Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

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NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2019

 

I MEDIA

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

  

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

 

         

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Tutte le piccole grandi cose che hanno fatto la Storia.

Scoperti in Calabria due nuovi minerali: la Linarite e la Connellite.

L'ultimo giorno dei dinosauri.

Loch Ness, svelato il mistero (forse):  il mostro è un’anguilla gigante.

I Topi che guidano una macchina.

La Scoperta della carta igienica.

La Musica che guarisce.

Mai dire Wi.Fi.

Come funziona Starship, l’astronave di Musk che porterà l’uomo su Marte.

Il Sabotaggio dei razzi spaziali.

L’Uomo Volante.

I “super soldati”.

Le Radium Girls: le ragazze fantasma.

Zichichi ed il Supermondo.

L’Ignoranza saccente.

Scienziate, non discriminate la filosofia.

I licantropi esistono davvero?

Mala Marijuana.

Pelle, occhi, malattie rare: le nuove frontiere delle cellule staminali.

Tumore e cancro: il vero, il falso, l'improbabile.

Alla ricerca dell’anima.

Albert Einstein: indagine sui segreti dell’universo.

Il Genio Folle.

I Geni.

I misteri dell’Area 51 (e 52).

Vaccini e 5G: Stupidi o Cavie da Laboratorio.

I Complottisti.

Teoria del complotto sulle scie chimiche.

Sulla Luna ci siamo stati?

Il Terrapiattismo. 

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Controllo della Mente.

Così la Cia creò l’Lsd (per controllare le menti).

Una Scossa vi Guarirà.

Una scarica elettrica per renderci pro accoglienza.

Il primo sistema che traduce i pensieri in parole.

Ancora attacchi sonici a Cuba? 

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Università, dalla dea Cerere alla scuola di Salerno. Storia di una corporazione.

Ecco le scuole migliori d’Italia. La classifica città per città.

Ripetenti Patentati.

La scuola si svuota e restringe.

Cattivi Maestri.

Indottrinamento a scuola. I Libri di Storia li scrivono i vincitori e …gli ignoranti.

Istat, ragazzini promossi ma ignoranti.

Da Gentile a Sullo sino a Fioramonti: ministro che viene, esame di maturità che cambia.

Scuola, i furbetti del Diploma.

Ignoranti, diplomati e laureati.

Ritardi a scuola, 16 milioni di ore perse in un anno.

Degni di nota.

Le note ai genitori violenti.

Vittore Pecchini e gli altri, presidi sotto attacco.

Non c’è scuola senza autorità.

L’educazione non è istruzione. Senza il padre non c’è legge nè Stato.

La lezione di vita della prof: «Ecco perché il latino ci insegna l’amore».

L’avvento della scuola comunista.

Il business delle lezioni private: vale quasi un miliardo ed è quasi tutto in nero.

Oltre 600 professori universitari sono sotto inchiesta per il doppio lavoro.

Quanto costa una laurea?

I lasciati indietro. Un sistema dinastico chiamato scuola.

Disabilità. La scuola non è di “Sostegno”.

Scuola. Non c’è più la foto ricordo.

A scuola col cellulare.

Le okkupazioni educative.

La dittatura delle minoranze. Quando a condizionare la vita sono i pochi.

Quelli che non sono laureati…e fanno la morale.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Svolte storiche.

Bronzi di Riace: è stato rubato qualcosa prima o dopo la scoperta?

Antonio Canova vs Bertel Thorvaldsen.

I Falsi d'arte.

Orologi. Le leggende al polso.

La Stretta di Mano e gli applausi.

Il significato dei simboli.

Tirchi o contro lo spreco?

I Maligni.

 “Conosci te stesso”, mistero e alla precarietà dell’esistenza.

Non sappiamo chiedere scusa.

Siami senza amici.

I Mozart.

Staino.

Il Doping delle autocitazioni.

«Quella forza chiamata leggere».

Alla caccia del libro… 

I venerati maestri ci lasciano. E quelli nuovi non arrivano.

I Libri dei Vip.

L’Involuzione sociale e politica. Dal dispotismo all’illuminismo, fino all’oscurantismo

La civiltà ci rende infelici e menefreghisti: La società signorile di massa.

L’esercizio della Critica.

La cultura? In Italia non è più un valore.

 “Ok, boomer”. L’ultima discriminazione generazionale comunista.

Gioventù del Cazzo.

Generazioni a confronto. L’Italia dei Baby boomer, della Generazione X, della Generazione Y, della Generazione Z, dei bamboccioni, dei Neet e dei Hikikomori.

Volgare 2.0. L’Esperanto dei ragazzi.

La coerenza? Non esiste!

L’Italia sta pagando caro l’analfabetismo digitale.

Quando il nerd si fa hard.

La "vera" Biancaneve? Era una baronessa cieca.

Il Cinema e la dittatura.

Mostra del cinema di Venezia: scandali e follie.

Cinema e motori.

L’Italia dei Tabù. Il sesso è solo vintage.

Tanto porno, niente educazione sessuale.

Televendita dell’arte.

Maurizio Cattelan.

Papà Renzo Piano.

La signora delle Barbie.

Anna Wintour, Prada, Renzo Rosso, Valentino, Donatella Versace, Dolce e Gabbana, Capucci, Lagerfeld, Giorgio Armani. La moda è loro.

L’alloro di Dante.

Buon compleanno, ispettore Marlowe.

Casanova e la Gonorrea.

Mary, la moglie geisha che Hemingway tradiva.

Ian Fleming: il mappatore.

Le Memorie di Giorgio De Chirico.

Renato Balsamo con un ritratto sapeva rubarti l'anima.

Povero Belli.

Parlando di Rossana Rossanda.

Gaia Servadio

Stefania Auci.

Liliana Cavani.

Susanna Tamaro.

Carlo Fruttero e Franco Lucentini.

Pietrangelo Buttafuoco.

Indro Montanelli.

Oriana Fallaci, vergogna di Stato: la Rai l'ha boicottata.

Dacci oggi il nostro Cairo Quotidiano.

La Sapienza dei sinistri.

Il ravvedimento degli intellettuali di sinistra.

Pascoli e l’omicidio del padre.

Il pessimismo di Leopardi? Ottimo ritratto della modernità.

In questa epoca sfinita non c'è spazio per l'eroico Foscolo.

Il Nobel partigiano.

Premio Strega: metodo Palamara-CSM.

Misteri letterari…col trucco.

Editoria di “Stocazzo”.

Libri contraffatti.

Penne brille.

La Società dei Magnaccioni...

Vite da Scoponi.

I pavoni della penna.

Il Successo da una botta e via…

Prima la Fama e poi la Fame.

Le lettere inedite. Da Sorrentino a Pirandello.

Massimo Troisi. Un poeta fragile e imperfetto riscoperto anche dai giovani.

Perché siamo complottisti? 

Quei "simboli del male" che durano un giorno.

Oscurare i graffiti su tv e giornali.

Le lenzuola e la manifestazione del pensiero.

QI: Il Quoziente intellettuale. Quei geni che (non) ti aspetti.

Leonardo: il genio che voleva misurarsi con Dio.

I Simpson trent’anni dopo: più politicamente corretti

Il progetto dei comunisti: quello di sconvolgere la morale borghese.

Il Politicamente Corretto Ideologico.

Il nefasto “politicamente corretto”.

L’uso dell’immagine per manipolare la coscienza.

“Bella Ciao” sulla bocca di tutti…

Spettacolo: "La droga è ovunque ma vince l’ipocrisia".

I Selficienti. I Selfi della Gleba: Gli Egomostri.

Siamo circondati da Influencer.

Gli influencers ideologici.

Piero, Angela il Grande.

Mughini & Company. Gli Influencers della Cultura.

Ritratto di Mauro Corona.

Marco Paolini non si perdona.

Rampini: il rinnegato comunista.

Intervista a Pier Paolo Pasolini.

Letizia Battaglia.

Intervista a Natalia Aspesi.

Piccoli tasti. Grandi firme.

Vespa Memories.

Come in pace così in Guerri.

Il peace and love.

Le atrocità del Comunismo: La giornata della memoria è un dovere.

La dittatura della Massa.

Il comune senso del pudore. La censura del pelo.

L’Involuzione della specie italica.

Niente soldi al “Terzani” comunista.

La cultura dei camerati.

Ritratto di Gianrico Carofiglio.

Ritratto di Erri De Luca.

Andrea De Carlo.

Giampaolo Pansa.

Ritratto di Michela Murgia.

Saviano: i segreti di una star.

Nuto Revelli,  l’ira e il riscatto.

Paperino compie 85 anni: la storia.

Topolino ne fa 70!

Gómez Dávila, Giovanni Comisso. I grandi scrittori? Tutti di destra.

La Dittatura Culturale Sinistra.

Emarginato se non sei di sinistra.

Quelli che vogliono solo scrittori partigiani.

«Attenti al fascismo degli antifascisti».

Tra Pluralismo e Relativismo. Gli Haters. Ossia: gli odiatori.

L’odio figlio dell’Invidia.

I simboli scaduti dell’altro millennio che i comunisti usano per alimentare odio e paura di un pericolo immaginario.

Dall'ideologia all'odiologia.

L’egemonia della sinistra chiamata Cultura.

La cultura fondata sulla Politica e sulla Finanza. 

Quando l’editoria di sinistra non è foraggiata…muore!

Il Cinema ed il finanziamento del politicamente corretto e schierato.

La Cultura della Legalità.

La Cultura della Legalità e dell'Antimafia.

La cultura della Solidarietà.

Percezioni errate: il primato è degli italiani.

La Conformità al pensiero unico.

Internet è Libertà. Chi non vuole il Web.

Wikipedia ed il Recentismo.

Gli Oscar alla carriera.

Che noia questi Oscar 2019 così politici.

La tv è gay. Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay.

L’Oscar LGBTI.

Cannes delle femministe.

Cannes, Nuovo Cinema Paradiso e il premio 30 anni fa.

Woodstock, i tre giorni che hanno cambiato il mondo.

La culla dell’hip hop quando la musica era la voce del ghetto.

Gli artisti senza pensione.

Unesco: quanto paghiamo per diventare patrimonio dell’umanità.

La lingua italiana è un diritto.

Le radici meridionali della lingua italiana.

La Citazione sbagliata.

Ecco l'italiano dei giornali.

L’età della parolaccia.

Storia della parola «bullo»: oggi è un delinquente ma significava amico.

La Rai editrice.

 

SECONDA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Lo share è di destra o di sinistra?

Il processo in Tv e la giuria popolare.

Giornali e Tv Spazzatura.

Piange l’edicola del mercimonio.

Così Gramsci ha creato l’egemonia su giornali e magistratura

Fatti la tua idea...la nostra!

Quell'infinito striscione per Giulio Regeni.

Il Metodo Raggi.

Assange: spia o eroe?

L’ostensione delle fidanzate.

Le redazioni sessiste.

Il Concertone politico.

Il Pettegolezzo.

La Macchina del Fango? Parcheggiata a sinistra. La primogenitura della diffamazione mediatica.

La disinformazione, o no?

Il problema delle false citazioni.

L'Era digitale e la post-notizia. Il Popgiornalismo.

Diritto all’oblio. Una censura tutta Comunitaria.

Il Diritto di Citazione. Censura e Fake News. Se questi son giornalisti...

Wikipedia: l’enciclopedia partigiana.

Deepfake, dopo le fake news arrivano i video bufala: come si costruiscono?  

La censura, o no?

Liste di Proscrizione e Censura.

Querele temerarie.

Sergio Romano.

Annalisa Chirico.

Il Tribunale del Conformismo e la censura degli opposti.

Censura: con le buone o con le cattive.

Politica e media: tu chiamale se vuoi emozioni…

Gruber & Company. I compagni propaganda.

Lottizzazione Rai: metodo Palamara.

Lavoro alla Rai…Ma quanto mi costi?

Chiudere la Rai.

Mario Giordano, il giornalista comodissimo della (vecchia) Rete 4.

Il bastiancontrarismo.

La tv e i soliti esperti del Nulla.

Daniele Capezzone.

Paolo Guzzanti.

Salvate il soldato Sgarbi, impiegato del litigio da copione.

Aldo Grasso. La cultura televisiva e il suo pioniere. 

Paolo Mieli. Lo Storico.

Perché amiamo le bugie (e odiamo la verità).

I media ignorano i giovani, tranne quando c'è da fare la morale.

Niente giornali ai diciottenni.

Miserie, gaffe e smentite… Storia dei fuorionda rubati.

Mario Calabresi, addio a Repubblica.

Il Consiglio disciplina campano archivia Luigi Di Maio.

I comunisti contro Maria Giovanna Maglie.

L’ostracismo per Monica Setta.

L’ostracismo per Roberto Poletti.

Chiudere Radio Padania!

Chiudere Radio Radicale!

Eccesso di Fede. I Partigiani nella Redazione.

 

 

 

 

 

I MEDIA

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Lo share è di destra o di sinistra?

Matteo Pucciarelli per “la Repubblica” il 22 agosto 2019. La sua prima avventura genuinamente sovranista è finita male. Non parliamo (solo) di Matteo Salvini ma di Lorella Cuccarini. La tempistica è certamente casuale, ma fa comunque impressione: il giorno dopo la caduta del leader della Lega, la Rai - senza cuore - cancella l'ultima puntata del programma condotto dalla show girl che, negli ultimi tempi, scoprendo una fino ad allora celata passione politica, era diventata cantrice delle ragioni nazionaliste. Le motivazioni ovviamente non sono legate alle sue idee, ma al flop in termini di ascolti fatto registrare da Grand Tour , in onda su Rai Uno. «Nessuna chiusura anticipata - è la nota dell' azienda -. La rete ha deciso di accorpare le ultime due puntate che andranno in onda in prima e seconda serata il 23 agosto». Ma di fatto il 30 la Cuccarini non andrà in onda. Con 1,4 milioni di telespettatori, due settimane fa la trasmissione in prima serata era stata battuta finanche da una replica di un telefilm austriaco su Canale 5, Spirito libero . Da qui la rincorsa ai ripari. La storia di disinteressato amore tra la ballerina (famosa la sua réclame per un noto marchio di cucine, «la più amata dagli italiani») e il nuovo potere in ascesa era stata condita da numerose prese di posizione. «La differenza non è più tra destra e sinistra ma tra chi pensa agli elettori e chi alle élite e alla finanza. Ci ritroviamo intrappolati nel pensiero unico, che ha un disegno dietro», spiegò a Oggi . Sempre in quella intervista del gennaio scorso, disse di ammirare Salvini, elogiò la chiusura dei porti, esaltò il governo gialloverde. Addirittura bacchettò il Papa perché parlava troppo dei migranti e disse di non essere femminista. Insomma, l' incarnazione della perfetta sovranista, un comizio leghista- pop. Le rispose su Twitter la sua antica collega e rivale ai tempi di Pippo Baudo, Heather Parisi: «Ci sono, in ordine rigorosamente di importanza, ballerine d' étoile, ballerine soliste e ballerine di fila e, da oggi, anche ballerine sovraniste. O forse no, solo sovraniste». Ma intanto la militanza culturale della Cuccarini s' arricchì con foto assieme ad Alberto Bagnai, il consiglio d' andarsi a leggere il libro di Marcello Foa, l'ammirazione per Paolo Savona. Un côté di tutto rispetto, e infatti arrivò il premio della trasmissione in fascia oraria pregiata nell' ammiraglia della tv di Stato, con lei alla scoperta delle bellezze presenti sul sacro italico suolo. Sempre però con addosso il fastidioso controcanto a distanza della Parisi, per ultimo un altro suo corrosivo tweet del 17 agosto scorso: «Houston, abbiamo un problema! Cercasi disperatamente ascolti televisivi per ballerine sovraniste». La politica dà e la realtà toglie, spesso. Ma per Cuccarini - un po' come per Salvini - c' è una seconda opportunità: dal 9 settembre condurrà la nuova edizione de La vita in diretta .

La sovranista Cuccarini chiude in bellezza: Grand Tour vince la prima serata su Rai1. Mellone: esperienza bellissima. Il Secolo d'Italia sabato 24 agosto 2019. Il viaggio di Grand Tour tra Sardegna e Veneto ha conquistato la prima serata di sabato per Rai1: sono stati quasi 1 milione 842mila i telespettatori, con share al 12%, che complessivamente hanno seguito il doppio appuntamento con la trasmissione di Lorella Cuccarini, che appunto con il raddoppio nella serata di ieri chiude con una settimana di anticipo la messa in onda. In particolare la prima parte ha avuto un seguito di 2 milioni 51mila spettatori con il 12,2%, mentre la seconda è stata vista da 1 milione 583mila spettatori con l’11,7% di share. Nella fascia seguente, su Canale 5, il film di Paolo Genovese “Immaturi – Il viaggio” con 1 milione 670mila spettatori complessivi e il 10,4% di share. Bene su Rai2 il film ‘Frammenti di bugie’, con Nicole de Boer, terzo nel prime time grazie a 1 milione 245mila spettatori e il 7,6% di share. Il buon risultato di Grand Tour, condotto da Lorella Cuccarini e Angelo Mellone (con incursioni gastronomiche di Giuseppe Calabrese)  mette a tacere definitivamente le polemiche sul programma definito polemicamente “sovranista” da una parte della sinistra e anche le punzecchiature di una livorosa Heather Parisi che aveva ridacchiato sui social per i bassi ascolti della trasmissione (che era andata però in onda il giorno dopo Ferragosto, non proprio una serata in cui la gente si mette davanti alla tv insomma…). E così anche Angelo Mellone si toglie qualche sassolino, dopo le ironie sulla trasmissione, che ha avuto il merito di riavvicinare i telespettatori alle tante bellezze trascurate dell’Italia: “Ieri le due puntate di Grand Tour con il 12% su Rai1 hanno vinto serenamente prima e seconda serata. Così, tanto per precisare e salutare nel migliore dei modi una esperienza bellissima”.

·         Il processo in Tv e la giuria popolare.

I giornalisti? Chiamateli Grandi Inquisitori. Angela Azzaro il 7 Dicembre 2019 su Il Riformista. Ernest Hemingway, premio Nobel nel 1954 con Il vecchio e il mare, era un grande scrittore perché, prima ancora, era un grande giornalista. Un reporter. Il suo primo scritto è un articolo per il giornale della sua città natale, sobborgo di Chicago. Era uno di quelli che prima di scrivere andava a vedere, toccare con mano, annusare. Una curiosità che lo ha portato in Spagna, in Francia, in Italia, in Africa, nella sua amatissima Cuba, quella della pesca, dei sigari, del mojito. Quando toccava una realtà se ne innamorava, cercava di capire entrando in sintonia con quello che raccontava. Si chiamava e si chiama: pathos, pietà, intelligenza. E da quella intelligenza, poi, nasceva il testo: racconto o reportage che fosse. Negli ultimi anni della sua vita, già gravemente dolorante per un incidente aereo, non smise di viaggiare, voleva ancora conoscere, innamorarsi. Scrivere. Oggi invece trionfa un altro modo di fare giornalismo, in cui la pietas è stata sostituita dalla crudeltà. Importante non è conoscere, non è aiutare a capire chi legge, ma fare audience. È il giornalismo che sembra fatto a immagine e somiglianza di un Savonarola per il moralismo, a un Davigo per la “presunzione di colpevolezza”, ma ancora più esattamente il modello è Andrej Vyšinskij, il pubblico ministero che interrogava gli accusati di tradimento durante il Grande terrore staliniano. Per lui tutti erano colpevoli, tutti avevano qualcosa da nascondere e da confessare, tutti dovevano essere messi sotto torchio perché sicuramente avevano minato la causa rivoluzionaria. Spesso venivano mandati a morire. Oggi il terrore (la storia si ripete in forma di farsa…) è quello di un giornalismo che invece di informare, processa, invece di capire condanna, invece di verificare le notizie, cerca il clamore. C’è anche la versione light: quella del giornalista che ti insegue per strada e ti fa la domanda sperando che tu non risponda e così possa dire: «Ah che infingardo, non ha risposto. Quindi è colpevole». Come la metti la metti, sembrano tanti figlioletti di Andrej Vyšinskij, non più ispirati dal sacro fuoco del comunismo, ma da quello della Verità, rigorosamente con la V maiuscola, che però di fatti, date, documenti se ne frega altamente. Il retropensiero è sempre lo stesso: «Non c’è ipotesi di reato? Va beh, qualcosa deve per forza aver fatto». Gli esempi si sprecano e ci sono intere trasmissioni che seguono il metodo Vyšinskij come se fosse il manuale del buon giornalismo. L’altro ieri, a Piazza Pulita, Corrado Formigli non ha intervistato il leader di Italia Viva Matteo Renzi: gli ha puntato la lampada e lo ha interrogato sul caso Open. Il volto contratto, la postura e il ghigno da pm, le domande di chi non ha alcun interesse a sapere cosa pensi o sappia l’altro, ma volte esclusivamente a incastrarlo, metterlo in cattiva luce, se possibile umiliarlo. Per sfortuna di Formigli, Renzi è bravino: si è sottratto abbastanza facilmente a questo gioco al massacro rispondendo per filo e per segno sul caso Open, e respingendo il metodo inquisitorio al mittente. Quasi tutta la tv oggi è costruita sul modello del processo: giornalisti-pm, opinionisti-giudici, spettatori-giuria popolare. È il cuore del populismo televisivo che in questi anni ha prodotto trasmissioni come Le Iene. I suoi giornalisti sono i migliori nel perseguitare l’obiettivo, nell’incalzarlo e nel creare casi che spesso si risolvono nel linciaggio della persona coinvolta. Ci stanno provando anche con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che giovedì sera si è infuriato con la Iena Antonino Monteleone. «Lei – gli ha detto il premier – è fuori di testa». Conte, ormai celebre per il suo aplomb, ha perso la pazienza perché la Iena lo ha accusato di aver lavorato gratis per una consulenza ma di essersi poi fatto versare i soldi sul conto dell’avvocato Alpa: «Continuate a scrivere menzogne su menzogne. Non dovete approfittare del fatto che io da quando sono presidente del Consiglio non ho querelato nessuno». Normale che se si viene diffamati, incalzati con accuse false, ripetute in tutte le circostanze, ci si arrabbi. È quello che è accaduto anche al nostro editore, Alfredo Romeo, che per gentilezza ha accolto due giornalisti di Piazza pulita, rimasti fuori dalla sede per quasi tutto il giorno. Li ha fatti entrare, ha risposto alle loro domande, ma davanti alle inesattezze e alle insinuazioni ha perso la pazienza. I due giornalisti non avevano nessuna intenzione di conoscere i fatti, di sapere la versione dell’interlocutore, di verificare i dati in loro possesso. Erano lì per affermare la loro versione, per renderla più veritiera provando a mettere in difficoltà l’intervistato. Ma i fatti sono i fatti, le date sono le date e se si dice il falso, non è buon giornalismo, perché si nasconde la telecamera che riprende e registra, è – per citare Conte – una menzogna.

La protesta degli avvocati: «Che barbarie l’arresto di Logli in tv». Valentina Stella il 26 luglio 2019 su Il Dubbio. L’uomo condannato per la morte di sua moglie è stato bloccato nel corso della trasmissione in onda su rete4 “Quarto grado”. Dopo l’UCPI, ora è l’Ordine degli Avvocati di Roma a stigmatizzare quanto accaduto durante la trasmissione tv “Quarto grado” la sera dell’arresto di Antonio Logli, condannato dalla Cassazione per l’omicidio della moglie.

L’iniziativa dell’Ordine. Secondo quanto scritto dal Presidente Antonino Galletti «l’arresto di un uomo in diretta tv, i commenti dallo studio, il silenzio dei presenti – perfino alcuni avvocati – dinanzi a una tale barbarie» hanno rappresentato «un episodio increscioso, davanti al quale il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma ed io personalmente in qualità di suo Presidente, abbiamo ritenuto di dover intervenire per porre un freno a questa deriva inammissibile segnalando immediatamente la vicenda al Garante per il Diritti delle Persone Detenute». Una scelta dettata dalla gravità delle circostanze è stata riconosciuta dallo stesso Garante, che ha segnalato a sua volta l’accaduto all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, «nell’ottica della collaborazione istituzionale volta a contrastare il linguaggio dell’odio e a fondare una cultura condivisa informata al rispetto della dignità di ogni persona».

Violata la persona. Il presidente Mauro Palma ha sottolineato infatti che «la ripresa nel suo complesso ha rappresentato una indecorosa rappresentazione dell’atto di traduzione in carcere della persona appena condannata, rendendo ai telespettatori elementi di vita familiare, di intimità, di sofferenza del tutto estranei all’informazione sulla vicenda processuale». Nella stessa comunicazione all’AGCOM, il Garante ha anche segnalato l’inopportuna diffusione dell’immagine dei rilievi fotosegnaletici di Carola Rackete mentre era in stato di arresto.

La crocifissione di Mannino iniziò da Funari: l’orrore dei processi in tv. Francesco Damato il 25 luglio 2019 su Il Dubbio. La trattativa stato mafia e i 25 anni di stato incivile. Assolto lui dopo 25 anni ora toccherà probabilmente a tutti gli altri visto che il teorema è caduto. Il pur notevole e assorbente aspetto giudiziario mi sembra addirittura inferiore, per un paradosso imposto dai nostri tristissimi tempi, all’aspetto politico e morale dell’assoluzione che si è guadagnata anche in appello, col cosiddetto rito abbreviato, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino per la cosiddetta “trattativa” fra lo Stato e la mafia. Che è costata invece pesanti condanne in primo grado, col cosiddetto rito ordinario, ad un lungo e assai eterogeneo elenco di imputati, fra i quali si confondono servitori e sabotatori dello Stato, di ogni ordine e grado. E che – mi sembra- sarà francamente difficile confermare in appello, almeno per tutti, proprio alla luce della seconda assoluzione di Mannino. Dalle cui preoccupazioni per le minacce di morte lanciategli, non certo per gratitudine, dalla mafia sarebbero cominciate e si sarebbero poi sviluppate, secondo gli inquirenti palermitani, le trattative per bloccare o quanto meno rallentare la stagione delle stragi. Che era stata avviata dai mafio-terroristi – perché altro non saprei definirli- con l’assassinio per strada dell’allora luogotenente di Giulio Andreotti in Sicilia, Salvo Lima, la strage di Capaci, costata la vita al magistrato Giovanni Falcone, alla moglie e a quasi tutta la scorta, la strage di via D’Amelio, costata la vita al magistrato Paolo Borsellino e all’intera scorta, e proseguita con altre imprese di sangue e paura un po’ in tutta Italia. Fu una stagione, quella, che peraltro s’incrociò con l’altra, giudiziaria e politica, per la demolizione della cosiddetta prima Repubblica e finì per influenzare nella primavera del 1992, a Camere appena elette con le elezioni del 5 aprile, la successione a Francesco Cossiga al Quirinale e, di conseguenza, i successivi sviluppi della situazione politica: compreso il rifiuto del nuovo capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, di conferire l’incarico di presidente del Consiglio al candidato concordato fra democristiani e socialisti, Bettino Craxi, previa consultazione alquanto anomala, diciamo così, dell’allora capo della Procura della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli, morto nei giorni scorsi fra il rimpianto e la beatificazione quasi generale dei cultori, nostalgici e simili dell’” epopea” di Mani pulite. In quella stagione politica, per certi versi non meno feroce di quella stragista della mafia, protagonisti e attori della cosiddetta prima Repubblica potevano essere scambiati, come di notte in una strada senza lampioni, per corruttori o mafiosi, secondo le circostanze e le loro origini. Accadde anche a Mannino, a favore o in onore del quale potrei a questo punto limitarmi anche a condividere e ripetere ciò che ha appena scritto sulla Stampa, nel suo imperdibile Buongiorno, il bravissimo Mattia Feltri. Che, a conti fatti, tra avvisi di garanzia, assoluzioni, ricorsi e quant’altro, ha contato 25 anni e 5 mesi di “sequestro” vissuti da Mannino ad opera di uno “Stato incivile”. Mi corre l’obbligo, tuttavia, di ricordare che la storia pseudo- criminale del povero Mannino cominciò nei primi mesi del 1992 nel salotto televisivo, chiamiamolo così, di Gianfranco Funari, chiamato “Mezzogiorno Italia”, su una delle reti televisive di Silvio Berlusconi. Casualmente ospite di quella trasmissione come direttore del Giorno, reagii con forza al tentativo di Funari di processare in diretta Mannino, naturalmente assente, sulla base di un articolo dell’Unità che gli contestava di essere stato tanti anni prima testimone di nozze della sposa, figlia di un segretario di sezione siciliana della Dc, con un tale che dopo qualche tempo sarebbe risultato mafioso. Inorridii letteralmente all’idea di quel processo e, definito “picciotto” da un altro giornalista invitato e smanioso invece di parteciparvi come aspirante pubblico ministero, abbandonai per protesta la trasmissione in diretta. Finii sui blog di Rai 3 per un bel po’ di tempo come un esagitato. Il giornale ufficiale della Dc Il Popolo, diretto allora dal mio amico indimenticabile Sandro Fontana, ne fece un caso. Di fronte al quale, mentre Funari, dopo avere tentato inutilmente di farmi tornare nel suo studio, si vantava ogni giorno di ricevere telefonate di apprezzamento e incoraggiamento del suo editore in persona, ricevetti da Gianni Letta una cortese offerta di intervista a Berlusconi sui programmi dell’allora Fininvest in cui potergli consentire, su espressa domanda, di prendere le distanze da quel conduttore. Naturalmente, almeno per chi mi conosce, rifiutati la proposta e risposi chiedendo a Letta di fare intervenire sul problema di Funari direttamente Berlusconi con un comunicato. Che non seguì. Seguì invece la letterale persecuzione politica, morale e infine giudiziaria di Mannino. Al quale pertanto potete immaginare con quale piacere telefonerò il 20 agosto per il compimento dei suoi 80 anni: un traguardo peraltro che io ho tagliato prima di lui.

BASTA TELECAMERE NELLE AULE DI TRIBUNALE. Basta con i processi in diretta? Laura Delli Colli il 17 maggio 1990 su La Repubblica. La Rai discuterà molto presto dell' opportunità di mettere un freno alle trasmissioni che hanno aperto alle telecamere le aule dei nostri tribunali. A sorpresa, e con un dibattito che ha già aperto nuove polemiche in seno al Consiglio di amministrazione, l' azienda radiotelevisiva pubblica ha deciso infatti di mettere sotto processo, per una volta, proprio la popolarissima tv delle aule giudiziarie. E' in particolare la trasmissione di RaiTre Un giorno in pretura ad aver acceso, ieri, nell' aula del Consiglio di amministrazione un dibattito che rischia di avere presto nuovi sviluppi, non solo in seno alla Rai. Alla vigilia della nuova diretta per la seconda udienza Tacchella (va in onda proprio stamane su RaiTre) è stato l' intervento di uno dei consiglieri-giuristi di Viale Mazzini a sollevare formalmente il caso: è opportuno o no che la Rai continui a portare le sue telecamere in Pretura? E' legittimo, insomma - si è chiesto ieri nell' aula del consiglio il dc Roberto Zaccaria - che la televisione pubblica dia in pasto al grande pubblico televisivo giudici e imputati? Il tema, Zaccaria, l' aveva già sollevato nei giorni scorsi in una lettera inviata al presidente Manca: Mi aveva spinto a porre la questione alla sua attenzione spiega e alla discussione del Consiglio, una recente delibera del Csm. Sostanzialmente il Consiglio superiore della magistratura riconosce in pieno la legittimità delle norme di pubblicità dei processi penali contenute nel nuovo Codice di procedura penale. Mi sembra però che sollevi, in questa delibera che ho letto anche nell' aula del Consiglio Rai, una questione di opportunità, invitando formalmente i mezzi di comunicazione di massa a darsi un' autodisciplina in materia. Non si tratta, insomma, di promuovere alcuna azione di censura, ma di compiere l' ennesima riflessione sulla tv verità che ha monopolizzato, in quest' ultima stagione, l' attenzione di osservatori e operatori del mondo televisivo. E su questi argomenti Zaccaria non è solo: le sue posizioni sono state condivise ieri dal dc Bindi, e sull' opportunità di riflettere sul problema hanno convenuto, con diverse argomentazioni, anche i socialisti Pellegrino e Pedullà. Come editori televisivi, spiega Bindi non possiamo non occuparcene. Non si tratta di abolire Un giorno in Pretura, né di censurare la politica editoriale di una rete alla quale va invece riconosciuta notevole capacità di ideazione e creatività. Esiste, però, anche secondo Bindi, un problema di misura, ed il rischio è che il processo, con la mediazione delle telecamere si trasformi in mero spettacolo, penalizzando i soggetti più deboli. Immediata la reazione dei consiglieri comunisti: con argomentazioni di carattere tecnico-giuridico, Enzo Roppo ha respinto le tesi di Zaccaria e di Bindi. Il capogruppo dello schieramento designato dal Pci, Bernardi, e con lui Enrico Menduni, hanno quindi difeso le scelte editoriali di RaiTre invitando il Consiglio ad occuparsi piuttosto che dei programmi e della tv verità dei veri buchi neri dei programmi, delle questioni finanziarie e della ristrutturazione aziendale. In questa Rai dicono sostanzialmente i comunisti prendono corpo tendenze che puntano ad ingessare l' informazione, discutendo in termini esclusivamente critici proprio quei programmi e quei contributi editoriali che hanno segnato in termini di novità la stessa offerta del servizio pubblico radiotelevisivo. Secca la replica del socialista Pellegrino: Qui non si tratta di ingessare l' informazione né il diritto di cronaca che è, peraltro, inalienabile. Non si può, però, non vedere nella tv verità, soprattutto nel caso di riprese di processi, una sostanziale modificazione del fatto giudiziario che, a tutela dell' imputato, pone innanzitutto diversi gradi di giudizio. E' lo stesso argomento sostenuto, in Consiglio, anche dall' altro rappresentante del Psi, Pedullà, il quale si è sostanzialmente preoccupato di valutare se questa televisione non rischi di ledere la sfera dei diritti individuali: un' udienza televisiva, in sostanza, secondo questa tesi non esaurisce l' intero processo, ma esclude, anzi, proprio la fase della sentenza in giudicato, limitandosi a dare dei soggetti in campo una sola immagine, e l' immagine tout court più spettacolare. La discussione è aperta: assente Manca, si è assunto ieri il compito di trovare una mediazione tra le parti in causa il vicepresidente (socialdemocratico) Leo Birzoli: Da una parte, spiega esiste il diritto costituzionalmente garantito all' immagine e alla sfera privata dell' individuo, dall' altra l' altrettanto (sacrosanto) diritto alla cronaca e all' informazione. Si tratta, a mio avviso, di trovare tra questi due poli una misura, senza fare processi a una rete o a un direttore. A proposito di direttori, il responsabile di RaiTre, la rete che ha aperto questa nuova via alla televisione della realtà, ovviamente non ha incassato la questione in silenzio: Aspetto di conoscere i termini della discussione che ha impegnato il Consiglio di amministrazione dice, sorpreso, Angelo Guglielmi e, se è vero come mi dicono, che è stata presa la decisione di costituire un gruppo di lavoro per discutere le linee guida cui occorre attenersi nella realizzazione di Un giorno in pretura mi domando: gruppo di lavoro per fare che cosa? Di fatto so che il Consiglio di amministrazione ha sempre evitato, e non credo per caso, di intervenire in modo prescrittivo nella realizzazione delle singole trasmissioni che danno corpo alla linea editoriale della Rai.

Il senso della tv dentro i tribunali. Ondasuonda su La Repubblica.it il 16 giugno 2019. Sono trascorsi 30 anni dall'accanita discussione circa il ruolo della tv nei tribunali. E ancora oggi, basta che in un convegno (si presentava un libro su Umberto Eco e la televisione) venga per caso nominato Un giorno in pretura , perché subito i sopravvissuti di quel tempo lontano riprendano a dibattere circa il bene e il male della tv nel tribunale. Eco riteneva che quella presenza, lungi dal riportare la oggettività del fatto, la deformasse in favore di regia, con lo spettacolo a mangiarsi la giustizia, per non dire delle tentazioni pubblicitarie implicite per la vanità e le convenienze di giudici e avvocati. Diverso il parere di Rai 3 che aveva inventato il programma, prendendo il titolo al film di Steno del 1953, con Peppino De Filippo, pretore combattuto fra forma e sostanza, fra rigore e cuore. Guglielmi, il direttore della rete, pensava che in linea di principio le cose non ci guadagnino ad esser fatte di nascosto, sbrigate solo fra gli addetti o comunque sottratte ai mezzi che in ogni epoca le possono mostrare. Specie laddove, in nome del popolo italiano, si accertano i delitti comparandone il peso con le pene. Vecchie battaglie, di cui si è perso il segno, posto che ormai, ben prima che mostrate ai tribunali, le carte uscite a fiotti dai faldoni finiscono diritte sui giornali. Un giorno in pretura nel frattempo è proseguito, ma in sordina, e assai raramente in prima serata, dove è riapparso invece nell'ultima stagione. Meglio così che niente, visto che ancora ricordiamo quell'ultimo processo sul parto maldestro in casa, col feto nato morto, la puerpera e il fidanzatino che l'occultano. E noi a casa a calarci nei panni di giudici e avvocati. Ma persi più che altro a contemplare quegli imputati e quei testimoni provenienti da un continente sociale a noi per molti aspetti simile, ma sconosciuto per gesti, lingua e acconciatura. Era realtà in tv, altro che storie. E del resto in tribunale di certo non si recita anche se spesso, va da sé, si mente.

I "tribunali televisivi" ridotti a lavare la biancheria intima. Da parecchi anni la televisione sfrutta la materia giudiziaria a scopi spettacolari e coglie nel segno. Vittorio Feltri, Domenica 17/01/2016 su Il Giornale. Da parecchi anni la televisione sfrutta la materia giudiziaria a scopi spettacolari e coglie nel segno, riuscendo ad ottenere buoni se non ottimi ascolti. La prima antenna che trasformò i tribunali in miniere d'oro fu, se non ricordo male, Raitre con una iniziativa di incredibile successo dal titolo esplicito: Un giorno in pretura. Il pubblico poteva seguire, grazie a questo programma, le vicende più appassionanti affrontate dalla Giustizia. D'altronde, da quando le tragedie greche sono passate di moda, le scene offerte dalle austere aule in cui si svolgono interrogatori, scontri tra difesa e accusa, sono le sole in grado di suscitare forti emozioni in chi le guarda sul video, il mezzo di comunicazione più popolare e diffuso, altro che teatro. Ecco perché dopo breve tempo anche una emittente privata di Mediaset trovò il modo di inventarsi dei processi in proprio basandosi sulle liti familiari, le più comuni e frequenti, nelle quali chiunque può specchiarsi. L'artificio funzionò a meraviglia. Si prendeva, ad esempio, una coppia di sposi in bega su una questione, la si invitava in uno studio arredato secondo lo stile tribunalizio e si avviavano i duelli davanti a un giudice togato le cui sentenze, se accettate dai contendenti, avevano un certo valore. La trasmissione era egregiamente condotta da Rita Dalla Chiesa, garbata e capace di dipanare matasse complicatissime, intrise di rancori come sono molti matrimoni inaciditi. I protagonisti delle battaglie pseudo legali si avvalevano di avvocati di fiducia. Insomma il copione era identico a quello dei processi veri, cosicchè il divertimento per i telespettatori era garantito. Anche in questa versione, la materia giudiziaria fece lievitare l'audience al punto che oggi, a distanza di lustri, persino Raiuno considera conveniente trattarla con le telecamere in una rubrica quotidiana (Torto o ragione?) i cui fili sono tenuti da Monica Leofreddi con lodevole disinvoltura. C'è solo un problema da segnalare agli autori. I quali pur di tener vivo l'interesse sul programma, un po' troppo antico per non essersi logorato, nella scelta dei litiganti hanno raschiato il fondo del barile e selezionato personaggi improbabili, gente che gode a lavare la biancheria intima, direi intimissima, in piazza. Il risultato talvolta è desolante. Giorni orsono è andato in onda un intrico di corna, un triangolo di cui era un'impresa sovrumana capire chi fosse il principale cornuto e chi il principale fedifrago. Lo scambio di battute velenose tra i protagonisti tuttavia ha confermato che se il vino va in aceto, l'amore va quasi sempre a puttane e dintorni. E che quando marito e moglie non si reggono più la colpa è di tutti e tre o, meglio, di tutti e quattro. Torto o ragione? se procede così nella ricerca della porcata sensazionale, rischia di ridursi al solo torto. Provare a inventare qualcosa di fresco? Non c'è pericolo. I dirigenti sono troppo impegnati nella lotta per accaparrarsi i posti di comando e non badano al prodotto, che si vende comunque perché il pecoreccio tira. Quanto ai politici che avrebbero facoltà di cambiare la Rai, poverini, cosa si può pretendere da loro che sono morti e non se ne sono ancora accorti?

"I processi in tv? Così influenzano quelli in tribunale". L'inchiesta di Lorenzo Lamperti su Affari italiani Mercoledì, 13 aprile 2016. L’Alternativa, con la collaborazione della Camera Forense Messapia, ha organizzato la tavola rotonda - in corso di accreditamento – sul tema: “il processo in tv”, che si svolgerà il giorno 15 aprile, dalle ore 16 alle ore 20, presso la sala dell’Università del Palazzo Granafei Nervegna di Brindisi, e a cui interverranno: il Dott. Marco Di Napoli (Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Brindisi), il  Dott. Maurizio Saso (Magistrato presso il Tribunale di Brindisi con funzioni di GIP e GUP; Presidente Associazione Nazionale Magistrati Sez. di Brindisi), il Dott. Angelo Perrino (Direttore e fondatore del quotidiano on line “Affaritaliani”) Filomena Greco (Giornalista del sole 24Ore), l’Avv. Massimo Manfreda, (Avvocato cassazionista penalista del Foro di Brindisi), l’Avv. Gianluca Pierotti (Avvocato cassazionista penalista del Foro di Taranto), l’Avv. Luigi Covella (Avvocato cassazionista penalista del Foro di Lecce e Coordinatore del corso di diritto penale presso la scuola di specializzazione per le professioni legali dell’Università derl Salento. E come moderatore l’Avv. Carlo Verusio (Avvocato cassazionista del Foro di Brindisi; già Magistrato Onorario con funzioni di Vice Pretore della Sez. Distaccata di Ceglie Messapica nel triennio 1995/1998). Affaritaliani.it ha intervistato, anticipando i temi del quale si dibatterà alla tavola rotonda, l'avvocato Carlo Verusio.

Avvocato Verusio, quali sono i temi alla base della tavola rotonda?

«E' un convegno che sorge da un problema di attualità, vale a dire la sovrapposizione dei processi delle aule giudiziarie con i processi che avvengono nelle trasmissioni televisive. E' un fenomeno molto diffuso e molto attuale. La tavola rotonda vuole accendere un riflettore, o uno "spotlight" citando il film premio Oscar, su questo fenomeno e quindi verificare quali elementi di deontologia dovrebbero essere applicati dalla varie categorie professionali, dagli avvocati ai magistrati fino ai giornalisti».

Quali sono le conseguenze di questa sovraesposizione mediatica dei processi in televisione?

«Più che sovraesposizione direi sovrapposizione. Si tratta di un fenomeno che in teoria può anche alterare quello che accade nelle aule giudiziarie. Se i due processi sono sovrapposti può accadere che il processo in aula venga condizionato da quanto si dice in una trasmissione tv, nella quale magari si indica un colpevole diverso da quello imputato».

In che modo può essere condizionato un processo?

«Già il fatto che in una trasmissione tv un giornalista o uno psicologo intervengano in una trasmissione magari nella veste di tecnico e ipotizzino che il delitto in oggetto sia stato compiuto che non corrisponde all'imputato può costituire un elemento di condizionamento perché si può minare la legittimità di quel processo agli occhi dell'opinione pubblica, portata a dimenticarsi che un conto è la verità assoluta e un conto è la giustizia. In un'aula di tribunale vanno presi in considerazione solo ed esclusivamente i fatti e le prove disponibili, non le supposizioni o le ipotesi».

Ma anche i magistrati possono farsi condizionare?

«Beh, anche i magistrati guardano la televisione... Prendiamo per esempio il caso di Roberta Ragusa, con la Cassazione che ha bocciato la sentenza di non luogo a procedere contro il marito dopo che varie trasmissioni hanno insistito nell'individuare in lui il colpevole nonostante di prove non ce ne siano. Non possiamo dirlo con certezza, ma magari questa sovrapposizione mediatica può aver giocato un ruolo».

Che cosa si dovrebbe fare allora a riguardo?

«Il punto è trovare il giusto equilibrio tra il diritto dei giornalisti a dare notizie e a cercare la verità e il rispetto di quanto accade nelle aule giudiziarie. Non bisogna mai perdere questo equilibrio altrimenti si rischiano conseguenze molto dannose. Ci si ricordi sempre che il processo vero è quello nelle aule giudiziarie, che si basa su elementi diversi da quelli che si vedono nelle trasmissioni».

Quali sono le responsabilità degli avvocati?

«Ormai alcuni avvocati sono diventati i registi delle trasmissioni tv. Per esempio, il giorno dopo un recente noto caso di omicidio a Roma il padre di uno degli accusati è andato in televisione. La deontologia alla base del comportamento degli avvocati dovrebbe imporsi su questi fenomeni. Bisognerebbe seguire e rispettare i principi di riservatezza che sono alla base dell'esercizio delle professione. Andare in televisione a parlare dell'allibi dell'assistito è piuttosto discutibile».

Non è che invece al contrario avvocati o magistrati puntino a questi casi di cronaca nera proprio per avere maggiore visibilità?

«Sicuramente c'è anche questo elemento, ci sono avvocati che patrocinano casi eclatanti in forma gratuita ma in cambio ricevono un grande pubblicità andando in tv».

A livello giornalistico come si dovrebbe affrontare la questione?

«E' una problematica sorta con forza dai tempi del caso di Cogne. Nel 2009 questo fenomeno ha portato i giornalisti delle principali reti televisive a stipulare una convenzione con l'Agcom sulle condotte da mantenere durante le trasmissioni tv che si occupano di processi in corso. Una convenzione nata sotto l'auspicio dell'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e che dovrebbe evitare abusi».

Ma è stato davvero così?

«Forse qualche eccesso si è evitato ma di fondo non molto. Ci sono varie trasmissioni anche nate negli ultimi anni che si occupano di processi in corso. Da Chi l'ha visto a Quarto Grado, dai programmi pomeridiani di Barbara D'Urso e della Rai. La realtà è che il pubblico italiano è molto, forse troppo, interessato a questi casi clamorosi e quindi segue questi programmi con avidità. Il plastico di Vespa è l'emblema di tutto ciò».

Ci sono però trasmissioni che hanno un approccio diverso, come Un giorno in pretura...

«Sì, certo. Un giorno in pretura infatti non fa altro che trasmettere in tv i processi già conclusi e comunque semplicemente lascia la parola a quanto accaduto in aula senza fare supposizioni o altro. Il problema della sovrapposizione è legato invece a quei programmi che corrono paralleli ai processi e possono anche cambiarne l'esito».

In questi giorni si parla molto delle intercettazioni, in particolare sul caso dell'inchiesta di Potenza. Sui giornali sono apparsi anche dialoghi privati e secondo molti non inerenti all'indagine. Secondo lei serve una riforma sul tema?

«Ritengo che la migliore legge sulle intercettazioni ce l'abbiano gli Usa. Lì si impone a chi sta ascoltando la telefonata di fermarsi dopo alcuni minuti se si capisce che non tocca elementi che costituiscono reato. L'Italia credo sia un Paese peculiare e non c'è legge che tenga, nel senso che il 70-80% dei processi si fa con le intercettazioni. Senza intercettazioni in Italia non si farebbero processi».

Il caso Ragusa e la tv che vuole sostituirsi ai tribunali. Pubblicato giovedì, 11 luglio 2019 da Corriere.it. In tema di Giustizia, ancora una volta abbiamo assistito al lungo e duro scontro fra Televisione e Tribunale. «Ha ucciso la moglie e ha distrutto il suo cadavere». Anche per i giudici di Cassazione, Antonio Logli è colpevole. È stato lui ad ammazzare Roberta Ragusa, la madre dei suoi due figli e a occultarne il cadavere mai più ritrovato. L’omicidio sarebbe accaduto dopo un violento litigio perché la donna, che aveva compiuto da poco 45 anni, aveva scoperto una relazione del marito con Sara Calzolaio, un’amica già baby sitter dei figli. La sentenza è stata letta quasi in diretta dallo stuolo di inviati che Gianluigi Nuzzi aveva dispiegato nei «luoghi» che avrebbero dovuto ricostruire la scenografia ideale per l’ultimo round. Quello del Tribunale, non certo quello di Quarto grado (Rete4, mercoledì). L’impressione è che Nuzzi in questi ultimi tempi abbia «lavorato» per la scarcerazione dell’imputato, non credendo, lui e i suoi espertoni, alla colpevolezza di Logli. Tra altri, abbiamo ascoltato i figli della povera signora Ragusa, i quali parlavano della mamma chiamandola Roberta, difendendo da ogni accusa il padre. Abbiamo ascoltato Sara, la baby sitter innamorata che da subito ha preso il posto della signora Ragusa, avendo però la premurosa attenzione di occupare il lato opposto dello stesso letto dove dormiva la donna scomparsa. Il Tribunale ha fatto il suo corso: tre gradi di giudizio. La Televisione andrà avanti all’infinito perché tenere aperti i processi e sì dovere giornalistico ma è anche buona esca per tenere acceso il fuoco dell’audience. E ormai nessuno s’interroga più sulla suggestione di soluzioni alternative a quelle che derivano dall’esame delle prove o sulle distorsioni che questo genere di programmi può generare. Non solo nella sfera emotiva del pubblico ma anche in quella di chi è chiamato a giudicare.

Quei vergognosi tribunali televisivi. Nino Spirlì Lunedì 23 marzo 2015 su Il Giornale. Senza freni, ormai. A tutte le ore. Da tutte le bocche. Anche quelle più peccaminose. Anche le più lucide e ritoccate. O quelle più baffute, pelose, rasate di fresco. I fatti da tribunale sono diventati argomento quotidiano di programmi televisivi di ogni genere. Dall’appoltronato talk show al programmino similmusicale, dall’approfondimento giornalistico al salottino enogastronomico. Ovunque, di striscio o di piatto si parla di fatti di cronaca che diventano “caso nazionale” solo per dare notorietà e lustro a questa o quella conduttrice, questo o quel “nuovo volto televisivo”. E le vite di vittime e carnefici diventano carne squartata e stesa al sole della curiosità altrui. Di un malato voyeurismo italico nato, in tempi di crisi di valori e soldi, nella peggior televisione che si potesse immaginare. C’è chi si rivolge “alle signore”, chi tira la giacchetta ai giovani o ai pensionati annoiati, chi si sente già più magistrato dei magistrati e parla, ogni giorno di più, di “interessanti nuove rivelazioni”, “nuove verità”, “testimonianze esclusive”… Un luna park di stupidità e, spesso, di falsità che, se non danneggiano, quantomeno inquinano il corso delle vere indagini. Quelle che spettano alle Forze dell’Ordine. Alla Magistratura. Come mettere fine a questo scempio? Non lo farà la gente, che, costretta a scegliere fra Pinco e Pallino, uno dei due sceglie. Sono gli editori che devono bloccare interi team di autori senza fantasia, senza alcuna capacità creativa. Sono gli editori che devono pretendere, da chi porta a casa fior di euro senza provare il sudore della miniera, un vero impegno professionale e non un copia e incolla di pagine di cronaca nera dai quotidiani, a cui si somma l’opinione personale, non sempre intelligente, di quella pletora di opinionisti globe-trotter, prezzemolini di ogni tv. Sono gli editori che dovrebbero tornare a quella televisione “alla vecchia maniera” rispettosa delle bugie, del “verosimile”, che tanto bene hanno fatto per decenni alla televisione stessa, ai suoi autori, agli italiani. Fra me e me, per oltre un decennio autore di Forum su Retequattro e Canale 5.

Da Corinaldo a Bibbiano: l'Italia scoperta con la «nera». Leggo Martedì 23 Luglio 2019. Cogne, per l’assassinio del piccolo Samuele. Avetrana, per l’omicidio di Sarah Scazzi. Garlasco, per l’assassinio di Chiara Poggi. Erba per l’uccisione di Raffaella Castagna e del figlio Youssef, della madre Paola Galli e della vicina Valeria Cherubini con il cane. Senza dimenticare Novi Ligure per il duplice omicidio compiuto da Erika e Omar. È anche la cronaca, più spesso la nera, a “fare” la geografia dell’Italia o quantomeno a farla conoscere, portando sotto i riflettori e all’attenzione pubblica luoghi abitualmente lontani dai grandi circuiti che, improvvisamente, vengono – e spesso rimangono – segnati da una tragedia e per quella diventano noti. Procedendo a ritroso si risale a Vermicino, per la straziante morte di Alfredino, a Capocotta per l’assassinio di Wilma Montesi e oltre. È questione di cronaca, appunto, in alcuni casi di storia. Prendendo spunto dal libro “Luoghi comuni. Dal Vajont a Arcore, la geografia che ha cambiato l’Italia” di Pino Corrias, guardiamo all’Italia che, nell’ultimo anno, è stata “rivelata” dalle notizie. 

BIBBIANO. Nel cuore dell'Emilia, il paese dei falsi orchi. Bibbiano è un comune di poco più di 10mila abitanti – 10205 secondo gli ultimi dati - nella provincia di Reggio Emilia, in Emilia-Romagna. Nelle ultime settimane, il comune è divenuto tristemente noto per lo scandalo di affidamenti illeciti di bambini, strappati alle loro famiglie, oggetto dell’inchiesta della magistratura chiamata “Angeli e Demoni”. La notizia è emersa il 27 giugno, le indagini però sono iniziate circa un anno prima. Le ipotesi sono gravissime: manipolazioni di minori e allontanamento in via d’urgenza dalle famiglie anche con accuse, senza prove, di abusi sessuali, false relazioni, rapporto tendenziosi. Indagati assistenti sociali e psicologi.

CORINALDO. Cinque morti in discoteca schiacciati dalla folla. Sono stati cinque ragazzi tra 14 e 16 anni e una mamma che accompagnava la figlia di 11 anni a perdere la vita in una discoteca a Corigliano, lo scorso 8 dicembre, mentre il pubblico attendeva il dj set del trapper Sfera Ebbasta tenutosi nel locale durante la festa di cinque scuole superiori. Circa 120 i feriti, alcuni gravi. Dopo che qualcuno ha spruzzato dello spray urticante in pista, nel locale si è scatenato il panico e le sei vittime sono rimaste schiacciate nella calca mentre tentavano di scappare. Le indagini hanno interessato anche il numero dei biglietti venduti, che sarebbe stato eccessivo rispetto alla capienza delle sale. Corinaldo sfiora i cinquemila abitanti - 4927 – e si trova in provincia di Ancona.

FAVARA. Il giallo di Gessica Lattuca: scomparsa e mai più ritrovata

Favara, abitato più di 32mila persone, si trova nella provincia di Agrigento, con cui forma una conurbazione, in Sicilia. 

A farne parlare in tutto il Paese è la scomparsa di Gessica Lattuca, madre di quattro figli, sparita il 12 agosto 2018. Nel tempo si sono rincorse molte ipotesi, le indagini hanno portato perfino al cimitero, con l’apertura di alcuni loculi, secondo quanto indicato da una testimone, ma tutto si è rivelato vano. Pochi giorni fa, il 12 luglio, la giovane avrebbe compiuto 28 anni. La madre della donna, che si sta occupando dei suoi figli, in quell’occasione ha rinnovato l’appello affinché che chi sa parli: «I suoi figli vogliono sapere la verità, io non mi arrenderò mai». 

MANDURIA. Baby gang tortura e uccide l'anziano senza difese. In provincia di Taranto, in Puglia, Manduria, ex Casalnuovo, ha una popolazione di oltre 31mila abitanti. La sua notorietà è dovuta all’uccisione di Antonio Stano, pensionato sessantaseienne morto il 23 aprile scorso, dopo aver subito ripetute aggressioni e violenze da parte di più gruppi di giovani. In particolare, sono stati otto i ragazzi fermati, sei dei quali minorenni, con le accuse di tortura con l’aggravante della crudeltà, sequestro di persona, violazione di domicilio e danneggiamento. L’uomo che soffriva di disagio psichico, era incapace di reagire. Da quanto emerso nel corso delle indagini, le aggressioni duravano da anni. I giovani attaccavano la vittima, anche introducendosi con la forza in casa sua.

VITTORIA. Simone e Alessio, i cuginetti morti investiti dal suv. Dopo il capoluogo, Vittoria è il comune più popolato del ragusano, in Sicilia, con quasi 65mila - 64072 – abitanti. La località è diventata largamente nota per la morte dei cuginetti Alessio, 11 anni, e Simone, 12, investiti l’11 luglio sotto casa da un Suv guidato da un trentasettenne pregiudicato che, al momento dell’incidente, era ubriaco e aveva fatto uso di cocaina. Il piccolo Alessio è arrivato in ospedale già morto. Simone è stato ricoverato in condizioni apparse da subito gravissime. Gli sono state amputate le gambe, ma nulla è valso a salvargli la vita. I due ragazzini stavano giocando con il cellulare, seduti sui gradini di casa, sicuri di non correre pericoli.

·         Giornali e Tv Spazzatura.

Vittorio e Vittorio contro tutti, ma alla fine Feltri se ne va. Scontro epico tra Vittorio Feltri, Vittorio Sgarbi e cinque tremende "sfere" tutte di donne. Gli animi si scaldano a tal punto che Vittorio Feltri si stacca il microfono ed esce dalla trasmissione. Roberta Damiata, Martedì 19/11/2019, su Il Giornale. Era stato promesso spettacolo, e spettacolo c’è stato, perché il cinque contro tutti di “Live Non è la d’Urso”, rimarrà per molto tempo come una delle pagine più indimenticabili della tv. Ospiti in studio per essere attaccati dai cinque “sferati” Vittorio Feltri e Vittorio Sgarbi, due personaggi a cui basta poco per far saltare la mosca al naso. E non c’è stato bisogno di molto , in effetti, affinché questo succedesse, perchè a “giudicarli” sono state cinque agguerritissime donne. Si inizia da Feltri, e dalle prime due sfere rosse. C’è Alda De Usanio che ripetendo le irripetibili parolacce che spesso escono dalla sua bocca gli chiede se si rende conto che proprio per questo sta diventando uno dei personaggi più amati dai giovani che sui social si divertono a commentare le sue battute. “Io non me ne sono accorto, il più delle volte mi irrito perchè vengo irritato, poi invecchiando ho perso i freni inibitori e qualsiasi scemenza mi viene in testa la dico, anche se sono solitamente delle cazzate”. Ma non è qui che si scatena il putiferio, piuttosto con l’intervento di Vladimir Luxuria che gli animi si riscaldano. “Mi sta molto simpatico Feltri, anche perché forse non si sa ma qualche anno fa ha anche preso la tessera dell’arcigay. E’ a favore dei matrimoni tra gay ma io le dico che Frocioo o Ricchione sono battute che possono suscitare applausi ma in realtà sono insulti, non sottovaluti il peso delle sue parole che sentite dai più giovani possono portare al bullismo. Certe battute possono anche uccidere”. Per niente perturbato Feltri risponde che non si deve fare la guerra al vocabolario e questi termini sono nel linguaggio colloquiale. Vladimir per non ci sta, tanto che comincia a parlargli sopra tanto da farlo irritare per bene: “Lei è una maleducata, io dico quello che cazzo mi pare, e nessuno mi deve rompere i coglioni. Interviene quindi Sgarbi, ma come succede spesso, la toppa è molto meglio della pezza, Sgarbi si mette ad elogiare Luxuria dicendo che le è davvero molto simpatica e ricorda un episodio di quando travestita l’aveva incontrata a prostituirsi sulla strada, episodio che , secondo lui Luxuria avrebbe anche raccontato in un’intervista ad un quotidiano. Gelo in studio e Luxuria prima incredula poi visibilmente infastidita cerca di chiarire la situazione e ricorda di quando negli anni ’90 mentre tornava a casa Sgarbi si fermò con la macchina, dove c’era anche l’allora fidanzata Elenoire Casalegno, anche lei presente in studio e insieme fecero un bellissimo giro per Roma di notte ma non si stava prostituendo. “Non mi riferisco a quello -insiste Sgarbi - ma all’intervista che hai rilasciato ad un quotidiano e ti ho visto io per la strada che ti prostituivi. o ho avuto sempre grande rispetto per te - le dice poi- io amo i travestiti, non mi rompere il cazzo! Prendiamo l'articolo del Corriere che è un documento, tu l'hai detto non me lo sono inventato”. Vladimir diventa una furia: “Date una camomilla a Vittorio Sgarbi - ribatte Luxuria - Una persona come me deve avere il diritto di camminare per strada e non essere scambiata per prostituta. Del passato mio ne parlo io, tu che diritto hai di parlare di me”.“Ti vergogni del passato? - le urla Sgarbi - di quello che sei stato? Non eri un uomo? Vabbè... Sei una donna, non hai il c***o e sei una santa. Dai, ho visto un’altra! Non eri tu, non ti conosco!”.

Gli animi non si placano neanche quando interviene candidamente Veronica Maya che con grande pacatezza fa capire a Vittorio Feltri che questo modo aggressivo di comunicare non piace a tutti: “Mi sta dicendo che sono un coglione?” Veronica lo interrompe per replicare quando Feltri va su tutte le furie, “Ma stai zitta, perché devi rompere i cogl***, Mi sono rotto le palle a sentire delle galline che mi interrompono. Me ne vado basta, ma sono sceme, ma dove le hai trovate queste galline?” dice alla D’Urso mentre si toglie il microfono. E mentre Barbara cerca di trattenerlo, lui va via di scena con una delle sue perle: “Ma dove cazzo sta l’uscita?”.

Vittorio Feltri a Live-Non è la D'Urso contro Veronica Maya: "Zitta gallina, me ne vado". Libero Quotidiano il 19 Novembre 2019. A Live-Non è la D'Urso, Vittorio Feltri risponde al fuoco alle domande delle cosiddette "sferate". Al fianco di Vittorio Sgarbi nello studio di Barbara D'Urso, il direttore sotto assedio, reagisce ai semi-deliri di Vladimir Luxuria, Veronica Maya e Alda D'Eusanio (sostanziale scena muta per la nazi-vegana Daniela Martani e per Elenoire Casalegno, la quale non si è prestata più di troppo al teatrino). Si parlava di Lilli Gruber e degli insulti che aveva rivolto a Feltri, e il direttore di Libero è tornato sul punto affermando: "La Gruber è una ignorante, l'andropausa non è una malattia". Ma a quel punto Veronica Maya lo ha interrotto. Scatenato il direttore: "Ma stai zitta, perché devi rompere i coglioni". Dunque Feltri riprende. Risultato? Interrotto ancora. A quel punto il direttore si alza e alza anche la voce: "Mi sono rotto le palle a sentire delle galline che mi interrompono. Me ne vado basta, ma sono sceme", ha tagliato corto. Ma la Maya alza il ditino: "Lei sta facendo una brutta figura". Strepitoso Feltri: "Sei una gallina, ma ti rendi conto?". A quel punto rompe il silenzio Daniela Martani, la quale regala ridicole perle come: "Si è fatto lo spritz come Taylor Mega?". Troppo, per Vittorio Feltri, che dopo aver apostrofato con il termine "coglioni" il tris di "galline" si è sfilato il microfono, ha salutato con un bacio Barbara D'Urso e ha lasciato la trasmissione. Per inciso, in precedenza, durissimo anche lo scontro con Luxuria e la D'Eusani.

Vittorio Feltri dopo Live-Non è la D'Urso contro Luxuria e D'Eusanio: "Pollaio, povere cretine". Libero Quotidiano il 19 Novembre 2019. Una clamorosa rissa in tv, quella che ha visto contrapposto Vittorio Feltri a Veronica Maya, Vladimir Luxuria, Alda D'Eusanio e Daniela Martani a Live-Non è l'Arena, il programma in prima time di Barbara D'Urso su Canale 5. Il direttore di Libero è stato messo sotto assedio da quelle che ha definito "galline", assedio risibile, tanto che poco dopo si è alzato, ha sbottato, le ha apostrofate e dopo aver salutato Carmelita se ne è andato. Ma proprio come dopo Non è l'Arena, Vittorio Feltri è tornato sullo scontro avvenuto in tv su Twitter. Il cinguettio è stato corrosivo: "Il programma della D'Urso - ha scritto il direttore - stasera è stato fenomenale, una riedizione tardiva del manicomio e di un pollaio meraviglioso pieno di cretine". Cala il sipario...

Anna Montesano per ilsussidiario.net il 19 novembre 2019. Serata al cardiopalma per il pubblico di Live Non è la d’Urso che ormai vive di liti e di scontri. Come è possibile fare un po’ di discussioni se non mettendo insieme Vittorio Feltri, Vittorio Sgarbi e cinque sedicenti vip seduti nelle sfere pronte a  tutto per farsi notare? Barbara d’Urso lo sa bene ma poi deve anche andare incontro a quella che sono le conseguenze del suo modo di mettere in piedi i programmi come l’addio di Vittorio Feltri che esce dallo studio inviperito. Come se questo non bastasse, il direttore è poi tornato sui social per chiarire la sua posizione e, soprattutto, accusare ancora coloro che erano presenti al dibattito ieri sera. In particolare, Vittorio Feltri su Twitter ha scritto: “Il programma della D’Urso stasera è stata fenomenale, una riedizione tardiva del manicomio e di un pollaio meraviglioso pieno di cretine”. Tornerà ancora nei programmi della d’Urso oppure no? Lo scopriremo solo alla prossima messa in onda, quello che è certo è che quando c’è Vittorio Feltri in mezzo gli ascolti al top sono garantiti. (Hedda Hopper)

Vittorio Feltri sbotta e va via. Vittorio Feltri ha dato letteralmente di matto durante il momento “uno contro tutti” a Live Non è lo D’Urso. Il giornalista e direttore di Libero, impegnato a rispondere alle domande degli sferati, ha cercato di rispondere alla polemica legata a Lilli Gruber dicendo: “è una ignorante, l’andropausa non è una malattia” ma lo interrompe Veronica Maya, una delle cinque sferate. A quel punto Feltri sbotta dicendole: “ma stai zitta, perchè devi rompere i coglioni?” e poi cerca di riprendere il discorso dicendo “l’andropausa non è una malattia…” ma viene nuovamente interrotto. Feltri alla seconda interruzione si alza in piedi e alza la voce: “mi sono rotto le palle a sentire delle galline che mi interrompono. Me ne vado basta, ma sono sceme” dice rivolgendosi alle cinque donne nascoste nelle sfere. Veronica Maya ribatte al giornalista: “Lei sta facendo una brutta figura”, ma Feltri risponde a tono: “sei una gallina, ma ti rendi conto?”. Anche Daniela Martani prende la parola contro Feltri: “si è fatto lo spritz come la Mega?”. (aggiornamento di Emanuele Ambrosio)

Vittorio Feltri contro Luxuria: “frocio non è un’offesa”. Vittorio Feltri nel momento “Uno contro tutti” a Live Non è la D’Urso si ritrova a rispondere alle domanda dei cinque sferati. Tra questi c’è anche Vladimir Luxuria che lancia una vera e propria bomba: “i termini frocio, ricchione, culattone sono delle battute che possono anche strappare delle risate, ma è un insulto e non se la può cavare perchè la parola gay è un termine inglese”. Non solo la Luxuria sul finale dà del cafone al giornalista e direttore di Libero che si difende dicendo: “la cafona è lei, io uso il linguaggio che voglio, che è quello popolare se a lei non piace non me ne frega niente. Pretendo che non si faccia la guerra al dizionario, tutti i termini che io uso sono contenuti nei migliori dizionari della lingua italiana”. La Luxuria però non ci sta e difende il suo punto di vista: “deve smettere di usare questo linguaggio perchè ci sono anche dei ragazzi che si sono suicidati per queste parole” con la D’Eusanio che sottolinea a voce alta “le parole hanno un peso e sapete che il significato delle parole”. (aggiornamento di Emanuele Ambrosio)

Vittorio Feltri: “Dico quello che penso, di solito anche delle cazzate…” Vittorio Feltri è ospite con Vittorio Sgarbi del momento “uno contro tutti” a Live Non è la D’Urso. Il giornalista e direttore di Libero si confronta con la prima sfera occupata da Alda D’Eusanio. “Sono la prima palla dottor Feltri” – dice la D’Eusanio che procede dicendo –  “tutti i figli delle mie amiche impazziscono per lei, tutti sono in rete a ridere con le sue battute. Lei è diventato icona dei giovani, allora mi chiedo i giovani ridano di lei o con lei?”. Feltri allora replica: “non mi sono mai accorto di essere seguito dai giovani e dai vecchi. Io faccio una vita solitaria, sto sempre nel mio giornale e qualche volta purtroppo accetto inviti televisivi e il più delle volte sono irritato perchè il conduttore mi fa una domanda. Non riesco neppure a cominciare a rispondere che quei coglioni che ci stanno nello studio mi interrompono ed io mi irrito. Dico quello che penso, di solito penso delle cazzate…” (aggiornamento di Emanuele Ambrosio)

Dai “ceffoni” a Greta Thunberg alla “menopausa” di Lilli Gruber. Si prospetta una puntata di Live non è la D’Urso parecchio accesa. Per lo scontro con le 5 sfere, Barbara D’Urso ha infatti scelto due protagonisti sicuramente noti per le polemiche e le liti che spesso scatenano sia sul piccolo schermo che sul web. Ultimamente Vittorio Feltri ha fatto parlare di sé per alcuni attacchi mirati in particolare a Lilli Gruber – spesso protagonista di pungenti frecciatine – ma anche alla giovane attivista Greta Thunberg. In un’intervista per Le Fonti Tv, Feltri si è scagliato duro contro la Gruber in primis: “Libero ha pubblicato un articolo su Lilli Gruber scritto da una donna, Costanza Cavalli. – ha esordito – Siccome la Gruber sa parlare ma non sa leggere ha pensato che lo avessi scritto io, nonostante ci fosse una firma corpo 14, quindi o è cieca o non capisce quello che legge.”

Vittorio Feltri contro Lilli Gruber: “Ho risposto in modo sessista ma…” L’attacco di Vittorio Feltri alla Gruber non si ferma qui. Ricordando la dura replica della conduttrice e giornalista, Feltri infatti aggiunge: “”Lei mi ha attaccato in modo sessista dicendo che sono in andropausa grave, ignorando che l’andropausa non è una patologia ma un fatto naturale che vivono tutti quelli che hanno la fortuna di invecchiare perchè l’unico modo per non invecchiare è morire giovani e io questa scelta non l’ho fatta.” Così prosegue “E le donne, dal canto loro, hanno la menopausa. Ma siccome lei è in menopausa da 20 anni non può dare a me del malato di andropausa. Io ho risposto in modo sessista ma è stata lei a offendere me immotivatamente visto che non ero io l’autore dell’articolo”.

Vittorio Feltri: “Greta Thunberg? Le darei un paio di ceffoni”. Nella sua lunga intervista, Vittorio Feltri non risparmia la giovane attivista Greta Thunberg, sulla quale tuona: “Se avessi una figlia come Greta un paio di ceffoni glieli darei per rimandarla a scuola perchè lei non va a scuola e chi non va a scuola non può arrogarsi il diritto di fare la professoressina.” E non manca un cenno ad un altro tema caldo come quello della scorta a Liliana Segre: “Spiace moltissimo che una signora di 90 anni come Liliana Segre, che ha subito quello che ha subito, venga insultata. Però non è vero che sono 200 insulti al giorno ma semmai 200 all’anno, quindi non mi sembra una manifestazione così grave.”

Giada Oricchio per iltempo.it il 19 novembre 2019. A “Live Non è la D’Urso”, umiliante faccia a faccia tra Vladimir Luxuria e Vittorio Sgarbi. L’ex parlamentare è in una delle cinque sfere e vuole chiarire di non aver mai battuto il marciapiede come ha detto Sgarbi in un’altra puntata del talk serale di Canale 5. Gli ricorda che si sono conosciuti una notte di ritorno da una festa e in macchina con lui c’era anche l’allora fidanzata Elenoire Casalegno. Ma il critico d’arte ha ribattuto ammutolendo Luxuria fino a farla quasi piangere. Il tutto tra le risate generali e senza che nessuno intervenisse in maniera decisa. “Ho detto la verità, la notizia era sul Corriere della Sera” ha affermato Sgarbi dopo aver visto la clip di quella dichiarazione. Vladimir Luxuria si è difesa: “Mi sono chiesta perché, non c’entrava niente con l’argomento, poi mi sono ricordata. Mi sa che tu perdi pezzi per strada” e Sgarbi si è alterato: “No, ho una memoria perfetta, non contestare la verità, è in un’intervista al Corriere”. “No, erano gli anni ’90, ero sul ponte Casilino e tornavo a casa, si è fermata questa macchina, qualcuno abbassa il finestrino ed è Sgarbi. Ero felice perché lo stimo, mi ha invitato a salire in macchina e con lui c’era anche Eleonoire”. Ma il confronto si accende perché lo scrittore urla: “Lo eri una prostituta, lo eri, se ero ti vergogni… io sono un puttaniere? Sì. Sentiamo il Corriere. Sono due sere diverse. Non ho detto che batti, ma che battevi, passato”, l’opinionista prova a spiegare che vuole essere libera di camminare come le pare e avverte: “Se dovessi dire tutte le cose che so, faremmo una trasmissione di quattro ore”. E qui la situazione sfugge completamente di mano con Vittorio Sgarbi che sbraita e ripete: “Vuoi dire che non ti sei mai prostituita? Rispondi”. “Io di un mio periodo difficile in cui un uomo mi ha pagata, ne ho parlato io perché sono una persona trasparente, dico sempre la verità, ma non c’entra niente con la sera con cui ci siamo conosciuti” ha sottolineato Vladimir quasi in lacrime. E Sgarbi sempre più alterato: “Era l’ ’89, eri un uomo e ti travestivi da donna, ma hai paura del passato, sei stato un uomo o no? Mi devo vergognare io per te? Abbi il coraggio di essere quello che sei. Non mentire ce l’hai il ca**o  o no? Ce l’hai o no? Sei un uomo o no? Sei una donna? Perché devi rompere i coglioni a me? Non rompere il ca**o a me. Imbecille, vuoi litigare per forza? Prendiamo l’articolo del Corriere. Lo eri e lo sai benissimo”. Risate e applausi dello studio davanti alla continua mortificazione di Vladimir: “Ma tu che diritto hai di parlare della mia vita?! Non c’entra nulla con la sera che ci siamo conosciuti”. Fino alla veemente chiosa finale: “Allora sei una donna, non hai il ca**o e sei una santa, mi sono sbagliato, ho visto un’altra. Barbara, tu che sei una grande giornalista recupera l’intervista. Vuole fare la santa quando di professione faceva la puttana, vaffancuo”. Ma se il pubblico in studio ha trovato tutto molto divertente, quello a casa ha avuto la reazione contraria. Un’ondata di indignazione si è riversata sui social per il trattamento degradante riservato a Vladimir Luxuria, che ha ricevuto anche più mi piace del “Live Sentiment”. Una riabilitazione che l’ha commossa: “Grazie, grazie davvero, questa volta sono proprio contenta, sono felice”.

Dagospia il 20 novembre 2019. Da I Lunatici Radio2 raiplayradio.it/programmi/ilunatici. Vladimir Luxuria è intervenuta ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format "I Lunatici", condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta dal venerdì dalla mezzanotte e trenta alle sei del mattino.  Luxuria si è raccontata a trecentosessanta gradi: "Sono nata due volte. La prima, a Foggia, il 24 giugno del 1965. Poi sono rinata intorno ai quindici anni, quando davanti a un bivio ho scelto di non mentire a me stessa e agli altri, ma di espormi, di fare dei cambiamenti, di tirare fuori quello che sentivo dentro. Ho preferito percorrere questa strada, tortuosa, in salita, rispetto a quello dell'ipocrisia. Ma penso di aver scelto la strada giusta. A volte ci sono delle false serenità, delle false felicità, ma quando nascondi una cosa così importante finisci per mentire sempre a te stesso e agli altri. Non avevo modelli di riferimento. C'era una tale mancanza di modelli di riferimento che alla fine ho deciso io di diventarlo. Non si parlava di certe cose, era un argomento tabù. Sembrava che quelle come me dovessero essere per forza sfigate, border line. Pensare che sarei diventata una parlamentare, anche se per poco, sembrava un film di fantascienza. Il rapporto con i miei genitori? Non hanno mai smesso di amarmi, anche se abbiamo avuto dei litigi. Non era facile anni fa accettare così dall'oggi al domani la mia transessualità. Ho avuto un periodo più che di litigi proprio di gelo. Poi per fortuna ci siamo riavvicinati, oggi ho un ottimo rapporto con loro". Sul momento più difficile e quello più felice della sua vita: "Il momento più difficile fu quando persi un amico carissimo. Eravamo partiti per una vacanza insieme. Lui ha avuto una meningite fulminante, eravamo all'estero, ho dovuto gestire tutto tra ospedale, corse. E soprattutto ho dovuto informare i genitori. Sentire l'urlo di una madre quando devi comunicarle che suo figlio è grave in ospedale è una cosa che non si dimentica. E' stato traumatico. Il giorno per me più emozionante è stato quando mi sono laureata con 110 e lode. Vedere lo sguardo dei miei genitori orgogliosi fu bellissimo. E poi quando sono entrata per la prima volta in Parlamento. Sentivo di portare insieme a me tante persone, che mi chiedevano di portare una voce, di dare loro una voce, di portare persino in quel luogo così angusto anche le istanze di chi è sempre stato considerato ultimo". Sulla sua battaglia contro lo spaccio nel quartiere in cui vive a Roma, il Pigneto: "Oggi la droga la trovi dappertutto, lì il problema non era solo legato allo spaccio che vedevi in qualsiasi ora del giorno. Nascevano delle contese anche tra diverse organizzazioni, era diventato pericoloso, vedevi questi che spaccavano le bottiglie e si scannavano anche in mezzo alla strada. Io scesi da casa e li affrontai. Alcuni mi minacciarono di morte, altri mi chiesero di inserirli nel mondo della televisione. Oggi la situazione è più tranquilla". Sulla sua vita privata e il gossip che la vorrebbe da poco nuovamente fidanzata: "E' giusto rispettare anche l'altra persona. Non è detto che se tu sei un personaggio pubblico la persona che ti vuole bene, che stai frequentando e che stai conoscendo, debba diventare anch'essa nota. Tengo protetta per questo la mia sfera sentimentale".

Dall’account Instagram di Alberto Dandolo il 19 novembre 2019. Se permettete, per esperienza diretta, so esattamente cosa significa essere omosessuale (termine clinico che non amo a che non uso quasi mai). Condizione della quale non sono orgoglioso, ovviamente. Cosiccome un etero non credo sia orgoglioso di essere etero. Semmai sono orgoglioso di altro, per esempio di sforzarmi ad essere una persona perbene. Io non provo alcun risentimento e non mi sento minimamente offeso se mi chiamano ricchione, frocio e via dicendo. Non mi sono mai sentito vittima di una parola o di un altrui giudizio.  Mi offendo quando non vengo rispettato come essere cogitante, quando vengono calpestate le mie idee, quando vengono feriti i miei valori. Non certo quando al mio interlocutore  fa un po' specie comprendere che io possa provare godimento con una penetrazione in un organo per sua natura è espulsivo più che inclusivo.  Rivendico quindi la libertà di non accettare, compreso il sacrosanto dovere di accettare di non essere accettato. Quante stronzate sto leggendo in queste ore! E comunque, come ha dichiarato il grandissimo Paolo Isotta, "chiamatemi semmai ricchione! Gay è una parola pezzente. Gay è una caricatura. Peggio, è un eufemismo: Un eufemismo piccolo- borghese da mezzacalzetta". Il termine più consono a una natura curiosa di altre navigazioni, sia essa vela o vapore, è "ricchione". Ecco, già s'odono fulmine e tuono... "

Se l’intrattenimento diventa lo specchio fedele del Paese. Pubblicato martedì, 12 novembre 2019 su Corriere.it da Aldo Grasso. Commettiamo l’errore di definire spazzatura, trash, questa tv. Capita raramente che un programma tv muova pesanti accuse a un altro programma. È successo anche questo. Domenica sera, a «Non è l’Arena» su La7, Massimo Giletti ha criticato Barbara d’Urso per aver ospitato nel suo studio di «Live - Non è la d’Urso» (Canale 5, lunedì) il cantante neomelodico Tony Colombo e la consorte Tina Rispoli, saliti alla ribalta per i presunti contatti con la malavita organizzata napoletana. Da alcune settimane, il sito di «Fanpage» propone un’interessante inchiesta su «Camorra Entertainment» dove i novelli sposi fanno la loro parte. La d’Urso non è nuova a polemiche per la disinvoltura con cui sceglie i suoi ospiti: Asia Argento e il giovane Jimmy Bennett, Pamela Prati e il fantomatico Mark Caltagirone, Adriano Panzironi, l’imprenditore che promette diete e anni di vita. L’altra sera ha scatenato un putiferio con la storia delle suore incinte (un suo cavallo di battaglia). Ancora una vota il «salotto» si è trasformato in un cortile starnazzante: il giornalista Carmelo Abbate ha accusato la Chiesa di ogni nefandezza scatenando la reazione di Paolo Brosio e gli interventi di Flavia Vento, Serena Grandi, Manuela Villa, Suor Paola, Vladimir Luxuria e altri espertoni. È intervenuto persino Vittorio Sgarbi per ammonire la conduttrice: «Stai mettendo in scena lo sputtanamento della Chiesa». La d’Urso ha tenuto a precisare che va in chiesa e recita il rosario, se no chissà. Attraverso i talk, la tv ha perso i freni inibitori e mai come ora è specchio fedele del Paese. L’errore che commettiamo è quello di definire spazzatura, trash, questa tv. Forse dovremmo ammettere che è il nostro Paese a essere diventato trash, siamo noi trash. Quanti nostri parlamentari avrebbero potuto essere al posto di Brosio o della Vento o di Abbate! Si sarebbero espressi esattamente come loro, avrebbero visto nella d’Urso un faro, forti della loro capacità di inscenare solo sommari di decomposizione.

Massimo Falcioni per tvblog.it del 22 giugno 2019. Massimo Giletti torna a pungere Barbara D’Urso. “Io faccio fatica a vedere l’esaltazione del nulla, a creare la morbosità sul nulla e a creare modelli di un certo tipo”, afferma il conduttore a Belve. “Credo che ci sia una riflessione che chi sta dalla nostra parte deve porsi nel momento in cui fa un certo tipo di tv” prosegue il padrone di casa di Non è l’Arena, che però allo stesso tempo riconosce i meriti della rivale, soprattutto in termini di ascolto. “Ho grande rispetto perché fa grande televisione in numeri. Altro è porsi la domanda: che tipo di tv faccio? La D’Urso è bravissima a gestire questo tipo di tipo di televisione, poi ognuno nella vita fa quello che sente”. I riferimenti di Giletti sono chiari e hanno un nome e un cognome: Mark Caltagirone. Sulla vicenda del marito immaginario di Pamela Prati il volto di Canale 5 ha incentrato ore ed ore dei suoi programmi, creando una sorta di telenovela infinita fondata sul coinvolgimento di personaggi collaterali. E così, quando Francesca Fagnani gli chiede se fosse vera la voce di un ipotetico veto della D’Urso su un suo arrivo a Mediaset, Giletti non si trattiene: “Non credo che avrei disturbato i Mark Caltagirone. Faccio un altro tipo di televisione. Però ciascuno ha il suo territorio e pensa di tenerlo tutto per sé. Questa voce vola, si sente, ma non me l’hanno mai spiegato. La D’Urso me lo dirà, se vorrà [...] Se un numero uno come Piersilvio Berlusconi si fa dettare i temi dalla D’Urso è finita. E’ come se la Juventus si facesse dettare l’allenatore da Ronaldo, che società è? Sarebbe triste, se lo fosse sarebbe triste”.

DAGONEWS il 14 Novembre 2019. C’eravamo tanto amati. Come sembra lontano quel 7 Maggio 2017. Barbara D’Urso festeggiava i suoi primi 60 anni. Ricoperta di paillettes, si faceva fotografare abbracciata a Massimo Giletti. Lui, allora conduttore a doppia cifra di share su Rai1, era volato a Milano da Roma apposta per la sua amica del cuore. Rivali in tv il pomeriggio, la sera erano insieme a ballare sulle note di Marcella Bella. Massimo una camicia fucsia e una vistosissima giacca in velluto viola. Viola, un colore che in tv fa presagire "guai". Oggi Barbara e Massimo non si parlano più. Domenica dopo domenica gli attacchi di Giletti all’ex amica si fanno sempre più violenti, con tanto di esercito di opinionisti assoldati con l’unico obiettivo di distruggere i suoi programmi. Roba mai vista in tv, dove il competitor del canale avversario comunque si rispetta, come scrive oggi Aldo Grasso. Ma cosa è successo? Perché tanto livore? Bisogna riavvolgere il filo della storia al fatidico 2017. Il Massimo-furioso tra mille polemiche lascia la Rai dopo aver sentito puzza di epurazione per mano del renziano Orfeo, giusto due mesi dopo quella bella festa di compleanno. Approda alla corte di Cairo su La7. Lo share stellare finisce nel cassetto, ma il conto in banca certo ne guadagna. 12 mesi dopo, siamo nell’estate 2018, Urbano non ne sa nulla, ma Giletti, abbronzato il giusto, si presenta a metà luglio a Cologno Monzese. Lo aspettano al settimo piano di viale Europa 48. Tratta per lui e per la sua squadra di autori pronti tutti a trasferirsi all’ombra della torre Mediaset. Contratto di tre anni, cifra milionaria. Massimo è pronto a dire addio a La7 per un programma di prima serata e un altro la domenica pomeriggio su Canale 5. La trattativa è già nero su bianco. Mancano le ultime firme e mancano soprattutto i sondaggi marketing . Quando arrivano quest'ultimi lo stupore è tanto in Viale Europa. Ancor più preoccupati sono quelli nei palazzi di Milano 2, che fanno firmare i contratti che contano davvero a Mediaset: quelli della pubblicità. Le ricerche di mercato non sono così esaltanti su Giletti: “Non è omogeneo al prodotto offerto dal Biscione”. Il matrimonio sfuma. Sfuma il contratto milionario. La rabbia è tanta. Ovviamente , l’amica diventa il nemico numero uno. E così, quando Francesca Fagnani gli chiede se fosse vera la voce di un ipotetico veto della D’Urso su un suo arrivo a Mediaset, Giletti non si trattiene: “Non credo che avrei disturbato i Mark Caltagirone. Faccio un altro tipo di televisione. Però ciascuno ha il suo territorio e pensa di tenerlo tutto per sé. Questa voce vola, si sente, ma non me l’hanno mai spiegato. La D’Urso me lo dirà, se vorrà [...] Se un numero uno come Piersilvio Berlusconi si fa dettare i temi dalla D’Urso è finita. E’ come se la Juventus si facesse dettare l’allenatore da Ronaldo, che società è? Sarebbe triste, se lo fosse sarebbe triste”. In quei mesi Giletti arma le sue scalette di servizi ed inchieste che non fanno piacere al gruppo editoriale di Cologno. Ogni volta che si parla della morte della modella tunisina Imane Fadil si sottintende che dietro ci devono essere le notti di Arcore. Sarà mica Silvio - sostiene nel talk e nei servizi - che ha ordinato di avvelenarla? Puntata dopo puntata i toni si alzano: avranno usato il plutonio? Avranno assoldato sicari provenienti dall’est? Una, due, tre, quattro settimane. La notizia scompare dai giornali dopo le prime indiscrezioni: si tratterebbe di una rara malattia. Poi la conferma: Imane è morta per cause naturali. Fabrizio Corona fa ascolto dalla D’Urso? Giletti lo ingaggia per esclusive che non faranno bene a Fabrizio nel suo rapporto coi magistrati di sorveglianza, anzi: le gite al bosco di Rogoredo, per uno che sarebbe in prova per sfuggire alla droga, sono una delle cause del ritorno dietro le sbarre. Arriviamo al caso Prati-Caltagirone, scovato da Dagospia, cavalcato nei programmi della D’Urso. E Giletti, dopo l'estate, tratta con Pamelona un contratto d'oro per tornare sul tema, stavolta con piglio più giornalistico (dice lui). Ma il caso non decolla come un tempo. E’ la volta di Tina e Tony COLOMBO. A maggio lui, cantante neomelodico lanciato da Milly Carlucci a Ballando nel 2014, aveva sposato Tina Rispoli, un cognome pesante per chi conosce le storie di Camorra. Lei è vedova di Gaetano Marino ucciso per una faida tra clan. Il loro matrimonio blocca Napoli e fa scrivere fiumi di parole a bravi editoralisti. Occupa pagine e pagine dei settimanali, ma l’esclusiva è della D’Urso. “Matrimoni trash, bisogna vietarli?” tutti se lo chiedono, tutti ne parlano. Mediaset dice di non aver versato un solo euro per l’esclusiva. Alla coppia del momento viene pagato giusto il trasferimento Napoli-Cologno. Passano i mesi. Giletti dopo la Prati sta cercando un altro fronte per la sua personalissima guerra. L’idea gliela offre su un piatto d’argento Fanpage . I servizi- inchiesta Camorra-Entertaiment del direttore Francesco Piccinini hanno nel mirino la tv e la ribalta che viene data a fenomeni che affondano le radici nello strato meno limpido della cultura sociale partenopea. Giletti li mette nella scaletta del suo programma. Non importa che l’agente di Tony Colombo, sospettato di camorra, sia stato in affari con l’ex inviato del suo show Fabrizio Corona. Nel mirino ci sono la tv e Barbara D’Urso, colpevole di aver dato spazio a quella coppia di presunti delinquenti che tutti però volevano nei loro palinsesti. Tre domeniche a non parlar d’altro in un crescendo di accuse e frecciate velenosissime. “Mediaset fa depistaggio sociale. Chiudiamo quei programmi ” tuona Bocca, “Il proprietario di quel gruppo editoriale sa come si tratta con la mafia” rincara Peter Gomez . La sua crociata contro Mediaset e la D’Urso non eccita così tanto il pubblico, ma il bravo conduttore non demorde. Ha già annunciato che domenica prossima avrà altre rivelazioni…

Giuseppe Candela per ilfattoquotidiano.it. Una troupe del suo programma è stata aggredita ieri a Napoli mentre cercava di intervistare il cantante Tony Colombo. Cosa è successo?

“Quando vai sulle tracce di qualcosa che si cerca di non raccontare, il rischio che qualcuno si inquieti c’è. La troupe ha avuto un po’ di difficoltà ma non ne farei un caso. Chi va avanti sa che è complicato.”

L’aggiornamento, l’ennesimo, di un caso che sta catalizzando l’attenzione dei media. Il matrimonio tra il cantante di origine siciliana e Tina Rispoli, vedova del boss Gaetano Marino, è finito al centro della scena dopo le numerose ospitate nei contenitori di Barbara D’Urso. I rapporti tra la musica neomelodica e la malavita organizzata sono, invece, al centro dell’inchiesta di Fanpage, Camorra Entertainment, e della trasmissione Non è l’Arena condotta da Massimo Giletti.

Cosa l’ha colpita di più in questa storia?

“Mi ha sorpreso l’uso che ne ha fatto il piccolo schermo. La distorsione della realtà che passa attraverso l’uso forzato del mezzo televisivo.”

Il legame tra camorra e la musica neomelodica non è però una novità degli ultimi giorni.

“Le rispondo con una domanda: chi era Tony Colombo prima di andare in televisione? Nel momento in cui gli dai spazio non puoi non renderti conto dell’effetto della continuità della presenza di chi non deve stare in televisione e non deve diventare personaggio.”

Rispoli e Colombo possono essere messi sullo stesso piano?

“Sono storie diverse. Lui fa il cantante neomelodico e la storia racconta che a Napoli, soprattutto i giovani cantanti, sono ‘costretti’ ad andare a cantare senza chiedere la carta d’identità a chi li invita. Tina Rispoli è una vedova di camorra, è una che sa cosa fa, sa chi sono i suoi familiari, sa chi era suo marito. Quando tu accetti di far dire alla Rispoli ‘siete voi che dite che sono legata alla camorra’ non va bene, sono i fatti che parlano di una situazione che stride con la descrizione che fa Barbara (D’Urso, ndr) della principessa con la coroncina. La distorsione della realtà passa attraverso anche tutto questo e noi non possiamo accettarlo.”

La D’Urso ha concesso il diritto di replica, seppur con Veronica Maya e Alessandra Mussolini a fare da contraddittorio, perché sotto testata giornalistica.

“Mi chiedo ma siamo sicuri che sia sotto testata giornalistica? Quel modo di fare televisione si può nascondere dietro la dicitura testata giornalistica? Davvero essere giornalisti vuol dire avere un patentino o una sigla? Se è così io qualche domanda inizio a pormela perché per me essere giornalisti è tutt’altra cosa.”

“Per l’esclusiva di Barbara mi hanno dato un botto di soldi per venire al matrimonio”, ha dichiarato Colombo parlando delle ospitate dalla D’Urso. Parole che non sono mai state smentite ma nemmeno confermate da Mediaset. Fosse vero la considererebbe una cosa grave?

“Ognuno sceglie di spendere i soldi nei propri programmi come meglio crede. Io nella mia vita ho sempre risposto alla mia coscienza e al mio direttore. Il punto non è se e quanto hanno pagato, il punto è che non si può far finta di non sapere cosa si racconta in televisione. Se racconti il matrimonio devi sapere cosa si nasconde dietro il matrimonio. Le sembra normale che a Napoli, al Maschio Angioino, quel giorno doveva tenersi un incontro delle vittime di camorra e sono dovuti andare da un’altra parte? Questo mi amareggia.”

