Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2019

 

L’ACCOGLIENZA

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

         

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

"Un certo antirazzismo è molto pericoloso".

Il giudice modello del processo su Auschwitz fu un fanatico nazista.

I Nazisti italiani.

Governo automunito estero.

L’ossitocina, ormone «empatico» che ci rende socievoli (ma anche razzisti).

Italiani. Odiatori, forse, buoni di sicuro.

Dagli al Rom.

Le discriminazioni contro gli italiani.

Antisemita chi?

Afroitaliani.

Il razzismo c’è, ma contro Salvini.

Razza carogna: gli odiatori seriali.

Gli italiani sono i più maleducati del pianeta?

Cori razzisti.

Il Sud scomparso. Dire che i napoletani son tutti ladri non è reato!

Le radici meridionali della lingua italiana.

Toga nord vs Toga Sud.

Razzisti con i soldi degli altri.

Quei razzisti come Vittorio Feltri.

Il razzismo? Dipende dalla scarsa intelligenza.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come i….

Le frontiere salvano i popoli e le civiltà.

Anche i Turisti: a casa loro.

Viaggiate informati.

Il mondo diviso da 70 muri.

I Territori che si comprano.

Africa, chi sono i nuovi padroni del Continente Nero.

Le due Curve da stadio.

Una scarica elettrica per renderci pro accoglienza.

Jerry Masslo, 30 anni fa la morte del primo bracciante d’Italia.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

Stalin e l’ebraismo: il grande eccidio.

Così vennero sterminati gli italiani di Mogadiscio.

Foibe la coscienza sporca di chi vuol far dimenticare.

Un Cristo di filo spinato per ricordare anche i rom vittime dei campi nazisti.

Nazionalisti ad Auschwitz: "Cerimonia non inclusiva, ricordare anche i polacchi".

Certo, ricordiamo pure la Shoah. Ma gli altri eccidi?

Il Ruanda di Adama Dieng e Carla Del Ponte: così partì il genocidio.

Il genocidio armeno.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

Che cosa s’intende per migranti irregolari, richiedenti asilo o rifugiati.

Samos. Le Colpe dei buonisti UE sulla Migrazione dei profughi di guerra. Frontiere colabrodo e campi indegni.

I Falsi Rifugiati.

Immigrazione o sostituzione?

Il Partito degli immigrati.

Contro lo Ius Culturae e lo Ius Soli.

Il Vademecum per espatriare illegalmente.

Immigrati: la parola alle Forze dell’Ordine.

Porte aperte giudiziarie. Cassa-cittadinanza e omo-cittadinanza.

Il Papa e l’invasione dei migranti.

L’immigrazione e lo schiavismo. L’ipocrisia di chiesa e sinistra.

"Sbarchi? Un nuovo schiavismo". Quelle voci in dissenso nella Chiesa del Cardinale Robert Sarah.

Fra i migranti le prostitute schiave.

Gli anti italiani dimenticano quando gli odiati siamo noi.

Aiutiamoli a casa di qualcun altro.

Il regno degli immigrati.

Perché a migrare in Italia non sono i più poveri.

Come arrivano i migranti in Italia.

Immigrazione e le rotte di lusso.

Gli sbarchi fantasma.

Varchi aperti. Vucjak, la Lampedusa terrestre.

Gli illeciti del Sistema dell’accoglienza.

La cultura della Solidarietà.

Il business dell’accoglienza.

Migranti morti in mare, ecco chi è a pagare per i funerali.

Irreperibili. Prima migranti, poi fantasmi. Dove finisce chi arriva in Italia?

Immigrazione e (dis)integrazione.

Migranti, ecco l'ultimo trucco per farsi mantenere i figli dall'Italia.

Pensioni Inps. Prendi i soldi e scappa.

Stranieri a scuola, sono quasi il 10 %.

Lo scuolabus dell’integrazione.

L’invasione indotta e programmata dalle organizzazioni sovranazionali.

Immigrazione. Salvini e l’accanimento giudiziario.

“Amaro” Mimmo Lucano.

Cattivi Maestri (foraggiati).

Africa: a sinistra si marcia contro il razzismo, a destra si cercano soluzioni.

Porti chiusi.

Salvataggio criminale.

Le querele dell’accoglienza.

Quelli che…“Porti aperti”.

Quelli che…porte girevoli.

Disagio ideologico.

Quelli che …I partigiani delle ONG.

Quelli che…contro Lampedusa.

Quelli che…Porte Chiuse.

Marla, la anti-Greta che denuncia le violenze degli immigrati.

Le colpe in Algeria.

Le colpe in Libia.

Le colpe in Siria.

 

 

 

 

  

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         "Un certo antirazzismo è molto pericoloso".

"Un certo antirazzismo è molto pericoloso". Lo scrittore francese: «Non vuole difendere la diversità ma cancellarla dal mondo». Lorenza Formicola, Domenica 06/10/2019, su Il Giornale. Nel 2010, aver teorizzato il grand remplacement, la sostituzione di un popolo attraverso l'immmigrazione di massa, costò a Renaud Camus la condanna per islamofobia. Che ricorda, ci dice, con lo stesso stupore che poteva cogliere «un aristocratico al cospetto dei tribunali del Terrore del 1793». Nato a Chamalières nel 1946, Camus è stato allievo di Barthes, che gli scrisse la prefazione di Tricks libro che lo rese il santino delle belles lettres parigine. Oggi invitarlo a una manifestazione, e in certi ambienti addirittura nominarlo, è considerata «violazione di pubblico decoro». Il motivo? Va del tutto controcorrente rispetto allo spirito dell'epoca, il politicamente corretto. Nonostante le sue tesi siano saccheggiate a destra come a sinistra (estrema), Camus è escluso dal novero degli intellettuali «perbene» che lo considerano un demone nero. Discutiamo con lui della grande sostituzione etno-culturale occidentale a causa della quale molte zone sono ormai a beneficio di popolazioni allogene, principalmente di origini arabe e africane.

La sostituzione del popolo francese e di tutta l'Europa prima che del multiculturalismo è figlia dell'immigrazione?

«Immigrazione è un termine anacronistico rispetto ai nostri giorni. Ed è lemma utilizzato dai bugiardi, dai collaborazionisti. Oggi siamo vittime di invasione, colonizzazione, precipitazione etnica».

Ma per tanti non può essere biasimata, specie al cospetto della violenza diffusa.

«Violenza, delinquenza grande e piccola, ciò che chiamo nocence, sono tutti mezzi di conquista. È assurdo sostenere che non ci sia colonizzazione e conquista perché non esiste, ufficialmente, esercito conquistatore. L'esercito conquistatore sono quanti rendono impossibile la vita agli indigeni».

La «grande sostituzione» è lo scenario inevitabile o solo il più credibile?

«La grande sostituzione è semplicemente il nome di un crimine contro l'umanità in corso mentre parliamo: la distruzione degli europei, dell'Europa e della sua civiltà».

Che cosa ha scatenato la morte per inedia dell'Europa?

«Tutto inizia con la piccola sostituzione, che ha sostituito la cultura europea con una subcultura, divenendo condizione della grande sostituzione: la scuola e il suo insegnamento dell'oblio; il mondo dell'intrattenimento dalla televisione allo sport che concorre a un massiccio rincretinimento , e infine le droghe, la cui distribuzione è nelle mani dell'occupante».

Perché gli immigrati sono l'arma dei nuovi comunisti?

«Gli immigrati sono l'arma della sostituzione globale, una miscela di ultra-liberalismo finanziario e post-industriale, del taylorismo e fordismo (le componenti essenziali), del totalitarismo dei campi di concentramento, eredità di nazismo e comunismo sovietico, sì, e infine l'antirazzismo genocida».

Un po' quello che sostiene Richard Millet circa l'ideologia antirazzista, costretta ad inventarsi il razzismo per giustificare il terrore permanente che esercita su tutti, a cominciare dagli scrittori.

«Il razzismo ha rovinato l'Europa, ma l'antirazzismo l'ha resa una baraccopoli impazzita e iperviolenta. E la novità è che oggi l'antirazzismo è molto più pericoloso del razzismo. Una volta era la protezione legittima di razze particolarmente a rischio: oggi ha cambiato totalmente direzione, e indica la volontà genocida di farle sparire tutte. Di fonderle in Materiale Umano Indifferenziato (MHI), conforme ai voti alle industrie umane, che richiedono un uomo intercambiabile. Il razzismo dovrebbe cambiare significato e designare l'amore per le razze, il desiderio della loro felice conservazione per tutti. Quanti si oppongono al remplacement sono i veri ecologisti: gli unici a lottare davvero per la biodiversità umana e culturale».

Siamo nel mezzo di un «crimine contro l'umanità» e nessuno sta facendo nulla per contrastarlo?

«La gente è drogata, inebetita, paralizzata dall'eterna propaganda e da sensi di colpa. Mai nella storia gli strumenti di controllo della mente sono stati così raffinati e pervasivi. Allo sterminio degli ebrei, l'Europa ha scelto di rispondere con la distruzione degli stessi europei e della loro civiltà. Meno assassinii, ma tutto molto più organizzato. Iniziando dalla piccola sostituzione culturale in modo che nessuno si rendesse conto di niente , per arrivare alla grande sostituzione, etnica e politica. Basta guardare la linea della Merkel: per espiare la Shoah causa un olocausto al suo Paese, destinando il suo popolo alla sparizione. L'Europa non smetterà mai di pagare il crimine commesso contro gli ebrei. Eppure nella sua follia accoglie i musulmani, che ovunque fanno scappare gli ebrei».

Nella lotta per la sopravvivenza della civiltà europea, immagina una convergenza tra Israele e l'Europa?

«Assolutamente sì. Israele è il modello di tutte le affiliazioni, il loro fondamento epistemologico e morale. È anche un modello di resistenza e coraggio, intelligenza e determinazione, in un mondo ostile che vuole la sua fine. Israele è l'abisso (nell'accezione araldica e letteraria) del mondo e della civiltà occidentale».

L'islam sta diventando una religione globale capace di soppiantare il cristianesimo con la jihad?

«Il cristianesimo sta abbandonando l'Europa. Esclusi i monumenti, ha a malapena le caratteristiche di una religione vivente. Così, poco spirituale e teologica, è solo un insieme di valori, che si confà a un sindacato più che a un credo. Specie se questo deve affrontare un'altra religione, giovane, dinamica, in espansione. Adorata dai suoi fedeli perché promette loro anche il dominio del mondo».

·         Il giudice modello del processo su Auschwitz fu un fanatico nazista.

Il giudice modello del processo su Auschwitz fu un fanatico nazista: smascherato dagli studi di un biografo. La notizia è di un ricercatore che, innamorato della figura di questo famosissimo giudice, voleva fargli un monumento ricostruendo la sua biografia. E invece ne ha riscoperto un lato oscuro che getta per sempre un’ombra sulla sua storia, scrive Tonia Mastrobuoni il 31 marzo 2019 su La Repubblica. Quando lesse la sentenza, dopo venti lunghissimi mesi di testimonianze strazianti, Hans Hofmeyer era visibilmente commosso. “Alcuni di noi non saranno più capaci di guardare negli occhi allegri e felici di un bambino senza che gli vengano in mente gli occhi interroganti, fiduciosi e pieni di angoscia dei bambini che finirono ad Auschwitz”. Il giudice del primo e più importante processo contro i criminali nazisti che si celebrò in Germania negli anni ‘60, l’“Auschwitzprozess” di Francoforte, morto nel 1992, è entrato nei libri di storia come un esempio di modestia, rigore ed equilibrio. Nei venti mesi di udienze Hofmeyer non si concesse mai alla stampa, tenne lontane le telecamere, governò l’aula con tono asciutto e severo. Lo Zeit lo incoronò, alla fine del maxi-processo, un “fanatico dell’oggettività”, la Welt lo definì un “modello di buonsenso”. Ma la sua biografia rimasta per sessant’anni immacolata rischia di essere stravolta da alcuni documenti scoperti di recente. Fino al 1945 Hofmeyer era stato un fervente nazista, un giudice-boia. Nell’anno e mezzo del primo processo di Auschwitz, i venti nazisti accusati di crimini indicibili videro sfilare sul banco dei testimoni circa 360 sopravvissuti del campo di sterminio polacco. Molti erano tornati per la prima volta nel Paese che li aveva perseguitati e torturati, solo per ricordare davanti al giudice le atrocità vissute. Ma alla fine delle sconfinate prove portate dal leggendario procuratore Fritz Bauer - l’uomo che scovò Adolph Eichmann - soltanto sei imputati vennero condannati all’ergastolo, undici se la cavarono con pene fino ai 14 anni. Tre furono assolti per mancanza di prove. Anche se il verdetto fu giudicato da alcuni troppo clemente, Hans Hofmeyer è considerato ad oggi un gigante. Ma forse non è un caso, tutto quel rigore, quel noto tentativo di non fare un processo troppo politico che caratterizzarono la sua gestione. Un giovane ricercatore volenteroso di aggiungere dettagli a una biografia già monumentale, Matias Ristic, si è messo a scavare negli archivi dell’Assia e ha scoperto ombre inquietanti. I documenti venuti alla luce e raccontati oggi dalla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung dimostrano che Hofmeyer era un fanatico nazista che costrinse miriadi di donne alla sterilizzazione forzata. E Ristic ha scavato finora soltanto nei documenti che arrivano al 1939. Poi Hofmeyer fu promosso. I documenti non raccontano la storia di un giudice giusto, ma di un carnefice spietato. Nel dodicennio della dittatura di Hitler, l’igiene della razza applicata a disabili, malati psichiatrici, epilettici, ciechi e sordi fece finire tra 300 e 400mila esseri umani sotto i ferri dei macellai del regime; furono 5.000 le morti per complicazioni da sterilizzazione. Nei testi che riguardano Hofmeyer c’è il caso di una bambina di un villaggio costretta alla sterilizzazione perché si era ammalata di meningite. Che non è ereditaria, com’è noto. Ma il giudice sentenziò, lapidario, che la bambina era “completamente stupida”, che “aveva fallito su tutta la linea” a scuola. E la fece sterilizzare. Altri processi riguardano bambini con problemi di socializzazione o con turbe psichiche. Hofmeyer, convinto sostenitore dell’eugenetica, della purezza della razza ariana, insistette persino con gli epilettici. Che il giudice del primo processo di Auschwitz avesse esercitato anche durante il Terzo Reich era noto. Anzi, quando furono scelti i giudici, il primo fu scartato perché aveva avuto dei parenti perseguitati dai nazisti e si temeva non potesse essere imparziale. Hofmeyer fu scelto proprio perché aveva lavorato durante il nazismo ma senza che fossero emerse ombre particolari. E uno degli avvocati dei sopravvissuti che testimoniarono all’Auschwitzprozess, Henry Ormond, definì poi “esemplare” il suo lavoro. Politicamente, quei processi furono la prima, vera occasione per la giovane e democratica Bundesrepublik di dimostrare al resto del mondo che aveva intenzione di fare chiarezza sull’Olocausto. Hofmeyer stesso si rivolse agli imputati ricordando che “anche nella più feroce delle dittature non si possono dimenticare gli obblighi morali verso altri esseri umani”. Quelli che il giudice-boia stesso si era dimenticato per decenni.

·         I Nazisti italiani.

Anna Bottinelli, un’italiana alla guida dei «Monuments men»: i cacciatori delle opere trafugate dai nazisti. Pubblicato giovedì, 28 novembre 2019 da Corriere.it. Un’italiana di 32 anni — Anna Bottinelli — va alla guida della «Monuments Men foundation for the Prevention of Art», istituzione mondiale con l’obiettivo di ricercare e restituire ai Paesi proprietari le opere trafugate durante la guerra e far conoscere al mondo vite e imprese dei «Monuments men». Ovvero coloro che — soldati, uomini di Stato, prelati, partigiani — tra il 1939 e il 1945 si adoperarono, con coraggio e a rischio della vita, per difendere l’arte depredata dai nazisti. Storie come quella ricordata nel celebre film diretto e interpretato da George Clooney, appunto «Monuments men». Tra i nomi italiani, spiccano quelli di papa Montini (all’epoca monsignore) e gli storici dell’arte e dirigenti dei Beni culturali tra Roberto Siviero, Pasquale Rotondi e un giovanissimo Carlo Giulio Argan, poi sindaco di Roma. Riuscirono a salvare gran parte del patrimonio artistico italiano — il più vasto al mondo, tra pubblico, privato e della Chiesa — ideando piano in bilico tra spy stories e romanzi di guerra.

Bottinelli — che guiderà l’istituzione con sede a Dallas, negli Usa — ha un curriculum lungo così e una poderosa preparazione accademica. Fiorentina, laurea alla John Cabot University di Roma e poi al Courtauld Institute of Art di Londra. Nel 2014 (scrive il Messaggero nell’edizione odierna) è entrata nella Fondazione dei Monuments Men» diventandone, nel giro di tre anni, direttore della ricerca. E da pochi giorni anche presidente. Suo marito è Robert M. Edsel, autore del saggio storico da cui è tratta la sceneggiatura del film di Clooney ed ex presidente della Fondazione. Con Edsel ha preso parte alla restituzione di molte opere d’arte riconsegnate all’Europa. Senza contare la realizzazione di saggi e documentari. «Sono molto entusiasta dell’opportunità di guidare la Monuments Men Foundation nel futuro», ha affermato Bottinelli. «Non vedo l’ora di approfondire le relazioni della Fondazione con le principali organizzazioni nel settore dei beni culturali sia negli Usa e sia all’estero — ha detto Bottinelli dopo l’ufficializzazione della nomina —. Siamo particolarmente entusiasti delle nostre relazioni di lunga data con l’Archivio Nazionale Usa e i carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio culturale. C’è molto ancora da fare e il 2020 sarà un anno di intenso lavoro».

Blitz contro estremisti di destra, 19 indagati in tutta Italia. Enrico Ferro per “la Repubblica” il 29 novembre 2019. Smalto nero come la pece, cuore dello stesso colore. Antonella Pavin, 48 anni, moglie, madre, impiegata in uno studio contabile e, allo stesso tempo, sergente di Hitler, fiera nazista, ritenuta tra i fondatori del Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori, nonché reclutatrice di altri odiatori negazionisti come lei. Vive in una casa sperduta nella campagna di Curtarolo, a nord di Padova. Il marito è autotrasportatore, il suocero la osserva con l' aria sorpresa di chi pensa "che briccona".

«Sono una fan di Hitler, e allora? Penso che gli ebrei siano la rovina del mondo, è un reato?».

Sostenerlo è una follia.

«Sono le mie idee. Questo è un processo alle idee».

Davvero lei recluta nazifascisti disposti a impugnare le armi?

«Assolutamente no. È una montatura, scaricano su di me».

Le accuse si basano sulle prove raccolte dalla polizia. I suoi post sono ancora online.

«Quelle sono le mie idee e non le rinnego. Uno non può avere un' idea politica? Tutti i giorni c' è gente che loda Salvini o Che Guevara».

Invocare lo sterminio, negare i lager, inneggiare a Hitler, è altro.

«I sionisti comandano il mondo, guidano le banche, decidono sulle politiche dell' immigrazione. Sono la rovina dell' umanità. L' Olocausto è una fandonia».

Ha mai ascoltato Liliana Segre?

«Lasciamo perdere Liliana Segre, ne avrei da dire. Ad Auschwitz c' erano piscina, teatro, cinema. Non è andata come la raccontano».

Suo marito la pensa come lei?

«No, lui vota Salvini».

Lei cosa vota?

«Io non voto. CasaPound mi fa schifo, Forza Nuova l' ho abbandonata. Ci sono stata due anni ma non ne voglio più sapere. Però non dico perché».

È vero che nascondeva le bandiere dietro agli armadi, che in famiglia non sapevano nulla?

«I libri erano lì (indica un mobile), le bandiere le ho ordinate via internet scegliendo il disegno, le magliette con la croce celtica le indossavo anche a casa. Mio marito sa tutto».

Si è arrabbiato?

«Beh, sì, la Digos ci è piombata in casa alle 5 del mattino. Hanno perquisito tutto, anche il mio ufficio».

Aveva molti contatti con Rizzi?

«Ci scrivevamo, ci siamo sentite al telefono ma niente di particolare. Nessun incontro, i rapporti erano solo via chat. E il partito è durato da febbraio 2017 a novembre 2018».

L' accusano di essere sovversiva.

«Io non ho ucciso nessuno, non ho lanciato bombe. Mi stanno trattando come se fossi Riina ma fare male è un' altra cosa. Vabbè, avrò scritto qualcosa di forte. Che sarà mai».

Salvo Palazzolo per repubblica.it il 29 novembre 2019. L’inchiesta sul nuovo "Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori", che ieri ha portato a 19 perquisizioni, stava per saltare. Una talpa avvisò “miss Hitler”, Francesca Rizzi, una delle principali indagate: “Un mio amico poliziotto di Torino mi ha detto che sono attenzionata dagli sbirri – sussurrò la donna ad Antonella Pavin, l'ideologa del gruppo – dobbiamo essere prudenti, bisogna far sparire le foto dal profilo Facebook Manu Manu o addirittura oscurare il sito”. Le indagini della Digos di Enna, coordinate dal Servizio antiterrorismo della polizia, hanno identificato la talpa in un assistente capo che era in servizio all’ufficio di gabinetto della questura Torino, si tratta di L.N., 54 anni, che è stato indagato per rivelazione di notizie riservate e accesso abusivo a un sistema informativo. Per gli investigatori, coordinati dalla procura di Caltanissetta, è stata una corsa contro il tempo: dopo la soffiata, avvenuta nel novembre dell’anno scorso, gli indagati si erano fatti più prudenti nelle loro relazioni interne ed esterne. Adesso, i poliziotti stanno esaminando il materiale sequestrato in tutta Italia, soprattutto telefonini, tablet e computer: c’è da ricostruire tutta la rete del nuovo partito nazista. Uno degli indagati è stato arrestato, si tratta di Maurizio Aschieri, 57 anni, di Monza: nella sua abitazione sono stati trovati un fucile a pompa e munizioni da guerra. All’esame della polizia ci sono anche altri fucili sequestrati nelle abitazioni degli indagati: ufficialmente, sono armi per il Softair, ma potrebbero aver subito delle modifiche.

La genesi dell’indagine. L’ultima rete neonazista è emersa quasi per caso: i poliziotti della Digos di Enna stavano indagando sui colpi di pistola sparati l’anno scorso contro le finestre del centro migranti “Don Bosco 2000” di Pietraperzia, sono arrivati a un giovane della provincia che insultava i gestori della struttura. Il primo indagato di questa storia è lui, si chiama Carlo Lo Monaco, ha 30 anni, è un ragazzo borderline che attualmente è in cella per aver assassinato il padre Armando. I suoi contatti hanno portato alla rete neonazista. Le prime intercettazioni hanno confermato la pericolosità del gruppo. Il loro motto era: "Invisibili, silenziosi e letali". Dicevano: "Bisogna formarsi militarmente, avere maggior sicurezza uno dell'altro, essere veramente di supporto operativo o anche solamente politico alla bisogna, avere dalla nostra l'effetto sorpresa, avere la conoscenza del territorio, quindi colpire e ritirarsi sui monti". La prima azione doveva essere una molotov contro una sede dell'associazione nazionale partigiani di Roma o Milano.

Salvo Palazzolo per repubblica.it il 29 novembre 2019. Avevano già scelto il motto: «Invisibili, silenziosi e letali». E la prima azione: una bottiglia incendiaria contro una sede dell' Associazione nazionale partigiani d' Italia, a Milano o a Roma. Con tanto di depistaggio: volevano reclutare un marocchino per il raid. Era tutto pronto per il nuovo "Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori", movimento d' ispirazione apertamente filonazista, xenofoba ed antisemita. Ideologhe due donne, che diffondevano il verbo dell' estrema destra via social: Antonella Pavin, 48 anni, originaria di Monza, residente a Curtarolo (Padova), e Francesca Rizzi, 36enne genovese che vive a Pozzo D' Adda (Milano). L' addestramento dei nuovi adepti era affidato a un ex boss della 'ndrangheta, Pasquale Nucera, 64 anni, che è stato anche collaboratore di giustizia e referente di Forza Nuova per il ponente ligure, dove risiede da anni. Lui aveva proposto l' attentato all' Anpi: «Potremmo lanciare una molotov». Sono in totale 19 le persone indagate a piede libero dalla procura di Caltanissetta e dalla Digos di Enna per i reati di costituzione, partecipazione ad associazione eversiva ed istigazione a delinquere.

Il reclutamento online. Nel giro di pochi mesi, era nata una vera propria rete attraverso Messenger di Facebook e una chat privata di WhatsApp chiamata "Militia", dove venivano addestrati i nuovi aderenti al partito. Ieri mattina sono scattate perquisizioni in tutta Italia, coordinate dal Servizio per il contrasto dell' estremismo e del terrorismo interno della polizia di Stato (un' articolazione della Direzione centrale della polizia di prevenzione). Operazione "Ombre nere" è stata ribattezzata. «Gli indagati avevano un elevato grado di fanatismo violento - spiega Eugenio Spina, il direttore dell' antiterrorismo - un fanatismo intriso di xenofobia e nostalgie filonaziste». A casa di un indagato, residente in Lombardia, è stato trovato un fucile a pompa: per lui è scattato l' arresto. In altre abitazioni sono stati sequestrati fucili per il softair, balestre, coltelli, cazzottiere, e tanto materiale inneggiante al fascismo e al nazismo. È saltato fuori anche il programma del Movimento nazionalsocialista dei lavoratori, che già aveva fatto la sua comparsa nel 2002 e si è presentato diverse volte ad alcune elezioni amministrative. Nei verbali di sequestro della Digos si dà atto soprattutto di alcuni volantini dai toni pesanti, con svastiche e insulti ai parlamentari Emanuele Fiano e Laura Boldrini. Tutto il materiale andrà all' attenzione del sostituto procuratore di Caltanissetta Pasquale Pacifico, che coordina l' inchiesta.

La talpa nella polizia. La rete puntava ad accreditarsi a livello internazionale. Erano stati avviati contatti con "Aryan Withe Machine - C 18" (C sta per combattenti, 1 e 8 indicano la prima e l' ottava lettera dell' alfabeto, le iniziali di Adolf Hitler), gruppo che è espressione del circuito neonazista inglese "Blood & honour". Sono emersi contatti anche con il partito d' estrema destra lusitano "Nova Ordem social". Negli ultimi tempi, però, il gruppo dirigente del partito neonazista aveva iniziato ad essere più prudente: «Un amico poliziotto di Torino mi ha detto che sono attenzionata dagli sbirri - aveva sussurrato al telefono Francesca Rizizi ad Antonella Pavin - bisogna essere prudenti e fare sparire le foto da Facebook ». Per gli investigatori è stata una corsa conto il tempo, per evitare che l' indagine venisse bruciata. E, adesso, anche il poliziotto (un assistente capo) è indagato, per rivelazione di notizie riservate e accesso abusivo a un sistema informatico.

L' attentato ai migranti. Di amici ne avevano tante le ideologhe del nuovo partito dell' estrema destra. La rete è emersa quasi per caso: i poliziotti della Digos di Enna stavano indagando sui colpi di pistola sparati l' anno scorso contro le finestre del centro migranti "Don Bosco 2000" di Pietraperzia, sono arrivati a un giovane della provincia che insultava i gestori. Il primo indagato di questa storia è lui, si chiama Carlo Lo Monaco, ha 30 anni, è un ragazzo borderline attualmente in carcere per aver assassinato il padre Armando. I suoi contatti hanno portato alla rete neonazista.

Neonazisti, dalla «sergente» alla «miss»: le donne al centro del gruppo degli estremisti. Salvo Toscano per corriere.it il 28 novembre 2019. C’era anche una Miss Hitler nel gruppo che voleva costituire un movimento d’ispirazione apertamente filonazista, xenofoba ed antisemita in Italia. Il nascituro «Partito Nazionalsocialista Italiano dei Lavoratori» aveva all’interno le sue donne, affascinate da idee filonaziste e antisemite. E almeno una in una posizione apicale. È uno degli aspetti che emerge dall’inchiesta «Ombre Nere» coordinata dalla Procura distrettuale di Caltanissetta che ha portato oggi a 19 perquisizioni in tutta Italia. Ai vertici degli estremisti di destra finiti nell’indagine, secondo gli inquirenti c’è anche una donna. Si tratta di un’impiegata di 48 anni che abita a Curtarolo. Una madre di famiglia, con marito e figli, votata al nazifascismo. La donna, incensurata, faceva parte del direttivo nazionale dell’autonominato «Partito Nazionalsocialista Italiano dei lavoratori». Si faceva chiamare ‘Sergente maggiore di Hitler’ e aveva il compito di reclutamento e diffusione di ideologie xenofobe. La Digos di Padova, che ha collaborato con quella di Enna, oggi ha proceduto a una perquisizione nei suoi confronti. In casa sua gli investigatori hanno trovato materiale per la propaganda, striscioni con svastiche e altri loghi antisemiti, bandiere naziste. La donna, che come gli altri del gruppo avrebbe usato un social network russo per chattare senza essere tracciata, aveva partecipato a manifestazioni di estrema destra in Veneto. I suoi familiari non sarebbero stati a conoscenza della sua attività politica e della sua passione per il Fuhrer.

La miss. E oltre alla «Sergente Maggiore» c’era anche una «Miss Hitler» nel gruppo. Si tratta di una ventiseienne residente a Pozzo d’Adda, in provincia di Milano. Secondo gli investigatori milanesi, delegati dalla Procura di Caltanissetta, la ragazza l’estate scorsa, ad agosto, avrebbe preso parte come oratrice a un convegno di estremisti di destra a Lisbona. L’obiettivo di quel vertice era quello di creare un’alleanza transnazionale tra i movimenti d’ispirazione nazionalsocialista di Portogallo, Italia Francia e Spagna. La giovane lombarda avrebbe anche partecipato a un concorso on line, sul social network russo ‘VK’, vincendo il titolo di ‘Miss Hitler 2019’. E c’è anche un’altra donna nel gruppo. Infatti l’attenzione degli investigatori è toccata anche a una coppie residente a Vicenza, originaria della Sicilia, 42 anni lui, 40 la moglie. E infine c’è una donna di Caldiero, nel Veronese. Nella sua abitazione è stato recuperato il documento programmatico del gruppo, oltre a scritti, materiale informatico, cimeli riferiti al nazionalsocialismo, bandiere con la croce uncinata e decine di libri legati al periodo nazista.

Neonazisti volevano fondare un partito, con tanto di "Miss Hitler". Le Iene il 28 novembre 2019. Digos di Enna e Servizio Antiterrorismo Interno hanno perquisito 19 persone, che volevano creare un partito di ispirazione nazista: una donna il capo. Tra i fermati, che dicevano di avere armi a disposizione, anche un esponente della ’ndrangheta legato a Forza Nuova. Organizzavano anche "Miss Hitler". Nina Palmieri aveva incontrato il “prof nazista” di una scuola superiore in Veneto, che voleva “gassare” Liliana Segre che ora è stato sospeso. Avevano già anche scelto il nome del loro nuovo movimento politico: "Partito Nazionalsocialista Italiano dei Lavoratori". Un nome che evoca il passato macabro del Nazismo, al quale si ispiravano pienamente. Digos di Enna e Servizio Antiterrorismo Interno hanno condotto 19 perquisizioni in tutta Italia, verso altrettanti estremisti di destra, a quanto pare guidati da una donna veneta di 55 anni. Tra i coinvolti, anche uno ’ndranghetista calabrese, ex legionario, esponente del partito Forza Nuova in Liguria. I seguaci di Hitler, stando ad alcune intercettazioni degli inquirenti, avevano anche disponibilità di armi ed esplosivi, e facevano campagna di reclutamento sui social. E sempre sui social il gruppo faceva reclame a un concorso molto discutibile: quello di "Miss Hitler", che sarebbe stato vinto da una 26enne che non aveva problemi a farsi ritrarre con il suo tatuaggio inneggiante al Nazismo. Noi de Le Iene, con Nina Palmieri, avevamo “beccato” un altro simpatizzante delle teorie di estrema destra, un professore veneto delle scuole superiori (come potete vedere nel servizio che vi riproponiamo qui sopra). Sebastiano Sartori, questo il suo nome, diceva di apprezzare i campi di concentramento in Libia e i “termovalorizzatori” verso i quali avrebbe voluto indirizzare la senatrice a vita ebrea Liliana Segre. Contro “Herr Doktor”, come Sartori si fa chiamare (usando lo pseudonimo del numero due di Hitler, il ministro della Propaganda Goebbels), si è mossa sia la Procura che l’allora ministro dell’istruzione Bussetti, che aveva manifestato l’intenzione di avviare un’ispezione nei suoi confronti. Nina Palmieri ci ha raccontato di questo professore un po’ sui generis, che paragona il governo a chi ha gasato i rom nella seconda guerra mondiale e che è molto “critico” nei confronti del presidente della Repubblica Mattarella e della Costituzione: “Un libro di merda buono per pulircisi il culo”. Quando la Iena lo ha  incontrato lui è fuggito davanti alle nostre telecamere, rifiutandosi di rispondere e di difendere quelle sue idee che invece sui social tanto propugna. E dopo il nostro servizio, come vi abbiamo raccontato in questo articolo, il prof  nazista è stato sospeso dall’insegnamento: potrà tornare a insegnare, speriamo non le sue teorie, a partire da febbraio. 

Annalisa Cangemi per fanpage.it il 7 dicembre 2019. "Serve gente come Borghezio e Bannon", questa la proposta di una delle attiviste del partito neonazista, fatta mentre conversava al telefono con ‘miss Hitler', Francesca Rizzi, la responsabile per il Nord del gruppo. Le idee e le dichiarazioni dell'ex europarlamentare leghista e dell'ex capo stratega del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e fondatore dell'organizzazione internazionale "The Movement", che promuove il nazionalismo economico e il populismo di destra. avevano fatto breccia nel cuore degli attivisti di estrema destra. Nel novembre dell’anno scorso, come ha ricostruito Salvo Palazzolo su ‘la Repubblica', proprio mentre si affermava il movimento di Steve Bannon, i neonazisti puntavano ad allargare il movimento, cercando nuove alleanze, che avessero soprattutto il comune denominatore dell'odio verso gli ebrei. Contemporaneamente se la prendevano con lo scrittore Roberto Saviano: "Ha la protezione degli ebrei", diceva l’esponente del partito in quella telefonata con Francesca Rizzi. "Miss Hitler" aveva il sogno di organizzare un partito: la Digos la seguiva da tempo, anche per via dei suoi post sui social network. "Questi subumani devono sparire dalla faccia della terra. Con i forni ci vorrebbe troppo tempo" scriveva sul suo account attaccando Liliana Segre e Laura Boldrini. Le intercettazioni della Digos di Enna e del servizio Antiterrorismo interno hanno messo in luce i piani degli esponenti del ‘Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori'. Attorno a ‘miss Hitler' gravitava infatti una galassia di singoli e gruppi che volevano organizzare azioni eclatanti. Come il presidente di un fantomatico movimento ‘La rinascita dell’Italia', operativo in provincia di Roma, che chiedeva a Francesca Rizzi due persone per fare un raid notturno in Prefettura o in Comune o nella sede di Equitalia: "Così le facciamo saltare in aria, e non facciamo danni a nessuno". "Miss Hitler" era in contatto anche con un uomo residente in provincia di Cuneo che si vantava di avere combattuto in Africa come mercenario, dove "sparava alla gente e tagliava le teste". "Dobbiamo creare un nostro esercito", ripeteva Antonella Pavin, la contabile di Curtarolo (Padova) che era l'ideologa del nuovo partito: "Bisogna creare un nostro esercito perché purtroppo l’esercito e le forze dell’ordine sono, per tre quarti, fedeli allo Stato e non si ribelleranno mai". Ma le donne del partito neonazista puntavano soprattutto sul presidente del movimento ‘La rinascita d’Italia': "Ci porterebbe a fare una valanga di tesserati". Dalle intercettazioni è emersa anche una spaccatura nel gruppo, a proposito dell'atteggiamento da tenere nei confronti dell'Islam. La Rizzi voleva seguire alla lettera il pensiero di Hitler: "Ha affermato che era meglio se a vincere fosse stato l’Islam anziché il cristianesimo". Un’altra esponente del partito ribatteva: "Gli islamici sono comandati dagli ebrei". Ma per la Rizzi "L’Isis è una creatura ebraica, e gli islamici non c’entrano nulla con l’Isis", e aggiungeva che "I musulmani che aderiscono all’Isis sono pagati dagli ebrei".

Monica Serra per “la Stampa”. il 29 novembre 2019. Ce l' ha con tutti. Anche Matteo Salvini, nei suoi post farneticanti, diventa una "m sionista". Dietro ogni male del mondo per lei ci sono gli ebrei, contro i quali può arrivare a invocare la "castrazione di massa". Non si è fermata neppure ieri mattina, quando gli agenti della Digos milanese sono andati a notificarle l' avviso di garanzia. Se l' è presa pure con loro, colpevoli di difendere "i bastardi", di mettere a tacere le voci contrarie, di negare la verità. La ventiseienne Francesca Rizzi ha parlato, inveito, non ha smesso per un istante, nell' appartamento in cui vive a Pozzo D' Adda, nel Milanese. Per la sua comunità, quella del social network russo VK, crocevia di estremisti, ripetutamente bannati da Facebook, Fra-Fra-Fra-Fra è solo "Miss Hitler 2019". Il titolo se l' è guadagnato partecipando a un contest internazionale, anche grazie ai numerosi tatuaggi ispirati alla simbologia nazista che mette in bella mostra nelle foto. A partire dall' enorme aquila e dalla croce uncinata impressa al centro delle sue spalle. Vive di piccoli espedienti e sembrerebbe avere un pessimo rapporto anche coi suoi familiari. Gli investigatori che l' hanno tenuta per un anno e mezzo sotto osservazione hanno accertato che, a dispetto di una vita sociale di fatto inesistente, la ventiseienne dai lunghi capelli biondi sempre raccolti in una coda alta, è super attiva sui social. Le sue invettive non hanno risparmiato neppure la senatrice Liliana Segre. Anche alla "Conferenza Nazionalista" del 10 agosto scorso a Lisbona, si è distinta come relatrice per la sua accesa retorica antisemita. Intercettata dagli investigatori, ha pronunciato frasi di una violenza difficile da immaginare. A casa sua gli agenti hanno sequestrato manuali contro l' ebraismo e sono numerosi i suoi post sui social segnalati anche dall' Osservatorio antisemitismo.

P.F. per ''Il Messaggero'' il 29 novembre 2019. «Possiamo avere a disposizione armi e esplosivi, sforneremo soldati pronti a tutto. Presto costituiremo il Partito Nazionalsocialista Italiano dei Lavoratori». Il nuovo aspirante fuhrer in salsa italiana ha il volto di una donna: di giovani ragazze o di quello di una madre di 45 anni che si definiva sergente di Hitler. Donne che con i loro suoi seguaci erano pronte ad irrompere in tutta Italia sulla scena dell'estremismo di destra con un proprio soggetto politico mentre sui social si arruolavano nuove leve: ad addestrarli c'era un ex pentito della ndrangheta. Si avvicina molto ad un romanzo di fantapolitica la vicenda del gruppo di 19 estremisti indagati in tutta Italia, per costituzione e partecipazione ad associazione eversiva ed istigazione a delinquere. A rivelare il sottobosco filonazista, con un insolito vertice al femminile, sono state le indagini della Digos di Enna e del Servizio Antiterrorismo Interno che hanno portato a perquisizioni in tutta Italia. Il movimento, farcito di retorica antisemita e xenofoba, affascinava gli estremisti neri da Nord a Sud, dalla Sicilia al Veneto. E tra loro c'erano diverse donne: dalla 26enne che avrebbe partecipato e vinto il titolo di Miss Hitler', all'impiegata di un'azienda, una mamma 45enne originaria di Curtarolo (Padova) che evidentemente conduceva una doppia vita. Nessuno avrebbe mai pensato che Antonella Pavin, incensurata, fosse talmente appassionata di Hitler da essere una dei leader del partito, taed essere soprannominata la sergente di Hitler. Sulla sua pagina Facebook la donna scriveva: «Il nazionalsocialismo trionferà in tutta Europa. Hitler è immortale». Poi sul social network russo VKontakt la 48enne si scatenava. «La gente mi critica perché sono nazista. Lo sarò fino alla morte perché quando morirò sarò contenta di aver ripulito il mondo. Sempre Heil Hitler e rogo per gli infami». La donna ha anche confermato di essere «una fan sfegatata di Hitler» e anche le sue idee («è tutto inventato dagli ebrei. Nei campi di concentramento c'erano cinema e piscine»). Le adepte del fuhrer spesso vestivano in modo da poter rendere visibili i simboli del loro fanatismo, con svastiche, marchi delle SS e croci celtiche. «Io sposerei un ebreo solo per torturarlo giorno dopo giorno», diceva una di loro. Tutti erano in contatto attraverso una chat chiusa denominata «Militia» e finalizzata all'addestramento dei militanti. In particolare, questo ruolo era affidato ad un pregiudicato calabrese, ex «legionario» ed esponente di spicco della ndrangheta, con un passato da collaboratore di giustizia e già referente di Forza Nuova per il ponente ligure. «Sono in grado di acquistare armi con un prezzo vantaggioso», diceva lo ndranghetista, alludendo con altri all'intenzione di «sfornare soldati pronti a tutto» mentre sui social si reclutavano nuovi adepti. Cercavano legami anche con gruppi neonazi all'estero.

Ottavio Cappellani per ''la Sicilia'' l'1 dicembre 2019. Questa rubrica è in missione per conto di Dio. Così, quando abbiamo saputo dei nazisti di Enna, appena abbiamo finito di rotolarci a terra dalle risate, la mente è corsa subito ai nazisti dell'Illinois del film "Blues Brother", e noi li odiamo i nazisti di Enna. La trama dell'operazione "Ombre Nere" sembra proprio quella di un film di nazisploitation, un sottogenere cinematografico che metteva insieme spogliarelliste cattive, e ambientazione di guerra, e che ha sfornato film culto come "Ilsa, la belva delle SS" o "La bestia in calore". Non ci credete? Facciamo un riassunto che è già un soggetto per la prossima trasposizione cinematografica. L'inchiesta nasce da un fattaccio di sangue a Pietraperzia, un tizio nazista, appartenente al partito nazionalsocialista dei lavoratori, il cui motto è "invisibili, silenziosi e letali" spara dei silenziosissimi colpi di pistola contro il centro migranti "Don Bosco 2000". Attualmente il tizio è in cella per avere ammazzato, non troppo invisibilmente, il padre. Si scopre che il letale siciliano ha fra i suoi contatti "Miss Hitler", una finta bionda con un'aquila e una svastica tatuate sulla schiena, eletta, appunto, Miss Hitler in un concorso svoltosi sul social russoVk. L'operazione della Digos sta per saltare, "Miss Hitler" avverte "Il sergente maggiore di Hitler", una impiegata cinquantacinquenne di Curtarolo, che "un mio amico poliziotto di Torino dice che siamo sotto osservazione. Dobbiamo cancellare l'account Manu Manu", evidentemente l'account Manu Manu era il centro di questa cospirazione e non un account di una massaggiatrice, Manuela, specializzata nell'happy end. L'addestratore delle milizie che dovevano, non so, invadere Petralia Sottana, era un ariano appartenente alla ndrangheta, poi pentito e collaboratore di giustizia, che tentava di vendere al gruppo un kalashnikov per 140 euro, ma nessuno se lo voleva comprare. e quindi il ferocissimo e impavido addestratore proponeva "lanciamo una bottiglia incendiaria contro un centro migranti", "bellissimo, lo fai tu?", "no, facciamolo fare a un marocchino". Tratto da una storia vera.

Salvo Palazzolo per "la Repubblica" il 2 dicembre 2019. L'ultima rete neonazista scoperta dalla polizia era parte di un progetto ambizioso e soprattutto segreto, finanziato da un esponente politico rimasto nell'ombra: "Vuole la riunificazione di tutte le destre, da Nord a Sud", diceva uno degli indagati intercettato dalla Digos di Enna, un genovese di 58 anni, che si sentiva spesso con Francesca Rizzi, la vincitrice del concorso "Miss Hitler", l'ideologa del "Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori" finita al centro di un'indagine della procura di Caltanissetta per i reati di costituzione di un'associazione sovversiva ed istigazione a delinquere. Il genovese era l'uomo di collegamento, il tramite che intratteneva i contatti con una misteriosa cabina di regia animata da quel politico, probabilmente del Sud, così sembra emergere dalle intercettazioni. Adesso, è materia d'indagine per il servizio antiterrorismo della polizia.

"Mi hanno comprato". "Due anni fa avevo rifiutato - spiegava al telefono il genovese a Miss Hitler, era il gennaio dell'anno scorso - ma a marzo dovrò andare in meridione, mi hanno ripescato. Non ti dico che mi hanno convinto, ma mi hanno comprato". Parlava a mezze frasi, non faceva nomi. La missione che volevano affidargli era però abbastanza chiara: "In meridione - diceva - c'era un grosso partito con un esponente di spicco che venne anche inquisito, mi notò su Facebook: mi contattarono e mi dissero, "vieni giù perché vorremmo che tu facessi un'unione fra Nord e Sud, noi non la possiamo fare perché siamo politicamente esposti, tu invece sei una persona invisibile e va tutto bene"". Chi era il misterioso ispiratore della grande riunificazione della galassia nera? L'uomo intercettato offre un indizio: "Questo signore adesso è in Argentina, ma tornerà indietro. E mi vuole a tutti i costi". L'esponente del partito neonazista era stato invitato ad una "riunione in un castello, dove ci sono i sovvenzionatori dei partiti. Sarò ospite lì". In quella conversazione registrata, c'è anche un altro indizio per chi indaga: all'incontro nel castello era atteso "uno degli ultimi soldati ancora in vita della Repubblica sociale". Un vero rompicapo.

Botte, logistica e webmaster. Il genovese è risultato uno degli organizzatori più attivi del partito neonazista. A Francesca Rizzi comunicava di avere reclutato un esponente di Forza Nuova per la "logistica": un tipo dai modi alquanto sbrigativi, "uno che va a menare, fa parte di squadre di sfondamento e roba varia". Miss Hitler puntava invece sulla disponibilità del webmaster di un partito presente all'interno della Regione Liguria, non è ancora chiaro quale: "Per raggiungere le persone, per dare supporto logistico, senza alcuna iscrizione al partito, così mi ha assicurato". I neonazisti volevano fare il salto di qualità: "Non possiamo continuare a vederci nei bar se dobbiamo andare in grande", arringava Francesca Rizzi. Il webmaster aveva chiesto solo un favore in cambio: il servizio d'ordine dei neonazisti alle manifestazioni del suo partito.

L'ex pentito 'ndranghetista. Le perquisizioni sono proseguite anche ieri, in un'abitazione nel Sud est della Francia, che è nella disponibilità dell'ex 'ndranghetista ed ex collaboratore di giustizia Pasquale Nucera, anche lui fra i diciannove indagati: due giorni fa, nella sua casa in Liguria, erano stati trovati un fucile calibro 9 flobert, due moschetti e diversi coltelli. Nucera è stato denunciato per detenzione illegale di armi. Si continua a indagare sulla sua rete di relazioni: in Liguria, dove vive ormai da anni, è stato uno degli animatori di Forza Nuova. E chi era il suo contatto con il "Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori"? Il genovese che doveva occuparsi di riunificare tutte le destre. "Da Nord a Sud". Adesso, i principali indagati di questa storia sono rinchiusi in casa. Ieri pomeriggio, Francesca Rizzi ha persino chiamato i carabinieri per allontanare alcuni cronisti che si erano presentati a Pozzo D'Adda, nel Milanese. Ma questa volta neanche una parola. Lei che ogni giorno era in cerca di proseliti sui social: "Il mio Dio è Hitler".

Siena, il professore nazista che elogia Hitler su Twitter. Il rettore non interviene: "Opinioni personali". Polemica sui social per i post antisemiti e filonazisti del docente di filosofia del diritto dell'ateneo sense Emanuele Castrucci. La Repubblica il 02 dicembre 2019. Un professore universitario fa apologia del nazismo su Twitter e il rettore sminuisce e non prende provvedimenti: succede a Siena, il professore si chiama Emanuele Castrucci, il rettore Francesco Frati. Succede che il docente di Filosofia del diritto e filosofia politica pubblica una serie di post antisemiti e a favore di Adolf Hitler sul suo profilo Twitter. In uno degli ultimi c'è una foto del dittatore nazista con il suo pastore tedesco Blondi e la scritta: "Vi hanno detto che sono stato un mostro per non farvi sapere che ho combattuto contro i veri mostri che oggi vi governano dominando il mondo". E quando si è scatenata la bufera sul suo account non ha trovato di meglio che rispondere: "I gentili contestatori del mio tweet non hanno compreso una cosa fondamentale: che Hitler, anche se non era certamente un santo, in quel momento difendeva l'intera civiltà europea". Il 20 novembre, invece, aveva postato una frase di Corneliu Zelea Codreanu, il fascista rumeno fondatore della Guardia di ferro. Una frase antisemita che non ha bisogno di commenti: "Non c'è nulla che i giudei temano più dell'unità di un popolo". Ma sono solo alcune delle espressioni di esaltazione del nazismo e di antisemitismo del professore. Alla fine gli utenti di twitter si sono rivolti al rettore dell'università di Siena chiedendo spiegazioni e la risposta del rettore è sconcertante: "Il prof. Castrucci scrive a titolo personale e se ne assume la responsabilità. L'università di Siena, come dimostrato in molteplici occasioni, è dichiaratamente antifascista e rifugge qualsiasi forma di revisionismo storico nei confronti del nazismo".

 “Liliana Segre? In un inceneritore”, sospeso il prof dei post pieni di odio. Le Iene il 23 novembre 2019. Ha scritto post su Facebook ricolmi di odio contro la Costituzione, il presidente della Repubblica e Liliana Segre, la senatrice a vita sopravvissuta alla Shoah. Dopo il servizio di Nina Palmieri, il prof razzista di Venezia non potrà insegnare per 6 mesi. “Liliana Segre sta bene in un simpatico termovalorizzatore”. Scriveva così qualche tempo fa contro la senatrice a vita Sebastiano Sartori, il prof di Venezia famoso per i suoi post razzisti e xenofobi su Facebook. Oggi è sospeso dal suo incarico per 6 mesi. Di queste sue esternazioni a mezzo social e di cosa ne pensavano i suoi studenti, se ne era occupata Nina Palmieri nel servizio che vi riproponiamo qui sopra. “Campi di concentramento in Libia? A me piacciono”, scriveva nei suoi post. Ce l’aveva con la Costituzione: “Un libro di merda buono per pulircisi il culo”. E con il presidente della Repubblica: “Togliete le duracel a Mattarella, è durato troppo”. Sono solo alcune perle del prof Sartori. Per molti anni è stato esponente di spicco di movimenti di estrema destra. “Nazionalsocialismo: lo hai aspettato una vita, ma non sarà l’originale. Ci accontentiamo”, scriveva sempre su Facebook. I genitori dei suoi alunni stanchi delle sue esternazioni hanno scritto alla Procura: “Siamo preoccupati che lui sia quotidianamente in contatto con i nostri figli. Inneggia al razzismo, alla guerra, all’intolleranza, al fascismo”. Nel 2013 era finito sotto processo proprio per le sue esternazioni. Come possono convivere le due anime del filonazista e dell’educatore insieme? Nina Palmieri è andata a farsi un giro nella scuola di Venezia dove lui insegna. “È un fascistone da gara”, dice un ragazzo. “Non mi sarei mai aspettato che un professore venga fuori con questi discorsi. Un nazista fa un po’ ribrezzo”, aggiunge un altro. Così abbiamo provato a metterci sulle sue tracce. Per giorni non si è visto finché è arrivato un indizio. “Ogni mattina va con la barca a fare spesa”, ci dicono. Così muniti di barca lo aspettiamo tra i canali di Venezia per chiedergli del suo pensiero. Ma, appena ci vede, scappa. Dopo il nostro servizio si è messo in aspettativa: la scuola ha preso le distanze e anche la Procura ha aperto un fascicolo. Il prof è stato sospeso dall’insegnamento per 6 mesi, potrà tornare in cattedra solo da febbraio. Intanto il suo account Facebook è stato cancellato e pure i suoi post razzisti. Uno stile però che non è solo di Sartori, tanto che il governo sta pensando di istituire una commissione contro l’odio. Tra i nomi nella rosa dei candidati per la presidenza ci sarebbe quello di Liliana Segre, bersaglio non solo del prof di Venezia ma di tanti altri negli ultimi mesi. "Se a quasi 90 anni finisci bersagliata da insulti e sotto scorta, credo sia normale chiedersi 'ma chi me l'ha fatto fare'. Ma non mi arrendo facilmente", dice al Corriere della Sera, la senatrice a vita sopravvissuta alla Shoah. Racconta di trovarsi alla sua età a condurre un'esistenza che non avrebbe mai immaginato. Ma si dice pronta, se dovesse arrivarle la proposta, a presiedere la Commissione parlamentare contro l'odio.

Dagospia il 28 novembre 2019. Da “la Zanzara - Radio24”. Ecco quello che è successo nella puntata della Zanzara su Radio 24 di mercoledì 27 novembre. Come si fa a dire che lo Ziklon B serviva per disinfestare le baracche?: "Se tu vuoi credere alle bufale, sei libero di farlo. Come le stragi di Saddam, le armi di sterminio di massa di Saddam. C’è una logica che è quella della verità storica". Ma sono cose accertate: "Ma accertate da chi?". Gli stessi nazisti hanno detto ciò che hanno fatto: "Ma che vada a dare via il culo, Parenzo". Ma lei ha detto che il genocidio del popolo ebraico non c’è stato e che  le persone morte per tifo: "Sì. Ho detto che ad un certo punto c’erano delle gravissime epidemie di tifo. Ma avete visto com’erano trattati in Unione Sovietica? Avete visto le foto dei nostri soldati prigionieri in Iugoslavia?".

Lei nega che ci sia stato l’Olocausto, come cazzo si fa: "C’è una logica nella storia, nella critica, perché ad un certo punto non è stata costituita una commissione internazionale? Io dico che storicamente non c’è nessuna prova…Sono in compagnia dell'Abbè Pierre, di Garaudy". "Ti denuncio e se ti incrocio per strada ti sputo in faccia, maledetto", esplode Parenzo.

Bellazzi: "Vieni, vieni. Denuncia dove vuoi. Di Parenzo non me ne frega un cazzo. Parenzo, sei un cretino".

Cruciani: "Come si fa a dire che l’Olocausto non è esistito, perché?: "Perché non c’è la prova storica". Confermi di essere fascista, anzi fascistissimo?: "Certo". Ti piace pure Hitler, quel signore con i baffetti?: "Mi piace ad un certo punto l’ordine, la disciplina, l’organizzazione che c’era in Germania. Mi piace che la Germania ad un certo punto abbia difeso l’Europa. Se volete fare la storia di Topolino, fate la storia di Topolino". Hitler era un criminale: "Un criminale? Nemmeno Stalin era un criminale, i capi di stato non possono essere dei criminali. Tu non puoi pensare che 80 milioni di tedeschi si siano sacrificati ad un certo punto per un criminale". Hitler ha fatto qualcosa di buono?: "Il patto Ribbentrop-Molotov, per esempio. Ha difeso l’Europa".

Parenzo: "Dovrebbero rinchiuderti dentro un ospedale". Bellazzi: "Come Ezra Pound, ecco la vostra libertà di pensiero. Chi la pensa in modo diverso, va rinchiuso in ospedale. Bravi, complimenti. Perché c’è la dittatura del pensiero unico". Parenzo: "Se ti incrocio, ti sputo in faccia...".

Bellazzi: "Vuoi che ci diamo appuntamento, Parenzo? Io non ho problemi. Avanti, Parenzo". Parenzo: "Che tu sia maledetto per quello che dici". Bellazzi: " Si, si, si…". Come cazzo fai a dire che le leggi razziali sono meravigliose?: "Se fossero state quel crimine infame che state urlando voi, mi puoi spiegare perché anche chi le ha scritte lo avete fatto ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo Badoglio? Mi volete spiegare perché Togliatti lo ha nominato suo capo di gabinetto? Mi volete spiegare perché lo avete fatto presidente della Corte Costituzionale? Allora vi farete una domanda storica o no? Parenzo, racconti bugie". "Mio nonno è stato cacciato dall'ordine degli avvocati perchè ebreo", dice Parenzo: " Nessuno è stato cacciato dall’albo. Veniva iscritto in un albo speciale dove era vietato assistere la pubblica amministrazione".

Parenzo: "Mio nonno non poteva più lavorare, imbecille".

Bellazzi: "Parenzo, racconti bugie. Scappi, Parenzo, di fronte alla verità"

·         Governo automunito estero.

Governo automunito estero. Riccardo Ferrazza per Il Sole 24ore. Il pezzo più pregiato sembra essere la Jaguar Xj6 di Giuseppe Conte, tenuta gelosamente in garage e sulla quale nessun fotografo è riuscito finora a sorprendere il premier “avvocato del popolo”. Anno 1996, prezzo sul mercato intorno ai 10mila euro. Per il resto, tolto il tocco vintage del presidente del Consiglio, il parco-auto dei ministri che si può ricostruire dalle dichiarazioni patrimoniali 2018 (riferite quindi all’anno precedente) è composto soprattutto da auto di piccola cilindrata. E tutte straniere. Una sola eccezione la Lancia Y di Enzo Moavero Milanesi (titolare degli Esteri). Si va infatti dalla Smart ForFour di Giulia Bongiorno alla Ford Kuga (quella del leghista Gian Marco Centinaio, Politiche agricole) passando per l’ Opel Agila di Barbara Lezzi (M5S, ministero per il Sud, acquistata lo scorso anno). Scelgono auto tedesche Giulia Grillo (un’Audi 1 del 2011), Sergio Costa (Mercedes Classe A) e il Gurdasigilli Alfonso Bonafede (Mercedes Classe B). L’elenco è più breve dei 18 titolari del governo. Non tutti, infatti, nella casella riservata ai beni mobili hanno dichiarato di possedere un’automobile. Se il vicepremier e due volte ministro (Lavoro e Sviluppo economico) Luigi Di Maio ha una Rover Mini Cooper (anno di immatricolazione 1993), l’altro vicepremier e titolare dell’Interno Matteo Salvini non ha auto di proprietà (per gli spostamenti da ministro usa una Volkswagen Passat). Lo stesso vale per il responsabile dell’Economia Giovanni Tria e per quello della Famiglia il leghista Lorenzo Fontana (Famiglia). Nell’elenco non compaiono mai auto italiane. L’unica Fiat è la 600 del 2001 posseduta da Paolo Savona: l’economista cagliaritano, però, non fa più parte del Governo dallo scorso 8 marzo, quando si è dimesso da ministro per le Politiche europee per assume l’incarico di presidente Consob. A riportare un parziale tocco di italianità, almeno indirettamente, è stato Danilo Toninelli. L’esponente del Movimento 5 Stelle, responsabile per le Infrastrutture, ha una Volkswagen Golf VI immatricolata nel 2011 (alimentazione a Gpl). Di recente, però, è finito al centro di polemiche perché in un’intervista a Tg2 Motori, dopo aver fatto l’elogio dell’elettrico, ha raccontato che la moglie ha acquistato un’auto usata (a km zero). Era una Jeep Compass. Gruppo Fiat.

·         L’ossitocina, ormone «empatico» che ci rende socievoli (ma anche razzisti).

L’ossitocina, ormone «empatico» che ci rende socievoli (ma anche razzisti). Pubblicato lunedì, 14 ottobre 2019 su Corriere.it da Danilo di Diodoro. Influenza il comportamento verso gli altri in senso positivo, tanto che si studia il modo di usarla nei disturbi che compromettono la capacità di relazione. I rapporti con gli altri, le comunicazioni interpersonali, le dinamiche di gruppo sono solo alcune delle funzioni governate da una straordinaria molecola che regola il nostro modo di gestire le relazioni sociali, e che facilita funzioni fondamentali per la specie, come il parto e l’allattamento. È l’ossitocina, prodotta dall’ipotalamo, nelle zone profonde del cervello, per essere poi immagazzinata nella parte posteriore dell’ipofisi. Da lì, questo neuropeptide composto da nove aminoacidi si distribuisce a tutto l’organismo per via nervosa o con la circolazione del sangue, influenzando la capacità di stringere legami sociali e comportarsi in modo altruistico. Queste sue straordinarie proprietà la candidano quindi anche a potenziale farmaco per il trattamento di disturbi psichici in cui c’è un deficit di capacità relazionale. Una recente ricerca definisce meglio anche il suo ruolo nello sviluppo di empatia verso i propri simili. Lo studio è stato coordinato da Francesco Papaleo e realizzato da un team di ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia, in collaborazione con i gruppi di Bice Chini dell’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche, e Valery Grinevich dell’Università di Heidelberg in Germania. I risultati dimostrano il ruolo dell’ossitocina nell’abilità di riconoscere la presenza di stati d’animo alterati nei propri simili. Realizzato sui topi, lo studio è stato pubblicato sulla rivista Current Biology. Nel corso degli esperimenti, i topi sono stati sottoposti a test di intelligenza sociale, comunemente usati sugli esseri umani. Attraverso questi test i ricercatori hanno verificato che, grazie all’azione dell’ossitocina, i topi mostrano specifiche reazioni se esposti ad altri topi che si trovano in uno stato emotivo alterato. Sono anche state mappate le aree del cervello dove si trovano i i neuroni capaci di interagire con l’ossitocina (ossitocinergici). Manipolando con specifiche tecniche l’attività di questi neuroni è stato poi possibile «spegnerli», operazione che ha reso i topi incapaci di provare empatia verso gli altri topi che stavano provando paura o sollievo, dimostrando quindi che dietro questa abilità c’è proprio l’ossitocina. Ricostruito anche il percorso che dai neuroni ossitocinergici dell’ipotalamo raggiunge la regione centrale dell’amigdala, struttura fondamentale nel percorso neurologico che media la paura, la fiducia e il riconoscimento sociale. L’ossitocina gioca anche un ruolo centrale nella regolazione degli stati ansiosi, nei quali è coinvolta proprio l’amigdala. Un eccesso di attivazione di questa piccola struttura cerebrale durante i contatti sociali aumenta l’ansia e potrebbe spingere verso l’isolamento. L’ossitocina facilita inoltre la capacità di intuire le intenzioni degli altri, aiutando a superare eventuali preconcetti sulle loro possibili cattive intenzioni, predisponendo quindi verso la socialità e la fiducia. L’individuazione dei percorsi delle strutture nervose che sottostanno all’azione dell’ossitocina è un fondamentale punto di partenza per la messa a punto di futuri farmaci per patologie collegate alla cognizione sociale, come autismo, schizofrenia e certi stati d’ansia. «Decifrare le basi molecolari della cognizione e del riconoscimento sociali è importante per lo sviluppo di nuovi protocolli diagnostici e terapeutici» dice Olga Lopatina della Krasnoyarsk State Medical University russa, coordinatrice di un articolo pubblicato sulla rivista Neuropeptides. «I trattamenti disponibili per il disfunzionamento sociale, come gli inibitori della ricaptazione della serotonina e le benzodiazepine sono inefficaci nei deficit di socialità» aggiunge Damien Gulliver della School of medical sciences dell’University of Sydney, autore con alcuni collaboratori di un articolo sulla rivista Trends in Pharmacological Studies. «Quindi sarebbe urgente avere a disposizione nuovi approcci per il trattamento dei deficit di socialità di molti disturbi psichiatrici. Si tratta di un bisogno molto sentito. Il sistema dell’ossitocina è un potenziale agente terapeutico per il controllo di questi sintomi». Al momento però gli studi clinici effettuati sull’uomo non permettono ancora di pensare a un diretto utilizzo dell’ossitocina come farmaco, anche perché una volta somministrata è poco stabile nell’organismo e inoltre non ne arriva abbastanza nelle zone del cervello dove dovrebbe agire. Si ricorre per questo alla sua somministrazione come spray nasale, via che sembra garantire una buona disponibilità là dove serve. Inoltre non sono ancora del tutto chiari gli effetti collaterali dell’ossitocina una volta somministrata come farmaco, senza contare che gli studi fin qui realizzati ancora non hanno consentito di individuare con precisione le dosi da utilizzare. L’ossitocina ha poi un aspetto ambiguo. Una ricerca pubblicata sulla rivista Science da parte di psicologi guidati da Carsten de Dreu dell’Università di Amsterdam, suggerisce che la sua capacità di stimolare comportamenti protettivi verso parenti e amici, potrebbe renderla strumento di intolleranza, inducendo atteggiamenti avversi nei confronti di chi non appartiene alla cerchia stretta delle conoscenze. Gli psicologi olandesi hanno realizzato tre diversi esperimenti su volontari: i primi due per verificare se l’ossitocina stimoli affetto tra i componenti di un gruppo e avversità verso gli estranei; un terzo per chiarire se i suoi effetti sono evidenti solo in persone che hanno già una personalità di tipo cooperativo. Alla fine è emerso che in effetti l’ossitocina, responsabile di atteggiamenti di cooperazione e salvaguardia e nei confronti del proprio gruppo di riferimento, genera atteggiamenti difensivi, pur se non apertamente ostili, nei confronti di chi è estraneo al gruppo ed è potenzialmente competitivo nei suoi confronti. Un risultato che conferma il ruolo primitivo dell’ossitocina quale neurormone quasi tribale, utile per funzioni importanti per lo sviluppo del gruppo, come la socialità il parto, l’allattamento e la protezione della prole, ma poco propenso a favorire la mescolanza tra gruppi e culture diverse.

·         Italiani. Odiatori, forse, buoni di sicuro.

I boat people salvati dall’Italia: «Che gioia riabbracciarvi». Pubblicato lunedì, 28 ottobre 2019 da Corriere.it. «L’incontro tra noi vietnamiti e gli ex marinai italiani? È stata un’emozione fortissima, intensa. Ho potuto conoscere e ringraziare chi mi ha salvato, ritrovando chi condivise quell’odissea con me. Anche se ero troppo piccola per ricordare, nella mia mente conservo tante immagini: un pezzo della mia vita che ho finalmente riordinato». Nguyen Luu Nha Uyen, 42 anni, soprannominata «Mimì» — «vezzeggiativo datomi da mio nonno che aveva combattuto per la Francia nella guerra d’Indocina» — sposata, praticante avvocato nel Veronese, si riferisce al pranzo di festa che sabato si è tenuto in una parrocchia a Minerbio, alle porte di Bologna. Commozione, lambrusco e birra, involtini primavera fritti e dolci di soia e cocco. Cento persone circa giunte da Veneto, Marche, Lazio, Puglia e altre regioni. Una novantina di vietnamiti con il passaporto italiano. Tra loro molte donne, tutte con indosso l’«Áo dài», lo sgargiante abito viet con cui hanno offerto medaglie ricordo — sorreggendo cartelli con scritto «grazie Italia» — agli invitati d’onore, una decina di ex militari della Marina. Oggi quasi tutti pensionati sulla sessantina. E che nel 1979 erano meccanici, radaristi e fucilieri. Molti di leva — tipo Angelo Spinosa, Tonino Condino e Pasquale Loprete — e un paio di carriera, tra cui l’ex palombaro del Comsubin Armando Luongo imbarcati sulla portaelicotteri «Vittorio Veneto» (all’epoca l’ammiraglia della nostra flotta), l’incrociatore «Andrea Doria» e la nave cisterna «Stromboli». Tre navi che dal 5 luglio di quell’anno percorsero 15.015 miglia (27.807 chilometri) salpando da La Spezia per raggiungere il mar Cinese meridionale, il giro di boa di una missione di salvataggio, con ritorno a Venezia il 21 agosto, il cui successo lasciò sbalordito tutto il mondo, inorgogliendo l’Italia. «Tutto nacque da una decisione improvvisa di Sandro Pertini, allora presidente della Repubblica, sconvolto e angosciato — è il ricordo nitido di Marcello De Donno, 78 anni, allora comandante in seconda della Vittorio Veneto e poi capo di Stato Maggiore della Marina dal 2001 al 2004 — dalle immagini dei boat people in navigazione disperata nel mar Cinese. Profughi senza possibilità di sopravvivenza». Parliamo dei sudvietnamiti cacciati dal regime comunista di Hanoi al termine del conflitto fratricida che insanguinò il Vietnam dal 1966 al 1975. Finita la guerra, gran parte del Sud venne trasformato in un immenso gulag dove chi aveva perso era destinato, nel migliore dei casi, alla «rieducazione». A partire dal 1978 «chi poteva, cercava di scappare pagando in lingotti d’oro le autorità del Nord che lucravano su queste fughe» racconta ancora «Mimì» Nha Uyen, figlia del maggiore industriale del settore ittico di Saigon. Come migliaia di altri sudvietnamiti, i suoi familiari e lei — che aveva due anni — riuscirono a imbarcarsi su una delle affollatissime «carrette del mare» dirette verso la costa malese. Da dove però i profughi venivano ricacciati in mare, dopo lo stupro delle donne e ormai derubati di tutto. «Possibilità di sopravvivenza pari a zero senza acqua né viveri e in balia di tempeste e attacchi dei pirati» rammenta De Donno. L’incontro con le tre navi italiane inviate da Pertini «con un gesto dimostrativo all’insegna della speranza, fu una specie di miracolo per quelle 907 persone soccorse e condotte in Italia dove quasi tutte sono poi rimaste». Nessuno tra i marinai che ha partecipato all’incontro bolognese aveva più rivisto i profughi viet. Il pranzo si è prolungato sino a notte fonda. «Avevamo tante cose da raccontarci» sorride «Mimì».

QUANDO LA MARINA MILITARE ITALIANA FECE QUALCOSA DI INCREDIBILE. Nicolò Zuliani per Termometro Politico il 4 settembre 2019. PREMESSA IMPORTANTE: questa è Storia, non opinioni. Ho raccontato e raccolto testimonianze di fatti accaduti quarant’anni fa di cui oggi ricorre l’anniversario. Chiunque desideri fare parallelismi o “interpretarlo” lo fa di sua iniziativa, non mia.

30 aprile 1975. Saigon cade, e assieme a lei tutto il Vietnam del sud. I comunisti si scatenano in un vortice di vendette verso militari e civili, instaurando un regime totalitario. Al loro arrivo un milione di persone viene prelevato per essere “rieducato”; sono sacerdoti, bonzi, religiosi, politici regionali, intellettuali, artisti, scrittori, studenti. A ogni angolo di strada spuntano “tribunali del popolo” in cui gli accusati non hanno diritto alla difesa, e a cui seguono esecuzioni sommarie. A migliaia vengono tolte case, beni, proprietà e vengono gettati nelle paludi, dette “Nuove Zone Economiche”, dove avrebbero dovuto creare fattorie e coltivazioni dal nulla. In realtà, li mandano a morire di fame. L’intero Vietnam del sud diventa un grande gulag, dove accadono orrori simili a quelli della Kolyma di Stalin.

Nel 1979, la popolazione cerca di scappare. Non possono farlo via terra, perché i paesi confinanti li respingono; l’unica opzione per intere famiglie consiste nel prendere barconi improvvisati e gettarsi in mare, lontano dai fucili e dai tribunali del popolo. Le immagini di questi disperati fanno il giro del mondo e dividono l’opinione pubblica mondiale, ancora divisa per ideologie pre-muro di Berlino. Il comunismo non può essere contestato né fare errori, sono “menzogne raccontate dai media che ingigantiscono la faccenda per strumentalizzarla”. Mentre l’occidente blatera, i rifugiati sui barconi scoprono di non poter sbarcare da nessuna parte. Vengono ribattezzati “boat people”, disperati con a disposizione due cucchiai d’acqua e due di riso secco al giorno che raccolgono l’acqua piovana coi teli di plastica e sono in balia di tempeste e crudeltà. Il governo della Malesia li rimorchia a terra per spennarli di tutti i loro averi, poi li rimette sulle barche dicendogli che stanno arrivando degli aiuti e li rimorchia in alto mare, dove taglia le funi e li abbandona a morire. A volte le tempeste tropicali li affondano, altre volte pescatori armati saltano a bordo e uccidono e stuprano finché sono stanchi, poi li abbandonano lì. A bordo c’è così tanta puzza da far svenire, e la fame è tale che ci sono episodi di cannibalismo. Navi occidentali si affiancano e gettano qualcosa da mangiare per fotografarli, poi se ne vanno.

Intanto, l’Italia è un mondo diverso. Sono anni difficilissimi tra inflazione alle stelle, bombe e attentati, ma il neonato benessere è ancora troppo recente per far dimenticare agli italiani il loro passato di povertà, ruralità ed emigrazione. Quando le immagini dei boat people vengono rese pubbliche da Tiziano Terzani il 15 giugno 1979, invece di aggiungersi al dibattito globale di opinionisti e intellettuali impegnati a decidere se salvare dei profughi di un regime comunista sia un messaggio capitalista o no, Pertini capisce che ogni minuto conta, chiama Andreotti e dà ordine di recuperarli e portarli in Italia. Andreotti è presidente del Consiglio, ma è stato prima ministro della difesa. Quella che riceve è una richiesta folle, perché l’Italia non ha mai fatto missioni simili né per obiettivo né per distanza. Ora però il ministro della difesa è Ruffini, e dice che in teoria è fattibile. Insieme scelgono come braccio destro Giuseppe Zaberletti, uno che aveva già dimostrato un’estrema capacità organizzativa in situazioni di crisi, e si mettono a studiare il da farsi. Non sanno quanti sono, né in che zona precisa; sono fotografie sfocate in mezzo al nulla.

Se il primo problema è il dove, subito dopo vengono tempo e lingua. Il mondo del 1979 non parla inglese, figurarsi il vietnamita. Anche gli interpreti scarseggiano e non c’è tempo di trovarli, però c’è la Chiesa. Andreotti domanda al Vaticano se ha a immediata disposizione preti vietnamiti e gli arrivano padre Domenico Vu-Van-Thien e padre Filippo Tran-Van-Hoai. Per un terzo interprete, i Carabinieri piombano all’università di Trieste, scorrono i registri e reclutano sul posto uno studente, Domenico Nguyen-Hun-Phuoc. A quel punto, Ruffini può alzare il telefono.

Tolone, Francia 27 giugno 1979. L’incrociatore Vittorio Veneto dell’ottavo gruppo navale è alla fonda a Tolone, in Francia, dopo aver finito la stagione. L’equipaggio di 500 uomini non vede l’ora di sbarcare per abbracciare le proprie famiglie, quando nelle mani del comandante Franco Mariotti arriva un cablogramma urgentissimo dall’ammiraglio di Divisione Sergio Agostinelli, a bordo dell’Andrea Doria. Ordina di tenere a bordo solo il personale addetto alle armi, poi di riadattare l’assetto della nave e salpare alla volta di La Spezia per riunirsi all’Andrea Doria per una missione di recupero. Quando capiscono di cosa si tratta, gli equipaggi si esaltano. Mariotti lascia a terra 350 uomini, che invece chiedono di restare a bordo per aiutare. Predispone 300 posti letto per donne e bambini su letti a castello nell’hangar a poppa, e 120 posti per gli uomini a prua. L’alloggio sottufficiali diventa un’estensione dell’infermeria, e sotto il ponte di volo viene adibita la zona d’aria. Servono almeno dieci bagni in più, ma ce la fa. Impiega cinque giorni a cambiare l’assetto, e solo al quarto giorno, prima di partire, ordina agli uomini di scendere a salutare le famiglie. Arrivano a La Spezia il 4 luglio, dove vengono caricati e istruiti medici, infermieri, interpreti, medicinali e vestiti. Il giorno dopo salpano alle 10 diretti verso il sud di Creta, dove si riuniscono con la nave logistica Stromboli, comandata dall’ammiraglio Sergio Agostinelli; in totale ci sono 450 posti letto sulla Vittorio Veneto, 270 sulla Doria e 112 sulla Stromboli. È un viaggio orrendo, nella stagione peggiore. Oltre al caldo mostruoso del mar Rosso, i monsoni dell’oceano Indiano portano il vento a forza 7. Onde lunghe e gigantesche che mettono a dura prova i 73,000 cavalli vapore degli incrociatori. Dopo 10 giorni di navigazione ininterrotta, il 18 luglio ormeggiano a Singapore e caricano le provviste supplementari, così da dare il tempo all’intelligence di fare “ricognizione informativa” e di improntare un piano. In quattro giorni parlano con l’ambasciatore della Malesia, con l’addetto della marina militare inglese, i portavoce di World Vision International e definiscono le zone da pattugliare. Le direttrici di fuga sono cinque: due verso Thailandia e Hong Kong, di scarso interesse perché passano per acque territoriali. Le altre tre sono di preminente interesse, cioè dall’estremo sud del Vietnam verso la Thailandia (costa occidentale del golfo del Siam), verso Malesia e isole Anambas dell’Indonesia. Le ultime due sono le più probabili perché sono vicine alla piattaforma petrolifera della Esso, che per chi mastica poco il mare è l’unico polo di attrazione. Diventa la zona operazioni. Ma devono fare 12,000 chilometri senza scalo.

La navigazione più lunga mai fatta dalla Marina militare italiana. Alle 10 del 25 luglio salpano alla volta del mar cinese meridionale e golfo del Siam. Durante la notte, va e viene un eco radar. Il giorno dopo il mare è a forza 4 (esempio), e il ponte viene spazzato da raffiche di vento e acqua. Alle 8.15, con un coraggio notevole, l’Agusta Bell 212 si alza in volo per investigare le coordinate e localizza la prima barca alla deriva. È un catorcio di 25 metri carico fino all’inverosimile che sta colando a picco davanti alla piattaforma della Esso. L’Andrea Doria dà l’avanti tutta e arriva a prenderli alle 9.20, carica su un gommone interprete, medici, scorta e glielo manda incontro in mezzo alla burrasca che monta, raccomandandosi di rispettare norme di prevenzione e contagio. Il gommone si affianca e gli interpreti recitano un testo che hanno imparato a memoria. «Le navi vicine a voi sono della Marina Militare Italiana e sono venute per aiutarvi. Se volete potete imbarcarvi sulle navi italiane come rifugiati politici ed essere trasportati in Italia. Attenzione, le navi ci porteranno in Italia, ma non possono portarvi in altre nazioni e non possono rimorchiare le vostre barche. Se non volete imbarcarvi sulle navi italiane potete ricevere subito cibo, acqua e assistenza medica. Dite cosa volete e di cosa avete bisogno». Un’onda allontana il gommone, e una donna vietnamita, convinta che gli italiani li stiano abbandonando come tutti, gli lancia il proprio figlio a bordo. I marinai erano italiani del 1979, un mondo in cui non esistevano i social e queste scene non erano già state raccontate. A quella vista, impazziscono. Tutte le procedure per evitare contagi vengono infrante, e dallo scafo tirano fuori 66 uomini, 39 donne e 23 bambini. Teodoro Porcelli, all’epoca marinaio di vent’anni, è sul barcarizzo di dritta quando riconsegna il figlio alla madre. Lei per tutta risposta gli accarezza i capelli e si mette a piangere, poi portano insieme il bambino dal dottore. Sono i primi di tanti altri che arriveranno nei giorni successivi. A bordo degli incrociatori, gli uomini sgobbano come animali. Infermerie, lavanderie, forni e cucine lavorano senza sosta, coi panettieri che danno il turno e i cuochi che devono allestire 1000 pasti al giorno, di cui una doppia razione per i macchinisti che sono ridotti a pelle e ossa per a far andare le quattro caldaie Ansaldo-Foster Wheeler contro le onde, il tutto con temperature tropicali e navi tutt’altro che adatte. Medici e marinai devono stare attenti a 125 bambini che una volta nutriti corrono dovunque, ma ovviamente prediligono il ponte di volo. Il 31 luglio a bordo dell’Andrea Doria nasce un bambino che la madre battezza col nome di Andrea. Marsicano lo avvolge con un vestitino di seta che doveva regalare a sua figlia. I vietnamiti più in salute vogliono essere d’aiuto e fare qualcosa, così vengono messi a fare i lavori del mozzo secondo il vecchio e famosissimo proverbio della Marina. Il 1 agosto a bordo delle navi non c’è più spazio fisico; hanno navigato per 2640 miglia, esplorato 250,000 kmq di oceano e salvato 907 anime. L’ammiraglio dà ordine di tornare a casa, e il 21 agosto 1979 i tre incrociatori entrano in bacino San Marco. Ad accoglierli c’è un oceano di gente, oltre a chi ha pianificato l’operazione fin dall’inizio: Andreotti, Ruffini, Zamberletti e Cossiga, che in seguito alla crisi di governo ha sostituito Andreotti. A bordo ci sono malattie anche tropicali e uomini malmessi, così a qualcuno viene in mente che Venezia, riguardo a importazioni di merci e uomini, qualcosina ne sa. Così, proprio come faceva la Serenissima novecento anni prima, i vietnamiti vengono messi in quarantena nel Lazzaretto vecchio e in quello nuovo. Quelli che non ci stanno vengono spediti in Friuli. Sono entrati così in simbiosi con l’equipaggio che a parte pianti, abbracci, baci e giuramenti, alcuni si rifiutano di scendere dalla nave chiedendo se possono arruolarsi. Alla fine ci sarà uno scambio di dichiarazioni tra vietnamiti ed equipaggio: «Ammiraglio, comandante, ufficiali, sottufficiali e marinai; grazie per averci salvati! Grazie a tutti coloro che con spirito cristiano si sono sacrificati per noi notte e giorno. Voi italiani avete un cuore molto buono; nessuno ci ha mai trattato così bene. Eravamo morti e per la vostra bontà siamo tornati a vivere. Questa mattina quando dal ponte di volo guardavamo le coste italiane una dolce brezza ci ha accarezzato il viso in segno di saluto e riempito di gioia il nostro cuore. Siete diversi dagli altri popoli; per voi esiste un prossimo che soffre e per questa causa vi siete sacrificati. Grazie.»

L’ammiraglio risponde da paraculo da italiano: «Noi siamo dei militari; ci è stata affidata una missione e abbiamo cercato di eseguirla nel modo migliore. Siamo felici d’aver salvato voi e così tanti bambini e di portarvi nel nostro paese. L’Italia è una bella terra anche se gli italiani, a volte, hanno uno spirito irrequieto. Marco Polo andò con pochi uomini alla scoperta dell’Asia; voi venite in tanti nel nostro piccolo mondo. Sappiate conservare la libertà che avete ricevuto.»

Vengono creati campi d’accoglienza a Chioggia, Cesenatico e Asolo. Il popolo italiano si mobilita in massa; vengono raccolti 26.500.000 di lire tramite raccolta di abiti usati e altrettanto arriva tramite donazioni private. Arrivano offerte di lavoro e di abitazione, una famiglia si offre di costruire una casa alle famiglie, una ditta si offre di arredarla. Una scolaresca raccoglie i soldi per comprare un motorino e una macchina da cucire, i dipendenti della Banca Antoniana si tassano lo stipendio fino all’agosto del 1980, versando ogni mese i loro risparmi nel conto corrente della Caritas. I commercianti padovani inviano generi alimentari, molti ospitano i rifugiati nelle loro case ad Arsego, San Giorgio delle Pertiche, Fratte e Zugliano. Ruffini, ricordando la storia, dirà che “potevo considerarmi soddisfatto della mia intera esperienza politica per il solo fatto di aver potuto contribuire alla salvezza di quei fratelli asiatici”. I vietnamiti si integrano alla perfezione, diventano italiani o disperdendosi per l’Italia arrivando oggi alla terza generazione. Parecchi marinai prenderanno la medaglia di bronzo. Quarant’anni dopo, i marinai e i profughi hanno aperto un gruppo Facebook per ritrovarsi. State attenti ad aprirlo se avete la lacrima facile. “A tutti i marinai della “Stromboli”, noi vietnamiti vi siamo molto riconoscenti. Se non ci foste venuti in aiuto, noi ora non saremmo probabilmente vivi. Vi pensiamo spesso, ora che siamo qui al sicuro e ricordiamo quanto buoni e gentili siete stati con noi. Il vostro ricordo rimarrà sempre nel nostro cuore e anche se non ci vediamo più, noi vi penseremo che con affetto, riconoscenza e nostalgia. Grazie ancora!”

Odiatori, forse, buoni di sicuro, scrive Stefano Filippi, Mercoledì 17/04/2019, su Il Giornale. Marco Peronio dirige la cooperativa sociale Il Mosaico attiva tra Udine e Gorizia, una zona che fu invasa da migranti che arrivavano in Italia non con i barconi ma via terra, attraverso la Turchia, i Balcani e il confine con la Slovenia. «Dormivano nel letto del fiume Isonzo, in mezzo alla città racconta -. Nel centro di Udine le tendopoli rimasero per mesi». L'emergenza non suscitò grandi clamori. Ma la gente del posto era furibonda. «Un giorno venne il ministro dell'Interno, Angelino Alfano scuote la testa Peronio -. Invece di dire che si sarebbe dato da fare per aiutare residenti e immigrati, se la prese con i friulani poco accoglienti. Fu un assist colossale alla Lega». Si può dire che quello fosse un popolo di odiatori o di razzisti? Peronio risponde con un esempio: «La mia coop fu molto coinvolta nella gestione dell'emergenza. Un giorno lanciammo un appello per raccogliere coperte. Ne ricevemmo migliaia: al mattino la gente protestava in piazza e la sera veniva ad aiutarci. Erano persone cattive? No, erano esasperate dall'immobilismo delle istituzioni». Odiatori o donatori? Razzisti o solidali? Possono convivere queste due anime nelle stesse persone? Sembrerebbe di no, guardando ai romani che nei giorni scorsi hanno protestato violentemente contro i rom a Torre Maura giungendo a calpestare il pane destinato al centro di accoglienza. Gli episodi di intolleranza sarebbero in aumento. L'ultimo rapporto Censis parla di quello italiano come «un popolo incattivito e rancoroso», dove la quota di persone ostili verso gli immigrati supera dell'11 per cento la media europea. Eppure, altri dati contraddicono questa descrizione dell'Italia. Sono i numeri delle donazioni, per esempio, in forte crescita. Secondo l'Italy giving report, elaborato da MyDonor e Associazione italiana fundraising per il mensile Vita, negli ultimi tre anni gli italiani sono stati sempre più generosi verso onlus, associazioni di promozione sociale, enti di ricerca scientifica o medica. Nel 2015 sono stati donati 4,59 miliardi di euro, saliti a 5,1 miliardi nel 2016 (+11 per cento) e a 5,36 miliardi nel 2017: l'aumento è del 5,4 per cento rispetto ai 12 mesi precedenti e del 17% su due anni prima. La ricerca segnala che crescono sia la somma totale sia il numero di donatori: sempre più italiani aprono il portafogli per iniziative benefiche.

8 MILIONI DI GENEROSI. Secondo l'Istituto italiano della donazione sono 8,3 milioni i connazionali che sostengono almeno un progetto non profit con una o più elargizioni in denaro: se limitiamo questo numero sulla popolazione con più di 14 anni, ha donato soldi 1 italiano su 5. Una crescita nel numero di donatori è segnalata anche dalla ricerca Italiani solidali della Doxa (ottobre 2018) e dall'indagine campionaria Sinottica di Gfk, che registra un allargamento della platea dei donatori per la prima volta dopo la gara di solidarietà seguita allo tsunami di fine 2004. La domanda resta: italiani odiatori o donatori? Come spiegare questa contraddizione? «Il paradosso sussiste per chi adotta la narrazione del mondo progressista-illuminista, per cui in Italia sarebbero in aumento odio, razzismo, fascismo e così via», risponde il sociologo Luca Ricolfi, che insegna Analisi dei dati all'università di Torino ed è presidente della Fondazione David Hume. «Ma se non si aderisce a questa narrazione, che al momento non è suffragata da alcuna prova scientifica, non c'è alcun paradosso aggiunge Ricolfi -. Nelle società moderne i bisogni di autorealizzazione e di autostima sono strettamente intrecciati, per cui non vi è nulla di strano nel fatto che il bisogno di realizzare sé stessi (che è una modalità della deriva individualistica) si accompagni a un aumento dei comportamenti solidaristici: la solidarietà, il volontariato, le donazioni di ogni tipo sono potenti strumenti di accrescimento dell'autostima e del prestigio sociale». L'attenzione agli altri come occasione di realizzazione personale. Gli studi sulle donazioni rilevano un aumento dei soldi raccolti su Facebook, i cui principali beneficiari sono l'Associazione contro le leucemie, Save the children, Emergency, l'Associazione sclerosi multipla e l'Ente nazionale protezione animali. È una generosità non più mediata dal passaparola e dal rapporto personale, ma sollecitata dalle reti sociali. La disintermediazione si nota anche nel crollo delle donazioni tramite sms: dai telefonini erano stati raccolti 46 milioni di euro nel 2016, anno dei terremoti nel Centro Italia, precipitati a 18,5 milioni nel 2017.

IMPRESE DI CUORE. Sicuramente s'è allentata la pressione mediatica, ma gran parte del crollo è dovuto alla delusione per il cattivo uso di quei fondi. Alla gente che ne ha bisogno ne arriva una parte ridottissima. È in crescita anche la somma erogata dalle aziende. Qui il dato più interessante è che le donazioni delle aziende medio grandi, pari a 240,73 milioni di euro, hanno superato quelle delle fondazioni corporate (214,25 milioni di euro), che pure hanno nel Dna lo spirito solidaristico. La responsabilità sociale e ambientale tocca l'84 per cento delle imprese; una su 3 è impegnata in progetti di filantropia internazionale e sono sempre più numerose le società che inseriscono queste attività nella strategia aziendale, senza farle dipendere dai risultati economici. L'indagine Gkf segnala un fenomeno interessante. Cresce la raccolta di fondi per cause nazionali, a scapito di quelle internazionali e a sostegno di emergenze umanitarie. Si può parlare di un «sovranismo della bontà», oppure è un segno della volontà di occuparsi di quello che un tempo si chiamava «il prossimo tuo»? Ricolfi sgombra il campo da un equivoco: «La parola sovranismo è essenzialmente un costrutto dei media, dotato di scarsissimo potere interpretativo. La stragrande maggioranza degli elettori non ha un'idea precisa del significato del termine, e si muove a un livello molto più terra terra». A un cittadino normale, spiega Ricolfi, non si sente dire che «dobbiamo difendere l'italianità» o «recuperare sovranità rispetto all'Europa»: «Queste sono cose che dicono i politici, e pappagallescamente ripetono, approvando o disapprovando, i giornali e le tv». La gente pensa cose più semplici. «Ad esempio, che ci sono troppi luoghi in mano alla malavita, che non ha senso che chi ruba, spaccia, aggredisce non vada in carcere o ci stia pochissimo, che è inammissibile che si entri in Italia senza chiedere il permesso, che non è giusto che in certe scuole e in certi ospedali non ci sia spazio per gli italiani.

NATIVI E IMMIGRATI. Soprattutto, la gente pensa che non sia giusto che i poveri siano abbandonati se sono italiani, mentre se hanno lo status di richiedenti asilo usufruiscono automaticamente di attenzioni e risorse». Per il sociologo, «quello cui stiamo assistendo più che una proliferazione dell'odio - è un curioso ritorno di cultura civica, di cui le donazioni sono un tipico ingrediente. Il mondo progressista non è in grado di vedere il fenomeno perché si è abituato a pensare che gli unici cittadini degni di questo nome siano i cittadini del mondo, per cui nativi e immigrati hanno sostanzialmente i medesimi diritti, mentre fino a ieri pensava quel che ancora pensa la stragrande maggioranza delle persone, e cioè che uno Stato ha dei doveri innanzitutto verso i suoi cittadini». In questa chiave, l'antinomia tra odiatori e donatori esprime il malessere di chi non si sente ascoltato, ma piuttosto rimproverato dalle classi intellettuali, da quella che Ricolfi definisce «la sbornia cosmopolita che negli ultimi vent'anni ha contagiato la cultura progressista, ma anche le grandi organizzazioni sovranazionali, per loro natura propense ad assumere atteggiamenti illuministici». Quello cui stiamo assistendo è soprattutto «un rafforzamento della solidarietà interna»: «La gente non odia neri e migranti, ma detesta i politici che ne hanno assunto la rappresentanza, dimenticando che sono stati eletti per proteggere i cittadini che li hanno votati, non per dare risposte alle aspirazioni dei cittadini di altri Stati. Il risveglio dello spirito civico, ossia delle reti di solidarietà fra cittadini che si riconoscono nella medesima comunità, è anche una risposta a quello che viene percepito come un tradimento delle élite: il cosmopolitismo è il contrario dello spirito di comunità».

·         Dagli al Rom.

Insulti e sputi ai bambini rom usciti dal cinema. Succede a Napoli. L’assessora all’immigrazione denuncia il clima d’odio creato deliberatamente, scrive il 13 Aprile 2019 su Il Dubbio. Prima li hanno circondati e insultati.  Poi sono passati ai fatti aggredendoli con spinte, calci, sputi. E’ accaduto ieri sera a Napoli. Gli aggressori erano quattro ragazzini, gli aggrediti invece erano sette bambini appena usciti dal cinema. La loro colpa? Quella di essere di etnia rom. Insieme a loro c’erano anche due donne, due operatrici che hanno immediatamente denunciato l’aggressione.  L’assessore comunale all’ immigrazione, Laura Marmorale,  accusa: “C’è chi sta creando artatamente un clima di odio, violenza e discriminazione”. I ragazzini hanno inseguito il gruppo per alcune decine di metri, minacciando di usare dei coltelli: quando le operatrici sociali e i nomadi hanno trovato rifugio in un bar, si sono dileguati. “Un gesto di una gravità inaudita che va immediatamente condannato e stigmatizzato. Faremo di tutto per rintracciare e denunciare questi ragazzini, per togliere loro le armi, verbali e materiali, per metterli davanti ai bambini che volevano ferire e umiliare per mostrare loro cosa sono davvero: bambini, persone”, conclude Marmorale. “Insisteremo – sottolinea l’assessore Marmorale – nella volontà di colmare la grande povertà educativa di questi ragazzi supportando e potenziando il lavoro prezioso di scuole ed educative territoriali . Non resteremo muti davanti a simili scene, denunceremo e reagiremo sempre. Napoli non sarà mai rappresentata da chi seleziona le persone per ‘sottrazione’. Nessuna forma di razzismo resterà impunita. A nessun bambino, a nessuna mamma deve essere negato il diritto di poter passeggiare per strada, di poter andare al cinema, di poter vivere. Ai 7 bimbi, alle mamme, alle 2 operatrici sociali della coop Dedalus esprimo tutto il mio sostegno e solidarietà, aspettandoli a Palazzo San Giacomo quanto prima. Ai proprietari di un bar di Piazza Dante che non si sono omologati e rassegnati alla paura e hanno accolto, protetto e confortato, dico grazie. Siete voi l’anima della nostra città”.

Viene liberata perché è incinta: "madame furto" deruba un'invalida. Condannata a 25 anni di carcere, la rom riesce a farla franca perché incinta. Torna subito a rubare e se la prende con un'anziana in sedia a rotelle. Sergio Rame, Martedì 18/06/2019, su Il Giornale. Era stata accompagnata dai carabinieri nel carcere di Rebibbia, il 30 maggio scorso, per scontare la pena definitiva di 25 anni di reclusione. Ma dal momento che è incinta (per l'undicesima volta), la ormai celeberrima "madame furto" è riuscita a ottenere il beneficio del "differimento pena", cioè a scontare la condanna dopo il parto. Approfittando della sua libertà, Vasvija Husic, 33enne bosniaca e borseggiatrice seriale, è tornata subito al "lavoro" in compagnia di tre complici e, come riporta l'agenzia Adnkronos, è stata nuovamente arrestata dai carabinieri dopo aver derubato una disabile in sedia a rotelle. Vasvija Husic è già stata arrestata più di quaranta volte. Eppure, in carcere, non ci è mai andata. Il motivo lo ha spiegato lei stessa a fine maggio mentre usciva dal tribunale di Roma dopo il processo per direttissima. "In galera - aveva detto - non ci vado, sono incinta...". A 33 anni la rom di origine bosniache ha imparato molto bene come aggirare la legge italiana e così, dopo aver partorito dieci figli, ha "usato" l'undicesima gravidanza per stare alla larga dalla galera e rimandare la condanna a dopo il parto. I giudici sono sempre stati molto accomodanti con lei. Anche, durante l'ultimo processo, sono state tenute in conto "le condizioni e la tenera età dei figli", alcuni dei quali hanno meno di tre anni. E così, sapendo di farla sempre franca, anche oggi è tornata a fare quello che le riesce meglio: derubare i passanti. Questa mattina i miliari, che erano in servizio indossando abiti civili, hanno riconosciuto la Husic mentre si aggirava in compagnia di tre "colleghe", di 36, 22 e 14 anni, all'interno della metropolitana alla fermata Flaminio. Ad un certo punto il quartetto ha preso di mira una turista peruviana di 86 anni, disabile in sedia a rotelle, e dopo averla accerchiata le hanno rubato il borsello con il denaro, approfittando della calca. Fortunatamente i carabinieri sono intervenuti immediatamente bloccando le quattro donne e recuperando l'intera refurtiva. Dopo l'arresto "madame furto" e le altre due maggiorenni sono state sottoposte al rito direttissimo nel corso del quale il giudice ha convalidato l'arresto e ne ha disposto l'accompagnamento presso il carcere di Rebibbia femminile. Per la 14enne si sono, invece, aperte le porte del centro prima accoglienza di via Virginia Agnelli.

In carcere anche se incinte: le ladre rom non la scampano. La lotta del ministro dell'Interno contro le ladre rom: "Nonostante la scusa della gravidanza, mandate in carcere. Ai loro numerosi figli penseranno i rispettivi mariti". Giorgia Baroncini, Sabato 22/06/2019, su Il Giornale. Ladre rom ancora in azione alla stazione di Termini. Due donne pregiudicate hanno derubato un turista americano in arrivo nella Capitale per un bottino di oltre 4mila euro. Ma questa volta, la gravidanza non potrà salvare le due. Lo ha annunciato il ministro dell'Interno con un post sul suo profilo Facebook. "Gli agenti le hanno identificate, arrestate e, nonostante la scusa della gravidanza, mandate in carcere", ha spiegato Matteo Salvini. Così il vicempremier leghista fa riferimento alla vicenda di "madame furto", la ladra rom arrestata più di quaranta volte, ma che in prigione non è mai stata. Perché? "Sono incinta", aveva spiegato la 33enne rom di origine bosniache. Un figlio dietro l'altro (quest'ultima è la sua undicesima gravidanza) e la giustizia italiana non riesce a rinchiuderla dietro alla sbarre. E Salvini non ci ha visto più: "Questa maledetta ladra in carcere per trent'anni, messa in condizione di non avere più figli, e i suoi poveri bimbi dati in adozione a famiglie perbene. Punto", aveva cinguettato il ministro, creando non poche polemiche. Ora, dopo l'ennesimo caso di furto, arriva un nuovo messaggio del leghista contro i rom. "Hanno derubato un turista americano. Ai loro numerosi figli penseranno i rispettivi mariti. Tolleranza zero per questa gente".

La circolare del giudice Greco: "Rilasciate le ladre rom incinta". La Procura di Milano sotto accusa per una circolare firmata dal procuratore capo Francesco Greco, che di fatto lascia in libertà le ladre-madri. Pina Francone, Lunedì 24/06/2019 su Il Giornale. Per snellire le procedure e non intasare il Tribunale, dal Palazzo di Giustizia di Milano è partita una circolare, datata 12 dicembre 2016 e firmata dal procuratore capo Francesco Greco (e dalla coordinatrice dell'Ufficio esecuzione Chiara De Iorio) che invita a rilasciare le ladre in gravidanza. L'ordinanza sarebbe stata invitata a questura e comando provinciale dei carabinieri per velocizzare quelle procedure che avrebbero comunque un esito scontato, visto quanto prevede l'articolo 146 del codice penale, ovvero il differimento dell'esecuzione per donne in gravidanza o con figli di età inferiore a un anno. Tutto ciò si trasforma in un assist con la "a" maiuscola per le borseggiatrici rom – da "Madame furto" in giù, per intenderci –, che sfruttano appieno tale direttiva del giudice capo meneghino. Come scritto da ilgiornale, le ladre di etnia rom utilizzano la gravidanza come lasciapassare per non finire dietro le sbarre e molte di loro arrivano a Milano in trasferta, da Roma, per delinquere. L'ultimo caso, come registrato da IlGiorno, su un Frecciarossa partito da Roma e diretto, per l'appunto, a Milano: a bordo del treno veloce, sabato mattina, due donne nomadi sono state fermate dagli agenti della Polfer, dopo aver scippato un passeggero proprio lungo il viaggio sui binari; altre tre, invece, sono state denunciate per interruzione di pubblico servizio perché durante la fuga sono finite sui binari, rischiando di essere investite da un treno Italo: solo la prontezza di riflessi del macchinista ha sventato la tragedia.

L'allarme della Polfer: rom incinte da Roma in trasferta per rubare. Gruppi di nomadi in gravidanza arrivano a Milano: qui è più facile evitare l'arresto. Paola Fucilieri, Lunedì 24/06/2019, su Il Giornale. Uno degli ultimi episodi che hanno fatto discutere, risale solo a domenica scorsa. Due donne - entrambe nomadi, entrambe croate e incinte - avevano attirato l'attenzione dei condomini di una palazzina in corso Sempione. Che, intorno alle 13, dopo averle notate aggirarsi per le scale dello stabile, avevano preso d'assalto il centralino della questura. Le telefonate arrivate in via Fatebenefratelli avevano tutte lo stesso tenore: «Ci sono delle zingare nel palazzo» spiegavano allarmati i residenti. Al loro arrivo i poliziotti delle «Volanti» le hanno bloccate e avrebbero voluto arrestarle per tentato furto, tuttavia l'avanzato stato di gravidanza delle donne lo ha impedito. E pensare che la più giovane, una 31enne, aveva un cumulo di pena pendente - sempre per furti in casa e in alcuni casi anche per scippo - di ben 22 anni complessivi. Di storie a Milano sono pieni i «mattinali» delle forze dell'ordine. Al punto che l'assessore alla Sicurezza della Regione, Riccardo De Corato, ne ha fatto da tempo una sua battaglia personale. Così non coglie di sorpresa la segnalazione della Polfer all'agenzia di stampa Adnkronos sulla migrazione di donne rom incinte e/o con figli piccoli da Roma a Milano, dove sarebbe più facile evitare l'arresto. La Procura ambrosiana infatti a dicembre 2016 ha emanato una circolare che stabilisce di non procedere alla formalizzazione dell'arresto se le persone fermate sono incinte o hanno figli in tenera età. Ed è per questo che il fenomeno di queste «trasfertiste del furto» viene monitorato con attenzione. Basti pensare che ad aprile, durante il Salone del Mobile, tra le 17 rom (tutte senza documenti) controllate dalla Polmetro dopo una lunga lista di borseggi, addirittura 13 erano incinte. A febbraio una 36enne di origine bosniaca, appartenente a una notissima famiglia rom della malavita romana, con una quarantina di denunce alle spalle e un cumulo di pena di nove anni per furto, venne bloccata da tre donne mentre rubava alla stazione ferroviaria «Garibaldi». La nomade aveva addosso alcuni effetti personali della derubata, e venne arrestata. Quando la ladra spiegò di sentirsi male venne accompagnata per accertamenti alla clinica Mangiagalli, da dove venne subito dimessa quando si scoprì che già da qualche mese aspettava un figlio. Ci fu così un accordo con il pubblico ministero di turno per portare la borseggiatrice di fronte al giudice per le «direttissime» solo quattro mesi dopo, cioè in questi giorni, quando la bosniaca è stata finalmente sottoposta a giudizio. In questo non indifferente lasso di tempo la borseggiatrice non è mai andata in carcere proprio perché incinta. Ora non ci andrà perché madre di un neonato. Intanto sabato mattina in stazione Centrale si è sfiorata la tragedia. Da un «Frecciarossa» in sosta sono scese velocissime cinque donne che, subito dopo aver borseggiato un viaggiatore, hanno cercato di svignarsela attraversando i binari. Solo una brusca frenata del macchinista di un treno «Italo» in arrivo in stazione ha evitato che fossero investite. La Polfer ha denunciato a piede libero due di queste rom per furto e altre tre per interruzione di pubblico servizio. Ma è chiaro che poteva finire molto peggio.

Rom violenti e fuori controllo: a Firenze sono loro i padroni. I rom fanno da padron nei parcheggi e qui ci vivono abusivamente. Un nomade ha perso il controllo del suo camper e per poco non finiva in tragedia. Costanza Tosi, Martedì 18/06/2019, su Il Giornale. Rom violenti e fuori controllo. A Firenze come nel resto d’Italia, dove non mancano baraccopoli abusive e parcheggi comunali trasformati in veri e propri campi rom. Parcheggi inviolabili, come quello dell’Isolotto di Firenze dove vivono a bordo di roulotte e camper decine di sinti. Un incubo per i residenti che da tempo denunciano. Inutilmente. Ieri sera l’ennesima tragedia sfiorata quando un rom, che vive accampato lì con la sua famiglia, forse in stato di ebrezza, ha perso il controllo del suo camper e, a tutta velocità, è andato a sbattare contro le auto parcheggiate, distruggendole. Dopo l’urto è fuggito con il camper distrutto. A bordo del mezzo anche un bambino visibilmente impaurito. “Ha iniziato ad andare volutamente a zig-zag nel piazzale investendo tutte le auto in sosta. Per la forte velocità ha urtato e ribaltato pure una macchina. Abbiamo sentito un grande boato, sembrava fuori di testa - ci dice Davide, testimone oculare -. È ripartito non si sa come, con il camper tutto distrutto. Abbiamo provato a dirgli di fermarsi ma è fuggito, abbiamo rischiato di essere investiti. La situazione era surreale, sembrava di essere sul set di un film hollywoodiano. Il camper non si fermava. È un miracolo se non ci sono stati feriti. All’interno della macchina che ha investito per prima c’era un papà con una bambina, erano scesi un secondo prima del violente impatto. Ha distrutto tutto, forse ha litigato con la moglie.” Questa non è la prima volta che le famiglie rom, che occupano abusivamente il parcheggio, creano problemi ai residenti. Solo qualche settimana fa gli abitanti avevano denunciato alla polizia locale l’occupazione dei parcheggi. I rom si sono impossessati della zona e hanno trasformato un’aiuola in una discarica. “Non si può vivere così – ci dice la signora Adele – da quando ci sono loro in giro abbiamo paura di essere derubati. Si vede, vanno in giro tutto il giorno. Come fanno a vivere? Come fanno ad andare avanti? Mi chiedo come mai il comune non accia nulla per mandarli via, non è normale che si accampino qui, in un parcheggio.”

