax, lo psicofarmaco ritrovato in camera la mattina dell'arresto?

Roma, carabiniere ucciso: il buco di 24 minuti prima del delitto. Pubblicato venerdì, 02 agosto 2019 da Fiorenza Sarzanini e Rinaldo Frignani su Corriere.it. Ci sono 24 minuti di «buco» negli spostamenti dei due giovani americani indagati per l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Tanto tempo è passato dal momento in cui Elder Finnegan Lee e Gabriel Christian Natale Hjorth sono usciti dall’hotel Le Meridien fino all’aggressione dei due militari e all’accoltellamento mortale. I due luoghi sono distanti appena 500 metri. Dunque che cosa hanno fatto? Sono rimasti appostati nel buio? Oppure hanno incontrato qualcuno? Avevano altri complici? Oppure alla rissa ha partecipato anche il mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli? Sono le domande che segnano il lavoro dell’accusa e sulle quali la difesa si prepara evidentemente a dare battaglia. Motivo in più per i magistrati guidati dal procuratore Michele Prestipino di ottenere una ricostruzione che non sia segnata da quei «punti oscuri» che invece proprio lui aveva evidenziato nella conferenza stampa di tre giorni fa. È quasi l’una della notte tra il 25 e il 26 agosto quando i due ragazzi sono a Trastevere per comprare droga e si rivolgono a Brugiatelli. Quando vanno via — ancora ignari di aver ottenuto soltanto pasticche di aspirina — si portano via il borsello del mediatore con documenti e cellulari. Gli orari sono stati ricavati incrociando quanto emerge dai filmati, i verbali dei testimoni e le chiamate al 112. La fuga dei due americani — come si vede dal primo video — comincia all’1,16. Dopo 16 minuti, all’1,31, entrano nell’hotel che si trova a 2 chilometri e 600 metri. Possibile che vadano di corsa, al momento non risulta che abbiano preso un taxi. A Trastevere intanto si pianifica l’operazione per il recupero del borsello. Nell’ordinanza di cattura dei due indagati il gip Chiara Gallo cita l’annotazione di servizio con cui Varriale dice di essere arrivato all’1,19. Non si fa cenno alla presenza di Cerciello Rega tanto che questa mancanza avvalora il sospetto che in realtà il vicebrigadiere fosse fuori servizio. Il comando provinciale lo esclude, ma si dovrà verificare se le altre relazioni di quella sera forniscano altri elementi su questo punto. Anche perché alle 2,04 Brugiatelli chiama il 112 denunciando di aver subito l’estorsione e alle 2,10 la centrale decide di contattare proprio il cellulare di Cerciello Rega per intervenire. Luogo e ora dell’incontro per effettuare lo scambio viene fissato alle 2,30, quando Brugiatelli chiama il proprio cellulare e Natale Hjorth risponde: si vedranno alle 3,15 in via Pietro Cossa. Sono i due americani a dettare le condizioni, visto che sono in albergo a poca distanza. Brugiatelli — questo dice la versione ufficiale — va in auto con i due carabinieri e rimane vicino all’auto ad attenderli. Cercielli Rega — ma questo si scoprirà soltanto giorni dopo — non ha la pistola. Dettagli di una procedura che lascia numerose zone d’ombra e che viene riverificata proprio in queste ore. Ma quello che succede prima e dopo è tuttora avvolto nel mistero, visto che nonostante le decine di telecamere della zona agli atti non risulta depositato alcun video che mostri l’aggressione. Gli americani escono dall’albergo alle 2,48. Sono davvero da soli? Hanno incontrato qualcun altro? Sono stati loro a fissare il momento del baratto, perché hanno deciso di stare in strada per così tanto tempo? Alle 3,12 la telecamera di una gioielleria li inquadra «mentre insieme si dirigono verso il luogo dell’appuntamento», come sottolinea la gip nel provvedimento di cattura. Nei successivi tre minuti c’è l’aggressione, ci sono le coltellate, la morte. Elder si scaglia come una furia contro il carabiniere, è riuscito a infliggergli ben 11 colpi. Il suo complice lotta con l’altro militare e poi scappa. Dov’è Brugiatelli in quei momenti? Continua a rimanere distante o invece si avvicina al luogo dell’incontro? Interviene nella rissa? Alle 3,16 la telecamera dell’hotel riprende i due americani che rientrano e salgono in stanza. Epilogo di una notte folle segnata ancora da troppi misteri.

Il doppio mistero. Le telecamere rimaste cieche e quei militari «fuori zona». Pubblicato venerdì, 02 agosto 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Ci sono svariate telecamere in quell’angolo del quartiere Prati dove il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è stato ucciso con 11 coltellate. Ma nessuna avrebbe registrato il momento dell’aggressione a lui e al collega Andrea Varriale. I video acquisiti agli atti dell’inchiesta sono stati riesaminati e l’esito è stato negativo. Nei 24 minuti di «buco» sugli spostamenti dei due americani accusati del delitto è infatti compreso anche quanto accaduto quando hanno incontrato i due militari e hanno lottato con loro. E dunque soltanto l’incrocio tra le testimonianze potrà aiutare a comprendere che cosa sia davvero successo e soprattutto se ci fossero altre persone presenti quando si è consumato il delitto. Soprattutto se davvero Sergio Brugiatelli, che aveva accompagnati i due a comprare cocaina, sia rimasto lontano, accanto alla vettura lasciata in sosta dai militari, come scritto nella relazione di servizio da Varriale. L’omicidio è avvenuto di fronte a una farmacia, ma i titolari hanno spiegato che le telecamere sono in funzione soltanto durante l’orario di apertura. A pochi metri c’è una banca, ma anche in questo caso la risposta fornita sarebbe stata negativa: il sistema di videosorveglianza inquadra soltanto gli ingressi. La zona è molto controllata perché ci sono uffici e altre banche. E infatti i due americani vengono inquadrati mentre escono dall’hotel, ripresi mentre vanno all’appuntamento, filmati ancora quando tornano in albergo. Appare incredibile che per quei 24 minuti fondamentali per l’inchiesta non ci sia nulla di utile e ora si sta verificando se altre telecamere più lontane possano aver inquadrato il passaggio dei carabinieri, oppure Brugiatelli stesso mentre era in attesa che avvenisse lo scambio che aveva concordato al telefono per riavere il borsello rubato. Chiarire il suo ruolo è fondamentale per le indagini. Il comunicato reso noto attraverso il suo legale per negare di essere «un pusher o un confidente» certamente non basta a chiudere la questione. Anche perché lui stesso ha ammesso di aver fatto da tramite tra gli americani e gli spacciatori per l’acquisto di cocaina. Finora non risulta indagato, ma dovrà comunque spiegare in maniera più convincente quale fosse il rapporto con i carabinieri che quella sera aveva incontrato in piazza a Trastevere prima di subire il furto. È proprio la relazione di servizio di Varriale a dare conto che in piazza Mastai quella sera ci sono anche il maresciallo Pasquale Sansone e altri carabinieri della stazione Farnese dove lui e Cerciello Rega prestano servizio. Non sono in servizio ma questo non impedisce loro di «cercare un soggetto che si era sottratto all’identificazione dandosi alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro di colore bianco contenente una compressa di aspirina», ma anche di «identificare Sergio Brugiatelli che riferiva di essere stato vittima di un borseggio». Quella piazza non è di competenza di chi lavora nella stazione Farnese, ma dei carabinieri in servizio alla stazione Trastevere. E allora perché erano proprio loro ad effettuare controlli e prendere denunce? Come mai — nel momento in cui Brugiatelli chiama il 112 per denunciare l’estorsione — la centrale contatta Cerciello sul cellulare per incaricarlo dell’operazione di recupero del borsello? L’ipotesi è che in realtà altre volte quel gruppo di carabinieri abbia svolto lì la propria attività, grazie alle «soffiate» che arrivavano proprio da quell’ambiente. E che Brugiatelli conoscesse bene almeno qualcuno di loro e abbia chiesto aiuto per recuperare almeno il telefono con i preziosi contatti che aveva in memoria.

Carabiniere ucciso, una settimana dopo l’omicidio  pusher in azione a Ponte Sisto. Pubblicato giovedì, 01 agosto 2019 da Rinaldo Frignani su Corriere.it. Un cenno con la testa a due aspiranti clienti appoggiati al parapetto di Ponte Sisto. Loro - uno grosso con la maglietta nera e l’altro più snello con i capelli ricci e la camicia a righe - restano interdetti, quasi imbarazzati. Temono di finire nei guai e allora il pusher, indispettito, replica il segnale, poi si allontana zoppicando verso il lungotevere. Solo allora i due si decidono a seguirlo, sempre con fare prudente. La scena si ripete anche altre volte in una delle piazze storiche dello spaccio di Trastevere. A una settimana dall’uccisione del vice brigadiere Mario Cerciello, nel rione funziona ancora così. D’altra parte soprattutto il commercio di cocaina - come quello di hashish e marijuana - non può fermarsi. Girano troppi soldi attorno allo spaccio di stupefacenti nella principale zona di movida della Capitale. A piazza Mastai, dove Cerciello e il suo collega Andrea Varriale intervennero con altri colleghi - secondo la versione dei carabinieri - per bloccare un giro di spaccio nel quale erano finiti anche i due giovani americani, poi arrestati per l’omicidio del sottufficiale avvenuto a Prati in circostanze ancora da chiarire, non c’è un grande movimento. Anzi. Un parcheggiatore abusivo e un fioraio stazionano ai margini della zona pedonale. Tre stranieri confabulano sui gradini della fontana costruita più di 150 anni fa insieme con il Palazzo della manifattura tabacchi. Sono spacciatori ma mancano i clienti, mentre sulle panchine alcuni clochard cercano di dormire. Il buio totale tutt’attorno trasforma l’area in una zona pericolosa, deserta. Proprio qui Lee Elder Finnegan e Gabriel Christian Natale Hjorth - stando alla ricostruzione dell’accusa - hanno derubato dello zainetto il presunto pusher Sergio Brugiatelli, dopo essere stati truffati con un antipiretico al posto della droga che volevano comprare da altri spacciatori. Se quella notte lo scenario era davvero lo stesso di mercoledì, allora si può ben comprendere come a quell’ora piazza Mastai fosse - allora come adesso - un luogo sinistro, dove tutto è possibile. Via della Luce, percorsa dagli americani per fuggire a piedi, lo è altrettanto sebbene l’illuminazione pubblica funzionante - sembra uno scherzo, visto il nome della strada ma è proprio così - renda meno preoccupante passarci a piedi. Almeno per chi non è in cerca di droga. Perché per chi esce per incontrare i pusher invece, più i vicoli e gli anfratti sono al buio e meglio è. Accade attorno al ministero dell’Istruzione, verso il Gianicolo, e poi ancora dalle parti di piazza San Cosimato (dove però la presenza massiccia del pubblico nell’arena del Piccolo America contribuisce a limitare il fenomeno) e di piazza San Calisto, ma qui i pusher stranieri non sono certo una novità. Nessuno comunque sembra preoccupato da ciò che è successo a poche centinaia di metri. La droga si vende e poi si consuma anche sul posto. Coca, fumo, erba. C’è di tutto, e di tutto si trova in un attimo, a seconda di ciò che serve. L’offerta non manca, nemmeno la richiesta si fa attendere. I dintorni di piazza Trilussa non fanno eccezione, vicolo del Cinque - con i ragazzi che schiamazzano fuori dai locali, con le birre e gli shottini in mano, proprio sotto le finestre dei palazzi - è soltanto l’anticamera di quello che attende chi arriva al lungotevere e quindi, di nuovo, su Ponte Sisto. Accade lo stesso anche su Ponte Cestio, all’Isola Tiberina, ma solo perché è al buio, anche questo. Per il resto lungotevere Farnesina, verso Trastevere, e lungotevere dei Tebaldi, dalla parte di Campo de’ Fiori (dove solo poche notti fa un diciottenne francese, forse ubriaco, è morto dopo essere precipitato dal muraglione per un assurda prova di equilibrismo) sono gli accessi preferiti da chi vuole contrattare con gli spacciatori. Un gruppetto di pusher staziona sul ponte, si muove disinvolto. È pur sempre casa loro, e lo sanno bene.

La catena di comando, l'assenza del mediatore: ecco chi può fare luce. Solo le testimonianze di Varriale, il collega del vice brigadiere morto, e di Brugiatelli consentirebbero di chiarire le ultime fasi. Luca Fazzo, Martedì 30/07/2019, su Il Giornale.  Nomi sbagliati, topografie impazzite: ad aumentare il caos nell'inchiesta sulla morte del carabiniere Mario Cerciello Rega arriva ieri l'ordinanza di custodia in carcere spiccata dal giudice Chiara Gallo nei confronti di Gabriel Natale Hjorth e di Finnegan Elder, i due giovani americani accusati di omicidio volontario. Una ordinanza piena di incongruenze, in cui è impossibile distinguere i lapsus figli della fretta dalle reali incertezze su come siano andati i fatti. Basti pensare che a pagina 3 si dice che gli americani danno appuntamento al derubato, Sergio Brugiatelli «in via Belli», cioè a Trastevere, mentre l'incontro avviene a Prati. Anche a pagina 4, quando si racconta l'aggressione, si dice che Cerciello e il suo collega di pattuglia Andrea Varriale «lasciano Brugiatelli nei pressi dell'auto di servizio in sosta presso via Belli»; invece due pagine dopo Brugiatelli dice di essere stato lasciato dietro piazza Cavour, e infatti sente chiaramente le urla seguite all'uccisione di Cerciello. Insomma, un pasticcio sintomatico del caos in cui si muove l'inchiesta. La sciatteria degli atti amplifica le incongruenze vere, i tanti dettagli che non collimano, i buchi neri. Ieri ne salta fuori un altro. Si scopre che Varriale già alle 01,19 si era trovato faccia a faccia con Brugiatelli, in piazza Mastai, convocato per dare la caccia a uno spacciatore che era scappato. Verosimilmente si tratta di Italo Pompei, lo stesso che tira agli americani il «bidone» a base di tachipirina che innesca tutto il dramma. Domanda inevitabile: dov'è in quel momento Cerciello? Perchè viene precettato solo Varriale, inferiore in grado, e lui no? Per quello che se ne sa finora, i due carabinieri erano di pattuglia insieme, in un servizio anticrimine a Trastevere. Ma qual era la catena di comando? A convocare Varriale in piazza Mastai è il maresciallo Sansone, suo superiore gerarchico della stazione di piazza Farnese. Invece a precettare Varriale e Cerciello un'ora dopo per tendere la trappola agli americani - che risulterà fatale al vicebrigadiere - è la centrale operativa del Nucleo radiomobile. Perché? La risposta ufficiale è: serviva ovviamente personale in abiti civili. Ma dal verbale di Pompei si scopre che altri carabinieri in abiti civili erano già entrati in scena due ore prima: in piazza Mastai «giungeva un motociclo di colore nero con due persone che si qualificavano come appartenenti all'arma dei Carabinieri», quindi evidentemente non erano in divisa. Che fine fanno i due in moto nella fase successiva? Perché al loro posto devono subentrare Cerciello e Varriale? Il racconto di Varriale della fase finale solleva anche domande sulle modalità operative. Alle 2,30 Brugiatelli ha parlato in presenza sua e di Cerciello, col telefono in vivavoce, con i due americani, dandosi appuntamento in via Cesi, sotto il loro hotel, per lo scambio borsello-soldi. I due carabinieri fanno salire l'uomo sull'auto civetta con loro, ma posteggiano a duecento metri di distanza dal luogo dell'incontro: lasciano Brugiatelli accanto all'auto e proseguono a piedi. Perché non lo portano con loro, perché non mandano lui coprendogli le spalle? Così facendo rinunciano alla chance, apparentemente ovvia, di lasciare che Brugiatelli consegni i soldi e di intervenire dopo arrestando i ricattatori in flagranza; rischiano addirittura di non riconoscere gli americani (Varriale dirà di averli individuati solo per «l'atteggiamento guardingo e sospettoso»), o che loro si allontanino. Tutto, insomma, riporta alla domanda: perché proprio la coppia Cerciello-Varriale fu incaricata, o si incaricò, di sbrigare la parte finale della pratica, la più delicata e (come si è visto) la più pericolosa? Se c'è un non detto, in questa vicenda, ci sono almeno due persone in grado di portarlo alla luce. Uno è Brugiatelli, questa improbabile figura di mezzano di spacciatori che di Trastevere, delle sue dinamiche di sbirri e di soffiate, sa molto. L'altro è Varriale, il compagno di pattuglia di Cerciello, quello che ne ha tamponato le ferite mentre agonizzava sull'asfalto. Chi sarà, dei due, a fare un po' più di luce?

Il coltello, lo zaino, la fuga: ecco l'ordinanza sul carabiniere ucciso. Svelate le carte del Gip: cosa è successo la sera in cui il carabiniere è stato ucciso. "Indagati senza autocontrollo". Bartolo Dall'Orto, Lunedì 29/07/2019, su Il Giornale. È l'ordinanza cautelare che dispone il carcere per Christian Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder a chiarire le dinamiche del drammatico omicidio del carabiniere a Roma. A firmarla è il Gip di Roma, Chiara Gallo.

Il furto dello zaino. Partiamo dal perché Cerciello e il collega Varriale sono andati lì quella sera. Sergio Brugiatelli, l'uomo che avrebbe indicato lo spacciatore ai due americani, sostiene di essere stato "avvicinato da due ragazzi che volevano cocaina". Lui gli presenta un pusher, che però vende aspirina tritata e non droga ai due giovani Usa. "Ho contattato il mio amico per rimediare droga", ha messo a verbale Brugiatelli. Una volta scoperta la truffa, Natale e Elder avrebbero rubato la borsa al "mediatore" per poi chiedere una sorta di riscatto (100 euro e un grammo di cocaina). L'uomo allora ha contattato il 112 (ascolta qui l'audio della telefonata) per denunciare il furto sostenendo che "questi ragazzi io li chiamo e mi chiedono il riscatto dei soldi e tutto quanto...". Anche di fronte ai pm Brugiatelli conferma la versione: dopo aver telefonato al proprio cellulare - dice - "ha risposto un ragazzo, credo in inglese" per dargli l'appuntamento per il riscatto.

L'intervento dei carabinieri. In piazza si presentano però Mario Rega Cerciello e il collega Andrea Varriale in borghese. Nelle scorse ore era sorto il dubbio che i due carabinieri si fossero presentati o meno. Elder dal carcere continua a sostenere di "non aver capito che era un militare, credevo fosse uno dei pusher". Ma dall'ordinanza emerge che è lo stesso Natale a confermare che i due militari in borghese si sono qualificati. Una volta mostrati i tesserini, scatta l'aggressione. "Io ero con loro sul posto - ha messo a verbale Brugiatelli - dall'auto sentivo le urla".

Le coltellate. A sfoderare le coltellate è il 19enne. "È pacifico - si legge nell'ordinanza - che l'autore materiale dell'omicidio sia Elder Lee". Una violenza inaudita: "Erano guardinghi - ha raccontato Varriale, la lite è stata rapida e violenta. Mario urlava: 'Basta, fermati, siamo due carabinieri'. Prima di accasciarsi ha detto: 'Mi hanno accoltellato'". Il carabiniere resta lì a terra, perde molto sangue, mentre i due americani fuggono a gambe levate per andarsi a rifugiare in un hotel di lusso non lontano dal luogo del delitto. È escluso che quella di Elder possa essere stata "legittima difesa". Per due motivi: innanzitutto, "non ci sono evidenze a sua difesa sul fatto che il Carabiniere lo afferrasse per il collo"; poi la "legittima difesa" è "incompatibile con le 8 coltellate a un uomo disarmato"; e infine lo stesso Elder ha ammesso "di aver colpito il carabiniere finché non ha lasciato la presa".

Il coltello e i vestiti indossati. Dopo le coltellate, scrive il Gip nell'ordinanza, viene ritrovato sul posto un cellulare "simile a quello rubato". Lo zaino lo abbandonano in una fioriera in via G. Belli. L'arma del delitto invece verrà ritrovata qualche ora dopo, intorno alle 12. I carabinieri, dopo aver visionato i due video che ritraggono Elder e Natale vagare per le piazze romane e poi scappare, fanno irruzione nell'albergo Le Meridien Visconti di via Cesi, in zona Prati. Alcune telecamere, infatti, li riprendono mentre rientrano in hotel dal luogo del delitto. Una volta in camera, si legge nell'ordinanza, Natale nasconde "in un controsoffitto" l'arma "sporca di sangue" perché "preoccupato per il mio amico". Si tratta di un "coltello a lama fissa lunga 18 centimetri tipo 'Trench knifè Ka-Bar Camillus con lama brunita modello marines con impugnatura di anelli di cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito". Sul posto i militari trovano anche i vestiti indossati la sera prima.

"Assenza di autocontrollo". Il Gip che ha firmato l'ordinanza sottolinea la "totale inconsapevolezza del disvalore delle azioni" dei due americani "come apparso evidente anche nel corso degli interrogatori durante i quali nessuno dei due indagati ha mostrato di aver compreso la gravità delle conseguenze delle loro condotte, mostrando una immaturità eccessiva anche rispetto alla giovane età". Condotte che "testimoniano la totale assenza di autocontrollo e capacità critica evidenziandone la pericolosità sociale".

La fuga. Per i due si sono aperte le porte del carcere anche perché per il Gip sussiste il "il pericolo di fuga e il pericolo di concreto reiterazione dei reati analoghi". "Si tratta di due persone stabilmente residenti all'estero - si legge nell'ordinanza - presenti in Italia occasionalmente e sorprese dalla polizia giudiziaria in procinto di lasciare l'albergo subito dopo avere commesso i delitti in contestazione, condotta quest'ultima che non può non ritenersi finalizzata a far perdere le proprie tracce".

Da La Repubblica il 30 luglio 2019. Un coltello per combattimenti corpo a corpo, in dotazione ai marines statunitensi sin dal 1942, quando prese il posto dei vecchi pugnali da trincea in bronzo o in lega della Prima guerra mondiale, ritenuti ormai inadeguati. È il coltello a lama fissa lunga 18 centimetri tipo 'Trench knife' Ka-Bar Camillus con lama brunita modello marines con impugnatura di anelli di cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito che ha ucciso il vice brigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, colpito - per l'appunto in un corpo a corpo, in strada - 11 volte dallo statunitense Finnegan Lee Elder. Un'arma con una lama di quasi 18 centimetri, il pugnale per antonomasia del Secondo conflitto mondiale. Chi si arruolava preferiva portarsi il pugnale da casa piuttosto che usare le diverse varianti del coltello 'Mark', e la Difesa Usa capì che era tempo di trovare un pugnale che fosse maneggevole, multiuso (sia in combattimento che per altri utilizzi) e con una lama robusta. Fu così che si rivolse alla Camillus Cultery di New York che negli anni della guerra ne produsse un milione di esemplari e continuò anche dopo, con un tale successo da cambiare il nome dell'azienda in Ka-Bar Knives. Questo nome ha anch'esso un'origine particolare: l'azienda lo fa risalire a una lettera mandata da un cacciatore alla Camillus per tessere le lodi dell'arma con cui era riuscito a uccidere un orso che lo aveva aggredito. Tra le poche parole ancora leggibili nella lettera, per l'appunto, 'k a b ar' da "kill a bear": uccidere un orso.

Da Agi.it il 30 luglio 2019. E' la domanda che in molti si sono posti; come si è procurato  Finnegan Elder Lee il coltello usato per uccidere Mario Cerciello Rega? Semplice: se l'è portato da casa. A San Francisco il 19enne accusato di aver colpito 11 volte il il vicebrigadiere dei carabinieri ha imbarcato una valigia nella stiva dell'aereo e nel bagaglio aveva riposto, insieme a qualche cambio d'abito per la vacanza romana, una lama da 18 centimetri del tipo in dotazione ai Marines. Secondo le regole dell'Autorità sulla sicurezza dei trasporti (TSA) degli Stati Uniti è possibile trasportare in volo partendo dagli Usa un coltello come il Ka-Bar. Le regole di imbarco prevedono che possono essere portati, solo nel bagaglio da stiva, oggetti come coltelli, coltellini svizzeri e spade compresi i modelli da scherma. La raccomandazione che viene formulata dalla TSA è quella di avvolgere correttamente oggetti con lame per evitare possibili lesioni agli addetti allo smistamento dei bagagli. E' possibile trasportare anche armi da fuoco in stiva ma per queste ultime bisogna richiedere l'autorizzazione. L'arma è un coltello per combattimenti corpo a corpo, in dotazione ai marines statunitensi sin dal 1942, quando prese il posto dei vecchi pugnali da trincea in bronzo o in lega della Prima guerra mondiale, ritenuti ormai inadeguati. E' il coltello a lama fissa lunga 18 centimetri tipo 'Trench knife' Ka-Bar Camillus con lama brunita modello marines con impugnatura di anelli di cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito scelto dalla Difesa Usa perché maneggevole, multiuso (sia in combattimento che per altri utilizzi) e con una lama robusta. E' prodotto da quella che fino al 1952 si chiamava Camillus Cultery di New York ed ebbe un tale successo da far cambiare il nome dell'azienda in Ka-Bar Knives. Questo nome ha anch'esso un'origine particolare: l'azienda lo fa risalire a una lettera mandata da un cacciatore alla Camillus per tessere le lodi dell'arma con cui era riuscito a uccidere un orso che lo aveva aggredito. Tra le poche parole ancora leggibili nella lettera, per l'appunto, "k a b ar" da "kill a bear": uccidere un orso.

La madre di Elder, l’americano accusato dell’omicidio del carabiniere: «Siamo distrutti». Pubblicato martedì, 30 luglio 2019 da G. Sarcina, inviato a San Francisco su Corriere.it. Una sola scampanellata. Breve attesa e la donna compare sui gradini all’interno del cancello. È una casetta a un piano, verdastra, protetta da una griglia che si affaccia sull’ingresso buio. Dentro si intravedono due grandi lavatrici, una caldaia e in un angolo una Vespa bianca fiammante. «Chi è?». Rispondiamo subito «Italia» e soltanto quando è ormai davanti al cancello, tutto il resto. Sembra funzionare: «Buongiorno, sono Leah». È la madre di Finnegan Lee Elder, il diciannovenne americano accusato di aver ucciso il vice brigadiere Mario Cerciello Rega. «Sono distrutta». È scesa così come si trovava, è evidente. Indossa una maglia larga a righe, una tuta-pantalone, scarpe basse; i capelli in disordine, raccolti in modo sommario. Leah Lynn Elder ha 51 anni, fa la consulente nel campo dei trasporti. «Non posso parlare, è tutto così precario, stiamo aspettando le indicazioni del dipartimento di Stato, prima di partire per Roma, forse domani o mercoledì (oggi 31 luglio, ndr)». La famiglia ha delegato Sean, lo zio di Finnegan, a tenere i rapporti con la stampa. E Sean, che è un giornalista, lo fa in modo cortese e un po’ burocratico, spedendo via mail brevi comunicati, come questo: «Stiamo continuando a raccogliere informazioni attraverso gli avvocati, nello stesso tempo siamo grati che Finnegan abbia ricevuto cure mediche. Come sempre i nostri pensieri vanno alla famiglia e agli amici dell’agente Rega, che hanno subito una perdita inimmaginabile». È un sentimento sincero: prima di rientrare nella sua abitazione, gli occhi azzurri di Leah si riempiono di lacrime quando parliamo del carabiniere accoltellato. Resta in silenzio, interdetta, smarrita, mentre ripercorriamo tutto quello che è stato detto e scritto su suo figlio: «violento», «drogato», «assassino». Nel suo sguardo si accende, invece, una piccola luce non appena la conversazione tocca la foto che ritrae l’altro ragazzo, Gabriel Natale Hjorth, ammanettato e bendato nel commissariato. «Ma non dico niente, davvero la situazione è così precaria». Leah risale e rimaniamo da soli, in questo pomeriggio (è lunedì 29 luglio), in una strada a saliscendi incredibilmente deserta. Il Sunset District è un quartiere residenziale, con tante «townhouse» carine, ma certamente non sfarzose. Ci vive gente che lavora giù nel distretto finanziario oppure fuori città, nella Silicon Valley. Il pensiero torna all’immagine del giovane bendato che tv e quotidiani locali continuano a trasmettere e a pubblicare da giorni. Non è difficile fare due più due, mettendo insieme il riferimento di Sean «ai legali» e lo sguardo di Leah, e verificare un semplice ragionamento con altre persone che stanno seguendo il caso. «The Elders» (così Sean firma le sue note) si stanno aggrappando a questo grave incidente con la forza della disperazione e con la speranza, umanamente comprensibile, di aiutare in qualche modo il figlio incriminato, nei guai e di quelli seri. Questo è lo stato d’animo, l’istinto della famiglia. Saranno gli avvocati a decidere come e che cosa fare: chiedere di invalidare la confessione del giovane? Spingere per l’estradizione negli Stati Uniti? Certo è che il precedente di Amanda Knox, la studentessa americana condannata e quindi assolta in Cassazione per l’omicidio di Meredith Kercher, ritorna in modo più o meno esplicito. Non importa se si gira per il Sunset oppure se si va oltre il ponte del Golden Gate, tra i villoni della Mill Valley dove vivono i genitori, separati, di Gabriel Natale Hjorth. Non importa se si chiacchiera con Debrah Kamper, una signora che aspetta che la sua bambina di dieci anni esca dalla vasca olimpionica della Tamalpais High School, il liceo pubblico, frequentato da Finnegan e Gabriel. Oppure se si scambia qualche parola con Terry McSweeney, anchor della Nbc per la Bay Area. Cominciano tutti nello stesso modo: «È una tragedia, qui siamo profondamente scossi». Ma poi arriva la domanda: «Ci possiamo fidare dei “policemen”, dei giudici italiani?».

Carabiniere ucciso a Roma, convalidato il fermo dei due americani. La famiglia Elder: "Siamo scioccati, condoglianze a parenti del brigadiere". I due fermati per omicidio volontario e tentata estorsione al termine di un lungo interrogatorio non rispondono al giudice. Il coltello usato per uccidere il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega nascosto dietro pannello nel soffitto della stanza dove i due americani alloggiavano. L'omicida faceva uso di psicofarmaci. Federica Angeli il 27 luglio 2019. Si chiamano Christian Gabriel Natale Hjorth ed Elder Finnegan Lee i due giovani responsabili dell'omicidio del vicebrigadiere Mario Rega Cerciello. Sono due americani e hanno 19 e 18 anni. Il loro fermo per omicidio volontario e tentata estorsione è arrivato al termine di un lungo interrogatorio in cui uno dei due ha confessato di aver affondato per almeno 8 volte la lama di un coltello nel corpo del carabiniere di 35 anni nella notte a cavallo tra il 25 e 26 luglio scorsi in pieno centro. E dopo il ritrovamento del coltello usato per uccidere il militare nascosto dietro un pannello nel soffitto della stanza dove i due americani alloggiavano. Durante l'interrogatorio di convalida del fermo davanti al gip Finnegan Lee si è avvalso della facoltà di non rispondere e Natale Hjorth si è rimesso a quanto dichiarato a verbale, rimanendo anche lui in silenzio. "Per rispetto del militare è meglio non parlare", ha detto fuori dal carcere di Regina Coeli il suo difensore, Francesco Codini. Il gip di Roma, Chiara Gallo, ha convalidato il fermo per i due, accusati anche di concorso in tentata estorsione. Si è anche saputo che Elder Lee faceva uso di psicofarmaci e nella stanza d'albergo sono state trovate boccette di Xanax. "Siamo scioccati. Esprimiamo le più profonde condoglianze alla famiglia del brigadiere Cerciello Rega", dichiara la famiglia di Finnegan Lee Elder in un comunicato pubblicato da Abc. "Non abbiamo informazioni indipendenti sull'accaduto, non siamo stati in grado di avere comunicazioni con nostro figlio. Chiediamo il rispetto della nostra privacy durante questo momento difficile. I nostri pensieri vanno a coloro che sono stati colpiti da questa tragedia". Elder è nato a San Francisco nel 2000 e si è diplomato alla Tamalpais High School nel 2018, insieme a Natale Hjorth. Per un breve periodo - lo riferisce l'Abc - ha frequentato la scuola Sacred Heart Cathedral Preparatory di San Francisco, dove ha giocato a football. La scuola Sacred Hearth è un istituto cattolico, con una retta annuale di 21.250 dollari.