Colombo aveva partecipato a Ballando con le Stelle nel 2014, quando però non era fidanzato con Tina Rispoli. Nel 2010 la figlia della Rispoli e del boss Marino partecipò al programma “Canzoni e Sfide” su Ra2, nel 2016 l’altro figlio Nicola fece la comparsa in Gomorra su Sky. Allargando il discorso, a giugno è finito nel mirino Realiti di Lucci per lo spazio concesso a Zappalà che offese la memoria di Falcone e Borsellino. Un quadro più ampio, non solo la D’Urso.

“Se vogliamo essere ipocriti per me non c’è problema. Io ho fatto vedere a Non è l’Arena anche le immagini del programma di Rai2, se poi vogliamo dare lo stesso peso a un programmino estivo in seconda serata e più serate su Canale 5 o siamo ipocriti o vogliamo nascondere la realtà. Sto parlando di una continuità e non di una apparizione. Vogliamo paragonare la dichiarazione di un neomolodico su Rai2 con un matrimonio in diretta e la reiterazione dell’invito su Canale 5 a Colombo-Rispoli?”

Tra gli indagati per il discusso flash mob in occasione delle nozze c’è anche Claudio De Magistris, fratello del sindaco di Napoli. La questione è anche politica?

“Io sono sempre garantista, vedremo quello che succederà. De Magistris disse che Tony e Tina dovevano essere trattati come tutti i cittadini, bisogna certamente avere rispetto per tutti ma il problema è quello che rappresenta la coppia. Alla camorra non basta esercitare il potere, deve esistere. Dove meglio esiste? In televisione, con una carrozza che sfila tra le vie di Napoli.”

Lei ha invitato Tony Colombo e Tina Rispoli a Non è l’Arena?

“No, non li ho invitati. Io quando facevo L’Arena dissi no anche all’intervista al figlio di Totò Riina, feci una scelta. Per me non bisogna dare spazio.”

L’inchiesta è partita da Fanpage. La tv rincorre il web o è il web che ha bisogno della tv per rafforzarsi?

“Io rincorro le inchieste. Ho un rapporto personale con il direttore Piccinini da anni, abbiamo fatto insieme molte battaglie. Credo ci sia stima reciproca.”

“La televisione ha trasformato in show una guerra di camorra”, ha detto Saviano.

“A Saviano hanno fatto la guerra perché raccontava la realtà, qui c’è la realtà ma c’è un silenzio incredibile, totale.”

Lei ha dato molto spazio a Fabrizio Corona, anche lui personaggio discusso.

“Ho fatto due puntate ma quando è venuto io ho elencato i suoi reati e non l’ho mai chiamato ‘principe’. In tv puoi parlare di tutto, è il modo con cui ti rapporti a chi hai davanti che cambia tutto. Qui stiamo parlando di camorra che è una cosa ben diversa.”

Hanno scritto che la D’Urso avrebbe in passato ostacolato il suo arrivo a Mediaset. E’ vero?

“Lo dicono in molti, io ho sempre pensato che se l’editore si lascia imporre le regole del gioco da un conduttore non fa il suo lavoro. Ho dialogato con Mediaset poi non si è andati oltre, bisognerebbe chiedere a loro il perché.”

Non è l’Arena ottiene tra il 5 e il 6% di share, soddisfatto?

“Siamo il serale più visto di La7 in una domenica piena zeppa di concorrenza. Quest’estate ho detto che avrei messo trenta firme per toccare il 6% in una giornata così difficile, sono due puntate che raggiungiamo questi ascolti e sono molto contento. Dietro Non è l’Arena c’è un grande gruppo di lavoro.”

Domenica scorsa ha detto: “Ciao da zio Giletti”, riferendosi alla figlia di Matteo Salvini. Perché?

“Ma davvero dobbiamo soffermarci su questa cosa?”

E’ stato molto criticato sui social.

“Non capisco qual è il problema. Due settimane prima era venuta la Meloni e avevamo salutato la figlia Ginevra, venne la Madia incinta. C’è una bambina che ti guarda trovo normalissimo il saluto, non l’ho mai vista in vita mia.”

Quando qualcuno dice che il suo programma è populista o sovranista si arrabbia?

“E’ l’alibi della politica che non vuole cambiare, io ho scelto di raccontare quello che succede nel Paese. Se qualcuno avesse ascoltato quello che racconto dal 2010 forse il Movimento 5 Stelle non avrebbe avuto la forza dirompente che ha avuto. Se il potere non ascolta la pancia del Paese vuol dire che si tratta di un partito destinato a non incidere.”

Le manca la Rai?

“E’ qualcosa che ho dentro, è inevitabile che sia parte di me. A La7 ho trovato un direttore con cui mi confronto tutti i giorni e un editore con cui ho un rapporto profondo.”

Quest’estate è stato vicino a un ritorno a Viale Mazzini, cosa è successo?

“Chi fa il mio lavoro è sempre in prima linea, deve avere la certezza di due cose: la libertà e la difesa del direttore e dell’editore in un momento critico. Io queste certezze non le ho avute.”

Senza girarci intorno, a cacciarla fu Mario Orfeo. Lo ha più sentito?

“A distanza di anni ringrazio Mario Orfeo.”

In che senso?

“Perché mettersi alla prova nelle tempeste e uscirne in piedi, con coraggio e dignità, è una prova a cui sono stato costretto ma che, a distanza di anni, mi ha rafforzato come uomo e come professionista. Se non ci fosse stato lui non avrei vissuto queste emozioni difficili da superare ma molto importanti per un uomo.”

Giovedì scorso è stato ospite di Celentano, il pubblico non ha certamente risposto in massa. Cosa non ha funzionato?

“Essere stato a quel tavolo è parte della mia storia. Tutto il resto, come diceva Califano, è noia.”

Ha litigato con Chef Rubio, ora fuori da Discovery, dopo la morte dei agenti uccisi alla Questura di Trieste.

“Ci sono due ragazzi morti e nessuno di noi può sapere, dopo poche ore, cosa è successo in quella Questura. Esprimere giudizi e dire ‘non mi sento tutelato da questa polizia’ non va bene. Questa voglia narcisistica di essere sempre al centro di tutto la trovo stucchevole e in alcuni frangenti è irrispettoso verso chi non c’è più.”

E’ vero che le hanno proposto di entrare in politica?

“La politica debole cerca sempre facce che possano portare a casa voti, ricordo Gruber o Santoro.”

Lo farebbe?

“Non è questo il modo di far politica, se pensi di prendere uno solo perché ha una faccia nota. Per essere usato non lo farei, è una esperienza che in futuro potrei fare ma solo potendo incidere realmente.”

E se il suo editore Urbano Cairo entrasse in politica?

“Cairo è troppo intelligente per entrare in politica, ci può giocare e farlo credere ma sa bene che il suo futuro sarà diverso.”

Nek e l'appello per Bibbiano: "Vogliamo la verità". Nek, dopo la Pausini, lancia un messaggio su social su quanto accaduto ai bimbi tolti alle loro famiglie per essere affidati ad altre coppie. Angelo Scarano, Sabato 20/07/2019, su Il Giornale. Il mondo della musica si mobilità per far luce sui fatti di Bibbiano. Diversi volti noti della musica italiana chiedono la verità su quei bambini tolti ai genitori per essere poi affidati (nel silenzio più assoluto) ad altre coppie. La prima voce ad alzarsi in questo senso è stata quella di Laura Pausini. Proprio la cantante romagnola ha voluto lanciare un appello molto chiaro: "Ho appena letto un articolo e sono senza parole, senza fiato, piena di rabbia nei miei pugni. Mi sento incazzata, fragile, impotente". E ancora: "Ho deciso di cercare questa storia, perché una mia fan mi ha scritto pregandomi di informarmi. Non ne sapevo nulla. Non posso credere che abbia dovuto cercare questa vicenda, perché sì, quando sono in tour sono spesso distratta dall’attualità e dalla cronaca ma questa notizia è uno scandalo. Cosa si può fare? Come possiamo aiutare?". Adesso su questa vicenda (che da settimane ilGiornale.it sta raccontando) è intervenuto anche Nek che con un post sui social ha chiesto la verità su quanto accaduto a Bibbiano. Il cantante non usa giri di parole e anche lui dai social lancia un appello che ha fatto in poche ore il giro del web: "Sono un uomo e sono un papà. È inconcepibile che non si parli dell’agghiacciante vicenda di #bibbiano Penso a mia figlia e alla possibilità che mi venga sottratta senza reali motivazioni solo per abuso di potere e interesse economico. È proprio così. Ci sono intere famiglie distrutte, vite di bambini di padri e di madri rovinate per sempre...e non se ne parla. Ci vuole giustizia!!". Insomma la storia dei bimbi di Bibbiano grazie anche ai messaggi dei volti noti dello spettacolo tenta di rompere il muro del silenzio che diversi organi di stampo hanno creato attorno a questa vicenda. E c'è da giurare che l'appello di Nek non resterà isolato e non sarà certo l'ultimo. Altri cantanti sono pronti a chiedere la verità e a dar voce ad una vicenda su cui è importante tenere alta l'attenzione.

Da Nek a Mietta e Laura Pausini anche i VIP contro il silenzio su Bibbiano. Letizia Giorgianni il 21 Luglio 2019 su La Voce del Patriota. Mentre il Pd minaccia querele a chiunque parli della vicenda ed il suo segretario Zingaretti risponde con una risata alla domanda della giornalista, l’indagine sugli affidi di Bibbiano si estende a nuovi casi, che riguardano anche altri comuni, e che getterebbe ombre su oltre 70 affidi. Si perché, mentre il pool degli avvocati del Pd sono impegnati affinché “nessuno osi strumentalizzare” la vicenda, i magistrati del Tribunale e della Procura dei minori di Bologna, su ordine del Presidente Giuseppe Spadaro, stanno ricontrollando tutti i dossier trattati negli ultimi due anni dalla rete dei servizi sociali per 6 Comuni. Impossibile ormai arginare lo sdegno provocato da una tale mercificazione  e violazione dell’infanzia; non basta più il silenzio dei media e neppure l’infaticabile lavoro della fallimentare agenzia on-line di Mentana, impegnata alacremente a far sgonfiare l’inchiesta con notiziole ininfluenti (tipo il finto prete che parlava di Bibbiano). Lo sdegno della gente comune è tangibile. E allo sdegno della piazza, (l’ultimo corteo a Bibbiano proprio ieri) adesso si unisce anche quello dei vip, come la Pausini, Nek, e nella tarda serata di ieri anche la cantante Mietta, che dopo aver letto su Instagram lo sfogo di Nek, chiede a quest’ultimo la possibilità di condividere il post, appoggiandolo in pieno. Niente prime pagine per loro però. I loro post sono passati praticamente inosservati, ignorati. Dal canto loro i media, o per lo meno quelli che ritengono che l’informazione sia un diritto solo quando non lede gli interessi del padrone, continuano a tacere. Anzi, adesso, dopo la presa di posizione di personaggi dello spettacolo, tacere non gli basta più. Sono passati all’attacco, dimenticandosi completamente ogni regola, oltre che deontologica di buon senso, di quella che dovrebbe essere l’attività di un cronista. C’è infatti persino chi tenta di ironizzare e mettere alla berlina coloro che vogliono venga fatta completa luce sulla vicenda. Lo fa Repubblica, che chiama con disprezzo gli indignati “complottisti da social” ma anche La Stampa, che titola un articolo, (che di informativo non ha proprio niente): E allora Bibbiano? con il chiaro intento di descrivere in toni grotteschi chi osa collegare l’inchiesta di Bibbiano al Pd. Nell’articolo la giornalista, incredibilmente, parla di “luoghi comuni e falsità contro il Pd” di chi vuole strumentalizzare la vicenda per interessi personali. Probabilmente ne sa più lei che i pm che si stanno occupando dell’inchiesta. Fa eco Next, che di tutta l’inchiesta, documentata anche da intercettazioni, ci propina un “trattato” sull’uso improprio della parola “elettroshock” sui bimbi, rassicurandoci che non si è trattato di un vero e proprio elettroshock ma di “stimoli di tipo elettrico usati nella terapia per superare alcuni tipi di traumi”. Certo, adesso ci sentiamo sicuramente sollevati. E ci domandiamo se non vogliano anche loro prendere il posto degli inquirenti che si stanno occupando della vicenda. Per fortuna esistono anche giornalisti che alle imbarazzanti forme di autocensura preferiscono la coraggiosa e dolorosa ricerca delle verità nascoste. E anche la politica lo deve fare. E non si tratta di strumentalizzazione, si tratta di tenere ancora i riflettori accesi affinchè venga fatta piena luce sulla vicenda. Se non si considerano le responsabilità politiche ci ritroveremo tra qualche anno a dover affrontare un altro caso, altre vittime. Ricordiamo che prima Forteto e oggi Bibbiano si sono generati negli stessi ambienti culturali e politici. In tutti questi casi il silenzio è stato il nutrimento che ha consentito a queste realtà di operare per anni in modo incontrastato.

#ParlatecidiBibbiano. Perché la cacca non diventi… cioccolata. Cristiano Puglisi 23 luglio 2019 su Il Giornale. Ancora mutande sporche di Nutella. Questa volta al Comune di Bibbiano. A consegnarle, in sei borsette chiuse destinate ad altrettanti e differenti destinatari, tutti interni alla macchina comunale, è stato nuovamente il misterioso gruppo degli “Idraulici”, che già si era distinto per un’azione similare nei confronti della nave della ONG“ Open Arms”, ormeggiata al porto di Lampedusa. Il gruppo di attivisti, vestiti proprio da idraulici, ha fatto irruzione sabato mattina negli uffici comunali e ha recapitato la “castana” sorpresa a quelli che ha identificato come i responsabili dello scandalo relativo agli affidi. “Gli Idraulici – hanno poi spiegato gli autori del gesto in un comunicato stampa - non dimenticano qual è il loro compito principale, la ragion stessa del loro esistere: sturare quelle situazioni in cui l’accumulo di merda è diventato eccessivo. Bibbiano è una latrina a cielo aperto, la cui puzza viene coperta e deviata in ogni modo dal silenzio di sistema. È in questi frangenti che un Idraulico torna utile!”. “Non ci sono stati – dice ancora il comunicato – servizi-scandalo, maratone, titoloni a tutta pagina e chi ha provato a richiamare l’attenzione è stato immediatamente tacitato con news spacciate come prioritarie. Ma gli Idraulici arrivano come il destino, senza pretesti, senza riguardo, esistono come esiste il fulmine! E con loro, la gente d’Italia, che nella famiglia naturale ha un cardine imprescindibile(…)”. Il gruppo degli “Idraulici” è ritenuto vicino al think tank identitario Il Talebano. “Quanto è successo a Bibbiano è un fatto tremendo, la politica deve intervenire fermando la sperimentazione sociale attuata nelle scuole di stato sui bambini – ha commentato al proposito Fabrizio Fratus, fondatore proprio de ‘Il Talebano’ – Le strutture pubbliche non devono essere utilizzate per fini ideologici”. Già. Eppure il fecale fetore dei fatti di Bibbiano sembra, nella grande stampa generalista, essere già stato dimenticato. Passato in secondo piano, destinato non più alle prime pagine (come invece capita agli scontri tra le ONG e l’attuale ministro dell’Interno e al ridicolo “Russiagate” all’amatriciana), ma, al più, alla cronaca giudiziaria. #ParlatecidiBibbiano è l’hashtag-denuncia che sta circolando in queste ore su Twitter, rilanciato, tra gli altri, anche dal presidente di CulturaIdentità, Edoardo Sylos Labini. Giusta iniziativa, perché di Bibbiano si deve parlare. Se ne deve parlare per rispetto verso i bambini, vittime innocenti e senza difesa, e verso le famiglie coinvolte. È una questione morale, prima che giornalistica. Perché non si può consentire che la cacca, ancora una volta, diventi cioccolata.

Sui social centinaia di meme e post costruiti ad arte accusano media, Partito Democratico e movimento Lgbt di aver oscurato l’inchiesta di Reggio Emilia sui presunti abusi. Nadia Ferrigo il 18 Luglio 2019 su La Stampa. «Allora Bibbiano?» La «guerriglia culturale» invocata da VoxNews.info, l'autodefinitosi «quotidiano sovranista» Il Primato Nazionale e da una nebulosa galassia di decine di pagine Facebook dai nomi più o meno evocativi, ha un nuovo tormentone: l'inchiesta sui presunti abusi su minori in provincia di Reggio Emilia. Ne parlano centinaia di post e articoli, condivisi e commentati migliaia di volte sui social: nulla aggiungono, se non notizie false e un minestrone di pregiudizi e luoghi comuni che vanno dai «risultati della campagna Lgbt per distruggere la famiglia naturale e diffondere la teoria gender» a una «ideologia aberrante che mira alla disgregazione totale della famiglia nel nome del gender, del femminismo, della famiglia arcobaleno, dei diritti/capricci». Colpevole è il Partito Democratico, che con «la complicità dei media» vuole mettere a tacere la vicenda. Una squallida speculazione, con argomenti che nulla hanno a che fare con l’inchiesta di Reggio Emilia. Cosa c'entrano per esempio Luciana Littizzetto, Fabio Volo, Roberto Saviano e Laura Boldrini? Assolutamente nulla. Ma sono decine i meme che accostano le loro fotografie al «connivente silenzio dei media» sull’indagine. Lo stesso accade sugli account Facebook e Twitter dei media nazionali. Le notizie di politica sono bersagliate dallo stesso, squallido ritornello: «Parlate dei rubli, per non parlare di Bibbiano». Nella lettura complottista di una galassia di siti specializzati nella produzione di bufale e fake news virali, i media sono complici di Pd e movimento Lgbt: l’obiettivo di tutti sarebbe nascondere la realtà. Ecco i fatti. Giovedì 27 giugno i carabinieri di Reggio Emilia hanno messo agli arresti domiciliari sei persone al termine di un'indagine su un'organizzazione criminale che da una parte aveva lo scopo di togliere bambini a famiglie in difficoltà e affidarli a famiglie di amici o conoscenti, mentre dall’altra gestiva illecitamente fondi pubblici. L'indagine si concentra dell'affidamento di sei bambini legati ai servizi sociali dell'Unione Val d'Enza, un consorzio di sette comuni che condividono la gestione di molti servizi. La notizia è stata riportata da tutti i principali media italiani, che continuano a seguirne gli sviluppi. Ma la campagna d’odio, anche in assenza di notizie, va alimentata: online le varianti morbose sono infinite, per forza ripetitive. Spesso ricostruzioni assolutamente false. Titola l’ultimo link di VoxNews.info: “I mostri di Bibbiano occupano aula contro Salvini”. Le fotografie sono quelle della protesta dei parlamentari del Pd, che chiedono che il ministro Matteo Salvini riferisca in Parlamento sulla vicenda dei fondi russi alla Lega. Nulla a che fare con l’inchiesta. Tra i più attivi su Facebook, gli account legati all’estrema destra. Un esempio, il «Gruppo Gnazio». I post con riferimenti a Bibbiano sono decine, i commenti assolutamente irripetibili. Tra quelli che senza vergogna si possono riprendere c’è: «Vauro ha la matita rotta, nessun commento sui bambini di Bibbiano?». Continua a essere postato e ripostato il video attribuito a Bibbiano – ma che in realtà si riferisce a un’altra vicenda di cronaca, come raccontato da Open – di un bimbo che si dispera perché separato dal padre. Filmato postato anche dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Questa squallida campagna di speculazione su una vicenda giudiziaria ancora agli esordi, cui prodest? A chi giova? Non certo ai bambini. Nè a quelli vittime degli abusi – che per oltre il 70% avvengono in famiglia – né ai bambini presunte vittime degli errori del sistema di affidamento. A decidere non saranno né i social né le invocate «indagini giornalistiche», ma la magistratura.

Commento di Alessandra Ghilardini: Questo sotto è una parte di quello che scrivevate nel non tanto lontano 31 luglio 2016...definendo l'unione val d'Enza una lavatrice sana....quindi non mi stupisco ora la vostra improvvisa prudenza e ritrosia nel commentare anni di abusi perpetrati da chi voi esaltavate come la soluzione ai problemi di quella "cattivona" (mio aggettivo) modello di famiglia patriarcale così definito da quella brava professionista Federica Aghinolfi.

"La Val d’Enza. C’è un posto in Italia dove la lotta alla pedofilia è una priorità assoluta. E i risultati si vedono. È un fazzoletto di terra in provincia di Reggio Emilia dove gli otto comuni della Val d’Enza - 62mila abitanti, 12mila minorenni, 1900 in carico ai servizi , 31 seguiti per abusi sessuali - hanno costituito un’Unione guidata dal sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, per tutelare i minori. E magari cambiare anche la testa di chi non vede il problema. «Abbiamo fatto rete e lavoriamo con operatori specializzati capaci di dare risposte rapide. La variabile tempo è decisiva», dice Carletti. È seduto di fianco al medico legale Maria Stella D’Andrea e all’assistente sociale Federica Anghinolfi. «Noi la volontà politica l’abbiamo avuta. E nonostante i tagli abbiamo anche trovato i soldi». Come li hanno spesi? Facendo formazione sugli operatori per renderli in grado di leggere in anticipo i segnali di malessere, spesso aspecifici, dei bambini, rivalutando la figura dell’assistente sociale, lavorando con gli ospedali e con le scuole e appoggiando in modo esplicito le vittime della violenza. Ad esempio costituendosi parte civile in un processo contro una madre che faceva prostituire la figlia dodicenne. Favoloso. Ma i soldi? «Abbiamo cercato di ricorrere meno alle comunità (che pure sono fondamentali) dove per seguire un bambino servono 50mila euro l’anno. E abbiamo incentivato il ricorso agli affidi, che costano molto meno». Le idee. Un piano capillare. La professionalità degli operatori. «Per noi è decisiva la riumanizzazione delle vittime. E per questo servono empatia e competenze specifiche. Ma sa quanti sono i corsi di laurea, a medicina o a psicologia, che prevedono la materia: “vittime di violenza”? Zero», dice Maria Stella D’Andrea, che chiede al governo interventi non solo teorici. La legge di Stabilità del 2016 ha previsto, ad esempio, un “percorso di tutela delle vittime di violenza” rimandando a un decreto della presidenza del consiglio la definizione delle linee guida. Ma il decreto non è mai arrivato. E anche se arrivasse ci sarebbe la garanzia della sua applicazione? Dubbio legittimo. «Dal 2001 la legge prevede l’obbligo per il sistema sanitario di mettere a disposizione delle vittime uno psicoterapeuta. Ma, mancando i soldi e mancando una visione, mancano anche gli psicoterapeuti. Però tutti zitti. In questo Paese è ancora troppo forte l’idea della famiglia patriarcale padrona dei figli», dice Anghinolfi. Così in provincia di Reggio insistono con il fai da te. E a settembre, grazie anche alla consulenza del centro studi Hansel e Gretel di Torino, apriranno un Centro di Riferimento per minori che garantirà formazione, tutela, ascolto e assistenza. Venite qui, vi diamo una mano. Il sistema? Lo chiamano “riciclo delle emozioni”. Come se i bambini finissero dentro una lavatrice sana e cominciassero a lavarsi dentro. Ora, il modello degli otto comuni dell’Unione Val d’Enza è lì, basta allungare una mano e prenderlo. Interessa?"

Non è più tollerabile. Luca Bottura il 21 luglio 2019 su La Repubblica. Ameno stavolta. Filippo Neviani in arte Nek esordì a Sanremo con una canzone antiabortista che risulta tutt’ora nella lista dei crimini contro l’umanità, dopo Nagasaki e Hiroshima ma comunque prima del gelato al gusto Puffo. Successivamente prestò la sua immagine a una campagna contro la droga condotta fianco a fianco dell’allora ministro Giovanardi e di un cane poliziotto. Il cane cominciò a drogarsi di lì a breve. Non stupisce che ieri abbia pubblicato sui social un post indinniato sulla vicenda di Bibbiano, l’indagine su presunte sottrazioni di minori nel Reggiano, corredata da uno striscione in caratteri postfascisti nel quale si attribuisce al Pd il ratto dei piccoli. Quella di Nek viene subito dopo la presa di posizione social di Laura Pausini, a sua volta desiderosa di squarciare la coltre di silenzio su un evento di cui parlano tutti dacché è emerso, e di Enrico Ruggeri, che l’altro giorno accusava Zingaretti di aver preso i rubli prima di Salvini. Successivamente, la Pausini è stata ripresa dal sottosegretario contro gli Interni, Sibilia, mentre a Nek è toccato il retweet di Giorgia Meloni. La domanda sorge spontanea: ma il povero Povia, che il sovranista da pentagramma lo faceva quando non era ancora così di moda, sarà contento di vedere tutta ‘sta gente sulla Lada dei vincitori?

“E allora Bibbiano?”: Pd, media, movimento lgbt nel mirino dei complottisti da social. La macchina dell'odio che specula sull'inchiesta "Angeli e demoni" di Reggio Emilia si è riattivata alcuni giorni fa, dopo le parole del vicepremier Di Maio. E cerca di saldarsi all'indagine statunitense sul miliardario Jeffrey Epstein. Segnalato un utente che ha minacciato di morte il deputato dem Andrea Romano. Simone Cosimi il 19 luglio 2019 su La Repubblica. L’operazione è stata certificata dal vicepremier Luigi Di Maio. Intervistato sugli scenari politici, in merito a un possibile accordo di governo col Pd ha spiegato che il M5S non avrebbe mai fatto un’alleanza “con il partito di Bibbiano”. In risposta, i dem hanno annunciato una querela al ministro dello Sviluppo economico. Non era una dichiarazione campata in aria. Da qualche giorno l’implacabile macchina della calunnia si è messa in moto sui social network, dove l’inchiesta "Angeli e demoni" sul sistema illecito di gestione dei minori in affido in Val d’Enza, secondo l’accusa strappati alle famiglie con manipolazioni e pressioni e assegnati ad altri nuclei, viene da giorni sfruttata come stigma con cui screditare e attaccare il Partito democratico. E non solo. Il gancio è con l’ormai ex sindaco sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, indagato per abuso d’ufficio e falso ideologico. Secondo i pm avrebbe saputo del sistema e avrebbe deciso, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, “lo stabile insediamento di tre terapeuti privati della Onlus Hansel e Gretel all’interno dei locali della struttura pubblica ‘La Cura’”. Sui social il topic "Bibbiano" è montato in questi giorni come una gelatina in cui avvolgere una nuova campagna d’odio dalle mille facce. Davvero una delle più scivolose degli ultimi tempi. Passando anche dalle parole del vicepremier, che il 18 luglio in diretta Facebook ha detto: "Col Pd non ci voglio avere nulla a che fare, con il partito di Bibbiano che toglieva i bambini alle famiglie con l’elettroshock per venderseli non voglio averci nulla a che fare e sono stato in questo anno quello che più ha attaccato il Pd". Centinaia di post, articoli e meme (alcuni raffiguranti personaggi come Roberto Saviano, Fabio Fazio, Luciana Littizzetto, Fabio Volo o Laura Boldrini con la mano sulla bocca, rei di aver censurato il tema) hanno nel corso dei giorni mescolato il fatto a mille altri cavalli di battaglia del sovranismo e populismo digitale, transitando da siti come VoxNews.it, dalle galassie social sovraniste – come l’intervento del consigliere di Ostia di CasaPound, Luca Marsella - fino a eventi reali. Come quello di ieri organizzato da Fratelli d’Italia con ospite Alessandro Meluzzi che in un video rilanciato da Giorgia Meloni (fra gli account più attivi per l’hashtag #Bibbiano insieme a quello di Francesca Totolo, collaboratrice del Primato nazionale, il sito di CasaPound, e di @adrywebber) spiega che “il caso di #Bibbiano è solo la punta dell'iceberg”. Dalla teoria gender alla “campagna Lgbt per distruggere la famiglia naturale”, come si legge in altri post, tutto – secondo l’intossicazione in corso – è coperto dal Pd che avrebbe lanciato il diversivo del Russiagate “divulgato provvidenzialmente dopo #Bibbiano, lo scandalo del #Csm e quello della sanità in Umbria” come scrive Totolo in una battaglia che nella mattinata di venerdì l’ha contrapposta all’eurodeputato Pd Carlo Calenda, che è ripetutamente intervenuto per tentare di contrastare la campagna d’odio e disinformazione. Perché Bibbiano è diventato ormai il ritornello con cui un ristretto ma agguerrito gruppo di account risponde a qualsiasi post o contenuto, specialmente se pubblicato da esponenti Pd o giornalisti. La “world cloud” delle parole più usate in quei contenuti e in quelle risposte è composta da “bambini”, “scandalo”, “caso”, “fatti”, “famiglie”, “attenzione” e poi “minori”, “inchiesta”. C'è chi si è spinto oltre: Andrea Romano, deputato del Partito democratico, ha segnalato alla polizia di aver subito minacce di morte su Twitter dall'utente @VincenzoMoret17 per la vicenda del presunto screzio con la deputata dei 5 Stelle Francesca Businarolo. La vicenda è slegata da quella di Bibbiano, ma l'utente ha twittato le sue minacce usando l'hashtag #Bibbiano. Gli hashtag che raccolgono le diverse articolazioni della campagna sono #Bibbiano e #BibbianoPD. Anche se a scavare bene, il primo a muovere le truppe dell’odio è stato uno ben più pesante: #PDofili, decollato dal 27/28 giugno, per esempio col tweet di  @alberto_rodolfi in risposta a Matteo Orfini o di @ValeMameli. Il più condiviso è stato quello di @PiovonoRoseNoir, il cui si dice che “da oggi non sono più #PDioti ma #Pdofili. Hanno fatto il salto di qualità le merde”. A firmare i contenuti, a conferma di squadriglie piccole ma agguerrite, sono stati 2.600 utenti per 6.200 post fra tweet e retweet. Ma solo poco più di 400 utenti hanno postato un contenuto originale. Nonostante si sia ormai spento da giorni, anche per i timori di querela traslocando #BibbianoPD, è ancora ricco di orrori di ogni genere. Ne escono collage fotografici con i personaggi citati sopra, e altri come Lucia Annunziata, la senatrice Monica Cirinnà o la nostra giornalista Federica Angeli, e la frase “Tutti muti su Bibbiano”. Contenuti fuori da ogni senso e contesto come vecchi spezzoni di video in cui Matteo Renzi elogiava il sistema degli asili nido di Reggio Emilia o di un bambino disperato perché separato dal padre ma, come ha svelato Open, attribuibile a un’altra situazione in Sardegna di due anni fa. E ancora, orribili vignette con protagonisti bambini sottoposti a sevizie elettriche, ritornelli contro il “silenzio dei media”, che in realtà stanno coprendo approfonditamente il caso, e sul “sistema che ruba i bambini”. Non basta. Negli ultimi giorni sembra essersi saldato anche un ponte digitale con le vicende che negli Stati Uniti hanno portato in carcere il miliardario Jeffrey Epstein, ex amico di Bill Clinton, del principe Andrea, duca di York, ma anche di Donald Trump, accusato di sfruttamento sessuale dei minori fra 2002 e 2005 e che ora rischia fino a 45 anni di carcere. Alcuni tweet (basta scorrere quelli dell’utente @DPQ87968970) tentano di trapiantare quella vicenda, innestandola sul tessuto dell’inchiesta italiana di Bibbiano e simili, con un obiettivo: avvalorare la folle tesi di un sistema internazionale, una specie di Spectre per cui la pedofilia è uno strumento per tenere sotto controllo politici e le mosse dei governi. L’hashtag è, non a caso, #PedoGate e raccoglie fra l’altro riferimenti ai più diversi casi di cronaca del passato, anche italiano, che ovviamente non hanno alcun collegamento l’uno con l’altro. Ricapitolando, gli hashtag più utilizzati su Twitter – che è il canale principale su cui si sta squadernando l’operazione – sono #bibbiano, #bibbianopoli (che sta decollando proprio in queste ore, quasi in contrapposizione a Moscopoli), #bibbianopd (su cui tuttavia poco meno 300 profili nell’ultima settimana hanno pubblicato post originali, il più popolare è l’elogio degli asili nido di Renzi, nel 2012, il secondo più diffuso è del deputato 5 Stelle Massimo Baroni che rilancia il meme con Saviano e gli altri accomunati dalla scritta “Bibbiano”), #bibbianonews, in ordine decrescente di utilizzo. In una decina di giorni, tutti i contenuti sul tema, sempre rimanendo al social dell’uccellino, sono circa 78mila. Non c’è nulla di casuale: il numero relativamente basso delle utenze più attive coinvolte e il loro schema d’azione – quasi sempre risposte a post del Pd e di altri – racconta dell’ennesima operazione coordinata. Sono infine dati e tendenze che dimostrano la reale capacità di influenzare e raggiungere altri utenti perché non includono gli utenti o i contenuti” nascosti” da Twitter in quanto offensivi o dannosi secondo gli ultimi aggiornamenti delle regole della piattaforma.

Quelle bufale crudeli sulla pelle dei bambini. Angela Azzaro il 20 luglio 2019 su Il Dubbio. Non si sa nulla o si sa male, ma ci si sente in dovere di aizzare la folla. Lo ha fatto anche Laura Pausini. Nei giorni scorsi sui social girava un messaggio che accusava l’informazione di aver oscurato il caso di Bibbiano. Era un post molto sentito, molto emotivo. E diceva una marea di fesserie. In primo luogo l’accusa rivolta a giornali e tv. Se c’è infatti un caso che ha avuto una risonanza immediata, e fuori luogo, è stato proprio quello dell’inchiesta sull’affido di alcuni minori. Il commento, condiviso da migliaia di persone, faceva riferimento a centinaia di bambini strappati ingiustamente alle loro famiglie. L’inchiesta di Bibbiano, chiamata dalla procura “Angeli e demoni” a uso e consumo del processo mediatico, in realtà riguarda solo 6 casi. Ma l’opinione pubblica, abilmente strumentalizzata, ha già deciso che le persone coinvolte nell’inchiesta a vario titolo siano mostri, persone orribili che andrebbero più che processate mandate alla ghigliottina. La stessa sorte che è toccata al sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti: coinvolto nell’inchiesta con l’accusa di abuso di ufficio e falso in atto pubblico è invece diventato, anche grazie alle dichiarazioni del vicepremier Luigi Di Maio, il simbolo di un sistema corrotto con cui invece non c’entra nulla anche per la procura. Bene ha fatto il Pd di Zingaretti a querelare per diffamazione il vicepremier dei 5 Stelle. Ma forse anche il Partito democratico avrebbe dovuto non solo rifiutare qualsiasi accostamento tra l’inchiesta e il proprio simbolo, ma dire che un’inchiesta non è una condanna e che soprattutto su temi così delicati bisognerebbe essere molto, ma molto cauti. Così non è stato. La conferenza stampa organizzata dalla procura di Reggio Emilia è diventata subito spettacolo, titoli sparati a tutta pagina. Si voleva l’orrore, il sangue, e si è fatto di tutto per costruirlo. Emblematici i titoli sul cosiddetto elettrochoc, in realtà un macchinario – riconosciuto dalla comunità scientifica – che non infligge scosse al paziente, ma emette suoni e vibrazioni che servono a stimolare i ricordi. Bastava leggere le carte. Ma in pochi anche nelle redazioni lo hanno fatto. Per chi ha avuto la pazienza di visionare le 270 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare la decisione del riesame di scarcerare Claudio Foti non è una sorpresa. Ma paradossalmente i giudici si basano sui fatti. Il processo mediatico no. E sarà difficile far cambiare idea a un’opinione pubblica sempre alla ricerca di qualcuno da linciare. Non si sa nulla o si sa male, ma ci si sente in dovere di aizzare la folla. Lo ha fatto anche Laura Pausini: «Mi sento incazzata e impotente», ha scritto chiedendo ai suoi fan di prendere posizione. Una volta che si è creato il mostro è difficile rinunciarci.

Commento di Andrea Battoccolo: Allora spiegatemi una cosa: parlate di risonanza immediata: appena venuta fuori la notizia ho visto i TG che ne anno parlato per circa 2 giorni, poi personalmente non ho più visto niente, se no qualche piccolo riassunto sulle notizie precedenti. Che si tratta solo di 6 casi lo sento ora da voi, e personalmente non ci credo,dico personalmente perché più che un idea personale non posso farmi visto che i media tradizionali non ne parlano e le notizie che si trovano in rete vanno prese con le pinze giustamente. Allora perché non la fate voi informazione,no voi state zitti per 2 settimane, poi ve ne uscite accusando di infamia chi accusa i responsabili di questo schifo, tanto non imparerete mai, ma la storia del forteto la gente se la ricorda, parlate di andare cauti, io parlo di giustizia e TRASPARENZA. Se volete essere credibili la prostima volta non state in silenzio per 2 settimane perché così mi sembrate più insabbiaturi che giornalisti. Buonasera merde! No, giusto per dire...Era il 2013 su canale 5 quando Morcovallo già denunciava che era un sistema e non un un caso isolato, io non so se sarebbero indagati solo su 6 casi ( mi pare strano visto il giro di soldi che porta)mi interessa sapere in quanti altri posti succede Sto schifo, mi interessa sapere perché nel 2013 non è esplosa una bomba di fronte tali affermazioni e in fine mi interessa sapere quanta codardia e servilismo servono per starsene zitti 2 settimane( parlo in generale perché è il secondo articolo che vedo a difesa degli indagati dopo 2 settimane di puro silenzio) e uscirvene difendendoli, siete fantastici. VOI e chi vi sostiene NON CONOSCETE VERGOGNA E RISPETTO PER LE VITTI “Allora Bibbiano?” è il nuovo tormentone della “guerriglia culturale” di Vox&Co.

Bibbiano, insulti "rossi" su Nek "Tue canzoni come Hiroshima". Bottura su Repubblica punta il dito contro Nek che ha chiesto verità su Bibbiano. Il cantante "massacrato" per le sue canzoni. Angelo Scarano, Lunedì 22/07/2019 su Il Giornale. Nek ha chiesto la verità sul caso Bibbiano e per questo motivo è finito nel mirino della stampa di sinistra. Non si spiega altrimenti l'attacco di Repubblica, a firma Luca Bottura, contro il cantante che qualche giorno fa si è esposto sui social proprio sul caso che riguarda i bimbi tolti alle loro famiglie per essere affidati ad altre coppie. Non si tratta di una voce isolata. Anche Laura Pausini ha chiesto la verità su quanto accaduto. Ma a sinistra hanno già messo per bene nel mirino Nek. Le sue parole sono state fin troppo chiare, parole di un padre: "Sono un uomo e sono un papà. È inconcepibile che non si parli dell’agghiacciante vicenda di #bibbiano Penso a mia figlia e alla possibilità che mi venga sottratta senza reali motivazioni solo per abuso di potere e interesse economico. È proprio così. Ci sono intere famiglie distrutte, vite di bambini di padri e di madri rovinate per sempre...e non se ne parla. Ci vuole giustizia!!". Nessuna polemica, solo la richiesta di dare voce a questa vicenda sui cui è in corso un inchiesta. A quanto pare però l'appello di Nek che è stato condiviso da tutti suoi fan e non solo, non è stato digerito a sinistra. Ed ecco qui che arriva il livore. Nel suo pezzo Botturaparla con questi toni di Nek: "Filippo Neviani, in arte Nek esordì a Sanremo con una canzone antiabortista che risulta tutt'ora nella lista dei crimini contro l'umanità, dopo Nagasaki e Hiroshima ma comunque prima del gelato gusto Puffo". Un vero e proprio assalto al cantante che viene colpito con un giudizio (molto) discutibile sulla sua carriera e sul suo stile musicale. A prendere le difese di Nek è stato Salvini che su Facebook ha commentato così le parole di Bottura: "Non avevamo dubbi che una certa sinistra avrebbe subito messo Nek tra i “cattivi” per aver denunciato gli orrori di Bibbiano, nonostante lui con la politica non c’entri nulla e si sia permesso di fare solo un ragionamento da papà. Non si smentiscono mai". Insomma la colpa di Nek è forse quella di aver alzato il velo su una storia, come quella di Bibbiano, che merita luce e verità in tempi rapidi? A quanto pare porsi alcune domande può essere pericoloso. Sulla strada si può incontrare anche chi paragona una tua canzone ad una tragedia come quella di Hiroshima...

Bibbiano, Nek e Pausini veri megafoni del popolo. Paolo Giordano, Lunedì 22/07/2019, su Il Giornale. Ci risiamo. Il pop torna a smuovere la politica, a infiammare l'opinione pubblica, a dividere le opinioni. Finita senza rimpianti l'epoca dei cantanti ideologici (quelli che poi si trovavano al Festival de l'Unità, per intenderci) adesso ci sono artisti che rilanciano casi di cronaca e lo fanno a prescindere dal partito di appartenenza. Laura Pausini e Nek, per esempio, o Mietta subito dopo. Per venti giorni le indagini sul presunto giro illecito di affidi di bambini a Bibbiano (16 misure cautelari e 29 indagati) avevano volato basso nell'informazione, scatenando più che altro qualche baruffa social, ma niente più. E dello psicoterapeuta Claudio Foti o del sindaco Andrea Carletti parlavano soltanto i vicini di casa e gli avvocati, anche se il primo cittadino Pd è ai domiciliari per falso e abuso d'ufficio. La cronaca è così ingolfata da pinzellacchere e bagattelle, da casi di penoso glamour o ridicola politicanza da perdere per strada talvolta le questioni di reale importanza. Come questa. Ci hanno pensato per primi due artisti che con la politica non hanno mai avuto a che fare ma che stavolta sono «scesi in campo» muovendo le opinioni dei loro fan, che sui social sono milioni. «Non sentite di avere nelle mani degli schiaffi non dati?», ha scritto per prima Laura Pausini alla propria maniera verace e sincera: «Questa notizia è uno scandalo per il nostro Paese e dovrebbe essere la notizia vera di cui tutti parlano schifati». Prima botta da migliaia di like. Poi è arrivato Nek, un altro che non si è mai schierato con la politica ma solo con il buon senso: «Sono un uomo e sono un papà. È inconcepibile che non si parli dell'agghiacciante vicenda di Bibbiano». Missione raggiunta. Non soltanto Salvini e Di Maio hanno parlato della questione, ma pure i social hanno fatto il proprio mestiere, dividendosi tra favorevoli e contrari ma comunque dando un segnale di grande interesse. Insomma, più o meno come altri loro colleghi tanti anni fa, anche Pausini e Nek hanno dato la scintilla all'opinione pubblica, si sono schierati, hanno preso evidentemente una posizione. Rispetto agli anni '70 e '80, oggi gli artisti si spendono per questioni vere, non per vertenze ideologiche. E perciò, da genitori, Pausini e Nek hanno richiesto maggiore chiarezza sui fatti di Bibbiano. Suscitando immediata risposta ai piani alti. A conferma che gli artisti pop sono ancora autentici megafoni del sentimento popolare.

Mannoia sbotta per Bibbiano: "Volete screditare l'avversario". Fiorella Mannoia attacca Sibilia per aver condiviso l'appello per Bibbiano della Pausini. Ed è scontro sui social. Angelo Scarano, Mercoledì 24/07/2019 su Il Giornale. La vicenda di Bibbiano da qualche giorno si è intrecciata con il mondo della musica italiana. Diversi cantanti, tra questi in prima fila ci sono Nek e Laura Pausini. Tutti e due sono finiti nel mirino del web solo per aver chiesto luce e verità su una vicenda, quella dei presunti affidi illeciti, che ha parecchi lati oscuri. Proprio ieri la Pausini è intervenuta sul caso per ribadire la sua posizione e per sottolineare che non ha lanciato un appello per "sentirsi dire brava" ma per richiamare l'attenzione su quello che avrebbero passato questi bambini. Ma c'è un'altra voce che fa parecchio discutere, quella di Fiorella Mannoia. La cantante "rossa" ha avuto un battibecco con il sottosegretario agli Interni, Carlo Sibilia proprio sui fatti di Bibbiano. La Mannoia non ha usato giri di parole e ha attaccato il grillino che ha chiesto di far luce sulla vicenda: "Lo vedete come fate? State strumentalizzando qualsiasi cosa per motivi politici. Cantanti, bambini... Ma non vi vergognate? La faccenda di Bibbiano è grave e seria. Smettetela di strumentalizzarla, i bambini e le famiglie non lo meritano. Che sia fatta luce su questo schifo al più presto". La Mannoia non ha digerito il post di Sibilia che condividendo una foto di Laura Pausini ha di fatto ringraziato chi in questi giorni ha cercato di tenere alta l'attenzione su un caso come questo. E così il grillino ha immediatamente replicato alle accuse della Mannoia: "Mi sono limitato a ringraziare chi ha scritto pensieri che condivido. Sono pubblici. Ho condiviso e ringraziato. Perché sono (momentaneamente) un politico dovrei smettere di ringraziare, retwittare, vivere? Ognuno faccia la sua parte per fare luce su questo schifo. Non dividiamoci". Ma di fatto la Mannoia non ha digerito la risposta del pentastellato ed è passata nuovamente al contrattacco contestando la posizione del sottosegretario e mettendo in discussione il suo appello: "State attaccando il cappello su questa storia triste approfittando per screditare l’avversario, fatelo su tutto, ma non sui bambini. Se veramente vogliamo stare uniti smettiamola di farne un caso politico. È un triste caso umano sul quale si deve fare luce". Insomma sul caso pian piano si sta sviluppando una polemica feroce che riguarda sia il mondo della politica che quello dello spettacolo. E probabilmente lo scontro non finirà in tempi brevi. L'indagine in corso prosegue e a quanto pare il caso Bibbiano resta un nervo scoperto per il Pd che ha protestato duramente per la visita di Salvini nel centro dell'Emilia-Romagna finito sotto i riflettori.

SU BIBBIANO È VIETATO ESPRIMERSI. Francesco Borgonovo per “la Verità” il 24 luglio 2019. Grazie all'odiosa vicenda di Bibbiano gli italiani hanno finalmente la possibilità di comprendere come funzioni la cultura progressista. Una regola imposta da tale cultura è la seguente: gli artisti che si interessano a temi sociali vanno benissimo, ma solo se i temi sociali sono quelli graditi alla sinistra. In caso contrario, gli artisti in questione meritano dileggio, insulti e attacchi feroci. A questo proposito ci sono tre casi emblematici che meritano di essere approfonditi. Partiamo da quello di Laura Pausini, la prima a esporsi con enorme coraggio sulla Val d' Enza. La cantante, con un post su Facebook, ha richiamato l' attenzione su quanto sta accadendo a Bibbiano e dintorni, e ha notato che la gran parte dei media sta cercando di insabbiare tutto. Come prevedibile, con quell' intervento la Pausini si è attirata un fiume di critiche. Così ha deciso di tornare sul tema: «Questo messaggio è per i bambini. Non lo faccio né per farmi insultare né per farmi dire brava. Qui c' è solo da fare qualcosa subito e da far sapere a tutti coloro che perdono tempo a scrivere cazzate, che c' è una notizia gravissima con cui dobbiamo fare i conti», ha scritto. E ha aggiunto: «Ecco chi ha bisogno di sfogarsi, stavolta utilmente, tiri fuori la voce per parlare di questo scandalo». La Pausini, purtroppo, non è stata l' unica a finire alla gogna per aver parlato di Bibbiano. La stessa sorte è toccata anche a Nek. Pure lui ha deciso di esporsi pubblicamente con un messaggio accorato: «Sono un uomo e sono un papà», ha scritto. «È inconcepibile che non si parli dell' agghiacciante vicenda di Bibbiano. Penso a mia figlia e alla possibilità che mi venga sottratta senza reali motivazioni solo per abuso di potere e interesse economico. È proprio così. Ci sono intere famiglie distrutte, vite di bambini di padri e di madri rovinate per sempre... E non se ne parla. Ci vuole giustizia!!». Tanto è bastato per attirargli l' astio del progressista medio internettiano. Come se non bastasse, contro Nek si è scatenata pure Repubblica, tramite la penna di Luca Bottura, uno che, dopo decenni di carriera, continua a confondere la satira con la spocchia. Con la consueta sicumera, Bottura ha rivolto a Nek un corsivo feroce: «Filippo Neviani, in arte Nek, esordì a Sanremo con una canzone antiabortista che risulta tutt'ora nella lista dei crimini contro l' umanità, dopo Nagasaki e Hiroshima ma comunque prima del gelato gusto Puffo». Mascherata dietro un' ironia degna delle peggiori scuole medie, c' è l' accusa infamante: Nek ha commesso un crimine contro l' umanità perché ha scritto una canzone a favore della vita, dunque merita di essere sbertucciato e insultato. Già: i temi pro life, le battaglie su Bibbiano o sul gender sono ridicole. Non meritano altro che sberleffi e sputi. Esattamente come quelli che sono piovuti addosso a Ornella Vanoni, celebratissima icona della musica italiana. Di solito, quando la si cita, ci si leva il cappello. A meno che, ovviamente, non si occupi di temi sgraditi all' intellettuale unico progressista. La Vanoni ha scritto quanto segue: «È mostruoso ciò che è accaduto a Bibbiano. Questi bambini hanno perso l'infanzia, come tanti ormai nel mondo, e sono rovinati per sempre. Non sono pupazzi che si possono spostare da una famiglia all'altra. Queste persone dovrebbero andare in galera senza processo». In men che non si dica sulla cantante hanno cominciato a piovere pietre, sotto forma di offese via Web. C' è chi l' ha accusata di non essersi siliconata il cervello, chi la descrive come una vecchia rimbambita e altre amenità dello stesso tenore. Persino alcuni quotidiani online si sono accodati, accusandola di aver utilizzato toni troppo duri e di aver invitato a condannare gente senza prima averla processata.

Tre casi diversi, stesso trattamento. Morale: se un artista si impegna in una causa politicamente scorretta, gli tocca il linciaggio. In realtà, nelle parole della Vanoni, della Pausini e di Nek non c' è alcun riferimento politico. C' è solo il caro, vecchio e troppo spesso dimenticato buon senso. C' è la rabbia del genitore (o del figlio, del fratello, del semplice osservatore) davanti a uno scandalo che grida vendetta e di cui nessuno si è interessato se non per difendere i presunti colpevoli. Ma nemmeno una normalissima manifestazione di umanità viene tollerata: su Bibbiano è vietato esprimersi. A meno che non lo si faccia per difendere il Pd.

Storia del giornalismo spazzatura: il libro degli anni 80 che anticipa le fake news. La Gazzetta di Mezzanotte, Leonardo editore, su TheMillennial.it l'8 Marzo 2019 /themillennial.it. «Puoi farmi un pezzo su una donna che partorisce dei cagnolini?». «Per quando ti serve?». «Per le cinque». Presi un appunto sul mio taccuino, Donna partorisce cagnolini, e lo inserii tra le altre cose che dovevo fare quel giorno. Per capire la storia del giornalismo spazzatura c’è un libro fondamentale. Si intitola La Gazzetta di Mezzanotte. Se l’autore, William Kotzwinkle, non vi dice niente, non siete più ignoranti del 99,9% degli italiani. Nonostante sia lo sceneggiatore che ha inventato E.T., infatti, in Italia William Kotzwinkle ha pubblicato soltanto La Gazzetta di mezzanotte, grazie a un editore di cui oggi sentiamo la mancanza, Leonardo Mondadori, morto nel 2002 a 56 anni. Colto ed esperto di leggerezza intelligente, Mondadori nel 1991 una volta venduta tutta la baracca editoriale a Fininvest si dedicava al suo gioiello, la piccola casa editrice Leonardo, nata nel 1988. Leonardo Mondadori era soprattutto un editore accogliente, nel pensiero e nel lavoro. Era uno che amava intrattenersi con i suoi dipendenti di ogni rango, adorava i cani bulldog inglesi e le donne belle e creative. E nonostante da bambino si trovasse spesso in salotto con gente tipo Thomas Mann, Giuseppe Ungaretti, Dino Buzzati o Eugenio Montale, non si lasciava sfuggire nomi emergenti e dissacratori della narrativa dell’epoca. Per questo bisogna leggere la descrizione esilarante delle redazioni dei giornali trash, presso la Camaleonte edizioni di New York, teatro d’azione della Gazzetta di Mezzanotte. Un ambiente di autentico giornalismo spazzatura abitato da redattori pazzi ossessivi catapultati in mezzo a vicende assurde. Redattori inseguiti da pornostar, ritoccatori di capezzoli e venditrici di creme verdi fosforescenti per far crescere le tette. Un quadretto che non poteva che riflettere il modo in cui Mondadori vedeva o aveva sempre visto gli ambienti dei giornalisti, finti intellettuali degli anni 80. Nell’arguzia rutilante di questa storia però c’è molto altro: c’è qualcosa che, letto in un libro del 1989 arrivato in Italia nel 1993, rispecchia la follia che pervade oggi interi corpi redazionali digitali, appesi al guinzaglio di inserzionisti che chiedono l’impossibile e incastrati nella pressione sconfinata sulla marchetta totale. Giornaliste e giornalisti misurati nella velocità di esecuzione dettata dalle ricerche su Google, concentrati sull’idea di accontentare gli utenti unici, entità che non hanno le sembianze immaginifiche e antico-greche e peripatetiche dei vecchi lettori di giornali. Di seguito, un brano nel quale, con le dovute distinzioni, si possono riconoscere gli operai del content editing di oggi, gli intrappolati dentro lo strano caporalato dei data analyst, gli oppressi dalla dittatura dei branded content e delle call to action su facebook. A nessuno, tuttavia, sfuggirà la distonia più significativa, ovvero che in quelle redazioni di giornalismo spazzatura, la gente sembra divertirsi da morire. E probabilmente è così. Un ultimo appello agli editori di buona volontà: qualcuno legga o rilegga questo libro e lo ripubblichi il prima possibile. La Gazzetta di Mezzanotte vendette pochissimo e dopo poco tempo tutte le copie invendute finirono al macero. Troverete su Amazon diverse copie in inglese, ma è un peccato non godere della traduzione magistrale del decano dei traduttori, Vincenzo Mantovani. «Entrai dalla porta principale delle Pubblicazioni Camaleonte. Hyacinth, la receptionist, stava applicandosi dei cerotti ai calli. “C’e una lettera per te di quell’avvocato, Howard”. La scorsi rapidamente, vidi che ci avevano fatto causa per un milione di dollari e tirai dritto fino alla mia cella. L’ufficio fronteggiava la Società Marcatempi di Manhattan, con il suo immenso tabellone sbiadito che cominciava a staccarsi; attraverso le sue finestre si vedeva una specie di gnomo che, al suo banco, stava riparando il tempo. Sotto di noi c’era it tratto fiorito della 6th Avenue. Una pioggia leggera cadeva sulle piante allineate lungo i marciapiedi, con le gemme e le foglie volte al cielo per ricevere tutti gli elementi velenosi della tavola periodica. Aspirai una profonda boccata di tossine rinfrescate dalla nebbia mattutina e mi girai verso la scrivania. Sparpagliate dappertutto c’erano delle foto di donne nude, poiché, tra i loro periodici, le Pubblicazioni Camaleonte comprendevano Tette e Culi. Ognuna delle donne nude sulla mia scrivania aveva un reggiseno disegnato con l’aerografo sul petto e lo slip di un bikini applicato con lo stesso sistema sopra la regione pubica, un tocco da maestro aggiunto da Fernando del nostro ufficio grafico. Avevo comprato quelle foto da Herr von Germersheim, un mercante d’arte tedesco che visitava regolarmente i nostri uffici con una borsa piena di studi di nudo. Dopo l’acquisto, le Pubblicazioni Camaleonte aggiungevano alle signorine la biancheria. Perché? Il nostro editore era convinto che, nel nuovo clima di repressione fondamentalista, Playboy, Penthouse e tutte le altre riviste che pubblicavano foto di donne completamente nude alla fine sarebbero state spazzate via dalle edicole, mentre le nostre ci sarebbero rimaste, con le loro ragazze che si pavoneggiavano nei minuscoli bikini prudentemente aggiunti. “Quando si verificherà la svolta noi ci saremo” mi aveva detto, con un’innata capacita di sfornare idee sbagliate cosi acuta da rasentare it genio. Sulla mia scrivania c’era una lunga placca rettangolare che portava it mio nome, HOWARD HALLIDAY, per impedirmi di dimenticarlo tra le molte identità che assumevo da una settimana all’altra. Dato che, per fare economia, non compravamo mai materiale esterno da nessuno, la nostra piccola redazione doveva scrivere tutti i testi e noi tutti avevamo molti nomi, talvolta perfino gli stessi, anche se negli ultimi tempi si era cercato di coordinare meglio il lavoro. Avevo assegnato a ciascuno di noi una lettera dell’alfabeto da cui scegliere i nostri noms de plume, e finora quel mese ero stato Howard Haggerd, Halberd Hammertoe, Harm Habana, Hades Halston, Handy Harley, Harmon Heman, Hence Hardman Hardon. Bevvi il mio caffè mattutino e mangiai la mia brioche, mentre con occhi velati contemplavo la scrivania. Dal piano le donne ritoccate ricambiavano il mio sguardo. Molte le conoscevo di persona. Qualche volta mi chiedevano soldi in prestito, ma più spesso glieli chiedevo io, perché erano pagate meglio di me.

Anomalie genetiche e serpenti nell’intestino: la filiera del giornalismo spazzatura. Alla parete della mia cella erano appese altre fotografie, di atrocità, anomalie genetiche umane e animali, e tutti gli altri frammenti di vita in cui incappa un direttore di periodici, e dei quali si serve quando e dove possono valorizzare le sue pubblicazioni. Spesso, per quelle immagini, i fotografi rischiavano la vita, e io in cambio li pagavo meno che potevo. Finito il caffe, inghiottii alcune mentine alla caffeina e cominciai la mia attenta lettura quotidiana degli Studi di grammatica di Agnes T. Wimple, 1924 circa. Con quelli ero in grado di analizzare schematicamente tutte le frasi complicate che scrivevo per le nostre riviste. Ogni frase era, dunque, grammaticalmente perfetta, una finezza di cui non credo che i lettori di Tette si accorgessero sovente. Qualcuno bussò alla porta del mio bugigattolo e Fernando entrò con un nuovo layout. “Ecco qua, ragazzo, tutto pronto perché tu ci metta qualche parola”. Davanti a me c’era una donna nuda, modestamente aerografata ma seduta con aria provocante sulla sella di una bicicletta a dieci velocità. Sotto ogni foto della ciclista Fernando aveva lasciato delle righe vuote, la lunghezza e it numero delle quali determinavano la misura del testo che avrei dovuto scrivere sulle gioie di pedalare nudi. Questo sarebbe stato, a sua volta, uno dei testi della rivista Culi, redatto sotto la guida della defunta Agnes T. Wimple. “Sono stanco, ragazzo mio”, disse Fernando, lasciandosi cadere sulla seggiola riservata ai visitatori. “Perche, cos’hai fatto?”, “Ho lavorato al mio portfolio. Voglio trovarmi un buon posto in una rivista vera”. “Culi è una rivista vera, Fernando”. E masticai un’altra mentina. “Squinzie”. “Squinzie?” “Squinzie”, accennò con la mano alla ciclista seminuda. “Tutte squinzie”, indicò anche altri layout sparsi sulla scrivania, per i quali avevo già scritto un certo numero di spensierate didascalie che facevano appello alla perspicacia del lettore. Dal muro alle mie spalle giunse un tonfo improvviso. Significava che il nostro editore, Nathan Feingold, si stava esercitando con la sua cerbottana. L’aveva ricevuta da uno degli inserzionisti della nostra rivista Uomo Macho, decisamente popolare tra le squadre di mercenari. Con lo pseudonimo di Howard Hachett, pilotavo ogni mese Uomo Macho fino all’ultima boa, ed ero in corrispondenza con un’infinità di mangiatori di serpenti. Uno dei quali mi aveva spedito una pistola-balestra nell’eventualità che mi fosse mai toccato di dover “ammazzare silenziosamente qualcuno”. Cosa che allora mi sembrava assai improbabile, il che dimostra quanto fossi ingenuo, ma su questo torneremo poi. Fernando guardò verso il muro, dove con piccoli tonfi continuavano a piantarsi le freccette. «Non pensare di lasciarci, Fernando, per piacere, abbiamo bisogno di te.» Come potevo dirgli che Esquire, Vogue e il New Yorker  non avrebbero saputo cosa farsene di un uomo la cui esperienza di lavoro era consistita, fino a quel momento, nel dipingere reggipetti sui capezzoli di ragazze nude? “Quando avrò finito il mio portfolio darò a questo posto un bel bacio d’addio”. Un altro tonfo. Certe volte mi preoccupavo inutilmente, ne sono sicuro, che un dardo avvelenato perforasse la parete e mi si conficcasse nel cervello. Fernando lasciò il mio bugigattolo e io ripresi le mie meditazioni, mentre l’ufficio tornava lentamente alla vita. Nella cella accanto alla mia, il direttore del nostro redditizio settimanale, La Gazzetta di Mezzanotte, stava scegliendo alcune foto di divi del cinema e di atleti, scartabellando nel raccoglitore delle immagini “d’interesse umano”, con i suoi toccanti ed eroici idioti, madri di quattro anni, persone salvate dai loro animaletti, oltre al solito ermafrodita e a un tale che nell’intestino aveva un’anguilla viva. Tutti gli articoli della Gazzetta di Mezzanotte erano frutto dell’ingegno di questo direttore, Hip O’Hopp, un anziano giornalista che non avevo mai visto sobrio. Allungando il collo, mi guardava da sopra it divisorio che separava le nostre due celle. «Puoi farmi un pezzo su una donna che partorisce dei cagnolini?» «Per quando ti serve?» «Per le cinque.» Presi un appunto sul mio taccuino, Donna partorisce cagnolini, e lo inserii tra le altre cose che dovevo fare quel giorno.

Il redattore multitasking tipico del giornalismo spazzatura e delle fake news. Nei panni del dottor Howard Husbands, dovevo curare la rubrica medica per Donna Mese, la nostra rivista femminile la cui diffusione nei caseggiati popolari e nei campeggi batteva di gran lunga quella di ogni altra pubblicazione. Dopo il mio show come Husbands, dovevo impersonare il dottor Doris e sfornare a gran velocità la rubrica di sessualità e psicologia. Sempre tenendo presente che i sondaggi nazionali avevano rivelato che le lettrici di Donna Mese erano su posizioni moderate in materia di sesso, moda, alimentazione, politica e allevamento dei figli. Diedi una scorsa a una lettera recente di una delle nostre lettrici: Caro dottor Doris, vorrei dare un consiglio a quei genitori che si preoccupano perché i loro bambini dicono bugie. Il nostro Bobby e sempre stato un terribile bugiardo finché non abbiamo avuto questa idea. Dopo averlo sorpreso a mentire, gli abbiamo fatto indossare un vestito di sua sorella e lo abbiamo costretto a stare in piedi nel giardino per tutto il pomeriggio. Alla lettera era acclusa una foto di Bobby vestito da bambina, che dava l’impressione di essere rimasto psicologicamente segnato da quell’esperienza per tutto it resto della sua vita. La lettera finiva così: Adesso, ogni volta che pensiamo che lui possa accingersi a rac-contare una bugia, ci limitiamo a dire: “Ricordati il vestito di tua sorella”. Mi sembrava una soluzione perfettamente ragionevole. Eppure, nonostante un contatto così stretto, io non conoscevo veramente la lettrice di Donna Mese. L’immagine che ne avevo era quella di una donna con un reggiseno Lovable, che accentua l’eleganza del suo bagno con centrini di carta dentellata, ripone i guanti di spugna in animali di ceramica con la bocca spalancata ed esprime la sua natura più intima su guanciali che recavano insolite scritte come: “La Mamma Più Grande del Mondo”. Uscii dalla mia cella per fare una breve chiacchierata mattutina con Hattie Flyer, direttrice delle nostre diffusissime Storie di Giovani Infermiere, Le Mie Confessioni e di altri numeri speciali come Confidenze di Giovani Spose. La Gazzetta di Mezzanotte, Leonardo editore.

Giornalismo spazzatura. Giovanni Merenda il 18 ottobre 2010 su LetterMagazine. Esiste in Italia, come nella altre nazioni, l’Ordine dei Giornalisti. Il problema dell’Italia è che di questo ordine fanno parte figuri che giornalisti non sono o non sono più. Accumulare dossier contro un avversario, fondati su documenti falsificati, vedi il caso Boffo, fornire notizie false senza mai smentirle, anche quando come false sono poi manifestamente riconosciute, omettere sui propri giornali o telegiornali le notizie scomode per il proprio mandante è forse giornalismo? Ci sarebbero nomi più adatti per queste attività come killeraggio politico, e per i loro esecutori nomi come sicari, portavoce, leccaculo o, come nel caso del mancato colpo ai danni della Marcegaglia, ricattatori. Ma in Italia si fanno chiamare giornalisti. E c’è pure chi compra i loro giornali, non molti per fortuna, o ascolta i loro telegiornali, certamente ancora troppi. Certo loro lo sanno di non essere più giornalisti, ammesso che lo siano stati in passato, ma evidentemente il loro era un mestiere e non una vocazione precisa.

Te li puoi immaginare grondare bava dalla soddisfazione quando scovano qualcosa che sia utile per attaccare l’avversario del momento del loro mandante, qualcuno che ha osato dissentire dalle norme da questo stesso mandante imposte. Colpire il dissenso, cioè quello che dovrebbe essere alla base del lavoro del giornalista. Che poi questo qualcosa sia vero non ha per questi gentiluomini la minima importanza. E se poi incappano in guai giudiziari perché qualcuno denunzia il loro ricatto, ecco il coro dei sostenitori del mandante gridare all’attentato alla libertà di stampa. Ma quale stampa! Niente potrebbe essere più lontano da questa parola dei loro giornali o telegiornali. La Stampa, quella con la esse maiuscola, è verità, tutta la verità; è controllo delle informazioni prima di pubblicarle; è equidistanza e lontananza dalle parti politiche. La Stampa, sempre quella con la esse maiuscola, signori miei, è al servizio del lettore. Io non sono un giornalista e non solo perché non sono inscritto all’ordine. Sono uno scrittore che commenta quello che succede. Chiaramente ho le mie idee politiche… non apprezzo quelli che dicono di non averne… e queste idee certo traspaiono dai miei scritti. Ma direi che vengono fuori malgrado la mia volontà. E la mia prima volontà è rispettare i miei lettori, rispettando la verità. Questi signori, invece, della verità fanno scempio non tenendola in nessun conto, falsificando od omettendo. Con la loro faccia di bronzo ci rompono ogni giorno con la storia di un appartamento di Montecarlo venduto a 300.000 euro che forse poteva valere di più, magari 500.000 euro… ma io in pochi metri quadri a pianterreno non ci starei manco a Montecarlo. Appartamento che era di un partito politico, non dello Stato, appartamento di cui non frega niente alla stragrande maggioranza degli italiani. Poi, quando grazie ad una piccola legge, lo Stato, quindi tutti gli italiani, si vede truffare una quantità di milioni dalla Mondadori, loro i titoli in prima pagina non li fanno, anzi la notizia non la danno proprio! Non credo che l’Ordine dei Giornalisti possa mandar via dal proprio corpo questi figuri e tanto meno mi aspetto che prendano coscienza della loro vergogna e se ne vadano loro. Ma almeno un piccolo gesto a lor signori voglio chiederglielo. Se, come immagino, hanno dei biglietti da visita del tipo: PINCO PALLINO, Giornalista. Per favore li buttino via e se ne facciano dei nuovi. Io, anche se ho pochi soldi, sono disposto a dare il mio contributo. Secondo me i nuovi andrebbero bene così: PINCO PALLINO, Qualsiasi cosa, ma non giornalista.

Oltre il giornalismo spazzatura. Repubblica e Huffington Post, invenzioni e giudizi gratuiti. Alessandro Cardulli il 26 Giugno 2015 su jobsnews.it. C’era una volta il “giornalismo spazzatura”. Cialtronesco più che di regime. Perché loro, i giornalisti erano di regime, il regime anzi. Classe privilegiata, circoli della stampa invece del sindacato. Il contratto di lavoro ? Ma a che serviva?  Arrivava la velina ed eri a posto, non c’era  bisogno di lavorare, nel senso di seguire avvenimenti, cercare la notizia, fare inchieste. Tutto ti veniva servito su un piatto d’argento. Il cinegiornale era un esemplare. Poi arrivano tempi in cui le vacche grasse diventano sempre più magre. Gli editori, spendaccioni, industriali, banchieri, mondo della finanza, piduisti, massoni, cominciarono a tirare la cinghia. Non avevano più bisogno del loro giornalismo spazzatura. Certo, non tirarono i remi in barca, carta stampata, poi radio, televisione erano sempre utili ma in molti si resero conto che potevano anche far da soli, direttamente con il governo, la Dc, il quadripartito dal quale poi si passerà al centrosinistra craxiano. Insomma che i giornalisti calassero le penne. Il rischio di rimanere spellati  provocò una scossa. I giornalisti cominciarono a rendersi conto che serviva un vero contratto, per tutelare il loro lavoro. Ci si misero d’impegno, un gruppo di giornalisti che cominciò  a porre il problema della contrattazione come un momento fondamentale per garantire la libertà di informare. Erano giornalisti di diverso orientamento politico, cattolici democratici, socialisti, comunisti, liberali, repubblicani, radicali. Altri tempi, nascono i comitati di redazione dietro la spinta dell’autunno caldo, dei consigli di fabbrica.

Non vale più il diritto dei giornalisti ad informare e quello dei cittadini ad essere informati. Ma non poteva bastare. Si domandarono: la nostra libertà di informare non è un hobby, ma un diritto che riguarda anche i cittadini. E nacque il diritto dei giornalisti ad informare e il diritto dei cittadini ad essere informati. Leggi articolo 21 della Costituzione. Il “giornalismo spazzatura” non scomparve ma  si trovò a dover combattere con il giornalismo d’inchiesta, il racconto di una realtà, di un fatto, un avvenimento in cui tu ci mettevi del tuo ma dovevi consentire al lettore di farsi una opinione tutta sua. Una lunga premessa? Forse, ma serve a farci capire meglio i mutamenti che sono avvenuti in  questi venti anni, gli anni berlusconiani che hanno corrotto un mondo che forse attendeva di essere di nuovo corrotto. Al posto del “giornalismo spazzatura”, che pure aveva una sua forza, in negativo, il giornalista si mostrava, aveva il coraggio  della propaganda la più viscerale possibile, oggi siamo al giornalismo che non c’è, il ritorno alle veline, utilizzando i mezzi che le nuove tecnologie mettono a disposizione. Siamo oltre la “spazzatura”, non sapremo trovare una definizione appropriata. Una certezza: l’articolo 21 della Costituzione non esiste.

Fassina a Capannelle: un colorito racconto di Ceccarelli ma non era fra i presenti.  In una fase della vita politica del nostro paese con la sfiducia crescente dei cittadini nelle istituzioni, una fase confusa, caotica, c’è bisogno, come il pane, di una informazione libera, il sale della democrazia. Invece si sta sempre più procedendo su sentieri che ti portano in senso opposto. Tre esempi di queste giornate ci hanno colpito, uno, il più eclatante, protagonista un giornalista che va per la maggiore. Repubblica lo usa per i commenti più vivaci, diciamo così. Avviene che Stefano Fassina partecipa a un dibattito in un piazza della periferia di Roma, invitato da due Circoli, Capannelle, dove si svolge l’incontro con i cittadini, e Anagnina. Sul quotidiano diretto da Ezio Mauro leggiamo, basiti, un articolo di Filippo Ceccarelli.

“Un quartiere desolato e desolante”. Negozi chiusi (alle otto della sera). Ridicolo. Ci racconta questo incontro, descrive la località, il quartiere, desolato e desolante, alle spalle di Fassina che siede dietro un tavolo “montato  per la strada” con alle spalle il “contenitore dell’immondizia”. Una “bandiera” svolazzante sul tavolo. Non basta: scrive Ceccarelli che “ogni addio ha la sua estetica”: “Quello di Fassina, a Roma Capannelle, offre uno sfondo di lampioni troppo alti rispetto alla case, automobili che passano indifferenti, negozi con le saracinesche chiuse, un’insegna reca la scritta Frutteria italiana”. Ancora: “Forse il vento (ci mancava un accenno di lirismo, ndr), quel soffio antico che smuove le bianche bandiere riscatta un po’ il desolante panorama entro cui si svolge a va in scena”.

E la stoccata contro Fassina: “Un inconfondibile residuato del Pci”. E poi di Fassina dice: “appare più un inconfondibile residuato del Pci”. Bene, bravo. Scherziamo. Noi c’eravamo in quella piazza. Ceccarelli no. Forse ha visto alcune riprese fatte con una telecamerina e poi diffuse da renziani in assetto di guerra. Le sciocchezze cui si abbandona sono molte. Ne evidenziamo alcune: i negozi chiusi perché hanno un orario, Fassina ha parlato dopo le venti. Scrive che passavano le auto. Filippo svegliati. L’incontro era in una piazza, che ci doveva passare? Pensate, c’era perfino una frutteria in questa piazza. Nessun commento a  quel “residuato del Pci”. La vergogna in genere non si commenta. Tanto più vale per un giornalista che non c’è e prende in giro i suoi lettori.

I titolari del dossier Roma in contatto con Palazzo Chigi.  Passiamo al gemello di Repubblica, l’Huffington Post. Uno di nome Alessandro De Angelis, qualifica giornalista, crediamo, manda in scena un retroscena, di quelli che usano oggi, fanno notizia. Il sindaco Marino ha rilasciato una intervista al giornale gemello che ha impegnato una firma di quelle che contano, Concita De Gregorio, già direttore dell’Unità, tornata da tempo alla casa madre. Una bella  intervista, in cui Marino risponde agli attacchi cui è sottoposto, ogni giorno che passa sempre più virulenti. Il sindaco di Roma, fra le altre cose, racconta che ogni notte annota sui dei quaderni ciò che fa nella giornata, chi incontra, le conversazioni, le pressioni che sono state esercitate nei suoi confronti da autorevoli dirigenti del Pd in merito alle nomine di assessori. Ripete che non si dimetterà. Arriva il De Angelis, che  mette fra virgolette parole dure che – dice – filtrano dai titolari del dossier Roma in contatto con Palazzo Chigi. Prima di riportare queste parole ci permettiamo di affermare che se sono veri questi “contatti” si tratta di una cosa gravissima. Sarebbe il caso che il premier smentisse.

Lo “sfratto” di Marino da parte di Renzi non è in discussione. Vediamo queste parole. “Con l’intervista di oggi, Marino ha bruciato ogni soluzione consensuale. Si tratta di capire chi comanda, se Renzi o Marino”. “Il premier tacerà fino alla relazione di Gabrielli. È lì – scrive il DeAngelis – che confida ci saranno gli elementi per sfrattare Marino. Anzi: ne è certo. Relazione che, secondo i ben informati, arriverà attorno a metà luglio, ovvero prima della data prevista. Ma lo sfratto non è in discussione.” Poi dice che Marino ha “esagerato” quando ha detto che “non lo possono eliminare, se ne facciano una ragione. Hanno paura, io no. Non sono di nessuno, e lo so che in politica vale questa regola: se sei di qualcuno ti attaccano, se non sei di nessuno ti ammazzano. Purtroppo io – che non sono di nessuno – non mi ammazzo da solo e non mi lascio ammazzare”.

 De Angelis accusa Marino: Toni “duri e  truci. È andato su di giri”.  Commenta il De Angelis: “Toni crudi”. Non basta ed aggiunge “truci”. Il giornalismo spazzatura al confronto è un gioiellino. Ancora il De Angelis, retroscenista, segugio: “Sono semplicemente irriferibili i commenti del giro stretto di Renzi. Dove ormai – a microfoni spenti, ma ancora per poco – vengono consegnati giudizi poco lusinghieri sulla ‘tenuta psicologica’ di Marino: Non ci sta più con la testa”. Ancora: le  parole dell’intervista vengono classificate alla voce “ricatto” (e non solo sull’impossibilità di sfiduciarlo): non è piaciuto il passaggio in cui il sindaco ricorda che  annota conversazioni pure riservate su taccuini che conserva nel cassetto. Poi il De Angelis emette sentenza: “Il sindaco da qualche giorno è andato su di  giri”. Vista la compagnia, un consiglio a Marino: continui ad annotare.

Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” il 22 luglio 2019. Un po' castrati. "La castrazione chimica? Sarebbe una misura civile. Ma deve essere volontaria e reversibile" (Giulia Bongiorno, Lega, ministro dei Rapporti con il Parlamento, Libero, 20.7). Scusi, ministra, mi castrerebbe un pochino per un paio di giorni, non di più? Certo, caro, appena appena. Regimerlo. "Mi spiace ripeterlo, ma ogni tanto qualcuno deve dirlo: preparatevi, questo è un regime" (Francesco Merlo, Repubblica, 20.7). Mica come la gloriosa democrazia renziana, quando la Rai aveva tre reti renziane (su tre) e tre tg renziani (su tre) e faceva contratti da 240 mila euro l' anno al partigiano Merlo.

Il partigiano Augias. "Vedo alla Rai occupazioni che nemmeno la Democrazia cristiana aveva osato fare" (Corrado Augias, Repubblica, 18.7). Denuncia sacrosanta: per esempio, c' è un certo Augias con un contratto Rai da 370 mila euro all' anno.

La martire. "Il Comune di Parigi premia la Capitana perseguitata in Italia. A Carola Rackete e alla precedente comandante della Sea Watch l' onorificenza 'per aver salvato migranti in mare'" (il manifesto, 13.7). Ma soprattutto per averli portati in Italia: se li portava in Francia, le sparavano.

Gli esperti. "La trattativa non esiste. F.to Borsellino. Nessun patto tra lo Stato e la mafia, disse il magistrato nel 1988" (Il Foglio, 18.7). In effetti la trattativa la avviò il Ros dei Carabinieri con Vito Ciancimino nel giugno 1992. Ma Borsellino, preveggente, l' aveva già smentita quattro anni prima.

Bon ton. "Il disprezzo al potere", "Perfino il ricorso di Mussolini alla storpiatura della sigla del partito socialista unitario da cui era appena uscito (Pus), riducendone i militanti a 'pussisti', giganteggia se confrontata al pidioti partorito dalla mente comica di Beppe Grillo" (Gad Lerner, Venerdì di Repubblica, 19.7). Come li rispettava Lotta continua, gli avversari politici, non li ha mai più rispettati nessuno.

Colpa di Virginia. "E la sindaca chiamò l'assessora: "Pinuccia, il cavallo ha sporcato". Il messaggio audio sul sito di Repubblica" (Repubblica, 19.7). La sindaca trova una strada sporca e la segnala subito all' assessore, per giunta a quello dei Rifiuti: ma si può andare avanti così?

Facce Tarzan. "Zingaretti: 'Salvini in aula o non gli daremo tregua" (Repubblica, 16.7). Brrr che paura.

Facce da Sala/1. "L' accusa di Sala: 'Avete chiesto i soldi a Mosca'" (Beppe Sala, sindaco Pd di Milano, La Stampa, 16.7). Potevate almeno retrodatarli.

Facce da Sala/2. "In Italia la Lega ha scelto persone sbagliate, con immagine e curriculum non immacolato" (Sala, ibidem). A Salvini manca solo Sala, condannato a 6 mesi per falso in atto pubblico, ma pare che sia già impegnato altrove.

Rifornimento in volo. "Atlantia dentro Alitalia? Andrà a picco, farà precipitare gli aerei!" (Luigi Di Maio, vicepremier e ministro dello Sviluppo e del Lavoro, M5S , Porta a Porta, Rai1, 27.6). "Un grande risultato raggiunto dopo settimane di lavoro intenso" (Di Maio su Atlantia che entra nella newco Alitalia, 17.7). Però sia chiaro che il primo volo lo inaugura lui, da solo.

Rep contro Rep. "I Cinque Stelle si attribuiscono l' elezione della nuova presidente (della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ndr). Tra gli episodi più esilaranti, segnalo la sedicente iena Dino Giarrusso, fresco di posto fisso, che ha twittato la notizia col commento: 'Decisivi'" (Luca Bottura, Repubblica, 18.7). La sedicente iena deve averlo letto il sedicente sito Repubblica.it, che il 17 luglio titolava "Voti determinanti ( M5S )" e scriveva: "Con 383 sì, l' annunciato voto favorevole del M5S potrebbe essere stato determinante per l' elezione di Ursula von der Leyen Escludendo i 14 sì dei pentastellati, avrebbe potuto contare solo su 369 voti delle forze pro-europeiste, cinque in meno della maggioranza richiesta di 374 sì". Esilarante, no?

Agenzia Sticazzi. "Cosa c' è meglio di un' amaca la domenica mattina? Nulla. Buona giornata a tutti" (Matteo Renzi, senatore Pd, Twitter, 14.7). "Un boccale di ottima birra, alla salute di chi vuole male all' Italia! Io non mollo" (Matteo Salvini, vicepremier e ministro, Lega, Twitter, 7.7). "Buongiorno! Colazione a Trento, incontro con gli attivisti e poi un po' di relax!" (Luigi Di Maio, vicepremier e ministro, M5S , Twitter, 20.7). Il bello è che i tre s' illudono che freghi qualcosa a qualcuno. Il brutto è che purtroppo hanno ragione.

Il titolo della settimana. "Formigoni cambia linea: 'Accetto la mia condanna'" (Corriere della sera, 19.7). Bontà sua. Che gentile. Ma perchè, se no?

Società. Gli italiani prediligono la cosiddetta “Tv spazzatura”, in discesa i programmi culturali. Michela Abbascià su vdj.it il 14 Marzo 2018. In Italia si guarda molta televisione, e i programmi che vanno in onda, spaziano da quelli culturali destinati a un pubblico di nicchia, a quelli popolari con più ascolti, tipo i reality show. Pare che, secondo gli ascolti registrati, la maggior parte degli italiani preferisca programmi più soft (leggeri) definiti da molti anche “Tv spazzatura”. Questa Tv punta su programmi di basso livello, che assecondano il cattivo gusto e la pigrizia intellettuale degli spettatori, offrendo una visione rozza e semplicistica della realtà, specialmente politica e sociale.  Fanno parte di questo tipo di programmi i reality show, come il GF (Grande Fratello)e GF Vip, “Temptation Island”, “L’isola dei famosi”, “Uomini e donne”, “La pupa e il secchione”, “La fattoria”, “Tamarreide”, “C’è posta per te”, “Il boss delle cerimonie” e molti altri. Anche altre trasmissioni televisive vengono catalogate come tv spazzatuta, ad esempio alcuni talent show come “Amici”, “Italia’s Got Talent”, “Ballando con le stelle”, “Tú si que vales” e così via. Gli italiani amano rilassarsi guardando certe trasmissioni senza alcun valore culturale ma con ascolti altissimi. Ci sono anche tanti programmi intellettuali, purtroppo con ascolti molto bassi, come ad esempio “Focus”, che trattano le meraviglie della natura, le innovazioni scientifiche, nuove cure per le malattie; “Quante storie”, che analizza il libro scritto dall’ospite scrittore insieme ai ragazzi di varie scuole superiori; “Archimede”, “Il tempo e la storia”, “Passepartout” ideato e condotto dal critico d’arte e scrittore Philippe Daverio. Il pubblico italiano è affascinato dai pettegolezzi, dalle cose frivole e dal gossip. La verità è che alcuni guardano certe trasmissioni per evadere dalla realtà, dalle notizie quotidiane, che riportano casi di omicidi, suicidi, bullismo, guerra ecc. La gente ha bisogno di evadere e preferisce vedere programmi che facciano ridere, e allontanino il più possibile dai problemi di ogni giorno. Ma, anche se le nostre menti sono distratte dai pettegolezzi dei reality show, nel mondo continueranno ad esserci lo stesso le guerre e tutte quelle cose che vorremmo evitare di sentire quotidianamente.

Guardare questo tipo di programmi una volta tanto non guasta, ma dovremmo saper arricchire la nostra cultura con programmi di livello più elevato privilegiando la mente e lo spirito. Michela Abbascià

Tv spazzatura, controllo sociale e propaganda: soprattutto i giovani vittime del trash e della mediocrità. Enrica Perucchietti l'8 maggio 2018 su unoeditori.com.

Violenza: la vera protagonista in tv. Bestemmie, bullismo, insulti, aggressioni. In queste settimane la violenza è stata protagonista della televisione generalista italiana con la nuova stagione del Grande Fratello e dei relativi talk show. Specchio del lato peggiore e più volgare della nostra società, si stanno imponendo modelli (sulla falsariga estera) di uomini e donne sguaiati, ignoranti, violenti, mostruosamente rifatti e gretti in modo da aumentare la morbosità del pubblico e sdoganare comportamenti sempre più mediocri. Sta cioè andando in onda lo spettacolo della banalità: un modo per distrarre l’opinione pubblica dai problemi che assillano il Paese e per imporre nuovi costumi e nuovi modelli “fluidi” nell’opinione pubblica.

I giovani, vittime del trash e della mediocrità. L’imposizione di modelli sempre più triviali, soprattutto tra i più giovani, serve ad appiattire l’opinione pubblica su canoni estetici e culturali squallidi, rendendoli di fatto un modello da ammirare e imitare. Saranno i più giovani a subire maggiormente il fascino della mediocrità e a tentare di emularla. Dietro alla cornice del puro intrattenimento, si trasmette infatti alle nuove generazioni un modello basato sull’ignoranza e la mediocrità. Lo spettacolo, sempre più trash, funge anche da faro morale, estetico ed etico soprattutto per i più giovani. Chi “lavora” e vive di spettacolo, diviene un’icona e un modello da seguire, modificando pertanto gli usi e costumi della società: se chi sta in TV ce l’ha fatta, vuol dire che deve essere emulato per conseguire soldi e successo. E se le star e starlette di riferimento non sanno fare niente (né cantare, né ballare, né recitare), poco importa, ci si può identificare meglio e illudersi di poter diventare “qualcuno” senza doversi impegnare, studiare, frequentare scuole di perfezionamento.

Il Grande Fratello: da Orwell al Grande Fratello “VIP”. Dalla pubblicazione di 1984 a oggi, l’espressione “Grande Fratello” viene utilizzata per indicare un tipo di controllo invasivo da parte delle autorità, uno stato di polizia totale o l’aumento tecnologico della sorveglianza. Per ironia del destino, la televisione ha reso altrettanto celebre l’espressione usandola per battezzare l’omonimo reality show che ha rivoluzionato l’estetica e il modo di fare TV. Nel format “Grande Fratello” persone sconosciute (o celebri nella versione VIP) accettano di farsi rinchiudere in un appartamento sotto il controllo costante delle telecamere in modo che il voyerismo del pubblico possa cibarsi costantemente delle immagini della vita quotidiana di costoro. Non c’è più nulla di “rubato”, le telecamere non sono nascoste ma finiscono per essere “dimenticate” dagli inquilini della casa e la loro esistenza viene ripresa costantemente dall’occhio del Grande Fratello. Nel nostro quotidiano dominano ormai il voyerismo e la sete di dettagli morbosi. E nell’epoca della post-verità, conta poco il reale, quando la sua interpretazione mediata dalle immagini: anche il giornalismo ha riplasmato se stesso su questa nuova forma estetica, svuotando l’informazione e portandola sul mero piano del gossip pur di acchiappare “clic” e ottenere consenso.

Il sogno? Essere sorvegliati e controllati per diventare famosi. Laddove in 1984 era descritto come un incubo totalitario, oggi la sorveglianza e il controllo vengono visti come un’occasione per mettersi in mostra e diventare “famosi”. Siamo noi a offrire continue immagini e informazioni sui social network pur di apparire e mostrare ogni aspetto della nostra vita (seppure il più delle volte contraffatta, irreale). La privacy è abolita e la sorveglianza desiderata (per poi “indignarsi” di fronte a scandali come il caso Cambridge Anaylitica). I 15 minuti di celebrità di warholiana memoria sono finiti per dilatarsi in una spettacolarizzazione globale della vita quotidiana in cui la realtà viene fagocitata dalle immagini. È lo spettacolo che cannibalizza il reale. Lo spettacolo ha cioè svuotato di significato la lezione orwelliana per consegnare alle nuove generazioni il sogno di poter essere controllati anche nella propria intimità. Non solo: costoro si sottopongono, come vittime sacrificali, a processi mediatici dai risvolti sociali tesi a inculcare nell’opinione pubblica nuovi costumi e a biasimarne altri.

Bulimia sessuale e adolescenza perenne. Viene inoltre proposto il modello di bulimia sessuale e di immaturità sentimentale cronica in cui si sono ormai immedesimati anche gli adulti: ciò spinge tutti, indipendentemente dall’età, a pensare e ad agire come degli eterni adolescenti. E gli adolescenti sono ovviamente più facilmente “manovrabili”. La saturazione illimitata del piacere ha dato vita a un nuovo essere umano, un adolescente perenne che segue esclusivamente la bussola delle proprie emozioni usando sempre meno la propria coscienza critica ed eludendo il ragionamento. Finisce così per credere a ciò che preferisce e gli piace, a ciò che “risuona” meglio, a chi lo convince perché riesce a far leva sulle sue emozioni, a chi lo rassicura ripetendo fino allo sfinimento lo stesso slogan. Vive di empatia e si adagia sui mantra del buonismo e del politicamente corretto che lo rasserenano. Per immunizzarci da questo meccanismo, dovremmo renderci conto che il potere non è interessato a “emancipare” l’uomo o a renderlo “adulto” quanto semmai a controllarlo sempre meglio, indirizzando le sue scelte dopo essere penetrato nella sua anima, nel suo immaginario, anche attraverso lo spettacolo.

Enrica Perucchietti: laureata col massimo dei voti alla Facoltà di Lettere e Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista e scrittrice. È autrice di numerose pubblicazioni.

Tv spazzatura: un coma farmacologico. Tv spazzatura, una breve disamina. Duilia Giada Guarino per Eroica Fenice. Giungono per tutti, anche nel corso di una giornata strapiena di impegni, momenti “da coma”, vuoti, ciechi, che è necessario riempire con qualcosa. E capita a tutti, più o meno frequentemente, di dare una sbirciata a quella che è spesso definita “tv spazzatura” proprio in queste fasi fisiologiche di noia immota. C’è chi lo fa vergognandosene, chi lo fa consapevolmente attratto, chi salta da un programma all’altro aspettando solo il momento della cena.

Non sono in molti a chiedersi il significato dell’espressione “tv spazzatura”. Anzi, sono sempre meno quelli che lo fanno. Nell’ultimo periodo, infatti, simultaneamente all’imperare di internet, dei social network e delle serie TV, i cui astri sono in repentina ascesa, il dibattito sulla tv spazzatura si è decisamente mitigato. Sparito dal baricentro delle tendenze più diffuse e quindi più allarmanti. L’espressione tv spazzatura è stata ideata dai media, dalla critica, dalla stampa, e traduce la parola di matrice statunitense “trash” che significa immondizia o scarto. Infatti molti ritengono che i programmi televisivi etichettati come “spazzatura” o “trash” possano essere descritti come autentici scarti immateriali, prodotti grezzi, gretti, dal valore quasi nullo. La tv, in un’era che si evolve (o involve) a ritmi vertiginosi, è seguita meno ossessivamente di un decennio fa. Oggi si tenta di tenere bambini e adolescenti non tanto distanti da essa quanto dalla dimensione narcotizzante e letale di tablet, pc, smartphone. Nonostante questo, il problema non può ritenersi risolto, ma solo temporaneamente archiviato. È ancora necessario chiedersi cosa rende un programma televisivo “spazzatura” e perché si è ugualmente, o a maggior ragione, indotti a seguirlo con avidità? Dal momento che continuiamo a bombardare i nostri sopracitati momenti da coma, vuoti e cechi con il rumoreggiare assordante del trash, con reality show miseramente privi di qualsiasi contenuto, in cui troneggia fieramente l’assenza di essenza, talento e libero pensiero, è ancora assolutamente necessario chiederselo. Per citare un esempio tra tanti, lunedì 11 settembre è andata in onda la prima puntata del Grande fratello Vip 2, che ha tenuto incollati al piccolo schermo 4,5 milioni di telespettatori, soprattutto giovanissimi. Un tristissimo tripudio di luoghi comuni, sfacciata esibizione e povertà di valori che continua ad attrarre inspiegabilmente.

Ma in realtà, una spiegazione per la tv spazzatura c’è. Quello che attrae è l’anestesia: si guardano programmi che non richiedono il faticoso atto del pensare. Ci si deve solo far trascinare comodamente da mode effimere, dal sistema di pensiero dominante, da un genere di tv messo lì appositamente per distogliere le persone. Distoglierle da cosa? Da quello che non si può dire. Da problematiche reali, da loro stesse, da un mondo impegnativo perché bisognoso di cure. È facile piantarsi dinanzi al trash, sgranocchiare patatine e lasciarsi “drogare” da un circo coloratissimo di personaggi narcisisti, stereotipati e truccatissimi. C’è poco da fare: i “vip” piacciono proprio per il loro essere “very important person” grazie a nessun motivo al mondo. Una trappola ordita sapientemente dagli dèi della comunicazione, del commercio, del marketing a discapito dei telespettatori. Pomeriggio 5, Uomini e donne, Geordie shore, Ciao Darwin… pochi nomi in una costellazione di programmi-spazzatura che mortificano l’intelletto, che annichiliscono serate potenzialmente impiegabili in attività più stimolanti. Un vero e proprio coma farmacologico cui ci sottoponiamo più o meno consenzienti. Ciò non significa demonizzare la visione di questa categoria televisiva: conoscere è la conditio sine qua non per una critica sana e una selettività oculata. Chi ripudia la tv spazzatura per sentito dire, e non sulla base di analisi empiriche, è una stolta pedina esattamente come chi si lascia plagiare dal narcotizzante e subdolo trash. Duilia Giada Guarino per Eroica Fenice.

