Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2019

 

IL TERRITORIO

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

         

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Trentino Alto Adige.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Internati al 41 bis, sciopero della fame a Tolmezzo.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Inchini, turisti e occupazione.

Gianni Zonin. L’uomo del crac costato all’Italia 5 miliardi di euro.

Grandi evasori e politici corrotti: ecco la lista veneta.

Tangenti Mose: il tesoro di Galan.

Morti resuscitati e favori in Regione.

Nessuno tocchi il carcere della Giudecca.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Milano nelle canzoni.

Ecco, è Milano.

Milano, i 50 anni della Metropolitana.

Strage ferroviaria di Pioltello.

La Boccassini e Robledo in pensione.

Tangentopoli lombarda.

Lombardia: la nuova Terra dei Fuochi.

Il disagio dei cittadini.

Giuseppe Sala: a sua insaputa.

Salvataggio a Volo d’Angelo…

Trovato morto in auto Peppino Franchini.

Milano patria dello scippo.

Milanesi felici per i Giochi…Poi insultano i maratoneti.

Roberto Formigoni libero.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Torino nelle canzoni.

Rimborsopoli, incubo carcere per alcuni consiglieri regionali piemontesi.

Appendino: Sindaco a sua insaputa.

La capitale del «No».

La morte del piccolo Leonardo. La nonna “Avevo denunciato, nessuno ha fatto nulla”.

Said Machaouat e Stefano Leo: un omicidio senza colore.

Che successe quella brutta notte del 2016 nel carcere di Ivrea?

Avvocati intercettati.

Il crac Marenco, una colossale bancarotta fraudolenta (battuta solo da Parlamat).

A Biella una via per Aiazzone.

La PM Youtuber.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Genova nelle canzoni.

Demolito il Ponte Morandi: l’esplosione alle 9,37 di venerdì 28 giugno 2019.

La Preside arrestata.

Alluvione di Genova: «Vincenzi è colpevole».

Esami del sangue gratis per amici e parenti.

Salvate Certosa, il quartiere di Genova che sta sparendo.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

Bologna nelle canzoni.

Ecco, è Bologna. E’ l’Emilia Romagna.

Scosse elettriche e lavaggi del cervello ai bambini per allontanarli dalle famiglie e fare soldi.

Emilia nostra, le mani della 'ndrangheta su politica e affari.

Parma Letale.

Ci sono 40 malati gravi in cella a Parma.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Toscana.

Firenze nelle canzoni.

Carrara. Morire di marmo.

Il Degrado del Giglio.

Le famiglie ricche di Firenze.

La direttrice di Sollicciano.

Prato, in ostaggio del "Dragone".

SOLITA SIENA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Affaire David Rossi.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Regione…e la politica.

Più raccomandati che posti.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Roma nelle canzoni.

La maestà der Colosseo.

Ecco, è Roma.

Concorsi ed assegnazioni di incarichi truccati.

Luca Sacchi, Manuel Bortuzzo e gli altri… A Roma si muore anche così.

La vita di Deborah Sciacquatori.

Le Boss dei Casamonica.

«Vota Garibaldi», la scritta storica cancellata dall’Ufficio decoro.

Carcere di Viterbo manesco.

Roma non è ingovernabile.

E il deficit del Campidoglio divenne un buco nero.

I Disservizi di Roma.

Tutti i segreti della Raggi.

Roma invivibile? Colpa di Mussolini.

Chi ha accasato Casa Pound?

Vieni avanti Marino!

Droga Capitale.

Mafia Capitale. Non è mafia…

Chi di manette ferisce, di manette perisce.

Multopoli.

Civitavecchia ed una storia incredibile d’ingiustizia.

SOLITO ABRUZZO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Questo è l’Abruzzo.

SOLITO MOLISE. (Ho scritto un saggio dedicato)

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Napoli nelle canzoni.

Napoli-Portici: 180 anni fa la prima ferrovia italiana.

Achille Lauro: il re della nobile Napoli.

Ecco, è Napoli.

Napoli martoriata.

Il figlio del boss: «Amo mio padre ma da oggi lo rinnego».

Napoli, parla "l'uomo talpa" che scava tunnel per furti e rapine.

Sceneggiate napoletane.

Paese che vai, Napoli che trovi.

«Lazzaretto Poggioreale: quando il carcere diventa un inferno».

Gigi D'Alessio e la Camorra.

Perché Napoli detesta De Laurentiis.

SOLITA BARI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Puglia muore, grazie al governo PD.

Ecco, è Bari…

Informazione e Finanza.

Si è spento Federico Pirro giornalista galantuomo.

CSM: Nessuno vuole Bari.

Arrestato Giancaspro ex presidente del Bari Calcio e la sua "cricca".

Bari, sesso e soldi per superare esami.

Michele Emiliano sotto accusa.

Puglia, la nuova sede del Consiglio è costata 16 milioni in più dell'appalto.

SOLITA FOGGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Fuggi da Foggia.

In memoria del Maresciallo Vincenzo Carlo Di Gennaro.

SOLITA TARANTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ecco, è Taranto.

Giochi Mediterraneo 2026 tra vero e falso.

Il magistrato Pietro Argentino non prende pace neanche a Matera...

Muore Martino Scialpi: truffato di Stato.

Solite indagini a Taranto.

Taranto ed i 23 "furbetti del cartellino".

Il Maresciallo Giancarlo Inguscio ed i Cavalieri messapici.

La Stampa Monnezza.

Monnezzopoli e Tamburrano: Il "Palazzo" politico trema.

Processo Ilva ed i soliti noti.

Tamburi ed Arcelor Mittal. Chi non vuole l’ex Ilva.

Taranto e la difesa del patrimonio naturale.

Palagiano, la strage degli innocenti.

Sava. Raffaele Pesare. Le lacrime del carabiniere omicida.

Un "caso Stano" anche a Sava.

Tarantismo, stregoneria, sessualità e peccato nella Manduria (e limitrofi) e nel Salento del '700.

Manduria. Dirigenti, Comandanti e Commissari.

Tutto su Manduria. Antonio Stano e la gogna del paese.

Tutto su Avetrana.

Sbarchi dei clandestini. L’altruismo e la solidarietà degli avetranesi.

E’ avetranese. "La Tarantina", l'ultimo femminiello napoletano.

Avetrana-Manduria. Mafia-politica.

Taranto, nel carcere più affollato.

I Giornalisti e gli avvocati di Taranto.

Mazzarano ed il tracollo del PD.

Chi è contro e chi è a favore del depuratore a Urmo di Avetrana.

SOLITA BRINDISI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Bomba day.

«Luigi in volo da Maria»: l'ultimo saluto al centauro.

Brindisi, scomparsa tutta una famiglia.

 «Chiamo mia figlia Melissa, come te».

SOLITA LECCE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Lecce.

Ivan Ciullo. Il dj impiccato: una nuova autopsia cambia l’ora della morte.

Porto Cesareo, un pezzo di villa del pm su suolo demaniale.

L’Assassinio di Noemi Durini.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Val D’Agri ed il memoriale ignorato.

Basilicata, la “lista verde” di Pittella per i concorsi.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Tangentopoli calabra.

Maria Concetta Cacciola morta di 'Ndrangheta.

La Calabria è l’Inferno!

Poveri con il lavoro.

Influenza della 'Ndrangheta.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Università dei Baroni.

Tangentopoli sicula.

Gaspare Palmeri, un altro innocente morto di mafia.

Gli Spaccaossa.

I ladri impuniti.

Agrigento. Ritorsione di Stato.

Blutec e la presa in giro di Termini Imerese.

Arresti in casa PD.

Il suicidio dei figli di mafia.

Polizzi, il sindaco ripara la strada chiusa da 13 anni e l'ex Provincia lo denuncia.  

 

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Succede in Trentino Alto Adige.

Valentina Santarpia per corriere.it l'8 dicembre 2019. Una sfilata trasformata in un raid: è questo quello che raccontano le terribili immagini che arrivano da Vipiteno, in Alto Adige, dove come ogni anno si sono svolte il 5 dicembre le sfilate dei diavoli mascherati in occasione della festa di San Nicola, una tradizione altoatesina. La passeggiata del centro storico dei demoni è diventata una caccia all’uomo, e quello che inizialmente sembrava un rito di finta violenza si è trasformato in pochi istanti, secondo quanto rivela il video agghiacciante pubblicato da La Voce di Bolzano e da altri quotidiani online del Trentino, in una spedizione punitiva. C’è da dire che nella storia delle sfilate dei Krampus non è la prima volta che succede ma questa sembra particolarmente aggressiva.

La sequenza. Non solo i manifestanti, coperti dalle maschere, inseguono gli spettatori per colpirli con una sorta di forcone, ma quando uno di loro cade a terra, infieriscono su di lui senza pietà e l’unico che prova a soccorrerlo viene picchiato allo stesso modo. Un’aggressività ingiustificata che si consuma in pochi secondi nelle strade di Vipiteno contro gli spettatori e che qualcuno immortala dal balcone di casa. Prima, si assiste alla fuga degli spettatori, spaventati dalla furia dei diavoli. Poi si sentono e vedono i colpi secchi: calci, pugni e scudisciate contro gli spettatori che li sfidano col volto dipinto di nero, come vuole la tradizione. Anche se non ci sono state chiamate al 112, sulla vicenda il comando provinciale dei carabinieri di Bolzano ha aperto le indagini e segnalerà l’episodio alla Procura per identificare i responsabili: la violenza sarebbe scoppiata, secondo le prime ricostruzioni, qualche ora prima rispetto alla sfilata ufficiale, prevista per il tardo pomeriggio, e autorizzata dalla Questura. Non dovrebbe essere quindi complicato rintracciare i «demoni mascherati».

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Internati al 41 bis, sciopero della fame a Tolmezzo.

Internati al 41 bis, sciopero della fame a Tolmezzo. Da tre giorni gli internati al 41 bis del carcere di Tolmezzo sono in sciopero della fame a causa della mancanza del lavoro, scrive Damiano Aliprandi il 15 Marzo 2019 su Il Dubbio. Restano rinchiusi per anni senza far nulla e senza “fine pena” certo, nonostante hanno finito già di scontare la pena. Da tre giorni gli internati al 41 bis del carcere di Tolmezzo sono in sciopero della fame a causa della mancanza del lavoro. Ma perché questa esigenza? «È fondamentale – spiega a il Dubbio l’avvocato e attivista dei Radicali Italiani Michel Capano -, perché senza il lavoro il magistrato di sorveglianza non ha gli strumenti per valutare la mancata cessazione della pericolosità sociale». La figura dell’internato, che teoricamente è diversa da quella di detenuto, è un argomento spesso affrontato da Il Dubbio. Per l’internato, di fatto, c’è una pena prolungata nonostante sia già scontata e con poche concessioni rispetto ai detenuti. Parliamo della cosiddetta misura di sicurezza che risale al codice Rocco che ha come impronta il retaggio fascista che considera il lavoro come misura correzionale. Tolmezzo, formalmente, è una casa lavoro pensata proprio per queste persone che, appunto, pur avendo terminato di scontare la pena, non vengono rimesse in libertà in quanto ritenute ‘ socialmente pericolose’. Senza lavoro, l’istituto rischia di diventare per gli internati un luogo di disperazione. «A Tolmezzo – sottolinea l’avvocato Capano – gli internati stanno scontando la misura di sicurezza in regime di 41 bis, parliamo sostanzialmente di persone che hanno finito di scontare il regime duro, ma di fatto ci rimangono». Teoricamente dovrebbero lavorare per essere proiettati verso la libertà. «Questa serra che viene presentata come uno specchietto per le allodole – denuncia sempre Capano -, in realtà non è in funzione da moltissimi mesi e quindi accade che la misura di sicurezza si svolge quasi interamente al 41 bis come gli altri detenuti». In effetti il carcere di Tolmezzo viene, a torto, definito “casa lavoro”, mentre in realtà è un carcere normale dove all’interno dovrebbe esserci una sezione apposita dedicata agli internati. «Ma non è così – precisa sempre Capano -, perché nella stessa sezione al 41 bis si ritrovano internati e detenuti, mentre sulla carta dovrebbe esserci una “casa lavoro” a parte». Come se non bastasse, proprio a causa che, di fatto, gli internati si trovano ancora nel 41 bis, il magistrato di sorveglianza non concede la licenza come previsto, perché, appunto, prevale la regola restrittiva del carcere duro. Da ricordare che la paradossale condizione di internamento a Tolmezzo era stata oggetto già di apposita menzione e segnalazione da parte del Collegio del garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale nella relazione al Parlamento del 2018, ed è esplicitata anche nel “Rapporto tematico sul “41 bis” pubblicato il 5 Febbraio scorso. In seguito a una visita effettuata a Tolmezzo assieme ad una delegazione composta dall’attivista dei Radicali Italiani Antonello Nicosia e la deputata di Liberi e Uguali Giuseppina Occhionero, è stata presentata un mese fa una interrogazione parlamentare – ancora senza risposta – da parte di quest’ultima al ministro della Giustizia proprio per denunciare queste condizioni. Oltre al problema della mancanza di lavoro, nell’interrogazione viene denunciato il fatto che gli internati non vedono mai uno educatore né uno psicologo. Figure importanti proprio per la prospettiva delle valutazioni di competenza del magistrato di sorveglianza. Uno degli internati, «con il quale la sottoscritta – scrive nell’interrogazione l’onorevole Occhionero – ha colloquiato dopo avere scritto 28 “domandine” nell’ rco di un anno per chiedere di parlare con un educatore (mentre sarebbe stato l’educatore a dovere andare da lui) ha minacciato poche settimane or sono di darsi fuoco alla cella se tale contatto gli fosse stato ancora negato: e solo così è riuscito ad avere un colloquio di 10 minuti con un educatore». L’avvocato Capano spiega a Il Dubbio che l’internato Filippo Guttadauro, suo assistito, da un anno fa domande per chiedere un colloquio con l’educatore, ma ad oggi ancora non l’ha visto. «È importante per lui – sottolinea Capano -, perché serve per avere una rivalutazione sulla sua pericolosità sociale». Il suo assistito è un caso emblematico. Il 20 marzo l’avvocato Capano ha udienza per il riesame della sua pericolosità. «Nel 2016 aveva finito di scontare il 41 bis – spiega l’avvocato Capano -, ma poi è stato raggiunto da una misura di sicurezza per tre anni che sono scaduti a gennaio scorso: resta il fatto che è dentro oltre la scadenza e l’udienza per la rivalutazione ci sarà il 20 marzo». Ma il responso è quasi certo. «Non essendoci il lavoro e né il regime educativo – dice con amarezza il radicale Capano -, è quasi certa la proroga visto che mancano gli strumenti per permettere una rivalutazione». Con tutte queste problematiche, il terreno diventa fertile anche per dei probabili abusi da parte di soggetti istituzionali. «Abbiamo appurato che questa è una situazione – denuncia Michele Capano – funzionale al fatto che dentro il carcere ogni tanto entrano persone che parlano con gli internati chiedendogli di collaborare con la giustizia, facendogli capire che lì dentro ci passeranno ancora per altri decenni».

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Inchini, turisti e occupazione.

Venezia, il volo spettacolare sopra le cupole di San Marco (rialzate con gli scafi delle navi). Pubblicato domenica, 15 dicembre 2019 su Corriere.it da Claudia Fornasier. Una giornata sul tetto della Basilica con l’uomo delle maestranze che racconta come da centinaia di anni vengono curati il tetto e le cupole ricoperte di piombo di San Marco: «Siamo qui per far restare nel tempo ciò che abbiamo trovato». Sul tetto della Basilica di San Marco ci sono, nascoste, cinque navi rovesciate. Nessuno dei milioni di turisti che ogni anno visitano Venezia, riesce a vederle tra statue e pinnacoli che sovrastano la chiesa. Valter Pirolo invece ne conosce ogni corona, chiodo, staffa, che le compone. È il carpentiere del legno della Procuratoria di San Marco, la fabbriceria della cattedrale. La manutenzione delle cupole lignee sul tetto è affidata a lui, erede degli «arsenalotti» della Serenissima, la corporazione più privilegiata della Repubblica perché fabbricava, all’Arsenale, le galee su cui Venezia fondava la sua potenza. Pirolo non costruisce navi, ma da 35 anni vigila sul tetto e le strutture che compongono le cinque cupole, realizzate con la tecnica della carpenteria navale. «A me, come a tutti — racconta — il primo giorno di lavoro hanno insegnato che siamo qui per far restare nel tempo ciò che abbiamo trovato. Ed è quello che sono orgoglioso di fare assieme agli altri quindici operai della Basilica: tuteliamo per il mondo la bellezza di questa chiesa». Soprattutto oggi che l’acqua alta eccezionale del 12 novembre ha provocato oltre 3 milioni di danni alle colonne e ai mosaici e un altro milione al tetto per le raffiche violente di vento. Le cupole non sono vere cupole, ma macchine lignee che sormontano le piccole calotte murarie ribassate della chiesa costruita (la terza) nell’XI secolo. Quando nel Duecento palazzo Ducale venne innalzato, chi entrava in città dal mare non poteva più vederle. «Quindi vennero realizzate queste macchine straordinarie — racconta l’architetto Mario Piana, proto di San Marco, il direttore della Procuratoria come lo furono Jacopo Sansovino e Baldassare Longhena — per traslare in altezza le cupole e farle vedere da lontano». I veneziani, che in Oriente erano di casa, probabilmente si ispirarono alla forma della moschea al-Aqsa a Gerusalemme, ma la tecnica costruttiva era una novità assoluta: ai carpentieri dell’Arsenale non mancavano certo inventiva e abilità. Ogni mattina alle 8, prima che arrivino i 15 mila visitatori quotidiani della chiesa, Pirolo s’infila in una porta nascosta nella parete del museo e comincia a salire scale sempre più strette, fino a uscire sulla distesa di lastre di piombo, alcune migliaia, che coprono il tetto della Basilica. Da lì si vedono il mare oltre l’isola del Lido e le Dolomiti dietro Murano e decine di cupole ispirate a San Marco. «Essere là in alto è una sensazione che non si può descrivere — sospira Pirolo — si respira tutto il valore artistico e simbolico della Basilica e di Venezia». D’inverno prepara le travature e gli elementi lignei da sostituire, da marzo a ottobre vive sul tetto, tranne quando la temperatura, d’estate, arriva anche a 45 gradi. «Controlliamo tutte le strutture perché se filtra acqua può arrivare ai mattoni sotto ai quali ci sono i mosaici e danneggiarli; aggiustiamo il piombo con saldature a stagno e lo sagomiamo con strumenti in legno che facciamo noi, dobbiamo stare attenti perché ci sono fodere che hanno 300-400 anni e anche una fessura minima può far marcire un’intera trave». L’acqua è il nemico della Basilica, che sia l’alta marea, la pioggia o la condensa estiva. Come lo è il fuoco, contro il quale sono stati disseminati 400 sensori. «Dopo il rogo della Fenice — racconta Pierpaolo Campostrini, uno dei procuratori di San Marco — abbiamo studiato un impianto che, in caso di allarme, produce una nebbia di particelle ad altissima pressione che toglie ossigeno al fuoco, con pochissima acqua». «Ma in qualche sera di settembre, al tramonto, il piombo diventa così rosso che sembra davvero un incendio», sorride Pirolo. C’è un detto tra gli operai della Procuratoria: se porti qualcuno sul tetto della Basilica sarà tuo amico per sempre.

Inchini, turisti e occupazione. È un business da 600 milioni. Il traffico dà lavoro a 4mila persone e vale il 3,2% del Pil della città. Decreto anti transiti fermo al Tar dal 2012. Manila Alfano, Lunedì 03/06/2019, su Il Giornale. Venezia galleggia e ondeggia tra decisioni da prendere e scelte da fare. La laguna da salvaguardare, il turismo da incoraggiare. Venezia e la tentazione di far pagare il biglietto ai visitatori, e i crocieristi che arrivano dal mare, navi enormi che transitano per il bacino di San Marco che sbarcano praticamente in salotto, a frotte. Solo qualche settimana prima dello schianto tra la Msc Opera e il battello Michelangelo, uno di questi grattacieli del mare era rimasto bloccato nel canale della Giudecca a causa di un'avaria. Nel 2018 un vaporetto aveva rischiato la collisione con una nave da crociera. Nel 2013, infine, una nave si era avvicinata pericolosamente alla Riva dei Sette Martiti, scatenando il panico. In molti avevano visto in questa manovra quello stesso «inchino» al largo dell'isola del Giglio che nel 2008 costò caro ai passeggeri della Concordia. Incidenti pericolosi, che alzano il sipario su una questione «che dura almeno 20 anni», ha ricordato il filosofo veneziano Massimo Cacciari. Dopo l'incidente di ieri, la prefettura di Venezia ha chiesto alla Capitaneria di Porto «uno studio sul numero delle navi che potrebbero transitare da subito lungo il Vittorio Emanuele così da deviare in tempi ristretti il traffico programmato per la stagione in corso». L'estate non fa che rendere il problema un'emergenza. Il tempo dell'indignazione e della rabbia, poi, si torna come prima, a far finta di niente. Eppure non doveva essere così. Da almeno sette anni le cose sarebbero dovute cambiare. È datato 2012 infatti il decreto Clini- Passera che vieta il passaggio delle navi altre le 40 mila tonnellate. Il decreto stabiliva la necessità di limitare il traffico crocieristico a Venezia, trovare percorsi alternativi, passare per il Canale Vittorio Emanuele ad esempio. Poteva essere la svolta e invece la prescrizione non è mai stata applicata. I limiti vennero poi annullati nel 2014 dal Tar del Veneto, cui si era rivolta Venezia Terminal Passeggeri, la società che gestisce in concessione la Stazione Marittima della Serenissima, ma che le compagnie crocieristiche decisero comunque di continuare e rispettare, tramite un protocollo di auto-regolamentazione il cui effetto è stato quello di ridurre sensibilmente il traffico di passeggeri nel porto di Venezia. E allora, il tema è come sempre ben più complesso di un passaggio iper facilitato per i turisti da crociera. Certo, entrare in macchina nel salotto di casa fa comodo, e lo spiegano i numeri. È l'associazione Clia (Cruise Lines International Association) organizzazione internazionale delle principali compagnie crocieristiche attive nel mondo che proprio a Venezia aveva presentato una serie di dati sul valore del settore per il tessuto produttivo della città lagunare. L'associazione ha spiegato che ogni anno crocieristi, equipaggi e compagnie spendono 436,6 milioni di euro, cui si aggiungono altri 170 milioni a beneficio dell'indotto. Un business che genera il 3,2 per cento del Pil locale, e occupa 4.300 persone e 200 società veneziane, impiegando quindi il 4,1 per cento dell'intera forza lavoro cittadina. Se fosse vietato l'accesso in Laguna a tutte le navi da crociera con una stazza superiore alle 40.000 tonnellate il numero di crocieristi a Venezia secondo CLIA si ridurrebbe del 90% rispetto al 2012, la spesa per beni e servizi locali dell'85% (40 milioni contro 283,6 milioni) e l'occupazione dell'83% (600 lavoratori a fronte di 3.660). Ecco perchè è ora di sciogliere la matassa.

Incidenti, progetti e verdetti del Tar. In 15 anni e 8 governi non è cambiato nulla. Pubblicato lunedì, 08 luglio 2019 da Gian Antonio Stella, Lorenzo Salvia, Leonard Berberi su Corriere.it. Cosa deve succedere, ancora? Un’altra mastodontica sbandata verso la Riva dei Sette Martiri e i Giardini come quella della «Deliziosa» domenica? Un altro blackout capace di mandar fuori controllo un bestione lungo 251 metri col peso di 6500 autocisterne come un mese fa la Msc Opera? Un’altra strage sfiorata coi passanti in fuga dall’immenso bastimento poco più corto del Titanic che avanzava sulla banchina di San Basilio trascinandosi via con l’ancora un «lancione» da 110 metri come fosse una barchetta? Cosa deve succedere ancora, perché gli accaniti difensori del business delle navi da crociera si sentano tremare le vene e i polsi? Perché chi ha l’onore e l’onere di fare delle scelte decida infine di assumersi le proprie responsabilità? Sono passati quindici anni da quel 12 maggio 2004 in cui la «Mona Lisa», facendo a pezzi le assicurazioni date per anni sull’impossibilità che si verificasse un incidente simile, si arenò davanti a San Marco. Quindici anni. Quasi il doppio dei nove bastati ai cinesi per costruire l’interminabile viadotto sul mare e le gallerie sottomarine del ponte Hong Kong-Zhuhai-Macao lungo 55 chilometri. Quindici anni di dubbi. Pensamenti. Ripensamenti. Immobilismo. Che fare? «È la goccia che fa traboccare il vaso: va impedito il passaggio di queste gigantesche navi da crociera nel tratto d’acqua tra Piazza San Marco e l’isola di San Giorgio», dichiarò il sindaco di allora, l’ex ministro ed ex rettore Paolo Costa. Oggi ricorda: «Fu uno choc. Da paura. Pensai: vanno portate fuori. Immagini se non fosse un incidente ma un dirottamento...». Aveva, quella «Mona Lisa» andatasi ad arenare nella nebbia nel cuore della città, una lunghezza di 201 metri (93 in meno della «Deliziosa»), una stazza di 29mila tonnellate (un terzo delle 92mila) e portava 750 passeggeri, quasi quattro volte meno dei 2.826 ospiti possibili sulla nave alla deriva domenica. Da allora sono passati compreso questo gialloverde otto governi (due di Berlusconi), quattro sindaci, quattro giunte regionali (due con Galan, due con Zaia), una litania di ministri dei Trasporti, delle Infrastrutture e di altri dicasteri coinvolti, una miriade di esperti, scienziati, ingegneri, idraulici, praticoni, ciacoloni e logorroici... Macché: niente. L’allora presidente dell’Autorità portuale Giancarlo Zacchello fu anzi così spaventato dall’ammonimento «Mona Lisa», nel 2004, che disse: «Non c’è alcuna alternativa per il transito della navi da crociera in bacino di San Marco, a parte l’ulteriore diminuzione della velocità e la presenza di un secondo rimorchiatore». Prova provata che fino ad allora i transatlantici facevano il percorso a rischio con uno solo. Da brividi. 

Già che cera, Zacchello spiegò anche che l’itinerario attraverso il bacino di San Marco e il canale della Giudecca, era «non solo la via più breve e la più bella ma anche la più sicura. Tre studi, uno del Comune e due nostri, hanno dimostrato che lo spostamento delle masse d’acqua non ha effetti negativi, mentre un altro studio dell’università di Portsmouth ha concluso che qualora una nave uscisse dalla rotta in bacino San Marco si arenerebbe a una distanza variabile tra gli 80 e i 120 metri dalla riva, a seconda della stazza». E l’ipotesi d’un allargamento del canale Vittorio Emanuele sul quale anni dopo insisterà, in polemica con Danilo Toninelli («entro giugno la soluzione») lo stesso ministro dell’Interno (e di molto altro...) Matteo Salvini? «Impraticabile. Dovremmo scavare da sei a 12 milioni di metri cubi di terra, quando non sappiamo neppure come toglierne 300 mila per conservare l’agibilità del porto». Due anni dopo il presidente della Venezia Terminal Passeggeri Sandro Trevisanato esultava per il raddoppio del business («abbiamo calcolato che una nave da crociera su tre al mondo attracca a Venezia») e nell’ottobre 2012, dopo mesi di polemiche sui paragoni con la tragedia della Costa Concordia e la decisione del governo Monti di mettere un limite di 40 mila tonnellate alle Grandi navi a San Marco, scartava l’ipotesi di spostare il terminal crociere a Marghera ventilato dall’allora sindaco Giorgio Orsoni («sarebbe come spostare l’aeroporto di Venezia dal Marco Polo al “Nicelli” del Lido») e teneva la barra sull’itinerario attuale: «Da un traffico oggi sicuro, si passerebbe a una situazione ritenuta assolutamente pericolosa da chi è chiamato a valutare il traffico». Infatti, gongolava, «in una domenica di picco passano per la Marittima circa trentamila passeggeri, duemila macchine in parcheggio, tra i sessanta e i settantamila bagagli vengono movimentati e decine di autotreni scaricano merci sulle navi. Dove si trovano strutture adeguate a Marghera?» E i rischi di incidenti? Mah... 

A novembre 2015, nonostante la sentenza del Tar contro il blocco delle navi più spropositate, sospirava comunque contro «l’introduzione del limite delle 96.000 tonnellate, che è antistorico, perché porta qui navi più obsolete e insicure». Rileggiamo: far passare in mezzo a Venezia una nave come la «Divina» lunga il doppio di piazza San Marco (333 metri) e alta il doppio (66 metri) del Palazzo Ducale è «antistorico». Una ne abbiamo, di Venezia. Una sola. In tutto il mondo. Pino Musolino, il presidente dell’autorità portuale veneziana, l’altra sera, dopo la paurosa sbandata della «Deliziosa» ripresa col telefonino da amici veneziani che urlavano spaventati e furenti guardando la nave puntare verso riva («Varda cossa che i gà combinà! Varda! Parché i se ga mosso co’ ‘sto tempo? De’inquenti! Tuti! Mama mia, varda che roba… Non dovevano muoversi, porca miseria! Avevano le previsioni. Era tutto nero. Da denuncia! Varda la nave che va ‘dosso ai giardini!») aveva il morale basso. Come chi ha visto andare in pezzi alcune certezze in cui credeva. «Sono scosso. Sono molto provato da questa situazione. A questo punto voglio che vengano fatte tutte le verifiche e che si porti a compimento un’analisi seria di quello che è successo e di quello che poteva succedere... La sicurezza per noi è un cardine». E questo è il punto. Qualunque cosa sia successa nel giro di un mese prima alla «Msc Opera» (finita addosso alla banchina della Marittima e alla nave da crociera fluviale «River Countess» spezzando perfino il cavo d’acciaio del rimorchiatore di prua il cui pilota aveva disperatamente tentato di raddrizzare il bestione fuori controllo) e poi domenica alla «Deliziosa», una cosa è fuori discussione. Difficile fidarsi di nuove promesse rassicuranti.Sarà successo per colpa di un guasto ai sofisticatissimi impianti elettronici che regolano ogni respiro meccanico dei transatlantici. Sarà successo a causa di un errore umano che può capitare anche ai migliori professionisti. Sarà successo per un’interpretazione errata dei dati atmosferici. Sarà successo per un ghiribizzo di qualche Dio capriccioso. Ma nessuno potrà mai più affermare che un incidente nelle acque della città più delicata, gentile, elegante del mondo è «impossibile». Nessuno. E questo, piaccia o no ai sostenitori delle crociere, è un problema impossibile da risolvere con una battuta. O con una accelerazione a prescindere. Dice il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, esasperato per le lentezze e le indecisioni del ministro delle Infrastrutture grillino, che la soluzione è lì, sotto gli occhi di tutti, «immediata»: l’allargamento del canale Vittorio Emanuele. Che «si può realizzare in circa un anno con capitali privati, in attesa di progetti alternativi che necessitano di tempi più lunghi, di almeno cinque o dieci anni». Ma proprio quello è il nodo: chi garantisce ai veneziani, agli italiani, agli amanti di Venezia di tutto il mondo, che saranno portati a termine i lavori per gli esperti indispensabili per contenere i danni alla morfologia della laguna che potrebbero venire da quella specie di raddoppio del Canale dei petroli? E se finisse come troppe volte da noi, con l’apertura in tutta fretta del canale e il rinvio dei lavori necessari alle calende greche? Non bastasse, Paolo Costa, che per anni è stato presidente anche dell’autorità portuale e confessa oggi d’essere turbato a rileggere le sicurezze che aveva («Mi fidavo degli studi dei tecnici, forse troppo...») dice d’avere un rovello in più: «Va a finire che per salvare le crociere rischia di andare in malora il porto...».

·         Gianni Zonin. L’uomo del crac costato all’Italia 5 miliardi di euro.

Attilio Barbieri per ''Libero Quotidiano'' il 27 ottobre 2019. «Chiedo scusa ai risparmiatori della Banca popolare di Vicenza». Gianni Zonin, ex numero uno della ex corazzata cooperativa veneta, affida al Giornale di Vicenza una lunga intervista-confessione. Tendendo una mano a clienti, risparmiatori e azionisti che hanno perso tutto nel crac dell' istituto vicentino. Meglio tardi che mai. «Il senso di responsabilità è evidente che lo sento e me lo porto dietro», chiarisce, «escludendo, però, qualunque aspetto di responsabilità penale. Nella gestione della banca io ce l'ho messa tutta...Purtroppo quando si fanno le cose si possono anche commettere degli errori», aggiunge, «solo chi fa sbaglia». In effetti la catena di errori che condussero nel baratro la Pop Vicenza è stata molto lunga. E toccherà alla giustizia accertare le responsabilità penali dei vertici. Nel processo in corso l' ex presidente della banca, come puntualizza il Giornale di Vicenza, «è imputato di aggiotaggio, ostacolo agli organismi di vigilanza e falso in bilancio». Le dichiarazioni di Zonin, scrive il quotidiano veneto, rappresentano un «passaggio giornalistico», nulla di più, e sono state raccolte nello studio dell' avvocato Enrico Ambrosetti, difensore dell' imprenditore di Gambellara.  Al momento del crac, racconta Zonin a Matteo Bernardini, «il più grande rammarico è stato per il 95 per cento dei piccoli azionisti che componevano la nostra banca». I bilanci? «Quelli che vedevamo nel consiglio di amministrazione erano in ordine, per me, dunque, le cose andavano bene», precisa. Ma incalzato dall' intervistatore che gli domanda se non ritenga di aver fatto alcun errore, l' ex banchiere si mostra meno sicuro: «Non dico questo. Chiedo scusa per gli errori che eventualmente ho fatto, ma li ho commessi sempre in buona fede. Non c' è stata mai malafede. Io ho sofferto e soffrirò ancora, ma il mio dispiacere più grande è e resterà per le sofferenze cui sono andati incontro i piccoli risparmiatori». A prescindere dalla vicenda giudiziaria non si può non prendere atto che Zonin è l' unico dei grandi accusati per i disastri bancari a chiedere scusa. L' uomo che per vent' anni ha gestito un bel pezzo di finanza veneta, spiega che il disastro poteva essere evitato. E si rammarica per «non essere riuscito a chiudere la fusione con Veneto Banca, finita pure lei nel burrone. «Ecco», aggiunge, «se l' avessimo fatta forse adesso staremmo a parlare di tutta un' altra storia. Pensi», puntualizza all' intervistatore, «che era già stato deciso tutto, anche il nome del futuro istituto: Banca Popolare del Veneto. Però qualcuno ha pensato di mettere i propri interessi davanti a quelli dell' istituto per cui operava». Il riferimento, probabilmente, è a Vincenzo Consoli, rimasto a sua volta per 17 anni sul ponte di comando di Veneto Banca. Proprio questo passaggio è stato al centro di alcune udienze estive nel processo in scena al Tribunale di Borgo Berga. «Se fossimo diventati una grande banca non saremmo qui oggi: è mancato l' orgoglio veneto», confessò quest' estate, al termine di un' udienza fiume l' ex banchiere vicentino. «Ho avuto fiducia in quelli che hanno controllato la banca, ma purtroppo qualcosa non ha funzionato», aggiunse, «però molto è anche dipeso dal fatto che non siamo riusciti, e qui forse la colpa è anche mia, a convincere Veneto Banca che era indispensabile una fusione per diventare una banca di dimensione europea». In realtà il «no» definitivo all' integrazione tra i due istituti arrivò dalla Commissione Ue, che mise il veto all' operazione. Una delle tante decisioni assunte da Bruxelles sotto l' impulso della Germania che probabilmente intravvide nella crisi dei due istituti veneti la possibilità di privare dell' ossigeno le imprese della regione che assieme a quelle lombarde più fanno concorrenza alla manifattura made in Germany. Un passaggio sul quale ben difficilmente si riuscirà a fare chiarezza. Indipendentemente da come si potrà sviluppare la vicenda giudiziaria.

Gianni Zonin al processo BPVi, Vittorio Malagutti: non interessa più a nessuno l’uomo del crac costato all’Italia 5 miliardi di euro. Nessuna protesta, pochissimo pubblico: il primo dei procedimenti contro l’ex re di Vicenza è andato in scena nella generale indifferenza. Perché l’economia locale si è ripresa. E tutti vogliono rimuovere il volto oscuro del “Veneto operoso”. Di Vittorio Malagutti, da l’Espresso dell'11 Ottobre 2019. Seduto al tavolino di un bar, Gianni Zonin consuma svelto un panino triste in compagnia del suo avvocato. Siamo a Vicenza, sono quasi le tre del pomeriggio e la folla degli impiegati in pausa pranzo è rientrata di corsa in ufficio, alla ricerca di un riparo dal caldo appiccicoso di una giornata afosa di fine settembre. I pochi passanti degnano appena di uno sguardo quell’uomo anziano in gessato grigio. Lo riconoscono. Non può essere altrimenti. Zonin era il padrone della città. Per vent’anni e più, il suo ufficio di presidente della Popolare di Vicenza è stato il crocevia di ogni sorta di affare, lecito e anche illecito. Questa è l’accusa dei magistrati che hanno messo sotto processo il banchiere simbolo di un’epoca finita all’improvviso quattro anni fa, quando il gran capo della Popolare fu costretto a scendere dal trono, inseguito dai sospetti e dalle indagini. Poi venne il crac. Un buco da oltre 3 miliardi. Prestiti irregolari per centinaia di milioni, bilanci addomesticati per nascondere le perdite. E decine di migliaia di risparmiatori che hanno perso per intero il proprio investimento nelle azioni di una banca che si illudevano fosse indistruttibile. Dopo molte false partenze, la macchina della giustizia infine si è mossa. È tempo di processi, ora. Zonin deve rispondere di aggiotaggio, ostacolo all’attività di vigilanza e falso in prospetto. Il dibattimento ha preso il via a dicembre dell’anno scorso a Vicenza in un tribunale assediato da centinaia di cittadini che chiedevano giustizia armati di megafoni, cartelli e slogan minacciosi. Adesso di tanto clamore resta ben poco. Le udienze vanno in scena una dopo l’altra nell’indifferenza generale. Una manciata di secondi nei notiziari regionali in tv (al collega sfugge il servizio pubblico di VicenzaPiu.com con tutti i video e i commenti sulle udienze e non solo, ndr) Qualche riga in cronaca sui giornali locali. In Rete, anche i blog più agguerriti hanno abbassato il volume delle proteste, forse perché nel frattempo si è finalmente materializzato il fondo di indennizzo ai risparmiatori a suo tempo promesso dal governo Lega-Cinque stelle. I soldi spariti nella voragine del crac verranno in parte rimborsati ad azionisti e obbligazionisti che per reddito e patrimonio personale potranno dimostrare di non essere speculatori incalliti. Un risarcimento parziale che arriverà chissà quando, ma è comunque meglio di niente. I conti che ancora non tornano, a questo punto, sono quelli della giustizia. Il processo iniziato a Vicenza corre sul filo della prescrizione e riguarda, oltre all’ex presidente, anche un altro consigliere di amministrazione, l’imprenditore Giuseppe Zigliotto, insieme a un pugno di manager dell’istituto, quelli che occupavano i posti di comando. Tra loro non c’è Samuele Sorato, l’ex direttore generale la cui posizione è stata stralciata per motivi di salute. Rimane invece in sospeso l’accusa più grave di tutte, la bancarotta. Zonin si è opposto fino in Cassazione alla dichiarazione di insolvenza della banca. E in attesa della sentenza della Suprema Corte, il crac resta senza colpevoli. Sono innocenti, per il momento e fino a prova contraria, gli amministratori che si sono succeduti nel board dell’istituto. Così come i responsabili dei controlli, cioè sindaci e revisori. E poi gli alti dirigenti che hanno personalmente ideato e gestito le operazioni che si sono trasformate in una bomba a orologeria nei conti dell’istituto. Tocca ai pubblici ministeri Gianni Pipeschi e Luigi Salvadori tirare le fila dei sospetti, ricostruire gli episodi che hanno materialmente causato il fallimento, illuminare i fatti salienti di una vicenda complicatissima raccontata in milioni di pagine di un’istruttoria immensa per dimensioni. Una storia triste con un cast a dir poco affollato: decine e decine di attori, comprese comparse e comprimari. Tutti partecipi, in un modo o nell’altro, di un sistema di potere che ha dissanguato quella che per decenni è stata descritta come la banca simbolo dell’opulento e operoso Nordest. Serviranno mesi, nella migliore delle ipotesi, per portare alla sbarra i presunti responsabili del fallimento. Nel frattempo va in scena un altro processo, minore se si vuole, ma che serve comunque ad aprire squarci di luce in una vicenda di malafinanza per molti aspetti ancora oscura. A quanto sembra però, Vicenza ha fretta di voltare pagina. E allora succede che giovedì 26 settembre, l’aula di tribunale appare quasi vuota di pubblico. All’ingresso del palazzo di giustizia un cartello giallo indica le scale che portano al sotterraneo dove si svolgerà l’udienza. L’informazione si rivela inutile, perché solo una pattuglia di addetti ai lavori, avvocati e giornalisti, si presenta di buon mattino per assistere ai lavori e questi habitué sanno orientarsi senza problemi tra stanze e corridoi. È un incontro tra pochi intimi, quindi. Eppure all’ordine del giorno c’è una deposizione di grande importanza, quella di Emanuele Gatti, l’ispettore della Vigilanza di Bankitalia che su mandato della Bce di Francoforte nella primavera del 2015 ha scoperchiato il pentolone dello scandalo. È lui il teste chiave che può spiegare le irregolarità nella gestione della banca messe a verbale nella sua relazione di quattro anni fa, quella che poi portò al ribaltone al vertice dell’istituto, con l’uscita della prima linea dei manager. Le parole di Gatti, interrogato dal pm Salvadori, cadono nel silenzio di una platea semideserta. Ad ascoltarlo, seduto in prima fila, c’è l’imputato Zonin. Dal dicembre scorso, l’ex presidente, 81 anni, non perde un’udienza. Nei primi mesi dopo il crollo, circolavano racconti più o meno fantasiosi che lo descrivevano come un uomo in fuga dalla furia dei risparmiatori, forse barricato in qualcuna delle sue residenze sparse per l’Italia, dal Friuli alla Sicilia, oppure addirittura sull’altra sponda dell’Atlantico, negli Stati Uniti. Gran parte dell’immenso patrimonio del banchiere risulta da tempo intestato a società controllate da moglie e figli ed è quindi al riparo dai sequestri giudiziari, che hanno fin qui colpito beni per un valore di alcuni milioni. Briciole, se davvero Zonin verrà chiamato a rispondere dei danni causati a decine di migliaia di azionisti. Nel frattempo però, l’ex patron della Popolare ha deciso di sfoderare davanti ai giudici l’orgoglio dei giorni migliori. Si è sempre dichiarato innocente. Sostiene di non essere stato messo a conoscenza dei particolari, e delle possibili conseguenze, delle manovre finanziarie vietate dalla legge che per anni sono servite a coprire i buchi in bilancio. Nel racconto dell’imputato eccellente sarebbero stati i manager a gestire in autonomia quegli affari dai contorni opachi. Un lungo elenco che comprende, per esempio, i cosiddetti “prestiti baciati”, cioè i finanziamenti elargiti a clienti che si impegnavano a comprare titoli della banca. Oppure le lettere di garanzia con cui l’istituto di credito veneto assicurava un rendimento fisso e predeterminato delle proprie azioni a beneficio di una ristretta cerchia di soci privilegiati. Tra le operazioni taciute fino all’ultimo alla Vigilanza compaiono anche i giochi di sponda con alcuni fondi lussemburghesi che oltre a sostenere gli aumenti di capitale della Popolare, avevano dirottato decine di milioni verso imprenditori amici. Tutti soldi usciti dalle casse della banca vicentina. Rispondendo per oltre cinque ore alle domande del pm, Gatti ha squadernato il libro nero della Popolare. Zonin, impassibile, lo sguardo fisso verso il testimone, ha seguito per intero la fluviale deposizione dell’ispettore di Bankitalia. Il quale non ha mancato di rievocare anche la svolta decisiva dell’intera vicenda: l’incontro, il 7 maggio del 2015, tra lo stesso Gatti e l’allora presidente dell’istituto veneto, ancora ben saldo in sella nonostante si accumulassero le voci sulle crescenti difficoltà della banca vicentina. In quell’occasione, per la prima volta, il banchiere fu messo di fronte alle sue responsabilità. Per anni, infatti, le autorità di controllo avevano dato via libera ai bilanci della Popolare e i finanziamenti irregolari: quelli “baciati”, ben nascosti nelle pieghe dei conti, si erano accumulati fino a superare di slancio i 500 milioni. Adesso, al processo, Consob e Banca d’Italia figurano tra le parti offese, al pari dei risparmiatori a cui fu raccontata una realtà ben diversa da quella effettiva. Le istituzioni sono salve, quindi. E per tutti gli altri coinvolti nel caso, la strada verso la verità, almeno quella giudiziaria, appare ancora molto lunga e complicata. Il processo per la bancarotta miliardaria, se mai ci sarà, prenderà il via non prima del 2020 e forse anche dopo, a sei anni di distanza dall’inizio delle indagini. Il procedimento di primo grado cominciato a Vicenza durerà ancora mesi e si concentra più che altro sull’operato dei manager di comando come l’ex direttore finanza Andrea Piazzetta o Emanuele Giustini, già responsabile delle politiche commerciali e quindi dei rapporti con i clienti. Sono loro, nella ricostruzione della Vigilanza bancaria e poi dei pubblici ministeri, ad aver firmato i documenti più compromettenti. Tra i componenti del consiglio di amministrazione l’accusa, come detto, ha invece circoscritto le imputazioni ai soli Zonin e Zigliotto, archiviando la posizione di altri 21 indagati, tra cui anche i membri del collegio sindacale. Niente maxi processo, quindi. Tutto rimandato a data da destinarsi. Quello che ci vuole per far scomparire la memoria del crac dalla coscienza collettiva di una città ansiosa di dimenticare la pagina più nera della sua storia. Il presente incombe e Vicenza festeggia perché ha ripreso a correre. La grande paura della crisi finanziaria, quella innescata dall’esplosione della bolla del debito tra il 2008 e il 2011, ormai è un ricordo lontano. Le statistiche più aggiornate raccontano di un’economia che cresce. Il valore delle esportazioni non è mai stato così alto, segnala la Camera di commercio locale commentando i dati del primo semestre del 2019. Un record difficile da battere, almeno nell’immediato, visto che mercati di sbocco importanti come Cina e Germania segnano il passo. Intanto però la provincia berica si conferma al terzo posto nella graduatoria nazionale dell’export, davanti a Brescia e sempre più vicina a Torino, che viaggia in seconda posizione molto distante dalla capolista Milano. Buone notizie anche sul fronte del lavoro, con la disoccupazione che l’anno scorso è scesa dal 6,8 al 5,3 per cento, quasi la metà del dato nazionale, che a fine 2018 era attorno al 10 per cento. E allora è vero, Vicenza ha perso la sua banca, ma si fa presto a esorcizzare il fantasma di Zonin se la cronaca abbonda di buone notizie. Anche la politica locale adesso può permettersi di festeggiare, dopo che per mesi le istituzioni e i partiti si sono affannati a prendere le distanze dal banchiere caduto in disgrazia. Achille Variati, sindaco della città tra il 2008 e il 2018, ha conquistato addirittura una poltrona di governo: sottosegretario agli Interni nel Conte bis. Un successone per il navigatissimo ex democristiano, poi Margherita e quindi Pd, lo stesso che dopo il naufragio della banca fu costretto a derubricare a semplice “obbligo istituzionale” la sua frequentazione, da primo cittadino, con Zonin. Storie vecchie, quelle. La Popolare non c’è più. Scomparsa. Intesa ne ha cancellato l’insegna, dopo che nel giugno del 2017 ha assorbito al prezzo simbolico di un euro la parte migliore dell’attivo di bilancio dell’istituto fallito. In quei giorni si è chiusa allo stesso modo anche la storia di Veneto Banca, sede a Montebelluna, naufragata, come la rivale di Vicenza, in un mare di prestiti incagliati. A pagare il conto dell’ operazione è stato il bilancio pubblico, con un assegno a fondo perduto di 3,5 miliardi a favore di Intesa e a carico dei contribuenti (per la verità a carico della BPVi in Lca, e quindi dei soci/risparmiatori, con gli introiti del recupero dei suoi nel in quanto lo Stato né è creditore in pre deduzione e pagherebbe in proprio solo in caso di insufficienza nei “rientri”, ndr). A questa somma vanno aggiunti altri 1.285 milioni che sono serviti a finanziare, sempre a spese dell’Erario, l’uscita di quasi 4 mila dipendenti dalle fila del gruppo nato con la doppia acquisizione. A carico della liquidazione restano i crediti ad alto rischio e poi gran parte del patrimonio immobiliare, che è stato messo in vendita. Tra l’altro è finito all’asta anche Palazzo Thiene, capolavoro del Palladio in pieno centro città. Le indiscrezioni più recenti raccontano che l’offerta migliore sarebbe arrivata dal fondo statunitense Bain, che sembra in vantaggio su Cerberus, un altro marchio della finanza Usa. Questione di giorni e poi con questo affare si chiuderà davvero il cerchio. L’ultima eredità della banca di Zonin finirà agli americani e la città potrà illudersi di aver fatto i conti con il suo passato. Di Vittorio Malagutti, da l’Espresso.

Popolare Vicenza, il capo della vigilanza di Bankitalia tifava per Zonin: lo provano gli sms. Ecco i messaggi tra il direttore generale dell'istituto veneto e il numero uno dei controllori. I vertici della banca hanno goduto per anni di un filo diretto con via Nazionale. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 18 dicembre 2017. Ottobre 2014: allarme rosso alla Popolare di Vicenza. In quei giorni la banca guidata da Gianni Zonin rischiava seriamente la bocciatura ai test di bilancio della Bce di Francoforte. Sarebbe stato un colpo pesante alla credibilità di un istituto che già allora, come si scoprirà soltanto molti mesi dopo, aveva serie difficoltà a far quadrare i conti. Nella città del Palladio devono correre ai ripari, metterci una pezza in qualche modo prima che la bocciatura diventi di dominio pubblico, con tutte le conseguenze del caso. Ed ecco che, come L'Espresso è in grado di rivelare sulla base di documenti inediti, dal telefono di Samuele Sorato, il direttore generale della banca veneta, di fatto il braccio destro di Zonin, parte una richiesta d'aiuto: «Gentile dottore, avrei necessità di sentirla, come saprà la nostra richiesta è stata rigettata dalla Bce». Questo il testo dell'sms inviato da Sorato alle 12 e 22 minuti del 7 ottobre 2014. La sorpresa è il destinatario di quella richiesta. Il messaggio parte verso un numero di cellulare intestato a Carmelo Barbagallo, capo della Vigilanza della Banca d'Italia. Il quale, a giudicare dagli scambi successivi di sms, si mette subito in moto per dare una mano al manager. E infatti alle sette di sera Sorato scrive ancora all'alto dirigente di Banca d'Italia: «Vorrei ringraziarla per i suggerimenti ricevuti. (…)  Gradirei sentirla per i prossimi passi da intraprendere». A questo punto Barbagallo non riesce proprio a fare a meno di sbilanciarsi e scrive: “Ok. In bocca al lupo!”, con tanto di punto esclamativo che vorrebbe rinforzare la personale solidarietà dell'alto dirigente di Bankitalia nei confronti del direttore generale della Popolare vicentina. Quei messaggi, e molto altro ancora, sono agli atti dell'inchiesta giudiziaria della procura di Vicenza sulla fallimentare gestione della Popolare per vent'anni presieduta da Zonin. Un'inchiesta che proprio in questi giorni è arrivata all'udienza preliminare che dovrà decidere quali degli indagati, tra cui lo stesso Sorato, finiranno a processo. Per la cronaca, alla fine Vicenza riuscì a superare per il rotto della cuffia i test della Bce, grazie alla conversione di un prestito obbligazionario. Potremmo chiederci se è normale che il massimo dirigente della Vigilanza bancaria dia una mano a un suo vigilato per superare gli esami dei controllori europei. E se è opportuno che lo faccia attraverso scambi di sms, a testimonianza di una consuetudine di rapporti che appare ormai consolidata nel tempo.  Da mesi al centro delle polemiche, la Banca d'Italia si è sempre difesa sostenendo che la Vigilanza ha sempre fatto tutto quanto in suo potere, così come previsto dalle leggi vigenti, per marcare stretto Zonin e gli altri. È un fatto però che i vertici della Popolare di Vicenza potessero godere di una corsia preferenziale per accedere alla Vigilanza di Bankitalia. A volte, come dimostrano i documenti esaminati da L'Espresso, a fare da tramite verso Roma erano ex dirigenti della stessa Banca d'Italia assunti da Vicenza. Per esempio Mario Lio, ex funzionario della Vigilanza passato alla Banca Nuova di Palermo, controllata dalla Popolare di Zonin. “Ho parlato adesso con Barbagallo, è stato affettuoso. Speriamo bene...”, scrive Lio a Sorato il 18 febbraio del 2012. Il 4 settembre del 2013 tocca invece a Gianandrea Falchi, ingaggiato da Zonin dopo essere stato in staff dell'ex governatore Mario Draghi.  “Lunedì vedo Barbagallo – scrive Falchi a Sorato – vi sono altre cose di cui parlare oltre a quelle che ci siamo dette lunedì?”. A gennaio del 2014, invece, lo stesso Falchi ci tiene a far sapere a Sorato di aver informato Barbagallo “di quanto ci eravamo detti”. E aggiunge un particolare curioso: “Ho scoperto che Visco e Consoli sono nati lo stesso giorno e anno”. Consoli era il numero uno di Veneto banca, l'altra Popolare in difficoltà che nei progetti della Vigilanza avrebbe dovuto fondersi con Vicenza. Solo che nel gennaio del 2014, Consoli era sotto pressing costante dei controllori di Bankitalia, mentre Zonin, che aveva bilanci ancora più disastrati, tesseva la trama di nuove acquisizioni. La creazione della grande Popolare del Nordest  resta sulla carta e da Vicenza si mettono alla ricerca di alternative.  Banca Etruria è la prima della lista. E infatti in primavera l'interesse del possibile acquirente viene formalizzato con un'offerta nero su bianco. In quei giorni Sorato torna a contattare via sms Barbagallo. “Buonasera dottore posso disturbarla?”. Questo il testo dell'sms datato 11 giugno 2014. La risposta arriva nel giro di pochi minuti: “Sono a Francoforte, se mi lascia un recapito la chiamo tra mezz'ora”. Giorni delicati, quelli, perché il consiglio di amministrazione di Banca Etruria deve riunirsi per decidere se accettare l'offerta di Vicenza.  E l'arbitro della partita era proprio Banca d'Italia. Alla fine Arezzo dice no e l'affare salta. Entrambe le banche vanno incontro al proprio destino: dissesto e liquidazione. A maggio del 2015 anche Sorato arriva a fine corsa. Il manager viene messo alla porta da Zonin, che tentava di salvare la poltrona scaricando sui manager la colpa del disastro. Ma prima di farsi da parte, il direttore generale della Popolare di Vicenza scrive ancora a Barbagallo via sms. “Mi scusi se la disturbo di domenica. Ci terrei a comunicarle alcune decisioni che stiamo prendendo”. Era il 10 maggio 2015. Due giorni dopo Sorato ha perso il posto di lavoro.

Popolare Vicenza, gli sms tra i renziani e l'uomo di Zonin. E quell'incontro con la Boschi. Negli atti della procura sul dissesto della banca veneta spuntano i messaggi tra l'ex direttore generale Sorato e Francesco Bonifazi, renziano di ferro e tesoriere del Pd. Che ha messo in contatto il manager con la futura ministra. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 18 dicembre 2017. Era un renziano convinto, l'ex direttore generale della Popolare di Vicenza, Samuele Sorato. O almeno così cercava di apparire agli occhi di uno dei dirigenti del Pd più vicini all'ex segretario del Pd, Matteo Renzi. Difficile spiegare altrimenti l'sms inviato l'8 dicembre del 2013 da Sorato a Francesco Bonifazi, tesoriere del Partito Democratico nonché stretto collaboratore di Renzi. «Complimenti a Matteo e a tutti voi per il grande lavoro che avete fatto», scriveva il manager a Bonifazi. Il messaggio è agli atti dell'inchiesta della procura di Vicenza sul dissesto della Popolare di Zonin, un'inchiesta che vede Sorato tra gli indagati. Quel giorno, l'8 dicembre 2013, i risultati delle primarie proiettavano l'ex sindaco di Firenze verso l'incarico di segretario del partito e, di lì a qualche mese, anche di presidente del Consiglio. E il giorno prima, rispondendo a un messaggio dello stesso Bonifazi che lo invitava a scegliere Renzi alle primarie, Sorato aveva risposto con un eloquente: «Sarà fatto». Come noto, il direttore generale della Popolare di Vicenza, cresciuto all'ombra del presidente Gianni Zonin di cui era il principale collaboratore, perse il posto a maggio del 2015, quando cominciarono a emergere con chiarezza le dimensioni del buco in bilancio dell'istituto veneto. Fino ad allora però Sorato aveva coltivato con assiduità rapporti con la cerchia renziana. All'occorrenza era proprio Bonifazi a fare da tramite con altri esponenti del cosiddetto “Giglio magico” renziano. Si scopre per esempio che, in base a quanto appuntato sulla sua agenda, il 30 ottobre 2013 Sorato era stato ricevuto da Maria Elena Boschi e all'incontro aveva partecipato anche Bonifazi. All'epoca, Boschi, deputata da qualche mese, era coordinatrice della Leopolda e nel febbraio successivo sarebbe entrata nel governo Renzi come ministro delle Riforme. L'agenda non riporta altre informazioni se non la data della visita alla giovane deputata.  Certo è che la famiglia Boschi poteva dare una mano a Vicenza, e al manager, anche sul fronte del business. Infatti la Popolare di Zonin era a caccia di banche da acquistare e la lista di obiettivi comprendeva anche Banca Etruria, di cui Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena, era amministratore e poi, da aprile 2014 vicepresidente. Nell'agenda di Sorato vengono menzionati, senza ulteriori dettagli, “incontri riservati” con Boschi senior. Nel marzo del 2015, due mesi prima del ribaltone che mise fuori gioco Sorato, la memoria del telefono del manager restituisce l'evidenza di un sms inviato da Bonifazi. «Mi sono mosso. Vorrei fare approfondimenti con te e alcuni miei parlamentari veneti. Dammi una data». Questo il testo del messaggio inviato dal tesoriere Pd. Secondo quanto emerge dai documenti giudiziari, a facilitare i contatti del manager di Vicenza con il giro renziano sarebbe stato anche Marco Bassilichi, imprenditore toscano, anche lui targato Giglio magico. L'azienda di Bassilichi vende servizi digitali destinati tra l'altro agli istituti di credito e da qui nascono i rapporti con Sorato, con cui sono decine i contatti registrati dal telefono del banchiere. L'uomo d'affari renziano torna utile, però, anche per aprirsi un varco verso i vertici del Pd. Il 3 marzo del 2015 Bassilichi scrive all'amico Sorato: «Buongiorno Samuele, ieri sera ho cenato con Gabriele (Beni) che ti sta cercando per Luca L. Chiamalo perché Luca ti incontra...». Gabriele Beni è un imprenditore calzaturiero toscano, amico del segretario del Pd. Il "Luca L." citato nel messaggio corrisponde invece con ogni probabilità a Luca Lotti, anche lui esponente del Giglio Magico e sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Renzi. Ci fu quell'incontro promosso da Bassilichi? L'agenda non lo dice. Due mesi dopo Sorato lascia la Popolare di Vicenza e i messaggi dei renziani diminuiscono fino a scomparire.

Zonin torna in banca. Accolto con tutti gli onori e riaccompagnato con l'auto aziendale. L'ex presidente della Popolare di Vicenza, indagato dalla magistratura, ha fatto visita alla controllata siciliana dell'istituto. Ha avuto un lungo colloquio con il direttore generale, che ha messo a disposizione un autista. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 05 luglio 2016. Dove sta Zonin? L'ex gran capo della Popolare di Vicenza è da mesi al centro di un frenetico “Chi l'ha visto?”. Con la banca travolta dalle perdite e un esercito di azionisti grandi e piccoli che hanno perso per intero il loro investimento, Gianni Zonin è sparito dalla circolazione. Nessuna apparizione pubblica. Nessun incontro. Niente di niente, almeno dall'autunno scorso. Scelta comprensibile, dal suo punto di vista. Se non fosse che l'anziano banchiere, classe 1938, indagato per aggiotaggio e ostacolo alla Vigilanza, di recente ha pensato bene di farsi vedere a Palermo, nella sede di Banca Nuova, controllata dalla Popolare di Vicenza. Circondato dagli sguardi sbalorditi di alcuni dipendenti, Zonin è stato ricevuto da Adriano Cauduro, direttore generale dell'istituto palermitano. Dopo un lungo colloquio, durato almeno un paio di ore, l'inatteso ospite, raccontano alcuni testimoni, è stato prelevato da un'auto blu con autista. «Una vettura aziendale», sostengono fonti interne alla banca. Un pacchetto tutto compreso, quindi: incontro al vertice e passaggio in macchina per l'ex padre padrone della banca travolta da 6 miliardi di perdite. La visita a Palermo risale al primo giugno e da allora in Banca Nuova non si parla d'altro. Su un totale di circa 116 mila azionisti, sono circa 7 mila i risparmiatori siciliani che hanno visto andare in fumo il loro investimento in azioni Popolare Vicenza e di questi almeno 300 lavorano a Banca Nuova. Come dire che quasi la metà dei 700 dipendenti hanno perso denaro, a volte tutti i risparmi, nel gran falò dell'istituto vicentino. Logico allora che l'improvvisa apparizione a Palermo dell'ex presidente sia stata accolta con una certa sorpresa. Così come il lungo colloquio con il direttore generale. Va detto che Zonin è di casa in Sicilia, dove possiede una grande tenuta (Principi di Butera) non lontano da Caltanissetta. Cauduro conosce bene il banchiere vicentino. L'attuale numero uno di Banca Nuova, di origini venete, è approdato a Banca Nuova nel gennaio dell'anno scorso dopo una carriera di 15 anni interna alla Popolare di Vicenza fino all'incarico di vicedirettore generale raggiunto nel 2011. Quattro anni dopo, quando l'istituto veneto cominciò a franare, Cauduro fu l'unico dei quattro top manager di vertice a conservare la poltrona. Perse invece il posto il consigliere delegato Samuele Sorato insieme agli altri due vice direttori generali Emanuele Giustini e Andrea Piazzetta, tutti indagati insieme a Zonin nell'inchiesta della procura di Vicenza sulla catastrofica gestione della banca. Giovedì prossimo è in programma l'assemblea che dovrà nominare il nuovo consiglio di amministrazione di Popolare Vicenza, un board designato per intero dal fondo Atlante, socio rimasto in campo col 99 per cento delle azioni dopo l'aumento di capitale di fine aprile. Come amministratore delegato è prevista la riconferma di Francesco Iorio, il manager che ha guidato la la banca nella fase dell'emergenza, a partire dall'estate 2015. La causa per risarcimento danni verso Zonin difficilmente potrà invece partire prima dell'autunno. Intanto, a giugno, l'ex presidente ha girato ai tre figli le sue azioni della casa vinicola di famiglia.

·         Grandi evasori e politici corrotti: ecco la lista veneta.

Grandi evasori e politici corrotti: ecco la lista veneta. Dalle tangenti del Mose ai conti esteri: scoperte oltre 200 offshore con più di 250 milioni nascosti dal fisco da imprenditori del nordest Paolo Biondani e Leo Sisti il 26 aprile 2019 su L'Espresso. Si chiama “lista De Boccard”. Dal computer del professionista svizzero Bruno De Boccard, sequestrato dai magistrati della Procura di Venezia, è emerso un elenco di dozzine di imprenditori, soprattutto veneti, protagonisti di una colossale evasione fiscale, celata all’ombra del super condono targato Berlusconi del 2009-2010. Un fiume di denaro di “oltre 250 milioni di euro”, finora mai completamente ricostruito, dove si mescolano le tangenti ai politici e i fondi neri degli stessi clienti. Soldi nascosti in scatole di scarpe. Pacchi di banconote consegnati ad anonimi autisti autostradali, in grandi alberghi o studi di commercialisti. Lo rivela L’Espresso in edicola domenica 28 aprile e  in anteprima online su Espresso+ . L’indagine della Guardia di Finanza, nata sulla scia dello scandalo del Mose di Venezia, ha già portato al sequestro di oltre 12 milioni di euro. E ha fatto scoprire un traffico di tangenti per 1,5 milioni nascoste prima in Svizzera e poi in Croazia da una prestanome di Giancarlo Galan, ex governatore veneto e ministro di Forza Italia, già condannato per le maxicorruzioni del Mose. Questa nuova indagine ha fatto emergere anche una serie di documenti informatici con i dati di centinaia di società offshore utilizzate da politici e imprenditori per nascondere nei paradisi fiscali più di 250 milioni di euro. Molti casi di evasione sono stati però cancellati dalla prescrizione o dallo scudo fiscale. Secondo L’Espresso, il “re delle valigie” Giovanni Roncato ha ammesso di aver rimpatriato, grazie proprio allo scudo, 13,5 milioni di euro, detenuti all’estero e accumulati in passato “in seguito a minacce rivoltemi da un’organizzazione malavitosa…la Mala del Brenta…nel periodo in cui la banda di Felice Maniero operava molti sequestri di persona”. Ed ecco partire il carosello del denaro, affidato a “malavitosi ignoti, in due occasioni, circa 200 milioni di lire alla volta, in contanti, al casello di Padova Ovest”. Si chiama Alba Asset Inc, la offshore spuntata nei file di De Boccard, creati insieme al suo boss, il nobile italo-elvetico Filippo San Germano d’Aglié, nipote della regina del Belgio. Un altro nome eccellente che compare nell’inchiesta ribattezzata Padova Papers, germinazione dei più famosi Panama Papers, è quello di René Caovilla, titolare di un famoso marchio di scarpe, e boutique in tutto il mondo. Anche lui, al quale faceva capo la offshore Serena Investors, riporta L’Espresso, si è avvalso dello scudo fiscale, facendo rientrare in Italia 2,2 milioni di euro, “somme non regolarizzate affidate a professionisti operanti con l’estero al fine di depositarle in Svizzera”. Anche tre commercialisti di uno affermato studio di Padova, giù emersi nelle vicende del Mose, entrano qui in scena come presunti organizzatori del riciclaggio di denaro nero: Paolo Venuti, Guido e Christian Penso. Tutti collegati al duo San Germano-De Boccard, punti di riferimento di proprietari di hotel, fabbriche di scarpe, imprese di costruzioni e, ancora, big delle calzature. Come Damiano Pipinato, che attiva lo spostamento dei soldi attraverso proprio Guido Penso: “Lui mi telefonava e, in codice, mi chiedeva se avessi due o tre campioni di scarpe. Io sapevo che mi stava chiedendo 100, 200 o 300 mila euro da portare fuori…Io predisponevo il contante all’interno di una scatola di cartone, in un sacchetto, e lo portavo in macchina nel suo studio a Padova”. Il dottor Penso non contava il denaro, si fidava, si accontentava della cifra indicata da Pipinato e “rilasciava un post-it manoscritto, con data e importo. Dopo qualche giorno mi esibiva l’estratto di un conto corrente con la cifra da me versata. A quel punto il post-it veniva stracciato”. Pipinato ha confessato di aver esportato all’estero 33 milioni di euro: 25 in Svizzera, 8 a Dubai.

·         Tangenti Mose: il tesoro di Galan.

ECCO COME FINISCONO IN ITALIA LE GRANDI OPERE. Fil. Man. per “Libero quotidiano” il 12 luglio 2019. Il Mose. La grande opera che dovrebbe finalmente salvare Venezia. Evitare che l'acqua del mare la inondi. Semplificando, un complesso sistema di paratìe allestito ai margini della Laguna in grado di alzarsi alla bisogna, e dunque di formare una barriera per l'acqua. Se ne parla da tempo immemorabile, i lavori sono iniziati nel 2003 - dunque quindici anni fa. Fra ritardi, bandi andati a vuoto e inchieste che hanno smascherato corruzione e malaffare intorno agli appalti relativi all' opera - e soprattutto riguardanti il materiale fornito per la sua realizzazione - ancora non è entrata in funzione. Eppure, già ha necessità d' essere riparata. Un paradosso all' italiana. Succede infatti che le cerniere che, in sostanza, permettono l' innalzamento e l' abbassamento delle paratìe, siano ormai deteriorate. Piene di ruggine. Al punto che, costate ben 250 milioni nel 2010, hanno bisogno di essere risistemate. Cosa che, secondo quanto riportato dal Gazzettino, richiederebbe altri 34 milioni per approntare una gara di appalto per rifarle, e soprattutto studiare un sistema che le renda indistruttibili sott' acqua, dunque utilizzando altri materiali. Pensare che, quando furono realizzati e inseriti nella struttura, s' era detto che sarebbero durati cent' anni. In questo senso, è illuminante la relazione del Registro Navale Italiano (Rina), che nel settembre 2018 rispose proprio alle domande sulla durata delle cerniere: «Sulla base dei calcoli eseguiti - quella la valutazione finale - si ricava che gli steli di Treporti non sono in grado di garantire la vita operativa richiesta di 100 anni in nessuno degli scenari ipotizzati. In particolare, il contributo preponderante all' avanzamento dei difetti iniziali è dovuto alla corrosione». Ci si chiede a questo punto che tipo di analisi siano state fatte all' inizio. Ma forse le inchieste giudiziarie hanno fornito la risposta. Resta il fatto che il Mose - la cui realizzazione è gestita dal Consorzio Venezia Nuova, concessionario del ministero delle Infrasrutture - è già costato fino a ora oltre 5 miliardi di euro, una cifra che è inevitabilmente destinata a salire. E costerà intorno agli 80 milioni di euro all' anno per restare in attività ed essere mantenuto in buono stato di funzionamento. Le ultime previsioni parlano dell' entrata in funzione entro la fine del 2021. Ma si sa, a rimandare si fa sempre in tempo

Tangenti Mose, sequestrato il tesoro di Giancarlo Galan. Maxi inchiesta della guardia di finanza: i soldi della corruzione nascosti nei paradisi fiscali insieme al nero di grandi imprenditori veneti. Il blitz all'alba di oggi, scrive Paolo Biondani e Giovanni Tizian il 10 aprile 2019 su L'Espresso. Cercavano le tangenti del Mose di Venezia, nascoste nei paradisi fiscali. E le hanno trovate insieme a un fiume di denaro nero, in mezzo ai conti esteri di piccoli, medi e grandi imprenditori veneti. Dalla laguna di Venezia alla Croazia, da Panama a Dubai, i soldi dei corrotti del Mose sono stati dispersi in mille rivoli. Ma ora un'indagine della Guardia di Finanza è riuscita a far riemergere, per la prima volta, una parte di quel flusso enorme di mazzette. È in corso dalle prime luci dell'alba, infatti, un maxi sequestro di conti e soldi riconducibili in particolare a Giancarlo Galan, il potente politico del Nordest, ex governatore veneto e poi sottosegretario nell'ultimo governo Berlusconi: l’indagato numero uno per le tangenti del Mose, che ha patteggiato una condanna 2 anni e 10 mesi per corruzione continuata. Dopo le dimissioni il commissario straordinario Magistro si confessa con l'Espresso. E svela il sistema delle dighe mobili: costi aggiuntivi, finanziamenti in ritardo e un processo penale che ha colpito solo la punta dell'iceberg. Risultato? L'inaugurazione slitta almeno a fine 2021. Galan è il beneficiario finale del primo tesoretto sequestrato dai giudici di Venezia. Ad essere indagati per il riciclaggio di circa un milione e mezzo di euro sono i professionisti che hanno architettato la fuga dei capitali all'estero, tra cui spicca la moglie del commercialista di fiducia di Galan, Paolo Venuti, che nella maxi inchiesta sul Mose ha patteggiato a sua volta una pena di due anni. In totale, sono stati bloccati più di 12 milioni di euro, appartenenti a diversi presunti evasori fiscali che hanno utilizzato gli stessi canali di riciclaggio. La richiesta della procura di Venezia era molto più alta. L’accusa aveva chiesto al gip di congelare oltre 35 milioni di euro. Il giudice però ha convalidato il sequestro solo per le accuse pienamente provate. Soldi che non riguardano solo la vicenda Galan, ma un più ampio giro di evasione e riciclaggio in cui sono coinvolti commercialisti, imprenditori e grovigli di società offshore che arrivano fino a Panama. Scavando alla ricerca del tesoro nascosto di Galan, infatti, gli investigatori della Guardia di Finanza, guidati dal colonnello Amos Bolis - lo stesso ufficiale cha ha firmato la maxi-inchiesta sul Mose con il pm Stefano Ancillotto - hanno portato alla luce un mondo sommerso, popolato di piccoli, medi e grandi imprenditori che da vent'anni usavano lo studio di due commercialisti, Guido e Christian Penso, per occultare sistematicamente il “nero” nei paradisi fiscali. I Penso, da quanto emerge dall'ordinanza di sequestro, sono due esperti della materia. Il nome del loro studio spunta anche nei Panama Papers , l'inchiesta del consorzio giornalistico internazionale Icij, rappresentato in Italia da L'Espresso. L'inchiesta sul tesoro di Galan ha mosso i primi passi già all'indomani dei 35 arresti del 2014. Il sistema di paratie mobili progettato per salvare Venezia dall'acqua alta - costato finora più di cinque miliardi, ma non ancora in funzione - è stato al centro di uno dei casi di corruzione più eclatanti degli ultimi anni. I meccanismi svelati dalla procura di Venezia insieme al nucleo di polizia tributaria ricordavano molto il malaffare di Tangentopoli. E non solo per le cricche e per le bustarelle, ma anche per alcuni nomi di imprenditori già finiti nel mirino del pool di Mani Pulite. Gli indagati per il reato di riciclaggio del milione e mezzo di Galan sono Paolo e Christian Penso insieme alla moglie di Paolo Venuti, Alessandra Farina. I primi due indagati, secondo l’accusa, «nell'esercizio della professione di commercialisti compivano, in relazione ai proventi illeciti della corruzione consumata da Giancarlo Galan, operazioni dirette ad ostacolarne l'identificazione della provenienza delittuosa ed in particolare acconsentivano ad acquistare le quote dell’azienda Adria Infrastrutture, tramite la società PVP, di cui Guido e Christian Penso detenevano la maggioranza, consapevoli dell'effettiva titolarità in capo a Galan». In pratica, è l'ipotesi degli inquirenti, i professionisti erano dei prestanome dell'ex sottosegretario di Forza Italia. Inoltre, i due commercialisti «consentivano di utilizzare conti correnti esteri nella disponibilità dello studio PVP, gestiti da loro fiduciari, per il trasferimento estero su estero della somma di oltre 1,5 milioni di euro riconducibile a Galan». Tesoretto che veniva poi trasferito su un conto corrente croato, intestato ad Alessandra Farina, moglie dell'amico e commercialista di fiducia del politico, Paolo Venuti. Il conto croato era stato aperto nella filiale di Zagabria della Veneto Banka. Anche Alessandra Farina è sotto inchiesta per riciclaggio: anche lei avrebbe infatti manovrato per nascondere i soldi della corruzione di Galan. Come? Aprendo, appunto, un conto corrente presso la Veneto Banka di Zagabria, sul quale sono stati versati, dopo vari trasferimenti da conti svizzeri (intestati anche alla società Unione fiduciaria di Milano), 1,5 milioni di euro, appunto. Il tesoretto del governatore veneto del Mose. Difficile credere che quel malloppo fosse della signora Farina. Perché, come riporta il gip nell'ordinanza di sequestro, «Farina, di professione insegnante, aveva percepito, negli ultimi dieci anni, stipendi per circa 250.000 euro lordi complessivi, effettuando, al contempo, investimenti finanziari per somme dieci volte superiori, perciò se ne deve ragionevolmente dedurre, nel rispetto dei criteri che presiedono alla valutazione da operare in sede cautelare reale, che trattasi di capitali provento proprio dell'attività delittuosa di Galan». Somme, si legge nell'ordinanza, accumulate a partire dal 2009. E cioè in un'epoca che coincide con «il periodo durante il quale Galan è stato accusato di avere ricevuto ingenti importi relativi alle attività corruttive poste in essere». Le indagini sul tesoro del Mose hanno portato a scoprire una centrale più grande del riciclaggio di fondi neri. In questo filone è di nuovo indagato anche Paolo Venuti, l'amico e commercialista di Galan. Un'inchiesta complessa, con decine di rogatorie chieste in paesi come Svizzera, Principato di Monaco e Indonesia. Paolo e Christian Penso, insieme a Venuti, sono accusati, in particolare, di aver permesso all'imprenditore della Pipinato Calzature, una grande azienda attiva dal 1950 a Padova, di occultare all'estero 33 milioni di euro. Damiano Pipinato, secondo l’accusa, «ha consegnato sistematicamente ingenti somme di denaro a Penso nel suo studio ubicato a Padova», come si legge nell'ordinanza. «Tali somme, che venivano poi impiegate per investimenti in Medio Oriente dalla metà degli anni 2000, originavano dalla reiterata evasione posta in essere dall'imprenditore». Prosegue il gip: «Guido e Christian Penso e Paolo Venuti costituivano una serie di sofisticati strumenti economico finanziari all'estero, e prevalentemente in paesi off-share, al fine di impedire l'identificazione dell'origine delittuosa delle somme trasferite». I 33 milioni, secondo le indagini della Finanza, sono stati usati anche per un investimento immobiliare a Dubai. I Penso hanno usato collaboratori di estrema fiducia per nascondere i profitti di altre decine di aziende venete. Collaboratori di un certo peso. Si tratta di due professionisti residenti in Svizzera: Filippo San Martino e Bruno De Boccard. L'indagine, si legge nell'ordinanza dei giudici di Venezia, «ha consentito di ricondurre all'operato degli indagati la gestione di capitali per un ammontare di circa 250 milioni di euro, ma, ragionevolmente, l'ammontare complessivo degli investimenti è stato di gran lunga superiore». Su questo front internazionale le indagini continuano. Dal Mose di Venezia, ai grattacieli di Dubai, passando per gli uffici di Panama. Una grande rete di riciclatori al servizio dei corrotti del Mose e degli evasori padani.

Il tesoro di Galan e di 15 industriali al nipote dell’ex regina del Belgio. Pubblicato venerdì, 12 aprile 2019 da Andrea Pasqualetto su Corriere.it. Il tesoro dell’ex ministro e governatore del Veneto Giancarlo Galan, ma anche quello del «principe» della valigeria Giovanni Roncato e del calzaturiere dei vip René Coavilla, oltre ai patrimoni di svariati imprenditori e professionisti, immobiliaristi, albergatori, commercialisti. E, al centro, lui: Filippo Manfredi San Martino di San Germano D’Agliè, che nonostante tutto è una sola persona, seppure finanziere, affarista, fiduciario e, soprattutto, nipote dell’ex regina del Belgio Paola di Liegi. Un biglietto da visita capace di conquistare la fiducia di una schiera di facoltosi nordestini che hanno pensato di affidare a lui, sessantaseienne torinese residente in Svizzera, e al suo collega Bruno De Boccard, elvetico di Friburgo, 80 anni, i loro capitali. Lo hanno scoperto gli uomini della Guardia di Finanza di Venezia nel corso di un’indagine per riciclaggio contro sei persone, fra cui appunto San Martino di San Germano e De Boccard, oltre a quel Paolo Venuti già noto alle cronache giudiziarie per essere rimasto coinvolto nella vicenda Mose come commercialista di Galan. Ieri è stata giornata di sequestri (12,3 milioni di euro fra conti correnti, barche e ville), disposti dal giudice David Calabria su richiesta del procuratore aggiunto Stefano Ancilotto, il pm dell’indagine sulla grande opera lagunare. L’inchiesta nasce come costola del procedimento monstre sul Mose e in particolare dalle investigazioni finanziarie sul presunto tesoro di Galan, che aveva chiuso la vicenda patteggiando la corruzione. Seguendo le tracce del suo commercialista, la Finanza ha scovato prima un milione e mezzo di euro affidati dall’ex governatore alla moglie di Venuti, Alessandra Farina (pure lei indagata), e poi tutto il resto. «Dalle intercettazioni è emersa l’esistenza di depositi su conti croati intestati a Farina per conto di Galan. La somma ammonta a 1,5 milioni di euro, parte di una riserva più consistente», scrive la procura nella richiesta di sequestro. In una telefonata intercettata, ecco l’accordo con l’ex governatore e quello, diverso, fra i coniugi Venuti . «Per cui alla fine quelli in Svizzera li tengo io e quelli in Croazia li tiene lui... e con questi mi son già fatto pagare», dice Venuti alla moglie. «Sì, vabbé, e quanti sono i suoi?», chiede Farina. «Un milione e otto, ma non dirglielo neanche, perché lui sa che c’è un milione e mezzo». Farina: «Sono la prestanome, lui vuole che vadano a sua figlia e a sua figlia andranno!». Il denaro parte dalla Banca Intermobiliare Suisse di Lugano intestato a una società di Panama, la Devon Consultans asset, creata attraverso lo studio di consulenza Mossak Fonseca, al centro dello scandalo internazionale dei Panama papers. E finisce alla Veneto Banka di Zagabria, in un conto intestato ad Alessandra Farina, professione insegnante. «Le sue capacità reddituali sono incompatibili con quella somma». Da Galan l’indagine si è estesa a vari imprenditori veneti, che hanno depositato denaro in Svizzera. «San Martino e De Boccard sviluppano attività finanziaria non autorizzata - scrive la procura - Vi è la prova del fatto che l’illecita raccolta sia anche rivolta a ingenti capitali provento di evasione fiscale... Lo fanno in favore di una pletora di imprenditori solo in parte identificati per rogatoria». É la lista De Boccard , un elenco di clienti trovato in Svizzera nel corso di una perquisizione fatta al professionista svizzero e al nipote di Paola di Liegi. Fra gli identificati (una quindicina) Giovanni Roncato, il produttore di valigie. Il quale, sentito dagli inquirenti, ha raccontato qualcosa di sorprendente. «Produco storicamente valigie a Campodarsego e attualmente mi occupo di coltivazioni di riso in Romania... Conosco Filippo San Martino perché anche lui produce riso e siamo diventati amici... Riguardo alle fasi di trasferimento di denaro preciso che io avevo iniziato a tenere i soldi all’estero parecchi anni fa in seguito alle gravi minacce subite da parte di un’organizzazione malavitosa che immaginavo essere la Mala del Brenta». Roncato parla di minacce di morte per i suoi figli e di sequestri di persona. «Queste minacce mi spinsero a consegnare all’epoca cospicue somme di denaro a malavitosi ignoti: si trattava di circa 200 milioni di lire alla volta, con consegne in contanti al casello di Padova Ovest. Sono fatti che non ho mai denunciato perché temevo per i miei figli, allora piccoli».

Settore molto rappresentato nella «lista De Boccard» quello dei calzaturieri: Filippo e Ignazio Baldan, Vittorino Pamio e uno dei massimi produttori di scarpe di lusso: Renè Caovilla, che ha riconosciuto vari versamenti in Svizzera. «Il nome di Filippo di San Germano non mi è nuovo. Credo di averlo conosciuto in Italia ma lo lego a operazioni che avvenivano in Svizzera. Il nominativo Serena (la lista De Boccard associa il nominativo di Caovilla alla Serena investors, ndr) di preciso non lo ricordo. Ritengo si tratti di somme non regolarizzate all’origine, che venivano affidate a professionisti operanti con l’estero al fine di depositarle in Svizzera. Certamente tutto l’importo è stato oggetto di scudo fiscale nel 2009, strumento da me usato per rimpatriare tutte le posizioni estere». Della lista fanno parte gli immobiliaristi Flavio e Mattia Campagnaro, Sergio Marangon, Roberto e Luca Frasson , l’imprenditore agricolo Primo Faccia, quello dei videogiochi Maura Mastrella, gli albergatori Odino Polo, Mariarosa e Stefano Bernardi e Giovanni Gottardo. A tutti De Boccard associava dei nomi di società o di fantasia. «Ci siamo ritrovati in banca con un professionista svizzero di nome Filippo, del quale non ricordo il cognome in quanto lungo e complesso - ha raccontato Marangon - Grazie a lui vennero costituite le società e di conseguenza aperti i conti. Mi assegnarono il nomignolo di Muflone che avrei dovuto utilizzare per ogni contatto futuro. Io chiamavo un numero telefonico svizzero e dicevo Muflone aggiungendo che avrei dovuto effettuare una consegna. Concordavo un appuntamento, sempre al vecchio casello di Dolo. L’uomo che ritirava si presentava con un Audi Sw scura svizzera. Con lui non c’era dialogo, non so nemmeno come si chiamasse. Talvolta gli davo il denaro dal finestrino.... Con Filippo concordammo che la persona che ritirava la consegna avrebbe ricevuto l’1% della somma a titolo di compenso». Consegne di denaro, uomini misteriosi, depositi in Svizzera. Così funzionava per questi imprenditori veneti. Che, bisogna sottolinearlo, non sono indagati. Il motivo? «Un po’ perché hanno aderito tutti allo scudo fiscale e un po’ perché i reati sono stati prescritti», spiegano gli inquirenti.  Diversi casi di De Baccard, San Martino, i coniugi Venuti e altri due intermediari. Per loro perquisizioni, sequestri e la pesante accusa di riciclaggio.

·         Morti resuscitati e favori in Regione.

Morti resuscitati e favori in Regione: l’istituto di medicina legale di Padova nella bufera. E poi provette sparite, cocainomani assolti, possibili conflitti d'interesse. Sotto accusa l’istituto di autopsie e analisi cliniche più famoso d’Italia, scrive Andrea Tornago il 29 marzo 2019 su L'espresso. Perizie contestate, vivi fatti passare per morti, analisi fantasma per restituire la patente a cocainomani, pacemaker spariti. L’istituto di medicina legale di Padova, punto di riferimento per le autopsie e le consulenze tecniche di procure e tribunali di mezza Italia, sta precipitando in un vortice di scandali e inchieste giudiziarie. Da più di un anno la scuola di medicina forense, fiore all’occhiello della città del Santo, è nominata con imbarazzo negli uffici della procura di Padova, che con i medici legali e i tossicologi dell’università che fu di Galileo lavora a braccetto da sempre. Il direttore della medicina legale, Massimo Montisci, è indagato dai pm veneti con l’accusa di aver aggiustato gli esami che avrebbero consentito a due imprenditori, risultati positivi alla cocaina, di riottenere la patente. Le perquisizioni sono scattate il 18 luglio scorso, pochi giorni dopo una segnalazione proveniente dall’interno dell’istituto: nel registro informatico in cui vengono inseriti i risultati dei test di controllo - cruciali per la commissione patenti, chiamata a decidere se riammettere gli automobilisti alla guida oppure no - i due imprenditori risultano puliti, ma non c’è traccia dei certificati delle loro analisi. E non si trovano neppure i campioni delle urine e dei capelli che dovrebbero essere conservati nel laboratorio. Gli inquirenti sequestrano i registri e i computer della tossicologia forense e scoprono che, per i due presunti consumatori di cocaina, è stata utilizzata una procedura speciale, in grado di sfuggire a ogni verifica e agli standard di tracciabilità. L’accusa ipotizza uno stratagemma degno di un racconto noir: quelle analisi sarebbero transitate sul canale parallelo, utilizzato per gli esami sui cadaveri, dove la semplice sigla “dec” (“deceduti”), inserita accanto ai nomi degli interessati, era in grado di tenere riservati i relativi certificati e referti medici.

Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera” l'1 marzo 2019.  Parla a fatica, tace, prende fiato: «Sono tornato poco fa da un piccolo intervento chirurgico, mi rimane ancora qualcosina...». Anche ieri l'ex poliziotto Maurizio Cesarotto è andato all' ospedale per via di un malanno legato a quelle pallottole. Era il 20 aprile 1993, una banda di rapinatori vicina alla Mala del Brenta assalta la filiale della Banca Popolare di Vicenza di Olmo di Creazzo. Una Volante passa casualmente davanti all'istituto, gli agenti si accorgono che qualcosa non va, si fermano, scendono ed è l'inferno. Colpi di pistola, raffiche di kalashnikov, sangue. Cadono a terra Loris Gazzon e Cesarotto. Il primo muore, il secondo ha un proiettile nella spina dorsale e perde l'uso delle gambe. Da allora Cesarotto vive in sedia a rotelle. A sparargli fu il «palo» della banda, Ennio Rigato detto Neno, uno che non andava mai per il sottile. Fedina penale nerissima: 67 rapine con la banda della Parrucca rossa, che lo stesso boss Felice Maniero (cognato di Rigato per aver sposato in prime nozze la sorella) considerava poco affidabile. Perché «Neno» aveva il grilletto facile e gli assalti finivano spesso nel sangue. Condannato a trent' anni, uscirà dal carcere domenica prossima. «Andrà al mare, immagino», s'indigna Cesarotto, che oggi ha 56 anni e abita da solo a Mestrino, alle porte di Padova. L'ex agente ha un figlio, nato proprio 12 giorni prima della tragica rapina. Non è riuscito a fargli da padre, dice. «Oggi fa il poliziotto anche lui, mentre con mia moglie è finita subito. Quando succedono fatti del genere, la famiglia o si rafforza o si disfa. A me è toccato il secondo caso. Chiedo scusa se parlo al rallentatore ma ho qualche problema». In 26 anni ha subito una ventina di interventi. Gli hanno tolto la milza, un pezzo di rene, è entrato mille volte in ospedale. Un calvario. «I dolori non finiscono mai e sento che pian piano peggioro». Non accetta la libertà del suo carnefice. «Lui esce e io sono prigioniero di questa carrozzina e di tutti questi malanni. È giustizia?». Va detto che Rigato la galera se l'è fatta, 23 anni per una condanna di 30 scontata dai benefici di legge: per l'indulto e per la liberazione anticipata grazie alla buona condotta (45 giorni ogni sei mesi). «E la certezza della pena? E Loris che è stato ucciso? E sua moglie e sua figlia?». E lui? «È stata dura, sì. Perché c' è poco da fare, purtroppo quando sei in carrozzina ti usano come portacenere». Quel giorno con «Neno» c' erano suo fratello Massimo, Stefano Ghiro e Pasqualino Crosta, che poi si è pentito e l'ha incastrato. «Chi prese l'iniziativa di sparare a Creazzo? Semplice: io, Massimo Rigato e Ghiro eravamo all' interno della banca - ha confessato Crosta nel 1996 ai magistrati dell'Antimafia di Venezia -. A far da palo c'era Neno. Il kalashnikov lo usava a sempre e solo lui: bisognava mirare e lui aveva un occhio solo». «Neno» sparò. Nonostante i tre agenti avessero abbassato le armi per via degli ostaggi usati come scudo dai malviventi. «"Fermi non si spara, andate pure", abbiamo detto. È successo invece che quello con il kalashnikov ha preso me e poi Loris ed è salito in auto ridendo: "ghe ne go secà do"». «Ne ho presi due». Caricarono il denaro e sgommarono. Bottino, 40 milioni di lire. Non può dimenticare, l'ex agente. La sedia a rotelle, la sofferenza, la solitudine. Ieri è andato a Padova per l'ultimo intervento. È entrato e uscito dall' ospedale. Senza sapere che proprio lì oggi lavora Massimo Rigato della vecchia banda. «A volte vorrei finirla qui...».

·         Nessuno tocchi il carcere della Giudecca.

Nessuno tocchi il carcere della Giudecca. Comunicato l’osservatorio carceri dell’Unione della camere penali per una bozza dopo l’ispezione disposta dal Dap, alla Giudecca, scrive Damiano Aliprandi il 3 Marzo 2019 su Il Dubbio. «Nessuno tocchi la Giudecca!», scrivono in un comunicato l’osservatorio carceri dell’Unione della camere penali in merito alla presunta esistenza di una bozza scaturita dopo l’ ispezione disposta dal Dap, all’interno dell’istituto femminile veneziano della Giudecca, dall’ 11 al 14 febbraio, per acquisire notizie utili a chiarire il tragico epilogo dell’agente di polizia penitenziaria Maria Teresa Trovato, detta “Sissy”, ferita a morte da un colpo di pistola esploso all’interno dell’ascensore dell’Ospedale Civile di Venezia, l’ 1 novembre del 2016 e deceduta, dopo oltre due anni di coma, il 12 gennaio di quest’anno. «Abbiamo preparato questo comunicato – spiega a Il Dubbio l’avvocato Gianpaolo Catanzariti, responsabile dell’osservatorio carcere delle Camere penali – dopo che il Gazzettino ha pubblicato la bozza». L’avvocato delle Camere penali spiega che tale provvedimento sarebbe scaturito da una vicenda singolare. «Un parlamentare di Forza Italia – racconta Catanzariti – fa un’interpellanza urgente sulle indagini sul presunto suicidio della giovane agente penitenziaria Sissy Trovato Mazza». Una interpellanza che chiedeva però l’opportunità di verificare «se vi siano stati profili di incompatibilità – si legge nell’interpellanza a firma dei parlamentari Francesco Cannizzaro e Roberto Occhiuto – nella conduzione delle indagini da parte della procura di Venezia». Quindi, nessuna richiesta di agire nei confronti del trattamento penitenziario per le detenute, le quali non hanno nessuna colpa rispetto all’evento tragico che ha colpito la giovane. «Due giorni dopo l’interpellanza – spiega l’avvocato Catanzariti – risponde il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi, dicendo che l’ispezione non sarà in procura per verificare la presunta incompatibilità, ma nel carcere». In effetti si legge nella risposta del sottosegretario che il Dap aveva disposto una ispezione e «l’equipe ispettiva delegata – ha enunciato Ferraresi – ha ricevuto l’incarico di espletare tutti gli accertamenti necessari, diretti, in particolare alla ricostruzione delle relazioni intercorrenti tra l’agente Trovato e il contesto organizzativo e gestionale del penitenziario, nonché di verificare i presupposti e gli esiti dei procedimenti disciplinari cui risultava sottoposta la Trovato ed ogni altra circostanza utile riconducibile all’agente penitenziario in relazione all’ambiente di lavoro». Quindi, anche dalla risposta, emerge comunque che la visita non sarebbe mirata a colpire le detenute in generale, ma nel ricercare un fatto circoscritto all’ambiente di lavoro. Ma poi è spuntata questa presunta bozza che il Gazzettino ha reso pubblica. Sarebbero quattro i maxi- punti che attraverso “consigli o prescrizioni” per la futura gestione del penitenziario della Giudecca, riassumono l’esito della visita della Commissione ministeriale. Tra i punti salienti, per i commissari, ci sarebbe la cancellazione della “sorveglianza dinamica”, cioè del fatto che le agenti possano camminare in mezzo alle detenute negli spazi di socialità. Il provvedimento prescritto dalla Commissione, si sarebbe spinto a regolamentare anche le differenze tra quante lavorano all’esterno e nelle vicinanze delle mura di cinta del carcere, da chi non esce mai o presta servizio in cucina: chi è impiegata nella lavanderia e nell’orto del carcere – che potrebbe venire in contatto con il mondo esterno – dovrà dormire in un reparto creato ad hoc. Trattamento identico a chi lavora all’esterno del carcere e già dorme nella zona cosiddetta dei semiliberi, secondo quanto previsto dal regolamento carcerario per il lavoro esterno. L’obiettivo? Azzerare il più possibile i contatti tra l’esterno e l’interno della Giudecca. Anche per questo sarebbe stata tolta alle detenute la possibilità di rivolgersi alla cooperativa Granello di Senape per gli acquisti all’esterno. Semaforo rosso, poi, anche per la tintura dei capelli. «Tutto ciò, oltre che paradossale, ci appare inaccettabile!», scrivono nel comunicato gli avvocati Gianpaolo Catanzariti e Riccardo Polidoro dell’osservatorio carceri delle camere penali. «L’istituto femminile di Venezia – sottolineano i penalisti – si è sempre distinto come esempio paradigmatico sulla via della attuazione di quel finalismo rieducativo della pena evidenziato dall’art. 27 della Carta costituzionale e per questo – concludono – ci sembra del tutto illogico che si possa pensare di sostituire i ponti creati, negli anni, tra la civiltà e la detenzione con dei muri insormontabili come quelli proposti dalla commissione d’inchiesta».

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Milano nelle canzoni.

Milano nelle canzoni: un sondaggio per scegliere quella più bella. Dalla, Gaber, Jannacci, Remigi, poi Vecchioni e Fortis e la generazione di mezzo, Afterhours, Carboni, Articolo 31. Fino a The Giornalisti, Calcutta e Ghali: quante sono le canzoni dedicate a Milano? Oriana Liso il 19 agosto 2019 su La Repubblica. Canzoni dedicate a Milano? Impossibile contarle tutte. Tra quelle che hanno la parola 'Milano' nel titolo e quelle che la citano - o citano quartieri precisi della città - nel testo, sono tantissime. Scritte e interpretate da milanesi ma anche da cantanti "stranieri" che Milano la amano e la odiano. E se il 'Milano vicino all'Europa' di Lucio Dalla è un verso citato spessissimo ancora oggi, quando si parla di canzoni su Milano i nomi di Enzo Jannacci e Giorgio Gaber sono tra i primi che vengono in mente, assieme a quello di Roberto Vecchioni, con le sue "luci a San Siro" e di Alberto Fortis, che cantava i suoi "quadri grigi e i suoi cortei" e diceva a Vincenzo che vivendo a Roma che poteva saperne, di Milano.

Alberto Fortis - Milano e Vincenzo

Enzo Jannacci - Vincenzina e la fabbrica, Ma mi

Baustelle - Un romantico a Milano

Lucio Dalla - Milano

The Giornalisti - Milano Roma

Roberto Vecchioni - Luci a San Siro

Calcutta - Milano

Afterhours - Milano circonvallazione esterna

Memo Remigi - Innamorati a Milano

Articolo 31 - Milano Milano

·         Ecco, è Milano.

Maria Salti, l’ultima lavandaia del vicolo sul Naviglio Grande. Pubblicato mercoledì, 27 novembre 2019 su Corriere.it da Elvira Serra. La donna, 96 anni, faceva la magliaia, ma lavava i panni nel «fossetto» con le altre: «Cantavamo sempre i canti tradizionali. Da allora i panni mai più così puliti». Maria Teresa Salti, per tutti «la Maria», parla con un filo di voce, ma si fa intendere benissimo dal figlio settantenne quando gli chiede dove ha lasciato la giacchetta. «L’ho messa sulla sedia per tenere il posto, ma il portafogli me lo sono portato dietro», le risponde lui nell’ufficio della residenza Anni Azzurri Navigli di Milano dove ci incontriamo di pomeriggio, la mamma sorridente e ben coperta, avvolta in uno scialle blu elettrico che si è fatta da sola. «Facevo la magliaia, avevo tanto lavoro: mi chiedevano golf, calze, mutande da uomo. Tutti i maglioni di mio figlio li facevo io». Gli ultimi due, in due giorni, risalgono a dieci anni fa, poi si è dovuta arrendere all’artrite. Dal 1947 a giugno, quando è stata male e si è dovuta trasferire in questa struttura dove paga la retta con i suoi risparmi di una vita («Mi raccomando, lo scriva, perché questi sono tutti soldi di mia madre», insiste con orgoglio Claudio Ripoldi), abitava al numero 6 di vicolo dei Lavandai, al primo piano di una casa a ringhiera del 1520. In affitto da sempre, ultimamente pagava un canone di 320 euro ogni tre mesi, che bilanciava poi con i duecento euro che il condominio le riconosceva per ritirare posta e pacchi. Due locali, bagno nel ballatoio (con il «vantaggio» di usarlo ormai da sola), 27 metri quadrati nel quale hanno vissuto a lungo lei, il marito, il suocero, la cognata e Claudio, quando è arrivato. Anche se il suo mestiere era un altro, fino al 1978 ha lavato i panni nel «fossetto», come tutte le altre lavandaie. «Acquistavamo in drogheria il sapone Sole per i capi bianchi, e il “paltone” per quelli da lavoro. I colorati, invece, li stendevamo su un legno appoggiato sul fossetto. Per la centrifuga c’era il torchio dell’altro cortile», spiega aiutata dal figlio, che quegli anni se li ricorda bene. Racconta: «Nel fossetto ci lavavamo anche noi d’estate, prima non avevamo l’acqua in casa. Erano altri tempi. Ricordo che una volta due famiglie avevano litigato tra loro e non si rivolgevano la parola. Allora una persona, per carnevale, organizzò una festa in cortile con il giradischi e alla fine della serata tutti avevano ballato con tutti e nessuno era più arrabbiato». Era un’altra Milano. In tv, per chi l’aveva, c’erano gli sceneggiati con Alberto Lupo e a Sanremo vinceva Carla Boni. In generale si aiutavano tra loro. «Quando uno scendeva a far la spesa, prendeva sempre qualcosa anche per gli altri», va avanti la Maria. «I figli delle lavandaie la sera riportavano a casa i secchi con i panni lasciati dalle loro madri, che invecchiavano e non avevano più la forza per portarli su da soli», ricorda Claudio. «Io ho trovato il mio lavoro, in una fabbrica di macchine per il caffè, grazie a uno di loro». Lo stesso bagno, uno per piano, lo usavano 21 persone, ma nessuno brontolava. Dice Claudio: «Negli ultimi anni ho convinto mia madre a venire a fare la doccia a casa mia in viale Corsica, due volte alla settimana. Ma per tutti gli altri bisogni ha continuato a usare il bagno esterno, in casa non l’abbiamo mai avuto». La Maria è stata ufficialmente riconosciuta come l’«ultima lavandaia» di Milano un paio d’anni fa dall’Associazione dei Navigli, che le ha regalato una targa e l’ha voluta nel suo calendario. «Le lavandaie le conoscevo tutte, lavavamo piegate in ginocchio e cantavamo le canzoni, La bela la va al fosso, cose così». Canta ancora adesso, quando nella residenza Anni Azzurri c’è il karaoke. Ma i panni, assicura, «non sono più venuti così puliti come allora». Quando la lavatrice non c’era.

Andrea Senesi per il “Corriere della sera - Edizione Milano” il 18 novembre 2019. Più dall' estero che dal Sud, più dalla Brianza che da Napoli, in crescita record da Roma. La città «sanguisuga» raccontata da qualche ministro negli ultimi dieci anni ha attratto 533.210 abitanti «cedendone» in cambio 357.365. La differenza tra «arrivi» e «partenze» è di 175.845 nuovi residenti. Un' indicazione spuria, va detto, e che non tiene per esempio conto di un saldo naturale (la differenza tra nati e morti) che rimane invece stabilmente negativo e di un tasso di fecondità bassissimo. Milano cresce e supera la quota simbolo di 1,4 milioni di residenti grazie alla capacità di attrarre da fuori. Già, ma da dove? La sorpresa è appunto che la città sembra in grado di fare da calamita anche all' estero. Nel 2018 gli iscritti all' anagrafe in arrivo da un paese straniero sono stati 14.444, mentre quest' anno - dati ancora parziali e fermi a ottobre - siamo già vicini a quota 13mila. Prima di attrarre a sé nuovi abitanti da altre regioni, la città fa da richiamo sulla provincia, con più di settemila nuovi arrivi dall' hinterland. Sul podio c' è infine la capitale col dato del 2019, come detto parziale, che è clamoroso: fino a ottobre di quest' anno i romani diventati milanesi sono stati 1.898, a fronte dei 1.591 di tutto il 2018. Milano che recupera abitanti dal circondario, in controtendenza rispetto ai due decenni precedenti, e che attira residenti anche dall' estero e dal Sud. Non stupisce allora che, nella graduatoria delle origini dei nuovi meneghini, dopo Roma si trovino, praticamente appaiate, la Brianza e Napoli. Una provincia lombarda e una del Sud: la classifica prosegue così con una certa regolarità. «Questa città è stata fatta grande nel dopoguerra dall' immigrazione del Sud. Oggi stiamo vendendo un ritorno di tanti giovani dal meridione, che è una cosa buona per noi ma il segno di come questo Paese faccia drammaticamente fatica ad aiutare questi giovani che vengono a Milano», ha detto ieri il sindaco presentando la guida per chi si trasferisce in città. «Ieri - ha aggiunto Beppe Sala - leggevo un articolo del Guardian secondo cui l' 85 per cento dei milanesi non vorrebbe abitare in nessun altro posto. In questi anni Milano ha consolidato il suo percorso. Le università hanno quasi 220mila studenti, le istituzioni culturali sono più solide, c' è un' imprenditoria che cerca costantemente di rinnovarsi e i milanesi sono gente generosa e aperta. La città è insomma ben instradata. Si respira una dimensione internazionale che è quasi irreversibile. Basti dire che a Milano hanno sede 4.300 multinazionali sulle 14 mila totali che operano in Italia». Il passo avanti, secondo Sala, va fatto ora sul tema dell' equità sociale: «Questo è il momento in cui Milano deve dimostrare la capacità di fare qualcosa per gli altri,senza però rallentare la propria crescita». L'assessore all'Urbanistica Pierfrancesco Maran è piacevolmente colpito dai dati provenienti dall' anagrafe. «È impressionante che più di 500mila persone oggi residenti in città non lo fossero dieci anni fa. Questi numeri ci dicono che Milano rappresenta il punto di contatto tra l' Italia e il resto del mondo, visto che le nostre università attraggono un numero sempre crescente di studenti europei». «Ma questi numeri - conclude Maran - ci indicano anche un' altra verità e cioè che la nostra città, per molti giovani italiani, rappresenta l' unica possibile alternativa all' espatrio». Cervelli che non fuggono più. Dopo decenni di decrescita un po' infelice, la prima netta inversione di tendenza negli uffici dell' anagrafe è stata registrata nel 2012: da allora la città è tornata a ripopolarsi, fino appunto alla (ri)conquista simbolica di quota 1,4 milioni. Era la fine di settembre e il sindaco Sala volle festeggiare incontrando di persona il milionequattrocentomillesimo milanese. Un avvocato 31enne originario di Catania, perfetto prototipo del nuovo milanese di questi anni. Una città che cresce, ma che non mette su famiglia nonostante non sia più giovanissima. I single sono più di 400mila, mentre i nuclei composti da più di una persona sono 343.093; di questi, il 47 per cento di due unità, il 27 da tre, il 19 da quattro, il 5 per cento da cinque e via a scalare. Per quanto riguarda le fasce d' età, la più numerosa è quella tra i quaranta e i sessant' anni (31 per cento),seguita dai giovani tra i venti e i quaranta (23 per cento), i residenti tra i sessanta e gli ottanta (20 per cento), i giovanissimi under 20 (17 per cento) e gli over 80 (otto per cento).