L'appuntamento e l'estorsione. Intanto, a 24 ore dall'accaduto la dinamica comincia a diventare chiara. Tutto comincia dopo la mezzanotte quando i due americani sono a caccia di cocaina per sballarsi e cercano uno spacciatore. Si avvicinano a Sergio Brugiatelli (l'uomo a cui verrà rubato il borsello nero), in piazza Mastai, gli chiedono la droga. Lui non ne ha. Gli indica però il pusher da cui acquistarla. I due americani vanno dallo spacciatore, comprano per 100 euro la dose e se ne vanno. Quando consumano la droga i due si accorgono che la bustina che hanno acquistato non è cocaina ma aspirina. Tornano in piazza, non trovano più lo spacciatore e se la prendono con Brugiatelli. È stato lui a indicargli il pusher ed è lui a dover restituire i 100 euro. Gli prendono quindi il borsello di pelle e fuggono via. "Con la minaccia di non restituire altrimenti quanto sottratto, contattati telefonicamente, formulavano una richiesta di una ricompensa di 100 euro" , scrive poi il pm nel decreto di fermo. Secondo la ricostruzione della Procura, dopo aver stabilito un appuntamento in zona Prati per la riconsegna dello zainetto rubato, "raggiunto il luogo concordato e avvicinatisi i due carabinieri Mario Rega Cerciello e Andrea Varriale in borghese allertati dal Brugiatelli, nonostante i due militari si fossero qualificati come appartenenti all'Arma dei carabinieri, dapprima ingaggiavano una colluttazione rispettivamente il Cerciello con Elder e il Varriale Andrea con Natale Hjorth". Dopodiché Elder - si legge ancora nel decreto - colpiva con "numerosi fendenti il Cerciello" ferendolo "in zone vitali" tanto che a seguito dei fendenti inferti "il carabiniere Cerciello decedeva presso il pronto soccorso dell'ospedale Santo Spirito". Dopo l'aggressione entrambi i responsabili scappavano "incuranti delle condizioni del Cerciello, esanime".

Le testimonianze. Gli indizi di colpevolezza, raccolti dai carabinieri di via In Selci che hanno svolto le indagini, sono "gravi e concordanti" e si avvalgono di numerose testimonianze. Oltre alle dichiarazioni del derubato del borsello Sergio Brugiatelli, ci sono la relazione del carabiniere sopravvissuto, i ricordi del portiere dell'albergo dove la coppia alloggiava e, soprattutto, le dichiarazioni del facchino dello stesso hotel.  Li ha visti rientrare intorno alle 2,45 e ha descritto l'abbigliamento di uno dei ragazzi e il passo veloce col quale è entrato nell'albergo.

La descrizione degli aggressori. Dopo l'omicidio la telefonata del carabiniere sopravvissuto al 112 indica negli assassini due magrebini (così si legge infatti nei brogliacci). Da qui l'equivoco durato qualche ora sull'identità dei responsabili dell'omicidio. Quel che rimane ancora da chiarire in questa storia è da quale telefono il Brugiatelli abbia contattato i 2 americani che avevano il suo cellulare e come abbia chiesto i soccorsi ai carabinieri. Ci sono due versioni sul punto. La prima: ha chiamato il 112 (ma non risultano chiamate fatte da lui); la seconda ha fermato una pattuglia per strada la quale avrebbe diramato intervento, preso in carico dal vicebrigadiere morto e dal suo collega in servizio alla stazione Farnese. Secondo la procura artefice dell'accordo estorsivo con la vittima del furto del borsello, "in termini di partecipazione al colloquio telefonico", come scrivono anche il pm Calabretta e il procuratore aggiunto D'Elia nel decreto di fermo, è Natale, "l'unico dei due in grado di comprendere la lingua italiana". Usciti dall'hotel in Prati per raggiungere il luogo deciso per lo scambio, i due americani si trovano davanti non il ragazzo dal quale pretendevano soldi e droga, ma i due militari in borghese, Mario Rega Cerciello e Andrea Varriale. "A questo punto, le versioni dei due sono parzialmente coincidenti in quanto il Natale ammette che il carabiniere che gli si è avvicinato si è qualificato, benché non fosse in divisa, mentre Elder nega la circostanza o comunque si nasconde dietro la propria difficoltà di comprendere la lingua italiana". Entrambi "singolarmente" hanno una colluttazione con i carabinieri che gli avevano detto di fermarsi, una volta qualificatisi, e "benché nessuno dei due avesse estratto un'arma, Elder, bloccato dal Cerciello, estraeva un coltello (che per dimensioni e tipo è certamente strumento idoneo a cagionare grave offesa) colpendo più volte al tronco la vittima in zona vitale". Il vicebrigadiere ha urlato e solo a quel punto, dice Elder, "si fermava anche Natale". I due a quel punto sono fuggiti in direzione dell'albergo in Prati per poi nascondere e ripulire il coltello. Anche sull'occultamento dell'arma i due forniscono versioni "assolutamente contrapposte, accusandosi reciprocamente". Il coltello è stato trovato nella stanza dell'hotel, riconosciuta da Elder come propria "e l'ha indicata come arma del delitto" e comunque difficilmente non notata dall'amico che però ha negato la circostanza.

 Da Il Fatto Quotidiano il 30 luglio 2019. Un colpo alla testa a un coetaneo cui ha provocato “ferite potenzialmente letali“. Finnegan Lee Elder, il 19enne che ha confessato l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ha un grave precedente per aggressione, per il quale è stato giudicato dal tribunale dei minori della California. I fatti, riportati in un articolo del San Francisco Chronicle a firma del giornalista locale Evan Sernoffsky, sono risalenti a 3 anni fa, quando Elder aveva 16 anni. Il ragazzo, riporta il quotidiano californiano, era membro di una squadra di football presso il Sacred Heart Cathedral Preparatory in San Francisco. “Durante una partita il 29 ottobre 2016 ha dato un pugno a un altro giocatore, come riportano fonti informali agli investigatori”, si legge nell’articolo. E non è tutto. “Elder ha colpito un altro studente di 16 anni nel parco alberato vicino a Sloat Boulevard, sulla 19th Avenue, noto come luogo di ritrovo notturno per adolescenti, hanno riferito le fonti. La vittima è stata colpita sulla testa ed è stata ricoverata in ospedale con ‘ferite potenzialmente letali’, ha affermato la polizia all’epoca. La vittima affrontato una lunga convalescenza e da allora si è diplomata al liceo e frequenta il college. Non è stato possibile raggiungerlo per un commento”. Secondo il Chronicle, “Elder si è ripresentato dopo l’incidente del 2016 per poi essere inserito in un gruppo di una dozzina di giocatori sospesi per l’ultima partita della stagione al Kezar Stadium, a quanto riportano fonti e un’intervista di quell’anno con l’allenatore della scuola”. Il giornalista americano ha contattato “i funzionari del Sacred Heart” che “non hanno risposto ai messaggi del Chronicle”. E poi: “La scuola non ha commentato l’incidente in quel momento e non è chiaro se Elder abbia subito provvedimenti disciplinari prima di iniziare a frequentare il Tamalpais High”. Dopo l’aggressione, “Elder è stato arrestato con l’accusa di aggressione con gravi lesioni fisiche e il suo caso è stato giudicato in tribunale per i minorenni. E’ stato anche condannato per l’incidente, ma non è chiaro quale pena abbia dovuto affrontare”. “Fonti che sono volute rimanere anonime – spiega il quotidiano americano – a causa della delicatezza del caso”. Il giornalista del quotidiano di San Francisco ha anche contattato Sean Elder, lo zio di Finnegan Elder, che agisce come un portavoce della famiglia, il quale “ha detto e che l’incidente faceva parte di ‘una reciproca rissa premeditata, di cui molti membri della squadra di football erano al corrente'”. Dice Sean Elder al Chronicle: “Ho seguito Finn per tutta la sua vita e non l’ho mai visto violento o addirittura perdere la pazienza”, ha detto lo zio. “La scuola non ha preso provvedimenti nei confronti di suo nipote. L’adolescente si è trasferito a Tamalpais High dopo che suo padre si è trasferito a Mill Valley“, riporta l’articolo.

Carabiniere ucciso a Roma, i compagni di scuola sull'omicida Elder Lee: "È sempre stato un violento". Attilio Barbieri su Libero Quotidiano il 29 Luglio 2019. Un piantagrane, dedito all'alcol e non solo. Pericoloso. Questo raccontano a una tv locale californiana i vicini di Finnegan Lee Elder, l'americano accusato di aver ucciso con undici coltellate il vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega. Undici fendenti che hanno provocato un' emorragia fatale, come ha svelato l' autopsia svolta sabato all' istituto di medicina legale della Sapienza, a Roma. Figlio di una famiglia borghese che abita nella zona più elegante alle spalle di San Francisco, in California, nella metropoli californiana Finnegan ha studiato alla Sacred Heart High School, una scuola religiosa che però è costretto ad abbandonare, nonostante fosse ritenuto una promessa del football americano. Due vicini di casa di Finnegan demoliscono l'immagine del bravo ragazzo dipinta dagli amici di famiglia. Se "Fin" - questo è il nomignolo col quale lo chiamano amici e parenti - è uno dei tanti giovani poco raccomandabili che non mancano certo neppure nei quartieri bene della borghesia americana sulla costa occidentale, l' amico di scorribande e compagno di "sballi" Christian Gabriel Natale Hjorth è perfino peggio. È un violento. «Si è sempre saputo che fosse un cattivo ragazzo - racconta un suo ex compagno di scuola della Tamplais High School, Tommy Flynn - si cacciava in storie in cui non vorresti che i tuoi figli si cacciassero. Era noto per avere il carattere di un delinquente». È lui il ragazzo ritratto bendato e ammanettato nella caserma dei Carabinieri di via in Selci, a Roma. Su Instagram, Elder si fa chiamare «King of Nothing», il re del nulla e aggiunge nella sua biografia che «death is guaranteed, life is not», la morte è assicurata, non la vita. Finnegan vive nella Bay Area di San Francisco, dove è nato nel 2000: è l' area dove risiedono le famiglie più facoltose, perché da lì si gode una spettacolare vista del Golden Gate, il ponte che si affaccia sul Pacifico. Abbandonato il football, Fin si è trasferito alla Tamalpais High School a Mill Valley, sempre nella baia di San Francisco, dove ha conseguito nel 2018 il diploma. La stessa scuola in cui si è diplomato anche il suo amico, Gabriel Christian Natale Hjorth, anche lui accusato dell' omicidio. I due ragazzi, scorrendo i nomi dei diplomati 2018, sono tra i pochi a non aver ricevuto gli «onori», che vengono assegnati in base alla media finale dei voti. «Siamo sconvolti», ha fatto sapere la scuola. «È folle sentire che è successo alle persone del mio liceo, non me lo aspettavo», ha aggiunto uno degli studenti. Intanto, sull' abitazione della famiglia Elder, nel Sunset District di San Francisco, è comparso un cartello scritto a mano e attaccato al cancello di ferro: «Per favore, rispettate la privacy della famiglia. Non disturbare». «Siamo scioccati e sgomenti per quanto accaduto. Esprimiamo le più profonde condoglianze alla famiglia del brigadiere Mario Cerciello Rega», hanno scritto i genitori in un comunicato pubblicato da Abc News. Ma i voti bassi, l' atteggiamento provocatorio, le sbornie prese negli States, non sono nulla rispetto a quanto accaduto due giorni fa. A Roma Elder e Hjorth, quella notte maledetta, ubriachi fradici, erano a caccia di cocaina e almeno uno di loro faceva uso di psicofarmaci, come dimostra il flacone di Xanax, rinvenuto nella camera d' albergo del Meridien, assieme agli abiti insanguinati e al coltello che ha ucciso il vicebrigadiere Cerciello Rega. Che ha incrociato la loro strada.

Flavio Pompetti per “il Messaggero” il 2 agosto 2019. Combatteva a mani nude nel parco con altre persone disposte ad affrontarlo, ogni colpo permesso. Il giovane Finnegan Elder, che è accusato di aver accoltellato il vice brigadiere Mario Cerciello, ha partecipato a questi rituali cruenti in un area verde di San Francisco, dove non è raro che i giovani si riuniscano per sfidarsi. Sfide che ogni tanto finiscono con qualche ragazzo costretto ad andare in ospedale. La storia è confermata da suo zio, l'ex giornalista di Newsweek Sean Elder, che fa da portavoce per conto della famiglia in queste giornate terribili dopo la diffusione della notizia del crimine. La stampa statunitense si era interessata una sola volta a questa scena da branco selvaggio, quando nel novembre del 2016 in un confronto tra Finnegan e un compagno della squadra di football della scuola superiore Sacred Heart Cathedral di San Francisco, la violenza si era spinta un po' troppo in avanti. Finnegan aveva picchiato per scommessa il compagno durante una festa di fine campionato alterata dall'alcool e dalle droghe, e lo aveva colpito duro alla testa, al punto di produrgli, secondo il referto della polizia «lesioni potenzialmente letali». Ci sono voluti anni perché il malcapitato potesse guarire completamente dagli effetti della scazzottata, ma alla fine il recupero è stato completo, e oggi il giovane si è diplomato ed è uno studente universitario di buon successo. Lo zio Sean assicura che l'episodio non ha lasciato tracce sulla fedina penale di suo nipote, ma l'episodio non è stato isolato. Alcuni compagni di scuola della Tamalpais, il liceo nel quale Finnegan Elder si era iscritto in seguito al trasferimento del padre a Mill Valley, raccontano che il giovane era attirato dal confronto fisico, come se lo cercasse per addestrarsi a combattere. Due di loro chiedono di restare anonimi perché in tempi di esposizione globale su Internet, temono di associare indissolubilmente il loro nome ad una storia di omicidio. Ma dietro l'anonimato, raccontano di un Finnegan dalla doppia identità: socievole e apprezzato dai suoi coetanei, specialmente dalle ragazze; cortese nell'accompagnare a casa con la sua vettura chi ne aveva bisogno dopo la fine delle lezioni. Ma irascibile fino alla rabbia cieca, che spesso sfogava con una guida aggressiva in mezzo al traffico. Non aveva un solo vero amico alla Tamalpais, sembrava non averne bisogno, e sembrava piuttosto che nella rappresentazione della sua vita da lupo selvatico non ci fosse spazio per l'amicizia. Le scazzottate erano una specie di esercitazione all'abilità di combattere. Finn le cercava, le provocava con altri studenti, incurante della differenza di età e di corporatura. Era come ossessionato dall'idea di proiettare un'immagine di sé stesso aggressiva e cinica dice uno dei suoi ex amici I tatuaggi esibiti con ostentazione, la tintura di capelli come un divo dell'hard rock, tutto congiurava a costruire l'involucro di un guerriero spietato, nichilista e con nessuna aspettativa rispetto al futuro. In una delle pause scolastiche aveva preso a lavorare per un imprenditore edile, un'esperienza molto comune tra gli studenti statunitensi. Sul cantiere aveva avuto un incidente nel quale si è schiacciato un dito, e i medici non sono riusciti a salvarlo e hanno dovuto procedere con un amputazione. Anche quella menomazione, ricordano i suoi amici, era mostrata in pubblico come un segno non solo di virilità, ma di disprezzo della banale conformità di tanti altri suoi coetanei. E persino l'instabilità dell'umore e la salute mentale erano più simulate che reali. «Se l'hanno pescato con lo Xanax sul comodino della stanza d'albergo, non è certo perché un medico gliel'aveva prescritta. Ne ha sempre fatto uso, ma a fini ricreativi, non certo legali».

Nic. Pin. per “la Stampa” il 29 luglio 2019. Laura vive a Roma da quasi due anni, ha 25 anni e frequenta l'università americana. Anche lei è di San Francisco e casualmente ha frequentato lo stesso liceo a cui era iscritto Finnegan Lee Elder, il ragazzo col ciuffo viola accusato di aver infierito sul vicebrigadiere di Somma Vesuviana. Da due giorni raccoglie foto e testimonianze e con gli altri ragazzi del liceo Sacro Cuore ricorda le disavventure di quel ventenne troppo incline alla rissa. «Ce lo aspettavamo, che prima o poi potesse combinare qualcosa di grave - racconta - Era particolare fin da piccolo. Anche violento: gli sono sempre piaciuti gli eccessi. E infatti si era già ritrovato nei guai». Il primo fattaccio Laura lo ricorda benissimo: risale al 2016. Finnegan ha solo 16 anni e già mostra di avere un certo caratterino. In quel periodo i genitori pensano (e sperano) che possa diventare un campione di football. Invece, abbandona lo sport e inizia con le cattive compagnie. La rissa negli Usa Una sera d' autunno, alla fine di una festa, il litigio con un compagno di scuola rischia di finire in tragedia: «Si sono picchiati, botte fortissime in mezzo alla strada, perché si contendevano una ragazza - racconta la ragazza - Una zuffa conclusa davvero molto male: uno dei due è finito in ospedale in gravi condizioni». In pericolo di vita, spiegavano in quei giorni i giornali locali. Il fatto sconvolge la scuola privata Sacro Cuore e per questo Finnegan viene subito sospeso. «Era minorenne e per questa ragione non è stato arrestato e il suo nome non è neanche stato pubblicato sui giornali», dice un altro ragazzo di San Francisco che dagli Stati Uniti scrive sulla chat creata dagli ex compagnia di scuola: si raccolgono informazioni e si condivide l'indignazione per il drammatico omicidio di Roma. «Anche i vicini di casa stati intervistati dalle tv locali - aggiunge Laura - raccontano che Finnegan è sempre stato un ragazzo difficile. Spesso ubriaco, sempre pronto a innescare la rissa. Ci aspettavamo che prima o poi perdesse la testa: certo non potevamo immaginare che potesse essere coinvolto in qualcosa di così grave». Nel quartiere di Stern Grove - dice la ex compagna di scuola - Finnegan Lee Elder lo conoscono in tanti: famiglia perbene, frequentazioni discutibili e troppe serate a base di alcol. «Tutti i nostri amici sono indignati. Questa è una brutta figura anche per noi. E anche per la nostra scuola, che negli Stati Uniti è molto conosciuta e considerata di buon livello. Sapere che uno di noi è protagonista di un fatto del genere in Italia è drammatico». Gli americani nella Capitale Il pub di piazza Campo dei fiori per gli americani è diventato una specie di rifugio. Non un nascondiglio, ma un luogo di ritrovo sicuro. Quasi un confessionale. «In questi giorni siamo rimasti in pochi, perché quasi tutti gli studenti sono tornati a casa negli Stati Uniti, oppure sono andati in vacanza. Qui ci confortiamo a vicenda, perché ciò che è successo ha sconvolto anche noi». Non hanno paura, ma se potessero fuggirebbero tutti al più presto: «Con gli italiani andiamo d' accordo - dicono Tom e Anthony, due trentenni di New York che sorseggiano una birra sotto l' insolita pioggia estiva - Siamo certi che nessuno si vendicherà con noi, ma vorremmo che tutti sapessero che siamo addolorati: ci sentiamo un po' in colpa se un nostro connazionale commette un reato così grave. Noi non abbiamo alcuna colpa e questo lo sanno tutti. Ma vogliamo scusarci a nome dei nostri connazionali». «Siamo un po' preoccupati - dice la cameriera del locale - Qualcuno è venuto a fare delle foto, speriamo che non succeda niente di grave. Qui tra l' altro anche i carabinieri sono di casa: i militari della stazione vengono da quasi ogni sera». Le foto Sulle chat, intanto, arrivano altri messaggi e altre foto. Finnegan non è un grande frequentatore dei social network e il suo profilo Instagram è inaccessibile. Ma da San Francisco qualcuno fa gli screenshot e fa arrivare le immagini. In tutte il giovane accusato di aver accoltellato il vicebrigadiere ha lo smalto nero sulle unghie, la capigliatura stravagante e quasi sempre una bottiglia in mano. In una anche un coltellaccio in pugno.

Mario Cerciello Rega.  Mario ucciso a Roma, la moglie: «Gli avevo detto di non uscire, ma lui era coraggioso». Pubblicato sabato, 27 luglio 2019 da Corriere.it. «Lo sai, papà, Gesù sulla Croce ha avuto cinque piaghe, Mario stanotte ne ha ricevute otto», sospira, quasi in trance, Rosa Maria Esilio, la giovane moglie del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, piangendo tra le braccia di suo padre, che si chiama Mario anche lui, Mario Esilio, ed era il commissario capo di polizia a Somma Vesuviana fino a dieci anni fa, quando è andato in pensione. Otto piaghe di coltello che hanno distrutto un sogno. Si dispera adesso, Rosa Maria, soprattutto pensando alle ultime ore trascorse nella casa al secondo piano di via dei Balestrari, presa in affitto da neppure un mese, dopo il matrimonio, per andarci a vivere insieme, a cento metri dalla caserma di piazza Farnese: «Lo sai, papà, prima che Mario uscisse gli ho detto: ma perché stasera non resti in ufficio? Stai in caserma, che devi fare fuori? Mi raccomando. Ma lui era coraggioso, generoso e adesso è morto». «Chissà, forse se lo sentiva — riflette suo padre quando lei è lontana — ma Mario era fatto così, lavorava moltissimo, era fidanzato con l’Arma...». La figlia, 28 anni, laureata a Napoli in Farmacia, aveva lasciato tutto per l’amore della sua vita. Si era trasferita a Roma e qui presto ha trovato anche lavoro in una farmacia di via Veneto. Sembrava una favola. La sua bacheca Facebook è colma di pensieri tutti per il suo sposo. Ci sono le foto di loro due che si baciano. Rosa Maria cita Cechov: «La gente non si accorge se è estate o inverno quando è felice». E poi Neruda: «T’amo senza sapere come, né quando, né da dove, t’amo direttamente senza problemi né orgoglio: così ti amo perché non so amare altrimenti che così». «Ma il sogno è finito», abbassa gli occhi l’anziano genitore, accorso da Somma Vesuviana per stare vicino alla figlia. «Non so se riuscirò mai a risollevarla, credo di non avere abbastanza forza», si lascia andare il commissario in pensione. Intorno a lei fanno da scudo gli amici carabinieri del marito, gli stessi che il 13 giugno, il giorno delle nozze, formarono il picchetto d’onore nella chiesa di Santa Maria del Pozzo a Somma Vesuviana e poi accolsero fuori gli sposi facendoli passare sotto un tunnel di spade. Ricordi bellissimi, come quando erano ancora fidanzati e lei, Rosa Maria, saliva da Napoli per venire a trovare Mario portandogli mozzarelle, pastiere e teglie ricolme di parmigiana di melanzane, se tante volte lui avesse avuto un po’ di nostalgia per la sua terra. Naturalmente, poi, di tante prelibatezze beneficiavano pure tutti i commilitoni. «Lui era la mia gioia, era il mio tutto», dice Rosa Maria alla fine della messa serale officiata nella chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini, proprio di fronte alla caserma, da don William Barker, amico caro del vicebrigadiere Cerciello Rega. I parenti circondano la ragazza che ha il volto trasfigurato dal dolore: «Me l’hanno ucciso — ripete mille volte —. In una notte, dopo tanti sacrifici, me l’hanno portato via. Non è giusto. Senza di lui, io non ce la faccio».

Auto della Polizia di Stato a sirene spiegate per rendere omaggio a Mario Cerciello. Leggilo il 26/07/2019. Davanti al comando generale dell’Arma dei Carabinieri le auto della Polizia di Stato, a sirene spiegate, hanno reso omaggio a Mario Cerciello Rega, il militare ucciso questa notte a coltellate durante un controllo a due ladri. Tutta l’Arma dei Carabinieri si stringe intorno al dolore per la morte di Mario Cerciello Rega. Vice brigadiere in servizio, ad ucciderlo sono state 7 coltellate sferrate da un nordafricano. Poco fa, i colleghi della Polizia di Stato hanno deciso di rendergli un omaggio a sirene spiegate. Una decina di volanti, con lampeggianti blu accesi, si sono recate fuori il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri in viale Romania, ai Parioli, per rendere onore al collega. La notizia, e il video della commovente parata, è stata ripresa sul profilo Twitter dell’Arma: Volanti della @poliziadistato, a sirene spiegate, davanti al Comando Generale dei #Carabinieri, per solidarietà all'Arma che oggi perde uno dei suoi uomini. Un momento pieno di emozione che ci sembra giusto condividere, ringraziando i colleghi della Polizia per il gesto.

La morte del Carabiniere, sposato da soli 43 giorni, ha lasciato un grande segno nelle Forze dell’Ordine. Le immagini sono state girate dall’interno del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri e sono state condivise in rete da un ufficiale dell’Arma. “Un grande gesto, un video da brividi”, si legge in uno dei commenti. Poi ancora: “Onore alle nostre Forze dell’ordine, sono migliori al mondo. Onorate l’Italia, siamo fieri di voi”, scrive un utente. A piangere e disperarsi, in queste ore, è anche il collega di Cerciello, salvo per miracolo per aver reagito alla violenza dell’altro magrebino. La sua ricostruzione dei fatti è nota: tutto sarebbe iniziato con un borseggio a piazza Mastai. La vittima viene derubata di borsello e cellulare, denuncia il furto ai Carabinieri dopo aver chiamato il suo cellulare rubato dai due magrebini. Al telefono, i ladri le danno appuntamento a piazza Cavour per la restituzione in cambio di una somma di denaro. La donna arriva con Cerciello e il collega. “Quando li abbiamo visti ci siamo avvicinati, ci siamo qualificati e dopo pochi istanti ne è nata una colluttazione”, dice il collega, rimasto ferito in diverse parti del corpo, come riporta Il Gazzettino. “Dopo poco ho sentito Mario urlare colpito da più coltellate. Mi sono precipitato per soccorrerlo mentre i due si davano alla fuga. Ho chiamato subito i soccorsi e la centrale operativa per chiedere aiuto e dare la descrizione dei due aggressori”, prosegue nel racconto. Intanto, secondo le prime indiscrezioni, sembra che i responsabili – tre marocchini e un algerino – sarebbero stati fermati dai Carabinieri.

Carabiniere ucciso a Roma, il collega: «Ho sentito Mario urlare, ho provato a salvarlo». Il Gazzettino Venerdì 26 Luglio 2019. Poteva morire anche lui, e si è salvato per caso e perchè ha reagito alla violenza dell'altro magrebino. Il carabiniere che era di pattuglia insieme al vice brigadiere Mario Rega Cerciello, ucciso stanotte vicino piazza Cavour a Roma ha raccontato così ai colleghi e ai superiori come sono andate le cose. Lo ha fatto a caldo immediatamente dopo l'aggressione. Questa la sua ricostruzione dei fatti. Tutto sarebbe iniziato «con un borseggio a piazza Mastai, la vittima viene derubata di borsello e cellulare, denuncia il furto ai carabinieri dopo aver chiamato il suo cellulare rubato dai due magrebini. Al telefono i ladri gli avevano dato appuntamento vicino a piazza Cavour per la restituzione in cambio di una somma di denaro». La ricostruzione che il carabiniere sopravvissuto all'aggressione dei due magrebini fa ai colleghi e ai superiori fa riferimento all'utilizzo di due pattuglie, una in borghese e una del 112. La vittima del furto, secondo quanto si apprende, avrebbe accompagnato i carabinieri nella ricerca. All'appuntamento in via Cossa arriva prima la sua pattuglia. Ecco cosa è successo stando a quanto riferito ai superiori dal collega del carabiniere ucciso. «Quando li abbiamo visti ci siamo avvicinati, ci siamo qualificati e dopo pochi istanti ne è nata una colluttazione tra i due carabinieri e i due magrebini». Il collega del carabiniere ucciso, che riporterà numerose collusioni in più parti del corpo, ha raccontato ai colleghi che si sono messi alla caccia: «Dopo poco ho sentito Mario urlare colpito da più coltellate. Mi sono precipitato per soccorrerlo mentre i due si davano alla fuga. Ho chiamato subito i soccorsi e la centrale operativa per chiedere aiuto e dare la descrizione dei due aggressori». Descrizione che in poco tempo fa il giro delle pattuglie del 112 delle volanti del 113 e nelle chat interne dei carabinieri nelle quali si racconta di due magrebini di 20-25 anni «alti circa 1 metro e 80 cm, con felpa viola e nera, uno con capelli mesciati, durante colluttazione uno dei due stranieri attingeva il vice brigadiere Cerciello con 7 coltellate, una delle quali al cuore». Sempre dalla chat dei carabiniere si leggeva «trasportato d'urgenza al Santo Spirito spirava dopo tentativo di rianimazione. Soggetti in fuga. Sul posto sezioni rilievo reparto operativo e prima squadra nucleo operativo Roma».

Federica Angeli per “la Repubblica” il 30 luglio 2019. Il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega non aveva con sé la pistola quando è intervenuto in via Cossa, nel quartiere Prati, alle 3 e 13 del 26 luglio scorso, all' appuntamento con i due americani per recuperare un borsello per cui era stata fatta una richiesta estortiva al legittimo proprietario. L' aveva lasciata nel suo armadietto, in caserma «e solo lui può sapere perché lo ha fatto», dice il generale Francesco Gargaro, comandante provinciale di Roma nel corso di una lunghissima ricostruzione dell' accaduto. La notizia arriva a quattro giorni dalla tragica morte del vicebrigadiere e lascia tutti, per un attimo, senza parole. Una delle primissime domande fatte per ricostruire il momento in cui i due americani hanno aggredito la pattuglia in borghese della stazione Piazza Farnese - il vicebrigadiere Cerciello e il suo collega Andrea Varriale - all' indomani dell'accoltellamento, è stata proprio quella. Avevano un'arma? Erano in borghese, d'accordo, ma con una pistola? La risposta del comando provinciale è stata sempre una: sì, erano armati. «Intervenire in abiti civili non significa essere sprovvisti della pistola». Eppure ieri, e soltanto ieri, si è saputo che Cerciello la sua arma l' aveva dimenticata, o comunque lasciata nell' armadietto in caserma. Non era un elemento che avrebbe potuto inquinare le indagini. Eppure la verità è stata tenuta nascosta fino a ieri. Uno dei punti chiave della ricostruzione è il perché i due militari non si siano difesi, nel caso anche sparando. Cerciello non aveva la pistola «ma solo le manette», specificano gli inquirenti. E se anche l'avesse avuta, spiega il generale Gargaro, «non ci sarebbe stata, come in effetti non c' è stata, la possibilità di usarla». Non appena sono arrivati all'appuntamento con i due californiani, i militari «sono stati sopraffatti. Varriale è stato buttato a terra e Cerciello Rega è stato cinto e poi pugnalato ». Tutto si sarebbe consumato in un minuto. E se Varriale avesse sparato? Andrea Varriale la pistola la aveva. Lui sì. Ma non l' ha estratta. Neanche per esplodere un colpo a scopo intimidatorio. Perché? «Varriale non poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti oggi sarebbe lui indagato per un reato grave. I colpi in aria a scopo intimidatorio non sono previsti dal nostro ordinamento ». E comunque «si è preoccupato di soccorrere il collega a terra, insanguinato, cercando di fermare l'emorragia con un panno, fino a quando non sono arrivati i soccorsi ». Quattro pattuglie di copertura Varriale e Cerciello non erano soli e allo sbaraglio per quell'intervento, sottolineano gli inquirenti. «C'erano quattro pattuglie nella zona a loro copertura». Nei giorni precedenti era stato detto che erano due, ieri sono diventate quattro. Il problema è che, non potendo essere visibili, per non inficiare l' operazione, non hanno neanche potuto vedere che cosa stava accadendo e dunque non hanno assistito all' accoltellamento del vicebrigadiere. Nessuno, dunque, è potuto intervenire per bloccare i due assassini in fuga. L'unico ad assistere all' omicidio è Sergio Brugiatelli, l'uomo che all' una di notte (due ore prima dell' accoltellamento) aveva denunciato in strada, a Trastevere, proprio a Varriale e a Cerciello di essere stato derubato del borsello e poi alle 2 aveva chiamato il 112 per denunciare l' estorsione. Alle 3 e 13, dopo l' accoltellamento, Brugiatelli si avvicina a una pattuglia e descrive gli assassini come due nordafricani. Perché ha mentito? «Ha avuto timore di svelare che conosceva gli autori dell' omicidio. Non voleva essere associato al fatto». Poi ha cambiato la sua versione, conclude il generale Gargaro. Brugiatelli conosce i due americani alle 23.30 in piazza Trilussa. Loro gli chiedono della cocaina e lui si offre di accompagnarli da un suo amico pusher, Italo Pompei. Quando arrivano dallo spacciatore, quattro carabinieri liberi dal servizio si accorgono dello smercio di droga e intervengono. Gli acquirenti scappano e il maresciallo Pasquale Sansone, chiama il suo sottoposto Varriale invitandolo ad andare lì. È normale che non si passi dalla sala operativa e che si chiami sul cellulare militari in servizio per intervenire? «Sì lo è», replica Gargaro. «E non è certo biasimevole ma apprezzabile che dei carabinieri liberi dal servizio si preoccupino di individuare spacciatori e ladri nei loro quartieri o in quelli limitrofi. Si è carabinieri anche quando si è liberi dal servizio». Grazie alle telecamere gli inquirenti risalgono all'identità dei due americani e li rintracciano in hotel. Alle 11 di venerdì vengono portati nella caserma di via In Selci dove alle 17 arriverà il pubblico ministero per interrogarli. In quelle ore la foto choc dell' americano bendato e ammanettato fa il giro delle chat interne all' Arma. Sulla questione, chiosa il procuratore Michele Prestipino, «stiamo facendo piena luce». «Quando gli abbiamo detto che un carabiniere era rimasto ucciso, Christian Gabriel Natale Hjorth ha chiesto più volte conferma: "Ma è proprio morto? È morto davvero?"» ricorda la procuratrice aggiunta Nunzia D'Elia. «Finnegan Lee Elder invece, quando ha saputo, ha versato qualche lacrima». «Esprimo il disappunto e il dispiacere mio e di tutti i carabinieri di Roma per le ombre e i presunti misteri sollevati e diffusi in merito a questa vicenda in questi giorni, laddove una ricostruzione attenta e scrupolosa dell' intervento dei carabinieri ha dimostrato la sua correttezza e regolarità», sottolinea il generale Gargaro. Di diverso avviso il procuratore Prestipino: «Le indagini andranno avanti per chiarire ancora tutto, ci sono ancora punti oscuri». Compresi i tabulati di tutti i protagonisti di questa storia.