Tv spazzatura e degrado della società. Gianmarco Ruffo 4°D (gian94) (Medie Superiori) scritto il 23.04.12. La società in cui viviamo si allontana ogni giorno di più dai sani valori di un tempo. Esempio eclatante del degrado della nostra società sono i reality show che spopolano nelle emittenti televisive: si passa da ragazzi sconosciuti ai più che vengono selezionati tra la gente comune, i quali si accapigliano per interi mesi in una casa da favola piena di comfort per chi è più bello o ha la storia sentimentale finta più vera, a personaggi ormai ai margini del mondo dello spettacolo, che si fingono naufraghi su di un’isola, pur di apparire ancora sul piccolo schermo e si “guadagnano” il monte premi, fingendo di vivere come naufraghi. Quello che ancor di più rattrista, ma che allo stesso tempo fa arrabbiare è che questi personaggi diventano idoli indiscussi dei ragazzi che passano intere serate a tele votare chi secondo loro è più meritevole di vincere migliaia di euro, pur non facendo assolutamente nulla. Usata in questo modo la televisione diventa un’arma pericolosissima nelle mani di persone senza scrupoli che farebbero di tutto pur di ottenere due punti di share in più a serata. C’è da aggiungere però che, oltre al dilagare incessante della tv spazzatura, ci sono pochi personaggi e programmi per cui vale ancora la pena trascorrere qualche ora sul divano del salotto. Bisognerebbe rincominciare da personaggi come Fiorello, il miglior show man in Italia, capace di intrattenere per più di due ore 10 milioni di persone davanti allo schermo, parlando di problemi vari dalla politica ai giovani, intervallando tutto con momenti di musica. Altro esempio da cui ripartire è Enrico Brignano che durante i dieci minuti del monologo del mercoledì sera mette in forte imbarazzo la classe politica del nostro paese, per poi essere censurato già dal mattino dopo sul web. È importante per i giovani interagire di più con i coetanei, confrontarsi ed esprimere le proprie idee, non consumare una ricarica ogni sera per votare il “miglior concorrente” di qualche insulso reality. Gianmarco Ruffo 4°D

Televisione spazzatura: tema argomentativo. Appunto inviato da maxhajex su doc.studenti.it. Considerazioni personali sulla televisione spazzatura, tra volgarità e reality show. Tema argomentativo sui pro e i contro della televisione spazzatura italiana.

Televisione “Spazzatura”. La televisione italiana è a mio parere e a detta di molti, un vero e proprio spettacolo incentrato su argomenti spazzatura. Essa, negli ultimi tempi si basa sulla volgarità, sugli spettacoli di violenza gratuita e coloro che dirigono questi programmi sono spesso persone stravaganti, improbabili e alcune volte prive di un minimo di cultura. La crisi più profonda della storia della televisione è in corso e dubito che si dileguerà velocemente, anzi penso che suddetta crisi si propagherà fino a ridurre al minimoprogrammi come documentari storico-scentifici e film con morali importanti. Ormai neanche i reality show, a mio parere forma di televisione spazzatura tra le più accreditate, sono più in grado di portare risultati soddisfacenti in termini di ascolti.

Tema sulla tv spazzatura: pro e contro. Gli ascolti, sono la vera causa di questo decadimento televisivo. Secondo me il problema è da attribuire alla troppa importanza che oggi si da agli ascolti televisivi perchè basandosi troppo sui risultati, in termini di ascolti, si sottovalutano i contenuti e soprattutto si tende a non rispettare il pubblico televisivo, scadendo spesso in volgarità gratuite solo allo scopo di far aumentare questi ultimi. Molte persone però la pensano diversamente replicando che si stanno scatenando troppe proteste contro la televisione spazzatura. Nel rapporto televisione pubblico, infatti chi decide e è sempre il pubblico che fa da sovrano. Non bisogna mai sottovalutare il fatto che siamo noi, telespettatori, a decretare o meno il successo di un programma televisivo, non i prouttori televisivi. In che modo facciamo questo? Scegliendo cosa guardare. Grazie al telecomando (strumento con molto potere nei confronti della televisione )  il telespettatore ha libertà di scelta. Se determinati programmi, ritenuti dall'opinione pubblica e dai critici volgari, hanno tanto successo in termini di ascolti è perché il pubblico televisivo decide comunque di guardarli, scartandone altri moto più educativi. In Italia spesso ci meravigliamo e ci scandalizziamo per piccole banalità senza renderci conto che facciamo tutti parte di un sistema e che, soprattutto per quanto riguarda la televisione, siamo NOI i promotori della tanta spazzatura di cui poi ci lamentiamo. Eppure c'è chi dice basta a tutto questo e lo fa anche in maniera plateale. Durante una puntata di "Buona Domenica", Claudio Lippi, nel cast del programma e autore dello stesso, abbandona in diretta lo studio ed in seguito lascia definitivamente l'intera trasmissione, perché a suo dire troppo volgare e priva di contenuti. A questo tipo i televisione “volgare se ne affianca uno ancora più pericoloso: quella che spettacolarizza il dolore e i sentimenti delle persone che vengono espansi a dismisura per catturare audience. Il caso di Sara Scazzi o della donna uccisa con un pugno a Roma ne sono un esempio lampante ( ho visto una puntata di pomeriggio 5 in cui alcune perone difendevano addirittura l’uomo che aveva tirato questo pugno! ). Ci sono ancora troppi televisori che invece di ricordare le morti atroci di due innocenti, utilizzano questi fatti per discuterne in salotti improvvisati con soubrette e personaggi del jetset che meglio starebbero in un circo a mio parere. Questo tipo di televisione è molto più pericolosa e volgare di due personaggi bzzarri che si insultano gratuitamente.

Televisione "Spazzatura" La televisione italiana è a mio parere e a detta di molti, un vero e proprio spettacolo incentrato su argomenti spazzatura. Essa, negli ultimi tempi si basa sulla volgarità, sugli spettacoli di violenza gratuita e coloro che dirigono questi programmi sono spesso persone stravaganti, improbabili e alcune volte prive di un minimo di cultura. La crisi più profonda della storia della televisione è in corso e dubito che si dileguerà velocemente, anzi penso che suddetta crisi si propagherà fino a ridurre al minimoprogrammi come documentari storico-scentifici e film con morali importanti. Ormai neanche i reality show, a mio parere forma di televisione spazzatura tra le più accreditate, sono più in grado di portare risultati soddisfacenti in termini di ascolti. Gli ascolti, sono la vera causa di questo decadimento televisivo. Secondo me il problema è da attribuire alla troppa importanza che oggi si da agli ascolti televisivi perchè basandosi troppo sui risultati, in termini di ascolti, si sottovalutano i contenuti e soprattutto si tende a non rispettare il pubblico televisivo, scadendo spesso in volgarità gratuite solo allo scopo di far aumentare questi ultimi. Molte persone però la pensano diversamente replicando che si stanno scatenando troppe proteste contro la televisione spazzatura. Nel rapporto televisione pubblico, infatti chi decide e è sempre il pubblico che fa da sovrano. Non bisogna mai sottovalutare il fatto che siamo noi, telespettatori, a decretare o meno il successo di un programma televisivo, non i produttori televisivi. In che modo facciamo questo? Scegliendo cosa guardare. Grazie al telecomando (strumento con molto potere nei confronti della televisione ) il telespettatore ha libertà di scelta. Se determinati programmi, ritenuti dall'opinione pubblica e dai critici volgari, hanno tanto successo in termini di ascolti è perché il pubblico televisivo decide comunque di guardarli, scartandone altri moto più educativi. In Italia spesso ci meravigliamo e ci scandalizziamo per piccole banalità senza renderci conto che facciamo tutti parte di un sistema e che, soprattutto per quanto riguarda la televisione, siamo NOI i promotori della tanta spazzatura di cui poi ci lamentiamo. Eppure c'è chi dice basta a tutto questo e lo fa anche in maniera plateale. Durante una puntata di "Buona Domenica", Claudio Lippi, nel cast del programma e autore dello stesso, abbandona in diretta lo studio ed in seguito lascia definitivamente l'intera trasmissione, perché a suo dire troppo volgare e priva di contenuti. A questo tipo i televisione "volgare se ne affianca uno ancora più pericoloso: quella che spettacolarizza il dolore e i sentimenti delle persone che vengono espansi a dismisura per catturare audience. Il caso di Sara Scazzi o della donna uccisa con un pugno a Roma ne sono un esempio lampante ( ho visto una puntata di pomeriggio 5 in cui alcune perone difendevano addirittura l'uomo che aveva tirato questo pugno! ). Ci sono ancora troppi televisori che invece di ricordare le morti atroci di due innocenti, utilizzano questi fatti per discuterne in salotti improvvisati con soubrette e personaggi del jetset che meglio starebbero in un circo a mio parere. Questo tipo di televisione è molto più pericolosa e volgare di due personaggi bzzarri che si insultano gratuitamente. Se la televisione grida o urla, basta spegnerla. Ma non tollero assolutamente che si approfitti del dolore altrui, diventando senza scrupoli pur di far ascolti.

Alb.Ma. per Il Sole 24 ore il 30 luglio 2019. Nel 1994 Silvio Berlusconi fa irruzione nella politica nazionale con Forza Italia. Nel 2013 i Cinque stelle, la forza anti-establishment fondata dal comico Beppe Grillo, stravolge gli equilibri incassando il 25,5% dei consensi e arrivando cinque anni dopo al vertice del paese. Berlusconi guarda con orrore ai grillini, classificandoli addirittura come «peggio dei comunisti». A sua insaputa, però, potrebbe averne alimentato l’exploit con la sua stessa creatura imprenditoriale: Mediaset, all’epoca rappresentata dalle reti Fininvest. Uno studio pubblicato dall’American Economic Review, «The Political Legacy of Entertainment Tv», ha registrato una correlazione diretta fra l’esposizione alla televisione commerciale e l’inclinazione al voto per forze che adottano un linguaggio populista e ipersemplificato nella propria comunicazione politica. Lo studio, a firma degli accademici Ruben Durante (Universitat Pompeu Fabra di Barcelona), Paolo Pinotti (Bocconi di Milano) e Andrea Tesei (Queen Mary University, Londra), evidenzia che «gli individui esposti alla tv di intrattenimento da bambini risultano meno sofisticati dal punto di vista cognitivo e meno sensibili e meno provvisti di senso civico, e in ultima istanza più vulnerabili alla retorica populista di Berlusconi». In un secondo momento, prosegue il report, la stessa sensibilità alla retorica populista avrebbe favorito lo slittamento dello stesso target di spettatori-elettori da Forza Italia ai Cinque stelle. Le due sigle hanno poco a che spartire sul terreno ideologico. Ma diverse affinità nella scelta del linguaggio: «Nonostante le chiare differenze ideologiche - si legge nello studio - Il Movimento cinque stelle condivide con Forza Italia una retorica populista».

Lo sbarco del Biscione in Italia. Lo studio ripercorre la storia imprenditoriale dell’ex presidente del Consiglio e della tv commerciale in Italia, dal lancio di Canale 5 nel 1980 allo sdoganamento delle reti Fininvest (oggi Mediaset) con legge Mammì del 1990. La tesi è che l’esposizione a una Tv di intrattenimento abbia compromesso le facoltà cognitive di un certo bacino di utenza, rendendo gli spettatori «più vulnerabili» alla retorica populista prima di Forza Italia e poi del Movimento Cinque stelle. L’origine del tutto va cercata, secondo gli autori dell’indagine, nei contenuti dell’offerta televisiva sbarcata sulle frequenze italiane con l’arrivo del «Biscione». L’analisi qualitativa sulla programmazione delle reti di Berlusconi nei loro primi anni di vita evidenzia un approccio completamente diverso dai palinsesti della Rai, ribaltando la funzione informativa-educativa della tv di Stato. Negli anni ’80, gli attuali canali Mediaset risultavano concentrati quasi esclusivamente sull’intrattenimento leggero (dalle soap opera agli show comici) e i film, con un’incidenza pari al 67% e al 23% della messa in onda. Le news sarebbero arrivate solo nel 1991 e non c’era traccia di contenuti a sfondo educativo. La Rai, viceversa, dedicava nello stesso periodo il 34% del suo tempo all’informazione e il 22% a contenuti educativi. Anche restringendo il campo sulla sola dimensione dell’intrattenimento, l’offerta Mediaset appare di livello inferiore a quella della Tv di Stato. Fra 1983 e 1987, secondo un’analisi svolta sulle valutazioni dei portali Mymovies.it e Filmtv.it, le pellicole trasmesse sulle reti Fininvest viaggiavano su rating molto più bassi e risultavano meno adatti a un pubblico sotto a una certa soglia anagrafica.

Da Drive-In alla cabina elettorale. Conseguenze? A livello strettamente cognitivo, si legge nell’indagine, gli spettatori «esposti alla tv di intrattenimento da bambini sono diventati sia meno sofisticati intellettualmente sia meno inclini al senso civico da adulti». Secondo dati citati dall’indagine, l’esposizione alla Tv di intrattenimento nell’infanzia aumenta dall’8 al 25% la probabilità di ottenere risultati sotto la media in test psicometrici. Un dato ancora più drastico arriva dai livelli di abilità di conto e alfabetizzazione: «Gli adulti esposti a Mediaset a un’età molto giovane (sotto i 10 anni) performano significativamente peggio sia nella capacità di fare conto che nell’alfabetizzazione -si legge nel report - In particolare, un incremento nella forza del segnale riduce i risultati di capacità di fare di conto e alfabetizzazione di un quarto e di un quinto rispetto alla deviazione standard». Più in generale, gli elettori esposti fin dall’infanzia alla tv di Berlusconi hanno registrato anche una minore propensione all’impegno sociale e al senso civico. Ma qual è il nesso con la scelta politica? Come fa notare la stessa indagine, è più o meno facile rintracciare un legame tra un bombardamento di news «partigiane» e l’inclinazione elettorale. Un caso eclatante è quello della Fox, l’emittente iper-repubblicana che trasmette negli Stati Uniti ed è ritenuta capace di smuovere robusti flussi di voti in favore del Grand old party. È già meno facile associare il declino di capacità di apprendimento o interesse per la cosa pubblica al voto di un certo partito. La risposta sta nell’ingrediente fondamentale della comunicazione: il linguaggio. «La ragione per cui i leader populisti sono particolarmente attrattivi verso gli elettori meno sofisticati è che usano un linguaggio più diretto e facile da comprendere per i cittadini. Funzionava con Forza Italia, ora con i Cinque stelle».

Quella strana (?) affinità tra Forza Italia e Cinque stelle. In particolare, le aree del paese esposte precocemente alle tv di Berlusconi (attorno al 1985) hanno registrato quote maggiori alla media di elettori berlusconiani nel 1994, mantenendo lo stesso effetto nelle successive cinque tornate elettorali. Dal 2013 in poi, gli autori notano lo stesso effetto sull’elettorato dei Cinque stelle. Il radicamento dell’inclinazione populista si accentua nei due blocchi sociali e anagrafici più propensi al consumo di tv-spazzatura, i giovanissimi e gli over 55 con un basso grado di istruzione. La consequenzialità tra Forza Italia e Movimento cinque stelle può sembrare stridente, almeno rispetto alle origini ideologiche rivendicate dall’una e dall’altra forza politica. In realtà le somiglianze fra i due emergono quando si guarda meno ai contenuti e più al metodo: «Sono comunque due partiti populisti, con caratteristiche simili - spiega Paolo Pinotti, uno degli autori del report - Ad esempio la capacità di rivolgersi agli elettori con un linguaggio semplice e la presenza di un leader carismatico». Sotto questa luce, dice Pinotti, non stupisce che si sia verificato un travaso - sia pure marginale - di elettori fra i due movimenti. Un boomerang su Berlusconi che rivela la versatilità del linguaggio populista, a proprio vantaggio o svantaggio. «Non ci spingiamo a dire in nessun modo che Berlusconi abbia “programmato” in qualche modo questi effetti per poi scendere in politica, visto che si parla di anni ben diversi - fa notare Pinotti - Il fatto che emerge, però, è che Forza Italia si è avvantaggiata di quegli stessi schemi comunicativi adottati dalle televisioni dell’allora Fininvest. Forza Italia è stata un partito populista ante litteram. Ora quello stesso linguaggio funziona con i Cinque stelle».

IL WASHINGTON POST E LA TV SPAZZATURA DI MEDIASET. SIAMO BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI? È COLPA DI BERLUSCONI E DI MEDIASET. Maria Giovanna Maglie per Dagospia il 22 luglio 2019. "Così la TV spazzatura ha fatto diventare i bambini più cretini e ha favorito un'ondata di leader populisti" Strofinatevi gli occhi, ce l'hanno con noi, e non è uno scherzo, è vecchia paccottiglia della peggiore chiacchiera radical chic, tradotta in inglese e adattata alla bisogna dei tempi. Ma vedrete che, appena la scoprono, dalle spiagge di Capalbio si diffonderà in pensosi editoriali e talk show tv, si in TV, a spiegare perché siamo diventati così brutti, sporchi, cattivi, fissati con i confini, non accoglienti delle risorse, disumani come Matteo Salvini. Perciò, siccome leggo qualche giornale straniero anch'io, mi avvantaggio e vi racconto. Italiani, sappiate che siete diventati berlusconiani perché come il serpente del Libro della Giungla, Mediaset vi ha traviato con veleni terribili e fatture segrete fatte di film, sport, programmi comici, tutte droghe pesanti. Poi, essere berlusconiani non vi è bastato più, siete diventati Grillini e addirittura alla fine Salviniani perché il morbo si è diffuso, incontenibile. La versione più aggiornata degli analfabeti funzionali, insomma, la pubblica non la Gazzetta di Forlimpopoli, in un giorno in cui la figlia del sindaco voleva giocare a fare la giornalista, ma il Washington Post, tutti in piedi sull'attenti. Certo che ne rincoglionisce più il fallimento del globalismo e l'odio per il sovranismo dell'Alzheimer, e sono pronti a tutto, anche a rispolverare le più vecchie e trite polemiche antiberlusconiane, quelle che si usavano per convincere gli elettori del Cav che erano stati drogati di TV, il moloch cattivo che ti succhia il cervello, quelle che venivano utilizzate rabbiosamente per spiegare sconfitte elettorali. Ma qui è peggio, molto peggio, la TV cattiva che ha fatto diventare gli italiani in parte berlusconiani, oggi ha partorito bambini cretini e ha favorito l'ondata di leader populisti. Non è la pagina dei libri magari di fantascienza del Washington Post, è quella del business, e hai voglia a scrivere apocalitticamente che la democrazia muore nell'oscurità, come recita il sottotitolo della testata dall'inizio dell'era Trump, la democrazia affoga nel ridicolo, e i media insieme con essa. Titolo in inglese, a dimostrazione che non scherzo: How trashy TV made children dumber and enabled a wave of populist leaders. Autore Andrew Van Dam, del quale si spiega che prima che al Washington Post ha lavorato per il Wall Street Journal e prima ancora per il Boston Globe. Gradirei referenze dal Wall Street Journal. Immagine di lancio dell'articolo, tenetevi forte: Monitors at RAI television studios in Rome display Silvio Berlusconi’s message announcing his political debut on Jan. 26, 1994. Ovvero gli schermi degli studi della  Rai di Roma mostrano il messaggio di Berlusconi che annuncia il suo debutto in politica il 26 gennaio del 1994. Perché, e qui la finisco con le citazioni in inglese, "This is a story about how the lowest common denominator of popular media paved the way for the lowest common denominator of populist politics. And it’s got data. Questa è la storia di come il minimo comun denominatore dei media popolari ha spianato la strada al minimo comune denominatore dei politici populisti". Sapete come comincia la storia? Comincia con l'apertura delle frequenze italiane che a lungo erano state monopolio della RAI, ma negli anni 80 un canale ostentatamente rozzo e aggressivo chiamato Mediaset riesce a farsi strada nel mercato e si diffonde nel Paese acquistando piccoli canali locali e contrastando la missione educativa della Rai con una dose pesantissima di cartoni, sport, soap opere film e altro genere di intrattenimento leggero...Sterco del demonio, e si capisce che il nostro autore sente la puzza di zolfo ma prosegue con coraggio nel racconto. All'inizio degli anni 90, 49 italiani su 50 potevano guardare Mediaset, e a metà del Paese questo accesso fu reso possibile in solo 5 anni di tempo. Di qui uno studio di economisti italiani che ha comparato le città che avevano Mediaset fin dall'inizio con quelle che l'hanno avuto più tardi, e così hanno calcolato come pochi anni in più di TV possano plasmare le politiche di una società. Italiani, lo sapevo, i tre signori economisti ci mettono il nome e la faccia, si chiamano, Ruben Durante, Universitat Pompeu Fabra a Barcelona, Paolo Pinotti, Bocconi University di Milano, e te pareva, Andrea Tesei, Queen Mary University di Londra. Hanno analizzato che una maggiore esposizione agli insulsi programmi di Mediaset, tipo Chernobyl, ha dato luogo a un sostegno duraturo ai candidati populisti che esprimano messaggi semplici e diano risposte facili. Qui viene il bello, voi potete aver creduto che tutto ciò abbia ovviamente favorito il fondatore padrone di Mediaset ovvero il noto politico populista ed ex primo ministro Silvio Berlusconi. Ma in parte vi sbagliate, perché i ricercatori sono arrivati a dimostrare che l'effetto non riguarda solo Berlusconi, che ne hanno beneficiato anche i contendenti avversari populisti, soprattutto il MoVimento 5 stelle...Il diabolico ruolo della televisione nel successo populista sta apparentemente nell'intrattenimento, non nei messaggi politici. Durante il periodo di esposizione maggiore al morbo, infatti, né Mediaset e né Berlusconi facevano ancora politica ma in quegli anni Mediaset offriva quasi tre volte di più di tempo dedicato a film e intrattenimento rispetto alla Rai ed evitava quasi tutte le notizie e i programmi educativi. A uno verrebbe di dire beh meno male, c'erano già quelli del partito Rai erudire il pupo di sinistra. Invece non è così perché Benjamin Olken, professore al Massachusetts Institute of Technology,che ha praticamente inventato il metodo di analisi usato dal team italiano, sostiene che la ricerca conferma che la TV che non è esplicitamente politica può avere un effetto sulla politica. Com'è questo rigoroso metodo? Semplice, Olken aveva testato la sua teoria già nel 2009 niente meno che in 606 villaggi nell'isola indonesiana di Java, una società notoriamente affine a quella italiana, per dimostrare che più televisione vedi meno sei attivo nella partecipazione alla vita civile. Peggio, il guaio comincia presto, e forse bisognerebbe toglierli ai genitori - chiamate gli assistenti sociali - questi bambini che guardano Mediaset e l'hanno guardata negli anni della formazione, perché, come ha spiegato l'economista Durante, crescono meno sofisticati dal punto di vista cognitivo e meno preoccupati dal punto di vista civico rispetto agli altri che hanno visto solo TV pubblica o altra televisione locale. E noi che abbiamo sempre creduto che la televisione sia soltanto un medium, un mezzo, non un fine, e che tutto dipende da quante ne vedi, di che livello è l'impegno della famiglia, quanto ti forma la scuola... Macché, sentite l'esperto: ogni ora che passa a guardare TV è un'ora in cui non leggi, non giochi all'aperto non socializzi con gli altri bambini, e questo ha effetti a lungo termine sul genere di persona che diventerai...Com'è che questa ardita teoria non viene sviluppata per internet i social? forse perché le felpette di Silicon Valley sono gli stessi che commissionano queste ricerche progressiste? Andiamo avanti, implacabili. Hai guardato Mediaset prima di compiere i 10 anni di età? Pronto un test che dice che sai leggere peggio e  vai peggio di matematica dei tuoi coetanei non esposti a Mediaset. Perciò non deve sorprendere se è possibile che questi uomini e queste donne siamo stati attratti da Berlusconi e poi dai 5 stelle, cioè dal linguaggio semplice nei discorsi e nell'agenda politica, come spiegano gli economisti. Quando poi Mediaset ha deciso di introdurre anche la parte di news e informazioni, all'inizio degli anni 90 il pubblico dei tossici era conquistato e ha continuato a seguire anche le notizie oltre all'intrattenimento su quelle reti. Così è stata possibile la vittoria del 1994 di Berlusconi, l'imprenditore trasformatosi in demagogo populista dopo la caduta di governi corrotti da  scandali. I vecchi ascoltatori erano incollati alle notizie e hanno creduto a quella campagna. E' un'analisi comparabile a quella fatta nel 2017 per spiegare l'influenza di Fox news nelle vittorie dei repubblicani, e te pareva anche in questo caso. In Italia, conclude l'articolo, non è che la televisione abbia creato elettori più conservator, li ha resi più vulnerabili ai messaggi contro l'establishment favoriti dai leader populisti del Paese di tutte le correnti politiche. Prima Berlusconi ha beneficiato del declino nella conoscenza dell'impegno civile, poi dal 2013 altri ne hanno preso il posto e il ruolo. Se ne avete ancora la capacità e il vostro cervello non è stato completamente offuscato dall' aver di recente rivisto Pretty Woman, una possibilità di risposta a questo articolo, e al dotto studio dei tre ricercatori italiani, lo avete. Ve lo ricordate il pernacchio di eduardiana memoria? Era prima dell'era Mediaset, è sempre valido. 

Intervista a Ernesto Galli Della Loggia Pietro Senaldi per “Libero quotidiano” il 22 luglio 2019.

«Delle ultime puntate della commedia dei finti equivoci tra Di Maio e Salvini mi importa niente. Capisco che, in quanto italiano, sia rilevante anche per me dove va questo governo e come finirà la vicenda, ma non ho nulla in proposito da dire. Non sto a commentare o a inseguire l' ultimo tweet di nessuno».

Vedo, in effetti ultimamente scrive sempre meno di politica, cosa stravagante per un politologo: non le interessa più?

«Bisogna intendersi su cos' è la politica. Per me non sono le diatribe verbali a cui assistiamo tra Lega e Cinquestelle, quella è una parodia della politica e non merita analisi perché cambia di giorno in giorno, per poi non cambiare mai. Affrontare temi come la riforma della giustizia, il divario tra Nord e Sud, il crollo del sistema scolastico: questo dovrebbe voler dire occuparsi di politica. E i giornali potrebbero fare la loro parte».

Colpa dei giornali se si parla troppo di politica e se ne fa poca?

«I quotidiani si sono prima subordinati alla tv, e ultimamente anche a facebook e twitter: si limitano troppo spesso a ripetere le notizie dei tg o a rilanciare le dichiarazioni che i politici fanno sui loro social, ma così perdono importanza agli occhi dei lettori e dei politici stessi».

Cosa dovrebbero fare invece?

«Disinteressarsi delle esternazioni quotidiane dei politici, lasciandoli ai loro social e smettendo di appagarne la vanagloria, e invece iniziare loro, magari, a fare politica affrontando in chiave costruttiva i temi del Paese. Se cominciassero a farlo, i politici forse smetterebbero di tener conto solo della tv e tornerebbero a occuparsi di cose serie. Certo, capisco che è più semplice fare da megafono ai politici, ma alla lunga così si diventa marginali».

In vacanza, nel giorno del suo settantasettesimo compleanno, il professor Ernesto Galli della Loggia trova ci sia poco da festeggiare a livello nazionale. Non ha fiducia in questo governo ma neanche in quello che verrà, qualunque esso sia. È annoiato dal dibattito politico e perplesso di fronte a un Paese che non pare interessato a guarire i propri mali atavici, ma neppure a lenirli, al punto che ormai non se ne parla neppure più, ci si limita a tirare avanti alla giornata.

Non crede che i politici preferiscano facebook ai quotidiani perché così non sono chiamati a confrontarsi con un interlocutore?

«In parte può essere così, ma sono convinto che i leader passino ore su facebook perché credono davvero che la politica si faccia in questo modo. È la sola cosa che in un certo senso hanno imparato fare, e la fanno ignorando che il Paese se ne va per i fatti suoi».

E dove si sta avviando l' Italia?

«Al declino, come si evince dai principali dati economici e sociali. Abbiamo ancora la mafia e la camorra, i nostri studenti sono poco preparati, ci trasciniamo mali secolari. Abbiamo perso troppi treni, specie negli anni Ottanta, quando le cose andavano ancora bene».

Ma non declina tutta Europa?

«Certo, dal momento che la storia è andata come è andata e siamo un continente diviso privo di alcun peso reale. Ma il declino italiano è particolare.

Veneriamo la Costituzione per ragioni ideologiche anziché riformarla.

Avremmo dovuto cambiare la forma di governo, non possiamo più avere il bicameralismo e una diarchia tra Palazzo Chigi e Quirinale di modo tale che ci ritroviamo poi premier per caso e solo di facciata come Conte. Anche la giustizia meritava una riforma capace di farle acquistare presso i cittadini il credito che aveva perduto e di fornire al Paese un servizio assolutamente essenziale».

Lo scandalo del Csm ha assestato un colpo definitivo alla credibilità della magistratura?

«La credibilità della magistratura era in caduta libera già da prima, e non potrebbe essere diversamente visto il cattivo funzionamento della giustizia stessa. Non esistono ospedali cattivi con medici rispettati, e così è per i tribunali».

Colpa della politicizzazione delle toghe?

«La politicizzazione esiste ma è cosa, credo, che interessa soprattutto una minoranza della popolazione. Alla maggioranza interessa di più avere un processo in tempi brevi, equo, semplice e poco costoso. Se non ce l' ha, è allora, semmai, che comincia a fare caso alla politicizzazione dei magistrati».

Vuole anche lei la separazione delle carriere tra giudici e pm?

«Vorrei soprattutto un maggior uso della giuria, che consentirebbe ai cittadini di essere giudicati dai propri pari e obbligherebbe i magistrati, io credo, a una modifica culturale dei propri comportamenti e del proprio atteggiamento, troppo spesso castale».

Un argomento sul quale lei torna da tempo è la crisi dell' istruzione. Il suo ultimo libro in merito, "L' aula vuota" (Marsilio), è un atto d' accusa pesantissimo al mondo della scuola. Non ritiene di avere un giudizio troppo negativo? In fondo non facciamo che sfornare cervelli in fuga che fanno gola all' estero...

«In ogni naufragio c' è qualcuno che si salva. Il fatto che abbiamo un certo numero di ottimi studenti che il nostro mercato del lavoro non sa valorizzare non cancella la realtà fotografata dagli ultimi test Invalsi: la preparazione media dei nostri ragazzi specie nel Mezzogiorno è penosa».

Colpa dei professori?

«No. Colpa soprattutto di 30 anni di riforme sbagliate che stanno dando i loro frutti. Non siamo riusciti a coniugare educazione di massa e scuola di qualità: l' equazione è fallita quando per motivi ideologici si è pensato che il punto decisivo fosse quello di "democratizzare" la scuola, di dare l' autonomia ai singoli istituti, e di rivedere radicalmente i programmi. E soprattutto che fosse una cosa molto progressista promuovere tutti».

Allora è vero che lei è diventato un reazionario?

«Non m' importa che lo si pensi. Mi limito a osservare che sono un reazionario le cui idee vengono ripetute dieci anni dopo dai progressisti».

Questo significa che il mondo si sta spostando a destra?

«Ma lo sa che questa è una tipica affermazione di sinistra?».

Torniamo allora alla cultura: le celebrazioni per Camilleri le sono sembrate eccessive?

«Siamo un Paese ammalato di retorica, specie quando c' è un morto di mezzo. Ho letto cose incredibili su Camilleri, tipo che sarebbe stato un maestro dell' umanità, che ha passato la vita a difendere i deboli e gli oppressi e così via con i voli pindarici. Non esageriamo, è stato un buon scrittore ma non era Tolstoj. Non mi meraviglierei se tra cinque anni nessuno si ricordasse più di lui se non come l' inventore di Montalbano. Siamo fatti così».

Si è iscritto anche lei nel club degli anti-italiani?

«Ho combattuto una vita contro questa espressione. Io sono italiano, come lei e come tutti, ahinoi. E non esistono italiani buoni e italiani cattivi, siamo tutti sulla stessa barca».

Come si raddrizza questa barca?

«Con serietà e realismo, due elementi che in questi decenni sono mancati a tutta la società italiana, non solo alla classe politica. La serietà ti impone di parlare solo di cose delle quali hai conoscenza e che misuri in base al risultato, non alla demagogia. Il realismo è il suo parente stretto e ti obbliga a restare con i piedi per terra e non proclamare ad esempio, neppure per scherzo, la fine della povertà».

La società sta regredendo, con il ritorno a immense ricchezze e tragiche e sconfinate povertà?

«Non esageriamo. La globalizzazione è stata criminalizzata ma ha causato un abbassamento del tenore di vita solo in Europa. In Africa e Asia essa ha contribuito a tirar fuori dalla povertà assoluta due miliardi di persone. La ricchezza mondiale è cresciuta, ma c' è più gente con cui spartire la torta».

Il nostro anti-globalismo quindi è egoismo?

«No, è la reazione a un fenomeno inevitabile che le nostre classi dirigenti non hanno saputo né capire in tempo né gestire. In particolare la sinistra non ha capito le gravi conseguenze sociali della globalizzazione sul mondo del lavoro e sulla localizzazione delle produzioni industriali. La mancata previsione e gestione di questi problemi ha gettato nell' incertezza e nelle difficoltà economiche un parte importante della popolazione europea e posto le basi del disordine politico attuale. Anche lo scontro sull' immigrazione è figlio di una serie di errori fatti a proposito della globalizzazione e del multiculturalismo ritenuto suo presunto, inevitabile effetto».

L' immigrazione sta dilaniando il mondo cattolico. Papa Francesco è molto popolare, però le chiese continuano a svuotarsi e, tra chi ancora ci va, parecchi sono critici con il Pontefice dell' accoglienza. «Il calo dei fedeli è dovuto soprattutto, io credo, alla secolarizzazione che colpisce tutte le società occidentali, non lo legherei specificatamente a questo papato. Francesco si è molto esposto sul tema immigrati, assumendo una posizione radicale sull' accoglienza; giocoforza è stato divisivo. Ma il tema per la verità prescinde dalla fede, tant' è che troviamo atei pro-accoglienza e cattolici contro l' accoglienza».

Un cristiano non dovrebbe uniformarsi al pensiero del Pontefice?

«Nello scontro sull' immigrazione non ci sono, a me pare, questioni religiose o teologiche in ballo. Esiterei molto a dire, ad esempio, che chi si oppone agli arrivi indiscriminati è un anti-cristiano. Il contrasto all' immigrazione indiscriminata è una questione molto importante che riguarda in special modo la vita quotidiana delle classi popolari di molte aree urbane del Paese. Come si fa a dire che chi vive nelle periferie e non vuole un campo rom vicino non è cristiano? Bisognerebbe trovarsi al suo posto e vivere le sue giornate per giudicare».

La crescita di Salvini è dovuta alla posizione sugli immigrati.

«Non solo. È legata al fatto che il leader leghista riesce a intercettare e farsi paladino di temi forti legati ai problemi della gente. Questioni anche trasversali, tant' è che su sicurezza, pensioni e immigrati si è andato a prendere pure molti voti a sinistra».

Viceversa, come spiega il tracollo di M5S lei, che è tra gli elettori pentiti della Raggi?

«Le ragioni del mio pentimento sul voto romano sono intuitive. Più in generale, penso che i grillini stiano perdendo consensi perché hanno fatto troppe promesse senza combinare alcunché. Specie al Sud, la loro roccaforte, alla fine si è dimostrato che non avevano alcuna ricetta salvifica oltre al reddito di cittadinanza che peraltro non riguarda affatto solo il Sud. E poi M5S è stato surclassato mediaticamente da Salvini».

Il governo è agli sgoccioli?

«Chi lo sa? Lo spettacolo quotidiano è stucchevole. Ma personalmente sono arciconvinto che anche se dovesse cambiare il governo e subentrasse, per esempio, un esecutivo M5S-Pd, o anche un governo tecnico, in realtà non cambierebbe nulla. Dappertutto mancano visione, coraggio e strumenti culturali, in più non ci sono né le risorse né gli strumenti istituzionali per governare bene, a cominciare dalla macchina dello Stato che fa acqua da tutte le parti».

E la sinistra come sta, gli serviranno vent' anni per risorgere?

«Da quella parte non mi pare di vedere segnali confortanti. Anche lì il personale politico è in complesso quanto mai scadente. Direi che lo stato della sinistra ben riassume la crisi della classe dirigente politica e non solo politica nel suo complesso».

Attualmente la sinistra sta cavalcando il Russiagate, ma la vicenda pare non fare breccia nell' opinione pubblica: come se lo spiega?

«L' elemento giudiziario è abusato. Gli italiani sono saturi e poco propensi ormai a credere a inchieste e complotti. La nostra opinione pubblica è storicamente abituata da decenni a vedere i partiti che ricevono finanziamenti dall' estero, perché dovrebbe scandalizzarsi proprio ora? Siamo un Paese con scarso orgoglio nazionale e un passato in cui il denaro di provenienza dubbia e straniera ha costituito un presupposto tacito della nostra quotidianità democratica». 

·         Piange l’edicola del mercimonio.

Fabio Pavesi per il “Fatto quotidiano” 19 dicembre 2019. L'editoria ti fa ricca. Come è possibile, viste le condizioni di salute dei grandi gruppi editoriali, con bilanci che scricchiolano e le copie vendute in edicola che collassano ogni anno da almeno un decennio? Un paradosso, ma non per lei, che di nome fa Laura Cioli, brillante ingegnere con master alla Bocconi che ha calcato negli ultimi 4 anni il palcoscenico dei giornaloni come capo-azienda prima di Rcs e poi di Gedi.Ora quell' avventura nel Gotha dell' informazione è finita. Con il passaggio di mano dell' ex gruppo L' Espresso dai De Benedetti a Exor, anche Cioli ha dovuto lasciare la tolda di comando. Ma con ogni probabilità difficile che abbia di che recriminare. Per la risoluzione del rapporto la manager cinquantenne incasserà 1,85 milioni di euro più 100 mila euro legati a un Mbo, premio legato agli obiettivi. Oltre ovviamente al Tfr dovuto.

Marco Palombi per “il Fatto Quotidiano” il 12 dicembre 2019. Luigi Abete è stato ed è mille cose: presidente di Bnl, ad esempio, come pure della Luiss Business School, della Febaf (Federazione banche, assicurazioni e finanza), eccetera. Abete è pure imprenditore in proprio tramite la holding di famiglia A.Be.Te, che l' anno scorso gli ha dato qualche dispiacere visto che, dopo svalutazioni per 2 milioni di euro, ha registrato una perdita da 1,7 milioni. Le brutte notizie per A.Be.Te sono dovute soprattutto ad Askanews, un' agenzia di stampa in cui non hanno mai messo soldi e sulla quale da gennaio pende una richiesta di concordato preventivo in continuità al Tribunale di Roma. In sostanza, gli Abete vorrebbero far pagare la crisi a dipendenti e creditori: chiedono, in particolare, di licenziare almeno 23 giornalisti su 76 per risparmiare circa 2,4 milioni di euro in un' azienda che, da quando esiste nel 2014, ha più o meno continuamente usufruito di ammortizzatori sociali. Il giudice non ha ancora deciso, ma intanto l' azienda ha comunicato al sindacato la chiusura delle trattative interne: si parla solo al tavolo ministeriale, un bello schiaffo pure al sottosegretario Andrea Martella, che ha la delega all' editoria e ha convocato azienda e comitato di redazione per stamattina. Per manager e imprenditori, si sa, razionalizzare i costi e mandare a casa i lavoratori è spesso un' operazione impersonale: sono numeri. In realtà, per chi è coinvolto, è personalissima e stavolta anche Luigi Abete dovrà trattarla come tale. Alla Procura di Roma è depositato infatti un esposto (che ad oggi non ha prodotto indagati) in cui si parla di Abete, Askanews e di Désirée Colapietro Petrini, giornalista e sua ex fidanzata: l' accusa, in sostanza, è di averla assunta in forza alla redazione spettacoli - in Asca e poi in Askanews - senza che la collega abbia mai effettivamente lavorato per l' agenzia (dove, effettivamente, in dieci anni non l' ha vista quasi nessuno). Poco male, se non fosse che la stessa cronista risulta nella lista di chi ha usufruito di contratti di solidarietà e Cassa integrazione. Insomma, è stata in carico al già malmesso Inpgi (la cassa previdenziale dei giornalisti): cifre marginali, ma la vicenda è imbarazzante. Nell' ultimo round negoziale sulla Cassa integrazione, all' inizio del 2019, questa storia fu tirata fuori dal sindacato persino al tavolo ministeriale senza che l' azienda replicasse nulla. L' interessata - che online si descrive come press agent nel settore spettacoli - al Fatto smentisce la ricostruzione dell' esposto: "Sono stata assunta nel 2009 in Asca per aprire la sezione spettacoli, ho un part time che mi consente di fare anche il mio altro lavoro di ufficio stampa e ho sempre fatto quel che dovevo da contratto, anche andare in redazione quando mi è stato chiesto. Sapevo di questa cosa e umanamente mi addolora, ma sono tranquilla: si usa la mia vita privata per colpire l' azienda". Anche l' azienda nega qualunque problema: "Tutti i dipendenti assunti lavorano regolarmente per l' agenzia". In realtà la procedura concorsuale - che ha le sue ragioni nelle perdite per oltre 5 milioni degli ultimi due bilanci (cui se ne dovrebbero aggiungere almeno 2 quest' anno) - potrebbe rivelarsi "imbarazzante" anche per un altro motivo. Per capire, serve un breve riepilogo. Askanews nasce nel 2014 dalla fusione tra la cattolica Asca, già controllata da Abete, e TmNews, che l' uomo di Bnl aveva preso da Telecom, previa ricapitalizzazione, pagando un euro (sic). Quella fusione creò, tra le altre cose, anche un credito da 2,6 milioni di Askanews nei confronti della A.Be.Te, debito che quest' ultima ha poi passato alla News Holding, sempre di Abete. A marzo 2017, mentre già si parlava di crisi dell' agenzia, News Holding "vende" ad Askanews due partecipazioni (tra cui il 19% di Internazionale) per oltre 2,2 milioni di euro, estinguendo di fatto il credito dell' agenzia. Soldi che avrebbero fatto assai comodo oggi, specie in presenza - se verrà autorizzata - di una procedura concorsuale che chiama i creditori a partecipare alle perdite. Ora, bizzarramente, il credito verso A.Be.Te è un diventato debito (anche se, a fine 2018, di modesta entità) e - nel piano messo a punto dall' azienda - c' è pure il trasferimento della sede dal centro di Roma alle palazzine di proprietà della famiglia nella periferia orientale della città al costo di 150 mila euro l' anno: soldi a cui la holding, bontà sua, rinuncerà (temporaneamente) per rimpinguare il capitale di Askanews. Oggi la palla è a Palazzo Chigi, paradossalmente la vera causa della crisi con la scelta scellerata di assegnare i fondi attraverso il farraginoso sistema delle gare inventato da Luca Lotti.

Dagospia il 10 dicembre 2019. Post di una collaboratrice del Corriere su Facebook, sta facendo rumore, a seguire il commento di Pigi Battista...

Barbara D'Amico su FB: Da oggi interrompo la collaborazione con il Corriere della Sera e in particolare con la sezione per cui scrivo da anni, La Nuvola del Lavoro. Voglio spiegarvi bene le ragioni di questo stop. La prima è di natura pragmatica. Per la seconda volta da quando collaboro con la testata i compensi lordi per gli articoli online sono stati arbitrariamente abbassati, stavolta del 25% (la prima volta fu del 50%: da 40 euro lordi a 20 euro lordi ora siamo a 15 euro lordi). Dico arbitrariamente nel senso che non ho mai ricevuto una comunicazione tempestiva, prima che i tagli fossero effettivi. E’ chiaro, lo decide il management, ma saperlo in tempo aiuta a capire se continuare a collaborare sia sostenibile oppure no. I nuovi tagli sono stati decisi a ottobre ma ne sono venuta a conoscenza solo venerdì 6 dicembre, direttamente in “busta paga”, per così dire e per articoli già scritti. La comunicazione interna, dalla redazione, è poi arrivata stamattina, ma a mio avviso comunque tardiva. E qui veniamo alla seconda e vera ragione: il silenzio. Non deve essere un tabù comunicare in modo chiaro ai collaboratori che non c'è budget sufficiente, che non ha senso continuare. Può capitare, non esiste un diritto alla collaborazione né tantomeno esiste una formula magica per far decollare un prodotto editoriale e garantire poi contratti e tutele. Ma il lavoro giornalistico, a qualunque livello, è lavoro. Non un hobby. Penso esista quindi sempre un dovere di informazione interna attraverso una comunicazione chiara, trasparente e non lasciata ai cedolini, alla sensazione, all’effetto sorpresa. E penso esista una sorta di dovere di sostenibilità: se cioè affido un lavoro all’esterno, anche con poche risorse, devo almeno sincerarmi che quelle risorse e quelle condizioni si possano mantenere. Non si tratta dei 5 euro in più o in meno, ma della fiducia di chi collabora. Poi ognuno, sapendo come stanno le cose, può decidere se lavorare quasi gratis oppure no. Capisco tutto, anche il fatto che non ci sia comunicazione tra management, amministrazione e redazione, ma il risultato di questo caos interno non dovrebbe essere fatto scontare alle professionalità che stanno in fondo a questa ipotetica catena di comando. Non voglio nemmeno che la vicenda passi come prova che il passo indietro dipenda dai tagli, dalla crisi dell’editoria, dal fatto che "la gente non legge e non compra più il giornale". C’è un livello più interno, di rispetto minimo, che passa anche per il modo in cui si organizza il lavoro e riguarda il trattamento delle persone. Senza bisogno di tirare in ballo i Cda, la libertà di stampa, il rosso in banca, l’analfabetismo funzionale. Anzi. Parlando più in generale, ho sempre pensato che puntare il dito contro il lettore ignorante o scroccone o non meglio identificati difetti di sistema fosse il miglior modo di non assumersi mai responsabilità. Nell’editoria c’è la tendenza del ristoratore. E' come, cioè, se un ristoratore desse colpa del calo degli affari al fatto che la gente non mangia più o peggio mangia ció che trova in strada. Non cambia strategia, ma nel frattempo continua a chiedere a cuochi e camerieri di servire. Esistono ragioni strutturali per cui i compensi sono bassi, è chiaro, ma non c’è una legge che obblighi le redazioni ad avvalersi del lavoro esterno se le risorse scarseggiano. Penso cioè che la responsabilità di questo stato di cose non sia solo “degli altri” né dei piani alti: è anche e soprattutto di chi denuncia, e quindi mia in qualità di freelance. Avete capito bene. E' mia corresponsabilità perché nel momento in cui accetto certe condizioni poi diventa difficile chiedere cose come maggior trasparenza, chiarezza, tempestività. Al di là dei soldi, che avrete capito qui non sono il vero motivo dello stop, trovo incongruente continuare a infondere energie e competenze nel dare voce al mondo del lavoro quando nel mio ambiente di lavoro mancano quelle condizioni minime predicate in editoriali e articoli. E' un settore particolare quello del giornalismo, non certo un mondo in cui scorrono fiumi di denaro. E proprio per questo è illogico chiedere a collaboratori freelance sottopagati di verificare le notizie. Lavorare gratis o sottopagati, lo sappiamo, è un errore e parte del problema. Ma c'è anche una sciatteria pericolosa da parte di chi sa bene che potrebbe e dovrebbe fare a meno dell'esternalizzazione delle collaborazioni e invece persevera senza produrre un piano di sostenibilità di medio o lungo termine. Dico piano volutamente, perché non è detto funzioni ma almeno bisogna far vedere che una visione c’è. Se il lavoro dei collaboratori nel giornalismo non è ritenuto economicamente sostenibile e tanto meno degno di una comunicazioni tempestive - accade a me ma anche ad altri colleghi in altre testate - perché continuare ad avvalersene? Non è una questione di denaro. Ma di coraggio. Credo, insomma, sia arrivato il momento di congedarmi, per tutte le ragioni che ho descritto, sperando di stimolare un minimo di riflessione sull'opportunità di continuare a tenere in vita sistemi non pianificati. Senza scomodare per ora diritti e tutele che pure sono essenziali per fare informazione. Servirebbe un’ecologia del giornalismo. Servono un piano, umiltà, coesione tra chi fa lo stesso mestiere a prescindere dal contratto con cui lo svolge e bravi manager dell'informazione in grado di chiarire a monte cosa ci si può permettere e cosa no. Sono le uniche formule in cui credo e che cerco di portare avanti da anni, insieme alla convinzione che rallentare, dire no e non accettare di collaborare a qualunque condizione, sia la strada da seguire. Barbara D'Amico, Giornalista

PIERLUIGI BATTISTA: ...Comincia così un lungo post di Barbara D'Amico. 15 euro lordi a pezzo è moralmente inaccettabile. Editori e giornalisti garantiti e silenti dovrebbero vergognarsi. Io mi vergogno.

Luca Monaco per “la Repubblica” l'11 dicembre 2019. Sono laureati, parlano le lingue e non hanno alcuna intenzione di svendere un mestiere tramandato da generazioni per piegarsi alla logica del profitto. « Le edicole, da sempre - affermano - vendono libri, giornali e riviste. Non chincaglieria» . Un concetto che continua a orientare le scelte di diversi edicolanti del centro storico, che non accettano di avvalersi delle disposizioni introdotte con un emendamento alla legge di bilancio della Regione Lazio presentato nel 2016 dall' ex consigliere Francesco Storace e che consente da allora di adibire il 40 per cento della superficie dei chioschi alla vendita di prodotti non editoriali: i souvenir che rendono buona parte delle 800 edicole romane dei piccoli templi del cattivo gusto. Le tirature di riviste e quotidiani sono in picchiata, ma loro, da piazza Campo de' Fiori a piazza Capranica, passando per piazza Farnese, via della Dogana Vecchia, piazza della Moretta e via Palermo, provano a resistere al calo dei lettori puntando sulla professionalità. Lavorano con il sorriso. Come Rossana Farina, 57enne dottoressa in Letteratura italiana, edicolante in piazza Campo de' Fiori da 27 anni. «Quest' edicola appartiene alla mia famiglia dalla fine dell' ' 800 - rileva - la mia bisnonna ha iniziato come "strillona", poi le diedero il permesso per mettere in piccolo banchetto » , che negli anni si è trasformato in un chiosco. Dalla sua finestra sul mondo, ricolma di riviste specialistiche e quotidiani italiani e stranieri, Farina dispensa indicazioni ai turisti e consigli ai lettori. « I souvenir non li voglio vendere - esclama - difendo la mia professionalità: ho studiato al Tasso e poi ho fatto l' università. Quando 20 anni fa mi sono separata dal mio ex marito, ho iniziato a lavorare. Con quest' edicola ho cresciuto da sola due figli». Loro però non ne vogliono sapere: «Il fatturato è calato di due terzi negli ultimi cinque anni - denuncia - e hanno scelto altre strade. Quest'edicola, se nessuno aiuterà il settore, morirà quando smetterò di lavorare». Cento metri più avanti, in piazza Farnese, Gianni, 62 anni, ha già affisso il cartello " vendesi". «Questo chiosco sta qui dal 1906, era di mia suocera - sospira - faccio l' edicolante da 42 anni. Mi piace stare a contatto col pubblico, leggere e vendere i giornali. Ma il lavoro è calato del 40 per cento». Gianni si rifiuta di esporre tazze, magneti, spillette. «Oltre ai giornali, ho le solo cartoline e mappe di Roma - spiega - proporre altra merce significa fare un altro lavoro, non l' edicolante. E io non sono capace». Perché come tutti i mestieri artigiani, anche quello dell' edicolante si impara da giovani, dai parenti possibilmente. È stato così anche per Emiliano Guerrera, 40enne titolare del chiosco in piazza della Moretta, dietro via Giulia. « Mia nonna aveva l' edicola in via Palermo, sotto il ministero dell' Interno, adesso lì c' è mia zia Roberta. Io sto qui dal 2003, avevo 24 anni, ma il lavoro l' avevo imparato da piccolo in via Palermo». Finito il servizio di leva nei vigili del fuoco, Guerrera ha iniziato la carriera di giornalaio. « Vendo solo prodotti editoriali - fa notare - eccetto per l' acqua e gli occhiali da vista. Ma il lavoro è calato, non conviene più». Perché? «Il ricarico sui souvenir è dell' 80per cento, mentre sui prodotti editoriali è del 19 - chiarisce - del prezzo dei biglietti dell' autobus ci mettiamo in tasca solo il 3 per cento, per le ricariche telefoniche il 2. Come si fa a rimanere aperti, la gente non legge più», esclama. «Prima vendevo 200 copie al giorno per ognuna delle due principali testate nazionali, oggi ne vendo 50. E poi anche farsi mandare il giusto numeri di riviste, enciclopedie, è un' impresa. Le case editrici non ci rispondono mai». Restare aperti, senza riempire l' edicola di chincaglieria, diventa un' impresa. «Eppure non ci arrendiamo - assicura Fausto Giorgetti, 55enne titolare dell' edicola di famiglia, aperta da oltre 100 anni in piazza Capranica - la gente ci apprezza proprio perché difendiamo il decoro, la cultura di un mestiere faticoso, ma bellissimo».

Editoria sempre in difficoltà, cresce solo il digitale. Avevamo visto giusto 5 anni fa...Valentina Rito su Il Corriere del Giorno l'11 dicembre 2019. La conferma dell’oculatezza ella nostra scelta editoriale arriva dallo studio di Mediobanca: nel nostro Paese prosegue il trend decrescente della diffusione cartacea in Italia nel 2018  che , con una diminuzione nell’ultimo anno di circa 240 mila copie al giorno . Nella diffusione digitale i maggiori incrementi (+14,2% nel 2018 e +104,5% nel quinquennio). L’industria dell’informazione continua a non godere di buona salute. Anche nel 2018 il giro d’affari mondiale è risultato in diminuzione, attestandosi a 111 miliardi di euro complessivi,-3,4% rispetto al 2017 e -13,2% sul 2014. La raccolta di pubblicità cartacea, con -28,9% sul 2014, registra la peggior performance, in negativo anche i ricavi da diffusione cartacea (-7,4% sul 2014). Aumentano, invece, i ricavi da pubblicità digitale (+24,8%) e soprattutto quelli da diffusione digitale (+104,5%). A livello mondiale nel 2018 i ricavi sono diminuiti del 3,4% a 111 miliardi (-13,2%) e l’unica voce in controtendenza è rappresentata dal digitale. Per quanto rappresentino ancora una parte minima (il 3,7%) del giro d’affari dell’editoria, i ricavi da diffusione digitale hanno segnato i maggiori incrementi (+14,2% nel 2018 e +104,5% nel quinquennio) così come quelli da pubblicità digitale (+5,3% e +24,8%) contro i dati per la stampa cartacea: ricavi da diffusione (-2,5% e -7,4%) e da pubblicità (-8% e -28,9%). A fotografare il settore editoriale è l’annuale report dell’ Area Studi R&S Mediobanca che non manca di focalizzarsi sull’andamento dell’Italia. Nel nostro Paese prosegue il trend decrescente della diffusione cartacea in Italia nel 2018  che , con una diminuzione nell’ultimo anno di circa 240 mila copie al giorno, si è attestata a 2,5 milioni di copie (-8,6% sul 2017 e -32,3% sul 2014). Nel 2018 sono state diffuse giornalmente circa 380 mila copie digitali (13% del totale), in aumento del 13% rispetto al 2017. Oggi la diffusione dei quotidiani italiani rappresenta lo 0,4% di quella mondiale, poco meno di quella dei primi due quotidiani britannici insieme (The Sun e Daily Mail). La “top10” dei quotidiani d’informazione italiani vede in testa il Corriere della Sera, con 216mila copie giornaliere nel 2018. Sul podio troviamo, inoltre, La Repubblica (166mila copie), seguita da La Stampa (131mila) altro quotidiano del Gruppo GEDI, . Seguono Avvenire (101mila), QN-Il Resto del Carlino (92mila), Il Messaggero (88mila), il Sole24Ore (80mila), QN-La Nazione (67mila), Il Giornale (54mila) e Il Gazzettino (47mila). Quanto ai prezzi, i quotidiani italiani sono mediamente meno cari rispetto a quelli europei e registrano l’incremento di prezzo più contenuto nel 2018-2014. Il tedesco Bild, e gli inglesi The Sun e Daily Mail costano meno della metà e hanno una diffusione di quasi cinque volte superiore a quella degli altri quotidiani d’informazione. Il trend negativo dei ricavi aggregati dei sette principali gruppi editoriali italiani, che rappresentano il 67% del settore editoriale nazionale, prosegue nel 2018; in controtendenza solo Cairo Communication (+0,5% sul 2017). Nel 2018 i principali sette editori hanno registrato ricavi complessivi per €3,4mld, -4% sul 2017. I primi tre gruppi, Cairo Communication (fatturato di €1.224 mln), Mondadori (€891mln) e GEDI (€649mln), rappresentano da soli l’82,3% del giro d’affari dei maggiori sette operatori editoriali nazionali. L’ingente calo delle vendite si riflette sull’occupazione. Tra il 2014 e il 2018 la forza lavoro è diminuita di 2.540 unità, di cui 786 a seguito della cessione dell’attività Periodici Francia del Gruppo Mondadori. Nel 2018 l’occupazione si attesta a 11.053 dipendenti (-14,1% sul 2014 e -3,9% sul 2017) e i giornalisti rappresentano il 35,4% del totale (erano il 37,2% nel 2014).I maggiori gruppi editoriali italiani hanno cumulato nel periodo 2014-2018 perdite nette per € 678mln e solo Cairo Editore, consolidata in Cairo Communication, ha sempre chiuso in utile nel quinquennio. Buone notizie arrivano invece sul versante redditività industriale che segna mediamente un netto miglioramento: ebit margin 5,7% nel 2018 rispetto allo 0,3% del 2014. Nel 2018 positive le performance di Cairo Communication (10%), Mondadori (6,4%), Monrif (2%) e GEDI (1,7%). In coda Class Editori (-12,5%). La struttura finanziaria è eterogenea: nel 2018 la società più solida è Caltagirone Editore (debiti finanziari pari al 2,5% del capitale netto), seguita da Cairo Communication (34%) e GEDI (34,6%). Le difficoltà economiche dell’editoria sono evidenti anche nel drastico calo degli investimenti materiali, pari nel 2018 a €16mln, più che dimezzati in cinque anni (-56,7% sul 2014). In Borsa, tra il 2014 e il 2018, i maggiori ribassi sono quelli registrati da Il Sole 24 ORE (-84,5%), Class Editori (-81,2%) e GEDI (-63,9%); positivo, invece, l’andamento del titolo Mondadori (+92,5%). A fine novembre 2019, in rialzo ancora Mondadori (+29,2% rispetto a fine 2018) e in ripresa il Sole 24 ORE (+41,5%).

Giampiero Mughini per Dagospia il 12 dicembre 2019. Caro Dago, leggo e mi si rizzano i capelli in testa da quanto è grave l’allarme che ne viene alla nostra democrazia e alla nostra vita civile. Leggo sulla “Repubblica” che negli ultimi cinque anni sono bell’e sparite 2332 tra librerie e cartolibrerie, insomma 2332 punti di vendita di libri. E del resto lo sappiamo tutti che è un declino devastante in un Paese dove un ragazzo su quattro non capisce quello che sta leggendo, dove il 70 per cento degli italiani mai ha avuto un libro in mano durante tutto l’anno, dove la stessa comunicazione diffusa è divenuta un gigantesco porcile dove ciascuno sproloquia al suo meglio non so se sulla Resistenza o sull’uscita dell’Italia dall’euro. Ma riuscite a immaginarvelo un Paese dove l’uso e il consumo dei libri sia ridotto a un misero cantuccio, inessenziale e misconosciuto dal resto della società? Martedì mattina ero alla stazione di una grande città italiana, dov’è accampata una bellissima libreria. Sono entrato ho guardato qua e là, mi sono seduto innanzi a un’enorme scaffalatura (tipo tre metri di larghezza per tre metri di altezza) dov’erano collocati “gli ultimi arrivi”. Mi sono alzato, mi sono avvicinato e ho cominciato a guardare. Fosse dipeso da me, di quei libri ne avrei comprati un paio di centinaia. Perché questo è il paradosso, di libri belli e appetitosi ne escono a centinaia ogni settimana. Libri editi da grandi editori e (spessissimo) da piccoli ed eroici editori. Guardavo guardavo guardavo. A un certo punto ho scelto un libro da leggere durante il viaggio sul treno che mi avrebbe ricondotto a Roma. Ho scelto il libro (appena pubblicato da Adelphi) in cui Michael Rusinek, il segretario personale della poetessa polacca e premio Nobel Wislawa Szymborska, racconta gli anni passati accanto alla scrittrice (era nata nel 1923, è morta a Cracovia nel 2012). Di solito non vengo particolarmente attirato da chi ha vinto il premio Nobel per la letteratura, un premio che non è stato assegnato a Philip Roth e che ha dunque ai miei occhi qualcosa di sconcertante. Ma pur non essendo un gran lettore di poesia, lo vedi a dieci chilometri che razza di poeta originale e modernissima è la Szymborska. Sul treno ho cominciato a leggere. Una delizia, una delizia il libro, una delizia il personaggio, una delizia la sua discrezione e la sua autoironia in ogni momento della sua vita e della sua giornata e di cui Rusinek è il testimone oculare momento per momento. E a proposito di ironia e autoironia, succede che la nostra poetessa incontri un poeta israeliano nato in Iraq, Ronny Sommeck, uno che in fatto di materia non è secondo a nessuno. Trascrivo dal libro di Rusinek: “WS gli chiede del famoso senso dell’umorismo ebraico. Sommeck è del parere che in Israele esso sia scomparso, che i tempi non siano adatti al riso. Ma racconta una barzelletta: un topo scappa dalle grinfie di un gatto rifugiandosi in un buco e si mette in ascolto aspettando che il gatto se ne vada. Un istante dopo avverte di fronte all’ingresso del buco l’abbaiare di un cane. Poiché si sente la voce di un cane, il gatto di sicuro sarà scappato, pensa il topo. Esce dunque tranquillo e in quello stesso istante il gatto lo acchiappa. ‘Prima di mangiarmi’ dice il topo ‘dimmi come hai fatto. Un attimo fa ho sentito qui un cane’. ‘Non era un cane, ero io’ risponde il gatto. ‘Al giorno d’oggi senza le lingue straniere non si combina nulla’”. Mica male quanto a umorismo ebraico. E senza dire quanto dovesse apprezzare questo umorismo una nata in Polonia, una che aveva avuto la dannazione di nascere in un Paese che da un lato aveva la Germania (di Hilter), dall’altro l’Urss (di Stalin).

CHI STA UCCIDENDO LE PICCOLE LIBRERIE? Sergio Rizzo per “la Repubblica” il 12 dicembre 2019. Si fatica a credere che la chiusura di una libreria sia un problema di democrazia. Invece è esattamente ciò che si porta dietro, insieme all' ecatombe delle edicole, la strage delle librerie: lascia intere comunità prive della possibilità di documen-tarsi, studiare, arricchire la propria cultura. E questo non può che impattare anche sul funzionamento stesso della democrazia. Forse meno evidente nei numeri rispetto al caso delle edicole, è però impressionante per la velocità con cui anche la desertificazione delle librerie avanza. Fra il 2012 e il 2017, considerando pure le cartolibrerie diffuse soprattutto nei piccoli centri e nelle periferie, sono scomparsi 2.332 punti vendita di libri. Con la conseguenza di far volatilizzare 4.596 posti di lavoro, oltre al 13,5 per cento delle imprese. Il risultato è che in un Paese nel quale già il 60 per cento della popolazione non tocca un volume, esattamente come 17 anni fa, ci sono 13 milioni di persone che pur volendolo fare non possono: perché non hanno una libreria raggiungibile senza dover affrontare un viaggio della speranza. Parliamo di quasi il 22 per cento degli italiani, ed è semplicemente inaccettabile. Sono anni che l' associazione dei librai presieduta da Paolo Ambrosini insiste su alcune richieste, come quella di alleggerire il peso fiscale introducendo detrazioni simili a quelle per le spese mediche o l' attività sportiva dei figli. Pienamente comprensibile: perché la palestra sì e un buon libro no? Magari, dice Ambrosini, si potrebbe partire dal libri scolastici. Anche perché è stato calcolato che l' Erario dovrebbe rinunciare al massimo a una cifra di 160 milioni l' anno. Per fare un paragone, è meno dei sussidi pubblici con cui ogni anno gonfiamo i profitti delle compagnie aeree straniere low cost. E se il sistema delle librerie deve vedersela anche con il commercio online, avversario fino a qualche anno fa imprevedibile rappresentato soprattutto da un colosso come Amazon che in Italia non paga certo le tasse normalmente pagate dalle nostre imprese e ora porta l' offensiva anche sul campo della distribuzione, i librai più piccoli hanno un problema in più. Quale, è presto detto. Si tratta degli sconti del 15 per cento che le grandi catene praticano ormai di regola ancor prima dell' uscita del libro, imponendo di fatto alle librerie indipendenti condizioni di vendita in molti casi insostenibili perché dimezza i loro margini. Una politica portata avanti e sostenuta con forza dai maggiori editori che sono anche distributori e proprietari di catene, in testa a tutti il gruppo Mondadori. Senza però considerare che trattare il libro come un qualunque altro bene di consumo, ritenendo che la concorrenza si debba fare solo sul prezzo, rischia di rivelarsi controproducente anche per loro. Esattamente come nel caso delle edicole, per ogni punto vendita che chiude le copie perdute non si recuperano più. L'ostinazione con cui viene difesa la prerogativa di scontare i libri già dal primo giorno sembrava ora finalmente piegata. Anche se con il solito compromesso. A metà luglio è passata alla Camera una legge che limita gli sconti a un massimo del 5 per cento del prezzo di copertina, introducendo qualche piccolo beneficio fiscale e istituendo anche un modesto fondo per il sostegno alla lettura. Molto meno di quello che sarebbe necessario per fare un vero salto rispetto alla situazione di 17 anni fa e magari restituire anche un po' di ossigeno a un settore economico letteralmente stremato. Ma piuttosto che niente, dice un vecchio proverbio, meglio piuttosto. Il fatto però è che questo accadeva ormai cinque mesi fa. E da allora la legge è ferma nei cassetti del Senato per ragioni sconosciute. Approvata alla Camera il 16 luglio, ci sono voluti tre mesi perché se ne occupasse la commissione Cultura del Senato. Commissione presieduta dal leghista Mario Pittoni, già responsabile istruzione del Carroccio che un anno fa, interpellato dall' Espresso, ha confermato di avere in tasca un diploma di terza media dichiarando al settimanale: «Sono figlio della contestazione globale, erano tempi in cui ci si opponeva. Ho un padre insegnante e un fratello professore, quindi ho sempre respirato scuola e per questo sono preparatissimo. Quello che c' è da sapere non si impara sui polverosi libri». Da allora, tre riunioni e la richiesta di una selva di pareri a otto commissioni otto. Dagli Affari costituzionali alla commissione Igiene e sanità (l' impatto sanitario della cultura è oggettivamente decisivo), tutti hanno dovuto dire la loro a proposito degli sconti sui libri. I bene informati dicono che i ritardi sono giustificati dall' attesa di una relazione della Ragioneria generale dello Stato che quantifichi l' impatto di quelle briciole concesse ai libri sui conti pubblici e, considerato che la Ragioneria è purtroppo assai impegnata con la legge di bilancio, bisogna portare pazienza. Anche se quella relazione, peraltro, non sarebbe altro che la sorella gemella di quella già prodotta alla Camera. Ma sarà davvero questa la ragione?

Dalla “questione meridionale” ai “baroni”: così a 111 anni di distanza “La Voce” continua a parlarci. Massimo Pedroni mercoledì 4 dicembre 2019 su Il Secolo d'Italia.  Riceviamo e volentieri pubblichiamo. In una lettera datata 20 novembre 1908, indirizzata a Benedetto Croce, da Giuseppe Prezzolini, il promotore culturale scriveva: “Esciremo il 20 dicembre”. Faceva riferimento al nuovo giornale cui stava dando vita insieme a Giovani Papini. Amico e incisivo intellettuale, già sodale nell’avventura della rivista Leonardo. Mantenne la parola: il primo numero di La Voce uscì, infatti, il 20 dicembre del 1908. In questo mese quindi cadrà il centoundicesimo anniversario dalla sua “escita” come scriveva Prezzolini. Era nata quella che poi si rileverà essere una delle più importanti riviste del ‘900. La Voce nasce come settimanale, stampato su carta color avorio, con la scelta raffinata dell’uso dei caratteri aldini. Caratteri tipografici riportati in Occidente, alla fine del ‘400, dal celebre tipografo Aldo Manuzio, che li riproponeva tratti da scritti e documenti antichi della Grecia classica. All’allora sconosciuto Ardengo Soffici fu affidato l’incarico di “creare” la linea grafica della testata. Si tenga presente che Prezzolini era nato nel 1882 e Papini nel 1881. Stiamo parlando quindi di due giovanotti di 26/27 anni, che tra l’altro già avevano alle spalle l’importante iniziativa della rivista Leonardo del 1903.

La concorrenza alla rivista “battezzata” da D’Annunzio. A differenza del Leonardo, che era una rivista letteraria, la nuova rivista avrebbe ospitato elaborazioni artistiche senza limitazioni di genere di sorta. Un segno di apertura in tal senso era dato dal coinvolgimento di Soffici, che nasceva come pittore. La scelta operata era in armonia con l’intento di sottrarre lettori al Marzocco per conquistarli a La Voce. Il Marzocco era una rivista letteraria fiorentina nata nel 1896, il cui titolo era stato scelto da Gabriele D’Annunzio. Rivista con la quale la nascente di Papini e Prezzolini si veniva a trovare su un terreno di concorrenza diretta.

Quando Salvemini coniò il “baronato accademico”. Il primo numero ebbe come articolo di fondo “L’Italia risponde” di Giovanni Papini. Nel secondo con l’articolo, “La nostra promessa”, Prezzolini dava conto degli indirizzi programmatici che avrebbe perseguito il settimanale. Grande attenzione sarebbe stata rivolta ai fermenti che cominciavano a serpeggiare sempre più corrosivamente nella statica e molle società borghese “giolittiana”. Quali ad esempio il sindacalismo e il modernismo. Premurosa attenzione sarebbe stata riservata alla cultura internazionale. Riportiamo un brano dell’articolo programmatico di Prezzolini. “Noi sentiamo fortemente – vi si legge – l’eticità della vita intellettuale, e ci muove il vomito a vedere la miseria e l’angustia ed il rivoltante traffico che si fa delle cose dello spirito”. Fu poi un articolo del collaboratore Gaetano Salvemini che stigmatizzò comportamenti del corpo docente universitario, bollandolo con termine giunto fino ai giorni nostri: “Baronato accademico”.

La Voce sposa l’interventismo. Su La Voce, come vero e proprio vanto degli ideatori, trovavano spazio autori di matrice ideale differente. Cosa che alla distanza, su scelte cruciali, porterà a defezioni. Quella di Salvemini avvenne nel 1911, a causa di valutazioni diverse, espresse in redazione, sulla linea che il settimanale, a suo avviso, avrebbe dovuto tenere a proposito della guerra di Libia. Salvemini sosteneva il non intervento dell’Italia, che riassumeva con il quesito “Andare a Tripoli?”. Antesignano del forse più celebre “Morire per Danzica?”. La Voce sposò la linea a favore dell’intervento. Salvemini decise di lasciare.

L’inchiesta sulla questione meridionale. Mediamente il settimanale aveva una tiratura di tremila copie, cosa di per sé già ragguardevole per una rivista culturale. Anche se i suoi orizzonti, in questa prima fase, coinvolgevano anche aspetti ulteriori della vita civile. La Voce nel 1911 toccò la cifra record di 5mila copie, la distribuzione in cento città. Dati questi che evidenziano anche una notevole prontezza organizzativa. I vociani tenevano parallelamente due linee: quella culturale e quella di attenzione ai fermenti socio politici. Effettuavano inchieste monotematiche. Celebre rimase quella su “La questione meridionale”.

Il ritorno alla letteratura. Nell’Aprile del 1912 lo stampato entra in una seconda fase. Prezzolini deve soggiornare per un periodo a Parigi. La direzione va a Giovanni Papini, che la manterrà fino al 31 ottobre dello stesso anno al rientro di Prezzolini. Quest’ultimo condividerà e confermerà la linea data da Papini al giornale. Tornare alla letteratura pura, lasciando il rapporto con la vita nazionale che aveva caratterizzato la fase precedente. Esponenti della cultura europea quali Andrè Gide, Paul Claudel, Heinrik Ibsen ebbero spazio, aprendo così un fertile contatto con alcune tra le voci maggiormente significative del “Vecchio Continente”. Alla fine del 1912 Papini con Soffici lasciano La Voce per fondare un’altra rivista Lacerba, che presto la supererà in numero di copie vendute. Dietro la pressione degli eventi drammatici che si stavano stagliando sui destini dei popoli europei, La Voce diventò un giornale “interventista”.

Una Voce che ancora oggi ci parla. Elemento sotto certi aspetti curioso consiste nel fatto che nel 1914 la direzione passerà a Giuseppe De Robertis, il quale, nelle temperie di guerra di quel momento, farà diventare La Voce un periodico esclusivamente letterario. Giuseppe Ungaretti, Aldo Palazzeschi, Clemente Rebora sono solo alcuni tra gli scrittori che riceveranno spazio durante la direzione di De Robertis. Quest’ultima fase, e lo stesso periodico, si chiude nel 1916. La Voce è stata un luogo d’incontro delle migliori energie intellettuali dell’epoca. Rimane senza dubbio pietra angolare, che suggeriva chiavi di lettura della realtà integrate fra società, politica e cultura. Forse proprio in questo approccio di metodo che consiste la modernità di quella Voce. Che ancora oggi si ascolta con attenzione e rispetto.

Marco Ciriello per “il Mattino” il 27 novembre 2019. Un giornale scomparso è sempre una civiltà sepolta, se poi quel giornale era illustrato da fotografie che non potranno più essere scattate, perché morbose, voyeuristiche, violente, con la sola mediazione di un lenzuolo bianco e a volte senza nemmeno quella, allora siamo di fronte a una civiltà sepolta nuda, come non lo sarà mai più. I delitti ci riportano ai primordi, all' essenziale; il sangue e le armi ci fanno leggere il tempo passato; il resto è contesto: strade, palazzi, cucine, boschi, canali, campagne, bar, automobili, e come collettore un cadavere, ecco un libro straordinario che viene fuori dall' archivio di un giornale La notte, pubblicato dal 1952 al 1995 che raggiunse 250mila copie e che usciva con tre edizioni al giorno, e che aveva dietro un ritmo di lavoro pazzesco: giornalisti, fotografi, redattori e poligrafici che lavoravano a ciclo continuo, tanto che solo dopo anni si sono accorti del servizio reso al tempo presente, un tempo pieno di privacy ma senza umanità. «Non ci tiravamo indietro, facevamo il nostro mestiere con uno spirito più aggressivo della maggioranza dei giornali italiani». racconta Livio Caputo, direttore de La notte dal 1979 al 1984 «Detto cinicamente, molti delitti avvenivano nell'ora giusta per la nostra redazione: verso le 8 di mattina, mentre noi chiudevamo alle 10. Si faceva giusto in tempo ad uscire con una notizia che i giornali del mattino non avevano. Mi ricordo molto bene la strage di via Moncucco, otto morti in un ristorante. Andarono i miei ragazzi, facemmo in tempo a mandare in stampa la seconda edizione e arrivammo sul posto con le copie in mano allo strillone prima che portassero via i cadaveri. È una delle cose di cui sono più orgoglioso». Il libro è Ultima Edizione. Storie nere degli archivi de La Notte (Milieu edizioni) di Salvatore Garzillo, Alan Maglio e Luca Matarazzo, che hanno rimontato fotografie e testi, sentito testimoni e interrogato esperti, regalandoci un album fotografico che ci appartiene, anche se quei morti non ci riguardano, ci riguarda la violenza e le modalità che l' hanno generata e la grammatica giornalistica che ci restituisce quelle storie; tra i giornalisti che crebbero in quella gazzetta illustrata, che montava veri e propri film sui casi, dei fotoromanzi con delitto, c' era anche un giovane Vittorio Zucconi, cronista di nera con obbligo di tornare con la storia e soprattutto con le foto, dietro licenza di poterle anche rubare. Come raccontava Zucconi nella sua biografia e come racconta Maurizio Donelli nel libro: «A quei tempi si entrava nella notizia, non c' erano limiti dettati dalla privacy. Bisognava essere cattivi. Per noi la fotografia era fondamentale: quando usciva un cronista sul fatto era sempre accompagnato da un fotografo. Non si poteva tornare in redazione senza una foto. Non ne vado fiero ma una volta ho rubato l'annuario di una scuola elementare per recuperare il ritratto del bambino protagonista della storia che mi avevano assegnato. Il direttore disse che se fossi tornato a mani vuote mi avrebbe licenziato. E non scherzava». Era un giornalismo per campioni che allenava al cinismo e alla violenza, corrispondenze di guerre domestiche, dal fatto al racconto, dove bisognava prevaricare e cacciare, dove lo scippo diventava l'anima del giornale. Dove il giornalista poteva e doveva sconfinare stando giusto un attimo dietro il punto di vista della polizia. Ci sono foto impressionanti e altre che sono meglio di intere collane di gialli, ci sono didascalie e titoli da romanzo e facce da cinema, c' è dentro l'ultima vera periferia italiana con il suo dolore e le sue atrocità, quando non venivano prima gli italiani ma la loro solitudine, l'isolamento rispetto alla civiltà. Ne viene fuori un mondo spontaneo, senza sovrastrutture, naturale e per giunta con l' istinto da giungla che ha generato la violenza, si guarda e si viene guardati, inquirenti e inquisiti, ritratti nella domesticità della morte. La notte portava in altri luoghi la possibilità di guardare la morte senza conseguenze, lo specchiarsi in quello che aveva coinvolto le vite degli altri, la giusta distanza da un brivido.

Noi che crediamo nella carta. Ad un anno dall'acquisizione di Panorama il gruppo editoriale di Maurizio Belpietro si allarga ancora: ecco i motivi di questa scelta. Maurizio Belpietro il 4 novembre 2019 su Panorama. Chiedo scusa ai lettori se in questo numero parliamo di noi, cioè del giornale che avete tra le mani. Credo però che - come usano dire i manager che si vogliono dare un po’ di tono - sia il caso di fare il punto. È già trascorso un anno. Era infatti la fine di ottobre dello scorso anno quando Panorama, ossia una testata che ha fatto la storia del giornalismo in Italia, divenendo il primo settimanale politico del Paese, passava dallo storico editore, la Mondadori, a noi. Il salto era azzardato, perché la casa di Segrate, che occupa il prestigioso palazzo disegnato dall’architetto brasiliano Oscar Niemeyer, al nostro confronto è un colosso da oltre 500 milioni di capitalizzazione in Borsa, numero uno delle aziende del settore. Eppure, avendo Mondadori deciso di uscire dal settore dei newsmagazine, un piccolo editore quale siamo noi si è fatto avanti per raccogliere l’eredità di raccontare ogni settimana i fatti più importanti della politica, dell’economia, della cultura, dello spettacolo e della scienza. Sembrava una sfida impossibile perché in giro per il mondo c’è chi teorizza la fine della carta stampata e la chiusura della maggior parte delle testate. Dunque rilevare un settimanale, scommettendo sulle vendite in edicola e sugli abbonamenti pareva una pazzia, in particolare per chi non avesse spalle grosse. Lo so, non tutto è andato per il verso giusto, come è normale che sia quando si trasloca e si cambia casa. Ritardi ed errori ci sono stati, in particolare nelle consegne delle copie a chi aveva deciso di rinnovare l’abbonamento. In questi mesi siamo stati costretti a registrare le lamentele per l’inefficienza di una distribuzione che non dipendeva da noi, ma dei cui ritardi ci sentivamo egualmente responsabili. Tuttavia, dopo mesi, posso dire che gran parte dei problemi siano stati superati. L’anno ci è servito per crescere e per trovare soluzioni ai problemi. Nella qualità del vostro settimanale, nel rispetto dei tempi di consegna. Abbiamo cercato di lavorare in silenzio, raccogliendo ogni segnalazione e ogni suggerimento per soddisfare le richieste dei lettori e ora i risultati ci confortano. In molte case Panorama viene consegnato in contemporanea con l’arrivo in edicola e a chi ha avuto fiducia in noi, sottoscrivendo l’acquisto di 52 numeri l’anno, sarà garantito - grazie a un accordo appena raggiunto - un servizio degno della fiducia. E tra i passi avanti conseguiti non c’è solo la regolarità nella spedizione, ma anche la qualità dell’informazione. Abbiamo cercato di approfondire i temi che interessano ai lettori, nella politica come nell’economia, nella scienza come nell’intrattenimento. Panorama è divenuto il giornale che racconta un’Italia e un mondo in evoluzione, con un occhio attento alla vita di tutti noi. Il gradimento da parte di voi lettori ci ha consentito di migliorare numero dopo numero, conseguendo a seconda dei casi incrementi delle vendite in edicola del 20 e del 30 per cento. Di tutto ciò, dopo un anno, credo di dover dire grazie a tutti. Ai redattori che si sono impegnati, ai lettori che ci hanno seguito e hanno creduto in noi. Oltre a ringraziare, devo anche dare anche un’informazione. La notizia è che dopo Panorama altre testate si aggiungeranno al nostro gruppo. Questa settimana abbiamo infatti raggiunto un accordo per acquisire cinque periodici di proprietà della Arnoldo Mondadori Editore. Non si tratta di giornali politici o economici, settori come dicevo da cui la casa di Segrate è uscita nello scorso anno, ma di mensili e settimanali che hanno posizionamenti diversi nei settori della salute, della moda, dell’alimentazione. Sono testate leader, i cui nomi non vi saranno certamente sconosciuti. Starbene, Sale & Pepe, Cucina moderna, Tu Style e Confidenze sono infatti nomi noti e il mio e il nostro impegno è di renderli ancora più noti. Qualcuno forse si chiederà perché investire in settori molti diversi da quelli considerati “impegnati”. La risposta è una sola: perché crediamo nella carta. Perché tre anni fa, quando contro tutte le profezie e contro tutti gli ostacoli, abbiamo scelto di fare un quotidiano di carta, un quotidiano senza padrini né padroni, alla fine l’edicola ci ha premiati. Nessuno credeva che un giornale stampato, senza sito internet, potesse farcela nell’era digitale. E invece è successo. Anzi, La Verità oggi è l’unico quotidiano in Italia che aumenta le copie vendute in edicola. Mentre tutti gli altri perdono, chi il 5 e chi il 10 o il 20 per cento, noi cresciamo con percentuali a due cifre. Così, come tre anni fa e come un anno fa, torniamo a scommettere. Non sul politico di turno e nemmeno sullo sponsor di turno. Scommettiamo su di voi, sui lettori, l’unica vera ricchezza dei giornali. L’unico vero patrimonio di cui dobbiamo avere cura. Grazie ancora e buona lettura.

Francesco Verderami per il “Corriere della Sera” il 2 novembre 2019. Su una Finanziaria da trenta miliardi non si spende la parola «crisi» quando si discute di venti milioni. A meno che una banale divergenza sull' uso dei soldi non nasconda un conflitto di valori. Mercoledì scorso al vertice sulla Finanziaria si è misurata la distanza che separa i grillini dal resto dell' alleanza di governo. È una distanza culturale prima ancora che politica, e testimonia come sia faticoso al momento anche solo immaginare una «coalizione degli opposti». Al punto che, nel mezzo di un alterco con Di Maio, persino Franceschini, il più ecumenico tra i democrat , è arrivato a dire: «A saperlo, ci avrei pensato dieci volte prima di mettermi con voi». Cosa aveva provocato la reazione del ministro della Cultura, teorico dell' accordo tra il Pd e M5S? Era appena stato trovato un compromesso su Radio Radicale, che subito era divampato un altro scontro su un fondo di venti milioni per la lettura dei giornali nelle scuole: risorse che il sottosegretario all' Editoria Martella aveva ricavato con il risparmio su altre voci. «Per noi è inaccettabile», aveva tagliato corto il leader 5 Stelle: «Questa è una forma surrettizia di aiuto di Stato. Così si reintroducono i contributi. I giornali si affidassero al mercato. Se vendono meglio per loro, altrimenti...». In principio era sembrato che il problema fosse di natura economica, una visione diversa sull' uso delle risorse pubbliche. Perciò il capo delegazione del Pd aveva esortato l' interlocutore a guardare il tema da un' altra prospettiva: «L' obiettivo è stimolare la lettura. Si tratta di promuovere cultura». Ma proprio lì, dove Franceschini aveva immaginato di costruire un ponte, Di Maio aveva scavato un fossato: «I giornali non vanno diffusi nelle scuole. Se vogliono, se li comprano. E poi che fanno: li leggono in classe?». Il resto della discussione è la rappresentazione di due mondi e due modi di vedere le cose. «Luigi, per noi che si leggano i giornali nelle scuole è un valore». «Eh no, Dario. Dietro i giornali ci sono gruppi d' interesse che pretendono di incidere sulle scelte del Paese». «Sui giornali non ci sono solo articoli di politica, ci sono anche le pagine di cultura». «Con i giornali ci attaccano». «Attaccano anche noi, si chiama libertà di stampa. Voi volete solo i social». «Noi non vogliamo dare finanziamenti pubblici». «Fammi capire, sei anche contro l'aiuto ai libri?». No, non è stato un diverbio di natura economica, altrimenti Franceschini non avrebbe urlato «se volete che si apra la crisi, apriamola». Certo, alla fine tutto è rientrato: Di Maio ha accettato il fondo, dopo essere rimasto isolato. A fronte del silenzio enigmatico del sottosegretario alla presidenza Fraccaro, infatti, tutti gli altri si sono schierati: dalla renziana Bellanova al ministro di Leu Speranza, che ha definito l' informazione «un pilastro del nostro sistema democratico». E pure Conte - che era stato avvertito e voleva anzitutto preservare i giornali diocesani - ha difeso il pacchetto sull' editoria, davanti all' impegno di Martella di portare a compimento la riforma del settore. Ma la vicenda, al di là delle successive transazioni sulle tabelle della Finanziaria, al di là dei soldi per i vigili del fuoco che Di Maio ha chiesto e ottenuto, rende l' idea di quanto sia complicato conciliare due differenti concezioni della democrazia sul tema sensibile dell' informazione. È vero, ci fu a sinistra chi teorizzò che i giornali andassero «lasciati in edicola», solo che - rispetto ad allora - il disegno dei grillini si è affinato. Mira ad affermare la logica della «disintermediazione», neologismo dietro il quale si cela l' obiettivo di stringere un rapporto diretto con l' opinione pubblica attraverso la Rete. Facendo a meno della stampa. Come ha raccontato Tommaso Labate sul Corriere , anche il Pd sta costruendosi la propria piattaforma Rousseau e i suoi meet-up, ma «ci sono valori - ha spiegato Franceschini al vertice - sui quali non intendiamo negoziare». E sono quei venti milioni a far capire come, almeno per ora, democratici e grillini siano la «coalizione degli opposti».

Emanuele Lauria per “la Repubblica” il 2 novembre 2019. L'ossessione dei 5 Stelle per Radio Radicale ritorna nella mattina che precede il vertice sulla manovra: «Otto milioni per tre anni? Ma diamoli ai terremotati», sibila Luigi Di Maio, trascinando dentro il governo giallorosso un vecchio cavallo di battaglia che a fine primavera già animò la contesa con gli ex alleati salviniani. M5S, allora, subì la posizione pro-salvataggio espressa dalla Lega. Ora il capo politico rilancia, determinando un altro scontro con i neo compagni di viaggio del Pd. Che davanti a Radio Radicale fanno muro. Il nodo si scioglie solo a sera, con un compromesso: via libera a un contributo da 8 milioni ma poi, nella primavera del 2020, i servizi offerti oggi dalla radio saranno messi a gara. Ma le bocce si fermano dopo un confronto serrato, teso, fra la delegazione grillina e quella dem che vede il sottosegretario Andrea Martella in prima linea: il Pd alla fine ottiene il differimento dei tagli all' editoria e concede l' impegno a rivedere l' intera materia dei contributi diretti e indiretti ai mezzi d' informazione. Per 5 Stelle, fino all' ultimo, è quello di Radio Radicale il tasto da battere: «È finita la mangiatoia», può gongolare Di Maio alle nove della sera, non smorzando un clima acceso da una campagna social che era stata avviata dal blog delle Stelle: «Utilizzate l' hashtag "#24milioniper" per fare sapere a noi, ma soprattutto a chi voterà questa porcata, come volete che vengano spesi i vostri soldi ». Ora, "#24milioniper" è diventato sì uno dei trend topics della giornata, ma i cartelli virtuali di M5S che invitavano a scegliere fra Radio Radicale e i terremotati si sono trasformati presto in un boomerang. "Sciacalli", "Idioti", "Ignoranti", "matti", "imbecilli": la rete si è scatenata contro gli ideatori dell' iniziativa sul web, anche se altri big del movimento si sono dilettati a indicare altri possibili beneficiari dei fondi per Radio Radicale: Vito Crimi ha chiesto di destinarli alle forze dell' ordine, Carlo Sibilia nello specifico ai vigili del fuoco. A una certo punto si era levata pure una voce dissenziente, fra i 5 Stelle, quella della deputata Doriana Sarli: «Non condivido l' attacco di Di Maio, Radio Radicale fa servizio pubblico». Ma l'ordine, nelle chat M5S, era quello di denunciare la "vergogna" dei 250 miloni di euro spesi per l' emittente dal 1990 a oggi, mentre il direttore Alessio Falconio ricordava che «Radio Radicale svolge un servizio pubblico da 43 anni, riconosciuto anche da Agcom». Il Pd non ha concesso sconti: «Quei finanziamenti si mantengono, punto. Sono già previsti», aveva assicurato la sottosegretaria allo Sviluppo economico Alessia Morani. Sulla stessa linea i renziani. Persino Salvini aveva inferito su Di Maio: «La Lega è a favore delle voci libere». Una levata di scudi che ha portato infine all' accordo-ponte di Palazzo Chigi. Otto milioni alla radio che vide Pannella mattatore, poi la gara.

L'Osservatorio Giovani-Editori «Mai accettato finanziamenti pubblici». Dal “Corriere della sera” il 2 novembre 2019. L’Osservatorio permanente Giovani-Editori «in 20 anni di serio lavoro nelle scuole per sua policy di assoluta indipendenza non ha mai accettato alcuna forma di finanziamento pubblico governativo, e non è mai stato né sentito né coinvolto nel processo di stesura» della «proposta legislativa relativa agli abbonamenti a quotidiani e riviste che il governo intende promuovere nelle scuole». E quanto si legge in una nota dello stesso Osservatorio in riferimento all'articolo pubblicato ieri su Sussidiario.net nel quale si sottolinea che «in filigrana al "piano Martella" sembra scorgersi il profilo di un'importante centrale di networking lobbistico. L'Osservatorio è snodo da anni fra grandi editori nazionali e colossi internazionali». L'Osservatorio, che porta avanti il progetto Il quotidiano in classe, afferma di «aver appreso solo ieri dalle agenzie di stampa della proposta legislativa» del Governo, e che «solo per rispetto istituzionale, attenderà di riferire le proprie opinioni in proposito ai rappresentanti istituzionali competenti, prima di renderle pubbliche».

Assistenzialismo: la politica editoriale del “governo di Radio Radicale”. Stefano Bressani per ilsussidiario.net il 2 novembre 2019. Le misure in sostegno all’editoria in crisi – inserite nel Ddl di bilancio – sono esemplari – in modo concreto ed eclatante, sotto ogni profilo – dell’approccio di governo della maggioranza giallorossa. Una delle iniziative più impegnative assunte dal Conte-1 è stata l’apertura degli Stati Generali dell’Editoria, affidati all’allora sottosegretario alla Presidenza Vito Crimi (M5s). I lavori erano stati aperti la scorsa primavera direttamente dal premier (allora in versione gialloverde) e sono stati contraddistinti da un confronto molto sostanziale – e talora polemico – fra governo e player coinvolti (editori e giornalisti in primis). Crimi ha posto e sempre difeso con fermezza la necessità di chiudere un’era lunga ed evidentemente obsoleta di “provvidenze statali all’editoria” (ultime quelle del “pacchetto Lotti” sotto i governi Renzi e Gentiloni). Al nocciolo: basta con i fondi pubblici a pioggia – di fatto arbitrariamente assistenzial-clientelari – a editori esistenti, in crisi perché non più competitivi sul mercato digitale; serve invece un ripensamento strutturale della domanda e offerta di informazione nella democrazia di mercato italiana. Quindi: occorre una verifica aggiornata di quali (futuri) editori e giornalisti sostenere, con quali strumenti di politica industriale di settore, per produrre quali media al fine di tutelare nel ventunesimo secolo il principio della libertà di stampa fissato dalla Costituzione nazionale del 1948. Simbolica di questo passo politico al massimo livello dell’esecutivo precedente è stata la decisione di interrompere il rinnovo automatico del finanziamento statale di Radio Radicale e ad altri media (fra questi Avvenire e Manifesto). Ora il governo giallorosso (presieduto dallo stesso premier Conte e sostenuto dallo stesso M5s in veste di forza di maggioranza relativa) sembra ostentatamente ignorare lo svolgimento degli Stati Generali: peraltro mai ufficialmente chiusi, ma solo interrotti dal ribaltone di governo. E in modo altrettanto politicamente ostentato, il piano inserito in manovra dal nuovo sottosegretario all’Editoria, Andrea Martella (Pd) riparte dal ripristino tel quel del finanziamento triennale a Radio Radicale: una testata di partito, che da 25 anni percepisce contributi pubblici ad aziendam, senza gara (e senza mai nessuna obiezione reale da parte dell’ex presidente dell’Anac, Raffaele Cantone), per svolgere un servizio pubblico in realtà già erogato dalla Rai con contratto di servizio finanziato dal canone. L’altro momento portante del “piano Martella” è l’ipotesi di porre a carico del bilancio statale una parte importante del costo di futuri abbonamenti a media sottoscritti dalle scuole. L’azione sarebbe finanziata da parte della webtax di nuova istituzione.  Con implicazioni politico-economiche che non è difficile non intravvedere.