Quando si sgomberano gli zingari la legge vale doppio e nessuno li difende, scrive il 21 Novembre 2018 Dijana Pavlovic, Attrice, attivista per i diritti umani, su Il Fatto Quotidiano. La sindaca di Roma ha provveduto con un piccolo esercito di 1000 uomini a “espugnare” dopo 20 anni otto villette abusive della famiglia rom dei Casamonica, con il governo in forze – presidente del Consiglio e ministro degli Interni – a celebrare la “giornata storica” mentre qualche giornalista “colto” definiva “stile rom” dell’abitare lo sfarzo pacchiano di quelle abitazioni. Il sindaco di Gallarate, cittadina in provincia di Varese, ha deciso lo sgombero di una piccola comunità sinta – circa 100 adulti e bambini – per “manufatti abusivi” su terreno comunale sul quale queste famiglie di cittadini italiani residenti a Gallarate da sempre vivono da 11 anni. Sembrano due notizie coerenti con la linea del rigore della legge e certamente a Roma come a Gallarate non saranno più tollerati abusi e son certa che si procederà ad abbattere tutte le costruzioni abusive degli ultimi decenni. Invece queste due notizie di coerente hanno solo il fatto che riguardano degli “zingari”. E le differenze ci sono. La prima è che se l’abusivo è uno “zingaro” il rispetto della legge vale doppio, perché nessuno dirà una parola in sua difesa, i sindaci otterranno più consenso dai cittadini perbene, mentre la stessa legge non si applica agli altri cittadini italiani, quelli “normali”, o se ci si prova viene giù il mondo e casomai si fanno, come avviene ancora oggi, apposite leggi perché l’abusivismo rimanga impunito. Ma c’è un’altra differenza per me più importante. La legge va rispettata e applicata, ma la Legge impone divieti e anche tutele. La differenza tra le famiglie Casamonica e i sinti di Gallarate è che i secondi non hanno costruito ville abusive, ma vivono in container, in roulotte disposte intorno alla piccola chiesa della loro comunità evangelica, su un terreno loro assegnato dalle precedenti amministrazioni e, seppur poveri, vivono in modo onesto e mandano i figli nelle scuole locali come tutti gli altri abitanti di Gallarate. Questo lo sa il sindaco di Gallarate, come sa che quelle famiglie su quel terreno assegnatogli da un precedente sindaco hanno costruito, perché nessuno interveniva, manufatti abusivi che sono in prevalenza servizi igienici di cui quel terreno era privo; sa che quella comunità non dà fastidio a nessuno, collocata com’è ai margini della città, e sa, infine, che lo sgombero distrugge la vita di quelle famiglie, perché gli adulti perderanno tutto, non solo le cose materiali, ma le relazioni che da anni hanno instaurato per le loro attività e i loro figli, nati e cresciuti a Gallarate, perderanno quello che oggi è l’unico vero elemento di inclusione che possono avere: la scuola e con essa la speranza di un futuro migliore. In questi ultimi mesi ho ascoltato parole che non dicevano più che gli uomini sono uguali, non solo di fronte alla legge e ai diritti e ai doveri, ma anche rispetto a quella fratellanza che ci rende tutti umani. Ho sentito che ci sono quelli che “inquinano l’identità”, che le tutele sociali non saranno per tutti, per esempio non per i rom. Soprattutto ho visto le violenze, verbali e fisiche, piccole e grandi: da chi caccia il nero dall’autobus a chi spara alla schiena a un bimba rom di pochi mesi, una violenza quotidiana di chi si sente protetto dal clima che è calato sul Paese: gli immigrati sono invasori che ci rubano il lavoro, anche se muoiono a migliaia nel nostro mare, i musulmani sono potenziali terroristi e comunque inquinano la nostra “civiltà”, non parliamo poi degli “zingari” che italiani o no sono comunque da sgomberare. E in questo clima anche una vecchia signora si sente autorizzata a prendere a sberle un nero sull’autobus e un “normale” cittadino a dire che a quella bimba non con un piombino ma con un proiettile vero bisognava sparare. Allora va bene combattere l’abusivismo (da chiunque praticato), ma deve andare altrettanto bene combattere un clima di intolleranza che rende il vicino nostro nemico solo perché diverso, perché c’è una legge superiore che è il bene della nostra convivenza. Il sindaco di Gallarate può dimostrare che il rigore della legge non deve distruggere la vita dei suoi concittadini ma deve aiutarli a essere parte di quella comunità alla quale appartengono da sempre e della quale vogliono continuare a far parte. Quel piccolo campo non è abusivo, i suoi abitanti chiedono solo di sanare quello che va sanato. Se il sindaco applicherà la legge con riguardo al bene di questi suoi concittadini sospendendo lo smantellamento del campo e trovando le soluzioni opportune e del tutto possibili, forse perderà un po’ del consenso di coloro che vivono di intolleranza, ma certo guadagnerà qualche altro consenso, compreso quello di sapere di fare una cosa buona e giusta.

De Andrè e gli "zingari", scrive Antonio Salvati a giugno 2018 su Notizieitalianenews. Forse sarà accaduto anche a voi - in questi giorni in cui si reclamano la realizzazione di censimenti vari – di evocare De André. In particolar modo, di alcune sue canzoni contenute nel suo ultimo album del 1996Anime salve. E’ nota la profonda tensione morale che caratterizza l’intera produzione di De André, accompagnata da una predilezione per i cosiddetti “ultimi”, ossia coloro che per condizione o scelta deliberata subiscono gli effetti del potere o di una cultura alla quale non si conformano e ne vengono spesso schiacciati. “…sono state giornate furibonde, senza atti d'amore … solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo…”,cantavano De André e Fossati in Anime salve. Giustamente qualcuno ha affermato che questa canzone accarezza l'anima, ogni volta che viene riascoltata. Tanti hanno sottolineato l’espressione artistica di Faberportatrice di valori forti e nobili. Per questo sempre attuale e moderna, proprio perché fuori dagli schemi, critica nei confronti della società di appartenenza e vicina agli umili e agli emarginati. Proprio in queste giornate furibonde ho riascoltato la canzone Khorakhané, che, in questi ultimi anni di crescente razzismo e di caccia al rom (e all' "altro" in generale) assume un valore speciale. I "Khorakhané" (alla lettera: "Amanti del Corano") sono una tribù rom proveniente soprattutto dal Kosovo. Una canzone tristemente reale, che toglie il fiato, che racconta del popolo Rom e delle sue vicissitudini con una notevole abilità compositiva. E poi la melodia sembra trasmettere una compassione amorevole verso gli zingari, come l'ultima strofa, cantata da Dori Ghezzi, che è una poesia in lingua romanès. Mi sono ricordato che in rete è presente il discorso di apertura di Fabrizio de André al concerto del 1998 al teatro Brancaccio di Roma in cui presenta le canzoni contenute in Anime salve. Si sofferma sugli zingari dicendo: "(...) è il caso del popolo Rom, quello che noi volgarmente chiamiamo “Zingari” prendendo a prestito il termine da Erodoto, che li chiamava “Zinganoi” - diceva che era un popolo che veniva dal sud-est asiatico, dall'India, che parlavano una strana lingua - che poi si è scoperto essere il Sanscrito - e che facevano un mestiere (se mestiere lo si può considerare): quello del mago e dell'indovino. E’ quindi un popolo che gira il mondo da più di 2000 anni, afflitto o affetto - io non so come meglio dire, ma forse semplicemente affetto - da quella che gli psicologi chiamano “dromomania”, cioè la mania dello spostamento continuo, del viaggiare, del non fermarsi mai in un posto. E’ un popolo, secondo me, che meriterebbe - per il fatto, appunto, che gira il mondo da più di 2000 anni senza armi - meriterebbe il premio per la pace in quanto popolo. Purtroppo i nostri storici - e non soltanto i nostri - preferiscono considerare i popoli non soltanto in quanto tali ma in quanto organizzati in nazioni, se non addirittura in stati, e si sa che i Rom - non possedendo territori - non possono considerarsi né una nazione né uno stato. Mi si dirà che gli zingari rubano; è vero, hanno rubato anche in casa mia. Si accontentano, però, dell'oro e delle palanche; l'argento non lo toccano perché secondo loro porta male, lascia il nero - quindi vi accorgete subito se siete stati derubati da degli zingari. D'altra parte si difendono come possono; si sa bene che l'industria ha fatto chiudere diversi mercati artigianali. Buona parte dei Rom erano e sono ancora artigiani, lavoratori di metalli (in special modo del rame), addestratori di cavalli e giostrai - tutti mestieri che, purtroppo, sono caduti in disuso. Gli zingari rubano, è vero, però io non ho mai sentito dire - non l'ho mai visto scritto da nessuna parte - che gli zingari abbiano rubato tramite banca. Questo è un dato di fatto”. Forse in queste giornate furibonde, per sedare il clima può aiutare riascoltare De André per imparare ad abbassare la voce e sviluppare molto di più l’ascolto e la nostra argomentazione. Lo penso anche da insegnante: ascoltare De André, con quella sua voce mai esagerata, in silenzio e riflettendo. E perché no, apprezzando l’arte.

Da "clandestini" a "zingaro" le parole vietate per sentenza. Il politically correct detta legge anche sul vocabolario. Persino dare del "boy scout" può diventare un insulto, scrive Domenico Ferrara, Sabato 25/02/2017, su Il Giornale. Prima o poi arriverà il giorno in cui, prima di aprir bocca, consulteremo le sentenze della magistratura per sapere quale termine utilizzare. La dittatura linguistica delle toghe ha rifatto la sua comparsa due giorni fa, quando ha condannato la Lega Nord per aver usato il termine clandestini, ritenuto «denigratorio» e «discriminatorio». Il buonismo d'antan detta legge e la magistratura esegue, influenzata dai cambiamenti della società. Dare del negro a un dipendente di colore è un reato che non conosce giustificazioni. Lo stesso vale per le parole africano, marocchino ed extracomunitario. Guai a usare la parola zingaro. Nel febbraio 2015, un «temerario» autore di un testo di diritto penale è stato condannato per condotta discriminatoria e il libro è stato ritirato dal mercato. Motivo? Per spiegare il reato di acquisto di cose di sospetta provenienza ha equiparato quel termine al mendicante o a un noto pregiudicato. Vietato dare del terrorista a un ex terrorista: si configura «un'illecita lesione del diritto alla riservatezza». Sul fronte delle attitudini sessuali, le parole frocio, finocchio, culattone, ricchione, lesbica sono passibili di ingiuria, mentre omosessuale non è un'offesa: per la Cassazione, «nel presente contesto storico è da escludere che il termine omosessuale abbia conservato un significato intrinsecamente offensivo». Rompicaz... è stato considerato oltraggioso, mentre rompipalle no. Ci sono state valutazioni differenti per l'ormai sdoganato vaffa: è ritenuto di uso comune, però se accompagnato dal dito medio diventa censurabile e se viene rivolto al dirimpettaio pure. Nell'ambito lavorativo, dire «sei una mezza manica» fa scattare l'illecito, specie se proferito dal capo ai propri dipendenti. Cretino, stupido e imbecille sono condannabili solo se detti al proprio datore di lavoro o a un pubblico ufficiale. Occhio ad apostrofare i colleghi con la parola leccaculo. «Mi hai rotto i c...»? Tranquilli, questa espressione è entrata a far parte del linguaggio comune e quindi è salva. Augurare a qualcuno di morire di un male incurabile è condannabile mentre l'espressione «ti faccio vedere i sorci verdi» no. Ma le storture sono così tante che un avvocato cassazionista siciliano, Giuseppe D'Alessandro, le ha messe in fila e ha pubblicato il Dizionario giuridico degli insulti (A&B editore): 1.203 termini dalla A alla Z. Qualche esempio di parole condannate? Acida; accattone; agnellino (attribuito a un sindaco che non ha avuto coraggio); ancella giuliva e festante; antipatico; assetato di potere; azzeccagarbugli; Befana; babbuino; boy scout (se rivolto a un sindaco è diffamazione); calcolatore; Cicciobello (sinonimo di moccioso); complessato; fattucchiere; gallina; mela marcia; mediocre; pagliaccio; paraculo; pidocchio; rompiscatole; sfacciato; zappatore; Zio Paperone (fa riferimento all'avarizia). Naturalmente, spiega Vito Tartamella, psicolinguista e autore della prefazione, tutto «dipende dal tono che usate, dalle argomentazioni che adducete, dalla sensibilità del giudice». Attenzione anche alle locuzioni. Dire che un magistrato si accanisce su un inquisito è reato così come dare del primo della classe a qualcuno o usare l'aggettivo «lewinskiana» in riferimento a una donna o sostenere che qualcuno al posto del cervello ha un diesel fumoso. Insomma, come diceva Confucio: «Per una parola un uomo viene spesso giudicato saggio e per una parola viene spesso giudicato stupido». E può essere anche condannato.

La libertà di dire “zingaro”. Matteo Salvini è stato bandito per un giorno da Facebook per aver chiamato così i rom. Noi stavolta, da liberali, siamo dalla sua parte: negare la possibilità di pronunciare quel termine significa sottomettersi alla dittatura del politicamente corretto, scrive Gianluca Veneziani su lintraprendente.it ad aprile 2015. «Prendi questa mano zingara, dimmi pure che destino avrò», cantava Iva Zanicchi nel 1968, con un brano che addirittura vinse il Festival di Sanremo. Oggi, forse, la Zanicchi non solo non potrebbe vincere e cantare quella canzone, ma non potrebbe neppure pronunciare quell’espressione: zingara. Ieri infatti il segretario della Lega Matteo Salvini è stato per un giorno bandito da Facebook per aver osato utilizzare in un post – sommo reato! – la parola «zingaro». Siamo chiari: da sempre il nostro giornale è critico verso lo stile linguistico utilizzato da Salvini. e verso alcuni suoi eccessi beceri che puntano alla pancia del Paese, se non addirittura più in basso. E altrettanto è critico verso la linea politica del segretario leghista, che su quel linguaggio si fonda, per costruire una battaglia estremista, da “noi contro tutti”. Detto questo, siamo qui a difendere la sua sacrosanta libertà di espressione e il suo diritto a utilizzare una parola non offensiva, che figura nel dizionario Zanichelli (dove il termine «zingari» è indicato come «popolazioni nomadi di origine indiana, chiamate anche “rom”, che nella loro lingua significa “uomo”», senza alcuna connotazione spregiativa) ed è presente perfino in documenti ufficiali, come gli atti di studi prodotti dal ministero dell’Interno. Per non parlare poi del ricorso a questo vocabolo nel lessico comune e dello spettacolo, del cinema e della tv: oltre a Iva Zanicchi, basti pensare al successo di Nicola Di Bari, Il cuore è uno zingaro, alle “zingarate” (ossia, goliardate) del film Amici miei, o al personaggio televisivo della Zingara, che un quindicennio andava in onda in prima serata sulla Rai, minacciando i concorrenti con il pericolo della Luna Nera. Che dovremmo fare, applicare la censura retroattiva anche nei loro confronti, perdendo un intero patrimonio di note, pellicole e programmi tv? Se è per questo, dovremmo mettere alla gogna anche Joe Formaggio, nome a metà tra un personaggio dei fumetti e un boss italo-americano, e sindaco del Comune di Albettone, in provincia di Vicenza, che ha avuto l’idea di distribuire dei cartelli segnaletici in tutto il paese, con tanto di scritta «divieto di sosta ai nomadi». A prescindere dalla bontà o meno della sua iniziativa (il cui scopo è combattere l’accattonaggio), dovrà essere bandito anche lui dalla comunità ed espulso dal municipio, per aver osato ricorrere alla parola “nomadi”? Non è da escludere. Il rifiuto di utilizzare certe parole rientra infatti in quella dittatura del politicamente e boldrinianamente corretto, che impedisce di adottare certe espressioni, considerandole particolarmente lesive della sensibilità altrui. Parole come «vucumprà», «negro», «clandestino», ma anche «madre» e «padre» sono state ormai messe al bando, perché potrebbero urtare la suscettibilità di accattoni, immigrati e coppie omosessuali. Allora meglio ricorrere alla metafora, al giro di parole, al sinonimo buonista e ipocrita; meglio addirittura declinare al femminile certe espressioni, come «ministra» o «presidentessa», ché sennò qualche donna potrebbe risentirsi… Noi, a dispetto di queste melassa, invochiamo piuttosto la piena facoltà di dire e ripetere «zingaro» un milione di volte. E chissenefrega se i paladini della libertà di espressione che poi si trasformano in censori quando fa comodo a loro, potrebbero indignarsi. Oggi – almeno oggi – noi siamo con Salvini. Poi domani potremo tornare a criticarlo. Ché il nostro cuore, inquieto e vagabondo, è fatto così: è uno zingaro.

Papa Francesco inchiodato da Filippo Facci: rom, la prova della sua più grande ipocrisia. Libero Quotidiano il 10 Maggio 2019. Nonostante qualche artificio mediatico, la questione dei rom non è divisiva: nessuno, di destra o di sinistra, vuole averli come vicini di appartamento, e nessuno, di destra o di sinistra, vuole abitare vicino a un loro campo. I rom sono praticamente radioattivi, e l' unica divisione doverosa è tra chi manifesta intolleranza violando la legge (l' idiota che ha gridato «ti stupro» al passaggio di una donna è stato denunciato, anche se ha deluso la sua non-appartenenza fisiologica a Casapound) e chi manifesta la propria intolleranza e basta: le difese dei rom, per il resto, sono prese da chi non ci vive vicino e da chi non fa che ripetere, in qualche dibattito, dignitose enunciazioni di principio che valgono per qualsiasi minoranza, ma che per i rom - che siano italiani poco importa - scricchiolano spesso sui casi specifici.

Anche i nervi dei politici paiono sensibilizzati a causa della campagna elettorale: prima c' era stata la sortita della sindaca Virginia Raggi che, senza preavviso, aveva visitato la coppia bosniaca con 12 figli che sono asserragliati nell' appartamento di via Satta: e aveva detto parole di buon senso ma avevano trovato orecchie soltanto in chi abita fuori fuoco.

PRIMA I ROMANI. Vista in tv o da lontano, in effetti, la scena era impressionante: cittadini dall' aria mansueta tramutati in belve, donne a urlare che i nuovi inquilini «nun magneranno, nun berranno, nun devono uscì» sino al più celebre «ti stupro, troia». Allucinante. Ma anche politicamente imbarazzante: al punto che Luigi Di Maio - raccontano tutte le cronache - si era adontato non poco e, contro la Raggi, aveva fatto il Salvini: prima si aiutano i romani e gli italiani, poi tutti gli altri - aveva detto. Anche perché la «terza via» sui rom predicata dalla sindaca (né ruspe né campi nomadi) nelle ultime settimane si è scontrata con la radioattività di cui sopra: a inizio aprile la Raggi ha dovuto fare retromarcia su Torre Maura (e sparpagliare una settantina di rom in altri centri di accoglienza) e poi, a Casal Bruciato, altra retromarcia con una famiglia costretta a rinunciare all' appartamento a cui aveva diritto. A complicare le cose, una sorta di scissione ideologica con una parte di grillini a sostenere la Raggi con enunciazioni ineccepibili come quelle del presidente della Camera Roberto Fico, che tuttavia tanto assomigliavano a quelle pronunciate nelle stesse ore dall' opposizione piddina. Tutto bene, tutto giusto, ma politicamente un disastro che lasciava una tipica sensazione di «pasticcio» grillino che non li abbandona ovunque appaiano. Ad aggravarlo, nel pomeriggio di ieri, una smentita di Di Maio a cui non crede nessuno: «Mi si attribuiscono che sono irritato e arrabbiato con Virginia Raggi: nulla di tutto questo. Quando si minaccia di stupro una donna o si costringe un bambino a stare chiuso in casa, solo perché hanno ottenuto un alloggio per legge, è giusto dare la massima solidarietà». Le posizioni grilline cambiano secondo l' ora del giorno: sarà chiaramente colpa dei giornalisti.

CITTADINI O FASCISTI. Ma la dimostrazione che Di Maio non ha capito nulla (niente di nuovo) appartiene alla frase successiva: «Massima solidarietà a una donna minacciata da Casapound o da fascisti», perché quelli che protestano io divido in due categorie: ci sono i cittadini arrabbiati ed è una cosa, poi ci sono i presidi di neofascisti e di Casapound che soffiano sul fuoco». Contraddizione finale, spettacolare: «Non si deve alimentare questo dibattito tra fascismo e antifascismo». Già. E neanche paragonare la stragrande totalità dei «cittadini arrabbiati» coi quattro gatti di Casapound, soprattutto se - come nel caso dell' idiota che ha urlato «ti stupro» - non appartengono neppure a Casapound. Ma chissà, forse è colpa del Papa. Non del problema dei rom, ma dell' addolcimento di Di Maio. Dalla mattinata di ieri, infatti, nella sala Regia del palazzo apostolico vaticano c' erano il pontefice e un sacco di operatori pastorali che pregavano insieme a 500 rom e sinti. Matteo Salvini, intanto, sin dal giorno prima, poteva pattinare sul liscio e condannare ogni violenza per qualsiasi ragione la si eserciti, e poi certo, dire che in ogni caso, nelle periferie romane, manca cura e attenzione. A completare la catastrofe grillina, stando ad aggiornamenti da verificare, la notizia che la famiglia bosniaca assegnataria in via Satta avrebbe deciso di andarsene: questo dopo tre giorni blindati nell' appartamento presidiato dalla polizia. Resta da capire - torniamo a bomba al problema - in quale destinazione potrà andare meglio: non in un altro appartamento, in teoria, e tantomeno in un campo rom che nessuno vuole più. Perché nessuno vuole i rom da nessuna parte, insomma, e nessun gioco delle tre carte pare più funzionare: a meno di credere che un repentino morbo fascista stia colpendo chiunque si ritrovi un rom per vicino di casa. Tra questi non ci risulta ci sia il Papa, che ieri sera - riportavano tutte le agenzie - ha incontrato la famiglia bosniaca. Un incontro veloce: neanche questa era una soluzione abitativa.

Roma, barricate contro i rom. Dai pm accuse di odio razziale. I cittadini in rivolta contro i nomadi. Il Campidoglio fa marcia indietro. La procura indaga. Salvini: "No alle violenze", scrive Claudio Cartaldo, Mercoledì 03/04/2019, su Il Giornale. L'accusa è di danneggiamento e minacce. Sono questi i reati contestati dalla procura di Roma dopo le proteste dei cittadini esplose a Torre Muria contro l'arrivo dei rom nel quartiere. Una rivolta che potrebbe costare caro ai residenti, visto che piazzale Clodio intende procedere con la contestazione dei reati con l'aggiunta (pure) dell'aggravante dell'odio razziale. Questa mattina non è ancora tornata la calma sulla periferie Est della Capitale. I nomadi sono stati spostati nella mattinata di ieri dall'insediamento di via Toraldo al centro di accoglienza di via Codirossoni. Quando i residenti del quartiere lo hanno scoperto, è scattato il passa parola. Circa 200 persone sono scese in piazza, spalleggiate da CasaPound. I cittadini hanno alzato le barricate, incendiato alcuni cassonetti e una roulotte, calpestato i panini destinati ai rom. "I nomadi rubano", urlavano. "Ve ne dovete andare". In nottata il Campidoglio ha fatto retromarcia: le settanta persone motivo della rivolta verranno trasferite in altri centri della Capitale, sempre che anche in quelle zone non si sollevino movimenti di protesta. Intanto la procura ha aperto un fascicolo. Secondo quanto ricostruito da chi indaga, una trentina di persone, supportate da militanti di Casapound, ha messo a ferro e fuoco l'area per impedire il trasferimento, con cassonetti ribaltati e dati alle fiamme e urla contro i rom. I pm attendono l'informativa delle forze dell'ordine, poi procederanno per i reati di danneggiamento e minacce. "Non possiamo cedere all'odio razziale, non possiamo cedere contro chi continua a fomentare questo clima e continua a parlare alla pancia delle persone - attacca la Raggi - e mi riferisco prevalentemente a CasaPound e Forza Nuova". Stamattina alcuni dei rom all'interno della struttura si sono affacciati alla finestra. "Abbiamo paura a uscire", hanno ammesso. Oltre la vetrata del centro di accoglienza ci sono ancora i residenti che non vogliono nomadi nel loro quartiere. "Ve ne dovete andare, non vi vogliamo", hanno urlato in direzione dei rom. La polizia è schierata per evitare contatti tra le parti e impedire che la situazione degeneri ulteriormente. "No a ogni forma di violenza, no allo scaricare sulle periferie ogni genere di problemi - commenta Salvini - Ribadisco il mio obiettivo per cui sto lavorando da mesi: zero campi rom entro la fine del mio mandato da ministro. Chi si integra è benvenuto, chi preferisce rubare verrà mandato altrove".

"I rom rubano, abbiamo paura". E calpestano il pane dei nomadi. Ira dei residenti di Torre Maura per l'arrivo dei rom in un centro di accoglienza. Gettati in terra e calpestati i panini destinati ai nomadi, scrive Claudio Cartaldo, Mercoledì 03/04/2019, su Il Giornale. Le proteste, i cassonetti incendiati, le grida. E ancora la strada occupata dal pomeriggio fino a sera. Poi la "vittoria". I 70 rom assegnati dal Comune al quartiere di Torre Maura saranno ricollocati altrove. L'ira dei cittadini ha costretto il VI municipio e il Campidoglio a fare retromarcia. I nomadi non saranno accolti nel centro di via dei Codirossoni. Tra sette giorni finiranno in altre zone della città. La protesta dei cittadini, ieri, ha fatto rapidamente il giro di tutti i quotidiani nazionali. Non solo le auto incendiate e i cassonetti dati alle fiamme. Ma anche il cibo, indirizzato ai nomadi, rivoltato in strada e calpestato dai residenti inferociti. Nei video (guarda) si vede il momento in cui una donna rovescia una cassa di panini e li getta sull'asfalto. "Le pagate le bollette? Le pagate le bollette?", urla indirizzata ai rom. "Avete rotto il c...". Le barricate dei residenti sono durate fino a tarda sera. "Non dobbiamo abbassare la guardia", dicevano. "Il centro di accoglienza non lo vogliamo". In piazza anche Forza Nuova, CasaPound e altre formazioni destra accorse in aiuto dei cittadini del quartiere alla periferia Est della Capitale. "Quei bastardi devono bruciare". E ancora: "I rom rubano, ho paura che mi entrino in casa". "Da oggi la Sala operativa sociale del Campidoglio inizierà a svuotare il centro - spiega a Repubblica il presidente del M5S del VI municipio di Roma, Roberto Romanella - certo si parla tanto di integrazione e da qualche parte si sarebbe dovuto iniziare - ammonisce - in questo caso siamo proprio caduti dal pero, non eravamo stati informati di nulla". Un "grave difetto di comunicazione" da parte del Comune che ha scatenato l'ira dei residenti. Che dopo ore di mobilitazione sono stati accontentati.

Roma, ira dei cittadini contro i rom: esplode la protesta. Rom, la soluzione del M5S: "Dargli la cittadinanza e le case popolari". Ospite del talk show "Agorà", su Rai 3, il sottosegretario agli Esteri ed esponente del Movimento 5 Stelle, Manlio Di Stefano, ha dichiarato che il problema dei nomadi si può risolvere soltanto "dando loro alloggi e cittadinanza", scrive Gianni Carotenuto, Mercoledì 03/04/2019 su Il Giornale. La questione nomadi è tornata all'ordine del giorno dopo le clamorose proteste nel quartiere romano di Torre Maura dovute alla sistemazione - poi scongiurata - di una settantina di persone di etnia rom nel centro di accoglienza della delegazione. Proteste che hanno indotto il Comune di Roma a fare un passo indietro. Dopo un vertice-fiume in Municipio durato tutta la notte, è stato deciso che i 70 nomadi saranno ricollocati in altre strutture della città. Promessa che tranquillizza fino a un certo punto gli abitanti di Torre Maura e le sigle di destra, pronte - se servirà - a scendere di nuovo in piazza. Un bel problema per il sindaco della Capitale, Virginia Raggi, e per tutto il Movimento 5 Stelle. In cui emerge l'ennesima spaccatura su un tema storicamente divisivo come quello relativo alla gestione dei gruppi di nomadi nelle grandi città. Infatti, per tanti grillini che chiedono il pugno di ferro contro i rom per i problemi di illegalità che portano con loro, ce n'è altrettanti che invece preferiscono il dialogo. Come il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano. Durante un dibattito nel corso dell'ultima puntata del talk show "Agorà", su Rai 3, Di Stefano ha parlato della necessità di adoperare un approccio inclusivo con rom e sinti: "La gestione dei nomadi va fatta a livello nazionale con politiche coraggiose, vale a dire con l'assegnazione di alloggi popolari e cittadinanza. Sono le uniche soluzioni che si possono fare", ha detto il sottosegretario confrontandosi con l'ex ministro Lorenzin.

Lerner: "Calpestare il pane destinato ai rom? Un gesto sacrilego". Dopo le proteste a Torre Maura (Roma) per il trasferimento - poi scongiurato - di 70 rom nel centro di accoglienza del quartiere, con il pane destinato agli ospiti buttato per terra e calpestato, Lerner ha commentato: "Un gesto sacrilego", scrive Gianni Carotenuto, Mercoledì 03/04/2019, su Il giornale. La vicenda dei 70 rom trasferiti nella struttura di accoglienza di Torre Maura (Roma) che ha portato alle proteste degli abitanti e al frettoloso passo indietro dell'amministrazione comunale guidata da Virginia Raggi, non ha lasciato indifferente chi, come Gad Lerner, si batte per i diritti dei nomadi e più in generale dei migranti. A scatenare la reazione del giornalista è stato il gesto di una residente, colpevole di avere buttato a terra e calpestato il pane destinato ai nuovi ospiti della struttura al grido di "Le pagate le bollette? Le pagate le bollette? Avete rotto il c...". Lerner ha scritto su Twitter: "Chi ha calpestato il pane ieri notte a #TorreMaura, per giunta gridando "#zingari dovete morire di fame", ha compiuto un gesto sacrilego che tormenta le coscienze di tutti noi". Martedì pomeriggio i residenti di Torre Maura, uniti nel comitato di quartiere, si erano radunati fuori dal centro di accoglienza non appena avevano saputo dell'imminente trasferimento tra le loro case di alcune decine di persone di etnia rom. "Una decisione calata dall'alto senza considerare le reali necessità degli abitanti del quartiere. Lottiamo da sempre per i diritti di tutti, soprattutto dei più fragili, ma l'ennesima decisione calata dall'alto la percepiamo come una ulteriore presa in giro nei confronti degli abitanti di un quartiere dove i problemi sono già tanti", aveva commentato la portavoce del comitato di quartiere, Maria Vittoria Molinari. Non è la prima volta che Gad Lerner prende posizione sulle tematiche relative a immigrazione e diritti delle minoranze. Il 28 marzo l'ex esponente di Lotta Continua aveva criticato l'ipotesi di revoca della cittadinanza italiana a Ousseynou Sy, l'autista del pullman di Milano che non aveva provocato una strage grazie all'eroismo di alcuni bambini ("La nostra Costituzione lo vieta in modo esplicito"). E proprio l'attentato sul bus, secondo lo stesso Lerner, sarebbe stato il risultato del "clima di odio contro i migranti".

Myrta Merlino strepitosa, zittisce le follie dei sinistri: "Se arrivassero 70 rom davanti a casa mia...", scrive il 3 Aprile 2019 Libero Quotidiano. "Voglio essere sincera". Esordisce così Myrta Merlino nell'editoriale all'Aria che tira ispirato ai fatti di Torre Maura. "Non so come reagirei se nel palazzo di fronte a casa mia arrivassero 70 rom. Anche se casa mia non è in una periferia degradata, anche se ho un buon lavoro e non ho un’oncia dei problemi che hanno gli abitanti di questa periferia romana".  Così la giornalista introduce il tema della puntata. "Forse sono vittima anche io del pregiudizio contro i rom", ammette con estrema franchezza la conduttrice di La7, "ma dalla vicenda di Torre Maura gli unici che ci guadagnano sono i piromani della politica. Quelli bravi solo ad appiccare incendi e che non hanno mai trovato una soluzione. Gli altri, tutti gli altri, sono solo vittime".

“VOI LI VORRESTE I ROM SOTTO CASA VOSTRA?”.  Da Panorama il 5 aprile 2019. La protesta degli abitanti di Torre Maura, a Roma, contro il possibile nuovo insediamento di Rom nel loro quartiere ha scatenato polemiche. Per alcuni si tratta di razzismo e fascismo, per altri di una protesta legittima e condivisibile. Il nostro articolo di commento si limitava a lanciare una semplice domanda, quella che alla fine si dovrebbe fare ogni volta che si tocca questa tematica che sembra non trovare risposta da decenni: "MA voi vorreste i Rom sotto casa vostra?". Una domanda semplice, per alcuni retorica e banale, cui basta un si o un no come risposta. Abbiamo poi condiviso l'articolo e la sua domanda, sui social. Ebbene. I numeri parlano chiaro: 50 mila persone raggiunte, centinaia i commenti, le condivisioni, i dibattiti tra chi ha risposto, le interazioni. E il conteggio continua ad andare avanti. Questo significa principalmente che l'argomento è di sicuro interesse tra i lettori. Da notare poi che molte sono le donne ad intervenire, anche in maniera dura. Il risultato? La maggioranza di chi ha risposto e commentato ha detto "no". Ma non manca chi invece ha detto "si". Questa una parte delle risposte ricevute alla nostra pagina facebook:

Anna Rita - Portateli ai Parioli,in piazza san Pietro, alla barcaccia o piazza Navona o a casa di Gad Lerner e falsi buonisti invece che continuare a massacrare la periferia!

Davide - Dove abita mia mamma zona tranquilla della Toscana c’è stato per due anni un campo rom macchine abbandonate furti nelle case biciclette che sparivano biancheria stesa che spariva è tutto fatalità da quando erano lì poi per magia tutto questo è sparito quando li hanno spostati. Magia.

Marina - Ma che caxxo ci dobbiamo pure giustificare??? Non li vogliono??? Ben gli sta vivono rubando per cultura.... elemosinano, mandano i ragazzini a saccheggiare invece che a scuola!!!! Smontano le auto.... adesso fanno le vittime, che due palle!

Angelo - Un centro di accoglienza subito ai parioli, per gli zingari e per i richiedenti asilo.

Luca - Io di sicuro sotto casa mia non vorrei dei fascisti.

Bruna - La domanda è ovviamente, palesemente retorica. E' ovvio che NESSUNO vuole gli zingari, si, perché sono ZINGARI, sotto casa sua. La domanda, ma soprattutto le risposte sarebbero state più interessanti, fosse stata formulata così :<CHI VUOLE UN BELL'ACCAMPAMENTO DI ROM-ZINGARI SOTTO CASA SUA??? FATE REGOLARE DOMANDA AL COMUNE">

Egidio - Ma neanche per sogno....I Rom sono quello che sono, e nn li cambierà mai nessuno....Fuori dall'Italia !!! Via che tornino al loro Paese di origine..

Giovanni - Piazza del vaticano….Francesco approverebbe...

Massimo - ..io ho abitato per 20 anni a ple delle muse pieno Parioli..ed abbiamo avuto i rom a monte antenne poi spostati sul greto del Tevere..ci hanno rubato tutto e ammazzato gli animali come cani e gatti..altro che razzismo.

Ciro - Gente che vive solo di espedienti, non è integrabile con la comunità civile...

Manuela - Nel condomino che è a 100mt da casa mia avevano dato un ppartamento a dei rom Non si è. Mai saputo in quanti fossero in quella casa .....facevano casino notte e giorno...oltre ad essere abituati a buttare secchiate per lavare il terrazxo .app.era al 7 piano....Dopo 4 anni li hanno mandati via. I condomini .Non ne potevano più. .....Se non li provi non ti rendi conto di come vivono.

Catia - Sono ben pochi quelli che rispettano le regole ....Ho avuto a che fare più di una volta con loro....sarò razzista ma non mi interessa.

Luigi - No. Perché? Perché come in quel vecchio film di Scola sono: brutti sporchi e cattivi. questo è un dato di fatto.Questo non è razzismo è la realtà, sono gente ignobile che non cambierà mai e parlare di integrazione è un assurdità. Bisognerebbe togliergli i figli e tempo un paio di generazioni si estinguerebbero ma, questa cosa va contro tutti i principi di democrazia e di giustizia, però forse sarebbe la soluzione.

Patrizia - Anziché fare domande che incitano solo a comportamenti violenti e razzisti perché questo giornale non pensa a proposte umane?

Marta - con quelli come voi di panorama sicuramente l'integrazione è impossibile. in altri paesi europei invece esiste già da un pezzo.

Salvatore - Ma avete mai visto un Politico portaseli a casa loro.

Stefano - Vicino da me ci sono ma è meglio non averli e non è razzismo sia ben chiaro ma non lavorano non pagano nulla e la società non può sempre permettersi di mantenerli.

Graziella - Sinceramente è molto difficile difendere i rom, loro si' che non rispettano le regole! Dovrebbe essere dato loro un permesso TEMPORANEO di soggiorno, all'interno di un'area di sosta per le loro roulotte...non dovrebbe essere permesso l'affidamento di un appartamento, visto che sono nomadi. 

Antonella - Ma perché non vanno n loro paese tanto o fanno i zingari qui o li, ma perché tutti in Italia a delinquere.

Barbara - Ladri da sempre e sempre lo saranno. Infatti con tutti i soldi che hanno rubato si sono dati allo strozzinaggio. E sono diventati potenti. Troppo potenti. Ma nel nostro paese del cavolo tutto ciò che è sbagliato diventa fattibile.

Ferdinando - da quando ero bambino nel 1950 l’io visti sempre così adesso ne o 82 e sono ancora così ma di più ma ci sarà un motivo ,mia nonna mi diceva che sono come le zecche che siccome ci sono i bonaccioni e vivono così allora non capivo il proverbio.

Andrea - Ma che cavolo siete diventati, la rivista ufficiale dei razzisti come lo "Der Sturmer" nazista?

Publio - No, anche perché a detta dei carabinieri i due furti che ho subito a casa mia sono opera loro.

Mario - E' un dato di fatto che chi grida al "razzismo" non sono sfiorati da alcun problema di coesistenza. Se ne sentono fin troppe di problematiche causate da queste persone. 

Daniela - ho vissuto qualche anno con dei vicini italianissimi : due alcolizzati cronici e un tossicodipendente mai diventato veramente ex (finalmente , per lui stesso,tornato in comunità di recupero) quel che abbiamo passato, non avete idea. Ripeto: ITALIANI.

Vittorio - Bel servizio. Breve ed incisivo. E una domanda poco retorica posta a tutti, radical chic e intello' per primi. Aspettiamo le loro risposte.

Mariella - Tutto quello che fai per loro e ' inutile .gli tandi la mano e già pensano come tagliartela ..mi dispiace ma è così. Mia sorella fu accerchiata da bambini zingari a Firenze e le rubarono il portafogli .rimase senza un soldo ed ebbe una crisi di ansia terribile . Questo esclude logicamente i Romeni che lavorano onestamente e con dignità.

Sabina - E quindi imbecilli subumani di Panorama? Voglio sapere la seconda parte del discorso, dopo il pistolotto sul buonista etc . E quindi ? Nessuno li vuole . E? 

Giorgio - Beh, la lega si è rubata 49 milioni, ben più di quanto possa rubare un rom in tutta la sua vita, a quelli, però, leccate il culo. Cialtroni.

Martino - Portateli a casa della Boldrini, del papa e di tutti i falsi buonisti cattocomunisti.

Anna - Io non li vorrei sono dei ladri di appartamenti non mi sentirei più sicura in casa mia e non me ne frega che mi chiamano razzista chi è buono se li mette sotto casa propria.

Fanno fuggire migranti minori. Ma la coop incassava 2,7 milioni. Tra gli arresti anche il presidente e il responsabile del Consorzio di Solidarietà sociale Virtus Italia di Villa Spada, scrive Stefano Damiano, Mercoledì 03/04/2019, su Il Giornale. Registravano i minori, se ne assicuravano la retta giornaliera e poi li aiutavano a fuggire. Dopo un'indagine durata circa tre anni da parte del reparto Sicurezza Pubblica Emergenziale del Corpo di Polizia locale di Roma Capitalia, sono stai emessi, stamani, 22 misure cautelari riguardo a quanto accadeva nel Centro di Primissima Accoglienza per minori non accompagnati situata in via Maria Annibale di Francia. Le indagini sono scattate quando gli agenti della Polizia Locale hanno "pizzicato" diversi ragazzini registrati presso la Virtus Italia Onlus Cooperativa Sociale che compievano furti fra i passeggeri degli autobus; sono iniziati, così, i controlli nel 2016, che hanno portato al rinvio a giudizio del legale rappresentante della Cooperativa Sociale, che aveva la gestione del servizio per conto del comune di Roma, spesso attraverso le procedure di affidamento diretto. Nel 2017 le nuove indagini da cui sono stati accertati gli illeciti che hanno spinto il Gip del Tribunale Ordinario di Roma, Francesco Patrone, a emettere le misure cautelari. La Onlus aveva un contratto col Comune da 2 milioni 700mila euro, con una retta per i minori non accompagnati che registrava da almeno 87 euro. Dalle indagini della Procura e della Polizia locale sono emerse le modalità con si gestivano i minori per il periodo tra il 2017 e il 2018: prima venivano registrati così da assicurarsi la retta giornaliera , poi si aiutavano a scappare “inducendo” i ragazzi (la gran parte dei quali di etnia rom che in molti casi non più grandi di dieci anni) alla fuga. I responsabili del centro -denunciavano nei verbali, però, che i minorenni si erano allontanati volontariamente dalla struttura. Coinvolti la quasi totalità degli operatori del centro del centro che poteva ospitare sino a 30 giovani; stamattina all'alba sono scattate le misure cautelari con 16 arresti e 6 obblighi di firma. Si sono aperte le porte del carcere per E.S. (rappresentante legale), C.C. (responsabile della struttura) e V.M. (vice responsabile); dovranno rispondere di abbandono di minori, falso e frode in pubbliche forniture.

Incitamento all’odio, scrive il 3 aprile 2019 Augusto Bassi su Il Giornale. Fredda cronaca della mia briosa matinée. Mi sveglio alle otto dopo aver sognato Capezzone. Afferro una brioscia confezionata di modesta pasticceria, barcollo fino al computer e la intingo nella bufagina di Gramellini: «Un video del Corriere mostra quei gentiluomini dei talebani mentre prendono a cinghiate alcune donne in burqa, colpevoli di aver ascoltato musica (A scanso di equivoci, non si trattava di un cd di Al Bano). Sullo sfondo del supplizio si intravede una scolaresca: forse era l’ora di educazione civica. Vabbè, è l’Afghanistan, in Europa un simile fanatismo sarebbe impensabile… A Koszalin, in Polonia, un gruppo di sacerdoti cattolici ha dato pubblicamente alle fiamme i libri di Harry Potter, ritenuti contrari alle Scritture (Devo essermi perso il passo della Bibbia in cui Mosè scomunica il professor Piton). Al rogo è finito anche l’ombrellino di Hello Kitty, gatto animato giapponese, le cui colpe, sicuramente gravissime, restano avvolte in un mistero che si presta a qualsiasi congettura. Vabbè, è la Polonia, da noi un simile fanatismo sarebbe impensabile… In Umbria, Marcello Bazzurri (con la a), allenatore della Casa del Diavolo, che — lo preciso a beneficio dei sacerdoti polacchi — non ha nulla a che vedere con Serpeverde e Grifondoro, ha bocciato l’arbitra della partita, dichiarando che le donne, nel calcio, o fanno le pulizie o stanno in cucina. Se fosse per lui, il prato del futuro stadio di San Siro avrebbe l’angolo cottura. Vabbè, è l’Italia, in Afghanistan un simile fanatismo sarebbe impensabile». Vabbé, è un gazzettino di lercia divulgazione anti-italiana, sul Corriere della Sera un simile demenziale fanatismo sarebbe impensabile. Poi mi informo sui Social e trovo un Enrico Mentana profondamente imbarazzato per il post del primo marzo, in cui pontificava ad minchiam con la foga primigenia della stupidità ideologica: «Parte il tam tam dell’informazione più odiosa. Senza nessun elemento si scrive che Stefano Leo è stato sgozzato come una capra da un immigrato di colore. E altre nefandezze per avvelenare il clima. Ma non è così». Per chiedere venia decide di rilanciare sulla questione “satira scimmiesca” da pompe funebri. Riprende il direttore, parlando della Taffo & Co: «È uno dei fenomeni di questi anni: forse le pubblicità più singolari, caustiche e irridenti di sempre, col fine (o il pretesto?) di lanciare il meno allegro dei prodotti». Al che commento come da blog: «L’umorismo negroide che manda in estasi gli antirazzisti». Di lì a poco mi giunge la replica di regime, che allego in calce: «Il tuo commento viola i nostri Standard della community in materia di incitamento all’odio». Una notifica che per forma e contenuto è un esplicito incitamento all’odio. Intossicato, decido di spurgarmi leggendo un balsamico editoriale di Repubblica, firmato Roberto Perotti: «Accanto ai razzisti, in Italia ci sono tanti intolleranti per impreparazione, per disorientamento o sorpresa. E molti appartengono alle classi meno abbienti. La sinistra dovrebbe fare i conti anche con questo fenomeno». E sono solo le 10.

Torre Maura, in scena il Social Fascismo Show. Casapound e Forza Nuova si dividono la piazza con due format ormai consolidati. Rigorosamente in diretta streaming. Sfruttando il degrado della periferia romana come fosse un set. Che viene "smascherato" dall'intervento di un ragazzo di 15 anni, scrive Andrea Palladino il 4 aprile 2019 su L'Espresso. E’ un tragico format. Una sorta di Fascismo show, dove la disperazione delle borgate romane è lo sfondo, il pubblico, la claque. Casapound si è presentata a Torre Maura poco dopo la rivolta davanti allo Sprar che aveva accolto una settantina di Rom, in gran parte donne e bambini. Nessuna bandiera, ma tanti telefonini, tutti collegati con la piattaforma delle dirette video di Facebook, la vera piazza per i fascisti di via Napoleone III. Mauro Antonini, responsabile della regione Lazio per l’organizzazione, originario di Casal Bertone, è andato giù duro con le parole il giorno dopo la scena terrificante del pane calpestato dalla folla: “Accusa di istigazione all’odio razziale? Per me sarebbe una medaglia”. «Saremo indagati per odio razziale? Per me è una medaglia!». «I Rom si vogliono integrare? Che partissero dall'agricoluta, mandiamoli nei campi sterminati della regione, mandiamoli nel nulla...» Così Mauro Antonini, responsabile della regione Lazio per l’organizzazione, originario di Casal Bertone, è andato ad arringare la piazza a Torre Maura, dove nelle scorse ore si è scatenata una violenta protesta contro il trasferimento di un centinaio di persone in una struttura di accoglienza del Comune. Slogan duri, faccia tirata. Stop. Finisce lo streaming, gestito dai militanti. Si guarda intorno, sussurra all’orecchio dei suoi uomini, prepara il prossimo collegamento. E in fondo quello che ha davanti è per l’organizzazione un vero set, in grado di garantire decine di migliaia di visualizzazioni, un fiume di commenti con la classica manina alzata e gli immancabili insulti contro Rom e stranieri. Giuseppe – il cognome non lo dice – è l’apripista. In prima fila la sera delle barricate e del pane  distrutto. Viene da un altro quartiere, “ma a Torre Maura in passato ci sono venuto a lavorare”, assicura. Si mette al centro dei capannelli di ragazzini, è un fiume di parole: “I loro figli non sono come i miei”. Si riferisce a quei bambini Rom chiusi nell’assedio. Poi prende il cellulare, con la cover coperta dalla stemma di Casapound. Si mette a fianco con un altro militante e via con la lunga diretta. Il secondo giorno della protesta gli abitanti di Torre Maura erano alla fine una ventina, numero che cresce di poco nel pomeriggio. Tanti giovanissimi: “Quello è amico di mio padre”, spiega un’adolescente alla sua amica, indicando Giuseppe, il militante di Casapound. Una quattordicenne apre una videochiamata con l’amica commessa in un negozio, “dai, ora ti faccio un’intervista”. Poco dopo la piccola folla si raduna attorno ad una delle tante dirette televisive del pomeriggio: “Ora ci fermiamo per cinque minuti di pubblicità”, spiega l’inviato. Tutti capiscono quei tempi televisivi, tenendosi pronti per il collegamento successivo. E’ il fascismo sui social, però, a dettare i ritmi della piazza. E ogni organizzazione ha il suo format. Alle sette di sera, come annunciato, a Torre Maura arriva un piccolo gruppo di Forza nuova. Megafono in spalla, rimangono in disparte lontano dal set di Casapound. All’improvviso appaiono di fianco al blindato del reparto mobile della Polizia, lungo la ringhiera dello Sprar dove le donne e i bambini Rom attendono di essere trasferiti: “Fino a quando non riusciremo a buttare fuori tutte queste m… non ce ne andremo da qua, perché questa non è casa loro, è casa nostra. Questa è Torre Angela!”. Peccato, quartiere sbagliato, siamo a Torre Maura. In strada, verso il tramonto, si vedo i volti delle curve, qualcuno con la scritta “Irriducibili”. La tensione la senti salire. Esplode una bomba carta, i cronisti corrono a vedere e, subito, appare un gruppetto minaccioso: “Giornalisti terroristi!”. Altri metodi, ma lo show alla fine è lo stesso. Casapound ha annunciato una manifestazione per sabato prossimo. Fino a quando ci sarà anche un solo Rom nello Sprar quella è una piazza da non lasciare: “Mo’ se dovemo organizza’ - spiega uno dei militanti – dobbiamo creare una presenza qui”. La tartaruga con le frecce da queste parti fino a due giorni fa era inesistente. Un anziano del posto, arrivato nella borgata quando stavano nascendo le prime case popolari, oggi porta il caffè ai camerati arrivati per il presidio: “No, non li conoscevo prima, non li avevo mai visti qui”, assicura. A Torre Maura – come in tantissime periferie romane – la politica è sparita da tempo. Ad iniziare dalla sinistra, completamente assente in una giornata difficile come questa. Cresce però quel fascismo diffuso, pronto ad alimentarsi tra i giovanissimi attraverso social e streaming. Non c’è ragazzino davanti allo Sprar senza uno smartphone, usato per seguire in tempo reale le dirette. I bambini spiano dalle grate le finestre del centro d’accoglienza, chissà come saranno questi Rom. Cosa rimarrà alla fine? “Li vedi? Sono qui solo per una passerella”, spiega un cinquantenne, titolare di una piccola ditta di edilizia. Abita a cinquanta metri dallo Sprar, è sceso anche lui in piazza per protestare. Ma soprattutto ci tiene a far capire quel disagio che c’è dietro, che vuole far sentire la propria voce, almeno oggi. Ma dopo ore di Casapound show si mette in disparte per far capire la sua distanza dal movimento di Iannone. Una voce che rimane isolata, fino a quando un ragazzino di quindici anni interrompe una diretta di Mauro Antonini: “No, non siamo tutti d’accordo, io sono di Torre Maura e non sono d’accordo”. Per poi aggiungere: “Lei sta facendo leva sulla rabbia della gente del quartiere mio per i suoi interessi e per i suoi voti”. Per un attimo il Re è nudo.

Antonello Piroso per “Virgin Radio” il 4 aprile 2019. Oggi vorrei occuparmi della periferia romana, del quartiere di Torre Maura, con la rivolta dei residenti spontanea o spintanea, sobillata, incentivata, cavalcata, provocata dalle forze politiche che occhieggiano con simpatia al fascismo, Forza nuova e CasaPound. Ne voglio parlare cercando però di non tagliare per i campi, a colpi di slogan, in un senso o in un altro. Perchè è facile dire e liquidare tutto come razzismo o xenofobia, o dall'altra parte minimizzare, comprendere e sbraitare al "prima gli italiani". Usciamo insomma dal luogocomunismo, e proviamo a ragionare senza facili suggestioni. Prima di tutto fatemi dire che le immagini del pane calpestato, per non darlo ai rom, nomadi, zingari chiamateli come vi pare (70, se non ho capito male, di cui 33 bambini, con tre donne incinte), quelle immagini dicevo gridano vendetta al cospetto di Dio. Se proprio li vuoi far morire di fame, o peggio "bruciati vivi", come pure qualcuno avrebbe auspicato, il pane non glielo dai, glielo sequestri, non lo butti per terra e ci cammini sopra, perchè solo all'idea mi si torcono le budella. E' motivo urticante vedere anche la retromarcia del Comune di Roma dopo la protesta o la rivolta che dir si voglia, perchè potevi pensarci prima, cara sindaca Virginia Raggi, se poi non volevi minare il principio di autorità, dare l'impressione che le tue decisioni siano soggette agli umori della piazza, in perfetto stile -e lo dico consapevole del paradosso, ma così ci intendiamo- confuso e ponziopilatesco, per la serie "Volete voi libero Barabba?". Vorrei comunque provare ad alzare di una tacca il livello del ragionamento, e parlare delle nostre periferie, non solo quelle di Roma. Non serve essere uno studioso di sociologia urbana, per osservare che nelle nostre città, metropoli o comuni medi o piccoli, in centro viva meno gente che nelle periferie, vuoi perchè gli immobili sono più cari, da comprare o da prendere in affitto, e poi perchè ci sono uffici, banche, esercizi pubblici, e via elencando le più diverse attività. Più ci si allontana dal centro, e più la popolazione residente aumenta. Allora la domanda è: che cosa è stato fatto negli ultimi 25 anni, quelli della seconda e terza repubblica, dalla politica, intesa trasversalmente, e da tutti noi, perchè non è che ci possiamo sempre chiamare fuori demandando ad altri le responsabilità, per evitare il disagio e il degrado delle periferie? Li bolliamo come quartieri dormitorio, li chiamiamo case popolari o casermoni, con i giardinetti dove non crescono erba o fiori, ma spaccio e tossicodipendenza, ma cosa è stato fatto, ripeto, perchè quegli spazi non assomigliassero a non luoghi, a vere e proprie fogne sociali? Poi io lo so che davanti al tentativo di ragionare, c'è sempre il fenomeno che arriva e ti dice a muso duro: "Se ti piacciono tanto i migranti, i rom, gli zingari, perchè non te ne pigli uno a casa?", o come hanno urlato alcuni dei residenti di Torre Maura: "Invece di pensare agli zingari, pensate ai nostri terremotati", quindi ecco che io dovrei pensare, parafrasando, "prima agli italiani". Ma io ci penso già: e lo sapete come? Pagando le tasse, fino all'ultimo centesimo, al 50 per cento dei miei redditi. Ecco come penso ai miei connazionali e al bene pubblico, io la mia parte la faccio già, anche se poi, certo, si potrebbe fare sempre di più e meglio. Contribuisco con il 50 per cento dei miei redditi a finanziare quello che lo Stato dovrebbe fare per il bene di tutti i miei concittadini. Se poi lo Stato, i partiti, tutti i governi che si sono succeduti negli anni non sono stati capaci di usarli bene, di destinarli a quell'impiego, e di pensare a tutti, anche ai terremotati, anzi: prima a loro, certo, ovvio, però poi vorrei vedere quanti di quelli che dicono a me: "Se ti piace il negro, prenditene uno a casa", oppure minacciano, "non ti hanno ancora spezzato le gambe?", che integra l'istigazione a delinquere, o inveiscono: "Stronzo, zecca comunista, pensa ai terremotati", sarebbero loro disposti a prendersi in casa un terremotato, per dimostrare la loro concreta solidarietà, e quanti di loro sono contribuenti altrettanto onesti e non invece furbetti del quartierino? Ma torniamo ai nostri governanti, tutti, di destra, di centro e di sinistra, e a cosa hanno fatto per prevenire o lenire il disagio delle periferie, dei ghetti che stanno laggiù, allo sprofondo, in un altrove su cui preferiamo chiudere gli occhi, si arrangiassero un po' loro. Con lo Stato che non c'è più o non c'è mai stato, scusate il pessimo gioco di parole, che le ha abbandonate a se stesse, se n'è dimenticato, fa finta di non sapere che esistano. Cosa ha fatto la politica per le case comunali fatiscenti dove ci piove dentro? Dove vivono persone che sicuramente hanno più difficoltà delle altre a -perdonerete il ricorso a un'immagine stanca e stucchevole, ma questa è la realtà- a sbarcare il lunario, ad arrivare a fine mese. Con il risultato che sono sacche crescenti di disperazione, che degenerano in esasperazione, con il povero che bullizza quello ancora più povero, il penultimo che se la prende con l'ultimo, l'emarginato che se la prende con il diverso da sè, per colore della pelle, per religione, per gusto sessuale, perchè quando c'è la crisi e c'è la paura del futuro, basta individuare un capro espiatorio purchessia per sfogare la propria frustrazione. E sto parlando di tutti i governi degli ultimi 25 anni: quelli di centrodestra di Silvio Berlusconi, con dentro la Lega, che adesso finge di essere arrivata a palazzo Chigi per la prima volta nel 2018; e ovviamente parlo anche dei governi di centrosinistra di Romano Prodi, con il partito democratico, i democratici di sinistra, la margherita e tutto il porcoddinci del caravanserraglio dei cespugli e dei cespuglietti. Non hanno fatto nulla, così la rabbia cresce a dismisura e poi esplode, tanto più se a fianco di quei quartieri dimenticati da Dio e dagli uomini arriva il campo nomadi, con quei signori che girano in Mercedes sfoggiando orologi d'oro, risultando nullatenenti e con i figli magari che accedono ai quei servizi comunali che vengono finanziati e sostenuti dai contribuenti onesti, campi dove prospera anche l'illegalità, con persone che banalmente si allacciano all'energia elettrica in modo abusivo, ed è questo per cui a certa gente va il sangue alla testa: non è odio razziale, troppo facile, è l'impotenza davanti a quella che viene vissuta come una profonda ingiustizia, una sperequazione punitiva, perchè vedi l'impunità o il senso di impunità, e l'illegalità esibita. E poi è chiaro che la destra razzista e xenofoba ci va a nozze con questo stato di cose, affonda il coltello nel burro. Succede da sempre, in tutte le democrazie quando vanno in malora alla deriva, arrivano gli uomini forti che hanno la ricetta per tutti i mali, che dall'estrema destra come dall'estrema sinistra, offre alle persone impaurite e incattivite un bersaglio: il nemico del popolo nella Russia sovietica, l'ebreo nella Germania nazista, coltivando così il senso di rivalsa che non passa attraverso un miglioramento delle tue condizioni, no, molto più facile puntare a far stare come te o peggio di te chi sta meglio di te, basta questo, colpire il bersaglio che ti viene additato, e vai con la decrescita felice. Invece aprite oggi i giornali e trovate Giorgetti, il sottosegretario leghista a palazzo Chigi, che personalmente mi piace e stimo, che parla o avrebbe parlato dei dossier che i grillini avrebbero su tutti, avversari e propri iscritti, e troverete il sottosegretario Stefano Buffagni, pentastellato, che dice, a proposito del ministro Tria che ha lamentato una campagna di dossier-spazzatura contro di lui, Buffagni dice: "la nostra intelligence non fa di queste cose". La nostra intelligence?!? Ma chi siete, cosa siete, la Cia, la Spectre? Ecco di cosa si preoccupano le forze di governo, e fatemi concludere con la sindaca Raggi, cinquestelle, che ha parlato della necessità di arginare l'aggressività, imbevuta di odio razziale, di Forza Nuova e di CasaPound. Segnalo sommessamente alla sindaca, nel caso le sia sfuggito, che i cinquestelle sono al governo con la Lega, e che se c'è una forza politica che gode delle simpatie e dell'appoggio in molte realtà di Forza Nuova e di CasaPound, quella forza politica è proprio la Lega, con l'impressione che quella simpatia e quel sostegno siano ricambiati. Vorrei ricordare che quando a Roma si è trattato di sgomberare lo stabile occupato da CasaPound, il ministero dell'Economia  con una nota anche del Tesoro ha fatto un comunicato per dire che svolta l'istruttoria e tutti gli adempimenti necessari per rientrare in possesso dello stabile occupato da CasaPound, la palla è stata passata al Prefetto che ha deciso che tale sgombero non sia una priorità. Strano, perchè io a Roma ho visto altri stabili occupati che sono stati sgomberati anche con un certo dispiego di uomini e mezzi, e con una discreta veemenza. Benissimo. Sgomberiamoli tutti. Ma che siano tutti ma proprio tutti. Ma come mai proprio quello di CasaPound invece proprio no? A proposito: ho un vuoto di memoria, un'amnesia... da chi dipende il prefetto, da quale ministero? Come dite? Quello dell'Interno? E chi è il ministro dell'Interno...? Ah, ecco. Estote parati, voi che ascoltate siete la resistenza. Buona giornata a tutti dal Cavaliere Nero".

Alessandra Camilletti e Lorenzo De Cicco per il Messaggero il 4 aprile 2019. «E mica sono solo i Rom. È tutto, è che siamo abbandonati», dice Giuseppina Pisanò, 72 anni, ex custode della clinica di via dei Codirossoni a Torre Maura, diventata, da 48 ore, centro d'accoglienza per i nomadi e prima ancora, per quattro anni, casa di profughi e richiedenti asilo. «Sono le bollette dell'affitto, che sono appena aumentate mentre nelle case popolari cade tutto a pezzi», dice mentre sventola i cedolini del Campidoglio per il suo appartamento: «Vede, a febbraio erano 62 euro, ora, ad aprile, sono diventati 83. E io ho la pensione sociale...». Sono gli alberi, venuti giù da tre anni e che nessuno raccoglie dal ciglio delle strade. «La gente viene con la motosega per farsi la legna. Altrimenti non li tocca nessuno, mai visto un operaio», si sfoga Guido, ex guardia giurata, «ho preso pure le pallottole». Anche lui è avvelenato per il rincaro dei costi negli alloggi comunali. «Ad aprile le spese accessorie, si chiamano così, sono schizzate a 69 euro, fino a marzo ne pagavo 41. E in camera da pranzo la parete sta venendo giù, quelli del Comune sono venuti, hanno fatto le foto, poi basta, tanti saluti». «Non mi vergogno di dire che la Raggi l'ho votata. Lo rifarei? Per carità, una delusione, tutto fumo negli occhi. Un disastro», confida, come tanti da queste parti, Antonio Del Giudice, 69 anni, ex responsabile di una ditta di pulizie. A Torre Maura, nel VI Municipio, distretto da 250mila abitanti, come Verona, i 5 stelle nel 2016 veleggiavano intorno all'80%. E ora fanno i conti con la delusione che davanti all'arrivo massiccio dei rom si è trasformata in rabbia feroce. Troppo facile parlare solo di Casapound e dell'ultradestra che soffia sui malumori. «Non siamo razzisti, a quelli che c'erano prima, i profughi, portavo la colazione, tutti i giorni. Erano rispettosi, non come questi», racconta Fedora, per nulla stanca, nonostante i suoi 75 anni e le ore passate di picchetto davanti al centro d'accoglienza. «Non ho niente da fare, posso star qui tutto il giorno, finché questi non se ne vanno». E dicono lo stesso i disoccupati e i ragazzi che non studiano e aspettano un lavoro. «Le buche? Guarda le radici degli alberi, guarda che hanno fatto...», sbuffa Olimpia e indica gli ammassi di asfalto informe e subito dopo gli sprofondi, il bitume sgretolato come farina sporca. «Non riusciamo a parcheggiare, tanto sono alti». Non sono solo i rom, è anche l'autobus che non passa mai. È il 556 che da queste parti non si vedrà più, come si legge in un volantino che passa di mano in mano. «Per 450 famiglie la linea non farà più sei fermate. E come ci vanno a scuola i ragazzini? Come ci andiamo a lavoro?». È l'immondizia che trabocca dai cassonetti stracolmi. Infilata perfino nelle carcasse delle auto abbandonate. Vicino alle roulotte e ai camper dove vive chi una casa non ce l'ha più (quattro caravan parcheggiati solo davanti al mercato rionale, quasi tutte le serrande abbassate, per la crisi). «Ci vengono dagli altri quartieri, a scaricare la monnezza. Perché lì fanno il porta a porta e non hanno più i bidoni. Ma i netturbini non passano e allora la portano tutta qui. Come una discarica», spiega Tonino R., invalido «al cento per cento, ho pure la 104». Giuseppe De Marchi, carpentiere, si accalora per i furti. «Mi hanno portato via pure i passeggini dei nipoti, i passeggini, capisce? racconta E proprio qui accanto c'è un campo rom». Ci sono i giardini pubblici che potrebbero essere dei gioielli, ridotti invece a giungle impraticabili. «Dobbiamo far tutto da soli racconta ancora Giuseppina Chi taglia l'erba? Chi pulisce? Sono caduti sei alberi sull'area giochi per bambini, nessuno li ha portati via. Per un po' se n'è occupato un signore, abitava qui vicino, poi si è stancato e se n'è andato. Anche i ragazzi, i profughi, davamo loro 5 euro e tagliavano l'erba, ora non lo fa nessuno». E la guerra contro i rom diventa l'unico scalpo che si può ottenere subito, perché sugli altri fronti sembrano esserci solo battaglie perse.

«IL RAZZISMO NON C' ENTRA NULLA LOTTIAMO SOLO PER SOPRAVVIVERE». Camilla Mozzetti per il Messaggero il 4 aprile 2019. «Badi bene, non è una questione di razzismo ma di sopravvivenza e lo scriva a caratteri cubitali: siamo solo stanchi». Stringe i pugni e alza il tono della voce quasi volesse liberarsi da quelle parole che le opprimono il respiro. Gabriella «romana de Roma, nata al Quadraro» è appena uscita dall' appartamento popolare che da dieci anni condivide con la madre 80enne a due passi dal centro Sprar di via dei Codirossoni dove sono stati ospitati una settantina di nomadi. È lei la pasionaria di Torre Maura che la notte di martedì scorso ha preso parte al tavolo convocato dal Campidoglio, con il capo di gabinetto della sindaca Raggi, Stefano Castiglione, in VI Municipio per gestire l' emergenza della rivolta nata dal basso contro l' arrivo dei rom. Si parla di odio sociale ma è solo una guerra tra poveri. «È stata la goccia dice la donna che ha fatto traboccare il vaso».

Gabriella, perché? Ci spieghi il motivo.

«Noi viviamo in case popolari che cascano a pezzi. Se scendiamo nelle cantine non si sa quello che si trova, con l' acqua che scende dai soffitti e le ringhiere divelte. Nessuno si occupa di noi come accade con queste persone. Trovi gente che urina in mezzo alla strada, questi molestano i ragazzini, ti entrano dentro casa».

Ha mai subito un furto o un borseggio da parte dei nomadi?

«La figlia di una mia amica è rimasta coinvolta in un tentato furto ma a prescindere da questo non è gente che vuole integrarsi. Dicono di volerlo fare ma prendono in giro tutti, hanno una cultura diversa dalla nostra. Erano meglio i ragazzi di colore che c' erano prima».

Infatti proprio in quel palazzo per diversi anni ci sono stati degli extracomunitari.

«E infatti si erano integrati senza problemi, aiutavano le persone, gli anziani come mia madre a cui le offrirono una mano per scendere dall' autobus. Nel mio palazzo hanno dato un appartamento di due stanze a una famiglia nomade. In 12 tra cui 8 bambini piccoli che vivono in due camere, contravvenendo tutti i principi di igiene e sicurezza è normale? Ed è normale per lei che ci siano famiglie di italiani con figli piccoli che vivono nelle cantine?».

Quando li avete visti la prima volta?

«Io ho saputo che arrivavano ieri pomeriggio (martedì ndr) ma già la notte precedente c' era stato movimento e così non si fa. Vogliamo integrarli? Per carità di Dio, iniziassero a lavorare e a pagare le tasse ma prima, gli italiani. Per queste persone i soldi ci sono invece per noi, per mettere a posto le case dove viviamo, non c' è mai nulla.

Abbiamo dovuto protestare per farci tagliare due alberi pericolanti e per farci fare una strada che c' è via Walter Tobagi che non si sa come sta: aspetteranno il morto per metterla in sicurezza. Ci hanno alzato gli affitti e pure paghiamo tutti anche se qualche giorno c' è chi non riesce a portare il pane a casa».

Vi accusano di essere razzisti e la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per danneggiamento e minacce aggravate dall' odio razziale. Che risponde?

«Che è ora di finirla. Non è razzismo questo è spirito di sopravvivenza perché non ce la facciamo più. Se eravamo razzisti avremmo provato a mandar via anche i ragazzi di colore che c' erano prima. Non è mai accaduto. Siamo razzisti con chi è zozzo e molesta i ragazzini».

A guidare la protesta è CasaPound?

«Ma dove? Qua c' è la gente del quartiere. Non mi importa chi ci sostiene, ben venga se si combatte insieme per qualcosa».

Il Comune ha promesso di allontanarli ma voi restate in strada.Perché?

«Non andrà via nessuno fino a quando non saranno andati via tutti i rom. L' amministrazione ha detto che concluderà le operazioni entro sette giorni, questo è stato l' accordo.

Viviamo nel degrado e nell' abbandono: le cose devono cambiare».

PiazzaPulita, Corrado Formigli sconvolto da Simone: "I rom non sono come noi", ovazione in studio, scrive il 12 Aprile 2019 Libero Quotidiano. "Alcuni rom sono italiani, ma uguali a noi non è il termine più giusto". Simone, ospite di Corrado Formigli a Piazzapulita, su La7, con molta semplicità, dice quello che con ogni probabilità la maggioranza degli italiani pensa, e infatti in studio c'è una ovazione. "I rom hanno un'altra tipologia di vita rispetto al nostro", continua Simone, "o almeno la maggior parte di loro. Di certo non possono vivere in una palazzina con persone anziane o invalide, che devono stare con la paura che gli entrino dentro casa". E ancora: "Noi non siamo come loro, non insegniamo certe cose ai nostri figli". Ma Formigli prende subito le distanze, sia dal suo ospite che dal pubblico che lo ha applaudito. "C'è stato un applauso in questo studio e questa cosa mi fa paura. Non do la colpa a Simone ma mi domando: cosa sta succedendo in questo Paese? Quanto è pericoloso alimentare questo tipo di pensiero? Mi dissocio da questo applauso perché non si può certificare che due esseri umani non siano uguali", conclude sconvolto.

 FORMIGLI, SCENDI A PATTI CON LA REALTÀ. Da La Stampa l'11 maggio 2019. ''Io lo sento il clima dentro questo studio. Ogni volta che parliamo di rom succedono cose diverse, quindi evidentemente c’è una sensibilità diversa su questo tema, anche adesso con questo applauso fragoroso''. A Piazza Pulita, in onda su La7, Corrado Formigli è intervenuto durante il suo programma dopo un applauso del pubblico alle parole del giornalista Francesco Borgonovo, che, commentando i fatti di Casal Bruciato insieme alla mediatrice culturale Dijiana Pavlovic, aveva detto: ''Tutti dovrebbero lavorare, pagare un affitto, mandare i figli a scuola. Cosa fanno di lavoro? I mercatini?''. Dopo un lungo applauso del pubblico, Formigli ha spiegato: ''Ogni persona deve essere valutata per la propria storia, non per una supposta colpa collettiva. Le colpe collettive in passato hanno prodotto mostruosità''. 

 “SE FACESSERO UN SONDAGGIO, GLI ITALIANI SAREBBERO D’ACCORDO SULLO STERMINIO DEI ROM”. Da Libero Quotidiano il 16 aprile 2019. "È possibile integrare i rom in Italia?". Questo il tema del dibattito durante Quarta Repubblica, il talk show di Nicola Porro su Rete 4. Tra i favorevoli: il vignettista Vauro Senesi e il giornalista Piero Sansonetti. Il rappresentanza degli scettici, invece, c’è il giornalista di Libero Filippo Facci,  Annalisa Chirico e Daniele Capezzone. “I rom non si possono integrare, come concetto è un ossimoro", dice Facci, "nel momento in cui un rom si integra o, per usare un termine ‘caro’ agli ebrei, si cerca di assimilarlo, non è più un rom in senso assoluto”. Secondo il giornalista di Libero “la cultura rom prevede un percorso da cacciatori-raccoglitori, direbbe un antropologo. Per cui praticamente vivono itineranti, non interessa loro integrarsi in nessuna maniera. Vivono in un mondo completamente a parte che però non può più avere futuro". L'analisi di Facci prosegue: "E, nei fatti è una separatezza razziale, è l’unico caso in cui uso questo termine che non dovrebbe esistere visto che non esistono le razze. Quello rom è l’unico popolo, oltre a quello ebraico, che i nazisti hanno cercato di distruggere attraverso l’Olocausto. Se facessero un sondaggio  probabilmente in Italia credo che equamente destra e sinistra sarebbero d’accordo e mediamente indifferenti, mi rendo conto di quello che dico, persino sullo sterminio completo della popolazione rom. Tutti pensano e sanno che il rom ruba, delinque, non manda i bambini a scuola, fa parte di piccole mafie, non esiste alcuna cultura rom”. Vauro: "Tu non sei razzista sei cretino". Questa la risposta pacata del vignettista di Marco Travaglio.

 “NON VOLERE I ROM È LEGITTIMA DIFESA”.  Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano” il 4 aprile 2019. I romani sono insorti contro i rom. Non li vogliono sotto le proprie case perché hanno il timore di essere derubati. Difficile dargli torto, anche se deploriamo le loro reazioni violente. Però quale altra forma avrebbero a disposizione per protestare? Andare lancia in resta sugli zingari non è elegante, ma tenerseli tra i piedi è ancor meno piacevole. Infatti nessuno ha mai capito come essi campino visto che non lavorano, forse non trovano un posto e forse non lo cercano nemmeno. Preferiscono probabilmente vivere di espedienti, e non è un mistero che si distinguano da sempre per una specialità in cui sono maestri: il furto con destrezza, "arte" che imparano fin da bambini, dato che il minore colto in flagranza di reato non subisce conseguenze di tipo giudiziario. Non è lecito dire che tutti gli zigani siano malfattori incalliti, tuttavia non si può neppure affermare che essi siano affidabili sotto il profilo della buona condotta. Cosicché i romani per la presenza di varie tribù davanti alle loro abitazioni è normale siano fuori di testa. Temono di essere depredati da gente che non brilla per correttezza. Hanno ragione, ripeto. Ci sembra strano che i nomadi siano autorizzati a occupare il suolo pubblico. Sarebbe meglio che continuassero a risiedere nei campi assegnatigli dal Comune onde evitare una contaminazione dalla quale vi è il rischio scaturiscano frizioni sociali complicate da gestire in modo pacifico. In sostanza i cittadini della capitale che respingono i rom dai propri quartieri, sapendo le abitudini disoneste di costoro, esercitano il diritto alla legittima difesa. Stare gomito a gomito con chi è dedito alle grassazioni non è rassicurante. Non è il caso di parlare di razzismo, qui si tratta di evitare l' assalto di furfanti vocazionali e professionali. Al sindaco Raggi l' arduo compito di escogitare una soluzione.

Vittorio Feltri e i rom, la verità scomoda: "Se lo zingaro è ladro, meglio...". Perché il razzismo non c'entra, scrive il 14 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Va bene, la polemica è il sale della tv e anche il veleno della medesima. Il lettore sa che un ragazzino si è presentato a Piazza pulita, programma de La7, e discettando dei rom ha detto che costoro sono diversi da noi nei comportamenti. Nello studio sono scoppiati applausi che hanno infastidito il conduttore, noto progressista allievo del dilagante Santoro. Le scuole di pensiero in Italia sono due. Una, minoritaria, sostiene che gli zingari sono persone rispettabili benché vivano in modo strano, nei campi a loro destinati. L' altra, maggioritaria, non tollera che i nomadi si mischino alla gente comune e compie azioni poco civili per allontanarla dalle proprie case. Il problema è mal posto. Una grande quantità di rom negli anni si è integrata e mescolata in modo indolore nel consorzio nazionale, assumendone stili di vita, costumi e abitudini. Ciò significa che vari zingari di origine non sono diversi dai compatrioti, contro i quali non si registra alcun fenomeno di razzismo. Ovvio, chi partecipa alle attività sociali non viene discriminato e neppure riconosciuto come alieno. Ma attenzione. Circa 30 mila nomadi se ne sono guardati dal farsi assimilare nel nostro contesto e continuano a campare in tende e roulotte e roba simile, rifugiandosi in pieno stile clochard in zone periferiche. E questo non sarebbe niente, se non fosse che costoro non lavorano e, per mettere insieme il pranzo con la cena, non fanno altro che rubare. Addestrano le donne (incinte) e i bambini a compiere furti nella certezza che, quand' anche fossero colti in flagranza di reato, la farebbero franca in ossequio alle leggi in vigore. Va da sé che i ladri non godono di buona fama e che i cittadini cerchino di starne alla larga. Non è questione di razzismo, bensì di prudenza. Se sotto casa tua si addensa un gruppo di furfanti conclamati non stai sereno, sai che prima o poi ne sarai vittima. E ciò ti allarma e ti fa girare le scatole. Vuoi allontanare il pericolo non tanto perché gli zingari siano brutti e spesso sporchi, ma perché costituiscono una minaccia per te e la tua famiglia. Dopo di che il fatto che essi non mandino i figli a scuola e dispongano di automobili di lusso accresce il sospetto che siano bande inaffidabili. Difficile sostenere il contrario. Chi lo fa o è cieco o cretino o entrambe le cose. Vittorio Feltri

Torre Maura, il razzismo ed una domanda sui Rom. A Roma polemiche e barricate di un quartiere contro un insediamento Rom, e subito parte l'accusa: "Razzisti". Ma chi li vorrebbe davvero sotto casa propria? Scrive Panorama il 4 aprile 2019. "Ma lei li vorrebbe i Rom sotto casa sua?". Più o meno tutte le persone del quartiere romano di Torre Maura scese in piazza ieri per cercare di bloccare l'arrivo di 70 rom in un nuovo insediamento nel quartiere hanno posto questa domanda ai giornalisti che si sono precipitati a raccontare e documentare la loro protesta. Una protesta rabbiosa, con momenti assurdi (non si calpesta mai il pane, soprattutto se destinato anche a 30 bambini) ma identica a quelle che, di fatto, convive da sempre ed in ogni angolo d'Italia quando si parla di Rom. Perché che sia via Triboniano a Milano, o Torre Maura a Roma o qualsiasi altro campo rom la situazione è identica: la gente protesta. La gente, non tutta ma di certo la stragrande maggioranza, non li vuole.

Allora ci sono due strade. La prima è l'attacco: "Razzisti", "clima d'odio". Alcuni giornali, alcuni politici, e tante persone sui social hanno scritto e commentato così la protesta di quella gente. Commenti partiti da comode redazioni, o uffici, o case dove di Rom, nei paraggi, non ce ne sono. Persone che poi, ad esempio quando transitano in Stazione Centrale a Milano, alla vista di una "zingara" (la gente li chiama così) stringe la borsa al petto o cambia strada.

La seconda strada è cercare di capire. Capire perché ci spaventano. Magari ascoltare, senza pregiudizi, le parole di chi protesta. Negare che i Rom portino con loro un problema di sicurezza è falso (ci sono decine di statistiche e relazioni). Negare che l'integrazione sia molto ma molto complessa, se non impossibile, è falso.

Un solo episodio: 15 e più anni fa il Comune di Milano decise di sistemare il campo di via Triboniano. Venne distrutta una baraccopoli abusiva, creata alle spalle di una struttura esistente, vennero assegnate casette con acqua, corrente, gas. Vennero anche offerti tanti posti di lavoro quanti erano gli adulti. E garantite scuole ai bambini. Morale: a lavorare andarono in due (su una quarantina); a scuola, dopo un mese, non ci andò più alcun bambino. Erano in giro a chiedere l'elemosina. Quindi, lasciate alle spalle la tifoseria, fermatevi e rispondete alla domanda che arriva da Torre Maura: "Ma lei li vorrebbe i Rom sotto casa sua?" 

I MIGRANTI STIANO TRANQUILLI, ORA SE LA PRENDONO CON GLI ZINGARI! Maria Rosa Tomasello per “la Stampa” l'8 aprile 2019. Davanti al palazzo di via Cipriano Facchinetti 90, a Casal Bruciato, prima periferia est di Roma, i residenti che da domenica protestano contro l' assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia rom, replicano con una domanda alle domande dei giornalisti: «Tu sul tuo pianerottolo ce li vorresti?». Loro sono «gli zingari»: quelli «che rubano», quelli «che sfruttano i loro bambini» e girano con «macchine da sessantamila euro». Quelli che «sarebbe meglio spostare fuori dal raccordo anulare». Quelli che «se sono nomadi, devono nomadare». «Non siamo razzisti, ma gli zingari non ce li vogliamo - dice la signora Claudia, che nel 1974 occupò a San Basilio - A mio nipote, che ha 11 anni, per togliergli un euro gli hanno puntato un coltello alla gola. Se fossero immigrati sì, anche neri sì. Purché sia gente onesta». Non è sufficiente ricordare, come ripete la sindaca di Roma Virginia Raggi, che la famiglia destinataria dell' appartamento ne abbia diritto, sulla base di regolare graduatoria. Qui, dove gli occupanti abusivi sono consuetudine, i rom sono indesiderabili. Come a Torre Maura, è Casapound a guidare la contestazione. Megafono in pugno, Giuseppe Di Silvestre arringa poche decine di persone: «Non ci sono i soldi per la sanità, le persone anziane sono costrette a frugare nell' immondizia, e poi si fa un bando per l' accoglienza da 986mila euro. I cittadini sono incazzati perché la politica pensa ai salotti e loro non hanno servizi. Non ci fermeremo finché non avranno dato una casa a Noemi. Prima gli italiani». Anzi: «prima i romani». Antonietta, 85 anni, si avvicina e urla: «Siete dei fascistoni, mi fate schifo». «Non si tratta di essere razzisti, siamo stati anche noi un popolo di migranti - dichiara Giuseppe Amendola - ma devono trovarsi casa e lavoro. A noi all' estero nessuno ha dato niente». L' altra protagonista di questa storia di sobborghi in rivolta ha 20 anni e si chiama Noemi Fasciano. Ieri mattina, con in braccio il suo bimbo di sei mesi ha occupato la casa da cui i nomadi era stati cacciati, ma l' occupazione è durata dieci minuti, fino all' arrivo della polizia, quando la ragazza ha preferito desistere. Ma ora fiancheggiata dal padre Enzo e dalla nonna Vincenza annuncia che resterà qui finché non avrà una casa, a costo di dormire dentro la tenda montata sul prato da Casapound. L' appartamento della contesa si trova al quarto piano di uno stabile di sette. Da ieri è ufficialmente libero: «Hanno creato un clima di odio e terrore al punto che per garantire l' incolumità e la vita di questi sei bambini gli uffici sono stati costretti a assegnare alla famiglia un altro appartamento - dice Raggi - Ma Casapound non ci fa paura, Roma resta una città aperta e dei diritti». Il vice premier Luigi DiMaio lancia un avvertimento: «La legge vale per tutti. Superiamo i campi rom, subito. E sgomberiamo CasaPound, così come chiunque occupi in modo illegittimo un' abitazione o uno stabile già assegnato a chi ne ha realmente bisogno». È tardo pomeriggio quando arriva Stefano Fassina, deputato e consigliere comunale di Leu che parla a lungo con Noemi. Un piccolo gruppo di persone che sta in disparte tira un sospiro di sollievo: «Stiamo facendo un piccolo presidio antirazzista, ma qui dovrebbe esserci la sinistra, a spiegare, a parlare» osserva Giulia. Fassina cerca di calmare gli animi e scuote la testa: «E' guerra tra chi ne ha più bisogno. Ci sono dodicimila persone in lista d' attesa, il problema non sono i rom ma che le case popolari sono poche».

Protesta anti-rom a Casal Bruciato: "Raggi assegni l'alloggio agli italiani". Nuove proteste a Casal Bruciato, il quartiere che si è ribellato all'assegnazione di un alloggio popolare ad una famiglia rom e che ora chiede venga dato agli italiani, scrive Elena Barlozzari, Martedì 09/04/2019, su Il Giornale. Tra i palazzoni grigi di Casal Bruciato sventolano i tricolori. Li hanno portati i residenti per rivendicare un’appartenenza ed un diritto: quello alla casa. Mentre Noemi, la giovane mamma che ha occupato l’alloggio popolare di via Facchinetti, assegnato dal Comune di Roma ad una famiglia rom, si prepara a trascorrere la sua prima notte in tenda. A casa di sua nonna, appena 30 metri quadri da dividere in otto, non vuole tornare. Dice che lo fa per il suo figlio che ha sei mesi ed è nato in una città che non concede riscatto. “I diritti qui te li devi conquistare, ed io non mollo”, ci aveva confidato a denti stretti questa mattina. Lei e la sua famiglia adesso posso contare su cento mamme e sul sostegno di un intero quartiere. Tutto è cominciato il giorno prima, con l’assegnazione di uno degli alloggi dell’immobile ad una famiglia rom. Tanto è bastato per trasformare il quartiere in una nuova Torre Maura. “Quando gli inquilini si sono accorti dell’arrivo dei rom – spiega Stefania – si sono spaventati ed hanno reagito”. Una reazione spontanea, di pancia, che si è tradotta in una barricata di cassonetti ed ha avuto l’effetto desiderato: i nomadi hanno rinunciato all’appartamento. Nel giro di qualche ora al loro posto è subentrata Noemi che, per poco, ha potuto assaporare il sogno di una casa tutta sua. Ha desistito quando sono arrivate le forze dell’ordine: “Temevo che potessero togliermi il bambino”, dice. La sua nuova sistemazione è una tenda verde, montata nel giardino condominiale di via Facchinetti. “L’alloggio lo devono dare a lei, non ai rom”, dicono in coro gli inquilini, determinati a rimanere al suo fianco finché non otterranno quello che chiedono. “Se non vogliono che scoppino nuove rivolte – avverte Fabrizio Montanini, coordinatore dei comitati di zona – diano una casa a Noemi”. L’assessorato al Patrimonio di Roma Capitale, però, ha già fatto sapere che “le assegnazioni delle case di Edilizia residenziale pubblica vengono effettuate esclusivamente e scrupolosamente in base alla disponibilità degli immobili e all’ordine delle graduatorie, escludendo qualsiasi discriminazione, possa essere essa di etnia, credo o religione”. Una spiegazione che non convince gli abitanti di Casal Bruciato. “Noi italiani – dice Maria – non abbiamo diritto a nulla, siamo stanchi di vivere da invisibili, a casa di nonni e genitori con mille figli”. Le fa eco una donna sulla settantina: “Mio figlio dorme dentro ad una macchina, come un barbone, a lui la casa popolare non gliela danno, ci sentiamo discriminati”. “Voglio essere libera di entrare ed uscire senza paura, senza dovermi guardare le spalle”, spiega Anna Rosa che vive nell’appartamento di fronte a quello assegnato ai rom. “La Raggi li portasse in Campidoglio i nomadi, noi qui non li vogliamo perché c’è già abbastanza degrado”, aggiunge un’altra inquilina suggerendoci di andare a vedere cosa succede in via Tommaso Smith. “Lì c’è un insediamento rom che non viene mai controllato, i nomadi sono allo sbando, bruciano, rubano, rovesciano la spazzatura a terra, siamo stanchi”. A spalleggiare i residenti, anche questa volta c’è CasaPound. Ma guai a bollare la protesta come “razzista” o “fascista” perché Paolo, strillando, vi risponderà: “Non siamo razzisti, in questo condominio ha vissuto per sei mesi una famiglia siriana e non è volata una mosca, qui c’è gente di destra e di sinistra”. Dal canto suo, Davide Di Stefano, dirigente nazionale delle tartarughe frecciate, sposa in pieno le ragioni della piazza. “Se si ritrovassero dieci rom sul pianerottolo – ragiona – penso che protesterebbero pure ai Parioli dove, ovviamente, non viene mai portato nessuno. Il problema è sempre e solo scaricato su quartieri popolari come Casal Bruciato o periferie come Torre Maura”.

Il passato turbolento del rom amico del Papa: arrestato per cocaina. Non solo 27 auto fantasma, nel curriculum di Omerovic pure i figli non mandati a scuola. Domenico Ferrara e Elena Barlozzari, Domenica 30/06/2019, su Il Giornale. «Non abbiamo precedenti penali». Nei giorni turbolenti dell'assegnazione della casa popolare a Casal Bruciato, Imer Omerovic ci teneva a precisarlo per zittire chi adombrava sospetti sul suo conto e lo accusava di essere privilegiato perché rom. Presa per buona la sua versione e squalificate le preoccupazioni dei residenti, Omerovic è diventato una specie di totem della legalità. In tanti ci hanno messo la faccia per difenderlo. Eppure, sembra proprio che il nomade non abbia un passato così limpido. E che neppure sua moglie, Senada, sia al di sopra d'ogni sospetto. Da quanto risulta al Giornale, infatti, entrambi i genitori sono stati segnalati per inosservanza degli obblighi scolastici. In pratica non mandavano alcuni dei 12 figli a scuola. Il «curriculum» di Omerovic però non finisce qui. A suo carico risultano anche denunce per abbandono di minori e per inosservanza dell'obbligo di assistenza familiare. Dal canto suo, il capo famiglia, sentito ancora una volta dal Giornale, ripete sempre la stessa versione: «Da quando sono Italia non ho mai avuto guai con la legge». E i bimbi? «Li mando tutti a scuola». In realtà non sembra proprio uno stinco di padre né di santo, nonostante il Papa lo abbia ricevuto insieme a parte della sua famiglia nella Basilica di San Giovanni in Laterano per schierarsi dalla sua parte davanti agli attacchi xenofobi e razzisti della borgata che voleva cacciarlo. Ma le ombre sul passato di Omerovic sono ancora più cupe. Risulta infatti anche un arresto in flagranza di reato perché trovato in possesso di cocaina. Insomma, è abbastanza evidente che il bosniaco non sia una persona che è stata lontana da contesti di illegalità. Senza considerare, come già scritto su queste pagine, che Imer Omerovic risulta intestatario di 27 vetture, alcune di lusso, e che l'ipotesi che svolga l'attività di prestanome è tra le più accreditate. Due di queste sono arrivate dopo l'assegnazione della casa popolare: una Fiat Stylo 1.9 Jtd e una Bmw serie 5 530 d. Inoltre, lui sostiene di svolgere l'attività di compravendita di auto su internet, peccato che lo faccia con una ditta individuale fantasma con sede sociale in via Pontina 601 a Roma, lì dove sorgeva il campo nomadi di Tor de' Cenci, sgomberato nel 2012, e che non abbia mai presentato un bilancio in camera di commercio. Segno evidente di probabili attività in nero. Eppure, nonostante tutto questo, anche il sindaco di Roma Virginia Raggi si è precipitata a dargli manforte e a spiegare che quella casa spettava loro di diritto e che i sospetti adombrati dai residenti erano solo calunnie. Nessuno qui mette in dubbio la necessità e l'urgenza di dare un tetto a una famiglia con un così alto numero di minori affinché questi non crescano nel degrado e possano sperare in una vita migliore di quella dei propri genitori, ma ora qualche chiarimento andrà pur dato. E non solo a chi protestava. Come ha ammesso la presidente del municipio IV di Roma, la grillina Roberta Della Casa, le norme sono poco stringenti e per avere un alloggio popolare servono solo l'Isee e la certificazione dello stato di famiglia. Ma oltre alle regole, il punto è un altro: è davvero possibile che nessuna istituzione a nessun livello si sia accorta delle anomalie sulla vita lavorativa e familiare di Imer Omerovic? Quanta fretta dei politici di scendere in campo quando scegliere i casi da far diventare un esempio è un atto che richiede cautela e attenzione ai dettagli per non scivolare su facili bucce di banana.

I sinti sono rimasti solo in sette. Ma la fondazione di Soros scende in piazza. Lo sgombero del campo nomadi a Gallarate. Solo sette sinti ancora a spasso per la città. Ma Open Society scende in piazza per protestare, scrive Roberto Vivaldelli, Domenica 07/04/2019, su Il Giornale. La Open Society Foundations di Soros scende in campo a difesa dei sinti di Gallarate. Lo scorso dicembre, infatti, il sindaco Andrea Cassani aveva ordinato lo sgombero forzato (con tanto di ruspe) di 22 famiglie sinti dal loro campo di Gallarate di via Lazzaretto. Da lì è nata la protesta dei sinti, che successivamente hanno occupato un’altra area in via Aleardi. Come riporta La Prealpina, il sindaco ha ribadito che sono solamente sette su novanta i sinti "ancora in giro per la città dopo quattro mesi", sottolineando che "il problema è stato risolto dopo quarant’anni". Oggi però in piazza scendono proprio i sinti, supportati dall’Open Society Foundations di George Soros e da Amnesty International. “Nel 2007 - si legge nella notta diffusa nei giorni scorsi da Amnesty - gli abitanti del campo avevano vinto un ricorso al Tar che confermava il loro diritto di soggiorno in quell’area, determinando che venisse attrezzato e convalidandone la residenza”. E ancora: "Dopo lo sgombero e scaduto al 31 gennaio il periodo di ospitalità, come disposto dal comune, in un hotel di Somma Lombardo, le 22 famiglie avevano trovato sistemazione in via Aleardi, territorio di proprietà della Curia, che avevano già occupato negli anni ’70". Il 25 marzo, però, prosegue Amnesty, “sono state allontanate anche da qui e sono adesso costrette a spostarsi da un parcheggio all’altro di Gallarate. Solo 5 famiglie, infatti, hanno ottenuto un alloggio popolare in via emergenziale che dovranno lasciare entro il 30 settembre". L’avvocato Pietro Romano sottolinea "come la vicenda sia lesiva della stabilità e dignità di queste famiglie che vivono e lavorano a Gallarate”. Alle denunce di Amnesty si è accodata la rete filantropica finanziata dal magnate George Soros, che in Italia destina importanti risorse "nella lotta alle discriminazioni nei confronti di gruppi minoritari, compresa la popolazione Rom". Oggi a Gallarate si terrà, infatti, l'incontro con Zeljco Jovanovic, direttore del Rio (Roma Initiative office-Open Society Foundations) e Dijana Pavlovic, attrice e attivista per i diritti umani per i diritti del popolo Rom e Sinti. L’incontro, riporta Malpensa24, si svolgerà alle 17 nella sede della Cooperativa Cuac di via Checchi 21 a Gallarate. “Il Romano Dives - si legge nella nota che presenta l’evento - è il giorno dell’autodeterminazione, dell’orgoglio e dell’unità di un popolo che solo in Europa conta più di 12 milioni di persone. Una comunità con valori, cultura e tradizioni proprie, costretta da secoli a lottare contro odio e pregiudizi”. Per i promotori dell'evento odierno, il clima di intolleranza è paragonabile a quello di Torre Maura, la periferia romana dove, pochi giorni fa, “una folla istigata dai peggiori sentimenti razzisti e da gruppi neofascisti ha dato vita a inaudite intimidazioni e violenze contro 70 persone (33 bambini, 22 donne e 15 uomini) “colpevoli” solo di essere Rom”. "Minacce, attentati, insulti razzisti si moltiplicano dai grandi ai piccoli centri del nostro Paese, - afferma la nota - alimentando un clima di crescente intolleranza che avvelena la nostra società. Si alzano muri e si chiudono cancelli: purtroppo anche a Gallarate”. Qualche settimana fa il sindaco Andrea Cassani aveva fatto chiarezza con un video pubblicato sui social sul “dato definitivo dei costi sostenuti da addebitare agli abusivi”. Secondo il primo cittadino, il costo dello sgombero si aggira “attorno ai 75mila euro”, mostrando in un video le spese, pari a 91 mila euro, che verranno invece addebitate ai sinti “i quali non sono proprio nullatenenti” in quanto hanno “case, terreni e autoveicoli intestati a loro”. "In un mondo normale - ha scritto Cassani in un post, pochi giorni fa - i cittadini non hanno solo diritti ma anche doveri e si rispetta la proprietà privata. In un mondo normale gente che ha vissuto sulle spalle degli altri cittadini per anni, non avrebbe il coraggio di chiedere ancora". Inoltre, sottolinea il primo cittadino di Gallarate, "in un mondo normale chi dice di lavorare dovrebbe avere una dichiarazione dei redditi".

L’ALTRA FACCIA DELLO “ZINGARO”. Antonio Padellaro per Il Fatto Quotidiano il 7 aprile 2019. Un uomo di etnia rom insultato dai residenti a Torre Maura A Dijana Pavlovic, che aveva gli occhi pieni di lacrime, ho chiesto: che cosa fate, che cosa fanno le comunità rom e sinti per spiegare, per dimostrare, per raccontarsi. Per dire no, non siamo tutti ladri e criminali con le Ferrari parcheggiate davanti alle roulotte, tutti abituati a vivere tra i rifiuti, tutti a poltrire a carico dei contribuenti e delle donne e dei bambini costretti a mendicare, a borseggiare? Alla brutalità che vi ingiuria, che vi disprezza, che non vi può vedere, che vi vorrebbe morti perché non replicate elencando gli artisti, gli intellettuali, gli atleti, i medici, gli avvocati, i professionisti, i giovani attivi negli studi che danno dignità e orgoglio all' etnia rom e a quella sinti? Perché, eternamente sulla difensiva, non citate quasi mai i "50mila rom integrati che sono cittadini italiani, vivono in case e lavorano onestamente" (Santino Spinelli, rom, musicista, compositore, poeta, docente alle università di Trieste, di Chieti e di Teramo, oltre che al Politecnico di Torino)? A Dijana (attrice affermata, laurea all' Università di Belgrado, volto televisivo, da anni impegnata a promuovere la cultura della sua gente) anni fa Furio Colombo offrì uno spazio settimanale sull' Unità di cui ero condirettore. Me lo ha ricordato lei ancora scossa per le immagini di violenza belluina di Torre Maura appena trasmesse da "Piazza Pulita". Proteste che, a parte l' uso fascista che ne fanno i picchiatori di CasaPound e Forza Nuova, vanno anch' esse comprese nel contesto di assoluto degrado e abbandono nel quale, stipati in un megaquartiere ghetto (come tanti, a Roma, intitolati a qualche torre) vivono (o sopravvivono) duecentomila esseri umani. Perché noi osservatori, giustamente colpiti dalla reazione di padri e madri di famiglia che si scagliano contro altri padri, altre madri e altri figli chiamandoli "zingari", dovremmo domandarci, prima di tutto, se coloro che scappano sui furgoni celesti della polizia non siano il detonatore di una esasperazione diventata insopportabile. Certo che lo sono, e non lo si potrà mai comprendere appieno se si abita, come chi scrive, in zone protette del centro storico o comunque lontane da campi e centri d' accoglienza. Perché il non aver saputo governare la questione nomade, e averla anzi lasciata marcire ha prodotto in Italia (non così in Germania o in Francia) un doppio cortocircuito sociale e politico. Da una parte il vittimismo ("non siamo animali") di una comunità che non vuole fare i conti con il disagio che i propri membri (non tutti, però molti sì) infliggono al resto della collettività con il loro stile di vita. Perché se chi abita vicino alle roulotte mette le inferriate alle finestre o se quando una zingarella sale sul bus l' istinto è di proteggere il portafoglio questo, per dirla con il sociologo Luca Ricolfi, non è pregiudizio ma, purtroppo, esperienza. In tutto ciò la (non) risposta politica al problema rom o è quella della destra che li caccia e li schifa o è quella della sinistra che li commisera e s' indigna, tenendoli a debita distanza. Per rialzare la testa queste comunità dovrebbero prima avviare un forte e sincero percorso di autocoscienza, affidandosi ai più giovani e alla domanda: cos' è che non va in noi (prima di chiedere cos'è che non va negli altri). La Giornata Mondiale dei rom e dei sinti dell' 8 e del 9 aprile sembra l' occasione propizia.

La sinistra finge di non vedere quei rom nel suk dell'illegalità. Tutte le domeniche al mercatino delle pulci di viale Puglie a Milano abusivi e immigrati la fanno da padroni, scrive Benedetta Maffioli, Lunedì 08/04/2019, su Il Giornale. Anche questa domenica il via vai di gente è iniziato già di prima mattina. Con sacchetti, buste di plastica e carellini della spesa una lunga carovana di persone da piazzale Cuoco procede in fila sul grande vialone, direzione: il mercatino delle pulci di viale Puglie. Viste dall’alto le bancarelle potrebbero sembrare un normalissimo mercato dell'usato, da visitare il weekend per cogliere qualche occasione speciale. Ma solo una volta all’interno, immergendosi tra tra stand e persone, ci si rende conto che di speciale c'è ben poco, se non una manica di venditori abusivi, che rivendono merce probabilmente rubata a prezzi stracciati, in condizioni di sporcizia e illegalità. Si può trovare di tutto: abiti, scarpe, elettrodomestici come forni e frigoriferi, sanitari, oggettistica di ogni tipo, vecchi telefonini, giocattoli, attrezzi da lavoro. Ma dove accade il peggio è proprio nella striscia di terra che fa da cerniera fra l'Hobbypark, il mercato legale dello scambio e del baratto e l'ex mercatino di San Donato. Un via strettissima, piena di gente che con la pioggia si riempie anche di fango. Alcuni con le valigie, altri con dei teli stesi per terra, altri ancora con buste di plastica. E' qui che tutte le domeniche si popola il supermercato dell'illegalità: profumi di marca, confezioni di tonno in scatola, salami, forme di parmigiano, shampo, medicine, prodotti di bellezza, tutto dai 3 ai 10 euro. "La situazione è così da diversi anni - racconta Silvia Sardone, consigliere del Comune di Milano - da sempre chiediamo che venga chiuso, ma il Comune lo ha fatto solo per due settimane, durante la campagna elettorale. Subito dopo ha riaperto magicamente". Tra grida e richiami di venditori ambulanti, ci sono romeni, africani, arabi. Di italiani, invece, se ne vedono pochi, sia tra i rivenditori (anche ufficiali) che tra tra la clientela. Un suk gestito da un gruppo di rom che già dalla mattina presto occupa la zona con camper e macchine. E a pochi metri infatti si intravede il campo di roulotte dove solitamente vivono. "Io non riesco a credere che qui possa entrare qualcuno dell’amministrazione comunale o della polizia locale e non capire chiaramente che si tratti di merce rubata”, dichiara Silvia Sardone. In questa striscia di terra di nessuno c'è poi il reparto delle bici usate, gestito dagli africani. Se ne trovano di diversi modelli, tutte imbrattate di fango e i prezzi sono tra i 50 e gli 80 euro. Poi in mezzo a tutta questa sporcizia c'è anche una bancarella di frutta e verdura. Ortaggi a massimo 3 euro al chilo, ma dall’aspetto poco rassicurante e senza alcun rispetto delle più banali norme igienico sanitarie. Ma è quando tutto finisce e i rivenditori smontano baracca e burattini, che si manifesta lo spettacolo indecente di ciò che è andato in scena fino a poco prima: un'area ricoperta di immondizia, sporcizia e qualsivoglia genere di rifiuto, un'autentica discarica a cielo aperto. Una situazione di degrado che da anni imbarazza i residenti che vorrebbero la definitiva chiusura di questa fiera dell’illegalità.

Troupe Rai aggredita da nomadi. Salvini: "Sgombero", Biffoni replica: ci renda i militari. Paura al cimitero di Paperino. Coinvolte anche alcune anziane che erano sul posto, scrive il 4 aprile 2019 La Nazione. Momenti di tensione questa mattina al cimitero della frazione di Paperino, a Prato, dove una troupe della Rai è stata aggredita da un gruppo di nomadi che alloggia nelle vicinanze. Lo denunciano la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, l’Associazione Stampa Toscana, L’Usigrai, il CdR e la redazione della Tgr Rai di Firenze che "condannano con la massima forza e decisione l’aggressione fisica ai danni della collega Giulia Baldi e della collaboratrice Daniela Pecar (operatrice in appalto) avvenuta questa mattina al cimitero di Paperino". Le due stavano realizzando un servizio giornalistico sul sequestro di una discarica abusiva, quando si sono avvicinati alcuni nomadi del vicino campo. I nomadi hanno minacciato le giornaliste, poi le hanno aggredite e percosse, cercando di impossessarsi delle attrezzature. Un simile trattamento è toccato ad alcune anziane signore che si trovavano sul posto. "Inutile dire che si tratta di un atto gravissimo sul quale devono indagare le Forze dell’ordine.  A Giulia e Daniela - si legge nella nota - il massimo sostegno della  Federazione Nazionale della Stampa Italiana, dell’Associazione Stampa Toscana e di tutti i colleghi sgomenti per l’ennesima aggressione ai giornalisti". E ovviamente a Giulia e Daniela anche la solidarietà della nostra redazione. Del caso ha parlato anche il ministro dell'Interno Matteo Salvini: "Mi impegno ad essere presto a Prato per fare lo sgombero e mettere ordine", dice Salvini a margine dei lavori del G7 Interno a Parigi. A stretto giro di posta arriva la replica del sindaco Biffoni: "L’operazione di mercoledì, per la quale ringrazio la Procura di Prato, Municipale, Provinciale, Carabinieri, Forestale e Arpat, segue anni di interventi sui terreni di proprietà di italiani, residenti proprio a Paperino, e affittati a vari soggetti. 60mila metri quadrati perquisiti, già precedentemente sequestrati e per i quali da sindaco avevo già emesso tre ordinanze di bonifica a cui il proprietario non ha mai ottemperato. Il ministro Salvini sappia quindi che a Paperino non c’è alcun campo da sgomberare, che sull’area abbiamo già fatto tutti gli interventi necessari grazie al grande lavoro di Procura e forze dell’ordine. Se Salvini vuole interessarsi di Prato lo faccia da ministro, restituendoci, per esempio, i militari che ci sono stati tolti ed estendendo le forze dell’ordine come promette da tempo”. "Massima solidarietà alla troupe del Tgr Rai della Toscana: l'aggressione di stamane è una cosa che non deve accadere. Spero che le forze dell'ordine arrestino i delinquenti", dice il sindaco Matteo Biffoni. "Lì non c'è un campo nomadi - specifica il sindaco - ma insediamenti su cui siamo intervenuti più volte. L'operazione che si è svolta ieri è stata fatta grazie ai droni della polizia municipale che hanno passato il materiale alla procura".