Auto incustodita e pistola dimenticata:  l’ultimo mistero sul carabiniere ucciso. Pubblicato martedì, 30 luglio 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Tra i video recuperati dai carabinieri su quanto accaduto tra il 25 e il 26 luglio, non c’è la scena dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. I filmati mostrano l’arrivo dei due giovani americani all’appuntamento fissato con il mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli e la loro fuga. Forniscono dettagli preziosi per l’indagine. Ma non consentono di ricostruire l’aggressione mortale di Lee Finnegan Elder e del suo complice Gabriel Christian Natale-Hjorth. E dunque di chiarire tutti i dubbi che ancora segnano l’operazione condotta quella sera dai militari. Incongruenze emerse dall’incrocio dei verbali e delle note di servizio di chi era sul posto, ma anche di chi aveva programmato l’intervento. Ufficialmente Cerciello Rega e il collega Andrea Varriale sono in servizio, presenti all’una di notte in piazza Mastai dove Brugiatelli racconta di essere stato derubato del borsello. Vanno via e poi vengono richiamati quando devono andare con lo stesso Brugiatelli a tentare di recuperare quanto gli è stato portato via. Ci sono due elementi che sembrano smentire questa versione. Nella sua ordinanza di arresto dei due statunitensi il gip Chiara Gallo afferma che soltanto Varriale è nella piazza. E ancora: la circostanza rivelata ieri sul fatto che Cerciello fosse senza pistola, potrebbe in realtà nascondere che fosse fuori servizio. E dunque bisognerà chiarire ogni suo spostamento fino alla decisione di coinvolgerlo nell’operazione di recupero. I due comunque arrivano nei pressi del luogo stabilito per lo scambio: gli americani consegneranno il borsello, Brugiatelli consegnerà i soldi. Generalmente in questi «cavalli di ritorno» il derubato viene mandato all’incontro e i carabinieri restano nascosti. E invece in questo caso viene seguita una diversa procedura, addirittura lasciando la vettura di servizio. Scrive il gip: «I due operanti raggiungevano via Gioacchino Belli e a piedi arrivavano in via Cesi, lasciando Brugiatelli nei pressi dell’autovettura di servizio parcheggiata in sosta presso via Belli». Non si comprende come mai abbiano deciso di lasciare l’auto al mediatore dei pusher. E se invece l’avevano chiusa e lui era fuori, perché non farlo andare con loro? L’ipotesi è che in realtà Brugiatelli fosse un confidente o comunque una persona alla quale i carabinieri della stazione di piazza Farnese si rivolgevano per avere informazioni su quanto accade in zona. E abbiano deciso di gestire personalmente la restituzione del maltolto. Per ricostruire questi momenti c’è soltanto la nota di servizio di Varriale. La zona è piena di telecamere, tanto che ci sono numerosi video di quella notte, ma nulla che racconti l’aggressione. Il carabiniere scrive: «I due soggetti notati in atteggiamento palesemente guardingo e sospettoso, venivano da noi repentinamente avvicinati. Ci qualificavamo come appartenenti all’Arma dei carabinieri attraverso l’esibizione dei tesserini, ma i due ci aggredivano fisicamente per vincere un nostro tentativo di bloccaggio». Il militare dice di aver subito «calci, graffi e pugni», mentre il collega urlava «fermati siamo carabinieri basta». Poi ricorda Cerciello Rega «che perdeva moltissimo sangue e si accasciava al suolo dicendo: «Mi hanno accoltellato». Entrambi i carabinieri appaiono molto più aitanti degli aggressori e soprattutto almeno uno aveva l’arma. Come mai non ha sparato almeno un colpo in aria? È possibile che sul posto ci fosse in realtà qualcun altro? Oppure che anche Brugiatelli abbia partecipato alla rissa? Se Cerciello Rega aveva dimenticato la pistola in caserma, come mai si è deciso di farlo partecipare comunque all’intervento? Secondo la versione fornita dell’Arma «si tratta di operazioni semplici, ne vengono fatte decine al mese, i rischi sono ridotti al minimo». Una posizione che stride con quanto dichiarato ieri dal comandante provinciale Francesco Gargaro sul fatto che «quella sera in zona c’erano quattro pattuglie, che non dovevano essere visibili per non pregiudicare l’operazione e sono intervenute pochi minuti dopo». Su questo punto ci sono almeno due circostanze da chiarire. Chi ha pianificato la presenza di quelle pattuglie e dove le ha dislocate? Ma soprattutto: se l’intervento ha portato a mobilitare tante pattuglie, non si comprende perché Cerciello non abbia detto di essere disarmato.

Carabiniere ucciso, «Quella sera Cerciello Rega aveva dimenticato l'arma». Pubblicato martedì, 30 luglio 2019 da Corriere.it. «Gli indiziati sono stati individuati e interrogati dai magistrati nel rispetto della legge». Così il procuratore aggiunto di Roma, Michele Prestipino, durante la conferenza stampa sul caso dell'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ucciso con 11 coltellate. Gli interrogatori di Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth «sono stati effettuati con tutte le garanzie difensive — ha spiegato —, alla presenza dei difensori, dell'interprete e previa lettura di tutti gli avvisi di garanzia previsti dalla legge. Gli interrogatori sono stati anche registrati». Prestipino ha poi aggiunto che la procura della Repubblica indagherà con rigore sulla vicenda della fotografia che mostra bendato in caserma uno dei due giovani americani (Natale Hjorth) accusati dell'omicidio del vice brigadiere: «C'è stata una tempestiva segnalazione da parte della stessa Arma», che ha definito il fatto «grave e inaccettabile». La Procura ha avviato indagini in merito nel corso delle quali verrà adottato il «rigore dimostrato in altre analoghe vicende». «Natale Hjorth non ci ha detto nulla in sede di interrogatorio del fatto che fosse stato bendato prima di essere sentito da noi magistrati, ha chiarito Prestipino. «Vi sono alcuni aspetti della vicenda che devono essere ancora approfonditi. Accertamenti saranno condotti dal mio ufficio con scrupolo e tempestività», ha concluso Prestipino, ringraziando gli agenti per essere arrivati all'individuazione dei responsabili nelle prime dodici ore. La morte del carabiniere «è una perdita insanabile e vuoto incolmabile, resta l'esempio che vi deve guidare». Il vicebrigadiere «era un servitore dello Stato caduto nell'adempimento del dovere, un dovere duro ma essenziale e determinante per garantire l'esistenza dello Stato e assicurare il rispetto della legge sempre e comunque». 

L'arma dimenticata. Perché la notte del 26 luglio erano presenti anche degli agenti in borghese? «Nel quartiere Trastevere operiamo sempre sia con servizi in borghese sia in divisa, ed è questo il contesto in cui abbiamo operato. Interventi di questo tipo li facciamo ogni giorno», ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Francesco Gargaro. Sul momento dell'omicidio, poi, e sul mancato uso delle armi da parte di Varriale e Cerciello Rega, Gargaro ha spiegato: «Non c'è stata possibilità di usare le armi. Primo perché è disciplinato e comunque perché sono stati sopraffatti nell'immediatezza. Nè il carabiniere Varriale poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato lui indagato. I colpi in aria a scopo intimidatorio non sono previsti dal nostro ordinamento». Cerciello non aveva l'arma con sé al momento dell'aggressione, ma solo le manette: «L'aveva dimenticata. Ma non cambia perché, come Varriale, non avrebbe avuto il tempo di reagire». Riguardo alla presenza di altre unità in zona Gargano ha ricordato che «c'erano quattro pattuglie che non dovevano essere visibili per pregiudicare esito operazione». Perché la notte del 26 luglio erano presenti anche degli agenti in borghese? «Nel quartiere Trastevere operiamo sempre sia con servizi in borghese sia in divisa, ed è questo il contesto in cui abbiamo operato. Interventi di questo tipo li facciamo ogni giorno», ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Francesco Gargaro. Sul momento dell'omicidio, poi, e sul mancato uso delle armi da parte di Varriale e Cerciello Rega, Gargaro ha spiegato: «Non c'è stata possibilità di usare le armi. Primo perché è disciplinato e comunque perché sono stati sopraffatti nell'immediatezza. Nè il carabiniere Varriale poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato lui indagato. I colpi in aria a scopo intimidatorio non sono previsti dal nostro ordinamento». Cerciello non aveva l'arma con sé al momento dell'aggressione, ma solo le manette: «L'aveva dimenticata. Ma non cambia perché, come Varriale, non avrebbe avuto il tempo di reagire». Riguardo alla presenza di altre unità in zona Gargano ha ricordato che «c'erano quattro pattuglie che non dovevano essere visibili per pregiudicare esito operazione».

La falsa indicazione dei due magrebini. L'indicazione del fatto che fossero stati due maghrebini «è stata data da Brugiatelli», la persona che era stata derubata della zaino, ha aggiunto Gargaro. «Ha parlato di due persone di carnagione scusa, presumibilmente maghrebini - sottolinea -. Lo ha detto perché aveva il timore di dire che conosceva gli autori dell'omicidio. Non voleva essere associato al fatto. Solo dalle immagini si è scoperto l'antefatto».

Sulla fotografia «nessuna indulgenza». Al momento di rendere l'interrogatorio davanti ai magistrati della procura di Roma, i due californiani, fermati per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega sono apparsi «in ottime condizioni senza segni di nessun genere», ha concluso il procuratore aggiunto Nunzia D'Elia. «Sulla vicenda della fotografia a uno dei fermati mentre era imbavagliato non ci sarà nessuna indulgenza». Infine, ha ricordato come Elder Finnegan Lee si sia presentato all'appuntamento di via Cesi armato di coltello perché aveva paura: «Gli abbiamo chiesto se aveva visto se il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega fosse armato o no. E lui ha ammesso di non aver visto alcuna arma e neanche che il militare avesse cercato di prenderla. Lui non ha dato spiegazione del fatto che avesse portato il coltello dagli Usa, ma ha precisato che lo ha portato all'incontro perché temeva che gli potesse succedere qualcosa».

Carabiniere ucciso a Roma, parlano gli inquirenti: "Cerciello in servizio ma aveva dimenticato la pistola". Lunga conferenza stampa sulle indagini per la morte di Mario Cerciello Rega: "Giusta la scelta di intervenire in borghese, basta ombre e presunti misteri". Sulla foto del ragazzo americano bendato in caserma interviene il procuratore Prestipino: "Indiziati interrogati nel rispetto della legge". Laura Venuti il 30 luglio 2019 su La Repubblica. Il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega non aveva con sé la pistola nella notte in cui è stato ucciso. È il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Francesco Gargaro, a rendere noto un particolare importante sull'uccisione del carabiniere accoltellato in via Pietro Cossa, nel quartiere Prati. Il generale, insieme al procuratore facente funzioni, Michele Prestipino, e al procuratore aggiunto Nunzia D'Elia, ha condotto una lunga conferenza stampa a quattro giorni dalla morte del vicebrigadiere e dall'arresto dei due cittadini americani Christian Gabriel Natale Hjort e Finnegan Lee Elder. Gargaro ha anche espresso "il disappunto e dispiacere per le ombre e i presunti misteri sollevati e diffusi in merito a questa vicenda", ribadendo che la ricostruzione "ha dimostrato la correttezza e la regolarità dell'intervento". Ma, ha aggiunto Prestipino, "vi sono alcuni aspetti della vicenda che devono essere ancora approfonditi. Accertamenti saranno condotti dal mio ufficio con scrupolo e tempestività". Riferendosi alla foto scattata venerdì 26 luglio in un ufficio del Reparto investigativo dei carabinieri di via In Selci, in cui si vede Natale Hjorth a capo chino, ammanettato dietro la schiena, con un foulard sugli occhi che gli impedisce la vista, Prestipino ha sottolineato che i due sono stati "interrogati nel rispetto della legge". Il procuratore ha anche spiegato che vi è stata "tempestiva segnalazione da parte della stessa Arma", che i vertici "hanno definito il fatto grave e inaccettabile" e che la Procura sul punto ha avviato "indagini necessarie per accertare quanto accaduto, per darne una qualificazione giuridica, senza pregiudizio, con determinazione e rigore, già dimostrati in altre vicende". Il procuratore aggiunto D'Elia ha poi spiegato che al momento di rendere l'interrogatorio davanti ai magistrati i due californiani sono apparsi "in ottime condizioni senza segni di nessun genere". Ai giornalisti americani presenti, che facevano domande sul trattamento riservato ai propri concittadini, come l'assistenza linguistica, e ipotizzava paralleli con il caso di Amanda Knox, gli inquirenti hanno risposto lapidariamente "la procura di Roma è abituata a trattare con indagati di ogni nazionalità".

Omicidio Cerciello Rega, la ricostruzione di quella notte. Il generale Gargaro ha ricostruito i fatti che hanno preceduto e seguito l'uccisione del vicebrigadiere e ha definito "giusta" la decisione di mandare i due militari in borghese all'appuntamento con gli americani. "Esprimo il disappunto e dispiacere mio e di tutti i carabinieri di Roma per le ombre e i presunti misteri sollevati e diffusi in merito a questa vicenda in questi giorni, laddove una ricostruzione attenta e scrupolosa dell'intervento dei carabinieri ha dimostrato la correttezza e la regolarità dell'intervento, tra l'altro analogo e ricorrente a Roma non dico ogni giorno ma quasi, anche per i cosiddetti cavalli di ritorno. In tutti questi interventi vengono adottate le stesse modalità, nel rispetto delle regole". Sull'intervento di militari liberi dal servizio, poi, il generale ha aggiunto che "non è biasimabile ma apprezzabile che dei carabinieri liberi dal servizio si preoccupino di individuare spacciatori e ladri nei loro quartieri o in quelli limitrofi, si è carabinieri anche quando si è liberi dal servizio". Uno dei punti chiave della ricostruzione è il perché i due militari non si siano difesi, nel caso anche sparando, molte le domande dei reporter su questo punto. E Gargaro ha spiegato lungamente. "Non c'è stata possibilità di usare le armi. Primo perché è disciplinato e comunque perché sono stati sopraffatti nell'immediatezza. Né il carabiniere Varriale poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato lui indagato. I colpi in aria a scopo intimidatorio non sono previsti dal nostro ordinamento". Gargaro ha poi chiarito che però "Cerciello non aveva l'arma con sé al momento dell'aggressione, ma solo le manette. L'aveva dimenticata. L'abbiamo trovata nel suo armadietto in caserma. Ma non cambia perché, come Varriale, non avrebbe avuto il tempo di reagire". Riguardo alla presenza di altre unità in zona il comandante provinciale ha sostenuto che "c'erano quattro pattuglie che non dovevano essere visibili per non pregiudicare esito operazione".

"Che fossero maghrebini l'ha detto Brugiatelli". Il generale ha poi spiegato che l'indicazione sul fatto che i due responsabili fossero "due maghrebini", come in un primo momento erano stati definiti gli autori del delitto, è stata "data da Brugiatelli" e non dal carabiniere Andrea Varriale, che "era sotto shock". "Brugiatelli ci ha detto di essere stato raggiunto da "due persone di carnagione scura, verosimilmente nordafricani". Brugiatelli - ha aggiunto Gargaro - "ha avuto timore a svelare che conosceva gli autori dell'omicidio. Non voleva essere associato al fatto". Poi ha cambiato la sua versione, conclude il generale. "Natale Hjorth non credeva fosse morto, Elder ha pianto". "Quando gli abbiamo detto che un carabiniere era rimasto ucciso, Natale Hjorth ha chiesto più volte conferma di ciò, "ma e' proprio morto?, è morto davvero?"". Le parole del procuratore aggiunto D'Elia raccontano la reazione dei due indagati. Finnegan Lee Elder invece "ha versato qualche lacrima" quando ha saputo che il vicebrigadiere era morto. Valentina Errante e Giuseppe Scarpa per “il Messaggero” il 30 luglio 2019. Quattro minuti per uccidere. Secondo il giudice Chiara Gallo, che ha confermato l'arresto in carcere, le condotte dei due 19enni statunitensi Christian Gabriel Natale Hjorth ed Elder Finnegan Lee «testimoniano la totale assenza di autocontrollo e capacità critica evidenziandone la pericolosità sociale». Hanno ucciso, non si sono pentiti. Finnegan Elder Lee e Christian Gabriel Hjort Natale escono alle 3,12 del 26 luglio dall'albergo di via Cesi per andare all'appuntamento in via Pietro Cossa con Sergio Brugiatelli, sperano di ottenere soldi e coca in cambio dello zaino che hanno rubato. Avviene tutto in un lampo. Alle 3,16 le telecamere li riprendono che corrono per fare ritorno in albergo. Elder ha già ucciso. Mario Cerciello Rega è stato colpito undici volte. Tutto era cominciato circa due ore prima: Cerciello Rega era intervenuto insieme al collega Varriale a Trastevere tre quarti d'ora prima della chiamata di Brugiatelli che denuncia alla centrale il furto dello zaino e la richiesta di riscatto. L'uomo è già stato identificato da quattro militari fuori servizio che chiamano i due colleghi al cellulare e chiedono il loro intervento. I militari hanno assistito alla vendita di una pasticca di tachipirina spacciata per cocaina. C'è questo all'origine dello scontro tra lo stesso Brugiatelli e i due turisti che gli ruberanno lo zaino. La ricostruzione che emerge dall'ordinanza di custodia cautelare a carico dei due americani fornisce altri dettagli su quella drammatica notte e sulle persone presenti sulla piazza dello spaccio. È la nota redatta da Varriale, in servizio da mezzanotte alle 6 insieme a Rega, a chiarire che, quella notte, lui e il collega vengono chiamati all'1,19 dal maresciallo Pasquale Sansone del comando di piazza Farnese che insieme ad altri tre militari era fuori servizio. I ragazzi americani, che si sono accorti di essere stati fregati dagli spacciatori sono appena fuggiti con lo zaino di Brugiatelli, che è stato identificato, mentre una persona ha consegnato ai militari l'involucro con la tachipirina ed è fuggito. Attraverso le diverse telecamere della zona viene ricostruita in fotogrammi quella notte. Alle 0,50 i ragazzi vengono inquadrati insieme a Brugiatelli, ritornano da via della Luce: l'uomo racconterà a verbale di averli accompagnati dal suo amico Italo, un pusher. All'1,16 Natale Hjort ed Elder Lee sono inquadrati mentre fuggono con lo zaino. Si legge nella nota di servizio di Varriale, che riferisce di essere stato chiamato all'1,19 dal maresciallo Pasquale Sansone della stazione di piazza Farnese: «Costui (il maresciallo che la notte tra giovedì e venerdì si trovava a Trastevere con altri tre colleghi fuori servizio, ndr) giustificava la richiesta del nostro intervento poiché un soggetto al quale avevano intimato di fermarsi al fine di identificarlo, si dava a repentina fuga facendo perdere le proprie tracce». Spiega l'ordinanza: «Poco tempo prima di ricevere l'incarico di effettuare l'operazione in abiti civili, alle ore 1,19, Varriale era intervenuto in piazza Mastai su ordine del maresciallo Sansone che gli riferiva di trovarsi sul posto con altri agenti per cercare un soggetto che si era sottratto all'identificazione dandosi alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro di colore bianco contenente una compressa di tachipirina». La nota di Varriale continua: «Dopo l'identificazione di Brugiatelli Sergio, il maresciallo ci riferiva che il soggetto che non erano riusciti a fermare e che si era dato alla fuga, prima di dileguarsi aveva consegnato a uno dei 4 carabinieri un involucro in plastica trasparente avvolto in un fazzoletto di carta bianco». All'interno, avrebbero poi notato che c'era una compressa di Tachipirina tritata. Sebbene tutti i protagonisti della vicenda si trovino a Piazza Mastai, Brugiatelli alle 2,03 chiama la centrale operativa per denunciare il furto dello zaino e la richiesta di riscatto da parte degli americani. Arriva una pattuglia con uomini in divisa, che viene mandata via e Cerciello Rega contattato sul suo cellulare dalla Centrale operativa del Comando riceve una nota di intervento per piazza Gioacchino Belli, a poca distanza da piazza Mastai. La segnalazione riguarda Brugiatelli che ha subito il furto dello zaino e un tentativo di estorsione. I due ragazzi intanto sono andati in albergo, è l'1,20, cambiati d'abito e indossato delle felpe. Rega e Varriale lasciano in auto Brugiatelli e si avvicinano al luogo dell'incontro. È ancora la testimonianza di Varriale, riportata nell'ordinanza a riferire quei due minuti drammatici: «Il vice brigadiere Cerciello Rega, a breve distanza da me, ingaggiava una colluttazione con l'altro giovane e ricordo di aver sentito le urla del mio collega che diceva fermati siamo carabinieri, basta». E poi, con le ultime forze prima di accasciarsi: «Mi hanno accoltellato».

Roma, interrogati i carabinieri "Varriale aveva la sua pistola". I colleghi di Cerciello hanno raccontato in procura cosa hanno visto la notte dell'omicidio. Si lavora anche sui video. Angelo Scarano, Venerdì 02/08/2019 su Il Giornale. A Roma le indagini non si fermano sull'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. In procura questa sera sono stati ascoltati i carabinieri che per primi sono arrivati sul luogo dell'omicidio, una strada centralissima della Capitale. I militari hanno raccontato quello che hanno visto al sostituto procuratore Maria Sabina Calabretta, al procuratore Michele Prestipino e al procuratore aggiunto Nunzia D'Elia. Nel corso dell'incontro sarebbero stati sentiti anche i militari fuori servizio che sono intervenuti in via Cardinale Merry del Val. Tra i carabinieri ascoltati c'è anche Andrea Varriale, il collega di pattuglia che era proprio con Cerciello in quella maledetta mezzanotte del 26 luglio. Secondo alcune indiscrezioni trapelate nel corso della giornata, si pensava che il militare fosse sprovvisto dell'arma la notte dell'omicidio. Ma queste voci sono state smentite dal Comando provinciale ribadendo che il militare era in servizio con la pistola d'ordinanza. L'arma era stata prelevata dagli stessi carabinieri giunti sul posto per effettuare alcuni accertamenti. Adesso nel lavoro degli investigatori hanno un peso importante le registrazioni delle telecamere di sicurezza. Di fatto si cercherà di incastrare in questo quadro investigativo le immagini dei video, le telefonate del mediatore Brugiatelli e le stesse testimonianze dei carabinieri, colleghi di Cerciello Rega. Nel corso della giornata c'è stato anche un vertice tra inquirenti a cui hanno preso parte i titolari dell'indagine il comandante provinciale dei carabinieri Francesco Gargaro, il comandante del Nucleo investigativo Lorenzo D'Aloia e il comandante del reparto operativo Mario Conio. La prossima settimana, molto probabilmente verranno effettuati nuovi accertamenti tecnici e verrà fissata anche l'udienza per il Tribunale del Riesame dopo l'istanza presentata dai legali di Natale. "Stiamo ancora valutando se ricorrere al tribunale del Riesame, stiamo facendo dei ragionamenti sul da farsi" ha detto l'avvocato Roberto Capra, legale di Finnegan Lee Elder, il 19enne americano in carcere insieme a Christian Gabriel Natale Hjort per il delitto del militare. L'altra partita delicata che si gioca è quella che riguarda la foto dell'americano bendato e ammanettato in caserma: "La prossima settimana sono stati fissati diversi accertamenti. Per noi come difesa è importante capire cosa è successo in tutte le fasi di questa vicenda, da Trastevere fino a Prati", ha concluso il legale. Insomma sulla vicenda restano ancora dei punti oscuri da chiarire. E gli investigatori stanno lavorando a pieno regime per chiudere il caso in tempi relativamente brevi.

Vittorio Feltri su Mario Cerciello Rega: "Chi comanda i carabinieri deve aver perso la testa". Libero Quotidiano il 30 Luglio 2019. La tragedia di Roma, l'assassinio del vicebrigadiere, è ancora molto nebulosa e piena di perché senza risposte. Anzitutto non si capisce come abbia fatto un ragazzo americano notoriamente svitato a giungere in Italia con un coltello - lama di 18 centimetri - nel bagaglio personale. In che maniera un oggetto simile è sfuggito ai controlli aeroportuali? Non è normale viaggiare da un continente all'altro tenendo con sé un'arma micidiale. Evidentemente il giovanotto non aveva intenzioni pacifiche, comunque la sua indole era quella del delinquente. E i delinquenti non si lasciano scorrazzare liberamente attrezzati per uccidere. Questo il primo punto da chiarire. Secondo punto. Come mai i due carabinieri si sono fatti sorprendere, senza muovere ciglio, dai farabutti drogati? Di norma, in caso di emergenza, una pattuglia che si reca sul luogo in cui si richiede un intervento si comporta così: un militare si avvicina cautamente ai farabutti, li perquisisce, e il suo collega si tiene a distanza di sicurezza impugnando la pistola. Tutto questo al quartiere Prati non è avvenuto. Lo squilibrato statunitense ha inferto undici fendenti al sottufficiale, il che richiede almeno tredici secondi lordi, durante i quali il compagno della vittima non ha fatto una piega: ha assistito al massacro senza reagire. Perché non ha estratto la rivoltella e non ha esploso alcuni colpi verso l' omicida, in modo che non potesse portare a termine il delitto? A questo quesito cosa si risponde? Silenzio assoluto. Certi servizi di ordine pubblico andrebbero svolti da personale in divisa, cosicché i banditi si rendano conto di avere a che fare con gente addetta alla repressione dei reati. Nel caso specifico invece i due carabinieri erano in borghese, quindi irriconoscibili nella loro funzione. Ciò ha complicato le operazioni, dato che i furfanti erano ignari di chi fossero coloro che avevano di fronte, e hanno operato senza alcuna soggezione verso di essi. È vero che le nostre leggi idiote impediscono agli uomini dello Stato di usare il revolver a scopo preventivo, ma allora a che serve esserne dotati? L'impressione che si ricava è che agenti e militari siano talmente intimiditi dalle norme varate dalle Camere e dai comandi da non essere più in grado di svolgere efficacemente il proprio lavoro e rischino la vita in parecchie circostanze. Il Parlamento non può chiudere gli occhi su certi episodi, è obbligato a proteggere i suoi uomini e consentire loro di adempiere al proprio dovere senza rischiare la pelle ogni cinque minuti. Non è serio criticare i carabinieri, che muoiono, ma chi li comanda e li dirige ha la testa tra le nuvole e l'ha persa. Vittorio Feltri

Vittorio Feltri sul carabiniere ucciso: "Perché fatico a definirlo un eroe?" Libero Quotidiano il 30 Luglio 2019. "Un vicebrigadiere che dimentica la pistola in caserma e si fa accoltellare da un ragazzotto mezzo scemo fatico a definirlo eroe". Vittorio Feltri non usa mezzi termini per la vicenda del carabiniere ucciso a Roma da due studenti ventenni americani ora in carcere per omicidio.

Mario Cerciello Rega, infatti, non si è difeso. Non ha fatto in tempo, non soltanto perché l'aggressione è stata improvvisa e fulminea ma anche, più banalmente, perché non aveva con sé la pistola d'ordinanza che aveva invece il collega Andrea Varriale, impegnato in una colluttazione distante da lui con Natale Hjorth e impossibilitato a correre in aiuto del vicebrigadiere fin quando i due non si sono dati alla fuga. "Aveva solo le manette. Se anche avesse avuto la pistola non avrebbe avuto la possibilità di reagire", ha detto il colonnello Francesco Gargaro nel corso di una conferenza stampa nella sede del Comando provinciale carabinieri di Roma, in piazza San Lorenzo in Lucina, sottolineando che la pistola di Cerciello Rega è stata trovata poi, a tragedia avvenuta, nel suo armadietto.

Massimo Fini per il “Fatto quotidiano” il 2 agosto 2019. A quanto pare è saltato fuori che il vicebrigadiere Cerciello Rega pur essendo in servizio si era dimenticato la pistola d'ordinanza in caserma. Più che un eroe, termine di cui in questi anni enfatici si è fatto uso e abuso, mi sembra un incapace. Ma anche l' altro brigadiere coinvolto, Andrea Varriale, non scherza, non è stato in grado di portare alcun aiuto al collega in difficoltà perché, come ha dichiarato Francesco Gargaro, comandante provinciale dei carabinieri di Roma, "sopraffatto e buttato a terra" dal ragazzo americano. Se queste sono le nostre Forze dell' Ordine stiamo freschi. Ma ho l'impressione che nemmeno nel nostro esercito la valentia e il coraggio abbondino. Si veda il patto leonino fatto con i Talebani in Afghanistan: loro non ci attaccano, in compenso noi non controlliamo il territorio. In quanto ai servizi segreti siamo messi ancor peggio. Qualcuno ricorderà, forse, l'epopea di Giannettini che spacciava come informazioni di sua mano ciò che sull' Europeo scrivevano i colleghi Corrado Incerti e Sandro Ottolenghi oppure il capitano La Bruna o, più recentemente, "Betulla", alias Renato Farina, un obeso buono a nulla come giornalista, tanto più come "informatore". Meno male che c' è il Mossad.

Non è che Sergio Brugiatelli sia un informatore?