Primo: viene finanziato il consumo e non l’imprenditorialità, tanto meno quella giovanile e innovativa.

Secondo: viene inequivocabilmente incoraggiato l’acquisto di testate tradizionali, a supporto selettivo di editori e giornalisti “del passato”, con fini presuntivi di captatio in una fase ad alta probabilità di voto anticipato. In concreto: l’obiettivo sembra essere puntellare con i soldi dei contribuenti i ricavi dei grandi gruppi editoriali nazionali, pressoché tutti privati. Tutti quotati in Borsa, ma saldamente controllati da potentati finanziari (Intesa Sanpaolo per Rcs; famiglie Agnelli e De Benedetti per Repubblica e la Stampa; Confindustria per il Sole 24 Ore; famiglia Caltagirone per Messaggero, Mattino e Gazzettino; famiglia Rieffeser per Quotidiano Nazionale-Resto del Carlino-Nazione-Il Giorno). Sono tutti gruppi che versano in una crisi più o meno pesante: principalmente per la strutturale latitanza degli azionisti nell’investire nuovi mezzi e nuove idee nell’innovazione e nella competitività delle loro aziende su un mercato in cambiamento “disruptivo”.

Terzo e non ultimo: si affida a presidi e insegnanti delle scuole (ed è ancora da capire se solo quelle statali) il potere-responsabilità tutt’altro che “tecnico” di scegliere quali abbonamenti sottoscrivere. (Con la speranza – a questo punto – che siano i teorici “utilizzatori finali” – gli studenti – a suggerire un uso delle risorse non obbediente all’immoral suasion da parte di un governo zelante nel rinnovare il suo abbonamento a Radio Radicale).

Quarto e ultimo: in filigrana al “piano Martella” sembra scorgersi il profilo di un’importante centrale di networking lobbistico. L’Osservatorio Permanente Giovani-Editori – con sede a Firenze – è snodo da anni fra grandi editori nazionali e colossi internazionali (compresi i nuovi giganti tech californiani), non esclusi big bancari come Intesa, UniCredit, Ubi e Mps, partner per i programmi di educazione finanziaria). Il marchio di fabbrica è il progetto “Il quotidiano in classe”. Un’esperienza – quella della diffusione mirata dei giornali a fini educativi nelle scuole superiori – che ha registrato ultimamente qualche valutazione problematica. Il Venerdì di Repubblica aveva infatti pubblicato già a inizio 2018 un’inchiesta in cui sollevava interrogativi di varia natura sull’iniziativa. Trascorso un anno, lo scorso febbraio il fondatore-leader dell’osservatorio, Andrea Ceccherini, ha deciso di perseguire per vie legali l’allora direttore di Repubblica, Mario Calabresi, e il giornalista Claudio Gatti. Legale dell’Osservatorio nella causa, per la cronaca, è il professor Guido Alpa: al cui studio è associato il premier Giuseppe Conte.  

Sole 24 Ore, a processo l'ex direttore Roberto Napoletano. Accolte dal gup le richieste di patteggiamento dell'ex ad Donatella Treu e dell'ex presidente Benito Benedini. Il giornalista: "Sono innocente, verità emergerà". L'azienda: "Chiuso un capitolo". La Repubblica il 29 ottobre 2019. L'ex direttore responsabile ed editoriale del Sole 24 Ore Roberto Napoletano è stato rinviato a giudizio dal gup Maria Cristina Mannocci nell'ambito della vicenda delle presunte irregolarità nei conti del gruppo. Il giudice inoltre ha accolto la richiesta di patteggiamento dell'ex ad Donatella Treu e dell'ex presidente Benito Benedini rispettivamente a un 1 anno e 8 mesi e 300mila euro e a 1 anno e 6 mesi e 100mila euro e anche della stessa società Sole 24 Ore a una sanzione pecuniaria di 50.310 euro. Il processo a Roberto Napoletano inizierà il 16 gennaio 2020 davanti ai giudici della seconda sezione penale del tribunale di milano. I reati contestati sono, a vario titolo, false comunicazioni sociali e aggiotaggio informativo.  "Avrei potuto patteggiare come gli altri, ma non posso patteggiare per un reato che non ho commesso", ha commentato Napoletano all'Ansa. "Sono innocente e affronterò a testa alta il dibattimento e sono consapevole che in quella sede emergerà la verità". "La decisione del Tribunale di Milano, che va ad aggiungersi all'archiviazione del procedimento sanzionatorio Consob nei confronti della Società, permette al Gruppo 24 ore di chiudere un capitolo del passato", ha commentato invece l'azienda editoriale con una nota. "La Società potrà così concentrarsi sulle tematiche industriali e continuare con lo sviluppo in atto, che ha già visto in questi mesi il varo di numerose iniziative editoriali innovative".

Da lettera43.it il 29 ottobre 2019. L’ex direttore responsabile ed editoriale de Il Sole 24 Ore Roberto Napoletano è stato rinviato a giudizio dal gup Maria Cristina Mannocci nell’ambito della vicenda delle presunte irregolarità nei conti del gruppo. Il giudice inoltre ha accolto la richiesta di patteggiamento dell’ex ad Donatella Treu e dell’ex presidente Benito Benedini rispettivamente a un 1 anno e 8 mesi e 300mila euro e a 1 anno e 6 mesi e 100mila euro e anche della stessa società Sole 24 Ore a una sanzione pecuniaria di 50.310 euro. Per Napoletano il processo si aprirà il 16 gennaio. Roberto Napoletano è il solo tra gli imputati a non aver chiesto il patteggiamento e ad aver scelto il rito ordinario. Per lui il dibattimento verrà celebrato davanti alla seconda sezione penale del Tribunale. Il gup, che nelle scorse udienze ha ammesso come parti civili Confindustria e Consob, il rappresentante comune dei titolari di azioni di categoria speciale Marco Pedretti e i sei piccoli azionisti, tra dipendenti ed ex dipendenti, compresi quattro giornalisti, con due provvedimenti distinti, uno con cui ha disposto il rinvio a giudizio e l’altro i patteggiamenti, ha accolto l’ipotesi formulata dalla Procura. Per il pm Gaetano Ruta, titolare dell’indagine condotta dalla Guardia di Finanza e nella quale sono stati contestati i reati di false comunicazioni sociali e aggiotaggio informativo, Napoletano, è stato indagato in qualità di “amministratore di fatto” del gruppo dal 23 marzo 2011 al 14 marzo 2017 «per via della partecipazione ai consigli di amministrazione della società e del coinvolgimento delle scelte gestionali attinenti alle modalità di diffusione del quotidiano ed alla comunicazione esterna dei dati diffusionali e dei ricavi ad essi correlati». L’ex direttore, come si legge nel capo di imputazione, assieme a Donatella Treu e Benedini, «al fine di assicurare a se stessi e a terzi un ingiusto profitto» avrebbe esposto nella semestrale del giugno 2015, nel resoconto intermedio del settembre successivo, nonché nel bilancio del dicembre dello stesso anno, «fatti materiali non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società». «Avrei potuto patteggiare come gli altri, ma non posso patteggiare per un reato che non ho commesso. Sono innocente e affronterò a testa alta il dibattimento e sono consapevole che in quella sede emergerà la verità», sono state le prime parole di Napoletano dopo la decisione del gup di Milano. In uno comunicato dopo la decisione del Gup la società ha scritto che «la decisione del Tribunale di Milano, che va ad aggiungersi all’archiviazione del procedimento sanzionatorio Consob nei confronti della Società, permette al Gruppo di chiudere un capitolo del passato». «La Società», conclude la nota, «potrà così concentrarsi sulle tematiche industriali e continuare con lo sviluppo in atto, che ha già visto in questi mesi il varo di numerose iniziative editoriali innovative».

Tommaso Rodano per il “Fatto quotidiano” il 24 ottobre 2019. Ci sono un giornalista ex comunista e una deputata di Forza Italia che insieme dirigeranno un giornale la cui testata è scomparsa dalle edicole sette anni fa, edito da un imprenditore a processo per corruzione in un' inchiesta sugli appalti pubblici (che ha coinvolto il noto papà di un noto ex premier). Non è una barzelletta, è davvero così: il Riformista torna in edicola dal 29 ottobre. La testata e il logo arancione sono gli stessi di cui si erano perse le tracce nel 2012, quando fallì la creatura fondata dieci anni prima da Antonio Polito e ideata da Claudio Velardi, l' ex lothar che consigliava Massimo D' Alema. Ora quel marchio rinasce dalle sue ceneri con una formula abbastanza peculiare. Sarà diretto da Piero Sansonetti (ex Unità, ex Liberazione, ex Il Dubbio) e da Deborah Bergamini (ex portavoce di Silvio Berlusconi). Tra le sue firme più in vista, diciamo, ci saranno Maria Elena Boschi, Fabrizio Cicchitto, Fausto Bertinotti, Paolo Guzzanti e Tiziana Maiolo. I soldi - volgarmente - ce li mette Alfredo Romeo, che ha acquistato la testata dalla Tosinvest di Angelucci. L' imprenditore casertano è noto al grande pubblico per essere imputato nel processo Consip, l' inchiesta che ha pregiudicato l' immagine del Giglio magico renziano, coinvolgendo il padre dell' ex premier, Tiziano, e l' ex ministro Luca Lotti (di recente rinviato a giudizio). Trovare un senso a questa storia potrebbe risultare complicato. Ci provano i due condirettori, in conferenza stampa a Montecitorio. Sansonetti: "Sarà un giornale con una fortissima linea politica, basata sulle idee libertarie e garantiste". Ecco, il garantismo: la battaglia contro giustizialisti e "manettari" da anni è il rovello dell' ex direttore di Liberazione. Sulla prima pagina del "numero zero" mostrato da Sansonetti c' è già tutta la linea editoriale del quotidiano: "Ergastolo addio, l' Europa civilizza l' Italia" (con riferimento alla recente sentenza della Corte europea dei diritti dell' uomo"). Il direttore aggiunge: "Faremo battaglie furiose su questi temi. Noi non siamo contro il carcere agli evasori: vogliamo proprio l' abolizione del carcere!". In platea ci sono Renato Brunetta, Mariastella Gelmini, Alessandro Cattaneo, Osvaldo Napoli. La Bergamini gioca in casa: "Ringrazio i deputati di Forza Italia presenti. È chiaro che queste sono le battaglie della nostra vita". Sansonetti storce il naso: "Io e la Maiolo restiamo sessantottini". Bergamini precisa: "Questo comunque non è il giornale del nostro partito". Sembra, piuttosto, il giornale di "Forza Italia Viva". Sansonetti non a caso dice di voler "ricreare un' area riformista che non c' è più". Ma che si sta ricostituendo attorno al nuovo movimento di Renzi e ai tanti "liberali" di Forza Italia che guardano con angoscia al centrodestra dominato dal populista Salvini. Se il vecchio Riformista è stato, per un periodo, il riferimento di una parte della sinistra post-comunista (quella più moderata: potremmo dire l'ala destra del dalemismo, per gli appassionati di microbiologia), il nuovo quotidiano di Sansonetti e Bergamini sembra nascere per il piccolo universo che ruota intorno alla Leopolda e all'indimenticato patto del Nazareno. Non a caso si potrà fregiare degli editoriali (a titolo gratuito) della Boschi. E non a caso l' editore Romeo ha qualcosa in comune con Renzi e famiglia. L' immobiliarista ha riscoperto la passione per l' editoria (aveva una quota anche del Riformista originale): è in trattativa con Caltagirone per acquistare anche il Mattino (l'offerta si aggira sui 7 milioni di euro). Anche in questi tempi di crisi drammatica della stampa, possedere un giornale torna utile. Specie se c'è bisogno di una lucidata all'immagine.

Marianna Baroli per “la Verità” il 24 ottobre 2019. Le indiscrezioni si rincorrevano ormai da alcune settimane: dopo l' acquisizione a novembre 2018 di Panorama, Maurizio Belpietro sembrava pronto ad ampliare l' offerta editoriale di La Verità srl, la società da lui fondata nel 2016, acquistando alcuni periodici del gruppo Mondadori. La conferma della volontà del gruppo di ampliare ulteriormente l' offerta di notizie per i suoi lettori spaziando anche in settori come moda, salute e cucina, è arrivata ieri con una nota in cui i vertici di palazzo Niemeyer hanno spiegato che la «Arnoldo Mondadori Editore spa, il cui consiglio di amministrazione si è riunito sotto la presidenza di Marina Berlusconi, informa di aver ricevuto un' offerta vincolante per l' acquisizione dei magazine Confidenze, Cucina moderna, Sale&Pepe, Starbene e Tustyle da parte di La Verità srl». L' offerta, che ha validità fino al 31 dicembre 2019, prevede la costituzione di una nuova società la cui partecipazione sarà al 75% da parte di La Verità srl e al 25% da parte di Arnoldo Mondadori Editore. «Nei magazine il nostro obiettivo è quello di concentrarci solo su determinati brand leader o ad alto potenziale di sviluppo multipiattaforma in settori per noi strategici come entertainment, femminili, food, salute e scienza», ha sottolineato Ernesto Mauri, amministratore delegato del gruppo Mondadori, a cui è stato dato mandato di porre in essere tutte le azioni volte a esaminare e a finalizzare l' operazione. Confidenze è una rivista settimanale nata nel 1946 dedicata principalmente a un pubblico femminile il cui nome, inizialmente, era Confidenze di Liala, dal nome della prima direttrice della rivista, la scrittrice di romanzi rosa Amalia Cambiasi detta Liala. Il suo sito, online dal 2015, è un blog in cui vengono raccolti argomenti tipici dell' universo femminile e in cui trovano spazio articoli prodotti dalle lettrici della rivista che, nella sezione Confylab, diventano parte integrante della pubblicazione. Cucina moderna nasce nel 1996 da un progetto di Marisa Deimichei come mensile in cui vengono pubblicate ricette, trucchi e consigli in cucina. A oggi l'edizione cartacea offre ai suoi lettori 130 ricette differenti pubblicate ogni mese oltre a rubriche con consigli di esperti e trend culinari. Anche Sale&Pepe è un mensile che si occupa di cucina. Il numero zero venne realizzato nel settembre 1986 per essere pubblicato il 20 gennaio 1987 con, in apertura, un' inchiesta titolata «Impariamo a mangiare con la testa». Dopo molteplici evoluzioni cartacee, nel 2014 nasce il sito web ufficiale salepepe.it, nel quale sono presenti spiegazioni passo per passo delle ricette, video, approfondimenti e notizie. Starbene nasce il 1 maggio 1978 come mensile di salute e benessere sotto la direzione di Franco Nencini. La prima transizione a settimanale del periodico avviene nel 1995 ma dura solo due anni: nel 1997 la rivista torna nelle edicole con cadenza mensile e sotto la guida di Marisa Deimichei. Nell' aprile del 2002 Starbene passa sotto la guida di Anna Bogoni che dà vita nel dicembre del 2005 anche a starbene.it. Dopo alcuni anni, nel 2014, la periodicità torna a essere settimanale e la pubblicazione si amplia diventando nel 2015 anche un format televisivo all' interno del programma In forma con Starbene condotto da Tessa Gelisio e nel 2016 un appuntamento radio in onda su Radio Monte Carlo. Nel pacchetto di acquisizioni compare anche Tustyle. Il magazine di riferimento per il mondo della moda e della bellezza. Il settimanale venne fondato il 24 novembre 1999 con il nome Tu e con l' intento di essere il primo magazine di moda sul mercato a un prezzo popolare. Nel febbraio 2009 il rinnovo e nelle edicole compare per la prima volta il brand Tustyle. Oggi guidato da Annalisa Monfreda, il magazine ha una forte presenza online (il sito tustyle.it è attivo dal 2013) e soprattutto sui social network grazie ai contenuti che spaziano dai consigli sulle ultime tendenze ai dietro le quinte delle passerelle di tutto il mondo. «I cinque giornali che confluiranno in questa newco possono diventare strategici in aziende con caratteristiche e priorità differenti dalle nostre, come la brillante realtà realizzata da Maurizio Belpietro, che saprà sicuramente valorizzare contenuti e know-how, come ha già fatto con successo con Panorama» ha concluso Ernesto Mauri. Quello che sembra aprirsi per La Verità srl è un nuovo capitolo, dopo i successi registrati prima con l' avvio della Verità digitale a marzo 2018 e l' acquisto di Panorama poi.

AAA Cercasi linea di partito, scomparsa nei giornali “ d’area”. Francesco Damato 24 Agosto 2019 su Il Dubbio. I retroscena della stampa italiana. L’ irritazione, la delusione e quant’altro attribuite al presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal navigato quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda al termine del primo e inconcludente giro di consultazioni, cui ne seguirà un altro, annunciato per martedì in diretta all’ora di cena dallo stesso Mattarella dopo due ore di riflessione, sono niente di fronte alla sensazione del vuoto che si avverte seguendo la crisi con le lenti dei cosiddetti giornali “d’area”. Che hanno preso il posto dei vecchi giornali di partito, scomparsi con le forze politiche di cui trasmettevano idee e umori: giornali a leggere i quali, quando si passava da un governo a un altro, si coglieva un po’ meglio di adesso, diciamolo francamente, come andavano le cose dietro la facciata delle consultazioni. L’Unità del Pci, l’Avanti del Psi, Il Popolo della Dc, specie quando a dirigerlo verso la fine era Sandro Fontana con lo spirito sarcastico di Bertoldo, La Voce Repubblicana. del Pri, La Giustizia del Psdi, spesso vere scuole di giornalismo, da cui sono usciti fior di editorialisti, inviati e direttori di quotidiani per niente di partito, appartengono ormai agli archivi. Adesso bisogna accontentarsi dei giornali, dicevo, “di area”. Che non rispondono ai partiti o movimenti di cui riflettono umori e tendenze, spesso cercando di dettar loro gli uni e le altre, come tanti “consigliori” al netto del significato o delle allusioni mafiose che questo termine si porta appresso, o addosso, ma spesso aiutano a capirne le pulsioni, le contraddizioni o la linea, quando ne hanno una. Spesso, dicevo, ma non sempre. E’ accaduto, per esempio, che durante la lunga gestazione di questa crisi, prima che si formalizzasse con le dimissioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il Giornale della famiglia Berlusconi reclamasse continuamente e vigorosamente le elezioni anticipate, come del resto ha fatto Silvio Berlusconi in persona dopo l’incontro della delegazione di Forza Italia, da lui personalmente guidata, con Mattarella al Quirinale. Ma contemporaneamente, e senza che si levassero smentite o precisazioni, sono comparsi altrove retroscena e quant’altro sull’” agghiacchiante arrivo”- parola del Fatto Quotidiano- di una guarnigione di ascari berlusconiani al seguito di Gianni Letta” per garantire ad un ribaltone giallorosso in funzione antisalviniana una “opposizione costruttiva” o “graduata”. Ciò non significa tuttavia che Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio a schiena sempre orgliosamente dritta si senta custode e sostenitore di una maggioranza giallorossa dura e pura, perché a leggerne la descrizione che fa del Pd, che dovrebbe sostituire i leghisti nell’alleanza con i grillini, c’è francamente da chiedersi se davvero esso ci tenga alla sorte e alla buona salute del Movimento delle 5 Stelle. Il cui “elevato”, “garante” e quant’altro, cioè Beppe Grillo, gli affida spesso i suoi urticanti commenti e messaggi al popolo. “Trattare col Pd – ha appena scritto Travaglio in persona in un editoriale dopo il primo giro di consultazioni al Quirinale è come trattare con la Libia. Fai l’accordo con Al Sarraj e poi scopri che non controlla neppure la scala del palazzo presidenziale perché quella è presidiata da Haftar. Però il tutto è occupato dalla milizia di Misurata, peraltro assediata dal capotribù dei Warfalla, diversamente dalle cantine contese dai clan Gadafda e Magharba. Così uno o se li compra tutti o si spara”. Non hai finito di chiederti se Al Sarraj e Haftar siano paragonabili a Nicola Zingaretti o a Matteo Renzi, o viceversa, e già ti imbatti dopo qualche pagina in un racconto sui grillini, presumibilmente noti alla redazione del Fatto Quotidiano, che potrebbe bastare e avanzare per dissuadere il Pd dal tentare un accordo con loro, rischiando di essere travolto da faide interne di fronte alle quali impallidisce il ricordo di quelle dei tempi peggiori della Dc. “La grandissima parte del Movimento – racconta Luca De Carolis a pagina 4 scrivendo appunto dei grillini- invoca Giuseppe Conte” ancora a Palazzo Chigi “ma Di Maio si sta già rassegnando al veto del Pd, cioè a far cadere il nome del premier uscente, di cui soffre popolarità e stile, e con il quale la distanza è da settimane profondo”, nonostante l’abbraccio nell’aula del Senato prima che salisse al Quirinale per dimettersi. “Di Maio sa – continua il rapporto di De Carolis sulla situazione interna ai pentastellati - che i dem non potrebbero accettare sia lui che Conte in uno stesso esecutivo. E non ha voglia di fare un passo indietro, anche se alcuni big in queste ore glielo hanno chiesto proprio per arrivare a un Conte 2”. Non finisce qui tuttavia il racconto esclusivo del Fatto Quotidiano, che prosegue così: “Di Maio, capo già molto indebolito, non ha voglia di sacrificarsi. Rimanere fuori dall’esecutivo gli farebbe perdere visibilità e altra quota nel Movimento, dove Beppe Grillo è tornato centrale. Però non potrebbe fare muro a un altro nome in costante ascesa per Palazzo Chigi: quello di Roberto Fico, il presidente della Camera, il grillino del cuore rosso antico, l’opposto del vice premier che lo soffre come avrebbe sofferto Conte. Ma Fico andrebbe benissimo a molti nel Pd”, soprattutto – mi permetto di aggiungere all’ex ministro Dario Franceschini. Di cui è arcinota l’ambizione alla Presidenza della Camera, che si libererebbe con Fico a Palazzo Chigi. Essa mancò a Franceschini per un pelo nel 2013, quando l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, candidato peraltro alla guida di un governo “minoritario e di combattimento” cui i grillini rifiutarono l’appoggio, gli preferì a sorpresa, all’ultimo momento, Laura Boldrini. Che, fedele, lo avrebbe poi seguito fra i “liberi e uguali” col presidente del Senato Pietro Grasso nella scissione promossa da Massimo D’Alema.

Dagonews il 16 ottobre 2019. Studi e dati pubblicati in questi giorni fanno luce sulle modalità di fruizione delle news on-line e sulla sostenibilità economica del settore. L’analisi di Comscore-Sensemakers evidenzia che online ci si informa prevalentemente con gli smartphone. A luglio, ad esempio, il 42% degli italiani ha consultato i siti di news esclusivamente mediante smartphone o tablet, device che hanno generato il 72% del tempo totale speso nella lettura delle news. Su mobile le notizie si fruiscono prevalentemente mediante la navigazione in browser oppure leggendo quelle nativamente presenti sul dispositivo. I lettori di tutte le generazioni preferiscono di gran lunga queste modalità all’utilizzo delle App dei siti di news. La resistenza a scaricare nuove App e la tendenza ad utilizzarne frequentemente solo un numero limitato, costituiscono un freno alla diffusione delle App degli editori come leva di fidelizzazione dei lettori. I social network, per quanto ritenuti meno affidabili dei siti dei giornali, rappresentano la prima fonte di news per i giovani e ne esaudiscono il bisogno informativo: l’80% di chi legge notizie on line consulta infatti un‘unica fonte. Sono però relativamente pochi, e in diminuzione, coloro che postano le news che trovano online riducendo il ruolo dei social network come mezzo di amplificazione e viralizzazione delle news. Altri studi di settore e da ultimo quello di Deloitte (commissionato da Google) effettuato su 51 tra i maggiori quotidiani cartacei e on-line in UK, Germania, Francia e Spagna sottolineano la dipendenza economica di questi ultimi dalle fonti terze per l’approvvigionamento del traffico e, quindi, dei ricavi, on-line. Il digitale infatti per gli editori analizzati genera il 10% dei ricavi complessivi ma di questi oltre il 60% è attribuibile al traffico originato sui siti degli editori da Social Network, Aggregatori e motori di ricerca. Dal punto di vista economico l’avvento di Internet ha fatto sì che negli ultimi 10 anni gli investimenti pubblicitari sulla carta stampata In Italia si siano ridotti di due terzi (dati Politecnico di Milano) e sono stati solo in parte compensati con la crescita degli investimenti pubblicitari on-line che oggi per oltre l’80% sono appannaggio degli OTT. Trend che tra l’altro continua anche nel 2019, dove in base alle ultime rilevazioni Nielsen, nel periodo gennaio-agosto i quotidiani cartacei hanno registrato un calo del fatturato pubblicitario del 10,6% a fronte di un incremento degli investimenti on-line degli editori nazionali di un 2,2%. Esiste la possibilità di recuperare il calo degli investimenti pubblicitari attraverso la sottoscrizione di abbonamenti o il pagamento delle singole notizie? La ricerca Comscore-Sensemakers sottolinea che la disponibilità a pagare per le news è molto limitata e sempre più in competizione con la propensione a spendere per altre tipologie di contenuti on-line come la musica o i video in streaming.

PIANGE L'EDICOLA. Sergio Carli per Blitz Quotidiano. Vendite giornali quotidiani nel mese di aprile 2019, il declino sembra inarrestabile. Nel complesso il calo è quasi costante e fa paura: si sono vendute in Italia 196 mila copie in meno rispetto all’aprile 2018; in marzo se ne erano vendute in meno, sul marzo dell’anno scorso, 192 mila. Le cifre sono quasi uguali, la percentuale, essendo la base un po’ più bassa, sale da meno 8,8 a 9,1. Come sempre c’è chi performa meglio, pochissimi, c’è chi performa peggio, i più registrano un calo attorno al 5%. Ultimo in classifica è il Fatto Quotidiano, che ha perso il 19,7% delle copie vendute un anno fa e ha venduto, in cifra assoluta 26.796 copie. Lo precede il Corriere dello Sport con meno 19 per cento al lunedì e meno 14 per cento nella settimana, forse pagando il desarroi dei tifosi romanisti, mentre Gazzetta dello Sport e Corriere dello Sport scendono un tantino meno: rispettivamente del 5 e del 7 per cento in settimana, 12 e 17 per cento al lunedì (sempre più micidiale l’effetto di Sky). Per cercare di capire i trend dei due principali quotidiani, accanto al più pugnace e opinion maker, per quanto sempre più piccolo, ho messo in fila le vendite dallo scorso (2018) novembre ad aprile 2019, confrontandoli col mese omologo dell’anno precedente. Si ha quindi un trend, non completo, ma significativo. Ne emerge, se non leggo male i numeri, se non ho sbagliato l’aritmetica e sempre tenendo conto della stagionalità e degli eventi (elezioni soprattutto), 

– una sostanziale stabilità del Corriere della Sera, che da novembre 2017 a aprile 2019 ha perso 8 mila copie su 189 mila, con un calo che oscilla fra il 4 a il 6%; 

– uno strano andamento del calo di Repubblica, fra il 5 e il 9%, ma con una attenuazione molto forte fra gennaio e febbraio, e un ritorno a perdite in valore assoluto sopra quota 10 mila  e in percentuale sopra il 7 in marzo e aprile, con 24 mila copie in meno su 161 mila da novembre 2017 a aprile 2019;

-la crescente crisi del Fatto, mese dopo mese, in sequenza meno 6, 8, 10 13 fin quasi al 20%. Sono 5 mila copie in meno, ma su 31 mila e rotti. Scoppia la bolla grillina, cresce il consenso per la Lega, eroica la posizione del Fatto, come il Manifesto…

Perché insistiamo sulle vendite in edicola e teniamo distinte le copie digitali? Per una serie di ragioni che è opportuno riassumere.

1. I dati di diffusione come quelli di lettura hanno uno scopo ben preciso, quello di informare gli inserzionisti pubblicitari di quanta gente vede la loro pubblicità. Non sono finalizzate a molcire l’Io dei direttori, che del resto non ne hanno bisogno.

2. Le vendite di copie digitali possono valere o no in termini di conto economico, secondo quanto sono fatte pagare. Alcuni dicono che le fanno pagare come quelle in edicola ma se lo fanno è una cosa ingiusta, perché almeno i costi di carta, stampa e distribuzione, che fanno almeno metà del costo di una copia, li dovreste togliere. Infatti il Corriere della Sera fa pagare, per un anno, un pelo meno di 200 euro, rispetto ai 450 euro della copia in edicola; lo stesso fa Repubblica.

3. Ai fini della pubblicità, solo le vendite delle copie su carta offrono la resa per cui gli inserzionisti pagano. Provate a vedere un annuncio sulla copia digitale, dove occupa un quarto dello spazio rispetto a quella di carta.

Il confronto che è stato fatto fra Ads e Audipress da una parte e Auditel dall’altra non sta in piedi. Auditel si riferisce a un prodotto omogeneo: lo spot, il programma. Le copie digitali offrono un prodotto radicalmente diverso ai fini della pubblicità. Fonte Ads

3 GIORNALI, 10 DIRETTORI, 20 ANNI. Sergio Carli per Blitz Quotidiano il 18 luglio 2019. Tre giornali, Corriere della Sera, Repubblica e Fatto Quotidiano, e 11 direttori a confronto nell’arco di 20 anni. In mezzo è successo di tutto. Chi è stato più bravo? Chi ha sbagliato di più? Lo potete dedurre agevolmente guardando la tabella qua sotto. Sono stati anni da pazzi, in Italia e nel mondo, per chi lavora nei giornali. Per tutti è evidente la rivoluzione di internet, che ha allontanato o diradato milioni di lettori. Oggi si vende un quarto delle copie vendute 20 anni fa. Poi voglio ricordare a tutti gli effetti devastanti della sempre sottovalutata ma per molti versi mortale azione di soffocamento della tv sul mercato pubblicitario, in cui si è inserito di prepotenza, a metà del ventennio in esame, Sky. Sempre meno denaro disponibile dalla pubblicità, ricorso all’aumento del prezzo con effetti molto negativi sulle vendite. Poi ci sono i problemi particolari delle singole testate. La linea politica, si sarebbe detto una volta. Ci sono stati, nell’ultimo quarto di secolo, crolli di tiratura legati alla linea politica che meritano di essere ricordati: caso emblematico è quando nel 1993 Scalfari spostò Repubblica, da sempre all’opposizione, sulla linea filo governativa per sostenere l’azione di Amato e Ciampi. Furono perse 100 mila copie in pochi mesi. (C’era stato un precedente ai tempi dell’amore per De Mita. Per fortuna di Repubblica durò poco e grazie a Craxi e Andreotti sfiorò le 800 mila copie vendute in un giorno. Oggi sono 145 mila). Il caso più recente è quello del Fatto. L’abbraccio al Movimento 5 stelle di governo è costato a Marco Travaglio una progressione di tassi negativi di decrescita tutt’altro che felice. Ancora una volta il più bravo di tutti si conferma essere Paolo Flores D’Arcais. Tiene il suo Micromega sulla cresta dell’onda da 30 anni. Certo è una rivista bi o trimestrale ma provateci voi a farlo, con quel prezzo di copertina, senza aiuti dall’editore, solo sulla forza delle vostre idee, giuste o sbagliate che siano, e del vostro fiuto editoriale. Anche Flores si era innamorato di Beppe Grillo e di Stefano Rodotà. Rodotà è fra i santi e non può fare più danni, il grillismo è scivolato nella nebbia. Micromega sostiene il reddito di cittadinanza, certo, ma non quello di Di Maio. Prima di lasciarvi addentrare nei numeri della tabella, uno schema di orientamento. Qui sotto trovate i direttori che si sono succeduti, nel ventennio, alla guida dei tre quotidiani. Accanto le copie vendute in edicola all’inizio o alla fine del mandato. SI tenga conto che il Fatto è uscito nel 2009 ma i primi dati di vendita certificati sono del 2011. Nel sito di Ads, l’istituto che certifica le diffusioni, i dati più antichi disponibili sono quelli del 1999.

Corriere della Sera:

-Ferruccio de Bortoli, 8 maggio 1997 – 14 giugno 2003. Vendite gennaio 1999: 619.086, maggio 2003: 646.101;

-Stefano Folli, 15 giugno 2003 – 22 dicembre 2004: 506.561;

-Paolo Mieli, 23 dicembre 2004 – 9 aprile 2009 (marzo) 387.691;

-Ferruccio de Bortoli (2ª volta), 10 aprile 2009 – 30 aprile 2015 (aprile) 225.064;

-Luciano Fontana, 1º maggio 2015 -(maggio) 181.351 in carica.

Repubblica:

-14 gennaio 1976 – 6 maggio 1996: Eugenio Scalfari;

-7 maggio 1996 – 14 gennaio 2016: Ezio Mauro  gennaio ’99: 569.542 ; gennaio 2003: 596.171; 

-15 gennaio 2016 – 18 febbraio 2019: Mario Calabresi   dicembre 2015: 228.541; febbraio 2019: 151.270;

-dal 19 febbraio 2019: Carlo Verdelli maggio 2019  (maggio)145.004.

Il Fatto Quotidiano:

-23 settembre 2009 – 3 febbraio 2015 Antonio Padellaro: febbraio 2011: 71.685, febbraio 2015 38.599;

– dal 3 febbraio 2015 da Padellaro a Travaglio: maggio 2019: 27.282.

Per ulteriori confronti si tenga presente che nel febbraio 2015 il Corriere della Sera vendeva 232.800 copie e Repubblica 238.476. Il Fatto è uscito Mercoledì 23 settembre 2009: la prima rilevazione è del 2011, gennaio, con 68.325. Il Corriere vendeva 353.505 copie, Repubblica 368.061.

Marco A. Capisani per “Italia Oggi”  il 3 ottobre 2019. «Ci aspettiamo un 2020 particolarmente redditizio», ha dichiarato Cinzia Monteverdi, a.d. di Seif, casa editrice del Fatto Quotidiano e del mensile FQMillennium. Infatti, alcuni progetti che avrebbero dovuto partire nel primo semestre vedranno la luce nella seconda parte dell' anno, hanno fatto sapere dalla Società editoriale Il Fatto in occasione della pubblicazione dei conti al 30 giugno scorso. E i progetti dovrebbero concentrarsi soprattutto sulle produzioni tv di Loft per editori terzi, come nel caso dell' ultimo format lanciato: Enjoy con la conduzione di Peter Gomez (già on air con La Confessione, entrambe le trasmissioni vendute al gruppo Discovery, così come Accordi e disaccordi con Andrea Scanzi e Luca Sommi). Invece, nella redazione del quotidiano cartaceo diretto da Marco Travaglio qualche novità c' è già stata, con l' uscita del vicedirettore Stefano Feltri (ora alla direzione di ProMarket.org, testata dello Stigler Center dell'Università di Chicago Booth School of Business; nel board del sito c'è anche Luigi Zingales). Feltri continua a scrivere per il Fatto Quotidiano ma, di contro, è tornato a dare una mano alla confezione del giornale il condirettore Ettore Boffano. Tornando ai conti del primo semestre, l'editrice guidata dall'a.d. Cinzia Monteverdi (e quotata sia a Milano sia a Parigi) registra una perdita netta di 861,9 mila euro, a fronte di un risultato positivo per 182,9 mila euro al termine dei primi sei mesi del 2018. A monte di questo risultato, il fatturato è stato pari a 15,2 milioni di euro, in calo contenuto rispetto ai precedenti 15,9 milioni (calano del 15,6% i ricavi da vendite ma crescono la raccolta pubblicitaria del 3,3% e la produzione di contenuti, soprattutto di Loft, del 110,5% ma pari in valore assoluto a meno di 1,3 milioni di euro). A crescere sono stati i costi portando l'ebit in terreno negativo pari a -1,1 milioni di euro (+416,7 mila euro a fine giugno 2018). Nel dettaglio, sono aumentati i costi per materie prime del 31,6%, quelli per uso beni di terzi del 15% e del personale del 6,5%. Le spese per servizi crescono di un contenuto 0,5% ma sulla soglia dei 7,6 milioni. Costi per uso beni di terzi e personale comprendono, per esempio, le spese per le produzioni tv di Loft. Complessivamente, il flusso finanziario dell' attività d' investimento è stata di quasi 3,3 milioni di euro, il flusso finanziario dell' attività di finanziamento di oltre 2,9 milioni.

Matteo Mediola per “Italia Oggi” il 4 ottobre 2019. Il difficile 2018 dei mercati finanziari lascia il segno anche sulle due società inglesi di Carlo De Benedetti, Pyxis Investment Strategies e Fidelis Alternative Strategies, che investono in fondi hedge, veicoli di private equity e altri strumenti finanziari speculativi. La prima, infatti, dotata di un patrimonio di 205,8 milioni ha realizzato entrate per 4,4 milioni di euro, in netta contrazione dai 25,7 milioni dell' esercizio precedente, anche se l' utile ante compensazione dei soci ha tenuto anno su anno da 9,7 a 9,5 milioni e l' utile netto è addirittura salito da 5,1 a 6,8 milioni di euro anche se De Benedetti ha visto il suo compenso diminuire da 4,6 a 2,7 milioni. Ciò non ha impedito alla società di finanziare per 3,5 milioni Planven Investments, il family office svizzero dell' Ingegnere guidato da Giovanni Canetta Roeder, presidente fra l' altro della quotata M&C. Pyxis Investments Strategies che controlla due società americane, la Rosemar Trading e la Astacus in carico rispettivamente a 23,2 e 2,3 milioni. Anche la più piccola Fidelis Alternative Strategies, che ha un patrimonio di 16,8 milioni, nel 2018 ha realizzato entrate scese anno su anno da 3,8 a 1,2 milioni di euro e un utile diminuito da 3,8 a 1,2 milioni. L' utile prima delle remunerazione dei soci si è così limato da 3,4 a 1,1 milioni, mentre quello dopo i compensi si è attestato a soli 827 mila euro dai 2,9 milioni del 2017. Fidelis Alternative Strategies controlla la lussemburghese Sunbee, in carico a 5,3 milioni che a sua volta controlla la francese Fidefrance, e la Bestime, anch' essa basata nel Granducato e in carico a 3,8 milioni, che detiene l' immobiliare francese Montaigne Marignan.

·         Così Gramsci ha creato l’egemonia su giornali e magistratura

Così Gramsci ha creato l’egemonia su giornali e magistratura. Antonio Iannaccone su pepeonline.i il 23/11/2017. Vengono i brividi a leggere quel che scriveva 80 anni fa un brillante giovane carcerato, Antonio Gramsci, se oggi andiamo a verificare coi nostri occhi come puntualmente si sia avverato tutto quel che egli aveva profetizzato. Suo intento principale era sostituire nel cuore del popolo, dei semplici, l’allora radicata fede cristiana con una “fede” nuova, quella nella propria volontà, creatrice della storia. Per far questo, ha pensato non di agire con una rivoluzione violenta dal basso (come Marx, Stalin), ma con una “forza dall’alto”, occupando quei posti dove si creano le idee che contano, dove nasce quella cultura che diventa dominante nelle coscienze. Ebbene, ecco il risultato. Il cristianesimo si è praticamente suicidato, sia politicamente che culturalmente. Tutti i partiti e i capi politici avversi al comunismo gramsciano sono stati eliminati o dalla magistratura o da campagne stampa o dalla loro azione congiunta che li ha portato al suicidio (politico e non solo). Infine, tutti gli ideali politici sono scomparsi, portati all’annullamento da una mentalità dominante che è riuscita ad imporre un’unica “verità”: che non esiste nessuna verità per cui valga la pena vivere e lottare, ma solo la volontà degli uomini (il tristemente noto “relativismo”). Il filosofo Augusto Del Noce ha visto per primo, circa 40 anni fa, che cosa stava accadendo: vi presentiamo dei brani tratti dalla sua analisi. Tutto è nato da alcuni apparentemente innocui “Quaderni” di filosofia scritti in un carcere… Forse, allora, vale la pena capirla questa filosofia, per toccare con mano quanto sia importante la cultura e quali effetti enormi possa avere un “astratto pensiero” sulle sorti reali di tutti noi. (A.I.) [I brani seguenti sono tratti dal testo “Il suicidio della rivoluzione” di A. Del Noce, Rusconi, Milano 1978. Tra virgolette le citazioni di A. Gramsci, tratte dai “Quaderni del carcere”.]

L’obiettivo concreto nella parole di Gramsci:

Conquistare l’egemonia culturale. “Il momento dell’egemonia (…) [è] essenziale nella sua concezione statale e nella "valorizzazione" (…) di un fronte culturale come necessario accanto a quelli meramente economici e meramente politici”. [Q 10,I §7] “Si può dire che i partiti sono gli elaboratori delle nuove intellettualità integrali e totalitarie (…). L’innovazione non può diventare di massa nei suoi primi stadi se non per il tramite di una elite in cui [vi sia una] (…) volontà precisa e decisa”.[Q 11 §12]

Per raggiungere l’egemonia, occorre conquistare le aree di maggior influenza culturale. La scuola, in tutti i suoi gradi, e la chiesa sono le due maggiori organizzazioni culturali in ogni paese (…). I giornali, le riviste e l’attività libraria, le istituzioni scolastiche private, sia in quanto integrano la scuola di Stato, sia come istituzioni di cultura del tipo università popolare. Altre professioni incorporano (…) una frazione culturale non indifferente, come quella dei medici, degli ufficiali dell’esercito, della magistratura. [Q 11, §12]

Lo scopo ultimo da raggiungere. Per Gramsci (…) la rivoluzione si configura come lo strumento necessario per il passaggio da una concezione arcaica a una concezione moderna e immanentistica del mondo e della vita. (pag 164)

Quale è l’idea centrale del suo pensiero (…) se non quella di colmare la frattura tra il basso e l’alto, portando al popolo la concezione immanentistica e secolaristica della vita? L’io collettivo per Gramsci sostituisce nella concezione immanentistica, quello che era Dio nella concezione trascendente; la riforma economica è ordinata alla formazione di questo io collettivo. (pag 305)

Una nuova tattica: non "uccidere", ma "portare al suicidio". Già per il Gramsci del 1919 la concezione trascendente della vita (…) non deve venire ammazzata, ma finire per suicidio. (…) Tutte le nuove espressioni di cui si è servito (…) si illuminano a partire da questa tesi sul “suicidio”: da "riforma intellettuale e morale" e "guerra di posizione" sino a "egemonia", a "intellettuale organico", a "blocco storico". Gramsci insomma aveva inventato un’altra forma di estinzione dell’avversario; non più persecuzione fisica, ma "suicidio".

Un nuovo tipo di totalitarismo, opposto allo stalinismo…Da che cosa deriva il termine totalitarismo se non da totalità? Ora il passaggio da una società fondata su una concezione teologica trascendente, o anche immanente, a un’altra completamente secolarizzata, in cui l’idea di Dio sia scomparsa senza lasciar traccia, è proprio il passaggio da una totalità a un’altra. (…) Il suo totalitarismo è il preciso inverso, nelle intenzioni, di quello staliniano. Nello stalinismo si procede verso una coercizione sempre maggiore; nel gramscismo, la coercizione provvisoria deve progressivamente cedere rispetto al momento del consenso. [Vi è però] una necessità intrinseca alla rivoluzione totale, che porta inevitabilmente [all’] oppressività. Orbene, il pensiero di Gramsci è il maggior tentativo di sfuggire a questa necessità, (…) destinato però al fallimento [vedi parte finale del presente documento – NdR]. (pagg 284, 285)

… e molto diverso dal marxismo. L’innovazione profonda che Gramsci introduce in tutta la tradizione marxista (…) sta nella diversa concezione di società civile (pag 158). Per Marx la società civile (…) comprende (…) “tutto il complesso delle relazioni materiali fra gli individui”. (…) Gramsci intende invece per società civile tutto il complesso delle relazioni ideologico-culturali. (…) (pag 159). (…) Perciò l’avvento del socialismo non significa il passaggio da un tipo a un altro di economia, ma da una concezione ancora trascendente (…) della vita a un’altra rigorosamente immanentistica. (pag. 304) [Il pensiero di Gramsci, infine, si distingue dal marxismo in due sensi:] il termine ‘umanismo’ viene inteso come cancellazione del materialismo e il termine ‘storicismo’ come cancellazione (…) della stessa idea di ‘natura umana’ (pag 166). “Il problema di cos’è l’uomo, (…) l’umano, non è piuttosto un residuo ‘teologico’ e ‘metafisico’ in quanto posto come punto di partenza? (…) Neanche la facoltà di ‘ragionare’ o lo ‘spirito’ (…) può essere riconosciuto come fattore unitario (…). Che la “natura umana” sia “il complesso dei rapporti sociali” è la risposta più soddisfacente, perché include l’idea del divenire (…) e perché nega l’’uomo in generale’. (…) Si può anche dire che la natura umana è la ‘storia’”[Q7 §35].

Invece, il punto di partenza è l’attualismo di Gentile. L’attualismo [ha una] posizione singolare e unica (…) nella storia della filosofia. (…) Ha portato all’estremo non soltanto l’idealismo (…), ma la filosofia del primato del divenire, chiarendone l’esito antimetafisico. (pag 121) Tutti i pensatori prima di me, dice in sostanza Gentile, (…) hanno guardato al mondo degli oggetti; e, tra questi oggetti, ne hanno distinto [alcuni] forniti di pensiero [i soggetti pensanti, gli uomini o Dio – NdR]; di qui sono sorti gli infiniti problemi insolubili della storia della filosofia. (pagg 142, 143) [In sostanza, secondo Gentile, esiste solo l’ “atto puro (da cui “attualismo”) del conoscere”, non esistono le altre persone e neppure gli oggetti, tutto è posto dall’atto del conoscere – NdR]. [VI è un] rapporto di necessità tra l’attualismo e il fascismo. L’affermazione che gli altri non esistono coincide con quella che “gli altri (…) sono il nostro stesso corpo, sul quale noi abbiamo tutti i diritti”. Non si affaccia qui la figura del capo totalitario?

Gramsci radicalizza l’attualismo. L’attualismo assume un carattere rivoluzionario: tutte le concezioni del mondo prima dell’attualismo si sono mosse nell’orizzonte di una realtà e di una verità presupposte; (…) [ora, per Gramsci, occorre completare] il processo di erosione di [questa] concezione. Termine ultimo a cui può giungere la filosofia della prassi dopo Hegel, l’attualismo può essere pensato e vissuto nella forma "romantica" di continuità con la tradizione, che fu di Gentile, o in quella "illuministica" di scissione rivoluzionaria, che fu di Gramsci. (pag 146) Il comunismo [gramsciano è] la posizione politica adeguata al compimento del passaggio alla concezione immanentistica della vita. (…) Gentile sarebbe ricaduto completamente in tale concezione. (pag 177)

Fascismo e comunismo, due facce della stessa medaglia “attualista”. Gentile e Gramsci convengono nell’idea della formazione di una volontà collettiva nazional-popolare, che fonda gli intellettuali e i semplici. (pag 195) [Solo che, per il fascista Gentile,] la religione contiene in forma mitica la stessa verità della filosofia; [per il comunista Gramsci la religione trascendente coincide con] la servitù e la filosofia immanentistica [coincide con] la liberazione umana. (…) Lo sforzo di Gramsci è orientato verso il massimo di laicizzazione del pensiero rivoluzionario. (pagg 194, 195)

Ma il gramscismo si è davvero realizzato? Il pensiero di Gramsci ha conosciuto (…) il massimo del successo nel periodo che va dalla seconda metà del ‘74 all’autunno del ‘76. Ne fu occasione il contraccolpo del referendum sul divorzio, 12 maggio 1974. (…) Avveniva che questa secolarizzazione del modo di pensare del popolo italiano, rimasto fedele in linea di principio alla “morale cattolica” anche nei tempi di massimo dominio dell’anticlericalismo, si avverasse proprio dopo un decennio di governo da parte dei cattolici. Che cosa si doveva concluderne? Giungere al giudizio (…) che il vero soggetto della storia italiana nell’ultimo trentennio era stata la riforma intellettuale e morale gramsciana (…); riforma indirizzata, in conseguenza della strategia rivoluzionaria intesa come guerra di posizione , a raggiungere la direzione intellettuale prima del dominio. (…) Si doveva arrivare a dire che la direzione era stata esercitata dal partito comunista, (…) in quanto la sua politica era stata la precisa concrezione pratica del pensiero gramsciano. Attraverso il referendum (…) si illuminava il senso morale e intellettuale del trentennio, come vittoria di Gramsci (pagg 255-257) La realtà morale italiana (…) con un crescendo continuo, particolarmente accelerato dal ‘68 in poi, è la verifica puntuale di [quel che si è detto]. (…) Non ripetiamo (…) quel che tutti sanno: hanno larga ciricolazione in Italia soltanto quei prodotti intellettuali che sono conformi [all’egemonia del comunismo] o ne fanno il giuoco. (pag. 320)

Il vero significato della sconfitta cattolica…Sembra (…) che i cattolici stessi abbiano dimenticato che la Democrazia Cristiana ha le sue radici ideali [nel pensiero di] Leone XIII. (…) Il pensiero profondo di Leone XIII (…) è un pensiero sociale, essendo ben inteso che l’ordine di una società riposa sulla coscienza della verità accettata da coloro che governano il corpo politico. (…) La rinascita cattolica deve essere (…) inscindibilmente religiosa, filosofica e politica; (…) ma questa politica deve appoggiarsi su una filosofia che sia a sua volta preambolo della fede. (…) [Invece] capita (…) di sentire (…) che il partito dovrebbe rinunciare all’aggettivo “cristiano” per risolversi in un partito “democratico” (…), assumendo una pura posizione di neutralità nel campo culturale e religioso. (…) Un altro passo e si giungerà al riconoscimento che il marxismo si è sostituito al cristianesimo nel momento presente dello sviluppo storico. (pagg. 257-260)

… è il suicidio del cristianesimo, profetizzato da Gramsci. A questo punto sembra suonar profetico quel che Gramsci scriveva su L’Ordine Nuovo del 1 novembre 1919 all’indomani della fondazione del Partito Popolare: “Il cattolicesimo riappare alla luce della storia, ma quanto modificato, ma quanto ‘riformato’. Lo spirito si è fatto carne, e carne corruttibile come le forme umane (…) Il cattolicesimo entra così in concorrenza non già col liberalismo, non già con lo Stato laico; esso entra in concorrenza col socialismo e sarà sconfitto, sarà definitivamente espulso dalla storia del socialismo […]. Il cattolicesimo democratico fa ciò che il socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida. […] Diventati società, acquistata coscienza della loro forza reale, questi individui (…) vorranno far da sé e svolgeranno da se stessi le loro proprie forze e non vorranno più intermediari, non vorranno più pastori per autorità, ma comprenderanno di muoversi per impulso proprio: diventeranno uomini, (…) uomini che attingono alla propria coscienza i principi della propria azione, uomini che spezzano gli idoli, che decapitano Dio”. (pag 260). Si possono certo ammirare le facoltà divinatrici di Gramsci. La crisi della Chiesa – non certamente prevista da nessuno negli anni ‘30 – è avvenuta realmente, dopo il ‘60, nella forma da lui descritta. [Ad esempio] è rinato il modernismo, ed esattamente nella forma di risoluzione di religione in politica attraverso le varie teologie politiche, della rivoluzione, della liberalizzazione, della secolarizzazione, eccetera. (pag. 290)

La contraddizione finale. Ma questa filosofia ha davvero la possibilità di portare a un consenso razionale [come pretende], o invece non può essere che (…) accolta come ideologia, come strumento atto a conseguire fini pratici? (…) Il termine di filosofia è legato a quello di verità; il termine di ideologia a quello di potere. Da ciò risulta che si ha la situazione peggiore quando l’ideologia pretende di risolvere in sé la filosofia (è una delle definizioni del totalitarismo); allora il potere, assolutizzandosi, rivela quel “volto demoniaco” di cui tante volte si è discorso. (pag. 305)

Il divieto della "domanda". [Si ha dunque] una trasposizione del totalitarismo dal “fisico” al “morale”. L’unità del blocco sociale sarebbe raggiunta attraverso la prevalenza della coercizione sul consenso, ottenuto attraverso la discriminazione delle domande, vietando quelle che (…) gli intellettuali organici definiscono “reazionarie”. O meglio, attraverso la creazione, a cui si provvede col dominio della cultura e della scuola, di un nuovo senso comune, in cui non riaffiorino più le domande metafisiche tradizionali. (…) Il conformismo del passato era un conformismo delle risposte, mentre il nuovo risulta da una discriminazione delle domande per cui le indiscrete vengono paralizzate quali espressioni di ‘tradizionalismo’, di ‘spirito conservatore’ (…) o magari, quando l’eccesso di cattivo gusto giunge al limite, di ‘fascista’; si giunge alla situazione in cui sia il soggetto stesso a vietarsele come ‘immorali’. Sino a che queste domande, per il processo dell’abitudine, o in virtù dell’insegnamento, non sorgano più. Per le domande razionali non avviene infatti la stessa cosa che per gli istinti che, repressi, riaffiorano; esse, invece possono scomparire del tutto. Il dissenso viene reso impossibile, non per vie fisiche, ma per vie pedagogiche. E’ nella sua trasposizione al morale che il totalitarismo raggiunge la sua forma pura. (pagg. 319,320)

Il vero esito del gramscismo: il dissolvimento di ogni ideale. La riforma gramsciana ha avuto la funzione di “produttrice di miscredenza” in un processo che, se ha messo in crisi le fedi religiose avverse, ha finito col far lo stesso anche con la propria. La radice prima teorica di ciò sta nel dissolvimento della filosofia nell’ideologia. Se si vuole parlare di un nuovo ‘senso comune’ occorre riconoscere che non poteva assumere altra forma di quella che, appunto, ha preso: la dilatazione estrema della mentalità ideologica, nel senso di inclinazione a vedere tutto in termini di strumento di azione (di potere); come preclusione a qualsiasi fede, questa disposizione non può non incrinare, e al termine dissolvere, la stessa fede rivoluzionaria. E questa mentalità corrisponde esattamente all’Anticristo di cui parlava Croce. (…) Non stupisce perciò se il comunismo italiano appare oggi come la forza più adeguata a mantenere l’ordine in un mondo in cui qualsiasi religione è scomparsa; non soltanto la religione cattolica, ma ogni sua forma anche immanente e secolare; anche la fede nel comunismo. (…) Certo, il comunismo gramsciano può riuscire, ma realizzando l’esatto opposto di quel che si proponeva [ovvero, suicidandosi] (pag. 333, 334).

Dizionarietto filosofico.

Immanentismo: posizione filosofica per cui non esiste nulla di “trascendente”, nulla al di là della realtà che conosciamo, della realtà “immanente” appunto.

Storicismo: pensiero secondo il quale non esiste nulla che non sia sottoposto al divenire storico; quindi, tutto diviene e nulla "è".

Secolarismo: tendenza a escludere il religioso dalla vita sociale (dal latino “saeculum” che indica tutto ciò che non appartiene alla religione).

Metafisica: dottrina che si occupa di ciò che ogni realtà ultimamente "è", al di là dei suoi cambiamenti storici o delle differenze individuali. Il discorso metafisico per eccellenza riguarda quindi la consistenza profonda dell’essere e quindi il mistero di Dio.

·         Fatti la tua idea...la nostra!

Fatti la tua idea. Augusto Bassi 21 maggio 2019 su Il Giornale. «Un approfondimento sempre libero, indipendente, pluralista», scrive di sé il Corriere della Sera, sponsorizzando l’abbonamento alla propria edizione online (“A soli 3 euro al mese per 6 mesi, abbonati ora!”). Al fine di subornare le simpatie del lettore-consumatore, il Corriere usa l’amo delle imminenti elezioni europee, snodo gordiano delle future umane vicende. Lecito. Tuttavia la modalità è due volte ingannevole, in un viluppo di viscidume propagandistico e pubblicitario che va oltre la promozione di un canone, con una presentazione idonea a manipolare lettori ed elettori. Come sfondo si sceglie, “inattaccabilmente”, la bandiera dell’Europa. Poi però si legge: Quale Europa uscirà dalle prossime elezioni? Quale impatto avranno i partiti populisti ed euroscettici sulle politiche dell’Ue – dai bilanci alla gestione dei flussi migratori, fino a quella della Brexit, ormai prossima? E quali saranno le conseguenze sulla politica italiana, dagli equilibri tra le forze che danno vita al governo a quelli tra le diverse anime dell’opposizione? Per trovare le risposte a tutte queste domande, il Corriere della Sera offrirà notizie, analisi, commenti, scenari. In edicola, ogni giorno: e in tempo reale su corriere.it. Perchè l’Europa – e l’Italia – di domani ci riguardano. Sin da oggi. Le dodici stelle su campo blu in filigrana, che abbracciano l’incitamento alla libertà di idee dell’hashtag, sono in realtà il vessillo del bene, il gagliardetto della squadra da amare, la bandiera di una nobile tifoseria, e l’unica scelta possibile per chi sia stato o sarà capace di farsi liberamente la propria idea grazie al Corriere.it. Ma è necessario abbonarsi ora; respingere l’impatto dei partiti populisti ed euroscettici con il voto è un’urgenza di civiltà, perché l’Europa – e l’Italia – di domani ci riguardano. Sin da oggi. Insomma meschino populista, non fare l’euroscettico! Abbonati al Corriere, sventola la bandierina e fatti da solo un’altra idea: la nostra! Troverai analisi, commenti, scenari, interviste, come la storia di copertina pubblicata sul nostro settimanale 7, dedicata a Bernard Henri-Lévy, protagonista di uno spettacolo teatrale contro il populismo perché «E’ lebbra: va combattuto. (…) Per non soccombere serve ancora più Europa». E allora #fattilatuaidea… dove quel “fatti” non è un imperativo presente, ci mancherebbe, bensì un’esortazione a preferire i nostri fatti alle tue opinioni per generare finalmente l’idea. Ci siamo capiti… vero?! Non vorrai forse essere preso per un lebbroso?! Questa è solo l’ultima fra le dissimulate – arriverei a scrivere subliminali – testimonianze di libertà, indipendenza e pluralismo della massima testata nazionale. E noi lettori hashtagscettici un’idea su questa risma di informazione ce la siamo fatta. Anche senza esserci mai abbonati.

Società dell’imbecillità. Augusto Bassi il 9 ottobre 2019 su Il Giornale. Abbiamo osservato per tanti mesi e con crescente imbarazzo l’ammaestramento della propaganda sinistra nei confronti delle bertucce progressiste. Per tante volte abbiamo rimarcato come alla base del cataclisma intellettuale in atto vi sia innanzitutto una generale assenza di consonanza cognitiva. Abbiamo poi sottolineato in numerose circostanze come il condizionamento ideologico mass-mediatico si sia servito della finestra di Overton per rendere progressivamente popolari idee poco prima inconcepibili, come l’utero in affitto o un governo Pd-5Stelle. Tuttavia, benché avvezzi a tutto ciò, ci troviamo innanzi un genere di divulgazione che si spinge oltre e che ritengo apertamente sperimentale e potenzialmente distopica. La contraffazione di dominio sta tirando l’elastico della credulità sociale fino a sdoganare la più schietta imbecillità. Non è più un lubrico tentativo di trasformare l’inaccettabile in legale, ma un frontale attacco all’esperienza, al principio di realtà. Mentana scrive: «Effetto generazione Z su tutta l’opinione pubblica italiana; sondaggio Swg, è il clima la più grande preoccupazione degli italiani». Assistiamo dunque a un mitragliamento manipolatorio a tappeto di ecoputtante millenariste azzimate da rassicuranti treccine, un moral bombing strategico; e quindi una presta verifica dei danni recati alla popolazione civile con sondaggioscemenze pilotate che rilanciano il moral bombing di cui sopra. Quali sono dunque le “situazioni o realtà” che preoccupano maggiormente gli esseri umani che abbiamo intorno? Il clima. Si sottintende dunque, sfidando la sfera logico-razionale anche dell’imbecillità integrale, che i 14 milioni di poveri assoluti/relativi in Italia, o i malati di cancro, o i disabili, o gli anziani soli, o le madri single, o i disoccupati, o i giovani precari, o i giovani randagi, o i cornuti, o gli interisti… abbiano come prima preoccupazione esistenziale, la mattina, il cambiamento climatico. E lo si riporta senza temere di essere presi a schiaffi con delle fette di bresaola multimediale sulla faccia. Come scriveva qualche giorno fa un intelligente lettore, noi ultimi avamposti del discernimento ogni tanto proviamo pietà per il povero babbo-progressista medio, quotidianamente occupato a conciliare l’inconciliabile nella sua coscienza adulterata: fervente femminista e gay-friendly, ma anche adoratore acritico di culture violentemente maschiliste e omofobe; intransigente animalista e difensore delle macellazione con tortura dell’animale; laicista spinto (religioni oppio dei popoli) e difensore ad oltranza di pratiche religiose di minoranze fanatiche che subordinano al dogma ogni singolo aspetto della convivenza civile; antifascista e pacifista, ma con la bava alla bocca e pronto ad appendere il leghista a testa in giù; implacabile accusatore dei metodi polizieschi della polizia quando il poliziotto si difende e implacabile accusatore dell’irresolutezza della polizia quando il poliziotto muore; democratico responsabile che vorrebbe concedere il voto solo a chi ha tre lauree perché la politica è una cosa per competenti, se non hai studiato che cosa ne vuoi sapere?… eppure a favore di un’apertura del suffragio ai sedicenni. Ma questa pietà è superflua. Perché la clinica di regime lì ha già in cura. La sperimentazione ideologica in atto, ostentando senza pudore la propria stessa irrazionalità, si sta adoperando per eliminare il disagio logico che persino l’imbecille ancora proverebbe innanzi a macroscopiche contraddizioni. Questo è ciò che sta avvenendo. Abbassando sempre più la soglia minima di coerenza richiesta, nella società come nelle coscienze, tutto diventa possibile, tranne riportare alla ragione. Quando l’imbecillità diviene l’unica realtà, l’imbecille non è più un deviante, un malato. Anzi. Il pensiero critico è intercettato come devianza; il pensiero critico diventa la malattia.

·         Quell'infinito striscione per Giulio Regeni.

Quell'infinito striscione per Giulio Regeni. Sono passati tre anni dall'uccisione del giovane ma la parata di ritratti ed affissioni rischiano di essere una celebrazione vuota. E di parte. Marcello Veneziani il 12 luglio 2019 su Panorama. In tutta Italia, ovunque governi la sinistra o anche i grillini, c’è una sacra icona che non può essere rimossa neanche dopo anni e anni: lo striscione su Giulio Regeni, il ragazzo che scriveva sul Manifesto, barbaramente assassinato in Egitto. Lo striscione di Regeni pende dai palazzi di città, campeggia su torri e balconi, a volte si accompagna alla sua immagine. E guai a chi osa rimuoverlo, come fece il governatore Massimiliano Fedriga a Trieste, sei considerato quasi un complice dei sicari, comunque un blasfemo, un profanatore di reliquie. La sua tragedia, è inutile dirlo, grida giustizia: Regeni fu torturato e ucciso perché ritenuto una spia o un collaboratore degli oppositori al regime egiziano, i suoi sicari e mandanti sono ancora impuniti e non si sono appurate eventuali responsabilità del college inglese che lo mandò allo sbaraglio... Ma sono passati tre anni e quegli striscioni, ormai alterati dal sole e dalle intemperie, risultano vani reperti di una mobilitazione politica a perenne memoria. Sappiamo che alla causa di Regeni si è votato con abnegazione e fervore mistico il presidente della Camera Roberto Fico, diventando una specie di ministro del culto del ragazzo ucciso, facendone la sua missione suprema e la sua ragione morale di vita politica. Ora noi sappiamo che di italiani sequestrati e uccisi, spesso senza un perché, ce ne sono stati tanti in questi anni, ma sono stati dimenticati anche perché nessuno di loro risultava di sinistra o collaborava a un quotidiano di sinistra. Ci sono stati persino religiosi trucidati a cui non è stata mai resa giustizia, o altri che risultano ancora in mano ai rapitori senza alcuna mobilitazione politica. Il caso di padre Paolo Dall’Oglio, per esempio, è ancora misteriosamente aperto e, magari, c’è ancora la possibilità pur tenue che si faccia qualcosa per liberarlo dagli assassini di Daesh. Ma non c’è mobilitazione per lui. Eppure lui era un missionario, agiva davvero a fin di bene. E tante vittime inermi, ragazze e bambini, di cui non si è ancora trovato o punito il colpevole, ci sono state in Italia, ma non c’è nessuno striscione in loro favore. Prima di Regeni era stata la destra a tappezzare di striscioni alcuni luoghi pubblici per sostenere i due marò, La Torre e Girone, imprigionati in India con l’accusa di omicidio. Iniziativa magari pur essa discutibile ma in quel caso si trattava di due persone ancora vive, e dunque la campagna per sensibilizzare governi e opinione pubblica aveva un senso; e forse qualche effetto lo ebbe, perché alla fine furono liberati. In questo caso, invece, lo striscione è una specie di ex-voto, di edicola votiva, che serve - diciamo la verità - per appagare l’identità collettiva e politica di chi la espone e in suo nome si mobilita. E per farlo diventare un martire contro «ogni fascismo». Al limite, potrebbe avere qualche efficacia la proposta dei genitori di Giulio, di ritirare l’ambasciatore italiano dall’Egitto fino a che non si fa chiara luce sul delitto e non si puniscono i colpevoli. Ma l’uso politico e simbolico che si fa di Regeni e della sua icona serve a piantare la loro bandierina sulle istituzioni e a nutrire l’immaginario collettivo tramite qualche Vittima del Sistema - come è stato il caso di Stefano Cucchi, o in passato di Carlo Giuliani, per non dire del Vittimario imbastito sui migranti. Così viene alimentata una specie di religione politica ed emozionale, coi suoi riti, i suoi santini, le sue stazioni votive, i suoi martiri, i suoi racconti sacri, la sua liturgia civile. Qui vorrei sottolineare un paradosso della nostra epoca laicista e irreligiosa: è trattato con aria d’ironia e di sufficienza chi si dedica alla preghiera o al rosario, si sprecano risatine se fai dire messa ai morti, se preghi per i defunti, o se fai un voto o un fioretto. Ma sono forse più reali e razionali, e più efficaci, le fiaccolate per liberare un ostaggio, le firme contro la violenza, le marce per la pace, i sit-in contro le stragi, gli striscioni in memoria? Credete che servano a qualcosa, fermino o dissuadano i criminali, sensibilizzino le autorità, producano risultati? Nessuna marcia della pace ha mai fermato una guerra. E non ha mai indebolito un Paese belligerante (se non il proprio). Tra una novena alla Madonna e una veglia per Regeni, sul piano reale e razionale, c’è qualche differenza? Uno striscione per punire gli assassini ha più possibilità di avere successo di un viaggio della speranza a Lourdes? Servono davvero a qualcosa i cortei, le veglie e gli striscioni, o sono puri atti liturgici che rispondono a una fede e ai suoi riti? Sono solo simboli di appartenenza e cerimonie votive. Qui viaggiamo tra due paradossi: è assurdo che il caso Regeni sia l’unico negli ultimi anni a suscitare mobilitazione in tutto il territorio nazionale e a campeggiare negli edifici pubblici; ma sarebbe pure assurdo se per ogni delitto rimasto impunito si esponesse uno striscione come monito e memoria. Saremmo sommersi da striscioni, ci sarebbe la guerra tra tante conventicole: quelli che ricordano la ragazza stuprata e uccisa dai nigeriani, quelli che ricordano il missionario italiano sequestrato e ucciso dai fanatici musulmani, quelli che ricordano le vittime di femminicidio o di infanticidio, o le vittime di drogati recidivi, stupratori seriali o migranti criminali, non sbattuti in carcere o spediti a casa loro ma rimessi in libertà e dunque messi in condizione di reiterare i loro crimini. Quante mobilitazioni dovremmo fare per tutti questi casi, quanti striscioni, gigantografie dovrebbero tappezzare i nostri palazzi civici? Via, siamo seri, non striscioni ma opere di bene.

·         Il Metodo Raggi.

SBATTI “IL MOSTRO” RAGGI IN PRIMA PAGINA. Marco Travaglio per il Fatto Quotidiano il 23 aprile 2019. L' ufficio stampa di Virginia Raggi non me ne voglia, ma penso che andrebbe licenziato in tronco. Le sue funzioni possono essere svolte egregiamente, e soprattutto gratuitamente, dall' intera stampa italiana. Da quando, quasi tre anni fa, la Raggi fu eletta col 67% dei voti, non passa giorno senza che l'"informazione" la mostrifichi con ogni mezzo, come mai era accaduto a un politico incensurato e onesto. Ripetono che va giudicata sugli scarsi risultati della sua giunta (fra errori, ritardi, inefficienze e gaffe, si potrebbe riempire una Treccani). Ma poi mirano a ben altro: dipingerla come una delinquente, una corrotta, una fascista mascherata, una sgualdrina. Perché lo sanno benissimo che darle dell' incapace non basta: in una città sgovernata per decenni da incapaci e ladri o complici di ladri che l' hanno grassata e spolpata fino al midollo, se non si dimostra che ruba anche lei l' accusa di inefficienza non basta. Pazienza se mai è stata sospettata di corruzione e dall' unico processo, per falso, l' hanno assolta. L' Espresso è appena uscito con una copertina al cui confronto la famigerata "Patata bollente" di Vittorio Feltri su Libero diventa un'innocua goliardata. La sua foto è deturpata per trasformarla in una vecchia megera: infatti la pagina Facebook del settimanale è subissata di commenti indignati, anche di storici lettori che mai hanno votato 5Stelle ma ora minacciano di farlo, per reazione. Se qualcuno avesse azzardato qualcosa di simile per una Boldrini, una Boschi, anche una Carfagna, avremmo le piazze invase di femministe, appelli del MeToo, raffiche di denunce per sessismo, mobilitazioni della Federazione e dell' Ordine, diktat del Garante. Invece tutti zitti: contro la Raggi si può tutto. Il mostro in copertina serve a riempire il vuoto pneumatico di contenuti: quelli delle "frasi choc" della sindaca registrate di nascosto da quel gentiluomo dell' ex presidente Ama Lorenzo Bagnacani, che girava col registratore in tasca per incastrarla con qualche voce dal sen fuggita. E invece, partito per suonare, è finito suonato. Le "frasi choc" che gli diceva la sindaca in privato sono le stesse che pronuncia pubblicamente da mesi in interviste, dichiarazioni, discorsi in Consiglio comunale. E che gli stessi giornali che ora menano scandalo riferivano puntualmente nelle cronache dal Campidoglio. Il 12 febbraio, tre mesi prima che uscissero gli audio, il Messaggero titolava: "Paralisi Ama, il Cda non arretra. Raggi: 'Così si va in tribunale'. Scontro aperto, la sindaca a Bagnacani: 'Devi cambiare subito i conti del 2017'". Il Corriere, il 19 febbraio: "Raggi caccia cda Ama e Bagnacani: 'Carenti e sleali'. Un elenco di accuse: 'Tradito anche il rapporto di fiducia'. Si parla anche del flop della differenziata". E Repubblica, stesso giorno: "Rifiuti, Raggi ammette lo sfascio: 'Livelli critici, via il vertice Ama'. Il Comune non vuole riconoscere gli ormai famigerati 18 milioni di crediti per servizi cimiteriali svolti tra il 2008 e il 2016 e richiesti da Ama". Ora nelle "frasi choc" carpite da Bagnacani e finite alla Procura e all' Espresso, la Raggi dice le stesse cose: raccolta rifiuti "fuori controllo" in "alcune zone", bilancio inapprovabile per quei 18 milioni di crediti fantasma. Proviamo a immaginare se un qualunque sindaco o politico venisse intercettato da un manager pubblico: quanti sarebbero quelli che si preoccupano dei problemi dei cittadini e chiedono a di risolverli, stilare bilanci veritieri, non premiare amministratori inefficienti, e quelli che invece chiedono favori per sé, posti per parenti e amici, mazzette o finanziamenti elettorali? Eppure il non-scandalo Raggi viene usato dalla stampa per pareggiare e oscurare l' indagine per corruzione sul leghista Siri e il faccendiere Arata, legato a un complice di Messina Denaro, supportando l' assalto di Salvini al Campidoglio. Per fortuna chi ancora ha voglia di informarsi non ha l' anello al naso: quando vede la copertina mostrificante e legge le "frasi choc" della Raggi, capisce bene il gioco sporco. Del resto, di ciò che dice e fa in privato la Raggi, sappiamo tutto: pur non essendo mai stata intercettata dai pm, ha dovuto render conto delle chat con i suoi collaboratori, da Marra in giù, a cui sono stati sequestrati i cellulari. Migliaia di conversazioni private finite sui giornali, da cui non è uscita una parola diversa da ciò che ha sempre detto in pubblico. Tant' è che, per sputtanare lei e Di Maio su Marra, il trio Repubblica-Corriere-Messaggero dovette taroccare le chat col taglia e cuci. Il "metodo Raggi" (infinitamente più grave del "metodo Boffo" feltriano, che almeno partiva da un fatto vero: una sentenza per molestie) toccò il punto più basso e comico col "caso Spelacchio": centinaia di titoli, mai visti per la trattativa Stato-mafia, sull' albero di Natale del Comune. Doveva diventare il simbolo del malgoverno di Roma (altro che Mafia Capitale, altro che 14 miliardi di debiti creati dai sindaci "capaci"), invece fu un altro boomerang: un' ondata di simpatia per l' abete sfigato e per chi l' aveva messo lì. Fu allora che ci sorse un sospetto: che i giornaloni li paghi la Raggi per nascondere le sue vere colpe. Ora, dopo la canea sullo "scoop" dell' Espresso e la prima pagina pasquale di Repubblica su "Raggi indagata per lo stadio" (per la denuncia di un ex 5S , una delle 600 subite in 3 anni, che l' accusa di abuso d' ufficio per il mancato voto del Consiglio comunale sullo stadio, regolarmente previsto per l' estate dopo lo stop seguito all' inchiesta Parnasi), il sospetto diventa certezza: il mandante delle campagne anti-Raggi è la Raggi. Ancora qualche piccolo sforzo e i giornaloni potrebbero riuscire in un' impresa disperata persino per lei: farla rieleggere.

Ludovica Di Ridolfi per il Fatto Quotidiano il 23 aprile 2019. "Dopo questa copertina avete raggiunto il top del trash. Spero nella chiusura". Con 153 like questo commento troneggia tra gli 800 lasciati sotto una foto pubblicata dalla pagina Facebook de l' Espresso: l' immagine ritrae la copertina del suo ultimo numero, in cui appare una gigantografia in bianco e nero della sindaca di Roma Virginia Raggi, con una scritta in rosso che riporta una frase da lei pronunciata: "Roma è fuori controllo". Nella foto di copertina la sindaca appare visibilmente invecchiata e imbruttita, e questo ha lasciato pensare che ci sia stato lo zampino di photoshop, tanto da dare il via a un profluvio di proteste virtuali. "L' unico effetto che produce questa informazione malata e in malafede è la riconsiderazione continua della Raggi. Prima la stimavo. Ora l' adoro", scrive S. M., a cui si aggiunge Angelo, che commenta: "Ma vi rendete conto che pur di accontentare i vostri padroncini avete perso tutta la dignità di giornalisti?". Le reazioni che si sono riversate sul social sembrano testimoniare l' effetto boomerang della scelta di ritrarre così la prima cittadina capitolina, che ha scatenato nei lettori un moto di solidarietà verso Virginia Raggi, anziché di indignazione. La scelta della copertina non è piaciuta a molti lettori: "Per pluralità di informazione vi ho letto per anni, ma siete beceramente alla fine", posta M.B.. "Perché non lo avete fatto con la Boschi, per tutto quello che ha combinato ai cittadini? Dimenticavo.. ha la vostra stessa morale", "Sarei curioso di vedere la copertina del 20 luglio scorso, quando uscì la motivazione della sentenza sulla trattativa Stato-mafia". E ancora: "Se con questa copertina pensavate di attirare l' attenzione ci siete riusciti, peccato che l' attenzione ottenuta sia per farvi coprire di insulti e non di complimenti", per finire con un sintetico "Fate schifo". Il settimanale L' Espresso ha riportato nell' inchiesta di copertina le presunte pressioni sui vertici della municipalizzata Ama per modificare il bilancio. Nella pioggia di commenti, c' è chi torna sulla foto: "La copertina non vi rende onore, qualsiasi cosa si pensi di Virginia Raggi, non dovete scadere nel body shaming, vi credevo migliori". Qualcuno si indigna al pensiero che il suo volto sia stato "ritoccato e taroccato" per farla sembrare più vecchia. "Fatevelo spiegà da Aranzulla come se photoshoppa.. o almeno prossima volta assumete un grafico!", consiglia J.B. C' è però anche chi non condivide il polverone sollevato dalla questione, come G.R., che rimbrotta: "Ma se fosse stata la foto di un maschio ci sarebbe stata questa alzata di scudi? Proprio vero che in Italia il berlusconismo ha compromesso i cervelli. Riprendetevi!". Una vignetta rimarca come il settimanale combatta quotidianamente sessismo e bullismo, e si sarebbe quindi tirato un brutto autogol con questa trovata. Se l' intento "palese" era "ottenere un fine politico" - scrive Marco E. - potrebbero però esserci riusciti: più di qualcuno ha scritto: "Io la Raggi dopo questa vicenda l' ho rivalutata".

·         Assange: spia o eroe?

Da ilfattoquotidiano.it il 19 novembre 2019. Julian Assange non è più indagato per stupro in Svezia. La procura comunica di avere archiviato l’indagine per un’accusa risalente al 2010, pur precisando che reputa “credibile” la denuncia presentata. Il fondatore di Wikileaks, attualmente nel carcere di Belmarsh a Londra, ha sempre negato le accuse. La vice capa procuratrice, Eva-Marie Persson, ha spiegato che “tutti gli atti dell’inchiesta sono stati compiuti, ma senza apportare le prove necessarie“. Con la fine dell’indagine, cade anche la possibilità per la Svezia di richiedere l’estradizione dal Regno Unito, tramite un mandato d’arresto europeo. Resta in piedi quindi solo la richiesta di estrazione degli Stati Uniti che accusano Assange di aver diffuso documenti riservati: a Washington sul fondatore di Wikileaks pesano 18 capi d’accusa e il totale delle pene legate a tutte queste accuse è di circa 175 anni di carcere. Nel maggio scorso la stessa procura svedese aveva chiesto l’arresto per Assange con l’accusa di violenza sessuale, dopo aver riaperto un caso archiviato nel 2017. La mossa dei pm arrivava un mese dopo l’arresto da parte delle autorità britanniche: l’11 aprile era terminato il lungo asilo di Assange nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. A luglio il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, aveva assicurato che Assange verrà processato negli Stati Uniti. La decisione finale del Regno Unito si basa tutta sul rischio, anche solo ipotetico, che Assange possa essere condannato a morte. La maggior parte delle accuse è relativa all’ottenimento e alla diffusione di informazioni classificate da parte di Wikileaks, che nel 2010 pubblicò centinaia di migliaia di documenti militari e diplomatici. E la giustizia federale americana potrebbe autorizzare la pena marziale anche per il reato di spionaggio, Ma anche il governo dell’Ecuador ha assicurato che, nel momento in cui ha ritirato l’asilo all’australiano, ha ricevuto garanzie scritte da Londra secondo cui Assange non verrà estradato in un Paese in cui potrebbe subire torture o essere condannato a morte.

Assange in arresto a Londra su richiesta degli Usa. L’Equador ha revocato l’asilo al fondatore di Wikileaks, prelevato dall’ambasciata sudamericana dopo la richiesta di estradizione. L’avvocato: «i giornalisti dovrebbero essere molto preoccupati», scrive Giulia Merlo il 12 Aprile 2019 su Il Dubbio. Ha gli occhi sgranati di chi non crede a ciò che sta succedendo e parla in modo concitato, mentre viene portato fuori dall’ambasciata dell’Equador a Londra da sette poliziotti in borghese. Julian Assange, capelli lunghi legati a coda e barba bianca, è trascinato quasi di peso per le braccia e le gambe, poi caricato su un furgoncino e portato via. Finisce così – con l’esecuzione di un mandato d’arresto britannico del 2012 per violazione delle regole della cauzione – l’asilo politico del fondatore di Wikileaks. La notizia si rincorreva da alcuni giorni, da quando il ministro degli Esteri dell’Equador, Josè Valencia, aveva fatto sapere che il governo stava riesaminando la richiesta di asilo del giornalista e così è avvenuto. L’Equador gli ha revocato l’asilo, per questo l’ambasciata di Quito a Londra ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine britanniche e lo ha espulso dall’edificio dove risiedeva come ospite dal 2012, per evitare l’estradizione in Svezia per un caso di violenza sessuale ( dopo che la sua accusatrice aveva richiesto la riapertura dell’inchiesta). «la trasgressione delle convenzioni internazionali, hanno portato la situazione in un punto in cui l’asilo è insostenibile e impraticabile», è stato il commento di Valencia. Nelle ore concitate dopo l’arresto, due sarebbero le notizie ufficiali. Una, proveniente dall’Equador, secondo cui Assange avrebbe violato più volte le regole dell’asilo e delle convenzioni internazionali, per questo il paese sudamericano «ha agito nell’ambito dei suoi diritti sovrani», ha affermato il presidente ecuadoregno Lenin Moreno, sostenendo anche di aver ricevuto garanzie dal Regno Unito che Assange non verrà estradato in un paese dove rischia la pena di morte. La seconda, invece, arriva da Washington, confermata da Scotland Yard: ad Assange è stato notificato «un ulteriore mandato d’arresto a nome della autorità Usa alle 10.53, dopo il suo arrivo alla sede centrale della polizia di Londra», e si tratta di «una richiesta di estradizione sulla base della sezione 73 dell’Extradition Act». Dopo l’arresto, Assange è stato portato in commissariato «dove resterà, prima di essere portato di fronte alla corte di Westminster», hanno fatto sapere le autorità locali. Il suo avvocato, Barry Pollack, ha confermato che l’arresto è avvenuto «in relazione di una richiesta di estradizione degli Stati Uniti», sottintendendo dunque che la vera ragione della misura cautelare non sia l’esecuzione del vecchio mandato di arresto ma l’intenzione degli Stati Uniti di processarlo per spionaggio e diffusione di segreti di Stato per lo scandalo Wikileaks (con cui diffuse centinaia di documenti segreti del Pentagono, inviatigli dall’ex analista Chelsea Manning), per cui rischia 5 anni di carcere. «I giornalisti di tutto il mondo dovrebbero essere molto preoccupati», ha aggiunto, affermando che il suo cliente non ha fatto altro che rendere pubbliche informazioni: «Se l’atto di accusa reso pubblico parla di partecipazione ad un complotto per commettere reati informatici, le vere accuse però si riferiscono all’azione tesa ad incoraggiare una fonte a fornirgli informazioni e a sforzarsi di proteggere l’identità di una fonte». Immediate reazioni sono arrivate in particolare dalla Russia, con la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha definito l’arresto «La mano della democrazia che strangola la gola della libertà». Su Twitter è arrivato anche il commento del whistleblower americano Edward Snowden, che ha parlato di «momento buio per la libertà di stampa». Anche il Movimento 5 Stelle si è espresso contro l’iniziativa britannica e il sottosegretario all’Interno, Carlo Sibilia, si è attivato per verificare la possibilità (per ora improbabile) di concedere ad Assange l’estradizione in Italia.

Stefania Maurizi per “la Repubblica” il 18 novembre 2019. Sembra un film di James Bond, ma è tutto vero. Julian Assange, tutti i giornalisti di WikiLeaks e ogni singolo avvocato, reporter, politico, artista, medico che abbia fatto visita al fondatore di WikiLeaks nell' ambasciata dell' Ecuador negli ultimi sette anni è stato oggetto di uno spionaggio sistematico e totale. Le conversazioni sono state registrate, filmate e tutte le informazioni sono state trasmesse all' intelligence americana. Le operazioni di spionaggio si sono spinte a livelli folli: addirittura le spie hanno pianificato di rubare il pannolino di un neonato che veniva portato in visita all' interno dell' ambasciata per poter prelevare le feci del bambino e stabilire con l' esame del Dna se fosse un figlio segreto di Julian Assange. Chi scrive si è ritrovata non solo filmata e dossierata, ma con i cellulari smontati, presumibilmente alla ricerca del codice Imei che consente di identificare un telefono al fine di intercettarlo. Le spie hanno anche prelevato le nostre chiavette Usb, anche se al momento non è chiaro se siano riuscite a forzare la cifratura con cui avevamo protetto le informazioni salvate nelle memorie Usb all' interno del nostro zaino. Tutti immaginavano che l'ambasciata dell' Ecuador a Londra, in cui si era rifugiato Julian Assange, fosse uno dei luoghi più sorvegliati del pianeta, ora però i sospetti si sono trasformati in certezze, dopo che l' Alta Corte spagnola ha aperto un' indagine contro l' azienda Uc Global con sede a Jerez della Frontera, Cádiz, nel Sud della Spagna, e ha perquisito e arrestato il suo boss, David Morales. Quando il 19 giugno del 2012 il fondatore di WikiLeaks si rifugiò nel minuscolo appartamento che è l' avamposto diplomatico di Quito nel Regno Unito, l' ambasciata mancava delle più basilari misure di protezione, tanto da non essere dotata neppure di telecamere. È per questo che l' allora governo dell' Ecuador di Rafael Correa, che aveva dato asilo ad Assange, arruolò la Uc Global, piccola azienda di security fondata dall' ex militare David Morales, che forniva servizi di scorta e protezione alla famiglia di Correa. Morales, però, pensava in grande e si rese conto presto dell' opportunità di sfruttare la presenza di Assange nell' ambasciata per entrare nei giri che contano nel mondo della security. Ed è così che, secondo quanto raccontano alcuni dei suoi ex dipendenti diventati testimoni nell' inchiesta contro di lui, Morales si mise al servizio degli americani per spiare il fondatore di Wiki-Leaks e tutti i suoi visitatori. Le operazioni subirono una vera e propria escalation dopo l' arrivo al potere di Donald Trump, quando Uc Global installò nell' ambasciata nuove telecamere capaci di registrare non solo le immagini, ma anche le conversazioni in modo da poter carpire ogni dialogo all' interno dell' edificio. Niente e nessuno si è salvato. Anche gli incontri più inviolabili sono stati violati: le riprese video e audio a cui ha avuto accesso Repubblica mostrano un Julian Assange seminudo durante una visita medica, l' ambasciatore dell' Ecuador Carlos Abad Ortiz e il suo staff durante uno dei loro meeting diplomatici, due degli avvocati di Assange, Gareth Peirce e Aitor Martinez, che si rinchiudono nel bagno delle donne sperando di avere una conversazione riservata con il loro cliente. L' idea era stata proprio di Assange, convinto di essere spiato anche quando incontrava i suoi legali, ma quest' ultimi l' avevano considerata una paranoia, anche perché Uc Global li aveva rassicurati che i colloqui non erano registrati. A finire nel mirino in particolare tutto lo staff di WikiLeaks, ma anche l'avvocata esperta di diritti digitali, Renata Avila, il filosofo croato Srecko Horvat e Baltasar Garzon, che coordina la strategia legale del fondatore di WikiLeaks. «Nel corso di questi anni, abbiamo tenuto i nostri incontri con Mr. Assange all' interno dell' ambasciata ed erano protetti dalla relazione cliente-avvocato alla base della tutela del diritto alla difesa. Ma ora vediamo che quegli incontri erano spiati», dichiara a Repubblica uno dei legali spagnoli di Julian Assange, Aitor Martinez. «Visto quanto accaduto, è chiaro che l' estradizione negli Usa di Assange deve essere negata. Speriamo che la Giustizia inglese capisca presto la gravità di questi fatti e neghi l' estradizione».

Assange? Ladro e spia, non eroe, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 12/04/2019 su Il Giornale. Julian Assange è il cofondatore di Wikileaks, il sito specializzato nel diffondere in chiaro documenti riservati - di Stati, enti, banche e personaggi famosi - o sensibili che si procura attraverso operazioni di furto elettronico (hackeraggio) o soffiate di dipendenti infedeli. Ricercato da diverse polizie e tribunali, prima di tutto quelli americani, Assange viveva da sette anni barricato nell'ambasciata londinese dell'Ecuador, Paese che gli aveva concesso nel 2012 asilo politico. Se come pare sarà estradato in America, rischia di passare il resto della vita in carcere, perché da quelle parti attentare alla sicurezza dello Stato è cosa assai seria (in alcuni casi prevede addirittura la pena di morte). I Cinque Stelle, che di spioni se ne intendono, sono insorti e si è mosso persino il governo. Carlo Sibilia, sottosegretario all'Interno, ma più famoso per aver sostenuto che l'uomo non è mai stato sulla Luna, ha proposto che l'Italia gli conceda asilo e il suo collega agli Esteri, Manlio Di Stefano, ha definito l'arresto un «inaccettabile attacco alla libertà». Noi la pensiamo diversamente, e non solo perché gli spioni non ci sono mai piaciuti. Pensiamo che nel rubare, nel tradire e nello spiare non ci sia nulla di eroico né di romantico. Ma, soprattutto, pur essendo giornalisti e quindi favorevoli alla diffusione delle notizie interessanti, crediamo che uno Stato abbia tutto il diritto di proteggere la sicurezza sua e dei sui cittadini, secretando atti la cui diffusione potrebbe rivelarsi pericolosa. Non per nulla anche le più moderne ed efficaci democrazie si riservano di consegnare i loro archivi non alla cronaca, ma alla storia, rendendoli consultabili solo dopo un certo lasso di tempo. Il diritto alla sicurezza è superiore a quello all'essere informati. Questo vale per uno Stato, ma anche per ognuno di noi. Che, infatti, siamo protetti da leggi che tutelano la nostra vita privata su temi sensibili come, per esempio, la salute e gli orientamenti sessuali. Ognuno di noi ha i suoi «segreti di Stato», che tali devono rimanere, e persino i cattolici si confessano a Dio tramite un intermediario, il prete, tenuto al segreto anche se a conoscenza di fatti «contro legge». Chiedere di desecretare documenti è un diritto (noi lo abbiamo appena fatto per quelli sugli anni del terrorismo rosso), rubare no. Se non per i grillini, che allora potrebbero dare il buon esempio fornendoci spontaneamente lumi sui loro rapporti opachi con i servizi segreti interni ed esteri.

Assange, la menzogna della trasparenza. Pubblicato domenica, 14 aprile 2019 da Aldo Grasso su Corriere.it. Il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano del M5S, si scaglia contro l’arresto di Julian Assange: «Dopo 7 anni di ingiusta privazione di libertà, è una inquietante manifestazione di insofferenza verso chi promuove trasparenza e libertà come Wikileaks». Gli fanno eco il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra e, in particolare, Ale Di Battista: «Tutti coloro che non difenderanno un patriota dell’umanità come Assange» - sostiene Dibba – difendono «la libertà di mentire», sono «sicari della libertà d’informazione». Eppure bastava leggere il libro di Andrew O’Hagan, La vita segreta, 2017, per farsi venire dei dubbi: Assange è descritto come un piccolo despota, incoerente, bugiardo patentato, viziato, paranoico, una sorta di rovescio grottesco delle istituzioni che attacca. È accusato di hackeraggio di un computer del Pentagono, che ha portato alla pubblicazione nel 2010 di documenti segreti americani, e di aver fatto da megafono a una campagna d’intelligence del Cremlino. E, infatti, a difenderlo sono rimasti gli uomini di Putin: «È caccia alle streghe... che oblitera libertà di parola, diritto all’informazione... diritto di cronaca». Tutti diritti e libertà che la Federazione Russa ha in massimo rispetto. Assange patriota della trasparenza? L’ostentazione della trasparenza è quasi sempre la più grande falsificatrice della verità.

“ASSANGE E’ L’EROE DEI NOSTRI TEMPI”. Da corriere.it il 15 aprile 2019. Una coppia insolita «ospite» di un luogo (seppur virtuale) particolare. Parliamo del direttore di Rai2 Carlo Freccero e dell’ex deputato M5S Alessandro Di Battista che firmano sul blog un post in difesa di Julian Assange. Non sul blog delle Stelle ma sul blog di Beppe Grillo. Una scelta non casuale, che rinsalda l’ala movimentista dei Cinque Stelle. Un trait d’union tra il garante e l’ex esponente del direttorio, che Grillo ha indicato più volte come suo erede e che negli ultimi mesi si è staccato dalla prima linea del Movimento, che suona anche come un segno di vicinanza (politica). «Julian Assange è l’eroe dei nostri tempi. Come lui ce ne sono pochi altri: Edward Snowden, Chelsea Manning e tutta la platea degli hacker anonimi che combattono il sistema», si legge nel post. «Ogni epoca ha i suoi eroi. Nel passato gli eroi uccidevano il drago...ma anche allora la forza non era sufficiente. L’eroe, per essere tale, doveva combattere il male. Che cos’è oggi il male?» si domandano Di Battista e Freccero. E affermano: «Non è Assange che denuncia il lato oscuro del potere», ma è «il potere stesso, messo a nudo, che testimonia le sue nefandezze attraverso mail, documenti, filmati».