LE REAZIONI - Solidarietà da parte del presidente della Regione Toscana , Enrico Rossi, sia alla troupe Rai che ai residenti della zona coinvolti nell'aggressione. Per il governatore "il lavoro giornalistico va sempre e comunque tutelato. Troppe volte gli operatori dell'informazione sono sottoposti a pressioni indebite che minano alla base una delle funzioni fondamentali della democrazia". Da viale Mazzini, sede della Rai, arriva una nota: "La Rai condanna l'aggressione subita da Giulia Baldi e Daniela Pecar, minacciate e poi malmenate solo per aver svolto il proprio mestiere - quello di giornalista - ed esprime loro solidarietà e vicinanza. L'azienda considera l'aggressione subita nei pressi dei cimitero di Paperino, a Prato, dalle due inviate della Tgr Toscana, che stavano girando un servizio su una discarica abusiva, un atto gravissimo, inaccettabile e intollerabile". "Desidero esprimere la mia più sentita solidarietà alla giornalista della Rai Giulia Baldi e all'operatrice Daniela Pecar, aggredite stamani da alcuni nomadi mentre stavano realizzando un servizio su una discarica abusiva a Paperino. Evidentemente la presenza della troupe della Rai dava fastidio a qualcuno, probabilmente proprio chi ha 'in gestione"' la discarica. Purtroppo anche a Prato esistono ancora sacche di illegalità diffusa che non possono più essere tollerate". Lo afferma in una nota il candidato sindaco di Prato Daniele Spada. Aldo Milone, candidato sindaco di "Prato libera e sicura", commenta: "L'episodio pone ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, il problema della sicurezza in città e del controllo del territorio. Non è ammissibile che un gruppo di nomadi si comporti aggredendo dei giornalisti senza subire punizioni esemplari. Spero che chi è preposto a tale compito prenda i dovuti provvedimenti. A questo punto è anche opportuno sgomberare tutti quegli accampamenti abusivi e dare segnali forti di una presenza non solo dello Stato ma anche dell'amministrazione comunale. Per fare lo sgombero non aspetterei la visita del Ministro dell'Interno Salvini, si dia una mossa il sindaco Biffoni. Cerchi soprattutto di far capire a chi crede di agire impunemente che in questa città tutto ciò non è consentito e prevarrà sempre il rispetto delle leggi". "Un senso di rabbia è la prima sensazione che ho avuto alla notizia che una troupe di Rai 3 Toscana è stata aggredita mentre era al lavoro per documentare il sequestro di una discarica abusiva nel pratese. Una aggressione violenta a chi era lì per raccontare, dare visibilità ad una tante aggressioni violente al nostro territorio. La rabbia è accresciuta dal fatto che le aggredite sono due donne, Giulia e Daniela, minacciate e percosse da uomini di etnia rom di un vicino campo che si sono sentiti in diritto di farlo, ma cosa rompono, avranno pensato, queste due donne, ora glielo facciamo vedere noi. Mi auguro che gli autori del gesto siano perseguiti e condannati, a Giulia e Daniela la solidarietà mia personale e di tutta la Cgil Toscana, solidarietà estesa a tutta la redazione e agli operatori diretti e in appalto di Rai 3 Toscana", dice Dalida Angelini, segretaria generale Cgil Toscana. "Solidarietà massima alle due giornaliste per questa aggressione inaccettabile, vergognosa e meschina: i responsabili siano individuati e paghino per quello che hanno fatto", dice Dario Nardella, sindaco di Firenze. "La legalità è un valore centrale e irrinunciabile - continua - e non possiamo ammettere nelle nostre città zone franche dove degli individui, a prescindere dalla loro etnia, possano aggredire indisturbati delle donne mentre fanno il loro lavoro". "Solidarietà, assolutamente, alla troupe dei giornalisti che è stata aggredita: è un altro esempio di come le nostre città devono cambiare" dice Susanna Ceccardi, commissaria della Lega della Toscana. "Un fatto gravissimo, da condannare non solo in quanto violenza ma anche perché avvenuto ai danni di due giornaliste che stavano svolgendo il loro lavoro di informazione e di servizio pubblico. A Giulia Baldi e Daniela Pecar la nostra vicinanza e solidarietà. Auspichiamo che i colpevoli siano individuati e puniti, così come ci auguriamo che tali episodi non abbiano a ripetersi e che i giornalisti possano continuare a svolgere serenamente il loro lavoro. A coloro che twittano a fasi alterne, a secondo dell’etnia e del colore dei protagonisti delle vicende, rivolgiamo un sereno invito a non speculare per fini elettorali, fomentando ancora odio e divisioni. Noi siamo per la legalità sempre e dovunque, così come l’amministrazione comunale di Prato che proprio nei luoghi dove è avvenuta l’aggressione era intervenuta il giorno prima attraverso l’impegno della polizia municipale". Cosi Ilaria Bugetti e Nicola Ciolini, consiglieri regionali Pd. Il gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle in Regione Toscana esprime "la massima vicinanza e il pieno sostegno alla troupe Rai aggredita, adesso attendiamo che gli organi di polizia preposti prendano tutte le iniziative necessarie al fine di punire gli aggressori e ristabilire la piena legalità nell’area".

I SINTI - L'associazione "Sinti Prato" si è espressa sulla vicenda. In una nota firmata da Ernesto Grandini, dell'Associazione Sinti Italiani Prato), si legge che l'associazione "condanna ogni forma di violenza fisica e verbale, ribadisce il diritto di cronaca delle giornaliste e intende dichiarare la propria vicinanza alle due professioniste. Precisiamo, tuttavia che, a differenza di quanto viene riportato, a Paperino non c'è alcun 'campo nomadi' e che qualsiasi forma di accampamento è legata a proprietà privata di singole persone, rom o non rom, che naturalmente risponderanno dei propri atti singolarmente. A Prato vivono circa 200 persone appartenenti alla nostra comunità che abitano i quattro campi istituzionalmente riconosciuti, nessuno di questi si trova a Paperino e non vogliamo che si creino facili equiparazioni o diventare, come spesso accade, un capro espiatorio, strumentalizzati a fini elettorali o politici. Le persone che si sono rese responsabili singolarmente dell'aggressione ne risponderanno personalmente secondo la legge. Desideriamo inoltre uscire da questa spirale di odio e di tensione che sta crescendo ogni giorno, dai fatti di Roma fino ad oggi a Paperino, per questo motivo saremmo grati alle due giornaliste aggredite o ai loro colleghi se accettassero un nostro invito per conoscersi personalmente, per smontare questa spirale d'odio che sta rendendo le città italiane dei luoghi inospitali per tutti".

Quarta Repubblica, per l'inviata di Mediaset Chiara Carbone nel campo rom finisce in disgrazia, scrive il 13 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Era andata nel campo nomadi romano del La Barbuta per intervistare i capi clan sull'assegnazione delle case popolari ai rom dopo le proteste di Casal Bruciato e Torre Maura ma Chiara Carbone, inviata di Quarta Repubblica di Nicola Porro in onda il lunedì sera su Rete 4 è stata aggredita e minacciata con un coltello da uno dei residenti dell'accampamento abusivo che l'ha rapinata della borsa. La polizia, allertata immediatamente, ha fermato il rapinatore e recuperato il bottino. Decine di volanti intanto erano arrivate sul posto. In manette con l'accusa di rapina aggravata è finito Cristofer Udorovick di 22 anni.

Torre Maura, la rabbia dei residenti: «Tutto cade a pezzi, non passano neanche i tram». Pubblicato mercoledì, 03 aprile 2019 da Corriere.it. Si fa presto a dire razzisti. I nonni di Torre Maura lo spiegano chiaro che, per resistere quaggiù, ci vuole un fisico bestiale. Guido, tutt’ossa e nervi, sfotte chi si complimenta per i suoi 75 anni portati da maratoneta: «Certi me fanno: “Ammazza ahò, stai in forma!”. “E grazie ar cavolo” risponno, io cammino». Già, qua si cammina tanto. Non si capirebbe ciò che è successo nelle ultime 48 ore in questo profondo ghetto della periferia sud-est romana — meno che mai la rabbia e gli slogan feroci, i falò e i saluti fascisti e le mazze da baseball contro una settantina di rom (di cui 33 bambini e 22 donne) assediati in una palazzina di via Codirossoni dalle mura celesti e scrostate — senza partire da qui e da prima: dalle marce faticose dei vecchi residenti su strade sgarrupate e male illuminate, con autobus come fontanelle nel deserto, alberi caduti sulle giostre dei bambini, supermercati a due chilometri, negozi spariti. Pochi ragazzi e quasi tutti disoccupati, due bar dello spaccio, tre centri d’accoglienza per migranti in un diametro di 800 metri. Non si comprende il rancore senza guardare in faccia la disperazione. L’ultimo salumiere si chiamava Sandro e ha chiuso due giorni fa, le serrande abbassate delle botteghe d’una volta sono voragini nel tessuto urbano e nell’ipotesi di restare umani. «Via dei Colombi è una landa sperduta, non ci passa più nessuno da quando ci hanno tolto il tramvetto», sospira Sergio Becattini, che di anni ben portati ne ha 79 e sta nel comitato inquilini di queste case popolari costruite nel 1977 in una borgata dai toponimi assurdamente ornitologici abbandonata via via da ogni politico e da ogni istituzione al degrado, al buio, alla paura: 620 le famiglie, duemila e passa i residenti che per fare la spesa devono «attraversare la Casilina», non proprio dietro l’angolo, e che ogni notte pregano perché le crepe lunghe tre metri nei loro androni reggano ancora un po’, perché l’umido che inzuppa i muri non diventi alluvione. Il centro di Roma da qui è un’astrazione lontana 40 minuti di moto, un tempo imprecisato in macchina, l’incertezza della metro comunque da raggiungere (la linea 556 che portava i vecchietti a fare le analisi a Tor Tre Teste sta per essere soppressa). È un’idea affollata di politici che si contraddicono e alle sette della sera pagano pegno. Perché quando due pulmini della Sala operativa sociale del Comune vanno a prendersi tra applausi, calci e ululati le prime due famiglie rom per trasferirle chissà dove, appare chiaro che la protesta ha vinto davvero, che bruciare le macchine e i cassonetti a Roma è l’unico modo per farsi sentire, meglio se a telecamere dei tg accese e a portata di video. Qui i Cinque Stelle avevano preso il 77 per cento. Stasera Virginia Raggi avrebbe problemi a mostrarsi: le intestano la pessima idea di avere trasferito più o meno in segreto i rom nella palazzina dove un tempo stavano i migranti («nun semo razzisti, i “negri” c’annavano bene», ti dicono nei capannelli, rimodulando la classifica dell’intolleranza à la carte), le rinfacciano di avere proclamato «non cederemo all’odio razziale fomentato da CasaPound e Forza Nuova» e la sbeffeggiano per avere poi fatto marcia indietro a tutta birra. Ma anche Salvini perde un po’ del suo fascino quaggiù (lo chiamano «Mister Maglietta») mentre continua a parlare come fosse il capo dell’opposizione e non il responsabile di un ordine pubblico che martedì sera ha mostrato, eccome, la corda. Si fa presto a diventare impopolari per il popolo. Il Pd, svanito da un pezzo, manda ora sul posto due consiglieri cortesi, preparati ma un po’ impalpabili, che appaiono lontani dalla gente come la più vicina sezione (a Tor Bella Monaca, cinque chilometri). La sinistra antagonista ha provato a raggrupparsi per una controprotesta ma un giro di telefonate non è servito: la causa dei rom ha molto meno appeal di quella dei migranti. Alla fine sul campo restano i «fascisti del terzo millennio», sponsor politici di manipoli di ragazzotti borchiati che, sotto le finestre dei rom, strillano «’a ’nfami, ‘a ladroni» ogni volta che vedono un paio d’occhi spaventati spuntare dietro i vetri. È ciò che rischia di rimanere del nostro discorso pubblico se nessuno metterà mano alla bomba sociale delle periferie. Gli scontri di Tor Sapienza di quattro anni fa non hanno insegnato nulla. Le ricette della Commissione d’inchiesta (un miliardo di investimenti l’anno per dieci anni e un’agenzia nazionale che li coordini) sono rimaste inascoltate da questo esecutivo che, paradossalmente, proprio nelle periferie ha la sua constituency. I resti della notte dei fuochi punteggiano di nero fumo la strada del disastro, di cui la palazzina celeste è quasi una metafora: era un centro di riabilitazione chiuso ai tempi della Polverini; è diventato uno Sprar per migranti e infine un campo di battaglia. Una volontaria della cooperativa, che lavora con i rom sin da quando stavano nella loro prima sede a Torre Angela, giura che «sono brave persone». La zittiscono al grido consueto di «portateli a casa tua» e lei per soprammercato perde pure l’autobus, evento che qui vale una dannazione biblica. Assieme alla macchina di un volontario ha preso fuoco il camper di una famiglia rom del tutto eccentrica rispetto a questa narrazione. Bruna, la mamma, non ammette luoghi comuni: «Dicono che il camper l’abbiamo rubato? Io pago pure l’assicurazione!», ed esibisce un faldone con dieci anni di tagliandi verdi e relative ricevute. Alla gonna le si aggrappa il figliolo, Maciste. Perché Maciste? «Perché il papà si chiama Hercules». Hercules si fa avanti, è un pragmatico. Dice che «devono essere pazzi al Comune per mandare qui tutti assieme tanti rom, con la fama che abbiamo!». Non scherza: il 28 marzo gli hanno dato una casa popolare qui dietro, in via delle Cincie. Così adesso si sente almeno penultimo: e, degli ultimi, comincia ad averne un po’ le tasche piene.

Luca Ricolfi per Il Messaggero il 4 aprile 2019. Riassumiamo i fatti. L’altro ieri i residenti di Torre Maura (quartiere di Roma) hanno dato vita a una rivolta, con vari episodi di violenza e di intimidazione, quando si sono accorti che il Comune stava trasferendo 77 rom in un centro che, fino a poco prima, aveva ospitato alcune decine di migranti. Gli abitanti di Torre Maura, recentemente “liberati” della presenza dei migranti, non ci hanno visto più quando se li sono visti sostituire con i rom. L’operazione rientra nella cosiddetta “terza via” di Virginia Raggi: trovare un compromesso fra il buonismo “senza sé e senza ma” della sinistra e il cattivismo, anch’esso senza se e senza ma, della Lega e del suo leader Salvini. L’idea è (o meglio era) di sgomberare i campi rom, assicurando percorsi di reinserimento individuale (formazione, lavoro, alloggio, ritorno in Romania), ampiamente finanziati dalla mano pubblica. Una strategia già tentata senza grande successo l’estate scorsa con il campo rom di Prima Porta (Camping River). Oggi, forse scottata da quell’esperienza, la sindaca la riformula in modo un po’ più filosofeggiante: “Su migranti e campi rom sto portando avanti la ‘terza via’: inflessibili con i delinquenti, accoglienti con le persone fragili. Semplificare i temi complessi è sbagliato”. Giustissimo, ma più facile a dirsi che a farsi. Perché portare in blocco 70 rom in un quartiere degradato, che ha già enormi problemi, dallo stato penoso degli alloggi comunali ai roghi dei cassonetti, che cos’è se non un modo semplicistico di affrontare il problema? (e infatti l’Amministrazione comunale ha già fatto macchina indietro: i 70 rom, in massima parte donne e bambini, saranno portati tutti via entro una settimana). Semplicistico, soprattutto, è prendersela con l’ira popolare senza comprenderne le ragioni. Ragioni che non giustificano in alcun modo gli atti violenti e le manifestazioni di odio (su cui già indaga la Procura) ma che hanno una loro macroscopica consistenza. Proviamo a riassumerle, una ad una.

Prima ragione. La gente non capisce perché si continui a parlare di periferie degradate, della necessità di riqualificarle, dell’urgenza di un ritorno della politica nei quartieri, e poi non riesce né a tener pulite le strade (che è il minimo sindacale per un’amministrazione), né a garantire la sicurezza (che è il minimo sindacale per uno Stato), e come se questa assenza non fosse già abbastanza colpevole scarica su un territorio già stremato i problemi di specifici gruppi sociali (migranti e rom), peraltro noti per un tasso di criminalità superiore alla media.

Seconda ragione. La gente non capisce perché un cittadino italiano ordinario, per vivere, debba sbattersi in cerca di un lavoro e di una casa, mentre alcuni gruppi sociali “speciali” paiono godere di una sorta di diritto a reddito e alloggio. E ancor meno capiscono che altre minoranze sventurate, questa volta costituite da cittadini italiani, non godano di altrettanti diritti e attenzioni (“andate via, fate venire i terremotati che stanno sotto la neve!” è una delle frasi che si sono ascoltate durante le proteste a Torre Maura).

Terza ragione. La gente non capisce la “terza via” perché sa perfettamente come andrà a finire: il lato buonista premierà le persone fragili (o presunte tali), il lato cattivista resterà lettera morta. Perché è facilissimo spendere soldi dei contribuenti o dell’Europa per gestire l’accoglienza, è praticamente impossibile arginare i comportamenti illegali (le periferie non sono sufficientemente presidiate dalle forze dell’ordine, intere porzioni del territorio sono in mano alla criminalità, chi infrange le leggi può tranquillamente essere arrestato e liberato decine di volte).

La realtà, temo, è che la Terza via, attuata con tanta improvvisazione (pare che dell’operazione di trasferimento a Torre Maura non fosse stato informato neppure il presidente grillino del VI Municipio, di cui Torre Maura fa parte), non possa che rafforzare la reazione cui pretende di porre un freno. Certo, se si pensa che le reazioni rabbiose al trasferimento dei rom siano dovute alla rozzezza del volgo romano, o all’estrema destra che soffia sul fuoco, aizzando i peggiori istinti popolari, allora non c’è niente da fare: fascismo e razzismo avanzano tenendosi per mano, e tocca ai sinceri democratici resuscitare antifascismo e antirazzismo, i due grandi anticorpi alla disumanizzazione trionfante.

C’è però anche un altro modo di mettere le cose. A giudicare dai resoconti della protesta, dalle frasi e dagli slogan che si sono sentiti, il sentimento centrale che pare animare la protesta non è l’odio ma, forse più semplicemente e umanamente, un forte, fortissimo, disperato senso di ingiustizia. Chi fatica a sbarcare il lunario in un quartiere degradato, non riesce a capire perché i migranti non siano inviati in altri quartieri delle città (già: perché?), soprattutto in quelli del politicamente corretto i cui abitanti manifestano orgogliosamente in favore dell’accoglienza. Ma soprattutto non capisce un’altra cosa: perché, nella distribuzione delle risorse pubbliche, la maggior parte dei cittadini siano lasciati soli, a giocare la loro difficilissima battaglia individuale per la sopravvivenza, mentre ad alcuni gruppi e minoranze (rom e migranti innanzitutto) è accordata una speciale precedenza e attenzione, il tutto senza che alcun merito, o fragilità estrema, giustifichi una tale differenza di trattamento.

Simone Canettieri e Lorenzo De Cicco per Il Messaggero il 4 aprile 2019.  In pubblico, da parte di Matteo Salvini, c'è una stoccata netta nei confronti della sindaca e la conferma della linea dura contro i nomadi che delinquono: «È sbagliato spostare dalla sera alla mattina decine di persone da palazzo a palazzo, quartiere a quartiere, di periferia in periferia. Le cose vanno fatte alla luce del sole, in maniera trasparente. Se ci sono rom che si vogliono integrare sono i benvenuti: quelli che pensano al furto non meritano niente». In privato, invece, c'è una telefonata «cordiale» e dai toni più confidenziali che istituzionali. Obiettivo, capire come «affrontare la rivolta». A metà giornata la sindaca Virginia Raggi riesce a mettersi in contatto con Salvini. Il ministro dell'Interno si fa spiegare per filo e per segno chi sono i residenti che protestano, perché lo fanno, chi c'è dietro ai disordini. Per la grillina è l'occasione di uno sfogo, che esce lentamente durante la conversazione, mentre gli illustra il quadro della situazione che si è sviluppata nelle ultime ore. «Un'escalation di violenza e intolleranza», la definisce il Campidoglio. Da parte di Salvini c'è un atteggiamento belligerante a metà. Davanti alle telecamere il titolare del Viminale esprime sì una serie di perplessità sul modus operandi utilizzato dal Comune, ma preferisce non affondare più di tanto il colpo durante la telefonata. La cautela del «Capitano» si può spiegare in diverse modi. Gli preme non aprire un altro fronte con il M5S, visto il clima di guerra totale che si respira in parlamento. Una precauzione che si incastra in uno scenario molto più complicato. D'altronde Lega e M5S sull'inclusione di migranti e rom e, più in generale, sull'approccio a queste tematiche, sono diametralmente all'opposto. Nella catena di telefonate la prima a essere interpellata dal ministero dell'Interno è il prefetto della Capitale, Paola Basilone. Tocca a lei fare il punto a Salvini che vuole essere informato su una protesta che, da martedì sera, ha preso una piega pericolosa, con le auto incendiate, i tafferugli, i cassonetti scagliati in strada, a fare da argine alle forze dell'ordine. La rappresentante del governo chiama poi in Campidoglio, parla a lungo, per tutta la giornata, col delegato alla Sicurezza della sindaca, Marco Cardilli, l'unico rappresentante dell'amministrazione stellata a recarsi a Torre Maura, accolto dai fischi dei residenti. E così riparte il giro inverso, fino al contatto tra «Matteo» e «Virginia». I vertici M5S blindano la sindaca. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede le esprime «massimo sostegno» davanti a questi focolai di violenza e queste aggressioni di matrice estremista. Se si scava in profondità, in molti sono costretti anche tra i big pentastellati a barcamenarsi. Spiega Mattia Fantinati, sottosegretario alla Pubblica amministrazione: «La guerra fra poveri c'è perché la sinistra non poteva integrare altri soggetti fragili e ha scavato un gap ancora più grande fra ricchi e poveri. Oggi questa bomba sociale viene strumentalizzata dai neofascisti». Paola Taverna, vicepresidente del Senato in quota M5S, che nel VI Municipio di Roma ha anche una base elettorale forte, dice di «condividere l'esasperazione di chi, pur avendo sempre mostrato spirito di accoglienza, ritiene ingiusto sovraccaricare ulteriormente una piccola comunità». E se la prende con l'Ufficio Rom del Campidoglio, finito ora anche nel mirino di Raggi, con la rimozione della responsabile, Michela Micheli, e un'indagine interna. «La gestione degli uffici è stata inqualificabile», è convinta Raggi. La sindaca condivide con Salvini l'obiettivo finale, quello cioè di arrivare allo smantellamento progressivo dei campi rom. Ma la strategia per arrivarci è diversa. Raggi non crede nella ruspa amata dal leader del Carroccio. Nell'ultimo anno ha parlato spesso - lo ha fatto anche l'altro ieri, appena scoppiata la protesta, in tv - della «terza via» del M5S, a metà, dicono in Campidoglio, tra il «buonismo di certa sinistra» e la linea dura del Viminale. Insomma, «inflessibili con i delinquenti, accoglienti con le persone fragili, come i bambini». Facile dirsi, molto complicato da mettere in pratica. Il piano Rom varato dal Campidoglio ormai quasi due anni fa, numeri alla mano, arranca. Per ora è stato smantellato solo il Camping River, con l'appoggio del Ministero dell'Interno, per mettere fine a una situazione di abbandono che aveva prodotto un'«emergenza sanitaria», come scrisse Raggi nell'ordinanza di chiusura. I rimpatri volontari in Romania non decollano, anzi: fino a oggi sono tornate nel paese d'origine appena 6 famiglie. Una goccia nel mare. Anche il bonus affitto, cioè l'assegno del Comune, fino a 800 euro al mese, per permettere ai nomadi di prendere casa lontano dalle baracche, finora, è stato un fiasco.

Torre Maura, Stasolla: «Raggi come Alemanno, crea solo nuovi campi». Nuova protesta tra i residenti, scrive Simona Musco il 5 Aprile 2019 su Il Dubbio. Ancora tensioni durante il trasferimento dei cittadini rom ancora a Torre Maura. Stasolla: «il piano rom del sindaco è un fallimento totale». E lei: «scelta amministrativa sbagliata e non condivisa, sto già prendendo provvedimenti». Il secondo giorno di tensioni a Torre Maura porta con sé ancora una volta il profumo del pane. Quello calpestato, prima, per impedire a 77 rom di sfamarsi, dopo la decisione del Comune di collocarli nella struttura di via Codirossoni. E quello scippato ai volontari che ne hanno portato due buste piene in dono, come gesto di solidarietà dopo gli insulti razzisti di mercoledì.  «Siamo venuti a portare il pane ai rom – hanno detto i due volontari – Roma non è razzista».  Il clima, però,  è rimasto teso. Per i cittadini che hanno presidiato la zona in segno di protesta, sfidando il maltempo di ieri, quello dei due volontari è stata una provocazione. E giù, ancora una volta, con gli insulti. «Portatele ai terremotati le pagnotte – hanno replicato – anche loro hanno fame». Il pane, almeno, non è stato calpestato, ma distribuito tra i presenti, evitando accuratamente che anche solo una briciola finisse ai rom. Che ieri, dalle finestre, urlavano la loro frustrazione, chiedendo di essere “liberati”. «Siamo prigionieri d’Italia – hanno gridato – dobbiamo andare via da qui. Siamo in ostaggio». Nel pomeriggio di ieri sono ricominciati i trasferimenti, a suggellare la vittoria dei manifestanti sul Comune. Dopo un primo trasferimento di 18 persone, nella struttura erano rimaste 57 persone, per le quali il Comune «ha prospettato la soluzione dello smembramento delle famiglie», ha spiegato al Dubbio Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 Luglio. «Questo vuol dire che la soluzione loro proposta sarebbe ospitalità temporanea di madri e minori in casa famiglia, mentre padri e figli maggiorenni in strada». Virginia Raggi, intanto, ha preso le distanze da Casa Pound, inneggiando al coraggio di Simone, il 15enne che ha sfidato i cori razzisti mostrando il volto vero di Torre Maura. Il giovane ha accusato i manifestanti di Casa Pound e Forza Nuova di «far leva sulla rabbia del quartiere, il quartiere mio, per fare i propri interessi e prendere voti. Nessuno deve essere lasciato indietro: né italiani, né rom né africani». E Raggi ha potato il video sul suo profilo Facebook, inneggiando al giovane. «Ecco i veri cittadini di Torre Maura – ha scritto  – Grazie Simone. I giovani sono il nostro futuro. A Roma non c’è spazio per gli estremismi di Casapound e Forza Nuova». Ma le accuse di Stasolla contro il sindaco sono pesanti e richiamano analogie con il passato. «A Torre Maura il Comune di Roma aveva scelto di praticare il modello dei “centri di raccolta rom”, quello inventato da Alemanno e smantellato da “Mafia Capitale” – ha dichiarato – Con una mano (e soldi europei) chiudere i campi (o almeno tentare di farlo), con l’altra aprire costosissimi campi di nuova generazione ( con fondi comunali) denominati “centri di raccolta rom”. Ha fallito. Perché è un sistema che viola i diritti umani, è costoso ( più di 2.000 euro mensili a famiglia), la popolazione non lo accetta». Per il presidente della 21 Luglio, il caso di Torre Maura non sarebbe che la punta di un iceberg. Non è chiaro, al momento, dove le persone trasferite siano state collocate. Ma la strategia messa in atto dal Comune, ha spiegato Stasolla, è «un fallimento su tutti i fronti». I campi, sottolinea, «dovevano essere aboliti, mentre quello in questione si configura a tutti gli effetti come un campo in muratura. C’è una responsabilità politica molto grossa – ha aggiunto – che viene poi cavalcata da queste frange di estrema destra». Ma non sono i cittadini di Torre Maura ad essere razzisti, ha sottolineato Stasolla. Durante la protesta, tre cassonetti sono stati usati come barricate e poi dati alle fiamme, mentre è stata bloccata la consegna dei pasti all’interno della struttura. E in tarda serata è stata bruciata un’auto in uso alla cooperativa che gestisce il centro d’accoglienza. La Procura sta ora indagando seguendo la pista dell’odio razziale, ma quei manifestanti, ha spiegato Stasolla, «hanno utilizzato la presenza delle telecamere e il tema caldo dei rom per darsi visibilità. Chi protesta non è Torre Maura – ha aggiunto – la cittadinanza non è razzista, visto che qui il tasso di residenti stranieri è molto alto, così come quello delle famiglie rom che da decenni vivono, in una convivenza pacifica, in case private o in alloggi dell’edilizia residenziale pubblica. Si è trattato di una strumentalizzazione da parte di quegli avvoltoi che si nutrono di visibilità, razzismo e di xenofobia». Ogni sgombero non è altro che uno spostamento di un gruppo umano da una parte all’altra della città, ha evidenziato ancora il presidente della 21 Luglio. Uno «specchietto per le allodole, che dà la percezione di sicurezza ma che in realtà non risolve il problema, lo aggrava». Gli sgomberi creano, infatti, soltanto più precarietà: «chi stava in una abitazione precaria di legno, con finestre e porte, una volta sgomberato finisce in un’abitazione ancora più precaria e i bambini non andranno più a scuola». Il sindaco Raggi ha provato a smarcarsi dalle polemiche, circoscrivendo le responsabilità degli scontri ai «militanti di Casa Pound e Forza Nuova», che ha definito «bestie». «Non ci sto alla narrazione di una città e un quartiere razzisti, sto dalla parte dei cittadini – ha affermato – C’è stata una scelta amministrativa sbagliata e non condivisa, per la quale sto già prendendo provvedimenti disciplinari. La destra ha voluto i campi rom, noi abbiamo già iniziato a chiuderli. Stiamo procedendo con il bisturi per separare chi ha diritto e voglia di integrarsi nella comunità, da chi invece non ha né diritto né voglia e quindi da noi non riceverà nessun aiuto». Il vicepremier Luigi Di Maio ha parlato di «tensioni sociali», che però «non giustifico la violenza, non giustifico chi calpesta il pane». Ma il parlamentare dem Emanuele Fiano ha gettato benzina sul fuoco: «ma esattamente, chiedo a chi di dovere ad ogni livello, quali altre manifestazioni di odio e discriminazione come quella di Torre Maura devono organizzare Casa Pound e Forza Nuova per essere considerate fuori della legalità costituzionale antifascista?».

IL SENSO DI FLORIS PER LE NOTIZIE. Massimo Falcioni per Tvblog il 4 aprile 2019. L’ospite giusto al momento giusto. Non c’è trasmissione che non avrebbe sognato di intervistare Virginia Raggi proprio mentre a Torre Maura scoppiava la protesta del quartiere contro l’arrivo di 70 rom nel centro d’accoglienza della zona. Un privilegio di cui ha potuto godere Di Martedì, che però non ha minimamente sfiorato l'accaduto per un semplice e banale motivo: il confronto col sindaco di Roma era registrato. Trasmesso tra le 22.55 e le 23.12 circa, il faccia a faccia tra Floris e la Raggi ha toccato diverse vicende, senza che nessuna si avvicinasse alla strettissima attualità. Ecco allora le domande sul rapporto con Salvini, sul caso De Vito, sulle fermate delle metro chiuse, sulla questione rifiuti e sul predecessore Marino. Eppure già alle 20 le agenzie pubblicavano i primi aggiornamenti da Torre Maura, dove i contestatori avevano incendiato i cassonetti e buttato a terra e calpestato i panini destinati ai nuovi ospiti. Alle 20.56, quindi ancora prima che il talk cominciasse (da segnalare anche il buco preso Otto e mezzo, in onda in quegli istanti), il quotidiano Il Tempo parlava apertamente di “rivolta” nella periferia est della Capitale. Non solo: alle 21.45 ci pensava nientemeno che l’Ansa a fornire ulteriori dettagli. Nemmeno la parentesi informativa di mezzanotte curata da Laura Gobetti ha salvato il programma dalla figuraccia, amplificata dalla scritta ‘diretta’ piazzata sopra al logo di rete che ormai ha assunto un significato quasi beffardo.

Parità di trattamento per i ROM, scrive il 4 aprile 2019 Antonio Angelini su Il Giornale. Davvero pensano che Torre Maura sia un caso isolato? Davvero pensano che sia razzismo? Non sarà che se gente normale arriva a tirare pietre, odiare in questa maniera è perchè si è raggiunto il limite della sopportazione? Quel che accade a Torre Maura non sarà un caso isolato credo, ma accadrà in qualunque altra periferia romana o di altra grande città. Ma anche i quartieri alti non sono così lontani dai campi ROM. Sulla tangenziale altezza Salria esiste un grande campo ROM, dal quale si alzano fumi e escono ed entrano persone con i carrelletti in continuazione. Carrelletti usati per trasportare le cose trovare nella immondizia, per trasportare il rame e altro. Il grande livore (chiamiamolo così) delle classi basse contro i ROM è la sensazione che a ” quelli tutto sia permesso”. Mentre i figli dei cittadini italiani vengono vaccinati per legge pena espiulsione da scuola, quelli dei ROM non sono non vengono certo obbligati a vaccinarsi ma nemmeno ad andare a scuola. Non vengono rispettare nemmeno le basilari norme igieniche nè di altro tipo dentro quei campi. Le auto avranno assicurazione? chissà. Ed avranno pagato il bollo? E le bollette elettriche le pagano oppure gliele paga il contribuente? E se un cittadino non ROM accendesse un falò con i copertoni delle auto in mezzo alla strada verrebbe fermato e denunciato? Ecco quel che dà fastidio: La disparità di trattamento, l’ impressione che ci sia una copertura politica per queste persone che essendo nomadi si dovrebbero spostare in continuazione ma invece non si spostano per nulla. E nel frattempo non rispettano le leggi dello Stato. I governi e le amministrazioni comunali diano dimostrazione di trattare i ROM come gli altri e vedrete che o se ne andranno oppure saranno integrati. E non ci saranno più reazioni come a Torre Maura. La amministrazione RAggi dia l’ esempio che per il momento non ha dato. Anzi spesso la Raggi ha dato impressione opposta. Perchè non inviare i vigili a controllare che tutto sia in ordine dentro i campi ROM? se tutto fosse a posto allora i romani sarebbero tranquillizzati. Oppure mandare controlli viene considerata come una provocazione? Il cittadino comune considera una provocazione essere fermato per controllo di patente, assicurazione , documenti etc? Parità di trattamento , questa a mio modo di vedere l’ unica soluzione.

Marino Niola per “la Repubblica” il 4 aprile 2019.  Calpestare il pane significa calpestare l' umanità. Ed è proprio quel che è accaduto martedì nel quartiere romano di Torre Maura dove una folla inferocita ha distrutto i panini destinati ai rom, ospiti indesiderati nel centro di accoglienza del Comune. Se è vero che ogni protesta legittima è possibile, questo gesto è intollerabile. Addirittura sacrilego. Perché fa scempio di quello che dagli albori della civiltà occidentale, ai cui valori si richiamano molti dei manifestanti, è il simbolo stesso dell' umano. Alimento ordinario dell' uomo civilizzato lo definiscono i dizionari. Come dire che chi oltraggia il pane si chiama automaticamente fuori dal consorzio civile. Non solo perché mal tollera che quegli "zingari", temuti ed esecrati, sostino su quello che considera un territorio di sua esclusiva proprietà dimenticando che uno spazio pubblico è di tutti e non solo degli abitanti del quartiere. Ma soprattutto perché i trecento giustizieri, a quelle donne, a quegli uomini, a quei bambini non hanno riconosciuto lo statuto di persone. Li hanno trattati come residui ingombranti da smaltire con le buone o le cattive. Li hanno ridotti a nuda vita, verso cui ogni opera di misericordia è sospesa. È per questo che qualcuno ha urlato «devono morire di fame». Lo stesso messaggio gridato senza parole da coloro che hanno schiacciato rabbiosamente le fette di pane. Mettendosi sotto i piedi l' archetipo stesso del nutrimento, il cibo per antonomasia. Nell' Odissea gli uomini vengono chiamati artofagoi, vale a dire "i mangiatori di pane", per sottolineare come l' impasto di acqua e farina rappresenti la frontiera dell' umanità. Per i greci e i romani, dai quali discendono i nostri valori, il disprezzo del pane era un atto barbarico, degno di bruti come Polifemo. Il pane era sacro, nel vero senso della parola. Perché era un dono delle dee madri, come Demetra e Cerere. E in tutto il Mediterraneo si celebravano riti in onore delle divinità del grano. Che morivano e risorgevano a primavera. Proprio come Cristo, nato a Betlemme, che in ebraico significa la città del pane ed era nota per l' eccellenza dei fornai. Questi simboli vengono fatti propri dal cristianesimo che li rende più espliciti e fa del pane la materia prima dell' eucaristia. Perché il dio che si fa uomo per togliere i peccati dal mondo offre all' umanità il dono-perdono del suo corpo transustanziato in pane. Come recitano le parole di un' Enciclica di papa Francesco, il Signore "arriva a farsi mangiare dalla sua creatura". E non è per caso che la preghiera dei cristiani si rivolga al dio padre come a un capofamiglia, per chiedere il pane quotidiano per tutti. Proprio come facevano i lavoratori quando, più laicamente, trasformavano il binomio pane e lavoro nell' algoritmo del diritto alla vita e alla dignità. Insomma per noi europei la civiltà è fatta da sempre della stessa sostanza di cui è fatto il pane. Al punto che fino alle soglie della modernità chi commetteva delitti efferati veniva interdetto il consumo del pane e non di altri cibi. Un modo per dire che la società li considerava alla stregua di belve che non avevano nulla di umano. Ecco perché chi a Torre Maura ha calpestato il pane di trentatré bambini e delle loro famiglie, insieme all' umanità degli altri ha distrutto anche la propria. E dovrebbe guardarsi dentro per cercare le cause di quel grumo oscuro di paura e rancore che gli chiude la mente e il cuore.

Pd, Mario Lavia insulta i cittadini di Torre Maura: "Quanto siete brutti, orrendi", scrive il 5 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Ecco a voi la sinistra. Il peggio della sinistra: snob, radical-chic, classista, razzista, colpita da un gigantesco complesso di superiorità. L'ultima vergogna è firmata da Marco Lavia. Chi è costui? Presto detto, vicedirettore di Democratica, l'organo di informazione ufficiale del Pd. Bene, il signor Lavia ha deciso di commentare su Twitter quanto accaduto a Torre Maura, la rivolta dei cittadini contro lo spostamento di 70 rom nel loro quartiere a Roma. Ecco il commento: "Certo quanto sono brutti questi cittadini di Torre Maura. Sembianze orrende proprio". Non pago, a chi lo criticava per la vergogna vergata sul social, ha aggiunto: "Io dico che sono brutti, mica è un giudizio morale". Un exploit incommentabile. Sconcertante. Spiazzante. Tanto da chiedersi se il Lavia che twittava fosse un fake. No, assolutamente: è semplicemente la perfetta incarnazione del pensiero classista e razzista della peggiore sinistra.

Rom, Simone contro Casapound. Il papà del 15enne umilia il Pd: "Cosa non ha capito". Schifo sinistro, scrive il 5 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Il Pd è talmente disperato da assoldare anche Simone, il 15enne di Torre Maurache ha ribattuto colpo su colpo ad alcuni esponenti di CasaPound sul caso dei rom "sfrattati" a furor di popolo. Il video del (pacato) confronto in strada è diventato virale e a sinistra, dopo la baby-paladina del clima Greta Thunberg, ecco spuntare un nuovo idolo da sbandierare a uso elettorale. Peccato che il papà del ragazzino, intervistato dal Fatto quotidiano, disintegri con poche frasi il sogno dem di fare di lui un simbolo anti-Salvini. Non sapeva del gesto del figlio: "Ero commosso, non sono riuscito a dirgli nulla. Gli ho dato un bacio e l'ho mandato a divertirsi al Romics (la fiera dei fumetti e videogame, ndr)", spiega Walter al Fatto. Simone "non ha mai fatto politica. È un ragazzo normale. Io mi sono un po' esposto quando siamo stati licenziati da Almaviva (era un dipendente del call center, ndr), ma non l'ho mai coinvolto. Se vorrà in futuro non lo so, gli consiglierò di restare sempre coerente e guardarsi bene intorno". Di corteggiamenti politici in queste ore il 15enne ne ha già ricevuti: "Ho visto che alcuni sindacati gli hanno fatto i cartelli, tipo Simone presidente o cose del genere. Non va strumentalizzato. Bene che abbia visibilità il suo pensiero. Sono orgoglioso, è mio figlio e mi fa pensare di aver seminato bene". Lezione alla sinistra: "Forse ancora non ha capito il motivo per cui è stata scavalcata dalla destra, sorpasso difficilmente colmabile. Non può accontentarsi dell'eroe di turno. Oggi è Simone, ieri era Mimmo Lucano, l'altro ieri era il consigliere di Rocca di Papa. C'è la persona che scalda gli animi per qualche ora, ma non un vero lavoro di organizzazione".

Torre Maura, la lettera del padre di Simone: "Sì, è mio figlio". Walter, padre del quindicenne che ha sfidato CasaPound durante la rivolta del quartiere contro la decisione di portare in un centro di accoglienza della zona 70 rom: "Come un bambino tedoforo ci lascia una fiamma. Una fiamma che può illuminare una via", scrive il 07 aprile 2019 La Repubblica. "'Si è mio figlio". Comincia così la lettera aperta di Walter, il papà di Simone, il ragazzino di Torre Maura divenuto un'icona social dopo il video che riprende il suo confronto con il responsabile di CasaPound nel Lazio Mauro Antonini durante la rivolta del quartiere contro la decisione di portare in un centro di accoglienza della zona 70 rom. "Sì è mio figlio. Come ho amato dare questa risposta a chi volesse una conferma su chi fosse quel bambino di Torre Maura - scrive Walter - Sì perché a me piace chiamarlo ancora bambino, probabilmente inconsciamente è la difesa alla nostalgia che ogni genitore prova nel vedere diventare adulto un proprio figlio. Simone sta crescendo ed ha il diritto di farlo in tranquillità, senza il peso di una responsabilità che in questo momento non può avere. Ha deciso liberamente di dire quelle parole, l'ha fatto spontaneamente, non ha più rilasciato interviste e non ha mai detto frasi tipo: 'Stanno rovinando il quartiere' o 'Lo rifarei'. Il video che molti siti e televisioni hanno trasmesso è andato in onda senza previa autorizzazione dei genitori e senza la sua immagine criptata, errori che fanno parte della bolla mediatica e a cui deve essere posto un freno". "Molti giornalisti mi hanno chiesto di parlare di Torre Maura, un quartiere a me tanto caro. Da piccolo venivo a trovare mio nonno che abitava in via delle Rondini, un palazzo antico ma bellissimo. Ricordo che le sue tele tremavano al passaggio del trenino distante centinaia di metri da casa sua. Legati a Torre Maura ci sono tanti ricordi di infanzia, di feste del santo patrono, della mia famiglia in una povertà dignitosa e piena di amore. La mia sensazione da sempre è che ci sia un legame invisibile, un sentirsi parte di un qualcosa, un tacito e a volte non manifesto mutualismo. I problemi della periferia sono propri dei quartieri lontani dal centro della città, dove chi amministra essendo 'lontano' non riesce ad ascoltare le grida del dissenso di chi vive in case popolari con famiglie numerose, di chi ha fatiscenti strutture pubbliche e sanitarie. Di chi non potendo permettersi un'automobile impiega ore di viaggio su mezzi pubblici simili a carri bestiame per raggiungere il luogo di lavoro", aggiunge.  "Se volete posso parlarvi della mia amica buca. La piccola voragine nella via dove abito, 'buca' è diventata una mia amica, sta lì da anni, la sfioro evitandola con la macchina - aggiunge Walter - Poi operai la ricoprono con nuovo asfalto, ma io non dispero so di rivederla da lì a pochi giorni. Stanno asfaltando parecchie strade a Torre Maura , ne cronometrò la durata". "Nella periferia - prosegue il papà di Simone - si prova l'abbandono, esiste la povertà perché c'è disoccupazione , o perché si fanno lavori flessibili e precari. Esiste il problema rifiuti, vere discariche a cielo aperto vicino i cassonetti, a cui quasi ci fai l'abitudine un po come la mia amica buca. Chiunque mi proporrà di seguirlo per protestare e gridare questo stato di cose ai veri colpevoli, io lo seguirò. I colpevoli sono chi governa non per il bene dei cittadini ma per un proprio tornaconto, chi ha permesso la speculazione edilizia e un sistema tangentizio di anni che ha provocato segni indelebili sulle nostre schiene. "Mi hanno definito di sinistra, forse dovremmo finirla di marchiare tutto e mettere al centro il pensiero. Una mia convinzione è che un solo bambino impaurito su un barcone in mezzo al mare o dietro la finestra di un centro di accoglienza giustifica la tolleranza, l'integrazione. E sia chiaro il fenomeno dell'immigrazione necessita un impegno reale di tutti, che non si deve fermare solamente al primo obbligato e necessario aiuto a queste persone. Credo sia un errore la lotta tra emarginati e poveri, e che invece sia una priorità la lotta per la casa, per il lavoro e per il diritto a una vita dignitosa. Simone come un 'bambino' tedoforo ci lascia una fiamma. Una fiamma che non distrugge, che può illuminare una via. Che queste lotte dovute siano, usando una parola detta da Simone, una 'leva' di unione di intenti. Sì Simone è mio figlio", conclude.

Simone, il 15enne che fa il leader Pd. Simone ha difeso i rom dall’assalto guidato da Casapound. È l’ultimo eroe metropolitano dei progressisti. Prima di lui la signora napoletana che disse: «tu non sei razzista, tu si strunz…». Il video del ragazzino romano che spiega che nessuno deve essere lasciato indietro è diventato virale nel giro di pochissime ore, scrive Paolo Delgado il 5 Aprile 2019 su Il Dubbio. «A me sto fatto che bisogna andà sempre contro la minoranza non me sta bene. Nessuno deve essere lasciato dietro: né italiani, né i Rom, né gli africani». Parole sante. Se però le senti pronunciare da un politico nel talk show quotidiano puoi anche combattere ma hai perso in partenza: lo sbadiglio esonda. Tutto giusto, per carità, ma esangue e stanco: una preghierina che già sai verrà ascoltata solo da chi quelle cose già le pensa da solo. Senza contare il dubbio che la passione civica sia inquinata da una dose più o meno massiccia di ipocrisia, dettata dalle esigenze della propaganda più che dall’ansia di giustizia. Ma se le stesse frasi già ascoltate un milione e passa di volte spuntano in un video rubato per strada, in bocca a un ragazzino con l’acconciatura a scodella che fa stile anche nelle famigerate ‘ aree del degrado’, uno che gesticola come un opinionista di grido non riuscirebbe neppure dopo un corso accelerato perché quel modo di muovere le mani lo impari solo dall’hip- hop, con un accento romano che non somiglia nemmeno un po’ alla sguaiataggine leziosa a cui ormai non si rinuncia neppure nei ricevimenti al Colle, be’, l’effetto cambia. Per una frazione di secondo al militante e al semplice elettore di sinistra sembra uno squarcio nella plumbea cappa che lo sovrasta a tempo pieno da chi si ricorda più quando. Succede in questi giorni con il video virale del ragazzo di Torre Maura che fronteggia il fascista di turno. E’ lo stesso respiro a pieni polmoni per cui parecchi hanno ringraziato pochi mesi fa la verace signora napoletana che sulla circumvesuviana commentava la diatriba di uno sgangherato nazista in preda a furori razziali con esaustiva sintesi: «Tu non sei razzista. Tu sì ‘ nu strunz». Definitivo. Ma ancora prima, ai tempi del travagliatissimo sbarco della “Diciotti”, quello che senza santa piattaforma Rousseau sarebbe costato caro al ministro degli Interni, c’era stato Ivano da Rocca di Papa, con quel video che solo a volerlo gli sarebbe bastato per strappare l’elezione ovunque: «Dopo essese fatti la navigata, la sosta e mo’ pure 10 ore de pullman, quando arivano qua se devono gode’ pure sta rottura de cojoni dei fascisti». Gli applausi mediatici si contarono a bizzeffe. Come diventare un mito in meno di un minuto. Cercasi leader disperatamente? Ma no. In questo, in fondo, non ci sarebbe nulla di inquietante. Una ricerca del genere non sarebbe affatto strana né tantomeno disdicevole per una parte politica che vanta da un lato milioni di elettori e dall’altro una pattuglia di dirigenti credibili per contare la quale anche una sola mano sarebbe in eccesso. Qui però l’ispirazione è altra: «Cercasi popolo disperatamente». L’anatema scagliato un centinaio di volte al giorno, sibilando spesso a sproposito l’insulto "populisti", è in realtà un’arma a doppio taglio. Addita chi riempie i forzieri del consenso titillando i bassi istinti della massa e dispensando a piene mani promesse che non si possono mantenere. Però rivela anche un cruccio, è solcato da una malcelata scia di pura invidia: verso chi col popolo riesce comunque a comunicare e dal popolo è riconosciuto almeno come possibile rappresentante. Il brivido che suscitano quei siparietti rimbalzanti da un social all’altro non è dovuto alla pregnanza delle argomentazioni né al coraggio di sfidare qualche prepotente in peraltro lisa camicia nera. A provocarlo è l’accento. E’ il romanesco greve di Ivano o la calata da quartieri spagnoli della guerriera della circumvesuviana. L’autorevolezza del giovanotto che a Torre maura sfida un fascista, peraltro rispettoso, discende dal suo essere davvero nato e cresciuto in quelle strade, in mezzo a quel disagio. Non c’è solo la giustificata brama per la massa di voti che dal popolo potrebbe arrivare. E’ qualcosa di più mesto, la nostalgia, e di più perturbante, lo smarrimento di un’area che dal legame col popolo è nata e senza quel legame stenta a trovare una ragione d’esistere. Ma è anche un barlume di speranza: finché c’è Ivano, in fondo, non tutto è perduto. Bisogna solo imparare a comunicare di nuovo con quelli come lui. Ricominciando dalle aste e dai quaderni a quadretti.

Simone, e i giovani "eroi" di oggi, come nascono, come li usano. Dopo Adam e Rami i due ragazzi della tentata strage sul pullman oggi si parla solo di Simone, il 15 enne di Torre Maura, scrive il 6 aprile 2019 Panorama. Negare che Adam e Rami siano stati degli eroi perché con le loro telefonate hanno davvero evitato che si realizzasse la strage del pullman sequestrato e dato alle fiamme con 51 persone a bordo sarebbe falso. Quello che è strano, anzi sbagliato, è stato l'utilizzo che nelle ore e nei giorni seguenti è stato fatto del loro gesto, anzi, di loro stessi. Perché negare che siano stati usati da una certa stampa e dai soliti "ben pensanti" come modelli dell'integrazione possibile (i due sono di origine straniera) contro quel cattivone di Salvini e il "clima d'odio" che si respira in Italia verso gli immigrati, è altrettanto falso. Insomma, è evidente che c'è qualcuno disperatamente alla caccia di "eroi" che però abbiano determinate caratteristiche, fisiche o politiche. E Adam e Rami sono solo due tra tanti. Oggi ad esempio è il giorno di Simone, il 15 enne di Torre Maura che, nel bel mezzo della contestazione degli abitanti del quartiere contro l'arrivo di 70 rom in un nuovo insediamento, ha sfidato uno dei contestatori con messaggi anti-razzisti: "A me non interessa chi mi ruba in casa. A me interessa se mi rubano in casa. Perché se è un rom tutti si lamentano e se invece è italiano tutti tacciono?". Il tutto sotto l'occhio vigile di una telecamera che ha ripreso la scena trasformandolo nel nuovo idolo della sinistra che già lo presenta come (lo abbiamo letto sui social) "esempio di speranza per questo paese". Ad aumentare l'aureola di santità che subito è stata posta attorno al giovanotto il fatto che queste frasi siano state dette non ad un abitante qualunque della zona (sporco razzista, anti zingari) ma contro un esponente di Casapound (fascista e razzista al tempo stesso, il massimo. Vale doppio). Eccoti quindi pronto l'eroe di turno. Sia chiaro. Simone ha tutto il diritto di avere la sua opinione e di certo ha un bel carattere per arrivare senza paura a portare le sue ragioni davanti ad un adulto. Questo è sicuramente un'ottima cosa. Per favore, però, risparmiateci e risparmiategli le ospitate da Fazio, le citazioni fatte da questo o quel politico, le interviste sui soliti giornali o nei soliti programmi di "approfondimento" in tv per le solite battaglie politiche ed elettorali. Una piccola notazione. Settimana scorsa, in occasione del primo gol con la maglia della Nazionale Italiana di calcio di Moise Kean (il talento della Juventus, nato nel 2000, italianissimo, di colore) si è cercata la stessa operazione ed in conferenza stampa invece che di parlare di pallone fioccavano domande su politica, razzismo, Salvini. Operazione fallita però per due motivi. Primo: il ragazzo, fiutato il giochino, si è subito chiamato fuori ed ha riportato tutto sull'unico binario possibile, quello sportivo. Secondo: il padre, di colore, interpellato nella speranza di trovare una sponda alla "bella storia di integrazione" si è proclamato sostenitore delle tesi di Salvini e leghista. Buona notte... Questo paese è pieno di giovani eroi, veri, sconosciuti, eroi normali. Ma solo se hai certi "ingredienti" e puoi essere utilizzato per una battaglia politica diventi un "eroe nazionale".

Se la solita sinistra riesce a spaccarsi anche sul leaderino di Torre Maura, scrive Alessandro Gnocchi, Sabato 06/04/2019, su Il Giornale. Chi è il vero leader della sinistra? In teoria Nicola Zingaretti, segretario del Partito democratico. In pratica gli eredi del comunismo guardano altrove. Come ha notato Marcello Veneziani, sono passati dal politicamente corretto al puerilmente corretto. Mahmood (26 anni) ha inaugurato la tendenza a eleggere ragazzi come testimonial spesso involontari. Il cantante italiano di origine egiziana sarebbe passato dalla dura vita nella periferia milanese alla vittoria del Festival di Sanremo. In realtà viene da una solida famiglia sarda, che non gli ha fatto mancare nulla, tanto meno i Soldi. Via Mahmood e dentro Greta (15 anni), paladina dell'ambientalismo, beccata mentre si ingozzava di cibo spazzatura poco ecologico. Via Greta dentro Ramy (13 anni). L'adolescente egiziano ha sventato la strage ordita da un senegalese (cittadino italiano). Il folle, ritenuto idoneo a guidare uno scuolabus, voleva dare fuoco al veicolo e uccidere i 51 passeggeri, tutti minorenni. Ramy, insieme al suo «aiutante» tunisino Adam (12 anni), è stato ospitato da Fabio Fazio a Chetempochefa. Uno spot a favore di ius soli e accoglienza indiscriminata. In questi giorni, il nuovo leader si chiama Simone (15 anni). Romano di nascita, si è opposto alle proteste dei residenti del quartiere di Torre Maura contro l'arrivo dei nuovi vicini di casa: una settantina di Rom. Simone ha detto di non approvare l'ostilità preventiva nei confronti delle minoranze. Giusto e sufficiente per farne un eroe antirazzista elogiato anche dall'Osservatore romano. Altri abitanti contestano le parole di Simone e dichiarano di essere esasperati ma non razzisti. I Rom arrivano in un contesto di degrado e di abbandono delle istituzioni, che si sono fatte vive in una sola occasione, questa. Visto che stiamo parlando di sinistra, non può mancare una scissione. La scrittrice Elena Stancanelli ha fatto notare sui social network l'italiano traballante di Simone. Immediato l'intervento della sinistra proletaria con accuse alla Stancanelli di essere una snob (di sinistra). Il ricorso ai minorenni per organizzare la propaganda non è una novità, è un'ottima arma di distrazione di massa dalle domande tabù: vogliamo rinunciare alle caratteristiche della nostra cultura, anche solo per motivi demografici? Bisogna o non bisogna bloccare l'immigrazione dall'Africa? C'è o non c'è un'emergenza nelle periferie delle grandi città? A questi interrogativi la sinistra replica solo in termini retorici. Preferisce illudersi che i ragazzini salveranno il mondo.

Il Duce è morto. Svegliatevi! Torre Maura e i Rom, in scena l’ignoranza, scrive il 4 aprile 2019 Michel Dessì su Il Giornale. Ignoranti, fanatici. Sono i fascisti del terzo millennio. Violenti e volgari. Uomini neri di borgata, annebbiati dalla bandiera di Forza Nuova che issano e sventolano con spocchia, senza pudore. Il peggio è andato in scena a Torre Maura, periferia romana. Cori orribili, da far accapponare la pelle contro i rom. “Bruciateli vivi…” gridavano. Carichi di bile e di veleno. Rabbiosi, peggio dei cani affamati. “Scimmia di merda, te ne devi andare, esci fuori che ti ammazzo”. Urlavano. Cavalli da soma con i paraocchi. Lo hanno ribadito in diretta TV su Rete4 a Stasera Italia. Col petto gonfio di orgoglio. “Si, lo ripetiamo anche ora… devono morire. Siamo fascisti. Fieri.” Ma quali fascisti, mi chiedo? Uomini  poveri. Di umanità e cultura. Sciocchi che vivono di fantasmi e ricordi di tempi che non hanno vissuto. Li condanno e li accuso. Sì, gli punto il dito contro. Sia chiaro, non sono “pro-rom”. Affatto. Non è lo Stato o il Comune di Roma che deve dare loro assistenza. Rubano, spacciano, violentano (lo dicono i fatti) e noi li coccoliamo e li viziamo. Comprendo la rabbia dei residenti impauriti dall’arrivo degli zingari. E gli sono accanto. Io stesso, dalle colonne virtuali di questo blog attaccai il piiddino Fiano e la sua stupida proposta di legge contro i “fascisti”. “Arrestatemi, per Fiano sono fascista” titolai. L’onorevole rosé voleva ingabbiare tutti. Sì, per lui chiunque fosse in possesso di materiale da collezione che rappresentasse Benito Mussolini o l’Italia da lui fondata sarebbe ancora fascista. Da condannare. Ma come potrebbe un ninnolo del trenta far risorgere un’ideologia?  Se quella esistesse, esisterebbe a prescindere. E lo abbiamo visto a Torre Maura. Io stesso a casa custodisco preziosamente un grande fascio littorio in argento regalatomi da un amico. Il portachiavi e la spilla con i simboli del ventennio. La copia autografata di “Parlo con Bruno”, il libro che il Duce dedicò all’eroico figlio morto in azione. Tutti oggetti di una collezione che non offende nessuno e non esalta nessuno. Tranne gli stupidi. Sono segni di un periodo storico che, pur controverso, ha dato molto all’Italia più di quanto non abbia dato la peggior politica degli ultimi anni. Sono simboli che non possono più spaventare, perché non sono semi di raccolti futuri. Mi spaventano di più gli esaltati. Che vanno denunciati. Arrestati.

Antonio Socci massacra i compagni di sinistra: "Viva i migranti, ma solo in periferia", scrive l'8 Aprile 2019 Antonio Socci su Libero Quotidiano. Tornano Destra e Sinistra? Lo proclama la copertina dell' Espresso: «Chi si rivede: Destra e Sinistra. Da una parte i nazionalisti, i sovranisti, i nostalgici. Dall' altra le donne, i ragazzi, gli ambientalisti». Tutto chiaro dunque. Da una parte brutti, sporchi, cattivi e ottusi. Dall' altra belli, puliti, buoni e intelligenti. Da una parte il Male, dall' altra il Bene, da una parte il torto, dall' altra la ragione. Questa è l' autorappresentazione della sinistra. Tutto chiaro, semplice e rassicurante. Permette di sentirsi i migliori, superiori ai «nemici». Solo che poi la realtà non sta nei suoi schemi: per esempio, l' Espresso dove metterebbe Berlusconi, oggi? Cosa è di sinistra e cosa è di destra è l' assillo di sempre dei compagni che devono incasellare tutto nei loro schemi manichei in bianco e nero. Ricordano il vecchio film «Maledetti vi amerò», dove il protagonista, il sessantottino Svitol, tornato in Italia alla fine degli anni Settanta, cercava di ritrovare le coordinate: «Il tè è di sinistra, come il riso integrale e la cucina macrobiotica. Il caffè invece è di destra, anche il bagno con la vasca è di destra. La doccia, invece, è di sinistra. L' erotismo è di sinistra, la pornografia è di destra. L' eterosessualità è di destra, l' omosessualità, invece, ha un profondo valore trasgressivo, quindi è di sinistra. In quanto a Nietzsche è stato rivalutato, cioè adesso è di sinistra compagni, non facciamo casino, ah! Bisaglia è di destra, Basaglia è di sinistra. Cosa vuol dire una vocale». E oggi? Su Twitter un certo Matteo Brandi ha ironicamente rappresentato così la sinistra del 2019: «Viva i Rom, ma non nel mio quartiere. Viva il libero mercato, ma non per la mia radio. Viva le culture del mondo, ma non la mia. Viva l' austerity, ma non con i miei soldi. Viva il precariato, ma non per mio figlio. Viva la democrazia, ma non contro le mie idee». Si potrebbe continuare. Viva le tasse, ma non per me. Viva la libertà di parola, ma non per chi esprime idee che io avverso. Viva il suffragio universale, ma solo se decreta la vittoria della mia parte. Viva gli altri popoli europei, ma non quando votano per la Brexit o manifestano coi gilet gialli contro Macron o scelgono i sovranisti. Viva gli Stati Uniti, ma solo se non votano Trump. Viva i migranti, ma in periferia, non nel mio luogo di vacanza o nel mio condominio. Viva l' Umanità dall' altra parte del mare. Se invece è dall' altra parte del muro - sotto forma di vicino rumoroso - è insopportabile. E poi: viva la lotta al riscaldamento globale, ma non chiedete a me di rinunciare alla macchina o ai miei consumi e al mio benessere. Viva il Tricolore, ma solo finché c' era da polemizzare con la Lega bossiana. Oggi va assolutamente sostituito con la bandiera della Ue. Viva la bandiera della pace (da appendere ai balconi), ma solo per la guerra all' Iraq, non per quella alla Serbia o alla Libia. Viva la sovranità nazionale, ma solo finché - in anni lontani - si manifestava contro la Nato e contro gli Stati Uniti. Oggi è un' espressione detestabile. Viva il Mercato, ma solo oggi, perché fino a ieri era il demonio.

L' ODIO È SOLO ALTRUI. In effetti, l' uomo di sinistra deve fare attenzione con le cose da avversare. Dimenticati gli slogan rivoluzionari di ieri, oggi si proclama contro le parole di odio, ma solo quelle degli altri. È contro l' intolleranza, ma non la sua. Contro i «privilegi», ma quelli altrui (per i propri ha una certa benevolenza). Contro l' omofobia e la discriminazione delle donne, ma facendo spallucce e fischiettando se parliamo di certi paesi islamici. Contro la Chiesa, ma non i preti progressisti che stanno con la sinistra. Contro Berlusconi, ma non ora che avversa il governo. Contro il M5S, ma solo finché è alleato della Lega. Se volesse graziosamente coalizzarsi con il Pd diventerebbe un' apprezzabile «costola della sinistra». Contro la piazza, ma solo se ha idee «populiste», in caso contrario va esaltata la magnifica manifestazione democratica. Contro il muro col Messico di Trump (che non è ancora stato innalzato), ma senza dire parola contro il muro col Messico già costruito da Bill Clinton (anche Giorgio Mario Bergoglio è contro tutti i muri eccetto le alte e invalicabili mura vaticane).

CONFUSIONE. E ancora: contro le frontiere chiuse di Salvini, ma non contro quelle di Minniti. Contro l' attacco alle pensioni (usare l' espressione «massacro sociale»), ma non quando a «riformarle» è un governo «progressista». La conclusione potremmo affidarla a Nicolás Gómez Dávila: «L' uomo di sinistra si crede generoso perché le sue mete sono confuse». Oppure - fate voi - a Oriana Fallaci: «Per tenersi a galla oggi bisogna stare a sinistra». Non solo perché conviene, ma anche perché «ti garantisce il potere» ed «è di moda. Sissignori... È un conformismo, una convenzione. Soprattutto per i banchieri e i magnati e i presunti intellettuali... Per i giornalisti e le giornaliste... Per gli stilisti... Per la Confindustria che fa lingua in bocca con la Cgil, insomma per quella che in America si chiama "the Caviar Left". La Sinistra al Caviale». Il caviale del tramonto. Antonio Socci

I dem contestati a Torre Maura: "Arroganti, ve ne dovete annà!" Dura contestazione dei residenti di Torre Maura, quartiere finito nell'occhio del ciclone dopo le proteste per l'arrivo di 70 rom, contro il Pd. Nelle stesse ore rissa tra due africani ospiti del centro d'accoglienza, scrive Francesco Curridori, Sabato 06/04/2019, su Il Giornale. Pd contestato a Torre Maura. "C'hanno pure il coraggio di presentarsi a una manifestazione, dopo che i fascisti li hanno portati loro qui", gridano alcuni residenti del quartiere romano finito nell'occhio del ciclone dopo le proteste per l'arrivo di 70 rom. "Veltroni, Rutelli, Marino, qui nessuno ha fatto niente. Le periferie fanno schifo, ve ne dovete 'anna", urla un uomo con la barba brizzolata mentre il deputato Emanuele Fiano parla al microfono nel corso della manifestazione antirazzista organizzata da Anpi, Cgil e Libera. "Ho sempre votato per voi, ma mi avete deluso", dice la 54enne Raffaella parlando davanti ai cronisti dell'HuffPost. "Quando vi abbiamo chiamato avete sempre risposto con arroganza. In questi ultimi giorni dove eravate?", chiede a Fiano e all'ex presidente del Pd, Matteo Orfini. Fabrizio Compagnone, capogruppo del Pd del VI Municipio, dissente e spiega alla donna che i dem locali erano presenti nel territorio. Nulla da fare. "E allora potevate chiamare le persone. Invece qui non abbiamo visto nessuno", ribatte Raffaella. Due giovani elettori del Pd, invece, attaccano verbalmente Orfini per la sua gestione del partito in quanto commissario del Pd capitolino: "Com'è che Marino lo abbiamo mandato a casa?", chiedono. E lui: "Perché non era capace". Ma i due giovani insistono: "E com'è che CasaPound qua non c'era e ora è arrivata?". "No, non ci sta neanche adesso", ribatte Orfini.

"Sono i miei figli, ho seminato bene. E comunque, mi dispiace, da parte del Pd c'è stata grande arroganza", chiosa Raffaella mentre davanti al centro di accoglienza di Torre Maura due africani ospiti della struttura si menano tra loro. "Se lo becco lo ammazzo" , dice uno dei due mentre cercano di dividerli dopo che sono partiti calci e pugni da una parte e dall'altra. 

Le ragioni dei residenti, scrive Andrea Indini il 6 aprile 2019 su Il Giornale. La proprietà privata è inviolabile. Laddove questa finisce inizia il bene pubblico. Che, a mio avviso è altrettanto inviolabile. C’è un acronimo inglese che ben definisce questo concetto. È “nimby”. Not in my backyard, letteralmente “non nel mio cortile”, indica qualsiasi protesta da parte di membri di una comunità locale contro opere pubbliche sul proprio territorio. Proteste che verrebbero meno qualora l’amministrazione dovesse decidere di farle in un altro quartiere. Le ragioni dei residenti di Torre Maura, il quartiere che si è infiammato quando il sindaco Virginia Raggi ha deciso di piazzare una sessantina di rom nell’ex Sprar di via Codirossini (video), sono le stesse che muovono qualsiasi cittadino a scendere in piazza quando vede sorgere nel proprio quartiere nuovi campi nomadi, centri di accoglienza e persino centri islamici. “La protesta – dicono a Torre Maura – è stata spontanea, ed è montata quando è cominciata a girare la voce che stavano arrivando i rom”. I residenti si sono, infatti, trovati di fronte al fatto compiuto. “Si ricordano di noi solo quando c’è da scaricarci addosso i problemi”. Eppure sono passati tutti quanti per “fascisti e razzisti”. La protesta è montata ed è innegabile che ci siano stati degli eccessi, come quello di gettare il cibo in strada per non farlo arrivare ai nomadi (video). A volte, però, per riuscire a farsi sentire certi eccessi sono purtroppo necessari. A patto che non sfocino mai nelle violenze. Non si può, dunque, liquidare un’insofferenza reale facendo passare semplici residenti, che hanno le tasche piene di sentirsi trattati come cittadini di serie B, in picchiatori di estrema destra. “Parlare di razzismo oggi per fenomeni come questi è un abuso linguistico – ammette il sociologo Luca Ricolfi in una intervista alla Verità – si dice razzista per dire ‘spregevole e di destra’. La gente di Torre Maura – continua – è semplicemente esasperata dall’assenza delle istituzioni e indignata per la superficialità con cui esse scaricano i propri problemi sulla povera gente”. “Le palazzine dove viviamo – spiegano i residenti – sono tutte spaccate e per la manutenzione del verde ce la dobbiamo sbrigare da soli, al Comune non importa nulla di noi”. Prima che arrivassero i rom, la struttura ospitava un centro di protezione per richiedenti asilo (Sprar). Quella di Torre Maura è una delle tante periferie, romane e italiane, sulle quali vengono scaricati i problemi dell’intera città. Da una parte i campi nomadi dovrebbero essere gradualmente superati obbligando chi li abita a integrarsi col resto della comunità, comprando o affittando uno stabile e pagando le utenze, dall’altra il Comune dovrebbe impegnarsi a fare rispettare sempre la legge garantendo la sicurezza tutti gli abitanti. Le barricate dei residenti di Torre Maura non sono esplose tanto per l’arrivo dei sessanta rom quanto piuttosto le ricadute che questa decisione avrebbe avuto sul quartiere. “Ho tre figli giovani – spiega uno che lì ci abita dal 1998 – se loro rimangono non potranno più uscire di casa… oggi ci facevano il dito medio dalle finestre. È già sparita una bicicletta nel cortile sotto casa mia”. Contro la percezione di insicurezza non si può far nulla. Se non facendo costantemente sentire ai cittadini, la presenza dello Stato. “Se proteggo il portafoglio quando sale una zingara su un tram non è perché penso che tutti i rom siano ladri o che il popolo rom sia geneticamente inferiore – argomenta Ricolfi – è solo perché penso che il rischio di essere derubato stia improvvisamente schizzando verso l’altro”. Tutta statistica, insomma. Nulla a che vedere con il razzismo. È sacrosanto che un’amministrazione decida sulla destinazione e l’ubicazione delle opere pubbliche, ma deve innanzitutto valutare l’impatto che queste possono avere sulla popolazione. Se in futuro le Giunte non avranno questa accortezza e continueranno a scaricare sulle periferie tutti problemi, le rivolte che abbiamo visto a Torre Maura o in passato a Cona non saranno più episodi isolati.

Salvate l'Italia dalla tolleranza, scrive Alessandro Sallusti, Giovedì 04/04/2019 su Il Giornale. Di solito, quando accade un fatto di un certo rilievo, uno si fa un'opinione e sceglie da che parte stare. Cosa difficile se parliamo di quello che è avvenuto l'altra sera a Roma, quartiere periferico di Torre Maura. Lì, dove già ci sono un paio di centri di accoglienza, la sindaca Raggi ha provato a insediare pure un nuovo campo rom, innescando la rivolta di un gruppo di residenti che, guidati dagli attivisti di destra di CasaPound, hanno ingaggiato una vera battaglia con i nuovi arrivati e la polizia, arrivando pure a incendiare auto e distruggere il pane preparato per la prima cena degli zingari. La difficoltà di cui parlavamo è che nessuno dei tre attori principali ci convince: non l'incapace Raggi, non i «poveri» rom che tanto poveri non sono, non gli estremisti di CasaPound che sfidano la polizia e calpestano il pane, fatto che è sempre un insulto alla povertà. Certo, stiamo dalla parte dei residenti esasperati e tre volte vittime: della Raggi, dei rom e di CasaPound. E ci auguriamo che qualcuno si occupi seriamente dei loro problemi, non a parole, non con la forza, ma con la politica e il buon senso. Non siamo ottimisti che ciò accada perché il problema, non solo a Torre Maura, è l'eccesso di tolleranza che in tutti i campi viene invocato da opinionisti, intellettuali e politici di sinistra. La tolleranza non può essere illimitata, pena la sua autodistruzione, com'è successo l'altra sera a Roma. La tolleranza è anche una delle facce dell'indifferenza, un vezzo di chi non vive i problemi sulla sua pelle ma li affronta in modo accademico. Facile fare i tolleranti con le intolleranze dei rom se non hai un campo sotto casa. Da cittadini bisognerebbe essere prima di tutto intolleranti con gli amministratori che non sanno fare il loro lavoro, in questo caso la Raggi. Perché un buon politico non deve essere né morbido né duro, semplicemente rigoroso nel fare applicare le leggi e capace di gestire problemi complessi. La ricetta «tolleranza zero» del sindaco Giuliani riportò ordine, pace e crescita in una New York dove da anni comandavano bande criminali e sbandati di vario genere. Lui diceva: dove c'è un vetro rotto arriva il degrado. Non stupiamoci di cosa può succedere a Roma, dove rotte sono le strade e le scale mobili del centro.

·         Le discriminazioni contro gli italiani.

"Ecco la legge razzista del Pd che favorisce rom e sinti". La gestione dei nomadi in Emilia Romagna. Nel 2015 la legge della giunta Bonaccini. Le proteste del centrodestra. Giuseppe De Lorenzo e Eugenia Fiore, Mercoledì 04/12/2019 su Il Giornale. In teoria la legge regionale voluta dal Pd in Emilia Romagna dovrebbe garantire ai nomadi "parità di trattamento" e assenza di "discriminazione". Nella pratica, però, il piano messo in campo da Bologna a qualcuno sembra piuttosto una "legge razziale che discrimina gli italiani" perché favorisce i sinti rispetto a tutti gli altri. "Un cittadino che non appartiene alla comunità sinta o rom non può accedere ai progetti riservati a quelle etnie - dice senza metti termini Umberto Bosco, consigliere comunale della Lega - E questo è discriminatorio". A Bologna per superare una grande (e problematica) area sosta per sinti nel quartiere Navile, zona nord della città, la giunta Pd ha pensato di trasferire 30 sinti in due microaree familiari: stesso principio (piazzole, case mobili, bagni in comune), con la "pia illusione" che possano ridurre il degrado e la ghettizzazione (leggi qui). Il costo per i cittadini è da capogiro: circa 300mila euro solo di opere pubbliche (leggi qui), che si vanno a sommare ai circa 900mila euro spesi in 9 anni per luce e acqua del campo. "A casa mia le bollette le pago io - attacca Galeazzo Bignami, deputato bolognese di FdI - Non le faccio pagare ai cittadini. Non possono sempre vivere a nostre spese". A infastidire alcuni, però, non è solo lo sperpero di denaro, ma soprattutto i "troppi favoritismi" concessi ai nomadi. Il programma comunale lo mette nero su bianco: le nuove microaree saranno utilizzabili "esclusivamente" dai "nuclei appartenenti alla comunità rom e sinta selezionati dai servizi comunali". Tradotto: se un comune residente si trovasse in difficoltà e non fosse ancora in lizza per una casa popolare, non potrebbe ottenere la piazzola dove parcheggiare una casa mobile. Il piano piddino per il superamento dei campi non prevede solo il trasferimento dei nomadi in due microaree pubbliche. C'è anche una seconda opzione, ovvero la costruzione di microaree private in terreni acquistati dagli stessi sinti. A Bologna per ora ne è stata approvata solo una. Una famiglia ha dimostrato di essere proprietaria di un appezzamento di terreno e il Comune darà l'autorizzazione a viverci. Dato non secondario, questo. La legge regionale di Bonaccini&co, infatti, garantisce ai nomadi deroghe urbanistiche non indifferenti. Il caso pratico è eloquente: la microarea privata sarà in via Benazza, in un territorio "rurale" in "ambito agricolo di rilievo paesaggistico". Il sito comunale spiega che in queste zone deve essere "esclusa la possibilità di realizzare nuovi edifici ad uso abitativo su fondi agricoli che ne siano sprovvisti". Ma i sinti ci piazzeranno casa mobile e potranno costruire pure altri due prefabbricati. "Il Pd ha permesso ai nomadi di edificare in zone dove non sarebbe possibile - dice Bosco - se lo facesse un cittadino qualunque, sarebbe condiderato un abuso edilizio". La "disciplina di favore" è stata codificata da una delibera regionale della giunta Bonaccini, oggi candidato nuovamente a governatore. La novità è importante: in passato, quando i sinti hanno creato insediamenti in terreni agricoli dove non vi era permesso, erano stati (ovviamente) invitati a demolire. Si chiamava abuso edilizio. La nuova legge, invece, stabilisce che l'individuazione delle microaree "non comporta la modifica della destinazione urbanistica delle stesse". Cosa significa? Che un territorio rurale non deve essere trasformato ufficialmente in "residenziale" per costruirci il mini-campo. Questo perché "si tratta di un uso speciale" pensato apposta per i nomadi. Una specialità che "comporta maggiore elasticità per l'Amministrazione comunale nello scegliere" dove piazzare i nuovi campi, permettendogli di "prescindere da vincoli e prescrizioni che limitino la possibilità di stabili trasformazioni del suolo a fini residenziali". Non solo: grazie alla legge Pd, le microaree non sono nemmeno soggette "alla disciplina che attiene ai vincoli che gravano sul territorio". Una manna giustificata dal fatto che (in teoria) gli insediamenti dovrebbero essere temporanei, giusto il tempo di instradare i Sinti verso altre sistemazioni. Beata innocenza. "I nomadi si stabilizzeranno - scommette Bignami - e alla fine non se ne andranno più".

Le minacce del nomade ai cronisti: "Adesso io vi conosco..." La nostra inchiesta sui campi nomadi in Emilia Romagna. Viaggio nell'area sosta di Bologna: "Italiani razzisti". Giuseppe De Lorenzo e  Eugenia Fiore, Giovedì 05/12/2019 su Il Giornale. "Se sento qualcosa di brutto, io poi vi conosco…". Il dito puntato verso la telecamera non lascia molti dubbi all’interpretazione. Bologna, campo nomadi di via Erbosa. L’area sosta del capoluogo emiliano è da tempo al centro di polemiche, scontri politici, dibattito pubblico. È l’inizio di ottobre quando ci rechiamo per un sopralluogo. Stiamo indagando sulla formazione delle microaree che Regione e Comune intendono aprire per "superare" l'accampamento. Siamo lì per intervistare (anche) gli abitanti del campo. Uno di loro accetta il confronto. All’inizio è cordiale, poi scattano quelle che a tutti gli effetti ci appaiono minacce. "Può registrare anche la faccia, cosa crede. Che ho paura di lei? Te lo dico così: se sento qualcosa di brutto, io poi vi conosco…". E cosa fa? "Dopo vediamo cosa facciamo". Poi una risata. "Ci vediamo dopo, quando vedo sulla tv cosa c’è". Abbiamo ragionato a lungo se riportare quanto successo. Ma crediamo che quelle frasi debbano essere raccontate, senza polemiche eccessive, perché a noi sembrano avvertimenti minacciosi. Le immagini sono disponibili, dunque ognuno si faccia la propria idea. Va sottolineato, però, che per permettere il sopralluogo in via Erbosa sono state mobilitate almeno due volanti della polizia di Stato e una decina di agenti della Digos. Uno schieramento impensabile, direte. Vero. Un motivo però c’è: con noi erano infatti presenti anche tre esponenti locali di Fratelli d’Italia che pochi giorni prima erano stati aggrediti verbalmente per aver osato registrare una diretta Facebook di fronte al campo. Non è la prima volta, peraltro, che i politici finiscono nel mirino degli abitanti di via Erbosa. Nel 2014 Lucia Borgonzoni, attuale candidata alla carica di governatore dell’Emilia Romagna, era andata in visita istituzionale in veste di consigliera comunale. Ne aveva tutto il diritto, ma una nomade l’ha affrontata, spinta e schiaffeggiata. Tutto di fronte ad una telecamera. L’area sosta di via Erbosa, come ampiamente documentato nell’inchiesta del Giornale.it, è costata diverse migliaia di euro ai contribuenti bolognesi. "Qui si mangia, si beve e si dorme”, racconta il nomade mostrandoci gli oggetti ammassati al campo in attesa di essere rivenduti. Dove li prendete? "Dai meccanici o per le case…". Sono rubate? "No. Se c’è un solo pezzo rubato poi mi fai la denuncia, ne rispondo io". Per vivere nell’area gli abitanti dovrebbero versare una quota di contribuzione, ma in molti risultano morosi. "Io ho sempre pagato", assicura l’uomo ai nostri microfoni. E gli altri? "C’è stato un periodo che non hanno mica pagato". Secondo il nomade, l’Ue avrebbe inviato tanti soldi "per noi", ma "quelli che comandano" non hanno "mai fatto niente". Eppure le utenze le paga, da anni, il Comune di Bologna. Cioè i contribuenti. Una anomalia che anche Matteo Salvini aveva a suo tempo denunciato. “A Salvini pensa Dio per lui - continua il nomade - Non scappa mica con quello che ha fatto qui: è andato a vedere tutte le bollette, è andato cinque anni indietro per farci pagare l’acqua e la luce”. E non doveva? “No. Qui il vostro governo ha ucciso mio fratello, Bellinati Rodolfo (una delle vittime della Uno Bianca, ndr). Eravamo andati a Modena, il giudice ci ha chiamato ancora qui e ci facevano pagare 100mila lire al mese. Poi 50 euro al mese. E basta. Quando è arrivato Salvini è andato indietro di 5 anni a farci pagare luce e acqua. E non è giusto". Non importa se tutti gli italiani, normalmente, devono saldare le bollette. "Lascia stare, noi non siamo cittadini: i cittadini prendono lo stipendio da mille o duemila euro al mese. Noi mica li prendiamo quei soldi lì". A breve il campo di via Erbosa dovrebbe essere "superata": il Comune ha creato due microaree in cui trasferire i sinti in attesa che trovino una soluzione abitativa stabile. Il programma è controverso, sia per i costi (leggi qui) che per l’idea, criticata da residenti e opposizione, di aprire due accampamenti per riuscire a chiederne uno. Intanto, l'accampamento resta lì, con i sui abitanti. Nomadi con la cittadinanza del Belpaese, ma convinti che gli italiani "non smettono mai di essere razzisti".

·         Antisemita chi?

Antisemita chi? In Italia si grida al razzismo, alla xenofobia, al ritorno della dittatura. Ma i veri rischi sono all'estero come dice la cronaca. Maurizio Belpietro il 24 giugno 2019 su Panorama. In questi mesi ci è toccato spesso leggere o ascoltare critiche feroci contro il nostro Paese, accusato di fascismo, xenofobia e perfino di razzismo. L’Italia sarebbe piena di nostalgici, gente che vorrebbe imporre una dittatura, a cominciare da Matteo Salvini che, secondo alcuni, addirittura seguirebbe le orme di Hitler e vorrebbe conquistare con il voto popolare il potere per poi rinchiudere in galera gli oppositori. Di più: qualcuno si è spinto ad accostare i decreti sicurezza voluti dal ministro dell’Interno alle leggi razziali del 1938. Le lezioncine di democrazia ci sono arrivate da più parti, in gran numero dalla Francia, tramite il suo presidente, ma anche per bocca di un commissario europeo diretta espressione di Parigi. Eppure, molti di coloro che lanciano l’allarme e denunciano il pericolo dovrebbero curarsi di ciò che accade a casa loro, a cominciare proprio da ciò che avviene Oltralpe. Qualche settimana fa avevamo descritto l’impressionante serie di attentati, incendi e minacce e addirittura omicidi registrati da Lione a Marsiglia, passando per la capitale francese, a danno degli ebrei. Tra il 2017 e il 2018 le aggressioni antisemite sono cresciute del 74 per cento. Nel mirino, una comunità di 450 mila persone, 40 mila delle quali in poco tempo hanno scelto di abbandonare la Francia per trasferirsi in Israele. Il caso transalpino è certo quello più allarmante tuttavia, a leggere l’inchiesta di Daniel Mosseri che pubblichiamo a pagina 26, si capisce che il fenomeno è assai più ramificato di quanto si creda. Dalla Germania alla Gran Bretagna, poi in Belgio e in Olanda, gli episodi di intolleranza nei confronti degli ebrei sono sempre più numerosi, al punto che il commissario governativo tedesco contro l’antisemitismo ha consigliato agli ebrei residenti in Germania di non uscire con la tradizionale kippah. Nel 2018, nella sola Berlino, l’istituto che tiene sotto controllo il fenomeno ha contato 1.646 atti di aggressione. Il clima è tale che c’è chi si permette di incidere una canzone in cui si parla senza problemi di Olocausto e si scherza sul corpo degli internati ad Auschwitz, paragonandolo a quello scolpito dal fitness. In Belgio, invece, c’è un bistrot sul cui ingresso è affisso un cartello che recita: «Qui possono entrare i cani, ma non i sionisti».

Eccezioni? Mica tanto, perché se questa è l’aria che tira a Liegi, in Gran Bretagna non va meglio. Anzi. Jeremy Corbin, il leader che guida i laburisti, è arrivato a paragonare Israele alla Germania nazista, rifiutando di riconoscere l’esistenza dell’antisemitismo. La situazione è tale che poco meno della metà degli ebrei britannici si sente insicura e valuta di abbandonare il Paese, mentre quasi tutti si sentono minacciati. A far paura, però, non sono i sovranisti, italiani o stranieri, come magari potrebbe pensare qualcuno. No, i populisti non sono gli autori degli insulti e delle minacce contro gli ebrei e nemmeno i responsabili degli attentati o, cosa accaduta in Francia, addirittura degli omicidi. Come racconta Daniel Mosseri nel suo lungo viaggio nel nuovo antisemitismo europeo, la maggior parte di questi attacchi sono opera di musulmani, in Germania come in Belgio o in Gran Bretagna. A Berlino e dintorni esiste una forte comunità turca ed è da lì che provengono le peggiori minacce. Del resto, secondo un sondaggio, la metà o quasi degli islamici presenti in Europa ha pregiudizi nei confronti degli ebrei. E tuttavia, per i commentatori e i politici, l’antisemitismo continua a essere un fenomeno di destra. Dunque si parla di razzismo e fascismo, guardando con sospetto ogni movimento che rivendichi il diritto di difendere i propri confini e di chiuderli a un’immigrazione incontrollata. Il nuovo nazismo, secondo gli osservatori, arriva solo da destra, ma chi lo dice non si accorge che se esiste un pericolo per l’Europa è dato dall’integralismo religioso di matrice islamica. Del resto, nel mondo non esistono dittature fasciste e, fatta eccezione per Cina, Corea e Cuba, neppure comuniste. Al contrario, esistono numerose dittature islamiche, ma si fa finta di non vederle. Proprio come con l’antisemitismo che l’Europa sta importando. 

Aldo Grasso per il ''Corriere della Sera'' l'8 dicembre 2019. Il coro unanime di solidarietà per Liliana Segre suonava stonato. L' indignazione nei confronti del prof. Emanuele Castrucci, quello pro Hitler, altrettanto. L'altro ieri, infatti, il M5S ha candidato alla presidenza della Commissione d' inchiesta sulle banche il senatore Elio Lannutti. Sì, proprio lui, il fondatore dell' Adusbef, eletto al Senato con i grillini, dopo una militanza con l' Italia dei Valori! A gennaio, Lannutti aveva dichiarato sui social che dietro il sistema bancario internazionale c' è l' intrigo dei Savi di Sion che «con Mayer Amschel Rothschild, l' abile fondatore della famosa dinastia che ancora oggi controlla il Sistema Bancario Internazionale, portò alla creazione di un manifesto: "I Protocolli dei Savi di Sion"». Come si fa a proporre alla guida della Commissione banche un personaggio che ha citato i «Protocolli dei Savi», un falso storico che a fine '800 parlava di una cospirazione ebraica per conquistare il mondo? Come si fa a non espellere dal M5S un senatore che si richiama a un' oscenità antisemita, a una menzogna diventata da oltre un secolo la matrice di tutti gli stereotipi razzisti e dei complottismi? Si fa, si fa, perché questa nomina la dice lunga sulle ideologie che permeano il movimento. E il Pd deve rinverginarsi con questi soggetti? E il coro dell' unanimità intona solo menzogne?

Concetto Vecchio per ''la Repubblica''  l'8 dicembre 2019.

Senatore Elio Lannutti, M5S, conferma di essere in campo per la presidenza della Commissione banche?

«Certo che sì. Sono il candidato del M5S, poi si vedrà come andrà. E quando qualcuno dice che mi dovrei vergognare, rispondo subito che sono altri quelli che debbono farlo, per ciò che hanno combinato con le banche...».

Lei però a gennaio fece un post per dire che dietro il sistema bancario ci sono le macchinazioni dei Savi di Sion.

«E partì subito la macchina del fango contro di me».

Era un post antisemita.

«Ma ne ho preso subito le distanze. È stato un errore. Ho sbagliato, e ho chiesto scusa».

Lei è antisemita?

«Ancora con queste domande! Si continua con un equivoco. Questa vicenda mi ha addolorato moltissimo».

Insisto: lei è antisemita?

«No! E m' indigna il fatto che mi abbiano dipinto come un nazista, un razzista...».

Il punto è che lei ha rilanciato un articolo da un sito noto per postare fake news, usando per giunta un falso storico.

«Lo sa che io vengo dal Pci? Che mio nonno era partigiano? Giorgio Amendola scrisse una lettera di presentazione per l' allora sindaco di Napoli Valenzi, quando mi trasferii in Campania per lavoro al Banco di Roma: "Questo è un compagno su cui contare"»

Ma questo adesso che c' entra?

«C' entra. Il punto è che io sono un uomo scomodo, ho sempre denunciato i potentati economici».

Lei avrebbe l' equilibrio giusto per un simile incarico?

«Perché no? Ho sempre rispettato le istituzioni, pur avendo posizioni radicali».

Anche lei pensa, come Salvini, che il Mes sia uno strumento per salvare le banche tedesche?

«Può rappresentare un pericolo per i risparmiatori italiani. Si tratta di un' istituzione che non ha nulla di democratico. Persino Patuelli, il presidente dell' Abi, ha espresso dei dubbi. Io non ne avevo già nel 2012, infatti votai contro il Trattato, in dissenso con il mio gruppo di allora, Italia dei Valori».

Perché il Mes non sarebbe democratico^?

«Trump l' uomo più potente del mondo, può subire un impeachment, il Mes è pieno di guarentigie. Tutti questi trattati sono stati fatti nel solco della dottrina totalitaria del neoliberismo, questo è il vizio d' origine».

Totalitaria?

«Sì, il dominio della Finanza sulle persone».

Lei pensa davvero di farcela?

«Me l' ha chiesto l' M5S di candidarmi, non io. Se ci sono argomenti seri contro di me sono disposto a fare anche dieci passi indietro, ma non certo dietro l' invenzione di fantasmi».

Fantasmi li chiama?

«Sì».

·         Afroitaliani.

Ogni settimana sull'Espresso un termine commentato da una grande firma. Igiaba Scego il 22 agosto 2019 su L'Espresso. Sono diventata afroitaliana di recente. Fino a pochi anni fa eravamo semplicemente alieni o, peggio, invisibili. La nostra pelle nera o marroncina non pervenuta. Nessuno si era accorto che i migranti arrivati negli anni ’70 e anni ’80 avevano fatto dei figli e che quei figli riempivano le aule universitarie o erano alla ricerca di un lavoro. Poi cominciammo a essere, e fu già un progresso, generici “figli di migranti” o “seconde generazioni”. I primi neri italiani di cui i media parlarono furono i ragazzi/e che si ritrovavano in piazza Mancini a Roma per ascoltare musica rap e imitare il passo strascicato degli eroi del momento, da Tupac Shakur ai Public Enemy. Erano di origine eritrea, somala, etiope: in mezzo ai figli di migranti ce n’era anche qualcuno col papà ambasciatore, che andava lì perché solo in quella piazza piena di autobus si respirava un po’ di spirito nero. È curioso che tutto ciò avvenisse proprio a pochi metri dall’obelisco con la scritta “Mussolini Dux” al Foro italico. Come se quei ragazzi, con la loro presenza, volessero vendicarsi di quel fascismo che aveva inventato le leggi razziali e aveva fatto soffrire i loro nonni. Ma ancora non si era afroitaliani. Il termine è di uso recente, anzi recentissimo. Io l’ho sentito pronunciare solo otto anni fa. Un calco tratto da quella realtà afroamericana a cui tutti i figli di migranti di origine africana hanno guardato almeno una volta. Gli afroamericani erano il modello a cui guardare. E poi era facile definirsi “afroitaliani”: meno parole da usare, meno spiegazioni da dare. Un termine comodo che riassumeva i viaggi dei genitori e tutta la realtà diasporica che c’era dietro la propria famiglia. Ora si sente spesso parlare di afroitaliani. Lo scrittore Antonio Dikele DiStefano curerà per Netflix una serie proprio sui ragazzi afroitaliani. Ultimamente c’è anche chi dice però di non amare questa definizione. C’è chi rivendica un’italianità piena e non importa se si ha la pelle nera o a pois. La definizione di per sé non è né giusta né sbagliata. Segue semplicemente il destino di ogni etichetta. Qualcuno l’amerà. Qualcuno la detesterà. È così che va il mondo d’altronde.

·         Il razzismo c’è, ma contro Salvini.

Da leggo.it il 23 novembre 2019. La scultura choc. E che crea - invevitabilmente polemica: Salvini raffigurato mentre spara con una pistola a due immigrati-zombie.  Accade a Napoli, dove sabato 23 novembre si innaugura la mostra collettiva Virginem = Partena, curata da Biancamaria Santangelo, nella galleria Nabi Interior Design di via Chiatamone. Come riporta un articolo del Mattino a firma di Giovanni Chianelli, tra le varie sculture una salta agli occhi: Matteo Salvini armato di un'enorme pistola, che spara a due africani in versione zombie. Si chiama, citando proprio il leader leghista, La pacchia è finita! e l'ha creata Salvatore Scuotto, del gruppo della Scarabattola, tra le formazioni di maestri presepiali più creative e solite anche a messaggi forti, come donne nude, diavoli e femminielli nelle natività. Alla collettiva Scuotto partecipa in proprio, e infatti ha adottato un nome d'arte, Morales, per l'esordio di questa sua carriera da solista. Messaggi forti. Scuotto ammette che in alcuni casi «la mano è scappata. Mentre mettevo insieme il mio contributo l'ho guardato e ho detto: che cosa ho combinato? però, invece di fermarmi sono andato fino in fondo all'idea che avevo». Non rinnega quindi la forza contenuta in questa produzione ma ne spiega la metafora: «Quando ho iniziato a creare, Salvini era ancora ministro dell'Interno. Poi si è eliminato da solo. Ho voluto rappresentarlo come un bambinone che gioca a un videogame popolato da fantasmi, come si vede dai dettagli della pistola che è intenzionalmente spropositata. Dico che il suo messaggio politico è infantile, come una costante Play Station in cui bisogna individuare il nemico e abbatterlo». Nella mano l'ex ministro dell'Interno stringe il solito rosario: «Messo così diventa ridicolo: se l'arte riesce a farcelo sembrare tale allora sì che lo ha sconfitto». E quella scritta che campeggia, Game Over? «Identifica la conclusione del videogioco. Chissà cosa indica: la fine di Salvini o quella dei suoi nemici?». Inevitabile aspettarsi che già da oggi la sua opera creerà polemiche.

A Napoli scultura con Salvini che spara agli immigrati. L'ex ministro: "Istigazione all'odio". L'artista: "E' come un bambino che gioca a videogame contro i nemici". Ma è polemica: "Porcherie". La Repubblica il  23 novembre 2019. Matteo Salvini armato di pistola spara a due africani in versione zombie: è l'opera di Salvatore Scuotto che oggi sarà esposta a Napoli nella mostra collettiva 'Virginem=Partena' nella galleria Nabi Interior Design. Ma l'ex ministro replica con decisione: "Cosa non si fa - commenta l'ex ministro - per farsi un pò di pubblicità, che squallore. La "scultura" che mi raffigura mentre sparo agli immigrati è una vera schifezza, è istigazione all'odio e alla violenza, altro che arte. Non vedo l'ora di tornare a Napoli per ammirare i fantastici Presepi tradizionali, non queste porcherie". L'ex ministro ne parla anche in una diretta Facebook: "Non fa ridere una scultura con la mia faccia che spara a due immigrati, non mi fa ridere. E' istigazione all'odio e alla violenza. E' qualcosa di demenziale e criminale e poi trovi qualcuno che pensa davvero che Salvini sia così. Quindi spero che quella pseudo-opera venga ritirata". "Quando ho iniziato a creare, Salvini era ancora ministro dell'Interno - ha raccontato Scuoto al quotidiano Il Mattino - Ho voluto rappresentarlo come un bambinone che gioca ad un videogame popolato da fantasmi, come si vede dai dettagli della pistola che è intenzionalmente sproporzionata. Dico che il suo messaggio politico è infantile, come una costante Playstation in cui bisogna individuare il nemico e abbatterlo". Attaccato alla pistola c'è un messaggio, 'Game over'. "Identifica la conclusione del videogioco. Chissà cosa indica: la fine di Salvini o quella dei suoi nemici?", aggiunge. E poi Scuotto, che questa volta partecipa in proprio ma fa parte del gruppo della Scarabattola - formazione controcorrente di maestri presepiali che nella natività ha inserito anche donne nude e diavoli - precisa anche di non aver creato "questa parodia salviniana perché sono comunista". "Al massimo aspirerei ad essere anarchico, non credo alla sinistra, troppo tiepida - sottolinea - Non voglio esprimere alcuna appartenenza ma so in cosa non credo". Il deputato napoletano della Lega Gianluca Cantalamessa:  "La scultura che vorrebbe raffigurare un Matteo Salvini violento con una pistola in mano mentre spara a dei migranti non è certo arte e definirla tale significa mortificare tutta la storia artistica di Napoli e della Campania. Penso a personaggi di rilievo, De Filippo, Totò, Viviani, Vico, il cui talento ha inorgoglito la città in tutto il mondo e di cui noi italiani andiamo fieri". E aggiunge:  "Non è bastato lo show nel cuore di Napoli del matrimonio tra il neomelodico Colombo e l'ex moglie di un boss camorristico. "Ora anche presunte opere d'arte che mistificano la realtà per esaltare la cultura dell'odio. Tutto ciò - sottolinea Cantalamessa - svilisce il valore inestimabile della cultura napoletana per meri interessi di bottega di pochi, a cominciare dal peggior sindaco che Napoli abbia mai avuto. I napoletani meritano molto di più". La deputata campana della Lega Pina Castiello: "La scultura che ritrae un improbabile Matteo Salvini in versione pistolero sul punto di sparare a due migranti africani, non ha nulla a che vedere con la produzione artistica. Piuttosto essa è la plastica rappresentazione di un espediente volgare, pensato solo per bieche finalità autopromozionali. Spiace che la città di Napoli, capitale dei manufatti in terracotta che rendono famosi in tutto il mondo i presepi partenopei, debba fare i conti con le trovate di pseudo artisti che, pur di guadagnare un attimo di ribalta, non esitano a sfociare nell'istigazione all'odio e alla violenza, gettando peraltro fango su una scuola e una tradizione di grande successo. Mi auguro che la curatrice della rassegna in cui fa bella mostra questo piccolo "monumento all'odio", voglia procedere al rapido ritiro della scultura dall'esposizione. Sarebbe un gesto capace di ribadire la vocazione pacifica e tollerante della città di Napoli. Ad ogni buon conto, Matteo Salvini che, numeri alla mano, grande impegno ha profuso per Napoli e i napoletani nel corso della sua permanenza al Viminale, non mancherà di ritornare in città nel periodo natalizio. Il nostro leader è  infatti desideroso di immergersi nella inimitabile magia dei presepi, quelli si di grande pregio artistico".

Sondaggio, italiani antisemiti e razzisti in calo: ecco lo Stivale che vota la Lega di Matteo Salvini. Amedeo Ardenza su Libero Quotidiano il 24 Novembre 2019. Nelle classifiche europee su crescita del Pil, occupazione, debito pubblico e test Pisa-Invalsi arriviamo sempre ultimi. Risultati ottimi li otteniamo invece per aspettativa di vita e qualità del sistema sanitario. Da ieri però c' è un' altra organizzazione che ha promosso il Belpaese: è l' Anti-Defamation League (ADL), ong ebraica con sede a New York la cui mission è combattere l' odio antisemita e ogni pregiudizio. Giovedì ADL ha diffuso il risultato della sua ultima rilevazione sull' antisemitismo condotta in 18 paesi dei cinque continenti. Il dato aggregato per macro regioni è inquietante: sentimenti antiebraici sono diffusi presso il 74% dei cittadini del Medio Oriente e dell' Africa settentrionale e il 34% di quelli dell' Europa orientale. Seguono l' Europa occidentale con il 24%, l' Asia con il 22% e le Americhe con il 19%. L' Italia fa meglio del suo gruppo di riferimento: "solo" il 18% degli italiani nutre sentimenti ostili contro la minoranza ebraica. Undici punti in meno del 29% registrato cinque anni fa e infinitamente meno del 48% dei polacchi (erano il 37% nel 2015), del 47% dei sudafricani, del 46% degli ucraini (erano il 32%) o del 42% degli ungheresi (40%). C' è da stare allegri nel sapere che quasi un italiano su cinque crede che gli ebrei controllino la finanza e siano cittadini infedeli? No, perché il pregiudizio è sintomo di ignoranza e causa di razzismo, e poi perché Svezia (4%), Canada (8%), Paesi Bassi e Danimarca (10%) fanno meglio di noi. Se non si può gioire si può però riflettere: in primo luogo, l' indagine è stata condotta fra aprile e giugno 2019. In Italia presidente del Consiglio era Giuseppe Conte I e uomo forte della coalizione Lega-M5S era Matteo Salvini. Noto in Italia e all' estero per i suoi modi assertivi e le sue affermazioni politicamente scorrette, Salvini, che lo scorso dicembre ha visitato Israele, non può dunque essere accusato di aver fatto crescere il pregiudizio antiebraico. Meno innocenti, semmai, appaiono altre sue frequentazioni sovraniste, come Marie Le Pen che ha suggerito di vietare la doppia a cittadinanza israelo-francese o il premier ungherese Viktor Orbán che si fa passare per grande amico di Israele ma poi se la prende con il finanziatore George Soros in quanto ebreo - e non è un caso che gli ungheresi accusino gli ebrei di favorire l' immigrazione clandestina.

DIFFERENZE. Interessante è anche capire perché in Svezia o in Austria l' antisemitismo risulti più basso che in Italia. Forse perché il dato per il nostro paese (e quello per Francia, Belgio, Spagna, Germania e Regno Unito) tiene di conto anche le risposte della minoranza musulmana, la cui accettazione degli stereotipi antisemiti «è nettamente superiore a quella delle popolazioni nazionali» spiega ancora ADL. Rilevante anche il pregiudizio antisemita mascherato da antisionismo: lo si vede per esempio nel dato del Sudafrica, un paese in cui è molto forte il movimento BDS per il boicottaggio di tutto ciò che è legato a Israele. Qua l' Italia - ma stiamo parlando del governo, non degli elettori - potrebbe fare meglio. Invece tre giorni fa in sede di Quarta Commissione Onu a New York anche il rappresentante italiano ha votato con il resto dei suoi colleghi europei un pacchetto di otto risoluzioni contro Israele. In due di queste la comunità internazionale condanna le violenze verificatasi sulla Haram el-Sharif, nome arabo e islamico della Spianata delle Moschee.

Chiamare il luogo sacro a tre fedi solo con uno dei suoi nomi non è un esercizio nuovo per l' Onu. Nuovo invece è l' appoggio europeo: solo la Finlandia ha suggerito di fare riferimento anche al Monte del Tempio. È curioso che lo stesso Occidente che nega l' ebraismo di Gerusalemme assegnandola in esclusiva alla fede islamica non si renda conto di negare così anche il proprio retaggio cristiano - nei Vangeli Gesù va al Tempio, non certo alla Spianata delle Moschee. E poiché l'antisemitismo è un fenomeno mutevole, occorre che i governi si guardino bene dal favorire la sua versione antisionista e anticristiana. Amedeo Ardenza

E la stampa lancia "l'allarme razzismo" in Italia. L'editoriale del direttore di Panorama, Maurizio Belpietro, che analizza il comportamento di una certa stampa sulla questione razzismo e migranti, scrive Maurizio Belpietro l'1 aprile 2019. Ma gli italiani sono davvero razzisti? A dare retta ad alcuni giornali si direbbe di sì. Prendete Avvenire, il quotidiano dei vescovi (e degli italiani, visto che è finanziato con soldi pubblici). La scorsa settimana il suo direttore, Marco Tarquinio, rispondendo a una lettrice che metteva sullo stesso piano gli organizzatori delle manifestazioni antirazziste e i sostenitori della legalizzazione dell’aborto, ha bacchettato la signora. «Per respingere il veleno razzista e contrastarne gli effetti nel corpo vivo della nostra società - dove propagandisti senza coscienza e senz’anima hanno ricominciato a inocularlo - e per radicare una autentica cultura della vita bisogna saper essere uniti sull’essenziale». Per il capo del giornale cattolico, mettere insieme chi scende in piazza contro il razzismo e chi legalizza l’aborto, come ha fatto la signora che gli ha scritto, è «un’orribile caricatura della realtà». A leggere la risposta, ma anche gli articoli pubblicati dall’Avvenire, sembrerebbe dunque che il quotidiano dei vescovi sia più preoccupato della propaganda contro gli immigrati che di chi predica il diritto all’aborto come soluzione contraccettiva. Chi ama e sostiene la vita, ha scritto Tarquinio, non premedita di mettere in mano a uno straniero un foglio di via. Punto. Dunque meglio Emma Bonino di Matteo Salvini, con buona pace di quei cattolici che per anni si sono battuti per il sostegno alla vita, la difesa dei valori della famiglia, la fecondazione eterologa eccetera eccetera. Di fronte a questi temi, il razzismo viene prima. Perché se non è a favore degli immigrati, il cattolico non è un buon cattolico. Anzi, per dirla con il direttore dell’Avvenire, gli è stato inoculato il virus del razzismo. Ma c’è anche chi va oltre Tarquinio. Prendete Vanity Fair, il settimanale chic della moda. Qualche settimana fa pubblicò un lungo servizio dedicato ai minorenni transgender. Ragazzini italiani di 9 e 12 anni messi in posa e truccati per rappresentare «gli eroi moderni»che intendono cambiare sesso. Bambini vestiti con capi firmati da bambine; bambine trasformate in bambini, naturalmente con a fianco il nome dello sponsor. Ma dopo aver rappresentato la rivoluzione sessuale che ci attende, Vanity Fair si è superato, mandando in edicola un numero tutto dedicato alla «Rivoluzione antirazzista». «Essere umani» è il titolo di copertina. «Un giornale contro il razzismo». Fotografia di Serena Williams, la tennista, commenti di attori e grandi firme. Mimmo Calopresti parla dei calabresi, i migranti di una volta. Guillermo Arriaga spiega che chi accoglie gli extracomunitari si prende le famiglie migliori, segno che quelle italiane sono peggiori. Mattia Feltri aggiunge che in fondo al pregiudizio c’è il lager, immaginando forse che in qualche angolo nascosto del nostro Paese si preparino i forni crematori. Frase finale di Martin Luther King: «Dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli o periremo insieme come stolti». Il meglio però lo dà il direttore di Vanity Fair, Simone Marchetti, quello che definì i minorenni transex «eroi moderni». Parte da un quadro di Francesco Lojacono, Veduta di Palermo, che ritrae alberi di specie diverse, per fare un panegirico sulla coltivazione della coesistenza. Se possono stare insieme piante che arrivano dall’Asia, dal Messico e dal Medioriente, perché non possono coesistere persone che giungono da quegli stessi Paesi? «In Italia il razzismo è dilagante e proviene dall’alto, da molti rappresentanti, figure che lo legittimano e lo giustificano». Segue citazione degli ultimi episodi di cronaca nera, come la tentata strage di Luca Traini e quella riuscita, ma in Nuova Zelanda, di Brenton Tarrant, perché il razzismo (italiano?) «oltrepassa addirittura gli oceani». È ora di tornare a essere umani, «perché se si rinuncia al giudizio, dopo il pregiudizio c’è il lager». E allora Vanity Fair, tra un capo firmato, un rossetto e una lingerie d’autore, che fa? Prende posizione contro il razzismo. Così riempie le pagine con «una serie di racconti, interviste e riflessioni che vogliono coltivare la coesistenza attraverso l’incontro e oltre la paura della diversità» perché, spiega Marchetti, «in mancanza di una classe politica che illumini e che faccia sognare, invece di spaventare e deludere, forse è arrivato il momento di fare una piccola rivoluzione antirazzista partendo dal basso, dai piccoli gesti quotidiani». Già, un mascara contro il razzismo. 