Da ilfattoquotidiano.it il 7 novembre 2019. Un poliziotto chino su una donna nuda, un indumento tra le gambe, sdraiata sull’argine del Naviglio. Tre colleghi osservano poco lontano: è morta. È la Milano violenta quella raccontata da La Notte, lo storico quotidiano del pomeriggio che dal 1952 al 1995 ha raccontato la cronaca nera nella città di Francis Turatello, Renato Vallanzasca e Luciano Lutring. Rapine, mitra, fuoriserie, sparatorie con la polizia e bella vita fatta di night club, cocaina e champagne. E poi un giornale che ha immortalato quegli anni con i suoi titoli strillati e tante foto. E sono proprio le foto de La Notte che il fotografo Alan Maglio, il fotoreporter Luca Matarazzo e il giornalista Salvatore Garzillo hanno pubblicato in Ultima Notizia, edito da Milieu (350 pagine, euro 39). Oltre 300 immagini, in maggioranza inedite, per ricostruire quell’epoca di violenza,con il contributo di giornalisti e fotografi che hanno lavorato per La Notte. Il libro nasce come progetto di ricerca nel 2017, ed esce come saggio su progetto grafico del designer Beppe Del Greco. Con il sostegno professionale di archivisti e altri collaboratori, l’indagine attraversa diversi fondi di conservazione che riguardano il quotidiano milanese. Presso il Centro Apice, che raccoglie i fondi bibliotecari più pregiati acquisiti dell’Università degli Studi di Milano, i tre autori hanno modo di studiare una parte significativa della produzione fotografica direttamente dai negativi realizzati dai fotoreporter de La Notte. Su un totale di circa 150mila negativi vengono visionati quelli appartenenti alla sezione “Delitti”, circa 13mila. La suddivisione del materiale in categorie quali “Aggressioni e ferimenti”, “Rapine”, “Prostituzione”, “Droga”, “Incidenti”, “Reati Vari” è la stessa creata dai fotografi di redazione. I negativi sono archiviati in piccole buste di carta, sulle quali sono dattiloscritti il titolo del fatto di cronaca, la data e il luogo, i nomi dei protagonisti. La selezione si concentra sui casi meno noti al grande pubblico, nel tentativo di valorizzare specifiche immagini che raccontano la quotidianità dei tempi. L’aspetto di luoghi e persone racconta i cambiamenti sociali del tessuto cittadino di Milano, attraverso decenni di grande e continua trasformazione urbanistica. Grazie alla stretta collaborazione con le forze dell’ordine, i fotoreporter dell’epoca raccontano i fatti in un modo diretto e spesso senza filtri, pur restando poco conosciuti o addirittura non citati come autori delle immagini. Le ricerche permettono, attraverso una serie di fortunati incontri con cronisti e direttori del quotidiano, di ricostruire la formazione della squadra di fotografi interni alla redazione: Eugenio Barbera, Bruno Benedusi, Osvaldo Ossola, Roberto Spiga e Dante Valenza. Oltre a loro è da segnalare la presenza di alcuni fotografi esterni che collaboravano con il quotidiano attraverso le agenzie fotografiche. Vengono anche setacciate le pagine del quotidiano presso la Biblioteca Sormani di Milano, che conserva copia su microfilm di numerose annate de La Notte, e parallelamente l’archivio della famiglia Nutrizio, che mette a disposizione in formato cartaceo tutti i numeri del giornale rilegati in semestri. In questo modo, è possibile fare un importante raffronto tra la produzione originale dei reporter e il materiale effettivamente andato in stampa, con eventuali tagli di inquadratura e ritocco manuale sulle immagini al fine di adattarsi alle pagine cartacee. Le testimonianze dirette di alcuni protagonisti permettono di dare forma al contesto giornalistico in cui La Notte ha conosciuto le sue fortune. Un mondo passato che ha messo le basi per quello presente. Il libro è stato presentato il 6 novembre alla stampa, alla presenza dei curatori del volume, di Cesare Giuzzi (Corriere della Sera) e del Prefetto di Milano Renato Saccone. Sarò presentato presentato 7 novembre (h 18.00) alla Libreria Hoepli di Milano e, nell’ambito di Book City, il 15 novembre (h 18.30) presso il Circolo Arci Bellezza di Milano.

Oh bej Oh bej, la nostalgia: e se tornassero a Sant’Ambrogio? Pubblicato domenica, 10 novembre 2019 da Corriere.it. Nel 2023, quando saranno finiti i cantieri della M4, si potrebbe ridare spazio ai banchi della tradizione sotto la basilica del Patrono. L’odore è rimasto quello delle caldarroste. Al limite quello dello zucchero filato. Molto però nel mondo degli Oh bej! Oh bej! è cambiato. Certo, il rito più sentito dai milanesi continua a compiersi ogni anno, dal 5 all’8 dicembre, per celebrare Sant’Ambrogio. Ma dai luoghi alle dimensioni fino alla tipologia di offerta, la fiera si è trasformata, passando dall’animare gli angusti vicoli intorno alla basilica del Patrono all’ospitare un centinaio di migliaia di persone sparse per i vialoni attorno al Castello Sforzesco, per il resto dell’anno mesti posteggi per bus turistici. Con annesse le critiche dei nostalgici e le proteste dei residenti con vista fortezza. Tanto da spingere il Municipio 1 a una sorta di aut aut per il 2020: «Bisogna trovare un’altra location» gridano dal centro storico, caldeggiando un ritorno al passato impossibile, se immaginato tra le vie Caminadella e Lanzone come una volta, non fosse altro che per i minimi standard di sicurezza oggi richiesti. Pertanto a Palazzo Marino si pensa di rievocare il passato con una fiera nella fiera: un parterre selezionato e a forte impronta tradizionale lungo i vialetti verdi da poco riqualificati sul fianco della piazza Sant’Ambrogio. Anche se, precisano dal Comune, «bisognerà aspettare la fine dei cantieri M4». Le origini della fiera risalgono al Trecento. Mostarde, castagne infilate in lunghi spaghi, annegate nel vino bianco. Prima in piazza Mercanti, poi dal 1886 all’ombra della basilica di Sant’Ambrogio. Lì rimase per 120 anni. Un dedalo di vie, piccola casbah dove muoversi come sardine secondo corrente e vin brulé. Un formicaio di persone, davanti a centinaia di bancarelle, molte delle quali abusive. Nel 2006, poi, il trasloco in piazza Castello: «Gli Oh bej! Oh bej! non sono una fiera tradizionale, sono un’agorà che si anima» spiega Giacomo Errico, presidente Fiva, gli ambulanti di Confcommercio. È contrario a un ritorno in Sant’Ambrogio: «Idea radical chic: l’evento ormai muove troppe persone». Quello che sarebbe possibile, piuttosto, è una versione ridotta della fiera. «Sono anni che proponiamo location alternative al mercatone del Castello — attacca Fabio Arrigoni, che con il Municipio 1 che presiede, ha chiesto lo sfratto dalla sede attuale: hanno scartato anche l’opzione itinerante, per valorizzare ogni anno un quartiere». «L’alternativa per il 2020 potrebbe essere far convivere una settantina di bancarelle di qualità a Sant’Ambrogio e altre meno tradizionali altrove», aggiunge. Un’idea accolta, ma in parte anche già stoppata da Palazzo Marino: «Prima della fine dei cantieri per la M4 (dal 2023, ndr), non se ne parla. Poi, nessun problema a valutare la location, ma al massimo per 30 stand». Resta il tema della logistica. La fiera degli Oh bej! Oh bej! negli ultimi anni ha puntato sul numero chiuso. Ai tempi di Sant’Ambrogio si stringevano più di 500 bancarelle. A furia di allargare il giro ormai si vendeva di tutto: biancheria intima, scarpe. Niente a che fare con la storia degli Oh bej!. E così si era tornati a dolci, giocattoli, rigattieri e «presepari». «Privilegiare l’aspetto gastronomico — , protesta Marco Bozzi, uno dei tanti residenti arrabbiati — trasforma la fiera in un ristorante a cielo aperto. Chi abita qui cerca di scappare da Milano durante questi quattro giorni». Quest’anno delle 522 domande arrivate, 355 sono state accolte, seguendo il criterio dell’anzianità rispetto all’evento. Un sorteggio ha assegnato le mattonelle intorno al Castello. «Faccio fiere in tutta Italia, ma gli Oh bej! hanno un fascino unico. Attrae tanti bambini come è giusto che sia a un evento pre natalizio», conclude Pierluigi Serracapriola, che vende articoli natalizi e cristalleria. Vanta un grande record. Partecipa a tutte le edizioni degli Oh bej! dal 1991. Quelle prima le aveva coperte suo padre. Dal 1970.

Natalia Aspesi per “la Repubblica” l'1 novembre 2019. Con le spalle al sipario, la scenografia dei palchi è di solenne splendore: quattro ordini più una galleria e il loggione, rosso acceso di broccati e velluti, oro a bassorilievi con draghi e volute ed arpe e stemmi, sfolgorio di luci; e quel senso di mistero inquietante che viene dal vuoto, dal silenzio, di un luogo bellissimo destinato alla folla, alla musica, alla storia, a ogni passione. Le fotografie geniali di Giovanni Hänninen nelle ore dei fantasmi (dell' opera) esaltano il racconto immaginario delle sue notti di fasto, vitalità, chiacchiere ed emozioni della mostra Nei palchi della Scala. Storie milanesi al Museo Teatrale (dall' 8 novembre al 20 maggio 2020) diretto da Donatella Brunazzi: dall' inaugurazione del 1778 all' esproprio da parte del Comune negli anni 1920, protagonisti non il mondo della musica e dei suoi divi, ma quello degli spettatori, i palchi che si fanno teatro più del palcoscenico. La mostra curata da Pier Luigi Pizzi, assistente Mattia Palma più una quantità di specialisti, è completata da una mappa digitale in rete dal 7 dicembre (ricerca degli allievi del Conservatorio curata da Franco Pulcini). Guardarsi, farsi guardare, nel gioco delle pareti di specchio, esibire bellezza, ricchezza, potere ma non solo: il teatro è il regno delle signore, il salotto quotidiano dove ricevere gli amici di casta ma anche gli intellettuali, gli illuministi, i patrioti. Nello sfolgorio di migliaia di candele, si affaccia la storia di una nazione che ancora non c' è, il dominio austriaco su Milano, Napoleone che si fa re d' Italia in Duomo, travolto dalla Restaurazione asburgica, il Risorgimento, le Cinque giornate di Milano, e dopo l' Unità, la sanguinosa repressione del 1898 perpetrata dal generale Bava Beccaris; la guerra mondiale senza luci e con i primi raid aerei, gli anni del socialismo e i fasci in azione. Le signore della Scala, dette appunto salonnière , quasi sempre aristocratiche ma anche ballerine, cantanti, caffettiere, diventate mogli di aristocratici, di banchieri e industriali tessili, infine di commercianti arricchiti, hanno per la loro bellezza e intelligenza vite tumultuose, un marito dietro l' altro, vedovanze, annullamenti, celebri amanti, figli fuori dal matrimonio, sono al centro di scontri letterari e artistici, di trame politiche, di sostegno ai rivoluzionari (alcune poi al giovanotto Mussolini); ma riparano i loro eccessi di vivacità e spreco con la beneficenza in vita e lasciando in eredità palazzi, tenute, talvolta tutte le loro vaste ricchezze alle tante istituzioni caritatevoli di Milano: e per esempio la contessa Teresa Giorgi Oppizzoni Paceco, palchettista dal 1844 al 1857, ritratta da Giuseppe Landriani, lascia i suoi averi ai Luoghi Pii Elemosinieri (dall' archivio meraviglioso della storia di Milano oggi di proprietà Golgi- Redaelli). I sensi di colpa delle opulente signore soccorrono l' Ospedale Fatebenefratelli e Sorelle, la Società Edificatrice di Case Operaie, gli Istituti delle Figlie di Carità e dei Bambini Rachitici, la Società per lo Spurgo dei Pozzi Neri, quella dei Sacerdoti Malati per Imbecillità e Demenza, i tanti Rifugi Notturni per i senzatetto, ecc.; un immenso mondo di povertà e abbandono che non ha confini. La mostra alterna i ritratti delle signore che privilegiano Hayez, come la patriota Cristina di Barbiano Belgiojoso Trivulzio o Felicina Caglio Perego di Cremnago, (le signore hanno una quantità di nomi) a quelli dei loro ospiti famosi, spesso amanti come Ugo Foscolo invitato da Antonietta Fagnani Arese. E poi Stendhal, Parini, Verri, Vincenzo Monti. C' è il biglietto di Verdi a Giulio Ricordi, «Casomai un individuo senza guanti si decidesse a venire stasera ci sarebbe un posto nel suo palco?». Il primo ospite del grande palco reale è nel 1778 l'arciduca Ferdinando, figlio dell' imperatrice Maria Teresa d' Austria e governatore della Lombardia, e da allora chi c'è c'è. Nelle gigantografie si affacciano in gran pompa il presidente francese Charles De Gaulle con l' italiano Giovanni Gronchi, la cancelliera Angela Merkel con il premier Romano Prodi e la sindaca Letizia Moratti, Juan Carlos di Spagna solo, la regina Elisabetta II e consorte, e in altra occasione il principe Carlo che applaude accanto a Diana giovanissima con diadema. Manca la storica quanto unica apparizione in un luogo musicale di Berlusconi premier, circondato da suoi pari albanesi o croati (con l'allora consorte Veronica, bellissima e ingioiellata). In compenso, in prima fila in platea, circondato da cardinali musoni, c'è papa Benedetto XVI dai ricciolini bianchi e di bianco vestito. C' è pure il documento fotografico della vocazione all' intrigo passionale dell'opera, cioè una meravigliosa, gioiosa Maria Callas, il corpo sottile fasciato di rasi nel Poliuto di Donizetti (1960), affacciata al palcoscenico a un metro dal palco di proscenio dove Aristotele Onassis si nasconde dietro Grace Kelly e il principe Ranieri. Ritratti, documenti, incisioni, fotografie, giochi da tavolo usati nel foyer, dove anche Alessandro Manzoni giocava d' azzardo, video, persino le tappezzerie di Fornasetti che riproducono i palchi, i disegni di Novello e Brunetta, qualche toilette d' epoca indossate da grandi dame. Il percorso si conclude con un montaggio fotografico a grandezza naturale, lungo una intera parete, ultimo omaggio al potere decorativo delle protagoniste della mondanità spregiudicata e lussuosa del socialismo craxiano, composta da 25 star dei 7 dicembre, abiti lunghi con strascico, pettinature barocche, gioielli, volpi e visoni bianchi: la Begum e Grace Kelly, Elizabeth Taylor e Valentina Cortese, Silvana Pampanini e Evelina Shapira e quella che era da ragazza, tra bellissime, la più bella di Milano, Lina Sotis. C'è molto seduttiva Anna Casati Stampa di Soncino, che nel 1970 sarà uccisa assieme al giovane amante dal marito suicida. E c'è pure Giovanna Borletti Bergonzoni, che nell' inaugurazione dei 1967, tra le prime rivolte studentesche arrivò alla Scala in pagliaccetto, praticamente mutande, stivali alla coscia, il tutto di pizzo bianco, facendo svenire le maschere: non si sa se fu la sua audacia spiritosa o l' anno dopo le uova marce di Mario Capanna, a decretare la fine delle cappe di zibellino e dei diamanti anche tra i capelli nello sfarzo della sera dell'inaugurazione.

Marta Bravi per “il Giornale” il 25 ottobre 2019. Milano come Parigi e Copenaghen. Purtroppo si tratta di un triste paragone giocato sul consumo di cocaina, definito «medio» dai ricercatori dallo Score network, rete di gruppi di ricerca europei nata nel 2010 sotto la guida dell' Istituto Mario Negri e dell' Istituto norvegese con il supporto dello European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction, l' agenzia europea per le tossicodipendenze. In questo caso Milano riveste un primato: milanese è il Mario Negri che ha messo a punto il metodo di rilevazione già nel 2005, considerato oggi un sistema di monitoraggio con valenza scientifica. L' analisi dei metaboliti urinari delle droghe nelle acque reflue, infatti, consente di arrivare a una stima quantitativa dei consumi tra la popolazione. «La metodologia applicata - spiega Ettore (...) (...) Zuccato, dell' Istituto Mario Negri - si è confermata in grado di fornire stime oggettive e dirette dei consumi di droghe a livello di popolazione. Le numerose applicazioni disponibili hanno dimostrato che questo metodo è in grado di fornire regolarmente dati più aggiornati rispetto alle indagini epidemiologiche effettuate a livello nazionale a cadenza annuale o biennale». Dalla ricerca emerge dunque come la cocaina sia la droga più consumata in Italia, in Europa occidentale e del sud - spiccano in questo ambito città come Zurigo, Anversa, Londra e Barcellona - e in Sud America. Sono stati misurati, dal 2011 al 2017, i consumi di cocaina, amfetamina, metanfetamina ed ecstasy in 120 città di 37 Paesi di Europa, Usa, Canada, Sud America e Australia, su una popolazione di 60 milioni di persone. Quanto all'Italia, dove il monitoraggio è stato effettuato principalmente a Milano, «la cocaina - spiega Sara Castiglioni, capo dell' Unità di Biomarker Ambientali del Dipartimento Ambiente e Salute del Mario Negri - è risultata la sostanza più utilizzata tra quelle analizzate, con consumi minori di metanfetamina ed ecstasy e pressochè nulli di amfetamina. Milano - precisa Castiglioni - presenta consumi di cocaina che possiamo definire medi, simili a quelli di Parigi e Copenaghen, inferiori a quelli di Zurigo, Londra e Barcellona. In particolare, il trend di consumo è aumentato dal biennio 2016-2017, dopo un periodo compreso tra il 2011 e il 2015 in cui era rimasto stabile». In pratica: si è passati dalle 8 dosi medie al giorno ogni 1000 abitanti alle 12 contro le 40 dosi di Londra, Zurigo e Barcellona per intenderci. A Milano si viaggia invece sulle 40 dosi giornaliere per mille persone di marijuana. Per quanto riguarda la metanfetamina, sebbene con consumi più contenuti, risulta essere la droga prevalente in alcuni Paesi dell' est Europa (Repubblica Ceca, Slovacchia e Germania dell' est) con consumi molto elevati e in crescita in Usa, Canada e soprattutto Australia. Conosciuta come «Ice», «Shaboo» e «Blue sky» nella forma più pura di cristalli, provocando un effetto simile all' amfetamina, è diffusa soprattutto nel week end. A Milano si è registrato un forte calo tra il 2011 e il 2012, controbilanciato da un aumento dell' assunzione di coca. L' amfetamina, utilizzata in prevalenza in Belgio, Olanda, Germania e alcuni Paesi scandinavi come la Finlandia) non è praticamente diffusa a Milano. Così l' Mdma, ovvero l' ectsasy, vede un picco di consumo nel fine settimana, collegato con le serate nelle discoteche o ai rave, e risulta essere pari a 0,2 dosi giornaliere per mille abitanti, anche se registra un leggero calo dal 2014.

Milano, lo scenario apocalittico in via Frigia. I residenti: «Basta con questo degrado, abbandonati». Pubblicato sabato, 19 ottobre 2019su Corriere.it da Stefano Landi. Dall’«Amazzonia» al deserto. Soltanto macerie dopo anni di progetti. Palazzo Marino: «Studentato con parcheggio». Non è caduta una bomba. Ma questo è il cratere che vede chi si affaccia dai balconi o dalle camere con vista. Uno scenario apocalittico. Una storia antica per i tempi di una metropoli che corre veloce come Milano. Bisogna andare indietro di almeno una decina di anni. Chi doveva riconvertire l’area, in questo inizio di periferia in direzione Sesto, ha avuto problemi con il dilagare della crisi. Non se n’è fatto niente del progetto di edilizia residenziale. Nel frattempo l’area è rimasta dimenticata lì. Almeno era venuto su un bosco di alberi e arbusti. Pioppi, paulonie, alcune andavano su di una quindicina di metri e gli uccellini ci planavano sopra. Solo che il 21 settembre, ironia della sorte, giorno del primo dei due Friday for Future, che apriva una serie di eventi della green week, l’hanno tirato giù. Sono tornate le ruspe per radere al suolo tutto, lasciando qualche resto per terra. «La nostra piccola Amazzonia», l’hanno ribattezzata alcuni residenti. Ora quello che resta è il deserto di via Frigia. E i balconi che si affacciano sono sempre lì. «Il fatto è che non so più a chi rivolgermi per capire che ne sarà di questa zona sotto casa mia, in questo quartiere inquinato, grigio, malato», spiega Sonia Fagioli, impiegata in una rivista, che qui vive da 10 anni, da quando ancora c’erano hangar e capannoni. In un condominio con ingresso su via Breda che affaccia sull’area in questione. «Anni fa fummo noi residenti a chiamare l’Arpa per monitorare la presenza di amianto in questi terreni, il giorno che buttarono giù quelle costruzioni, scatenando oscillazioni tipo mare forza 4», aggiunge Fagioli. «Da almeno sette anni l’area è totalmente incompiuta: quando piove l’acqua ristagna, quanto c’è vento sale la polvere. A pochi passi da qui c’è pure una scuola, l’Istituto comprensivo Calvino», aggiunge Simone Locatelli, presidente commissione verde del Municipio 2, che si è impegnato a seguire la vicenda. Qui in tanti lamentano l’abbruttimento della situazione immobiliare, con sempre più case e capannoni nuovi ma vuoti. Lo dice la gente per strada, lo racconta sui muri Andrea Salpetre, il Banksy del quartiere, con i suoi graffiti. Si chiedono perché così tanti spazi abitativi e lavorativi finiscono per rimanere inutilizzati, favorendo di fatto il degrado urbano. «Altrove il Comune si è speso per valorizzare e investire in aree verdi. Forse sarebbe stato troppo chic per un’area come questa. Noi non siamo NoLo, la parte nobile del municipio 2. La realtà è che ripuliscono solo i quartieri giusti», continua Fagioli. Che insieme ad alcuni abitanti della zona ha iniziato una caccia al tesoro per capire che ne sarà di questo spazio. Le maniche se l’è rimboccate anche l’associazione ViPreGo, sigla che riunisce i tre quartieri Villa San Giovanni, Precotto e Gorla, ma è sempre difficile fare massa critica in un territorio con pochi negozi, locali e praticamente zero vita sociale. «Ho avviato una chat su Facebook con gli uffici comunali e incrociando con quello che ho trovato in Rete deduco che qui nascerà un parcheggio. Ma destinato a chi? Non credo per gli abitanti del quartiere: la zona è piuttosto comoda per chi cerchi posto per auto, motorini e pure per furgoni, camion e tir». Quello che dovrebbe succedere lo spiega meglio il Comune. È un nuovo progetto, gestito da un altro operatore, la società Castello Sgr. Oltre a un parcheggio pubblico in superficie da 50 posti, nascerà uno studentato a prezzi calmierati, in un’area da 10 mila metri quadri. Come, in che ordine e soprattutto quando non si può sapere ancora, dato che manca il via libera sulle convenzioni. Né è all’ordine del giorno una firma. Il problema restano proprio i tempi. Per nulla allineati con il senso di urgenza misto a rassegnazione di chi vive qui. Ormai condannati a tifare per l’unica prospettiva possibile: un cantiere, magari lungo, su questo paesaggio lunare.

Degrado a Milano: in via Ricordi dormono per strada con materasso. Gli abitanti di via Giovanni Ricordi si sono svegliati con uno spettacolo surreale: un materasso sul marciapiede con una coppia che dormiva. Il degrado dilaga vicino piazzale Loreto. Renato Zuccheri, Martedì 27/08/2019, su Il Giornale. Il degrado a Milano non conosce fine. Se ne sono accorti, questa notte, gli abitanti di via Giovanni Ricordi, non lontano da piazzale Loreto, che si sono svegliati all'alba con uno spettacolo a dir poco surreale: due uomini che hanno deciso di portare un materasso sul marciapiede e dormire. Una scena decisamente strana, che ha però ricordato a tutti la situazione in cui vive il capoluogo lombardo. Specialmente l'area vicina a piazzale Loreto. A pochi passi da corso Buenos Aires e poco distante dalla stazione centrale, i residenti devono fare i conti con la prostituzione, che di notte invade gli angoli delle strade, l'accattonaggio, schiamazzi . La scorsa notte, sempre nei pressi di via Porpora, un gruppo di persone - probabilmente prostitute che "lavorano" su quei marciapiedi - hanno inscenato una vera e propria rissa, con tanto di urla che hanno svegliato gli abitanti dei palazzi. E oggi l'ultima scena di degrado. Gli abitanti sono sul piede di guerra: ma il sindaco e il Comune sembrano avere gli occhi voltati altrove.

Spaccio, bivacchi e scippi. In Centrale è tornato il "suk". Davanti alla stazione i pusher offrono la droga ai passanti. Ubriachi e balordi affollano le aiuole. Marta Bravi, Sabato 19/10/2019, su Il Giornale. Arrivando in Stazione Centrale da via Vittor Pisani si viene accolti da una coltre di fumo densa e «aromatica» e dalle morbide note dal reggae. Un gruppo di nordafricani sta ballando, fumando marijuana e facendo festa attorno alla fermata «Centrale». Qui, attorno agli alberi e nella zona delle aiuole, quando inizia a calare il sole, si concentrano anche un centinaio di nordafricani che bivaccano, mangiano, bevono, espletano i loro bisogni per poi decidere dove spostarsi per spacciare, se dal lato di piazza IV novembre o piazza Luigi di Savoia. Arrivati in piazza Duca d'Aosta il quadro non migliora molto. C'è chi dorme, chi è «attaccato al cartone di vino», chi chiacchiera, chi discute, chi vende oggetti contraffatti, chi dorme. Il degrado aumenta con il calare delle tenebre. Per terra si può trovare di tutto, mozziconi di sigarette o di canne, avanzi di cibo, bottiglie di alcolici vuote e lattine di birra. Il livello di sporcizia è tale che alle prime ore del mattino i mezzi di Amsa passano addirittura con gli idranti per ripulire il piazzale. Alle rastrelliere sono legati «cadaveri» di biciclette, ruote, i mega zaini dei rider e i telai di bici arrugginite. Basta attraversare la piazza, presidiata da un furgone della polizia e camionette dei militari, per venire fermati da venditori di cover, accendini, ombrelli e foulard contraffatti e dagli spacciatori, che offrono ogni tipo di droga come se nulla fosse. «Questo la dice lunga sul clima di impunità che si respira - commenta amaro l'assessore regionale alla Sicurezza Riccardo de Corato -. La stazione Centrale è una zona franca dove delinquenti, borseggiatori, pusher credono di poter fare quello che vogliono, e in effetti è così». Con buona pace dei turisti, soprattutto stranieri che oltre a trovarsi davanti uno spettacolo del genere, spesso sono vittime di borseggi, taglieggiamenti da parte dei mendicanti e molestie. Gli ultimi episodi risalgono al 13 agosto quando una ragazzina di 14 anni è stata molestata, mentre un'altra scippata. Tre giorni dopo una seconda villeggiante è stata derubata davanti all'hotel. Eppure la lista degli arresti e dei fermi è lunga: solo a marzo sono state arrestate 9 persone, donne ricercate, pusher e una borseggiatrice, ad aprile 7, a maggio si contano 8 arresti e due aggressioni a danni di un poliziotto e di un'addetta alle pulizie, a giugno 7 arresti di donne rom incinte, così luglio. «Tutta questa serie di arresti offrono uno spaccato sul tipo di frequentazione che c'è in Centrale - continua De Corato -. Si tratta di esperte borseggiatrici, spacciatori, delinquenti di ogni genere, clandestini. Certo, quando venivano fatti i grandi blitz il risultato era diverso». La percezione che si ha in tutt la zona è di insicurezza: balordi, clochard si sommano ai vagabondi e ai mendicanti che hanno eletto la stazione a proprio ricovero. Gli anfratti, nelle nicchie, ogni pertugio ospita letti di cartone e cumuli di coperte, valigie e bagagli improvvisati. Un quadro che si moltiplica all'ennesima potenza se ci si avventura nel sottopasso di via Ferrante Aporti. «Il vantaggio dei blitz - spiega ancora l'assessore regionale alla Sicurezza - modus operandi del prefetto Lamorgese, era l'azione di pulizia: due volte al mese veniva bloccata l'intera zona e si identificava chiunque si trovasse in quel raggio di azione. Gruppi di cinquanta fino a 100 irregolari venivano portati in Questura per i controlli, spesso risultando clandestini venivano rimpatriati. L'identificazione è l'aspetto in assoluto più temuto da tutte queste persone. Quando ero vicesindaco avevo dato l'ordine ai vigili, di stanza in Centrale, di chiedere i documenti a campione, ma il più delle volte queste persone risultavano clandestine. Nessuno si avvicinava per un po' alla stazione dopo». Una situazione che diventa pericolosa anche per le forze dell'ordine, dato il clima di violenza crescente: a partire dalla violenta aggressione di settembre contro due poliziotti che avevano chiesto i documenti a uno straniero, rivelatosi poi irregolare. Una catena di aggressioni partita ad aprile con due aggressioni ai danni di poliziotti seguita a maggio da un episodio analogo e culminata il 27 luglio in una rissa tra stranieri in cui vengono feriti tre carabinieri. Di settembre si è detto, il 5 ottobre un gambiano si scaglia contro gli agenti per scappare con la droga. Non è un caso che una quindicina di giorni fa il ministro dell'Interno Lamorgese a Milano per il Comitato per l'Ordine e la sicurezza avesse detto: «serve più attenzione sulla Centrale», crocevia da 120 milioni di passeggeri l'anno. «è il biglietto da visita della città». E non è escluso, infatti, che a breve possa esserci un'altra maxi operazione per riportare l'ordine.

Ecco il resort (illegale) dei rom tra ville di lusso e macchinoni. L'area occupata abusivamente a pochi chilometri dal centro di Milano. Sardone: "Gli italiani non possono mettere un tavolino fuori posto e loro si fanno le ville abusive". Eugenia Fiore, Martedì 01/10/2019, su Il Giornale. I rom del campo irregolare di via Cusago 275, a Milano, si sono sbizzarriti. Tra ville di lusso, macchinoni e palme in stile Miami Beach, sembrerebbe quasi un villaggio vacanze. Peccato che sia invece un'area occupata abusivamente a pochi chilometri dal centro meneghino. Una delle tante del capoluogo lombardo. E una delle tante che il sindaco Beppe Sala aveva promesso di chiudere. Una promessa, la sua, ribadita anche nel lontano maggio 2018. "La direzione dei campi rom è la chiusura", aveva dichiarato il primo cittadino dem. Quelli irregolari, ma anche quelli regolari, perché - aveva detto - "non sono un modello di successo né da replicare". Qui i nomadi hanno costruito case illegalmente su un terreno non edificabile. "Si sono costruiti veri e propri villoni", spiega SIlvia Sardone. L'europarlamentare della Lega, sul posto per un sopralluogo, fa notare come questa situazione sia "una cosa incredibile considerando il fatto che agli italiani è impedito anche solo mettere dei tavolini fuori posto se hanno un bar perché vengono immediatamente multati". E poi attacca: "Invece questi si fanno le villone alla Scarface e nessuno dice assolutamente nulla".

Dentro al campo rom (abusivo) tra villone e lusso. Abusivismo e delinquenza. I rom - lo ha detto lo stesso Sala - "non vengono a Milano per vacanza". E infatti oltre al problema abusivismo c'è da considerare il problema delinquenza. Non è da escludere che all'interno del campo siano detenute armi illegalmente. A dar adito a questa ipotesi è un fatto di cronaca di qualche mese fa. A febbraio, infatti, un rom di 35 anni di questo campo irregolare è stato arrestato con l'accusa di aver rapinato un 40enne francese. E cosa gli avrebbe rubato? Niente meno che la sua Ferrari F430, ritrovata poche ore dopo il fattaccio proprio in via Cusago. Il nomade avrebbe finto di organizzare una compravendita e poi è passato all'azione. Al momento di versare la cifra richiesta all'uomo, il rom ha estratto una pistola, l'ha minacciato e dopo è salito sull'auto ed è fuggito. Poi, tornato a Milano, con tutta serenità ha parcheggiato la Ferrari davanti al suo villone abusivo.

Nessuna integrazione. Basta farsi un giro intorno a queste abitazioni al mattino e durante la settimama per avere un quadro della situazione. Bambini e adolescenti ciondolano tra la veranda e il giardino nelle varie villone. Insomma, della scuola non c'è neanche l'ombra. "Ho chiesto perché stanno qui invece di andare a scuola e non ho avuto una risposta", aggiunge Sardone. E dire che a giudicare dal tenore di vita del villaggio abusivo, be', i soldi per i libri scolastici non mancherebbero di certo. E poi senza scuola, si sa, non c'è integrazione. E senza integrazione le strade sono poche e tortuose. Ma la loro è una scelta: nessuno ha imposto a queste persone di barricarsi in una lontana vita in nome dell'illegalità.

Da Pinocchio a Craxi. Storia, misteri e leggende delle fontane milanesi. Pubblicato sabato, 17 agosto 2019 da Giovanna Maria Fagnani su Corriere.it. Pinocchio e San Francesco. I bagnanti misteriosi, la torta nuziale, il paesaggio lombardo. Se i passanti conoscessero meglio le storie delle fontane di Milano — dalle più nobili, firmate da Gio Ponti, dal Piermarini o da Aligi Sassu, a quelle più recenti — le degnerebbero ben di più di uno sguardo distratto. Finora le origini di queste sculture d’acqua, però, erano difficili da trovare, se non sui testi storici. Adesso, invece, c’è un sito Internet dedicato a loro, che narra storie e curiosità. Un portale che non è nato dall’iniziativa di un ente culturale, ma dalla passione di una biologa milanese, oggi in pensione. Cristina Arduini, 68 anni, che per lavoro si è sempre occupata di gestione delle acque. Delle fontane storiche, in realtà, sapeva pochissimo. «Finché, quattro anni fa, passando da piazza Fontana, mi sono fermata a ammirare la fontana che le dà il nome. Ero passata tante volte, ma non l’avevo mai veramente notata. Ho pensato che fosse bellissima e che dovevo saperne di più. E così sono andata negli archivi del Comune e poi nelle biblioteche a cercare informazioni. Mi si è aperto un mondo» racconta. Un mondo che valeva la pena raccontare. Delle sculture, però, non esisteva un censimento. E Cristina, di fontana in fontana, ha cominciato a pensare di farlo proprio lei. Dopo quattro anni — e innumerevoli ricerche all’Archivio Bertarelli, alla Trivulziana, Sormani e alla biblioteca del Castello Sforzesco — lo ha completato e lo ha pubblicato sul sito Fontanedimilano.it. In città ci sono 74 «sculture d’acqua» pubbliche. Di quelle private non esistono rilevazioni. «Il sito invita a riscoprire un aspetto spesso dimenticato e sottovalutato della città, che la ricollega al passato di fiumi, navigli, fontanili, risorgive a cui Milano deve le sue origini — spiega —. Il mio sogno sarebbe ora farne anche una guida cartacea». Quali le tappe imperdibili? «Senza dubbio quella di piazza Fontana, per un secolo l’unica di Milano — dice Cristina —. Disegnata dal Piermarini, fu costruita nel 1782 quando ancora non c’era un acquedotto: l’acqua veniva recuperata da un canale derivato dal Seveso, con speciali macchine idrauliche». In un tour delle fontane d’autore non possono poi mancare i «Bagni misteriosi» di Giorgio De Chirico alla Triennale, vasca dalla forma sinuosa, in cui nuotano un cigno e due bagnanti che sembrano fermi a conversare. La scultura fu inaugurata nel 1973. Lo scultore Aligi Sassu disegnò, invece, l’altissimo monumento-fontana di piazza del Tricolore dedicato alla Guardia di finanza, mentre la firma di Gio Ponti si trova sulla fontana in largo Donegani. E se tra le fontane più fotografate c’è quella di piazza San Babila, pochi sanno che il suo autore, Luigi Caccia Dominioni volle con questa riprodurre il paesaggio lombardo, fatto di monti, laghi e fiumi. Ma se cercate una chicca, andate nei giardini di corso Indipendenza, a vedere il monumento a Pinocchio, realizzato da Attilio Fagioli nel 1956. Sulla sommità sorride Pinocchio bambino, ai suoi piedi giace il burattino e i versi scolpiti di Antonio Negri interrogano lo spettatore: «E tu che mi guardi sei ben sicuro d’aver domato il burattino che vive in te?». Molto conosciuta è poi la fontana di San Francesco, dal 1928, in piazza Sant’Angelo. Infine quella del Castello Sforzesco, soprannominata «Torta nuziale». «Fu costruita nel 1936 in occasione di una visita di Mussolini. Poi fu smontata per i lavori della metropolitana negli anni ‘60 e tornò al suo posto solo nel 2000. Nacque così la leggenda che Bettino Craxi l’avesse portata a Hammamet».

Quelle opere scandalose nel museo chiamato Milano. Ben prima del «Dito» di Cattelan, la città accolse arte provocatoria: dalla Ca' di ciapp alla «Dona con tri tett». Mimmo Di Marzio, Martedì 20/08/2019, su Il Giornale. Quando il 24 settembre del 2010 venne inaugurata la scultura L.O.V.E. di Maurizio Cattelan, un gigantesco dito medio in marmo di Carrara nella centralissima piazza Affari, qualcuno gridò al cattivo gusto. Il leit motiv fu la classica accusa nei confronti di un'arte contemporanea che, per colpire, deve a tutti i costi scandalizzare. Sarà. Eppure, a ben guardare, Milano è costellata di opere pubbliche a dir poco provocatorie dove le allusioni sessuali vennero sbandierate da artisti e decoratori di ogni epoca e che fanno parte da sempre dell'arredo urbano della città, al punto da sfuggire spesso allo sguardo distratto dei passanti. Si parte addirittura dal Medioevo, se consideriamo un particolarissimo bassorilievo custodito al Museo d'arte Antica del Castello Sforzesco, che mostra una figura femminile intenta a depilarsi il pube con le gambe divaricate. Stiamo parlando della famigerata «Tosa impudica», così ribattezzata in quanto l'oscena scultura realizzata nel XII secolo era fino alla metà dell'800 situata nella zona di Porta Vittoria, allora chiamata Porta Tosa. Da cui la metafora dialettale. Sull'origine e il significato dell'opera circolano molte tesi: secondo una di queste potrebbe trattarsi di un'immagine celtica di tipo scaramantico, ma c'è addirittura chi identifica la «tosa» nella moglie di Federico Barbarossa, Beatrice di Borgogna, raffigurata con spregio dopo la rovina di Mediolanum. Facendo un balzo a inizio Novecento, i veri milanesi forse ricorderanno le due femmine voluttuose e decisamente curvy fatte scolpire dall'architetto Giuseppe Sommaruga all'ingresso del suo Palazzo Castiglioni in corso Venezia, uno dei primi gioielli liberty della città. Le due donne, realizzate in una posa provocante che metteva in ampio risalto il lato B, fecero ben presto ribattezzare l'austero palazzo in... Ca' di Ciapp; un epiteto popolare certamente simpatico ma che fece storcere il naso ai borghesi residenti al punto da richiederne lo spostamento. Oggi le due sculture campeggiano, un po' più defilate, in Via Buonarroti 48 all'ingresso di Villa Faccaroni, quella che oggi è la Clinica Columbus. Restando alla sinuosa e ammiccante Belle Époque, impossibile non citare le decorazioni liberty sulla facciata di Casa Galimberti che, tra coloratissime ceramiche a motivi floreali, mostrano l'immagine di donnine mezze nude nell'atto provocante di offrirsi ai passanti. Non è un caso se ancora oggi viga la leggenda popolare, tutt'altro che confermata, che la casa ospitasse un bordello. Eccoci invece al religiosissimo Cimitero Monumentale che, tra i monumenti funebri, ospita una statua dedicata alla nobile milanese Isabella Airoldi Casati, realizzata a dimensioni reali in bronzo nel 1890-1891 dallo scultore Enrico Butti. Pur intitolata «La morente» (la sventurata moglie del conte Gian Luigi Casati morì a soli 24 anni), la nudità e la posa platealmente lasciva della giovane scatenarono già all'epoca dell'inaugurazione vivaci polemiche contro lo scultore. Non si era infatti mai vista un'opera tombale così erotica. Ancora oggi pare sia una delle statue più visitate al Famedio. Tornando al suolo urbano, vale la pena menzionare un'altra scultura di inizio '900 posizionata nella nicchia della deliziosa Fontana dei Tritoni, tra via Andegari e via Romagnosi, a due passi dalla Scala. La statua, allegoria neoclassica del risparmio realizzata dall'architetto Alessandro Minali, venne presto ribattezzata dai milanesi la dòna di trè tètt (la donna con tre tette). Il terzo seno è in realtà solo uno sferico salvadanaio tenuto tra le mani della giovane donna seminuda. Ma l'ambiguità (voluta?) rimane. Infine, tra le opere pubbliche più celebri divenute un simbolo sessuale, sia pur a sfondo scaramantico, non si può non citare l'internazionale mosaico del toro nell'Ottagono della Galleria. Omaggio alla Torino di Vittorio Emanuele, l'animale è ritratto con gli attributi ben in vista, simbolo di potenza e vigore, e usanza vuole che porti fortuna schiacciarli con il tacco della scarpa ruotando su sè stessi. Una fama evidentemente meritata, visto che ogni tentativo di restauro del «buco» dura soltanto pochi mesi...

Milano mette il velo. Cittadinanza onoraria alla paladina delle iraniane. Ma le donne con il volto coperto sono sempre di più. Alberto Giannoni, Domenica 18/08/2019, su Il Giornale. Milano mette il velo. Anzi, il niqab, la veste pesante (e spesso scura) che copre il volto e il corpo delle donne, nascondendole al mondo e negando loro un’identità. Milano mette il niqab, dalle vie del centro ai casermoni di periferia. Donne pesantemente velate da tessuti di pregio si vedono nel Quadrilatero della moda, in piazza San Babila e in via Montenapoleone, in quel pezzo di città che anche in questi giorni richiama turisti ricchi da ogni parte del mondo, compresi i Paesi del Golfo. Sono spesso saudite, accompagnate da facoltosi mariti vestiti sportivi e sono cariche di borse, risultato di uno shopping con alti livelli di budget. Sempre più frequenti, quasi una nuova moda, sono le «veline» semitrasparenti che si accompagnano al rigido niqab ma lasciano sperare nel passaggio a veli meno invasivi, o almeno fanno supporre una qualche attenuazione di una «regola» che in questi giorni di gran caldo salta agli occhi ancor di più. «Potremmo definirlo velo 2.0, si vede e non si vede - spiega Maryan Ismail, sufi ed esponente della comunità somala, da anni impegnata nella battaglia per la libertà delle donne musulmane - un timido passo probabilmente per girare in hijab. Mettere il velo così trasparente su un niqab significa forse volerlo abbandonare, per poi passare al hijab. Il velo davanti alla bocca è più semplice toglierlo con una specie di mix fra niqab e hijab. Le donne modificheranno i precetti attraverso una moda inventata, e poi inventeranno qualcosa per abbandonare anche il hijab rivisitandolo in chiave moderna. Noi attendiamo con speranza». Ma donne velate si vedono anche nelle vie dei quartieri più periferici, nell'altro «quadrilatero» per esempio, quello San Siro, o davanti ai casermoni delle case popolari ormai quasi interamente abitati da stranieri. Sono due mondi distinti, che non si toccheranno mai direttamente, molto più distanti delle poche fermate di metropolitana che accidentalmente li separano. Due mondi lontani eppure uniti da questo denominatore: le donne sono nascoste, prigioniere, non si devono guardare, sono «proprietà privata» di mariti abbigliati con bermuda e maglietta. In alcuni paesi europei si stanno adottando normative che regolano il velo. Ultima l'Austria. Dopo la messa al bando due anni fa di burqa e niqab negli uffici pubblici, e dopo lo stop stabilito a novembre per i veli negli asili come misura anti-indottrinamento religioso, a maggio Vienna ha vietato il velo nelle scuole elementari, approvando coi voti della maggioranza di centrodestra - ora andata in crisi - una legge che proibisce di «indossare indumenti religiosi che coprano la testa». Un anno fa anche la Danimarca ha approvato una legge che proibisce burqa, niqab e altri «veli» che coprano il viso. Ma tre anni fa anche la Regione Lombardia ha vietato il velo negli uffici: «Per ragioni di sicurezza è vietato l'ingresso con il volto coperto», si legge nei cartelli che impediscono l'accesso col volto «travisato» all'ingresso degli ospedali e degli uffici regionali. Sono accompagnati a simboli simili a quelli indicati dal codice della strada. Un casco integrale accanto a un passamontagna e a un niqab, appunto. Per quanto timidamente questa usanza cambi, il velo pesante imposto alle donne resta strumento e simbolo di oppressione. E Milano è la città che ha conferito la cittadinanza onoraria a Nasrin Sotoudeh, avvocata paladina delle donne iraniane, condannata a 33 anni di carcere e a 148 frustate. Alberto Giannoni

Milano, la Stazione Centrale come il "terzo mondo" tra bivacchi, degrado e spaccio. Sono tornati numerosi i bivacchi in Stazione Centrale a Milano. La zona adiacente al principale scalo ferroviario meneghino è tornato a essere presa d'assalto da migranti e disperati. Pina Francone, Martedì 23/07/2019, su Il Giornale. Sono (ri)tornati numerosi i bivacchi in Stazione Centrale a Milano. La zona adiacente al principale scalo ferroviario meneghino è tornato a essere presa d'assalto da migranti e disperati, che si accampano nei giardini attigui, aumentando il degrado di una fetta di città già problematica, in cui lo spaccio e la criminalità proliferano. Nei giorni scorsi, ilgiornale.it era stato sul campo, trovando una situazione al limite da piazza Duca d'Aosta fino a viale Vittorio Veneto e scovando appunto gli accampamenti improvvisati di decine di persone. Oggi, a due settimane di distanza, la situazione non è migliorata e, anzi, è forse anche peggiorata. "Lo stato di piazza Duca d'Aosta non è degno di una città che si professa internazionale come Milano, ma semmai di qualche paese del terzo mondo. Di prima mattina ci sono decine e decine di africani stesi a terra in ogni angolo a dormire. La mela del Pistoletto è il luogo preferito dagli extracomunitari per passare la notte, ma anche le aiuole e le grate della metropolitana sono prese d’assalto. Anche la vicina piazza Luigi di Savoia è assediata da decine di immigrati e sbandati di ogni etnia, così come il lato di via Ferrante Aporti vicino al Memoriale della Shoah. Passeggiando da queste parti non sembra nemmeno di essere a Milano, ma in qualche villaggio africano. È questo il tanto decantato modello Milano che la sinistra non si stanca mai di presentare come fiore all'occhiello dell'accoglienza?", è la denuncia e l’affondo di Silvia Sardone, consigliere comunale ed europarlamentare della Lega, che punta il dito contro l’amministrazione Sala. Dunque, l’esponente del Carroccio attacca ancora: "Nella zona della stazione Centrale, che dovrebbe essere un bel biglietto da visita per i turisti che arrivano a Milano, ogni norma di buongusto e decoro è sospesa: si trovano immigrati che urinano sulle piante, che si lavano nelle fontanelle, che si ubriacano e che spacciano. Le aiuole sul lato del McDonald's sono letteralmente occupate da gruppi di africani che bivaccano dalla mattina alla sera, mentre le aiuole recentemente riqualificate verso via Vittor Pisani sono la centrale dello spaccio a cielo aperto. Finalmente ieri la giunta comunale si è decisa a parlare di daspo urbano: anche se non sarei molto sorpresa se l'ideologia tipica della sinistra venisse ancora anteposta alla sicurezza dei cittadini e dei turisti nella zona della stazione".

Il sistema» della droga sui Navigli: cambi turno e ponti militarizzati. Pubblicato domenica, 06 ottobre 2019 su Corriere.it da Andrea Galli. Sei arresti in via Corsico, i covi della cocaina nel «fortino Gola». Dall’una di notte lo spaccio dei richiedenti asilo . La base nelle case Aler. Dice un vecchio sbirro, di casa da queste parti, che se non cambia la strategia complessiva non ne usciamo più. Ennesimo problema di Milano prettamente demandato alle forze dell’ordine, a lungo volutamente ignorato dalle istituzioni anche per non infastidire quel che resta dell’area antagonista cittadina e la sua «resistenza» contro gli sgomberi degli abusivi, lo spaccio di droga intorno ai Navigli, soprattutto quello Pavese che verte sul cancro in metastasi delle case popolari del «quadrilatero» di via Gola, ha visto, nella notte tra venerdì e ieri, una grande operazione. Grande, attenzione, nella sua fase operativa, con l’impiego di decine e decine di carabinieri, sempre peraltro in tempi di carenze d’organico che a Roma non riescono a recepire/risolvere. I carabinieri, aiutati dalla preziosa polizia locale e dalla sua unità contrasto stupefacenti, hanno faticato per quattro ore, dall’una in avanti, obbligati com’erano a ideare una strategia cinturando la zona e agendo in simultanea su più fronti, manco al centro ci fosse un pericoloso latitante armato di bombe. Non potrebbe essere diversamente: non è stato il ricorso alla spettacolarizzazione ma la necessità di fronteggiare il «sistema» della droga dei Navigli. Che è il seguente, come confermato da quattro distinte fonti del Corriere tra Questura e Comando provinciale dell’Arma, per buona pace di chi pensa che Milano sia un villaggio turistico ignorato dalla criminalità, macro o micro che sia. I carabinieri hanno arrestato sei spacciatori, tra i 26 e i 33 anni, tutti africani (Gambia, Guinea, Costa d’Avorio, Senegal), personaggi noti e stranoti, già visti e controllati in stazione Centrale, uomini che alternano la consueta attesa biblica per sapere se hanno diritto o meno allo status di rifugiato, a brevi permanenze in carcere. A volte una manciata di ore, il tempo di riposare, uscire e ricominciare daccapo. Sui ponti del Naviglio Pavese, gli africani solitamente vendono droga (cocaina ma in larga parte marijuana) a partire proprio dall’una di notte. Prima non possono: ci sono gli altri, che poi sono quelli che comandano. Ovvero i marocchini. Originari dell’abituale zona di Béni Mellal, i marocchini hanno abitazioni e appoggi logistici in via Gola, nei caseggiati dell’Aler sui quali da anni si vocifera di interventi radicali, puntualmente rinviati spesso per ragioni di convenienza politica, e chissà mai che nei prossimi mesi sia la volta buona. I marocchini vivono in appartamenti occupati abusivamente, protetti da pitbull, mentre la droga, che nel loro caso è la cocaina, è imboscata nelle cantine, un buco nero privo di numeri, lettere, nomi e cognomi sulle porte, dunque gli spazi son di tutti e di nessuno, con accesso libero, e anche questi, insieme agli ingressi dei palazzi e alla stessa via Gola, assai sorvegliati da sentinelle. Esiste il fenomeno, anche se residuale, dello stupefacente custodito da incensurati e disgraziati (vecchi, disoccupati, malati cronici, ragazze madri) dietro «stipendi» comunque modesti, ma è più frequente in altri quartieri, ad esempio il Giambellino dov’è una sorta di regola. Una differenza sostanziale tra i due gruppi, quello dei marocchini e quello degli africani, che si dividono il territorio in pace ché c’è pappa per tutti (la famelica richiesta di droga da parte degli italiani è alla base dell’intensità dello spaccio), riguarda la gestione dello stupefacente. Gli africani tengono la droga nelle immediate vicinanze, grazie a complici, una delle tre batterie in azione (l’ultima è formata dalle guardie che monitorano l’accesso ai ponti e le strade nelle vicinanze), mentre una volta concluso l’accordo i marocchini ti portano «dentro» via Gola per la consegna delle dosi. La costituzione urbanistica e l’esperienza degli spacciatori hanno alzato il livello di impenetrabilità, e di conseguenza la difficoltà di indagare e arrestare. Quando ricevono la richiesta di cocaina, gli africani ricorrono ai marocchini, e dunque si capisce, non è un processo mentale complicato, che il nodo era, è e rimarrà via Gola. Il bilancio dei sequestri dell’altra notte (cinquanta grammi di marijuana e cinquecento euro) a fronte di mezzi, risorse e tempo impiegati, e ancor prima della preparazione dell’attività, conferma la sproporzione tra la vita reale, ossia lo spaccio — il suo potere, il suo fatturato, la sua impunità — e la convinzione che le forze dell’ordine possano ancora metterci una pezza e far nascondere, per un po’, la polvere sotto lo zerbino.

Il festival dell'abusivismo dei centri social fra bar, lotterie e fuochi. Eventi dei centri sociali da oggi per tre giorni Protesta Lega e Forza Italia: «Addio legalità». Alberto Giannoni, Venerdì 12/07/2019, su Il Giornale. Si festeggia dieci anni di impunità. Ovviamente in piazzale Selinunte, epicentro di un quartiere, San Siro, che fra gli altri problemi patisce anche la presenza incontrollata dei centri sociali, che spesso intrattengono rapporti ambigui con le occupazioni degli alloggi popolari in mano al racket. È il «Comitato Abitanti San Siro» che dirama gli «inviti». «Invita a festeggiare insieme 10 anni di lotta in 3 giorni di festa». Anche quest'anno, dunque, in piazzale Selinunte andrà in scena la «San Siro Street Festival»: da domani a domenica si alterneranno «laboratori», musica, sfilate, giochi e lotterie popolari, fino alla conclusione pirotecnica fissata per le 22.30: i fuochi d'artificio. Il centrodestra dà battaglia e protesta. «Il centro sociale Cantiere, il comitato Abitanti di San Siro e tutti i loro sodali che occupano abusivamente gli alloggi popolari di San Siro - attacca Silvia Sardone, eurodeputata e consigliera comunale di Milano - saranno in piazza per festeggiare e fare affari in nero. Infatti sarà attiva una street food sponsorizzata dalla Taverna Sociale, il ristorante del Cantiere che ho visitato in incognito, e un servizio bar con cocktail e birre». Sardone enfatizza il carattere etnico della manifestazione, e arriva addirittura alla conclusione per cui a San Siro «per gli italiani non c'è più posto». E chiede: «Il Comune ha dato tutte le autorizzazioni necessarie allo svolgimento di questi eventi? In caso contrario, come auspico, mi auguro che interverrà per impedire l'adunata di centinaia di abusivi». Per Sardone, dietro «una solidarietà di facciata» si nasconde ben altro. «A causa del lassismo della sinistra - accusa - San Siro è diventato un quartiere off limits dove i centri sociali si sentono liberi di fare qualsiasi cosa, dai picchetti anti-sgomberi ai fuochi d'artificio per festeggiare i dieci anni di occupazione». «Piazzale Selinunte - prosegue - verrà requisita da personaggi che per le loro condotte non dovrebbe avere nessuna voce in capitolo a Milano». «Negli anni scorsi - ricorda - abbiamo assistito all'umiliazione della Polizia Locale, costretta a trasferire il proprio comando mobile per l'arrivo degli abusivi, chissà se quest'anno l'amministrazione comunale si schiererà dalla parte della legalità. Se un qualunque cittadino, non appartenente ai centri sociali, si mettesse e spillare birra o infarcire panini in mezzo alla strada verrebbe giustamente fatto sloggiare in due minuti: e allora perché con gli antagonisti si usano due pesi e due misure?». Sono le stesse questioni che pone Alessandro De Chirico di Forza Italia, impegnato già in passato a verificare le modalità di svolgimento di questa «festa»: «Negli anni scorsi, andava così - spiega - veniva chiesta l'occupazione di suolo pubblico per un piccolo gazebo e poi accadeva di tutto. Lunedì presenterò una nuova interrogazione». Ma - prevede - «come ogni anno a nulla serviranno le proteste di noi residenti che chiediamo solo il rispetto della legge, delle norme igienico-sanitarie e della quiete pubblica». E rivela: «Ho parlato personalmente con Luca Camerano, AD di A2a, per sapere se anche quest'anno i tecnici di Unareti faranno gli allacci alla rete pubblica e purtroppo mi ha anticipato che probabilmente la Prefettura darà l'ordine di procedere per motivi di sicurezza. È davvero avvilente dover riconoscere che Milano è ostaggio dei centri sociali e che le istituzioni, davanti a questi fuorilegge, sventoleranno ancora una volta bandiera bianca. Spero almeno che, a differenza degli anni passati, durante i fuochi d'artificio ci sia una presenza massiccia di forze dell'ordine a presidio del patrimonio Aler per scongiurare le occupazioni abusive degli alloggi popolari. L'anno scorso furono ben quattro. Mi chiedo inoltre cosa farà il Ministro degli interni Salvini che aveva promesso il ritorno della legalità a Milano».

Ecco, è Milano. La città laboratorio dove le cose succedono. E da Luini c’è sempre coda. Chi approda a Milano capisce che l’incontro con questa città può cambiare in meglio la sua vita. Carmen Mora il 28 giugno 2019 su Il Dubbio.  Ecco, è Milano. Piace subito. Milano. Una città quasi perfetta capace di farti sentire immediatamente parte di qualcosa. Chi approda a Milano capisce che l’incontro con questa città può cambiare in meglio la sua vita. Beninteso, non tutto funziona e piace fino in fondo. I limiti della città sono numerosi e consistenti. Le rotonde inutilmente semaforizzate che ingorgano il traffico anziché snellirlo, il pavé con pericolosi lastroni sconnessi, i Suv parcheggiati sui marciapiedi, gli insidiosi binari del tram che diventano trappole per bici e scooter, le zanzare in agguato al crepuscolo ormai immuni a qualunque sostanza repellente, i tassisti ostinati che rifiutano il pagamento elettronico, le periferie conciate male, la stazione centrale trasformata in un campo profughi a cielo aperto, gli “ape”, i “raga”, lo spaccio selvaggio, l’assenza di orizzontalità e la coda permanente da Luini. Ma è il ritmo vibrante della città a catturare. La sua straordinaria energia e il continuo fermento. Come narrava un illustre aforista francese, “Vi sono difetti che, sapendoli ben adoperare, fanno miglior figura delle virtù”. La forza di Milano nasce infatti da dentro, da chi la vive tutti i giorni e dalle centinaia di migliaia di pendolari che la intrecciano operosi durante la settimana. Milano non fa distinzioni tra chi ci è nato, chi ha discendenze meneghine pure e chi arriverà domani. Milano è la città dove le cose succedono. Basta osservare i cantieri aperti in ogni quartiere, gli edifici in costruzione, le archistar che fanno a gara per lasciare il proprio segno, gli eventi imperdibili, le rivoluzionarie installazioni, gli ospedali che salvano la vita, le offerte culturali innovative e tanta, tantissima bellezza nascosta. Gli scorci migliori della città si scovano tra le vie meno trafficate nei cortili interni dei palazzi considerati tra i più belli del mondo e, troppo spesso, inaccessibili. Milano non offre una bellezza sfacciata. E per sfatare un luogo comune non offre neppure soltanto rumore. Offre insoliti e suggestivi angoli di quiete e tranquillità a due passi dal caos. E’ una città laboriosa, modesta, capace di grandi intuizioni che ha avuto il coraggio di investire sulla valorizzazione di alcune aree urbane senza perdere di vista la propria identità. Ci sono tanti luoghi che sono i nuovi luoghi di questa Milano più popolare, sicuramente autentica e l’unico modo per comprenderla è uscire dalla cerchia dei bastioni ed entrare, ad esempio, in uno dei bar africani di Porta Venezia dove la mescolanza tra un quartiere che rimane molto milanese per la sua architettura e il cambiamento demografico risulta davvero originale. Pensiamo a Isola, zona di vocazione operaia e artigiana, oggi completamente rinnovata e simbolo della rigenerazione urbana, oppure alla bellissima Via Sarpi, area pedonale riqualificata ed arteria principale del quartiere cinese della città, con tante cose da offrire e da raccontare. Nel microcosmo della Chinatown milanese convivono a stretto contatto botteghe storiche meneghine con l’emergente realtà commerciale cinese in un contesto multi- etnico che sa farsi specchio del mondo. Esaltante e imperdibile la visita al più grande supermarket etnico italiano, con più di diecimila prodotti alimentari tipici, dalla Thailandia al Brasile, che restituisce un esperimento di internazionalizzazione tra i più riusciti della città. E poi la divertente e inaspettata diffusione dello street food, che a Milano è diventata una tendenza apprezzata di ispirazione squisitamente newyorkese o gli straordinari quartieri residenziali dell’alta borghesia, come Vercelli e Conciliazione, con i palazzi austeri di fine ottocento, i giardini segreti, le cascate di edera sulle facciate, gli alberi ultra centenari e i citofoni dorati tirati a lucido. Ma la vetrina milanese offre anche la realizzazione dell’ambizioso polo urbano di Milano Citylife, uno dei piani di riqualificazione più importanti d’Europa, concepito come nuovo modello di vivibilità per la residenza, il lavoro e il tempo libero. Il progetto comprende tre immensi grattacieli con funzioni direzionali dal forte impatto visivo, immobili residenziali di prestigio, uno shopping district e la più grande area pedonale della città in una dimensione quasi futuristica che rende possibile l’accostamento a qualunque grande e solida metropoli della comunità europea. Milano è un laboratorio creativo capace di continui rinnovamenti, spesso in anticipo sul resto del Paese grazie ad un ritmo vitale decisamente più accelerato che nelle altre città. Milano è viva. La gigantesca scultura che riempie Piazzale Cadorna, svettando tra auto e tram con il suo ago in acciaio e il filo multicolorato che sbuca in un altro punto della piazza con il nodo finale, racchiude simbolicamente il doveroso tributo ad una città sorprendente, laboriosa, che non sempre ti aspetta in un processo di metamorfosi urbana che è il vero motore di sviluppo per l’esplosione di tutto il resto. In pochi conoscono il passato fluviale di Milano e il labirinto di corsi d’acqua che si intersecano sotto la città. Le giunte comunali dell’ultimo secolo, a causa dell’aumento costante del traffico automobilistico e l’inquinamento crescente delle acque, non lasciarono purtroppo scampo ai numerosi canali milanesi. Provate a pensare se dove oggi corrono gli autobus e i tram tornassero a scorrere le vie d’acqua e i suggestivi navigli di un tempo forse, la città, risulterebbe davvero perfetta.

·         Milano, i 50 anni della Metropolitana.

Milano, i 50 anni della Metropolitana. Linea 2: la storia e le foto. La M2 o "verde" fu inaugurata il 27 settembre 1969. La seconda linea della rete milanese è lunga 39,6 Km e trasporta 350mila passeggeri al giorno. Edoardo Frittoli il 27 settembre 2019 su Panorama. Sabato 27 settembre 1969 il primo convoglio  della seconda linea della rete metropolitana di Milano si muoveva dalla stazione di Cascina Gobba diretto al primo capolinea di Caiazzo con a bordo le autorità (primo tra tutti il sindaco Aldo Aniasi) e una folla di fortunati passeggeri ospitati gratuitamente per il viaggio inaugurale. Ad oggi la linea "verde" è la linea più lunga d' Italia (39,4 km) sugli attuali 96,8 km complessivi che compongono l'intera rete della metropolitana milanese. La MM2 è anche la linea che attualmente trasporta il maggior numero di passeggeri al giorno (circa 350.000). E'anche l'unica metropolitana di tipo classico in Italia ad avere un tratto di percorrenza in superficie. Ben 35 stazioni sulle 113 in esercizio sulle 4 linee attualmente in esercizio sono sulla "linea verde".

Le cifre della seconda Metropolitana di Milano. Per realizzarla, nella seconda metà degli anni '60 furono impiegati 4 milioni e 100 ore di lavoro. 11 milioni di kg. di ferro, 100.000 m3 di calcestruzzo e 650 mila m3 di scavi che avrebbero generato, se accumulati, una montagna di terra grande due volte il Duomo di Milano. Ed ancora: 11.000 metri di tubi di acqua e gas riposizionati in seguito ai lavori, così come i 14 km. di cavi telefonici e i 3 km. di rete fognaria ricostruita. Per realizzare il progetto della nuova "verde", il Comune di Milano impegnò l'astronomica cifra di oltre 46 miliardi di lire, stanziati poco dopo la già onerosa realizzazione della MM1 terminata appena 5 anni prima. Prima linea metropolitana pensata per il collegamento extraurbano, la MM2 fu progettata per collegare l'asse cittadino da Nord-Est a Sud-Ovest. Il primo tratto ad essere aperto all'esercizio nel settembre 1969 fu quello tra le stazioni di Cascina Gobba e Caiazzo (nei pressi della Stazione Centrale), per una lunghezza complessiva di 6,3 Km.

Così fu fatta la "verde". La Linea 2 era all'epoca una metropolitana molto innovativa, anche nei confronti della sorella maggiore, la linea "rossa". A partire dalla tecnica costruttiva, che vide l'adozione su parte delle gallerie della tecnica di scavo detta "a foro cieco", ossia realizzata eliminando la necessità degli scavi a "cielo aperto" già utilizzati per la linea 1. La soluzione permise di scongiurare i gravi problemi di viabilità che avevano paralizzato Milano tra il 1957 e il 1964 durante i lavori per la prima linea. Questo tipo di scavo permetteva inoltre di ridurre l'impatto in aree intensamente urbanizzate e caratterizzate da fondi irregolari e da immobili e monumenti particolarmente pregiati e delicati, parametri in cui Milano rientrava appieno. Il progetto della MM2, il cui tracciato correva ad una profondità maggiore rispetto a quello della MM1, vide l'adozione in parte della linea di due gallerie parallele a binario singolo intervallate da parti a galleria unica come per la linea "rossa". Questa disposizione si tradusse in una differente conformazione delle stazioni: alcune erano caratterizzate dalla banchina unica, altre dalla banchina doppia ai lati dei rispettivi binari, altre ancora dalla banchina centrale. In un tratto della Linea 2 (tra Cadorna e Porta Genova FS) corre lungo binari in gallerie sovrapposte. La linea verde è l'unica linea italiana che prevede un tratto in superficie. I convogli escono dalla galleria all'altezza della stazione urbana di Cimiano (lungo il viale Palmanova) e percorrono la tratta extraurbana a livello stradale oppure su sopraelevata (soluzione scelta per evitare problemi alla viabilità del comune di Cologno Monzese). Oggi anche l'ultimo tratto per il capolinea di Assago Forum si trova in superficie. Per quanto riguardava i sistemi di comunicazione tra le stazioni anche in questo caso la linea "verde" fu dotata di sistemi all'avanguardia: tutte le stazioni erano dotati di linee telefoniche selettive e di telescriventi collegate tra loro e con la centrale di comando che la nuova metropolitana condivideva con la linea 1 presso la stazione di San Babila. Le banchine erano controllate dagli agenti di stazione tramite telecamere a circuito chiuso a loro volta collegate con la centrale di San Babila dove gli operatori potevano selezionare le immagini dalle singole stazioni e controllare i sistemi di sicurezza. Per quanto riguarda le stazioni, queste erano dotate di scale mobili che servivano i diversi livelli di ingresso stazione e mezzanino (la sola stazione di Loreto di interscambio con la linea 1 ne aveva ben 11). Il primo capolinea, quello di Cascina Gobba, fu messo in uso già dal 1968 come stazione delle linee tranviarie Celeri dell'Adda, già in funzione dagli anni '50 per collegare Milano con i paesi sulla tratta per Vaprio d'Adda. Per un periodo dal 1969 al 1972 la ferrovia leggera condivise i binari con i convogli della MM2 e le relative stazioni extraurbane, alcune delle quali (come ad esempio le stazioni di superficie di Bussero, Cascina Burrona, Villa Fiorita e Villa Pompea) non erano previste nel progetto iniziale ma furono aggiunte tramite la costruzione di semplici strutture prefabbricate le cui banchine erano collegate da un ponte esterno. Il materiale rotabile destinato alla linea 2 era ancora in costruzione alla data dell'inaugurazione. Per questo motivo durante il primo periodo di esercizio furono utilizzate le motrici ed i rimorchi della linea rossa con l'aggiunta di un pantografo di linea (la rossa è elettrificata con terzo binario) e l'adattamento dei motori al voltaggio della Linea 2 (1500 V a differenza dei 750 V della MM1). Ai convogli della nuova metropolitana fu aggiunto, a causa della differente disposizione delle aperture delle porte nelle varie stazioni, un sistema automatico di riconoscimento della banchina al fine di scongiurare pericolose aperture accidentali. Le prime motrici, praticamente identiche a quelle della "rossa", saranno consegnate a partire dal 1970 una volta uscite dalle officine OM e Breda Ferroviaria. Caratterizzate dalla cassa ondulata color grigio con bande verdi, le motrici ed i rimorchi dei primi 44 treni in dotazione alla "verde" sono rimaste in esercizio per oltre 40 anni. L'ultimo accantonamento delle cosiddette "Tradizionali" è previsto entro la fine del 2020. Attraverso gli anni sono state apportate numerose migliorie tecnologiche come l'accensione a inverter al posto di quella a reostato o l'applicazione di nuove porte elettriche al posto delle originali pneumatiche. Anche nella disposizione dei posti a sedere cambiò negli anni e vide l'eliminazione delle due serie di sedili fronte marcia alle estremità delle carrozze per privilegiare la capienza dei posti in piedi.

La linea due e il suo avanzamento. L'evoluzione della Linea 2 proseguì già all'indomani dell'inaugurazione del 27 settembre 1969. Gli scavi erano già avanzati verso la stazione nevralgica Centrale FS, la cui apertura il 27 aprile 1970 metteva per la prima volta in collegamento diretto due stazioni urbane delle Ferrovie dello Stato: la Centrale, appunto, e la stazione di Lambrate. La tratta extraurbana tra Cascina Gobba e Gorgonzola fu inaugurata il 1 dicembre 1972 e da quel momento sparirono dalla circolazione le vetture tranviarie delle "Linee celeri dell'Adda" sostituite definitivamente dai convogli argentei della M2. La nuova linea metropolitana fece proprio un precedente progetto riguardante proprio le vecchie linee tranviarie ormai soppresse, dando il via alla diramazione Cascina Gobba-Cologno Nord. Lungo 3,3 chilometri (parzialmente percorsi in sopraelevata) fu inaugurato nel 1981 e comprese anche un deposito per i convogli che andava ad affiancarsi a quello attiguo alla stazione di Gorgonzola. Il tratto urbano vide un'estensione più lenta e difficoltosa. La stazione di Cadorna fu attivata soltanto il 3 marzo 1978, a quasi 10 anni di distanza dal primo tratto della "verde". I lavori furono rallentati anche da un grave difetto progettuale che riguardava le strutture di interscambio con la preesistente stazione della MM1 predisposte nei primi anni '60. Bisognerà attendere il 30 ottobre 1983 per assistere alla cerimonia inaugurale di una ulteriore stazione di interscambio con la rete ferroviaria, quella di Porta Genova FS. Curiosamente il tracciato della M2 così configurato veniva a ricalcare una delle prime linee in assoluto della storia del trasporto pubblico milanese, il cosiddetto "Interstazionale" del 1898. Mentre il sindaco Carlo Tognoli e le autorità inauguravano sotto la pioggia battente la nuova stazione a pochi metri dai Navigli, sottoterra già si scavava per un ulteriore prolungamento in direzione Sud. Il nuovo capolinea di Romolo fu inaugurato nell'aprile 1985 contemporaneamente al nuovo terminal di Gessate. La linea attuale ha visto il prolungamento del ramo meridionale della M2 con l'estensione fino a Famagosta (1994), Piazzale Abbiategrasso (2005) e l'ultima diramazione per Assago Forum nel 2011. Le vetture "Tradizionali", in linea dal 1970 e soggette a diversi revamping tecnici ed estetici, sono state progressivamente rimpiazzate dai nuovi treni "Meneghino" (Ansaldo Breda) con recupero di energia in frenata e altri sistemi di sicurezza in marcia e climatizzazione di serie di tutte le carrozze. Dal 2015 sono operativi anche i convogli della serie "Leonardo", caratterizzati dai sistemi informativi digitali in carrozza e videosorveglianza integrata. Per chi cercasse ulteriori approfondimenti sulla storia delle linee metropolitane milanesi è suggerito il libro di Giovanni Luca Minici "La Metropolitana Milanese".

·         Strage ferroviaria di Pioltello.

Pioltello, treno deragliato: il guasto era conosciuto da almeno otto anni. Pubblicato mercoledì, 20 novembre 2019 da Corriere.it. Sapevano da almeno 8 anni che lungo la rete ferroviaria italiana i giunti si rompevano a un ritmo preoccupante, ma i responsabili dell’Agenzia nazionale di sicurezza ferroviaria (Ansf) non hanno fatto nulla per far sì che Rfi prendesse provvedimenti più incisivi. «Sottovalutazioni ed omissioni» che hanno impedito di evitare che il 25 gennaio del 2018 il treno Cremona-Milano, proprio a causa di un giunto che si era rotto, deragliasse poco dopo la stazione di Pioltello causando la morte di tre passeggeri e il ferimento di altri 102. Negli atti depositati dai pm Maura Ripamonti e Leonardo Lesti in chiusura delle indagini per disastro ferroviario, omicidio colposo plurimo, lesioni colpose e violazioni delle norme antinfortunistiche, le accuse agli allora direttore dell’Ansf Amedeo Gargiulo e responsabile dell’ispettorato dell’agenzia Giovanni Caruso sono contenute in due relazioni della Polizia ferroviaria. Il decreto legislativo 162 del 2007, poi abrogato ma in vigore al momento dell’incidente, assegna all’Ansf il compito vigilare sulla sicurezza del sistema ferroviario italiano in ogni settore, strutture e treni, anche facendo ispezioni e indagini autonome. In caso di criticità, l’Ansf ha «poteri per imporre i propri provvedimenti», precisa la norma. Proprio quello che, secondo l’accusa, non è stato fatto perché, infatti, l’Agenzia avrebbe omesso le «direttive e raccomandazioni in materia di sicurezza» che avrebbero dovuto obbligare Rfi a mettere «in atto tutte le necessarie misure di controllo del rischio». Tra il 2010 e il 2017 «ci sono state 250 rotture di giunti isolanti incollatiti» su tutta la rete ferroviaria, scrive in una relazione Angelo Laurino, il dirigente della sezione di polizia giudiziaria della Polfer della Lombardia, e «questo conferma l’ipotesi che Rfi sapeva da tempo della problematica, che addirittura risale al 2006». Il gestore della rete ferroviaria, però, «ha iniziato ad affrontare la soluzione del problema a partire dal 2012» e «negli annui successivi, pur costatando altre rotture, non solo non ha adottato misure mitigative ma non ha nemmeno dato piena attuazione al programma quinquennale 2016-21 di sostituzione dei giunti». La questione preoccupava molto i dirigenti di Rfi. Nel novembre 2013 l’allora direttore di produzione Maurizio Gentile, ora amministratore delegato, indagato con altre 10 persone e la società Rfi per il disastro di Pioltello, aveva costituito un team apposito dopo che le rotture dei giunti erano aumentate del 53% rispetto all’anno prima. «Tali fenomeni incidono pesantemente sulla regolarità dell’esercizio ferroviario, e in qualche caso, possono incidere sulla sicurezza dell’esercizio», scriveva Gentile che dispose immediatamente una campagna «massiccia» di controlli «sull’intero territorio nazionale», precisa Laurino il quale, chiosa: «Sarebbe stato opportuno che anche Umberto Lebruto, direttore di Produzione in carica alla data dell’incidente, avesse predisposto nel 2017 un’analoga campagna di rilievi». Una problematica che era conosciuta da Ansf almeno dal 2010, dopo un incidente nel Lodigiano, ma l’agenzia «ha iniziato ad occuparsene soltanto dal 2015» con tre lettere a Rfi, ma «omettendo provvedimenti» nei confronti del gestore e non verificando «che i processi manutentivi fossero effettivamente idonei», scrive Marco Napoli, il dirigete del Nucleo operativo incidenti ferroviari della Polizia. Una sottovalutazione che ha «sfidato la buona sorte» fino al disastro di Pioltello.

Strage ferroviaria di Pioltello:  «Rfi risparmiò sulla sicurezza». Pubblicato mercoledì, 30 ottobre 2019 da Corriere.it. Una serie di omissioni a catena nella manutenzione, commesse a partire dai livelli più bassi fino ai vertici di Rete ferroviaria italiana, avrebbero impedito che la linea Cremona-Milano fosse tenuta «in buon stato di efficienza per la sicura circolazione dei treni» in modo da prevenire il disastro di Pioltello. È l’accusa che la Procura di Milano muove agli undici indagati e alla stessa Rfi, accusata in base alla legge sulla responsabilità amministrativa delle imprese, chiudendo l’inchiesta sull’incidente che il 25 gennaio del 2018 costò la vita di tre persone e il ferimento altre 102. Disastro ferroviario colposo, omicidio e lesioni colpose plurime ed omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro sono le accuse ipotizzate. Tra gli indagati figurano i responsabili locali delle strutture di Rfi incaricate della manutenzione che sono accusati di non aver sostituito immediatamente il giunto che, rompendosi al chilometro 13+400 nei pressi della stazione di Pioltello, causò il deragliamento. Le indagini della Polizia ferroviaria e dei periti, dirette dai pm Maura Ripamonti e Leonardo Lesti, hanno concluso che il giunto era «in pessime condizioni», «non rispondeva alle caratteristiche tecniche previste dal Rfi» già «da novembre 2017», quando fu messa una zeppa di legno per limitare le sue oscillazioni. Nonostante «l’evidente ed elevato rischio del formarsi di cricche interne», le fessurazioni dell’acciaio che porteranno alla rottura di circa 20 centimetri di rotaia che causerà il deragliamento, non vennero disposti «monitoraggi sistematici» del giunto che si trovava su una linea in cui passano treni che sfrecciano anche a 180 chilometri l’ora, la cui sostituzione fu programmata solo per l’aprile 2018 . Indagati anche l’allora direttore dell’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria e il suo vice che non avrebbero vigilato su Rfi obbligandola ad allestire «tutte le necessarie misure di controllo del rischio». L’amministratore delegato di Rfi, Maurizio Gentile, Umberto Lebruto, direttore di produzione, e Marco Gallini, dirigente della struttura organizzativa, sono accusati di non aver dato, «nonostante i ripetuti e frequenti episodi di rotture dei giunti su tutto il territorio nazionale», disposizioni a tutte le Direzioni territoriali di intensificare i controlli e disporre «misure contenitive del rischio», come la riduzione della velocità dei treni, l’uso di apparecchi ad ultrasuoni manuali in grado di verificare lo stato delle rotaie, visto che il treno Galileo che serve proprio a questo era fermo per un guasto dalla metà del 2016, oppure di istallare su tutta la rete ferroviaria italiana dispositivi «in grado di segnalare tempestivamente» le anomalie. La chiusura delle indagini prelude alla richiesta di rinvio a giudizio. Che non riguarderà l’amministratore delegato di Trenord, Cinzia Farisè, il direttore operativo Alberto Minoia, e la stessa società proprietaria del convoglio. Indagati inizialmente, vanno verso l’archiviazione dopo che le perizie hanno escluso qualsiasi loro responsabilità.

Strage Pioltello, la rete senza controlli e la chat prima dell’incidente: «Se accade qualcosa sono guai». Pubblicato sabato, 02 novembre 2019 su Corriere.it da Giuseppe Guastella. Uno dei messaggi estrapolati dai cellulari degli indagati. È il 26 novembre del 2017 quando sulla linea Torino-Alessandria un treno deraglia per la rottura di un giunto tra due rotaie. Alle 14,40 Umberto Lebruto, direttore di produzione di Rfi, posta un messaggio nella chat aziendale chiedendo ai suoi tecnici di «accelerare l’istallazione» di un particolare sensore che segnala i guasti nei giunti, perché «nel frattempo se dovesse accadere qualcosa di brutto non ce la caveremo facilmente». Tre mesi dopo, alle 6,56 del 25 gennaio 2018, accade più di qualcosa: per un giunto rotto il Cremona-Milano carico di pendolari esce a 130 km/h dai binari dopo la stazione di Pioltello, tre persone muoiono e altre 102 restano ferite. Si avvera la infausta profezia: Lebruto e dieci tra manager e dirigenti di Rfi finiscono indagati con la società per disastro ferroviario colposo, omicidio plurimo e lesioni colpose. Il messaggio WhatsApp, uno dei tanti estrapolati dalla Polizia ferroviaria dai cellulari degli indagati, secondo gli investigatori dimostrerebbe la consapevolezza dei vertici di Rfi del rischio che correva la circolazione ferroviaria. Non solo perché non erano stati istallati i sensori «Marini», ma sopratutto perché per più di un anno e mezzo nessuno ha controllato con gli ultrasuoni l’integrità dei binari della Rete ferroviaria italiana, dato che l’unico mezzo in grado di farlo per prevenire le rotture, il treno Galileo, era fermo per manutenzione dal 26 giugno 2016, rimanendoci fino al 6 marzo 2018, più di due mesi dopo il disastro. Nel tratto dell’incidente di Pioltello la situazione era ancora più grave. In una relazione agli atti dell’inchiesta chiusa dai pm milanesi Maura Ripamonti e Leonardo Lesti, coordinati dall’aggiunto Tiziana Siciliano, Angelo Laurino, comandante della Pg della Polfer della Lombardia, scrive che «dal 22 luglio 2014 fino alla data dell’incidente non sono stati fatti esami ultrasuoni» che, invece, sarebbero dovuti avvenire «ogni sei mesi» su una linea ad alta velocità e alta capacità come quella, dove i treni transitano anche a 180 km/h. I vertici e i tecnici di Rfi avrebbero dovuto «garantire la sicurezza dell’esercizio», sottolinea Laurino, dato che avevano «la certezza» di quanto fossero indispensabili i controlli con gli ultrasuoni sulle linee sottoposte ad usura. In attesa che Galileo tornasse in servizio, a fine 2017 Rfi aveva noleggiato per le verifiche un «carrello» dalla società svizzera Sperry (costo quasi 400 mila euro) che aveva scoperto una quantità di problemi, tra cui giunti rotti, lungo la direttrice Nord-Sud che esclude Pioltello. Ma in Rfi c’era una consapevolezza: «Urge rimettere in pista Galileo», messaggiava molto preoccupato un tecnico. Dopo il disastro la chat aziendale va in fiamme, i messaggi girano vorticosamente. A un collega che cerca di scaricare la responsabilità sulla qualità delle rotaie, Marco Gallini, dirigente di Rfi delegato alla diagnostica, risponde chiedendo «come mai in Inghilterra si fanno i rilievi ultrasuoni ogni quattro settimane e in Rfi ogni 6-12-24 mesi... da quando hanno intensificato i controlli hanno pressoché azzerato le rotture delle rotaie. Credo che la nostra normativa degli ultrasuoni non sia più adeguata».Sarà anche per la normativa, ma resta che su una tratta come quella di Pioltello dove passano 500 treni al giorno, dall’ultimo controllo di Galileo del 2014 «non risultano nemmeno eseguiti i rilievi ultrasuoni manuali», scrive Laurino. Se le verifiche fossero state fatte almeno dopo che un operaio ad agosto 2017 segnalò per la prima volta che quel giunto al km 13+400 si muoveva in maniera anomala, secondo la Polfer, il disastro «con moltissime probabilità non si sarebbe verificato».

Il disastro ferroviario di Pioltello: l’allarme del capo operaio: «Non mi ascoltarono». Pubblicato sabato, 02 novembre 2019 su Corriere.it da Giuseppe Guastella. La deposizione sul deragliamento del 2018, in cui morirono tre persone: dissi più volte di sostituire un giunto guasto, ma non fecero assolutamente nulla. Il capo operaio era preoccupatissimo, come tecnico e come padre. Da maggio 2017 segnalava che al chilometro 13+400 della ferrovia Cremona-Milano c’erano problemi, ma nessuno faceva niente per sostituire subito il giunto, quello che il 25 gennaio 2018 si romperà facendo deragliare il treno dopo Pioltello. «Io tenevo alla sicurezza della linea. Ci viaggiano anche i miei figli e avevo capito che poteva essere pericoloso», dichiara nel verbale agli atti dell’inchiesta sull’incidente che uccise tre persone e ne ferì 102. L’uomo è seduto di fronte ai pm milanesi Maura Ripamonti e Leonardo Lesti che, coordinati dall’aggiunto Tiziana Siciliano, hanno indagato vertici e dirigenti di Rfi per disastro ferroviario colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose. Gli investigatori hanno la mail con la quale il 29 agosto 2017 il tecnico incaricato delle manutenzione sulla linea comunicò che il giunto doveva essere cambiato. «Decisi di fare una segnalazione scritta. Ma era già da tempo che, a voce, indicavo ai miei superiori la necessità di eseguire interventi urgenti sulla tratta». L’allarme, sostiene, cadde nel nulla: «Ricordo anche che mi arrabbiai perché scoprii che andarono a fare qualche lavoro per il deviatoio dove c’era stato lo svio (un deragliamento senza conseguenze avvenuto a luglio lì vicinio, ndr) e nessuno aveva fatto niente negli altri punti critici». Un collega sbottò contro un superiore chiedendosi quante volte glielo dovevano dire ancora. È lo stesso superiore al quale il tecnico chiedeva spesso «di fare interventi e lui — dichiara — mi rispondeva “chiama quelli di Brescia (unità operativa, ndr) e fatti mandare il personale”. Quelli di Brescia, però, mi hanno sempre risposto di no, forse perché erano tutti impegnati per l’alta velocità su altri punti della tratta. Tra i lavori che volevo fare c’era anche la sostituzione di quel giunto». Aggiunge che «era già almeno da marzo 2017» che continuavamo a fare interventi tampone sul posto e che lui «a maggio-giugno 2017» cominciò a «diventare più pressante verso i superiori». Allarmi sottovalutati, per i pm. «Mi sentivo preso in giro in quella situazione», dice il capo operaio, «sono stato l’unico a chiedere fin da subito e ad insistere per gli interventi (...) mi avevano sempre detto “non ti preoccupare”, ma nessuno faceva niente». Dichiara di essere stato sospeso da Rfi per 10 giorni «per l’incidente di Pioltello perché non avrei rispettato le procedure» per la «compilazione della check list» dei lavori e per «non aver richiesto subito la sostituzione del giunto, secondo le disposizioni Rfi». Sospensione condivisa con il dirigente e altri operai. Spiega che lui preferiva «richiedere a voce gli interventi, piuttosto che annotarlo sui registri, perché mi ero reso conto che nessuno controllava la modulistica». La delusione aumentò un mese prima dell’incidente quando il nuovo giunto fu scaricato vicino a quello danneggiato. Si diceva che entro Natale sarebbe stato istallato, invece fino a gennaio «non si è visto nessuno». Era ancora lì il giorno del disastro.

·         La Boccassini e Robledo in pensione.

Procura di Milano, è rivolta dei sostituti contro Francesco Greco. Tiziana Maiolo il 18 Dicembre 2019 su Il Riformista. Non è stata certo una rivolta dei peones quella che nei giorni scorsi ha visto i sostituti procuratori di Milano contrapporsi in massa al loro capo Francesco Greco e contestare il piano triennale di riorganizzazione dell’ufficio. Si chiedeva loro una cosa semplice: fatevi autorizzare da un aggiunto, cioè da un superiore gerarchico, prima di assumere provvedimenti importanti. La protesta nasce da storie antiche e di puro potere. Il triangolo delle bermude è composto dal Consiglio superiore della magistratura che vuole il controllo totale sui procuratori, i capi degli uffici che mal tollerano l’eccessiva autonomia dei loro sostituti e questi ultimi, spesso ringalluzziti dalla pubblicità ottenuta tramite il circo mediatico, che cercano di giocare in proprio, spalleggiati dal Csm. Il procuratore capo della repubblica di Milano ha semplicemente cercato di mettere ordine in quegli uffici del quarto piano del palazzo di giustizia da troppi anni popolato da troppi galli nel pollaio. Pur se sono passati i tempi in cui in quel corridoio Tonino Di Pietro egli altri del pool incedevano seguiti da un codazzo di giornalisti e ammiratori, la procura della repubblica di Milano è pur sempre considerata, come la recente vicenda dell’Ilva insegna, un punto di riferimento autorevole e ben organizzato. Per questo Francesco Greco non si aspettava certo la ribellione dell’intero ufficio (con l’esclusione degli otto aggiunti) al piano triennale richiesto a tutte le procure dall’ultima direttiva del Csm. Non se lo aspettava, ma forse avrebbe dovuto. Prima di tutto perché sa bene che il Consiglio morde il freno fin dai tempi dell’ultimo governo Berlusconi e di quella legge del 2006 voluta dal ministro Castelli che, concentrando tutto il potere investigativo ma anche programmatico e organizzativo nelle mani del procuratore capo, prendeva due piccioni con una fava, riconducendo al normale rapporto gerarchico i sostituti e togliendo al Csm il potere di mettere il naso all’interno degli uffici. Secondariamente perché un anno dopo, nel 2007, l’organo di autogoverno con una delibera ha di fatto abrogato le insidie della legge, riaffermando la propria competenza, in quanto “vertice organizzativo della magistratura”, a decidere l’organizzazione interna dei singoli uffici. Fino a sottoporre l’attività di coordinamento dei procuratori capo a un giudizio che può arrivare a influenzarne il fascicolo personale e la stessa carriera. Ma non è tutto. Di delibera in delibera, di circolare in circolare, si è “suggerito” sempre di più ai capi degli uffici di sottoporre ai sostituti i piani organizzativi. Al punto di arrivare nel 2009 a bloccare la riconferma del procuratore capo di una città piuttosto importante perché, pur essendo stata lodevole la sua capacità di smaltire l’arretrato, lo aveva fatto senza consultare i suoi sottoposti. Ecco perché oggi, forse sentendosi appoggiati dalla giurisprudenza del Csm, i sostituti milanesi non accettano di dover consultare preventivamente almeno un aggiunto prima di fare iscrizioni nel registro degli indagati, prima di compiere atti investigativi, disporre intercettazioni, dare l’ok a un patteggiamento. Regole normali in tutti gli altri paesi dell’occidente dove l’ufficio della pubblica accusa è addirittura a gerarchia unitaria a livello nazionale e fa riferimento al ministro di giustizia o vertice equivalente, che coordina le indagini sull’intero territorio. Ma i pubblici ministeri italiani non solo godono del privilegio di appartenere alla stessa carriera dei giudici, ma fruiscono anche di un ampio regime di indipendenza proprio anche all’interno dell’ufficio cui appartengono, che solo formalmente ha una struttura gerarchica. Nei fatti, la potenza di un forte sindacato con le sue correnti, le regole fissate dal Csm anche in barba alle leggi del parlamento, unite al consenso di un’opinione pubblica sempre più aizzata da una stampa complice, hanno di fatto sempre più personalizzato la figura del singolo pubblico ministero. Che è sempre in una botte di ferro, anche rispetto al capo dell’ufficio. Cui si può tranquillamente ribellarsi, come accaduto a Milano.

STRANO MA VERO, IL ''GIORNALE'' TRIBUTA L'ONORE DELLE ARMI A ILDA BOCCASSINI: ''ESULE NELLA SUA PROCURA, SENZA FASCICOLI E FUORI DAI GIRI DI PALAZZO CHE L'HANNO ESCLUSA DALL'ULTIMO SALTO DI CARRIERA, È A SEI MESI DALLA PENSIONE. SUL SUO FURORE INVESTIGATIVO MOLTO SI È SCRITTO, MA NESSUNO NE HA MAI MESSO IN DUBBIO LA POTENZA MICIDIALE NELLE INDAGINI PRELIMINARI; NÉ L'INTUITO INVESTIGATIVO. QUELLO CHE LE E' MANCATO E' STATO…''

Luca Fazzo per “il Giornale” il 6.06.2019. Il lungo addio di Ilda Boccassini comincia in sordina, lunedì scorso. Lei non è in ufficio, non lo è neanche ieri. Chiusa la porta della piccola stanza numero 31 che non ha voluto lasciare neanche all' apice della sua carriera, quando i suoi colleghi si contendevano le suite presidenziali della Procura. Vuote le sedie che nel corridoio del quarto piano ospitano i ragazzi della sua scorta, quelli che ogni giorno - anche in futuro, e chissà per quanti anni - vigileranno sulla sua quotidianità di vittima designata. Intorno, la Procura della Repubblica continua la sua vita, tra la routine dei tempi morti e le improvvise fiammate dei blitz contro il mafioso o il politico di turno. Nella Procura di cui, comunque si guardi la storia, è stata per quasi trent' anni una protagonista, oggi Ilda è un' ospite ingombrante. Lo è dall' ottobre 2017, quando per una norma giusta in teoria ma dannosa nei fatti ha dovuto lasciare la carica di procuratore aggiunto, alla scadenza degli otto anni di carica. Aveva provato a fare il salto finale, puntando alla poltrona più alta, quando venne lasciata libera da Edmondo Bruti Liberati. Non prese neppure un voto: colpa del suo carattere, o dei giochi di corrente che in questi giorni su altre nomine importanti stanno venendo drammaticamente alla luce. Andrà in pensione il 7 dicembre, quando compirà i settant'anni. Per non costringerla alla corvè dei processi qualunque e dei turni di guardia, il nuovo procuratore Francesco Greco le assegnò il compito di mandare avanti il pool più delicato della Procura, quello sull' intreccio tra criminalità economica e politica corrotta, rimasto senza capo per la malattia poi letale di Giulia Perrotti. Ma da lunedì scorso ha preso servizio in Procura Maurizio Romanelli, tornato a Milano come procuratore aggiunto al termine di una battaglia tra Csm, Tar, Consiglio di Stato. Anche se si dovrà passare per una sorta di concorso interno, Romanelli è il candidato ovvio alla guida del pool. E alla Boccassini toccherà farsi definitivamente da parte.

Solo lei sa come intende passare i sei mesi che mancano all' addio alla toga. Potrà smaltire ferie, potrà - se vorrà - chiedere il pensionamento anticipato. Oppure potrà scegliere di restare lì, nella stanzetta, a sbrigare qualche fascicolo. La sua porta è sempre aperta. Sulla sua scrivania non c' è - unico caso in tutta la Procura - né un computer né un monitor. Così l' immagine che appare, a chi si trova a passare in corridoio, è quella di una donna sola, affondata nelle sue riflessioni e nel suo passato. Nei quindici mesi in cui ha guidato il pool anticorruzione non si può dire che abbia portato a segno colpi memorabili. L' ultima retata sul fronte delle tangenti, quella che ha investito buona parte di Forza Italia in Lombardia, è stata realizzata da un' altra squadra, il pool antimafia: nella conferenza stampa, Greco le ha offerto un tributo doveroso, perché l' indagine l' aveva avviata lei. Ma ormai il pallino dell' inchiesta è in altre mani, e la processione delle confessioni scivola via, senza fermarsi alla stanza 31. È stata la prima a incriminare un sindaco di Milano, è stata la prima a incriminare un presidente del Consiglio in carica. Sul suo furore investigativo molto si è scritto, ma nessuno ne ha mai messo in dubbio la potenza micidiale nelle indagini preliminari; né l' intuito investigativo, che le permise di capire da subito che il pentito Scarantino, idolatrato dalla Procura di Palermo, era un bugiardo. A mancarle, e anche questo è giudizio diffuso, è stata la finezza dell' analisi giuridica, quando dalla fase dei pedinamenti e delle intercettazioni bisognava passare a quella dei processi. E lì le mancò l' umiltà di farsi istradare, di individuare i tasselli che ballavano nell' impianto accusatorio prima che il processo andasse a schiantarsi, come nel caso Ruby. Anche questo ha contribuito il suo isolamento. Ma sarebbe ingiusto non ricordare che ha pagato anche la sua estraneità a logiche di corrente di cui ora appare il lato marcio. Cantava Jovanotti: «Un vecchio di quelli che nessuno vuole avere intorno, perché han visto tutto e fatto tutto, e non sopportan quelli che adesso è il loro turno»: saranno lunghi, i sei mesi dell' addio di Ilda.

LA ''DOTTORESSA'' SE NE VA. DA RIINA AL CASO RUBY BOCCASSINI E IL METODO EREDITATO DA FALCONE. Piero Colaprico per ''la Repubblica'' l'8 settembre 2019. Giovanni Falcone, Ilda Boccassini. Se non si capisce questo segmento, non si capiscono le scelte di un magistrato che, alla fin fine, nessuno dei suoi colleghi ha voluto che facesse carriera. Di qualsiasi argomento del codice penale si sia occupata - mafie, corruzione, terrorismo - ha sempre portato a casa il risultato. Sono le sue inchieste che l' hanno trasformata per moltissimi "in un mito", come si diceva, ma nello stesso per altri è diventata un "nemico". Questa settimana il plenum del consiglio superiore della magistratura prende atto che sta per compiere 70 anni e il "collocamento a riposo" è nei fatti, anche se immaginare "la dottoressa", come tutti la chiamano, lontana dall' ufficio dove restava sino a sera, non è facile. La prima inchiesta con il metodo Boccassini (lei dice sempre "metodo Falcone", ma non è lo stesso) si chiama Duomo connection e si svolge a Milano alla fine degli anni '80. Mani pulite, che attaccherà la corruzione politica con il pool, comincerà nel 1992. Lei prima dei colleghi scopre uno "stile". Una famiglia di Cosa nostra, fornita di assassini e trafficanti, deve costruire delle case e per poterlo fare deve pagare la tangente a chi qui a Nord è più forte: il partito socialista. Lo scandalo è gigantesco, le microspie che sono state piazzate nel cantiere dalla squadra del "capitano Ultimo" raccontano una metropoli nera che può lasciare esterrefatti. L'asse Palermo-Milano dell'antimafia diventa sempre più solido, ma il 23 maggio 1992 c' è "l'attentatuni", Falcone, la moglie, la scorta muoiono. Boccassini sceglie la sua barricata. Critica chi aveva criticato Falcone, rompe amicizie, si fa giudicare da Francesco Saverio Borrelli come inadatta a lavorare in pool (poi faranno pace, la stima e l' affetto tra i due erano altissimi) e andrà a vivere "bunkerizzata" in Sicilia, per indagare sulle stragi. È lei che, inascoltata, avverte i colleghi siciliani che il pentito Vincenzo Scarantino, che aveva collaborato per la strage di Paolo Borsellino, nel settembre successivo, stava raccontando bugie. Ed è "Ultimo" che, nel gennaio del '93, sbatte a terra il capo di Cosa Nostra, Totò Riina, cercato invano da decenni. Il metodo, alla fin fine, è sempre uno: trovare la persona giusta da seguire, o da interrogare, e stringere il laccio quando non ci sono possibilità di mentire. Tornata a Milano, Boccassini contraddice le malignità che la vogliono incapace del lavoro di squadra. Affianca Gherardo Colombo, e cioè uno di quelli che aveva pesantemente bollato come ostile a Falcone, nell' inchiesta clamorosa sulle corruzioni ai giudici di Roma, organizzate da Cesare Previti e pagate da Silvio Berlusconi. Nel 2007 mette in ginocchio gli ultimi brigatisti rossi, reduci degli Anni di piombo, assassini totalmente fuori tempo. E quando diventa procuratore aggiunto della Distrettuale antimafia, mette in linea ogni informazione con i colleghi, quasi una ventina, e non trapela un fiato: chiunque lavori con lei sa che non può fare da "talpa". I suoi dicevano testualmente «Se ne becca uno, se lo mangia». Il suo metodo si moltiplica. Ci sono state a Milano fondamentali inchieste antimafia, ma gli investigatori coordinati da Boccassini riescono a filmare le votazioni delle famiglie di 'ndrangheta per il loro rappresentante e qualche giuramento di affiliazione. Video che fanno il giro del mondo. Ed è così che, quando Edmondo Bruti Liberati, che viene dal civile, diventa il capo della Procura di Milano, si affida a lei per due compiti delicatissimi. Una, l' inchiesta su Ruby Rubacuori e Silvio Berlusconi. È vero, come scrive sua figlia Marina, che Berlusconi è stato infine assolto, ma è anche vero che le sue non erano "cene eleganti", erano porno feste, alle quali aveva partecipato una prostituta di 17 anni, scappata da una comunità di recupero in Sicilia e approdata ad Arcore, nella casa del Presidente del Consiglio. L'altra inchiesta riguarda Expo e va a beccare due vecchi arnesi della Prima Repubblica, il comunista Primo Greganti e il democristiano Gianstefano Frigerio, che provavano a mettere le mani negli appalti. Condannati entrambi. Con un simile curriculum, Boccassini ipotizzava che avrebbe potuto ricoprire il ruolo di procuratore capo. Non è andata così, il Csm a metà del 2016 nomina Francesco Greco e, arrivati all' ultimo quadrimestre del 2019, si può dire che "la dottoressa" non sia stata più utilizzata al meglio. E, se ne ha sofferto, sinora se l'è tenuto per sé.

Ilda Boccassini va in pensione: successi e cadute della pm con i jeans. Tiziana Maiolo il 6 Dicembre 2019 su Il Riformista. Quando è arrivata a Milano, alla fine degli anni settanta, la giovane Ilda Boccassini fu subito definita “la pm in blue jeans”. Mai si era vista, nell’austerità del palazzo di giustizia di Milano, una ragazza così bella, così di esuberante napoletanità, così estroversa. Normale fu, in quegli anni, per i maligni e per gli invidiosi, puntarle gli occhi addosso, soprattutto sui suoi comportamenti e sulla sua vita personale. Nulla di strano se la sera la incontravi, in jeans e maglietta come le ragazze della sua età (era appena trentenne) a divertirsi nei locali sui navigli. Ma lì non c’erano gli “spioni”. C’erano invece dalle parti del palazzo di giustizia, nei suoi corridoi dove fiorivano chiacchiere sui suoi rapporti troppo cordiali con alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine o con i giornalisti. Dentro il palazzo e anche nei dintorni. E arrivò il primo inciampo, quello che avrebbe dovuto in seguito renderla più prudente. Capitò che proprio a due passi dal “palazzaccio” due agenti che scortavano un procuratore aggiunto la vedessero abbracciata a un ragazzo, che per giunta era un cronista accreditato alla sala stampa del tribunale. E questo fu considerato grave e inopportuno dai vertici della magistratura. Scoppiò un putiferio, con denuncia del procuratore capo al Csm per “condotta immeritevole”, dove però lei uscì immacolata. Anche perché fu dimostrato che, nonostante i suoi rapporti personali con qualche giornalista, Ilda Boccassini è sempre stata uno dei pochi magistrati avari di indiscrezioni passate sotto banco ai cronisti giudiziari. Ma anche sul piano professionale i suoi primi anni alla procura di Milano non furono certo coronati da successo. La sua prima inchiesta, la “Duomo connection”, che avrebbe dovuto dimostrare (ci provavano fin da allora) la complicità di associazioni mafiose con la politica milanese fu un vero flop, terminata con l’archiviazione per tutti i politici e qualche modesta condanna per droga nei confronti di personaggi di secondo piano. Aveva alzato troppo il tiro, e non sarà la prima né l’ultima volta. E arrivò il secondo inciampo, non di carattere personale, ma nell’ambito lavorativo. Boccassini è sempre stata un magistrato ambizioso, ma anche il suo collega Armando Spataro lo era. Altrettanto ambizioso ma più abile, meno impulsivo: insomma, un po’ la differenza tra approccio maschile e femminile. E si sa che sul piano del potere troppo spesso vince il comportamento maschile. E Spataro vinse. Perché lei, pur sapendo che il collega indagava in certi ambienti, si sovrappose con un blitz sugli stessi personaggi che lui stava pedinando, mandando così all’aria mesi di indagini che, attraverso un lavoro più certosino e graduale, avrebbero dovuto portare gli inquirenti ai vertici dell’associazione mafiosa.

Siamo all’inizio degli anni novanta. E sarà il procuratore Borrelli a dover sbrogliare la matassa. Ma questa volta Boccassini non se la cavò e fu “licenziata” dal pool criminalità con un marchio che fu quasi uno schiaffo: «È dotata di individualismo, carica incontenibile di soggettivismo e di passione, non disponibilità al lavoro di gruppo». Ma queste sue caratteristiche, che erano state determinanti per la sua uscita dal pool, diventarono in seguito anche un suo punto di forza. Nelle indagini sulla criminalità organizzata Ilda Boccassini ha sempre creduto e ci si è tuffata con le modalità di sempre: più lottatrice che inquirente. Ma la svolta della sua vita sarà determinata nel 1992, con la strage di Capaci. La morte di Giovanni Falcone, con il quale aveva uno stretto rapporto anche personale, sarà per lei uno strazio che non potrà e non vorrà in alcun modo nascondere. La ricordano tutti, a Milano, nell’aula magna del palazzo di giustizia affollata di magistrati, prendere il microfono e lanciare parole dure come pietre: «Lo avete fatto morire con la vostra indifferenza e le vostre critiche e adesso avete pure il coraggio di andare al suo funerale». Era vestita di nero, e i colleghi dissero che si era vestita da vedova. Ma lei tirò dritto, lei che aveva da sempre aderito alla corrente di magistratura democratica come tutti suoi collegi di sinistra, quel giorno stracciò la tessera e non si iscrisse mai più al sindacato delle toghe. Il che forse la danneggiò, dal punto di vista della carriera. Decise invece di farsi trasferire a Caltanissetta, il distretto che indagava sulla morte di Falcone. Vi restò poco, ma il tempo necessario per passare alla storia come l’unico magistrato ad aver capito l’imbroglio del finto pentito Vincenzo Scarantino, il pupazzo costruito a tavolino nelle indagini sulla morte di Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia due mesi dopo la strage di Capaci. Ilda Boccassini capì subito che quel “pentito” puzzava di imbroglio, lo intuì perché conosceva i suoi polli: non solo i mafiosi, ma anche gli “sbirri” e i pubblici ministeri. Forse, se lei fosse rimasta lì, se avesse insistito, se avesse lottato con i suoi colleghi come altre volte aveva fatto, avrebbe salvato la vita a molti innocenti che sono rimasti 15 anni in carcere per un delitto che non avevano commesso. Fatto sta che a un certo punto Boccassini è tornata da dove era partita, cioè a Milano, a continuare le inchieste sulla criminalità organizzata.

Ma quel che rimarrà nella memoria di tutti è legato non tanto alle molte inchieste, non tutte azzeccate, sulle organizzazioni mafiose in Lombardia, quanto la pervicacia ai limiti della persecuzione con cui ha fatto controllare la vita, le abitudini, gli incontri, le abitazioni di Silvio Berlusconi a causa della sua conoscenza con una giovane egiziana, Karima El Mahroug, detta Ruby, di anni diciassette e sei mesi. Minorenne, ma quasi maggiorenne. Con cui lui sarebbe andato a letto: la pm ha insistito fino al limite della morbosità su questo punto. Ma durante il processo si capì anche che la pubblico ministero, da tutti definita come donna molto passionale, non amava le altre donne. I giornalisti del palazzo di giustizia raccontano di averlo già notato per certi suoi atteggiamenti pubblici e imbarazzanti nei confronti della compagna del suo ex marito, il magistrato Aldo Nobili. Ma in aula Boccassini non diede certo il meglio di sé, quando nella requisitoria accusò Ruby di “furbizia orientale” e non risparmiò giudizi di pesante moralismo su alcune ragazze che frequentavano la casa di Berlusconi. Se fosse uscito un fumetto dalla sua bocca avrebbe detto “puttane”. Ma anche quel processo, nonostante i suoi sforzi, non fu un grande successo, visto che, al termine dei tre gradi di giudizio, Silvio Berlusconi è uscito assolto. Dopo la morte del procuratore Borrelli che lei ha salutato con un necrologio di grande esibizionismo, firmato solo “Ilda” (“Hai resistito alle lusinghe del potere, sei stato un esempio di integrità per chi come me non ha ceduto ai compromessi. Dopo di te tenebre. Già mi manchi”), Boccassini ha tirato giù il sipario. Non ha fatto carriera come il suo avversario Spataro. Lui è diventato capo della procura di Torino, lei è arrivata solo al ruolo di aggiunto. Domani compie settanta anni. Va in pensione la “Pm in blue jeans”.