Giuliani, l’avvocato di Trump: “Ecco cosa può rivelare Assange”, scrive il 14 aprile 2019 Roberto Vivaldelli su Gli Occhi della Guerra. Sono dichiarazioni esplosive quelle rilasciate dall’avvocato di Donald Trump ed ex sindaco di New York Rudolph Giuliani al giornale conservatore Washington Examiner in merito all’arresto del fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. Rudy Giuliani ha spiegato che Assange potrebbe rivelare il ruolo dell’Ucraina nelle false accuse formulate contro il Presidente Donald Trump in merito all’inchiesta del Russiagate. Sebbene Trump abbia dichiarato “di non saperne nulla”, Giuliani ha spiegato che l’arresto di Assange potrebbe portare dei benefici al presidente, recentemente “scagionato” dalle accuse di collusione con la Federazione Russa. “Forse Assange farà luce su come è nata l’indagine contro Trump che conteneva false accuse di cospirazione con i russi al fine di influenzare l’esito del voto nelle elezioni del 2016” ha detto Giuliani. “Pensiamo all’Ucraina“. È possibile, ha aggiunto l’ex sindaco della Grande Mela, “che lui conosca come è iniziato tutto”. 

Giuliani: “Julian Assange conosce la verità sul Russiagate”. Come spiega Rudolph Giuliani al Washington Examiner, “Assange potrebbe essere in grado di dimostrare chi ha inventato la falsa storia su Trump e i russi”. Giuliani ha risposto con un “no” deciso quando gli è stato chiesto se l’arresto di Assange potrebbe mettere Trump in un nuovi quai giudiziari. Lo scorso gennaio, l’avvocato di Trump ha dichiarato a Fox News che Julian Assange non ha fatto “niente di sbagliato” e non dovrebbe andare in prigione per la diffusione di informazioni rubate, proprio come i principali media. “Prendiamo le Carte del Pentagono”, ha detto Giuliani. “Sono state pubblicate dal New York Times e dal Washington Post. Nessuno del New York Times o del Washington Post è andato in prigione”. Rudy Giuliani ha sottolineato  che “forse non ci piace quello che WikiLeaks ha diffuso, ma è una testata mediatica. Stava diffondendo informazioni. Ogni giornale e ogni emittente lo riprendeva e lo pubblicava”. 

Quando Giuliani difendeva Assange in tv. Rudy Giuliani ha sottolineato che non c’è mai stato alcun legame fra Donald Trump e l’organizzazione fondata da Julian Assange. “Ero con Donald Trump giorno dopo giorno durante gli ultimi quattro mesi della campagna elettorale”, ha rivelato a Fox News. “Trump era sorpreso quanto me circa le rilevazioni di WikiLeaks. “Proprio come le Carte del Pentagono hanno espresso un punto di vista diverso sul Vietnam, così ha fatto Wikileaks con Hillary Clinton“. Julian Assange è finito in manette lo scorso 11 aprile. Il fondatore di WikiLeaks è stato arrestato  dalla polizia britannica e portato fuori dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove aveva ricevuto asilo politico per quasi sette anni al fine di evitare l’estradizione. È accusato di aver cospirato con l’allora soldato Bradley Manning (oggi Chelsea Manning) nell’aver hackerato una password al fine di entrare nei sistemi informatici governativi e sottrarre i documenti riservati. Se venisse dimostrato il furto, Assange non sarebbe più protetto dal Primo emendamento degli Stati Uniti, che tutela il diritto dei giornalisti nel pubblicare qualunque informazione vera. Accusa per il quale rischia 5 anni di carcere.

Assange: da eroe a “sicario digitale”, così si è consumato il divorzio con la sinistra americana. Scrive Federico Rampini l'11 aprile 2019 su La Repubblica. Dopo l'elezione di Trump, i democratici hanno cambiato idea su Julian. È incriminato per un filone parallelo del Russiagate. Da eroe della libertà d'informazione a "sicario digitale" di Vladimir Putin: tra questi due estremi si colloca la parabola americana di Julian Assange. Lo stesso itinerario lo ha portato in pochi anni ad essere difeso dalla sinistra, poi esaltato da Donald Trump e dalla televisione di destra Fox News. L'exploit finale che gli è stato attribuito - la massiccia campagna anti-Hillary - potrebbe avere portato Trump alla Casa Bianca. Il suo procedimento ...

Il fondatore di Wikileaks era ospite dell'ambasciata dell'Ecuador dal 2012, ma il governo di Quito gli ha revocato l'asilo politico. Per Wikileaks "l'Ecuador ha revocato illegalmente l'asilo politico concesso in precedenza a Julian Assange in violazione del diritto internazionale", scrive Stefania Maurizi l'11 aprile 2019 su La Repubblica. Scotland Yard ha appena arrestato Julian Assange. Il fondatore di WikiLeaks si trova ora nella stazione centrale di Londra della nota polizia britannica, che l'ha arrestato direttamente all'ambasciata, appena l'Ecuadro di Lenin Moreno ha deciso di terminare l'asilo che gli aveva concesso sette anni fa. Alla luce dell'arresto la sua accusatrice in Svezia ha chiesto la riapertura dell'inchiesta per stupro. Assange è stato preso in consegna dalla polizia britannica dopo che l'Ecuador ha revocato l'asilo. Durante il suo arresto è stato sollevato e portato via di peso da sette agenti in borghese della polizia di Londra. È stato arrestato in base a un mandato del 2012, quando invece di consegnarsi a Scotland Yard per essere estradato in Svezia ed essere interrogato in merito alle accuse di stupro, si è rifugiato nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra e ha chiesto asilo: era il 19 giugno 2012, l'Ecuador allora guidato dal presidente Rafael Correa gli concesse protezione perché ritenne fondate le preoccupazioni del fondatore di WikiLeaks che l'estradizione in Svezia lo esponesse al rischio gravissimo di estradizione negli Stati Uniti, dove dal 2010 è in corso un'inchiesta del Grand Jury di Alexandria, in Virginia, per la pubblicazione dei documenti segreti del governo americano. Ad oggi questa inchiesta è ancora in corso e a novembre scorso le autorità americane hanno, inavvertitamente, rivelato che esiste un mandato di arresto coperto da segreto contro Julian Assange. Scotland Yard stessa ha comunicato la notizia dell'arresto. L'arresto di per se espone a un condanna minima il fondatore di WikiLeaks (pochi mesi), perché tutto quello che gli viene imputato è la violazione del rilascio su cauzione, l'inchiesta svedese per stupro, infatti, è stata archiviata il 19 maggio 2017, dopo che la Svezia, per sette anni, ha mantenuto l'indagine alla fase preliminare senza incriminarlo né scagionarlo una volta per tutte. Anche l'inchiesta americana del procuratore speciale Robert Mueller sulla pubblicazione delle email dei democratici Usa da parte di WikiLeaks si è chiusa senza che Mueller chiedesse alcuna incriminazione né per Assange né per nessun altro appartenente di WikiLeaks. Al momento, l'unica indagine aperta è quella del Grand Jury di Alexandria per la pubblicazione dei documenti segreti del governo americano: è per questa inchiesta che Assange, appena arrestato, rischia enormemente: rischia che l'Inghilterra lo estradi negli USA, dove difficilmente uscirebbe mai di prigione. Diverse le reazioni internazionali. Theresa May dà "il benvenuto alla notizia" dell'arresto parlando alla Camera dei Comuni fra mormorii di assenso di una parte dell'aula. Ritirare l'asilo a Julian Assange nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra è una decisione "sovrana" e presa "a seguito di ripetute violazioni delle convenzioni internazionali e dei protocolli della vita quotidiana", dice invece il presidente dell'Ecuador, Lenin Moreno, che difende la decisione di Quito. Moreno ha anche affermato di aver ricevuto garanzie dal Regno Unito che Assange non verrà estradato in un Paese dove rischia la pena di morte. Il Cremlino, secondo quanto riporta l'agenzia russa Tass, auspica invece che siano rispettati tutti i diritti di Assange. Per il portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, "l'arresto a Londra del fondatore di Wikileaks è un duro colpo alla democrazia. E ancora: "La mano della democrazia strangola la gola della libertà", ha scritto lapidaria su Facebook. Sulla vicenda interviene anche WikiLeaks che scrive come "l'Ecuador ha revocato illegalmente l'asilo politico concesso in precedenza a Julian Assange in violazione del diritto internazionale". Mentre per il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, "l'arresto di Assange, dopo 7 anni di ingiusta privazione di libertà, è una inquietante manifestazione di insofferenza verso chi promuove trasparenza e libertà come WikiLeaks. Amici britannici, il mondo vi guarda, l'Italia vi guarda. Libertà per Assange". Per il ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt, tuttavia, "Julian Assange non è un eroe e nessuno è al di sopra della legge, ha nascosto la verità per anni". Il capo della diplomazia britannica ha ringraziato il presidente ecuadoregno Lenin Moreno "per la cooperazione con il Foreign Office per assicurare che Assange affronti la giustizia".

ASSANGE ERA GIA’ IN CARCERE: HA PASSATO SEI ANNI, NOVE MESI E 24 GIORNI CHIUSO IN UNA STANZA. Matteo Persivale per il “Corriere della Sera” il 12 aprile 2019. Sic transit gloria hacker. Sei anni, nove mesi, ventiquattro giorni di metamorfosi: da scassinatore punk di segreti di Stato (americani, più che altro) con il volto affilato e il ciuffo ribelle a predicatore del verbo di Wikileaks con i capelli lunghissimi raccolti sulla nuca, la barbona bianca, un libro di Gore Vidal (sulla politica estera americana) stretto in mano, gli occhi spiritati. Sei anni, nove mesi, ventiquattro giorni chiuso in una stanza. Con occasionali affacci al balcone sull' elegante stradina londinese di Knightsbridge a pochi passi dai grandi magazzini Harrods. Meno di sette anni per trasformare Julian Assange da rockstar (con film hollywoodiano sulla sua vita, protagonista Benedict Cumberbatch) a sospetta spia russa, collaboratore della televisione di Stato russa, idolo della destra americana dopo l' affondamento della campagna di Hillary Clinton del 2016 a suon di hackeraggi. Assange ospite sempre meno gradito del governo dell' Ecuador che a un certo punto cerca anche di dargli un passaporto diplomatico per spedirlo a Mosca come inviato (dove avrebbe raggiunto il «collega», e fonte, Edward Snowden). Quando la polizia inglese conferma che non lo considereranno valido, quel lasciapassare, e lo arresteranno comunque, il governo ecuadoriano finisce per minacciare di tagliargli la connessione Internet, come ai teenager capricciosi. E così l'(ex?) hacker più ricercato del mondo finisce impantanato in una causa legale contro i suoi ospiti di tipo condominiale: alla fine lo costringono a pagarsi le spese mediche, nettare il wc e prendersi miglior cura del gatto. La lunghissima permanenza obbligata a Londra di Julian Assange, inventore e leader di Wikileaks in fuga dalla giustizia svedese, britannica, americana, è simultaneamente un romanzo di spionaggio che piacerebbe a John le Carré, un legal thriller alla John Grisham, e un poco tranquillizzante segno dei tempi. La vicenda legale, molto complessa, può essere riassunta così: nel 2010 la giustizia svedese vuole interrogare Assange (che si trova in Inghilterra) sulle accuse di aggressione sessuale e stupro che gli sono state rivolte da due donne. Lui non vuole muoversi perché teme di essere estradato dalla Svezia negli Stati Uniti (che lo stanno indagando per le rivelazioni sui segreti militari americani rubati dal soldato Manning e da altri e poi pubblicati da Wikileaks). Nel novembre 2010 la Svezia spicca un mandato di arresto internazionale (verrà ritirato per impossibilità di interrogare l' accusato ma c' è tempo fino a agosto 2020, prima della scadenza dei termini, per ripartire daccapo). Il mese successivo, dopo una breve detenzione, Assange esce su cauzione e comincia il lungo e tortuoso sentiero degli appelli. Alla fine, il 19 giugno 2012, si rifugia nell' ambasciata dell' Ecuador violando le condizioni della libertà su cauzione. Perché l'Ecuador? Perché l' allora presidente Correa, che Assange aveva appena intervistato per il suo programma per RT , emittente russa, era un fan di Wikileaks e della sua campagna obiettivamente molto imbarazzante per gli Stati Uniti sul piano diplomatico e devastante sul piano dell' organizzazione dell' intelligence. Così Correa accoglie Assange concedendogli asilo, ergendosi a paladino della libertà di parola. In realtà Correa, si è visto in seguito, ha cominciato a spiare Assange quasi subito (Operazione Hotel) ma i rapporti tra Ecuador e Wikileaks si guastano ufficialmente nel 2016 quando la campagna presidenziale di Hillary Clinton deraglia: vengono violati dagli hacker (russi, è l'ipotesi più accreditata) i database del partito democratico e del direttore della campagna clintoniana John Podesta. Wikileaks pubblica tutto nell'aperto entusiasmo dei repubblicani (e di Pamela Anderson, ex bagnina di Baywatch), l'Ecuador taglia Internet a Assange per cercare almeno formalmente di distanziarsi dall' ospite sempre più ingombrante. Assange finisce di alienarsi le simpatie del governo dell' Ecuador quando Correa lascia il posto a Lenin Moreno (maggio 2017). Moreno, che era il vice di Correa, definisce da subito Assange «un problema» e si capisce che il vento è cambiato. Assange si mette a far campagna pro-indipendenza catalana (non potrebbe) ma soprattutto Wikileaks, due mesi fa, rende pubblici gli «Ina Papers», fortemente imbarazzanti per Moreno. Sospetti di corruzione oltre alle mail personali (Gmail, messaggi WhatsApp e Telegram) del presidente e della moglie. Ormai è aprile 2019: Moreno dice apertamente alle radio del suo Paese che Assange viola «ripetutamente» gli accordi e hackera «mail personali» dall' ambasciata. Il tempo è scaduto.

Assange, l’arresto dopo 81 mesi e la metamorfosi: da hacker eroe a «spia russa». Pubblicato giovedì, 11 aprile 2019 da Luigi Ippolito, Massimo Gaggi, Matteo Persivale, Marta Serafini su Corriere.it. Sic transit gloria hacker. Sei anni, nove mesi, ventiquattro giorni di metamorfosi: da scassinatore punk di segreti di Stato (americani, più che altro) con il volto affilato e il ciuffo ribelle a predicatore del verbo di Wikileaks con i capelli lunghissimi raccolti sulla nuca, la barbona bianca, un libro di Gore Vidal (sulla politica estera americana) stretto in mano, gli occhi spiritati. Sei anni, nove mesi, ventiquattro giorni chiuso in una stanza. Con occasionali affacci al balcone sull’elegante stradina londinese di Knightsbridge a pochi passi dai grandi magazzini Harrods. Meno di sette anni per trasformare Julian Assange da rockstar (con film hollywoodiano sulla sua vita, protagonista Benedict Cumberbatch) a sospetta spia russa, collaboratore della televisione di Stato russa, idolo della destra americana dopo l’affondamento della campagna di Hillary Clinton del 2016 a suon di hackeraggi. Assange ospite sempre meno gradito del governo dell’Ecuador che a un certo punto cerca anche di dargli un passaporto diplomatico per spedirlo a Mosca come inviato (dove avrebbe raggiunto il «collega», e fonte, Edward Snowden). Quando la polizia inglese conferma che non lo considereranno valido, quel lasciapassare, e lo arresteranno comunque, il governo ecuadoriano finisce per minacciare di tagliargli la connessione Internet, come ai teenager capricciosi. E così l’(ex?) hacker più ricercato del mondo finisce impantanato in una causa legale contro i suoi ospiti di tipo condominiale: alla fine lo costringono a pagarsi le spese mediche, nettare il wc e prendersi miglior cura del gatto. La lunghissima permanenza obbligata a Londra di Julian Assange, inventore e leader di Wikileaks in fuga dalla giustizia svedese, britannica, americana, è simultaneamente un romanzo di spionaggio che piacerebbe a John le Carré, un legal thriller alla John Grisham, e un poco tranquillizzante segno dei tempi. La vicenda legale, molto complessa, può essere riassunta così: nel 2010 la giustizia svedese vuole interrogare Assange (che si trova in Inghilterra) sulle accuse di aggressione sessuale e stupro che gli sono state rivolte da due donne. Lui non vuole muoversi perché teme di essere estradato dalla Svezia negli Stati Uniti (che lo stanno indagando per le rivelazioni sui segreti militari americani rubati dal soldato Manning e da altri e poi pubblicati da Wikileaks). Nel novembre 2010 la Svezia spicca un mandato di arresto internazionale (verrà ritirato per impossibilità di interrogare l’accusato ma c’è tempo fino a agosto 2020, prima della scadenza dei termini, per ripartire daccapo). Il mese successivo, dopo una breve detenzione, Assange esce su cauzione e comincia il lungo e tortuoso sentiero degli appelli. Alla fine, il 19 giugno 2012, si rifugia nell’ambasciata dell’Ecuador violando le condizioni della libertà su cauzione. Perché l’Ecuador? Perché l’allora presidente Correa, che Assange aveva appena intervistato per il suo programma per RT, emittente russa, era un fan di Wikileaks e della sua campagna obiettivamente molto imbarazzante per gli Stati Uniti sul piano diplomatico e devastante sul piano dell’organizzazione dell’intelligence. Così Correa accoglie Assange concedendogli asilo, ergendosi a paladino della libertà di parola. In realtà Correa, si è visto in seguito, ha cominciato a spiare Assange quasi subito (Operazione Hotel) ma i rapporti tra Ecuador e Wikileaks si guastano ufficialmente nel 2016 quando la campagna presidenziale di Hillary Clinton deraglia: vengono violati dagli hacker (russi, è l’ipotesi più accreditata) i database del partito democratico e del direttore della campagna clintoniana John Podesta. Wikileaks pubblica tutto nell’aperto entusiasmo dei repubblicani (e di Pamela Anderson, ex bagnina di Baywatch), l’Ecuador taglia Internet a Assange per cercare almeno formalmente di distanziarsi dall’ospite sempre più ingombrante. Assange finisce di alienarsi le simpatie del governo dell’Ecuador quando Correa lascia il posto a Lenin Moreno (maggio 2017). Moreno, che era il vice di Correa, definisce da subito Assange «un problema» e si capisce che il vento è cambiato. Assange si mette a far campagna pro-indipendenza catalana (non potrebbe) ma soprattutto Wikileaks, due mesi fa, rende pubblici gli «Ina Papers», fortemente imbarazzanti per Moreno. Sospetti di corruzione oltre alle mail personali (Gmail, messaggi WhatsApp e Telegram) del presidente e della moglie. Ormai è aprile 2019: Moreno dice apertamente alle radio del suo Paese che Assange viola «ripetutamente» gli accordi e hackera «mail personali» dall’ambasciata. Il tempo è scaduto.

Di che cosa è accusato Assange. Pubblicato venerdì, 12 aprile 2019 da Il Post. Giovedì 11 aprile Julian Assange, il 47enne fondatore di Wikileaks, è stato arrestato a Londra nell’ambasciata dell’Ecuador, dove viveva dal 2012 come rifugiato politico. Assange è stato arrestato dalla polizia di Londra su richiesta del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che ha fatto sapere che Assange è accusato di aver violato la Computer Fraud and Abuse Act (CFAA), la prima legge contro gli hacker e le violazioni informatiche approvata dal Congresso degli Stati Uniti nel 1986. L’atto d’accusa non riguarda la diffusione dei documenti riservati da parte di Wikileaks ma il modo in cui sono stati ottenuti: è meno grave di quanto si possa pensare e delle varie accuse che negli anni sono circolate nei confronti di Assange. L’estradizione e il successivo arresto di Assange non sono state richieste dagli Stati Uniti per la diffusione di documenti riservati – per il lavoro che si può considerare in qualche modo “giornalistico”, insomma – e nemmeno per la sua presunta collaborazione con la Russia nelle interferenze elettorali del 2016, ma per la sua presunta collaborazione con l’allora soldato Bradley Manning (oggi Chelsea Manning) nell’hackerare una password per introdursi nei sistemi informatici governativi e sottrarre dei documenti. La pena massima prevista per Assange, se venisse confermata la condanna, è pari a cinque anni di carcere, che non sono paragonabili alla sentenza ricevuta da Manning: nel 2010 l’ex militare era stata condannata a 35 anni di carcere per aver fornito a Wikileaks centinaia di migliaia di documenti e materiali riservati diffusi e pubblicati su Internet (era stata in carcere per circa sette anni e poi, nel 2017, l’allora presidente Barack Obama le aveva concesso la grazia). L’accusa nei confronti di Assange sta facendo discutere con diverse e opposte posizioni su una questione che ha a che fare con il lavoro dei giornali e con la pubblicazione di informazioni riservate. Katie Benner del New York Times, ha scritto che «i giornalisti pubblicano materiale raccolto dalle fonti, ma non aiutano le fonti a forzare le serrature delle casseforti che contengono quelle informazioni». Sheera Frankel, giornalista del New York Times che si occupa di sicurezza informatica, ha scritto che chiedere a una fonte di commettere un reato e rubare delle informazioni «è una linea che nessun giornalista serio oltrepasserebbe mai»; Cyrus Farivar, giornalista investigativo di NBC News, ha scritto che «nella mia carriera giornalistica posso contare su NESSUNA mano le volte che ho chiesto a qualcuno di commettere un reato in nome del giornalismo». L’avvocata Jesselyn Radack, ex consulente del Dipartimento di Giustizia statunitense che ora lavora per il Government Accountability Project, un’organizzazione che protegge chi diffonde materiale riservato di interesse pubblico, ha detto che l’accusa contro Assange si basa sulla CFAA perché sarebbe «probabilmente incostituzionale usare lo Espionage Act (la legge contro lo spionaggio, ndr) contro un editore». Chi difende Assange teme che la CFAA possa essere impugnata come arma contro chiunque pubblichi informazioni riservate, e che non ci sia alcuna garanzia che non venga applicata ai rapporti giornalistici più tradizionali. Cercando di fare chiarezza sulle accuse ad Assange, diversi giornali scrivono comunque che i tribunali raramente applicano la pena massima di un crimine e, citando i pareri di alcuni avvocati esperti del CFAA, dicono anche che le accuse del Dipartimento di Giustizia sono piuttosto deboli. Inoltre, i crimini puniti dalla CFAA hanno un limite di prescrizione di cinque anni e l’ultima diffusione di documenti da parte di Manning risale al 2010. Il legale Tor Ekeland ha spiegato che il Dipartimento di Giustizia sta cercando di superare i termini della prescrizione invocando una sezione che classifica l’hacking come atto di terrorismo, ma un tribunale potrebbe facilmente mettere in discussione questa strategia. Insomma, l’accusa nei confronti di Assange, ha spiegato, «non è un’accusa così grave». Il Dipartimento di Giustizia potrebbe ancora prendere in considerazione altre accuse, incluso lo spionaggio, visto che l’indagine sul Russiagate ha dimostrato l’interferenza russa nelle elezioni statunitensi del 2016 e il ruolo avuto da Wikileaks in quella storia, ma se l’accusa presentata al Regno Unito per l’estradizione ha a che fare in modo specifico con una violazione della CFAA, sarà complicata l’incriminazione per nuovi e più gravi reati: «Il governo degli Stati Uniti non può portarlo negli Stati Uniti e aggiungere altre 50 accuse», secondo Ekeland. Molto probabilmente ora inizierà una complicata battaglia legale sui termini dell’estradizione: gli avvocati di Assange si opporranno e il presidente dell’Ecuador, Lenín Moreno, confermando la sua decisione di ritirare l’asilo politico, ha spiegato di aver ricevuto rassicurazioni da parte del Regno Unito che Assange non sarà estradato in paesi che prevedono la pena di morte, come gli Stati Uniti.

ECCO COSA SUCCEDE A CHI AIUTA TRUMP.  Marta Serafini per il “Corriere della Sera” il 12 aprile 2019. Quando i poliziotti sono arrivati alla porta della palazzina rossa di Hans Crescent, Assange era solo. In mano, «History of The National Security State», saggio di Gore Vidal. Ora che però sono scattati i ferri ai polsi, c’è chi tra gli attivisti digitali torna a stringersi intorno a «Mendax», come si faceva chiamare Assange in gioventù quando si definiva un hacker. Primo della lista, Edward Snowden, il whistleblower del Datagate, che pur avendo preso le distanze dal fondatore di Wikileaks, ieri commentava: «I critici di Assange potranno anche esultare ma questo è un momento buio per la libertà di stampa». Preoccupato per la democrazia anche Kim Dotcom, il fondatore di Megaupload arrestato nel 2012 per pirateria informatica: «Dobbiamo proteggere quelli che dicono la verità perché senza di loro rimaniamo all'oscuro», ha commentato, mentre in coda arrivano i messaggi di sostegno della stilista britannica Vivienne Westwood e dell'ex presidente catalano Carles Puigdemont, anche lui alle prese con mandati di cattura ed estradizioni. Per un attimo lo spirito della rete è sembrato tornare quello dei tempi di «Collateral Murder», quando Assange campeggiava sulla copertina del Time come il Robin Hood degli hacker per aver rivelato al mondo le «nefandezze» dell' esercito statunitense in Iraq e in Afghanistan. Ma tutto questo era prima che il soldato Chelsea Manning (allora Bradley) pagasse per lo scoop mentre Assange restava più o meno a piede libero. Secoli prima che Trump vincesse le elezioni a colpi di tweet, dopo aver distrutto l' avversaria Hillary Clinton anche grazie ai leaks forniti proprio dall' australiano. Morale della storia, ieri è rimasto in silenzio il regista britannico Ken Loach che nel 2014 a Julian regalava un tapis roulant per ovviare alla noia e alla permanenza forzata in ambasciata. E non commentano nemmeno le star di Hollywood Oliver Stone e Michael Moore, che dalle parti di Hans Crescent non si facevano vedere da parecchio tempo, ben prima del limite imposto dal governo ecuadoriano ai visitatori esterni. E colpisce anche la freddezza del Guardian , quotidiano britannico progressista da sempre attento alla libertà della Rete, che ieri pomeriggio si limitava alla semplice cronaca. Silenzio stampa anche dallo scrittore Andrew O' Hagan che per un attimo aveva accarezzato l' idea di diventare biografo e che poi ha finito per capitolare di fronte al proverbiale brutto carattere dell' australiano. E tace, dall' alto dei suoi 78 milioni e mezzo di follower anche Lady Gaga che da Assange aveva fatto un salto per la prima volta nel 2012 dopo aver lanciato una linea di profumi alla vicina Harrods. Resta Pamela Anderson, l' ex bagnina di Baywatch con cui - secondo i rotocalchi di gossip - Assange ha avuto (o ha tutt' ora?) una relazione. «Veritas Valebit, la verità prevarrà», ha twittato ieri l' attrice canadese esibendosi in citazioni latine. Ma che spesso lei si «attovagli» al Cremlino in compagnia del presidente Putin non migliora certo la posizione di quell' uomo con la barba lunga da eremita che ieri è finito in manette.

·         L’ostensione delle fidanzate.

L’OSTENSIONE DELLE FIDANZATE. Stefano Lorenzetto per "l’Arena" il 9 aprile 2019. «Carla Bissatini! Chi era costei?», si sarebbe chiesto don Abbondio. E Laura Carta Caprino, Vittoria Michitto, Giuseppa Sigurani? Chi erano costoro? Mogli. Di altrettanti presidenti della Repubblica: Giovanni Gronchi, Antonio Segni, Giovanni Leone, Francesco Cossiga. Qualcuno le ha mai viste in faccia o sentite nominare? Forse gli addetti ai lavori (quirinalisti, cronisti parlamentari) dalla memoria ferruginosa. E forse solo la terza, considerato che il marito fu ingiustamente costretto alle dimissioni. Ma questo che ci è dato da vivere è il tempo dei vice. Viceuomini o vicepremier, fa lo stesso. Quindi le donne dei capi - diciamo pure capetti - si vedono eccome. Di più: vengono esposte. La loro ostensione serve infatti a rafforzare l’immagine pubblica dei rispettivi partner (provvisori), bisognosi d’essere circonfusi da un’aura di normalità. Qualcuno comincia a parlare di governo del cambialetto, più che del cambiamento. Narrano le cronache degli ultimi giorni che Rocco Casalino ha inviato ai giornalisti amici il seguente sms: «Domani di maio va con la sua nuova fidanzata al teatro dell opera a Roma». L’ho riportato alla lettera per dimostrare che in certi ambienti l’ortografia è stata derubricata a pregiudizio borghese. Chi è Rocco Casalino? Non proprio un Carneade. Trattasi del portavoce del presidente del Consiglio, nientemeno. Quando Giuseppe Conte tiene una conferenza stampa a Palazzo Chigi, lui se ne sta ritto in piedi, la giacca sbottonata, appoggiato con il gomito all’estremità destra della tribuna, manco fosse al bancone di un bar, e da lì sorveglia il capo e gli importuni giornalisti. L’atteggiamento disinvolto trova una giustificazione nel fatto che Casalino non si è formato all’Institut d’études politiques di Parigi bensì al Grande fratello. Riferisce La Repubblica che la prima volta si presentò a Palazzo Chigi scortato dalla mamma e dal fidanzato cubano ed ebbe a lamentarsi per non avere a disposizione un appartamento privato per sé e per il suo compagno. Espresse anche, sempre secondo La Repubblica, viva contrarietà per le misure dell’ufficio che gli era stato assegnato: «Un po’ piccolina per essere la stanza del portavoce del presidente». È descritto come una sorta di commissario politico del Movimento 5 stelle. Il suo compito è controllare che il vice dei due vice - Conte, appunto - non vada fuori tema e si attenga all’ortodossia, ieri grillina e oggi dimaiesca, essendo stato il padre nobile del M5s declassato al rango di garante dall’ex bibitaro napoletano. Dunque, Casalino avrebbe dato l’imbeccata a scribi e paparazzi affinché accorressero al Teatro dell’Opera di Roma a vedere e fotografare l’ottava meraviglia, cioè la nuova morosa del predetto Luigi Di Maio. Trattasi di Virginia Saba, 36 anni, giornalista sarda, che ha preso il posto di Giovanna Melodia, la quale aveva a sua volta rimpiazzato Silvia Virgulti. Non contento d’aver fatto passerella con la nuova fiamma sui quotidiani e sulla stampa rosa, Di Maio ha rilasciato un’omerica intervista a Panorama che principiava con il seguente proclama: «Allora, a me piacciono le donne». Excusatio non petita. A ogni buon conto, ce lo segniamo. Non ancora contento, s’è fatto cogliere in camporella dai teleobiettivi di Chi («immagino sapesse che eravamo dietro gli alberi», ha svelato uno dei cinque fotoreporter che si erano appostati nel parco di Villa Borghese): lui irrigidito nell’erba, lei avvinghiata come un polpo mentre lo bacia tenendolo per le orecchie al fine d’immobilizzarlo. In uno scatto, il vicepremier approccia le labbra della signorina in un modo talmente impacciato da dar l’impressione che stia per sputare un nocciolo di ciliegia. Poi si è ricomposto e ha concesso una replica davanti alla Fontana di Trevi, manco fosse Marcello Mastroianni che ha per le mani Anita Ekberg. Ok, onorevole, abbiamo capito, le piacciono le donne, può ricomporsi. L’altro vicepremier, Matteo Salvini, per non essere da meno, ha prontamente avviato un nuovo filarino con Francesca Verdini, figlia di Denis, ex macellaio, ex banchiere, ex editore, ex senatore, ex consigliere di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi (fu l’ideatore del patto del Nazareno), sottoposto a vari processi, alcuni finiti male. Li hanno fotografati insieme alla prima romana del Dumbo di Tim Burton. Vuoi mettere un bel film d’animazione al cinema invece del palloso Orfeo ed Euridice di Gluck al Teatro dell’Opera? Per apparire ancora più populista, il leader della Lega ha pure comprato alla fanciulla, di vent’anni più giovane, un cartoccio di popcorn. Qualche giorno dopo, Francesca Verdini è stata beccata (si fa per dire) dal solito fotoreporter di Chi mentre usciva di buon mattino dall’appartamento del vicepremier con addosso un giubbotto bicolore, che era stato indossato in precedenza dall’amato, e persino un paio di pantaloni maschili con il logo della Polizia di Stato. Tecniche mediatiche da ministro dell’Interno, ma soprattutto dell’Esterno. L’uomo che detta a Salvini le mosse per accrescere la propria popolarità sui social network è Luca Morisi, un ex docente ora insediato al Viminale in veste di «consigliere strategico per la comunicazione», il quale fino al 2016 ha tenuto laboratori di informatica filosofica all’Università di Verona, e specificatamente - com’è piccolo il mondo - presso il dipartimento di Scienze umane diretto da quel professor Riccardo Panattoni che ha promosso in ambito accademico la petizione contro il Congresso mondiale delle famiglie, dove Salvini è venuto a dare la sua benedizione. La nuova liasion del vicepremier avrebbe gettato nella costernazione Elisa Isoardi. La conduttrice della Prova del cuoco sarebbe, stando alle indiscrezioni raccolte da Dagospia dietro le quinte della Rai, «delusa e amareggiata, dopo aver visto le foto del suo ex in compagnia di Francesca Verdini». Chissà come ci rimase Salvini quando si vide notificare la rottura del fidanzamento a mezzo Instagram, con un selfie (scattato dalla presentatrice, si presume) in cui appariva a torso nudo, addormentato sul petto della Isoardi in accappatoio. Ce n’è abbastanza per avvertire un’acuta nostalgia dei tempi in cui Giuseppa Sigurani, detta Peppa, rifiutò di seguire il marito Francesco Cossiga al Quirinale, anzi mai una volta ci mise piede, sottraendosi al ruolo di first lady ed evitando accuratamente che circolassero sue foto (l’unica esistente negli archivi fu ripresa con il teleobiettivo mentre faceva la spesa al mercato). Quando il marito si recò in visita ufficiale a Washington, lei viaggiò sullo stesso aereo ma in classe economica. Voleva andare a trovare la figlia che viveva negli Usa e si pagò il biglietto di tasca propria. Giunta a destinazione, solo l’United States secret service, l’agenzia federale che si occupa della sicurezza dei presidenti americani e dei capi di Stato ricevuti alla Casa Bianca, seppe della sua presenza. Analoga la discrezione di Eleonora Moro, il cui volto apparve sui giornali soltanto dopo che le Brigate rosse le avevano rapito e assassinato il marito Aldo. O di Letizia Laurenti, vedova di Enrico Berlinguer, che in tutta la sua vita concesse una sola intervista, uscita sull’Unità. Altri tempi, altre donne, altri politici, altro stile. Il primo presidente della Repubblica italiana, Enrico De Nicola, nel 1946 salì sul Colle più alto di Roma da celibe e ne discese con lo stesso stato civile nel 1948. Egli sosteneva che, per svolgere al meglio la loro alta missione, conveniva che i capi dello Stato, come i preti, non si sposassero. Era della stessa idea anche Indro Montanelli, il quale preferiva che i giornalisti fossero scapoli, orfani e bastardi, cioè privi di qualsiasi legame affettivo, a parte quello con il loro giornale. A proposito: delle tre mogli che Montanelli ebbe, l’unica a ottenere un affaccio sulla stampa fu Colette Rosselli, ma solo perché scriveva per Gente con lo pseudonimo Donna Letizia. Della prima, l’austriaca Margarethe de Colins de Tarsienne, detta Maggie, sposata nel 1942, nessuno seppe nulla per 60 anni, fino a quando non fu scovata da una cronista del Quotidiano Nazionale in una casa di riposo di Malnate (Varese). Infine la terza, Marisa Rivolta, che gli fu compagna fino all’ultimo giorno, si rassegnò a comparire soltanto nel decennale della morte del grande giornalista, ma unicamente perché a insistere per avere un’intervista fu il Corriere della Sera, il giornale su cui il suo Indro firmava. Fra le first lady più ritrose va sicuramente annoverata una veronese, Ida Pellegrini, moglie di Luigi Einaudi, il secondo presidente dell’Italia repubblicana, che abitò al Quirinale senza farsi notare dal 1948 al 1955. Figlia del conte Giulio Pellegrini, era nata nel 1885 a Pescantina. In seguito la sua famiglia si trasferì a Torino, dove Ida frequentò la Regia scuola di commercio annessa all’Istituto internazionale Germano Sommeiller, che ebbe fra i suoi allievi anche Vilfredo Pareto, Giuseppe Pella, Giuseppe Saragat, Luigi Longo e Vittorio Valletta. Lì insegnava, ventottenne, Luigi Einaudi. L’incontro in aula avvenne nel 1902, quando lei aveva solo 17 anni e non osava neppure alzare gli occhi dal banco per guardarlo. Nell’estate del 1903, al termine dell’anno scolastico, quell’austero docente dai baffetti all’insù si presentò a sorpresa dal padre di Ida a chiedere la mano della contessina. Finiti gli esami, il professore fu «ammesso a conversare di tanto in tanto» con la fidanzata. In agosto Einaudi andò in vacanza in montagna. Dal conte Pellegrini ottenne il permesso di scrivere alla figlia, con la ragionevole speranza di ricevere qualche risposta epistolare. Il 19 dicembre di quello stesso anno erano già marito e moglie. Il matrimonio fu celebrato a Torino, nella parrocchia di San Donato, una chiesa senza pretese a mezzo chilometro da piazza Statuto. Solo una ventina di invitati. Ida Pellegrini indossava un tailleur grigio e un cappellino dello stesso colore, con la veletta, e stringeva fra le mani un mazzolino di fiori bianchi. Arrivò alla cerimonia accompagnata dal padre, su una carrozza trainata da cavalli. Seguì uno spartano buffet all’albergo Fiorina. «Quelli erano tempi così semplici», rievocò mezzo secolo dopo donna Ida in un colloquio con Flora Antonioni, la giornalista che giurava d’aver visto negli archivi del Viminale il plico contenente il fantomatico carteggio fra Benito Mussolini e Winston Churchill, «che non pensai neppure all’abito bianco e a una fotografia insieme il giorno delle nozze. Oggi vorrei tanto aver fatto l’una e l’altra cosa». Però fino alla morte, avvenuta nel 1968, conservò in una scatola il mazzo di fiorellini rinsecchiti. La prima notte di matrimonio Ida si svegliò di soprassalto e vide il futuro presidente della Repubblica seduto sul bordo del letto, intento a scrivere numeri con un mozzicone di matita sul ripiano di marmo del comodino. «Ma che cosa stai facendo?», gli chiese. E il marito rispose: «Sto facendo i conti per vedere se sono in grado di mantenere te e i figli che verranno». Non a caso la consorte collaborò poi con il marito nel redigere i bilanci di casa, che nelle intenzioni dell’economista avrebbero dovuto costituire una fonte primaria per lo studio di una famiglia borghese nel primo quarantennio del secolo, come osserva Antonio d’Aroma, che fu segretario particolare del presidente, nel saggio Luigi Einaudi, memorie di famiglia e di lavoro. Il viaggio di nozze ebbe come mete Roma, dove la coppia alloggiò in un vecchio albergo, Napoli e Taormina. L’anno dopo venne al mondo il primo figlio, Mario, nella casa di campagna, a Dogliani, terra del Dolcetto delle Langhe. Fu l’unica volta in cui marito e moglie sbagliarono i conti: il corredino del neonato era rimasto a Torino e il professore dovette farsi prestare una camiciola dalla contadina che aveva assistito nel parto la giovane moglie. Nacquero poi Maria Teresa, Lorenzo, Roberto e Giulio, che diventò un famoso editore. La prima figlia morì dopo 11 mesi, il secondogenito dopo 27. «Sono molti, non le pare, 27 mesi e anche 11 mesi per il cuore di una mamma», disse a Flora Antonioni, in occasione delle sue nozze d’oro, celebrate davanti all’altare della Cappella Paolina al Quirinale. «Come i popoli felici, anche i matrimoni felici non hanno storia», titolò per l’occasione il Corriere della Sera. Qualcuno dovrebbe ricordarlo a Di Maio, a Salvini e alle loro future, e per il momento assai improbabili, consorti.

·         Le redazioni sessiste.

Battute e commenti sessuali in redazione, li ha subiti l’80% delle giornaliste. Pubblicato venerdì, 05 aprile 2019 su Corriere.it. I risultati sono orientativi, vanno presi con cautela, dicono le note metodologiche a margine. Ma che ci sia «una situazione di forte disagio» tra le donne che lavorano nel campo dei media è evidente. Dall’indagine promossa dalla Federazione nazionale della stampa, con la consulenza scientifica della statistica Linda Laura Sabbadini, emerge che l’85% delle giornaliste nella propria carriera ha subito una qualche forma di molestia, il 66,3% negli ultimi cinque anni, il 42,2% negli ultimi 12 mesi. L’indagine, avviata in collaborazione con Casagit, Inpgi, Usigrai e con il patrocinio dell’Ordine dei giornalisti e dell’Agcom, ha dato voce a 1132 giornaliste, il 42% delle 2775 a cui era stato inviato il questionario, tutte dipendenti di quotidiani, tv o radio (esclusi i periodici). Nonostante il livello generale di cultura e consapevolezza in cui (presumibilmente) lavoriamo, neanche noi siamo sottratte al perverso «gioco» della battuta o dello sguardo che provoca disagio: è questa la forma di molestia più diffusa, secondo l’80,7% delle donne che almeno una volta l’ha provata nella vita. Battute e commenti a sfondo sessuale, sguardi inopportuni o lascivi, domande inopportune e invadenti sulla vita privata o sull’aspetto fisico che provocano disagio, infastidiscono, offendono. Il 43,6% delle intervistate arriva a dire esplicitamente che è stato offesa in quanto donna, il 41,6% di sentirsi svalutata per il proprio genere. La fascia di età più esposta è quella tra i 27 e i 30 anni, ma le molestie colpiscono a ogni età. E non si fermano purtroppo alle parole, anche nell'ambito giornalistico. Quasi quattro donne su dieci raccontano di essere state abbracciate, toccate, messe alle strette contro la loro volontà. Poco più di tre donne su dieci ha dovuto subire inviti a uscire insistenti, il 18,2% avance ripetute e inopportune anche per email, social network, sms, l’11,9% ha ricevuto immagini o regali con palese riferimento sessuale, l’11,2% è stata seguita i controllata, il 9,2% ha dovuto subire gesti osceni o esibizione di parti del corpo, il 19,6% commenti sessuali attraverso messaggini, posta elettronica, social network. Forse questo è l'aspetto più viscido: il 19,3% dichiara di essere stata sottoposta a richieste di prestazioni sessuali mentre cercava lavoro e il 13,8% per progredire nella carriera. Fino alla tentata violenza sessuale (l’8%) e alla violenza sessuale (2,9%) mentre si cercava lavoro o si svolgeva l’attività lavorativa. E per lo più si tratta di prevaricazione di un capo su una collega di grado inferiore: si tratta per lo più di superiori diretti (26,9%), colleghi con maggiore anzianità (16,7%), direttori e vicedirettori (14,8%). E il tutto spesso avviene in mezzo all’indifferenza. Le molestie si svolgono spesso in redazione, il 35% dichiara di averle subite in mezzo ad altri colleghi, una circostanza che indica che c’è un clima diffuso di «accettazione» o scarsa consapevolezza della gravità delle molestie, siano anche solo battute che mettono a disagio chi ne è oggetto. Tant’è vero che nella maggior parte dei casi nessuno ha reagito. È facile comprendere come, di fronte a una tacita consuetudine, sia difficile sfogarsi o anche solo pensare di denunciare. E infatti solo sei donne su dieci ne hanno parlato con qualcuno: ma solo il 2,2% ha denunciato alle autorità di polizia, e solo il 3,2% si è rivolta al sindacato, percentuale che se riferita agli ultimi 12 mesi raddoppia (6%). Ancora troppo bassa ma indicativa forse di un maggior impegno e attenzione nel sindacato dopo il fenomeno «metoo». Perché non si denuncia? Paura di essere giudicata, di avere una percezione errata, di poter risolvere il problema da sola, di non essere creduta, di essere tratta male. E se il 15,6% delle giornaliste sostiene di essere stata penalizzata sul lavoro dopo le molestie, c’è da credere che il silenzio sia ancora, inevitabilmente, eccessivo.

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA MA SOLO QUANDO NON ABITA A CASA TUA. DAGONOTA  l'8 aprile 2019. Sbatti il mostro in prima pagina ma solo quando non abita a casa tua. Certo è bizzarro che tranne La Stampa e Il Sole 24 Ore gli altri grandi quotidiani nazionali dopo avere per mesi cavalcato l’onta dei molestatori del mondo dello spettacolo & co adesso che viene fuori che nelle redazioni che l’85 per cento delle giornaliste ha subito molestie non dedicano nemmeno una riga “nobile” sul giornale “di carta” al problema, magari anche un’editoriale, una presa di posizione, uno sputtanamento.  Qualsiasi cosa. La notizia vale solo qualche riga asettica sul web.  No comment. E’ la stampa bellezza.

·         Il Concertone politico.

Primo maggio, il fiume di soldi per il Concertone dei sindacati: 800 mila euro della Rai. Renato Farina 1 Maggio 2019 su Libero Quotidiano. Il Concertone! È arrivato silenzioso come un basilisco. Ha aperto la bocca e si è ingoiato 800mila euro. In gran parte della Rai e dell' Eni. La Rai la paghiamo noi. L' Eni è in gran parte dello Stato. Al Comune di Roma tocca ripulire, occuparsi della sicurezza: altri 200mila euro. Che soddisfazione per i lavoratori delle fonderie, che ancora esistono, e per i camerieri dei ristoranti, ma soprattutto per i pensionati, che goduria. L' andazzo è cominciato il 1990. L' inventore si chiama Maurizio Illuminato, un imprenditore di Catania, che se lo creò e da allora ce l' ha rifilato. Nacque al tempo in cui il Partito comunista era in lacrime dopo il crollo del Muro e si stava trasformando in Pds. Non c' erano più paradisi che la Cgil osasse indicare al popolo. Va be', un pochino Cuba, ma vuoi mettere la Russia Ed ecco allora una voluta di fumo per nascondere il fiasco: l' oppio della musica, magari d' avanguardia, di protesta, incazzosa, in attesa di risistemare un nuovo apparato ideologico. Da allora questa gigantesca patacca ci si è appiccata come una sanguisuga, la réclame di una sinistra eternamente rompicoglioni, mai nuova, sempre inneggiante ai suoi riccioli perduti e rinascenti. C' era una volta il Primo Maggio come Festa del Lavoro, che la Chiesa affiancò con la ricorrenza di San Giuseppe Artigiano. Il fascismo spostò la data al 21 aprile, compleanno di Roma, che non pare un' idea geniale per supportare il tema, ma forse era una battuta del Duce che allora non fu capita. Poi il calendario si è risistemato, i primi tempi aveva il suo perché, infondeva orgoglio, personalmente ricordo mio nonno con la camicia bianca. Poi è diventata una celebrazione in più utile per i ponti. Il nocciolo è stato frantumato: non sono più le lotte operaie, contadine o impiegatizie: ma il fancazzismo eretto a monumento romano nella piazza di San Giovanni in Laterano, dove suona il tamburo e il chitarrino gente che non ha mai lavorato. E ci inonda dei suoi predicozzi in rima, trovando giustificazione al proprio cachet nei riferimenti alle bandiere rosse.

SUPER SPOT. Povera gloria antica e polverosa dei vecchi socialisti: è stata sommersa come Atlantide, è un reperto per leader sindacali che ad esempio oggi si ritrovano a Bologna, ma non se ne accorge nessuno. Tutti invece siamo costretti ad accorgerci del Mostro che si è mangiato il Primo Maggio e si insedia nelle nostre vite grazie alla tivù pubblica e a nostre spese. Per di più sotto elezioni europee sarà un gigantesco spot per i beniamini dei sindacati: tutti a sinistra. Ma la sceneggiata della durata di una dozzina di ore è una tale sbobba di gridolini e nenie da provocare allergie vastissime nei confronti del colore rosso o di quello arcobaleno reclamizzati sistematicamente. Scommettiamo? Quest' anno sarà una sarabanda antifascista. Un' overdose di luoghi comuni sui poveri in bocca a chi non li frequenta.

L' ELENCO. La presentatrice, come già l' anno prima, è Ambra Angiolini. Siccome paghiamo noi, è bene sapere per chi e per che cosa paghiamo. Ci permettiamo di fornire l' elenco delle star. Leggetelo ad alta voce. E dire che una volta il settimanale satirico Cuore pubblicava il catalogo delle udienze del papa pubblicate dall' Osservatore Romano, con i nomi di vescovi ostrogoti, per far ridere. E questi qua? Artisti musicali: Daniele Silvestri, Ghali, Subsonica, Carl Brave, Manuel Agnelli con Rodrigo D' Erasmo, Achille Lauro, Motta, Gazzelle, Ghemon, Negrita, Ex-Otago, Zen Circus, Rancore, Canova, Pinguini Tattici Nucleari, Coma_Cose, Anastasio, Izi, Fast Animals and Slow Kids, Eugenio in Via Di Gioia, La Municipàl, Bianco feat. Colapesce, La Rappresentante di Lista, Lemandorle, Eman, Dutch Nazari, La Rua, Omar Pedrini, Orchestraccia, Fulminacci. Fulminacci non è un' imprecazione che ci ha suggerito Nonna Papera, ma l' ultimo a esibirsi.

POLEMICHE AD ARTE. I nomi vi dicono qualcosa? Non preoccupatevi. Non resterà in aria neanche una nota immortale, in compenso salterà fuori qualche polemicuccia a forza, per dare notorietà a chi si inventerà qualche pagliacciata. Si cominciò presto a reclamizzare la sinistra. Nel 1991 i Gang, gruppo folk rock militante italiano, lessero un proclama rivolto ai lavoratori per lo sciopero generale contro l' allora governo Andreotti, eseguendo il brano Socialdemocrazia al posto di Ombre Rosse. Elio e le Storie Tese non furono fatti esibire in diretta tivù perché avrebbero fatto nomi e cognomi dei politici corrotti. Sempre pronti a invocare manette: arrivarono. Bravi, contenti? Nel 1993 Piero Pelù attaccò Giovanni Paolo II accusandolo di occuparsi troppo di sesso e poco di temi religiosi. Poi inizia la sequenza di attacchi a Berlusconi. Poi, sempre più coraggioso, Piero Pelù dopo aver picchiato Wojtyla, se la prenderà con Matteo Renzi: «È il boy-scout di Licio Gelli» (2014).

CIFRE GONFIATE. Normale. Interessante osservare le cifre. Secondo la questura non si va mai oltre le 140mila presenze. Invece c' è una costante invenzione di numeri forniti dagli organizzatori e bevuti come oro colato dalla Rai, che li dà in diretta, senza filtri, ovvio. Si arriva a usare la tecnica della lievitazione, come la pasta: «Trecentomila spettatori, che in serata diventano settecentomila, poi addirittura un milione» (titolone di Repubblica). Se sono così tanti, perché non fanno un euro a testa e se la pagano da soli? Renato Farina

“LO “SCONCERTO” DEL PRIMO MAGGIO MI METTE UNA TRISTEZZA INFINITA”. Aldo Grasso per “il Corriere della sera” il 3 maggio 2019. Non so a voi, ma a me lo «sconcerto» del 1° maggio in piazza San Giovanni a Roma mette una tristezza infinita. Colpa mia, lo ammetto, perché leggo che ad altri è piaciuto molto. Forse perché ragiono in termini di comunicazione, ma il maglioncino di Ambra con la scritta «Cgil Cisl Uil» era come mettere il dito nella piaga. Ambra ha assorbito lo spirito polemico del suo fidanzato Massimiliano Allegri e ha voluto infilarsi uno straccetto in polemica con quanti lo scorso anno l' avevano criticata per aver indossato una mise griffata. Avrei voluto essere Lele Adani e spiegarle alcune cose. Forse perché la pioggia suggerisce mestizia, desiderio di un riparo: «C'è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo». O forse per tutti quegli omaggi iniziali a illustri scomparsi: Kurt Cobain, Lou Reed, metà dei Beatles Il problema non è Ambra (per quanto), il problema è la scritta, un vero paradosso. In termini simbolici, il concertone è quanto di più distante esista dalle politiche sindacali, dal tipo di comunicazione di Maurizio Landini (anche lui ha un suo modo di vestirsi), dal vuoto di Carmelo Barbagallo, dalle lezioncine di Annamaria Furlan. E infatti il sindacato è assente, non si rivolge ai giovani, lavora su altre piazze. Certo, la presenza di Noel Gallagher che canta «All you need is love», accanto ai suoi successi con gli High Flying Birds, ha portato un respiro internazionale e ha elevato il tasso di rock della serata dopo un pomeriggio segnato, bisogna dirlo, da bande di misconosciuti (a parte i portentosi Pinguini Tattici Nucleari) in cerca della necessaria visibilità. Poi, come dicono le cronache, «Carl Brave diverte, Manuel Agnelli fa sognare, Daniele Silvestri fa sfogare la piazza con un liberatorio "mortacci", i Subsonica fanno ballare». Accanto ad Ambra c' era Lodo Guenzi. Due spalle (di cui una spalluccia) non fanno un conduttore.

Poche cantanti sul palco. Ma le donne conquistano la scena. Polemiche per una scaletta quasi tutta di uomini ma Ambra Angiolini, Ilaria Cucchi e a Bari Valeria Golino sono le protagoniste di un immaginario che sta cambiando. Meno star e più artisti che parlano ai giovani. Angela Azzaro il 3 Maggio 2019 su Il Dubbio. La scaletta del Concertone a piazza San Giovanni le aveva tenute fuori, ma le donne si sono riprese la scena. La polemica che aveva caratterizzato la vigilia del classico appuntamento del Primo Maggio non era campata in aria e bene hanno fatto le artiste che hanno organizzato un contro evento all’Angelo Mai, lo spazio occupato a Roma. Ma accesi i riflettori, iniziata la “festa” la voce delle donne si è fatta sentire con forza. Si è sicuramente sentita quella di Ambra Angiolini, una attrice e donna di spettacolo che ogni volta, come una sorta di maledizione, deve dimostrare di non essere più la ragazza teleguidata di “Non è la Rai”. Anche questa volta c’è riuscita dominando il palco senza sbavature, con simpatia e professionalità. Ilaria Cucchi, che da anni porta avanti con raro coraggio la battaglia perché emerga la verità sulla morte di Stefano, l’altro ieri ha conquistato anche il palco di San Giovanni. Il suo esempio, più di tanti altri discorsi politici, riesce a parlare alla generazione in piazza, rappresenta un simbolo importante anche per loro che hanno urlato, in coro, il nome del fratello. A Bari, dove era in corso la manifestazione di cinema Bifest, Valeria Golino nel salutare la platea ha osato addirittura fare l’augurio di un buon Primo Maggio con il pugno chiuso, con un gesto fino a qualche anno fa scontato, quasi retorico, ma che oggi in pochi, soprattutto nel mondo del cinema, sembrano ricordarsi e che assume quindi una valenza quasi dirompente. Ma come è possibile che l’accusa di esclusione delle donne dal Primo Maggio e questo protagonismo femminile vadano insieme? La risposta è semplice da enunciare, difficile da rimuovere. Il problema delle artiste che non arrivano sul palco dei grandi eventi non dipende certo dalla mancanza di talenti o dalla mancanza di artiste determinate, ma da una struttura di potere che – più si sale – più resta nelle mani degli uomini. Giustamente gli organizzatori del Primo Maggio hanno protestato contro produttori e agenzie delle cantanti che hanno detto no alle loro proposte di ingaggio. Sotto accusa è la struttura che va cambiata, anche forzando la mano, perché niente accade per caso o con facilità. Ma nonostante il potere continui a restare nelle mani maschili in vari ambiti ( politica, arte, sapere) le donne sono diventate più forti, più determinate e appena conquistano lo spazio pubblico si fanno sentire. Il Primo Maggio lo hanno fatto cogliendo anche il bisogno di simboli di una generazione. Il tifo quasi da stadio per Ilaria, il pugno chiuso di Valeria, la forza di Ambra di uscire dallo stereotipo che le era stato cucito addosso raccontano un immaginario in cui le nuove generazioni cercano di identificarsi. Per tanti anni si era pensato che la società liquida, secondo la definizione stra abusata ( anche da lui stesso) del sociologo Zygmunt Bauman, non avesse bisogno di simboli, che la caduta del muro portasse con sé un immaginario pacificato, lineare. In questi anni abbiamo scoperto, anche amaramente, che non è così. La mancanza di simboli ha generato l’identificazione nella rabbia, nel rancore. La comunità ha trovato coesione non sulla solidarietà ma sull’odio nei confronti dell’altro, un meccanismo profondo, che ha poi avuto nei social network lo strumento per diffondersi e rigenerarsi. Oggi le nuove generazioni sembrano voler chiedere altro, vogliono poter credere in qualcosa. Il successo del film sulla vicenda di Stefano Cucchi, Sulla mia pelle, il calore con cui Ilaria è stata accolta sul palco del Primo Maggio sono i segni di questa necessità, di questo bisogno di uscire dal presente e di credere nel futuro. E’ lo stesso meccanismo che ha fatto scattare Greta Thunberg ( un’altra giovanissima donna). Non solo la questione ambientale, ma il bisogno di credere in qualcosa. La preoccupazione per il pianeta che stiamo distruggendo come necessità di condividere la stessa idea di mondo, di umanità. E per questo che il Concertone funziona ancora: perché dà una risposta anche se occasionale alla necessità di stare insieme intorno a un ideale condiviso. Quest’anno l’offerta era molto giovane, nomi forse non noti a tutti, ma amati dal pubblico che va a piazza San Giovanni. Rancore, Anastasio, Zen Circus, Ghemon, Achille Lauro, Ghali, Motta e gli ormai “vecchi” Daniele Silvestri e i Negrita. I quaranta, cinquantenni si sono molto lamentati. Ma questa volta tocca a loro, a quei ragazzi e a quelle ragazze che hanno urlato “Stefano, Stefano”.

Diritti, lavoro e femminismo: il Concertone-spot per le Europee. Ambra dal palco: "Qui per l'Europa". E si scaglia contro il bonus assunzioni alle donne: "Lo sgravio me lo gestisco io". Giovanni Corato, Mercoledì 01/05/2019 su Il Giornale. "Diritti, lavoro, Europa". A meno di un mese dalle elezioni Europee, Ambra - con una maglietta che riporta le sigle di Cgil, Cisl e Uil - apre il Concertone del Primo maggio con un inno all'Unione europea. E dal palco di piazza San Giovanni a Roma si scaglia contro la proposta di del governo di introdurre uno sgravio da 3mila euro per ogni donna assunta. "E' una proposta", ha detto Ambra, che retoricamente ha chiesto quanti "sgravi", cioé quante donne, fossero presenti al concerto. La conclusione è stata "lo sgravio è mio e lo gestisco io", che rieccheggia il motto femminista "l'utero è mio e me lo gestisco io". E quando Lodo Guenzi, leader de Lo Stato Sociale, ha risposto "Ti assumo io e ci guadagniamo entrambi", lei ha replicato: "No, ci guadagni solo tu". Già nei giorni scorsi la showgirl aveva replicato alle polemiche sulla scarsa partecipazione di donne al Concertone: "Se il Primo Maggio è davvero una radiografia del Paese vuol dire che i problemi sono a monte", ha detto, "Io da donna non mi sento offesa. La selezione del Primo Maggio è stata fatta non in base al genere ma alla musica e ai primi posti in classifica e le donne che c'erano non erano disponibili". I temi toccati sono quelli cari alla sinistra. E non manca una lunga lista di morti sul lavoro. "Vorremo non doverla leggere più. Il lavoro è un diritto ma la vita lo è ancora di più", urla Ambra, "Non si può lavorare per morire. Questa è una vergogna, si trattasse anche di una persona sola". Poi, nel messaggio dei sindacati si parla di Europa: "C'è bisogno di più Europa", ha detto Anna Maria Furlan (Cisl). "Altro che discorsi sovranisti. Ma abbiamo bisogno di un'Europa che non sia solo coefficienti e protocolli, ma che sia carne e ossa e anche un po' d'anima".

·         Il Pettegolezzo.

pettegolezzo, pet·te·go·léz·zo, sostantivo maschile. Chiacchiera inopportuna o indiscreta o malevola.

Pettegolezzo. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Con il termine pettegolezzo s'intende una serie di chiacchiere ritenute inopportune o indiscrete nei confronti di altre persone.

Antropologia culturale. Lo scambio d'informazioni e giudizi informali all'interno di un gruppo sociale sui comportamenti dei membri del gruppo stesso viene spesso considerato una forma di controllo sociale, specie da studiosi appartenenti al funzionalismo. Il pettegolezzo è diffuso in molte culture e comunità, anche le più isolate (beduini, nativi americani...), e costituisce una delle principali forme con cui si esercita la sanzione da parte dell'opinione pubblica. Viene utilizzata anche per rimarcare i confini del gruppo, dato che comporta una conoscenza esclusiva e approfondita della comunità stessa. Altri studiosi hanno tuttavia rimarcato il rischio di conflitto a cui possa portare un uso indiscriminato del pettegolezzo.

Il gossip. Col termine gossip (che l'italiano ha preso in prestito dall'inglese, dove significa semplicemente "pettegolezzo" nell'accezione comune) si intendono le notizie sulla vita privata riguardanti personalità note o VIP, pubblicate con o senza il consenso del soggetto in causa. In particolare, il gossip s'interessa delle persone (di solito altrettanto famose) con cui i VIP hanno instaurato relazioni amorose. Il gossip può essere inteso come la parte scandalistica della cosiddetta cronaca rosa, che a sua volta è una derivazione della letteratura rosa.

Elena Meli per “Salute - Corriere della sera” il 17 agosto 2019. Durante l'estate le riviste di gossip fanno faville: chi non le legge almeno una volta nei momenti di relax per evadere dalle solite preoccupazioni? O magari si accontenta di dare un' occhiata a quella del vicino di ombrellone? Farsi gli affari degli altri però non è soltanto uno dei piaceri del dolce far niente vacanziero, ma un' abitudine che tutti coltiviamo dodici mesi l' anno. Senza distinzione di genere, in barba agli stereotipi: le donne hanno la lingua lunga e adorano chiacchierare, ma pure gli uomini non disdegnano affatto il pettegolezzo, anzi. Lo ha messo nero su bianco uno studio scientifico, condotto all' università di Riverside in California da una psicologa, Megan Robbins, che ha cercato di capire a fondo come ci comportiamo quando vogliamo sparlare di qualcuno: per riuscirci, ha piazzato una specie di orecchio elettronico su circa cinquecento volontari disposti a farsi spiare le conversazioni. Lo strumento ha registrato il 10 per cento delle chiacchierate quotidiane dei partecipanti, che poi sono state riascoltate e analizzate dai ricercatori; è stato classificato come gossip qualsiasi dialogo in cui si parlasse di altre persone, non presenti, perché come spiega Robbins: «Non abbiamo voluto dare un giudizio morale su quel che viene detto, ma soltanto tenere conto della caratteristica principale del gossip, ovvero parlare di qualcuno che non c'è». È la definizione «accademica» del pettegolezzo e adottandola è chiaramente impensabile trovare qualcuno che non vi ceda mai: in quel caso significherebbe che si parla di un amico, di un familiare, ma anche di un personaggio pubblico o di una celebrità solo in sua presenza. Ecco perché poi Robbins ha anche esaminato il tipo di discorsi fatti nelle oltre 4mila conversazioni identificabili come gossip: in tre quarti dei casi si tratta di dialoghi neutri, in cui ci si scambiano informazioni su altre persone, ma quando le chiacchiere prendono una piega diversa dalla neutralità scivolano nelle malignità quasi il doppio delle volte. Nell' indagine, i dialoghi con pettegolezzi negativi sono stati il 15 per cento, contro il 9 per cento dei casi in cui le dicerie nei confronti degli assenti erano positive. I risultati peraltro non lasciano adito a dubbi, siamo tutti un po' chiacchieroni: in media infatti passiamo il 14 per cento del tempo parlando di qualcuno che non c' è, ovvero ben 52 minuti al giorno a commentare i fatti altrui, sparlare di qualche vip o semplicemente dire qualcosa che non ci riguarda in prima persona. E non sono le donne a essere più «linguacciute», fa notare l' autrice dello studio: «Le donne parlano effettivamente più degli uomini, ma solo se teniamo conto delle conversazioni neutrali. Considerando il gossip in negativo entrambi i sessi sono a pari merito e lo stesso vale per le persone di estrazione sociale elevata e quelle meno abbienti: chi è ricco e colto sparla tanto quanto chi è più povero e ha studiato poco». Il pettegolezzo insomma è democratico; semmai piace di più a chi è molto estroverso, che chiacchiera in generale parecchio di presenti e assenti, e ai giovani, che peraltro tendono più spesso alle maldicenze e sono meno propensi a parlar bene di chi non c'è. E con buona pace delle riviste scandalistiche che si occupano della vita pubblica e privata dei vip, si tende a parlare, nel bene e nel male, soprattutto di chi conosciamo: nel 91 per cento dei casi il gossip riguarda amici, parenti, colleghi, oppure i classici vicini di casa. Ma tutto questo chiacchiericcio che effetti ha sulle nostre vite? In qualche misura si potrebbe dire che ha anche qualche risvolto positivo, a seconda dell' uso che se ne fa. Una ricerca dell' università di Berkeley ha suggerito che potrebbe essere funzionale a mantenere l' ordine sociale e a farci sentire meglio, se sparliamo di qualcuno che secondo noi si è comportato in modo sbagliato: condividere le informazioni che abbiamo infatti riduce la frustrazione personale di fronte a chi riteniamo scorretto. Insomma la vecchia storia che se diamo un giudizio negativo sull'operato di un' altra persona automaticamente ci sentiamo migliori (ma per questa «scoperta» non servivano grandi studi...). Volendo portare il ragionamento all' estremo, c'è chi sostiene che ascoltare pettegolezzi poco edificanti sui successi o i fallimenti altrui potrebbe avere esiti non sempre disdicevoli. Un gruppo di ricercatori olandesi ha infatti osservato, conducendo esperimenti su alcuni volontari, che ascoltare storie negative sugli altri ci aiuta ad adattarci all' ambiente sociale in cui viviamo, rivela potenziali minacce e alla fine sprona a riflettere su noi stessi. «Quando ascoltiamo gossip implicitamente ci confrontiamo con chi è oggetto delle chiacchiere e ne traiamo spunto per pensare al nostro posto nella cerchia sociale, dall' ufficio al gruppo di amici, ma anche per crescere, migliorarci oppure creare strategie "difensive" sulla base delle informazioni ricevute, riuscendo così a vivere meglio nella comunità», concludono gli autori.

Facciamo gossip 52 minuti al giorno (e gli uomini sono più malevoli). Pubblicato mercoledì, 15 maggio 2019 da Candida Morvillo su Corriere.it. Facciamo gossip per 52 minuti al giorno. Sono tanti? Sono pochi? Dipende. C’è gossip e gossip, infatti. Gli psicologi dell’Università della California che hanno pubblicato uno studio sulla rivista «Social Psychological and Personality Science» considerano il gossip come «parlare di chi non è presente», ma hanno poi preso il minutaggio di chiacchiere neutre, positive o negative. Ne emerge che, per tre quarti del tempo, ci scambiamo informazioni innocue, ma per il resto i giudizi malevoli sono il doppio di quelli benevoli. In pratica, in media, spettegoliamo affettuosamente quattro minuti al giorno e perfidamente per otto minuti. Lo facciamo tutti: uomini e donne, giovani e anziani, ricchi e poveri. Questa prima ricerca sistematica sul tema decreta che spettegolare è trasversale e sfata i luoghi comuni per cui farlo è «da ignoranti, è tipicamente femminile, è da classe sociale inferiore»: scrivono così gli psicologi, che per un po’ di giorni hanno registrato le conversazioni di 467 volontari fra i 18 e 58 anni. Hanno scoperto anche che le donne, quando spettegolano, risultano più neutre degli uomini. Dal che, se ne deduce che lo stereotipo della donna pettegola è, appunto, un pettegolezzo e pure infondato. I dati evidenziano, inoltre, che i giovani tendono a malignare più degli anziani, forse perché, essendo più connessi, hanno più spunti dai social e da Internet. Hanno più stimoli, ma non per questo sono più saggi. Infine, i più ricchi e istruiti fanno gossip quanto i più poveri e meno istruiti. Tutti cercano nelle vite degli altri lo specchio della propria. Può essere un bene, se si tratta di trarne un buon esempio. Poi, ciò che si scatena negli otto minuti crudeli è tutt’altro... Silvana Giacobini, che ha fondato i rotocalchi Chi e Diva e Donna, sintetizza così al Corriere: «Parliamo male di qualcuno per sentirci meglio di lui, sapendo benissimo di non esserlo». Forse non finiremo all’inferno per questo, però è utile ricordare che Papa Francesco, in un’omelia, ha avvisato che «chi non sparla degli altri è sulla buona strada per diventare santo».

Il pettegolezzo fa bene, dice la scienza. Rivistastudio.com. La calunnia è un venticello… che fa danni, o così almeno ci hanno abituati a pensare: «Nelle orecchie della gente/ s’introduce destramente/ e le teste ed i cervelli fa stordire e fa gonfiar», come recita la celebre aria del Barbiere di Siviglia. E se invece sparlare del prossimo facesse anche bene? Alcune ricerche sembrano dimostrare che il pettegolezzo ha una sua utilità sociale: a partire da queste, Ben Healy ha scritto un divertente pezzo a favore del gossip, che è stato pubblicato nel nuovo numero cartaceo dell’Atlantic e può essere letto anche online, e intitolato, senza troppi giri di parole “Gossip is good”. Healy parte da qualche dato su quanto sia diffuso il pettegolezzo. Secondo lo psicologo sociale Nicholas Emler, infatti, il gossip rappresenta due terzi delle nostre conversazioni (in altre parole, del tempo che trascorriamo parlando con gli altri, i due terzi lo passiamo spettegolando). Va detto però che Emler utilizza una definizione relativamente ampia del pettegolezzo: nei suoi studi vengono categorizzate come “gossip” tutte le conversazione che riguardano una terza persona che non è presente. Un altro dato rassicurante è che la maggior parte dei pettegolezzi sono relativamente innocui: secondo una ricerca degli anni Novanta, infatti soltanto il quattro per cento dei pettegolezzi sono “malevoli”, rientrano cioè in quella che potremmo definire calunnia (la fonte è “Human Conversational Behavior”, pubblicata in Human Nature nel settembre del ’97). Il lato più interessante dell’articolo, però, riguarda proprio le calunnie vere e proprie. Uno studio dell’Univeristà del Texas e dell’Univeristà dell’Oklahoma suggerisce che condividere opinioni e idee negative sugli altri aiuta le persone a fare gruppo, a sentirsi più vicine le une alle altre (la fonte è il paper “Interpersonal Chemistry Through Negativity”, uscito in Personal Relationships nel giugno del 2006 e tutt’ora consultabile in rete). Uno studio molto più recente, effettuato da un’università olandese giunge alla conclusione che sentire pettegolezzi potrebbe addirittura renderci più riflessivi e promuovere l’introspezione (“Tell Me the Gossip” pubblicato in Personality and Social Psychology Bulletin nel dicembre del 2014). Lo psicologo Robin Dunbar, che ha una prospettiva evoluzionista, arriva a ipotizzare che per gli umani moderni il pettegolezzo ricopra la stessa funzione che per i nostri antenati era ricoperta… dallo spulciarsi a vicenda: com’è noto, per le scimmie spidocchiarsi l’un l’altra è un modo per formare legami, che a loro volta sono determinanti per la possibilità di sopravvivere, ma visto che noi siamo troppo evoluti per quel genere di cose, allora spettegoliamo. Concludendo, il pezzo dell’Atlantic suggerisce che una certa tendenza umana a parlare male del prossimo non è solamente un fenomeno pervasivo e inestirpabile, ma che ha addirittura una sua funzione sociale. Serve a creare coesione sociale, e forse anche a renderci persone più introspettive. La calunnia rovinerà anche vite e carriere, ma stiamo meglio con che senza. «Dunque la prossima volta che siete in dubbio sul gettare un po’ di fango, fate pure senza timore: magari state promuovendo la coesione sociale, o migliorando l’autostima del vostro interlocutore», conclude Healy, il giornalista. «Almeno è quello che ho sentito dire».

Nell’era di internet, il pettegolezzo logora chi il potere non ce l’ha. La storia della diceria scritta dal responsabile vaticano della comunicazione. Massimiliano Panarari l'8/04/2016 su La Stampa. Cogito ergo sum. Ma, anche, spettegolo e, dunque, comando. Un bizzarro sillogismo, il secondo, che fornisce un’ulteriore – e opportuna – chiave di interpretazione dell’universo del pettegolezzo. Da che mondo è mondo, infatti, dicerie e indiscrezioni suscitano curiosità (morbosa), divertono e intrigano. Ma svolgono anche, foucaultianamente, la funzione di «sorvegliare e punire». Il gossip, allora, è anche una questione di potere (o di contropotere). E, così, ritroviamo tutti insieme, per fare qualche esempio, Dagospia, l’egemonia sottoculturale costruita a colpi di rotocalchi televisivi e cartacei nella fase trionfante del berlusconismo, le foto di François Hollande appena sgattaiolato fuori dall’abitazione dell’allora amante Julie Gayet, il fenomeno della peoplisationche ha investito la classe dirigente. E si capisce perfettamente come la «gossipologia» – pur tra ostracismi e imbarazzi – sia (giustamente) divenuta oggetto di analisi accademica, tra indagini sulla «politica pop» (formula coniata da Gianpietro Mazzoleni) e «cultural studies». Insomma, è Il gossip al potere (come hanno titolato un loro volume gli studiosi Marco Mazzoni e Antonio Ciaglia); in quest’ottica, si spiega anche la rilevanza del tema dei rumors all’interno della Chiesa cattolica, da San Paolo a Vatileaks – e la vera «scomunica» indirizzata nei loro confronti da Papa Bergoglio – come racconta ne Il brusio del pettegolo (Edizione Dehoniane Bologna, pp. 76, €7) il prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede Dario Edoardo Viganò. Che delinea nel libro una fenomenologia e una sociologia dei pettegolezzi dalla cultura orale della Galilea degli anni di Gesù Cristo fino alla loro diffusione virale nel Villaggio globale dei nostri decenni – periodo quest’ultimo in cui hanno trovato un habitat particolarmente favorevole. Il pettegolezzo, che rappresenta una «pratica comunicativa» a tutti gli effetti, è di fatto un’«opera aperta» che si nutre delle rielaborazioni e delle integrazioni dei tanti che lo alimentano, e ha scoperto nel Web e nella comunicazione reticolare dei social network un canale di propagazione che le allegre comari di Windsor e quelle delle goldoniane Baruffe chiozzotte, inchiodate al tam tam e al sussurro all’orecchio altrui, non avrebbero potuto immaginare neppure nel più roseo dei sogni. Per di più, se la società della Rete ha imposto una sorta di «dittatura» della «disintermediazione» in ogni campo, al tempo stesso ha paradossalmente innescato un processo di «rimediazione» in quello dei mass media (e dei rumors): nell’orizzonte tecnologico digitale i vecchi e i nuovi media si contaminano (e «commentano») reciprocamente e senza sosta. E dal momento che i social network posseggono una «natura conversazionale» hanno bisogno di narrazioni rapide, coinvolgenti sotto il profilo emotivo, e in grado di attrarre utenti con caratteristiche diverse: di qui il dilagare sfrenato dei rumors nell’epoca liquida. Visto il suo successo nel mondo postmoderno, il pettegolezzo, declinato nelle varianti della calunnia e della delazione, può essere oggetto di pianificazione, diventando in tutto e per tutto un formidabile strumento di potere oppure un’arma di distrazione di massa. «Il profilo antropologico del pettegolo – scrive Viganò – ha, quindi, i tratti del potente, del legislatore e del giudice o di chi è animato da un desiderio di potenza nella propria comunità». Quelle gossipare possono dunque essere delle soft news «a scopo squadristico» e per il killeraggio degli avversari, difficili da sventare se non ricominciando a riflettere sul sistema di funzionamento (la «logica mediale») dell’eterno e antichissimo passaparola. E, così, tutto si tiene...

Il ruolo sociale del pettegolezzo. Il pettegolezzo ha anche la funzione di permettere il confronto sociale: nei pettegolezzi infatti le persone vengono messe a confronto con altre e con sé stessi e in questo modo si ha la possibilità di conoscere il proprio valore. Huffingtonpost.it il 27/08/2013. Il pettegolezzo è un fenomeno molto studiato e nel tempo gli psicologi sociali hanno formulato diverse definizioni al riguardo : Eder & Enke (1991) ad esempio hanno definito il gossip come "discorsi valutativi che riguardano una persona che non è presente"; Noon e Delbridge (1993) hanno preferito parlare di un "processo comunicativo informale che riguarda informazioni valutative sui membri di un contesto sociale"; Jorg R. Bergmann (1993) ha elencato gli argomenti più comuni del pettegolezzo: qualità personali e idiosincrasie, sorprese e incongruenze comportamentali, discrepanze tra comportamento reale e richieste morali, cattive maniere, modalità non accettate di comportamento, carenze, scorrettezze, omissioni, presunzioni, errori, disgrazie e fallimenti.

Un pettegolezzo, per essere tale, non deve mancare di questi elementi:

- Deve riguardare una terza persona

- La persona deve essere assente al momento in cui se ne parla

- La persona di cui si parla deve essere conosciuta, anche indirettamente, dai pettegoli

- Oltre a fatti e informazioni devono essere espressi dei giudizi valutativi, anche solo con il linguaggio del corpo

È interessante sapere che l'etimologia inglese del termine "gossip" (pettegolezzo), fa risalire l'espressione all'inglese antico "God-sibb": letteralmente una persona collegata ad un'altra per volere di Dio, cioè il rapporto particolare di due persone molto intime, che parlano di questioni personali, ma anche di relazioni, condividendo molti segreti.

Nella lingua tedesca invece esiste l'espressione "coffee-klatch", che riguarda gli incontri di un gruppo di conoscenti che si vedono (ad esempio per prendere un caffè), con l'esplicito proponimento di fare pettegolezzi (klatch). Sembra che il coffee-klatch abbia avuto origine nel diciottesimo secolo nei bar per soli uomini, dove giornalisti e professionisti si ritrovavano per mettere a confronto le loro informazioni. La parola italiana "pettegolezzo" invece, secondo alcuni studiosi, potrebbe derivare dal termine "pithecus" (scimmia). Forse è proprio da questa ipotesi che sono partiti alcuni psicologi sociali (vedi Robin Dumbar, 1998) nel formulare la teoria secondo la quale l'umano pettegolare sia simile al "grooming" dei primati: questi ultimi, spulciandosi reciprocamente, riescono infatti a mantenere le relazioni con la loro cerchia, che in natura conta circa 50 individui. Le cerchie degli esseri umani invece, che sono molto più vaste (in media il social network reale di ogni persona conta circa 150 individui) richiedono, secondo la teoria citata, strumenti sociali come il pettegolezzo, per mantenere i contatti con tutti. Si è inoltre ipotizzato che in una comunità ristretta il pettegolezzo possa servire per preservare la stabilità dei gruppi e la loro convivenza pacifica. Sapere chi sono gli altri intorno a noi e cosa realmente fanno, aiuta a prevenire i conflitti e a garantirsi una certa sicurezza personale. Quando andiamo ad abitare in un nuovo condominio, ad esempio, ci si presenta agli altri in modo informale: diciamo più o meno chi siamo, cosa facciamo e qualche altra amenità, ma non raccontiamo certo il nostro stato di salute, quanto guadagniamo, se abbiamo debiti, se facciamo uso di sostanze, il nostro orientamento sessuale e se abbiamo relazioni extra-coniugali...

Tutte queste informazioni possono essere dedotte dagli altri, a partire da numerose ipotesi e indizi. Avere queste informazioni non è certo essenziale per gli altri condomini, ma è innegabile che si tratta di argomenti che, prima o poi, potrebbero tornare utili nel caso si rendesse necessario avere contatti o interessi comuni con il nuovo condomino. Avere il massimo delle informazioni possibili: ecco perché tutti sentono il bisogno di sapere di più sulle persone che frequentano e, per farlo, ricorrono senza scrupoli ai pettegolezzi. Essere oggetto di un pettegolezzo tuttavia non è mai piacevole e le persone fanno in effetti di tutto per evitare questa situazione (per questo motivo si è anche detto che i pettegolezzi favoriscono i comportamenti morali e virtuosi nella comunità...).

Spesso le dicerie, passando di bocca in bocca, vengono arricchite di commenti e particolari per rendere il pettegolezzo più "gustoso" per chi ascolta. Non tutti i pettegolezzi sono automaticamente maldicenze: si può dire ad esempio di una persona che "fa bene" a fare quello che fa, ma è sicuramente più frequente che i pettegolezzi richiamino le debolezze osservate nella persona, piuttosto che le sue virtù.

Il pettegolezzo trova spazio quando le persone hanno poco in comune e dunque non hanno discorsi o interessi da condividere: in questo caso si ricorre al pettegolezzo proprio per riempire dei vuoti, per superare momenti di silenzio o di noia. In genere si parte con qualche osservazione positiva o neutrale su una persona, per poi arrivare all'elenco delle cose negative che la riguardano.

Il pettegolezzo ha anche la funzione di permettere il confronto sociale: nei pettegolezzi infatti le persone vengono messe a confronto con altre e con se stessi e in questo modo si ha la possibilità di conoscere il proprio valore. A formulare questa teoria fu Leon Festinger (1954), il quale riteneva che le persone avessero un desiderio fortissimo di valutare le loro opinioni e abilità: nell'impossibilità di avere dei banchi di prova reali sui quali potersi confrontare, gli individui cercano di ottenere informazioni sulle reali capacità ed abilità degli altri attraverso i pettegolezzi.

Un altro aspetto, non irrilevante, del pettegolezzo è che esso è un importante strumento di potere, che può essere utilizzato al momento opportuno per distruggere la reputazione di rivali ed avversari. (Si pensi al gossip politico... In America quanti politici hanno dovuto rinunciare alla corsa presidenziale a causa dei pettegolezzi sulla propria vita privata?) Tuttavia, sapere le cose personali dei personaggi famosi o dei politici interessa molto non solo i colleghi o gli avversari, ma anche la gente comune. Il fatto di vedere queste celebrità al cinema, in televisione o sui giornali le rende vicine, per cui si comincia a sentire una certa familiarità nei loro confronti e si desidera sapere di più sulla loro vita privata. In questo modo, si parla per ore di persone mai viste e conosciute direttamente, come se fossero degli amici o dei familiari stretti: quella coppia si lascia, quell'altra aspetta un figlio, quegli altri si tradiscono, ecc...

È un gossip apparentemente inutile e superficiale, ma che è tuttavia importante nella comunicazione sociale perché fornisce un vocabolario comune. Parlare di questi personaggi, vicini e lontani nello stesso tempo, non rende indiscreti nei confronti degli altri, ma nello stesso tempo permette di creare un linguaggio condiviso che facilita la relazione e permette di affrontate argomenti spesso difficili e scabrosi (che per discrezione non verrebbero mai trattati citando situazioni personali).

Il gossip sui personaggi celebri serve inoltre per sognare, fantasticare, esplorare le proprie emozioni nel conoscere i particolari di vite completamente diverse: si può provare invidia, ammirazione, disgusto e tutto questo alimenta quello che chiamiamo "divertimento", cioè tutto ciò che può dare nello stesso tempo svago e piacere.

Infine, un discorso importante sulle dicerie che riguardano fatti non provati, ricevute da fonti anonime, a volte vere e proprie calunnie, capaci di distruggere la vita di una persona. Prima di rendersi responsabili della diffusione di un pettegolezzo troppo malvagio su qualcuno, varrebbe la pena di rifletterci su: come dice Paul Valery, "tutto quello che dici parla di te, in particolar modo quando parli di un altro".

5 tecniche infallibili per difendersi dai pettegolezzi. Il pettegolezzo passa talvolta da una chiacchiera innocente ad una offensiva ma cosa è davvero? Ecco come difendersi. Tuttasalute.net il 22 Gennaio 2013. Il pettegolezzo purtroppo fa parte della realtà quotidiana. Sul posto di lavoro, fra amici o in palestra è capitato a tutti di sentire o riferire qualcosa che riguardasse la vita privata o le abitudini di qualcun’altro. A volte può essere soltanto una chiacchiera innocente che non ha con sè malignità, mentre in altri casi può provocare molti danni. Il pettegolezzo talvolta si diffonde velocemente, trascinando nel fango  persone e le loro famiglie. In questo caso il pettegolezzo diventa vera e propria calunnia e arriva a provocare stati di turbamento e di ansia. In particolare, la situazione peggiore avviene quando il gossip riguarda l‘ambiente di lavoro. Il gossip, che in quel caso diventa mobing, può portare alla rovina di una carriera o alla dissoluzione di una famiglia, soprattutto quando colpisce comportamenti personali, gusti sessuali e altro. Esistono delle tecniche alle quali si può facilmente ricorrere per mettere a tappeto coloro che vi mettono al centro di un pettegolezzo.

La prima regola da seguire è cercare di sembrare indifferenti e superiori alle maldicenze. Quando si accorgeranno che voi non prestate il fianco e non siete colpiti, il tutto perderà sapore. E’ molto probabile che il gossip, così come è nato, sparisca nel nulla; cercate di essere sorridenti e calmi mantenendo sempre i nervi saldi.

La seconda regola, prevede che non ci si debba vendicare; si eviterà così di attizzare il focolare della maldicenza. Meglio essere indifferenti ed aspettare la giusta occasione per chiarire con fermezza ma gentilezza. Cercate un familiare o un amico sincero col quale confidarvi.

Questa terza regola è molto importante perchè permette di avere una valvola di sfogo; inoltre, la certezza di avere una persona amica pronta ad ascoltarci e a consigliarci è un ottimo antidepressivo. Vi sentirete spalleggiati e più forti; parlare ci permette di sentirsi meno soli ed è un modo per liberarsi dalle tensioni accumulate.

La quarta regola riguarda la tendenza, di noi tutti, ad esprimere dei pareri sugli altri. Sottolineare che non si ama il gossip, che si è contrari al pettegolezzo può diventare un vero bumerang. Oltre al fatto di essere giudicati come persone supponenti o snob qualcuno potrebbe notare che qualche volta pure voi avete detto qualcosa su un tale amico o collega. Quindi , il suggerimento è quello di evitare di salire sul piedistallo; è più saggio, non farsi coinvolgere in pettegolezzi mantenendo però sempre la cordialità e il buonumore.

La quinta regola prevede di affrontare apertamente coloro che mettono in giro le calunnie. Con molta calma e correttezza, provate a chiedere quale sia l’origine del suo rancore nei vostri confronti. L’obiettivo di questa chiacchierata deve essere quello di chiarirsi, non quello di arrivare agli insulti; per raggiungere il risultato siate gentili, corretti e non alzate la voce. Certamente, vedendosi scoperto e, soprattutto affrontato, il pettegolo o il gruppo di pettegoli sotterrerà l’ascia di guerra; dal canto vostro continuate a comportarvi come avete sempre fatto, evitando musi o atteggiamenti di scontro. In questo modo non darete appigli a chi cercherà di attaccarvi.

Infine, ricordate che coloro i quali godono di far del male agli altri, probabilmente non hanno altri motivi di gioia e di soddisfazione.

·         La Macchina del Fango? Parcheggiata a sinistra. La primogenitura della diffamazione mediatica.

LA “MACCHINA DEL FANGO”? E’ PARCHEGGIATA A SINISTRA. Donatella Aragozzini per “Libero quotidiano” il 12 agosto 2019. Per 33 anni è stato un uomo Rai, azienda che ha lasciato nel 2016 dopo aver ricoperto pressoché tutti i più importanti ruoli dirigenziali. Oggi, già presidente dell' APA-Associazione Produttori Audiovisivi, Giancarlo Leone è entrato nel Consiglio Superiore del Cinema e dell'Audiovisivo, l'organismo che svolge compiti di consulenza e supporto al MiBac.

Perché questa nomina è tanto importante?

«Perché mi permette di presidiare nell'interesse dell'intero sistema dell'audiovisivo, visto che dal Consiglio passano le principali proposte del Ministero».

Il settore audiovisivo sta diventando più forte di quello cinematografico?

«Sicuramente ha una maggiore presenza e i maggiori investimenti, più o meno 750-800 milioni del miliardo di euro circa che ogni anno viene investito nella produzione, per un'occupazione di circa 220.000 persone e il coinvolgimento di circa 6000 aziende. Già l'avvento della pay tv aveva dato un grande stimolo al mercato e negli ultimi anni, con la fruizione on demand, sono cambiate le modalità produttive e distributive. Il prodotto televisivo era considerato "minore" dall' intellighenzia, oggi ha la stessa dignità di quello cinematografico, che pure resta centrale».

Perché la fiction Rai ha tanto successo?

«Perché ha investito sui produttori indipendenti e su progetti di grande qualità, andando incontro alle esigenze internazionali».

E perché invece quella Mediaset stenta?

«Perché per molti anni non hanno creduto nell' investimento sulla serialità, ritenendo il rapporto costo/ascolto non conveniente. Ma se non produci e non metti in palinsesto un prodotto, abitui il pubblico a non guardarlo. La fiction è il genere più popolare, non c' è broadcaster che possa permettersi il lusso di non averla. Con l' attuale direttore, Daniele Cesarano, la situazione sta però cambiando».

L'Agcom ha preso posizione contro gli agenti che sono anche produttori, come Lucio Presta e Beppe Caschetto. Che ne pensa?

«Ritengo che ci deve essere una separazione netta delle funzioni, garanzia che tutto proceda senza privilegi da una parte e dall' altra. Gli agenti fanno un mestiere diverso da quello dei produttori e lo fanno in maniera eccellente, ma si altera il sistema se un produttore, rivolgendosi a loro per il cast, dialoga anche con dei concorrenti».

Perché ha lasciato la Rai?

«Perché a 60 anni avevo raggiunto i risultati più importanti e sentivo di aver dato tutto. Ho avuto le maggiori soddisfazioni come direttore di Rai1, tra le altre cose sono particolarmente orgoglioso dei due show di Benigni e di aver riportato Dario Fo in Rai. E poi, da amministratore delegato di RaiCinema, ho potuto imprimere una ripresa del cinema italiano perché, ampliando il listino con importanti titoli americani, ho ottenuto che in cambio venissero messi nelle sale anche i nostri film di qualità. Non mi interessava il ruolo di dg, tant' è che quando mi fu offerto dal governo, dopo le dimissioni di Campo Dall' Orto, gentilmente declinai. Era giunto il momento di fare altro».

Come vede oggi la tv di Stato?

«Non ho un' idea ancora chiara di dove stia andando. Avrebbe senso che concentrasse la propria attenzione sulle sue attività "core" perché non si può finanziare tutto: con troppi canali in chiaro, oltre all' offerta digitale di RaiPlay, il rischio è quello di dare un po' a tutti, senza concentrare lo sforzo su alcuni. Però Salini ha un buon progetto sulla riorganizzazione per generi».

Non trova la programmazione Rai un po' datata?

«No, affatto. C' è ripetizione di programmi e modelli ma anche sperimentazione e innovazione. Un esempio per tutti è il Festival di Sanremo, una gara di canzoni che potrebbe essere banalmente ripetitiva e invece ogni anno è capace di rinnovarsi e rigenerarsi. Ci può stare che il Grande Fratello sia stata l' ultima grande invenzione nell' intrattenimento, ma contrasta con la missione del servizio pubblico, è giusto che questi programmi restino sulle reti commerciali».

Reputa giusto il passaggio di Fazio a Rai2?

«Dal mio punto di vista l'errore è stato portarlo su Rai1, è stata una scelta incomprensibile.

Sarebbe stato meglio se fosse rimasto su Rai3 perché quel tipo di programma si porta dietro quegli ascolti, lui è stato bravo a non snaturarsi ma non poteva fare di più».

Come giudica la situazione politica?

«Sono politicamente apolide, mi astengo dal rispondere».

Eppure lei è figlio di Giovanni Leone, ha respirato la politica fin dalla nascita.

«Sì, da 0 a 8 anni ho vissuto a Montecitorio, perché mio padre era Presidente della Camera, e il sabato e la domenica pattinavo nel Transatlantico. E dai 15 ai 22 anni ho vissuto al Quirinale. Ma essere il figlio del Presidente della Repubblica è stato uno sprone a dare sempre il meglio, nello studio e nel lavoro, per dimostrare che quello che facevo non era dovuto al cognome».

Ha pensato di seguire le orme paterne?

«No, ho conosciuto talmente bene la politica, da starne lontano il più possibile».

Si riferisce allo scandalo che ha travolto suo padre?

«Sicuramente quella vicenda mi ha aperto gli occhi sul cinismo della politica. Mio padre era una persona onesta, come è poi stato riconosciuto, ma è stato oggetto di una campagna diffamatoria totalmente infondata del gruppo Repubblica-l' Espresso, perché non si capiva quale importante politico fosse stato corrotto dalla Lockheed (industria aerospaziale americana che pagò tangenti per vendere i propri aerei militari, ndr) e la sinistra, che voleva ribaltare il sistema, ha puntato alla carica più alta, il capo dello Stato. Camilla Cederna scrisse un libro con temi del tutto inventati, lei stessa ammise che la sua fonte principale era stata la OP di Mino Pecorelli, notoriamente un' agenzia diffamatoria».

La macchina del fango della sinistra non si è mai fermata, pensiamo agli attacchi a Berlusconi.

«Non c' è dubbio. La sinistra ha la primogenitura della diffamazione a livello stampa e ha mantenuto nel suo dna queste sue caratteristiche. Ma da quel momento l' attacco ai politici a livello mediatico ha riguardato un po' tutti».

·         La disinformazione, o no?

