Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

 

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FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA   

DOSSIER ESAME AVVOCATO

QUESTO E’ IL CASO ESEMPLARE DI RITORSIONE PER IL QUALE L’ITALIA MAFIOSA SI DOVREBBE VERGOGNARE.

COSI' SI DIVENTA AVVOCATO O SI IMPEDISCE DI ESSERLO!!!

E' UN ESAME DI STATO, INVECE DI FATTO E' UN CONCORSO PUBBLICO.

IN UN CONCORSO PUBBLICO DOVE LE COMMISSIONI DI ESAME SONO INATTENDIBILI ED ARBITRARI, ADOTTANDO NESSUN PRINCIPIO DI GIUDIZIO, NE' PROPRIO, NE' MINISTERIALE. FATTO RILEVATO ECCEZIONALMENTE DA UN TAR, ANNULLANDO TUTTE LE VALUTAZIONI.

IN UN CONCORSO PUBBLICO, (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI), I TEMI SCRITTI NON SONO CORRETTI, MA DA ANNI SONO DICHIARATI TALI. DEVI SUBIRE E DEVI PURE TACERE, IN QUANTO NON VI E' RIMEDIO GIUDIZIARIO O AMMINISTRATIVO.

CONCORSI DI AVVOCATO PRESIEDUTI DA CHI E' STATO DENUNCIATO COME PRESIDENTE DI COMMISSIONE LOCALE. LA DENUNCIA E' STATA PRESENTATA ANCHE AL PARLAMENTO. SI E' CHIESTA UNA INTERROGAZIONE PARLAMENTARE. NONOSTANTE LE INTERROGAZIONI PARLAMENTARI PRESENTATE: TUTTO LETTERA MORTA. COSTUI NON HA POTUTO PIU' PRESIEDERE LA COMMISSIONE LOCALE, PERCHE' E' STATO ESTROMESSO DALLA RIFORMA DEL 2003, E NONOSTANTE CIO' POI E' STATO NOMINATO PRESIDENTE DI COMMISSIONE CENTRALE.

Queste sono le conclusioni del ricorso amministrativo presentato dall’avv. Mirko Giangrande per conto del padre dr. Antonio Giangrande. Ricorso con cui si contestano in fatto e in diritto i giudizi negativi delle prove scritte resi dalle sottocommissioni per gli esami di abilitazione alla professione di avvocato. Ricorso presentato presso il Tribunale Amministrativo Regionale della Puglia, sezione distaccata di Lecce. Ricorso n. 1240/2011 che per 13 anni nessun avvocato per codardia ha mai voluto presentare. La commissione competente nel 2010 per tali conclusioni ha negato l’accesso al gratuito patrocinio. Il TAR ha rigettato l'istanza di sospensiva nonostante i vizi, mentre per altri candidati l'ha accolta, valutando l'elaborato direttamente nel merito.

CONCLUSIONI

Da quanto analiticamente già espresso e motivato si denota che violazione di legge, eccesso di potere e motivi di opportunità viziano qualsiasi valutazione negativa adottata dalla commissione d’esame giudicante, ancorchè in presenza di una capacità espositiva pregna di corretta applicazione di sintassi, grammatica ed ampia conoscenza di norme e principi di diritto dimostrata dal candidato in tutti e tre i compiti resi.

1.     Qui si evince un fatto, da sempre notorio su tutti gli organi di stampa, rilevato e rilevabile in ambito nazionale: ossia la disparità di trattamento tra i candidati rispetto alla sessione d’esame temporale e riguardo alla Corte d’Appello di competenza. Diverse percentuali di idoneità, (spesso fino al doppio) per tempo e luogo d’esame, fanno sperare i candidati nella buona sorte necessaria per l’assegnazione della commissione benevola sorteggiata. Nel Nord Italia le percentuali adottate dalle locali commissioni d’esame sono del 30%, nel sud fino al 60%. Le sottocommissioni di Palermo sono come le sottocommissioni del Nord Italia. I Candidati sperano nella buona sorte dell’assegnazione. La Fortuna: requisito questo non previsto dalle norme.

2.     Qui si contesta la competenza dei commissari a poter svolgere dei controlli di conformità ai criteri indicati: capacità pedagogica propria di docenti di discipline didattiche non inseriti in commissione.

3.     Qui si contesta la mancanza di motivazione alle correzioni, note, glosse, ecc., tanto da essere contestate dal punto di vista oggettivo da gente esperta nella materia di riferimento.

4.     Qui si evince la carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque si contesta la fondatezza dei rilievi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta mancanza di motivazione al giudizio, didattica e propedeutica al fine di conoscere e correggere gli errori, per impedirne la reiterazione.

5.     Altresì qui si contesta la mancanza del voto di ciascun commissario, ovvero il voto riferito a ciascun criterio individuato per la valutazione delle prove.

6.     Altresì qui si contesta l’assenza ingiustificata del presidente della Commissione d’esame centrale e si contesta contestualmente l’assenza del presidente della Iª sottocommissione di Palermo.

7.     Altresì qui si contesta la correzione degli elaborati in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito.

8.     Altresì qui si contesta, acclarandone la nullità, la nomina del presidente della Commissione centrale, Avv. Antonio De Giorgi, in quanto espressione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce. Nomina vietata dalle norme.

Inoltre, il metodo, contestato con i motivi indicati in precedenza, è lo stesso che ha inficiato per anni la vana partecipazione del ricorrente al medesimo concorso concluso con giudizi d’inidoneità fondata sugli stessi motivi illegittimi.

ESAME DI AVVOCATO

LOBBY FORENSE. ABILITAZIONE TRUCCATA.

ESAME AVVOCATO.jpg

 

INGIUSTIZIA E RIBELLIONE

DOSSIER ESAME AVVOCATO

QUESTO E’ IL CASO ESEMPLARE DI RITORSIONE PER IL QUALE L’ITALIA MAFIOSA SI DOVREBBE VERGOGNARE.

COSI' SI DIVENTA AVVOCATO O SI IMPEDISCE DI ESSERLO!!!

E' UN ESAME DI STATO, INVECE DI FATTO E' UN CONCORSO PUBBLICO.

IN UN CONCORSO PUBBLICO DOVE LE COMMISSIONI DI ESAME SONO INATTENDIBILI ED ARBITRARI, ADOTTANDO NESSUN PRINCIPIO DI GIUDIZIO, NE' PROPRIO, NE' MINISTERIALE. FATTO RILEVATO ECCEZIONALMENTE DA UN TAR, ANNULLANDO TUTTE LE VALUTAZIONI.

IN UN CONCORSO PUBBLICO, (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI), I TEMI SCRITTI NON SONO CORRETTI, MA DA ANNI SONO DICHIARATI TALI. DEVI SUBIRE E DEVI PURE TACERE, IN QUANTO NON VI E' RIMEDIO GIUDIZIARIO O AMMINISTRATIVO.

CONCORSI DI AVVOCATO PRESIEDUTI DA CHI E' STATO DENUNCIATO COME PRESIDENTE DI COMMISSIONE LOCALE. LA DENUNCIA E' STATA PRESENTATA ANCHE AL PARLAMENTO. SI E' CHIESTA UNA INTERROGAZIONE PARLAMENTARE. NONOSTANTE LE INTERROGAZIONI PARLAMENTARI PRESENTATE: TUTTO LETTERA MORTA. COSTUI NON HA POTUTO PIU' PRESIEDERE LA COMMISSIONE LOCALE, PERCHE' E' STATO ESTROMESSO DALLA RIFORMA DEL 2003, E NONOSTANTE CIO' POI E' STATO NOMINATO PRESIDENTE DI COMMISSIONE CENTRALE.

Queste sono le conclusioni del ricorso amministrativo presentato dall’avv. Mirko Giangrande per conto del padre dr. Antonio Giangrande. Ricorso con cui si contestano in fatto e in diritto i giudizi negativi delle prove scritte resi dalle sottocommissioni per gli esami di abilitazione alla professione di avvocato. Ricorso presentato presso il Tribunale Amministrativo Regionale della Puglia, sezione distaccata di Lecce. Ricorso n. 1240/2011 che per 13 anni nessun avvocato per codardia ha mai voluto presentare. La commissione competente nel 2010 per tali conclusioni ha negato l’accesso al gratuito patrocinio. Il TAR ha rigettato l'istanza di sospensiva nonostante i vizi, mentre per altri candidati l'ha accolta, valutando l'elaborato direttamente nel merito.

CONCLUSIONI

Da quanto analiticamente già espresso e motivato si denota che violazione di legge, eccesso di potere e motivi di opportunità viziano qualsiasi valutazione negativa adottata dalla commissione d’esame giudicante, ancorchè in presenza di una capacità espositiva pregna di corretta applicazione di sintassi, grammatica ed ampia conoscenza di norme e principi di diritto dimostrata dal candidato in tutti e tre i compiti resi.

1.     Qui si evince un fatto, da sempre notorio su tutti gli organi di stampa, rilevato e rilevabile in ambito nazionale: ossia la disparità di trattamento tra i candidati rispetto alla sessione d’esame temporale e riguardo alla Corte d’Appello di competenza. Diverse percentuali di idoneità, (spesso fino al doppio) per tempo e luogo d’esame, fanno sperare i candidati nella buona sorte necessaria per l’assegnazione della commissione benevola sorteggiata. Nel Nord Italia le percentuali adottate dalle locali commissioni d’esame sono del 30%, nel sud fino al 60%. Le sottocommissioni di Palermo sono come le sottocommissioni del Nord Italia. I Candidati sperano nella buona sorte dell’assegnazione. La Fortuna: requisito questo non previsto dalle norme.

2.     Qui si contesta la competenza dei commissari a poter svolgere dei controlli di conformità ai criteri indicati: capacità pedagogica propria di docenti di discipline didattiche non inseriti in commissione.

3.     Qui si contesta la mancanza di motivazione alle correzioni, note, glosse, ecc., tanto da essere contestate dal punto di vista oggettivo da gente esperta nella materia di riferimento.

4.     Qui si evince la carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque si contesta la fondatezza dei rilievi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta mancanza di motivazione al giudizio, didattica e propedeutica al fine di conoscere e correggere gli errori, per impedirne la reiterazione.

5.     Altresì qui si contesta la mancanza del voto di ciascun commissario, ovvero il voto riferito a ciascun criterio individuato per la valutazione delle prove.

6.     Altresì qui si contesta l’assenza ingiustificata del presidente della Commissione d’esame centrale e si contesta contestualmente l’assenza del presidente della Iª sottocommissione di Palermo.

7.     Altresì qui si contesta la correzione degli elaborati in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito.

8.     Altresì qui si contesta, acclarandone la nullità, la nomina del presidente della Commissione centrale, Avv. Antonio De Giorgi, in quanto espressione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce. Nomina vietata dalle norme.

Inoltre, il metodo, contestato con i motivi indicati in precedenza, è lo stesso che ha inficiato per anni la vana partecipazione del ricorrente al medesimo concorso concluso con giudizi d’inidoneità fondata sugli stessi motivi illegittimi.

RICORSO CONTRO IL GIUDIZIO NEGATIVO ALL'ESAME DI AVVOCATO

COMMISSIONE NAZIONALE D'ESAME PRESIEDUTA DA CHI NON POTEVA RICOPRIRE L'INCARICO, COMMISSARI (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI) DENUNCIATI CHE GIUDICANO IL DENUNCIANTE E TEMI SCRITTI NON CORRETTI, MA DA 15 ANNI SONO DICHIARATI TALI. DEVI SUBIRE E DEVI PURE TACERE, IN QUANTO NON VI E' RIMEDIO GIUDIZIARIO O AMMINISTRATIVO.

Ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro il voto numerico insufficiente (25,25,25) dato alle prove scritte di oltre 4 pagine cadaune della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione. Tale ricorso non ha prodotto alcun giudizio nei tempi stabiliti, salvo se non il diniego immediato ad una istanza cautelare di sospensione, tanto da farmi partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito definitivo del ricorso, a ben altre due sessioni successive, i cui risultati sono stati identici ai temi dei 15 anni precedenti (25,25,25): compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar si è stati costretti di presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Inspiegabilmente nei mesi successivi all’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Eccetto qualcuno che non poteva essere accolto, tra i quali i ricorsi dell'avv. Carlo Panzuti  e dell'avv. Angelo Vantaggiato in cui si contestava il giudizio negativo reso ad un elaborato striminzito di appena una pagina e mezza. Solo in data 7 febbraio 2013 si depositava sentenza per una decisione presa già in camera di consiglio della stessa udienza del 7 novembre 2012. Una sentenza già scritta, però, ben prima delle date indicate, in quanto in tale camera di consiglio (dopo aver tenuto anche regolare udienza pubblica con decine di istanze) i magistrati avrebbero letto e corretto (a loro dire) i 3 compiti allegati (più di 4 pagine per tema), valutato e studiato le molteplici questioni giuridiche presentate a supporto del ricorso. Un'attenzione non indifferente e particolare e con un risultato certo e prevedibile, se si tiene conto che proprio il presidente del Tar è stato oggetto di inchiesta video e testuale da parte dello stesso ricorrente. Le gesta del presidente del Tar sono state riportate da Antonio Giangrande, con citazione della fonte, nella pagina d'inchiesta attinente la città di Lecce. Come per dire: chi la fa, l'aspetti!

 “Egregi signori, forse qualcuno di voi, componente delle più disparate commissioni di esame di avvocato di tutta Italia, da Lecce a Bari, da Venezia a Torino, da Palermo a Messina o Catania, pensa di intimorirmi con la forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri. Sicuramente il più influente tra di voi, bocciandomi o (per costrizione e non per induzione) facendomi bocciare annualmente senza scrupoli all’esame di avvocato dal lontano 1998, (da quando ho promosso interrogazioni parlamentari e inoltrato denunce penali, che hanno ottenuto dei risultati eclatanti, come l’esclusione dei consiglieri dell’ordine degli avvocati dalle commissioni d’esame e ciononostante uno di loro è diventato presidente nazionale), pensa che possa rompermi le reni ed impedirmi di proseguire la mia lotta contro questo concorso forense e tutti i concorsi pubblici che provo nei miei libri essere truccati. E sempre su quei libri provo il vostro sistema giudiziario essere, per gli effetti, fondato sull’ingiustizia. Mi conoscete tutti bene da vent’anni, come mi conoscono bene, prima di giudicarmi, i magistrati che critico. Per chi non fa parte del sistema e non MI conosce e non VI conosce bene, al di là dell’immagine patinata che vi rendono i media genuflessi, pensa che in Italia vige la meritocrazia e quindi chi esamina e giudica e chi supera gli esami, vale. Non è così e non mi impedirete mai di gridarlo al mondo. Avete la forza del potere, non la ragione della legge. Forse qualcuno di voi, sicuramente il più influente, perseguendomi artatamente anche per diffamazione a mezzo stampa, senza mai riuscire a condannarmi, pur con le sentenze già scritte prima del dibattimento, pensa di tagliarmi la lingua affinchè non possa denunciare le vostre malefatte. Non è così e non mi impedirete mai di gridarlo al mondo. E non per me, ma per tutti coloro che, codardi, non hanno il coraggio di ribellarsi. Anche perché se lo fate a me, lo fate anche agli altri. Fino a che ci saranno centinaia di migliaia di giovani vittime che mi daranno ragione, voi sarete sempre dalla parte del torto. Avete un potere immeritato, non la ragione. Un ordine che dileggia il Potere del popolo sovrano. In Italia succede anche questo. Potete farmi passare per mitomane o pazzo. E’ nell’ordine delle cose: potrebbe andarmi peggio, come marcire in galera o peggio ancora. Potete, finché morte non ci separi, impedirmi di diventare avvocato. Farò vita eremitica e grama. Comunque, cari miei, vi piaccia o no, di magistrati ce ne sono più di dieci mila, criticati e non sono certo apprezzati; di avvocati più di 250 mila e questi, sì, disprezzati. Alla fine per tutti voi arriva comunque la Livella e l’oblio. Di Antonio Giangrande c’è uno solo. Si ama o si odia, ma fatevene un ragione: sarò per sempre una spina nel vostro fianco e sopravviverò a voi. Più mi colpite, più mi rendete altrettanto forte. Eliminarmi ora? E’ troppo tardi. Il virus della verità si diffonde. E ringraziate Dio che non ci sia io tra quei 945 parlamentari che vi vogliono molto, ma molto bene, che a parlar di voi si cagano addosso. Solo in Italia chi subisce un’ingiustizia non ha nessuno a cui rivolgersi, siano essi validi bocciati ai concorsi pubblici o innocenti in galera, che si chiamino Berlusconi o Sallusti o Mulè o Riva (e tutti questi li chiamano “persone influenti e potenti”). I nostri parlamentari non sanno nemmeno di cosa tu stia parlando, quando ti prestano attenzione. Ed è raro che ciò succeda. In fede Antonio Giangrande”.

Una denuncia per calunnia, abuso d’ufficio e diffamazione contro la Commissione d’esame di avvocato di Catania per tutelare l’immagine dei professionisti e di tutti i cittadini leccesi, tarantini e brindisini è quanto propone il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” (www.controtuttelemafie.it) e profondo conoscitore del fenomeno degli esami e dei concorsi pubblici truccati. Proposta presentata a tutti coloro che sono stati esclusi ed a tutti gli altri, anche non candidati all’esame di avvocato, che si sentono vittime di questo fenomeno di caccia alle streghe o che si sentano diffamati come rappresentanti e come cittadini del territorio, ormai sputtanato in tutta Italia. E proposta di presentazione del ricorso al Tar che sarebbe probabilmente accolto, tenuto conto dei precedenti al Consiglio di Stato.

«A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Da 20 anni denuncio che in Italia agli esami tutti si copia ed adesso scoprono l’acqua calda. E copiano tutti. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010 o di magistrato nel 1992.

Le mie denunce sono state sempre archiviate ed io fatto passare per pazzo o mitomane.

Quindi chi si è abilitato barando, ha scoperto l’acqua calda. Questa caccia alle streghe, perché? Vagito di legalità? Manco per idea. In tempo di magra per i professionisti sul mercato, si fa passare per plagio, non solo la dettatura uniforme dell’intero elaborato (ripeto, che c’è sempre stata), ma anche l’indicazione della massima giurisprudenziale senza virgolette. Ergo: dov’è il dolo? Per chi opera in ambito giuridico le massime della Cassazione sono l’appiglio per tutte le tesi difensive di parte o accusatorie. Senza di queste sarebbero solo opinioni personali senza valore. Altra cosa è riportare pari pari, più che le massime, le motivazioni delle sentenze.

Prescindendo dalla caccia mirata alle streghe, c’è forse di più?

Ed allora i candidati esclusi alla prova scritta dell’esame di avvocato tenuta presso la Corte d’Appello di Lecce si rivolgano a noi per coordinare tutte le azioni di tutela:  una denuncia per calunnia, abuso d’ufficio e per diffamazione contro tutti coloro che si son resi responsabili di una campagna diffamatoria ed un accanimento senza precedenti. Premo ricordare che l’esame è truccato insitamente e non bisogna scaricare sulla dignità e l’onore dei candidati gli interessi di una categoria corporativistica. Nessuno li difende i ragazzi, esclusi e denunciati (cornuti e mazziati) ma, dato che io c’ero e ci sono dal 1998, posso testimoniare che se plagio vi è stato, vi è sempre stato, e qualcuno ha omesso il suo intervento facendola diventare una consuetudine e quindi una norma da rispettare, e sono concorsi nel reato anche la commissione di Lecce ed il Presidente della Corte d’Appello, Mario Buffa, in quanto hanno agevolato le copiature. L’esame di avvocato in tutta Italia si apre alle 9 con la lettura delle tracce, che così finiscono in rete sul web. A Lecce l’esame non inizia mai prima delle undici. I ragazzi più furbi hanno tutto il tempo di copiare legalmente, in quanto l’esame non è ancora iniziato e quindi, se hanno copiato, non lo hanno fatto in quel frangente, perché non ci si può spostare dal banco. Anche se, devo dire, si è sempre permessa la migrazione per occupare posti non propri. 

Su questi punti chiamerei a testimoniare, a rischio di spergiuro, tutti gli avvocati d’Italia.

Ai malfidati, poi, spiegherei per filo e per segno come si trucca l’esame, verbalmente, in testi ed in video.

Mi chiedo, altresì, perché tanto accanimento su Lecce se sempre si è copiato ed in tutta Italia? E perché non ci si impegna ha perseguire le commissioni che i compiti non li correggono e li dichiarano tali?

Ma la correzione era mirata al dare retti giudizi o si sono solo impegnati a fare opera inquisitoria e persecutoria?

Inoltre ci sono buone possibilità che il ricorso al Tar avverso all’esclusione possa essere accolto in base ai precedenti del Consiglio di Stato».

Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.

I commissari dovrebbero dimostrare che, in quei pochi minuti, la loro attenzione era rivolta, non a correggere ed a valutare i compiti, ma esclusivamente a cercare l’opera primaria, fonte del plagio,  presentata come propria dal candidato, per verificarne l’esatta ed integrale corrispondenza.

Essi, al di là della foga persecutoria, dovrebbero dimostrare che la Premessa, la Tesi e l’Antitesi, le Conclusioni sono frutto di imitazione totale dell’altrui pensiero. Dovrebbero, altresì, dimostrare che il richiamo essenziale alle massime giurisprudenziali (spesso contrastanti tra loro) per suffragare la propria tesi e renderla convincente, siano anch’esse plagio, pur essendo ammessi i codici commentati dalla giurisprudenza, così come non lo sono per i magistrati e per i prossimi esami di avvocato (tempi di applicazione della riforma permettendo).

Dovrebbero, i commissari, dimostrare che quei pochi minuti sono bastati a loro per correggere, accusare e giudicare, rischiando si dichiarare il falso.

Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.

Io che ho denunciato e dimostrato che gli esami ed i concorsi pubblici sono truccati. Forse per questo per le mie denunce sono stato fatto passare per mitomane o pazzo ed ora anche per falsario.

Denigrare la credibilità delle vittime e farle passare per carnefici. Vergogna, gentaglia.

VADEMECUM DEL CONCORSO TRUCCATO.

INDIZIONE DEL CONCORSO: spesso si indice un concorso quando i tempi sono maturi per soddisfare da parte dei prescelti i requisiti stabiliti (acquisizione di anzianità, titoli di studio, ecc.). A volte chi indice il concorso lo fa a sua immagine e somiglianza (perché vi partecipa personalmente come candidato). Spesso si indice il concorso quando non vi sono candidati (per volontà o per induzione), salvo il prescelto. Queste anomalie sono state riscontrate nei concorsi pubblici tenuti presso le Università e gli enti pubblici locali. Spesso, come è successo per la polizia ed i carabinieri, i vincitori rimangono casa.

COMMISSIONE D’ESAME: spesso a presiedere la commissione d’esame di avvocato sono personalità che hanno una palese incompatibilità. Per esempio nella Commissione d’esame centrale presso il Ministero della Giustizia del concorso di avvocato 2010 è stato nominato presidente colui il quale non poteva, addirittura, presiedere la commissione locale di Corte d’Appello di Lecce. Cacciato in virtù della riforma (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180). La legge prevede che i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati non possono essere Commissari d’esame (e per conseguenza i nominati dal Consiglio locale per il Consiglio Nazionale Forense, che tra i suoi membri nomina il presidente di Commissione centrale). La riforma ha cacciato gli avvocati e sbugiardato i magistrati e professori universitari (in qualità anch’essi di commissari d’esame) perché i compiti vengono letti presso altre sedi: tutto questo perché prima tutti hanno raccomandato a iosa ed abusato del proprio potere dichiarando altresì il falso nei loro giudizi abilitativi od osteggiativi. Spesso le commissioni d’esame di avvocato sono mancanti delle componenti necessarie per la valutazione tecnica della materia d’esame. Essenziale nelle commissioni a cinque è la figura del magistrato, dell’avvocato, del professore universitario: se una manca, la commissione è nulla. Le Commissioni d’esame hanno sempre e comunque interessi amicali, familistiche e clientelari.

I CONCORSI FARSA: spesso i concorsi vengono indetti per sanare delle mansioni già in essere, come il concorso truffa a 1.940 posti presso l’INPS, bandito per sistemare i lavoratori socialmente utili già operanti presso l’Ente.

LE TRACCE: le tracce sono composte da personalità ministeriali scollegate alla realtà dei fatti. Ultimamente le tracce si riferiscono a massime giurisprudenziali espresse nell’imminenza della stilazione della traccia, quindi, in prossimità dell’esame. Quasi nessun testo recente, portato legalmente dai candidati, è talmente aggiornato da riportare quella massima. Altre volte si son riportate tracce con massime vecchissime e non corrispondenti con le riforme legislative successive. Sessione d’esame d’avvocato 2002-2003. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Rella, Principe del Foro di Lecce. Ispettore Ministeriale, Giorgino. Sono stato bocciato. Il Ministero, alla prova di scritto di diritto penale, alla traccia n. 1, erroneamente chiede ai candidati cosa succede al Sindaco, che prima nega e poi rilascia una concessione edilizia ad un suo amico, sotto mentite spoglie di un’ordinanza. In tale sede i Commissari penalisti impreparati suggerivano in modo sbagliato. Solo io rilevavo che la traccia era errata, in quanto riferita a sentenze della Cassazione riconducibili a violazioni di legge non più in vigore. Si palesava l’ignoranza dell’art.107, D.Lgs. 267/00, Testo Unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, in cui si dispongono le funzioni dei dirigenti, e l’ignoranza del D.P.R. 380/01, Testo Unico in materia edilizia. Da molti anni, con le varie Bassanini, sono entrate in vigore norme, in cui si prevede che è competente il Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune a rilasciare o a negare le concessioni edilizie. Rilevavo che il Sindaco era incompetente. Rilevavo altresì che il Ministero dava per scontato il comportamento dei Pubblici Ufficiali omertosi, che lavorando con il Sindaco e conoscendo i fatti penalmente rilevanti, non li denunciavano alla Magistratura. Per non aver seguito i loro suggerimenti, i Commissari mi danno 15 (il minimo) al compito esatto, 30 (il massimo) agli altri 2 compiti. I candidati che hanno scritto i suggerimenti sbagliati, sono divenuti idonei.

LE PROVE D’ESAME: spesso sono conosciute in anticipo. A volte sono pubblicate su internet giorni prima, come è successo per il concorso degli avvocati (con denuncia del sottosegretario Alfredo Mantovano di Lecce), dei dirigenti scolastici, o per l’accesso alle Università a numero chiuso (medicina), ovvero, come succede all’esame con più sedi (per esempio all’esame forense o per l’Agenzia delle Entrate, le tracce sono conosciute tramite cellulari o palmari in virtù del tardivo inizio delle prove in una sede rispetto ad altre. Si parla di ore di ritardo tra una sede ed un’altra). A volte le tracce sono già state elaborate in precedenza in appositi corsi, così come è successo all’esame di notaio. A volte le prove sono impossibili, come è successo al concorsone pubblico per insegnanti all’estero: 40 quesiti a risposta multipla dopo averli cercati, uno ad uno, in un volume di oltre 4mila che i partecipanti alla selezione hanno visto per la prima volta, leggere quattro testi in lingua straniera e rispondere alle relative domande. Il tutto nel tempo record di 45 minuti, comprese parti di testo da tradurre. Quasi 1 minuto a quesito.

MATERIALE CONSULTABILE: c’è da dire che intorno al materiale d’esame c’è grande speculazione e un grande salasso per le famiglie dei candidati, che sono rinnovati anno per anno in caso di reiterazione dell’esame a causa di bocciatura. Centinaia di euro per codici e materiale vario. Spesso, come al concorso di magistrato o di avvocato dello Stato ed in tutti gli altri concorsi, ad alcuni è permessa la consultazione di materiale vietato (codici commentati, fogliettini, fin anche compiti elaborati dagli stessi commissari) fino a che non scoppia la bagarre. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010. Al concorso di avvocato, invece, è permesso consultare codici commentati con la giurisprudenza. Spesso, come succede al concorso di avvocato, sono proprio i commissari a dettare il parere da scrivere sull’elaborato, tale da rendere le prove dei candidati uniformi e nonostante ciò discriminati in sede di correzione. Il caso esemplare è lo scandalo di Catanzaro: oltre duemila compiti-fotocopia. Su 2301 prove scritte per l’accesso all’albo degli avvocati consegnate a metà dicembre del 1997 alla commissione d’esame di Catanzaro, ben 2295 risultano identiche. Soltanto sei elaborati, cioè lo 0,13 per cento del totale, appare non copiato. Compiti identici, riga per riga, parola per parola. Le tre prove di diritto civile, diritto penale e atti giudiziari non mettono in risalto differenze. Sono uguali anche negli errori: tutti correggono l’avverbio «recisamente» in «precisamente». Una concorrente rivela che un commissario avrebbe letteralmente dettato lo svolgimento dei temi ai candidati. Racconta: «Entra un commissario e fa: “scrivete”. E comincia a dettare il tema, piano piano, per dar modo a tutti di non perdere il filo».  «Che imbecilli quelli che hanno parlato, sono stati loro a incasinare tutto. Se non avessero piantato un casino sarebbe andato tutto liscio», dice una candidata, che poi diventerà avvocato e probabilmente commissario d’esame, che rinnegherà il suo passato e che accuserà di plagio i nuovi candidati. L’indagine è affidata ai pm Luigi de Magistris e Federica Baccaglini, che ipotizzano il reato di falso specifico e inviano ben 2295 avvisi di garanzia. Catanzaro non è l’unica mecca delle toghe: le fa concorrenza anche Reggio Calabria che, tra l’altro, nel 2001 promuove il futuro ministro dell’Istruzione per il Pdl Mariastella Gelmini in trasferta da Brescia. Ma Catanzaro è da Guinness dei primati. I candidati arrivano da tutta Italia, e i veri intoccabili soprattutto dalle sedi del Nord dove gli esami sono molto selettivi per impedire l’accesso di nuovi avvocati nel mercato saturo. Gli aspiranti avvocati milanesi o torinesi risultano residenti a Catanzaro per i sei mesi necessari per il tirocinio, svolto in studi legali del luogo, i quali certificano il praticantato dei futuri colleghi. Frotte di giovani si fanno consigliare dove e come chiedere ospitalità. In città esistono numerose pensioni e alloggi, oltre a cinque alberghi, che periodicamente accolgono con pacchetti scontati i pellegrini forensi. Tutti sanno come funziona e nessuno se ne lamenta. L’omertà è totale. I magistrati interrogano gruppi di candidati dell’esame del dicembre 1997, che rispondono all’unisono: «Mi portai sovente in bagno per bisogni fisiologici […]. Non so spiegare la coincidenza tra gli elaborati da me compilati e quelli esibiti. Mi preme tuttavia evidenziare che qualcuno potrebbe avermi copiato durante la mia assenza». Mentre il procedimento giudiziario avanza a fatica per la difficoltà di gestire un numero così grande di indagati, tutti gli aspiranti avvocati dell’esame del 1997 rifanno le prove nel 1998 nel medesimo posto e sono promossi. Dopo otto anni di indagini e rinvii, nell’estate 2005 il pm Federico Sergi, nuovo titolare dell’indagine, chiede e ottiene per ciascuno il «non luogo a procedere per avvenuta prescrizione». Tutto finito. Ultimamente le tracce si riferiscono a massime giurisprudenziali espresse nell’imminenza della stilazione della traccia, quindi, in prossimità dell’esame. Quasi nessun testo recente, portato legalmente dai candidati, è talmente aggiornato da riportare quella massima. Ecco perché i commissari d’esame, con coscienza e magnanimità, aiutano i candidati. Altrimenti nessuno passerebbe l’esame. I commissari dovrebbero sapere quali sono le fonti di consultazioni permesse e quali no. Per esempio all’esame di avvocato può capitare che il magistrato commissario d’esame, avendo fatto il suo esame senza codici commentati, non sappia che per gli avvocati ciò è permesso. I commissari d’esame dovrebbero dimostrare che, in quei pochi minuti, la loro attenzione era rivolta, non a correggere ed a valutare i compiti, ma esclusivamente a cercare l’opera primaria, fonte del plagio,  presentata come propria dal candidato, per verificarne l’esatta ed integrale corrispondenza. Essi, al di là della foga persecutoria, dovrebbero dimostrare che la Premessa, la Tesi e l’Antitesi, le Conclusioni sono frutto di imitazione totale dell’altrui pensiero. Dovrebbero, altresì, dimostrare che il richiamo essenziale alle massime giurisprudenziali (spesso contrastanti tra loro) per suffragare la propria tesi e renderla convincente, siano anch’esse plagio, pur essendo ammessi i codici commentati dalla giurisprudenza, così come non lo sono per i magistrati e per i prossimi esami di avvocato (tempi di applicazione della riforma permettendo). Dovrebbero, i commissari, dimostrare che quei pochi minuti sono bastati a loro per correggere, accusare e giudicare, rischiando si dichiarare il falso. Impuniti, invece sono coloro che veramente copiano integralmente i compiti. In principio era la vecchia “cartucciera” la fascia di stoffa da stringere in vita con gli involtini. Poi il vocabolario farcito d'ogni foglio e foglietto, giubbotti imbottiti di cultura bignami e addirittura scarpe con suola manoscritta. Oggi i metodi per “aiutarsi” durante gli esami sono più tecnologici: il telefonino, si sa, non si può portare, ma lo si porta lo stesso. Al massimo, se c’è la verifica, lo metti sul tavolo della commissione. Quindi non è  malsana l'idea dell'iPhone sul banco, collegato a Wikipedia e pronto a rispondere ad ogni quesito nozionistico. Comunque bisogna attrezzarsi, in maniera assolutamente diversa. La rete e i negozi di cartolibreria vendono qualsiasi accrocchio garantendo si tratti della migliore soluzione possibile per copiare durante le prove scritte. C'è ad esempio la  penna UV cioè a raggi ultravioletti scrive con inchiostro bianco e si legge passandoci sopra un led viola incluso nel corpo della penna. Inconveniente: difficile non far notare in classe una luce da discoteca. Poi c'è la cosiddetta penna-foglietto: nel corpo della stilo c'è un foglietto avvolto sul quale si è scritto precedentemente formule, appunti eccetera. Foglietto che in men che non si dica si srotola e arrotola. E infine, c'è l'ormai celebre orologio-biglietto col display elettronico  e una porta Usb sulla quale caricare testi d'ogni tipo.