Carabiniere ucciso, il misterioso "omissis" su Sergio Brugiatelli: l'uomo al centro del mistero. Libero Quotidiano il 31 Luglio 2019. Nel corso della conferenza stampa dell'Arma dei carabinieri sulla morte di Mario Cerciello Rega, il generale Francesco Gargaro ha affermato: "Spero di non sentire più la parola mistero o ombre". Certo è che su quanto accaduto quella maledetta notte, in cui i due americani hanno spezzato la vita del vice-brigadiere, restano ancora dei dubbi. Dei grossi dubbi. Uno dei quali riguarda l'uomo in bici, Sergio Brugiatelli, l'intermediario tra Elder Lee, Gabe Hjorth e il pusher che ha venduto loro l'aspirina. L'uomo a cui è stato rubato il borsello e che ha chiamato in causa le forze dell'ordine, delle quali pare essere in qualche modo una sorta di informatore. Il dubbio, nel dettaglio, riguarda il contenuto del borsello che gli è stato sottratto. Il diretto interessato, Brugiatelli, lo ha descritto così: "È in tela, nero, con due cerniere superiori e una sulla tasca inferiore. All'interno c' era il mio cellulare Nokia modello Ovetto, il codice fiscale, la carta di identità, una radiolina, le chiavi di casa, un portafogli di pelle nero con circa 30 euro, una camera d' aria per la bici, un gonfiatore e un cucchiaio". Insomma, non un contenuto che - almeno in linea teorica - valga i rischi che si è preso, esponendosi sia con le forze dell'ordine sia con i due teppisti. Ma il vero dubbio sorge perché nel verbale riportato dal gip, la descrizione di cosa contenesse il borsello, viene liquidata con un omissis. Gli inquirenti da par loro assicurano che quell'omissis indichi soltanto atti non rilevanti ai fini dell'indagine. Ma, in un clima di dubbi e sospetti come questo, una spiegazione simile non è sufficiente a placare dietrologie e fantasie sull'intera vicenda.

Da Radio Cusano Campus il 30 luglio 2019. Il giornalista e scrittore Massimo Lugli, che da 40 anni si occupa di cronaca nera, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano. Sul caso del carabiniere ucciso. “La vicenda di per sé è molto comune, il cosiddetto cavallo di ritorno a Roma avviene una decina di volte a settimana e nella maggior parte dei casi queste estorsioni non vengono denunciate – ha affermato Lugli -. Ci sono però due aspetti molto inquietanti: il fatto che i carabinieri eseguano una procedura inconsueta, perché normalmente si va in più persone, si bloccano le vie di fuga e si teme una razione violenta come quella che c’è stata. E poi la foto del ragazzo ammanettato e bendato. Sono molti anni che non si fanno più queste cose, Cucchi docet, ma la cosa che sconvolge è che la foto sia stata anche divulgata. E’ stato un autogol pazzesco per l’Arma dei Carabinieri. Le parole del Gen. Nistri sono indicative in questo senso. Altra cosa che mi stupisce è il coltello, il classico coltello americano, credo che i ragazzi americani ce l’abbiano tutti. Non è un’arma, anche da noi è considerata un oggetto atto ad offendere. Poi c’è la questione di come è stata gestita l’operazione. Purtroppo le regole d’ingaggio delle nostre forze dell’ordine sono piuttosto indefinite. Polizia e carabinieri evitano di tirare fuori le armi, soprattutto se c’è gente intorno, perché se vengono filmati succede un’ira di Dio. Non sono dotati ancora di armi non letali, che sarebbero la soluzione, come la bomboletta urticante e il taser. Quindi hanno due possibilità: o fanno a botte a mani nude oppure sparano, ma se sparano è la fine e parte la gogna mediatica. La reazione del ragazzo americano si spiega solo come un attacco di follia, perché la situazione non era certo problematica di per sé”.

Fabrizio Caccia per il “Corriere della sera” il 30 luglio 2019. «Con noi non comunicano. Eppure l' inglese lo parliamo bene. Non ci dicono nemmeno "thank you" dopo che hanno finito di fare colazione, pranzo e cena. E sì che l' appetito ce l' hanno! E così mangiano, dormono e vedono la televisione tutto il giorno come se non fosse successo niente. Non appaiono per nulla preoccupati, sembrano piuttosto indifferenti, sarà pure per la loro giovane età. Certo due molto strutturati, proprio non ce l' aspettavamo...». È il racconto a più voci che filtra dagli operatori impegnati nella Settima sezione, quella dei «Nuovi Giunti». Nel carcere romano di Regina Coeli, Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, i due giovani americani fermati venerdì scorso per l' omicidio del vicebrigadiere Cerciello Rega, non sono più in isolamento. A ciascuno dei due, da domenica, è stato assegnato un compagno di cella, altri due stranieri, più grandi di loro, con cui - con loro sì - i ragazzi hanno già iniziato a socializzare parlando un po' in inglese. Due giovani dunque all' apparenza «indifferenti», anche se gli avvocati Francesco Codini ed Emiliano Sisinni, che in questi giorni li hanno assistiti, raccontano di essersi trovati davanti degli individui davvero «molto provati». Di certo, qui non siamo alla «Tamalpais High School» di San Francisco. Qui la notte ogni due ore la luce si accende per i controlli e gli agenti guardano dallo spioncino. Poi, la mattina, puntuali alle 8, le guardie passano di nuovo per fare la conta, battendo i loro bastoni d' acciaio contro le grate per svegliare i detenuti. Un rumore, dicono quelli che l' hanno sentito almeno una volta nella vita, che non si dimentica più. La settima sezione si trova nella seconda rotonda del carcere. Le celle dei due americani sono su due piani diversi e anche l' ora di passeggio, la canonica ora d' aria, avviene per Finnegan Lee e Gabriel Natale in momenti distinti della giornata. Naturalmente perché non possono, non devono, interagire tra loro. Oltre alla possibilità di comunicare con agenti che parlano l' inglese, da quattro giorni vengono loro assicurati anche «massimo sostegno psicologico» e «massima attenzione», che vuol dire in pratica sorveglianza a vista per scongiurare il peggio. Per scegliere bene i loro compagni di cella, nei giorni scorsi, sono state fatte tante riunioni e valutazioni di compatibilità. Più volte si sono incontrati la direttrice della casa circondariale di via della Lungara, Silvana Sergi, il coordinatore del corpo di polizia penitenziaria del carcere, il comandante Rosario Moccaldo, e poi i medici, gli psicologi, i volontari e il cappellano, il francescano conventuale Vittorio Trani, una vera e propria istituzione a Regina Coeli, dove da quarant' anni svolge il suo ministero pastorale. «Ma qui non si fanno distinzioni nè preferenze: il trattamento e la cura sono uguali per tutti gli oltre mille detenuti che abbiamo», puntualizza determinata la direttrice Sergi, da anni alle prese col problema cronico del sovraffollamento. Le celle di Finnegan Lee e Gabriel Natale sono standard: due metri per tre, un letto a castello, un tavolino, il bagno con la doccia. Rappresentanti del consolato e dell' ambasciata americana sono già stati a Regina Coeli, in questi giorni, mettendosi a disposizione per eventuali richieste dei due reclusi: libri, vestiti, messaggi per i familiari in America, i quali però sono in attesa del disco verde del Dipartimento di Stato e non sono ancora partiti per Roma. Sembra comunque che i due ragazzi non abbiano manifestato fino a ora esigenze particolari. Il Console li incontrerà personalmente forse già questa settimana. Una cosa è certa: da quattro giorni i due americani sono a Regina Coeli e non ci sono stati problemi con gli altri detenuti. «Indifferenza totale» nei loro riguardi, raccontano dalla settima sezione quelli che si ricordano invece dei pianti di tanti altri, più o meno noti, accolti da insulti e grida dalle finestre vicine. Una tortura. Tanto da chiedere agli agenti di sprangare tutto, nonostante il caldo, per riuscire a dormire. Un problema che Finnegan e Gabriel sembrano non avere. 

Blitz Pd nel carcere del killer. Salvini: "Incontrano criminali". Scalfarotto ha incontrato i due americani per "sincerarsi delle loro condizioni". E si apre lo scontro con il Carroccio. Angelo Scarano, Mercoledì 31/07/2019 su Il Giornale. Sul caso del carabiniere ucciso con 11 coltellate per strada a Roma si apre un nuovo fronte di scontro politico. Da una parte il dem Ivan Scalfarotto, dall'altro Matteo Salvini. Il parlamentare dei dem si è recato nel carcere di Regina Coeli per incontrare i due americani coinvolti nel delitto di Mario Cerciello Rega. La visita di Scalfarotto però sarebbe dovuta ad un altro caso che ha infiammato le ore successive all'omicidio: la foto che ritrae uno dei due arrestati con una benda sugli occhi e ammanettato nella caserma dei carabinieri. A quanto pare Saclfarotto, come racconta la La Stampa, si sarebbe recato nel carcere romano per "sincerarsi delle condizioni" dei due ragazzi. Una scelta, quella di Scalfarotto che non è passata inosservata e che ha scatenato la reazione di Matteo Salvini che con un tweet di fuoco mette nel mirino il Pd: "Il Pd va in carcere a verificare che il criminale americano non sia stato maltrattato...Non ho parole!!! #MarioCercielloRega #Carabinereucciso", scrive il titolare del Viminale in un tweet. Ed era stato lo stesso Scalfarotto, sempre sui social, a parlare della sua visita in carcere ai due detenuti: "Ieri sono andato a verificare le condizioni dei due imputati per il terribile omicidio del carabiniere Cerciello Rega". Per la cronaca, proprio il ragazzo bendato alle domande di Scalfarotto ha risposto così: "Va tutto bene, il peggio è passato". Scalfarotto dopo al sua "ispezione" ha affermato che i due detenuti "sono trattati con professionalità e in maniera umana". Circostanza questa confermata anche dal padre del presunto killer, Elder Lee: "Io e mia moglie, dopo aver visto la foto di Hjorth bendato, abbiamo temuto per la sorte di nostro figlio. Ma siamo stati rassicurati sul fatto che non ha subito alcun maltrattamento". E proprio il padre di Elder è atterrato in mattinata all'aeroporto di Fiumicino a Roma. Poi il lungo tragitto verso il carcere dove ha chiesto di poter incontrare suo figlio. Intanto sul fronte delle indagine arriva la mossa della difesa del presunto assassino, l'avvocato Renato Borzone che ha messo in dubbio la ricostruzione fornita dall'accusa su quanto accaduto: "Riteniamo che questo processo debba essere celebrato in tribunale e non sulla stampa. Abbiamo assunto la difesa da 12 ore e stiamo cercando di ricostruire tutti i passaggi di una vicenda che presenta ancora aspetti poco chiari. In particolare mi riferisco alla dinamica dei fatti nella loro fase finale: non mi risulta che la colluttazione sia avvenuta nei termini rappresentati dalle fonti investigative". 

Ora è crisi di nervi nel Pd per il "blitz" dem in carcere. Zingaretti, Calenda e la Morani "processano" Scalfarotto per l'incontro con i due americani: "Iniziativa personale". Angelo Scarano, Giovedì 01/08/2019, su Il Giornale. E adesso il Pd va in tilt sulla visita in carcere ai due americani coinvolti nell'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. Il deputato dem, Ivan Scalfarotto, come riportato da La Stampa, qualche giorno fa ha incontrato i due ragazzi in carcere a Regina Coeli a Roma per "sincerarsi delle loro condizioni" dopo il caso della foto in cui uno dei due appare bendato e ammanettato all'interno di una caserma dei carabinieri. Già ieri sera, il deputato dem era stato criticato in modo chiaro dal ministro degli Interni Matteo Salvini: "Il Pd va in carcere a verificare che il criminale americano non sia stato maltrattato...Non ho parole!!! #MarioCercielloRega #Carabinereucciso". Lo stesso Scalfarotto sui suoi social aveva rivendicato quel gesto così: "Il Pd va in carcere a verificare che il criminale americano non sia stato maltrattato...Non ho parole!!! #MarioCercielloRega #Carabinereucciso". Ma adesso, dopo lo scontro con il titolare del Viminale, il dem deve fare i conti con i suoi compagni di partito che hanno aperto un vero e proprio fuoco amico sul parlamentare che ha varcato il portone del carcere romano per incontrare i due turisti americani. Il primo a prendere le distanze da Scalfarotto è il segretario del Pd, Nicola Zingaretti: "Quella di Ivan Scalfarotto è una sua iniziativa personale. Rientra nelle sue prerogative di parlamentare ma ripeto è una sua iniziativa non fatta a nome del Pd". Ma l'attacco al dem non finisce qui. Anche Calenda "spara" su Scalfarotto e non usa giri di parole: "È il caldo. Spero che sia il caldo. Perché tra Gozi ieri e Scalfarotto oggi vi giuro che stiamo raggiungendo vette di stupidità mai prima conquistate nella politica contemporanea", ha affermato l'ex ministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda. A stretto giro arriva anche la stoccata di un'altra dem di spicco, Alessia Morani: "Lo dico con sincerità: non condivido la visita in carcere al presunto omicida di #Cerciello del collega# Scalfarotto. Ho fatto tante battaglie con Ivan. Ma questa volta non sono d’accordo. Proprio no". Insomma nel partito democratico la visita di Scalfarotto a Regina Coeli è diventato un vero e proprio caso. Il Pd si è letteralmente spaccato e ha sostanzialmente scaricato Scalfarotto. Il suo ingresso nel penitenziario ha tutto il sapore di un passo falso.

Tutti contro Scalfarotto, colpevole di garantismo. Angela Azzaro il 2 Agosto 2019 su Il Dubbio. Va a trovare i due giovani statunitensi ed è subito bufera. Non solo Salvini, il renziano ha dovuto soprattutto subire il fuoco amico del Nazareno. Zingaretti il primo a scaricarlo: «iniziativa personale». Dopo le polemiche per il trattamento riservato a uno dei due imputati accusati per l’uccisione di Mario Cerciello Rega, sarebbe stato auspicabile che qualcuno dei parlamentari italiani fosse andato in carcere a verificare le condizioni dei due giovani americani. Ma Ivan Scalfarotto che lo ha fatto, è stato travolto dalle polemiche e dall’odio social fatto di insulti e persone che gli augurano di morire. Chi osa difendere lo Stato di diritto, sempre più spesso, viene sottoposto a sua volta alla gogna, processato per avere dato fastidio al senso comune. Il deputato dem, che viene da quasi un anno di coordinamento dei comitati civici renziani, non si è sognato minimamente di sottovalutare l’omicidio, ha invece compiuto un gesto che rientra nei suoi diritti/ doveri di parlamentare. A dare il via alle critiche e agli insulti, dopo aver condiviso il post di Scalfarotto, è stato il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che con un tono poco istituzionale ha commentato: «Il Pd va in carcere a verificare che il criminale americano non sia stato maltrattato… Non ho parole!!! Pazzesco». Salvini però si sa che cosa pensi e si sa come interagisca con la sensibilità popolare su questi temi. Il vero attacco contro Scalfarotto è stato quello del fuoco amico. Le critiche più negative sono arrivate proprio dal Pd.  Carlo Calenda, facendo riferimento anche all’incarico assunto dall’ex sottosegretario dem Sandro Gozi nel governo francese, ha commentato: «È il caldo. Spero che sia il caldo. Perché tra Gozi ieri e Scalfarotto oggi vi giuro che stiamo raggiungendo vette di stupidità mai prima conquistate nella politica contemporanea». Calenda è un battitore libero e da lui ce lo si aspetta. Diverso il caso della deputata Alessia Morani, in genere poco incline alla polemica, che questa volta però si dissocia e attacca l’ispezione a Regina Coeli: «Lo dico con sincerità: non condivido la visita in carcere al presunto omicida di Cerciello del collega Scalfarotto. Ho fatto tante battaglie con Ivan. Ma questa volta non sono d’accordo. Proprio no». Se Salvini va dritto per la sua strada, il Pd sembra aver difficoltà a trovare la sua e continua a inseguire l’avversario politico, anche su un tema così delicato come quello della giustizia. E Nicola Zingaretti, spesso silente, questa volta ha preso la parola per segnare le distanze: «Quella di Ivan Scalfarotto è una sua iniziativa personale. Rientra nelle sue prerogative di parlamentare, ma ripeto è una sua iniziativa non fatta a nome del Pd». Emanuele Fiano, anche lui critico, ha però difeso «Ivan dagli insulti social». È nel web infatti che sono state scritte le offese e le minacce peggiori. È lo stesso per gli avvocati che difendono gli imputati, per i giornalisti che sollevano dubbi e non emettono sentenze, per i giudici che assolvono. È questo il clima del Paese, un clima alimentato ad hoc, che rischia di travolgere principi finora cardine del nostro sistema di garanzie. Il Pd ha perso un’occasione importante: quella di stare vicino al proprio deputato facendo del garantismo e del rispetto della legge la propria bandiera. Non è innocentismo, ma stato di diritto. Invece, come su molti altri temi, il partito democratico di Zingaretti procede indeciso, incapace di ritagliarsi un profilo autonomo dal centrodestra. Timoroso di apparire troppo radicale, ondeggia tra posizioni spesso antitetiche. Oggi il sentire popolare va da un’altra parte, ma sarebbe compito di chi costruisce un’alternativa provare a invertire la tendenza. Non è facile. Forse è impossibile. Ma non appoggiare Scalfarotto alla fine è un doppio boomerang: perché si dà l’idea di un partito litigioso e perché non si differenzia dal centrodestra. Se l’obiettivo è far concorrenza a Salvini sul suo terreno, è una partita persa in partenza. Scalfarotto, però, non ci sta e dopo le polemiche ribadisce con un lungo post su Facebook la sua scelta: «È stata un’ispezione, non una visita; la differenza tra barbarie e civiltà sta in un principio che risale al 1200 e si chiama habeas corpus…Penso – sottolinea – che chi ha responsabilità pubbliche non debba accodarsi all’opinione pubblica specie quando la politica ne sollecita le reazioni più emotive». Poi la stoccata al “suo” segretario Zingaretti: «È la mia posizione personale, non del Pd».

Scalfarotto insiste: "Ecco perché ho incontrato gli americani in carcere". Il Pd ha "processato" Scalfarotto per la visita in carcere a Regina Coeli ai due americani in carcere per l'omicidio del carabiniere a Roma. Angelo Scarano, Venerdì 02/08/2019 su Il Giornale. Ivan Scalfarotto rincara la dose. Non sono bastate le polemiche dopo la sua visita nel carcere di Regina Coeli per "sincerarsi delle condizioni" dei due americani arrestati per l'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. Scalfarotto, pur avendo ricevuto critiche feroci dal suo stesso partito, ha deciso di rivendicare quel gesto che tanto ha fatto discutere. In un'intervista a La Stampa, il parlamentare dem non usa giri di parole e respinge gli attacchi di chi ha visto in quella mossa una sorta di mancanza di rispetto nei confronti dell'Arma: "Sono convinto della doverosità del mio gesto, nonostante la tempesta perfetta messa su. La mia ispezione era una verifica della tenuta dello Stato democratico: abbiamo già accettato che le persone possano affogare in mare, che possano stare sul ponte di una nave senza assistenza. Per fortuna posso dire che la polizia penitenziaria sta gestendo la situazione con grande professionalità. In uno Stato di diritto è doverosa la solidarietà per la vittima, ma lo Stato deve anche rispettare chi ha commesso il crimine più efferato", ha spiegato il dem. Insomma Scalfarotto chiede "rispetto" per chi ha pugnalato con ben undici coltellate un militare durante un controllo in pieno centro a Roma. L'esponente del Partito democratico manda anche un messaggio chiaro al Pd: "Il mio auspicio -aggiunge- è che il mio partito non subordini mai la tutela dello Stato democratico a valutazioni di opportunità politica. Questa è una posizione dalla quale non mi muovo. Non si può mettere in secondo piano neanche per un secondo la tutela dello Stato di diritto. Una volta che lo accetti non torni più indietro. E mi sembra che per il partito il problema non è tanto l'ispezione in sé, ma la reazione che c'è stata". Il dem dunque rispedisce al mittente gli attacchi ricevuti col fuoco amico del Nazareno. Ma di fatto la sua visita a Regina Coeli farà discutere ancora a lungo. Sui social infatti si è aperto il dibattito. E gli utenti, anche elettori del Partito Democratico, condannano il gesto del parlamentare che si è preoccupato di verificare le condizioni di salute dei due americani mettendo da parte in quel momento il cordoglio per un dolore indicibile che sta provando una intera famiglia che ha dovuto dire addio ad un ragazzo di 35 anni che amava il suo lavoro e la divisa.

Se il Pd è più vicino agli assassini che alle vittime. Un parlamentare va in visita ai 2 americani per capire se fossero maltrattati in carcere. Nessuna parola invece per la famiglia del carabiniere ucciso. Panorama il 2 agosto 2019. La sinistra, anzi, il Pd, sono come il calciomercato ad agosto: ogni giorno c’è una notizia. Raccontavamo ieri di Sandro Gozi, ex parlamentare del Pd entrato nel governo francese di Macron, uno che se può fare uno sgarro all’Italia lo fa doppio. Ma eccoci qui a raccontare la perla della giornata.  Premessa. Ivan Scalfarotto è una brava persona, e fin dai tempi in cui era consigliere comunale a Milano ha vissuto la politica con autentica passione ed un’attenzione vera verso la gente. Però ieri ha sbagliato, e di grosso. I fatti. Il parlamentare del Pd si è recato al carcere di Regina Coeli per incontrare i due giovani americani responsabili (uno ha confessato) dell’omicidio di un Carabiniere, Mario Cerciello Rega. Una visita il cui scopo era verificare le condizioni carcerarie e lo stato di salute dei due ragazzi. Tutto lecito, abituale, umano. Ma sbagliato. Perché la prima visita forse il parlamentare avrebbe dovuto farla alla moglie, ora vedova, del Carabiniere. O alla sua famiglia che ha perso un figlio. Invece no. Invece ecco che torna quella strana cultura per cui ci si preoccupa poco delle vittime, ma sempre troppo degli altri. Le avvisaglie le avevamo già avute con la famosa foto del ragazzo bendato in caserma, foto che aveva scatenato lo sdegno di molti. Molti che però erano rimasti silenti ed impassibili davanti alla bara di Cerciello Rega. Della serie: peggio bendati che uccisi. Una sensazione che ormai copre di sospetto ogni azione delle forze dell’ordine come se, dopo il caso Cucchi, le nostre caserme fossero quasi delle camere di tortura... Scalfarotto aveva una scelta ed ha deciso chi andare a trovare, ha deciso a chi portare il suo sostegno è quello del suo partito. Poi però non stupiamoci se la gente vota da un’altra parte.

Se "Zingaraccia" è peggio di una minaccia di morte. Salvini criticato per aver definito una Rom una "zingaraccia". Ma nessuno si preoccupa delle minacce di morte della donna al Ministro. Foto: Voto 8. E' di sicuro il politico dell'anno. Ricordiamo che prima delle elezioni del 4 marzo era un "appoggio" di Berlusconi nel centrodestra. Poi è diventato il partito di maggioranza della coalizione. Nella lunga fase della trattativa di Governo è stato il politico più abile, forzando e concedendo quando serviva ma tenendo sempre il pallino del gioco in mano. Una volta arrivato a Palazzo Chigi (da vicempremier) ha subito preso il comando delle operazioni con la sua battaglia contro le navi dei migranti (vinta) ed ha proseguito la crescita del suo partito arrivata stando ai sondaggi sopra il 30%. In ultimo: le sue dirette video su facebook sono state il successo dell'anno dal punto di vista della comunicazione politica. Ora le copiano tutti (ma con risultati pessimi). Panorama il 2 agosto 2019. Zingaraccia. E’ la parola del giorno. A crearla il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini. E giù critiche. “Non si può dire!”, “Razzista!”, “un ministro non può parlare così”. E via con il solito treno di luoghi comuni contro il leader della Lega ed il clima d’odio. Ci risiamo. Tutti (pardon, i soliti della sinistra, i soliti “radical chic”) ad indignarsi per questa parola, “zingaraccia”. Tutti a difendere la Rom, offesa. Tutti dalla sua parte. Nessuno però che si è chiesto come mai il Ministro si sia spinto a tale insulto. O meglio, tutti sanno il perché ma fa meno notizia. La nostra nomade che si trova in un campo alla periferia di Milano infatti, ad un giornalista che chiedeva lumi sulla recente proposta di fare un censimento dei rom in Italia, ha così commentato “C’è sempre Salvini in mezzo, quel coglione, Salvini che viene lui a parlare con noi. Ancora nessuno si è trovato sul punto di far mettere un proiettile in testa a Salvini. Si. Devono farlo”. Insomma. Coglione, visto quello che gira sul leader della Lega, è quasi un complimento. E lo facciamo pure passare in cavalleria. Ma quando si parla di proiettili in testa è una bella minaccia di morte. Che già è grave per una persona normale; per un Ministro della Repubblica lo è ancora di più. Ma no. Lo scandalo è Zingaraccia, non è augurarsi che qualcuno prenda una pistola e spari in testa ad un uomo. Ma va così. Così è peggio la foto in cui si vede il complice dell’omicidio di un Carabiniere bendato in una caserma piuttosto che la l’omicidio stesso. Così è peggio Zingaraccia di una minaccia di morte. L’unica cosa positiva è che questi discorsi valgono per le solite persone, anzi, a guardare gli ultimi sondaggi sono sempre di meno. Ps. Salvini è fatto così. Prima di "zingaraccia" ci fu "Ruspa", poi "Bacioni" e molte altre. Il personaggio ormai è chiaro. Non è e non sarà un Ministro dell'Interno alla Scalfaro, per dirne uno attento al protocollo ed alla forma. Ma è evidente che a sempre più italiani poco importino certe cose, anzi sembrano apprezzarle.

Fabrizio Caccia per il “Corriere della sera” il 31 luglio 2019. Al quinto giorno di Regina Coeli, i ragazzi di ghiaccio cominciano a sciogliersi: «Avvocato, la prego, sono disperato, faccia venire al più presto i miei genitori a trovarmi», è stata la prima richiesta fatta ieri dal più piccolo dei due californiani, Christian Gabriel Natale Hjorth, 18 anni, al suo nuovo avvocato, Francesco Petrelli. A poco a poco, dunque, quel muro d'indifferenza che aveva così tanto impressionato gli operatori del carcere, pare si vada sbriciolando: «Più ci penso e più sono sconvolto», ha ammesso anche Finnegan Lee Elder, il diciannovenne accoltellatore del vicebrigadiere Cerciello Rega, al suo nuovo legale Renato Borzone. E ripetendolo poi pure al Console americano che è andato a fargli visita. «In cella vorrei leggere qualcosa per passare il tempo», ha chiesto Elder. Ma di libri in inglese non ce ne sono così tanti a Regina Coeli, comunque alla fine gli agenti gliel' hanno trovato. Nelle celle del reparto «Nuovi Giunti» della Settima Sezione, dove entrambi da domenica non sono più in isolamento, la fatica del carcere si fa sentire: «Faccia venire almeno i miei parenti italiani, ho bisogno di vederli, non ce la faccio più», ha detto Hjorth all' avvocato Petrelli, appena nominato da suo padre Giuseppe. Tra l' altro, Petrelli, già legale di Giovanni Scattone nel processo per l' omicidio di Marta Russo, è pure l' attuale difensore del carabiniere Francesco Tedesco, l' uomo che, accusato di omicidio preterintenzionale per la morte di Stefano Cucchi, ha avuto il coraggio di chiamare in causa due suoi colleghi dell' Arma per il pestaggio subìto in caserma dal ragazzo romano poi deceduto nell' ottobre del 2009. I genitori di «Gabe», come lo chiamano gli amici, sono separati da tempo. Lui, una settimana prima del delitto di Prati, era venuto a Roma in vacanza con suo padre Giuseppe, che è italiano: «E infatti io ero già qui quando mi ha chiamato Elder dall' America - si è sfogato lui con l' avvocato Petrelli -, Finnegan mi ha detto " vengo a Roma, ci vediamo" , ma io non c' entro niente, mi sono trovato in mezzo a questa terribile situazione senza volerlo. Per esempio, non sapevo nemmeno che Elder avesse portato dall' America quel coltello e non stavo neppure con lui in albergo, io infatti stavo con mio padre, non ci avevo mai dormito con Elder prima di quella notte...». L' avvocato Petrelli, nel frattempo, ha già telefonato al collega Emiliano Sisinni che in questi primi giorni di detenzione aveva assistito il diciottenne. E con il vecchio legale ha affrontato la delicata questione della foto scattata da un carabiniere nella caserma di via in Selci dopo l' arresto, in cui si vede «Gabe» seduto in una stanza con una benda azzurra sugli occhi, il capo chino e le manette ai polsi. Sisinni gli avrebbe raccontato che a sua precisa domanda («Perche non me l' hai detto subito?»), il ragazzo avrebbe risposto candidamente: «Non l' ho mai detto, perché ero confuso». 

Flavio Pompetti per “il Messaggero” il 31 luglio 2019. La stampa statunitense comincia a scavare nel passato di Finnegan e Gabriel, i due giovani accusati dell'omicidio del vice brigadiere Giovanni Cerciello Rega, e scopre che l'immagine dei due amici è lontana da quella di due semplici turisti motivati a viaggiare dalla ricerca della bellezza e della storia romana. Amici e conoscenti dei due parlano del passato di risse e violenze ai quali sono entrambi associati, il liceo frequentato nei primi anni da Elder conferma la scazzottata nella quale il giovane aveva provocato danni cerebrali ad un suo coetaneo. E' un po' per via dell'emergere di questi dettagli, ma molto di più per il rispetto universale nei confronti della memoria del nostro brigadiere ucciso, che i media usano da qualche giorno un'enorme cautela nel modo in cui raccontano gli sviluppi della tragedia e dell'indagine. Persino la diffusione della foto di Gabriel Natale, ammanettato e bendato nell'ufficio di Via in Selci, viene trattata con il massimo riguardo e con tutti i distinguo del caso. L'immagine viene riportata dalla stampa con pochi commenti, ma questi ultimi abbondano nella blogosfera. Si sottolinea lo stato di shock nel quale devono essersi trovati i commilitoni di Cerciello, si fa riferimento al forte spirito di corpo che esiste anche all'interno delle stazioni di polizia negli Stati Uniti, e si citano episodi di reazioni anche più estreme da parte degli agenti, che si sono verificate negli anni quando uno di loro è caduto vittima della violenza di strada. Quella che invece è assente è una narrativa alternativa dei fatti, quale era quella che a pochi giorni dai rispettivi crimini, ha accompagnato in passato la ricostruzione del delitto di Perugia con l'assassinio di Meredith Kercher, e il rapimento in pieno giorno di Abu Omar. Non ci sono in giro teorie complottiste contro le conclusioni dell'indagine in Italia, né avvisaglie di una cordata di controinformazione, come quella che accompagnò la vicenda processuale di Amanda Knox. Il dato centrale che emerge dai commenti in tv e sui giornali è lo sdegno per il crimine commesso da due connazionali all'estero, nei confronti di un rappresentante delle forze dell'ordine, e di un difensore della sicurezza pubblica. La notizia è comunque passata già in secondo piano nelle cronache della giornata, affossata dall'emergenza di altre traumi nazionali, e dall'attesa per il dibattito tra i candidati democratici alla presidenza. Ieri mattina non c'era più nessuna ressa di giornalisti fuori dall'abitazione della madre di Finnegan Elder, anche perché la famiglia resta blindata intorno alla protezione della propria privacy. Le scuole frequentate in passato dai due giovani sono chiuse per la pausa estiva, così come lo è l'università alla quale entrambi erano iscritti quest'anno. E' il dipartimento di Stato di Washington che si sta muovendo al suo posto insieme all'ambasciata romana per assicurare l'assistenza al giovane accusato di aver vibrato le undici pugnalate contro Mario Cerciello. Ed è da questa fonte che arriva la raccomandazione più diretta ad «assicurare che ai cittadini statunitensi detenuti ricevano un processo equo e trasparente con accesso all'assistenza legale». Il silenzio invece del vertice dell'amministrazione e dello stesso Trump, altre volte molto solerte nell'intervenire a gamba tesa presso i governi stranieri in difesa dei suoi connazionali, testimonia al meglio l'imbarazzo che l'intero Paese sta vivendo nei confronti di questa vicenda.