Addio processo: la dolce pensione di Alfredo Robledo. Gabriele Albertini l'8 Dicembre 2019 su Il Riformista. Sicuramente sarà una coincidenza. Guai a pensar male. Ma quando un magistrato decide di appendere la toga al chiodo, spesso i suoi guai giudiziari con la legge finiscono su un binario morto. Uno degli ultimi casi riguarda l’ex procuratore aggiunto, poi degradato a sostituto, Alfredo Robledo. Numero uno del dipartimento reati contro la Pa, ebbe uno scontro violentissimo con il suo capo, Edmondo Bruti Liberati e venne accusato dallo stesso procuratore capo, d’aver assegnato a tre custodi giudiziari la somma di circa 92 milioni di euro, sequestrata nell’inchiesta per la presunta truffa sui derivati, in danno del Comune di Milano. L’indagine aveva a oggetto dei finanziamenti, con clausole ritenute vessatorie, sottoscritti da Palazzo Marino con alcune banche (UBS, Deutsche Bank, JP Morgan e Depfa Bank). Invece di depositare l’intera somma, come prescritto, sul Fondo Unico per la Giustizia (Fug), emanazione di Equitalia Giustizia, Robledo si rivolse a una piccola banca della Brianza, dove era residente, da pretore di Monza, prima di trasferirsi a Milano, come riferisce nell’esposto al Csm Bruti Liberati. Siamo nel 2009. Secondo Bruti Liberati, la decisione di Robledo era illegittima e avrebbe causato un danno alle casse dello Stato, per il pagamento dei compensi ai tre custodi giudiziari (come accertato, oltre un milione di euro in tre). Va aggiunto che il giudice per l’udienza preliminare, presso il Tribunale di Brescia (Mainardi) osserva nella sentenza del 9 ottobre 2017: «I custodi hanno svolto un’attività obbiettivamente minima (in definitiva la ricezione degli estratti conto) ma non hanno potuto negoziare alcun migliore tasso d’interesse, dunque la loro nomina, appare quanto meno discutibile». Il “processo derivati” si conclude con l’assoluzione «perché il fatto non sussiste», con sentenza passata in giudicato della Corte d’Appello, nel 2014. «Il Comune di Milano ( … ) come differenze tra quanto avrebbe dovuto pagare, mantenendo il vecchio debito e quanto ha effettivamente pagato, con la nuova struttura di debito, aveva guadagnato 103 milioni, nel 2005, 48, nel 2006, 47 nel 2007, per un totale di 198 milioni». Come si legge nella nota alla Corte dei Conti del 2007, dell’allora Direttore Generale Giampiero Borghini. La transazione, intervenuta prima del processo d’Appello, è valsa al Comune di Milano 750 milioni di euro, in parte liquidati subito, in parte entro la data di esaurimento del mutuo originario. Il vantaggio complessivo per il Comune, frutto dell’operazione in cui, secondo l’accusa sostenuta da Robledo sarebbe stato truffato, è stato di circa 950 milioni. Mentre cala il sipario sull’unico caso al mondo di un processo penale su un’operazione di derivati, stenta a partire quello a Robledo, per abuso d’ufficio, al punto che, a luglio 2018, il Tribunale di Brescia, non può far altro che dichiararlo prescritto. La Procura non accetta la decisione e ricorre in Cassazione. Lo scorso marzo piazza Cavour lo accoglie e dispone un nuovo processo nei confronti di Robledo e dei suoi consulenti, in quanto non si sarebbero ancora prescritte le ricche liquidazioni dei loro incarichi, terminate nel 2012. Robledo, con quattro procedimenti disciplinari aperti davanti al Csm, già trasferito a Torino per gravi motivi disciplinari e privato delle funzioni semidirettive di “aggiunto”, degradato a sostituto, all’inizio dell’anno decide di chiudere con la magistratura e diventa presidente della società lombarda Sangalli, leader nello smaltimento rifiuti. Il procedimento bresciano, che, fino a quel momento, correva spedito, rallenta.  A distanza di otto mesi dalla decisione della Cassazione, infatti, non risulta fissata alcuna udienza. A questo punto, una fissazione nelle prossime settimane sarà comunque inutile, in quanto, tenendo conto dei nuovi tempi, fissati dalla Cassazione, i reati contestati a Robledo e ai suoi custodi si prescriveranno definitivamente agli inizi della prossima primavera. Con buona pace di tutti.

·         Tangentopoli lombarda.

Finti pascoli sugli alpeggi lombardi per ottenere fondi: 98 denunciati per la maxi truffa all'Unione Europea. Scoperti dalla Guardia di Finanza di Como 7 persone accusate di associazione a delinquere e 91 titolari di aziende anche venete e piemontesi: affitti fittizi di terreni agricoli per ottenere maggiori contributi. La Repubblica il 22 agosto 2019. Una maxi truffa all'Unione Europea è stata scoperta dalla Guardia di Finanza di Menaggio (Como) che, con l'operazione "Montagne d'euro", ha disposto il sequestro di beni per oltre 10 milioni di euro. Sette persone residenti nelle province di Sondrio, Como e Cremona sono state denunciate alla Procura della Repubblica di Sondrio per associazione per delinquere, mentre 91 titolari di altrettante aziende agricole lombarde, venete e piemontese, sono ritenuti responsabili di truffa aggravata finalizzata all'indebito conseguimento di contributi europei. L'operazione è nata grazie alle segnalazioni di alcuni allevatori locali, che hanno notato come alcuni pascoli venissero concessi in affitto dai Comuni ad aziende agricole non locali, che pur non portando gli animali in quota riuscivano ad ottenere i benefici previsti dalla normativa europea. I finanzieri hanno così scoperto che due società di servizi rastrellavano con contratti di affitto agrario degli alpeggi i territori montani di proprietà degli Enti comunali dell'alto lago di Como e della Bassa Valtellina, per poi subaffittarli ad aziende agricole, offrendo loro anche i documenti necessari per richiedere all'Unione Europea ingenti contributi.  Le 91 aziende agricole coinvolte, per aumentare virtualmente la superficie agricola in uso ed ottenere maggiori premi riconosciuti da Bruxelles, si rivolgevano all'associazione per delinquere, che forniva loro documentazione falsa o alterata, nonché i nominativi di ignari imprenditori agricoli da inserire nelle rispettive domande uniche d'aiuto, i quali, sulla carta, avrebbero dovuto mantenere in buone condizioni i terreni. Gli imprenditori agricoli individuati dai finanzieri della Compagnia di Menaggio hanno confermato di non aver mai messo piede nei terreni oggetto della richiesta di contributo. Eclatante il caso di un pascolatore indicato in 20 diverse domande uniche di aiuto, che avrebbe dovuto mantenere, nel medesimo periodo, alpeggi situati anche in comuni distanti decine di km tra loro. Dal punto di vista normativo l'elemento cruciale è rappresentato dall'inosservanza dei Regolamenti Comunitari che consentono l'ottenimento di contributi alle imprese agricole che assicurino il mantenimento dei terreni in buone condizioni agronomiche e ambientali attraverso il pascolo. L'indebito ottenimento di contributi europei stanziati nel piano della Pac (la politica agricola comune) nel periodo compreso tra il 2007 e il 2014 è stato però scoperto dalla Guardia di Finanza di Menaggio, a conclusione delle indagini coordinate dal Sostituto Procuratore della Repubblica di Sondrio, Stefano Latorre.

«Caso Serravalle», sentenza ribaltata: Filippo Penati condannato in appello. Pubblicato giovedì, 25 luglio 2019 da Corriere.it. La Corte dei conti ribalta in appello le assoluzioni con le quali il 16 aprile del 2015 si chiuse il processo di primo grado per l’acquisto nel 2005 da parte della Provincia di Milano del 15% delle azioni della Milano Milano-Serravalle dal gruppo Gavio. L’ex presidente Ds della Provincia Filippo Penati e di altre 11 persone sono state condannate a risarcire in danno di 44,5 milioni di euro. Oltre a Penati che risponde di un danno pari a 19,8 milioni, in appello sono stati condannati coloro che all’epoca dei fatti erano il segretario generale della Provincia di Milano Antonio Princiotta (14,8 milioni), il capo di gabinetto Giordano Vimercati e il il direttore generale Giancarlo Saporito (che insieme dovranno pagare 4,9 milioni) stessa somma di cui rispondono, tutti insieme, altri otto “convenuti”. Secondo la Procura della Corte dei conti della Lombardia, nell’operazione che permise alla Provincia di raggiungere il controllo della società, il valore delle azioni era stato sopravvalutato causando così un danno allo stesso ente pubblico che variava da 35,3 a 97,4 milioni e che per il Comune ammontava a 21,8 milioni. Nel 2015 la Corte dei conti aveva assolto Filippo Penati e gli altri componenti della giunta provinciale che nel 2005 deliberarono l’acquisto del 15 per cento delle quote della Serravalle dal gruppo Gavio. La Corte contestava un danno erariale da 100 milioni di euro. Il giudizio era stato sospeso nell’aprile 2014, in attesa della definizione di paralleli procedimenti penali avviati dalla Procura di Milano e da quella di Monza, e il procedimento era ripartito nel settembre 2014 dopo il ricorso presentato dalla Procura contabile lombarda, che aveva impugnato il provvedimento di sospensione del «processo Serravalle». L’operazione finanziaria risale al 2005, quando la Provincia di Milano con Penati comprò dal gruppo Gavio il 15 per cento della Milano-Serravalle al prezzo di 8,9 euro ciascuna per quelle azioni che Gavio aveva acquistato a 2,9 euro. La Corte dei conti, col procuratore regionale Antonio Caruso e i procuratori Adriano Gribaudo e Luigi D’Angelo, contestava “un pregiudizio all’erario connesso a una sopravvalutazione del prezzo unitario delle azioni acquisite dalla Provincia, ben al di sopra del reale valore di mercato, nonché un danno per il deprezzamento del controvalore del pacchetto azionario detenuto dal Comune di Milano nella stessa società”. Ricostruzione che non è stata accolta dal collegio di giudici contabili, che ha assolto Penati e il resto della giunta. La sentenza, ha detto lo stesso Penati, è un’assoluzione nel “merito”, tanto che i giudici hanno evidenziato la “mancata prova di un danno imputabile soggettivamente e contabilmente alle casse della Provincia di Milano”. E’ stato respinto, dunque, ha chiarito l’ex presidente della Provincia, “l’impianto accusatorio contenuto nella citazione della Procura regionale, laddove si riteneva illegittimo il comportamento a suo tempo assunto dalla Provincia”. Ora la Procura regionale avrà la possibilità di fare appello contro la sentenza, anche se, da quanto si è saputo, una decisione sul punto verrà presa soltanto dopo aver letto con attenzione le motivazioni del provvedimento.

"Ho già seminato tanto Ho dato da mangiare a tutti". Così l'imprenditore D'Alfonso faceva il punto con Altitonante sugli aiuti politici di cui poteva godere. Luca Fazzo, Mercoledì 08/05/2019, su Il Giornale. Microspie, intercettazioni telefoniche classiche, cellulari trasformati in «cimici» con virus informatici: per un anno le conversazioni degli indagati, registrate da Finanza e Carabinieri, hanno riempito i brogliacci dell'inchiesta che ieri ha investito la Lombardia.

BEVONO COME SANGUISUGHE. Il 18 gennaio 2018 Daniele D'Alfonso, imprenditore in odore di 'ndrangheta, chiama il gestore di una discoteca di Lissone prenotando il tavolo di un privé per una cena con quindici ospiti. «Stasera faccio una figura della Madonna, c'ho mezza Forza Italia cazzo stasera....tutti i numeri uno di Forza Italia di Varese son lì figa... faccio una figura faccio se va bene stasera Emi (...) siccome lo so che spenderò tanto perché tra mangiare e dopo.. questi bevono come sanguisughe».

HO SEMINATO TANTO. Il 22 gennaio 2018 D'Alfonso in auto parla con Altitonante dei rapporti con Luigi Patimo detto Gigi, manager della spagnola Acciona: «Finché non li vedi, non ci credi, io sono tranquillo... fortunatamente mangio anche senza Gigi, ho seminato talmente tanto! Io a tutti quanto ho dato da mangiare!». Risponde Altitonante: «Io cosa ti avevo detto? Tu devi andare avanti e poi non ti devono rompere i coglioni».

TI BONIFICA 20. Il 13 febbraio 2018 Tatarella e D'Alfonso parlando dei ventimila euro destinati da Patimo alla campagna elettorale di Altitonante, che verranno triangolati con D'Alfonso e Tatarella: «Allora - dice Tatarella - ho visto l'ingegnere con Fabio (...) ti bonifica 20 che però vanno sul mio conto elettorale perché quella spedizione lì devo pagargliela io a Fabio... per una questione di rendicontazioni perché lui non so come te li da».

LA VILLETTA DEL MANAGER. Nella stessa intercettazione, Tatarella dimostra di essere al corrente del motivo del finanziamento di Patimo a Altitonante: lo sblocco della pratica per la ristrutturazione di una villetta della moglie in via Allegranza, in zona Solari. «Glieli dà, sai perché, perché adesso ho anche capito il motivo, ha visto, tu lo sai che ha preso casa nuova, sta proprio facendo una villetta, dove l'ha presa?» «In centro... cosa c'entra Fabio? Cosa fa?» «Perché ha dovuto fare una roba e ha chiamato Fabio, alla fine poi lo chiama sempre».

LI DO' AL BACCALÀ. Nelle intercettazioni, Tatarella chiama l'amico Altitonante «il Baccalà». Un giorno D'Alfonso consegna in auto a Tatarella dei soldi destinati ad Altitonante: sono contanti per migliaia di euro, forniti come al solito a D'Alfonso da un benzinaio amico. «Vabbé dopo contali uguale... Così capiamo quanti sono». Dal benzinaio D'Alfonso ha preso seimila euro. Tatarella: «Sono cinque quattro e novanta (5.490,00 euro)» D'Alfonso: «Ti ho preso quattrocento perché sono senza soldi» «Così glieli do a quel baccalà!»

È MORTO IL CANARINO. Tatarella spiega a Nino Caianiello, coordinatore di Forza Italia a Varese, la necessità di assegnare un appalto a Daniele D'Alfonso. «Ti volevo dire una cosa... adesso è uscita lì a Varese una manifestazione di interesse, lì da Marcello (Pedroni Marcello, consigliere delle municipalizzate) sempre su spurghi, quelle robe lì che fa Daniele. Digli stavolta di gestirla lui... l'altra volta gli ha dato una inculata cazzo!». Caianiello: «Marcello devo chiamarlo stamattina, è campione di canarini». «Ha vinto?» «È morto il canarino».

È UN CALABRESE BRAVO. Il direttore generale dell'Amsa, la società della nettezza urbana milanese, Mauro De Cillis, chiede a D'Alfonso di assumere un vicino di casa rimasto disoccupato. «È uno di origini calabresi, un ragazzo molto bravo, una persona a modo... questo qua è in difficoltà e sta cercando lavoro, lui gestiva anche uomini, è anche uno sveglio, è un calabrese, sveglio, veramente un bravo ragazzo, ti può andar bene?» «Sì, fammi contattare che lo incontro settimana prossima, subito, lunedì».

ATTIVITÀ FRIVOLE. Sergio Salerno, funzionario Amsa, si dà da fare per garantire a D'Alfonso la conquista di un appalto spiegando di avere bisogno di soldi per la figlia malata. Secondo i giudici «non lesinerà di dilapidare parte dei soldi illecitamente guadagnati in attività più frivole». L'ordinanza parla di «numerosissime occasioni dalle quali si evince che lo stesso frequenta abitualmente prostitute, le prestazioni sessuali hanno un costo di svariate centinaia di euro a incontro».

DIECI COSE PER 100MILA. D'Alfonso il 23 ottobre 2018 si vanta con Tatarella dei soldi passati a Mauro De Cillis, direttore di Amsa: «Perché Mauro non mi ha fatto solo una roba, me ne ha fatte due, me ne ha fatte tre, (..) mi ha fatto dieci cose per centomila». «Lui è bravo», commenta Tatarella.

PRELEVA COME UN TORO. Il 30 ottobre 2018 Daniele D'Alfonso si lamenta con la sua compagna dell'utilizzo smodato che Tatarella fa della carta di credito che lui gli ha fornito: «Minchia ma questo preleva come un toro». «Ma chi amore?» «Pietro... ma che cazzo prelevi! Come un toro prelevi!». In quel momento Tatarella era in vacanza in Sardegna con la famiglia.

VOGLIO LE QUOTE. A bordo della sua Cayenne, Tatarella spiega alla moglie i suoi progetti con D'Alfonso: «Siccome adesso che partono una serie di lavori tra cui questo che è già partito ... tutto quel filone lì di lavori lui non li ha mai fatti! Non è che c'è un fatturato pregresso, è una roba che nasce con me... quindi tutto quello che viene fuori di lì è misurabile, vuol dire che è frutto del mio lavoro! Quindi ad un certo punto gli dirò o cioè che percentualmente quello che vale nel fatturato quel tipo di lavori me lo deve dare in quote di azienda! Vuol dire che hai diciamo un quinto delle quote in teoria!».

«SONO DEI VAMPIRI». Paolo Colonnello e Grazia Longo per La Stampa il 7 maggio 2019. «Sentivi le vibrazioni quando facevi quell’ipotesi...ho vista la zanna che...tac! è venuta fuori come un vampiro, cacchiarola...mamma mia sono tremendi...» Dei vampiri. Così gli indagati descrivono gli uomini che trafficano come se non ci fosse un domani per ottenere appalti e favori politici in un vortice corruttivo che ricorda, incredibilmente, i sistemi corruttivi di “tangentopoli”. Gli indagati, nell’intercettazione, parlano in particolare di Gioacchino Caianiello, plenipotenziario di Forza Italia a Varese, considerato il boss, non solo politico, del gruppo di affaristi e corruttori che si muoveva in questa nuova zona grigia sotto il bel cielo di Lombardia. Caianiello, scrivono i magistrati, «esercita di fatto funzioni pubbliche nell’ambito di tutte le più importanti società partecipate del varesotto, grazie alla consapevole tolleranza degli amministratori apicali formali che lui stesso ha contribuito a far nominare...». Intercettati, filmati e pedinati, i protagonisti di questa nuova inchiesta che fa tremare anche i vertici del Pirellone, si muovono in particolare sotto le bandiere di Forza Italia, partito legato alla maggioranza in Regione, tanto da avere alcune importanti assessorati. Nonchè alcuni uomini di Fratelli d’Italia: l’imprenditore Daniele D’Alfonso, uno degli arrestati nella «tentacolare» indagine della Dda milanese, «in occasione della campagna 2018 per le consultazioni politiche e regionali», si legge nelle carte, avrebbe corrisposto «sistematici finanziamenti illeciti a soggetti politici», tra cui Fabio Altitonante, consigliere lombardo di FI arrestato, Diego Sozzani, parlamentare di FI (chiesto l’arresto) e Angelo Palumbo, anche lui di FI, «nonché al partito `Fratelli d’Italia´». Lo si legge nell’ordinanza cautelare. L’inchiesta, portata avanti dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia con l’ausilio dei Carabinieri, nata a Busto Arsizio, estesa poi a Varese e Milano, ha messo in luce il passaggio di centinaia di migliaia di euro di tangenti per ottenere appalti regionali, collegamenti con la ’ndrangheta , infiltrazioni nel Pirellone , fino al tentativo, respinto, di corrompere il presidente Attilio Fontana, con Caianiello che cerca di fargli piazzare dei suoi protetti in posti chiave della Regione in particolare alla direzione generale della Formazione, cui finisce però un professionista indipendente. «Le indagini hanno permesso di cogliere e fotografare un flusso costante di relazioni tra imprenditori, pubblici ufficiali (o incaricati di pubblico servizio) e soggetti politici attraverso il quale i principali indagati procedono sistematicamente a porre in essere condotte illecite al fine di arricchire la propria potenza economica ed imprenditoriale e di incrementare l’influenza su diversi soggetti pubblici ed enti territoriali acquisendo - di fatto - il controllo di molti gangli nevralgici attraverso i quali passa il denaro pubblico in alcune province della regione Lombardia e anche al di fuori di questa». Così scrive il gip Raffaella Mascarino nelle circa 700 pagine che formano l’ordine di cattura con il quale questa mattina i carabinieri hanno eseguito 28 ordinanze di custodia cautelare e notificato a un’altra ventina di indagati provvedimenti con obbligo di firma o di dimora, per un totale di 48 persone. Nel mirino diversi politici, anche di alto livello nella regione Lombardia e in consiglio comunale, tutti appartenenti al centro destra e in particolare a Forza Italia e Fratelli d’Italia. Si tratta del vice coordinatore regionale Pietro Tatarella (che è anche consigliere comunale e candidato alle prossime Europee per l’area Nord Ovest); Fabio Altitonante, assessore regionale Rigenerazione e sviluppo area Expo nonché sottosegretario in Regione; Diego Sozzani, deputato parlamentare e membro della Commissione permanente trasporti, poste e telecomunicazioni (per lui solo la richiesta su cui dovrà decidere il Parlamento); Carmine Gorrasi, consigliere comunale e coordinatore Forza Italia a Busto Arsizio. Tatarella è stato portato in carcere, gli altri sono ai domiciliari. Ci sono poi alcuni funzionari pubblici di alto livello come Mauro De Cillis, procuratore e responsabile operativo di Amsa (l’Azienda di raccolta rifiuti di Milano) accusato di aver ricevuto una tangente di almeno 100 mila euro da Daniele d’Alfonso, amministratore della società Ecol Service. Ma ad inquietare è soprattutto un capitolo che gli stessi giudici intitolano: “Istigazione alla corruzione del presidente Fontana”, e che racconta come questo sottobosco della politica lombarda si muoveva senza timore cercando persino di agganciare la ex moglie di Salvini, Giulia Martinelli che però «fa la cacacazzi» e «non è nostra». Non è un caso infatti che tra le accuse contestate e che la Procura antimafia ritiene provate, vi sia anche l’associazione per delinquere. Esulta, non a caso, il ministro degli Interni Matteo Salvini che ringrazia le forze dell’ordine «per la brillante operazione». Mentre già le opposizioni, in particolare del Pd e 5Stelle, chiedono che Fontana riferisca in Consiglio. «Rispetto all’arresto di un sottosegretario della giunta regionale, ci sembra doveroso che il presidente Fontana appena possibile venga a riferire in Aula quello di cui è a conoscenza. Abbiamo letto che sarebbe parte lesa ma per una questione di trasparenza e chiarezza ci aspettiamo una sua comunicazione al più presto». Lo ha detto il capogruppo del Pd, Fabio Pizzul, intervenendo in Consiglio regionale sull’ operazione della dda di Milano per tangenti negli appalti che ha portato all’arresto del sottosegretario della Regione Fabio Altitonante, mentre il governatore Attilio Fontana, che è parte offesa non è indagato, avrebbe subito un tentativo di istigazione alla corruzione. Alla richiesta del Pd si è unito il capogruppo del Movimento 5 Stelle Andrea Fiasconaro: «Fontana ha una grossa responsabilità politica nell’aver scelto Altitonante. Non deve venire quando ha tempo, ma sarebbe già dovuto essere in quest’Aula per riferire non ai 5 Stelle ma ai cittadini lombardi».

LOMBARDIA CANAGLIA. Luigi Ferrrarella per il “Corriere della sera” il 7 maggio 2019. Uno è nella lista di Forza Italia per le elezioni europee, ma adesso Pietro Tatarella (consigliere comunale milanese e vicecoordinatore regionale di Forza Italia) è in carcere con l' accusa di associazione a delinquere, condivisa con l'uomo forte varesino del partito Gioacchino Caianiello. Ai domiciliari per corruzione finisce il forzista Fabio Altitonante, consigliere regionale e sottosegretario della Regione Lombardia all' area Expo nella giunta del governatore leghista Attilio Fontana, a sua volta indagato per abuso d' ufficio. Alla Camera dei Deputati il gip chiede di autorizzare l' arresto per finanziamento illecito del parlamentare azzurro Diego Sozzani, ex presidente della Provincia di Novara e già consigliere regionale in Piemonte dove è vicecoordinatore del partito. E un nugolo di contestazioni raggiunge dirigenti di municipalizzate e Comuni lombardi, tra i quali per abuso d' ufficio l' attuale direttore (Franco Zinni) del settore Urbanistica nel Comune di Milano del sindaco Beppe Sala, e per turbativa d' asta il responsabile operativo (Mauro De Cillis) dell' Amsa che gestisce i rifiuti del capoluogo lombardo. Sono alcune delle letture giuridiche che i pm Bonardi-Furno-Scudieri - tra 12 arresti in carcere, 16 ai domiciliari, 15 obblighi dimora, e in tutto 90 indagati - danno ai rapporti diretti o mediati con l' imprenditore del settore ambientale Daniele D' Alfonso (Ecol-Service srl), l' unico al quale è contestata anche l' aggravante d' aver agevolato il clan di 'ndrangheta dei Molluso di Buccinasco facendone lavorare uomini e mezzi negli appalti vinti pagando tangenti. Il che fa additare alla gip Raffaella Mascarino «uno scenario di bassissima valenza sociale» dietro il finto «fiore all' occhiello di un certo modo lombardo di "fare sistema"». L' imprenditore che ha a libro paga Tatarella (5.000 euro al mese come consulente per il «posizionamento sul mercato», viaggi, carta di credito e uso di tre auto), che versa 10.000 euro a Sozzani, che scommette 10.000 euro sul futuro consigliere regionale forzista Angelo Palumbo, che su richiesta di Andrea Grossi (figlio dello scomparso plurindagato re delle bonifiche) fa versare 10.000 euro a Fratelli d' Italia, e che per conto del top manager Luigi Patimo della multinazionale spagnola Acciona Agua anticipa 20.000 euro per la campagna elettorale di Altitonante, è infatti lo stesso D'Alfonso che con la propria azienda si presta a fare la faccia pulita del movimento-terra del clan del condannato per associazione mafiosa Giosefatto Molluso (9 anni e 3 mesi nel processo Infinito). Con due tossici risultati per il gip. «Pesanti ripercussioni su gestione del denaro pubblico, libertà dei mercati, e corretto espletamento delle elezioni». E «tutta la fitta rete di collusioni intessuta da D' Alfonso con l' ambiente politico finisce con il convogliare parte delle risorse illecite, ottenute attraverso la perpetrazione di reati contro la P.A. proprio a favore di esponenti della criminalità 'ndranghetista che continuano a operare nell' hinterland».

Luigi Ferrarella per il “Corriere della sera” il 7 maggio 2019. La tangente aguzza la metafora. «Ho seminato talmente tanto! Io a tutti quanto ho dato da mangiare!», si vanta (ignaro di essere intercettato) l' imprenditore dele bonifiche Daniele D' Alfonso, che con una mano finanziava i politici per gli appalti e con l' altra poi vi faceva lavorare il clan di 'ndrangheta Molluso. Certo bisogna però essere persone «educate», per lavorare a Milano, se per educazione si intende la disponibilità a ungere le ruote: è tutta una questione di rapporti, spiega D'Alfonso a un interlocutore, «a Milano vanno da un costruttore, il costruttore più forte, vanno e gli dicono "lui è mio amico, lo fai lavorare per favore?". Quello magari ha fatto un favore, lui gli ha fatto un favore a quello che dice "va bene... piuttosto che far lavorare un estraneo, faccio lavorare Daniele, Daniele mi sta simpatico, si fa voler bene, è una persona educata, lo faccio lavorare"». Del resto non è che dall' estero diano lezioni migliori. D' Alfonso, ad esempio, agisce come tramite di Luigi Patimo (top manager della multinazionale spagnola Acciona Agua) nell'anticipare 20.000 euro di finanziamento alla campagna elettorale del consigliere regionale forzista Fabio Altitonante, che poi però deve darsi da fare (con le sue conoscenze al Comune di Milano quali il direttore dell' Urbanistica) per far ottenere un permesso (nonostante alcuni vincoli paesaggistici) di ristrutturare un immobile della moglie del top manager. Il passo è breve da qui a un «sistema feudale», come lo chiama la giudice quando nelle intercettazioni ascolta parlare proprio di «decima» in relazione alla regola del 10%, fotografata nella realtà di Varese dove «i pubblici funzionari posti a capo di importanti società partecipate (Accam spa, Alfa srl e Prealpi servizi srl) o con ruoli chiave in Comuni (Gallarate) hanno ricevuto la loro investitura dal dominus dell' intero sistema politico e dell' imprenditoria pubblica della provincia», il forzista Gioacchino Caianiello. «I pubblici ufficiali non hanno quindi bisogno di essere "avvicinati" dal "facilitatore" per essere messi in contatto con il privato corruttore, ma sanno "ab origine" di dover rispondere a determinate logiche corruttive e clientelari»: perché, «come accadeva nel sistema feudale, l' investitura non è elargita a titolo gratuito, ma comporta il pagamento della "decima" in favore del dominus. Che neppure ha l' onere di andarla a raccogliere, in quanto i suoi vassalli si premurano di consegnargliela direttamente nel luogo da cui esercita il suo potere». Che, mentre a Milano è il ristorante accanto alla Regione già teatro nel 2011 di una consegna di tangente ad un assessore, e che gli indagati chiamano sarcasticamente «la mensa dei poveri», a Gallarate è un bar dove Caianiello riceve questuanti e complici, e che con humour chiama perciò «l' ambulatorio». Il picco di surrealtà, nell' indagine della Dda guidata dal procuratore aggiunto Alessandra Dolci con i pm Silvia Bonardi, Luigi Furno e Adriano Scudieri, viene toccato con la scoperta di una tangente ideata su una sentenza di condanna per tangenti. Nel 2005 l' imprenditore edile Emilio Paggiaro, per un cambio di destinazione a supermercato dell' area ex Maino a Gallarate (Varese), si era visto pretendere 250.000 euro da Caianiello, vicenda per la quale a fine 2017 il politico varesino di Forza Italia (lo stesso poi protagonista dell' istigazione alla corruzione del governatore leghista Fontana nel 2018) era stato condannato in via definitiva per concussione a 3 anni di pena e 125.000 euro da risarcire alla parte civile concussa. I 3 anni non erano un gran problema per lui, perché coperti da indulto. Ma il risarcimento sì, sia perché ingente sia perché (se non saldato) impediva a Caianiello di chiedere l'agognata riabilitazione funzionale a tornare ad assumere ruoli formali in FI. E così il medesimo imprenditore concusso nel 2005, avendo ora di nuovo interesse a un altro cambio di destinazione urbanistica che Caianiello gli garantisce, per questo promesso favore accetta di concordare con il suo concussore politico del 2005 una transazione (che costa gli arresti domiciliari anche all' avvocato Stefano Besani), in cui finge di aver da Caianiello ricevuto il risarcimento di 125.000 euro fissato dalla sentenza e gli rimborsa pure 36.000 euro di spese legali. Corruzione sulla sentenza per concussione: la tangente al quadrato, questa ancora mancava nell' hit parade post Mani pulite.

Claudia Guasco per “il Messaggero” l'8 maggio 2019. L'efficacia del protocollo di Daniele D' Alfonso sta tutto nella confidenza che l' imprenditore fa ai due enfant prodige di Forza Italia, Pietro Tatarella e Fabio Altitonante, dopo un pranzo Da Berti, naturalmente a sue spese, a gennaio 2018: «Ho seminato talmente tanto. Io a tutti quanti ho dato da mangiare». Contaminando così il mondo produttivo di Milano e della regione fin nelle sue fondamenta. Come scrive il gip Raffaella Mascarino, «si assiste a uno scenario di bassissima valenza sociale: pezzi delle strutture regionali, di primarie municipalizzate facenti parte di gruppi imprenditoriali portati come fiore all' occhiello di un certo modo lombardo di fare sistema, sono di fatto asserviti a interessi che, anche se in modo indiretto, finiscono con l' essere riconducibili e conformati a strutture mafiose». Il meccanismo di D' Alfonso per ungere il sistema, dicono le accuse, è vecchio come il mondo e i beneficiari ne approfittano spudoratamente. Tatarella, per esempio: «Minchia, ma questo preleva come un toro», sbotta l' imprenditore quando riceve sul suo smartphone un sms con le spese dell' American Express in uso al candidato di Forza Italia alle europee del prossimo 26 maggio. La lista dei benefit di Tatarella comprende: 20.800 euro percepiti nel 2017 dalla società Ecol service, da gennaio ad agosto 2018 un biglietto aereo per l' Australia intestato alla cognata, due biglietti per l' Inghilterra come «regalo di compleanno per il piccolo Enea», il figlio, 2.287 euro per un convegno elettorale in pizzeria, 2.000 euro in contanti per andare in ferie in estate, una Bmw X5, una Smart e una Fiat 500 Abarth a disposizione. Il sottosegretario regionale Altitonante invece avrebbe ricevuto per la sua campagna elettorale (vincente) 25 mila euro, di cui 20 mila per far ottenere il permesso a intervenire su un edificio sottoposto a vincoli paesaggistici della moglie del manager Luigi Patimo. Ma alla fine, a quanto pare, sono soldi ben spesi: «Io sui contatti legati all' istituzionale sono molto forte. Conosco molto bene Giuseppe Bonomi, amministratore delegato di Arexpo», confida Tatarella a un interlocutore che gli spiega di voler entrare nel business del post Expo. È lui, spiega il gip, «il pr di D' Alfonso». E così i soldi frusciano nelle intercettazioni ambientali sulla Smart di Tatarella, passano di mano al tavolino dell' House Garden di Gallarare, l' ufficio di Gioacchino Caianello noto come «l' ambulatorio» perché qui si distribuiscono numerini per far la fila e si dispensano consigli. «Io dalle nove sono lì, tranne i giorni festivi. Domani c' è un po' di affollamento, vieni quando vuoi», suggerisce a un cliente il plenipotenziario forzista di Varese. Un vero boss, un genio della mazzetta ideatore della tangente al quadrato: condannato per concussione, finge di versare i 125 mila euro di risarcimento a un imprenditore e in cambio gli firma la concessione per un supermercato. I nemici lo chiamano «vampiro, ho visto la zanna che tac, è venuta fuori» per la sua spietatezza e «Jurassik Park» per la sua inamovibilità politica. In effetti di se stesso dice: «Io non mi muovo. Io faccio il sole e la terra che gira intorno». Per i pm è lui, con Giuseppe Zingale, responsabile del tentativo di corruzione del governatore Attilio Fontana: i due «proponevano tramite l' Afol, l' agenzia per l' orientamento al lavoro diretta da Zingale, consulenze onerose in favore dell' avvocato Luca Marsico, socio dello studio Fontana». Marsico, che stando a Caianello ha un fratello che guadagna 2.600 euro al mese in Trenord distribuendo volantini pubblicitari, è in bolletta. E il forzista riferisce di un «golpe» per farlo entrare nell' organismo di vigilanza della Milano-Serravalle, manovra «fatta saltare dagli stessi amici di Fontana» tra cui Giulia Martinelli, capo della segreterie del presidente nonché ex moglie di Matteo Salvini. Che però, afferma Caianello, «fa la caca..zzi» e «non è nostra». Alla fine un incarico in Regione Marsico lo ottiene e su questo ora sta indagando la Procura. «Io vado avanti corretto e trasparente come sempre sono stato», replica il governatore.

Tangenti in Lombardia,  tra gli arrestati gli azzurri Tatarella e Altitonante. Pubblicato martedì, 7 maggio 2019 da Corriere.it. Una proposta indecente al presidente leghista della Regione Lombardia, non andata in porto ma nemmeno denunciata. Una «istigazione alla corruzione» che il governatore Attilio Fontana (ex sindaco di Varese) si è sentito fare da un «ras» locale dei voti lombardi di Forza Italia già condannato definitivamente nel 2017 a 3 anni per una concussione del 2005, l’ex coordinatore provinciale varesino Gioacchino Caianiello. Che nel marzo 2018 propone a Fontana di mettere a capo dell’appetìto «settore Formazione» della Regione Lombardia il direttore generale dell’Afol-Agenzia metropolitana per il lavoro; e in cambio gli prospetta la possibilità che poi Afol nomini nel collegio sindacale e assegni lucrose consulenze all’avvocato socio di studio legale di Fontana, il forzista consigliere regionale uscente Luca Marsico, in modo da risolvere il problema di Fontana di trovare una soluzione che risarcisse l’amico e collega di studio per la mancata rielezione in Regione, peraltro maturata proprio per il boicottaggio di Caianiello dentro Forza Italia varesina. È questo progetto di baratto ad essere ora contestato dalla Procura di Milano a Caianiello come reato di istigazione a una corruzione di cui Fontana è indicato come «parte offesa» (anziché come concorrente nella corruzione) perché, pur senza denunciare il baratto, in una intercettazione diretta tra i due avrebbe spiegato a Caianiello di voler esplorare altre possibilità riguardo il futuro di Marsico. Ma in queste ore l’inchiesta dei pm Silvia Bonardi, Luigi Furno e Adriano Scudieri - entro la quale affiora l’iceberg di questa storia imbarazzante per i vertici della Regione - scoperchia peraltro un pulviscolo di ritenuti illeciti nella pubblica amministrazione della Lombardia amministrata dalla maggioranza di centrodestra Lega-Forza Italia, e determina martedì mattina 43 misure cautelari (12 arresti in carcere, 16 ai domiciliari, e il resto obblighi di dimora e di firma) ordinate dalla giudice Raffaella Mascarino – su richiesta due mesi fa della Procura – soprattutto per una urgente esigenza cautelare: quella di dover interrompere un continuo susseguirsi di reati «ascoltati» in diretta dalle indagini della Guardia di Finanza di Milano e di Busto Arsizio, dei carabinieri di Monza e della Polizia municipale meneghina, in un intrecciarsi di filoni autonomi tra loro ma spesso aventi come punti di contatto di volta in volta tre personaggi: o Caianiello, o il consigliere comunale milanese e vicecoordinatore regionale di Forza Italia Pietro Tatarella, o l’imprenditore del settore rifiuti e bonifiche ambientali, Daniele D’Alfonso della Ecol-Service srl, l’unico al quale viene contestata anche l’aggravante di aver agevolato il clan di ‘ndrangheta dei Molluso facendone lavorare uomini e mezzi negli appalti presi pagando appunto tangenti. Così è l’accusa di associazione a delinquere (condivisa appunto con Caianiello e D’Alfonso) che determina l’arresto stamattina di Pietro Tatarella, in questi giorni candidato di Forza Italia nella circoscrizione Nord-Ovest alle prossime elezioni europee del 26 maggio. Per corruzione è arrestato il forzista Fabio Altitonante, consigliere regionale e sottosegretario della Regione Lombardia all’area Expo nella giunta Fontana. Per l’ipotesi di finanziamento illecito l’Ufficio Gip del Tribunale domanda alla Camera dei Deputati l’autorizzazione all’arresto del parlamentare azzurro Diego Sozzari, punta di Forza Italia a Novara e vicecoordinatore in Piemonte del partito di cui guida anche il dipartimento Infrastrutture. Un nugolo di contestazioni raggiunge inoltre dirigenti di municipalizzate e Comuni lombardi, tra i quali l’abuso d’ufficio è ad esempio contestato all’attuale direttore (Franco Zinni) del settore Urbanistica nel Comune di Milano del sindaco Beppe Sala, mentre turbativa d’asta e corruzione sono ipotizzate a carico del responsabile operativo Mauro De Cillis dell’importante municipalizzata milanese Amsa che gestisce i rifiuti della città. L’indagine è l’incrocio di un fascicolo dei pm Bonardi e Scudieri (nella Direzione distrettuale antimafia diretta dal procuratore aggiunto Alessandra Dolci) con una inchiesta di pubblica amministrazione invece sviluppata dal pm Furno. E che, incredibilmente, uno degli epicentri degli ascolti delle microspie degli investigatori sia stato ancora il rinomato ristorante “Da Berti», vicino alla sede della Regione Lombardia: proprio lo stesso nel quale nel settembre 2011 un imprenditore delle discariche consegnò una mitologica tangente da 100 mila euro in contanti all’allora vicepresidente del Consiglio regionale lombardo Franco Nicoli Cristiani. In questo ristorante ora Tatarella - secondo l’accusa remunerato stabilmente da D’Alfonso con fittizie consulenze da 5.000 euro al mese, con carte di credito e viaggi e noleggio gratis di vetture – propiziava nuove relazioni politiche all’imprenditore corruttore. In gergo, il ristorante diventava “la mensa dei poveri”. Che ora è diventato anche il nome dell’inchiesta. Il picco di surrealtà appare addirittura la scoperta di una tangente su una sentenza di condanna per tangenti. Nel 2005 l’imprenditore edile Emilio Paggiaro, per un cambio di destinazione a supermercato dell’area ex Maino a Gallarate (Varese), si era visto pretendere 250.000 euro da Caianiello, vicenda per la quale il politico varesino di Forza Italia era stato condannato in via definitiva per concussione solo a novembre 2017 a 3 anni di pena e 125.000 euro da risarcire alla parte civile concussa. Ma adesso proprio il medesimo imprenditore, avendo di nuovo interesse a un altro cambio di destinazione urbanistica che Caianiello gli garantisce di poter ottenere, in cambio di questo promesso favore accetta di concordare con il suo concussore del 2005 una transazione, nella quale finge di aver da Caianiello ricevuto il risarcimento di 125.000 euro fissato dalla sentenza definitiva e anzi gli rimborsa pure le spese legali. La tangente sulla sentenza per tangenti: questa sì, questa ancora mancava nell’hit parade delle corruzioni post Mani Pulite.

Fontana: «Altitonante sospeso dall’incarico. In questa vicenda io parte offesa». Pubblicato martedì, 7 maggio 2019 da Corriere.it. Il presidente della Regione, Attilio Fontana, ha deciso di sospendere dall’incarico il sottosegretario alla Presidenza regionale, Fabio Altitonante, arrestato martedì mattina perché coinvolto nella maxi inchiesta condotta dalla Dda di Milano. «Ho deciso - ha detto il governatore lombardo nel suo intervento in Consiglio regionale - di sospendere immediatamente l’incarico del sottosegretario. Sono il primo a volere che la verità emerga». Quindi ha parlato anche del suo coinvolgimento nell’indagine: «Voglio che emerga tutta la verità e fino in fondo, in questa vicenda sono parte offesa. Non ho percepito alcun atteggiamento corruttivo nelle interlocuzioni avute». Per poi aggiungere: «Da oggi io vado avanti corretto e trasparente come sempre sono stato, consapevole del compito difficile che mi è stato affidato con il voto popolare e dall’assoluta utilità del nostro lavoro. Da un lato la notizia dell’indagine ci conforta perché conferma la presenza di solidi anticorpi nella nostra Regione contro la corruzione, dall’altro ci colpisce in modo particolare per le misure cautelari decise nei confronti del sottosegretario Altitonante». Nel frattempo la notizia dell’inchiesta e degli arresti ha registrato molte reazioni nel mondo politico soprattutto milanese. «Il coordinamento regionale di Forza Italia Lombardia» ha «disposto la temporanea sospensione dalle cariche all’interno del Movimento» dei dirigenti raggiunti da provvedimenti cautelari per l’inchiesta di Milano. Lo scrive in una nota Mariastella Gelmini, presidente dei deputati di Forza Italia e coordinatrice regionale azzurra in Lombardia. Il partito ribadisce «la propria linea garantista e la convinzione che i propri dirigenti colpiti da provvedimenti cautelari potranno dimostrare l’estraneità ai fatti che vengono loro contestati». Il sindaco di Milano Giuseppe Sala, da parte sua, ha commentato: «Ero stamattina (martedì, ndr.) con il mio collega Fontana: siamo su due schieramenti diversi, però Fontana la ritengo una persona specchiata. Il Comune è toccato dal fatto che c’è un dirigente accusato di abuso di ufficio: non voglio dire che la cosa non sia grave, però a questo punto sembra non ci siano soldi che corrono. Stiamo ad osservare. Però, togliendoci un po’ dalle considerazioni politiche, la mafia e la criminalità esistono anche da noi, non l’ho mai nascosto. Si tratta di fronteggiarla e di dare un esempio diverso». Bisogna recuperare la cultura della legalità «altrimenti non saremmo un governo del cambiamento, cambiamento nel diffondere e promuovere la cultura della legalità». Lo ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte al forum di Filiera Italia e Coldiretti a Tuttofood. «Continueremo a tenere alta, altissima la soglia della lotta contro la corruzione. Vogliamo che tutti i pubblici ufficiali si comportino con dignità e onore». Il presidente Conte ha sottolineato che si sta «parlando di inchieste, siamo in una fase delle indagini e non abbiamo ancora sentenze in giudicato. Ma - ha aggiunto - sicuramente dai primi riscontri riportati dagli organi di informazione c’è motivo su cui riflettere e che ci spinge ad essere ancora più determinati in questa direzione».

Tangenti in Lombardia, Fontana indagato per abuso d’ufficio. Pubblicato mercoledì, 8 maggio 2019 da Luigi Ferrarella Corriere.it. Inizia la mattina come «parte offesa» di una «istigazione alla corruzione» che non ha denunciato, ma il presidente leghista della Regione Lombardia Attilio Fontana finisce la sera come indagato per l’ipotesi di «abuso d’ufficio». Vertiginosa montagna russa per chi la settimana scorsa a Palazzo di giustizia, da solo e senza appuntamento, senza che si fosse saputo, aveva bussato all’anticamera del procuratore Francesco Greco, incredibilmente a chiedere se fossero vere le voci impazzite in ambienti politici su imminenti iniziative giudiziarie in Regione. Per uno scherzo del destino Greco era in riunione proprio con i pm che stavano ultimando l’operazione emersa solo ieri con 28 arresti e 15 obblighi di dimora tra politici, amministratori e imprenditori: compresa l’accusa al forzista varesino Gioacchino Caianiello di «istigazione alla corruzione» proprio di Fontana, dopo la mancata rielezione al Pirellone del consigliere regionale forzista Luca Marsico, avvocato socio dell’avvocato Fontana nel loro studio legale. Le indagini avevano infatti registrato «la volontà del presidente Fontana di trovare il modo di ricollocare professionalmente il suo socio di studio». Esigenza di fronte alla quale Caianiello («signore dei voti» dentro Forza Italia nonostante la condanna definitiva nel novembre 2017 a 3 anni per concussione) gli propone un baratto corruttivo: la nomina alla direzione Formazione della Regione dell’attuale direttore generale di Afol Metropolitana, Giuseppe Zingale, in cambio dell’affidamento di consulenze per 80/90.000 euro l’anno da parte di Afol a favore di quello che Caianiello con Fontana chiama «il nostro amico… di studio». Il governatore leghista per un po’ è possibilista. Fin quando, intercettato nel marzo 2018 con lo stimato Caianiello (al quale dice «hai visto che i tuoi consigli li ho seguiti quasi tutti»), accenna di stare coltivando un’alternativa: «Anch’io comunque ho voluto percorrere un’altra strada in modo che abbiamo delle alternative, poi insieme ci troviamo e decidiamo quale sia la migliore o magari tutte e due, vediamo…». È un salvataggio in corner, ma anche l’inizio di un mezzo autogol. Salva in extremis Fontana dal concorso nella corruzione propostagli da Caianiello, facendone per i pm la «parte offesa» di una «istigazione alla corruzione» (seppure non denunciata perché, dirà poi ieri Fontana in Regione, «non percepita»). Ma nel contempo peggiora la posizione del governatore lombardo quando ieri, in Regione, la Guardia di finanza acquisisce i documenti sul fatto che poi Fontana abbia davvero attuato una delle «alternative» che aveva immaginato: e cioè nell’ottobre 2018 abbia proposto alla giunta regionale di nominare il suo socio di studio Marsico tra i membri esterni di un «Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici» (11.500 euro l’anno e 180 a seduta). È a questo punto che Fontana — appena incensato dal vicepremier e segretario leghista Salvini che se ne dice «doppiamente orgoglioso», e reduce da una seduta in Regione nella quale i consiglieri di maggioranza lo acclamano quando rivendica «vado avanti corretto e trasparente come sempre sono stato» — viene indagato dalla Procura per l’ipotesi di «abuso d’ufficio».

La «mensa dei poveri»  dai conti salati dove un assessore prese 100 mila euro. Pubblicato mercoledì, 8 maggio 2019 da Andrea Senesi su Corriere.it. C’era l’ossobuco che piaceva tanto a Gorbaciov e il bollito misto di Bettino Craxi. Di Roberto Formigoni, che qua è stato per più d’un decennio ospite quasi fisso, si diceva invece fosse ghiotto di riso al salto. La «mensa dei poveri» è un enorme pergolato a due passi dai grattacieli del potere. Il soprannome risulta inedito, ma il luogo «eletto a base logistica del sodalizio criminale» è ancora una volta il ristorante «Da Berti», in via Algarotti, a due passi dai due palazzi della Regione. «Vediamoci, sentiamoci magari mangiamo un boccone insieme… alla mensa, sì quella dei poveri», dice Caianiello al governatore leghista Attilio Fontana. Nelle carte del tribunale di Milano il nome del ristorante appare per ben 42 volte. Lì, «con cadenza pressoché settimanale, e da oltre un anno a questa parte, si sono tenute riunioni aventi come reale scopo quello di programmare, anche grazie al contributo di Caianiello molti dei delitti». E ancora, si legge nell’ordinanza, «Berti è un posto strategico, per la sua vicinanza al palazzo della Regione Lombardia ed è luogo di incontro stabile dei tre protagonisti del sodalizio».Blitz in Lombardia per tangenti, le «mazzette» pagate al tavolino del bar. La «mensa dei poveri» è in realtà un’insegna storica della città, di buon livello e dai conti robusti. Da decenni è il ristorante della Regione. Formigoni era di casa, si è detto, e non solo lui: i suoi assessori tra i tavoli riservati (e ben distanziati) di Berti facevano anche di più. È qui che per esempio, stando alle intercettazioni, il 26 settembre del 2011 Franco Nicoli Cristiani, allora potente assessore all’ambiente del Pirellone in una delle tante giunte presiedute dall’ex «Celeste», intascò la tangente da centomila euro proveniente da un imprenditore di Grumello per «oliare» un’autorizzazione di una discarica di amianto nel Cremonese. 

In quegli anni da Berti s’«attovagliavano» più o meno tutti, politici di destra ma anche qualcuno di sinistra. Persino il mondo della cultura faceva la fila per prendere posto tra i tavoli di via Algarotti, Riccardo Muti, Ermanno Olmi e mille altri ancora. Poi con le inchieste sulla «rimborsopoli» lombarda — si scoprì che le libagioni nei ristoranti erano tutte o quasi a carico dei contribuenti — il locale sembrava passato di moda. «Qui non viene più nessuno», allargava le braccia sconfortato il patron Gigi Rota nell’ottobre del 2012. La diaspora è durata qualche stagione: i politici regionali sono tornati in massa ai tavoli di Berti. E non solo a parlare di politica.

Tangenti in Lombardia, così un ingegnere  ha scoperto la cimice. Pubblicato mercoledì, 8 maggio 2019  da Luigi Ferrarella su Corriere.it. Cappotto: undici su undici, e tutti zitti. Nel senso che tutte le persone arrestate martedì, e di cui ieri la giudice delle indagini preliminari Raffaella Mascarino si era recata a svolgere gli interrogatori di garanzia nelle carceri di San Vittore e Opera, hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, per lo più motivata dalla comprensibile volontà di leggere prima gli atti completi (e non solo l’ordinanza di custodia cautelare) dell’inchiesta. Su questa linea, ad esempio, l’imprenditore delle bonifiche ambientali al centro dell’indagine, Daniele D’Alfonso; l’influente esponente di Forza Italia a Varese, Gioachino Caianiello; e il consigliere comunale milanese e vicecoordinatore regionale di Forza Italia, Pietro Tatarella, attualmente in lista quale candidato alle elezioni europee del 26 maggio. Tatarella, pur ritenendo non fondate le accuse mossegli (e cioè l’essere stato a libro paga dell’imprenditore D’Alfonso), ha consegnato al suo avvocato Luigi Giuliano una lettera di dimissioni dal Consiglio comunale di Milano, mentre non gli è tecnicamente possibile ritirarsi da candidato europeo (questione rara che si pose negli anni ‘80 quando il socialista Rocco Trane fu arrestato in campagna elettorale, non potè che restare comunque in lista, fu votato, e risultò il secondo non eletto). In caso di elezione, Tatarella potrà esercitare la rinuncia al seggio europeo. Non per tutti l’inchiesta di ieri è piombata a sorpresa. Lo si era già intuito dalle voci politiche che la settimana scorsa avevano spinto a bussare alla porta del procuratore Francesco Greco il governatore leghista Attilio Fontana, ora invitato a comparire lunedì prossimo in un interrogatorio sull’ipotesi di abuso d’ufficio per aver affidato al proprio socio di studio legale Luca Marsico un incarico in Regione per il quale si erano proposti altri 60 candidati. Ma adesso dagli atti si viene a sapere che altri, molto più coinvolti, si erano invece allarmati già dal 30 maggio 2018: giorno in cui l’ingegner Alberto Bilardo (l’altro ieri ai domiciliari per l’ipotesi di associazione a delinquere), consigliere di Accam (società di gestione dei rifiuti di Comuni come Busto Arsizio e Legnano), nonché fino all’agosto 2018 segretario cittadino di Forza Italia a Gallarate, in una casuale attività di pulizia del condizionatore d’aria in ufficio vi aveva trovato nascosto un apparato di videoriprese e intercettazione. Una scoperta che «lo spaventava moltissimo», soprattutto «in ragione del fatto che, pochi giorni prima, all’interno dello stesso ufficio era stata consegnata una parte del denaro» di una tangente. Ne è talmente consapevole che gli scappa detto «io ho paura che domani mattina mi arrestano». Ma l’altro effetto della scoperta è che «mette in fibrillazione Caianiello (subito informato da Bilardo) e tutti gli uomini a lui più vicini, che iniziano a paventare possibili chiamate in correità da parte di Bilardo». E che per questo cominciano a manifestare apparenti (e in realtà strumentali) prese di distanza.

DAGONOTA l'8 maggio 2019. Come va il rapporto tra Salvini e i magistrati? Giudicate voi: mentre era a Milano per la serata di ''Fino a Prova Contraria'', associazione di Annalisa Chirico che promuove la riforma della giustizia, la procura della città, guidata da Francesco Greco, faceva arrestare decine di persone, tra cui molti politici lombardi della maggioranza Forza Italia-Lega e l'ex socio di Siri, e iscriveva nel registro degli indagati il presidente della regione, il leghista Attilio Fontana. Una retata commentata così da Buffagni: ''In Lombardia hanno arrestato gli amici di Salvini''. Insomma uno schiaffo sonoro partito dal Palazzo di Giustizia, lo stesso dove fu scritta la parola ''fine'' sulla parabola politica di Bettino Craxi, un altro milanese che puntava a governare l'Italia con piglio decisionista. I magistrati hanno ormai messo nel mirino il vicepremier, anche perché in questi mesi ha agito sempre senza consultare le toghe nelle sue decisioni, come si è visto chiaramente nei casi delle navi dei migranti. Un atteggiamento molto diverso da quello dei grillini, in particolare del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che come capo di gabinetto ha Fulvio Baldi, un magistrato attivo nel direttorio della corrente Unicost e studioso proprio delle normative che riguardano l'ordinamento giudiziario. Bonafede e gli altri 5 Stelle hanno mantenuto un rapporto di grande collaborazione con le toghe (a partire da Davigo), e il messaggio è stato ribadito ieri con l'irrituale conferenza stampa congiunta che il ministro ha tenuto insieme al vicepremier Di Maio, nella quale hanno ribadito ''Tangentopoli non è mai finita, la corruzione è ancora una piaga fondamentale e gravissima''. Il messaggio che i M5S vogliono inviare agli elettori (e pure alle toghe) è chiaro: noi siamo il partito dei pm, la Lega invece…Non è un caso se il Capitano, di solito fiammeggiante, abbia lasciato che Conte cacciasse a pedate Siri dal governo, addirittura ribadendo la fiducia al premier. Da qui al 26 maggio Salvini non cercherà altre rogne mettendosi di traverso all'esecutivo o dichiarando guerra ai magistrati. Dopo, chi vivrà vedrà (e conterà i voti delle europee). 

Cesare Zapperi per il ''Corriere della Sera'' l'8 maggio 2019. All' ordine del giorno del Consiglio dei ministri di oggi c' è ben altro, ma se possibile c' è chi vorrebbe che in cima alla lista delle priorità venisse messa la riforma della giustizia. L' associazione «Fino a prova contraria» guidata da Annalisa Chirico ha affidato al vicepremier Matteo Salvini, ospite ieri a Villa Necchi di una serata organizzata ad hoc con il fior fiore della società civile milanese (avvocati, banchieri, imprenditori; da Manfredi Catella a Francesco Micheli), il compito di portare davanti ai colleghi di governo il dossier. «Fatta salva l' obbligatorietà dell' azione penale - ha sottolineato Chirico - è necessario che il Consiglio superiore della magistratura e il Parlamento ogni anno decidano quali reati è giusto perseguire in via prioritaria. Così si avrebbe meno parzialità da parte dei pubblici ministeri e più trasparenza». La serata di «Fino a prova contraria» ha avuto anche un risvolto economico. Per gli organizzatori è necessario rilanciare il partito del Pil (ben rappresentato in platea). Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, ha rivolto a Salvini l' appello a tagliare i lacci e lacciuoli della burocrazia per consentire alle imprese di poter investire con tempi e procedure certe. E l' ex ministro Giulio Tremonti ha ripercorso i tentativi non sempre riusciti di imprimere una svolta liberale alla politica economica dei governi di cui ha fatto parte.

Tommaso Montesano per ''Libero Quotidiano'' l'8 maggio 2019. Lo slogan è semplice: «Più giustizia, più crescita». Da qui l' hashtag che sta accompagnando, da inizio anno, l' azione del movimento Fino a prova contraria: #innomedelpil. «Un imprenditore cosa chiede per investire?

Tempi certi e decisioni prevedibili. Invece, denuncia Annalisa Chirico, in Italia la giustizia continua a essere in uno stato disastroso. Per arrivare a una sentenza di primo grado - ramo civile - ci vogliono almeno 360 giorni. Perfino in Burundi e Zimbabwe sono messi meglio, ricorda il video con il quale a Milano - nella cornice di villa Necchi Campiglio - si apre il nuovo appuntamento organizzato dal movimento presieduto dalla giornalista, che ieri sera ha riunito oltre 300 persone in rappresentanza di quella che Chirico chiama «l' Italia che lavora, produce e si rimbocca le maniche. È questa l' Italia cui vogliamo dare voce.

Non quella che chiede sussidi e reddito di cittadinanza e desidera andare in pensione prima. E all' Italia che produce - «il mondo produttivo» - serve una giustizia che funzioni. Sondaggi, studi e report - anche di fonte europea - confermano che «l' emergenza numero uno in Italia è la lentezza della giustizia». Come può un Paese che vuole crescere, si chiede Chirico, permettere che in tutti questi anni l'«imprenditore sia diventato un presunto colpevole?». Ecco altri numeri: 25mila detenuti incarcerati ingiustamente; 600 milioni di euro di risarcimenti. «E li paghiamo noi». Così il sistema è al collasso: «L' Italia ha troppe leggi penali. Tante leggi penali producono altrettante notizie di reato. Così i magistrati devono destreggiarsi: a causa della scarsità di risorse devono scegliere quali fascicoli portare avanti e quali no». Ma non è così che funziona. Da qui la proposta lanciata al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede (che, al contrario del suo collega Matteo Salvini, ministro dell' Interno, continua a disertare, seppure invitato, gli appuntamenti del movimento): «Gli chiederemo l' impegno di sostenere la nostra prossima battaglia affinché, pur mantenendo l' obbligatorietà dell' azione penale, la scelta di quali notizie di reato perseguire non spetti alla discrezionalità del procuratore, ma all' organo di autogoverno della magistratura, il Csm, cui dovrebbe spettare il compito di stabilire, ogni anno, le priorità della politica giudiziaria. Il Guardasigilli, sempre così impegnato, apra al confronto». In sala, oltre a Salvini, tra gli altri ci sono Giulio Tremonti, i magistrati Carlo Nordio e Stefano Dambruoso, il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi. Il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha inviato un messaggio. Chirico ringrazia e rilancia: «Costruttori, imprenditori, liberi professionisti, rappresentanti del mondo agricolo. Questa è una comunità che vuole vivere in un Paese più libero e competitivo. È ora di parlare di giustizia in modo pragmatico e costruttivo».

Blitz dei pm su Fontana. Spunta anche Giorgetti. Il presidente accusato di abuso d'ufficio. Lunedì sarà davanti ai pm: "Risponderò serenamente". Cristina Bassi, Giovedì 09/05/2019, su Il Giornale.  La morsa si è chiusa in pochissime ore. Le voci insistenti che davano il governatore lombardo Attilio Fontana indagato nell'inchiesta della Dda su un giro di tangenti e appalti pilotati, che martedì ha portato a 43 misure cautelari, trovano conferma ieri direttamente alla Procura di Milano. L'ipotesi è quella di abuso d'ufficio. Il presidente della Regione, assistito dall'avvocato Jacopo Pensa, è stato convocato per lunedì prossimo dai pm per l'interrogatorio. «Risponderò ai magistrati puntualmente e serenamente», annuncia. L'accusa a Fontana è relativa alla nomina di Luca Marsico, suo ex socio di studio legale, per un incarico al Pirellone. Nell'ottobre del 2018 il governatore avrebbe fatto nominare con una delibera Marsico tra i membri esterni del Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici. Un posto da 11.500 euro all'anno più 185 euro a seduta. In questa occasione Fontana avrebbe violato il principio di imparzialità, in quanto quell'incarico non era di nomina fiduciaria. C'era stato al contrario un avviso pubblico, cui avevano partecipato circa 60 persone. La delibera è stata acquisita agli atti dell'inchiesta coordinata dall'aggiunto Alessandra Dolci e dai pm Adriano Scudieri, Silvia Bonardi e Luigi Furno solamente martedì. In un'altra vicenda di presunta istigazione alla corruzione invece il presidente lombardo è indicato come parte offesa: rifiutò una proposta di Gioacchino Caianiello, finito in carcere, relativa sempre al tentativo di «piazzare» in qualche modo Marsico. Fontana non denunciò la cosa, ma solo perché - come ha dichiarato - non si rese conto della tentata corruzione. Su questo ultimo punto gli inquirenti sono dello stesso avviso. «Per quanto concerne la vicenda della nomina di Luca Marsico - dice il governatore leghista -, ribadisco che si è trattato come sempre di una procedura caratterizzata da trasparenza e da assoluta tracciabilità. Quanto all'imparzialità, è stato garantito l'assoluto interesse della Pubblica amministrazione nella scelta di un professionista dotato delle capacità e competenze richieste per quel ruolo. Risponderò quindi puntualmente e serenamente alle domande che i pm riterranno rivolgermi». Intanto ieri sono cominciati gli interrogatori di garanzia dei dodici indagati finiti in carcere. Tra loro anche Caianiello, ex coordinatore provinciale di Fi a Varese difeso dall'avvocato Tiberio Massironi e ritenuto il «grande burattinaio» del sistema corruttivo, che ha deciso di non rispondere alle domande del gip Raffaella Mascarino. Dalle carte dell'inchiesta emerge anche il nome del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e fedelissimo di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, che non è indagato. «Chi è che va al tavolo? Giorgetti, chi va?». Così nelle intercettazioni agli atti un imprenditore, Claudio Milanese, legato secondo gli inquirenti al «burattinaio» Caianiello, chiedeva al parlamentare azzurro Diego Sozzani (per lui è stata chiesta alla Camera l'autorizzazione all'arresto). Milanese voleva sapere se Giorgetti avrebbe avuto «un potere di scelta», come scrive il gip, su una nomina all'Anas. Nomina che interessava all'imprenditore per alcuni ostacoli burocratici incontrati per un appalto. Con riferimento «alla figura di Milanese», continua il gip, «Caianiello racconta che lo stesso è amico» di Giorgetti essendo entrambi nati nello stesso paese. Alla domanda di Milanese su «chi va al tavolo» per la nomina, Sozzani risponde riferendosi a Giorgetti: «È lui! Lui sicuramente nella Lega è quello che... che dice la sua».

Il governatore nei guai per la nomina del socio. Ma ecco cosa non torna. Marsico è un esperto con tutti i requisiti Manca l'«ingiusto vantaggio» per Fontana. Luca Fazzo, Giovedì 09/05/2019, su Il Giornale. Stesso numero di fascicolo: 33490/16. Al presidente della Lombardia, Attilio Fontana, la Procura della Repubblica non ha riservato neanche il garbo istituzionale di tenerlo un passo fuori dalla malabolgia di corrotti, faccendieri e malavitosi che affolla l'inchiesta «Mensa dei poveri». L'episodio che viene attribuito al governatore, la nomina del suo collega Luca Marsico in un organismo della Regione, ha poco o niente a che fare con la megainchiesta esplosa martedì mattina; gli inquirenti vi sono praticamente inciampati, intercettando il forzista varesino Nino Caianiello; Fontana è l'unico indagato, non vi sono altri inquisiti sospettati di avere tramato con lui la scelta di Marsico come componente esterno del «Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici»; e insomma si sarebbe forse potuto stralciare la vicenda, e aprire un fascicolo a parte risparmiando al presidente della Lombardia di finire in un calderone di compagnie imbarazzanti. Che invece si sia presa la strada dell'inchiesta unica è un messaggio esplicito a Fontana in vista dell'interrogatorio di lunedì prossimo: non si aspetti di venire trattato con i guanti. Il reato indicato nell'invito a comparire notificato ieri a Fontana, l'abuso d'ufficio, è di quelli che in caso di condanna porterebbero - già dopo la sentenza di primo grado - a estromettere il governatore dalla carica in base alla legge Severino. Ma è anche uno dei reati storicamente più elastici e controversi, anche se nel 1997 venne reso meno vago, rendendo necessario che l'abuso porti a un «ingiusto vantaggio patrimoniale». E proprio su quell'aggettivo, «ingiusto», è probabile che si concentrerà la difesa di Fontana, che spiegherà ai giudici come Luca Marsico avesse tutte le caratteristiche professionali per fare parte dell'organismo regionale. Non si trattava di un tirapiedi o di un'amichetta, ma di un professionista con una lunga esperienza politica e legale alle spalle. Il problema per Fontana, però, si chiama conflitto di interessi. Ieri in Procura veniva spiegato chiaramente che ad inguaiare il presidente della Regione è la scelta di partecipare personalmente alla nomina dell'amico. Da questo punto di vista, i pm hanno in mano un paio di documenti espliciti. Il primo è il verbale XI/701 della giunta regionale, che documenta la seduta del 24 ottobre 2018: Fontana viene indicato regolarmente come presidente, e non si fa cenno di un suo allontanamento dalla riunione. Al punto 6 del verbale, si decide la nomina dei componenti esterni del Nucleo «nella composizione di cui all'allegato C»: non c'è traccia di discussione o di motivazione. L'allegato C riporta al primo posto il nome di Marsico come «esperto in ambito giuridico con particolare riferimento alla legislazione territoriale, urbanistica e ambientale». Il problema è che nessuna di queste specializzazioni appare nel curriculum di Marsico disponibile su Europass, anch'esso acquisito agli atti. E un problema ulteriore è la dichiarazione sui «potenziali conflitti di interesse» che il 18 gennaio scorso Marsico deposita in Regione in cui non fa cenno ai rapporti professionali con il presidente Fontana. È su questi perni che poggia il capo d'accusa al governatore lumbard. Ma lunedì a Fontana toccherà spiegare non solo i passaggi burocratici ma anche le sue frasi nelle intercettazioni, che dimostrano come - in un modo o nell'altro - piazzare l'amico Marsico gli stesse molto a cuore. Forse troppo.

Grazia Longo per “la Stampa” il 9 maggio 2019. Non corrotto, ma disponibile ad abusare del suo potere per aiutare gli amici. La nuova Tangentopoli milanese porta guai a Forza Italia ma anche alla Lega, con il governatore della Lombardia indagato per abuso d' ufficio. Attilio Fontana ha incaricato il suo socio di studio legale Luca Marsico su base «fiduciaria», malgrado quella nomina fosse passata per un «avviso pubblico» di selezione a cui hanno partecipato 60 candidati. Per aver violato questo principio di imparzialità, e per essere ricaduto nel conflitto di interessi (anche se in verità una volta eletto Fontana aveva ceduto le sue quote dello studio alla figlia) lunedì prossimo, assistito dall' avvocato Jacopo Pensa, verrà interrogato in Procura. Dovrà rispondere del «favore» al socio al quale aveva concesso una consulenza di circa 65 mila euro fino al 2021 come componente esterno del Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici. La nomina di Marsico, avvenuta con una delibera del 24 ottobre 2018, è dunque ora al vaglio dei magistrati guidati da Francesco Greco. Luca Marsico, peraltro, aveva già ottenuto mandati anche da altri enti, tipo quella da Trenord: circa 8 mila euro all' anno per «revisione e procedure di audit» di ferrovie Nord Milano. L' incarico gli era stato affidato lo scorso settembre da Dario Della Ragione, Direttore Internal audit e membro del Cda Trenord. Con la società ferroviaria, peraltro, la famiglia Marsico è praticamente abbonata: anche il fratello di Luca, Marco Marsico, ha una consulenza. Lo riferisce in una conversazione intercettata con Fontana il «burattinaio» Nino Caianiello, potente ex coordinatore di Forza Italia a Varese. Mentre cerca di corrompere, invano, Fontana proponendo di nominare Zingale direttore generale all' Afol, in cambio di un aiuto a Marsico per risarcirlo della mancata elezione alle Regionali del 2018, gli ricorda che il fratello, Marco «prende 2.600 euro al mese in Trenord portando in giro i volantini della pubblicità e ci sono i dirigenti incazzati...». Proprio da questa conversione è emerso lo spunto per indagare il presidente della Lombardia per abuso d'ufficio. Caianiello riportava infatti la volontà di Fontana di trovare «un' alternativa» per Marsico. Quell' alternativa, secondo la pubblica accusa, è appunto la nomina alla commissione per gli acquisti. Nelle 712 pagine dell' ordinanza del gip Raffaella Maraschino - che ha determinato la custodia cautelare per 43 persone, di cui 12 in carcere, per corruzione, finanziamento il lecito ai partiti e associazione a delinquere con l' aggravante mafiosa - Caianiello precisa inoltre le cifre corrisposte all' avvocato Marsico: «11.500 euro come emolumento annuale e 185 euro come gettoni di presenza». E aggiunge che il lavoro è stato concesso grazie alla mediazione dell' assessore Giulio Gallera e l' ex compagna di Salvini Giulia Martinelli, fidata collaboratrice di Fontana. I due non sono indagati. Per l' esponente azzurro varesino comunque, Luca Marsico rappresenta una spina nel fianco. Da un lato vorrebbe sistemarlo, dall' altro però non vuole che venga «piazzato in quota Forza Italia». Ecco allora che al telefono con Angelo Palumbo si mostra preoccupato del fatto che Fontana possa nominare «Marsico da qualche parte considerandolo comunque in quota a Forza Italia». E per evitarlo vuole rivolgersi alla coordinatrice regionale di Forza Italia: «Bisogna parlare con la Gelmini perchè io non vorrei mai che Fontana mi mette lì...Marsico da qualche parte, perché questo sta insistendo. E che se lo mette non è un peso da dare a Forza Italia, eh! sia chiaro!». In un altro punto delle carte viene invece tirato in ballo Giancarlo Giorgetti, vicesegretario federale della Lega e sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri (estraneo all' inchiesta). Il deputato Fi Diego Sozzani (per cui è stata richiesta l' autorizzazione a procedere in Parlamento ), intercettato sulla possibilità di un intervento di Giorgietti per definire i ruoli apicali di Anas, dichiara : "al tavolo è lui! lui sicuramente nella Lega è quello che... che dice la sua». Quanto a Fontana, il capogruppo regionale del M5S Marco Fumagalli stigmatizza la sua vicenda giudiziaria che «ha la responsabilità politica diretta dei suoi collaboratori». Ma al momento non annuncia mozioni di sfiducia. Il governatore dal canto suo, si definisce «sereno». «Ribadisco che la nomina di Marsico è avvenuta come sempre attraverso una procedura caratterizzata da trasparenza e da assoluta tracciabilità. Quanto all'imparzialità, è stato garantito l'assoluto interesse della Pubblica Amministrazione nella scelta di un professionista con competenze richieste per quel ruolo». E il suo leader di partito e vicepremier Matteo Salvini lo difende a spada tratta: «La Raggi è indagata da anni ed è al suo posto. Noi abbiamo nessun problema, la questione morale riguarda altri. Mi dispiace che qualcuno si stia sporcando la bocca su Attilio Fontana».

Attilio Fontana   ai pm: «L’incarico al mio ex socio?  L’ho voluto io». Pubblicato martedì, 14 maggio 2019 da Luigi Ferrarella su Corriere.it. Addirittura il giorno prima che la Regione Lombardia diramasse l’avviso pubblico di interesse per quanti avessero voluto candidarsi a componenti dell’istituendo «Nucleo valutazione investimenti» (11.500 euro l’anno e gettone di 185 euro a seduta), il presidente leghista Attilio Fontana incaricò una componente del proprio staff di chiamare il proprio ex socio di studio legale, cioè il consigliere regionale forzista non rieletto Luca Marsico, e di dirgli di presentare la candidatura, evidentemente avendo già deciso a priori di incaricare lui (tra i 10 nominandi) una volta che il collega avvocato si fosse proposto all’interno di una solo cosmetica rosa di 60 candidati. Per quanto possa sembrar strano, a dirlo lunedì ha finito per essere Fontana stesso nell’interrogatorio in Procura sull’ipotesi di reato di abuso d’ufficio, di fronte a una nuova circostanza emersa nel confronto con i pm Bonardi-Furno-Scudieri alla presenza del difensore Jacopo Pensa: e cioè che , tra giovedì e venerdì scorso, almeno tre membri dello staff di presidenza di Fontana, tra i quali anche il capo della sua segreteria politica Giulia Martinelli (ex compagna di Matteo Salvini), avessero accennato ai pm, pur tra mille distinguo e sfumature, che da Fontana avevano sentito prima il nome di Marsico come problema da risolvere, e poi la soluzione. Tutto vero, ha confermato Fontana, aggiungendo l’importante elemento della candidatura di Marsico indotta da lui già il giorno prima del bando, e iscrivendo questo suo intenso interessamento per il proprio ex socio con la volontà di non perderne le competenze maturate nella legislatura. Fontana ha su questo persino spiegato il contrario di quanto si credesse sinora, e cioè ha affermato di essere andato proprio lui a chiedere l’aiuto di Gioacchino Caianiello nell’interesse della ricollocazione di Marsico, non rieletto per il boicottaggio da parte del ras dei voti di Forza Italia a Varese (benché formalmente privo di qualunque carica nel partito). Richiesto del perché discutesse di nomine con una persona in teoria senza titoli, e per giunta già condannata a fine 2017 a 3 anni per concussione ai danni di un imprenditore nel 2005, Fontana ha ammesso di sapere benissimo che si stava relazionando a un pregiudicato per tangenti (riarrestato una settimana fa ancora con l’accusa di tangenti), ma ha spiegato che aveva necessità di dialogare con lui in quanto restava comunque il referente di Forza Italia a Varese. Dove in teoria il coordinatore provinciale varesino è l’eurodeputata Lara Comi. La quale però, a sentire Fontana, invitava il governatore a rivolgersi a Caianiello. «Ho chiarito tutto, sono più che sereno», dice Fontana dopo 3 ore senza nemmeno uscire dall’auto, ma solo abbassando il finestrino dove cercano quindi di infilarsi grappoli di microfoni tv. E l’avvocato Pensa riassume: «Con i pm abbiamo discusso tutte cose di fatto e non di diritto, come rivedere un film dall’inizio ai titoli di coda. Sono fatti da niente, si parla di nulla. Poi, le valutazioni, ognuno fa le proprie».

Luigi Ferrarella per il “Corriere della sera” il 9 maggio 2019. Chi ha voce in capitolo nel mettere questo o quell' assessore in questo o quel posto quando si decide la composizione della giunta della Regione Lombardia? Uno immaginerebbe soprattutto il presidente. Ma a sentire come parlava Gioacchino Caianiello - che in teoria sarebbe soltanto un (pur fortissimo in termini di voti locali) ex dirigente varesino di Forza Italia, peraltro gravato a fine 2017 da una condanna definitiva per concussione a 3 anni e 125.000 euro -, era uno come lui a sussurrare a Fontana alcune scelte. «Non mettere Cattaneo all' assessore all' Urba... alle Infrastrutture...», racconta il 31 marzo a un interlocutore di aver asseritamente detto al governatore: «Infatti l' altro giorno lui (Fontana, ndr ), quando mi ha risposto agli auguri che gli avevo mandato via WhatsApp, il giorno dopo, poi mi scrive e dice "ho seguito il tuo consiglio!"». Questa di Caianiello è una millanteria da gradasso? No, rilevano gli inquirenti, e non soltanto perché Fontana in un' altra occasione - proprio discutendo con Caianiello di come trovare un incarico al proprio socio di studio legale Luca Marsico dopo la sua mancata rielezione a consigliere regionale - esprime la propria stima verso Caianiello dicendogli «hai visto che i tuoi... i tuoi consigli li ho seguiti quasi tutti». Per i pm, che Caianiello non millantasse il proprio intervento sulla questione Cattaneo è «provato da una conversazione tra Caianiello e Fontana» del 24 marzo 2018, il cui contenuto viene così sintetizzato dagli inquirenti nel brogliaccio dell' intercettazione: «Conversano in merito alle nomine della giunta regionale, ed in particolare Caianiello sconsiglia a Fontana di nominare Cattaneo assessore ai Trasporti perché già in passato ha creato problemi a Ferrovie Nord-Trenord e ciò sarebbe sconveniente, quindi gli dice che secondo lui potrebbe essere collocato altrove». Per la cronaca, alla fine Raffaele Cattaneo verrà davvero nominato non alle Infrastrutture ma ad un altro assessorato nella giunta Fontana, l' Ambiente: di per sé non certo una circostanza illecita, né necessariamente determinata dal suggerimento di Caianiello. Ma per i magistrati questo è uno dei tanti segnali di quanto egli avesse nella politica lombarda una influenza incomparabilmente superiore al suo formalmente inesistente ruolo pubblico. A dispetto del quale, per i pm, sarebbe dunque «riduttivo attribuirgli il ruolo di mero "facilitatore", essendo egli risultato» invece «il vero e unico manovratore di ampi e rilevantissimi settori di amministrazione pubblica nell' intera provincia di Varese e, in misura meno pervasiva, in Regione Lombardia». Cioè, in termini giuridici, un «amministratore pubblico di fatto», la stessa veste che mesi fa la Procura di Roma attribuì ad esempio al manager Luca Lanzalone nell' indagine sul progettato nuovo stadio capitolino a Tor di Valle. Le intercettazioni colgono ad esempio Caianiello mentre «interviene costantemente e prepotentemente nella programmazione e nella successiva attuazione di tutte le più importanti scelte gestionali di aziende pubbliche alle quali è formalmente estraneo» come Accam spa (rifiuti di Busto Arsizio e Legnano), Alfa srl e Prealpi Servizi srl (servizi idrici di Varese), in particolare «nella scelta dei soggetti ai quali affidare le nomine dirigenziali o incarichi o consulenze», a condizione che poi retrocedano la «decima», cioè il 10% del valore. All' influenza di Caianiello non sarebbero estranei, secondo i magistrati, anche «metodi apertamente ricattatori per ottenere obbedienza: la sua pluriennale esperienza nel mondo politico gli consente di essere a conoscenza di molti "scheletri nell' armadio" dei suoi oppositori, e Caianiello non si fa scrupolo nel rievocare gli episodi potenzialmente compromettenti per ottenere ciò che vuole» (come nelle «allusioni fatte» su un sindaco o su manager di una municipalizzata). La giudice Mascarino coglie ad esempio un passaggio della deposizione della teste Orietta Liccati, già assessore all' Urbanistica di Gallarate, coinvolta nel 2017 nell' inchiesta nella quale il suo compagno ex sindaco di Lonate Pozzolo, Danilo Rivolta, fu arrestato e poi patteggiò 4 anni: deposizione - riassumono i pm - «a proposito del tentativo di Caianiello di imporre al detenuto Rivolta il "proprio" legale "di fiducia", avvocato Besani, in modo da concordare le dichiarazioni da rendere all' autorità giudiziaria e da essere informato su eventuali chiamate di correità». Su questo tentativo di Caianiello di far prendere a Rivolta l' avvocato storico di Caianiello (Besani, arrestato martedì in altra vicenda per l' ipotesi di concorso in corruzione), i pm chiedono alla Liccati: «Le risulta la circostanza che Lara Comi ha suggerito a Rivolta di cambiare il legale di fiducia e di scegliere l' avvocato Besani?», e la teste risponde «sì». L' europarlamentare di Forza Italia, interpellata ieri sera dal Corriere , risponde «no, grazie, su queste cose non ho niente da dire, vado avanti a fare la campagna elettorale» .

Luigi Ferrarella per il “Corriere della sera” il 9 maggio 2019. C'è anche un incrocio tra le indagini di Milano e Catanzaro nel filone che illumina i rapporti tra l' imprenditore delle bonifiche ambientali Daniele D' Alfonso (quello che finanziava i politici lombardi) e il clan di 'ndrangheta Molluso tra Buccinasco e Corsico nell' hinterland milanese. In zona Bisceglie a Milano «le società Acadis spa e Ambiethesis spa hanno affidato i lavori di bonifica e movimento terra del cantiere Calchi-Taeggi» (una zona da bonificare) «alla Ecol-Service s.r.l. di D' Alfonso, il quale, come concordato, si avvale poi della ditta M.G. Lavori Stradali srl della famiglia Molluso per le operazioni di movimento terra, impiegando anche personale appositamente selezionato da Giosefatto Molluso (9 anni e 3 mesi definitivi per associazione mafiosa nel processo Infinito) e assunto dalla Ecol service». D' Alfonso lo fa perché ritiene in questo modo di poter scoraggiare eventuali tentativi di infiltrazione di altri soggetti calabresi, dimoranti nell' area del cantiere «Calchi Taeggi», nei lavori di movimenti terra. L' imprenditore, rilevano i pm, «è consapevole che la partecipazione ai lavori dei Molluso costituisce una garanzia da eventuali danneggiamenti sui mezzi in cantiere, azioni intimidatorie o estorsive ad opera di organizzazioni criminali locali che premono per inserirsi nei lavori affidati alla società». Ma l'aspetto istruttivo - emergente da intercettazioni trasmesse dalla Procura di Catanzaro - è che anche altre aziende più grandi di quella di D' Alfonso, e per nulla coinvolte nelle corruzioni al centro dell' indagine milanese, non solo cercano «protezione» presso i clan di 'ndrangheta, ma si fanno consigliare dalla casa madre calabrese la «famiglia» dalla quale farsi «proteggere». È il caso di un manager di un grossa ditta del Centro Italia, aggiudicataria con un consorzio di un appalto della società Metropolitana milanese spa per lavori di fognatura e acquedotto: «Di notevole utilità sono le conversazioni ambientali captate, attraverso l' inoculazione di un virus» intercettativo, nelle quale la famiglia Molluso viene indicata da 'ndranghetisti di Isola Capo Rizzuto come il referente giusto, e a ruota «offre ampie rassicurazioni in merito al controllo del territorio e alla conseguente "sicurezza" del cantiere anche tramite il servizio di "guardiania"» per il quale vengono anche assunti manovali indicati dal clan.

Tangenti in Lombardia,  le 131 telefonate del «manovratore» a Lara Comi e ai parlamentari. Pubblicato giovedì, 09 maggio 2019 da Luigi Ferrarella su Corriere.it. Tu nomina il mio uomo Giuseppe Zingale (direttore generale dell’Afol-Agenzia metropolitana per il lavoro) al vertice del settore Formazione della Regione Lombardia, e in cambio noi faremo sì che dall’Afol arrivino poi consulenze di 80/90.000 euro l’anno al tuo ex socio di studio legale, Luca Marsico, che ti sta così a cuore dopo la sua mancata rielezione in Consiglio regionale: si era già ascoltato (nelle intercettazioni) che nel marzo 2018 questo era stato il tenore dell’istigazione alla corruzione del governatore leghista (ed ex sindaco di Varese) Attilio Fontana da parte di Gioacchino Caianiello, un condannato definitivo a 3 anni per concussione, eppure temutissimo (dentro Forza Italia) detentore a Varese di un pacchetto di voti significativo anche a livello lombardo. Ma adesso altre intercettazioni di Caianiello, stavolta proprio con Zingale, ripropongono curiosamente uno schema analogo riferendolo però — riassumono i magistrati — «ad una società riconducibile a Lara Comi (eurodeputata e coordinatrice provinciale di Forza Italia di Varese)». Società che, stando ai due intercettati, avrebbe ricevuto «contratti di consulenza da parte dell’Afol di Zingale per un totale di 38.000 euro (come preliminare conferimento di un più ampio incarico che può arrivare alla totale cifra di 80.000 euro), dietro promessa di retrocessione di una quota parte agli stessi Caianiello e Zingale». 

«Le indagini sulla vicenda sono ancora in corso», scrivono i pm circa questo colloquio del 29 novembre 2018. 

Caianiello: «Questa (cioè Comi, ndr) fino a oggi quanto ha preso?». 

Zingale: «38», poi però precisando «17 li ha presi, liquidi sempre! Già incassati!». 

Caianiello: «Da quando abbiamo iniziato? Basta! E quindi può arrivare a un monte di 80!». 

Zingale: «Sì, però ti voglio dire una roba, se non c’è disponibilità, non becca un cavolo! Se non vediamo, non vedrà più nemmeno lei!».

Comi, oggi in campagna elettorale, esprime «stupore» e replica che «l’unica mia società di comunicazione è la Premium Consulting, regolarmente denunciata al Parlamento europeo: questa società non ha nulla a che spartire con le consulenze sotto inchiesta e nessun’altra società è a me riconducibile». Di certo i rapporti tra Comi e Caianiello (in teoria un privato senza ruoli formali in politica) appaiono rovesciati ai carabinieri di Monza, persuasi dalle intercettazioni che «Caianiello ricopra di fatto la funzione di coordinatore provinciale del partito di Forza Italia, ad onta del ruolo solo formalmente ricoperto dall’eurodeputata Comi». E in effetti lo racconta lo stesso Caianiello il 9 maggio 2018, quando, parlando della propria condanna del 2017 per una concussione del 2005, spiega chiaramente «che io faccio il coordinatore provinciale di Forza Italia da 30 anni, questo è vero, ma ufficialmente durante i fatti (della sentenza, ndr) io non lo ero. Come è adesso, no?! Tutti dicono “il Caianiello è quello che..”, ed è vero! Però oggi il coordinatore provinciale di Forza Italia è Lara Comi, all’epoca io ero, come adesso, ma non ero io». Per i pm, ad «attestare il potere di cui gode Caianiello», nel periodo di intercettazione del suo telefono «sono state registrate» indirettamente (ma per legge non trascritte) «numerosissime telefonate con la eurodeputata Comi (92), con la deputata Giusy Versace (21), con la coordinatrice regionale di Forza Italia on. Maria Stella Gelmini (18), e con il governatore della Lombardia Attilio Fontana (18)». In vista di lunedì, quando il presidente leghista indagato sarà interrogato sull’ipotesi di abuso d’ufficio nella nomina (11.500 euro l’anno) del suo ex socio di studio Marsico nel «Nucleo valutazione investimenti» della Regione, ieri i pm hanno ascoltato come teste il capo della sua segreteria, Giulia Martinelli, ex compagna di Matteo Salvini; e hanno avviato verifiche sulla consulenza da 8.000 euro data a Marsico nel settembre 2018 dalla controllata regionale Fnm-Ferrovie Nord Milano. Tutto mentre in Procura si presentava il primo imprenditore (fornitore di una municipalizzata citata nelle indagini) a spontaneamente voler raccontare corruzioni che temeva fossero scoperte prima dai pm: si vedrà presto se un caso isolato di collaborazione, o se l’inizio di una frana sotto i piedi dei corrotti.

Il tariffario di Caianiello: il neo consigliere gli gira il suo primo stipendio. Pubblicato venerdì, 10 maggio 2019 da Luigi Ferrarella su Corriere.it. Esperimento scientifico di creazione in laboratorio di un consigliere regionale lombardo: c’è anche questo portento nelle indagini che, tra i 28 arrestati di martedì per reati contro la pubblica amministrazione, hanno monitorato in diretta il successo di Gioacchino Caianiello (in teoria un privato senza ruoli formali in politica, ma super influente nella Forza Italia lombarda a dispetto di una condanna definitiva a 3 anni per concussione) nel propiziare nel 2018 l’elezione in Consiglio regionale del forzista Angelo Palumbo. Caianiello, riassumono infatti i pm Bonardi-Furno-Scudieri, «dispone di un grande bacino di voti elettorali, posizione di vantaggio che gli deriva da un radicato sistema clientelare che scientificamente coltiva da anni e che lo pone al centro di un collaudato sistema di relazioni trasversali. Perciò rappresenta un punto di riferimento di Forza Italia in elezione comunale, provinciale o regionale». Ed è così che, per affondare il forzista consigliere regionale uscente Luca Marsico (l’ex socio di studio legale del presidente leghista Attilio Fontana, che in effetti non verrà rieletto), Caianiello «è riuscito a far eleggere al consiglio regionale un giovanissimo candidato, di sua strettissima fiducia, Angelo Palumbo, consentendogli peraltro poi di ottenere anche la presidenza di un’importante Commissione consiliare» (Territorio). Non un assessorato, per quello era troppo presto a detta di Caianiello: «Il mio Palumbo deve fare il consigliere regionale, punto! Magari prende una presidenza di una Commissione…e inizia a fare quello che deve fare… Lui sta lì per imparare…e sostiene chi deve sostenere». E del resto Palumbo è il primo a riconoscere di dovere tutto al suo pigmalione. Il 9 marzo 2018, in una conversazione a tre, quando Caianiello accenna a uno dei tanti che avevano chiamato Palumbo per congratularsi dopo l’elezione, Palumbo interviene a raccontare: «Mi fa: “Complimenti, bravo, tanti voti, di qua e di là”, e io gli detto: “Guarda, i miei (voti, ndr) erano 1.000, gli altri ce li ha messi Nino…”», cioè Caianiello. Il quale in campagna elettorale nel 2018 aveva utilizzato Carmine Gorrasi (consigliere comunale di Forza Italia a Busto Arsizio e direttore generale della squadra locale di calcio «Busto 81») per far giungere al candidato Palumbo un finanziamento illecito di 10.000 euro (6.000 con bonifico bancario e 4.000 in contanti) da parte di Daniele D’Alfonso, l’imprenditore arrestato martedì come principale finanziatore di un bouquet di politici. Ma «l’appoggio elettorale da parte di Caianiello ovviamente non è a costo zero per Palumbo, il quale, subito dopo la sua elezione e l’ottenimento della presidenza della Commissione, ringrazia Caianiello formalmente con una sostanziale donazione (circa 9.500 euro) nei confronti della Associazione culturale Agorà di cui Caianiello è presidente onorario ed amministratore di fatto». E lo fa quasi con l’entusiasmo di dimostrarsi persona che mantiene la parola data a Caianiello: «Hai visto la foto che ho mandato ieri sera? Promessa mantenuta! Io le promesse le mantengo! Primo stipendio, 7.500 di aprile, 500 di maggio, 500 di giugno, 500 di luglio e 500 di agosto. Dicevi il primo stipendio? Aprile! Il primo stipendio! Non ero presidente, poi c’è maggio, giugno, luglio agosto sono altre 2.000 (…) Oh!, cioè ho versato più io in 4 mesi che Marsico in 5 anni!». Qui Caianiello non raccoglie l’ironia, e nello scambio di battute se ne esce a evocare quasi un tariffario, nel senso che «l’impegno era che chi si candidava tirava fuori 1.000 euro, il capolista tirava fuori 2.000 euro». Palumbo: «E già questo...e già questo non l’hanno fatto tutti!».

“ABBIAMO IN MANO LA PROVINCIA. IO FACCIO IL SOLE E LA TERRA CHE GIRA INTORNO”. Sandro De Riccardis e Giuliano Foschini per “la Repubblica” il 12 maggio 2019. Tra i divani di pelle scura e i piattini di sandwich e tartare, Nino Caianiello apparecchiava il suo potere. « Alle nove di mattina io sto qua... domani è festa... l' ambulatorio è chiuso... - rideva al telefono -. Io sto qua tutte le mattina dalle nove » . All' Haus Garden di Gallarate, intorno a un tavolo da qualche giorno desolatamente vuoto, un po' più protetto dal viavai dei camerieri e da occhi indiscreti, Caianiello riceveva la lunga lista di questuanti. «No, se c' è qualche po... se c' è qualche possibilità a Milano, qual.. non so.. se a Milano c' è qualche possibilità.. di crescita anche.. a livello regionale.. no?! » , balbetta incerto Alessandro Petrone, l' ormai ex assessore all' Urbanistica di Gallarate, da martedì in carcere. «Si, ma fammi capì.. tu cosa vuoi fare!? - gli risponde bruscamente Caiainiello -. Non ho capito..cioè, Ale che vuoi fare? Tu non sai e vuoi sapè da me!... Tu mi devi dire che cazzo vuoi fà! Se mi dici "voglio fa questo!", allora io so che posso andare.. andare lì! Mi capita che sto facendo una discussione... se uno dice "c' è questo qua!", io potrei dire " vabbè cazzo ci può andà Alessandro!”». A ogni richiesta Caianiello risponde con la sua "cura": un incarico, una consulenza, una nomina, un appalto. E ora molti di quelli che si accomodavano ai divanetti del bar nel cuore di Gallarate, chiedono di essere sentiti in procura, prima che la procura chieda di loro. « Non li stiamo chiamando noi, sono loro a chiamarci », dice una fonte investigativa al quinto piano di Palazzo di giustizia. Dove ieri sono state raccolte le confidenze di tre imprenditori. Anche loro hanno raccontato della " decima", la retrocessione di parte dei soldi incassati su ogni commessa o incarico assegnato, al ras della politica varesina, chiamato il "Mullah di Gallarate" dai suoi nemici politici, "Mister 10%" dai colleghi di partito. « Io ti devo questo!.. la famosa decima », dice Paola Saporiti, assessore a Cassano Magnago, mentre lascia sul tavolino del bar una busta con 500 euro, dopo l' incarico incassato dalla società della sorella. « Così non vedono bonifici, niente... ok?!.. dovrebbe essere 500, contali!». «Ma no... ma guarda che se figurano è meglio! - risponde Caianiello " visibilmente agitato" - Fai il bonifico direttamente, senti a me! Fai il bonifico! ».

Poco denaro - solo 120mila euro trovati sui suoi conti bancari - molto potere. Con il suo capitale di voti, alle ultime Regionali Nino aveva favorito l' elezione del consigliere di Forza Italia Andrea Palumbo, a danno proprio del socio di Fontana, Luca Marsico. Alle Europee invece quel pacchetto di voti sarebbe confluito sul nome di Laura Comi. Per anni sfilano al suo cospetto assessori, sindaci, imprenditori, manager pubblici, funzionari di partito. I politici ne riconoscono il potere, come capita a Massimo Buscemi, più volte consigliere regionale ed ex assessore in Lombardia. « Ho bisogno di un consiglio per una cosa non...tutt' altro che... regolarissima...dice al telefono - ho bisogno di avere la tua... la tua consulenza. Tu mi puoi dare udienza settimana prossima?». «Quando vuoi vieni, io alle nove sono lì - risponde - domani c' è un po' affollato, però vieni, non è un problema..». Napoletano d' origine, 61 anni, " coordinatore di fatto" di Forza Italia nella provincia di Varese per quasi trent' anni, Caianiello è per il fisco nullatenente dal 2016. La Finanza verifica che sui suoi conti ci sono versamenti esclusivamente in contanti e uscite solo per il pagamento delle bollette. « Ma tu come campi? È una domanda che si fanno tutti » , gli chiedono a Varese. Così Nino, per giustificare i soldi delle decime, apre la Sacro Graal srl "per il commercio di opere d' arte". E racconta in giro di aver iniziato a comprare e vendere quadri. Ma ogni mattina Nino è sempre lì. A decidere destini politici e carriere all'"ambulatorio". Con le poltroncine dell' Haus Garden trasformate negli scranni di una sala di giunta. « Se non tradisce Leonardi ( coordinatore cittadino di Fi, ndr.), se non tradisce Gorrasi. ( consigliere comunale di Busto Arsizio, ndr.) abbiamo in mano la provincia... punto.. io non mi muovo... io faccio il sole e la terra che gira intorno...».

ORA SI CHIAMA “CONSULENZA”. Luca De Vito per “la Repubblica” il 16 maggio 2019. La svolta è arrivata martedì quando Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, è stato ascoltato per ore dai pm milanesi. Arrivato come testimone, è uscito dalla stanza del quinto piano del Palazzo di Giustizia come indagato. L'accusa nei suoi confronti è chiara: aver effettuato un finanziamento illecito di 31 mila euro per la campagna elettorale di Lara Comi, candidata al parlamento europeo con Forza Italia. Vicenda per cui la stessa europarlamentare è stata iscritta nel registro degli indagati. Le nuove iscrizioni arrivano nell' ambito dell' inchiesta che la procura di Milano sta portando avanti sulle tangenti in Lombardia che ha portato a 43 arresti tra Milano, Varese e Novara e che ha visto anche il presidente della regione Lombardia Attilio Fontana (Lega Nord) indagato per abuso d'ufficio. Secondo la tesi degli investigatori, il passaggio dei soldi sarebbe avvenuto attraverso una consulenza fittizia assegnata alla Premium Consulting della Comi dalla Officine Meccaniche Rezzatesi (Omr), l'azienda di Bonometti, a gennaio di quest' anno. "L'approccio strategico per la promozione del made in Italy" e "approccio strategico per il settore automotive in Italia e in Cina e le implicazioni sulle auto elettriche" sono i titoli dei due studi. In realtà gli investigatori hanno riscontrato che il contenuto dei testi era copiato da una tesi di laurea reperibile online, firmata da un laureato della Luiss nel 2015, Antonio Apuzza. Da qui, la convinzione che quello delle consulenze fosse solo un espediente per schermare il finanziamento illecito. L'avvocato di Lara Comi, Gian Piero Biancolella, ha respinto le accuse: «Posso con decisione contestare che sussista l' illecito ipotizzato. Non c' era alcun motivo che impedisse che un finanziamento del tutto lecito potesse essere effettuato secondo le modalità previste dalla legge. In ogni caso la prestazione è stata resa dalla società nell' ambito delle specifiche competenze». Anche Bonometti ha fatto sapere di «non aver mai commesso alcun illecito». Al vaglio dei pm Silvia Bonardi, Luigi Furno e Adriano Scudieri - coordinati dal procuratore aggiunto Alessandra Dolci - ci sono anche due cifre pagate da altri due imprenditori che avrebbero seguito lo stesso schema: finanziamenti illeciti, mascherati da consulenze. In uno dei due casi, si tratterebbe di un imprenditore che ha pagato 40 mila euro per uno studio specifico, a fronte di un fatturato della sua azienda di 200 mila euro all' anno. Nei giorni scorsi era emersa anche un' altra consulenza, stavolta assegnata a una società riconducibile a Lara Comi da Afol, l' ente per la formazione e il lavoro della Città Metropolitana di Milano guidata dal direttore generale GIuseppe Zingale. Una consulenza per la comunicazione da 38 mila euro su cui i pm vogliono vederci chiaro, visto che il nome della Comi spunta anche in una serie di intercettazioni di Caianiello, in cui il "burattinaio" di Gallarate tira in ballo proprio il ruolo dell' eurodeputata.

«Vedere cammello, pagare niente»: il codice della nuova Tangentopoli lombarda. Pubblicato mercoledì, 15 maggio 2019 da Giampiero Rossi su Corriere.it. «Vedere cammello, pagare niente». Una battuta secca, un classico da mercanti che riassume il codice non scritto della nuova Tangentopoli lombarda: si trattano affari e baratti su tutto ciò che le rendite di posizione politica e amministrativa consentono di tradurre in denaro (anche poco) o in ulteriori opportunità di potere e controllo. Il tutto gestito con smania e impeto dai politici che non hanno vissuto le stagioni delle grandi inchieste anticorruzione, frenati e indirizzati da un navigato regista. Il dialogo del cammello riassume tutto questo. È il 31 marzo 2018. All’Haus garden cafè di Gallarate le «cimici» degli investigatori catturano un dialogo tra Gioacchino Caianiello e Giuseppe Zingale. Il primo, almeno in teoria, sarebbe semplicemente un ex dirigente varesino di Forza Italia, con una condanna definitiva per concussione che lo segna come una cicatrice sul volto di un veterano di guerra. È molto influente, controlla pacchetti di voti ed è il burattinaio di una vasta trama di operazioni politico-affaristiche su cui riesce ad affacciarsi dal bar-ufficio, rastrellando per sé «la decima», cioè il 10 per cento di ogni somma che si muove. Il secondo è il presidente della Afol metropolitana di Milano, cioè il centro per l’impiego più efficiente d’Italia, dai tempi in cui il centrodestra governava la Provincia. L’udienza con Caianiello verte su un oggetto specifico: la possibile nomina di Zingale alla direzione generale del settore Formazione e lavoro della Regione come contropartita di una serie di consulenze (ovviamente remunerate) che lo stesso Zingale, nel suo attuale ruolo, assicurerebbe all’ex socio di studio del governatore Attilio Fontana, Luca Marsico, per «risarcirlo» dalla bocciatura alle elezioni per il consiglio regionale. «Invece di darli alla Treu, che gli giro ottanta, novantamila euro l’anno, glieli giro a... al suo...», dice prontissimo Zingale (che al pm ha spiegato di alludere al caso in cui avesse avuto bisogno di un penalista). Ma Caianiello è molto concreto: «Devo avere questa garanzia». E alla risposta immediata («la garanzia c’è») prende il telefono e compone il numero del presidente della Regione, che però non risponde: «Allora mo’, adesso lo chiamiamo e diciamo... davanti a te lo chiamo...». Il direttore di Afol si sbilancia: «Ascoltami Nino siccome il 3 mi scade pure l’Odv (Organismo di vigilanza, ndr) che ne devo nominare due, uno è l’amico di Carminuccio, Luca potrebbe fare la domanda e si piglia già i primi 10.000 euro». Ma il veterano blocca lo slancio con una frase eloquente: «Vedere cammello!... pagare niente». L’atteggiamento da guida del veterano Caianiello emerge nitidamente anche in un dialogo (con il sottosegretario regionale Fabio Altitonante) in cui si parla di Angelo Palumbo, consigliere comunale eletto proprio a scapito di Marsico e per volontà esplicita del ras di Forza Italia a Varese. Una volta al Pirellone, il giovane Palumbo «non dovrà in alcun modo fare l’assessore», perché è ancora inesperto. Al massimo potrebbe ambire alla presidenza di una commissione, «cosa che — annotano i magistrati — puntualmente si verificherà». Ma al bar di Gallarate tutto ha un prezzo: così Palumbo subito dopo la sua elezione, «ringrazia formalmente con una sostanziale donazione (circa 9.500 euro) nei confronti della Associazione culturale Agorà di cui Caianiello è presidente onorario». Il sistema della decima, osservano gli inquirenti, è «perfettamente funzionante». Anche Fabio Altitonante, tuttavia, tradisce una certa smania di arrivare al risultato, quando si tratta di sbloccare — dietro la contropartita di un finanziamento elettorale che lui indicherà poi come destinato al collega di partito Pietro Tatarella — la pratica di un imprenditore negli uffici dell’Urbanistica comunale, che però si lamenta dei tempi lunghi («la processione non cammina, la cera si consuma») e della scortesia del funzionario che lo ha ricevuto. Altitonante non ha esitazioni: «Si prenderà la cazziata». Certo, perché gli imprenditori sono i clienti, i fruitori di certi «servizi». Ma pochi giorni dopo la retata e la pubblicazione delle prime notizie sull’inchiesta hanno iniziato a presentarsi in procura. Un copione visto nei mesi successivi al 17 febbraio 1992: collaborazione spontanea. Ma rigorosamente dopo, quando la macchina giudiziaria si è ormai messa in moto, e non prima, per denunciare il politico che imponeva il suo tariffario. Anche ai tempi di Mani pulite, tra l’altro, il capo d’accusa di finanziamento illecito era di grande e attualità. Ma nella Tangentopoli del 2019 è del tutto scomparsa una delle frasi standard di allora: «Non li ho presi per me, ma per il partito».

O MIA BELLA TANGENTINA. Gianni Barbacetto per "il Fatto Quotidiano” il 16 maggio 2019. Passata la tempesta, Milano torna a far festa. Ha dimenticato in fretta lo choc della grande retata del 7 maggio, oltre 90 indagati, 43 arresti, gare truccate, un fiume di mazzette, uomini politici a libro paga di imprenditori disposti a pagare, funzionari pubblici pronti a vendersi per un piatto di lenticchie. E non ha proprio preso atto che, rispetto alla Tangentopoli di 27 anni fa, oggi c' è una novità, nerissima: dietro all' imprenditore che si compra il politico, ora c' è anche il boss della 'ndrangheta. Politico, imprenditore, mafioso: insieme a Milano come nella Sicilia del "tavolinu". Nessuno si agita. Il sindaco Giuseppe Sala minimizza l' impatto della corruzione e rilascia serene interviste dagli Stati Uniti in cui recita il ruolo di chi è pronto a fare il grande salto come candidato del centrosinistra a Palazzo Chigi (E non si mostra preoccupato per la condanna a 13 mesi, per falso in atti Expo, richiesta dal pm al processo in cui è imputato). Ha fortuna, Giuseppe Sala. Fortuna e buona stampa: ha fatto passare, aiutato dai giornali amici (quasi tutti), la convinzione che il centro della rete di corruzione svelata dall' inchiesta "Mensa dei poveri" sia il Pirellone della Regione Lombardia. In effetti, a raggiungere questo risultato lo ha aiutato il suo amico Attilio Fontana, il presidente leghista scivolato in comportamenti di certo discutibili (se siano anche reati lo stabiliranno i giudici) come affidare incarichi, pagati con soldi pubblici, al suo socio di studio, l' avvocato Luca Marsico: lo ha piazzato in una commissione regionale, gli ha fatto assegnare una consulenza delle Ferrovie Nord e finanche un mandato a difendere l' ospedale Fatebenefratelli contro un gruppo di medici. Il centro della rete di corruzione svelato dall' inchiesta "Mensa dei poveri", però, non è il Pirellone, ma Palazzo Marino. È attorno agli appalti del Comune e delle sue società partecipate (Amsa, A2a) che ronzava il ras delle tangenti Daniele D' Alfonso (arrestato), imprenditore socio e prestanome del boss calabrese Giuseppe Molluso, collegato con i Barbaro-Papalia di Buccinasco (Milano) e di Platì (Reggio Calabria). Siede a Palazzo Marino come consigliere comunale Pietro Tatarella (arrestato), candidato di Forza Italia alle Europee. Sono dipendenti del Comune il dirigente dell' Urbanistica Franco Zinna e la geometra Maria Rosaria Coccia (indagati), pronti a concedere licenze per compiacere il forzista Fabio Altitonante (arrestato). È un uomo della galassia del Comune Mauro De Cillis (arrestato), responsabile operativo dell' Amsa, l' azienda milanese dei rifiuti, che secondo l' accusa trucca le gare d' appalto per lo sgombero neve, per la raccolta dei rifiuti pericolosi, perfino per la pulizia delle aree per cani e bambini, in accordo con un altro imprenditore vicino alle cosche, Renato Napoli. Ha ragione il consigliere comunale Basilio Rizzo: "Mi sembra che non si sia colta la portata di quello che è accaduto nella nostra città. Noi abbiamo il dovere di fare tutto quello che è utile per impedire che episodi come questi si ripetano. Sono emerse cose che non sono giudicabili dalla magistratura, ma sono fatti: spartizione di nomine e di incarichi, bandi costruiti su misura, appalti assegnati per spartizione predeterminata, decisa dagli operatori e non da chi deve decidere. Tre o quattro anni fa, in occasione di altre indagini, avevo richiesto più volte in Consiglio i famosi audit di cui non ho saputo nulla. Se niente cambia, come possiamo non pensare che tra due anni le cose si ripeteranno? Che cosa ci facevano gli uomini della Mm ai pranzi insieme agli arrestati? E le aziende citate nelle carte dell' inchiesta stanno lavorando ancora per la nostra amministrazione?". Aspettiamo risposte da Sala, possibilmente prima che parta per Palazzo Chigi.