IL MATERIALE CONSEGNATO: il compito dovrebbe essere inserito in una busta da sigillare contenente un’altra busta chiusa con inserito il nome del candidato. Non ci dovrebbero essere segni di riconoscimento. Non è così come insegna il concorso di notaio. Oltre ai segni di riconoscimento posti all’interno (nastri), i commissari firmano in modo diverso i lembi di chiusura della busta grande consegnata.

LA CORREZIONE DEGLI ELABORATI. Quanto già indicato sono i trucchi che i candidati possono vedere ed eventualmente denunciare. Quanto avviene in sede di correzione è lì la madre di tutte le manomissioni. Proprio perchè nessuno vede. La norma prevede che la commissione d’esame (tutti i componenti) partecipi alle fasi di:

• apertura della busta grande contenente gli elaborati;

• lettura del tema da parte del relatore ed audizione degli altri membri;

• correzione degli errori di ortografia, sintassi e grammatica;

• richiesta di chiarimenti, valutazione dell’elaborato affinchè le prove d’esame del ricorrente evidenzino un contesto caratterizzato dalla correttezza formale della forma espressiva e dalla sicura padronanza del lessico giuridico, anche sotto il profilo più strettamente tecnico-giuridico, e che anche la soluzione delle problematiche giuridiche poste a base delle prove d’esame evidenzino un corretto approccio a problematiche complesse;

• consultazione collettiva, interpello e giudizio dei singoli commissari, giudizio numerico complessivo, motivazione, sottoscrizione;

• apertura della busta piccola contenete il nome del candidato da abbinare agli elaborati corretti;

• redazione del verbale.

Queste sono solo fandonie normative. Di fatto si apre prima la busta piccola, si legge il nome, se è un prescelto si dà agli elaborati un giudizio positivo, senza nemmeno leggerli. Quando i prescelti sono pochi rispetto al numero limite di idonei stabilito illegalmente, nonostante il numero aperto, si aggiungono altri idonei diventati tali “a fortuna”.

La riforma del 2003 ha cacciato gli avvocati e sbugiardato i magistrati e professori universitari (in qualità anch’essi di commissari d’esame) perché i compiti vengono letti presso altre sedi: tutto questo perché prima tutti hanno raccomandato a iosa ed abusato del proprio potere dichiarando altresì il falso nei loro giudizi abilitativi od osteggiativi. Spesso le commissioni d’esame sono mancanti delle componenti necessarie per la valutazione tecnica della materia d’esame. Le Commissioni d’esame hanno sempre e comunque interessi amicali, familistiche e clientelari. Seguendo una crescente letteratura negli ultimi anni abbiamo messo in relazione l’età di iscrizione all’albo degli avvocati con un indice di frequenza del cognome nello stesso albo. In particolare, per ogni avvocato abbiamo calcolato la frequenza del cognome nell’albo, ovvero il rapporto tra quante volte quel cognome vi appare sul totale degli iscritti, in relazione alla frequenza dello stesso cognome nella popolazione. In media, il cognome di un avvocato appare nell’albo 50 volte di più che nella popolazione. Chi ha un cognome sovra-rappresentato nell’albo della sua provincia diventa avvocato prima. Infine vi sono commissioni che, quando il concorso è a numero aperto, hanno tutto l’interesse a limitare il numero di idonei per limitare la concorrenza: a detta dell’economista Tito Boeri: «Nelle commissioni ci sono persone che hanno tutto da perderci dall’entrata di professionisti più bravi e più competenti».

Paola Severino incoraggia gli studenti e racconta: “Anch’io la prima volta fui bocciata all’esame per diventare avvocato”. Raccontare una propria disavventura per infondere coraggio alle nuove generazioni. Questa è la tecnica adottata dal Ministro della Giustizia Paola Severino con i ragazzi della «Summer School» promossa dalla Fondazione Magna Charta di Gaetano Quagliariello e Maurizio Gasparri. “Cari ragazzi, non dovete scoraggiarvi perché anch’io la prima volta fui bocciata all’esame per diventare avvocato… Quella volta ero con il mio futuro marito: lui fu promosso e io non ce la feci… Ma eccoci ancora qua. Siamo sposati da tanti anni” ha raccontato di fronte ai futuri avvocati puntando tutto sulla love story e omettendo che, nonostante quella bocciatura, sarà titolare fino a novembre di uno degli studi legali più importanti d’Italia (con cifre che si aggirano intorno ai 7 milioni di euro). Una piccola consolazione non solo per i laureati in legge, ma anche per tutte le future matricole che sosterranno i test di ammissione. In fondo anche Albert Einstein venne bocciato. E a quanto pare anche la Severino. Bisognerebbe, però, chiedere al ministro: gli amorosi l’aiuto se lo son dato vicendevolmente ed i compiti sicuramente erano simili, quindi perché un diverso giudizio?

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Quello per giudici e pm resta uno dei concorsi più duri. Dopo la laurea occorrono oltre due anni di preparazione negli studi forensi. Oppure nelle scuole universitarie di specializzazione per le professioni legali. Sui 3.193 candidati che nel novembre 2008 hanno consegnato i tre scritti di diritto amministrativo, penale e civile, la commissione ha mandato agli orali soltanto 309 aspiranti magistrati. Per poi promuoverne 253. Nonostante i quasi due anni di prove e correzioni e i soldi spesi, il ministero non è nemmeno riuscito a selezionare i 500 magistrati previsti dal concorso. E tanto attesi negli uffici giudiziari di tutta Italia. Se questi sono i risultati dei corsi di formazione post-laurea, il fallimento degli obiettivi è totale. Eppure almeno cinque tra i 28 commissari sono stati scelti dal ministro Alfano proprio tra quanti hanno insegnato nelle scuole di specializzazione per le professioni legali. "I componenti della commissione rispondono che il livello degli elaborati non ammessi era basso", dice l'avvocato Anna Sammassimo, dell'Unione giuristi cattolici: "Ma alla lettura degli elaborati dichiarati idonei si resta perplessi e molto. Tanto più che i curricula dei candidati esclusi destano ammirazione. Dal verbale da me visionato, il 227, risulta che la correzione dei tre elaborati di ciascun candidato ha impegnato la sottocommissione per circa 30 minuti: per leggere tre temi di tre materie, discuterne e deciderne il voto o la non idoneità sembra obiettivamente un po' poco". Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR  per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

In effetti, con migliaia di ricorsi al TAR si è dimostrato che i giudizi resi sono inaffidabili. La carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio negativo reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque la infondatezza dei giudizi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta discrasia tra giudizio e contenuto degli elaborati, specie se la correzione degli elaborati è avvenuta in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito. Tempi risibili, tanto da offendere l’umana intelligenza. Dai Verbali si contano 1 o 2 minuti per effettuare tutte le fasi di correzione, quando il Tar di Milano ha dichiarato che ci vogliono almeno 6 minuti solo per leggere l’elaborato. La mancanza di correzione degli elaborati ha reso invalido il concorso in magistratura. Per altri concorsi, anche nella stessa magistratura, il ministero della Giustizia ha fatto lo gnorri e si è sanato tutto, alla faccia degli esclusi. Già nel 2005 candidati notai ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati “non idonei” e poi promossi agli orali. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. O ancora l’esame di ammissione all’albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un’agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere. E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

GLI ESCLUSI, RIAMMESSI. Candidati che sono stati esclusi dalla prova per irregolarità, come è successo al concorso per Dirigenti scolastici, o giudicati non idonei, che poi si presentano regolarmente agli orali. L’incipit della confidenza di Elio Belcastro, parlamentare dell’Mpa di Raffaele Lombardo, pubblicata su “Il Giornale”. Belcastro ci fa subito capire, scandendo bene le parole, che Tonino non era nemmeno riuscito a prenderlo quel voto, minimo. «Tempo fa l’ex procuratore capo di Roma, Felice Filocamo, che di quella commissione d’esami era il segretario, mi ha raccontato che quando Carnevale si accorse che i vari componenti avevano bocciato Di Pietro, lo chiamò e si arrabbiò molto. Filocamo fu costretto a tornare in ufficio, a strappare il compito del futuro paladino di Mani pulite e a far sì che, non saprei dire come, ottenesse il passaggio agli orali, seppur con il minimo dei voti». Bocciato e ripescato? Magistrato per un falso? Possibile? Non è l’unico caso. Era già stato giudicato non idoneo, ma in una seconda fase sarebbero saltati fuori degli strani fogli aggiuntivi che prima non c’erano. Ecco come sarebbe sorto il sospetto che qualcuno li avesse inseriti per “salvare” il candidato già bocciato, in modo da giustificare una valutazione diversa oppure da consentire un successivo ricorso al TAR. I maggiori quotidiani nazionali e molti locali, ed anche tanti periodici, si sono occupati di tale gravissimo fatto, e che è stato individuato con nome e cognome il magistrato (una donna) in servizio a Napoli quale autore del broglio accertato. Per tale episodio il CSM ha deciso di sospendere tale magistrato dalle funzioni e dallo stipendio. In quella sessione a fronte di 350 candidati ammessi alle prove orali pare che oltre 120 siano napoletani, i quali sembrano avere particolari attitudini naturali verso le scienze giuridiche e che sembrano essere particolarmente facilitati nel loro cammino anche dalla numerosa presenza nella commissione di esami di magistrati e professori napoletani.

TUTELA AMMINISTRATIVA: non è ammesso ricorso amministrativo gerarchico. Sessione d’esame d’avvocato 2002-2003. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Rella, Principe del Foro di Lecce. Ispettore Ministeriale, Giorgino. Sono stato bocciato. Il Ministero, alla prova di scritto di diritto penale, alla traccia n. 1, erroneamente chiede ai candidati cosa succede al Sindaco, che prima nega e poi rilascia una concessione edilizia ad un suo amico, sotto mentite spoglie di un’ordinanza. In tale sede i Commissari penalisti impreparati suggerivano in modo sbagliato. Solo io rilevavo che la traccia era errata, in quanto riferita a sentenze della Cassazione riconducibili a violazioni di legge non più in vigore. Si palesava l’ignoranza dell’art.107, D.Lgs. 267/00, Testo Unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, in cui si dispongono le funzioni dei dirigenti, e l’ignoranza del D.P.R. 380/01, Testo Unico in materia edilizia. Da molti anni, con le varie Bassanini, sono entrate in vigore norme, in cui si prevede che è competente il Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune a rilasciare o a negare le concessioni edilizie. Rilevavo che il Sindaco era incompetente. Rilevavo altresì che il Ministero dava per scontato il comportamento dei Pubblici Ufficiali omertosi, che lavorando con il Sindaco e conoscendo i fatti penalmente rilevanti, non li denunciavano alla Magistratura. Per non aver seguito i loro suggerimenti, i Commissari mi danno 15 (il minimo) al compito esatto, 30 (il massimo) agli altri 2 compiti. I candidati che hanno scritto i suggerimenti sbagliati, sono divenuti idonei.  Il presidente di Commissione d’esame di Lecce, ricevendo il ricorso amministrativo gerarchico contro l’esito della valutazione della sottocommissione, non ha risposto entro i trenta giorni (nemmeno per il diniego) impedendomi di presentare ricorso al Tar.

TUTELA GIUDIZIARIA. Un ricorso al TAR non si nega a nessuno: basta pagare la tangente delle spese di giudizio. Per veder accolto il ricorso basta avere il principe del Foro amministrativo del posto; per gli altri non c’è trippa per gatti. Cavallo di battaglia: mancanza della motivazione ed illogicità dei giudizi. Nel primo caso, dovendo accertare un’ecatombe dei giudizi, la Corte Costituzionale, con sentenza 175 del 2011, ha legittimato l’abuso delle commissioni: “buon andamento, economicità ed efficacia dell’azione amministrativa rendono non esigibile una dettagliata esposizione, da parte delle commissioni esaminatrici, delle ragioni sottese ad un giudizio di non idoneità, sia per i tempi entro i quali le operazioni concorsuali o abilitative devono essere portate a compimento, sia per il numero dei partecipanti alle prove”. Così la Corte Costituzionale ha sancito, il 7 giugno 2011, la legittimità costituzionale del cd. “diritto vivente”, secondo cui sarebbe sufficiente motivare il giudizio negativo, negli esami di abilitazione, con il semplice voto numerico. La Corte Costituzionale per ragion di Stato (tempi ristretti ed elevato numero) afferma piena fiducia nelle commissioni di esame (nonostante la riforma e varie inchieste mediatiche e giudiziarie ne minano la credibilità), stabilendo una sorta d’infallibilità del loro operato e di insindacabilità dei giudizi resi, salvo che il sindacato non promani in sede giurisdizionale. I candidati, quindi, devono sperare nel Foro presso cui vi sia tutela della meritocrazia ed un certo orientamento giurisprudenziale a favore dei diritti inviolabili del candidato, che nella massa è ridimensionato ad un semplice numero, sia di elaborato, sia di giudizio. Giudizi rapidi e sommari, che spesso non valorizzano le capacità tecniche e umane che da un’attenta lettura dell’elaborato possono trasparire. Fatto assodato ed incontestabile il voto numerico, quale giudizio e motivazione sottesa. Esso deve, però, riferire ad elementi di fatto corrispondenti che supportino quel voto. Elementi di fatto che spesso mancano o sono insussistenti. All’improvvida sentenza della Corte Costituzionale viene in soccorso la Corte di Cassazione. Il sindacato giurisdizionale di legittimità del giudice amministrativo sulle valutazioni tecniche delle commissioni esaminatrici di esami o concorsi pubblici (valutazioni inserite in un procedimento amministrativo complesso nel quale viene ad iscriversi il momento valutativo tecnico della commissione esaminatrice quale organo straordinario della pubblica amministrazione), è legittimamente svolto quando il giudizio della commissione esaminatrice è affetto da illogicità manifesta o da travisamento del fatto in relazione ai presupposti stessi in base ai quali è stato dedotto il giudizio sull’elaborato sottoposto a valutazione. In sostanza il TAR può scendere sul terreno delle valutazioni tecniche delle commissioni esaminatrici per l’accesso a una professione o in un concorso pubblico, quando il giudizio è viziato da evidente illogicità e da travisamento del fatto. Ad affermare l’importante principio di diritto sono le Sezioni Unite della Cassazione con sentenza n. 8412, depositata il 28 maggio 2012. Insomma, la Cassazione afferma che le commissioni deviano il senso della norma concorsuale.

Sì, il Tar può salvare tutti, meno che Antonio Giangrande. Da venti anni inascoltato Antonio Giangrande denuncia il malaffare di avvocati e magistrati ed il loro malsano accesso alla professione. Cosa ha ottenuto a denunciare i trucchi per superare l’esame? Prima di tutto l’ostracismo all’abilitazione. Poi, insabbiamento delle denunce contro i concorsi truccati ed attivazione di processi per diffamazione e calunnia, chiusi, però, con assoluzione piena. Intanto ti intimoriscono. Ed anche la giustizia amministrativa si adegua. A parlar delle loro malefatte i giudici amministrativi te la fanno pagare. Presenta l’oneroso ricorso al Tar di Lecce (ma poteva essere qualsiasi altro Tribunale Amministrativo Regionale) per contestare l’esito negativo dei suoi compiti all’esame di avvocato: COMMISSIONE NAZIONALE D'ESAME PRESIEDUTA DA CHI NON POTEVA RICOPRIRE L'INCARICO, COMMISSARI (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI) DENUNCIATI CHE GIUDICANO IL DENUNCIANTE E TEMI SCRITTI NON CORRETTI, MA DA 15 ANNI SONO DICHIARATI TALI. Ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro il voto numerico insufficiente (25,25,25) dato alle prove scritte di oltre 4 pagine cadaune della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione. Tale ricorso non ha prodotto alcun giudizio nei tempi stabiliti, salvo se non il diniego immediato ad una istanza cautelare di sospensione, tanto da farlo partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito definitivo del ricorso, a ben altre due sessioni successive, i cui risultati sono stati identici ai temi dei 15 anni precedenti (25,25,25): compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar si è stati costretti a presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Inspiegabilmente nei mesi successivi all’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Eccetto qualcuno che non poteva essere accolto, tra i quali i ricorsi dell'avv. Carlo Panzuti  e dell'avv. Angelo Vantaggiato in cui si contestava il giudizio negativo reso ad un elaborato striminzito di appena una pagina e mezza. Solo in data 7 febbraio 2013 si depositava sentenza per una decisione presa già in camera di consiglio della stessa udienza del 7 novembre 2012. Una sentenza già scritta, però, ben prima delle date indicate, in quanto in tale camera di consiglio (dopo aver tenuto anche regolare udienza pubblica con decine di istanze) i magistrati avrebbero letto e corretto (a loro dire) i 3 compiti allegati (più di 4 pagine per tema), valutato e studiato le molteplici questioni giuridiche presentate a supporto del ricorso. I magistrati amministrativi potranno dire che a loro insindacabile giudizio il ricorso di Antonio Giangrande va rigettato, ma devono spiegare a chi in loro pone fiducia, perché un ricorso presentato il 25 luglio 2011, deciso il 7 novembre 2012, viene notificato il 7 febbraio 2013? Un'attenzione non indifferente e particolare e con un risultato certo e prevedibile, se si tiene conto che proprio il presidente del Tar era da considerare incompatibile perchè è stato denunciato dal Giangrande e perché le sue azioni erano oggetto di inchiesta video e testuale da parte dello stesso ricorrente? Le gesta del presidente del Tar sono state riportate da Antonio Giangrande, con citazione della fonte, nella pagina d'inchiesta attinente la città di Lecce. Come per dire: chi la fa, l'aspetti?

In Italia tutti sanno che i concorsi pubblici sono truccati e nessuno fa niente, tantomeno i magistrati. Gli effetti sono che non è la meritocrazia a condurre le sorti del sistema Italia, ma l’incompetenza e l’imperizia. Non ci credete o vi pare un’eresia? Basta dire che proprio il Consiglio Superiore della Magistratura, dopo anni di giudizi amministrativi, è stato costretto ad annullare un concorso già effettuato per l’accesso alla magistratura. Ed i candidati ritenuti idonei? Sono lì a giudicare indefessi ed ad archiviare le denunce contro i concorsi truccati. E badate, tra i beneficiari del sistema, vi sono nomi illustri.

Certo che a qualcuno può venire in mente che comunque una certa tutela giuridica esiste. Sì, ma dove? Ma se già il concorso al TAR è truccato. Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. “Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa”, ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. Mentre il Governo rifiuta da mesi di rispondere alle varie interrogazioni parlamentari sul concorso delle mogli (il concorso per magistrati Tar vinto da Anna Corrado e Paola Palmarini, mogli di due membri dell’organo di autogoverno che ne nominò la commissione) si è svolto un altro – già discusso – concorso per l’accesso al Tar. Nonostante l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi (Consiglio di Presidenza – Cpga) si sia stretto in un imbarazzante riserbo, che davvero stride con il principio di trasparenza che i magistrati del Tar e del Consiglio di Stato sono preposti ad assicurare controllando l’operato delle altre amministrazioni, tra i magistrati amministrativi si vocifera che gli elaborati scritti del concorso sarebbero stati sequestrati per mesi dalla magistratura penale, dopo aver sorpreso un candidato entrato in aula con i compiti già svolti, il quale avrebbe già patteggiato la pena. Dopo il patteggiamento la commissione di concorso è stata sostituita completamente ed è ricominciata la correzione dei compiti. Si è già scritto della incredibile vicenda processuale del dott. Enrico Mattei, fratello di Fabio Mattei (oggi membro dell’organo di autogoverno), rimesso “in pista” nel precedente concorso c.d. delle mogli grazie ad una sentenza del presidente del Tar Lombardia, assolutamente incompetente per territorio, che, prima di andare in pensione coinvolto dallo scandalo della c.d. cricca, si era autoassegnato il ricorso ed aveva ammesso a partecipare al concorso il Mattei, redigendo addirittura una sentenza breve (utilizzabile solo in caso di manifesta fondatezza), poco dopo stroncata dal Consiglio di Stato (sentenza n. 6190/2008), che ha rilevato perfino l’appiattimento lessicale della motivazione della decisione rispetto alle memorie difensive presentate dal Mattei. Dopo il concorso delle mogli e il caso Mattei, un altro concorso presieduto da Pasquale De Lise è destinato a far parlare di sé. Si sono infatti concluse le prove scritte del concorso per 4 posti a consigliere di Stato, presieduto da una altisonante commissione di concorso: il presidente del Consiglio di Stato (Pasquale De Lise), il presidente aggiunto del Consiglio di Stato (Giancarlo Coraggio), il presidente del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la regione Sicilia (Riccardo Virgilio), il preside della facoltà di giurisprudenza (Carlo Angelici) ed un presidente di sezione della Corte di Cassazione (Luigi Antonio Rovelli). Ma anche il concorso al Consiglio di Stato non è immune da irregolarità. Tantissime le violazioni di legge già denunciate all’organo di autogoverno: area toilettes non sigillata e accessibile anche da avvocati e magistrati durante le prove di concorso, ingresso a prove iniziate di pacchi non ispezionati e asseritamente contenenti cibi e bevande, ingresso di estranei nella sala durante le prove di concorso, uscita dei candidati dalla sala prima delle due ore prescritte dalla legge, mancanza di firma estesa dei commissari di concorso sui fogli destinati alle prove, presenza di un solo commissario in aula. Tutti vizi, questi, in grado di mettere a rischio la validità delle prove. Qual è l’organo deputato a giudicare, in caso di ricorso, sulla regolarità del concorso per consigliere di Stato? Il Consiglio di Stato… naturalmente! Ecco perché urge una riforma dei concorsi pubblici. Riforma dove le lobbies e le caste non ci devono mettere naso. E c’è anche il rimedio. Niente esame di abilitazione. Esame di Stato contestuale con la laurea specialistica. Attività professionale libera con giudizio del mercato e assunzione pubblica per nomina del responsabile politico o amministrativo che ne risponde per lui (nomina arbitraria così come di fatto è già oggi). E’ da vent’anni che Antonio Giangrande studia il fenomeno dei concorsi truccati. Anche la fortuna fa parte del trucco, in quanto non è tra i requisiti di idoneità. Qualcuno si scandalizzerà. Purtroppo non sono generalizzazioni, ma un dato di fatto. E da buon giurista, consapevole del fatto che le accuse vanno provate, pur in una imperante omertà e censura, l’ha fatto. In video ed in testo. Se non basta ha scritto un libro, tra i 50, da leggere gratuitamente su www.controtuttelemafie.it o su Google libri o in ebook su Amazon.it o cartaceo su Lulu.com. Invitando ad informarsi tutti coloro che, ignoranti o in mala fede, contestano una verità incontrovertibile, non rimane altro che attendere: prima o poi anche loro si ricrederanno e ringrazieranno iddio che esiste qualcuno con le palle che non ha paura di mettersi contro Magistrati ed avvocati. E sappiate, in tanti modi questi cercano di tacitare Antonio Giangrande, con l’assistenza dei media corrotti dalla politica e dall’economia e genuflessi al potere. Ha perso le speranze. I praticanti professionali sono una categoria incorreggibile: “so tutto mi”, e poi non sanno un cazzo, pensano che essere nel gota, ciò garantisca rispetto e benessere. Che provino a prendere in giro chi non li conosce. La quasi totalità è con le pezze al culo e genuflessi ai Magistrati. Come avvoltoi a buttarsi sulle carogne dei cittadini nei guai e pronti a vendersi al miglior offerente. Non è vero? Beh! Chi esercita veramente sa che nei Tribunali, per esempio, vince chi ha più forza dirompente, non chi è preparato ed ha ragione. Amicizie e corruttele sono la regola. Naturalmente per parlare di ciò, bisogna farlo con chi lavora veramente, non chi attraverso l’abito, cerca di fare il monaco.

Un esempio per tutti di come si legifera in Parlamento, anche se i media lo hanno sottaciuto. La riforma forense, approvata con Legge 31 dicembre 2012, n. 247, tra gli ultimi interventi legislativi consegnatici frettolosamente dal Parlamento prima di cessare di fare danni. I nonni avvocati in Parlamento (compresi i comunisti) hanno partorito, in previsione di un loro roseo futuro, una contro riforma fatta a posta contro i giovani. Ai fascisti che hanno dato vita al primo Ordinamento forense (R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 - Ordinamento della professione di avvocato e di procuratore convertito con la legge 22 gennaio 1934 n.36) questa contro riforma reazionaria gli fa un baffo. Trattasi di una “riforma”, scritta come al solito negligentemente, che non viene in alcun modo incontro ed anzi penalizza in modo significativo i giovani.

In tema di persecuzione giudiziaria, vi si racconta una favola e per tale prendetela.

C‘era una volta in un paese ridente e conosciuto ai più come il borgo dei sognatori, un vecchietto che andava in bicicletta per la via centrale del paese. Il vecchietto non era quello che in televisione indicano come colui che buttava le bambine nei pozzi. In quel frangente di tempo una sua coetanea, avendo parcheggiato l’auto in un tratto di strada ben visibile, era in procinto di scendere, avendo aperto la portiera. Ella era sua abitudine, data la sua tarda età, non avere una sua auto, ma usare l’auto della nipote o quella simile del fratello. Auto identiche in colore e marca. Il vecchietto, assorto nei suoi pensieri, investe lo sportello aperto dell’auto e cade. Per sua fortuna, a causa della bassa velocità tenuta, la caduta è indolore. Assicurato alla signora che nulla era accaduto, il vecchietto inforca la bicicletta e va con le sue gambe. Dopo poco tempo arriva alla signora da parte del vecchietto una richiesta di risarcimento danni, su mandato dato allo studio legale di sua figlia. L’assicurazione considera che sia inverosimile la dinamica indicata ed il danno subito e ritiene di non pagare.

Dopo due anni arriva una citazione da parte di un’altro avvocato donna. Una richiesta per danni tanto da farsi ricchi. Ma non arriva alla vecchietta, ma a sua nipote. Essa indica esattamente l’auto, la zona del sinistro e la conducente, accusando la nipote di essere la responsabile esclusiva del sinistro.

E peccato, però, che nessun testimone in giudizio ha riconosciuto la targa, pur posti a pochi metri del fatto; che nessun testimone in giudizio ha riconosciuto l’auto distinguendola da quella simile; che nessun testimone in giudizio ha disconosciuto la vecchietta come protagonista; che nessun testimone in giudizio ha ammesso che vi siano stati conseguenze per la caduta.

E peccato, però, che l’auto non era in curva, come da essa indicato.

Peccato, però, che la responsabile del sinistro non fosse quella chiamata in giudizio, ma la vecchietta di cui sopra.

Una prima volta sbaglia il giudice competente ed allora cambia l’importo, riproponendo la domanda.

Tutti i giudici di pace ed onorari (avvocati) fanno vincere la causa del sinistro fantasma alla collega.

La tapina chiamata in causa afferma la sua innocenza e presenta una denuncia contro l’avvocato. La poveretta, che poteva essere querelata per lesioni gravissime, si è cautelata. La sua denuncia è stata archiviata, mentre contestualmente, alla stessa ora, i testimoni venivano sentiti alla caserma dei carabinieri.

La poveretta non sapeva che l’avvocato denunciato era la donna del pubblico ministero, il cui ufficio era competente sulla denuncia contro proprio l’avvocato.

Gli amorosi cosa hanno pensato per tacitare chi ha osato ribellarsi? L’avvocato denuncia per calunnia la poveretta, ingiustamente accusata del sinistro, la procura la persegue e gli amici giudici la condannano.

L’appello sacrosanto non viene presentato dagli avvocati, perché artatamente ed in collusione con la contro parte sono fatti scadere i termini. L’avvocato amante del magistrato altresì chiede ed ottiene una barca di soldi di danni morali.

La poveretta ha due fratelli: uno cattivo, amico e succube di magistrati ed avvocati, che le segue le sue cause e le perde tutte: uno buono che è conosciuto come il difensore dei deboli contro i magistrati e gli avvocati. I magistrati le tentano tutte per condannarlo: processi su processi. Ma non ci riescono, perché è innocente e le accuse sono inventate. L’unica sua colpa è ribellarsi alle ingiustizie su di sé o su altri. Guarda caso il fratello buono aveva denunciato il magistrato amante dell’avvocato donna di cui si parla. Magistrato che ha archiviato la denuncia contro se stesso.

La procura ed i giudici accusano anche il fratello buono di aver presentato una denuncia contro l’avvocato e di aver fatto conoscere la malsana storia a tutta l’Italia. Per anni si cerca la denuncia: non si trova. Per anni si riconduce l’articolo a lui: non è suo.

Il paradosso è che si vuol condannare per un denuncia, che tra tante, è l’unica non sua.  

Il paradosso è che si vuol condannare per un articolo, che tra tanti (è uno scrittore), è l’unico non suo e su spazio web, che tra tanti, non è suo.  

Se non si può condannare, come infangare la sua credibilità? Dopo tanti e tanti anni si fa arrivare il conto con la prescrizione e far pagare ancora una volta la tangente per danni morali all’avvocato donna, amante di magistrati.

Questa è il finale triste di un favola, perché di favola si tratta, e la morale cercatevela voi.

Ed in fatto di mafia c’è qualcuno che la sa lunga. «Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me….Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono, i carabinieri……Di questo papello non ne sono niente….Il pentito Giovanni Brusca non ha fatto tutto da solo, c'è la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l'agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perchè non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l'agenda. In via D'Amelio c'erano i servizi……. Io sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse. Com'è possibile che sono responsabile di tutte queste cose? La vera mafia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra di loro. Loro scaricano ogni responsabilità  sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine. Io sto bene. Mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura……Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre». Le confidenze fatte da Toto Riina, il capo dei capi, sono state fatte in due diverse occasioni, a due guardie penitenziarie del Gom del carcere Opera di Milano. Il dialogo tra polizia penitenziaria e l'ex numero uno della mafia, è avvenuto lo scorso 31 maggio 2013, durante la pausa di un'udienza alla quale il boss partecipava in teleconferenza. Queste frasi sono contenute in una relazione di servizio stilata dagli agenti del Gom, il gruppo speciale della polizia penitenziaria che si occupa della gestione dei detenuti eccellenti. La relazione è stata inviata ai magistrati della Procura di Palermo che si occupano della trattativa Stato-mafia, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.

La legge forse è uguale per tutti, le toghe certamente no. Ci sono quelle buone e quelle cattive. Ci sono i giudici e i pm da una parte e gli avvocati dall'altra. Il Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri al convegno di Confindustria del 2 luglio 2013 risponde senza peli sulla lingua alla domanda del direttore del Tg de La7 Enrico Mentana , su chi sia al lavoro per frenare le riforme: «gli avvocati... le grandi lobby che impediscono che il Paese diventi normale». Così come è altrettanto diretta quando Mentana le chiede se nel governo c’è una unità di intenti sulla giustizia: «non c’è un sentimento comune, o meglio c’è solo a parole», dice, spiegando che «quando affrontiamo il singolo caso, scattano i campanilismi e le lobby». Magari ha ragione lei. Forse esiste davvero la lobby degli azzeccagarbugli, scrive Salvatore Tramontano su “Il Giornale”. Ogni categoria fa nel grande gioco del potere la sua partita. Non ci sono, però, solo loro. Il Guardasigilli, ex Ministro dell’Interno ed ex alto burocrate come ex Prefetto non si è accorto che in giro c'è una lobby molto più forte, un Palazzo, un potere che da anni sogna di sconfinare e che fa dell'immobilismo la sua legge, tanto da considerare qualsiasi riforma della giustizia un attentato alla Costituzione. No, evidentemente no.

Oppure il ministro fa la voce grossa con le toghe piccole, ma sta bene attenta a non infastidire i mastini di taglia grossa. La lobby anti riforme più ostinata e pericolosa è infatti quella dei dottor Balanzone, quella con personaggi grassi e potenti. È la Lobby ed anche Casta  dei magistrati. Quella che se la tocchi passi guai, e guai seri. Quella che non fa sconti. Quella che ti dice: subisci e taci. Quella che non si sottopone alla verifica pisco-fisica-attitudinale. Quella vendicativa. Quella che appena la sfiori ti inquisisce per lesa maestà. È una lobby così minacciosa che perfino il ministro della Giustizia non se la sente neppure di nominarla. Come se al solo pronunciarla si evocassero anatemi e disgrazie. È un'ombra che mette paura, tanto che la sua influenza agisce perfino nell'inconscio. Neanche in un fuori onda la Cancellieri si lascia scappare il nome della gran casta. È una censura preventiva per vivere tranquilli. Maledetti avvocati, loro portano la scusa. Ma chi soprattutto non vuole riformare la giustizia in Italia ha un nome e un cognome: magistratura democratica. Quella delle toghe rosse. Dei comunisti che dovrebbero tutelare i deboli contro i potenti.