GLI ITALIANI NON LEGGONO I GIORNALI, MA SI FIDANO DEI GIORNALISTI? Da agi.it il 5 dicembre 2019. Gli italiani sono consapevoli dell’importanza di una “buona e corretta” informazione e del ruolo centrale che possono svolgere i professionisti dei media, ma ritengono che il “modello italiano” sia lontano da quello ideale. Il 70% degli italiani pensa infatti che i giornalisti facciano poco per veicolare un’informazione corretta e professionale: un ritratto aggravato dal 58,8% degli intervistati che vede i giornalisti più orientati a generare traffico piuttosto che a veicolare buona e corretta informazione. Sono i dubbi degli italiani sulla professionalità dei giornalisti ad emergere dal nuovo rapporto Agi-Censis “I professionisti dell’informazione nell’era trans-mediatica: grado di fiducia, elementi critici e attese degli italiani” realizzato nell’ambito del programma pluriennale “Diario dell’Innovazione” della Fondazione per l’Innovazione COTEC che indaga la reazione degli italiani di fronte ai processi innovativi. Ad illustrarlo il Presidente Censis Giuseppe De Rita con il direttore Agi Mario Sechi nel corso dell’evento “Il futuro dell’informazione: dalla storia d’Italia all’editoria 5.0” organizzato da Agi – Agenzia Italia presso il Piccolo Teatro Studio Melato di Milano.

Gli italiani si fidano dei giornalisti- il rapporto Agi-Censis. Con loro anche il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’Informazione e all’Editoria Andrea Martella che ha presentato le azioni previste nel nuovo piano del Governo Editoria 5.0 per aiutare il mondo dell’informazione. “Il sistema editoriale attraversa da almeno un decennio una crisi finanziaria profonda, che ha ormai assunto caratteri strutturali. Allo stesso tempo sono mutati i suoi connotati fondamentali” – ha dichiarato il Sottosegretario Martella – “Con riferimento all’informazione primaria, la sua natura di bene pubblico non solo giustifica, ma implica necessariamente un intervento statale. Il mio impegno sarà orientato a verificare tutte le possibili soluzioni, anche di natura legislativa, idonee ad assicurare il necessario sostegno al comparto delle agenzie di stampa, nel rispetto del principio del pluralismo dell’informazione”. Ma se il sentiment nei confronti del mondo dell’informazione è negativo, per gli italiani non è impossibile uscire da questa situazione. Il 69% degli intervistati è infatti convinto che “la capacità di raccontare, la completezza, il pensiero critico, la serenità di giudizi” siano prerogative esclusive dei giornalisti e il 52,7% ritiene che la navigazione casuale in internet non possa sostituire la lettura sistematica di un quotidiano. Recupero reputazionale, rigore professionale, maggiore dialogo e scambio con i lettori, capacità di adattamento al nuovo contesto sono le parole d’ordine che emergono dal Rapporto e che consentirebbero di riporre fiducia in un possibile futuro del giornalismo di qualità. “Da questa ricerca emerge chiaramente il ruolo delicatissimo di noi professionisti dell’informazione, in bilico tra la questione della disintermediazione e il mercato delle notizie, sempre più competitivo e alimentato da esigenze di immediatezza, straordinarietà, appeal del contenuto” – commenta il direttore Agi Mario Sechi – “Gli italiani ci lanciano un messaggio chiaro e preciso: abbiamo bisogno di voi, ma dovete cambiare. Ed è proprio in questa direzione che Agi intende procedere, con un modo di fare e raccontare l’informazione più vicino ai lettori, alle aziende, alle istituzioni. Per questo, oltre alle developing stories che consentono di vedere come una storia cresce e si evolve, per l’inizio del nuovo anno Agi metterà a disposizione una nuova e vasta gamma di prodotti, dai notiziari verticali ai podcast e alle newsletter dedicati alla politica, l’economia, la scienza, l’energia, il cibo e la mobilità sostenibile” continua Sechi “Il percorso di crescita e rinnovamento culminerà con la realizzazione del nuovo sito Internet agi.it: non un semplice restyling grafico ma un nuovo spazio multimediale rimanendo nella tradizione storica dell’agenzia accumulata in 70 anni di attività. Siamo pronti a far cambiare idea agli italiani!”.

Il nuovo panorama dell’informazione: dalla dimensione verticale a quella orizzontale. La produzione dell’informazione si è polverizzata perdendo la sua tradizionale dimensione verticale. Oggi l’informazione viaggia in orizzontale, con i lettori avvolti in una “nebulosa informativa”. Tutto ciò in un contesto generale dove si è assistito alla perdita di centralità della carta stampata, e più di recente alla crisi degli stessi media online, esposti alla micidiale concorrenza di chi oggi controlla sia la produzione dei contenuti che la loro distribuzione. Ci troviamo in un’era trans-mediatica dove la vendita della notizia tende a prevalere sulla modalità di confezionamento.

La domanda sociale di buon giornalismo. Il 52,7% degli italiani ritiene che la navigazione casuale in internet non possa sostituire la lettura sistematica di un quotidiano. Una consapevolezza che si sposa, visti i dati generali sull’acquisto di quotidiani, con un “vorrei ma non posso”. Ai giornalisti viene riconosciuto un ruolo centrale, con il 69% degli intervistati convinto che “la capacità di raccontare, la completezza, il pensiero critico, la serenità di giudizi” siano prerogative esclusive dei professionisti dell’informazione. In tutti questi casi si registra un’accentuazione tra coloro che dispongono di livelli di istruzione più elevati.

I dubbi sulla web-news experience. Gli italiani prendono le distanze da soluzioni che possano allontanare il mondo dei media da una costante attenzione verso la qualità di ciò che producono. Solo il 14%, infatti, prova emozioni positive rispetto alla possibilità che, grazie all’intelligenza artificiale, articoli di giornale possano essere scritti in modo automatico senza il ricorso a giornalisti, con un 42,8% che lo ritiene “inquietante”. Queste resistenze sembrano ridursi, con un 48% di favorevoli, nel momento in cui si restringe il campo ad ambiti di lavoro che appaiono effettivamente standardizzabili, come le previsioni del tempo, la borsa, gli eventi sportivi e i risultati elettorali.

Una reputazione da riconquistare. I dati mostrano come gli italiani siano consapevoli che il modello di informazione reale sia molto distante da quello reale. Il 70,1% degli intervistati ritiene che i giornalisti facciano poco per veicolare un’informazione corretta e professionale. Per le professioni giornalistiche serve quindi uno scatto d’orgoglio che punti ad un recupero reputazionale: il 58,8% degli italiani è convinto che oggi i giornalisti siano più orientati a generare traffico piuttosto che a veicolare buona e corretta informazione.

Il tema, particolarmente sentito, delle fake news. Per il 77,8% degli italiani quello delle fake news è un fenomeno pericoloso, anche perché a oltre il 50% degli utenti è capitato di dare credito a notizie false circolate in rete. Le persone più istruite, inoltre, ritengono che le fake news sul web vengono create ad arte per inquinare il dibattito pubblico (74,1%) e che possono favorire in qualche modo derive populiste (69,4%). Una particolare sensibilità riguarda il tema della salute: quasi 9 milioni di italiani ritengono di essere stati vittima di fake news in materia sanitaria nel 2019.

Nonostante tutto, è ancora possibile sperare in un futuro del giornalismo di qualità. È innanzitutto necessario, secondo il 63% degli utenti, e soprattutto per le donne (66,3%), un maggior dialogo e scambio con i lettori, coniugando rigore professionale e accessibilità, capacità di creare e alimentare communities. Una quota maggioritaria di italiani (59,1%) è poi molto interessata alla possibilità di ricevere notizie che rientrano nella sfera dei propri interessi specifici, percentuale che aumenta al crescere del livello socio-economico della famiglia di appartenenza. 

CI SEI O CI FAKE? Roberto Fabbri per “il Giornale” il 5 giugno 2019. Ventidue parenti ebrei sterminati ad Auschwitz e in altri campi dell' orrore nazisti. Solo una nonna sopravvissuta di un' intera grande famiglia cancellata dall' odio antisemita. E lei, una giovane storica poco più che trentenne con studi a Berlino, Lione e Los Angeles più un dottorato al Trinity College di Dublino in Irlanda destinata a raccogliere le loro storie dimenticate in un blog di grande successo e a registrarle debitamente presso lo Yad Vashem, il memoriale ufficiale dell' Olocausto in Israele. Una storia toccante e di successo: peccato che fosse inventata. E adesso Marie-Sophie Hingst sta cominciando a pagare il prezzo della sua fantasia davvero troppo fervida. La dottoressa Hingst aveva cominciato nel 2013 a trascrivere in un blog intitolato «Continua a leggere, mio caro, continua a leggere» i ricordi che la sua nonna ebrea le avrebbe trasmesso. Storie terrificanti e vivide, ricche di particolari drammatici sulla vita e sulla morte ad Auschwitz e in altri lager nazisti. Storie che Marie-Sophie, dotata di un brillante talento per il racconto, aveva saputo rendere così bene da conquistarsi l' attenzione di 250mila lettori. La giovane storica non si era limitata a questo: dopo aver condotto (così affermò) anni di ricerche d' archivio, nel 2013 prese un volo per Israele e si recò allo Yad Vashem per far registrare i nomi di 15 suoi parenti presuntamente sterminati nell' Olocausto. In seguito, per buona misura, inviò i nomi di altre sette persone per posta elettronica. Tanto zelo le valse nel 2017 il premio di blogger dell' anno della Golden Blogger, il già citato dottorato in Irlanda e una fama crescente. Tanto che la dottoressa Hingst cominciò a scrivere sotto pseudonimo sul rispettato settimanale Die Zeit e a presiedere eventi dedicati all' Olocausto tenuti a Berlino. Una collega esperta di genealogica, però, cominciò ad avanzare dei dubbi, seguita da altri scettici e spingendo la Hingst a contrattaccare, dicendosi vittima di pregiudizi ostili. La dottoressa Gabriele Bergner, però, aveva ragione: facendo quello che indubbiamente si sarebbe dovuto fare subito, cominciò a scavare nella storia familiare della blogger e mise a nudo le sue bugie. La famosa nonna ebrea non era mai esistita: si chiamava Helga Brandl, aveva fatto la dentista, era cristiana e aveva sposato un pastore protestante di nome Rudolf Hingst. Queste imbarazzanti menzogne sono costate alla fantasiosa storica tre conseguenze, queste sì, tombali: la chiusura del suo sito web, il ritiro del premio cui tanto teneva e la comunicazione allo Yad Vashem degli opportuni aggiornamenti sulla storia della sua famiglia. Nel frattempo, a valanga, sono emerse altre invenzioni ascritte alla Hingst, tra cui la fondazione di un ospedale per i poveri di Delhi in India e una meritoria quanto mai avvenuta attività di consulenza a favore degli immigrati siriani in Germania su come comportarsi nei rapporti con le donne tedesche. Il suo legale ha tentato un salvataggio fuori tempo massimo, sostenendo che l' opera della giovane storica fosse «letteratura, e non giornalismo o Storia» e negando che in essa siano state riferite falsità sul conto della sua famiglia. La cosa più buffa in questa vicenda è che a renderla pubblica sia stato il settimanale Der Spiegel. Buffa perché nello scorso dicembre proprio ad un suo cronista, Claas Relotius, era stato revocato il premio di giornalista d' inchiesta tedesco dell' anno: era stato scoperto che si inventava di sana pianta le storie che raccontava così bene, proprio come la dottoressa Hingst.

Noa, parlano i genitori: "Ecco come è morta..." I genitori di Noa Pothoven smentiscono la tesi dell'eutanasia: "Siamo a lutto. È morta domenica davanti ai nostri occhi". Angelo Scarano, Giovedì 06/06/2019 su Il Giornale. Adesso rompono il silenzio. I genitori di Noa Pothoven, la ragazza morta in Olanda, spiegano come sono andate davvero le cose e smontano la tesi dell'eutanasia per la figlia che era caduta in depressione a 17 anni dopo uno stupro. Dopo giorni di silenzio hanno deciso di parlare e di raccontare tutto: "Non è morta per eutanasia, ma si è lasciata morire domenica dopo aver smesso di mangiare e di bere. Era assistita da una equipe di medica", hanno fatto sapere con un comunicato diffuso da quotidiano olandese De Gelderlander. E di fatto adesso alle parole segue il momento del dolore. UIn grande dolore, quello di due genitori che hanno perso la figlia dopo il dramma che ha vissuto: "Siamo completamente in lutto per Noa, e quindi non possiamo assolutamente avere questa seccatura dai media. Anche noi non vogliamo avere niente a che fare con questo. Vogliamo la pace", hanno fatto sapere. In un primo momento si era diffusa la notizia che Noa avrebbe chiesto l'eutanasia. Tesi smentita dalle strutture sanitarie olandesi e adesso smentita anche dai genitori. La ragazza a quanto pare è stata vittima della sua stessa depressione che era sfociata nell'anoressia. Troppo grande quel dolore per uno stupro subito così giovane. "È morta domenica in nostra presenza", prosegue il messaggio dei genitori. Poi conclude: "Chiediamo gentilmente a tutti di rispettare la nostra privacy in modo che come famiglia possiamo osservare il lutto".

Un amico di Noa: “Soffriva molto aveva scritto lettere d’addio già a 11 anni”. Parla l’ultimo amico di Noa. L'ha salutata venerdì, due giorni prima della sua morte. Pietro Del Re il 7 giugno 2019 su La Repubblica. ARNHEM (OLANDA). «Venerdì scorso ho visto Noa nel suo letto di morte. Erano tutti consapevoli che la sua fine era vicina, lei per prima», dice Daan Brouwer, 22 anni, amico della diciassettenne morta domenica. Studente di fisioterapia e tassista per pagare la retta della scuola di specializzazione, Daan non si dà pace «perché se n’è andata via troppo presto e perché c’erano sicuramente altre strade da percorrere per salvarle la vita». Lo incontriamo in un caffè non lontano dalla Grote Kerk, la “grande” chiesa di Sant’Eusebio, il cui sproporzionato campanile fu scapitozzato durante la Seconda guerra mondiale e poi ricostruito ancora più mastodontico di prima.

Lei è andato a trovare Noa il giorno in cui ha smesso di assumere cibo. Come stava?

«Era già sedata. Parlava con un filo di voce, sorrideva mestamente, era serena. Il dolore psicologico può essere più feroce di quello fisico. Il suo è stato insopportabile. Mi ha dato l’idea di essere molto serena al pensiero che di lì a poco sarebbero cessate le sue sofferenze».

Le aveva mai confidato le sue pene?

«Sì, perché eravamo amici. Ma non mi ha mai parlato né del suo stupro né delle molestie sessuali che aveva subito. Mi raccontava invece delle terribili conseguenze della sua malattia psichica. Ciò che la faceva più soffrire era l’anoressia: il suo spaventoso rapporto con il cibo, il terrore di ingrassare e quello di ingerire cibi che temeva fossero veleno. Sopportava molto male anche tutto l’apparato medico-sanitario che da anni l’aveva inghiottita. Era diventata intollerante alle cliniche, ai farmaci, agli stessi psichiatri. Credo che una delle ragioni che l’abbiano spinta a farla finita sia proprio la “medicalizzazione” del suo male. Del resto è stata lei stessa a parlare nella sua autobiografia degli “infernali trattamenti sanitari obbligatori” e delle “umilianti misure coercitive” a cui doveva sottostare».

I suoi cari avrebbero potuto fare qualcosa di più per lei?

«Le è stata vicina tutta la sua famiglia, direi. Quanto alle possibili terapie per salvarla non dipendevano dai suoi genitori i quali una volta prescritte potevano solo assicurarsi che Noa le seguisse. Erano le diverse cliniche e i diversi medici che le imponevano tale o tale farmaco. Una volta Noa m’ha raccontato che le avevano infilato una specie di camicia di forza. E che nel corso di tutta la sua storia psichiatrica è questo l’evento che l’ha fatta più soffrire».

Si può far risalire l’origine della sua depressione e della sua anoressia alle diverse violenze sessuali subìte?

«Una volta sua madre mi raccontò che quando Noa aveva 11 anni, subito dopo il primo episodio di molestie sessuali, trovò in un cassetto della sua stanza una grande busta contenente tante lettere d’addio indirizzate sia ai genitori sia ai suoi più cari amichetti. Il suo profondo male di vivere ha origini lontane».

Eppure ha condotto strenuamente la sua battaglia per morire. Non le sembra che ci sia qualcosa di paradossale in un atteggiamento così vitale e combattivo?

«Noa era profondamente depressa, ma era anche una ragazza molto intelligente. Aveva capito che per combattere o meglio per contenere il suo male doveva accanirsi contro qualcosa. Per alleviare il suo dolore, era quella la sola àncora a cui aggrapparsi. Ora, mi sembra una scelta nobile di averlo fatto contro le istituzioni che non forniscono strutture sufficientemente adeguate per accogliere giovani nelle sue stesse condizioni. Combattere per gli altri le faceva in parte dimenticare le sue pene».

Lei stessa si definiva una “guerriera della malattia mentale”.

«Era proprio questo. Può immaginare la fatica che ha provato nello scrivere il suo libro. Anche perché raccontare il dramma in prima persona, per una schiva e pudica come lei, è equivalso a denudarsi davanti al mondo».

Quale ricordo conserverà di Noa?

«Uno soltanto: il suo meraviglioso sorriso».

Noa e la ribellione ai ricoveri «Così è umiliante». Pubblicato giovedì, 06 giugno 2019 da Elena Tebano su Corriere.it. Arnhem (Olanda) C’è stato un prima e un dopo per Noa Pothoven, la ragazza di 17 anni vittima di violenze sessuali che domenica scorsa è morta per aver rifiutato cibo e acqua, dopo aver chiesto invano l’eutanasia. È il trattamento a cui era stata sottoposta, contro la sua volontà, per impedire che l’anoressia le provocasse il collasso degli organi interni. Noa lo aveva spiegato a chi la conosceva, lo ha scritto nel libro pubblicato a novembre scorso, «Winnen of leren» («Vincere o imparare»): non voleva che la sua volontà fosse violata. Si è opposta con tenacia all’«umiliazione», come la definiva lei, dei ricoveri coatti, all’«orrore» delle vesti contenitive che dovevano evitare si facesse male con le sue mani, alle udienze davanti ai giudici che la facevano «sentire una criminale, anche se non ho mai rubato una caramella in vita mia», al «trauma» dell’isolamento. Ma nonostante i venti ricoveri, un internamento giudiziario in ospedale durato sei mesi, anni di terapie che non sono riuscite ad aiutarla, il suo deperimento era tale che i medici dell’ospedale Rijnstate di Arnhem le hanno indotto un coma farmacologico, le hanno inserito un sondino naso-gastrico per l’alimentazione forzata e somministrato farmaci in vena attraverso una flebo. È stato il punto di non ritorno. A dicembre scorso ha compiuto 17 anni, subito dopo si è insediata una commissione che ha riunito i medici dell’ospedale Rijnstate, quello di famiglia, il suo pediatra, lo psichiatra che la seguiva e poi la stessa Noa, il padre Frans e la madre Lisette. La legge olandese prevede che per le decisioni mediche che riguardano i minori fino a 12 anni siano responsabili i loro genitori, che tra i 12 e i 16 si debba sentire il parere del minore consultando la famiglia, che dopo i 16 anni gli adolescenti abbiano sia il diritto di decidere autonomamente sia quello al rispetto della privacy (quindi possono tenere i genitori all’oscuro di tutto), a patto che siano in grado di capire le conseguenze delle loro scelte. La commissione dell’ospedale, a inizio anno, ha accertato che Noa era capace di prendere decisioni sulla sua salute, che il suo desiderio di rifiutare alimentazione forzata e flebo e di avere invece cure palliative per morire «in modo umano» era legittimo. Anche se il padre e la madre erano convinti che «non volesse davvero morire, ma solo smettere di soffrire», hanno dovuto accettare la sua scelta. È difficile soltanto immaginare la sofferenza che l’ha portata a farla. Trapelava nelle grandi cicatrici rosa che le solcavano i polsi fino alle mani. Dai tentativi di suicidio che si sono ripetuti prima e dopo i ricoveri. Domenica Noa se ne è andata nel modo in cui voleva. È impossibile pensare che sia stata una vittoria, la parola che aveva scelto per il suo libro. Forse deve essere una lezione, perché non si ripeta più. Ieri ci sono stati i funerali in forma privata.

Testo di Noa Pothoven il 7 giugno 2019. Apro gli occhi a fatica. Una camera d'ospedale, un sacco di gente attorno al mio letto. Mi si richiudono subito. Non capisco che cosa stia succedendo. «Ehi, rieccoti qui» dice piano una voce. La luce accecante mi fa sbattere le palpebre, dopodiché socchiudo leggermente gli occhi. La voce è quella di mio padre. I miei genitori sono seduti accanto al letto. «Che cosa succede?» chiedo. «Sei stata in coma. Ieri e oggi. I farmaci per il coma non funzionavano bene, ne servivano troppi, quindi ti hanno già svegliata» dice la mamma. Tossisco e butto fuori del catarro. Ho del muco nei polmoni e un tubo infilato nel naso.

«Tra un attimo la dottoressa torna di nuovo».

«Cosa intendi con "di nuovo"?».

«Ti eri già svegliata prima, ma pensava che te ne saresti dimenticata».

Gli occhi mi si chiudono un' altra volta.

«Ehi, ciao». La pediatra entra nella camera.

Sorrido e rispondo al suo saluto.

«Avrai pensato molto...». «Eh sì».

«Oggi c' è stato un grande consulto. C' erano anche alcuni medici specializzati in terapia intensiva infantile, che hanno protestato con forza quando hanno saputo di quanti farmaci avevi bisogno per restare tranquilla. Ti sei svegliata due volte durante il coma, probabilmente perché il tuo corpo si era abituato a tutti quei farmaci. E quindi abbiamo deciso di svegliarti già oggi. Devi restare ancora un po' in ospedale, con la flebo e col sondino naso-gastrico. Se ti rifiuti, ti portano in un posto dove ti legano al letto» dice Fenna. «Durante il consulto c' erano anche il tuo psichiatra e i coordinatori delle tue cure. Come procediamo ora? Dove vuoi andare quando il tuo corpo riprenderà a funzionare?».

Noa si è lasciata morire, non è stata eutanasia. Olanda, perché le cure non l’hanno aiutata? Sara Volandri il 6 giugno 2019 su Il Dubbio. Non c’è stata nessuna eutanasia, nessuna “complicità” dello Stato olandese nella scomparsa della 17enne Noa Pothoven ritenuta troppo giovane e poco lucida per ricorrere alle procedure della morte assistita. La ragazza, afflitta da una feroce depressione, si è letteralmente lasciata morire nel suo appartamento, smettendo di mangiare e bere. Insomma, tutto lo sgradevole dibattito che si è scatenato attorno a questa triste vicenda, gli schieramenti contrapposti, le polemiche e gli anatemi, ruotavano attorno a una gigantesca fake news, come purtroppo accade sempre più spesso nel tritacarne mediatico moderno. In particolare in Italia i cui organi di informazione sono stati i più zelanti e i più sensazionalisti d’Europa nello sbattere in prima pagina la tragedia della povera Noa. La giovane che soffriva da anni di depressione e anoressia per due stupri subiti quando aveva 11 e 14 anni, non ce la faceva semplicemente più a vivere. Dopo vari tentativi di suicidio e una serie di ricoveri forzati per assicurarne l’alimentazione e una ripresa psicologica, la 17enne si era rivolta a una clinica dell’Aja per chiedere l’eutanasia, nascondendo ai genitori la sua drammatica scelta. A fine dicembre lei stessa aveva raccontato a un giornale che il permesso le era stato negato: «Pensano che sia troppo giovane per morire: pensano che dovrei completare la mia cura post- traumatica, attendere finchè non sia completamente cresciuta, aspettare fino a 21 anni. Sono devastata perchè non ce la faccio ad aspettare così tanto tempo». I genitori per curare la sua depressione avevano anche proposto l’elettroshock ma le era stato rifiutato sempre a causa della giovane età. Di fronte al rifiuto di Noa di sottoporsi a ulteriori trattamenti, i genitori, d’accordo con i medici, hanno acconsentito a non ricorrere all’alimentazione forzata. Noa ha usato gli ultimi giorni per salutare la famiglia e le persone a lei care. «L’amore è lasciar andare, come in questo caso». Nel suo ultimo messaggio, tutto il suo dolore: «Dopo anni di combattimenti, la battaglia è finita. Dopo una serie di valutazioni, è stato deciso che posso andarmene perchè la mia sofferenza è insopportabile. È finita. Da troppo tempo non vivo più, ma sopravvivo, anzi neanche questo. Respiro ma non vivo». Sulla questione è intervenuto l’italiano Marco Cappato, politico ed esponente dell’Associazione Luca Coscioni, che è stato il primo a spiegare che la notizia dell’eutanasia di Stato era una bufala: «Morire smettendo di mangiare e di bere è legale in quasi tutto il mondo, anche in Italia». Resta in ogni caso un senso di profonda amarezza per la morte di una ragazza così giovane, sopraffatta da un dolore estremo e insondabile, una ragazza che nessuno è riuscito ad aiutare. 

“Nessuna eutanasia: Noa si è lasciata morire”. Cappato smentisce la ricostruzione della stampa italiana sulla morte della 17enne olandese. Il Dubbio il 6 giugno 2019. «L’Olanda ha autorizzato l’eutanasia su una 17enne? I media italiani non hanno verificato. L’Olanda aveva rifiutato l’eutanasia a Noa. Lei ha smesso di bere e mangiare e si è lasciata morire a casa, coi familiari consenzienti. Si attendono smentite e scuse». Le parole di Marco Cappato svelano uno scenario del tutto nuovo sulla vicenda di Noa, la 17enne olandese che ha scelto di morire dopo una depressione innescata da uno abuso sessuale. Sarebbe infatti del tutto infondata la notizia diffusa ieri dai giornali italiani, secondo cui lo stato Olandese avrebbe dato l’ok alla sua eutanasia. La verità sarebbe infatti un’altra.  La giovane si sarebbe lasciata morire evitando di mangiare e bere. Ed è giallo anche sull’origine della notizia della presunta eutanasia e sulla quale molti politici italiani non avevano mancato di polemizzare. A cominciare da Giorgia Meloni che si era scagliata contro il governo olandese: “Io non mi arrendo e continuerò a lottare contro la cultura della morte, contro una società insensibile che abbandona le persone fragili e offre alle vittime solo la possibilità di morire per alleviare il dolore”.

Tanto moralismo per un falso tutto mediatico. No, non me la sento di entrare a gamba tesa nella vita di una famiglia che non conosco, non è relativismo, non è lavarsi le mani. È esattamente il contrario: rispetto e amore per la vita. Angela Azzaro il 7 giugno 2019 su Il Dubbio. La vera questione etica è quella che viene prima: prima dei commenti, dei tweet, dei post su facebook. È possibile che si commentino fatti così importanti, come quello della morte di una ragazza sofferente, senza neanche aver verificato bene la notizia, senza averla conosciuta…La vera questione etica è quella che viene prima: prima dei commenti, dei tweet, dei post su facebook. È possibile che si commentino fatti così importanti, come quello della morte di una ragazza sofferente, senza neanche aver verificato bene la notizia, senza averla conosciuta, senza sapere che cosa provava, che cosa hanno provato i suoi genitori, le sue sorelle, i suoi fratelli? Possibile che senza conoscere bene i fatti ci si senta in dovere di giudicare, di sentenziare, di stabilire il confine per gli altri del bene e del male? La storia di Noa a me lascia basita per queste ragioni. È una parabola perfetta del meccanismo di cui siamo succubi e che funziona più o meno così: una notizia mal data dai media tradizionali (senza alcuna verifica delle fonte), la sua diffusione sui social, migliaia e migliaia di utenti che la commentano, pardon: che emettono una sentenza sull’episodio in questione. Più che discutere si giudica, più che capire si infliggono anni di galera, più che elaborare una questione così delicata si preferisce linciare (i genitori). Ma ripercorriamola questa catena che conduce ai giudizi sommari e alla cattiva informazione. In origine ci sono giornali e tv. Spesso quando sentiamo parlare di fakenews pensiamo alle bufale che vengono proposte sui social da siti spesso anonimi. Fosse solo così ci sarebbe da preoccuparsi ma non da disperarsi. Purtroppo invece la fakenews riguardano anche l’informazione tradizionale. Nel caso di Noa, la prima notizia, quella che ha attirato l’attenzione suscitando le polemiche, era che la sua morte fosse un caso di eutanasia. Un’eutanasia a cui il governo olandese, attraverso la commissione preposta, aveva dato l’ok. Solo dopo l’intervento di Marco Cappato, cioè 24 ore dopo, si è chiarito che non si è trattato di eutanasia, non è prevista per i minorenni. La giovane Noa, che aveva subito due violenze sessuali a distanza di anni e che soffriva di anoressia e depressione, si è lasciata morire smettendo di mangiare e bere. I genitori, è il racconto che è emerso dopo, hanno più volte ricorso anche all’alimentazione forzata. Ma questa volta, la volta in cui Noa è morta, hanno accettato la sua ferrea volontà. La confusione con l’eutanasia continua a permanere, viziando il dibattito. Temi così delicati e divisivi richiederebbero ben altra attenzione da parte di chi fa informazione. In generale notizie così sensazionali andrebbero sempre prese con le pinze e sottoposte a tutte le verifiche possibili e immaginabili. Se questa attenzione vale per l’utente facebook, ancora di più dovrebbe essere una sorta di comandamento per chi è giornalista professionista. Ma nessuno dei giornali italiani il giorno dopo ha fatto “mea culpa”, sottolineando la propria negligenza. La smentita di Cappato è stata riportata come se nulla fosse accaduto. La responsabilità è sempre degli altri, mai la nostra. Il secondo anello della catena è l’utente dei social. Il tema della vita e della morte scatena discussione e commenti. C’è da capirlo. Il problema è ragionare su come avviene il dibattito. Più che un confronto, si procede per anatemi. In questi giorni sul caso di Noa si è letto di tutto: i genitori l’hanno abbandonata, l’hanno lasciata sola, nessuno l’ha capita. Lo sgomento è comprensibile. Ciò che invece è difficile da capire è la facilità con cui le persone si sentono in dovere di giudicare la vita degli altri senza conoscerla, senza sapere il grado di sofferenza o l’impegno che in quella vicenda hanno profuso. La morte di una giovane donna non può che destare dolore. Su questo nessuno ha dei dubbi. La contrapposizione, vi prego, non è certo tra chi difende la vita e chi invece no. Né si tratta di arrogarsi il diritto o il dovere di dire se la scelta di Noa sia stata giusta o sbagliata. Non siamo qui per stabilire la verità, per costruire dogmi anche sull’esistenza di una persona su cui abbiamo letto la notizia sbagliata. La domanda da porsi è se il dibattito social, così come si è sviluppato, aiuta a creare un “senso comune” su tematiche tanto delicate ma sempre più impellenti in una società ad alta tecnologia medica o se, al contrario, non si crei un senso di confusione che produce solo rabbia, disinformazione, incapacità di ascolto. No, non me la sento di entrare a gamba tesa nella vita di una famiglia che non conosco, di dire la mia sulla sofferenza altrui. Non è relativismo, non è lavarsi le mani davanti a una vicenda tanto importante. È esattamente il contrario: rispetto e amore per la vita, anche quella degli altri. Ma una cosa la voglio dire anche sul merito della questione. Più passano gli anni e mi occupo da cittadina e da giornalista di questioni legate alla bioetica, più rispetto tutte le posizioni. Ma proprio perché le rispetto penso che lo Stato debba garantire a tutte le persone l’autodeterminazione e la libertà di scelta. Per il resto discutiamo, anche animatamente, ma civilmente e a partire dai dati di realtà.

Vittorio Feltri e la morte di Noa in Olanda, il suicido della stampa: Libero non c'entra e l'Ordine tace. Libero Quotidiano il 6 Giugno 2019.

Accertato. La ragazza olandese di cui ieri tutti i giornali raccontavano la morte per eutanasia in realtà è deceduta perché non si nutriva più e non beveva più. Molte anoressiche fanno la stessa fine, incurabili e insensibili anche alle cure dei familiari. Pertanto la notizia che Noa sia stata uccisa con il benestare dello Stato è semplicemente falsa. Ciò nonostante è stata data con grande rilievo in prima pagina dalla totalità dei quotidiani, incluso il cattolico Avvenire, specialista in prediche contro lo scandalismo e generi affini. Addirittura i giornali hanno pubblicato in vetrina la fotografia della giovinetta pur sapendo che i minori non debbano figurare in effigie sui nostri fogli.

È vietato. Non c'è stato un sol collega che abbia controllato la fondatezza della notizia in questione e abbia rammentato che il volto dei bambini e degli adolescenti non possa essere riprodotto dalla stampa. Si tratta di impedire siano riconosciuti. Di conseguenza mi rivolgo all'Ordine nazionale dei giornalisti e in particolare a quello della Lombardia per denunciare l'accaduto e per sapere come si intende procedere per sanzionare coloro che hanno commesso il descritto abuso. Noi di Libero siamo sistematicamente perseguiti dalla corporazione per la qualità stilistica dei nostri titoli, addirittura veniamo sanzionati severamente poiché diciamo pane al pane e vino al vino, poi ci tocca assistere allo scempio commesso dai cronisti alle prese col dramma olandese senza che i giudici dell'Albo muovano un dito per punire i responsabili. Personalmente sono stato sospeso tre mesi dall'Ordine, ovvero condannato alla disoccupazione, per la famigerata vicenda Boffo soltanto perché il quotidiano del quale ero a capo raccontò una storia parzialmente vera nei dettagli. Risultato: il povero Boffo, direttore ai tempi di Avvenire, è scomparso dalla circolazione mediatica mentre io sono ancora qui a rompere i coglioni.

Ci sarà un motivo. Recentemente l'Ordine mi ha tirato le orecchie perché ho scritto che i criminali islamici sono da scartare, secondo i comandamenti di Trump. Adesso sono curioso di sapere come agirà nei confronti di chi ha enfatizzato la bufala riguardante Noa deceduta naturalmente e fatta passare per vittima delle istituzioni.

Non ho finito. Chiedo al presidente della commissione disciplinare, tale Colonnello, se intenda o meno comportarsi da caporale nel sorvolare sulla foto di Greta, 16 anni, la cui foto è apparsa illegalmente su qualsiasi media. Sono quasi certo che egli farà orecchio da mercante e continuerà a prendersela con noi, risparmiando i suoi amici di sinistra spinta. Vittorio Feltri

Effetto Noa: l'attrazione terribile per il suicidio. Giordano Bruno Guerri, Domenica 09/06/2019, su Il Giornale. La pubblicità è l'anima del commercio, si diceva una volta, e il principio si applica anche alla morte, per quanto assistita. Non sorprende che, dopo il tragico caso di Noa, la clinica olandese che si occupa di suicidio assistito sia stata sommersa da richieste provenienti da tutto il mondo: anche se con quella morte non aveva a che fare, per il solo fatto di essere stata citata. È la conferma che molti desiderano farla finita. Malati terminali cui resta soltanto dolore senza speranza, oppure depressi e infelici, rovinati o giovani disillusi, quando si accorgono che la vita è altra cosa da quello che credevano. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, il suicidio rappresenta l'1,4 per cento dei decessi, è la diciassettesima causa di morte, e la seconda per i giovani fra i 15 e il 29 anni. Ogni anno si uccidono circa 800mila individui, uno ogni 40 secondi. Per ogni suicidio riuscito almeno 20 falliscono, segno forse di una scarsa determinazione, ma anche un calcolo certo: ogni due secondi qualcuno si accosta volontariamente alla morte. È vero, numeri e percentuali ci dicono che al momento il fenomeno è in calo quasi ovunque, da meno di 13 casi ogni 100mila abitanti nel 2000 a 10,6 nel 2016, con un calo ancora maggiore in Europa, da 21,8 a 15,4 per cento. In Italia siamo a poco più della metà, 8,2 casi ogni 100mila abitanti, ma non è con le statistiche che ci si consola: un'afflizione fatale è ovunque attorno a noi, e c'è da credere che il numero delle morti volontarie aumenterebbe, se suicidarsi fosse facile. La poetessa americana Dorothy Parker, morta con semplicità per un infarto a 74 anni, scrisse: «I rasoi fanno male; i fiumi sono freddi; l'acido macchia; i farmaci danno i crampi. Le pistole sono illegali; i cappi cedono; il gas fa schifo. Tanto vale vivere...». Vi si aggiunga l'orrore che si prospetta alla mente di un suicida solitario e clandestino: chi troverà il suo corpo? Quando? In quali condizioni? Un aumento delle «cliniche della morte», legali e a basso costo, provocherebbe dunque, forse, un aumento dei suicidi. Dico forse perché - probabilmente - invece, li limiterebbe, perché non si potrebbe andare in una di quelle cliniche come si va dal salumiere: «Mi dia una buona morte, bella veloce, mi raccomando». Forse può accadere in Svizzera, dove tutto è stato monetizzato e basta pagare 10mila euro. Ma la clinica olandese è l'esempio della civile applicazione di una civilissima legge. Non si lucra sul dolore disperante, prima si verifica se davvero ci sono la condizione e la convenzione. Chi si vuole uccidere è malato di sofferenza, fisica o mentale. Non lo si dovrebbe lasciare solo, o lo si aiuta a vivere o lo si aiuta a morire. Così, almeno, dovrebbe fare un bravo Stato con i suoi cittadini.

Facebook chiude 23 pagine che diffondevano fake news o messaggi violenti: “Metà a sostegno di Lega o M5s”. In totale, gli account oscurati raggruppavano quasi 2,5 milioni di follower, con 2,44 milioni di interazioni solo negli ultimi tre mesi. Tra le bufale diffuse, il video di un gruppo di immigrati che prendeva a calci un'auto dei Carabinieri. Ma si trattava della scena di un film. Il Fatto Quotidiano il 12 Maggio 2019. he per Davide Casaleggio, è il fondatore del nuovo movimento con Di Maio”. Facebook ha chiuso 23 pagine italiane che, in totale, raggruppavano quasi 2,5 milioni di follower. La decisione dei vertici del social media è arrivata a seguito di un’indagine del movimento cittadino Avaaz che ha raccolto numerosi messaggi che diffondevano informazioni false e contenuti anti-vaccini, antisemiti e contro gli immigrati a ridosso delle elezioni europee. Tra queste, oltre la metà erano a sostegno di Lega o M5s. “Ringraziamo Avaaz – afferma un portavoce di Fb – per aver condiviso le ricerche affinché potessimo indagare. Siamo impegnati nel proteggere l’integrità delle elezioni nell’Ue e in tutto il mondo”. Il portavoce ha poi spiegato che la scelta di rimuovere alcune pagine è legata al fatto che in molti casi si trattava di “account falsi e duplicati che violavano le nostre policy in tema di autenticità, così come diverse pagine per violazione delle policy sulla modifica del nome”. Sono anche stati presi dei provvedimenti per account “che hanno ripetutamente diffuso disinformazione. Adotteremo ulteriori misure nel caso dovessimo riscontrare altre violazioni”, conclude. Le 23 pagine chiuse, afferma Avaaz, “avevano in totale più follower delle pagine ufficiali di Lega (506mila follower) e Movimento 5 Stelle (1,4 milioni follower) messe insieme. Avevano inoltre generato oltre 2,44 milioni di interazioni negli ultimi tre mesi“. Facebook ha deciso di agire dopo che Avaaz ha segnalato numerose violazioni delle condizioni d’uso della piattaforma, come cambi di nome che hanno trasformato pagine non politiche in pagine politiche o partitiche, l’uso di profili falsi, contenuti d’odio. La pagina più attiva, spiegano gli attivisti, era Vogliamo il Movimento 5 stelle al governo, una pagina non ufficiale a sostegno del partito pentastellato. E tra le fake news diffuse da questa pagina ce n’era una, continuano quelli di Avaaz, su una “falsa citazione attribuita allo scrittore e giornalista anti-mafia Roberto Saviano, secondo la quale aveva dichiarato che avrebbe ‘preferito salvare i migranti che le vittime italiane dei terremoti’. Non l’aveva mai detto, ma è stato obbligato a negarlo pubblicamente”. La più attiva pagina a sostegno della Lega, invece, era Lega Salvini Premier Santa Teresa di Riva: “È stata quella – precisa il movimento cittadino – che di recente ha maggiormente condiviso un video che mostrava migranti intenti a distruggere una macchina dei carabinieri. Il video, che ha quasi 10 milioni di visualizzazioni, è in realtà una scena di un film e la bufala è stata smascherata molte volte negli anni, ma il filmato continua ad essere condiviso”. Avaaz aveva condotto un’indagine simile anche in Spagna, ottenendo un risultato simile: la chiusura da parte di Facebook di tre network di estrema destra che diffondevano disinformazione, per un totale di 17 pagine e 1,4 milioni di follower, a pochi giorni dalle elezioni politiche nazionali dello scorso aprile.

Avaaz, l'ong legata a Soros che segnala a Facebook le pagine fake. L'oscuramento delle pagine fake in Italia voluto da Facebook è arrivato dopo le segnalazioni di Avaaz, l'ong con sede a New York che ha profondi legami con il tutto il mondo progressista internazionale, Soros compreso. Roberto Vivaldelli, Domenica 12/05/2019 su Il Giornale. “Qualcosa si muove, finalmente. Qualche anno fa denunciai pubblicamente le pagine Facebook che rilanciavano fake news. Oggi, dopo mesi, dopo il referendum e le elezioni, finalmente pagine con milioni di visualizzazioni per notizie false e diffamanti sono state chiuse”. Il primo ad esultare sui social è l’ex premier Matteo Renzi: nella giornata di oggi, infatti, come riporta l’Ansa, Facebook ha chiuso 23 pagine italiane con oltre 2,46 mln di follower che "condividevano informazioni false e contenuti divisivi contro i migranti, antivaccini e antisemiti, a ridosso delle elezioni europee: tra queste, oltre la metà erano a sostegno di Lega o Movimento Cinque Stelle". La decisione è giunta grazie alle segnalazioni di Avaaz. "Ringraziamo Avaaz - afferma un portavoce di Fb - per aver condiviso le ricerche affinché potessimo indagare. Siamo impegnati nel proteggere l'integrità delle elezioni nell'Ue e in tutto il mondo". Le 23 pagine chiuse, afferma Avaaz, "avevano in totale più follower delle pagine ufficiali di Lega (506mila follower) e Movimento 5 Stelle (1,4 milioni follower) messe insieme. Avevano inoltre generato oltre 2,44 milioni di interazioni negli ultimi 3 mesi". La pagina più attiva, rende noto l’organizzazione non governativa con sede a New York, era "Vogliamo il movimento 5 stelle al governo", una pagina non ufficiale a sostegno del Movimento 5 Stelle: quella a sostegno della Lega, invece, è 'Lega Salvini Premier Santa Teresa di riva’. Come spiega l'ong che collabora con Facebook ”è stata quella che di recente ha maggiormente condiviso un video che mostrava migranti intenti a distruggere una macchina dei carabinieri”. Fin qui, nulla di strano. La disinformazione sui social network esiste e sono numerose le pagine, che pubblicano contenuti che violano le regole della piattaforma. Tuttavia, non si può ignorare il fatto che Avaaz non sia un organo imparziale ed è facilmente dimostrabile che le segnalazioni della ong fondata da Ricken Patel nel 2007 siano politicamente orientate e tutt’altro che super partes. Lo dimostrano le battaglie politiche dell’organizzazioni e i finanziamenti di cui ha beneficiato. avaaz.org, infatti è stata co-fondata da Res Publica e dal gruppo progressista MoveOn.org. Quest’ultimo, vicino al partito democratico americano, ha ricevuto nel 2004, secondo il Washington Post, "1,6 milioni di dollari da "George Soros e sua moglie". Come conferma anche Asra Q. Nomani sul Wall Street Journal, parlando delle proteste progressiste contro il giudice conservatore Kavanaugh “MoveOn.org l’organizzazione vicina ai democratici e fondata grazie al denaro di Soros, ha inviato al suo esercito di seguaci un modulo dove poter richiedere i biglietti del treno per arrivare a Capitol Hill”. Come riporta quest’inchiesta, il primo nome associato all’organizzazione no-profit che, secondo il Guardian, “si fonda totalmente sulla generosità dei singoli membri, che hanno consentito di raccogliere oltre 20 milioni di dollari” è quello del Ceo, il canadese Ricken Patel. Prima di co-fondare la comunità online ha lavorato per Rockerfeller Foundation, la Gates Foundation e per International Crisis Group, oltre ad essere stato volontario di MoveOn.org, come racconta il Times. Tom Perriello, il secondo nome sulla lista dei fondatori di Avaaz è un "funzionario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti", nonché un avvocato, che "e già rappresentante della Virginia presso il Congresso degli Stati Uniti”. Ovviamente, è un membro del Partito democratico americano. Le battaglie politiche della comunità online la dicono lunga su quanto sia schierata e "partigiana". Nel 2018, per esempio, come ricorda Gli Occhi della Guerra, Avaaz ha lanciato una petizione contro l’organizzazione dei Mondiali in Russia. Nel mirino c'erano Vladimir Putin e il presidente siriano Bashar al-Assad: “Da tutto il mondo vi chiediamo con forza di opporvi ai crimini contro l’umanità che la Russia sta perpetrando in Siria: non andate a giocare i Mondiali in Russia. Onorare il regime russo ai mondiali vorrebbe dire condonare questa violenza, e nessun Paese, squadra o giocatore dovrebbe farlo”. C’è poi l’Italia, che all’ong americana sembra interessare particolarmente, almeno durante il periodo elettorale. Nel febbraio dello scorso anno, come scriveva Franceso Boezi su IlGiornale.it, Avaaz invitava a votare contro la coalizione di centro-destra data per vincente in tutti i sondaggi: tant’è che sulla sua pagina Facebook veniva pubblicato un video dal contenuto eloquente: "La coalizione Berlusconi Salvini Meloni è quasi maggioranza. Maggioranza. Ma possiamo fermarli, basta votare per il candidato con più possibilità di battere la destra nel tuo collegio. Il quattro marzo vota con la testa”.

Tutti i sospetti sulla Ong che denuncia le fake news. Avaaz è la più potente rete di attivisti online. Megafono per l'intervento in Libia e contro Lega e Forza Italia. Gian Micalessin, Martedì 14/05/2019, su Il Giornale.  Facebook s'è scelta un giudice e l'ha incaricato di liberare le sue pagine dalle false notizie. Quel giudice globale si chiama Avaaz e in Italia ha già fatto chiudere 23 pagine sospette. Non abbiamo elementi per negarne la colpevolezza, ma in questa grande caccia agli untori, colpevoli d'incrinare le certezze degli elettori e le verità algoritmiche di Mark Zuckerberg, anche la competenza, l'indipendenza e la neutralità del giudice prescelto rappresentano incognite non da poco. Dietro Avaaz, in sanscrito antico «la voce», lavora un'associazione online messa in piedi nel 2007 dai circoli più «progressisti» e «politicamente corretti» degli Stati Uniti. Un'associazione che grazie a finanziamenti non sempre trasparenti si trasformerà in quella che il quotidiano Guardian definisce «la più ampia e potente rete di attivisti on line». Talmente potente da diventare, nel 2011, il megafono globale della campagna per l'intervento in Libia spingendo Obama ad avvallare la no fly zone voluta da Parigi e ottenere la caduta di Muhammar Gheddafi. Una campagna seguita, nel 2015, dai finanziamenti per oltre mezzo milione di dollari a quel vascello del Moas, vero battistrada di tutte le Ong arrivate poi a traghettare migranti in Italia. Non paga dei disastri libici, Avaaz garantisce il suo sostegno politico ed economico anche alla rivolta siriana costata 400mila vite arrivando, nel 2016, a invocare una no fly zone in difesa delle zone di Aleppo occupate da Jabhat Al Nusra, la costola siriana di Al Qaida. Sul fronte italiano, la plateale partigianeria di Avaaz non è meno spregiudicata. Qui i suoi agit-prop promuovono nel 2013 le campagne per la cacciata dal Senato di Silvio Berlusconi. E al grido di «Salvare Berlusconi è illegale» lanciano una campagna di firme per far pressioni sui settori del Pd poco convinti della necessità di far decadere il Cavaliere. Solo cinque anni dopo, Avaaz è il fulcro della campagna online che invita gli elettori del Sud Italia a votare i pentastellati per fermare l'avanzata di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia. «Il movimento cittadino Avaaz lancia un appello per unire gli elettori contro l'estrema destra - annuncia nel febbraio 2018 - votando per il candidato che ha più possibilità di batterli: la coalizione di centrosinistra o il Movimento 5 Stelle». Guarda caso è proprio in Sicilia e nel Sud che si concretizza nel marzo 2018 il successo dei pentastellati. Visto l'attivismo nello spostare voti, attirar migranti e attaccare Berlusconi, bisognerebbe chiedersi se Avaaz stia dalla parte dei giudici, come propone Facebook, o da quella degli imputati. Ma l'ambiguità di Avaaz non è l'unica. Pensate a «Newsgard» il «guardiano delle notizie» (letterale) scelto da Microsoft - e pronto a sbarcare in Italia - per proteggerci da siti colpevoli di far il giochino di Russia, movimenti sovranisti o gruppi illiberali. Anche qui la presunta indipendenza è resa dubbia dalla presenza nel comitato di consulenza del danese Anders Fogh Rasmussen, ex-segretario generale Nato fondatore di «Alliance of Democracies Foundation», il cui obiettivo è tenere l'Europa lontana dall'influenza russa. La grande battaglia per la «verità» sembra nascondere il tentativo di far spazio a un'«unica» verità. E a giudicare dai risultati delle campagne di Avaaz in Libia, Siria e sud Italia questo non sembra un gran bene.

Laura Cesaretti per “il Giornale” 13 maggio 2019. L' accusa è precisa: «Affermo pubblicamente che Salvini ha usato parte dei 49 milioni di euro (i fondi spariti al centro di varie inchieste per riciclaggio e finanziamento illecito, ndr) per creare La Bestia, lo strumento di disinformazione della Lega». La sfida è chiara: «Sono curioso di capire se sarò querelato». Matteo Renzi torna in pista, con una lunga intervista su Repubblica, e sembra annusare nell' aria capitolina guai grossi in vista per il capo del Carroccio. Un po' come, nell' ormai lontano 2009, Massimo D' Alema «fiutò» l' aria delle procure attorno al governo Berlusconi e avvertì che, di lì a poco, sarebbero arrivate «scosse» e che l' opposizione doveva essere «pronta» ad affrontarle. Ora l' ex premier Pd affonda il colpo sui 49 milioni, dei cui oscuri passaggi di mano e destinazione si stanno occupando diverse procure, e aspetta la risposta. Che arriva, esattamente nei termini che Renzi aveva previsto: «Non querelo quasi mai nessuno - spiega il vicepremier leghista- Se avessi dovuto querelare Renzi tutte le volte che mi ha insultato... Tanto lo stanno giudicando gli italiani». Insomma, Salvini preferisce lasciar cadere l' accusa di aver usato quei fondi (su cui i tribunali hanno calato la mannaia del sequestro) per alimentare la sua macchina della propaganda denominata, in modo poco rassicurante, «La Bestia». Ma Renzi non molla l' osso, evidentemente convinto che «il tempo è galantuomo» e quei nodi, per il capo leghista e per i partiti che guadagnano voti diffondendo «fake news» facendo «pagare il contribuente», arriveranno al pettine: «Nei prossimi mesi ci saranno novità», assicura, e «Salvini ha una paura matta della verità». Poi avverte: «Salvini non è un pericolo per la democrazia. Dirlo lo trasforma in martire e ci porta a giocare la partita che lui vuole giocare. Salvini è qualcosa di diverso, forse persino di peggio: un seminatore di odio, un predicatore di intolleranza. Il pericolo per la democrazia casomai deriva dall' utilizzo spregiudicato di fake news sui social». Ed è di questa operazione di diffusione di contenuti destinati a provocare «paura e intolleranza» che l' ex leader del Pd accusa la macchina comunicativa del capo del Carroccio. Macchina costosa, la «Bestia», che serve a produrre e propagare i continui messaggi social del Capitano, calibrati nei toni e nei destinatari dall' ampio staff guidato da Luca Morisi: martellamento costante di autopromozione, che ora è quasi interamente a libro paga del Viminale: il «Sistema Intranet» che gestisce le pagine social di Salvini, è curato da Morisi e Andrea Paganella, oggi stipendiati rispettivamente come consigliere strategico e capo della segreteria. Sotto di loro lavorano i quattro membri del «team social» salviniano (tra cui il figlio di Marcello Foa), tutti assunti al ministero. Il costo totale, per le casse pubbliche, è di 314mila euro l' anno, senza contare i 90mila del capo ufficio stampa Pandini: la «Bestia», ha calcolato l' Espresso, ci costa circa mille euro al giorno. Ma è sulla fase precedente all' arrivo al governo di Lega e Cinque Stelle che si concentra l' attenzione di Renzi, che da tempo chiede una commissione parlamentare d' inchiesta «sulle fake news», sui legami tra «La Bestia» di Salvini e le aziende pubbliche, per capire se parte dei 49 milioni sottratti dalla Lega sono finiti a Morisi e se la Casaleggio Associati prende soldi da soggetti pubblici». In Parlamento è stata anche depositata, nel novembre 2018, una interrogazione Pd che poneva le stesse questioni al ministro dell' Interno. Interrogazione rimasta senza risposta. Ora però attorno Salvini sembra crescere l' assedio: il caso Siri, l' inchiesta lombarda che lambisce Giorgetti, la procura di Genova che dà la caccia ai 49 milioni. E Renzi si dice certo che qualche «novità» sia in arrivo.

 CI MANCAVA SOLO IL “MINISTERO DELLA VERITÀ”. Antonio Grizzuti per “la Verità” il 14 maggio 2019. Sbarcano anche in Italia i guardiani delle notizie e inevitabilmente il pensiero corre al «ministero della Verità», uno dei quattro dicasteri descritto nel romanzo 1984 di George Orwell, quello responsabile della vigilanza sull' informazione e sulla propaganda. Da ieri, infatti, è attivo nel nostro Paese il servizio offerto da Newsguard, una startup fondata l' anno scorso negli Stati Uniti che si occupa di svolgere «ricerche sulle testate giornalistiche online per aiutare i lettori a distinguere quelle che fanno realmente giornalismo, da quelle che non lo fanno». Il meccanismo è piuttosto semplice: è sufficiente installare l' apposita estensione nel proprio browser e da quel momento in poi, ogni qual volta si visiterà un sito di informazione, nella barra a fianco all' indirizzo apparirà un simbolo verde (rispetta i parametri di credibilità e trasparenza), rosso (non affidabile) oppure giallo (satira). Dietro a quello che può apparire un banale giochino tecnologico c' è in realtà un lavoro imponente. Nell' esaminare un sito, la redazione di Newsguard prende in considerazione nove criteri, cinque relativi alla credibilità (pubblicazione di contenuti falsi, raccolta di informazioni in modo responsabile, correzione e spiegazione degli errori, gestione della differenza tra notizie e opinioni, titoli ingannevoli) e quattro alla trasparenza (dichiarazione sulla proprietà e sui finanziamenti, distinzione dei contenuti pubblicitari, informazioni sui responsabili e presenza di conflitti di interesse, nomi e profili degli autori dei contenuti). A ciascuno di essi corrisponde un punteggio: se il sito raggiunge almeno 60 punti verrà giudicato affidabile, altrimenti si beccherà il bollino rosso. Se necessario, prima di pubblicare la valutazione, gli analisti potranno contattare gli autori dei contenuti sotto esame per chiedere chiarimenti. Bocciati, tanto per fare qualche esempio, il portale conservatore Breitbart, e i siti di informazioni russi Sputnik news e Russia Today. Può capitare poi che una testata nel complesso sia valutata affidabile ma allo stesso tempo riceva un voto negativo in uno o più criteri, come nel caso di Corriere e Repubblica: entrambi infatti risultano insufficienti nella correzione puntale degli errori e non forniscono informazioni sufficienti sugli autori dei contenuti. Newsguard nasce nel 2018 negli Usa e i suoi fondatori sono Gordon Crovitz, una laurea in legge a Yale e un passato come editorialista al Wall Street Journal, e Steven Brill, fondatore di diverse testate. Nel ruolo di senior advisor troviamo gli italiani Silvia Bencinelli (tra i conduttori della rassegna stampa di Radio3) e Giampiero Gramaglia (trent' anni all' Ansa, oggi direttore di Affarinternazionali.it). Il debutto di Newsguard arriva in piena campagna elettorale per le europee e all' indomani della notizia della chiusura di 23 pagine Facebook, in gran parte vicine a Lega e M5s, accusate di diffondere fake news. Nel Regno Unito, fanno sapere i cacciatori di notizie false, i siti etichettati come inaffidabili sono circa il 15% di quelli presi in considerazione. Ma basta guardarsi intorno per capire che quello in cui ci troviamo immersi è un clima da caccia alle streghe. «Non pretendiamo di rappresentare la verità assoluta», spiega Steven Brill, «ma la credibilità è il nostro core business, il nostro successo dipende dall' essere credibili e affidabili». La domanda che inevitabilmente ci attanaglia però è sempre la stessa: chi controllerà i controllori?

«L’offensiva anti fake? Difficile svuotare un oceano di menzogne». Oreste Pollicino, esperto Ue: «Il codice di auto regolamentazione tra i social viene monitorato. Serve una sinergia tra loro e le istituzioni, da tarare in un tavolo tecnico» Il Dubbio il 14 Maggio 2019. Facebook ha deciso domenica di cancellarne ben ventitré. Ma le pagine che propagandavano odio e fake news saldamente schierate a fianco di Lega e 5 Stelle potrebbero essere soltanto la punta dell’iceberg. Nel rapporto che l’ong Avaaz ha consegnato ai vertici di Menlo Park, il business dell’intolleranza sembra contare infatti su numeri ben più ampi. Ad aver violato le regole del social di Zuckerberg, ci sarebbero infatti altre 14 sottoreti coordinate che vedrebbero coinvolte ben 104 pagine divise in sei gruppi che contano su 18,26 milioni di follower e 23 milioni di interazioni negli ultimi tre mesi. Un vero oceano di menzogne e provocazioni quotidiane, che la Commissione europea ha tentato di arginare già a partire dall’anno scorso, quando ha affidato a un task force di 39 esperti il compito di elaborare una strategia contro l’odiosa tirannide della disinformazione. Della squadra anti- fake news, fa parte in rappresentanza dell’Italia anche Oreste Pollicino, giurista e docente di diritto costituzionale all’Università Bocconi di Milano.

Professore, sono state appena chiuse 23 pagine di fake news. Ed altre ancora sono già nel mirino. I social hanno cominciato a reagire contro le bufale dopo anni di inerzia?

«Difficile desumere da un singolo evento un quadro d’insieme più articolato. Ma certamente siamo in presenza di un importante indizio. Anche se i social non sono mai stati del tutto inerti neppure in passato, da qualche tempo hanno cominciato ad assolvere alle richieste formulate dal comitato dei saggi di cui faccio parte, che sono poi confluite nel codice di autoregolamentazione contro le fake news di cui le piattaforme si sono dotate per affrontare il fenomeno. Hanno cominciato a cooperare maggiormente con l’autorità pubblica, ma sono diventate più sensibili anche alle segnalazioni di società competenti e di privati».

Però è come provare a svuotare il mare con un cucchiaino. Le pagine dell’odio sono a migliaia. Come riconoscerle?

«Dei passi in avanti ci sono stati. Proprio come accaduto nel caso delle pagine social chiuse di recente, spesso all’origine degli spazi dei disinformatori professionali ci sono pagine di intrattenimento o di marketing che nel tempo hanno variato la loro denominazione, ma hanno traghettato nella nuova “destinazione d’uso” della pagina anche gli utenti e i vecchi followers. Parliamo di persone che si sono spesso ritrovate ad essere sostenitori di un partito o di un altro, a loro insaputa. Una circostanza che può certamente profilare un danno a quella consapevolezza critica che è alla base del diritto di voto».

Dalle elezioni americane alla Brexit, le fake news hanno giocato un ruolo non indifferente. Eppure né le leggi né i social sono ancora riusciti a fornire una risposta concreta a quello che è un vero pericolo per la democrazia. Come mai?

«Ai sensi delle direttive europee i social non sono obbligati a effettuare un monitoraggio preventivo dei contenuti. Tra l’obbligo e l’inerzia, esistono tuttavia decine di sfumature. La strada migliore per contrastare le fake news è al momento quella della cooperazione tra piattaforme e istituzioni. L’obiettivo da centrare è quello di creare man mano una best practice che possa essere d’esempio per tutte le altre realtà social che si fondano sulla condivisione».

A gennaio dell’anno scorso la Commissione europea ha accettato il codice di condotta di cui hanno deciso di dotarsi i social contro le fake news. Ma è stato stabilito anche che se lo stesso non dovesse rivelarsi efficace, Bruxelles provvederà a varare una normativa europea più vincolante. La legge arriverà oppure no?

«In questo momento siamo in una fase di monitoraggio del codice di autoregolamentazione che si sono dati i social. Ci troviamo insomma in una fase transitoria che dovrà descrivere un quadro di insieme più ampio. Difficile dire tuttavia che cosa accadrà al termine della fase di sperimentazione. Le prossime europee rendono impredicibile il futuro».

La task force europea di cui fa parte ha avuto un ruolo importante nel disegnare la strategia di contrasto alla disinformazione. Quali sono le linee guida che avete individuato voi esperti?

«Alla base di tutto ci sono due pilastri. In primo luogo abbiamo segnalato la necessità di una sinergia tra social e istituzioni, da mettere a punto attraverso un tavolo tecnico, un codice di condotta o un gruppo di esperti. In secondo luogo è assolutamente necessario puntare all’educazione digitale degli utenti. Comuni e regioni devono investire con maggiore decisione sull’educazione di dei giovani ai nuovi media».

In tanti sono però scettici sulla guerra alle fake news. Dicono che è impossibile abolire le bufale per decreto. È così?

«Anche le false notizie rientrano nel campo della libertà d’espressione. Il diritto a mentire certamente esiste, ma può essere contrastato nella misura in cui esso va oltre il diritto individuale e pregiudica l’interesse collettivo al diritto costituzionalmente tutelato di essere informati».

È venuto il momento di staccare la spina ai social network. L’analisi del New York Times: con Facebook Mark Zuckerberg ha creato un “leviatano” che divora i concorrenti restringe la scelta del consumatore e viola il suo diritto alla privacy. Chris Hughes il 14 Maggio 2019 su Il Dubbio. L’ultima volta che ho visto Mark Zuckerberg era l’estate del 2017, alcuni mesi prima che scoppiasse lo scandalo di Cambrige Analytica. Ci incontrammo al Campus di Facebook a Menlo Park, in California, e da lì mi portò a casa sua, in un tranquillo e rigoglioso quartiere.  Passammo insieme un’ora o due mentre sua figlia piccola ci girava intorno.  Parlammo soprattutto di politica, un po’ di Facebook, e un po’ delle nostre famiglie. Quando le ombre crebbero lunghe, dovetti andar via. Abbracciai sua moglie, Priscilla, e dissi addio a Mark. Da allora, la sua reputazione e quella di Facebook è crollata. Le scorrettezze dell’azienda sono su tutte le prime pagine. Sono passati 15 anni da quando fondammo insieme Facebook ad Harvard, e non lavoro con lui da almeno dieci, ma mi sento comunque responsabile. Mark è ancora la stessa persona di allora, una brava persona. Ma è proprio questo a rendere il suo potere incontrollato un problema. La sua influenza è sbalorditiva, molto più di chiunque altro nel settore privato o nel governo.  Controlla tre principali piattaforme di comunicazione – Facebook, Instagram e Whatsapp – che miliardi di persone usano tutti i giorni. Il comitato di Facebook è un organo più consultivo che di sorveglianza, perché Mark controlla circa il 60% delle quote. Stabilisce da solo le regole per distinguere un linguaggio violento da uno offensivo, e può scegliere di silenziare un avversario acquisendolo, bloccandolo o copiandolo. Preoccupa che l’ambizione lo abbia portato a sacrificare sicurezza e civiltà in cambio di un click. Sono deluso da me stesso per non aver capito che gli algoritmi avrebbero potuto cambiare la nostra cultura, influenzare le elezioni e rafforzare i leader nazionalisti. E temo che Mark si sia circondato di persone che rinforzano le sue idee piuttosto che combatterle. Il governo deve ritenerlo responsabile. La sanzione di 5 miliardi che ci si aspetta gli imponga l’agenzia federale per il controllo sul mercato, non sarà sufficiente. Il potere di Mark è senza precedenti, “non americano”. E’ tempo di rompere con Facebook. L’America è stata costruita sull’idea che il potere non dovrebbe concentrarsi in una sola persona, perché siamo tutti vulnerabili. Proprio per questo i fondatori di Facebook hanno creato un sistema di controlli e contrappesi. Non c’era bisogno di prevedere il suo successo per comprendere la minaccia che una società gigantesca avrebbe posto alla democrazia. Jefferson e Madison erano voraci lettori di Adam Smith, secondo il quale i monopoli impediscono la competizione, che invece fa crescere l’economia. Negli ultimi 20 anni più del 75% delle industrie americane, dalle compagnie aree a quelle farmaceutiche, hanno creato concentrazioni sempre più grandi, e la grandezza media delle società pubbliche è triplicata. La stessa cosa sta accadendo ai social media e alla comunicazione digitale. Dal momento che Facebook domina i social, non deve affrontare le responsabilità basate sul mercato. Questo vuol dire che ogni volta che Facebook commette degli errori, ripetiamo uno schema inesausto: prima l’indignazione, poi la delusione, infine la rassegnazione. Nel 2005, ero nel primo ufficio di Facebook in Emerson Street a Palo Alto, quando lessi la notizia che la News Corportation di Rupert Murdoch stava acquisendo il sito di social network Myspace per 580 milioni di dollari. Sentii un “wow” e la notizia rimbalzò silenziosamente attraverso la stanza. I miei occhi si spalancarono. 580 milioni di dollari, sul serio? Facebook stava gareggiando con Myspace, anche se indirettamente. I nostri utenti erano più coinvolti, con visualizzazioni giornaliere. Se Myspace valeva così tanto, Facebook avrebbe potuto valere almeno il doppio. Fu questa spinta alla “domininazione” che portò Mark ad acquisire negli anni dozzine di società, comprese Instagram e Whatsapp nel 2012 e nel 2014. Facebook è passato da un progetto sviluppato dalla stanza di un dormitorio universitario a una società seria con tanto di avvocati e un dipartimento di risorse umane. Avevamo quasi 50 impiegati, e le loro famiglie facevano affidamento su Facebook per mettere il piatto in tavola. Mi resi conto che non sarebbe mai finita: più diventiamo grandi, più dovremo lavorare per continuare a crescere. Quasi un decennio dopo, Facebook ha guadagnato il prezzo del suo dominio. Vale mezzo trilione di dollari e comanda, secondo la mia stima, più dell’ 80% del fatturato mondiale dei social network. Questo spiega perché anche nell’anno peggiore per Facebook, il 2018, il suo guadagno per azioni crebbe del 40% rispetto all’anno precedente. Il suo monopolio è visibile anche nelle statistiche. Il 70 per cento degli americani adulti usa abitualmente i social media, e la maggior parte di essi è su Facebook. Quasi due terzi usa il sito principale, un terzo usa Instagram e un quinto Whatsapp. Meno di un terzo usa Pinterest, Linkedin o Snapchat. Quello che è nato come uno svago è diventato il modo principale in cui la gente di ogni età comunica online. Anche se le persone volessero lasciare Facebook, non avrebbero alternative significative, come abbiamo visto con lo scandalo di Cambrige Analytica. Preoccupate per la loro privacy e con una fiducia sempre minore in Facebook, gli utenti di tutto il mondo hanno dato inizio a un movimento chiamato “cancella Facebook”. Una parte di essi ha cancellato il proprio account dal telefono, ma solo temporaneamente. D’altronde, dove altro potrebbero andare? Il dominio di Facebook non è un caso fortuito. La strategia aziendale era battere ogni rivale alla luce del sole, e il governo tacitamente ha accettato. L’errore più grande da parte della F. T. C è stato permettere che Facebook acquisisse Instagram e Whatsapp. Quando non è riuscito ad assorbire i suoi rivali, Facebook ha usato il proprio monopolio per abbatterli o copiare le loro tecnologie. Nel frattempo, l’innovazione è cresciuta negli ambiti non monopolizzati del mercato, come il trasporto pubblico, e la criptovaluta. Non biasimo Mark per la sua corsa alla dominazione. Ha dimostrato che nulla è più nefasto della frenetica e virtuosa attività di un imprenditore talentuoso. Ma ha creato un leviatano che divora l’imprenditorialità a restringe la scelta del consumatore. Come abbiamo potuto permettere che accadesse? Il modello di business di Facebook è creato in modo da catturare quanta più attenzione possibile per incoraggiare le persone a creare e a condividere informazioni personali.  Paghiamo Facebook con i nostri dati e la nostra attenzione, ed entrambe le cose non sono a buon mercato.

La politica oggi? È peggio del Truman show (solo che va in diretta su Facebook). Per catturare consenso diventa necessario esibire la sfera intima, privata e familiare: come in un reality show. Lo dimostrano casi come quello di Matteo Salvini e Alessandro Di Battista. Ed è una tendenza che peggiorerà nella prossima campagna elettorale. Massimiliano Panarari l'8 dicembre 2017 su L'Espresso. C’è «la “Social-democrazia” o la minaccia dei social alla democrazia?», si è domandato in una sua recentissima copertina l’Economist, sempre più critico rispetto all’impatto delle piattaforme digitali sulle forme della convivenza civile e politica. Nel corso di questi ultimi anni, i social network sono diventati una delle principali - e, non di rado, delle più discutibili - fonti informative dell’opinione pubblica, con un’influenza considerevole, e una capacità di dettare l’agenda e il framing che li ha resi centrali nell’ecosistema dei media. Anche se non andrebbe mai dimenticato che la televisione continua a giocare un ruolo determinante su alcune fasce di pubblico (rigorosamente al di sopra dei 35 anni), e non si dovrebbe incorrere nel rischio di vederli come dei simulacri dell’opinione pubblica, esattamente come avveniva prima coi sondaggi. I politici nostrani vanno sui social, in alcuni casi, perché “non possono non esserci”, ma soprattutto perché rappresentano delle grancasse propagandistiche di prima mano, e i vettori della disintermediazione che bypassa e salta a piè pari il contraddittorio o le domande scomode dei mediatori. Siamo dunque entrati, senza ombra di dubbio, in una fase di “social-populismo”, che si alimenta frequentemente proprio di fake news. E la galassia della disinformazione, dei fattoidi e degli pseudo-eventi, in un mix di manipolazione ed esagerazioni da click baiting (l’“acchiappa-click”) a scopi commerciali e di business, ha sicuramente trovato nei social network un terreno assai fertile. Con i relativi problemi epistemologici (e cognitivi) riguardanti la pericolosa metamorfosi dei volti della verità e dell’oggettività (come gli studiosi Guido Gili e Giovanni Maddalena raccontano nel loro libro “Chi ha paura della post-verità?”, in uscita a inizio dicembre da Marietti 1820). Nell’impiego dei social media - principalmente Facebook, Twitter e Instagram - la classe politica nazionale oscilla tra l’approccio-vetrina (messa in scena e autorappresentazione di sé stessa, con l’esposizione delle proprie dichiarazioni e delle proprie vittorie, o presunte tali) e l’approccio-speaker’s corner (l’interazione con i propri militanti ed elettori, in omaggio, più formale che reale, ai principi dell’orizzontalizzazione e della partecipazione degli utenti). Ma il secondo tende spesso a trasformarsi in un approccio-tribuna, dove i titolari degli account si fanno tribuni del popolo (e mitraglie spara-tweet), e il corrispettivo “popolo della rete” militante si converte in una tribù di ultrà che attiva un meccanismo confermativo delle tesi del proprio beniamino. La presenza social di Paolo Gentiloni è di tipo molto istituzionale, specchio delle caratteristiche personali dell’uomo, e di come intende il lavoro politico, ancor più dalla postazione di palazzo Chigi, stile “forza tranquilla”. Un utilizzo differente da quello del predecessore Matteo Renzi, i cui i social vorrebbero essere “di lotta e di governo”, in un complicatissimo slalom tra due finalità comunicative antitetiche. Silvio Berlusconi, si sa, è stato il campione della stagione della neotelevisione e della videocrazia in Italia; e, infatti, ha numeri di “seguaci” decisamente inferiori a quelli dei leader politici su piazza più giovani, e trasferisce sui social un paradigma comunicativo verticalizzato tipico del piccolo schermo (che, a ben guardare, presenta parecchie, e tutt’altro che paradossali, affinità con la logica mediale top-down del Blog del tecnopasionario Beppe Grillo). Nell’universo (in grande cambiamento nei pesi interni) del forzaleghismo - come lo chiamava il compianto Edmondo Berselli - il soggetto iperdinamico è Matteo Salvini, il cui account ufficiale su Facebook, nel momento in cui scriviamo, conta 1.939.123 followers, segno inequivocabile, con tutte queste “divisioni corazzate”, dell’esistenza di un’egemonia populista (e sovranista) sul web e della scommessa (riuscita) dell’investimento sulla comunicazione online effettuato da questa parte politica. E a confermare la cifra dominante del social-populismo ci sono i numeri del “descamisado-guevarista” Alessandro Di Battista, che dispone di eserciti di followers superiori al “candidato premier” Luigi Di Maio, in un contesto generale di «narrazione rete-centrica» che di fatto è stata creata in Italia proprio dal Movimento 5 Stelle, come ha evidenziato il sociologo Giovanni Boccia Artieri. Il futuro dei social privilegerà ancora maggiormente le piattaforme fondate sulle immagini rispetto al testo: prepariamoci quindi a una campagna elettorale che vedrà un ulteriore dilagare dell’approccio-vetrina, e a un crescente diluvio di post di politici “pipolizzati” che esibiscono visivamente la loro sfera intima, privata e familiare per umanizzare la propria figura; del resto, l’ultimo coup de théâtre comunicativo del pentastellato Di Battista riguarda proprio la mancata ricandidatura in Parlamento per stare con il figlio (annunciata, naturalmente, durante una diretta Facebook). Insomma, la democrazia liberal-rappresentativa se la passa piuttosto male (ahinoi), e di certo non è stata sostituita da quella internettiana del “sentiment”.

Matteo Salvini, il dossier di Repubblica: "Il piano dei nazisti per infiltrare la Lega". Libero Quotidiano il 14 Maggio 2019. Il direttore di Repubblica Carlo Verdelli ha lanciato la nuova veste del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Non solo una questione grafica, ha sottolineato, ma anche di contenuti. Dal suo insediamento, in fondo, si erano già notati toni decisamente più barricaderi ma oggi, martedì 14 maggio, si sono fatte le cose in grande. A pagina 5 la sparata contro Matteo Salvini "ministro latitante", con titolone-guida. E a pagina 8 il picco di giornata: "Da Bossi al Capitano ecco il piano nazista per infiltrare la Lega". Un bel reportage moderato per illustrare i tentativi di elementi estremisti, fin dal 1985, per influenzare le idee del Carroccio. Il libro I demoni di Salvini svelerebbe appunto i rapporti tra la Lega e certi ambienti di destra eversiva. "Post-nazisti", per la precisione. "Questo non significa - suggerisce l'autore Claudio Gatti - che Salvini oggi, come Bossi ieri, abbia sposato la causa postnazista. E neppure che sia un burattino eterodiretto. Vuol dire che come il suo padre/padrino politico, è un uomo pronto a tutto". Attendiamo fiduciosi un articolo, e magari pure un libro, su Nicola Zingaretti che ringrazia l'Unione sovietica di essere esistita. 

Il libro su Salvini e quel pupazzetto di Zorro che scatena l'ironia social. Nel testo di Chiara Giannini escluso per apologia di fascismo dal Salone del Libro di Torino ha colpito soprattutto una citazione: "D’ingiustizie nella vita ne ha subite anche lui, sin da piccolo, quando racconta ironicamente che all’asilo gli rubarono il pupazzetto di Zorro". E l’hashtag #Zorro è stato subito tra i primi della giornata su Twitter. La Repubblica il 14 maggio 2019. Il più desiderato dalle donne dello Stivale, anche da quelle di sinistra. Vittima di perfide ingiustizie, come il furto di un pupazzetto di Zorro. Capace di toccare il cuore della gente. Capace di parlare senza aver paura di niente. Così Chiara Giannini ci introduce al “fenomeno chiamato Salvini” nell’incipit del suo libro intervista con il leader della Lega che tanto ha fatto discutere: “Io sono Matteo Salvini” -  poco più di 150 pagine a 17 euro - è infatti pubblicato dalla casa editrice Altaforte del leader di Casa Pound Francesco Polacchi, escluso per apologia di fascismo dal Salone del Libro di Torino. Quel bambino che, all'asilo, rubò il pupazzetto di #Zorro a #Salv1n1, certamente non immaginava quale responsabilità si stava prendendo nei confronti dell' umanità intera. P. S. È scritto nelle ultime due righe ; quelle prima sono un chiaro esempio di giornalismo d'inchiesta. Ora però la fotografia di una delle prime pagine del libro sta circolando sui social che ironizzano per la sua devozione al caro leader, testualmente “l’uomo più desiderato dalle donne dello Stivale, anche, di nascosto, da quelle di sinistra, malgrado non abbia propriamente la faccia del latin lover”. Oltre a quella frase vengono sottolineati altri passi dal tono moderatamente elegiaco: “c’è chi pagherebbe oro per vederlo nella quotidianità della vita privata o solo per prenderci un caffè”. Cosa per altro non difficile visti i post su instagram e il concorso “vinci Salvini”, non proprio nascosti al grande pubblico. Ma la citazione più apprezzata è questa: “D’ingiustizie nella vita ne ha subite anche lui, sin da piccolo, quando racconta ironicamente che all’asilo gli rubarono il pupazzetto di Zorro”. Lo stile è un po’ quello delle poesie del primo Bondi dedicate a Berlusconi, scrive qualcuno sui social. Ma soprattutto l’hashtag #Zorro ieri è stato tra i primi della giornata su Twitter.  "... è l'uomo più desiderato dalle donne dello Stivale, anche, di nascosto, da quelle di sinistra". Questa è solo la prima pagina. Figuratevi il resto.#Zorro.  

ALT! SICCOME IL FASCISMO NON BASTA, “REPUBBLICA” PER ATTACCARE MATTEO SALVINI TIRA FUORI IL NAZISMO.  Claudio Gatti per “la Repubblica” il 14 maggio 2019. Chiedersi se il nostro ministro dell' Interno sia fascista non è solo un esercizio inutile. È un grave errore. Non tanto perché Matteo Salvini non ha mai avuto un credo politico, quanto perché la facile smentita può estinguere un dibattito assolutamente necessario. Che deve però essere indirizzato lungo binari differenti. La vera minaccia non viene infatti dai legami con i neofascisti, bensì dall' influenza che hanno esercitato - ed esercitano tuttora - i postnazisti nel suo entourage e nel suo partito. Un' influenza che sono riuscito a ricostruire con un' inchiesta, adesso trasformata nel libro " I Demoni di Salvini", edito da Chiarelettere. Essenziale è stato il contributo di una gola profonda che mi ha aiutato a ricomporre i tasselli di un complotto ordito da un manipolo di ex neofascisti e neonazisti, che dopo aver metabolizzato fascismo e nazismo, sono divenuti "postnazisti". Che questo sia il termine più appropriato per descriverli me lo ha fatto capire una persona che ha partecipato al piano di "infiltrazione e contaminazione" della Lega. Si chiama Andrea Sciandra ed è un ingegnere elettronico oggi manager di una multinazionale europea. Chi spinge Sciandra a muoversi - l' ideatore dell' operazione - si chiama invece Maurizio Murelli, un ex neofascista che nei primi anni 70 è stato condannato a 17 anni per l' uccisione di un agente di polizia. Negli anni trascorsi in carcere, Murelli conosce la crema della destra eversiva e neofascista italiana ma, essendosi reso conto che quello del neo-fascismo è un vicolo cieco, decide di abbandonare la "via del guerriero" per intraprendere quella "del sacerdote". Apre così una casa editrice a Saluzzo (in provincia di Cuneo) e lancia la " rivista militante" Orion. Assieme a Sciandra, Murelli conclude che per dare continuità ai pilastri del pensiero fascio- nazista - quindi tradizionalismo, nazionalismo, autoritarismo e razzismo - occorre un " nuovo veicolo politico". « L' obiettivo era di individuare l' essenza dello spirito guerriero che aveva animato il nazismo e trovarne una nuova rappresentazione », spiega Sciandra. La trovano nel movimento autonomista che col tempo confluirà nella Lega Nord. Marco Battarra, stretto collaboratore di Murelli, ricorda bene quel periodo: « Quando nel 1985 la Lega ha fatto la prima riunione a Milano, contando Bossi eravamo in nove, di cui due di Orion. Nove persone in tutto, intorno a un tavolo a casa del primo segretario della Lega della sezione di Milano. E i primi manifesti della Lega sono stati stampati nella tipografia di Murelli». Poi scende in campo Alberto Sciandra, allora giovane studente del Politecnico: «Entro in quella che era Piemont Autonomista nell' 89. Nel 90 si fonda la Lega in provincia di Cuneo, e io sono uno dei cinque fondatori. Quando poi nella Lega ho incontrato tanti " camerati", mi sono detto: in tanti la pensiamo allo stesso modo, in tanti abbiamo riconosciuto che questo movimento nuovo può essere un veicolo di un pensiero più profondo che altrimenti non potrebbe assumere forma». Senza che Sciandra lo sappia, nello stesso periodo comincia il proprio lavoro di talpa politica anche Mario Borghezio, all' epoca legatissimo al mondo della destra radicale, che entra in rapporti con il gruppo di Saluzzo. Lo conferma Murelli, ma lo stesso Borghezio ammette di essere un esperto dell' arte dell' infiltrazione politica, da lui praticata inizialmente nei confronti della Dc. C' è anche una terza figura classificabile come postnazista che, come Battarra, Sciandra e Borghezio, entra nel cuore leghista. È il giornalista Gianluca Savoini, da decenni amico di Maurizio Murelli e del gruppetto di Orion. Di tendenze " nazional- rivoluzionarie" sin dai giorni del liceo, frequentatore del mondo della destra radicale all' epoca dell' università, nel 1991 Savoini entra nella Lega e qualche anno dopo trova un lavoro a la Padania. Lì stringe un rapporto stretto sia con Bossi sia con Salvini, all' epoca parcheggiato dal Senatur nella redazione del quotidiano leghista. Appena diventa segretario del Carroccio, a fine 2013, Salvini sceglie Savoini non solo come portavoce ma anche come sherpa personale che apra la strada di Mosca. Insomma gli affida un ruolo centrale sia sul fronte interno sia su quello estero. In Bossi e Salvini i postnazisti hanno trovato bersagli e complici ideali, in quanto spregiudicati leader di quello che Sciandra definisce « un corpo senz' anima » il cui unico credo - l' etno-nazionalistismo - era però in linea con i valori e il pensiero della destra radicale. Nel corso di tre decenni spregiudicatezza politica e mancanza di bussola etica hanno guidato i due leader della Lega Nord in un crescendo di artifici demagogici che li ha traghettati dalla xenofobia antimeridionale agli schemi culturali dei cospiratori postnazisti, oggi interamente assorbiti nella liturgia «metapolitica » della Lega. Questo non significa che Salvini oggi, come Bossi ieri, abbia sposato la causa postnazista. E neppure che sia un burattino eterodiretto. Vuol dire che, come il suo padre/padrino politico, è un uomo pronto a tutto. Incluso ad allearsi con i nemici della democrazia. Sia in Italia che all' estero. In Italia lo ha fatto sposando "l' essenza del fascismo", all' estero alleandosi a Vladimir Putin per il quale, guidato da Savoini, ha operato come "agente d' influenza". «Io sono ormai lontano anni luce da quelle idee, ma se guardo a Salvini dico: caspita, sta facendo ora quello a cui io e gli altri di Saluzzo aspiravamo trent' anni fa. E adesso lo trovo terribile!» commenta l' ingegner Sciandra.

DI TUTTA L’ERBA, UN FASCIO - DELBECCHI: “PER SAPERE SE MATTEO SALVINI È FASCISTA (PRENDIAMO UN NOME A CASO), BISOGNEREBBE SAPERE COS'È IL FASCISMO. Nanni Delbecchi per il “Fatto quotidiano” il 14 maggio 2019. Per sapere se Matteo Salvini è fascista (prendiamo un nome a caso), bisognerebbe sapere cos' è il fascismo. E per sapere cos' è il fascismo bisognerebbe sapere cos' è stato. Il reading dal romanzo M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (sabato sera, Rai3) ha il merito di suggerire questi dubbi. Ma nell' ora affidata a Luca Zingaretti, Valerio Mastandrea e Marco D' Amore si poteva intuire anche qualche risposta. Scurati promette (o minaccia, vedete un po' voi) una trilogia. Ma siccome "non vi sono che inizi", il periodo dalla fondazione dei fasci al delitto Matteotti risulta illuminante. Pensiamo a Mussolini come a un padre, diceva lui - e ripetono tanti pappagalli rapati a zero. Invece fu un figlio, parricida come tutti i figli. Le ideologie, le masse, le rivoluzioni, i regimi: questo fu il Novecento. L' azzardo di Mussolini, "l' uomo del dopo", fu rovesciare l' utopia socialista mettendola al servizio del capitale (dentro ogni uomo forte dorme un piccolo borghese). Nella lettura scenica ideata da Scurati e Marco Fiorini l' equilibrio tra tesi e narrazione regge; aura tenebrosa come prescrive l' attuale dittatura dolorista, ma senza il cilicio di Saviano o il ribobolo di Baricco. Se le voci sono all' altezza, tre sono meglio di una. Mettere all' indice il fantasma del fascismo può fare il suo gioco; meglio cavare gli stivaloni e strappare la maschera a chi lo inventò su misura per i propri calcoli: "M. scommise che tutti avrebbero dato il peggio di sé. E vinse la scommessa".

La lezione di Galli della Loggia: cari antifascisti, siete voi i primi a dover studiare la Costituzione. Il Secolo d'Italia lunedì 13 maggio 15:09 - di Redazione. Illuminante articolo di fondo, oggi sul Corriere della sera, di Ernesto Galli della Loggia, il quale intende difendere un principio cardine della democrazia liberale, e cioè che “tutte le opinioni devono essere libere di esprimersi, anche le più sciocche, crudeli o antidemocratiche. Ciò che è essenziale è che chi professa tali idee si limiti a divulgarle con la parola o con lo scritto senza far ricorso a mezzi violenti”. Coloro dunque che affermano che il fascismo non può essere un’opinione e che è un reato anche quando si tratta di un’opinione sono i primi intolleranti che vanno contro ciò che stabilirono i padri costituenti. La Costituzione infatti, fa notare Galli della Loggia, era talmente inclusiva e così poco rigida da ritenere che fosse vietato con disposizione transitoria ricostituire il partito fascista ma allo stesso tempo vietava solo per 5 anni il diritto di voto ai “capi responsabili del regime fascista”, cioè a coloro “che avevano contribuito in modo decisivo all’instaurazione della dittatura”. Neppure costoro la Repubblica volle mettere al bando, osserva l’editorialista del Corriere. Che fare dunque oggi con i nostalgici del fascismo? “Arrestarli tutti con il bell’effetto magari – si chiede Galli della Loggia – che qualcuno di loro decida di entrare in clandestinità e di mettersi a sparare?”. La risposta dovrebbe essere evidente, eppure – continua – “ogni volta che, come per il Salone del libro di Torino si rende visibile la sparuta presenza di qualche gruppuscolo fascista nel nostro Paese, ogni volta che qualche decina di energumeni di CasaPound mette furori la testa, nessuno del fronte antifascista si attiene all’aurea regola liberale secondo la quale le parole e le idee sono sempre permesse e che solo le azioni se incarnano una fattispecie penale, quelle sì che vanno invece impedite e duramente perseguite e sanzionate. No, in Italia questa regola sembra non valere. Di conseguenza (…) si preferisce evocare le vacue genericità di Umberto Eco sull’ur-Faschismus, lanciare il milionesimo allarme sul ritorno del fascismo, la milionesima deprecazione dell’onda nera che monta. Spacciando alla fine per chissà quale luminosa vittoria della libertà avere fatto chiudere lo stand di una scalcagnatissima casa editrice di serie zeta…”. Tutto questo – conclude Galli della Loggia – non solo è poco serio, ma è anche “ben poco in armonia con i principi di una democrazia liberale”, qualcosa di assai diverso “da quanto pensarono e fecero settant’anni fa i padri della nostra Costituzione”.

Soldi pubblici del Senato per pagare la propaganda social di Matteo Salvini. Una società fondata con soldi della Lega subito dopo le elezioni del 4 marzo da uomini del ministro. Che ha firmato un contratto con il gruppo parlamentare a palazzo Madama. Denaro usato per retribuire Morisi e il suo staff, anche dopo la loro assunzione al Viminale. Giovanni Tizian e Stefano Vergine il 14 maggio 2019 su L'Espresso. Andrea Paganella, Matteo Salvini e Luca Morisi Matteo Renzi intervistato domenica da Repubblica ha accusato Matteo Salvini di aver usato parte dei famosi 49 milioni per pagare l'ufficio propaganda della Lega. Nicola Zingaretti oggi chiede chiarezza sullo stesso malloppo che viene dal passato, ossia dalla truffa ai danni dello Stato per la quale sono stati condannati Umberto Bossi e Francesco Belsito. «Vedo che Salvini non ha problemi di soldi o finanziamenti. Vedo che alle inchieste della magistratura e dei giornalisti risponde con il silenzio. Non so dove siano finiti i 49 milioni, ma so che c'è bisogno di maggiore trasparenza», ha dichiarato il segretario del Pd. L'Espresso ha scoperto il metodo usato dalla Lega per pagare lo staff comunicazione di Matteo Salvini. I nostri documenti non provano che Morisi & co sono pagati coi 49 milioni, ma di sicuro che soldi pubblici vengono usati per seguire la propaganda personale del leader della Lega. Anche quando lo stesso staff era stato assunto al Viminale e quindi pagato con altri denari della collettività .

Il gruppo di esperti ingaggiato dal Capitano è guidato da Luca Morisi, l'eminenza grigia dei social sovranisti. Da chi è stato pagato Morisi e il suo cerchio magico, tra cui Leonardo Foa, il figlio del presidente della Rai, Marcello ? Dai documenti in nostro possesso risulta che per retribuire il gruppo è stata creata una società ad hoc che ha firmato un contratto con il gruppo Lega al Senato. Soldi pubblici usati per pagare gente che non lavora per il Senato ma per il ministro. La società si chiama Vadolive srl. Nata a maggio 2018, due mesi dopo il trionfo elettorale del 4 marzo. Vadolive è stata costituita da una parente di Alberto Di Rubba, il commercialista bergamasco che è anche il revisore dei conti del gruppo Lega al Senato. Vadolive ha sede allo stesso indirizzio di uno degli uffici dello Studio Dea. Non solo, questa società è solo apparentemente slegata dal Carroccio. Apparentemente, perché il loro capitale sociale di 10mila euro è stato versato con un assegno circolare intestato allo studio Dea. Poi, nei venti giorni che seguono l'addebito dell'assegno circolare sul conto della Dea, lo stesso studio di Di Rubba riceve poco più di 40mila euro dalla Lega Nord. Causale: saldo fatture. Una di queste reca la data del 2 maggio 2018. Esattamente il giorno di costituzione della Vadolive. Perché? Due settimane fa avevamo rivolto questa domanda, insieme a molte altre, a tutti i protagonisti di queste vicende, ma nessuno ci ha mai risposto.

Alla donna imparentata con il professionista leghista dopo pochi mesi subentra Davide Franzini: diventa socio unico e amministratore. Lo stesso è presidente del consiglio di amministrazione di Radio Padania. Nel suo primo anno di attività Valdolive ha ricevuto circa 200 mila euro dal Gruppo parlamentare Lega - Salvini Premier, l’unico modo rimasto a partiti per percepire denaro pubblico. In realtà ne avrebbe dovuti percepire molti di più in virtù di un contratto stipulato con il gruppo del Senato da 480 mila euro l’anno fino alla fine della legislatura. Poi, però, a novembre si interrompe la fatturazione e il contratto con Vadolive termina anticipatamente. I soldi ricevuti fino ad allora li ha usati per pagare, oltre che lo Studio Dea Consulting di Di Rubba, anche la squadra di Luca Morisi, il dio dei social salviniani . In tre mesi la società ha speso quasi 90mila euro per pagare Andrea Paganella, socio storico di Morisi, e tutti i giovani della propaganda salviniana, in molti casi assunti nel frattempo direttamente anche al ministero. Da Matteo Pandini, capo ufficio stampa del Viminale, a Leonardo Foa, figlio del presidente della Rai (Marcello) e collaboratore del ministro insieme a Fabio Visconti, Andrea Zanelli e Daniele Bertana, pure loro retribuiti dalla Vadolive. E per un periodo contemporaneamente pagati dal Viminale dato che risultano nell’elenco dei collaboratori a partire dai primi di giugno 2018.