Lega, arrestato il sindaco Gianbattista Fratus: magistrati scatenati prima del voto. Libero Quotidiano il 16 Maggio 2019. L'offensiva delle toghe non si ferma. Oggi è il turno di Gianbattista Fratus, sindaco di Legnano della Lega, arrestato in un'operazione su turbata libertà degli incanti e corruzione elettorale, condotta dalla Guardia di Finanza del Comando provinciale di Milano su disposizione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Busto Arsizio. A Fratus, si apprende, sono stati concessi gli arresti domiciliari, così come ai domiciliari è finita l'assessore alle opere pubbliche, Chiara Lazzarini. In carcere, al contrario, ci finisce l'assessore al bilancio e vicesindaco del comune di Legnano, Maurizio Cozzi.

Le nomine nella Legnano leghista: «Promette i voti, assunta la figlia». Pubblicato giovedì, 16 maggio 2019 da Cesare Giuzzi e Marco Galluzzo su Corriere.it. Nomine pilotate nelle partecipate, bandi ad personam per i dirigenti comunali e un baratto elettorale con voti in cambio dell’assunzione della figlia di un candidato tagliato fuori dal ballottaggio. «Dall’Alpi a Sicilia, dovunque è Legnano», canta l’inno di Mameli ricordando la vittoria del 1176 di Alberto da Giussano e della Lega Lombarda sul Barbarossa. E oggi con il sindaco leghista Giambattista Fratus ai domiciliari, le vicende della città simbolo del Carroccio diventano il paradigma di un sistema di corruzione e gestione della cosa pubblica che scuote la Lombardia e arriva fino al governo. Dopo l’appaltopoli e l’avviso di garanzia al governatore Attilio Fontana, con i vertici di Forza Italia sotto inchiesta, tocca alla Lega. Un terremoto che parte dalla cittadina di 60 mila abitanti al confine con Varese e porta ai domiciliari anche il neo assessore alle opere pubbliche Chiara Lazzarini, e in carcere il titolare della delega al bilancio Maurizio Cozzi, entrambi di Forza Italia. In mezzo un sistema di nomine nelle municipalizzate «Europa Service» e «Amga Legnano» fondato sul principio dello spoil system e su incarichi affidati ad «amici e alleati politici». Con i magistrati di Busto Arsizio (l’indagine è affidata al pm Nadia Calcaterra e alla guardia di Finanza di Milano) che fotografano in diretta «il pagamento» del sostegno elettorale offerto dal candidato escluso dal ballottaggio del giugno 2017, Luciano Guidi (lista Alternativa popolare) al sindaco Fratus. Un bottino di 1.046 voti che al secondo turno Guidi riversa sul candidato di centrodestra nel duello con il primo cittadino uscente Alberto Centinaio (centrosinistra). In prima battuta a Fratus erano toccati 9.196 voti contro i 7.717 di Centinaio. Un divario esiguo che porterà il candidato leghista a stringere Guidi un patto politico che si tradurrà — dopo il pubblico endorsement di Guidi in favore di Fratus — in un totale di 10.865 preferenze. Il prezzo da pagare, si scopre nelle carte dell’inchiesta «Piazza pulita», è l’assunzione in «Amga» della figlia di Guidi, la 29enne, Martina, avvocata fresca di nomina. Un patto che, almeno a livello politico, ha ricevuto l’approvazione dei vertici del centrodestra lombardo. Come spiega, intercettata, l’allora coordinatrice di Forza Italia, e dominus del sistema Legnano, Chiara Lazzarini riportando le parole del neo sindaco Fratus: «Ha detto “io siccome negli accordi elettorali che ho preso con Guidi per il ballottaggio gli avevo detto che se mi appoggiava”, accordi che ha preso al livello regionale con Paolo Alli (ex braccio destro di Formigoni), Graziano Musella (FI) e Salvini, avrebbe dato un posto alla Guidi...». La «ragazzetta», cooptata nel cda dopo che il sindaco ha costretto alle dimissioni un’altra consigliera, è così spaventata dall’incarico che chiede consiglio alla Lazzarini: «Ma devo firmare quando vado o no? Perché ho sempre paura di dire delle cazzate...». Il gip Piera Bossi parla di «controllo totalitario delle amministrazioni pubbliche», che si traduce nella nomina di un «inquisito per gestione di rifiuti» a dirigente comunale. E alla consulenza affidata a «un amico» all’interno della municipalizzata «Europa service». Incarico che poi non si concretizza perché il candidato, dopo un bando costruito su misura, non parteciperà alla selezione. Tanto da essere bollato dall’assessore Cozzi come un «cagasotto».

Fabio Poletti per “la Stampa” il 17 maggio 2019. Il vicesindaco di Legnano Maurizio Cozzi di Forza Italia aveva capito tutto: «Nessuno sa che c' è 'sto regolamento...». E via a questo balletto di nomine taroccate, incarichi conferiti ad hoc e cattiva politica. Un traffico finito ieri con un giro di manette della Procura di Busto Arsizio, che ha raso al suolo i vertici del Comune. Agli arresti domiciliari finiscono il sindaco leghista Gianbattista Fratus e l' assessore alle Opere pubbliche Chiara Lazzarini di Forza Italia. In carcere invece Maurizio Cozzi, il vicesindaco anche lui del partito di Silvio Berlusconi. L' operazione chiamata «Piazza pulita» dalla Guardia di finanza è stata coordinata dal pm di Busto Arsizio Nadia Calcaterra, la prima a stupirsi del livello di impunità in cui si muovevano gli indagati: «Avevano un bassissimo senso della legalità. Siamo di fronte a un sistema di colonizzazione della politica». Comune commissariato Nei tre episodi contestati da marzo dell' anno scorso il titolo di reato è turbativa di gara. Undici le persone indagate per ora. Non risultano passaggi di danaro, ma solo aiuti ad amici e ad amici di amici. Scrive il giudice Piera Bossi che ha firmato le ordinanze: «La gravità e la serialità delle condotte in contestazione appare caratterizzata da particolare pervicacia e da totale mancanza di percezione del disvalore (oltre che sociale) anche penale delle stesse». Le eventuali dimissioni dagli incarichi pubblici non avrebbero garantito la non ripetizione dei reati. Per questo ci ha pensato il prefetto di Milano Renato Saccone che ha azzerato i vertici del Comune nominando un commissario. Al centro dell' inchiesta ci sono le nomine ad incarichi dirigenziali in Comune, della municipalizzata Agma che si occupa di rifiuti e nella partecipata Euro.pa Service. Ma c' è pure un episodio di corruzione elettorale avvenuto nel 2017, quando il candidato di una lista civica di centrodestra Luciano Guidi affossato al primo turno, offre al sindaco Gianbattista Fratus l' appoggio al ballottaggio in cambio di un incarico alla figlia. Parla il sindaco al telefono all' avversario: «Tua figlia si chiama Martina vero? S to provvedendo alla nomina in Ala». E fa niente se Martina Guidi al telefonino balbetta di non essere capace ad affrontare queste cose: «Io non le capisco... Ho sempre paura di dire delle caz...». Poco importa, a suo padre basta e avanza per esultare su Facebook dopo il trasferimento dei voti al sindaco. Nelle numerose intercettazioni telefoniche e ambientali spunta anche il nome di Matteo Salvini tirato in ballo indirettamente dal sindaco. Ne parlano l' assessore Lazzarini poi finita ai domiciliari e un altro componente della Giunta, che riferiscono parole di Gianbattista Fratus: «Siccome prima del ballottaggio a livello regionale ho fatto un accordo con Paolo Alli, Salvini e quell' altro provinciale loro della Lega in cui Paolo Alli e Guidi hanno detto che mi avrebbero appoggiato al ballottaggio e che io in cambio gli avrei dato un posto, quindi io devo mantenere questa promessa». In questa storia dove si conferiscono incarichi aggirando ogni norma, il vicesindaco Cozzi descrive bene il modus operandi: «Prima si trova il candidato poi si fa il bando». E se ci sono posizioni che non si possono mettere a posto perchè incompatibili, basta non farci troppo caso. Enrico Barbarese, uno dei manager pubblici ora indagati, destinato ai vertici di una municipalizzata, assicura che non ci si ferma davanti a niente: «Mica abbiamo problemi di andare in galera, non è questo il problema. È non dare spazio a robe strumentali... Una letterina e vi sistemo tutto». Certo c' è poi il commercialista che si tira indietro all' ultimo momento. «Un cagasotto», lo bolla il vicesindaco. Alla fine quello che emerge lo scrive il giudice Piera Bossi nella sua ordinanza: «Le indagini hanno consentito di accertare da parte dell' attuale vertice del Comune di Legnano una gestione non tanto improntata al soddisfacimento degli interessi pubblici quanto alla inspirata collocazione di amici o conoscenti, comunque persone gradite ed in ogni caso manovrabili in quanto asservite alle loro direttive».

Sandro De Riccardis per “la Repubblica” il 17 maggio 2019. «Una volta che si individua la persona, basta! Fai la gara, finito!». Nel «sistema di selezione parallelo» di dirigenti comunali e manager pubblici, al Comune di Legnano le nomine procedono «in direzione esattamente contraria » a quanto previsto dalla legge. Prima l' uomo da piazzare, poi il bando da cucire su misura. Il sindaco leghista Gianbattista Fratus, il vicesindaco Maurizio Cozzi e l' assessore alle Opere pubbliche Chiara Lazzarini, entrambi di Forza Italia, si attivano appena c' è un posto da coprire.  Agganciano i candidati, li sottopongono a colloqui, cercano poi di limare gli ostacoli nei bandi da pubblicare o addirittura già pubblicati. «Ho chiesto se conosce anche lui qualcuno del suo giro... - dice Fratus al telefono a Paolo Pagani, ex dg della municipalizzata Amga - se c' è qualcuno che possa fare il direttore generale». Il comitato controllo nomine Quello che emerge dall' inchiesta del procuratore aggiunto Giuseppe D' Amico e del pm Nadia Calcaterra, è un «comitato di controllo politico delle nomine» dei dirigenti nelle partecipate e in municipio. Caratterizzato, scrive il gip Piera Bossi, «dalla totale mancanza di percezione del disvalore, anche penale ». Un meccanismo oliato, basato su relazioni politiche e amicizie, per la designazione di «soggetti manovrabili e in futuro riconoscenti ». E che fa leva sulla «spregiudicata manipolazione di procedure per ottenerne la nomina».

I tre incarichi pilotati. Tra i tre incarichi pilotati in appena cinque mesi di indagine, ricostruiti dai finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano, guidato dal colonnello Vito Giordano, con il gruppo Tutela spesa pubblica, il caso più eclatante è quello di Enrico Barbarese, chiamato a dirigere il settore per lo Sviluppo organizzativo del Comune. «Fuori da ogni canale istituzionale e ben prima dell' emanazione del bando », il gruppo si mette alla ricerca di un candidato «di riferimento». Per la procura la procedura di nomina è in realtà «un mero simulacro in quanto, mesi prima, era stato già individuato». Barbarese è amico del dirigente dimissionario Enrico Peruzzi, ed è quest' ultimo a segnalare il professionista. «C' aveva lì un curriculum che gli ha trovato Peruzzi», dice Cozzi a Lazzarini, non ancora assessore, e quindi «senza alcun ruolo formale all' interno dell' amministrazione ». Ma è lo stesso Barbarese a considerare ardua la sua nomina, perché è amministratore di una srl e quindi incompatibile. «Il vostro regolamento mi impedisce di tenere l' altro incarico... è un caso di incompatibilità assoluta di stampo veterocomunista... io non posso...io ho firmato un contratto falso...», dice alla fine. Ma il manager, descritto dal gip come «soggetto privo di esperienza in materia di enti locali e gravato da precedenti di polizia», offre anche la soluzione. «Mica abbiamo problemi di andare in galera, non è questo il problema... è non dare spazio a robe...strumentali...». «Nessuno sa che c' è il regolamento», risolve Cozzi. Il prezzo è stato pagato Oltre alle turbative d' asta, Fratus deve rispondere anche di corruzione elettorale per aver stretto un "pactum sceleris" con Luciano Guidi, candidato sindaco escluso dopo il primo turno. Che decide di appoggiare Fratus al ballottaggio in cambio dell' assunzione della figlia Martina nel cda di un' altra partecipata, Aemme Linea Ambiente. Gli investigatori annotano che al primo turno Fratus ha incassato 9.196 voti, mentre Guidi - che capeggiava una lista di ex Udc - viene escluso con 1.046. Al secondo turno invece Fratus trionfa con 10.865 voti. «Il prezzo è stato pagato», dice Lazzarini quando viene a conoscenza della nomina della ragazza. «Sto provvedendo alla nomina in Ala», dice Fratus intercettato, a Guidi. Un atto che, scrive il gip, avviene in «totale assenza di ragioni concrete ad assumere una neolaureata, sì in possesso del titolo abilitativo della professione legale, ma del tutto priva dell' esperienza necessaria per adempiere autonomamente il mandato amministrativo conferito». E infatti, la vita in ufficio per la ragazza non è semplice. «Io non le capisco... cioè poi ho provato a leggerle... ma non mi è chiara la tempistica... ho sempre paura di dire delle cazzate», si preoccupa la giovane in merito a una prossima riunione del cda, confidandosi con Chiara Lazzarini, che le fa un po' da tutor. L' accordo prima delle elezioni Proprio lei, intercettata, racconta che il patto elettorale tra Fratus e Guidi sarebbe basato su un accordo con Paolo Alli, per anni braccio destro di Formigoni in Regione Lombardia, e Matteo Salvini. «Prima del ballottaggio a livello regionale io ho fatto un accordo con Paolo Alli, Salvini e quell' altro provinciale loro della Lega - dice Lazzarini, il 25 ottobre scorso, riportando le parole di Fratus - in cui Paolo Alli e Guidi hanno detto che mi avrebbero appoggiato al ballottaggio e che io in cambio gli avrei dato un posto... quindi devo mantenere questa promessa che ho fatto io, Gianbattista Fratus». La nomina infatti è «in quota sindaco - dice l' assessora - non in quota Forza Italia. Perché lui deve pagare pegno ». La rinuncia del prescelto Il sistema s' inceppa quando uno dei candidati selezionati da Cozzi, non se la sente di farsi nominare. E non presenta il curriculum. L' incarico riguarda i servizi di consulenza fiscale in Europa Service, un' altra municipalizzata. Cozzi, pur di favorire un suo amico, il commercialista Gabriele Abba, convince il dg dell' azienda Mirko Di Matteo a modificare il bando già pubblicato. Ma Abba è scettico, vede che i requisiti del bando lo lascerebbero fuori. «Io non rientro... non rientro... - dice a Cozzi - Si richiede esperienza di dieci anni... negli enti pubblici... per cui io non rientrerei... ». Ma Cozzi non si dà per vinto: «Ma tu avevi fatto... e oltretutto... non è la cosa fondamentale...». Subito dopo si attiva con Di Matteo. «Adesso faccio una rettifica - assicura il direttore generale - che l' esperienza decennale è da intendersi in società ed enti di diritto privato come consulente professionale ». Ed effettivamente il bando cambia. Nonostante «l' attività di turbativa realizzata dai due», finalizzata al conferimento ad Abba, il commercialista declina.  «Perché non c' ha lo studio qua... è un cagasotto... non c' ha lo studio abbastanza attrezzato.. è un cagasotto », lo prende in giro Cozzi. Come la nomina di Abba, anche l' ultima turbativa non si compie. Gli arresti scattano prima che venga nominato il nuovo direttore di Agma. Lo schema si ripete: prima il candidato, poi il bando. «Ho finito le selezioni - dice ai politici Massimiliano Roveda, consigliere di Amga - Nel bando ho messo delle caratteristiche... volevo essere certo che andasse bene anche a voi».

L'assessore ha scontato già metà della pena. Ma senza il processo. A Lazzarini, ai domiciliari da 5 mesi, i pm hanno offerto di patteggiarne 11. Ha detto no. Luca Fazzo, Giovedì 17/10/2019, su Il Giornale. Sono passati cinque mesi e un giorno dalla mattina in cui la Procura di Busto Arsizio fece piazza pulita (e proprio così venne battezzata l'operazione, «Piazza Pulita») nel municipio di Legnano, arrestando in un colpo solo il sindaco, il vicesindaco e l'assessore ai Lavori pubblici. L'inchiesta è chiusa, e lunedì prossimo inizierà il processo: quali prove ci siano ancora da salvaguardare quindi non si capisce, né è comprensibile come i tre - il leghista Gianbattista Fratus e i forzisti Maurizio Cozzi e Chiara Lazzarini - possano delinquere ancora, essendo ormai tagliati fuori non solo dal Comune - che è retto da un commissario - ma anche da qualunque prospettiva di tornare alla vita politica. Eppure i giudici si rifiutano di liberarli. Restano agli arresti domiciliari, scontando di fatto una condanna che non è mai stata loro inflitta, per accuse di cui si proclamano innocenti. L'ultima a chiedere di tornare libera per stare vicina al padre in fin di vita è stata la Lazzarini: la Procura ha finalmente dato parere favorevole, ma il tribunale (lo stesso tribunale che dovrà processarla e stabilire se è colpevole o innocente) ha già stabilito che è pericolosa, perché «la riattivazione della fitta rete di conoscenze e condizionamenti» potrebbe «concretamente incidere sulla serenità dei testimoni». Quindi niente da fare, la Lazzarini affronterà il processo da detenuta, e così dovranno fare Fratus e Cozzi. Non è un trattamento consueto. Politici ben più potenti, ben più in grado di incutere soggezione ai testimoni (da Roberto Formigoni a Filippo Penati) hanno potuto affrontare le indagini e i processi a piede libero. Ma a rendere ancora più particolare la vicenda di Legnano è la sproporzione tra la detenzione che i tre indagati hanno già scontato e la pena che rischiano di vedersi infliggere. Meno di un anno di carcere. Non è semplicemente una ipotesi. Nelle settimane scorse, la Procura della Repubblica di Busto ha contattato ripetutamente i difensori degli imputati proponendo loro di patteggiare la pena, evitando il processo. Alla Lazzarini sono stati proposti undici mesi di carcere con la condizionale, undici a Fratus, dodici a Cozzi. Tutti e tre hanno rifiutato, perché continuano a ritenersi e a proclamarsi innocenti, e intendono dimostrarlo in un pubblico processo. Di una comoda via d'uscita per limitare i danni, hanno fatto sapere, non sappiamo che farcene. A colpire è semmai l'esiguità della pena che la Procura proponeva agli imputati specie se paragonata al risalto mediatico con cui - tra comunicati e conferenze stampa - venne annunciato il loro arresto. Alla Lazzarini, accusata di turbativa d'asta e turbativa di procedimento, pena massima fino a cinque anni, i pm offrono un supersconto di pena pur di convincerla a patteggiare. L'ex assessore rifiuta. Ma il problema è che, comunque vada a finire il processo, metà di quegli undici mesi di detenzione la Lazzarini li ha già scontati. E anche se venisse assolta nessuno glieli restituirà mai. Che la Procura fosse pronta, e anzi insistesse, per chiudere l'intera vicenda con pene appena sopra il minimo, potrebbe indicare che lo stesso pm titolare dell'inchiesta, Nadia Calcaterra, si rende conto di una certa fragilità dell'impianto accusatorio, e della difficoltà di sostenere in un processo la colpevolezza dei tre. Alcuni buchi logici della tesi della Procura d'altronde erano saltati all'occhio già in maggio dalla lettura dell'ordinanza di custodia. Dopo oltre un anno di intercettazioni a tappeto sia telefoniche che ambientali, la Guardia di finanza era riuscita a attribuire ai tre indagati solo due episodi di irregolarità nelle nomine di dirigenti comunali, e in nessuno dei casi erano emersi passaggi di denaro né interessi personali o di partito. Tra le nomine sotto tiro c'era quella del direttore generale dell'Amga, la principale azienda municipalizzata, che però secondo alcuni esponenti della maggioranza aveva il difetto di essere vicino al Pd. Ma parlando al telefono con la Lazzarini, Cozzi rispondeva netto: «Ma che cazzo c'entra se uno è del Pd o non è del Pd. Se uno è capace...». Mentre per la carica di direttore generale del Comune è la Lazzarini a indicare i criteri della scelta; «Vogliamo una persona superpreparata, soprattutto nelle partecipate e nel personale». Ancora più surreale una delle accuse a Cozzi, che avrebbe truccato una gara per affidare una consulenza a un suo amico: ma si scopre che l'amico non presenta nemmeno la domanda, perché il compenso previsto è irrisorio. Come per accuse di questo genere tre persone siano state tenute agli arresti per cinque mesi è un mistero.

Politica e corruzione, l’eterno ritorno: adesso pene certe e condanne rapide. Pubblicato martedì, 07 maggio 2019 da Venanzio Postiglione su Corriere.it. Anche lo sfregio. Si vedevano al ristorante e lo chiamavano «la mensa dei poveri». Hanno immaginato la tangente su una sentenza per tangenti: pure la corruzione sa essere creativa. Il mago delle relazioni e dei voti, raccontano i pm, è un signore già condannato in via definitiva nel 2017: per concussione. Quando si dice la competenza. E l’inchiesta poteva e doveva andare avanti, alla ricerca di prove e reati: hanno dovuto interrompere. D’urgenza. Con gli arresti. Perché, ascoltando i colloqui, saltavano fuori nuovi illeciti: così, in diretta. Sono passati 27 anni dal famoso 17 febbraio del ’92, quel mattino d’inverno in cui Mario Chiesa veniva arrestato, Tonino Di Pietro diventava famoso, si apriva Tangentopoli, cadeva un sistema politico e si immaginava la lunga primavera dell’onestà. Da Milano all’Italia tutta. Però 27 anni fa è come 27 mesi fa e 27 ore fa, la corruzione ambientale specchio e condanna di un Paese uguale a se stesso, al di là delle norme, dei partiti, delle inchieste. Delle promesse, dei proclami. Ma forse anche dei garantisti e dei giustizialisti. Che si scontrano sul nulla e parlano di nulla se non si aggrediscono i due temi aperti (quelli veri): la selezione della classe politica e l’efficacia e la rapidità della giustizia. Altrimenti avremo sempre mezze figure con la bustarella in tasca e processi infiniti che aiuteranno lo spettacolo e mortificheranno la legalità. E avremo pene molto severe e molto inapplicate, grandi megafoni per la propaganda e nuovi tagli alla giustizia. La delusione sarà più forte, se i primi passi dell’inchiesta di Milano verranno confermati, a cominciare dalle «sinergie con le cosche della ’ndrangheta». Perché nell’immaginario italiano davvero, e ancora, la Lombardia è la regione che lavora-produce-innova partendo dalle sue imprese e prova a trascinare un Paese frenato dalle risse (quotidiane) al governo e malmenato dalle bastonate (mensili) dell’Europa. È una spinta che fa bene all’Italia e ci tiene ancorati al mondo: tutti i giorni. Ma poi, un martedì mattina, la notizia che scuote il sistema lombardo di governo, costruito da sempre sull’alleanza Forza Italia-Lega e citato con insistenza come modello nazionale. Ci sono 43 misure cautelari, con 12 arresti in carcere e con gli «azzurri» emergenti sotto scacco. A partire da Pietro Tatarella, vice coordinatore regionale di Forza Italia e anche candidato alle Europee del 26 maggio: in lista, ma ora in cella. Indagato lo stesso governatore leghista, Attilio Fontana, per abuso d’ufficio, anche se la Procura ha mostrato cautela e quindi servirà prudenza. Non è solo un fatto giudiziario. E non è facile scagliare pietre. La Lega, a Roma, si è incartata nella vicenda Siri e ha ridato slancio ai 5 Stelle. Gli stessi 5 Stelle che hanno visto il proprio presidente del consiglio comunale, Marcello De Vito, finire in carcere per corruzione. Nella capitale, dove governano. Il Pd, solo per citare l’ultima pagina, ha la ferita dell’Umbria ancora aperta, dopo decenni di amministrazione e di potere. Poi, certo, ogni caso è un caso, ogni responsabilità è personale e l’indagato non è un condannato. Ma neppure la legge «spazzacorrotti» si è rivelata (per ora) una minaccia sufficiente e l’ipotesi della «giustizia a orologeria» si spegnerà prima di nascere. Sarebbe uno strano orologio. Visto che in Italia ci sono sia elezioni che indagini in continuazione. È una battaglia che va fatta nei partiti. Dentro i partiti. Con le inchieste. Ma anche nella società, nella cultura, alla ricerca degli anticorpi che esistono in Lombardia e non solo in Lombardia. È forse qui che, un giorno, deve davvero finire la pacchia. Senza dire che le persone marciranno in galera o che bisogna buttare la chiave nel lago di Como o che si devono tagliare le mani come nelle leggi ispirate alla sharia. Le persone degli altri partiti, naturalmente. Meglio pene certe e condanne rapide: la riforma più semplice sarà quella più difficile. Partendo da Cesare Beccaria, milanese e gloria nazionale, che l’ha scritto nel Settecento. E poi una politica che chiama «mensa dei poveri» il ristorante dove si scambiano tangenti dovrebbe vergognarsi subito. Prima di inchieste e processi.

Non chiamatela Tangentopoli: questo è un nuovo teorema giudiziario. Tangentopoli, analisi di un’indagine mediatico-giudiziaria. Tiziana Maiolo il 9 Maggio 2019 su Il Dubbio. Non è la Nuova Tangentopoli e neanche una nuova inchiesta Stato-mafia in salsa locale. Il blitz che si è palesato martedì mattina in Lombardia con le sembianze di un calderone contenente oltre 90 indagati e 43 persone arrestate per reati contro la pubblica amministrazione non ha infatti nulla a che vedere né con le vicende che nel 1992 rasero al suolo un’intera classe politica né con le tradizionali inchieste di mafia e politica. La storia di Tangentopoli ( così fu battezzata proprio la città di Milano da cui partirono quelle indagini ) non è solo una vicenda giudiziaria. È lo specchio di un assetto politico- economico che riguardò i primi quarant’anni della storia repubblicana in cui si annidò anche la malattia, un sistema di finanziamento illegale dei partiti di governo e del principale di opposizione con la complicità dei maggiori imprenditori italiani. Tutto era controllato, con una spartizione chirurgica tra le parti, e tutto era conosciuto ( anche dalla magistratura ) e accettato ( anche dagli elettori, a una parte dei quali ogni tanto veniva lasciata cadere qualche briciola ). C’erano anche casi di corruzione personale, certo. Ma erano secondari rispetto al sistema che il pm Antonio Di Pietro chiamò “dazione ambientale”. La Tangentopoli del 1992 è un fenomeno irripetibile. E qualche santo ci tenga lontano dagli imitatori di quel gruppo di investigatori che si autodefinì “Mani Pulite”, quasi a sottolineare il proprio compito finalizzato più a moralizzare la società che non a perseguire i singoli reati. Anche questa grande anomalia per fortuna è irripetibile. Non c’è più quel rapporto di complicità tra i partiti né tra questi e il mondo dell’impresa. Non c’è più neppure «quell’intelligenza politica, individuale e collettiva», che insieme ai frutti sani aveva prodotto anche la malattia. Ne parlò l’ultima volta in Parlamento il leader socialista Bettino Craxi quando denunciò che tutti i bilanci dei partiti erano falsi e illegali così come illegale era stato il loro finanziamento. Nessuno osò contraddirlo. Che cosa succede oggi (ma anche ieri e probabilmente domani)? Succede prima di tutto che esploda una vera bomba nel bel mezzo di una campagna elettorale quanto mai importante e delicata per gli equilibri in campo. Possibile che su richieste di arresto di due- tre mesi fa da parte dei Pm il giudice delle indagini preliminari non potesse assumere i provvedimenti un mese prima o un mese dopo le elezioni? La seconda osservazione è che si ha l’impressione, leggendo l’ordinanza, che si vogliano mettere insieme episodi e soggetti molto lontani tra loro, quasi a voler a tutti i costi indirizzare ogni singolo fatto in un “unico disegno criminoso”, all’ombra protettiva di una associazione mafiosa cui tutto ricondurre. Non è un caso che le indagini siano state condotte dalla Direzione distrettuale antimafia, e non è la prima volta, in Lombardia. Il nuovo teorema di questi anni è: ormai la ‘ ndrangheta si è trasferita al nord, dove ci sono i capitali più succulenti e le maggiori occasioni di fare affari, soprattutto perché la classe politica è sempre e comunque corrotta e pronta a farsi complice. Quindi, se è corrotta è anche mafiosa. Un ragionamento che pare molto in linea con gli orientamenti della parte Cinquestelle del governo, che tende a equiparare per gravità i reati contro la Pubblica Amministrazione a quelli di mafia a terrorismo. Così anche episodi sia pur gravi ma “minori” come la mancata denuncia di un contributo elettorale di 10.000 euro finiscono nel calderone non solo della corruzione ma anche della criminalità organizzata. Va anche detto che una classe politica più giovane e inesperta di quella dei tempi di Tangentopoli possa essere meno accorta nei rapporti individuali. Anche se il limite tra una certa di disinvoltura politica e lo scivolamento nella commissione di reati è spesso sottile. E succede anche che lo stesso mondo dell’impresa navighi spesso su confini scivolosi. Così finisce che se l’assessore A fa un favore all’imprenditore B e costui ha rapporti borderline con il signor C considerato contiguo ad ambienti mafiosi, ecco che il vestito giudiziario che viene costruito addosso all’assessore è il più terribile di tutti: mafia. E’ il caso anche della vicenda che ha riguardato l’ex sottosegretario Armando Siri. L’uso disinvolto dei reati associativi ( che andrebbero aboliti, come sostiene da tempo l’Unione delle Camere Penali ) fa il resto, con intercettazioni e arresti come conseguenza diretta. Anche questa nuova inchiesta milanese si sta infilando in un filone che non è più solo giudiziario e che pare molto pericoloso. Davanti a presunti casi di piccola corruzione o di piccolo o grande clientelismo ( come pare il filone di Varese, che ha finito per coinvolgere anche una persona stimata da tutti come il Presidente della regione Lombardia Attilio Fontana ), si lancia l’allarme che qualcosa di grande stia accadendo, qualcosa di sistemico, qualcosa che necessiti la maxi- inchiesta, la maxi- retata, il maxi- processo. Qualcosa di invincibile, in definitiva, come lo è stata per decenni la mafia nel sud d’Italia. Non è così, per fortuna. E qualche maggior forma di autocontrollo all’interno dei partiti e qualche iniezione di laicità all’interno della magistratura così come di un certo mondo dell’informazione forse sarebbero più utili di calderoni giudiziari inevitabilmente destinati, almeno in parte, a sgonfiarsi nel corso dell’iter giudiziario e nei tempi lunghi della giustizia.

“Nuova Tangentopoli”, si smonta l’inchiesta milanese. Scarcerazioni a raffica. Il Dubbio il 5 Novembre 2019. In libertà domani anche Piero Tatarella, ex capogruppo di Forza Italia a palazzo Marino e l’imprenditore Mauro Tolbar. La «nuova Tangentopoli milanese», come tra gli altri la definì Luigi Di Maio, è già finita. Cala per il momento il sipario sulla maxi inchiesta denominata “Mensa dei poveri”. Mercoledì prossimo tornerà in libertà, dopo le scarcerazioni delle scorse settimane, anche Piero Tatarella, ex capogruppo di Forza Italia a Palazzo Marino ed ex candidato alle ultime Europee, e Mauro Tolbar, imprenditore novarese, titolare di una società di consulenze. Il gip del Tribunale di Milano, Raffaella Mascarino, ha rigettato la richiesta della Procura di sostituire con una misura meno afflittiva, come l’obbligo di dimora o di firma, l’attuale misura detentiva di cui ha, invece, dichiarato l’inefficacia per scadenza termini. Era il 7 maggio quando la Dda di Milano diede il via alla retata che decapitò, alla vigilia delle elezioni europee, i vertici di Forza Italia. Tra le 28 persone arrestate, oltre a Tatarella, Fabio Altitonante, coordinatore azzurro di Milano e sottosegretario in Regione Lombardia. I Pm avevano chiesto anche l’arresto, respinto dalla Camera, del deputato forzista Diego Sozzani. Per i magistrati milanesi Silvia Bonardi, Luigi Furno e Adriano Scudieri, coordinati dall’aggiunto Alessandra Dolci, l’accusa era quella di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al finanziamento illecito. Secondo il gip, nella richiesta della Procura, «non vengono esplicitate in alcun modo le esigenze cautelari» che legittimerebbero l’adozione di un provvedimento alternativo come quello proposto dai Pm, quasi alla scadenza del termine di custodia cautelare dei sei mesi e del quale mancherebbero i "presupposti". Inoltre, si legge ancora nell’ordinanza, si considera «che il tempo decorso rispetto al momento» in cui furono arrestati «e la puntuale osservanza degli obblighi (…) consente di ritenere che gli indagati abbiano tratto dall’esperienza giudiziale un sufficiente monito per astenersi, nel futuro, dal commettere altri reati della stessa specie», e quindi ritornano liberi. Rimane ai arresti domiciliari l’imprenditore Daniele D’Alfonso, al quale è stato però cambiato il capo di imputazione, e cioè di aver favorito la ‘ ndrangheta tramite il clan dei Molluso. Altitonante, tornato in libertà da mesi dopo che il Riesame aveva smontato gran parte delle accuse, ha già ripreso il suo posto al Pirellone. Con gli imputati liberi sfuma la possibilità per la Procura di chiedere il giudizio immediato. La speranza, a questo punto, è che qualcuno decida di patteggiare confermando le tesi dell’accusa. I tempi dell’indagine, ad oggi ancora in corso, avevano sollevato perplessità nel Pd milanese.

Quegli strani arresti: l'inchiesta su Legnano non si regge in piedi. I pm ipotizzano gare truccate: ma dalle carte emerge solo l'intenzione di far funzionare le cose. Luca Fazzo, Sabato 18/05/2019, su Il Giornale. Una gara truccata per fare vincere un amico: peccato che l'amico alla gara non abbia mai neanche partecipato. Un'altra gara truccata per far vincere il prescelto: che però a quel posto era l'unico aspirante. Una terza gara alterata per far vincere un candidato rimasto sconosciuto, e di cui nelle intercettazioni la cosa più grave che si dice è che «è bravissimo». Eccoli, riletti a mente fredda, i capi d'accusa della operazione che giovedì fa ha colpito Legnano, la città-simbolo del Carroccio, mandandone agli arresti domiciliari il sindaco Gianbattista Fratus e in galera il vicesindaco Maurizio Cozzi. Annunciata con spolvero di telecamere dalla Procura di Busto Arsizio, l'operazione «Piazza Pulita» ha fatto irruzione nella campagna elettorale a ridosso del voto: clamore inevitabile, è la prima volta che un sindaco della Lega viene arrestato. Ma l'ordinanza di custodia, depurata dalle ipotesi, dai «verosimilmente», dalle valutazioni morali a casaccio, lascia alcuni dubbi aperti. Perché più di aiutare Tizio o Caio, i politici di Legnano sembrano - dalle stesse intercettazioni depositate agli atti - preoccuparsi soprattutto di far funzionare le cose.

CHI SE NE FREGA SE È DEL PD. È il passaggio forse più significativo delle intercettazioni. Si parla della nomina del nuovo direttore generale dell'Amga, una importante municipalizzata. Il vicesindaco Maurizio Cozzi parla con Chiara Lazzarini, coordinatrice di Forza Italia, dei possibili candidati: e già lì si capisce che non c'è un vincitore designato: «Prova a sentire anche questo qui che così magari poi fissiamo di incontrarli a fine settimana, questi qua sono i primi due che mi sono venuti in mente». Tra i nomi possibili, quello di un candidato di Alessandria che i pm non sono riusciti a identificare, e che pare avere un ottimo profilo, «ha esperienze più diffuse, anche nella gestione di cose complicate», ma non piace ad un assessore. Dice la Lazzarini: «Alpoggio è arrivato e ha detto assolutamente quello lì no, è uno del Pd, è un massone, è uno che non va bene perché mi sono informato io». E Cozzi: «Ma che cazzo c'entra se è uno è del Pd o non è del Pd. Se uno è capace....».

LO STIPENDIO DIMEZZATO. Da coprire c'è anche il posto di direttore generale del Comune. Intercettazione della Lazzarini: «Vogliamo una persona superpreparata, soprattutto nelle partecipate e nel personale». Viene individuato un candidato, Enrico Barbarese, che però fa presente di essere incompatibile per qualche mese, essendo commissario liquidatore di una società, e per risolvere il problema si offre di lavorare a mezzo stipendio: «Per tre quattro mesi io mi prendo il 50 per cento dello stipendio ma non mi importa, formalmente un part-time che tanto io non ho orario, rinuncio al 50 per cento della retribuzione quindi il Comune non ha nessun problema di tipo erariale». Anche questo per la Procura di Busto diventa un elemento di accusa.

IL PERICOLOSO CRIMINALE. Il sindaco Fratus viene accusato di avere nominato Barbarese «nonostante fosse gravato da pendenze penali». In realtà dagli atti emerge che contro Barbarese c'è solo una denuncia mai sfociata in una condanna neanche in primo grado.

LA FIRMA ANTICIPATA. Fratus viene accusato di avere firmato troppo in fretta la nomina del nuovo direttore generale. Ma il candidato era uno solo (gli altri erano inammissibili) quindi l'esito era scontato.

LA CIFRA IRRISORIA. La prima accusa a Cozzi è di avere truccato a gara per una consulenza per affidarla a commercialista Gabriele Abba. Ma Abba non presenta neppure la domanda per partecipare alla gara, perché il compenso è di appena ottomila euro all'anno: «È una cifra irrisoria, per me non si presenta nessuno», dice Abba..

IL POSTO PER LA FIGLIA. In cambio dell'appoggio al ballottaggio, Fratus dà un posto in un consiglio d'amministrazione alla figlia del candidato dell'Udc. È l'unico capo d'accusa che appare solido. Ma è l'unica accusa per cui la Procura non ha chiesto l'arresto.

La "nuova Tangentopoli" e la noia del "vecchio" uso politico della giustizia. Dopo 30 anni c'è chi torna a parlare di Tangentopoli da cui, è chiaro, non abbiamo imparato niente. Maurizio Tortorella il 17 maggio 2019 su Panorama. Certo, se ancora all’alba del maggio 2019 un grande quotidiano nazionale (nella fattispecie la Repubblica ) si mette a titolare in prima pagina “Legnati a Legnano” perché un partito per cui antipatizza (nella fattispecie la Lega) finisce coinvolta in un’inchiesta, questo vuol dire che quasi trent’anni d’indagini, di arresti, di verbali di interrogatorio, d’intercettazioni e tutto l’armamentario giudiziario di complemento non sono proprio serviti a nulla. Attenti. Il ragionamento di certo non vale soltanto per gli arrestati leghisti di quest’ultima tornata: la stessa logica vale per chiunque finisca in una qualsiasi retata di “detenuti politici”. Rispetto delle garanzie degli indagati? Certo che no. Presunzione d’innocenza? Nemmeno a parlarne. Attesa per il giudizio? Ma va là. La sensazione prevalente all’ennesimo scattare di manette (e si spera sia così non soltanto in chi scrive), la è la noia, quasi la nausea. E non certo per simpatia o favore nei confronti della Lega, dei cui evidenti difetti siamo più che avvertiti. No: è l’uso politico della giustizia che davvero ha stancato. I magistrati ogni volta ce lo dicono: noi non possiamo fermarci (e ci mancherebbe!) perché l’obbligatorietà dell’azione penale ci impone di agire. Aggiungono: non è che poi possiamo rallentare a ogni elezione, visto che in Italia ogni settimana c’è un voto (ci mancherebbe!). Vero, tutto vero. Che noia. In chi non smetta di porsi domande, però, resta la fastidiosa sensazione che in questo povero Paese a ogni tornata elettorale, d’improvviso, qualcosa si accenda: che un brivido cominci ad agitare i corridoi di questa o di quella Procura. Partono allora le legnate (copyright la Repubblica). E ora, in questa fase storica, tocca alla Lega. Obiettivamente, questa non è soltanto la verità di Matteo Salvini. È un dato statistico, inoppugnabile. Così come è inoppugnabile la simpatia tra i grillini e certi ambienti giudiziari, un feeling che si muove in parallelo alla corrente che da alcuni anni collega certi uffici giudiziari (e certi magistrati) e il giornale di riferimento del Movimento 5 stelle. Che a ogni arresto urlano urràh, pretendono pene più elevate per ogni reato (e ora che sono al governo le piazzano anche in tutte le leggi), chiedono più poteri per i pubblici ministeri…Grida, pene più elevate, poteri più intrusivi, però, non sono la risposta. Non è di certo la pena che ferma il reato, altrimenti in Cina (dove la giustizia è un po’ più brutale e veloce che nei Paesi democratici) non ci sarebbe nessun corrotto, non ci sarebbe un rapinatore, non ci sarebbe nemmeno un ladro: tutti quei delitti sono puniti con la pena capitale. Quanto alla corruzione, volete sapere che cosa si dovrebbe fare per arginarla nel nostro Paese? Basterebbe una sola norma, semplice semplice: depenalizzare il reato di chi compie una corruzione, dare un salvacondotto al “versatore di mazzette”. Io do una tangente a un sindaco, a un parlamentare, a chiunque? Se poi vado a denunciarlo resto impunito (ovviamente vengo però processato per calunnia se denuncio un reato inesistente). Vedreste allora che nessuno rischierebbe più di farsi corrompere o di chiedere una tangente. Troppo rischioso diventerebbe. E forse noi tutti saremmo meno annoiati di leggere certe cronache giudiziarie.

Se vince l’uso strumentale della giustizia. Carlo Fusi il 17 Maggio 2019 su Il Dubbio. Veniamo al punto. Alla luce della vicenda Siri, dell’arresto del sindaco di Legnano, dell’indagine della Corte dei Conti su un presunto uso indebito dei voli di Stato, è vero o no che la Lega è sotto attacco dei magistrati, in particolare di quelli ritenuti (a che titolo?) vicini all’M5S, al fine di limitarne l’espansione elettorale il prossimo 26 maggio? Se sì, si tratta di un tentativo che va stroncato subito e chi deve intervenire lo faccia con solerzia e determinazione. Se invece così non è, è necessario che gli inquirenti possano lavorare con serenità e al di fuori di indebite pressioni pro o contro, senza che sia sollevato il polverone della giustizia ad orologeria che è un modo particolarmente subdolo per svilire o delegittimare il controllo di legalità. Allo stesso modo – e poco importa se risulta allettante in termini di voti – è parimenti subdolo far lievitare l’immagine di una corruzione ormai endemica e pervasiva; dividere il mondo tra chi la vuole combattere e chi la spalleggia autoassegnandosi un posto esclusivo nel primo campo con la Durlindana dell’onestà e incorruttibilità sguainata. Come pure lanciarsi in disinvolti ed impropri parallelismi con la stagione di Tangentopoli, fortunatamente alle nostre spalle. Il garantismo che ci appartiene non prevede né crociate da combattere né sconti o favoritismi da elargire. Considera che al doveroso accertamento delle responsabilità si arrivi rispettando le regole dello Stato di diritto, senza sconfinamenti verso innocentismi ideologici o derive giustizialiste. Seguendo la civiltà giuridica iscritta nella Costituzione per cui nessuno può essere sottoposto a indagini in mancanza di una qualsiasi traccia ma anche che non basta una traccia per poter assegnare patenti di colpevolezza. Proprio la vicenda di Mani Pulite dovrebbe funzionare da monito per allontanare intromissioni e indebite invasioni di campo tra politica e magistratura. Chi intende strumentalizzare l’una ai fini dell’altra e viceversa, non rende un buon servizio ai cittadini. I quali presto o tardi se ne accorgono e finiscono per punire, nelle urne, tutti gli apprendisti stregoni.

Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 17 Maggio 2019: "Mi autodenuncio. Sono corrotto". La lezione ai "magistrati ridicoli". In questi giorni Forza Italia e la Lega sono sotto assedio: imputate di corruzione e roba simile, come fossero bande di ladri consumati. Ricevono avvisi di garanzia, mandati di arresto, galera e domiciliari quasi piovesse. Motivi? Valli a capire. Tangentine da miserabili, aiutini da straccioni, furti di galline, promesse non sempre mantenute. La politica è vita e la vita è agra, imperfetta quanto l'umanità, complessa, fatta di relazioni tra gente di ogni tipo. E la politica, le istituzioni, sono piene di scambi: do ut des è un motto latino che vale da oltre duemila anni. Come dire che nessuno fa nulla per niente. Chi non se ne rende conto è fuori di testa e dal mondo. Cosicché se tu vuoi accusare qualcuno di essere un corrotto o un corruttore ci metti cinque minuti a imbastire una inchiesta giudiziaria. Io, per esempio, non ho un gran potere eppure un sacco di persone mi telefona e chiede delle cortesie: fammi un pezzullo, una intervistina, recensisci il mio libro, dedicami un po' di spazio dato che sono candidato alle europee o alle comunali, ho bisogno di una mano e so che tu sei in grado darmela. Certe pressioni mi rompono le scatole, ma il più delle volte soccombo per evitare storie e recriminazioni. Lo ammetto, è difficile se non impossibile sottrarsi agli obblighi imposti da un intricato sistema di relazioni pubbliche. Pertanto mi autodenuncio quale corrotto e corruttibile. Mio cugino ha scritto un romanzo (bruttino) e anziché mandarlo al diavolo l'ho elogiato onde evitare rogne. Sono un delinquente? Forse sì in quanto il mio parente per ringraziarmi dell'attenzione immeritata mi ha fatto recapitare tre fiaschi Chianti Gallo nero, buono, per altro. Mi sono venduto o adattato alle consuetudini? Giudicate voi cari lettori. Di già che sono in vena di confessioni, vi dico che a Natale mi sono stati regalati da alcune ditte vari panettoni di marca e me li sono mangiati volentieri coi colleghi. La nostra è una redazione di banditi che fanno merenda a sbafo dopo aver leccato il culo a certe aziende? Mah! Non è finita. Moretti, quello dello spumante ottimo di Franciacorta, poiché gli avevo dedicato un articolo per segnalare che nel suo potere aveva utilizzato i cavalli al posto dei trattori, in omaggio alla tradizione, mi ha recapitato una magnum del suo splendido vino. Anche in questo caso ho commesso un delitto? Altra circostanza, più grave. La senatrice Bernini, che stimo profondamente, capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, recentemente mi ha donato una culaccia squisita, che ho sbranato in famiglia. Mi sono forse venduto a lei? Può darsi, ma allora pure i tre re Magi, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, che portarono a Gesù oro, mirra e incenso erano furfanti corruttori di merda che intendevano comprarsi un posticino in paradiso. Virgilio nell'Eneide scriveva: Timeo danaos et dona ferentes, cioè temo i greci se portano doni. Aveva ragione. I greci tutti in galera, in galera i beneficati. E in galera ogni leghista e ogni forzista. Siamo una massa di criminali. Non ha torto Davigo: gli unici innocenti sono soltanto coloro che l'hanno fatta franca. Anche lui? Cari magistrati, piantatela di rendervi ridicoli. Vittorio Feltri

·         Lombardia: la nuova Terra dei Fuochi.

Lombardia e rifiuti: la nuova Terra dei Fuochi. Nella regione più avanzata d'Italia aumentano gli smaltimenti illegali di rifiuti. Con problemi per la salute pubblica. Giorgio Sturlese Tosi il 9 luglio 2019 su Panorama. «Si invita la popolazione a tenere le finestre chiuse, a sostare il meno possibile all’aperto e a non mangiare verdure e frutta prodotte nell’area». L’appello del Comune di Milano è da coprifuoco. Tre scuole chiuse, la circolazione del «passante» ferroviario deviata, centri sportivi con i lucchetti ai cancelli. Alle 22 e 40 del 14 ottobre scorso, in via Dante Chiasserini a Milano, tra i quartieri di Quarto Oggiaro e Bovisasca, è divampato un incendio gigantesco in un capannone industriale stipato fino al tetto di rifiuti. I focolai, quasi contemporanei, erano stati innescati in posizioni strategiche e in pochi minuti le fiamme hanno raggiunto 40 metri di altezza. I trenta mezzi dei Vigili del Fuoco hanno impiegato tre giorni per spegnere i roghi: con quellla colonna di fumo denso, nero e acre che si alzava sopra il cielo di Milano, per poi ricadere depositando veleni al suolo.

In Lombardia i falò tossici di montagne di spazzatura hanno il ritmo di almeno due al mese. Sempre dolosi, sempre appiccati dai trafficanti di rifiuti. Sono 37 gli incendi in capannoni stipati di immondizia o in discariche nel capoluogo negli ultimi mesi, altre decine nella regione. Non è la terra dei Casalesi raccontata da Roberto Saviano in Gomorra, ma la città che si è appena aggiudicata le Olimpiadi invernali del 2026.

La mappa degli «incendi liberatori» provoca rabbia e apprensione. Cinisello Balsamo, Mariano Comense, Cassago Brianza, Cologno Monzese, Alzano Lombardo, Chiari, Pioltello, Cremona, Corteolona, Mortara, Novate Milanese, Arese, Lainate sono solo alcuni dei centri della regione colpiti dai roghi tossici, che spesso vicino a terreni agricoli, che hanno riguardato soprattutto i siti autorizzati allo stoccaggio dei rifiuti, segno che il virus della monnezza ha infettato anche il circuito legale dello smaltimento. Mentre i fascicoli sui tavoli dei magistrati annunciano prossimi terremoti negli uffici pubblici. Un rapporto dell’Università Statale di Milano è allarmante: in Lombardia sono state rilevate 399 infrazioni, che hanno portato a 451 denunce, a 21 arresti e a 268 sequestri. La statistica negli ultimi mesi si è però impennata, le cifre moltiplicate. Nell’incendio di via Chiasserini sono andati a fuoco tremila metri cubi di rifiuti stoccati abusivamente: 18 mila tonnellate di plastica, carta, cisterne di olii esausti, pneumatici, scarti di edilizia, furgoni e persino una barca. Materiali che arrivavano dalle regioni del Centro e del Nord Italia. Le indagini condotte dal Noe, il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri, e dalla polizia, su coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Milano, a febbraio hanno portato a 15 arresti. Quattro mesi dopo, il 4 giugno, altri 20 arresti tra Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Campania, per traffico illecito. Un milione di euro il profitto di pochi mesi per la gestione criminale di 10 mila tonnellate di rifiuti provenienti dalla Campania e da vari impianti, anche a partecipazione pubblica, del Nord.

Il business delle cave. Le indagini hanno quindi svelato come funziona il sistema dello smaltimento illecito di rifiuti e chi lo gestisce. Il territorio viene contaminano senza alcuna preoccupazione. Contano solo i guadagni illeciti e i soldi facili, che comunque vada sono tanti.

Il ruolo più importante spetta a imprenditori senza scrupoli che da anni operano nel settore. Sono i titolari di società che ritirano i rifiuti dalle aziende di raccolta per portarli in siti di trattamento o smaltimento. Questo sulla carta. In realtà i boss della monnezza si affidano ai cosiddetti broker, intermediari che ricercano sul territorio cave abbandonate o capannoni in disuso. Ai proprietari delle strutture mostrano documenti falsi o provvisori, millantano impossibili fideiussioni bancarie ed elargiscono qualche migliaio di euro per l’affitto dei siti. Pochi soldi che però sono come ossigeno per gli imprenditori, spesso strozzati dalla crisi. Entrano quindi in gioco i corrieri, aziende di trasporto conniventi che effettuano decine di viaggi al mese, trasportando migliaia di tonnellate di immondizia dai siti di raccolta a quelli di stoccaggio. Il compenso per i camionisti? Fino a 1.800 euro al giorno. Agli atti dell’ultima inchiesta della Dda milanese c’è la testimonianza di uno di loro che racconta di aver abbandonato il camion in mezzo alla piazzola di scarico, infuriato per la puzza che ne usciva e i ratti, grossi come gatti, che saltavano fuori dal carico. Il business prosegue fino a quando i capannoni o le discariche traboccano. E «alla fine interviene un incendio liberatorio che risolve loro il problema» spiega Alessandra Dolci, procuratore aggiunto di Milano e capo della Dda. Queste dinamiche si ripropongono identiche nelle numerose inchieste ancora aperte e condotte dalle procure del centro e nord Italia, delle Dda di Milano, Torino e Venezia e nelle indagini dei carabinieri forestali, del Ros e del Noe, polizia, Guardia di finanza e alcune polizie locali, sempre del Nord. Le inchieste aperte sono decine e raccontano il destino dei nostri scarti. L’apparente tregua dei capannoni dati alle fiamme non illude il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno del traffico di rifiuti, Stefano Vignaroli, che ha scelto proprio Milano come tappa per la missione di luglio: «Il rogo alza troppo il livello di attenzione delle forze di polizia. Per questo, sempre più spesso, leggiamo di capannoni abbandonati stipati di rifiuti anziché di roghi. Certo è che prezzi bassi praticati da intermediari che operano nell’illegalità inquinano il mercato legale e mettono fuori gioco le aziende oneste».

Bonifiche milionarie. I guadagni illeciti del traffico di rifiuti possono mettere d’accordo gli imprenditori del settore e i boss della criminalità organizzata. Nel maggio 2018 la Guardia di finanza ha stroncato, con otto arresti, un colossale riciclaggio di denaro della cosca di Sinopoli e San Procopio di Reggio Calabria che stava per investire nell’attività di smaltimento rifiuti, con tanto di inceneritore, nel comune di Lezzate, provincia di Monza. Ma è almeno dal 2008 che le cosche calabresi della Lombardia avevano fiutato l’affare. L’indagine «Star Wars», condotta dalla polizia provinciale di Monza e Brianza, ha appurato che esponenti della cosca Iamonte di Melito Porto Salvo avevano riempito cave e terreni agricoli intorno a Desio con camion di pneumatici, scarti edili, residui plastici e altri materiali intrisi di idrocarburi, per un totale stimato di 160 mila metri cubi di rifiuti. Un traffico andato avanti per mesi, con centinaia di mezzi pesanti che scaricavano a ritmo continuo, tanto che ai camionisti veniva regalata cocaina per far fronte a turni di lavoro massacranti. Oggi la cava della ’ndrangheta è ancora lì. Il costo stimato per la bonifica ammonta a 5 milioni di euro, ma i soldi non si trovano. Il comune di Desio ha appena stanziato 150 mila euro per i carotaggi, che dovranno analizzare il terreno e le falde, pare già contaminate da piombo, cadmio e cromo. S’inquina senza limiti, qualcuno semmai provvederà a ripulire.

Pene troppo leggere. Secondo la Camera di commercio di Milano l’attività di gestione dei rifiuti in Lombardia vale 562 milioni l’anno, le società specializzate nel trattamento sono 134 e danno lavoro ad almeno duemila persone. Per l’assessore regionale all’Ambiente, Raffaele Cattaneo, in Lombardia arrivano ogni anno 400 mila tonnellate di rifiuti urbani da fuori regione, ma i dati si riferiscono soltanto al mercato legale e censibile. «Non conosciamo poi quanti rifiuti speciali siano spediti qui» ammette Cattaneo «perché è il mercato a dettare le rotte e il prezzo». I soldi dei rifiuti infatti non puzzano e fanno gola. Anzi, «la merda è oro» dice, intercettato dai carabinieri, il titolare di un’azienda di trasporti che consegnava carichi dall’odore pestilenziale nei capannoni di una banda che operava nel milanese. Il giudice che ha firmato gli arresti, nella sua ordinanza, ha parlato di «pervicacia criminale degli indagati, totalmente accecati dalla prospettiva di realizzare in tempi brevi ingentissimi guadagni con rischi penali contenuti». Oggi infatti i trafficanti rischiano una pena massima di sei anni, ma raramente vengono condannati a più di tre, evitando quindi il carcere. A fronte di guadagni importanti: ogni tonnellata di rifiuti rende all’organizzazione fino a 200 euro.

Spedizioni da nord a sud. Il mercato illecito della spazzatura è talmente vantaggioso che ci guadagnano anche le società municipalizzate o a partecipazione pubblica. In pratica i cittadini pagano la Tari, la tassa comunale sui rifiuti, mentre le aziende risparmiano sui costi affidandosi a chi offre il prezzo di raccolta e smaltimento più basso. Il prezzo di mercato per i rifiuti da smaltire aumenta di continuo e oggi arriva a 280 euro a tonnellata. I trafficanti, invece, chiedono al massimo 180 euro a tonnellata. Un risparmio che nasconde il malaffare. La procura di Brescia ad aprile ha chiuso le indagini su un traffico di grosse dimensioni gestito da un manager del settore, Paolo Bonacina. L’indagine, condotta dal Noe dei carabinieri, era partita dall’incendio di un capannone nel bresciano, in cui erano bruciati almeno 1.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani. Per risalire alla provenienza delle ecoballe incendiate i militari hanno viaggiato dalla Lombardia, al Piemonte, alla Campania e al Lazio. La maggior parte dell’immondizia bruciata proveniva dagli impianti di Caivano (gestito da A2A di Brescia) e di Giugliano, di proprietà della Regione Campania, dalla S.a.p.Na. di proprietà della città metropolitana di Napoli. Non solo: avevano conferito lì materiali di scarto anche la Co.La.Ri., il Consorzio Laziale rifiuti del patron romano della monnezza Manlio Cerroni. Altri rifiuti, stavolta di tipo umido, arrivavano dalle società pubbliche Acam di Vezzano Ligure, Net spa di Udine e Quadrifoglio di Firenze, che gestiscono la raccolta in migliaia di comuni. Nell’inchiesta bresciana risultano indagate le società Aral di Alessandria, di proprietà del Provincia, e A2A Ambiente, il colosso dell’energia partecipato dai comuni di Brescia e Milano e quotato in Borsa.

Amministratori Corrotti. Il generale Maurizio Ferla, comandante dei carabinieri per la Tutela ambientale, delinea un’altra in crescita della corruzione di pubblici funzionari: «Riscontriamo regolarmente situazioni di corruzione e di reati contro la pubblica amministrazione e truffe alla collettività, con bandi di assegnazione della gestione dei rifiuti cuciti su misura sulle aziende che in realtà non hanno i titoli per partecipare. In alcuni casi si può ipotizzare che la corruzione coinvolga gli amministratori e i politici che poi firmano quei provvedimenti».

Prova ne sono i 105 indagati e le 43 misure cautelari chieste dalla Dda milanese nell’ultima maxi inchiesta sul sistema di tangenti in Lombardia che lambisce in queste settimane il Pirellone. Uno dei filoni dell’indagine coordinata dai pm antimafia Alessandra Dolci, Adriano Scudieri e Silvia Bonardi riguarda politici, amministratori e imprenditori, e si focalizza proprio sugli appalti per la gestione dei rifiuti, la cui presunta regia occulta sarebbe in capo all’impresario Daniele D’Alfonso. Il quale, intercettato, diceva della sua attività: «Ho seminato talmente tanto, io a tutti quanti ho dato da mangiare». Il 7 maggio, con lui, è finito in carcere anche Mauro De Cillis, da 30 anni in Amsa, numero uno degli appalti dell’azienda milanese dei servizi ambientali, chiamato il «maestro d’orchestra», al quale sarebbe stata promessa una tangente di 100 mila euro per pilotare le assegnazioni dei lavori. Proprio uno dei testi dell’accusa, Matteo Di Pierro, dipendente di D’Alfonso, racconta di avere inoltrato per errore una mail a tutti gli indirizzi Amsa con i prezzi dello smaltimento per una gara che non era stata ancora neppure bandita. Sott’osservazione è finito anche il bando per il teleriscaldamento di A2A. Fino a oggi sono secretati gli accertamenti su una decina di situazioni che coinvolgono tutte le principali aziende municipalizzate pubbliche del territorio lombardo. Se i sospetti venissero confermati il terremoto giudiziario coinvolgerebbe gran parte del sistema dei rifiuti nella regione e non solo.

Non troppo "differenziata". Dove finisce la plastica che mettiamo da parte per essere riciclata? Il 20 giugno il Noe dei Carabinieri ha scoperto a Cumiana, nel Torinese, quattro capannoni stipati di ecoballe con 6.500 tonnellate di rifiuti plastici che arrivavano da Campania, Lombardia e Veneto. Una fonte autorevole conferma a Panorama quello che traspare leggendo le carte delle numerose inchieste giudiziarie: parte della plastica della nostra raccolta differenziata finisce in capannoni come quelli sequestrati a Torino. Il problema è che oggi all’estero non ci sono più Paesi disposti ad accoglierla, seppur a caro prezzo - come la Cina e la Malesia - perché il costo di quel riciclaggio che ci viene promesso è ancora troppo alto. Il presidente della commissione Ecomafie Vignaroli, oltre ad auspicare la necessaria riduzione degli imballaggi, coglie il punto, anche politico, della questione: «Se si spostassero gli incentivi dagli inceneritori al riciclo, supportando la nascita di nuove filiere per materiali che oggi non hanno sbocchi industriali, tutto il sistema ne trarrebbe beneficio». Le previsioni però non sono positive. In Lombardia ci sono 13 termovalorizzatori, 68 impianti di compostaggio e circa 300 di trattamento, con 16 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e oltre 12 milioni di inerti. Numeri da record in Italia, che però non basteranno a reggere l’ondata di immondizia, destinata ad aumentare. Dice il generale Ferla: «La situazione è critica. Al blocco di importazioni di rifiuti dall’Asia e alle problematiche ricettive degli impianti del nostro Meridione, si aggiungono le emergenze che già si preannunciano per esempio in Sicilia». Le ecoballe arriveranno sempre più numerose in Lombardia.

Le scorie sotto la risaia. Le conseguenze della malagestione degli scarti, privati e industriali, le spiega il tenente colonnello dei carabinieri Massimiliano Corsano, comandante del Gruppo tutela ambientale del nord Italia: «Il problema è più grave di quel che si pensi. È come se i trafficanti si macchiassero del reato di strage per le gravissime conseguenze che le loro attività producono sull’ambiente e sulla nostra salute». Un esempio? In provincia di Pavia, a Mortara, sotto alcune risaie della Lomellina, sono stati scaricate 5 mila tonnellate di percolato proveniente da una acciaieria di Brescia. La gestione approssimativa del sito di stoccaggio ha portato alla probabile contaminazione di scorie radioattive con Cesio 137 di ben 197 ettari di territorio agricolo, soprattutto risaie. Un inquinamento che potrebbe aver interessato 240 mila consumatori, mentre agli atti della Commissione parlamentare sui rifiuti risulta «accertata una contaminazione chimica e radiologica della falda». Per la malavita dell’immondizia conta solo ciò che finisce nel portafogli, non quello che mettiamo nel piatto.

·         Il disagio dei cittadini.

«La mia Milano negli anni Sessanta, con  le rovine e i ricordi della guerra». Pubblicato lunedì, 13 maggio 2019 da Lorenzo Cremonesi su Corriere.it. Per andare verso le montagne si superava la vecchia Fiera Campionaria e subito, sulla sinistra c’era «Monte Stella», che allora si chiamava «la Montagnetta di San Siro». Intendiamoci, la Fiera Campionaria alla metà degli anni Sessanta non era per nulla vecchia. Anzi, condensava lo spirito ottimista dell’imprenditoria lombarda in piena espansione: l’Italia del boom economico, aperta al mondo, che produceva ed esportava. Per i milanesi invece quella montagnola innalzata con le macerie della guerra era il memento degli anni bui, dei bombardamenti, della paura, della morte. Oltretutto, sulla destra non troppo lontano, si vedevano anche le mura giallognole e scrostate dell’immenso cimitero di Musocco. A poche centinaia di metri gli uni dagli altri c’erano dunque i simboli molto visibili degli opposti: la tristezza del vecchio, se possibile da dimenticare in fretta, e però anche la speranza del nuovo. Un mondo fatto di vacanze, di utilitarie per tutti, di un futuro proiettato verso la scoperta, il viaggio, il benessere individuale. Ci si andava in bicicletta da bambini e ragazzi, ancora non erano stati piantati cespugli o aiuole, e nei vialetti alla base era possibile intravedere i resti di calcinacci, cornicioni, ferraglie arrugginite di ringhiere, traversine. D’inverno si venivano a provare gli scarponi sugli sci nuovi sui pendii imbiancati. Perché, nonostante Giuseppe Marotta se ne fosse uscito alla fine degli anni Quaranta con un libricino molto ottimista e gonfio d’amore per la nostra città dal titolo che era tutto un programma, «A Milano non fa freddo», nelle nostre strade allora tra inizio novembre e fine marzo si gelava. La mattina presto d’inverno si scendeva una decina di minuti prima di avviare l’auto per grattare via le incrostazioni di ghiaccio dal parabrezza. Nevicava tanto e spesso, con i camini che creavano aloni scuri nel biancore, ben visibili sui vecchi tetti di tegole rosse, dove la neve attecchiva più spessa. Il traffico era rallentato, si girava spesso con le catene per viale Tibaldi e lungo tutta la circonvallazione interna sino a San Siro, ma le scuole restavano sempre aperte, al meglio si gettava la segatura chiara sul portone. E la neve cadeva anche alla Montagnetta, dalla cui sommità si poteva distinguere chiaramente il panorama piatto della pianura Padana, che era ancora brada, marcata dai canali, le risaie, i campi coltivati, senza quel susseguirsi monotono di capannoni, fabbrichette ed edifici sgraziati che da allora hanno creato una anonima continuità urbana, ricca, ma senza carattere da Milano alla cerchia delle Alpi contenuta nella frontale tra Lecco e Sesto Calende. Ma, per tornare a quei calcinacci semisepolti tra le periferie in crescita, va anche detto che non costituivano affatto una curiosità. I milanesi continuamente raccontavano delle loro esperienze di guerra. L’incontro tra due vecchi compagni di scuola, che magari non si vedevano da un pezzo, era spesso caratterizzato da domande del tipo: «ma sai chi è tornato dalla Russia?», oppure, «in che battaglione stavi in Africa?», e quella più comune, «dove stavi durante i bombardamenti, che ne è stato della casa?». Ancora tra piazza del Duomo e via Torino erano visibili i resti dei palazzi ridotti in briciole. La città era puntellata di macerie, lo rimase sino alla metà degli anni Sessanta. Non erano diverse da quelle che oggi si trovano ad Aleppo, Bengasi, Mosul o Raqqa. Ogni tanto in Galleria Vittorio Emanuele si esponevano le foto dei danni causati dai bombardamenti Alleati, compresi quelli terribili dell’estate del 1943. E mia nonna con le sue amiche insisteva nel ricordare la prima volta che nel maggio 1945 aveva gustato il profumo del caffè in Galleria portato dalle truppe americane. «Ma non il surrogato che dava il governo italiano con la tessera annonaria, quello vero, macinato di fresco, come prima della guerra», diceva. Non lontano dalle mura di cinta dell’attuale Istituto Tecnico Industriale Feltrinelli e su quelle delle scuole di via Brunacci stavano ancora disegnate le indicazioni per i «Rifugi» anti-aerei. Abbondavano i ricordi delle lunghe biciclettate verso le campagne dopo Pavia o i viaggi sul trenino che percorreva il vecchio Sempione oltre Pero e Rho per andare a caccia di uova, carne e verdura fresca dai contadini fidati che vendevano a «borsa nera». Oggi di tutto ciò in questa nuova Milano «gioiello italiano» resta praticamente nulla. La «Montagnetta» sembra un giardino boscoso, molto naturale, che nulla ha a che fare con le bombe. Siamo davvero una città europea, efficiente, tutto sommato pulita, ben connessa, relativamente ben governata. Nessuno ti caccia dal pronto soccorso se arrivi in emergenza. I servizi essenziali funzionano. Però ricordare ciò che fu è importante. Non solo per amore della storia. Ma anche per il fatto che a poche centinaia di chilometri da noi gli scenari della guerra sono tutt’ora realtà quotidiane, immanenti, pressanti. E a dimenticare troppo in fretta si rischia di ricadere in ciò che è stato.

Il giallo  del volantino  anti studenti alla Statale di Milano. Pubblicato mercoledì, 1 maggio 2019 da Federica Cavadini su Corriere.it. Un avviso del rettore per dire che visti i comportamenti «impropri e inaccettabili», l’università «procederà ai conseguenti provvedimenti anche di natura giudiziaria» e i responsabili dovranno rispondere «dei gravi danni anche di immagine». Il messaggio è stampato con il logo dell’università ed è affisso nel Cortile Legnaia, sede centrale della Statale. Il rettore, Elio Franzini, smentisce di aver autorizzato quella comunicazione. E i cartelli, almeno una decina, che fino a ieri mattina erano sulle vetrate della Biblioteca di Geografia e del dipartimento di Storia, sono subito cestinati. Ma alla Statale di quell’avviso parlano studenti e professori. «C’è il giallo dei cartelli: ora sappiamo che il rettorato non era al corrente ma non si capisce chi siano gli autori - dice un docente -. C’è comunque anche il tema degli spazi dell’ateneo e dei limiti. Ci sono posizioni e sensibilità diverse, fra noi e anche fra i ragazzi ma è vero che c’è chi sta nei cortili della Statale come al parco. E qualcuno ha pensato di intervenire così». Intanto il caso degli avvisi. Lunedì la fotografia del cartello è sul web, con il collettivo di «Assemblea della Statale» che sulla pagina Facebook segnala la comparsa di «un “avvertimento” da parte del rettorato». I commenti degli studenti sono sul contenuto e anche sui toni. Ma arriva subito la smentita di Franzini, professore di Estetica, alla guida dell’ateneo da ottobre. «Erano da due settimane su porte e vetrate della Legnaia», spiega un professore. E racconta che nel Dipartimento di Storia c’era stata anche un’indagine interna: «Non era una direttiva arrivata dall’alto e non si capiva di chi fosse l’iniziativa. Eppure i cartelli erano stati affissi dall’interno, da chi ha le chiavi degli uffici». Dal rettorato intanto fanno sapere: «Premettendo che non si sono registrati nel Cortile Legnaia episodi di particolare criticità, un servizio di vigilanza è già attivo, anche se la situazione di queste settimane, dopo quasi un mese di visite di pubblico esterno in occasione del Fuorisalone di Interni, tuttora in fase di smontaggio, non rappresenta una situazione ideale dal punto di vista del controllo degli spazi». E sul tema del «controllo» all’interno dell’università il confronto resta aperto. «Purché non si arrivi ai tornelli all’ingresso, siamo in un ateneo», taglia corto una professoressa. «Ma è vero che questi cortili sono territorio di tutti», è un altro commento. «Non sono un bacchettone ma non so più quali sono i limiti», dice un professore che insegna in uno dei dipartimenti che si affacciano sulla Legnaia. E racconta: «Nel cortile c’è chi fuma canne, il venerdì è la giornata delle partite di frisbee e quando ci sono le lauree questo spazio diventa un’area per le feste con amici e parenti, molto rumorosa, mentre sono in corso colloqui e gli studenti preparano esami, il disagio è soprattutto per loro». «Anche gli antichi sarcofagi sono usati per allestire banchetti, la mattina troviamo cestini pieni e bottiglie anche sul prato», racconta una studentessa. «Succede soltanto nelle settimane delle lauree. Ed è così in tanti atenei», è il parere di un compagno di corso. «Difficile fissare i limiti. E a chi tocca poi farli rispettare? - chiede un professore -. Intanto negli ultimi mesi è stato rinforzato un servizio di vigilanza privato, potrebbe bastare come deterrente». E aggiunge: «Questa generazione di studenti, più delle precedenti, colpisce per i modi: sono ragazzi educati, formali, quasi si alzano quando entri in aula. Gli eccessi li vediamo ma sono di pochi».

La protesta degli inquilini: «Noi ostaggio dell’assalto ai bus». Le segnalazioni dei lettori. Pubblicato mercoledì, 1 maggio 2019 su Corriere.it. La combinazione fatale è 91, 56, 55, 39 e 2 (di NM2). Le cinque linee di trasporto fanno tutte tappa nello stesso punto di via Stradivari, al civico 1. E i residenti faticano a entrare e uscire di casa. «I passeggeri in attesa affollano il marciapiede - spiega la portavoce Tiziana Zollino -, quando piove si riparano nei portoni, lasciano spazzatura a terra». Non è sempre stato così. «Io abito qui solo da un paio d’anni, chi sta nel palazzo da più tempo è testimone di come sia cambiata la situazione». Alla fermata della circolare 91 si sono progressivamente aggiunti gli stop del 56 che collega il quartiere Adriano a Loreto, il 55 che fa la spola tra Loreto e il cimitero di Lambrate, il 39 Loreto-Pitteri e anche la NM2, sostitutiva notturna della metropolitana «verde». La somma dei passeggeri trasportati dai bus crea il caos in via Stradivari, tanto che «è difficile persino entrare in casa - continua Zollino - e c’è chi approfitta del via vai per vendere cibo pronto all’angolo, aumentando il trambusto». Un mozzicone lasciato acceso da uno dei passanti ha fatto anche incendiare le cantine del palazzo al civico 1. Così i residenti dell’isolato due anni fa hanno iniziato a segnalare il problema. È partita una raccolta firme, per sottolineare che la questione riguarda più palazzi. Poi i contatti con il Comune, il Municipio 3 e Atm per capire il da farsi. È chiaro che i bus non possono sparire, «ma vorremmo almeno una regolamentazione del traffico - dicono i residenti -. Qui non ci sono pensiline, né preferenziali per gli autobus e controllo del territorio». L’assessorato alla Mobilità e i consiglieri di zona, dopo un sopralluogo in via Stradivari, hanno ipotizzato l’installazione di un paio di pensiline. Una proposta che ha trovato d’accordo tutti i commercianti affacciati sulla strada, i quali chiedono però di non avere ingombra la porta d’ingresso del locale. A seguito di questi passi, lo scorso ottobre il Municipio 3 ha approvato una delibera, un piccolo passo verso la vittoria per il quartiere. Nel documento si ricorda l’«afflusso ingente di pedoni» che sostano sul marciapiede e rendono difficoltosa la circolazione, per questo il consiglio di zona invita Palazzo Marino e Atm a installare una o due pensiline o in alternativa alcuni separatori metallici nella via «per meglio regolare l’afflusso pedonale». In aggiunta, la richiesta di valutare «una diversa distribuzione delle fermate» lungo la strada interessata dal problema e le altre limitrofe. A distanza di sei mesi però la situazione non è cambiata, anzi. «Continuiamo a essere ostaggi di Atm» si lamenta Zollino a nome dei vicini di casa. Dall’assessorato alla Mobilità sottolineano che via Stradivari è un importante interscambio tra mezzi di superficie e linee metropolitane e un eventuale «trasloco» delle fermate non è preso in considerazione. Il Comune con Atm sta preparando un piano per il posizionamento di pensiline alle fermate, che sarà rivisto con i Municipi per decidere le priorità. Intanto, in via Stradivari continua con la corsa a ostacoli verso il portone. Tiziana Zollino

Vivo al civico 1 di via Stradivari, dove si concentrano cinque fermate delle linee 91-55-56-39-Notturna M2, senza la predisposizione di banchine per i passeggeri. Il via vai quotidiano di centinaia di persone rende difficoltoso il transito dei residenti, limita l’ingresso al portone di casa, genera degrado . Abbiamo in più occasioni chiesto l’intervento del Comune e di Atm. Ad ottobre dello scorso anno il Municipio 3 ha deliberato l’installazione delle pensiline, ma non c’è stato alcun seguito. Tiziana Zollino

·         Giuseppe Sala: a sua insaputa.

MENZOGNE DI FORZA MAGGIORE. Gianni Barbacetto per il “Fatto quotidiano”  il 3 ottobre 2019. Giuseppe Sala era consapevole di sottoscrivere un documento falso. Ma lo ha fatto per evitare ulteriori ritardi nei lavori, con il rischio di non aprire in tempo Expo 2015. Questo dicono le motivazioni della sentenza che a luglio ha condannato l'allora commissario e amministratore delegato di Expo spa a 6 mesi di reclusione, convertiti in una multa di 45 mila euro. Sala, in seguito eletto sindaco di Milano, era accusato di falso materiale e ideologico, per aver firmato, nella sua casa di Brera, due atti che cambiavano due commissari della più importante gara d' appalto Expo, quella della "piastra", valore 272 milioni di euro. Li ha firmati il 31 maggio 2012, ma la data scritta sui due documenti era antecedente e falsa: 17 maggio 2012. I manager Expo avevano segnalato la probabile incompatibilità dei due commissari. Ma per cambiarli, era necessario ricominciare da capo la procedura, e questo avrebbe allungato i tempi e messo a rischio l' apertura di Expo, il cui cronoprogramma era già in grave ritardo. Sala temeva di non riuscire ad aprire i cancelli il 1° maggio 2015. Ecco dunque che nel 2012 furono forzate le procedure e falsificati i due atti con una firma falsa. Condanna, dunque. Sala, scrivono i giudici, "deve essere ritenuto penalmente responsabile del reato ascrittogli. Integrato sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo". Ma per lui scatta l' attenuante di aver "agito per motivi di particolare valore morale o sociale". Secondo il Tribunale, "Sala firmò i verbali per evitare ritardi", con "l' obiettivo di evitare che la questione della paventata incompatibilità" dei due componenti della commissione di gara potesse comportare il "rischio di ulteriori ritardi nell' espletamento della procedura" e quindi mettere in pericolo l' apertura di Expo. "Deve dunque trovare particolare considerazione la volontà di realizzare le infrastrutture in tempo utile, pena il fallimento vero e proprio della manifestazione". Esclusa comunque, per i giudici, la "volontà di avvantaggiare taluno dei concorrenti alla gara. O danneggiare altri". È emersa solo la volontà "di assicurare la realizzazione in tempo utile delle infrastrutture necessarie per la realizzazione e il successo dell'Esposizione universale del 2015. Risultato poi effettivamente conseguito e unanimemente riconosciuto". Il Tribunale sembra ipotizzare una sorta di reato commesso a fin di bene. Anche se le eventuali buone intenzioni di norma non possono addolcire il codice penale. Eppure nelle motivazioni si legge chiaramente che l' allora numero uno di Expo ha sottoscritto i due verbali "consapevole delle illecite retrodatazioni". E quindi "della surrettizia creazione in data 31 maggio 2012 di documenti che alla data del 17 maggio 2012 non erano esistenti". Sala era certamente consapevole del falso. Dunque ha mentito quando nell' aula del processo e in numerose dichiarazioni fuori dall' aula ha più volte ripetuto di non essersi accorto delle date false e di non ricordare come e quando firmò i due documenti. Ha mentito in aula: e questo a un imputato è concesso. Ma ha mentito da sindaco fuori dall' aula: è questo per un primo cittadino è grave. I legali di Sala hanno annunciato che ricorreranno in appello contro la sentenza di condanna. Mossa del tutto inutile, perché il reato di falso che gli è stato contestato, a novembre evaporerà, per effetto della prescrizione. Questa potrebbe essere rifiutata dal condannato, che potrebbe difendersi nel merito anche in secondo grado: ma sembra escluso che Sala scelga questa strada.

DUE PESI E DUE GIUSTIZIE - FRANK CIMINI: “LA RAGIONE DELLE ATTENUANTI CONCESSE A SALA È POLITICA". Dagospia  il 3 ottobre 2019. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago premesso che il falso relativo alla retrodatazione di due verbali per sostituire i componenti di una commissione resta una quisquilia rispetto a quello che la mitica procura ha fatto finta di non vedere.... premesso questo... la ragione delle attenuanti concesse a Sala per aver agito per motivi di alto alto valore morale e sociale dimostra che i giudici ancora una volta sono bravi a pisciare fuori dal vaso...la logica è quella che Expo non si tocca e non si discute... eppure stiamo parlando di un evento del quale ancora oggi non conosciamo i conti ufficiali...la motivazione non è giuridica è prettamente politica è la magistratura che a volte scopre di dover fare parte del sistema paese rinunciando ai suoi doveri... insomma per non farla troppo lunga mostrando quel senso di responsabilità istituzionale per il quale l’allora premier Renzi ringraziò la procura di Bruti che pur di far realizzare Expo cacciò l’unico pm che voleva fare le indagini... con il supporto dell’allora capo dello stato Napolitano....

A SUA INSAPUTA. Ansa.it il 15 aprile 2019. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala non aveva la consapevolezza della retrodatazione dei verbali relativi alla commissione di gara per la Piastra di Expo. Lo ha detto lo stesso Sala in aula rispondendo alle domande e spiegando che "della data non me ne sono preoccupato" e di non ricordare il momento esatto della firma. Sala, imputato per falso in relazione alla retrodatazione di due verbali per sostituire in corso d'opera due componenti della commissione di gara per la Piastra, ha ricordato che la questione della incompatibilità dei due commissari, posta da Ilspa (Infrastrutture Lombarde spa, società partecipata da Regione Lombardia), per lui "era uno dei tanti problemi sorti in Expo e che era stato risolto in modo abbastanza veloce", in quanto ha ribadito in aula, "c'era sempre il tema dell'urgenza. Ogni giorno, nonostante fossimo a tre anni dalla chiusura, era chiarissimo che eravamo in ritardo. Ogni giorno perso era un giorno in meno. E' stata una lotta contro il tempo".  Rispondendo ai cronisti, a chi gli ha chiesto se spera di essere assolto ha replicato: "Spero fortemente di sì".

Da Il Sole 24 ore il 5 luglio 2019. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala è stato condannato a sei mesi, trasformati in una multa di 45mila euro. La condanna si riferisce al periodo in cui Sala era manager dell’Expo: era imputato per falso materiale e ideologico per la presunta retrodatazione di due verbali, nel maggio del 2012, della commissione di gara per il maxi appalto della Piastra dei servizi per l'Esposizione Universale del 2015. La sentenza è stata emessa dai giudici della decima sezione penale. «Questa sentenza non produrrà effetti sulla mia capacita di essere sindaco di Milano». È il primo commento del sindaco di Milano Giuseppe Sala dopo la condanna a sei mesi nel processo Expo. «Assicuro i milanesi - ha aggiunto - che resterò a fare il sindaco per i due anni che restano del mio mandato. Di guardare avanti ora non me la sento».

Il sindaco Sala: «Io vittima di uno scontro tra pm. Resterò al mio posto». Pubblicato venerdì, 05 luglio 2019 da di Andrea Senesi e Venanzio Postiglione su Corriere.it. Una vittima della guerra tra Procure. La prima considerazione, che Beppe Sala confessa solo a chi gli è vicino, suona più o meno così. Un retropensiero implicitamente confermatogli dalla contemporanea assoluzione di Angelo Paris, coimputato dello stesso reato. Sono da poco passate le 13 e la sentenza di condanna è appena stata pronunciata. Il sindaco di Milano non nasconde la rabbia né l’amarezza. Incalzato da microfoni e taccuini, scurissimo in volto, Sala si sforza comunque di dare un ordine razionale a pensieri ed emozioni. Resterà sindaco, intanto: questa volta non si autosospenderà dalla carica, come decise di fare nel dicembre 2016 quando fu raggiunto dalla notizia dell’indagine a suo carico. «Rassicuro i milanesi che resterò a Palazzo Marino per i due anni che rimangono del mio mandato e lo farò con l’ambizione che conosco», è la prima frase che non a caso pronuncia pubblicamente: «Questa sentenza non produrrà effetti sulla mia capacità di amministrare Milano. Ma di guardare avanti in questo momento non me la sento». Il sindaco ha cambiato programma all’ultimo momento. Non era previsto infatti che seguisse tutta l’udienza dal mattino, con le repliche dell’accusa e della difesa, fino alla lettura del dispositivo all’ora di pranzo. Voleva insomma a tutti costi esserci: il tempo di ricevere di buon mattino il «collega» di Napoli Luigi de Magistris e poi via verso Palazzo di Giustizia. Dopo la sentenza, il ritorno in municipio e l’incontro con lo staff per rassicurare tutti che comunque si deve andare avanti. Con il passare delle ore la rabbia sbollisce, l’amarezza no. A qualche amico conferma di essere rammaricato, ma determinato ad andare avanti. «Si è sacrificato per il bene di Milano», dicono i suoi. «Dal punto di vista politico questa vicenda equivale a una medaglia appuntata sul petto», aggiungono i sostenitori politici locali a lui più vicini. Ma al di là degli attestati di stima, chi lo conosce assicura che questa è una ferita che sarà difficile da rimarginare e che peserà in ogni caso su ogni decisione futura. Una riflessione approfondita su quello che sarà, sulla possibilità di candidarsi di nuovo a sindaco o prendere altre strade, andrà insomma fatta. Sala conferma tra le righe: «Mi viene da pensare che io alla fine sono una persona resistente, l’ho dimostrato in tanti momenti delicati della mia vita e attingerò alle mie risorse per essere un’altra volta resistente e riuscire ad andare avanti». L’amarezza del sindaco, condannato a sei mesi per falso ideologico, affiora a ogni frase: «Una sentenza del genere, dopo sette anni abbondanti, per un vizio di forma che non ha prodotto nessun effetto credo che allontanerà tanta gente onesta, capace, tanta gente perbene dall’occuparsi di cosa pubblica. Questi sono i sentimenti che ho dentro e che ovviamente sono sentimenti negativi ma credo che siano anche giustificati. La mia conclusione è che oggi qui si sia processato il lavoro e io ne ho fatto, per la comunità, veramente tanto». A complicare il quadro c’è poi la questione delle governance olimpica, dove bisognerà a tutti i costi evitare che si ripeta l’esperienza iniziale di Expo, coi ritardi, le liti, i cantieri fermi e il concretissimo rischio della figuraccia internazionale. Su questo punto il sindaco insiste dal minuto dopo la vittoria di Losanna, con l’assegnazione dei Giochi 2026 al tandem Milano-Cortina. Bisogna far presto proprio per evitare di trovarsi nella situazione in cui si è ritrovato lui nelle vesti di commissario unico dell’evento 2015. La condanna può ora indebolire la posizione del sindaco che chiede alla politica di star lontano dalla cabina di regia olimpica? «Andiamo avanti», ripeterà nel pomeriggio ai suoi. A Palazzo Marino arriva in serata anche Nicola Zingaretti, in città per altri appuntamenti, ma che non manca di recapitargli la solidarietà sua e del Pd. Da oggi si torna al lavoro. In agenda prima di pranzo, c’è la visita al villaggio allestito dalla Coldiretti davanti al Castello Sforzesco. È atteso lì anche Matteo Salvini, il vero avversario del sindaco pronto a un ruolo da leader nazionale.

Beppe Sala condannato a 6 mesi. E ora chi lo idolatra cosa dice? L'uomo indicato come simbolo e baluardo della sinistra in Italia condannato in primo grado per falso ideologico. Come la mettiamo? Panorama il 5 luglio 2019. Il sindaco di Milano, Beppe Sala è stato condannato a 6 mesi di carcere per "falso ideologico", per aver firmato il 31 maggio 2012, ma «con la data del 17 maggio», due atti con cui sono stati sostituiti due commissari della più grande gara di Expo (la cosiddetta «Piastra» da 272 milioni). In trucchetto fatto a fin di bene, per evitare altri ritardi di un'opera già in difficoltà, al punto che il tribunale gli ha riconosciuto a sua difesa i "particolari motivi di valore sociale". La pena è stata tramutata in un'ammenda di 45 mila euro e forse l'appello nemmeno ci sarà dato che siamo vicini alla prescrizione. Quello che ci interessa però non è la vicenda processuale, che di per se sembra davvero poca cosa, ma quella che sarà la reazione dei suoi fan. Si, perché Beppe Sala da tempo ormai è l'uomo forte della sinistra, della Milano che non cede a Salvini, dell'unica città ancora rossa. Sala, il miglior sindaco del mondo; Sala che twittava pochi giorni fa «Da domani, Pride! Per una Milano dei diritti. E dei doveri», con le calze arcobaleno per prendersi l'applauso della comunità lgbt; Sala che ha portato le Olimpiadi invernali in Italia (con buona pace per l'inutile ed insignificante sindaco di Cortina, una comparsa...) e si mostrava con gli sci tra le mani (gli sci, a Milano???). Sala che pochi giorni fa diceva che "Il Pd cresce ma non basta più; serve un nuovo partito". Qualsiasi cosa dica Sala partono gli applausi... Ma ora? Ora che è stato condannato da un tribunale? Ora che ha la fedina penale macchiata (come un Berlusconi qualunque)? Ora cosa pensano i suoi tifosi? Cosa dicono? Può ancora essere l'uomo nuovo della sinistra un "condannato"? Certo che per il Pd sono giorni (giuridicamente) complicati. Siamo nel pieno della bufera sull'inchiesta riguardo gli affidi di diversi bambini concessi, secondo l'accusa, a famiglie amiche anche con l'aiuto di sindaci compiacenti. Ora ci si mette pure il Tribunale di Milano a impallinare l'uomo forte. Ci aspettiamo tra breve i primi distinguo, diranno che esite condanna e condanna, che ci sono quelle buone e quelle cattive. Ma nulla cancellerà la decisione del Tribunale di oggi. Certe macchie sulle tovaglie belle si possono lavare e trattare. Persino portare in tintoria. Ma restano. 

Giampiero Mughini per Dagospia il 7 luglio 2019. Caro Dago, sono giorni e giorni che rimugino su questa condanna a 6 mesi – convertiti in una multa di 45mila euro – del sindaco di Milano Beppe Sala, reo di avere firmato documenti che assegnavano due importanti appalti dell’Expo (la benemerita e magnifica Expo di Milano del 2015) apponendo a quei documenti una data anteriore, e questo perché altrimenti si sarebbe inceppata la produzione di quell’evento di cui noi italiani dovremmo tutti andare orgogliosi. Vedo che nella stessa motivazione dei giudici c’è una sorta di imbarazzo, tanto da accordare a Sala l’attenuante di avere agito “per motivi di particolare valore sociale”. E vorrei ben vedere, ché altrimenti l’Expo rischiava di non farsi. Non c’è nessun altro motivo per cui Sala ha agito come ha agito: non ha tolto il pane a nessuno, non ha avuto il benché minimo vantaggio pecuniario, non ha offeso la Costituzione. E’ stato solo un manager che puntava alla realizzazione di un’opera importante, per certi aspetti immane. E dunque in quella condanna non c’è di che attenuare di una virgola la stima che alcuni cittadini repubblicani quale il sottoscritto portano a Sala. Volevo scrivertene, solo che mi tratteneva il sospetto che mi sfuggisse qualcosa di quel processo. Non sono di mestiere un lettore carte processuali; non me lo posso permettere, dato che ancora non ho letto alcuni dei libri di Dostoevskij, di Elias Canetti, di Isaiah Berlin. Pensavo: non è che scrivo in difesa di Sala e poi c’è che uno di quei giornalisti che per mestiere leggono le carte processuali mi fa un culo così? Uno di quei giornalisti specializzati in carte processuali, o per meglio dire specializzatissimi in carte processuali che documentano in ciascun processo le ragioni dell’accusa, è Gianni Barbacetto del “Fatto” . In qualcuno dei quindici libri di Marco Travaglio che riempiono uno scaffale della mia biblioteca, figura anche la sua firma. Ed ecco che stamane apro il “Fatto” e vedo la sua firma in testa a un articolo about il caso Sala. Ovviamente si presenta come un articolo che vuole fare il culo così al sindaco di Milano, uno che “ha falsato gli atti”. Lo leggo da cittadino repubblicano, non da adepto dell’una o dell’altra consorteria. Dopo averlo letto, e letto due volte, non sposto di un ette i miei convincimenti su quanto fosse vacua l’accusa a Sala. Sì, certo, l’attuale sindaco Di Milano ha anteposto la data dei documenti che ha firmato. Non c’è dubbio. E con tutto ciò reputo che abbia fatto benissimo, io avrei fatto lo stesso al suo posto. Chiunque dotato di senno e di realismo civico avrebbe fatto lo stesso. Non c’è un solo e benché minimo argomento in appoggio del contrario, argomento sostanziale e dirimente voglio dire. Me lo ricordo dai tempi dei miei tristissimi studi universitari di Giurisprudenza (studi abbandonati per poi laurearmi in Lingue e letterature moderne). Sommo diritto, somma ingiuria. Almeno quello l’ho imparato per sempre, ed è una dizione su cui non  piove una sola goccia.

Gianni Barbacetto per "il Fatto Quotidiano" il 7 luglio 2019. Condannato. Ma per un reato commesso "a fin di bene". A onore e gloria di Milano e dell' Expo. È questa la reazione prevalente alla sentenza che ha comminato 6 mesi di reclusione (convertiti in una pena pecuniaria di 45 mila euro) a Giuseppe Sala, commissario dell' esposizione universale 2015 e poi sindaco di Milano. Per falso ideologico: per aver firmato il 31 maggio 2012, nella sua casa di Brera, due atti che cambiavano due commissari della più importante gara d' appalto Expo, quella della "piastra", valore 272 milioni di euro. Ma la data scritta sui due documenti era antecedente e falsa: 17 maggio 2012. I due commissari, sostituiti da due supplenti grazie ai documenti con la data falsa, erano stati indicati dai manager attorno a Sala come probabilmente incompatibili. Avrebbero dovuto essere cambiati ricominciando da capo la procedura, ma questo avrebbe allungato i tempi e messo a rischio l' apertura di Expo, il cui cronoprogramma era in grave ritardo. Sala temeva di non riuscire ad aprire i cancelli della grande fiera nel giorno previsto, il 1° maggio 2015. Ecco dunque che furono forzate le procedure - in questo come in altri casi - e falsificati i due atti che ora costano a Sala la prima condanna mai inflitta a un sindaco di Milano in carica. Si può commettere un reato "a fin di bene"? La Procura di Milano, allora guidata da Edmondo Bruti Liberati, decise di non indagare Sala, considerando la retrodatazione dei due atti "un falso innocuo". Erano i mesi in cui Bruti (in contrasto con il suo aggiunto Alfredo Robledo), considerava necessario trattare Expo con la "sensibilità istituzionale" per cui fu poi ringraziato dall' allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Fu la Procura generale, per iniziativa di Felice Isnardi, a giudicare "inerte" la Procura e ad avocare le indagini sull' esposizione universale. Fu sconfitta nel 2018, quando Sala fu prosciolto dal reato di abuso d' ufficio per aver affidato senza gara alla Mantovani spa la fornitura degli alberi di Expo, che furono poi pagati il triplo del loro valore. Ha vinto questa volta, con i sostituti procuratori generali Massimo Gaballo e Vincenzo Calia che sono riusciti a veder convalidate le loro ipotesi d' accusa. I giudici Paolo Guidi, Angela Minerva e Chiara Valori hanno riconosciuto a Sala, oltre alle attenuanti generiche, la ben più rara attenuante di aver agito "per motivi di particolare valore sociale". La condanna è mite (6 mesi) e non fa rischiare l' intervento della legge Severino, che per questo reato fa scattare la decadenza da sindaco, ma solo per condanne definitive sopra i 2 anni. Tra quattro mesi, del resto, a mettere una pietra sulla vicenda arriverà la prescrizione (peraltro rinunciabile). Ma davvero si possono commettere reati "a fin di bene"? Bastassero le buone intenzioni, sarebbero del tutto inutili i codici, i giudici e il diritto. Gli psicologi e i preti si sostituirebbero ai tribunali. E chiunque, anche il peggiore dei criminali, potrebbe attribuirsi ottime motivazioni per i suoi comportamenti. Invece è certo che Sala abbia mentito, quando ha dichiarato di non essersi accorto di aver firmato due atti falsi, o almeno è certo che abbia agito con leggerezza non degna di un manager considerato meritevole di essere premiato con la candidatura a sindaco di Milano. "Faremmo un grave torto al dottor Sala", ha detto in aula il Pg Gaballo, "se gli attribuissimo una tale negligenza e superficialità". Di certo il sindaco ha ripetuto la scena in voga ai tempi dei politici della Prima Repubblica, quando davanti ai giudici, il 15 aprile 2019, ha ripetuto per dieci volte "non ricordo". Ha dichiarato di non essersi accorto "della retrodatazione dei verbali": "Ho firmato migliaia di atti, non lo ricordo come uno dei passaggi più rilevanti della storia di Expo". "Non ricordo quando e dove ho messo la firma". "Non ricordo (la data sugli atti, ndr), per me l' importante era la parte sui sostituti commissari, non ho guardato la data". Ha firmato due volte? "Non lo ricordo". Chi portò i documenti da firmare? "Non lo ricordo". "Si è sacrificato per il bene di Milano", dicono i suoi sostenitori. È inciampato in "un vizio di forma che non ha prodotto alcun effetto": ma la retrodatazione è sostanza, non forma. Quanto agli effetti, ci sono eccome. E sono clamorosi: l' insuccesso di Expo avrebbe determinato la fine della sua carriera; il (parziale) successo gli è valso invece la poltrona di sindaco di Milano (e domani, chissà, l' ingresso a Palazzo Chigi).

Marco Travaglio per “il Fatto Quotidiano” il 7 luglio 2019. Ieri chi ha avuto la sventura di leggere un qualunque quotidiano che non fosse il nostro s' è fatto l' idea che Giuseppe Sala, sindaco Pd di Milano, abbia subìto un vile attentato o un grave lutto. L' intera stampa si è stretta intorno a lui e ai suoi famigliari insieme al Pd, alla Lega e a FI per tributare alla vittima i sensi della più profonda commozione e della più sentita solidarietà, con incitamenti a resistere, a non mollare, a non darla vinta ai birbaccioni. Invece Sala è stato semplicemente condannato dal Tribunale di Milano a 6 mesi di reclusione (commutati in multa) per falso in atto pubblico. Motivo: il 31 maggio 2012, quand' era amministratore delegato di Expo2015, firmò un verbale (retro)datato 17 maggio: cioè il secondo atto di nomina della commissione aggiudicatrice del più grande appalto di Expo (quello della "Piastra" da 272 milioni), finalizzato a sanare il primo, quello che infilava in quell' organismo due commissari incompatibili. Un verbale falso per ripulirne uno illegittimo, evitare di rifare tutto daccapo e garantire il mega-business a chi doveva aggiudicarselo, ovviamente senza gara: il gruppo Mantovani, già coinvolto in Tangentopoli e ribeccato nelle mazzette del Mose. Un groviglio di illegalità giustificate con la solita fretta per i soliti ritardi nella realizzazione delle opere di un evento assegnato a Milano il 1° aprile 2008. Di chi era la colpa dei ritardi? Sempre di Sala, Ad di Expo dal giugno 2010. Ma su quelle illegalità la Procura di Milano chiuse un occhio, anzi due, fino alla revoca delle indagini sulla Piastra al titolare, il procuratore aggiunto Robledo, da parte del suo capo Bruti Liberati, poi ringraziato per cotanta "sensibilità istituzionale" da Napolitano e da Renzi. Così Sala la scampò, mentre tutti i suoi principali collaboratori finivano in galera o sotto inchiesta, senza contare le retate per le infiltrazioni della 'ndrangheta. L' Expo partì con un terzo dei padiglioni incompleti (7 anni e mezzo dopo l' aggiudicazione) e si chiuse con un buco di 2 miliardi: un trionfo. Nel 2016 la Procura generale notò l' inerzia della Procura e avocò l' inchiesta sulla Piastra, indagando Sala e ottenendone il rinvio a giudizio. E, l'altroieri, la condanna. Dunque, per il Tribunale, Sala è un falsario. E pure un bugiardo, per le balle che ha rifilato ai giudici, ai giornali e ai cittadini per difendersi: tipo che firmò i due verbali retrodatati "senza esserne consapevole", per colpa di "avvocati incapaci" che ovviamente si era scelto lui). Come se il casino dei due commissari incompatibili da rinominare senza ripartire da zero non fosse il principale ostacolo al mega-appalto della Piastra. E come se un manager potesse firmare atti il 31 maggio senza domandarsi come mai sono datati 17 maggio. Che farebbe, in un paese serio, un politico che falsifica verbali d' appalto, mente per evitarne le conseguenze e viene condannato? Si dimetterebbe ipso facto. È quel che si era impegnata a fare la sindaca di Roma Virginia Raggi, in base allo Statuto 5Stelle, in caso di condanna nel suo processo, anch' esso per falso, sia pure per fatti molto più veniali (una dichiarazione sulla nomina di Renato Marra alla direzione Turismo, in cui escludeva interferenze del fratello Raffaele, capo del Personale). Tutti i quotidiani le davano della falsaria e della bugiarda ben prima del processo e della sentenza, che attendevano con la bava alla bocca per levarsela di torno. Poi purtroppo la Raggi fu assolta, ma si trovò comunque il modo di darle della bugiarda, anche se il Tribunale ha accertato che disse la verità a lei nota, perchè le interferenze avvennero alle sue spalle, in una riunione senza di lei. Nessuno, dicesi nessuno, aveva mai ipotizzato che la Raggi potesse restare al suo posto in caso di condanna anche a un solo giorno. Ora invece il quadro si ribalta: il sindaco di un' altra metropoli - detta umoristicamente "capitale morale d' Italia" - viene condannato per falso e tutti lo implorano di non dimettersi (cosa che peraltro il falsario non ha alcuna intenzione di fare), sperticandosi in elogi, baci e salamelecchi. Da Zingaretti a Salvini a Toti (sono soddisfazioni). E i giornali (tutti) a ruota. La condanna di Sala, sulle prime pagine, non è degna dell' apertura neppure in una giornata priva di notizie. Gli spazi sono addirittura inferiori alla richiesta di condanna per la Raggi. E il falso che ha portato alla condanna spariscono dai titoli, tutti occupati dalle dolenti lamentazioni di Sala e dagli alti lai dei suoi compari di partito e di casta. Il Corriere ha un titolino in basso a destra: "Sei mesi a Sala: 'Un processo al mio lavoro'" (come se il suo lavoro fosse taroccare verbali d' appalto), sormontato dal rassicurante occhiello: "Il sindaco: 'Vado avanti'" e corredato dall' editoriale strappalacrime di un affranto Venanzio Postiglione: "Nel labirinto italiano (aspettando i Giochi)". La tesi è quella di Sala "un po' condannato" (6 mesi sembrano pochi: si aspettavano l' ergastolo?) e del delitto a fin di bene: "meno male che ha sbagliato" perchè col falso "i lavori sono finiti in tempo" (balle: Expo partì largamente incompiuto). E poi le solite geremiadi sul Pg che "sconfessa i pm" (come se le Procure non fossero soggette alle Procure generali) e sulla "Bisanzio" dell'"intreccio di norme" in cui rischia di incappare il povero manager che "agisce", mentre solo chi "resta immobile e impaurito non finisce indagato" (panzane: per non finire indagato, bastava che Sala non firmasse i verbali farlocchi). Il Venanzio piangente ora teme di perderlo: come faremo senza il condannato che "congela il mandato bis da sindaco e le ipotesi di leadership nazionale"? Fortuna che "la prescrizione, a novembre, renderà inutile l' appello" (fandonie: se Sala vuole appellare la condanna, non ha che da rinunciare alla prescrizione). Mirabile la chiusa postiglioniana: "A Milano fa caldo e si dorme poco". Il che spiega le succitate corbellerie, ma anche gli altri titoli: "Il sindaco: io vittima di uno scontro tra pm" (lo statista non sa nemmeno distinguere fra Pg e pm, e nessuno gli spiega che l' hanno condannato 3 giudici di tribunale), "Una sentenza del genere, per un vizio di forma (vuole abolire pure il reato di falso?, ndr), allontanerà tanta gente onesta e perbene dalla cosa pubblica (almeno gli onesti che taroccano i verbali d' appalto, ndr)". Repubblica, in prima, ha ben di meglio da raccontare: Gentiloni contro Salvini sui migranti (sorpresona) e la "nostra intervista esclusiva" a Carola (intervistata, sempre in esclusiva, anche da Spiegel e Guardian). Però uno spazietto per Sala a fondo pagina lo trova. Anche lì la sentenza è un' opinione (di Sala): "Expo, condannato Sala: 'Un' ingiustizia, resterò sindaco'". All' interno, anziché del reato, si dà conto della "solidarietà anche da Lega e FI " (tra condannati ci s' intende) e si intervista l' ex sindaco Albertini ("Sto con lui": e meno male, si stava in pensiero). Il Massaggero ha una caccolina in prima, mentre all' interno spiega che "retrodatò i verbali per far ripartire lavori" (falso più del falso di Sala) e intervista il capogruppo leghista Molinari, un altro che ha capito tutto: "Così amministrare è impossibile, bisogna abolire l' abuso ufficio" (infatti Sala è condannato per falso). Poi, per la serie Oggi le comiche, c'è La Stampa: mezza paginetta su Sala a pagina 8 e nemmeno una riga in prima, occupata da ben altri notizioni: "L' estate calda dei treni", "Pernigotti, niente intesa: il passo indietro del re del gelato", "Il mago-artista che crea manichini e maschere di mostri", "Il baby batterista tra scola elementare e concerti in Germania", "Feticcio o status symbol: così la scarpa svela la nostra personalità". Molto meglio degli house organ di FI e Lega che, con quel che digeriscono ogni giorno, hanno stomaci fortissimi. Il Giornale: "Toghe impazzite. Indagano su Sala per un successo" (in realtà lo condannano, ma fa lo stesso). Il Foglio: "Sala condannato in base a un 'ragionamento'. La singolare motivazione della sentenza" (sarebbe un verbale retrodatato e la motivazione sarà nota fra due mesi, ma che sarà mai). Libero: "Sala condannato per il successo Expo" (sarebbe per falso, ma fa niente). Del resto è lo stesso Sala a confidare a Repubblica, restando serio: "Ho ricevuto più sms positivi oggi che quando abbiamo portato a casa l' Olimpiade". Non è meraviglioso? Per i Giochi bisognerà purtroppo attendere l' inverno del 2026, ma lui ha già vinto la medaglia d' oro. In falso con l' asta, falso in alto e falso in lungo.

·         Salvataggio a Volo d’Angelo…

SALVATAGGIO A VOLO D'ANGEL. Enrico Galletti per milano.corriere.it il 14 settembre 2019. Lavora in quel distributore di benzina da due anni. Stamattina, come fa di solito, si stava occupando del lavaggio delle auto di alcuni clienti, poi è successo tutto. Il bimbo che, secondo una prima ricostruzione, è precipitato dal secondo piano di una palazzina a Casalmaiocco (Lodi) e lui, Angel Vargas, 20 anni, che è riuscito a prenderlo al volo evitando il peggio.

Il racconto. È il suo titolare, Alessandro Soleto, 36 anni, a ricostruire il gesto che ha portato il ragazzo agli onori delle cronache. «Io mi ero allontanato per qualche minuto, stavo andando a prendere l’auto di un cliente da lavare – racconta -, ma quando sono arrivato al distributore ho visto i soccorsi e mi sono spaventato. Più in là c’era Angel con il mento pieno di sangue e diverse ferite, sono riuscito a parlargli per qualche istante prima che lo portassero in ospedale, mentre gli mettevano il collare». «Il ragazzo si è subito accorto che quella che aveva davanti agli occhi era un’emergenza - continua -, il bimbo chiedeva aiuto, era appeso al balcone di una palazzina di tre piani. È salito di istinto sul tetto di un furgone parcheggiato, che avevamo lavato poco prima. Voleva cercare di raggiungere il bimbo e metterlo in salvo ma non ci arrivava. Così si è lanciato dal furgone, ha attutito il colpo ed è riuscito ad afferrarlo al volo ma per il contraccolpo è caduto per terra e si è ferito anche lui».