Il razzismo della rabbia (contro Salvini). Scritte e minacce di morte a Parma contro il leader della Lega. Ma come al solito si parlerà di altro, scrive il 22 febbraio 2019 Panorama. "Spara a Salvini e mira bene". La scritta è apparsa su di un muro a Parma a firma degli Anarchici. Niente di nuovo, niente di non già visto. Ma di certo non ci si può abituare alla rabbia ed alla stupidità. E che di rabbia e stupidità questo paese sia pieno lo dimostra quello che accade ogni giorno. Prendiamo ieri: un professore in una scuola di Foligno ha l'idea geniale di fare "un esperimento sociale" prendendo uno dei suoi studenti, un ragazzo di colore, e mettendolo in un angolo al grido di "guardate quanto è brutto". Sempre ieri diversi "tifosi" hanno augurato la morte (si, signori, la morte) alla figlia di Diego Simeone, l'allenatore dell'Atletico Madrid, colpevole di essere l'erede di un allenatore di calcio che ha sconfitto la squadra del cuore. Oggi poi non può mancare chi gioisce per il carcere a Formigoni ("insegna a fare i tuffi dalla barca anche al tuo compagni di cella"). C'è poi anche un consigliere comunale, leghista, che non trova di meglio da fare che insultare una cantante la cui colpa è di avere un'opinione sui migranti diversa dalla sua. Per noi, sia chiaro, queste bestialità sono tutte uguali e non c'è classifica tra una e l'altra. Ed è questo il punto; per molti non è così. Per molti minacciare di morte il Ministro dell'Interno, alla fine, mica è così grave come insultare un ragazzo di colore. Anzi. L'insulto razzista è "colpa" di Salvini mentre la minaccia a "Salvini" (indovina un po') è colpa sempre del leader della Lega ("razzista"). Insomma. E' un po' come dire: facciamo a turno. Una volta ho ragione io, una volta hai torto tu. In questo clima pieno di rabbia però un raggio di sole c'è. E non è una delle lezioni che questo o quell'opinionista ci regala oggi su quotidiani. Perché l'Italia non è un paese razzista. Gli episodi non si possono negare ma per una decina di stupidi ci sono milioni di italiani che hanno una testa diversa. La notizia è che la Lega ha deciso di espellere il consigliere che ha insultato via social Emma Marrone. Ecco. Alla rabbia si risponde con la decisione e la fermezza. Senza distinguo, senza classifiche. Ma sappiamo già che domani nessuno dedicherà due righe in difesa del Ministro dell'Interno. Il colpevole.

La bufala del clima d’odio, scrive il 21 febbraio 2019 Andrea Indini su Il Giornale. Ci risiamo con l’emergenza razzismo. Ci risiamo con il clima d’odio dilagante. La sinistra torna a infiammarsi contro Matteo Salvini addossandogli le colpe di qualsiasi cretino che se ne va a zonzo a scrivere sui muri parolacce e minacce contro gli extracomunitari o che si permette di insultare un bambino in classe per il colore della sua pelle. Questa gentaglia non rappresenta certo l’Italia. Sono cretini e basta. E la loro idiozia nulla ha a che fare con l’impegno del governo a contrastare l’immigrazione clandestina o ad attuare politiche che garantiscano maggiore sicurezza nel Paese. Possiamo starne certi: finché Salvini sarà al governo, la sinistra, certe correnti della Chiesa e, più in generale, tutte le sigle del buonismo rosso che gravitano in Italia strumentalizzeranno qualsiasi episodio di cronaca per dipingere gli italiani come un popolo di razzisti. Più la Lega salirà nei sondaggi, più ci parleranno di clima d’odio. Colpa di Salvini e del suo decreto Sicurezza. Colpa dello slogan leghista “Prima gli italiani”. Colpa delle politiche del governo che hanno aperto la “caccia allo straniero”. È questa la narrazione che i progressisti stanno mettendo in campo in vista delle elezioni europee. Prima dell’emergenza razzismo, la sinistra si era inventata la deriva fascista. L’estate scorsa, con l’avvento di Salvini al Viminale, sembrava quasi che fosse stata ristabilita la Repubblica Sociale. I progressisti vedevano braccia alzate, episodi di intolleranza e aggressioni dietro ad ogni angolo. Una vera e propria caccia alle streghe finita in farsa quando si era scoperto che gli aggressori di Daisy Osakue, la discobola azzurra aggredita con una sassaiola di uova all’uscita dagli allenamenti, non erano pericolosi razzisti, ma giovani dementi che non conoscevano un’idea migliore per far passare il proprio tempo libero. Tra questi c’era persino il figlio di un consigliere del Pd. E così la crociata dei buonisti, che parlavano di emergenza fascismo e razzismo, era scemata in niente. Oggi la sinistra è nuovamente scesa in campo, ancora più agguerrita di prima. Lo ha fatto cercando l’incidente a Sanremo. E ci riprova quotidianamente trasformando qualsiasi episodio di violenza razzista in un capo d’accusa contro il governo gialloverde e, in particolar modo, contro Salvini. Ma non bisogna cadere in questa trappola. Certo, è un dovere denunciare certi comportamenti perché vengano definitivamente estirpati dalla nostra società, ma non si può assolutamente legarli alla lotta all’immigrazione clandestina o alle politiche di sicurezza. Farlo significa mistificare la realtà: un manipolo di teste bacate non rappresenta la maggioranza degli italiani che, invece, chiede regole certe. Continuare a spingere l’acceleratore sull’emergenza razzismo porta soltanto ad avvelenare il clima e acuire lo scontro in un momento che, al contrario, richiede la massima tranquillità per poter ripartire.

Il Consiglio d'Europa infama i politici italiani: "Sono razzisti e odiano i rom". La risoluzione del Consiglio d'Europa attacca a testa bassa il nostro Paese: "Atteggiamenti razzisti e xenofobi". E critica le politiche su rom e migranti, scrive Sergio Rame, Giovedì 24/01/2019, su "Il Giornale". "È scandaloso e inaccettabile". I parlamentari leghisti, che siedono nella delegazione italiana al Consiglio d'Europa, sono infuriati. Nella risoluzione in discussione al Consiglio d'Europa sul monitoraggio sull'Italia è stato messo nero su bianco che il governo italiano è formato da un movimento di estrema destra, la Lega, e da uno anti sistema, i Cinque Stelle mentre il nostro Paese viene accusato di aver compiuto una serie di gravi comportamenti razzisti, xenofobi e anti umanitari. "Un decennio di grave crisi economica e la crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni politiche e giudiziarie - si legge nelle conclusioni del rapporto sull'Italia - hanno contribuito a rafforzare la popolarità, tra l'altro, di un partito di estrema destra (la Lega) e di un partito anti sistema (il Movimeto Cinque Stelle)". Il documento pubblicato dal Consiglio d'Europa è infarcito di accuse e insulti all'Italia che non hanno precedenti. Ai politici, per esempio, dà dei criminali senza troppi giri di parole. "La criminalità organizzata - si legge, infatti - esercita una forte presa sulla politica italiana, soprattutto a livello locale". Non solo. Ai politici italiani rinfaccia di essere razzisti e xenofobi e di odiare i nomadi. Tanto che il relatore ha scritto di essere "molto preoccupato" e ha chiesto, in modo particolare, "alle autorità italiane di prestare attenzione alla situazione dei rom" perché "hanno difficoltà ad avere accesso all'alloggio, alla scuola e alla sanità". Anche il capitolo sui migranti è infarcito di accuse all'Italia e, in modo particolare, al governo che "ha promesso di attuare politiche migratorie più severe (...) mettendo in tal modo a rischio vite umane e violando le norme umanitarie fondamentali". A fronte di tutto questo il Consiglio d'Europa ha espresso "preoccupazione per le recenti iniziative volte a impedire alle navi di salvataggio di sbarcare sulle coste italiane, mettendo a repentaglio le vite dei migranti e dei rifugiati". Paolo Grimoldi, Alberto Ribolla e Manuel Vescovi hanno respinto con fermezza il documento. "Questo - replicano i leghisti - è un atto d'accusa all'Italia da parte di un organismo che non ha fatto nulla in questi anni in materia migratoria". Non solo. Per gli esponenti del Carroccio è ancora più "inaccettabile e scandaloso" il fatto che tutti gli emendamenti, presenti nella delegazione al Consiglio d'Europa per correggere o cancellare questi passaggi, siano stati respinti dal relatore. "Non lo possiamo accettare - concludono - e a questo punto ci domandiamo che senso abbia la presenza della delegazione italiana in questo organismo e che senso abbia lo stesso Consiglio d'Europa".

''IL RAZZISMO IN ITALIA C'È, MA CONTRO SALVINI''. Tommaso Labate per il ''Corriere della Sera'' il 31 marzo 2019.«Premessa. Io non sono certo il tipo di persona che non ammette quando sbaglia, che non cambia mai idea, che non sa chiedere scusa. Detto questo, da dove cominciamo?».

Iniziamo dalla fine. Se vuole scusarsi, può farlo ora.

«Non ho nulla di cui scusarmi, questa volta. E glielo dico col cuore. Sono rimasta intrappolata nella rapidità a cui in quest' epoca i social, ma lo stesso vale per la tv, ci costringono. Ha presente la schedina del totocalcio?».

Che cosa c' entra adesso?

«Per la schedina ci sono solo 1, X, 2. L' 1 però non dice tutto. Dice che una squadra ha vinto ma non dice come, quanto, se ha giocato meglio.

Io mi occupo di questioni per cui serve spiegare tutto e bene, purtroppo le cose che dovevo dire le ho sintetizzate in tv e sui social con un segno in schedina».

Il ministro Giulia Bongiorno è finita in una bufera. Su Twitter, dovendo spiegare la sua norma Codice Rosso, che obbliga un pm o un pg ad ascoltare entro tre giorni una donna che denuncia una violenza, ha scritto che quei tre giorni servono a stabilire «se si ha a che fare con un' isterica o con una donna in pericolo di vita». Quell'«isterica» ha generato tantissime polemiche. Che si sono moltiplicate quando il titolare del dicastero della Pubblica amministrazione ha rilanciato la proposta di castrazione chimica per i condannati per violenza sessuale con pena sospesa.

Iniziamo dal tweet con l'«isterica».

«Quell'"isterica" non è mio. Moltissimi detrattori della norma Codice Rosso che ho incontrato sulla mia strada, nell' insistere sulla tesi secondo cui molte delle donne che denunciano una violenza in realtà non l' hanno subita, citano sempre quella parola. "E se è un' isterica?", "Perdiamo tempo a causa di un' isterica? ", cose cosi. Per me, tutte le donne che denunciano una violenza vanno sentite entro tre giorni, poi si vede se chi denuncia dice la verità o calunnia».

Una donna che calunnia, secondo lei, è «un' isterica»?

«No, è una calunniatrice. Isterica fa parte del mio vocabolario solo come citazione altrui».

Lo riuserebbe per spiegare la legge?

«Certo che sì. Ma lo metterò tra virgolette spiegando che Codice Rosso serve per appurare in tempi rapidi se una donna che denuncia una violenza è in pericolo di vita oppure, come dicono i detrattori della norma, "un' isterica".

Vede, molto spesso questo tempo non c' è. Tantissimi anni fa, difendevo un industriale che aveva appena spiegato ai pm una serie di delicatissime operazioni finanziarie difficili da spiegare. Visto che il caso era sotto gli occhi della stampa mondiale».

Sembra il racconto del crac Cragnotti.

«lasciamo perdere, non c' entrano i nomi ma l' esempio. Esco dall' interrogatorio con un discorso preparato e dettagliato da dire alla stampa. Un giornalista del tg mi dice "ha cinque secondi, prego". Risposi: "Abbiamo chiarito tutto". Era vero. Ma io non avevo avuto il tempo di chiarire nulla».

Ci chiarisca perché vuole la castrazione chimica.

«Anche qua, il tema dell' avere il tempo di spiegare. La gente mi chiede per strada "ma tu vuoi castrare le persone?". Io non voglio castrare nessuno. Sono per la castrazione chimica come lo è la commissione anti tortura del Consiglio d' Europa. E cioè a tre condizioni: che il reo lo accetti, che ci sia il consenso informato, che il trattamento non sia irreversibile».

In tanti pensano che lei sia cambiata dopo che è finita nella Lega.

«Io sono sempre io. Ero a favore della castrazione chimica anche da presidente della Commissione Giustizia della Camera».

La sua collega Trenta s' è detta delusa da lei «come donna».

«Se mi desse il tempo per spiegare che l' abuso sessuale non è un reato minore e che la castrazione chimica non è fisicamente castrare un uomo, glielo spiegherei volentieri».

Ha negato che in Italia ci sia razzismo.

«E lo nego oggi. Per me non c' è razzismo».

Non penserà che sia Salvini la vittima di razzismo di molti suoi oppositori?

«Diciamoci la verità. Molti pensano che Salvini sia un rozzo, ignorante, un cittadino di serie B che ha usurpato il potere che ha. Non gli riconoscono le grandi doti che solo chi lo conosce dal vivo può vedere. Che è una persona saggia, che sa ponderare rischi e opportunità, che è molto rapido nel prendere decisioni.

Ecco, chi nega tutto questo un po' razzista nei confronti di Salvini sì, lo è».

Entrando nel governo gialloverde sta perdendo i tanti fan che aveva nel mondo laico e di sinistra. Pentita di aver accettato?

«Se avessi fatto un calcolo costi-benefici, al governo non sarei mai entrata. Economicamente non mi conviene e nemmeno come visibilità, visto che ne avevo tanta anche prima. Però vorrei vivere cento vite, se potessi. Avevo quella da penalista, ne ho aggiunta una seconda».

L’ITALIA E’ UNA SALVINICRAZIA. Michela Tamburrino per “la Stampa” del 13 marzo 2019. Il grido d' allarme arriva da dati in tabella dell'Agcom che rivelano una «Salvinicrazia», occupazione mediatico-televisiva del leader della Lega che sembra correre da un telegiornale all' altro, da una rete all' altra. In Rai e non solo. In esame, dal 1° al 31 gennaio, i venti soggetti che hanno fruito del maggior tempo di parola tra politici e istituzionali rilevati nei telegiornali e nei programmi. A sottolineare il dato è il segretario della Commissione di Vigilanza, il deputato Pd Michele Anzaldi. È lui che per primo grida allo scandalo al cospetto del ranking di chi parla di più. Il ministro dell'Interno e vicepremier vince con distacco la gara: al Tg1 ha avuto il 15,55% degli spazi di parola. Un trionfo al Tg2 diretto dall' amico Sangiuliano che lo porta al record del 20,54%. Scende al 10,69 % al Tg3, recupera a Rainews con il 12,56%. Il leghista conquista anche il Tg5 con il 14,27%, tallonato da Silvio Berlusconi. Sale al 15,50% nel Tg La7. I vicini di governo ottengono la stessa attenzione? No. Il presidente del Consiglio Conte si ferma a un misero 8,55% e il collega vicepremier Di Maio scende al 6,67%, a cui va sommata quella raccolta come capo del Movimento, più 1,43%, uno scorporo tra governo e partito che Agcom non ha fatto per Salvini. Al Tg1, Conte si attesta al 12,12% ma per di Maio la situazione non cambia anche se risale all' 8,59% come vicepremier più l'1,11 come capo del Movimento. Numeri a una cifra anche per il Tg3 con l'8,41 da vicepremier e l'1,48 da politico. Se invece si passa ai programmi extra Tg di rete e di testata, ecco qualche novità. Salvini con il suo 7,94% su Raiuno deve cedere il passo al pentastellato Di Battista che invece agguanta il 10,17%. Conte tallona con il suo 7,68% e Di Maio si ferma al 5,77%. Raidue segna la supremazia di Salvini grazie al suo 13,29% e finalmente ecco comparire il non ancora leader del Pd Nicola Zingaretti, medaglia d' argento con il 6,04%. Terzo posto per Gasparri, Conte e Di Maio non sono proprio in graduatoria. Su Canale 5 Salvini con 7,77% cede il passo a Sgarbi. Per riprendersi il primato su La7 a un passo dal collega Di Maio. Parafrasando il Tancredi del Gattopardo, bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga com' è. Andando indietro nel tempo si scopre che all' epoca del governo Renzi le cose non erano diverse e a puntare il dito erano quelli della Lega. Era il 2014 quando l'Autorità si trovò a richiamare Rai, La7 e Sky per il troppo tempo di parola dato al premier Matteo Renzi ordinando un riequilibrio. E si pronunciò proprio all' indomani degli esposti del Nuovo Centrodestra che lamentava la sua inadeguata presenza in video. È del 2016 la scomunica ai troppi «Tg Renzi» tacciati di servilismo per il 24,4% del tempo di parola al leader del Pd e del 36% del «tempo di notizia»: in testa il Tg2 con il 26% di parola e il Tg1 con il 21,5%. Neppure Berlusconi aveva osato tanto sulle sue tv, si scrisse, perché tra il 2009 e il 2011 ottenne circa il 12% di spazio di parola. Monti durante il suo mandato non superò, ovunque, il 18% di media, Letta 15%. Renzi invece toccò vette inesplorate nel dicembre 2015 agguantando il 34%, primato rimasto imbattuto. Anche i tg Mediaset gli tributarono tanta attenzione, mentre su Sky si concesse un tempo di notizia del 38%. In quegli anni ci si giustificò col fatto che Renzi facesse audience, bucasse lo schermo e al mercato non si comanda. Ora i Gialloverdi rivendicano un cambio di passo. Ma scorrendo una vecchia ricerca dell'Osservatorio di Pavia si ricorda che i tg dell' Azienda pubblica hanno sempre detenuto il record europeo per tempo dedicato alla politica, più del doppio rispetto a inglesi, francesi, tedeschi e spagnoli. E con tutto questo tempo a disposizione è impossibile tacitare chi comanda.

Milena Gabanelli e Gian Antonio Stella per “il Corriere della Sera” del 13 marzo 2019. «Star seduti il meno possibile» e «non fidarsi dei pensieri che non sono nati all' aria aperta». Fedele ai moniti in Ecce homo di Friedrich Nietzsche, che di superuomini aveva scritto molto, Matteo Salvini va a sedersi nel suo ufficio di ministro dell'Interno meno che può. Emerge studiando a tappeto le agenzie Ansa, i comunicati stampa, la cronaca pubblicata dai giornali locali, le apparizioni tv e gli interventi radio, il sito Salvini premier, la sua pagina Facebook e i resoconti dei consigli dei ministri. Analizzando date e luoghi: sembra proprio che dal giorno del suo insediamento fino a fine febbraio 2019, sia stato presente al Viminale sì e no una decina di giorni al mese (a luglio e ottobre), calando fino a cinque in dicembre. Persino ad agosto, storicamente presidiato dal ministro dell'Interno non per una antica tradizione rituale tipo la cerimonia della consegna del Ventaglio a Montecitorio, ma perché lo Stato vuole affermare la sua presenza sul territorio anche quando gli italiani sono in ferie, l'instancabile Matteo risulta essere stato sul ponte di comando non più di cinque giorni. Quanto al Parlamento, il sito Openpolis.it, che compie un meritorio monitoraggio quotidiano sull'attività di deputati e senatori, dice che ci va ancor meno. Alla voce Salvini Matteo, le presenze alle votazioni in Aula (57 su 3286) sono ridotte all'1,73%. Produttività? In 9 mesi di governo ha promosso come primo firmatario 2 leggi (il decreto Sicurezza e la cessione unità navali alla Libia), ha risposto a 4 question time, fatto una comunicazione al Parlamento ed è intervenuto in tre commissioni. E il resto? Uno sproposito di missioni: 97,75%. In missione per conto dello Stato, come nel caso della sua corsa a Genova dopo il crollo del ponte Morandi o a Foggia per la morte di 16 braccianti agricoli stranieri in due incidenti stradali nel giro di due giorni. In missione per conto sia dello Stato sia del personale diletto, come al Festival del cinema di Venezia con l'allora First Sciura Elisa Isoardi o in occasione del viaggio del 16 luglio a Mosca dove, già che era lì per colloqui con il ministro degli Interni russo Vladimir Kolokoltsev, ne approfittò per vedersi la finale della Coppa del mondo in programma (coincidenza!) la sera prima. Il tutto senza l'invito Fifa. In missione per conto sia dello Stato sia delle battaglie di partito alla fiera internazionale delle armi in Qatar, dove postò orgoglioso una foto mentre imbraccia una mitraglietta. Proprio la scelta di apparire dappertutto, tuttavia, fa notare di più alcune assenze «di competenza», diciamo così, del ministro dell'Interno. Come a Casteldaccia quando un'intera famiglia di nove persone fu spazzata via dall' esondazione del Milicia. O nel Pollino dopo la strage di dieci escursionisti travolti da una piena. O a Novate Milanese e Quarto Oggiaro dopo gli ennesimi roghi di «capannoni tossici» in Lombardia. O ancora a Catania nei giorni roventi della nave Diciotti. Per non dire della scelta di disertare vari incontri dei ministri dell'Interno europei sui temi dell'immigrazione che gli stanno più a cuore. Tornando al carosello di viaggi, sia chiaro: quella di mischiare un impegno pubblico e uno di partito o privato è un'abitudine antica. Si pensi a Bettino Craxi che anni fa, tornando da Pechino con una foltissima delegazione fece fermare l'aereo in India per visitare il fratello ospite del santone Sai Baba. O ai voliblu che negli anni d'oro arrivarono a volare per 37 ore al giorno. Ed è un andazzo non solo nostrano. Lo ricordano dodici anni fa le polemiche in Turchia su Recep Tayyip Erdogan reo di usare la Mercedes blu di Stato per far campagna elettorale in Anatolia. Il punto è che da una parte c'è il diritto del ministro dell'Interno (più esposto ai rischi) a godere di scorta, voliblu e autoblu per viaggiare in sicurezza, dovesse pure andare a sciare, ma dall' altra c' è l'opportunità. Per questo il leader leghista dovrebbe muoversi il più sobriamente possibile. Come disse Giampaolo Pansa all' allora ministro della giustizia Oliviero Diliberto: «Sei costretto a portarti la scorta anche alle Seychelles? Vai al mare a Sabaudia». Vale per le vacanze, vale per le campagne elettorali. E Salvini da giugno 2018 è in costante campagna elettorale, come scrive lui stesso sul sito Salvinipremier.it. È bene ricordare che al ministro dell'Interno la legge affida compiti delicatissimi. Da lui dipendono polizia, vigili del fuoco e prefetti, la tutela dell'ordine pubblico, la sicurezza del Paese e il coordinamento delle forze di polizia. Ha poteri di ordinanza in materia di protezione civile, tutela dei diritti civili, cittadinanza, immigrazione, asilo, soccorso pubblico, prevenzione incendi. È l'unica autorità politica che può ordinare intercettazioni preventive, prima ancora di avere l'ok del magistrato, su questioni di terrorismo o mafia. Questo comporta assoluta tempestività nella firma delle autorizzazioni. Se il ministro non c' è è un problema. E ogni dipartimento rischia di essere una repubblica autonoma. Roberto Maroni, che fu sia ministro dell'Interno (in due legislature) sia segretario leghista, lo spiegò due giorni dopo l'ascesa dell'«amico» Matteo al Viminale: «Fare il ministro dell'Interno nel modo giusto vuol dire stare in ufficio dalle 9 del mattino alle 21 di sera». Lo ha ripetuto al Corriere martedì scorso: «Per tutte le ragioni dette io stavo fisicamente al Viminale». Lo stesso ricordano Enzo Bianco («stavo il più possibile inchiodato lì») e l'ultimo ministro Marco Minniti che, quando non era a trattare con le tribù libiche gli accordi che ridussero i flussi migratori dalla Libia, era sempre in ufficio. C'è da aggiungere che Salvini è anche vicepremier, e lo rivendica tutti i giorni. Occupandosi di tutto o quasi, dagli esteri al welfare, dal turismo al pecorino sardo, fino a sollevare la stizza di qualche collega, come Giulia Grillo sui vaccini. Occuparsi dei problemi vuol dire però approfondire, leggere i dossier, chiedere integrazioni, impadronirsi dei diversi temi. Studiare, studiare, studiare. Con tutto il rispetto, è difficile leggere atti, fare riunioni, coordinare settori delicati schizzando dal Palio di Siena alla Fiera equina a Verona, dall' Autoworld al bagno nella piscina dell'azienda agricola confiscata alla mafia, dalla donazione del sangue a Milano alla processione di Santa Rosa a Viterbo, ai tour elettorali infestati di appuntamenti. C'è poi da stupirsi se, travolto da mille impegni, il ministro dell'Interno non è mai riuscito ad andare in luoghi simbolo del degrado, dello spaccio e del dolore come il bosco di Rogoredo a Milano? Va da sé che il vero ministro dell'Interno si chiama sì Matteo, ma di cognome fa Piantedosi. Il capogabinetto che gli stessi oppositori definiscono un fuoriclasse. Un «culo di pietra» nel senso più pieno del termine. «L'ho scelto io!», rivendica Salvini.

Lettera di Maria Giovanna Maglie a Dagospia del 12 marzo 2019. Caro Dago. L'ultimo è in ordine di tempo un ragazzo che nella sua automobile brucia la foto di Salvini perché lo odia. Ieri ho trovato su Facebook un volantino di propaganda di un concerto a Cosenza che recava come elemento di attrazione l'effigie impiccata a testa in giù del ministro degli interni.  Come dimenticare le ragazze dell'8 marzo che sfilano, peraltro a volto rigorosamente coperto da bende e fazzoletti, al grido, dalla rima sospetta, “ollellè ollallà Salvini In fondo al mar”.  Delle invettive di Saviano o della satira cruenta di Vauro si è detto fin troppo. Ma la perfezione dell'impazzimento è rappresentata da una lettera mandata al giornale Internazionale, nella quale MS scrive: “Il mio compagno e io stiamo insieme da sei anni. È raro che parliamo di attualità ma quando capita insorgono terribili discussioni, sul tema dei migranti poi è come parlare con Salvini! Il suo pensiero è povero, pieno di luoghi comuni e disinformazione. Sono terrorizzata. Non si informa, non legge i giornali, ma pretende di giudicare! Aspettiamo un figlio e sono preoccupata all’idea di doverlo crescere con un papà becero”. La lettera è surreale, visto che basterebbe replicare che nessuno ha obbligato la signora ad accoppiarsi e convivere con simile belva umana, oppure che forse farebbe bene a riflettere su fatto che ritiene chi non la pensa come lei povero di pensiero, pieno di luoghi comuni e disinformazione, e che insomma, alla fine di qualunque ragionamento, l’unica cosa è cambiare fidanzato, e forse sarà una fortuna anche per lui. Diciamoci la verità, in mente viene anche che la lettera sia fasulla, una volta letta la puntuta e seriosa risposta del direttore del giornale. Cito: "Seminare l’odio e la discordia è, da sempre, uno dei modi per mantenere il potere e per controllare popoli e paesi. Divide et impera: politici come Matteo Salvini devono il loro successo a questa strategia. Le divisioni attraversano tutta una società, gli spazi pubblici, i luoghi di lavoro, sono spaccature che arrivano fin dentro le case, e spezzano – o rischiano di spezzare legami anche forti". "Se la spinta che avvertiamo è alla discordia, forse dovremmo rispondere cercando la concordia, ma fin dove si può arrivare per ricomporre una frattura? Lei dovrebbe accettare il suo compagno e le sue opinioni? Oppure, al contrario, cercare di fargli cambiare idea e se necessario entrare in conflitto con lui? La separazione può essere un'opzione?” Pare che la risposta non sia semplice, e che l'intero tormentone non sia ridicolo, insomma che fare un figlio con uno che su sbarchi, porti chiusi, immigrazione la pensa più o meno come Matteo Salvini, ovvero, stando a qualunque sondaggio, come la maggioranza degli italiani, un pezzo di elettore di sinistra compreso, sia una autentica iattura, e una maledizione. Naturalmente Matteo Salvini si difende benissimo da solo, anche perché sa e lo sapeva dall'inizio a che cosa gli poteva capitare di andare incontro. La scelta del popolo, la triade martellante di social territorio televisione, la normalità come elemento di comunicazione, l'omologazione al desiderio di sicurezza dell'italiano medio, lo sprezzo per lo snobismo delle élite, la divisa il panino la Nutella della gente normale e qualunque, la scorrettezza politica come alternativa del buon senso: tutti questi elementi eversivi comportano il rischio che al consenso crescente della maggioranza che si sente di nuovo compresa e rappresentata si accompagni un dissenso  minoritario ma furibondo, che il tuo corpo e la tua vita siano esposti e in qualche modo offerti. E non è solo questione di Matteo Salvini, visto che le stesse ragazzotte di “Salvini in fondo al mar” a Milano si sono esibite nell’ imbrattamento della statua di Indro Montanelli accusato di essere uno stupratore, un po' come Cristoforo Colombo, abbattuto dovunque negli Stati Uniti del “metoo”, da scopritore a massacratore delle Americhe. O visto che Dio Patria e Famiglia possono tranquillamente significare “una vita di merda” una esponente del PD, ma se qualcuno che ha a cuore tanto Dio che la patria e la famiglia, l'altare e il focolare, non avendoli mai ritenuti crimini, anche se accetta di vivere in un mondo di genitore 1, unioni civili e aborto libero, le risponde e la contesta, allora si tratta di un'aggressione fascista. O ancora, che il fondatore delle Brigate Rosse può tenere una lezione a insegnanti di scuole medie inferiori e superiori sotto l'egida della Regione Puglia proprio nella data del sequestro di Aldo Moro. O che, sempre in Puglia, un gambiano, in Italia con richiesta di asilo politico, protagonista di una serie di violenze comprese aggressione a poliziotti e organizzazione di rivolta nel centro che lo ospitava, è rimandato a casa col decreto Salvini, ma viene raccolto da un giudice perché “perseguitato”. Non mi vengano a dire che è sempre stato così, che la politica genera conflitto e perfino odio, che ci sono temi e questioni che dividono così profondamente la pubblica opinione qui in Italia e nel resto del mondo, vedi Trump, che non è il caso di allarmarsi e neanche di preoccuparsi. La delegittimazione e la corsa all'insulto di Matteo Salvini e di scelte politiche che si sono rivelate popolari autorizzano e legittimano qualunque forma di reazione e risposta. Lui è il Truce, è fascista e razzista, il popolo che lo segue è composto di analfabeti funzionali, e se contro di loro si può utilmente criticare persino il suffragio universale come strumento quasi pericoloso, da restringere e censurare, contro di lui lo spettro del tirannicidio viene agitato impunemente, eccitando e solleticando spiriti deboli. Chi lo segue senza pregiudizi subisce la stessa sorte, di recente un povero di spirito mi ha equiparato a Margherita Sarfatti, musa del Duce, niente di meno. Delle groupies poi vedove di Matteo Renzi, diffuse in tutti i giornaloni, nessuno si era mai lamentato. Quando ci sono cambiamenti così radicali, reazioni irragionevoli ed irrazionali sono messe nel conto. Ma quello che sconcerta è la mancanza di intelligenza, di progettualità’ o di possibilità di successo della lagna sul fascismo incombente alternata all'aggressività contro il fascista da eliminare. Tirare fuori qualche idea alternativa, tornare a fare politica, incastrare l'avversario su argomenti serrati, ascoltare?

Il dibattito choc dei radical chic: "Si può fare figli con i leghisti?" Il dibattito lanciato dalla rivista Internazionale dopo che una lettrice si è lamentata di aspettare un figlio da un "becero" che "parla come Salvini", scrive Sergio Rame, Martedì 12/03/2019, su Il Giornale. "Si può fare un figlio con un leghista?". Il dibattito è surreale. Eppure ha trovato spazio tra le pagine di Internazionale, intervista radical chic che racconta il mondo attraverso inchieste, reportage e opinioni tratte gli articoli delle più grandi testate internazionali. A sollevarlo è stata una lettrice, mentre ad approfondirlo c ha pensato il direttore della rivista Giovanni De Mauro. "Sono una vostra lettrice e trovo i vostri articoli sempre molto illuminanti", scrive la donna che si firma solo con le iniziali: M.S. A Internazionale si rivolge per chiedere "un'illuminazione" che non è passata affatto inosservata. Tanto che Libero ha subito ripreso la notizia per sottolinearne l'assurdità del dibattito. Ma veniamo al punto centrale del "problema" posto dalla lettrice della rivista: "Il mio compagno e io stiamo insieme da sei anni. È raro che parliamo di attualità ma quando capita insorgono terribili discussioni, sul tema dei migranti poi è come parlare con Salvini! Il suo pensiero è povero, pieno di luoghi comuni e disinformazione. Sono terrorizzata. Non si informa, non legge i giornali, ma pretende di giudicare! Aspettiamo un figlio e sono preoccupata all’idea di doverlo crescere con un papà becero". Ricapitolando: la lettrice ha paura ad avere un figlio dal compagno perché questo parla e pensa come Matteo Salvini. Teme, pertanto, che il pargolo possa crescere male se tirato su da "un papà becero". La lettera non è stata cestinata. Non solo è stata pubblicata, ma il direttore di Internazionale ha pure dato corda alle "paure" della donna. "Seminare l’odio e la discordia è, da sempre, uno dei modi per mantenere il potere e per controllare popoli e paesi - scrive De Mauro - divide et impera: politici come Matteo Salvini devono il loro successo a questa strategia. Le divisioni attraversano tutta una società, gli spazi pubblici, i luoghi di lavoro, sono spaccature che arrivano fin dentro le case, e spezzano – o rischiano di spezzare – legami anche forti". Quindi, apre a tutti i lettori della rivista il dibattito spiegando che la questione posta da M.S. è "importante" e che "la risposta non è semplice". "Se la spinta che avvertiamo è alla discordia, forse dovremmo rispondere cercando la concordia - argomenta - ma fin dove si può arrivare per ricomporre una frattura? Lei dovrebbe accettare il suo compagno e le sue opinioni? Oppure, al contrario, cercare di fargli cambiare idea e se necessario entrare in conflitto con lui? La separazione può essere un'opzione?". Non ne vengono a capo. Certo è che per i progressisti l'idea di poter avere un figlio con un "becero" che "parla come Salvini" è quanto di più drammatico ci possa essere al mondo. "L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme", spiega addirittura De Mauro andando persino a scomodare Italo Calvino. Quindi il consiglio finale per non soffrire: o "accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più" oppure "cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio". Surreale, appunto. Tanto che su Facebook a Salvini non resta che commentare: "Questi stanno impazzendo".

Giuliano Sangiorgi contro Matteo Salvini: "Il mare è di tutti, ci prendono per il culo". Giuliano Sangiorgi dei Negramaro sbotta contro il governo Conte: "Siamo gente di mare", scrive Serena Granato, Martedì 12/03/2019, su Il Giornale. In un'esclusiva intervista rilasciata ai microfoni di VanityFair, il frontman dei Negramaro, Giuliano Sangiorgi, ha criticato la politica adottata dal governo gialloverde circa l'immigrazione clandestina. Dopo le esternazioni di Emma Marrone durante il concerto a Eboli, "Aprite i porti", Sangiorgi ha voluto seguire la scia della critica mossa dalla sua amica e collega contro Matteo Salvini. "A noi per il culo non ci prendono! Noi siamo gente di mare e il mare è di tutti”, ha detto il cantante salentino sul palco di Eboli. Delle esternazioni, le sue, che segnano una chiara presa di posizione. Una posizione contro il governo. Come la sua collega ed amica Emma Marrone, quindi, anche Sangiorgi è insorto contro la politica di Matteo Salvini. Solo qualche settimana fa, infatti, aveva detto sempre a VanityFair: "Non me ne importa nulla di parlare male del governo. Quello che non accetto è che un Salvini dica agli artisti cosa debbano o non debbano dire. Sarebbe come suggerire a un fornaio di fare solo il pane o al cameriere di servire a tavola e tacere". Il cantante si sente un po' il "figlio del mare". "Quando la nave Tirana (migliaia di albanesi in fuga dal proprio Paese, ndr) arrivò a Brindisi io ero piccolissimo - aveva ricordato -. Mio padre non mi fece andare a scuola, ritirò il suo stipendio e si mise a preparare centinaia di piccoli pacchetti di cibo da portare sulla banchina del porto. Dov’è finita l’Italia di mio padre? È morta con lui? Mi rifiuto di crederlo". 

Vittorio Sgarbi a L'aria che tira smonta le balle sulla Lega razzista: "Perché nessuno ha una colf rom?", scrive il 6 Marzo 2019 Libero Quotidiano. Una lezione di Vittorio Sgarbi su cosa sia il razzismo. Siamo a L'Aria che tira, il programma di Myrta Merlino su La7, dove si parla dello sgombero della tendopoli di San Ferdinando, molto criticato dalla sinistra e da Gennaro Migliore, presente in studio. E il critico d'arte sottolinea: "Perfino i più radicali nel riconoscere l'uguaglianza degli uomini non hanno a casa loro una colf rom. Nessuno ha una colf rom. Il nostro razzismo - spiega - è radicale rispetto a quello che ci fa paura". Quindi il discorso si fa politico: "La Lega su questo ha costruito una forza politica importante, perché non ha negato una realtà psicologia profonda", spiega. Poi opera un distinguo: "Se tu non sai dove mandare quelli che mandi via legittimamente da un luogo, è chiaro che non andranno in un posto più comodo, ma più scomodo per loro e per la società, magari più vicino alla delinquenza. Se non puoi garantire una possibilità di accoglienza sia pure pauperistica, cristiana, e li mandi liberi, è necessario che lo Stato dia un luogo a queste persone per vivere. Altrimenti ne derivano comportamenti pericolosi, e da questi ne deriva il razzismo". "Chiunque sia disadattato e non abbia casa e lavoro, non ha colpe - sottolinea Sgarbi -. L'uomo non è cattivo né buono: è indotto ad esserlo. Lo stesso Migliore e io, se ci mettessero in mezzo alla strada, diventeremmo cattivi. Tutti diventiamo cattivi. Siamo tutti buoni e cattivi", conclude.

·         Razza carogna: gli odiatori seriali.

Fabio Poletti per “la Stampa” il 12 novembre 2019. Un popolo di odiatori e pure di razzisti. L' immagine non edificante del nostro Paese esce dall'aggiornamento annuale della ricerca condotta da SWG sui comportamenti degli italiani. Enzo Risso, direttore scientifico dell'istituto di ricerca triestino, tira le somme al convegno Metamorfosi organizzato da Huffpost alla fondazione Feltrinelli di Milano: «Se il 45% degli italiani è contro ogni atto di razzismo, il 55% in qualche modo, anche con molti distinguo, alla fine li giustifica. Non si può dire che il razzismo sia in crescita, ma i dati illustrano una diminuzione, un affievolimento degli anticorpi». Nel mirino degli haters c' è di tutto: gli stranieri, i musulmani, i disabili, gli ebrei e gli omosessuali. Vengono presi di mira la senatrice a vita Liliana Segre, alla quale hanno dato la scorta dopo gli insulti sul web, e Mario Balotelli, il calciatore nato a Palermo da genitori ghanesi, la coppia gay aggredita in metropolitana e gli stranieri, meglio se di pelle scura, ancora meglio se arabi e nordafricani. La tendenza alla crescita la rileva anche Vox, la piattaforma digitale che con un algoritmo da 4 anni passa ai raggi X tutti i cinguettii al cianuro che viaggiano sul web. Spiega la giornalista Silvia Brena, alla guida di Vox: «I tweet sugli stranieri sono al 32% xenofobi, quelli islamofobici sono il 15% mentre il 10% sono tweet antisemiti. I dati sono in crescita costante. Solo 4 anni fa, all' inizio della ricerca, i tweet antisemiti erano l' 1%; si sono decuplicati in 10 anni». Naturalmente va fatta la tara al mezzo social preso in esame: «L' anonimato e il senso di impunità sono un elemento che scatena gli haters. Ma il trend di crescita è evidente. L' odio contro i migranti registra un +15,1% rispetto all' anno scorso e sul totale dei tweet il 66,7% sono di odio. L' intolleranza contro gli ebrei quest' anno sale del 6,4%. Ma il 76,1% del totale dei tweet sugli ebrei sono di odio. Così come in aumento sono i cinguettii contro i musulmani, +7,4% dei tweet con un totale di 74,1% di odio di tutti i tweet che riguardano i fedeli al Corano». Significativo anche il dato elaborato da Vox sulle città dove si odia di più. In testa c'è Roma, seguita da Milano, poi Napoli, Torino e Firenze. Il dato disaggregato fornisce però utili elementi di riflessione. La maggioranza degli haters contro i migranti, secondo le rilevazioni dell' algoritmo di Vox, sono a Milano. Nello specifico gli haters contro i musulmani si scatenano soprattutto a Bologna, Torino, Milano e Venezia. Eventi internazionali come gli attentati sono la miccia che fa esplodere l' odio in rete. L' odio dilagante contro gli ebrei si fa invece sentire di più a Roma, dove più forte è la comunità ebraica. Decresce invece l' odio contro i gay, che tiene banco a Milano, Napoli, Bologna e anche a Venezia. Spiega ancora Silvia Brena di Vox: «Alla lunga i messaggi degli odiatori legittimano pure l' azione di chi odia». Se il disaggregato di quel 55% di razzisti intercettato da SWG lascia qualche speranza - solo il 3% giustifica sempre il razzismo, il 7% nella maggior parte dei casi, il 29% dice che dipende dalle situazioni e il 16% lo giustifica solo in pochi casi - per il direttore scientifico dell' istituto Enzo Risso non c' è da rallegrarsi: «Il caso Segre ha portato alla luce che c' è una minoranza che sta alzando la testa rendendosi conto che è consentito dire o fare certe cose. È un quadro che cresce nei segmenti sociali più bassi mentre trova maggiore opposizione tra i giovani».

Razza carogna, scrive Augusto Bassi il 5 marzo 2019 su Il Giornale. Gli esseri umani hanno bisogno di ipostatizzare la propria superiorità su altre entità, da ritenere meno evolute, inferiori, abiette. Il razzista sceglie il negro come inferiore, da disprezzare o compatire. Nel disprezzo o nella compassione afferma la propria supremazia. L’antirazzista fa la stessa cosa con il razzista: lo disprezza, lo compatisce, come essere immondo, indegno. Noi, forse, compatiremo o disprezzeremo gli antirazzisti, ma senza trarne gratificazione alcuna. Fra queste categorie vi è tuttavia una differenza sostanziale, almeno in Italia: i razzisti non manifestano contro i negri e noi non manifestiamo contro gli antirazzisti. Gli antirazzisti lo fanno invece contro il razzismo. Perché all’uomo debole e senza qualità non può bastare autoconvincersi della propria superiorità: deve far frotta, scendere in piazza e manifestarla, celebrarla. A Giannini, Massimo esponente dell’imbecillighènzia farisaica mainstream, di pensiero debole e assenza di qualità, interessano i numeri. Perché i numeri non sono opinioni. E di fronte a una Lorella Cuccarini – vola, con quanto fiato in gola, il buio ti innamora, qualcuno ti consola, la notte – che cercava di testimoniare con grazia di un’Italia aperta e tollerante, rispondeva con la perentorietà dell’epistemologia: «Per il bene del Paese bisogna dire no al sovranismo dilagante, all’Italia dell’autarchia, della xenofobia. Il razzismo in Italia è un problema e Salvini è il nemico. 628 episodi nel 2018, ce lo dicono i numeri. Sono 628. Sono 628. I numeri non si prestano a una lettura di opinione. Se siamo passati da 68 del 2017 a 628… qualcosa è accaduto». Naturalmente a Giannini non interessano i 136.876 stranieri, 136.876, che fra gennaio e giugno 2018 sono stati denunciati e/o arrestati, perché certi numeri sono opinioni. Diventano “percezioni”. Quindi non si premura, Giannini, di individuare un banale causa-effetto fra i crimini degli stranieri e il comprensibile, legittimo, giramento di coglioni che può generarsi in alcuni sparuti italiani. Perché sì, in effetti qualcosa è accaduto: 136.876 reati di stranieri fra gennaio e giugno hanno prodotto 628 episodi di razzismo in tutto il 2018. La testolina semolata conclude, sulla base dei numeri, che il problema è dunque il razzismo. Se uno spacciatore marocchino ubriaco avesse preso contromano la sfilata di tragiche maschere del carnevale perbenista di Milano, forse Giannini sarebbe stato punto da vaghezza, mentre per il Corriere.it il titolo più acconcio per la tragedia di Macerata è stato: «Gianluca ed Elisa morti mentre tornavano da una festa di Carnevale. Feriti i figli». Ma la manovra di questa associazione a contraffare è tanto prevedibile e vile quanto fessa: io spalanco i tentacoli al canagliume più selvatico del Terzo mondo, lo sguinzaglio per le strade del mio Paese, libero di spendersi in stupri, in saccheggi, in scorrerie… e se qualcuno prova a reagire, a puntare il dito, lo accuso di razzismo, di intolleranza, lo scomunico come cittadino civile. Un disegnino criminale, ma di una mediocrità avvilente, che può farsi forte solo con i fragili di spirito, insinuandosi nei processi cognitivi primordiali – come il timore dei tabù, il senso di colpa e la necessità di conferme – che il cervello semplice riproduce meccanicamente cercando consenso. Se io ora dessi a Giannini del miserabile, della piattola del pensiero, rischierei una querela; lui invece può permettersi di affermare il razzismo di una nazione in prima serata, senza alcun contraddittorio, senza alcuna conseguenza. Come già fecero altri come lui, prima di lui, negli stessi salotti. Dove non arriva il ricordo di quei cittadini mangiati vivi, fatti a pezzi, spazzati via. Che non rappresentano neppure numeri, per tali laidi analisti: bensì percezioni. Dove non arriverà la voce di quei due bambini, ancora in gravi condizioni, cui una bestia d’importazione, lasciata libera dalla magistratura come animaletto da cortile, ha sventrato i genitori. Questa gente, questa divulgazione, questa informazione – a qualunque sottospecie della nomenclatura zoologica appartenga – è di razza carogna.

Nuove accuse al maestro arriva l'esposto in Procura. E lui: non mi hanno capito. Emergono diversi episodi: “Non faceva andare in bagno gli alunni e ha mostrato immagini troppo violente della Shoah”. Bocci si scusa e cancella il profilo Facebook, scrive Paolo G. Brera il 23 febbraio 2019 su La Repubblica. “L’esperimento sociale” del maestro Mauro Bocci, supplente a contratto fino al prossimo giugno, non era solo insultare, additare, segregare e sbeffeggiare i due bambini nigeriani della scuola elementare di Foligno. Il tam tam dei genitori racconta altri piccoli grandi orrori — tutti da verificare — da perfetto diseducatore: «Più di una volta ha deciso di impedire ai bambini di andare in bagno, e alcuni se la sono fatta addosso. A quell’età è un’umiliazione insopportabile», racconta un genitore di una quinta. Ma c’è di peggio. In una classe, sempre una quinta, nelle ultime due settimane in cui sapeva di essere sotto esame — tanto da rivolgersi a un legale e da concordare una strategia — il maestro avrebbe effettivamente mostrato ai bambini un film sulla Shoah: ma anche quella volta, dicono i genitori, l’avrebbe combinata grossa. Forse voleva affermare quella stessa sensibilità per il tema della segregazione razziale che un po’ tardivamente aveva cominciato a fare capolino anche sulla sua pagina Facebook. Il 17 febbraio, in piena bagarre dopo la denuncia dei genitori infuriati, erano comparsi due post politically correct sul dramma degli ebrei. La sua bacheca, però, oggi non è più online: dopo aver cercato di ripulirla dei suoi vecchi post più volgari e razzisti, ieri sera l’ha chiusa. Ma torniamo al filmato mostrato ai bambini. «Invece di scegliere immagini adatte a bambini delle elementari — racconta un genitore — avrebbe scelto un film o un documentario tremendo. Non siamo riusciti a capire cosa fosse, dal racconto dei bambini, ma lui a un certo punto è uscito dalla classe e li ha lasciati lì con quelle immagini che loro non potevano capire. C’erano bambini e adulti completamente nudi, qualche maschietto ha cominciato a ridere e a toccare le bambine. Eh, guarda, le tette!”. Racconti arrivati da fonti diverse, ma tutti da verificare: l’avvocata Silvia Tomassoni, mamma di una bambina della scuola e legale della famiglia nigeriana, dice di averli sentiti anche lei ma non li ha riportati nelle sette pagine dell’esposto che ieri in tarda mattinata ha consegnato in procura. Di certo c’è che la sensibilità del maestro — che secondo il suo avvocato sentito da Umbria24 «si è sentito male a causa delle pressioni che sta subendo in queste ore per il clamore mediatico di una vicenda travisata» — non ha convinto né i genitori nigeriani dei due bambini né gli altri genitori della classe. Poco contenti, questo sì, di essersi ritrovati «in mezzo a una folla di giornalisti e di telecamere in una vicenda che si sarebbe dovuta svolgere molto più rapidamente all’interno del mondo della scuola». Ma altrettanto basiti di fronte alle giustificazioni del maestro Mauro: «Ma questo cosa dice, mamma? È matto?», ha domandato una bambina sentendo le sue interviste rilasciate giovedì, quando giurava di avere avvertito i bambini che il suo era solo “un esperimento”. Una versione che tutti i bimbi rifiutano senza appello. Un semplice «difetto di comunicazione», dice il suo legale avvertendo: «Le sue intenzioni erano diametralmente opposte alle accuse di razzismo. È il suo profilo a dirlo. È un padre di due bambini, ha anche una nipotina adottata di altra nazionalità e una certa sensibilità proprio verso i temi che riguardano la sfera umana». Ma avere una nipotina adottata, fanno notare alcuni genitori, non è affatto un attestato di sensibilità. Lui, ha spiegato il suo avvocato, voleva solo «condividere poi con i ragazzi l’indignazione che i bambini stessi hanno espresso». C’è riuscito, l’indignazione bambini e genitori l’hanno effettivamente condivisa: ma contro di lui. Il maestro Bocci, però, ha chiesto scusa. Non è stato capito, si rammarica. Ieri il difensore della famiglia nigeriana ha chiesto all’Ufficio regionale dell’istruzione una copia dei verbali delle denunce orali fatte dagli altri genitori alla dirigente scolastica: «Erano cinque versioni praticamente identiche». Ora sono anche quelle sulla scrivania del procuratore di Spoleto.

Fuori di test, scrive Luca Bottura il 28 febbraio 2019 su L'Espresso. L'astensione dei Cinque Stelle sul Global compact, cioè l'insieme di norme che avrebbe garantito un'immigrazione controllata e sicura, ha favorito la vittoria di Giorgia Meloni e di chi, come la Lega, punta proprio su una gestione ad minchiam dei migranti per mantenere il proprio consenso basato sull'invidia sociale e sul rancore tra poveri e poverissimi. A questo punto diventa davvero complesso distinguere la componente gialla del Governo da quella bruna. Per questo, a beneficio di tutti gli elettori di destra-destra affezionati a Repubblica (Ugo da Ladispoli, che saluto) ho predisposto un piccolo test di autoaiuto per vagliare da quale parte del contratto si penda. Buona compilazione.

Ti multano per parcheggio in doppia fila.

A) "E quel negro col fanalino rotto, invece?"

B) Do la colpa al mio fidanzato bulgaro.

C) Colpa dei parcheggi dei governi precedenti.

Sulla tua tavola non manca mai... 

A) Gli Oro Saiwa solo con grano italiano.

B) Quello che mi dice Casalino.

C) Maaaalox!

Tuo figlio/a ama una persona dello stesso sesso, tu... 

A) "Viva, ce la faccio mangiare, l'unione civile".

B) "Gli voglio bene come se fosse normale".

C) "Vorrei tanto anch'io, ma non ho il coraggio di dirglielo".

Ti commuovi sempre per...

A) Il "saldo e stralcio".

B) Il "voto e incasso".

C) Il "chiagni e fotti" 

Mezzo di locomozione preferito.

A) Treno in orario

B) Tir smarmittato

C) Ciaone 

Fiction preferita.

A) Tg2

B) Conte presidente del Consiglio

C) "Gli occhi del cuore" 

Social network preferito

A) Instagram

B) Tinder

C) Grinder 

Il tuo Pantheon...

A) Putin, Pinochet, Lorella Cuccarini.

B) Mi spiace, non parlo il tedesco.

C) Mai usato il Pantheon, preferisco l'Oreal.

Grado militare preferito.

A) Capitano

B) Caporale

C) Colonnelli 

Risultati 

Prevalenza di A... vabbé, ma di cosa stiamo parlando? Siete uguali da quasi cent'anni, dai.

Ritratto dell'odiatore seriale su Facebook. Insulti e minacce tra gattini, torte e Padre Pio. Sono medici, insegnati, casalinghe. Anziani eleganti, appassionati di Disney. Ma che alla tastiera si trasformano in razzisti e mostri di cinismo. Storia di un fenomeno sempre più diffuso, scrive Maurizio Di Fazio il 27 febbraio 2019 su L'Espresso. Prince Jerry aveva 25 anni, veniva dalla Nigeria, era laureato in Biochimica e continuava a studiare qui, in Italia, dove era arrivato nel 2016 dopo due anni di odissea tra il deserto, i lager libici e la roulette russa del mar Mediterraneo sul barcone. Parlava un italiano fluente, e tutti lo ricordano come allegro e buono. A lungo ha atteso che gli venisse concesso l’asilo; a dicembre, invece, gli è stato protocollato il rifiuto. Il ragazzo è stato assalito dalla disperazione, non era più lo stesso. Il suo corpo è stato trovato senza vita sui binari di una stazione, travolto da un treno. Un suicidio, molto probabilmente. La notizia è rimbalzata su Facebook. «Hai fatto più che bene» ha esultato il ventenne Danilo R., di origine calabrese, che ascolta Vasco e segue pagine dedicate a Forza Nuova e Matteo Salvini, quest’ultimo celebrato in tutte le salse. «A fatto bene, uno di meno» gli ha fatto eco, omettendo la h, la signora Fioralba M., una settantenne di Vasto dall’aspetto soave come il suo nome, la sua bacheca è una sfilata di ricette e immagini dei nipotini, mette il like a pagine come “associazione Sacro Cuore di Gesù” e in più è devota della “mistica Natuzza Evolo”, oltre che del suo idolo assoluto, il ministro dell’Interno. «Povero… treno» ha commentato Marian R, un giovane di nascita romena che lavora nei trasporti funebri. Sguardo limpido, adora talmente il nostro paese da essersi fatto tatuare il Colosseo sulla nuca. Per Roberta A. si tratta, semplicemente, di «Uno in meno». Bionda e appassionata dei film della Disney, attacca con virulenza papa Bergoglio, che ha osato definire i rifugiati “Gesù d’oggi”, e scrive «ti amo Salvini» un giorno sì e l’altro pure. Un clima di intolleranza e violenza strisciante, un’alta marea di fango scorre sui social, a cominciare da Facebook, divenuto una specie di poligono di tiro verbale. Bersaglio fisso, sempre loro: i migranti, rei di sottrarre serenità e posti di lavoro agli italiani «brava gente». La “legittima offesa” colpisce anche il Pd, il solito George Soros, l’ex ministro Cécile Kyenge, Saviano, i “sinistri”, i “professoroni” e gli “accoglioni”. Minimo comun denominatore, il cibarsi di luoghi comuni alimentati dal sottobosco di fake news e dalla galassia dei media di destra. Ecco allora «i migranti che sbarcano palestrati, col cellulare d’ultima generazione carico». Ecco lo stillicidio, il propagandistico inferno perpetuo di connazionali ridotti alla fame o a dormire per strada «mentre un richiedente asilo ha abusato di decine di bambini» e noi «rischiamo la pelle ogni volta che usciamo di casa», specie se incontriamo uomini di colore (“negri”) che se la spassano a spese dei contribuenti. Ecco il senso indotto e autoindotto di insicurezza permanente, a cui non c’è decreto che tenga. Ma chi sono queste persone che passano il tempo libero a postare contenuti e meme rancorosi e xenofobi, misogini, fascisti, radunandosi sul profilo del leader della Lega o in pagine come Rialzati Italia, Io sto con Salvini, L’Italia è degli Italiani, Movimento 9 dicembre Forconi, Dalla vostra parte? E non mancano i gruppi chiusi. Per farsi approvare la domanda di iscrizione a Prima gli italiani, L'Espresso ha dovuto rispondere esclusivamente a queste due domande: 1) «Sei contrario agli immigrati?» (risposta, «sì») 2) «Ti senti insicuro/a dove risiedi?» (Ancora un «sì»). Dopo pochi minuti la richiesta è stata accettata. È la stessa gente che affolla i comizi del vicepremier leghista nel suo tour elettorale senza fine, e che piange, va in deliquio quando il Capitano si materializza sul palco sulle musiche del Gladiatore e intona la sua filastrocca populista. Sono gli stessi che incontriamo tutti i giorni al bar, al supermercato, al cinema, nel nostro condominio. Perfetti insospettabili, individui anonimi e in apparenza pacifici che quando aprono bocca su Facebook si trasformano in mostri di cinismo e cattiveria razzista. 

2019, l’anno del razzista 4.0 «Basta con l’invasione africana». D’altronde, per lui i migranti sono «scimpanzé, che si arrampicano sugli alberi». La piattaforma di Mark Zuckerberg continua a rivelarsi facilmente permeabile dai nostalgici del Ku Klux Klan. Carlo C, un azzimato signore di mezza metà con gli occhiali, e col culto della personalità di Matteo Salvini, a proposito della Sea Watch sibila: «Ma gettateli in mare». Maurizio D., un ciociaro appassionato dei Pink Floyd, non ha dubbi: «Sono menti inferiori». Samuel C, palestrato e tatuato ventenne di Cagliari, puntualizza: «Io, che non sono razzista, prima li prenderei a badilate sui denti, poi gli darei fuoco. E con le ceneri passerei il fertilizzante alle piante». Il dottor Francesco F, che sarebbe un importante dirigente medico, impegnato per giunta in campo oncologico, mostra la sua soluzione finale: «Blocco navale e cannonate quando entrano in acque nazionali». Riccardo D.M., elegante settantenne pugliese minaccia: «Questi africani proliferano come topi. Cominciamo col castrare questi bastardi e poi mandiamo a fare in culo gli ipocriti e i falsi buonisti, i vagabondi e parassiti di sinistra». Chiara F. è una 23enne della provincia di Como. Pare dolcissima, innamorata del suo ragazzo e col gattino in braccio. Però sentenzia: «Pensano solo a scopare. Ciò che distingue l'umano dall'animale è la capacità di razionalizzare: traete voi le conclusioni». Persino le quotazioni del führer stanno tornando di gran moda ultimamente.  Ferdinando P., in posa con figlio e fidanzata: «Ci vorrebbe, per questi emigrati, un bell’Hitler di nuovo». E Salvatore B., un millenial napoletano che fa il pizzaiolo in Germania: «Dategli fuoco a ‘sti neri di merda». Sergio M.lancia un auspicio: «A quando il prossimo Traini?». Anche i sessisti si sono adeguati al clima, e continuano a molestare a stormi sulla sua pagina Fb Laura Boldrini, nonostante la sua battaglia culturale e legale contro gli odiatori seriali. Ai loro occhi, l’ex presidente della Camera è colpevole due volte: è una donna bella e intelligente, ed è fautrice dell’accoglienza. Simone F, un ragazzo di Como cultore della trap, posta: «Visto che vi piacciono così tanto gli immigrati, a te e Valentina Nappi, potete fare una gang bang con loro?». Un certo Alfredo D. dalla Sicilia si infiamma: «Non ho paura se mi porti in tribunale. Chiamami! Sei una latrina! Essere ignobile ignorante! Neanche appartieni alla razza umana». Lui, che è un vero campione di umanità, lascia il suo numero di telefono vero. Alle volte, l’ultrà è una donna. «Vaffanculo stronza, ti dovrebbero stuprare» è l’invettiva pronunciata dall’abruzzese Maria D.P.,  casalinga; all’indirizzo di un’avvocatessa di Sulmona che si era permessa di criticare il politico più osannato del momento con una frase di Ovidio («Empio è colui che non accoglie lo straniero»). Franca B., di Foggia, pubblica vignette degne della campagna di Abissinia e sfoggia, a mo’ di immagine di copertina, un cuore verde diviso a metà: in una delle due parti sbuca “il Capitano” . Da Bolzano a Canicattì, è un tripudio di pasionarie dell’uomo forte in divisa cangiante. «Salvini ti adoro», «Non mollare, noi non molliamo», «Sei bello come il sole». Impiegate, commesse, infermiere, insegnanti, professioniste. Hanno tutte nel demiurgo della chiusura dei porti il proprio eroe personale. Soraya G. è una modella ligure, e la sua passerella social è un monocolore di “frasi celebri” e foto-video salviniani. Barbara S., una bancaria del centro Italia amante dei cammini religiosi, indica la via: «Il nostro Capitano sarebbe fascista? È troppo buono, direi io. I veri discriminati siamo noi italiani. A mali estremi, estremi rimedi. Ruspa! E non solo...”.

"Ridi che tanto ti è rimasto poco". Gli insulti choc a Nadia Toffa. Come era già successo in passato, alcuni hater hanno nuovamente attaccato Nadia Toffa sul suo profilo Instagram. Ma i suoi fan l'hanno saputa ben difendere, scrive Roberta Damiata, Mercoledì 27/02/2019, su Il Giornale. I leoni da tastiera si sono messi nuovamente in moto come avevano già fatto tempo fa, colpendo Nadia Toffa, la conduttrice delle “Iene” che da tempo sta combattendo contro un cancro. E così tra i tanti positivi commenti che incitano Nadia ad andare avanti e a combattere, c’è anche chi in maniera vile le scrive: “Ridi che tanto ti è rimasto poco”. Lei non ha replicato, come invece aveva fatto in passato, ma ci hanno pensato i follower e i seguaci che la amano a dare il benservito a questa ignobile persona che per niente pentita ha anche replicato: “Questa ad agosto non ci arriva”. Una situazione davvero da condannare, nonostante ci abbiano già pensato le tante persone che la amano. La Toffa ha pubblicato nel 2018 un libro “Fiorire d’Inverno” in cui racconta tutta la sua storia, che è veramente da prendere ad esempio. Questi sono esempi di cui vergognarsi e da allontanare dalla rete. Per fortuna Nadia è una guerriera e lo sta dimostrando portando avanti la sua battaglia personale che di sicuro la vedrà vincente.

È morto Henry Winkler alias Fonzie, anzi no: le bufale del web. La notizia falsa della sua morte ha fatto il giro della Rete. Ecco gli altri attori e vip vittime di una viralità mendace, scrive Simona Santoni il 27 febbraio 2019 su Panorama. Le bufale del web non hanno risparmiato neanche quel piacione di "Fonzie": Henry Winkler, l'attore che ha interpretato Arthur Fonzarelli, personaggio iconico della sitcom anni '70 Happy Days, è stato dato per morto da alcuni siti. La notizia ha fatto il giro del web. E invece, per fortuna, il settantatreenne newyorchese è vivo e vegeto. Presto anzi lo vedremo nella seconda stagione della serie tv Barry. Anche se Winkler è famoso soprattutto come Fonzie, motociclista ribelle col pollice alzato e la classica battuta "eeeeeehi", è il personggio dell'eccentrico Gene Cousineau di Barry ad avergli dato recentemente gloria: per questa interpretazione ha vinto l'Emmy come migliore attore non protagonista. E nonostante a lui sia legata l'immagine di un uomo sicuro di sé e un po' sbruffone, Winkler ha avuto anche problemi di dislessia. Questa sua esperienza è raccontata indirettamente nella fortunata serie di libri per ragazzi che ha scritto a quattro mani (insieme alla giornalista Lin Oliver) e ha per protagonista Hank Zipzer, un ragazzino di nove anni dislessico.

Gli altri vip vittime di una morte inventata. Henry Winkler non è il solo personaggio dello spettacolo dato per morto, falsamente. Lino Banfi sarebbe morto già tante volte, secondo il web. Lui l'ha presa con comicità, ovviamente, facendo gli scongiuri e sperando che le bufale gli allunghino la vita. Recentemente è spettato anche a Roberto Benigni, che sarebbe perito in incidente stradale, così come a Checco Zalone. Probabilmente sparare a casaccio contro i comici è considerato un colpo di spirito. Di cattivo gusto. Banfi, Benigni e Zalone sono in buona compagnia: la notizia falsa di morte ha toccato pure Gigi Buffon, Luca Laurenti, sua maestà Vasco Rossi e un osso duro come Sylvester Stallone. Non ha risparmiato neanche quell'arzillo novantatreenne di Andrea Camilleri. Pure Nadia Toffa, la conduttrice de Le Iene che tanto ha emozionato il pubblico con la sua battaglia contro il tumore, è stata vittima di queste bufale erranti e disgraziate. Si parlava di cattivo gusto, appunto. 

·         Gli italiani sono i più maleducati del pianeta?

Non c’è più rispetto. Il caffè di Monia Lauroni l'8 agosto 2019 su alessioporcu.it. Chiunque sia in grado di governare una tastiera si sente autorizzato ad offendere chicchessia. Abbiamo messo su un circo di cafoni capace solo di insultare. Ma gli intelligenti non si offendono: ci ridono dietro. Caimano. Nano. Orango. Pitonessa. Banana. Squalo. Gobbo. Negro. Cinghialone. Mortadella. Gargamella. Rigor Montis. E, poi, quelli ancora più cattivi e volgari. I soprannomi. Gli insulti. Le offese alla persona. Ogni “luogo” è stracolmo di sconci riferimenti alle vite personali e ai problemi fisici di chiunque diventi più noto del vicino di casa. I social, poi, sono una fucina di porcherie. Ogni alfabetizzato che si riesca a collegare, anche dopo una grondante sudata, al web, si sente autorizzato ad offendere chicchessia. Una vera porcata. Ancora più immonda se si pensa che la stragrande maggioranza dei calunniatori è anche battezzato e professa un credo religioso, spesso fondato sull’Amore Universale.  Una grandinata generale di palle di vetriolo, che corrode l’anima degli italiani. Soprattutto, di coloro che non passano la giornata a coniare nuove offese per parenti, amici, solidali, nemici e sconosciuti. Ne abbiamo piene le scatole di sentire offendere la gente. Ci piacerebbe che ci si confrontasse in maniera civile. Dal “mi ricorda un orango” di Calderoli, è seguita una gragnola di offese pronunciate anche dai più sobri, che ci ha veramente scioccato. Tutti giù a cercare, nel budello della fantasia, le immondizie peggiori. Suppongo che queste siano prove generali in attesa di poter insultare anche la propria madre. No, così non va. Dal mondo ci guardano con aria schifata. Poi, ci giudicano. E ci incazziamo. Culona non va bene e nemmeno Psiconano. Non va bene, no. E non è offendendo che ci facciamo strada nel cuore degli altri. Perché, a ruota, verrà il giorno in cui l’offesa arriverà anche a noi. E lì, ci faremo bruciare il pelo. Diamo un taglio a questa cafonata tutta italiana. O, meglio, tutta figlia dell’Italia di oggi. Quella che non sta piacendo a nessuno di noi. In cui ci sentiamo tutti a disagio. Riprendiamoci l’Italia civile di una volta. Quella in cui i morti si rispettavano senza guardare il colore della bandiera. Quella in cui il politico dava esempio, anche se esagerato. Quella approntata per noi dai nostri eleganti genitori. Che sapevano rispettare anche il nemico. Che sapevano scandalizzarsi. E ci davano gli scappellotti quando solo dicevamo “scemo” o, anche “cretino”. Perché erano “parolacce”. O, meglio, offese. Riprendiamoci le nostre vesti, i nostri doppiopetto e tailleur. Riprendiamoci quella “special classe di antica nobiltà” d’eletta cultura, d’eleganza e di arte. Cos’è successo agli Italiani eleganti e sobri? Dove abbiamo perso il filo? Chi ci ha cancellato dal galateo? Del piacere dell’ascolto, della finezza della conversazione, del millenario savoir faire italico, non restano che le ceneri impastate col fango dell’impudicizia odierna. Nessun ritegno, oggi. Purtroppo. Non siamo divertenti, non siamo simpatici, non siamo emancipati. Siamo solo un circo di cafoni agli occhi del mondo. Quel mondo che non si offende e ci ride alle spalle.

Gli italiani sono i più maleducati del pianeta? Franco Muzzioli su parliamone.eldy.org il 23 ottobre 2014. Non è una domanda per Matthew Parris, noto editorialista londinese, ma una affermazione che ha fatto alcuni giorni fa sul Times. E’ certo che se ti muovi  in auto sulle strade italiane ti accorgi di questa cattiva educazione  e delle costanti infrazioni alle regole. Le frecce direzionali sono quasi sempre un optional, i limiti di velocità difficilmente rispettati, nei parcheggi è una guerra, abbondano le contumelie e c’è sempre qualcuno “che è arrivato prima”.

Le file davanti agli sportelli non sono mai lineari, ma a grappoli, e trovi sempre chi vuol fare il furbo.

Le strade sono piene di cartacce, di cacche di cane e di cicche di sigarette.

Anche nella vita interpersonale spesso regna l’arroganza e la mala educazione, si fa fatica ad accettare “l’altro” ed i suoi pensieri, prendiamo tutto di petto come se ogni contestazione fosse una offesa personale, ne è esempio palese la dialettica politica.

Ma l’elenco potrebbe continuare per pagine e non è neanche l’età a portar consiglio, perché noi anziani uniamo spesso, alla naturale predisposizione a questa anarcoide visione della vita, la mancanza di elasticità mentale.

Quando mi reco al nord, in Svizzera od in Austria, ad esempio, e vedo la pulizia delle strade , non sento il continuo strombazzare dei clacson, vado al ristorante  sento sussurri e non un assurdo parlare ad alta voce, vedo bambini educatamente seduti che mangiano, mi chiedo  allora se il Times non abbia per caso ragione! Franco Muzzioli

Riporto qui l’articolo incriminato a cui fa riferimento Franco. Cosa pensano degli italiani, all’estero? Non parlano molto bene di noi. Il britannico “Times” ha effettuato, tramite il noto editorialista Matthew Parris, un’indagine sul comportamento degli italiani a Londra. Il giornalista non ha dubbi:  i  più cafoni del mondo sono proprio gli abitanti del “bel Paese”. I turisti italiani sono definiti dei cialtroni, capaci soltanto di correre dietro alle griffe, ai falsi miti della celebrità e imbevuti di tv-spazzatura. “Tre volte quest’anno – scrive l’editorialista nella rubrica, sotto il titolo ‘Scusatemi, ma perché gli italiani sono così maleducati?’ – mentre cercavo di scendere dal metrò sono stato ricacciato indietro da gente vestita in modo sciccoso e firmato, che spingeva per entrare prima che i passeggeri fossero scesi: e tutte le volte si è trattato di gente che parlava fitto in italiano“.Il giornalista poi aggiunge: “Come possiamo riconciliare l’Italia moderna, fatta di consumismo, televisione-spazzatura, smania per le firme e insensata adorazione delle celebrità, con l’Italia di Venezia, Da Vinci, Verdi e Medici?”. L’imbestialito Parris arriva a questa sferzante e patriottica conclusione: “Dite quello che vi pare della nostra turbolenta folla bevuta di birra ma, anche se ci mettete i tatuaggi e tutto il resto, avrebbe subito capito che tipo è Berlusconi“. Insomma accuse pesanti. Quello che posso dire che non ha molto torto perché anche io quando vado all’estero noto molti italiani che non si comportano molto bene ma è sbagliato fare di un’erba un fascio. Nonostante ciò è allarmante come, ancora una volta, l’italiano perda sempre più credibilità e fascino.

E adesso facciamoci un esame di coscienza, come ci riteniamo noi? Abbiamo consapevolezza di come siamo considerati? Che ne pensate delle affermazioni del Times? Pensate che questa eventuale mancanza di educazione  sia  originata da una nostra indole di popolo, dalla famiglia, dalla scuola, dall’esempio della politica? Se siamo veramente poco educati come potremmo migliorarci?

QUINDI I BAMBINI MALEDUCATI SONO TUTTI ITALIANI. Anya il 18 marzo 2019 su 50sfumaturedimamma.com. Ormai sarà la centesima volta che scrivo un post sui trattamenti riservati ai bambini in determinati posti, e per la centesima volta leggo commenti – del tutto legittimi – di persone che sostengono che i bambini di oggi siano tutti indisciplinati, maleducati al limite dell’umano, e che quindi sia normale non volerli nei locali pubblici. Oggi per esempio sulla pagina è stato raccontato anche di un bambino che faceva pipì nel vasino in mezzo al ristorante. Come forse saprete e se non lo sapete ve lo dico, io vivo in Francia dal 2009, dove sono arrivata incinta. Ho avuto una primogenita molto irrequieta e per questo ho evitato a lungo i ristoranti, per esempio, oppure voli che non fossero per tornare a casa, mentre ho dovuto piegarmi a tutta un’altra serie di cose che non potevo evitare di fare: tipo la spesa o andare negli uffici pubblici quando vivi all’estero e non hai nessuno che possa tenerti un neonato. Ha pianto? Eccome! Una volta in autobus non sapevo più cosa fare, e ovviamente le vecchine intorno a me avevano tutte la loro teoria. Genialate del tipo: allattala! Certo, in bus, la slego dall’ovetto, e mi tiro fuori una tetta, mica aspetto di scendere e evito di correre un pericolo. Me ne sono sbattuta? No per niente, ho sempre cercato di evitare il più possibile situazioni di fastidio (che poi in primis per lei, che se un neonato alle 20 dorme non vedo perché devo portarlo al ristorante), a volte purtroppo non ci sono riuscita perché i bambini non sono robot. Ora le mie figlie hanno 7 e 9 anni. Oltre ad essere nate a Parigi, hanno vissuto un anno e mezzo a Panama. Hanno visitato, in ordine sparso e per più volte: Usa, Messico, Cuba, Bahamas, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Cile, Perù, Colombia, Argentina, Portogallo, Spagna, Inghilterra, Islanda, Russia, Bielorussia, Olanda, Belgio, Danimarca, Ungheria, Grecia, Irlanda, Germania, Polonia e non mi ricordo più, tra un mese saremo in Iran. Quindi credetemi se vi dico che a. sono capaci di stare molte ore ferme senza tablet e senza infastidire nessuno b. di bambini ne ho visti veramente tanti ma tanti tanti anche in situazioni difficili (voli lunghi, escursioni, ecc) ma MAI veramente MAI mi sono ritrovata di fronte alle situazioni che leggo ogni volta che affrontiamo l’argomento. Neppure in 7 ore di navigazione sul lago argentino in Patagonia. Bambini che corrono tra i tavoli? Che lanciano il cibo? Che ruttano? Che vanno a disturbare gli altri? Che urlano senza motivo? Devo ammettere che di famiglie italiane in viaggio, almeno dove andiamo noi, non ne incontro molte. Una volta in Grecia eravamo in un thailandese e accanto a noi c’era un tavolo di amici italiani con sei bambini. Non volava una mosca: ognuno aveva un tablet/cellulare. Ecco, io avrei preferito sentirli ridere e scherzare o vederli correre nel prato, ma forse sono strana io. Ma davvero mi chiedo: tutti questi bambini super cafoni, irrispettosi, i cui genitori se ne sbattono bellamente perché hanno da bere lo spritz, dove sono? L’estate scorsa sono uscita a cena in Italia con la mia famiglia, la mia testimone e mio fratello. Bambini in giro per i tavoli non ne ho visti, anzi: stavano tutti fuori in giardino, dove non si cenava, a correre qua e là e i genitori dei più piccoli facevano a turno per guardarli.

Non ho il minimo ricordo, in tutti questi anni di su e giù in Italia, di episodi incresciosi o che mi abbiano fatto pensare “mamma mia questi genitori che cafoni”. Probabilmente non frequento abbastanza i ristoranti e le pizzerie in Italia, al contrario giustamente di chi ci commenta. Ma ne frequento tantissimi all’estero. Quindi: i bambini e i genitori cafoni sono solo in Italia? E soprattutto: possibile che nessuno segua 50sfumaturedimamma?

Formentera si ribella agli italiani: "Maleducati". Polemiche dopo l'incendio innescato dal razzo sparato da un nostro connazionale. Roberto Pellegrino, Giovedì 18/08/2016 su Il Giornale. Più che una goccia è stato un fulmine. Una saetta di fuoco che ha incenerito il vaso in cui era mal celata la sopportazione degli abitanti di Formentera verso la massiccia invasione stagionale degli italiani. Il nostro concittadino che, martedì notte, ha avuto la pessima idea di sparare un razzo di segnalazione dal suo yacht dentro l'area naturale protetta d'Espalmador, lungo la costa, ha bruciato una preziosa fetta di macchia mediterranea e ha riacceso antichi rancori e antipatie verso gli italiani, residenti e vacanzieri. Davanti alle fiamme che divoravano l'isolotto, per colpa del 43enne Roberto P., e davanti al lavoro di due squadre di vigili del fuoco, gli isolani hanno perso la pazienza, e, qualcuno, ieri mattina, davanti al Commissariato dove l'italiano piromane era stato tradotto e poi rilasciato su cauzione, ha urlato che «el macarone», venisse consegnato alla gente di Formentera. «Macarones» e «Motorinos» sono gli epiteti con cui gli isolani delle Baleari ci chiamano. Tempo fa, comparve anche una scritta molto indicativa del livello di odio raggiunto: su un muro nel centro di Es Pujols una mano anonima aveva vergato, «Fuera los Italianos de la isla!». Un malcontento che è purtroppo presente da oltre un decennio e che in estate raggiunge la vetta tra i 12mila formenterensi. A guardare i numeri ci si rende conto anche del perché. In estate la presenza degli italiani tocca il 56 per cento del totale. La maggior parte sono turisti «low-cost»: arrivano con voli pagati meno di 50 euro, girano le discoteche, bevono molto, usano droghe, «urlano, schiamazzano e sono maleducati», per concludere con le parole esasperate dei suoi abitanti. Questo genere di turismo «mordi e fuggi», composto di giovani che spesso non dormono in hotel, non porta alcuna ricchezza all'isola, alimentando la speculazione degli alloggi senza permesso e con affitto in nero. Formentera, fino a qualche anno fa, subiva un turismo diverso: quello di ricche famiglie del Nord Europa e, soprattutto, di vip italiani e stranieri che spendevano parecchio. Ora, come succede dagli anni Novanta all'attigua Ibiza, il turismo di Formentera si è «sporcato» di questo nuovo genere di turismo, molto cafone e chiassoso, molto mal visto dai residenti, costretti a pagare tasse locali più salate per dare più risorse agli agenti di polizia che devono regolare il traffico e vigilare su migliaia di teste calde. Così come a Ibiza, dove la regola è che non ci sono regole, anche l'isola meno popolata delle Baleari paga questa contaminazione e gli esempi di cafoneria si sprecano. Poi ci sono gli italiani residenti, quelli che controllano oltre il 60 per cento delle attività turistiche. Quelli che hanno avuto molto successo economico. Sono invidiati e infastiditi dalla burocrazia locale. Alla fine degli anni Settanta affittavano motorini (da qui il nomignolo), ora sono i padroni dell'isola, pagano molte tasse, e subiscono un'ondata di odio esagerata per colpa delle intemperanze di alcuni connazionali. In tv un residente è chiaro: «Gli italiani girano ubriachi già alle otto di sera sugli scooter, coi loro aperitivi occupano e sporcano le dune di sabbia. Sono rumorosi, arroganti e maleducati. Non li vogliamo». Nel forum Internet del Diario de Ibiza, si legge di peggio: «non hanno rispetto e non capiscono lo spirito dell'isola, vanno in spiaggia tutti eleganti, poi inseguono i vip, cercano i calciatori e le veline pensano soltanto all'aperitivo più figo non sanno di trovarsi in un posto meraviglioso».

Sullo Stesso Argomento.

“Solidarietà ai croati contro l’invasione cafona del turismo italiano”: la lettera fuori dal coro di un lettore. Giornale della Vela il 18 agosto 2019. L’estate si avvia verso la sua seconda parte, quella finale, e di storie, avventure e disavventure di crocieristi in giro per il Mediterraneo ne abbiamo sentite tante. Tempo fa avevamo ricevuto una lettera di un nostro lettore a proposito della Croazia e dei croati, e di come i turisti italiani non si facciano sempre ben volere. Una lettera che a distanza di quasi un anno potrebbe essere ancora attuale. “Per tutta l’estate vi siete lamentati di quanto siano cattivi, sgarbati, forieri di soprusi, i croati. Avete riempito i gruppi social di denunce indignate e pompose, dichiarando “Mai più in Croazia, l’estate prossima non ci metto piede”. Ma speriamo mi viene da dire, speriamo che questa promessa la manteniate. Vivo le coste croate da quando sono bambino, ovvero da oltre 50 anni, e in particolare la realtà di un piccolo paese di cui non vi dirò mai il nome neanche sotto tortura, perché siamo già in tanti. Ho visto cambiare la Croazia, anno dopo anno, osservando il tentativo degli operatori di adeguarsi al turismo consumista sfrenato, di cui i diportisti e i tanto raffinati velisti non sono per nulla esenti. Sono arrivato a pensare che il turismo sia una piaga. Posti magnifici, paesi storici, nature incontaminate deturpate da questa massa di barche ambulante che cerca di ancorare dove non può, e quando il suo equipaggio scende a terra ha come obiettivo quello di fare orribili foto col cellulare e comprare la calamita da portarsi a casa. Ho visto italiani cafoni mercanteggiare oscenamente con i pescatori per un po’ di pesce, come del resto farebbero, non meno oscenamente, anzi peggio, anche con un ambulante in spiaggia per comprare un gingillo alla loro signora. Ho visto italiani lamentarsi per un conto un po’ salato in un ristorante, quando invece all’Argentario si farebbero spennare senza fiatare, perché a Capalbio e dintorni “fa chic”. Ho visto giovani rampolli ubriachi, figli di armatori, molestare le ragazze “perché in Croazia è pieno di figa”. L’essere velisti del resto non può guarire la vostra becera cafonaggine, non può guarire la vostra incapacità di fare sfaceli in un porto quando ormeggiate con un po’ di vento, non può guarire la vostra ingordigia di andare a raccogliere montagne di ricci dove magari non è consentito, o anche dove è consentito non vi rendete conto che state esagerando. Andate in barca con un charter una volta l’anno e vi atteggiate da grandi velisti, indossate i guantini da vela quando siete ancora in porto anche quando fuori c’è bonaccia. Andate in Croazia in vacanza “perché si spende ancora poco e c’è una natura incontaminata”. Non è vero, la natura l’avete contaminata con i vostri ormeggi impropri e non si paga più poco perché, in fondo, ve lo meritate, e fanno bene i croati a spennarvi: perché  per esempio alle Balerari non fiatate e qui protestate? Ho visto troppe cose per non solidarizzare in maniera totale con i croati insofferenti. Cari amici italiani, la mia Croazia è un posto fantastico, e non ha fatto nulla di male per meritare il vostro volgare, finto chic, e in fondo cafone modello di turismo“. Valerio Penna

Il Turista fai da te. Il Salento e l’orda dei profughi. L’osservazione di Antonio Giangrande. La meta del turista fai da te che arriva in Salento è il mare, il sole, il vento ma è stantio a metter mano nel portafogli e nell’intelletto. C’è tanta quantità, ma poca qualità. Il turista fai da te che arriva nel Salento è come un profugo in cerca spasmodica di benessere gratuito. Crede nei luoghi comuni e nei pregiudizi, nelle false promesse e nelle rappresentazioni menzognere mediatiche. Con prenotazione diretta last minute, al netto dell’agenzia, prende un appartamento con locazione al ribasso e con pretesa di accesso al mare. Si aggrega in gruppo per pagare ancora meno. Ma a lui sembra ancora tanto. Poi si meraviglia della sguaiatezza di ciò che ha trovato. Tutto l’anno fa la spesa nei centri commerciali e pretende di trovarli a ridosso del mare. Non vuol fare qualche kilometro per andare al centro commerciale più vicino, di cui i paesi limitrofi son pieni, e si lamenta dei prezzi del negozietto stagionale sotto casa. Durante l’anno non ha mai mangiato una pizza al tavolo e quando lo fa in vacanza se ne lamenta del costo. Vero è che il furbetto salentino lo trovi sempre, ma anche in Puglia c’è la legge del mercato: cambia pizzeria per il prezzo giusto. Il turista fai da te tutto l’anno vive in palazzoni anonimi, arriva in Salento e si chiude nel tugurio che ha affittato con poco e poi si lamenta del fatto che in loco non c’è niente, nonostante sia arrivato nel Salento, dove ogni dì è festa di sagre e rappresentazioni storiche e di visite culturali, che lui non ha mai frequentato perché non si sposta da casa sua. Comunque una tintarella a piè di battigia del mare cristallino salentino è già una soddisfazione che non ha prezzo. Il turista fai da te si lamenta del fatto che sta meglio a casa sua (dove si sta peggio per cognizione di causa) e che qui non vuol più tornare, ma, nonostante il piagnisteo, ogni anno te lo ritrovi nella spiaggia libera vicino al tuo ombrellone. Si lamenta della mancanza di infrastrutture. Accuse proferite in riferimento a zone ambientali protette dove è vietato urbanizzare e di cui egli ne gode la bellezza. A casa sua ha lasciato sporcizia e disservizi, ma si lamenta della sporcizia e della mancanza di servizi stagionali sulle spiagge. Intanto, però, tra una battuta e l’altra, butta cicche di sigaretta e cartacce sulla spiaggia e viola ogni norma giuridica e morale. La raccolta differenziata dei rifiuti, poi, non sa cosa sia. Ogni discorso aperto per socializzare si chiude con l’accusa ai meridionali di sperperare i soldi pagati da lui. Lui, ignorante, brutto e cafone, che risulta essere, anche, evasore fiscale. Il turista fai da te lamentoso è come il profugo: viene in Salento e si aspetta osanna, vitto e alloggio gratis di Boldriniana fattura. Ma nel Salento accogliente, rispettoso e tollerante allora sì che trova un bel: Vaffanculo…

Quando il turista malcapitato viene a San Pietro in Bevagna, a Specchiarica o a Torre Colimena dice: “qua non c’è niente e quel poco è abbandonato e pieno di disservizi. Non ci torno più!”. Al turista deluso e disincantato gli dico: «Campomarino di Maruggio, Porto Cesareo, Gallipoli, Castro, Otranto, perché sono famosi?»

“Per il mare, per le coste, per i servizi e per le strutture ricettive” risponde lui.

«Questo perché sono paesi marinari a vocazione turistica. Ci sono pescatori ed imprenditori e gli amministratori sono la loro illuminata espressione» chiarisco io. «E Manduria perché è famosa?» Gli chiedo ancora io.

“Per il vino Primitivo!” risponde prontamente lui.

Allora gli spiego che, appunto, Manduria è un paesone agricolo a vocazione contadina e da buoni agricoltori, i manduriani, da sempre i 17 km della loro costa non la considerano come una risorsa turistica da sfruttare, (né saprebbero come fare, perché non è nelle loro capacità), ma bensì semplicemente come dei terreni agricoli non coltivati a vigna ed edificati abusivamente, perciò da trascurare e da mungere tributariamente.

Italiani cafoni e maleducati: lo dicono 7 turisti su 10. Turisti stranieri appagati della loro vacanza nello Stivale ma si lamentano per l’insopportabile inciviltà e le cattive maniere. Libero Quotidiano 1 Luglio 2010. Urla e schiamazzi per strada, motoscafi che arrivano quasi in spiaggia, acquascooter che sfrecciano sottocosta, tv e radio ad alto volume, spintoni e ressa continua e un’incredibile ignoranza delle lingue estere. Ecco il peggio dell’Italia secondo 7 turisti stranieri su 10 che hanno scelto il Bel Paese come meta delle loro vacanze. E quindi sarebbe meglio approfondire corsi di bon ton e galateo, imparare inglese, tedesco e francese e dare una frenata ai prezzi: queste le richieste dei visitatori stranieri per ritornare in ferie in Italia. A rovinare le loro vacanze, infatti, sono l’inciviltà e la maleducazione che spesso affiorano (61%), l’impossibilità di comunicare nella loro lingua (75%), e i prezzi talvolta troppo esagerati (47%). Nonostante il 57% affermi che non si tratta del primo soggiorno in Italia e il 41% degli intervistati ammetta di scegliere lo Stivale almeno una volta ogni 3 anni. Però c'è anche chi non vuole tornare sicuramente (4%) o molto probabilmente (24%) nella località prescelta.  Scelgono il sud (24%), le isole (23%) ed il centro Italia (21%) in egual misura, e sono alla ricerca di tranquillità e relax (71%), divertimento (57%) e di cibo gustoso e dei qualità (49%). A rendere speciale, invece, il loro soggiorno in Italia, che varia da una settimana (32%) ai dieci giorni (22%), sono l’amore tutto tricolore per la tradizione e la genuinità (78%), la generosità e il calore della gente (67%), l’enogastronomia (51%) e le bellezze paesaggistiche (49%). Questo è quanto emerge da uno studio promosso dalla rivista “Vie del Gusto”, diretta da Domenico Marasco e in edicola nei prossimi giorni. La ricerca è stata condotta su 1350 turisti e visitatori stranieri (maggior parte inglesi, tedeschi e statunitensi), a cui è stato chiesto un parere sulla loro vacanza in Italia e sulla località che li ospita. Alla ricerca di tranquillità, relax, divertimento e buona tavola, i turisti stranieri scelgono il Bel Paese anche più volte l’anno ma solo se ben consigliati da amici e parenti e dopo un accurato approfondimento su Internet e sulle guide turistiche. Visitato ogni anno da oltre 30milioni di turisti stranieri, il Bel Paese è sempre tra le mete preferite nel mondo: il 57% degli intervistati, infatti, dichiara di non essere in Italia per la prima volta. La durata della vacanza italiana dei turisti stranieri si aggira mediamente sulla settimana (32%) per arrivare a toccare picchi di 15 giorni (19%): la toccata e fuga del weekend è scelta dal 20%, mentre il 22% preferisce rimanere per circa 10 giorni. Se torneranno in Italia, i turisti stranieri lo faranno solamente perché spintidall’amore italiano per la tradizione e la genuinità, dal calore della gente e dalla qualità dei prodotti enogastronomici. Cosa, invece, può rovinare la vacanza italiana dei turisti stranieri? Se ben il 75% vede nell’impossibilità di dialogare e comunicare nella propria lingua un ostacolo insormontabile, sono l’inciviltà e la maleducazione dilagante (61%) e i prezzi ritenuti troppo elevati (47%) a condurli nella decisione di non visitare nuovamente la località scelta per l’estate 2010. Seguono la sporcizia e la poca cura dell’ambiente (39%) e i servizi messi a disposizione valutati assolutamente non all’altezza dei canoni odierni (36%). In secondo piano, ma comunque fondamentali per i visitatori stranieri, troviamo l’ assenza di trasporto pubblico(32%), gli orari di chiusura di musei e attrazioni (28%), la mancanza di informazioni turistiche adeguate (26%) e il caos e la confusione (17%).

GLI ITALIANI? TROPPO CAFONI IN SPIAGGIA! codacons.it il 20 Agosto 2008. GLI ITALIANI? TROPPO CAFONI IN SPIAGGIA! ECCO COME CI VEDONO GLI STRANIERI: CREDIAMO DI ESSERE I PADRONI DELLA SPIAGGIA. BASTA CON I CELLULARI ACCESI ANCHE IN RIVA AL MARE. Il Codacons ha effettuato un'inchiesta sulle spiagge italiane. Abbiamo domandato agli stranieri (donne e uomini) come considerano il comportamento degli italiani in spiaggia. E` emerso un quadro sconfortante, il cui l`italiano è apparso decisamente cafone. Il sondaggio non ha alcuna pretesa statistica, anche se numerosi sono stati gli stranieri interrogati. Il denominatore comune delle segnalazioni è che gli italiani si considerano, in pratica, i padroni della spiaggia e si comportano come se gli altri non esistessero e da noi non potessero essere disturbati in alcun modo. Peccato che non sia così! Di seguito i 10 comportamenti considerati più maleducati, in ordine di graduatoria:

1) Telefonino? Al primo posto delle lamentele degli stranieri c`è il cellulare che squilla di continuo e gli italiani che urlano al microfono facendo sapere tutti i fatti loro, anche a chi sta cercando di fare un riposino. Eppure non ci vuole molto ad escludere almeno la suoneria.

2) Rumori molesti. Per gli stranieri siamo simpatici e cordiali ma spesso parliamo anche troppo e per di più ad alta voce. Facciamo conversazione anche quando non dovremmo. Le più chiacchierone sono le donne italiane: urlano per rimproverare il figlio che non esce dall'acqua, discutono con il marito ….

3) Campo di calcio. La spiaggia non è un campo di calcio, non almeno per gli stranieri. Anche se non hanno ricevuto pallonate mentre prendevano il sole, non sono contenti dello schiamazzo che facciamo mentre giochiamo. Stesso discorso per altri giochi.

4) A tavola, si mangia. Non amano vederci banchettare con lasagne e gnocchi sulla spiaggia come se fosse un ristorante.

5) No alle invasioni. Non rispettiamo lo spazio a noi destinato. In pratica invadiamo l'ombrellone del vicino occupando il suo spazio vitale. Invadiamo i corridoi tra una fila d'ombrelloni con la sdraio, i sandali e suppellettili varie. 6) Pattumiera. Non amano vedere le cicche di sigarette o la carta del gelato sulla sabbia o peggio ancora in mare. I resti del pranzo degli italiani non sono graditi. 7) Schizzi e spruzzi. Non apprezzano gli italiani che si tuffano con dei tonfi da barile schizzandoli mentre da ore stanno cercando di adattarsi gradatamente alla temperatura dell'acqua gelata.

8) Ambulanti. Non vogliono essere disturbati da venditori ambulanti, specie se insistenti.

9) Doccia. Usiamo la doccia in spiaggia come se fosse quella di casa nostra, creando code chilometriche. La doccia al mare dovrebbe servire a sciacquarsi, non a lavarsi.

10) Sport acquatici. Siamo troppo spericolati e non rispettiamo le regole di sicurezza in materia.

·         Cori razzisti.

Cori razzisti contro Kean, lite tv Giulini-Adani: "Moralista", "Sono coglioni". Il numero uno del Cagliari se l'è presa con Daniele Adani per via dei buu razzisti a Moise Kean: "State strumentalizzando tutto, non è successo niente" La risposta: "Non stiamo attaccando la squadra ma qualche coglioni." Scrive Marco Gentile, Mercoledì 03/04/2019 su Il Giornale. La Juventus ha vinto per 2-0 sul campo del Cagliari e a fine partita il Presidente Giulini ha discusso con Daniele Adani per via dei cori razzisti nei confronti di Moise Kean. Il 19enne bianconero ha segnato ed ha esultato in maniera provocatoria scatenando l'ira di parte dei tifosi sardi che hanno emesso qualche ululato nei confronti dell'attaccante della nazionale italiana. Ai microfoni di Sky Sport il numero uno del club rossoblù ha cercato di stemperare la tensione bacchettando Adani, definito moralista: "Non fate i moralisti, state strumentalizzando troppo la vicenda. Non è successo niente"

Adani a quel punto decide di rispondere a Giulini: "Non devi darmi del moralista, non sto attaccando il Cagliari ma solo alcuni coglioni. Chi fa così ai giocatori di colore dovrebbe andare fuori subito". Il numero uno del Cagliari ha poi continuato: "Kean ha sbagliato, se Bernardeschi avesse esultato nella stessa maniera avrebbe ottenuto la stessa accoglienza". Resta il fatto che Matuidi e Kean sono stati poi fischiati fino alla fine della partita dato che l'ex Psg aveva chiesto al direttore di gara di intervenire. Ora toccherà al Giudice Sportivo capire se in effetti ci saranno le condizioni per prendere provvedimenti nei confronti del club sardo.

Buu razzisti a Kean, Bonucci: «Colpa sua al 50%». Balotelli: «Leo la tua fortuna è che io non ero là». Pubblicato mercoledì, 03 aprile 2019 da Corriere.it. «Il migliore modo per rispondere al razzismo».Moise Kean sceglie la via dei social per la replica ai ‘buu’ di Cagliari postando sul suo profilo Instagram due foto: una della sua esultanza e una di Matuidi che guarda la curva cagliaritana come a chiedere di farla finita. Il post ha già raccolto 330 mila like ed è stato apprezzato trasversalmente da compagni di squadra, colleghi e tifosi. Tra gli altri, Pjanic, Cancelo, Balotelli, Benatia, Kessie, Boateng, Adjapong. E Kalidou Koulibaly, centrale di Napoli, vittima di insulti a San Siro durante la sfida con l’Inter. «Ci dà solo forza» è il suo messaggio. Ma nel popolo del web c’è qualcuno che lo bolla come “provocatore”. L’ennesima grande serata del baby bomber della Juve, quattro gol consecutivi nelle ultime quattro gare tra Nazionale e club, è stata rovinata, dunque, dai fischi e dagli ululati di una porzione, per fortuna ridotta, del pubblico sardo. Tutto è nato quando Moise ha celebrato la rete del 2-0 fermandosi a braccia aperte sotto la tribuna occupata dagli ultrà rossoblu. Un’esultanza considerata provocatoria che ha fatto riscaldare gli animi. Così sono arrivati i soliti “buu” nei confronti di Kean, ma anche di Matuidi, già vittima lo scorso anno alla Sardegna Arena (6 gennaio 2018) di insulti razzisti, tanto che ricevette le scuse del club sardo. In campo, il francese ha protestato vivacemente con l’arbitro Giacomelli, poi ha postato sui social due immagini: l’esultanza di Kean e una foto che li ritrae insieme. Con un messaggio inequivocabile: “BIANCO + NERI #NoToRacism”. Massimiliano Allegri riflette: “I giocatori non devono istigare e i tifosi non devono lasciarsi andare a atteggiamenti sbagliati. Si tratta di imbecilli che vanno cacciati dagli stadi”. Leonardo Bonucci prova a gettare acqua sul fuoco. «La colpa è al 50 e 50: Kean ha sbagliato, la curva ha sbagliato - sottolinea il difensore bianconero - . C’è stato il buu razzista ma Moise sa che quando fa gol deve pensare a esultare con la squadra e basta. E’ stato un episodio, ora guardiamo avanti». Una tesi che non è piaciuta a diversi giocatori soprattutto oltremanica. Raheem Sterling, attaccante del Manchester City spesso oggetto di insulti razzisti, su Instagram ha preso di mira proprio Bonucci sul caso Kean: «Bonucci, a colpa è 50 e 50? Tutto ciò che possiamo fare ora è ridere». Anche Paul Pogba si muove via social e si schiera a fianco di Kean e Matuidi: «Supporto ogni tipo di lotta contro il razzismo, siamo tutti uguali. Bravi italiani svegliatevi, non potete lasciare un piccolo gruppo razzista parlare per voi». Alla fine però Bonucci chiude ogni polemica con un chiarissimo post su Instagram dove si vede lui abbracciare Kean in Nazionale e con la scritta: «In ogni caso no, al razzismo». Una presa di posizione che non conforta Mario Balotelli che scrive su Instagram a Kean: Questo il suo commento apparso su un post Instagram di Kean: «Bravo! E di a Bonucci che la sua fortuna è che io non c’ero la. Al posto di difenderti che fa questo? Mah sono scioccato giuro. Tvb frate!». Tommaso Giulini, presidente del Cagliari, invece, attacca: “Non è razzismo, mi dispiace perché ho sentito troppi moralismi”. Il numero uno dei sardi, che ha avuto un battibecco sul tema a Sky con il commentatore Daniele Adani, aggiunge: «Se avesse segnato Bernardeschi sarebbe successa la stessa cosa. Fino al gol non era successo niente. Non strumentalizzate l’episodio. Kean ha sbagliato e me lo hanno detto anche i giocatori della Juve. Il Cagliari rifiuta le accuse di razzismo. Io ho sentito soprattutto dei fischi, sarebbero arrivati ugualmente a tutti gli altri giocatori. Se ci sono stati degli ululati sono da condannare».

Da gazzetta.it del 3 aprile 2019. Il caso (forse) è chiuso. L’esultanza di Kean a Cagliari e le parole di Bonucci avevano alzato un polverone che aveva finito per far discutere anche in Inghilterra. L’ultima puntata, per ripulire il campo da ogni dubbio, l’ha siglata il difensore juventino che in risposta alle polemiche ha pubblicato una storia per dire “no al razzismo, a prescindere da tutto il resto”. Nella foto un abbraccio tra lui e Kean mentre vestono l’azzurro in occasione delle ultime due sfide con la Nazionale di Mancini. Dopo essere stato preso di mira dai tifosi del Cagliari, martedì sera Kean ha segnato e poi ha allargato le braccia all’indirizzo della Curva Nord, occupata dai tifosi di casa. Il gesto ha fatto salire ulteriormente la tensione, i compagni hanno provato a smorzare e tra questi lo stesso Bonucci, che ha cercato di portare via il compagno di squadra e poi lo ha bacchettato nel dopo gara: “La colpa è al 50 e 50. Kean ha sbagliato, la curva ha sbagliato - ha dichiarato -. Kean sa che quando si fa gol deve pensare a esultare con la squadra e basta, abbracciarci tutti insieme. È stato un episodio e sa anche lui che poteva fare qualcosa di diverso”. Lo stesso difensore nella notte aveva postato su Instagram una foto legata alla partita, senza minimamente fare accenno al caso dei fischi e dei buu razzisti per Kean che continua a tenere banco. Nella foto pubblicata Bonucci aveva scritto: “Felice di aver festeggiato con un gol la 250ª presenza in Serie A con la maglia della Juve, la corsa continua”. Tantissimi tifosi, anche juventini, gli avevano però rimproverato sui social di essere stato troppo severo con il compagno di squadra e di non averlo minimamente difeso. Da qualcuno è anche partita la risposta "razzista" (come se non difendendo il compagno di squadra potesse essere lui stesso il razzista...). Dall’Inghilterra, dove a sua volta è stato protagonista di casi di razzismo, si era fatto sentire addirittura Raheem Sterling che in una storia aveva taggato Bonucci e commentato: “La colpa è 50-50? Non rimane che ridere”. Poi a metà giornata è arrivata la nuova puntata, con la storia su Instagram di Bonucci che punta a far chiudere il caso una volta per tutte. Chissà se basterà.

Calcio e razzismo, basta parole: si può bandire i violenti dagli stadi. Il caso Kean ennesima brutta figura. Dall'estate 2017 la Figc e il Viminale hanno un'intesa che permette ai club di negare l'accesso ai violenti, scrive Giovanni Capuano il 3 aprile 2019 su Panorama. C'è solo una cosa più insopportabile del vedere un ragazzo di colore inseguito da ululati a sfondo razzista in uno stadio di calcio nell'anno 2019. E' il dibattito che segue da episodi come quello di Moise Kean a Cagliari ed è sentire addetti ai lavori e protagonisti che si rimpallano responsabilità e ricette in un lungo e inutile rincorrersi, senza si arrivi mai al punto centrale della questione e cioé che nell'anno di grazia 2019 i razzisti dovrebbero essere banditi dagli stadi. Un argomentare sterile, dove in fondo ognuno sostiene che sia sempre colpa di qualcun'altro. Di chi ha provocato, di chi l'ha fatto la volta prima, di chi l'ha rilevato o si è dimenticato di farlo. Della giustizia che ha sanzionato e di quella che non è intervenuta. Mai nessuno che alzi la mano per dichiararsi pronto a cambiare le cose. Come? Semplicemente utilizzando gli strumenti che già esistono, senza evocare modelli lontani e avanzati, così avanzati dal finire per essere irraggiungibili. Dall'agosto 2017 le società hanno a disposizione il codice etico per condizionare l'ammissione all'interno dei propri impianti. E' il frutto di un protocollo d'intesa sottoscritto dall'allora Ministro dell'Interno Minniti, quello dello Sport Lotti, il Coni e la Federcalcio. Prevede in sostanza che i club si possano tutelare sospendendo o ritirando il gradimento di un singolo tifoso che abbia violato una delle prescrizioni previste dal codice. Il razzismo, ovviamente, fa parte di questo. Le società si sono dovute dotare del codice etico. Molte inseriscono le norme all'interno del regolamento d'uso dei propri stadi, altre le vincolano alla sottoscrizione degli abbonamenti o all'acquisto dei biglietti. In linea di massima tutte prevedono la possibilità di bandire i responsabili dall'impianto. Quando un presidente o un allenatore dice che "i razzisti vanno cacciati" dovrebbe concludere la frase spiegando cosa ha fatto in casa propria. Senza aspettare che sia qualcun'altro a dare l'esempio. Un passaggio obbligato per evitare lo sterile dibattito del giorno dopo, che parte sempre dalla stessa condanna e arriva sempre alla stessa conclusione: nulla. Si dirà che non si possono scaricare sulle società le responsabilità di identificare i singoli confusi in mezzo alla massa. Falso. Non è accettabile che un settore economico dal valore di oltre 3 miliardi di euro qual è il calcio di Serie A non si possa permettere di investire 300-400mila euro per ciascun impianto così da dotarsi di sistemi di telecamere di ultima generazione. Che,in realtà, già esistono in molti impianti. Il problema è proprio culturale. Invece che spellarsi le mani nell'applaudire i colleghi inglesi che inquadrano, identificano e cacciano per sempre chi fa un gesto sconveniente o lancia in campo una banana, che i nostri presidenti badino al concreto e si rimbocchino le mani. Gli strumenti normativi ci sono. Se devono essere integrati c'è sempre tempo, mentre quello che è mancato drammaticamente fino ad adesso è qualcuno che abbia avuto il coraggio di punirne uno per educarne cento.