 Il papà di Elder Finnegan Lee  a Roma: «Ci hanno assicurato che non è stato maltrattato». Pubblicato mercoledì, 31 luglio 2019 da Corriere.it. «Il vecchio e il mare di Hemingway può entrare; il dizionario d’inglese-italiano invece no, perchè ha la copertina rigida e potrebbe rivelarsi molto tagliente; anche l’asciugamano arancione è troppo lungo, potrebbe essere rischioso per suo figlio, qualora decidesse di farsi del male...», così dice l’agente allo sportello dell’ufficio colloqui di via delle Mantellate. Regina Coeli, ieri, mezzogiorno: Fabrizio Natale, il padre di Christian Gabriel Natale Hjorth, arriva con suo fratello Claudio portando uno zaino e due buste di nylon piene di cibo e vestiti puliti: «Il pane casereccio e gli affettati entrano, il dentifricio e il deodorante no, lo spazzolino solo quello manuale, l’altro a batteria rimane fuori...», l’agente allo sportello continua solerte il suo lavoro. Ma l’importante è esserci, pensa Fabrizio Natale, che ha subito raccolto il grido d’aiuto lanciato il giorno prima dal figlio diciottenne: «Voglio incontrare mio padre e mia madre, non ce la faccio più». E infatti sta arrivando da San Francisco anche sua mamma, Heidi Hjorth. Presto, così, si riuniranno nella Capitale tutti e quattro i genitori dei giovani americani finiti in cella venerdì scorso per l’omicidio del vicebrigadiere Cerciello Rega. Anche Leah, la madre di Finnegan Elder Lee, il diciannovenne reo confesso, è in partenza da San Francisco. Suo marito Ethan, invece, è già arrivato a Roma, accolto dall’avvocato Roberto Capra: «Io e mia moglie, dopo aver visto la foto dell’altro ragazzo, Hjorth, bendato in caserma, abbiamo temuto per la sorte di nostro figlio - ha detto papà Ethan -. Ma siamo stati rassicurati sul fatto che non ha subìto alcun maltrattamento. Mia moglie è disperata. Non vedo l’ora d’incontrarlo». Probabilmente potrà farlo già oggi. Ieri, per l’altro padre, l’italo-americano Fabrizio Natale, l’impatto è stato tremendo: il figlio ha pianto per un’ora intera e solo quando è finito il colloquio ha trovato la forza di rassicurare il papà, lo zio e l’avvocato Fabio Alonzi che li accompagnava: «Ok, adesso mi calmo e torno in cella». Suo padre, all’uscita, era sconvolto: «L’incontro con Gabriel è stato commovente ma molto duro per entrambi. Lui sta molto male e non si dà pace. É sconvolto per la morte del carabiniere e anch’io non posso che essere vicino al dolore della famiglia del vicebrigadiere. Ma sono convinto dell’innocenza di mio figlio». Gabriel e il papà, come tutti gli anni, erano venuti in Italia per qualche giorno di vacanza nella casa al mare di nonno Giuseppe, a Fregene. Poi, però, dall’America ha chiamato Elder, annunciando il suo arrivo: «Ma Gabriel non sapeva che il suo amico fosse armato - è ancora Fabrizio Natale che parla -. Di cosa fosse veramente accaduto, cioè che il carabiniere era morto, lui lo ha appreso solo dopo l’arresto. In questi giorni ho letto sui giornali molte cose inesatte: Gabriel è un ragazzo normale che studia per diventare architetto. E anch’io non sono così ricco come la stampa mi ha voluto per forza descrivere. Vivo del mio stipendio, sono un funzionario pubblico della previdenza, la vostra Inps...». Infine, la domanda più dura, quella sulla foto che ritrae il figlio in caserma bendato: «Non voglio commentare, è stato aperto un fascicolo alla Procura di Roma: sono convinto che, se ci sono responsabilità, saranno accertate».

Corrado Zunino per “la Repubblica” il 2 agosto 2019. Scende dalla Mercedes nera, presa in affitto in aeroporto, alza lo sguardo sul carcere del Settecento - Regina Coeli, impiantato nella Trastevere dove è iniziato il guaio - e si ferma. Il giovane dello staff che lo ha scortato fino all' ufficio "Pacchi e colloqui" lo deve sorreggere. Gli cedono le gambe. Una donna lo spinge all' interno, corridoio a piano terra popolato di madri e figlie italiane che attendono i loro colloqui. È mezzogiorno, ieri: Ethan Elder, 61 anni, funzionario della previdenza della California, comprende tutto. Un istante, il carcere: otto giorni gli passano davanti. La polo verde si perde nell' androne interno per la registrazione, quindi l' uomo sale verso la cella del figlio Finnegan, 19 anni, che fin qui ha parlato solo una volta con la mamma: una telefonata in Facetime. Lo spazio per i colloqui è caldo. Ethan può guardare il figlio e chiedergli: «Perché?». Non arriva la risposta. «Ti avevamo mandato in vacanza a Roma per toglierti da quel giro di amici, perché?». Non si sa se Finnegan - in questi giorni silenzioso, frastornato nella sua cella senza televisione - pianga: il padre ha tenuto per sé questo aspetto, non lo ha detto a nessuno della sua corte americana. Gabriel Natale Hjorth, l' amico che ora prende le distanze («Ho conosciuto Finnegan solo sui social», racconta nascondendo le frequentazioni nelle scuole a nord di San Francisco) ha una cella lontana: li hanno sistemati in modo che, durante l' ora d' aria, non possano incontrarsi, cortili separati. Papà Ethan si prende tutta l' ora del colloquio. Non ha portato niente con sé: Finnegan è ancora con infradito, pantaloncini e maglietta consegnati dall' amministrazione penitenziaria. Papà Ethan esce dal carcere che è l' una di pomeriggio: il volto sicuro del giorno dell' arrivo in aeroporto, ventiquattr' ore prima, ora è tradito dagli occhi. Sale sul van, per il ritorno c' è il pulmino con i vetri anneriti, che a fatica si libera dell' assedio dei cameramen. Torna all' ambasciata americana: ormai il caso dell' omicidio in vacanza è sotto la piena responsabilità della diplomazia Usa. Il consulente legale americano che Ethan si è portato dalla Baia - Craig Peters, già difensore pubblico negli Stati Uniti - mostra alla Abc7 la linea difensiva. Aggressiva. «Chi sta investigando in Italia non sa bene cosa sia successo quella notte vicino all' Hotel Méridien e fa filtrare solo le informazioni che gradisce. Un coltello da diciotto centimetri in mano a un ragazzo? Negli Stati Uniti non è certo una supersorpresa viaggiare con un'arma, si usa per difendersi». Nel pomeriggio i legali italiani dell' ex amico Gabriel Natale Hjorth - gli avvocati Francesco Petrelli e Fabio Alonzi - depositeranno un' istanza al Tribunale del Riesame per la scarcerazione. Anche per il reo confesso la linea difensiva sembra tracciata: Finnegan non sapeva che il vicebrigadiere Cerciello fosse un carabiniere, lo credeva un complice di quello a cui aveva rubato lo zaino. Ha reagito, ecco: un eccesso di legittima difesa, non un omicidio aggravato. In serata Ethan rientra all' Hotel Cavalieri Hilton, sulle alture del quartiere Montemario, cinque stelle tra gli ulivi. Anche il figlio si era abituato a soggiorni costosi. Nei prossimi giorni arriverà la madre, Leah Lynn, consulente nel campo dei trasporti. L' amico avvocato ricorda ancora: «Ethan e Leah scelsero Roma per la luna di miele, tanti anni fa. Hanno un grande amore per questa città e il fatto che oggi sia diventata il teatro di una tragedia vicina li ha devastati». A Regina Coeli riceve visite anche Gabriel. Lui, famiglia italiana, parla italiano. E parla di più. «È molto provato», dice però l' avvocato Alonzi, «ha solo 18 anni». Gabriel ribadisce: non sapevo che Finnegan fosse armato, non credevo stessimo andando a uno scontro. E i legali puntano sulla legittima difesa "Non sapeva di avere di fronte un militare, ha solo reagito a un attacco" AP A Regina Coeli Finnegan Lee Elder, 19 anni, ha confessato di aver colpito il vicebrigadiere con il coltello.

LA VERITA’ SULL’OMICIDIO CERCIELLO. F.Fla. per il “Corriere della sera” l'1 agosto 2019. «Non ricorda di aver detto subito dopo l' omicidio di Cerciello che gli aggressori fossero magrebini: l' unica cosa che ha detto in quel momento, in cui era sotto choc per quanto accaduto, è che si trattava di persone con accento straniero». Tramite il suo avvocato fresco di nomina, Andrea Volpini, Sergio Brugiatelli (ri)smentisce se stesso nel tentativo di chiamarsi fuori da questa storia. L' uomo a cui i due ragazzi americani rubarono lo zaino dopo che il 47enne presentò loro il pusher Italo Pompei (con la tachipirina al posto della cocaina) continua a cambiare versione su quella sera. I carabinieri sostengono che nel denunciare il furto e il tentativo di estorsione subiti Brugiatelli parlò di due nordafricani. E lui stesso l'ha confermato in un'intervista, sostenendo di aver avuto paura di rivelare la loro identità (nonostante stesse conducendo Cerciello e Varriale ad arrestarli). Poi, nel verbale successivo al delitto, ha sottolineato che i due ragazzi al telefono avevano un «accento inglese». E questo senza aver mai avuto la possibilità di riparlarci, dunque senza elementi per cambiare idea. «Non sono un pusher né un informatore. Nello zaino c' erano le chiavi della casa dove vivo con mio padre malato, mia sorella e mio nipote. Ho avuto paura - aggiunge - che potessero far del male a loro, così ho chiesto aiuto al 112. Le stesse minacce che avevano rivolto a me, sono state ripetute quando con il telefono in viva voce ho richiamato di fronte ai carabinieri». L'avvocato annuncia che il suo assistito si costituirà parte civile per il furto subito e la tentata estorsione.

Edoardo Izzo per “la Stampa” l'1 agosto 2019. Da un lato le indagini, ormai cristallizzate, sull'omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri, Mario Cerciello Rega. Dall' altro quelle appena partite sulla foto scattata a Christian Gabriel Natale Hjorth, il 19enne americano accusato in concorso con il suo connazionale, Finnegan Lee Elder. Sono i due binari su cui si muovono i carabinieri del Nucleo Investigativo, coordinati dalla procura di Roma, che anche ieri sono tornati all' hotel Le Meridien per acquisire ulteriori elementi. Insieme con loro i legali dei ragazzi, l' avvocato Roberto Capra e il collega Francesco Petrelli. Obbiettivo del sopralluogo tecnico: repertare tracce biologiche e impronte digitali dei due. Gli investigatori puntano, in primo luogo, a individuare le tracce papillari nella zona del controsoffitto, dove era stato nascosto il coltello con cui Elder ha colpito 11 volte Cerciello. La stanza resta comunque sotto sequestro: all' attenzione degli inquirenti anche gli indumenti indossati dai ragazzi e tutto ciò che era presente nelle loro valigie. «Vogliamo blindare il più possibile la scena del crimine», spiegano gli investigatori, che aggiungono: «Abbiamo solidi elementi probatori, non solo la confessione. Soprattutto le immagini delle videocamere e l' arma del delitto». Prove granitiche, anche se restano alcuni dubbi. Per la prima volta ieri pomeriggio ha parlato - tramite il suo legale, Andrea Volpini - l' uomo del borsello: Sergio Brugiatelli. Il 47enne disoccupato ha smentito parzialmente quanto affermato dall' Arma: «Non ho mai detto che gli aggressori fossero magrebini, ma solo che si trattava di persone con accento straniero». Una versione diversa rispetto a quella data due giorni fa in conferenza stampa dal comandante Provinciale, Francesco Gargaro: «Brugiatelli - aveva affermato - ci aveva riferito che erano magrebini, perché aveva il timore di dire che conosceva gli autori dell' omicidio e non voleva essere associato al fatto». Brugiatelli ha confermato solo di aver temuto per sé e per la sua famiglia: «Avevano preso lo zainetto con dentro chiavi di casa e documenti: per questo ho chiamato subito il 112», ha spiegato. Intanto proseguono anche le indagini sulla foto di Hjorth ammanettato e bendato nella caserma di via In Selci che ha spinto ben due procure - quella della Capitale e quella Militare - ad aprire un fascicolo d' indagine, al momento contro ignoti, in cui si ipotizza il reato di rivelazione di segreto d' ufficio. Al momento è iscritto sul registro degli indagati un sottufficiale dell' Arma, già trasferito a un incarico non operativo, cui il procuratore facente funzioni, Michele Prestipino e l' aggiunto Nunzia D' Elia, contestano il reato di abuso d' ufficio. Resta ignota l'identità del militare che ha fatto lo scatto e quella dell' eventuale complice che l' ha veicolata via WhatsApp ai media. La foto che in pochi minuti ha fatto il giro del mondo e che ora rischia di compromettere l' intera inchiesta.

Carabiniere ucciso, Brugiatelli: «Non sono né un pusher né un informatore». Pubblicato mercoledì, 31 luglio 2019 da Fulvio Fiano, Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. «Non sono né un pusher, né un informatore dei carabinieri e nemmeno un intermediario». Lo afferma Sergio Brugiatelli, l’uomo che la notte del 26 luglio denunciando il furto del proprio borsello al 112 ha avviato l’operazione dei carabinieri in cui è morto il vice brigadiere Mario Cerciello Rega. In una nota diffusa dal suo avvocato Andrea Volpini cerca di spiegare alcuni misteri che ancora oggi aleggiano attorno alla vicenda che ha provocato la morte del 35enne carabiniere di Somma Vesuviana che nella lettera definisce «un uomo valoroso. Con il suo lavoro di carabiniere ha salvato la mia vita e purtroppo perso la sua». Brugiatelli afferma che nello zaino rubato in piazza Mastai oltre ai documenti aveva le chiavi di casa dove vive con suo padre malato, la sorella e un nipote: « Ho avuto paura che potessero far del male a me e soprattutto a loro e per questo ho chiesto aiuto al 112. Le stesse minacce che avevano rivolto a me, sono state ripetute poco dopo, quando, con il telefono in viva voce, ho richiamato di fronte ai carabinieri il mio numero di cellulare». L’uomo indicato come un informatore dei carabinieri afferma, invece, che si tratterebbe solo di «false ricostruzioni proseguite anche dopo la conferenza stampa degli inquirenti». La paura di essere rintracciato dai due americani lo avrebbe spinto a chiamare il 112 senza aspettare il giorno successivo per sporgere denuncia, un aspetto rimarcato in un passaggio preciso della nota: «Quando ho chiamato il mio numero di cellulare chi ha risposto non ha solo preteso denaro e droga per riconsegnare le mie cose. Mi hanno minacciato, dicendo che sapevano dove abitavo e sarebbero venuti a cercarmi». Minacce ripetute più volte al telefono. Una di queste proprio in presenza dei carabinieri davanti ai quali avrebbe effettuato una telefonata in viva voce chiamando il proprio cellulare rimasto nello zaino rubato dai due americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth. « Il resto - conclude Brugiatelli - è storia nota, alla quale non voglio aggiungere altro, a parte tutto il mio dolore e rispetto, per la vita di un giovane eroe finita troppo presto».

Mario Cerciello Rega, dubbi sulle relazioni di servizio dei carabinieri: i magistrati acquisiscono i turni. Pubblicato giovedì, 01 agosto 2019 da Fulvio Fiano, Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Ricostruire gli spostamenti di Mario Cerciello Rega e del suo compagno di pattuglia Andrea Varriale a partire da mezzanotte, quando il vicebrigadiere ucciso circa tre ore dopo, avrebbe dovuto prendere servizio. È questo l’obiettivo che ha spinto i magistrati guidati dal procuratore Michele Prestipino ad acquisire i turni della stazione Farnese, dove lavorava. Per chiarire sospetti e misteri che ancora segnano quella notte. Svelando se le annotazioni di servizio possano essere state corrette dopo la tragedia per coprire eventuali errori, compreso il fatto che Cerciello Rega abbia partecipato a un’operazione pur non avendo con sé la pistola. Su questo aspetto anche la procura militare si muove ipotizzando la «mancata consegna». Nell’ordinanza di cattura dei due ragazzi statunitensi accusati dell’omicidio - Gabriel Christian Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder - la giudice Chiara Gallo scrive: «Dall’annotazione del carabiniere Andrea Varriale emerge che poco tempo prima di ricevere l’incarico di effettuare l’operazione in abiti civili volta al recupero dello zaino rubato al Brugiatelli, alle ore 1,19 era intervenuto in piazza Mastai su ordine del maresciallo Pasquale Sansone». Nell’atto ufficiale non si fa alcun cenno alla presenza di Cerciello Rega. Dov’era? Informalmente il comando provinciale dell’Arma ha fatto sapere che in realtà pure lui era citato nella relazione di servizio che dava atto della sua presenza. Anche su questo passaggio sono in corso verifiche e il fatto che i pubblici ministeri abbiano deciso di acquisire i turni fa presumere che ci siano dubbi sulla regolarità degli atti inviati. In questo quadro il maresciallo Sansone viene ritenuto un testimone fondamentale, visto che quella sera aveva richiamato numerosi sottufficiali per segnalare quanto accaduto. Dovrà essere proprio lui a chiarire che tipo di disposizioni vengano date ai militari che effettuano servizi di controllo nel quartiere, quali siano le regole per l’impiego delle pattuglie in borghese e in divisa, come sia possibile che per un “cavallo di ritorno” un carabiniere abbia ritenuto di poter intervenire disarmato. Nessuno ha infatti chiarito se Cerciello Rega avesse informato il collega e i superiori di non avere l’arma o se invece la circostanza sia stata scoperta soltanto dopo la sua morte. Nella stessa ordinanza di arresto viene specificato che verso l’1,30 in piazza Mastai «giungeva un motociclo di colore nero con a bordo due persone che si qualificavano come appartenenti all’Arma» e controllavano il pusher che avrebbe dovuto vendere la droga ai due americani. Dunque anche altri agenti in borghese, che viaggiavano a bordo di uno scooter che dovranno chiarire se siano intervenuti mentre erano in servizio o se invece siano stati richiamati. Rimane in ogni caso il mistero sulla tolleranza rispetto alla presenza dei pusher che evidentemente agiscono indisturbati in quella piazza, ma anche in altri luoghi del centro storico nonostante siano piene di carabinieri in divisa e in borghese. E per questo bisognerà delineare il ruolo di Mario Brugiadelli che ieri con una nota ufficiale del suo avvocato ha smentito di essere «un pusher o un confidente», pur consapevole che negli atti processuali il suo ruolo viene descritto come quello di mediatore con gli spacciatori. Quella sera Brugiatelli aveva infatti denunciato - parlando con i militari che in piazza - di aver subito il furto dello zaino, ma aveva poi anche parlato del ricatto dei due americani che volevano un grammo di cocaina perché erano stati truffati dai suoi amici che gli avevano invece venduto tachipirina. E allora, come mai non si è deciso di fermare i pusher che erano ancora in zona? Le verifiche sulle annotazioni dovranno tenere conto anche delle notizie filtrate subito dopo l’omicidio e delle successive correzioni. Il primo comunicato stampa dei carabinieri , il 26 mattina, fa riferimento a un «probabile cittadino africano» e la notizia dei nordafricani, con tanto di foto segnaletiche, ha continuato a girare sulle pagine social vicine all’Arma e alla polizia. Di nulla di tutto questo si trova più traccia e l’unico comunicato stampa dei carabinieri, alle 9.33 del 27 mattina parla ora dei due statunitensi.

Corrado Zunino per “la Repubblica” il 5 agosto 2019. Sta dormendo sulla panchina in marmo diventata immagine fissa del delitto del carabiniere buono: inquadrata dalle telecamera di una scuola di suore, è lo sfondo del colloquio in Piazza Mastai, quel venerdì 26 poco prima dell' una, tra il mediatore Sergio Brugiatelli e i due americani, Finnegan e Gabriel. Tamer Salem, 51 anni, in Piazza Mastai - la tonda Mastai dimora dei Monopoli di Stato, dell' agenzia AdnKronos e di tanti barboni - è parcheggiatore abusivo. Da 18 anni. Ed è uno degli otto testimoni oculari della "fase Trastevere" della camminata notturna di Brugiatelli e dei turisti sballati di San Francisco. «Disturbo?». Tamer - t-shirt bianca e scarpe da ginnastica blu elettrico - apre lentamente gli occhi, li stropiccia, si mette seduto. «No, prego». Si stira e inizia a raccontare la sua versione sulla mancata consegna del grammo di cocaina ai californiani, l'arrivo dei carabinieri in moto davanti al Cinema Alcazar, di là di Viale Trastevere, quindi la fuga di Sergio, Finn e Gabriel. Il racconto di Tamer coincide in diversi punti con quello già fatto a Repubblica da Italo Pompei, indicato da Brugiatelli come il pusher. L' egiziano Tamer dice di no: «Italo è solo un tossico, non uno spacciatore. Va in giro tutto il giorno con il suo bulldog, era con lui anche quel venerdì. Non era Italo che doveva dare la droga agli americani».

Chi, allora?

«Io so che quando sono arrivati a Mastai, Sergio e i due ragazzi erano strafatti. Tutti e tre. Ridevano, sembravano vecchi amici. Erano già imbottiti».

Di alcol?

«Dopo tanti anni passati in strada so riconoscere uno cotto, quei tre erano imbottiti di alcol e di droga. Per me si erano fatti insieme».

Ma lei, Sergio Brugiatelli, lo conosce bene?

«Lo vedo spesso».

E chi è?

«Uno che viene a Mastai a farsi le canne e che la droga la tratta».

La spaccia?

«Ho detto tutto ai carabinieri quando mi hanno interrogato».

Andiamo avanti. Secondo l' ordinanza della magistratura Brugiatelli e Gabriel il biondino si spostano verso Piazza Merry del Val e Finnegan, intontito, resta sulla panchina di Mastai.

«Non è vero, vanno tutti e tre verso l' Alcazar».

C' è scritto anche che Brugiatelli lascia lo zaino nero e la bicicletta incustoditi in Piazza Mastai.

«Per niente, non se ne separa mai. E che, mica è matto a lasciare telefonino, documenti e soldi su una panchina di venerdì notte?».

Lei resta sulla sua sedia da parcheggiatore affacciata su Viale Trastevere.

«E certo, io devo lavorare. Aiuto chi viene in auto nel quartiere a trovare posto. Non chiedo mai soldi, prendo quello che mi danno».

Ha visto bene quello che succedeva dall'altra parte della strada?

«Ho visto due carabinieri arrivare su una moto. Non li conoscevo, non erano del comando di Trastevere. Due pischelli. Sono scesi e sono andati verso l' Alcazar. Ho sentito chiaramente : "Carabinieri". E li ho visti tirare fuori i tesserini».

E a quel punto?

«Sergio è salito sulla bicicletta ed è scappato in Viale Trastevere, verso Piazza Belli. I due americani sono venuti verso di me correndo, hanno attraversato Piazza Mastai e si sono allontanati in Via della Luce. Anche loro direzione Piazza Belli. I due carabinieri hanno inseguito i ragazzi, inutilmente».

I due californiani avevano uno zaino nero in mano, il famoso zaino di Brugiatelli che farà innescare l'estorsione e poi l'omicidio?

«No».

Brugiatelli aveva ancora il suo zaino quando era in bicicletta?

«Sì, in spalla».

E quando glie lo hanno portato via i due ragazzi?

«Questo non lo so».

Conosce Medi, l' albanese spesso ubriaco presente quella sera?

«Certo. Lui aveva problemi con il soggiorno in Italia e in questi giorni l' hanno portato al centro migranti di Ponte Galeria. Sarà espulso. Me lo ha detto la mia fidanzata. È russa, anche lei è a Ponte Galeria».

Che idea si è fatto?

«Sono convinto che i carabinieri abbiano seguito i tre da Piazza Trilussa, li hanno pedinati. E Brugiatelli ha fatto un gran casino. Ha portato questi americani, drogati e violenti, nella nostra zona. E ha detto un sacco di bugie».

Rory Cappelli per “la Repubblica” il 4 agosto 2019. Le immagini delle telecamere di sorveglianza della banca Unicredit di via Federico Cesi - due, una al di là dell' ingresso in vetro e un' altra in strada - che puntano, entrambe, proprio sul luogo dell' omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ci sono o non ci sono? Se esistono diventano uno snodo fondamentale di tutta la vicenda: non a caso il padre di Finnegan Lee Elder e i legali del ragazzo chiedono da giorni che l'accusa li produca. Anche venerdì, prima di partire per San Francisco, Ehtan Elder ha detto: «Speriamo vivamente che l'accusa produca le immagini video che mostrano cosa è realmente accaduto». Gli investigatori tuttavia affermano di non avere immagini video del momento dell' aggressione. Tanto che il 30 luglio, durante la conferenza stampa di carabinieri e procura, il generale provinciale dei carabinieri Francesco Gargaro ha affermato: «Nel luogo in cui è avvenuta l' aggressione purtroppo non c' erano telecamere ». Il 26 luglio però tutte le agenzie battevano un' altra notizia. Era infatti trapelato che in mattinata erano stati sequestrati i video delle telecamere di piazza Mastai, a Trastevere, quelle interne ed esterne dell' hotel Le Meridien Visconti nel quartiere Prati dove i due americani alloggiavano, quelle della gioielleria Ghera di via Federico Cesi e quelle «del luogo in cui è avvenuta la colluttazione». Le agenzie di stampa scrivevano: «Ad incastrarli sarebbero le riprese delle telecamere di video sorveglianza anche sul luogo dell' aggressione al vice brigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega». Il 26 luglio, dunque, la notizia era che «i carabinieri del Gruppo di Roma e del Nucleo investigativo di via in Selci hanno vagliato le immagini delle telecamere sui luoghi del furto, dell' albergo e del ferimento del carabiniere» e tramite queste «sono arrivati all' arresto». Poi però i filmati scompaiono dalla narrazione. Forse le immagini sono scure, inutilizzabili. Tuttavia nell' ordinanza del 27 luglio la gip Chiara Gallo riporta quanto scritto nell' annotazione di servizio di Andrea Varriale, il collega di Cerciello Rega: «Appena svoltavamo in via Cesi notavamo immediatamente la presenza di due soggetti, situati nella prospicente via Pietro Cossa all' altezza del civico 57, posizionatisi presso una farmacia. La strada era ben illuminata e pertanto riuscivamo a vederli bene». Se la strada era ben illuminata, anche le immagini delle videocamera di sorveglianza dovrebbero esserlo. Sempre che esistano. Il primo agosto poi esce la notizia che «la telecamera della banca era fuori uso». Dunque inutilizzabile. Ma fonti della banca Unicredit il 26 luglio avevano comunicato a Repubblica «l' acquisizione dei filmati delle telecamere della filiale di via Federico Cesi da parte di personale del reparto operativo dei carabinieri e della prima squadra del nucleo radiomobile».

Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera” il 4 agosto 2019. La sera dell' omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega ci sono state diverse telefonate di cui non si conosce ancora il contenuto. La traccia dei contatti è negli atti processuali, ma adesso si sta cercando di ricostruire i dettagli dell' accordo tra il mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli e i due americani accusati del delitto. E soprattutto quelli con i carabinieri. Rimane infatti tuttora oscuro il motivo che ha spinto i militari ad assecondare le richieste di Brugiatelli, nonostante fossero consapevoli che lo scambio prevedesse la consegna di un grammo di cocaina. Già quel particolare era infatti sufficiente a dimostrare che l' uomo era al centro di un traffico illecito. E dunque non si comprende perché - invece di denunciarlo - si sia deciso di pianificare un intervento per recuperare il suo borsello. Un' operazione alla quale Cerciello ha partecipato pur non avendo con sé la pistola d' ordinanza. La ricostruzione, così come emersa grazie all' incrocio dei dati contenuti nelle annotazioni di servizio e del racconto dei testimoni, dimostra che prima di arrivare all' appuntamento con i due americani ci fu un fitto scambio di contatti. Il gip sottolinea che «una delle telefonate effettuate da Brugiatelli alla presenza dei carabinieri Andrea Varriale e Cerciello Rega, fu registrata». Ma poi dà conto di altri contatti effettuati da diversi telefoni. E soprattutto evidenzia le chiamate al 112 specificando che a un certo punto «Cerciello venne contattato sulla propria utenza cellulare dall' operatore della centrale del Comando del gruppo Roma». Perché tanto impegno? Che cosa c' era di così prezioso in quel borsello da determinare prima la mobilitazione dei carabinieri fuori servizio che si trovavano in quella piazza di Trastevere e poi l' operazione della pattuglia in borghese che dopo aver partecipato alla trattativa decise di andare nel quartiere Prati per effettuare lo scambio? Anche se davvero non è un complice degli spacciatori, Brugiatelli ha un «profilo» che dovrebbe convincerlo a tenersi lontano dalle forze dell' ordine. E invece la notte tra il 25 e il 26 luglio è stato lui a chiamare i carabinieri più volte, a insistere per avere il loro aiuto. Qualche giorno fa ha deciso di diffondere un comunicato per negare di essere un confidente, ma è proprio il comportamento tenuto dopo lo scippo ad avvalorare l' ipotesi che in realtà fosse consapevole di non avere nulla da temere. E sarebbe stato proprio lui, dopo l' omicidio del vicebrigadiere, a parlare della pista che portava ai nordafricani. Nei prossimi giorni i pubblici ministeri coordinati dal procuratore Michele Prestipino valuteranno la sua posizione e analizzeranno la sequenza delle telefonate di quella notte. I «punti oscuri» di cui ha parlato lo stesso magistrato non sembrano affatto chiariti. Compresa la dinamica dell' aggressione terminata con le 11 coltellate che Lee Finnegan Elder ha ammesso di aver inferto al vicebrigadiere. Anche per questo si continua a verificare se ci fosse almeno un' altra telecamera accesa e finora sfuggita ai controlli.

Rory Cappelli per “la Repubblica – Roma” il 4 agosto 2019. Sembrava una storia dai contorni chiari, risolta dopo sette ore: un omicidio, un assassino reo confesso, due arresti, di cui uno, così come stabilito dalla gip Chiara Gallo, per concorso in omicidio. Caso chiuso. E invece fin dall' inizio la morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è stata caratterizzata da notizie poi smentite, da punti poco chiari, da questioni tuttora irrisolte. Telecamere A cominciare delle telecamere di sorveglianza della banca Unicredit che puntano proprio sul luogo del delitto. Ci sono, non ci sono? I carabinieri sostengono di no. Ma il 26 luglio la notizia era che «i carabinieri del Gruppo di Roma e del Nucleo investigativo di via in Selci hanno vagliato le immagini delle telecamere sui luoghi del furto, dell' albergo e del ferimento del carabiniere» e tramite queste erano arrivati all' arresto. Da subito si parla del loro utilizzo per l' arresto. Poi però scompaiono.

I nordafricani. Da subito circola la notizia che sia Sergio Brugiatelli, vittima del furto e della tentata estorsione da parte dei ragazzi americani, a dire che i due ragazzi in fuga dopo l' omicidio erano nordafricani. Ma Brugiatelli poi « con forza » , per il tramite del suo legale, Andrea Volpini, negherà di essere stato lui a diffondere la falsa pista dei magrebini. Il collega di Cercillo, Andrea Varriale, che li ha visti in faccia e che sa che non si tratta di magrebini, parla di nordafricani: ma, spiega l' arma, dopo l' omicidio era confuso e sotto shock.

La rissa. I carabinieri Varriale e Rega vengono chiamati in piazza Mastai da un collega di caserma, Pasquale Sansone, che insieme ad altri colleghi, liberi dal servizio, hanno cercato di fermare un uomo che « era fuggito dopo aver consegnato un involucro con tachipirina. Viene identificato Sergio Brugiatelli che riferiva di essere stato vittima di un borseggio». Il confidente Fin dall' inizio appare strana tutta la dinamica della richiesta di intervento, le telefonate al 112, l'intervento di due carabinieri per un evento come il furto del borsello. Da subito si ipotizza che sia un confidente. L' arma smentisce però che Brugiatelli abbia alcun rapporto con i carabinieri. Allora perché l'impiego di due uomini per un furto e il suo cavallo di ritorno? E perché intervengono proprio Cerciello e Varriale, già intervenuti in piazza Mastai? La pistola di ordinanza Perché i carabinieri aggrediti non sparano? Dopo giorni di ipotesi, il 30 luglio, nella conferenza stampa di carabinieri e procura, il generale comandante provinciale Gargaro spiega che Cerciello non aveva l' arma con sé.