Ma si sa in Italia tutti dicono: “tengo famiglia e nudda sacciu, nudda vidi, nudda sentu”.

I magistrati, diceva Calamandrei, sono come i maiali. Se ne tocchi uno gridano tutti. Non puoi metterti contro la magistratura, è sempre stato così, è una corporazione.

In tema di Giustizia l'Italia è maglia nera in Europa. In un anno si sono impiegati 564 giorni per il primo grado in sede civile, contro una media  di 240 giorni nei Paesi Ocse. Il tempo medio per la conclusione di un procedimento civile nei tre gradi di giudizio si attesta sui 788 giorni. Non se la passa meglio la giustizia penale: la sua lentezza è la causa principale di sfiducia nella giustizia (insieme alla percezione della mancata indipendenza dei magistrati e della loro impunità, World Economic Forum). La durata media di un processo penale, infatti, tocca gli otto anni e tre mesi, con punte di oltre 15 anni nel 17% dei casi. Ora, tale premessa ci sbatte in faccia una cruda realtà. Per Silvio Berlusconi la giustizia italiana ha tempi record, corsie preferenziali e premure impareggiabili. Si prenda ad esempio il processo per i diritti televisivi: tre gradi di giudizio in nove mesi, una cosa del genere non si è mai vista in Italia. Il 26 ottobre 2012 i giudici del Tribunale di Milano hanno condannato Silvio Berlusconi a quattro anni di reclusione, una pena più dura di quella chiesta dalla pubblica accusa (il 18 giugno 2012 i PM Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro chiedono al giudice una condanna di 3 anni e 8 mesi per frode fiscale di 7,3 milioni di euro). Il 9 novembre 2012 Silvio Berlusconi, tramite i suoi legali, ha depositato il ricorso in appello. L'8 maggio 2013 la Corte d'Appello di Milano conferma la condanna di 4 anni di reclusione, 5 anni di interdizione dai pubblici uffici e 3 anni dagli uffici direttivi. Il 9 luglio 2013 la Corte di Cassazione ha fissato al 30 luglio 2013 l'udienza del processo per frode fiscale sui diritti Mediaset. Processo pervenuto in Cassazione da Milano il 9 luglio con i ricorsi difensivi depositati il 19 giugno. Per chi se ne fosse scordato - è facile perdere il conto tra i 113 procedimenti (quasi 2700 udienze) abbattutisi sull'ex premier dalla sua discesa in campo, marzo 1994 - Berlusconi è stato condannato in primo grado e in appello a quattro anni di reclusione e alla pena accessoria di cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Secondo i giudici, l'ex premier sarebbe intervenuto per far risparmiare a Mediaset tre milioni di imposte nel 2002-2003. Anni in cui, per quanto vale, il gruppo versò all'erario 567 milioni di tasse. I legali di Berlusconi avranno adesso appena venti giorni di tempo per articolare la difesa. «Sono esterrefatto, sorpreso, amareggiato» dichiara Franco Coppi. Considerato il migliore avvocato cassazionista d'Italia, esprime la sua considerazione con la sua autorevolezza e il suo profilo non politicizzato: «Non si è mai vista un'udienza fissata con questa velocità», che «cade tra capo e collo» e «comprime i diritti della difesa». Spiega: «Noi difensori dovremo fare in 20 giorni quello che pensavamo di fare con maggior respiro». Tutto perché? «Evidentemente - ragiona Coppi -, la Cassazione ha voluto rispondere a chi paventava i rischi della prescrizione intermedia. Ma di casi come questo se ne vedono molti altri e la Suprema Corte si limita a rideterminare la pena, senza andare ad altro giudice. Al di là degli aspetti formali, sul piano sostanziale, dover preparare una causa così rinunciando a redigere motivi nuovi, perché i tempi non ci sono, significa un'effettiva diminuzione delle possibilità di difesa». Il professore risponde così anche all'Anm che definisce «infondate» le polemiche e nega che ci sia accanimento contro il Cavaliere.

113 procedimenti. Tutto iniziò nel 1994 con un avviso di garanzia (poi dimostratosi infondato) consegnato a mezzo stampa dal Corriere della Sera durante il G8 che si teneva a Napoli. Alla faccia del segreto istruttorio. E’ evidentemente che non una delle centinaia di accuse rivoltegli contro era fondata. Nessun criminale può farla sempre franca se beccato in castagna. E non c’è bisogno di essere berlusconiano per affermare questo.

E su come ci sia commistione criminale tra giornali e Procure è lo stesso Alessandro Sallusti che si confessa. In un'intervista al Foglio di Giuliano Ferrara, il direttore de Il Giornale racconta i suoi anni al Corriere della Sera, e il suo rapporto con Paolo Mieli: «Quando pubblicammo l'avviso di garanzia che poi avrebbe fatto cadere il primo governo di Silvio Berlusconi, ero felicissimo. Era uno scoop pazzesco. E lo rifarei. Ma si tratta di capire perché certe notizie te le passano. Sin dai tempi di Mani pulite il Corriere aveva due direttori, Mieli e Francesco Saverio Borrelli, il procuratore capo di Milano. I magistrati ci passavano le notizie, con una tempistica che serviva a favorire le loro manovre. Mi ricordo bene la notte in cui pubblicammo l'avviso di garanzia a Berlusconi. Fu una giornata bestiale, Mieli a un certo punto, nel pomeriggio, sparì. Poi piombò all'improvviso nella mia stanza, fece chiamare Goffredo Buccini e Gianluca Di Feo, che firmavano il pezzo, e ci disse, pur con una certa dose di insicurezza, di scrivere tutto, che lo avremmo pubblicato. Parlava con un tono grave, teso. Quella notte, poi, ci portò in pizzeria, ci disse che aveva già scritto la lettera di dimissioni, se quello che avevamo non era vero sarebbero stati guai seri. Diceva di aver parlato con Agnelli e poi anche con il presidente Scalfaro. Ma poi ho ricostruito che non era così, non li aveva nemmeno cercati, secondo me lui pendeva direttamente dalla procura di Milano».

Si potrebbe sorridere al fatto che i processi a Silvio Berlusconi, nonostante cotanto di principi del foro al seguito, innalzino sensibilmente la media nazionale dello sfascio della nostra giustizia. Ma invece la domanda, che fa capolino e che sorge spontanea, è sempre la stessa: come possiamo fidarci di "questa" giustizia, che se si permette di oltraggiare se stessa con l’uomo più potente d’Italia, cosa potrà fare ai poveri cristi? La memoria corre a quel film di Dino Risi, "In nome del popolo italiano", 1971. C'è il buono, il magistrato impersonato da Tognazzi. E poi c'è il cialtrone, o presunto tale, che è uno strepitoso Gassman. Alla fine il buono fa arrestare il cialtrone, ma per una cosa che non ha fatto, per un reato che non ha commesso. Il cialtrone è innocente, ma finalmente è dentro.

Ciononostante viviamo in un’Italia fatta così, con italiani fatti così, bisogna subire e tacere. Questo ti impone il “potere”. Ebbene, si faccia attenzione alle parole usate per prendersela con le ingiustizie, i soprusi e le sopraffazioni, le incapacità dei governati e l’oppressione della burocrazia,i disservizi, i vincoli, le tasse, le code e la scarsezza di opportunità del Belpaese. Perché sfogarsi con il classico  "Italia paese di merda", per quanto liberatorio, non può essere tollerato dai boiardi di Stato. E' reato, in quanto vilipendio alla nazione. Lo ha certificato la Corte di cassazione - Sezione I penale - Sentenza 4 luglio 2013 n. 28730. Accadde che un vigile, a Montagnano, provincia di Campobasso, nel lontano 2 novembre 2005 fermò un uomo di 70 anni: la sua auto viaggiava con un solo faro acceso. Ne seguì una vivace discussione tra il prossimo multato e l'agente. Quando contravvenzione fu, il guidatore si lasciò andare al seguente sfogo: "Invece di andare ad arrestare i tossici a Campobasso, pensate a fare queste stronzate e poi si vedono i risultati. In questo schifo di Italia di merda...". Il vigile zelante prese nota di quella frase e lo denunciò. Mille euro di multa - In appello, il 26 aprile del 2012, per il viaggiatore senza faro che protestò aspramente contro la contravvenzione arrivò la condanna, pena interamente coperta da indulto. L'uomo decise così di rivolgersi alla Cassazione. La  sentenza poi confermata dai giudici della prima sezione penale del Palazzaccio. Il verdetto: colpevole di "vilipendio alla nazione". Alla multa di ormai otto anni fa per il faro spento, si aggiunge quella - salata - di mille euro per l'offesa al tricolore. L'uomo si era difeso sostenendo che non fosse sua intenzione offendere lo Stato e appellandosi al "diritto alla libera manifestazione di pensiero". «Il diritto di manifestare il proprio pensiero in qualsiasi modo - si legge nella sentenza depositata - non può trascendere in offese grossolane e brutali prive di alcuna correlazione con una critica obiettiva»: per integrare il reato, previsto dall'articolo 291 del codice penale, «è sufficiente una manifestazione generica di vilipendio alla nazione, da intendersi come comunità avente la stessa origine territoriale, storia, lingua e cultura, effettuata pubblicamente». Il reato in esame, spiega la Suprema Corte, «non consiste in atti di ostilità o di violenza o in manifestazioni di odio: basta l'offesa alla nazione, cioè un'espressione di ingiuria o di disprezzo che leda il prestigio o l'onore della collettività nazionale, a prescindere dai vari sentimenti nutriti dall'autore». Il comportamento dell'imputato, dunque, che «in luogo pubblico, ha inveito contro la nazione», gridando la frase “incriminata”, «sia pure nel contesto di un'accesa contestazione elevatagli dai carabinieri per aver condotto un'autovettura con un solo faro funzionante, integra - osservano gli “ermellini” - il delitto di vilipendio previsto dall'articolo 291 cp, sia nel profilo materiale, per la grossolana brutalità delle parole pronunciate pubblicamente, tali da ledere oggettivamente il prestigio o l'onore della collettività nazionale, sia nel profilo psicologico, integrato dal dolo generico, ossia dalla coscienza e volontà di proferire, al cospetto dei verbalizzanti e dei numerosi cittadini presenti sulla pubblica via nel medesimo frangente, le menzionate espressioni di disprezzo, a prescindere dai veri sentimenti nutriti dall'autore e dal movente, nella specie di irata contrarietà per la contravvenzione subita, che abbia spinto l'agente a compiere l'atto di vilipendio». 

A questo punto ognuno di noi ammetta e confessi che, almeno per un volta nella sua vita, ha proferito la fatidica frase “che schifo questa Italia di merda” oppure “che schifo questi italiani di merda”.

Bene, allora cari italiani: TUTTI DENTRO, CAZZO!! 

Lettera aperta al dr Silvio Berlusconi.

«Sig. Presidente, sono Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso. Diverso, perché, nell’informare la gente dell’imperante ingiustizia, i magistrati se ne lamentano. E coloro che io critico, poi, sono quelli che mi giudicano e mi condannano. Ma io, così come altri colleghi perseguitati che fanno vera informazione, non vado in televisione a piangere la mia malasorte.

Pur essendo noi, per i forcaioli di destra e di sinistra, “delinquenti” come lei. 

Sono un liberale, non come lei, ed, appunto, una cosa a Lei la voglio dire.

Quello che le è capitato, in fondo, se lo merita. 20 anni son passati. Aveva il potere economico. Aveva il potere mediatico. Aveva il potere politico. Aveva il potere istituzionale. E non è stato capace nemmeno di difendere se stesso dallo strapotere dei magistrati. Li ha lasciati fare ed ha tutelato gli interessi degli avvocati e di tutte le lobbies e le caste, fregandosene dei poveri cristi. Perché se quello di cui si lamenta, capita a lei, figuriamoci cosa capita alla povera gente. E i suoi giornalisti sempre lì a denunciare abusi ed ingiustizie a carico del loro padrone. Anzi, lei, oltretutto, imbarca nei suoi canali mediatici gente comunista genuflessa ai magistrati. Non una parola sul fatto che l’ingiustizia contro uno, siffatto potente, è l’elevazione a sistema di un cancro della democrazia. Quanti poveri cristi devono piangere la loro sorte di innocenti in carcere per convincere qualcuno ad intervenire? Se è vero, come è vero, che se funzionari di Stato appartenenti ad un Ordine si son elevati a Potere, è sacrosanto sostenere che un leader politico che incarna il Potere del popolo non sta lì a tergiversare con i suoi funzionari, ma toglie loro la linfa che alimenta lo strapotere di cui loro abusano. Ma tanto, chi se ne fotte della povera gente innocente rinchiusa in canili umani.

 “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Aforisma di Bertolt Brecht. Bene. Tante verità soggettive e tante omertà son tasselli che la mente corrompono. Io le cerco, le filtro e nei miei libri compongo il puzzle, svelando l’immagine che dimostra la verità oggettiva censurata da interessi economici ed ideologie vetuste e criminali. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti  e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché  non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso! Ha mai pensato, per un momento, che c’è qualcuno che da anni lavora indefessamente per farle sapere quello che non sa? E questo al di là della sua convinzione di sapere già tutto dalle sue fonti? Provi a leggere un e-book o un book di Antonio Giangrande. Scoprirà, cosa succede veramente in Italia. Cose che nessuno a lei vicino le dirà mai. Non troverà le cose ovvie. Cose che servono solo a bacare la mente. Troverà quello che tutti sanno, o che provano sulla loro pelle, ma che nessuno ha il coraggio di raccontare.

Può anche non leggere questi libri, frutto di anni di ricerca, ma nell’ignoranza imperante che impedisce l’evoluzione non potrà dire che la colpa è degli altri e che gli altri son tutti uguali.

Ad oggi, per esempio, sappiamo che lo studio di due ricercatori svela: i magistrati di sinistra indagano di più gli avversari politici; i magistrati di destra insabbiano di più le accuse contro i loro amici e colleghi. E poi. Parla l’ex capo dei Casalesi. La camorra e la mafia non finirà mai, finchè ci saranno politici, magistrati e forze dell’ordine mafiosi. Inutile lamentarci dei "Caccamo" alla Cassazione. Carmine Schiavone ha detto: Roma nostra! "Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi. L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori. Lo strumento per addentrarsi nei gangli del potere sono gli esami di Stato ed i concorsi pubblici truccati.

Bene, dr Berlusconi, Lei, avendone il potere per 20 anni, oltre che lamentarsi, cosa ha fatto per tutelare, non tanto se stesso, i cui risultati sono evidenti, ma i cittadini vittime dell’ingiustizia (contro il singolo) e della malagiustizia (contro la collettività)?

Quello che i politici oggi hanno perso è la credibilità: chi a torto attacca i magistrati; chi a torto li difende a spada tratta; chi a torto cerca l’intervento referendario inutile in tema di giustizia, fa sì che quel 50 % di astensione elettorale aumenti. Proprio perché, la gente, è stufa di farsi prendere in giro. Oltremodo adesso che siete tutti al Governo delle larghe intese per fottere il popolo. Quel popolo che mai si chiede: ma che cazzo di fine fanno i nostri soldi, che non bastano mai? E questo modo di fare informazione e spettacolo della stampa e della tv, certamente, alimenta il ribrezzo contro l'odierno sistema di potere.

Per fare un sillogismo. Se l’Italia è la Costa Concordia, e come tale è affondata, la colpa non è dello Schettino di turno, ma dell’equipaggio approssimativo di cui si è circondato. E se la Costa Crociere ha la sua Flotta e l’Italia ha la sua amministrazione centrale e periferica, quanti Schettino e relativi equipaggi ci sono in giro a navigare? E quante vittime i loro naufragi provocano? Si dice che l’Italia, come la Costa Concordia, è riemersa dall’affondamento? Sì, ma come? Tutta ammaccata e da rottamare!!! E gli italioti lì a belare……»

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Aforisma di Bertolt Brecht. Bene. È uno Stato di diritto che funziona quello che è costretto a sborsare ogni anno decine di milioni per rimborsare cittadini che hanno dovuto trascorrere giorni, mesi, anni in carcere da innocenti? È uno Stato di diritto quello in cui dove dovrebbero stare 100 detenuti ce ne stanno 142? È uno Stato di diritto quello in cui ogni quattro procedimenti già fissati per il dibattimento tre vengono rinviati per motivi vari?

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Aforisma di Bertolt Brecht. Bene. Tante verità soggettive e tante omertà son tasselli che la mente corrompono. Io le cerco, le filtro e nei miei libri compongo il puzzle, svelando l’immagine che dimostra la verità oggettiva censurata da interessi economici ed ideologie vetuste e criminali.

Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti  e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché  non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!

Ha mai pensato, per un momento, che c’è qualcuno che da anni lavora indefessamente per farle sapere quello che non sa? E questo al di là della sua convinzione di sapere già tutto dalle sue fonti?

Provi a leggere un e-book o un book di Antonio Giangrande. Scoprirà, cosa succede veramente nella sua regione o in riferimento alla sua professione. Cose che nessuno le dirà mai.

Non troverà le cose ovvie contro la Mafia o Berlusconi o i complotti della domenica. Cose che servono solo a bacare la mente. Troverà quello che tutti sanno, o che provano sulla loro pelle, ma che nessuno ha il coraggio di raccontare.

Può anche non leggere questi libri, frutto di anni di ricerca, ma nell’ignoranza imperante che impedisce l’evoluzione non potrà dire che la colpa è degli altri e che gli altri son tutti uguali.

“Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull'animo del poveretto, quello che s'è raccontato”. Citazione di Alessandro Manzoni.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

Ogni anno a dicembre c’è un evento che stravolge la vita di molte persone. Il Natale? No! L’esame di avvocato che si svolge presso ogni Corte di Appello ed affrontato da decine di migliaia di candidati illusi.

La domanda sorge spontanea: c’è da fidarsi delle commissioni dei concorsi pubblici o degli esami di Stato?

«Dai dati emersi da uno studio effettuato: per nulla!». Così opina Antonio Giangrande, lo scrittore, saggista e sociologo storico, che sul tema ha scritto un libro “CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. L’Italia dei concorsi e degli esami pubblici truccati” tratto dalla collana editoriale “L’ITALIA DEL TRUCCO, L’ITALIA CHE SIAMO”.

E proprio dalle tracce delle prove di esame che si inizia. Appunto. Sbagliano anche le tracce della Maturità. “Le parole sono importanti”, urlava Nanni Moretti nel film Palombella Rossa alla giornalista che, senza successo, provava a intervistarlo. E’ proprio dalla commissione dell’esame di giornalismo partiamo e dalle tracce da queste predisposte. Giusto per saggiare la sua preparazione. La commissione è quella ad avere elaborato le tracce d’esame. In particolare due magistrati (scelti dalla corte d’appello di Roma) e cinque giornalisti professionisti. Ne dà conto il sito de l’Espresso, che pubblica sia i documenti originali consegnati ai candidati, sia la versione degli stessi per come appare sul sito dell’Ordine, cioè con le correzioni (a penna) degli errori. Ossia: “Il pubblico ministero deciderà se convalidare o meno il fermo”. Uno strafalcione: compito che spetta al giudice delle indagini preliminari. Seguono altre inesattezze come il cognome del pm (che passa da Galese a Galesi) e una citazione del regista Carlo Lizzani, in cui “stacco la chiave” diventa “stacco la spina”.

Sarà per questo che Indro Montanelli decise di non affrontare l’esame e Milena Gabanelli di non riaffrontarlo? Sarà per questo che Paolo Mieli è stato bocciato? E che dire di Aldo Busi il cui compito respinto era considerato un capolavoro e ricercato a suon di moneta? È in buona compagnia la signora Gabanelli & Company. Infatti si racconta che anche Alberto Moravia fu bocciato all’esame da giornalista professionista. Poco male. Sono le eccezioni che confermano la regola. Non sono gli esami giudicate da siffatte commissioni che possono attribuire patenti di eccellenza. Se non è la meritocrazia ha fare leva in Italia, sono i mediocri allora a giudicare. Ed a un lettore poco importa sapere se chi scrive ha superato o meno l'esame di giornalismo. Peccato che per esercitare una professione bisogna abilitarsi ed anche se eccelsi non è facile che i mediocri intendano l'eccellenza. L’esperienza e il buon senso, come sempre, sono le qualità fondamentali che nessuno (pochi) può trasmettere o sa insegnare. Del resto, si dice che anche Giuseppe Verdi fu bocciato al Conservatorio e che Benedetto Croce e Gabriele D’Annunzio non si erano mai laureati.

Che dire delle Commissioni di esame di avvocato. Parliamo della sessione 2012. Potremmo parlarne per le sessioni passate, ma anche per quelle future: tanto in questa Italia le cose nefaste sono destinate a durare in eterno.

A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65% a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Oltretutto l’arbitrio non si motiva nemmeno rilasciando i compiti corretti immacolati.

Prescindendo dalla caccia mirata alle streghe, c’è forse di più?

Eppure c’è chi queste commissioni li sputtana. TAR Lecce: esame forense, parti estratte da un sito? Legittimo se presenti in un codice commentato. È illegittimo l’annullamento dell’elaborato dell’esame di abilitazione forense per essere alcune parti estratte da un sito, se tali parti sono presenti all’interno di un codice commentato. (Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – Lecce – Sezione Prima, Ordinanza 19 settembre 2013, n. 465).

E’ lo stesso Tar Catania che bacchetta la Commissione d’esame di Avvocato della stessa città Esame di avvocato...Copiare non sempre fa rima con annullare - TAR CATANIA ordinanza n. 1300/2010. Esame avvocato: Qualora in sede di correzione dell'elaborato si accerta che il lavoro sia in tutto o in parte copiato da altro elaborato  o da qualche manuale, per condurre all’annullamento della prova, deve essere esatto e rigoroso. Tale principio di diritto è desumibile dall’ordinanza in rassegna n. 1300/2010 del TAR Catania che ha accolto l’istanza cautelare connessa al ricorso principale avanzata avverso la mancata ammissione del ricorrente alla prova orale dell’esame di avvocato. In particolare, per il Tar etneo “il ricorso appare fondato, in quanto la Commissione si è limitata ad affermare apoditticamente che il compito di diritto penale della ricorrente conteneva “ampi passi del tutto identici all’elaborato di penale contenuto” in altra busta recante il n. 459 senza alcuna specificazione, anche sul compito, che consenta di appurare che questa presunta “identità” vada oltre la semplice preparazione sui medesimi testi, o la consultazione dei medesimi codici”. Per il TAR siciliano, inoltre, “l’elaborato di penale del candidato contraddistinto dal n. 459 era stato corretto da una diversa sottocommissione durante la seduta del 19 marzo 2010, e tale elaborato non risulta essere stato parimenti annullato”.

E a sua volta è la stessa Commissione d’esame di Avvocato di Lecce ad essere sgamata. Esami di avvocato. Il Tar di Salerno accoglie i ricorsi dei bocciati. I ricorsi accolti sono già decine, più di trenta soltanto nella seduta di giovedì 24 ottobre 2013, presentati da aspiranti avvocati bocciati alle ultime prove scritte da un giudizio che il Tar ha ritenuto illegittimo in quanto non indica i criteri sui cui si è fondato. Il Tribunale amministrativo sta quindi accogliendo le domande cautelari, rinviando al maggio del 2014 il giudizio di merito ma indicando, per sanare il vizio, una nuova procedura da affidare a una commissione diversa da quella di Lecce che ha deciso le bocciature. Il numero dei bocciati, reso noto lo scorso giugno 2013, fu altissimo. Soltanto 366 candidati, su un totale di 1.125, passarono le forche caudine dello scritto e furono ammessi alle prove orali. Una percentuale del 32,53: quasi 17 punti in meno del 49,16 registrato alla sessione dell’anno precedente. Numeri, questi ultimi, in linea con una media che, poco più o poco meno, si è attestata negli ultimi anni sull’ammissione della metà dei partecipanti. Nel 2012, invece, la ghigliottina è caduta sul 64,09 per cento degli esaminandi. In numeri assoluti i bocciati furono 721, a cui vanno aggiunti i 38 compiti (3,38 per cento) annullati per irregolarità come il rinvenimento di svolgimenti uguali. Adesso una parte di quelle persone ha visto accogliere dal Tar i propri ricorsi. I criteri usati dai commissari per l’attribuzione del punteggio, hanno spiegato i giudici, «non si rinvengono né nei criteri generali fissati dalla Commissione centrale né nelle ulteriori determinazioni di recepimento e di specificazione della Sottocommissione locale». La valutazione, quindi, «deve ritenersi l'illegittima».

Che ne sarà di tutti coloro che quel ricorso non lo hanno presentato. Riproveranno l’esame e, forse, saranno più fortunati. Anche perché vatti a fidare dei Tar.

Ci si deve chiedere: se il sistema permette da sempre questo stato di cose con il libero arbitrio in tema di stroncature dei candidati, come mai solo il Tar di Salerno, su decine di istituzioni simili, vi ha posto rimedio?

Esami di Stato: forche caudine, giochi di prestigio o giochi di azzardo? Certo non attestazione di merito.

Sicuramente nell’affrontare l’esame di Stato di giornalismo sarei stato bocciato per aver, questo articolo, superato le 45 righe da 60 caratteri, ciascuna per un totale di 2.700 battute, compresi gli spazi. Così come previsto dalle norme.

Certamente, però, si leggerà qualcosa che proprio i giornalisti professionisti preferiscono non dire: tutte le commissioni di esame sono inaffidabili, proprio perché sono i mediocri a giudicare, in quanto in Italia sono i mediocri a vincere ed a fare carriera!

SE NASCI IN ITALIA…

Quando si nasce nel posto sbagliato e si continua a far finta di niente.

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui,  con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

Io sono Antonio Giangrande, noto autore di saggi pubblicati su Amazon, che raccontano questa Italia alla rovescia. A tal fine tra le tante opere da me scritte vi è “Italiopolitania. Italiopoli degli italioti”. Di questo, sicuramente, non gliene fregherà niente a nessuno. Fatto sta che io non faccio la cronaca, ma di essa faccio storia, perché la quotidianità la faccio raccontare ai testimoni del loro tempo. Certo che anche di questo non gliene può fregar di meno a tutti. Ma una storiella raccontata da Antonio Menna che spiega perché, tu italiano, devi darti alla fuga dall’Italia, bisogna proprio leggerla. Mettiamo che Steve Jobs sia nato in Italia. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi. Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare. Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”. I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano. Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi? Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”. I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare. Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”. Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro. Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”. I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti. La Apple in Italia non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

AVVOCATI. ABILITATI COL TRUCCO

Facile dire: sono avvocato. In Italia dove impera la corruzione e la mafiosità, quale costo intrinseco può avere un appalto truccato, un incarico pubblico taroccato, od una falsificata abilitazione ad una professione?

Ecco perché dico: italiani, popolo di corrotti! Ipocriti che si scandalizzano della corruttela altrui.

Io sono Antonio Giangrande, noto autore di saggi pubblicati su Amazon, che raccontano questa Italia alla rovescia. A tal fine tra le tante opere da me scritte vi è “Concorsopoli ed esamopoli” che tratta degli esami e dei concorsi pubblici in generale. Tutti truccati o truccabili. Nessuno si salva. Inoltre, nel particolare, nel libro “Esame di avvocato, lobby forense, abilitazione truccata”, racconto, anche per esperienza diretta, quello che succede all’esame di avvocato. Di questo, sicuramente, non gliene fregherà niente a nessuno, neanche ai silurati a quest’esame farsa: la fiera delle vanità fasulle. Fatto sta che io non faccio la cronaca, ma di essa faccio storia, perché la quotidianità la faccio raccontare ai testimoni del loro tempo. Certo che anche di questo non gliene può fregar di meno a tutti. Ma la cronistoria di questi anni la si deve proprio leggere, affinchè, tu italiano che meriti, devi darti alla fuga dall’Italia, per poter avere una possibilità di successo.

Anche perché i furbetti sanno come cavarsela. Francesco Speroni principe del foro di Bruxelles. Il leghista Francesco Speroni, collega di partito dell’ing. Roberto Castelli che da Ministro della Giustizia ha inventato la pseudo riforma dei compiti itineranti, a sfregio delle commissioni meridionali, a suo dire troppo permissive all’accesso della professione forense. È l’ultima roboante voce del curriculum dell’eurodeputato leghista, nonché suocero del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, laureato nel 1999 a Milano e dopo 12 anni abilitato a Bruxelles. Speroni ha avuto un problema nel processo di Verona sulle camicie verdi, ma poi si è salvato grazie all’immunità parlamentare. Anche lui era con Borghezio a sventolare bandiere verdi e a insultare l’Italia durante il discorso di Ciampi qualche anno fa, quando gli italiani hanno bocciato, col referendum confermativo, la controriforma costituzionale della devolution. E così commentò: “Gli italiani fanno schifo, l’Italia fa schifo perché non vuole essere moderna!”. Ecco, l’onorevole padano a maggio 2011 ha ottenuto l’abilitazione alla professione forense in Belgio (non come il ministro Gelmini che da Brescia ha scelto Reggio Calabria) dopo ben 12 anni dalla laurea conseguita a Milano. Speroni dunque potrà difendere “occasionalmente in tutta Europa” spiega lo stesso neoavvocato raggiunto telefonicamente da Elisabetta Reguitti de “Il Fatto quotidiano”.

Perché Bruxelles?

Perché in Italia è molto più difficile mentre in Belgio l’esame, non dico sia all’acqua di rose, ma insomma è certamente più facile. Non conosco le statistiche, ma qui le bocciature sono molte meno rispetto a quelle dell’esame di abilitazione in Italia”.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 Mariastelalla Gelmini si trova dunque a scegliere tra fare l’esame a Brescia o scendere giù in Calabria, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l'esame? Com'è stato l'esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini.

La Calabria è bella perchè c’è sempre il sole, scrive Antonello Caporale su “La Repubblica”. Milano invece spesso è velata dalla nebbia. E’ bella la Calabria anche, per esempio, perchè il concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato sembra più a misura d’uomo. Non c’è il caos di Milano, diciamolo. E  in una delle dure prove che la vita ci pone resiste quel minimo di comprensione, quell’alito di  compassione… In Calabria c’è il sole, e l’abbiamo detto. Ma vuoi mettere il mare?  ”Avevo bisogno di un luogo tranquillo, dove poter concentrarmi senza le distrazioni della mia città. Studiare e affrontare con serenità l’esame”. Ecco, questo bisogno ha portato Antonino jr. Giovanni Geronimo La Russa, il figlio di Ignazio, anch’egli avvocato ma soprattutto ministro della Difesa, a trasferirsi dalla Lombardia in Calabria. Laureato a pieni voti all’università Carlo Cattaneo, Geronimo si è abilitato con soddisfazione a Catanzaro a soli ventisei anni. Due anni ha risieduto a Crotone. Dal 25 luglio 2005, in piazza De Gasperi, nella casa di Pasquale Senatore, l’ex sindaco missino.  E’ rimasto nella città di Pitagora fino al 18 gennaio 2007. E si è rigenerato. Un po’ come capitò a Mariastella Gelmini, anche lei col bisogno di esercitare al meglio la professione di avvocato prima di darsi alla politica, e anche lei scesa in Calabria per affrontare con ottimismo l’esame. La scelta meridionale si è rivelata azzeccata per lei e per lui. Il piccolo La Russa è tornato in Lombardia con la forza di un leone. E dopo la pratica nello studio Libonati-Jager, nemmeno trentenne è divenuto titolare dello studio di famiglia. Quattordici avvocati a corso di porta Vittoria. Bellissimo. “Ma è tutto merito mio. Mi scoccia di passare per figlio di papà”. Geronimo è amante delle auto d’epoca, ha partecipato a due storiche millemiglia. E infatti è anche vicepresidente dell’Aci di Milano. “Sono stato eletto, e allora?”. Nutre rispetto per il mattone. Siede nel consiglio di amministrazione della Premafin, holding di Ligresti, anche della Finadin, della International Strategy. altri gioiellini del del costruttore. Geronimo è socio dell’immobiliare di famiglia, la Metropol srl. Detiene la nuda proprietà dei cespiti che per parte di mamma ha nel centro di Riccione. Studioso  e s’è visto. Ricco si è anche capito. Generoso, pure. Promuove infatti insieme a Barbara Berlusconi, Paolo Ligresti, Giulia Zoppas e tanti altri nomi glamour  Milano Young, onlus benefica. Per tanti cervelli che fuggono all’estero, eccone uno che resta.

Geronimo, figlio di cotanto padre tutore di lobby e caste, che sa trovare le soluzioni ai suoi problemi.

Vittoria delle lobby di avvocati e commercialisti: riforma cancellata, scrive Lucia Palmerini. “…il governo formulerà alle categorie proposte di riforma.” con questa frase è stata annullata e cancellata la proposta di abolizione degli ordini professionali. Il Consiglio Nazionale Forense ha fatto appello ai deputati-avvocati per modificare la norma del disegno di legge del Ministero dell’Economia che prevedeva non solo l’eliminazione delle restrizioni all’accesso, ma la possibilità di diventare avvocato o commercialista dopo un praticantato di 2 anni nel primo caso e 3 nel secondo, l’abolizione delle tariffe minime ed il divieto assoluto alla limitazione dello svolgimento della professione da parte degli ordini. La presa di posizione degli avvocati del PdL ha rischiato di portare alla bocciatura la manovra economica al cui interno era inserita la norma su avvocati e commercialisti.  Tra questi, Raffaello Masci, deputato-avvocato che ha preso in mano le redini della protesta, ha ottenuto l’appoggio del Ministro La Russa e del Presidente del Senato Schifani, tutti accomunati dalla professione di avvocato. La norma, apparsa per la prima volta ai primi di giugno, successivamente cancellata e nuovamente inserita nei giorni scorsi è stata definitivamente cancellata; il nuovo testo quanto mai inutile recita: “Il governo formulerà alle categorie interessate proposte di riforma in materia di liberalizzazione dei servizi e delle attività economiche si legge nel testo, e inoltre – trascorso il termine di 8 mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, ciò che non sarà espressamente regolamentato sarà libero.” La situazione non cambia e l’Ordine degli avvocati può dormire sogni tranquilli. Ancora una volta gli interessi ed i privilegi di una casta non sono stati minimamente scalfiti o messi in discussione.