Buu razzisti verso Kean, Thuram duro su Bonucci: "Deve vergognarsi". L'ex difensore di Parma e Juve stigmatizza il commento su quanto avvenuto a Cagliari del nazionale azzurro che poi ha corretto il tiro: "Bonucci non dice ai tifosi che hanno torto ma che se l'è cercata il compagno, qualcosa che in molti pensano: i neri si meritano ciò che capita loro. È come quando una donna viene stuprata e si parla del modo in cui era vestita" il 04 aprile 2019 su La Repubblica. Non accenna a placarsi la polemica attorno alle parole del difensore della Juventus, Leonardo Bonucci, in relazione ai 'buu' razzisti ai danni del compagno di squadra Moise Kean a Cagliari, martedì sera nel corso della gara di campionato. A stigmatizzare le affermazioni del centrale bianconero è Lilian Thuram, ex difensore di Parma e Juve dal 2001 al 2006, intervistato da 'Le Parisien'. "Bonucci dice qualcosa che in molti pensano: i neri si meritano ciò che capita loro - afferma Thuram dalle colonne del quotidiano francese -. La domanda giusta da fare a Bonucci invece sarebbe: 'cosa ha fatto Kean per meritarsi tanto disprezzo?' Bonucci non dice mai ai tifosi che hanno torto, ma a Kean che se l'è cercata. La reazione di Bonucci è violenta come quei buu. È come quando una donna viene stuprata e c'è chi parla del modo in cui era vestita. È a causa di gente così che non si fanno avanzare le cose. Bonucci non è stupido, ma ha una certa idea della società e i suoi propositi sono solo vergognosi. Bisogna essere chiari sul razzismo. Quei 'buu' rappresentano il disprezzo verso tutte le persone, compresi i bambini, che hanno il colore della pelle di Kean. A Kean e alle persone nere voglio dire di essere fieri e esigere rispetto da gente come Bonucci che vorrebbero curvassero la schiena".

Bonucci fa dietrofront: ''Condanno ogni discriminazione''. A poco sembra servire anche la precisazione fornita mercoledì dal numero 19 bianconero, che era tornato sull'argomento chiarendo il suo pensiero. "Ho parlato alla fine della partita e mi sono espresso in modo evidentemente troppo sbrigativo - il tentativo di dietrofront di Bonucci - che è stato male interpretato su un argomento per il quale non basterebbero ore e per il quale si lotta da anni. Condanno ogni forma di razzismo e discriminazione". A innescare la polemica era stata una frase del difensore della Nazionle al termine dell'incontro: "C'è stato il buu razzista dopo l'esultanza di Kean e Matuidi si è arrabbiato, ma credo che la colpa sia 50 e 50. Kean ha sbagliato e la curva ha sbagliato. Detto questo, sappiamo che noi dobbiamo essere d'esempio e guardare avanti, perché dobbiamo crescere tutti quanti, noi giocatori, come sistema calcio, anche in queste cose".

Thuram: "Fermare le gare? Solo ipocrisia nel calcio''. Thuram allora se la prende anche con istituzioni e con la Juve. "Ogni volta tutti dicono che la prossima volta la partita sarà sospesa, ma non succede mai. Constato che le istanze del calcio se ne fregano. C'è solo ipocrisia e va avanti da anni. Se fosse davvero stato un problema, la gara sarebbe stata fermata  - sottolinea l'ex calciatore francese - La squadra avrebbe dovuto lasciare il campo e una soluzione si sarebbe trovata. I giocatori che non subiscono razzismo devono essere totalmente solidali con i loro compagni presi di mira. Bisogna capire che quando un giocatore subisce tale violenza, quest'ultima si ripercuote su milioni di persone. Bisogna chiarire che non si può andare avanti così, che la partita non la si gioca. Ma il calcio è un business, dunque nulla sarà fatto dalle istituzioni che non hanno mai colto l'occasione per intervenire". L'ex difensore riconosce che si tratta di un problema non solo del calcio italiano, ma molto più ampio. "Il razzismo non è limitato agli stadi o all'Italia. Sterling ha avuto lo stesso problema altrove", il riferimento ai cori razzisti contro l'attaccante inglese in Montenegro.

Cori razzisti, il padre di Kean: "Succede quando un nero va in nazionale. Capitò anche a Balotelli". Critiche a Bonucci per quanto avvenuto a Cagliari arrivano anche da Biorou Jean Kean, padre di Moise. "In Africa quando allarghi le braccia vuol dire 'che cosa ho fatto?'. E' quello che ha fatto lui. Non voleva provocare, è un ragazzo educato, gli piace ballare e scherzare con la gente - ha dichiarato  ai microfoni di 'Circo Massimo' su Radio Capital - A volte nel calcio c'è razzismo. Con Balotelli hanno fatto la stessa cosa, e oggi lui è animato da uno spirito di rabbia ovunque vada. Questo non è un buon segno, così si può influenzare negativamente la carriera di un calciatore. Questo atteggiamento di razzismo nasce quando un giocatore di colore va in nazionale. Prima non lo facevano". Ma vedere Moise in azzurro, dice il papà, "è stata una gioia. Era il suo sogno. Ora in famiglia aspettiamo il Pallone d'Oro". Bonucci, dopo la partita, ha diviso le responsabilità fra il giocatore e la curva: "Ha sbagliato, ha detto una stupidaggine - attacca Jean Kean - Quello che è successo non mi è piaciuto per niente. A Moise ho detto di stare tranquillo, anche questo fa parte del percorso di un campione". Il padre dello juventino, però, è indulgente con i tifosi sardi: "Secondo me lo stadio del Cagliari non va chiuso. Dico di perdonarli".

Roberto Mancini su Moise Kean: "Dei buu non se ne può più". Ma su quell'esultanza a Cagliari..., scrive il 4 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Certo l'esultanza non è stata il massimo. Ma dei "buuu" razzisti "non se ne può più. Così Roberto Mancini si schiera in difesa del baby-gioiello bianconero, Moise Kean. "L’atteggiamento usato contro Kean è insopportabile - premette il Ct della Nazionale -. Bisogna stigmatizzare i buu razzisti, non se ne può più". Il Ct azzurro e ambasciatore Unicef, parlando degli ululati razzisti all’attaccante della nella gara contro il Cagliari, ha poi aggiunto: "Serve prendere posizione, agire anche duramente, affinché queste cose finiscano". Sull’esultanza del giocatore, Mancini ha poi aggiunto: "È un ragazzo e magari la prossima volta probabilmente non lo farà, però magari si è sentito in difficoltà".

"BONUCCI HA DETTO UNA STUPIDAGGINE”. Da Circo Massimo - Radio Capital il 4 aprile 2019. Braccia allargate, poi i fischi e i buuu. Dopo il gol contro il Cagliari nella partita di martedì, l'attaccante della Juventus Moise Kean è stato beccato dal pubblico della Sardegna Arena, anche con buu razzisti. "In Africa quando allarghi le braccia vuol dire 'che cosa ho fatto?'. È quello che ha fatto lui. Non voleva provocare, è un ragazzo educato, gli piace ballare e scherzare con la gente", dice Biorou Jean Kean, il padre dell'attaccante, a Circo Massimo, su Radio Capital, "A volte nel calcio c'è razzismo. Con Balotelli hanno fatto la stessa cosa, e oggi lui è animato da uno spirito di rabbia ovunque vada. Questo non è un buon segno, così si può influenzare negativamente la carriera di un calciatore", continua, "Questo atteggiamento di razzismo nasce quando un giocatore di colore va in nazionale. Prima non lo facevano". Ma vedere Moise in azzurro, dice Jean Kean, "è stata una gioia. Era il suo sogno. Ora in famiglia aspettiamo il Pallone d'Oro". Il capitano juventino Bonucci, dopo la partita, ha diviso le responsabilità fra il giocatore e la curva: "Ha sbagliato, ha detto una stupidaggine", attacca Jean Kean, "Non è normale che dica certe cose da capitano, dovrebbe difendere i suoi giocatori. Quello che è successo non mi è piaciuto per niente. A Moise ho detto di stare tranquillo, anche questo fa parte del percorso di un campione". Il padre dello juventino, però, è indulgente con i tifosi sardi: "Secondo me lo stadio del Cagliari non va chiuso. Dico di perdonarli". Il ventenne ha detto che se è l'uomo che è oggi lo deve a sua madre: "Questi sono problemi di famiglia, ma io e mio figlio abbiamo un buon rapporto". E quei famosi trattori promessi dalla Juventus? "Ho chiesto alla società di aiutarmi, quando mio figlio sarà grande: voglio dare una mano ai miei parenti che vivono in Costa d'Avorio, lì abbiamo duemila ettari di terreni". Kean padre, di origini ivoriane, è candidato con la Lega alle elezioni comunali di Fossano, in provincia di Cuneo. E difende la linea di Matteo Salvini: "Il mio capitano Matteo Salvini è un angelo mandato da Dio a salvare la gente di colore. La gente non ha capito niente di quello che dice Salvini: se vengono qui in Italia e gli si dà 35 euro al giorno, domani cosa sarà del loro futuro? Lui vuole difendere dal gente di colore. Da quando è diventato ministro dell'interno non ci sono più navi che affondano". E le ONG? "Sono una mafia. Lavorano per soldi, e non va bene. Le navi dovrebbero tornare indietro. Non c'è più spazio. Devono tornare a casa loro. L'Italia non è un paradiso".

“LA JUVE DEVE DUE TRATTORI A MIO PADRE? CHIEDETE A LUI. Da Un Giorno da Pecora il 3 aprile 2019. ”I buu razzisti contro mio fratello a Cagliari dopo il gol? L'unica cosa che gli ho detto è che di persone ignoranti ce ne sono ancora, non passiamo farci nulla. Lui deve pensare a quel che sta facendo e fregarsene. Moise caratterialmente è forte: più gli succedono queste cose e più si carica”. Lo dice a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, Giovanni Kean, fratello del bomber juventino Moise, che oggi è stato intervistato da Geppi Cucciari e Giorgio Lauro. Moise è andato ad esultare sotto la curva cagliaritana, e il Presidente rossoblu ha detto che sarebbe successa la stessa anche se al posto di Moise ci fosse stato Bernardeschi. “Non penso che avrebbero ululato anche a Bernardeschi”. Suo fratello ci è rimasto male? “ No, è brutto dirlo ma su un campo da calcio siamo abituati ormai ad avere certi atteggiamenti. Non ci piangiamo addosso e troviamo la forza di reagire, come ha fatto mio fratello segnando". Qual è il soprannome che avete tra fratelli? “Io lo chiamo Momo oppure ‘nero’, e lui, ogni tanto, mi chiama ‘negraceo’”. Lei per chi fa il tifo? “Io sono juventino”. E suo fratello? “E' sempre stato milanista”, ha detto a Rai Radio1 Giovanni Kean. Moise ha un taglio di capelli molto particolare. Le piace? “Ogni tanto lo prendo per il culo, con quei dread...io lo vedrei bene coi capelli rasati, semplici”. A gennaio, in effetti, stava andando al Milan...”Così dicono”. Dove le piacerebbe giocasse in futuro, magari in club come Real Madrid e il Barcellona? “Ora come ora non ci sono squadre come la Juve, la Juve è la Juve anche se Real e Barca sono molto blasonate”. E le piacerebbe vederlo giocare con Mario Balotelli? “Certo”. Suo padre Birou ha detto che la Juve gli doveva dare due trattori. “Ogni giorno mi dico che le ho viste tutte ma c'è sempre gente che mi stupisce. Chiedete a lui...”, ha concluso Giovanni a Un Giorno da Pecora.

Caso Kean, Bonucci accetta le accuse di calciatori e giornali: «Sono stato sbrigativo, condanno il razzismo». Pubblicato giovedì, 04 aprile 2019 da Corriere.it. «Dopo 24 ore desidero chiarire il mio pensiero. Ieri sera ho parlato alla fine della partita e mi sono espresso in modo evidentemente troppo sbrigativo, che è stato male interpretato su un argomento per il quale non basterebbero ore e per il quale si lotta da anni. Condanno ogni forma di razzismo e discriminazione. Certi atteggiamenti sono sempre ingiustificabili e su questo non ci possono essere fraintendimenti». Leonardo Bonucci si scusa: poche righe per chiudere una giornata decisamente difficile. Dopo un mercoledì complicato, in cui ha ricevuto accuse da ogni latitudine - da parte di colleghi e di tifosi, dal popolo del web -, il difensore della Juventus fa marcia indietro e prova a far luce sui giudizi espressi sui buu razzisti con cui una parte (per fortuna modesta) del pubblico di Cagliari ha insultato il suo compagno di squadra Moise Kean. “La colpa è al 50 e 50 - aveva detto -: Kean ha sbagliato, la curva ha sbagliato. C’è stato il buu razzista ma Moise sa che quando fa gol deve pensare a esultare con la squadra e basta”. Parole che in molti non hanno apprezzato, innanzitutto diversi colleghi come Sterling del Manchester City (che in carriera ha subito diversi episodi di razzismo), Depay del Lione, Yayà Tourè (“Se fosse mio compagno, gliele suonerei”) e Mario Balotelli, che aveva infatti scritto a Kean un messaggio forte: “Dì a Bonucci che la sua fortuna è che io non c’ero là. Al posto di difenderti che fa questo? Mah, sono scioccato giuro”. Il ragionamento, comune a molti, è che Bonucci non avrebbe difeso a dovere il compagno di squadra. “Il razzismo non è mai 50 e 50” è stato il rimprovero più gettonato. Diverse stoccate sono arrivate anche dalla stampa straniera. Il New York Times ha ripercorso la vicenda sottolineando come Kean sia stato «criticato da un compagno di squadra, e dal suo allenatore, che lo hanno incolpato di aver provocato» i tifosi avversari. Da Oltremanica, il Guardian ha piazzato l’affondo: «Le parole di Bonucci fanno pensare che sia difficile essere ottimisti sul calcio italiano». E ha aggiunto: “In campo sono accadute scene tristi che sono state aggravate dalle parole di Bonucci. Lasciando in un angolo l’ipocrisia di questo commento da parte di un giocatore che dopo i gol invita a sciacquarsi la bocca, è stato un atto incredibilmente sconsiderato. Bonucci ha detto di non aver sentito ululati prima del gol. Pure se non ce ne fossero stati, da quando la celebrazione giustifica l’abuso razzista?». Troppo, dunque, per Bonucci, per limitarsi al «no al razzismo, indipendentemente da tutto» pubblicato nel pomeriggio di ieri, corredato da una foto che lo ritrae abbracciato a Kean mentre giocano con la maglia azzurra della Nazionale. Come primo tentativo di correggere il tiro non era evidentemente sufficiente. Così, in tarda serata, è arrivata la definitiva inversione di rotta. Il difensore sottolinea di essersi «espresso in modo evidentemente troppo sbrigativo», di essere stato «male interpretato su un argomento per il quale non basterebbero ore e per il quale si lotta da anni». Ribadendo con forza la condanna di «ogni forma di razzismo e discriminazione». L’eco mediatico della tesi di Bonucci però non si ferma. Lilian Thuram, ex difensore juventino, dalle colonne di Le Parisien, attacca: “E’ vergognoso dire che Kean se l’è cercata. Bonucci dice qualcosa che in molti pensano: i neri si meritano ciò che capita loro. La domanda giusta da fare a Bonucci invece sarebbe: cosa ha fatto Kean per meritarsi tanto disprezzo? Leonardo non dice mai ai tifosi che hanno torto, ma a Kean che se l’è cercata. È come quando una donna viene stuprata e c’è chi parla del modo in cui era vestita. È a causa di gente così che non si fanno avanzare le cose”. E rincara: “Bonucci non è stupido, ma ha una certa idea della società e i suoi propositi sono solo vergognosi. Bisogna essere chiari sul razzismo. Quei ‘buu’ rappresentano il disprezzo verso tutte le persone, compresi i bambini, che hanno il colore della pelle di Kean. A Kean e alle persone nere voglio dire di essere fieri ed esigere rispetto da gente come Bonucci che vorrebbero curvassero la schiena”. Secondo l’ex calciatore francese, una volta sentiti i buu razzisti, “la Juve avrebbe dovuto lasciare il campo e una soluzione si sarebbe trovata”; questo perché “i giocatori che non subiscono razzismo devono essere totalmente solidali con i loro compagni presi di mira”.

Odio, morti, razzismo: è la guerra del calcio. Giornata da cani a Milano prima di Inter-Napoli. Muore un tifoso, feriti e arresti, scrive Errico Novi il 28 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". In una fredda mattina di dicembre l’Italia si sveglia con un altro morto del calcio. Si chiamava Daniele Belardinelli. Aveva 39 anni, era un capo ultras del Varese e aveva “atteso”, insieme con gli amici della curva nerazzurra, i tifosi del Napoli mercoledì sera, prima che iniziasse la gara fra Inter e Napoli a San Siro. Lo ha travolto un suv, proprio mentre il gruppo di violenti dava l’assalto a una carovana di partenopei, in arrivo a bordo di auto e pulmini. È la tragedia che rende tremenda una vera e propria crisi di sistema, impazzita in mille traiettorie tutte originate dalla notte di Milano. In pochi minuti: l’assalto dei teppisti in cui muore Belardinelli, tra i leader del gruppo ultras di Varese Blood & Honour, di simpatie fasciste; poi gli ululati razzisti al difensore del Napoli Kalidou Koulibaly, splendido atleta 27 enne di colore, nato in Francia ma senegalese per famiglia e per scelta; quindi la partita che degenera anche perché all’arbitro, Mazzoleni, non viene in mente di sospenderla, e dunque la rabbia dei giocatori del Napoli, dello stesso Koulibaly che applaude il direttore di gara e viene perciò espulso, del capitano Lorenzo Insigne che urla insulti a partita finita ( e persa 1 a 0 dal suo Napoli). Fino alle polemiche di ieri, alle promesse del ministro Salvini e del presidente Figc Gravina di un calcio ripulito dai violenti, la giornata di serie A prevista per domani e confermata nonostante il tifoso deceduto e gli appelli a fermare tutto. Una partita, una notte tragica, spalanca le porte di un incubo.

IL SISTEMA CALCIO CHE PERDE LA TESTA. La reazione del sistema, sportivo e politico, è nervosa. «Non ci fermiamo, la serie A andrà in campo», annuncia appunto il presidente della Figc Gabriele Gravina. Che dichiara l’ennesima guerra ai violenti e ai razzisti. «Chiederò al prossimo consiglio federale norme più chiare che consentano di sospendere le partite in caso di cori discriminatori», assicura. E dice anche di voler sentire il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ma proprio il leader della Lega dice di voler «lasciare al calcio l’autonomia della decisione» in caso di ululati contro i giocatori di colore. Sono ore concitate, in cui arriva intanto la decisione del giudice sportivo: due giornate a porte chiuse per l’Iter, con il divieto di accesso previsto per la sola curva Nord, quella degli ultras nerazzurri, nella terza delle prossime gare casalinghe. Ma c’è anche la paradossale squalifica di Koulibaly: due giornate, una per il fallo da ammonizione commesso sull’interista Politano e l’altro per l’applauso polemico rivolto all’arbitro Mazzoleni un istante dopo. Il forte difensore francese di origini senegalesi posta uno splendido messaggio in cui si dice fiero del colore della propria pelle e di essere «francese, senegalese, napoletano: uomo». Ma non gli vale la “grazia” in ambito sportivo. Non ce n’è neppure per il capitano dei partenopei, Lorenzo Insigne: due giornate anche per lui. Inviperito l’allenatore degli azzurri, Carlo Ancelotti: «Avevamo segnalato tre volte alla Procura federale gli ululati razzisti, la prossima volta saremo noi a uscire dal campo». E proprio la dichiarazione di Ancelotti svela la terribile fragilità del sistema. Perché anziché mettere al primo posto la battaglia contro le discriminazioni, ancora il capo della Federcalcio Gravina se n’esce con una paternale senza senso: «Il risultato sarebbe negativo per quella squadra, se non vengono rispettate le procedure previste dalle regole: capisco tutto, capisco l’esigenza di dare tutela alla dignità degli uomini e la volontà di evitare queste pagine negative del mondo del calcio, ma non dimentichiamo che esistono le regole, dobbiamo migliorarle e pretenderne l’applicazione». Insomma Gravina è, come dire, comprensivo sulla questioncella della dignità umana, ma non al punto da metterla al primo posto.

LO STADIO SVELA LA VIOLENZA DIFFUSA. E la sceneggiata del calcio non risparmia neppure il presidente degli arbitri. Nicchi. Al procuratore federale Pecoraro che dichiara di ritenere «giusta la sospensione di Inter- Napoli», il capo dell’Aia suggerisce di «fare il procuratore» perché «alla sospensione delle partite ci pensiamo noi», cioè gli arbitri, «e i responsabili dell’ordine pubblico». Che infatti mercoledì hanno consentito il becerume di San Siro, finché a Koulibaly sono saltati i nervi, con la beffa capolavoro dell’espulsione (probabilmente decisiva per la sconfitta del Napoli). Spettacolo indegno quasi quanto quello offerto dai teppisti. E qui ad essere chiamata in causa è anche la politica. Salvini dice di voler convocare al Viminale non solo i club di serie A ma anche «i capi delle tifoserie», perché non si può morire «mentre si va a una partita» e i violenti devono essere tenuti fuori. Originale e forse persino apprezzabile idea di “concertazione” applicata alla violenza negli stadi. Ma per esempio, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giorgetti è un po’ più drastico del leader e prefigura «la chiusura degli stadi in cui si verificano episodi di razzismo». Intanto il questore di Milano Cadorna sciorina il bollettino del mercoledì nero: tre arresti, nove Daspo pronti ad essere affibbiati ad altrettanti ultras dell’Inter, «una risposta durissima» che arriva grazie ai filmati. La banda di scalmanati dell’Inter si era alleata con gli ultras neofascisti del Varese, tra cui il povero Belardinelli, con 2 Daspo alle spalle, e quelli del Nizza, che cercavano «vendetta» contro i napoletani. A due chilometri da San Siro l’assalto della triplice alleanza alla carovana partenopea. Poi il Suv che arriva dall’altra corsia e travolge il 35enne tifoso arrivato da Varese. Su tutto, il contrasto in apparenza insensato fra i dati degli incidenti negli stadi, calati nei primi 3 mesi di campionato addirittura del 50%, e l’esplosione improvvisa del becerume bestiale, fuori e dentro il Meazza. Come se i rigurgiti vilenti e razzisti covati da una parte della società si liberassero in quella dimensione affrancata dalle regole che il tifo calcistico ancora rappresenta. Una rivelazione inquietante, che costringe ora calcio e politica a contromisure proprio per quell’universo rabbioso che i fatti di mercoledì paiono aver improvvisamente portato alla luce.

Cori contro i napoletani, multa di 20mila euro al Milan. La decisione del giudice sportivo per "un coro insultante di matrice territoriale", scrive l'1 febbraio 2019 La Repubblica. Il giudice sportivo della Lega di Serie A, Alessandro Zampone, in relazione alle partite valide per i quarti di finale della Coppa Italia, disputate fra martedì e ieri, ha inflitto al Milan un'ammenda di 20 mila euro per avere "i suoi sostenitori, prima dell'inizio della partita", contro il Napoli e "durante la stessa, precisamente al 9' e al 48' del secondo tempo, intonato un coro insultante di matrice territoriale". Multata anche l'Atalanta, ma di 5 mila euro, per avere "i suoi sostenitori, prima dell'inizio della partita", contro la Juventus "lanciato un fumogeno sul terreno di gioco e uno nel recinto di gioco". La sanzione "è stata attenuata per avere la società concretamente operato con le forze dell'ordine a fini preventivi e di vigilanza". (ANSA). 

Cori razzisti negli stadi. Cosa prevedono le nuove norme. Quando si potrà sospendere una gara, chi decide, cosa rischia la società responsabile. Cosa prevede la normativa contro il razzismo nel calcio, scrive Giovanni Capuano l'1 febbraio 2019 su Panorama. La notte di Santo Stefano a San Siro con i buu razzisti verso Koulibaly e la successiva chiusura dello stadio per due giornate, ha convinto la Figc a riscrivere le norme sulla discriminazione nel corso delle partite. Uno snellimento delle procedure per evitare il ripetersi delle polemiche di Inter-Napoli, con l'accusa al direttore di gara di non aver avuto polso e sensibilità per sospendere la gara in presenza di un comportamento chiaramente discriminatorio. Le nuove norme entrano in vigore con la 22° giornata del campionato di Serie A. Prevedono un'accelerazione della procedura di interruzione e sospensione delle partite (attenzione alla differenziazione nell'uso dei due termini) e un chiarimento definitivo delle responsabilità tra arbitro, ispettori della Figc e responsabile dell'ordine pubblico. Cosa accade, dunque, in presenza di cori razzisti o di discriminazione territoriale (e non solo) in uno stadio italiano? Ecco una guida alle nuove norme della Figc: Ecco come è stato modificato l'articolo 62 delle norme Figc.

Quali sono definiti comportamenti discriminatori? Per comportamenti discriminatori sanzionabili si intendono striscioni, scritte, simboli, cori, grida ed ogni altra manifestazione espressiva di discriminazione per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale o etnica. Dunque non solo i cosiddetti buu razzisti, ma anche tutto ciò che viene classificato come discriminazione territoriale.

Chi ha il compito di rilevare la presenza di striscioni o cori? La responsabilità dell'individuazione di cori o striscioni discriminanti è demandata al responsabile dell'ordine pubblico designato dal Ministero dell'Interno (un funzionario della Questura) e ai collaboratori della Procura Figc presenti nello stadio. In loro assenza spetta anche al delegato della Lega Serie A.

Chi decide se e come sospendere una partita? La sospensione temporanea o definitiva di una partita (o il ritardato inizio di essa) viene ordinato dal responsabile dell'ordine pubblico all'arbitro. E' l'uomo delegato all'ordine pubblico a decidere se e come una partita può riprendere: nessun altro può sostituirsi a lui in questa funzione, in nessuno dei passaggi della procedura anti-discriminazione della Figc.

Qual è il ruolo dell'arbitro? L'arbitro viene sgravato dalla responsabilità di essere colui che rileva la presenza di comportamenti discriminatori. Ha la facoltà di segnalarli nel caso se ne accorgesse in prima persona. Su ordine del responsabile dell'ordine pubblico ordina la sospensione temporanea e la eventuale ripresa di una partita, gestendo insindacabilmente la fase sospensiva (giocatori in campo o rientro negli spogliatoi). In caso di assenza del responsabile dell'ordine pubblico, dei collaboratori della Procura Figc e del delegato della Lega assume su di sé le loro mansioni ma può (in linea teorica) anche non dare inizio alla gara in caso di completa assenza di responsabili al mantenimento dell'ordine pubblico. E' evidente che si tratti di una fattispecie quasi impossibile in uno stadio professionistico.

Cosa succede se prima della partita ci sono comportamenti discriminatori? In presenza di cori o striscioni prima dell'inizio della gara, il responsabile dell'ordine pubblico per iniziativa propria o su segnalazione dei collaboratori della Procura Figc ordina all'arbitro di non dare inizio alla gara. Il pubblico sarà informato sui motivi attraverso annunci e la partita potrà cominciare solo su ordine dello stesso responsabile.

Cosa succede se si verificano una prima volta in partita? L'arbitro dispone l'interruzione temporanea e i calciatori si radunano al centro del campo. Il pubblico viene informato su quanto sta accadendo mediante annunci ad ampia diffusione. In caso di maltempo e di sospensione prolungata l'arbitro può decidere di far rientrare le squadre negli spogliatoi. La partita potrà riprendere solo su ordine del responsabile delegato dal Ministero dell'Interno.

Cosa succede se si verificano nuovamente comportamenti discriminatori? Il responsabile dell'ordine pubblico ordina all'arbitro la sospensione e i calciatori, su indicazione del direttore di gara, si radunano al centro del campo. Il pubblico viene informato su quanto sta accadendo mediante annunci ad ampia diffusione. In caso di maltempo e di sospensione prolungata l'arbitro può decidere di far rientrare le squadre negli spogliatoi. La partita potrà riprendere esclusivamente su ordine del responsabile delegato dal Ministero dell'Interno.

Si può arrivare alla sospensione definitiva della partita? Sì. Il non inizio, l'interruzione temporanea e la sospensione di una gara non possono prolungarsi oltre i 45 minuti. Trascorso questo tempo l'arbitro dichiarerà chiusa la partita e riporterà quanto accaduto nel referto da inviare agli Organi di Giustizia Sportiva.

Cosa succede in caso di sospensione definitiva di una partita?

Le sanzioni sono quelle previste dall'articolo 17 del Codice di Giustizia Sportiva e portano alla sconfitta a tavolino della società ritenuta responsabile anche in oggettivamente di fatti o situazioni che abbiano influito sul regolare svolgimento di una gara o ne abbiano impedito la regolare effettuazione.

La responsabilità oggettiva cambia?

No. E' un caposaldo della giustizia sportiva (non solo in Italia) e non viene modificata.

Quali sono le sanzioni in caso di interruzioni o sospensioni temporanee?

Le nuove norme prevedono lo stesso tariffario delle precedenti. In presenza di scritte o di cori con caratteristica di dimensione e percezione reale del fenomeno discriminatorio, scatteranno multe, chiusure di un singolo settore, obbligo di disputare partite a porte chiuse, squalifiche del campo a giornata o a tempo determinato fino ad arrivare - in linea teorica - all'esclusione o non ammissione al campionato. Tutto invariato, dunque, con però l'estensione anche ai comportamenti razzisti e discriminatori del sistema di esimenti e attenuanti fin qui previsto solo per gli atti violenti. Se una società avrà operato immediatamente per rimuovere le scritte o far cessare i cori e, soprattutto, se gli altri sostenitori presenti avranno chiaramente manifestato la propria dissociazione dai comportamenti discriminatori, la società potrà non rispondere degli atti discriminatori. Perché questo accada devono ricorrere congiuntamente tre delle seguenti circostanze: adozione di modelli organizzativi di prevenzione, cooperazione con le forze dell'ordine per prevenire o identificare i responsabili, azione immediata per rimuovere la discriminazione, dissociazione degli altri sostenitori e - infine - che non vi sia stata insufficiente attività di prevenzione.

“VESUVIO LAVALI COL FUOCO”. Gianluca Lengua per “il Messaggero” il 3 novembre 2019. Al minuto 68' di Roma-Napoli mentre i giallorossi erano in vantaggio 2-0 è in piena fase offensiva, l'arbitro Rocchi ha sospeso la partita perché dalla Curva Sud si è alzato il becero coro: «Vesuvio lavali col fuoco», segnalato da Koulibaly e indirizzato ai tifosi partenopei. Una decisione presa dopo che lo speaker dell'Olimpico aveva avvisato il pubblico che se fossero continuati i cori a sfondo razzista l'arbitro avrebbe potuto fermare il match. In effetti il nuovo regolamento prevede che già al primo annuncio il direttore di gara può fermare il gioco, di sua iniziativa o su suggerimento del responsabile dell'ordine pubblico designato dal ministero dell'Interno, dei collaboratori della Procura federale o, in loro assenza, del delegato della Lega Serie A. Così è stato, perché le due squadre sono state chiamate a centrocampo e ci sono rimaste per circa un minuto e mezzo durante il quale capitan Dzeko ha chiesto alla Curva di sostenere esclusivamente la squadra, senza insultare gli avversari. Rocchi lo ha ringraziato stringendogli la mano e ha fatto ricominciare la partita. Tutto è filato liscio fino al termine della gara, ma quando le squadre erano ormai negli spogliatoi qualche tifoso ha ricominciato con gli stessi cori. Cosa rischia la Roma? Si va da una multa, fino alla squalifica del settore, con sospensiva, per una giornata. Da segnalare che mentre la Curva cantava il coro di discriminazione razziale il resto dello stadio fischiava per esprimere la propria disapprovazione. In conferenza stampa Fonseca racconta come ha vissuto quel momento: «Devo dire che non avevo capito cosa fosse successo. Sono contro qualsiasi discriminazione, ma succede in molte partite e in tutto il mondo. Per me è stato più importante che il nostro capitano abbia parlato con i tifosi e loro non lo hanno più fatto». Infine, per Rocchi (di Firenze) i complimenti del suo concittadino e leader di Italia Viva, Matteo Renzi: «Conosco Gianluca Rocchi da anni - è il tweet dell'ex premier -. Fin dal settore giovanile ha sempre dimostrato di essere un grandissimo arbitro. Oggi bloccando la partita all'Olimpico per i cori contro la città di Napoli ha dimostrato a tutti di essere anche una grandissima persona».

Verona-Brescia, il momento in cui gli ululati razzisti scatenano l'ira di Balotelli. Repubblica Tv il 3 novembre 2019. Si sentono chiaramente gli ululati razzisti all'indirizzo di Mario Balotelli, in questo video amatoriale registrato sugli spalti della curva occupata dai tifosi del Verona. E' questo il momento in cui l'attaccante del Brescia scaglia il pallone in curva, all'indirizzo degli utlras razzisti, determinando la sospensione del match per alcuni minuti.

Cori razzisti a Verona: Balotelli lancia la palla contro i tifosi  Match sospeso per 4’. Pubblicato domenica, 03 novembre 2019 su Corriere.it. Verona-Brescia è stata interrotta per quattro minuti dopo che Mario Balotelli ha scagliato il pallone in curva e ha minacciato di andarsene dal campo, a causa degli ululati indirizzatigli dalla tifoseria veronese. «Adesso basta, non gioco più» ha urlato Balotelli. L’attaccante si è poi avviato con rabbia verso gli spogliatoi, pronto a lasciare il campo. È stato fermato da compagni e avversari. L’arbitro Mariani, dopo aver parlato con Balotelli, ha chiesto che lo speaker facesse l’annuncio di possibile sospensione del match. Il match è stato fermato per quattro minuti, mentre il pubblico gridava «Mario, Mario». Si è ripreso a giocare in un clima piuttosto teso. Il verona, già in vantaggio ha raddoppiato, ma al 40’ è stato proprio Balotelli con un gran tiro da fuori ad accorciare le distanze: non è bastato per evitare la vittoria per 2-1 del Verona. Il tecnico del Verona, Ivan Juric, contesta la ricostruzione e sostiene con forza che non ci siano stati cori razzisti. «Basta con le bugie. Si sono sentiti grandi fischi e grandi sfottò, ma non c’è stato nessun coro razzista: almeno oggi non è successo». Juric, va oltre e attacca: «I razzisti mi fanno schifo, ma in Italia ormai il clima è questo. Sono il primo a condannarli, anche perché a me che sono croato gridano zingaro di m... I razzisti mi fanno schifo e sono il primo a denunciare certe cose anche se vengono dai miei tifosi». L’allenatore del Verona però dà torto a Balotelli e al suo gesto. «Non ho paura a dirlo: non facciamo un caso dove non c’è, non diciamo cazzate. Non so perché tira via il pallone, ma il problema è suo, non mio».

Balotelli, una pallonata ai razzisti. Sente insulti, si ribella e minaccia di andarsene. Ma Verona non ci sta. Davide Pisoni, Lunedì 04/11/2019 su Il Giornale. E dire che avrebbe potuto giocare proprio nel Verona. Un'ipotesi, idea, suggestione di calciomercato che aveva avvicinato Mario Balotelli ai gialloblu la scorsa estate. Ma la piazza scaligera si era subito divisa tra pro e contro l'affare. Alla fine Balo ha scelto il «suo» Brescia. E ieri al Bentegodi si è comunque scritta una brutta pagina della rivalità. È il nono minuto della ripresa, l'azione si sviluppa nei pressi della bandierina del calcio d'angolo, sotto la curva dei tifosi di casa. Mario riceve palla, ma all'improvviso la prende in mano e con un calcio violento la spedisce verso gli spalti. L'attaccante del Brescia esce dal campo minacciando di non voler più giocare. Avversari e compagni lo convincono a desistere e a continuare la partita, sospesa per quattro minuti e ripresa dopo l'annuncio dello speaker contro i cori razzisti. Balotelli sbaglia un gol facile e subito dopo il Verona raddoppia. Super Mario però ha la forza di riaprire la gara con un capolavoro, che è anche la miglior risposta agli insulti insieme al video We Africa postato sui social dove bambini di colore lo incitano, il tutto accompagnato dal messaggio: «Il razzismo è solo ignoranza...». Ma Il presidente del Verona Setti non ci sta: «Si sta ingigantendo qualcosa che non c'è. Quando si parla di un campione come lui si dà più peso a certe situazioni. Lo prenderei anche domani nella mia squadra. Gli ho chiesto scusa, in ogni caso». L'allenatore del Verona Juric si è detto sicuro di aver sentito solo «fischi e sfottò per un grande giocatore». Il collega del Brescia Corini replica: «Mario ha detto di aver sentito qualcosa». E anche gli ispettori federali, mentre spunta un video amatoriale in cui si sentono gli ululati. Probabile che il giudice sportivo disponga un supplemento d'indagine per stabilire quanti tifosi siano stati coinvolti. Ignoranti, ma anche senza memoria. C'era un modo per mandare in tilt Balotelli e l'avevano scoperto proprio a Verona cinque anni fa quando giocava nel Milan. L'aveva raccontato lo stesso Balo: «Quel giorno al Bentegodi mi mandarono in confusione quando cominciarono a fare cori in mio favore per sfottò».

Gli ultrà dell’Hellas insistono: «Balotelli mai vero italiano». Pubblicato lunedì, 04 novembre 2019 da Corriere.it. Partita sospesa per quattro minuti per cori razzisti. Balotelli che scaglia il pallone in curva per protestare contro gli insulti. Il giorno dopo l’ennesimo episodio becero in uno stadio che dovrebbe accogliere solo gioco e tifo sano, e mentre arriva da ogni parte solidarietà al giocatore bresciano, gli ultrà dell’Hellas non cambiano i toni e cercando di minimizzare l’accaduto, rincarano la dose. «Balotelli, che è un giocatore finito, ha deciso ieri, spinto secondo me da qualcuno e qualcosa, a fare quella pagliacciata e a lanciare il pallone in curva» ha affermato lunedì mattina il capo ultrà dell’Hellas Verona, Luca Castellini, intervistato al «Morning show» dell’emittente veneta Radio Café sui cori razzisti al centravanti del Brescia da parte della curva del Bentegodi. «L’anno prossimo - ha proseguito Castellini - Balotelli non gioca più a calcio, andrà in televisione a fare la primadonna. Appena è stato sotto la curva del Verona ha deciso di lanciare il pallone. A Verona lui si infastidisce perché gli cantiamo ”Mario Mario” e lui preferisce essere insultato, come fanno tutti quanti. Ha infamato Verona». Interpellato dai conduttori della trasmissione che gli hanno fatto ascoltare la registrazione degli ululati, Castellini ha sostenuto che «ci sarà qualcuno che lo ha fatto, dieci persone, sette», ma ha precisato che non li escluderebbe dalla curva. «Balotelli è italiano perché ha la cittadinanza italiana ma non potrà mai essere del tutto italiano» prosegue Castellini. Alla domanda se la tifoseria veronese sia razzista, Castellini ha aggiunto che «ce l’abbiamo anche noi un “negro” in squadra, che ha segnato ieri, e tutta Verona gli ha battuto le mani». Dopo la partita il Verona ha minimizzato l’episodio, sottolineando che i presunti cori razzisti non erano stati uditi. «Noi tutti oggi, al Bentegodi, non abbiamo sentito alcunché», ha affermato il presidente Maurizio Setti, «posso solo dire che i tifosi del Verona sono particolari. Hanno un modo di `sfottere´ gli avversari carico di ironia ma il razzismo qui non esiste, da tempo, almeno da quanto ci sono io alla guida del club». Resta il fatto che gli ispettori federali avrebbero sentito i cori e i buu, anche se sarebbero stati fatti da poche decine di tifosi. Martedì sul caso si esprimerà il giudice sportivo, ma è probabile che chieda alla Procura federale un supplemento d’indagine per stabilire quanti siano stati i tifosi del Verona coinvolti. Un supplemento d’indagine fu chisto anche per i casi di Vieira (il centrocampista della Sampdoria preso di mira dai tifosi della Roma) e Dalbert (il difensore della Fiorentina `beccato´ da alcuni tifosi dell’Atalanta). Balotelli in serata ha postato un video di bambini africani che fanno il tifo per lui: «Il razzismo è solo solo ignoranza, ce ne sono tanti purtroppo di ignoranti, ma noi siamo qui per dirti che siamo tutti con te, che sei un campione e ti vogliamo bene», afferma il fondatore di `We Africa to Red Earth´, Adriano Nuzzo, che da una missione ha inviato il messaggio di sostegno al giocatore del Brescia. «Balotelli uno di noi», dice uno dei bambini del video. In un altro post ha espresso gratitudine per la generale solidarietà. «Grazie a tutti i colleghi in campo e non, per la solidarietà avuta nei miei confronti e a tutti i messaggi ricevuti da voi tifosi. Grazie di cuore, avete dimostrato di essere veri uomini, non come chi nega l’evidenza». Sempre su Instagram, il giocatore, commentando un video della curva del Verona, ha aggiunto: «Chi ha fatto il verso della Scimmia si vergogni». Comportamenti razzisti condannati con decisione dai vertici del Brescia. «Alla luce di quanto accaduto alla Stadio Bentegodi di Verona, durante la partita Hellas Verona-Brescia, valida come 11a giornata di Serie A, il Brescia Calcio stigmatizza il comportamento di alcuni tifosi della squadra di casa che si sono resi protagonisti di un comportamento indegno e incivile, ai danni del giocatore Mario Balotelli». È detto in una nota diffusa dal club bresciano nella tarda serata di domenica in riferimento a quei tifosi che hanno indirizzato cori razzisti contro Mario Balotelli. «Non meno gravi, sono apparse le dichiarazioni di alti rappresentanti manageriali della società Hellas Verona, a televisioni e organi di stampa, nel tentativo di negare o minimizzare la gravità dell’accaduto - precisa la nota della società -. Quanto accaduto dalla zona interessata del campo di gioco non è stato infatti sentito solo dai giocatori del Brescia ma anche da quelli avversari e presumibilmente anche dal direttore di gara, tenuto conto delle immagini televisive che evidenziato come compagni di squadra, avversari e terna arbitrale abbiano ripetutamente cercato di convincere Balotelli a non lasciare il campo di gioco. A conferma di questo è giunta notizia che anche gli ispettori federali presenti al Bentegodi hanno sentito i cori razzisti ai danni del nostro giocatore e pare siano intenzionati a chiedere un supplemento d’indagine alla Procura federale, dopo che il giudice sportivo si sarà espresso sulla vicenda. Il Brescia Calcio esprime tutta la sua indignazione per il fatto che, ancora oggi, possano verificarsi episodi di questo genere e di tale gravità: questo pomeriggio è accaduto a un nostro giocatore ma sarebbe potuto accadere a chiunque altro, di qualsiasi squadra e la condanna sarebbe stata egualmente ferma e decisa. Il calcio è di tutti e tutti meritano lo stesso rispetto!».

Ultrà del Verona e di Hitler:  la vita di Castellini tra stadio e Forza Nuova. Le tesi filonaziste esposte in tv. Pubblicato lunedì, 04 novembre 2019 su Corriere.it da Claudio Del Frate e Angiola Petronio. Capo ultrà del Verona ma anche dirigente di Forza Nuova: sono queste le coordinate pubblica di Luca Castellini, 44 anni, esponente dell’ultradestra che ha dichiarato che Mario Balotelli «non sarà mai italiano». Ricevendo una piccata replica dal calciatore. Castellini incarna la saldatura, presente in molti stadi d’Italia, tra tifo oltranzista e ideologia neonazista. Anche ieri, dopo il polverone di polemiche suscitato dalle sue parole, ha pubblicato su twitter una frase che non lascia equivoci: «sarò perseguitato e odiato dai controllori ed esecutori della commissione Segre?». Cori da ultrà e slogan xenofobi e neo fascisti si mescolano nell’immaginario di Castellini: «Siamo una squadra a forma di svastica, che bello se ci allena Rudolf Hess» dice del suo Verona. E intervistato dai microfoni di «Non è l’arena» se la cava dicendo: «E’ solo una goliardata, per noi è una cosa divertente. Hitler si è macchiato di atrocità molto meno della democrazia, di Stalin, della Chiesa. Gli ebrei hanno subito un genocidio? Eppure comandano il mondo». Un video in rete lo immortala mentre dal palco di un raduno di ù proclama: «Chi ci ha regalato questa festa ha un nome e un cognome: Adolf Hitler!». Verona è una delle città italiane dopo con maggiore virulenza si stanno manifestando sentimenti dell’ultradestra: Castellini partecipò (ma non prese la parola) anche al congresso della famiglia organizzato un anno fa, proprio nella città scaligera, dai conservatori cattolici. La sua linea politica, tuttavia, non aderisce a quella della Lega o Fratelli d’Italia. proprio in occasione del voto sulla mozione Segre in Senato aveva definito «una pagliacciata» l’astensione del centrodestra. Avrebbe preferito un no esplicito. E annuncia che sarà in piazza il 9 novembre «per rispondere all’ennesimo tentativo di imbavagliare il dissenso e la libertà di espressione degli italiani, contro ogni Ministero della verità!». Oltre che su twitter (dove lamenta la chiusura della pagine vicina all’ultradestra italiana «Il primato nazionale») Castellini è attivo anche su V-kontakt, il cosiddetto «facebook russo» grazie al quale è possibile aggirare la policy antirazzista del social di Zuckerberg. Un social molto frequentato da militanti dell’ultradestra di tutta Europa. Nel suo curriculum spiccano anche un comunicato (a nome di Forza Nuova del Nord Italia) a difesa di Luca Traini, l’esponente dell’ultradestra che ferì a colpi di pistola sei immigrati a Macerata, e anche un arresto risalente al 2003: finì in manette per un raid, compiuto con altri estremisti, ai danni del fondamentalista islamico Adel Smith avvenuta in diretta durante una trasmissione tv di un’emittente veronese. Attualmente Castellini può seguire le partite del Verona solo dalla tv: è colpito infatti da un Daspo fino al 2022. Ex portavoce della Curva Sud, ruolo da cui è stato detronizzato, mantiene però il controllo di una parte della tifoseria. «Preciso che non sono a capo di nessuna curva e che qualsiasi mia dichiarazione passata presente o futura è fatta solo e soltanto come dirigente di Forza Nuova». nella vita privata è sposato, padre di due figli e ha un diploma di ragioneria. Il temperamento del personaggio non ammette mezze misure. Anche ieri, di fronte alla replica di mario balotelli non ha perso tempo e ha replicato: «Balotelli volevi godere del black pass de “il negro ha sempre ragione”, ma tu sei più stupido che negro».

Balotelli replica al capo ultrà del Verona: «Siete dei piccoli esseri ignoranti». Pubblicato lunedì, 04 novembre 2019 da Corriere.it. Dopo il duro attacco del capo ultrà del Verona Luca Castellini, non si fa attendere la risposta di Mario Balotelli in merito agli insulti razzisti subiti nel corso di Verona-Brescia. «Qua amici miei non c’entra più il calcio. State insinuando a situazioni sociali e storiche più grandi di voi, piccoli esseri». Questa la risposta via Instagram di Supermario alle parole di Castellini su quanto accaduto nella sfida con il Brescia. «Qua state impazzendo, svegliatevi ignoranti, siete la rovina. Però quando Mario faceva e vi garantisco farà ancora gol per l’Italia, vi stava bene, vero? Le “persone” così vanno radiate dalla società, non solo dal calcio -aggiunge nel suo post social Balo -. Basta mandar giù ora. Basta lasciar stare. Basta. Basta». Le parole di Balotelli rinfocolano la polemica che ormai prosegue da domenica sulla quale intervengono anche fonti della procura della Figc che riferiscono all’Ansa: «Erano venti a far buuh e ululati razzisti, il resto della curva veronese applaudiva invece Balotelli». Sarebbe questa la percezione avuta dagli inquirenti sportivi della contestazione discriminatoria nei confronti dell’attaccante del Brescia. E sarebbe quindi questa la comunicazione avuta dal giudice sportivo chiamato a decidere sulla vicenda.

Cori contro Balotelli, Salvini: "Un operaio Ilva vale 10 volte più di lui. Non abbiamo bisogno di fenomeni". Anche il sindaco di Verona Sboarina e l'ex ministro Fontana minimizzano: "Gogna mediatica". Le condanne arrivano da Pd, M5S, Iv, Leu. Il vicepresidente dell'Uefa: "La responsabilità è anche dei politici". Meloni: "Si devono prendere provvedimenti, se gli insulti ci sono stati". La Repubblica il 04 novembre 2019.  È intervenuto anche il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, per condannare quello che è successo ieri allo stadio Bentegodi, con i cori e le urla contro Mario Balotelli. "Verona non è quella che si vede allo stadio", ha detto. E la politica? Su un caso del genere, mentre il capo degli ultrà veronesi Luca Castellini - esponente di Forza Nuova - dichiara "Balotelli non sarà mai del tutto italiano", le reazioni arrivano quasi solo dal centrosinistra e dai Cinquestelle. Con un silenzio durato molte ore a destra. In realtà rotto dalla Lega. Ma solo per minimizzare. Il leader Matteo Salvini, anzi, sembra quasi cercare lo scontro con il calciatore (i due si erano già "beccati" in passato). "Con 20 mila posti di lavoro a rischio - dice Salvini - Balotelli è l'ultima mia preoccupazione, ma proprio l'ultima ultima ultima. Vale più un operaio dell'Ilva che 10 Balotelli. Il razzismo va condannato ma non abbiamo bisogno di fenomeni", dice rispondendo a una domanda sul caso durante una conferenza stampa in Senato. L'ex ministro leghista Lorenzo Fontana, già ieri, aveva parlato di "una vergognosa gogna mediatica contro Verona e i suoi tifosi". Posizione condivisa dal primo cittadino di Verona, Federico Sboarina e ribadita anche oggi: "Non può esistere che da un presupposto che non esiste, perché allo stadio non ci sono stati cori razzisti, venga messa alla gogna una tifoseria e una città". Mentre la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, rispondendo a una domanda sulle parole del capo ultrà Castellini, dice: "Se insulti razzisti ci sono stati, penso che si debbano sempre prendere provvedimenti perché assolutamente bisogna combattere il razzismo negli stadi". Poi però precisa: "Non ho seguito la cosa, non ero allo stadio. Ho sentito che qualcuno invece diceva che non c'erano stati questi cori ma questo non sono in grado di dirlo perchè allo stadio non c'ero". Più netti i toni da centrosinistra e Cinquestelle. Sia sui fatti dello stadio sia sulle parole di Castellini. A invocare una condanna da parte di società e sindaco è il ministro dello sport, Vincenzo Spadafora, dei 5Stelle: "Chiedo al Verona di condannare fermamente quanto avvenuto e prendere i necessari provvedimenti, anche alla luce delle dichiarazioni del suo capo ultrà". E il ministro chiede anche al sindaco "che ha negato che ieri ci siano stati cori razzisti e incolpato il giocatore Balotelli di aver avviato una gogna mediatica contro la città, di rivedere i filmati e prendere le distanze da quei cori". Il presidente del Parlamento europeo, il democratico David Sassoli, twitta: "Balotelli è del tutto italiano. Balotelli è del tutto europeo". E il presidente della Camera, Roberto Fico: "Non sarà mai del tutto italiano chi è razzista, perché non rispetta i principi base del nostro vivere insieme come comunità". Il governatore dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, chiede "squalifiche record contro il razzismo". "Credo che la società debba prendere immediati provvedimenti contro il capo della tifoseria Luca Castellini", dice presidente dei senatori Pd, Andrea Marcucci. Sulla stessa linea la nota del Movimento 5 stelle: "Le parole pronunciate contro Balotelli - si legge nella nota firmata dai senatori  M5s della commissione diritti umani - , frutto di ignoranza, di scarsa conoscenza della storia e di una pericolosa visione del mondo che non va oltre i confini di casa, sono di una gravità assoluta". Il parlamentare di Leu, Nicola Fratoianni, chiede alla società di prendere provvedimenti e alla magistratura di valutare le parole del capo ultrà del Verona. La ministra di Italia Viva, Teresa Bellanova, dice: "Mario Balotelli è nato e cresciuto in Italia. Non è certo il colore della sua pelle a determinarne l'identità e il Paese di cui si sente cittadino. E d'altra parte non saprei quale identità dare a Luca Castellini, se non quella di un razzista arrogante". Sono uomini di sport esprimere giudizi duri nei confronti delle responsabilità della politica. Come l'ex ct Arrigo Sacchi che ammette il ruolo di Matteo Salvini nello sdoganare certi comportamento dei tifosi. E Michele Uva, vicepresidente Uefa che - oltre a chiedere un intervento delle società - dice: "Gli episodi derivano non solo dalla cultura all'interno degli stadi, purtroppo è una cultura che si materializza nelle strade e grande responsabilità ce l'hanno anche i nostri politici".

Dagospia il 4 novembre 2019. Da Circo Massimo - Radio Capital. "Il calcio è il riflesso della vita sociale, della storia e della civiltà di un paese. Purtroppo non scordiamoci che questo è uno dei paesi più corrotti d'Europa, in cui ci sono 4-5 mafie e in cui si cercano sempre scorciatoie per vincere. Le frange più delinquenziali, più violente, sono state ingaggiate dalla società per vincere in qualsiasi modo. Abbiamo disconosciuto tutti i valori, non solo nel calcio ma anche nella vita. Il nostro paese non è solo in crisi economica ma anche in crisi morale e culturale. È un paese che disconosce regole e valori. È un fatto culturale e non si risolve facilmente": a Circo Massimo, su Radio Capital, Arrigo Sacchi commenta così i buu razzisti a Mario Balotelli da parte della curva del Verona. "Molti ultras sono sovvenzionati dai club", ricorda l'ex ct della nazionale, "E so che sono organizzati in modo delinquenziale. Succede di tutto, con il benestare di tutti. Anche dei politici". Un politico come Salvini, che parla in un certo modo dei migranti e che in passato è stato ripreso mentre cantava cori contro i napoletani, sdogana ancora di più certi comportamenti dei tifosi? "Sì", risponde Sacchi, "Come i mass media hanno paura di perdere audience, i politici hanno paura di perdere voti. È una gara a chi è più opportunista". Sacchi ricorda che episodi del genere c'erano anche anni fa: "Si è generato questo fenomeno non solo con giocatori di colore: mi ricordo giocatori e allenatori che sono stati insolentiti per tutta la partita. A me a Verona tirarono le monetine. E nessuno ha mai detto nulla". "Mi spieghino perché le curve sono dei porti franchi", continua, "Anche molti dirigenti sono collusi. In passato si diceva di un allenatore che quando faceva i contratti voleva 200 biglietti per le curve... sono rapporti che disconoscono i meriti, come spesso, fortunatamente non sempre, succede in questo paese". Sacchi non ha dubbi su quale può essere la soluzione: "Bisogna cominciare a pulire le curve. Tanto si conoscono quali sono le persone meno affidabili, e uso un eufemismo. E gli impediscano veramente di venire allo stadio, come hanno fatto in Spagna: lì hanno risolto il problema degli ultras non facendoli più entrare".

Lucia Landoni per repubblica.it il 4 novembre 2019. Dai campi di provincia a quelli di serie A, il razzismo negli stadi non conosce differenze di categorie: sabato 2 novembre, poche ore prima che Mario Balotelli venisse insultato con cori razzisti dagli ultrà dell'Hellas Verona, un giovanissimo giocatore della squadra brianzola Aurora Desio Calcio è stato bersagliato da insulti razzisti durante la partita della categoria Pulcini 2009 contro la Sovicese. Il bambino, di appena dieci anni, è stato definito "negro di m..." dalla madre di un avversario. Dimostrando una maturità superiore a quella degli adulti, ha continuato a giocare senza batter ciglio, ma al termine del match ha raccontato l'accaduto - quelle parole erano state sentite anche da altri bambini - all'allenatore e ai genitori. La reazione, però, arriva subito: sabato prossimo i giocatori della categoria Juniores di entrambe le squadre scenderanno in campo con il volto dipinto di nero. Immediata la reazione della società, che ha deciso di rendere pubblico l'accaduto con un post pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale: "Con questa lettera, l'Aurora Desio vuole pubblicamente denunciare questa vergogna alle autorità politiche nazionali e locali, alla Lnd Figc, ai media locali e non, affinché si faccia squadra contro questo disgustoso fenomeno" vi si legge. I vertici della società di Desio si sono rivolti anche alla dirigenza della Sovicese, chiedendo di avviare un'indagine interna per risalire all'identità della persona da cui sono partiti gli insulti: "Finché non sarà individuata e oggetto di Daspo temporaneo dai campi giovanili, ci rifiuteremo di incontrare la Sovicese in qualsiasi competizione ufficiale, anche a costo di rischiare multe e penalizzazioni" hanno scritto su Facebook. Una presa di posizione netta, che ha già portato a un primo risultato: "Sono stato contattato dalla Sovicese - spiega Alessandro Crisafulli, direttore generale del settore giovanile dell'Aurora Desio - Mi hanno comunicato che hanno avviato l'indagine e che sono disponibili a fare con noi un gesto simbolico contro il razzismo. Sabato prossimo le due squadre si incontreranno nuovamente, questa volta per il campionato della categoria Juniores, ovvero quella dei ragazzi di 17/18 anni, e tutti i calciatori scenderanno in campo con il volto dipinto di nero. Lo faranno anche altre società brianzole, che hanno saputo dell'episodio e vogliono dimostrarci così la loro vicinanza". Insulti così gravi provenienti dalle tribune fanno in questo caso doppiamente male perché rivolti a un bambino e perché l'Aurora Desio è "notevolmente impegnata sul fronte del coinvolgimento e dell'educazione dei genitori alla sportività - continua Crisafulli - Organizziamo periodicamente laboratori mirati, ci siamo dati un codice etico e del nostro staff fanno parte uno psicologo dello sport e anche un manager etico, che è l'ex arbitro di serie A Angelo Bonfrisco. Episodi del genere ci danno la spinta per continuare a lavorare e fare sempre di più contro il razzismo".

Razzismo nel calcio: le scuse da fare a Balotelli (e agli altri). Gare sospese a Roma e Verona, la difesa del presidente Setti che nega l'evidenza. E quel precedente di dieci anni fa...Giovanni Capuano il 3 novembre 2019 su Panorama. Dieci anni fa un giovanissimo Balotelli, uscendo dal Bentegodi dopo un Chievo-Inter a nervi tesi, apostrofò il pubblico veronese dicendo che faceva schifo e che tutte le volte era lo stesso spettacolo fatto di ululati e insulti. Allora il giovane Balotelli fu sgridato e multato per aver rivolto un applauso ironico alla tifoseria avversaria, tanto da doversi quasi scusare per la sua reazione. Dieci anni (e diversi episodi) più tardi la scena si è ripetuta a Verona solo che questa volta Balotelli ha preso il pallone e lo ha scagliato verso la curva dell'Hellas, minacciando di andarsene. E' stato fortunatamente trattenuto da compagni e avversari, l'arbitro Mariani ha fermato la partita e dopo l'annuncio di prassi dello speaker tutto è filato liscio. Nel fine settimana in cui la stessa cosa è accaduta anche all'Olimpico durante Roma-Napoli. L'allenatore del Verona, Juric, si è presentato furente in sala stampa per gridare che non era accaduto nulla e nessuno aveva sentito niente. Solo cori e fischi. Il presidente Setti ha rincarato la dose: "Posso solo dire che i tifosi veronesi sono particolari e hanno un modo di fare simpatico di prendere in giro la gente, ma il razzismo non esiste e se esiste noi siamo i primi che lo condanniamo". E poi avanti con una reprimenta ai giornalisti che vogliono scrivere pezzi sul tema parlando di Verona, del Verona e dei suoi tifosi "ironici". Il dibattito si è in fretta spostato sulla reazione di Balotelli che dieci anni più tardi è finito nel mirino, quasi a doversi scusare per l'ennesima balotellata della sua carriera. Poi, per fortuna, si è capito che quegli ululati li avevano sentiti anche gli ispettori federali ed è uscito un video che li provava. Che fossero di pochi e non di tanti, conta poco. Nessuno generalizza additando i veronesi come gente razzista. Ma quei pochi secondi di verso della scimmia, ben udibili a pochi metri di distanza da Balotelli, sono sufficienti per dire che le parole del post-partita sono state inaccettabili e che a Balotelli bisognerebbe chiedere scusa e non pretendere da lui di giustificarsi per una reazione umana e legittima. Non esiste l'onere della prova per le vittime del razzismo altrui. Non ci può essere sempre un distinguo, una precisazione, l'associazione di un uomo (prima ancora di un calciatore) a qualcosa fatto in passato che lo può rendere odioso e odiato. Le cose vanno definite col loro giusto nome ed è il primo passo verso la soluzione del problema. A Verona il razzismo da stadio esiste e già in passato era stato denunciato; l'ultimo caso nella gara contro il Milan. Tapparsi le orecchie e fare finta di nulla non serve a niente se non a coprirlo. Altrove hanno cominciato a combatterlo e, per quanto battaglia lunga, è l'unica strada da percorrere. Ecco perché domenica 3 novembre 2019 va segnata sul calendario come una giornata da ricordare e non da cancellare in fretta.

Dal razzismo contro Dzeko e Brozovic, agli insulti ad Astori, scrive Marco Baroneschedule il 25 febbraio 2019 su vivoperlei.calciomercato.com. Ci risiamo. Anche questa domenica calcistica ha evidenziato la bassezza della nostra società. Che la situazione sia sfuggita di mano è evidente. Dovevano venire gli ispettori dell'ONU per il problema razzismo in Italia. Da mesi se ne è persa traccia. Avranno forse sbagliato Paese? Se quanto accaduto contro Dzeko o contro Brozovic, nell'ultimo caso circola un video di un paio di persone che lo insultano, in coro, con "zingaro" come "zingaro" e non solo è stato chiamato, con chiaro intento razzista e dispregiativo, Dzeko, fosse accaduto in Premier, sarebbero intervenuti immediatamente gli steward, avrebbero accompagnato questi non signori fuori dalla stadio, la società gli avrebbe vietato l'accesso allo stadio per alcuni anni e li avrebbe denunciati nelle sedi civili, per chiedere i danni e penali. Il nuovo regolamento, macchinoso, non può controllare tutto. Ci sono situazioni che possono sfuggire e ci si domanda perchè i tifosi vicino a questi delinquenti, perchè chi compie un gesto razzista delinque, commette un reato, non reagiscono, con fermezza? Non bloccano queste persone? Non sono stati gli unici casi di razzismo ed insulti negli stadi, ve ne sono stati altri, oramai ciò è la norma in un Paese come quello italiano, disastrato. Per non parlare dello sfogatoio dei social. Per insultare i tifosi viola alcuni hanno insultatoAstori. Ciò è vergognoso. Non è calcio, questo. Lo abbiamo detto. Ma questi episodi continuano a ripetersi. Ogni domenica, ogni turno, dalla A alle categorie minori. E ci troviamo puntualmente a fare la cronaca, impotenti. Per quanto, ancora?

Il tifoso, Brozovic "zingaro" e il razzismo a due velocità del calcio italiano. L'immagine della notte del Franchi e il confronto col modello inglese. Forze dell'ordine e Fiorentina, riusciamo a bandirlo dallo stadio? Scrive Giovanni Capuano il 25 febbraio 2019 su Panorama. L'immagine è chiara e non lascia spazio ad alcun dubbio. C'è un uomo sulla quarantina, porta gli occhiali, che si alza dal suo posto e apostrofa il centrocampista croato dell'Inter Brozovic che si avvicina alla bandierina del calcio d'angolo: "Oh, sei uno zingaro...". Una cantilena che si distacca nel brusio generale. Veste blue jeans e indossa una giacca scura. Il video è rintracciabile in Rete e racconta uno dei tanti aspetti da cancellare della notte di Fiorentina-Inter che passerà alla storia per il cortocircuito dell'arbitro Abisso al Var e le polemiche per il rigore regalato alla Viola che costa due punti pesanti ai nerazzurri in chiave Champions League. Apparentemente nessuno interviene. Nessuno si scandalizza. Brozovic calcia il suo corner e il tifoso torna a sedersi come se nulla fosse. Invece no, qualcosa di grave è accaduto e quei secondi che faranno il giro del web portando l'immagine del calcio italiano in giro per il mondo non possono cadere nel vuoto come se non esistesse medicina al razzismo da stadio. Sia chiaro. Le norme attuali, anche quelle inasprite dopo il caso-Koulibaly, non consentono alcun intervento del giudice sportivo contro la Fiorentina. Si tratta di un singolo e manca completamente il presupposto della dimensione e percezione del fatto da parte del resto del pubblico, compreso quello a casa. Però quel tifoso è lì. Identificabile facilmente. Nell'era dei biglietti nominali e delle telecamere a circuito chiuso, con un minimo di attenzione non dovrebbe essere difficile associare all'immagine un nome e un cognome per poi applicare il celebrato modello inglese, quello in cui sono i club per primi a chiudere la porta in faccia ai razzisti perché non sporchino l'immagine di una società e di una città. A Londra e dintorni basta un frame in cui si riprende chi lancia una banana o mima il gesto di un aereo perché scatti l'esclusione prima ancora dell'intervento della giustizia. Qui c'è di più. Molto di più. Cosa farà la Fiorentina cui consegniamo questo video? Avrà la voglia e la forza di bandire dal proprio stadio quella persona? O si unirà al silenzio colpevole (e anche un po' complice) dei compagni di settore che hanno scelto di non intervenire? La lotta al razzismo è sacrosanta ma si deve alimentare prima di tutto di piccoli e significativi gesti. Non basta indignarsi pr i buu a Koulibaly e stangare un club per poi dimenticarsi di fare pulizia in casa propria. Ciascuno partendo da quello che può chiedere a se stesso e ai propri tifosi, anche a costo di farsi qualche nemico, prima di chiedere alle istituzioni di fare un passo in più. 

Lezioni di fairplay giornalistico. Gli "zingari" del calcio e gli autogol de "Il Giornale". L'ultima sparata del team di Mario Giordano scatena un incidente diplomatico con l'ambasciata di Romania in Italia, e perfino una "guerra mediatica" su Wikipedia, scrive il 22 maggio 2009 Carlo Gubitosa. Sembrava un innocuo redazionale sportivo, ma si e' trasformato nella miccia che ha fatto esplodere una guerra mediatica. Il 21 maggio "Il Giornale" celebra la vittoria europea dello Shaktar Donetsk scrivendo che "Mircea Lucescu, 64enne zingaro romeno della panca, porta a casa la coppa Uefa". La squadra e' ucraina, Lucescu non e' zingaro, ma che c'e' di male a chiamare zingaro un romeno, anche se si tratta di un allenatore sportivo che non suona il violino e non ruba bambini? Lo spiega l'ambasciata di Romania in Italia, con una dura lettera indirizzata alla redazione di Mario Giordano, dove l'ambasciatore "esprime la sua indignazione", per la scelta di "presentare il risultato di una partita di calcio in termini razziali e con tendenze xenofobe". Ce n'e' abbastanza per farci i titoli di testa di quotidiani e TG, ma nel nostro paese "mediaticamente anormale" queste piccolezze non fanno audience: l'unica reazione rimane quella del popolo della rete, che risponde alla provocazione razzista del "Giornale" con una "guerra di parole" su Wikipedia. Nel pomeriggio dello stesso giorno, Grazie all'intervento di una mano anonima, sull'edizione inglese della piu' famosa enciclopedia di internet tutti i direttori del "Giornale" diventano "zingari", dallo "zingaro Indro Montanelli" fino allo "zingaro Mario Giordano". Questo "vandalismo" telematico lascia dietro di se' come unica firma l'indirizzo internet 79.113.247.94, che il servizio di tracciatura whatismyipaddress.com fa risalire alla citta' romena di Arad e al provider "Romania Data Systems". Non possiamo essere sicuri al 100% che il vandalismo su Wikipedia sia la diretta conseguenza del vandalismo con cui "Il Giornale" ha devastato le regole del buon giornalismo perfino nelle pagine sportive, e sinceramente c'e' da augurarsi che la concomitanza dei due eventi sia solo una coincidenza. Ma se cosi' non fosse, questo episodio dimostrerebbe chiaramente che i panni sporchi dei giornali italiani si lavano sempre meno in famiglia, e che i "media dell'odio" sono capaci di scatenare reazioni anche al di fuori dei confini della nostra "piccola nazione di provincia", con conseguenze che nessuno puo' ancora immaginare.

Cori razzisti a Balotelli: si muove la Procura di Verona. Le Iene il 6 novembre 2019. Dopo gli ululati razzisti rivolti a Super Mario durante il match contro il Verona, aperti due fascicoli di indagine per istigazione alla discriminazione razziale. Nicolò De Devitiis ha incontrato Balotelli, e lo ha convinto ad accettare le scuse di uno degli ultras veneti. Ma la sciarpa della squadra avversaria, quella, non ha proprio accettato di indossarla. “Erano pochi coglioni, ma non 2 o 3, perché li ho sentiti dal campo”. Così Mario Balotelli ha risposto al nostro Nicolò De Devitiis, che lo ha intervistato sul caso dei cori razzisti da parte di un gruppo di ultras dell’Hellas Verona. E poche ore dopo quei cori, qualcosa ha cominciato a muoversi. La Procura di Verona ha aperto due fascicoli d'indagine ipotizzando la violazione della legge Mancino sull'istigazione alla discriminazione razziale. Sotto accusa sia gli “uh uh uh”, che hanno costretto SuperMario a un gesto stizzito durante la partita contro il suo Brescia, sia le dichiarazioni del capo della curva, Luca Castellini, che in una trasmissione radiofonica aveva detto: “Mario Balotelli è italiano perché ha la cittadinanza italiana ma non potrà mai esserlo del tutto”. Gli inquirenti, che hanno messo sotto indagine Castellini, esponente di spicco di Forza Nuova, stanno ancora cercando di capire da quale gruppo di ultras siano partiti i cori razzisti. Nel frattempo per Castellini è stato disposto un Daspo, cioè il divieto di entrare alle partite del Verona, fino al 2030 e la curva incriminata è stata chiusa. Come l’avrà presa Super Mario Balotelli? Nicolò De Devitiis è andato a chiederglielo, nel servizio che potete rivedere qui sopra. “Non è bello quello che è successo, mia figlia stava guardando la partita, ma io non ho assolutamente accusato il Verona o la curva. Ho accusato pochi scemi, ho accusato quei coglioni. Di sicuro non erano 2 o 3. Sono pochi, però ci sono: così non va bene, così non ci siamo. I pochi che l'hanno fatto sono teste di cazzo”. E così De Devitiis gli propone di incontrare un tifoso del Verona, per fare pace. “Bisogna fare uscire un’altra voce, quello che è uscito finora non è sicuramente la città di Verona”, spiega l’unico tifoso che ha deciso di metterci la faccia. Mario accetta di buon grado di fare due chiacchiere con quel tifoso, che anche davanti a lui si dissocia dagli ululati dei suoi compagni di curva. Una sola cosa però non riusciamo a convincere SuperMario Balotelli a fare: mettersi la sciarpa del Verona.

ANDREA TORNAGO per repubblica.it il 6 novembre 2019. Dopo i cori razzisti contro Balotelli è stata aperta un'inchiesta per discriminazione razziale in violazione della legge Mancino. Per ora l'accusa è contro ignoti ma si stanno identificando i tifosi che hanno gridato insulti dalla curva sud. La polizia ha gia depositato una informativa in procura. Quei cori contro Mario Balotelli durante Verona-Brescia sono stati "chiaramente percepiti, oltre che dal calciatore, anche dal rappresentante della Procura federale posizionato in prossimità", ma dopo di questi "si sono levati, da parte dei tifosi assiepati nell'attigua "curva sud", cori di sostegno, seguiti da un lungo applauso". Le motivazioni del giudice sportivo sul caso Balotelli fanno proprie le indicazioni del rapporto della procura Figc, e sottolineano come la decisione di chiudere per un turno senza condizionale il settore est della curva dello stadio di Verona sia stata presa "impregiudicata ogni attività d'indagine in corso per l'individuazione dei responsabili". Il referto arbitrale e la relazione della Procura federale sulla partita, interrotta al 9' dall'arbitro per i cori di discriminazione razziale contro Balotelli, hanno indotto il giudice a infliggere al Verona la sanzione di chiusura per una giornata effettiva di gara con decorrenza immediata, di quel settore dello stadio Bentegodi. Una decisione adottata considerando, si legge nel comunicato ufficiale della Lega, che "il pur esiguo numero degli autori dei cori va rapportato al numero di occupanti quel settore". Il giudice ha ritenuto che "la sanzione possa essere applicata limitatamente al settore in primis indicato" e che "non sussistono i presupposti per l'applicazione della misura sospensiva dell'esecuzione della sanzione ai sensi dall'art 28 comma 7 CGS, vista anche la durata dell'interruzione del giuoco doverosamente disposta dal direttore di gara".

Paolo Berizzi per la Repubblica il 5 novembre 2019. In piazzale Olimpia le saracinesche del pub "The Den" sono abbassate: nell' insegna del locale campeggiano una croce celtica, quattro rune e la scala simbolo dell' Hellas. Il titolare è Andrea Croce, consigliere della 3° circoscrizione, fresco di Daspo e fratello di Michele, già presidente di Agsm, l' azienda municipalizzata di fornitura del gas. Chiuso - è lunedì pomeriggio - anche il bar Nilla, altro ritrovo ultrà davanti allo stadio Bentegodi. Un ragazzo si ferma: «State montando un cinema assurdo, Balotelli vuole fare il fenomeno ma è un mona». Passa un' ora. Il sindaco sovranista Federico Sboarina, sull' onda della levata di scudi di una destra sempre più estrema, presenta una mozione anti-Balotelli. Titolo: "Condanna politica per chi diffama la città". Il giorno dopo la Verona nera si riscopre negazionista. «Non è vero niente». «Solo una pagliacciata». «Li ha sentiti solo lui (i buuu razzisti, ndr)». «Quello là voleva farsi pubblicità ». Quello là è "el negher", "Mario- Mario", come intonavano domenica i "butei", loro, gli ultrà della "squadra fantastica fatta a forma di svastica", "allenatore è Rudolf Hess", le feste "le paga Hitler". E insomma la colpa è del "negher". «Ha spedito il pallone in curva perché marchia la città». Papalia la tocca piano. Perché il punto è che gli amministratori veronesi con l' estrema destra hanno rapporti strettissimi. Talmente ravvicinati che qui, nella città che Roberto Fiore ha già ribattezzato "Vandea d' Europa" - passata dal terrorismo eversivo di Franco Freda all' omicidio "politico" di Nicola Tommasoli attraverso Ludwig, i due ragazzi della Verona bene che massacravano preti e emarginati - è difficile distinguere. Si chiamano Andrea Bacciga, Stefano Stupilli, Yari Chiavenato, Alberto Lomastro, Alberto Zelgher. E Castellini. Sono gli uomini di collegamento tra la strada - e la curva Sud gialloblu - e il palazzo. Tutti uomini che a vario titolo ruotano intorno a Sboarina e si muovono in quell' area di fascioleghismo spinto e ultracattolicesimo antiabortista dove alligna il potere. Storie. Mentre i neofascisti Castellini e Bacciga (saluto romano alle attiviste di "Non Una di Meno", ndr) vengono ricevuti dal sindaco attraverso il fidato segretario particolare Umberto Formosa - soprannome "il picchiatore", anche lui ultrà pluridaspato - il 4 ottobre i battenti di Castel Vecchio si aprono per il convegno "Le bugie sull' immigrazione": nella locandina c' è un immigrato con in mano un machete insanguinato. Logo del Comune e fondi di Serit, la municipalizzata dei rifiuti. «A Verona i fascisti sono legittimati - attacca la deputata dem Alessia Rotta - Qui non è più un problema di stadio, ma di qualità della democrazia». In un clima da post-revisionismo, all' estrema destra della spera di andare dalla D' Urso», vomita l' impresentabile Luca Castellini. Benvenuti in una delle città d' arte più belle e visitate d' Italia. Dice l' ex procuratore capo Guido Papalia, uno che l' estremismo nero lo conosce e lo ha contrastato: «Queste frange, anche se sono una minoranza, incontrano un' indifferenza generalizzata che è più grave degli stessi atti delinquenziali. Se gli amministratori non prendono le distanze si spiana la strada al peggio. E il risultato è che questa etichetta città di Giulietta accade di tutto: l' ex ministro leghista Lorenzo Fontana e l' hitleriano Castellini a braccetto nel "Family pride"; finanziamenti al "Comitato delle Pasque veronesi", quelli delle messe in latino col rito preconciliare; campi da calcio comunali gratuiti per i neonazisti di Fortezza Europa; mozioni per riscrivere la storia della Resistenza. Tanti casi fanno cumulo. Sembrano ieri i feti di plastica distribuiti come gadget al Congresso delle famiglie. Adesso, Balotelli. «È grave e triste che Verona finisca sui media per dei facinorosi che scambiano la goliardia con il razzismo», ragiona Patrizia Bisinella, consigliere comunale d' opposizione, compagna dell' ex sindaco Flavio Tosi. Ma perché sempre qui? A settembre CasaPound ha organizzato in città il raduno nazionale perché «ci sentiamo a casa». «Sponde istituzionali - dice Federico Benini, Pd - Coi suoi provvedimenti discriminatori Sboarina ha coperto di ridicolo la città». Nel 2017 Verona ha accolto più di un milione di visitatori. Nello stesso anno gli ultrà dell' Hellas festeggiavano inneggiando al Fuhrer. A lanciare i cori, il solito Castellini. Chiede Giulia Siviero di "Non una di meno": «L' amministrazione si identifica con la squadra di calcio? Perché ci si sente così chiamati in causa come città se a ululare - dicono - sono stati solo alcuni tifosi?». La squadra "a forma di svastica", la roccaforte, i "butei". La nuova alba della Verona nera.

Da gazzetta.it il 5 novembre 2019. La novità del giorno dopo è che sui banchi del Consiglio comunale di Verona arriva una mozione affinché "il sindaco e gli uffici legali del Comune diffidino legalmente il calciatore e tutti coloro che attaccano Verona diffamandola ingiustamente". Il calciatore è Mario Balotelli anche se il sindaco Federico Sboarina (eletto nella lista civica Battiti, anima di centrodestra), durante l'intervista al terzo piano del palazzo municipale, non lo menziona: "È una tutela dell'immagine della nostra città. Perché uno deve ritenere Verona una città razzista? Si prenderà le sue responsabilità". Il primo cittadino di Verona, che domenica pomeriggio era in Curva Sud a seguire la partita come fa dalla stagione 1984-85, torna sull'accaduto: "Eravamo allibiti. L'arbitro ha ammonito Balotelli, non ha sospeso la partita. Dai filmati si sentono solo fischi, la notizia non esiste, è stata montata e costruita sul nulla, è kafkiana". Sboarina conferma poi di aver avuto occasione di vedere il video ripreso dalla Sud in cui qualche "buuu" è partito all'indirizzo di Balotelli: "I cori razzisti sono quelli fatti da un gruppo corposo di persone che decide di cantare un'unica cosa. Non ci sono stati cori razzisti qui e la semplificazione Balotelli-razzismo-Verona per me è inaccettabile. Da cosa mi devo dissociare? Nessuno ha sentito niente. Vero è che condanno ogni forma di razzismo, ma deve esserci qualcosa da condannare. Non so cosa possa aver sentito Balotelli, so che nessuno ha sentito ciò che ha sentito lui. Se non avesse calciato quella palla, nessuno avrebbe detto nulla". Sboarina, che ieri ha incontrato "Le Iene" consegnando loro un pallone da regalare a Balotelli, entra poi nel merito delle dichiarazioni di Luca Castellini, tifoso del Verona ed esponente di Forza Nuova: "Rifiuto totalmente le parole e i concetti espressi da lui. Ognuno si prende la responsabilità di ciò che dice". Ma la Sud è di estrema destra? "La Curva unisce la città al di là dell'appartenenza politica, non è una fucina di uomini politici e non esiste il timore di andarle contro". Oggi è atteso il responso del Giudice sportivo: "Nel caso decidesse per la chiusura della Curva, sarebbe un provvedimento abnorme", chiude il sindaco.

Da gazzetta.it il 6 novembre 2019. Mario Balotelli torna sull'episodio di razzismo di cui è stato vittima domenica scorsa al Bentegodi. E lo fa parlando a Le Iene, su Italia 1. "Quello che è successo non è bello ma non ho accusato il Verona, non ho accusato la Curva del Verona. Ho accusato pochi scemi che lo hanno fatto, e li ho sentiti. Ho accusato quei coglioni e basta. Di sicuro non erano due o tre, perché li ho sentiti dal campo". Balo precisa meglio il proprio pensiero: "Dico la verità, lo stadio del Verona e i tifosi del Verona mi stanno anche simpatici, con i loro sfottò. Ma se vuoi distrarre un giocatore, lo puoi fare in mille modi. Non così. Così non va bene. Così non ci siamo". Balo commenta con amarezza le esternazioni del capo ultrà del Verona Luca Castellini (considerato ufficialmente "non gradito" dal club scaligero da qui al 2030), che l'ha definito "non del tutto italiano": "Castellini deve regolare le sue parole. Non faccio politica in campo. Non è umano che uno faccia un'intervista così. Avete capito cosa ha detto? Non è questione di Mario. È pericoloso. Nessuno può permettersi di parlare così, né tu e né io. Tuo figlio torna a casa - continua Mario - e ha dato uno schiaffo ad un compagno. Lo sgridi, ma cosa lo sgridi a fare, se poi vai allo stadio e fai uh uh uh a uno di colore?". Poi ribadisce il concetto: "I pochi che lo hanno fatto sono delle teste di c.., lo sfottò a sfondo razzista non ci sta, non c'è mai stato e mai ci starà. Sono pochi scemi, ma ci sono sempre". Infine, il capitolo Nazionale. Il presidente Figc Gabriele Gravina rivorrebbe Balotelli in azzurro, in caso di ok da parte del c.t. Mancini. Mario non si sottrae alla domanda sul possibile ritorno in Nazionale, suo obiettivo da sempre: "Non dico che sono diverso dagli altri giocatori a cui hanno fatto gli stessi cori e gli stessi ululati. Ma il problema è che io sono italiano, dovrei tornare in Nazionale".

Dagospia il 6 novembre 2019. Da “Un Giorno da Pecora - Radio1”. “Gli insulti razzisti a Mario? Ci siamo incontrati dopo la partita col Verona, sicuramente era triste e nervoso, una reazione normale: a chiunque fa male esser insultato, è una cosa brutta che fa male”. Lo dice a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, Raffaella Fico, showgirl ed ex di Mario Balotelli. Luca Castellini, capo ultrà dell'Hellas Verona, ha detto che Balotelli non potrà mai esser del tutto italiano. “E' un'uscita infelice. Mario è italiano a tutti gli effetti. E' un peccato che non si riesca ancora ad isolare questi facinorosi, ci sta che poi si reagisca un po' male. Sono convinta che qualcosa stia cambiando però”. Ci potrà mai esser la possibilità che lei è 'Supermario' torniate insieme? “Nella vita mai dire mai, ma ora siamo molto amici, come genitori”. Lei è in questo momento è fidanzata? “No, sono single. Ma con tanti corteggiatori...”

Scuola a Brescia si vanta: «Pochi stranieri», è polemica online. Pubblicato mercoledì, 06 novembre 2019 da Corriere.it. «La presenza di studenti con cittadinanza non italiana è numericamente limitata». Genera la polemica la frase contenuta nel piano di presentazione del Liceo classico Arnaldo di Brescia, da sempre ritenuto punto di riferimento della cultura bresciana. Una polemica fatta scoppiare in rete da un genitore che voleva iscrivere la figlia e che ha trovato la presentazione inappropriata. Nel piano, visibile online, si dice anche che «gli alunni provengono da un contesto socio-culturale in generale medio-alto, che offre buone potenzialità di formazione culturale e ricchezza di stimoli». Nello stesso testo la dirigenza scolastica aggiunge che «la scuola gode di buona fama all’interno del contesto cittadino e da sempre è considerata una delle scuole in cui si sono formate personalità in ambito sociale, culturale, politico, economico e le iscrizione dei figli alla scuola avviene anche per una volontà dei genitori di continuare la tradizione famigliare». Anche il liceo Visconti l’anno scorso era finito nel mirino per lo stesso motivo, e la preside fu accusata di classismo e razzismo. La polemica nasceva dalla descrizione di 1.500 caratteri che il Visconti faceva di sé nella sezione «Scuola in chiaro» del sito del ministero dell’Istruzione: «Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alta borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi». E ancora: «Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente». La preside si era difesa: «Solo dati oggettivi».

Caso Balotelli, gli ultrà del Brescia prendono le distanze da SuperMario. Pubblicato giovedì, 07 novembre 2019 da Corriere.it. Povero Balotelli. Nemmeno i suoi tifosi lo sostengono. «Le dichiarazioni personali di uno dei leader della Curva veronese non possono giustificare la caccia alle streghe scatenata da media e istituzioni nell’ ennesimo tentativo di criminalizzare e infine giustiziare l’intero mondo Ultras. Questo non significa che certi cori siano legittimi e accettabili ma nemmeno che i tifosi gialloblù siano tutti razzisti e che la Curva del Verona sia una sorta di covo del KKK. Le tifoserie non possono essere considerate razziste ma il razzismo esiste ed è spesso utilizzato per creare un nuovo allarmismo fra l’opinione pubblica. Questo linguaggio non convenzionale è utilizzato sempre più spesso da personaggi pubblici e politici, ai quali naturalmente nessuno penserebbe mai di applicare il codice etico». È questa la forte presa di posizione di alcuni rappresentanti della Curva del Brescia in un comunicato apparso sui social dopo il caso Balotelli e il bando comminato fino al 2030 a Luca Castellini. «Siamo estremamente convinti - prosegue la nota, facendo riferimento al dito medio esposto contro i tifosi dell’Inter e alla macchina fotografica rotta al fotografo a Genova - che Balotelli sia a tutti gli effetti italiano ma l’arroganza che sembra trasparire di continuo dalla sua persona non è giustificabile. Le celebri Balotellate sono ormai storia nota e conclamata. Ciò che più conta sono lo spirito di sacrificio, la passione, il rispetto, le motivazioni e la maglia sudata, concetti che al momento parrebbero a lui sconosciuti. Ci sentiamo di condannare ogni gesto, ogni provocazione palesemente ostile e discriminatoria, però, vogliamo dare la nostra solidarietà a chi ha subito l’ennesimo provvedimento liberticida, questa volta non dalla Questura, che evidentemente non ha ritenuto così grave l’atteggiamento suddetto, ma dalla propria società».

Balotelli non convince Mancini, niente azzurro. Pubblicato giovedì, 07 novembre 2019 su Corriere.it da Alessandro Bocci. Il commissario tecnico non si è fatto condizionare dall’appello di Gravina, che avrebbe rivoluto il bomber del Brescia. Mario Balotelli non tornerà in Nazionale. Non adesso, almeno. Oggi, nell’elenco dei convocati per le partite contro Bosnia (15 novembre) e Armenia (18 novembre), le ultime del girone di qualificazione verso Euro 2020, mancherà il nome più atteso. Balo resterà ancora fuori. Roberto Mancini non si è fatto condizionare dall’appello del suo presidente, Gabriele Gravina, che avrebbe rivoluto l’attaccante del Brescia vestito di azzurro per dare un segnale ai razzisti da stadio. Il c.t. ha deciso di andare avanti per la sua strada. Ed è giusto così. Balotelli resta il suo preferito, ma tornerà a Coverciano solo quando avrà ritrovato la condizione e i comportamenti saranno quelli giusti. Farlo rientrare nel giro a tredici mesi dall’ultima volta, solo per mandare un messaggio politico, sarebbe un grave errore. Mario la Nazionale deve meritarsela sul campo. Nessuno vuole trascurare la sua sacrosanta battaglia contro il razzismo, ma non può diventare la scorciatoia per l’Europeo. I piani sono ben distinti e tali devono rimanere. Mancini è il primo a fianco di Balotelli contro chi lo insulta. Neppure in azzurro l’ex bad boy ha trovato pace. Nove anni sono passati dalla triste notte di Klagenfurt, il 17 novembre 2010, amichevole Italia-Romania, con l’odioso coro «non ci sono neri italiani». Il tempo non ha cambiato le cose. Forse sono persino peggiorate. Ieri il gruppo 1911 del Brescia, in un comunicato social, se l’è presa con il suo centravanti: «Siamo convinti che Balotelli sia italiano, ma l’arroganza che trasmette non è giustificabile. Ciò che conta sono lo spirito di sacrificio, la passione, il rispetto e la maglia sudata, concetti che al momento parrebbero a lui sconosciuti», scrivono gli ultrà manifestando la solidarietà a quelli del Verona e perdendo una buona occasione per tacere. Mancini però deve pensare alla Nazionale. Balo non lo ha convinto: i due gol non bastano. In campo si muove poco ed è troppo nervoso. Il dito medio mostrato agli ultrà dell’Inter, scatenando la loro poco edificante reazione, non è piaciuto. Così il c.t. continuerà con l’alternanza tra Immobile e Belotti, che non lo fanno impazzire. Oggi pomeriggio l’assenza di Balotelli diventerà ufficiale. Ma nell’elenco ci potrebbe essere spazio per due gradite novità: Castrovilli, centrocampista della Fiorentina e Orsolini, esterno d’attacco del Bologna.

Rosa Scognamiglio per ilgiornale.it l'8 novembre 2019. "No, qui tu non ti siedi". Con queste parole, una signora in età avanzata avrebbe vietato ad una bimba dalla pelle scura, di circa sette anni, di prendere posto sull'autobus. Una intimazione che potrebbe avere una matrice xenofoba. O, almeno, questa sarebbe stata la percezione della consigliera comunale dem, Vittoria Oneto, che ha assistito alla sortita dell'anziana passeggera di un pullman pubblico nella città di Alessandria. L'episodio è stato raccontato con un post su Facebook, apparso sul profilo social dell'amministratrice alessandrina pressapoco alle ore 19 di ieri, 6 novembre. "Questa sera ho preso l'autobus per tornare a casa. - scrive Vittoria Oneto - Pochi posti a sedere. Io rimango in piedi. Salgono una mamma con due bambini. Lei si appoggia in uno spazio largo col passeggino e la bambina di circa 7 anni prova a sedersi in un posto vicino ad una signora di circa 60 anni che aveva appoggiato la sua borsa della spesa sul sedile. La signora guarda la bambina e le dice : NO NO TU QUI NON TI SIEDI!". A quel punto, la consigliera avrebbe preso le parti della bimba rispondendo per le rime all'anziana. "Io dico alla donna di spostare la borsa e di fare sedere la bambina ma lei insiste e mi dice in modo arrogante di farmi gli affari miei - continua il racconto - o dico alla donna di spostare la borsa e di fare sedere la bambina ma lei insiste e mi dice in modo arrogante di farmi gli affari miei". Dopo l'increscioso accadimento, Vittoria Oneto è scoppiata in lacrime: "Ho pianto. Sono scesa dall'autobus e ho pianto. Per il nervoso, per la tristezza per il senso di sconfitta che ho provato e provo. Come se questi giorni non fossero già dolorosi. È questo quello che siamo? È questo quello che vogliamo essere? Io non voglio crederci", conclude il post. Immediata la reazione del popolo social che non ha mancato di esprimere solidarietà nei confronti della piccola vittima complimentandosi con la consigliera per l'intraprendenza dell'intervento. "Non lasceremo l'Italia nelle mani di queste persone", scrive un utente; "è assurdo nel 2019", commenta un altro.

 “UN ANIMALE GRASSO CHE VIVE IN ACQUA? UN NEGRO!” Da lastampa.it il 5 novembre 2019. Si è ufficialmente dimesso l’assessore leghista alla Cultura di Orzinuovi, nel Bresciano. Leonardo Binda era al centro di una bufera per la frase razzista pronunciata in un video che finito on line. Il video, pubblicato domenica sera su Instagram, ritrae il giovane consigliere comunale, studente di giurisprudenza all’università di Brescia, mentre risponde a un indovinello durante una serata con gli amici. Si vede il giovane esponente del Carroccio partecipare a un gioco in cui ogni concorrente deve riconoscere la figura che gli è stata attaccata sulla fronte. L’immagine sul foglietto di Leonardo Binda è quella di una foca. «È quell’animale... grasso che vive in acqua», gli viene detto. E Binda risponde: «È un negro». «La giovane età dell'assessore Binda o il contesto giocoso in cui la frase incriminata è stata pronunciata non possono in alcun modo giustificare il contenuto grave ed inaccettabile – ha dichiarato Gianpietro Maffoni, sindaco di Orzinuovi e senatore di Fratelli d’Italia, che stava valutando di togliere le deleghe all’esponente leghista - Apprezzo quindi il gesto di Leonardo Binda che ha deciso di rassegnare le dimissioni da assessore dimostrando di aver compreso il suo errore».

SE È NORMALE DIRE "NEGRO". Luigi Manconi per “la Repubblica” il 5 Novembre 2019. Una delle più futili sciocchezze che si sentono in giro si manifesta nella falsa ingenuità della domanda: ma perché non posso chiamare negro un negro? l segue dalla prima pagina a esercitarsi in questo classico dilemma della semantica è stato Luca Castellini, capo riconosciuto degli ultrà del Verona. Ma è stato preceduto da numerosi giornalisti e intellettuali della destra che trovano in quell' interrogativo il gusto civettuolo di una presunzione di anticonformismo (d' altra parte, viviamo in tempi in cui a dirsi fuori dal coro sono i più gregari tra i coristi). I più sofisticati, si fa per dire, tra quei giornalisti e quegli intellettuali, precisano pomposamente: «Li abbiamo sentiti, nei film americani, i negri chiamarsi l' un l' altro nigger. E poi, al gay pride, si appellano tra loro checca o finocchia». Ma, santa pazienza, come non comprendere che all' interno di una comunità, piccola o grande, quelle denominazioni esprimono reciproco affetto e confidenza condivisa, mentre - se utilizzate all' esterno - segnalano ostilità e disprezzo? D'altra parte, sono i diretti interessati a patirne l' uso malevolo e a chiederne l'interdizione. Tutte le lotte per l' emancipazione hanno avuto come preliminare posta in gioco il diritto a nominarsi, a darsi il proprio nome e a decidere come essere chiamati dagli altri. È un processo lungo, e dunque, non stupisce nemmeno che - come ancora sottolineano gli intellettuali di destra, per così dire sofisticati - nelle traduzioni dei libri americani di 70 anni fa compaia il termine negro (il racconto autobiografico Ragazzo Negro di Richard Wright e il ricorso allo stesso termine nella traduzione italiana de Il Buio oltre la Siepe). Le culture e i linguaggi cambiano e maturano e diventano, o dovrebbero diventare, più rispettosi delle minoranze e anche, sì, delle loro suscettibilità. Non c' entra nulla il politically correct : c'entra quel minimo di intelligenza e di civiltà che può agevolare la convivenza e disinnescare i conflitti tra diversi. Ma il nostro ultrà-semiologo ha altro da dire. Intanto, sulla controversa questione dello ius soli e dello ius culturae (che ovviamente qui non c' entra, perché il giocatore del Brescia è figlio adottivo di genitori italiani): «Balotelli ha la cittadinanza italiana, ma non è del tutto italiano». E poi, l'affondo: «Mi viene a prendere la "Commissione Segre", perché chiamo uno negro? Mi vengono a suonare il campanello?». Attenzione: non sentite qui l'eco fedele di gran parte dei commenti critici nei confronti dell' istituzione di quell' organismo contro l' antisemitismo e il razzismo, promosso dalla senatrice a vita Liliana Segre? Non è lo stesso ragionamento, proprio lo stesso, di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini e di molti esponenti di Forza Italia, quando denunciano la "Commissione Segre", quasi fosse un tribunale liberticida contro le idee irregolari? Gli oppositori hanno volutamente confuso le finalità di un organismo che ha funzioni di documentazione, ricerca, testimonianza e discussione su quei fenomeni con il ruolo di una commissione d'inchiesta che ha, invece, funzioni inquirenti e che dispone degli stessi poteri della magistratura ordinaria. Ma questo episodio, in apparenza poco rilevante, la dice lunga sulla questione del razzismo. Va chiarito subito, e una volta per tutte, che l' Italia non è un Paese razzista. Certo, cresce il numero dei razzisti e degli atti di razzismo, ma ciò non è in alcun modo sufficiente perché si faccia ricorso a quell'etichetta. E già quella domanda (l'Italia è un paese razzista? Macerata è una città razzista?), oltre a essere scema, è profondamente errata e contiene una qualche tonalità razzistica: perché tende ad attribuire a un'intera comunità nazionale o locale i comportamenti di un gruppo, o anche di molti gruppi, o di minoranze magari aggressive o atteggiamenti di connivenza da parte di alcuni settori di popolazione. Insomma, è il cortocircuito tra i discorsi irresponsabili di una quota consistente della classe politica e il senso comune di una collettività, sottoposta a continui stress e percorsa da angosce profonde, a costituire la vera insidia. E a rappresentare un incentivo per una tensione quotidiana che si riversa su chi è, allo stesso tempo, il più prossimo e il più diverso. Questo è ciò che accade all' interno delle fasce più deboli della società, dove, più e prima che il razzismo - e sarebbe un errore chiamarlo così - si diffonde la xenofobia: alla lettera la paura, la diffidenza, l' ostilità verso lo sconosciuto e l'ignoto. È questo che produce un' intolleranza minuta e ordinaria, fatta di soperchierie che colpiscono nella stessa misura stranieri emarginati e italiani vulnerabili (l'episodio di Chioggia è solo l' ultimo di una lunga serie). E se tutto questo non deve ancora indurci a definire razzista l' Italia, sarebbe assai pernicioso sottovalutarlo. E l'attenzione va indirizzata innanzitutto su ciò che ne rappresenta la radice culturale e di senso comune. Ascoltiamo ancora l' ultrà-semiologo Castellini: «Prendiamo in giro il giocatore pelato, quello con i capelli lunghi, il giocatore meridionale e il giocatore di colore, ma non lo facciamo con istinti politici o razzisti». Qui, non abbiamo solo l'eco, bensì una vera e propria parafrasi di quanto detto qualche settimana fa da Salvini: «Se uno odia il prossimo per il colore della pelle, per la squadra di calcio, per la religione.se uno dice crepa, è grave a prescindere, sia che lo dice a un cristiano, a un ebreo, a un buddhista, ad un valdese, a un protestante, ad un Hare Krishna, a un islamico. Non c'è l'insulto più grave, e l'insulto meno grave. Se uno aggredisce una persona, può aggredire un uomo, una donna, un bianco, un nero, un giallo, un fucsia, è un delinquente». In queste parole c'è - nitidissimo - una sorta di Manifesto della Banalizzazione della Storia. Qui tutto è uguale a tutto: l'antisemitismo e l' odio per la squadra avversaria. Non esistono le grandi tragedie storiche, e non esistono vittime e carnefici, dal momento che il tifoso ultrà di una squadra può essere, a distanza di poche settimane, e a campi invertiti, l' aggressore o l' aggredito. Il fine di una simile operazione è l' azzeramento delle responsabilità dei regimi e delle ideologie, ma anche dei despoti e dei dittatori (non troppo diversi, per l' ostilità che suscitano, da arbitri incompetenti o corrotti): e l'appiattimento dei drammi individuali e collettivi, mortificati a tenzoni e giochi di ruolo. Ma quando la storia viene ridotta a un presente indistinto, amorale e fantasmatico, è la comunità degli uomini che inizia ad andare in rovina.

Enrico Currò per “la Repubblica” il 6 novembre 2019. Il sasso scagliato da Mario Balotelli non è affondato nello stagno dell' indifferenza. C' è un passaparola tra i colleghi della serie A, di colore e non solo: sono pronti a schierarsi al suo fianco, lasciando il campo di fronte al prossimo episodio di razzismo. L' appello più folgorante è di un sedicenne: Henoc N' gbesso, attaccante delle giovanili del Milan e della Nazionale Under 17, bresciano anche lui, origini ivoriane: «La ferita di Mario me la sono sentita addosso. Io non credo che debbano uscire dal campo solo i giocatori di colore, ma tutti. Credo che soltanto così la gente allo stadio si renderebbe finalmente conto che è accaduto qualcosa di molto grave. E che non può, non deve esserci un bis». Nove anni sono passati dal triste 17 novembre 2010 a Klagenfurt, amichevole Italia-Romania, cori e striscioni contro Balotelli, «non ci sono neri italiani» e via col campionario delle annesse bestialità, causa di diciassette denunce, nel 2013, ad altrettanti ultras Italia «per diffusione di idee fondate sulla superiorità, sulla discriminazione e sull' odio razziale». Nove anni e sembra oggi, perché nulla parrebbe cambiato, anzi. Balotelli è ancora qui con lo stesso problema, lui che di razzismo parla quotidianamente negli spogliatoi del Brescia, ascoltatissimo dai compagni. Invece non è così. Una novità c' è: il suo gesto di ribellione a Verona stavolta non è passato inosservato, non poteva. Tra i giocatori di colore, e non solo, sta passando la linea forte, perché non ci sia un bis del Bentegodi: uscire appunto tutti dal campo non appena informati del prossimo insulto, del prossimo ululato, del prossimo verso della scimmia, chiunque sia la vittima. Ieri Mario ha capito subito che era successo qualcosa di nuovo: dalle reazioni dei colleghi, dalla solidarietà pubblica attraverso i social e da quella privata. Lo juventino Matuidi è stato il più duro, da Napoli Koulibaly si è associato. Prende forma l' idea di un documento stile "manifesto di Sterling": nell' aprile scorso l' attaccante del Manchester City pubblicò sul Times un articolo sul tema, subito sottoscritto da numerosi calciatori, allenatori ed ex della Premier League. Sterling chiedeva, tra l' altro, che i giocatori bersagliati dai razzisti non venissero puniti, se lasciavano il campo. Anche Balotelli ha giocato nel City e in Inghilterra ha affinato la sensibilità in materia. Nel giugno scorso a Madrid l' inglese Daniel Sturridge, oggi centravanti del Trabzonspor in Turchia e allora fresco di trionfo in Champions col Liverpool, rivelò la particolare attenzione di Balotelli alla questione. Che Mario abbia doti di divulgatore lo dimostra la foto della Nazionale ad Auschwitz nel 2012, prima dell' Europeo, in cui lo si vede spiegare a Cassano, in lacrime, le origini ebraiche dei suoi genitori adottivi. L' assurdità del razzismo è la sua certezza. Da bambino, racconta nel libro "Demoni", gli capitò di restare escluso dai coetanei, in una partitella, «perché sei nero». Durante il ritiro romano dell' Under 21, anno 2009, da una moto gli lanciarono un casco di banane, a Ponte Milvio. L' estate scorsa, quando è tornato in Italia dal Marsiglia, in piena emergenza sbarchi, non ha eluso la domanda fatidica: «Vorrei che il popolo italiano fosse un po' più umano. Gli ululati allo stadio? Ora non voglio pensarci, mi auguro che non capiti» . È capitato. Però lui non è rimasto in silenzio e ieri se n' è potuto compiacere. Aveva seminato bene. Il talentuoso Henoc N' gbesso, classe 2003, si è appena rotto un ginocchio: ha le stampelle e le idee chiarissime, da studente del liceo di scienze umane con gli occhi aperti sul mondo zoppo degli stadi italiani, che coprono di ridicolo la serie A, nel giudizio severo dell' Uefa, il governo del calcio europeo: «Quale sia stato l' incipit del verso della scimmia a Verona, dato che nessuno è una bestia, credo di saperlo: l' ignoranza. E poi il negazionismo. Nel 2018, a Cagliari, stavo festeggiando un gol e i miei compagni mi hanno fatto notare che qualcuno mi aveva urlato: "Negro di merda". Il responsabile del loro settore giovanile disse che non era successo niente: negava l' evidenza. Io non ci faccio caso, sono circondato da persone vere. E tra i miei riferimenti ci sono Luther King e Mandela, è normale che le loro storie mi tocchino di più. Come la battaglia di Balotelli».

Gianni Mura per “la Repubblica” il 26 novembre 2019. Cellino, presidente del Brescia, si aggiunge alla lista dei maldestri, o dei poco sensibili, o degli avventati, o degli ignoranti, o dei razzisti in pectore. Dire che il problema di Balotelli è che è nero e sta faticando a sbiancarsi e poi farla passare per una battuta sdrammatizzante, che intendeva sostenere il calciatore, è una discreta arrampicata di sesto grado. Però la sua battuta sdrammatizzante, che raggiunge l' effetto opposto, una verità la contiene. Il problema di Balotelli è avere la pelle nera, di essere italiano, di essere un calciatore molto seguito mediaticamente, di avere indossato la maglia della Nazionale in un Paese in cui pochi o molti, parlo solo degli stadi perché i social tracimano di schifezze, gli rinfacciano il colore della pelle e per questo lo bersagliano di cori, non lo riconoscono come italiano "vero", e nemmeno il diritto di ribellarsi (col carattere che ha, con quello che guadagna, e via divagando). Un altro presidente di Serie A, Lotito della Lazio, tempo va aveva sostenuto che il verso della scimmia nei nostri stadi si fa anche ai giocatori "con la pelle normale". Primo: non è affatto vero. Lo si intona solo per i giocatori di pelle nera, si chiama comunemente "verso della scimmia" e, nella testa dei razzisti, serve a offenderli, sperando che reagiscano, e a farli sentire animali o comunque di razza inferiore. Secondo: la pelle normale per Lotito dovrebbe essere quella bianca, ma uno che sfodera citazioni in latino ogni due per tre dovrebbe avere quel minimo di cultura sufficiente a sapere che in quasi tutta l' Africa la pelle normale è nera. Tant' è che si chiama Africa nera. A parole (escludendo quelle citate) il nostro calcio si sta battendo con grande impegno contro il razzismo, e sarebbe uno schieramento senza zona neutra: o stai di qua o stai di là. Nei fatti, il grande impegno non si vede, le punizioni esemplari nemmeno. L' argomento è molto serio, anche fuori dagli stadi, dove aumentano i casi di micro e macro-razzismo, e richiederebbe un' analisi realistica della situazione e un minor ricorso alle battute. Ma una va ricordata. "Io razzista? Sarà lui che è negro". Questa, un po' all'Altan, è di Beppe Viola, fine anni 70. Battuta che in pochissime parole ricostruisce la mentalità autoassolutoria del razzista che allarga le braccia: "Sarà mica colpa mia se lui ha la pelle nera". No, è colpa sua, facciamoglielo capire con le buone, ammesso che esistano, o con le cattive (meglio). In Europa c' è un' emergenza razzismo, ma il nostro calcio, a partire dai vertici, continua a buttare la polvere sotto il tappeto, a minimizzare, a fare battute. Se c' è in corso una battaglia, questo è il modo più sicuro per perderla.