La propaganda social di Matteo Salvini ora la paghi tu: e ci costa mille euro al giorno. Il primo giorno al Viminale il ministro dell'Interno ha assunto come collaboratori tutti i membri dello staff di comunicazione, incluso il figlio di Marcello Foa. Aumentando a tutti lo stipendio (tanto non sono soldi suoi). Mauro Munafò il 23 agosto 2018. I post contro i migranti e le ong, le dirette Facebook per attaccare a destra e a manca, gli sfottò nei confronti di chiunque lo critichi, le bufale razziste rilanciate a milioni di follower e fan: la comunicazione di Matteo Salvini non è diventata più istituzionale da quando è seduto nella poltrona di ministro dell'Interno. Ma qualcosa in realtà è cambiato: ora la propaganda sulle sue pagine Facebook personali non la paga più lui, ma direttamente il suo dicastero. E quindi tutti gli italiani. Nulla di illecito o illegale sia chiaro. Si tratta dei contratti di collaborazione che ogni ministro, una volta insediatosi, utilizza per formare la sua squadra. Dai documenti del ministero dell'Interno si scopre così che già il primo di giugno, primo giorno con il governo Conte insediato, Salvini ha firmato il decreto ministeriale per assumere i suoi fedelissimi strateghi social, con stipendi di tutto rispetto. Primi a passare a libro paga del Viminale sono stati Morisi e Paganella, i fondatori della “Sistema Intranet” che da anni gestisce le pagine social di Matteo Salvini e tra i principali artefici del successo digitale del leghista. Per Luca Morisi, assunto nel ruolo di “consigliere strategico della comunicazione”, lo stipendio è di 65mila euro lordi l'anno. Meglio ancora va al suo socio Andrea Paganella, capo della segreteria di Salvini, che percepirà invece 86mila euro l'anno fino alla durata del governo. Non finisce qui. Passano due settimane e la squadra di Salvini si allarga: il 13 giugno vengono assunti direttamente dal Viminale anche altri quattro membri del team social già al lavoro per la propaganda social salviniana. Passano a libro paga del governo anche Fabio Visconti, Andrea Zanelli e Daniele Bertana, tutti con lo stesso stipendio: 41mila euro lordi, circa 2mila euro netti al mese. Stessa cifra e carica, “collaborazione con l'ufficio stampa”, anche per Leonardo Foa, il figlio del candidato alla presidenza Rai del governo gialloverde Marcello Foa che già l'Espresso aveva raccontato essere al servizio del segretario della Lega. Il conto totale dello staff di Salvini passato a libro paga delle casse statali è presto fatto: 314mila euro l'anno per lo staff social, a cui vanno aggiunti i 90mila euro l'anno garantiti al capo ufficio stampa Matteo Pandini, ex giornalista di Libero e autore di una biografia di Salvini, assunto il primo luglio scorso. Insomma, più o meno mille euro al giorno pagati da tutti per ricevere tweet, dirette Facebook e selfie da campagna elettorale permanente. Un dettaglio interessante che emerge dagli stipendi del team social è quello della generosità di Matteo Salvini: generosità con i soldi pubblici però. In una dichiarazione del maggio scorso Luca Morisi , rispondendo agli articoli della stampa, aveva affermato che la Lega aveva stipulato con la sua “Sistemi Intranet” un contratto da 170mila euro annuali per i vari servizi di comunicazione che richiedevano il lavoro di 4 persone: fatta la divisione, significa 42mila euro a persona. A un solo anno di distanza, e una volta conquistata la poltrona di ministro, Salvini ha deciso di dare a tutti un aumento: il team social, come abbiamo scritto, si compone ora di sei persone per un totale di 314mila euro annui. In media sono 52mila euro a testa, 10mila in più rispetto a quando gli assegni li firmava via Bellerio. La pacchia è iniziata.

Il figlio di Marcello Foa è stato assunto nello staff di Salvini. E si occupa della propaganda. L'erede del mancato presidente della Rai lavora con il ministro degli Interni, grande sponsor di suo padre. E , come L'Espresso è in grado di raccontare, segue la produzione e la condivisione dei contenuti salviniani su Facebook, preoccupandosi di "renderli virali". Vittorio Malagutti e Mauro Munafò il 2 agosto 2018 su L'Espresso. Nelle sue prime dichiarazioni da presidente (mancato) della Rai Marcello Foa ha rivendicato la sua estraneità ai partiti e alla partitocrazia. Tra i suoi numerosi sostenitori c’è chi lo difende parlandone (e scrivendone) come un intellettuale d’area. Anche Foa, però, tiene famiglia e avere un amico in un partito può far comodo, all’occorrenza. Meglio ancora se l’amico è il capo di un grande partito, nonché ministro dell'Interno e vice Primo ministro. Si scopre così che Leonardo Foa, 24 anni, figlio del presidente designato della Rai dal governo gialloverde, lavora nello staff di comunicazione di Matteo Salvini, alla gestione dei social network per la precisione. Questo è quanto risulta dal profilo Linkedin del giovane Foa, un ragazzo dal curriculum di studi brillante: laurea in Bocconi e master all’Ecole de Management di Grenoble. Un paio di stage. E nel settembre del 2017 il primo impiego, come social media analyst alla "SistemaIntranet.com", la società di Luca Morisi e Andrea Paganella, che gestisce la comunicazione e l'immagine Social di Matteo Salvini. Infine, come lui stesso scrive su Internet, per Leonardo Foa è arrivata la chiamata nello staff del vicepremier. Che incidentalmente è anche il grande sponsor di suo padre. Quello estraneo ai partiti.

Il lavoro di Leonardo Foa. L'Espresso è anche in grado di raccontare esattamente il lavoro svolto dal giovane Leonardo. Sotto la supervisione di Morisi, Foa si occupa della produzione e della condivisione dei contenuti salviniani su Facebook, preoccupandosi di "renderli virali". Un lavoro che, dalle verifiche dell'Espresso, inizia da prima della formazione del governo e si sviluppa anche attraverso tutta una serie di gruppi, ufficiali e non, della galassia salviniana. Nel gruppo Facebook "Matteo Salvini leader", hub ufficiale della comunicazione del leghista da cui poi "partono" tutti i messaggi che diventano virali, Leonardo Foa è uno dei più assidui produttori di contenuti, quasi sempre "benedetti" dal like di Morisi. "Il capitano è pronto. E tu?", "Il capitano è arrabbiato", "Il capitano ce l'abbiamo solo noi", con tanto di Salvini arrabbiato da condividere su Facebook.

Il tentativo di nascondersi sui social. Una passione che per Leonardo Foa va oltre il lavoro. Sul suo profilo twitter infatti era possibile leggere fino a qualche giorno fa diversi messaggi di sostegno a Salvini. Messaggi che oggi diventano difficili da reperire, perché su Twitter il profilo risulta da alcuni giorni "riservato" e illegibile a chi non sia già suo amico. Probabilmente un tentativo di non farsi notare e non creare imbarazzo al padre candidato alla presidenza Rai. Tentativo che si infrange con la possibilità di recuperare i suoi tweet salviniani accedendo alla cache di Google e con la poca lungimiranza del suo capo Luca Morisi che, qualche giorno fa, ha twittato una foto dell'intero staff di Salvini, in cui compare lo stesso Leonardo Foa. Interrogato dai cronisti sull'opportunità di avere tra i suoi dipendenti anche il figlio del candidato alla presidenza Ra, Matteo Salvini ha detto di non provare alcun imbarazzo. Dal Viminale hanno poi voluto chiarire le competenze di Leonardo Foa, per altro mai mese in discussione dall'Espresso. "Foa, giovane laureato, con master e trilingue, ha studiato la comunicazione social di Matteo Salvini nell'ambito del progetto di tesi. In questo modo ha cominciato a collaborare con lo staff di Salvini, esperienza proseguita da quando Salvini è diventato ministro e ora fa parte del team comunicazione", si legge su un comunicato dato alle agenzie.

Lega, truffa elettorale, Renzi: "I 49 milioni usati per fake news:Salvini non querela. Chissà perché". L'ex premier: "Ho l'impressione che su questa storia dei 49 milioni di euro, delle fake news, delle strane sponsorizzazioni di Salvini siamo solo all'inizio di una lunga storia". Il ministro dell'Interno: "Se avessi dovuto querelare Renzi tutte le volte che mi ha insultato..." Alberto Custodero il 13 maggio 2019 su La Repubblica. "In una intervista ho detto che per me la Lega ha usato parte dei 49 milioni di euro che deve restituire allo Stato per creare la macchina della propaganda su Facebook, la cosiddetta Bestia. Ho chiesto a Salvini: se non è vero, querelami. Ovviamente con una strana argomentazione Salvini ha annunciato che non mi querela". Lo scrive Matteo Renzi sulla sua Enews. "Questo che cosa significa? Amici, ho l'impressione che su questa storia dei 49 milioni di euro, delle fake news, delle strane sponsorizzazioni di Salvinisiamo solo all'inizio di una lunga storia. Ora facciamo le elezioni, poi da metà giugno ne parliamo. E alla Leopolda10 (18/20 ottobre) saremo ancora più chiari", aggiunge Renzi. L'intervista cui fa riferimento l'ex premier l'ha rilasciata ieri a Repubblica. "Affermo pubblicamente che Salvini ha utilizzato parte dei 49 milioni per creare 'La Bestia', lo strumento di disinformazione della Lega. Sono curioso di capire se sarò querelato". Questa era stata l'affermazione di Renzi che, a suo dire, non sarà oggetto di querela da parte del segretario della Lega.

La replica di Salvini. Alla provocazione di Renzi aveva replicato sempre ieri Matteo Salvini rispondendo a Lucia Annunziata. "Non querelo quasi mai nessuno - ha dichiarato il titolare del Viminale - ho querelato Saviano perché ha detto che aiuto la mafia e sono il ministro della malavita, invece io la combatto. Se avessi dovuto querelare Renzi tutte le volte che mi ha insultato... Lo stanno giudicando gli italiani. Io non ho toccato una lira, quello che stiamo facendo lo stiamo facendo senza amici banchieri".

La storia della truffa elettorale della Lega. Durante la gestione di Bossi-Belsito erano stati presentati dei rendiconti falsi alla Camera e al Senato che indussero il Parlamento a erogare alla Lega contributi elettorali per 49 milioni. Quando Bossi fu cacciato con il movimento delle scope, parte di quei soldi erano nelle casse del partito. Un'altra parte fu erogata durante le segreterie di Roberto Maroni prima e Matteo Salvini poi. Fu proprio Repubblica per prima a dare la notizia del coinvolgimento dell'ex governatore della Lombardia e dell'attuale vicepremier e ministro dell'Interno il 2 novembre del 2015. Quel che è certo è che quei 49 milioni oggetto della truffa di Bossi-Belsito non furono restituiti al Parlamento, ma furono spesi durante le gestioni Maroni-Salvini. E nessuno sa che fine abbiano fatto. Ecco perché a Salvini viene chiesto da più parti, e ora in modo così provocatorio da Renzi, dove siano spariti quei soldi.

L'indagine della procura di Genova per riciclaggio. L'indagine dei pm di Genova nel frattempo, dopo la condanna di Bossi e Belsito (e l'accordo stipulato dalla Lega di restituire la somma in 80 anni), prosegue con l'ipotesi di riciclaggio: al vaglio di pm e gdf (che hanno compiuto rogatorie anche in Lussemburgo) c'è la documentazione del fondo Pharus Management, società di gestione patrimoniale che opera anche in Svizzera. L'indagine ha preso le mosse seguendo a ritroso le tracce di una decina di milioni di euro che, dopo la caduta di Umberto Bossi e la condanna in coppia con l'ex tesoriere Francesco Belsito, dalle casse della Lega, gestioni Roberto Maroni e Matteo Salvini, erano finite in una serie di conti correnti bancari, poi erano stati dispersi fra alcune fiduciarie riconducibili, secondo la procura, a soggetti vicini alla Lega per poi rientrare in un conto di transito della Cassa di Risparmio di Bolzano. La Sparkasse aveva investito dieci milioni nel fondo Pharus e all'inizio del 2018 tre milioni erano rientrati in Italia. Era scattata una segnalazione dell'antiriciclaggio, Sparkasse aveva sostenuto che si trattasse di "investimenti propri della banca, che non appartenevano ad alcun cliente". Ma per la procura di Genova che aveva aperto un fascicolo per riciclaggio quello fu un indizio concreto. Ed erano scattate le perquisizioni alla Sparkasse. Matteo Salvini ha ripetuto a più riprese (anche a 'Porta a Porta') che "i soldi non sono né in Italia né in Lussemburgo".

Matteo Pucciarelli per “la Repubblica” 13 maggio 2019. A Luca Morisi sono sempre piaciute le parole semplici ed evocative: a lui si deve il soprannome "Capitano" per Matteo Salvini e la denominazione "Bestia" per il sistema editoriale fatto in casa grazie al quale dal 2013 amministra, con una discreta dose di spregiudicatezza, le pagine social del leader leghista. Una bocca di fuoco unica in Italia: 3,6 milioni di fan su Facebook, 1,4 milioni di follower su Instagram e 1,1 su Twitter. Senza contare i profili di partito, quelli fiancheggiatori e la consulenza prestata a più riprese per altri esponenti della Lega. L' obiettivo - raggiunto da tempo - era quello non tanto di dare un modo come un altro a Salvini di dire la propria. No, era decisamente più ambizioso: orientare, anzi guidare, il dibattito pubblico. Per rendere meglio l' idea, oggi in Italia solo un giornale ha più fan sul social di Mark Zuckerberg ed è Repubblica. «Facebook non è la discarica dei comunicati stampa, come fanno molti politici. È molto di più, se si sa come fare», spiegava Morisi anni fa, quando l' ascesa di Salvini era solo sul nascere. All' epoca, assieme al socio Andrea Paganella, Morisi era l' amministratore di una società di consulenza per il web, la Sistema intranet srl. Occupazione dichiarata come prevalente dall' impresa: "Sviluppo di applicazioni e soluzioni software di database". Zero dipendenti dichiarati ma un super committente a monopolizzare l' attività: la Lega Nord. Più qualche consulenza con aziende sanitarie della Lombardia (amministrata proprio dalla Lega). Appena diventato segretario federale, Salvini capì che il vecchio partito, così com' era e vista la fine del finanziamento pubblico, non era più sostenibile economicamente. Né serviva davvero. In più all' orizzonte si stagliavano le nubi minacciose dell' inchiesta della procura di Genova sui famosi 49 milioni di euro di rimborsi volatilizzati. Così chiuse mezza sede di via Bellerio a Milano, idem il dispendioso giornale La Padania, vendette le frequenze di Radio Padania, mise in cassa integrazione i dipendenti. E investì le risorse rimaste sul lavoro della coppia Morisi-Paganella, fatturandogli circa 300mila euro l' anno. Non poco per un movimento in dismissione. Ma la vera fortuna dei creatori della Bestia è stato andare al governo. Infatti il team nel frattempo si era allargato. Per alimentare continuamente il sistema servivano grafici, smanettoni, militanti appassionati, meglio se giovani e insieme un po' svegli. Oggi il grosso di loro è a carico dello Stato: Paganella è capo di gabinetto del Viminale, Morisi è consigliere strategico per la comunicazione, gli altri sono nello staff comunicazione (Leonardo Foa, Andrea Zanelli, Fabio Visconti, Daniele Bertana, Fabio Montoli). I loro compensi tutti insieme fanno 314mila euro l' anno, calcolò L' Espresso. Soldi sganciati dal ministero: per il partito è un super risparmio. Poi invece un' altra decina di collaboratori esterni gravitano già nel mondo Lega, tra portaborse ed eletti nelle istituzioni locali. A costare adesso però non è tanto la Bestia in sé o chi ci lavora, quanto la promozione dei post di Salvini. Nel solo mese di maggio, facendo una media dei range di spesa forniti da Facebook, le casse della "Lega per Salvini premier" - il partito che anche formalmente sta sostituendo il vecchio guscio della "Lega Nord per l' Indipendenza della Padania", quest' ultimo gravato dal debito che adesso ha con la collettività, cioè i 49 milioni da ridare indietro allo Stato - hanno sborsato 51mila euro per aumentare l' audience del solo leader. Con una media del genere, solo per "spingere" su Facebook fanno come minimo 600mila euro l' anno. Ma da dove arriva questo denaro? Nel 2018 quasi 2 milioni di euro dal 2 per mille, più i contributi dei parlamentari. Dopodiché il sistema messo in piedi da Morisi è rodatissimo e le statistiche dicono che il 95 per cento degli utenti di Facebook è incappato almeno una volta nel Salvini-social. Dentro la pancia della Bestia si lavora come in un quotidiano: non ci sono festività né tempi morti, il verbo del Capitano viene diffuso a intervalli regolari alternando foto, video, dirette, machette, meme, semplici messaggi testuali; politici ma non solo. Le reazioni ai contenuti vengono analizzate continuamente, poi da quello si capisce su quali messaggi puntare di più. O dove lasciar perdere. Che in futuro la Lega potesse allearsi con il M5S lo dicevano proprio i social, non recentemente ma già tre anni fa: «Notiamo che c' è una base comune tra i nostri elettori, sul piano comunicativo», la buttò lì Morisi. Allora per tutti sembrava un' eresia. Non per la Bestia.

·         Il problema delle false citazioni.

Altro che fake news: il vero orrore dei nostri tempi sono le fake quotations. L’Inkiesta il 14 maggio 2019. Più che le notizie, sono le frasi attribuite a persone famose, autorevoli, importanti, ad appiccicarsi nella mente e a trasmettersi di generazione in generazione. Avvalorando un pensiero della banalità più pericoloso delle cosiddette interferenze dei russi. Con la perigliosa polemica sulla partecipazione della casa editrice di estrema destra Altaforte all’edizione 2019 del Salone del Libro di Torino, un elemento ha prevalso su tutti: la citazione sbagliata di Voltaire. Chi difendeva la presenza degli editori vicini a Casapound lo faceva in nome di una supposta perfetta libertà di opinione. Tutti possono dire tutto, perfino quello con cui non si è d’accordo. Stabilita la regola, si finiva sempre declamando il mantra “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Come ormai tutti sanno, Voltaire non solo non ha mai detto né scritto questa frase (fu un falso d’autore della scrittrice Emily Hall, che la mise tra virgolette in un suo libro riguardante il filosofo francese. Tanto grande fu la polemica che lei stessa fu costretta a confessare la malandrinata), ma non se si sarebbe mai sognato di dirla. Era liberale, sì. Ma non come pensano i liberal-cozzari dei giorni nostri. Il problema delle false citazioni, in ogni caso, è molto più esteso. Forse non supera quello delle fake news, anche se spesso vi si intreccia. Di sicuro, ha un potere di infiltrazione molto più forte (tutti ci cascano) e, soprattutto, di permanenza (tutti continuano a credere che sia stato detto).

Così, come Voltaire non ha mai detto la fatidica frase, nemmeno Galileo Galilei ha mai pronunciato il celebre “Eppur si muove”, e Sharlock Holmes “Elementare, Watson” E se proprio vogliamo dirla tutta, nemmeno la frase “Non sono gli anni della tua vita che contano, ma la vita nei tuoi anni” non è di Abraham Lincoln, come pensano alcuni americani, ma con ogni probabilità risale a qualche claim pubblicitario degli anni ’40 sull’invecchiamento. La versione italiana “non aggiungere giorni alla vita, ma vita ai giorni”, è stata attribuita a volte a un prete, o a un cinese, o a un anonimo e, con una certa ironia, a Rita Levi Montalcini (la quale potrà anche averla pronunciata, ma di sicuro non la ha inventata).

Il fenomeno delle fake quotation è così radicato e diffuso da aver scomodato anche quelli del New York Times, che si sono impegnati a sottoporre al lettore che non vuole cascarci alcuni esempi famosi. “Il capitalismo”, diceva un finto Churchill, “è il peggior sistema economico possibile, a parte tutti gli altri”. Ma “la democrazia”, diceva il vero Churchill, “è la peggior forma di governo a parte tutte le altre provate finora”.

Se tutti hanno sentito dire che “il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo”, per usare le parole mai pronunciate da Jefferson, allora sanno anche che “il governo migliore è quello che governa meno”, sempre per citare un’altra frase non sua. Del resto il terzo presidente degli Stati Uniti è uno dei finti autori preferiti: per esempio, non ha mai detto cose del tipo: “La mia lettura della storia mi convince che, in gran parte, un cattivo governo derivi da troppo governo”, e nemmeno ha sostenuto che “La Bibbia è la fonte di ogni libertà”. E neppure che “Quando il discorso condanna la stampa libera, state sentendo le parole di un tiranno” (giusto per tornare sulla questione della libertà d’espressione). Sono tutte citazioni distorte ad arte per sfruttare la sua figura e dare autorevolezza a posizioni che, nei dibattiti, ne avevano ben poca.

Altre volte, invece, le invenzioni sono più innocue: Gianni Brera attribuiva a Guicciardini la sentenza: “Ché se tu fiderai nelli italiani, sempre aurai delusione”, che invece si era inventato. Misteriose sono invece le origini della celebre e mai pronunciata frase di Mike Bongiorno sulla signora Longari, “lei mi è caduta sull’uccello”. Alcuni sostengono di ricordarla, anche se non esistono registrazioni che lo comprovino. In ogni caso Woody Allen non ha mai detto che “Dio è morto, Marx è morto e anche io non mi sento tanto bene”, creazione, con ogni probabilità, di Ionesco. “Suonala ancora, Sam”, in Casablanca, non viene mai pronunciata. E “credo quia absurdum” non è né di Agostino d’Ippona, né di Tertulliano, come si dice spesso.

Leonardo da Vinci, poi, era sì vegetariano, ma non disse mai: “Fin dalla più tenera età, ho rifiutato di mangiar carne e verrà il giorno in cui uomini come me guarderanno all'uccisione degli animali nello stesso modo in cui oggi si guarda all'uccisione degli uomini”, frase inventata in un romanzo su di lui nel 1928. Per restare in tema alimentare, nemmeno la celebre “che mangino brioches” fu mai detta dalla povera Maria Antonietta.

Insomma, sembra che le frasi famose false (FFF) vivano una vita propria, cambino proprietario, autore, inventore: forse perché quello vero non è ritenuto abbastanza popolare o, come è più probabile, abbastanza autorevole. Portatrici di una banalità pericolosa che appiattisce il pensiero, le fff hanno bisogno di un nome importante cui appiccicarsi. Einstein, per esempio, è uno dei migliori. Ma per gli americani il favorito è Jefferson, o Churchill o Machiavelli. Tutti celebri per le cose che hanno fatto, ma citati per quelle che non hanno detto. Una beffa, ma del resto si sa: “È meglio rimanere in silenzio ed essere considerati imbecilli piuttosto che aprire bocca e togliere ogni dubbio”, come diceva – anzi, non diceva – Lincoln.

·         L'Era digitale e la post-notizia. Il Popgiornalismo.

IL CASO DAGOSPIA. Con le continue trasformazioni dell’era digitale, diventa sempre più urgente mettere a punto dinamiche comunicative che sappiano muoversi con la stessa velocità con la quale viaggia la trasmissione dei dati e che, soprattutto, riescano a sviluppare capacità connettive in grado di ricomprendere un numero sempre maggiore di dati-fatti-informazioni. Partendo dal fenomeno giornalistico rappresentato da Dagospia – il sito di Roberto D’Agostino che ha saputo cogliere, sin dagli albori, le possibilità offerte dal mezzo digitale – il libro analizza i caratteri di una nuova forma giornalistica, il popgiornalismo. Al centro di questa recente declinazione informativa non c’è più la notizia ma la post-notizia, la necessità cioè di lavorare sulle connessioni e sugli effetti che ogni nuovo fatto, evento o dato determina. Da qui ne conseguono i tre tratti essenziali dell’approccio popgiornalistico: la “leggerezza” pesante dell’informazione, la conoscenza del quotidiano come opera aperta e la libera responsabilità del lettore.

Salvatore Patriarca. Giornalista, filosofo, è responsabile editoriale del portale «Salute 24 – Il Sole 24 Ore». Traduttore dal tedesco e dal francese, nel 2012 ha pubblicato Il mistero di Maria. La filosofia, la De Filippi e la televisione e Adesso Renzi. I pensieri del rottamatore; nel 2013 The Walking Dead o il male dentro e La filosofia del gatto e, nel 2018, Il digitale quotidiano. Così si trasforma l’essere umano.

Da Letture.org il 2 luglio 2019.

Salvatore Patriarca, lei è autore del libro Popgiornalismo. Il caso Dagospia e la post-notizia edito da Castelvecchi: cosa sono le post-notizie?

«Per cogliere il senso del ragionamento relativo alla post-notizia bisogna fare un passo indietro e partire dall’assunto relativo alla sovrabbondanza informativa dei fatti generata dalla rivoluzione tecnologica. La capacità di conservare ogni singolo aspetto del vivere contemporaneo, sia esso personale o pubblico, è alla portata di ciascuno. Questo determina un oggettivo spostamento di valorizzazione in ottica informativa: se prima sapere un fatto aveva valore, perché generava quell’asimmetria conoscitiva da poter utilizzare a proprio vantaggio, oggi tale vantaggio di posizione non è più sostenibile. A tal proposito basti pensare alla notizia dell’esplosione del reattore nucleare di Chernobyl: ci sono voluti giorni prima che filtrassero i fatti, e settimane prima che fosse ricostruito tutto il contesto e la definizione degli effetti. Oggi avremmo dirette social sin dall’istante dell’accadimento. Tale spostamento determina lo slittamento verso la post-notizia. Il fatto rimane il tassello originario del processo informativo e, con esso, il primo atto di trasmissione che è la notizia. La differenza è che questa connessione non equivale più all’informazione. È come se questo nesso primario fosse stato retrocesso a fondamento sul quale poi concresce l’informare, vero ambito di generazione di interesse. Questo di più è la post-notizia, la dimensione connettiva, valutativa, interpretativa, discorsiva, emotiva, che costruisce il mondo significativo dentro la quale collocare i fatti».

Quali caratteri contraddistinguono il popgiornalismo?

«Qui il ragionamento è ancora più oscillante. Propriamente non ha una natura informativa rispetto alla quale si vada a sostanziare, si tratta più che altro di una modalità, di un atteggiamento complessivo. Gli elementi principali che animano tale approccio sono, senza criterio gerarchico: Il superamento di ogni concezione dicotomica che voglia differenziare in maniera presuntiva un alto da un basso. Qui emerge con forza la dimensione di rottura con una visione tradizionale nella quale ogni successone aveva una valenza gerarchica. La politica aveva più peso dell’economia, la cronaca più della cultura. Gli spettacoli più dello sport. Nell’universo pop, dove l’abbreviazione implica un chiaro rimando alla dimensione popolare, avviene una sorta di orizzontalizzazione. Le notizie sono notizie e si misurano per il valore che hanno, per l’impatto che determinano nella vita e l’immaginario delle persone. La puntata finale di Game of Thrones vale quindi di più della nomina di un ministro. La modifica delle forme di fruizione della dimensione informativa. Se prima valeva l’assunto hegeliano della lettura del giornale come la preghiera laica del mattino e, con l’avvento della televisione, dell’ascolto del telegiornale come preghiera laica della sera, ora nell’era digitale caratterizzata dell’idea di onnipervasività non c’è un tempo per informarsi, perché tutto è informazione. Essere a conoscenza di quanto accada ha perso quel carattere di aggiunta esistenziale che serviva per essere considerato un essere umano di valore, capace di stare al mondo e relazionarsi con esso; conoscere, sapere è diventata la condizione stessa di definizione dell’esserci. Si è sapendo, si partecipa alla società informandosi, ci si relazione agli altri conoscendo. Qui si potrebbe aprire un dibattito sul valore di tali conoscenze, ma sarebbe un ragionamento di tipo assiologico che condurrebbe lontano e avrebbe bisogno dell’esplicitazione di altri presupposti. La regionalizzazione dei fenomeni conoscitivi. Quest’aspetto è ancora poco considerato, ma a breve verrà tematizzato con la profondità che richiede. La complessità di dati, fenomeni, capacità significative, costruzioni simboliche e azioni strategiche che contraddistingue ogni singolo aspetto dell’esistere comune si riverbera sull’ambito informativo. Una stagione sportiva come una serie tv, un reality come un evento gossip (come il Pratigate) si portano dentro una serie di implicazioni che li rendono micromondi complessi, dove chi vi entra ha la possibilità di esperire l’intera gamma del sapere necessario allo stare al mondo. Di questi micromondi complessi il popgiornalismo si fa carico, si deve far carico senza pregiudizio alcuno».

In che modo Roberto D’Agostino, col suo sito Dagospia, ha saputo cogliere, sin dagli albori, le possibilità offerte dal mezzo digitale?

«Le questioni da affrontare sarebbero molte. Provo a sintetizzare il ragionamento, dividendolo in due grossi ambiti. Il primo riguarda la dimensione strumentale; il secondo fa riferimento alla prospettiva contenutistica. Per fiuto personale, per fortuna o per necessità economica (costi infrastrutturali ridotti rispetto a qualunque creazione di prodotto cartaceo), D’Agostino punta senza tentennamenti sul web. Sceglie il digitale. Accetta quel modello di flusso informativo al quale sin dagli inizi internet ambiva e si lancia in quest’avventura. Questa scelta di campo lo libera da ogni battaglia di retroguardia rispetto alla dicotomia carta stampata/web, notizie pensate/notizie superficiali, permettendogli di essere pioniere nella costruzione di un percorso innovativo e privo di competitori paragonabili – aspetto non secondario dal punto di vista del marketing per la collocazione del prodotto rispetto a un target “autocreato”. D’Agostino non sceglie soltanto il web, sceglie un web strutturalmente semplice. Dagospia è un sito dall’estetica minimale, dalla scarsa complessità funzionale, dall’assenza di fronzoli. È una sorta di estetica alla Google, dove il primato non è alla gradevolezza, bensì all’efficacia di funzione (nel caso specifico, informativa). In tal modo è riuscito a sottrarsi agli innamoramenti estetici grafici del momento, ha reso l’esperienza su Dagospia qualcosa di semplice, lineare, quasi banale, focalizzando tutta l’attenzione sul contenuto prodotto. E qui si radica l’altra scelta essenziale di D’Agostino: la peculiarità di costruzione del contenuto. La prima e decisiva decisione è quella di inventare l’ambito post-notiziale: prendere notizie già prodotte e decostruirle, esibendone il non-detto, le dimensioni implicate, le possibili connessioni. La declinazione narrativa della pura dimensione informativa è l’intuizione di D’Agostino, il recupero di una dimensione arcaica (historìa, historeìn) che aveva proprio nella capacità di ricostruzione dei fatti la propria specificità significativa. A questo si aggiunge l’allargamento delle fonti informative. Non solo quanto garantito a livello ufficiale, ma anche il supposto, il verosimile, il piano personale dei protagonisti – in poche parole, il gossip. È come un ingrediente capace di legare, di creare nessi laddove non si vedono. Si badi bene i nessi poi vanno analizzati, vanno valutati, vanno cercati i riscontri. Ma intanto si hanno tracce impreviste, prospettive nuove, ipotesi di rimodulazione del reale. E su questo, ancor oggi a quasi vent’anni della nascita, Dagospia fonda il suo vantaggio competitivo rispetto agli altri attori informativi italiani».

Quali sono i tratti essenziali dell’approccio popgiornalistico?

«L’idea di catalogare quali potessero essere gli ambiti specifici del popgiornalismo si motiva dalla convinzione che il caso Dagospia non debba rimanere qualcosa di isolato. Già oggi molti altri organi d’informazione hanno cercato di replicare vari aspetti dell’universo significativo di Dagospia, senza però riuscire a cogliere i punti nodali che ne caratterizzano la plastica adeguatezza all’era digitale.

Il primo elemento è la leggerezza pesante. Nella grande commistione della vita si affronta tutto, non c’è via preferenziale o gerarchia prestabilita. Ogni dimensione si misura dal grado di propagazione significativa che genera. Questo permette, allo stesso tempo, di mantenere un approccio leggero, ironico, disincantato, costitutivamente sottratto a ogni incasellamento ideologico e di affrontare ogni argomento, dando così peso a un’offerta informativa che non si limita affatto ai soli ambiti della curiosità e del pettegolezzo.

Dal carattere polimorfo dell’approccio contenutistico scaturisce il secondo elemento, la dimensione inevitabilmente aperta di tale progetto informativo. È sempre un farsi e mai un fare. È sempre una proiezione sul reale in via d’aggiustamento (grazie alla scoperta di una connessione ulteriore che smentisce o conferma una congettura precedente) e mai una granitica presa sul reale. Questa dimensione in divenire è rafforzata dalla stessa modalità di fruizione: un flusso continuo nel quale si succede la miscellanea della vita comunitaria.

L’insistita a-morficità ideologica di Dagospia conduce al terzo elemento fondante del popgiornalismo: la libertà dell’utente. In questo rimando all’esperienza del singolo c’è forse la dimensione più innovativa. Il passaggio di Dagospia, a differenza della lettura di un giornale o dell’ascolto di un telegiornale, non è il momento conclusivo del processo conoscitivo. Non è il semplice apprendimento di qualche informazione di cui prima si difettava.

Viceversa è l’apertura verso una proiezione di significatività, è la spinta a esplorare la validità delle congetture e delle ipotesi connettive elaborate. Informarsi su Dagospia è un processo iniziale, non conclusivo. L’amplificazione di questo inizio è nella scelta dell’utente, non più soltanto ricevente passivo. È nella libertà di costruire il proprio percorso informativo la specificità del popgiornalismo digitale, il vantaggio che esso possiede rispetto ai contenitori che rivendicano la validità del modello d’autorevolezza dell’emittente. E, rispetto alle critiche che spesso si sentono dire sul cattivo uso che l’utente compie nella definizione della propria prospettiva informativa, bisogna ricordare la ricchezza della lingua italiana che differenzia appunto la libertà dall’arbitrio. La distorsione personalistica, complottistica, banalizzante del processo innescato dal popgiornalismo non è il prodotto della libertà personale, bensì l’espressione dell’arbitrio soggettivistico che nella presunta forza autofondativa del “secondo me” evita la faticosa ricerca fondativa alla quale obbliga la libertà correttamente intesa».

Massimo Arcangeli per “il Messaggero” il 29 luglio 2019. Se la Rete non ha sostituito i media tradizionali, con i quali ancora convive, nel giornalismo è in corso una rivoluzione: i contenuti dell'informazione sono sempre meno soggetti ai filtri, ai controlli, all'intermediazione del reale e sempre più aperti alla disintermediazione prodotta dall'apporto personale alla ricostruzione, al commento, all'approfondimento dei fatti. I giornali, per reggere alla competizione, fanno così quel possono per adattarsi. In particolare con l'interdiscorsività che in una stessa pagina può far dialogare tra loro più pezzi ed è spesso supportata dall'abbandono dell'impaginazione verticale (a libro) per una più dinamica impaginazione a raggiera, del tipo a stella o a schermo: il primo modello è satellitare (una notizia principale, attorno alla quale ruota un certo numero di testi), il secondo è galattico (una notizia centrale, circondata da una complessa costellazione di articoli, box, immagini, infografici che possono arrivare a occupare due pagine). Tentativi di dialogo interno che mimano un possibile approccio cognitivo, oltreché visivo alla Rete. Prove di sopravvivenza perché tutto questo (insieme a molto altro), se ci trasferiamo nell'ambiente virtuale, può essere di ben altra portata. Così è stato per Dagospia, cui Salvatore Patriarca ha dedicato un denso volumetto (Popgiornalismo. Il caso Dagospia e la post-notizia, Castelvecchi) mettendone in risalto, fra le altre cose, un aspetto: Dagospia è un'opera aperta, disintermedia l'informazione al punto da restituirla, rispetto alla notizia di partenza, in forme in cui il contributo dei lettori può risultare alla fine determinante. Il sito creato da Roberto D'Agostino, così facendo, opera per una convergenza delle persone, per un'interdiscorsività collettiva che induce a riflettere su quel che oggi dovrebbe davvero accomunarci, un sapere realmente partecipato che ci faccia ripartire, in qualche modo, tutti insieme (un sapere di cui conosciamo così bene la veste social, che talvolta è solo una sfolgorante o appariscente maschera, da dimenticare chi siamo quando torniamo a indossare i nostri panni sociali). A guadagnarne è una coscienza critica che lavora per un modello di (ri)trasmissione dell'informazione nel quale un pezzo, di passaggio in passaggio, incorpora commenti, riflessioni, integrazioni a profitto di chi leggerà successivamente, in un processo di complessificazione dei contenuti che approfitta di Dagospia solo per un momentaneo approdo e può non aver fine. Patriarca chiama «leggerezza pesante» il modello di complessità relativa del sito di D'Agostino. È il modello di un'intelligenza condivisa che senza abdicare del tutto alla complessità, e senza arrendersi incondizionatamente alla semplificazione, ha imboccato virtuosamente una strada intermedia.

Furio Colombo per “il Fatto quotidiano” il 29 luglio 2019. Un autore competente sul giornalismo digitale, Salvatore Patriarca, affronta Dagospia, il celebre marchio inventato e gestito da Roberto D' Agostino in rete, con lo stesso spirito di esploratori che è stato tipico di Oreste Del Buono e Umberto Eco quando hanno aperto per i lettori giovani del loro tempo la scatola dei fumetti, e hanno mostrato la qualità innovativa del nuovo strumento, una diversa vocazione a narrare, e hanno chiesto che venissero trattati come seri compagni di viaggio. Patriarca (in Popgiornalismo, il caso Dagospia e la post-notizia, Castelvecchi Editore) prende in mano il groviglio di fatti nuovi della comunicazione digitale e nota il sito chiamato Dagospia come "lo strumento più efficace per la transizione nell' epoca della contemporaneità digitale". Ci dice subito che una prima ragione è il successo "che ne fa un unicum nel panorama informativo italiano". Tutto vero, e stiamo per iniziare un viaggio interessante, in un vasto retrogiardino, molto goduto ma poco spiegato, di un modo diverso di comunicare. Manca a Patriarca, occorre notare, l'allegra chiarezza con cui Del Buono ed Eco hanno portato i fumetti nei templi della letteratura e della saggistica. Per esempio, il nostro autore scrive: "In particolare gli aspetti essenziali che fanno di Dagospia un esempio da studiare per provare a scovare le modalità di una produzione informativa che sappia essere a suo agio nell' attualità dell' oggi (ovvero, ndr) l' esclusività digitale, la dimensione popolare e, rivoluzionando un concetto tradizionale, una linea editoriale polimorfa"; ci sta portando a un seminario in cui loda Dagospia per ciò che l'autore del testo su Dagospia non fa. Sta per dire che la grande trovata di Dagospia è una sorta di educazione informativa all' "opera aperta" dove il lettore diventa autore. Ma lo fa con un linguaggio specialistico che, se non fosse per l' argomento, ti tiene a distanza. Patriarca nota che Dagospia spinge il lettore verso il popgiornalismo, in cui ogni frequentatore diventa professionista di una sua edizione delle notizie del mondo. E diventa più chiaro e più utile quando, nel capitolo "Nuova via dell' informazione", elenca e spiega quelle che, secondo lui, sono le tre direttrici della struttura informativa di Dagospia: il "modello di fruizione" ( che definisce "al passo con il proprio tempo"), il "modello contenutistico" ( "non c' è un preventivo riconoscimento di importanza" di un argomento su un altro), e "il flusso" (un preciso intento di de-gerarchizzazione della notizia"). In altre parole, l'argomento salva il professore e il tema conta. Patriarca ha aperto il dibattito mancante sul fenomeno Dagospia: è la gazzetta di una nuova Italia, che la racconta e la esprime, o ha contribuito a creare una nuova Italia (certo molto diversa ) con la forza di un riuscito strumento di informazione-formazione per le masse in arrivo?

Massimo Falcioni per Gossipblog il 6 ottobre 2019. “Da giovane ho letto tantissimo perché ero balbuziente”. Confessioni di Roberto D’Agostino, rilasciate sabato notte a Io e te. “Non potevo parlare con gli amici, mi prendevano per il sedere. Quindi dialogavo con me stesso e leggevo, leggevo, leggevo”. Il fondatore di Dagospia è un fiume in piena e nel corso del lungo faccia a faccia con Pierluigi Diaco racconta anche il segreto del suo rapporto venticinquennale con la seconda moglie Anna Federici: “Quello che ci unisce è il fatto che siamo complici. Il vero problema nelle coppie è solo quello della comunicazione, spesso non ci si parla e ognuno va nella sua strada. Le coppie devono parlarsi, raccontarsi e farlo in maniera complice. Tanta gente non parla, va dall’analista o lo fa con le amiche”. D’Agostino ricorda pure i dodici anni passati a lavorare in banca e la giovinezza ribelle, che ha centrato in pieno la rivoluzione del ’68. “Una volta fui buttato fuori di casa perché rubai la pelliccia a mia madre per andare al Piper”. Il motivo? Presto raccontato: “Ero andato a vedere i Rolling Stones al Palazzetto e notai Brian Jones con la pelliccia di lupo e le babbucce rosa. Ero col mio amico Paolo, dissi "cazzo, che figa". Paolo però l’aveva di visone, quella di mia madre poraccia era invece ‘na cosa vergognosa. "Vabbè che ce frega", dicemmo”.

Tutto bene, fino al ritorno a casa: “Quando arrivai a casa alle tre di notte con ‘sta pelliccia, alzai lo sguardo e i miei genitori erano affacciati. Papà mi vede con la pelliccia e si rivolse a mamma: ‘oh, c’avemo un figlio frocio’. All’epoca non capivo che per un genitore era uno choc culturale vedere un figlio con la pelliccia, dovevo comprendere, ma non capivo”.

Dagospia il 6 ottobre 2019. ESTRATTI INTERVISTA DI PIERLUIGI DIACO A ROBERTO D’AGOSTINO A “IO E TE DI NOTTE”. 

Dopo la visione della scheda filmata D’agostino commenta…

D’AGOSTINO: A questo punto uno può anche chiudere, troppe cose ho fatto. Come diceva quello… un ragazzo fortunato.

DIACO: molto fortunato, ma ne sei consapevole...

D’AGOSTINO: Fortunato però nello stesso tempo sono nato nel periodo in cui era veramente faticoso riuscire ad avere una identità, tu immagina che nel dopoguerra l’Italia era solo macerie. Il fatto di essere nato a San Lorenzo, il quartiere più bombardato, io da ragazzino giocavo tra le macerie e tra i mattoni… e poi ho preso frontalmente, avendo all’epoca 20 anni, nel ’68 quella che è stata quella grandissima rivoluzione sociale che ha portato al Giovane. Cioè vale a dire che prima c’era l’ometto… il ragazzo si vestiva come il padre, seguiva il padre in tutto… ad un certo punto con Elvis i Beatles e compagnia varia c’è questa rivoluzione di costume e nasce un nuovo soggetto sociale: cioè il Giovane. E questa cosa ha scombussolato tutto perché pure noi non sapevamo cosa fare perché non c’era un modello precedente. Mi ricordo quando per esempio a quindici anni eravamo con Renato Zero e racconto sempre che eravamo dei ragazzi picchiatelli a Roma, andavamo al Piper perché era aperto il pomeriggio e poi la sera. Io mi ricordo quando ci siamo rotti la testa io e Renato Zero, perché andavamo in giro in macchina con uno disgraziato che guidava ma non c’avevamo meta, il nostro divertimento era avere un mangianastri, andare in giro per Roma, fare il giro di Peppe intorno alle 7 chiese ascoltando musica. Non c’erano altri divertimenti.

DIACO: però la differenza con altri della tua generazione permettimi di dirlo è che non ti sei imborghesito. Cioè nel senso quello spirito un po’ ribelle… quella curiosità mi pare che abbia resistito nel tempo.

D’AGOSTINO: avendo in quell’età scoperto tutta la letteratura della beat generation, io ho letto molto appunto perché ero balbuziente e quindi non potevo parlare con gli amici che mi prendevano per il sedere… quando uno è balbuziente dialoga con se stesso, leggevo leggevo leggevo grazie a Dio. Nanda Pivano che è qui rappresentata (in foto) lei scrisse l’introduzione di “Sulla strada” e per me, amici miei come Paolo Zaccagnini e altri… è stata un po’ la guida spirituale della nostra vita… e non era ancora quello che poi è diventato…una specie di santone della letteratura americana, quindi ero pazzo della sua introduzione. Poi la cosa che mi colpì più di tutto fu un altro libro, quello che poi ha cambiato tutto quanto che era “La società dello spettacolo” di Guy Debord. In questo libro che facciamola breve per non annoiare, aveva già predetto quello che sarebbe avvenuto dopo 20 anni, cioè che noi salivamo sul palcoscenico, non eravamo più spettatori, non eravamo più passivi e quindi noi eravamo di nuovo protagonisti e soprattutto questo libro, detto dei situazionisti, è un libro che faceva sepoltura delle ideologie. Io non sono mai stato ideologico, avevo già eliminato quel problema ideologico e quindi la mia capacità era superiore agli altri perché non mettevo paletti.

DIACO: non eri dogmatico.

D’AGOSTINO: non ero rigido, ero molto come dire…come stare su un tavola da surf e seguire l’onda.

DIACO: posso farti questa domanda? Io ho notato, frequentandoti un po’, il rapporto che ti lega ad Anna…

D’AGOSTINO: è mia moglie.

DIACO: è tua moglie, lo dico al pubblico… mi ha sempre colpito del vostro rapporto, a parte le tante cose visibili a chi vi conosce, una passione che avete in comune e che mi colpisce moltissimo perché penso che sia un comune denominatore del vostro rapporto sentimentale e cioè la passione per l’arte, vi ho visto in giro per il mondo viaggiare solo per il semplice piacere di andare a vedere un’opera d’arte.

D’AGOSTINO: non è solo l’arte che può unire due persone… io penso che quello che ci unisce è il fatto che siamo complici in tutto, il fatto che per stare 25 anni, occorre la comunicazione: il vero problema tra due persone è solo quello della comunicazione . Spesso noi non parliamo non diciamo quello che abbiamo nella testa, e in quel momento ognuno va per la propria strada. La comunicazione è la cosa più importante tra due persone: devono parlare. devono dirsi raccontarsi la loro vita quello che fanno e farlo poi in maniera complice. Essendo questo il mio secondo matrimonio, avendo avuto io qualche esperienza dopo il primo ormai mi sapevo regolare. Però io vedo che il problema vero tra le persone è riuscire a connettere insieme quello che uno vede. Tanta gente non parla, va dall’analista, parla con le amiche…poi alla fine credimi è un problema culturale quello di stare insieme ad una persona, non è altro…. è quello di nutrire il tuo cervello, farlo appartenere ad un’altra persona, raccontarsi, dire le proprie esperienze e soprattutto viverle insieme no? Poi questo sembra facile ma non è facile per niente perché la vita è quella che è. Poi la mia vita… è sempre caotica.

DIACO: Anna come giudica il tuo modo quasi operaio di gestire Dagospia, tu apri bottega al mattino presto chiudi tardi, stai tutto il giorno lì fisso su quel computer, parli sempre al telefono, sei sempre connesso… questo iperattivismo lei come lo vive?

D’AGOSTINO: bene, perché capisce che in fondo è lavoro… il problema è trovare il lavoro che ti piace. Faccio il lavoro che mi piace e vivo felice. Avendo io lavorato dodici anni in banca, dodici, dal ’68 fino all’ ’80 contavo i soldi ore e ore davanti allo sportello, stavo lì… lo facevo perché dovevo riempire un frigorifero, perché era una famiglia che non aveva possibilità, ero felicissimo di lavorare in banca, ringrazio ancora il cielo. 16 mensilità ma ovviamente non era il lavoro che io amavo.

DIACO: mi racconti il momento in cui hai detto a te stesso, non ce la faccio più ad andare in banca a lavorare… svolto, oso, mi immagino con coraggio, prendo un’altra decisione, faccio il libero professionista?

D’AGOSTINO: no ma tu pensa che in quegli anni lì lasciare un posto fisso era… infatti io alla mia prima moglie non glielo dissi, gli dissi che avevo preso l’aspettativa, perché era molto preoccupata.

DIACO: immagino…

D’AGOSTINO: guarda che io l’ho fatto impazzendo poi, perché facevo le serate in discoteca, scrivevo dappertutto, cercavo lavori di qua e di là perché dovevo dimostrare di riuscire a pareggiare le entrate che non c’erano più.

DIACO: una volta tanti anni fa mi hai detto una cosa dandomi un consiglio che è diventato un must per me: che le carriere si fanno con il carattere e non con il talento.

D’AGOSTINO: io dico questo, che nel lavoro il talento non è sufficiente, il carattere conta più del talento perché il carattere di una persona poi alla fine si amalgama con gli altri. Gli puoi raccontare una cosa e l’accetta, chi ha un brutto carattere… non fa mai squadra. Se tu mostri il tuo ego significa che sei una persona insicura, se tu sei sicura del tuo valore non hai bisogno di metterti lì a fare il boss.

DIACO: ma con la consapevolezza di oggi cosa diresti a quel bambino che sei stato… (mostra foto di D’agostino bambino).

D’AGOSTINO: direi quello che ho detto a mio figlio: che alla fine la tenacia paga, il lavoro paga e che è importantissimo poi in qualche modo avere la misura. Perché poi in fondo parliamoci chiaro, uno può fare tutto nella vita ma ci vuole sempre una misura, non bisogna mai esagerare che poi ne paghi le conseguenze. Quando è nato Rocco avevo 45/44 anni… io non sapevo che farci con un pupo, come si educa un figlio. Tu c’hai il cane, io ho il figlio. Andai dal pediatra più famoso di Roma che era Bollera.

DIACO: un luminare della psichiatria infantile…

D’AGOSTINO: prendo appuntamento e dissi: mi è nato un figlio che gli devo dire? e lui mi fa: “niente”. Ricorda l’unica educazione che tu puoi dare a tuo figlio è il tuo comportamento. Come tu cammini come tu parli a tavola… però la cosa mi ha terrorizzato.Perché pensate che l’educazione che date ai vostri figli è come vi comportate, come state a tavola, come usate la lingua, come usate il congiuntivo come usate le forchette, il tovagliolo, quando camminate, quando incontrate gli amici. Quella è l’educazione che tu trasmetti a tuo figlio. Quindi è terribile perché dire: “fa il bravo stai zitto e non rompere il cazzo” quello è facile. Il problema vero è poi che il tuo comportamento deve essere da specchio per un ragazzo. È quello è un compito durissimo.

DIACO: ma a proposito di esempi, ci sono degli esempi quando siamo in vita che poi quando salgono in cielo diventano delle voci interiori. Secondo me c’è una voce che risuona dentro di te ma non mi vorrei sbagliare… suona così te la faccio sentire.

(SI ASCOLTA LA VOCE DI FEDERICO ZERI).

D’AGOSTINO: era la voce di un grande genio italiano che è scomparso e che si chiama Federico Zeri. Zeri è stato un grandissimo storico dell’arte ma non solo: io lavoravo all’Europeo dove anche lui arriva come collaboratore, ecc… allora lo incontro e rimango fulminato dalla sua cultura pazzesca. Lui ha vissuto 5 anni dentro il vaticano per studiare le opere. 5 anni senza uscire. nemmeno in clausura. Poi andai 6 mesi a casa sua, 6 MESI, perché ho detto: “un genio così non lo trovo più”. Stavamo lì non parlavamo di arte perché io dovevo ancora distinguere la cornice dal quadro ma io stavo lì ad ascoltarlo a seguire il suo comportamento, poi arrivavano gli ospiti tra una cosa e l’altra e poi abbiamo fatto un libro di conversazione con lui, parlando di tutto. E poi mi ricordo che lui mi chiese di accompagnarlo alla cappella sistina che era stata restaurata dai giapponesi e c’era una trasmissione di Augias e l’altro ospite con Zeri era Gombrich un altro storico dell’arte. Dato che Zeri era quello che era, un genio folle… uno va alla cappella sistina e la prima cosa che fa è alzare lo sguardo e vedere gli affreschi più belli del mondo, Michelangelo, ecc… e lui cominciò a parlare del pavimento. Lui parlò del pavimento, intanto disse: “perché la cappella sistina sta qui, lontana dal corpo della chiesa di San Pietro? perché qui c’è il diavolo”. Come il diavolo? Portò Gombrich e Augias in un punto del pavimento della cappella sistina dove c’è una grata, “qui sotto c’è il diavolo”. Il diavolo ovviamente non era altro che il più grande tempio pagano dedicato a Mitra. Chiodo schiaccia chiodo.Ogni chiesa romana è stata costruita, edificata su un tempio pagano per mettere in piedi la nuova religione di cristo. Qui c’è il diavolo…

DIACO: questo racconto che mi stai facendo di Zeri… mi fa pensare che l’insegnamento tra i tanti che ti ha dato è quello di guardare le cose sempre da un altro punto di vista.

D’AGOSTINO: quello che mi disse Zeri è questo: ognuno vede quello che sa, questo è fondamentale. Se noi andiamo in un qualsiasi posto, il tuo sapere sa connettere, l’intelligenza è sapere connettere le cose, tu vedi, connetti e questa è l’intelligenza, questa è la cultura. Ognuno vede quello che sa. Su certi quadri vedeva delle cose che io non vedevo ovviamente… su altre cose io vedevo delle cose che lui non vedeva. non si può essere Leonardo, però quello che ti volevo dire, l’importante è la tua capacità di studio, devi studiare, non c’è televisione, internet… studiare ti fa capire quello che hai davanti agli occhi.

DIACO: Sai durante la pubblicità sono andato di là, dall’altra parte, ho sentito i tecnici dire che è inedita questa intervista… Nel senso che sentirti parlare, raccontare, narrare, non come nei soliti dibattiti televisivi a cui partecipi è molto bello.

D’AGOSTINO: Anche perché ho vissuto con dei personaggi da Zeri, Arbasino, Arbore, Boncompagni, ho avuto una grande fortuna e anche una grande umiltà di stare appresso a coloro che io reputavo come maestri. Achille Bonito Oliva non è facile come persona.

DIACO: Per niente…

D’AGOSTINO: Per niente… Però io sapevo che potevo succhiare quella cultura da lui.

DIACO: tu i padri cosiddetti nobili, gli insegnanti te li sei andati a cercare?

D’AGOSTINO: Beh certo li ho anche coltivati, per esempio quando ho conosciuto uno come Ettore Scola, Sergio Corbucci. I salotti di una volta a Roma quando c’era Guarini, Moravia, ti mettevano in crisi. Poi Roma era micidiale in questo.

(VIENE TRASMESSO UN FILMATO TRATTO DA MISTER FANTASY)

D’AGOSTINO: Negli anni 80 ad un certo punto si rompe tutto. La morte di Aldo Moro nel ’78 fa da confine. Ad un certo punto scompare quel periodo di ideologia anche criminale e nascono le tribù del rock: ognuno usava avere un’identità per raccontare agli altri non se stesso, perchè nessuno sa che siamo ma il suo immaginario quello che vorrebbe essere. Lo ritroviamo oggi in Instagram e tutto il resto. Ma nasce lì, nasce con la beat generation di Tom Wolfe, Christopher Lasch che scrive la cultura del narcisismo. La fine delle ideologie comportava che ognuno di noi ha un display da raccontare agli altri, non abbiamo più un gruppo, non abbiamo più un’ideale che ci crea un’identità.

DIACO: Ma era più sincera quella aspirazione di cui parli tu adesso o l’aspirazione di uno giovane di 15 anni di oggi che usa i social network per raccontare quello che gli piacerebbe essere e magari non è?

D’AGOSTINO: il problema oggi non è quello di essere se stessi, neanche negli anni 80. Il problema era creare se stessi. Tu dovevi creare una tua identità: una volta uno si metteva in un gruppo, in un corteo e l’insieme faceva l’identità di un ragazzo. Invece ad un certo punto liberi tutti. All’epoca c’era il paninaro, il new wave il rock billy, ognuno rappresentava quello che era la sua testa. Poi lo vediamo benissimo con Instagram. Che differenza c’è tra il fare un selfie e chiedere a qualcuno mi fai una foto con Diaco? È che con il selfie, il telefonino diventa uno specchio, tu metti la tua faccia, fai la tua boccuccia, crei la tua posizione, non sei più a disposizione di uno che ti fa la pancia, gli occhi chiusi eccetera.

DIACO: Cioè che ti ritrae…

D’AGOSTINO: Sei tu che ti crei con i filtri e vari giochetti… Posti una foto che non è reale. Quell’apparenza là è una creazione. Devi sopportare poi quell’apparenza, non è come mettersi una maschera di carnevale. Ed è in quegli anni ’80 che nasce il computer, nell’ 83. Sono quelli gli anni del postmoderno… In quegli anni lì Umberto Eco scrive il Nome della Rosa.

DIACO: La cosa curiosa è che nella tua carriera strettamente televisiva passi dal fare nel 1981 l’inviato per un programma come mister fantasy, a inventarti nel 1985 un personaggio come il lookologo. Ma la cosa assurda è che metti per la prima volta a processo in questa azienda l’istituzione di questa azienda, l’asset della Rai, facendo Sanremo penosi…

D’AGOSTINO: Io ho fatto pure una cosa che poi mi hanno censurato… Quando a Domenica In feci lo zucchino d’oro, dove davo ai personaggi che avevano combinato delle sciocchezze questo zucchino che avevo fatto dipingere d’oro, un bel zuccone che era molto fallico in effetti… Con Gianni ne abbiamo fatte tante di queste. C’era una sorta di cinismo, cattiveria, distacco… Non ce ne fregava niente. Il problema è che non va presa la televisione come se fosse i dieci comandamenti.

DIACO: è un gioco…

(IN STUDIO SI ASCOLTA LA CANZONE DAL JUKE BOX “She’s leaving home” The Beatles)

D’AGOSTINO: Perché ho scelto questa canzone? Ne potevo scegliere 3 mila che mi hanno colpito nella vita, che mi hanno cambiato la vita… Ho scelto questa canzone perché correva l’anno 1967 e c’era questo capolavoro che sta in Sergent Pepper. Questa canzone racconta un dramma: lei sta lasciando la casa. Voi sapete che tutte le canzoni prima dei Beatles raccontano “io mi sveglio la mattina e lei è andata via”. Qui chi va via è una ragazza che lascia la famiglia, scrive un bigliettino, la madre si sveglia e si accorge di questo biglietto diventa pazza, sveglia il padre e inizia la canzone. Lei lascia la casa e i genitori in questo coro da tragedia greca cantano questo: lei lascia la casa ma noi abbiamo lavorato tutta la vita per darle tutto quello che lei sognava . L’amore nessun denaro te lo può comprare, e noi le abbiamo dato l’amore e le abbiamo dato la nostra vita per farla felice…Perché ci lascia? E c’era quello scontro generazionale tra genitori, tra la famiglia e i figli, dove il figlio non riusciva a comunicare che voleva fare un’altra vita che doveva lasciare che doveva tagliare quel cordone ombelicale. Mi sono commosso a quelle parole lì dei genitori: “io ho dato tutta la mia vita per te, perché te ne vai?” Questo intreccio era cantato da Paul McCartney in un’epoca dove il vaffanculo all’istituzione familiare era d’obbligo, i Beatles fanno questa canzone dove mettono la tragedia di vedere una figlia che va via. Io li ho capito anche i miei genitori: io una volta fui buttato fuori di casa perché avevo rubato la pelliccia di mia madre per andare al Piper. Nel 67 vado a vedere i rolling stones al palasport e trovo Brian Jones con una pelliccia di lupo e delle babbucce rosa che suonava la chitarra. Io e il mio amico Paolo Zaccagnini abbiamo detto: cazzo è figa la pelliccia. Tu ce l’hai la pelliccia? Sì quella de mamma, pure io. Solo che lui aveva quella di visone, mia madre poraccia aveva sta pelliccia e non sapevo neanche il nome… d’astrakan, una cosa vergognosa. E vabbè che ce frega: andiamo al Piper con la pelliccia perché dovevamo fare come i Rolling Stones. Arrivo a casa alle tre di notte con la circolare, ero un ragazzino… Alzo lo sguardo e all’epoca si usava così che i genitori erano affacciati alla finestra preoccupati. Papà mi vede con la pelliccia si rivolge a mamma e le dice: aoh c’avemo un figlio frocio. All’epoca non capivo che era uno shock culturale per un genitore, mio padre faceva il saldatore, vedere un figlio con la pelliccia…era una cosa che io dovevo comprendere.

Alessandro Rico per “la Verità” il 7 ottobre 2019. D' Agostino, in Ungheria hanno la flat tax sulle imprese al 9% e al 15% sulle persone fisiche. Qui - l' ha scoperto Dagospia - il governo giallorosso studia l' Irpef monstre al 50% sopra i 300.000 euro di reddito.

«Forse non lo sa, ma qui abbiamo un debito pubblico enorme. Questo comporta anche cifre astronomiche che paghiamo per gli interessi. E d' altra parte c' è una questione di diseguaglianza».

Dice che la flat tax è iniqua?

«Dico che le tasse vanno abbassate, ma ai ceti medi. Chi guadagna tanto, deve pagare tanto. Invece i più ricchi e le grandi aziende, le tasse vanno a pagarle nei Paesi con regimi fiscali di favore».

Chi va in un paradiso fiscale, fugge da un inferno fiscale.

«Molti nostri grandi industriali se ne vanno in Lussemburgo, in Olanda Il punto è che a certi manca proprio la coscienza».

Però quando parte la lotta all' evasione, alla fine chi ci rimette sono i soliti professionisti, le solite partite Iva Tutti criminalizzati.

«All' origine c' è un problema europeo».

Che intende?

«L' Europa è stata costruita a partire dal tetto: hanno piazzato prima la moneta unica. Invece bisognava partire dall' armonizzazione dei regimi fiscali. Le faccio un esempio».

Sentiamo.

«Se porto la sede di Dagospia a Malta, praticamente non pago le tasse. Tutto questo non è sopportabile. Sull' Italia, invece, le posso raccontare un' esperienza personale».

Prego.

«Io ho lavorato dodici anni in banca. A un certo punto, negli anni Settanta, ero responsabile dei fidi per la zona di Roma Sud».

E allora?

«Non riuscivo ad accordare i mutui ai piccoli imprenditori perché nessuno pagava le tasse. Non avevano dichiarazione dei redditi. È per questo che la Dc prendeva tanti voti: consentiva agli italiani di non pagare le tasse».

Non è un' esagerazione?

«No. Infatti eravamo un Paese governato dagli strozzini: chi non può chiedere soldi in banca va dagli usurai».

Ma lei perché non se ne va in Olanda o in Lussemburgo?

«Ah, perché io le tasse le voglio pagare tutte. E vorrei che anche gli altri le pagassero. Sa cosa mi piace del sistema americano?».

Cosa?

«Che gli evasori vanno in galera».

Roberto D' Agostino ha creato una delle testate di maggior successo nel nostro Paese. L'informazione passa quasi sempre pure da Dagospia. Ma l' Italia, D' Agostino la dipinge a tinte fosche. Dagospia sta seguendo la vicenda della visita a Roma del procuratore americano Robert Durham e del ministro della Giustizia Usa, William Barr, che indagano sulle origini del Russiagate. È dalla disponibilità del nostro premier, che ha la delega ai servizi segreti, che arriva il famoso «Giuseppi», l' endorsement di Donald Trump a Conte nel bel mezzo della crisi di governo?

«Be', la politica è questo: una cosa a me, una cosa a te. Trump sta cercando di vendicarsi di chi ha montato la storia del Russiagate, che poi si è rivelato del tutto farlocco. Ed è significativo che la vicenda sia partita da Roma».

Perché?

«Nel 2016, al governo c' era Matteo Renzi. Uno che tifava spudoratamente per Hillary Clinton. Trump dunque accusa l' Italia di aver fatto scoppiare lo scandalo, usando come trappola il professore maltese della Link University, Joseph Mifsud».

Quello che avrebbe rivelato a George Papadopoulos, allora nello staff di Trump, che esistevano delle email compromettenti per la Clinton. Di lui si sono perse le tracce nel maggio 2018.

«Esatto. Che poi vorrei capire, questa Link University, che università sarebbe».

Cioè?

«Io non conosco studenti della Link. Conosco solo spie. Che corsi organizzano in quest' università?».

La Link è un' università fake?

«Non lo so. Bisognerebbe intervistare Vincenzo Scotti Però è un fatto che quest' università abbia prodotto uno come Mifsud. Chi ci mette i soldi? La Link ha una sede costosissima, praticamente non ha studenti. Chi paga?».

La Link è l' ateneo che sforna la classe dirigente grillina, tipo Elisabetta Trenta. E il M5s è anche il partito che sostiene l' accordo filocinese sulla via della Seta.

«Ma sa, i 5 stelle si sono trovati al potere senza avere una rete di rapporti. E hanno trovato Vincenzo Scotti e la Trenta. Non so se hanno avuto un ruolo in questa storia.

Conte è riuscito a soffiare a Matteo Salvini una preziosa sponda, come Washington, proprio nel momento in cui al leader leghista, che aveva consumato lo strappo, quell' alleato sarebbe servito di più?

«Mi pare chiaro che Trump abbia garantito a Conte un endorsement in cambio delle prove del complotto contro di lui. Ma Conte una cosa l' ha sbagliata».

Quale?

«Ha scelto di mettere allo stesso tavolo Gennaro Vecchione, capo dei servizi segreti e una figura politica come il ministro della Giustizia americano, Barr».

E che c' è di male?

«Gli apparati devono avere rapporti solo con altri apparati. Non con i politici. Quella di Conte è stata una scelta inopportuna e credo che ne pagherà le conseguenze».

Sarà costretto a chiarire di fronte al Copasir.

«Ovvio. Conte si affida molto a questo Vecchione, lo considera un amico, ma per me ha fatto una scelta sbagliata. Alla fine, tra l' altro, abbiamo dimostrato per l' ennesima volta che siamo dei camerieri».

Dice?

«Lo voglio vedere un nostro ministro della Giustizia che va, diciamo, da Emmanuel Macron, per avere un' audizione con i servizi francesi. L' Italia è considerata un Paese suddito, in cui ognuno si fa i cazzi propri».

Alla Lega è mancata la capacità di costruire network internazionali?

«L' abbiamo detto tutti. Salvini non ha avuto una visione geopolitica. Non si è reso conto che la politica di oggi è globale, in un' era di guerra fredda dei dazi. In questa situazione non puoi permetterti di andare un giorno da Vladimir Putin a dire che è un grande e il giorno dopo farlo con Trump».

Salvini ha provato a tenere il piede in due scarpe?

«E certo. E questo gioco ti porta a essere considerato da tutti un politico inaffidabile».

Il leader leghista dice che l' accordo per estrometterlo dal governo era già pronto da molto tempo prima che lui staccasse la spina.

«Dove pensava di andare insultando tutti i giorni Macron e Angela Merkel? Un politico deve sapere che a ogni azione corrisponde una reazione. Lui si meraviglia che l' accordo fosse pronto? È la meraviglia del coglione».

Per fare i sovranisti bisogna essere più accorti?

«Intanto, i sovranisti sono incapaci di allearsi tra di loro. Ognuno guarda ai propri interessi. Tant' è che Viktor Orbán e Lech Kaczynski col cazzo che in Europa stanno con Salvini Stanno con la Merkel, perché ha assicurato loro soldi e flessibilità. Salvini è rimasto con il cerino in mano: con i nazisti tedeschi e Marine Le Pen. I più furbi sono stati i 5 stelle, che hanno votato Ursula von der Leyen».

Comunque, anche quando facciamo gli europeisti, noi italiani rimaniamo tutti con il cerino in mano. Adesso tutti esultano per la flessibilità, ma il deficit previsto per la manovra presunta espansiva è al 2,2%.

«Però lei avrà notato che noi giornalisti non siamo più costretti a parlare tutti i giorni di spread e di agenzie di rating. Non stanno lì a regalarci i soldi, ma nemmeno hanno il fucile spianato. Guardi che facendo quella cazzata l' 8 agosto, Salvini s' è salvato la pelle».

Che intende dire?

«Se Salvini fosse arrivato al voto anticipato, per lui sarebbe cominciata una via crucis. Anzi, una via trucis».

L' avrebbero bombardato?

«Quotidianamente. Gli avrebbero fatto uno scherzetto tipo quello che hanno riservato ad Heinz-Christian Strache, l' ex vicecancelliere austriaco. Ti tirano fuori un video compromettente di due anni prima e ti fanno fuori».

Allora per i sovranisti non c' è speranza?

«Se vuoi stare nell' Ue, come in club, devi rispettare le regole. Se no, devi uscire, come ha fatto la Gran Bretagna. Ma è una scelta che ha delle conseguenze economiche. E infatti nella Lega non si sentono più i Claudio Borghi o gli Alberto Bagnai che parlano di uscire dall'euro. E Paolo Savona, il cigno nero? Che fine ha fatto?».

I primi sovranisti sono gli europeisti di Francia e Germania. Loro, delle regole se ne infischiano.

«Sì, ma non possiamo metterci sullo stesso piano di Francia e Germania. L' Italia è vassalla. Qui arriva il ministro della Giustizia americana e parla con chi vuole. Francia e Germania se ne infischiano dei veti sul 5G dell' America».

Ci rassegniamo al ruolo di camerieri?

«Finché dovremo andare a chiedere soldi in Europa, ci terranno al guinzaglio. Il creditore ha sempre il coltello dalla parte del manico».

Il pateracchio giallorosso dura?

«Chiunque destabilizzi questo governo verrà a sua volta destabilizzato».

Quindi il governo è in una botte di ferro?

«L' Europa vuole questa stabilità. Perciò, appena a Luigi Di Maio o Matteo Renzi verrà in mente di fare qualche colpo di testa, arriverà la magistratura a rimetterli a cuccia».

Non hanno loro le leve del potere, insomma.

«Il potere è invisibile, sta in alto, è il deep State. Questi mica sono leader: questi sono delegati dal potere. Uno come Conte, secondo lei, chi rappresenta? Manco la moglie. Essendo burattini, non appena il burattinaio decide che non vanno più bene, taglia i fili».

Che intervista pessimista.

«Si chiama Realpolitik. Non ci sono più ideali o ideologie. Come diceva Cuccia, articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto».

·         Diritto all’oblio. Una censura tutta Comunitaria.

Diritto all’oblio, Google  vince la causa: nessun obbligo alla rimozione fuori dalla Ue. Pubblicato martedì, 24 settembre 2019 da Corriere.it. Google non ha l’obbligo di rimuovere i collegamenti a dati personali sensibili a livello globale: è quanto ha sancito martedì 24 settembre la Corte di Giustizia dell’Unione, nella causa tra il colosso tecnologico e i regolatori della privacy francesi. In Francia il garante della privacy del CNIL nel 2016 aveva multato Google per 100 mila euro per aver rifiutato di eliminare informazioni sensibili dai risultati di ricerca su Internet a livello globale - limitandosi alla sola versione europea - in base a quello che viene definito il «diritto all’oblio». Adesso il motore di ricerca non sarà tenuto, fuori dall’Ue, a rimuovere link a contenuti che alcuni utenti vorrebbero non più visibili in virtù di tale diritto. La decisione della Corte farà sì che i contenuti che in Europa siano considerati «dimenticabili», in forza del diritto all’oblio, potranno essere in ogni caso visibili nei risultati di ricerca di Google all’esterno dell’Ue. Il contenzioso tra il motore di ricerca, che vuole preservare il diritto a trovare informazioni sul suo sito, e alcuni Stati membri dell’Unione si protrae da anni. Il diritto all’oblio venne «concesso» ai cittadini dalla Corte europea, nel 2014. Riconosce la possibilità di chiedere che siano cancellati un video, un testo o un’immagine che riguardano il nostro passato e che non siano più rilevanti per l’opinione pubblica. Il diritto di sparire dal Web senza lasciare tracce venne invocato per primo da un cittadino spagnolo che ogni volta che digitava il suo nome su Google vedeva comparire un articolo pubblicato nel 1998 dalla Vanguardia, dove si parlava dei suoi debiti verso lo Stato, poi estinti. Dopo un lungo ricorso, ottenne la deindicizzazione del contenuto. E la sentenza che ne derivò ha dato la possibilità a tutti di chiedere l’eliminazione di ciò di cui ci vergogniamo o da cui ci sentiamo insultati. Operazione non scontata: prevede innanzitutto la richiesta al motore di ricerca di deindicizzare il contenuto. Se non va a buon fine, si può fare ricorso al Garante per la Privacy. Ultima chance, rivolgersi a un giudice. Ma a fare da contraltare al diritto all’oblio c’è il diritto di cronaca: se c’è ancora interesse da parte del pubblico, l’informazione non può essere cancellata.

Google non dovrà garantire il diritto all'oblio su scala globale. Beniamino Pagliaro il 24 settembre 2019 su La Repubblica. Google non dovrà applicare il diritto all'oblio su scala globale: il motore di ricerca non sarà obbligato a rimuovere i link a contenuti che alcuni utenti non vorrebbero più far vedere in nome del diritto all'oblio, fuori dall'Unione europea. La decisione della Corte di giustizia dell'Unione europea farà sì che i contenuti che in Europa sono considerati "dimenticabili" potranno essere in ogni caso visibili nei risultati di ricerca di Google all'esterno dell'Unione. La battaglia tra il motore di ricerca, che vuole preservare il diritto a trovare informazioni sul suo sito, e alcuni stati membri dell'Unione, si protrae da anni. Nel 2016 l'authority per la privacy della Francia aveva multato Google per 100mila euro in quanto il gruppo di Mountain View si era rifiutato di cancellare a livello globale i contenuti che in Europa hanno diritto all'oblio. L'authority aveva poi portato Google in tribunale chiedendo la deindicizzazione globale dei contenuti soggetti al diritto, e la giustizia francese aveva rimandato il caso alla Corte di giustizia. In attesa della decisione comunicata oggi, in realtà, in molti stati europei, dalla Spagna alla Danimarca e alla Grecia, alcune sentenze hanno rigettato l'idea del "global removal", a partire dal principio chiave che una norma possa valere solo nel territorio in cui è stata adottata. Non esiste, insomma, l'extraterritorialità del diritto, anche in tema di informazione. La decisione della Corte sembra confermare questa linea. I risultati delle ricerche su Google non cambieranno in ogni caso in base al dominio: non basterà passare da google.fr o google.it a google.com per vedere i risultati completi. Google restituisce i risutati in base alla localizzione dell'utente. Il diritto all'oblio nell'Unione europea è stato sancito dalla stessa Corte di giustizia con una decisione del 2014, ed è stata poi inclusa nel Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr). Ma non è esportabile. Quella di oggi è una vittoria per Google: all'interno della Ue si è dovuta adeguare alla norma, ma non dovrà farlo a livello globale. I sostenitori del diritto all'oblio sono invece contrariati: "La barriera territoriale appare sempre più anacronistica", ha commentato il garante per la privacy in Italia, Antonello Soro. La decisione contribuirà al tempo stesso ad aumentare ulteriormente le differenze - per alcuni osservatori una vera e propria balcanizzazione - tra l'accesso ai contenuti su internet nelle varie aree del mondo. In Europa i cittadini non vedranno alcuni contenuti a cui potrebbero accedere negli Stati Uniti.

(ANSA il 24 settembre 2019) - La Corte di giustizia Ue dà ragione a Google: i motori di ricerca - qualora dovessero accogliere una richiesta di "diritto all'oblio" da parte di un utente - non sono obbligati ad applicarla in tutte le loro versioni. Tuttavia, fatto salvo alcune eccezioni previste dal diritto Ue, vale invece anche per i gestori dei motori di ricerca il divieto di trattare determinati dati personali sensibili. La prima sentenza della Corte riguarda il ricorso di Google Inc, contro la multa da 100mila euro ricevuta dal Commissione nazionale dell'informativa e delle libertà francese per essersi rifiutato di applicare la "deindicizzazione" dei link, il cosiddetto "diritto all'oblio", a tutte le versioni del suo motore di ricerca. Il ricorso del colosso di Mountain View al Consiglio di Stato ha portato al pronunciamento della Corte europea. I giudici del Lussemburgo sottolineano che per rispettare pienamente il diritto all'oblio sarebbe necessaria un'operazione a livello mondiale. Tuttavia, molti Stati terzi non riconoscono tale diritto o lo applicano diversamente. Di conseguenza, allo stato attuale non sussiste, per il gestore di un motore di ricerca che accoglie una richiesta di deindicizzazione, l'oblio derivante dal diritto dell'Ue di effettuare tale deindicizzazione su tutte le versioni del suo motore. Il motore di ricerca deve invece applicare il diritto all'oblio in tutte le sue versioni negli Stati membri Ue, mettendo in pratica misure che permettano quantomeno di scoraggiare gli utenti dall'accedere, attraverso l'elenco dei risultati, a versioni "extra Ue" del motore stesso. Il secondo blocco di sentenze riguarda invece il ricorso di quattro cittadini contro il rifiuto del Cnil francese di ingiungere alla società Google Inc. di applicare il diritto all'oblio nei loro confronti. Con la sentenza odierna, la Corte sottolinea che il gestore di un motore di ricerca non è responsabile del fatto che dei dati personali sensibili compaiono su una pagina web pubblicata da terzi, ma dell'indicizzazione di tale pagina. Rientra quindi nei suoi compiti verificare se l'inserimento dei link nell'elenco dei risultati sia strettamente necessario per proteggere la libertà d'informazione degli utenti, oppure se questi possano essere "deindicizzati" su richiesta dell'interessato. In particolare, per quanto riguarda i procedimenti penali, qualora non ritenesse di poter accogliere la domanda sul "diritto all'oblio" di una persona, il gestore del motore di ricerca è comunque tenuto a sistemare l'elenco dei risultati in modo tale che l'immagine globale che ne risulta per gli utenti rifletta la situazione giudiziaria attuale facendo comparire per primi i link verso pagine contenenti informazioni più recenti.

(ANSA il 24 settembre 2019) - "Leggeremo le motivazioni della decisione della Corte di Giustizia, che però ha sicuramente un impatto rilevante sulla piena effettività del diritto all'oblio. In un mondo strutturalmente interconnesso e in una realtà immateriale quale quella della rete, la barriera territoriale appare sempre più anacronistica". E' il commento del Garante per la privacy, Antonello Soro, alle sentenze della Corte Ue in materia di applicazione del diritto all'oblio da parte di Google nei Paesi dell'Unione. "A maggior ragione - continua Soro in una nota - acquista ulteriormente senso l'impegno delle Autorità europee di protezione dati per la garanzia universale di questo diritto, con la stessa forza su cui può contare in Europa. L'equilibrio tra diritto di informazione e dignità personale, raggiunto in Europa anche grazie alla disciplina dell'oblio, dovrebbe rappresentare un modello a livello globale".

(ANSA il 24 settembre 2019) - "Dal 2014 ci siamo impegnati per implementare il diritto all'oblio in Europa e per trovare un punto di equilibrio tra il diritto di accesso all'informazione e la privacy. È bello vedere che la Corte ha condiviso le nostre argomentazioni; siamo grati alle organizzazioni indipendenti per i diritti umani, alle associazioni del mondo dell'informazione e alle molte altre associazioni in tutto il mondo che hanno presentato le loro opinioni alla Corte". Lo ha dichiarato Peter Fleischer, Senior Privacy Counsel di Google, commentando la decisione della Corte di giustizia Ue secondo la quale i motori di ricerca - qualora dovessero accogliere una richiesta di "diritto all'oblio" da parte di un utente - non sono obbligati ad applicarla in tutte le loro versioni.

(ANSA il 24 settembre 2019) - "Prendiamo nota della sentenza odierna della Corte di giustizia europea sul diritto all'oblio, che è in linea con la posizione presa dalla Commissione Ue su questo caso". Così un portavoce dell'esecutivo comunitario commentando la decisione dei giudici del Lussemburgo sul ricorso di Google contro la multa da 100mila euro ricevuta dal Cnil francese per essersi rifiutato di applicare la "deindicizzazione" dei link, il cosiddetto "diritto all'oblio", a tutte le versioni del suo motore di ricerca. "La sentenza chiarisce che il diritto all'oblio si applica all'interno dell'Ue e che i gestori dei motori di ricerca devono prendere misure specifiche ed efficaci per assicurare che questo diritto sia garantito - ha aggiunto il portavoce - tuttavia, il diritto all'oblio non si applica necessariamente fuori dall'Europa. All'interno dell'Ue le regole sulla protezione dei dati si applicano e devono essere rispettate, e questo include il diritto all'oblio".

·         Il Diritto di Citazione. Censura e Fake News. Se questi son giornalisti...

Non si è colti, nè ignoranti: si è nozionisti, ossia: superficiali.

Nozionista è chi studia o si informa, o, più spesso, chi insegna o informa gli altri in modo nozionistico.

Nozionista è:

chi non approfondisce e rielabora criticamente la massa di informazioni e notizie cercate o ricevute;

chi si ferma alla semplice lettura di un tweet da 280 caratteri su twitter o da un post su Facebook condiviso da pseudoamici;

chi restringe la sua lettura alla sola copertina di un libro;

chi ascolta le opinioni degli invitati nei talk show radio-televisivi partigiani;

chi si limita a guardare il titolo di una notizia riportata su un sito di un organo di informazione. 

Quel mondo dell'informazione che si arroga il diritto esclusivo ad informare in virtù di un'annotazione in un albo fascista. Informazione ufficiale che si basa su news partigiane in ossequio alla linea editoriale, screditando le altre fonti avverse accusandole di fake news.

Informazione o Cultura di Regime, foraggiata da Politica e Finanza.

Opinion leaders che divulgano fake news ed omettono le notizie. Ossia praticano:  disinformazione, censura ed omertà. 

Nozionista è chi si  abbevera esclusivamente da mass media ed opinion leaders e da questi viene influenzato e plasmato.

Gustavo Bialetti per “la Verità” il 28 novembre 2019. In tempi di buonismi e lotta alle fake news, bisogna riconoscere che la mamma delle notizie stupide è sempre incinta. C' è un tale bisogno di rassicurarci a vicenda del fatto che, grazie al pieno appoggio di ogni élite del pianeta, non torneranno né il nazismo, né il fascismo, né l' antisemitismo, che anche le normali notizie di costume vengono utilizzate per dimostrare che «il Paese reale» è più avanti di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni. E, nel caso si riprendesse dai suoi business, anche di Silvio Berlusconi. L' ultimo saggio di questo schema mediatico da sociologi del bar è la seguente fanta-notizia, che prendiamo dalla Stampa di ieri, ma che era riportata con la medesima gioia un po' ovunque: «Li chiameremo Leonardo e Sofia. Quando gli stranieri scelgono nomi italiani per i figli». Nell' articolo, gonfio di poesia, si parte da Giulietta e Romeo e si ricorda che il nome italiano «per i giovani genitori stranieri da poco arrivati in Italia è uno strumento potente per assicurare ai figli più accoglienza e integrazione». Come no. Anche noi potremmo chiamare un figlio Jeeg o Kyashan, in omaggio ai cartoni, ma questo non garantirebbe che parlasse giapponese. Ma prima di ricavare teorie sull' integrazione buone per la vigilia di Natale, bisognerebbe ricordare che se il fenomeno dei nomi italiani è vero per i cinesi, si tratta spesso di un doppio nome per non essere esclusi dal mondo degli affari. Mentre per i rumeni, che sono di ceppo latino, molti nomi sono comuni alle due lingue. Invece il fenomeno del nome italico è raro per gli islamici, molto gelosi (e giustamente) delle loro tradizioni. E alla fine, anche questo conferma che non si vogliono integrare davvero. Insomma, era la solita fake news dei cacciatori di fake news.

Ferruccio Michelin per formiche.net il 28 novembre 2019. Da un lato la disinformazione diffusa dall’esterno come un’arma per portare avanti una guerra culturale profonda, studiata, secondo i servizi di intelligence americani e non solo, per rovesciare l’ordine occidentale e il suo sistema di valori. Dall’altro la notizia di una sponda prestata, proprio in Italia, a uno dei media-outlet con cui il Cremlino diffonde la sua narrativa in giro per il mondo. Il network internazionale Sputnik, braccio propagandistico con cui il governo russo arriva in almeno 32 lingue, italiano compreso, ha tenuto l’altro ieri all’Università di Messina – ateneo istituito nel 1548 da Paolo III (il papa del Concilio di Trento e dell’approvazione alla Compagnia di Gesù) – una sessione formativa dedicata alle ultime tendenze nello sviluppo nell’ambiente globale dell’informazione e alla ricerca di nuovi canali e modalità di fornitura di contenuti ai consumatori. Sono stati in molti, però, a rilevare come la testata in questione sia da tempo al centro di critiche internazionali, che comprendono anche quelle negli Stati Uniti in relazione al cosiddetto Russiagate. Un esempio recente che ha fatto discutere: la morte di Abu Bakr al Baghdadi. Il Califfo s’è probabilmente suicidato meno di due mesi fa, braccato dagli americani della Delta Force che gli erano piombati addosso nel compound siriano dove viveva sotto gli occhi dei lealisti russi. Il presidente statunitense ha pubblicamente ringraziato la Russia per aver fatto passare gli elicotteri delle forze speciali che hanno condotto l’operazione: ed è realmente andata così, perché Mosca controlla i cieli siriani. Non solo: cinque giorni dopo l’operazione americana erano stati quelli dello Stato islamico ad ammettere l’enorme perdita celebrando pubblicamente il martirio del Califfo. Ma per i media del Cremlino Baghdadi non è morto, anzi dicono che non c’è stata proprio nessuna operazione quella notte; fermo restando che Sputnik ne ha annunciato l’uccisione per mano russa almeno tre volte e ultimamente scriveva che si sarebbe rifugiato in Libia. È una prassi molto comune e nota della Russia (e in passato dell’Unione sovietica), che fa lega anche sui media russi vicini o controllati da Mosca. Si chiama disinformatja, serve a rovesciare il senso delle cose, della realtà e della verità. Ha lo scopo di mandare in tilt chi ascolta, far perdere l’orientamento tra le informazioni. Mette il pubblico davanti al dubbio, rimbalzato dai social network. Nell’ambito del progetto “SputnikPro”, a Messina c’erano la vicedirettrice capo di Russia Today, Natalya Loseva, e la vicedirettrice della divisione trasmissioni estere, Tatyana Kukhareva. Il dibattito sui media moderni è stato moderato dal presidente del più grande gruppo editoriale siciliano, Ses, Lino Morgante. Il rettore dell’Università di Messina, Salvatore Cuzzocrea, ha anche sottolineato che l’evento si è svolto all’interno delle mura dell’antica Accademia Peloritana, che è stata creata a Messina nel 1729 per diffondere i valori culturali, scientifici e umanistici. Secondo il rettore, le relazioni degli ospiti provenienti dalla Russia “rispondono” a queste tradizioni e soddisfano gli interessi di sviluppo delle relazioni internazionali dell’Università. Ma c’è chi nutre forti dubbi a riguardo.

Davide Desario per leggo.it il 17 dicembre 2019. All'inizio del 2019, con un vezzo quasi maniacale, ho preso un bloc notes e l'ho dedicato agli errori di Leggo. Ora che l'anno è quasi in chiusura mi rendo conto che ho scritto solo una pagina. Ma, purtroppo, l'ho scritta. Perché alla squadra di giornalisti che quotidianamente elabora su carta e su web tanti articoli (selezionandoli tra il fiume notizie e verificandoli fino all'ultimo minuto) è capitato di sbagliare. Mai in malafede, posso garantirvelo. Così, laddove possibile, abbiamo corretto subito su internet; in altri casi abbiamo rettificato nei giorni successivi. A nessuno fa piacere commettere errori. Non dovrebbe capitare, ma è capitato. Per questo oggi abbiamo dedicato una pagina alle notizie sbagliate. Chiediamo scusa ai lettori tutti. Fare meglio è difficile, ma è possibile. Provarci è il nostro dovere.

Leggo è una squadra di giornalisti che cerca ogni giorno di informare al meglio i lettori sull'attualità: dalla cronaca alla politica, dallo sport agli spettacoli. Lo facciamo con attenzione cercando di verificare sempre le notizie. Eppure qualche volta commettiamo degli errori: per eccessiva fiducia nelle fonti, per un maledetto momento di distrazione, per la concitazione di certi instanti, può capitare di sbagliare. Ci sembra giusto, quindi, per un dovere di trasparenza verso i lettori, in chiusura di questo 2019 ricordare alcune delle occasioni in cui ci siamo sbagliati. Chiediamo scusa agli interessati e ai lettori tutti. Con una certezza: ogni giorno iniziamo a lavorare pensando a come avremmo potuto fare meglio il giorno prima. E non smetteremo mai di farlo.

Il 26 luglio è stato ucciso il carabiniere Cerciello Rega. Al momento del suo assassinio alcune agenzie di stampa, e altre fonti, sostenevano che a ucciderlo fossero stati due uomini di colore. Venne fornito un identikit degli assassini. E anche noi di Leggo in un primo momento sul nostro sito internet riportammo la stessa versione. Sbagliammo, perché con il passare delle ore a venire a galla fu un'altra verità: ad essere coinvolti nell'omicidio del maresciallo Cerciello Rega erano due turisti statunitensi in vacanza a Roma. Correggemmo subito.

Stavolta c'era anche un video choc. In primavera, una ragazza di Portici (Napoli) denunciò di essere stata violentata dal branco nell'ascensore della stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano, il paese di Massimo Troisi. I presunti autori della violenza furono fermati, le prove sembravano schiaccianti. Dammo per certa la notizia senza dire che fosse la sua versione. Ma il racconto della ragazza non risultò del tutto veritiero.

A luglio, in cronaca di Roma, abbiamo pubblicato la foto di un mezzo pubblico nel quale entrava pioggia dal tetto. Avevamo indicato quel mezzo come uno dei nuovi filobus comprati dal Comune dopo mesi di attesa. In realtà era solo un autobus di linea. Nelle stesse pagine, un altro errore. È di giovedì scorso e riguarda sempre il maltempo, non pioggia ma freddo. Alcuni inquilini delle case popolari avevano dato vita a una protesta per far accendere i termosifoni. Nel titolo avevamo indicato l'Ater come responsabile: erano invece case del Comune.

Anche nelle pagine di politica c'è scappata la gaffe. In un'intervista indicammo l'ex-ministra Beatrice Lorenzin come appartenente al Pd. All'epoca invece era un'esponente di Ap. Una gaffe, profetica tant'è che poco dopo si iscrisse effettivamente ai Dem. (R. Leggo)

Vittorio Sabadin per “la Stampa” il 15 dicembre 2019. La Bbc è uscita un po' ammaccata dalla campagna elettorale più ricca di bugie della storia britannica, al punto da domandarsi se non sia diventato molto difficile, nell' era dei social media, fare un' informazione corretta. Il direttore generale Tony Hall ha mandato un messaggio ai dipendenti, ringraziandoli per il lavoro fatto. Ha dovuto però ammettere anche qualche errore, «del tutto comprensibile in una campagna così frenetica». Ma i suoi giornalisti non pensano che le cose siano così semplici. Il Guardian ha dedicato una lunga analisi al problema, osservando che per la prima volta il rigore informativo si è confrontato direttamente con le chiacchiere dei social. Il rigore è rimasto così spiazzato da lasciare il campo con profonde ferite. Colpa anche di alcuni errori, dovuti all' innata tendenza della Bbc a essere un po' governativa: sono state tagliate le risate del pubblico alla domanda, rivolta a Johnson, se un politico debba essere sincero; è stato preso per vero, senza controllare, l'inesistente schiaffo di un laburista a un ministro. Ma per la prima volta imprecisioni anche meno gravi di queste sono state amplificate da un'onda di critiche su Twitter e sui social, che contemporaneamente diffondevano versioni diverse di ogni fatto. «Le cose diventavano virali in così poco tempo - ha detto Fran Unsworth, la responsabile delle News - che la nostra capacità di replicare con una informazione corretta è stata limitata. Dopo che un' informazione non vera si è diffusa, la gente sembra quasi non volere sentire la verità». Con le elezioni, il modello di reporting neutrale della Bbc, indispensabile alla democrazia in una nazione divisa, è entrato in crisi perché non è più adatto a un' era nella quale i politici manipolano i media traendone vantaggio. Ingenti somme sono state spese da Laburisti e Conservatori per diffondere su Facebook e su altri social informazioni che gruppi di verifica dei fatti come Full Fact hanno scoperto essere per l' 80% non veritiere. La crisi della Bbc ha messo allo scoperto anche un conflitto generazionale. I giornalisti più giovani hanno confessato di essere paralizzati dall' idea che qualunque parola dicano in tv o alla radio debba passare lo spietato e spesso irresponsabile scrutinio dei social media. I più anziani danno meno peso alle critiche di Twitter, ma sono accusati a loro volta dai colleghi giovani di usare male i social, nei quali si esprimono con un linguaggio povero, sarcastico e disattento. Tony Hall ha auspicato che le piattaforme social si pongano il problema di un controllo sui contenuti che diffondono, e sui continui attacchi a chi cerca di fare informazione corretta. I giornalisti della Bbc sentiti dal Guardian hanno detto che non parlano più del loro lavoro ai ricevimenti e alle feste: c' è un' astiosità tangibile, alimentata dai social. «La Bbc non va bene? Finiranno con Fox News e Russia Today» è stato uno dei loro commenti. «Meglio essere criticati che ignorati, vuol dire che siamo ancora importanti», ha concluso Fran Unsworth. Ma il problema è serio, e non si risolve con le battute.

Giangavino Sulas per “Oggi” il 28 novembre 2019. La macchina delle fake news non si ferma. E non guarda in faccia nessuno. Anzi, per diffondere le sue bufale, sembra scegliere con cura personaggi diventati famosi a causa di terribili storie di cronaca nera. Qualche settimana fa tv e giornali avevano preso per vera la notizia di un'eredità a Pietro Maso, ma Oggi, sul n. 45, ha smascherato l'invenzione: tutto falso. Ora tocca ad Annamaria Franzoni: avrebbe chiesto il Reddito di cittadinanza e le sarebbe stato negato. Ma le cose non stanno così. La Franzoni, accusata di aver ucciso a Cogne, il 30 gennaio 2002, il figlioletto Samuele di 3 anni, dopo una condanna in primo grado a 30 anni usufruì del parziale vizio di mente e in Appello la pena fu ridotta a 16 anni diventati 13 grazie a un indulto. Ne ha scontati sei in carcere e cinque ai domiciliari. Oggi vive a Monteacuto Vallese, a pochi chilometri da San Benedetto Val di Sambro, con il marito Stefano Lorenzi che lavora con il suocero-patriarca e l'ultimo figlio Gioele, nato l'anno dopo l'omicidio di Samuele. Il primogenito Davide, 25 anni, è andato a vivere in Romania con la compagna. Nei giorni scorsi numerosi giornali, riprendendo un comunicato stampa della misteriosa associazione Giustitalia, hanno reso noto che la Franzoni aveva chiesto il Reddito di cittadinanza e che l'Inps di Bologna aveva respinto la domanda. Aggiungendo che Giustitalia avrebbe affiancato la Franzoni per presentare il ricorso. Secca e puntuale è arrivata la smentita. L'avvocato Paola Savio ha fatto sapere che Annamaria non ha mai presentato alcuna richiesta di Reddito e di non averci mai neppure mai pensato. Non ha aggiunto altro e perfino Giustitalia ha preferito tacere. La stessa Giustitalia solo un paio di settimane fa aveva dato la notizia che anche a Marita Conti, la moglie di Massimo Bossetti, era stato negato il Reddito di cittadinanza e che aveva deciso di affiancare la donna per tutelarne i diritti. È vera solo la prima parte della notizia. Marita Conti, convinta da un'amica, nel febbraio scorso aveva fatto domanda per accedere al Reddito ma prevedeva già che sarebbe stata respinta perché nei due anni precedenti aveva percepito un reddito piuttosto alto grazie a alcune interviste pagate profumatamente da un settimanale e ad alcune apparizioni in tv. Somme che Marita non ha neppure visto. Sono servite per sostenere le spese processuali del marito. Oggi la moglie di Bossetti lavora part-time con un'agenzia di pulizie. Si alza alle 5 del mattino e guadagna 500 giuro al mese. L'aiuta il primo-genito Nicolas che ha compiuto i 18 anni e lavora come idraulico con lo zio. Marita non ha intenzione di rifare la domanda per avere il Reddito e soprattutto precisa di non aver mai ricevuto da Giustitalia alcuna proposta per fare ricorso.