Un gesto che ha colpito tutti. «Mentre parlo mi emoziono – racconta Soleto -. Sono orgoglioso di questo ragazzo. Ha dimostrato una prontezza incredibile, non oso pensare se non avesse agito in quel modo, o se non si fosse accorto di nulla. È un ragazzo splendido, lavora da me da due anni». Alessandro, invece, quel distributore lo gestisce da quasi dieci anni. Da ore continua a ripensare al momento in cui è arrivato con la sua auto, come fa tutti i giorni, e si è accorto di tutto. «Quando mi ha visto, Angel ha pronunciato queste parole: “Ho visto il bambino volare, mi sono lanciato nel vuoto”. Non so se si è reso conto del gesto che ha compiuto, l’orgoglio arriverà col tempo».

Lodi, il bimbo caduto dal balcone. Angel: l’ho visto precipitare e mi sono lanciato nel vuoto per salvarlo. Pubblicato sabato, 14 settembre 2019 da Corriere.it. Ha il nome di un angelo, Angel Micael, e come un angelo non ha esitato a lanciarsi dal tetto di un furgone per prendere al volo quel piccolo bambino, 4 anni soltanto, che precipitava dal secondo piano di un palazzo. «Non avrei mai potuto lasciarlo cadere senza far niente», racconta con semplicità l’eroe, un ragazzo ventenne argentino. Così ieri mattina a Casalmaiocco, in provincia di Lodi, è stata evitata una tragedia. Tutto è accaduto poco prima delle 9, in un piazzale davanti a una stazione di servizio lungo la provinciale che costeggia il paese. Angel Micael Vargas Fernandez, figlio di un argentino e di una peruviana, da 12 anni in Italia, stava facendo il proprio turno di lavoro nel distributore quando le urla di alcuni clienti hanno richiamato la sua attenzione verso il palazzo che si affaccia sul piazzale. «Ho visto il bambino. Era sulla parte esterna del balcone, al secondo piano, aggrappato alla balaustra, che urlava terrorizzato — racconta ancora scosso Angel Micael —. Insieme a un cliente sono corso sotto il balcone e sono salito sul tetto di un furgone parcheggiato quasi sotto al piccolo che penzolava. Volevo arrampicarmi al primo piano per prenderlo, ma appena sono salito sul tetto del camioncino ho visto le manine che lasciavano la presa e il bambino che cadeva proprio nello spazio tra dove ero io e un’altra auto parcheggiata. E allora mi sono buttato».

Angel Micael è riuscito a prendere al volo il bambino e insieme sono finiti sull’asfalto, con il corpo di Angel che ha attutito la caduta del piccolo, probabilmente salvandogli la vita. Sul posto sono arrivati subito i soccorsi e i carabinieri della stazione di Tavazzano. In un campo vicino è atterrato l’elicottero del 118, il cui intervento però non è stato necessario. Angel e il piccolo sono stati trasportati in ambulanza all’ospedale Maggiore di Lodi. Dopo le prime cure di pronto soccorso, i due si sono rivisti proprio in ospedale. «Ci siamo salutati, ma il piccolo era confuso e molto agitato: si è preso un brutto spavento, come me del resto — aggiunge Angel —. I genitori mi hanno ringraziato tanto. Ma io ho fatto tutto d’istinto: non avrei mai potuto lasciarlo cadere senza tentare di fare qualcosa». Nel volo Angel ha riportato varie contusioni e abrasioni, anche in faccia, ma nessuna frattura. Nel pomeriggio è stato dimesso dall’ospedale di Lodi e ha fatto ritorno a casa. Anche il piccolo sta bene, nonostante i traumi, ma per prudenza è stato trattenuto dai medici, in osservazione. Angel di giorno lavora nella stazione di servizio, mentre la sera studia. Racconta orgogliosa la madre, Sofia: «In ospedale, mentre lo medicavano, voleva solo sapere del bambino, chiedeva come stava. Era sotto choc, poi ha avuto un pianto liberatorio quando ha saputo che il piccolo stava bene. Angel è sempre stato così, non si è mai tirato indietro per aiutare qualcuno. Questa volta però ha fatto proprio una cosa grande». La Procura della Repubblica di Lodi ha aperto un’indagine con l’ipotesi di reato di abbandono di minori. La madre sui social ha scritto: «Io stavo andando al lavoro, a casa era rimasto mio marito e stava cambiando il pannolino all’altro bimbo». I carabinieri della Compagnia di Lodi sono al lavoro per ricostruire la dinamica precisa dell’accaduto e per capire come sia stato possibile che il bambino sia sfuggito al controllo, prima uscendo sul balcone e poi scavalcando il parapetto. E come mai non abbiano sentito le urla terrorizzate del piccolo, sospeso nel vuoto, prima che precipitasse. Per fortuna, tra le braccia di Angel.

Bambino precipita dal balcone, salvato dal benzinaio di fronte casa: lo ha preso al volo. E’ accaduto in provincia di Lodi. A evitare che la caduta del piccolo si concludesse sul selciato è stato un ventenne che lavora in un distributore di carburante. La Repubblica il 14 settembre 2019. Un bambino di 5 anni è precipitato dal secondo piano di una palazzina ma è stato salvato al volo da un ventenne argentino residente da tempo in Italia. E' accaduto nei pressi del distributore di carburante Ip lungo la strada provinciale 159 a Casalmaiocco (Lodi). Il piccolo si trova ora, in condizioni ritenute non gravi, all'ospedale di Vizzolo Predabissi (Milano) per controlli. Si chiama Angel Micael Vargas Fernandez, è di nazionalità argentina e da 12 anni vive in Italia, ha la residenza a Sordio (Lodi), studia informatica ai corsi serali dell'Itis Volta di Lodi e lavora part time dal benzinaio con autolavaggio che si trova nelle vicinanze della palazzina dalla quale è caduto il bimbo. Angel Micael ha visto che il bambino aveva scavalcato il balcone e si trovava all'esterno aggrappato alla balaustra, sospeso nel vuoto mentre urlava di terrore. Il ventenne ha così portato sotto il balcone un furgone Mercedes, che aveva appena lavato, per salirvi sopra per avvicinarsi al piccolo. Poi, però, il bimbo si è spostato e, mentre stava precipitando, Angel Micael si è lanciato dal furgone, lo ha preso in aria ed è finito a terra con lui attenuandone la caduta. Anche il ventenne argentino è stato portato in ospedale e medicato per gli effetti della caduta. Sono in corso accertamenti da parte dei carabinieri di Lodi soprattutto per capire dove fossero, in quel momento, i genitori. "Noi abbiamo un vero e proprio angelo in famiglia. Lo sappiamo da sempre e oggi ne abbiamo avuta un'ulteriore conferma". Lo ha detto Miguel Angel Vargas, il padre di Angel Micael Vargas Fernandez. "Io ho sempre cercato – ha aggiunto - di inculcargli valori cattolici. Siamo molto credenti. Mio figlio Angel ha anche frequentato da piccolo, in Argentina, una scuola cattolica gestita dalle suore. E arrivato in Italia, 12 anni fa, non ha mai dimenticato gli insegnamenti con alla base l'aiuto del prossimo. Se lo chiamano di notte amici o conoscenti che hanno bisogno di aiuto, lui si alza dal letto e va a aiutarli. E' un figlio davvero speciale". La procura di Lodi ha aperto un'inchiesta per l'ipotesi di reato di abbandono di minori. L'iscrizione sul registro degli indagati riguarderà i familiari o il familiare che si riterrà avesse, nel momento in cui è avvenuto l'incidente, l'obbligo di custodia del minore. Stando a testimonianze acquisite, il bambino si sarebbe, infatti, trovato solo nell'appartamento al momento dei fatti. "Sarà fatta - spiega il procuratore della Repubblica di Lodi Domenico Chiaro - anche una segnalazione al tribunale dei minorenni".

Lodi, Angel: «Non sono un eroe». Il prefetto: ci ha insegnato molto. Pubblicato martedì, 17 settembre 2019 su Corriere.it da Francesco Gastaldi. Il giovane che ha salvato il bimbo caduto dal balcone: «Ho giocato con il piccolo in ospedale. Ora spero di diventare cittadino italiano a tutti gli effetti». Il prefetto: «Ha insegnato a tutti qualcosa» La sequenza del salvataggio. «All’inizio Pablo (nome di fantasia, ndr) non mi riconosceva; abbassava lo sguardo, si vedeva che era spaventato. Allora i suoi genitori gli hanno fatto segno di guardarmi: “Pablo, questo è il tuo superman”. E lui mi ha sorriso». Così Angel Micael Vargas Fernandez martedì mattina in prefettura a Lodi ha rievocato il primo incontro in ospedale a Lodi con il piccolo di 4 anni da lui afferrato al volo sabato a Casalmaiocco mentre stava precipitando dal balcone di casa. Il bimbo e il suo eroe si sono incrociati per la prima volta dopo il drammatico salvataggio in corsia in ospedale a Lodi sabato pomeriggio (“Eravamo vicini di stanza”) e poi ancora domenica, quando Angel è stato dimesso e il piccolo trasferito ai piani superiori in pediatria. “Sono andato a salutarlo: se sabato era spaventato, domenica l’ho visto più vispo. Abbiamo giocato e scattato qualche foto insieme. Sorrideva ed era disteso. Davvero non c’è nulla che mi interessi di più che lui stia bene e torni alla sua vita, a casa con i suoi genitori e i fratellini”. Angel Vargas, 20enne di origini peruviane e cittadinanza argentina, in Italia da dieci anni, rifiuta l’etichetta dell’eroe e sogna “di tornare presto alla normalità”. I giorni immediatamente successivi al suo atto di eroismo “sono stati difficili, il telefono non smetteva di squillare un momento: chiudevo una chiamata e subito ne arrivava un’altra”. Il suo ringraziamento va anche a Luigi Fiipponi, il 51enne tavazzanese che era con lui e lo ha aiutato a salvare il piccolo: “Mi ha dato un sostegno psicologico incredibile e quando io e “Pablo” siamo caduti a terra lui è riuscito ad attutire il colpo facendoci ulteriormente da scudo. Lo ringrazio ancora, se non ci fosse stato lui non so come sarebbe finita”. Angel lavora di giorno in un distributore/autolavaggio di Casalmaiocco e di sera studia informatica. Il papà ha già avviato le pratiche per la richiesta di cittadinanza italiana, che potrebbero subire un’accelerata – così spera la famiglia – dopo l’atto di eroismo di Angel. Il quale non chiede trattamenti di favore: “So che ci vuole un po’ di tempo, ma come tanti altri prima di me conto di diventare cittadino italiano a tutti gli effetti”. In prefettura, presentato ed elogiato pubblicamente dal prefetto Marcello Cardona che lo ha ringraziato a nome di tutti regalandogli una copia della costituzione italiana, Angel è arrivato accompagnato da papà Miguel Angel e mamma Sofia Judith. “Siamo orgogliosi di lui – dicono -, in questi giorni abbiamo cercato di infondergli un po’ di serenità perché è ancora molto scombussolato e non si sente un eroe”. “Invece ha fatto una cosa eccezionale – afferma il prefetto – insegnando a tutti noi qualcosa: non puoi compiere un gesto del genere se dentro di te non hai una grande generosità intellettuale”. E rivolto ad Angel gli ha ricordato che “anche quel bambino quando tra qualche anno potrà rendersi conto di quanto successo ti verrà a cercare per dirti di persona grazie”. Tra le autorità erano presenti anche i sindaci Salvatore Iesce di Sordio, dove Angel vive, e Marco Vighi di Casalmaiocco che ha invitato l’eroe alla Festa del ringraziamento dell’11 novembre per consegnargli di persona la benemerenza civica del paese.

·         Trovato morto in auto Peppino Franchini.

Trovato morto in auto Peppino  Franchini, il re dei  market brianzoli. Pubblicato sabato, 13 aprile 2019 da Federico Berni e Marco Mologni su Corriere.it. Aveva convinto gli italiani, soprattutto quelli del nord, ad andare a fare la spesa al supermercato. Uno dei pionieri della grande distribuzione, ai tempi della nascita delle grandi catene di centri commerciali. Peppino Franchini, l’imprenditore che aveva dato vita ai «Supermercati Brianzoli», è stato trovato privo di vita giovedì pomeriggio all’interno della sua automobile, nel parcheggio dell’aeroporto di Malpensa. Aveva 74 anni, ed era di Lentate sul Seveso, in provincia di Monza. Era stata la moglie, con la quale conduceva una vita riservata tra Milano e la Brianza, a mettere in allerta le forze dell’ordine, dal momento che non aveva avuto sue notizie. Gli agenti della Polaria, in servizio allo scalo milanese, lo hanno trovato grazie al gps del suo telefono cellulare. La salma di Franchini è stata messa a disposizione della procura di Busto Arsizio (Varese) che, da quanto emerso, ipotizza si sia trattato di un gesto volontario, forse un’ingestione di farmaci. Un epilogo triste, che stride con il passato dell’uomo, fatto di grandi successi imprenditoriali. La sua è una storia tipica di una piccola impresa a conduzione famigliare che cresce fino a diventare un piccolo impero di 60 supermarket sparsi tra Lombardia, Piemonte, Veneto, con uno «sconfinamento» anche nell’Emilia Romagna delle coop rosse. D’altra parte, Franchini nasce in una famiglia di lavoratori che avevano il fiuto per il commercio. Il capostipite era stato il nonno, Felice Franchini, partito dall’apertura di un mattatoio, a Lentate sul Seveso. Attività che, in pochi anni, si era ingrandita a tre macellerie. Negozi che erano serviti da base per compiere il salto di qualità, negli anni sessanta e settanta. Prima i figli Oreste e Vittorio, che ebbero l’intuizione di aprire il primo supermercato self service in Italia. Poi il passaggio di consegne alla nuova generazione: Peppino, Angelo e Gianfelice. Con loro nasce il marchio verde e arancione «SB», Supermercati Brianzoli, che dai quattro punti vendita lombardi del 1974, cresceranno fino a diventare appunto oltre sessanta. Quell’epoca è un susseguirsi di intuizioni vincenti. È in corso un cambiamento delle abitudini dei consumatori italiani. Sono i tempi dell’Esselunga, dell’altro pioniere del settore Bernardo Caprotti, e, appunto, dei supermercati «Essebi» di Franchini. Le merci e i prodotti sugli scaffali appaiono di continuo con il martellamento pubblicitario sulle televisioni private, che iniziavano a spopolare nelle case di tutto il Paese, con i loro messaggi commerciali. Il marchio appare anche come sponsor di diverse squadre ciclistiche. Nel 1982, i Franchini spostano il quartier generale dell’impresa a Cantù, nel comasco, dove inaugurano un magazzino centrale di oltre 10 mila metri quadrati. All’inizio degli anni novanta, invece nascono altri punti vendita, compreso uno ad Arcore. Al taglio del nastro di quest’ultimo, è presente anche un altro imprenditore lombardo in grande ascesa, Silvio Berlusconi, che l’anno successivo acquisterà tramite Fininvest l’intero gruppo, accorpandolo al marchio Standa. Chi lo ha conosciuto negli anni della grande espansione lo definisce un imprenditore «vecchio stampo», legato alla comunità locale in cui è nato, anche se negli ultimi tempi sembrava vivere un’esistenza più chiusa e riservata. Forse minata da problemi personali che potrebbero averlo condotto a un gesto estremo.

·         Milano patria dello scippo.

Milano patria dello scippo. Prese 17 rom, incinte in 13. Arrivate per il Salone dai campi nomadi di tutta Italia, sono state bloccate in metro dalla polizia, scrive Cristina Bassi, Venerdì 12/04/2019, su Il Giornale. Gruppi di nomadi borseggiatrici, in trasferta in massa a Milano per sfruttare le occasioni offerte dal Salone del mobile. In queste giornate di marciapiedi e mezzi pubblici affollati i predatori di portafogli e borselli hanno gioco facile. Anche la polizia però ha intensificato i controlli, in particolare i servizi di vigilanza a bordo della metropolitana. Gli agenti hanno bloccato ben 17 giovani rom nello stesso momento alla stazione di Amedola Fiera. Avevano appena borseggiato una cittadina cinese. Ben 13 delle ladre individuate erano incinte. Tra le ragazze fermate, una 17enne è stata arrestata. Mentre le due complici, entrambe in stato di gravidanza, sono state denunciate e rilasciate. Le segnalazioni sulla presenza di borseggiatrici nella metropolitana nella giornata di ieri sono cominciate ad arrivare da parte dei passeggeri fin dalle 8. Le nomadi erano talmente tante che hanno dato nell'occhio. Sugli schermi che trasmettono le immagini delle telecamere di sorveglianza sono state viste muoversi a gruppi di 30-40. L'allarme è scattato sulla linea rossa. Le nomadi avvicinavano ripetutamente le persone, spintonandole e derubandole. Quando la Polmetro è intervenuta, le giovani donne avevano appena preso di mira una turista cinese di 36 anni, salita sul treno a Pagano intorno alle 9 con alcune connazionali per scendere poi ad Amendola Fiera. La turista si confondeva nel flusso di visitatori diretti al Salone.

La 36enne è stata circondata da almeno tre donne rom, che l'hanno strattonata. In contemporanea una delle ladre le ha aperto la borsetta, da cui ha preso il portafogli che conteneva circa mille euro. Il gruppo ha poi tentato di correre via, ma la vittima aiutata da un'amica e da una passeggera italiana ha trattenuto una delle nomadi. All'arrivo della polizia il gruppo si è diviso. Tre borseggiatrici sono state bloccate, mentre altre 14 sono state fermate poco dopo nel mezzanino. Di 17 controllate, tutte senza documenti, 13 sono incinte. Provengono da diverse parti d'Italia. Da campi nomadi di Milano e del Milanese, di Torino, perfino da Roma. Una vive in una casa popolare, un'altra in uno stabile abbandonato. La presunta autrice della rapina, una 17enne, è stata arrestata e portata al carcere minorile Beccaria. Due complici, di 32 e 20 anni, in stato di gravidanza, sono state denunciate. Un'altra nomade, una 18enne originaria della Bosnia con molti precedenti, è stata arrestata in un altro episodio dai carabinieri del Nucleo radiomobile, nel mezzanino della metropolitana in stazione Centrale. Aveva tentato di borseggiare un cittadino di Singapore di 27 anni che si trova in città sempre per la Design Week che però si è accorto di tutto bloccando la ladra. La ragazza è stata arrestata per tentato furto aggravato. Le presunte borseggiatrici incinte, denuncia l'assessore regionale alla Sicurezza Riccardo De Corato, «non possono essere arrestate in base ad una circolare emessa il 12 dicembre 2016 dalla Procura della Repubblica di Milano. Dunque le nomadi sanno di avere buona possibilità di farla franca. Nel 2018 a Milano sono state intercettate dalle forze dell'ordine una trentina di latitanti nomadi, l'80 per cento delle quali era appunto in stato di gravidanza per assicurarsi la totale impunità».

Milano, l’assalto delle scippatrici da tutta Italia ai turisti sul metrò. Pubblicato giovedì, 11 aprile 2019 i Federico Berni su Corriere.it. «L’assalto» parte al mattino presto. Le «prede» sono i turisti del Salone del Mobile, generalmente stranieri distratti, con lo sguardo immerso nello smartphone, o nelle mappe della città, e soprattutto con i portafogli gonfi di contanti (in prevalenza asiatici, arabi e russi). Vittime privilegiate delle borseggiatrici partite in questi giorni dai campi nomadi di tutta Italia, e arrivate a frotte a Milano, per colpire nel loro territorio di «caccia» preferito: le stazioni della metropolitana, preferibilmente quelle della linea rossa, da e verso il capolinea Rho-Fiera. Mercoledì mattina, le telecamere installate alla fermata Amendola ne hanno riprese almeno una trentina, ferme alla banchina. I poliziotti ne hanno fermate diciassette, successivamente identificate negli uffici di via Fatebenefratelli. Di queste, tredici erano incinte. Una di loro, una ragazzina di 16 anni, era stata notata al binario opposto, dove aveva appena «alleggerito» una visitatrice cinese di 36 anni dei circa mille euro che custodiva nella borsa. Soldi che la ladra aveva già fatto sparire, passandoli nelle mani di qualche complice, nel frattempo dileguatasi chissà dove. E tutto questo quando erano passate da poco le nove del mattino. Soltanto l’inizio di una lunga giornata di «lavoro», tra furti e borseggi, in cerca di soldi, portafogli, telefonini, gioielli. Colpi messi a segno con tecniche non particolarmente raffinate. Anzi, stando a quanto segnalato da molti passeggeri spaventati (racconti confermati dalle forze dell’ordine), le donne, molte delle quali in avanzato stato di gravidanza, si radunano in gruppi numerosi, prima di separarsi eventualmente in «batterie» da cinque, sei persone. Poi puntano decise verso la folla. Agguerrite, si fanno avanti a spintoni, si pigiano sulle banchine della metro, o sui vagoni affollati, e fanno razzia, accerchiando la vittima di turno, facendosi forti della loro superiorità numerica. Il bottino, come nel caso della turista orientale borseggiata mercoledì mattina, scompare in fretta, trasferito con mano veloce sotto i vestiti di qualche altra criminale, che si separa veloce dal resto del gruppo. Per quell’episodio, la minorenne è stata condotta dagli agenti al carcere minorile, mentre altre due donne di 31 e 20 anni sono state denunciate a piede libero. In qualche caso le vittime si rivelano più attente, come la ventiseienne malese che, alle 21 di mercoledì, alla fermata della metro della Stazione centrale, si è accorta dei movimenti sospetti di una ragazza che le aveva preso il portafogli, riuscendo a bloccarla. Si trattava di una diciottenne bosniaca, arrestata dai carabinieri del Nucleo Radiomobile. Il più delle volte, però, le ladre, scaltre, spregiudicate, e abili, raggiungono il loro scopo, a giudicare dagli stranieri che in questi giorni si presentano per fare denuncia. Dai controlli effettuati sulle nomadi fermate ad Amendola, tutte senza documenti, e per questo condotte negli uffici della Questura per gli accertamenti del caso, è emerso comunque che le stesse provenivano dai campi nomadi dell’hinterland (sopratutto Baranzate di Bollate), da un edificio occupato in zona Lorenteggio, ma anche da Torino, e persino da Roma. A dimostrazione del fatto che la settimana dedicata al mobile e al design, muove anche un altro tipo di indotto, attirando parecchie delinquenti in trasferta, che vanno ad incrementare il numero di quelle già presenti in pianta stabile attorno a Milano. Quello delle ladre bosniache incinta, infatti, è un fenomeno criminale consolidato, con il quale le forze dell’ordine combattono tutto l’anno.

Milano, i quartieri dei rom. Così "assaltano" i turisti. Lambrate, piazzale Cuoco, Cascina Gobba, via Novara e Maciachini: ecco le zone più frequentate dai nomadi, scrive Giovanni Giacalone, Venerdì 12/04/2019, su Il Giornale. Quello a cui hanno dovuto assistere turisti e pendolari del Salone del Mobile nella giornata di giovedì è stato un vero e proprio assalto di borseggiatrici rom sulla linea rossa M1 diretta a Rho Fiera. Un “bollettino” impressionante che pone seri interrogativi sul fatto che a Milano i reati siano in calo. Il resoconto fornito da MilanoToday è più che eloquente: batterie da trenta borseggiatrici arrivate da Roma, dal campo rom di Baranzate, di Bollate e dalle case occupate di via Bolla e Lorenteggio. I primi allarmi sono iniziati ad arrivare alla centrale operativa intorno alle ore 8, per poi susseguirsi nell’arco della mattinata; le segnalazioni riferivano sempre le stesse dinamiche, una quarantina o cinquantina di nomadi sulle banchine, alcune di loro in stato di gravidanza, in attesa di “prede” da borseggiare. Interessanti le dinamiche della rapina subita da una turista cinese, salita sulla metropolitana assieme ad alcuni amici: la donna è stata avvicinata da tre nomadi (una 16 enne, una 19enne e una 31enne, queste ultime due in stato di gravidanza) che hanno iniziato a spingerla e nel frattempo una della banda le ha sfilato dalla borsa il portafoglio con dentro mille euro. Gli agenti accorsi sono riusciti a fermare subito la 16enne mentre le altre due sono state bloccate sull’altra banchina. Numerose le borseggiatrici trovare senza documenti e portate in Questura, tredici di queste incinte. Un vero e proprio "esodo" verso un evento, il Salone del Mobile, ritenuto dalle ladre una miniera d'oro e non a caso sono arrivate persino da Roma e Torino, oltre che dai dintorni di Milano. Emerge così per l’ennesima volta il problema dei campi e degli edifici occupati abusivamente dai rom che si spostano poi in città per derubare chiunque capiti loro a tiro. La presenza di tali borseggiatrici sulle linee della metropolitana milanese è infatti ben nota e costante ma si intensifica durante importanti eventi ospitati nel capoluogo lombardo. Lo scorso 30 marzo Il Giornale aveva pubblicato un servizio fatto dal consigliere regionale Silvia Sardone proprio a Baranzate, in via Grassi 93, un vero e proprio perimetro dell’illegalità. La Sardone spiegava: “I nomadi mi hanno espressamente detto che non hanno la minima intenzione di andare a lavorare, preferendo vivere qui, in mezzo a topi e rifiuti". Bivacchi di nomadi sono poi stati segnalati anche in altre zone della città, come Lambrate, piazzale Cuoco, Cascina Gobba, via Novara e Maciachini. Un problema serio che va risolto, perché il proliferare di aree di illegalità e degrado di quel genere non fanno altro che alimentare quel meccanismo delinquenziale che i cittadini sono costretti a subire quotidianamente. Dunque più che inseguire le ladre in azione, sarebbe forse più efficace intervenire su queste "oasi" del degrado. Tutto ciò non è certo un bel biglietto da visita per Milano.

Milano, ecco la baraccopoli rom vicino all'ospedale Sacco. A Milano esiste una vera e propria baraccopoli a due passi dall’ospedale Sacco dove vivono un centinaio di rom ma anche qualche nordafricano, scrive Franco Grande, Sabato 30/03/2019, su Il Giornale. A Milano esiste una vera e propria baraccopoli a due passi dall’ospedale Sacco dove vivono un centinaio di rom ma anche qualche nordafricano. A documentarlo è stato un sopralluogo effettuato in via Grassi 93 da Silvia Sardone, consigliere regionale e comunale del gruppo misto. "L’aspetto più sconvolgente è la baraccopoli costruita dai rom al confine con l’autostrada A8: almeno una decina di casette in legno, con tanto di serratura e frigoriferi, dove le famiglie con bambini (che non vanno a scuola) al seguito vivono in condizioni igienico-sanitarie raccapriccianti", racconta la Sardone che ha girato lungo questa enorme area abbandonata e piena di eternit. Una distesa di favelas che si protrae lungo tutta l'autostrada e dove ogni famiglia di rom si è fatta suo "mini-appartamento" con tanto di materassi, tavolini da giardino e armadi. Al secondo piano dello stabile abbandonato e ricolmo solo di spazzatura e detriti hanno, invece, trovato riparo i nordafricani. "È inconcepibile – continua Silvia Sardone – che a poca distanza dall’area Expo proliferi un microcosmo del genere dove decine di abusivi fanno quello che vogliono alla luce del sole. In diverse occasioni sono scoppiati incendi causati dagli occupanti intenti a smaltire illegalmente i rifiuti e i residenti delle case vicine sono preoccupati per l’aria che respirano, oltre alla situazione di completa insicurezza che li circonda". "I nomadi mi hanno espressamente detto che non hanno la minima intenzione di andare a lavorare, preferendo vivere qui, in mezzo a topi e rifiuti", aggiunge la consigliera che descrive l'intera zona come "buco nero tollerato dalla giunta Sala", una specie di "città nella città dove regnano degrado e illegalità, ormai i classici marchi di fabbrica della sinistra a Milano”. La Sardone, infine, invita il sindaco Beppe Sala a girare per le periferie come via Grassi che sono "lasciate a marcire in nome di un buonismo nocivo che di fatto premia rom e clandestini a discapito dei cittadini onesti”.

·         Milanesi felici per i Giochi…Poi insultano i maratoneti.

Milanesi felici per i Giochi…Poi insultano i maratoneti, scrive il 6 aprile 2019 Antonio Ruzzo su Il Giornale. Nove milanesi su dieci sono favorevoli alle olimpiadi che Milano potrebbe organizzare con Cortina nel 2026 se le verranno assegnate il 24 di giugno a Losanna. É una piacevole sorpresa scoprire che nel sondaggio del Comitato olimpico internazionale  la città sia entusiasta, non veda l’ora di ospitare un evento sportivo, di applaudire, seguire, partecipare. Siamo tra l’altro molto più felici degli svedesi  di Stoccolma che, alla stessa domanda, hanno dato un gradimento del 55 per cento. Evviva quindi, non c’è partita  con quei “parrucconi” del Nord che evidentemente non hanno cultura sportiva. A «chiacchiere» non ci batte nessuno. A chiacchiere siamo tutti sportivi, ospitali, tolleranti, plaudenti e felici  di esserci. Poi però lo sport arriva davvero in città e allora le cose si complicano: il motto diventa  viva lo sport ma «non nel mio giardino». Milano da questo punto di vista non ha un storia esemplare. Più dei sondaggi parlano i fatti. Anni fa, quando al Parco Sempione arrivò la Coppa del mondo di sci di fondo con tanto di campioni e decine di televisioni collegate, finì in polemica. Con chi si lamentava perchè gli sciatori si erano impossessati del parco, perchè la neve artificiale che l’organizzazione aveva poi lasciato ai milanesi per sciare gratis rovinava le aiuole e perchè non si poteva più portare a passeggio il cane. Idem l’anno scorso per la Formula Uno alla Darsena: troppo rumore, troppo smog, troppo tutto. Del Giro d’Italia meglio non parlare. In Francia, la tappa dei Campi Elisi è tradizione nazionale, un giorno di festa in cui la città si ferma e guai a chi la tocca. Qui da noi  non si vede l’ora che Nibali e compagni tolgano il disturbo per poi sbaraccare tutto nel minor tempo possibile e riprendere a scorrazzare in auto o tornare tranquillamente a far shopping in centro. L’esperienza insegna che bisogna sempre diffidare un po’ dei sondaggi, come degli exit poll in politica, perchè uno poi dice una cosa e ne fa un’altra. Così, tanto per smentire questa maldicenza, quei nove milanesi ( su dieci) che non vedono l’ora che di applaudire i Giochi comincino domattina a farlo.  Domattina si corre la maratona di Milano. La maratona è quanto di più alto un’olimpiade possa esprimere a prescindere dalle stagioni. Un rito magico come succede a New York, a Londra a Parigi. Da noi invece ancora ci si insulta agli incroci. Ecco comincino domattina ad applaudire. Comincino a dimostrare nei fatti che siamo pronti e tutti un po’ più credibili…

·         Roberto Formigoni libero.

Vittorio Feltri, perché Sergio Mattarella deve liberare Roberto Formigoni, scrive il 6 Aprile 2019 su Libero Quotidiano. Non sono una persona nota per l' eccessiva sensibilità. Eppure sono quaranta giorni che fatico a prendere sonno. Per la maggior parte dei colleghi imbrattacarte, che da cronisti si sono trasformati in allegri questurini, sarò, una volta saputa la ragione della mia agitazione notturna, oggetto di scherno, ma non mi importa un fico secco del parere di chi non stimo. Il fatto è che mi viene in mente Roberto Formigoni. Se ne sta in cella, a 72 anni suonati, condannato al massimo dei massimi della pena, per una colpa idiota: quella di essersi tuffato da un natante un paio di volte, oltretutto con uno scadente mutandone. Un esercizio di cui era ammirato specialista Gianni Agnelli, il quale però a differenza dell' ex governatore della Lombardia aveva la riconosciuta finezza di esibirsi con eleganza, i riccioli romanticamente al vento, ignudo e tenendosi il bigolo in mano. Tutto lì? Non ci si crede, tuttavia dietro formule da azzeccagarbugli avvelenati dal moralismo, non scorgo altro. Più rileggo i resoconti del processo, e constato la galleria fotografica che ne fungeva da illustrazione, e più diventa chiaro che si è trattato di un caso tipico non di uno Stato di diritto bensì di uno Stato etico. Dove non si applica la legge sulla base di prove di grassazioni e di arricchimenti indebiti, ma la si trasforma in un cappio ad uso dell' invidia vendicativa di avversari politici e di falsi amici. È noioso per i lettori ripercorrere le accuse e i reati di cui l' ex governatore è stato giudicato colpevole in via definitiva. Repetita iuvant. I magistrati non hanno trovato un soldo nei suoi conti, dopo aver rastrellato la Svizzera e non so quali altri paradisi fiscali. I Tribunali hanno riconosciuto che non c' è stata alcuna circolazione di denaro ciononostante si è ripiegato sulla formula «altra utilità». Hanno perciò misurato in milioni di euro il beneficio di essersi fatto trasportare gratis a prendersi la tintarella su uno yacht di un ricco signore, una pratica consueta peraltro a molti giornalisti, sia pure su panfili in dotazione di compari danarosi di circoli berlinesi. Si sono travestiti da verginelle contro la baldracca unica, il Capro Celeste. Personalmente lo ritengo meritevole di un ritiro in un' abbazia priva di monache per tre mesi. Ma cinque anni e dieci mesi, senza alcuna possibilità di beneficio, cioè pena alternativa, permessi, come un Totò Riina, e per di più sulla base di una legge approvata pochi mesi fa, ma nel suo caso applicata con un balzo a ritroso, sono una forma di tortura ad personam. Formigoni che cosa avrebbe combinato pur di pucciare i piedi nei Caraibi? È stato giudicato e ingabbiato come un criminale per aver assegnato un finanziamento cospicuo ad un ente ospedaliero privato, i cui servizi d' eccellenza erano e sono a disposizione gratuita di ogni cittadino. Quegli stanziamenti, secondo funzionari giudicati innocenti, erano dovuti, così come se ne stabilirono con identico criterio, ad altre decine di istituti pubblici e no. Del resto hanno dato buoni frutti. La rete ospedaliera lombarda, usufruibile da tutti gli italiani, durante gli anni formigoniani ha scalato le classifiche stilate da organismi internazionali, divenendo la migliore d' Europa. Questa verità fattuale non è stata negata dalla sentenza, ma è stata giudicata un «colossale sistema di truffa nella sanità». Sistema? In effetti è stata una scelta collettiva di organi democratici. La giunta aveva votato a favore dello stanziamento incriminato, e pure il consiglio regionale aveva detto di sì. E allora che sistema è se si punisce soltanto Formigoni? La responsabilità è personale, non si colpisce un individuo per la decisione di un organo collettivo, invece per lui, dato che è ritenuto un uomo pio, si è applicato il motto che il Vangelo attribuisce al Sinedrio: è meglio che uno solo paghi per tutti. Mi rendo conto di apparire esagerato e dinanzi allo stuolo di ingiustizie che assiepano la storia dell' umanità, quella di cui è oggetto l' ex governatore della Lombardia risulterà a tanti trascurabile. Eppure questa è una schifezza che accade vicino a me, riguarda una persona a cui non solamente i lombardi devono molto: ha governato la Regione - un' istituzione brevettata al Sud come idrovora di risorse pubbliche - in un gioiello di efficienza. Trattare il buon governo come fosse marciume e corruzione è un capovolgimento della realtà. Mi dicono che l' uomo sopporti con vigore la prova, però visto che la sentenza è irrevocabile, si attenui almeno l' ingiuria. Finora, niente da fare. Gli avvocati hanno chiesto invano gli arresti domiciliari, per via dell' età, e dell' articolo 25 della Costituzione in base al quale «nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso». Il procuratore generale, nel chiedere al Tribunale d' Appello di negare questa pena alternativa, è stato beffardo: di che deve lamentarsi il Celeste? «Ci sono carceri e carceri. C' è chi viene mandato a Opera o a Busto Arsizio, dove le celle sono strettissime. E c' è chi invece viene mandato a Bollate, un carcere cinque stelle, celle aperte tutto il giorno, laboratori di pasticceria, laboratorio di pelletteria, non sembra neanche una prigione». Che goduria, non è vero? Prometto che, finché avrò energie, e saprò picchiare sui tasti con le dita, mi batterò contro tale ingiustizia. Voglio dormire bene la notte. Vittorio Feltri

"Carcere hotel a 5 stelle". Il procuratore umilia il detenuto Formigoni. Negati i domiciliari all'ex governatore. Che agli amici confida: il letto è troppo corto..., scrive Luca Fazzo, Giovedì 28/03/2019, su Il Giornale. Si può dire a un uomo in galera che in realtà non è affatto in galera ma in una specie di albergo di lusso, come se non ci fossero le sbarre, le guardie, e quel portone blindato che per anni non potrà varcare? Ieri a liquidare la prigionia di Roberto Formigoni come una specie di vacanza a spese dello Stato è Antonio Lamanna, il procuratore generale che ha spiccato l'ordine di carcerazione nei suoi confronti, dopo che era divenuta definitiva la condanna a cinque anni e dieci mesi per corruzione. E che ieri davanti alla Corte d'appello ha dovuto difendere la legittimità di quell'arresto, anche se il condannato ha più di settant'anni e avrebbe diritto agli arresti domiciliari. La Manna dice che è tutto regolare, perché la legge «spazzacorrotti» vieta qualunque beneficio carcerario ai condannati per tangenti: e fin qua niente di strano, anche se la difesa sostiene che una legge simile non può essere retroattiva. Ma poi il pg spiega alla Corte d'appello che in realtà Formigoni è in realtà ospite di un resort. «Ci sono carceri e carceri. C'è chi viene mandato a Opera o a Busto Arsizio, dove le celle sono strettissime. E c'è chi invece viene mandato a Bollate, un carcere a cinque stelle, celle aperte tutto il giorno, laboratorio di pasticceria, laboratorio di pelletteria, non sembra neanche un carcere». Invece un carcere Bollate lo è davvero: un carcere avanzato, dove alla privazione di libertà non vengono aggiunte le condizioni di vita umilianti di altre galere. Ma pur sempre una prigione. Ed è lì che dal 22 febbraio l'ex governatore della Lombardia sconta la sua pena, come altri milleduecento detenuti qualunque. Lo sta facendo con dignità, ma convinto di essere vittima di un'ingiustizia. Ieri, nella cella 315 dove vive insieme ad altri due condannati, Formigoni riceve una nuova visita. È Gianmarco Senna, consigliere regionale della Lega. Fa capolino, Formigoni lo riconosce, lo saluta calorosamente. È una costante, per l'ex presidente, il flusso di visitatori: sono parlamentari e consiglieri regionali, che per legge possono entrare nelle carceri. «Ho ricevuto visite di amici - racconta Formigoni a Senna - ma anche di persone che non mi sarei mai aspettato di vedere, e mi ha fatto particolarmente piacere». Nella lunga chiacchierata col leghista, Formigoni si lascia andare ad una sola lamentela: il letto. È corto, troppo corto per un omone di un metro e ottantasei, e sostituirlo con uno un po' più accogliente pare sia difficile. Ma per il resto, il Celeste - come lo chiamavano all'epoca del suo lungo regno sulla Lombardia - snocciola a Senna solo dettagli positivi. Parla del suo rapporto con la polizia penitenziaria, «eccellente». Racconta di come si è sentito accolto dagli altri detenuti, quelli che la seconda sera lo invitarono a una cella collettiva in suo onore, e che cominciano un po' alla volta a essere volti noti, familiari, ognuno con le sue storie. E indica con orgoglio la mole di fogli e di buste sul letto e nell'armadietto. Sono le lettere che gli sono arrivate da quando è entrato in carcere: sono più di mille, ogni giorno dalla matricola gliene arrivano una trentina. «Evidentemente qualcosa di buono ho fatto», sorride Formigoni. «Cerco di rispondere a tutti, uno per uno». La posta, le letture, le tante attività del carcere; ma anche la fiducia che là fuori qualcosa cambi, e che gli si apra la strada per le pene alternative cui è convinto di avere diritto. «Per piacere, fa sapere a tutti là fuori che sono sereno», dice alla fine a Senna. Ma non gli dice di essere in albergo. È in galera.

Formigoni, l'ex Re della Lombardia finisce in carcere. Ecco perché. Corruzione milionaria per i casi Maugeri e San Raffaele e niente pene alternative per la legge "Spazzacorrotti, scrive Panorama il 22 febbraio 2019. Roberto Formigoni è entrato nel carcere di Bollate dopo la condanna per corruzione confermata ieri dalla Cassazione che ha ridotto la pena a 5 anni e 10 mesi. La vicenda giudiziaria contro quello che era il "Re" della Lombardia nasce nel 2010, quando Formigoni viene eletto per la quarta volta consecutiva Governatore della Regione. La legislatura però durerà poco, tramortita da inchieste e scandali giudiziari che colpirono membri della giunta e del consiglio regionale. 

L'inchiesta Maugeri - San Raffaele.

Il 16 aprile 2012 il Corriere della Sera scrive che uno dei fiduciari svizzeri di Pierangelo Daccò, amico di Formigoni e uomo vicino a Comunione e Liberazione, è stato arrestato per aver creato milioni di fondi neri nello scandalo dell'Ospedale San Raffaele e aver distratto dal patrimonio della Fondazione Maugeri circa 70 milioni di euro sotto forma di consulenze e appalti fittizi. Inoltre avrebbe pagato viaggi aerei compiuti dallo stesso Governatore, da un suo collaboratore, a dal fratello di Formigoni e sua moglie. Tra questi benefici, un viaggio Milano-Parigi da ottomila euro, avvenuto nel dicembre 2008. 

Il 14 giugno 2012 Roberto Formigoni viene iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di corruzione e finanziamento illecito dei partiti per il caso della Fondazione Maugeri e del San Raffaele. Secondo i magistrati milanesi Daccò grazie all'amicizia con Formigoni e attraverso anche i presunti "benefit" riusciva ad ottenere fondi e delibere a lui favorevoli. Si indaga anche su un versamento da 500 mila euro da parte di un'azienda sanitaria privata e che sarebbe stato utilizzato da Formigoni per la campagna elettorale del 2010.

A luglio arriva la conferma dalla Procura di Milano: Formigoni è indagato e con lui Daccò, Antonio Simone, Umberto Maugeri e Costantino Passerino.

Nell'ottobre 2012 Daccò viene condannato a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere, bancarotta e altri reati nell'inchiesta sul dissesto dell'ospedale San Raffaele.

Febbraio 2013. La Procura di Milano fa sapere che i capi d'accusa contro Formigoni sono aumentati e si sono aggravati. Adesso viene contestata anche il reato di associazione a delinquere.

2016, comincia il processo di primo grado. La Procura nelle carte definisce Formigoni "capo di un gruppo criminale responsabile di un sistema di corruzione durato 10 anni e che avrebbe sperperato circa 70 milioni di denaro pubblico". Formigoni contesta ogni accusa. Il processo si chiude con la condanna a 6 anni di reclusione e di interdizione dai pubblici uffici.

2018. La Corte dei Conti stabilisce il sequestro dei beni di Formigoni per un valore di 5 milioni di euro.

Nel settembre 2018 si arriva alla sentenza nel processo di appello: Formigoni viene condannato a 7 anni e 6 mesi di carcere. L'ex Governatore annuncia ricorso in Cassazione.

21 febbraio 2019. La Cassazione mette la parola fine al processo. Formigoni viene condannato a 5 anni e 10 mesi. Pur avendo 71 anni non godrà dei benefici previsti dalla legge ma andrà in carcere a causa della cosiddetta legge "Spazzacorrotti" che colpisce i condannati per reati contro la pubblica amministrazione.

Accusa e difesa: Formigoni al redde rationem. Oggi la Cassazione dovrà decidere se confermare la condanna a 7 anni e sei mesi di carcere per l'ex Governatore della Lombardia, scrive Maurizio Tortorella il 20 febbraio 2019 su Panorama. Al “redde rationem” manca poco. Oggi, davanti alla quarta sezione penale della Cassazione, inizia il “processo finale” contro Roberto Formigoni. Condannato in secondo grado a sette anni e sei mesi di reclusione per la presunta corruzione sugli investimenti sanitari della Regione Lombardia, l’ex governatore si prepara alla battaglia affiancando il penalista Franco Coppi al suo storico difensore, Luigi Stortoni. Il collegio difensivo sta preparando le ultime carte. Dovrà dimostrare l’incongruenza delle accuse che lo scorso settembre avevano portato la Corte d’appello di Milano addirittura ad aggravare la pena (in primo grado, nel dicembre 2016, Formigoni era stato condannato a sei anni), ritenendo l’ex presidente della Lombardia colpevole di avere garantito dal 2001 alla Fondazione Maugeri e all’ospedale San Raffaele una serie di provvedimenti che hanno fatto ottenere alle due strutture ricchi rimborsi e finanziamenti: circa 200 milioni soltanto alla clinica Maugeri. In Cambio, Formigoni dal 2006 avrebbe “goduto di utilità per un valore di almeno sei milioni di euro”, sotto forma di vacanze e viaggi offertigli dall’imprenditore Pierangelo Daccò, e da Antonio Simone, ex assessore regionale alla Sanità. I difensori dovranno dimostrare che di tutto questo castello d’accuse non esistano le prove. Logicamente potranno fare forza su un concetto lampante: se è vero che tra 2001 e 2006 le società presunte corruttrici consegnano a Daccò e Simone circa 25 milioni di euro per corrompere i funzionari regionali e lo stesso presidente della Lombardia, come mai fino al 2006 nulla viene effettivamente speso per Formigoni? Intervistato in novembre da Panorama, l’ex presidente aveva rivendicato due fatti incontrovertibili: non esiste alcun documento né alcuna testimonianza diretta che provino passaggi di denaro da Daccò e Simone, e non esiste un solo atto amministrativo tra quelli contestati dall’accusa che porti la sua firma. All’inizio del processo, del resto, i pubblici ministeri sostenevano che contro l’imputato fossero puntate “41 pistole fumanti”, cioè le 41 delibere della Regione Lombardia che, a dire degli stessi pm, avevano avvantaggiato la clinica Maugeri e il San Raffaele. Ma poi s’è scoperto che quelle delibere erano tutte collegiali e corrette, e così di quelle “41 pistole” nessuno ha più parlato. Da quel punto in poi, l’accusa ha fatto invece valere il concetto di una “protezione globale” che, con il suo potente ruolo di governatore, Formigoni avrebbe garantito a chi lo corrompeva. Ma i difensori insistono sul punto: tutte le delibere e le norme regionali contestate dall’accusa sono atti della giunta regionale, e quindi sono frutto della decisione non di Formigoni, ma di una collegialità formata da 17 persone. Anzi, più di una volta i provvedimenti vengono modificati, e in certi casi Formigoni deve adeguarsi al volere prevalente della giunta. Per di più, i due potenziali complici di Formigoni nell’attività di predisposizione delle delibere di giunta presumibilmente viziate da favoritismo, e cioè Nicola Sanese, segretario generale della Regione, e Carlo Lucchina, direttore generale della sanità, sono stati assolti definitivamente e con formula piena dall’accusa di concorso in corruzione. In altri casi, le norme contestate sono state approvate non dalla giunta, ma addirittura dal consiglio regionale: la legge che nel dicembre 2007 investì 3 miliardi di euro per il miglioramento degli ospedali (all’85% pubblici e al 15% privati), per esempio, era stata votata in massa anche dalle opposizioni di sinistra. Agli atti ci sono i verbali che certificano il voto favorevole dei consiglieri del Pd: 78 a favore su 80, con un solo contrario e un astenuto. Possibile che Formigoni riuscisse a condizionare anche i suoi avversari politici? Inoltre, se davvero ci fossero stati specifici favoritismi, perché nessun ospedale concorrente ha mai cercato di contrastare i presunti “regali” presentando un ricorso al Tar? Uno dei punti più controversi riguarda infine la prova che l’accusa ha utilizzato per dimostrare che Formigoni abbia attinto per anni a fondi non suoi. I pubblici ministeri hanno mostrato le carte bancarie dalle quali emerge che Formigoni, in alcuni anni, non ha praticamente usato i suoi conti correnti: questa sarebbe la dimostrazione del fatto che, evidentemente, l’ex presidente trovava altrove il denaro da usare per le sue spese quotidiane. Ma Formigoni si è difeso ricordando le caratteristiche organizzative della sua vita nella comunità religiosa dei “Memores domini”: all’interno della comunità, a inizio d’anno, ogni membro consegna la sua cifra pro-quota a un amministratore comune. È soltanto per questo se dai conti correnti dell’ex governatore non compaiono spese ricorrenti, né uscite quotidiane. E del resto anche Ernesto Carile, il colonnello della Guardia di finanza alla guida degli inquirenti della polizia giudiziaria, ha ammesso in udienza che per l’amministrazione della casa dai conti di Formigoni sono usciti “più o meno 500mila euro in dieci anni”. Quindi la sua quota di bollette, spese condominiali, pulizie, acquisti alimentari e di ogni genere. Ora la partita sta per riaprirsi, per la terza volta. Ma in questo caso la parola passa ai supremi giudici della Cassazione. Formigoni ha sempre detto di sperare molto “che ci sia un giudice a Roma”. Per saperlo, non dovrà attendere molto.

Roberto Formigoni è in carcere a Bollate: l'ex governatore si è costituito dopo la conferma della condanna. Ieri sera la conferma della Cassazione per l'accusa di corruzione nell'inchiesta Maugeri. I legali di Formigoni chiedono i domiciliari: "Ha più di 70 anni e la “Spazzacorrotti” non ha valore retroattivo", scrive Luca De Vito il 22 febbraio 2019 su La Repubblica. L'ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni è arrivato in carcere a Bollate, dopo la conferma in Cassazione - ieri sera - della condanna per corruzione a 5 anni e 10 mesi (dai 7 e mezzo iniziali). Il sostituto procuratore generale di Milano Antonio Lamanna ha firmato alle 9.30 di questa mattina l'ordine di esecuzione della pena per l'ex governatore e ad eseguire il provvedimento sono stati delegati i Carabinieri: ma nel frattempo, eludendo giornalisti e fotografi appostati sotto casa sua, Formigoni si è costituito spontaneamente a Bollate. Gli avvocati Mario Brusa e Luigi Stortoni hanno presentato questa mattina una istanza di sospensione dell'ordine di esecuzione, chiedendo quindi - come ci si aspettava - che la pena venga scontata ai domiciliari. Perché, sostengono, Formigoni ne avrebbe diritto in quanto ultra 70enne (ha 72 anni) e anche perché la “Spazzacorrotti” appena introdotta dal nuovo governo non si applicherebbe a questa sentenza in quanto legge posteriore ai fatti oggetto del processo. Il sostituto pg Lamanna, per adesso, ha inviato l'istanza dei difensori di Formigoni alla Corte d'Appello, che dovrà decidere, allegando però il suo parere negativo. L'istanza, quindi, non ferma l'ordine di carcerazione, ma verrà valutata successivamente.

Roberto Formigoni si è consegnato in carcere a Bollate, prima l'ultima sorpresa: come frega i giornalisti, scrive il 22 Febbraio 2019 Libero Quotidiano. Dopo la condanna in Cassazione a 5 anni e 10 mesi, Roberto Formigoni si è consegnato in carcere. Di sua volontà. L'ex governatore, però, ha riservato l'ultima sorpresa: è riuscito ad eludere giornalisti e fotografi assiepati sotto casa sua. Ne attendevano l'uscita, ma non è stato visto da nessuno. Eppure si è appreso che Formigoni si è costituito al carcere di Bollate. Il sostituto procuratore generale di Milano Antonio Lamanna ha firmato alle 9.30 di questa mattina, venerdì 22 febbraio, l'ordine di esecuzione della pena per l'ex governatore e ad eseguire il provvedimento erano stati delegati i Carabinieri, i quali però non hanno avuto bisogno di entrare in azione. Nel frattempo, gli avvocati del Celeste provano a giocarsi la carta dei domiciliari. I legali Mario Brusa e Luigi Stortoni hanno infatti presentato un'istanza di sospensione dell'ordine di esecuzione, chiedendo quindi - ed era attesto - che la pena venga scontata ai domiciliari. Perché, sostengono gli avvocati, l'ex governatore della Lombardia ne avrebbe diritto in quanto ultra 70enne (ha 72 anni) e anche perché la cosiddetta legge "Spazzacorrotti" appena introdotta dal nuovo governo non si applicherebbe a questa sentenza in quanto legge posteriore ai fatti oggetto del processo. Il sostituto pg Lamanna, si apprende, ha inviato l'istanza dei difensori di Formigoni alla Corte d'Appello, seppur corredata da un parere negativo. L'istanza verrà valutata successivamente alla carcerazione.

Formigoni in galera, è battaglia sui benefici. Polemica sulla retroattivà della nuova legge sull’anticorruzione, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 23 Febbraio 2019su Il Dubbio. E alla fine Roberto Formigoni entrò in carcere. Da solo, senza attendere la notifica da parte dei carabinieri dell’ordine di esecuzione della pena. L’ingresso all’istituto penitenziario di Bollate, alle porte di Milano, è avvenuto ieri mattina. Numerosi erano i giornalisti ad attendere l’ex presidente della Regione Lombardia, condannato in via definitiva a cinque anni e dieci mesi nel processo sulle fondazioni Maugeri e San Raffaele. Secondo i giudici, il Pirellone avrebbe modificato la legge sul no profit e riconosciuto fondi per le funzioni non tariffabili, per favorire la Maugeri e il San Raffaele con rimborsi pubblici. In cambio, a Roberto Formigoni sarebbero state concesse varie utilità, come viaggi in posti esotici o soggiorni in alberghi di lusso. L’ex presidente della Regione Lombardia “paga” dunque per tutti. I dirigenti che hanno materialmente redatto le delibere, frutto degli asseriti accordi corruttivi, erano stati infatti assolti già in primo grado. Mai indagati, poi, i consiglieri regionali e i componenti della sua Giunta che avevano votato negli anni i provvedimenti prezzo della corruzione. Ma tant’è. L’ordine di esecuzione della pena era stato firmato dal sostituto procuratore generale di Milano Antonio Lamanna. Gli avvocati di Formigoni, Mario Brusa e Luigi Stortoni, hanno però presentato già ieri mattina istanza per la sua sospensione, chiedendo per il proprio assistito i domiciliari. Due i motivi alla base dell’istanza: il primo anagrafico, in quanto Formigoni è ultra 70enne (compirà 72 anni fra qualche giorno); il secondo perché le nuove disposizioni anti corruzione appena introdotte dal Governo non si applicherebbero a questa sentenza in quanto legge posteriore ai fatti oggetto del processo. La legge “Spazzacorrotti”, come noto, ha inserito i reati contro la PA nell’art. 4 bis dell’Ordinamento penitenziario. Cioè fra i reati, come quelli per mafia e terrorismo, ostativi a tutti i benefici penitenziari, tranne la liberazione anticipata. Lamanna, ricevuta l’istanza dei difensori di Formigoni, ha trasmetto le carte, allegando il proprio parere negativo, alla quarta sezione penale della Corte d’Appello, la stessa che condannò Formigoni in questo processo a sette anni e mezzo, per la decisione. Che si prevede avverrà in tempi rapidi. Secondo la tesi prevalente, le norme sull’esecuzione della pena introdotte dallo “Spazzacorrotti” riguardano il diritto processuale e non il diritto sostanziale. Altrimenti non sarebbe stato possibile una riforma in “pejus”. La riforma sta facendo già molto discutere su questo punto. Per quanto attiene l’esecuzione della pena, invece, sarà il giudice Gaetano La Rocca del Tribunale di sorveglianza del capoluogo lombardo ad occuparsi del detenuto Formigoni. La Rocca, prima di andare in Sorveglianza, era presidente del collegio che ha condannato Formigoni in primo grado a sei anni. Da quanto si apprende, il ruolo di magistrato di Sorveglianza non sarebbe però incompatibile con il ‘ suo’ condannato da giudice. In questa grande “confusione” giudiziaria non è da escludersi che venga sollevato un conflitto davanti alla Corte costituzionale. Lo “Spazzacorrotti” potrebbe essere messo in discussione per aver violato il principio della ragionevolezza della previsione. In caso fosse, sarebbe però alquanto difficile avere una risposta in tempi rapidi. Alla Consulta occorrono molti mesi solo per la fissazione dell’udienza. A favore dello Spazzacorrotti ci sarebbe, comunque, l’autonomia del legislatore in tema di esecuzione della pena. Al momento, quindi, l’unica strada che potrebbe portare Formigoni “fuori” dal carcere è l’incompatibilità per motivi di salute. Una strada che chi conosce bene l’ex presidente della Regione Lombardia sa bene non verrà mai percorsa.

Formigoni e gli eccessi della legge Spazza-Corrotti. Un giudice di Como trasferisce un condannato dal carcere ai domiciliari, negando la retroattività della norma. Ora potrebbe toccare all’ex governatore, scrive Maurizio Tortorella il 10 marzo 2019 su Panorama. Dallo scorso 22 febbraio l’ingresso di Roberto Formigoni nel carcere milanese di Opera, a causa della sua condanna definitiva per corruzione, ha giustamente riacceso il dibattito sugli eccessi e sulle forzature introdotte nel nostro ordinamento dalla legge che i grillini hanno ribattezzato "Spazza-corrotti". Com’è noto, pur avendo 72 anni, l’ex presidente della Regione Lombardia non ha potuto andare agli arresti domiciliari (come avrebbe potuto sino a poche settimane fa) proprio perché la legge, stabilendo un’inedita equiparazione tra i delitti contro la Pubblica amministrazione e i reati di criminalità organizzata, ha precluso ai condannati per corruzione l'accesso ai benefici penitenziari. In molti, ancor prima che la norma si applicasse al caso di Formigoni, ne avevano criticato la logica. Perché la Spazza-corrotti (entrata in vigore il 9 gennaio 2019, e intitolata "Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici") è in realtà una norma-bandiera voluta dal Movimento 5 stelle e dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. E in nome del più brutale “populismo giudiziario” ha escluso per i reati contro la Pubblica amministrazione sia l’affidamento in prova ai servizi sociali, sia la possibilità di scontare la pena agli arresti domiciliari: per ogni reato di peculato e corruzione, insomma, oggi c’è soltanto il carcere, con l’ingresso immediato del condannato in una struttura detentiva. Ma è sempre più evidente che la Spazza-corrotti presenta profili gravemente anticostituzionali. La legge, infatti, non prevede norme transitorie, quindi è stata già applicata retroattivamente in svariati casi. E anche in quello di Formigoni, che il 21 febbraio è stato condannato a 5 anni e mezzo di reclusione dalla Cassazione per reati che avrebbe commesso al più tardi entro il 2011. Ma ora anche l’ex presidente della Regione Lombardia può forse cominciare a sperare. Perché ieri un giudice di Como, per la prima volta, ha escluso l’applicazione retroattiva della legge e ha sospeso un ordine di carcerazione: ha ordinato così al pubblico ministero di mettere ai domiciliari un avvocato che era stato condannato a 4 anni di reclusione per peculato. E non sembra lontano il momento in cui un giudice finalmente chiederà alla Corte costituzionale si pronunciarsi sulla “Spazza-corrotti”. Non soltanto sull’aspetto, gravissimo in sé, della sua retroattività. Ma anche su quello del suo equilibrio giuridico. Perché la norma ha illogicamente posto un peculato anche del valore di poche migliaia di euro, o una corruzione per una modestissima utilità, sullo stesso identico piano della “presunzione di pericolosità” che in passato era prevista esclusivamente per i condannati per i ben più gravi reati di mafia e di criminalità organizzata, ma anche di terrorismo e strage. Ma questa decisione del legislatore, ed è questo il cuore del problema, sembra contrastare con i principi costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza, e soprattutto con l’articolo 27 della Costituzione in base al quale ogni pena dovrebbe “tendere alla rieducazione del condannato”. Al contrario, stabilendo un'ingiustificata preclusione all'accesso alle misure non detentive, cioè quelle più tese a favorire la finalità rieducativa della pena, ed equiparando in modo illogico la pericolosità dei condannati per corruzione ai condannati per reati di mafia, la Spazza-corrotti sembra violare in più parti il dettato costituzionale. Del resto, nel 2010 è stata la stessa la Consulta a ricordare (con la sentenza numero 265) che "le presunzioni legali, specie quando limitano un diritto fondamentale della persona, violano il principio di uguaglianza se sono arbitrarie o irrazionali, cioè se non rispondono a dati di esperienza generalizzati”.

Formigoni dopo la prima notte in carcere a Bollate: "E' sereno e combattivo". L'ex governatore, da ieri detenuto dopo la condanna definitiva per corruzione, ha incontrato gli operatori del carcere. Messaggio a familiari e amici: "Siate forti". Con lui in cella il coimputato Passerino, il reparto è lo stesso di Stasi e Boettcher, scrive il 23 febbraio 2019 La Repubblica. "Voglio che sappiano che devono essere forti": il messaggio arriva dall'ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni, da ieri detenuto nel carcere di Bollate, ed è rivolto ai suoi amici, familiari e sostenitori che - dopo la conferma della Cassazione della condanna definitiva per corruzione a 5 anni e 10 mesi - stanno scrivendo messaggi di solidarietà e protesta per la decisione di mandare in carcere Formigoni. L'ex governatore è stato destinato a una cella che divide con altri due detenuti con pena definitiva (entrambi italiani) nel I reparto della casa circondariale, un'ala dove si trovano generalmente persone dai 50 anni in su, un ambiente definito come un luogo tranquillo, dove le celle sono aperte dalle 8 alle 20 e dove c'è libertà di spostamento non solo sul proprio piano, ma in tutta la palazzina di competenza. Nello stesso reparto sono detenuti anche Alberto Stasi, condannato per l'omicidio di Chiara Poggi, e Alexander Boettcher, condannato per le aggressioni con l'acido. In cella, però, Formigoni sarebbe con un suo coimputato: Costantino Passerino, l'ex direttore amministrativo della clinica Maugeri, che si è visto rigettare il ricorso e confermare dalla Cassazione la pena di 7 anni e 7 mesi inflitta in appello. Le sue prime parole dal carcere arrivano dopo la giornata di ingresso, iniziata alle 10 di ieri, quando Formigoni si è presentato spontaneamente a Bollate, mentre i carabinieri erano a casa sua per consegnargli l'ordine di esecuzione della pena firmata dal sostituto procuratore generale di Milano Antonio Lamanna. E chi ha avuto modo di parlare con Formigoni dopo la prima notte in carcere fa sapere che ha trovato l'ex governatore "forte". "Sereno, combattivo" lo definisce anche Mario Brusa, il suo avvocato che gli ha fatto visita questa mattina. "Da parte degli altri detenuti è venuta una grande comprensione - ha spiegato Brusa che l'ha incontrato stamani -: gli chiedono di che cosa ha bisogno, in una realtà in cui mai avrebbe pensato di trovarsi, anche se non appare scosso". Da quanto ha fatto sapere il cappellano di Bollate, Formigoni avrebbe chiesto di partecipare alla messa di domani. L'ex presidente della Lombardia non sarebbe apparso abbattuto. Camicia, maglione con la zip e pantaloni scuri, ha iniziato la mattina incontrando gli operatori del carcere. Assicura di star bene e di non avere problemi. La sua preoccupazione è però per gli altri, per la sua famiglia. E così ripete che "si devono far forza quelli che sono fuori, che sanno tutta la storia: voglio che sappiano che devono essere forti". Proprio questa mattina un lungo applauso per lui è scattato durante l'evento 'Mettere in cantiere la crescita', organizzato da Forza Italia al Palazzo delle Stelline a Milano.  A ricordare l'impegno di Formigoni, che ha militato a lungo in Forza Italia e due giorni fa è stato condannato dalla Cassazione per corruzione a 5 anni di carcere, è stato il consigliere milanese Pietro Tatarella.

Formigoni va a messa. E i compagni in prigione cucinano per lui. Dopo la prima notte nel carcere di Bollate, scrivono Cristina Bassi e Luca Fazzo, Domenica 24/02/2019, su Il Giornale. È sereno, combattivo, pensa al dolore della famiglia. E ha chiesto di poter partecipare alla messa delle 10 di oggi. Roberto Formigoni ha trascorso tranquillamente la prima notte nel carcere di Bollate, dove si è presentato dopo la condanna definitiva a cinque anni e dieci mesi per la corruzione nel caso Maugeri e dove ieri mattina ha incontrato uno dei difensori, Mario Brusa. «Si trova in una realtà in cui mai avrebbe pensato di trovarsi - spiega l'avvocato - anche se non appare scosso. Ha ricevuto grande comprensione e simpatia da parte degli altri detenuti, che gli chiedono di continuo di cosa ha bisogno. Da persona estremamente intelligente qual è, sta trovando il modo di adattarsi all'ambiente in cui si trova». L'accoglienza al nuovo arrivato in carcere è stata buona. La prima cena dell'ex governatore lombardo, quella di venerdì, è stata preparata per lui dai compagni. La cella di Formigoni è la numero 315, condivisa con altri due italiani di mezza età. L'ex senatore ha con sé il rosario e due libri scelti per i primi giorni della sua nuova vita: La banalità del male di Hannah Arendt e un manuale sull'industria 4.0. Il Primo reparto è quello riservato ai detenuti non più giovani o a quelli le cui vicende hanno suscitato particolare clamore mediatico. Nella stessa palazzina di quattro piani, in cui le celle sono aperte dalle 8 alle 20 e si può circolare liberamente su tutti i livelli, si trovano anche Alexander Boettcher, condannato per i delitti con l'acido, Alberto Stasi, a Bollate per l'omicidio di Chiara Poggi, e Costanino Passerino, l'ex manager della clinica Maugeri che deve scontare sette anni e sette mesi per gli stessi fatti contestati al Celeste. Ieri mattina Formigoni ha incontrato gli operatori della casa di reclusione. Al suo legale ha assicurato di stare bene e di non avere problemi. Si preoccupa per i familiari e per chi gli è stato vicino. «Si devono fare forza quelli che sono fuori - ripete -, che sanno tutta la storia. Voglio che sappiano che devono essere forti». L'altro legale dell'ex governatore, Luigi Stortoni, aggiunge: «Il presidente Formigoni sta soffrendo serenamente dopo la sentenza della Cassazione che ha sancito una grande ingiustizia. Ha dimostrato come sempre una grande dignità e un grande coraggio nell'affrontare anche questa situazione». Nelle prossime ore il sostituto pg di Milano Antonio Lamanna inoltrerà il proprio parere negativo all'istanza di sospensione dell'esecuzione della pena e di concessione dei domiciliari avanzata dalla difesa. A decidere sarà la Quarta sezione della Corte d'appello, la stessa che ha inflitto la condanna di secondo grado. Ieri intanto un lungo applauso è stato dedicato dalla sala a Formigoni durante il convegno dal titolo «Mettere in cantiere la crescita» organizzato da Forza Italia al Palazzo delle Stelline.

Roberto Formigoni. Filippo Facci e il trucco con cui negano i domiciliari all'ex governatore, scrive il 23 Febbraio 2019 Filippo Facci su Libero Quotidiano. Il troglodita medio - il grillino, insomma - gioisce perché Roberto Formigoni non andrà in detenzione domiciliare, e questo per ragioni che val la pena di spiegare anche a prescindere dal suo caso. Al suo caso, questo sì, è associata anzitutto una mancata volontà politico-giudiziaria di favorirlo: Formigoni è antipatico a molti e nessuno si dannerà per trovare quel genere di scappatoie che la giustizia è sempre in grado di trovare, se vuole: ma non vuole. Al suo specifico caso, pure, è legato il paradosso che il magistrato di sorveglianza che deciderà sulla detenzione domiciliare di Formigoni è lo stesso giudice che condannò Formigoni in primo grado: si chiama Gaetano La Rocca e ai tempi, dicembre 2016, era presidente della decima sezione penale del tribunale: gli diede 6 anni. Il primo spunto di riflessione, quindi, è che la giustizia italiana, quando vuole, sa essere velocissima, visto che tra il primo grado e la Cassazione sono passati solo due anni e due mesi. Secondo spunto: a quanto pare, e lo dice la legge, un magistrato di sorveglianza può tranquillamente rioccuparsi di un suo condannato. Il terzo spunto di riflessione è legato al fatto che questo giudice, pur non avendo ancora valutato gli atti e avendo tempo per farlo, pare abbia già deciso: ieri l'agenzia Ansa titolava «Pg Milano pronta dire no a domiciliari Formigoni», spiegando che «negli uffici giudiziari si fa notare che il reato di corruzione, in base alle norme della "spazzacorrotti", è ostativo alle misure alternative al carcere». Il che è vero. La mentalità medievale grillina ha recentemente introdotto la corruzione tra i reati che non prevedono la concessione di misure alternative al carcere e altri benefici penitenziari: questo in compagnia di reati di sangue, di mafia, terrorismo, estorsione eccetera. Un' assurdità immotivata se non dalla bassa demagogia di chi seguita a dipingere la corruzione tra i principali problemi del Paese, dato acclaratamente falso. I legali di Formigoni, in tal senso, hanno già cercato di sostenere che la legge «spazzacorrotti» (che appunto ha reso ostativa la corruzione) essendo molto recente non può essere applicata al caso in specie perché è peggiorativa rispetto a quando i fatti-reato sono accaduti: purtroppo la giurisprudenza della Cassazione ha già chiarito che le norme sull' esecuzione della pena sono applicabili a un processo in corso, che nel caso di Formigoni si è appena concluso. Ma sono anche altre le ragioni per cui Formigoni non andrà in detenzione domiciliare, che non va confusa con gli arresti domiciliari che sono una misura cautelare legata alle indagini preliminari. Una ragione è che Formigoni sta benissimo, o così risulta: avere 71 anni, o anche 80 o 90, non rende automaticamente incompatibili con la carcerazione, ma permette solo di presentare un'istanza affinché il tribunale di sorveglianza valuti se le condizioni di salute siano idonee a stare in carcere. Un' altra regola spesso dimenticata è che la detenzione domiciliare non potrebbe essere concessa per più di quattro anni: Formigoni è stato condannato a più di cinque. Insomma, gli spunti di riflessione proseguono e vanno tutti nella direzione di una totale discrezionalità dei magistrati, eventualmente contraddetti soltanto da altri magistrati. La verità, banale, è che la detenzione domiciliare in Italia viene concepita come un premio o un ripiego e non come una soluzione, spesso concessa a chi debba scontare un residuo di pena non superiore a due anni, anche se dal 2012 esiste anche una detenzione domiciliare speciale prevista solo per gli ultimi 18 mesi di pena. In qualche caso c' è il problema che molti il domicilio manco ce l'hanno (per varie ragioni) e neppure parliamo delle concessioni particolari legate alle madri o padri con prole infante. Ma la stiamo mettendo troppo sul tecnico. Quello che stiamo trascurando è che la detenzione domiciliare rappresenta probabilmente il futuro della detenzione, essendo meno costosa - le spese sono a carico del detenuto - e riservando solo a individui realmente pericolosi la costruzione di galere sempre insufficienti e sovraffollate. Ma alla grassa ignoranza grillina non puoi opporre temi di diritto o l'articolo 27 della Costituzione: «Formigoni è solo il primo», tuonava ieri un tronfio Stefano Buffagni, sottosegretario alla presidenza del Consiglio che era tutto contento perché qualcuno andava in galera: «Niente più favori per i colletti bianchi e la politica». Lontani i tempi in cui alcune persone normali, che avevano studiato e che erano addirittura competenti, facevano il ministro della Giustizia - come Paola Severino del governo Monti, o Anna Maria Cancellieri del governo Letta - e proponevano che la detenzione domiciliare potesse essere comminata direttamente dal giudice, senza bisogno di passare in seguito dal tribunale di sorveglianza. Le stesse norme prevedevano la possibilità di non far entrare in carcere chiunque avesse compiuto i 70 anni. Soluzioni futuribili - interrotte assieme alle legislature - a cui gli stati moderni sono mediamente già arrivati, forse perché non hanno dovuto fare i conti col ritorno all' età della pietra che la visione vendicativa e frustrata dei trogloditi grillini sta tornando a imporre. Gioendo, ora, per il carcere imposto a una persona che ha contribuito a rendere la Lombardia una delle ragioni più avanzate d' Europa come loro, i grillini, non riuscirebbero a fare in cento, mille delle loro inutili vite. Filippo Facci

Formigoni in cella. Perché? Perché è un peccatore. All’ex governatore non contestano mazzette ma un tenore di vita eccessivo…, scrive Tiziana Maiolo il 23 Febbraio 2019 su Il Dubbio. In uno Stato liberale il peccatore Roberto Formigoni non sarebbe mai comparso davanti a un giudice in toga. Piuttosto, in quanto credente, avrebbe avuto a che fare con un tribunale non meno severo e con l’inferno di severe penitenze per i suoi comportamenti, con l’aggravante della recidiva. Il personaggio è ingombrante, e ai magistrati non sta simpatico. Perché li tratta con arroganza, non si assoggetta, non si lascia interrogare, sbuffa come un cavallo imbizzarrito contro chi voglia mettergli le redini. Anche le redini della giustizia, del processo, e infine del carcere, cui da ieri è schiacciato, dopo la condanna a cinque anni e dieci mesi. Formigoni in cella. Perché? Perché è un peccatore. La sentenza, oggi definitiva, sancisce che Roberto Formigoni, nei 18 anni in cui è stato presidente (e anche un po’ monarca) della Regione Lombardia, abbia barattato finanziamenti consistenti all’ospedale S. Raffaele e all’Istituto Maugieri non con elargizioni economiche ma con l’offerta di un tenore di vita impensabile per un casto e sobrio “Memores Domini”. Poco importa il fatto che a partire da quegli anni la Lombardia abbia raggiunto i livelli della migliore Europa nell’assistenza sanitaria e che, grazie al sapiente intreccio pubblico- privato creato da Formigoni e la sua squadra, qualunque donna abbia potuto partorire senza spesa anche nella migliore clinica esistente. Poco importa il fatto che ogni delibera non sia stata l’imposizione di un dittatore, ma sia stata sempre approvata sia in giunta che in consiglio. Poco importa di tutto ciò a uno Stato che si arroga il diritto di giudicare i comportamenti. E magari di sovrapporre il reato al peccato, decidendo, come teorizzato dai filosofi politici dello Stato etico Hobbes e Hegel, quale debba essere il comportamento “politicamente edificante”. Se a questo aggiungiamo il fatto che in questa tipologia di società non esiste la divisione dei poteri voluta da Montesquieu (e prima di lui dal liberale John Locke), ne risulta che il giudizio su Roberto Formigoni appare come una decisione “di Stato”. Una pietra tombale sulla sua vita, prima ancora che sui reati per i quali è stato condannato. Certo, alcuni comportamenti di vita del Celeste non sono stati proprio “edificanti” agli occhi dei Grandi Moralisti di Stato. Partiamo dal suo abbigliamento, sempre glamour sgargiante e impeccabile, che lui indossava anche leggermente ondeggiando, quasi si trovasse sul red carpet invece che nei luoghi istituzionali. Inappropriato? Certamente diverso. Va anche aggiunto il fatto che Formigoni usa incedere, più che camminare. E questo lo mette fuori, decisamente. Ma forse quel che più disturba è quella parte un po’ segreta di ognuno di noi che ha a che fare con gli affetti e la sessualità. E’ noto a tutti che l’ex Presidente della Regione Lombardia facesse parte (e con loro vivesse in comunità) del gruppo dei Memores Domini, laici che avevano fatto voto di povertà e di castità. Ma a volte sentimenti e pulsioni ti portano oltre, chiedi il permesso di un passo indietro e ti viene rifiutato. E magari ti ribelli. Esci dal cliché. Ma non ottieni il perdono dello Stato. E così, belle vacanze in luoghi da sogno, crociere su barche lussuose, la possibilità di acquistare una casa in Sardegna da un amico che ti fa un prezzo speciale, l’immagine distorta di un mezzo frate che in realtà se la gode, vive sopra le righe e chissà che altro combina e chissà con chi. Pare poco rilevante quel che ha detto invano in Cassazione il professor Coppi: perché ci sia corruzione occorre dimostrare un concreto nesso di causalità tra un provvedimento (in questo caso finanziamenti a due ospedali privati) e il “compenso” ricevuto, pur se non sotto forma di mazzette ma di tenore di vita. Invece i giudici hanno soppesato e valutato il tenore di vita come se si trattasse di soldi. E giudicato il peccatore come un delinquente. “Troppo Stato conduce alla non libertà”, dice Popper. E il peccatore Formigoni è stato condotto in carcere.

Formigoni, tanto odio tanto onore, scrive Alessandro Sallusti, Sabato 23/02/2019, su Il Giornale. A poche ore dall'aver sottratto a un processo, che per quanto ingiusto avrebbe portato a condanna sicura, il loro ministro degli Interni i grillini esultano per l'arresto di un altro politico, Roberto Formigoni, e se ne attribuiscono pure il merito per via di una recente legge che annulla i benefici ai condannati ultra settantenni. Garantisti e addirittura per l'immunità quando i fatti riguardano se stessi, manettari con tutti gli altri: questi sono i Cinque Stelle che in queste ore stanno offrendo uno spettacolo indegno di una forza di governo. Il fatto non mi sorprende, da tempo sappiamo di che pasta umana e politica è fatta questa gente. Roberto Formigoni è stato condannato in via definitiva a cinque anni di carcere per il reato di «antipatia e arroganza» anche se la storia, come già dimostrano le numerose e trasversali dichiarazioni di queste ore, lo assolverà e sarà ricordato come un grande governatore. Provino i grillini a chiedere al «popolo lombardo» che opinione ha dell'era Formigoni, della qualità degli ospedali, dell'assistenza, delle reti di trasporto e delle infrastrutture in generale che con la «ricetta Formigoni» un mix di pubblico efficiente e privati eccellenti ha fatto decollare la regione verso standard europei. E poi facciano la stessa domanda ai romani e ai torinesi le cui città sono precipitate per l'incapacità e l'insipienza delle sindache Cinque Stelle. Sarebbe un sondaggio assai interessante. D'accordo, Roberto Formigoni non era un mostro di simpatia ma è stato politico di grande talento che ha sempre tenuto i conti pubblici a lui affidati ben in ordine. Chi se ne frega delle sue vacanze in Sardegna ospite di ras della sanità lombarda. È scivolato sull'ego, come tutti i sessantenni ha pensato che una botta di vita non fa male a nessuno ma non per questo deve finire i suoi anni in cella come un criminale comune quando le soluzioni e punizioni potevano essere ben altre se solo si fosse usato equilibrio e buon senso giudiziario. Cosa che sarebbe stata possibile se non fossimo precipitati in un clima politico di caccia alle streghe avvelenato dall'odio e dall'invidia. La politica del «più manette per tutti», ovviamente non per loro e i loro parenti stretti (non c'è solo il padre di Renzi, ballano anche quelli di Di Maio e Di Battista ma ce lo siamo già dimenticati), farà soffrire tante persone ma non porterà da nessuna parte. Tanto odio, tanto onore.

Il caso Formigoni, le parole di Davigo: i dubbi di un garantista. L’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, non dovrebbe stare in carcere, scrive Valter Vecellio il 28 Febbraio 2019 su Il Dubbio. Carissimo Dubbio, chi se non a voi, a questo giornale, “dubbioso” di nome e per costituzione, affidare il mio turbamento e, anche, sgomento?

Il primo. A costo di esser scambiato per un simpatizzante di Roberto Formigoni (non lo sono mai stato); a costo di far credere di avere qualche simpatia per don Luigi Giussani e Comunione e Liberazione (mai avute, anche quando tutti ai meeting di Rimini ci correvano o si dispiacevano per i mancati inviti): ora mi sembra che siano delle grandi carognate, quelle di chi spara addosso a un Formigoni in ginocchio; spesso sono gli stessi che nulla dicevano quando era potente (e prepotente). Vecchia regola, essere forte coi deboli, e debole coi forti. Regola e comportamento ignobili, ripugnanti. Cattivi. Trovo inoltre incivile che Formigoni (e, beninteso, chiunque), a 72 anni sia chiuso in una cella (quale sia la cella), di un carcere (quale sia il carcere). Trovo inconcepibile che un giudice debba impiegare un mese per stabilire se Formigoni può o non può scontare la sua pena in forme diverse dalla detenzione carceraria. Quel Formigoni integralista e intollerante, che faceva falsificare arrogantemente le firme per le liste elettorali, e per questo è stato condannato; quel Formigoni che vedeva come fumo negli occhi Marco Pannella, acerrimo nemico di ogni iniziativa politica dei radicali, dei libertari, degli autentici laici e socialisti liberali; quel Formigoni che ne avrà fatte di tutte e di più. Proprio perché è Formigoni dico quello che dico. Sì, devo proprio confessare che, potessi farlo, andrei a stringere la mano di Formigoni. Oggi, sì.

Secondo motivo di turbamento e di sgomento. Piercamillo Davigo, componente del Consiglio Superiore della Magistratura, rilascia una lunga intervista a La Stampa. Dice che la commissione “incarichi” di cui fa parte, è la più sgradevole: «Chi vince non ti è grato perché convinto di meritarlo, gli altri ti ritengono responsabile della mancata nomina». Conviene scomporre la frase. Se chi vince è convinto di avere i titoli per meritare il posto ambito, perché mai dovrebbe essere grato a Davigo o a chiunque altro? Se lo merita. E perché Davigo o chiunque altro si attende “gratitudine”? Si dice “grazie” per un favore ricevuto. Se non c’è favore ma diritto, perché si deve essere grati? Veniamo agli “altri”: quelli che non hanno vinto; per quale contorto pensiero devono pensare che non è per mancanza di sufficiente titolo e merito, ma per mancato appoggio? Ecco sarebbe necessario approfondire la cosa con qualche ulteriore domanda (e risposta).

L’altro passaggio è quello relativo ai risarcimenti e alle ingiuste detenzioni. Davigo sostiene che in «buona parte non si tratta di innocenti, ma di colpevoli che l’hanno fatta franca». Di per sé, nulla di nuovo: Davigo ha sempre detto che per lui il mondo si divide tra colpevoli e quelli che non sono stati scoperti (per sapere: Davigo, tra queste due categorie, dove si colloca? Oppure si deve pensare che non sia parte dell’umanità?); il farla “franca” accade perché di «norma le prove raccolte nelle indagini non valgono in dibattimento. Ciò allontana il giudice dalla verità. Per non dire dell’Appello, dove buona parte delle assoluzioni dipende dalla difficoltà di conoscere a fondo il processo». A questo punto mi sento di dire (nei paesi dove diritto ha un senso è così): Davigo fornisca le prove a sostegno di accuse così gravi; quali sono gli innocenti che sarebbero colpevoli di averla fatta franca? Ne faccia nomi, cognomi, indirizzi. Quali i processi d’appello celebrati nonostante la difficoltà di conoscere a fondo il processo.

Il ministro della Giustizia: di fronte ad accuse così gravi, circostanziate mosse da un autorevole componente del Csm, promuove almeno un’indagine conoscitiva sul presunto fenomeno? Qualche parlamentare presenta interrogazioni al ministro in questo senso, “semplicemente” per sapere? Mi si perdonerà il “cattivo” pensiero. Ma ogni volta che ascolto o leggo Davigo in automatico il pensiero al presidente della Corte Suprema Riches, immaginato da Leonardo Sciascia ne Il contesto; in particolare, il passaggio dove Riches parla dell’amministrazione della giustizia, un qualcosa simile al mistero della transustanziazione: il pane e il vino che diventano corpo, sangue e anima di Cristo: «Il sacerdote può anche essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dall’ordine, fa sì che ad ogni celebrazione, il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi. Prima il giudice può arrovellarsi, macerarsi, dire a se stesso: non sei degno, sei pieno di miseria, greve di istinti, torbido di pensieri, soggetto a ogni debolezza e a ogni errore; ma nel momento in cui celebra, non più. E tanto meno dopo…». Tutta colpa, conclude, di Voltaire, degli illuministi; in sostanza dei laici. Questa concezione della giustizia/ transustanziazione è il problema, la questione; e s’arriva, come si è arrivati, al punto che si tratta di difendere lo Stato, ma tutti noi, da coloro che lo Stato lo rappresentano; abbiamo uno Stato detenuto, che andrebbe liberato, ma anche solo aprire “semplici” crepe è faticosissimo. Lo si vede, se ne ha pratica, concreta dimostrazione ogni giorno. Davigo- Riches dice cose da far, letteralmente, tremare le vene ai polsi. L’indifferenza con cui queste affermazioni sono accolte, tra gli stessi colleghi di Davigo che dovrebbero essere i primi a insorgere, è ulteriore motivo di preoccupazione.

Il Celeste, figlio prediletto di don Giussani. Il ritratto di Roberto Formigoni di Paolo Delgado del 24 Febbraio 2019 su Il Dubbio.  Li chiamavano "gli extraparlamentari della Dc" (copyright L’Espresso, nel 1975). Era una definizione azzeccata come poche: solo nel clima di quegli anni poteva nascere e crescere con la velocità di una pianta liofilizzata un movimento come quello dal quale proviene l’ex potentissimo oggi sulle porte del carcere. Origini affondate negli anni ‘ 50. Padre fondatore don Luigi Giussani, con una visione molto diversa dalla holding tentacolare nella quale si è trasformata nel corso del tempo la sua creatura. Quando nel 1954 fondò Gioventù Studentesca, inizialmente come articolazione interna dell’Azione cattolica, don Giussani avvertiva «l’urgenza di proclamare la necessità di tornare agli aspetti elementari del cristianesimo, la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali». Il Vaticano storceva un po’ il naso, l’Azione cattolica pure. Destava sospetti l’abbattimento della tradizionale divisione tra maschi e femmine, si sa che in questi casi il peccato è sempre in agguato. Suscitava perplessità la tendenza dei giovani studenteschi a muoversi ‘ sul territorio’, come si direbbe oggi, snobbando le parrocchie. Ma il proselitismo funzionava, il gruppo calamitava giovani e il cardinal Montini, futuro Paolo VI, chiuse entrambi gli occhi: "Non capisco i suoi metodi ma vedo i frutti: vada avanti così". Il dubbio sulla promiscuità si rivelò presto infondato. Al contrario Gioventù studentesca è all’origine di uno tra i principali ‘ scandali’ degli anni ‘ 60, uno di quei fatti di cronaca destinati a segnare un’epoca. Sul giornaletto studentesco del pregiato liceo Parini di Milano, La Zanzara, uscì nel febbraio 1966 un’inchiesta sulla sessualità delle studentesse. GS restò scandalizzata e denunciò «l’offesa recata alla sensibilità e al costume morale comune» e il caso finì in Tribunale, nonché sulle colonne dei giornali di mezzo mondo. I primi accusatori, comunque si smarcarono dalla richiesta di condanna penale, invocata invece dalla Dc. Invano: gli osceni e amorali furono assolti. Il secondo addebito, quello di privilegiare il territorio alla parrocchia, si rivelò invece la carta vincente dei giovani giussaniani. Quando l’onda del ‘ 68 spazzò via gli insediamenti tradizionale, GS, che nel 1969 si era ribattezzata Comunione e Liberazione e nei primi anni ‘ 70 si era affrancata dall’Azione cattolica, era quasi l’unica forma di cattolicesimo movimentista capace di reggere l’urto tra i giovani. Presero botte dai rossi e anche dai neri, qualche volta finirono pure nel mirino dei gruppi armati, ma si radicarono nelle università e poi nelle scuole. Montini, ormai pontefice da parecchio, confermò la benedizione direttamente a Giussani: «Vada avanti così. E’ la strada buona». Mancava solo un passetto per approdare alla politica vera e propria, e a spingere in quella direzione fu un giovanotto che dal 1970, a 23 anni, era anche “Memores Domini”, con tanto di voti di castità, obbedienza e povertà, nel ‘ gruppo’ che nel frattempo si era dotato di strutture e livelli organizzativi avanzati ed efficienti. Già militante nella Dc, Roberto Formigoni da Lecco, fonda nel 1975 il Movimento popolare, che un po’ fiancheggia un po’ si contrappone in alcune tornate elettorali alla Balena bianca. Nel ‘ 78 arriva anche l’approdo nei media con la fondazione del Sabato. Nel 1984 Formigoni è il primo eletto alle elezioni europee nelle liste Dc: 450mila preferenze. Nel 1986 nasce la Compagnia delle Opere, associazione nazionale di aziende e cooperative che dovrebbe costituire la ‘ terza via’ tra statalismo e liberismo. In realtà è lo sbarco in grande stile nel mondo dell’economia. Grande? Grandissimo. La CdO ha 41 sedi in Italia ed è presente in 17 Paesi esteri. Riunisce 34mila imprese e 1000 imprese no- profit. La cooperativa La Cascina, coinvolta in un congruo numero di storiacce, è l’ammiraglia nel mondo delle cooperative bianche. Il fatturato annuo si aggirerebbe intorno ai 70 mld. Una superlobby economica che fa a sua volta parte di una lobby che estende i tentacoli ovunque: tra le gerarchie ecclesiastiche, nel mondo dell’economia e naturalmente in politica. Quando la Dc frana con tempi e modalità che ricordano il repentino crollo del Muro di Berlino il filosofo di riferimento dei Cl, Rocco Buttiglione, si ritrova segretario del partito che ne vorrebbe prendere il posto: il partito popolare. Buttiglione è espressione compiuta della destra cattolica, ma lo affiancano invece esponenti della sinistra Dc, in particolare il potente responsabile dell’organizzazione Franco Marini, ex segretario della Cisl. Buttiglione mira a far risorgere la Dc, con le sue correnti interne capaci di convivere, ma i tempi sono cambiati e il primo a capire che bisogna guardare da un’altra parte, in direzione Arcore, è proprio Formigoni. Quando, dopo pochi mesi, il Ppi si scinde Formigoni è quello che più tira verso Fi e infatti di lì a poco proprio il partito azzurro sostituirà lo scudo crociato come sponda politica di Cl. Tempi che oggi sembrano lontani. Il potentissimo ex governatore se la gioca tra galera e arresti domiciliari. Buttiglione è fuori gioco da anni. Maurizio Lupi, l’altro rappresentante del movimento all’interno di Fi, è deputato ma in un partito in fase di accelerato declino. Per Cl e perla Compagnia delle Opere, oggi, il problema che si pone con massima urgenza è trovare al più presto un nuovo referente politico, e la Lega sta lì apposta.

Marco Travaglio e Vauro, la vergogna indecente su Roberto Formigoni: come lo umiliano in prima sul Fatto, scrive il 23 Febbraio 2019 su Libero Quotidiano. Formigoni in mutande da bagnante davanti al carcere di Bollante. E la scritta: "Glielo spieghi tu che questo è un bagno penale?". Così Vauro ridicolizza in prima pagina sul Fatto Quotidiano l'ex governatore della Lombardia, finito in gattabuia per corruzione. Formigoni deve scontare la condanna a cinque anni e dieci mesi che gli è stata inflitta giovedì dalla Cassazione per la vicenda Maugeri. Ieri si è presentato spontaneamente al penitenziario accompagnato in auto dal suo legale. Vestito con un cappotto scuro, è entrato senza fermarsi dalla porta carraia e si è poi avviato a piedi verso l'ingresso. La difesa di Roberto Formigoni ha depositato una istanza per chiedere la detenzione domiciliare per l'ex governatore lombardo. La richiesta è stata presentata dall'avvocato Mario Brusa, suo storico difensore, al sostituto procuratore generale di Milano Antonio Lamamma. La richiesta si basa soprattutto sull'età anagrafica dell'ex governatore, che ha superato i 70 anni. Per questo, secondo i suoi legali, Formigoni avrebbe il diritto di beneficiare della detenzione domiciliare.

Formigoni: "Andare in carcere? Non ho paura". L'ultima intervista esclusiva di Panorama all'ex Governatore della Lombardia condannato in Cassazione a 5 anni e 10 mesi, scrive Maurizio Tortorella il 21 febbraio 2019 su Panorama. Ha paura? «No, nemmeno un po’. Se mi fermo a pensarci, però, divento pazzo». Roberto Formigoni, 71 anni e per 18 presidente della Lombardia (ma per una vita anche senatore, deputato, europarlamentare) tutto sembra, tranne che pazzo. Eppure, anche dalle carte che gli ingombrano il tavolo, è chiaro che la sua vicenda giudiziaria continua a riempirgli i pensieri, senza sosta. In settembre, la Corte d’appello di Milano l’ha condannato a sette anni e sei mesi di reclusione per le presunte corruttele sulla sanità lombarda. Una condanna confermata in Cassazione, ridotta a 5 anni e 10 mesi. Formigoni ora dovrà scontare la pena nel carcere di Bollate: «Non ne ho paura» conferma lui «e posso dire di non averne mai avuta, anche in situazioni che rischiose erano per davvero. Comunque non mi sono neanche mai sottratto a un processo: ne ho subiti 18, finendo assolto in 16 e prosciolto in due».

Quindi in questi mesi non ha mai pensato di scappare?

«Sa che me l’hanno anche suggerito? Ma no, non c’è verso. Io non scapperei mai».

Lo sa che Piero Calamandrei, il grande giurista che fu anche uno dei padri costituenti, diceva: «Se m’accusano di avere rubato la torre di Pisa, mi do alla latitanza»?

«No, non lo farei mai. Perché so di essere innocente. Perché spero di trovare un giudice a Roma. E perché sono un uomo delle istituzioni. Certo, mi amareggia essere finito in questo processo senza una sola prova contro di me, e sono anche preoccupato per lo Stato di diritto».

E se alla fine dovesse andare male?

«Da uomo, soffrirei la condanna e il carcere come l’ingiustizia finale. Da cattolico, però, accetterei la prova, sia pure con sofferenza e ribellione: so che il Signore può chiederci il sacrificio. Certo, a 71 anni mi sarei augurato di vivere una «terza età» più tranquilla».

Già. Le hanno anche sequestrato la pensione...

«Nel 2014, a dire il vero, mi hanno sequestrato tutto; proprietà, automobile, conti correnti. Mesi fa la Corte dei conti mi ha bloccato anche la pensione. E non si è fermata, come credo accada sempre in questi casi, a un quinto del mio assegno, che è sopra i 4 mila euro: me l’ha preso per intero».

E quindi, oggi, di che cosa vive?

«Faccio consulenze».

Chi la difenderà in Cassazione?

«I miei due avvocati, Mario Brusa e Luigi Stortoni, mi hanno proposto di coinvolgere Franco Coppi, uno dei più grandi cassazionisti d’Italia: il professore ha letto tutte le carte e poi ha accettato la difesa, con grande convinzione. M’è parso un ottimo segnale. Ora abbiamo appena presentato il ricorso. La Corte deciderà la data dell’udienza. Poi...»

Lei dice che non c’è una sola prova contro di lei. Come fa a dirlo?

«Confermo. Non c’è un solo atto contestato dall’accusa che porti la mia firma. All’inizio del processo, i pubblici ministeri dicevano che contro di me c’erano «ben 41 pistole fumanti»: le 41 delibere della Regione che avevano avvantaggiato la clinica Maugeri. Ma poi s’è scoperto che tutte erano corrette».

Lei, però, era il potente presidente della Regione...

«E infatti, cadute le 41 pistole fumanti, è stato fatto valere il concetto di una «protezione globale» che, da governatore, io avrei garantito personalmente a chi mi corrompeva. C’è soltanto un piccolo problema».

Quale?

«Tutte le norme contestate dall’accusa o sono atti della Giunta regionale, e quindi in quel caso frutto della decisione di 17 persone. Oppure sono state approvate dal consiglio regionale: la legge che nel 2006 investì 3 miliardi per il miglioramento degli ospedali, per esempio, era stata votata anche dalle opposizioni. Agli atti ci sono verbali che certificano il voto favorevole dei consiglieri del Pd: 78 a favore su 80, un solo contrario e un astenuto. E io sono l’unico colpevole? E di che cosa, poi? Di un atto politico votato praticamente da tutti?»

Con quei fondi non è stata avvantaggiata soprattutto la sanità privata?

«Questa è una delle accuse che mi fanno impazzire, come quella di avere sottratto soldi ai malati. Quei fondi sono stati usati per migliorare le cure, per nuove attrezzature, per assumere personale. Per questo le opposizioni non avevano potuto fare altro che votare a favore. All’85 per cento, tra l’altro, quei fondi erano andati agli ospedali pubblici, e solo per il 15 ai privati. E sulla base di controlli rigorosi».

E i favori che lei avrebbe ricevuto? L’accusa parla di 6 milioni di euro spesi per lei: vacanze, yacht...

«Ho avuto la colpa di avere amici danarosi.

Dal 1980 Pietro Daccò (l’imprenditore condannato a nove anni, ndr) organizzava le sue vacanze con 30 amici. Invitava anche me. Dov’è il reato? Ripeto, non c’è nulla che il presidente della Lombardia possa decidere o fare, in solitudine. E difatti non c’è un solo atto con la mia firma».

L’accusa ha però sostenuto che lei non abbia quasi usato i suoi conti correnti per anni: non è una prova?

«Già. È stato detto che avrei avuto ogni cosa pagata da altri. Ma è soltanto un’altra falsità, e un’altra sofferenza. Si sa che io vivo in una comunità religiosa (i «Memores domini», ndr): al suo interno, a inizio anno, ognuno consegna la sua cifra pro-quota a un amministratore comune. È per questo che dai miei conti non compaiono spese ricorrenti, o uscite quotidiane».

Dopo la condanna d’appello, tra i suoi amici c’è chi si è allontanato?

«Sì, ma non ne voglio fare i nomi. Sono molto più numerosi, comunque, quanti mi sono rimasti vicini. È anche grazie a loro, e alla mia famiglia, che resisto».

E per strada ha mai avuto problemi?

«Problemi? Intende dire gente che si manifestasse aggressiva? No, per nulla. Mai. Pensi che qualche giorno fa un gruppo di ragazzini sui 16 anni mi ha chiesto di fare un selfie con loro. Buffo: quando ero presidente avranno avuto non più di dieci anni...»

Davvero? Nemmeno una critica?

«Oh, qualche critico si trova sempre. Un giorno, uno passava in bici mi e ha gridato dietro: «Pirla!». Ho incontrato anche alcuni che volevano discutere. In due casi su tre, però, se ne sono andati quasi scusandosi, ogni volta dicendo: «Questo proprio non lo sapevo». È la testimonianza che c’è stato bisogno di distruggermi con falsità mediatiche. Come quella sui 49 milioni che mi avrebbero sequestrato».

Falso anche quello?

«Totalmente. Nel 2014 la Procura aveva ordinato il sequestro, «fino a 49 milioni di euro», nei confronti di tutti gli imputati. Chi più aveva, più si è visto sequestrare. A me non hanno trovato molto. Eppure certi giornali hanno scritto: «Sequestrati 49 milioni a Formigoni». Malgrado tutto, comunque, la strada è con lei... Mi capita molto spesso di essere fermato da persone, soprattutto anziani, che mi dicono: «Quando c’era lei, la sanità funzionava meglio». Anche questo mi fa impazzire».

Che cosa?

«Che abbiano cercato di distruggere non solo la mia immagine, ma anche tutto quello che era stato fatto. Non ci sono riusciti, però: perché la gente, quando ha sperimentato il bene, non dimentica».

Ci sono stati avversari che le hanno manifestato solidarietà, vicinanza?

«Alcuni. Mi ha fatto molto piacere lo abbia fatto un mio predecessore che stimo: Piero Bassetti, uno che di certo non può ascriversi alla mia parte, visto che ha sostenuto tutti gli ultimi candidati di sinistra a sindaco di Milano».

Che spiegazione si dà, per tutto quel che le è accaduto?

«Ho avuto potere. Tra 2010 e 2011 ero il presidente della Lombardia per la quarta volta consecutiva. Ero stato designato come il possibile successore di Silvio Berlusconi alla guida del centrodestra. Avevo fatto riforme positive. Può bastare?»

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 22 febbraio 2019. Si impegnano allo scopo di spedire in carcere Formigoni, condannandolo a una pena esagerata, 5 anni e 10 mesi, che per un uomo di 71 anni è un mezzo ergastolo. Sarebbe troppo quand' anche fosse colpevole, però non ho capito dove stiano le prove della corruzione. Non gli hanno trovato una lira, gli rimproverano qualche giro in barca. Gli hanno imputato l'acquisto di una villa in Sardegna a prezzi di favore, ma chiunque di noi che ha provato a vendere una casa sa che il valore di un immobile è aleatorio, e l'incasso preventivato dai periti è quasi sempre il doppio della realtà di mercato: e a certificarlo sono le aste proprio dei Tribunali. In cambio di un paio di vacanze ai Caraibi, il Formiga avrebbe autorizzato sovvenzioni a cliniche private per l'acquisto di macchinari d' avanguardia. Nessuno ha potuto dimostrare che si sia trattato di un trattamento di favore. L'unica cosa sicura è che con lui la Regione Lombardia, di cui è stato governatore per quasi vent' anni, è diventata non in Italia ma in Europa la terra d' eccellenza della medicina: pubblica e privata non c' è differenza, in quanto ogni cittadino ha acquisito il diritto, grazie alla sua riforma, di scegliersi l'ospedale. Se fosse vivo Umberto Veronesi, confermerebbe. Se ci fosse bisogno di una prova a discolpa, peraltro ormai inutile, essa consiste nell' accanimento e nella voluttà con cui si è stabilito di appioppare proprio a lui, e - a memoria di archivio - solo nel suo caso, il massimo dei massimi di quanto la legge prevede. Non basta. Nel frattempo, quasi ad Formigonum, il Parlamento, su pressione manettara dei grillini, ha stabilito che se il reato è la corruzione (e qui - ripeto - non se ne vede la prova) puoi essere entrato nella terza età, ma niente domiciliari, niente minestra da far sorbire ai vecchietti degli ospizi, esercizio con il cucchiaio in cui si esibì magnificamente Berlusconi. Per Formigoni niente vecchietti ma lucchetti: prigione, gattabuia, gabbio. Ci sono violentatori cui sono stati dati i domiciliari, i ladri romeni che si sono presi una schioppettata all' ennesimo furto hanno patteggiato dieci mesi con la condizionale. Ciononostante se una volta sei stato potente, vale la massima di Mao Tse Tung: bastona il cane che affoga. Lo si era capito da tempo che Formigoni era stato destinato alla galera. Mi era bastato osservare il corredo di fotografie e di filmati che sui giornali e in tivù hanno circostanziato le accuse, suggestionando il tribunale del popolo: il delitto di giacca arancione e di chiappa al vento sulla barca. Pessimi costumi, tali da escluderlo dal club della caccia, ma non crimini per cui includerlo nel circuito penitenziario. Immaginavo pertanto che la Cassazione non si sarebbe discostata dalla linea segnata dal Palazzo di Giustizia di Milano, eppure mi restava un margine di dubbio. Finché ho avuto la certezza assoluta di come sarebbe finita (male) la faccenda. È stato quando la Chiesa, a nome della Madonna, lo ha scaricato alla vigilia della udienza finale. È accaduto che il pro-rettore del Santuario di Caravaggio (provincia di Bergamo, ma diocesi - sottolineo da bergamasco - di Cremona) avendo saputo che privatamente, senza striscioni, un gruppo di amici di Formigoni aveva organizzato di andare a messa nella basilica dedicata a Santa Maria del Fonte, patrona della Lombardia, per chiederle soccorso in vista della sentenza, ha scomunicato l'iniziativa con tanto di comunicato ufficiale. Il senso? Qui si celebrano le Messe per i barconi, non per Formigoni. Che tristezza. Quando il cosiddetto Celeste, col manto della Vergine, era governatore della Lombardia i preti lo incensavano, e a ragione: aveva trovato la strada per sostenere le scuole cattoliche e gli oratori, mostrando come ciò fosse un guadagno perfino per i miscredenti. Probabilmente, se morisse, gli rifiuterebbero il funerale. Per quanto mi riguarda, se me lo lasceranno fare, gli porterò le arance in carcere. Poserei anche una corona di fiori in morte della giustizia. Non lo farò solo perché voglio bene a Formigoni, ma non al punto di condividere l'ora d' aria con lui per vilipendio della magistratura.

Caso Maugeri, via libera al sequestro di pensione e vitalizi di Formigoni: 5 milioni di euro.  Il giudice della Corte dei Conti di Milano: "Gravissimo storno di denari pubblici a fini privati", scrive il 16 agosto 2018 La Repubblica. Per il "gravissimo sistema illecito di storno di denari pubblici a fini privati" che ha trovato "ampi riscontri, oltre ogni ragionevole dubbio" nelle indagini sul caso Maugeri, è stato convalidato il sequestro disposto dalla procura della Corte dei Conti di 5 milioni di euro (compresi vitalizi, pensione, conti correnti e immobili) all'ex governatore lombardo Roberto Formigoni, di 4 milioni a Umberto Maugeri, ex presidente della Fondazione, di 4 milioni all'ex direttore finanziario Costantino Passerino e di 10 milioni a testa al faccendiere Pierangelo Daccò e all'ex assessore regionale Antonio Simone. A dare l'ok è stato il giudice Vito Tenore con un provvedimento depositato la vigilia di Ferragosto e nel quale si accoglie la ricostruzione dei pm Antonino Grasso e Alessandro Napoli, guidati da Salvatore Pilato, che hanno contestato ai principali protagonisti della vicenda giudiziaria un danno erariale di circa 60 milioni di euro e, di conseguenza, hanno firmato provvedimenti cautelari bloccando le quote del presunto profitto realizzate da ciascuno per un totale di 30 milioni. In sede penale per la stessa vicenda che riguarda le tangenti nella sanità, Formigoni è già stato condannato a sei anni in primo grado, il prossimo 19 settembre è attesa la sentenza d'Appello. Quando nel mese di giugno uscì la notizia del sequestro preventivo, l'ex governatore, interpellato dai giornalisti, definì la notizia una fake news: "Nulla posseggo - disse all'epoca - tutto quanto possedevo (poco in realtà) mi è stato già sequestrato da anni, per ordine della magistratura". Come si legge nel provvedimento di convalida del sequestro conservativo milionario, si legge che c'è un "numero poderoso di riscontri probatori" che testimoniano un "danno erariale" dato dai "plurimi fatti corruttivi posti in essere dal 2006 al 2011 dai vertici della fondazione Maugeri (...) nei confronti di Formigoni", tramite Daccò e Simone, "per ottenere, con interferenze nel procedimento decisorio, più rilevanti finanziamenti pubblici regionali (rispetto a quelli dovuti per servizi innegabilmente resi dalla clinica Maugeri come riconosciuto anche in sede penale) e sviando inoltre poderose somme di denari pubblici - prosegue il giudice in un passaggio dell'atto datato 14 agosto - destinati ai fini di rilevante e basilare interesse sociale (cure mediche)". Il giudice, che sposa in pieno la ricostruzione delle sentenze penali, ha ribadito che Formigoni, indicato come "pubblico ufficiale corrotto", avrebbe percepito "rilevantissime utilità, per oltre 5 milioni di euro", in viaggi, vacanze, ristoranti, alberghi, l'uso della villa in Costa Smeralda e così via, in cambio di interventi e atti amministrativi regionali "ispirati a una logica di evidente favoritismo" nei confronti della fondazione con sede a Pavia. Vicende queste che "non sono state plausibilmente smentite dal Formigoni fornendo spiegazioni alternative (...) ai fatti, specie con riguardo alle enormi ed anomale utilità ricevute".