Dago spia il 26 novembre 2019. Da “Un giorno da Pecora - Radio1”. La frase di Cellino sul colore della pelle di Mario Balotelli? “Ove mai fosse stata una battuta, come ho sentito dire, sarebbe stata infelice e incresciosa. Se la poteva risparmiare, è stata davvero un'uscita infelice, su questi argomenti non vanno fatte battute”. A Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, Raffaella Fico, showgirl ed ex compagna di Mario Balotelli, ha commentato in questo modo le dichiarazioni del presidente del Brescia sull'attaccante, che hanno provocato un'ondata di polemiche. Secondo lei Balotelli lascerà il Brescia? “Non lo so”. Pare potrebbe andare a giocare in Turchia o a Toronto. “Speriamo che rimanga in Italia, ma sono cose professionali di Mario di cui io non so nulla”. I consigli sul sesso di Antonio Conte ai suoi giocatori? “Da donna, posso dire che dopo aver avuto un rapporto con l'uomo che amo mi sento ancora più energica, in forma, mi sento meglio”. Lo dice a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, Raffaella Fico, showgirl ed ex compagna di Mario Balotelli. Per il mister dell'Inter la posizione ideale del calciatore deve essere sotto la sua partner. “Per non affaticare i muscoli...” Quindi il sesso prima delle partite non fa male. “Io da donna mi sento più energica, poi non so...” Quando era fidanzata con Mario Balotelli seguivate la “cura Conte”? “Queste sono cose intime e personali....”

Raffaella Fico e gli insulti razzisti alla figlia Pia: "All’asilo le hanno detto 'negra di m...'" Raffaella Fico, ospite di Storie Italiane, racconta che la figlia Pia è stata vittima di insulti razzisti all'asilo: "Porti le infezioni". Luana Rosato, Giovedì 07/11/2019, su Il Giornale. Domenica 3 novembre scorso, Mario Balottelli interrompeva il match Verona-Brescia per gli insulti razzisti nei suoi confronti. Anche la figlia del calciatore, però, è stata vittima di atteggiamenti simili e, come raccontato da Raffaella Fico a Storie Italiane, la piccola Pia è stata pesantemente insultata all’asilo. Ospite di Eleonora Daniele nel salotto televisivo di Rai 1, la Fico ha spiegato di aver partecipato alla partita di domenica scorsa insieme alla bambina ma, fortunatamente, si è allontanata dagli spalti alla fine del primo tempo impedendo a Pia di osservare cosa accaduto poco dopo al padre. Eppure, quanto successo durante quell’incontro di calcio, non è del tutto nuovo. Raffaella, che è stata legata a Mario Balotelli per alcuni anni, ha raccontato di essere stata lei stessa vittima di insulti razzisti ai tempi del suo fidanzamento con il calciatore. “Quando stavo con lui e facevo le serate in discoteca, mi è capitato che quando e entravo mi facevano il verso della scimmia – ha svelato la showgirl prima di soffermarsi su un triste episodio che ha coinvolto la figlia - .È capitato un episodio bruttissimo all'asilo qualche anno fa. Una bambina si è rivolta in malo modo a mia figlia: "Tu sei una negra di me..a, tu porti le infezioni, non ti posso dare la mano e prestare i miei giocattoli". Pia mi chiese cosa significava negra. Come puoi spiegare tutto ciò ad una bambina così piccola?”. “Queste cose sono così tristi nel 2019 – ha aggiunto Raffaella Fico - .Fa male, è brutto. Credo in un cambiamento e nella maturità delle persone. Altre volte, ho paura che Pia possa imbattersi ancora in queste cose”. Eppure, proprio la figlia Pia ha tentato di consolare il papà alla fine della partita tra Verona e Brescia. Nonostante non abbia avuto modo di assistere al momento in cui Balotelli ha interrotto il gioco, la bambina ha appreso dalla tv i tristi insulti razzisti rivolti al padre e gli ha mandato un messaggio per risollevargli il morale. “Noi la scena di Mario che ha tirato il pallone e ha fermato il gioco non l'abbiamo visto – ha spiegato la Fico - .La bambina ha visto un'intervista, subito dopo la partita, voleva consolarlo. Gli ha mandato un messaggio: 'Sono stupidi, non ascoltarli'”.

Da liberoquotidiano.it l'8 novembre 2019." "C'è un video in cui gruppo di tifosi fa il verso della scimmia. Ero lì con la bambina, l'ho visto dopo partita ed era scosso, nervoso e dispiaciuto. Non è la prima volta che succede, sentirsi dire determinate cose fa male", ha dichiarato Raffaella Fico a Storie Italiane. La showgirl ha commentato in diretta su Rai1 l'episodio di razzismo nei confronti del suo ex compagno Mario Balotelli avvenuto domenica scorsa durante Verona-Brescia allo stadio Bentegodi. "Mia figlia stava guardando Verona-Brescia in tv fa il triplo più male", aveva commentato a caldo l'attaccante. "Noi stavamo guardando la partita, per fortuna Pia ha visto solo il primo tempo. Meglio così, anche se ha visto l'intervista in tv del papà e ha provato a consolarlo", ha aggiunto la Fico nella puntata in onda il 7 novembre. L'ex del calciatore, con cui ha dato alla luce la piccola Pia, ha poi rivelato di essere stata vittima insieme a sua figlia di episodi razzisti: "Quando eravamo ancora insieme, sette otto anni fa, mentre facevo serate in discoteca mi accoglievano facendo il verso della scimmia perché ero la sua compagna. E' capitato un episodio bruttissimo anche a mia figlia Pia, andava all'asilo e una bambina le disse 'sei una negra di me**a, porti le infezioni, non possiamo giocare insieme e non ti posso dare la mano'. Sono cose che fanno male, ho dovuto rispondere a mia figlia che mi chiedeva cosa volesse dire negra. E' triste dover spiegare a una bambina di cinque anni che accadono ancora queste cose nel 2019. E' ignoranza", ha spiegato a Eleonora Daniele. "Anche parlarne troppo fa male, diventa un trend. Più se ne parla e peggio è, bisogna far agire le istituzioni", commenta in studio Anna Falchi a cui replica a tono la Fico: “Bisogna parlarne. Il problema va affrontato e risolto. Ogni essere umano accumula e accumula ma poi alla fine esplode”. La bionda showgirl insiste: “Balotelli, non è un esempio di calciatore e peraltro non è neanche simpatico. Io frequento gli stadi so che queste cose succedono spesso, ritengo invece gravi gli atti di bullismo nei confronti della bambina ”. La padrona di casa interviene frenando la Falchi: “Che significa che Mario Balotelli è poco simpatico? Non cerchiamo dietrologie”. La Fico sul finale aggiunge: “Tu dici che Mario non ti sta simpatico, ma questo è solo un giudizio tuo. Cosa c’entra?".

Raffaella Fico e Fabrizio Bracconeri, scontro sul razzismo nel salotto di Live! Scontro tra Raffaella Fico e Fabrizio Bracconeri a Live! Non è la d'Urso, l'attore de "La terza C" tuona: "A Zaniolo si può insultare la madre e Balotelli non si può dire che è nero?" Luana Rosato, Martedì 03/12/2019 su Il Giornale. Nella puntata del 2 dicembre scorso di Live!, Barbara d’Urso ha affrontato l’argomento sul razzismo e la discriminazione ospitando Raffaella Fico, ex compagna di Balotelli che ha rivelato che la figlia Pia è stata vittima di attacchi xenofobi, e Fabrizio Bracconeri, spesso finito nella polemica per alcune dichiarazioni sugli stranieri. “Io condanno qualsiasi forma di discriminazione, sia razziale che sociale – ha esordito la showgirl non appena la d’Urso le ha dato parola - .Poi, purtroppo, ci sono questi facinorosi che attaccano gratuitamente. Per me, il razzista non è altro che una persona ignorante”. Sostenuta dal pubblico in studio e da molti degli ospiti presenti nel salotto serale di Canale 5, la Fico ha ricevuto la solidarietà di Alessandra Mussolini. “La gente ti può attaccare per quello che dici, per quello che sei, non per quello che rappresenti: questa è la cosa grave - ha sottolineato - . Il razzismo non esiste, esiste la specie umana”. “Non riesco a capire perché una persona che chiede il rispetto delle regole venga definito razzista – ha sbottato Fabrizio Bracconeri dopo aver riascoltato alcune delle dichiarazioni che hanno fatto maggiormente discutere sugli emigrati - .Allo stadio, nel caso di Balotelli, non si può insultare un giocatore di colore, che gli si dà del razzista. Ad un giocatore della Roma, Zaniolo, ha la madre che è torturata tutte le domeniche dai tifosi delle squadre avversarie, ma nessuno dice che sono razzisti!”. “Se io dovessi fare ‘Buuu’ ad un giocatore di colore, chiedono la sospensione della partita per razzismo. Voi state male!”, ha aggiunto ancora Bracconeri lasciando molti ospiti perplessi. “Ci sono modi e modi di insultare! Il colore della pelle esula dal dare un calcio al pallone – è subito intervenuta la Fico - . Perdonami, ‘Buuu’ si può fare, ma dire ‘scimmia’ o qualcos’altro è totalmente differente. Non puoi prendere l’esempio di Zaniolo e rapportarlo a Mario o ad altri calciatori”. “Ma perché? A Zaniolo si può offendere la madre e a Balotelli non gli si può dire niente!”, ha sbottato Bracconeri, facendo presente che quando si va allo stadio si insultano sempre i giocatori avversari. “Per come giocano e non per il colore della pelle o per quello che rappresentano!”, ha sottolineato Raffaella, mentre Clemente Russo le ha fatto eco: “Purtroppo allo sport si mischia spesso tanta ignoranza”.

Da liberoquotidiano.it il 6 novembre 2019.  Tiene ancora banco il caso Mario Balotelli-Hellas Verona. E sulla vicenda, al solito senza peli sulla lingua, dice ancora la sua Matteo Salvini, nel corso di un intervento a Ostia: "Per me Balotelli non è un modello - picchia duro il leader della Lega -. Trovo che gli italiani siano italiani, a prescindere dal colore della pelle". Dunque, la stoccata contro Gabriele Gravina, presidente della Federcalcio: "Il presidente Gravina faccia il suo lavoro e lasci che l'allenatore faccia il suo", commenta tranchant la possibilità che Roberto Mancini convochi in azzurro il centravanti del Brescia. "In Italia - riprende l'ex ministro - ci sono tanti giocatori migliori di Balotelli e non spetta al presidente della Figc decidere chi gioca e chi no". Infine un commento su Luca Castellini, l'ultrà del Verona a cui l'Hellas ha interdetto l'ingresso allo stadio fino al 2030: "Già non poteva andare allo stadio, siamo all'assurdo". Salvini si riferisce al fatto che il capo-ultrà era già colpito da Daspo che gli vietava l'ingresso allo stadio fino al 2022.

Da “la Zanzara - Radio 24” il 5 novembre 2019. Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova a La Zanzara su Radio 24. Castellini. “Castellini è un nostro dirigente e lo confermo. Quello che ha detto su Balotelli che non è pienamente italiano lo condivido, ma si potrebbe dire anche dei miei figli che ho avuto da una spagnola e sono nati in Inghilterra. Anche loro non sono pienamente italiani. Castellini non ha detto nulla di sbagliato, è stata una trappola per Forza Nuova. Tutto quello che sta succedendo è frutto della polizia dle pensiero, come la commissione Segre ”. Balotelli. “Il tema del razzismo contro Balotelli è tutto inventato. In Italia non c’è odio razziale e noi non abbiamo nostri militanti condannati per razzismo in via definitiva. Castellini è confermato come dirigente di Forza Nuova. Balotelli italiano? Non del tutto, basta vedere da dove viene, non è stato adottato a zero anni ma più in là, . E’ difficile dire che Balotelli sia rimasto scandalizzato da quello che ha sentito, era uno che ha fatto l’ululato, due, tre, ma sono cose calcistiche”.

Cori contro Balotelli, la foto dell’ex ministro Fontana con il filonazista Castellini. Pubblicato martedì, 05 novembre 2019 da Corriere.it. Lorenzo Fontana, ex ministro della Famiglia, al fianco di Luca Castellini (qui l’articolo in cui si spiega chi è l’estremista di destra) , il capo di Forza nuova a Verona, fotografato mentre regge lo striscione del «Verona Family pride», corteo a sostegno del Congresso delle Famiglie che si è tenuto in città lo scorso marzo. Il primo è uno dei vertici della Lega di Matteo Salvini. Il secondo, già capo ultrà dell’Hellas Verona, oltre ad inneggiare a Hitler ha scatenato forte indignazione per aver detto che il giocatore di origini africane del Brescia «Mario Balotelli non potrà mai essere del tutto italiano». Il giocatore, domenica scorsa, proprio sul campo di Verona, aveva scagliato il pallone contro la curva gialloblù, dalla quale si erano levati «buuu» razzisti. Poi Balotelli ha risposto ai cori: «Siete la rovina».

La foto che ritrae l’ex ministro e l’estremista di destra sta facendo il giro d’Italia, e non solo, tramite i social network. Castellini, come se niente fosse, riguardo l’Hellas Verona ha dichiarato: «Siamo una squadra a forma di svastica, che bello se ci allena Rudolf Hess». L’ex ministro Fontana, invece, dopo il cori anti Balotelli, anche essendo Verona il suo principale bacino di voti, ha ridimensionato l’episodio con queste parole: «Grande Hellas! Avanti tutta! — si legge sul suo profilo Twitter —. Allo stadio mi confermano in molti di nessun coro razzista. Intanto è iniziata una vergognosa gogna mediatica contro Verona e i suoi tifosi. Andiamoci piano con le accuse e le sentenze.

Lombardi: «Mi urlavano ‘negher’ e mi davano del Balotelli». Pubblicato sabato, 23 novembre 2019 da Corriere.it. «Mi sono sentito come Mario Balotelli». Eric Lombardi, capitano della Pallacanestro Biella, è amareggiato da quanto accaduto giovedì scorso, durante un turno infrasettimanale del campionato di basket di Serie A2. Insieme alla squadra giocava contro il Bergamo quando è stato insultato da alcuni tifosi di Treviglio. «Mi hanno urlato la parola “negher” e mi davano del Mario Balotelli» ha scritto su Istagram. Ma a loro “ricordo che hanno un giocatore di colore in squadra”. Il riferimento è a Ursulo D’Almeida che, a differenza del rossoblù, è nato nel Benin ed è a Treviglio dal 2017. Per la Federbasket è di formazione italiana, anche se non ha la cittadinanza e il passaporto è ancora quello del paese d’origine. Eric in realtà ha molto in comune con Balotelli. Nato a Torino, e adottato da una famiglia biellese, non ha reagito alle provocazioni di alcuni sostenitori della squadra lombarda durante il match, per poi affidare le sue parole ai social. E se nei giorni scorsi aveva preso le distanze proprio a quello che era accaduto a Mario Balotelli oggi di rivolge ai sostenitori del Bergamo: “Dispiaciuto per questo avvenimento, ringrazio i tifosi di Treviglio che non hanno utilizzato insulti razzisti e hanno pensato a sostenere la propria squadra”.

Squalificato il portiere insultato perché nero: ha lasciato il campo. Pubblicato mercoledì, 27 novembre 2019 su Corriere.it. Ci sono degli sviluppi di giustizia sportiva e giudiziari nella vicenda del portiere dell’Agazzanese Saidou Daffe Omar, 38 anni, senegalese di origine, cittadino italiano e parmense di adozione, insultato da uno spettatore che sabato — aggrappato alla recinzione durante il derby di Eccellenza emiliana Bagnolese-Agazzanese — che per quattro volte gli ha gridato «negro di m...». Saidou (che è un tecnico federale e insegna al Centro Figc di Parma) è stato squalificato per una giornata. Più esasperato che sconfortato, il portiere, a un certo punto aveva deciso di lasciare il campo dirigendosi direttamente verso gli spogliatoi. Comportamento valso il cartellino rosso mostrato dall’arbitro. Ma subito dopo Daffe Omar è stato seguito, per solidarietà, dai suoi compagni di squadra: l’Agazzanese — che giocava fuori casa — e per la quale, per questo motivo, è stata decisa la sconfitta a tavolino, oltre a punto di penalizzazione. Per la Bagnolese è stata invece decisa la «messa in prova»: vale a dire che il giudice sportivo ha deciso che per una partita il suo stadio — il «Fratelli Campari»— resti senza pubblico. Ma la sanzione è stata sospesa: la società è sottoposta a un periodo di prova della durata di un anno». Una sorta di «diffida» che in caso di recidiva farebbe scattare la squalifica del campo. Intanto è stato identificato dai carabinieri di Bagnolo in Piano il responsabile degli insulti razzisti. Si tratta di un 45enne residente nel Modenese. Per lui sono state attivate le procedure per il Daspo. Negli spogliatoi il portiere aveva ricevuto la solidarietà anche da parte dei giocatori della Bagnolese. A Corriere.it il portiere —presidente di un’associazione di volontariato che si occupa di raccolta fondi e aiuti da destinare ai piccoli calciatori in Senegal — ha detto che sugli «spalti si respira un brutto clima e per questo non voglio che la mia compagna e i miei figli vengano a vedermi giocare. Non voglio che assistano a brutte scene».

Razzismo nel calcio, la giocatrice juventina Eni Aluko lascia l'Italia. Le Iene il 29 novembre 2019. Un altro caso di razzismo nel calcio dopo quello recente di Balotelli di cui ci siamo occupati con Nicolò De Devitiis. La giocatrice inglese della Juventus Eni Aluko lascia la Juventus femminile e l’Italia: “Orgogliosa di aver vinto tanto, ma l'Italia è un paio di decenni indietro sul tema dell'integrazione". Triste addio della calciatrice inglese Eni Aluko alla Juventus all’Italia. Dopo le molte vittorie sul campo, lascia la squadra e il nostro paese. Il motivo: razzismo e poca integrazione. “A volte Torino sembra un paio di decenni indietro sul tema integrazione”, dice. “Sono stanca di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che io rubi qualcosa”. Con Nicolò De Devitiis vi abbiamo parlato nel servizio di qui sopra dei cori razzisti rivolti a Mario Balotelli durante il match contro il Verona. “Erano pochi coglioni, ma non 2 o 3, perché li ho sentiti dal campo”, ci ha detto SuperMario. Non solo, subito dopo sono arrivate le parole allucinanti di Luca Castellini, capo ultras veronese e noto esponente locale di Forza Nuova: “Balotelli non potrà mai essere del tutto italiano, non siamo razzisti, ce l’abbiamo anche noi un negro in squadra”. Che siano pochi o tanti i “coglioni” che insultano, a volte i giocatori decidono di abbandonare le squadre, il campo e per questo vengono pure squalificati. È stato questo il caso della scorsa settimana del portiere dell’Agazzanese Saidou Daffe Omar di origine senegalese. Dopo i vari insulti “negro di m...” durante il derby Bagnolese-Agazzanese in Eccellenza, il giocatore ha lasciato il campo. La decisione paradossale del giudice: squalifica per un turno per Omar (che era stato espulso per aver lasciato il campo accompagnato poi da tutti i compagni di squadra, così la sua Agazzanese ha perso anche l’incontro a tavolino).

Aluko lascia l’Italia: «A Torino trattata come una ladra o come Escobar». Pubblicato giovedì, 28 novembre 2019 su Corriere.it da Lorenzo Bettoni, Massimiliano Nerozzi, Tommaso Pellizzari. La 32enne calciatrice della Juventus nata in Nigeria e cresciuta in Inghilterra : «Mi sono stancata: la città è indietro di decenni. Ma non ho mai subito attacchi razzisti dai tifosi». Sul campo era una stella della Juventus Women, Eniola Aluko, 32 anni, nata in Nigeria e cresciuta in Inghilterra, ma per le strade di Torino, tutto cambiava: «Mi sono stancata di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che rubi qualcosa», ha scritto sul Guardian. «Oppure, può capitarti tante volte di arrivare all’aeroporto ed essere trattata come Pablo Escobar, per via dei cani anti-droga intorno a te». Avvocato, columnist del quotidiano londinese, da sempre impegnata per la lotta al razzismo e a ogni forma di discriminazione, Aluko è appena tornata in Inghilterra, anticipando il suo addio alla squadra bianconera. Le mancavano stimoli e aveva nostalgia, aveva spiegato, ma c’era altro: il razzismo. «A volte — ha spiegato — Torino sembra un paio di decenni indietro rispetto all’apertura verso diversi tipi di persone. E mi sono stancata». È una questione di vita, non di pallone: «Non ho mai avuto attacchi razzisti dai tifosi della Juve, né in campionato. Anche se c’è un problema nel calcio italiano e in Italia». E non si fa troppo per risolverlo: «La risposta che viene data mi preoccupa: dai presidenti ai tifosi del calcio maschile, che lo vedono come parte della cultura del tifo». In città, sembra capirla bene Ousmane Diop, cestista della Reale Mutua, senegalese di 19 anni naturalizzato italiano: «C’è del vero in quello che ha detto Eniola. A volte capita di entrare in negozi o in altri posti con amici e vieni subito notato perché sei di colore». E ancora: «Hai la percezione che ti guardino in maniera diversa, perché considerano i ragazzi di colore persone che rubano o fanno cose più brutte. Non solo a Torino, ma da ogni parte d’Europa». Oltre che di razzismo, Aluko parla di offerte culturali, bocciando la Mole: «Mi piacciono eventi, musei, negozi, e la varietà che se ne trova a Torino non è come vorrei». Qualche tempo fa aveva detto il contrario Sara Gama, sua ex compagna: «I musei qui sono molto stimolanti». Ma è il riferimento al razzismo che più pesa: «Mi dispiace molto per le sue parole, Torino non è razzista — ribatte Maria Luisa Coppa, presidente dell’Ascom, l’associazione dei commercianti — e sono certa che dentro i negozi la guardavano perché è una bellissima ragazza».

Juventus, il triste addio di Eni Aluko: "Stanca di essere trattata come una ladra". L'attaccante lascia e accusa: "Contro la Fiorentina la mia ultima gara in bianconero. Orgogliosa di aver vinto tanto, ma l'Italia è un paio di decenni indietro sul tema dell'integrazione". La Repubblica il 28 novembre 2019. "Basta essere trattata come una ladra". E' un triste addio quello di Eniola Aluko, che lascia la Juventus. Lo annuncia lei stessa scrivendo una lettera al Guardian. Una sola stagione e mezzo in cui la calciatrice nigeriana naturalizzata britannica, ha conquistato il tricolore, la Coppa Italia e la Supercoppa nazionale.

"Italia anni indietro sul tema integrazione". "Questo fine settimana voglio giocare la mia ultima partita per la Juventus, portando a termine un anno e mezzo di grandi successi e tanto apprendimento - ha detto la Aluko -. Quando sono arrivata nell'estate del 2018, sono stata conquistata da un grande club e da un grande progetto. Sul campo abbiamo vinto tanto: un titolo di campionato, la coppa nazionale e la Supercoppa". Diverso il discorso fuori dal campo: "A volte Torino sembra un paio di decenni indietro sul tema integrazione. Sono stanca di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che io rubi qualcosa", ha accusato la Aluko. "Tante volte arrivi all'aeroporto - ha detto ancora - e i cani antidroga ti fiutano come se fossi Pablo Escobar..." L'attaccante nigeriana ha precisato però "di non avere avuto episodi di razzismo dai tifosi della Juventus né tanto meno nel campionato di calcio femminile, ma il tema in Italia e nel calcio italiano c'è ed è la risposta a questo che veramente mi preoccupa, dai presidenti ai tifosi del calcio maschile che lo vedono come parte della cultura del tifo".

"Sono orgogliosa". "Ripensando ai miei successi con questa squadra, che includeva il completamento della scorsa stagione come capocannoniere, sono orgogliosa. Quando sono arrivata, non sapevo se potevo adattarmi allo stile di gioco, alla cultura, alla lingua e alla città di Torino. Sapevo che avrei giocato, ma non sapevo dove, o quanto bene. In una squadra costruita attorno a un nucleo di nove nazionali italiane, sono riuscita a integrarmi perfettamente. Non credo sia una cosa facile da fare per un attaccante internazionale. Quindi lasciare dopo soli 18 mesi non è stata una decisione facile. Mi rendo conto che la mia attenzione deve essere rivolta ai prossimi 3-5 anni della mia carriera piuttosto che ai prossimi mesi, ma riflette anche il fatto che ho trovato gli ultimi sei mesi molto difficili". "La mia ultima partita è contro la Fiorentina, seconda classificata della scorsa stagione. È un match importante nella corsa al titolo contro una diretta concorrente. Non vedo l'ora di salutare i tifosi della Juventus che mi hanno mostrato rispetto e sostegno. Domenica torno a casa", ha aggiunto l'attaccante.

"Entusiasta di cosa mi riserverà il futuro". "Tra oggi e Natale lavorerò per Amazon seguendo le partite della Premier League, della WSL e facendo altre cose eccitanti come finire il mio libro. Molte persone vedono la fine dell'anno come un momento di riflessione e quindi per fare piani e fissare obiettivi per il futuro, e sicuramente lo farò anche io. Dopo 18 mesi il capitolo si sta chiudendo, in una lunga carriera. Tornerò a casa, dove tutto è iniziato, e ancora una volta sono entusiasta di ciò che il futuro ha in serbo", ha concluso la Aluko.

Chi è la calciatrice Eni Aluko: lo zaino e “la regola del negozio” dietro il suo addio all’Italia. Pubblicato venerdì, 29 novembre 2019 su Corriere.it da Giampiero Timossi. È relativamente sorprendente l’addio di Eni Aluko all’Italia. Non solo perché le cronache quotidiane - al di là di quelle sportive - fanno cascare le braccia (e passare la voglia di vivere qui) anche a chi è italiano e bianco. Ma molte delle cose che ha citato nella sua rubrica sul quotidiano inglese «The Guardian», Eniola le aveva già scritte a settembre, sulla rivista online The Players’ Tribune, in occasione dell’uscita del suo libro autobiografico «They Don’t Teach This» («Questo non te lo insegnano). Per esempio la storia dello zainetto: «Un giorno a Torino sono entrata in un minimarket sotto casa. Appena ho iniziato a fare la spesa, ho sentito una donna chiedermi se potevo lasciare il mio zaino all’ingresso. Lì per lì non avevo capito e ho continuato con la spesa: un pacco di pasta, un vasetto di pesto. Notando nel frattempo che nessun cliente aveva lasciato le borse all’ingresso (...). Allora sono andata dalla donna e le ho detto: “Vedo che non ci sono altre borse all’ingresso e ci sono altre persone nel negozio. Perché mi ha chiesto di lasciare il mio zaino qui?”. Lei ha risposto: “È la regola del negozio”. Ho replicato: “No, no, no, non è la regola. Lei pensava che io volessi rubare la pasta e il pesto”. Poi le ho mostrato il logo della Juventus sul mio zaino e le ho spiegato che è la squadra in cui gioco. E solo a quel punto lei ha realizzato che non avrei rubato niente. “Oddio, mi dispiace tanto”. Ma per me non era abbastanza. Le ho detto: “Ascolti, lei non può fare una cosa del genere. Ci saranno tante altre persone che verranno qui e non saranno della Juventus, ma meritano di essere trattate come ogni altro cliente. Era mortificata. Ma ve lo garantisco: se un’altra ragazza nera entrerà in quel negozio, una cosa del genere non le succederà più». Tosta, vero? D’altra parte cos’è più difficile, se sei una ragazza nigeriana, che all’età di un anno si trasferisce a Birmingham con la famiglia? Diventare calciatrice o avvocata? Eni Aluko è una delle 11 inglesi ad aver vestito più di 100 volte la maglia della nazionale e da ragazzina voleva fare la legale. Solo che, quando lo disse a un colloquio sull’orientamento lavorativo, la donna dall’altra parte della scrivania la guardò imbarazzata e le chiese: «Perché non l’infermiera?». E quando, dall’età di 5 anni, giocava a calcio con il fratello Sone e i suoi amici, iniziò a farsi chiamare Eddie perché era l’unica ragazza e voleva a tutti i costi essere accettata. Fino al momento in cui qualcuno disse: «Ehi, lei non può giocare, è una femmina». Bene, se Eni è diventata una calciatrice professionista, ha studiato Giurisprudenza, ha lavorato in più di uno studio legale e ha una rubrica fissa di calcio sul «Guardian», lo deve ovviamente alle sue doti non comuni. Ma anche - ha raccontato nella sua autobiografia - a un libro: «Il buio oltre la siepe» di Harper Lee. Letto a scuola e poi riletto più e più volte nella vita, perché le arringhe del protagonista (l’avvocato Atticus Finch) sono ciò che le ha dato l’ispirazione e la forza per «combattere il sistema e perseguire la giustizia a tutti i costi». Anche per questo, ha da poco aderito al progetto Common Goal, la piattaforma benefica lanciata due anni fa dal giocatore spagnolo del Manchester United Juan Mata. Chi si aggrega cede l’1% del proprio salario a organizzazioni impegnate nel sociale che sceglie personalmente. A presentarla ufficialmente è stato un grande ex dei Red Devils, Eric Cantona. Ad aspettarla, tra gli altri iscritti, il capitano della Juventus Giorgio Chiellini. Perché, come ha concluso Eni nella sua personale arringa, su «The Players’ Tribune» «bisogna continuare a parlare, nei momenti in cui è importante farlo. Bisogna continuare a insistere, per educare le persone e far loro cambiare idea. Certo, non vincerai sempre. Ma a volte sì».

·         Il Sud scomparso. Dire che i napoletani son tutti ladri non è reato!

ORA VI POTETE SCATENARE – DIRE CHE I NAPOLETANI SONO TUTTI LADRI NON È PIÙ REATO. Da Il Messaggero il 14 giugno 2019. Dire che “i napoletani sono tutti ladri” non è reato. Almeno stando a quanto sostiene il vice procuratore di Aosta Sara Pezzetto. La vicenda inizia nel gennaio scorso quando nel bar delle Guide di Courmayeur il proprietario si rifiuta di trasmettere la partita di calcio Milan-Napoli, dicendo al cliente che glielo aveva chiesto che «non gli piacevano i napoletani perché sono tutti ladri». Il vice procuratore onorario di Aosta Sara Pezzetto ha chiesto al giudice di pace l'archiviazione dell'indagine per diffamazione a carico del gestore del bar, aperta dopo una querela di un quarantottenne originario di Caserta e residente a Milano, a cui rimane ora la strada del giudizio civile. I fatti risalgono al 26 gennaio scorso. Il comportamento, secondo la procura guidata da Paolo Fortuna, non configura il reato di diffamazione in quanto l'offeso era presente e neppure quello di ingiuria, ormai depenalizzato. Inoltre in base a una sentenza della Cassazione, non si può neppure parlare di «odio razziale o etnico» dato che manca un «sentimento idoneo a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori». Secondo il cliente, il gestore del bar alla sua richiesta aveva dapprima risposto con «a noi i napoletani non piacciono e le partite del Napoli non le facciamo vedere». In quel momento nel locale vi erano diversi turisti stranieri che seguivano il Torneo Sei nazioni di rugby. L'avventore aveva quindi accompagnato fuori dal bar i propri figli ed era rientrato, sentendosi dire che «non gli piacevano i napoletani perché sono tutti ladri, perché quando ci sono dei napoletani nel locale fanno sempre casino e spesso rubano i soldi dalla cassa», precisando poi che «il locale è mio e nel mio locale i napoletani non li voglio».

“IL SUD È SCOMPARSO DALL'AGENDA POLITICA DI QUALSIASI PARTITO”. Ernesto Galli Della Loggia per il “Corriere della sera” il 13 giugno 2019. È doveroso ma anche troppo facile scandalizzarsi di quanto in uno studio televisivo Rai è uscito dalla bocca di due giovani «neomelodici», alias cantanti meridionali di vastissimo successo specializzati in moderne canzoni di malavita. I quali, come si sa, in perfetta coerenza con i testi delle loro canzoni, in cui si esaltano uomini e gesta della delinquenza spesso sconfinando nella vera e propria apologia di reato, se ne sono usciti con espressioni di sostanziale dileggio nei confronti di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. «Queste persone che hanno fatto queste scelte di vita sanno le conseguenze - ha sentenziato uno dei due teppisti canori -, come ci piace il dolce ci deve piacere anche l' amaro». Una volta conosciute, simili parole - a quel che pare debolmente redarguite dal conduttore della trasmissione - hanno suscitato l' abituale indignazione stentorea dell' Italia ufficiale. Con l' inevitabile corredo di rampogne alla Rai, scuse, promesse di essere più «attenti» in futuro, annuncio di eventuali sanzioni e così via seguitando con l' aria fritta di sempre. Nessuno però si è fatto la domanda più ovvia: come mai «Scarface» e «Tritolo» (questi i leggiadri soprannomi dei due «neomelodici») hanno in tutto il Mezzogiorno il successo strepitoso che hanno? E dunque che razza di società è quella dove accade una cosa simile, dove si festeggiano nozze, battesimi e santi patroni inneggiando alle rivoltellate, agli uomini d' onore e ai morti ammazzati? La risposta la conosciamo: è la società del Sud attuale. La società della disgregazione e dell' abbandono, dove lo sperpero e la malversazione aggravano l' ormai congenita inadeguatezza delle risorse. È la società delle opere pubbliche lasciate a metà, della frequenza scolastica massicciamente elusa, dell' industrializzazione troppo spesso fallita, delle amministrazioni locali in mano all' incapacità o al malaffare, dell' umiliante anabasi sanitaria al Nord, dei centri urbani sconvolti e delle periferie invivibili, del voto di scambio, del trasformismo politico come prassi. È la società dove sotto un' apparente normalità dai toni magari spensierati, com' è nel suo carattere antico, serpeggia una sconsolatezza triste, una frustrazione mortificata, un pervadente sentimento di continua inadeguatezza, fatte apposta per spegnere iniziative, per logorare energie e speranze. Sembriamo sapere così bene che cosa è il Mezzogiorno che da tempo, paradossalmente, non vogliamo però saperne più nulla. Sono anni e anni che il resto del Paese ha cessato di occuparsene. Il Sud è scomparso dall' agenda politica di qualsiasi partito così come dall' informazione. Nessuno più ha voglia di interessarsi ai suoi problemi. La sua condizione drammatica non fa più notizia se non per qualche clamoroso fatto di sangue. Sicché se un vero rimprovero va mosso alla Rai non è quello di aver dato casualmente voce alle volgarità di due sciagurati giovinastri, bensì è quello di essersi uniformata da anni all'andazzo generale lasciando che di un intero pezzo d'Italia si occupassero solo le scialbe cronache della sue sedi regionali, rivolte, come in tutta la Penisola, unicamente a illustrare virtù e benemerenze dei cacicchi locali. «Scarface» e «Tritolo» fanno notizia proprio perché rivelano ciò che non sappiamo ma che avremmo dovuto sapere: indoviniamo che attraverso le loro parole impudiche è l' intero degrado in cui nella nostra indifferenza è sprofondato un terzo del Paese che parla e c'interpella. Perché comunque e a dispetto di tutto, il Sud esiste e sta lì. E l'Italia deve decidere una volta per tutte che cosa vuole farci, perché forse non ha davvero capito che cosa significa abbandonarlo a se stesso. Il Sud sta lì con la mole della sua arretratezza ma anche con le sue sparse oasi di sviluppo talora di altissima qualità tecnologica. Con il suo mercato di consumatori non proprio indifferente per tanta industria del Nord, e con i suoi milioni di cittadini elettori che possono decidere da chi e come deve essere governato il Paese. Sta lì infine - e principalmente - con il rilievo della sua posizione geografica immersa nel Mediterraneo. Esso dunque ricorda che per l' Italia decidere che cosa fare del Mezzogiorno significa decidere per ciò stesso che cosa fare del Mediterraneo. Cioè della sua proiezione naturale in quel mare e verso i soli teatri - i Balcani, l'Africa e il Levante - prospicienti su quelle acque e dove essa può contare qualcosa. O questo ormai non vuol dire nulla dal momento che abbiamo deciso (non so chi né quando) che il nostro futuro si gioca solamente tra Berlino e Bruxelles, al massimo con un occhio a Pechino? Un'Italia senza il Sud va ineluttabilmente incontro a una drammatica perdita di rango destinata a riflettersi pesantemente anche a nord del Garigliano: come diceva Gaetano Salvemini, essa diviene solo «un Belgio più grande» (sia detto con tutto il rispetto per il Belgio). Non si tratta solo di questo però. C'è di peggio. Infatti, il resto dell' Italia può benissimo disinteressarsi del Mezzogiorno, fare come se non ci fosse: il fatto è che in ogni caso è comunque il Mezzogiorno che dimostra di non avere intenzione di disinteressarsi del resto d'Italia. Lo sta facendo da anni trapiantando nel cuore dell' Emilia-Romagna, della Lombardia, del Veneto, nel cuore dell' opulento Nord, le succursali delle sue potenti organizzazioni criminali. Allargandone sempre più il dominio, erodendo il tessuto civile e amministrativo di quelle regioni, dei suoi governi locali, in certo senso letteralmente mangiandosele. A suo modo è una sorta di vendetta per il troppo lungo oblio. Alla quale non c' è che una risposta: ricominciare a occuparsi di quella parte decisiva del nostro Paese. Con intelligenza e con passione; non con indulgenza ma con generosità: perché alla fine è di noi tutti che si tratta. Peccato caro Galli Della loggia. I Neomelodici, dei quali si ignorava l’esistenza,  i meridionali li hanno conosciuti proprio sulla Rai, la tv di Stato. Inoltre far dar fiato alle trombe sempre a chi, da giornalista, non dà notizie, ma esprime opinioni razziste notizie, non è paritetico. La disaffezione dei meridionali rispetto a tutto quanto inneggi e rispecchi le istituzioni nazionali è dovuto al fatto che i meridionali, sin dal tempo dei Savoia, si son sentiti sempre come un popolo colonizzato. Se l’informazione è da sempre in mano al Nord Italia, mai si potrà avere una verità storica condivisa. Sarebbe bello parlare di Unità d’Italia e Risorgimento, Liberazione e fenomeni mafiosi. Far parlare di mafia chi la conosce bene non è conveniente per l’elìte.

Il Mezzogiorno saccheggiato (non dimenticato). Galli della Loggia e i cacicchi della notte di Rai3. Roberto Napoletano su quotidianodelsud.it Sembriamo sapere così bene che cosa è il Mezzogiorno che da tempo, paradossalmente, non vogliamo però saperne più nulla. Sono anni e anni che il resto del Paese ha cessato di occuparsene. Il Sud è scomparso dall’agenda politica di qualsiasi partito così come dall’informazione. Riproduciamo questo passaggio di un editoriale “Le verità (scomode) sul nostro Meridione” pubblicato ieri in prima pagina sul Corriere della Sera, a firma di Ernesto Galli della Loggia, che ci ha colpito per almeno due ragioni.

La prima: nel colpevole silenzio informativo segnala il problema centrale del Paese e critica in modo sacrosanto la Rai che “ha lasciato che di un intero pezzo d’Italia si occupassero solo le scialbe cronache delle sue sedi regionali”; doppio plauso a Galli della Loggia, ci permettiamo di aggiungere che l’informazione di approfondimento del tg3 con i suoi “cacicchi” della notte arriva a bandire le libere voci nazionali sul Mezzogiorno, come la nostra, financo nelle rassegne stampa. Si ignora, in tutti questi comportamenti omissivi e censori, che grazie ai telespettatori delle regioni meridionali la Rai riesce a tutelare il suo patrimonio di ascolti e che si tratta di un’azienda pubblica finanziata dai contribuenti. C’è materia per dibatterne in Parlamento nelle sedi competenti.

La seconda: non è affatto vero che il Mezzogiorno è scomparso dall’agenda politica di qualsiasi partito, qui Galli della Loggia sbaglia, perché viceversa è diventato - come questo giornale ha documentato sulla base di inchieste giornalistiche e rapporti comparativi inequivoci delle principali istituzioni contabili della Repubblica italiana - la cassa pubblica con cui foraggiare la spesa assistenziale delle Regioni ricche del Nord. Uno scippo di decine e decine di miliardi l’anno che ha tolto ingiustificatamente spesa sociale e produttiva dovute al Mezzogiorno, si va dagli asili nido all’alta velocità, per ingrassare flussi affaristici e, a volte addirittura criminali, nelle zone più opulente del Paese. 

Con il trucco della spesa storica per cui il ricco diventa sempre più ricco e il povero diventa sempre più povero, sotto la regia determinante della Lega prima di Bossi poi di Salvini, ma con connivenze di tutti gli schieramenti di partito da sinistra a destra, le Regioni e i Comuni del Nord hanno saccheggiato il bilancio pubblico italiano impossessandosi con destrezza di risorse destinate agli enti locali del Sud per almeno dieci anni consecutivi. Si sono mossi  con una logica miope che ha dato e continua a dare, di certo, indebito sollievo nel breve periodo alle aree più ricche, ma condanna per sempre l’intero Paese al declino perché prepara il terreno alla colonizzazione franco-tedesca del Nord e abbandona il Sud alla deriva. Una vergogna civile, prima ancora di uno scandalo.

La soddisfazione più grande, però, ci viene dal lavoro dei bravissimi Luca Bianchi e Carmelo Petraglia, pubblicato su Lavoce.info, che smaschera con la forza dei numeri della Ragioneria generale dello Stato e dei Conti pubblici territoriali (Cpt) pubblicati da questo giornale nel suo primo giorno di uscita, che non è vero che il Sud sottrae spesa pubblica al Nord ma l’esatto contrario. La spesa delle amministrazioni centrali, come abbiamo documentato più volte, è addirittura pari a poco più del 5% di quella relativa ai diritti sociali e all’istruzione scolastica primaria. La ministra, Erika Stefani, ha avuto la faccia tosta di presentarsi in Parlamento e di spacciare come totali i dati delle amministrazioni centrali, più favorevoli alle regioni meridionali, omettendo di dire che si tratta di una quota nettamente al di sotto della metà della spesa regionalizzata del settore pubblico allargato. Ha occultato, con dolo politico, lo scippo pluriaggravato che le Regioni e i Comuni del Nord fanno dal 2009, l’anno in cui si è cominciato a saccheggiare la spesa e si è fatto esplodere il debito, grazie alla copertura della legge 42 del ministro leghista Calderoli. Che permette transitoriamente di utilizzare il criterio della spesa storica, in attesa di definire i livelli essenziali di prestazione uguali per tutti i cittadini in materia di sanità, scuola, traporti. In un Paese civile un ministro che esibisce dati veri perché la Ragioneria generale dello Stato è una istituzione seria, ma omette di dire che sono pesantemente incompleti e, quindi, risultano assolutamente falsi, e lo fa per sua scelta dolosa, viene accompagnata alla porta e cessa la carriera politica. Invece, trama perché le Regioni del Nord si impossessino per sempre della cassa del Sud con l’autonomia differenziata. Se ciò avvenisse l’Italia per come siamo abituati a conoscerla non esisterebbe più. Sarà bene riprendere a parlare seriamente del Mezzogiorno e recuperare settanta anni dopo la coerenza meridionalista di De Gasperi. Sempre che il vaniloquio di Salvini e di Di Maio cessi per qualche settimana e consenta a Conte e Tria di fare quello che sanno di dovere fare per evitare la perdita della sovranità del Paese. Il Capitano e l’erede scelto da Casaleggio scendano dalle nuvole e mettano i piedi per terra. A quel punto, dovranno solo dire grazie a chi prova a sbrogliare la matassa di guai creata da loro.

Risposta a Galli della Loggia sull’articolo Corriere della Sera “Le verità (scomode) sul Sud”. Leo Procopio, segretario Italia del Meridione Catanzaro su Soveratoweb.com il 13 giugno 2019. Sul Corriere della Sera online, datato 12 giugno, appare un articolo a firma di Ernesto Galli della Loggia dal titolo “Le verità (scomode) sul Sud“. Sottotitolo: l’Italia deve decidere una volta per tutte che cosa vuole fare del Meridione, perché forse non ha davvero capito che cosa significa abbandonarlo a se stesso. Finalmente! Mi sono detto. Qualcuno s’è ricordato che la questione meridionale non è mai stata risolta e fa appello affinchè torni (nuovamente?) nell’agenda della politica. Mi son perciò immerso nella lettura nella certezza che da li a breve Galli della Loggia elencasse le ragioni per le quali fosse arrivato il momento per cui il resto d’Italia avrebbe dovuto prestare interesse al Meridione. Mi aspettavo di leggere che era arrivato il momento di riconoscere, come affermava Nicola Zitara, che prima del 1860 il Sud era uno Stato e dopo è diventato soltanto una colonia. Che il nemico del Meridione non era rappresentato dai Borbone, che anzi lo avevano fatto decollare e progredire, bensi da coloro che, in nome di un’Unità fasulla non ancora realizzata, avevano rapinato i meridionali delle loro ricchezze e delle loro terre. Mi sarei aspettato di leggere che le famiglie meridionali perbene non ne possono più di vedere i loro figli portatori sani di idee, energie, entusiasmi salire sui treni e andare via, svuotando la parte migliore del Mezzogiorno. E che le famiglie non ne possono più di pagare affitti da capogiro, di stipendiare atenei, di rimettere rimesse. Una spesa incalcolabile. Mi sarei aspettato di leggere che Il Sud ha di che disperarsi e non lo si può più lasciare abbandonato. Mi sarei aspettato di leggere qualcosa di simile per portare e dare attenzione ad un popolo da molto tempo trascurato. Invece il della Loggia esorta si a prendersi cura dell’Italia più povera ma per ragioni completamente diverse da quelle che io e probabilmente una buona parte di italiani, quanto meno meridionali, ci aspettavamo. Egli dice:” il resto d’Italia può benissimo disinteressarsi del Mezzogiorno, fare come se non ci fosse” ; il fatto, ammette, “ è che in ogni caso è comunque il Mezzogiorno che dimostra di non avere intenzioni di disinteressarsi del resto d’Italia”. E’ a conferma di ciò, scrive, che “lo sta facendo da anni trapiantando nel cuore dell’Emilia Romagna, della Lombardia, nel Veneto, nel cuore dell’opulento Nord, le succursali delle sue potenti organizzazioni criminali. Allargandone sempre più il dominio, erodendone il tessuto civile ed amministrativo di quelle regioni, dei suoi governi locali; in in un certo senso letteralmente mangiandosele”. Bisogna occuparsi del sud non per quel che è o è stato, ma solo perché altrimenti le mafie meridionali ci mangiano. Come dire: ad un povero dai da mangiare non per sfamarlo, ma per togliertelo dai piedi. Ecco, questo è il pensiero del signor Ernesto galli della Loggia. Mi piacerebbe che ogni cittadino meridionale nel gridare : VERGOGNA, VERGOGNA, VERGOGNA facesse una bella pernacchia al suo indirizzo e gli ricordasse che la civiltà dei popoli viene prima della civiltà degli individui e che nel caso di quella meridionale ebbe il nome di “ MAGNA GRAECIA” e che l’ Italia prese il nome da quella parte di Calabria che al tempo degli itali si estendeva dai golfi di Sant’Eufemia e di Squillace alla provincia di Reggio Calabria. Basta questo per ricollocare l’Ernesto nella sua giusta dimensione di, come cantava la nostra corregionale Mia Martini, piccolo uomo? Leo Procopio, segretario Italia del Meridione Catanzaro

·         Le radici meridionali della lingua italiana.

La Divina Commedia è razzista, via dalla scuola. Proposta shock di "Gherush92", organizzazione di ricercatori e professionisti delle Nazioni Unite: "Contenuti islamofobici e antisemiti." Globalist 13 marzo 2012.

Stereotipi, luoghi comuni, contenuti e frasi offensive, razziste, islamofobiche e antisemite che difficilmente possono essere comprese e che raramente vengono evidenziate e spiegate nel modo corretto. E' il contenuto di alcune terzine della Divina Commedia che, secondo 'Gherush92', organizzazione di ricercatori e professionisti che gode dello status di consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, diritti umani, risoluzione dei conflitti, razzismo, antisemitismo, islamofobia, andrebbe eliminata dai programmi scolastici o, quanto meno, letta con le dovute accortezze. ''La Divina Commedia - spiega Valentina Sereni, presidente di Gherush92 - pilastro della letteratura italiana e pietra miliare della formazione degli studenti italiani presenta contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza e viene proposta senza che via sia alcun filtro o che vengano fornite considerazioni critiche rispetto all'antisemitismo e al razzismo''. Sotto la lente di ingrandimento in particolare i canti XXXIV, XXIII, XXVIII, XIV. Il canto XXXIV, spiega l'organizzazione, è una tappa obbligata di studio. Il personaggio e il termine Giuda e giudeo sono parte integrante della cultura cristiana: ''Giuda per antonomasia è persona falsa, traditore (da Giuda, nome dell'apostolo che tradì Gesù)''; ''giudeo è termine comune dispregiativo secondo un antico pregiudizio antisemita che indica chi è avido di denaro, usuraio, persona infida, traditore'' (De Mauro, Il dizionario della lingua italiana). Il significato negativo di giudeo è esteso a tutto il popolo ebraico. Il Giuda dantesco è la rappresentazione del Giuda dei Vangeli, fonte dell'antisemitismo. "Studiando la Divina Commedia - sostiene Gherush92 - i giovani sono costretti, senza filtri e spiegazioni, ad apprezzare un'opera che calunnia il popolo ebraico, imparano a convalidarne il messaggio di condanna antisemita, reiterato ancora oggi nelle messe, nelle omelie, nei sermoni e nelle prediche e costato al popolo ebraico dolori e lutti''. E ancora, prosegue l'organizzazione, ''nel canto XXIII Dante punisce il Sinedrio che, secondo i cristiani, complottò contro Gesù; i cospiratori, Caifas sommo sacerdote, Anna e i Farisei, subiscono tutti la stessa pena, diversa però da quella del resto degli ipocriti: per contrappasso Caifas è nudo e crocefisso a terra, in modo che ogni altro dannato fra gli ipocriti lo calpesti''. ''Nel canto XXVIII dell'Inferno - spiega ancora Sereni - Dante descrive le orrende pene che soffrono i seminatori di discordie, cioè coloro che in vita hanno operato lacerazioni politiche, religiose e familiari. Maometto è rappresentato come uno scismatico e l'Islam come una eresia. Al Profeta è riservata una pena atroce: il suo corpo è spaccato dal mento al deretano in modo che le budella gli pendono dalle gambe, immagine che insulta la cultura islamica. Alì, successore di Maometto, invece, ha la testa spaccata dal mento ai capelli. L'offesa - aggiunge - è resa più evidente perché il corpo ''rotto'' e ''storpiato'' di Maometto è paragonato ad una botte rotta, oggetto che contiene il vino, interdetto dalla tradizione islamica. Nella descrizione di Maometto vengono impiegati termini volgari e immagini raccapriccianti tanto che nella traduzione in arabo della Commedia del filologo Hassan Osman sono stati omessi i versi considerati un'offesa''. Anche i sodomiti, cioè coloro che ebbero rapporti "contro natura", sono puniti nell'Inferno: I sodomiti, i peccatori più numerosi del girone, sono descritti mentre corrono sotto una pioggia di fuoco, condannati a non fermarsi. Nel Purgatorio i sodomiti riappaiono, nel canto XXVI, insieme ai lussuriosi eterosessuali. ''Non invochiamo né censure né roghi - precisa Sereni - ma vorremmo che si riconoscesse, in maniera chiara e senza ambiguità che nella Commedia vi sono contenuti razzisti, islamofobici e antisemiti. L'arte non può essere al di sopra di qualsiasi giudizio critico. L'arte è fatta di forma e di contenuto e anche ammettendo che nella Commedia esistano diversi livelli di interpretazione, simbolico, metaforico, iconografico, estetico, ciò non autorizza a rimuovere il significato testuale dell'opera, il cui contenuto denigratorio è evidente e contribuisce, oggi come ieri, a diffondere false accuse costate nei secoli milioni e milioni di morti. Persecuzioni, discriminazioni, espulsioni, roghi hanno subito da parte dei cristiani ebrei, omosessuali, mori, popoli infedeli, eretici e pagani, gli stessi che Dante colloca nei gironi dell'inferno e del purgatorio. Questo è razzismo che letture simboliche, metaforiche ed estetiche dell'opera, evidentemente, non rimuovono''. ''Oggi - conclude Sereni - il razzismo è considerato un crimine ed esistono leggi e convenzioni internazionali che tutelano la diversità culturale e preservano dalla discriminazione, dall'odio o dalla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, e a queste bisogna riferirsi; quindi questi contenuti, se insegnati nelle scuole o declamati in pubblico, contravvengono a queste leggi, soprattutto se in presenza di una delle categorie discriminate. E' nostro dovere segnalare alle autorità competenti, anche giudiziarie, che la Commedia presenta contenuti offensivi e razzisti che vanno approfonditi e conosciuti. Chiediamo, quindi, di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali o, almeno, di inserire i necessari commenti e chiarimenti''.

COSÌ LA SICILIA INFLUENZÒ LA LINGUA. Valeria Ferrante 17 marzo 2011 su La Repubblica.  «La Sicilia, insieme ad altre regioni, concorse all' eliminazione dell' uso del cosmopolitico latino medioevale, creando le premesse per lo sviluppo di una "lingua letteraria". Attribuirle la nascita dell' italiano, sarebbe comunque improprio. Quello che Foscolo, Cattaneo, Manzoni avevano sognato, che l' italiano diventasse davvero la lingua comune degli italiani, è solo oggi una realtà. Prima, non esistendo un popolo che lo parlasse, l' italiano era rimasto segno di unità e identità solo peri pochi che sapevano leggere e scrivere: dunque peri letterati». Lo afferma Tullio De Mauro, patriarca dei linguisti, ragionando sull' importanza dell' italiano, come fattore determinante per la nascita dell' unificazione politica, e su come la Sicilia possa aver influito nel processo di formazione di una nostra identità nazionale e quindi alla nascita della lingua comune. «Il contributo della Sicilia è stato molteplice - continua lo studioso - Particolare rilievo ebbero le opere di Verga, Pirandello, De Roberto, Gentile, o di autori oggi dimenticati come Giovanni De Cosmi. In un contesto di corale rinnovamento si inscrisse anche l' esperienza della Scuola siciliana che ebbe un ruolo certamente significativo. Con la nascita della poesia d' amore si determinò uno spostamento dell' asse culturale che, dal nord della Francia, con i trovatori della Provenza, si sarebbe posto in Italia e nello specifico in Sicilia». Jacopo da Lentini, Guido delle Colonne, Stefano Protonotaro, Cielo d' Alcamo, Giacomino Pugliese, Rinaldo d' Aquino - quasi tutti funzionari statali - raccoltisi nel 1230 intorno alla corte di Federico II, formarono la cosiddetta Scuola siciliana, che assunse un ruolo d' avanguardia nella formazione della prima espressione poetica italiana. «Primi in Italia furono i poeti di Sicilia - scrive Noemi Ghetti nel suo libro "L' ombra di Cavalcante e Dante" (edizioni L' Asino d' oro, 230 pagine) - a trasformare, nel passaggio alla scrittura, le parlate volgari che si pensano germinate spontaneamente dal latino, modellandole, ciascuno, secondo le esigenze della personale espressione poetica: singulari arbitrio obnoxiae, dice Dante». È dunque dalla lirica d' amore, un espediente escogitato da un uomo innamorato per farsi meglio comprendere dall' amata, ignara di latino, che si può ricondurre l' origine della nostra lingua letteraria: « Oi lassa innamorata - recitò una sera, nella stanza dorata di Federico II, Guido delle Colonne - contar vo' la mia vita, e dire ogni fiata, come l' amor m' invita». Se fu Dante il primo che, a partire dai dialetti - le lingue volgari teorizzate nel "De vulgari eloquentia"- si pose la «questione della lingua» avviando la sua ricerca di un «volgare illustre», fu proprio la nostra isola, privilegiata perché lontana e in opposizione alla Roma dei papi custode del latino dell' Impero, che divenne un centro di grande sperimentazione artistica, scientifica, e soprattutto letteraria. Citando un passo del "De vulgari eloquentia di Dante", la Ghetti prosegue: «tutto quanto gli italiani producono in fatto di poesia si chiama siciliano (...) tutto quanto, al tempo loro i migliori spiriti italici riuscivano a fare, veniva primamente alla luce presso la corte di sì nobili sovrani. E poiché trono del regno era la Sicilia, è avvenuto che, ogni cosa i nostri maggiori producessero in volgare, si chiami siciliana; nome che anche noi manteniamo e che i posteri non potranno mutare». A far da ponte tra la Scuola siciliana e gli stilnovisti fiorentini fu Guittone, lo stesso che Dante cita nel XXIV canto del Purgatorio: «O frate, issa vegg' io (...) il nodo che l' Notaro e Guittone e me ritenne di qua dal dolce stil novo ch' io odo! ». L' innovativa ricerca poetica siciliana, eredità riconducibile in parte agli arabi, oltre che ai greci, si lega all' immagine femminile, quel «dir d' amore» che il Sommo poeta nella "Vita nuova" rintraccia nell' uso letterario della «lingua del sì». Il più vibrante, carnale e anticonvenzionale tra gli intellettuali della Magna curia è certamente Cielo D' Alcamo: « Rosa fresca aulentissima ch' apari inver' la state le donne ti disiano, pulzell' e maritate », declama il poeta che «per originalità delle immagini e la freschezza della lingua in cui esprime il desiderio rimane un unicum nella poesia delle origini», come scrive la Ghetti. Ma lo studio originale e acuto sulla natura dell' amore, «meraviglioso senso» che «stringe con furore», della Scuola siciliana si esaurì, con la morte di Federico II (1250), cui seguì il rapido declino del dominio imperiale nel Sud, conteso da Angioini e Aragonesi. L' eredità dei poeti federiciani, dei quali pochissimi manoscritti ci sono giunti, fu raccolta nell' Italia centrale dai cosiddetti poeti siculo-toscani poiché i modesti poeti insulari del XIV secolo ignorarono completamente i loro illustri predecessori. Questo perché molti intellettuali toscani erano infatti vissuti alla corte di Federico II: Firenze, diventata una capitale economica in forte espansione. «La scelta del fiorentino scritto trecentesco - prosegue De Mauro - a lingua che fosse comune e specificatamente propria dell' Italia, si andò affermando già nel secolo Quattrocento nelle nascenti amministrazioni pubbliche dei diversi stati in cui il Paese era diviso e si consolidò poi trai letterati del XVI secolo quando sempre più spesso la lingua di Dante, Petrarca, Boccaccio cominciò a dirsi italiano e non più fiorentino o toscano. Mancarono ancora per secoli quelle condizioni di unificazione politica, economica e sociale e di sviluppo della scolarità elementare che in altri paesi europei portavano i popoli a convergere verso l' uso effettivo delle rispettive lingue nazionali». «Se quindi è vero che il volgare illustre fu tenuto a battesimo in Sicilia - aggiunge Franco Lo Piparo, ordinario di Filosofia del Linguaggio - ciò è avvenuto perché il nostro idioma ha una vicinanza più che naturale con il toscano, o con quello che sarebbe in seguito divenuto "l' italiano" di Dante, Petrarca e Boccaccio, ed ecco spiegato anche il motivo per cui fra le due regioni, nel secondo decennio del Duecento, si generò un fitto scambio culturale e letterale. Detto ciò non credo che sia il caso di andare a rivendicare un primato, se non addirittura una primogenitura. La domanda che invece dovremmo porci è forse questa: perché non vi fu un prosieguo? La Sicilia passò all' italiano in maniera del tutto silenziosa, come intellettualmente silenziosi furono i secoli successivi all' esperienza federiciana. Si è dovuto aspettare la letteratura verista perché qualcosa all' orizzonte riemergesse. Un romanzo come "I Malavoglia" non poteva per esempio non essere che opera di un siciliano. Si tratta infatti del primo romanzo in cui l' italiano non è più la lingua dell' uomo colto, ed in cui i personaggi, degli umili pescatori, non usano per dialogare neppure quella parlata tipica degli incolti, essi piuttosto usano un italo-siciliano, a metà strada tra lingua e dialetto, con cui Verga e lo stesso amico Capuana si esprimevano, e con il quale noi ci esprimiamo tutt' oggi. A mio avviso ebbe più influenza sulla formazione della lingua italiana "I Malavoglia" che non la scuola dei poeti siciliani alla corte di Federico II».  Valeria Ferrante

LA LINGUA ITALIANA È NATA IN SICILIA. NEGLI SPAZI BIANCHI DELLE PERGAMENE DEI NOTAI. rai.it.  In questo articolo che vi segnaliamo si parla di alcune interessanti "scoperte" che riguardano le origini della lingua italiana: il ritrovamento, in una biblioteca lombarda, di alcune poesie della scuola siciliana. Si tratta di frammenti di poesie importanti, ascrivibili tra gli altri ad autori come Giacomo da Lentini, "il Notaro" fondatore della Scuola, e addirittura a Federico II, l’imperatore-poeta che ne fu il geniale promotore, trascritte sul retro di pergamene che riportano sentenze di condanna di alcune famiglie guelfe. La trascrizione induce a ipotizzare l’esistenza di un piccolo canzoniere di liriche della Scuola siciliana, circolante in Lombardia in quegli anni. Si intacca in questo modo una consolidata ricostruzione storica che fa dei toscani, all’indomani della caduta degli Svevi e del partito ghibellino a Benevento (1266), i soli eredi della poesia siciliana. Il ritrovamento dà forza all'ipotesi che circa un secolo di poesia d'amore siciliana sia stato "nascosto" da un "sistematico lavoro di risemantizzazione in funzione spirituale e cristiana del lessico volgare delle origini" processo al quale ha preso parte anche Dante.

LA LINGUA ITALIANA È NATA IN SICILIA, TRA GLI SPAZI BIANCHI DEI NOTAI. Noemi Ghetti parcodeinebrodi.blogspot.com il 22 giugno 2013. Il ritrovamento di alcune poesie della scuola siciliana in una biblioteca lombarda da parte del ricercatore Giuseppe Mascherpa riporta in primo piano il dibattito sulle reali origini della lingua italiana. Ne è esempio la scoperta di almeno quattro testi poetici siciliani sul verso di pergamene recanti sentenze di condanna di esponenti di grandi famiglie guelfe per violazioni di norme sui tornei. A quei tempi, si sa, i notai erano spesso poeti, e riempivano in tal modo gli spazi bianchi, al fine di impedire che ci fossero aggiunte illecite a margine degli atti. Si tratta di frammenti di poesie importanti, ascrivibili tra gli altri ad autori come Giacomo da Lentini, ‘il Notaro’ fondatore della Scuola, e addirittura a Federico II, l’imperatore-poeta che ne fu il geniale promotore. Avvenuta nel cruciale ventennio 1270-1290, la trascrizione induce a ipotizzare l’esistenza di un piccolo canzoniere di liriche della Scuola siciliana, circolante in Lombardia in quegli anni. E va ad aggiungersi al recente ritrovamento di un altro manoscritto mutilo, rinvenuto da Luca Cadioli nella soffitta di una dimora nobiliare milanese, che contiene l’unica fedele traduzione dal francese del Lancelot du lac, il famigerato romanzo sugli amori di Lancillotto e Ginevra, ricordato da Francesca da Rimini nel canto VI dell’Inferno. Le trascrizioni dei siciliani sono interessanti soprattutto perché lasciano intravvedere l’originale veste linguistica delle liriche, finora perduta tranne che in un singolo caso, e sono antecedenti alla versione toscanizzata attraverso cui le conosciamo. Se ne ricostruisce, è quanto qui ci importa dedurre, il panorama di una cultura letteraria laica, diffusa nel Duecento nella penisola italiana ben al di là di quanto lo schema tradizionale lasci immaginare. Si intacca in questo modo una consolidata ricostruzione storica che fa dei toscani, all’indomani della caduta degli Svevi e del partito ghibellino a Benevento (1266), i soli eredi della poesia siciliana. E in effetti viene subito in mente che l’Italia settentrionale accolse catari e trovatori in fuga, all’indomani della feroce crociata albigese che disperse la civiltà della vicina Provenza. E che nell’Italia settentrionale persisteva una diffusa tradizione di cantari francesi d’amore e d’avventura che, ripresa felicemente nella Ferrara quattrocentesca dall’Orlando innamorato di Boiardo, fu poi riportata nel Furioso di Ariosto alla norma anche linguistica del fiorentino canonizzato nel 1524 dal cardinale Pietro Bembo. La reazione della Chiesa contro la magnifica fioritura laica del Duecento fu infatti durissima, se ancora nel febbraio del 1278 nell’Arena di Verona un immane rogo arse gli ultimi 166 catari, e nel 1285 fu assassinato il filosofo parigino Sigieri di Brabante. Scomunicato e condannato a morte, attendeva il perdono papale nella curia di Orvieto, dove si era rifugiato dopo che nel 1277 il vescovo di Parigi Tempier aveva giudicato eretiche le proposizioni dell’averroismo latino che avevano animato, col De amore di Andrea Cappellano, la poesia delle origini fino allo Stilnovismo di Guinizzelli e Cavalcanti. Il delitto certo non passò inosservato negli ambienti Stilnovisti. Così nell’ultimo decennio del Duecento venne la conversione di Dante dall’amore per la donna all’amore per Dio, che procede per tappe successive dalla Vita Nova attraverso il Convivio fino alla Commedia. Venne, nell’anno 1300 in cui si colloca il viaggio oltremondano della Commedia, l’esilio da 

Firenze firmato da Dante e la precoce morte di Cavalcanti...Nel Poema sacro Federico II è condannato all’Inferno (X) nel girone degli eretici «che l’anima col corpo morta fanno», a cui è destinato il maestro e «primo amico», dotato sì di «altezza d’ingegno», ma che «ebbe a disdegno» la fede. Pier delle Vigne, poeta siciliano segretario dell’imperatore, è collocato tra i suicidi, e racconta a Dante il proprio dramma in modo involuto, perché la colpa imperdonabile dei Siciliani, agli occhi di Dante, è l’avere tentato una ricerca sull’amore passione carnale, al di fuori della religione, inventando una nuova lingua. Sordello da Goito, trovatore che aveva trovato fortuna in Provenza ed era rientrato in Italia nel 1269, di origini mantovane al pari di Virgilio, è collocato invece nel Purgatorio (VI-VIII), al pari di altri poeti del Duecento. Il pregiudizio nei confronti dei Siciliani ha dunque radici antiche, e un’analisi attenta dei testi danteschi e le soluzioni che via via si imposero nella secolare ‘questione della lingua’ dimostrano come, a dispetto dei riconoscimenti, esso abbia origine da Dante stesso. Fu il Sommo poeta a costituirsi come ‘padre’ della moderna lingua italiana, oscurando cento anni di ricerca della poesia d’amore da cui essa era nata, con un sistematico lavoro di risemantizzazione in funzione spirituale e cristiana del lessico volgare delle origini. Ancora nell’Ottocento un critico sensibile come Francesco de Sanctis dimostra una certa sordità nei confronti dei poeti della Scuola siciliana, e si è dovuto attendere fino al 2008 per avere la prima edizione critica completa e commentata in tre volumi dei Meridiani. Noemi Ghetti

Dante perde la paternità: la lingua italiana è nata in Sicilia. I poeti siciliani diffusi in Lombardia prima che in Toscana. Le poesie Giacomo da Lentini, "il Notaro" trovate in una biblioteca lombarda Noemi Ghetti globalist l'11 gennaio 2017. Il ritrovamento di alcune poesie della scuola siciliana in una biblioteca lombarda da parte del ricercatore Giuseppe Mascherpa riporta in primo piano il dibattito sulle reali origini della lingua italiana. Il tema è stato a suo tempo riproposto da Cesare Segre che ha sottolineato come proprio al «cambiamento di prospettiva» nella ricerca sia dovuto l'improvviso rivelarsi, negli ultimi tempi, di manoscritti duecenteschi in luoghi fino ad ora insospettabili. Ne è esempio la scoperta di almeno quattro testi poetici siciliani sul verso di pergamene recanti sentenze di condanna di esponenti di grandi famiglie guelfe per violazioni di norme sui tornei. A quei tempi, si sa, i notai erano spesso poeti, e riempivano in tal modo gli spazi bianchi, al fine di impedire che ci fossero aggiunte illecite a margine degli atti. Si tratta di frammenti di poesie importanti, ascrivibili tra gli altri ad autori come Giacomo da Lentini, "il Notaro" fondatore della Scuola, e addirittura a Federico II, l'imperatore-poeta che ne fu il geniale promotore. Avvenuta nel cruciale ventennio 1270-1290, la trascrizione induce a ipotizzare l'esistenza di un piccolo canzoniere di liriche della Scuola siciliana, circolante in Lombardia in quegli anni. E va ad aggiungersi al recente ritrovamento di un altro manoscritto mutilo, rinvenuto da Luca Cadioli nella soffitta di una dimora nobiliare milanese, che contiene l'unica fedele traduzione dal francese del Lancelot du lac, il famigerato romanzo sugli amori di Lancillotto e Ginevra, ricordato da Francesca da Rimini nel canto V dell'Inferno. Adesso come allora, ancora una volta per noi, «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse»: questi ritrovamenti suonano come una convalida dell'originale idea che la nostra lingua nasca agli inizi del Duecento dalla rivolta dei poeti siciliani contro il latino ecclesiastico, sviluppata nel 2011 nel saggio L'ombra di Cavalcanti e Dante (L'Asino d'oro edizioni). Le trascrizioni dei siciliani sono interessanti soprattutto perché lasciano intravvedere l'originale veste linguistica delle liriche, finora perduta tranne che in un singolo caso, e sono antecedenti alla versione toscanizzata attraverso cui le conosciamo. Se ne ricostruisce, è quanto qui ci importa dedurre, il panorama di una cultura letteraria laica, diffusa nel Duecento nella penisola italiana ben al di là di quanto lo schema tradizionale lasci immaginare. Si intacca in questo modo una consolidata ricostruzione storica che fa dei toscani, all'indomani della caduta degli Svevi e del partito ghibellino a Benevento (1266), i soli eredi della poesia siciliana. E in effetti viene subito in mente che l'Italia settentrionale accolse catari e trovatori in fuga, all'indomani della feroce crociata albigese che disperse la civiltà della vicina Provenza. E che nell'Italia settentrionale persisteva una diffusa tradizione di cantari francesi d'amore e d'avventura che, ripresa felicemente nella Ferrara quattrocentesca dall'Orlando innamorato di Boiardo, fu poi riportata nel Furioso di Ariosto alla norma anche linguistica del fiorentino canonizzato nel 1524 dal cardinale Pietro Bembo. La reazione della Chiesa contro la magnifica fioritura laica del Duecento fu infatti durissima, se ancora nel febbraio del 1278 nell'Arena di Verona un immane rogo arse gli ultimi 166 catari, e nel 1285 fu assassinato il filosofo parigino Sigieri di Brabante. Scomunicato e condannato a morte, attendeva il perdono papale nella curia di Orvieto, dove si era rifugiato dopo che nel 1277 il vescovo di Parigi Tempier aveva giudicato eretiche le proposizioni dell'averroismo latino che avevano animato, col De amore di Andrea Cappellano, la poesia delle origini fino allo Stilnovismo di Guinizzelli e Cavalcanti. Il delitto certo non passò inosservato negli ambienti Stilnovisti. Così nell'ultimo decennio del Duecento venne la conversione di Dante dall'amore per la donna all'amore per Dio, che procede per tappe successive dalla Vita Nova attraverso il Convivio fino alla Commedia. Venne, nell'anno 1300 in cui si colloca il viaggio oltremondano della Commedia, l'esilio da Firenze firmato da Dante e la precoce morte di Cavalcanti. Nel Poema sacro Federico II è condannato all'Inferno (X) nel girone degli eretici «che l'anima col corpo morta fanno», a cui è destinato il maestro e «primo amico», dotato sì di «altezza d'ingegno», ma che «ebbe a disdegno» la fede. Pier delle Vigne, poeta siciliano segretario dell'imperatore, è collocato tra i suicidi, e racconta a Dante il proprio dramma in modo involuto, perché la colpa imperdonabile dei Siciliani, agli occhi di Dante, è l'avere tentato una ricerca sull'amore passione carnale, al di fuori della religione, inventando una nuova lingua. Sordello da Goito, trovatore che aveva trovato fortuna in Provenza ed era rientrato in Italia nel 1269, di origini mantovane al pari di Virgilio, è collocato invece nel Purgatorio (VI-VIII), al pari di altri poeti del Duecento. Il pregiudizio nei confronti dei Siciliani ha dunque radici antiche, e un'analisi attenta dei testi danteschi e le soluzioni che via via si imposero nella secolare 'questione della lingua' dimostrano come, a dispetto dei riconoscimenti, esso abbia origine da Dante stesso. Fu il Sommo poeta a costituirsi come 'padre' della moderna lingua italiana, oscurando cento anni di ricerca della poesia d'amore da cui essa era nata, con un sistematico lavoro di risemantizzazione in funzione spirituale e cristiana del lessico volgare delle origini. Ancora nell'Ottocento un critico sensibile come Francesco de Sanctis dimostra una certa sordità nei confronti dei poeti della Scuola siciliana, e si è dovuto attendere fino al 2008 per avere la prima edizione critica completa e commentata in tre volumi dei Meridiani. Interessa qui segnalare a margine, nel ristretto numero degli studi 'inattuali' del secolo scorso come quelli di Bruno Nardi e Maria Corti, l'originale giudizio gramsciano dei Quaderni del carcere sul Duecento e Dante. Se è forse più conosciuto il saggio sul canto X dell'Inferno contenuto nei Quaderni (1931-32), con esplicite prese di distanza da Croce e importanti messaggi in codice destinati all'"ex amico" Togliatti, certo meno noto è l'apprezzamento di Gramsci per Guido Cavalcanti. Le sue parole, che lo erigono a «massimo esponente» della rivolta al pensiero teocratico medievale e del consapevole uso del volgare contro la romanitas e Virgilio, furono riprese quasi alla lettera da Gianfranco Contini. La Commedia è per Gramsci, che fu fine linguista, il «canto del cigno medievale», e il suo lavoro di latinizzazione del volgare segna la crisi della rinascita laica e il passaggio all'umanesimo cristiano. Leggere la Commedia «con amore» è atteggiamento da «professori rimminchioniti che si fanno delle religioni di un qualche poeta o scrittore e ne celebrano degli strani riti filologici». Apprezzarne i valori estetici, scrive a Iulca in una lettera dal carcere del 1931 mettendola in guardia da una trasmissione acritica del poema ai figli, non vuol dire condividerne il contenuto ideologico.

Scuole - Le tre scuole, siciliana, siculo-toscana, stilnovo. Skuola.net il 19/6/2019.

LA SCUOLA SICILIANA.

Nella produzione poetica siciliana si riscontra una comunanza di temi e di stili riconducibili alla presenza di un caposcuola, Iacopo da Lentini, che rielabora il modello provenzale. Con i siciliani la poesia diventa un genere nel quale il testo in versi si distacca definitivamente dalla musica. Non va dimenticato poi che l’aspetto più rivoluzionario di questa scuola consiste nella creazione e nell’adozione di un codice poetico in lingua volgare. L’attenzione dei poeti della Suola Siciliana si concentra totalmente sull’amore no, cioè perfetto, essi inoltre cercano di esaltare, tramite similitudini tratte dall’ambito naturalistico e scientifico, lo splendore dell’amata (che appare sempre meno concreta, quasi sublimata e divinizzata, anticipando quanto avverrà in Guinizelli e negli stilnovisti). Sul piano delle strutture metriche con la scuola siciliana si affermano definitivamente nella tradizione letteraria italiana tre forme principali: la canzone di argomento sublime, la canzonetta con temi narrativi e spesso dialogati e il sonetto, quasi sicuramente inventato da Iacopo da Lentini. La lingua poetica usata dai siciliani è di livello alto, curata sotto l’aspetto lessicale e ricca di artici retorici: alla base troviamo il volgare siciliano, privato di ogni residuo dialettale e fortemente influenzato dal periodare latino.

LA LIRICA SICULO-TOSCANA La cultura poetica siciliana non sopravvive alla ne del dominio svevo nell’Italia meridionale in seguito alla battaglia di Benevento. Fortunatamente, la ricca esperienza poetica elaborata alla corte di Federico non scompare ma si trasferisce al nord nell’area emiliana e toscana. A differenza dei siciliani, i poeti di questa nuova fase della lirica non possono essere identificati con il termini unitario di “scuola” per la grande diversità che li caratterizza sia sul piano della poetica sia su quello del linguaggio. Questi poeti si ispirano e al modello siciliano e a quello provenzale apportando importanti novità sul piano tematico e formale. Per quanto riguarda le scelte contenutistiche accanto al tema amoroso, ricompaiono i riferimenti cronachistici, la tematica morale e soprattutto quella politica. Innovativa è l’adozione di un volgare toscano alto. In Italia viene introdotta per la prima volta dai rimatori toscani la ballata, sconosciuta ai siciliani.

LO STILNOVO La nuova corrente poetica si sviluppa nel fertile crocevia culturale che lega le città di Bologna e Firenze. Precursore dello stilnovo è il bolognese Guido Guinizelli. In seguito lo stilnovo si sviluppò in toscana e in particolare a Firenze. È stato Gianfranco Contini ad attribuire per primo allo stilnovo il carattere di “scuola poetica”, individuandone i presupposti teorici nella congruenza di obiettivi, nell’adesione a una poetica comune e nella condivisione di un linguaggio lirico nuovo per forma e temi. Nello stilnovo abbiamo una rielaborazione e una selezione dei temi della tradizione precedente: alcuni di questi (come la devozione dell’uomo all’amata) sopravvivono; altri (come le immagini tratte dai bestiari o dal mondo marinaresco) scompaiono; altri ancora (come l’immagine della donna angelo) assumo maggiore pregnanza di significato nella concezione più spirituale e approfondita della passione amorosa, elaborata dagli stilnovisti. Il motivo della gentilezza e della nobiltà dell’animo appare intimamente unito a quello dell’amore, di conseguenza se ne deduce che tale nobiltà non è legata alla stirpe ma solo alle qualità personali. Questo concetto era già stato espresso da alcuni trovatori provenzali, nei quali, però, ci si riferiva solo al contesto sociale della corte; al contrario con lo stilnovo ci ritroviamo in ambito cittadino. Gli stilnovisti rifiutano nei propri componimenti qualsiasi altro tema che non sia quello amoroso. Protagonista assoluta della poesia stilnovista è la gura femminile, che diventa tramite fra l’uomo e la sfera divina. La donna esercita una funzione salvifica non solo sull’amante, ma anche su tutti coloro che le si avvicinano. Nello stilnovo la donna rivolge il saluto e lo sguardo, ma non colloquia più con l’amante ed, inoltre, è lodata non più per le sue virtù estetiche e mondane, ma per quelle spirituali. A livello stilistico e linguistico, nello stilnovo, troviamo una sintassi piana e lineare, la scelta di una lingua cittadina ma colta e raffinata, la rinuncia a forme plebee, un limitato uso di artifici.

L’italiano deriva dal siciliano? Pietro Cociancich su patrimonilinguistici.it. Com’è noto, sono molti i miti esistenti sulle lingue regionali del nostro Paese. Tra di essi, uno dei più diffusi è quello che l’italiano derivi dal siciliano, visto che questa lingua è la prima che ha sviluppato una tradizione poetica. Questa impostazione però è scorretta: vediamo di farci luce.

Alle origini del mito. Federico II di Svevia, sotto il cui regno e auspici fiorì la Scuola siciliana. Lo stesso imperatore scrisse alcuni componimenti in volgare siciliano.

La “scuola siciliana”. Le prime testimonianze di letteratura in volgare in territorio italiano nacquero in Sicilia sotto la dinastia sveva (metà del XIII secolo). Il grande prestigio culturale che l’imperatore Federico II di Hohenstaufen seppe dare alla propria corte diede vita a una scuola poetica “siciliana”. A questa scuola poetica appartenevano molti dei membri della cancelleria reale, come notai e giudici, ma anche lo stesso imperatore Federico II e suo figlio Enzo di Sardegna. Essi prendevano ispirazione, nei temi e nello stile, dalla poesia provenzale, che parlava soprattutto di amore cortese. Le innovazioni letterarie degli eruditi siciliani (che in realtà venivano un po’ da tutta l’Italia meridionale governata da Federico) furono molto rilevanti per la storia della letteratura occidentale: per esempio Giacomo da Lentini(circa 1200-1260) è considerato l’inventore della metrica del sonetto. Dal punto di vista linguistico, i lirici siciliani utilizzarono una forma aulica del volgare siciliano isolano (senza una precisa forma standard), arricchendolo di latinisimi e di francesismi di origine colta e utilizzati nell’ambiente cortigiano di Federico. Insomma, una versione di siciliano molto variabile a seconda dell’autore, ma caratterizzata da un linguaggio molto ricercato.

L’eredità letteraria. Manfredi, figlio illegittimo di Federico II e ultimo sovrano svevo della Sicilia. In seguito alla morte di Federico II, la monarchia sveva entrò velocemente in declino, che i suoi discendenti non riuscirono a impedire. Con la fine della stabilità garantita dall’imperatore Hohenstaufen, anche la civiltà cortese siciliana che aveva creato scomparve presto nel dimenticatoio. L’eredità poetica della scuola siciliana venne però conservata da alcuni copisti e raccolta dalla prima generazione di poeti toscani, come Guittone d’Arezzo (1230-1294); e molti dei temi e delle sperimentazioni linguistiche dei poeti siciliani vennero ripresi anche da autori successivi, come Dante Alighieri. L’Alighieri fu un grande estimatore della lirica siciliana e del volgare in cui essa si esprimeva, tanto da fargli affermare nel suo De Vulgari Eloquentia: Comincerò esercitando l’intelligenza nell’esame del siciliano: in effetti questo volgare sembra avocare a sé una fama superiore agli altri, perché tutto ciò che gli Italiani fanno in poesia si può dire in siciliano, e perché conosco molti maestri dell’isola che hanno cantato con gravità, come nelle canzoni Amor che l’aigua per lo foco lassi e Amor, che lungiamente m’hai menato.

In generale possiamo dire dunque che la poesia siciliana influenzò in modo rilevante quella in toscano. Ma come si è arrivati ad affermare che la lingua italiana ha origine dal siciliano?

Un equivoco linguistico. Questione di vocalismo tonico. Le differenze linguistiche tra siciliano e toscano sono molto rilevanti: per esempio, per quello che riguarda il vocalismo tonico, ossia l’inventario vocalico della lingua. E proprio una questione legata al vocalismo determinerà il diffondersi dell’equivoco di cui tratto in questo articolo. Vediamo la cosa più nel dettaglio. Il vocalismo tonico siciliano si distingue in modo netto da quello italiano-toscano, e in generale da quello di quasi tutte le lingue romanze. L’italiano ha un sistema di 7 vocali: a, é, è, i, ó, ò, u. Per questo viene definito eptavocalico. 

Il siciliano invece ha un vocalismo basato su 5 vocali: a, è, i, ò, u. Dunque viene definito pentavocalico. Ecco qualche esempio di confronto tra parole latine, siciliane e toscane che ti aiuterà a capire meglio la questione del vocalismo.

BELLU -> bèddu (italiano bèllo)

TELA -> tila (toscano téla)

NIVE -> nivi (toscano néve)

FILU -> filu (toscano filo)

FOCU -> fòcu (toscano fòco)

VOCE -> nuci (toscano vóce)

NUCE -> nuci (toscano nóce)

LUNA -> luna (toscano luna)

Ovviamente questo sistema non è esente da variazioni locali: in ampie zone del siciliano (per esempio la città di Palermo, ma anche il territorio del Ragusano) sono presenti dittongazioni come biéddu o fuòcu. Si ritene che questo vocalismo sia stato causato da alcune innovazioni locali e forse dall’influenza della pronuncia bizantina (il greco rimase diffuso in Sicilia per molti secoli nel Medioevo), che avrebbe condizionato l’antica pronuncia di *téla, *névi, *vóci. Gli autori siciliani, benché nei fatti usassero una varietà colta sopradialettale con molti prestiti latineggianti o di origine provenzale, mantennero nella loro scrittura il carattere del volgare siciliano autentico, sistema pentavocalico incluso.

Un problema di tradizione. Allora perché a noi sono arrivate poesie siciliane che seguono il vocalismo del toscano, apparendo molto italiane e poco siciliane?

Dante Alighieri fu un grande estimatore della lirica siciliana, pur conoscendola solo in forma toscanizzata. I copisti toscani, quando trascrissero le poesie della scuola siciliana, decisero di rendere “più leggibili” (per sé stessi) i testi, e cambiarono deliberatamente il sistema vocalico siciliano in quello italiano. Gli autori toscani successivi, che non avevano avuto accesso agli originali, conobbero la lirica siciliana solo nella veste toscanizzata. Di qui si sviluppò la credenza che il siciliano avesse influenzato l’italiano. C’è anche da considerare che nell’opinione di molti autori dell’epoca il “volgare” italiano fosse una lingua unica da nord a sud, che si era frammentata per via della caduta dell’uomo ai tempi della Torre di Babele (era l’opinione espressa nel De Vulgari Eloquentia da Dante). Oggi noi sappiamo che le cose sono andate diversamente e che siciliano e italiano sono due lingue differenti. Ma ai tempi non era così. Gli intellettuali dell’epoca hanno pensato che tra siciliano e toscano non dovesse esserci una grande differenza, dato che uno poteva essere benissimo una varietà dell’altro.

Equivoci letterari e linguistici. Le trascrizioni toscaneggianti portarono anche ad alcuni imprevisti: difatti, nella versione toscana non tutte le rime siciliane combaciavano. Questo inconveniente (piuttosto regolare) venne interpretato o come una licenza poetica o come un’imperfezione stilistica (mentre invece la soluzione era più semplice: era una rima che funzionava con il vocalismo siciliano; tolto quello, anche la rima veniva meno). Da questo equivoco nacque la cosiddetta rima siciliana, cioè una rima sbagliata apposta, con cui i toscani credevano di omaggiare la lirica siciliana!

Ecco alcuni esempi di rima che in siciliano funzionano, in toscano no:

Morire/avere (in siciliano muriri/aviri)

Distrutto/sotto (in siciliano distruttu/suttu)

Croce/luce (in siciliano cruci/luci)

Esempi di "rima imperfetta alla siciliana" sono presenti, per esempio, anche nella Divina Commedia. Ecco per esempio nel Canto X dell’Inferno (vv. 69-71):

Di sùbito rizzato gridò: “Come?

dicesti ‘elli ebbe’? Non viv’elli ancora?

Non fiere li occhi suoi lo dolce lume?”

L’altro inconveniente, con molte più conseguenze a lungo termine, fu la credenza che i siciliani avessero realmente scritto le proprie poesie in quella lingua, all’apparenza così diversa da quella parlata sull’isola. Ne era convinto anche Dante che, sempre nel De Vulgari Eloquentia, afferma: Dico dunque che, se si prende il volgare siciliano secondo la parlata locale media, sulla quale dovrebbe basarsi il giudizio, questa lingua non è minimamente degna dell’onore della preferenza, perché è pronunciata con una certa lentezza, come in Tragemi d’este focora, se t’este a bolontate.

Se invece lo prendiamo dall’uso dei migliori Siciliani, come si può osservare può osservare nelle succitate canzoni, non differisce in nulla dalla lingua più degna di lode. Noi siamo a conoscenza della forma linguistica originaria delle liriche siciliane perché un componimento (uno solo!) si è salvato dalla furia toscanizzante dei copisti. Si tratta di Pir meu cori alligrari, di Stefano Protonotaro. A esso vanno aggiunti anche diversi frammenti di altre liriche del tempo.

Possiamo dire che l’italiano deriva dal siciliano o no?

La teoria del siciliano padre dell’italiano viene vista con favore da due categorie di persone:

chi ritiene che tutti i "dialetti" siano delle sorta di dépendance dell’italiano (nell’ambito del cosiddetto "italoromanzo"), e quindi non ci troviamo di fronte a lingue diverse;

chi, volendo difendere la specificità della lingua siciliana rispetto a quella italiana, eccede in zelo e insiste in una superiorità del siciliano su tutte le altre parlate.

In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a un’interpretazione scorretta della storia linguistica dell’Italia.

Se infatti si può dire che la letteratura toscana venne influenzata da quella siciliana (la prima esperienza poetica in volgare dell’Italia medievale), è errato fare lo stesso ragionamento con la lingua.

Lingua e letteratura, infatti, sono cose diverse. Dunque, possiamo dire che la letteratura italiana nasce grazie all’influsso della poesia siciliana. La lingua italiana però non nasce in Sicilia e non deriva dal siciliano. 

Facciamo un gioco. Prendiamo qualche verso di una poesia siciliana tra quelle toscanizzate, in questo caso il famoso contrasto Rosa fresca aulentissima di Cielo d’Alcamo:

“Rosa fresca aulentissima, c’appari in ver la state,

le donne ti disiano, pulzell’e maritate;

tràgemi d’este fòcora, se t’este a bolontate;

per te non ajo abento notte e dia,

penzando pur di voi, madonna mia”.

Ora proviamo a fare l’operazione inversa, “sicilianizzando” il testo:

“Rosa frisca aulintissima, c’appari in ver’ la stati,

li donni ti disianu, pulzell’e maritati;

tràgimi d’esti fòcura, se t’esti a buluntati;

pir te nun aju abentu notti e dia,

pinzandu pur di vui, madonna mia”.

Forse era così che suonava nella versione originale il sonetto di Cielo D’Alcamo. 

L’EDUCAZIONE CINICA DI VITTORIO FELTRI. Da I Lunatici Radio2 il 19 giugno 2019.  Vittorio Feltri è intervenuto ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format "I Lunatici", condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta ogni notte dall'1.30 alle 6.00 del mattino. Il direttore di Libero ha parlato dei dati sulla povertà fotografati dall'Istat: "Il mio quotidiano oggi pubblica questa notizia e cioè che trenta milioni di italiani su sessanta milioni non pagano un euro di tasse. Questo è un elemento di cui bisogna tenere conto. Per quanto riguarda la povertà devo dire con molta franchezza che non mi risulta da molti anni che qualcuno muoia di inedia. Non credo che ci siano tutti questi poveri e quello che dico è suffragato dai dati. L'Italia è il Paese con i risparmi bancari più alti d'Europa, più dell'80% degli italiani abita in case di proprietà e quindi parlare di miseria diffusa pare uno scherzo della natura. L'Italia è un Paese ricco che però viene annullato dal monte di interessi che deve pagare sul debito pubblico. Ma il debito pubblico con trenta milioni che non pagano le tasse è una cosa ovvia. Questo, più che un Paese di poveri, è un Paese di ladri. Perché non pagare le tasse pare molto simile a un furto. Chi stabilisce se uno è povero o non è povero? Come si misura la povertà? Io da ragazzo non andavo mai in vacanza e non avevo niente che mi potesse rendere ricco, però non mi consideravo povero perché mangiavo tutti i giorni, stavo bene e andavo a scuola. Oggi invece se uno non ha due telefonini, un'auto di grossa cilindrata, una vacanza di due settimane e la possibilità di andare in discoteca tutte le sere viene considerato povero". Sugli esami di maturità: "Un tempo era uno scoglio notevole che bisognava superiore studiando il più possibile. Oggi invece la scuola non boccia più perché non ha il coraggio di fare selezione, non esiste meritocrazia. E se non esiste meritocrazia nella scuola poi non c'è neanche nella società. Se copiavo? Ho copiato anche alla maturità, quando stavo facendo l'esame di matematica. Andai nel pallone, c'era una ragazza che sembrava una mezza suora, l'ho minacciata di morte se non mi avesse fatto copiare, lei si è messa a ridere e mi ha fatto copiare. Però durante le scuole medie e le superiori io ho sempre fatto copiare i miei compiti di latino. Fornivo addirittura dei pezzi di carta con le parti più complesse delle traduzioni". Sull'Italia femminile ai mondiali: "Le donne sono bravissime, non solo nel gioco del calcio. Hanno piedi educati, rispettano l'arbitro, non protestano mai, quando fanno fallo chiedono scusa, sono più educate, mi piacciono più degli uomini. Ma non solo nel calcio. Anche nel giornale le donne sono più brave degli uomini. Si impegnano di più, scrivono meglio, sono capaci. Quando al mio giornale arriva questa stagione e i bambini non vanno più a scuola, io consento a tutte le mamme di portare i bambini in redazione. I bambini se stanno con le mamme non rompono le scatole, non mi sono mai pentito di avergli dato libero accesso.  Avere dei bambini in redazione non disturba, tu gli metti a disposizione due o tre tavoli con qualche foglio, disegnano, le mamme stanno attente e i bambini non rompono i coglioni. C'è anche libero accesso ai cani in redazione, è una cosa normale, mi stupisco che altri non la adottino".

Su Andrea Camilleri: "Non l'ho mai conosciuto, però è chiaro che la sua capacità di applicare criteri matematici ai suoi racconti mi ha sempre sorpreso e ne sono ammirato. Mi dispiace, quando un uomo vecchio muore c'è sempre un certo dolore. Però mi consolerò pensando che Montalbano non mi romperà più i coglioni. Basta, mi ha stancato. Poi quando vedo Montalbano mi viene in mente l'altro Zingaretti, che non è il massimo della simpatia. Questa comunque è una opinione personale e scherzosa, in me Camilleri suscita ammirazione, è un grande scrittore, e bisogna ricordare che la lingua italiana è nata in Sicilia, solo dopo abbiamo adottato quella Toscana. E i siciliani parlano meglio di qualunque altro italiano. E scrivono meglio degli altri italiani".

Redazione Bergamo News 19 giugno 2019.  Feltri: “Non vedere più Montalbano in tv unica consolazione se Camilleri se ne va” Dall'editoriale di mercoledì 19 giugno all'intervista in radio: il pensiero del giornalista bergamasco sullo scrittore siciliano sta creando imbarazzo e indignazione. Il dispiacere per le condizioni siche di “un grande scrittore”, le lodi per le sue “capacità affabulatorie” e, infine, il solito commento personale senza peli sulla lingua: sta creando imbarazzo e indignazione l’editoriale del direttore di Liberto Vittorio Feltri, pubblicato sull’edizione di mercoledì 19 giugno. Già dal titolo “Pur grande scrittore – Andrea Camilleri marxista impenitente” si era capito su cosa avrebbe poggiato il commento del giornalista bergamasco: “Camilleri è in punto di morte e probabilmente se ne andrà presto – inizia – Mi affretto a dire che, per quanto comunista, aveva un talento notevole di narratore che me lo rendeva simpatico”. Così, nella storia “politica” di Camilleri, Feltri inserisce anche le lodi per le sue qualità: “Alcune sue opere si inseriscono perfettamente nella tradizione letteraria siciliana, cito a capocchia Pirandello, Verga, Sciascia. D’altronde la lingue italiana si è sviluppata in Sicilia per merito di Federico II di Svevia, sebbene in seguito sia stato ufficialmente adottato l’idioma toscano o, meglio, fiorentino. Segno che gli isolani padroneggiano il lessico e non stupisce che palermitani e catanesi siano diventati scrittori importanti, fondamentali. Le capacità affabulatorie di Camilleri non sono in discussione, la struttura matematica dei suoi racconti è esemplare e ammirabile”. “L’arte non ha bandiere, e quella di Camilleri va riconosciuta per quello che è: mirabile. Non tutta, ma quasi – ha concluso – Oggi, di fronte alla probabilmente prossima ne, riconosciamo allo scrittore ogni merito tecnico e a lui ci inchiniamo. L’unica consolazione per la sua eventuale dipartita è che finalmente non vedremo più in televisione Montalbano, un terrone che ci ha rotto i coglioni almeno quanto suo fratello Zingaretti, segretario del Partito democratico, il peggiore del mondo”. E il direttore di Libero ha poi confermato tutto a Rai Radio2, nel programma I Lunatici: “Non ho mai conosciuto Camilleri però è chiaro che la sua capacità di applicare criteri matematici ai suoi racconti mi ha sempre sorpreso e ne sono ammirato. Mi dispiace, quando un uomo vecchio muore c’è sempre un certo dolore. Mi consolerò pensando che Montalbano non mi romperà più i coglioni. E mi fa venire in mente l’altro Zingaretti, che non è il massimo della simpatia. Questa comunque è una opinione personale e scherzosa, Camilleri mi suscita ammirazione, è un grande scrittore”.

·         Toga nord vs Toga Sud.

Toga nord vs Toga Sud. DAGONEWS il 5 giugno 2019. Che succede nel pasticciaccio brutto delle toghe? Ieri si è svolta una riunione straordinaria del plenum del Csm in cui è emersa netta la spaccatura tra magistrati: toghe del Nord (Torino, Milano, Genova) contro toghe del Centro-Sud, accusate di eccessiva ''contiguità'' con la politica. Il fronte settentrionale ha detto in modo chiaro che i consiglieri del Csm coinvolti nella bufera mediatica di questi giorni dovrebbero dimettersi e non limitarsi all'auto-sospensione. La tempesta ora si dividerà su due fronti: i processi intorno all'Eni con le accuse di depistaggi e coperture, e il Pianeta Renzi. Per cui si intendono i genitori, il suo braccio destro Lotti, il caso Consip e ovviamente gli strascichi che queste inchieste hanno avuto su due snodi sistematici come l'Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza. Sempre le toghe del Nord hanno sollevato non pochi dubbi sull'operato del vero capo del Csm, il vicepresidente David Ermini (Pd), che Lotti ha incontrato più volte e che in una intercettazione è stato definito ''non collaborativo'' dal gruppetto che si riuniva a Roma. Si chiedono come mai Ermini non sia intervenuto sulle pressioni dei suoi compagni di partito Luca Lotti e Cosimo Ferri sulle nomine da far passare in Consiglio. Quelle pressioni erano più che indebite, eppure Ermini non ha fatto un fiato. Al fronte del Nord si è ormai aggiunta anche la Procura di Perugia, competente a indagare sui magistrati romani e anche questa che spinge per le dimissioni dal Csm dei membri coinvolti. Riguardo al voto per Viola (procuratore generale di Firenze) a capo della Procura di Roma, uno potrebbe accogliere con sorpresa la notizia che i consiglieri laici in quota 5 Stelle e Lega avrebbero votato compatti per il nome spinto da Palamara, che con Viola sarebbe diventato procuratore aggiunto. In realtà, ai grillini faceva comodo cambiare impostazione, visto che è stato Pignatone a far partire le indagini sulla Raggi e sullo Stadio della Roma che hanno azzoppato il Movimento romano. L'arrivo da Palermo di Lo Voi sarebbe stata una mossa in continuità con l'attuale impostazione. I leghisti al momento vivono un rapporto piuttosto delirante con la magistratura, e dunque un procuratore meno ''attivista'' sarebbe stato comunque un cambio positivo. E ora che succede? La situazione è esplosiva, Mattarella che presiede il Csm non sa come muoversi. Il terrore di tutti è che qualche magistrato inizi a parlare, per difendersi, e racconti il sistema tutto politico che innerva la giustizia italiana…

Se Nord e Sud dividono i magistrati. Paolo Colonnello 20 Giugno 2019 su La Stampa. «È un mondo che non ci appartiene, che non appartiene soprattutto ai magistrati del nord e che vive negli alberghi e nelle retrovie della burocrazia romana». Il colpo battuto ieri dal procuratore di Milano Francesco Greco sulle vicende del Csm, contiene una prima assoluta: la certificazione dell’esistenza di una “magistratura del Nord” da contrapporre evidentemente a una “magistratura del Sud”, più incline, come si è visto dallo sconcertante caso del “mercato delle toghe”, al tramestio dei co... 

Bufera sul Csm, Greco: "Sconcertati dalle logiche romane. Non appartengono ai magistrati del Nord". Dura presa di posizione del procuratore di Milano sulle vicenda delle nomine del Consiglio superiore. "Un mondo di retrovie della burocrazia che vive nei corridoi degli alberghi". La Repubblica il 19 giugno 2019. Il procuratore di Milano Francesco Greco nel commemorare oggi a Milano Walter Mapelli, il procuratore di Bergamo morto lo scorso aprile, è intervenuto con parole molto dure sulla bufera sul Csm legata dall'inchiesta sull'ex presidente dell'Anm Luca Palamara. E lo ha fatto riferendosi proprio alla nomina di Mapelli alla procura di Bergamo dicendo che quel "mondo che vive nei corridoi degli alberghi e nelle retrovie della burocrazia romana e che non ci appartiene e non appartiene ai magistrati del Nord, ci ha lasciato sconcertati". Un mondo che, prosegue il procuratore di Milano, "abbiamo dovuto conoscere, apprendere nelle sue logiche di funzionamento e che ci ha lasciati sconcertati e umiliati, perchè ci chiedevamo: 'beh, in fondo noi abbiamo lavorato come tanti magistrati, riteniamo che per anzianità, per meriti, per alcuni risultati ottenuti e per le nostre potenzialità ancora inespresse possiamo fare questo tipo di domande (al Csm, ndr)' e invece poi capisci che le logiche sono altre". "Poi, per fortuna le cose sono andate bene (Greco è diventato capo della Procura di Milano e Mapelli di quella di Bergamo, ndr), però ricordo che Walter, come tanti altri magistrati, questo tipo di esperienza non la meritava. Lo dico perchè in questi giorni mi è venuto proprio da pensare a queste chiacchiere con lui". Greco, che si è commosso più volte nel suo discorso, ha concluso il suo intervento al convegno in aula magna con queste parole: "Walter vive ancora ed è un legame che non finirà mai".

Csm, il procuratore di Milano Greco: “Sconcertati dalle logiche di funzionamento della burocrazia romana”. Il procuratore capo del capoluogo lombardo ricorda l'amico Mapelli, ex procuratore di Bergamo scomparso ad aprile dopo una lunga malattia: "Abbiamo vissuto la stessa sensazione di umiliazione", ossia "aver lavorato per tutelare l'economia sana ma come se queste non fossero cose utili per ottenere un incarico direttivo". Riferimento diretto alle logiche di Palazzo dei marescialli, svelate dall'inchiesta su Luca Palamara. Il Fatto Quotidiano il 19 Giugno 2019. “Un mondo che non ci appartiene, che non appartiene soprattutto ai magistrati del Nord, e che vive negli alberghi e nelle retrovie della burocrazia romana“. Parola di Francesco Greco, procuratore capo di Milano che in questo modo ha ricordato Walter Mapelli, l’ex procuratore di Bergamo morto ad aprile dopo una lunga malattia. Il riferimento del capo degli inquirenti milanesi è per l’inchiesta che ha travolto il Consiglio superiore della magistratura,  svelando in che modo i giudici e politici progettavano d’influire nelle influire sulle nomine dei magistrati. Ricordando l’amico e collega Mapelli, Greco ha parlato del loro rapporto, cominciato a Milano negli anni ’90 e proseguito anche nel difficile confronto con il Csm, dove “abbiamo vissuto la stessa sensazione di umiliazione”, ossia “aver lavorato per tutelare l’economia sana ma come se queste non fossero cose utili per ottenere un incarico direttivo”. Un mondo, spiega il procuratore Greco facendo riferimento a Palazzo dei Marescialli, “che abbiamo dovuto conoscere, apprendere, nelle sue logiche di funzionamento e che ci ha lasciati sconcertati e umiliati, perché dicevamo ‘beh, noi in fondo abbiamo lavorato come tanti magistrati, riteniamo che per anzianità, per meriti, per alcuni risultati ottenuti e per le nostre potenzialità ancora inespresse possiamo fare questo tipo di domande e invece poi capisci che le logiche sono altre”. Mapelli iniziò la sua carriera con un lungo tirocinio a Milano al fianco proprio di Greco, prima di coordinare importanti inchieste sulle tangenti a Monza e infine essere nominato procuratore capo a Bergamo. “Poi per fortuna le cose sono andate bene. Però ricordo che Walter come tanti altri magistrati questo tipo di esperienza non la meritavano”, ha detto sempre il procuratore capo di Milano durante un convegno al Palazzo di giustizia di via Freguglia. “Lo dico perché in questi giorni mi è venuto proprio da pensare a queste chiacchierate”, spiega Greco. Il procuratore ha ricordato Mapelli fin da quando era uditore a Milano raccontando che “già allora si capiva la sua passione per la finanza” e per i temi economici e sottolineando la “sua intelligenza capace di interconnettere saperi e culture diverse che gli hanno permesso di approcciare il lavoro” in modo completo “e di vedere oltre” e cioè “capire cosa accadeva dopo”. Sempre di Mapelli Greco ha ricordato la capacità di “organizzare” gli uffici e la sua “disponibilità e generosità”, spiegando che lo avrebbe voluto come aggiunto a Milano. Invece aveva fatto domande, respinte, per Piacenza e altre procure. “Io penso che una domanda come la sua – ha spiegato  – avrebbe dovuto portare i consiglieri del Csm a stappare bottiglie di champagne. Invece non è stato facile. Ci siamo resi conto che il suo lavoro di recuperare soldi per l’erario non era un lavoro utile per ottenere un incarico direttivo”. E qui la parentesi sul metodo per l’assegnazione degli incarichi direttivi che “ci ha lasciato sconcertati, umiliati. Abbiamo capito che le logiche sono altre. Sono quelle di mondo che vive nel buio degli alberghi, nei corridoi e nelle retrovie della burocrazia romana e che non ci appartiene e non appartiene ai magistrati del Nord”.

Bufera procure: Anm contro Greco, immeritate sue parole. Procuratore aveva distinto "toghe del Nord" da "retrovie romane". Ansa il 19 giugno 2019. "Le parole del Procuratore di Milano, per come riportate dagli organi di stampa, non rendono merito alla risposta immediata e sincera delle migliaia di magistrati italiani che, anche negli uffici più gravati del meridione, amministrano la giustizia in condizioni assai critiche. In momenti gravi come quello che stiamo vivendo bisogna fare ricorso ai valori che ci uniscono". Così l'Anm replica al Procuratore Francesco Greco che ha criticato il 'modus' operandi' delle "retrovie" della "burocrazia romana" dicendo, con riferimento all'inchiesta condotta dalla Procura di Perugia che ha sconvolto il Csm, che questo modo di procedere "non appartiene ai magistrati del Nord". L'Associazione nazionale magistrati che ha appena avviato un nuovo corso con il presidente Luca Poniz, ha subito respinto la distinzione 'territoriale' tra magistrati 'buoni e 'magistrati 'cattivi' insita nelle parole di Greco. "L'onda di sdegno per i gravissimi fatti riportati in queste settimane dalla stampa - ha fatto notare l'Anm - ha travolto tutti gli uffici giudiziari italiani, dal nord al sud, provocando immediate reazioni tra i magistrati che, riuniti in assemblee spontanee e gremite, hanno dato voce alla loro incredulità ed al loro sconcerto". Insomma, il 'sindacato' delle toghe ricorda che è stata la magistratura tutta a insorgere con riunioni e mailing list di sdegno e protesta contro il tentativo di pilotare le nomine delle Procure, soprattutto quella della capitale, da parte dei consiglieri 'infedeli' del Csm che si riunivano nelle 'notti carbonare', in albergo, con i parlamentari dem Luca Lotti e Cosimo Ferri sotto la regia dell'ex presidente dell'Anm Luca Palamara.