Wikileaks, la verità sull'attacco chimico a Douma in Siria. Un anno e mezzo fa, il presunto attacco chimico a Douma, in Siria, il 7 aprile del 2018, scatenò una profonda reazione internazionale e si dette la colpa al presidente Bashar al-Assad. Ora, però, la verità potrebbe essere riscritta. Una mail interna all'Opac, ottenuta da WikiLeaks, lascia affiorare le perplessità di un ispettore dell'Organizzazione che nel 2018 partecipò all'indagine. Stefania Maurizi il 24 novembre 2019 su La Repubblica. E' un episodio che poteva far sprofondare il mondo in una nuova guerra in stile Iraq, innescata dalle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam. Un anno e mezzo fa, il presunto attacco chimico a Douma, in Siria, il 7 aprile del 2018, scatenò una profonda reazione internazionale, con le foto dei bambini rilanciate da tutti i media del mondo, tanto che appena una settimana dopo Stati Uniti, Francia e Inghilterra lanciarono una serie di bombardamenti contro la Siria di Bashar al-Assad. Da subito, infatti, si dette la colpa al regime di Assad, senza neanche aspettare l'indagine scientifica dell'Opac, l'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, l'organismo tecnico internazionale che vigila sul rispetto della Convenzione sulle armi chimiche. Ora, però, la verità su Douma potrebbe essere riscritta. Una mail interna all'Opac, ottenuta da WikiLeaks e condivisa con il nostro giornale, lascia affiorare le perplessità di un ispettore dell'Organizzazione che nel 2018 partecipò all'indagine. Già un mese fa, Repubblica aveva raccontato dell'esistenza di un whistleblower – la cui identità non è nota al nostro giornale - che accusa l'Opac di aver manipolato il rapporto tecnico su Douma. Repubblica aveva prontamente contattato l'Organizzazione, chiedendo chiarimenti sulle gravi accuse lanciate dal whistleblower. Dopo quasi un mese di silenzio, l'Opac ci ha risposto due giorni fa, confermando di attenersi alle sue conclusioni: “ci sono motivi fondati di credere che l'uso di un'arma chimica è avvenuto a Douma il 7 aprile del 2018” e “l'elemento tossico era probabilmente cloro molecolare”. La nuova email appena rivelata da WikiLeaks, però, potrebbe riaprire il caso, innescando un dibattito alla luce del sole, in una vicenda tanto complessa e oscura. Il documento è datato 22 giugno 2018, in quei giorni tutto il mondo aspettava le conclusioni degli ispettori dell'Opac inviati a Douma, ma il rapporto finale fu pubblicato con un enorme ritardo, quasi un anno dopo: solo nel marzo 2019. Oggi, questa email lascia affiorare le perplessità che in quei mesi circolavano tra le fila dei tecnici. A scrivere è il whistleblower che si rivolge al diplomatico inglese Robert Fairweather, capo di gabinetto dell'allora direttore generale dell'Opac, il diplomatico turco Ahmet Uzumcu. “Gentile Rob”, recita il testo, “come membro del team della missione di Fact-finding che ha condotto l'inchiesta sul presunto attacco a Douma, il 7 aprile, desidero esprimere la mia più grave preoccupazione per la versione redatta del rapporto della missione di Fact-finding”. Il whistleblower non fa nomi, ma attribuisce responsabilità ai livelli più alti dell'Organizzazione: l'ufficio del Direttore generale. E continua: “Dopo aver letto questo rapporto modificato, che tra l'altro nessun altro membro del team inviato a Douma ha avuto l'opportunità di fare, io sono rimasto colpito da quanto rappresenta i fatti in modo errato”. L'email non contiene alcuna valutazione politica: riporta esclusivamente considerazioni tecniche. Per esempio, contesta il fatto che a Douma gli ispettori abbiano appurato la presenza di alti livelli di “derivati organici contenenti cloro […] rilevati nei campioni ambientali” e scrive che essi erano “nella maggior parte dei casi, presenti solo in parti per miliardo, un livello così basso di 1-2 parti per miliardo, che essenzialmente significa tracce”. Il tecnico contesta anche che, mentre il report originale degli ispettori discuteva in dettaglio le contraddizioni tra i sintomi accusati dalle presunte vittime e quelli riportati dai testimoni e visti nei video che circolavano, queste considerazioni sono state omesse nel rapporto redatto e sottolinea che “queste incongruenze erano state notate non solo dal team della Fact-finding mission, ma erano state fortemente confermate da tre tossicologi con una competenza specifica in materia di esposizione alle armi chimiche”. Infine, l'ex ispettore contesta l'affermazione che il gas tossico fosse fuoriuscito da due cilindri metallici gialli, le cui foto fecero il giro del mondo. Lunedì l'Opac terrà la conferenza di tutti i suoi Paesi membri a L'Aia: l'Organizzazione premio Nobel per la Pace 2013 farà chiarezza sulle gravi accuse del whistleblower, dopo questa email?

CI SEI O CI FAKE? Daniela Ranieri per "il Fatto quotidiano” il 17 ottobre 2019. Italia Viva è viva e lotta contro le fake news. Il partitino di Renzi chiede la costituzione di una commissione d' inchiesta sulle bugie. La proposta di legge, la cui prima firmataria è Maria Elena Boschi, prevede che la commissione indaghi "sui casi di informazioni distorte per influenzare consultazioni elettorali" e indichi al Parlamento "specifiche forme di repressione penale per la diffusione di contenuti illeciti". Di seguito un breve promemoria a uso di chi dovesse essere condotto in ceppi davanti al giudice con l' accusa di aver fatto perdere ai renziani il referendum del 2016 mediante "la diffusione seriale massiva di contenuti illeciti e di informazioni false attraverso la rete".

"L' Italia è più grande di chi vorrebbe fermarla e l' autostrada Salerno-Reggio Calabria è il simbolo che se tutti insieme lavoriamo nella stessa direzione alla fine i risultati parlano". "La Salerno Reggio Calabria sarà pronta #comepromesso il 22 dicembre. Intanto da oggi è a 4 corsie. L' Italia cambia passo dopo passo #lavoltabuona". Per pre-inaugurare a marzo 2016 la Salerno-Reggio Calabria (paventando che il 22 dicembre non ci sarebbe stato lui a tagliare il nastro, come infatti è stato) e vendicarsi della stampa straniera che rise di lui, Renzi accorcia l' autostrada di 95 km (da 450 a 355), chiude 4 cantieri su 5, restringe le corsie da 4 a 1 nei pressi di Cosenza. A giugno 2018, i cantieri ancora aperti erano 67.

"I cittadini sceglieranno quali consiglieri regionali andranno a Palazzo Madama. Si vota, c' è la legge elettorale, non c' è trucco e non c' è inganno" (29.11.2016) Nel #matteorisponde Renzi agita una scheda elettorale per "smontare la bufala che i senatori saranno nominati dai partiti". Sostiene sia un fac-simile: in realtà è una fotocopia fatta a mano. Non esisteva nessuna legge elettorale per il Senato. Tra quel foglio e delle elezioni vere c' era la stessa relazione che c' è tra un atto di nascita falso e un parto.

"La riforma costituzionale darà al Sud gli stessi livelli di cura del Nord: se c' è un farmaco sull' epatite C, perché in Lombardia ci si mette 3 mesi per liberarlo e in altre Regioni 3 anni? Perché i sistemi sono diversi, con la riforma cambia il Titolo V e il livello di assistenza sarà in Lombardia e in Calabria" (Renzi, 27.11.2016).

"Oggi non c' è lo stesso diritto per ciascun cittadino di accedere alle stesse cure in termini di malattie molto gravi come il tumore o di vaccini. Se passa la riforma invece avremo il dovere che ci sia lo stesso tipo di diritti a prescindere dalla regione dove vivono" (Boschi, 11.2016). Posto che la riforma non toccava affatto le disparità tra Regioni, la Costituzione vera già prevede Sanità pubblica e gratuita per tutte le Regioni, e la legge del 2003 sui Lea (livelli essenziali d' assistenza) impegna le Regioni a offrire ai cittadini cure adeguate a uno standard nazionale (che questo avvenga o no, nulla c' entra col referendum).

"Se vince il No lo spread salirà; le Borse scenderanno; il Paese andrà in recessione; gli investimenti caleranno del 17%, il Pil del 4%; ci saranno 600mila posti di lavoro in meno e 430mila poveri in più" (Centro studi Confindustria, luglio 2016). Dopo il referendum, Csc ritratta: nel 2017 il Pil sarà +0,8%e nel 2018 +1%. A proposito di informazioni distorte per influenzare consultazioni elettorali.  "Oggi la banca è risanata, investire è un affare. Su Mps si è abbattuta la speculazione, ma oggi è risanata, è un bel brand" (Renzi, gennaio 2016).

"Le banche italiane stanno molto bene" (Renzi, 6.2016). La banca invece era sull' orlo del disastro. A dicembre 2016, dopo il fallimento di un salvataggio di mercato di 5 miliardi, il governo annuncia un salvataggio pubblico, che la Bce alza a 8 miliardi.

"La riforma comporta risparmi per un miliardo" (aprile 2014); "Basta un Sì per risparmiare 500 milioni" (11.2016). In realtà secondo la Ragioneria generale dello Stato si sarebbe trattato di 50 milioni.

"Diamo vita ad un festival delle idee che preferisce la banda larga al Ponte sullo Stretto" (Renzi, Fuori!, 2011). Alla celebrazione dei 110 anni di Salini-Impregilo, settembre 2016, dice ai costruttori: "La Napoli-Palermo, preferiamo dire così che Ponte sullo Stretto, può creare centomila posti di lavoro. Vi sfido. Noi siamo pronti". Dopo la generale indignazione, si affretta a far bocciare dalla sua maggioranza il finanziamento del riavvio delle procedure per il Ponte nella legge di Stabilità.

"La posizione di Zingaretti sull' accordo con 5S è molto ambigua. Noi non possiamo fare l' accordo con chi mette in discussione i vaccini #senzadime" (Renzi, 25.9.2018).

"Oggi i giornali rilanciano accordo coi Cinque Stelle. Penso a Di Maio/Gilet Gialli, Di Battista contro Obama, Lezzi sul PIL , Taverna sui vaccini, scie chimiche, vaccini, Olimpiadi, Tav, allunaggio. E ripeto forte e chiaro il mio NO all' accordo con questi #SenzaDiMe" (12.7.2019). "La mia risposta a chi vuole fare accordi con i Cinque Stelle 'per difendere insieme certi valori'. Perché io sono contrario a questo accordo #SenzadiMe" (17.7.2019).

"È Gentiloni che ha fatto passare il messaggio di una triplice richiesta di abiura da parte del Pd ai 5Stelle. Il modo in cui lo spin è stato passato è un modo finalizzato a far saltare tutto" (23.8.2019). No comment.

"Ma non ci penso proprio ad uscire da un partito che è il mio partito. Poi non starò mai in un partito che fa l' accordo coi Cinque Stelle" (Renzi, 23/7/2019). "Fare un nuovo partito non è una questione all' ordine del giorno. Roba da addetti ai lavori, fantapolitica. Io ho scelto di fare una battaglia culturale dentro la politica italiana. Continuerò a farla da senatore che ha vinto il suo collegio" (2.2019). Come s' è appreso, l' en plein della frottola.

"Diamo un hashtag: #enricostaisereno. Vai avanti, fai le cose che devi fare. Io mi fido di Letta, è lui che non si fida. Non sto facendo manfrine per togliergli il posto" (16.1.2014). È la ur-fandonia, la sovra-fake news al cui cospetto ogni altra impallidisce.

"È del tutto evidente che se perdo il referendum, considero fallita la mia esperienza in politica " (29.12.2015). "Ho già preso il solenne impegno: se perderemo il referendum lascio la politica" (15.1.2016).

"Se non passa il referendum, la mia carriera politica finisce. Vado a fare altro" (11.5.2016).

"Se perdo il referendum, troveranno un altro premier e un altro segretario" (1.6.2016).

"O cambio l' Italia o cambio mestiere" (2.6.2016). "Tre anni fa la #Brexit. La realtà dimostra che tutta la campagna elettorale si basava su #FakeNews: le bugie ti fanno vincere referendum ma poi sono i cittadini a pagare i danni" (Renzi, 24.6.2019). La realtà dimostra che non sempre le bugie ti fanno vincere i referendum.

SINODO, FRANCESCO E LO SPIRITO DELL'AMAZZONIA. Estratto dell’articolo di Eugenio Scalfari per “la Repubblica” (8 ottobre 2019). Papa Francesco non ha mai parlato dell’Io come l’elemento determinante dell’uomo. Chi ha avuto, come a me è capitato più volte, la fortuna d’incontrarlo e di parlargli con la massima confidenza culturale, sa che papa Francesco concepisce il Cristo come Gesù di Nazareth, uomo, non Dio incarnato. Una volta incarnato, Gesù cessa di essere un Dio e diventa fino alla sua morte sulla croce un uomo. La prova che conferma questa realtà e che crea una Chiesa completamente diversa dalle altre è provata da alcuni episodi che meritano di essere ricordati. Il primo è quello che avviene nell’Orto di Getsemani dove Gesù si reca dopo l’Ultima Cena. Gli apostoli che sono a pochi metri da lui lo sentono pregare Dio con parole che furono a suo tempo riferite da Simon Pietro: «Signore — disse Gesù — se puoi allontanare da me questo amaro calice, ti prego di farlo, ma se non puoi o non vuoi io lo berrò fino in fondo». Fu arrestato dalle guardie di Pilato appena uscito da quel giardino.

Matteo Matzuzzi: Comunicato direttore Sala stampa vaticana: smentito Scalfari, il Papa non ha negato la divinità di Gesù Cristo. 9 ottobre 2019.

Nota della Sala Stampa Vaticana il 10 ottobre 2019. Come già affermato in altre occasioni, le parole che il dottor Eugenio Scalfar attribuisce tra virgolette al Santo Padre durante i colloqui con lui avuti non possonc essere considerate come un resoconto fedele di quanto effettivamente detto, me rappresentano piuttosto una personale e libera interpretazione di ciò che ha ascoltato, come appare del tutto evidente da quanto scritto oggi in merito alla divinità di Gesù Cristo.

Franca Giansoldati per Il Messaggero.it il 10 ottobre 2019. «Come già affermato in altre occasioni, le parole che il dottor Eugenio Scalfari attribuisce tra virgolette al Santo Padre durante i colloqui con lui avuti non possono essere considerate come un resoconto fedele di quanto effettivamente detto, ma rappresentano piuttosto una personale e libera interpretazione di ciò che ha ascoltato, come appare del tutto evidente da quanto scritto oggiin merito alla divinità di Gesù Cristo». Il portavoce del Vaticano, Matteo Bruni ha diffuso una nota per correggere le parole di Eugenio Scalfari che, stamattina, in un editoriale pubblicato sulla Repubblica, dedicato al tema del sinodo sull'Amazzonia, ha riportato - come spesso gli è capitato di fare anche in passato - una conversazione tra lui e Papa Francesco. Scalfari aveva scritto, attribuendo al Papa queste parole, che « Gesù di Nazareth, una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionale virtù, non era affatto un Dio». Praticamente negando la natura divina del Figlio di Dio.

Massimo Gaggi per il ''Corriere della Sera'' il 7 ottobre 2019. Richard Jewell, la guardia giurata che nel 1996 sventò un attentato durante le Olimpiadi di Atlanta, venne trasformato in poche ore da eroe in presunto terrorista per i sospetti dell’Fbi. Una reputazione distrutta dal megafono della stampa per 88 lunghi giorni. Poi arrivò il proscioglimento totale. Ma anche dopo le scuse dei federali e gli indennizzi ricevuti dalle tv, Richard, ormai mentalmente condannato dall’opinione pubblica, non recuperò mai la sua immagine eroica e nemmeno la sua dignità. Come tanti altri film, Richard Jewell, la pellicola di Clint Eastwood che uscirà negli Usa il 12 dicembre, racconta una storia vera che fa riflettere su angoli poco illuminati della realtà sociale americana. Ma questo del grande regista e attore americano, una delle poche figure di Hollywood schierate sul fronte conservatore, politicamente attivo fino al punto di calcare il palco delle convention del partito repubblicano, è anche un film dal sapore politico che, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali, prende di mira le due bestie nere di Donald Trump: la stampa e i poliziotti federali che indagano su di lui. In quella che, almeno dal trailer, sembra la scena-madre del film, Jewell (interpretato da Paul Walter) viene messo con le spalle al muro con un perentorio «hai contro le forze più potenti, i media e il governo americano». Richard è sospettato anche perchè — poliziotto fallito che diventa vigilante privato, obeso, solitario — può essere facilmente dipinto nei panni dell’asociale rancoroso, in cerca di vendetta. Quella di Eastwood è una denuncia, ma anche la trasposizione sullo schermo di un «cambio di stagione» nel rapporto di fiducia col pubblico che giornali e televisioni già vivono da tempo. «È la stampa bellezza, e tu non ci puoi fare niente»: da L’ultima minaccia, il film del 1952 nel quale Humhpery Bogart fa ascoltare all’uomo più potente della città l’avvio della stampa del giornale che denuncia i suoi crimini, a Tutti gli uomini del presidente, la trasposizione cinematografica dell’inchiesta del Washington Post che costrinse il presidente Nixon alle dimissioni, il ruolo di indagine e critica dei media, essenziale in democrazia, ha fatto a lungo parte della cultura popolare americana. Un rispetto conquistato per l’efficacia del ruolo istituzionale svolto da giornali e tv, ma anche grazie alle storie hollywoodiane di giornalisti trasformati in eroi. Negli ultimi anni però, con la perdita d fiducia nelle istituzioni — accelerata da alcuni aspetti della cultura digitale — che ha travolto non solo parlamenti e accademie, ma anche l’informazione, la fiducia nella stampa ha subito duri colpi. Accentuati dalla difficoltà di fornire informazioni equilibrate in un clima politico sempre più polarizzato. Ne ha approfittato Donald Trump che, criticato fin dal suo insediamento per le esternazioni brutali, le affermazioni false e gli attacchi ai meccanismi di bilanciamento della democrazia americana, ha reagito con veemenza attaccando i giornalisti. E quando l’Fbi ha indagato sui suoi comportamenti sospetti, anche i «federali» sono diventati nei tweet del presidente pericolosi nemici dell’America. La riflessione critica di Eastwood ha qualche precedente: anche vecchi film come Quarto potere di Orson Welles o Diritto di cronaca, con la giornalista (Sally Field) che da cacciatrice sulle orme dei presunti misfatti del figlio di un criminale (Paul Newman), ci hanno fatto riflettere su eccessi e abusi a volte commessi anche dalla stampa. Ma, in questo momento di scontri esasperati, sarà usato anche come arma politica.

«Denzel Washington sostiene Trump», la bufala su Facebook. Ennesimo caso di propaganda veicolata da American News, sito che posta contenuti falsi per orientare il dibattito. L’attore trasformato in un supporter del presidente eletto, scrive Marta Serafini su “Il Corriere della Sera” il 16 dicembre 2016. Tanto Denzel Washington risponde ad un giornalista che gli chiedeva un’opinione sulle fake news e sul ruolo dell’informazione moderna. Se non leggi i giornali sei disinformato, se invece li leggi sei informato male. Quindi cosa dovremo fare? chiede il giornalista, Washington replica: “Bella domanda. Quali sono gli effetti a lungo termine di troppa informazione? Una delle conseguenze è il bisogno di arrivare per primi, non importa più dire la verità. Quindi qual è la vostra responsabilità? Dire la verità, non solo arrivare per primi, ma dire la verità. Adesso viviamo in una società dove l’importante è arrivare primi. “Chi se ne frega? Pubblica subito” Non ci interessa a chi fa male, non ci interessa chi distrugge, non ci interessa che sia vero. Dillo e basta, vendi! Se ti alleni puoi diventare bravo a fare qualsiasi cosa. Anche a dire stronzate” tuona il celebre attore e regista.

I giornalisti professionisti si chiedono perché è in crisi la stampa. Le loro ovvie risposte sono:

Troppi giornalisti (litania pressa pari pari dalle lamentele degli avvocati a difesa dello status quo contro le nuove leve);

Troppi pubblicisti;

Troppa informazione web;

Troppi italiani non leggono.

La risposta invece è: troppo degrado intellettuale degli scribacchini e troppi “mondi di informazione”. Quando si parla di informazione contemporanea non si deve intendere in toto “Il Mondo dell’Informazione”, quindi informazione secondo verità, continenza-pertinenza ed interesse pubblico, ma “I Mondi delle Informazioni”, ossia notizie partigiane date secondo interessi ideologici (spesso di sinistra sindacalizzata) od economici.  Insomma: quanto si scrive non sono notizie, ma opinioni! I lettori non hanno più l’anello al naso e quindi, diplomati e laureati, sanno percepire la disinformazione, la censura e l’omertà. In questo modo si rivolgono altrove per dissetare la curiosità e l’interesse di sapere. I pochi giornalisti degni di questo titolo sono perseguitati, perchè, pur abilitati (conformati), non sono omologati.

Paolo Mieli, il nuovo libro: l’antica genealogia delle «fake news». Pubblicato domenica, 22 settembre 2019 su Corriere.it. Finalmente ci siamo accorti, da cittadini, da consumatori, che le fake news sono veleno. Le contraffazioni della realtà hanno danneggiato in giro per il mondo più d’una elezione (e che elezioni!), generando rancore e rabbia non ancora smaltiti, orientando in maniera fasulla il sentimento degli elettori. Paolo Mieli, «Le verità nascoste», Rizzoli, pagine 330, euro 19,50, in libreria dal 24 settembre. Ma se la contraffazione delle notizie venisse da lontano, se fosse cioè annidata in centinaia di testi di storia e riguardasse decine e decine di momenti chiave della vicenda umana, che cosa potremmo fare oggi per correggere il passato, restituendo a Cesare quel che sarebbe dovuto essere di Cesare? La ricetta, Paolo Mieli non la dà. Ma nel suo nuovo, affascinante libro (Le verità nascoste, in uscita il 24 settembre per Rizzoli) indica «trenta casi di manipolazione della storia» su cui vale la pena soffermarsi per capire che accanto alle fake news, pericolosa realtà ormai nota, c’è un fenomeno subdolo, di dimensioni gigantesche e di età antica, che potremmo chiamare fake history.

Gli episodi allineati da Mieli nel suo lavoro vanno, solo per fare qualche esempio, dalla vera statura politica e umana di Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma, all’inattesa mancanza di esorcismi nel Medioevo; dall’assenza di visione in Spartaco, schiavo rivoltoso ma non rivoluzionario, al reale rapporto tra Nikita Krusciov e Palmiro Togliatti; dall’irrituale «Non ci sto!» scandito il 3 novembre del 1993 in tv dal presidente Oscar Luigi Scalfaro (sul quale aleggiava il sospetto di uso improprio dei fondi riservati dei servizi segreti) al ruolo doppio che ebbe Ciceruacchio, al secolo Angelo Brunetti, capopopolo a Roma nel 1848, nemico-amico di Pio IX. Nelle pagine di Le verità nascoste (omaggio al bel film di Robert Zemeckis, citato nell’introduzione) si celano tre tipi di manipolazione, che danno titolo alle tre sezioni che compongono il libro: le verità indicibili, le verità negate, le verità capovolte. Tra imbarazzi, alterazioni, nascondimenti e falsificazioni, ce n’è per tutti. Un caso molto interessante, la cui eco sentiamo fino ai nostri giorni, è quello dell’onestà dei gerarchi fascisti. «Nel 1975 — riferisce Mieli — durante uno spettacolo a Genova, Walter Chiari (che in gioventù aveva aderito alla Repubblica sociale italiana) lanciò una provocazione: “Quando fu appeso per i piedi a piazzale Loreto, dalle tasche di Mussolini non cadde nemmeno una monetina (…) Se i nuovi reggitori d’Italia subissero la stessa sorte, chissà cosa uscirebbe dalle loro tasche!”. La battuta provocò un grande applauso a dispetto del fatto che la città fosse medaglia d’oro della Resistenza (…). Da allora la battuta di Walter Chiari divenne un luogo comune della destra e, più in generale, dei settori qualunquisti e conservatori dell’opinione pubblica italiana». Ma davvero i gerarchi erano onesti? Mieli cita a questo punto il lavoro certosino di due storici, Mauro Canali e Clemente Volpini, che sono andati — come suol dirsi — a fare i conti in tasca ai gerarchi. E le sorprese sono consistenti. A cominciare dai risultati della commissione d’inchiesta voluta da Badoglio nell’agosto del ’43. Saltarono fuori ricchezze impressionanti con conseguenti «fughe rocambolesche, rotoli di banconote nascosti nell’acqua degli sciacquoni, arresti eccellenti, favolosi patrimoni in ville, tenute, palazzi e castelli. (…) Gran parte dei fascisti di primo piano a partire da Mussolini e dai familiari della sua amante Claretta Petacci si arricchirono in modo considerevole». Ma il vero Paperone del regime risultò essere Costanzo Ciano, padre di Galeazzo. «Alla sua morte — riferisce Mieli — Vittorio Emanuele III aveva confidato a Mussolini che l’uomo aveva accumulato un patrimonio di circa 900 milioni». Altro miracolato fu Roberto Farinacci, ras di Cremona, squadrista, antisemita, filonazista. La commissione d’inchiesta accertò, dopo 13 anni di lavoro, che il suo patrimonio, a valutazione 1949, ammontava a 614 milioni e 627 mila lire. Per dare un’idea, un senatore del Regno guadagnava 20 mila lire al mese, un maestro intorno a diecimila e un operaio 4.238 lire. Un altro svelamento sul terreno della cultura popolare riguarda la Spagnola, tremenda pandemia che tra il 1918 e il 1920 uccise tra 50 e 100 milioni di persone, vale a dire — nota Mieli — tra il 2,5% e il 5% della popolazione mondiale d’allora. La verità nascosta da sempre è che di spagnolo, quella epidemia d’influenza, non aveva quasi niente e che in ogni caso, visto il suo terribile effetto sul pianeta, non si spiega come mai nei libri sul Novecento sia pressoché assente. La storia vera è ben altra, e comincia — racconta Mieli — negli Stati Uniti (da poco entrati nella Prima guerra mondiale) «la mattina del 4 marzo 1918», quando «il ranciere Albert Gitchell si presentò all’infermeria di Camp Funston, in Kansas, con mal di gola, febbre e mal di testa. All’ora di pranzo l’infermiera si trovò a gestire più di cento casi simili. Metaforicamente parlando — riferisce Mieli citando la storica Laura Spinney — cinquecento altri milioni di persone seguirono Albert Gitchell in infermeria». Il male, dunque, partì dal Kansas. Come ebbe allora in sorte il nome di Spagnola? Va detto che si viaggiava per mare, le navi americane andavano in guerra cariche di soldati con destinazione l’Europa. Cosicché, di lì a poco, di porto in porto la pandemia si estese dall’Europa all’Asia (fu l’India il Paese con più morti). Ma nessuno aveva dato un nome al male né comunicava la reale contabilità di morte per non deprimere le truppe ancora impegnate nella guerra contro gli austro-tedeschi. I francesi, per esempio, la chiamavano col nome in codice maladie onze (cioè undici). Nessuna capitale si salvò, neppure Madrid. In quei giorni lì andava in scena un’operetta che aveva come clou una canzonetta, Il soldato napoletano. A un medico spagnolo venne in mente di battezzare con questo nome (non si sa perché) la mortale influenza. «Dopo di che — annota Mieli — tutti i Paesi lontani dal teatro di guerra accusarono qualcun altro di essere all’origine della malattia. In Senegal fu l’influenza brasiliana. In Brasile, la tedesca. I danesi la chiamarono il male del sud. I polacchi malattia bolscevica. I persiani diedero la colpa ai britannici, a Tokyo misero sotto accusa i lottatori, poiché il primo focolaio si sviluppò a un torneo di lotta giapponese, e la chiamarono malattia del sumo. Poi, quando ci si rese conto che si trattava di un’unica pandemia globale, fu adottato il nome che le avevano dato i Paesi vincitori della guerra e si chiamò Spagnola».

Massimo Arcangeli per “il Messaggero” il 30 luglio 2019. Tra le patacche più note c'è il documento sulla donazione di Costantino, l'editto con importanti concessioni alla Chiesa di Roma che l'acribia dell'umanista Lorenzo Valla rivelò come clamorosamente falso. Una delle più antiche, secondo Tucidide (Guerra del Peloponneso, I, 128), racconta invece di una lettera in cui lo spartano Pausania scrive a Serse, re dei Persiani (da lui stesso sconfitti a Platea nel 479 a. C.), per offrirgli il dominio sulla Grecia. Un altro testo fasullo l'ha definitivamente ribadito Luciano Canfora, fine conoscitore del mondo antico: La storia falsa (Rizzoli, 2008) , e tuttavia il condottiero greco, per quel falso, fu condannato alla pena capitale. Era riuscito a riparare in un tempio ma gli efori (alti magistrati spartani) ne avevano sigillate le porte, e lui era morto di fame e di sete. Se sono in tanti, come lo psicologo della comunicazione Giuseppe Riva (Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità, il Mulino, 2018), ad aver affrontato le fake news al tempo di Internet, in un saggio fresco di stampa di un archeologo spagnolo, Néstor F. Marqué, ritorna l'antica Roma. Il libro (Fake news de la antigua Roma. Engaños, propaganda y mentiras de hace 2000 años, Espasa), dal 14 novembre anche in traduzione italiana, è una storia delle notizie false o presunte che dalle leggende delle origini, attraverso l'età repubblicana, si estende fino al periodo imperiale: dai rumores annotati da Tacito, le dicerie circolanti fra la plebe di Roma, alla singolare vicenda, probabile parto della fantasia del caricaturista americano Robert Ripley (1890-1949), del poeta Virgilio e del funerale in pompa magna celebrato per l'amata zanzara, con tanto di orazione funebre pronunciata da Mecenate prima della tumulazione dell'insetto in un sontuoso monumento funebre. Oggi le fake news dilagano, ma sull'etimologia del termine bufala continua ad aleggiare il mistero. La parola è spiegabile a partire da quel prendere per il naso che ripete, sul piano figurato, l'azione compiuta nel trainare un bue (il quale, con l'anello al naso, si lascia guidare docile), ma ultimamente si è tentato di ricondurre bufala, guarda caso, al romanesco. C'è chi ha pensato alla carne di bufala, spacciata nella capitale per carne di vitella da alcuni furbetti della ristorazione, e chi invece a porcheria, fregatura: nel 1960 un film, ancor prima di essere proiettato, sarebbe stato bollato come una bufala da pochi intimi. Confermerebbe la seconda ipotesi un passo di un romanzo del 1956 (Ercole Patti, Un amore a Roma, Bompiani): «Non ha visto il Pozzo dei miracoli? Meglio così. Una vera bufala. Una? chiese Marcello. Una bufala. Si dice così a Roma quando si vuole alludere a un film brutto e noioso». Un film, insomma, che un po' è una palla e un po' una sòla.

Davide Brullo per pangea.news il 16 ottobre 2019. Qualche lettore affezionato mi fa: non fai più le stroncature, ti sei inchinato ai ‘poteri forti’. No, gli rispondo. Semplicemente, le stroncature non me le fanno più fare, sono stato stroncato. Mi hanno cacciato, licenziato. Colpa di. Nadia Terranova, Veronica Raimo, Teresa Ciabatti. Cioè di un pretesto. Piuttosto vile. Alquanto esemplare.

Chi semina vento raccoglie tempesta, dicono i maligni, gli avidi d’ignavia. In realtà, chi semina il vero raccoglie invidia.

Premessa. La stroncatura è un genere nobile, connesso alle origini del giornalismo culturale. Non lo pratica più nessuno. Perché? Perché in Italia puoi essere (anzi, devi essere) politicamente scorretto, ma non puoi fare il culturalmente anarchico. Insomma: sfottere il politico va bene, ma non toccate libri, scrittori, i potentati dell’editoria, la cristalleria della cultura. Come mai? Relazioni. L’Italia, di facciata, è un popolo di santi, poeti, navigatori; in realtà, è un paese di mafiosi, di leccaculo e di pavidi.

La stroncatura, per essere tale, deve rispondere a due criteri. Primo: leggere minutamente il libro stroncato, e citarlo con dovizia. Secondo: si stronca soltanto uno più grande di te. La legge di Davide vs. Golia. Non è ammesso fare il forte con i deboli. Scrivere stroncature chiede avventatezza e cinica leggerezza: devi sfracellarti contro uno più potente.

Ho scritto stroncature per una vita giornalistica. Prima su “il Domenicale”, poi su “Libero”, infine su “Linkiesta”. Un’era fa, per Francesco Borgonovo, tenevo anche una rubrica radiofonica di stroncature: si chiamava “L’animale della critica”. L’ultima stroncatura autentica – che appartiene alla rubrica “Il bastone e la carota” – l’ho firmata il 21 settembre 2019, su “Linkiesta”. Ne sono orgoglioso, è il primo esperimento di stroncatura in versi. La prima, per la stessa testata, è uscita il 31 marzo 2017. Ora non ne firmerò più. Ho stroncato di tutto, con coscienza critica. Scrittori ‘da classifica’ (da Valeria Parrella a Chiara Gamberale, da Marco Missiroli a Luca Ricci, da Paolo di Paolo a Stefano Benni…), ministri (Dario Franceschini), giornalisti bolliti (Aldo Cazzullo), cantanti-scrittori (Francesco Guccini), guru della cultura (Corrado Augias) e della scrittura (Antonio Moresco) e del giornalismo (Eugenio Scalfari), scienziati (Carlo Rovelli), neo-teologi (Vito Mancuso), santoni (Enzo Bianchi), parolieri (Alessandro Di Battista). Ho stroncato Papa Francesco, Andrea Camilleri, Adriano Sofri. Selvaggia Lucarelli e Paolo Sorrentino. Beppe Severgnini, Alberto Angela, il Cardinale Ravasi. A volte ho ricevuto lettere dagli avvocati dei permalosi stroncati. Spesso, privatamente, via mail, ho accusato messaggi più o meno minatori, viziosi, sibillini, diabolici: caro Brullo, un talento come lei, perché si spreca in simili esercizi giornalistici?

L’unica cosa che raccogli scrivendo stroncature è livore altrui e un buon carico di nemici. Ti fanno il vuoto. Se scrivi una stroncatura – ne ho le prove – se la legano al cuore per anni. Ti tagliano fuori da tutto, i valvassini e i vassalli del potere culturale. Ma ho sempre creduto che alcune cose, impagabili, andassero fatte. Diciamo che ho shakerato un po’ l’annoiato, asfittico, grigio mondo culturale italiano. Ora, finalmente, scrittori ed editori dormiranno sonni tranquilli.

“Linkiesta”, come si sa, ha cambiato direttore. Prima c’era Francesco Cancellato. Ora c’è Christian Rocca. Il nuovo direttore non ama le stroncature e mi fa avvisare, tramite il caporedattore, che non le scriverò più. Professionalmente, ha ragione. Non puoi lasciare un carico di granate in mano a uno sconosciuto: costui farà scoppiare soltanto casini, rovinandoti il fragile sistema di relazioni che ti sei costruito in lustri di onorato servizio. D’altronde, dopo due anni e mezzo di stroncature, una a settimana, una pausa va pur bene, passare i fine settimana a leggere cretinate a pagamento (per vigore morale compro sempre i libri che scelgo di stroncare) non è un piacere. Sia lode a Bruno Giurato, con cui ho ideato la rubrica di stroncature, e a Francesco Cancellato, il direttore che ha avuto il coraggio di pubblicarle.

Due cose mi danno fastidio. Primo. Prima ti mandano da solo a fare la guerra, in prima linea (stroncali tu, tanto noi la pensiamo come te…). Poi ti sparano alla schiena. Secondo. Tra uomini che esercitano l’intelligenza (i giornalisti) pretendo chiarezza. Non dico il coraggio di parlarti guardandoti nelle palle degli occhi, ma almeno i coglioni di scriverti una mail. Gentile dott. Brullo, la sua professionalità non rientra nei progetti di rinnovamento del giornale… Invece, niente.

I fatti. Cambia il direttore a “Linkiesta”. Il caporedattore mi avvisa, stop alle stroncature, se ti va, vada per una rubrica di recensioni. Va bene, dico. M’invento la rubrica “I sommersi e i salvati”. Alterno un libro buono di oggi a un libro riscoperto di ieri. La rubrica dura due puntate, alla terza mi defenestrano. Con un pretesto. Che cosa ho scritto? Un articolo su Maria Grazia Ciani, straordinaria classicista, che per Marsilio ha tradotto Iliade e Odissea e ha pubblicato, quest’anno, il romanzo La morte di Penelope. Parlo, tra l’altro, della meravigliosa traduzione di Lucrezio a firma di Milo De Angelis. Il pezzo mi pare fin troppo colto. Lo mando. Il caporedattore mi fa i complimenti. Ringrazio. Il giorno dopo il caporedattore mi telefona. Il direttore non vuole che collabori più. Come mai?, dico, un poco stralunato. Perché, esercitando l’attività critica (cioè, il cervello), ho scritto, in calce alla recensione, questa frase: “Il romanzo, in forma teatrale – voci che si rincorrono, nel destino a labirinto, Penelope e Antinoo, Telemaco, Argo, lo Straniero – ha una tensione che convince, radicale e quotidiana insieme. Eppure, sulle copertine dei giornali non è finita Maria Grazia Ciani – che per altro, velata di pudore, rifiuterebbe ogni forma di fama – ma scrittrici meno capaci di lei, dal profilo televisivo, Nadia Terranova, Veronica Raimo, Teresa Ciabatti… perché?”.

Come è possibile che una frase simile, placida fino al pallore, mi costi il posto (e quel poco di denaro, per me, per altro, tantissimo, visto che sono un poveraccio)? È un vile pretesto. Pretendo, con due mail formali, una risposta riguardo all’accaduto dal direttore. La risposta non è egualmente formale. Il giorno stesso, vedo su “Linkiesta” un articolo di Nadia Terranova sul conferimento del Nobel per la letteratura. Arguisco che il trio Terranova-Raimo-Ciabatti sia all’origine del mio licenziamento. Per altro, il riferimento alle tre scrittrici “sulle copertine dei giornali” si lega a un articolo del 21 agosto 2019 commissionatomi proprio da “Linkiesta”: ciò che prima era degno di plauso (e di soldi) ora è causa di scandalo. Il resto, ripeto, è un giudizio critico: chiunque ha testa capirà che Terranova-Raimo-Ciabatti, singolarmente o prese tutte insieme, sono “meno capaci” di Maria Grazia Ciani, un genio (sono “meno capace” pure io rispetto a MGC), e che hanno certamente un “profilo televisivo”: è un insulto? Semmai, è leggera ironia, piuma di pavone. D’altronde, la pratica giornalistica insegna che se in un articolo piuttosto neutro fiammano alcune frasi ritenute dalla testata “pericolose”, il caporedattore o il direttore contattano il collaboratore per capire se quelle frasi si possono smussare, cancellare etc. Di solito, si trova un punto d’accordo. In questo caso, visto che la vicenda mi pare una viziata minchiata, sarei stato d’accordo ad andarmene. Al direttore ho scritto: “Mi sembra dunque che lei abbia atteso un mero pretesto per ‘farmi fuori’: da buon direttore poteva parlare apertamente, subito, senza alcun problema, senza vergogna né viltà, senza celarsi in un qualche velo di timore”. Proprio per la sua banale meschinità, la vicenda andava narrata. Paradosso: al festival “Libropolis”, domenica prossima, mi hanno invitato a parlare dell’arte della stroncatura (se ci siete: domenica 20 ottobre, a Pietrasanta, ore 11,45). Dirò l’unica cosa che va detta: la stroncatura misura la limpidezza culturale di un paese, la sua altezza.

Il Diritto di Citazione e la Censura dei giornalisti. Il Commento di Antonio Giangrande.

Se questi son giornalisti...

In un mio saggio sulla mafia mi è sembrato opportuno integrare, quanto già ampiamente scritto sul tema, con una tesi-articolo pubblicato su "La Repubblica" da parte di un'autrice poco nota dal titolo "La Mafia Sconosciuta dei Basilischi". Dacchè mercoledì 16 gennaio 2019 mi arriva una e-mail di diffida di questo tenore: qualche giorno fa mi sono resa conto che senza nessuna tipologia di autorizzazione Lei ha fatto confluire il mio abstract pubblicato da la Repubblica ad agosto 2017, in un suo libro "La mafia in Italia" e forse anche in una seconda opera. Le ricordo che a norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali." NB. In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione e non, invece, l’utilizzazione funzionale allo svolgimento di attività economiche ex art. 41 Cost. La sua opera essendo caratterizzata da fini di lucro, (viene venduta al pubblico ad uno specifico prezzo) rientra a pieno in un'attività economica. L'art 70 ut supra  è, pertanto, pienamente applicabile al caso del mio abstract, non rientrando neanche nel catalogo di articoli a carattere "economico, politico o religioso", poichè da questi vengono escluse "gli articoli di cronaca od a contenuto culturale, artistico, satirico, storico, geografico o scientifico ", di cui all'art 65 della medesima legge (secondo un'interpretazione estensiva della stessa), la cui riproduzione può avvenire in "altri giornali e riviste, ossia in veicoli di informazione diretti ad un pubblico generalizzato e non a singole categorie di utenti – clienti predefinite." Pertanto La presente è per invitarLa ad eliminare nel più breve tempo possibile il mio abstract dalla sua opera (cartecea e digitale), e laddove sia presente, anche da altri eventuali suoi libri, e-book e cartacei, onde evitare di dover adire le apposite sedi giudiziarie per tutelare il mio Diritto d'Autore e pedissequamente richiedere il risarcimento dei danni.

La mia risposta: certamente non voglio polemizzare e non ho alcun intendimento a dissertare di diritto con lei, che del diritto medesimo ne fa una personalissima interpretazione, non avendo il mio saggio alcun effetto anche potenzialmente concorrenziale dell'utilizzazione rispetto al suo articolo. Nè tantomeno ho interesse a mantenere il suo articolo nei miei libri di interesse pubblico di critica e di discussione. Libri a lettura anche gratuita, come lei ha constatato, avendo trovato il suo articolo liberamente sul web. Tenuto conto che altri sarebbero lusingati nell’essere citati nelle mie opere, e in migliaia lo sono (tra i più conosciuti e celebrati), e non essendoci ragioni di utilità per non farlo, le comunico con mia soddisfazione che è stata immediatamente cancellata la sua tesi dai miei saggi e per gli effetti condannata all’oblio. Saggi che continuamente sono utilizzati e citati in articoli di stampa, libri e tesi di laurea in Italia ed all’estero. E di questo ne sono orgoglioso, pur non avendone mai data autorizzazione preventiva. Vuol dire che mi considerano degno di essere riportato e citato e di questo li ringrazio infinitamente.

La risposta piccata è stata: Guardi mi sa che parliamo due lingue diverse. Non ho dato nessuna interpretazione mia personale del diritto, ma come può notare dalla precedente mail, mi sono limitata a riportare il tenore letterale della norma, che lei forse ignora. Io credo che molte persone, i cui elaborati sono stati interamente riprodotti nei suoi testi, non siano assolutamente a conoscenza di quello che lei ha fatto. Anche perché sono persone che conosco direttamente e con le quali ho collaborato e collaboro tutt'ora. Di certo non sarà lei attraverso l'estromissione (da me richiesta) dalle sue "opere" a farmi cadere in qualsivoglia oblio, poiché preferisco continuare a collaborare con professionisti (quali ad esempio Bolzoni) che non mettono in vendita libri che non sono altro che un insieme di lavori di altri, come fa lei, ma che come me continuano a studiare ed analizzare questi fenomeni con dedizione, perizia e professionalità. Ma non sto qui a disquisire e ad entrare nel merito di determinate faccende che esulano la questio de quo. Spero che si attenga a quanto scritto nella precedente mail.

A questo preme puntualizzare alcuni aspetti. Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di manifestare il proprio pensiero, anche con la testimonianza di terzi e a tal fine fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico.

Molti moralizzatori, sempre col ditino puntato, pretendono di avere il monopolio della verità. Io che non aspiro ad essere come loro (e di fatto sono orgoglioso di essere diverso) mi limito a riportare i comizietti, le prediche ed i pistolotti di questi, contrapponendo gli uni agli altri. A tal fine esercito il mio diritto di cronaca esente da mie opinioni. D'altronde tutti i giornalisti usano riportare gli articoli di altri per integrare il loro o per contestarne il tono o i contenuti.

Sono Antonio Giangrande autore ed editore di centinaia di libri.

Io sono un giurista ed un blogger d’inchiesta. Io esercito il mio diritto di cronaca e di critica. Diritto di cronaca, dico, che non ha alcuna limitazione se non quella della verità, attinenza-continenza, interesse pubblico. Diritto di cronaca su Stampa non periodica. Per gli effetti ho diritto di citazione con congruo lasso di tempo e senza ledere la concorrenza. All’uopo ho scritto decine di libri con centinaia di pagine cadauno, basandomi su testimonianze e documenti credibili ed attendibili, rispettando il diritto al contraddittorio, affrontando temi suddivisi per argomento e per territorio, aggiornati periodicamente. Libri a lettura anche gratuita. Non esprimo opinioni e faccio parlare i fatti e gli atti con l’ausilio di migliaia di terzi, credibili e competenti, che sono ben lieti di essere, pubblicizzati, riportati e citati nelle mie opere. Opere che continuamente sono utilizzati e citati da terzi in articoli di stampa, libri e tesi di laurea in Italia ed all’estero. E di questo ne sono orgoglioso, pur non avendone mai data autorizzazione preventiva. Vuol dire che mi considerano degno di essere riportato e citato e di questo li ringrazio infinitamente. Libri a lettura anche gratuita. Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di manifestare il proprio pensiero, anche con la testimonianza di terzi e a tal fine fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico.

Io sono un giurista ed un blogger d’inchiesta. Opero nell’ambito dell’art. 21 della Costituzione che mi permette di esprimere liberamente il mio pensiero. Nell’art. 65 della legge n. 633/1941 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”).

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

La dottrina e la giurisprudenza interpretano tassativamente, restrittivamente e non analogicamente tale articolo, al pari delle altre fattispecie di libere utilizzazioni. Ciò non toglie che la norma possa essere interpretata estensivamente (in tal senso dottrina e giurisprudenza sono sostanzialmente unanime).

Secondo il parere dell'Avv. Giovanni D'Ammassa, su Dirittodautore.it,  limiti individuati dalla dottrina e dalla giurisprudenza italiane alla facoltà di citazione ex art. 70 Legge sul Diritto d’Autore sono i seguenti:

la sussistenza della finalità di critica, discussione, insegnamento o ricerca scientifica;

l’opera critica deve avere fini del tutto autonomi e distinti da quelli dell’opera citata, e non deve essere succedanea dell’opera o delle sue utilizzazioni derivate. La ricorrenza dello scopo di critica non è pregiudicata dal fatto che la citazione sia fatta nella realizzazione di un’opera immessa sul mercato a pagamento;

l’utilizzazione dell’opera deve essere solo parziale e mai integrale, deve avvenire nell’ambito delle finalità tassativamente indicate e nella misura giustificata da tali finalità;

l’utilizzazione non deve essere concorrenziale a quella posta dal titolare dei diritti, non deve avere un rilievo economico tale da poter pregiudicare gli interessi patrimoniali dell’autore o dei suoi aventi causa. A questo proposito va ricordato che il concetto di concorrenza espresso dall’art. 70 Legge sul Diritto d’Autore è ben più ampio e diverso dal concetto di concorrenza sleale espresso dall’art. 2598 cod. civ.: l’assenza dell’elemento della concorrenza è condizione perché possa parlarsi di libera utilizzazione dell’opera. Una recente dottrina sostiene che bisogna avere riguardo esclusivamente alla portata della utilizzazione in relazione alla sua capacità di incidere sulla vita economica dell’opera originale; da ciò la valorizzazione dell’assenza di concorrenza dell’opera citante con i diritti di utilizzazione economica sull’opera citata, in modo da consentire anche citazioni integrali dell’opera dell’ingegno purché non si pongano in concorrenza con i diritti di utilizzazione economica dell’opera;

devono essere effettuate le menzioni d’uso (indicazione del titolo dell’opera da cui è tratta la citazione, del nome dell’autore e dell’editore);

infine si sostiene che l’interpretazione di tale articolo deve tenere conto anche del progresso tecnologico. È indubbio che l’art. 70 Legge sul Diritto d’Autore sia applicabile anche in caso di messa a disposizione online delle opere.

Secondo l'Avv. Alessandro Monteleone, su Altalex.com, tale requisito postula che l’utilizzazione dell’opera non danneggi in modo sostanziale uno dei mercati riservati in esclusiva all’autore/titolare dei diritti: non deve pertanto influenzare l’ammontare dei profitti di tipo monopolistico realizzabili dall’autore/titolare dei diritti. Secondo VALENTI, in particolare, il carattere commerciale dell’utilizzazione e, soprattutto, l’impatto che l’utilizzazione può avere sul mercato – attuale o potenziale – dell’opera protetta sono elementi determinanti nel verificare se l’utilizzazione possa considerarsi libera o non concreti invece violazione del diritto d’autore. Potrebbe ad esempio costituire concorrenza alla utilizzazione economica la riproduzione che, ancorché parziale, svii i potenziali acquirenti dall’acquistare l’originale perché avente ad oggetto le parti di maggiore interesse. Interessante è la pronuncia della Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 09.01.2007 n° 149: Con l’espressione "a fini di lucro" contenuta nella fattispecie criminosa di cui all’art. 171 ter della legge sul diritto d’autore (L. 633/41) deve intendersi "un fine di guadagno economicamente apprezzabile o di incremento patrimoniale da parte dell’autore del fatto, che non può identificarsi con un qualsiasi vantaggio di altro genere; né l’incremento patrimoniale può identificarsi con il mero risparmio di spesa derivante dall’uso di copie non autorizzate di programmi o altre opere dell’ingegno, al di fuori dello svolgimento di un’attività economica da parte dell’autore del fatto, anche se di diversa natura, che connoti l’abuso". Lo ha precisato la Sezione Terza penale della Cassazione, con la sentenza n. 149 del 9 gennaio 2007, estensibile all'art. 70.  

Io sono un Segnalatore di illeciti (whistleblower). La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Io sono un Aggregatore di contenuti tematici di ideologia contrapposta con citazione della fonte, al fine del diritto di cronaca e di discussione e di critica dei contenuti citati.

Dr Luigi Amicone, sono il dr Antonio Giangrande. Il soggetto da lei indicato a Google Libri come colui che viola il copyright di “Qualcun Altro”. Così come si evince dalla traduzione inviatami da Google. “Un sacco di libri pubblicati da Antonio Giangrande, che sono anche leggibile da Google Libri, sembrano violare il copyright di qualcun altro. Se si controlla, si potrebbe scoprire che  sono fatti da articoli e testi di diversi giornalisti. Ha messo nei suoi libri opere mie, pubblicate su giornali o riviste o siti web. Per esempio, l'articolo pubblicato da Il Giornale il 29 maggio 2018 "Il serial Killer Zodiac ... ". Sembra che abbia copiato l'intero articolo e incollato sul "suo" libro. Sembra che abbia pubblicato tutti i suoi libri in questo modo. Puoi chiedergli di cambiare il suo modo di "scrivere"? Grazie”.

Mi vogliono censurare su Google.

Premessa: Ho scritto centinaia di saggi e centinaia di migliaia di pagine, affrontando temi suddivisi per argomento e per territorio, aggiornati periodicamente. Libri a lettura anche gratuita. Non esprimo opinioni e faccio parlare i fatti e gli atti con l’ausilio di terzi, credibili e competenti, che sono ben lieti di essere riportati e citati nelle mie opere. Opere che continuamente sono utilizzati e citati in articoli di stampa, libri e tesi di laurea in Italia ed all’estero. E di questo ne sono orgoglioso, pur non avendone mai data autorizzazione preventiva. Vuol dire che mi considerano degno di essere riportato e citato e di questo li ringrazio infinitamente. Libri a lettura anche gratuita. Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di manifestare il proprio pensiero, anche con la testimonianza di terzi e a tal fine fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico.

Reclamo: Non si chiede solo di non usare i suoi articoli, ma si pretende di farmi cambiare il mio modo di scrivere. E questa è censura.

Ho diritto di citazione con congruo lasso di tempo e senza ledere la concorrenza.

Io sono un giurista ed un giornalista d’inchiesta. Opero nell’ambito dell’art. 21 della Costituzione che mi permette di esprimere liberamente il mio pensiero. Nell’art. 65 della legge n. 633/1941 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”).

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Io sono un Segnalatore di illeciti (whistleblower). La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Io sono un Aggregatore di contenuti tematici di ideologia contrapposta con citazione della fonte, al fine del diritto di cronaca e di discussione e di critica dei contenuti citati.

Quando parlo di aggregatore di contenuti non mi riferisco a colui che, per profitto, riproduce tout court integralmente, o quasi, un post o un articolo. Costoro non sono che volgari “produttori” di plagio, pur citando la fonte. Ci sono Aggregatori di contenuti in Italia, che esercitano la loro attività in modo lecita, e comunque, verosimilmente, non contestata dagli autori aggregati e citati.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news”.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o dipressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa su su articoli di terzi. Vedi  “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news.

Io esercito il mio diritto di cronaca e di critica. Diritto di cronaca, dico, che non ha alcuna limitazione se non quella della verità, attinenza-continenza, interesse pubblico. Diritto di cronaca su Stampa non periodica.

Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Stampa non periodica, perché la Stampa periodica è di pertinenza esclusiva della lobby dei giornalisti, estensori della pseudo verità, della disinformazione, della discultura e dell’oscurantismo.

Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica.

NB. In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione. Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione. Resoconto esercitato nel pieno diritto di Critica Storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”. La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Io sono il segnalatore di illeciti (whistleblower) più ignorato ed  oltre modo più perseguitato e vittima di ritorsioni del mondo. Ciononostante non mi batto per la mia tutela, in quanto sarebbe inutile dato la coglionaggine o la corruzione imperante, ma lotto affinchè gli altri segnalatori, che imperterriti si battono esclusivamente ed inanemente per la loro bandiera, non siano tacciati di mitomania o pazzia. Dimostro al mondo che le segnalazioni sono tanto fondate, quanto ignorate od impunite, data la diffusa correità o ignoranza o codardia.

Segnalatore di illeciti. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il segnalatore o segnalante di illeciti, anche detto segnalatore o segnalante di reati o irregolarità (termine reso a volte anche con la parola anglosassone e specificatamente dell'inglese americano whistleblower) è un individuo che denuncia pubblicamente o riferisce alle autorità attività illecite o fraudolente all'interno del governo, di un'organizzazione pubblica o privata o di un'azienda. Le rivelazioni o denunce possono essere di varia natura: violazione di una legge o regolamento, minaccia di un interesse pubblico come in caso di corruzione e frode, gravi e specifiche situazioni di pericolo per la salute e la sicurezza pubblica. Tali soggetti possono denunciare le condotte illecite o pericoli di cui sono venuti a conoscenza all'interno dell'organizzazione stessa, all'autorità giudiziaria o renderle pubbliche attraverso i media o le associazioni ed enti che si occupano dei problemi in questione. Spesso i segnalatori di illeciti, soprattutto a causa dell'attuale carenza normativa, spinti da elevati valori di moralità e altruismo, si espongono singolarmente a ritorsioni, rivalse, azioni vessatorie, da parte dell'istituzione o azienda destinataria della segnalazione o singoli soggetti ovvero organizzazioni responsabili e oggetto delle accuse, venendo sanzionati disciplinarmente, licenziati o minacciati fisicamente.

La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). In inglese viene invece utilizzata la parola whistleblower, che deriva dalla frase to blow the whistle, letteralmente «soffiare il fischietto», riferita all'azione dell'arbitro nel segnalare un fallo o a quella di un poliziotto che tenta di fermare un'azione illegale. Il termine è in uso almeno dal 1958, quando apparve nel Mansfield News-Journal (Ohio). L'origine dell'espressione whistleblowing è tuttavia ad oggi incerta, sebbene alcuni ritengano che la parola si riferisca alla pratica dei poliziotti inglesi di soffiare nel loro fischietto nel momento in cui avessero notato la commissione di un crimine, in modo da allertare altri poliziotti e, in modo più generico, la collettività. Altri ritengono che si richiami al fallo fischiato dall'arbitro durante una partita sportiva. In entrambi i casi, l'obiettivo è quello di fermare un'azione e richiamare l'attenzione. La locuzione «gola profonda» deriva da quella inglese Deep Throat che indicava l'informatore segreto che con le sue rivelazioni alla stampa diede origine allo scandalo Watergate.

Definizione. Il segnalatore di illeciti è quel soggetto che, solitamente nel corso della propria attività lavorativa, scopre e denuncia fatti che causano o possono in potenza causare danno all'ente pubblico o privato in cui lavora o ai soggetti che con questo si relazionano (tra cui ad esempio consumatori, clienti, azionisti). Spesso è solo grazie all'attività di chi denuncia illeciti che risulta possibile prevenire pericoli, come quelli legati alla salute o alle truffe, e informare così i potenziali soggetti a rischio prima che si verifichi il danno effettivo. Un gesto che, se opportunamente tutelato, è in grado di favorire una libera comunicazione all'interno dell’organizzazione in cui il segnalatore di illeciti lavora e conseguentemente una maggiore partecipazione al suo progresso e un'implementazione del sistema di controllo interno. La maggior parte dei segnalatori di illeciti sono "interni" e rivelano l'illecito a un proprio collega o a un superiore all'interno dell'azienda o organizzazione. È interessante esaminare in quali circostanze generalmente un segnalatore di illeciti decide di agire per porre fine a un comportamento illegale. C'è ragione di credere che gli individui sono più portati ad agire se appoggiati da un sistema che garantisce loro una totale riservatezza.

La tutela giuridica nel mondo. La protezione riservata ai segnalatori di illeciti varia da paese a paese e può dipendere dalle modalità e dai canali utilizzati per le segnalazioni.

Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Nell'introdurre un nuovo art. 54-bis al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, si è infatti stabilito che, esclusi i casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione, ovvero per lo stesso titolo ai sensi dell'articolo 2043 del codice civile italiano, il pubblico dipendente che denuncia all'autorità giudiziaria italiana o alla Corte dei conti, ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto a una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia. Inoltre, nell'ambito del procedimento disciplinare, l'identità del segnalante non può essere rivelata, senza il suo consenso, sempre che la contestazione dell'addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione. Si è tuttavia precisato che, qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione, l'identità può essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell'incolpato, con conseguente indebolimento della tutela dell'anonimato. L'eventuale adozione di misure discriminatorie deve essere segnalata al Dipartimento della funzione pubblica per i provvedimenti di competenza, dall'interessato o dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative nell'amministrazione nella quale le discriminazioni stesse sono state poste in essere. Infine, si è stabilito che la denuncia è sottratta all'accesso previsto dalla legge 7 agosto 1990, n. 241; tali disposizioni pongono inoltre delicate problematiche con riferimento all'applicazione del codice in materia di protezione dei dati personali. Nel 2014 ulteriori rafforzamenti della posizione del segnalatore di illeciti sono stati discussi con iniziative parlamentari, nella XVII legislatura. In ordine alla possibilità di incentivarne ulteriormente l'emersione con premi, l'ordine del giorno G/1582/83/1 - proposto in commissione referente del Senato - è stato accolto come raccomandazione; invece, è stato dichiarato improponibile l'emendamento che, tra l'altro, puniva con una contravvenzione chi ne rivelasse l'identità. Nel 2016 la Camera dei deputati, nell'approvare la proposta di legge n. 3365-1751-3433-A, «ha scelto, tra l'altro, la tecnica della "novella" del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165» per introdurre una disciplina di tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell'ambito di un rapporto di lavoro. Il testo pende al Senato come disegno di legge n. 2208 Il decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 90 afferma che - a decorrere dal 4 luglio 2017, data di entrata in vigore del predetto decreto - i soggetti destinatari della disposizioni ivi contenute (tra i quali intermediari finanziari iscritti all'Albo Unico, società di leasing, società di factoring, ma anche dottori commercialisti, notai e avvocati) sono obbligati a dotarsi di un sistema di segnalazione di illeciti, l'istituto di derivazione anglosassone per le segnalazioni interne di violazioni.

Stati Uniti d'America. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Sono Antonio Giangrande autore ed editore di centinaia di libri. Su uno di questi “L’Italia dei Misteri” di centinaia di pagine, veniva riportato, con citazione dell’autore e senza manipolazione e commenti, l’articolo del giornalista Francesco Amicone, collaboratore de “Il Giornale” e direttore di Tempi. Articolo di un paio di pagine che parlava del Mostro di Firenze ed inserito in una più ampia discussione in contraddittorio. L’Amicone, pur riconoscendo che non vi era plagio, criticava l’uso del copia incolla dell’opera altrui. Per questo motivo ha chiesto ed ottenuto la sospensione dell’account dello scrittore Antonio Giangrande su Amazon, su Lulu e su Google libri. L’intero account con centinai di libri non interessati alla vicenda. Google ed Amazon, dopo aver verificato la contronotifica hanno ripristinato la pubblicazione dei libri, compreso il libro oggetto di contestazione, del quale era stata l’opera citata e contestata. Lulu, invece,  ha confermato la sospensione.

L’autore ed editore Antonio Giangrande si avvale del Diritto di Citazione. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Nei libri di Antonio Giangrande, per il rispetto della pluralità delle fonti in contraddittorio per una corretta discussione, non vi è plagio ma Diritto di Citazione.

Il Diritto di Citazione è il Diritto di Cronaca di un’indagine complessa documentale e testimoniale senza manipolazione e commenti con di citazione di opere altrui senza lesione della concorrenza con congruo lasso di tempo e pubblicazione su canali alternativi e differenti agli originali.

Il processo a Roberto Saviano per “Gomorra” fa precedente e scuola: si condanna l’omessa citazione dell’autore e non il copia incolla della sua opera.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news”.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o di pressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa anche su commento di articoli di terzi. Vedi “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news, ecc.

Comunque, nonostante la sua opera sia stata rimossa, Francesco Amicone, mi continua a minacciare: “Domani vaglierò se inviare una email a tutti gli editori proprietari degli articoli che lei ha inserito - non si sa in base a quale nulla osta da parte degli interessati - nei suoi numerosi libri. La invito - per il suo bene - a rimuovere i libri dalla vendita e a chiedere a Google di non indicizzarli, altrimenti è verosimile che gli editori le chiederanno di pagare.”

Non riesco a capire tutto questo astio nei miei confronti. Una vera e propria stolkerizzazione ed estorsione. Capisco che lui non voglia vedere il suo lavoro richiamato su altre opere, nonostante si evidenzi la paternità, e si attivi a danneggiarmi in modo illegittimo. Ma che si impegni assiduamente ad istigare gli altri autori a fare lo stesso, va aldilà degli interessi personali. E’ una vera è propria cattiva persecuzione, che costringerà Google ed Amazon ad impedire che io prosegui la mia attività, e cosa più importante, impedisca centinaia di migliaia di lettori ad attingere in modo gratuito su Google libri, ad un’informazione completa ed alternativa.

E’ una vera è propria cattiva persecuzione e della quale, sicuramente, ne dovrà rendere conto. 

La vicenda merita un approfondimento del tema del Diritto di Citazione.

Il processo a Roberto Saviano per “Gomorra” fa precedente e scuola.

Alcuni giornalisti contestavano a Saviano l’uso di un copia incolla di alcuni articoli di giornale senza citare la fonte.

Da Wikipedia: Nel 2013 Saviano e la casa editrice Mondadori sono stati condannati in appello per plagio. La Corte d'Appello di Napoli ha riconosciuto che alcuni passaggi dell'opera Gomorra (lo 0.6% dell'intero libro) sono risultate un'illecita riproduzione del contenuto di due articoli dei quotidiani locali Cronache di Napoli e Corriere di Caserta, modificando così parzialmente la sentenza di primo grado, in cui il Tribunale aveva rigettato le accuse dei due quotidiani e li aveva anzi condannati al risarcimento dei danni per aver "abusivamente riprodotto" due articoli di Saviano (condanna, questa, confermata in Appello). Lo scrittore e la Mondadori in Appello sono stati condannati in solido al risarcimento dei danni, patrimoniali e non, per 60mila euro più parte delle spese legali. Lo scrittore ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza e la Suprema Corte ha confermato in parte l'impianto della sentenza d'Appello e ha invitato alla riqualificazione del danno al ribasso, stimando 60000 euro una somma eccessiva per articoli di giornale con diffusione limitatissima. La condanna per plagio nei confronti di Saviano e della Mondadori è stata confermata nel 2016 dalla Corte di Appello di Napoli, che ha ridimensionato il danno da risarcire da 60.000 a 6.000 euro per l'illecita riproduzione in Gomorra di due articoli di Cronache di Napoli e per l'omessa citazione della fonte nel caso di un articolo del Corriere di Caserta riportato tra virgolette.

Conclusione: si condanna l’omessa citazione dell’autore e non il copia incolla della sua opera.

Cosa hanno in comune un giurista ed un giornalista d’inchiesta; un sociologo e un segnalatore di illeciti (whistleblower); un ricercatore o un insegnante e un aggregatore di contenuti?

Essi si avvalgono del Diritto di Citazione. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Il Diritto di Citazione è il Diritto di Cronaca di un’indagine complessa documentale e testimoniale senza manipolazione e commenti con di citazione di opere altrui senza lesione della concorrenza con congruo lasso di tempo e pubblicazione su canali alternativi e differenti agli originali.

Il Diritto di Citazione si svolge su Stampa non periodica. Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Il diritto di cronaca su Stampa non periodica diventa diritto di critica storica.

NB. In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione. Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione. Resoconto esercitato nel pieno diritto di Critica Storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”. La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

L’art. 21 della Costituzione permette di esprimere liberamente il proprio pensiero. Nell’art. 65 della legge l. n. 633/1941 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”).

A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Quando si parla di aggregatore di contenuti non mi riferisco a colui che, per profitto, riproduce tout court integralmente, o quasi, un post o un articolo. Costoro non sono che volgari “produttori” di plagio, pur citando la fonte. Ci sono Aggregatori di contenuti in Italia, che esercitano la loro attività in modo lecita, e comunque, verosimilmente, non contestata dagli autori aggregati e citati.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news”.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o di pressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa anche su commento di articoli di terzi. Vedi “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news, ecc.

In un mio saggio sulla mafia mi è sembrato opportuno integrare, quanto già ampiamente scritto sul tema, con una tesi-articolo pubblicato su "La Repubblica" da parte di un'autrice poco nota dal titolo "La Mafia Sconosciuta dei Basilischi". Dacchè mercoledì 16 gennaio 2019 mi arriva una e-mail di diffida di questo tenore: qualche giorno fa mi sono resa conto che senza nessuna tipologia di autorizzazione Lei ha fatto confluire il mio abstract pubblicato da la Repubblica ad agosto 2017, in un suo libro "La mafia in Italia" e forse anche in una seconda opera. Le ricordo che a norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali." NB. In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione e non, invece, l’utilizzazione funzionale allo svolgimento di attività economiche ex art. 41 Cost. La sua opera essendo caratterizzata da fini di lucro, (viene venduta al pubblico ad uno specifico prezzo) rientra a pieno in un'attività economica. L'art 70 ut supra  è, pertanto, pienamente applicabile al caso del mio abstract, non rientrando neanche nel catalogo di articoli a carattere "economico, politico o religioso", poichè da questi vengono escluse "gli articoli di cronaca od a contenuto culturale, artistico, satirico, storico, geografico o scientifico ", di cui all'art 65 della medesima legge (secondo un'interpretazione estensiva della stessa), la cui riproduzione può avvenire in "altri giornali e riviste, ossia in veicoli di informazione diretti ad un pubblico generalizzato e non a singole categorie di utenti – clienti predefinite." Pertanto La presente è per invitarLa ad eliminare nel più breve tempo possibile il mio abstract dalla sua opera (cartecea e digitale), e laddove sia presente, anche da altri eventuali suoi libri, e-book e cartacei, onde evitare di dover adire le apposite sedi giudiziarie per tutelare il mio Diritto d'Autore e pedissequamente richiedere il risarcimento dei danni.

La mia risposta: certamente non voglio polemizzare e non ho alcun intendimento a dissertare di diritto con lei, che del diritto medesimo ne fa una personalissima interpretazione, non avendo il mio saggio alcun effetto anche potenzialmente concorrenziale dell'utilizzazione rispetto al suo articolo. Nè tantomeno ho interesse a mantenere il suo articolo nei miei libri di interesse pubblico di critica e di discussione. Libri a lettura anche gratuita, come lei ha constatato, avendo trovato il suo articolo liberamente sul web. Tenuto conto che altri sarebbero lusingati nell’essere citati nelle mie opere, e in migliaia lo sono (tra i più conosciuti e celebrati), e non essendoci ragioni di utilità per non farlo, le comunico con mia soddisfazione che è stata immediatamente cancellata la sua tesi dai miei saggi e per gli effetti condannata all’oblio. Saggi che continuamente sono utilizzati e citati in articoli di stampa, libri e tesi di laurea in Italia ed all’estero. E di questo ne sono orgoglioso, pur non avendone mai data autorizzazione preventiva. Vuol dire che mi considerano degno di essere riportato e citato e di questo li ringrazio infinitamente.

La risposta piccata è stata: Guardi mi sa che parliamo due lingue diverse. Non ho dato nessuna interpretazione mia personale del diritto, ma come può notare dalla precedente mail, mi sono limitata a riportare il tenore letterale della norma, che lei forse ignora. Io credo che molte persone, i cui elaborati sono stati interamente riprodotti nei suoi testi, non siano assolutamente a conoscenza di quello che lei ha fatto. Anche perché sono persone che conosco direttamente e con le quali ho collaborato e collaboro tutt'ora. Di certo non sarà lei attraverso l'estromissione (da me richiesta) dalle sue "opere" a farmi cadere in qualsivoglia oblio, poiché preferisco continuare a collaborare con professionisti (quali ad esempio Bolzoni) che non mettono in vendita libri che non sono altro che un insieme di lavori di altri, come fa lei, ma che come me continuano a studiare ed analizzare questi fenomeni con dedizione, perizia e professionalità. Ma non sto qui a disquisire e ad entrare nel merito di determinate faccende che esulano la questio de quo. Spero che si attenga a quanto scritto nella precedente mail.

A questo preme puntualizzare alcuni aspetti. Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di manifestare il proprio pensiero, anche con la testimonianza di terzi e a tal fine fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico.

Molti moralizzatori, sempre col ditino puntato, pretendono di avere il monopolio della verità. Io che non aspiro ad essere come loro (e di fatto sono orgoglioso di essere diverso) mi limito a riportare i comizietti, le prediche ed i pistolotti di questi, contrapponendo gli uni agli altri. A tal fine esercito il mio diritto di cronaca esente da mie opinioni. D'altronde tutti i giornalisti usano riportare gli articoli di altri per integrare il loro o per contestarne il tono o i contenuti. Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili.

Diritto di cronaca, dico, che non ha alcuna limitazione se non quella della verità, attinenza-continenza, interesse pubblico. Diritto di cronaca su Stampa non periodica.

Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Stampa non periodica, perché la Stampa periodica è di pertinenza esclusiva della lobby dei giornalisti, estensori della pseudo verità, della disinformazione, della discultura e dell’oscurantismo.

Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica. La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Certamente le mie opere nulla hanno a che spartire con le opere di autori omologati e conformati, e quindi non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera altrui. Quindi questi sconosciuti condannati all'oblio dell'arroganza e della presunzione se ne facciano una ragione.

Ed anche se fosse che la mia cronaca, diventata storia, fosse effettuata a fini di insegnamento o di ricerca scientifica, l'utilizzo che dovrebbe inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali è pienamente compiuto, essendo io autore ed editore medesimo delle mie opere e la divulgazione è per mero intento di conoscenza e non per fini commerciali, tant’è la lettura può essere gratuita e ove vi fosse un prezzo, tale è destinato per coprirne i costi di diffusione.  

Valentina Tatti Tonni soddisfatta su Facebook il 20 gennaio 2018 ". "Ho appena saputo che tre dei miei articoli pubblicati per "Articolo 21" e "Antimafia Duemila" sono stati citati nel libro del sociologo Antonio Giangrande che ringrazio. Gli articoli in questione sono, uno sulla riabilitazione dei cognomi infangati dalle mafie (ripreso giusto oggi da AM2000), uno sulla precarietà nel giornalismo e il terzo, ultimo pubblicato in ordine di tempo, intitolato alla legalità e contro ogni sistema criminale".

Dr Luigi Amicone, sono il dr Antonio Giangrande. Il soggetto da lei indicato a Google Libri come colui che viola il copyright di “Qualcun Altro”. Così come si evince dalla traduzione inviatami da Google. “Un sacco di libri pubblicati da Antonio Giangrande, che sono anche leggibile da Google Libri, sembrano violare il copyright di qualcun altro. Se si controlla, si potrebbe scoprire che  sono fatti da articoli e testi di diversi giornalisti. Ha messo nei suoi libri opere mie, pubblicate su giornali o riviste o siti web. Per esempio, l'articolo pubblicato da Il Giornale il 29 maggio 2018 "Il serial Killer Zodiac ... ". Sembra che abbia copiato l'intero articolo e incollato sul "suo" libro. Sembra che abbia pubblicato tutti i suoi libri in questo modo. Puoi chiedergli di cambiare il suo modo di "scrivere"? Grazie”.

Mi vogliono censurare su Google.

Premessa: Ho scritto centinaia di saggi e centinaia di migliaia di pagine, affrontando temi suddivisi per argomento e per territorio, aggiornati periodicamente. Libri a lettura anche gratuita. Non esprimo opinioni e faccio parlare i fatti e gli atti con l’ausilio di terzi, credibili e competenti, che sono ben lieti di essere riportati e citati nelle mie opere. Opere che continuamente sono utilizzati e citati in articoli di stampa, libri e tesi di laurea in Italia ed all’estero. E di questo ne sono orgoglioso, pur non avendone mai data autorizzazione preventiva. Vuol dire che mi considerano degno di essere riportato e citato e di questo li ringrazio infinitamente. Libri a lettura anche gratuita. Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di manifestare il proprio pensiero, anche con la testimonianza di terzi e a tal fine fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico.

Reclamo: Non si chiede solo di non usare i suoi articoli, ma si pretende di farmi cambiare il mio modo di scrivere. E questa è censura.

Ho diritto di citazione con congruo lasso di tempo e senza ledere la concorrenza.

Io sono un giurista ed un giornalista d’inchiesta. Opero nell’ambito dell’art. 21 della Costituzione che mi permette di esprimere liberamente il mio pensiero. Nell’art. 65 della legge n. 633/1941 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”).

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Io sono un Segnalatore di illeciti (whistleblower). La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Io sono un Aggregatore di contenuti tematici di ideologia contrapposta con citazione della fonte, al fine del diritto di cronaca e di discussione e di critica dei contenuti citati.

Quando parlo di aggregatore di contenuti non mi riferisco a colui che, per profitto, riproduce tout court integralmente, o quasi, un post o un articolo. Costoro non sono che volgari “produttori” di plagio, pur citando la fonte. Ci sono Aggregatori di contenuti in Italia, che esercitano la loro attività in modo lecita, e comunque, verosimilmente, non contestata dagli autori aggregati e citati.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news”.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o dipressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa su su articoli di terzi. Vedi  “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news.

Io esercito il mio diritto di cronaca e di critica. Diritto di cronaca, dico, che non ha alcuna limitazione se non quella della verità, attinenza-continenza, interesse pubblico. Diritto di cronaca su Stampa non periodica.

Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Stampa non periodica, perché la Stampa periodica è di pertinenza esclusiva della lobby dei giornalisti, estensori della pseudo verità, della disinformazione, della discultura e dell’oscurantismo.

Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica.

NB. In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione. Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione. Resoconto esercitato nel pieno diritto di Critica Storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”. La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".  

Diritto di citazione. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il diritto di citazione (o diritto di corta citazione) è una forma di libera utilizzazione di opere dell'ingegno tutelate da diritto d'autore. Infatti, sebbene l'autore detenga i diritti d'autore sulle proprie creazioni, in un certo numero di circostanze non può opporsi alla pubblicazione di estratti, riassunti, citazioni, proprio per non ledere l'altrui diritto di citarla. Il diritto di citazione assume connotazioni diverse a seconda delle legislazioni nazionali.

La Convenzione di Berna. L'articolo 10 della Convenzione di Berna, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: Articolo 10

1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

2) Restano fermi gli effetti della legislazione dei Paesi dell'Unione e degli accordi particolari tra essi stipulati o stipulandi, per quanto concerne la facoltà d'utilizzare lecitamente opere letterarie o artistiche a titolo illustrativo nell'insegnamento, mediante pubblicazioni, emissioni radiodiffuse o registrazioni sonore o visive, purché una tale utilizzazione sia fatta conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

3) Le citazioni e utilizzazioni contemplate negli alinea precedenti dovranno menzionare la fonte e, se vi compare, il nome dell'autore.

Le singole discipline.

Stati Uniti. Negli Stati Uniti è il titolo 17 dello United States Code che regola la proprietà intellettuale. Il fair use, istituto di più largo campo applicativo, norma generalmente anche ciò che nei paesi continentali europei è chiamato diritto di citazione.

Italia. L'art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 (recante norme sulla Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio) dispone che «Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.». Con il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003 è stata introdotta l'espressione di comunicazione al pubblico, per cui il diritto è esercitabile su ogni mezzo di comunicazione di massa, incluso il web. Con la nuova formulazione c'è una più netta distinzione tra le ipotesi in cui “il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera" viene effettuata per uso di critica o di discussione e quando avviene per finalità didattiche o scientifiche: se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali. L'orientamento giurisprudenziale formatosi in Italia sul vecchio testo dell'art. 70 è stato in genere di restringerne la portata. In seguito a successive modifiche legislative, è stata fornita tuttavia una diversa interpretazione della normativa attualmente vigente, in particolare con la risposta ad un'interrogazione parlamentare nella quale il senatore Mauro Bulgarelli chiedeva al Governo di valutare l'opportunità di estendere anche in Italia il concetto del fair use. Il governo ha risposto che non è necessario intervenire legislativamente in quanto già adesso l'articolo 70 della Legge sul diritto d'autore va interpretato alla stregua del fair use statunitense. A parere del Governo il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003, ha reso l'articolo 70 della legge sul diritto d'autore sostanzialmente equivalente a quanto previsto dalla sezione 107 del copyright act degli Stati Uniti. Sempre secondo il Governo, sono quindi già applicabili i quattro elementi che caratterizzano il fair use:

finalità e caratteristiche dell'uso (natura non commerciale, finalità educative senza fini di lucro);

natura dell'opera tutelata;

ampiezza ed importanza della parte utilizzata in rapporto all'intera opera tutelata;

effetto anche potenzialmente concorrenziale dell'utilizzazione.

Sempre a parere del governo, la normativa italiana in materia del diritto d'autore risulta già conforme non solo a quella degli altri paesi dell'Europa continentale ma anche a quello dei Paesi nei quali vige il copyright anglosassone.

A rafforzare il diritto di corta citazione è nuovamente intervenuto il legislatore, che all'articolo 70 della legge sul diritto d'autore ha aggiunto il controverso comma 1-bis, secondo il quale «è consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro [...]». La norma, tuttavia, non ha ancora ricevuto attuazione, non essendo stato emanato il previsto decreto ministeriale. Altre restrizioni alla riproduzione libera vigono nella giurisprudenza italiana, come, per esempio, quelle proprie all'assenza di libertà di panorama.

Francia. In Francia la materia è regolata dal Code de la propriété intellectuelle.

Unione europea. L'Unione europea ha emanato la direttiva 2001/29/CE del 22 maggio 2001 che i singoli Paesi hanno applicato alla propria legislazione. Il parlamento europeo nell'approvare la direttiva Ipred2, in tema di armonizzazione delle norme penali in tema di diritto d'autore, ha approvato anche l'emendamento 16, secondo il quale gli Stati membri provvedono a che l'uso equo di un'opera protetta, inclusa la riproduzione in copie o su supporto audio o con qualsiasi altro mezzo, a fini di critica, recensione, informazione, insegnamento (compresa la produzione di copie multiple per l'uso in classe), studio o ricerca, non sia qualificato come reato. Nel vincolare gli stati membri ad escludere la responsabilità penale, l'emendamento si accompagnava alla seguente motivazione: la libertà di stampa deve essere protetta da misure penali. Professionisti quali i giornalisti, gli scienziati e gli insegnanti non sono criminali, così come i giornali, gli istituti di ricerca e le scuole non sono organizzazioni criminali. Questa misura non pregiudica tuttavia la protezione dei diritti, in quanto è possibile il risarcimento per danni civili.

Citazioni di opere letterarie. La regolamentazione giuridica delle opere letterarie ha una lunga tradizione. La citazione deve essere breve, sia in rapporto all'opera da cui è estratta, sia in rapporto al nuovo documento in cui si inserisce. È necessario citare il nome dell'autore, il suo copyright e il nome dell'opera da cui è estratta, per rispettare i diritti morali dell'autore. In caso di citazione di un'opera tradotta occorre menzionare anche il traduttore. Nel caso di citazione da un libro, oltre al titolo, occorre anche menzionare l'editore e la data di pubblicazione. La citazione non deve far concorrenza all'opera originale e deve essere integrata in seno ad un'opera strutturata avendo una finalità. La citazione inoltre deve spingere il lettore a rapportarsi con l'opera originale. Il carattere breve della citazione è lasciato all'interprete (giudice) ed è perciò fonte di discussione. Nell'esperienza francese, quando si sono posti limiti quantitativi, sono stati proposti come criterio i 1.500 caratteri. Le antologie non sono giuridicamente collezioni di citazioni ma delle opere derivate che hanno un loro particolare regime di autorizzazione, regolato in Italia dal secondo comma dell'articolo 70. Le misure della lunghezza dei brani sono fissati dall'art 22 del regolamento e l'equo compenso è fissato secondo le modalità stabilite nell'ultimo comma di detto articolo.

Citare, non copiare! Attenzione ai testi altrui. Scrive il 2 Giugno 2016 Chiara Beretta Mazzotta. Citare è sempre possibile, abbiamo facoltà di discutere i contenuti (libri, articoli, post…) e di utilizzare parte dei testi altrui, ma quando lo facciamo non dobbiamo violare i diritti d’autore. Citare o non citare? Basta farlo nel modo corretto! Si chiama diritto di citazione e permette a ciascuno di noi di utilizzare e divulgare contenuti altrui senza il bisogno di chiedere il permesso all’autore o a chi ne detiene i diritti di commercializzazione. Dobbiamo però rispettare le regole. Ogni testo – articoli, libri e anche i testi dal carattere non specificatamente creativo (ma divulgativo, comunicativo, informativo) come le mail… – beneficia di tutela giuridica. La corrispondenza, per esempio, è sottoposta al divieto di rivelazione, violazione, sottrazione, soppressione previsto dagli articoli 616 e 618 del codice penale. Le opere creative sono tutelate dalla normativa del diritto d’autore e non possono essere copiate o riprodotte (anche in altri formati o su supporti diversi), né è possibile appropriarsi della loro paternità. Possono, però, essere “citate”.

È consentito il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica…L’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 (recante norme sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio) dispone che «il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento, sono liberi nei limiti giustificati da tali finalità e purché non costituiscono concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera». Vale a dire che – a scopo di studio, discussione, documentazione o insegnamento – la legge (art. 70 l. 633/41) consente il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o parti di opere letterarie. Lo scopo deve essere divulgativo (e non di lucro o meglio: il testo citato non deve fare concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera stessa).

Dovete dichiarare la fonte: il nome dell’autore, l’editore, il giornale, il traduttore, la data di pubblicazione. Per rispettare il diritto di citazione dovete dichiarare la fonte: il nome dell’autore, l’editore, il giornale, il traduttore, la data di pubblicazione.  Quindi, se per esempio state facendo la recensione di un testo, il diritto di citazione vi consente di “copiare” una piccola parte di esso (il diritto francese prevede per esempio 1500 caratteri; in assoluto ricordate che la brevità della citazione vi tutela da eventuali noie) purché diciate chi lo ha scritto, chi lo ha pubblicato, chi lo ha tradotto e quando. Nessun limite di legge sussiste, invece, per la riproduzione di testi di autori morti da oltre settant’anni (questo in Italia e in Europa; in Messico i diritti scadono dopo 100 anni, in Colombia dopo 80 anni e in Guatemala e Samoa dopo 75 anni, in Canada dopo 50; in America si parla di 95 anni dalla data della prima pubblicazione). Se volete citare un articolo, avete il diritto di riassumere il suo contenuto e mettere tra virgolette qualche stralcio purché indichiate il link esatto (non basta il link alla home della testata, per dire). Va da sé che no, non potete copia-incollare un intero pezzo mettendo un semplice collegamento ipertestuale! Questo lo potete fare solo se siete stati autorizzati. Tantomeno potete tradurre un articolo uscito sulla stampa estera o su siti stranieri. Per pubblicare un testo tradotto dovete infatti essere stati autorizzati. Quindi, se incappate in rete in un post di vostro interesse che non vi venga in mente di copiarlo integralmente indicando solo un link. Aggregare le notizie, copiandole totalmente, anche indicando la fonte, non è legale: è necessaria l’autorizzazione del titolare del diritto. E poi, oltre a non rispettare le leggi del diritto d’autore, fate uno sgarbo ai motori di ricerca che penalizzano i contenuti duplicati.

Prestate cura anche ai tweet, agli status e a tutto ciò che condividete in rete. E se scoprite un plagio in rete? Dal 2014 non c’è più bisogno di ricorrere alla magistratura. Cioè non c’è più bisogno di un processo, né di una denuncia alle autorità (leggi qui). C’è infatti una nuova procedura “accelerata”, introdotta con il recente regolamento Agcom, e potete avviare la pratica direttamente in rete facendo una segnalazione e compilando un modulo (per maggior informazioni su come denunciare una violazione leggi la guida: “Come denunciare all’Acgom un sito per violazione del diritto d’autore”).

Volete scoprire se qualcuno rubacchia i vostri contenuti? Basta utilizzare uno tra i tanti motori di ricerca atti allo scopo. Per esempio Plagium. È sufficiente copiare e incollare il testo e analizzare le corrispondenze in rete. Spesso, ahimè, ne saltano fuori delle belle… Mi raccomando, prestate cura anche ai tweet, agli status e a tutto ciò che condividete in rete. Quando fate una citazione – che si tratti di una grande poetessa o dell’ultimo cantante pop – usate le virgolette e mettete il nome dell’autore e del traduttore. È una questione di rispetto oltre che legale. E se volete essere presi sul serio, fate le cose per bene.

LO SPAURACCHIO DELLA CITAZIONE DI OPERA ALTRUI. Avvocato Marina Lenti Marina Lenti su diritto d'autore. A volte mi capita di rispondere a dei quesiti postati su Linkedin e siccome quello che segue ricorre spesso, colgo l’occasione per trattarlo,in maniera molto elementare (niente legalese! ), anche in questa sede. Si tratta di una delle maggiori preoccupazioni di chi scrive: la citazione. Può trattarsi della citazione di una dichiarazione rilasciata da qualcuno, oppure la citazione di un titolo di un libro o di un film, o similia. Spesso gli autori sono paralizzati perché pensano che ogni volta sia necessaria l’autorizzazione del titolare dei diritti connessi alla dichiarazione o all’opera citata. Ovviamente non è così perché, in tal caso si arriverebbe alla paralisi totale e tutta una serie di generi morirebbe: manualistica, saggistica, biografie… Bisogna ricordare sempre che il diritto d’autore, oltre a proteggere la proprietà intellettuale, deve contemperare anche l’esigenza collettiva di poter usare materiale altrui, a certe condizioni, in modo da creare materiale nuovo, anche sulla base di quello vecchio, che arricchisca ulteriormente la collettività. E’ per questo che si ricorre al concetto di fair use, che nella nostra Legge sul Diritto d’Autore si ritrova al primo comma dell’art. 70: “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera”.

In aggiunta, il concetto è più chiaramente formulato nella Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche, cui l’Italia aderisce, all’art. 10 comma 1: “Sono lecite le citazioni tratte da un’opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo”.

Dunque, non c’è bisogno di autorizzazioni se, per esempio, se in un dialogo, un personaggio riferisce all’altro di aver letto il libro X, o aver visto il film Y, o aver letto l’intervista rilasciata dal personaggio famoso Z. Diverso sarebbe, ovviamente, se ci si appropriasse del personaggio X dell’altrui opera Y per farlo agire nella propria (e se state pensando alle fan fiction, ebbene sì, a stretto rigore le fan fiction sono illegali, solo che alcuni autori, come J.K. Rowling, le tollerano finché restano sul web e sono messe a disposizione gratuitamente; altri, come Anne Rice, le combattono invece in tutti i modi). Lo stesso vale se si riporta la dichiarazione di un’intervista, oppure un brano di un’altrui opera. In questo caso basterà citare in nota la fonte: nome dell’autore, titolo dell’intervista/opera, data, numeri di riferimento (a seconda della pubblicazione), editore, anno. Oltretutto, riportare la fonte dà maggiore autorevolezza alla vostra opera perché dimostra che le citazioni riportate non sono "campate in aria". Ovviamente la citazione deve constare di qualche frase, non di mezza intervista o mezzo libro, altrimenti va da sé l’uso non sarebbe più "fair", cioè "corretto".

Bisogna tuttavia fare attenzione al contenuto di ciò che si cita, per non rischiare di incorrere in altri possibili problemi legali diversi dalle violazioni del diritto d’autore: se, ad esempio, si cita una dichiarazione di terzi che accusa la persona X di essere colpevole di un reato e questa dichiarazione è priva di fondamento (perché, ad esempio, non c’è stata una sentenza di condanna), ovviamente potrà essere ritenuto responsabile della diffamazione alla stregua della fonte usata.

Il concetto di fair use, a differenza che in Italia, è stato oggetto di elaborazione giurisprudenziale molto sofisticata in Paesi come l’America. Magari in un prossimo post esamineremo i quattro parametri di riferimento elaborati dai giudici statunitensi per discernere se, in un dato caso, si verta effettivamente in tema di fair use. Tuttavia, nonostante questa lunga elaborazione, va tenuto presente che si tratta sempre di un terreno molto scivoloso, che ha volte ha dato luogo pronunciamenti contraddittori.

La riproduzione e citazione di articoli giornalistici. Di Alessandro Monteleone.

La normativa.

La materia trova disciplina nei seguenti testi di legge: art. 10, comma 1, Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche (ratificata ed eseguita con la L. 20 giugno 1978, n. 399); artt. 65 e 70, Legge 22 aprile 1941, n. 633 (di seguito anche “Legge sul Diritto d’Autore”).

L’opera giornalistica.

Come noto, l’opera giornalistica che abbia il requisito della creatività è tutelata dall’art. 1 della Legge sul Diritto d’Autore. Il quotidiano (ovvero il periodico) è considerato pacificamente opera “collettiva”, in merito alla quale valgono le seguenti considerazioni. In base al combinato disposto degli artt. 7 e 38, Legge sul Diritto d’Autore l’editore deve essere considerato l’autore dell’opera. L’editore – salvo patto contrario – ha il diritto di utilizzazione economica dell’opera prodotta “in considerazione del fatto che […] è il soggetto che assume su di sé il rischio della pubblicazione e della messa in commercio dell’opera provvedendovi per suo conto ed a sue spese”. L’editore è titolare “dei diritti di cui all’art. 12 l.d.a. (prima pubblicazione dell’opera e sfruttamento economico della stessa). E ciò senza alcun bisogno di accertare […] un diverso modo ovvero una distinta fonte di acquisto del diritto sull’opera componente, rispetto a quello sull’opera collettiva”, inoltre “il diritto dell’editore si estende a tutta l’opera, ma includendone le parti”.

Disciplina normativa in materia di citazione e riproduzione di articoli giornalistici.

Con riferimento alla possibilità di riprodurre articoli giornalistici in altre opere si osserva quanto segue:

La Convenzione di Berna contiene una clausola generale che disciplina la fattispecie della citazione di un’opera già resa accessibile al pubblico. In particolare, in base all’art. 10 della Convenzione di Berna, la libertà di citazione incontra quattro limiti specifici:

1) l’opera deve essere stata resa lecitamente accessibile al pubblico;