«Una dimenticanza» sottolinea. «Ciò non toglie che non aveva alcuna possibilità di reagire». Chi, invece, era armato era il suo collega, Andrea Varriale ma « non poteva sparare ad un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato indagato per un reato grave». 

Da Rainews.it il 4 agosto 2019. "Elder ci ha detto che aveva paura di essere strangolato, di essere oggetto di un'aggressione da parte di Cerciello quella notte, non sapeva che fosse un carabiniere". Lo riferiscono gli avvocati Roberto Capra e Renato Borzone, legali di Finnegan Lee Elder, il ragazzo americano reo confesso dell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Elder non ha ribadito la confessione al Gip. La famiglia del giovane americano, intanto, ha fatto sapere da San Francisco, tramite un loro legale, di auspicare che "la verità venga fuori e nostro figlio torni presto a casa". "Abbiamo l'impressione che l'opinione pubblica abbia avuto un resoconto incompleto della verità degli eventi", ha letto l'avvocato Craig Peters davanti alla casa degli Elder a San Francisco. Peters ha letto un breve comunicato davanti alla casa dei genitori di Finnegan Elder a San Francisco nel quale la famiglia esprime anche le sue condoglianze per la morte del militare. Gli stessi genitori di Elder hanno assistito alla lettura della nota, al termine della quale il legale non ha accettato domande.   "Continuiamo ad avere questa famiglia nei nostri pensieri e preghiamo per loro in questo difficile momento", ha aggiunto illegale.Il comunicato è stato emesso dopo la visita del padre di Elder, Ethan, a Roma, dove ha fatto visita al figlio 19 enne in carcere.

Elder: «Avevo paura di essere strangolato da Cerciello». Le telefonate prima della morte: cosa c’era nel borsello?. Pubblicato domenica, 04 agosto 2019  da Fiorenza Sarzanini e Redazione Roma, su Corriere.it. «Elder ci ha detto che aveva paura di essere strangolato, di essere oggetto di un’aggressione da parte di Cerciello quella notte, non sapeva che fosse un carabiniere». Lo riferiscono gli avvocati, Roberto Capra e Renato Borzone, legali di Finnegan Lee Elder, il ragazzo americano reo confesso dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Il 19enne, non ha ribadito la confessione al Gip. L’avvocato di Finnegan Lee Elder, Roberto Capra, aggiunge dettagli sulla strategia difensiva: «Stiamo conducendo una serie di accertamenti per stabilire con esattezza la dinamica di quanto è accaduto la notte del 26 luglio sul luogo dell’omicidio e non è escluso che, aldilà delle persone direttamente coinvolte, possano esserci dei testimoni che possano aiutare a chiarire la vicenda». «Ci auguriamo che la Procura riesca ad acquisire tutte le immagini della videosorveglianza in strada, affinché venga fatta piena luce sul caso», conclude Capra. Sempre domenica, la famiglia Elder, ha fatto sapere da San Francisco tramite un loro legale di auspicare che «la verità venga fuori e nostro figlio torni presto a casa». «Abbiamo l’impressione che l’opinione pubblica abbia avuto un resoconto incompleto della verità degli eventi», ha detto l’avvocato Craig Peters leggendo un breve comunicato davanti alla casa degli Elder a San Francisco nel quale la famiglia ha espresso anche le sue condoglianze per la morte del militare. Gli stessi genitori di Elder hanno assistito alla lettura della nota, al termine della quale il legale non ha accettato domande dai cronisti presenti. «Continuiamo ad avere questa famiglia nei nostri pensieri e preghiamo per loro in questo difficile momento», ha aggiunto il legale. Il comunicato è stato emesso dopo la visita del padre di Finnegan Elder, Ethan, a Roma, che ha incontrato il figlio 19enne in carcere a Regina Coeli.

Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della sera” il 6 agosto 2019. Quando sono andati all'appuntamento per lo scambio, i due americani non hanno portato il borsello. Lo hanno nascosto in una fioriera dove è stato ritrovato dopo il delitto del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Un dettaglio che aggiunge altri dubbi sulla ricostruzione di quanto accaduto la notte tra il 25 e il 26 luglio. E soprattutto sulla vera natura di quell'appuntamento preso tra i ragazzi e il mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli, che però decise di farsi accompagnare e poi sostituire da due carabinieri. È stato proprio Brugiatelli a raccontare che per ottenere la restituzione del borsello i due ragazzi gli chiesero in cambio 80 euro e un grammo di cocaina. Loro hanno sostenuto di aver chiesto soltanto i soldi, ma in ogni caso l'intesa - su questo concordano - era di vedersi nel quartiere Prati ed effettuare lo scambio. Adesso si scopre però che Gabriel Natale Hjorth e Elder Finnegan Lee si presentarono a mani vuote. Che intenzioni avevano? Davanti al giudice hanno sostenuto di essere stati convinti di dover incontrare gli spacciatori, o comunque il mediatore, e di non aver neanche immaginato che potessero invece arrivare i carabinieri. Ma comunque non spiegano per quale motivo non si siano portati il borsello che avrebbe consentito loro di ottenere indietro i soldi e forse la cocaina. E questo alimenta il sospetto che in realtà prima sia accaduto qualcos'altro. Che in quei 24 minuti trascorsi dal momento dell'uscita dall' hotel alla fuga dopo aver commesso l'omicidio, i due giovani possano aver incontrato qualcuno o comunque visto qualcosa che li avrebbe convinti ad agire in maniera diversa da quanto avevano concordato. Nei filmati finora acquisiti non risulta il momento dell'aggressione né si sa dove era esattamente Brugiatelli mentre i carabinieri lottavano con i due giovani. E dunque non si riesce a capire come mai, sa davvero era a poca distanza - come ha sostenuto il carabiniere Andrea Varriale nella sua relazione di servizio - non sia intervenuto subito o quantomeno non si sia avvicinato. Oggi nella stanza dell'hotel dove i due giovani si sono rifugiati e sono stati poi arrestati arriveranno i carabinieri del Ris per riesaminare le tracce, ma anche per effettuare altre verifiche. È probabile che decidano di effettuare controlli anche sul percorso di quella sera. Troppi dettagli rimangono ancora misteriosi. Compreso quello che riguarda le dotazioni. Si è accertato che Cerciello Rega non aveva con sé la pistola. Ora si dovrà scoprire se davvero aveva le manette.

Vincenzo Bisbiglia per Il Fatto Quotidiano il 5 agosto 2019. Anche Finnegan Lee Elder, il 19enne americano che ha confessato l’accoltellamento del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ha presentato istanza di scarcerazione al Tribunale del Riesame. I legali Roberto Capra e Renato Borzone hanno depositato il ricorso questa mattina in cancelleria. A quanto apprende IlFattoQuotidiano.it, gli avvocati non rinunceranno alla sospensione estiva delle attività giudiziarie nel mese di agosto, così da avere la possibilità di studiare con maggiore calma gli atti da acquisire per preparare l’udienza. Per questo motivo, il giovane californiano sarà ascoltato dai giudici nel mese di settembre. Il pool di legali – americani e italiani – ha impostato la linea di difesa su alcuni punti fondamentali. Il primo è che sia Elder sia il suo connazionale Gabriel Natale Hjort non sapessero che Cerciello Rega e il collega Andrea Varriale fossero dei carabinieri o comunque degli agenti di polizia. E che non potevano essersene resi conto. Elder ha raccontato al gip che i due non hanno esibito i tesserini e ha detto di essere stato aggredito e di aver avuto paura perché pensava che i due, in abiti civili, fossero semplicemente dei “rinforzi” chiamati da Sergio Brugiatelli “amico degli spacciatori“. Un contesto dove, secondo i legali, Finnegan si è presentato armato ed ha utilizzato il coltello “da marines” per difendersi. L’obiettivo degli avvocati è lasciare spazio agli inquirenti di effettuare ulteriori approfondimenti. Intanto, gli esami irripetibili sui reperti acquisiti previste fra domani e mercoledì, a iniziare dal coltello dove al momento non sono state trovate le improte digitali (l’arma è stata lavata). Ma molte risposte potrebbero arrivare dal contenuto dello zaino “rubato” dai giovani a Brugiatelli. I legali, infatti, rigettano anche il reato dell’estorsione. Gli inquirenti, secondo quanto rivelano fonti a IlFattoQuotidiano.it stanno verificando il contenuto del Nokia “vecchia generazione” dell’intermediario e in particolare i numeri presenti nella rubrica del telefono e gli sms inviati e ricevuti dall’uomo. È consuetudine, fra chi non vuole essere intercettato attraverso i trojan, procurarsi cellulari precedenti all’era degli smartphone. Individuato lo spacciatore che ha truffato i due americani poi arrestati per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Non aveva con sé la droga al momento del controllo quindi non è stato denunciato. E Brugiatelli, il tramite al momento è considerato semplicemente vittima del furto dello zaino. Fra i dubbi in seno ai difensori dei due americani, infatti, ci sarebbe la possibilità di una “natura privatistica” dell’azione portata avanti dai carabinieri – il “cavallo di ritorno” – ipotesi più volte fermamente smentita dai vertici dei carabinieri. Elder ha confermato al gip che all’appuntamento, alle 3 di notte nel quartiere Prati, c’erano sia Cerciello Rega sia Varriale e non Brugiatelli. Ma mentre lo scontro fra Cerciello e Elder aveva “rapidi risvolti drammatici”, i segni della colluttazione fra Varriale e Hjort risultavano invece essere “non significativi“. Anche per questo i legali insistono con gli inquirenti affinché si acquisiscano tutte le immagini possibile derivanti dalla videosorveglianza nella zona. Secondo la ricostruzione dei fatti fin qui emersa, Cerciello Rega e Varriale erano stati allertati a Trastevere da un maresciallo, Pasquale Sansone, che quella notte non era in servizio ma che si è attivato perché aveva notato dei movimenti in piazza Gioacchino Belli. Dopo il primo intervento, secondo quanto raccontato anche da Brugiatelli, viene chiesto all’intermediario dei pusher di chiamare il 112, telefonata che allerta “ufficialmente” la coppia in servizio di pattuglia automontata in borghese. La telefonata con il presunto ricatto da parte di Elder e Hjort avviene con il vivavoce attivato all’ascolto dei due carabinieri. Poi l’appuntamento in Prati. Gli audio fin qui non sono mai usciti.

Carabiniere ucciso,  altre telefonate  tra pusher e americani  prima dell’omicidio. Pubblicato martedì, 06 agosto 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. «C’è una annotazione di servizio, allegata agli atti dell’inchiesta, che conferma l’esistenza di almeno due telefonate effettuate prima della morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Chiamate di cui non si conosce il contenuto, ma che invece potrebbero aiutare gli inquirenti a comprendere quale fosse la natura dell’accordo preso dal mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli con i due americani accusati del delitto. Quella relazione è stata infatti compilata dai carabinieri della stazione Trastevere che per primi intervennero nella piazza quando Brugiatelli li fermò per denunciare che gli era stato rubato lo zaino. Ma poi furono sostituiti dai colleghi della stazione Farnese - Cerciello Rega e il suo compagno di pattuglia Andrea Varriale - che decisero modi e tempi dell’intervento. Quella sera del 25 luglio in piazza Mastai ci sono numerosi carabinieri in borghese e in divisa, alcuni sono fuori servizio. Ma evidentemente tutti si interessano a quanto accaduto a Brugiatelli. Lui aveva accompagnato i due americani da un amico a comprare cocaina, ai ragazzi era stata venduta tachipirina e loro per vendicarsi della truffa gli avevano portato via lo zaino. Non si trattava quindi di un normale scippo, ma di una lite legata alla droga, dunque non si capisce perché si sia deciso di dedicare alla vicenda tanto impegno. Anche ammettendo che Brugiatelli non avesse raccontato ai carabinieri che stava trattando droga, nelle successive telefonate si parla esplicitamente di una contropartita per ottenere lo zaino pari a «80 euro e un grammo di cocaina». E allora perché i carabinieri hanno continuato a seguire la trattativa anziché prendere provvedimenti nei confronti di Brugiatelli? Una risposta potrebbe arrivare proprio dalla ricostruzione di tutte le telefonate di quella notte. Nell’annotazione si parla di due chiamate, ma i contatti potrebbero essere stati quattro. E dunque bisognerà sapere che cosa si siano detti esattamente Brugiatelli e Natale, quali accordi abbiano davvero preso prima di darsi appuntamento nel quartiere Prati, cioè sotto l’albergo dove i due giovani alloggiavano. L’altro elemento fondamentale per ricostruire ogni dettaglio di quella sera, può arrivare dai video registrati dalle telecamere di sorveglianza che in quella zona sono molteplici. Al momento i filmati acquisiti non hanno consentito di vedere nè il momento dell’aggressione nè quanto accadde nei minuti precedenti, visto che ci sono 24 minuti durante i quali i due americani non vengono mai inquadrati. Una circostanza che appare piuttosto strana e per questo i legali dei due indagati ieri hanno formalizzato l’istanza ai magistrati. «Abbiamo presentato una richiesta ufficiale, sottoscritta anche da Elder - spiega l’avvocato Roberto Capra che lo difende con il collega renato Borzone - per l’acquisizione di tutti i video della zona. Confidiamo ci siano le immagini dell’incontro tra i carabinieri e i ragazzi». Sull’aggressione sono ancora diversi gli elementi da accertare. I due ragazzi sostengono di non avere nemmeno immaginato che i due fossero carabinieri . «Aspettavamo Brugiatelli, credevamo che i due uomini fossero pusher e quindi abbiamo reagito quando hanno tentato di bloccarci». In realtà Brugiatelli era stato lasciato vicino all’auto di servizio ma non risulta che sia intervenuto nonostante il ferimento a morte di Cerciello Rega. Nè che poi sia stato fermato o interrogato.

Dall’arma ai video: cosa non torna nella ricostruzione dell’omicidio del carabiniere. Pubblicato mercoledì, 07 agosto 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Ci sono alcuni fotogrammi che potrebbero offrire nuovi dettagli per ricostruire quanto accaduto la notte dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. I carabinieri li hanno recuperati visionando decine di filmati girati dalle telecamere nella zona del delitto. Aggiungono particolari sui movimenti dei due ragazzi americani prima e dopo l’accoltellamento. Rimane invece «buio» sul momento della colluttazione perché non risulta che in quel punto ci fossero telecamere accese. E dunque va avanti il lavoro dei magistrati guidati dal procuratore Giuseppe Prestipino per sistemare tutti i tasselli e chiarire i dubbi che, una settimana dopo il delitto, rimangono aperti. Anche perché nella stanza dell’albergo dove alloggiavano Lee Finnegan Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth è stato trovato un secondo coltello. Non risulta utilizzato, ma sarà comunque analizzato visto che l’arma usata per uccidere il carabiniere è stata lavata, probabilmente per nascondere le impronte lasciate prima di nasconderlo. Sono le 22.30 di giovedì scorso quando i due americani arrivano a Trastevere, in cerca di cocaina. Vengono agganciati da Sergio Brugiatelli che si offre di portarli da un suo amico spacciatore. Passano circa due ore e mentre avviene lo scambio arrivano due carabinieri che bloccano il pusher. Brugiatelli si allontana, ma quando arriva in piazza Mastai scopre che gli americani gli hanno rubato lo zaino. Decide allora di chiedere aiuto ai carabinieri. Come mai un uomo che fa da mediatore con gli spacciatori si rivolge alle forze dell’ordine? Gli dicono di fare una denuncia la mattina dopo e lui comincia a chiamare il proprio telefonino per trattare la restituzione. Che cosa c’è nello zaino? Secondo quanto dichiarato da Brugiatelli «un cellulare Nokia, il codice fiscale, la carta d’identità, una radiolina portatile, le chiavi di casa, un portafogli con 30 euro, una camera d’aria per la bicicletta, una pompa per gonfiare le ruote e un cucchiaio». L’elenco inserito dal giudice nell’ordinanza di custodia cautelare dei due americani si chiude però con un «omissis» e dunque non è ancora chiaro se ci fosse altro. Brugiatelli racconta che per la restituzione gli furono chiesti 80 euro e un grammo di cocaina. In quel momento nella piazza ci sono il maresciallo Pasquale Sansone della stazione carabinieri Farnese, quattro militari fuori servizio e due in moto. Brugiatelli racconta di aver chiesto aiuto a una pattuglia in divisa. C’è una sequenza di telefonate di cui non si conosce ancora il contenuto. Certamente rimane traccia di una chiamata che fa al 112 alle 2.04 per denunciare di essere vittima di un’estorsione. In realtà l’operazione per lo scambio è stata già pianificata un’ora prima. All’1.09, è arrivato in piazza il carabiniere Andrea Varriale chiamato proprio da Sansone. E allora perché Brugiatelli si rivolge al pronto intervento? Varriale è in borghese. Nella sua nota di servizio, allegata dal gip all’ordinanza, non si fa cenno alla presenza di Cerciello Rega che compare ufficialmente sulla scena alle 2.10, quando la centrale operativa lo chiama sul cellulare e «fornisce una nota intervento a lui e Varriale informandoli che Brugiatelli ha denunciato un tentativo di estorsione». I carabinieri hanno negato che Brugiatelli fosse un confidente, ma quanto avvenuto nella piazza avrebbe dovuto far comprendere il suo ruolo di mediatore con gli spacciatori. Perché si decide di aiutarlo a recuperare lo zaino? Perché tutti i militari che sono in piazza si adoperano per pianificare l’intervento? Alla presenza dei due carabinieri Brugiatelli continua a chiamare i due ragazzi, ma soltanto una telefonata viene registrata. È quella per fissare l’incontro nel quartiere Prati ed effettuare lo scambio: restituzione dello zaino per 80 euro e un grammo di cocaina. L’accordo è di vedersi alle 3.15 in via Pietro Cossa. Sull’auto «civile» salgono Varriale, Cerciello Rega e Brugiatelli. Il vicebrigadiere — ma questo si scoprirà soltanto quattro giorni dopo — non ha la pistola d’ordinanza. L’Arma ha negato che fosse fuori servizio, dichiarando che il suo turno era cominciato a mezzanotte. Sembra comunque strano che non abbia deciso di prenderla prima di recarsi all’appuntamento. E invece va proprio così, non è ancora chiaro nemmeno se avesse le manette. Quando arrivano in via Cossa, lasciano Brugiatelli accanto all’auto di servizio e loro vanno verso i due giovani che sono fermi all’angolo. Perché non lasciano che sia Brugiatelli ad effettuare lo scambio, come avviene di solito? Varriale sostiene che «si trattava di due sospetti e quindi ci siamo avvicinati e qualificati». In tre minuti vengono entrambi neutralizzati. Non ci sono telecamere, è lui a raccontare che cosa avviene: «Prima di procedere al controllo ci aggredivano, la lite si svolgeva con rapidità e violenza». Per entrambi è un corpo a corpo. Cerciello Rega viene colpito con 11 coltellate e muore poco dopo. Varriale non riesce a fare nulla, neanche a sparare un colpo in aria. La notizia diffusa la mattina dopo parla di un carabiniere ucciso da un nordafricano, dopo lo scippo subito da una donna. È la prima stranezza in una storia segnata ancora da troppi punti oscuri.

Rory Cappelli per “la Repubblica - Edizione Roma” il 7 agosto 2019. Sei ore a caccia di altre prove. Il nuovo sopralluogo ieri, voluto dalla procura, nella stanza dell' hotel Le Meridien di via Federico Cesi: la 109 prenotata da Finnegan Lee Elder, accusato dell' omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega. Qui il 19enne americano ospitava, senza registrazione, l'amico Gabriel Natale Hjorth, accusato anche lui dell'assassinio del militare. Per entrambi i pm avanzano un' altra accusa: l'estorsione nei confronti del "mediatore" Sergio Brugiatelli. Gli investigatori del Ris, quelli del nucleo investigativo, i legali dei due ragazzi, oltre a tecnici della difesa, sono rimasti nella camera per oltre sei ore. Presente anche uno dei legali di Rosa Maria Esilio, la moglie di Cerciello Rega, l'avvocato Massimo Ferrandino (gli altri sono Ester Molinaro e il professor Franco Coppi) che se ne è andato senza dire nulla. Ha invece parlato con i cronisti Roberto Capra, il legale sabaudo sceso nella Capitale per difendere, insieme a Renato Burzone, Elder: «L'accertamento di oggi, voluto dalla procura, non è così rilevante per capire cosa sia successo» ha detto, ricordando anche che «Finnegan ha detto nel verbale di interrogatorio di aver avuto paura di essere strangolato: l'ha detto subito, non dopo». Capra ha anche parlato dei filmati delle telecamere di sicurezza: «Confido nei video della zona che farebbero luce su ciò che è veramente accaduto. Li abbiamo richiesti alla Procura». E Fabio Alonzi, difensore di Natale Hjorth nel lasciare l'albergo è apparso molto provato: «Lasciateci lavorare: i Ris hanno acquisito i reperti e ora si passerà alle analisi, ma ci vorrà tempo». Chiarezza è sicuramente qualcosa che serve in tutta questa vicenda, dove resta fermo un punto solo: un uomo, un carabiniere, è stato brutalmente assassinato con 11 coltellate. È soprattutto per questo che è necessario che non vi siano zone d'ombra.

I VIDEO. Innanzitutto i video: ci sono, non ci sono? Gli investigatori sostengono che « non esistono». Ma in un passaggio dell'ordinanza la gip Chiara Gallo scrive: «Attraverso l'analisi delle immagini dei sistemi di videosorveglianza presenti sui luoghi in cui si sono svolti gli eventi (ovvero in piazza Mastai e via Cossa angolo via Cesi) è stato possibile individuare le persone coinvolte». Non solo. Repubblica il 26 luglio, poche ore dopo l'omicidio, ha la conferma che i carabinieri avevano sequestrato i video della filiale Unicredit di via Federico Cesi. Dove sono finiti? Non è vero, com'è stato sostenuto, che il sistema era rotto. Le riprese non erano troppo scure e quindi "illeggibili". Proprio nell'ordinanza, infatti, si riporta l'annotazione di servizio di Andrea Varriale, l'altro carabiniere in piazza con Cerciello Rega, che dice: «La strada era ben illuminata» riferendosi all' angolo tra via Cossa e via Cesi dove i due militari si erano recati e dove Sergio Brugiatelli - il " mediatore" - aveva preso appuntamento per recuperare il suo zaino.

LA DROGA. Brugiatelli lascia (così racconta) la sua bicicletta insieme allo zaino in piazza Mastai all'amico Meddi, rimasto su una panchina in compagnia di Elder, per recarsi in via Cardinale Merry del Val, proprio lì davanti, con Natale Hjorth. Deve incontrare il pusher Italo Pompei, andato a prendere 80 euro di cocaina per i due americani, già pagata. Nel momento dello scambio, però, intervengono carabinieri in borghese che identificano Pompei e cercano di fermare Natale Hjorth: questi consegna l'involucro con la droga ai militari e poi scappa. Quella droga viene subito identificata come tachipirina. «Lo capiscono carabinieri esperti» dicono al comando. Ma perché poi questo involucro viene «lasciato lì» ? Perché, a detta di Italo Pompei, fermato, identificato e poi lasciato andare, i carabinieri sembravano interessati soltanto a Hjorth? E perché quando fermano i due americani non sono sottoposti a esami tossicologici?

LO ZAINO. Quando c'è il dubbio che si stia per commettere un reato come l'estorsione, si attende sempre il momento dello scambio - la flagranza di reato - per bloccare i malviventi. Perché i due carabinieri invece si recano da soli, senza l'assistenza nelle immediate vicinanze di pattuglie, a piedi, lasciando Brugiatelli in una via limitrofa, in macchina, all'appuntamento con gli estorsori? I due, tra l' altro non avevano con loro lo zaino, non si fidavano, volevano essere certi di riprendersi il loro denaro e anche qualcosa in più (avevano chiesto in cambio 100 euro e un grammo di cocaina): i 24 minuti precedenti li avevano passati a scavare una buca in uno dei vasi di sempreverdi che adornano l' hotel per nasconderlo.

L'AUTOPSIA. I risultati autoptici usciti finora sono soltanto un esame preliminare: Il professor Antonio Grande, che ha eseguito l' esame all' Istituto di medicina legale di viale Regina Elena, rilascerà l' analisi completa soltanto alla fine della settimana. Intanto entrambi i team di difensori hanno fatto ricorso al tribunale del Riesame chiedendo la scarcerazione dei loro assistiti.

Valentina Errante e Giuseppe Scarpa per “il Messaggero” l'8 agosto 2019. Altre immagini di Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth prima dell'omicidio. Frame in mano ai carabinieri del nucleo operativo di via In Selci, che indagano sulla morte del collega Mario Cerciello Rega. Le immagini, registrate dalle telecamere tra via Belli, dove alloggiavano i due ragazzi americani accusati di avere ucciso il vicebrigadiere, e via Federico Cesi non riprendono il momento dell'accoltellamento, ma sono utili per ricostruire gli istanti precedenti l'incontro tra i due indagati e i carabinieri Andrea Varriale e Cerciello Rega. Le telecamere degli esercizi commerciali, che si trovano nel piccolo triangolo dove si è consumato il delitto, raccontano un altro pezzo della notte tra il 25 e il 26 luglio, quando i due indagati lasciano l'hotel Le Meridien, convinti di incontrare Sergio Brugiatelli per restituirgli lo zaino e ottenere in cambio 80 euro e un grammo di cocaina. Escono alle 2,48, Finnegan nasconde il coltello nella tasca della felpa. Nell'ordinanza di custodia cautelare, che ha portato in carcere i due turisti californiani, si fa riferimento ai video registrati dagli impianti dell'hotel, che fissano alle 2,48 l'uscita, e della gioielleria di via Cesi, davanti al quale Natale Hjorth e Lee Elder passano alle 3,12 per presentarsi sul luogo dell'appuntamento. L'altro frame del negozio di preziosi è delle 3,16: quattro minuti per la colluttazione e l'omicidio di Rega. Adesso i carabinieri hanno recuperato altri fotogrammi che coprono, ma solo in minima parte, i 24 minuti di buco, durante i quali i due giovani nascondono lo zaino nella fioriera di via Gioacchino Belli sul lato opposto della via, che percorreranno più di un quarto d'ora dopo per andare all'appuntamento. Forse sono i fotogrammi registrati dall'occhio elettronico piazzato all'ingresso della vineria di fronte all'hotel. Era proprio a questi immagini che, nei giorni scorsi, avevano fatto riferimento gli avvocati dei due indagati, Francesco Petrelli e Fabio Alonzi per Natale Hjorth, ma soprattutto Roberto Capra, l'avvocato che, insieme a Renato Borzone, difende Finnegan Lee Elder. I legali del ventenne, che avrebbe accoltellato il vicebrigadiere, hanno presentato un'istanza in procura, chiedendo l'acquisizione di tutte le immagini registrate dalle videocamere di zona in quella notte. Sostengono che solo i video consentiranno di ricostruire quella serata, cominciata due ore prima a Trastevere. E sono state proprio le telecamere, presenti tra piazza Mastai e vicolo della Luce, a confermare le diverse testimonianze e a raccontare la prima parte di quella notte, quando i ragazzi si rivolgono a Sergio Brugiatelli per comprare della cocaina. Si rendono immediatamente conto che l'amico di Brugiatelli, Italo Pompeo, li sta truffando, vendendogli tachipirina al posto della droga. Ed è proprio in quel frangente che arrivano quattro carabinieri fuori servizio, il maresciallo Pasquale Sansone, un suo parigrado e due giovanissimi militari. Natale lancia per terra l'involucro con la pasticca e fugge, raggiunge Elder Lee, che lo attende a piazza Mastai e insieme corrono, portando via lo zaino di Brugiatelli, lasciato a Finnegan mentre l'amico si addentrava nel vicolo con il mediatore. Poi la chiamate di Sansone sul cellulare di Varriale, le telefonate di Brugiatelli alla centrale, altre chiamate che il mediatore fa sul suo telefonino, rimasto nello zaino, per chiedere agli americani la restituzione della borsa e la richiesta di un riscatto. Intanto vanno avanti anche le altre indagini. Quelle che riguardano la foto di Natale Hjorth immortalato negli uffici del nucleo investigativo dei carabinieri di via In Selci, bendato e ammanettato. Perché se il nome del militare che ha abusato del suo ruolo nei confronti dell'indagato è già stato iscritto sul registro degli indagati, resta ancora sconosciuto l'autore dello scatto, per il quale si ipotizza la rivelazione del segreto istruttorio. Sono state decine i carabinieri ascoltati in relazione. La foto è delle ore che hanno preceduto il fermo. I militari dell'Arma sono stati ascolti in varie zone d'Italia.

Cristiana Mangani per “il Messaggero” l'8 agosto 2019. Hanno cercato nei lavandini, dietro i pannelli, tra gli indumenti e le lenzuola, alla ricerca di tracce di sangue che servano a delineare un quadro accusatorio già in parte definito, sebbene con diverse zone d'ombra. E hanno scoperto che il coltello che ha ucciso Mario Cerciello Rega è stato lavato accuratamente, prima di essere nascosto in una intercapedine del soffitto. Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth sono rientrati di corsa in albergo, dopo l'aggressione ai carabinieri, che è costata la vita al vicebrigadiere. E come primo pensiero hanno cercato di occultare ogni prova possibile: dagli indumenti all'arma. I militari del Ris che, ieri mattina, si sono recati nuovamente nella stanza 109 dell'Hotel di via Cesi, hanno recuperato anche un secondo coltello, tipo quelli svizzeri multiuso. Apparterebbe a Natale Hjorth - per sua stessa ammissione - e non sarebbe mai stato usato. Verrà comunque analizzato insieme con l'altro.

LE TRACCE. Le indagini puntano ora a verificare se sul coltello che ha ucciso ci siano tracce di dna o di impronte digitali. Questo servirebbe per chiarire la posizione di entrambi gli indagati. Gabriel nega di aver visto l'arma e anche di aver visto l'amico colpire Cerciello. Finnegan però lo avrebbe tirato dentro dicendo che è stato lui a nasconderlo nel soffitto. Ma se, quanto emerso dalle prime risultanze sarà confermato, la lama, che è stata lavata e insaponata accuratamente, difficilmente potrà fornire ulteriori indicazioni su chi l'abbia maneggiata. Anche se gli uomini del Reparto investigazioni scientifiche, diretti dal colonnello Sergio Schiavone, analizzeranno i reperti fin nei minimi dettagli. Il sopralluogo di ieri si è svolto davanti ai legali dei due indagati e al perito nominato dai difensori di Natale Hjorth. Quelli di Elder hanno deciso di non nominare nessuno, perché sul fatto che sia stato il loro assistito a colpire il vicebrigadiere non sembrano esistere dubbi. E la dinamica e l'incontro che continuano a mostrare zone d'ombra. C'è anche da chiarire dopo la richiesta di droga e la fuga da piazza Mastai con lo zaino di Sergio Brugiatelli, cosa sia successo realmente. In che modo i due americani siano fuggiti da Trastevere.

I TEMPI. Le telecamere li riprendono all'una e 16 minuti mentre si allontanano di corsa, e poi di nuovo, davanti all'albergo, all'una e 31. Un tempo troppo breve per arrivarci a piedi. Per questo i carabinieri stanno cercando il taxi che li ha trasportati fino a piazza Cavour. Qualcuno che possa riferire particolari di quei momenti concitati. Raccontare in che stato fossero realmente. Dalle foto scattate nelle ore successive al delitto, Finnegan appare più stordito che frastornato. Sul letto dell'albergo, gli inquirenti hanno recuperato una confezione di Xanax, probabilmente usato per dormire. Tutto andrà fatto rapidamente ma con molta precisione, perché la difesa ha diverse carte da giocare. «In questi giorni - ha commentato Massimo Ferrandino, avvocato di Rosa Maria Esilio - ci sono stati degli accertamenti ripetibili e irripetibili effettuati in modo certosino. C'è molta attenzione a dettagli. Alla fine delle indagini per come le stanno svolgendo gli inquirenti, sarà tutto ben delineato».