Caso Maugeri, il processo a Roberto Formigoni: le tappe di una vicenda lunga 7 anni. Dai primi passi dell'inchiesta, nel 2012, alla condanna a sette anni e mezzo in Appello per l'ex governatore della Lombardia, scrive il 21 febbraio 2019 La Repubblica. Ecco le tappe della vicenda giudiziaria che ha coinvolto l'ex presidente della Regione Lombardia ed ex senatore di Forza Italia, Roberto Formigoni.

13 aprile 2012. Con l'accusa di avere distratto 56 milioni di euro dalla Fondazione Maugeri di Pavia, vengono arrestati nell'ambito di un'inchiesta della procura di Milano, l'ex assessore alla Sanità lombardo Antonio Simone, il direttore amministrativo del polo sanitario Costantino Passerino, il consulente Gianfranco Mozzali, il commercialista Claudio Massimo e l'uomo d'affari Pierangelo Daccò. Ai domiciliari il presidente della Fondazione, Umberto Maugeri. Le accuse a vario titolo sono riciclaggio, appropriazione indebita, associazione per delinquere, frode fiscale, fatture false. Dagli atti spunta il nome del Presidente della Regione Roberto Formigoni.

14 aprile 2012. Il Celeste, come era stato soprannominato Formigoni, dà mandato ai legali del Pirellone di querelare le testate giornalistiche che "hanno parlato delle vicende legate alla Fondazione Maugeri come di vicende riguardanti la Regione Lombardia".

16 aprile 2012. Vengono pubblicati sulla stampa i verbali in cui Giancarlo Grenci, fiduciario svizzero di Daccò indagato per associazione per delinquere, mette in relazione l'uomo d'affari e Formigoni: "So che erano in rapporti d'amicizia e che risultano pagamenti con carte di credito di viaggi". La replica del governatore lombardo: "Un presidente di Regione conosce tanta gente, nulla di male ad aver passato alcuni di giorni di vacanza con Daccò".

12 giugno 2012. La portavoce di Formigoni precisa che il governatore non è indagato.

16 luglio 2012. La guardia di Finanza sequestra a sei indagati, tra i quali Daccò, uno yacht di 30 metri, mille bottiglie di vini pregiati per un valore di oltre 300mila euro, 34 immobili, auto, moto e quote di società, oltre a 50 conti correnti riconducibili agli indagati. La procura ipotizza l'esistenza di un'associazione a delinquere transnazionale finalizzata a plurimi reati. Emergerebbe l'esistenza di oltre 70 milioni di fondi neri accumulati negli anni e di cui Daccò era il 'tesoriere'.

25 luglio 2012. Il capo della procura di Milano Edmondo Bruti Liberati rende noto con un comunicato che Formigoni è indagato per corruzione aggravata dal carattere transnazionale. Secondo la ricostruzione della procura, Formigoni avrebbe favorito con 15 delibere del Pirellone la Maugeri in cambio di un lungo elenco di "utilità", il cui valore ammonterebbe a 8 milioni e mezzo di euro. "Almeno 4 milioni - rivela un'informativa della Guardia di Finanza - sarebbe lo 'sconto' di cui avrebbero goduto Formigoni e Alberto Perego (ndr Memores Domini convivente del Celeste) cui Daccò ha venduto una villa in Sardegna".

12 febbraio 2013. I pm Laura Pedio, Antonio Pastore e Gaetano Ruta notificano l'avviso di chiusura delle indagini al presidente della Lombardia e ad altre 16 persone tra cui, oltre a Daccò, Simone e agli ex vertici della Maugeri, a Nicola Maria Sanese, segretario generale della Regione e al dg dell'assessorato alla Sanità Carlo Lucchina. Formigoni ironizza: "Pensavo mi accusassero anche di omicidio e di strage e quindi posso dichiararmi soddisfatto. Dov'è la corruzione? Qui la corruzione la gh'è minga. Non è reato essere stato ospite a cena insieme ad altre 50 persone o per qualche weekend".

8 maggio 2013. La procura chiede il rinvio a giudizio per gli indagati. L'accusa per Formigoni è di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione.

27 settembre 2013. La Fondazione Maugeri esce di scena patteggiando davanti al giudice preliminare un risarcimento complessivo di sedici milioni di euro.

15 novembre 2013: 'falsa partenza' per l'udienza preliminare che viene subito rinviata perchè la Corte d'Appello di Milano ha accolto l'istanza di ricusazione del gup Maria Cristina Mannocci (che aveva già giudicato e condannato Daccò per il San Raffaele), presentata dalla difesa di Simone.

17 febbraio 2014. I pm ribadiscono la richiesta di rinvio a giudizio per Formigoni e gli altri indagati. Sulla richiesta deciderà il gup, Paolo Guidi. Nel corso della discussione, il pm Pedio parla di tre flussi di denaro al centro del "sistema" individuato dall'accusa: uno che sarebbe andato dalla Fondazione Maugeri e dal San Raffaele verso l'uomo d'affari Pierangelo Daccò e l'ex assessore al Pirellone Antonio Simone, entrambi imputati; un secondo dagli stessi Daccò e Simone sarebbe consistito in utilità a vantaggio di Formigoni; infine, un terzo sarebbe andato dalla Regione a Maugeri e San Raffaele. Formigoni 'risponde' (fuori dall'aula): "Dov'è la novità? è da qualche anno che i pm di Milano chiedono il mio rinvio a giudizio, ma non sono mai riusciti a dimostrare la mia colpevolezza".

3 marzo 2014. La procura chiede il rinvio a giudizio per Formigoni e altre 12 persone.

10 aprile 2014. Il Tribunale di Milano dispone il sequestro preventivo di tutti i conti di Formigoni motivandolo col recupero dei profitti dai reati contestati al presidente della Regione. Il sequestro ammonta a 49 milioni di euro e comprende una villa che Formigoni vendette nel 2011 a un prezzo ritenuto di favore a un suo coinquilino nella comunità ciellina dei 'Memores Domini'.

16 APRILE 2014. Arrivano le prime pene nell'inchiesta. Paolo Mondia, fiduciario dell'ex direttore centrale della struttura Costantino Passerino, e Gianfranco Parricchi, amministratore di una società, patteggiano davanti al gup Paolo Guidi rispettivamente le pene a un anno e dieci mesi e due anni e quattro mesi.

4 novembre 2014. La Fondazione San Raffaele del Monte Tabor patteggia un milione di euro di sanzione pecuniaria e altri 9 milioni le vengono confiscati come provento del reato di corruzione. E' accusata di avere violato la legge 231 del 2001 sulla responsabilità degli enti per reati commessi dai propri dipendenti.

18 novembre 2015. L'ex presidente della Fondazione, Umberto Maugeri, patteggia 3 anni e 4 mesi dopo aver messo sul piatto un risarcimento ai fini della confisca di 3 milioni e 850mila euro.

15 aprile 2016. La Procura chiede 9 anni di carcere per Formigoni. "E' stata una gravissima corruzione sistemica durata dieci anni che ha assunto le forme dell'associazione a delinquere con importi enormi messi in gioco. Questo processo ha dimostrato quanto la corruzione possa essere devastante per il sistema economico: settanta milioni sono usciti dalle casse dello Stato per essere usati in una serie di benefit, due enti erogatori, San Raffale e Maugeri al collasso, imprenditori che hanno depredato i loro enti. Il modo di operare dei componenti dell'associazione a delinquere è stato un cancro".

16 maggio 2016. Nelle arringhe difensive, i legali di Formigoni sostengono che "è un processo basato sulla persona più che sui fatti, il bilancio della sanità lombarda è l'unico andato in pareggio".

22 dicembre 2016. Formigoni viene condannato dai giudici della X sezione penale di Milano a 6 anni di carcere per corruzione, mentre per i giudici non è provata l'accusa di associazione a delinquere. Quest'ultima, per la difesa, "è un'ottima notizia in vista dell'appello". Nei confronti del 'Celeste' viene disposta anche la confisca di 6,6 milioni di euro. Condannati anche Daccò (9 anni e due mesi) e Simone (8 anni e otto mesi). Cinque le assoluzioni.

20 giugno 2017. Nelle motivazioni alla sentenza, i giudici spiegano che a Formigoni "non possono essere riconosciute le attenuanti generiche non essendo emerso, all'esito del dibattimento, alcun elemento di valutazione positiva dei gravi fatti posti in essere dalla più alta carica della Regione per un lungo periodo, con particolare pervicacia sotto il profilo del dolo, con palese abuso delle sue funzioni".

22 maggio 2018. Durante il processo d'appello, Daccò (2 anni e sette mesi) e Simone (4 anni e otto mesi) patteggiano. Anche Formigoni chiede di patteggiare ma la Procura rigetta l'istanza perchè non ritiene congrua la pena indicata dalla difesa del 'Celeste' a due anni di carcere.

21 giugno 2018. La procura regionale della Corte dei Conti lombarda esegue un sequestro conservativo per un valore di cinque milioni a carico di Formigoni " a garanzia del credito risarcitorio dell'amministrazione regionale, a fronte della commissione di illeciti dolosi".

19 settembre 2018. I giudici della Corte d'Appello alzano la pena a Formigoni a 7 anni e mezzo di carcere. Nelle motivazioni che vengono depositate a ottobre, i giudici ribadiscono la scelta di non concedergli le generiche anche per le altre pendenze giudiziarie che ha in corso. Il riferimento è a un'altra inchiesta sulla sanità che lo vede indagato assieme all'ex consigliere regionale Gianluca Guarischi. Per i giudici, "non basta l'amicizia a spiegare più di 640mila euro per cinque capodanni di cui sarebbe stato beneficiario".

Roberto Formigoni, tutte le inchieste in cui è stato coinvolto. Otto procedimenti penali a partire dal '97 (dal crac di Lombardia Risorse al caso Maugeri): in cinque casi è stato assolto, prosciolto o archiviato, scrive il 21 febbraio 2019 La Repubblica. Sono cominciati nel 1997, con il crac di Lombardia Risorse, i guai giudiziari per Roberto Formigoni. Escluse le due condanne per aver diffamato i Radicali, nei suoi confronti sono stati aperti 8 procedimenti penali. In 5 casi è stato assolto, prosciolto o la sua posizione è stata archiviata.

Crac Lombardia Risorse. Nel 1997 è indagato per bancarotta con altre persone per il fallimento di Lombardia Risorse, controllata dalla Regione. Nel 2001 viene prosciolto dal gup.

Discarica Cerro Maggiore. Nel settembre 2000 riceve un invito a comparire per abuso d'ufficio per irregolarità nella gestione della discarica di Cerro Maggiore. Nel 2005 viene assolto dal Tribunale.

Fondazione Bussoleri Branca. Nel gennaio 2001 è tra gli indagati, solo per abuso di ufficio, nell'indagine sulla fondazione Bussolera Branca. Nell'ottobre 2002 viene assolto con i coimputati in primo grado, sentenza confermata in appello e in Cassazione.

Inchiesta su Pm10 Milano. Il primo dicembre 2009 riceve un avviso di garanzia con Letizia Moratti e altri in un'inchiesta, poi archiviata, sullo sforamento dei limiti di PM10 a Milano.

Discarica Cappella Cantone. Nel 2013 è tra gli indagati per corruzione per il caso della discarica di Cappella Cantone (Cremona). L'accusa viene modificata in induzione indebita e nel 2014 per una imputazione viene prosciolto e per l'altra archiviato.

Inchiesta su presunte tangenti nella sanità. Nel 2013 viene indagato per corruzione e turbativa d'asta per presunte tangenti in cambio di appalti nella sanità lombarda con altre persone tra cui l'ex consigliere regionale Massimo Guarischi. Per questa vicenda è sotto processo davanti al Tribunale di Cremona.

Esondazioni fiume Seveso. E' indagato con altri, tra cui il suo predecessore e alcuni ex sindaci, per disastro colposo. Il fascicolo è ancora aperto.

Maugeri-San Raffaele. Nel giugno 2012 viene indagato per corruzione aggravata dalla transnazionalità con altre persone, tra cui Daccò e Simone per il caso Maugeri. Per la Procura ha "svenduto la sua funzione" in cambio di utilità come viaggi, vacanze e cene. Stessa ipotesi per il filone sul San Raffaele. Nel febbraio 2013 con i coimputati viene accusato di associazione per delinquere. Nel dicembre 2016 viene condannato a 6 anni per corruzione, assolto per l'associazione. Lo scorso settembre in appello la pena aumenta a 7 anni e mezzo. La Corte dei Conti ha disposto il sequestro di 5 milioni. 

Ascesa e declino del Celeste tra lusso, figuracce e inchieste. Sino al 2012 sembrava un re intoccabile. A tradirlo è stata la sete di potere, ostentata con ristoranti stellati, vacanze e yacht, scrive Luca Fazzo, Venerdì 22/02/2019 su Il Giornale. Già nel 2012 per cogliere gli scricchiolii della lunga era di Roberto Formigoni non serviva annusare l'aria nei corridoi della Procura. Bastava fargli visita nel suo ufficio all'ultimo piano del Pirellone-bis, il nuovo grattacielo della Regione Lombardia. Era in quella stanza sterminata, nel punto più alto della città, che l'ego da Nabucco del Celeste manifestava il suo straripamento. L'orgoglio (legittimo) per i successi politici e amministrativi trasmutava in mania di grandezza: ed inevitabilmente, passo dopo passo, nella perdita di contatto con la realtà. È lì, ben prima che nei processi, che entra in crisi il sistema di potere formigoniano. Tutto quello che accade dopo, e che viene crudamente alla luce, si spiega solo con la perdita della percezione non tanto di ciò che è illegale quanto di ciò che è semplicemente immorale o inopportuno. E che Carla Vites, amica di una vita e moglie del suo coimputato Antonio Simone, descriverà spietatamente: i vizi di «Robertino», dai ristoranti stellati di Milano «ai locali a la page della Costa Smeralda dove il nostro Governatore seguiva come un cagnolino al guinzaglio Daccò»: Piero Daccò, terzo vertice del triangolo magico con Formigoni e Simone, gli amici di bisbocce divenuti la cabina di regia della Sanità modello Lombardia. Quando Daccò finì in galera, Formigoni pensò di cavarsela con una battuta quasi blasfema: «Anche Gesù aveva dei collaboratori sbagliati». A lungo, nella suo regno quasi ventennale, era sembrato che un «effetto Teflon» tenesse al riparo Formigoni dai guai giudiziari: gli avvisi di garanzia finivano regolarmente in niente, e in niente finivano anche i tentativi di inguaiarlo di rimbalzo, facendo perno sugli aspetti più surreali della sua grandeur: come i contatti con Saddam Hussein e Tareq Aziz per alleviare gli effetti dell'embargo sulla popolazione irachena, ricompensati - secondo una strampalata inchiesta dell'Onu - con qualche milione di barili di greggio. Non capivano, i giudici, che a muovere il Governatore non era la sete di quattrini (nessuno gli ha mai consegnato un euro, neppure secondo le inchieste) ma la libidine del potere: di cui i pranzi, le vacanze, gli yacht, le ville erano l'orpello e la conferma. Come lo erano a loro modo le giacche improbabili che lo facevano a volte apparire come una imitazione della imitazione di Crozza. Dovette dimettersi per un reato non suo, i rapporti con la 'ndrangheta dell'assessore Zambetti. Cade, e non poteva essere diversamente, sul fronte che era anche il suo orgoglio: la trasformazione della sanità lombarda in un business efficiente e redditizio, una macchina in grado di soddisfare tanto i bisogni dei pazienti che le casse di pochi e selezionati soggetti privati. Una scommessa vincente, ma che - per gli interessi mostruosi che muoveva - doveva essere tutelata da una visione quasi monastica dei rapporti personali. Il Formigoni de l'Etat c'est moi non se ne rendeva più conto.

"Le sue politiche liberali resteranno un unicum". Il conduttore Mediaset: «Rimango allibito per i suoi guai giudiziari ma ne riconosco i meriti», scrive Stefano Zurlo, Venerdì 22/02/2019, su Il Giornale. È il giorno del giudizio. Che non può cancellare quel che Roberto Formigoni ha saputo costruire in quasi vent'anni di guida della Regione Lombardia. Paolo Del Debbio, volto popolare delle reti Mediaset, presto in onda con un nuovo talk, «Diritto e rovescio», traccia un bilancio che non può appiattirsi sull'aritmetica giudiziaria: «Formigoni ha preso il mitico programma liberale del '94, quello sbandierato da tutti e poi puntualmente rimesso in qualche cassetto, e l'ha fatto diventare realtà. Non tutto per carità, ma i suoi meriti, al di là delle vicende giudiziarie, che pure mi lasciano perplesso, mi paiono innegabili».

Da dove cominciamo? Dalla sanità?

«Certo. Prima c'erano gli ospedali per i ricchi, e quelli per i poveri, di solito strutture pubbliche di livello inferiore».

Il cambiamento?

«L'intuizione giusta è stata quella di inserire il pubblico e il privato in un unico circuito virtuoso, attraverso il sistema degli accreditamenti, e di aprirlo a tutti i cittadini, senza le divisioni e le barriere di prima».

Ci furono critiche furibonde.

«Sì, ma quelle più feroci non vennero dall'opposizione al Pirellone ma dal ministro Rosy Bindi che aveva una visione statalista, a mio modo di vedere antiquata, e che non capiva la portata dell'innovazione: fornire alle classi sociali più deboli servizi e cure d'eccellenza, favorendo una sana concorrenza e dunque la crescita del pubblico e del privato».

Gli scandali?

«Solo chi non fa non sbaglia. Ci sono stati arresti e casi di corruzione, ma è purtroppo fisiologico nell'arco di tanti anni. La verità è che il sistema è cambiato e la Lombardia è diventata su questo versante uno delle regioni più avanzate d'Europa. Lo stesso è accaduto sul fronte dell'educazione».

Si riferisce al buono scuola?

«Certo. Il principio ero lo stesso: dare una dotazione economica alle famiglie per permettere loro di scegliere senza problemi la scuola migliore per i figli. Pubblica o privata. Senza demonizzazioni, senza divisioni, senza gli steccati di prima. E poi ricordo quell'altra idea, molto suggestiva e concreta, degli sgravi fiscali per le famiglie che si riunivano in associazioni e facevano nascere piccoli asili di quartiere».

Risultato?

«Decine di risposte sul campo ai bisogni di migliaia di famiglie. Senza proclami e frasi retoriche, ma fornendo un aiuto concreto a mamme e papà che non sapevano dove sbattere la testa. Per questo, insisto, Formigoni è un unicum nella storia nazionale: è stato lui a togliere dalla naftalina interi capitoli del programma varato dal centrodestra all'inizio della Seconda repubblica».

Lei a suo tempo ha anche scritto con l'ex governatore un libro a quattro mani, Una rivoluzione possibile. Ma la rivoluzione non è finita in un altro modo?

«Questo finale sulla soglia del carcere mi lascia basito: non l'avrei mai immaginato. Ma i fatti per fortuna restano, quel libro li documenta e documenta uno dei momenti più felici del riformismo italiano. Pensi, ad esempio, agli sportelli aperti dal Pirellone nelle diverse città, da Bergamo a Brescia, per avvicinare l'istituzione al territorio. O alla grande efficienza della macchina pubblica, raggiunta anche grazie all'azione di dirigenti e funzionari bravissimi, come Nicola Sanese e tanti altri. Alcuni pure risucchiati in processi dolorosi ma rimpianti da tutti».

Formigoni viene spesso dipinto come lo sponsor di obliqui interessi privati. Un pregiudizio?

«Ci saranno stati errori e deviazioni, ma in quell'epoca si realizza anzitutto una felice sintesi, frutto di una rivoluzione culturale, fra pubblico e privato. Due motori, la Lombardia che mette il turbo, i cittadini pronti a premiare ad ogni tornata elettorale questa esperienza. E il suo artefice, un possibile leader nazionale di grande caratura. Mi pare davvero misero chiudere questa storia fra le carte di un processo che non mi ha mai convinto».

Paragone esulta: «Formigoni in cella per merito nostro». Il parlamentare grillino ed ex direttore di giornali e reti tv pubbliche, rivendica la cella per l’ex governatore, scrive Davide Varì l'1 Marzo 2019 su Il Dubbio. «Se Formigoni è in prigione è grazie alle leggi di questo governo». La palma d’oro per la frase più manettara dell’anno la vince, per distacco, Gianluigi Paragone. L’ex direttore della Padania, ex vicedirettore di Libero ed ex vicedirettore di Rai1 e poi di Rai2, nonché attuale parlamentare grillino (insomma, una vita vissuta controcorrente e alla larga dal potere) ha rivendicato l’arresto dell’ex governatore della Regione Lombardia via facebook e in un tripudio di like e di “ben detto”. E mentre Paragone si prendeva i meriti dell’arresto e gli applausi dei suoi, Formigoni, condannato appena una settimana fa a 5 anni e 10 mesi, scriveva la sua prima lettera dal carcere milanese di Bollate: «Carissimi amici, grazie per l’abbonamento, e per gli articoli e le testimonianze che mi avete inviato. Vi prego di pubblicare, magari anche più di una volta, queste mie parole, perché i messaggi che mi arrivano sono proprio tanti». Una lettera sentita che però non ha fatto breccia nel cuore di Paragone. Eppure nei giorni scorsi le voci del governo – almeno la parte leghista del governo – erano state decisamente contenute: «Non festeggio mica se arrestano i genitori di Renzi, se arrestano Formigoni o condannano Alemanno…», aveva dichiarato a caldo Salvini. Per non parlare dei fratelli di Comunione e Liberazione: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme, scrisse san Paolo. In questo momento soffriamo insieme a Roberto, nella consapevolezza che solo Dio può ultimamente e veramente vedere il cuore dell’uomo e può rispondere al bisogno di misericordia che tutti abbiamo. Lo accompagniamo con la preghiera in questa circostanza per lui così drammatica, che viviamo come un potente richiamo alla conversione di ciascuno di noi». Decisamente diverse la parole del Blog delle Stelle: «Formigoni è stato protagonista di un imponente baratto corruttivo. Chi ha sottratto risorse dei cittadini italiani per proprio tornaconto personale deve scontare la sua pena. Solo una cosa normale in un paese normale. Ma forse nessuno era abituato a tutto ciò». Chiude la carrellata un avversario storico di Formigoni, Gad Lerner: «Per anni mi sono scontrato con Roberto Formigoni ma vederlo finire in carcere non mi dà nessuna soddisfazione. Chi augura con troppa facilità al prossimo suo di finire in carcere, dovrebbe trascorrervi prima una notte per prova».

Vittorio Feltri il 27 Febbraio 2019 su Libero Quotidiano: la più grande menzogna dei grillini contro i corrotti: chi è la vera spazzatura. Ieri oggi e domani al centro della discussione c' è e ci sarà il risultato elettorale sardo. E ciascuno lo interpreta come vuole anche se non conta nulla ai fini della durata del governo. L' unica cosa che si può affermare è che non si prevedono cambiamenti nella maggioranza, pertanto l'esecutivo andrà avanti alla carlona: succede da oltre sei mesi. Gli italiani continueranno a leggere sui giornali che la Tav non si farà, che la legittima difesa slitta, che il reddito di cittadinanza ucciderà la miseria e balle simili. Il vero problema è che siamo tutti preoccupati per il nostro portafogli. Temiamo una manovra anticipata in tarda primavera, che significherebbe nuove e pesantissime tasse, qualcuno trema all' idea che piova da Roma ladrona una patrimoniale, cioè imposta sugli averi. Il resto è noia. La Lega non può crescere all' infinito e i 5 stelle calano però non crepano, almeno per ora, al massimo accuseranno ulteriori mali di pancia. Forse Di Battista ciulerà il posto a Di Maio, ma chi se ne frega. Se uno zero sostituisce un altro zero il prodotto non cambia. I grillini poveri cristi non ne hanno azzeccata una, si sbattono e si dibattono allo scopo di perdere consensi e ci riescono benissimo. Si sono dannati l'anima al fine di approvare la legge spazzacorrotti e non si sono accorti di accumulare soltanto spazzatura giudiziaria. A causa della quale hanno ingabbiato Formigoni in un modo che grida vendetta e, non paghi, si accingono a blindare Gianni Alemanno per un reato non accertato. Lo hanno condannato in primo grado a oltre 5 anni di carcere in seguito a una vicenda talmente incasinata da essere incomprensibile. L'ex sindaco di Roma non merita una medaglia per come ha amministrato Roma, ma neppure una condanna. La Raggi lo fa rimpiangere, il che è tutto dire. Il problema è complesso tuttavia si potrebbe risolvere indagando meglio ed emettendo sentenze più eque. Invece se un politico non è di sinistra sono cavoli suoi. Bene che gli vada gli danno il massimo della pena e lo buttano dietro le sbarre onde dimostrare al colto e all' inclita quanto sia opportuno castigare chiunque sgarri. Se poi non si capisce quando e come un tizio abbia violato la legge, non importa: si applica la teoria di Davigo, secondo il quale non esistono innocenti bensì colpevoli che l'hanno fatta franca. Anche lui? Non saprei rispondere, ciononostante il dubbio è lecito. Vittorio Feltri

Altro che prove. Formigoni dovrebbe ringraziare per il “martirio”, scrive Correttore di bozze il 26 febbraio 2019 su Tempi. Doppia esibizione di impareggiabile forcaiolitudine del Fatto quotidiano sulla condanna del Celeste. Il Correttore di bozze, ammutolito, applaude.  Di feccia corrotta come il Correttore di bozze ce n’è poca al mondo. Meglio farebbe dunque quel vile mariuolo a starsene muto e contrito in un angolino (di gabbio, possibilmente) a meditare sulla sua nocività sociale. Oggi tuttavia, dall’alto della sua impunita criminalità, egli non riesce a trattenere un moto di enorme ammirazione per il Fatto quotidiano e per l’inarrivabile forcaiolitudine di certi suoi giornalisti. Una menzione speciale merita in tal senso, a detta del Correttore di bozze, nonché del Corruttore di bozze, il notevole commento alla condanna di Roberto Formigoni firmato sabato scorso dal «professore di Scienza Politica» Alberto Vannucci. (Il quale professore Vannucci, tra parentesi, nella pagina di presentazione del suo blog rivendica «anni e anni di studi sulla corruzione», ma solo per vantarsi che «quando mi hanno proposto qualcosa che somigliava a una tangente all’inizio neanche me ne sono accorto»; non è detto, però, che ciò faccia di lui obbligatoriamente un citrullo, attenzione, poiché potrebbe anche trattarsi di una misteriosa manifestazione dell’imperscrutabile sense of humour manettaro). Chiusa la parentesi, e però coltivando nel suo cuore infingardo il dubbio se ridere o piangere, il Correttore comunque invita tutti i lestofanti come lui a non indugiare oltre e a far tesoro delle pregevoli considerazioni del blogger. Sentite qua. A differenza di noialtri scappati di casa, l’esimio professore di Scienza Politica non si lascia disorientare dal fatto che non si capisce bene che cosa avrebbe barattato Formigoni in cambio dei suoi indimenticabili tuffi a bomba dallo yacht col naso turato. No, Vannucci non vacilla davanti al piccolo particolare che – come ebbe a dire l’avvocato del Celeste Franco Coppi – «nessuno è riuscito a dimostrare la riconducibilità di un singolo atto di ufficio a queste utilità». È che a volte, se nessuno riesce a dimostrare un fatto, la colpa potrebbe essere del fatto. Potrebbe esserci stata, manco a dirlo, «un’evoluzione più generale della corruzione italiana».

Vero, ammette Vannucci, «hanno avuto gioco facile, benché alla fine perdente nella valutazione della Cassazione, gli avvocati difensori di Formigoni nell’affermare la mancanza di correlazioni dirette tra la cospicua serie di sontuosi vantaggi ricevuti e la sequenza di provvedimenti politici – leggi regionali e atti di giunta – che tanta gratitudine avevano generato nei fornitori privati di servizi di assistenza sanitaria». Tuttavia, solo quel semplicione del Correttore di bozze può concludere che di solito in un processo «gli avvocati hanno gioco facile» quando mancano le prove. Qui c’era, continua Vannucci, un «sofisticato meccanismo corruttivo impiantato dal Celeste – con pagamenti differiti, mascherati in forme conviviali e svincolati da contropartita contestuale». Che tradotto nella lingua dei correttori di bozze, l’ignorantese, significa: qui non ci sono atti contrari al dovere d’ufficio. A essere corrotta è «una logica di fondo». E se le famigerate quindici delibere contestate a Formigoni sono state tutte approvate da giunte e consigli regionali, i cui membri e funzionari sono stati tutti assolti tranne il signore in giacca arancione, beh, non bisogna arrivare a conclusioni affrettate. Non è detto infatti che se una legge ha scritto sopra “legge” sia per forza una legge, dal momento che potrebbe trattarsi di «corruzione legalizzata». A prescindere dall’ipotesi che essa sia riconducibile alla libera volontà politica di un governo o piuttosto alla famosa escursione in barca.

Come insegna la Scienza Politica: «La corruzione tanto faticosamente ravvisabile nei singoli atti d’ufficio la si riconosce piuttosto nella logica di fondo che ha presieduto alla produzione di tutte quelle norme di legge e misure che hanno accompagnato la progressiva estensione al governo della spesa sanitaria lombarda un modello d’impianto neoliberista di privatizzazione dei modelli organizzativi nell’esercizio delle funzioni di assistenza sanitaria […]. Scelte programmatiche comunque strumentali a una svendita alla galassia imprenditoriale di Comunione e Liberazione, così come a una selezionata pattuglia di corruttori e faccendieri, di rendite create attingendo copiosamente dai bilanci pubblici. In queste forme innovative di corruzione legalizzata, i corruttori acquistano le norme di legge, rendendo superflua la loro violazione. Il Celeste incarna una politica che sull’altare di una dichiarata (ma raramente rilevata) efficienza si asservisce a interessi privati nella stessa definizione degli interessi collettivi, assumendo vesti che nello scenario peggiore rendono i suoi protagonisti immuni dal controllo giudiziario. Non è stato così per Formigoni». 

Leggere e rileggere il brano qui sopra, prego. E una volta riletto, leggerlo ancora. Letto? Bene. Scemo chi legge, e scemo non solo chi legge. Scemo pure il Correttore di bozze e chi come lui pensa ancora che per compiere un reato bisogna violare una legge. E scemi tutti quelli che per diciotto anni hanno governato la Lombardia con Formigoni senza accorgersi che stavano svendendo la sanità lombarda a Cl. Scemi tutti quelli che per vent’anni hanno votato gli scemi di cui sopra, illudendosi di rilevare un’efficienza che invece la Scienza Politica rilevava solo «raramente». E infatti notoriamente la Scienza Politica in caso di malore consiglia allo scemo di andare a farsi curare nel Terzo Mondo piuttosto che da quegli scemi dei lombardi che hanno legalizzato la corruzione. Scemi tutti quanti. Che poi è inevitabile che un uomo completamente privo di neuroni come il Correttore di bozze a questo punto si domandi: e adesso come farà la Scienza Politica, per esempio, a spiegare a certi altri scemi che se la sanità lombarda è «corruzione legalizzata», l’aborto invece non è un «omicidio legalizzato»?

A proposito di gente uccisa ingiustamente (ancorché metaforicamente). Sempre dal Fatto quotidiano il Correttore di bozze ieri ha appreso un’altra importante verità ancora: Formigoni dovrebbe essere contento, almeno un poco, della sua nuova sistemazione in galera, e proprio non si capisce come mai non lo sia.  Appunto allo scopo di sollecitare il doveroso ringraziamento alla giustizia italiana da parte del fortunato detenuto, il Correttore di bozze sente il dovere di far circolare il sermone di Fabrizio D’Esposito, tenutario sul Fatto di una rubrica intitolata “Il chierico vagante”, noto per riuscire a dare immancabilmente l’impressione di non avere mai la minima idea di quel che scrive. Non è facile farla sempre fuori dal vaso, ma vagando il chierico D’Esposito ci riesce regolarmente.

Ecco qua la sostanza della sua raffinata spigolatura: «Quello che colpisce non è tanto la figura di Formigoni peccatore convertito ai lussi del potere (solo “la fedeltà del Signora [sic, ndr] dura in eterno”, recitano i Salmi) ma l’assoluta mancanza di accettazione cristiana del martirio, ovviamente dal punto di vista del credente. […] Se guardiamo con lo sguardo della fede al carcere di Formigoni (peraltro politico arrogante e pieno di sé) spicca proprio la mancanza di una “vera umiltà” che non può essere tale “senza umiliazione” (papa Bergoglio). E se il martirio è imitazione di Cristo innocente ucciso in croce cosa c’è di più grande per un cristiano che si proclama non colpevole e viene rinchiuso, a suo dire, ingiustamente? […] Forse tutto è da ricondurre all’esperienza dei cattolici di Comunione e Liberazione, per anni accusati di essersi secolarizzati facendo solo politica e affari. Non proprio la strada per il martirio». Tutto verissimo, amici del Fatto. Anzi, grazie, troppo clementi. Ma per favore, non fermatevi a mezza strada. Conscio della sua sconfinata malversazione e della sua inguaribile disonestà intellettuale, inferiori soltanto a quelle di Formigoni e dei ciellini, il Correttore di bozze osa qui suggerirvi un’idea che potrebbe in un sol colpo soddisfare la vostra sete di manette facili e il bisogno di scudisciate dei cattolici arroganti: che ne dite ragazzi, vogliamo metterlo su un bel «martirio legalizzato»?

Chi è Roberto Formigoni? Il ritratto di Gaia Carretta, scrive il 27 febbraio 2019 Vita. Gaia Carretta, già dirigente radicale e corrispondente alla camera per Radio radicale, è stata portavoce di Roberto Formigoni quando era presidente della regione Lombardia, ecco il suo ritratto. Ho conosciuto quest'uomo, quasi 10 anni fa. Era seduto nella sua poltrona e dalle finestre del suo ufficio si poteva scorgere il Monte Rosa e vedere quasi Lodi. Era un uomo sicuro di sè, circondato dalle foto con Mandela, Papa Giovanni Paolo II, don Giussani. Appoggiate ad un mobile c’erano delle calle bianche freschissime e mi ricordo che dando uno sguardo alla scrivania notai che il pc era spento e sopra c’era un santino di San Giuseppe. Non era la prima volta che avevo a che fare con lui, perché lo avevo incontrato quando vivevo a Roma e lo avevo intervistato diverse volte. Era però la prima volta che lui conosceva me e mi aveva voluto conoscere per darmi un lavoro, nonostante fossi una donna, nonostante non fossi di Milano e nemmeno lombarda e nonostante la mia formazione politica fosse totalmente opposta alla sua. Quell'uomo chiedeva tanto, in termini di impegno fisico e intellettuale. Era capace di sciorinare versi in latino con citazioni che non avrei saputo ricordare nemmeno due secondi dopo, mi limitavo a fare sì con la testa per dare la parvenza di aver capito. Quel uomo il lunedì incontrava tutti i dirigenti della Regione, il martedì i membri dell’opposizione, il mercoledì partecipava al Consiglio Regionale, il giovedì partiva per Roma per la Conferenza delle Regioni, il venerdì radunava lo staff per le cose in sospeso e programmare la settimana successiva. Verso le 18 andava quasi tutti i giorni a messa. E io, per quasi tre anni, ho avuto la fortuna di seguire ogni suo passo, di essere la sua ombra, di sedergli a fianco ogni giorno, di ascoltare le sue telefonate, di sapere cosa avrebbe mangiato a pranzo, di sapere quanti km aveva corso, di riconoscere nelle sfumature del suo respiro il suo umore, anche se concretamente non c’è mai stata confidenza tra di noi. Non ho mai avuto l’impressione di lavorare per un ladro, un corrotto, un poco di buono. Era vero che girava sempre senza soldi e che non pagava mai nulla e che io lo facevo per lui, ma mi veniva tutto puntualmente rimborsato. Mi sono data una spiegazioni a tutto questo: come memores, lui non era il detentore della gestione “cassa” in casa e tutto ciò che era suo era anche dei suoi coinquilini. Ho conosciuto altri memores in questi anni e ho capito che il denaro e le cose materiali sono quello che sono, per loro natura effimere. Ho capito anche una cosa stando vicino al mondo cattolico di Cl, che esiste la confessione ad ogni peccato, purché non sia mortale. E quindi è come se tutto fosse sempre concesso. Sapevo che Simone era uno dei suoi migliori amici. Sapevo che la sua ambizione era quella di sfondare a livello nazione e la sua scelta era caduta su di me proprio con questo scopo. Sapevo che il suo era un odio-amore con Berlusconi, e che avrebbe voluto essere il suo successore, assumendo la leadership del centrodestra. Sapevo che il sistema sanitario lombardo era considerato uno dei migliori al mondo e questo grazie alla sua riforma regionale, che dopo molti anni doveva comunque subire una revisione. Sapevo che i politici della sua generazione (perché li ho visti con i miei occhi vivendo a Roma) accettavano vacanze, cene, case (vi ricordate lo scandalo della Propaganda Fides?), feste pagate, etc. E non ho visto nessuno di questi finire in galera. Con questo non voglio dire che fosse giusto e corretto quel sistema. All’epoca vedevo un uomo che pretendeva il massimo da tutti, lo vedevo che quando camminava lasciava una scia e non era il codazzo di persone che si portava sempre dietro, ma il carisma che emanava. Era arrogante e la sua erre moscia dava ancora più senso di altezzosità. Forse nell’ultimo periodo ha pure un po’ esagerato, non lo metto in dubbio. Ha fatto molti errori, tanti dei quali io non ne sono nemmeno a conoscenza. Non voglio nemmeno giudicare una sentenza che ha raccolto prove su prove, confermata da tutti i tribunali. Dico solo che sono triste, perché di fronte a questa sentenza definitiva non si fa male ad un solo uomo, si fa male ad un paese intero, che con un solo colpo mette in galera qualcuno che qualcosa di buono lo ha fatto e che si è comportato né più né meno di tanti altri che non hanno avuto il suo processo. Sono arrabbiata, perché lasciare che quest’uomo entri nelle patrie galere significa che lo Stato ha perso credibilità nel suo sistema e che vale tutto. Il giudizio morale viene prima di tutto. Oggi leggo tanti che lo difendono, quando all’epoca dei titoloni sull’inizio indagini urlavano “in galera”. Oggi lui è entrato in galera. Siamo tutti più sollevati? No. Rimane un senso di vuoto e di profonda tristezza. Tristezza prima di tutto perché facciamo di quel uomo, che degli errori li ha commessi, la vittima di un sistema giudiziario che oggi viene ritenuto troppo punitivo, ma è obbligato ad applicare una legge. Quanti di noi hanno lo hanno votato o si sono fermati per strada a fare con lui un selfie, o gli hanno gridato vedendolo passare “Grande Roberto!” e lui rispondeva con un “Ciao”. Umiliato, ma sono certa che sia ancora forte. E’ stato spazzato via, ma questo non bastava, bisognava anche ucciderlo. Spero di rivederlo uscire da lì, sorridere e fare il segno roger dal finestrino dell’auto. Scusate questo sfogo disordinato, ma non riesco a mettere insieme parole adatte a questo momento. Qualcosa però lo volevo dire. Non rileggo nemmeno. Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio da Leopost

Cattaneo: “Roberto Formigoni non è un corrotto!” L'assessore all'ambiente della Regione Lombardia prende posizione a difesa di Roberto Formigoni, ricostruendo gli anni di governo e riflettendo sul ruolo dei cattolici in politica, scrive varesenews.it il 22 febbraio 2019. Riprendiamo un lungo post Facebook di Raffaele Cattaneo, noto esponente politico legato a Comunione e liberazione, grande amico di Roberto Formigoni e oggi assessore all’ambiente di Regione Lombardia sulle vicende che hanno coinvolto l’ex presidente e sul ruolo dei cattolici in politica. “Innanzitutto voglio chiedere scusa. Comincio da questo punto strano perché se “qualche pretesto dovremo pur averlo dato” io vedo i miei limiti e chiedo scusa. Ho vissuto ogni giorno dal 1995 al 2013 di questi straordinari 18 anni di Presidenza di Roberto Formigoni in Regione Lombardia, con responsabilità diverse, ma sempre vicino a lui e in ruoli non secondari. Con lui sono stato Dirigente della Presidenza e Assessore. Ho partecipato a una esperienza di governo straordinaria, con risultati sconosciuti prima e ineguagliati dopo. Ho conosciuto, visto e udito un gruppo di cattolici che ha provato a trafficare i propri talenti nel campo arduo della politica, in un tentativo sincero e indomito, costruendo soluzioni originali e innovative, ricche di intelligenza e di competenza, nell’interesse di tutti e per migliorare la vita soprattutto dei più poveri e dei più fragili. Vorrei enumerare le tante riforme che hanno reso la Lombardia un modello di buon governo, dalla sanità alle politiche del lavoro, alla formazione professionale. Ma non è questo il momento. Certamente però avremo fatto anche degli errori. Siamo, sono un uomo come tutti, con tanti limiti e peccati. Non sono un superuomo e neppure ahimè un santo. Ho un pessimo carattere e molti comportamenti discutibili. Certamente ho sbagliato anch’io e questo avrà turbato o colpito qualcuno: me ne dolgo e chiedo perdono. Anche Roberto avrà certamente sbagliato. Alcune vacanze probabilmente non avrebbe dovuto permettersele, alcuni eccessi nel lusso stridevano troppo con la sua scelta di vita consacrata… Avrà certamente molto anche lui di cui chiedere scusa, ma non è l’uomo che viene dipinto da questa sentenza! Chiediamo scusa, ma non siamo dei corrotti! C’è differenza tra peccato e reato! Come ho già avuto modo di dire in occasione della sentenza d’appello: “mi rendo conto che questa affermazione oggi è assolutamente controcorrente e non può che caricarmi di strali e contumelie se non di peggio… non scrivo queste cose per incoscienza. Al contrario le scrivo proprio in forza di una coscienza che si fonda su anni di esperienza personale. Alla comodità di una posizione opportunistica e di convenienza personale (tipo “attento, chi te lo fa fare, stai zitto che ti conviene.. non cercarti guai”) preferisco raccontare quello che ho visto e personalmente vissuto”. Roberto Formigoni non è un corrotto! Non è un malfattore, un ladro, un poco di buono. Lo dico con tutto il rispetto che si deve a una sentenza definitiva e all’autorità che l’ha emessa, ma lo dico in forza di una esperienza, di ciò che ho vissuto, visto, toccato, conosciuto. Quindi lo dico per il rispetto che si deve ancor prima alla verità. Formigoni non è il capo di una banda di criminali semplicemente perché la Lombardia non è stata governata per 18 anni da un gruppo criminale, ma da un Presidente e intorno a lui da una squadra composta innanzitutto da cattolici che hanno preso sul serio la vocazione alla politica come forma più alta di carità. Che non si sono arricchiti, che non hanno rubato, che non hanno coltivato i propri interessi oscuri e affari loschi, benché oggi in molti paghino un prezzo altissimo per aver cercato di servire il bene comune non solo nelle discussioni fatte prendendo il the, ma sporcandosi le mani nella concretezza dell’azione politica. Come Paolo Valentini, Ingegnere aeronautico con 2 Master (alla SDA Bocconi e in una Università Inglese) Consigliere Regionale per quattro legislature e capogruppo del PDL, che – travolto dallo scandalo degli scontrini per i rimborsi dei consiglieri (come capogruppo gli è stato contestato il 25% degli importi di ciascun membro del gruppo) – oggi per campare spalma maionese sui tramezzini che vende vicino al Pirellone o con un Apecar davanti al Politecnico. O come Giulio Boscagli, Assessore alla Famiglia, uno degli uomini più retti che abbia mai conosciuto, a cui non è mai stato perdonato di essere il cognato di Formigoni, quindi anch’egli oggetto di indagini concluse al più con un nulla di fatto ma che gli sono costate soldi, tempo e fatica immeritata. È tornato ad insegnare e oggi è in pensione, dopo aver fatto parte per 5 anni del Corecom a titolo gratuito perché da ex consigliere gli venne persino negata l’indennità prevista per i componenti. E potrei continuare parlando di Romano Colozzi – assessore al bilancio stimato da amici e avversari, vero riferimento per tutte le regioni in materia di finanza Regionale – anche lui indagato e poi prosciolto; Nicola Sanese – Segretario Generale e uomo dalla capacità di lavoro straordinaria e apprezzata da tutti, coinvolto pesantemente nel processo Maugeri/San Raffaele e poi assolto, come Carlo Lucchina, allora Direttore Generale della Sanità, dopo travagli e sofferenze estreme per loro e le loro famiglie. E tanti altri che non cito perché diventerebbe troppo lunga. Questi li ho voluti ricordare perché la storia che ho vissuto è fatta di nomi, facce, persone concrete che con Roberto Formigoni hanno dato l’anima per Regione Lombardia, perché tutto funzionasse, almeno come desiderio e tentativo, nel modo migliore e fosse all’altezza di essere davvero al servizio di tutti. Quasi tutti in cambio hanno ricevuto guai e travagli. E oggi per molti, anche fra gli amici, sono oggetto di sospetti, critiche, contumelie, prese di distanza. È giusto così? Ditelo voi. A settembre scrissi: “Roberto Formigoni non è un corrotto perché gli sono stato vicino per anni, ho visto come lavorava, che cosa aveva a cuore, la passione che ci metteva, l’impegno senza risparmiarsi, la tensione continua a costruire, insieme alla sua squadra, soluzioni utili al bene comune e al benessere di tutti. Un corrotto non desidera costruire il bene comune, ma solo il proprio interesse personale. Ama il disimpegno, la vita comoda, non si danna l’anima per cercare di governare nel modo migliore una regione di dieci milioni di abitanti. Non si spende dalla mattina presto a notte per metter in piedi un sistema sanitario, formativo, di welfare, di infrastrutture, in grado di competere con le regioni più avanzate del mondo e soprattutto di trasformare un’idea culturale e valoriale come la sussidiarietà in un modello di governo funzionale ed efficiente, anche in termini di costi. Un modello di governo che in gran parte resiste ancora oggi in Lombardia e continua a produrre frutti positivi per tutti i lombardi.” Ancora oggi, di fronte alla condanna definitiva, la penso esattamente così! Chiudo dicendo quale secondo me oggi è la nostra responsabilità. La sintetizzerei così: cattolici svegliatevi! Aprite gli occhi, guardate la realtà, accorgetevi di cosa accade! Abbandonate il divano e smettetela di bere il the o peggio di abbeverarvi al rancore! Abbandonate dunque ancor più le divisioni, i sospetti, i personalismi. Non fermatevi alla rappresentazione che vi viene data in pasto, quella che domani troverete sui giornali, per dire che certamente qualcosa Formigoni avrà pur fatto, che sono tutti uguali, che non ne vale la pena. Chi crede in Gesù crede in un Dio ingiustamente condannato, incarcerato, processato in malo modo e messo a morte innocente. Noi cristiani dovremmo avere una certa dimestichezza con le condanne ingiuste… Non possiamo fermarci alla superficie della realtà, né possiamo farci vincere dalla paura e scappare (si capisce, lo hanno fatto anche gli apostoli, ma resta sbagliato). Ci vuole coraggio, pazienza e consapevolezza. Ma bisogna coltivare il seme! È certamente necessario ma non basta stare vicino a Roberto Formigoni con la preghiera, l’amicizia e la nostra solidarietà concreta. Oggi, in questo tempo confuso dove vince chi titilla urlando le emozioni della pancia e non chi suscita riflettendo il pensiero della testa e la corrispondenza del cuore, noi abbiamo un compito: far sì che continui a vivere, che non debba finire come molti vorrebbero dannandone anche la memoria, ciò che Roberto Formigoni ha costruito e di cui è stato il segno più evidente. Dobbiamo conservare e sostenere una presenza politica che afferma e prova a tradurre in pratica questi valori e questi ideali, perché è ciò di cui ha davvero bisogno il nostro tempo; una presenza che oggi ha bisogno di nuova vita. Dobbiamo conservare e sostenere un modello di governo in cui la sussidiarietà non sia solo una bella espressione accademica da usare nei convegni ma un principio ordinatore di ogni legge o delibera; in cui la libertà di scelta non rimanga un principio astratto ma possa essere esercitato concretamente nella sanità, nella scuola, nel welfare, ecc.; in cui la solidarietà non sia il pietismo di una carità pelosa o peggio interessata, ma un fatto riconosciuto dalle norme e attuato da chi la vive con un ideale prima che dalla burocrazia, un dovere per chi la pratica e un diritto per chi la riceve. Io continuerò a spendermi con raddoppiato slancio per questo e sono a disposizione di chiunque voglia farlo con me. Stasera più che mai, nel nome di Roberto Formigoni che si prepara ad andare in carcere, per fare anche la sua parte.

Formigoni scrive dal carcere al periodico Tempi: "Ringrazio e saluto tutti gli amici tramite Tempi", scrive Silenzi e Falsità l'1 marzo 2019 su Tempi. Roberto Formigoni, politico di centrodestra che ha governato la Lombardia dal 1995 al 2013, ha scritto una lettera indirizzata al periodico Tempi, direttamente dal carcere di Bollate in cui si trova. Ha ringraziato “per l’abbonamento, e per gli articoli e le testimonianze che mi avete inviato!” E ha proseguito scrivendo: “Vi prego di pubblicare magari anche più di una volta, queste mie parole, perché i messaggi che mi arrivano sono proprio tanti. Ringrazio tutti gli amici e le persone che in questi giorni mi stanno facendo pervenire lettere, telegrammi, cartoline, mail di sostegno e di stima. Non riuscirò mai a ringraziarvi personalmente come vorrei. Vi ringrazio e vi saluto tutti tramite Tempi. Ciao. Roberto Formigoni”. Formigoni è stato accusato di corruzione per i presunti fondi neri creati dalla Fondazione Maugeri, e dall’ospedale San Raffaele. È stata la Cassazione a decidere di condannarlo a 5 anni e 10 mesi, con un leggero sconto di pena per prescrizione. Ma è grazie alla nuova legge ‘spazza-corrotti’ che Formigoni è andato in carcere, perché il reato di corruzione è tra quelli ‘ostativi’ che escludono misure alternative al carcere. Mentre precedentemente, per una pena inferiore ai 4 anni, era possibile fare richiesta per misure alternative anche per il reato di corruzione.

Altre lettere per Formigoni, scrive l'1 marzo 2019 Tempi. Pubblichiamo di seguito altre lettere giunte in redazione dopo la condanna di Roberto Formigoni. Pubblichiamo di seguito altre lettere giunte in redazione dopo la condanna di Roberto Formigoni.

Caro Formigoni, ti do del tu, perché sono anch’io una figliola del don Gius. Ma non ti chiamo Roberto anzitutto perché, come si dice qui in Belgio, nous n’avons jamais gardé les cochons ensemble… e poi per i più come me sei il Formigoni, come ci si chiamava a scuola “ai nostri tempi”. Da quando sei arrivato a Bollate, siamo tutti un po’ in carcere con te: questo è stato il mio primo sentimento e, siccome sono una specie di casalinga di Voghera, voglio solo dirti che prego con te e ti sono sinceramente e fraternamente vicina. Che la coincidenza dell’anniversario della nascita al Cielo di don Giussani, ti aiuti in questo nuovo percorso alla santità. Ti abbraccio, in unione di preghiera. Orietta Tunesi

Caro Roberto, ho un breve ma significativo ricordo del primo incontro con te a Pesaro. Nei primi anni del 1970 tu accompagnavi le schiere di studenti agli esercizi spirituali dettati da don Giussani che si tenevano nell’allora palazzo dello sport della città. Io giovane lavoratore pesarese, insieme ad altri amici eravamo preposti al servizio d’ordine lungo le strade del lungo mare, dove lunghissime file di giovani studenti percorrevano per raggiungere nuovamente gli alberghi nelle ore serali. È stato proprio in quel tragitto che ebbi modo di incontrarti e affiancarti camminando insieme a te fino all’arrivo in hotel. A distanza di tanti anni, ancora permane quel momento, che mi ha accompagnato fin ora. Tu sei prezioso agli occhi di Dio, ma anche ai miei. Un abbraccio. Massimo Tonucci  

Buongiorno Roberto, sono Piergiorgio, un amico del Veneto che sta condividendo assieme a Lei il cammino in Comunione e Liberazione, che ha avuto il piacere di conoscerLa (anche se mai di persona) attraverso i suoi contributi e interventi al Meeting di Rimini e che ha condiviso un percorso politico comune in passato. Non voglio soffermarmi sulle questioni politiche o giudiziarie, non è mio compito farlo e ci sarà chi sarà chiamato a farlo. Con questo mio contributo voglio solamente farLe arrivare il mio attestato di stima per il suo operato politico a Regione Lombardia, che io trovato molto positivo, nonché l’amicizia per un percorso comune di fede. Assieme ad una grande solidarietà per il momento difficile che sta attraversando. Nella speranza che presto giustizia sarà fatta, Le assicuro la mia preghiera. Con amicizia, Piergiorgio Zecchin

Non importa cosa dicono di te i giornali, perché non è vero quel che afferma la sentenza passata in giudicato: noi lo sappiamo bene che non sei corrotto! Io lo so bene perché ti ho visto lavorare per anni e anni prendendoti a cuore il bene di tutti, anche di chi non la pensava come te. Io lo so bene perché non hai mai operato “contro”, ma “per”, perché ti ho visto favorire e sostenere le iniziative che partivano dal basso affinché ci si potesse sentire protagonisti veri della res publica, affinché la libertà di ciascuno fosse mossa a mettersi in gioco nei luoghi e nei territori in cui siamo chiamati a stare: collaboratori di un bene che è per tutti! Più del dolore inizia finalmente a vincere in me la gratitudine: se amo la politica, se non ragiono di pancia ma con testa e cuore, se sono certa che non sia qualcosa di insano e sporco è merito tuo, dello zio, di mio fratello e di tanti amici che, pagando anche prezzi personali altissimi, non si stancano di sacrificarsi per il bene di tutti. La tua vita è un dono che Dio ha fatto al mondo e ora ti è chiesto di giocarti questa chiamata in un luogo di cui io, più di altri, conosco le fatiche ed i dolori, ma anche la speranza certa che non c’è sbarra che possa impedire a Lui di compiere meraviglie. Non è tempo di smarrirsi o battere in ritirata, è tempo di scoprire e dar ragione della speranza che sostiene la nostra vita: un volto concreto e reale, un amico, un uomo che è Dio: Gesù! Non ti lasceremo solo: continuiamo questo cammino insieme. Grazie. Giuditta Boscagli

Ero un neo papà, quando mi sono avvicinato alla politica attraverso la compagnia dei miei amici. Ci incontravamo spesso tra noi veneti e, una volta l’anno, tutta Italia a Riva del Garda. W la politica viva, urlavamo! Che bello, che respiro, che spinta ideale. Quella tre giorni di Rete Italia era il Segno di una grande amicizia. Tu, Mauro, Lupi e poi tutti gli ospiti che, in virtù del vostro carisma personale, eravate capaci di catalizzare ci fornivate strumenti, rapporti e idee che poi ognuno singolarmente riportava nel proprio ambito. Allora facevo l’assessore a Caorle, piccolo ma bel comune in riva all’adriatico. La nostalgia di quei momenti, la forza di quella compagnia guidata, la profonda sintonia con tutti sembrano oggi lontani ricordi. Ho sperato, invano, che la giustizia ti restituisse i meriti del tuo governo. Ho creduto che non si potesse non riconoscere il modello del tuo agire politico, la forza di un vero governo del popolo, della libera scelta e dell’amore al destino dell’uomo (frutto dell’educazione ricevuta) che avevi prepotentemente costruito. Mi sono sbagliato. Il mio cuore si ribella all’ingiustizia che ho visto. Il mio cuore, che è il cuore di tutti, urla vendetta qui ed ora, subito. La rabbia cresce e la voglia di scuotere tutti per svegliarci dal torpore è incontrollabile. Non so se mai leggerai queste righe, ma semmai capitasse, vorrei farti giungere tutta la stima e l’ammirazione che provo nel considerarti un amico che ha saputo innovare, come nessuno mai prima, la regione più importante d’Italia e che certamente troverò descritto nei libri di storia come quell’uomo che seppe rendere viva la dottrina sociale della chiesa e che fu imprigionato per colpa della suoi Tuffi, bizzarri e poco armoniosi, mentre maldestramente si tappava il naso con la stessa innocenza di uno scolaretto. Il cuore è vivo e la politica che ho visto ancora pulsa in me. Ora tocca a noi farne memoria e lasciare ai posteri l’ultimo giudizio. Con stima, Luca Antelmo  

Caro presidente, difficilmente ti ricorderai di me. Non ci vediamo, infatti, ormai, da oltre vent’anni. Da quando io, giovane laureato del Sud, ho avuto il piacere di incontrarti a Piazza del Gesù, nel momento dell’implosione dell’esperienza unitaria dei cristiano democratici in politica. Apprezzai molto, fin da subito, nel corso dei nostri colloqui, la tua sincera disponibilità al confronto e la tua costante cortesia. Successivamente, ti ho seguito dai media, ammirando la tua visione politica e la tua azione amministrativa. Desidero confidarti, soprattutto oggi, che il libro Io e un milione di amici, che narra l’ascesa del tuo percorso pubblico, è stato a lungo custodito con cura nella mia biblioteca e campeggia ancora ora su quegli scaffali. Certo, nel corso del tempo, ho notato in te alcuni cambiamenti, a cominciare dal sarto per finire, ahimè, ad alcune compagnie, che non hanno portato del bene nella tua vita. Ciononostante, ho sempre sperato che le tue grandi doti, chiare ed indelebili, potessero consentirti di liberarti di quella zavorra e di porti al servizio del Paese. Avresti, così, superato gli angusti confini della sola Lombardia, nella quale, a mio sommesso parere, hai trascorso troppa parte della tua esperienza politica. Mi sono, oggi, risolto a scriverti perché avvertivo la necessità di ringraziarti di quel che, senza saperlo, hai fatto per me e per i miei familiari. In questi anni abbiamo, infatti, sovente avuto bisogno di cure per i motivi più disparati, più o meno gravi. Ebbene Roberto, la Sanità che tu hai creato in Lombardia è stata, in ogni emergenza che abbiamo vissuto, un presidio di fiducia costante per tutta la mia famiglia. Sempre, e sottolineo sempre, gli ospedali e le cliniche lombarde hanno rappresentato per noi un punto certo cui affidare speranze di guarigione o, nell’estremo frangente, cure compassionevoli. Ho buona memoria e ricordo bene che prima del tuo avvento non era così. Solo la tua scelta di porre in competizione sistema pubblico e privato ha, infatti, consentito di giungere alle attuali vette di efficienza e funzionalità. Solo la tua determinazione ha consentito a tante persone, provenienti da ogni lembo della nostra amata Italia, di poter essere curate, assistite e, con l’aiuto di Dio, guarite. Il bene che tu hai determinato trabocca ancora oggi. Questo bene ha pervaso la mia vita. E di questo bene voglio oggi, anche pubblicamente, ringraziarti con un abbraccio che mi auguro possa idealmente avvolgerti. Con amicizia, Antonio Ilardi

Caro Roberto, mi permetto di rivolgermi così a lei in forza della mia età non troppo distante dalla sua e dell’adesione a un comune ideale di vita. Ho letto tanti commenti in questi giorni sui giornali che mi hanno fatto rabbrividire. Ma ne ho letto anche qualcuno (pochi per la verità) che manifestavano una limpidezza di giudizio e di cuore. Fra questi in particolare mi ha colpito l’intervento audio di Piero Sansonetti che da “ex-nemico” dimostra di guardare a lei e alla sua vicenda con ragionevolezza e rettitudine e le esprime la sua solidarietà. So che tanti suoi amici le sono e le saranno vicini e questo le sarà di consolazione. Io posso dirle che ho visto tante cose buone derivare dalle scelte della Regione Lombardia nei suoi 18 anni di presidenza, dalla scuola alla sanità. Ancor oggi ho sotto gli occhi l’esperienza di una bimba sordomuta che la mamma, pur non essendo abbiente, può seguire e far seguire in modo esemplare grazie alle professionalità di un Istituto privato. Anche questa mia piccola testimonianza spero che le sarà di consolazione. Errori ne commettiamo tutti e probabilmente ne avrà commessi anche lei, ma quello che lei sta subendo è spropositatamente più grande di ogni suo possibile errore. Le assicuro la mia vicinanza nella preghiera, le auguro di trovare ogni giorno il pane quotidiano del coraggio e della speranza. Con stima, Daniela Cattaneo

L’altra notte, dopo la condanna di Roberto non sono riuscita a prendere sonno. Era stato privato della sua libertà. Pensavo che a un certo punto della mia vita, grazie a lui e ai suoi collaboratori ho potuto usufruire di ospedali pubblici e cliniche private per curarmi, in ambienti puliti, senza formiche sui letti, con medici preparati, strutture all’avanguardia. Spesso mi sono trovata con vicini di camera che venivano da altre regioni. Pensavo ai miei nipoti (ne ho 17) che grazie al buono scuola hanno potuto frequentare le scuole che i loro genitori hanno ritenuto meglio per loro. Ho pensato ai mezzi di trasporto che a Milano mi permettono di girare tutta la città con una spesa ragionevole. Pensavo ai corsi di formazione professionale che alcuni miei nipoti, ormai adulti, hanno frequentato, e in seguito trovato lavoro. Quando al mattino mi alzo e dalla mia finestra vedo il palazzo della Regione, mi sento orgogliosa di essere milanese. Ho 85 anni e ho visto tanti cambiamenti in questa mia amata città, ma l’impronta che ha dato Formigoni è stata sicuramente rivoluzionaria. L’ho conosciuto quando lui era ancora giovanissimo e cominciava il suo impegno politico. L’ho sempre seguito e sostenuto e mi sento di affermare che non è un malfattore e un corrotto. Ha fatto degli sbagli, ma la storia lo ricorderà non perché ha fatto un tuffo da uno yacht, ma perché ha governato e fatto della Lombardia una regione all’avanguardia, non solo in Italia. In una circostanza così faticosa, gli sono vicina con tanto affetto. Nanda Dubini

Cari amici della redazione di Tempi, noi vogliamo esprimere la nostra vicinanza e preghiera per Roberto con queste parole di Gesù a Nazaret: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore». Per favore, fateci sapere della sua condizione quando andate a visitarlo in carcere. Non lasciamolo solo. Preghiamo per lui ogni giorno. Roberto, ti vogliamo bene! Shirley e Angelo Mandelli

Caro Roberto Formigoni, sabato sera ci siamo ritrovati nel nostro gruppo di Fraternità e non abbiamo non potuto parlare di te. Sappiamo che in questo momento il ricevere testimonianze di affetto per te assume un fatto utile come sappiamo che la tua forza poggia nella fede e nell’aiuto del Nostro Signore. Vorremmo scrivere tutti i nostri sentimenti, ma desideriamo tacere ciò che bolle in noi per lasciarti giungere, in serenità, la nostra vicinanza e l’affetto più caro di tutti noi. Noi, come te, confidiamo nel Signore che è l’Unico Giusto, Santo, Buono e Misericordioso. Il gruppetto di Fraternità di Ambrogio in Biassono

Ti conosco dai tempi dell’università, anni ’70, seguendoti con stima perché fin da allora parlavi al cuore della gente e ti interessavi al bene comune, come hai fatto dopo da politico. Ti rinnovo stima e affetto. Hai fatto grandi cose, spero che non vadano perdute. Ti penso, so che dove sei non puoi che spargere il “buon profumo di Cristo”. La tua persona è il segno evidente di come Dio opera nel cuore di chi Lo ama e soffre per Lui. Sei sempre presente nelle mie preghiere e non ti dico “coraggio” perché sei tu che ci indichi il coraggio. Ti abbraccio fraternamente dalla Calabria. Serafina Tavella

Caro Roberto, mi chiamo Bruno Minelli, classe 64, e appartengo alla comunità di Cl di Gualdo Tadino (PG). Anche se di persona ti ho solo visto tanti anni fa al meeting, ti chiamo per nome solo perché l’appartenenza a Cristo ci rende fratelli. Voglio solo che tu sappia che tutti noi siamo orgogliosi di ciò che sei e che preghiamo per te, consapevoli che la tua grande fede, più che mai in questo momento di prova, ti mostrerà la sua massima espressione di Amore. Forza Roberto. In comunione Bruno e Tiiziana

Non puoi ricordarti di me. Forse di Maurizio… che ora è in paradiso. Credo che ricevere posta possa far piacere. Ne riceverai tantissima ma vorrei che la vicinanza non terminasse con i primi giorni. Non so come finirà o procederà ma la vicinanza in Cristo è bella di più quando dura nel tempo, quando “regge” al tempo. Nulla di grande o di importante: il martirio coglie l’uomo come proposta e urgenza del reale, coinvolge a dispetto di ogni dubbio o sconcerto. Resta la preghiera. Che il Signore accompagni i testimoni della fede. Ciao, Marina di Marino Rizzi

Caro Roberto, vorrei esprimerti, tramite gli amici di Tempi, tutto il mio affetto, la stima, la simpatia umana unita alla riconoscenza per tutto quello che hai fatto in questi anni in politica, dall’impegno per i diritti umani e la libertà religiosa ai tempi della vicepresidenza al Parlamento Europeo fino a Roma e poi in Lombardia. E in questo momento mi fa piacere anche ricordarti tre momenti, minori sicuramente, ma per me e la mia famiglia importanti, che ti hanno visto protagonista e mi hanno riempito il cuore di gioia ed emozione che non è mai passata. Il primo risale proprio ad una campagna elettorale agli inizi della tua avventura in politica. In Zona 17 (ora zona 6) io e i miei amici di un giovane comunità nata attorno alla Comunità dei S. Patroni (d’Italia), lavorammo con grande passione (il famoso “pancia a terra” fu implacabile!) e il risultato elettorale davvero inatteso, addirittura strepitoso! Il lunedì elettorale nel tardo pomeriggio (o forse era martedì) ero a casa (stranamente), probabilmente a tirare il fiato dopo l’ultima fatica ai seggi… Suona il telefono (il fisso ovviamente). «È fausto?… Le passo Roberto»…. «Sì sì Formigoni». «Ciao Fausto volevo ringraziare te e i tuoi amici per il vostro grande impegno… ho in mano i dati, siete stati splendidi». Il secondo ha una data e un’ora precisa: sabato 22 settembre ’90 ore 13:50 mi sto preparando per il grande giorno (aiutato da mia mamma), squilla il telefono (sempre il fisso ovviamente): «Sto partendo per gli Esercizi del Gruppo Adulto, ma sono vicino a te e Paola e prego per voi, il vostro matrimonio e la vostra vita insieme». Il terzo al Meeting (era il 2011 o il ’12 credo), mio papà malato di alzheimer, in carrozzina e insieme a noi come sempre, ci incontriamo casualmente nei padiglioni: «Roberto ti ricordi di mio papà, è sempre stato un tuo fans e ti ha seguito spesso nei momenti pubblici». «Certo! Me lo ricordo anche alla vostra Settimana dei Giovani” del Giambellino con la telecamera». Lungo abbraccio con i nostri occhi, ma mi sembra proprio anche i tuoi, lucidi di emozione. Grazie! Uno di quel “1.000.000 di amici” orgoglioso della dedica sul tuo libro delle origini (o quasi). Fausto Grazioli

Amici di Tempi, oltre ad esprimere il mio fastidio e contrarietà per quello che sta accadendo a Roberto Formigoni vorrei che voi poneste attenzione alla vicenda del cardinale Pell. Andatevi a leggere come ho fatto io i giornali australiani per capire di che cosa è accusato e vi renderete conto, che nessuno può credere a certe cose, io credo sia ora che qualcuno si esponga un po’ per difendere gli innocenti, un saluto. Manghi Pietro

Chi ha le palle di difendere Roberto Formigoni, scrive il 20 settembre 2018 Tempi. Pubblichiamo le reazioni pubblicate dopo la sentenza di ieri da amici ed esponenti politici che hanno lavorato con Formigoni e ora non lo scaricano: «Non è un corrotto». Ieri la corte d’appello di Milano ha condannato Roberto Formigoni a 7 anni e mezzo di carcere per corruzione nel processo Maugeri, aggravando la condanna di sei anni inflitta all’ex governatore della Lombardia nel primo grado di giudizio. Secondo l’accusa, Formigoni avrebbe ricevuto una serie di utilità (vacanze, cene, giri in barca) per favorire l’ospedale con 200 milioni di euro di rimborsi pubblici deliberati dalle giunte guidate da lui. Pur essendo caduta l’accusa di associazione a delinquere, i giudici hanno ritenuto di infliggere al “Celeste” la massima pena prevista per questa fattispecie di reato. L’ex senatore è stato inoltre interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, ed è stata confermata nei suoi confronti la confisca “diretta” da 6,6 milioni di euro stabilita nel dicembre del 2016. Proponiamo di seguito una serie di reazioni alla sentenza pubblicate in queste ore da amici ed esponenti politici che nei quasi vent’anni di Formigoni al vertice della Regione Lombardia hanno avuto modo di conoscerlo da vicino, avendo in molti casi lavorato al suo fianco.

Raffaele Cattaneo, assessore all’Ambiente e Clima della Lombardia, su Facebook: "Roberto Formigoni oggi (ieri, ndr) è stato condannato a 7 anni e mezzo nel processo d’appello per il caso Maugeri. La sentenza d’appello gli ha inflitto il massimo della pena possibile per corruzione, aggravando la condanna di I grado. Il massimo della pena nonostante sia caduta l’accusa di associazione a delinquere e non sia stata riscontrata l’evidenza di una mazzetta. La condanna infatti si basa sul beneficio di utilità quali viaggi, vacanze, ospitalità su yacht ecc. E sul presupposto che delibere regionali (che certo Formigoni non può aver fatto ed approvato da solo) fossero orientate esclusivamente ad ottenere quei benefici. È un po’ difficile da comprendere e lascia senza parole. Roberto Formigoni è una delle persone più importanti nel mio percorso politico e anche personale. È un uomo da cui ho imparato molto, che stimo e che gode, ancor di più oggi, della mia considerazione e della mia amicizia. Dunque ammetto di essere di parte. Ma non in forza di un un pregiudizio, bensì di una esperienza. Sto rivendicando l’amicizia e la stima per un politico condannato per corruzione e al grado più grave? Si, semplicemente perché il Roberto Formigoni che ho conosciuto io non è un corrotto. Mi rendo conto che questa affermazione oggi è assolutamente controcorrente e non può che caricarmi di strali e contumelie se non di peggio… non scrivo queste cose per incoscienza. Al contrario le scrivo proprio in forza di una coscienza che si fonda su anni di esperienza personale. Alla comodità di una posizione opportunistica e di convenienza personale (tipo “attento, chi te lo fa fare, stai zitto che ti conviene…non cercarti guai”) preferisco raccontare quello che ho visto e personalmente vissuto. Anche questo l’ho visto fare tante volte da Formigoni e un po’ l’ho imparato da lui. Roberto Formigoni non è un corrotto perché gli sono stato vicino per anni, ho visto come lavorava, che cosa aveva a cuore, la passione che ci metteva, l’impegno senza risparmiarsi, la tensione continua a costruire, insieme alla sua squadra, soluzioni utili al bene comune e al benessere di tutti. Persino le cazziate che ho ricevuto per ciò che non era all’altezza delle sue aspettative me lo confermano! Un corrotto non desidera costruire il bene comune, ma solo il proprio interesse personale. Ama il disimpegno, la vita comoda, non si danna l’anima per cercare di governare nel modo migliore una regione di dieci milioni di abitanti. Non si spende dalla mattina presto a notte per metter in piedi un sistema sanitario, formativo, di welfare, di infrastrutture, in grado di competere con le regioni più avanzate del mondo e soprattutto di trasformare un’idea culturale e valoriale come la sussidiarietà in un modello di governo funzionale ed efficiente, anche in termini di costi. Un modello di governo che in gran parte resiste ancora oggi in Lombardia e continua a produrre frutti positivi per tutti i lombardi. Una sanità all’avanguardia che consente a tutti di accedere a carico del sistema sanitario regionale a ospedali e strutture pubbliche e private; una rete di servizi sociali, basati sull’idea di welfare community, per gli anziani, i minori, i disabili, le dipendenze, i drop out, insomma i più fragili e gli ultimi che le altre regioni ci invidiano e che è stato studiato in tutto il mondo; un sistema formativo con soluzioni innovative come il modello di accreditamento e il sistema dotale, il buono scuola, ecc. Politiche per il lavoro e per le imprese aperte alla collaborazione tra pubblico e privato che hanno portato a risultati formidabili nel sostegno a chi cerca lavoro, alle nostre piccole e medie imprese, agli artigiani, ai commercianti, agli agricoltori. Un modello di innovazione persino nel campo delle infrastrutture che ha permesso alla Lombardia di dotarsi di opere stradali e autostradali (Paullese, SS38 Valtellina, terze e quarte corsie su A4, A8, A9, Tem, Brebemi, Pedemontana, ecc), ferroviarie (dall’alta velocità al raddoppio delle linee per Lecco, Bergamo, Pavia, all’incremento di oltre il 50% dei treni/km, ai collegamenti a Malpensa) aeroportuali, intermodali. Per fortuna le opere di Formigoni sono sopravvissute a questo tentativo di distruzione, persino di damnatio memorie e sono lì, visibili a tutti, per coloro che vogliono vedere. So bene che tanti non apprezzeranno questa mia difesa. Ma è semplicemente il racconto di ciò che ho vissuto e a cui ho partecipato di persona. Formigoni non è un santo asceta: amava il bello, il lusso e le belle vacanze. Forse in questo avrà persino ecceduto. Come ho sempre pensato eccedesse in certe sue scelte estetiche nel vestire… Ma non è mai stato un uomo avido, attaccato al denaro, insensibile alle sue responsabilità e preoccupato solo di sè. Insomma non è mai stato un corrotto. Anzi ha sempre cercato di rendere concreta la sua vocazione cristiana in un campo difficile come quello della politica. Sbagliando certo, ma con una tensione al bene mai doma. Per queste ragioni sono profondamente dispiaciuto dell’esito della sentenza odierna, che certamente speravo diversa, e del giudizio che inevitabilmente ne deriverà nell’opinione pubblica sulla sua persona e sul suo lavoro di politico e di amministratore. Proprio per questo però non voglio che manchi anche pubblicamente il racconto e il giudizio di chi come me ha avuto la fortuna di conoscerlo e di stargli vicino. L’evidenza di questa esperienza è per me più forte, con tutto il rispetto dovuto, di qualunque giudizio emerso in un tribunale. Coraggio Roberto: il tempo è galantuomo e la verità alla lunga vince sempre!"

Maurizio Lupi e Alessandro Colucci, deputati di Noi con l’Italia: «La nostra totale solidarietà a Roberto Formigoni, della cui innocenza eravamo e siamo ancora convinti. Confidiamo ora nella Corte di Cassazione, fino al cui pronunciamento non si può parlare di giustizia. Ma non può essere questa condanna, e non lo sarà, il giudizio su vent’anni di amministrazione della Regione più all’avanguardia in Europa, per la sua sanità, per i suoi servizi, per l’innovazione, per la formazione, per la capacità di creare lavoro, per il welfare sussidiario, per i conti in ordine, per il miglior rapporto tra numero di dipendenti ed efficienza della pubblica amministrazione. Formigoni corrotto dal lusso è un’offesa alla sua intelligenza umana e politica, alla sua grande competenza amministrativa, alla capacità di fare squadra, di mettere insieme le persone a lavorare per obiettivi comuni. C’è un’eredità politica di costruzione positiva che non può e non deve essere dimenticata. I lombardi lo sanno. Siamo vicini a Roberto in questo momento difficile che, da lottatore qual è, troverà la forza di superare».

Carolina Pellegrini, consigliera di parità regione Lombardia, su Facebook: "In un periodo di sentenze arriva oggi come un’accettata netta che taglia in due anche il tronco più solido, la sentenza a Roberto Formigoni. Dura, durissima il massimo di pena che potevano dare. Il mio garantismo è noto ma oggi desidero dire qualche cosa di più e mi auguro che nessuno insulti o faccia battutacce perché non è proprio il caso, ma se qualcuno di voi proprio non ce la fa a controllare i suoi istinti almeno conti fino a 10 prima di esprimersi. Sarebbe stato facilissimo per me e tanti amici “cambiare aria”, metterci in posti più comodi o magari oggi essere già sul carro dei vincitori. Non l’ho fatto e di questo ho già scritto. Ma oggi voglio parlare di Roberto a cui sono vicina e a cui esprimo la mia più sincera solidarietà. La mia amicizia con Roberto Formigoni ha dell’assurdo ma proprio perché ha dell’assurdo credo proprio che sia vera. Ho cominciato a frequentare Roberto quando era praticamente già finita la sua esperienza di governatore Lombardo quindi quando nulla poteva offrirmi E qui desidero fare un affondo forte nei confronti di tutti coloro che abbandonano gli amici (amici?) quando non servono più quando l’onda del successo finisce… quando… Vili! Alla mia età, libera come sono lo posso dire, VILI. Roberto non ha un carattere facile ma è grande quando apre il cuore e quando cerca di trasmettere una passione per la politica e per il bene comune che francamente ho visto raramente. Oggi di questa passione e di questa straordinaria capacità di governo cosa resta? La LOMBARDIA!

Si può anche non condividere il modello regionale lombardo ma credo che nessuno possa negare cosa sia la Lombardia e quanto sia stato fatto in tanti anni. Io non ho nessunissima voglia di elencare le cose fatte e la validità di un modello geniale che è l’unico vero modello di centrodestra attivo e straordinario che c’è in questo paese. Vogliamo parlarne? Io aspetterò ancora l’ultimo pezzo del lavoro della magistratura in doveroso silenzio e credo che Formigoni farà la stessa cosa, ma non finirò mai di essere orgogliosa della mia Lombardia e dell’uomo che l’ha resa grande."

Luca Del Gobbo, capogruppo Nci nel Consiglio regionale lombardo: «Conosco Roberto Formigoni come politico e uomo di grandi valori, di indiscussa competenza, di passione sincera per il bene comune; doti che si sono trasformate, in quasi vent’anni di amministrazione regionale, in un lavoro continuo e instancabile per dare migliori opportunità ai lombardi in ogni settore: dalla scuola al lavoro, dalla formazione alla sanità, dai trasporti alla sicurezza. Un modello per il Paese e buona parte dell’Europa. Efficienza e qualità raggiunte non con una politica che impone e “cala dall’alto”, ma con quel metodo sussidiario che ha favorito il protagonismo delle persone, delle famiglie, delle imprese, dei corpi intermedi. Di questo sono e dobbiamo tutti essere grati a Roberto Formigoni. A lui, va la mia totale solidarietà per la condanna ricevuta oggi, che ancora non può dare in modo definitivo un giudizio di colpevolezza. Fanno male, infatti, tutti coloro che, in queste ore, si attardano a pronunciare sentenze definitive. Scivolare nel giustizialismo è un gioco facile, ma alquanto vile e meschino».

Milano popolare: "Dopo i “corrotti” del penta-partito messi alla sbarra alla fine della prima Repubblica, un altro importante pezzo della seconda viene punito quale nemico del popolo. Se il centro destra liberale esiste ancora rivendichi la storia dei 20 anni di azione politica di Formigoni in Regione Lombardia. Con la condanna di Roberto Formigoni in realtà si vuole far passare un giudizio negativo su tutti i suoi venti anni di esperienza di governo. E noi non ci stiamo. La recente storia di Regione Lombardia non è una storia criminale. Giudicarla attraverso il codice penale è ingiusto e sbagliato. Per noi l’applicazione del principio di sussidiarietà, proprio della dottrina sociale cattolica, e che qui ha trovato una sua esemplare concretizzazione, rimane modello e parametro del nostro impegno politico. Se un centrodestra esiste ancora, e vuole esistere ancora, deve confrontarsi con quel modello e quella storia, fatta di liberalizzazioni vere senza creare nuovi monopoli privati anziché pubblici, di strumenti reali di partecipazione democratica da parte dei singoli cittadini come di tutte le forze sociali e dei corpi intermedi, di libertà di scelta nell’erogazione dei servizi di cura e di educazione che ha finito per migliorarne la qualità, di importanti risparmi di risorse pubbliche senza incidere sulla carne viva delle persone, di tutela della vita e della famiglia. Se un’area liberale e popolare esiste ancora, e ha interesse ad esistere ancora, deve trovare il coraggio di rivendicare quella storia, ripensarla e riadattarla per rispondere alle sfide dell’oggi. A chi invece, sempre della vulgata, saluta con favore la condanna dell’ennesimo esponente “arrogante” della “casta”, diciamo di essere molto cauti. La pianta del giustizialismo, che ha messo radici con la stagione di Mani pulite, oggi vede i suoi fiori più maturi al governo del Paese. Ma si tratta di una pianta velenosa per chi pensasse di avvicinarsi e mangiarne i frutti. Infatti chi di giustizialismo ferisce, di giustizialismo perisce. Matteo Forte (consigliere comunale di Milano), Alessandro Bramati (presidente del Municipio 5), Deborah Giovanati (assessore del Municipio 9) e i consiglieri municipali di Milano Stefania Bonaccorsi, Elio Torrente, Nicola Natale, Massimo Casiraghi, Marco Campagnano, Giovanni Ferrari, Massimiliano Perri, Franco Vassallo, Eugenio Dell’Orto, Roberto De Lorenzo".

Roberto Formigoni, notizie drammatiche dal carcere: "Sta male, ecco le sue condizioni", scrive il 18 Aprile 2019 Azzurra Barbuto su Libero Quotidiano. Ci giungono notizie infauste dal carcere di Bollate. Roberto Formigoni, ex governatore della Lombardia, non se la passa affatto bene. Dietro le sbarre da quasi due mesi per scontare una pena di 5 anni e 10 mesi per corruzione, il settantunenne in un primo momento ha affrontato la detenzione con serenità ed addirittura ottimismo. Tuttavia, negli ultimi giorni egli appare sempre più stanco e provato. Chi ha modo di incontrarlo di frequente ci riferisce che, nonostante l' ex politico mantenga un atteggiamento dignitoso e non si pianga mai addosso, cercando persino di dissimulare la sua sofferenza fisica ed emotiva al fine di non pesare su chi gli sta vicino, è facile accorgersi che il suo spirito oggi è del tutto mutato. Formigoni è stato accolto con amore dagli altri carcerati, che lo chiamano con riguardo «presidente». Ed egli stesso, che si trova in cella con tre condannati, legge ogni dì i quotidiani e li passa ai compagni commentando poi con loro le notizie di stretta attualità. È un modo per non perdere i contatti con il mondo esterno, per restare nella realtà. Sebbene Formigoni sia integrato nella comunità detenuta, l' esistenza in gattabuia non è mica un bel vivere, tanto più quando hai già compiuto i settant' anni. La galera non dovrebbe ospitare anziani, posto che la stessa Costituzione prevede che la pena sia umana nonché la sua finalità rieducativa. Anche l'art. 47 dell' ordinamento penitenziario specifica che la persona che abbia compiuto i settant' anni possa scontare la condanna ai domiciliari, ossia nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora.

LA "SPAZZACORROTTI". Eppure nei confronti dell' ex presidente lombardo c' è stata una sorta di accanimento, che non possiamo fare a meno di rilevare: è stato ritenuto reo dai giudici di corruzione, anche se non è stato trovato il corpo del reato, ossia il grano, o comunque la contropartita che il soggetto ha potuto ricevere in cambio di vantaggi concessi all' altra parte, ci rifiutiamo di reputare che un giro in barca, come pure una vacanza intera su uno yacht, in mezzo ai paparazzi pronti a carpire la consumazione del delitto, possa costituire il compenso che il politico abbia richiesto e ottenuto, la prova infallibile della sua disonestà. Formigoni, inoltre, è stato sbattuto al fresco sulla base di una legge, la cosiddetta "spazzacorrotti", che ha esteso pure agli ultra settantenni giudicati colpevoli di corruzione l' obbligo di scontare la punizione in carcere e non ai domiciliari, così come previsto dall' ordinamento. Codesta norma, approvata nel 2018, è stata applicata però dai magistrati retroattivamente, in violazione dell' articolo 25 della Costituzione in base al quale «nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso». La richiesta dei domiciliari avanzata dagli avvocati dell' ex governatore è stata bocciata poco più di due settimane fa, estinguendo le ultime speranze dell' uomo. E questa è un' altra stranezza. È evidente che esista un conflitto normativo ancora da chiarire e che tiene incatenato alle sbarre un individuo il quale dovrebbe vivere questi ultimi anni della sua esistenza, che noi gli auguriamo siano decenni, in un ambiente consono e non in una cella fredda, umida ed angusta.

I NUMERI. Gli ultimi dati disponibili e risalenti al 2017 attestano che i detenuti over 70 in Italia sono quasi 800 (inclusi soggetti nati negli anni 30 del secolo scorso), numero che è lievitato in modo vertiginoso nell' ultimo decennio fino a raddoppiare e che continua a crescere, anche per effetto dell' invecchiamento generale della popolazione. Ci si domanda perché le misure alternative alla detenzione, compresi gli arresti domiciliari, non vengano concessi sebbene lo stabilisca la legge. Queste persone - preme sottolinearlo - non scontano ergastoli, ma è come se di fatto fossero castigate al carcere a vita, ossia fino al decesso. Poiché se già la terza età è dura, faticosa, piena di acciacchi, codesti patimenti si acuiscono quando si permane lontani dagli affetti, privi di libertà, di assistenza, di amore e di sicurezze nelle quali gli anziani cercano rifugio e conforto. Dovremmo avere sete di giustizia, invece spesso ci dimostriamo bestie affamate di giustizialismo, che altro non è che giustizia spogliata di umanità e di buonsenso, tracimata infine nel suo esatto opposto.

Formigoni, i pm contabili chiedono un risarcimento di 60 milioni di euro. Pubblicato mercoledì, 22 maggio 2019 da Corriere.it. La Procura lombarda della Corte dei Conti ha chiesto la condanna al risarcimento del «danno erariale» per circa 60 milioni di euro per l’ex governatore Roberto Formigoni, per la Fondazione Maugeri e per altri imputati nel procedimento sulla vicenda dei finanziamenti erogati dalla Regione Lombardia alla Maugeri, fino all’anno 2011. Vicenda che sul fronte penale ha portato alla condanna definitiva per corruzione a 5 anni e 10 mesi per Formigoni, ora recluso nel carcere di Bollate. All’ex governatore lombardo, che si trova in carcere dal 22 febbraio scorso dopo la condanna in via definitiva per corruzione, sono stati già sequestrati in via conservativa, lo scorso giugno, dalla Procura regionale della Corte dei Conti 5 milioni di euro, compresi vitalizi e pensione, e in caso di condanna quella cifra potrebbe essere pignorata. «Senza pensione vivrò d’aria», era stato il commento di Formigoni, che aveva affermato di aver «rinunciato da tempo» ai vitalizi. La decisione sulla richiesta dei pm contabili, guidati dal procuratore Salvatore Pilato, davanti alla prima sezione della Corte dei Conti sarà depositata nelle prossime settimane. Mercoledì i sostituti procuratori della Corte dei Conti, Antonino Grasso e Alessandro Napoli, hanno ricostruito che Formigoni e gli altri imputati avrebbero fatto parte di un «sodalizio di persone fisiche» a cui sarebbero stati retrocessi quei circa 60 milioni di euro di finanziamenti pubblici erogati dalla Regione Lombardia, a titolo di «funzioni non tariffabili», alla Fondazione Maugeri con sede a Pavia. Gli imputati nel procedimento sono, oltre all’ex governatore e alla Fondazione Maugeri, l’ex patron della struttura sanitaria Umberto Maugeri, l’ex direttore finanziario Costantino Passerino, e i «collettori» delle tangenti a favore del Governatore (tra cui spese per vacanze e anche l’uso di yacht) Pierangelo Daccò e l’ex assessore lombardo Antonio Simone. «L’impianto accusatorio della Procura della Corte dei Conti - ha detto il pm Grasso nella requisitoria - si basa in buona parte, ma non solo, sulla ricostruzione accusatoria fatta dalla Procura ordinaria. E riguarda, in particolare, la concessione di finanziamenti pubblici a titolo di “funzioni non tariffabili” che in parte sono stati utilizzati per remunerare le prestazioni rese dalla struttura sanitaria, e in buona parte, per circa 60 milioni, sono stati retrocessi alle persone fisiche, che fanno parte di un sodalizio».

Quadri, denaro, case  e terreni: le ultime  confische a Formigoni. Pubblicato mercoledì, 05 giugno 2019 da Giuseppe Guastella su Corriere.it. Mancavano solo quattro quadri antichi, ma ora anche quelli ufficialmente fanno parte del patrimonio dello Stato. Valore complessivo 70mila euro circa, è quanto rimaneva dei beni di Roberto Formigoni che doveva ancora essere confiscato dopo la condanna definitiva dell’ex Governatore lombardo a 5 anni e 10 mesi di reclusione nel processo San Raffaele-Maugeri. È stato il legale di Roberto Formigoni, l’avvocato Mario Brusa, a consegnare i quadri agli agenti della sezione di pg della Guardia di Finanza che nei giorni scorsi avevano già eseguito una serie di confische a carico di tutti gli imputati condannati nel processo. Si tratta di tre tele acquistate tra il 2010 e il 2012 con fondi delle Ferrovie Nord da Norberto Achille, l’allora presidente dell’ente che ha patteggiato due anni di reclusione (pena sospesa) per le spese pazze fatte usando le carte di credito dell’ente. Achille aveva regalato i quadri a Formigoni. Il quarto è un dono del 2009 fatto da Giuseppe Grossi, il defunto re delle bonifiche che fu coinvolto nell’inchiesta sull’inquinamento dell’area di Santa Giulia. È il dipinto che vale di più, dato che è stimato intorno ai 50 mila euro. A luglio 2015 la Gdf aveva bussato alla porta dell’abitazione in cui allora Formigoni viveva con la comunità dei Memores Domini di Comunione e Liberazione, ma le Fiamme gialle si erano dovute fermare sulla soglia perché lo stesso Formigoni era senatore del gruppo di Ncd e, come tale, non era possibile accedere nella sua casa per sequestrare i quadri senza autorizzazione del Senato. La consegna fatta dall’avvocato Brusa è un gesto che potrebbe avere una lettura precisa. Formigoni, che è in carcere a Bollate da più di tre mesi, ha voluto chiudere senza fare resistenza anche l’ultima partita aperta negli strascichi del processo. Un atteggiamento di apertura che potrebbe tornargli utile quando, ma soprattutto se, dovesse presentarsi la possibilità di accedere ai benefici penitenziari, a partire dalla detenzione domiciliare che, nonostante lui abbia oltre 70 anni (ne ha 72), gli è preclusa dalla legge «spazzacorrotti». È necessario, però, che la Corte Costituzionale dichiari illegittima la preclusione per coloro che, come Formigoni, hanno commesso reati prima della sua entrata in vigore oppure che il Tribunale di Sorveglianza accolga le richieste del condannato. Su ordine della Corte d’Appello, la GdF ha confiscato all’ex governatore anche circa 32 mila euro già bloccati su tre conti correnti e le quote di alcune proprietà di famiglia: due box, un terreno, alcune abitazioni a Lecco e una casa a San Remo. C’è anche il 50% della villa di Arzachena (Sassari) che, secondo l’accusa dei pm Laura Pedio e Antonio Pastore, sarebbe stata venduta da Pierangelo Daccò ed acquistata da Formigoni con l’amico Alberto Perego (che è stato assolto) per tre milioni, ma con uno sconto di almeno un milione e mezzo sul valore reale. La confisca riguarda anche tre vecchie auto dal valore modestissimo. Anche Daccò, l’apriporte in Regione condannato in via definitiva a 9 anni per la vicenda San Raffaele e aveva patteggiato altri 2 anni e 7 mesi per la Maugeri, si vede confiscare quote societarie e 3,2 milioni su conti correnti. Come Costantino Passerino, l’ex amministratore Maugeri condannato a 7 anni e 7 mesi rinchiuso a Bollate, al quale viene confiscato circa un milione e 454mila euro.

INTELLIGENTI O FURBI. Vittorio Feltri, la lezione ai giudici: un'amarissima verità sui politici corrotti. Libero Quotidiano 1 Giugno 2019. Nei giorni scorsi il viceministro Rixi è stato condannato con altri per aver cenato qualche volta a sbafo della Pubblica amministrazione. Una sentenza grossa per un reato piccolo piccolo. Il governatore del Piemonte Cota fu silurato per un paio di mutande verdi che poi non risultarono provento di furto. Oltre venti anni fa ci fu tangentopoli che cancellò la Seconda Repubblica travolta da inchieste e processi a carico di politici che avevano intascato miliardi. Già, la questione morale sollevata da Enrico Berlinguer non era uno stato d'animo bensì una solida realtà. Tutti sgraffignavano per il partito e qualcuno sgraffignava anche al partito per vivere agiatamente. Risultato, spazzate via le forze politiche quasi fossero organizzazioni criminali. Se ne salvò una soltanto, quella degli ex comunisti che pure grattavano di brutto, quanto gli altri. Botteghe Oscure furono salvate da un miracolo giudiziario. Forse la sinistra godeva di una protezione celeste esattamente come accade adesso. Lo dico senza spirito polemico ma con spirito critico. È passato tanto tempo dall'epoca gloriosa di Mani pulite, però le mani continuano ad essere considerate sporche cosicché i pesci nani seguitano a finire nella rete e a pagare prezzi enormi per aver intascato bazzecole, briciole. Irubagalline vengono perseguiti con un accanimento degno di miglior causa e i ladroni, e gli imbecilli, la fanno franca. La regione Lombardia, la più efficiente, è sotto tiro per quattro minchiate, tipo abuso d'ufficio (equiparato a una sosta vietata) mentre quelle del Sud, che ne combinano di ogni colore, sono risparmiate dai tutori distratti della legge.

Ma non è questo il punto. Si discute di corruzione come fosse un dramma nazionale, poi si scopre che nel Settentrione si va in galera per una consulenza di ottomila euro assegnata a un pirla tuo conoscente o per una nota spesa esagerata. Il senso delle proporzioni è svanito. Si vuol far credere che il seme del malaffare germogli prevalentemente nella politica, ed è una fandonia. È l'umanità ad essere imperfetta e tendente ad approfittarsi delle situazioni. La gente è pronta ad arraffare per campare meglio di quanto le consenta il proprio reddito, evade il fisco in massa, non paga l'assicurazione dell'automobile, va in moto senza casco, riscuote pensioni di invalidità pur essendo sanissima. Il popolo si arrangia in qualsiasi modo, soprattutto se illecito. Personalmente ho diretto sette o otto giornali e mi sono trovato dinanzi a episodi imbarazzanti. Al vertice dell'Europeo, settimanale di prestigio, un giornalista mi presentò una lista costi da brivido: una stecca di Marlboro, un chilo di parmigiano, una bottiglia di whisky e il pernottamento in un motel dove normalmente non si va per recitare il Rosario e neppure per compilare un articolo. Ovviamente contestai la richiesta di rimborso e litigai col redattore. Mancò poco che lo picchiassi perché aveva preso per il culo me e l'azienda, la Rizzoli. Questo significa che non è necessario essere un politico per cedere alla tentazione di fregare soldi, la qual cosa è estesa alla collettività, e i cronisti non sono esenti dal desiderio di lucrare disonestamente. Ne sono testimone e per darmi un po' di arie dico che da lustri non presento note della spesa nel timore di sbagliare a mio vantaggio. Lo faccio per una ragione semplice: temo di rimediare figure di merda. Tutto ciò dimostra che non si può pulire il mondo e renderlo lindo quale un giglio. Gli uomini o sono intelligenti o furbi. In ogni caso preferisco essere governato da un briccone che da un idiota senza macchia.  Vittorio Feltri

Vittorio Feltri a Roberto Formigoni: "Basta, adesso devi chiedere la grazia a Sergio Mattarella". Libero Quotidiano il 4 Giugno 2019. Mi dice il direttore di Tempi, Emanuele Boffi, che Formigoni desiderava mi sentissi a pieno titolo tra gli amici destinatari della sua lettera. Questo titolo di amico mi sorprende e mi onora.  Il fatto che tale appellativo mi sia dedicato da un uomo in galera non mi provoca disagio. Anzi. Ho confessato in passato di stimare l'ex presidente della Lombardia come eccellente amministratore di una regione che ha trasformato in un prototipo invidiato e imitato nel mondo specie in campo sanitario (non purtroppo al Sud). Adesso la missiva, dove racconta la sua carcerazione con semplicità e senza lagne, desta in me l'ammirazione per la persona. Si dichiara innocente, e cita a sostegno il giudizio del grande avvocato Franco Coppi, secondo cui non ci sono a suo riguardo né colpa né prove. A 71 anni è caduto dal 31° piano di un grattacielo con vista su Milano e sulle Alpi nel cortile di una prigione ma non si è spiaccicato al suolo, si è tirato su. La prospettiva di farsi sei anni in cella non lo ha umiliato, non è stato schiacciato interiormente dal calcagno dei suoi nemici. Non ostenta chissà quali speciali sofferenze per l'ingiustizia. Ritiene le sue pene dolorose, ma paragonandosi alla situazione di altri, compagni di detenzione o agenti della penitenziaria, riconosce che forse hanno più problemi di lui. Non nasconde la sua fede, però non si esibisce in Gesummarie, una sobrietà che dà maggior credibilità alla sua testimonianza. La finisco con gli elogi, giacché sarei io a risultare patetico. Confesso. Leggere come questo signore trascorre le giornate, tra pratiche burocratiche pervasive anche per prendersi la medicina tre volte al giorno, dove per ogni minima esigenza deve dipendere dall'umore altrui, regredito per legge in una specie d'infanzia delimitata dalle sbarre, mi sgomenta, poiché, come il grande Coppi, da povero gregario sono pure io arciconvinto della non colpevolezza penale di Formigoni. Sull'etica e soprattutto sull'estetica discutibile di certe sue vacanze non esisteva alcun diritto di imbastirgli un processo in tribunale, e lascio ai moralisti un tanto al chilo di giudicarlo, loro che hanno adorato l'eleganza dei tuffi dallo yacht dell'Avvocato con il pistolino per aria. Se lo dice di me, allo stesso modo credo che il Celeste chiami amici i lettori di Libero, dei quali sono sicuro di aver interpretato i sentimenti quando ho chiesto al capo dello Stato di esercitare la sua facoltà di concedergli la grazia. Ribadisco la richiesta, e se possibile con più determinazione. Mi rendo conto che l'epistola formigoniana dalla cella non faciliti, a dar retta ai giureconsulti, la clemenza del presidente della Repubblica. Infatti essa presupporrebbe - mi si dice - il pentimento del reo o almeno uno stato di salute a rischio di decesso. Le ultime scelte di Sergio Mattarella non sono andate però in questo senso: ha saputo correggere con la sua saggezza decisioni della magistratura formalmente corrette ma cariche di ingiustizia. È il caso di Formigoni. Il fatto che non strisci accusandosi e non si demolisca con scioperi della fame per ottenere pietà è prova semmai di rettitudine. Formigoni ha già pagato abbondantemente presunte colpe con l'umiliazione della prigione. Questo non appagherà di certo gli strilloni del crucifige, ma se ne faranno una ragione. Una cosa chiedo a Formigoni: domandi umilmente la grazia, pieghi il suo orgoglio. Chiedere la grazia a un galantuomo, allorché è l'ultima ratio affinché si faccia almeno un po' di giustizia, è un servizio alla buona causa. E, se permette, un piacere personale al mio bisogno di addormentarmi in pace. Vittorio Feltri

Formigoni racconta la vita in cella "Mi hanno scritto duemila persone". L'ex governatore sconta 5 anni e 10 mesi: «C'è solidarietà tra detenuti. La condanna ingiusta non inquina il mio cuore». Paolo Bracalini, Martedì 04/06/2019 su Il Giornale. Da tre mesi e una settimana nel carcere di Bollate per scontare una condanna a 5 anni e 10 mesi, Roberto Formigoni mantiene un contatto con la realtà esterna attraverso le lettere. Quelle che riceve, «ben oltre duemila» sia in forma cartacea che attraverso una casella di posta elettronica gestita per i detenuti da una cooperativa. Sia quelle che scrive, molte in forma privata e qualcuna in forma pubblica a Tempi, settimanale di area Cl, il movimento cattolico da cui proviene l'ex governatore. Nell'ultima lettera Formigoni racconta per la prima volta la sua vita da carcerato, smentendo le voci che lo danno depresso e privo di speranze: «In galera, come ho imparato nella mia vita, vivo il presente istante per istante, e il presente è il luogo della presenza di un Altro, e ogni istante è un'occasione di sofferenza ma anche di incontro, di dialogo, di riflessione - scrive nella lettera Formigoni - Tutto ciò ha destato qui una certa sorpresa, perché ci si aspetta che il detenuto, specie nei primi tempi, sia almeno un po' provato, un po' depresso, se non addirittura che mediti intenti cattivi, tant'è che per un certo periodo devi incontrare quotidianamente lo psicologo o lo psichiatra. E uno di questi un certo giorno mi ha fatto chiamare per domandarmi: «Ma lei si rende conto di dove è, di cosa le è successo, di come dovrà vivere?». In realtà voleva chiedermi: Ma lei è pazzo? Come fa a vivere così?. Eppure anche qui si può vivere così. E si può vivere così anche in rapporto agli altri detenuti e agli agenti di polizia penitenziaria. Ciascuno è una persona, ovviamente coi suoi problemi, a volte grandi o grandissimi, con una prospettiva di futuro pesante o incerta, con speranze che vanno e vengono. Ma con molti si può creare uno scambio, un riconoscimento, qualche forma di solidarietà». Dagli altri detenuti (che lo chiamano «presidente») ha ricevuto un'accoglienza inaspettata, tanto che si è accorto solo recentemente che in carcere il caffè è a pagamento, finora glielo avevano sempre offerto gli altri carcerati. La vita da detenuto è scandita da ritmi burocratici che riducono il «tempo utile», il resto lo utilizza per leggere testi classici e contemporanei, politica, economia, teologia. «Al contrario di quel che si può pensare, in carcere il tempo è poco almeno per me -, non tanto. Devi fare tutto ciò che è legato alla sopravvivenza quotidiana, devi sottoporti a pratiche burocratiche e tempi di attesa, devi compilare la domandina per ogni cosa. Se vai in biblioteca ti chiamano in reparto per consegnarti la posta che viene aperta in tua presenza lettera per lettera, poi ritorni in biblioteca per essere di lì a poco richiamato per ritirare una raccomandata che ti viene consegnata in un luogo diverso, mentre la consegna dei pacchi è in un altro luogo ancora con un'altra trafila. E pure le medicine le devo ritirare, una pastiglia al giorno, in tre momenti diversi». E poi appunto la corrispondenza, moltissime lettere e mail «che per settimane mi sono arrivati a fiumi. È qualcosa di straordinario, che mi emoziona e mi sorprende ogni volta. Il mio più grande cruccio è di non riuscire a rispondere che a pochi. Ma i messaggi li conservo tutti, è un tesoro che non hanno potuto né condannare né distruggere. E che porterò sempre con me». Chi gli ha parlato racconta del «senso di ingiustizia profonda» che l'ex governatore lombardo sente di aver subito. Lo scrive anche nella lettera citando il penalista Coppi: «Una condanna senza colpa e senza prove». Ma quello in carcere è ancora il Formigoni combattivo di una volta: «Mi è stato chiaro fin dal primo istante che questa situazione non poteva dominare né i miei giorni né i miei minuti. Hanno potuto condannarmi ma non hanno potuto decidere del mio modo di reagire e di vivere, non hanno potuto inquinare né il mio cuore né il mio cervello».

Formigoni lascia il carcere: concessi gli arresti domiciliari. Pubblicato lunedì, 22 luglio 2019 da Giuseppe Guastella su Corriere.it. Il tribunale di sorveglianza di Milano ha disposto la scarcerazione di Roberto Formigoni, che sta scontando una condanna definitiva a 5 anni e dieci mesi di carcere per corruzione, e gli ha concesso gli arresto domiciliari. Li sconterà, come aveva annunciato, ospite di un amico in una casa di Milano, e se gli sarà concesso farà volontariato in un convento di suore. Meno di cinque mesi di carcere avevano sgretolato il suo costante e fermo rifiuto ad ammettere le sue responsabilità: mercoledì scorso per la prima volta, a sette anni dall’inizio delle sue disavventure giudiziarie per il caso Maugeri–San Raffaele, aveva affermato «Comprendo il disvalore dei miei comportamenti». L’ex potente governatore della Lombardia, 72 anni, che dal 22 febbraio scontava la pena nel carcere di Bollate, si era presentato mercoledì pomeriggio di fronte al collegio presieduto da Giovanna Di Rosa, con il giudice Gaetano La Rocca e due esperte. Smagrito, polo bianca su un paio di jeans, era accompagnato dai suoi legali, Mario Brusa e Luigi Stortoni. Aveva chiesto la detenzione domiciliare riservata ai detenuti che hanno più di 70 anni, ma che è impedita dalla legge «Spazzacorrotti». Gli avvocati hanno puntato a scardinare il divieto passando attraverso il principio di non retroattività della norma penale. Una questione sulla quale pende un ricorso alla Corte costituzionale sollevato a Venezia. I difensori hanno sostenuto anche la «collaborazione impossibile», quella che permette di concedere i benefici penitenziari anche ai condannati per reati di mafia o di terrorismo (di norma ne erano esclusi) quando i giudici accertano che i condannati, pur volendolo, non possono fornire elementi utili alla giustizia nel corso dei processi o dopo per fare altra luce sulle vicende che li riguardano. Il sostituto procuratore generale Nicola Balice, che rappresentava l’accusa in Sorveglianza, aveva dato parere negativo sulla prima questione, ma aveva detto sì alla seconda, nonostante il procuratore aggiunto Laura Pedio, che ha sostenuto l’accusa in primo grado e in appello, abbia trasmesso un parere in cui sostiene che Formigoni potrebbe fare ancora luce su questioni rimaste oscure. Pedio ha aggiunto che in passato, se l’ex governatore avesse voluto collaborare, avrebbe dovuto quantomeno farsi interrogare, cosa che ha sempre rifiutato sia durante le indagini che nei processi, limitandosi a rilasciare solo dichiarazioni spontanee. In aula Formigoni ha assicurato di aver riflettuto molto in questi mesi. «Oggi comprendo che avrei fatto meglio a farmi interrogare», ha detto, giustificando le dichiarazioni spontanee con la volontà di evitare che le domande dell’accusa e delle difese frammentassero il suo ragionamento. Ha parlato di Bollate, dei compagni di cella, degli operatori che l’hanno aiutato in questi mesi. «Mi conformo alla sentenza», ha detto, porgendo ai giudici l’elemento dell’accettazione della condanna, indispensabile per ottenere i benefici penitenziari. Poi ha spiegato che, anche volendo, non può contribuire a far rientrare altri soldi frutto dei reati anche perché, ha affermato, «sono povero», ricordando che gli è stato sequestrato o confiscato tutto, compreso il vitalizio che gli versava la Regione Lombardia dopo 18 anni ininterrotti di presidenza. Ha detto di non sapere nulla di conti esteri e di società in paradisi fiscali. Ora che i giudici hanno accolto la sua richiesta, Formigoni lascerà il carcere per proseguire la detenzione in un’abitazione di Milano che ha già indicato. Se possibile, vorrebbe essere autorizzato a fare volontariato in un convento di suore per il resto della pena, che scadrà a metà 2023, benefici compresi.