GLI ANNI PASSANO, NULLA CAMBIA ED E’ TUTTO TEMPO PERSO.

Devo dire, per onestà, che il mio calvario è iniziato nel momento in cui ho incominciato la mia pratica forense. A tal proposito, assistendo alle udienze durante la mia pratica assidua e veritiera, mi accorgevo che il numero dei Praticanti Avvocato presenti in aula non corrispondeva alla loro reale entità numerica, riportata presso il registro tenuto dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto. Mi accorsi, anche, che i praticanti, per l’opera prestata a favore del dominus, non ricevevano remunerazione, o ciò avveniva in nero, né per loro si pagavano i contributi. Chiesi conto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto. Mi dissero “Fatti i fatti tuoi. Intanto facci vedere il libretto di pratica, che poi vediamo se diventi avvocato”. Controllarono il libretto, contestando la veridicità delle annotazioni e delle firme di controllo. Non basta. Nonostante il regolare pagamento dei bollettini di versamento di iscrizione, a mio carico venne attivata procedura di riscossione coattiva con cartella di pagamento, contro la quale ho presentato opposizione, poi vinta. Di fatto: con lor signori in Commissione di esame forense, non sono più diventato avvocato. A dar loro manforte, sempre nelle commissioni d’esame, vi erano e vi sono i magistrati che io ho denunciato per le loro malefatte.

Sessione d’esame d’avvocato 1998-1999. Presidente di Commissione, Avv. Antonio De Giorgi, Presidente Consiglio Ordine degli Avvocati di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce mi accorgo di alcune anomalie di legalità, tra cui il fatto che 6 Avetranesi su 6 vengono bocciati, me compreso, e che molti Commissari suggerivano ai candidati incapaci quanto scrivere nell’elaborato. Chi non suggeriva non impediva che gli altri lo facessero. Strano era, che compiti simili, copiati pedissequamente, erano valutati in modo difforme.

Sessione d’esame d’avvocato 1999-2000. Presidente di Commissione, Avv. Gaetano De Mauro, Principe del Foro di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. Sul Quotidiano di Lecce  il Presidente della stessa Commissione d’esame dice che: “il numero degli avvocati è elevato e questa massa di avvocati è incompatibile con la realtà socio economica del Salento. Così nasce la concorrenza esasperata”. L’Avv. Pasquale Corleto nello stesso articolo aggiunge: “non basta studiare e qualificarsi, bisogna avere la fortuna di entrare in determinati circuiti, che per molti non sono accessibili”. L’abuso del potere della Lobby forense è confermato dall’Antitrust, che con provvedimento n. 5400, il 3 ottobre 1997 afferma: “ E' indubbio che, nel controllo dell'esercizio della professione, si sia pertanto venuto a determinare uno sbilanciamento tra lo Stato e gli Ordini e che ciò abbia potuto favorire la difesa di posizioni di rendita acquisite dai professionisti già presenti sul mercato.”

Sessione d’esame d’avvocato 2000-2001. Presidente di Commissione, Avv. Antonio De Giorgi, Presidente Consiglio Ordine degli Avvocati di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. La percentuale di idonei si diversifica: 1998, 60 %, 1999, 25 %, 2000, 49 %, 2001, 36 %. Mi accorgo che paga essere candidato proveniente dalla sede di esame, perché, raffrontando i dati per le province del distretto della Corte D’Appello, si denota altra anomalia: Lecce, sede d’esame, 187 idonei; Taranto 140 idonei; Brindisi 59 idonei. Non basta, le percentuali di idonei per ogni Corte D’Appello nazionale variano dal 10% del Centro-Nord al 99% di Catanzaro. L’esistenza degli abusi è nel difetto e nell’eccesso della percentuale. Il TAR Lombardia, con ordinanza n.617/00, applicabile per i compiti corretti da tutte le Commissioni d’esame, rileva che i compiti non si correggono per mancanza di tempo. Dai verbali risultano corretti in 3 minuti. Con esperimento giudiziale si accerta che occorrono 6 minuti solo per leggere l’elaborato. Il TAR di Lecce, eccezionalmente contro i suoi precedenti, ma conforme a pronunzie di altri TAR, con ordinanza 1394/00, su ricorso n. 200001275 di Stefania Maritati, decreta la sospensiva e accerta che i compiti non si correggono, perché sono mancanti di glosse o correzioni, e le valutazioni sono nulle, perché non motivate. In sede di esame si disattende la Direttiva CEE 48/89, recepita con D.Lgs.115/92, che obbliga ad  accertare le conoscenze deontologiche e di valutare le attitudini e le capacità di esercizio della professione del candidato, garantendo così l'interesse pubblico con equità e giustizia. Stante questo sistema di favoritismi, la Corte Costituzionale afferma, con sentenza n. 5 del 1999: "Il legislatore può stabilire che in taluni casi si prescinda dall'esame di Stato, quando vi sia stata in altro modo una verifica di idoneità tecnica e sussistano apprezzabili ragioni che giustifichino l'eccezione". In quella situazione, presento denuncia penale contro la Commissione d’esame presso la Procura di Bari e alla Procura di Lecce, che la invia a Potenza. Inaspettatamente, pur con prove mastodontiche, le Procure di Potenza e Bari archiviano, senza perseguirmi per calunnia. Addirittura la Procura di Potenza non si è degnata di sentirmi.

Sessione d’esame d’avvocato 2001-2002. Presidente di Commissione, Avv. Antonio De Giorgi, Presidente Consiglio Ordine degli Avvocati di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. L’on. Luca Volontè, alla Camera, il 5 luglio 2001, presenta un progetto di legge, il n. 1202, in cui si dichiara formalmente che in Italia gli esami per diventare avvocato sono truccati. Secondo la sua relazione diventano avvocati non i capaci e i meritevoli, ma i raccomandati e i fortunati. Tutto mira alla limitazione della concorrenza a favore della Lobby. Addirittura c’è chi va in Spagna per diventare avvocato, per poi esercitare in Italia senza fare l’esame. A questo punto, presso la Procura di Taranto, presento denuncia penale contro la Commissione d’esame di Lecce con accluse varie fonti di prova. Così fanno altri candidati con decine di testimoni a dichiarare che i Commissari suggeriscono. Tutto lettera morta.

Sessione d’esame d’avvocato 2002-2003. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Rella, Principe del Foro di Lecce. Ispettore Ministeriale, Giorgino. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. Lo stesso Ministero della Giustizia, che indice gli esami di Avvocato,  mi conferma che in Italia gli esami sono truccati. Non basta, il Ministro della Giustizia, Roberto Castelli, propone il decreto legge di modifica degli esami, attuando pedissequamente la volontà del Consiglio Nazionale Forense che, di fatto, sfiducia le Commissioni d’esame di tutta Italia. Gli Avvocati dubitano del loro stesso grado di correttezza, probità e legalità. In data 03/05/03, ad Arezzo si riunisce il Consiglio Nazionale Forense con i rappresentanti dei Consigli dell’Ordine locali e i rappresentanti delle associazioni Forensi. Decidono di cambiare perché si accorgono che in Italia i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati abusano del loro potere per essere rieletti, chiedendo conto delle raccomandazioni elargite, e da qui la loro incompatibilità con la qualità di Commissario d’esame. In data 16/05/03, in Consiglio dei Ministri viene accolta la proposta di Castelli, che adotta la decisione del Consiglio Nazionale Forense. Ma in quella sede si decide, anche, di sbugiardare i Magistrati e i Professori Universitari, in qualità di Commissari d’esame, prevedendo l’incompatibilità della correzione del compito fatta dalla stessa Commissione d’esame. Con D.L. 112/03 si stabilisce che il compito verrà corretto da Commissione territorialmente diversa e i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati non possono essere più Commissari. In Parlamento, in sede di conversione del D.L., si attua un dibattito acceso, riscontrabile negli atti parlamentari, dal quale scaturisce l’esistenza di un sistema concorsuale marcio ed illegale di accesso all’avvocatura. Il D.L. 112/03 è convertito nella Legge 180/03. I nuovi criteri prevedono l’esclusione punitiva dei Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati dalle Commissioni d’esame e la sfiducia nei Magistrati e i Professori Universitari per la correzione dei compiti. Però, acclamata  istituzionalmente l’illegalità, si omette di perseguire per abuso d’ufficio tutti i Commissari d’esame. Non solo. Ad oggi continuano ad essere Commissari d’esame gli stessi Magistrati e i Professori Universitari, ma è allucinante che, nelle nuove Commissioni d’esame, fanno parte ex Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati, già collusi in questo stato di cose quando erano in carica. Se tutto questo non basta a dichiarare truccato l’esame dell’Avvocatura, il proseguo fa scadere il tutto in una illegale “farsa”. Il Ministero, alla prova di scritto di diritto penale, alla traccia n. 1, erroneamente chiede ai candidati cosa succede al Sindaco, che prima nega e poi rilascia una concessione edilizia ad un suo amico, sotto mentite spoglie di un’ordinanza. In tale sede i Commissari penalisti impreparati suggerivano in modo sbagliato. Solo io rilevavo che la traccia era errata, in quanto riferita a sentenze della Cassazione riconducibili a violazioni di legge non più in vigore. Si palesava l’ignoranza dell’art.107, D.Lgs. 267/00, Testo Unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, in cui si dispongono le funzioni dei dirigenti, e l’ignoranza del D.P.R. 380/01, Testo Unico in materia edilizia. Da molti anni, con le varie Bassanini, sono entrate in vigore norme, in cui si prevede che è competente il Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune a rilasciare o a negare le concessioni edilizie. Rilevavo che il Sindaco era incompetente. Rilevavo altresì che il Ministero dava per scontato il comportamento dei Pubblici Ufficiali omertosi, che lavorando con il Sindaco e conoscendo i fatti penalmente rilevanti, non li denunciavano alla Magistratura. Per non aver seguito i loro suggerimenti, i Commissari mi danno 15 (il minimo) al compito esatto, 30 (il massimo) agli altri 2 compiti. I candidati che hanno scritto i suggerimenti sbagliati, sono divenuti idonei. Durante la trasmissione “Diritto e Famiglia” di Studio 100, lo stesso Presidente dell’Ordine di Taranto, Egidio Albanese, ebbe a dire: “l’esame è blando, l’Avvocatura è un parcheggio per chi vuol far altro, diventa avvocato il fortunato, perché la fortuna aiuta gli audaci”. Si chiede copia del compito con la valutazione contestata. Si ottiene, dopo esborso di ingente denaro, per vederlo immacolato. Non contiene una correzione, né una motivazione alla valutazione data. Intanto, il Consiglio di Stato, VI sezione, con sentenza n.2331/03, non giustifica più l’abuso, indicando l’obbligatorietà della motivazione. Su queste basi di fatto e di diritto si presenta il ricorso al TAR. Il TAR, mi dice: “ dato che si disconosce il tutto, si rigetta l’istanza di sospensiva. Su queste basi vuole che si vada nel merito, per poi decidere sulle spese di giudizio?” 

Sessione d’esame d’avvocato 2003-2004. Presidente di Commissione, Avv. Francesco Galluccio Mezio, Principe del Foro di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. I candidati continuano a copiare dai testi, dai telefonini, dai palmari, dai compiti passati dai Commissari. I candidati continuano ad essere aiutati dai suggerimenti dei Commissari. I nomi degli idonei circolano mesi prima dei risultati. I candidati leccesi, divenuti idonei, come sempre, sono la stragrande maggioranza rispetto ai brindisini e ai tarantini. Alla richiesta di visionare i compiti, senza estrarre copia, in segreteria, per ostacolarmi, non gli basta l’istanza orale, ma mi impongono la tangente della richiesta formale con perdita di tempo e onerose spese accessorie. Arrivano a minacciare la chiamata dei Carabinieri se non si fa come impongono loro, o si va via. Le anomalie di regolarità del Concorso Forense, avendo carattere generale, sono state oggetto della denuncia formale presentata presso le Procure Antimafia e presso tutti i Procuratori Generali delle Corti d’Appello e tutti i Procuratori Capo della Repubblica presso i Tribunali di tutta Italia. Si presenta l’esposto al Presidente del Consiglio e al Ministro della Giustizia, al Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia e Giustizia del Senato. La Gazzetta del Mezzogiorno, in data 25/05/04, pubblica la notizia che altri esposti sono stati presentati contro la Commissione d’esame di Lecce (vedi Michele D’Eredità). Tutto lettera morta.

Sessione d’esame d’avvocato 2004-2005. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Marcello Marcuccio, Principe del Foro di Lecce. Sono stato bocciato. Durante le prove d’esame ci sono gli stessi suggerimenti e le stesse copiature. I pareri motivati della prova scritta avvenuta presso una Commissione d’esame vengono corretti da altre Commissioni. Quelli di Lecce sono corretti dalla Commissione d’esame di Torino, che da anni attua un maggiore sbarramento d’idoneità. Ergo: i candidati sanno in anticipo che saranno bocciati in numero maggiore a causa dell’illegale limitazione della concorrenza professionale. Presento l’ennesima denuncia presso la Procura di Potenza, la Procura di Bari, la Procura di Torino e la Procura di Milano, e presso i Procuratori Generali e Procuratori Capo di Lecce, Bari, Potenza e Taranto, perché tra le altre cose, mi accorgo che tutti i candidati provenienti da paesi amministrati da una parte politica, o aventi Parlamentari dello stesso colore, sono idonei in percentuale molto maggiore. Tutto lettera morta.

Sessione d’esame d’avvocato 2005-2006. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Raffaele Dell’Anna. Principe del Foro di Lecce. Sono stato bocciato. Addirittura i Commissari dettavano gli elaborati ai candidati. Gente che copiava dai testi. Gente che copiava dai palmari. Le valutazioni delle 7 Sottocommissioni veneziane non sono state omogenee, se non addirittura contrastanti nei giudizi. Il Tar di Salerno, Ordinanza n.1474/2006, conforme al Tar di Lecce, Milano e Firenze, dice che l’esame forense è truccato. I Tar stabiliscono che i compiti non sono corretti perché non vi è stato tempo sufficiente, perché non vi sono correzioni,  perché mancano le motivazioni ai giudizi, perché i giudizi sono contrastanti, anche in presenza di compiti copiati e non annullati. Si è presentata l’ulteriore denuncia a Trento e a Potenza. Tutto lettera morta.

Sessione d’esame d’avvocato 2006-2007. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Giangaetano Caiaffa. Principe del Foro di Lecce. Presente l’Ispettore Ministeriale Vito Nanna. I posti a sedere, negli anni precedenti assegnati in ordine alfabetico, in tale sessione non lo sono più, tant’è che si sono predisposti illecitamente gruppi di ricerca collettiva. Nei giorni 12,13,14 dicembre, a dispetto dell’orario di convocazione delle ore 07.30, si sono letti i compiti rispettivamente alle ore 11.45, 10.45, 11.10. Molte ore dopo rispetto alle ore 09.00 delle altre Commissioni d’esame. Troppo tardi, giusto per agevolare la dettatura dei compiti tramite cellulari, in virtù della conoscenza sul web delle risposte ai quesiti posti. Commissione di correzione degli scritti è Palermo. Per ritorsione conseguente alle mie lotte contro i concorsi forensi truccati e lo sfruttamento dei praticanti, con omissione di retribuzione ed evasione fiscale e contributiva, dopo 9 anni di bocciature ritorsive all’esame forense e ottimi pareri resi, quest’anno mi danno 15, 15, 18 per i rispettivi elaborati, senza correzioni e motivazioni: è il minimo. Da dare solo a compiti nulli. La maggior parte degli idonei è leccese, in concomitanza con le elezioni amministrative, rispetto ai tarantini ed ai brindisini. Tramite le televisioni e i media nazionali si promuove un ricorso collettivo da presentare ai Tar di tutta Italia contro la oggettiva invalidità del sistema giudiziale rispetto alla totalità degli elaborati nel loro complesso: per mancanza, nelle Sottocommissioni di esame, di tutte le componenti professionali necessarie e, addirittura, del Presidente nominato dal Ministero della Giustizia; per giudizio con motivazione mancante, o illogica rispetto al quesito, o infondata per mancanza di glosse o correzioni, o incomprensibile al fine del rimedio alla reiterazione degli errori; giudizio contrastante a quello reso per elaborati simili; giudizio non conforme ai principi di correzione; giudizio eccessivamente severo; tempo di correzione insufficiente. Si presenta esposto penale contro le commissioni di  Palermo, Lecce, Bari, Venezia, presso le Procure di Taranto, Lecce, Potenza, Palermo, Caltanissetta, Bari, Venezia, Trento. Il Pubblico Ministero di Palermo archivia immediatamente, iscrivendo il procedimento a carico di ignoti, pur essendoci chiaramente indicati i 5 nomi dei Commissari d’esame denunciati. I candidati di Lecce disertano in modo assoluto l’iniziativa del ricorso al Tar. Al contrario, in altre Corti di Appello vi è stata ampia adesione, che ha portato a verificare, comparando, modi e tempi del sistema di correzione. Il tutto a confermare le illegalità perpetrate, che rimangono impunite.

Sessione d’esame d’avvocato 2007-2008. Tutto come prima. Presidente di Commissione Avv. Massimo Fasano, Principe del Foro di Lecce. Addirittura uno scandalo nazionale ha sconvolto le prove scritte: le tracce degli elaborati erano sul web giorni prima rispetto alla loro lettura in sede di esame. Le risposte erano dettate da amici e parenti sul cellulare e sui palmari dei candidati. Circostanza da sempre esistita e denunciata dal sottoscritto nell’indifferenza generale. Questa volta non sono solo. Anche il Sottosegretario del Ministero dell’Interno, On. Alfredo Mantovano, ha presentato denuncia penale e una interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia, chiedendo la nullità della prova, così come è successo per fatto analogo a Bari, per i test di accesso alla Facoltà di Medicina. Anche per lui stesso risultato: insabbiamento dell’inchiesta.

Sessione d’esame d’avvocato 2008-2009. Tutto come prima. Presidente di Commissione Avv. Pietro Nicolardi, Principe del Foro di Lecce. E’ la undicesima volta che mi presento a rendere dei pareri legali. Pareri legali dettati ai candidati dagli stessi commissari o dai genitori sui palmari. Pareri resi su tracce già conosciute perché pubblicate su internet o perché le buste sono aperte ore dopo rispetto ad altre sedi, dando il tempo ai candidati di farsi passare il parere sui cellulari. Pareri di 5 o 6 pagine non letti e corretti, ma dichiarati tali in soli 3 minuti, nonostante vi fosse l’onere dell’apertura di 2 buste, della lettura, della correzione, del giudizio, della motivazione e della verbalizzazione. Il tutto fatto da commissioni illegittime, perché mancanti dei componenti necessari e da giudizi nulli, perché mancanti di glosse, correzioni e motivazioni. Il tutto fatto da commissioni che limitano l’accesso e da commissari abilitati alla professione con lo stesso sistema truccato. Da quanto emerge dal sistema concorsuale forense, vi è una certa similitudine con il sistema concorsuale notarile e quello giudiziario e quello accademico, così come le cronache del 2008 ci hanno informato. Certo è che se nulla hanno smosso le denunce del Ministro dell’Istruzione, Gelmini, lei di Brescia costretta a fare gli esami a Reggio Calabria, e del Sottosegretario al Ministero degli Interni, Mantovano, le denunce insabbiate dal sottoscritto contro i concorsi truccati, mi porteranno, per ritorsione, ad affrontare l’anno prossimo per la dodicesima volta l’esame forense, questa volta con mio figlio Mirko. Dopo essere stato bocciato allo scritto dell’esame forense per ben 11 volte, che ha causato la mia indigenza ho provato a visionare i compiti, per sapere quanto fossi inetto. Con mia meraviglia ho scoperto che il marcio non era in me. La commissione esaminatrice di Reggio Calabria era nulla, in quanto mancante di una componente necessaria. Erano 4 avvocati e un magistrato. Mancava la figura del professore universitario. Inoltre i 3 temi, perfetti in ortografia, sintassi e grammatica, risultavano visionati e corretti in soli 5 minuti, compresi i periodi di apertura di 6 buste e il tempo della consultazione, valutazione ed estensione del giudizio. Tempo ritenuto insufficiente da molti Tar. Per questi motivi, senza entrare nelle tante eccezioni da contestare nel giudizio, compresa la comparazione di compiti identici, valutati in modo difforme, si appalesava la nullità assoluta della decisione della commissione, già acclarata da precedenti giurisprudenziali. Per farmi patrocinare, ho provato a rivolgermi ad un principe del foro amministrativo di Lecce. Dal noto esponente politico non ho meritato risposta. Si è di sinistra solo se si deve avere, mai se si deve dare. L’istanza di accesso al gratuito patrocinio presentata personalmente, dopo settimane, viene rigettata. Per la Commissione di Lecce c’è indigenza, ma non c’è motivo per il ricorso!!! Nel processo amministrativo si rigettano le istanze di ammissione al gratuito patrocinio per il ricorso al Tar per mancanza di “fumus”: la commissione formata ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato, entra nel merito, adottando una sentenza preventiva senza contraddittorio, riservandosi termini che rasentano la decadenza per il ricorso al Tar.

Sessione d’esame d’avvocato 2009-2010. Tutto come prima. Presidente di Commissione Avv. Angelo Pallara, Principe del Foro di Lecce. Nella sua sessione, nonostante i candidati fossero meno della metà degli altri anni, non ci fu notifica postale dell’ammissione agli esami. E’ la dodicesima volta che mi presento. Questa volta con mio figlio Mirko. Quantunque nelle sessioni precedenti i miei compiti non fossero stati corretti e comunque giudicate da commissioni illegittime, contro le quali mi è stato impedito il ricorso al Tar. Le mie denunce penali presentate a Lecce, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria, e i miei esposti ministeriali: tutto lettera morta. Alle mie sollecitazioni il Governo mi ha risposto: hai ragione, provvederemo. Il provvedimento non è mai arrivato.  Intanto il Ministro della Giustizia nomina ispettore ministeriale nazionale per questa sessione, come negli anni precedenti, l’avv. Antonio De Giorgi, già Presidente di commissione di esame di Lecce, per gli anni 1998-99, 2000-01, 2001-02, e ricoprente l’incarico di presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce. Insomma è tutta una presa in giro: costui con la riforma del 2003 è incompatibile a ricoprire l’incarico di presidente di sottocommissione, mentre, addirittura, viene nominato ispettore su un concorso che, quando lui era presidente, veniva considerato irregolare. Comunque è di Avetrana (TA) l’avvocato più giovane d’Italia. Il primato è stabilito sul regime dell’obbligo della doppia laurea. 25 anni. Mirko Giangrande, classe 1985. Carriera scolastica iniziata direttamente con la seconda elementare; con voto 10 a tutte le materie al quarto superiore salta il quinto ed affronta direttamente la maturità. Carriera universitaria nei tempi regolamentari: 3 anni per la laurea in scienze giuridiche; 2 anni per la laurea magistrale in giurisprudenza. Praticantato di due anni e superamento dell’esame scritto ed orale di abilitazione al primo colpo, senza l’ausilio degli inutili ed onerosi corsi pre esame organizzati dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati. Et Voilà, l’avvocato più giovane d’Italia. Cosa straordinaria: non tanto per la giovane età, ma per il fatto che sia avvenuta contro ogni previsione, tenuto conto che Mirko è figlio di Antonio Giangrande, noto antagonista della lobby forense e della casta giudiziaria ed accademica. Ma nulla si può contro gli abusi e le ritorsioni, nonostante che ogni anno in sede di esame tutti coloro che gli siedono vicino si abilitano con i suoi suggerimenti. Volontariato da educatore presso l’oratorio della parrocchia di Avetrana, e volontariato da assistente e consulente legale presso l’Associazione Contro Tutte le Mafie, con sede nazionale proprio ad Avetrana, fanno di Mirko Giangrande un esempio per tanti giovani, non solo avetranesi. Questo giustappunto per evidenziare una notizia positiva attinente Avetrana, in alternativa a quelle sottaciute ed alle tante negative collegate al caso di Sarah Scazzi. L’iscrizione all’Albo compiuta a novembre nonostante l’abilitazione sia avvenuta a settembre, alla cui domanda con allegati l’ufficio non rilascia mai ricevuta, è costata in tutto la bellezza di 650 euro tra versamenti e bolli. Ingenti spese ingiustificate a favore di caste-azienda, a cui non corrispondono degni ed utili servizi alle migliaia di iscritti. Oltretutto oneri non indifferenti per tutti i neo avvocati, che non hanno mai lavorato e hanno sopportato con sacrifici e privazioni ingenti spese per anni di studio. Consiglio dell’Ordine di Taranto che, come riportato dalla stampa sul caso Sarah Scazzi, apre un procedimento contro i suoi iscritti per sovraesposizione mediatica, accaparramento illecito di cliente e compravendita di atti ed interviste (Galoppa, Russo e Velletri) e nulla dice, invece, contro chi, avvocati e consulenti, si è macchiato delle stesse violazioni, ma che, venuto da lontano, pensa che Taranto e provincia sia terra di conquista professionale e tutto possa essere permesso. Figlio di famiglia indigente ed oppressa: il padre, Antonio Giangrande, perseguitato (abilitazione forense impedita da 12 anni; processi, senza condanna, di diffamazione a mezzo stampa per articoli mai scritti e di calunnia per denunce mai presentate in quanto proprio le denunce presentate sono regolarmente insabbiate; dibattimenti in cui il giudice è sempre ricusato per grave inimicizia perché denunciato). Perseguitato perché noto antagonista del sistema giudiziario e forense tarantino, in quanto combatte e rende note le ingiustizie e gli abusi in quel che viene definito “Il Foro dell’Ingiustizia”. (insabbiamenti; errori giudiziari noti: Morrone, Pedone, Sebai; magistrati inquisiti e arrestati). Perseguitato perché scrive e dice tutto quello che si tace.

Sessione d’esame d’avvocato 2010-2011. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Maurizio Villani, Principe del Foro di Lecce. Compresa la transumanza di candidati da un'aula all'altra per fare gruppo. Presente anche il Presidente della Commissione Centrale Avv. Antonio De Giorgi, contestualmente componente del Consiglio Nazionale Forense, in rappresentanza istituzionale del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del distretto della Corte di Appello di Lecce. Tutto verificabile dai siti web di riferimento. Dubbi e critica sui modi inopportuni di nomina. Testo del Decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, recante modifiche urgenti alla disciplina degli esami di abilitazione alla professione forense, è convertito in legge con le modificazioni coordinate con la legge di conversione 18 Luglio 2003, n. 180: “Art. 1-bis: ….5. Il Ministro della giustizia nomina per la commissione e per ogni sottocommissione il presidente e il vicepresidente tra i componenti avvocati. I supplenti intervengono nella commissione e nelle sottocommissioni in sostituzione di qualsiasi membro effettivo. 6. Gli avvocati componenti della commissione e delle sottocommissioni sono designati dal Consiglio nazionale forense, su proposta congiunta dei consigli dell'ordine di ciascun distretto, assicurando la presenza in ogni sottocommissione, a rotazione annuale, di almeno un avvocato per ogni consiglio dell'ordine del distretto. Non possono essere designati avvocati che siano membri dei consigli dell'ordine…”. Antonio De Giorgi è un simbolo del vecchio sistema ante riforma, ampiamente criticato tanto da riformarlo a causa della “Mala Gestio” dei Consiglieri dell’Ordine in ambito della loro attività come Commissari d’esame. Infatti Antonio De Giorgi è stato a fasi alterne fino al 2003 Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e contestualmente Presidente di sottocommissioni di esame di quel Distretto. Oggi ci ritroviamo ancora Antonio De Giorgi, non più come Presidente di sottocommissione, ma addirittura come presidente della Commissione centrale. La norma prevede, come membro di commissione e sottocommissione, la nomina di avvocati, ma non di consiglieri dell’Ordine. Come intendere la carica di consigliere nazionale forense indicato dal Consiglio dell’Ordine di Lecce, se non la sua estensione istituzionale e, quindi, la sua incompatibilità alla nomina di Commissario d’esame. E quantunque ciò non sia vietato dalla legge, per la ratio della norma e per il buon senso sembra inopportuno che, come presidente di Commissione centrale e/o sottocommissione periferica d’esame, sia nominato dal Ministro della Giustizia non un avvocato designato dal Consiglio Nazionale Forense su proposta dei Consigli dell'Ordine, ma addirittura un membro dello stesso Consiglio Nazionale Forense che li designa. Come è inopportuno che sia nominato chi sia l’espressione del Consiglio di appartenenza e comunque che sia l’eredità di un sistema osteggiato. Insomma, qui ci stanno prendendo in giro: si esce dalla porta e si entra dalla finestra. Cosa può pensare un candidato che si sente dire dai presidenti Villani e De Giorgi, siamo 240 mila e ci sono quest’anno 23 mila domande, quindi ci dobbiamo regolare? Cosa può pensare Antonio Giangrande, il quale ha denunciato negli anni le sottocommissioni comprese quelle presiedute da Antonio De Giorgi (sottocommissioni a cui ha partecipato come candidato per ben 13 anni e che lo hanno bocciato in modo strumentale), e poi si accorge che il De Giorgi, dopo la riforma è stato designato ispettore ministeriale, e poi, addirittura, è diventato presidente della Commissione centrale? Cosa può pensare Antonio Giangrande, quando verifica che Antonio De Giorgi, presidente anche delle sottocommissioni denunciate, successivamente ha avuto rapporti istituzionali con tutte le commissioni d’esame sorteggiate, competenti a correggere i compiti di Lecce e quindi anche del Giangrande? "A pensare male, spesso si azzecca..." disse Giulio Andreotti. Nel procedimento 1240/2011, in cui si sono presentati ben 8 motivi di nullità dei giudizi (come in allegato), il TAR rigetta il ricorso del presente istante, riferendosi alla sentenza della Corte Costituzionale, oltre ad addurre, pretestuosamente, motivazioni estranee ai punti contestati (come si riscontra nella comparazione tra le conclusioni e il dispositivo in allegato). Lo stesso TAR, invece, ha disposto la misura cautelare per un ricorso di altro candidato che contestava un solo motivo, (procedimento 746/2009). Addirittura con ordinanza 990/2010 accoglieva l’istanza cautelare entrando nel merito dell’elaborato. Ordinanza annullata dal Consiglio di Stato, sez. IV, 22 febbraio 2011, n. 595. TENUTO CONTO CHE IN ITALIA NON VI E' GIUSTIZIA SI E' PRESENTATO RICORSO ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI UMANI. Qui si rileva che la Corte di Cassazione, nonostante la fondatezza della pretesa, non ha disposto per motivi di Giustizia e di opportunità la rimessione dei processi dell’istante ai sensi dell’art. 45 ss. c.p.p.. Altresì qui si rileva che la Corte di Cassazione, sistematicamente, rigetta ogni istanza di rimessione da chiunque sia presentata e qualunque ne sia la motivazione. Inoltre qui si rileva che la Corte Costituzionale legittima per tutti i concorsi pubblici la violazione del principio della trasparenza. Trasparenza, da cui dedurre l’inosservanza delle norme sulla legalità, imparzialità ed efficienza.