La famiglia di Elder: "I video per la verità". A caccia di tracce biologiche nell'albergo dei due americani dove era nascosto il coltello. Stefano Vladovich, mercoledì 07/08/2019, su Il Giornale. I video dell'incontro. I legali di Finnegan Lee Elder insistono. Solo le immagini della zona possono far luce sul drammatico epilogo di quella che doveva essere una semplice operazione di polizia giudiziaria. Ovvero due carabinieri in borghese, in parte disarmati, per recuperare un borsello scippato da due ragazzi stranieri all'amico dello spacciatore. Il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega conosceva bene il quartiere. Credeva di risolvere tutto in pochi minuti, Cerciello, senza ricorrere alle armi. Purtroppo Finnegan, un ragazzotto californiano cresciuto con il mito dei videogiochi di guerra, porta con sé un coltello da marines. E, all'improvviso, si accanisce con ferocia inaudita contro Cerciello, nonostante il militare, prima di perdere conoscenza, gli urla di fermarsi: «Siamo carabinieri». Intanto ieri mattina gli esperti del Ris tornano nella camera 109 dell'Hotel LeMeridien Visconti, a Prati, dove sono stati arrestati Elder e l'amico Gabriel Christian Natale Hjorth. Con gli uomini del reparto scientifico i legali e i consulenti di parte. Nella stanza era stata trovata l'arma del delitto ancora sporca di sangue, Finnegan l'aveva nascosta all'interno del controsoffitto. Un tubetto di Xanax, un potente ansiolitico, invece, è stato trovato fra gli effetti personali dei due ragazzi. Gli uomini del Ris hanno rilevato altre impronte degli americani, oltre a tracce biologiche. Un accertamento di rito o gli inquirenti cercano prove della presenza di un terzo uomo? Magari proprio le impronte di Sergio Brugiatelli, il personaggio più ambiguo di tutta questa triste storia. Un «amico delle guardie» e degli spacciatori trasteverini, come Italo Pompei, il pusher che vende aspirina al posto della coca agli studenti statunitensi. E che provoca la reazione violenta dei due 19enni. Ma se Brugiatelli non è un confidente, come ha sempre negato (chi l'ammetterebbe?), perché chiamare il 112 se poco prima, a piazza Gioacchino Belli, sfugge per un soffio ai carabinieri in borghese sul motorino nero? Finnegan uccide, questo è certo, ma per paura secondo i suoi avvocati Roberto Capra e Renato Borzone. «È chiaramente provato da questa situazione» dice l'avvocato Capra all'uscita dell'hotel. «Il mio assistito ha detto da subito, e non in un secondo momento, di aver agito per paura di essere strangolato - continua - L'accertamento di oggi non è così rilevante per capire cosa sia successo. Vorrei fosse chiaro a tutti che i processi li facciamo in tribunale». E per la prima volta parla il padre di Gabriel, Fabrizio Natale. «Mio figlio non è un assassino». Il ruolo del 18enne, l'indagato fotografato bendato e legato a una sedia nella stanza delle intercettazioni a via In Selci, è fondamentale per la trattativa borsa-denaro. Natale, nonostante il marcato accento inglese, è il solo a parlare italiano. È lui che fissa a Brugiatelli i termini del riscatto: «Porta 100 euro e un grammo di cocaina». I dati raccolti ieri dal Ris, in sede di incidente probatorio, verranno analizzati nelle prossime settimane. «Ci vorrà tempo» spiega Fabio Alonzi difensore di Natale. Sulla foto con il ragazzo bendato i familiari aspettano si faccia chiarezza.

Carabiniere ucciso, il papà di Gabriel: «Non è un assassino, lo proverò. Non sapeva che Cerciello fosse morto». Pubblicato martedì, 06 agosto 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. «Mio figlio era lì, ha sbagliato. Ma non è un assassino e io voglio dimostrarlo». Fabrizio Natale è il padre di Gabriel, il diciottenne americano accusato di aver ucciso il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega insieme all’amico Lee Finnegan Elder. Nello studio dei suoi avvocati Francesco Petrelli e Fabio Alonzi, accetta per la prima volta di rispondere alle domande su quanto accaduto la notte tra il 25 e il 26 luglio. 

Suo figlio era lì mentre l’amico infieriva con 11 coltellate sul carabiniere. Come può dire che non c’entra?

«Lui mi ha giurato di non sapere che l’altro ragazzo aveva un coltello. Pensava di dover effettuare uno scambio come gli era stato chiesto e così avrebbero avuto indietro i soldi». 

Poi però c’è stata l’aggressione e il suo amico ha accoltellato un uomo. Perché, invece di scappare via è tornato in albergo a dormire?

«Lui non sapeva che quell’uomo era un carabiniere, mi ha assicurato di non aver capito che era morto». 

E lei gli crede? 

«Sì. L’ho visto in carcere, ho visto in che stato è, quanto è disperato. E gli credo». 

Non pensa alla disperazione della moglie e dei familiari del vicebrigadiere Cerciello Rega?

«Certamente, lo faccio in continuazione. Lo so che loro stanno peggio di me. Ma proprio per questo io chiedo che sia fatta chiarezza su tutti i punti oscuri». 

Pensa di incontrarli o vuole dire loro qualcosa?

«E che cosa potrei dire? Nulla può cambiare una tragedia simile. Provo dolore come se avessi perso un figlio, ma non credo che le mie parole siano utili per loro». 

Come mai lei e suo figlio eravate a Roma? 

«Io sono italiano, ma lavoro negli Stati Uniti da quando ero giovane. I miei genitori vivono a Fregene. Tutti gli anni veniamo qui d’estate anche perché i miei figli sono molto legati a mio fratello». 

E lei dov’era quella sera?

«A Fregene. Gabriel mi aveva detto che un suo amico con cui aveva studiato al liceo era arrivato a Roma. Si erano parlati attraverso i social e si erano dati appuntamento per vedersi. Mio fratello lo ha accompagnato». 

Quando siete stati avvisati di quello che era successo?

«Mai. Lo abbiamo saputo dalla televisione. I miei genitori hanno visto il tg, c’era la foto di Gabriel. Mio fratello è andato di corsa all’albergo e poi ha saputo che era stato arrestato». 

Che cosa le ha detto suo figlio la prima volta che l’ha visto?

«Era in carcere, piangeva disperato. Ha 18 anni e si trova in una situazione molto più grande di lui». 

È stato lui a trattare con il mediatore dei pusher la restituzione del borsello in cambio di 80 euro e un grammo di cocaina.

«E infatti ho detto che ha sbagliato. Ha fatto un errore grave, ma qui stiamo parlando di omicidio. E lui non ha ucciso». 

Però quella sera cercava cocaina.

«Mio figlio mi ha assicurato che lui non fa uso di droghe. Mi ha chiesto di farlo sottoporre a tutte le analisi per poterlo dimostrare. Era andato con il suo amico. E giura di aver chiesto soltanto la restituzione degli 80 euro». 

Che cosa vuole dire?

«Io non conosco l’altro ragazzo, non l’ho mai visto. Quindi non so che tipo sia. Io posso dire che lui e mio figlio non si frequentavano negli Stati Uniti, si sono ritrovati a Roma per caso. La magistratura sta facendo le indagini e io ho fiducia che alla fine tutto si chiarirà. Ma Gabriel mi ha detto che lui voleva soltanto fare lo scambio e recuperare i soldi e io gli credo». 

In caserma suo figlio è stato bendato. Che cosa le ha raccontato?

«So che ci sono verifiche in corso, preferirei non rispondere». 

Come mai sua moglie non è in Italia?

«Noi abbiamo due figli e lei è rimasta negli Stati Uniti con quello più piccolo. Sarà a Roma il prima possibile, ma su questo vorrei smentire quanto è stato detto su di noi. Non siamo miliardari, lavoriamo entrambi e questa tragedia ci ha sconvolti, ha stravolto le nostre vite. Ma noi lotteremo insieme a Gabriel per arrivare alla verità». 

Stefano Vladovich per “il Giornale” il 4 agosto 2019. Uno scambio di «prigionieri». Lee Elder Finnegan e Gabriel Christian Natale Hjorth, al posto di Chico Forti. Oppure Jerelle Lamarcus Gray, 22 anni, e Darius Montre McCullough, 21 anni, accusati di violenza sessuale di gruppo, sempre in cambio del velista vicentino. L' ipotesi che, dopo il processo e l' eventuale condanna, i due studenti americani accusati di aver ucciso in concorso il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega potrebbero scontare la pena negli Stati Uniti sarebbe già sul tavolo delle due ambasciate. Del resto non è la prima volta che il governo di Washington sostiene che la giustizia italiana è fin troppo superficiale ed eccessivamente permissiva con i detenuti. Tanto da non aver mai ceduto alle richieste di estradizione, e carcerazione in Italia, di Forti. «I due americani potrebbero scontare la pena eventuale in un penitenziario statunitense - spiega l' avvocato Giuliano Valer, vicepresidente della Camera penale di Trento -, viceversa Forti si farebbe l' ergastolo in una nostra prigione anziché nell' istituto di massima sicurezza, il Dade Correctional, in Florida». Forti, campione italiano di vela, sei campionati del mondo di windsurf (con Robby Naish alle Hawaii inventa il looping con la tavola), produttore televisivo, viene arrestato e condannato per omicidio in soli 24 giorni. L' uomo, che sconta il «fine pena mai» dal 2000, si è sempre dichiarato vittima di un errore giudiziario tanto che da anni si è formato un movimento di opinione che chiede la revisione del processo. Ma gli americani non hanno mai accennato ad aperture. Una storia paradossale. Sposato con un' americana, Heather Crane con la quale ha tre figli, Enrico «Chico» Forti nel 1998 decide di acquistare un Hotel a Ibiza. Durante la trattativa con il proprietario, Anthony Pike, il figlio Dale viene trovato morto, assassinato, sulla spiaggia. Per gli americani è lui l' autore: un omicidio maturato nell' ambito di un altro reato, la truffa (un felony murder), secondo i magistrati stelle e strisce. Inutili i ricorsi presentati dal suo legale, il pm accusatore di Alì Agca, Ferdinando Imposimato. Il suo avvocato newyorkese, Joe Tacopina, sta ancora cercando prove sconosciute all' epoca del dibattimento. Forti potrebbe non essere l' unico «mezzo» di scambio. A Vicenza, sei mesi fa, una festa fra militari della base Veneta Del Din, carne alla griglia e alcol a fiumi, finisce male per una giovane 22enne. Accusato di stupro è il sergente statunitense Tyrekie Meyer, 27 anni, sposato e con figli. L' uomo, congedato dall' esercito, sarebbe potuto tornare in patria da civile se il giudice non avesse disposto la custodia cautelare in carcere. L' ipotesi di un accordo internazionale per far trascorrere anni di galera ai rispettivi cittadini, americani e italiani, non sarebbe per il momento presa in considerazione dai legali di Lee Elder Finnegan, ancora incerti se fare istanza al Tribunale del Riesame, come già fatto per Gabriel Christian Natale. «Il processo ci sarà, questa è una certezza», spiega uno dei due legali di Finnegan, l' avvocato torinese Roberto Capra. «Sulla condanna è tutto da vedere. A dibattimento bisognerà chiarire molte cose». A fare leva sull' ipotesi che i due giovani americani possano tornarsene a casa, il fatto della benda. Ovvero il «trattamento» riservato a uno dei due fermati, Gabriel Natale Hjorth, nella caserma del nucleo operativo di via In Selci prima dell' interrogatorio. Gli Stati Uniti ora temono per i loro connazionali.

SLIDING DOORS ROMANE. Nicola Pinna per “la Stampa” il 31 luglio 2019. Le lancette dell' orologio del folle giovedì romano è necessario farle tornare indietro. Di quanto, di preciso, non è chiaro. Ma c' è un episodio che nei provvedimenti giudiziari ancora non risulta. È avvenuto non molto lontano dal triangolo della drammatica serata che si svolge tra Trastevere e Prati. Tutto accade a Campo dei fiori, tra mezzanotte e mezza e l' una, dove centinaia di ragazzi passeggiano, bevono e cercano la dose per lo sballo. All' improvviso due giovanissimi scippano una donna che passeggia in mezzo alla piazza. Ma in quella zona ci sono anche due carabinieri in borghese, che non perdono tempo e provano a mettersi sulle tracce dei fuggitivi.

La fuga. Nel cuore della movida romana rintracciare due giovani che scappano, atletici e capaci di mimetizzarsi nella folla, è difficile se non impossibile. Ma l' attenzione dei militari si sofferma subito su due giovani che accelerano il passo e si allontanano rapidamente. Chi sono? I sospetti si concentrano quasi immediatamente su un biondino e su un ragazzo che ha i capelli rasati, forse ha un ciuffo tinto. Corrono, fanno uno zig-zag tra i vicoletti e cambiano piazza. Convinti, forse, di aver seminato i militari. Ma in piazza Mastai, proprio dove inizia il racconto del pubblico ministero e del giudice che ha convalidato gli arresti per la morte di Mario Cerciello Rega, i militari rintracciano due stranieri: potrebbero essere gli autori dello scippo. Fermi tra le panchine della piazza, sotto una piccola telecamera, sono i due americani che poi hanno aggredito il carabiniere. Stanno discutendo con l' intermediario che li aiuta a trovare la droga e al quale, proprio lì, riescono a rubare lo zaino. È l' una e 19 minuti, ma questo evidentemente è già il secondo episodio della vicenda.

Le confidenze in piazza. Cinque giorni dopo il dramma del vicebrigadiere Cerciello, in piazza Mastai ci sono le solite persone. C' è Ahmed, che smista le auto tra i pochi parcheggi di fronte al bar, e ogni tanto si presenta anche Tamer, un egiziano di 52 anni che vive a Roma oramai da 35. «Ero sposato con una ragazza romana e ora non ho neanche una casa in cui dormire». Passa le notti in una di quelle panchine che si vedono nelle immagini delle telecamere di sicurezza che hanno consentito di arrestare Gabriel Natale Hjiorth e Finnegan Elder. Giovedì notte, quando i due amici americani vanno in giro a cercare qualche dose di droga e iniziano a trattare con Sergio Brugiatelli, Tamer Salem era come al solito in un angolo della piazza. E ha visto la prima scena importante della trama confusa di una serata piena di dubbi e follie. «La cosa che ricordo con più chiarezza è il momento in cui i carabinieri sono arrivati in piazza. Hanno tirato fuori il tesserino, l' hanno mostrato e hanno detto "siamo carabinieri". Erano in borghese e stavano cercando gli autori dello scippo a Campo dei Fiori: io quei militari li conoscevo e per questo sono rimasto alla larga. Sergio Brugiatelli e i due ragazzini sono fuggiti subito e lì è iniziato tutto il casino». Qui carabinieri, parcheggiatori abusivi e pusher si conoscono per nome. E ogni volta che c' è un problema la chiamata parte quasi in automatico. «Ci aiutano sempre, noi abbiamo il numero dei loro cellulari - racconta Ahmed, l' ultimo arrivato tra i parcheggiatori della piazza - Vengono anche fuori servizio, per evitare che qui scoppi il caos. D' altronde non siamo delinquenti e per loro non c' è niente di male a essere nostri amici».

Il telefonino scomparso. Nel cuore di Trastevere, quasi alle spalle di piazza Mastai, gli investigatori cercano di raccogliere informazioni anche da un altro testimone importante. È il cameriere di un ristorante molto frequentato dai turisti e ogni sera, alla fine del turno di lavoro, si sposta nella zona di piazza Gioachino Belli insieme ad un gruppo di amici e colleghi. Una birra, quattro risate, qualche volta uno spinello. Una delle telefonate arrivate alla centrale operativa dei carabinieri per segnalare il furto del borsello, e la richiesta di riscatto degli americani, parte - guarda caso - dal suo cellulare. Quando i militari richiamano, per avere altre informazioni sulla trattativa e per organizzare l' appuntamento, è sempre lui che risponde. La sua voce si sente nella registrazione diffusa dai carabinieri: «Io non sono Sergio, aspetta che te lo passo». Ha visto qualcosa? Ha assistito alle trattative per la vendita della cocaina agli americani? C' era al momento del furto? Per gli uomini del Nucleo investigativo del comando provinciale questi possono essere dettagli preziosi e per questo due giorni fa sono andati a prenderlo al ristorante. Lo hanno portato in caserma e interrogato a lungo ma ancora c' è qualcosa che manca: il telefonino. Ci sono video o fotografie? Ci sono le tracce di altre telefonate fatte durante la trattativa tra pusher e ragazzi americani? Il suo smartphone però è sparito: «L' ho perso nel caos che c' è stato giovedì sera».

Valeria Costantini  per il “Corriere della Sera – ed. Roma” il 4 agosto 2019. «Qua come alzi una pietra trovi una bustina di droga». Incastrata tra i massi in travertino sulle scale del Lungotevere Farnesina, sotto i sanpietrini «mobili» di vicolo Moroni o dentro qualche centralina Acea decadente. A Trastevere i nascondigli dei pusher cambiano allo scadere di ogni ora, la «merce» passa di mano velocemente, i depositi provvisori vanno riempiti di pari passo alle richieste degli acquirenti. Nell'epicentro della movida romana estiva, lo spaccio degli stupefacenti attende il fine settimana per poter rimpinguare le casse. Un mercato mai come in questi giorni nel mirino delle forze dell' ordine, dopo il brutale omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. Un business che però non può fermarsi nemmeno di fronte alla tragedia, agli agenti in borghese, al giro di vite pur atteso nell' ambiente. I pusher sono sempre lì, come statue, a metà di Ponte Sisto, o nelle caratteristiche viuzze del rione, dove le botteghe storiche sono ormai state sostituite da wine bar e mini-market. Alle 23 di un venerdì di sballo, lo spaccio è solo alle prime battute. Il gruppo di giovani marocchini sul ponte - uno pure in bici pronto a scattare - aspetta i giovani turisti di passaggio, prede facili a cui vendere la busta con erba o hascisc a dieci euro. Se poi la richiesta invece riguarda la «bamba», la coca, allora il costo aumenta insieme alle precauzioni. Il passaggio della droga deve essere invisibile, come il suo rifornimento. «La nascondono un po' ovunque, una volta un operaio aprì la centralina accanto al mio negozio e dentro c' era ancora una bustina di marijuana», preferisce restare anonimo ma dal suo locale a ridosso di via del Moro, il signor Mario ha visto Trastevere cambiare come il giro degli spacciatori. «Erano tutti italiani fino a dieci anni fa, poi sono arrivati albanesi e nord-africani», spiega dall' uscio del suo emporio, un po' guardingo mentre indica i possibili «rifugi». In una spaccatura della parete vicino piazza Trilussa, ad esempio, non troppo lontana dal ponte da poter raccogliere con velocità per poi essere servita al cliente di turno. Oppure nelle fioriere o sotto massi instabili delle stradine. «Cerca il tamburello, è lui che ti aiuta a trovare qualche dose», spiega con altrettanta cautela il titolare di un pub. Tradotto significa che anche gli ambulanti africani che rumoreggiano agli angoli della movida o hanno qualcosa da vendere o ti accompagnano al sacchetto più vicino. Più è buio, più è facile trovare la roba. Ogni anfratto del quartiere diventa il «supermaket» di qualunque sostanza si cerchi. All' angolo di via Paglia, sotto l' ombra della chiesa, c' è il solito menù, dalla cocaina al «basilico», ovvero materiale per la canna: a indicare il pusher, giovane maghrebino, nemmeno ventenne, sono due ragazzi in visita nella Capitale da amici. Persino loro, romani improvvisati, hanno imparato la «geolocalizzazione» dello smercio illegale. «Se cercate fumo, c' è lui (lo straniero appoggiato al muro, ndr), altrimenti per roba più pesante dovete tornare a San Callisto»: la piazza per eccellenza, da sempre, dello spaccio capitale. Anche nella silenziosa piazza Mastai, c' è movimento: è qui che i due americani, Natale Hjorth e Elder Lee, avrebbero, da accuse, derubato Sergio Brugiatelli, il furto da cui è partita la tragedia. «Ho sentito solo le urla quella notte - ricorda ancora il fioraio dello slargo -. Ricordo che qualcuno ripeteva la parola "borsello", però non so cosa sia successo». Ma basta affacciarsi dal lungotevere e da un vicolo spunta il venditore. Posizione strategica la sua, appostato tra due b&b e dalla clientela più ricercata dai pusher: i turisti stranieri, meglio se giovanissimi. Sdraiati sugli scalini di piazza Trilussa o seduti nei portoni dei palazzi, spinello e alcolici tra le mani: la generazione dello sballo cerca ogni notte solo una cosa, «binge», l' abbuffata di droghe. Tutto insieme e rapidamente per il «trip» che può durare qualche ora, ma meglio se ti riesce a farti arrivare fino all' alba. «È la loro idea di festa», fa spallucce persino il tassista mentre carica due ragazze ubriache. Arrivano a spendere oltre 200 euro in una notte solo per perdere il controllo, tra shottini e una striscia di coca tirata sugli smartphone. Ma venerdì il mercato va a singhiozzo: «Torna più tardi», dice il pusher di Ponte Sisto davanti alla richiesta di fumo, ma non perché qualche nascondiglio è saltato. Le «vedette» hanno dato il segnale, arrivano i vigili per il pattuglione. Pochi minuti e si sbaracca. Ma lo spaccio si sposta, nel buio di Trastevere.

ACCADDE IL 10 FEBBRAIO 2016. Federica Angeli per La Repubblica – pubblicato il 10 febbraio 2016. Carabinieri che arrestano carabinieri. Un'indagine partita intercettando un gruppo di pusher e che ha portato all'amara scoperta. Quattro mele marce nell'Arma dei carabinieri che in cambio di informazioni non solo chiudevano un occhio e consentivano agli spacciatori di continuare indisturbati la loro attività, ma rivendevano la droga sequestrata. Sequestri che però sulla carta non era formalizzati. Ovvero droga che passava per gli uffici dei carabinieri che poi però veniva rimessa sul mercato. Per questo stamattina all'alba sono stati ammanettati dai loro stessi colleghi. Quelli buoni. Quelli che credono che il mestiere del carabinieri sia una missione per proteggere i più deboli. Si tratta di quattro sottufficiali del nucleo investigativo di via Selci: Antonio De Cristofare, Massimiliano Marrone, Bruno Sepe e Claudio Saltarelli. I 4 erano stati allontanati un mese fa dal reparto con una scusa e destinati ad uffici non operativi. Gli altri 5 arrestati sono spacciatori e confidenti dei militari. Così questa mattina, i Carabinieri del nucleo Investigativo del Comando provinciale di Roma hanno eseguito un'ordinanza di applicazione della custodia cautelare in carcere emessa dal Gip presso il tribunale di Roma su richiesta della Procura della Repubblica di Roma - Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 9 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti e peculato. L'indagine trae origine dalla necessità di verificare il coinvolgimento nell'attività di cessione di stupefacenti di quattro Carabinieri, inseriti all'epoca dei fatti in una struttura investigativa deputata al contrasto dello spaccio di droga ed attualmente destinati ad un'articolazione logistica dell'Arma. Gli approfondimenti investigativi sono stati affidati alla più prestigiosa unità investigativa della capitale, capace di neutralizzare gli insidiosi stratagemmi e le cautele attuate dai carabinieri indagati per non incorrere nel disvelamento delle loro azioni illecite. Il rigore con cui sono stati svolti gli accertamenti investigativi, la cura, la solerzia istituzionale, sempre rivolta a tutelare la sicurezza dei cittadini hanno consentito di smascherare i loschi traffici tra i quattro militari e i loro cinque complici confidenti -  oggi raggiunti dal medesimo provvedimento cautelare in carcere - i quali si occupavano della custodia e della successiva commercializzazione dello stupefacente sottratto nel corso di sequestri antidroga. 

Federica Angeli per “la Repubblica” dell’11 febbraio 2016 il 4 agosto 2019. "A Torpignattara Santarelli (il brigadiere capo, ndr) lo chiamano "er Puffo" ed è quello più cattivo della squadra di via In Selci". Così il fratello di uno spacciatore. "Quello che hanno fatto mio fratello l'hanno fatto a un sacco di gente, tanto che le chiamano le rapine col distintivo. Fanno finta de fa perquisizioni e invece te rapinano, piegandoti alle loro regole, tanto la parola di un carabiniere vale più di quella di un pregiudicato. Sono sempre loro", prosegue il fratello dello spacciatore. I 4 carabinieri gli hanno sottratto 43mila in contanti, due chili di hashish, sostituite con piccole dosi che i militari hanno tirato fuori da uno zaino loro, e verbalizzato. Non la spacciavano solamente la droga che requisivano, la assumevano anche i carabinieri di via In Selci. "Dove annamo a pippà stasera? C'ho tempo fino a mercoledì che poi devo smette tre giorni prima che me devo operà per le analisi ". Il maresciallo Marrone, classe '65, è nell'auto di servizio con l'appuntato De Cristofari. E' l'8 giugno, sono le 18.34. Si avviano verso casa di Benedetti, che custodisce per loro la droga. Marrone è un fiume in piena, non resiste, ferma l'auto in via Portuense e sniffa tre strisce di cocaina. "Aaaahhh start e stop", esclama. La cimice che è installata sull'auto di servizio che i 4 usano per muoversi capta ogni respiro. Evidentemente la paura di essere sotto controllo non li sfiora, neanche dopo lo spauracchio che appena due mesi prima si erano presi. L'8 aprile tornano infatti dal pregiudicato tedesco che il 15 gennaio avevano arrestato, rubandogli 8.000 euro. Vanno a eseguire il suo trasferimento in carcere. Lo hanno tenuto d'occhio e hanno visto che si è recato più volte in procura dove, al pm Zuin, aveva già raccontato dello strano blitz di cui era stato vittima.  "Cosa vuole sapere da te la dottoressa Zuin? Sei sicuro che non hai detto altro? Guarda che noi ti abbiamo fatto un favore a gennaio, potevamo arrestare tutta la tua famiglia". Il tedesco li rassicura sul suo silenzio. Il 24 maggio in via delle Susine incontrano, Marrone e De Cristofari, il confidente Chicca. Con l'auto di servizio scendono in un garage, aprono il bagagliaio e caricano un borsone con la droga. Vanno quindi dai Benedetti a consegnare il loro carico. "Quant'è?" chiede l'appuntato. "Sette", risponde il maresciallo. Ma quando arrivano dai Benedetti scoprono che sono meno. "M'avevi detto al civico 70, porco ..., non al 66", inveisce al telefono Marrone contro Chicca. Il 15 giugno, la prova regina della loro sottrazione di droga all'interno degli uffici di via In Selci. "Dobbiamo mettere nel grottino (così in gergo l'ufficio corpo di reati ndr) una busta uguale a quell'altra", si dicono in un sussurro i due. "Facciamo un change e poi andiamo a portare tutto a Franco (Benedetti, ndr).

Carabiniere ucciso, reazioni e condanna da tutto il mondo politico. Ma assieme al cordoglio tanta propaganda. Salvini invoca i lavori forzati, Meloni, il mondo sovranista e parte dei grillini replicano l'atteggiamento solito sui migranti (almeno fino alla scoperta che le persone fermate sono americane). La Repubblica il 26 luglio 2019. Reazioni di solidarietà all'Arma e ai familiari, sdegno, rabbia. Richieste sopra le righe e inviti al rispetto dello Stato di diritto. A non criminalizzare milioni di migranti per l'atto scellerato di due persone (e tra l'altro nel pomeriggio si scopre che le due persone fermate per il caso sono statunitensi. E uno dei due alla fine confessa l'omicidio). Sono passate poche ore dalla morte del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. E reagiscono tutti. A cominciare dal presidente della Repubblica. Sergio Mattarella invia un messaggio di cordoglio al comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, in cui dice di "avere appreso con profonda tristezza" della morte del militare, auspica  "che si arrivi rapidamente alla cattura dei criminali responsabili" ed esprime vicinanza all'Arma, ai familiari del carabiniere morto e al collega Andrea Varriale. Gli altri vertici istituzionali seguono. La presidente del Senato Elisabetta Casellati scrive che  "i carabinieri sono i nostri 'eroi della quotidianità' ma troppo spesso, nell'esercizio del difficile compito di garantire al Paese sicurezza e legalità, diventano martiri della quotidianità. E questo non è più accettabile". Roberto Fico, presidente della Camera, esprime, dolore e cordoglio per la morte del vice brigadiere Rega: "La vicinanza mia e di Montecitorio alla sua famiglia e a tutta l'Arma dei Carabinieri". Arriva anche la solidarietà di Ilaria Cucchi.

E poi Matteo Salvini. E qui i toni cambiano. E il cordoglio lascia spazio all'invettiva. "Caccia all'uomo a Roma, per fermare il bastardo che stanotte ha ucciso un carabiniere a coltellate. Sono sicuro che lo prenderanno, e che pagherà fino in fondo la sua violenza: lavori forzati in carcere finché campa", twitta a caldo il ministro dell'Interno. "Mario, un carabiniere, un eroe, un ragazzo con tutta la vita davanti, era sposato da appena 40 giorni... Quanta tristezza, quanta rabbia. Una preghiera, un abbraccio ai suoi cari e all'intera arma dei carabinieri, il mio impegno a prendere questi infami, per fargliela pagare cara", aggiunge poco dopo. Poi continua: Come si può colpire OTTO volte con il coltello un ragazzo di 35 anni per un cellulare e 100 euro? (Live Facebook) Spero che gli assassini di Mario vengano beccati e mandati in carcere a vita ai lavori forzati, perché è troppo comodo uccidere e poi stare comodi sul lettino. Ecco il mio intervento di questa mattina su Rai Uno.

Più o meno la stessa reazione del sottosegretario grillino agli Affari regionali Stefano Buffagni. "Tolleranza zero per questi vigliacchi assassini! Vanno trovati e sbattuti in carcere! Questi criminali devono marcire in carcere!". E Luigi Di Maio: "Quello che è successo stanotte è un atto vile non solo nei confronti dell'Arma ma dello Stato. Non so se gli aggressori sono stranieri o no, ma se dovessero essere persone non italiane, spero che il carcere se lo facciano a casa loro. Se sono irregolari non dovrebbero stare qui". Intanto sui social dilagano le invettive contro i migranti mentre alle 6 della sera arriva la notizia che ci sono due cittadini statunitensi in stato di fermo.

Al leader della Lega replica +Europa che, dopo aver espresso "l'affetto e la nostra commossa vicinanza a parenti, Arma e amici", si rivolge proprio a Salvini: "Già stamattina sparlava sui social network di pene non previste dal nostro ordinamento. Gli suggeriamo di fare il suo lavoro, e di rispondere, una volta tanto, con l'impegno concreto e con i fatti, non con la propaganda politica. Sarebbe il miglior modo per onorare i servitori dello stato caduti svolgendo il loro dovere".

Come da copione si accoda a Salvini Giorgia Meloni. "Provo rabbia e tristezza. L'Italia non può essere punto di approdo di certe bestie. Vicinanza a famiglia e carabinieri, spero questi animali vengano presi e marciscano in galera", dice la leader di Fratelli d'Italia. Salvini intanto annuncia che presto le forze dell'ordine avranno a disposizione migliaia di taser.

 "Proprio ieri - scrive Matteo Renzi su Facebook - il Parlamento ha licenziato il secondo decreto sicurezza di Salvini, pieno di demagogia ma inefficace, lo abbiamo visto. La sicurezza non si ottiene con le dirette Facebook, purtroppo. E il clima d'odio non serve a nessuno". "Pensate - aggiunge l'ex segretario dem - che una parlamentare della destra da stamani mi insulta dicendo che io sono il responsabile politico e morale dell'omicidio. Era convinta che fossero stati due africani ad uccidere il povero brigadiere ed ha pensato di farsi pubblicità attaccandomi per gli sbarchi degli scorsi anni. Questa cinica sciacalla che nessuno può definire 'onorevole' ha utilizzato l'omicidio di un servitore dello Stato per attaccare l'avversario: in un Paese civile non accadrebbe".