Formigoni ai domiciliari: volontariato con anziani e disabili. E la sorella gli porta libri di etica e storia della chiesa. L'ex governatore ha lasciato dopo cinque mesi il carcere, sconterà la pena a casa di un amico di Milano, un docente di statistica della Bicocca. Il cappellano di Bollate: "Era come tutti gli altri detenuti, si è adattato a questo luogo". Luca De Vito e Zita Dazzi il 23 luglio 2019 su La Repubblica. La sua nuova casa, dopo i cinque mesi trascorsi nel carcere di Bollate, è un appartamento di Milano, ospite di un amico. Da qui, ogni giorno, l'ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni, condannato in via definitiva a cinque anni e dieci mesi per corruzione, potrà uscire ogni mattina per andare a fare volontariato, come ha chiesto, all'istituto religioso Piccolo Cottolengo Don Orione, che ospita persone anziane e disabili e dove prima del carcere aveva già insegnato l'italiano a sei religiosi provenienti dal Madagascar. E' uscito dal carcere poco prima delle 14 di ieri, Formigoni, appena è stata notificata la decisione del giudice di Sorveglianza: domiciliari, per finire di scontare la sua pena. L'indirizzo accolto dai giudici è quello di un amico di vecchia data di Formigoni, Walter Maffenini, docente di statistica alla Bicocca, che lo aiuterà anche economicamente, visto che l'ex 'Celeste' ha sempre sostenuto di non potersi "più nemmeno comprare da mangiare" per via del procedimento della Corte dei Conti e per il sequestro di tutti i suoi beni. Ieri, in serata, la sorella Anna Maria è andata a trovarlo portandogli un pacco di libri, tra questi 'L'etica fiscale ed economica nell'opera di Ezio Vanoni' di Paolo Del Debbio e "Storia del monachesimo occidentale". La decisione dei giudici del tribunale di Sorveglianza arriva dopo l'udienza, la scorsa settimana, in cui gli avvocati di Formigoni, Mario Brusa e Luigi Stortoni, avevano chiesto per lui una pena alternativa. La scarcerazione dell'ex governatore è stata decisa dal tribunale di Sorveglianza per ragioni tecniche, ma anche per il suo ravvedimento. Davanti ai giudici che gli hanno concesso i domiciliari, Formigoni aveva ammesso 'errori': "Solo oggi comprendo che sarebbe stato meglio rispondere alle domande e comprendo il disvalore dei miei comportamenti. Le mie convinzioni personali e culturali mi hanno fatto decidere di costituirmi per rispetto dello Stato". Anche se appena un mese fa, in una lettera inviata alla rivista Tempi, usava un tono ben diverso: "Hanno potuto condannarmi ma non hanno potuto decidere del mio modo di reagire e di vivere, non hanno potuto inquinare né il mio cuore né il mio cervello". Dal carcere di Bollate parla don Antonio Sfondrini: "Ci siamo salutati prima che uscisse, mi ha detto che senz'altro ci rivedremo, anche se lui sarà fuori, da un'altra parte: è stato un momento commovente, perché in questi mesi si era creato un rapporto fra di noi. Lo vedevo praticamente tutti i giorni, questo è il mio lavoro. Io aiuto i detenuti, parlo con loro quando hanno bisogno, e in questo Formigoni non si distingueva dagli altri, ha mostrato grande adattamento. Era un uomo come gli altri uomini nella condizione della prigionia. Il carcere è un luogo che livella le differenze sociali, un posto dove si sta molto assieme e ci si conosce". Come motivazione del provvedimento c'è una questione tecnica. La legge infatti, per effetto della Spazzacorrotti, prevede la possibilità di accedere alle misure alternative al carcere solo per chi collabora, anche nei casi di reati contro la pubblica amministrazione. La posizione degli avvocati - accolta dai giudici - sosteneva che Formigoni non potesse più collaborare sui fatti che lo riguardavano, visto che tutto era accertato. Diverso il parere della procura, che in una memoria ha sostenuto di non avere "elementi certi per ritenere, ma nemmeno per escludere" che l'associazione a delinquere di cui facevano parte Pierangelo Daccò e l'ex assessore Antonio Simone, gli intermediari della corruzione, fosse "ancora in atto". I guai giudiziari di Formigoni, però, non sono finiti. È ancora pendente un procedimento nei suoi confronti a Cremona, dove deve sostenere l'accusa di corruzione su un presunto giro di tangenti nella sanità; tra gli imputati anche l'ex direttore generale dell'ospedale di Cremona Simona Mariani e l'ex direttore generale dell'assessorato regionale alla Sanità Carlo Lucchina.

Formigoni ai domiciliari: «Un errore quelle vacanze. In cella mi ha aiutato la fede». Pubblicato mercoledì, 24 luglio 2019 da Giuseppe Guastella su Corriere.it. Un’occhiata a destra, una a sinistra. Un passo oltre la soglia del portone e poi ancora un’occhiata a destra e una a sinistra. Solo quando si convince che non ci sono fotografi ad aspettarlo, Roberto Formigoni fa la sua prima passeggiata «libera» dopo che il Tribunale di sorveglianza di Milano gli ha concesso la detenzione domiciliare. Alla persona che lo ospita dopo 5 mesi di carcere a Bollate, confida: «L’errore che ho commesso? Non dovevo fare quelle vacanze. È stata un’imprudenza, un’inopportunità». Camicia bianca a quadri neri, pantaloni scuri, l’ex potente governatore della Lombardia si avvia sul marciapiede di una strada nei pressi di Piazza Firenze. Accogliendo la richiesta degli avvocati Mario Brusa e Luigi Stortoni, i giudici gli hanno concesso di scontare in casa quanto rimane della condanna per corruzione a 5 anni e 10 mesi per la vicenda Maugeri, con i 6,6 milioni di euro in viaggi esotici da sogno, uso esclusivo di due yacht e metà di una villa in Sardegna acquistata a prezzo scontato che gli ha elargito Pierangelo Daccò, «apriporte» in Regione, e dal socio di questi Antonio Simone. I giudici hanno imposto varie prescrizioni, esattamente come avviene per tutti i detenuti, perché colui che per 18 anni è stato alla presidenza del Pirellone, va ricordato, resta sempre un detenuto. Può uscire di casa solo per necessità di salute e, due ore al giorno, «per soddisfare indispensabili esigenze di vita», come andare a fare la spesa o in farmacia senza mai lasciare Milano. Deve, tra l’altro, avere contatti costanti con gli assistenti sociali dell’Ufficio per l’esecuzione penale esterna e non deve frequentare pregiudicati né tossicodipendenti. Formigoni approfitta delle due preziose ore anche per fare un po’ di moto. Dimagrito, nove chili in meno lo hanno ringiovanito, si muove a passo veloce sul marciapiede. Qualcuno lo riconosce e lo saluta, c’è anche chi gli stringe la mano. Lui si ferma, cordiale, quel tanto che basta per non essere scortese. Non può rilasciare interviste, ma parla con il professore universitario che lo ospita. Ha ottenuto la detenzione domiciliare anche perché, come hanno scritto i giudici, ha fatto una «revisione sulle condotte processuali assunte» dopo che per anni, come era suo diritto, si è difeso negando ogni responsabilità e non facendosi mai interrogare. Ora, però, sembra pentito: «Ripensandoci, forse sarebbe stato meglio rispondere alle domande. Io non ho compiuto reati». A chi dice che ha cambiato linea, risponde: «Ho accettato la sentenza e l’ho rispettata. Subito. Tanto è vero che mi sono presentato spontaneamente in carcere 12 ore dopo. Questo, però, non vuol dire essere d’accordo con essa. L’ho fatto per formazione, per cultura e rispetto delle istituzioni». Perché, confida al professore, si sente sempre «un uomo delle istituzioni». Errori? «Non certamente quello di aver fatto della Lombardia una delle prime regioni d’Europa, e non solo nella sanità», dice. A chi, come i pm nel processo, obietta che forse, senza sprechi e tangenti, la Lombardia poteva essere migliore, risponde sarcastico: «Migliore? Tutti riconoscono che è stata la migliore». Un errore lo ammette: «Dovevo smettere di frequentare quegli amici trentennali (Daccò e Simone, ndr) quando cominciavano a occuparsi di materie di competenza regionale (la sanità, ndr)». Come ha superato l’impatto con la detenzione? L’amico spiega che ad aiutare Formigoni è stata la conoscenza del carcere visitato molte volte come parlamentare e «la fede e l’educazione a guardare gli altri negli occhi». Tra poco più di un anno potrebbe chiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali. Progetta di riprendere il volontariato che faceva al Piccolo Cottolengo Don Orione di Milano, dove insegnava italiano a 6 suore straniere che assistono anziani e disabili.

Formigoni scarcerato, una buona notizia. Ma il Tribunale è andato contro la legge. Avv. Michele Passione il 27 luglio 2019 su Il Dubbio. Con ordinanza del 17 luglio il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha disposto che la pena inflitta dalla Corte di Appello di Milano nei confronti di Roberto Formigoni per corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio venga espiata in regime di detenzione domiciliare, ex articolo 47 ter, comma 01, dell’Ordinamento penitenziario, trattandosi di condannato ultra settantenne. Per chi ama la libertà, ancorché limitata alle mura domestiche, è una buona notizia. Tuttavia, affinché non resti un non detto, occorre fare chiarezza. Sulle pagine di Repubblica Luigi Manconi ha affermato che è possibile, sia pur “faticosamente”, difendere l’indifendibile, “in nome della forza del diritto e dei principi del garantismo”. Ci permettiamo di osservare come non sia affatto faticoso rispettare la Legge, e così anche che non vi sono indifendibili ( neanche quelli definitivamente condannati), per la buona ragione che le regole valgono per tutti; le regole, però. Ha invece ragione Luigi Manconi quando deplora l’argomentazione populista ( quasi un ossimoro) per la quale l’uguaglianza andrebbe praticata al ribasso, e dunque anche il Celeste, come i suoi ( non pochi) coetanei detenuti, avrebbe dovuto scontare la pena per intero in carcere ( o, se si preferisce, marcire in galera – strano, ma in questo caso non si è levata voce dal Viminale). Infine, e questo è ciò che ci preme evidenziare, Manconi sbaglia quando sostiene che il provvedimento milanese è corretto (“legittimo”, certo, ma “previsto dall’ordinamento giuridico”, no). Vediamo perché. Il ragionamento del Tribunale milanese è il seguente: la Legge 3 del 2019 si applica anche se i fatti son stati commessi molti anni prima ma non occorre sollevare questione di legittimità costituzionale ( come fatto da altri Giudici, anche di legittimità), dovendosi valutare se il condannato abbia prestato attività di collaborazione con la Giustizia, o se la stessa debba essere ritenuta impossibile o inesigibile, ai sensi del comma 1 bis dell’articolo 4 bis dell’Ordinamento penitenziario. Una volta accertato questo, l’ostatività verrebbe meno, e dunque l’ex presidente della Regione potrebbe accedere alla misura richiesta, la detenzione domiciliare per ragioni di età, “peraltro l’unica misura alternativa praticabile” ( per il quantum di pena inflitta e da espiare), sostiene il Collegio. Non è così. E infatti, il Tribunale non spiega ( neanche in un obiter) come sia possibile superare l’espressa esclusione apposta alla concessione della misura dal primo comma dell’articolo 47 ter comma 01 Ordinamento penitenziario ( introdotta, assai prima della recente Legge 3/ 2019, dalla Legge ex Cirielli), che per l’appunto ( così come tante disposizioni dell’Ordinamento penitenziario) pone preclusione per i condannati per delitti di cui all’articolo 4 bis ( tra i quali oggi, in virtù stavolta proprio della Legge 3/ 2019, anche l’articolo 319 del Codice penale, il reato attribuito a Formigoni). Era, questo, il tentativo riformatore e apotropaico percorso dalle Commissioni Ministeriali dei cosiddetti Stati generali dell’esecuzione penale ( liberare le misure alternative dalle ostatività e dai tipi di autore), come noto fallito sulla linea di arrivo. L’unica strada percorribile, chiara, corretta, sarebbe stata quella di sollevare questione di legittimità costituzionale, o chiedendo una sentenza ablativa dell’articolo 47 ter comma 01 ( eliminando la preclusione del 4 bis introdotta a suo tempo dalla ex Cirielli), o una sentenza additiva della norma ( che aggiunga ad essa quanto previsto dal comma 1 bis dell’articolo 4 bis, così applicando anche alla detenzione domiciliare il meccanismo della collaborazione impossibile). Poiché risulta “immanente al vigente sistema normativo una sorta di incompatibilità presunta con il regime carcerario per il soggetto che abbia compiuto i settanta anni” ( Cassazione, Sez. I, 12.2.2001, n. 16183), l’irragionevolezza del divieto e la conseguente violazione dell’articolo 27 comma 3 della Costituzione ( giacché una incarcerazione irragionevole impedisce l’efficacia rieducativa della pena) avrebbero dovuto essere denunciati, così determinando la pronuncia della Consulta nell’interesse di tutti. Questa, ci pare, la strada da seguire, per conferire ragionevolezza al sistema, per dare parità di condizioni, rivendicandone le ragioni. Ma, come scriveva Fabrizio De Andrè, “si rannicchiano zone d’ombra, prima che il sole le agguanti”.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Torino nelle canzoni.

Torino nelle canzoni, dieci brani che raccontano la città. Da Lucio Dalla ai Subsonica a Gipo Farassino: gli interpreti che hanno cantato la città della Mole. Qual è la più bella? Il sondaggio. Gino Li Veli il 26 agosto 2019 su La Repubblica. Fedele al suo stile un po' riservato, Torino si è raccontata nella musica con discrezione, facendo emergere l'immagine di una città che conserva tesori non sempre conosciuti ma di grande bellezza e pregio, come ha raccontato Il Quartetto Cetra nel brano "Passeggiando per il centro di Torino". La città della Mole è stata cantata sia dai suoi interpreti tradizionali (uno su tutti lo chansonnier Gipo Farassino, che le ha dedicato "La mia città", oltre ad una lunga serie di canzoni in dialetto) ma anche da interpreti non torinesi, come Lucio Dalla, che nell'album "Automobili" scritto con Roberto Roversi raccontò l'immigrazione nella città della Fiat nel brano "Un'auto targata To". Sempre dagli anni Settanta emerge il gruppo degli Arti e Mestieri, formazione di jazz progressivo, che ha raccontato la storia di "Mirafiori", il quartiere di uno degli stabilimenti della grande fabbrica. Persino un romano a tutto tondo come Antonello Venditti ha cantato "Torino" a fine anni Settanta (l'album era "Sotto la pioggia"). Anche artisti emersi nei decenni successivi hanno voluto dedicare canzoni a Torino, come i Subsonica ("Il cielo su Torino") o gli Statuto, che prendono il nome da una celebre piazza cittadina ritrovo dei mods ("Qui non c'è il mare"). A quel luogo, un tempo ricco di fascino, come il lungofiume dei Murazzi, si è ispirato Vinicio Capossela con il "Tanco del Murazzo" mentre gli Zen Circus hanno fotografato la situazione di uno dei quartieri tipici della movida torinese, con "San Salvario" . Senza dimenticare Ligabue che nel brano "Siamo chi siamo" ha fatto sapere di conoscere una ragazza di Torino. Adesso tocca a voi, scegliete la canzone che a vostro giudizio racconta meglio la città. Le canzoni di Torino:

Quartetto Cetra: "Passeggiando per il centro di Torino"

Gipo Farassino: "La mia città"

Lucio Dalla " Un'auto targata To"

Antonello Venditti: "Torino"

Subsonica: "Il cielo su Torino"

Statuto: "Qui non c'è il mare"

Vinicio Capossela: "Tanco del Murazzo"

Zen Circus : "San Salvario"

Arti e Mestieri: "Mirafiori"

Ligabue: "Siamo chi siamo".

·         Rimborsopoli, incubo carcere per alcuni consiglieri regionali piemontesi.

Rimborsopoli, incubo carcere per alcuni consiglieri regionali piemontesi. Effetto legge "spazzacorrotti": detenzione per chi ha avuto condanne definitive pari a due anni. Ottavio Giustetti il 24 giugno 2019 su La Repubblica. La legge " Spazzacorrotti" potrebbe rendere ancora più buie le pagine della rimborsopoli piemontese. Un gruppo di politici condannati nel primo processo per le " spese pazze" dei consiglieri regionali rischia il carcere per effetto della nuova norma, una misura fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle e approvata a dicembre con effetto retroattivo. L'asticella è fissata sui due anni di condanna, e chi è sopra può cominciare a preoccuparsi.

Alcuni di loro hanno fatto la storia politica del Piemonte con qualche decennio di rappresentanza nella assemblee regionali, Angelo Burzi per esempio, e Angiolino Mastrullo. Altri sono saliti sul carro della politica più che altro da avventurieri, come Michele Giovine. Se la Cassazione confermerà le severe condanne pronunciate a luglio dalla Corte d'Appello ( 25 in tutto) per chi non gode della sospensione condizionale della pena potrebbero aprirsi le porte del carcere. Almeno per il tempo necessario a che gli avvocati chiedano e ottengano dal tribunale di sorveglianza una misura alternativa alla detenzione. Qualche settimana o qualche mese. Corrono ai ripari i difensori che avevano rinunciato ai ricorsi confidando nella possibilità di sospendere l'ordine di carcerazione. Il caso di Mastrullo, per esempio: ha patteggiato in appello un anno e sei mesi, dopo aver restituito alla Regione 70 mila euro che gli erano stati contestati dai pm Enrica Gabetta e Giancarlo Avenati Bassi, ma poiché aveva una precedente condanna a 8 mesi rischia che la sentenza, diventata definitiva, faccia partire l'ordine di carcerazione, un provvedimento che per effetto della Spazzacorrotti non si può più sospendere come un tempo. Giovine è quello che ha sulla testa la spada di Damocle più affilata con i suoi 4 anni e 6 mesi. Ma anche Angelo Burzi e Rosanna Valle ( 2 anni e 4 mesi), Massimiliano Motta ( 2 anni e 2 mesi). "Confidiamo che presto si pronunci la Corte Costituzionale su una delle eccezioni che sono partite da diversi tribunali d'Italia - dice Michele Galasso, l'avvocato difensore di Angiolino Mastrullo - ci sono alcuni giudici che hanno già dichiarato fondata l'eccezione di costituzionalità " . Il punto è tecnico: si tratta di una norma processuale applicata in tutti i casi ( anche se il reato è stato commesso in passato) che si definiscono in questo momento. "In realtà però deve essere considerata nella sua valenza sostanziale - spiega Galasso - in quanto incide sulla libertà personale". L'8 marzo il gip di Como interpellato come giudice dell'esecuzione ha sospeso l'ordine di carcerazione, tralasciando di fatto la nuova norma. Anche a Venezia, a maggio, il tribunale di sorveglianza ha sollevato la questione di legittimità costituzionale sospendendo il giudizio. E quattro giorni fa, il 18 giugno, la prima sezione penale della Cassazione ha fatto lo stesso. Le voci che arrivano da diverse parti d'Italia sembrano scongiurare l'ipotesi peggiore. L'epilogo sarà importante anche per chi è finito nella seconda indagine sui rimborsi, quella per la legislatura 2008- 2010 che si sta definendo in queste settimane. E non è questo il solo binario sul quale viaggiano i politici sotto inchiesta a Torino dove la giustizia sembra muoversi a due velocità. C'è un filone del primo processo che è rimasto un ramo secco, sospeso fino a ora. È il processo che in primo grado si è celebrato con il rito abbreviato davanti al gup, Roberto Ruscello. Con condanne anche pesanti, come Boniperti (2 anni e 6 mesi), Valerio Cattaneo, ex presidente del Consiglio regionale ( 1 anno e 8 mesi) e Gabriele Moretti, ex consigliere comunale dei Moderati, la sua è la pena più alta: 3 anni. Di questo processo "abbreviato" dopo cinque anni l'appello non è mai stato fissato e una parte delle accuse (per truffa) sono prescritte, o quasi.

·         Appendino: Sindaco a sua insaputa.

Salone del libro 2017, il portavoce della sindaca "punisce" Repubblica: taglio al budget pubblicitario. I verbali dell'inchiesta sulla consulenza svelano gli interventi di Pasquaretta. Ottavia Giustetti, Sarah Martinenghi e Jacopo Ricca su La REpubblica il 18 ottobre 2019. Meno pubblicità a "Repubblica" dalla Fondazione che organizza il Salone del Libro, perché il giornale non si è dimostrato abbastanza favorevole a Chiara Appendino. Il particolare emerge dagli atti dell’inchiesta torinese che ha come principale indagato Luca Pasquaretta, l’ex portavoce della sindaca di Torino. L’indagine per peculato nasce quando si scopre che il giornalista è stato pagato come consulente del Salone per l’edizione 2017, ma dalle bollature in Comune risulta sempre in servizio a Palazzo Civico nei giorni della kermesse. In dubbio ancora il ruolo della sindaca che sostiene di non aver mai saputo di quella consulenza affidata al suo portavoce e ha portato un’altra chat di maggio 2018 al pm Gianfranco Colace dalla quale si capirebbe che lui l’aveva tenuta all’oscuro di tutto. Il 24 aprile di un anno prima però, mentre si preparava l’edizione del Salone per cui gli è stata pagata la consulenza, Pasquaretta scambia con lei questa sequenza di messaggi. “Sono passato un attimo dalla Fondazione per il Libro” scrive il portavoce ad Appendino, per giustificarsi di non aver risposto alla sua chiamata. “Dovevo controllare come hanno destinato il budget per la pubblicità”. Il proposito di Pasquaretta è modificare la distribuzione del budget pubblicitario della Fondazione sui diversi giornali cittadini. Lo spiega Nicola Gallino, capo ufficio stampa del Salone del libro, in sede di testimonianza il 7 luglio 2018: “In effetti, abbiamo - dove commercialmente sostenibile - ridotto gli investimenti con La Repubblica e Lo Spiffero, testate a dire del Pasquaretta non cosi favorevoli al Sindaco”. Il portavoce della sindaca redistribuisce gli investimenti pubblicitari della Fondazione sulle testate che sono politicamente più favorevoli ad Appendino e le preannuncia: “Ho sistemato un po’ di cose sul budget. Stasera ti faccio vedere. Così sono tutti contenti”. Lei risponde “ok”. Ma gli chiede anche: “Tutto ok in Fondazione? Tutti gasati?”. “Gasatissimi” risponde lui. Forse a maggio 2018 Appendino cadrà dalle nuvole, scoprendo che Pasquaretta aveva ottenuto la consulenza per il Salone. Ma certamente ad aprile 2017 sa che il giornalista si sta occupando della pubblicità della Fondazione e sembrerebbe avergli dato carta bianca anche sulla distribuzione sulle diverse testate giornalistiche in vista dell’evento. “Questa attività l’ho seguita io per anni e ho predisposto anche per il 2017 il piano di ripartizione degli investimenti pubblicitari – ha spiegato Gallino al magistrato -. Come espressione del vertice Pasquaretta diede delle indicazioni operative e concrete sulla ripartizione dei fondi consigliando alcuni siti o testate o comunque dando indicazione sul riposizionamento delle risorse presso le testate, indicazioni anche di tipo politico. In particolare, ricordo che mi diede precise indicazioni su tagli da applicare a testate meno favorevoli, a suo dire, alla Sindaca”. La ricostruzione di Gallino sembra confermata dal messaggio che lui stesso inviò al portavoce di Appendino alle 16,08, sempre del 24 aprile 2018: “Mi rimandi per cortesia quel prospetto. L’ho perso. Grazie”.

Chiara Appendino difende gli abusivi: "Non firmerò lo sgombero della Cavallerizza". Dopo l'incendio che ha distrutto parte della struttura Patrimonio Unesco, il sindaco ha spiegato di non aver alcuna intenzione di firmare per allontanare gli occupanti. Giorgia Baroncini, Venerdì 25/10/2019 su Il Giornale. Chiara Appendino ha già avvisato: non ci sarà alcuno sgombero. Dopo l'incendio che ha distrutto parte del tetto della Cavallerizza Reale a Torino, il sindaco della città ha spiegato di non aver alcuna intenzione di firmare per allontanare gli occupanti dello storico complesso architettonico tutelato dall'Unesco. L'incendio (il secondo in cinque anni) era scoppiato in uno dei locali occupato da anni dagli abusivi. Ma la maggioranza grillina non vuole mandarli via. Come spiega Libero, Chiara Appendiano ieri ha incontrato una delegazione dell'Assemblea Cavallerizza, i residenti irregolari, in Prefettura. L'idea, secondo quanto riporta il quotidiano, è quella di lasciare spazio agli abusivi e sistemare l'edificio a spese della collettività. Un costo ingente che aveva già portato la giunta Fassina a decidere di vendere tutto. E da lì, gli irregolari avevano dato avvio all'occupazione, in atto ancora oggi. L'incendio, oltre a danneggiare l'edificio, ha messo a rischio l'incolumità degli abusivi. I consiglieri 5S però non solo non vogliono mandare via gli irregolari, ma difendono anche "l'esperienza dell' autogestione". Così il sindaco ha precisato: non sarà lei a firmare l'ordinanza di sgombero del complesso.

Ottavia Giustetti, Sarah Martinenghi e Jacopo Ricca per “la Repubblica” il 19 ottobre 2019. Una chat non basta. Per chiarire se la sindaca di Torino Chiara Appendino sapesse oppure no della consulenza al Salone del Libro al suo ex portavoce Luca Pasquaretta, saranno decisive le parole del diretto interessato e del vicepresidente della Fondazione per il Libro Mario Montalcini che aveva stipulato il contratto per arrotondargli lo stipendio. Entrambi sono indagati per peculato, e la sindaca per ora non è stata archiviata. Ma ha prodotto una conversazione Whatsapp dove sostiene di non essere stata informata in anticipo di quel lavoro mai svolto. «Il problema è che chiedono se sono io che ho autorizzato. E io non ne sapevo niente» scrive la sindaca al portavoce alle 12.12 del 5 maggio 2018. Sono passate 24 ore da quando si è diffusa la notizia che Pasquaretta ha incassato 5mila euro senza lavorare davvero per il Salone del Libro 2017. «Tu non ne sapevi nulla» conferma Pasquaretta. In tre, però, sostengono il contrario. L'ex capo di gabinetto di Appendino, Paolo Giordana, silurato per aver fatto togliere una multa a un suo amico: «Tutte le volte che ne ho parlato con la Appendino lei mi ha detto che era al corrente della consulenza» ha detto ai pm. Anche Giuseppe Ferrari, vicedirettore generale della Città di Torino, accusato di peculato per aver autorizzato il contratto al giornalista, ricorda di averne parlato con la sindaca. E Alessandro Dotta, direttore amministrativo della Fondazione per il Libro interrogato, racconta: «Posso con estrema serenità e certezza affermare che il sindaco Appendino sapeva che la consulenza era stata attribuita al suo collaboratore». Sinora Pasquaretta e Montalcini non sono mai comparsi davanti al pm Gianfranco Colace. Sono loro che potrebbero confermare la versione di Appendino o quella dei tre che la "inguaiano". E la prossima settimana potrebbe essere decisiva per il destino della sindaca. Venerdì Montalcini sarà interrogato, mentre Pasquaretta aspetterà ancora. Le parole del vicepresidente esecutivo del Salone potrebbero mutare le intenzioni degli inquirenti su Appendino. Una vicenda intricata quella della consulenza. I pm, iniziando a indagare sulla questione, hanno scoperchiato un covo di veleni, che contrappongono i collaboratori della prima cittadina 5stelle, ma anche di reati. Nell' atto di chiusura indagine Pasquaretta è accusato di peculato, corruzione, traffico di influenze e addirittura estorsione nei confronti di Appendino e della viceministra all' Economia, Laura Castelli, che lo ingaggerà come collaboratore per alcuni mesi e definirà l' inchiesta sulla consulenza «una ca..ta gigantesca». I consiglieri comunali pentastellati avevano pressato Appendino perché si liberasse di lui. «Era Appendino che doveva occuparsi di Pasquaretta perché lui non è un iscritto al M5s» precisa ai pm Pietro Dettori, il portavoce del capo politico Luigi Di Maio. «Adesso vi sotterro tutti» diceva Pasquaretta che non aveva digerito l'allontamento. E così iniziava la questua tra i vertici nazionali del M5s. E in attesa di un nuovo incarico minacciava la sindaca di rivelare segreti compromettenti: «Mi sono preso due avvisi di garanzia per lei» si sfoga con l' assessore al Commercio, Alberto Sacco. È lui ad aiutarlo a prendere contatto con l' europarlamentare Tiziana Beghin. Mentre il contatto con il portavoce di Di Maio, se lo procura da solo. «Ci siamo incontrati sotto una colonna davanti a Palazzo Chigi racconta ai pm Dettori - Non c' erano posti negli staff naz ionali e non ci interessava come profilo. Mi sono stupito quando l' ho visto al fianco di Castelli ». Appendino era sotto ricatto e per questo continuò a cercare una sistemazione al suo ex collaboratore: «Si arrabbio molto per le minacce conferma Sacco agli investigatori Ma continuò ad aiutarlo». Scoprendo il perché forse si può trovare la risposta al dubbio che la chat non ha fugato.

Appendino, figuraccia in procura: si proclama sindaco "a sua insaputa". Interrogata dai pm per la consulenza all'ex portavoce si dice all'oscuro. Stefano Zurlo, Giovedì 20/06/2019, su Il Giornale. La consulenza a sua insaputa. Il genere, lanciato a suo tempo da Claudio Scajola con la casa di cui secondo la sentenza era all'oscuro, si arricchisce di un nuovo capitolo: a scriverlo è il sindaco di Torino Chiara Appendino inciampata nella terza tegola giudiziaria della sua carriera. Dopo i guai di piazza San Carlo e dopo i bilanci ballerini del Comune, ecco il lavoro commissionato dal Salone del Libro all'ex portavoce del primo cittadino, Luca Pasquaretta. Obiettivamente, non una gran cosa: un impegno relativo ma non trascurabile, 17 giorni, ricompensato con 5mila euro lordi ma finito nel mirino dei magistrati che l'hanno addebitato anche ad Appendino. Lei non ci sta ad arroccarsi in una difesa tecnica ed esce allo scoperto. Va dai pm per un lungo interrogatorio, poi all'uscita chiarisce il suo punto di vista: «Ho potuto dimostrare agli inquirenti, richiamando il mio intervento in Consiglio del febbraio 2017 dove avevo chiaramente espresso la mia contrarietà a qualunque tipo di assegnazione di carattere consulenziale con attribuzione economica, di non essere stata a conoscenza del successivo sviluppo». Sì, Appendino si chiama fuori. È indagata per concorso in peculato, ma fa scouting d'innocenza, o meglio pesca le sue vecchie parole per rivendicare la sua correttezza. I tempi mitici della purezza fondativa sono ormai alle spalle, i 5 Stelle sono nella stanza dei bottoni, insomma si sono aperti al mondo con le sue tentazioni, talvolta irresistibili, e in particolare i sindaci delle metropoli sono i parafulmini di innumerevoli situazioni e collezionano di regola un guardaroba intero di avvisi di garanzia su qualunque argomento. Ma Appendino, con i grillini in caduta libera anche in Piemonte e Torino alle prese con i fantasmi del declino, tira fuori le unghie e rilancia: lei era contraria. E la consulenza è arrivata a sua insaputa. Come la casa con vista sul Colosseo a Scajola. «Ero convinta - spiega lei - che tutti avessero preso atto di tale mia ferma posizione e quando invece il 4 maggio 2018, e cioè ad un anno dalla fine dell'incarico, venni a saper da una testata giornalistica che la consulenza era stata assegnata, immediatamente reagii lamentando l'assegnazione dell'incarico contro la mia volontà e a mia insaputa».

Ecco, siamo alla proclamazione del dogma dell'innocenza, anche se in questo modo Appendino dimostra di non controllare nemmeno atti che la riguardano da vicino, cosi vicino che si ritrova accusata dai pm. Tutto può essere: demagogia e arzigogolo. Un fatto è certo: nell'Italia in cui le leggi non si contano e si contraddicono, anche i 5 Stelle dovrebbero riflettere sulla giustizia. Non è alzando le pene che si risolvono i problemi e per un sindaco è facilissimo rimanere invischiati nella palude degli avvisi di garanzia. Un tema decisivo, a maggior ragione mentre la riforma complessiva di tutta la materia è tornata d'attualità «A tal fine - è la conclusione di Appendino - ho prodotto ai pm materiale attestante quanto da me riferito». Chissà. Forse, Appendino se la caverà. Anche se su questa storia e sulla consulenza, che gli investigatori sospettano fittizia, è stata ondivaga e ha dato più di una versione. Ma resta il disagio di fondo: amministrare una metropoli è un'impresa temeraria, esposta a mille insidie e mille verifiche. Cosi, magari a ragione, anche il sindaco 5 Stelle si iscrive al partito di quelli che hanno fatto qualcosa senza sapere di farlo.

·         La capitale del «No».

La capitale del «No». Tony Damascelli, Sabato 13/07/2019 su Il Giornale. Nelle ultime ore nessuna notizia di grandine e affini su Torino. Ciò nonostante la città ha perso il salone dell'Automobile, come aveva suggerito il nuovo meteorologo dei grillini, Montanari Guido, socio della Ferrero, che non è la casa dolciaria, bensì trattasi di Viviana, detta Vivi e basta, pure lei atta a demolire qualunque proposta che non provenga dal proprio ballatoio ideologico. Dunque, come era accaduto nel famoso e vituperato Ventennio, il Salone trasloca a Milano, secondo suggerimento, con un cìcìcìn di disprezzo, il suddetto vicesindaco di una città che sta sciogliendo il trucco dei Giochi invernali del duemila e sei per vestire panni usati e lerci. Il Valentino torna a essere un territorio di chiunque, Montanari, che ha fatto gli studi allo scientifico di Alessandria per laurearsi poi in Architettura e diventare docente della stessa, ritiene che l'esposizione di autovetture contribuisca al degrado del sito e, infatti, ha minacciato di inviare i civich, i vigili urbani, per appioppare multe a destra, se non a manca. Già aveva respinto la riqualificazione di Italia '61 e quella della Città della Salute, facendo queste parte delle proposte normali di Piero Fassino dunque, per l'architetto, tutta roba per la quale farsi due risate. A Torino gente del genere viene soprannominata (se avete pensato a balengo siete fuori traiettoria ma non del tutto) fafioché, nel senso che parla e parla e non combina mai nulla di serio. Svanito il Salone, che faceva parte della storia e della geografia e pure della grammatica torinese (parco del Valentino, Biscaretti, Agnelli, Anfia), non c'è stata partita nemmeno per le Olimpiadi invernali, prese alla grande da Milano e Cortina, perché Appendino e la sua orchestra, come la Raggi e il clan romano, hanno ritenuto inutile, inopportuna, sciocca la candidatura. Massì, andiamo avanti così, via il salone dell'auto e quello del libro, magari via il giandujotto e il tramezzino d'annunziano, via la Juventus (ci siamo quasi) e via il Torino di Cairo che sta a Milano, via la ciurma di ultras che è cosa ben diversa dai simpatico goliardi dei centri sociali. Del resto Piazza San Carlo, teatro tragico, per la giunta pentastellata, di una notte di champions perduta, fu anche il palcoscenico di un memorabile Vaffa Day con Beppe Grillo in forma mussoliniana. Senza dimenticare il No Tav che fa parte ormai del dialetto piemunteis, frequentato dalla Ferrero di cui sopra e dalle sue coorti e corti. NO, dunque, come le due ultime lettere della città, NO a tutto ciò che possa, potrebbe rappresentare la novità oppure la tradizione, il rispetto della storia, perché il salone dell'auto, al di là di modifiche nell'allestimento e nella cosiddetta e male-detta location, è stato un punto di riferimento per intere classi scolastiche, in gita premio dinanzi a vetture scintillanti, con la mattinata riempita, poi, da un film in tivvù, per la sola zona di Torino, roba in bianco e nero che però rappresentava la fiera dei sogni, in una settimana di festa. Hanno voluto togliere anche questo balocco, perché il Montanari una ne fa (non so quale) e cento ne pensa (anche più di mille) e ha avuto il coraggio di don Abbondio, tirando fuori il solito alibi, lui, vicesindaco, architetto, docente «è stato travisato, strumentalizzato, voleva dire ben altro». Lui non è Bernacca e nemmeno Giuliacci, lui la grandine non sa nemmeno da dove provenga e dove si diriga e lui, come le altre bandiere o banderuole, giura di avere a cuore l'interesse dei cittadini. Tuttavia non ha precisato di quale città.

Architetto, No Tav: chi è Guido Montanari, il vice che può far cadere la sindaca. Pubblicato venerdì, 12 luglio 2019 da Corriere.it. «Fosse stato per me, il Salone dell’auto al parco Valentino non ci sarebbe mai stato. Anzi, nell’ultima edizione ho sperato che arrivasse la grandine e se lo portasse via. Sono stato io a mandare i vigili per multare gli organizzatori». Sono queste le parole di Guido Montanari, vicesindaco di Torino con delega all’Urbanistica nelle giunta M5S, che hanno innescato l’ira della sindaca Chiara Appendino, pronta a presentare le dimissioni dopo che le dichiarazioni del suo braccio destro hanno offerto il destro agli organizzatori del Salone per annunciare l’addio della manifestazione al capoluogo piemontese per traslocare a Milano. «Sono frasi inqualificabili», attacca Appendino riferendosi a quanto detto dal suo vice. Ma chi è Guido Montanari, finito al centro di roventi polemiche già in campagna elettorale, quando Piero Fassino lo dipinse come «il signor no a tutto», domandandosi «in quale modo costruirà il futuro di Torino?». Montanari, 61 anni, ambientalista convinto, è docente di Storia dell’architettura al Politecnico di Torino. In passato, sempre nell’ambito della sua battaglia anticemento, aveva fondato e guidato il comitato con un nome emblematico: «Non grattiamo il cielo». Montanari è anche un convinto «No Tav», a tal punto che più volte si è presentato in piazza con la fascia tricolore per contestare l’opera assieme al popolo grillino e antagonista: «Le madamine? Non rappresentano la città reale», commentò Montanari riferendosi alla manifestazione pro Torino-Lione con 35 mila persone scese in tutt’altra piazza. Ma il vicesindaco ha sempre proseguito a testa bassa, dichiarando Torino «capitale No Tav»: «Un azzardo? È possibile. I rischi politici ci sono sempre. Ma per me fare politica non è seguire l’onda del momento». E nel frattempo è arrivato il via libera ai bandi per l’assegnazione del mega appalto per la conclusione della Torino-Lione. E alla fine, dopo l’ufficializzazione dell’addio a Torino del Salone, davanti allo spettro delle dimissioni del sindaco Appendino, Montanari ha provato a correggere il tiro: «Ho sempre ritenuto che il Salone dell’auto sia una ricchezza della città e che si possa fare al Parco del Valentino con una mediazione tra esigenze degli organizzatori e fruizione del parco». Per Montanari «limitare i tempi di montaggio e smontaggio dei padiglioni e compensare con interventi sulla qualità del verde è una semplice scelta di buon senso. Questa mia posizione è stata travisata per giustificare evidentemente scelte già assunte», ha concluso chiedendo «scusa» alla sindaca di Torino.

Torino perde il Salone dell’Auto: la prossima edizione in Lombardia Appendino contro M5S. Pubblicato giovedì, 11 luglio 2019 da Gabriele Guccione e Umberto La Rocca su Corriere.it. Torino dice addio al Salone dell’Auto. La kermesse a quattro ruote per il prossimo anno si trasferisce a Milano. Ad annunciarlo una nota degli organizzatori in cui si precisa appunto che «la sesta edizione del Salone dell’Auto all’aperto Parco Valentino si svolgerà in Lombardia dal 17 al 21 giugno 2020». E la sindaca Chiara Appendino non manda giù il cambio di rotta e attacca: «Sono furiosa per la decisione del comitato organizzatore del Salone dell’Auto di lasciare Torino dopo 5 edizioni di successo. È una scelta che danneggia la nostra città, a cui hanno anche contribuito alcune prese di posizione autolesioniste di alcuni consiglieri del Consiglio Comunale e dichiarazioni inqualificabili da parte del vicesindaco. Guido Montanari si è infatti sempre detto contrario al Salone. «Senza sottrarmi alle mie responsabilità — ha aggiunto ancora la sindaca — mi riservo qualche giorno per le valutazioni politiche del caso». La replica di Montanari arriva sui social: «Ho sempre ritenuto — scrive — che il Salone dell’auto sia una ricchezza della città e che si possa fare al Parco del Valentino con una mediazione tra esigenze degli organizzatori e fruizione del parco». Per Montanari «limitare i tempi di montaggio e smontaggio dei padiglioni e compensare con interventi sulla qualità del verde è una semplice scelta di buon senso. Questa mia posizione è stata travisata per giustificare evidentemente scelte già assunte» conclude il vicesindaco che dice di comprendere «lo sconcerto e il disappunto della Sindaca e mi scuso per aver dato pretesto a polemiche strumentali». «Seguendo la nostra vocazione innovativa - ha spiegato nella nota il presidente Andrea Levy - abbiamo scelto per il 2020 di organizzare la sesta edizione in Lombardia in collaborazione con Aci. Sarà un grande evento internazionale, all’aperto e con una spettacolare inaugurazione dinamica a Milano nella giornata di mercoledì 10 giugno 2020». Levy ringrazia poi «la Città di Torino per aver collaborato in questi 5 anni alla creazione di un evento di grande successo, capace di accendere sulla città i riflettori internazionali». La sindaca, in merito alla mozione firmata da alcuni consiglieri del M5s in cui si chiede che il parco del Valentino non venga più utilizzato per eventi fieristici in mattinata aveva detto: «Voterò contro». «Il Salone dell’auto è un evento che quest’anno ha portato 700mila persone — ha ricordato la prima cittadina — Come città, ieri, insieme all’assessore al Turismo Alberto Sacco abbiamo incontrato il presidente Levy, gli abbiamo garantito il pieno supporto da parte della città, stiamo ragionando in un’ottica pluriennale anche di comunicazione e quindi noi siamo a disposizione».

DIEGO LONGHIN per repubblica.it il 12 luglio 2019. E' ufficiale: Torino perde il Salone dell'auto. E l'addio alla manifestazione apre la crisi nella giunta Cinque stelle torinese: Chiara Appendino  furiosa attacca il suo vice Guido Montanari che aveva duramente criticato la manifestazione: "Le sue dichiarazione inqualificabili". E adesso la sindaca pensa alle dimissioni. "Senza sottrarmi alle mie responsabilità, mi riservo qualche giorno per le valutazioni politiche del caso". Decisivo potrebbe essere l'incontro con il vicepremier Luigi Di Maio che domani sarà a  Torino proprio per incontrare i consiglieri e i militanti Cinque stelle divisi ormai su molti argomenti dalla Tav alle Olimpiadi. Il casus belli è il trasloco del Salone: La sesta edizione si svolgerà in Lombardia dal 17 al 21 giugno 2020. Lo annuncia un comunicato degli organizzatori nel quale si sottolinea che "con 54 case automobilistiche, 700mila visitatori e oltre 2000 vetture speciali che hanno sfilato nel centro città, Parco Valentino si conferma pioniere di un nuovo concetto di motor show internazionale. Il modello Parco Valentino ha anticipato e ispirato le recenti evoluzioni introdotte dai grandi Saloni internazionali: Ginevra, Detroit e Parigi hanno infatti annunciato saloni diffusi per la città e test drive di vetture elettriche per le prossime edizioni". Il presidente Andrea Levy annuncia: “Seguendo la nostra vocazione innovativa, abbiamo scelto per il 2020 di organizzare a Milano, in collaborazione con Aci. Sarà un grande evento internazionale, all’aperto e con una spettacolare inaugurazione dinamica nella giornata di mercoledì 10 giugno 2020. Ringraziamo la Città di Torino per aver collaborato in questi 5 anni alla creazione di un evento di grande successo, capace di accendere sulla città i riflettori internazionali”. A nulla dunque è valso il tentativo della sindaca di trattenere la manifestazione dopo le critiche della sua maggioranza. C'è una mozione firmata da nove consiglieri M5S che bocciava l'allestimento del Salone nel parco del Valentino. Appendino - dopo aver incontrato ieri Levy - si era detta pronta a votare contro la mozione. Una mossa che non ha convinto gli organizzatori a recedere dalla fuga. E adesso Appendino è fuori di sè: "Sono furiosa per la decisione del comitato organizzatore del Salone dell'Auto di lasciare Torino dopo 5 edizioni di successo. E' una scelta che danneggia la nostra città, a cui hanno anche contribuito alcune prese di posizione autolesioniste di alcuni consiglieri del Consiglio Comunale e dichiarazioni inqualificabili da parte del vicesindaco (Guido Montanari anche lui M5s, ndr)". Che aveva detto: "Fosse stato per me, il Salone al Valentino non ci sarebbe mai stato - ha detto - Anzi, nell'ultima edizione ho sperato che arrivasse la grandine e se lo portasse via. Sono stato io a mandare i vigili per multare gli organizzatori". Immediata la replica, alla sindaca, via Facebook di Montanari: "In merito a mie pretese dichiarazioni su Salone dell'auto al Parco del Valentino usate per giustificare un abbandono dei promotori da Torino, preciso quanto segue. Ho sempre ritenuto che il Salone dell'auto sia una ricchezza della città e che si possa fare al Parco del Valentino con una mediazione tra esigenze degli organizzatori e fruizione del parco. Limitare i tempi di montaggio e smontaggio dei padiglioni e compensare con interventi sulla qualità del verde è una semplice scelta di buon senso. Questa mia posizione è stata travisata per giustificare evidentemente scelte già assunte. Capisco lo sconcerto e il disappunto della Sindaca e mi scuso per aver dato pretesto a polemiche strumentali". Duro il commento del presidente della Regione Alberto Cirio: “Questa notizia è un’altra doccia fredda, perché Torino non può continuare a perdere tutto quello che è stato costruito con anni di lavoro e fatica dai suoi cittadini, dalle istituzioni e da tutto il sistema produttivo e territoriale. Io - lo dico senza polemica e con assoluta sincerità - mi chiedo quale sia il progetto del Comune per quella che è una delle più importanti città d’Italia. Tutto questo è inaccettabile. Siamo al governo della Regione da poche settimane e ci siamo già dovuti attivare per recuperare la perdita delle Olimpiadi e adesso faremo di nuovo di tutto per rincorrere un altro grande evento come il Salone dell’Auto. Perché sono manifestazioni che non perde solo Torino, ma l’intero Piemonte, per scelte che non dipendono da noi e su cui non abbiamo avuto la possibilità e il tempo di intervenire. Questa idea di “decrescita felice” non ci appartiene e non intendiamo restare a guardarla. Faremo di tutto per fermare questa emorragia. Se c’è anche solo una possibilità di mantenere un legame con il Salone dell’Auto a questo lavoreremo. Nella speranza che al più presto possa tornare nel luogo che gli dà il nome, quel Parco del Valentino incastonato nel cuore storico di Torino che lo ha reso un evento unico e speciale”. Dario Gallina, Presidente dell’Unione Industriale di Torino: "Proprio nella giornata in cui è stata celebrata Torino Città dell’auto, con i  bellissimi festeggiamenti per gli 80 anni di Mirafiori e la nuova linea di montaggio per la Fiat 500 elettrica, la notizia del trasferimento del Salone dell’Auto a Milano mi lascia sconcertato e molto amareggiato. Stiamo perdendo l’ennesima opportunità: le polemiche e le sciagurate posizioni di questa maggioranza non fanno che allontanare tutti gli eventi dalla nostra Città, lasciandoci in eredità una Torino sempre più isolata e meno attrattiva. Spero che la Sindaca - che solo questa mattina confermava il ruolo strategico di tutta la nostra filiera automotive - prenda una posizione netta e faccia di tutto per porre rimedio a questa situazione, mantenendo a Torino un Salone che appartiene al suo dna". Molto preoccupato anche Gianfranco Banchieri, presidente di Confesercenti Torino: "Un altro pezzo di Torino se n'è andato e non certo per colpa del destino cinico e baro. Il trasferimento del Salone dell'automobile a Milano ha un colpevole preciso: il solito, da qualche anno, un'amministrazione allo sbando che evidentemente vuole male a questa città. D'altra parte, che dire di un vicesindaco che si augura la grandine su una iniziativa economica della città che governa (si fa per dire)? La misura è colma. È venuto il momento che le forze economiche e sociali danneggiate da questa politica fatta di ideologia pauperistica e di odio per il lavoro e l'impresa dicano basta a questa deriva inarrestabile".

Torino, grillini a rischio implosione, questa sera Di Maio prova a mediare. L’interpellanza contro il motor show è solo l’ultima di una lunga serie di contrasti tra Appendino e i cinque stelle duri e puri, dalla Tav alle Olimpiadi. Jacopo Ricca il 12 luglio 2019 su La Repubblica. La metamorfosi di Torino. Da " Villaggio di Asterix" del centrosinistra a ultimo baluardo del Movimento 5stelle delle origini. Quello dei tanti No, dalla Tav alle Olimpiadi, sbandierati come vessillo, ma che fanno infuriare la sindaca Chiara Appendino pronta addirittura alle dimissioni. La città pentastellata che il capo politico Luigi Di Maio incontrerà questa sera è molto diversa da quella che la narrazione 5stelle aveva dipinto fino a un anno fa. Il paradosso di un Movimento che, pronto a governare, rischia invece di trasformarsi nell'ennesimo esempio di ingovernabilità. La maggioranza in Sala Rossa dice no a tutto, o a molto, e la sindaca, dopo aver divorziato dai suoi consiglieri, si scaglia contro il vicesindaco, Guido Montanari. Sullo sfondo resta l'altra grande frattura, quella sull'alta velocità Torino- Lione, che è la madre di tutte le battaglie per gli attivisti 5stelle piemontesi ma è anche una vertenza sacrificabile, come tante altre, se vista dai palazzi del potere a Roma. Questa, almeno, la lettura preoccupata degli attivisti che, dopo l'assemblea di una settimana fa, ribadiranno al vicepremier 5stelle che per Torino e il Piemonte "il Tav non s'ha da fare". Di Maio, nella sala congressi del Qualys Hotel Royal di corso Regina Margherita, dovrà cercare di trovare una mediazione su tanti punti. Nell'intervento iniziale, programmato per le 18, è previsto faccia un punto sulla situazione del M5s a livello nazionale e locale, illustrando poi le proposte per la riorganizzazione interna. Ma dopo le 5 ore di interventi di attivisti, consiglieri comunali e regionali, sarà inevitabile che nelle conclusioni cerchi una sintesi e una mediazione. Molti dei consiglieri, che peraltro saranno assenti o dovranno entrare con una deroga perché non si sono registrati, non sono mai stati lontani dalla sindaca come in questo momento. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è il testo sul salone dell'auto al Parco Valentino, depositato più di un anno fa e che porta la firma della vicepresidente del consiglio comunale, Viviana Ferrero, e di altri pentastellati (Daniela Albano, Marina Pollicino, Maura Paoli e Fabio Gosetto), lo zoccolo duro più intransigente su tutte le battaglie, dalla Tav alle Olimpiadi, che Appendino ora sente più distanti. In un primo momento alle esponenti dell'opposizione, Eleonora Artesio (Torino in Comune) e Deborah Montalbano (ex grillina), si era aggiunto anche l'attuale presidente del consiglio comunale, Francesco Sicari, il cui nome però è scomparso negli ultimi giorni. La mozione, che Appendino ieri ha detto non avrebbe votato, però aveva il sostegno di quasi tutti i consiglieri 5stelle ed è solo l'ultimo esempio di una luna di miele tra pentastellati e sindaca che si è interrotta bruscamente con la lunga e lacerante vertenza sulle Olimpiadi invernali del 2026, che i consiglieri non volevano riportare in città, se non a certe condizioni, e che invece Appendino pensava fossero un'opportunità. Non è bastata l'assegnazione, tribolata anche questa, della Atp finals di tennis dal 2021, né la battaglia condivisa da giunta e maggioranza per la nuova Ztl, ma che ha alienato ad Appendino le simpatie dei commercianti, per riportare la pace in un gruppo che andrà davanti a Di Maio autenticamente lacerato. Le minacciate dimissioni della sindaca sono arrivate come una doccia fredda ieri sera, ma tra i consiglieri anche a lei più vicini nessuno per ora si è schierato pubblicamente al suo fianco. Anche questo dovrà considerare il capo politico quando proporrà una soluzione per portare avanti l'amministrazione comunale simbolo per il M5s.

·         La morte del piccolo Leonardo. La nonna “Avevo denunciato, nessuno ha fatto nulla”.

Leonardo, ieri funerali a Novara. La nonna “Avevo denunciato, nessuno ha fatto nulla”. Davide Giancristofaro Alberti 29.05.2019 su Il Sussidiario. La nonna di Leonardo ai microfoni di Storie Italiane: “Avevo denunciato ma nessuno ha mosso un dito”. Il programma di Rai Uno, Storie Italiane, ha intervistato la nonna del piccolo Leonardo, il bimbo di 20 mesi ucciso la scorsa settimana in quel di Novara, massacrato di botte forse dal patrigno e dalla mamma. Ieri si sono tenuti i funerali della vittima, e la nonna (mamma di lei) si è rivolta così alle telecamere della televisione pubblica: «Mi hanno tolto una figlia, il nipotino, la decenza, l’onore, la pace interiore… Questo signore io non l’ho mai visto (riferendosi al compagno della figlia ndr), mai presentato, quando ha avuto il bambino ho detto a mia figlia di venire a casa». Quindi la nonna in lacrime ha aggiunto: «Mi vergogno, non ho bisogno di questa platea, sono una persona semplice, io non ho più niente, mi hanno tolto la vita. Anche Dio mi ha abbandonato, allora che queste persone abbiamo almeno la decenza di stare zitte, mi hanno detto “Dove ero io”? Sempre presente con enormi sacrifici». Una vicenda drammatica e di degrado, l’ennesima purtroppo nell’ultimo periodo dove ad avere la peggio è un piccolo innocente di pochi mesi, come appunto Leonardo, o di pochi anni, come ad esempio il piccolo Giuseppe di Cardito. «Io ho denunciato, sono andata da chi di dovere – ha aggiunto la nonna – ma non hanno fatto nulla. Chi sapeva non è venuta prima ad avvisarmi, ora vengono fuori tutti: perché me lo dite oggi che mio nipote non c’è più?». (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

Momenti di commozione e tensione ai funerali del piccolo Leonardo. Molte persone accusano la famiglia della mamma, sostenendo che non avrebbe fatto nulla per aiutare Gaia, supportata dai servizi sociali che le avevano dato un alloggio. A “La Vita in Diretta” è intervenuto il padre biologico, che era stato allontanato a causa dei suoi precedenti per spaccio: «Lo fanno passare per un pazzo, ma i pazzi non fanno così». Poi ha spiegato che l’ex compagna si era allontanata da tutti: «Non le faceva frequentare nessuno, neppure i nostri amici in comune. E quindi nessuno sapeva niente. L’aveva isolata anche dalla sua famiglia. Ora ho scoperto che ha problemi di droga, ma scherziamo?». Ma il programma di Raiuno ha diffuso anche il testo di un messaggio inviato da Nicolas, l’uomo accusato di aver ucciso Leonardo, ad un’amica del papà biologico. «Sparo in bocca a lui e a tutta la sua razza. Deve stare lontano da mia moglie, tanto del figlio non se n’è fregata nulla. Lo faccio sparire. Lo faccio ammazzare di botte. Io lo ammazzo, sto pezzo di m…». (agg. di Silvana Palazzo)

Si terranno oggi pomeriggio, alle ore 14:00, i funerali di Leonardo, il bimbo di 20 mesi massacrato di botte dalla mamma e dal patrigno, in quel di Novara. Il comune ha decretato il lutto cittadino, a conferma di quanto questa vicenda abbia toccato da vicino i cuori della gente. Nella serata di ieri, invece, è andata in scena una fiaccolata silenziosa in ricordo del piccolo Leo Russo, con dei palloncini azzurri che sono stati liberati in cielo, in onore di quell’anima innocente il cui corpo è stato rinvenuto martoriato e senza vita. Presente il sindaco del paese, Alessandro Canelli, nonché la maggior parte della giunta e dei consiglieri comunali; alla fiaccolata anche il padre naturale di Leonardo, la nonna, e alcuni parenti della vittima. Intanto, sempre nella giornata di ieri, il gip ha convalidato il fermo di Gaia Russo, la 22enne mamma della vittima, e di Nicholas Musi, il 23enne compagno della madre. Il “patrigno” si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre Gaia ha rotto il silenzio dichiarandosi innocente.

«Non sono stata io ad aver ucciso mio figlio», ha riferito al Gip di Novara la ragazza, ed ora gli inquirenti stanno cercando di capire se tale pista sia attendibile, ed eventualmente, se vi siano dei concorsi di colpa nella morte del bambino di quasi due anni. Tra l’altro Gaia Russo è incinta di un secondo figlio di cinque mesi, figlio che sarebbe del padre biologico di Leonardo, come confermato ieri a Pomeriggio Cinque dalla signora Maria, la zia di Leo: «Il bimbo che sta aspettando Gaia è del papà biologico di Leonardo – le sue parole in diretta televisiva – me lo ha detto lui stesso. Perché sta ancora con quel mostro? Hanno ucciso un bambino come non si dovrebbe neanche uccidere un cane». Nonostante si dichiari innocente, la cognata punta il dito nei confronti di Gaia Russo: «Non avrebbe mai dovuto permettere una cosa del genere, arrivare in ospedale e giustificare quello che ha fatto il suo compagno è stato vergognoso». 

Pomeriggio 5, le amiche di Gaia Russo: “Lei è incinta del padre di Leonardo, non del compagno”. Redazione Blitz. Pubblicato il 28 maggio 2019. Pomeriggio 5, le amiche di Gaia Russo: “Lei è incinta del padre di Leonardo, non del compagno”. Colpo di scena nella vicenda di Leonardo, il bimbo di 20 mesi ucciso a Novara e per l’omicidio del quale sono stati arrestati la madre, Gaia Russo, e il compagno di lei, Nicholas Musi. Il secondo figlio di cui è incinta la donna sarebbe non del suo attuale compagno, bensì del padre biologico di Leonardo, Mouez Ajouli. Almeno questo è quanto hanno sostenuto gli amici di Gaia Russo a Pomeriggio 5, il programma del pomeriggio Mediaset condotto da Barbara D’Urso. “Ci sono voci che la bimba di cui è attualmente incinta non è del compagno, ma del padre biologico di Leonardo”, hanno detto gli amici della donna. Durante la trasmissione la D’Urso ha anche mandato in onda una intervista fatta alla nonna di Leonardo, Tiziana, durante la fiaccolata in ricordo del piccolo: “Io mi vergogno perché non ho più niente. Mi hanno tolto un nipote e una figlia”, ha detto la donna, distrutta dal dolore per la morte del nipotino. “Io gli ho comprato la culla. Io ho denunciato, sono andata da chi di dovere. Gente che sapeva e non mi ha avvisato. Mi hanno tolto tutto, anche la decenza. Anche Dio mi ha abbandonato. Leonardino è già santo. Martire da Novara, proteggerà i bambini”, ha aggiunto la donna. A Pomeriggio 5 anche le parole di Mouez Ajouli: “Ho visto il bimbo fino a un mese e mezzo fa. Il compagno mi mandava minacce, non voleva che facessi il padre. Penso che lui sottraesse a Gaia anche i soldi del bambino”. (Fonte: Pomeriggio 5)

·         Said Machaouat e Stefano Leo: un omicidio senza colore.

Said Machaouat, cosa non torna: "Ha ucciso Stefano perché italiano e felice? Mente, lo sgozzamento è un rito", scrive il 2 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Qualcosa non torna nel caso di Said Machaouat, il 28enne italo-marocchino che ha barbaramente ucciso con una coltellata alla gola Stefano Leo ai Murazzi, a Torino. Il magrebino ha confessato di averlo scelto dopo 20 minuti di "osservazione" tra i passanti, e di essersi deciso ad ammazzarlo perché voleva una vittima "italiana, felice e sorridente. Volevo togliergli tutto, a lui e ai suoi familiari. E lo volevo giovane perché avrebbe fatto più scalpore". Una motivazione sconvolgente, anche per il pm che ha voluto "far ripetere quelle parole due volte", e dietro cui si celerebbe un fortissimo disagio sociale, economico e psichico. "Non credo che sia la vera motivazione", è però la tesi della psicologa Vera Slepoj, intervistata dal Giornale: "Leggiamo che l'uomo è depresso, ma ogni manuale di psicologia insegna che il depresso solitamente si sente implodere in se stesso e in lui piuttosto, matura un sentimento di auto eliminazione. Qui qualcosa non torna. Vedo piuttosto un desiderio di stabilire un potere sugli altri. Prova è che il killer si sarebbe preparato all'evento. Ha comprato i coltelli, ha aspettato la sua preda. L'ha scelta con determinate caratteristiche". A disturbarlo non era tanto la felicità dell'italiano, spiega la Slepoj, quanto la sua normalità, "che lui voleva annientare". Per invidia, dunque: per "punire il mondo perché il mondo ha più di quello che ha lui, che lui non ha più. Di fondo c'è un fortissimo bisogno di protagonismo", patologico e ossessivo. "Ha voluto punire la società che non si accorge di lui e l'arma usata non è casuale. Lo sgozzamento è un rito, un sacrificio, una punizione in cui si ribadisce la sottomissione dell'altro che lui riteneva di dover punire. Ha visto la sua preda, lo ha aspettato e lo ha sacrificato, gli ha preso l'anima, non i soldi".

"Stefano Leo? Un omicidio razzista. ​E la sinistra resta in silenzio..." Cirielli (FdI) chiede l'aggravante per discriminazione razziale. Poi punta il dito contro la sinistra: "Boldrini e Zingaretti in silenzio", scrive Angelo Scarano, Martedì 02/04/2019, su Il Giornale.  Il delitto di Stefano Leo è assurdo e agghiacciante allo stesso tempo. Un ragazzo che passeggia per le strade di Torino muore dopo essere stato sgozzato da un marocchino con cittadinanza italiana. Ma a rendere il tutto più doloroso, soprattutto per i familiari di Stefano, sono le parole con cui Said ha spiegato il suo gesto e la furia omicida: "Volevo uccidere un bianco, giovane e italiano. Avrebbe fatto scalpore. Ha comprato un coltello, poi è andato ai Murazzi del Po a Torino e ha osservato i passanti in attesa dell'uomo giusto". Il suo racconto poi si fa ancora più agghiacciante: "Mi bastava che fosse italiano, uno giovane, più o meno della mia età, che conoscono tutti quelli con cui va a scuola, si preoccupano tutti i genitori e così via. Non avrebbe fatto altrettanto scalpore. L’ho guardato ed ero sicuro che fosse italiano. Volevo ammazzare un ragazzo come me, togliergli tutte le promesse che aveva, dei figli, toglierlo ai suoi amici e parenti". Insomma Said Mechaquat cercava un "italiano". Ha trovato Stefano che sorrideva e che per un assurdo motivo è finito sotto la furia omicida del marocchino. Proprio quella ricerca di "un uomo italiano" potrebbe far scattare l'aggravante di discriminazione razziale. A chiederlo Edmondo Cirielli, questore della Camera e parlamentare di Fratelli d'Italia: "L'assassino di Stefano Leo confessa che voleva uccidere “un italiano”. Ha agito, dunque, per finalità di discriminazione razziale. Mi sembra strano che la procura di Torino non abbia ancora contestato all'assassino l'aggravante". Poi l'esponente di Fratelli d'Italia punta il dito contro una parte di quella sinistra che ha preferito restare in silenzio davanti ad un ragazzo italiano trucidato con una coltellata alla gola: "Appare ancora più imbarazzante- prosegue Cirielli- davanti a un omicidio crudele, spinto dall'odio verso gli italiani, il silenzio dei paladini dell'integrazione, Nicola Zingaretti e Laura Boldrini. E soprattutto mi aspetterei parole forti anche da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per condannare questo omicidio razzista".

Giorgia Meloni sull'omicidio dei Murazzi: "Voleva uccidere un italiano. Ora i paladini dell'anti-razzismo...", scrive il 2 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Risolto l'omicidio dei Murazzi di Torino, dove è stato ucciso Stefano Leo. Risolto con la confessione di Said Machaouat, 27enne di origine marocchine, che ha rivelato di voler uccidere "un italiano felice", dunque "lo ho ammazzato a coltellate". Così ai poliziotti dopo essersi costituito. Una confessione rivoltante. Parole che indignano l'Italia e anche Giorgia Meloni, che si sofferma sul fatto che Machaouat abbia affermato chiaro e tondo di voler "uccidere un italiano". Scrive la leader di Fratelli d'Italia su Twitter: "Volevo ammazzare un italiano, ammette Said Mechaquat, assassino di #StefanoLeo. La Procura contesti a questo folle l’aggravante di #odiorazziale! I paladini della lotta al razzismo non hanno nulla da dire? O il #razzismo contro gli italiani nella loro visione non è contemplato?". Poco da aggiungere.

Torino, il killer maghrebino di Stefano e l'agghiacciante gesto al finestrino: sputa sul morto, scrive il 2 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Un pazzo o un terrorista, un cane sciolto anti-occidente? Il profilo dell'italo-marocchino Said Machaouat, il 28enne che ha ammazzato brutalmente il 34enne Stefano Leo ai Murazzi, a Torino, dopo averlo scelto per caso perché "italiano, giovane e felice" è decisamente complicato. Sicuramente si tratta di un giovane violento, disturbato. Prova ne è anche la agghiacciante reazione dopo l'arresto: davanti ai fotografi, mentre lo portano via in auto, Said incappucciato in un parka "saluta" tutti con un beffardo, vergognoso gesto delle corna con la mano destra, dietro il finestrino della vettura. La motivazione offerta agli inquirenti ha fatto "venire i brividi", parola di pm che lo ha interrogato, e lasciato nella più cupa disperazione il padre del povero Stefano: "Volevo una spiegazione, ma non questa - ha commentato distrutto -. Ora cosa dirò ai suoi fratelli?".

Omicidi senza colore. È tutta questione di… fragilità, scrive il 4 aprile 2019 Alessandro Bertirotti su Il Giornale. Premetto che non provo nessuna umana pietà nei confronti di Said Mechaout, l’uomo che il 23 febbraio scorso ha ucciso Stefano Leo. Tuttavia, non giudico; lascio che una giustizia superiore lo faccia. Se ne parlo è soltanto perché, da antropologo della mente, vorrei capire i meccanismi mentali che inducono un uomo a togliere la vita ad un altro uomo, specialmente quando, alla base del gesto omicida, v’è una motivazione etichettabile, a tutta prima, come “razziale”. La prima domanda che mi sono posto è se, effettivamente, la ragione di questo omicidio sia razziale. Un accenno di risposta si trova stabilendo un parallelismo tra la storia di Said Mechaout e quella di Luca Traini. Quest’ultimo è un giovane uomo di 28 anni di età, bianco, caucasico, di media scolarizzazione. Segni particolari: porta tatuato, sulla tempia destra, il simbolo di Terza posizione. Aderente a posizioni politiche proprie della destra radicale, tenta la strada dell’impegno politico con un risultato pari a zero. Questo giovane balza agli onori della cronaca per avere aperto il fuoco, in maniera randomizzata, su alcuni extracomunitari per vendicare Pamela Mastropietro, a sua volta barbaramente uccisa da un immigrato. A raid conclusosi, Luca Traini si consegna alle Forze dell’Ordine, non prima di essersi avvolto nel tricolore ed aver gridato, col saluto romano, “Viva l’Italia”, dinanzi al monumento ai Caduti di Macerata. Sin dal primo momento del suo arresto, Luca Traini ha affermato di avere agito per vendicare la giovanissima Pamela. In buona sostanza, un uomo bianco vendica la morte di una donna bianca, uccisa da un uomo di colore. Infatti, i reati contestatigli sono aggravati dai motivi di odio razziale. Il gesto è sembrato subito così folle, da far pensare che, al momento del gesto, Traini non fosse capace di intendere e di volere. La perizia psichiatrica eseguita su di lui ha stabilito, al contrario, che il giovane era in grado di rappresentare a se stesso le proprie azioni, il loro valore, ed era anche in grado di autodeterminarsi al compimento degli atti criminosi posti in essere. Tuttavia, la perizia ha cura di precisare che, sebbene capace di intendere e di volere, Traini presenta dei “tratti disarmonici della personalità”. Ad un anno di distanza dai fatti di Macerata ci troviamo davanti a Said Mechaout. 27 anni compromessi da scelte (od occasioni, non sappiamo…) di vita fallimentari, e che lo conducono a trovare ricovero in un luogo per chi è senza tetto e senza un lavoro. Un giovane che, prima, pensa di uccidersi e poi matura rabbia e voglia di vendetta. Said acquista una confezione di coltelli a basso costo, sceglie quello più grande, va a sedersi su una panchina dei Murazzi sul Lungo Po Machiavelli, ed attende pazientemente. Attende che, dinanzi a lui, passi non una persona qualsiasi, ma una persona precisa. “Mi bastava che fosse italiano, uno giovane, più o meno della mia età. (…) L’ho guardato ed ero sicuro che fosse italiano”. Attendeva quello che noi italiani definiamo “un bravo ragazzo e di buona famiglia”, dall’aspetto sereno, all’apparenza privo di problemi, e portatore di quelle aspettative verso al vita che solo la giovane età può dispensare. Ad un certo punto, il bravo ragazzo si è materializzato davanti agli occhi di Said, che decide di ucciderlo con un fendente al collo perché muoia subito. Lo uccide così, esattamente come aveva programmato. Poi è tornato al dormitorio. Attende un mese prima di consegnarsi e, nell’atto di farlo, dice: “Volevo ammazzare un ragazzo come me, togliergli tutte le speranze e i progetti che aveva, toglierlo ai suoi amici e parenti” – e prosegue – “Madre natura stava cercando di farmi uccidere e allora ho pensato io di uccidere. Ho detto che potevo far pagare a Torino quello che è di Torino”.

Cos’hanno in comune Luca Traini e Said Mechaout?

Tre cose evidenti: la stessa età, l’odio razziale, la capacità di pianificare e portare a compimento un progetto criminoso. Un cosa è meno evidente però, il disagio psichico che, di per sé, non elimina né affievolisce la capacità di intendere e di volere, così come non giustifica né giuridicamente né eticamente i fatti da loro commessi. A dir la verità, neppure spiega la ragione dei loro crimini. Ma è, senz’altro e secondo la mia visione, un elemento fattuale che accende un enorme faro sulla natura delle nuove generazioni. 27-28 anni sono un’età in cui una persona sente di essere sul punto di considerare conclusa la propria giovinezza e di approssimarsi ad una nuova fase della vita, ovvero quella della vera costruzione del proprio mondo e dell’assunzione di responsabilità. Fino alla soglia dei trenta anni, viviamo le aspettative, sappiamo che siamo esseri in fieri, che gettano le basi per il futuro. Il nostro must (per dirla all’inglese e come i giovani amano…) è attuare le aspettative. Giunti a circa trenta anni, si apre il periodo del consolidamento di ciò che si è seminato dopo i 20. Le aspettative personali di base, quali la serenità di fondo ed il lavoro, devono essersi attuate od essere in procinto di attuarsi. È a questo punto della vita che si dà una cornice a se stessi, valutando i risultati ottenuti nell’età formativa. Il punto è che se i risultati ci sono e sono valutabili positivamente, il trentenne si incammina verso il processo di maturazione, con la concreta consapevolezza e speranza di lavorare su buone fondamenta per la costruzione del suo avvenire. Se i risultati non ci sono, oppure non sono suscettibili di considerazione positiva, il trentenne si avvia verso la maturità, con la percezione di un dolore interiore che, se non elaborato, non solo si evolve negativamente, ma si cronicizza verso forme di impotenza, rabbia, desiderio di vendetta. Verso la ricerca di una rivalsa contro la collettività, indistintamente considerata. Tutto ciò si trasforma in quel che, comunemente, definiamo “disagio psichico” e che, oggi, accomuna Luca e Said. L’impossibilità di vedere un futuro, ci fa odiare coloro che, apparentemente, sembrano avere prospettive di un futuro ottimo e certo, perché si ritiene che la differente nazionalità od il colore della pelle conferiscano loro posizioni economico-sociali di favore. Si badi bene: l’odio razziale nutrito da Luca Traini e da Said Mechaout è esattamente identico perché specularmente inverso. Un bianco odia i neri extracomunitari perché, secondo lui, in Italia l’immigrato nero è trattato in maniera migliore di un bianco italiano. Un nero di cittadinanza italiana, per adozione, odia i bianchi italiani perché, a suo modo di vedere, in Italia l’essere bianco consente quella felicità che il nero italiano non può nemmeno sognare. Ed allora, un compito si impone alla famiglia, come nucleo primordiale ed alla scuola come nucleo formativo secondario: insegnare che la felicità, se esistente, non deriva dall’appartenenza ad una specie, ma dalle scelte che il libero arbitrio ci fa compiere, nella valutazione delle occasioni che la vita stessa ci pone di fronte. Lo fa con tutti, anche se in misura, tempi e modi diversi. In tutte le geografie, più o meno ricche o povere. Certo, senza occhi e mente adeguata non ci si accorge di nessuna occasione. E l’attenzione alle occasioni, anche le minime, si impara, da ciò che ci insegnano in famiglia e da ciò che ascoltiamo a scuola da coloro che ci impartiscono gli elementi di qualsiasi disciplina. E una delle nozioni primarie che possiamo apprendere in famiglia e a scuola è la consapevolezza che possiamo sempre lavorare su noi stessi, per emanciparci quando il destino non ci ha fatto nascere dentro una Rolls Royce, e da madre coperta di diamanti ed ermellino.

Said Mechaquat doveva essere in carcere  il giorno in cui uccise Stefano Leo. Pubblicato giovedì, 04 aprile 2019 da Corriere.it. Il 23 febbraio, giorno in cui ha ucciso Stefano Leo accoltellando alla gola in lungo Po Machiavelli, Said Mechaquat avrebbe dovuto essere in carcere. Il 27enne marocchino era stato infatti condannato, senza sospensione condizionale della pena, a un anno e sei mesi di carcere nel 2015 per maltrattamenti in famiglia nei confronti dell’ex compagna. E la sentenza è diventata definitiva nel 2018, dopo che l’appello proposto dall’avvocato di Said, Basilio Foti, è stato respinto perché inammissibile: a questo punto il verdetto avrebbe dovuto essere eseguito e Said avrebbe dovuto essere arrestato. Ma così non è stato. Un ritardo nella trasmissione della sentenza definitiva da parte della cancelleria della Corte d’Appello ha fatto sì che la Procura non potesse emettere un ordine di carcerazione. Per questo motivo Said era libero. L’uomo era stato condannato senza sospensione della pena perché da minorenne aveva ottenuto un perdono giudiziario in un processo per rapina. E, compiuta la maggiore età, aveva avuto guai giudiziari a Milano per aggressione e resistenza. La vicenda relativa al suo mancato arresto è ancora tutta da chiarire. In queste ore i magistrati stanno cercando di capire come mai ci sia stato questo ritardo nella procedure.

Arrestato e condannato ma libero. Così il killer ha ucciso Stefano. Said era stato fermato per due volte per violenze sulla ex compagna: "Sputi e calci". Poi la condanna. Era in attesa dell'appello, scrive Angelo Scarano, Giovedì 04/04/2019, su Il Giornale. Said Mechaquat, il marocchino con cittadinanza italiana che ha ucciso con una coltellata alla gola Stefano Leo a Torino nella zona dei Murazzi, a quanto pare aveva diversi precedenti penali quando ha deciso di accoltellare in modo mortale il ragazzo. La prima condanna in primo grado è arrivata il 20 giugno del 2016. Come rirporta la Stampa le accuse sono pensanti: violenza fisica psicologica, ingiurie, minacce e danneggiamenti. Nelle motivazioni della sentenza emerge il vero volto di Said Mechaquat: "Un violento che aveva ridotto la sua ex compagna in uno stato di succubanza, costretta a subire percosse e minacce con frequenza costante. Per sua stessa ammissione almeno tre volte al mese". L'uomo a quanto pare prendeva a calci e pugni la sua compagna costretta spesso alla fuga da casa. Il procedimento dopo il primo grado si è bloccato. Said è in attesa della sentenza di appello che non è ancora stata fissata. Ma già nel 2015 il marocchino aveva avuto i primi problemi con la giustizia. Il 19 febbraio 2015 aveva subito una condanna a un anno e due mesi. Il motivo? Sempre lo stesso: violenze sulla sua compagna. La donna era stata colpita con pugni e schiaffi. Anche calci mentre la donna era incinta. Un vero e proprio incubo. La storia tra Said e la sua ex compagna Ambra è stata di fatto scandita dalle violenze e dalle denunce. Said viene arrestato per ben due volte. Nel 2013 i poliziotti trovano la donna seminuda in strada in lacrime con il piccolo figlio tra le braccia. Era stata picchiata. Dieci giorni di prognosi. Come ricorda sempre la Stampa, Said viene scarcerato. Ma tornano le violenze. Dopo le denunce, la condanna per Said arriva nel 2015. L'uomo però è rimasto in libertà fino all'incontro con Stefano. La giustizia non ha fatto in tempo a mettere dietro le sbarre un assassino così spietato che ha spezzato per sempre il sorriso di questo ragazzo. Il tutto per un errore burocratico. La sua condanna infatti era diventata definitiva nel 2018. Ma la comunicazione che sarebbe dovuta giungere dagli uffici di Cancelleria della Corte d’Appello ma non è mai arrivata. La sentenza così non è stata eseguita. Said è rimasto libero e ha ucciso il povero Stefano.

Omicidio Leo, l’ex datrice di lavoro del killer: «Da quel video l’avrei riconosciuto». Pubblicato giovedì, 04 aprile 2019 da Corriere.it. C’è un video, che la Procura acquisì mesi fa e che adesso, dopo l’arresto di Said Mechaquat, assume una valenza più inquietante di allora. È stato girato il 28 giugno dalle telecamere del locale in cui il 27enne faceva il pizzaiolo. Il marocchino ha appena ricevuto una lettera di richiamo dal capo. Entra nel locale, a passo deciso. Lo colpisce con tre pugni in faccia. Colpi forti, pugni chiusi scagliati con una furia che fa impressione. L’episodio segna la fine del rapporto di lavoro di Mechaquat. E l’inizio di un incubo per Ilaria, socia del gestore. Da allora (ma in realtà da prima), Ilaria è una perseguitata. Lui l’aggredisce, la minaccia di morte, la segue. Diventa il suo stalker. Lei denuncia. Una, due, tre e più volte. In dieci mesi nessuno l’aiuta. I procedimenti giacciono in procura. L’ansia la divora. La bomboletta spray al peperoncino che tiene in tasca, come consente la legge, non riesce a placare quel sentimento di angoscia. Nemmeno adesso. È vero, lui è in prigione, ma per quanto vi resterà? Si chiede lei. Domanda che tutte, al suo posto, si farebbero. «So bene che lui poteva colpire ancora: la prossima ero io», racconta Ilaria. Viso pulito, mani che non stanno ferme sulle ginocchia. Negli occhi la paura. «Perché lui non era e non è pazzo, è lucido», dice con sofferenza. «Quando lo abbiamo assunto era gentile, sorridente», racconta. «Poi — prosegue — è emersa la furbizia, insieme alla scaltrezza. È diventato arrogante. Sono iniziati i problemi, era violento con tutti. A giugno, quando lo riprendemmo per l’ultimo fatto grave che aveva commesso, mi disse che mi avrebbe accoltellata. Il giorno dopo ha preso a pugni in faccia il mio socio». Dopo il licenziamento, la vendetta di Said diventa un piano che comprende più di una puntata. «Era agosto — rammenta la vittima — ero in bici in via Garibaldi. È spuntato all’improvviso, mi ha bloccata e con occhi gelidi ha detto: «Tu devi fare molta attenzione, mi devi dei soldi». Non era vero. Le minacce continuano: «Attenta o vedrai». Urla. Ilaria non fa in tempo a chiedere aiuto, lui se ne va. Meno di un mese dopo, la ragazza è al caffè Fiorio, in un momento di pausa. Da sola, seduta a un tavolino. «Erano quasi le 12, guardavo la piazza — ricorda — quando con una specie di balzo è comparso davanti a me. “Hai visto che pugno ho tirato a S.?” ha urlato e con aria minacciosa mi veniva addosso, sempre più vicino. Gli ho detto “Said vai via”, tremavo, ma lui non smetteva e diceva “Devi finirla di pensarmi la notte, io lo so che mi pensi sai”. «Ho messo la mano sullo spray che mi porto sempre dietro da giugno, in un marsupio, come mi avevano detto di fare i poliziotti», aggiunge Ilaria, che anche quella volta si salva, perché c’è folla e il suo persecutore si allontana. Dopo quel giorno si intensifica una fase forse peggiore. Quella del bombardamento di messaggi su Facebook: «Cambiava nome e profilo in continuazione, per mandarmi chat inquietanti e poi fare sparire le conversazioni, cambiando identità senza lasciare tracce». «Un giorno ero a casa mia — rammenta la ragazza — e mi è arrivata questa frase: “Che cazzo hai da ridere?” Mi stava spiando, ne sono sicura». Ilaria denuncia, di nuovo. L’ansia aumenta. Lui le dà il tormento. Il 25 gennaio le fa un agguato in piazza Castello. «Sai cosa devi fare per non vedermi più? Devi andare via da Torino» le grida sotto i portici, mentre la rincorre per picchiarla, dopo aver sputato in faccia al socio che accorre in suo aiuto. Arrivano carabinieri e polizia, davanti alle fontane. Lei piange. Lui viene fermato. «È stato dentro mezza giornata, poi era di nuovo libero. Mi hanno detto di stare tranquilla, che era solo un buffone», si sfoga Ilaria, che aggiunge: «Se avessero diffuso prima quel video in cui attraversa piazza Vittorio, l’avrei riconosciuto subito. Quel cappellino grigio, gonfio dietro, che non sono dei rasta, lo indossava anche il 25 gennaio quando mi aggredì». «Quando l’hanno fermato mia mamma ha pianto, perché ha capito che il coltello lasciato in piazza D’Armi era per ammazzare me», dice Ilaria, che ammette: «Io non dormo più la notte. Nemmeno ora che lo hanno preso».

Il killer di Stefano doveva essere in cella. Il caso delle carte mai arrivate in Procura. Pubblicato venerdì, 05 aprile 2019 Giovanni Falconieri e Simona Lorenzetti da Corriere.it. Non avrebbe dovuto trovarsi lì, Said Mechaquat. La mattina del 23 febbraio non avrebbe dovuto sedere su quella panchina di fronte al Po, dalla quale per quaranta lunghi minuti ha osservato la gente che passeggiava lungo il fiume aspettando una «persona felice» da uccidere. Quando ha accoltellato alla gola Stefano Leo, che sul volto aveva disegnati i tratti inconfondibili della serenità, il marocchino ventisettenne avrebbe dovuto essere in carcere da un pezzo. Da almeno nove mesi. Da quando, nel maggio 2018, la Corte d’Appello di Torino ha ritenuto inammissibile il ricorso che il suo difensore aveva presentato contro una condanna per maltrattamenti in famiglia pronunciata in primo grado il 20 giugno 2016: un anno e 6 mesi di reclusione senza la sospensione condizionale della pena. Di fronte all’ordinanza di inammissibilità depositata dai giudici della settima sezione, il verdetto è diventato definitivo. E per Said avrebbero dovuto aprirsi le porte del carcere. Ma qualcosa si è inceppato nei meccanismi che regolano l’attività degli uffici giudiziari. E alla Procura non sarebbero stati trasmessi gli atti che avrebbero permesso di emettere un ordine di carcerazione. «Sono in viaggio da Roma verso Torino — ha commentato ieri pomeriggio il presidente della Corte d’Appello del capoluogo piemontese, Edoardo Barelli Innocenti —. Ho già chiesto una relazione su questo fascicolo e voglio capire al più presto come sia potuta accadere una cosa del genere». La confessione di Said Mechaquat arriva cinque giorni fa, domenica 31 marzo. Il ragazzo si presenta dai carabinieri e si autoaccusa del delitto sul lungo Po Machiavelli. «Sono stato io», spiega ai militari. «Ho ucciso Stefano Leo perché mi sembrava una persona felice». La sua confessione convince i sostituti procuratori Ciro Santoriello ed Enzo Bucarelli, ma anche il giudice per le indagini preliminari Silvia Carosio: al termine dell’udienza celebrata mercoledì, il gip decide di convalidare il fermo del ventisettenne sottolineando la sua «elevatissima aggressività priva di freni inibitori» e la sua «fredda lucidità». Nelle stesse ore, però, viene alla luce una vecchia condanna per maltrattamenti contro l’ex compagna e il figlio, inflitta a Said il 20 giugno 2016. Una vicenda che racconta la storia di un uomo violento che «ha ridotto l’ex compagna in uno stato di succubanza, costringendola a subire percorse e minacce». Ma emerge, soprattutto, che quel verdetto è diventato nel frattempo definitivo. Ma nessuno se n’è accorto. Succede che dopo la sentenza di primo grado, la difesa di Said ricorre in appello. Ma il ricorso viene giudicato inammissibile, perché «troppo generico». L’avvocato del giovane marocchino avrebbe dovuto quindi depositare un nuovo ricorso, ma in Cassazione. Ricorso di cui non c’è traccia. Stando così le cose, la condanna di primo grado a 1 anno e 6 mesi di reclusione diventa definitiva. Said deve andare in carcere, non può restare libero. I giudici del Tribunale non gli hanno infatti concesso la sospensione condizionale della pena. E non lo hanno fatto per due motivi. Perché quando era minorenne aveva ottenuto il «perdono giudiziario» in un processo per rapina. E perché quando ormai aveva compiuto i 18 anni era finito di nuovo nei guai per un’aggressione e una resistenza commesse a Milano tra il 2013 e il 2014. Come se non bastasse, anche il coinvolgimento del figlio minore nella condanna per maltrattamenti in famiglia del giugno 2016 avrebbe impedito a Said di chiedere e ottenere sospensioni o misure alternative alla detenzione. Ma è a questo punto che si inceppa qualcosa negli ingranaggi della giustizia. È il maggio del 2018 e la sentenza definitiva per maltrattamenti in famiglia resta in Corte d’Appello, anziché essere trasmessa all’ufficio esecuzioni della Procura. La mancata notifica impedisce al pubblico ministero di emettere un ordine di carcerazione nei confronti di Said. Che resta libero. Libero di accumulare denunce per il suo carattere violento, di perdere il lavoro e pure la casa. Libero, soprattutto, di andarsene a spasso per nove mesi, prima di incrociare la propria strada con quella di Stefano Leo, il 33enne di Biella aggredito lungo il Po perché quella mattina di fine febbraio aveva «un’espressione felice sul volto».

CHI HA SETE DI GIUSTIZIA SARÀ GIUSTIZIATO. Giuseppe Legato per ''La Stampa'' il 4 aprile 2019. Violenza fisica psicologica, ingiurie, minacce, danneggiamenti. In una sola parola: maltrattamenti in famiglia. E lesioni aggravate. La condanna di primo grado - a 1 anno e 6 mesi di carcere senza sospensione condizionale della pena - è firmata dal giudice Giulia Casalegno. Data: 20 giugno 2016. In 10 pagine c' è il volto oscuro di Said Mechaquat, 27 anni, l' assassino dei Murazzi, l' uomo che ha ucciso Stefano Leo il 23 febbraio scorso. Che non è solo un' anima in pena perché non vede il figlio da tempo. Ma è «un violento», uno «che aveva ridotto la ex compagna in uno stato di succubanza, costretta a subire percosse e minacce «con frequenza costante. Per sua stessa ammissione almeno tre volte al mese». Calci, pugni, nasi sanguinanti, fughe da casa e temporanee riappacificazioni. Poi di nuovo, daccapo. Un inferno. Quel procedimento penale che nel caso di pronuncia definitiva avrebbe condotto dritto in carcere Said - nonostante la condanna inferiore ai due anni - è fermo da due anni e mezzo. Pende l' appello e - si apprende dal legale di parte civile - non è stata ancora fissata la data. E pensare che in aula, la prima volta, la ex compagna Ambra B. vittima di violenze e soprusi costanti, ci era entrata il 19 febbraio 2015. Fu un dibattimento relativamente veloce: un anno e 2 mesi di condanna per l' uomo. Nelle motivazioni della sentenza c' è l' indole fin qui nascosta dell' assassino dei Murazzi. Della convivenza con la donna che gli ha dato un figlio e poi lo ha lasciato. Oggi si capisce perché. Per 3 anni Said e Ambra hanno abitato in via Principessa Clotilde a Torino. Si erano conosciuti a novembre del 2011 ai corsi professionali dell' istituto professionale Boselli: «Eravamo innamorati, ma tantissimo» ha detto in aula. «Siamo partiti per Ibiza dove lui aveva trovato un lavoro. Quando siamo tornati, nel 2012, abbiamo deciso di andare a vivere insieme in un appartamento in affitto. La mia famiglia ci aveva aiutato a metter su casa. Lui lavorava e pagava il canone. Ci amavamo molto anche se litigavamo spesso. Le prime volte che è capitato mi aveva dato uno spintone, poi..». Poi lui diventa ancora più aggressivo. La colpisce con schiaffi e pugni. E calci. Anche mentre è incinta. Lei che tace. I vicini di casa sentono tutto. Chiamano la polizia. In 3 anni e mezzo le volanti faranno visita sei volte a quell' alloggio ormai ostaggio della violenza di un uomo fuori controllo. Said viene arrestato in due occasioni: a novembre 2013 Ambra viene trovata dai poliziotti in strada. E' seminuda e ha il piccolo figlio in braccio. Lui intanto sta sfasciando i mobili. «Era in lacrime e veniva soccorsa dai passanti» scrive il giudice. Verrà accompagnata all' ospedale: «Distorsioni multiple». Prognosi: 10 giorni. Torna a casa, lui viene scarcerato. E lei lo perdona. Ricapita: di nuovo violenze inaccettabili. A Said viene imposto il divieto di avvicinamento. Lei lo accoglie di nuovo a casa. Non cambia nulla. «Cerca anche di convincerlo a rivolgersi a una psicologa. Ma l ui non conclude il percorso». Emerge sempre di più il profilo dell' uomo che non governa le sue pulsioni aggressive. Altre botte a fine 2013: «Ambra aveva visto in un carabiniere una figura paterna e lui l' aveva spronata a denunciare» si legge in sentenza. Non segue querela in caserma. Il giudice motiva: «Ambra, al tempo era una giovanissima donna diventata mamma inaspettatamente non capace di affrontare una situazione del genere. Di certo non era in grado per costituzione e per carattere di fronteggiare l' aggressività di Said che prevedeva sistematicamente la risoluzione delle discussioni attraverso l' uso della violenza a senso unico». E poi «si è innamorata e in uno stato di succubanza che si manifesta attraverso l' assenza totale di denunce». Si lasciano nel 2014. La condanna arriva un anno dopo. Quaranta giorni fa il terribile omicidio di Stefano Leo. Ambra è sullo sfondo, si è rifatta una vita con un altro uomo. E forse Said voleva uccidere lui.

Sarah Martinenghi e Ottavia Giustetti per repubblica.it il 4 aprile 2019. Arriveranno gli ispettori del ministero per capire dove si è inceppata la macchina della giustizia impedendo che Said Mechaquat, l'assassino dei Murazzi finisse in carcere per una condanna a 18 mesi per maltrattamenti in famiglia. Il Guardasigilli vuol capire cosa è successo. Cosa non ha funzionato. Perché se la giustizia avesse fatto il suo corso - ripetono i familiari di Stefano Leo, il commesso di 34 anni ucciso con una coltellata sul lungopo Machiavelli, a Murazzi, la mattina di sabato 23 febbraio - oggi il giovane biellese sarebbe ancora vivo. Del caso della sentenza incredibilmente mai eseguita di condanna per Said Mechaquat la Corte d'Appello parlerà nel dettaglio solo oggi. Né la procura generale né la procura ordinaria che avrebbe dovuto ricevere gli atti per disporre l'ordine di carcerazione hanno voluto commentare senza prima aver visto tutte le carte. Dal 18 aprile 2018 si sono perse le tracce della sentenza e negli uffici al settimo piano del Palazzo di giustizia nulla è mai arrivato. Eppure era irrevocabile la sentenza che il 20 giugno 2016 condannava Said Mechaquat a un anno e sei mesi di carcere per maltrattamenti aggravati, lesioni e minacce nei confronti dell'ex compagna Ambra. Il pm che sosteneva l'accusa, Stefano Castellani, aveva chiesto e ottenuto che la pena non fosse sospesa perché l'imputato aveva altri precedenti e la vicenda di maltrattamenti coinvolgeva anche il figlio piccolo della coppia, elemento che impedisce al condannato di chiedere sospensioni o misure alternative alla detenzione. Ma l'ordine di carcerazione per colui che poi diventerà l'assassino di Stefano Leo non è mai stato emesso perché la sentenza di condanna irrevocabile si è fermata in Corte d'Appello il 18 aprile 2018 senza arrivare all'ufficio esecuzioni della procura. Quel giorno i giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso del suo avvocato ma gli atti si sono bloccati lì e la pena non è stata eseguita. "Pensavamo che fosse tutto tranquillo e che l'iter giudiziario fosse ancora in corso" dice l'avvocato Fabrizio Reale, che nel processo per maltrattamenti aveva assistito Ambra, l'ex compagna e vittima. " In realtà, dopo che Mechaquat si è consegnato e ha confessato l'omicidio di Stefano Leo, la mia assistita mi ha contattato raccontandomi di aver personalmente presentato altre denunce contro di lui in questi anni. Purtroppo nessuna ha sortito l'effetto di riaccendere l'attenzione su questo caso". Ed è verosimile che Said sarebbe stato in carcere il 23 febbraio 2019 anziché ai Murazzi dove ha tagliato la gola a Stefano Leo. "Tutti i magistrati d'appello - ha detto il presidente - sono impegnati in una sforzo eccezionale non per eliminare l'arretrato ma per farlo rientrare entro limiti fisiologici accettabili". "Noi tutti vorremmo essere messi in condizione di rendere un servizio efficiente alla società e soffriamo quando dobbiamo dichiarare una prescrizione del reato perché è decorso il tempo previsto per la definizione del processo". L’avvocato Nicoló Ferraris, che assiste i genitori di Stefano Leo commenta: “Trovo sorprendente che ci sia prima la conferenza stampa che un incontro con il legale della famiglia in ogni caso prima di trarre ogni conclusione vogliamo vedere gli atti del procedimento che avrebbero determinato questo errore che laddove fosse confermato è evidentemente assai grave. La famiglia vuole approfondire la questione con le modalità di spiccata civiltà che ha contraddistinto fin dall’inizio ogni singola richiesta di giustizia”. Pensate di poter chiedere un risarcimento al ministero della Giustizia? “Ovviamente è scontato ma non è certo il primo pensiero di due genitori che hanno perso un figlio di 33 anni”.

Le sentenze smarrite negli uffici della Corte d’Appello: mille colpevoli in libertà. Pubblicato sabato, 06 aprile 2019 da Corriere.it. Si comincia alle 8.30. Si finisce alle 14.30. Trentasei ore settimanali suddivise in sei giorni. Sette persone in tutto. Scala C. Settimo piano del Palazzo di giustizia. Eccolo «l’ufficio sentenze arretrate» della Corte d’Appello di Torino, dove ogni giorno il personale amministrativo analizza i fascicoli da inviare all’ufficio esecuzioni della Procura perché proceda con gli ordini di carcerazione. E quindi con l’arresto dei colpevoli. Quattro stanze stracolme di faldoni sistemati in ogni dove: sulle scrivanie, sugli scaffali, sulle sedie e persino per terra a creare pile in bilico. «Fossero solo questi, non avete visto il piano di sotto e il seminterrato», chiosa Daniela Olivetti, la responsabile. Sono diecimila le sentenze definitive, tutte precedenti alla metà del 2017, che devono essere ancora eseguite. In quelle carte ci sono i nomi degli imputati. Alcuni di loro sono stati assolti, altri invece sono stati condannati e devono finire in carcere. Persone, quest’ultime, che in realtà sono ancora in libertà. Proprio come lo era Said Mechaquat, l’uomo che ha ucciso Stefano Leo. E i numeri dei colpevoli non sono indifferenti. Sono almeno mille i potenziali detenuti in attesa di scontare la pena. Un numero approssimativo e in difetto, visto che i procedimenti possono coinvolgere anche più persone. «Si fa quel che si può», dicono in Corte d’appello allargando le braccia in segno di resa. L’ufficio è stato creato un anno fa, quando Edoardo Innocenti Barelli è diventato presidente della Corte d’Appello. Obiettivo? Smaltire un arretrato spaventoso. «Quando abbiamo iniziato ci siamo trovati di fronte a 15 mila fascicoli non trattati. Giorno dopo giorno abbiamo cercato di mettere in ordine e in un anno ne abbiamo evasi 5 mila», spiega Olivetti. Un impegno non da poco. «Ci sono sentenze racchiuse in poche decine di pagine. Altre si portano al seguito anche cinque o sei faldoni di carte, se non di più. Dipende dal numero degli imputati e dalla complessità del caso. E per ciascun procedimento ci sono da compilare schede, controllare sequestri e recuperare spese di giustizia». In media, ogni giorno vengono trattati tre fascicoli, ma può succedere che per un solo procedimento ci vogliano anche due giorni. Si procede sulla base dell’entità della pena. Ma il personale scarseggia. «All’inizio eravamo in 11, adesso siamo in 7 — spiega ancora la responsabile —. Ci vorrebbe più personale, ma la coperta è corta». Non esiste solo l’ufficio sentenze arretrate. Ogni sezione della Corte d’Appello ha una propria cancelleria che si occupa di smaltire l’ordinario: cioè, le sentenze emesse dalla metà del 2017 in poi. In tutto sono cinque le cancellerie. Ed è in una di queste, quella che fa capo alla seconda sezione, che si è registrato il corto circuito che ha fatto sì che Said Mechaquat non finisse in carcere nel maggio del 2018, quando la sua condanna è diventata definitiva. La seconda sezione è l’unica che oggi ha un arretrato che va oltre il fisiologico di qualche decina di fascicoli. Un problema ben conosciuto a Palazzo di Giustizia, tanto che nel dicembre scorso anno la cancelleria è finita sotto la lente del Consiglio giudiziario. In seconda sezione ci sono ben 956 sentenze che aspettano di essere eseguite. Tra queste, fino a tre giorni fa, c’era anche quella di Said.

Innocenti scuse, scrive il 5 aprile 2019 Augusto Bassi su Il Giornale. «Come rappresentante dello Stato mi sento di chiedere scusa alla famiglia di Stefano Leo. Non consento di dire che la Corte d’Appello sia corresponsabile dell’omicidio. Qui abbiamo fatto quello che dovevamo fare», sono le accorate parole del presidente della Corte d’Appello di Torino, Edmondo Barelli Innocenti, che apprendo dal Giornale. «Io sono qui a prendermi i pesci in faccia per quello che è successo, ma non è solo colpa dei magistrati. La massa di lavoro che abbiamo da smaltire è tale che il Ministero dovrebbe provvedere. Siamo qui, prima ancora che come magistrati e giornalisti, come essere umani. Il mio pensiero va ai parenti della vittima, ai quali manifesto il mio cordoglio e il mio dolore. Se la cancelleria della Corte d’Appello avesse inviato l’estratto alla Procura e la Procura avesse emesso l’ordine di carcerazione, non c’è alcuna certezza sul fatto che Said Mechaquat sarebbe stato in carcere il giorno in cui ha accoltellato a morte il 33enne di Biella. Ogni sei mesi il detenuto ha diritto a 45 giorni di sconto. L’equazione due più due fa quattro, non funziona sempre. C’è stato un problema, chiedo scusa alla famiglia come uomo di Stato, ma non è corretto dire che Said Mechaquat sarebbe stato in carcere il 23 febbraio 2019 se la precedente condanna fosse stata eseguita. Poteva non essere in carcere, quel giorno. La Corte d’Appello non è corresponsabile del fatto, questo va detto. Alla Corte d’Appello vengono concesse le attenuanti generiche per la carenza di personale. Ma non è un’attenuante, è una scriminante. I servizi spettano al ministero della Giustizia. E noi siamo in seria difficoltà. Dai 23 mila fascicoli pendenti siamo scesi adesso a 17 mila e 500. Ma le cancellerie sono comunque in affanno. Il nocciolo è che i magistrati stanno facendo l’impossibile, ma i servizi di cancelleria sono carenti», leggo ancora sul Corriere della Sera di oggi. Dunque, per l’ennesimo e fatale episodio di malagiustizia non sembrano esserci colpevoli, solo Innocenti. Cedo a voi le riflessioni del caso perché le mie sarebbero eccessivamente sapide, limitandomi a una citazione di Gogol’, perché in fondo tutti respiriamo con il suo naso e qui c’è afrore di anime morte: «Hanno un bell’essere stupide le parole dello sventato: esse, a volte, sono sufficienti per confondere l’intelligente». Tuttavia, vorrei suggerire a Barelli Innocenti di cooperare maggiormente con la Procura, lasciandosi contagiare dalle lodevoli iniziative del procuratore Spataro, al fine di porre rimedio alla rovinosa assenza di personale. Su Repubblica del 24 ottobre 2018 leggevo infatti: «A metà novembre metteranno piede al Palazzo di giustizia di Torino i primi richiedenti asilo arruolati negli uffici della procura per aiutare il personale amministrativo, che da tempo soffre di pesanti carenze d’organico, in alcune delle attività quotidiane. Si tratterà di un gruppo di 4-6 migranti selezionati dalla cooperativa sociale L’isola di Ariel grazie a una convenzione firmata con il procuratore capo. Spataro si è sempre molto impegnato contro la discriminazione razziale, decidendo di recente una stretta della procura contro i reati di odio razziale. «È impensabile immaginare l’immigrato come un peso di cui sbarazzarsi. Ci vuole l’intervento di chi ha la responsabilità pubblica perché non possiamo lasciare tutto il peso del problema alle cooperative e mi auguro che questa nostra iniziativa possa essere replicata. Ricordo le parole di Stefano Rodotà, che diceva come la solidarietà non è un sentimento, ma è un dovere e un diritto». Dopo aver fatto sommessamente notare a Spataro che l’odio razziale è un sentimento e non un reato, mi limito a prefigurare un futuro di cooperazione fra organi giurisdizional-amministrativi; sono certo che la Procura sarà lieta di cedere qualche suo arruolato alla Corte d’Appello per le urgenti mansioni di cancelleria affinché non vi siano più italiani sgozzati per la strada. Al limite accadrà direttamente in un ufficio giudiziario. «Se una cosa la vuoi, una strada scoprirai; se una cosa non la vuoi, una scusa troverai». Proverbio africano.

Luigi Ferrarella per il ''Corriere della Sera'' il 6 aprile 2019. Magari fosse solo «un» errore, e magari riguardasse solo Torino, il fatto che l' assassino, il 23 febbraio, di Stefano Leo, Said Mechaquat, avesse alle spalle una condanna a 18 mesi (per maltrattamenti familiari nel 2013) emessa nel 2016 e divenuta definitiva nel maggio 2018, ma da allora non ancora trasmessa dalla Corte d' appello alla Procura per l' esecuzione. Sarebbe persino consolante. E invece, in giro per le Corti d' appello d' Italia, sono almeno 50.000 le sentenze irrevocabili non ancora messe in esecuzione a causa delle carenze dei cancellieri, che devono svolgere tutti quei successivi adempimenti necessari a produrre gli effetti di una sentenza. «Siamo qui da esseri umani prima ancora che da magistrati», e «come rappresentante dello Stato mi sento di chiedere scusa alla famiglia di Stefano Leo», rimarca ieri il presidente della Corte d' appello torinese Edoardo Barelli Innocenti con voce che gli si incrina per la commozione: «Ho anche io un figlio e, fosse successo a me, anche io sarei mortificato. Sono qui a prendermi pesci in faccia», aggiunge, «ma è solo colpa nostra? Vengano a vedere in che condizioni siamo in cancelleria. Come capo dell' ufficio non distinguo tra giudici e cancellieri, ma la massa di lavoro è tale che, con le attuali forze, non posso garantire che quello che è successo non possa capitare di nuovo». Le statistiche ministeriali non estraggono questo dato, e dunque è solo con una ricerca del Corriere ieri in alcune grandi sedi che si riesce ad afferrare le dimensioni del fenomeno, ben noto senza bisogno che a far finta di meravigliarsi arrivi ora il solito annuncio dell'«invio degli ispettori». Dovunque è una corsa disperata a cercare di stare in pari con le sentenze a pene da eseguire in carcere (cioè quelle o oltre i 4 anni o per reati ostativi alle misure alternative), mandando però in coda l' esecuzione di quelle per reclusioni sotto i 4 anni (il cui ordine di carcerazione verrebbe per legge sospeso per consentire al condannato di chiedere entro 30 giorni al Tribunale di Sorveglianza una misura alternativa). In Corte d' appello a Torino, dove l' acceleratore dei giudici è passato a decidere da 70 a 160 verdetti al mese, l' imbuto di cancelleria fa però poi sì che i possibili «Said» accumulatisi siano almeno 10.000 (957 solo nella sezione del processo a Said). Roma, che sino a qualche tempo fa aveva un arretrato di 21.500 fascicoli risalenti persino a verdetti del 2007, dopo un enorme sforzo della Corte d' appello in un progetto sostenuto dalla Regione Lazio è scesa all' inizio del 2018 a comunque 15.500 fascicoli di arretrato. Se Palermo dichiara un lusinghiero equilibrio quasi in tempo reale, la Corte d' appello di Napoli invece è arrivata a stimare un arretrato di 20.000 sentenze irrevocabili da mettere in moto. Milano, in pari con le sentenze a pena da eseguire in carcere, ma sulle altre in passato giunta a sfiorare le 5.000, ora viaggia con 5 mesi di sfasamento, pari ieri ad ancora 1.537 sentenze alle quali dar corpo, e con un progetto mirato punta ad abbassare la media a 40 giorni. Brescia da 4.000 è scesa sulle ancora 2.500 sentenze da eseguire, e pure Venezia ne stima 2.000. Il denominatore comune è la carenza di cancellieri sino a un picco di 9.000 unità mancanti in 20 anni senza assunzioni, con una scopertura nazionale attorno al 22% e punte del 30% in alcuni distretti del Nord. Carenza ancor più avvertita in Appello, dove un quarto del lavoro delle già sguarnite cancellerie è assorbito da compiti amministrativi pure imposti dalla legge ma non attinenti i processi (esami avvocati, collegi elettorali, spese di giustizia, manutenzione degli uffici, ecc.). Va dato atto all' ex ministro Orlando (governo Renzi-Gentiloni) di aver bandito, appunto dopo due decenni, il primo concorso peraltro di dimensioni mostruose, partecipato da oltre 300.000 candidati; e all' attuale ministro Bonafede (governo Conte) di stare proseguendo su questa direttrice con soldi veri. Solo che i pur preziosissimi 5.500 assunti dal 2014 a oggi hanno appena pareggiato i corrispondenti pensionamenti di una categoria dall' età media ormai alta appunto a causa del lungo blocco di concorsi e turn over. E le ulteriori 4.300 assunzioni, che l' attuale governo ha finanziato per i prossimi tre anni, dovranno fare i conti non solo con i pensionamenti fisiologici, ma anche con le maggiori possibilità offerte dalla legge su «quota cento» a un bacino di pensionandi che persino la più prudenziale proiezione stima non inferiore alle 3.000 uscite su 10.000 dipendenti teoricamente interessati nei tre anni.