Sessione d’esame d’avvocato 2011-2012. Tutto come prima. Spero che sia l'ultima volta. Presidente di Commissione, Avv. Nicola Stefanizzo, Principe del Foro di Lecce. Foro competente alla correzione: Salerno. Dal sito web della Corte d’Appello di Lecce si vengono a sapere le statistiche dell'anno 2011: Totale Candidati iscritti 1277 di cui Maschi 533 Femmine 744. Invece le statistiche dell'anno 2010: Totale Candidati inscritti 1161 di cui Maschi 471 Femmine 690. Ammessi all'orale 304; non Ammessi dalla Commissione di Palermo 857 (74%). Si è presentata denuncia penale a tutte le procure presso le Corti d'Appello contro le anomalie di nomina della Commissione centrale d'esame, oltre che contro la Commissione di Palermo, in quanto questa ha dichiarato falsamente come corretti i compiti del Dr Antonio Giangrande, dando un 25 senza motivazione agli elaborati non corretti. Contestualmente si è denunciato il Tar di Lecce che ha rigettato il ricorso indicanti molteplici punti di nullità al giudizio dato ai medesimi compiti. Oltretutto motivi sostenuti da corposa giurisprudenza. Invece lo stesso Tar ha ritenuto ammissibili le istanze di altri ricorsi analoghi, per giunta valutando il merito degli stessi elaborati. Antonio Giangrande, l’alfiere contro i concorsi truccati, che per gli ipocriti è un mitomane sfigato, presenta il conto. Anzi il rendiconto di un'Italia da schifo dove tutti si ergono a benpensanti e poi sono i primi a fottere la legge ed i loro conterranei. Un giudizio sull’operato di un certo giornalismo lo debbo proprio dare, tenuto conto che è noto il mio giudizio su un sistema di potere che tutela se stesso, indifferente ai cambiamenti sociali ed insofferente nei confronti di chi si ribella. Da anni sui miei siti web fornisco le prove su come si trucca un concorso pubblico, nella fattispecie quello di avvocato, e su come si paga dazio nel dimostrarlo. Nel tempo la tecnica truffaldina, di un concorso basato su regole di un millennio fa, si è affinata trovando sponda istituzionale. La Corte Costituzionale il 7 giugno 2011, con sentenza n. 175, dice: è ammesso il giudizio non motivato, basta il voto. Alla faccia della trasparenza e del buon andamento e della legalità. Insomma dove prima era possibile contestare ora non lo è più. D'altronde la Cassazione ammette: le commissioni sbagliano ed il Tar può sindacare i loro giudizi. Ad affermare l’importante principio di diritto sono le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con sentenza n. 8412, depositata il 28 maggio 2012. L’essere omertosi sulla cooptazione abilitativa di una professione od incarico, mafiosamente conforme al sistema, significa essere complici e quindi poco credibili agli occhi dei lettori e telespettatori, che, come dalla politica, si allontana sempre più da un certo modo di fare informazione. Il fatto che io non trovi solidarietà e sostegno in chi dovrebbe raccontare i fatti, mi lascia indifferente, ma non silente sul malaffare che si perpetra intorno a me ed è taciuto da chi dovrebbe raccontarlo. Premiale è il fatto che i miei scritti sono letti in tutto il mondo, così come i miei video, in centinaia di migliaia di volte al dì, a differenza di chi e censorio. Per questo è ignorato dal cittadino che ormai, in video o in testi, non trova nei suoi servizi giornalistici la verità, se non quella prona al potere. Dopo 15 anni, dal 1998 ancora una volta bocciato all’esame di avvocato ed ancora una volta a voler trovare sponda per denunciare una persecuzione. Non perché voglia solo denunciare l’esame truccato per l’abilitazione in avvocatura, di cui sono vittima, ma perché lo stesso esame sia uguale a quello della magistratura (con i codici commentati vietati, ma permessi ad alcuni), del notariato (tracce già svolte), dell’insegnamento accademico (cattedra da padre in figlio) e di tanti grandi e piccoli concorsi nazionali o locali. Tutti concorsi taroccati, così raccontati dalla cronaca divenuta storia. Per ultimo si è parlato del concorso dell’Agenzia delle Entrate (inizio dell’esame con ore di ritardo e con il compito già svolto) e del concorso dell’Avvocatura dello Stato (con i codici commentati vietati, ma permessi ad alcuni). A quest’ultimi candidati è andata anche peggio rispetto a me: violenza delle Forze dell’Ordine sui candidati che denunciavano l’imbroglio. Non che sia utile trovare una sponda che denunci quanto io sostengo con prove, tanto i miei rumors fanno boato a sè, ma si appalesa il fatto che vi è una certa disaffezione per quelle categorie che giornalmente ci offrono con la cronaca il peggio di sé: censura ed omertà. Per qualcuno forse è meglio che a me non sia permesso di diventare avvocato a cause delle mie denunce presentate a chi, magistrato, oltre che omissivo ad intervenire, è attivo nel procrastinare i concorsi truccati in qualità di commissari. Sia chiaro a tutti: essere uno dei 10mila magistrati, uno dei 200mila avvocati, uno dei mille parlamentari, uno dei tanti professori o giornalisti, non mi interessa più, per quello che è il loro valore reale, ma continuerò a partecipare al concorso forense per dimostrare dall’interno quanto sia insano. Chi mi vuol male, per ritorsione alle mie lotte, non mi fa diventare avvocato, ma vorrebbe portarmi all’insana esasperazione di Giovanni Vantaggiato, autore della bomba a Brindisi. Invece, questi mi hanno fatto diventare l’Antonio Giangrande: fiero di essere diverso! Antonio Giangrande che con le sue deflagrazioni di verità, rompe l’omertà mafiosa. L’appoggio per una denuncia pubblica non lo chiedo per me, che non ne ho bisogno, ma una certa corrente di pensiero bisogna pur attivarla, affinché l’esasperazione della gente non travolga i giornalisti, come sedicenti operatori dell’informazione, così come già avvenuto in altri campi. E gli operatori dell’informazione se non se ne sono accorti, i ragazzi di Brindisi sono stati lì a ricordarglielo. Si è visto la mafia dove non c’è e non la si indica dove è chiaro che si annida. Tutti gli altri intendono “Tutte le Mafie” come un  insieme orizzontale di entità patologiche criminali territoriali (Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, ecc.). Io intendo “Tutte le Mafie” come un ordinamento criminale verticale di entità fisiologiche nazionali composte, partendo dal basso: dalle mafie (la manovalanza), dalle Lobbies, dalle Caste e dalle Massonerie (le menti). La Legalità è il comportamento umano conforme al dettato della legge nel compimento di un atto o di un fatto. Se l'abito non fa il monaco, e la cronaca ce lo insegna, nè toghe, nè divise, nè poteri istituzionali o mediatici hanno la legittimazione a dare insegnamenti e/o patenti di legalità. Lor signori non si devono permettere di selezionare secondo loro discrezione la società civile in buoni e cattivi ed ovviamente si devono astenere dall'inserirsi loro stessi tra i buoni. Perchè secondo questa cernita il cattivo è sempre il povero cittadino, che oltretutto con le esose tasse li mantiene. Non dimentichiamoci che non ci sono dio in terra e fino a quando saremo in democrazia, il potere è solo prerogativa del popolo. Quindi abolizione dei concorsi truccati e liberalizzazione delle professioni. Che sia il libero mercato a decidere chi merita di esercitare la professione in base alle capacità e non in virtù della paternità o delle amicizie. Un modo per poter vincere la nostra battaglia ed abolire ogni esame truccato di abilitazione, c'è! Essere in tanti a testimoniare il proprio dissenso. Ognuno di noi, facente parte dei perdenti, inviti altri ad aderire ad un movimento di protesta, affinchè possiamo essere migliaia e contare politicamente per affermare la nostra idea. Generalmente si è depressi e poco coraggiosi nell'affrontare l'esito negativo di un concorso pubblico. Se già sappiamo che è truccato, vuol dire che la bocciatura non è a noi addebitale. Cambiamo le cose, aggreghiamoci, contiamoci attraverso facebook. Se siamo in tanti saremo appetibili e qualcuno ci rappresenterà in Parlamento. Altrimenti ci rappresenteremo da soli. Facciamo diventare questo dissenso forte di migliaia di adesioni. Poi faremo dei convegni e poi delle manifestazioni. L'importante far sapere che il candidato perdente non sarà mai solo e potremo aspirare ad avere una nuova classe dirigente capace e competente.

Sessione d’esame d’avvocato 2012-2013. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Francesco Flascassovitti, Principe del Foro di Lecce, il quale ha evitato la transumanza di candidati da un'aula all'altra per fare gruppo con una semplice soluzione: il posto assegnato. Ma ciò non ha evitato l’espulsione di chi è stato scoperto a copiare da fonti non autorizzate o da compiti stilati forse da qualche commissario, oppure smascherato perché scriveva il tema sotto dettatura da cellulare munito di auricolare. Peccato per loro che si son fatti beccare. Tutti copiavano, così come hanno fatto al loro esame gli stessi commissari che li hanno cacciati. Ed è inutile ogni tentativo di apparir puliti. Quattromila aspiranti avvocati si sono presentati alla Nuova Fiera di Roma per le prove scritte dell'esame di abilitazione forense 2012. I candidati si sono presentati all'ingresso del secondo padiglione della Fiera sin dalle prime ore del mattino, perchè a Roma c'è l'obbligo di consegnare i testi il giorno prima, per consentire alla commissione di controllare che nessuno nasconda appunti all'interno. A Lecce sono 1.341 i giovani (e non più giovani come me) laureati in Giurisprudenza. Foro competente alla correzione: Catania. Un esame di Stato che è diventato un concorso pubblico, dove chi vince, vince un bel niente. Intanto il mio ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro la valutazione insufficiente data alle prove scritte della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione, non ha prodotto alcun giudizio, tanto da farmi partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito del ricorso, a ben altre due sessioni successive, il cui esito è identico ai 15 anni precedenti: compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar è stati costretti di presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Dall’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Ormai l’esame lo si affronta non tanto per superarlo, in quanto dopo 15 anni non vi è più soddisfazione, dopo una vita rovinata non dai singoli commissari, avvocati o magistrati o professori universitari, che magari sono anche ignari su come funziona il sistema, ma dopo una vita rovinata da un intero sistema mafioso, che si dipinge invece, falsamente, probo e corretto, ma lo si affronta per rendere una testimonianza ai posteri ed al mondo. Per raccontare, insomma, una realtà sottaciuta ed impunita. A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Da 20 anni denuncio che in Italia agli esami tutti si copia ed adesso scoprono l’acqua calda. E copiano tutti. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010 o di magistrato nel 1992. Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.  A parlar di sé e delle proprie disgrazie in prima persona, oltre a non destare l’interesse di alcuno pur nelle tue stesse condizioni, può farti passare per mitomane o pazzo. Non sto qui a promuovermi, tanto chi mi conosce sa cosa faccio anche per l’Italia e per la sua città. Non si può, però, tacere la verità storica che ci circonda, stravolta da verità menzognere mediatiche e giudiziarie. Ad ogni elezione legislativa ci troviamo a dover scegliere tra: il partito dei condoni; il partito della CGIL; il partito dei giudici. Io da anni non vado a votare perché non mi rappresentano i nominati in Parlamento. A questo punto mi devono spiegare cosa centra, per esempio, la siciliana Anna Finocchiaro con la Puglia e con Taranto in particolare. Oltretutto mi disgustano le malefatte dei nominati. Un esempio per tutti, anche se i media lo hanno sottaciuto. La riforma forense, approvata con Legge 31 dicembre 2012, n. 247, tra gli ultimi interventi legislativi consegnatici frettolosamente dal Parlamento prima di cessare di fare danni. I nonni avvocati in Parlamento (compresi i comunisti) hanno partorito, in previsione di un loro roseo futuro, una contro riforma fatta a posta contro i giovani. Ai fascisti che hanno dato vita al primo Ordinamento forense (R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 - Ordinamento della professione di avvocato e di procuratore convertito con la legge 22 gennaio 1934 n.36) questa contro riforma reazionaria gli fa un baffo. Trattasi di una “riforma”, scritta come al solito negligentemente, che non viene in alcun modo incontro ed anzi penalizza in modo significativo i giovani. Da venti anni inascoltato denuncio il malaffare di avvocati e magistrati ed il loro malsano accesso alla professione. Cosa ho ottenuto a denunciare i trucchi per superare l’esame? Insabbiamento delle denunce e attivazione di processi per diffamazione e calunnia, chiusi, però, con assoluzione piena. Intanto ti intimoriscono. Ed anche la giustizia amministrativa si adegua. A parlar delle loro malefatte i giudici amministrativi te la fanno pagare. Presento l’oneroso ricorso al Tar di Lecce (ma poteva essere qualsiasi altro Tribunale Amministrativo Regionale) per contestare l’esito negativo dei miei compiti all’esame di avvocato: COMMISSIONE NAZIONALE D'ESAME PRESIEDUTA DA CHI NON POTEVA RICOPRIRE L'INCARICO, COMMISSARI (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI) DENUNCIATI CHE GIUDICANO IL DENUNCIANTE E TEMI SCRITTI NON CORRETTI, MA DA 15 ANNI SONO DICHIARATI TALI. Ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro il voto numerico insufficiente (25,25,25) dato alle prove scritte di oltre 4 pagine cadaune della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione. Tale ricorso non ha prodotto alcun giudizio nei tempi stabiliti, salvo se non il diniego immediato ad una istanza cautelare di sospensione, tanto da farmi partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito definitivo del ricorso, a ben altre due sessioni successive, i cui risultati sono stati identici ai temi dei 15 anni precedenti (25,25,25): compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar si è stati costretti a presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Inspiegabilmente nei mesi successivi all’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Eccetto qualcuno che non poteva essere accolto, tra i quali i ricorsi dell'avv. Carlo Panzuti  e dell'avv. Angelo Vantaggiato in cui si contestava il giudizio negativo reso ad un elaborato striminzito di appena una pagina e mezza. Solo in data 7 febbraio 2013 si depositava sentenza per una decisione presa già in camera di consiglio della stessa udienza del 7 novembre 2012. Una sentenza già scritta, però, ben prima delle date indicate, in quanto in tale camera di consiglio (dopo aver tenuto anche regolare udienza pubblica con decine di istanze) i magistrati avrebbero letto e corretto (a loro dire) i 3 compiti allegati (più di 4 pagine per tema), valutato e studiato le molteplici questioni giuridiche presentate a supporto del ricorso. I magistrati amministrativi potranno dire che a loro insindacabile giudizio il mio ricorso va rigettato, ma devono spiegare non a me, ma a chi in loro pone fiducia, perché un ricorso presentato il 25 luglio 2011, deciso il 7 novembre 2012, viene notificato il 7 febbraio 2013? Un'attenzione non indifferente e particolare e con un risultato certo e prevedibile, se si tiene conto che proprio il presidente del Tar era da considerare incompatibile perchè è stato denunciato dal sottoscritto e perché le sue azioni erano oggetto di inchiesta video e testuale da parte dello stesso ricorrente? Le gesta del presidente del Tar sono state riportate da Antonio Giangrande, con citazione della fonte, nella pagina d'inchiesta attinente la città di Lecce. Come per dire: chi la fa, l'aspetti? QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME? Ogni anno a dicembre c’è un evento che stravolge la vita di molte persone. Il Natale? No! L’esame di avvocato che si svolge presso ogni Corte di Appello ed affrontato da decine di migliaia di candidati illusi. La domanda sorge spontanea: c’è da fidarsi delle commissioni dei concorsi pubblici o degli esami di Stato? «Dai dati emersi da uno studio effettuato: per nulla!». Così opina Antonio Giangrande, lo scrittore, saggista e sociologo storico, che sul tema ha scritto un libro “CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. L’Italia dei concorsi e degli esami pubblici truccati” tratto dalla collana editoriale “L’ITALIA DEL TRUCCO, L’ITALIA CHE SIAMO”. E proprio dalle tracce delle prove di esame che si inizia. Appunto. Sbagliano anche le tracce della Maturità. “Le parole sono importanti”, urlava Nanni Moretti nel film Palombella Rossa alla giornalista che, senza successo, provava a intervistarlo. E’ proprio dalla commissione dell’esame di giornalismo partiamo e dalle tracce da queste predisposte. Giusto per saggiare la sua preparazione. La commissione è quella ad avere elaborato le tracce d’esame. In particolare due magistrati (scelti dalla corte d’appello di Roma) e cinque giornalisti professionisti. Ne dà conto il sito de l’Espresso, che pubblica sia i documenti originali consegnati ai candidati, sia la versione degli stessi per come appare sul sito dell’Ordine, cioè con le correzioni (a penna) degli errori. Ossia: “Il pubblico ministero deciderà se convalidare o meno il fermo”. Uno strafalcione: compito che spetta al giudice delle indagini preliminari. Seguono altre inesattezze come il cognome del pm (che passa da Galese a Galesi) e una citazione del regista Carlo Lizzani, in cui “stacco la chiave” diventa “stacco la spina”. Sarà per questo che Indro Montanelli decise di non affrontare l’esame e Milena Gabanelli di non riaffrontarlo? Sarà per questo che Paolo Mieli è stato bocciato? E che dire di Aldo Busi il cui compito respinto era considerato un capolavoro e ricercato a suon di moneta? È in buona compagnia la signora Gabanelli & Company. Infatti si racconta che anche Alberto Moravia fu bocciato all’esame da giornalista professionista. Poco male. Sono le eccezioni che confermano la regola. Non sono gli esami giudicate da siffatte commissioni che possono attribuire patenti di eccellenza. Se non è la meritocrazia ha fare leva in Italia, sono i mediocri allora a giudicare. Ed a un lettore poco importa sapere se chi scrive ha superato o meno l'esame di giornalismo. Peccato che per esercitare una professione bisogna abilitarsi ed anche se eccelsi non è facile che i mediocri intendano l'eccellenza. L’esperienza e il buon senso, come sempre, sono le qualità fondamentali che nessuno (pochi) può trasmettere o sa insegnare. Del resto, si dice che anche Giuseppe Verdi fu bocciato al Conservatorio e che Benedetto Croce e Gabriele D’Annunzio non si erano mai laureati. Che dire delle Commissioni di esame di avvocato. Parliamo della sessione 2012. Potremmo parlarne per le sessioni passate, ma anche per quelle future: tanto in questa Italia le cose nefaste sono destinate a durare in eterno. A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65% a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Oltretutto l’arbitrio non si motiva nemmeno rilasciando i compiti corretti immacolati. Prescindendo dalla caccia mirata alle streghe, c’è forse di più? Eppure c’è chi queste commissioni li sputtana. TAR Lecce: esame forense, parti estratte da un sito? Legittimo se presenti in un codice commentato. È illegittimo l’annullamento dell’elaborato dell’esame di abilitazione forense per essere alcune parti estratte da un sito, se tali parti sono presenti all’interno di un codice commentato. (Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – Lecce – Sezione Prima, Ordinanza 19 settembre 2013, n. 465). E’ lo stesso Tar Catania che bacchetta la Commissione d’esame di Avvocato della stessa città Esame di avvocato...Copiare non sempre fa rima con annullare - TAR CATANIA ordinanza n. 1300/2010. Esame avvocato: Qualora in sede di correzione dell'elaborato si accerta che il lavoro sia in tutto o in parte copiato da altro elaborato  o da qualche manuale, per condurre all’annullamento della prova, deve essere esatto e rigoroso. Tale principio di diritto è desumibile dall’ordinanza in rassegna n. 1300/2010 del TAR Catania che ha accolto l’istanza cautelare connessa al ricorso principale avanzata avverso la mancata ammissione del ricorrente alla prova orale dell’esame di avvocato. In particolare, per il Tar etneo “il ricorso appare fondato, in quanto la Commissione si è limitata ad affermare apoditticamente che il compito di diritto penale della ricorrente conteneva “ampi passi del tutto identici all’elaborato di penale contenuto” in altra busta recante il n. 459 senza alcuna specificazione, anche sul compito, che consenta di appurare che questa presunta “identità” vada oltre la semplice preparazione sui medesimi testi, o la consultazione dei medesimi codici”. Per il TAR siciliano, inoltre, “l’elaborato di penale del candidato contraddistinto dal n. 459 era stato corretto da una diversa sottocommissione durante la seduta del 19 marzo 2010, e tale elaborato non risulta essere stato parimenti annullato”. E a sua volta è la stessa Commissione d’esame di Avvocato di Lecce ad essere sgamata. Esami di avvocato. Il Tar di Salerno accoglie i ricorsi dei bocciati. I ricorsi accolti sono già decine, più di trenta soltanto nella seduta di giovedì 24 ottobre 2013, presentati da aspiranti avvocati bocciati alle ultime prove scritte da un giudizio che il Tar ha ritenuto illegittimo in quanto non indica i criteri sui cui si è fondato. Il Tribunale amministrativo sta quindi accogliendo le domande cautelari, rinviando al maggio del 2014 il giudizio di merito ma indicando, per sanare il vizio, una nuova procedura da affidare a una commissione diversa da quella di Lecce che ha deciso le bocciature. Il numero dei bocciati, reso noto lo scorso giugno 2013, fu altissimo. Soltanto 366 candidati, su un totale di 1.125, passarono le forche caudine dello scritto e furono ammessi alle prove orali. Una percentuale del 32,53: quasi 17 punti in meno del 49,16 registrato alla sessione dell’anno precedente. Numeri, questi ultimi, in linea con una media che, poco più o poco meno, si è attestata negli ultimi anni sull’ammissione della metà dei partecipanti. Nel 2012, invece, la ghigliottina è caduta sul 64,09 per cento degli esaminandi. In numeri assoluti i bocciati furono 721, a cui vanno aggiunti i 38 compiti (3,38 per cento) annullati per irregolarità come il rinvenimento di svolgimenti uguali. Adesso una parte di quelle persone ha visto accogliere dal Tar i propri ricorsi. I criteri usati dai commissari per l’attribuzione del punteggio, hanno spiegato i giudici, «non si rinvengono né nei criteri generali fissati dalla Commissione centrale né nelle ulteriori determinazioni di recepimento e di specificazione della Sottocommissione locale». La valutazione, quindi, «deve ritenersi l'illegittima». Che ne sarà di tutti coloro che quel ricorso non lo hanno presentato. Riproveranno l’esame e, forse, saranno più fortunati. Anche perché vatti a fidare dei Tar. Ci si deve chiedere: se il sistema permette da sempre questo stato di cose con il libero arbitrio in tema di stroncature dei candidati, come mai solo il Tar di Salerno, su decine di istituzioni simili, vi ha posto rimedio? Esami di Stato: forche caudine, giochi di prestigio o giochi di azzardo? Certo non attestazione di merito. Sicuramente nell’affrontare l’esame di Stato di giornalismo sarei stato bocciato per aver, questo articolo, superato le 45 righe da 60 caratteri, ciascuna per un totale di 2.700 battute, compresi gli spazi. Così come previsto dalle norme. Certamente, però, si leggerà qualcosa che proprio i giornalisti professionisti preferiscono non dire: tutte le commissioni di esame sono inaffidabili, proprio perché sono i mediocri a giudicare, in quanto in Italia sono i mediocri a vincere ed a fare carriera!

Sessione d’esame d’avvocato 2013-2014. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Covella, Principe del Foro di Lecce. Presidente coscienzioso e preparato. Compiti come sempre uguali perché la soluzione la forniva il commissario, il compagno di banco od i testi non autorizzati.  Naturalmente anche in questa sessione un altro tassello si aggiunge ad inficiare la credibilità dell’esame forense. "La S.V. ha superato le prove scritte e dovrà sostenere le prove orali dinanzi alla Sottocommissione". "Rileviamo che sono state erroneamente immesse nel sistema le comunicazioni relative all’esito delle prove scritte e le convocazioni per le prove orali". Due documenti, il secondo contraddice e annulla il primo (che è stato un errore), sono stati inviati dalla Corte di Appello di Lecce ad alcuni partecipanti alla prova d’esame per diventare avvocato della tornata 2013, sostenuta nel dicembre scorso. Agli esami di avvocato della Corte di Appello di Lecce hanno partecipato circa mille praticanti avvocati e gli elaborati sono stati inviati per la correzione alla Corte di Appello di Palermo. (commissari da me denunciati per concorsi truccati già in precedente sessione). L’errore ha provocato polemiche e critiche sul web da parte dei candidati. La vicenda sembra avere il sapore di una beffa travestita da caos burocratico, ma non solo. Che in mezzo agli idonei ci siano coloro che non debbano passare e al contrario tra gli scartati ci siano quelli da far passare? E lì vi è un dubbio che assale i malpensanti. Alle 17 del 19 giugno nella posta di alcuni candidati (nell’Intranet della Corte di Appello) è arrivata una comunicazione su carta intestata della stessa Corte di Appello, firmata dal presidente della commissione, avvocato Luigi Covella, con la quale si informava di aver superato "le prove scritte" fissando anche le date nelle quali sostenere le prove orali, con la prima e la seconda convocazione. Tre ore dopo, sul sito ufficiale corteappellolecce.it, la smentita con una breve nota. "Rileviamo – è scritto – che sono state erroneamente immesse nel sistema le comunicazioni relative all’esito delle prove scritte e le convocazioni per le prove orali. Le predette comunicazioni e convocazioni non hanno valore legale in quanto gli esiti delle prove scritte non sono stati ancora pubblicati in forma ufficiale. Gli esiti ufficiali saranno resi pubblici a conclusione delle operazioni di inserimento dei dati nel sistema, attualmente ancora in corso". Sui forum animati dai candidati sul web è scoppiata la protesta e in tanti si sono indignati. "Vergogna", scrive Rosella su mininterno.net. "Quello che sta accadendo non ha precedenti. Mi manca soltanto sapere di essere stato vittima di uno scherzo!", puntualizza Pier. Un candidato che si firma Sicomor: "un classico in Italia... divertirsi sulla sorte della povera gente! poveri noi!". Un altro utente attacca: "Si parano il c... da cosa? L’anno scorso i risultati uscirono il venerdì sera sul profilo personale e poi il sabato mattina col file pdf sul sito pubblico della Corte! La verità è che navighiamo in un mare di poca professionalità e con serietà pari a zero!". Frank aggiunge: "Ma come è possibile una cosa simile stiamo parlando di un concorso!". Il pomeriggio di lunedì 23 giugno 2014 sono stati pubblicati i nomi degli idonei all’orale. Quelli “giusti”, questa volta. E dire che trattasi della Commissione d’esame di Palermo da me denunciata e della commissione di Lecce, da me denunciata. Che consorteria tra toghe forensi e giudiziarie. Sono 465 i candidati ammessi alla prova orale presso la Corte di Appello di Lecce. E' quanto si apprende dalla comunicazione 21 giugno 2013 pubblicata sul sito della Corte di Appello di Lecce. Il totale dei partecipanti era di 1.258 unità: la percentuale degli ammessi risulta pertanto pari al 36,96%. Una percentuale da impedimento all’accesso. Percentuale propria delle commissioni d’esame di avvocato nordiste e non dell’insulare Palermo. Proprio Palermo. Il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Termini Imerese, in primo grado fu condannato a 10 mesi. L’accusa: truccò il concorso per avvocati. Non fu sospeso. Da “La Repubblica” di Palermo del 10/01/2001: Parla il giovane aspirante avvocato, che ha portato con sé una piccola telecamera per filmare “palesi irregolarità”. «Ho le prove nel mio video del concorso truccato. Ho un’altra cassetta con sette minuti di immagini, che parlano da sole. Oggi sarò sentito dal magistrato. A lui racconterò tutto ciò che ho visto. La giornata di un concorsista, aspirante avvocato, comincia alle quattro e mezza del mattino. Alle sei devi esser in prima fila. Ed è quello il momento in cui capisci come vanno le cose. Tutti lo sanno, ma nessuno ne parla». I.D.B., 38 anni, ha voluto rompere il silenzio. Nei giorni dell’esame scritto per l’abilitazione forense si è portato dietro una piccola telecamera e ha documentato quelle che lui chiama “palesi irregolarità”. E’ stato bloccato dai commissari e la cassetta con le immagini è stata sequestrata. Ma lui non si perde d’animo: «in fondo io cerco solo la verità». Intanto, I.D.B. rompe il silenzio con “La Repubblica” perché dice «è importante cercare un movimento d’opinione attorno a questa vicenda ». E ha già ricevuto la solidarietà dell’associazione Nazionale Praticanti ed avvocati. «Vorrei dire – racconta – delle sensazioni che ho provato tutte le volte che ho fatto questo esame. Sensazioni di impotenza per quello che senti intorno. Ed è il segreto di Pulcinella. Eccone uno: basta comunicare la prima frase del compito a chi di dovere. Io ho chiesto i temi che avevo fatto nelle sessioni precedenti: non c’era una correzione, una motivazione, solo un voto». Il primo giorno degli esami scritti il giovane si è guardato intorno. L’indomani era già dietro la telecamera: «Ho filmato circa sette minuti, in lungo ed in largo nel padiglione 20 della Fiera del Mediterraneo, dove c’erano più di novecento candidati. A casa ho rivisto più volte il filmato e ho deciso che avrei dovuto documentare ancora. Così è stato. Il secondo filmato, quello sequestrato, dura più del primo. A un certo punto una collega si è accorta di me e ha chiamato uno dei commissari. Non ho avuto alcun problema, ho consegnato la cassetta. E sin dal primo momento ho detto: Mi sono accorto di alcune irregolarità e ho documentato. Allora mi hanno fatto accomodare in una stanza. E insistevano: perché l’ha fatto?. Tornavo a parlare delle irregolarità. Poi mi chiedevano chi le avesse fatte. Lo avrei detto al presidente della commissione, in disparte. Davanti a tutti, no!» Il giovane si dice stupito per il clamore suscitato dal suo gesto: «Non dovrebbe essere questo a sorprendere, ho avuto solo un po’ più di coraggio degli altri». Ma cosa c’è in quelle videocassette? L’aspirante avvocato non vuole dire di più, fa cenno ad un commissario sorpreso in atteggiamenti confidenziali con alcuni candidati: «Francamente non capisco perché non siano stati presi provvedimenti per il concorso. Quei capannelli che ho ripreso sono davvero troppo da tollerare. Altro che piccoli suggerimenti!».

PRESENTAZIONE

Il dr. Antonio Giangrande:

Nel 1978 a 16 anni è costretto ad emigrare in Germania perché, figlio di indigenti, non può studiare, né lavorare in loco, in quanto gli amministratori e i politici del sud, malversando i contributi della Cassa per il Mezzogiorno, hanno impedito lo sviluppo economico e sociale del territorio. Inoltre non gli è stato concesso di entrare nell'arma dei Carabinieri dal comandante della locale stazione, il quale ha dato delle informazioni negative sul suo conto, sol perché si lamentava del fatto che andassero a lavare gratis le loro auto di servizio, mentre lavorava all'autolavaggio del padre.

Rientrato in Italia, nel 1984 ad un anno dall’apertura è costretto a chiudere la sua macelleria a causa di richieste estorsive.

Nel 1990 è costretto a rinunciare a svolgere l'attività di fruttivendolo e di coltivatore diretto per le richieste estorsive, estese fin anche a danno del suocero, che abitualmente lavorava da solo in campagna.

Nel marzo del 1991 è costretto a licenziarsi da un’impresa di costruzioni, con mansioni di guardia giurata particolare per vigilare su un cantiere. Il servizio era isolato e senza ricetrasmittente. Il tentativo del racket di far saltare gli automezzi fallisce per un suo intervento, a cui seguì un conflitto a fuoco. La denuncia è rimasta lettera morta. Dopo giorni, nelle vicinanze del cantiere uccisero un pregiudicato per regolamento di conti. Nessuno si preoccupò della sua incolumità, né come vigilante, né come possibile testimone da proteggere. Nel novembre dello stesso anno, cessa la sua attività di imprenditore. A quota 12 della marina di Manduria (TA),  incendiano il ristorante stagionale, condotto con il fratello. Tale atto era da ricondurre alla sua attività di Guardia Giurata. Il ristorante non fu ricostruito per impedimento dell’autorità amministrativa. Nel giorno dell’incendio era alle visite mediche per il concorso pubblico per agente di polizia indetto dal Ministero degli Interni. Qualche giorno prima aveva partecipato al concorso indetto dal Ministero della Giustizia per autista dei veicoli blindati a tutela dei Magistrati. In entrambi i concorsi, entrò vincente, avendone i titoli, uscì perdente. Le prove preliminari superate con i voti più alti, costituzione fisica da paracadutista, dove ha svolto il servizio militare, patenti dalla A alla B-C-D-E e il CAP, disoccupazione con moglie e due figli a carico, non bastarono. Quell’anno la mafia aveva mostrato le due facce della stessa medaglia.

Nel 1992 partecipa a Milano al concorso ATM per autista dei veicoli pubblici: escluso.

Nel 1997 partecipa al concorso pubblico indetto dal Ministero della Giustizia come Uditore Giudiziario: escluso.

Dal 1998 partecipa al concorso pubblico indetto dal Ministero della Giustizia per l’abilitazione forense, affinché, dopo anni di studi e di disoccupazione, potesse intraprendere l’attività di avvocato e lavorare. I Magistrati e gli Avvocati non lo abilitano, perché da sempre ha denunciato l’impedimento giudiziario al diritto di difesa dei non abbienti e il concorso forense truccato, in cui si abilitano i raccomandati, oltre che denunciare abusi ed omissioni della classe forense e giudiziaria.

Partecipa nel 1998 al Concorso di Comandante dei vigili Urbani di Manduria (TA). Lo vince chi ha indetto e regolato il concorso.

Partecipa nel 1999 al concorso per nomina di Giudice di Pace di Manduria, indetto dal Ministero di Grazia e Giustizia: la domanda presso il Consiglio Superiore della Magistratura rimane lettera morta.

Nel 2006 non è iscritto come sub agente assicurativo nella sezione “E” degli intermediari assicurativi, in quanto le agenzie di Manduria, pur collaborando con loro da 10 anni, condizionavano l’iscrizione, data alla loro facoltà, al mono mandato esclusivo, pur avendo le tariffe più alte.

Nel 2007 non può più svolgere l’attività di studio di infortunistica stradale perché le norme sull’indennizzo diretto impediscono la remunerazione per l’assistenza e la consulenza.

Giangrande Antonio, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, nato ad Avetrana (TA) il 02/06/63, diplomato ragioniere e perito commerciale nel 1992, a 29 anni, sostenendo, in unica sessione, gli esami di maturità da privatista per tutti i 5 anni di corso presso l’Istituto Tecnico Statale “Einaudi” di Manduria (TA), laureato alla Università Statale di Milano alla Facoltà di Giurisprudenza nel 1996, superando i 26 esami accademici in soli 2 anni: già abilitato al patrocinio legale nei procedimenti giudiziari penali, civili, amministrativi e tributari; già guardia giurata particolare; già investigatore privato; già imprenditore commerciale.