Mentre Silvio Berlusconi sposta l'attenzione sulle risorse sulle forze dell'ordine: "Sono certo che i responsabili di questo gesto crudele saranno assicurati alla giustizia e sconteranno la loro colpa con la severità che meritano", dice. E aggiunge: "Ai militari dell'arma, agli agenti della polizia di stato e a tutte le forze dell'ordine vanno assicurati compensi e mezzi adeguati. Continueremo a chiederlo a gran voce fino a quando non verranno incrementate le risorse del tutto insufficienti sinora a disposizione"

Reagiscono tutti i sindacati. Quelli nazionali e quello di settore. Alcune volanti della Polizia si presentano a sirene spiegate davanti al comanda generale dei carabinieri. "Bel gesto", commenta Meloni. Il generale Nistri ringrazia.

Nicola Zingaretti apre la riunione della Direzione del Pd con un minuto di silenzio. Tutto il partito espreme solidarietà e vicinanza. Idem per Forza Italia. Parlano Piero Grasso e Laura Boldrini, ex presidenti di Camera e Senato, ora in Liberi e Uguali. Arrivano testimonianze diverse. Il dolore del sindaco di Somma Vesuviana, paese di origine del carabiniere, Salvatore Di Sarno. L'invito di Virginia Raggi: "Non credo sia il caso di speculare sulle ipotesi" sulla morte del carabiniere. E dice che nella capitale mancano 200 agenti.

Anche Roberto Saviano, in un lungo post esprime solidarietà e vicinanza all'Arma e ai familiari. Ma dice anche che "la morte di Mario Cerciello Rega è già territorio saccheggiato dalla peggiore propaganda. La morte di un carabiniere in servizio non può essere usata come orrido strumento politico contro i migranti. Delinquenti politici che, per allontanare da sé i sospetti sui crimini commessi, non esitano a usare i più deboli tra voi, e i più esasperati (ognuno ha una ragione per esserlo), per alimentare sentimenti razzisti che non hanno ragione di esistere. Quando la camorra uccide, non è pensabile incolpare tutti i campani". Lo scrittore coglie una linea di demarcazione nei commenti che segue quella abituale sull'immigrazione clandestina. Se ne accorge anche Ignazio La Russa. "Mi sento in dovere di rivolgere ora a tutti, compresi i  colleghi della mia stessa area politica, un appello a ricordare il vice brigadiere in queste ore senza polemiche e senza eccessi nel tono delle dichiarazioni. Capisco i sentimenti che muovono certe affermazioni  ma oggi credo che debba prevalere il cordoglio e la volontà di stringerci tutti nella vicinanza ai familiari di Mario e all'Arma dei Carabinieri", dice il vicepresidente del Senato, dirigente di Fratelli d'Italia. Appello che naturalmente cade nel vuoto.

Federico Garau per Il Giornale il 26 luglio 2019. La tragedia del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, morto ieri a Roma dopo essere stato accoltellato ben 8 volte da un cittadino straniero, è stata commentata anche da Roberto Saviano, che qualche ora fa ha rilasciato un lungo post sulla sua pagina personale Facebook. Dopo avere riassunto l'intera vicenda, l'autore di "Gomorra" riflette sulle dinamiche che hanno portato all'uccisione del carabiniere, che ha perso la vita a soli 35 anni. "8 coltellate significa che i carabinieri non sono arrivati sul luogo con le pistole spianate, non sono piombati con violenza, ma con la prudenza del diritto" sentenzia Saviano, che aggiunge. "Sono intervenuti per misurare le intenzioni di chi avevano di fronte e speravano magari di poter risolvere tutto senza colpo ferire". Un comportamento, quello tenuto dai militari, che ha riscontrato la sua approvazione. "Questo è stato l’ultimo onore di Mario Cerciello Rega che si è comportato da carabiniere contro questi banditi, e ha pagato con la vita". Il coraggio certo non manca allo scrittore campano, che cerca di analizzare con lucidità una situazione che ha semplicemente dell'allucinante, visto che un giovane carabiniere è morto nell'adempimento del proprio dovere. "Non esistono mai servizi semplici quando si è in strada. Vivo tra i carabinieri da 13 anni, ho imparato a conoscere lo stress degli appostamenti notturni, i pattugliamenti, la fatica. E ho sentito ieri stesso i commenti disperati dei colleghi: “Cazzo, si era appena sposato!”. Ma, come da copione, arriva puntuale l'attacco preventivo contro chi ha espresso solidarietà nei confronti del militare ucciso, puntando il dito contro l'accoglienza indiscriminata e senza controlli. "E ora la morte di Mario Cerciello Rega è già territorio saccheggiato dalla peggiore propaganda. La morte di un carabiniere in servizio non può essere usata come orrido strumento politico contro i migranti. Delinquenti politici che, per allontanare da sé i sospetti sui crimini commessi, non esitano a usare i più deboli tra voi, e i più esasperati (ognuno ha una ragione per esserlo), per alimentare sentimenti razzisti che non hanno ragione di esistere. Quando la camorra uccide, non è pensabile incolpare tutti i campani...". Dopo l'affondo mirato contro i nemici dell'accoglienza, tirati in ballo anche dopo una tragedia di tali dimensioni, l'ennesima nel nostro Paese, il tono torna più conciliante in conclusione. "Mi rendo conto che non è semplice, ma sta a noi comprendere la reale situazione criminale del nostro Paese e difendere il sacrificio di un uomo, di un carabiniere caduto mentre agiva rispettando il giuramento prestato alle leggi democratiche del suo Paese".

Carabiniere ucciso, Paolo Gentiloni usa la parola "nordafricano": Parenzo e Saviano che dicono? Libero Quotidiano il 27 Luglio 2019. E adesso i vari Roberto Saviano, David Parenzo e Selvaggia Lucarelli che dicono? La vicenda è ancora la tragedia di Roma, l'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, assassinato a Roma da due statunitensi. Come è noto, nelle prime ore si parlava di caccia all'uomo, nel mirino due nordafricani, che sarebbero stati i sospettati. Tutto sbagliato, i nordafricani non c'entravano niente. E i vari Saviano, Parenzo e Lucarelli hanno attaccato Giorgia Meloni e Matteo Salvini per aver "fomentato odio", in buona sostanza, anche se nessuno dei due aveva dato alcun tipo di indicazione sulla nazionalità degli assassini (Salvini, per esempio, si era limitato a rilanciare un tweet de Il Messaggero che dava conto dell'ipotesi investigativa). Chi invece ha usato la parola "nordafricani" è stato Paolo Gentiloni, ex premier, il quale su Twitter aveva cinguettato: "Aveva 5 anni, faceva il Carabiniere, Mario Cerciello accoltellato a morte stanotte. A Roma in pieno centro, durante un controllo su due sospetti nordafricani. Onore alla vittima, solidarietà alla famiglia e all'Arma". Lungi da chi scrive voler fare qualsivoglia tipo di polemica contro Gentiloni (il quale ha poi rimosso il tweet, temendo il linciaggio buonista): semplicemente, l'ex premier, rilanciava l'ipotesi investigativa accreditata da tutta la stampa nazionale, o quasi. Semplicemente ci si chiede perché i vari Saviano, Parenzo, Lucarelli ed eccetera eccetera non abbiano nulla da eccepire contro di lui. Mentre hanno da eccepire, eccome, contro chi in verità la parola "nordafricani" neppure la aveva utilizzata.

Carabiniere ucciso, commento shock di una prof: "Uno in meno". "Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente: non ne sentiremo la mancanza". Questo il commento pubblicato da un'insegnante di 51 anni sulla morte dell'agente Cerciello. Poi le scuse: "Mi spiace, ho sbagliato". Gianni Carotenuto, Sabato 27/07/2019, su Il Giornale. Il carabiniere Mario Cerciello Rega è stato ucciso due volte. La prima, fisicamente, da due ragazzi statunitensi, Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjorth. La seconda, moralmente, da un commento apparso sui social subito dopo la sua morte. "Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza", ha scritto su Facebook un'insegnante novarese di 51 anni, Eliana Frontini. Il commento - riporta l'Ansa, è stato prontamente segnalato da alcuni utenti e trasmesso a due deputati della Lega, Paolo Tiravani e Cristina Patelli, che hanno sollevato il caso. "Un commento vergognoso, a maggior ragione se davvero arriva da un’insegnante", scrivono i due esponenti leghisti annunciando un'interrogazione parlamentare.

"Vergognati, vigliacca". Ma non è finita qui. Come sempre accade in questi casi, la polemica corre veloce sul web. E sul profilo Facebook della professoressa sono apparsi centinaia di messaggi di cittadini sdegnati. Critiche, insulti, inviti a chiedere scusa alla famiglia dell'agente ucciso a coltellate nel quartiere Prati di Roma nella notte tra giovedì e venerdì. L'insegnante, a un certo punto, non ha più retto alla vergogna e ha pubblicato un post (poi cancellato) dove ha scritto: "Amici, mi spiace per quanto sta accadendo, non me lo spiego proprio. Chi mi conosce spero sappia che non la penso così". Ma un impeto di rabbia divora chi proprio non riesce a mandar giù gli insulti dell'insegnante: "Da denuncia", "Vigliacca", "Vergognati", "Mi auguro un licenziamento per giusta causa".

"Chiedo scusa all'Italia, alla vedova e all'Arma". Poco prima, la donna si era giustificata così: "Ho commesso un errore gravissimo, me ne sono resa conto appena ho cliccato su invia, ma ormai il danno era fatto. Ho scritto una cavolata, non c'è nulla da dire - ha detto - Mi sono lasciata guidare dalla sensazione che spesso le forze dell'ordine non intervengono quando serve, quando una donna è maltrattata o peggio, si muovono solo quando ormai è troppo tardi". La professoressa Frontini racconta di aver provato a correggere il post, "ma ormai... Ho scritto quell'enorme sciocchezza, senza nemmeno pensare alla vedova e a chi voleva bene al vice brigadiere, una sciocchezza". Fino al messaggio di scuse vero e proprio: "Voglio chiedere scusa a tutti. In particolare a chi era vicino al militare e ora è straziato dal dolore e chiedo scusa all'Arma dei carabinieri e all'Italia intera. Sono stata una stupida", le ultime parole della professoressa.

Salvini: "Un commento vomitevole". Durissime critiche al commento della prof anche da parte del sistema politico. Se il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti, annuncia che saranno attivate "tutte le verifiche necessarie tramite gli Uffici territoriali del Miur", Mariastella Gelmini, presidente del gruppo di Forza Italia alla Camera dei Deputati, chiede che l'insegnante venga "cacciata. Sono parole ignobili, le scuse non bastano". D'accordo anche il senatore della Lega, Roberto Calderoli("Basta con i cattivi maestri: l'insegnante va radiata") e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini: "Un commento vergognoso, vomitevole, ancora più grave perché viene da una insegnante. Che in un primo momento ha negato, poi, di fronte all’evidenza, si è scusata".

L'Ufficio scolastico regionale del Piemonte ha disposto accertamenti e sta avviando il provvedimento disciplinare nei confronti dell'insegnante che ha pubblicato il post choc offensivo nei confronti del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega.

La prof di Novara: «Non ho scritto io quel post di insulti» L’insegnante è stata sospesa. Pubblicato lunedì, 29 luglio 2019 da Floriana Rullo su Corriere.it. «Quel post non l’ho scritto io, chi mi conosce sa che non penso quelle cose»: lo afferma all’Ansa Eliana Frontini, l’insegnante di Novara nella bufera per la frase «uno di meno» riferita al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. «Per motivi che spiegherò solo a chi di dovere, mi sono assunta una responsabilità non mia - sostiene - Non si è trattato di hackeraggio, semplicemente è stato usato il mio account e il mio computer. Non l’ho detto prima perché non credevo che la vicenda assumesse questo peso...». «Ho subito chiesto scusa, anche se mi rendo conto che si tratta di ben poca cosa rispetto alla gravità di quelle affermazioni - aggiunge l’insegnante -. Ora, però, è il caso di riportare la vicenda alle sue dimensioni reali». A scrivere il commento potrebbe essere stato un famigliare. «Non ho scritto io quel post - si limita a dire al riguardo -, quando verrò sentita dall’Ufficio scolastico territoriale o eventualmente da altri organi, comunicherò il nome della persona che ha agito. Una persona che è pronta ad assumersi le sue responsabilità». L’ufficio scolastico regionale dovrebbe aprire oggi un procedimento disciplinare nei confronti dell’insegnante, che si trova all’estero in vacanza. «Non è ammissibile che, di fronte alla morte di un carabiniere, una professoressa si permetta di scrivere “uno di meno” — ha detto il ministro —. Abbiamo proceduto per le sanzioni disciplinari di conseguenza, questo è inammissibile, intollerabile, irrispettoso e vergognoso». La professoressa sarebbe inoltre una giornalista, iscritta all’Ordine del Piemonte. «Il suo è un commento indegno — afferma il presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna— a maggior ragione per chi è iscritto a un albo professionale, con delle scuse che assomigliano a lacrime di coccodrillo». «L’autrice dovrà rispondere al Consiglio di Disciplina del Piemonte cui sarà segnalata, salvo una verifica su eventuale omonimia». «Sono stata fraintesa - aveva detto l’insegnante subito dopo le polemiche - Intendevo dire che chi sceglie di fare il carabiniere deve accettare anche i rischi del mestiere. Se fosse morto un idraulico, una professoressa, un fornaio sarebbe stato diverso». Intanto la docente dopo essersi scusata aveva provveduto a cancellare il suo profilo, ormai inondato dai commenti. A Novara tutti prendono le distanze dalla frase pubblicata sui social. Dal sindaco Canelli al questore Rosanna Lavezzaro. Era già successo ad un’altra professoressa torinese, Flavia Lavinia Cassaro, sospesa il 1 marzo 2018 dopo la sua partecipazione al corteo sfociato negli scontri del febbraio di quell’anno in occasione di una protesta contro un comizio di Casapound. La professoressa torinese aveva urlato ai poliziotti: «Dovete morire». Quegli slogan, qualche mese più tardi, le sono costati il licenziamento.

Francesca Angeli per ''il Giornale'' il 28 luglio 2019. «Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza». Impossibile capire che cosa passasse nella testa di Eliana Frontini, insegnate di Lettere e Storia dell' arte, presso il liceo scientifico Pascal di Romentino, Novara, quando ha postato questo commento sulla sua pagina Facebook. La frase si riferisce senza possibilità di equivoco alla morte di Mario Cerciello Rega, il carabiniere ucciso a coltellate la scorsa notte a Roma. Un fatto drammatico che vede vittima un uomo dell' Arma e che un'«educatrice» commenta in modo inqualificabile. Che cosa potrà mai insegnare questa professoressa ai suoi alunni? Parole inaccettabili per quali non sono sufficienti le scuse subito accampate dalla docente. Anche perché una delle sfide più importanti per gli educatori oggi è proprio quella di far capire ai ragazzi quanto sia importante un uso corretto dei social, evidenziando la necessità di frenare l' onda dilagante di commenti pieno di odio e di rabbia che invadono il web. Ci si chiede quale possa essere l' esempio per i suoi studenti. L'episodio inizialmente è stato denunciato da due parlamentari della Lega, Paolo Tiramani e Cristina Patelli, dopo le segnalazioni di alcuni cittadini indignati. I due leghisti hanno definito il commento «vergognoso». L' indignazione del mondo politico è stata trasversale. La docente ha cercato di correre ai ripari dicendosi dispiaciuta e assicurando che «non la pensa così». L'insegnante ha riconosciuto di aver scritto «una cavolata» e si è arrampicata sugli specchi dando una spiegazione che è altrettanto inaccettabile. «Mi sono lasciata guidare dalla sensazione che spesso le forze dell' ordine non intervengono quando serve, quando una donna è maltratta o peggio, si muovono solo quando ormai è troppo tardi -ha scritto la donna- E ho scritto quell' enorme sciocchezza, senza nemmeno pensare alla vedova e a chi voleva bene al vice brigadiere, una sciocchezza che ho provato a correggere immediatamente con un altro post, ma ormai era tardi. Voglio chiedere scusa a tutti. In particolare a chi era vicino al militare e ora è straziato dal dolore e chiedo scusa all' Arma dei carabinieri e all' Italia intera. Sono stata stupida». Ma oramai il danno è fatto e a questo punto si rende necessaria un' azione da parte delle istituzioni. Il ministro dell' Istruzione, Marco Bussetti ha sollecitato un intervento degli uffici territoriali del Miur e dopo tutte «le verifiche necessarie per chiarire il caso, gravissimo» partiranno i provvedimenti disciplinari. Per Bussetti «insultare un servitore dello Stato, caduto compiendo il proprio dovere, infierire sulla disperazione dei suoi cari e, allo stesso tempo, offendere l' intera Arma dei Carabinieri, non sono azioni compatibili con la condotta di chi è chiamato a educare e istruire i nostri figli. Un comportamento che non avrebbe niente a che vedere con lo spirito, l' abnegazione e la professionalità della nostra classe docente». La docente rischia di essere subito sospesa dal servizio. In un secondo momento come chiedono in molti potrebbe arrivare anche il licenziamento in tronco, richiesto in particolare Fratelli d' Italia e la Lega.

Lettera di Maria Giovanna Maglie a Dagospia il 28 luglio 2019: Caro Dago, la professoressa di Novara che ha coniato la frase più odiosa possibile sul povero carabiniere ucciso a Roma ha tentato poi di spiegare che era una frase dal sen fuggita, e che chiunque la conosca sa che lei non è il tipo da pensare cose tanto infami. “Uno di meno, chiaramente con sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza”. Sembrerebbe una bugia però e le bugie hanno sui social le gambe corte. Proprio i social, che vengono facilmente accusati di favorire pensieri che tutti hanno e che senza i social resterebbero inespressi e presto superati. Peccato che anche questa sia una balla. Scrive infatti su facebook Aldo Arena, della Polizia Penitenziaria, da Novara: Ho conosciuto questa persona circa un anno fa'!! Appena finito il turno di servizio sono passato a prendere la mia compagna al lavoro, e prima di tornare a casa ci siamo fermati in un supermercato di Novara per fare un po di spesa! Premetto che ero in uniforme e con l'arma d'ordinanza!! Uniforme che porto da quasi 30 anni con onore. Ad un certo punto sentivo dietro di me questa persona borbottare con il figlio dicendo: "Ma che schifo è questo, come si fa ad andare in giro cosi, è una vergogna" e altre frasi simili!!  Quindi mi sono girato e  ho chiesto : signora ma c'è qualche problema? E lei mi ha aggredito verbalmente dicendomi che non potevo andare in giro in quel modo!! Quindi con educazione ho cercato di farle capire che essendo un appartenente alle forze dell'ordine era normale indossare una uniforme!! Ma lei stizzita si allontanava andando dal responsabile del supermercato e chiedendogli di buttarmi fuori dal supermercato altrimenti non sarebbe più andata li a fare la spesa! Naturalmente il responsabile le ha risposto di no e si è avvicinato a me mortificato e chiedendomi scusa per l'accaduto.  In quel frangente ho pensato che fosse una signora con qualche problema ed ho chiuso li il discorso. Solo ora ho capito che e addirittura una professoressa! E questi dovrebbero insegnare ai nostri/vostri figli il rispetto delle leggi dello stato o l'educazione ?  Poi ci lamentiamo che i ragazzi di oggi non hanno nessun rispetto...Non ho più parole!

Ecco che qualunque riflessione sull'onda del dolore per un brutto orribile fattaccio di cronaca e per un morto ammazzato  senza senso, un uomo buono che tutti apprezzavano e amavano al suo paese e nel quartiere di Roma dove prestava servizio, uno che si era fatto notare anche nella grande indifferenza della capitale, qualunque riflessione deve uscire dalla due giorni della retorica autoassolutoria, e partire dalla battaglia culturale contro l'odio per le forze dell'ordine del quale sono portatori infetti categorie sociali che accedono all' educazione dei ragazzi, a partire dai loro figli. Ieri una delle foto più impressionanti della manifestazione NO TAV in Val di Susa era la scritta "più sbirri morti". L'autore, gli autori, erano regolarmente a volto coperto, mascherati ,da quei vigliacchi che sono. In questi giorni vedo garantismo scatenato contro chi invoca pene esemplari per questo tipo di reati. Sono gli stessi pronti a impiccare all'albero della reputazione distrutta  a vita chiunque sia indagato, come se fosse stato già condannato in tutti i gradi possibili. Così ci ritroviamo un paese nel quale c'è contemporaneamente il massimo del giustizialismo è il massimo del lassismo possibili. Ma la libertà di espressione nel caso dell'insegnante di Novara non c'entra niente, si tratta del peggior tipo di istigazione a delinquere, quella che parte dall' insegnare a pensar male e a vivere male.

Sospesa la prof che ha insultato il carabiniere ucciso. Lettera di un militare: «Noi rischiamo la vita ogni giorno». Pubblicato domenica, 28 luglio 2019 da Massimiliano Nerozzi su Corriere.it. Sospensione immediata dalla scuola. Già da domani mattina, lunedì 29 luglio, Eliana Frontini, la professoressa di storia dell’arte e disegno dell’Istituto Pascal di Romentino di Novara che ieri aveva scritto «Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza» parlando del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso venerdì a Roma, rimarrà senza cattedra. «Un soggetto del genere non può stare all’interno di una scuola e, meno che mai, nel ruolo delicato e importante di chi ha la responsabilità di educare e insegnare ai nostri figli il rispetto per lo Stato, per le istituzioni e per chi le rappresenta ogni giorno», hanno commentato il presidente della Regione Alberto Cirio e l’assessore all’Innovazione Matteo Marnati. E mentre ancora la macchina della giustizia deve partire, l’insegnante rischia di essere denunciata per vilipendio ed è già stata querelata per diffamazione dal Sap, sindacato autonomo di polizia, già da domani mattina per lei sarà avviato il procedimento disciplinare chiesto dallo stesso ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. E, con effetto immediato, l’ufficio scolastico Regionale la sospenderà dal ruolo in attesa dell’esito del procedimento disciplinare. «Non è ammissibile che, di fronte alla morte di un carabiniere, una professoressa si permetta di scrivere “uno di meno” — ha detto il ministro —. Abbiamo proceduto per le sanzioni disciplinari di conseguenza, questo è inammissibile, intollerabile, irrispettoso e vergognoso». «Sono stata fraintesa - si è giustificata la Frontini - Intendevo dire che chi sceglie di fare il carabiniere deve accettare anche i rischi del mestiere. Se fosse morto un idraulico, una professoressa, un fornaio sarebbe stato diverso». Intanto già da ieri pomeriggio la docente dopo essersi scusata aveva provveduto a cancellare il suo profilo, ormai inondato dai commenti. A Novara tutti prendono le distanze da quella frase pubblicata sui social. Dal sindaco Canelli al questore Rosanna Lavezzaro. Era già successo ad un altra professoressa torinese, Flavia Lavinia Cassaro, sospesa il 1 marzo 2018 dopo la sua partecipazione al corteo sfociato negli scontri del febbraio di quell’anno in occasione di una protesta contro un comizio di Casapound. La professoressa torinese aveva urlato ai poliziotti: «Dovete morire». Quegli slogan, qualche mese più tardi, le sono costati il licenziamento.

"Ma se l'accoltellatore del Carabiniere si fosse solo difeso?", scrive Francesco # FacciamoRete @kelevra19975343, che poi sparisce. “Non per polemica, ma per pochissima presenza di ipocrisia. Ma se l’uomo che ha accoltellato il carabiniere questa notte si fosse solo difeso? L’aggressività e la prepotenza delle forze dell’ordine, specialmente verso chi non è italiano e non ha la testa rasata, è palese ovunque”. "Un'altra giornata nazionale dell'ipocrisia! Chissà, se l'ipocrisia non fosse mai esistita, dopo quanti anni ci saremmo estinti. — Francesco #facciamorete (@Kelevra19975343) July 26, 2019

Che cos’è #Facciamorete, l’hashtag nato dal basso che fa più opposizione dell’opposizione. L’Inkiesta il 09 gennaio 2019. In meno di un mese ha fatto numeri da record su Twitter. Un fenomeno naturale del mondo social che raccoglie lo scontento verso il governo appellandosi all’antifascismo e ai principi della Costituzione. E che sembra destinato a crescere. Se siete frequentatori di Twitter, ci sarete incappati sicuramente: #facciamorete è l’hashtag del momento. Ora che l’opposizione sembra essersi definitivamente arenata, sui social e non solo, a scaldare i cuori degli anti-salviniani e a raccogliere il consenso dei delusi dal governo ci sta pensando questo nuovo motto. Nato a metà dicembre 2018 per mano di un gruppo di cittadini che non necessariamente si conoscono di persona, né dichiarano di appartenere ad alcuno schieramento politico o ideologia, #facciamorete non si definisce né come un movimento politico né come una campagna, bensì, stando alle parole dei promotori, come «una movimentazione civica nata dal confronto tra persone che si sono trovate a condividere lo stesso punto di vista». A chi non si riconosce nell’azione di un governo populista e sovranista che non apre i porti ai migranti, che disegna manovre illusorie e controproducenti e che propaga slogan a buon mercato unicamente per raccogliere un consenso basato sulla rabbia, insomma, #facciamorete sembra dire: non siete soli. Tant’è che pochi giorni dopo il lancio era già diventato trending topic e che ora, nemmeno un mese più tardi, sta facendo numeri davvero notevoli: a ieri, le “uscite” sono state 433mila, secondo l'esperto di social Pietro Raffa. «#Facciamorete è un modo per veicolare tutto quello che, al di là delle nostre visioni politiche o dei percorsi in comune, abbiamo come visione sullo stato delle cose, per contrastare la propaganda scorretta sui social, su cui oggi si costruisce il consenso, e per portare sotto gli occhi dell’opinione pubblica e politica uno sguardo diverso sulle cose», spiega a LinkiestaLaura L., su Twitter LadyLuna. Mossi dall’intento di «dover fare qualcosa, risvegliare consapevolezza e sguardo critico sulla realtà», lo scopo dei membri è quello di «stimolare un dibattito politico basato sui fatti e non sugli slogan, e quindi anche il senso civico». A fronte degli hater della rete e dei sovranisti dell’ultima ora, l’hashtag si appella quindi ai valori costituzionali dell’antifascismo, dell’uguaglianza e della solidarietà, anche attraverso delle linee guida condivise negli ultimi giorni per aiutare la comprensione e l’utilizzo. Non è raro infatti trovarlo accostato ad altri hashtag come #apriteiporti, #salvininonmirappresenti e #governodelcambiamentoinpeggio, mentre una delle emoji più utilizzate in abbinamento all’hashtag è quella della bandiera Ue, dice Raffa. Il successo dell’hashtag rimane limitato ad una base contenuta ma molto attiva di circa 11mila utenti. Ma «la cosa che impressiona è la costanza dell’utilizzo», dice Raffa a Linkiesta. «Mentre di solito queste campagne durano pochi giorni, #facciamorete è stato utilizzato continuativamente dal 13 dicembre in poi». #Facciamorete però rimane un movimento trasversale e apartitico, che alle spalle non ha alcun attore terzo. Checché ne dicano i suoi detrattori: il 99% dei tweet è inviato dall’Italia (il che confuta l’eventualità di bot stranieri), gli utenti sono equamente distribuiti sul territorio nazionale, non necessariamente giovanissimi, equilibrati anche in termini di genere. «È qualcosa che non ci aspettavamo, da quando è stato lanciato sono tante le persone che si sentono smarrite rispetto a tutto quello che sta avvenendo e che sentono la necessità di essere rappresentati a livello istituzionale e politico da un’alternativa» spiega LadyLuna. «Ciò che sconcerta è che la confusione riguarda tutti gli schieramenti, tanto che è difficile dialogare in maniera pacifica persino con chi si veste di valori democratici e di sinistra. Bisogna tornare a discernere le propagande e gli slogan, il conservatorismo che provoca chiusura tanto quanto il sovranismo». Per il momento, il successo dell’hashtag rimane limitato ad una base contenuta ma molto attiva di circa 11mila utenti. Ma «la cosa che impressiona è la costanza dell’utilizzo», spiega Raffa a Linkiesta. «Mentre di solito queste campagne durano pochi giorni, #facciamorete è stato utilizzato continuativamente dal 13 dicembre in poi, con un tetto di 30mila tweet il 2 gennaio». Grande è stata l’attenzione rivolta al discorso di fine anno di Mattarella, e in questi giorni l’hashtag è stato utilizzato in solidarietà verso i giornalisti de l’Espresso aggrediti a Roma e verso i 49 migranti ancora in mezzo al Mediterraneo, e contro la schedatura degli scienziati della ministra Grillo e le ipocrisie del governo su banca Carige. Si tratta solo di una bolla o è qualcosa di più di un semplice sfogo per un malessere diffuso? Difficile a dirsi. Quel che è certo è che le premesse perché #facciamorete continui a crescere ci sono tutte. Anche se nelle intenzioni dei suoi iniziatori rimarrà un fenomeno spontaneo e libero della rete. Dovrà allora esserci una forza politica di opposizione in grado di intercettare lo spirito e le istanze di una parte di elettorato che non si sente rappresentato dall’offerta corrente. Altrimenti, altrettanto spontaneamente, la mobilitazione si estinguerà. E a quel punto, oltre a un’opposizione incompetente, potrebbe non rimanere nemmeno l’ombra di un cittadino in protesta. E allora sì che saranno davvero guai.

Carabiniere ucciso, foto shock in caserma: bendato uno degli accusati. Aperta un’inchiesta. Pubblicato domenica, 28 luglio 2019 da Fiorenza Sarzanini su Corriere.it. Lo hanno bendato e ammanettato subito dopo averlo portato nella caserma di via in Selci. Poi qualcuno ha deciso di fotografarlo. È un’immagine choc quella di Christian Gabriel Natale Hjort, l’americano di 18 anni accusato di complicità nell’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, scattata poco dopo il fermo. Ricorda i prigionieri di Guantanamo con la fascia grigia a coprire gli occhi, le braccia dietro la schiena, i polsi stretti dalle manette. Quando viene mostrata al comandante generale Giovanni Nistri dell’Arma, la reazione è immediata: «Si tratta di un episodio inaccettabile e come tale deve essere trattato». Per questo dispone l’immediata inchiesta interna per denunciare i responsabili alla magistratura e sottoporli a procedimento disciplinare. Due ore dopo il nome del militare viene consegnato ai pubblici ministeri. Adesso rischia l’accusa di violenza privata e maltrattamenti, ma anche la sospensione dal servizio. L’indagine continua per individuare chi ha fatto la scatto e ha poi deciso di diffonderlo. Anche perché era nella stessa stanza e per lui — così come per gli altri — potrebbe anche scattare l’omessa denuncia. «Il carabiniere che ha bendato il fermato — chiarisce il comandante provinciale Francesco Gargaro — dice di averlo fatto per evitare che potesse vedere la documentazione che si trovava negli uffici e sui monitor». La giustificazione appare risibile perché poteva essere tenuto in un ufficio dove non ci sono dossier riservati o computer. Ma soprattutto perché avvalora l’ipotesi che anche in altri casi si sia deciso di riservare alle persone prese in custodia lo stesso trattamento. Un’eventualità che il generale invece esclude: «Mai era accaduta una cosa simile. Questo è un caso del tutto particolare». La foto del ragazzo americano seduto a testa china in mezzo ai carabinieri comincia a circolare venerdì pomeriggio sulle chat interne ai carabinieri. Il giovane ha appena ammesso di essere stato sulla scena del delitto, ma ha detto di non sapere che il suo amico avesse il coltello. Qualcuno veicola l’immagine anche su altri canali. Quando al comando provinciale arriva la notizia, Nistri dispone l’accertamento immediato: «Dobbiamo censurare quanto accaduto, impedire che possa ripetersi o che possa essere ritenuto giustificato un comportamento gravissimo». Al comando provinciale scatta la verifica su chi si era occupato del giovane dopo il fermo, chi era presente nella stanza, chi era il responsabile delle procedure. La morte del vicebrigadiere Cierciello Rega ha provocato emozione e sgomento tra i suoi colleghi, ma anche rabbia. Sentimenti forti che però — come ha sottolineato il comandante — «non possono in alcun modo sfociare in una vicenda del genere. Conosciamo perfettamente lo stato d’animo dei carabinieri, perché è anche il nostro. Ma adesso dobbiamo individuare tutti i responsabili». È possibile che già domani il militare che ha bendato Natale Hjorth venga interrogat