Omicidio Stefano Leo e fascicoli fermi: impuniti anche stupratori. Pubblicato giovedì, 11 aprile 2019 da Corriere.it. Una violenza sessuale prescritta, stessa sorte per un episodio di maltrattamenti in famiglia. E poi altri due processi per violenza, con imputati detenuti, che a distanza di un anno dalla sentenza non sono stati trasmessi in Cassazione. E un quinto caso, sempre di violenza sessuale, che non si è ancora prescritto solo perché all’indagato è contestata una aggravante specifica. Procedimenti simbolo che raccontano la débacle giudiziaria della cancelleria della seconda sezione penale della Corte d’Appello di Torino, la stessa che non ha trasmesso il verdetto che avrebbe portato in carcere Said Mechaquat nove mesi prima dell’omicidio di Stefano Leo. Il quadro disarmante emerge dalla Commissione di vigilanza del Consiglio giudiziario, che lo scorso 19 febbraio ha depositato una relazione che evidenzia tutte le criticità. Il caos che da oltre un anno regna nella seconda sezione non mette a rischio solo le 956 sentenze che non vengono eseguite. In bilico ci sono anche 560 fascicoli andati a sentenza nella cosiddetta «sezione stralcio» e 450 verdetti che dovrebbero essere trasmessi in Cassazione e che invece giacciono su scaffali impolverati. E su molti di questi procedimenti penali incombe la prescrizione. Se per alcuni fascicoli c’è ancora speranza, per altri invece la parola fine è già stata scritta. Tra questi, quattro processi per violenza sessuale e uno per maltrattamenti in famiglia. Storie di vittime che potrebbero non avere mai giustizia. A lanciare l’allarme sono stati i presidenti di sezione che si sono succeduti, Paola Dezani e Mario Amato (quest’ultimo è attualmente in carica). In diverse missive, i vertici «segnalano un allarmante ritardo nella cura degli adempimenti post udienza relativi agli anni 2016 e 2017. Evidenziano — si legge — che per molti di quei fascicoli nemmeno è noto se essi siano stati colpiti o meno da ricorso in Cassazione (sicché nemmeno è noto se la sentenza sia irrevocabile o meno); evidenziano altresì che ciò comporta un significativo ritardo dei fascicoli in Cassazione, con il conseguente rischio che, nelle more, maturi il termine di prescrizione». Un esame rapido dei faldoni giacenti ne ha portati alla luce alcuni particolarmente urgenti. «Casi di processi sentenziati nel 2016 o nel 2017 (con condanne per reati di violenza sessuale) che non sono stati trasmessi tempestivamente alla Cassazione, così determinando l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione»: tra questi, una violenza sessuale il cui fascicolo è datato 2011 e un caso di gravi maltrattamenti. E ancora: «Casi i cui fascicoli relativi ai ricorsi presentati avverso le sentenze di condanna per reati di violenza sessuale (anche con imputati detenuti) non sono stati trasmessi alla Cassazione nemmeno dopo un anno». Insomma, una disfatta giudiziaria che imbarazza e annichilisce i vertici della Corte d’Appello. I presidenti evidenziano anche «disfunzioni» nei fascicoli relativi alle misure cautelari. Il rischio, in questo caso, è che le persone restino in carcere più del dovuto. Una presa d’atto disarmante: «I due presidenti riferiscono che ad oggi si riesce solo a coltivare l’obiettivo di trattare in tempo quasi reale i fascicoli sentenziati nell’anno corrente». Nel corso del 2018, la seconda sezione penale ha emesso 2.400 sentenze. Ma solo per 600 sono stati trattati gli adempimenti successivi. Un quarto. I restanti giacciono in attesa.

Tribunale choc: uffici vuoti e faldoni spariti. Dopo le 12.30 non lavora più nessuno. Due anni fa uno stupratore la fece franca, scrive Luca Fazzo, Sabato 06/04/2019, su Il Giornale. Uno ascolta le spiegazioni del giudice Barelli Innocenti, lo vede commuoversi in diretta, lo ascolta spiegare alla famiglia di Stefano Leo che se il loro ragazzo è stato ammazzato senza motivo da un criminale che avrebbe dovuto stare in galera è tutta colpa della carenza di personale: e si immagina che due piani più sotto, nelle cancellerie della corte d'appello, chini sotto il peso delle pratiche, poche unità di uomini e donne lavorino senza sosta per cercare di salvare il salvabile, assicurando alla giustizia il maggior numero possibile di colpevoli. Purtroppo non è così, non è proprio così. Non lo era alle undici del mattino, mentre il presidente della Corte parlava con i giornalisti; e lo era ancora meno un paio d'ore dopo, quando la pausa pranzo aveva ormai segnato il rompete le righe verso il weekend. D'altronde chi abbia provato un pomeriggio qualunque a entrare nel Palazzo di giustizia torinese - come in qualunque altro tribunale d'Italia - ha la percezione di essere in una sorta di deserto, lunghe teorie di porte chiuse, interrotte solo dagli uffici precettati per le urgenze. Orario di chiusura delle cancellerie: 12,30. La macchina della giustizia, questa è la verità, è una macchina che funziona a mezzo servizio. E l'eterna lagnanza sulla carenza di personale nasconde ritmi di lavoro - come dire - dal volto umano. Se il fascicolo che doveva portare in carcere Said Mechaquat non è mai arrivato alla Procura, arenandosi su un tavolo della Corte d'appello, la colpa non può essere rifilata alla mancanza di personale. Qualche buco in organico negli uffici c'è di sicuro: ma si tratta di organici ampi, che dovrebbero essere in grado di supplire con la buona volontà dei singoli a qualche carenza. Anche perché sul capoluogo piemontese è caduta l'anno scorso, ancora sotto il governo Gentiloni, una massiccia infornata di personale. Poco prima, gli stesso uffici torinesi avevano potuto beneficiare di una robusta iniezione di «mobilità», l'afflusso di dipendenti da altre amministrazioni pubbliche in fase di dismissione come le province. Poi il ministro della Giustizia Orlando aveva mandato a Torino altre decine di assistenti giudiziari: e si trattava in questo caso di personale giovane, fresco di studi, dinamico. Ma a quel punto scoppiarono le polemiche tra i magistrati di vertice degli uffici torinesi: «ne avete mandati troppi in tribunale»; «ne avete mandati pochi in corte d'appello»; e via di questo passo, nel solito contesto per cui il prestigio di un dirigente dipende anche dalla quantità di risorse che riesce ad ottenere. Il problema era - ed è tutt'ora - che la Corte d'appello torinese è recidiva: stavolta ha permesso a un colpevole di tornare a delinquere, due anni fa aveva consentito che uno stupratore la facesse franca. Il fascicolo del processo di secondo grado ad un violentatore di bambine si era perso anch'esso nelle cancellerie, proprio come si è smarrita ora la condanna di Mechaquat, e ne era riemerso solo quando il reato era ormai prescritto. Il ministro Orlando aveva chiesto pubblicamente scusa alle famiglie delle vittime, e aveva annunciato una ispezione negli uffici giudiziari torinesi - e in particolare alla Corte d'appello - perché si scoprisse come una mancanza di tale gravità fosse potuta avvenire. L'esito della ispezione non è mai stato comunicato. Ora si scopre che a Torino le cose sono andate sempre peggio.

Delitto Murazzi, l'allarme del presidente della Corte d'Appello: "Il caso di Torino può ripetersi". Stefano Leo ucciso da un uomo che avrebbe dovuto trovarsi in carcere. Parla Edoardo Barelli. "Scriverò a tutti”, scrive Sarah Martinenghi il 7 aprile 2019 su La Repubblica. L'amarezza per il ciclone che si è abbattuto sulla sua Corte d'Appello. La resa di fronte alla mancanza di personale amministrativo all'origine del problema che ha portato a lasciare in libertà l'assassino di Stefano Leo, il giovane sgozzato ai Murazzi del Po. E la decisione di chiedere più attenzione alle cancellerie e di lanciare un monito ai presidenti di tutte le Corti d'Italia: "Scriverò a tutti i colleghi per avvisarli: quel...

Omicidio di Stefano Leo,  la sentenza di Said fu mandata all’avvocato sbagliato Il caso. Pubblicato lunedì, 15 aprile 2019 da Simona Lorenzetti  su Corriere.it. Non ci fu solo un ritardo nella trasmissione del fascicolo dalla Corte d’Appello alla Procura, con la successiva mancata esecuzione della sentenza. Ci fu, nel caso di Said Mechaquat, anche un errore di notifica delle carte processuali: il suo ricorso contro la condanna per maltrattamenti in famiglia sarebbe stato infatti inoltrato al legale sbagliato. Il ventisettenne marocchino è ora rinchiuso in carcere con l’accusa di avere ucciso Stefano Leo, il 23 febbraio scorso sul lungo Po Machiavelli. Mechaquat era stato condannato a 18 mesi di reclusione senza condizionale per maltrattamenti in famiglia. La sentenza era diventata definitiva perché la Corte d’Appello, su richiesta dell’Avvocato generale Giorgio Vitari, nell’aprile del 2018 aveva dichiarato «inammissibile» il ricorso in appello. Secondo quanto è stato possibile ricostruire, tuttavia, la notizia non sarebbe stata comunicata al suo difensore dell’epoca (un legale d’ufficio), ma a un altro avvocato: Basilio Foti. Quest’ultimo sarebbe stato indicato evidentemente dallo stesso Said. Ma Foti non aveva mai assunto l’incarico. E con il giovane non era mai entrato direttamente in contatto. L’avvocato Foti ora assiste Said nel procedimento per omicidio. Nei giorni scorsi, visto il difetto nella notifica, ha chiesto al Tribunale di Torino di dichiarare la «non esecutività» della sentenza di condanna.

 “MI SENTO TRADITO, MI VIENE VOGLIA DI LASCIARE L’ITALIA”. Marco Bardesono per “Libero quotidiano” l'8 aprile 2019. Il presidente della Corte d'Appello di Torino ha chiesto scusa alla famiglia Leo. I ritardi della sua cancelleria hanno fatto sì che il tagliagole dei Murazzi potesse agire e uccidere. Scuse formalmente accettate, ma che lasciano il tempo che trovano perché, spiega Mariangela Chiri, la mamma della vittima, «Stefano non ritornerà mai più e nessuno potrà restituircelo, purtroppo non si può tornare indietro». Per quanto il legale della famiglia Leo, l'avvocato Nicolò Ferraris aggiunga: «C'è un errore da parte dello Stato e quindi è giusto che ci sia un risarcimento», al momento non è ciò che interessa maggiormente alla famiglia del commesso trentatreenne del punto vendita K-way di Torino. Dopo la tragedia, mamma e papà di Stefano Leo vivono un dramma che si consuma in maniera diversa ogni santo giorno. Il tono di voce di Maurizio, il padre, un ex poliziotto, è quello di una persona angustiata. «È vero - dice -, cosa vuole che le racconti, è da stamattina alle sette che rispondo a domande dei giornalisti. Anche voi dovreste essere più rigorosi di fronte a quanto è accaduto. Intanto dico che nessun errore della giustizia può cancellare le responsabilità di chi ha ammazzato mio figlio».

Dunque nessuna attenuante per il tagliagole?

«Qui in Italia sembra che abbiamo una giustificazione per tutto. Un anno fa a Torino un uomo che si chiamava Maurizio Gugliotta è stato sgozzato come mio figlio, in pieno giorno in un mercato della città. L'assassino, giudicato pazzo, è stato condannato a 12 anni. Ma vi sembra? Questa gente quando colpisce mira alla gola o al cuore, semplicemente perché vuole uccidere. Oggi come oggi chi va in galera? Chi sconta la pena? Mi viene voglia di lasciare questo Paese, di andarmene via».

Non vede altre possibilità?

«Guardi sto per sedermi a tavola per cena con la mia famiglia, io ho ancora tre figli, uno ha 27 anni e da quando Stefano è stato ucciso vive nel terrore. Il punto è che in Italia abbiamo un giro di persone pericolosissime che quando vanno fuori di testa uccidono i nostri figli».

Dunque lei invoca certezza e severità delle pene?

«Io non sono una persona che chiede quaranta o cinquant'anni di galera a vanvera, perché Stefano non me lo restituirà più nessuno. Abbiamo celebrato il funerale, ora devo pensare agli altri miei figli e alla mia famiglia. Per il resto, cosa posso aggiungere? Prima hanno detto che Stefano lo hanno ucciso perché era felice e per me è stato come vederlo morire una seconda volta, ora si scopre che il killer doveva essere in galera, mentre invece era a piede libero. Neanche al cinema si vedono certe cose, siamo all' assurdo e questo è il mio dramma».

Signor Leo, cosa bisognerebbe fare per cercare di cambiare le cose, ammesso che sia possibile?

«Tutti noi, ma dico proprio tutti, dovemmo essere più incazzati perché queste cose non accadano più, non viviamo nella giungla».

Un ragazzo viene sgozzato in pieno giorno nel centro di Torino, l'assassino era libero mentre invece avrebbe dovuto essere in cella, non c'è nulla che funzioni.

«Anche i servizi sociali, lo dico come esempio, sono pagati e hanno il dovere di agire e di aiutare persone come quella che ha ucciso mio figlio o perlomeno di segnalarli a chi di dovere. No, le cose non vanno affatto bene, lo Stato dovrebbe essere gestito come un'azienda, chi sbaglia paga. Se un settore non funziona, allora bisogna cambiare qualcosa e bisogna farlo in fretta»

Ieri il presidente della Corte d'Appello di Torino ha fatto il mea culpa e ha detto che non può assicurare che certi fatti non accadano più, cioè che un condannato in via definitiva possa ritrovarsi libero anziché in galera.

«La giustizia italiana ha delle carenze, è lenta, ci sono errori e ritardi? Va tutto bene finché non ci scappa il morto. E adesso come la mettiamo? Credo che sia necessario lavorare per prevenire certe cose. A pensarci mi viene la nausea, perché questo Paese non tutela i suoi cittadini. Lo ripeto, voglio andarmene via, non voglio più saperne nulla, mi sento completamente svuotato e tradito».

Sondaggio, la sentenza di Antonio Noto sui magistrati e la giustizia: i numeri che asfaltano le toghe, scrive il 7 Aprile 2019 Libero Quotidiano. La fiducia degli italiani nel sistema giudiziario e nei magistrati sta vivendo una nuova stagione di crisi, simile a quella di 10 anni fa, quando i processi contro Silvio Berlusconi tenevano banco sulle prime pagine dei quotidiani, ma con una differenza sostanziale. In passato, l'insoddisfazione nei confronti della magistratura era dichiarata per la maggior parte dagli elettori di centrodestra, come sostiene il sondaggista Antonio Noto sul Quotidiano nazionale, oggi invece la sfiducia è diventata più trasversale. Secondo l'ultimo sondaggio dell'Istituto Noto, per quanto il 43% degli italiani dichiara di avere un giudizio positivo nei confronti della magistratura, va ricordato che 10 anni fa quel giudizio toccava quota 50%. Per il 58% dei cittadini è giusto il sistema dei tre gradi di giudizio, sul quale si fonda il sistema della Giustizia in Italia. Ma per il 63% resta la convinzione che il tempo necessario per arrivare a una sentenza definitiva incida negativamente nella percezione del sistema Giustizia.

·         Che successe quella brutta notte del 2016 nel carcere di Ivrea?

Che successe quella brutta notte del 2016 nel carcere di Ivrea? Interrogazione di Walter Verini (Pd) al ministro Bonafede sui presunti pestaggi. Una delegazione del garante aveva visitato il penitenziario riscontrando anche l’esistenza della cella liscia, chiamata “acquario”, scrive Damiano Aliprandi il 4 Aprile 2019 su Il Dubbio. «Chiediamo al ministro della Giustizia quale esito ha avuto l’indagine amministrativa attivata dal provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e quali iniziative di competenza siano state adottate». Parliamo dell’interrogazione parlamentare presentata venerdì scorso, a firma del deputato del Pd Walter Verini, in merito ai presunti pestaggi che sarebbero avvenuti nel carcere di Ivrea nella notte tra il 25 ed il 26 ottobre 2016. Di quei pestaggi il Dubbio ne diede conto per primo dopo pochi giorni. Nell’interrogazione di Verini viene ricordata la relazione del 15 dicembre 2016 del Garante Nazionale, relativa alla visita effettuata presso la casa circondariale di Ivrea, a seguito delle denunce di alcuni detenuti e del Garante comunale di violenze fisiche e azioni repressive nei loro confronti. Si legge, sempre nell’interrogazione, che la visita del Garante nazionale «finalizzata alla verifica dei fatti verificatisi nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2016» era stata «originata dalla segnalazione pervenuta all’Ufficio in ordine ad azioni repressive violente che sarebbero state messe in atto dalla polizia penitenziaria nei confronti di alcuni detenuti in protesta e dai riscontri ricevuti dai primi interventi di monitoraggio richiesti dal Garante Nazionale ai Garanti territoriali ed effettuati il 30 ottobre dal Garante comunale, Armando Michelizza, e il 2 novembre dal Garante Regionale Bruno Mellano». In sostanza, l’onorevole Verini chiede al guardasigilli Bonafede se è a conoscenza dei fatti e quali iniziative sono state intraprese dopo l’indagine amministrativa. Da ricordare che sono due i procedimenti aperti, nonostante riguardano le stesse presunte violenze, dove erano finiti sotto inchiesta alcuni agenti penitenziari e detenuti coinvolti. La Procura ha chiesto l’archiviazione per entrambi, però il legale di Antigone Simona Filippi per il primo e l’avvocato Luisa Rossetti per il secondo, hanno fatto opposizione, smontando pezzo per pezzo l’intero impianto delle richieste di archiviazione. A febbraio scorso c’è stata l’udienza davanti al Gip che ha accolto l’opposizione su una parte del procedimento, mentre sull’altro ancora, sempre sugli stessi fatti denunciati da Antigone e dal Garante nazionale, l’udienza preliminare è stata fissata per il 5 giugno. Ribadiamo che l ‘ evento più clamoroso si sarebbe verificato nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2016: infatti, almeno un paio di detenuti avrebbero subito delle violenze, denunciate da un altro compagno di cella con una lettera indirizzata a Infoaut, a seguito delle quali aveva indagato la procura di Ivrea. Questi episodi furono riscontrati dalla delegazione del Garante nazionale delle persone private della libertà, dove venne confermata l’esistenza della cella liscia chiamata ‘ l’acquario’, poi chiusa – grazie alla segnalazione del Garante, Santi Consolo, ex direttore del Dap. La visita, effettuata da Emilia Rossi, componente del collegio del Garante, insieme a Bruno Mellano, Garante regionale del Piemonte, era stata effettuata per verificare l’attendibilità della denuncia. «Senza entrare nel merito degli accertamenti della Procura – spiegò Emilia Rossi riassumendo il rapporto i due aspetti più inquietanti sono: la presenza di due celle di contenimento – una denominata "cella liscia" dallo stesso personale dell’Istituto, l’altra chiamata ‘ acquario’ dai detenuti che oltre ad essere in condizioni strutturali e igieniche molto al disotto dei limiti di accettabilità nel rispetto della dignità dell’essere umano e di integrare una violazione dei più elementari diritti delle persone detenute, costituiscono un elemento che accresce la tensione presente nell’Istituto». Il secondo aspetto segnalato riguarda l’assenza da oltre quattro anni di un comandante della Polizia penitenziaria stabilmente assegnato alla Casa circondariale. Nel rapporto si apprese che la delegazione, nel corso della visita, ha potuto effettuare i controlli nei reparti interessati dalla denuncia: dalla cella di isolamento alla sala d’attesa dell’infermeria, collocata al piano terra lungo lo stesso corridoio al fondo del quale è posta la sezione isolamento, dove secondo la denuncia dei detenuti si rinchiudevano e si punivano le persone irrequiete da contenere. Il Garante aveva annotato che quanto verificato nel corso della visita «ha reso oggettivo riscontro alle denunce e alle segnalazioni, quantomeno in ordine agli elementi di natura materiale e strutturale». Interessante non solo il riscontro della cella liscia, denominata ‘ L’acquario’, ma anche di una seconda cella di isolamento che era situata nel reparto infermeria fornita soltanto di un letto collocato al centro della stanza, ancorato al pavimento, dotato del solo materasso, peraltro strappato e fuori termine di scadenza. Gli assistenti di polizia penitenziaria avevano affermato alla delegazione del Garante che quella cella non veniva utilizzata da qualche anno. In realtà subito sono erano stati smentiti dagli atti delle annotazioni degli eventi critici esaminati dalla delegazione. Nella relazione del vicecomandante Commissario Paolo Capra, in ordine ai fatti accaduti nella notte tra il 25 e il 26 ottobre, veniva riportato testualmente, infatti, che il detenuto A. N. P. A., prelevato dalla stanza numero 8 del quarto piano, «veniva condotto in infermeria e successivamente allocato in una cella priva di arredi al reparto piano terra».

·         Avvocati intercettati.

Avvocati intercettati, giallo ad Asti: «È un errore del pc». Spese per mezzo milione in un foglio della procura, che minimizza. Perduca, capo dei pm dell’ufficio piemontese: «crash del sistema che gestisce gli ascolti». La camera penale: «caso inquietante scoperto per caso, restano ombre», scrive Errico Novi il 28 Marzo 2019 su Il Dubbio. Ventisette pagine di “foglio notizie su spese della Procura”. Le scorri e rigo dopo l’altro ti accorgi che la maggior parte delle voci riporta nomi di studi legali piemontesi, giudici onorari e consulenti di quelle stesse circoscrizioni, ossia Asti, Cuneo e Torino. Come se i pm in questione, quelli di Asti, avessero di recente condotto un’inchiesta sull’avvocatura dell’intero Nordovest del Paese. Una grossa inchiesta: perché arrivi all’ultima delle ventisette ( sic!) pagine e trovi una cifra totalemostre: 559.221 euro. Non è buttata lì a caso: di fianco c’è la firma del funzionario di cancelleria che ha raccolto le informazioni. Il punto è che almeno ufficialmente non c’è mai stata negli ultimi anni alcuna indagine su avvocati, giudici onorari e consulenti condotta dalla Procura di Asti. «È un errore del sistema informatico», è la risposta solo in apparenza tranquillizzante data dal capo dell’ufficio, Alberto Perduca. Il foglio spese in effetti fa parte del fascicolo di un processo per droga con imputati in prevalenza albanesi, da poco terminato con 20 persone condannate. Non una bagatella, ma neppure un procedimento di tali dimensioni da giustificare un esborso per intercettazioni di quasi 600mila euro. Ma l’avvocatura piemontese è tutt’altro che rasserenata. Anche perché il giallo degli studi legali spiati è ormai divampato sulla stampa locale, ha indotto il responsabile Giustizia di Forza Italia Enrico Costa, deputato, a presentare un’interrogazione al guardasigilli Alfonso Bonafede, e lo stesso ministro ha dato segno di non accontentarsi delle letture minimaliste dei pm. «La Procura ha formulato richiesta di archiviazione, l’ipotesi di intercettazioni illecite non avrebbe trovato riscontro», è la risposta di Via Arenula all’intercettazione di Costa. «In ogni caso la questione permane all’attenzione del ministero che vigila sugli sviluppi della richiesta di archiviazione e ha attivato i propri ispettori per gli approfondimenti». Segno che neppure dal punto di vista del governo ci si accontenta dell’ipotesi di un pc capriccioso. L’incredibile vicenda è emersa per puro caso. Non è stata la Procura di Asti a segnalare l’anomalia ( e mezzo milione di spese inspiegabili costituirebbero un’anomalia gigantesca), ma uno dei professionisti spiati loro malgrado. Si tratta di Roberto Caranzano, con studio ad Asti, che difende uno degli imputati al processo per droga. Alcuni mesi fa, prima di intervenire in aula, rivede gli appunti: incrocia quel foglio spese che non aveva mai notato prima e trova anche il proprio nome. Pochi giorni dopo il procuratore Perduca apre l’indagine e sempre pochi giorni dopo conclude appunto per la richiesta di archiviazione perché «si tratta di un non accadimento: il sistema ha semplicemente inserito nomi a caso». Rispetto all’enormità dei costi sostenuti dalla giustizia per questo crash informatico, Perduca aggiunge che la somma effettivamente liquidata al gestore del sistema «è risultata trovare piena corrispondenza nell’importo riportato nel foglio notizie inserito nel fascicolo dal giudice». Il che non basta a chiarire se si tratta di importi giustificabili. I motivi di allarme per gli avvocati sono numerosi. Tanto che a occuparsi della vicenda è anche l’Unione Camere penali italiane, il cui responsabile Comunicazione Giorgio Varano ha pubblicato un’intervista video al presidente dei penalisti del Piemonte della Valle d’Aosta, Alberto De Santis. «La prima domanda, inquietante, è se gli avvocati che secondo quel foglio notizie sarebbero stati intercettati per anni, cioè dal 2012 al 2014, siano stati sottoposti a tale attività per fini diversi dal procedimento a cui si riferirebbe quell’elenco», nota il presidente della Camera penale. «Abbiamo avvisato tutti i colleghi in modo che possano avviare tutte le azioni possibili, ma naturalmente li supportiamo e riteniamo che a occuparsi del caso debba essere la Procura di Milano. Certo è che», nota giustamente De Santis, «se mi venisse in mente di difendere una persona indagata per false fatturazioni con la tesi che è stato il sistema informatico a emettere quelle fatture per sbaglio, si tratterebbe di una difesa suicida». A giudicarla tale sarebbe, eventualmente, proprio un magistrato. Possibile che ora non ci sia un giudice pronto a respingere tale ricostruzione?

·         Il crac Marenco, una colossale bancarotta fraudolenta (battuta solo da Parlamat).

MARENCO CONNECTION. Mario Gerevini per Corriere.it il 4 giugno 2019. Marco Marenco, il vice campione italiano di bancarotta fraudolenta (4 miliardi contro gli inarrivabili 14 di Calisto Tanzi), aveva al suo personale servizio un ex agente dei servizi segreti che faceva da «reclutatore». Cioè ingaggiava le persone ritenute più adatte (un finanziere, tre poliziotti bresciani e un privato, ex consigliere comunale della Lega a Brescia) per garantire la sicurezza personale del capo e della sua compagna, per esempio quando andavano allo splendido «Sylvia Luxury Resort» di St. Tropez, acquistato distraendo denaro dalle società del gruppo, indebitate, tra gli altri, con le banche, con la Snam e con l’erario. Che non hanno più visto quei soldi. Ma il team security, secondo le ipotesi investigative, sarebbe stato attivo anche nel business delle «intimidazioni & pressioni» e negli accessi illeciti al database del ministero dell’Interno. La retribuzione della squadra? Almeno 700mila euro all’anno, si legge nelle carte giudiziarie. I nomi: Giuseppe Campaniello, ex agente dei servizi, Vanni Pagati, Lorenzo Zoin, Giannetto Zotto, i poliziotti, Alessandro Bizzarro, tra l’altro ex consigliere comunale della Lega (2008-2013) e Tommaso Gentile della Gdf di Roma. Tutti indagati per concorso in corruzione per aver compiuto atti contrari ai doveri d’ufficio. Anche Luigi Antonio Cappelli, colonnello della Guardia di Finanza, oggi in pensione, è indagato per favoreggiamento personale: avrebbe interceduto nelle indagini contattando i colleghi titolari e minimizzando i fatti come «accise non pagate» e «cazzate». Questo quadro d’insieme, ovvero il bancarottiere e il gruppetto di pubblici ufficiali che sarebbero stati al suo servizio, è la vera novità che emerge dalle carte dell’inchiesta sul dissesto del gruppo, coordinata dal procuratore di Asti, Alberto Perduca, e dal suo sostituto Luciano Tarditi. Anche se ieri si è saputo che sono complessivamente 51 le persone denunciate dalla Gdf di Torino e Asti, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari riporta 26 nomi di indagati (truffa, appropriazione indebita, bancarotta fraudolenta ecc) a partire proprio da Marenco, 63 anni, che nel 2016 aveva già patteggiato una condanna a 5 anni. L’ex re del gas ed ex patron dei cappelli Borsalino, azienda poi rilevata dall’imprenditore svizzero Philippe Camperio, si muoveva sui mercati internazionali del trading. E dalle indagini emerge un singolare «spaccato» di questi movimenti: la security personale di Marenco lo affiancava nelle sue missioni in Ucraina contrapponendosi allo strettissimo controllo operato da due agenti dei servizi segreti detti «i pelati». Parmalat ha fatto scuola, oltre che sulla «gestione finanziaria» anche sulla gestione delle carte compromettenti. I ragionieri di Collecchio dovettero confessare di aver triturato documenti e inferto martellate ai pc nel tentativo di cancellare le prove. Così Marenco ha dato ordine a un suo assistente di distruggere la documentazione e l’assistente faceva ponte telefonico con un altro dipendente per dare istruzioni precise su cosa distruggere e cosa nascondere. Inoltre le indagini avrebbero rilevato una serie di operazioni di depistaggio e di pressione sulla stampa per tentare di bloccare le notizie sul crac. Compito che Mister Crac assegnò all’ ex agente dei servizi, il reclutatore del security team.

Il crac Marenco, una colossale bancarotta fraudolenta (battuta solo da Parlamat). Pubblicato lunedì, 03 giugno 2019 da Mario Gerevini su Corriere.it. L’inchiesta però è andata avanti e ora si è saputo che ci sono 51 denunciati per i fallimenti a cascata delle società riconducibili a Marenco. Chi siano ancora non è noto ma in buona parte dovrebbe trattarsi di professionisti, manager e amministratori ai quali era delegata la gestione delle aziende e dei flussi finanziari. Ma è emerso che tra gli indagati ci sono anche pubblici ufficiali che garantivano a Marenco e ai suoi familiari servizi di sicurezza e notizie sull’andamento delle indagini (leggi anche: I “furbetti” alla Borsa del gas, 300 milioni di buco da coprire di Stefano Agnoli).In particolare, gli illeciti ipotizzati nei confronti degli indagati sono reati tributari (dichiarazione fiscale infedele, omesso versamento delle imposte, sottrazione al pagamento delle accise), truffa aggravata, appropriazione indebita, false comunicazioni sociali e, soprattutto, bancarotta fraudolenta aggravata. Quest’ultimo reato, secondo gli accertamenti dei finanzieri, è stato commesso «con l’unico scopo di distrarre e occultare somme, partecipazioni e beni aziendali in favore di imprese costituenti un mero schermo dell’imprenditore astigiano, spostando, in tal modo, tutte le attività patrimonialmente significative sotto il diretto e personale controllo di quest’ultimo». Il dissesto, alimentato e nascosto utilizzando decine di società sparse in paradisi fiscali, è nell’ordine dei 4 miliardi, secondo quanto accertato dagli inquirenti che hanno aggiornato in peggio il dato comunicato nel 2015 di 3,5 miliardi, già allora indicato come il peggior crac dopo Parmalat (ma le banche venete erano ancora «vive»). Nel corso dell’inchiesta sono stati anche sequestrati beni per un valore complessivo di 107 milioni di euro. Dal disastro si è faticosamente salvata la Borsalino, oggi rilanciata dall’imprenditore svizzero Philippe Camperio che ne ha assunto il controllo.

Crac Borsalino: gli intrecci tra l’imprenditore, il manager con un passato nei servizi e il colonnello della Finanza. Secondo l'accusa, Mario Marenco e la sua compagna, Silvia Grosso, cercavano di proteggersi dalle inchieste e per farlo si erano affidati a Giuseppe Campaniello, con un “passato militare e nei servizi segreti”: nell'avviso di chiusura indagini il suo ruolo di addetto alla sicurezza a capo di una squadra di 5 uomini. Indagato anche un ufficiale superiore in congedo, Luigi Antonio Cappelli, per favoreggiamento personale. Andrea Giambartolomei il  4 Giugno 2019 su Il Fatto Quotidiano. Servizi segreti, agenti al soldo e ufficiali amici. Così secondo l’accusa Mario Marenco, patron di Borsalino, e la sua compagna, Silvia Grosso, cercavano di proteggersi dalle inchieste. Per farlo l’imprenditore 64enne, indagato per bancarotta fraudolenta e altri reati dalla procura di Asti per il fallimento di dodici società, si era affidato a un manager con “passato militare e nei servizi segreti”. Il suo nome è Giuseppe Campaniello, ha 46 anni ed è nato a Milano. Dall’avviso di conclusione dell’inchiesta “Dedalo” condotta dalla Guardia di Finanza di Torino e Asti, che ieri è stato notificato ai 26 indagati, emerge il suo ruolo e anche quello di un colonnello della Guardia di Finanza ora in congedo, Luigi Antonio Cappelli, che cercava di raccomandare la Grosso ai colleghi di Asti impegnati nell’inchiesta.

L’addetto alla sicurezza. Secondo la procura astigiana, Campaniello depistava e arruolava uomini delle forze dell’ordine per la sicurezza personale di Marenco. L’ex militare, manager di una società, è indagato insieme all’imprenditore e altre persone per la bancarotta fraudolenta di due aziende, Speia e Metanprogetti: tra il gennaio e l’aprile 2014 “in concorso tra loro”, avevano “sottratto e distrutto” i documenti sulle due società, come le mail “più scottanti”. Per il sostituto procuratore Luciano Tarditi avrebbe anche fatto pressioni sui cronisti per evitare che pubblicassero notizie sul crac Marenco. Il manager “con passato militare e nei servizi segreti” è indagato insieme a Marenco e Grosso per appropriazione indebita: secondo l’accusa, l’imprenditore aveva prelevato dai conti della Metanprogetti poco più di 609mila euro da destinare a Campaniello per attività diverse da quelle dell’azienda. Quali? La sicurezza personale di Marenco e famiglia e anche la protezione in “audaci operazioni finanziarie in Italia e all’estero”, in Francia e Ucraina. L’accusa lo ritiene un “reclutatore” degli uomini della security: un ispettore e un assistente della questura di Brescia, un assistente della polizia stradale bresciana, un ispettore della Guardia di finanza di Roma e un privato. I cinque uomini e Campaniello sono indagati di accesso abusivo a un database delle forze di polizia, lo Sdi (“Sistema di indagine”), da loro utilizzato per controllare le persone o i veicoli da cui Marenco e Grossi si sentivano seguiti. Inoltre sono accusati di corruzione perché, nonostante gli incarichi, lavoravano come bodyguard e autisti pronti a usare la forza su chi si metteva contro l’imprenditore astigiano. In alcuni casi si sono “contrapposti” a due agenti dei servizi segreti italiani che “esercitavano una vigilanza ancora più stretta e pregnante su Marenco anche accompagnandolo nelle sue missioni in Ucraina nell’ambito delle operazioni di acquisizioni di fonti energetiche”. E per coordinare la “squadra”, il manager 46enne utilizzava un telefono “nero”, ovvero criptato e impossibile da intercettare. “Campaniello vuole dimostrare la liceità di ogni suo comportamento – dichiara il suo difensore, l’avvocato Daniel Sussman Steinberg – e vuole affrontare il dibattimento per dimostrare l’infondatezza di ogni addebito”.

Il colonnello della Guardia di finanza. C’è anche un ufficiale superiore della Guardia di finanza tra le persone indagate al termine dell’inchiesta condotta dai suoi colleghi del comando provinciale di Asti e di Torino. Si tratta di Luigi Antonio Cappelli, ora in congedo, indagato per favoreggiamento personale. Secondo l’accusa, nell’estate 2014 l’ufficiale aveva contattato l’allora comandante provinciale di Asti, il colonnello Michele Vendola, per chiedere notizie sull’indagine riguardante Grosso, la compagna di vita di Marenco definita da Cappelli “amica nostra”. La donna si era rivolta all’ufficiale superiore che, a sua volta, si raccomandava al collega di “trattarla bene”, di avere “un occhio di riguardo” affinché non fosse “trattata come una pezza da piedi”. L’allora comandante di Asti e gli uomini impegnati nell’inchiesta non si erano fatti sorprendere e, su autorizzazione della procura, avevano registrato la telefonata per la quale Cappelli è finito sotto inchiesta.

Crac Marenco-Borsalino: il conto sale a quattro miliardi. Chiusa l’indagine sul gruppo del gas: 51 denunce e 26 indagati, c’è anche un ex colonnello della Finanza. Gianluca Paolucci il 04/06/2019 su "La Stampa". La storia del più grande crac che non avete mai sentito nominare prende avvio in un ufficio anonimo alla periferia di Alessandria. E porta fino a un buco da 4 miliardi di euro, la più grande bancarotta italiana dopo Parmalat. Ventisei indagati, 51 persone denunciate, uno schema di oltre 190 società in giro per il mondo utilizzato per tenere in piedi un castello di carta dove far sparire i soldi. Poi ci sono 107 milioni di euro di sequestri: una villa a Campione d’Italia, un resort in Costa Azzurra, hotel in Grecia, quote societarie. Un marchio glorioso e noto in tutto il mondo, Borsalino, finito in ginocchio. È anche una storia di funzionari dello Stato infedeli che hanno coperto prima gli affari e poi la latitanza dell’uomo dietro tutto questo e di funzionari fedeli che il buco hanno scoperto e svelato. L’uomo si chiama Marco Marenco e fino al 2012 si occupava prevalentemente di trading e distribuzione di gas. Nell’ufficio anonimo alla periferia di Alessandria c’è la sede locale dell’Agenzia delle dogane ed è lì che si accorgono per primi che una serie di società non in regola con le accise anche per molti milioni di euro portano tutte allo stesso indirizzo, un capannone industriale ad Asti. E allo stesso uomo, Marenco appunto. Da lì parte una storia che meriterebbe un film. Succede ad esempio che nel luglio del 2014 Marenco sparisce dalla sera alla mattina. La mattina che la procura di Asti aveva ottenuto dal gip l’arresto dell’imprenditore, guarda caso. Nell’avviso di fine indagini recapitato ieri a 26 persone viene svelata almeno in parte la rete di protezioni. E ricostruito il coinvolgimento dall’ex militare e agente dei servizi segreti Giuseppe Campaniello, tre agenti della polizia di Brescia, un ispettore della Guardia di finanza di Roma che si sarebbero occupati della «sicurezza» di Marenco e dei suoi familiari. A questi sarebbero andati circa 700 mila euro di compensi usciti dalle casse delle varie società di Marenco. Si occupavano anche di faccenduole piuttosto spicce, come minacciare un socio fastidioso e i dipendenti dell’impresa incarica di ristrutturare il resort in Francia, secondo Marenco troppo lenta nell’esecuzione dei lavori. Tra gli indagati c’è anche un ex colonnello della Guardia di Finanza, Luigi Antonio Cappelli, per il quale la procura di Asti ipotizza il favoreggiamento personale. Nel giugno del 2014 Cappelli chiama il comandante provinciale della Gdf di Asti, colonnello Michele Vendola, per avere informazioni sull’indagine. Solo che Vendola aveva già informato il magistrato e loro conversazione è stata registrata. Maniacale ai limiti della paranoia, in mesi d’intercettazioni la sua voce non si sente quasi mai. Si sente però due suoi collaboratori che, commentando la denuncia di Snam per il buco lasciato dalle società di Marenco nel sistema di stoccaggio del gas, commentano: «Tanto paga la signora Maria». Cioè noi, per chiarire il concetto. Quando capisce che il castello di carte che ha messo in piedi sta crollando, si fa dotare dalla sua security personale di telefoni criptati. Un investigatore che si è occupato del caso racconta come fosse in grado di passare da un hotel a cinque stelle al dormire in un divano buttato in un capannone. Dopo la fuga rocambolesca da Asti continua a seguire i suoi affari. In Svizzera, Germania, Lussemburgo, Ucraina. Forse si reca anche in Africa per almeno due volte, con un volo privato, ma quando vanno a cercarlo lui non c’è mai. Alla fine viene rintracciato un account Skype che utilizzava per comunicare con alcuni collaboratori, geolocalizzato e incrociato i dati con le telecamere di sorveglianza di Lugano. E finalmente preso dalle autorità svizzere ed estradato in Italia. Nel frattempo è fallita anche Borsalino, oltre ad altre 12 società solo in Italia. Nel 2018 ha patteggiato una condanna a cinque anni e richiesto l’affidamento in prova ai servizi sociali. Nel periodo passato in carcere, la sua unica preoccupazione è stata il fatto di non avere accesso ai canali satellitari per seguire l’informazione finanziaria internazionale. L’indagine su Marenco non ha nulla a che fare con la Borsalino di oggi che fa capo all’imprenditore italo-svizzero Philippe Camperio che l’ha rilevata e rilanciata a seguito di un’asta indetta dal Tribunale di Alessandria a luglio 2018. Borsalino sarà infatti presente tra qualche settimana a Pitti Uomo a Firenze per presentare la nuova collezione Primavera Estate 2020.

Crac Marenco, nei guai anche tre poliziotti bresciani. Giornale di Brescia il 4 giugno 2019. Parte da Asti e passa anche a Brescia il più grande crac finanziario dopo quello della Parmalat di Callisto Tanzi. Ammonta a quattro miliardi di euro il buco creato da Marco Marenco, ex re del gas, ex patron del marchio Borsalino, finito al centro di una vasta indagine della Guardia di finanza e della procura di Asti. Nel registro degli indagati ci sono i nomi bresciani di quella che viene considerata la squadra che si occupava della sicurity dell’imprenditore piemontese. Nei guai sono finiti V.P, 52enne ispettore di Polizia della Questura di Brescia, L.Z, 43enne assistente nella stessi uffici di via Botticelli, G.Z, 45enne assistente della Polizia stradale di Brescia e infine A.B. 48enne di Orzinuovi. Per loro l’accusa è di corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio e accesso abusivo nel sistema informatico del Ministero degli Interni. 

·         A Biella una via per Aiazzone.

A Biella una via per Aiazzone, icona pop degli anni ’80. Pubblicato martedì, 19 marzo 2019 da Corriere.it. Il consiglio comunale di Biella, nella sua ultima seduta prima delle elezioni ha approvato una mozione con la quale chiede di intitolare una via della città a Giorgio Aiazzone, l’imprenditore «re del mobile» protagonista di uno straordinario successo imprenditoriale e mediatico negli anni ‘80. Un successo che declinò altrettanto rapidamente dopo la morte di Aiazzone in un incidente aereo nel 1986 . Con i suoi spot martellanti sulle tv private, gli slogan caserecci, i «jingle» orecchiabili il mobilificio biellese divenne tout court uno dei simboli «pop» dell’ottimismo del decennio e il successo dell’imprenditore fu al lungo accostato a quello di un altro rampante di quel periodo, Silvio Berlusconi. La mozione per intitolare una via di Biella ad Aiazzone è stata presentata da due consiglieri del Pd ma ha riscosso consensi trasversali, ad esempio dai rappresentanti di Fratelli d’Italia mentre i rappresentanti di Forza Italia hanno lasciato l’aula al momento del voto. Parlando del «de cuius» la consigliera Livia Caldesi l’ha ricordato con queste parole: «Aveva un modo di comunicare innovativo, se vogliamo anche poco elegante, che lo aveva portato ad essere un po’ escluso dalla Biella conservatrice di allora. Ma trovo che sia doveroso dedicargli una via. Ancora oggi c’è chi identifica Biella come la città di Aiazzone». Un «parvenu»: ecco l’etichetta che il «re del mobile non si strappò mai veramente di dosso; nato nel 1947 , ereditò la piccola fabbrica del padre espandendola fino a farla diventare la più famosa d’Italia nella fascia medio-bassa del mercato. Due le chiavi del successo: la prima fu l’intuizione della potenza degli spot sulle tv private. Chi c’era negli anni ’80 non può non ricordare «la consegna in tutta Italia, isole comprese», «l’invito a pranzo degli architetti», il «provare per credere» pronunciato ossessivamente da Guido Angeli, televenditore divenuto «guru» del marchio. Aiazzone divenne proprietario di un network di piccoli canali privati dalle quali bombardava l’etere con le incessanti televendite. L’altro asso nella manica fu quello che in anni successivi sarebbe stato definito «customer care»: l’idea di far sentire la clientela seguita da vicino, dilatando gli orari di apertura, offrendo sconti e regali a pioggia. Giorgio Aiazzone morì pagando a caro prezzo una sua passione, quella del volo: precipitò con un piccolo aereo privato il 6 luglio del 1986 a Sartirana Lomellina, nel Pavese. Curiosamente - e fatte le dovute proporzioni - non lontano da dove nel 1962 aveva perso la vita in circostanze analoghe un altro imprenditore simbolo di un’epoca italiana, Enrico Mattei. Per commemorare l’amico morto, Guido Angeli fece un’orazione funebre televisiva di 80 minuti parlando a una sedia vuota. Un pezzo di televisione che fece epoca. Da lì in avanti la discesa dell’impero del «re del mobile», che arrivò a fatturare in un anno 60 miliardi di lire, fu repentina. Il gruppo venne ceduto dalla famiglia ad altri imprenditori che finirono anche arrestati per evasione fiscale: le varie sedi sparse per l’Italia caddero in rovina, uno dei magazzini, vicino a Bergamo, fu assalito e depredato dalla clientela, lo stabilimento di Biella giace abbandonato e si rianima solo in occasione di rave party clandestini. Ma d’altronde, quanti oggi si ricordano della «meteora» Aiazzone? E quanti sono disposti a valorizzarne la storia al di là degli aspetti più «kitsch»? A suo modo prova a metterci una toppa la mozione della città di Biella.

·         La PM Youtuber.

Dieta di primavera, la PM su Youtube prescrive cibi e palestra, scrive Maria Tafuri su blitzquotidiano.it il 27 febbraio 2019.  “Pm torinese diventa youtuber e propone il suo metodo dimagrante. La magistrata spiega davanti ai fornelli di casa la sua dieta i suoi esercizi di fitness”. Così Repubblica annuncia un divertente e interessante articolo di due sue giornaliste della redazione di Torino, Ottavia Giustetti e Sarah Martinenghi. La dieta della Pm non è deprimente ma anzi appetitosa. Mele cotte a colazione, crepes di solo albume e muffin alle carote. Lei è Monica Supertino, pm di un certo rilievo nella Procura della Repubblica, con inchieste di un certo rilievo al suo attivo, la più nota quella sul caso dell’ospedale S.Anna di Torino. Ora ha aperto un suo canale Youtube dove dà consigli per avere un fisico scultoreo e “pietroso” come il suo. Con l’arrivo della bella stagione, scrivono Giustetti e Martinengo, in Procura a Torino impazza un nuovo metodo tra dieta e fitness firmato dalla pm Monica Supertino che sabato ha aperto un suo canale Youtube per dettare consigli per avere un fisico scultoreo e “pietroso” come il suo. e si propone in video in versione influencer sui temi della salute e del benessere anche a tavola. Ai fornelli direttamente dalla sua cucina di casa, vestita però in un fasciante e cortissimo tubino da sera, la magistrata spiega i suoi segreti per rimanere in forma. E li battezza “il metodo Supertino”: “un percorso di benessere che vi porterà nel giro di poco tempo a mangiare con menù che appagheranno tutti i vostri sensi per raggiungere naturalmente un fisico non solo magro ma statuario, pietroso”. Una cucina “sensoriale”, senza faticose limitazioni, per mangiare a volontà cose golose senza rinunciare alla linea e dando il massimo anche in palestra. Un vero stile di vita che mostra una passione anche per il video, finora sconosciuta ad avvocati e colleghi che sono rimasti così stupiti da rendere i primi video già “virali”, se non ancora sul web, quanto meno a Palazzo di Giustizia.

Dalle aule di giustizia ai video Youtube, la pm-influencer insegna a dimagrire. Da pubblico ministero a youtuber, la mutazione di Monica Supertino che consiglia il metodo per dimagrire e presentarsi all'estate in forma, scrive Martedì, 26 febbraio 2019, Affari Italiani. Da pubblico ministero a youtuber è un attimo, ce lo dimostra Monica Supertino, magistrato di Torino che dalle aule di giustizia è passata ai filmati guida su Youtube in cui spiega e consiglia i suoi personali metodi per dimagrire, tenersi in forma e prepararsi nel migliore dei modi alla prova costume che ormai è dietro l’angolo. E’ il metodo Supertino, così l’ha definito la pm con una vera e propria fisima per il fitness, lanciando lo slogan: “Segui il metodo Supertino e arriverai all’estate in forma smagliante”. Con tanto di neologismo coniato per l’occasione o forse da lei sempre usato: “Pietroso” in riferimento allo stato fisico a cui si arriva dopo aver seguito attentamente la sua dieta. Non solo donna di giustizia quindi ma anche nutrizionista perché la pm, dalla cucina di casa, si esibisce nella preparazione di ricette light affiancandole a corrette abitudini di vita. A dimostrazione dell’affidabilità del suo metodo uno splendido fisico esaltato da un aderente abito da sera. I consigli vanno dalla colazione che deve prevedere mele cotte, crepes di solo albume e crusca, alla cena con “muffin di melanzane” con crema di barbabietole su un letto di purè di piselli. Al momento, il magistrato di professione che nel tempo libero si trasforma in influencer, ha messo a disposizione dei suoi seguaci i primi due video, che al momento sono bastati per portarla alla ribalta e che da qualche ora risultano rimossi. Ma non è la prima volta che si parla di Monica Supertino: anni fa venne fotografata a sua insaputa in un negozio di via Montenapoleone, a Milano, mentre indossava un vistoso paio di stivali stile “pretty woman” sotto la supervisione di un noto magistrato torinese, nonché suo capo.

La pm youtuber lancia la dieta/ Video, la pena di una giustizia dimagrante. Il “metodo Supertino”: la dieta della pm youtuber e il video cancellato. La “pena” di una “giustizia dimagrante”, scrive il 26.02.2019 Niccolò Magnani su Ilsussidiario. Fa un certo effetto vedere una pm, autorevole come Monica Supertino, abbandonare per un attimo sentenze, inchieste, istanze e condanne per indossare i “panni” di una novella youtuber che dà consigli su come dimagrire e come rimettersi in forma con metodi non esattamente “inclini” alla normale dieta mediterranea. Che così la pm di Torino Monica Supertino sia divenuta più simile al farmacista-istrionico-macchietta Alberigo Lemme (che spopola nella trash tv di Barbara D’Urso) noi non pensiamo sia proprio un complimento eppure pare non averci pensato granché ben prima di sbarcare in rete lo scorso weekend con un proprio canale YouTube per lanciare il suo “Metodo Supertino” che così tanto ricorda l’arcinoto “Metodo Lemme”. «Un percorso di benessere che vi porterà nel giro di poco tempo a mangiare con menù che appagheranno tutti i vostri sensi per raggiungere naturalmente un fisico non solo magro ma statuario, pietroso»: bella donna, ottimo fisico, la Supertino invita il suo pubblico (in poche ore il video spopolava con già migliaia di visualizzazioni, il che ci fa capire perché Lemme e la D’Urso fanno quei picchi di share) a fare come lei prendendo di petto il problema dell’ingrassamento e della cattiva forma. Una cucina “sensoriale”, senza limitazioni faticose, in modo che gli “adepti” possano mangiare a volontà pietanze golose senza rinunciare alla linea e dando il massimo anche in palestra: qualche esempio lo dà lei stessa nel video su YouTube, «mele cotte a colazione, crepes di solo albume e muffin alle carote». La pm youtuber come subito è stata “ribattezzata” dal web ha cercato di sfondare nel campo dell’influncer dopo anni passati dietro la sbarra, al banco dei processi con le proprie rogatorie e requisitorie in difesa o attacco dell’imputato di turno. Lo ribadisce ancora nel video di fare come lei, in bel tubino e grandi occhiali affascinanti: «percorso di benessere finalizzato a nutrirvi sempre di cibi ad alto contenuto sensoriale e al contempo avere un fisico non solo magro ma statuario, pietroso, scolpito». Poi qualche “sentenza” sparata qua e là, dove la Supertino si fa di fatto più giudice che pm – «I grassi non fanno colazione» – e la generale impressione di un persona fuori contesto e fuori posto dalla sua consueta e importante professione. Lei stessa forse deve essersene accorta visto che stamattina, dopo che i video sono divenuti virali, quelle stesse immagini sono sparite dal canale YouTube che al momento risulta “dimagrito” all’improvviso, anzi praticamente “svuotato”. Forse quando si vuole fare la “star-influencer” sul cibo, meglio lasciare certe pratiche ai veri protagonisti del mondo trashin stile Lemme e tornare a fare quello che più riesce meglio: il pubblico ministero. Lì almeno la “pena” la si attende dal giudice e non si rischia di generarla negli utenti su YouTube.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Genova nelle canzoni.

Quante sono le canzoni dedicate a Genova? Noi ne abbiamo selezionate 10: qual è la vostra preferita? Dai pezzi che hanno fatto storia alle ultime hit. Scegliete la canzone che rappresenta di più la città. La Repubblica il 26 agosto 2019. Chi è lontano, ma non solo lui, non potrà trattenere una lacrima riascoltando "Ma se ghe pensu", e un po' a tutti, senza stare troppo a filosofeggiare, scapperà un sorriso con il ritornello di "Trilli Trilli". Parole e note che sono un pezzo della vita, talvolta entusiasmante, spesso faticosa, troppe volte tragica, della nostra città. Ma quale canzone rappresenta meglio la nostra indole, o rappresenta con più efficacia Genova. Sceglier non sarà facile, dall'affresco in lontananza di Paolo Conte, a quello impregnato di profumi di Fabrizio De Andrè. E che dire poi delle notti genovesi raccontate dal figlio Cristiano o la poesia di Ivano Fossati? O dell'erede della grande scuola dei cantautori, Max Manfredi. E poi c'è l'ironia di Francesco Baccini (accompagnato per l'occasione da Faber), l'inarrivabile Gatta che divideva con Gino Paoli la soffitta di Boccadasse. Fino al tributo intorno a cui Paolo Kessisoglu ha riunito alcuni dei più famosi artisti italiani, per dare il suo contributo alla gara di solidarità post crollo del ponte Morandi. Scegliete con un clic e avrete la classifica in tempo reale. Quante sono le canzoni dedicate a Genova? Noi ne abbiamo selezionate 10: qual è la vostra preferita?

Mario Cappello - Ma se ghe pensu

Paolo Conte - Genova per noi

Francesco Baccini - Genova Blues

Gino Paoli - La gatta

Max Manfredi - La Fiera della Maddalena

Fabrizio De André - Creuza de ma

Ivano Fossati - Chi guarda Genova

I Trilli - Trilli trilli

Cristiano de André - Notti di Genova

Paolo Kessisoglu - C'è da fare

La Genova di  De André: viaggio tra canzoni e carruggi. Pubblicato venerdì, 27 settembre 2019 su Corriere.it da Silvia Morosi. Nel 2019 ricorrono i vent'anni dalla morte di Faber, ma la sua memoria è ancora viva. Nei suoi brani, il cantante dipinge la città con grazia e disincanto, regalandoci un itinerario tra i luoghi che ha amato. Genova è una città che ispira poesia e fa riflettere. Talvolta malinconica e schiva, altre volte vivace. La città della Lanterna, crocevia di commerci e culture sin dall'antichità, è stata cantata da Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi, Fabrizio De André e tanti altri. Proprio alla Genova di Faber è dedicato La Genova di De André di Giuliano Malatesta, il libro inserito nella collana «Passaggi di dogana» (Giulio Perrone editore) che racconta le città attraverso gli artisti e le loro opere. «Volevamo celebrare il ventennale dalla scomparsa di uno dei più straordinari cantautori italiani - guai a definirlo un poeta, avrebbe immediatamente citato la frase di Benedetto Croce: "Dai diciotto anni in poi rimangono a scrivere poesie due categorie di persone: i poeti e i cretini" - cercando di evitare l’immagine un po’ caricaturale del De André benestante che racconta gli ultimi», spiega Malatesta al Corriere della Sera. Per questo motivo «abbiamo scelto di raccontare i suoi anni genovesi attraverso storie, ritratti di personaggi e racconti di amicizie, quella fugace con Tenco o quella impossibile con Riccardo Mannerini, che da un lato evidenziassero la sua formazione genovese e dall’altro facessero anche emergere un piccolo ma significativo spaccato di vita cittadina del tempo», continua l'autore nell'intervista. Con la sua canzone De André ha saputo rendere Genova unica, una città dove ritornare «sempre volentieri, perché Genova è mia moglie», come amava dire lui. L'idea — aggiunge Malatesta — non era di scrivere una semplice guida della città, ma di «raccontare la Genova vissuta da Faber a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. Una città affascinante ma al tempo stesso difficile, dove era più facile fare lo spedizioniere che non il cantautore». Una città sempre in «eterna lotta con gli spazi, culturalmente luterana ma anche forzatamente cosmopolita». Un luogo, direbbe Renzo Piano, dove alla fine «tutte le storie finiscono in mare». Una delle abilità di De André — infatti — è stata proprio quella di essere riuscito a «trasfigurare in musica tutte queste diverse sfumature, spesso anche contraddittorie, ma che sono parte integrante della città. Naturalmente, alla sua maniera, con quella stupefacente propensione a tenere insieme un unico grande affresco quarti di nobiltà e vita di strada. Chi altri poteva raccontare, in Dolcenera, la terribile alluvione che ha sommerso Genova nel ’70 attraverso la solitudine di un matto innamorato, per di più non corrisposto?», chiarisce l'autore. Ma cosa ha fatto di Genova una città laboratorio culturale, nel teatro, nel mondo delle arti e in quello musicale, patria amata di così tante figure chiave della cultura italiana? «Non so se per via della sua posizione geografica, ma certamente in quegli anni a Genova si respirava un’ansia di libertà e di emancipazione, una sorta di inquietudine da Generazione Perduta». Anche se è tecnicamente improprio parlare di una vera e propria scuola, «in campo musicale è incontrovertibile che la canzone italiana abbia trovato a Genova le condizioni ideali per dar vita a una rivoluzione dalla quale sarebbe stato impossibile tornare indietro. Ma novità dirompenti ci furono anche nel teatro, grazie alla breve stagione della Borsa d’Arlecchino, capitanata da Aldo Trionfo, carismatico e vivace animatore intellettuale che per un triennio provò a rimescolare i codici della cultura teatrale, e nel mondo delle arti, con l’avventura della Galleria Deposito, piccola cooperativa artistica fondata nell’antico borgo marinaro di Boccadasse da un gruppo composito di nove amici che sognarono di moltiplicare l’arte in modo da renderla meno elitaria e più accessibile a un vasto pubblico». Fu una piacevole illusione, come spiegò in seguito Umberto Eco, «ma quelli erano anni in cui era lecito almeno sognare», ricorda Malatesta. Tra i luoghi più cari della città della Lanterna, De André aveva il quartiere della Foce, «l’unica zona del centro con accesso diretto al mare, dove una volta c’era la spiaggia e un borgo di pescatori, si guardavano partire i piroscafi con un pizzico di malinconia e, come diceva Bruno Lauzi, "si sognava di andare a Broadway, a sostituire Gershwin, che era appena morto”». E ancora, tutta la zona della "Città vecchia", «da dove è partita e si è alimentata gran parte della poetica deandreiana, e infine la "casa rossa" di Ponte Morosini, accanto al Porto Antico ridisegnato da Renzo Piano, dove De André aveva acquistato un appartamento in costruzione. «Aveva deciso di far ritorno a casa, un po’ come quei marinai ad un certo momento sentono il bisogno di lasciare andare gli ormeggi e rimettere i piedi a terra. Purtroppo allora non era ancora a conoscenza della malattia», aggiunge Malatesta. Quali le contraddizioni della città che più amava/odiava? «Direi sempre la stessa che si imputa a Genova da decenni. Da un lato una città bellissima, forse la città italiana più sottovalutata, con una posizione geografica invidiabile, grandi tradizioni, una storia importante ed enormi potenzialità, tutti aspetti che però nel tempo si sono scontrati con un atteggiamento culturalmente rinunciatario di una popolazione che ha spesso preferito addormentarsi "sulle memorie del suo settecento glorioso", per utilizzare le parole di Gillo Dorfles», conclude l'autore. La storia di Faber riecheggia tra i portici di Sottoripa, dove negli anni Cinquanta De André frequentava insieme all’amico Paolo Villaggio il locale Ragno Verde, citato nel romanzo “Un destino ridicolo”. Durante i primi anni di gavetta Fabrizio si esibiva in un altro locale mitico, La Borsa di Arlecchino, che si trovava in via XX Settembre; sugli stessi marciapiedi batteva Anna la Gorilla, con la quale si dice che per un periodo De André abbia persino convissuto. «Nessun classico giro con guida turistica. Niente app alla mano. Per rivivere l’anima della città di De André, la Genova “autentica” dei genovesi come lui, mi sono lasciata rapire dai luoghi, profumi e sapori che hanno come traccia le note delle sue canzoni». Quali lo raccontano meglio? La Genova cosiddetta "autentica" non credo esista più. E forse è normale che sia cosi. Ma, senza stilare classifiche, in quasi ogni angolo di strada si possono ritrovare tracce di Faber. Cammini nel ghetto ed è difficile non pensare a Princesa, passi davanti al civico numero 5 di Via del campo e ti ritrovi a canticchiare Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone, forse quella che sola ti può dare una lezione, ti sposti in direzione della Foce e ti viene un accenno di malinconia ripensando a Le acciughe fanno il pallone, infine arrivi a Nervi e ti trovi davanti l’insegna della ex stazione ferroviaria di S. Ilario. Mi fermo qui, ma il tour potrebbe proseguire per giorni. Non solo luoghi. Quali sono le persone che a Genova meglio raccontano De André? «Mi piace pensare di poter ritrovare qualcosa di De Andrè e di quegli anni genovesi attraverso le storie di altri personaggi, a lui direttamente legati o che comunque hanno raccontato in modi differenti la stessa porzione città. E quindi le bellissime fotografie di Lisetta Carmi, il gruppo della (non) scuola genovese, i racconti di Vittorio De Scalzi, le osterie e i bordelli di Remo Borzini», conclude Malatesta, sottolineando come per non perdere il ricordo di De André e renderlo immortale, nella visita non devono mancare «il museo a cielo aperto del Cimitero di Staglieno, dove Faber riposa non lontano dalla sua amica Fernanda Pivano. La Basilica di Carignano, dove un gelido 13 gennaio di venti anni fa un’intera città si fermò, con genovese sobrietà, per rendere omaggio al Maestro, e il cosiddetto Albergo dei Poveri, uno splendido edificio fatto costruire a metà del Seicento dall’aristocratico Emanuele Brignole, simbolica metafora che attraversa la storia dell’intera città».

·         Demolito il Ponte Morandi: l’esplosione alle 9,37 di venerdì 28 giugno 2019.

“Per noi che eravamo sul Morandi saranno sempre le 11.36”. Il docufilm sul crollo visto da Gianluca Ardini, uno dei protagonisti: rimase appeso nel vuoto per quattro ore. Matteo Macor il 14 settembre 2019 su La Repubblica. "C'è tutto il brutto e tutto il bello possibile", nel racconto che fa della tragedia di ponte Morandi "Genova ore 11,36", il nuovo docufilm dedicato al crollo che un anno e un mese fa sconvolse il mondo. Gianluca Ardini, il ventinovenne genovese che sotto il diluvio del 14 agosto 2018 rimase appeso nel vuoto per quattro ore, aggrappato alle lamiere del suo furgone sopra un inferno in terra fatto di morti e macerie, lo fa notare mentre si rivede per la prima volta nelle immagini inedite del film. "C'è l'orrore ma ci sono anche vite che proseguono", sospira. È per questo che ha accettato "di raccontarmi da protagonista, nonostante il trauma", per questo - anticipa - sarà in prima fila questa sera nel teatro genovese in cui il documentario (in prima visione su Rai3 alle 21,20 di domani) sarà proiettato in anteprima. "Ogni pensiero a quel giorno è come una cicatrice che si riapre, ma chi è rimasto in qualche modo deve andare avanti - dice, lo sguardo fisso sullo schermo - e sento il bisogno di farmi in qualche modo testimone, della sete di giustizia come della voglia di ripartire. Mio figlio Pietro ha appena compiuto un anno, mi ha salvato la vita nel crollo quando neanche era nato e continua a farlo ogni giorno". Prodotto da 42° Parallelo insieme a RaiCinema, il nuovo lavoro dedicato al Morandi ("non fiction film", lo definiscono gli autori Giorgio Nerone, Fabrizia Midulla e Fabio Emilio Torsello) è del resto la ricostruzione del disastro più assurdo attraverso l'intreccio di vite, storie, uomini e donne comuni. Un inno alla vita nel nome delle vittime, una moderna Spoon River del Polcevera fatta di interviste e filmini di famiglia, le immagini lontane di chi non c'è più e le testimonianze sofferte "di chi è rimasto in vita per puro caso, e si sente in colpa senza sapere se e chi ringraziare". Così ammette Ardini davanti alle immagini di ricordi felici di Luigi Matti Altadonna, il collega ucciso dal crollo che al momento in cui ha ceduto l'asfalto era in auto con lui, "al posto del guidatore, dove avrei dovuto essere io". Un anno dopo, mentre procede la costruzione del nuovo viadotto, il crollo per Ardini è insieme passato e presente. Il rumore della pioggia, che in "Genova ore 11,36" pare senza fine, "mi perseguita, anche se mi ha tenuto vigile durante le 4 ore più lunghe della mia vita - spiega - così come mi terrorizza veder passare un furgone o sentire una sirena". Del suo 14 agosto, del resto, "mi ricordo tutto: l'asfalto che inizia a creparsi, la strada che si deforma, il vuoto che ci inghiotte. Poi il dolore per la cintura che mi lacera il braccio, l'acqua in faccia, gli occhi del primo soccorritore". Ora però c'è il futuro: un lavoro da ritrovare e "tutta la mia vita". Se al film ha accettato di contribuire "anche per rispetto delle 43 vittime di questa vergogna, perché io ho potuto scegliere di farlo e loro no", nella sua seconda vita si è riscoperto "più sensibile, capace di apprezzare le piccole cose del quotidiano, quello che era normalità e ora è pura meraviglia". Nel film cui non avrebbe "mai voluto partecipare" c'è anche la prima cullata a suo figlio, "pochi giorni dopo il parto a cui non ho potuto assistere, motivo in più per odiare quel maledetto ponte". "Pietro è un bambino come gli altri, però è il mio", si ascolta dire in video, e riscopre un sorriso inaspettato. "Quando è stato girato il documentario era piccolo, ora è inarrestabile e faticoso quanto montare una cucina, il lavoro che facevo prima. Ma è ancora la mia migliore medicina".

Tommaso Fregatti Marco Grasso per “la Stampa” il 20 ottobre 2019.  Le accuse messe per la prima volta nero su bianco dalla Procura sono pesantissime. Ed evidenziano come agli occhi dei pm Autostrade per l'Italia abbia violato il patto con lo Stato. «Da Aspi - scrivono - assistiamo a una strategia complessiva volta alla realizzazione di comportamenti di sistematica falsificazione finalizzata al mascheramento di gravissime inadempienze agli obblighi di legge e della convenzione tra Autostrade e lo Stato». Il passaggio, tecnicamente, è contenuto nella richiesta di misure cautelari, variamente eseguite nelle scorse settimane, per 9 tra dirigenti e ingegneri della stessa Aspi e della controllata Spea Engineering, accusati di aver compilato falsi report sulla sicurezza di alcuni viadotti. L'atto d'accusa, scritto dal pm Walter Cotugno e depositato negli ultimi giorni al tribunale del Riesame, dipinge un inquietante quadro «sistemico», come mai si era visto in precedenza. «Dalle carte dell' inchiesta - precisa il magistrato - emergono reiterati e organizzati comportamenti di falsificazione di numerosi atti pubblici, tutti caratterizzati dalla finalità di occultare il reale stato di ammaloramento di svariate opere della rete autostradale». La sistematicità Soprattutto, i pm rimarcano come certi comportamenti, molto diffusi, siano stati sia «antecedenti» che «successivi» al crollo del Ponte Morandi. «Vengono tuttora falsificati (il documento risale alla seconda parte dell' estate, ndr)- aggiunge Cotugno - con pari sistematicità gli atti pubblici relativi agli accertamenti e alle verifiche circa la sicurezza della circolazione su una serie di ulteriori opere d' arte della rete autostradale». Sempre a parere di chi indaga, la morte di 43 persone e il crollo del viadotto non hanno rappresentato uno spartiacque e dietro le relazioni truccate c' è una regia precisa. «Tale sistematica falsificazione - evidenziano gli inquirenti - lungi dall' essere espressione di comportamenti isolati di un singolo indagato, risulta invece legata ad un preciso modus operandi. Emerge, infatti, il coinvolgimento diffuso di svariate articolazioni della società Spea e di Autostrade per l' Italia, con i loro rispettivi responsabili al più alto livello».

Qual era l' obiettivo, secondo gli investigatori?

«Risulta dalle indagini - si sottolinea nel dossier - che il concessionario e per esso alcuni indagati ai massimi livelli di responsabilità, richiedano costantemente a Spea e a volte per il tramite dell' amministratore delegato Antonino Galatà (sottoposto mercoledì mattina a una lunga perquisizione della Finanza sia nella sua abitazione sia nel suo ufficio, ndr) la falsificazione di atti e documenti. Al fine di mantenere occulto, anche nei confronti delle specifiche attività d' ispezione ministeriale, il grave stato di ammaloramento delle rete autostradale». La "contro indagine" Nel documento si evidenzia infine come lo spirito generale non sia stato collaborativo verso i magistrati. «Gli indagati interni a Spea - conclude il pm - non solo si coordinano tra di loro nell' esecuzione dell' attività criminosa, ma si sono organizzati per sviare ed eludere le indagini, che sanno essere in corso, ostacolando sia l' acquisizione delle prove sia la genuinità delle stesse. Anche tale attività di inquinamento probatorio viene svolta ai massimi livelli dirigenziali. Risulta infatti che il direttore responsabile dell' ufficio legale di Spea abbia posto in essere con l' aiuto di numerosi collaboratori indagati una sistematica attività di "contro indagine" e d' inquinamento probatorio, anche mediante comportamenti penalmente rilevanti. Tra questi la preparazione degli interrogatori dei testimoni e il posizionamento di jammer per disturbare le intercettazioni. Le indagini hanno inoltre consentito di accertare che i testimoni vengono convocati per essere preparati alle indagini e sono poi ri-convocati per riferire in ordine alle dichiarazioni rese».

Aspi precisa che ha avviato da tempo monitoraggi sui viadotti attraverso società esterne specializzate, che verificano a loro volta i monitoraggi eseguiti da Spea. Entro la fine dell' anno tutte le 1943 opere della rete autostradale saranno state verificate anche da queste società esterne.

Giuseppe Filetto e Marco Lignana per “la Repubblica” il 20 novembre 2019. Lo hanno scovato all' interno del registro digitale di Atlantia: un documento che per la prima volta svela il «rischio crollo» per il Ponte Morandi. Anche se finora i dirigenti di Autostrade per l' Italia davanti ai magistrati e ai media hanno dichiarato che per il viadotto genovese sul torrente Polcevera nessun report di Spea (società delegata al monitoraggio della rete autostradale) aveva mai messo in allarme, scritto nero su bianco del pericolo di crollo. E però adesso, dopo 14 mesi dal disastro che fece 43 morti, si scopre che quell' attestato c' era. Lo hanno sequestrato lo scorso marzo i finanzieri del Nucleo operativo metropolitano (guidati dal tenente colonnello Giampaolo Lo Turco) e del Primo gruppo di Genova (diretto dal colonnello Ivan Bixio) nella sede di Atlantia, a Roma. E anche in quella di Autostrade per l' Italia. Quel "documento di programmazione del rischio", stilato dall' apposito Ufficio Rischio di Aspi, è passato dai vari consigli di amministrazione, sia di Autostrade che di Atlantia, la capogruppo che in Italia e in Europa controlla 14 mila chilometri di autostrade. Dal 2014 al 2016 del "Morandi" si parla di «rischio crollo»; dal 2017, a sorpresa, la dicitura è trasformata in «rischio perdita stabilità». Che non è la stessa cosa. Lo spiega Alfio Leonardi, ingegnere oggi in pensione, ma che per 36 anni ha lavorato per il ministero delle Infrastrutture e per il provveditorato alle Opere pubbliche della Liguria e del Piemonte: «La perdita di stabilità non significa che crolli, ma si può risolvere con una lesione che si apre e che comporta la limitazione del traffico; il rischio crollo comporta invece l' immediata chiusura della struttura ». Secondo fonti di Atlantia e di Aspi l' attestato viene presentato ai cda sia per informare gli azionisti, sia per programmare gli interventi, chiedere consulenze tecniche e studi a ditte esterne, come quello prodotto nell' autunno del 2017 dal Cesi di Milano. Va ricordato che la società di ingegneria aveva segnalato le criticità sugli stralli corrosi dall' acqua piovana e dal salino. E suggerito alcune soluzioni: controlli trimestrali mirati, applicazione di sensori e prove riflettometriche. Indicazioni che secondo le indagini sarebbero state disattese.

Ma non è questo il punto centrale. I pm Massimo Terrile e Walter Cotugno piuttosto vogliono capire perché mai il progetto di retrofitting (di consolidamento del ponte) soltanto nel febbraio del 2018 sia stato sottoposto alla valutazione del provveditorato alle Opere pubbliche e nel giugno sia giunto al Mit, nonostante quel «rischio crollo» fosse certificato già quattro anni prima. I lavori sarebbero dovuti iniziare in autunno. Troppo tardi. Il disastro è arrivato la vigilia di Ferragosto. Inoltre, magistrati ed investigatori chiedono ai 73 indagati di omicidio e disastro colposo plurimi come mai da una parte il ponte veniva classificato con voto inferiore a 50 (oltre questo livello si applicano misure di limitazione del traffico o chiusure). Quindi con rischio basso. È però ormai chiaro dalle intercettazioni telefoniche che i monitoraggi di Spea fossero edulcorati: appunto per evitare chiusure di alcuni tratti autostradali. E soprattutto per risparmiare sui costi. Come diceva Michele Donferri Mitelli, responsabile della Manutenzioni di Aspi, ai suoi al telefono: «Che sono tutti questi 50... me li dovete toglie tutti... adesso riscrivete e fate Pescara a 40». Si riferiva al viadotto Moro di Pescara, uno dei dieci ponti entrati nell' inchiesta bis. Eppoi, con tono perentorio: «... Devo spendere il meno possibile, sono entrati i cinesi, sono entrati i tedeschi, devo ridurre al massimo i costi... Lo capisci o non lo capisci?». I cinesi e i tedeschi entrano nell' azionariato di Atlantia nel maggio del 2017. E però c' è un altro dato che fa riflettere gli inquirenti: dal 2014 in poi le polizze assicurative sul viadotto genovese erano aumentate notevolmente. Il documento finora è stato tenuto nascosto dalla procura e dalla Gdf. Un asso nella manica, da tirare fuori al momento opportuno, in sede di chiusura delle indagini e di richiesta di rinvio a giudizio. Domani chiederanno conto di quelle variazioni inspiegabili ad Antonino Galatà, ex ad di Spea, uno degli undici dirigenti raggiunti dalla misura cautelare (sospensione dal servizio per un anno). Il primo di una serie di interrogatori in procura.

Alfredo Arduino per “la Verità” il 22 novembre 2019. Tre anni prima della tragedia era noto che il Ponte Morandi rischiava di cedere. Nel 2015 lo sapevano sia Autostrade per l' Italia (Aspi) che il ministero delle Infrastrutture, quando a guidarlo era Graziano Delrio, oggi capogruppo del Partito democratico alla Camera. Lo dimostra un documento stilato nel 2014 e messo a disposizione di un uomo del Mit l' anno dopo, che fa riferimento al «rischio crollo». Si tratta di carte finora rimaste segrete ma sequestrate nel marzo scorso dalla Guardia di finanza nella sede di Atlantia e di Autostrade. Ciò che rende questa relazione di particolare importanza per gli inquirenti è la conferma della consapevolezza di un grave problema di «staticità» del viadotto sul Polcevera, tanto grave da ipotizzarne il collasso. Un' informazione che era conosciuta ai massimi livelli aziendali e ministeriali e di cui si discusse in un cda di Aspi. In altre parole la carenza di sicurezza della struttura sarebbe stata ignorata, nonostante il citato «documento di programmazione del rischio» preparato dagli stessi tecnici di Aspi indicasse chiaramente un «rischio crollo». Crollo che si è puntualmente verificato il 14 agosto 2018, quando a Genova persero la vita 43 persone. Adesso si scopre, come rivelato da Repubblica, che anche i vertici del dicastero erano informati. Infatti alle sedute del cda di Autostrade partecipava un rappresentante del Mit, come membro del collegio sindacale. E quest' ultimo organo è proprio quello che ha condiviso con il cda «l' indirizzo di rischio basso», non dando importanza all' allarme lanciato dagli esperti. Eppure, se si esaminano le relazioni tecniche sequestrate sempre nella sede di Atlantia nello scorso marzo, il pericolo risulta lampante: le note degli ingegneri denunciano chiaramente che «l' opera non si riesce a tenere sotto controllo, vista l' impossibilità di monitorare gli stralli e i cassoni del viadotto». Quindi i vertici del ministero delle Infrastrutture avvallarono la decisione della holding di non dare troppo peso ai campanelli d' allarme. Si aggiunge poi un altro inquietante giallo: il documento sul rischio veniva compilato in base ai segnali che arrivavano dai sensori montati sulla infrastruttura. Però quei sistemi non hanno più funzionato dal 2015, quando sono stati tranciati durante i lavori di manutenzione. Nessuno li ha mai sostituiti, come ha rivelato ieri il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi. La concessionaria aveva programmato l' inserimento dei sistemi di controllo nel progetto di consolidamento delle pile 9 e 10 del ponte, che sarebbe dovuto partire nell' autunno del 2018. Ma il viadotto è crollato prima. Perché tanto ritardo? Il sospetto è che i sensori, se presenti, avrebbero confermato il pericolo di cedimento e che, quindi, il fatto che mancassero alla fine permetteva di stilare relazioni «edulcorate». Dal 2015, è il ragionamento seguito dalla Procura, il documento è stato compilato soltanto con le prove riflettometriche e non con altri sistemi di monitoraggio: un sistema che non sarebbe stato sufficiente a valutare le reali condizioni del Morandi. La storia non finisce qui, perché nel 2017 si verificano altri cambiamenti di rilievo che riguardano i controlli sul Ponte Morandi. Per la cronaca allora era ministro delle Infrastrutture sempre Delrio, riconfermato nel ruolo anche da Paolo Gentiloni. Primo «strano» cambiamento: la responsabilità della sicurezza del Morandi passa dalle manutenzioni dirette da Michele Donferri Mitelli alla Direzione di tronco di Genova, guidata da Stefano Marigliani, oggi entrambi sotto inchiesta. Secondo: nel documento del rischio della concessionaria sparisce la parola «crollo» sostituita da una più blanda e rassicurante «perdita di staticità». Come riporta Il Secolo XIX, i magistrati hanno chiesto conto di questo declassamento sia a Donferri Mitelli che a Marigliani, ma questi ultimi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Sulla relazione «ignorata» dai rappresentanti del Mit è intervenuto il ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli, commentando che quanto si è scoperto «è inaccettabile e intellettualmente incomprensibile» e promettendo «l' attuazione della nuova Agenzia sulla sicurezza». Invece Autostrade per l' Italia ha spiegato che il rischio di un crollo era in realtà solo teorico. E quanto fosse teorico lo abbiamo purtroppo visto. Inoltre Aspi precisa in una nota: «La società non è in alcun modo disponibile ad accettare rischi operativi sulle infrastrutture. Di conseguenza, l' indirizzo del cda alle strutture operative è di presidiare e gestire sempre tale tipologia di rischio con il massimo rigore, adottando ogni opportuna cautela preventiva». Aldilà di tutte le precisazioni e i distinguo resta il fatto che 43 persone, che si trovavano a passare per caso sul viadotto, sono morte inghiottite dal vuoto e dalle macerie. Per questo motivo magistrati e investigatori continuano a domandare ai 73 indagati di omicidio e disastro colposo plurimi come mai il ponte veniva classificato con rischio basso. E inoltre perché mancassero i sensori. Ma anche altri elementi fanno riflettere: le intercettazioni agli atti evidenziano che i monitoraggi di Spea fossero «ammorbiditi» per evitare limitazioni al traffico e per risparmiare sugli interventi. C' è infine un punto su cui si concentrano le indagini: dal 2014 in poi le polizze assicurative sul viadotto genovese erano aumentate notevolmente. Perché questo aumento se il ponte era da considerarsi sicuro?

Giuseppe Filetto per “la Repubblica” il 22 novembre 2019. Gli impulsi provenienti dai sensori posizionati sul Ponte Morandi, che avrebbero dovuto recepire le oscillazioni della struttura, non potevano essere trasmessi, tantomeno registrati da un computer, per poi essere analizzati dai tecnici per stilare il documento di rischio. Semplicemente perché i sensori erano stati tranciati nel 2016, durante alcune lavorazioni sulla sede stradale da parte della Pavimental per conto di Autostrade. Eppure dal 2014 fino al 2017 un report molto riservato - il cui contenuto è stato pubblicato da Repubblica negli scorsi giorni - affermava che il viadotto genovese era considerato dalla stessa concessionaria a "rischio crollo". Come poi è avvenuto, con 43 morti. C' è di più. Secondo quanto trapela dalle indagini, Aspi aveva scritto che il sistema non segnalava anomalie, perciò il rischio era basso. E successivamente, dal 2017 in poi, il giudizio era passato a "rischio perdita di staticità"; un livello che comporta interventi di manutenzione, ma non l' interdizione del traffico. L' assenza di un sistema di monitoraggio è stata scoperta dai militari della Guardia di Finanza di Genova, gli stessi che lo scorso marzo hanno sequestrato il documento del rischio, nascosto nei registri digitali di Atlantia, a Roma. E ieri il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, ha sottolineato come l' impianto dei sensori non sia stato ripristinato dopo il danno del 2016. Neppure quando Aspi aveva chiesto una consulenza tecnica all' ingegner Carmelo Gentile. Il professore del Politecnico di Milano, peraltro, aveva suggerito sensori di ultima generazione, ma la concessionaria non li aveva installati, inserendoli invece nel progetto di retrofitting (consolidamento) delle pile 9 (quella crollata) e 10 del ponte. Operazione che sarebbe dovuta partire nell' ottobre del 2018. Il "Morandi" è crollato due mesi prima, il 14 agosto. L' ipotesi accusatoria è che si sia cercato di risparmiare sui costi. «Ed oggi ci chiediamo come Autostrade abbia compilato quel documento - ripete il procuratore - : non si capisce come nel catalogo in cui si presentano criticità generalizzate su altri ponti, il Morandi invece sia classificato a rischio crollo localizzato». Aspi ribatte che si trattava di "rischio teorico". «Se arriva una relazione sul rischio di crollo, parliamo della sicurezza dei cittadini italiani. E Autostrade che fa? Parla di rischio teorico? Qual è il rischio pratico allora? Per il rischio teorico sono morte delle persone», dice il ministro Luigi Di Maio, parlando al programma tv "L' aria che tira". Il documento imbarazza Autostrade, che ha sempre sostenuto di "non avere mai letto nero su bianco di rischio crollo". Tanto che ieri in una nota ha ripetuto: «In merito...ad alcuni sensori che erano presenti sul Ponte Morandi, la società ricorda che nessuna delle analisi svolte sul viadotto Polcevera, anche da qualificati soggetti terzi, aveva evidenziato allarmi sulla sicurezza dell' infrastruttura». E ancora Autostrade «dichiara di essere il primo soggetto interessato affinché vengano chiarite eventuali responsabilità, sia in sede di incidente probatorio che successivamente nell' ambito del processo». Si riferisce anche ai report di Spea, la società "gemella", delegata al monitoraggio della rete autostradale. Ieri, l' ex ad di Spea Antonino Galatà, indagato anche per i falsi report su una dozzina di viadotti sparsi in tutta Italia, davanti al pm Walter Cotugno di Genova si è avvalso della facoltà di non rispondere. Comunque, il documento sul "rischio crollo" tira in ballo anche Atlantia, la capogruppo. Quel documento è stato vagliato dai cda delle due società. E in quello di Aspi dal 2015 al 2018 era presente anche un funzionario del ministero delle Infrastrutture, come membro del collegio dei sindaci: Antonio Parente, ancora in prorogatio. «Ho letto quello che avete letto voi. Per me è inaccettabile. Anche intellettualmente incomprensibile», dice il ministro dei Trasporti e Infrastrutture Paola De Micheli, commentando la presenza del ministero a quella riunione del 2015.

Ponte Morandi Genova, i sensori erano fuori uso dal 2015: tranciati durante i lavori e mai sostituiti. Pubblicato giovedì, 21 novembre 2019 da Corriere.it. Il Documento di Programmazione del rischio, in cui nel 2014 venne scritto che il Ponte Morandi di Genova era «a rischio crollo», veniva compilato con i dati dei sensori che Autostrade aveva montato anni prima sul viadotto. Che però dal 2015 non funzionavano più, perché i cavi di collegamento erano stati tranciati durante lavori di manutenzione sulla carreggiata. Secondo gli inquirenti, inoltre, i sensori non vennero sostituiti, nonostante il Cesi e il Politecnico di Milano avessero consigliato di farlo. Il sistema era stato poi inserito nel progetto di «retrofitting», i lavori di rinforzo delle pile 9 e 10, che però non sono mai partiti perché nel frattempo il ponte è crollato, provocando la morte di 43 persone. E allora, si chiedono gli inquirenti, perché il «rischio crollo» non era stato preso in considerazione»? Una delle ipotesi è che si dovesse risparmiare sui costi di gestione e che una chiusura parziale o totale della struttura potesse influenzare l’entrata nell’asset aziendale di nuovi soci cinesi e tedeschi. Sulla questione è intervenuta anche la ministra ai Trasporti e alle Infrastrutture, Paola De Micheli, riferendo di avere «letto quello che avete letto voi» e che «il contenuto di quello che ho letto è per me inaccettabile. Anche intellettualmente incomprensibile», commentando la presenza di rappresentanti del suo ministero alla riunione del 2015 in cui si evidenziò il rischio per il ponte Morandi. «Stiamo realizzando il rafforzamento e l’attuazione della nuova Agenzia sulla Sicurezza, che riguarda la sicurezza stradale e ferroviaria. Finalmente abbiamo avuto la possibilità di dare il via all’agenzia e nominerò il capo tra poco», ha aggiunto.

Il procuratore capo di Genova: "I sensori del ponte Morandi tranciati nel 2015 mai più sostituiti". Il documento del "rischio crollo" veniva compilato in base ai segnali che sarebbero dovuti arrivare dai dispositivi. Autostrade per l'Italia: "Nessuna delle analisi aveva evidenziato allarmi". Giuseppe Filetto il 21 novembre 2019 su La Repubblica. Il catalogo del rischio, cioè quel documento che certificava lo stato in cui versava il Ponte Morandi, veniva compilato in base ai segnali che arrivavano dai sensori montati sulla infrastruttura anni prima. E però quei sistemi non funzionavano più dal 2015, quando sono stati tranciati durante i lavori di manutenzione. Secondo le indagini i sensori di cui si parla e danneggiati, non sono stati mai sostituiti da Aspi. Neppure quando nel 2017 il professore Carmelo Gentile del Politecnico di Milano aveva suggerito di sostituirli con altri di nuova generazione, più all'avanguardia. La concessionaria aveva programmato l'inserimento dei sistemi di controllo nel progetto di retroffitting (consolidamento delle pile 9 e 10 del ponte) che sarebbe dovuto iniziare nell'autunno del 2018. Troppo tardi: il viadotto è crollato il 14 agosto, due mesi prima. Lo svela il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, all'indomani della notizia pubblicata da Repubblica relativa alla esistenza di quel documento che certificava il "rischio crollo" per il ponte sul Polcevera. La relazione tecnica, compilata nel 2014 e sequestrata lo scorso marzo dalla Guardia di Finanza nella sede di Atlantia, a Roma. Anche se Autostrade ieri in una nota ha precisato che si sarebbe trattato di "rischio teorico". Ma il ministro Luigi Di Maio, a "L'Aria che Tira", su La7, commenta: "Autostrade parla di rischio teorico? Qual è il rischio pratico?". E però quel documento sul "rischio crollo", in cui per la prima volta compare la parola "crollo" per il viadotto genovese, è stato vagliato persino dai consigli di amministrazione di Atlantia e di Autostrade. C'è di più: alle sedute di quest'ultima partecipa un rappresentante del Ministero delle Infrastrutture come membro del Collegio dei Sindaci. "Ho letto quello che avete letto voi, il contenuto di quello che ho letto è per me inaccettabile. Anche intellettualmente incomprensibile", dice il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Paola De Micheli, commentando appunto la presenza del Ministero alla riunione del 2015 in cui si evidenziò il rischio per il Ponte Morandi. In serata Autostrade per l'Italia "ricorda che nessuna delle analisi svolte sul viadotto Polcevera, anche da qualificati soggetti terzi, aveva evidenziato allarmi sulla sicurezza dell'infrastruttura" e "dichiara di essere il primo soggetto interessato affinché vengano chiarite eventuali responsabilità, sia in sede di incidente probatorio che successivamente nell'ambito del processo".

Ponte Morandi, anche il ministero sapeva. Autostrade: il rischio crollo era solo teorico. Un rappresentante delle Infrastrutture partecipò alla riunione del consiglio di amministrazione della società. Il titolo di Atlantia in Borsa cede il 2,2%. Primo incidente nel cantiere del nuovo viadotto: tre operai contusi. Giuseppe Filetto e Marco Lignana il 21 novembre 2019 su La Repubblica. Anche i vertici del ministero delle Infrastrutture nel 2015 erano a conoscenza del “rischio crollo” per il Ponte Morandi: di quel documento stilato un anno prima, finora segreto ma sequestrato dalla Guardia di Finanza nella sede di Atlantia e di Autostrade. Alle sedute del consiglio di amministrazione di Aspi partecipa un rappresentante del Mit, membro del Collegio sindacale. E questo organo con il cda ha condiviso “l’indirizzo di rischio basso” per il viadotto genovese, poi crollato il 14 agosto 2018 (proprio ieri il primo incidente nel cantiere del nuovo ponte, con tre feriti lievi). Autostrade per l’Italia, però, in una nota precisa: «La società non è in alcun modo disponibile ad accettare rischi operativi sulle infrastrutture. Di conseguenza, l’indirizzo del cda alle strutture operative è di presidiare e gestire sempre tale tipologia di rischio con il massimo rigore, adottando ogni opportuna cautela preventiva». E ancora: «Per quanto riguarda l’area dei rischi operativi, nella quale rientrava anche la scheda del Morandi, il cda di Autostrade ha sempre espresso l’indirizzo di mantenere la propensione di rischio al livello più basso possibile». La concessionaria non smentisce l’esistenza del rapporto svelato da Repubblica, ma sostiene che il rischio fosse solo teorico. Il titolo Atlantia, in ogni caso, comunque ieri in Borsa ha perso il 2,22 per cento. E però i finanzieri del Nucleo operativo metropolitano e del Primo gruppo di Genova, in quello stesso giorno del marzo scorso, hanno sequestrato altre relazioni tecniche a corredo del “catalogo del rischio”. In esse gli ingegneri esprimono preoccupazioni: «L’opera non si riesce a tenere sotto controllo», data l’impossibilità di monitorare gli stralli e i cassoni del viadotto. Il documento sul rischio crollo già nel 2015 viene sottoposto al vaglio dei cda di Aspi e Atlantia, in concomitanza alla presentazione del progetto di retrofitting (consolidamento) delle pile 9 (quella crollata) e 10. Nel 2017 però avvengono due variazioni di rilievo. La prima: la responsabilità sul Morandi passa dalle Manutenzioni dirette da Michele Donferri Mitelli alla Direzione di tronco di Genova, guidata da Stefano Marigliani (entrambi indagati). La seconda modifica: nel catalogo del rischio non si parla più di “crollo” ma di “perdita di staticità”. Durante gli interrogatori a tutti e due è stato chiesto conto di quei cambiamenti: si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Il testimone: «Così cambiavano i miei report sui ponti». Pubblicato lunedì, 14 ottobre 2019 su Corriere.it da Andrea Pasqualetto. Il tecnico di Spea Costa: «Ho aperto il server aziendale e ho trovato la sorpresa: relazione cambiata a mia insaputa» Cosa ha causato il crollo. «Quel 18% non l’avevo mai scritto. Io ricordavo 25%, che mi aveva colpito perché è tanto. Era anche appena venuto giù il Polcevera e quindi ero più sensibile...». Una sensibilità che ha portato Alessandro Costa, tecnico della società Spea addetta alle manutenzioni per conto di Autostrade, a sospettare il peggio: «La mia relazione era stata modificata!». Si parla di sicurezza e quelle percentuali rappresentano la sintesi del suo lavoro di monitoraggio sullo stato di degrado di un ponte gestito dal concessionario del gruppo Benetton, il Pecetti sulla A 26, in Liguria. «Era la stima della perdita di precompressione della trave», spiega tecnicamente Costa nell’interrogatorio davanti al pm Walter Cotugno. Cioè, tanto più alta è la percentuale quanto più il ponte è malandato e richiede interventi. Il primo campanello d’allarme fu la telefonata dell’ingegnere Andrea Indovino dell’ufficio controlli strutturali di Spea, indagato per falso e sospeso dal lavoro, fatta due mesi dopo il disastro del Morandi. «Indovino mi chiedeva delucidazioni sulle percentuali e mi parlava del 18. Gli ho detto aspetta un momento perché ricordo una cosa diversa. Sono andato ad aprire il server aziendale e con mia grande sorpresa ho trovato una relazione in buona parte diversa da quella che io avevo redatto...». Indagato anche lui nell’ambito dell’inchiesta sui falsi report dei ponti nata da quella sul disastro del Morandi, Costa è il supertestimone della Procura di Genova. Il suo interrogatorio rappresenta cioè il pilastro sul quale l’accusa ha gettato le basi dell’indagine che in settembre ha portato ai primi provvedimenti cautelari (tre arresti domiciliari — uno revocato — e sei interdittive) contro tecnici e dirigenti di Autostrade e Spea, ai quali hanno fatto seguito le dimissioni di Giovanni Castellucci da timoniere di Atlantia, la holding che controlla Autostrade. Il tecnico parla a 360 gradi racconta delle pressioni dall’alto, delle riunioni con gli altri indagati per decidere il da farsi, di essersi pure ammalato per lo stress dell’indagine e di un paio di relazioni da lui firmate che lo hanno sorpreso. Una riguardava appunto il Pecetti, l’altra il viadotto Costa sull’autostrada A 10 tra Varazze e Celle Ligure. «La mia valutazione rappresentava lo scenario peggiore, mi aspettavo fosse stata presa in considerazione per i calcoli relativi alla sicurezza», spiega riferendosi al viadotto sulla A 26. «Di questa omissione mi lamentai con Ceneri (Maurizio Ceneri, ingegnere e coordinatore dei tecnici Spea, indagato, ndr) e gli contestai che ero l’unico a essere andato sul posto con il collega Landi e che, se non si fidavano delle mie osservazioni, potevano andarci loro... Gli ho detto che la mia ipotesi andava mantenuta e che la relazione modificata non doveva essere usata in alcun caso perché non considerava la condizione peggiore che io stesso avevo rilevato, scritto e condiviso e che poi era stata cambiata a mia insaputa e utilizzata contro la mia volontà». Il tutto succedeva il 24 ottobre dello scorso anno, con l’indagine sul Morandi in pieno corso. Due mesi dopo, in dicembre, l’altro caso. «Ricordo una telefonata da Vezil (Marco Vezil, dirigente di Spea responsabile delle verifiche sui trasporto eccezionali, ndr) che, rispetto a un mio documento sul viadotto Costa, si lamentava che avevano difficoltà a far riaprire la corsia precedentemente chiusa, con quel che avevo scritto... La mia relazione è del sabato pomeriggio. La telefonata di lunedì mattina... Ovviamente la necessità di riaprire il traffico non era né di Vezil né di Spea ma eventualmente di Autostrade». Negli ultimi interrogatori alcuni indagati di Spea hanno confermato in parte le dichiarazioni di Costa sulle modifiche dei report, parlando di pressioni subite da Autostrade. Il concessionario dice di riservarsi di prendere provvedimenti, nel caso in cui fossero accertati gli illeciti. Quanto alla sicurezza ricorda che sono state eseguite delle due diligence esterne e altre sono in corso e che i direttori di tronco sono disponibili a chiarire ai pm qualsiasi cosa. Dopo i lunghi silenzi, dalle parti di Autostrade si respira una nuova aria.

Tommaso Fregatti e Marco Grasso per “la Stampa” il 13 Novembre 2019. Almeno da sei anni la "pancia" del viadotto Polcevera - i cosiddetti cassoni, scatole di cemento cave costruite sotto al piano strada - era inaccessibile, cosa che impediva di valutare se i cavi fossero corrosi. Ma a creare inquietudine tra i massimi vertici di Spea Engineering, la società incaricata del monitoraggio (e controllata) da Autostrade per l'Italia, non è solo il buio totale provocato dall'assenza di controlli. Il timore dell' ex responsabile della sorveglianza Carlo Casini, è addirittura che il «cedimento del cassone dovuto al percolamento dell' acqua, che avrebbe corroso i cavi interni» possa essere stato la causa del crollo del Ponte Morandi: «Può essere successo che, a un certo punto, il cassone comprimeva e ad un certo punto è mollato!». Sono già passati mesi dal disastro che ha provocato la morte di 43 persone. Un' ispezione della Guardia di Finanza ha portato alla luce rifiuti e stalattiti, particolari che stridono all'interno di strutture che avrebbero dovuto essere ipercontrollate. È il 25 gennaio quando gli inquirenti intercettano una conversazione tra Carlo Casini, responsabile dell' ufficio sorveglianza Spea di Genova fra il 2009 e il 2015, e Marco Vezil, alto dirigente della società: «O che il cassone ha mollato, perché metti che le campane... - dice Casini - metti la sfiga che sulle campane ci percolava dell' acqua che entra in soletta, te l'hanno corroso, vum (rumore onomatopeico con cui Casini simula il crollo del ponte, ndr) ha mollato subito, mollando subito è venuto giù la...perché certo che se effettivamente lo strallo». L'ipotesi preoccupa Vezil, ben «consapevole» secondo chi indaga, che le mancate ispezioni, potenzialmente, mettono chi lavorava per Spea nei guai: «Però lì siamo deboli perché non andavano nel cassone». Nessuno controllava, ma nonostante ciò, le valutazioni sulla sicurezza venivano compilate ugualmente, come se le ispezioni fossero state eseguite. E questa ricostruzione - che per la Procura coinvolge anche Autostrade, che «di fatto controllava Spea» e tramite alcuni dirigenti «decideva le soluzioni da adottare» - costituisce il nucleo delle accuse di falso. Lo snodo fondamentale è nel 2013, quando una nuova norma stabilisce che per entrare nei cassoni occorrono nuove misure di sicurezza e corsi ad hoc per il personale. Con gli strumenti in dotazione, riassume un tecnico Spea, per effettuare quelle ispezioni ci sarebbe voluto «l' Uomo Ragno».

I dossier e le telefonate segrete: «Il ponte è insicuro, va chiuso» Autostrade: «Lavori eseguiti». Pubblicato venerdì, 13 settembre 2019 su Corriere.it da A. Pasqualetto e L. Salvia. Dalle intercettazioni dopo il crollo del ponte Morandi a Genova: «Il viadotto Pecetti è al limite della sua resistenza» Autostrade: «Il ministero era informato, opere. «Non è possibile una superficialità così spinta dopo il 14 agosto, ciò vuol dire che la gente coinvolta non ha capito veramente un c..., ma proprio eticamente». È il 19 ottobre 2018, due mesi dopo il disastro del ponte Morandi. Andrea Indovino, responsabile della sorveglianza di Spea, oggi indagato per falso ideologico e interdetto venerdì dal gip di Genova Angela Maria Nutini, parla in questi termini con una collega della stessa società, Serena Alemanni. Oggetto della conversazione telefonica è il viadotto Pecetti sulla A26, gestito da Autostrade per l’Italia, dove la notte tra il 21 e il 22 ottobre doveva transitare un trasporto eccezionale di 141 tonnellate. Indovino, che non sa di essere intercettato, si dice preoccupato perché dalle analisi eseguite, l’opera è «estremamente tirata». Segnala che la verifica di transitabilità non è soddisfatta. «Più andiamo oltre e più rosicchiamo i margini di sicurezza... soprattutto perché siamo tutti consapevoli che nessuno ha fatto la tac a quel viadotto... è un viadotto che ha delle problematiche... alcune sono manifeste...». Indovino parla di mancanza di «sensibilità» con una struttura che viene portata «al limite della sua resistenza... con un ponte che è appena venuto giù». Due giorni prima il manager aveva inoltrato una mail alla stessa collega, scrivendole che «il viadotto restituisce esiti appena superiori all’ammissibilità e quindi privi di significativi margini di sicurezza... riceviamo incongruenza nei documenti d’archivio». Ci sarebbe un’incongruenza fra progetto e costruzione. «Non avendo livelli di sicurezza soddisfacenti... risulterebbe una bocciatura del transito» aggiunge. La decisione è difficile, Indovino sente di dover bloccare il tir, anche il collega Ferretti (responsabile della direzione opere d’arte di Spea, finito ai domiciliari) gli consiglia di rimandare tutto al mittente, cioè Autostrade (Aspi), ma lui però tentenna perché «il mittente è pesante». Pesante e spregiudicato, secondo il gip di Genova, che ricorda come Gianni Marrone, il direttore dell’ottavo tronco di Aspi arrestato venerdì per il ponte Paolillo, eviti deliberatamente di consegnare all’ispettore del ministero dei Trasporti e alla polizia giudiziaria della documentazione su quella struttura. «La logica di un simile generalizzato comportamento sembra da ricondurre a uno spirito di corpo aziendale, probabilmente motivato dal tornaconto economico», scrive il giudice, ricordando una conversazione fra Paolo Berti e Michele Donferri, l’ex numero tre e l’ex direttore manutenzioni di Aspi indagati per il disastro del Morandi, nella quale il primo «manifesta il proprio disappunto per essere stato condannato ad Avellino, lamentandosi che avrebbe potuto dire la verità e così mettere nei guai altre persone. Donferri gli risponde che non ci avrebbe guadagnato nulla mentre così può “stringere accordi col capo”». Spirito di corpo che, tornando alla vicenda del camion da 141 tonnellate, avrebbe spinto Indovino, nonostante la preoccupazione, a temporeggiare «prima di dire no secco (al transito, ndr), perché poi alla fine ti chiedono nuovamente il perché, mi sembra corretto esplorare tutte le possibilità in modo razionale». Richiede, dunque, più informazioni sul ponte. E decide di scrivere una mail a Massimiliano Giacobbi (domiciliari) e Massimo Meliani di Spea, nella quale sottolinea «la situazione di non perfetta efficienza del manufatto...». Risultato? Spea firma per il transito, il tir passa nella notte tra il 21 e il 22 ottobre. E tutti tirano un sospiro di sollievo. «È transitato». «Ok va bene».

“QUI LA PRENDIAMO NEL CULO.” Marco Menduni per la Stampa il 14 settembre 2019. Tra il viadotto Pecetti, 132 metri su due campate, uno dei giganti dell' A26 che dal Piemonte scende giù al mare di Voltri, e l' area in cui sorgeva il ponte Morandi ci sono 15 chilometri di distanza. Venti minuti al massimo, in macchina. In quei 15 chilometri si dipana l' inchiesta arrivata, qualche settimana dopo l'anniversario della tragedia del 14 agosto, la messa cantata, la commemorazione delle 43 vittime, alla prima grande svolta giudiziaria. Non è il corpo principale dell' inchiesta per la sciagura di Genova. Ma è la prima risposta alle richieste di giustizia e delinea, in quello che la procura ricostruisce, un quadro inquietante della gestione della sicurezza. Finiscono ai domiciliari Massimiliano Giacobbi di Spea, la controllata di Autostrade per le manutenzioni e la sicurezza, e due pezzi grossi di Aspi della direzione VIII tronco, Gianni Marrone e Lucio Torricelli Ferretti. Poi in sei vengono sospesi dai pubblici servizi per 12 mesi: Maurizio Ceneri, Andrea Indovino, Luigi Vastola, Gaetano Di Mundo, Francesco D'antona e Angelo Salcuni. Altri sei rimangono indagati a piede libero. E fanno 15. Tutti nel mirino dei pm, con diverse sfumature, accomunati da un' accusa che i magistrati scandiscono in cento pagine fitte di ordinanza in maniera precisa. C' era un disegno per edulcorare i test e le verifiche, per far sì che le criticità e i potenziali pericoli venissero sottovalutati. Il giorno prima del Ferragosto dell' anno scorso il Morandi crolla, portando con sé il suo carico di morti e dolore. Cambia, questa sciagura, il modo di agire? Pare di no, perché uno degli indagati intercettato ha un sussulto di dignità e ammonisce il suo interlocutore: «Non è possibile una superficialità così spinta dopo il 14 di agosto, vuol dire che la gente coinvolta non ha capito veramente un culo». La vicenda, nelle carte della procura, si svolge parallela su un asse lunghissimo che congiunge la Liguria alla Puglia, con due ponti sotto osservazione. Riparte da qui, sotto al viadotto Pecetti. Il grande ponte che dal basso fa paura, sentimento rinforzato dalle fotografie scattate dagli abitanti della zona. Le pagine dei magistrati sono complesse, sia in punto di diritto che in considerazioni ingegneristiche. Ma il senso vero può esser riassunto così: i tecnici rilevano che si è rotto uno dei cinque cavi costituiti da trefoli intrecciati. La falsa ricostruzione Da quel momento scatta il tentativo, sempre nella ricostruzione dei pm, di negare la verità. Il cavo spezzato è uno dei tre principali. Però viene accreditata una ricostruzione alternativa e falsa: che in realtà sia uno dei due secondari, meno importante. Perché così il pericolo viene sminuito. Perché così non si deve vietare il transito ai mezzi più pesanti. Perché così transita anche quel trasporto eccezionale da 141 tonnellate, nella notte tra il 21 e il 22 ottobre dell' anno passato. Erano consapevoli, gli indagati, di quel che stavano facendo? Gli inquirenti dicono di sì: per evitare che le conversazioni telefoniche venissero intercettate, c' è anche chi ha usato il jammer, un dispositivo che le protegge. L' altro caso, scoperto nelle prime fasi dell' indagine del Morandi, è più lontano nello spazio. Il viadotto si chiama Paolillo, si trova sull' A16, in Puglia. Spiega la procura che è stato costruito in maniera differente rispetto al progetto, ma anche in questo caso si è cercato di occultare la verità. Eppure, proprio per le differenze accertate, le relazioni di calcolo e di contabilità non potevano garantire nulla sulla reale sicurezza. Non era più il viadotto progettato, quei dati non significavano più nulla. Qui emerge un altro elemento choc dell' inchiesta. «C'è una disinvoltura degli indagati a modificare le relazioni tecniche - scrive il gip - in spregio alle loro finalità di sicurezza». C'è chi, come il dirigente dell' VIII tronco di Bari Marrone, è già stato condannato in primo grado l' 11 gennaio alla pena di 5 anni e 6 mesi per i reati di omissione di vigilanza e alla manutenzione del viadotto Acqualonga, «ma ha perseverato durante il dibattimento nelle proprie condotte». Il riferimento è all'incidente del 28 luglio 2013 con 40 vittime: un pullman con i freni rotti, tradito dalla mancata resistenza del guard rail, precipita giù. La replica di Autostrade Autostrade, ovviamente, reagisce. I due viadotti, sos