Coniugato con Cosima Petarra, nata ad Erchie (BR) l’8/05/64, con cui ha due figli:

Mirko, nato a Manduria il 26/01/85, diplomato ragioniere, perito commerciale e programmatore nel 2002 in 4 anni, anziché in cinque e doppia laurea, a 20 anni, in Scienze Giuridiche nel 2005, a 22 anni, e in Magistrale in Giurisprudenza, nel 2007, abilitato avvocato nel 2010 a soli 25 anni, diventa l'avvocato più giovane d'Italia;

Tamara, nata a Manduria il 16/08/86, diplomata ragioniera, perito commerciale e programmatore nel 2005.

Il dr Antonio Giangrande denuncia le ritorsioni: «Sono scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”.

Il sistema mi impedisce: di pubblicare i miei libri; di insegnare nelle università ciò che ho scoperto  in 20 anni di studi sulla società italiana; di pubblicare i miei articoli; di esercitare la professione di Avvocato per potermi sostenere economicamente e per poter difendere nelle aule dei tribunali chi non può; di operare come associazione antimafia, perchè non di sinistra; di far conoscere la mia opera letteraria.

A causa della mia attività, per anni, con due cifre, sono stato vittima di bocciature ritorsive al concorso forense, che tutti ritengono truccato. Da ciò è scaturita la mia disoccupazione ed indigenza. Addirittura, ho ritenuto maturo ed opportuno tutelare i miei diritti. In presenza di innumerevoli irregolarità commesse a mio danno dalla Commissione di Reggio Calabria, competente a correggere i compiti della sessione 2008 del concorso forense dei candidati di Brindisi, Lecce e Taranto, (elaborati non corretti, commissione illegittima, ecc.) e in virtù della consapevolezza delle mie ragioni sostenute dalla folta giurisprudenza, ho presentato, senza l’ausilio dei baroni del Foro, l’istanza per poter accedere al gratuito patrocinio per presentare il ricorso al Tar. Pur essendoci i requisiti di reddito e nonostante le eccezioni presentate fossero già state accolte da molti Tar, la Commissione presso il Tar di Lecce mi nega un diritto palesemente fondato e lo comunica, malgrado l’urgenza, un mese dopo, a pochi giorni dalla decadenza del ricorso principale. Hanno rilevato una mancanza di fumus, con un sommario ed improprio giudizio di merito senza contraddittorio e su elementi chiarissimi ed incontestabili. E’ stato fatto da chi, direttamente o per colleganza, avrebbe deciso, comunque, il proseguo, nel caso in cui il ricorso al Tar sarebbe stato presentato in forma ordinaria, inibendone l’intenzione. Per dire: subisci e taci. Lo hanno comunicato dopo un mese, nel pieno delle ferie e a 15 giorni dalla decadenza del ricorso principale al TAR, impedendo, di fatto, anche la proposizione del ricorso in forma ordinaria.

Mi sono rivolto al Governo per l’insofferenza delle istituzioni rispetto alle segnalazioni dei concorsi pubblici truccati, impuniti e sottaciuti, specialmente accademici, giudiziari, forensi e notarili, e ho segnalato la collusione della giustizia amministrativa per l’impedimento al ripristino della legalità. Fenomeno seguito dall’indifferenza, spesso indisponenza dei media. Il Governo mi ha risposto: hai pienamente ragione, provvederemo, stiamo già lavorando. Provvedimento mai arrivato.

Il prezzo per la propria libertà è alto. Le ritorsioni non finiscono qui.

Sono stato prontamente imputato a Potenza per diffamazione a mezzo stampa perché sul web e sulla stampa nazionale ed internazionale (La Gazzetta del sud Africa) ho riportato le prove che a Taranto, definito Foro dell’Ingiustizia, vi sono eccessivi errori giudiziari ed insabbiamenti impuniti: Magistratura che, in conflitto d’interessi, non si astiene dall’accusare e dal giudicare in processi, in cui si palesa la loro responsabilità inerente ad errori giudiziari; Forze dell’ordine che denunciano i reati e solo il 10% di questi si converte in procedimento penale.

Potenza ha reiteratamente archiviato ogni denuncia presentata contro gli abusi e le omissioni della Procura di Taranto, compresa quella inerente una richiesta di archiviazione in cui essa stessa era denunciata e nonostante le varie interrogazioni dei parlamentari: Patarino, Bobbio, Bucciero, Lezza, Curto e Cito e nonostante gli articoli di stampa sugli innumerevoli errori giudiziari: caso on. Franzoso, caso killer delle vecchiette, caso della barberia, caso Morrone, ecc.

La denuncia a Potenza è stata presentata da un Pubblico Ministero di Taranto, che ha chiesto l’archiviazione per un procedimento, in cui si era denunciato il fatto che presso il comune di Manduria non si rilasciavano legittime ricevute all’ufficio protocollo e che il comandante dei vigili urbani era vincitore del concorso da lui indetto, regolato e con funzioni di comandante pro tempore e di dirigente dell’ufficio del personale. La stessa procura di Taranto ha già cercato, non riuscendoci, di farmi condannare per abusivo esercizio della professione forense, pur sapendo di essere regolarmente autorizzato a patrocinare; ovvero di farmi condannare per calunnia per la sol colpa di aver presentato per il mio assistito opposizione provata avverso ad una richiesta di archiviazione infondata, tant’è che il vero responsabile è stato accertato nel dibattimento che ne è seguito; ovvero di farmi condannare per lesione per essermi difeso da un’aggressione subita nella propria casa al fine di impedirmi di presenziare all’udienza contro l’aggressore; ovvero farmi condannare per violazione della privacy e per diffamazione per aver pubblicato atti pubblici nocivi alla reputazione della stessa procura e di un avvocato che vinceva le cause, in cui a giudicare era un suo ex praticante; ovvero di farmi condannare per aver denunciato che a Taranto i magistrati responsabili di errori giudiziari erano gli stessi ad avere, in conflitto d'interesse, la competenza sulla loro declaratoria.

Procedimenti a mio carico sempre con impedimento alla difesa.

Potenza. Foro in cui lo stesso Presidente di quella Corte di Appello aveva più volte chiesto conto alle procure sottoposte sulle denunce degli insabbiamenti a Taranto, rimaste lettera morta.

Potenza, più volte sollecitata ad indagare sui concorsi forensi truccati, in cui vi sono coinvolti magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto.

Potenza, foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro alcuni magistrati di Brindisi, che a novembre 2007 hanno posto sotto sequestro per violazione della privacy un intero sito dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie composto da centinaia di pagine, effettuato con atti nulli e con incompetenza territoriale riconosciuta dallo stesso foro. Il sito conteneva, alla pagina di Brindisi, le notizie di stampa nazionale riguardanti il presunto complotto della medesima procura di Brindisi contro l’ex Giudice di Milano, Clementina Forleo. Da questa acclamata incompetenza territoriale il fascicolo è passato a Taranto. La procura di quel foro, reitera il sequestro dell’intero sito, in cui, alla pagina di Taranto vi era un corposo dossier sull’operato degli stessi uffici giudiziari. Da un conflitto d’interessi ad un altro.

Potenza, foro in cui non si è proceduto contro un giudice del tribunale di Manduria, sezione distaccata di Taranto, che pensava bene di dare un esito negativo a tutte le cause in cui compariva Giangrande Antonio, come imputato o come difensore di parte, nonostante le ampie prove dimostrassero il contrario.

Ma le ritorsioni non si fermano qui. A Santi Cosma e Damiano (LT) un Consigliere Comunale, adempiendo al suo dovere di vigilanza e controllo sulla legittimità degli atti amministrativi degli enti territoriali, con altri associati dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie del posto, ha presentato vari esposti alle autorità competenti laziali. Esposti circostanziati e provati. Da questa meritoria attività è conseguita una duplice Interrogazione Parlamentare e un intervento da parte del Direttore Regionale del Dipartimento del Territorio della Regione Lazio. Dalle risposte istituzionali è scaturita una vasta infiltrazione mafiosa e ripetute illegittimità perpetrate a danno del territorio locale e dei suoi abitanti, in particolare sul territorio del basso Lazio, in provincia di Latina, da qui la richiesta di scioglimento dei Consigli Comunali di Santi Cosma e Damiano e di Minturno. Pur palesandosi la fondatezza delle accuse e il diritto-dovere costituzionale di informare i cittadini, oltretutto riportando fedelmente il contenuto di atti pubblici sui siti associativi, la reazione è stata la presentazione di una denuncia per calunnia e diffamazione a danno del Consigliere Comunale e del Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, dr Antonio Giangrande. Denuncia infondata in fatto e in diritto, ma per la quale la Procura di Roma si è dichiarata competente e pronta a procedere. Roma e non Latina o Taranto (foro del reato o dei presunti responsabili).

Da tutti questi tentativi, atti ad intimorire ed ad indurre alla tacitazione, nessuna condanna è scaturita. Anzi, molti procedimenti penali sono rimasti nel limbo, spesso fermi per anni per pretestuosi errori formali: insomma nel dibattimento non si voleva che uscisse la verità o che si presentasse istanza di ricusazione.

La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo su mia istanza ha aperto un procedimento (n. 11850/07) contro l'Italia, per l'insabbiamento di 15.520 (quindicimilacinquecentoventi) denunce penali e ricorsi amministrativi, alcune a carico di magistrati e avvocati per associazione mafiosa e voto di scambio mafioso. Si rileva non solo l'immenso numero di procedimenti, a cui nulla è conseguito, pur con obbligo di legge, ma, addirittura, spesso e volentieri, colui il quale si era investito della competenza a decidere sulla denuncia penale, era lo stesso soggetto ivi denunciato. Da qui scaturiva naturale richiesta di archiviazione, poi prontamente accolta. Ogni tentativo di coinvolgere le istituzioni italiane preposte ha conseguito ulteriore insabbiamento.

L’Associazione Contro Tutte le Mafie, ai sensi degli artt. 21 e 118, comma 4, Cost., svolge attività di interesse generale e di utilità pubblica di informazione, di denuncia e di proposta, sulla base del principio di sussidiarietà.

Nonostante ciò non percepisce alcun finanziamento, né affidamento dei beni confiscati alla mafia, né alcuno spazio mediatico: solo perché non è di sinistra.

Tutte le Tv locali non offrono spazi nei loro programmi di approfondimento, nonostante l’apporto di competenza e di audience.

Tutte le tv nazionali non si avvalgono degli spunti esclusivi sulle tematiche nazionali.

Ballarò di Rai tre, invia una troupe da Roma, per un servizio sui concorsi truccati: servizio mai andato in onda.

RAI 1 stravolge il palinsesto per censurare lo spazio dedicato ad una associazione riconosciuta dal Ministero dell’Interno e che combatte in prima linea tutte le mafie. 10 minuti, il programma dell’accesso, previsto il 23 novembre 2007 alle 10.40, non è andato in onda. Nessun avviso, o comunicato, o motivazione è pervenuto alla sede dell'associazione, nè da parte della RAI, nè dalla Commissione di Vigilanza.

Da qui l'interrogazione parlamentare del senatore Giovanni Russo Spena, per chiedere perché è stato censurato il servizio, ovvero perché si è inviata la troupe da Roma per un servizio mai trasmesso, con aggravio di costi per l’azienda RAI.

Tutto questo, e anche peggio, succede a chi, non conforme all’ambiente colluso o codardo, non accetta di subire e di tacere.»

Combatte per la LEGALITA’ e la tutela e la rappresentanza dei diritti di tutti i cittadini contro gli interessi di caste, lobby, mafie, massonerie. E’ nemico delle ideologie, che non ascoltano, ma impongono la loro visione delle cose, spesso con la forza. Unico strumento è l’informazione senza omertà o censura, tramite inchieste telematiche tematiche e territoriali; libri; film, ecc.

Cos’è la Legalità: è la conformità alla legge.

Ancora oggi l’etimologia di lex è incerta; i più ricollegano effettivamente lex a legere, ma un’altra teoria la riconduce alla radice indoeuropea legh- (il cui significato è quello di “porre”), dalla quale proviene l’anglosassone lagu e, da qui, l’inglese law.

Nella Grecia antica le leggi sono il simbolo della sovranità popolare. Il loro rispetto è presupposto e garanzia di libertà per il cittadino. Ma la legge greca non è basata, come quella ebraica, su un ordine trascendente; essa è frutto di un patto fra gli uomini, di consuetudini e convenzioni. Per questo è fatta oggetto di una ininterrotta riflessione che si sviluppa dai presocratici ad Aristotele e che culmina nella crisi del V secolo: se la legge non si fonda sulla natura, ma sulla consuetudine, non è assoluta ma relativa come i costumi da cui deriva; dunque non ha valore normativo, e il diritto cede il campo all'arbitrio e alla forza. La relazione che intercorre tra il concetto di legge e il concetto di luogo è insito nell’etimologia del termine greco nomos, che significa pascolo e che, progressivamente, dietro alla necessaria consuetudine di legittimare la spartizione del “pascolo”, ha finito per assumere questo secondo significato: legge. Ma nemein significa anche abitare e nomas è il pastore, colui che abita la legge, oltre che il pascolo; la conosce e la sa abitare. E nemesis è la divinità che si accanisce inevitabilmente su coloro che non sanno abitare la legge.

Da qui il detto antico “qui la legge sono io”. Conflittuale se travalica i confini di detto pascolo. Legge e luogo sono intrinsecamente connessi. Infatti, la nemesi della legge è proprio quella libertà commerciale che esige un’economia globale, che travalica tutti i confini, che considera la terra come un unico grande spazio. Insieme ai paletti di delimitazione degli stati sradica così anche la legge che li abita.

I greci, con Platone, avevano teorizzato l’origine divina del nomos. Obbedire alle leggi della polis significava implicitamente riconoscere il dio (nomizein theos) che si nasconde dietro l’ethos originario.

La conclusione di entrambi i percorsi - quello lungo e quello breve - dovrebbe condurre a definire la politica come scienza anthroponomikè o scienza di amministrare gli esseri umani. Nómos in greco significa "norma", "legge", "convenzione"; vuol dire "pascolo" e nomeus vuol dire "pastore": il procedimento dicotomico sembra condurre lontano dal nómos nel suo primo senso, a far intendere l'antroponomia come l'arte di pascolare gli uomini.

Cicerone adotta l’etimologia di lex da legere, non perché la si legge in quanto scritta, bensì perché deriva dal verbo legere nel significato di “scegliere”.

“Dicitur enim lex a ligando, quia obligat agendum”, Questa etimologia di “legge” si trova all’inizio della celebre esposizione di Tommaso d’Aquino sulla natura della legge, presente nella Summa theologiae.

Da qui il concetto di legge: “la legge è una regola o misura nell’agire, attraverso la quale qualcuno è indotto ad agire o vi è distolto. Legge, infatti, deriva da legare, poiché obbliga ad agire.”

Il termine italiano legge deriva da legem, accusativo del latino lex.

Lex significava originariamente norma, regola di pertinenza religiosa.

Queste regole furono a lungo tramandate a memoria, ma la tradizione orale - che implicava il rischio di travisamenti - fu poi sostituita da quella scritta.

Sono così giunte fino a noi testimonianze preziose come le Tavole Eugubine, una raccolta di disposizioni che riguardavano sacrifici ed altre pratiche di culto dell’antico popolo italico di Iguvium, l’attuale Gubbio.

A Roma, in età repubblicana, vennero promulgate ed esposte pubblicamente le Leggi delle Dodici Tavole, che si riferivano non più solamente a questioni religiose: il termine lex assunse così il valore di norma giuridica che regola la vita e i comportamenti sociali di un popolo.

Sul finire dell’età antica l’imperatore Giustiniano fece raccogliere tutta la tradizione legislativa e giuridica romana nel monumentale Corpus Iuris, la raccolta del diritto, che ha costituito la base della civiltà giuridica occidentale.

Dalla riscoperta del Corpus Iuris sono state costituite circa mille anni fa le Facoltà di Legge - cioè di Giurisprudenza e di Diritto - delle grandi università europee, nelle quali si sono formati i giuristi, ovvero gli uomini di legge di tutta l’Europa medievale e moderna.

La parola legge è divenuta sinonimo di diritto, con il valore di complesso degli ordinamenti giuridici e legislativi di un paese.

In questo senso oggi la Costituzione italiana sancisce che la legge è uguale per tutti, e afferma la necessità per ogni persona di una educazione al rispetto della legalità: una società civile deve fondarsi sul rispetto dei diritti e dei doveri di tutti i cittadini che trovano nelle leggi le loro regole.

Per millenni, tuttavia, il concetto di legge è stato collegato esclusivamente ad ambiti religiosi o sacrali, e per alcuni popoli ancora oggi all’origine delle leggi vi è l’intervento divino.

Pensiamo agli ebrei, per i quali la Legge - la Thorà nella lingua ebraica - è senz’altro la legge divina, non soltanto in riferimento ai Comandamenti consegnati dal Signore a Mosè sul monte Sinai - la legge mosaica - ma in generale a tutta la Bibbia, considerata come manifestazione della volontà divina che regola i comportamenti degli uomini.

Anche i Musulmani osservano una legge - la legge coranica - contenuta in un testo sacro, il Corano, dettato da Dio, Allah, al suo profeta Maometto.

Una legalità fondata sulla giustizia è dunque l’unico possibile fondamento di una ordinata società civile, e anche una delle condizioni fondamentali perché ci sia una reale difesa della libertà dei cittadini di ogni nazione.

Dura lex, sed lex: la frase, tradotta dal latino letteralmente, significa dura legge, ma legge. Più propriamente in italiano: "La legge è dura, ma è (sempre) legge" (e quindi va rispettata comunque).

Chi vive ai margini della legge, o diventa fuorilegge, si pone al di fuori della convivenza civile e va sottoposto ai rigori della legge, cioè a una giusta punizione: in nome della legge è proprio la formula con cui i tutori dell’ordine intimano ai cittadini di obbedire agli ordini dell’autorità, emanati secondo giustizia.

Il giusnaturalismo (dal latino ius naturale, "diritto di natura") è il termine generale che racchiude quelle dottrine filosofico-giuridiche che affermano l'esistenza di un diritto, cioè di un insieme di norme di comportamento dedotte dalla "natura" e conoscibili dall'essere umano.

Il giusnaturalismo si contrappone al cosiddetto positivismo giuridico basato sul diritto positivo, inteso quest'ultimo come corpus legislativo creato da una comunità umana nel corso della sua evoluzione storica. Questa contrapposizione è stata efficacemente definita "dualismo".

Secondo la formulazione di Grozio e dei teorici detti razionalisti del giusnaturalismo, che ripresero il pensiero di Tommaso d’Aquino, attualizzandolo, ogni essere umano (definibile oggi anche come ogni entità biologica in cui il patrimonio genetico non sia quello di alcun altro animale se non di quello detto appartenente alla specie umana), pur in presenza dello stato e del diritto positivo ovvero civile, resta titolare di diritti naturali, quali il diritto alla vita, ecc. , diritti inalienabili che non possono essere modificati dalle leggi. Questi diritti naturali sono tali perché ‘razionalmente giusti’, ma non sono istituiti per diritto divino; anzi, dato Dio come esistente, Dio li riconosce come diritti proprio in quanto corrispondenti alla “ragione” connessa al libero arbitrio da Dio stesso donato.

Pur battendosi per la legalità, Antonio Giangrande è colpito da ritorsione, indifferenza ed ingratitudine. Non una novità per le cose umane.

|11. Giunto in una città, incontrò dieci lebbrosi che stavano ai margini della strada. Ed alzarono la loro voce dicendo: "Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!”

12. E vedendoli, Egli disse loro: "Andate e mostratevi ai sacerdoti.” Ed avvenne che, mentre se ne andavano, furono purificati. Ed uno di loro, vedendo di essere guarito, tornò indietro e lodò Dio a gran voce e si prostrò col volto a terra davanti a Gesù, ringraziandoLo. Ed era un Samaritano.

13. E Gesù disse: "Non erano dieci ad essere purificati? Dove sono gli altri nove? Costoro non sono tornati indietro e non hanno lodato Dio come questo straniero.” E gli disse: "Alzati e vai per la tua strada. La tua fede ti ha risanato.” (Luca 17, 11-19)|

“L'ITALIA DEL TRUCCO, L'ITALIA CHE SIAMO” - è la sua opera. Il libro bianco delle illegalità sottaciute, pedagogico ed informativo, riporta il sunto coordinato delle tematiche approfondite da libri ed inchieste giornalistiche, dati e documenti ufficiali. Tematiche di pubblico interesse nazionale, sezionate per argomento e per territorio, contenute sui portali associativi.

Nel libro si svelano gli abusi e le omissioni del sistema di potere e le collusioni e le omertà di una società civile codarda o indifferente. Dietro la normalità propinata, si nasconde un'evidenza innegabile: un'Italia, da Nord a Sud, fondata sul trucco e sull'inganno.

Gli argomenti trattati sono le anomalie pertinenti: Politica e Pubblica Amministrazione; Mafia e Giustizia; Welfare; Economia; Informazione; Istruzione; Ambiente e Sport.

Verità oggettive che nessun editore ha voluto pubblicare e nessun organo mediatico ha voluto pubblicizzare. Verità nascoste o dimenticate che rappresentano un'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da lobby, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e tacere.

Egli per la sua attività si è posto in contrasto con i magistrati che svolgono il loro mandato con abusi ed omissioni, impuniti e sottaciuti.

La ritorsione non si è fatta attendere.

Le sue denunce in autotutela: tutte insabbiate.

L’abilitazione all’avvocatura impedita dalle annose bocciature all’esame forense, i cui compiti non erano corretti, ma falsamente dichiarati tali dai commissari denunciati.

La sua reputazione violata da tanti procedimenti penali, senza che vi sia stata mai condanna definitiva: per aver svolto l’attività forense; per essersi difeso da un’aggressione; per aver denunciato infiltrazioni mafiose o per aver denunciato sinistri falsi o perizie giudiziarie false; per  aver denunciato gli insabbiamenti o per aver denunciato errori giudiziari.

Comunque, aldilà della reazione dei magistrati abituati ad essere venerati e non contestati, vi è stato riscontro istituzionale:

dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che apre il procedimento "Giangrande contro Italia";

dalla Commissione Europea, che ha mostrato interesse;

dal Presidente della Repubblica, che ha chiesto chiarimenti al C.S.M.;

dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che concorda e si attiva;

dal Presidente della Corte d'Appello di Potenza, che investe le autorità  giudiziarie locali contro gli insabbiamenti;

dal Commissario Straordinario del Governo per il Coordinamento Delle Iniziative Antiracket ed Antiusura, che invita a relazionare sui problemi antimafia in una conferenza di Prefetti; 

dai migliori parlamentari che si sono degnati di dare riscontro, pur infruttuoso, al contrario della stragrande maggioranza dei loro colleghi.

Si evince che i nostri rappresentanti politici, specie meridionali, se ne fregano dei problemi dei loro cittadini. Ci sono 5 interrogazioni parlamentari:

1......... del deputato Augusto Di Stanislao, IDV, XVI legislatura, per l'esame forense truccato, che impedisce l'abilitazione del dr Antonio Giangrande;

2......... del deputato Giampaolo Fogliardi, PD, XVI legislatura, per l'esame forense truccato, che impedisce l'abilitazione del dr Antonio Giangrande e per l'impedimento all'accesso al 5x1000 a danno dell'associazione contro tutte le mafie;

1......... del senatore Giovanni Russo Spena, R.C, XV legislatura, per la censura Rai a danno dell'Associazione Contro Tutte le Mafie;

1......... del senatore Euprepio Curto, AN, XIV legislatura, sullo stato della malagiustizia a Taranto, con atti ritorsivi a danno del dr Antonio Giangrande.

“Un uomo deve chiedersi cosa può fare per lo Stato e non chiedersi cosa lo Stato può fare per lui. Un uomo fa il suo dovere, a dispetto delle conseguenze personali, nonostante gli ostacoli, i pericoli e le pressioni, e questo è il fondamento della moralità umana; in qualsiasi sfera dell'esistenza un uomo può essere costretto al coraggio, quali che siano i sacrifici che affronta seguendo la proprio coscienza: la perdita dei suoi amici, della sua posizione, delle sue fortune e persino la perdita della stima delle persone che gli sono care. Ogni uomo deve decidere da sé stesso qual è la via giusta da seguire; le storie che si raccontano sul coraggio degli altri ci insegnano molte cose, possono offrirci una speranza, possono farci da modello, ma non possono sostituire il nostro coraggio... per quello ogni uomo deve guardare nella propria anima. John Fitzgerald Kennedy” ( citazione, spesso, ripresa da Giovanni Falcone).

L’autore del libro è Antonio Giangrande, nato e cresciuto in Italia. Nato perdente per destino, perché figlio di gente povera ed onesta. Ogni suo tentativo di cambiare le sorti dei propri simili è fallito. Denunciare gli abusi e le omissioni perpetrate contro i più deboli, informare i cittadini in tutta Italia della realtà taciuta ed impunita e proporre norme di intervento legislativo, (tra cui "Una Repubblica democratica e federale fondata sulla libertà, l'uguaglianza e la solidarietà, con vincolo di mandato per i rappresentanti politici e di responsabilità per tutti i funzionari amministrativi e giudiziari" e "Istituzione obbligatoria del Difensore Civico amministrativo e giudiziario"), si è scontrato con il radicato sistema di potere, che prende forza dalla codardia e dalla collusione degli italiani, pronti a chiedere aiuto, ma poco inclini a darlo. Unico risultato concreto conseguito è l’indifferenza e la ritorsione, con l’impedimento alla professione forense e al lavoro, l’insabbiamento delle sue denunce circostanziate e provate e la persecuzione calunniosa per reati inesistenti, ostacolandone la difesa. Inutile il tentativo di palesare l'evidenza della realtà. Per i carabinieri di Avetrana e Manduria è un mitomane sol perché ha denunciato abusi ed omissioni; per gli amministratori di Avetrana e della Regione Puglia non degno di attenzione sol perché ne ha denunciato i loro misfatti; per il giudice di Manduria è inattendibile sol perché ha denunciato un sistema di malagiustizia; per i Pubblici Ministeri di Taranto e Brindisi è diffamatore sol perché ha denunciato il loro sistema di insabbiamenti; per il Commissariato di Manduria e la Prefettura di Taranto non degno di avere il porto d'armi per difesa personale, pur essendo, forse, l'unico a meritarlo, tenuto conto dell'attenzione che le cosche di tutta Italia gli pongono. Tutto ciò è avvenuto nonostante ricoprisse anche incarichi pubblici: ad Avetrana è stato il primo presidente di circolo di Alleanza Nazionale; è stato il primo vicepresidente provinciale di Taranto dell'Italia dei Valori; è stato il primo presidente provinciale di Taranto dell'Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati.

A chi gli chiede perché lo fa, lui risponde: « Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Sono il virus della verità che infetta le coscienze. Verità nascoste o dimenticate che rappresentano un'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobby, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione. Chi si ribella come me ad uno stato di cose, in cui il vincente è destinato ad esserlo ancora di più ed il perdente è condannato ad esserlo ancora di più, è emarginato, condannato, affamato o ucciso. Non è sbagliato quello che dico, ma è sbagliato il posto in cui lo dico. Purtroppo qualcuno lo deve fare, perché il male vince dove il bene rinuncia a combattere. Solo i combattenti le battaglie giuste in una esistenza utile prestata ad aiutare gli altri, diventano eroi. Se soccombono sono Martiri. In una moltitudine di esistenze omologate, colluse o codarde, fotocopia di un modello comune imposto dal potere mediatico genuflesso a quello politico ed economico, il martirio rende immortali e indimenticati ».

Egli è Presidente nazionale dellAssociazione Contro Tutte Le Mafie, ONLUS, la più grande ed importante associazione d’Italia contro le illegalità, le ingiustizie e l’omertà. E’ casa madre di molti sodalizi monotematici territoriali, che usufruiscono di visibilità e coordinamento nazionale. Formalmente si è costituita con atto pubblico il 26 novembre 2004. E’ riconosciuta dal Ministero dell’Interno. L’iscrizione nell’elenco dei sodalizi antiracket ed antiusura, avvenuta il 13 febbraio 2006 con quasi 100 aderenti, per obbligo di legge è solo presso la Prefettura di Taranto, competente sulla sede legale, ma ciò non è d'impedimento all'associazione nel dare assistenza e consulenza a cittadini di altre province e regioni, ai quali manca un riferimento. L’Associazione nel tempo, tramite il web, operando in tutta Italia a favore delle vittime di tutte le mafie, contro caste e lobby, mafie e massonerie, ha aumentato le sue adesioni e meritato stima e attenzione da parte dei media, ma non delle istituzioni, specie quelle territoriali, che la emarginano. Nonostante ciò, data la peculiare attività, l’Associazione ha un rapporto diretto e privilegiato con il Commissario Straordinario del Governo per il Coordinamento delle Iniziative Antiracket ed Antiusura. Tra le altre cose, essa partecipa alla Conferenza Interregionale dei Prefetti del Sud – Italia. Essa partecipa al Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica.

L’Associazione Contro Tutte Le Mafie, tramite il suo presidente dr Antonio Giangrande, ai sensi dell’art. 21 e 118, comma 4, della Costituzione, svolge attività di interesse generale e di pubblica utilità. La sua attività è basata sull’informazione, sulla denuncia e sulle proposte. In Italia, se tutte le associazioni di volontariato si adoperano a sopperire agli effetti della inefficienza del sistema pubblico, l’Associazione Contro Tutte Le Mafie è l'unica che, riconoscendone le responsabilità, ne combatte le cause. Per questo motivo spesso è sottoposta a ritorsioni, fin anche a subire, con atti illegali, la censura del sito web informativo.

Il libro è stato adottato da  molti istituti scolastici statali superiori, per discuterne le problematiche in gruppi di studio o di lettura.

LE RITORSIONI DEI MAGISTRATI. ANTONIO GIANGRANDE E RITA ROMANO: DAVIDE E GOLIA. LA DENUNCIA PER ABUSO DI UFFICIO E LA CONTRODENUNCIA PER CALUNNIA E DIFFAMAZIONE. LE CARTE PUBBLICHE DEL PROCESSO PUBBLICO DEL TRIBUNALE DI POTENZA.

Con procedimento n. 1833/13 il PM di Potenza d.ssa Daniela Pannone, chiedeva ed otteneva il rinvio a giudizio da parte della d.ssa Rosa Larocca per il processo tenuto dal dr Lucio Setola, ex PM.

Imputato: Antonio Giangrande, nato ad Avetrana (Ta) il 02.06.1963 ed ivi elettivamente domiciliato, ex art. 161 c.p.p., alla via Manzoni, 41.

Persona Offesa: Rita Romano, nata a Roma il 30.05.1967, magistrato in servizio presso il Tribunale di Taranto.

A) Reato previsto e punito dall’art. 595 comma 3 codice penale (diffamazione) perché, nella qualità di imputato nel procedimento n° 8486/08 RGNR e n° 5089/05 r.g.n.r, nell’atto di avocazione delle indagini indirizzato al Procuratore Generale di Taranto – depositata in data 27/01/2011 presso la Sezione Distaccata di Manduria del Tribunale di Taranto – offendeva la reputazione della dott.ssa Rita Romano, magistrato in servizio presso il Tribunale di Taranto, scrivendo che il predetto magistrato “abusando dell’ufficio adottava atti con intento persecutorio, lesivi degli interessi, dell’immagine e della sua persona, motivati da pregiudizio ed inimicizia e non sostenute da prove” e che “nei procedimenti che riguardavano direttamente o indirettamente il Giangrande Antonio, quando questi esercitava la professione forense, essa ha condannato quando le prove erano evidenti riguardo l’innocenza; ha assolto quando le prove erano evidenti sulla colpevolezza”. In Manduria (TA) il 27/01/2011 – competenza dell’A.G. di Potenza ex art. 11 c.p.p.

B) Reato previsto e punito dall’art. 368 Codice penale (calunnia) perché, nella qualità di imputato nel procedimento n° 8486/08 RGNR e n° 5089 RGNR, nell’atto di avocazione delle indagini indirizzato al Procuratore Generale di Taranto - depositato in data 27/01/2011 presso la Sezione Distaccata di Manduria del Tribunale di Taranto – autorità che ha l’obbligo di riferirne, pur sapendola innocente, accusava la dott.ssa Rita Romano, magistrato in servizio presso il Tribunale di Taranto, del reato di abuso d’ufficio, di falso in atto pubblico. In particolare, accusava il predetto magistrato utilizzando le seguenti frasi: “abusando dell’ufficio adottava atti con intento persecutorio, lesivi degli interessi, dell’immagine e della sua persona, motivati da pregiudizio ed inimicizia e non sostenute da prove” e “nei procedimenti che riguardavano direttamente o indirettamente il Giangrande Antonio, quando questi esercitava la professione forense, essa ha adottato quando le prove erano evidenti riguardo l’innocenza; ha assolto quando le prove erano evidenti sulla colpevolezza”. In Manduria (TA) il 27/01/2011 – competenza dell’A.G. di Potenza ex art. 11 c.p.p.

Il procedimento penale su denuncia di Rita Romano. Denuncia per calunnia e diffamazione, questa è l’accusa che mi si oppone. Calunnia per aver presentato in data 27/01/2011 al Presidente del Tribunale di Taranto in allegato ed a sostegno dell’atto di ricusazione, in procedimenti penali per il quale il magistrato denunciato era decidente sulle mie sorti, una richiesta motivata e circostanziata di avocazione delle indagini inviata al Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Taranto, ma anche di Potenza. Avocazione delle indagini presentata il 18 aprile 2008 a Taranto e Potenza. Magistrato già precedentemente denunciato alle procure di Taranto e Potenza ben prima del 18 aprile 2008, sapendolo colpevole con prove a sostegno. Denunce presentate in data 22/03/2006 e rimaste lettera morta.