TRAGEDIA GRECO. Luca Fazzo per “il Giornale” il 21 giugno 2019. «E h sì, perché Francesco Greco lo ha portato la cicogna...». Il commento più sarcastico arriva da Felice Lima, sostituto procuratore generale a Messina. Altri scelgo toni più cauti, più formali: ma la sostanza non cambia. L'intervento del procuratore della Repubblica di Milano mercoledì pomeriggio sullo scandalo che scuote la magistratura ha sollevato una ondata senza precedenti di critiche sulle mailing list dell' associazione magistrati. La colpa di Greco: avere attribuito il malaffare che sta venendo a galla al «mondo che vive nei corridoi degli alberghi e nelle retrovie della burocrazia romana, che non ci appartiene e non appartiene ai magistrati del Nord». Nord. Questa è la parola che nelle critiche assume un significato inaccettabile, interpreta come una sorta di distinzione etnica tra la magistratura «buona» del settentrione e quella del resto del Paese. Greco ha dalla sua un paio di attenuanti: era condizionato dalla commozione, perché parlava in memoria del collega (settentrionalissimo) Walter Mapelli, ingiustamente bocciato dal Csm e scomparso da poco; probabilmente era di malumore per la bacchettata che poche ore prima gli era arrivata dal Consiglio superiore della magistratura, che ha condannato i suoi criteri di scelta dei pm antimafia. Ma la virulenza delle reazioni al suo intervento racconta anche di quanto siano oggi scoperti i nervi della magistratura italiana, di come la bufera in corso faccia saltare sentimenti di colleganza e vecchi rispetti reciproci. A criticare Greco un po' più serenamente aveva provveduto, a botta calda, la giunta dell' Associazione nazionale magistrati: «le parole del procuratore di Milano non rendono giustizia alla risposta immediata e sincera delle migliaia di magistrati italiani». Troppo poco, troppo cauta per molti colleghi di Greco. E così iniziano a piovere parole pesanti come sassi. «Tocca leggerle proprio tutte - scrive Giuliano Caputo, pm a Napoli e neosegretario dell'Anm -. Io ho lavorato al Sud per anni e ho conosciuto colleghi di valore cristallino che davvero non meritano di leggere ste cose». Carmen Giuffrida, giudice distaccata a Bruxelles, usa l'arma dell' ironia: Collega Greco, veramente in mezzo ci mancavi solo tu! Uno con il classico cognome del Sud, che lavora al Nord, che è stato nominato procuratore di Milano solo per i suoi meriti, senza alcun intervento da parte delle correnti (evidentemente da un Csm composto per l' occasione solo da colleghi del Nord)... insomma ci sarebbe da piangere se non fosse che questo intervento fa un po' ridere. Ma perché mi dovete costringere a dare ragione a mamma quando mi dice: io credevo che i magistrati fossero persone intelligenti?». A difendere Greco, ben pochi: tra questi Fabio Regolo, il pm catanese che ha incriminato le navi delle Ong di Open Arms, che invita a contestualizzare il discorso. Ma per le altre toghe c' è ben poco da contestualizzare: «Credo che chi non sia pronto ad affrontare il pubblico e i media dovrebbe astenersi», scrive Milena Balsamo. «Non ci hanno insegnato che quando si parla in pubblico bisogna misurare le parole», le fa eco Nicola Saracino. Più pesante Antonio Salvati: «Da magistrato meridionale che vive e lavora al Sud chiedo che tra le imminenti proposte di riforma venga inserita la previsione di un requisito indefettibile: la capacità di verificare che il cervello, ove assemblato, sia connesso prima di parlare». E la collega Silvia di Renzo: «ci mancava questa delle toghe borboniche». Nicola Valletta: «ha offeso tantissimi colleghi con un assioma che lascia basiti». E poi, inevitabilmente, saltano fuori ferite mai del tutto ricucite: i vecchi veleni dentro la Procura di Milano al tempo dello scontro tra Edmondo Bruti Liberati e Alfredo Robledo. «Per non farti nominare bastava che mandassi uno dei miei (del Csm, ndr) a pisciare», avrebbe detto una volta Bruti a Robledo. E l' episodio viene ora rispolverato nelle mail, come a dimostrare che anche la Procura di Milano non è immune dai vizi romani. Scrive Matteo Centini, pm a Piacenza: «Greco ha detto che la non nomina di Mapelli era una ingiustizia dovuta ai modi romani dei magistrati romani: modi che a loro, magistrati del Nord ripugnano, quando non vanno tutti a pisciare». In sintesi: volano gli stracci.

“Terrone a chi?”: la rivolta dei magistrati del Sud contro il nordista Greco. Il procuratore di Milano nella “bufera social”. I pm meridionali non hanno preso bene le parole di Greco. Il giudice milanese aveva criticato i metodi romani. Giovanni M. Jacobazzi il 21 giugno 2019 su Il Dubbio. Il procuratore di Milano Francesco Greco finisce nel mirino dei magistrati del Sud. Ai togati meridionali non sono affatto piaciute le parole che Greco aveva pronunciato parlando del caso Palamara: «È un mondo che non ci appartiene, che non appartiene soprattutto ai magistrati del Nord, e che vive negli alberghi e nelle retrovie della burocrazia romana». Nel caso non fossero state sufficienti le parole riportare tramite il micidiale cellulare- spia dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, ecco che arrivano quelle di Francesco Greco, procuratore di Milano, a rendere ancora di più incandescente il clima nella magistratura italiana. «Abbiamo dovuto conoscere, apprendere nelle sue logiche di funzionamento e che ci ha lasciati sconcertati e umiliati, perché ci chiedevamo: “beh, in fondo noi abbiamo lavorato come tanti magistrati, riteniamo che per anzianità, per meriti, per alcuni risultati ottenuti e per le nostre potenzialità ancora inespresse possiamo fare questo tipo di domande ( al Csm, ndr)” e invece poi capisci che le logiche sono altre», ha affermato mercoledì scorso Greco, commentano le vicende che in questi giorni hanno terremotato il Consiglio superiore della magistratura. «Quel mondo che vive nei corridoi degli alberghi e nelle retrovie della burocrazia romana e che non ci appartiene e non appartiene ai magistrati del Nord, ci ha lasciato sconcertati», ha poi rincarato la dose il procuratore di Milano, stigmatizzando l’ormai celeberrimo dopo cena del 9 maggio scorso all’hotel Champagne di Roma, fra i deputati dem Cosimo Ferri e Luca Lotti e alcuni togati del Csm. Incontro conviviale dove si sarebbero decisi i destini dei vertici di alcuni uffici giudiziari del Paese. A partire dalla Procura di Roma. Appena le agenzie hanno riportato le dichiarazioni di Greco, si sono surriscaldati gli animi delle toghe sulla questione “etnico- geografica” da lui sollevata. Anche perché il procuratore di Milano ha un cognome che molto difficilmente riesce a nascondere le sue origini campane.

Alcuni magistrati si sono sentiti offesi. «Ci sono magistrati bravi dappertutto indipendentemente dal luogo in cui operano», afferma un magistrato in servizio a Roma. «Mi sento offeso», gli fa eco un collega di Catania. In tanti, però, si sono lasciati andare all’ironia, domandandosi se Greco «fosse stato nominato da un Csm composto solo da magistrati del settentrione» o se «pur essendo napoletano, l’aver lavorato a lungo in tribunale del Nord comporta automaticamente il superamento del “deficit” dovuto alle origini meridionali». Va ricordato che, secondo alcune statistiche, circa l’ 82% dei magistrati italiani è nato sotto il Po. Ma forse il vero senso delle parole di Greco è colto da quel magistrato che fa presente che non c’è alcuna pregiudiziale etnica- geografica, ma solo una «critica aspra alle dinamiche tipiche della Capitale», ben fotografate dal film La grande bellezza del premio Oscar Paolo Sorrentino. Come diceva, infatti, Palamara parlando con un togato del Csm nel corso delle conversazioni intercettate tramite il trojan, ricordando la fatica che aveva sopportato negli anni per presenziare agli eventi mondani in cui politici, magistrati, alti burocrati dello Stato, fra un cacio e pene e un bicchiere di vino di Frascati, discutevano dei massimi sistemi della Repubblica. Un “attovagliamento”, come direbbe Roberto D’Agostino, che è tipico della Capitale e segna la distanza con Milano. Dove il confine fra il pour- parler e la millanteria è quanto mai labile. E i colloqui incriminati che hanno costretto alle dimissioni i quattro consiglieri del Csm ne sono la dimostrazione plastica.

"È un posto civile, non Palermo": bufera sul giudice di Trento. Il presidente del Riesame all'avvocato: "Taccia perché siamo in un posto civile e non a Palermo". E il caso finisce al Csm. Chiara Sarra, Mercoledì 20/09/2017, su Il Giornale. "Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo". È bufera sul presidente del tribunale del Riesame di Trento, Carlo Ancona, che ha pronunciato questa frase durante un'udienza. A raccontarlo è l'avvocato Stefano Giordano, che si dice "preoccupato per l'accaduto". "È un fatto gravissimo oltre che una frase razzista", ha detto il legale (figlio del presidente del maxiprocesso di Palermo Alfonso Giordano), "Ieri mi trovavo al Tribunale di Trento per una udienza di rinvio al Tribunale del Riesame, quando è avvenuto questo fatto increscioso, Ho chiesto, e solo dopo numerosi sforzi, ho ottenuto la verbalizzazione di quanto accaduto. Purtroppo nonostante numerose richieste, non sono riuscito a ottenere dalla cancelleria del tribunale del Riesame di Trento copia del suddetto verbale". Per questo Giordano ha deciso di rivolgersi al Consiglio superiore della magistratura: "Ho già concordato con il presidente dell'Ordine di Palermo, l'avvocato Francesco Greco, di redigere insieme un esposto che sarà prontamente comunicato al Csm e alle altre autorità istituzionali competenti", ha spiegato all'agenzia Adnkronos. "È un episodio molto grave", ha aggiunto lo stesso Greco, "Se questo fatto fosse accertato manderei subito gli atti al Csm e al Procuratore generale della Cassazione. Ne parleremo domani in Consiglio. Aspetto una nota scritta dell'avvocato Giordano e poi chiederemo l'avvio di un procedimento disciplinare e il Consiglio aprirà un fascicolo".

Sestino Giacomini: "Gli davano del pazzo ma...". Perché sui magistrati aveva ragione Silvio Berlusconi". Libero Quotidiano il 19 Giugno 2019. "Se c'è un Paese occidentale negli ultimi decenni dove le sorti di questo o quel governo, di questo o quel politico, sono state determinate da vicende giudiziarie, quello è l'Italia", scrive Augusto Minzolini in un retroscena su Il Giornale. "Abbiamo fatto scuola", confida al giornalista Sestino Giacomini, consigliere del Cavaliere: "Silvio Berlusconi veniva preso per pazzo ma le accuse che muoveva si stanno dimostrando realtà. Come pure la storia dei colpi di Stato, cioè delle iniziative giudiziarie con cui è stato messo all'angolo, che in fondo somigliano a quella che nel 2008 determinò la fine del governo Prodi". Persino il piddino Umberto Del Basso De Caro dice: "Qui bisognerebbe rileggere la storia, a cominciare da quella strana coincidenza per cui tutte le inchieste che riguardarono Bettino Craxi all'epoca, passarono per le mani del gip di Milano Italo Ghitti, che consigliava Di Pietro su come doveva impostarle per mettere il povero Bettino agli arresti. Ora si è squarciato il velo. Ecco perché al di là delle resistenze di Mattarella penso che alla fine questo Csm verrà giù". Il forzista Pierantonio Zanettin affonda: "Se avessero usato un trojan 30 anni fa avremmo scoperto che i due terzi dei responsabili delle procure veniva deciso da Violante e da Magistratura democratica. E magari oggi ci renderemmo conto che il padrone della Cassazione è il segretario che decide i giudici che parteciperanno al collegio di questo o quel processo". 

Paolo Mieli: toghe e politica. Una inquietante verità sulla magistratura italiana. Libero Quotidiano il 18 Giugno 2019. "Nonostante Antonio Di Pietro dopo varie avventure sia finito ai margini della vita politica, l'Ordine giudiziario di cui un tempo fece parte è divenuto via via più potente. E in grado di condizionare la vita politica del Paese". Paolo Mieli, nel suo editoriale su il Corriere della Sera, dice una verità inquietante sul legame tra magistratura e politica in Italia. "Da noi è  divenuta quasi normale la delega ai magistrati del ruolo di oppositori. Cioè di coloro che possono consegnare, direttamente o indirettamente, al patibolo questo o quel ministro". Così, continua durissimo Mieli, "chi entra a Palazzo Chigi può mettere nel conto qualche sorpresina proveniente - per via diretta o indiretta, ripetiamo - dai palazzi di giustizia. Il potere della magistratura è divenuto a tal punto consistente da produrre al proprio interno competizione e conflitti in misura maggiore del passato". Parole durissime le sue. Supportate dallo scandalo che "ha testé travolto il Csm e l'Anm originato - teniamolo a mente - dalla supposta corruzione del pm romano Luca Palamara al quale si imputa di aver ricevuto quarantamila euro per «agevolare» la nomina del collega Giancarlo Longo a Procuratore di Gela (tentativo peraltro non riuscito)". Ma quello che oggi colpisce, sottolinea Mieli "è che - per una sorta di contrappasso - ad esser travolti da questo evidente abuso siano adesso dei magistrati. Cioè coloro che usualmente si erano mostrati i meno sensibili ai pericoli insiti nell'uso pubblico delle intercettazioni".  E ora "accettiamo persino - al di là di qualche deplorazione di maniera - che qualche ombra si allunghi sulle anticamere del Quirinale. Restiamo invece come sospesi ad attendere gli ulteriori sviluppi di questa storia e di quelle che verranno da nuovi trojan inseriti in altri telefonini". 

Augusto Minzolini: la profezia di Paolo Mieli sulle toghe? "E' solo un primo segnale, quadro peggiore". Libero Quotidiano il 19 Giugno 2019. "E' solo un primo segnale". Augusto Minzolini parla del "paragone di Paolo Mielicon il caso dell' ex presidente Lula in Brasile, portato in cella da una «combine» tra la pubblica accusa e un giudice, vicenda che ha avuto come conseguenza la vittoria della destra di Bolsonaro". Anche perché, sottolinea su il Giornale l'ex direttore del Tg1, "se c'è un Paese occidentale negli ultimi decenni dove le sorti di questo o quel governo, di questo o quel politico, sono state determinate da vicende giudiziarie, quello è l'Italia". In effetti noi "abbiamo fatto scuola", continua Minzolini. "Berlusconi veniva preso per pazzo" sostiene Sestino Giacomini, consigliere del Cav, "ma le accuse che muoveva si stanno dimostrando realtà. Come pure la storia dei colpi di Stato, cioè delle iniziative giudiziarie con cui è stato messo all' angolo, che in fondo somigliano a quella che nel 2008 determinò la fine del governo Prodi". E ora "si è squarciato il velo. Ecco perché al di là delle resistenze di Mattarella penso che alla fine questo Csm verrà giù".

·         Razzisti con i soldi degli altri.

Diodato Pirone per “il Messaggero” il 16 ottobre 2019. La provincia di Bolzano, la provincia di Trento, la Regione Valle d'Aosta. E' il podio dei territori dove vivono gli italiani più fortunati: quelli ai quali sono riservate risorse pubbliche veramente notevoli. Si tratta, centesimo più centesimo meno, di 8/9.000 euro a testa contro una media di 6.500 euro circa che si registra nelle Regioni a Statuto Speciale (alle tre aree citate vanno aggiunte Friuli, Sardegna e Sicilia) e di 3.600 euro per tutti gli altri italiani. Questo è ciò che racconta la ripartizione pro-capite della spesa statale regionalizzata, ovvero quella suddivisa a livello territoriale. Le due province autonome spiccano su tutte le altre Regioni. Secondo le stime della Ragioneria generale dello Stato, su una media italiana di circa 3.600 euro a testa, gli abitanti delle due Province autonome si sono visti direttamente o indirettamente destinare 8.964 euro (Bolzano) e 7.638 euro (Trento), circa quattro volte quello che è invece arrivato a ciascun abitante della Lombardia. A quelli della Valle d'Aosta, altra Regione a statuto speciale, sono andati in media 7.475 euro a testa. Quarto posto ai cittadini del Lazio (6.133 euro) ma in questo caso - è bene chiarirlo subito - si tratta di un effetto ottico. In pratica al Lazio vengono conteggiati trasferimenti ai ministeri che poi a loro volta distribuiscono la spesa nelle varie Regioni. Fatto sta che all'ultimo posto ci sono i residenti della Lombardia (2.265 euro, circa un quarto di quanto distribuito tra gli altoatesini o ,meglio, sudtirolesi).

SPESA PUBBLICA. Alle Regioni nel 2017 sono andati in tutto circa 233 miliardi per spese correnti e investimenti su un ammontare complessivo di pagamenti di 537 miliardi (che sommati a quelli previdenziali fanno arrivare la spesa pubblica complessiva a oltre 800 miliardi). Circa 40 miliardi sono andati ai 9 milioni di abitanti delle Regioni e delle Province a Statuto Speciale ai quali vanno aggiunte le tasse trattenute a livello locale. I pagamenti complessivi sono stati erogati dallo Stato a qualsiasi titolo per spese correnti e spese in conto capitale, distinti per regione di destinazione. Si tratta di voci quali stipendi, acquisti di beni e servizi, trasferimenti ad amministrazioni ed enti pubblici, a imprese e famiglie, interessi, investimenti diretti e contributi agli investimenti. Dal conteggio sono escluse le spese per rimborsi di prestiti.

I VALORI ASSOLUTI. Guardando al dettaglio dei dati in valori assoluti, il Lazio, anche per la presenza del governo e delle molte sedi centrali delle istituzioni nazionali, è la Regione che assorbe di più (oltre 36 miliardi al netto degli interessi che in parte vengono distribuiti alle sedi periferiche dei ministeri e delle istituzioni), seguita dalla Lombardia (22,6 milioni), e dalla Sicilia (21,8 milioni) e dalla Campania (21,3 milioni). Non a caso Regioni dove il numero degli abitanti è più alto.

REGIONI A STATUTO SPECIALE. Se però si leggono i numeri del rapporto della Ragioneria ribaltando la prospettiva, considerando cioè non la spesa generale ma quella pro-capite, il panorama cambia drasticamente. La Lombardia sprofonda all'ultimo posto con appena 2.265 euro a testa, preceduta da Emilia Romagna (2.681 euro), Veneto (2.741 euro) e Piemonte (2.846 euro a testa). Tutte Regioni del Nord o del Centro-Nord. Al top ci sono invece ancora Regioni settentrionali, ma a statuto Speciale. Come detto a Bolzano la spesa per abitante arriva a 8.864 euro e a Trento a 7.638 euro.

LE PERCENTUALI. Va sottolineato che l'impatto della spesa pubblica regionalizzata sull'economia dei territori è diversa da caso a caso. In Sardegna essa rappresenta il 29,5% del Pil, a Bolzano il 24,2%, nel Lazio il 17,5%, in Emilia solo l'8,7% e in Lombardia appena il 7%.

·         Quei razzisti come Vittorio Feltri.

(ANSA il 6 dicembre 2019)- Una maestra di asilo nido di Coquio Trevisago (Varese) è stata sospesa dalla professione per sei mesi dal gip con l'accusa di aver maltrattato bambini di età compresa tra pochi mesi e due anni. La donna, a quanto emerso da un'indagine dei carabinieri, urlava ed offendeva i piccoli e in alcune occasioni li avrebbe schiaffeggiati e lasciati da soli in preda a crisi di pianto. A far scattare le indagini i genitori di un bimbo che aveva avuto incubi notturni e mostrava difficoltà relazionali. Si appartava in uno stanza con il compagno fatto entrare di nascosto all'asilo nido, lasciando soli i bambini, la maestra di asilo di Cocquio Trevisago (Varese), sospesa dalla professione perché indagata per maltrattamenti su minori. Le telecamere installate dai carabinieri, su disposizione del pm di Varese, hanno filmato l'uomo mentre entrava nella struttura e si chiudeva in una stanza, nascosta ai bambini, con la donna per consumare rapporti sessuali. "Sei proprio un terrone", "guardati, fai schifo" e, ancora, "piangi che così ti passa". Queste alcune delle frasi che la maestra di asilo nido di Coquio Trevisago (Varese), sospesa dalla professione per maltrattamenti, ha rivolto ai piccoli affidati dai genitori. La maestra, secondo quanto ricostruito dai carabinieri, avrebbe maltrattato i bambini a partire dal 2017, in venti occasioni.

ALT! CI SCRIVE IL PRINCIPE FULCO RUFFO DI CALABRIA. Dagospia il 21 novembre 2019. Riceviamo e pubblichiamo: La satira è il sale della letteratura, alta o bassa che sia, e non sarò mai dalla parte di chi pretende censure o abiure. Tuttavia la imminente uscita nelle sale dell’ultimo film di Antonio Albanese che vuole indicare, parlando della Calabria, al ludibrio e allo sfottò le scelte politiche del sovranismo, passando per un uso distorto e 'ridicolo' del mio cognome, il protagonista si appella Cetto Buffo di Calabria, merita un commento, fermo e pacato, ma senza giri di parole. La famiglia Ruffo è sicuramente una delle più antiche dinastie europee e del Mezzogiorno d'Italia, partendo da possedimenti e titoli della terra di Calabria. Fu Federico II a insignirci del predicato “di Calabria” nel cognome, molto più prestigioso che averlo nel titolo. In qualsiasi modo la si voglia pensare, il ruolo di esponenti della mia famiglia è risultato preminente se non decisivo, in alcune epoche e momenti storicamente rilevanti. Associare per assonanza il nome della mia famiglia a un personaggio di fantasia immerso nel mondo del malaffare e della illegalità è inaccettabile. Tra l'altro è anche poco fantasioso. Il Copyright “Buffo” da me accolto anni fa con grande divertimento appartiene al geniale sito che, qui, oggi mi ospita. Dunque dal punto di vista personale non ritengo di aggiungere altro. In termini più generali sento di potere esprimere un mio convincimento profondo. Il merito di qualsiasi opera letteraria o cinematografica sulle tragiche e, a tratti disperate, condizioni della economia e della società calabrese è indiscusso, ma agli uomini e alle donne che amano tale terra non può bastare e essi difficilmente possono rimanere spettatori. Se nel film si vuole separare fisicamente la Calabria dall'Italia io sono d'accordo: separare dalla nazione la ‘Ndrangheta, l'illegalità, lo sfruttamento del paesaggio, la distruzione di ricchezza, SÍ! Sono questi i mali che bisogno allontanare, dalla Calabria come dall'Italia. Dare futuro al Paese e alla Calabria puntando sulle tradizioni come sulle innovazioni, sullo spirito imprenditoriale e la capacità di lavoro, sul turismo e la logistica, il patrimonio artistico e le bellezze del paesaggio, contrastando il dissesto idrogeologico e rivalutando l'agroalimentare che non sia solo la sagra della ‘nduja. Oggi i limiti territoriali e i confini regionali sono ampiamente senza senso in termini economici per l'avvento delle reti e delle connessioni, ma esiste comunque una radice, un luogo, un territorio che va valorizzato. La Calabria ha delle carte da giocare. Esiste un patrimonio naturalistico intatto che farebbe la fortuna di qualsiasi comunità industriosa e proba; esiste uno dei maggiori porti del mediterraneo, in grado di accogliere per primo le merci della Cina via Suez; un centro universitario di eccellenza che attira oggi come mai giovani e intelligenze sul fronte dell'innovazione e della ricerca. E poi i tanti borghi, le foreste, l'industria della pesca e della conservazione, un turismo che deve superare la ricerca della misera seconda casa e puntare ai grandi flussi mondiali. Affondare il coltello contro la malagestione pubblica, i rapporti familistici e di raccomandazione, l'impero della criminalità. La rinascita economica della Calabria passa attraverso tutto questo e non dal dileggio di una casata illustre con lo snobismo di chi per far ridere a sinistra deve inventarsi una destra buffa che non c’è!

Razzisti, anche da se stessi. Giampaolo Visetti per “la Repubblica” il 20 novembre 2019. L'acqua alta? Una settimana dopo fa il solletico. Sopra Venezia incombe già una mareggiata ben più definitiva. Un muro, non solo burocratico, per separare il mare dalla terraferma. Il centro storico e le altre isole, da Mestre e da Marghera. Così, mentre ieri riapriva la Fenice riemersa dai flutti, il teatro Goldoni è stato preso d' assalto per il primo confronto sul referendum autonomista dell' 1 dicembre. Tutto esaurito: platea più quattro piani di palchi dorati e gente a premere nelle calli attorno a Rialto. Il «sì» contro il «no». Non significa veneziani contro mestrini: dividere piuttosto, amministrativamente parlando, gli abitanti che galleggiano e sempre più spesso nuotano, da quelli che vivono con i piedi all' asciutto, piantati su costa e litorale. Alla Giudecca resiste un detto antico: «Se Venezia non avesse il ponte, il mondo sarebbe un' isola». Bene: il tempo di questa irresistibile nostalgia di Serenissima centralità, al largo e sul «continente », grazie ai drammi che ormai sconvolgono l' intero sistema veneziano, sembra essere arrivato. La novità questa volta non è il referendum, sempre consultivo: la trasversale mobilitazione popolare piuttosto, che causa esasperazione di massa, per la prima volta lo sostiene. «Non possiamo più - dice Marco Sitran, promotore delle urne e del "sì" - difendere un fallimento. A Venezia agonizzano persone, natura ed economia. Mestre è nata come dormitorio per gli operai di Marghera, è stata usata come dormitorio per gli sfollati dall' alluvione del 1966 e si è trasformata nel dormitorio dei turisti low cost. Per salvare queste due comunità moribonde, dobbiamo tentare qualcosa di nuovo: restituire ad entrambe governi autonomi, che le conoscono e che le amano». Per gli oppositori alla secessione in laguna, il divorzio ricorda invece l' irrazionalità della Brexit. La definiscono «Venexit in saor». «Problemi sempre più grandi - dice Nicola Pellicani, deputato Pd e veneziano doc - non si risolvono facendosi sempre più piccoli. La tendenza mondiale sono le megalopoli, nuovi epicentri dei territori umanizzati: separarsi barricandosi nei microcosmi, sognando principati a città-Stato, è anacronistico e anti- storico». La voglia di addio, questa sì, qui in realtà è storica. Fino al 1926 laguna e terraferma erano divise. La fusione, mentre crescevano la ciminiere di Marghera, ha la firma di Benito Mussolini. Sulle isole non l' hanno mai digerita. Tre i referendum per ritornare «autonomi», bocciati da sonori «no»: 1979, 1989 e 1994. Il quarto è andato in onda nel 2003: fallito per mancanza di quorum. «Ovvio - dice Deborah Esposti, leader di uno dei movimenti civici schierati ora con il "sì" - : a Venezia centro storico resistono 52 mila residenti, 80 mila con le isole. A Mestre e terraferma gli abitanti superano i 150 mila. A decidere il destino della laguna, nelle urne, non è chi ci vive ». Partita persa in partenza anche la quinta volta in 50 anni? No, perché ora la terra è sconvolta e la clessidra che tiene in vita l' intera città metropolitana sta per finire. Con il «sì» c' è adesso buona parte dell' intellighenzia e dall' ambientalismo lagunari. Lo scrittore Antonio Scurati ieri era sul palco del Goldoni davanti al filosofo Stefano Zecchi. Beppe Grillo, guru Cinque Stelle, fa il tifo sul blog. Mobilitati Italia nostra, ecologisti e leghisti disobbedienti che sventolano la bandiera di San Marco. Con il «no», mentre l' ex sindaco Massimo Cacciari invita all' astensione, l' establishment dei partiti: Pd e la sinistra, Forza Italia e il sindaco di centrodestra Luigi Brugnaro. In silenzio il governatore leghista Luca Zaia: già contro, tace per non irritare l' arcipelago secessionista, non rompere con Brugnaro prima delle elezioni di primavera, non smentire anni di retorica referendaria per l' autonomia del Veneto. «Siamo allo stremo - dice il sociologo Gianfranco Bettin - ma non ci salviamo sfasciando l'universo anfibio delle nostre diversità. E nemmeno frantumando Venezia pur di mandare a casa il sindaco che ha svuotato le sue municipalità. Se prevalgono separatismo e caos, tra vent'anni saremo ancora lì a litigare su confini e beni da spartire». Sul piatto, dietro il marchio-referendum, lo scandalo-Mose, le grandi navi nel bacino di San Marco, l' assalto di 30 milioni di turisti all' anno, la laguna distrutta e le acque alte da record che diventano normali. «Venezia- suk in mano ai cinesi - dice Sitran - e Marghera-ghetto in balìa di traffico e spaccio: un malato terminale non si salva mantenendo la medicina che non ha funzionato». In teatro, applausi a scena aperta: l'1 dicembre nessuno lo sa.

Da corriere.it il 19 novembre 2019. Il questore di Pordenone ha emesso un Daspo di un anno nei confronti di un allenatore di una squadra di calcio della categoria Esordienti, i ragazzini di 11 anni. Il mister, un uomo di 42 anni, aveva dato del terrone all’arbitro durate una partita a Sacile, città della provincia di Pordenone. Per un anno non avrà accesso ad alcuna manifestazione sportiva e dovrà immediatamente lasciare la guida tecnica della sua formazione. «Non è certamente edificante che chi dovrebbe avere il compito di assolvere alle funzioni di educatore, insegnando il rispetto delle regole attraverso l’attività sportiva, si trasformi, invece, in un esempio diseducativo, che non si concilia con le aspettative di giovani adolescenti che identificano nell’allenatore di calcio un modello positivo da imitare», ha detto il Questore di Pordenone, Marco Odorisio. «Le condotte accertate, oltre a essere verbalmente e materialmente violente e caratterizzate da una consapevole impronta di ‘discriminazione territoriale’ - ha proseguito Odorisio - assumono ancora più particolare di rilievo negativo, soprattutto in considerazione del fatto che sono state poste in essere alla presenza e rivolte a bambini di 11 anni». Il provvedimento è scattato dopo l’articolo di un giornale che parlava di «gravi episodi, che avevano fatto indignare e sdegnare gli stessi genitori dei giovanissimi atleti». La Digos ha accertato come «il 42enne allenatore - residente in provincia di Pordenone - durante la partita reiterasse numerose condotte verbalmente e materialmente violente indirizzate, sia verso i giovanissimi calciatori in campo, sia a quelli in panchina». Nel culmine di un’azione di gioco, parlando ai propri calciatori in panchina, l’uomo avrebbe detto: «Arbitro, sei un terrone».

Calcio, allenatore Esordienti dice terrone a arbitro, Daspo per un anno. Provvedimento esemplare del Questore di Pordenone: "Un educatore non può fare certe cose". La Repubblica il 19 novembre 2019. L'allenatore di una squadra di calcio della categoria Esordienti - ragazzini di 11 anni -, ha dato del terrone all'arbitro e il Questore di Pordenone ha emesso nei suoi confronti un Daspo di 1 anno. Per questo motivo il mister non avrà accesso ad alcuna manifestazione sportiva e dovrà immediatamente lasciare la guida tecnica della sua formazione. L'episodio è avvenuto durante una sfida tra giovani calciatori nella città di Sacile (Pordenone). Nella serata di ieri, personale della Divisione Polizia Anticrimine della Questura di Pordenone ha notificato il provvedimento di Divieto di Accesso ai luoghi ove si svolgono Manifestazioni Sportive" (il cosiddetto "Daspo"), disposto dal Questore di Pordenone Marco Odorisio nei confronti del 42enne allenatore della squadra di calcio, militante nel campionato di calcio Figc, che quel giorno era in trasferta. L'arbitro era un dirigente della formazione avversaria, accreditato a dirigere la gara dopo aver svolto uno specifico corso in Federazione. "Non è certamente edificante che chi dovrebbe avere il compito di assolvere alle funzioni di educatore, insegnando il rispetto delle regole attraverso l'attività sportiva, si trasformi, invece, in un esempio diseducativo, che non si concilia con le aspettative di giovani adolescenti che identificano nell'allenatore di calcio un modello positivo da imitare". Lo ha detto il Questore di Pordenone, Marco Odorisio. "Le condotte accertate, oltre a essere verbalmente e materialmente violente e caratterizzate da una consapevole impronta di "discriminazione territoriale" - ha proseguito il Questore Odorisio - assumono ancora più particolare di rilievo negativo, soprattutto in considerazione del fatto che sono state poste in essere alla presenza e rivolte a bambini di 11 anni". Il provvedimento scaturisce da un articolo di giornale, secondo il quale durante una partita del campionato Esordienti "si sono verificati gravi episodi, che avevano fatto indignare e sdegnare gli stessi genitori dei giovanissimi atleti", si legge in una nota della Polizia di Stato. La Digos ha accertato come "il 42enne allenatore - residente in provincia di Pordenone - durante la partita reiterasse numerose condotte verbalmente e materialmente violente indirizzate, sia verso i giovanissimi calciatori in campo, sia a quelli in panchina". Quindi, nel culmine di un'azione di gioco, rivolgendosi ai propri calciatori in panchina "esternasse una frase con discriminazione territoriale nei confronti dell'arbitro". Le parole incriminate: "Arbitro, sei un terrone".

Cosa fa il meridionale a Milano? Si lamenta. Lo sfogo del fumettista pugliese Frekt. Flavia Cappadocia il 22 ottobre 2019 su it.mashable.com. ''Molti vengono a Milano per studiare, per lavorare, per sfogare le loro velleità artistiche e cosa chiede in cambio Milano? Niente. Cosa fa invece il meridionale una volta arrivato a Milano? Si lamenta''. A dirlo è il fumettista e sceneggiatore di fumetti Frekt nell'ultimo video pubblicato sul canale YouTube ''This is Racism''. Il testo è tratto da un post su Facebbok scritto da Frekt ed è stato sviluppato poi insieme al regista Francesco Imperato e ai ragazzi di Golemhub.com (Se vi ricordate il video super virale dello scorso ''Ciao Terroni'', con Andrea Pennacchi, è stato realizzato da loro). ''Noi siamo meridionali, quando qualcuno ci viene a trovare ci facciamo in quattro. L'ospite è sacro e si deve sentire a casa. Allora perché quando venite qua a Milano la trattate così?'' Spiega Frekt nel video mentre la telecamera stringe sempre di più l'inquadratura sul suo volto. Francesco Imperato, regista del filmato, ci ha spiegato: ''Abbiamo scelto il palazzo ex Stipel a Milano, costruito negli anni Sessanta. Cercavamo un posto che fosse tipicamente milanese ma anche un simbolo dell'immigrazione, senza cadere nello stereotipo della stazione. All'epoca questo palazzo divenne il simbolo del boom economico, in più era stato utilizzato anche da un fotografo per realizzare degli scatti a Giorgio Gaber nel 1971. Anche lui era molto critico nei confronti del popolo italiano no?'' ''L'idea mi è venuta ascoltando dei ragazzi che parlavano male di Milano sul metrò - ci racconta Frekt, classe 86, nato a di Vieste - Parlavano male anche del risotto allo zafferano. Ma Milano è strana, come quelle ragazze difficili che non ti rispondono mai ai messaggi ma che una volta conquistate sono tue per sempre. I posti belli devi andarteli a cercare. Il mio posto preferito è il Cimitero Monumentale, sembra di stare in un film di Tim Burton''. ''Tutte questi stereotipi esistono davvero ma il video non è contro chi ha nostalgia di casa. Ci mancherebbe - precisa il regista - io stesso ho sofferto, vengo dal Veneto. L'impatto iniziale è molto forte. Ma il messaggio è che dobbiamo rispettare Milano come città''. ''Ho avuto moltissima gente che nei commenti al video ha scritto che si potrebbe dire la stessa cosa di alcune città del Belgio, della Germania. Il cliché è fare l'ultrà del proprio Paese, ma se continuiamo così saremo sempre "polentoni" e "terroni". Non facciamoci la guerra, dobbiamo volerci bene'', conclude il fumettista. 

Da ilfattoquotidiano.it il 17 novembre 2019. “È un problema di super ego. Non posso risolverlo io, ma ci vorrebbero migliaia di psichiatri”. Con queste parole Philippe Daverio è ritornato sulla polemica contro i siciliani. Il critico nelle scorse settimane era stato protagonista di una dura polemica che era arrivata addirittura in parlamento a causa delle sue dichiarazioni contro il popolo siciliano. Oggi durante Book city Milano è tornato sull’argomento, parlando poi anche di razzismo. “L’Italia non è mai stata razzista, ma era di più. È campanilista. La politica sfrutta molto questo trend, utilizzando le forme di populismo”.

Daverio contro la Sicilia: la guerra dei borghi. Le Iene il 27 ottobre 2019. Il “borgo dei borghi” 2019, per la trasmissione tv di Raitre, è Bobbio. Il comune piacentino ha trionfato sulla siciliana Palazzolo Acreide, dopo il voto decisivo di Philippe Daverio, presidente di giuria. Peccato che Daverio, dal quale è andato il nostro Ismaele La Vardera, è cittadino onorario di Bobbio. E davanti ai nostri microfoni è andato giù pesantissimo. Bobbio, in provincia di Piacenza, è il “borgo dei borghi” del 2019. Lo ha stabilito la trasmissione di Raitre condotta da Camila Raznovich. Nulla di strano, direte voi. Peccato però che il comune in provincia di Piacenza, che ha trionfato in finale sulla siciliana Palazzolo Acreide, lo ha fatto con il voto decisivo del presidente della giuria, il critico d’arte Philippe Daverio. Perché peccato? Perché Daverio da un anno è anche cittadino onorario della stessa Bobbio. Ismaele La Vardera ci racconta l’incredibile bagarre nata dalla proclamazione di Bobbio come borgo più bello d’Italia. Il televoto del pubblico da casa, al costo di 51 centesimi per messaggio, aveva decretato la vittoria di Palazzolo Acreide contro Bobbio, per il 42% contro il 27%. Ma è bastato il voto finale di Philippe Daverio, che al comune siciliano ha dato un impietoso 0% per cento di gradimento, a ribaltare completamente la classifica. Ed è venuto giù letteralmente il mondo. E quando la Iena è andata a sentire proprio il contestatissimo presidente di giuria, lui ci ha messo il carico da 90: “Il siciliano è convinto di essere al centro del mondo, è una patologia locale che nei secoli non ci si è mai riusciti a curare. Si chiama onfalite, è l’infiammazione dell’ombelico. Per loro tutto ciò che non è Sicilia è molto lontano, è quasi intollerabile”. Daverio ha poi aggiunto di avere paura, dopo le pesantissime critiche che gli sono piombate addosso: “Mi hanno spaventato, il tono è di minaccia e fa parte della tradizione siciliana: ho paura di tornare in Sicilia. Non la amo, non mi interessano l’arancina e i cannoli, mi piace il foie gras e bevo champagne. Il cannolo non mi piace, perché ha la canna mozza…”

Daverio in guerra con la Sicilia: “Non mi piace, mi hanno minacciato”. Le Iene il 28 ottobre 2019. Il voto del presidente della giuria Philippe Daverio assegna alla piacentina Bobbio la vittoria in tv come “borgo dei borghi 2019”. Peccato che proprio lui, ex assessore leghista a Milano, sia cittadino onorario di Bobbio. E quando Ismaele La Vardera va a chiedere spiegazioni lui attacca a testa bassa: “Il siciliano è convinto di essere al centro del mondo. Ora ho paura, sono stato minacciato”. “Mi hanno spaventato, io ho paura della Sicilia”. A parlare così è il noto critico d’arte ed ex assessore leghista di Milano Philippe Daverio. Durante il concorso su Raitre3 “Il borgo dei borghi 2019” ha dato il suo voto decisivo alla piacentina Bobbio e non a Palazzolo Acreide, in Sicilia. Il voto che ha scatenato fortissime polemiche da parte della cittadina in provincia di Siracusa, che era arrivata in finale grazie al massiccio televoto del pubblico da casa (42% contro il 27% di gradimento per Bobbio). A capo della giuria tecnica c’era proprio Daverio, che a Palazzolo Acreide ha assegnato lo zero per cento. Peccato che Daverio da un anno sia cittadino onorario di Bobbio: apriti cielo! Il presidente della commissione di vigilanza della Rai, Michele Anzaldi ha dichiarato che “i danneggiati sono i comuni che si sono trovati in questo pasticcio e tutti noi che paghiamo il canone oltre ai cittadini che hanno votato da casa”. Un televoto tra l’altro non gratis, ma che costa ben 51 centesimi a messaggio. “Sarebbe bello sapere a chi vanno questi soldi” ha aggiunto Anzaldi, che ha annunciato anche un’interrogazione parlamentare. “Mi auguro si metta fine a questa brutta pratica dei televoto che poi non vengono rispettati”. “Bobbio è un bellissimo borgo, l’Italia è tutta bella. Però io dico se facciamo questa cosa, facciamola in una maniera corretta” dice a Ismaele La Vardera il sindaco di Palazzolo Acreide, Salvatore Gallo. Quando andiamo da Philippe Daverio, lui invece ci mette il carico da 90: “Il siciliano è convinto di essere al centro del mondo, è una patologia locale che nei secoli non ci si è mai riusciti a curare. Si chiama onfalite, è l’infiammazione dell’ombelico. Per loro tutto ciò che non è Sicilia è molto lontano, è quasi intollerabile”. Sulla presunta incompatibilità dice: “Essere cittadino onorario che vuol dire? Il diritto di opinione è sancito dalla nostra costituzione. Il televoto non è stato ribaltato, aveva già fatto vincere Bobbio”. E quando gli facciamo notare, numeri alla mano, che non è così, lui ripete: “Era esattamente ciò che dovevo fare. Porterò in Tribunale il sindaco di Palazzolo, perché è un’intimidazione sicula, bisogna stare attenti”. La Sicilia, Philippe Daverio, proprio non la ama: “Non amo la Sicilia, non mi interessa l’arancina e i cannoli, mi piace il foie gras e bevo champagne. Il cannolo? Non mi piace perché ha la canna mozza… E mi piace Bobbio. È un mio diritto. Mi hanno spaventato, il tono è di minaccia  e fa parte della tradizione siciliana... Io ho paura di tornare in Sicilia”.

Borgo dei Borghi, ora Daverio chiede scusa alla Sicilia: ho generalizzato. Pubblicato martedì, 29 ottobre 2019 da Corriere.it. Nuovo colpo di scena nella vicenda delle polemiche legate alla trasmissione di Rai Tre «Il Borgo dei Borghi». Ora il critico d’arte Philippe Daverio si scusa con la Sicilia: «Ho generalizzato dicendo a tanti ciò che era destinato a pochi facinorosi». È la nuova puntata di una polemica che si sussegue da giorni, nata dopo l’assegnazione del premio al borgo più bello d’Italia a Bobbio (Piacenza), a scapito di Palazzolo Acreide (Siracusa), decisa dalla giuria tecnica che ha ribaltato l’esito del televoto. Dettaglio: presidente della giuria del programma Rai era proprio Daverio, che di Bobbio è anche cittadino onorario. A sollevare la questione era stato inizialmente il parlamentare renziano di Palermo Michele Anzaldi, componente della commissione della Vigilanza Rai, che aveva fatto un’interrogazione in Parlamento: «La Rai chiarisca se dietro il concorso televisivo non ci sia un imbarazzante caso di conflitto di interessi del presidente della giuria. Se sono stati commessi errori e ci sono state connivenze, chi ha sbagliato deve pagare». Inizialmente Daverio aveva risposto alle accuse in modo netto: «Anzaldi ha detto “chi ha sbagliato deve pagare”... Ha parlato di “connivenze”, una parola che considero intimidatoria — aveva detto —. Manlio Messina, assessore al Turismo della regione Sicilia, ha persino dichiarato: “Se un vincitore ci deve essere, desideriamo che sia la nostra Palazzolo Acreide”. Beh, la Sicilia non è al centro del mondo. La Sicilia è contro Daverio. Mi occupo da sempre dell’Italia, delle bellezze del nostro Paese, da Nord a Sud, e accusarmi di essere di parte è come delegittimare la mia professione. Non ci sto, difenderò la mia onorabilità per via legali». Ma la sua difesa aveva ulteriormente irritato i siciliani. Tanto da far intervenire addirittura il governatore Nello Musumeci: «Un atteggiamento così spocchioso ci impone come governo della Regione di rivolgerci all’autorità giudiziaria. Se poi dovessero arrivare le scuse, sarò io stesso a invitare il razzista francese nella nostra Isola». E in giornata Daverio si è dunque scusato: «Sono talvolta ingenuo — scrive il critico — e come tale, dopo una lunga giornata di viaggio e di lavoro, dopo una sommatoria di insinuazioni d’interesse mio privato lanciatomi da politici siciliani per il mio voto libero nella trasmissione dei borghi e, dopo aver ricevuto minacce d’ogni genere e anche di morte a me e alla mia famiglia mi sono trovato pure inseguito da una iena della nota trasmissione, ex candidato sindaco di Palermo, che mi ha posto una serie di tranelli. Mi ha fatto ribollire il sangue e ho sbottato come lui sperava che facessi. Non tollero i ricatti, dal Nord o dal Sud. E ho reagito in un modo ironico che ha generato confusione e da parte di spiriti malversati reazioni spropositate». E così, di fronte alle parole di Daverio, è intervenuto il sindaco di Palazzolo Acreide, Salvatore Gallo, che lo ha invitato ad un confronto pubblico: «Sarà accolto come tutti, con vera gentilezza e sensibilità. Noi non abbiamo nulla contro l’intellettuale Daverio, e gli riconosciamo notevole valenza culturale. Abbiamo solo chiesto il rispetto delle regole e che la Rai ci risponda in merito al potenziale conflitto di interessi».

Da repubblica.it il 29 ottobre 2019. "Mi scuso con i siciliani, perché ho generalizzato dicendo a tanti ciò che era destinato a pochi facinorosi". Lo scrive, in una lettera aperta, il critico d'arte Philippe Daverio, dopo le aspre polemiche sollevate ieri in seguito alle sue dichiarazioni rese alle Iene in cui attaccava i siciliani dicendo, tra l'altro: "Ho paura dei siciliani". Daverio scrive anche una lunga lettera al Presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci che ieri ha preteso le sue scuse annunciando querela. "Sono talvolta ingenuo e come tale, dopo una lunga giornata di viaggio e di lavoro, dopo una sommatoria di insinuazioni d'interesse mio privato lanciatomi da politici siciliani per il mio voto libero nella trasmissione dei borghi e dopo aver ricevuto minacce d'ogni genere e anche di morte a me e alla mia famiglia, mi sono trovato pure inseguito da una iena della nota trasmissione, ex candidato sindaco di Palermo, che mi ha posto una serie di tranelli - dice Daverio - Mi ha fatto ribollire il sangue e ho sbottato come lui sperava che facessi. Non tollero i ricatti, dal nord o dal sud. E ho reagito in un modo ironico che ha generato confusione e da parte di spiriti malversati reazioni spropositate". "Al Presidente della Regione Sicilia che ha dato una intervista contro di me nella quale esige la mia espulsione dagli schermi della RAI ho scritto la seguente lettera aperta", dice Daverio. Che pubblica una lettera di Boris Vian del 1958, inviata all'allora Presidente della Repubblica francese: "Je vois envoie une lettre que vous lirez peut-être si vous avez le temps (Boris Vian 1958 al Président de la République)". "Onorevole Presidente Musumeci, mi permetto d'assumere un tono ironico per affrontare questa versione contemporanea della Secchia Rapita che ha trasformato un gioco televisivo in una farsa tragicomica nella quale Ella non ha avuto il buongusto di evitare lo scivolone - scrive Daverio - L'appello dei neoborbonici chiede che non lavori più in Rai: non si preoccupino, è da tempo che la Rai non mi vuole e ha smesso di trasmettere i miei video nei quali tra l'altro ho spesso esaltato la Sicilia, con la trasmissione su Palermo, quella sui Normanni e quella sulla presenza araba". "Ho insegnato a lungo in Sicilia e devo riconoscere con orgoglio che molti miei laureati presso la Facoltà di architettura di Palermo conservano un buon ricordo del mio operato didattico, ricambiato dalla medesima mia simpatia - dice ancora Philippe Daverio - Ho collaborato con passione all'attività del Teatro di Montevergini e ho avuto l'incarico di organizzare la festa di Santa Rosalia, una volta con successo facendo costruire il carro gratuitamente a Jannis Kounellis (purtroppo quell'opera dall'altissimo valore economico è poi marcita all'aria aperta), una seconda volta in mezzo a mille polemiche quando la scarsità di fondi restrinse la distribuzione di incarichi". "Ho polemizzato per la cattiva manutenzione degli immobili della Facoltà nella quale insegnavo ed ho subito i biasimi d'un senato accademico che non tollerava le critiche al loro membro ormai defunto che quest'edificio aveva progettato. Ho quindi più d'una volta in Sicilia litigato con dei siciliani; sono umano e sanguigno come lo erano i miei parenti svevi ed è forse la mia quota sveva che mi ha reso possibile intendere la complessità dell'animo siciliano, nel bene sempre e nel male talvolta - prosegue ancora Daverio - Ho letto con profondo disappunto la sua intervista apparsa sul Giornale di Sicilia nella quale dice: "Mi auguro che il servizio pubblico televisivo, se esistono ancora rapporti professionali con questo personaggio, li rescinda immediatamente. Se poi dovessero arrivare le scuse, sarò io stesso a invitare il razzista francese nella nostra Isola". Non posso fare altro che prenderne atto. Alla Secchia Rapita, che Ella sicuramente ha letto vista la sua nota cultura storica, Ella ha avuto l'ispirazione di aggiungere una riedizione dei Vespri Siciliani individuandomi come una replica degli angioini cacciati nel XIII secolo". "Le debbo purtroppo comunicare che sono italiano e come tale ho servito Milano da assessore per quattro anni - dice ancora Philippe Daverio nella lettera a Musumeci - sono francese per metà e per quella normativa che mi consente d'essere francese per jus soli e italiano per jus sanguinis in quanto il mio ceppo familiare lombardo (quanti sono i siciliani che di cognome fanno Lombardo!) è iscritto nella Maricula nobilium familiarum Mediolani sin dal 1377 e che mio parente fu quel Francesco Daverio, il quale a capo del partito popolare delle Cinque Giornate riportò Garibaldi in politica". "Che i neoborbonici assieme a Lei si siano inalberati non mi sorprende quindi, anzi onora sia me che i miei antenati morti per far sorgere l'Unità di quest'Italia". "La TV non è del tutto la realtà, ne è solo uno specchio, talvolta drammatico, talvolta come in questo caso oggettivamente ludico. Credo che pure il Suo ispiratore storico l'On Almirante ("il maestro della mia generazione" Ella disse) lo avrebbe capito e mi duole dover ricordare che sono ben meno razzista di quanto non lo fosse stato l'ambito ideale al quale Ella storicamente si riferisce - prosegue Daverio - Ho oggettivamente partecipato alla realizzazione d'un capolavoro: farmi dare del razzista da un seguace di colui che fu segretario di redazione de La Difesa della Razza a partire dal 20 settembre del 1938, negli stessi giorni delle leggi razziali. Le auguro di potersi emancipare da un passato che sembra incombere inesorabilmente su di Lei e assumere una percezione aggiornata della contemporaneità". "Per il resto le suggerisco di riguardare la trasmissione e si accorgerà che anche gli altri due componenti della Giuria hanno votato a favore di Bobbio: ritenere che siano stati influenzati da me è un drammatico insulto alla loro professionale competenza e alla loro rispettabilità - dice ancora Daverio - Sono l'una olimpionica con varie medaglie d'oro, la gentile signora triestina Margherita Granbassi e il geologo Mario Tozzi, il quale ha votato pure per Rotondella in provincia Matera, dove ha lavorato per anni (sarà quindi anche lui mosso da conflitto d'interesse per via del martelletto da geologo?) e per la quale ho votato pure io (c'eravamo forse messi d'accordo con dei pizzini passati sottobanco?). La cultura del sospetto e delle insinuazioni è repellente". "In seguite alle Sue dichiarazioni la mia pagina facebook è stata inondata di minacce - dice ancora Daverio - Liliana Segre sostiene che "gli hater sono persone di cui bisogna avere pena, vanno curate". Lei riceve tuttora duecento messaggi razzisti al giorno. Sono orgoglioso d'essere in sua compagnia. Ma le minacce di morte giunte a me alla mia famiglia vanno oltre ogni limite di convivenza civile. In seguito alla Sue dichiarazioni l'assessore al Turismo della Sua onorevole Amministrazione, Manlio Messina, ha dato via ad una caricatura di class action chiedendo che non possa più io lavorare in Rai. Forse un attimo di riflessione sull'articolo della nostra Carta costituzionale potrebbe tornarvi a tutti assai d'aiuto laddove l'articolo 21 recita: ½Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure". "Non mi permetterei mai di chiederLe una traccia di sense of humour ma nondimeno spero non abbia confuso una trasmissione televisiva virtuale con la realtà che Ella deve affrontare nell'ARS e che il suo collega Ansaldi dovrebbe afferrare in Parlamento. Capisco che per un politico l'inseguire l'opinione pubblica più immediata sia sempre argomento d'insuperabile fascino ma reputo che la responsabilità etica debba andare verso pensieri più elevati - dice ancora nella lettera a Musumeci - Con le minacce che mi sono pervenute mi sarà assai difficile intraprendere qualsiasi lavoro nell'isola. So bene, onorevole Presidente, che del mio lavoro da comunicatore dei Beni Culturali ad Ella non potrà importare nulla; la Sicilia è già perfetta così come è, la sua notorietà mondiale è accertata. Le vorrei solo ricordare anche l'articolo 4 della Carta, quello che recita: "La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società". "Le scuse a tutti i siciliani le faccio con sommo piacere, e so che alcuni mi capiranno, almeno quelli non troppo suscettibili ai pizzicotti critici - dice ancora il critico - Ero stato inseguito da un giornalista insistente e molesto delle Iene, ovviamente pure lui siciliano e candidato sindaco a Palermo, dopo una lunga conferenza e in mezzo ad una ressa di pubblico. Le scuse da parte Sua non me le aspetto".

Lettera di Filippo Facci a Dagospia il 29 ottobre 2019. Caro D'Agostino, il caso vuole che io visiti regolarmente, da parecchi anni, «i più bei borghi d'Italia» citati nell'omonimo sito, e ho visto che la scelta del più bello (secondo una giuria composta anche da Philippe Daverio, che è cittadino onorario di Bobbio) quest'anno è caduta su Bobbio, come raccontato in una trasmissione di Raitre del 20 ottobre. Il caso vuole che proprio il giorno precedente alla diffusione della notizia, quella che Bobbio era stato scelto quale «borgo dei borghi», io fossi casualmente a Bobbio, appunto a visitarla e a mangiare. In serata avevo pure pubblicato su Facebook una mia foto che mi ritraeva sul ponte Gobbo: te la allego, per quel che conta. Non mi interessano le polemiche di altri borghi siciliani che erano in lizza per essere giudicati il borgo più bello, e ho visto peraltro che Philippe Daverio è stato oggetto di un linciaggio mediatico ridicolo e orribile. Però una cosa te la posso assicurare: in tutti questi anni ne ho visti veramente tanti, di borghi (anche al Sud: incredibili quelli della Basilicata) e Bobbio è in assoluto uno dei più brutti, non capisco neppure come sia finito nell'elenco. Ho letto che l'ottimo Philippe Daverio ha difeso la sua scelta e, di fronte alla sciocca accusa di essere «un razzista francese», ha precisato anzitutto di essere italiano. Non c'è dubbio.

Le Iene, Philippe Davero contro i siciliani: "Mi fanno paura, terroni che rosicano". Tutta colpa di Bobbio. Libero Quotidiano il 29 Ottobre 2019. "A me la Sicilia non piace, è abitata da terroni che rosicano". Questa uscita infelice Philippe Daverio a Le Iene ha scatenato un putiferio, con tanto di interrogazione parlamentare. Ma riavvolgiamo il nastro e proviamo a spiegare per bene l'intricata vicenda che ha indotto il critico d'arte a rilasciare tali dichiarazioni. Tutto parte dalla puntata conclusiva di Il Borgo dei Borghi, la trasmissione di Rai3 che offre la possibilità a venti paesini italiani di mettere in mostra le rispettive bellezze. C’è da decretare il borgo vincitore: il televoto premia Palazzolo Acreide (Sicilia) con il 41% delle preferenze, mentre Bobbio (Emilia Romagna) si ferma al 20%. La giuria diretta da Daverio cambia il risultato; nulla di male, se non fosse che dietro al ribaltone si nasconde un evidente conflitto d'interessi. Il critico d'arte è infatti cittadino onorario di Bobbio ed è quindi stato accusato di aver privato Palazzolo Acreide della vittoria finale per una questione personale. Intercettato da Le Iene, Daverio ha aggravato la situazione: "Non amo la Sicilia e neanche ci andrò più, visto come hanno preso la cosa. Sono spaventato, ho avvertito un tono di minaccia che fa parte della cultura siciliana". In realtà, il sindaco di Palazzolo Acreide ha accolto con ironia la decisione della giuria, promettendo la cittadinanza onoraria al critico d’arte. Quest’ultimo si è poi scusato, comprendendo forse di essersi spinto oltre il limite: "Mi scuso con i siciliani, perché ho generalizzato dicendo a tanti ciò che era destinato a pochi facinorosi".

Philippe Daverio, il presidente Musumeci: “Venga in Sicilia, ma si scusi”. Le Iene il 28 ottobre 2019. Il critico d’arte Philippe Daverio in tv aveva fatto vincere Bobbio, di cui è cittadino onorario, contro la siciliana Palazzolo Acreide. E quando Ismaele La Vardera è andato a chiedere spiegazioni, Daverio ha detto di non amare la Sicilia e di avere paura di tornarci. Ora gli risponde il presidente della Regione Musumeci. “Non amo la Sicilia, non mi interessa l’arancina e i cannoli, mi piace il foie gras e bevo champagne". Non la tocca piano il critico d'arte Philippe Daverio ai microfoni di Ismaele La Vardera, che lo ha cercato dopo la polemica sulla vittoria di Bobbio nel programma tv “Il borgo dei borghi 2019” per chiedergli spiegazioni (come potete rivedere nel servizio qui sopra). E ha rincarato: "Il cannolo? Non mi piace perché ha la canna mozza… Mi hanno spaventato, il tono è di minaccia e fa parte della tradizione siciliana... Io ho paura di tornare in Sicilia”. Nello Musumeci, presidente della regione Siciliana, ha affidato a Facebook la sua risposta. “Il professor Philippe Daverio ha il dovere di scusarsi con tutto il popolo siciliano, che ha offeso volutamente, con toni razzisti e con dichiarazioni calunniose. Amare la Sicilia non è un dovere, ma usarle rispetto sì. Non è tollerabile un atteggiamento così spocchioso, che ci impone come governo della Regione Siciliana di rivolgerci anche all’autorità giudiziaria. Questo disarmante pregiudizio verso la Sicilia spiega chiaramente l'epilogo del concorso sul Borgo dei Borghi, a danno di una nostra Comunità”. Musumeci, oltre a minacciare un’azione legale, si rivolge alla stessa dirigenza della Rai: “Mi auguro che il servizio pubblico televisivo, se esistono ancora rapporti professionali con questo personaggio, li rescinda immediatamente. Se poi dovessero arrivare le scuse, sarò io stesso a invitare il razzista francese nella nostra Isola: senza cannoli a canne mozze, stia tranquillo, ma con una abbondante fetta di cassata, accompagnata da un bicchierino di passito. E non è una minaccia”. Gli fa eco l'ex presidente dell'assemblea regionale siciliana Gianfranco Micciché: "Da uomo di cultura quale è, sono certo che non nutre alcun tipo di preconcetto nei confronti di noi siciliani, ma rimangono di cattivo gusto alcune sue recenti affermazioni - come si fa paragonare un cannolo ad un fucile a canne mozze? Probabilmente, un conflitto d’interesse c’è stato e a tal proposito probabilmente sarebbe stato opportuno non partecipare al voto o declinare l’invito a far parte della giuria. Professor Philippe Daverio, lei è una persona colta, intelligente e raffinata; lasci perdere i pregiudizi nei nostri confronti. Pregiudizi che fino a qualche tempo fa peraltro non nutriva. Torni in Sicilia, venga a visitare Palazzo dei Normanni, sarà mio gradito ospite. Sono certo che ne rimarrà ammaliato. Potrà anche trovare interessanti i comuni siciliani che hanno già conquistato l’appellativo di “Borgo più bello d’Italia”, come Petralia Soprana, Gangi, Sambuca di Sicilia e Montalbano Elicona". Anche Rai3 prende le distanze dalle affermazioni di Daverio, che definisce “battute e allusioni intollerabili, in contrasto con lo spirito stesso del programma al quale Daverio ha collaborato”. Nel servizio in onda la scorsa puntata vi avevamo raccontato l’incredibile vicenda del concorso tv “Il borgo dei borghi 2019”. A vincere la finale del contest, contro la siciliana Palazzolo Acreide, era stata la piacentina Bobbio, un comune che però solo un anno fa aveva nominato cittadino onorario proprio Philippe Daverio. Il televoto aveva visto in testa Palazzolo Acreide, con il 42% di preferenze contro il 27% di Bobbio, ma a ribaltare completamente l’esito della gara era stato il voto decisivo di Daverio (che a Palazzolo Acreide aveva dato lo zero per cento di gradimento). Il presidente della commissione di vigilanza della Rai, Michele Anzaldi ha dichiarato che “i danneggiati sono i comuni che si sono trovati in questo pasticcio e tutti noi che paghiamo il canone oltre ai cittadini che hanno votato da casa”. Un televoto tra l’altro non gratis, ma che costa ben 51 centesimi a messaggio. “Sarebbe bello sapere a chi vanno questi soldi” ha aggiunto Anzaldi, che ha annunciato anche un’interrogazione parlamentare. “Mi auguro si metta fine a questa brutta pratica dei televoto che poi non vengono rispettati”. Quando Ismaele La Vardera si è recato da Philippe Daverio, lui è andato giù pesantissimo: “Il siciliano è convinto di essere al centro del mondo, è una patologia locale che nei secoli non ci si è mai riusciti a curare. Si chiama onfalite, è l’infiammazione dell’ombelico. Per loro tutto ciò che non è Sicilia è molto lontano, è quasi intollerabile”.

Daverio si scusa con la Sicilia. Ma ci attacca. Le Iene il 29 ottobre 2019. Il critico d’arte Philippe Daverio, travolto dalle polemiche dopo le dichiarazioni a Le Iene sulla Sicilia e i siciliani, scrive una lettera di scuse al presidente della Regione Musumeci, che aveva annunciato querela chiedendo alla Rai di non farlo più lavorare. Ma per Daverio la colpa sarebbe nostra. "Mi scuso con i siciliani, perché ho generalizzato dicendo a tanti ciò che era destinato a pochi facinorosi". Dopo la tempesta di accuse incrociate e minacce di querela, Philippe Daverio chiede scusa, ma non perde l'occasione per puntare il dito contro di noi. Scuse nate dopo le dichiarazioni molto pesanti fatte da Daverio a Ismaele La Vardera, che lo aveva incalzato sulla vittoria di Bobbio al concorso tv “Il borgo dei borghi 2019”, dopo che Daverio (presidente di giuria ma anche cittadino onorario di Bobbio) aveva fatto vincere il comune piacentino contro la siciliana Palazzolo Acreide, ribaltando clamorosamente il televoto (come potete rivedere nel servizio qui sopra). Le scuse di Daverio, se di scuse possiamo davvero parlare, arrivano con una lunga lettera aperta rivolta al presidente della Sicilia Nello Musumeci, che come vi abbiamo raccontato aveva annunciato querela contro le gravi affermazioni del critico d’arte e che lo aveva definito “francese razzista”. Una lettera velata di ironia e di riferimenti colti, nella quale Daverio non sembra però fare alcun passo indietro. Anzi: “Onorevole Presidente Musumeci, mi permetto d’assumere un tono ironico per affrontare questa versione contemporanea della Secchia Rapita che ha trasformato un gioco televisivo in una farsa tragicomica nella quale Ella non ha avuto il buongusto di evitare lo scivolone.  L’appello dei neoborbonici chiede che non lavori più in Rai: non si preoccupino, è da tempo che la Rai non mi vuole e ha smesso di trasmettere i miei video nei quali tra l’altro ho spesso esaltato la Sicilia, con la trasmissione su Palermo, quella sui Normanni e quella sulla presenza araba". "Ho insegnato a lungo in Sicilia – prosegue Daverio nella sua lettera - e devo riconoscere con orgoglio che molti miei laureati presso la Facoltà di architettura di Palermo conservano un buon ricordo del mio operato didattico, ricambiato dalla medesima mia simpatia”. E poi, sulle accuse di razzismo avanzategli da Musumeci su Facebook, aggiunge: "Credo che pure il Suo ispiratore storico l’On Almirante (“il maestro della mia generazione” Ella disse) lo avrebbe capito e mi duole dover ricordare che sono ben meno razzista di quanto non lo fosse stato l’ambito ideale al quale Ella storicamente si riferisce. Ho oggettivamente partecipato alla realizzazione d’un capolavoro: farmi dare del razzista da un seguace di colui che fu segretario di redazione de La Difesa della Razza a partire dal 20 settembre del 1938, negli stessi giorni delle leggi razziali. Le auguro di potersi emancipare da un passato che sembra incombere inesorabilmente su di Lei e assumere una percezione aggiornata della contemporaneità". E conclude così: "Le scuse a tutti i siciliani le faccio con sommo piacere, e so che alcuni mi capiranno, almeno quelli non troppo suscettibili ai pizzicotti critici. Ero stato inseguito da un giornalista insistente e molesto delle Iene, ovviamente pure lui siciliano e candidato sindaco a Palermo, dopo una lunga conferenza e in mezzo ad una ressa di pubblico. Le scuse da parte Sua non me le aspetto". Philippe Daverio accusa poi direttamente il nostro Ismaele La Vardera, dal cui incontro erano scaturite le polemiche. "Sono talvolta ingenuo e come tale, dopo una lunga giornata di viaggio e di lavoro, dopo una sommatoria di insinuazioni d’interesse mio privato lanciatomi da politici siciliani per il mio voto libero nella trasmissione dei borghi e dopo aver ricevuto minacce d’ogni genere e anche di morte a me e alla mia famiglia, mi sono trovato pure inseguito da una iena della nota trasmissione, ex candidato sindaco di Palermo, che mi ha posto una serie di tranelli. Mi ha fatto ribollire il sangue e ho sbottato come lui sperava che facessi. Non tollero i ricatti, dal nord o dal sud. E ho reagito in un modo ironico che ha generato confusione e da parte di spiriti malversati reazioni spropositate". Ci tocca però farle notare, signor Daverio, che ha fatto davvero tutto da solo. Noi ci siamo limitati a chiederle se non ci fosse una incompatibilità tra il suo ruolo di giurato e quello di cittadino onorario del comune in gara, soprattutto dopo la vittoria della sua amata Bobbio. E inoltre, ma tanto lei questo lo sa bene, non abbiamo neanche inserito nel servizio tutte le sue dichiarazioni, perché in realtà contro la Sicilia ci è andato giù ancora più pesante. Accettiamo comunque le sue scuse, a nome anche dei siciliani. E dei cannoli, che ha ingiustamente offeso. E per fare questo la invitiamo a guardare l’immagine che le manda il nostro Ismaele La Vardera

In mostra le foto di Lombroso:, polemica a Torino: «È razzista», «No, scatti di pregio storico». Pubblicato giovedì, 26 settembre 2019 da Corriere.it. «…Con un metodo molto lontano da quello che noi definiamo scientifico Lombroso metteva insieme immagini, frammenti di varia natura e provenienza» spiega Nicoletta Lombardi, docente in Accademia Albertina, introducendo a giornalisti, addetti ai lavori e curiosi la mostra «I 1000 volti di Lombroso» al Museo del Cinema di Torino, aperta da oggi al 6 gennaio. Lombardi ribadisce con un eufemismo («metodo molto lontano») una verità storica: lo studioso veronese basava tanta sua ricerca sull’errore biologico, secondo cui rubi, uccidi o sei pazzo perché è nella tua natura. Ma verba volant. «In effetti - interviene Domenico Mangone, ex assessore comunale che lega il suo nome anche ad una mozione in Sala Rossa nel 2013 per decretare la chiusura del Museo Lombroso dell’Università di Torino — al di là della presentazione a voce dei curatori, nelle sale della mostra mi pare non emerga scritto con evidenza, come meriterebbe, che quelle fotografie avallavano studi inaccettabili. Lontane nel tempo? Sì, ma tanti bambini che da domani (oggi, ndr) visiteranno il Museo, e magari qualche genitore sprovveduto, potrebbero non godere di tutte le nozioni utili a capire davvero cosa gli si vuol comunicare. Sono immagini di pregio storico però non di mille anni fa, appena di un secolo fa o poco più. Quindi materiale ancora sensibile». E aggiunge: «Il sistema culturale torinese non ha nulla da dire al riguardo? Sarebbe quantomeno strano, nell’epoca del politicamente corretto». L’esposizione raccoglie per la prima volta 305 delle 7000 fotografie di internati, briganti meridionali, criminali comuni, prostitute, anche pederasti, immortalati tra Otto e primo Novecento; reperti conservati nell’archivio del Museo di antropologia criminale «Cesare Lombroso». Ad accogliere i visitatori è una gigantografia con due teschi: «Fotografie composite galtoniane di crani di delinquenti» accompagnata da una didascalia che recita: gli scatti «riflettono i molteplici interessi di Lombroso e la diffusione mondiale dei suoi scritti» ma anche «i rapporti tra scienza e cultura popolare lungo l’arco di quasi un secolo». La dicitura non convince Domenico Iannantuoni del comitato No Lombroso. «Se questa è un’avvertenza sugli abbagli propagandati da Lombroso mi pare un po’ poco, anzi nulla» avverte. Certo, al Comitato un progetto siffatto non potrebbe mai piacere: è nemico giurato, anche per via giudiziaria, dell’istituzione universitaria torinese. «Però — riprende — in questo caso la mia posizione diciamo di parte non c’entra nulla. È oggettivo che la mostra verta su quei materiali rinnegati dalla scienza. Eppure sembra prescindere da Lombroso, dividendo dato storico e artefice. Non si può! Dirò di più: uno dei volti esposti potrebbe essere quello di un mio bisnonno...e chi sa che non ci sia visto che la mia famiglia è originaria del foggiano. Non avrei piacere che venisse mostrato così, e nella Mole poi, luogo simbolo di Torino». Ma la finalità storico-divulgativa non basta? «No. E rilancio: per porre in vetrina facce di criminali cubani occorrerebbe secondo me una liberatoria dell’ambasciata di quel paese». Respinge ogni accusa Cristina Cilli, che con Nicoletta Leonardi, Silvano Montaldo e Nadia Pugliese cura l’evento: «Il valore della mostra è fotografico, archivistico e storico, ogni altra lettura è fuorviante». E Donata Pesenti Campagnoni, curatore capo Museo del Cinema, precisa: «Il giudizio su Lombroso l’ha dato la storia. Il sito a lui dedicato è uno dei più importanti musei scientifici italiani. Al Comitato No Lombroso segnalo che sono stati esposti i materiali originali senza esaltare acriticamente la ricerca lombrosiana. Al contrario, si dichiarano esplicitamente i contenuti razzistici». È quel «esplicitamente» che secondo il Comitato fa acqua: «La matrice razzista viene indicata solo in minimi passaggi di alcune didascalie. Al visitatore che non conosce Lombroso, cosa sicuramente possibile, non viene comunicata con la giusta evidenza la bocciatura senz’appello delle sue tesi». In verità sotto l’ultima vetrina si legge: «Per quanto il nesso tra criminologia e razzismo sia implicitamente presente nelle sue teorie...». «Bontà loro» conclude il capo dei no-lombrosiani.

Andrea Pasqualetto per corriere.it l'11 ottobre 2019. Se ti chiami Karim, hai un padre marocchino e sogni una carriera militare, c’è il rischio che qualcosa vada storto. Anche se alle spalle hai la disciplina scolastica della Nunziatella, hai passato indenne l’accademia di Modena ma soprattutto sei un ufficiale con il cuore battente bandiera italiana. Lo sa bene il maggiore degli alpini Karim Akalay Bensellam, trentaseienne di origini marocchine che oggi si troverà davanti ai giudici del Tribunale militare di Verona dove è in corso un processo per razzismo nei suoi confronti. Sul banco degli imputati un sergente in servizio a Belluno, accusato di avere a lungo diffamato Bensellam «alla presenza di numerosi militari», scrive il giudice Antonio Bonafiglia nel rinviarlo a giudizio. Le frasi contestate girano un po’ tutte intorno allo stesso concetto: «Sto marocchino di m...». Con sfumature varie: «Non è degno di stare nell’esercito italiano», «ha rubato un posto in Accademia a un italiano», «pezzo di m... sto meschino», e avanti così, per circa tre anni.

I testimoni. Fra i due, naturalmente, non correva buon sangue. C’erano state delle zuffe e pure Bensellam era finito sotto processo con l’accusa di aver aggredito il sergente, vicenda chiusa con un proscioglimento per «particolare tenuità del fatto». Ed è stato proprio da quella sentenza che è scaturita l’indagine per razzismo. «Perché è lì che il mio cliente ha scoperto tutto, il sergente gli parlava alle spalle e pubblicamente», spiega l’avvocato Massimiliano Strampelli, suo difensore. «Io non posso dire nulla, c’è un processo in corso», taglia corto invece il maggiore. Per lui parlano comunque le carte processuali. «Io ho sempre cercato di non coinvolgere il reparto in una vicenda che avrebbe infangato l’onore del Reggimento e del comando — scrive nella denuncia presentata alla Procura militare di Verona —. Ma tutte queste remore sono venute meno quando ho appreso del comportamento razzista e oltraggioso». Fra le testimonianze, quella di un’alpina, Elena Andreola: «Durante l’alzabandiera era consuetudine sentire il sergente dire “sto marocchino di m...”». La sua ex collega, Sara Barcaro, ha ricordato che succedeva «quasi ogni giorno, il sergente non si curava del fatto che molti ascoltavano». Mentre un altra penna nera, Pasquale Genito, ha precisato «che usava un tono di voce tale da non essere sentito dal capitano che passava ignaro». Da parte sua, il sergente nega tutto. «Il mio cliente si dichiara estraneo ai fatti, oggi parleranno i nostri testimoni», avverte il suo avvocato, Antonio Vele.

Il fratello carabiniere. Al di là della vicenda giudiziaria, che oggi segnerà una tappa importante in vista della sentenza, rimane la storia singolare di Bensellam, l’unico ufficiale delle truppe alpine di origini maghrebine. Un lavoro, una passione, come racconta il suo legale. Papà Mohammed lo avrebbe voluto medico, nonno Mario no: alpino. Contadino e penna nera, il nonno fu decisivo anche per le scelte del fratello di Karim, Nizar, maresciallo dei carabinieri al comando di una stazione in provincia di Arezzo. La carriera di Bensellam, sposato, padre di una bambina, è quella classica degli ufficiali. Uscito dalla scuola d’addestramento di Torino dopo l’accademia militare, è stato destinato a Belluno. Tenente a due stelle, poi capitano al comando di 120 uomini, oggi maggiore ad Aosta. Problemi? «Karim dice che l’esercito è fatto di individui e c’è sempre l’ignorante che fa la battutina — aggiunge l’avvocato Strampelli —. Lui la definisce “brina di pregiudizio”, ma pensa non si possa parlare di razzismo nell’esercito, semmai di razzismo inconsapevole».

Un nome da giustificare. Varie missioni all’estero, soprattutto in Afghanistan dove veniva utilizzato come uomo di contatto con la popolazione locale, conoscendo lui usi e costumi della cultura musulmana. «Una cosa gli sta un po’ qui. Quando deve sentirsi quasi in dovere di esibire la patente di italianità, dire cioè che è cattolico, che gli piace la carbonara e che non disdegna un bicchiere di vino, anche se si chiama Karim». Una vita a giustificare il suo nome.

BIMBO IMMIGRATO SI AVVICINA A FIGLIA, GLI DÀ UN CALCIO. Alessandro Sgherri per l'ANSA il 7 settembre 2019. Ha visto una neonata in carrozzina e con l'innocenza dei suoi tre anni si è avvicinato, forse per salutarla. Ma quella vicinanza non è andata giù al padre ed alla madre dalla carnagione chiara della piccola (e non un bambino come si era appreso in un primo momento). Troppo scura la pelle dell'altro rispetto alla propria per consentire anche solo un minimo contatto. E così, per allontanare l' "intruso", la coppia ha aggredito il piccolo e l'uomo ha pensato bene di colpirlo con un calcio all'addome, infischiandosene della tenerissima età. Quindi si sono allontanati velocemente, tra gli insulti di chi ha assistito alla scena e, secondo qualcuno, dopo avere ricevuto anche un sonoro ceffone per il gesto. É accaduto a Cosenza, dove la polizia, in brevissimo tempo, ha individuato e denunciato per lesioni personali aggravate la coppia responsabile del gesto, T.D., di 22 anni, e M.V., di 24. Il fatto - avvenuto martedì scorso ma di cui si è appreso solo oggi - è stato ricostruito da una passante che ha assistito alla scena ed ha subito avvertito il 118 e la polizia. "Ho visto quel bimbo fare un salto di due metri e accasciarsi a terra. Non potevo credere a quello che stava succedendo. Il mio primo pensiero è stato soccorrerlo" è stato il drammatico racconto della giovane testimone. Quest'ultima ha anche lanciato un appello alla madre del bambino colpito perché le faccia sapere le condizioni del figlio e dicendosi pronta ad aiutarla. Il bambino è stato soccorso da alcuni passanti e portato nel pronto soccorso dell'ospedale per le cure del caso. Fortunatamente non ha riportato ferite gravi - è stato giudicato guaribile in 5 giorni - fisiche, ma quelle morali, anche se ancora piccolo, probabilmente se le trascinerà per molto tempo. Il bambino era andato dal medico insieme alla mamma ed ai fratellini di 8 e 10 anni. Lo studio si trova in via Macallè, una traversa del centralissimo corso Mazzini. L'attesa dal dottore, però, si è protratta, e la donna ha deciso di concedere un gelato ai figli. Ha dato loro i soldi ed i tre bambini sono usciti insieme per recarsi in gelateria. Su corso Mazzini l'incontro. Il più piccolo dei fratelli ha visto la carrozzina e si è avvicinato. Un gesto innocente, ma che gli è costato il calcio all'addome da parte dell'adulto. Il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto ha parlato di un episodio "raccapricciante" che provoca "indignazione e sconcerto", sottolineando come Cosenza sia "storicamente città di inclusione e accoglienza. Qualsiasi sia il motivo, se di natura razzista o di cieca follia - ha detto il sindaco - certamente si tratta di un gesto gravissimo che non può trovare alcuna giustificazione, né deve essere sottaciuto". Sulle tracce del responsabile dell'aggressione si sono subito posti gli agenti della sezione volanti della Questura di Cosenza alla quale la madre del piccolo ha formalizzato la denuncia. Gli investigatori hanno sentito la testimone e hanno acquisito le immagini delle tante telecamere di sicurezza presenti nella zona. E' bastato poco, poi, ai poliziotti ad individuare ed identificare la coppia protagonista dell'aggressione ed a denunciarla. 

"Il mio Rayem non ha dormito per due giorni. Mi chiedeva sempre: che ho fatto di male?". Parla il padre del bambino immigrato di tre anni preso a calci a Cosenza perché si era avvicinato alla culla di una neonata per vedere dentro: "Lavoro qui da vent'anni, una cosa del genere non era mai successa. Ma la città mi è stata vicina". Alessia Candito il 07 settembre 2019 su La Repubblica. "Per due giorni non è riuscito a dormire. Era terrorizzato, piangeva continuamente. Mi chiedeva "cosa ho fatto di sbagliato, papà?" ed io non sapevo cosa rispondergli". Dal 1995 in Italia, Bouazza Toubi ancora non riesce a capacitarsi dell'assurda aggressione subita dal figlio, Rayem, a soli tre anni preso a calci in una delle vie centrali di Cosenza. 

Adesso come sta il piccolo?

"Ha ancora dolore, ma quello passerà insieme a lividi e contusioni. Anche oggi i medici lo hanno visitato e hanno detto che non c'è nulla di preoccupante, per fortuna. Psicologicamente però, ci preoccupa. Non riesce a capire cosa sia successo e piange disperato. Anche il fratello e la sorella sono inquieti, arrabbiati". 

E lei?

"Non riesco a capacitarmi. Quando mio figlio Housama mi ha chiamato per raccontarmi cosa fosse successo non riuscivo a crederci. In oltre vent'anni in Italia, non mi è mai successa una cosa del genere. Lavoro qui a Cosenza da vent'anni, la mia famiglia è qui, i miei figli crescono qui non ho mai avuto problemi". 

Ha mai pensato di andare via in questi giorni?

"Per giorni mi sono disperato, ma la città mi è stata vicina. C'è stata anche tanta gente coraggiosa, come la ragazza che ha denunciato tutto su Facebook. In tanti mi hanno espresso solidarietà. La polizia è stata rapida e ha trovato subito l'aggressore. Adesso che è stato fermato sono più tranquillo". 

C'è qualcosa che gli vorrebbe dire?

No. Semplicemente vorrei capire come ha fatto, proprio lui che ha una figlia, che la stava portando in giro in passeggino, a prendersela con un piccolino di tre anni. È incomprensibile l'aggressione immotivata di un adulto. Ma quella di un bambino è intollerabile". 

“TROPPI BAMBINI STRANIERI”. Da Il Messaggero il 19 settembre 2019. Troppi stranieri all’asilo, poca integrazione: e anche i genitori di origini straniere, quando si sentono un po’ italiani e preferiscono che lo siano anche i loro figlioletti, protestano e li portano altrove. Accade a Bologna, scrive il Corriere della Sera, che racconta la storia del 34enne Mohamed (nome di fantasia), papà di origini marocchine, in Italia da quando aveva 4 anni. Il giovane, cittadino italiano come la moglie 32enne (nata in Italia), voleva iscrivere suo figlio alla materna, ma ha deciso di portarlo via da quella classe in cui i bambini erano quasi tutti stranieri. «C’è un grave problema di integrazione - ha detto al Corriere - non voglio passare per razzista dato che sono marocchino, ma il Comune deve sapere che non si fa integrazione mettendo nelle classi più di venti bambini stranieri». Al momento dell’iscrizione i genitori del bimbo avevano indicato quattro scuole: nelle prime tre, che avrebbero preferito, non c’era posto, così loro figlio è finito nella quarta, una materna in zona Massarenti. La classe aveva un solo bimbo italiano: «Le maestre facevano fatica a pronunciare i nomi dei bimbi», racconta Mohamed, che ha poi chiamato all’ufficio scuola per protestare, ma gli è stato risposto che in realtà i bimbi italiani erano otto. «Tutti come il mio, cioè con cittadinanza italiana ma figli di immigrati, e molti di loro non parlano ancora l’italiano», insiste il papà. Ora il 34enne è convinto: porterà via il bimbo dalla scuola pubblica e cercherà una scuola privata. Ma c’è un altro problema: «Sono quasi tutte cattoliche e noi siamo musulmani. E anche in questo caso l’integrazione sembra un’impresa impossibile». «Non voglio passare per razzista perché sarebbe folle viste le mie origini, ma qualcuno deve rendersi conto del problema in Comune».

Da Corriere.it il 24 settembre 2019. Scartata a un colloquio da cameriera perché nera. A nemmeno un anno dal caso della veneziana Judith Romanello è successo ancora, stavolta a Fonni (provincia di Nuoro). La protagonista è una donna senegalese residente nel capoluogo barbaricino, Khady Ndior, sposata da tre anni con un impiegato comunale.

Il colloquio. A delineare per primo quanto accaduto è stato proprio il marito, con un rabbioso post su Facebook: «Contattata da una amica per un lavoro da cameriera in un matrimonio - ha scritto sabato - [Khady] si è presentata insieme ad altre 49 ragazze dal colore “neutro”». Ma, una volta a colloquio, «la professionalità della donna selezionatrice, molta attenta ai particolari, ha fatto in modo che percepisse la pericolosità del “diverso” ritenendo che la cosa avrebbe potuto turbare la sensibilità degli invitati». Contattata da Videolina, l’aspirante cameriera non ha nascosto il proprio disappunto: «Mi hanno detto - testuali parole - che non avrebbero mai accettato una donna di colore perché potrebbe disturbare la serenità degli ospiti. È un dolore e un dispiacere molto grande. Non mi era mai successo e spero non ricapiti più».

Il (non) precedente. Per il momento non è giunta alcuna replica da parte del ristorante finito sotto accusa. Appena nel luglio 2018, sempre nel Nuorese si era registrato un episodio di segno opposto. Il proprietario di un locale di Cala Gonone aveva infatti cacciato dalla sua struttura quattro ragazzi che non volevano essere serviti da un cameriere di origini senegalesi (come Khady). «È il nostro più bravo di sempre, noi non facciamo queste distinzioni», aveva dichiarato.

Attacchi razzisti alla Miss: "Non sei una bellezza italiana". Nel mirino degli haters Sevmi Tharuka Fernando. La 20enne, figlia di immigrati da 30 anni in Italia, è nata a Padova. Messaggi di sostegno dall'ex Miss, Denny Mendez. Giorgia Baroncini, Mercoledì 04/09/2019 su Il Giornale. "Tu non rappresenti i canoni di bellezza italiana, non meriti di partecipare a Miss Italia". Così recita uno dei messaggi indirizzati a Sevmi Tharuka Fernando, finalista del Concorso. La 20enne, nata a Padova e residente a Villanova di Camposampiero, ha origini cingalesi: la sua famiglia è infatti originaria dello Sri Lanka. Il padre della giovane si è trasferito in Italia circa 30 anni fa ed è stato poi raggiunto dalla moglie. In molti però credono che la bella Svemi non sia italiana. E così l'hanno attaccata sul web. "Purtroppo ci sono ancora tanti pregiudizi, tanta gente non accetta che io sia italiana solo perché ho la pelle scura. Fossi stata figlia di genitori tedeschi e fossi nata in Italia, sono convinta che questa discriminazione non sarebbe mai nata", ha spiegato la Miss come riporta il Corriere. "È successo varie volte da quando ho vinto la prima fascia alle selezioni locali - ha continuato la giovane -. Sono persone che mi scrivono in privato per non esporsi ma la questione non cambia. Partecipo al concorso anche per abbattere queste discriminazioni e continuo per la mia strada. Se qualcuno mi critica significa che sono stata notata tra le tante. Ignoro questi attacchi, perché credo che chi è così tarato non cambierà mai idea. Me ne infischio e vado avanti". I genitori sostengono la loro bellissima figlia e messaggi di incoraggiamento sono arrivati anche da Miss Italia 1996, Denny Mendez. Anche lei, al tempo, era stata oggetto di accese polemiche. "Auguri! In bocca al lupo", ha scritto la Mendez (prima vincitrice di colore nella storia del Concorso) su Instagram incoraggiando la collega. "Miss Italia da sempre coglie e integra l'evoluzione sociale del Paese. C'è un modello di integrazione che cresce, che si evolve e che non possiamo ignorare", ha dichiarato la patron del concorso, Patrizia Mirigliani, spegnendo le polemiche.

Alessandra Gozzini per la Gazzetta dello Sport il 23 settembre 2019. È successo, o risuccesso, subito dopo la mezz' ora del primo tempo: Dalbert, difensore brasiliano della Fiorentina, segnala all' arbitro di aver ascoltato degli insulti razzisti a lui indirizzati. Dalbert è nella sua zona, la fascia sinistra, lontano da dove sono posizionati la maggior parte di microfoni e telecamere, che infatti non percepiscono le offese. Orsato invece sente: seguiva l' azione ed era poco distante dalle parte di tribuna da cui sono arrivati gli insulti. Al 29' la partita si ferma, l'arbitro avverte il responsabile dell' ordine pubblico (tramite il quarto uomo) di voler procedere con il primo avvertimento allo stadio. Dopo due minuti il Tardini ascolta la voce dello speaker che ribadisce il divieto di scandire cori razzisti o di matrice territoriale. In un labiale pescato dalle tv Orsato spiega: «Alla prossima la partita finisce». Le norme introdotte a gennaio permettono infatti al direttore di gara di fermare la partita, non necessariamente su segnalazione del responsabile dell' ordine pubblico o dei collaboratori della procura federale. Prima che il gioco riprenda c' è tempo per i fischi con cui i tifosi accolgono il richiamo alle regole. Al 32' si riparte. Nessun insulto è più stato udito: a dire il vero, era stato così anche prima. I «buu» a Dalbert sono arrivati da pochi tifosi seduti dalla parte opposta alle panchine, nessuno in altre zone ha percepito le offese. Erano una minoranza, piccola, ma il fenomeno va combattuto nel complesso: il razzismo da stadio è una manifestazione odiosa. Qui è avvenuto in una sola occasione, in generale è successo così tante volte da dover richiedere l' istituzione di nuove norme da parte della Federazione. Per le stesse norme vale ciò che ha sentito Orsato anche per ipotizzare eventuali sanzioni all' Atalanta. Ciò che ha ascoltato finirà nel referto che consegnerà al giudice sportivo, che poi dovrà decidere come procedere: non è escluso che chieda ulteriori accertamenti prima di valutare se comminare una sanzione alla società. Pochi o tanti per Gianni Infantino, presidente Fifa, la situazione non cambia: «In Italia la situazione del razzismo non è migliorata e questo è grave - avverte a 90° minuto -. Bisogna combatterlo con l' educazione, condannando, parlandone. Vanno identificati i responsabili e buttati fuori dagli stadi. E' inaccettabile, bisogna invece esser pesanti e combattere il razzismo, senza abbassare mai la guardia, con pene esemplari. Faccio i miei complimenti a Orsato: non è mai facile prendere certi decisioni mentre si sta giocando». Gli allenatori non ridimensionano i fatti ma raccontano quanto arrivato al loro orecchio. «Mai sentito alcun coro, se poi qualche imbecille ha detto qualcosa da quella parte non lo so, ma sai quanti insulti individuali anche molto gravi, si sentono negli stadi. Compresi quelli che arrivano dalla tribuna di Firenze. Bisogna stare attenti, condannare le forme di razzismo ma senza mettersi a contare se c' è qualche persona che insulta perché così la situazione ci si ritorce contro, condanna per i cori ma questa è esagerazione». Montella ha una versione molto simile: «Non ho sentito niente, offendono anche me perché sono di Napoli ma io ringrazio di ricordarmelo».

Razzismo, il coraggio di Orsato in mezzo a troppi silenzi. Insulti a Dalbert, fermata Atalanta-Fiorentina. Lo stadio contro la decisione dell'arbitro e l'allarme della Fifa. Giovanni Capuano il 23 settembre 2019 su Panorama. La sospensione decisa dall'arbitro Orsato durante la partita tra Atalanta e Fiorentina, in attesa che lo speaker ricordasse ai presenti che in uno stadio non si può insultare un giocatore per il colore della sua pelle, è una notizia perché rappresenta la prima applicazione delle norme varate dalla Figc nei mesi scorsi per combattere il razzismo da stadio. Dunque bisogna ringraziare il direttore di gara che ha fatto valere il suo carattere e l'esperienza di centinaia di gare per affermare un principio e cioé che se le regole ci sono vanno rispettate. Sembra strano, ma Orsato rappresenta una mosca bianca in un oceano di non udenti che fin qui hanno preferito voltare le spalle al problema, negarlo o minimizzarlo. Bravo lui, mentre tutto quello che è successo prima e dopo il minuto 29 al Tardini di Parma andrebbe dimenticato. Non solo gli insulti, pochi e uditi dal calciatore e da pochi altri in realtà ma evidentemente presenti se l'arbitro ha deciso di fermare tutto per qualche minuto, ma soprattutto la reazione del resto dello stadio e degli uomini di calcio. Hanno fatto male i fischi (tanti e compatti) della gente presente al Tardini quando lo speaker ha ricordato che il razzismo non deve trovare posto in uno stadio e hanno fatto male le parole dette nel post partita dai due allenatori. Montella ha ironizzato, spiegando che a lui danno del napoletano ma che non se ne sente offeso; ci mancherebbe, ma sfugge che tocca a Dalbert (in questo caso) stabilire la linea di confine da non superare. Gasperini, allenatore dell'Atalanta, è andato oltre: "Mai sentito alcun coro, poi se qualche imbecille ha detto qualcosa da quella parte non lo so ma sai quanti insulti individuali, anche molto gravi, si sentono negli stadi. Compresi quelli che arrivano dalla tribuna di Firenze. Bisogna stare attenti, condannare le forme di razzismo ma senza mettersi a contare se c'è qualche persona che insulta perchè così la situazione ci si ritorce contro. Condanna per i cori, ma questa è esagerazione". Ha detto proprio così. Esagerazione. Quasi una sorta di modica quantità di razzismo che si dovrebbe accettare in nome di chissà quale bene supremo. Per fortuna negli stessi minuti ci ha pensato il presidente della Fifa a spiegare a tutti come la pensa il resto del mondo a proposito di razzismo e dell'Italia: "La situazione non è migliorata e questo è grave". Grave. Come i cori e come le parole dei minimizzatori del giorno dopo.

Razzismo, Superga e Raciti: la domenica horror del calcio italiano. I cori razzisti di Bergamo contro Dalbert, il tifoso doriano che mima con le braccia l'aereo di Superga, lo striscione a Palermo in difesa dell'assassino dell'ispettore Raciti: il calcio italiano di nuovo ostaggio degli imbecilli. Roberto Bordi, lunedì 23/09/2019, su Il Giornale. "In Italia la situazione del razzismo non è migliorata e questo è grave". Sono le parole di condanna di Gianni Infantino per quanto successo domenica pomeriggio allo stadio di Bergamo durante Atalanta-Fiorentina, con alcuni tifosi bergamaschi ad urlare "buu" razzisti contro il viola Dalbert. La partita è stata sospesa per tre minuti, durante i quali lo speaker ha invitato lo stadio a smetterla con i cori discriminatori, ottenendo in cambio fischi e insulti. Alla fine il match è ripreso, ma la figuraccia rimane. Resa ancora più brutta dal commento nel post partita del tecnico della Dea, Gian Piero Gasperini: "I cori razzisti a Dalbert? Nessuno li ha sentiti". Nessuno tranne l'arbitro Orsato, che in applicazione alle norme ha interrotto la gara. I fatti di Bergamo arrivano una settimana dopo quelli del Bentegodi, quando nel corso di Verona-Milan i supporter gialloblù insultarono a ripetizione i rossoneri Kessie e Donnarumma per le loro origini: africane il primo, campane il secondo. Ma in quest'ennesima domenica da dimenticare per il calcio italiano, le campane dell'indignazione suonano anche in altri due stadi. E per motivi diversi. Come scrive Toronews.net, durante Sampdoria-Torino un tifoso doriano è stato pizzicato dalle telecamere mentre, girato verso il settore ospiti, mimava con le braccia un aereo. Quello di Superga, dove il 4 maggio 1949 si spense il Grande Torino. Doverosa precisazione: qui gli ultras non c'entrano. Perché il tifoso doriano responsabile del gesto irrisorio e idiota si trovava in gradinata nord, la "seconda" curva blucerchiata occupata da "cani sciolti", ovvero supporter non facenti parte della tifoseria organizzata. Gli ultras, invece, c'entrano eccome a Palermo. Domenica, fuori dallo stadio "Barbera", subito dopo la partita con il Marina di Ragusa è apparso uno striscione con la scritta "Gli ultras non dimenticano: Speziale libero". Per chi non lo ricordasse, Antonino Speziale è colui che, ancora minorenne, il 2 febbraio 2007 fu coinvolto nell'omicidio dell'ispettore capo della polizia Filippo Raciti. Speziale, condannato a 8 anni di carcere per omicidio preterintenzionale, dovrebbe tornare libero nel 2021. Come ricorda anche Repubblica, a marzo il Tribunale di sorveglianza di Palermo ne ha respinto la richiesta di affidamento ai servizi sociali, giudicando inammissibile la detenzione domiciliare. L'omaggio dei tifosi rosanero all'assassino di un poliziotto non ha bisogno di commenti. Razzismo, stupidità, solidarietà a un assassino. Tre facce della stessa medaglia.

Ultrà, lettera choc a Lukaku «Così vai contro noi tifosi». Pubblicato giovedì, 05 settembre 2019 da Corriere.it. In poco più di una settimana ce n’è già abbastanza. Come se gli ultimi dodici mesi vissuti pericolosamente dalla Curva Nord non abbiano insegnato nulla. Anche se è difficile che un morto (Dede Belardinelli), un assalto militare ai tifosi del Napoli, lo stadio squalificato per i «buu» razzisti al calciatore Koulibaly, non abbiano insegnato niente. Sulla sponda nerazzurra del Naviglio sono bastate due giornate di campionato per scatenare nuove polemiche. Non che quella rossonera stia meglio, per carità. Visto che c’è ancora in ballo il caso del ferimento di Enzino Anghinelli che coinvolge nomi legati alla curva Sud. Ma il nuovo inizio degli ultrà della Nord, che proprio nel 2019 festeggia i suoi 50 anni, non poteva cominciare in modo peggiore. Prima la coreografia-funebre nel giorno di Inter-Lecce, (esordio di Serie A) per il capo degli ultrà laziali Diabolik, Fabrizio Piscitelli, ucciso a Roma in un misterioso agguato. Poi lo striscione apparso sotto casa di Mauro Icardi a San Siro con minacce neppure troppo velate. Opera della Nord o meno (il vessillo non è firmato) è comunque parso come un tentativo di alzare la tensione sulla trattativa infinita tra l’ex capitano ora al Psg e la società, e pure gli ultrà. Infine, il giorno dopo la vittoria sul Cagliari e lo sfogo del neo acquisto Romelu Lukaku per i «buu» razzisti l’intervento via social dell’organo ufficiale della Curva Nord con un’imbarazzante (se non altro per l’intricato e irrisolto ragionamento) difesa dei tifosi «avversari» del Cagliari autori degli insulti razzisti al numero 9 interista. Accuse, che, con un post su Instagram, era stato lo stesso Lukaku a rilanciare chiedendo l’intervento delle federazioni contro il razzismo. Tanto da incassare il sostegno del ct della nazionale Roberto Mancini. Un’uscita, l’ennesima, che ha fatto sbottare buona parte del tifo nerazzurro stufo di saluti romani e teste rasate, di estremisti di destra che confondono lo stadio con altri palcoscenici. A cominciare dal direttore del tg di La7, Enrico Mentana: «Come ogni tifoso interista che ama i valori dello sport mi vergogno di condividere la mia passione con loro», ha scritto commentando il comunicato della Nord. Ma cosa hanno scritto i tifosi a Lukaku? In sostanza che i «buu» razzisti di Cagliari erano il segnale della paura dei tifosi per la classe dell’attaccante belga, tentativi per innervosirlo, e che in Italia il problema xenofobo non esiste. Anzi, di farci l’abitudine a quei «buu» perché così funziona: «Ti preghiamo di vivere questo atteggiamento come una forma di rispetto per il fatto che temono i gol che potresti fargli non perché sono razzisti. — hanno scritto gli ultrà —. Quando dichiari che il razzismo è un problema che va combattuto in Italia, non fai altro che incentivare la repressione di tutti i tifosi». Una teoria stravagante per una curva già squalificata per gli insulti razzisti a Koulibaly. Così da più parti — con in testa l’associazione anti-omofobia «I sentinelli di Milano» — i tifosi «non ultrà» chiedono l’intervento di Steven Zhang e della società, dopo la campagna anti-buu dello scorso finale di stagione. «Il razzismo non è un gioco — spiega il comico Enrico Bertolino —. Avrei apprezzato di più dalla Nord una lettera dedicata a Giacinto Facchetti, visto che oggi è il 13esimo anniversario della morte». Proprio il figlio dello storico Cipe, Gianfelice Facchetti, oggi apprezzato attore teatrale, non nasconde il suo sconforto: «Purtroppo sono cose già viste e sentite dalla Curva. Se si vuole far innervosire gli avversari si fischia, non si fanno ululati. Bisogna fare in modo che negli stadi regni la civiltà. A teatro se recito con un attore di colore nessuno fa ululati. Allo stadio, chi lo fa, se non è razzista, è un grande maleducato e un grande ignorante, anche se ululare contro una persone di colore come si fa a non chiamarlo razzismo».

L’opinionista di Telelombardia: «Per fermare Lukaku ci vogliono le banane». Licenziato in diretta. Frase razzista di Luciano Passirani e dopo poco l’intervento del direttore Ravezzani. Corriere Tv il 16 settembre 2019. Una frase razzista all’indirizzo del giocatore dell’Inter Lukaku da parte dell’opinionista di Top Calcio 24 Luciano Passirani che, parlando dell’attaccante belga ha detto: «Per fermarlo gli devi lanciare 10 banane da mangiare». Dopo qualche ora il licenziamento in diretta tv da parte del direttore di rete Fabio Ravezzani: «Una immagine indegna evocata da un anziano opinionista che, malgrado le scuse, non verrà più invitato nelle nostre trasmissioni».

La battuta su Lukaku, Ravezzani: «Passirani non è razzista, ma non può più stare da noi». Pubblicato lunedì, 16 settembre 2019 da Corriere.it. «Luciano Passirani ha avuto 30 secondi di confusione. Si è subito scusato, ma ormai la frittata era fatta». Fabio Ravezzani, direttore di TeleLombardia, spiega quanto successo a Top Calcio 24, la rete all news in onda sul digitale terrestre. «Confermo la decisione. Presa a malincuore, ma Passirani non farà più parte delle nostre trasmissioni. Sui social, inoltre, mostrano solo quella frase. Non quella dopo, quando chiede scusa», ha continuato il giornalista. Poi: «Ci tengo a precisare. Un conto è una persona razzista, un altro è uno che fa una battuta senza rendersene conto. Perché lo conosco da anni, Passirani non è una persona razzista». «La nostra trasmissione - prosegue Ravezzani - da anni lotta contro il razzismo. Nel 2005, infatti, prendemmo una presa di posizione importante sui fatti di Zoro in Messina-Inter e all’uscita dalla trasmissione avevo subito un agguato. Mi aspettavano quattro persone con un passamontagna e uno di loro mi aveva lanciato anche un sasso contro il parabrezza dell’auto. C’era stata anche un’inchiesta». Uno dei commentatori presenti in studio, il dirigente sportivo Luciano Passirani ha elogiato l’attaccante dell’Inter, Romelu Lukaku, per la sua potenza fisica e le qualità. Fino alla frase incriminata, allo scivolone: «Questo è uno che nell’uno contro uno ti uccide o hai da mangiare dieci banane e gliele dai…». Da qui la decisione di Ravezzani.

La frase razzista su Lukaku  e l’opinionista licenziato: «Scusate, non sono così». Pubblicato lunedì, 16 settembre 2019 sa Corriere.it da Tommaso Pellizzari. Luciano Passirani dice in tv che «Lukaku nell’uno contro uno ti uccide. O hai 10 banane e gliele dai da mangiare, oppure…». Silurato. Da quale dei tanti controsensi vogliamo partire, per raccontare altre 24 ore di calcio e razzismo che verrebbe voglia solo di liquidare in silenzio, allargando le braccia sconfortati? (Ma non si può, perché continuano a succedere — da troppo tempo — troppe cose così incredibili da non permetterci il lusso di un’annoiata stanchezza). Proviamo così: cinque del pomeriggio di domenica, a Telelombardia si discute di Inter-Udinese 1-0 della sera prima. Romelu Lukaku non ha giocato particolarmente bene e infatti è stato sostituito al 65’. Eppure Luciano Passirani, 80 anni, ex dirigente di club tra cui le giovanili dell’Atalanta, sente il bisogno di lanciarsi in un elogio del centravanti belga. E per spiegare quanto è forte fisicamente dice che «Lukaku nell’uno contro uno ti uccide, se gli vai contro cadi per terra. O hai 10 banane e gliele dai da mangiare, oppure…». È la sua penultima frase da opinionista della tv locale. L’ultima sono le scuse per averla pronunciata, ma ovviamente non bastano. Poco dopo, il direttore di Telelombardia Fabio Ravezzani si presenta in video per annunciare la fine delle apparizioni televisive di Passirani. Aggiungendo più tardi (in un’intervista a Salvatore Riggio) una distinzione necessaria, ma non sufficiente a fargli cambiare decisione: «Un conto è una persona razzista, un altro è uno che fa una battuta senza rendersene conto. Perché lo conosco da anni, Passirani non è una persona razzista». La frase è al tempo stesso vera e falsa, naturalmente. E arriviamo ai controsensi. Il primo lo rivela lo stesso Passirani, al telefono: «Da dirigente ho lavorato con decine di giocatori di colore senza avere mai nessun problema. Ma soprattutto da 17 anni ho una compagna marocchina. Mio figlio ha sposato una donna africana ed è padre (quindi io sono nonno) di due bambine nere». E infatti le scuse sono sincere: «Mi rendo conto di avere sbagliato, mi meraviglio di me stesso». Tanto che, con gli occhi di oggi, è indefinibile il sentimento che si prova nel leggere quello che Passirani scriveva nel suo profilo Facebook (ovviamente poi chiuso) su come dev’essere una discussione di calcio «alla nostra maniera: nostrana ma chiaramente elegante». Laddove «nostrana» è evidentemente la parola-chiave. Perché rende come meglio non si potrebbe l’idea del radicamento in Italia non tanto delle idee, quanto degli atteggiamenti razzisti: un radicamento così profondo da non essere percepito. Proprio come successe all’allora presidente della Federcalcio quando parlò di «Opti Pobà che prima mangiava le banane e adesso è venuto qua a giocare a calcio». L’Italia è un Paese così pieno di contesti in cui una frase del genere passerebbe inosservata (per non dire bene accolta) da rendere possibile che qualcuno la dica in diretta tv. Per poi spiegare, come ha fatto Passirani a telecamere spente, che avrebbe voluto dire «Lukaku non lo ferma nemmeno la polizia», ma che gli sembrava una battuta offensiva. Stiamo parlando, per capirci, di un signore che quando dice «ho fatto una cavolata» aggiunge subito «chiedo scusa per il termine». Cosa che è tranquillizzante solo in apparenza, perché in realtà potrebbe essere la conferma ultima della profondità del nostro razzismo inconsapevole. Altrimenti è complicato spiegare la retromarcia del Verona, dopo i «buuu» razzisti contro il milanista Franck Kessié, due settimane dopo quelli di Cagliari contro Lukaku. Un primo tweet del club gialloblù, ieri, diceva: «Non scadiamo in luoghi comuni ed etichette ormai scucite. Rispetto per Verona e i veronesi». Poi la precisazione: «Non si è trattato di una presa di posizione finalizzata a sottovalutare comportamenti discriminatori». Il fatto è, scrive il Verona, «che non sono stati da noi percepiti presunti cori nei confronti del calciatore Kessié». Il famoso razzismo non percepito: neanche dalle orecchie.