Diffamazione per aver presentato in data 27/01/2011 tale richiesta di avocazione delle indagini al Presidente del Tribunale di Taranto in allegato ed a sostegno dell’atto di ricusazione in procedimenti penali per il quale il magistrato denunciato era decidente sulle mie sorti. Diffamazione perché denunciavo la grave inimicizia causa di persecuzione. Diffamazione tardiva perché richiesta simile di ricusazione era stata presentata già il 29/09/2010. Le ricusazioni (erano tre per tre distinti procedimenti), poi, non sono state rese operative, in quanto il magistrato ricusato ha presentato la denuncia contro di me per giustificare la sua astensione. Cosa che rimarca ogni volta in tutti i procedimenti nei quali, investita come magistrato titolare, sia costretta a rinunciare: «Mi astengo dal procedimento a carico dell’imputato in quanto ho presentato denuncia penale contro lo stesso per calunnia e diffamazione.» Intanto per quei processi, sempre per diffamazione a mezzo stampa, con condanna scontata se fossi rimasto inerte,  sono stato successivamente prosciolto dagli altri giudici subentranti.   

La grave inimicizia, causa della ricusazione di cui si pretendeva l’impedimento dell’esercizio del diritto, era palesata dai precedenti giudizi di causa cui tale magistrato era competente ed io sempre soccombente, quando io esercitavo la professione forense, per le quali io ero imputato o difensore di parte. Dalla lettura delle sentenze si evince tale pregiudizio.

In effetti, la denuncia nei miei confronti, è un atto ritorsivo. Non tanto per la richiesta di ricusazione ed avocazione delle indagini ed atti allegati, ma per la mia attività di scrittore noto nel mondo che denuncia le malefatte dei magistrati a Taranto e pubblica quanto gli altri non osano dire. Vedi caso killer delle vecchiette, Sarah Scazzi, Ilva, ecc.

D'altronde la calunnia non sussiste, sapendo il magistrato colpevole ed evidenziandolo in più atti di denuncia, né sussiste la diffamazione, in quanto, ai sensi dell’art. 596 c.p., come pubblico Ufficiale la prova della verità del fatto determinato è ammessa nel processo penale.

Oltretutto i reati sono ampiamente prescritti e decaduti, ove vi fosse bisogno della querela.

Questa è la denuncia penale, così come richiesta in sede di avocazioni delle indagini alla procura Generale della Corte di Appello di Potenza, e per la quale è stata presentata (a dire di Rita Romano) denuncia per calunnia.

DENUNCIA ALLA S.V.

Rita Romano, giudice monocratico del Tribunale di Taranto, sezione staccata di Manduria,

domiciliata in viale Piceno a Manduria,

per i reati di cui agli artt. 81, 323, 476, 479 c.p., con applicazione delle circostanze aggravanti, comuni e speciali ed esclusione di tutte le attenuanti,

IN QUANTO

Essa, abusando del suo ufficio, ha adottato continuamente atti del suo ufficio, con “INTENTO PERSECUTORIO”, lesivi degli interessi, dell’immagine e della persona del sottoscritto, motivati da pregiudizio ed inimicizia e non sostenute da prove.

Nei procedimenti che riguardavano direttamente o indirettamente il Giangrande Antonio, quando questi esercitava la professione forense, essa ha condannato quando le prove erano evidenti riguardo l’innocenza, o essa ha assolto quando le prove erano evidenti sulla colpevolezza.

PREMESSO CHE:

Giangrande Antonio, da difensore, è stato vittima di un aggressione in casa da parte del marito di una sua assistita in un procedimento di separazione, al fine di impedirgli la presenza all’udienza del giorno successivo. Nel processo penale n. 10354/03 RGD, in data 14 febbraio 2006,  la Romano assolveva l’aggressore Mancini Salvatore. In un processo istruito, in cui il PM non ha richiesto l’ammissione di alcun testimone, pur indicanti in denuncia Giangrande Antonio, sua moglie Petarra Cosima e il figlio Giangrande Mirko, la Romano sente solo i coniugi ai sensi del’art. 507 c.p.p. su indicazione del Giangrande, ma rinuncia alla testimonianza di Mirko, il vero testimone. Tale abnorme decisione di assoluzione è stata assunta disattendendo i fatti, ossia le lesioni e le testimonianze, e definendo testimoni inattendibili il Giangrande e la Petarra.

Giangrande Antonio era accusato di esercizio abusivo della professione forense e per gli effetti di circonvenzione di incapace. Nel processo penale n. 7612/01 RGPM, in data 06/03/2007, nonostante lo stesso PM riteneva il reato di esercizio abusivo della professione forense infondato e inesistente, essendovi regolare abilitazione al patrocinio legale, chiedendone l’assoluzione, la Romano condannava il Giangrande per circonvenzione di incapace. Tale abnorme decisione è stata assunta, nonostante le tariffe forensi prevedevano l’obbligatorietà dell’onorario per il mandato svolto. Tale abnorme decisione è stata assunta nonostante più volte si sia denunciata la violazione del diritto di difesa per mancata nomina del difensore, per impedimento illegittimo all’accesso al gratuito patrocinio. E’ seguito appello. Da notare che il giorno della sentenza era l’ultimo processo ed erano presenti solo il PM, il giudice Romano, il cancelliere e il difensore dell’imputato. Dagli uffici giudiziari è partita la velina. Il giorno dopo i giornali portavano la notizia evidenziando il fatto che il condannato Giangrande Antonio era il presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. Era la prima volte che le vicende del Tribunale di Manduria avevano degna attenzione.

Giangrande Antonio era difensore di Natale Cosimo in una causa civile di sinistro stradale. Il testimone Fasiello Mario dichiara di non sapere nulla del sinistro. Esso era denunciato per falsa testimonianza. Nel processo penale n. 1879/02 PM , 1231/04 GIP, 10438/05 RGD, in data 27 novembre 2007, la Romano lo assolveva. Tale abnorme decisione è stata assunta, nonostante lo stesso rendeva testimonianza contrastante a quella contestata. Lo assolveva nonostante affermava il vero e quindi il contrario di quanto falsamente dichiarato in separata causa. Lo assolveva nonostante a difenderlo ci fosse un difensore, Mario De Marco, impedito a farlo in quanto Sindaco pro tempore di Avetrana. Il De Marco e Nadia Cavallo hanno uno studio legale condiviso.

Giangrande Antonio e Giangrande Monica erano accusati di calunnia, per aver denunciato l’avv. Cavallo Nadia per un sinistro truffa, in cui definiva, in reiterati atti di citazione, Monica “RESPONSABILE ESCLUSIVA” del sinistro. Atti presentati due anni dopo la richiesta di risarcimento danni, che la compagnia di assicurazione ha ritenuto non evadere. Il Giangrande Antonio non aveva mai presentato denuncia. Antonio era fratello e difensore in causa di Monica. La posizione del Giangrande Antonio era stralciata per lesione del diritto di difesa e il fascicolo rinviato al GIP. Nel processo penale n. 10306/06 RGD, in data 18 dicembre 2007, la Romano condannava Giangrande Monica e rinviava al PM la testimonianza di Nigro Giuseppa per falsità. Tale abnorme decisione è stata assunta, nonostante la presunta vittima del sinistro non abbia riconosciuto l’auto investitrice, si sia contraddetto sulla posizione del guidatore, abbia riconosciuto Nigro Giuseppa quale responsabile del sinistro, anziché Giangrande Monica. Tale abnorme decisione è stata assunta, nonostante Nigro Giuseppa abbia testimoniato che la presunta vittima sia caduta da sola con la bicicletta e che con le sue gambe sia andato via, affermando di stare bene. E’ seguito appello.

Giangrande Antonio era difensore di Erroi Cosimo, marito di Giangrande Monica, sorella di Antonio. In causa civile, in cui difensore della contro parte era sempre Cavallo Nadia, tal Gioia Vincenzo ebbe a testimoniare sullo stato dei luoghi, oggetto di causa. Il Gioia, in chiara falsità, palesava uno stato dei luoghi, oggetto di causa, diverso da quello che con rappresentazione fotografica si è dimostrato in sede civile e penale. Il Gioia, denunciato per falsa testimonianza veniva rinviato a giudizio in proc. 24/6681/04 R.G./mod 21.  Difeso da Cavallo Nadia in proc. 10040/06 RGD. In data 16 aprile 2008 il giudice Rita Romano, pur evidenti le prove della colpevolezza, assolveva il Gioia Vincenzo.

"La pubblicazione della notizia relativa alla presentazione di una denuncia penale e alla sua iscrizione nel registro delle notizie di reato, oltre a non essere idonea di per sé a configurare una violazione del segreto istruttorio o del divieto di pubblicazione di atti processuali, costituisce lecito esercizio del diritto di cronaca ed estrinsecazione della libertà di pensiero previste dall'art 21 Costituzione e dall'art 10 Convenzione europea dei diritti dell'uomo, anche se in conflitto con diritti e interessi della persona, qualora si accompagni ai parametri dell'utilità sociale alla diffusione della notizia, della verità oggettiva o putativa, della continenza del fatto narrato o rappresentato. (Rigetta, App. L'Aquila, 10 Marzo 2006)". (Cass. civ. Sez. III Sent., 22-02-2008, n. 4603; FONTI Mass. Giur. It., 2008).

INDICE DOCUMENTI DI ANTONIO GIANGRANDE

FUNZIONE SOCIALE IMPUTATO

1. Pag. 1. 02/04/1998. Verbale di giuramento di praticante avvocato abilitato alle cause.

2. Pag. 1. 13/02/2006. Iscrizione dell’Associazione Contro Tutte le Mafie all’elenco prefettizio. Presidente Antonio Giangrande.

3. Pag. 1. 11/02/2008. Ringraziamento ad Antonio Giangrande del Commissario del Governo per la lotta alla mafia.

LA GRAVE INIMICIZIA OGGETTIVA DEI MAGISTRATI DI TARANTO

4. Pag. 3. 06/04/2001. Denuncia alla Procura di Lecce. Commissioni Esame Forense di Lecce 1998, 1999, 2000 con i rispettivi presidenti: Antonio De Giorgi, Gaetano De Mauro, Antonio De Giorgi. Commissari di esame i magistrati di Taranto.

5. Pag. 2. 17/05/2004. Denuncia alla Procura di Lecce. Commissioni Esame Forense di Lecce 1998, 1999, 2000, 2001, 2002, 2003. Commissari di esame i magistrati di Taranto.

6. Pag. 2. 24/10/2013. Ordinanza Tar Salerno 647/13 su irregolarità Commissioni Esame Forense Lecce.

7. Pag. 1. 25/02/2003. Risposta Istanza al Presidente della Repubblica contro gli abusi dei magistrati di Taranto.

8. Pag. 2. 10/04/2003. Interrogazione Parlamentare del Senatore Euprepio Curto contro gli abusi dei magistrati di Taranto.

9. Pag. 3. 23/09/2003. Esposto contro i magistrati di Taranto al Ministero della Giustizia, alla Procura di Taranto, al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto.

10. Pag. 1. 03/12/2003. Risposta Istanza al Presidente del Consiglio contro gli abusi dei magistrati di Taranto.

11. Pag. 5. 18/04/2004. Denuncia a Busto Arsizio contro gli abusi dei magistrati di Taranto.

12. Pag. 1. 01/06/2004. Richiesta di Archiviazione da parte di Salvatore Cosentino della Procura di Taranto della denuncia inviata alla procura di Busto Arsizio contro gli abusi dei magistrati di Taranto e da questa rimessa alla Procura di Taranto.

13. Pag. 2. 10/06/2004. Denuncia a Bari tramite la Questura di Taranto contro Salvatore Cosentino.

14. Pag. 1. 20/07/2004. Riscontro esposto al CSM. Esposto con contenuto analogo alla denuncia di Busto Arsizio.

15. Pag. 1. 09/12/2004. Istanza al Parlamento Europeo contro i magistrati di Taranto.

16. pag. 1. 26/12/2004 Ratifica Esposto alla Prefettura di Taranto contro i magistrati di Taranto.

17. Pag. 2. 10/08/2004, 20/04/2005. Esposti al Procuratore Generale di Potenza per gli insabbiamenti delle denunce contro i magistrati di Taranto.

18. Pag. 2. 20/08/2004, 23/03/2007. Istanze Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro i magistrati di Taranto.

19. Pag. 6. 17/03/2008, 18/04/2008. Istanza di avocazione delle indagini contro Rita Romano, magistrato di Taranto e Commissario d’esame forense di Lecce, presentata a Taranto, Potenza e Catanzaro. Istanza allegata alle 3 richieste di ricusazione. Istanza contenente le frasi incriminanti la calunnia e la diffamazione.

LA GRAVE INIMICIZIA SOGGETTIVA DEL MAGISTRATO RITA ROMANO

20. Pag. 11. 14/02/2006. Sentenza Salvatore Mancini emessa da Rita Romano, di cui al punto 1 della richiesta di avocazione delle indagini. Assoluzione imputato e discredito di Antonio Giangrande, parte offesa. Giudice Rita Romano.

21. Pag. 4. 12/09/2003. Conclusioni avv. Leonardo Iavernaro, di cui al punto 4 della richiesta di avocazione delle indagini. Accredito di Antonio Giangrande nel processo Nadia Cavallo.

22. Pag. 12. 18/12/2007. Sentenza Monica Giangrande emessa da Rita Romano, di cui al punto 4 della richiesta di avocazione delle indagini. Condanna e discredito di Monica Giangrande (sorella di Antonio) e discredito di Antonio Giangrande, coimputato nel processo Nadia Cavallo. Parte offesa Nadia Cavallo. Giudice Rita Romano.

23. Pag. 9. 15/04/2008. Sentenza Vincenzo Gioia emessa da Rita Romano, di cui al punto 5 della richiesta di avocazione delle indagini. Assoluzione imputato e discredito di Erroi Salvatore (marito di Monica Giangrande e cognato di Antonio) e discredito di Antonio Giangrande, difensore. Difensore dell’imputato: Nadia Cavallo. Giudice Rita Romano.

24. Pag. 3. Udienza del 04/10/2010 a Manduria. Istanza di ricusazione per il processo Giuseppe Dimitri, presentata direttamente al giudice Rita Romano presso la sezione distaccata di Manduria da Antonio Giangrande (difeso da Dionisio Gigli), al Tribunale di Taranto ed alla Corte d’Appello di Taranto. 01/12/2010 risposta del Tribunale di rigetto per astensione del giudice.

25. Pag. 1. 04/10/2010. Rinuncia del mandato dell’avv. Dionisio Gigli.

26. Pag. 1. 01/02/2011. Rinuncia del mandato dell’avv. Giovanni Luigi De Donno per due istanze di ricusazione per il processo Santo De Prezzo e per il processo Nadia Cavallo, presentata, il 27/01/2011, direttamente al giudice Rita Romano per l’udienza del 01/02/2011 presso la sezione distaccata di Manduria da Antonio Giangrande (difeso da Giovanni Luigi De Donno), al Tribunale di Taranto ed alla Corte d’Appello di Taranto.

27. Pag. 3. Istanza di rimessione per legittimo sospetto per 3 distinti processi a Taranto: Dimitri, De Prezzo, Cavallo.

LE ASSOLUZIONI DEI MAGISTRATI ONORARI

28. Pag. 3. 12/07/2012. Sentenza di assoluzione processo De Prezzo del GOT avv. Frida Mazzuti.

29. Pag. 3. 18/04/2013. Sentenza di assoluzione processo Dimitri del GOT avv. Giovanni Pomarico.

ELENCO TESTIMONI DI ANTONIO GIANGRANDE

Antonio Giangrande, nato ad Avetrana il 02/06/1963 e residente ad Avetrana in via Manzoni, 51, imputato.

Rita Romano, nata a Roma il 30/05/1967, Magistrato Giudicante del Tribunale di Taranto e commissaria di esame di avvocato di Lecce, parte offesa.

Per il n. 4-5: Antonio De Giorgi, nato a Lecce, 11/06/42, domiciliato al Viale della Libertà, 60, Lecce. Presidente Consiglio Ordine Avvocati Lecce, Presidente Commissione esame forense Lecce 1998, 2000, Presidente Commissione Centrale esame forense 2010, membro Consiglio Nazionale Forense ed Ispettore Ministeriale Esame forense.

Per il n. 8. Senatore Eupreprio Curto. Via Municipio 9 o via Giuseppe di Vagno, 124, Francavilla Fontana.

Per il n. 12. Salvatore Cosentino, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Locri (Rc) e commissario di esame di avvocato di Lecce.

Per il n. 19. Rita Romano, Magistrato Giudicante del Tribunale di Taranto.

Per il n. 20. Cosima Petarra, nata ad Erchie l’8 maggio 1964 e residente ad Avetrana in via Manzoni, 51; Mirko Giangrande, nato a Manduria il 26 gennaio 1985 e residente ad Avetrana in via Manzoni, 51.

Per il n. 22-23. Nadia Cavallo, nata a Torino, il 24/01/1969 e residente in Avetrana alla via F.lli Bandiera, 119 - via Roma, 134.

Per il n. 24-25. Dionisio Gigli, via M. Imperiali, 32, Manduria.

Per il n. 26. Giovanni Luigi De Donno, via XX Settembre, 8, Manduria.

Bene, allora cari italiani: TUTTI DENTRO, CAZZO??? QUASI TUTTI!!!!

DOSSIER ESAME AVVOCATO

QUESTO E’ IL CASO ESEMPLARE DI RITORSIONE PER IL QUALE L’ITALIA MAFIOSA SI DOVREBBE VERGOGNARE.

COSI' SI DIVENTA AVVOCATO O SI IMPEDISCE DI ESSERLO!!!

E' UN ESAME DI STATO, INVECE DI FATTO E' UN CONCORSO PUBBLICO.

IN UN CONCORSO PUBBLICO DOVE LE COMMISSIONI DI ESAME SONO INATTENDIBILI ED ARBITRARI, ADOTTANDO NESSUN PRINCIPIO DI GIUDIZIO, NE' PROPRIO, NE' MINISTERIALE. FATTO RILEVATO ECCEZIONALMENTE DA UN TAR, ANNULLANDO TUTTE LE VALUTAZIONI.

IN UN CONCORSO PUBBLICO, (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI), I TEMI SCRITTI NON SONO CORRETTI, MA DA ANNI SONO DICHIARATI TALI. DEVI SUBIRE E DEVI PURE TACERE, IN QUANTO NON VI E' RIMEDIO GIUDIZIARIO O AMMINISTRATIVO.

CONCORSI DI AVVOCATO PRESIEDUTI DA CHI E' STATO DENUNCIATO COME PRESIDENTE DI COMMISSIONE LOCALE. LA DENUNCIA E' STATA PRESENTATA ANCHE AL PARLAMENTO. SI E' CHIESTA UNA INTERROGAZIONE PARLAMENTARE. NONOSTANTE LE INTERROGAZIONI PARLAMENTARI PRESENTATE: TUTTO LETTERA MORTA. COSTUI NON HA POTUTO PIU' PRESIEDERE LA COMMISSIONE LOCALE, PERCHE' E' STATO ESTROMESSO DALLA RIFORMA DEL 2003, E NONOSTANTE CIO' POI E' STATO NOMINATO PRESIDENTE DI COMMISSIONE CENTRALE.

Queste sono le conclusioni del ricorso amministrativo presentato dall’avv. Mirko Giangrande per conto del padre dr. Antonio Giangrande. Ricorso con cui si contestano in fatto e in diritto i giudizi negativi delle prove scritte resi dalle sottocommissioni per gli esami di abilitazione alla professione di avvocato. Ricorso presentato presso il Tribunale Amministrativo Regionale della Puglia, sezione distaccata di Lecce. Ricorso n. 1240/2011 che per 13 anni nessun avvocato per codardia ha mai voluto presentare. La commissione competente nel 2010 per tali conclusioni ha negato l’accesso al gratuito patrocinio. Il TAR ha rigettato l'istanza di sospensiva nonostante i vizi, mentre per altri candidati l'ha accolta, valutando l'elaborato direttamente nel merito.

CONCLUSIONI

Da quanto analiticamente già espresso e motivato si denota che violazione di legge, eccesso di potere e motivi di opportunità viziano qualsiasi valutazione negativa adottata dalla commissione d’esame giudicante, ancorchè in presenza di una capacità espositiva pregna di corretta applicazione di sintassi, grammatica ed ampia conoscenza di norme e principi di diritto dimostrata dal candidato in tutti e tre i compiti resi.

1.     Qui si evince un fatto, da sempre notorio su tutti gli organi di stampa, rilevato e rilevabile in ambito nazionale: ossia la disparità di trattamento tra i candidati rispetto alla sessione d’esame temporale e riguardo alla Corte d’Appello di competenza. Diverse percentuali di idoneità, (spesso fino al doppio) per tempo e luogo d’esame, fanno sperare i candidati nella buona sorte necessaria per l’assegnazione della commissione benevola sorteggiata. Nel Nord Italia le percentuali adottate dalle locali commissioni d’esame sono del 30%, nel sud fino al 60%. Le sottocommissioni di Palermo sono come le sottocommissioni del Nord Italia. I Candidati sperano nella buona sorte dell’assegnazione. La Fortuna: requisito questo non previsto dalle norme.

2.     Qui si contesta la competenza dei commissari a poter svolgere dei controlli di conformità ai criteri indicati: capacità pedagogica propria di docenti di discipline didattiche non inseriti in commissione.

3.     Qui si contesta la mancanza di motivazione alle correzioni, note, glosse, ecc., tanto da essere contestate dal punto di vista oggettivo da gente esperta nella materia di riferimento.

4.     Qui si evince la carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque si contesta la fondatezza dei rilievi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta mancanza di motivazione al giudizio, didattica e propedeutica al fine di conoscere e correggere gli errori, per impedirne la reiterazione.

5.     Altresì qui si contesta la mancanza del voto di ciascun commissario, ovvero il voto riferito a ciascun criterio individuato per la valutazione delle prove.

6.     Altresì qui si contesta l’assenza ingiustificata del presidente della Commissione d’esame centrale e si contesta contestualmente l’assenza del presidente della Iª sottocommissione di Palermo.

7.     Altresì qui si contesta la correzione degli elaborati in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito.

8.     Altresì qui si contesta, acclarandone la nullità, la nomina del presidente della Commissione centrale, Avv. Antonio De Giorgi, in quanto espressione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce. Nomina vietata dalle norme.

Inoltre, il metodo, contestato con i motivi indicati in precedenza, è lo stesso che ha inficiato per anni la vana partecipazione del ricorrente al medesimo concorso concluso con giudizi d’inidoneità fondata sugli stessi motivi illegittimi.

RICORSO CONTRO IL GIUDIZIO NEGATIVO ALL'ESAME DI AVVOCATO

COMMISSIONE NAZIONALE D'ESAME PRESIEDUTA DA CHI NON POTEVA RICOPRIRE L'INCARICO, COMMISSARI (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI) DENUNCIATI CHE GIUDICANO IL DENUNCIANTE E TEMI SCRITTI NON CORRETTI, MA DA 15 ANNI SONO DICHIARATI TALI. DEVI SUBIRE E DEVI PURE TACERE, IN QUANTO NON VI E' RIMEDIO GIUDIZIARIO O AMMINISTRATIVO.

Ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro il voto numerico insufficiente (25,25,25) dato alle prove scritte di oltre 4 pagine cadaune della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione. Tale ricorso non ha prodotto alcun giudizio nei tempi stabiliti, salvo se non il diniego immediato ad una istanza cautelare di sospensione, tanto da farmi partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito definitivo del ricorso, a ben altre due sessioni successive, i cui risultati sono stati identici ai temi dei 15 anni precedenti (25,25,25): compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar si è stati costretti di presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Inspiegabilmente nei mesi successivi all’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Eccetto qualcuno che non poteva essere accolto, tra i quali i ricorsi dell'avv. Carlo Panzuti  e dell'avv. Angelo Vantaggiato in cui si contestava il giudizio negativo reso ad un elaborato striminzito di appena una pagina e mezza. Solo in data 7 febbraio 2013 si depositava sentenza per una decisione presa già in camera di consiglio della stessa udienza del 7 novembre 2012. Una sentenza già scritta, però, ben prima delle date indicate, in quanto in tale camera di consiglio (dopo aver tenuto anche regolare udienza pubblica con decine di istanze) i magistrati avrebbero letto e corretto (a loro dire) i 3 compiti allegati (più di 4 pagine per tema), valutato e studiato le molteplici questioni giuridiche presentate a supporto del ricorso. Un'attenzione non indifferente e particolare e con un risultato certo e prevedibile, se si tiene conto che proprio il presidente del Tar è stato oggetto di inchiesta video e testuale da parte dello stesso ricorrente. Le gesta del presidente del Tar sono state riportate da Antonio Giangrande, con citazione della fonte, nella pagina d'inchiesta attinente la città di Lecce. Come per dire: chi la fa, l'aspetti!

QUESTO E' L'ESEMPIO DI COME IL TAR PUO' ADOTTARE GIUDIZI ANTITETICI

Accoglimento immediato per tutti, meno che per Antonio Giangrande

 

ISTANZA DI PRELIEVO

(art. 71, D.Lgs. 104/2010)

ILL.MO TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE PER LA PUGLIA

SEDE DI LECCE

Sezione Prima

Nella causa R.G. n. 1240/2011

promossa da

Antonio Giangrande,

ricorrente con l’avv. Mirko Giangrande, nato a Manduria (TA) il 26/01/1985 e residente in Avetrana (TA) alla via Manzoni 51 c.f GNGMRK85A26E882V,  nel ricorso proposto

contro

Ministro della Giustizia,

Commissione Esami avvocato presso il Ministero della Giustizia,

Commissione Esami avvocato presso la Corte d’Appello di Lecce,

Commissione Esami avvocato presso la Corte d’Appello di Palermo,

resistenti con l’Avvocatura della Stato.

Premesso:

- che il ricorso, depositato il 25.07.2011 è stato iscritto al n. di r.g 1240/2011 ed ha ad oggetto l’annullamento della valutazione negativa data alle prove scritte degli esami per avvocato 2010 e dell’efficacia e degli effetti degli atti propedeutici impugnati;

- che, il ricorrente ha estrema urgenza che il ricorso sia deciso in quanto anche per le prove della sessione d’esame 2011 l’esito è stato segnato da identiche discrasie, così per tutti gli anni precedenti, e una nuova sessione si avvicina. L’urgenza si basa sullo stato di disoccupazione e conseguente indigenza in attesa di un’abilitazione, che ai fatti risulta impedita da giudizi che non rispecchiano il merito delle prove presentate;

- che è trascorso un anno dal deposito del ricorso e della istanza di fissazione.

Il sottoscritto avv. Mirko Giangrande, del Foro di Taranto, nella sua qualità di procuratore del ricorrente così come identificato nella procura alle liti in calce al ricorso promosso per l’annullamento della valutazione negativa data alle prove scritte degli esami per avvocato 2010 e dell’efficacia e degli effetti degli atti propedeutici impugnati, fa istanza di prelievo allo scopo di annullare il giudizio reso dalla Commissione di Esame di Palermo in sede di correzione degli elaborati dello stesso ricorrente. Da quanto analiticamente già espresso e motivato si denota che violazione di legge, eccesso di potere e motivi di opportunità viziano qualsiasi valutazione negativa adottata dalla commissione d’esame giudicante, ancorchè in presenza di una capacità espositiva pregna di corretta applicazione di sintassi, grammatica ed ampia conoscenza di norme e principi di diritto dimostrata dal candidato in tutti e tre i compiti resi. Quanto affermato lo dimostra la mancanza di correzioni, note, glosse, ecc..apposte sugli elaborati. Qui si evince la carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio negativo reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque si contesta la fondatezza dei giudizi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta discrasia tra giudizio e contenuto degli elaborati, specie se la correzione degli elaborati è avvenuta in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito.

Inoltre, il metodo, contestato con i motivi indicati in precedenza, è lo stesso che ha inficiato per 15 anni la vana partecipazione del ricorrente al medesimo concorso concluso con giudizi d’inidoneità fondata sugli stessi motivi illegittimi. La richiesta di annullamento del giudizio contenuta nel ricorso è sostenuta da contestazione attinenti molteplici punti, avallati da pronunce giurisprudenziali indicati in atti.

Tanto premesso l’istante, fa

ISTANZA DI PRELIEVO

del fascicolo suddetto, affinché possa essere fissata il prima possibile l’udienza per il merito.

Tale richiesta è motivata dal fatto che oggetto della presente causa è di acclarare le doglianze di legittimità e di merito su indicate che viziano ed invalidano gli atti adottati dalla Iª Sottocommissione di esame di Palermo. Se da una parte, alcune contestazioni di legittimità riguardante la succinta motivazione numerica e la composizione della sottocommissione e l’incompatibilità del presidente della commissione centrale sono state superate con motivata ordinanza che respingeva l’istanza di sospensiva, (il solo voto numerico come legittima tecnica di valutazione, forte della recente sentenza della Corte cost. 8 giugno 2011 n. 175), dall’altra parte proprio in virtù dei tanti dubbi sollevati e confermati dall’antitetico giudizio reso, che contrasta con la forma e la sostanza dell’elaborato, si è chiesto il sindacato del TAR di Lecce.

Considerato:

- che le prove d’esame del ricorrente evidenziano un contesto caratterizzato dalla correttezza formale della forma espressiva e dalla sicura padronanza del lessico giuridico; anche sotto il profilo più strettamente tecnico-giuridico;

-che anche la soluzione delle problematiche giuridiche poste a base delle prove d’esame evidenzia un corretto approccio a problematiche complesse;

-che, quindi, la motivazione apposta alla valutazione negativa (peraltro caratterizzata dal carattere chiaramente stereotipato e ripetitivo e frutto di attenzione temporale limitata e non approfondita dovuta all’insufficiente tempo prestato) e la complessiva valutazione degli elaborati d’esame da parte della Commissione appaiono essere caratterizzate da evidente irrazionalità e illogicità, rilevabili anche in sede giurisdizionale. Il sindacato giurisdizionale di legittimità del giudice amministrativo sulle valutazioni tecniche delle commissioni esaminatrici di esami o concorsi pubblici è legittimamente svolto quando il giudizio della commissione esaminatrice è affetto da illogicità manifesta o da travisamento del fatto in relazione ai presupposti stessi in base ai quali è stato dedotto il giudizio sull'elaborato sottoposto a valutazione. Ad affermare l’importante principio di diritto sono le Sezioni Unite della Cassazione con sentenza n. 8412, depositata il 28 maggio 2012. La Cassazione ammette che ci possano essere commissioni che sbagliano. Il sindacato nel merito è già adottato dal presente TAR Lecce con pronunce su ricorsi analoghi, anche della medesima sessione d’esame, con analisi del merito degli elaborati in presenza di chiare discrasie tra contenuto dell’elaborato e giudizio reso. Interventi nel merito adottati persino in fase cautelare e non in fase di giudizio. Come ad esempio:

sul ricorso numero di registro generale 1601 del 2010, proposto da: Mariangela Gigante, rappresentata e difesa dall'avv. Antonio Ciaurro;

sul ricorso numero di registro generale 1312 del 2011, proposto da: Marco Castelluzzo, rappresentato e difeso dall'avv. Gianluigi Pellegrino;

sul ricorso numero di registro generale 1489 del 2011, proposto da: Francesca Cotrino, rappresentato e difeso dall'avv. Antonio P. Nichil

Con ossequio.

Lecce,  09.07.2012

Avv. Mirko Giangrande

 

TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE DELLA PUGLIA

SEZIONE DISTACCATA DI LECCE

 

RICORSO PER L’ANNULLAMENTO

della valutazione negativa data alle prove scritte degli esami per avvocato 2010

E CONTESTUALE ISTANZA DI SOSPENSIONE

dell’efficacia e degli effetti degli atti propedeutici impugnati

del dr. Antonio Giangrande,                                                                                    RICORRENTE

INDICE DEL FASCICOLO

A. Ricorso con contestuale istanza di sospensione.

Allegati:

1.     Verbale di correzione della Iª sottocommissione di esame di Palermo per la sessione 2010;

2.     Elaborati consegnati dal sottoscritto in tema: a) penale; b) civile; c) atto giudiziario;

3.     La graduatoria per la lettera G con data di affissione pubblicata dalla Corte d'Appello di Lecce;

4.     Verbali e compiti delle sessioni di avvocato: a) 2009, b) 2008, c) 2007.

B. Istanza di fissazione dell’Udienza.

 

Ai sensi dell’art. 136 del codice amministrativo (D.lgs. 104/2010) si attesta che la copia informatica in formato DVD qui in allegato è conforme al fascicolo cartaceo depositato.