"Io e mio figlio, tifosi del Milan allo stadio di Verona. Non ci tornerò più". La dura testimonianza del clima intimidatorio della serata (con precedente). La pubblichiamo perché non resti lettera morta. Giovanni Capuano il 16 settembre 2019 su Panorama. "Mi creda? Ho girato il mondo e visto partite di ogni genere, anche confronti accesi come Chelsea-Liverpool o i derby brasiliani. Ma niente di quello che mi è successo allo stadio di Verona". Si sfoga così, dopo aver mandato una lunga mail che è la testimonianza diretta di una normale (!?!) serata di un tifoso milanista, con figlio al seguito, finito al Bentegodi per Verona-Milan. La pubblichiamo con il consenso dell'autore, firmata come lui ha chiesto che fosse. Un gesto forte di testimonianza. Della sfida tra Verona e Milan si parlerà anche per gli ululati rivolti a Kessié e per gli insulti a Donnarumma, segnalato da diversi presenti e negati dal club con un comunicato via Twitter che ha suscitato più di una critica. Sarà il Giudice sportivo a stabilire cosa è accaduto. La lettera racconta, però, una serata vissuta lontano dalle curve e dagli ultras. In un settore 'nobile', che dovrebbe essere maggiormente al riparo da certe logiche. Dovrebbe.

“Avevo già scritto tre anni fa in occasione di Verona Milan per un episodio assurdo accaduto a mio figlio che allora aveva 9 anni. Da quel giorno mi ero ripromesso di non andare più in quello stadio per la qualità delle persone che lo frequentano. Purtroppo passa il tempo e anche le cose più brutte si dimenticano e dato che un mio carissimo amico che lavora nell’ambiente del calcio mi ha offerto due biglietti ci sono di nuovo ricascato. Poltrone ovest, buonissimo posto. Memore dell’altra volta niente sciarpe o magliette del Milan. Ci sediamo sotto ad un gruppo di signori tutti oltre la sessantina. Appena arrivati questi iniziano ad insultare tutti i milanisti: bastardi, figli di puttana, perfino “terroni”. La cosa che più mi sorprende è il modo arrogante e pieno di rabbia che usano. All’arrivo sembravano dei signorotti anche mezzi sfigati, passatemi il termine, che si godono la partita di calcio. In branco si sono trasformati. Inizia la partita e gli insulti si fanno sempre più pesanti. Espulso Stepinski, un milanista esulta pacatamente, mai lo avesse fatto, partono con minacce: “Tanto passi di qui quando esci, ti spacchiamo le gambe, etc…”. Mio figlio prende paura e mi chiede di andare via.  Eravamo appena a 25 minuti dall’inizio. Decido di rimanere perché altrimenti hanno vinto loro. Da quel momento io poi non mi godo più la partita e penso a proteggere mio figlio da tutta quella violenza verbale e fisica che aumenta sempre di più. L’episodio più grottesco accade quando annullano il secondo goal al Milan: un povero vecchio (solo così si può definire) scende nel corridoio davanti alla balaustra e va verso un gruppo di presunti Milanisti tirando pugni a tutti quelli in prima fila. Questi, sorpresi, non hanno nemmeno il tempo di reagire e lui si rifugia nel suo branco che intanto minaccia da lontano. Intendiamoci questi sono dei poveretti, ma credetemi che non è un episodio isolato in quello stadio e soprattutto non ha nulla a che fare con i cosiddetti ultras. Si tratta di persone comuni che diventano bestie in branco. Non deve e non può accadere. Scusatemi ma questo non è lo sport di cui siamo innamorati io e mio figlio. Queste persone vanno allontanate dallo stadio. Dimenticavo: ovviamente niente stewart nel settore!!!! Io ho visto partite ovunque nel mondo. Mai visto uno spettacolo penoso del genere". Distinti saluti Marco Bergozza

Tifo, i cori razzisti al pub dei tifosi del Verona: "Niente negri, lalalalalala-la…niente negri". Un'abitudine che riporta la tifoseria scaligera al 3 novembre scorso quando il giudice sportivo chiuse il settore "poltrone-est" e diede il Daspo al capo ultrà Luca Castellini. Paolo Berizzi il 13 dicembre 2019 su La Repubblica. Il coro parte sulle note di “In the Navy”, celebre brano dei Village People, anno 1978. I tifosi dell’Hellas Verona ci vanno sopra e intonano: “Niente negri… lalalalalala-la… niente negri”. Sventolio di bandiere gialloblu, braccia alzate, boccali di birra. Il locale è gremito e gli ultrà festeggiano così. Nel video, che pubblichiamo su Repubblica.it, i supporter veronesi anti-Balotelli della Curva Sud ripropongono un loro classico: la gazzarra razzista contro il “negro”. Un'abitudine che riporta la tifoseria scaligera indietro nel tempo: in ultimo, certo, all’episodio dei “buuuu” gridati all’indirizzo di Balo durante la partita Verona-Brescia del 3 novembre scorso (i cori razzisti hanno portato alla chiusura del settore “poltrone-est” su decisione del giudice sportivo e al Daspo fino al 2030 per il capo ultrà Luca Castellini). Ma, in primis, 23 anni fa, ad un’altra triste vicenda. Correva l’anno 1996 quando allo stadio Bentegodi, derby con il Chievo, in curva apparve un fantoccio con la faccia dipinta di nero e un cappio al collo: rappresentava il difensore olandese Maickel Ferrier, appena acquistato dall’Hellas, ma sgradito agli ultrà per il colore della pelle. “El negro i ve là regalà. Dasighe el stadio da netar!” (“il nero ve lo hanno regalato, dategli lo stadio da pulire”), recitava uno striscione appeso sulla balconata degli spalti; su un altro lenzuolo c’era scritto “negro go away”. Dietro il manichino, ragazzi incappucciati in bianco, stile Ku Klux Klan. Erano gli anni delle Brigate Gialloblu, gruppo egemone della tifoseria dell’Hellas poi sciolto in seguito a inchieste della magistratura per discriminazione e odio razziale. Da sempre politicamente di estrema destra, gli ultrà veronesi si sono ripetuti negli anni, tra svastiche, croci celtiche, saluti romani e cori razzisti. Nel 2017, durante la festa della curva Sud, fu proprio Luca Castellini, anche coordinatore di Forza Nuova per il Nord Italia, già plurinquisito e pluridaspato, croce celtica al collo, a pronunciare queste parole dal palco: "Chi ha permesso questa festa, chi ha pagato tutto, chi ha fatto da garante ha un nome: Adolf Hitler". Grida di giubilo da parte della folla, e subito partì il coro: "Siamo una squadra fantastica, fatta a forma di svastica...che bello è… allena Rudolf Hess". Due anni dopo – siamo a giugno 2019 - l'Hellas torna in serie A e i tifosi festeggiano riversandosi in strada e intonando di nuovo il coro che inneggia al nazismo e al braccio destro di Hitler. Insieme alle tifoserie di Lazio, Inter e Varese – ma oggi anche a quelle di Roma e Juventus, e altre ancora - la curva del Verona  è storicamente vicinissima all'ultradestra: Veneto Fronte Skinhead, Forza Nuova, CasaPound, Fortezza Europa. Sono i partiti e le formazioni che trovano una cassa di risonanza nell'ala più dura e turbolenta dello stadio Bentegodi. Sigle che a Verona – come raccontato da questo giornale - sono da anni coccolate dalla politica e da alcune istituzioni locali. 

Maria Lombardi per ilmessaggero.it" il 12 dicembre 2019. «Questa negra se ne andrà alle 17. Mi dicevano così in cucina. Scommettevano soldi che sarei rimasta solo quattro ore». Hanno perso tutti. Victoire Gouloubi in quella cucina stellata ci è rimasta mesi e mesi, a "rubare" i segreti del maestro Claudio Sadler e a conquistare piatto dopo piatto la sua fiducia. «Lì ho capito cosa è la squadra, se non ti accettano sei fuori. Sono molto riconoscente allo chef Sadler per tutto quello che mi ha insegnato e il sostegno che mi ha dato. Lui mi ha sempre detto: non mi interessa se sei nera o se sei donna, conta solo che sei sveglia e pedali. Anche grazie a lui non ho mollato, non potevo farlo , mi era costato così tanto quel traguardo», ricorda la chef trentottenne italiana di origine congolese che in tv racconta persone e storie con le ricette. «A 21 anni ho lasciato il mio paese dove avevo visto uccidere mio fratello e decapitare tante persone. Ho visto una donna incinta a cui hanno aperto la pancia, mi sono nutrita di larve, pesavo solo 20 chili. Ho visto l'orrore e la guerra, ho vissuto sotto i bombardamenti. Ho visto una bambina di 5 anni stuprata da 12 uomini. E anche io sono stata stuprata più volte, la prima a cinque anni. Capita ancora che mi sveglio con gli attacchi di panico, mi sento sporca macchiata, mi chiedo perché è capitato a me. E quando sento dire negra di merda torna nel tuo paese io mi chiedo cosa sa del mio paese chi parla. Che ne sa cosa ho lasciato e perché sono fuggita. I miei genitori avevano dato via tutto per mandare me e mio fratello a studiare in Italia. Non potevo mollare». Solo ricordi adesso, ma fa male ancora parlarne e Victoire cambia voce. Lei non ha mollato quella e altre cucine, la passione per i sapori e gli accostamenti creativi l'ha portata lontano. Adesso, ogni martedì su "Gambero rosso", canale 412 di Sky, conduce per 10 settimane un programma: “Il Tocco di Victoire”,  un format originale in onda in prima serata. In ogni puntata  Victoire - che oggi è sposata, ha un figlio di 12 anni e vive a Milano - si lascia ispirare dalla storia e dalla personalità di un ospite per creare due ricette originali, la scelta di ogni ingrediente ha un preciso significato. La prima è stata Federica Gasbarro, la Greta Thunberg italiana, giovane coordinatrice e portavoce di Fridays for future Roma. «Per lei ho ideato un dolce a base di cioccolato perché le piante di cioccolato con l'aumento della temperatura rischiano l'estinzione, e un piatto di baccalà. Per Massimo Vallati, fondatore del calcio sociale del Corviale, ho pensato alle animelle, che un tempo venivano scartate e adesso gli chef trasformano in piatti prelibati». Tra gli altri ospiti,  Claudia De Lillo, scrittrice e giornalista, Tommy Kuti, rapper di origine nigeriana impegnato nella lotta al razzismo, Imma Carpinello fondatrice del progetto "Le Lazzarelle", una cooperativa di detenute nel carcere di Pozzuoli che produce caffè, Lorenzo Leonetti, un cuoco romano che tiene corsi gratuiti di cucina per ragazzi delle periferie più disagiate. «L'idea del programma mi è venuta un anno fa, in ospedale. Ero ricoverata, avevo subito un intervento. Sapevo che non sarei potuta rientrare presto in cucina e così ho pensato a qualcos'altro». La scoperta della cucina da piccola, «eravamo una grande famiglia, noi donne facevamo i turni per cucinare. E quando da bambina venivo derisa perché ero troppo magra mi rifugiavo in cucina». In Italia Victoire era venuta con l'idea di proseguire gli studi in Giurisprudenza, poi ha scelto un'altra strada: la scuola alberghiera a Feltre (in provincia di Belluno) e i corsi di alta cucina a Milano. I primi lavori, durissimi. «Tornavo la sera sempre molto tardi, più volte sono stata aggredita per strada. Ho subito stupri in Congo e anche in Italia. Tanto è una nera, con chi vuoi che vada a lamentarsi:  il pensiero era questo. Ma ero sopravvissuta a ben altro, dopo che vedi la morte in faccia come l'ho vista io nel mio paese niente può farti più paura». In cucina Victoire raccoglie i primi successi, diventa la chef di un prestigioso hotel di Cortina d’Ampezzo e in Piemonte, seconda classificata a un talent show, Top chef Italia, tanti premi, le lezioni, un progetto audiovisivo sul web dal titolo “make taste and change” e adesso l'avventura in tv. «É stato tutto molto difficile, ma devo dire grazie a quell'Italia che mi ha permesso di essere arrivata fin qui». Qualche mese fa Victoire ha perso una bambina, si è sentita male in cucina. «Avrei dovuto fermarmi ma non potevo. Una chef che resta incinta o pensa di mettere su famiglia diventa una mela marcia, un pomodoro secco da buttare. Se aspetti un bambino ti buttano fuori dalla squadra, diventi una difficoltà. Chi ambisce a diventare una chef quotata deve rinunciare a una parte della sua vita. Questa è una violenza, non minore di quella di uno stupro».

La beneficenza selettiva dell'assessore lombardo: giocattoli in dono ma solo ai bambini italiani. De Corato di Fratelli d’Italia parteciperà domani a Milano all’iniziativa dell’organizzazione di destra Gioventù nazionale, la condanna dell’Anpi. Zita Dazzi su la Repubblica il 13 dicembre 2019. Giocattoli per Natale ma solo ai bambini italiani. Ci saranno l’ex vicesindaco di Milano e assessore regionale alla sicurezza Riccardo De Corato e il presidente della Commissione sicurezza del Municipio 4 Franco Rocca domani dalle ore 15 alle 17 davanti all’Esselunga di via Cena, a Milano, assieme ai militanti dell'organizzazione di destra Gioventù nazionale, a fare una colletta di doni natalizi che saranno destinati solo a famiglie italiane. L'annuncio lo dà lo stesso De Corato, citando il comunicato che lancia l'iniziativa di solidarietà selettiva dai giovani legati al partito Fratelli d'Italia: "In Italia, sono 1,8 milioni le famiglie in difficoltà, 5 milioni le persone in ristrettezze assolute e 1,3 milioni i bambini che vivono in condizioni di povertà. Dati drammatici ai quali la Gioventù nazionale cerca di rispondere organizzando "Io dono": una raccolta di giocattoli e beni di prima necessità per le famiglie italiane in difficoltà economica". Il primo a protestare è Roberto Cenati, presidente dell'Anpi di Milano, che censura la scelta di De Corato e Rocca: "Riteniamo molto grave il fatto che persone che siedono in organi istituzionali aderiscano a un'iniziativa rivolta ai soli cittadini italiani, un gesto che opera una discriminazione e che non rispetta i valori di solidarietà sanciti dall'articolo 2 della Costituzione italiana". Il consigliere Rocca due anni fa si era fatto notare postando sui social un fotomontaggio con una sua immagine accostata a quella di una pastorella che faceva il saluto romano e mandava gli auguri di Natale a Laura Boldrini e a Emanuele Fiano. Anche in quel caso l'Anpi lo aveva censurato e Rocca si era difeso parlando di "can can mediatico".

«Battute razziste», turista milanese cacciato da un B&B di Palermo. Pubblicato lunedì, 16 settembre 2019 da Corriere.it. Allusioni e battute su una ragazza di colore, nata in Italia ma ghanese di origine, che lavora in un bed and breakfast di Palermo, ma anche altre battute sulla «superiorità» degli italiani rispetto ai migranti e alla fine, la proprietaria del B&B ha deciso di cacciare il turista milanese e di allontanarlo. È accaduto a Palermo, dove il milanese 70enne era ospite. «Caro ospite ignorante — ha spiegato la proprietaria del B&B sulla sua pagina Facebook —, nascere a Palermo per noi è sufficiente per essere italiani e se per te i siciliani non lo sono, stattene serenamente a casa tua». «Se pensi che il «vero italiano» sia un essere superiore, noi tutti siamo più italiani di te — ha scritto ancora —. Felice di averti, con il sorriso, sbattuto la porta in faccia perché qui è casa mia e non diamo il benvenuto a chi non lo merita. W il mondo a colori».

Annalisa Tardino, l'europarlamentare denuncia: "Non mi vogliono a scuola perché leghista". Libero Quotidiano il 20 Settembre 2019. Il caso, che sta facendo parecchio discutere, arriva da Licata, provincia di Agrigento. La protagonista è l'eurodeputata della Lega, Annalisa Tardino, la quale ha riferito alla AdnKronos di essere stata discriminata in una scuola soltanto perché leghista. Aveva infatti ricevuto un invito da parte del dirigente del liceo Linares per l'inaugurazione dell'anno scolastico, ma l'evento è stato poi "sgonfiato". L'invito, la Tardino, lo riceva lo scorso luglio, appuntamento poi rinviato al 21 settembre, in concomitanza con l'inaugurazione dell'anno scolastico, per impegni della stessa invitata. Peccato che nel frattempo l'evento sia stato ridotto, secondo la leghista in seguito a "pressioni" ricevute da parte della dirigente. L'eurodeputata del Carroccio, dunque, racconta la telefonata con la preside dell'istituto: "Io accolgo l’invito ma a luglio ero ancora all’inizio del mio mandato e così le chiedo se possiamo rimandare direttamente a settembre, alla riapertura della scuola. A quel punto lei mi propone di partecipare all'inaugurazione dell’anno scolastico. Io accetto con piacere. Siccome in quel periodo c’era in Sicilia il senatore Mario Pittoni (della Lega ndr), che è Presidente della Commissione Cultura e, ho pensato di coinvolgerlo e non certo perché esponente leghista ma perché presiede di una importante Commissione al Senato. Lui riesce a liberarsi per il 21 settembre e accetta l’invito". Dunque la Tardino precisa: "Non ho neppure invitato l’onorevole Alessandro Pagano per non trasformare l’evento in un incontro leghista. Mai avrei pensato che sarei stata al centro di questa assurda polemica". E ancora, l'esponente del Carroccio punta il dito: "La verità è che non mi volevano perché sono leghista. Lo ammetto, io mi sento offesa. Non mi aspettavo questo trattamento dal liceo che ho frequentato. Ecco perché alla fine ho preferito, a malincuore, disdire l'invito". Sulla vicenda è stata presentata una interrogazione parlamentare al ministro dell'Istruzione, in cui viene sollecitata "una ispezione al Liceo Linares" per verificare "se gli studenti subiscono qualche forma di condizionamento politico dai docenti o se, peggio, vengano discriminati per il proprio orientamento politico". Dal liceo di Licata arriva comunque la smentita della dirigente Rosetta Greco, secondo cui il Linares "include e non discrimina né cittadini aperti al confronto né rappresentanti istituzionali appartenenti alle forze politiche".

Migranti, Alex Britti: «Come italiano ero un cittadino di serie C, nessuno dovrebbe essere guardato così». Pubblicato giovedì, 22 agosto 2019 da Corriere.it. «Nessun uomo dovrebbe mai essere guardato così». Gli occhi di cui parla Alex Britti sono quelli di chi «si sente diverso» o «un cittadino di serie C». Alex Britti racconta che è successo anche a lui, da italiano. Lo fa dal palco di Anagni, dove si è esibito, e nei giorni della polemica su Open Arms. Britti racconta:«Oggi li chiamano migranti, ma sono persone che si spostano per cercare una vita migliore. Io da ragazzo non arrivavo a fine mese, ma neanche alla metà del mese, se suonavi il blues era complicato guadagnare. Quindi sono andato nel Nord Europa, suonavo tanto e c’erano tante persone che mi volevano bene ma c’era una cosa che percepivo, che da italiano per loro eri “spaghetti, mafia e pizza” ed eri un cittadino di serie C. Ti guardavano in modo strano quando scoprivano che eri italiano. Non voglio entrare in nessun dibattito politico - precisa il cantautore - ma avendo vissuto quella cosa mi fa molto strano oggi vedere certe immagini». Parole che subito sono rimbalzate in Rete, quelle di Britti, che raccontano di come anche un italiano oggi famoso si sia sentito «di serie C». Di come sia successo non solo nell’Europa del Nord, ma persino in Italia. «Anche quando sono tornato qui, e sono andato a Milano, da romano, continuavo ad essere guardato così, in quello stesso modo. E quello che voglio dire oggi è che nessun essere umano dovrebbe mai essere guardato con quegli occhi»

Scampia terra di ladri nel post di Beppe Grillo. La municipalità: "Chieda scusa ai cittadini". Il presidente Apostolos Paipais: "Non mostra nessun rispetto per chi quella terra cerca di migliorarla quotidianamente". La Repubblica il 27 agosto 2019. "Beppe Grillo, sul suo Blog, abusa di Scampia per la propria propaganda politica, la descrive come terra di ladri e non mostra nessun rispetto per chi quella terra la vive e prova quotidianamente a migliorarla. Per Grillo tutto è evidentemente uno scherzo, una provocazione, uno show. Questo dimostra quanto sia lontano oramai dal popolo il fondatore del movimento 5stelle, ad oggi forza di governo". Lo dice Apostolos Paipais, presidente della Municipalità di Scampia a Napoli. Paipais si riferisce a un post del blog di Grillo intitolato "Ho incontrato Dio" e in particolare alla seguente frase scritta dal fondatore del Movimento Cinque stelle: "Lei si era messo sul suo palco trapiantato in una piazza a sbraitare di ladri ed economia, di un parlamento con più ladri che a Scampia! Non esistono ladri, non esiste economia, non esiste la democrazia e non c’è nessun Ovest. Esiste soltanto un unico, intrecciato, multivariato dominio dell’avidità…" "Ricordo al Fondatore del movimento - conclude Paipais - che il governo attuale ha "cancellato" la commissione periferie istituita nelle precedenti legislature avente lo scopo di monitorare le condizioni delle aree urbane. Invito Beppe Grillo a lasciare per un attimo i giochi di palazzo e a recarsi nei luoghi nei quali le eccellenze emergono al cospetto di una politica nazionale latente In qualità di Presidente della Municipalità 8 di Scampia e in nome di tutti i cittadini del territorio, chiedo ufficialmente le sue scuse".

«Sono razzista, non affitto  ai meridionali»: la telefonata postata sui social. Pubblicato venerdì, 13 settembre 2019 su Corriere.it da Francesco Sanfilippo. Robecchetto con Induno, la vittima dell’invettiva è una ragazza pugliese, Deborah Prencipe, 28 anni. L’audio registrato postato su Facebook ha fatto il giro dei social. «Per me i meridionali sono meridionali anche nel 4000, non nel 2000, i meridionali, i neri e i rom sono tutti uguali, sono una razzista al cento per cento»: è quanto si è sentita rispondere una 28enne pugliese, Deborah Prencipe, cui è stata rifiutata una casa in affitto a Robecchetto con Induno, in provincia di Milano. La giovane ha deciso di denunciare, pubblicando sui social gli audio ricevuti dalla proprietaria di casa che, di fronte alla possibilità di diffonderli, le ha risposto: «Mi raccomando, scriva e pubblichi che sono salviniana, sto con Matteo, con il capitano». La vicenda è stata raccontata dalla ragazza su Facebook: «Succede questo. Decido di trasferirmi nel paese della mia fidanzata in provincia di Milano. Cerco una casa in affitto, la trovo e me ne innamoro. Mi metto d’accordo con la proprietaria di casa, una ragazza, di far partire il contratto ad ottobre. Quindici giorni prima dell’inizio del contratto la ragazza mi manda un messaggio dicendomi che l’inizio del contratto slitta di un mese trovando scuse poco credibili. In un secondo momento ricevo un altro messaggio da parte della ragazza che mi dice che la casa in affitto non può più darmela perché preferisce venderla. Le rispondo dicendole che non trovo corretto cambiare le carte in tavola all’ultimo minuto e che i patti erano altri. In tutto ciò interviene la madre della ragazza che mi contatta. Il motivo per cui non mi viene data la casa in affitto è perché sono nata a Foggia. C O S A, direte voi. Esattamente. Sono nata a Foggia e la signora... ritiene che in casa sua i meridionali non devono entrare». Al suo post, Debora allega gli audio della padrona di casa, concludendo «Benvenuti nell’Italia di oggi dove, a quanto pare, c’è da tirare fuori i cartelli con scritto «Non si affitta ai meridionali» perché, evidentemente, non sono ancora passati di moda». Il messaggio postato da Deborah è lo stesso della sua fidanzata, Laura, che la 28enne ringrazia «per aver trovato le parole giuste per raccontare la mia storia. Io al momento non ne sono in grado». Negli audio pubblicati si sente distintamente la signora dire cose come :«Per me i meridionali sono sempre meridionali, anche nel 4000, non solo nel 2000. I meridionali, i neri i rom son tutti uguali. Guardi io son proprio una razzista al 100%», «ciò che importa è quello che c’è scritto sulla carta di identità, non è una Svizzera, è una meridionale, è diverso». Dopo aver ricevuto moltissime messaggi di solidarietà, Deborah ha pubblicato un messaggio per ringraziare: «Ci tengo ad aggiornarvi un po’ su come sta procedendo la questione per cui in tantissimi qui e su Instagram mi state scrivendo e state condividendo. Grazie a voi, la storia è arrivata a tanti giornalisti con cui siamo in contatto e condividerò tutti gli articoli che usciranno! Ovviamente, mi sto muovendo anche legalmente! Continuiamo a condividerlo: più viaggia, più (spero) c’è speranza che non capiti ad altri! Grazie di cuore».

Milano, "non si affitta ai meridionali". L'audio WhatsApp: "Sono razzista e salviniana". Repubblica Tv 13 settembre 2019. "Non ti affitto casa perché sei meridionale". E' quanto si è sentita dire una ragazza di Foggia dalla proprietaria di un appartamento di Malvaglio, frazione di Robecchetto con Induno in provincia di Milano. La giovane si chiama Deborah Prencipe e ha denunciato l'accaduto sui social. "Decido di trasferirmi nel paese della mia fidanzata in provincia di Milano - scrive su Instagram e Facebook -. Cerco una casa in affitto, mi metto d'accordo con la proprietaria, una ragazza, di far partire il contratto ad ottobre. Quindici giorni prima dell'inizio del contratto mi manda un messaggio dicendo che slitta di un mese trovando scuse poco credibili. In un secondo momento ricevo un altro messaggio che mi dice che la casa in affitto non può più darmela perché preferisce venderla.  In tutto ciò interviene la madre della proprietaria che mi contatta. Il motivo per cui non mi viene data la casa in affitto è perché sono nata a Foggia". Deborah ha conservato la registrazione audio inviata dalla signora, che si definisce "salviniana razzista".

Casa negata a una ragazza di Foggia: "Scriva pure che sono leghista sfegatata". Repubblica Tv 13 settembre 2019. Quando Deborah, la ragazza di Foggia cui è stato negata la casa in affitto in provincia di Milano perchè meridionale, spiega alla madre della proprietaria che denuncerà pubblicamente l’accaduto, la donna non nasconde le sue simpatie politiche: “Scriva anche sotto al post che la signora è una salviniana, è del Capitano – si sente in un secondo audio pubblicato – Scriva che la signora, da quando c’era ancora il Bossi che ha cominciato le prime volte, era in prima linea. Lo scriva in grande, ecco le leghiste cosa fanno. Lo dica pure che sono una leghista sfegatata, perché Salvini sin dall’inizio ce l’aveva con tutti i meridionali”. "Sono razzista, sono di Salvini, non ti affitto casa perché sei meridionale".

L'odissea di una ragazza di Foggia in provincia di Milano che ha denunciato tutto sui social: "La madre della proprietaria mi contatta e mi dice che il motivo per cui non mi viene data la casa in affitto è perché sono nata a Foggia". La ragazza ha registrato le conversazioni. Natale Cassano il 13 settembre 2019 su La Repubblica. Non si affitta casa ai meridionali. È quello che si sarebbe sentita rispondere una ragazza foggiana dalla proprietaria di un appartamento di  Malvaglio, frazione di Robecchetto con Induno in provincia di Milano. per cui stava per firmare il contratto di locazione. A raccontare la vicenda - simile a quella avvenuta nel 2008 nel capoluogo lombardo ai danni di un 27enne barese - è Deborah Prencipe, attraverso un post su Facebook. Deborah aveva iniziato la ricerca di una casa nel paese in cui vive la fidanzata Laura, così da starle più vicina. Una volta trovato l’appartamento, è amore a prima vista e subito si preparano i documenti per avviare il trasferimento già da ottobre. Quindici giorni prima dell’inizio del contratto, però, la situazione si complica: “La ragazza mi manda un messaggio dicendomi che l’inizio del contratto slitta di un mese trovando scuse poco credibili – scrive nel post di denuncia - In un secondo momento ricevo un altro messaggio da parte della ragazza che mi dice che la casa in affitto non può più darmela perché preferisce venderla. Le rispondo dicendole che non trovo corretto cambiare le carte in tavola all’ultimo minuto e che i patti erano altri”. Nello scambio di battute, come spiega Deborah, si inserisce anche la madre della ragazza con cui aveva inizialmente concordato l’affitto. “Il motivo per cui non mi viene data la casa in affitto è perché sono nata a Foggia – scrive - Cosa?, direte voi. Esattamente. Sono nata a Foggia e la signora ritiene che in casa sua i meridionali non devono entrare”. A riprova della sua tesi, pubblica anche gli audio che le avrebbe inviato la donna su WhatsApp. Parole forti, che non ci si aspetterebbe di ascoltare nel 2019: “Per me i meridionali sono meridionali anche nel 4000, non solo nel 2000, ragione per cui ho frenato un pochettino. Per me i meridionali, i neri e i rom sono lo stesso, io sono una razzista al 100 per cento. Quello che pensa lei proprio non mi interessa niente”. “Non è una svizzera, è una meridionale – aggiunge – è scritto nella carta d’identità, non è un segreto di Stato. Lo sono venuta a sapere tardi. Se l’avessi saputo prima avrei frenato mia figlia”. E quando Deborah le spiega che denuncerà pubblicamente l’accaduto, la donna non nasconde le sue simpatie politiche: “Scriva anche sotto al post che la signora è una salviniana, è del Capitano – si sente in un secondo audio pubblicato – Scriva che la signora, da quando c’era ancora il Bossi che ha cominciato le prime volte, era in prima linea. Lo scriva in grande, ecco le leghiste cosa fanno. Lo dica pure che sono una leghista sfegatata, perché Salvini sin dall’inizio ce l’aveva con tutti i meridionali”. Le denunce social di Deborah e della compagna sono diventate presto virali, raggiungendo in totale oltre 4mila condivisioni sui social e centinaia di commenti di solidarietà degli utenti. L’ultimo aggiornamento è arrivato in mattinata: dopo aver ringraziato gli internauti per il sostegno ricevuto, l’autrice del post ha ricordato che sta agendo per vie legali nei confronti della proprietaria dell’appartamento. “Continuiamo a condividerlo: più viaggia, più (spero) c’è speranza che non capiti ad altri!” si conclude il suo appello. Laura, la compagna di Deborah, racconta di non aver ancora fatto denuncia: "Ma lunedì ci muoveremo per vie legali, non per un ritorno economico ma perché siamo certe che ci sia il reato di discriminazione". Anche se il contratto non era ancora stato firmato "c'era un accordo verbale tra le parti e abbiamo le mail che lo provano. Per fortuna, dal punto di vista dei danni personali, la mia compagna non è costretta a vivere per strada, ma quando ha ricevuto dalla proprietaria quei messaggi è scoppiata a piangere. Abbiamo sempre lottato contro le discriminazioni e per fortuna non ne avevamo mai subite, ora Deborah è piena di rabbia e sgomento per queste motivazioni inaccettabili. Per questo siamo intenzionate ad andare avanti". Da quando Laura e Deborah hanno pubblicato sui social la loro storia, "siamo sommerse di messaggi e richieste di contatto, sappiamo che oltre alla solidarietà potrebbe arrivare altro, ma oggi - conclude Laura - o chini la testa e vivi bene o ti esponi e prendi tutto quello che viene". A chi le ha scritto, Deborah ha rivolto un invito, dove spiega perché abbia scelto di rendere pubblico quanto successo: "Continuiamo a condividerlo: più viaggia, più (spero) c'è speranza che non capiti ad altri".

Salvini: «La signora che non affitta ai meridionali? È una cretina». Pubblicato sabato, 14 settembre 2019 da Corriere.it. «La signora è una cretina. Non ho il piacere di conoscerla ed è lontanissima dal mio pensiero». Lo ha detto il leader della Lega ed ex ministro degli Interni Matteo Salvini a margine della riunione dei 500 amministratori locali leghisti a Milano, commentando la decisione di una signora milanese che non vuole affittare l’appartamento a meridionali. Il caso è venuto fuori da una denuncia sui social da parte di una ragazza originaria di Foggia, Deborah, che ha pubblicato l’audio di una conversazione con la proprietaria dell’appartamento. «Decido di trasferirmi nel paese della mia fidanzata in provincia di Milano», racconta la ragazza su Facebook, in un post diventato virale. «Cerco una casa in affitto - continua -, la trovo e me ne innamoro. Mi metto d’accordo con la proprietaria di casa, una ragazza, di far partire il contratto ad ottobre. Quindici giorni prima dell’inizio del contratto la ragazza mi manda un messaggio dicendomi che l’inizio del contratto slitta di un mese trovando scuse poco credibili. In un secondo momento ricevo un altro messaggio da parte della ragazza che mi dice che la casa in affitto non può più darmela perché preferisce venderla. Le rispondo dicendole che non trovo corretto cambiare le carte in tavola all’ultimo minuto e che i patti erano altri. In tutto ciò interviene la madre della ragazza che mi contatta. Il motivo per cui non mi viene data la casa in affitto è perché sono nata a Foggia». Nell’audio, la donna afferma che «i meridionali sono meridionali anche nel 4000, non nel 2000. Ragione per cui - dichiara - ho frenato. Per me, meridionali, neri o rom sono tutti uguali: sono una razzista al 100%». «Non mi interessa se è qui da quando è piccola - continua la proprietaria dell’appartamento -, ma cosa c’è scritto sulla carta d’identità. Da lombarda ci tengo al 100%. Sono razzista e per me va benissimo, forse sono venuta a saperlo troppo tardi. Quello che dice lei non me ne frega niente». «Scriva sotto il post - aggiunge infine la donna - che la signora è una salviniana, una leghista come Matteo. Il suo capitano è Salvini, lo scriva pure».

SE QUESTO E’ IL NORD. Da Qui Brescia il 18 settembre 2019. Sembra esserci un clima contraddistinto dal razzismo nei diversi episodi che stanno accadendo in Italia. E su tutti, diventato un caso nazionale, quello di una proprietaria milanese che non ha voluto affittare il proprio appartamento a una donna di Foggia perché meridionale. E una situazione simile, stavolta contro gli stranieri, si è presentata anche in provincia di Brescia come ne dà notizia il Giornale di Brescia. Sul portale online di annunci immobiliari Dimorama.it, infatti, è stato pubblicato relativo al nostro territorio un annuncio di vendita di una villetta a tre piani e tra le aste giudiziarie in via Isidoro Capitanio, nella frazione di Roncaglie a Concesio, in Valtrompia. In particolare, si sottolineava la posizione tranquilla e anche l’ottimo vicinato visto che nei dintorni non abitano vicini stranieri. Un messaggio e un dettaglio chiaramente di stampo razzista che ieri, lunedì 16 settembre, è stato poi prontamente rimosso. E ora di quell’annuncio, come dovrebbe essere, restano solo i dettagli dell’edificio e della zona residenziale.

«Sei terrona e mafiosa», segretaria siciliana di una scuola di Forlì insultata dai vicini. Pubblicato domenica, 15 settembre 2019 da Corriere.it. La segretaria di una scuola media di Forlì di origini siciliane ha denunciato di essere stata insultata per le sue origini e picchiata da una coppia di vicini di casa in seguito ad una lite sul posto auto condominiale. L’episodio risale al 26 agosto scorso quando Ilde Cascio, 53enne di Terrasini, in provincia di Palermo, ma da tempo trasferita in Emilia Romagna con il figlio, scrive su Facebook: «Oggi ho subito la più grande umiliazione della mia vita. Un vicino mi ha aggredita e picchiata, dentro il parcheggio dello stabile in cui abito. Mi ha detto che dato che sono in affitto non ho diritto a parcheggiare. Mi ha dato della terrona, della mafiosa e mi ha urlato di tornare a casa mia sputandomi in faccia e minacciandomi. Ho chiamato la Polizia e sono andata in ospedale per il referto. Spalla lussata e tendine del piede schiacciato, 5 giorni di prognosi. Non basteranno per dimenticare». La donna ha preparato coi propri legali una denuncia nella quale racconta di aver avuto una lite con la proprietaria dell’appartamento nel condominio dove ha affittato una casa. La donna l’avrebbe ingiuriata dicendole: «Non hai capito che non puoi mettere la macchina qui? Noi siamo proprietari e ne possiamo mettere anche due. Morta di fame e terrona puzzolente». Subito dopo sarebbe intervenuto il marito della donna che l’ha spinta, le ha pestato il piede e le ha sputato addosso. Una volta rientrata dall’ospedale l’uomo l’avrebbe minacciata di morte: «Denunciami e ti ammazzo, lo giuro».

La lite per il parcheggio e le accuse razziste: "Zitta, terrona mafiosa". E' successo a Forlì a una donna originaria di Terrasini che ha denunciato i vicini: "Mi hanno aggredita e minacciata: ora ho paura e vivo barricata in casa". Francesco Cortese e Eleonora Lombardo il 15 settembre 2019 su La Repubblica. Aggredita da una coppia di vicini mentre stava rientrando a casa. È accaduto ad una donna di Terrasini, Ilde Cascio, 53 anni, che da quattro anni vive e lavora a Forlì. " Terrona puzzolente, tornatene da dove sei venuta" avrebbero urlato i coinquilini mentre la signora, impiegata amministrativa in una scuola media della città, stava varcando la soglia di casa. Il tutto, secondo il racconto della donna siciliana, sarebbe scaturito da una discussione per il parcheggio dell’automobile all’interno dello spazio comune in uso ai condomini dello stabile in cui vivono entrambi i nuclei familiari. «Come ogni giorno stavo rientrando a casa dopo aver trascorso tutta la giornata a scuola — racconta la signora Cascio — Una volta parcheggiata la mia auto, ho sentito la vicina che urlava invocando il mio nome. "Sei entrata correndo e qui ci potevano essere i bambini o i miei cani" gridava. Ma io ho fatto finta di nulla e ho continuato a camminare tentando di raggiungere le scale » . La discussione però sarebbe continuata con gli insulti insistenti della vicina. "Non hai capito che tu non hai diritto al parcheggio perché sei in affitto? Morta di fame e terrona puzzolente. Noi siamo proprietari e ne possiamo mettere anche due di macchine" si legge nella denuncia- querela preparata dai legali della donna siciliana che, nei prossimi giorni, sarà depositata in procura. A quel punto sarebbe intervenuto anche il marito della vicina che avrebbe portato avanti, secondo quanto denunciato ancora dalla signora di Terrasini, una vera e propria aggressione fisica. «Mi ha pestato il piede, mi ha spintonato e mi ha sputato in faccia. Poi mi hanno urlato: " sei una mafiosa terrona. Qui non vi vogliamo, siamo tutti stanchi di te ». Adesso Ilde Cascio, vive segregata in casa per paura che le possa accadere nuovamente qualcosa e vorrebbe cambiare condominio. Purtroppo, però, nessun altro vuole più affittarle un appartamento. « Trovare un’altra abitazione è un’impresa — denuncia la cinquantatreenne — Il proprietario di un appartamento addirittura ha risposto alla mia richiesta dicendomi che a Forlì preferiscono tenere le case chiuse piuttosto che affittarle a noi meridionali. Sono rimasta basita. Al giorno d’oggi non si può avere a che fare ancora con episodi di razzismo. C’è un reale problema di arretratezza culturale».

«Io aggredita perché terrona, non c’è stata alcuna lite»: il racconto della segretaria siciliana. Pubblicato lunedì, 16 settembre 2019 da Corriere.it. «Nessuna lite: loro mi aspettavano proprio per insultarmi»: è infuriata Ilde Cascio, la collaboratrice scolastica che ha denunciato, prima attraverso Facebook e poi dai carabinieri, l’aggressione di una famiglia di Forlì nel condominio del palazzo dove vive. «Mi hanno attaccato in quanto meridionale: e purtroppo devo dirlo non è la prima volta, da quando abito qui, quattro anni, che mi accade. Ma quando è troppo è troppo». La signora Ilde, 53 anni, divorziata, due figli di 32 e 29 laureati, si è trasferita in Emilia Romagna dopo aver perso il lavoro. Per lei, siciliana, è stata dura lasciare terra e affetti, ma non ha avuto dubbi: «Dopo anni nella formazione professionale, sono rimasta, insieme ad altre 8 mila persone, a casa. Per colpa di un truffatore che stornava i fondi europei sul suo conto. Ero disperata, così quando un amico ha saputo delle opportunità per gli Ata, i collaboratori scolastici, al Nord, me le ha segnalate. Sono partita. Per ora sono ancora collaboratrice, ma dall’anno prossimo spero di entrare in amministrazione». La signora Ilde si è sempre data da fare, ma ha notato dall’inizio un atteggiamento di diffidenza nei suoi confronti: «Mi dispiace dirlo, ma molti ci considerano ancora terroni. Nonostante ci diamo da fare più degli altri. Quando dovevano montare gli scaffali nella nuova biblioteca, e le pareti erano piene di muffa, mi sono messa io a pulirle con la candeggina, senza che nessuno me lo chiedesse. Quando la lavatrice della scuola si è bloccata, ho ripulito il filtro e l’ho fatta ripartire, evitando il costo dell’idraulico. Ma questo sembra che non basti. Una volta che stavo male, avevo un virus gastrointestinale e sono andata qualche volta in più in bagno, mi hanno seguita per controllarmi. E anche ora che sono tornata al lavoro, dopo venti giorni, l’ufficio del personale ha telefonato a una collega per appurare che fossi al mio posto. Come se potessi assentarmi così, senza avvisare. Follia pura». Una diffidenza, quella che Ilde ha avvertito su di sé, che il 26 agosto si è trasformata in rabbia cieca. «Sono stata aggredita dai condomini solo perché erano infastiditi dal fatto che il mio posto per l’auto era proprio accanto ai fili dove loro stendono le lenzuola. Quel 26 agosto tornavo a casa dopo il lavoro, stanca, accaldata, e l’unico desiderio che avevo era concedermi una doccia e riposarmi sul divano. Invece mi hanno aspettata: la donna più anziana, la figlia, il marito, e mi hanno insultata, aggredita. Senza un motivo, offendendomi, dandomi della mafiosa, della terrona, dicendomi che puzzavo, insultandomi con parole che non si possono pubblicare. Sono stata così male nei giorni successivi che sono dovuta andare da uno psichiatra, avevo paura che tutti potessero aggredirmi in strada. Il momento peggiore è stato quando, andando a prendere mia figlia in stazione, ho visto uscire una fiumana di gente dal treno, sembravano tutti diretti verso di me, e ho temuto che potessero tutti picchiarmi». Per Ilde da quel 26 agosto la vita si è trasformata in un inferno: «Ma non posso mollare, nella vita mi sono sempre rimboccata le maniche e non mi fermerò neanche stavolta. Però la denuncia l’ho fatta, non posso lasciare che un atteggiamento del genere rimanga impunito. Sono italiana, l’unità è stata proclamata molti anni fa, e io sono libera di andare in qualsiasi regione senza sentirmi discriminata».

Juve-Napoli vietata ai campani, è bufera: «Discriminazione territoriale». Pubblicato giovedì, 08 agosto 2019 da Corriere.it. Juventus-Napoli si giocherà solo sabato 31 agosto allo Stadium e già divampano le polemiche. All’origine del polverone la modalità di vendita dei biglietti per il match: i tagliandi saranno infatti vietati dal club bianconero ai tifosi azzurri residenti o nati in Campania. Una restrizione che fanno sapere dalla questura di Torino «non è stata mai concordata con la società sportiva e né s’intende condividerla». Immediata la replica della Juventus: «Le restrizioni di vendita dei biglietti per la partita del 31 agosto, pubblicate sul sito della società nella mattinata di mercoledì 7 agosto, sono state comunicate, tramite posta elettronica certificata, agli uffici competenti in data 4 agosto alle ore 16». Sul web, nel frattempo, una pioggia di commenti. «Questo annuncio è un gravissimo precedente di razzismo pratico applicato», commenta Gad Lerner su Twitter. «Ma almeno sanno il loro allenatore dove è nato?», scrive una tifosa sui social, e ancora altri si chiedono ironicamente se Maurizio Sarri potrà sedersi in panchina. La reazione del Comune di Napoli è affidata alla delegata all’Autonomia della Città, Flavia Sorrentino: «La notizia da parte della società calcistica juventina di vietare la vendita dei tagliandi per la partita Juve - Napoli, in programma sabato 31 agosto, a chi è nato in Campania ha tutta l’aria di essere una scelta di discriminazione territoriale e sociale. È molto grave che una società sportiva selezioni il pubblico pagante sulla scorta di un fattore arbitrario legato al luogo di nascita». «Il comunicato diramato dalla Questura di Torino in cui si afferma che la scelta non è stata né concordata né condivisa è un ulteriore elemento che fa riflettere sulle motivazioni che sono alla base di tale decisione. Essere nati a Napoli, essere cittadini campani non è un marchio di disonore né un elemento per cui prendere provvedimenti restrittivi. A meno che non si voglia sdoganare definitivamente o dare liceità ad un messaggio razzista che ha l’intento di colpire i meridionali che vivono e lavorano a Torino». «Con la decisione di vietare la vendita a chi è nato in Campania dei biglietti per la sfida Juventus-Napoli del 31 agosto si arriva alla vergogna, allo schifo e alla tristezza più totale. Il calcio è un gioco, è di tutti e voi lo state distruggendo». Queste le parole con cui Salvatore Esposito, l’attore partenopeo diventato famoso con il personaggio di Genny Savastano in Gomorra commenta su Facebook la decisione della Juventus sul divieto della vendita dei tagliandi.

Emanuele Gamba e Domenico Marchese per la Repubblica l'8 agosto 2019. Se il toscano Maurizio Sarri non fosse incidentalmente l'allenatore in carica dei campioni d'Italia, un biglietto per Juventus-Napoli del 31 agosto non potrebbe comprarselo: la vendita, come si legge sul sito ufficiale del club bianconero, è vietata, come da prassi, ai residenti in Campania ma anche, con un provvedimento decisamente insolito, a chi in Campania è solamente nato. Tipo Sarri, appunto, venuto al mondo a Bagnoli nel corso di una breve parentesi in trasferta nella vita, per il resto interamente toscana, di suo padre. Ma anche tipo molti juventini torinesi emigrati al nord chissà quanti decenni fa. I biglietti saranno in libera vendita da domattina, ammesso che ne avanzino dopo la fase riservata a chi ha diritto di prelazione, in genere sufficiente per l'esaurimento delle scorte. Quel divieto per atto di nascita potrebbe dunque rimanere puramente teorico, eppure c'è. La Juve ha spiegato che è stata una misura concordata con Questura e Osservatorio: una sorta di prevenzione in attesa che l'Osservatorio stesso dirami le proprie disposizioni (dovrebbe farlo dopo Ferragosto) per una gara da sempre considerata a rischio. La Questura in mattina ha fatto sapere di "non aver mai concordato tale decisione con la società sportiva né intende condividerla" ma la Juve ha diffuso una nuova nota precisando che le "restrizioni sono state comunicate, tramite Posta Elettronica Certificata, agli uffici competenti in data 4 agosto alle ore 16" e che "le modalità di vendita dei tagliandi potrebbero subire variazioni, anche sostanziali, solamente a seguito delle determinazioni dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, che non si è ancora riunito". La limitazione ai residenti quasi certamente resterà, come sempre negli ultimi anni (anche a parti invertite), così come il più delle volte è rimasto chiuso il settore ospiti, mentre questo insolito vincolo di natalità sembra destinato a cadere. Tanto a quel punto i tagliandi saranno già andati esauriti, garantendo alla Juve il primo maxi incasso della stagione: i prezzi vanno infatti dai 67 euro delle curve ai 225 per la tribuna est.

Stadium vietato ai napoletani, Esposito, attore di Gomorra: "Schifo, vergogna, tristezza". Il caso è scoppiato, la reazione del Comune di Napoli è affidata alla delegata all'Autonomia della Città, Flavia Sorrentino. "La notizia da parte della società calcistica juventina di vietare la vendita dei tagliandi per la partita Juve - Napoli, in programma sabato 31 agosto, a chi è nato in Campania ha tutta l'aria di essere una scelta di discriminazione territoriale e sociale. È molto grave che una società sportiva selezioni il pubblico pagante sulla scorta di un fattore arbitrario legato al luogo di nascita. Il comunicato diramato dalla Questura di Torino in cui si afferma che la scelta non è stata nè concordata nè condivisa è un ulteriore elemento che fa riflettere sulle motivazioni che sono alla base di tale decisione. Essere nati a Napoli, essere cittadini campani non è un marchio di disonore né un elemento per cui prendere provvedimenti restrittivi. A meno che non si voglia sdoganare definitivamente o dare liceità ad un messaggio razzista che ha l'intento di colpire i meridionali che vivono e lavorano a Torino".

Juventus-Napoli, il no ai nati in Campania diventa un caso: ''Razzismo applicato''. Il prefetto di Torino: "Mi auguro che sia stata una svista e che non abbia conseguenze sull'ordine pubblico. Spero che i vertici del club bianconero riconoscano l'errore". Jacopo Ricca il  9 agosto 2019. Un coro di no contro la decisione della Juve di vietare ai nati in Campania la vendita libera dei biglietti del match contro il Napoli del 31 agosto. Un coro più forte di quelli che, di solito, partono dalla curva dell'Allianz Stadium - proprio contro i napoletani - e sono tacciati di discriminazione territoriale. Ad alzare la voce contro la scelta, inedita, ci sono prima di tutto la politica e le istituzioni: "Un provvedimento che ha tutta l'aria di essere una scelta di discriminazione territoriale e sociale. È molto grave che una società sportiva selezioni il pubblico pagante sulla scorta di un fattore arbitrario legato al luogo di nascita" tuona la delegata all'Autonomia della Città di Napoli, Flavia Sorrentino. La Juve insiste di aver informato le autorità e pubblica l'email inviata il 4 agosto in Questura, ma proprio il questore di Torino, Giuseppe De Matteis, è durissimo: "Si tratta di una misura dubbia e discriminatoria che potrebbe avere anche un valore razzista e che non avremmo mai potuto avallare". Il prefetto di Torino, Claudio Palomba, che a Napoli è nato, un po' come l'allenatore bianconero Maurizio Sarri, allo Stadium non potrebbe entrare: "Mi auguro che sia stata una svista e che non abbia conseguenze sull'ordine pubblico. Spero che i vertici della Juve riconoscano l'errore". Posizioni ufficiali sulla scelta né la questura, né la prefettura ne avevano espresse perché sia il Gos, il gruppo operativo per la sicurezza, che l'Osservatorio sulle Manifestazioni sportive che dovranno pronunciarsi sulle misure di sicurezza per la partita non si sono ancora riuniti. Proprio per questo la società guidata da Andrea Agnelli avrebbe preso la decisione, poi finita al centro delle polemiche, con intellettuali come Gad Lerner che parlano di "gravissimo precedente di razzismo pratico applicato" e l'attore Salvatore Esposito (il Genny Savastano di Gomorra) che esprime "schifo, vergogna e tristezza". La società bianconera si difende spiegando che non è un provvedimento contro i tifosi, di Napoli o Juve poco importa, nati in Campania, ma una scelta cautelativa. A rimetterci però saranno sopratutto le migliaia di persone residenti in Piemonte, e di provata fede juventina, che per il solo fatto di esser nate in Campania non potranno comprare il biglietto: "Se hanno la tessera del tifoso potranno farlo comunque" precisano dalla Juve. La situazione è stata resa più complicata dalla riunione dell'Osservatorio prevista troppo a ridosso del match: "Se avessero deciso delle restrizioni poi sarebbe stato difficile ritirare i biglietti già venduti". Il questore De Matteis però insiste: "Noi non parliamo con la società per email o telefonate, ma negli organi preposti che sono il gruppo operativo per la sicurezza e l'Osservatorio per le manifestazioni sportive che su quella partita non si sono ancora espresse e comunque non avrebbero mai avallato un provvedimento di quel tipo". La società partenopea tace sul caso, ma la politica campana è tutta contro: "Un precedente gravissimo", secondo il 5Stelle in Regione, Gennaro Saiello, mentre il Verde Francesco Emilio Borrelli annuncia che saranno chiesti chiarimenti al ministero dell'Interno.

«Non mandateci più corrieri di colore o simili»: la mail dell’azienda ai fornitori. Pubblicato giovedì, 04 luglio 2019 da Corriere.it. «Chiediamo tassativamente, pena interruzione di rapporto di fornitura con la vs Società, che non vengano più effettuate consegne utilizzando trasportatori di colore e/o pakistani, indiani o simili»: è il testo della mail inviata da un’azienda del Bresciano, la Chino Color Srl di Lumezzane, il 21 giugno scorso, a tutti i suoi fornitori, tra cui la DTM Deterchimica di Torbole Casaglia, in provincia di Brescia che ha reso pubblico il testo della mail che si chiudeva così: «Gli unici di nazionalità estera che saranno accettati saranno quelli dei paesi dell’est, gli altri non saranno fatti entrare nella nostra azienda né tantomeno saranno scaricati». La Chino Color è un’azienda di Lumezzane che si occupa di lavorazione di metalli. Contattata al telefono dal Corriere della Sera la segreteria, molto imbarazzata, ha cercato di evitare risposte riagganciando più volte il telefono. Dopo una certa insistenza e diverse telefonate ha rivelato: «Abbiamo avuto disposizioni dal dirigente di non aggiungere altro a quanto è stato già pubblicato. Mi dispiace ma la devo salutare». E giù il telefono. Attualmente le linee sono fuori posto. Su Youtube compare un video aziendale in cui si vede tra gli operai una persona di colore.

Da La Repubblica il 12 luglio 2019. Il direttore di un'azienda dell'indotto di Pomigliano scrive "Napoletani da bruciare" e si giustifica dicendo che era un modo di "spronare" i dipendenti. E le frasi a sfondo razzista non sono comparse, come spesso purtroppo capita, su un social, ma sul display dedicato alle comunicazioni istituzionali in fabbrica. Secondo quanto riporta Il Mattino di Napoli, sul display informativo della Tiberina, una ditta che produce componenti per auto dell'indotto Fiat, è comparsa la scritta: "Bisogna bruciare tutto: Napoli, tutti i napoletani e i loro rifiuti anche perché i napoletani sono un rifiuto". Sotto, a onor del vero, c'era scritto "io non ci sto", in lettere maiuscole e "bisogna reagire". E proprio di una provocazione per suscitare sdegno e reazione ha parlato al quotidiano napoletano il direttore messo all'indice, Dario Liccardo originario di Napoli ma residente a Latina, che ha ammesso di aver preso la frase dai social e di averla visualizzata sul display informativo per spronare i dipendenti a essere più ordinati, puliti ed efficienti. Una strategia motivazionale inaccettabile per i sindacati, che hanno chiesto il licenziamento del dirigente e hanno fermato la catena di montaggio per una notte. Il tutto è successo dieci giorni fa, ma si è saputo in questi giorni, dopo che la foto con il display ha cominciato a circolare in rete. Secondo quanto riporta il quotidiano napoletano, il direttore ha respinto le accuse di razzismo, sostenendo con forza che la sua iniziativa è stata causata da "vari episodi" di distrazione sul lavoro e degrado, con sale ricreative lasciate sporche. La Fiom però pretende scuse ben più sentite e denuncia che l'azione del direttore denota soltanto incapacità. La Tiberina è molto attiva sui social, con gruppi di lavoratori che pubblicizzano le attività e i successi della fabbrica. Tuttavia la discutibile iniziativa motivazionale del direttore ha fornito al sindacato l'occasione per ricordare che nella fabbrica non c'è l'aria condizionata e che la frase razzista è apparsa proprio dopo lo sciopero dei lavoratori di un'ora,  per protestare contro la difficile situazione ambientale.

Dagospia il 26 luglio 2019. LETTERA: Ciao Dago, ho letto delle parole razziste forse pronunciate da non si sa quale addetto alle pulizie sul treno. Di solito sul Frecciabianca in corsa non girano addetti alle pulizie, al massimo quelli del servizio tecnico, gli addetti alle pulizie salgono e scendono quando i treni sono in stazione, guarda che combinazione proprio stavolta erano in giro.

Ps: Ma quel Lorenzo Tosa che avrebbe sentito le parole razziste è un fuoriuscito grillino che alle europee si è candidato con +europa? Candida Elegia

IL POST DI LORENZO TOSA SU FACEBOOK: Frecciabianca, all’altezza di Campiglia, una tranquilla serata di luglio. Delle urla forti e indistinte irrompono nel tuo vagone. È difficile capire a chi appartengono e a chi sono rivolte. Poi alzi lo sguardo, metti a fuoco e vedi un uomo sulla quarantina portata male, occhiali dalla montatura spessa e indosso la pettorina del servizio di pulizia. Man mano che si avvicina, anche la voce si fa più nitida. Ora capisci cosa dice: “Negra di m... Tornatene al tuo paese”. “Devi levarti da qui, schifosa, lascia il posto a chi paga il biglietto.” Di fronte a lui - ora la vedi bene - c’è una ragazza di 23 anni del Mali. Una splendida ragazza, in evidente stato di choc. Prova a difendersi, gli urla con una strana mescolanza di accenti, tra italiano, francese e toscano stretto: “Razzista!” “Fascista!” E l’uomo - se così volete chiamarlo - l’uomo esplode: “Ma quale fascista. Zitta, negra, che c’avete tre strade e le abbiamo costruite noi nel ‘39”. Già. Lui che “fascista” non è. A quel punto è impossibile far finta di niente, anche perché nessuno si è mosso di un millimetro: ognuno seduto sulle proprie poltroncine con un Ipad in mano, un paio di cuffie nelle orecchie e uno sguardo di compiaciuta indifferenza, come se quella cosa, in fondo, non li riguardasse. E che, tutto sommato, finalmente c’è qualcuno che dice le cose come stanno e difende “gli italiani onesti e perbene.” Ti alzi in piedi e corri verso l’uomo, che nel frattempo ha alzato persino la voce ed è a un centimetro dalla ragazza. Pensi che possa addirittura metterle le mani addosso, allora ti metti in mezzo, lo allontani, lo guardi negli occhi. E dentro vedi qualcosa che non avresti mai immaginato. Vedi il vuoto. Non c’è nulla in quello sguardo, solo rabbia cieca, senza un senso né una direzione, caricata da chissà quante migliaia di voci sentite, commenti letti, discorsi fatti, dichiarazioni ascoltate sui social o in tv ed esplose di colpo in un pomeriggio di mezza estate. C’è il vuoto in quegli occhi. E fa paura.

“E lei che cosa vuole?” chiede.

“Voglio, anzi pretendo, che non si permetta mai più di rivolgersi così a questa ragazza - rispondi - Lei ha una divisa, rappresenta il treno, le ferrovie italiane, questo paese. Si vergogni e chieda scusa.”

“Lei mi ha dato del fascista” dice indicando la ragazza.

“E ha fatto bene - rispondi - È esattamente quello che sta dimostrando di essere.”

E, in quel momento succede un’altra cosa che non avevi previsto. Accade che abbassa lo sguardo, di colpo sembra aver cambiato atteggiamento. 

“Ok, tutto a posto - dice - Non è successo nulla.”

“Nulla è a posto. Mi hai dato della negra di m...” interviene lei alle tue spalle. 

“E tu stai zitta, non vedi che sto parlando con lui!” Il tono ora è di nuovo alto, e “lui”. “Lui” - nel suo delirio - significa italiano. Connazionale. Uno dei nostri. Ecco quello che tu sei per lui. 

E, mentre li fissi entrambi, per qualche secondo, non riesci a non sentirti umanamente, moralmente, mentalmente, con ogni muscolo o nervo del tuo corpo, infinitamente più vicino a lei che a lui. In quel momento, su quel vagone in corsa da qualche parte per la campagna toscana, per la prima volta forse nella tua vita ti senti straniero in Italia. Se lui è l’italiano e lei la straniera, allora sei straniero anche tu. E mai, prima d’ora, è stato così disperatamente chiaro. L’uomo a quel punto si placa, ma è tardi. Il controllore è stato richiamato dalle urla e ha allertato il capotreno. Pretendi che non finisca lì. E sei fortunato, perché il capotreno è un uomo perbene. Ha lo sguardo di chi ne ha viste tante, troppe, ma non è tipo disposto a tollerare. Lo obbliga a scusarsi. A suo nome e a nome del treno. In un mondo normale non finirebbe qui, ma basta uno sguardo tra te e il capotreno per capire che è meglio per lei se tutto quanto resta lì. Con tante scuse e nessun rapporto o segnalazione. Perché è probabile che, tra i due, una volta che si va a scavare, sia lei quella che ha più da perdere. Non è giusto, ma è meglio così. Lei ti ringrazia, ti abbraccia, ti dice che non sa come sdebitarsi, e che, anche volendo, non saprebbe come fare. Ed è strano, perché sei tu che in quel momento vorresti scusarti con lei per quello che ha subìto, per quella violenza inaudita, per il silenzio complice di decine di persone, di italiani, che hanno assistito alla scena senza muovere un muscolo. Vorresti chiederle scusa per essere ospite di un paese che la tratta come una criminale perché è donna e perché è nera. Vorresti chiederle scusa, come italiano, e dirle che questa non è l’Italia, anche se non ne sei più così convinto. Ti accorgi che è da un’ora che la conosci, ma non sai nulla di lei. C’è appena il tempo per scambiarsi i nomi, un frammento della sua storia, tra la Toscana e Parigi, tra il sogno di diventare una parrucchiera di successo e la realtà di sfruttamento, lavori neri, precari e malpagati, ogni settimana uno diverso. Si chiama Mailuna, il nome è di fantasia, ma la violenza di quelle parole, la sensazione di essere stata violata nel proprio intimo, nell’indifferenza generale, quella è reale, viva, e non se ne andrà con un bicchier d’acqua al vagone ristorante. L’ultima cosa che vedi di lei, prima che scenda dal treno, è un sorriso. E ti sembra impossibile che sia della stessa ragazza che fino a mezz’ora prima stava per scoppiare in lacrime. E allora capisci che ne vale ancora la pena. Di restare umani. Di alzarsi in piedi e andare a occupare fisicamente quel posto dalla parte giusta della storia che decine di passeggeri e milioni di italiani hanno rinunciato a prendere. Fai in tempo a chiederti dove sarà ora Mailuna, cosa farà stasera, quello che deve aver passato fino ad oggi, chi diventerà, dove la porterà la vita tra cinque, dieci, vent’anni. E, per un attimo, le auguri che sia ovunque ma non in Italia. È un attimo, già, solo un attimo. Perché, tra i due, tra Mailuna e quell’uomo sulla quarantina dalla montatura spessa, lo straniero non è e non sarà mai lei. Vorresti urlarglielo, ma è troppo tardi. È tardi per un sacco di cose. È accaduto oggi, poco fa, su un Frecciabianca, da qualche parte in Toscana, Italia, pianeta Terra, 2019. Resistere! Resistere! Resistere!

Boccia (Pd): “L’autonomia secondo Fontana e Zaia serve a spaccare definitivamente il Paese”. “Il Paese è già stato spaccato in passato. Se guardiamo tutto il bilancio dello Stato si capisce che il sud è già stato abbandonato da decenni”. Paola Venturelli lunedì 22 Luglio 2019 su Italia Chiama Italia. Francesco Boccia, deputato del Pd, è intervenuto su Radio Cusano Campus sul caso Autonomia: “L’autonomia secondo Fontana e Zaia serve a spaccare definitivamente il Paese. La loro idea è ‘lavoro-guadagno, pago-pretendo’, con questa impostazione non vanno da nessuna parte”. “Il Paese è già stato spaccato in passato. Guardiamo Ferrovie, io ho pagato le tasse in questi 25 anni e con le mie tasse l’alta velocità è stata garantita al nord, che facciamo saliamo dal sud al nord con gli zainetti, smontiamo i binari dell’alta velocità e ce li portiamo al sud? Nella mia Puglia l’anno scorso la crescita è stata del 3%, non ha nulla da invidiare alle altre regioni e ha dimostrato che ci può essere un mezzogiorno diverso. Rispetto ai numeri, in Puglia 4,5 dipendenti comunali ogni 1000 abitanti, l’efficiente Lombardia 6,5 ogni 1000, che facciamo mandiamo un pullman in Lombardia e ci portiamo giù due dipendenti? Se guardiamo tutto il bilancio dello Stato si capisce che il sud è già stato abbandonato da decenni. Io ho fatto un’interpellanza parlamentare nella quale chiediamo al governo se siano veri o meno alcuni dati che riguardano la differenza che in questi anni non è stata erogata al mezzogiorno su investimenti pubblici e su alcuni servizi mirati. Negli ultimi 20 anni il mezzogiorno ha avuto 61 miliardi in meno. Se vogliamo parlare di autonomia facciamolo, recuperiamo quei 61 miliardi e poi sediamoci al tavolo con tutte le regioni. Dobbiamo fissare, come dice la Costituzione, i livelli essenziali di prestazioni. Dobbiamo decidere cosa viene garantito a tutti gli italiani sui servizi pubblici e sui servizi alla persona. La storia che le siringhe costano meno al nord e più al sud è una bufala, una cosa ridicola. Certo, poi ci sono luoghi dove sono stati fatti disastri, ma questo non significa nulla. Questa ricostruzione grottesca che al nord c’è l’efficienza e al sud no la rifiuto totalmente”. Sul PD. “Penso che Zingaretti abbia avuto sulle proprie spalle un onere non semplice, quello di mettere insieme i cocci di un partito che è stato giudicato dagli elettori. Per questo trovo stucchevoli le beghe interne, come quelle di Renzi che è andato in Silicon Valley, dove ci sono elusori ed evasori fiscali, anziché andare nei politecnici italiani. Zingaretti si è insediato il 17 marzo, ha riportato il partito al 23%. Abbiamo anche il presidente del Parlamento europeo del PD. Zingaretti ha uno stile che è quello di costruire e non distruggere, mettere insieme e non separare o scindere. Si stanno sciogliendo i dubbi e i nodi sui singoli dossier. Dopo la Costituente delle idee sarà chiaro a tutti l’impianto che il PD presenta alla società italiana”. Sulla mozione di sfiducia. “E’ stato un errore presentare la mozione di sfiducia in quel modo. Quando cade un governo lo decidono i componenti del governo. E’ evidente che quella mozione in quel momento non può far altro che ricompattare la maggioranza. Era più giusto ascoltare il premier riferire in Senato e poi decidere”.

Da Libero Quotidiano l'8 agosto 2019. "Il Fatto Quotidiano paragona Di Maio a Dybala. Mi sembra un insulto alla testa oltre che ai piedi". Vittorio Feltri non usa mezze parole per esprimere tutta la sua bassa stima (per usare un eufemismo) nei confronti di Luigi Di Maio, il leader dei Cinquestelle di cui non ha mai parlato molto bene. E decisamente non è d'accordo con l'azzardato paragone calcistico proposto da Marco Travaglio sul suo quotidiano. Qualche settimana fa, parlando del vicepremier e del caso Alitalia, Feltri aveva toccato vette altissime. "Del problema si occupa un tanghero come Di Maio, un omino totalmente incapace di tenere la contabilità della serva. Se una ditta incassa dieci e spende 20 è fatale che vada a ramengo. Nel caso di specie pure un cretino sarebbe arrivato a una logica conclusione. Il mondo è pieno di flotte che applicano tariffe modeste, e possono tenere prezzi bassi poiché hanno tagliato drasticamente le spese, a cominciare da quelle del personale, che percepisce stipendi assai contenuti".

Autonomia, scontro in tv Emiliano-Fontana. «Basta dire terroni». «Ma che c... dici». Scintille tra i due governatori di Puglia e Lombardia in diretta a Sky tg 24. La Gazzetta del Mezzogiorno il 24 Settembre 2019. Si è scaldato dopo pochi minuti il dibattito tra tre governatori sull'autonomia in diretta questo pomeriggio su SkyTg24. «Voi lavorate e noi vi sfruttiamo...» ha detto il presidente lombardo Attilio Fontana commentando la lettura sull'autonomia che stava dando il presidente pugliese Michele Emiliano. «Smettila di dire che i terroni non lavorano», la replica di Emiliano, al che Fontana è sbottato: «Ma che c...dici?». «Ho detto una cosa completamente diversa - ha proseguito Fontana - noi saremmo quelli che sfruttano e voi quelli che lavorano? E’ il vizio di fondo questa contrapposizione tra nord e sud che avete voluto far nascere». Il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha ricordato che «negli anni passati si è chiesto di trattenere i 9/10 della fiscalità e questo non vuole dire autonomia, ma secessione. E io dissi state sbagliando, perchè io che con voi voglio l’autonomia differenziata dico che chi raccontava quello è diventato il miglior alleato di chi ha messo il nord contro il sud». Bonaccini ha ricordato che «la differenza molto profonda è sulla scuola» rispetto all’autonomia chiesta dalla Lombardia e Fontana ha sottolineato che «vogliamo avere le competenze sulla sanità perchè siamo vincolati da una norma nazionale che non ci consente di assumere medici». «Fontana non si accorge di dire le stesse cose che diciamo noi», ha commentato Emiliano. "Probabilmente sbaglio qualcosa», l’immediata replica del governatore lombardo, che ha respinto anche la lettura data dal governatore pugliese sulla caduta del governo: «Basta far cadere i governi sul tema dell’autonomia, Salvini l’ha fatto anche perchè incalzato dai suoi governatori», ha detto Emiliano. "Questa è una vulgata assolutamente non vera», la risposta di Fontana.

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 22 novembre 2019. Dalla democristiana Balena Bianca siamo precipitati alle acciughe rosse e ciò contraddice la teoria di Darwin relativa alla evoluzione della specie. Un tonfo che tuttavia costituisce una metafora significativa di questi nostri tempi che segnano il disastro della politica. Non bastavano i grillini a darci il senso della decadenza, ci volevano le sardine che stanno bene in scatola e non quando la rompono ogni dì. Portiamo pazienza, è la realtà. Se ci prendono a pesci in faccia, occorre rassegnazione. Rimane da domandarci che cosa vogliano da noi le alici. Essere mangiate? Provvederemo. Esse, se abbiamo compreso i loro intenti, ce l'hanno con Salvini e si mobilitano numerose nelle piazze per contrastarlo. Hanno un programma monotematico: uccidere il nemico lombardo il cui consenso è debordato dal Nord al Centro e perfino al Sud. La popolarità del Capitano, inattesa e straripante, irrita la sinistra che però è incapace di contenerla, il Pd con le proprie forze in estinzione non ce la fa ad arginare la Lega, cosicché, non sapendo che pesci pigliare ha organizzato a latere un allevamento di sarde che finiscono sott'odio anziché sott'olio. E si illudono di frenare l'avanzata di capitan Findus, che le congelerà e le offrirà in pasto agli elettori. Se i gilet gialli transalpini non hanno combinato un accidenti in Francia, figuriamoci cosa potranno fare in Italia alcune migliaia di pesciolini fuor d' acqua. I quali non hanno alcuna strategia se non quella di dire "no" a qualsiasi iniziativa Salviniana, ignari del fatto inequivocabile che il Capitano è ascoltato dal popolo per una semplice ragione: lui parla alla gente e ne interpreta le esigenze a differenza dei progressisti che pensano allo ius soli, si rivolgono ai fighetti dei quartieri alti e trascurano coloro che abitano nelle case popolari. Tali sardine sono insipide, assomigliano a quei ragazzi che assiepano le platee dei concerti pop, cui piace andare in delirio con l' ausilio di droghe e di accordi musicali spacca orecchie. Personaggi di questo genere, che non riescono a migliorare se stessi, è ovvio non possano che peggiorare una politica stracciona quanto l' attuale. Ridateci la Balena Bianca e lasciateci Salvini.

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 12 dicembre 2019. Ieri il nostro ottimo Giuliano Zulin ha scritto un fondo sull'evasione fiscale nel quale ha posto in evidenza le manchevolezze dello Stato, svelto nel pretendere dai cittadini le tasse e lentissimo nel pagare i creditori, al punto che migliaia di persone aspettano di riscuotere il dovuto dalla pubblica amministrazione, però obbligate a sborsare le imposte in tempi stretti. Già questa ingiustizia basterebbe a capire il motivo per cui il fisco è disprezzato e per nulla accontentato nelle sue richieste folli e inique. Ma il punto è un altro. Versare le imposte è un atto obbligatorio e bisogna farlo alla luce del sole. I contribuenti sono costretti tutti a stilare la denuncia dei redditi ogni anno, e non si capisce perché le loro dichiarazioni debbano rimanere segrete in quanto protette dalla privacy. Un tempo non troppo lontano ciò che ciascuno di noi introitava col proprio lavoro o con le proprie rendite veniva stampato dai giornali, nazionali o provinciali fossero. La gente leggeva avidamente le cifre e si rendeva conto se qualcuno avesse ciurlato nel manico. C'era un controllo sociale rigoroso sulla fedeltà delle somme incassate dal vicino di casa. Se io scrivevo sulla "Vanoni" di aver percepito cento milioni e il mio tenore di vita era superiore a tale importo, scattavano le verifiche e i furbetti erano incastrati. Attualmente il contribuente imbroglione la fa franca perché nessuno sa nulla giacché i redditi di ciascuno di noi non possono essere divulgati dalla stampa. In mezza Europa invece si continua a renderli noti cosicché gli esattori sono all' altezza di capire chi froda. Seguitiamo a dire che bisogna fare la lotta all' evasione, ciononostante non ci dotiamo degli strumenti idonei a scovare coloro che evadono.

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 9 dicembre 2019. Se sfoglio i giornali trovo paginate dedicate all'odio, come se fosse un'emergenza nazionale. Se guardo la tv, noto che, su qualsiasi rete, si discetta con toni allarmati di questo sentimento. Ogni discussione pubblica e privata finisce per trattare il tema dell'acredine crescente nel nostro Paese che pure ha ben altri problemi. Intanto vorrei puntualizzare che detestare una persona o un partito o un gruppo di individui non è vietato. Infatti non esiste il reato di odio per cui ciascuno di noi è libero di disprezzare a piacimento chiunque senza incorrere nei rigori della legge. Gli odiatori hanno il diritto di esercitarsi quanto garba loro nell' esecrazione, sia rivolta alla moglie, ai figli, ai parenti tutti o ad altri, tra i quali gli avversari politici. Impedire a un uomo o a una donna di avere in forte antipatia un proprio simile è insensato, così come lo sarebbe vietargli di amarlo e di sacrificarsi per lui. Quello che cova nell' animo di un essere vivente può talvolta essere disdicevole o addirittura turpe, però è insindacabile se non si traduce in azioni violente e contrarie alle disposizioni dei codici penale e civile. Se a me stanno sulle balle Di Maio e Scanzi non me ne vanto, tuttavia non per questo devo essere censurato. È affare mio e soltanto mio, non perseguibile in termini normativi. Tra l' altro mi sembra di aver capito che, in questa congiuntura, sia lecito maledire Matteo Salvini e Giorgia Meloni, cosa che fanno tutti quelli di sinistra, mentre sia proibito disdegnare i pesci in barile, cioè le sardine, oppure Zingaretti e la sua troupe di ex e post comunisti. Perché due pesi e due misure? Non riesco a convincermi che esista un livore buono e uno cattivo. Io aborrisco tutti quelli che odiano eppure non li condanno.

Roma, insulti a Raggi: Vittorio Feltri rinviato  a giudizio. Pubblicato giovedì, 12 dicembre 2019 da Corriere.it. «Molti ricorderanno un “raffinatissimo” titolo che mi dedicò oltre due anni fa il quotidiano Libero, “La patata bollente”, e un articolo di Feltri condito dai più beceri insulti volgari, sessisti rivolti alla mia persona: nessun diritto di cronaca esercitato né di critica politica... semplicemente parole vomitevoli. Avevo annunciato che avrei querelato il giornale e i suoi responsabili per diffamazione. L’ho fatto e oggi voglio darvi un aggiornamento: mi sono costituita parte civile ed il gup di Catania ha disposto il rinvio a giudizio per il direttore Vittorio Feltri e per il direttore responsabile Pietro Senaldi»: con questo lungo post sul suo profilo Facebook la sindaca di Roma, Virginia Raggi, annuncia che la vicenda tra lei e il giornalista è finita in un’aula di tribunale. «Una battaglia per chi non si rassegna a un clima maschilista. È un primo importante risultato - continua Raggi -. Non tanto per me, ma per tutte le donne e tutti gli uomini che non si rassegnano a un clima maschilista, a una retorica fatta di insulti o di squallida ironia. E il mio pensiero va a tutti coloro, donne e uomini, che hanno subito violenze favorite proprio da quel clima». Lo sfogo della sindaca sui social non si ferma qui e si trasforma in un’invettiva contro i giornalisti, per lo meno contro alcuni (attacchi a cui gli esponenti M5S non sono estranei): «Gli pseudo-intellettuali, i politici e alcuni giornalisti che fanno da megafono ai peggiori luoghi comuni, nella speranza di vendere qualche copia o conquistare qualche voto in più, arrivano persino a infangare la memoria di figure istituzionali come Nilde Iotti o a insultare le donne emiliane e romagnole. Patata bollente e tubero incandescente mi scrivevano... io non dimentico... vediamo come finisce in tribunale questa vicenda».

Da unionesarda.it il 12 dicembre 2019. Vittorio Feltri è stato rinviato a giudizio per l'articolo dedicato più di due anni fa a Virginia Raggi dal quotidiano Libero. "La patata bollente", era il titolo di apertura del quotidiano. Lo ha annunciato la stessa prima cittadina della Capitale, scrivendo che il Gup di Catania, "accogliendo la richiesta della procura, ha disposto il rinvio a giudizio per il direttore Vittorio Feltri per diffamazione aggravata". "Molti ricorderanno un raffinatissimo titolo che mi dedicò il quotidiano Libero, e un articolo di Feltri condito dai più beceri insulti volgari, sessisti rivolti alla mia persona. Nessun diritto di cronaca né di critica politica esercitato, semplicemente parole vomitevoli", scrive sul suo profilo Facebook la Raggi. Con Feltri è stato rinviato a giudizio anche il direttore responsabile del quotidiano Pietro Senaldi. "Avevo annunciato che avrei querelato il giornale e i suoi responsabili per diffamazione. L'ho fatto e mi sono costituita parte civile", continua il sindaco. "Feltri e Senaldi andranno a processo per diffamazione aggravata. È un primo importante risultato, non tanto per me, ma per tutte le donne e gli uomini che non si rassegnano a un clima maschilista, a una retorica fatta di insulti e squallida ironia". "Il mio pensiero - conclude la Raggi - va a tutti coloro, donne e uomini, che hanno subito violenze favorite proprio da quel clima. Gli pseudo-intellettuali, i politici e alcuni giornalisti che fanno da megafono ai peggiori luoghi comuni, nella speranza di vendere qualche copia o conquistare qualche voto in più, arrivano persino a infangare la memoria di figure istituzionali come Nilde Iotti o a insultare le donne emiliane e romagnole. Patata bollente e tubero incandescente mi scrivevano. Io non dimentico, vediamo come finirà in Tribunale questa vicenda".

(ANSA il 13 dicembre 2019) - "Come prima cosa devo dire alla signora Raggi che non la ho in antipatia, anzi mi sta simpatica. A volte l'ho anche difesa. Sul merito posso solo dire che io sono direttore editoriale e non ho alcuna responsabilità sui titoli, al massimo li propongo. Nel mio pezzo non c'era nulla di assertivo, sostenevo solo che se qualcuno va a parlare con un collaboratore a cui ha aumentato lo stipendio sul tetto la cosa lascia perplessi...". Così il direttore editoriale di Libero, Vittorio Feltri, interviene dopo la decisione del Gup di Catania di rinviarlo a giudizio per diffamazione aggravata nei confronti della sindaca di Roma, Virginia Raggi, per l'articolo intitolato "La patata bollente". "E' una cosa curiosa il rinvio a giudizio - dice Feltri all'ANSA -, non capisco quale sia l'imputazione. Se il problema riguarda il titolo, ricordo che l'espressione "patata bollente" fu usata anche da Lilli Gruber contro la Boschi e dallo stesso Libero nei confronti di Ruby Rubacuori, ma in quel caso, essendo lei marocchina, evidentemente non interessava a nessuno. Anche questo fa un po' ridere...". Sul titolo non si deve chiedere a me - sottolinea Feltri -, bisogna chiedere al direttore responsabile Pietro Senaldi, è lui che approva i titoli. Quel titolo non l'ho neanche suggerito io, ma confesso che quando l'ho visto mi ha anche divertito. D'altronde sul vocabolario 'patata bollente' significa questione scottante". "Comunque non ci vado neanche al processo - prosegue il giornalista -. Cosa che devo dire? Non mi è mai passato per la testa di offendere la Raggi, mi sta anche simpatica".

Vittorio Feltri contro Virginia Raggi: "A processo per il titolo? Ecco che cosa mi deve spiegare". Libero Quotidiano il 13 Dicembre 2019. Gentile dottoressa Raggi, sindaco di Roma, ho letto il suo comunicato in cui annuncia trionfalmente di aver ottenuto dal Gup di Catania il mio rinvio a giudizio, oltre che di Pietro Senaldi, per un titolo a lei dedicato oltre due anni fa da Libero, «Patata bollente», sopra un mio pezzo in tema assolutamente rispettoso della verità. Capisco la sua gioia nel costringere due giornalisti a rispondere del loro lavoro in Tribunale, persone non grilline e neppure smaccatamente di sinistra, quindi antipatiche e degne di fucilazione. Si dà però il caso che l' espressione «patata bollente» sia di uso comune, tanto è vero che una femminista incallita quale Lilli Gruber dovette annunciare la proiezione su La7 di un film intitolato appunto Patata bollente. E questo sarebbe niente. Qualche tempo dopo l' eccellente conduttrice nel commentare lo scandalo riguardante Maria Elena Boschi relativo a Banca Etruria, disse apertis verbis che Gentiloni si sarebbe trovato a gestire una patata bollente. Quindi si deve dedurre che se la patata bollente è in bocca alla Gruber è ottima, se invece esce dalla penna di un cronista di Libero è sessista e discriminatoria. Non le sembra assurdo e paradossale? Quanto al mio articolo rigorosamente narrativo mi sono limitato a sottolineare la stravaganza di un fatto: lei andava a parlare con un suo collaboratore, cui aveva aumentato lo stipendio, sul tetto dell' edificio comunale. E io segnalai la stranezza della cosa affermando che a me non era mai capitato di conversare con una mia giornalista sotto le tegole. Una semplice osservazione confermata dalle cronache. Niente di male. Ma non vorrà negare che la sua scelta di salire in cielo onde chiacchierare con quel signore non rientrava nelle consuetudini di un sindaco. Scrissi che le sue supposte ed eventuali debolezze (chi non ne ha) meritassero le stesse valutazioni riservate a Berlusconi. Frase dubitativa, non assertiva. Quindi non comprendo perché lei ce l' abbia con me visto che in varie circostanze l' ho difesa da attacchi politici e personali. Io credo che certe controversie non vadano affidate alla magistratura che usa il coltello anziché il bilancino del farmacista. Se lei ed io ci fossimo parlati non saremmo arrivati a questo punto morto. Mi creda, con stima. Vittorio Feltri

Vittorio Feltri, il racconto di una notte da incubo: prostitute, transessuali e cocaina come "carburante". Libero Quotidiano il 23 Novembre 2019. Pubblichiamo un articolo di quasi 40 anni fa del direttore Vittorio Feltri. Racconta di una notte in giro a Milano con la Buoncostume: le strade erano piene di "passeggiatrici" e trans. Oggi le scene sono le stesse di allora.

Com'è triste Milano sotto i lampioni. Sono cresciuti nuovi grattacieli, le vecchie palazzine liberty sono state stuccate e riverniciate, le «600» e le «1100» del dimenticato miracolo economico sostituite dalle «Ritmo» e dalle «Regata» ma il panorama notturno è quello di sempre: donne che attendono nell'ombra con la borsa penzoloni, uomini che le caricano in macchina dopo brevi trattative, che talvolta si concludono tra risa sguaiate. E dire che in recenti saggi dei soliti sociologi prêt-à-porter avevo letto che la prostituzione si sta estinguendo per il calo della domanda; il maschio anni Ottanta non cercherebbe più l' amore a pagamento, dato che ce l' ha gratis. Dove e quando vuole; in ufficio, al bar, in discoteca, sul tram. Secondo gli esperti da boutique, non ci sarebbe ragazza, ormai, che si neghi per principio; se le vai a genio, basta un' occhiata per combinare. Sarà. Ma non per tutti. Almeno non per quelli - alcune migliaia - che ho visto in azione, una sera, per procurarsi qualche minuto di svago. Ho fatto un giro, con la mitica squadra del buoncostume, in vari quartieri, nelle ore di punta: dalle 10 alle 2 di notte; ho scoperto che non ci sono amiche, fidanzati e conoscenti disponibili che tengano: il genere che va per la maggiore resta la passeggiatrice, o il passeggiatore sotto mentite spoglie che, come vedremo più avanti, è assai in voga. Non potevamo non cominciare da piazza Castello e dintorni, luoghi da sempre deputati ad esercizi sbrigativi. La macchina amaranto della polizia, che nel gergo professionale è definita civetta, in quanto priva di contrassegni, si ferma di fronte al capolinea dell' Autostradale. I fari inquadrano quattro gambe ben sagomate. Appartengono a due vistose ragazze in divisa da marciapiede: minigonna, tacchi arditi, scollatura generosa. Si sottopongono, mansuete, al controllo dei documenti; si direbbe che erano preparate alle richieste degli agenti. Osservandole da vicino, mi accorgo che la prima impressione era sbagliata; hanno ginocchia livide, scarpe sformate, abiti modesti; i loro volti, dietro spessi strati di cipria, sono inespressivi, sembrano maschere; gli occhi, sovraccarichi di belletto nero, ostentano indifferenza, freddezza. Da un pullman austriaco scendono una cinquantina di turisti anziani che si dirigono verso l' edificio sforzesco; alcuni si voltano, e una delle signorine reagisce facendo boccacce. I poliziotti fingono di non aver visto. Il maresciallo, prima di congedarsi, domanda: c' è movimento stasera? Rispondono di malavoglia: «Come al solito, i clienti ci sono, mancano i soldi». E scoppiano a ridere. Apprendo che sono drogate, «fatte» fino al collo, precisano i miei accompagnatori. Eroina e cocaina sono i carburanti delle neoprostitute, da quella professionale a quella dilettantistica. Ci sono quelle che battono per la bustina e quelle che la prendono per darsi il coraggio di battere. Le prime lavorano part-time, occasionalmente, e non sono incluse in alcuna statistica; le altre, circa seicento, vanno riciclandosi: da stradaiole si trasformano in stanziali, tendono a disbrigare le pratiche in casa, perché rende di più, consente di selezionare la clientela e tiene al riparo dai rischi: scippatori e vagabondi.

LE PENDOLARI. A parere della buoncostume, bisogna poi tener conto delle pendolari che costituiscono un fenomeno relativamente nuovo: ragazze che hanno un lavoro, che abitano fuori Milano, e che, aspettando il treno o il pullman, si danno da fare. Arrotondano. In un' ora o due guadagnano, minimo, duecentomila lire che servono per il parrucchiere di grido, la pelliccetta, lo chemisier firmato. Esordiscono quasi sempre per scherzo, o per scommessa; invogliate da amiche che già «svolgono» con profitto. Sulla piazza sono molto richieste, perché offrono all' utente, a parità di prezzo con la concorrenza, maggiori attrattive: intanto, un «prodotto» più fresco se non di migliore qualità; soprattutto, la passeggiatrice di complemento profonde nelle prestazioni un impegno superiore rispetto alle veterane. La categoria è difficilmente quantificabile; a occhio e croce le appartenenti saranno 2.000, ma il numero, se è inesatto lo è per difetto. La civetta amaranto adesso si blocca nei pressi dell' Arena. Il traffico è intenso, nonostante sia mezzanotte; si forma un ingorgo, ed è subito strepito di clacson rabbioso. Attorno alle piante, vari campanelli di donne. Gli agenti le chiamano a raccolta per adempiere al rito delle verifiche; nessuna protesta. Affondano la mano nella borsetta, estraggono portafogli sgualciti e consegnano diligentemente i documenti. Una, claudicante, con tacchi a spillo uno più lungo dell' altro, mostra la fotocopia della carta d' identità, e spiega in vernacolo pugliese, che sembra l' imitazione di Banfi: «L' oriccinale lo tenghe a casa, che è la decima volta che me l' arrubano la borsetta con tutt' e cose dentro». Il maresciallo sorride e annota nome e cognome. «È l' unica arma che ci rimane - dice -. Chi non è in regola finisce in questura, ma le italiane di solito lo sono. Le straniere, invece, spesso passano dei guai perché non hanno il permesso di soggiorno». Straniere? «Già, non lo sapeva? Almeno la metà di questa gente è di importazione: Sudamerica, specialmente. Una volta erano soltanto ragazze; adesso anche travestiti, un esercito». Vicino alla claudicante ce n' è uno: stivaletti di camoscio, flosci, minigonna d' ordinanza, unghie laccate, busto solido ma corredato di specificità femminili; il timbro di voce è inconfondibilmente maschile: «Io non sono mica straniero, né. Vengo da Viggiù, faccio la spola. Qui ci ho un pied-à-terre». I poliziotti sono cortesi con lui come con le colleghe. «Quando cambi forma? » gli domandano. «Presto - risponde -. Ho messo da parte i soldi per l' operazione. A giugno, zac. Inscì, sunt a post. Casablanca? Neanche per sogno, Stati Uniti, loro sì che sono all' avanguardia in taglio e cucito, minga i tunisini che al massimo vann ben per i tappeti. Cosa le pare a lei, bel giovinotto, le sembro tipo da marocchini? ». Il giovanotto sarei io. Approfitto della simpatia che suscito in lui per approfondire la questione. Quanti siete voi (Non oso dire travestiti, mi pare spregiativo). «Noi chi? I trans? Un' infinità, guardi. Dieci anni fa, che ho cominciato io, beh, eravamo una rarità. Vita dura perché allora non c' era ancora la mentalità, e tante volte ci facevano correre, parolacce e botte in testa sa? Ma anche soddisfazioni, che essendo noi più pochi, i clienti erano parecchi. Adess l' è un disastro: soltanto qui al Parco saremo cento. Cosa dico, duecento. In Milano siamo più di quelli di Garibaldi, almeno mille. Oddio, c' è da fare per tutti. L' importante è che si fermi la legione straniera, che di baluba ne arriva uno al giorno».

LE TARIFFE DEI TRANS. Non oso chiedere qual è la tariffa, non vorrei essere scambiato per uno che ha una mezza intenzione. Provvede la squadra a soddisfare le mie curiosità: da 20 mila, per un servigio spiccio sullo sterrato ai bordi della rotabile, a 100 per un' opera completa, alloggio incluso. Non c' è differenza, in pratica, con i listini in vigore nel settore tradizionale. Imbocchiamo via XX Settembre. È avvolta nella penombra, sembra un artifizio cinematografico per ambientare una scena di vita notturna nella metropoli. Solide ville e austeri palazzi novecenteschi, ampi giardini, siepi ubertose che addolciscono cancellate. C' è, vicino a una cancellata, una signora attempata che sorride. La interrogo. Mi confida che fa la vita da decenni. E aggiunge serafica: «Campo decentemente. Me custa nient. Ci ho il mio appartamento, i miei capricci. Ogni tanto le mando qualcosa alla mia figlia, ghe basten mai. Lei sta a Reggio Emilia, io preferisco rimanere qui, logicamente. Sebbene che si sappia quello che faccio, lo sanno tutti tranne il mio nipotino, spero. Mi dicono di smettere, ma se ci do i soldi, i ciappen e parlen no. Mio padre poveretto ci soffriva. Nove figli maschi, bravissimi lavoratori, l' unica femmina, putana». È scatenata, il suo racconto punteggiato di risate rauche e, gorgoglianti: «Protettore? È una razza scomparsa. Le donne hanno imparato a farne a meno, anche le giovani. Era ora. Io ho sempre rifiutato. Ci han provato in tre: uno mi ha sparato, uno mi ha dato una coltellata, l' ultim el m' ha sbattùu foera do dent. No oggigiorno è diverso: si incassa meno ma si campa meglio». Cinquanta metri avanti, eccone un' altra. Stessa età; stessi timori, retaggio di un' epoca non poi così lontana, quando le prostitute, una sera sì e una no, finivano nel cellulare, erano portate in questura e trascorrevano il resto della notte in guardina, uno stanzone con quattro panche per venti o trenta recluse; unico comfort, lo storico bugliolo. Negli occhi sgranati della logora reduce sfilano, probabilmente, le immagini di quei ricordi che il nostro approccio ha risvegliato. «Che stremizzi, gent - dice-. Mi fate venire l' angina pectoris». Ormai rassicurata, riprende ad armeggiare sulla siepe i cui rami sporgono da un muretto. «Cosa fai?» domanda un poliziotto. E lei: «O bèla mi serve per i fiori, ci ho il terrazzo pieno, mi serve un po' di verde, chi ghe n' è tant, per una foglia non li mando mica in malora i padroni. Cosa dici te, poliziotto?». Non demorde ma il ramo non si stacca: provo io ed ho sorte migliore. Per la gioia emette un grido ma si porta subito la mano sulla bocca: «Scusate, l' è minga l' ora de fa burdell, ma ci tenevo troppo. Grazie».

LE STORIE. Una dopo l' altra le passiamo in rassegna tutte: solita trafila dei documenti, solite storie. A una, sui 40 anni, preme sottolineare che è sul punto di abbandonare. «Questione di un anno o due - proclama con orgoglio- : i figli sono grandi, studiano in collegio, bravi ragazzi. La macchina è pagata, due palanche le ho, mi manca giusto qualche rata della casa e sono sistemata. Gli affari? Stasera maluccio, per la verità è un periodo di fiacca, spopolano i travestiti». Non ha torto. Nella zona intorno alla Rai, pullulano. Impossibile per me, che non sono del ramo, distinguerli dalle donne. Due signorine ballano in mezzo alla carreggiata, i fasci di luce dei nostri fari ne mettono in rilievo le gradevoli rotondità, esaltate dall' abbigliamento: jeans attillati, magliette maliziose. L' autista della buoncostume frena bruscamente, gli agenti schizzano fuori dall' abitacolo fra lo sbatacchiare delle portiere. «Ma che fate, la danze del ventre sulle strisce pedonali?». La più giovane, una ragazzina, arrossisce. Ha i capelli dritti, castano chiari; un faccino da seconda liceo, con le lentiggini; una qualsiasi figlia di famiglia. «Documenti», sollecita severo un sottufficiale. Glieli porgono tremando: sono spagnole, vengono da Barcellona. «Che ci fate qui?». L' educanda non fiata, fa una smorfia che significa: «Sì, proprio quello che pensate». Ce ne andiamo. «Pazzesco - commento più tardi - due bambine». «Sì, bambine - aggiunge ironicamente un poliziotto - vedesse che roba». «Quale roba?». «Faccia uno sforzo di fantasia, quelli sono uomini». «Uomini?». «Maschi, e come glielo devo dire?». Giuro che non ci credo. Dinanzi a un bar dondola un negro con la sottana, persino io capisco che è un giovanotto. Dei cerchi come piatti gli pendono dalle orecchie, il rossetto è tracciato da mano inesperta, i denti spaziati; è tragicamente buffo. Ha pure lui il problema dell' intervento per cambiare sesso, ne parla appassionatamente: «Forse in settembre - sostiene - avrò la cifra necessaria; poi andrò in Canada, mia sorella mi ha promesso di ospitarmi, le sarò di aiuto in casa finché non troverò un lavoro, uno qualunque. Sono stufa della strada». La polizia lo ascolta con partecipazione, non gli dice frasi sconvolgenti o battutacce. Il maresciallo, che da 22 anni fa questo mestiere, si comporta come un assistente sociale, un medico condotto: dispensa consigli sui certificati, sui passaporti che scadono, sul rinnovo dei permessi. Il suo nome è Salvatore Marzano. Intuisce quel che mi passa per la mente e sbotta: «Che altro potrei fare, prenderli a calci? Sono dei poveracci, all' inizio mi mandavano in bestia ora mi fanno pena; e non per quello che sono, che non me ne frega niente, ma per come si guadagnano da mangiare».

I PERICOLI. Attraversiamo la città. Pizzerie, paninerie e trattorie rigurgitano folla. Strade intasate, e sono le due di notte. Ma dove vanno? Arriviamo di fronte al Palalido, sul piazzale ancheggiano alcune falene, attorno alle quali turbina un carosello di macchine; la più brutta è una BMW targata Mantova. La presenza degli agenti non scoraggia i corteggiatori, non hanno remore nel porsi in evidente, e paziente, attesa del loro turno di emozione trasgressiva. Una - uno, mi correggo - corre piagnucolando incontro al maresciallo Marzano: «Mi hanno scippata, maledetti». «Documenti». «Anche quelli, scippati. Erano nella borsetta. Le posso dare le mie generazioni».

«Darmi che cosa?». «Le generazioni, no?». «Va bene, dammi le generazioni, poi si va in questura a denunciare. Allora, cognome?». Una collega della derubata si siede sbuffando sul parafango di una Mercedes. «Quella cretina - dice - ogni sera ne ha una, che noia». Poi, saltellando raggiunge una Jaguar che lampeggia. Si spalanca lo sportello e la luce si accende; al volante c' è un signore sulla quarantina, elegante chic. L' auto parte con fragore. Possibile? «Possibilissimo - sottolinea - la buoncostume -. Succede 5 mila volte ogni notte. Perché? I travestiti sono sei o settecento; sette o otto clienti ciascuno, faccia un po' il conto». Ma più che la quantità degli estimatori della specialità, mi stupisce il loro livello. Che avesse ragione quell' investigatore privato di Torino? Il quale avviò un' inchiesta sul fenomeno, ma la fermò quasi subito perché, dopo aver fatto il riscontro delle targhe di un centinaio di auto, si accorse che appartenevano a rinomati professionisti e imprenditori. Sarà meglio che rinunci anch' io. Vittorio Feltri

VITTORIO FELTRI - L'IRRIVERENTE. MEMORIE DI UN CRONISTA. Da liberoquotidiano.it il 10 novembre 2019. Si chiama L'Irriverente l'ultimo libro firmato da Vittorio Feltri per Mondadori. Un libro di memorie di una intera carriera giornalistica, il racconto di un direttore che spiega di non aver mai voluto comandare, e che anche per questo è sempre rimasto un cronista. Un libro che il direttore di Libero ha presentato a Roma giovedì 7 novembre. Una presentazione in cui si è parlato di tutto, non soltanto del libro. Il resoconto di quanto accaduto viene fatto da Il Tempo, che dà conto di una battuta di Vittorio Feltri, una sorta di lezione di vita a chi scopre di essere tradito: "Una volta mi hanno chiesto cosa farei se trovassi mia moglie a letto con un altro. Ho risposto: le direi di cambiare le lenzuola". Amen.

Vittorio Feltri per Libero Quotidiano l'8 dicembre 2019. Lo spunto per il mio articolo di oggi viene da Michele Serra, editorialista della Repubblica, il quale, nella sua rubrica sul Venerdì, settimanale allegato al quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, discetta della differenza tra destra e sinistra. Riassumo brutalmente. Secondo lui la prima raccoglie voti di elettori spesso di bocca buona, «che non stanno tanto a sottilizzare». La seconda viceversa riceve consensi da persone più schizzinose, più esigenti. Però non dice che cosa costoro esigano. In parole più volgari ma forse meno vaghe, i leghisti sono dei buzzurri che ragionano poco, mentre i progressisti sono uomini e donne di alto profilo, sensibili e attenti alle reali necessità della società. Può darsi che in queste affermazioni ci sia qualcosa di vero o verosimile. Tuttavia vorrei segnalare allo stimato Serra che la sinistra non è nata ieri, bensì trae origine dal vecchio e defunto Partito Comunista, sostenuto per anni da una folla quasi maggioritaria di modesti lavoratori privi di istruzione superiore, i cosiddetti proletari, che si affidavano al marxismo nella speranza di campare meglio e non avevano illusioni di tipo accademico. Sociologicamente, costituivano una massa simile a quella che attualmente dà fiducia e suffragi a Salvini. Cioè una massa enorme di individui che sono passati in un decennio dalla simpatia per il leninismo e similari a una sorta di affetto per il Carroccio. Mi domando senza spirito polemico: se costoro erano bravi e intelligenti allorché tracciavano la croce sul simbolo del Pci, non possono essere diventati all' improvviso imbecilli poiché oggi preferiscono tracciarla in favore di Alberto da Giussano. Se sono cretini ora, lo erano pure ieri. È improbabile che abbiano subìto una tale negativa mutazione cerebrale nel giro di qualche lustro. Dal mio ininfluente punto di vista i signori e le signore che si sono convertiti al leghismo hanno compiuto un passo avanti e non indietro, data la fine miserrima che ha fatto il socialismo reale. Non vi è dubbio che nella sinistra militino buoni cervelli, le cui idee però si sono rivelate fallimentari, e non lo dico io, lo dimostrano i risultati storici. Pertanto credo sia lecito affermare che i progressisti siano dei cavernicoli, mentre i leghisti vivano il presente con maggiore lucidità.

Vittorio Feltri, la confessione: "Io di destra? Ho pensieri osceni, pensieri di sinistra. Mi vergogno". Libero Quotidiano l'8 Novembre 2019. Vittorio Feltri fa una confessione impensabile ai microfoni di Un giorno da pecora: "Ho pensieri di sinistra, pensieri osceni". "Chi è di sinistra in Italia? Nessuno", continua il direttore di Libero. "La cosiddetta sinistra finta non si rivolge più alle case popolari ma agli attici. Da ragazzo sono sempre stato socialista ma avevo pensieri di destra". Leggi anche: Vittorio Feltri svela il segreto di Montanelli. "Ora tutti dicono che sono di destra ma ho pensieri di sinistra, pensieri osceni. Sono convinto che l'eccesso di liberismo senza regole ferree abbia portato alla trascuratezza totale e all'abbandono della socialità: è un pensiero di sinistra, del quale mi vergogno", dice. Nella scena politica attuale, "Matteo Renzi si è confermato il più furbo di tutti, in un solo colpo ne ha fatti fuori 4. Può piacere o non piacere, ma il ragazzo è sveglio". C'è spazio per parlare del 'confronto a distanza' con Lilli Gruber. "Su 4 ospiti" nella sua trasmissione "3 sono di sinistra e il disgraziato di destra fa molta più fatica e quando apre la bocca viene sommerso. E lei rimane indifferente. Come dice Crozza, ho fatto 3 righe fattuali... Non c'è niente di male a essere di sinistra, ma lo dica...", dice Feltri. "La signora Gruber ha parlato di andropausa grave, ma non è una patologia. L'andropausa ce l'hanno tutti quelli che invecchiano: l'unico modo per evitarla è morire. E' stata un'offesa sessista".

Dagospia il 10 novembre 2019. Da Un Giorno Da Pecora. Le vacanze, le donne, la politica e quell'unico spinello provato nella sua vita. Ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, il direttore di Libero Vittorio Feltri si è raccontato in una lunga intervista rilasciato a Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. Tra poco più di un mese arriverà il Natale: lei partirà per qualche viaggio, magari per una meta esotica? “No, non amo le vacanze e non le ho mai fatte. Il lavoro coincide con la mia passione, mi diverto di più a lavorare che a stare come un cretino su una spiaggia”. Non le piace il mare? “Il mare per me è la cosa più orrenda che ci sia, un ricettacolo di tutte le deiezioni del mondo“. Quindi non ha mai viaggiato. “Quando facevo l'inviato del Corriere della Sera ho girato il mondo, poi mi sono stancato. Ad esempio sono stato a New York”. Le è piaciuta la Grande Mela? “No, mi fa vomitare, è zozza, come Parigi”. New York è' sporca come Roma? “Roma in quanto a zozzeria assomiglia molto a Parigi: due città bellissime tenute come cloache”. Parliamo di bellezza femminile e politica: per lei è più affascinante Maria Elena Boschi o Mara Carfagna? “Io preferisco la Boschi”. Come mai? “Beh, lei fa sangue”. Almeno con lei una vacanza la farebbe... “No. Ci andrei in un motel al massimo”. Ha mai frequentato i motel? “Certo, come no, specie quando ero più indigente. Andavo sempre nello stesso motel ed ero preoccupato dalla possibilità che mi spedissero i panettoni a casa: chissà mia moglie cosa avrebbe detto”. Ha mai avuto una relazione con una politica? “Si”. Di quale partito? “Forza Italia. Ma anche fosse stata di Rifondazione Comunista per me sarebbe andata bene lo stesso...” E chi preferisce tra le due ultime donne di Matteo Salvini, Elisa Isoardi e Francesca Verdini? “Mi piacciono tutte e due”. Meglio il sesso o la sua Atalanta? “Meglio l'Atalanta, almeno una partita dura 90 minuti...” Lei è il più imitato da Maurizio Crozza. “La sua imitazione mi piace sempre, quando lo vedo rido, oggettivamente è molto divertente”. Vittorio Feltri da giovane si è mai ubriacato? “Mai nessuno mi ha visto ubriaco”. E ha mai fumato una canna? “Una sola volta, coi miei figli, perché volevo scoraggiarli”. Com'è successo? “Una sera li convinti a fumare una canna: me l'hanno passata, ho fatto due tiri ed era una schifezza. Gli ho detto: questo è uno schifo, una roba da barboni. Ne ho dette di tutti i colori, ho smontato in ogni modo quello spinello”. E i suoi figli come l'hanno presa? “Dopo molti anni mi hanno confessato che, dopo quella sera, non hanno più fumato”, ha concluso Feltri a Un Giorno da Pecora.

Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano” il 21 novembre 2019. Che meraviglia il libro di Giulio Giorello. Il titolo dice tutto: La danza della parola. L'ironia come arma civile per combattere schemi e dogmatismi (Mondadori, pagine 122, 17,00). Il filosofo della scienza di maggior prestigio internazionale che abbiamo in Italia si è cimentato su un tema che in apparenza è quanto di più lontano dalla scienza ci possa essere, e se vogliamo anche questa sfida è essa stessa ironica, è autoironia da Giorello applicata alla propria persona e al proprio mestiere. Del resto non c' è nulla di più serio dell' ironia, ed è il paradosso che dà senso alle giornate. Qualunque sia la situazione che ognuno di noi viva, in qualsiasi amarezza o esaltazione sia sprofond