Avv. Mirko Giangrande

Da notificarsi con urgenza

 

TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE DELLA PUGLIA

SEZIONE DISTACCATA DI LECCE

 

RICORSO PER L’ANNULLAMENTO

della valutazione negativa data alle prove scritte degli esami per avvocato

E CONTESTUALE ISTANZA DI SOSPENSIONE

dell’efficacia e degli effetti degli atti propedeutici impugnati

L. 6 dicembre 1971 n. 1034

del dr. Antonio Giangrande,                                                                                    RICORRENTE,

nato ad Avetrana (TA) il 02/06/1963 ed ivi residente alla via A. Manzoni, 51, C. F. GNGNTN63H02A514Q, rappresentato e difeso dall'Avv. Mirko Giangrande, presso lo Studio Legale del medesimo difensore in Avetrana, via A. Manzoni, 51, C. F. GNGMRK85A26E882V, tel/fax  099/9708396 elettivamente domiciliati, come da mandato speciale in calce del presente atto,

contro

Ministero della Giustizia,                                                                                           RESISTENTE, in persona del Ministro pro tempore On. avv. Angelino Alfano;

Commissione centrale Esami di Avvocato c/o Ministero della Giustizia,             RESISTENTE, in persona del presidente pro tempore avv. Antonio De Giorgi;

Iª Sottocommissione Esami Avvocato c/o Corte di Appello di Palermo,             RESISTENTE, in persona del presidente pro tempore avv. Giuseppe Cavasino;

Iª Sottocommissione Esami Avvocato c/o Corte di Appello di Palermo,             RESISTENTE, in persona del presidente supplente pro tempore avv. Mario Grillo;

Iª Sottocommissione Esame di Avvocato c/o Corte di Appello di Lecce,             RESISTENTE, in persona del presidente pro tempore avv. Maurizio Villani;

tutti rappresentati e difesi dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato in Lecce e domiciliati per legge presso gli uffici della stessa Avvocatura in Lecce, via F. Rubichi 23,

per l'annullamento della valutazione negativa data alle prove scritte dell’esame di avvocato,

previa sospensione urgente e necessaria dell'efficacia e degli effetti degli atti propedeutici

impugnati per periculum in mora e per  fumus boni iuris,

    del verbale n. 20 redatto nella seduta del 19.04.2011 dalla Iª Sottocommissione esame di avvocato presso la Corte di Appello di Palermo, nella parte in cui attribuisce alle tre prove scritte riferite alla busta n. 198 del ricorrente un punteggio insufficiente, rispettivamente 25 per il penale, 25 per il civile e 25 per l’atto giudiziario, pari complessivamente a 75 punti;

    del provvedimento recante la valutazione 25 data al parere legale, reso al quesito della traccia n. 2 del compito scritto di diritto civile del 14 dicembre 2010, indicato con il n.198/1;

    del provvedimento recante la valutazione 25 data al parere legale, reso al quesito della traccia n. 1 del compito scritto di diritto penale del 15 dicembre 2010, indicato con il n. 198/2;

    del provvedimento recante la valutazione 25 data al parere legale, reso al quesito della traccia n. 1 del compito scritto di atto giudiziario redatto in materia di diritto privato del 16 dicembre 2010, indicato con il n. 198/3;

Provvedimenti con i quali la Iª sottocommissione esaminatrice per gli esami di avvocato presso la Corte di Appello di Palermo – sessione 2010 – non ha ammesso il ricorrente alle successive prove orali;

    del consequenziale elenco degli ammessi alle prove orali, sessione 2010, degli esami di abilitazione alla professione di avvocato, relativamente alla Corte di Appello di Lecce, pubblicato il 28 giugno 2011, nella parte in cui esclude il ricorrente, in base all’ordine alfabetico, contenuto in pagina 3 e 4 rispetto alla lettera G;

   di ogni altro atto o provvedimento preordinato, collegato o consequenziale ed in particolare, dei criteri fissati dalla predetta Sottocommissione con verbale n. 20 del 19.04.2011 per la valutazione degli elaborati.

Con conseguente disposizione,

con ordinanza cautelare di ammissione diretta del ricorrente all’esame orale per la ravvisata esistenza di un pericolo di danni gravi ed irreparabili per il ricorrente derivanti dall'esecuzione dell'atto impugnato, sulla base della rilevazione di gravi vizi di legittimità della costituzione e composizione della Iª sottocommissione di Palermo e della correzione, tenuto conto della rilevanza e palesità dei vizi e dall’obiettiva natura degli elaborati d’esame, che permette di concludere favorevolmente un giudizio prognostico in ordine alla sufficienza complessiva della prova scritta;

nel merito con rito ordinario, dichiarare i gravi vizi di legittimità riscontrati attinenti la costituzione, la composizione e l’attività sindacale della Iª sottocommissione di Palermo, annullando i provvedimenti adottati e procedendo per la nuova correzione degli elaborati del ricorrente, che dovrà eseguirsi d’ufficio, ovvero rivolgersi ad altra sottocommissione d’esame di Palermo, al cui interno non vi facciano parte i Commissari che hanno partecipato al giudizio della prova impugnata.

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FATTO

Il ricorrente partecipava alla sessione 2010 degli esami di abilitazione all’esercizio della professione di Avvocato, presso la Corte di Appello di Lecce, effettuando le relative prove scritte.

1.     Nella sessione 2010 del concorso di avvocato, a cui l’istante ha partecipato come candidato, poi escluso, la Iª sottocommissione di esame presso la Corte di Appello di Palermo, competente a correggere i compiti itineranti svolti presso le sottocommissioni di esame della Corte di Appello di Lecce, con atteggiamento proprio delle sottocommissioni del nord Italia, ha promosso un candidato su tre, differenziandosi quanto fatto l’anno prima, sempre sui compiti di Lecce, dalle benevoli sottocommissioni di Salerno, che hanno promosso un candidato su due. Per esempio, sottocommissioni di esame benevole sono state, altresì, nella sessione del 2010 quelle presso la Corte di Appello di Napoli, che hanno corretto i compiti svolti presso le sottocommissioni di esame della Corte di Appello di Bari, promuovendo un candidato su due. Sempre a Bari l’anno prima le sottocommissioni di esame della Corte di Appello di Torino, invece, meno benevoli, promossero un candidato su tre. Questo sistema, poggiato su principi non previsti dalle norme concorsuali, ingiustificati, altalenanti, parziali e discriminatori, è notorio ed è comune in tutta Italia e per tutti gli anni. In questo modo i candidati, in base alle percentuali di ammissione adottate negli anni precedenti dalle  sottocommissioni sorteggiate, conoscono percentualmente il loro destino in anticipo, ben prima di sapere i voti resi ai loro pareri scritti.

2.     In data 28.6.2011, per pubblicazione effettuata da parte della Corte di Appello di Lecce, l’istante aveva conoscenza della mancata ammissione alle prove orali, per effetto dell’attribuzione agli elaborati d’esame, da parte della Iª Sottocommissione presso la Corte di Appello di Palermo, del giudizio complessivo di 75 (25 per la prova di diritto civile, 25 per la prova di diritto penale e 25 per l’atto giudiziario in diritto civile);

3.     a seguito dell’esercizio del diritto di accesso, constatava che la valutazione degli elaborati d’esame fosse stata effettuata in termini puramente numerici e in tempi insufficienti; che il giudizio negativo non era confutato da corrispettivi raffronti di errori indicati negli elaborati con glosse, correzioni, sottolineature con note o spiegazioni a margine, ecc. I compiti immacolati, perfetti dal punto di vista ortografico, con maggior aggravio di tempo, sono stati redatti addirittura in stampatello e non in corsivo per agevolarne la comprensione. Come perfetti sono dal punto di vista sintattico e grammaticale, stante l’assenza di correzioni, glosse, note a margine. Come altresì perfetti sono dal punto di vista tecnico conformandosi il parere reso all’orientamento totalitario.

4.      Nel visionare i giudizi degli elaborati si notava la mancanza del voto di ciascun commissario, ovvero il voto riferito a ciascun criterio individuato per la valutazione delle prove, così come la commissione si richiama nell’atto di verbale.

5.     Dalla visione degli elaborati e del verbale di correzione redatto dalla Iª sottocommissione di Palermo in data 19 aprile 2011 si rileva che in sottocommissione non vi era il Presidente di commissione centrale; non vi era il Presidente titolare della Iª sottocommissione di Palermo; non vi era il voto di ciascun commissario sulle prove, né vi era il voto riferito a ciascun criterio di correzione. Criteri fissati dalla Commissione Centrale e fatti propri dalla Iª sottocommissione esaminatrice. Nella sottocommissione, altresì, mancava la componente professionale adatta a correggere i compiti dal punto di vista lessicale, grammaticale, sintattico,  persuasivo ed ogni altro criterio di correzione riconducibile alle materie letterarie, filosofiche e comunicative. Invece la Iª Sottocommissione di Palermo è composta solo da pratici del diritto e da un’unica figura di professore universitario, Laura Lorello, che ha, però, la qualifica di docente di diritto Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo.

6.     I voti resi agli elaborati nella sessione 2010 sono identici ai voti resi nelle rispettive sessioni 2009, 2008, 2007, e con le stesse modalità di correzione (compiti immacolati), come se fosse un modus operandi.

7.     A presiedere la Commissione centrale d’esame è l’Avvocato Antonio De Giorgi, componente del Consiglio Nazionale Forense indicato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce. Egli ha già presieduto le sottocommissioni di esame di avvocato presso la Corte di Appello di Lecce come presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce nel periodo ante riforma del 2003. Riforma che di fatto ha criticato l’operato di tutte le sottocommissioni d’Italia, estromettendone, per mala gestio degli esami, proprio tutti i consiglieri dell’ordine degli avvocati.

I provvedimenti meglio specificati in epigrafe sono impugnati dal ricorrente per: violazione art. 3 L. 241 del 1990, difetto assoluto di motivazione; violazione delle norme in materia di valutazione degli elaborati nelle prove concorsuali; violazione dei criteri generali stabiliti dall'articolo 1-bis, comma 9, della legge 18 luglio del 2003 e fissati nella seduta del 09.12.2010 dalla Commissione centrale presso il Ministero della Giustizia, di recepimento della circolare ministeriale del 8 novembre 2010; eccesso di potere per errore nei presupposti; difetto di istruttoria; illogicità, contraddittorietà, parzialità dei giudizi.

Tutto ciò lede il principio costituzionale di imparzialità e buon andamento della Pubblica Amministrazione.

Il ricorrente da 13 anni subisce le conseguenze negative di questo sistema illegittimo di correzione degli elaborati. All’uopo si portano in visione gli atti concorsuali degli ultimi 3 anni, da cui si evincono, oltre le invalidità meglio di seguito specificate, anche le “stranezze” nel rendere il giudizio: per tutti i compiti resi nei vari anni si appalesa quel 24/25 uguale per tutti gli elaborati; i giudizi illogici, tenuto conto che i compiti sono immacolati e i giudizi numerici identici tra loro, senza soluzione di continuità; i compiti immacolati e giudizi mancanti di ogni indicazione logica che possa far inquadrare al ricorrente le manchevolezze, a cui porre rimedio nelle sessioni successive.

Il ricorrente  ha diritto di conoscere le lacune che, in tutti questi anni,  sono stati causa di inidoneità e se tali lacune siano fondate. I giudizi resi, non sopportati da elementi concreti (correzioni, glosse, note e spiegazioni, ecc.), fanno sì che la commissione correttrice, venendo meno ai suoi doveri di trasparenza, correttezza ed equità, impedisce, di fatto, la conoscenza dell’errore, non indicato palesemente, il quale può essere senza colpa reiterato dal ricorrente.

DIRITTO

I provvedimenti de quo impugnati devono considerarsi illegittimi per i seguenti motivi di diritto, indicati per economia processuale in modo sintetico e con riferimento alla giurisprudenza domestica più recente.

In premessa alle contestazioni soggettive rilevate e sollevate, si presenta all’attenzione della S.V. una questione che, di per sé in modo oggettivo, invaliderebbe tutte le prove scritte svolte presso ogni Corte di Appello, sede d’esame di concorso di avvocato. Ma che, per forza di cose, ne si chiede applicazione unicamente all’interesse dell’istante, qui rappresentato.

Qui si evince un fatto, da sempre notorio su tutti gli organi di stampa, rilevato e rilevabile in ambito nazionale: ossia la disparità di trattamento tra i candidati rispetto alla sessione d’esame temporale e riguardo alla Corte di Appello di competenza. Diverse percentuali di idoneità (spesso fino al doppio), per tempo e luogo di esame, fanno sperare i candidati nella buona sorte necessaria per l’assegnazione della commissione benevola sorteggiata. Nel Nord Italia le percentuali adottate dalle locali commissioni d’esame sono del 30%, nel sud fino al 60%. Le sottocommissioni di Palermo sono come le sottocommissioni del Nord Italia.

I Candidati sperano nella buona sorte dell’assegnazione.

La Fortuna: requisito questo non previsto dalle norme.

E’ illegittimo, agli occhi dell’art. 3 e dell’art. 97 della Costituzione, il fatto che ogni candidato di debba affidare ogni anno alla benevolenza della commissione di esame estratta per la correzione dei compiti itineranti. In particolare i candidati di Lecce si sottopongono al giudizio di commissioni che adottano percentuali di idoneità che vanno dal 30% di Palermo e Torino, al 60% di Salerno e Reggio Calabria. L’idoneità non può essere riconducibile a fattori estemporanei temporali o territoriali, come anno e luogo di nascita. Tra i requisiti richiesti per il superamento dell’esame non vi è, né vi potrebbe mai essere indicata “la Fortuna”. Tali percentuali, adottati al di là di ogni ragionevole logica, inficiano in modo grave il buon andamento e l'imparzialità dell'amministrazione pubblica, oltre che a ledere il diritto di uguaglianza dei candidati partecipanti ai medesimi esami, ma giudicati da commissioni diverse. Non solo. Adottando improvvidi atteggiamenti la Commissione giudicatrice, impedendo l’accesso all’abilitazione ai candidati “sfortunati” , lede l’art. 4 della Costituzione:   “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Tutto questo sotto l’aspetto oggettivo, rilevabile d’ufficio, in quanto il giudizio reso agli elaborati della odierna sessione 2010 del ricorrente è stato viziato dalla “Sfortuna” di trovare una sottocommissione, quella di Palermo, poco incline alla benevolenza, la quale ha reso idonei pochi candidati di Lecce, rispetto a quella di Salerno dell’anno precedente, che ne ha resi idonei il doppio.

Uno studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti sugli Ordini professionali, pubblicato sul Corriere della Sera del 4 luglio 2011 parla di risultati riconducibili in prevalenza al familismo, ovvero all’impedimento della libera concorrenza da parte di chi, avvocati in commissioni d’esame, ha tutto l’interesse a limitare l’accesso a nuovi professionisti.

Qui si contesta la competenza dei commissari a poter svolgere dei controlli di conformità ai criteri indicati: capacità pedagogica propria di docenti di discipline didattiche non inseriti in commissione.

Qui si contesta la mancanza di motivazione alle correzioni, note, glosse, ecc., tanto da essere contestate dal punto di vista oggettivo da gente esperta nella materia di riferimento.

La commissione di esame di avvocato presso il Ministero della Giustizia, sessione 2010, ha definito i seguenti criteri per la valutazione degli elaborati, stabiliti dall'articolo 1-bis, comma 9, della legge 18 luglio del 2003 e fissati nella seduta del 09.12.2010 dalla Commissione centrale presso il Ministero della Giustizia, di recepimento della circolare ministeriale del 8 novembre 2010:

1.     Chiarezza, logicità e metodologia dell’esposizione, con corretto uso di grammatica e sintassi;

2.     Capacità di soluzione di specifici problemi;

3.     Dimostrazione della conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici trattati e della capacità di cogliere profili interdisciplinari;

4.     Padronanza delle tecniche di persuasione.

L’esame scritto di avvocato presenta insidie particolari. Infatti è ben diverso dagli esami universitari ed allo stesso tempo è molto lontano da ciò cui abitua la pratica: si trova in un limbo in cui si chiede al candidato di riesumare le nozioni istituzionali dei manuali universitari ed allo stesso tempo di superare l’astrattezza della teoria con applicazione a tracce d’esame che, pur se tratte dalla giurisprudenza, non possono che essere stilizzate. Di conseguenza generalmente manca nel candidato una preparazione specifica ad un simile genere di prova.

Così come tale preparazione specifica manca al singolo commissario d’esame.

Sul punto si può osservare che il parere non è un atto, in cui si perorano le ragioni dell’assistito, prendendo in considerazione le argomentazioni della controparte solo per contestarle. Tale differenza emerge chiaramente dalla lettura della lettera e) del prima riportato art. 1 comma 9, allegato della legge 180/2003, per cui le tecniche di persuasione sono elementi rilevanti solo ai fini della valutazione dell’ultima prova d’esame.

Il parere però non è nemmeno una mera rassegna degli orientamenti giurisprudenziali esistenti, di cui riportare acriticamente la massima. Infatti il semplice collage dei dicta pretori non dimostra capacità alcuna, soprattutto se si tiene conto che il candidato si avvale di un codice commentato.

Il candidato, quindi, ha diritto ad essere giudicato, da una commissione che garantisca l’effettiva competenza a poter svolgere il suo compito. Questa certezza la può dare solo una commissione in cui vi facciano parte esperti di discipline che possano verificare e giudicare l’elaborato del candidato, al di là di ogni ragionevole contestazione. Tenuto conto altresì che si chiede al singolo candidato di avere una sorta di competenza tale da soddisfare le verifiche di più commissari esperti nelle varie materie.

Ma proprio questo è il punto: i commissari d’esame non hanno la preparazione professionale per poter svolgere il ruolo di cui sono incaricati. Anche perché c’è una lacuna di fondo.

Si insiste nel dire sulla necessità di formare i formatori. Alcuni Consigli dell’Ordine degli Avvocati hanno previsto espressamente nello Statuto delle erigende scuole la presenza obbligatoria di un modulo di metodologia giuridica accanto alle materie istituzionali. Modulo il cui insegnamento è stato affidato a studiosi e docenti di filosofia del diritto. La metodologia, infatti, comprende (secondo la prospettiva classica) lo studio delle discipline finalizzate a produrre chiarezza, logicità e rigore metodologico dell’esposizione […] capacita di soluzione di specifici problemi […] padronanza delle tecniche di persuasione (si cita dall’art. 1 bis, 9° comma, della L.180/2003 sui criteri di valutazione della prova scritta all’esame di Stato per la professione d’avvocato). In questo senso, dunque, l’inserimento a Statuto di un modulo didattico di metodologia risponde ai precisi requisiti del legislatore circa le abilità richieste al principiante avvocato.

Molto più di questo, però, vale l’osservazione per cui la metodologia giuridica non può limitarsi a rappresentare una fra le materie impartite nella scuola, poiché, se quest’ultima vuole davvero ispirarsi al modello non occasionale del ginnasio forense, dovrà assumere la metodologia come struttura e non soltanto come contenuto inserito in un contesto ancora ‘tradizionale’ (sostanzialmente mutuato dalle Facoltà giuridiche). Il che significa che il “frame” delle diverse unità didattiche (di civile, di penale, di amministrativo ecc.) dovrà avere natura metodologica (questione della formazione dei formatori e della meta-didattica).

Per quanto riguarda la corretta applicazione di sintassi e grammatica, oltretutto, si abbisogna di un docente delle discipline umanistiche, nel campo delle lettere, competente specificatamente su vari ambiti: analisi logica; conoscenza e comprensione delle varie funzioni logiche; comprensione e riconoscimento delle diverse funzioni logiche nella frase semplice e nel discorso; ortografia e punteggiatura; conoscenza morfologica delle regole ortografiche e di punteggiatura, padronanza dell’ortografia e della punteggiatura nella scrittura; viaggio tra forma e significato delle parole; conoscenza delle forme di derivazione e alterazione delle parole; conoscenza e comprensione del vocabolario; conoscenza delle varie relazioni di significato tra le parole; abilità di base della scrittura di un testo e tecniche narrative essenziali; abilità di preparazione, organizzazione coerente di idee su un determinato tema, abilità di espressione chiara e pertinente, abilità tecniche narrative essenziali, abilità essenziali di generi narrativi diversi, abilità essenziali di descrizione e riflessione.

La commissione di esame, così come è composta, fatta esclusivamente da soggetti pratici, più che teorici, oltretutto elementi formatisi con discipline giuridiche, non garantisce la totale efficienza ed attendibilità nella verifica degli elaborati.

I Commissari che hanno corretto i compiti dell’istante sono 2 magistrati e 2 avvocati ed un professore di diritto costituzionale.

I Commissari nominati soddisfano solo le aspettative dei principi indicati al punto 3, (attinenza agli istituti giuridici), restando sguarniti i restanti punti, propri dei professori di lettere, filosofia e in discipline della comunicazione.

Nel caso di specie i commissari nominati, alla mancanza di tali soggetti professionali, figure indispensabili, hanno ovviato, intervenendo con giudizi impropri e spesso errati.

Con la metodologia adottata ogni errore evidenziato deve essere motivato, per poter essere verificato da personale esperto. Qui non vi è alcun errore né vi è alcuna motivazione per poter vagliare il grado di incisività e fondatezza dell’emendamento.

Il recente intervento della Corte Costituzionale, che abilita il solo voto numerico in virtù del “Diritto Vivente”, non intacca un approccio diverso al problema. Il giudizio sintetico, abilitato dalla Corte, impedisce l’indagine nel merito della decisione definitiva presa, che diventa sunto delle risultanze rese per i vari criteri di valutazione, ma non può mancare la motivazione agli emendamenti ed i rilievi che toccano la stessa prova scritta. Si deve valutare la competente Commissione, nei casi di valutazione negativa, ove non sussista l’obbligo della motivazione finale, la quale è costretta ad un più attento esame degli elaborati, al fine di giustificare in maniera adeguata e puntuale il proprio operato, suscettibile di essere sottoposto al vaglio dell’Autorità giurisdizionale, il che sicuramente rafforza l’osservanza del principio di buon andamento di cui all’art. 97 Costituzione.

Qui si evince la carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque si contesta la fondatezza dei rilievi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta mancanza di motivazione al giudizio, didattica e propedeutica al fine di conoscere e correggere gli errori, per impedirne la reiterazione.

Per la Corte Costituzionale, con sentenza 175 del 2011,“buon andamento, economicità ed efficacia dell’azione amministrativa rendono non esigibile una dettagliata esposizione, da parte delle commissioni esaminatrici, delle ragioni sottese ad un giudizio di non idoneità, sia per i tempi entro i quali le operazioni concorsuali o abilitative devono essere portate a compimento, sia per il numero dei partecipanti alle prove”. Così la Corte Costituzionale ha sancito, il 7 giugno 2011, la legittimità costituzionale del cd. “diritto vivente”, secondo cui sarebbe sufficiente motivare il giudizio negativo, negli esami di abilitazione, con il semplice voto numerico. La Corte osserva come non sia sostenibile – come spesso affermato – che il punteggio indichi soltanto il risultato della valutazione: “esso, in realtà, si traduce in un giudizio complessivo dell’elaborato, alla luce dei parametri dettati dall’art. 22, nono comma, del citato r.d.l. n. 1578 del 1933, suscettibile di sindacato in sede giurisdizionale, nei limiti individuati dalla giurisprudenza amministrativa”. Il che vale a dire che “il sindacato giurisdizionale sul provvedimento di non ammissione, in presenza dell’ampio potere tecnico-discrezionale spettante agli organi preposti alla valutazione, può avvenire soltanto in caso di espressione di giudizi discordanti tra i commissari o di contraddizione tra specifici elementi di fatto, i criteri di massima prestabiliti e la conseguente attribuzione del voto”.“…il punteggio espresso deve trovare specifici parametri di riferimento nei criteri di valutazione ….ed è soggetto a controllo da parte del giudice amministrativo che, pur non potendo sostituire il proprio giudizio a quello della commissione esaminatrice, può tuttavia sindacarlo, nei casi in cui sussistano elementi in grado di porre in evidenza vizi logici, errori di fatto o profili di contraddizione ictu oculi rilevabili, previo accesso agli atti del procedimento”.

La Corte Costituzionale per ragion di Stato (tempi ristretti ed elevato numero) afferma piena fiducia nelle commissioni di esame (nonostante la riforma e varie inchieste mediatiche e giudiziarie ne minano la credibilità), stabilendo una sorta d’infallibilità del loro operato e di insindacabilità dei giudizi resi, salvo che il sindacato non promani in sede giurisdizionale. I candidati, quindi, devono sperare nel Foro presso cui vi sia tutela della meritocrazia ed un certo orientamento giurisprudenziale a favore dei diritti inviolabili del candidato, che nella massa è ridimensionato ad un semplice numero, sia di elaborato, sia di giudizio. Giudizi rapidi e sommari, che spesso non valorizzano le capacità tecniche e umane che da un’attenta lettura dell’elaborato possono trasparire.

Fatto assodato ed incontestabile il voto numerico, quale giudizio e motivazione sottesa. Esso deve, però, riferire ad elementi di fatto corrispondenti che supportino quel voto.

Elementi di fatto che qui mancano o sono insussistenti.

Ai fini della ricorrezione degli elaborati, il provvedimento di mancato superamento delle prove scritte privo di motivazione e di segni grafici sugli elaborati, va sospeso. E’ questo il principio con cui il TAR Genova con ordinanza n. 380/2010 ha accolto l’istanza di sospensiva connessa al ricorso principale finalizzato all’annullamento del provvedimento di non ammissione alle prove orali per l’abilitazione forense privo di alcuna motivazione. In particolare, per il Tar Ligure va ordinata la ricorrezione degli elaborati “Rilevato che la mancanza di correzioni o glosse e, soprattutto, l’assoluta identità del voto - finanche nelle valutazioni espresse su ogni singolo elaborato da ciascun commissario - conseguito in tre distinte e differenti prove, costituiscono spie dell’eccesso di potere, sotto il profilo della carenza di istruttoria”.

Conforme è T.A.R. Puglia, Bari, Sezione II, Sentenza 28 ottobre 2008, n. 2401: Rileva il Collegio che, dall'esame dell'art. 23 comma 3 R.D. 37/1934 e successive modificazioni, emerge con chiarezza che la Commissione esaminatrice è tenuta nella valutazione degli elementi a svolgere un doppio procedimento: a) di lettura e correzione; b) di giudizio, entrambi a tradursi nei relativi verbali. Deve evidenziarsi che le fasi anzidette, imposte per legge, sono autonome, distinte e non sovrapponibili, investendo la prima un'operazione di stretta rilevazione di errori, difetti, inesattezze, quale risultante della correzione (v. dizionario della lingua italiana); riguardando, invece, la seconda fase, un'operazione di vera e propria attribuzione del punteggio, quale risultante del giudizio. Più in particolare, mentre l'operazione di correzione rappresenta uno strumento tipico ed essenziale di emersione dei profili di criticità/carenza/positività delle tesi esposte, l'operazione di giudizio costituisce più propriamente l'attribuzione del punteggio. Osserva il Collegio che, dall'esame degli atti depositati in giudizio, si evince, invece, che il verbale di correzione riporta semplicemente i punteggi attribuiti al candidato nelle tre prove scritte, punteggi che compaiono, poi, in ripetizione nel verbale di giudizio, sicchè l'operazione di correzione risulta pretermessa e/o comunque assorbita in quella di giudizio. Operando in tal modo la Commissione esaminatrice ha posto in essere un'attività difforme dal paradigma legale, omettendo di svolgere l'operazione preliminare di correzione degli elaborati che, costituisce la fase più importante dell'attività valutativa a motivo della trasparenza ad essa connaturata essendo volta a rendere intelligibile la misura della professionalità espressa. Occorre, per ragioni di estrema chiarezza, quindi rilevare che, nella specie, si fa questione di profili di violazione di legge (art. 23 comma 3 R.D. 37/1934 e successive modificazioni) che investono, come s'è detto, la fase della correzione degli elaborati, e non, invece, la fase del giudizio che, ancorché sintetico (per attribuzione di punteggio numerico), si attesta come eloquente e, quindi, idoneo ad esprimere la professionalità di ogni singolo candidato (in tal senso questa Sezione è allineata alla giurisprudenza costante e ferma del Consiglio di Stato). Rileva, altresì, il collegio che ricorre nella specie il dedotto vizio di eccesso di potere per contraddittorietà e illogicità. Ed invero, occorre premettere che la Commissione per l'esame di avvocato ha approvato all'unanimità i criteri direttivi per la correzione degli elaborati scritti ai sensi della legge 180/2003. La stessa Commissione, tra l'altro, "… invita ad indicare sull'elaborato il punto o il punto che eventualmente si ritengano non conformi alla direttive sopraindicate" …"sollecita le sottocommissioni ad attenersi ai predetti criteri"; prevedendo espressamente che ciascuna Sottocommissione trasmetta alla Commissione centrale "… “copia del verbale della riunione nella quale saranno esaminati e recepiti i criteri valutativi sopra riportati ed assunti come riferimento per l'assegnazione del punteggio”.  Gli atti di cui sopra, espressione dei poteri autorganizzativi della Commissione e della sua autonomia nell'espletamento del compito demandatole, integrano evidente autolimitazione e vincolano la Commissione medesima, nonché le sottocommissioni, che ne costituiscono articolazioni interne, all'osservanza dei criteri medesimi. Rileva pertanto il Collegio che ricorre nelle specie non già vizio di motivazione, bensì eccesso di potere per contraddittorietà rispetto a precedenti atti e provvedimenti della stessa Commissione, di carattere vincolante, atteso che gli elaborati scritti in atti evidenziano la pressoché totale assenza di segni e indicazioni grafiche.

L'esecuzione della sentenza comporterà l'obbligo della Commissione di procedere senza indugio alla correzione degli elaborati , con conseguente formulazione di un nuovo giudizio in coerenza con il dettato di legge in uno con i criteri fissati dalla Commissione medesima, con l'effetto che, in sede di rinnovazione delle operazioni di correzione (e quindi di giudizio), la Commissione debba riesaminare gli elaborati secondo una tecnica di rilevazione degli errori e delle inesattezze giuridiche di cui resti traccia evidente nel verbale di correzione.

Il precedente del TAR Puglia Lecce sez. I 23 aprile 2009, n. 746 - (3519) definitivamente pronunciando sul ricorso, attinente i motivi de quo, lo accoglie, come da motivazione e, per l'effetto, dispone l’annullamento degli atti impugnati.

Ormai da lungo tempo (ed in particolare, da T.A.R. Puglia Lecce, sez. I, 14 giugno 1996, n. 510), la giurisprudenza della Sezione segue un percorso argomentativo che ritiene la valutazione degli elaborati d’esame o di concorso in forma meramente numerica assolutamente insufficiente ad integrare l’obbligo di motivazione previsto dall’art. 3 della l. 7 agosto 1990 n. 241, nelle ipotesi in cui i criteri generali di valutazione degli elaborati siano stati predeterminati in maniera tale da attribuire alla Commissione un rilevante spazio di apprezzamento (spazio di apprezzamento che manca, ovviamente, nelle ipotesi di criteri di valutazione formulati con riferimento a questionari a risposta predeterminata o ad altri sistemi “vincolati” di valutazione) che deve poter essere “controllato” dai partecipanti alla procedura selettiva ed in definitiva, dall’intera collettività.

Dopo l’intervento di una importante decisione della Corte costituzionale (Corte cost. ord. 14 novembre 2005 n. 419), l’orientamento è stato riaffermato da sentenze più recenti della Sezione (T.A.R. Puglia Lecce sez. I 20 novembre 2008 n. 3375; 21 dicembre 2006 n. 6055 e 6056), sulla base di una struttura argomentativa estremamente aggiornata che può essere richiamata anche in questa sede, in funzione motivazionale della presente decisione: all’udienza del 21 gennaio 2004 il T.A.R. sospendeva il giudizio e rimetteva gli atti alla Corte costituzionale, così motivando:

1. – L’illegittimità dell’impugnato giudizio negativo viene denunciata nel ricorso sotto molteplici profili; ritiene il Collegio che tra questi debba essere prioritariamente definito quello concernente il difetto di motivazione. Ciò in quanto il fine perseguito dalla ricorrente è, insieme alla caducazione degli atti impugnati, la rinnovazione del giudizio sulle sue prove scritte; rispetto a tale obiettivo, la decisione sulla censura relativa al profilo motivazionale risulta centrale, non solo ai fini dell’invocato annullamento del giudizio negativo già formulato (stante il carattere tipicamente assorbente, rispetto alle altre censure, del vizio di carenza di motivazione), ma anche e soprattutto ai fini conformativi dell’attività che la Pubblica Amministrazione sarebbe chiamata a svolgere nell’eventualità di un accoglimento del gravame, essendo evidente che, in tale ipotesi, la Commissione dovrebbe, in diversa composizione, procedere ad un nuovo esame delle prove scritte della ricorrente, fornendo congrua motivazione del nuovo giudizio, esplicitata da significative formule verbali; e ciò a prescindere da eventuali lacune degli elaborati, poiché l’enunciazione, ancorché sintetica, delle ragioni di un giudizio non positivo corrisponde al generalissimo precetto di clare loqui, (costituente di per sé un preminente valore fornito di garanzia costituzionale ex artt. 97 e 2 della Carta Fondamentale), consentendo al candidato un adeguato riscontro tra il contenuto della prova svolta e la sua negativa valutazione: il che può alternativamente condurre ad una consapevole reazione in sede giurisdizionale ovvero all’accettazione dell’esito negativo, visto anche in funzione di aiuto e di indirizzo per le scelte future.

2. – Sostiene, in proposito, il ricorrente che il detto giudizio negativo, espresso esclusivamente in forma numerica, attraverso voti, contrasta con il principio generale enunciato dall’art. 3, comma 1, della Legge 7 agosto 1990, n. 241, a tenore del quale: “ogni provvedimento amministrativo, compresi quelli concernenti l’organizzazione amministrativa, lo svolgimento dei pubblici concorsi ed il personale, deve essere motivato, salvo che nelle ipotesi previste dal comma 2. La motivazione deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione, in relazione alle risultanze dell’istruttoria. La questione dell’integrale applicabilità della norma citata agli esami di abilitazione all’esercizio della professione forense è stata oggetto di ripetuto esame da parte del Consiglio di Stato il quale ha elaborato in proposito un orientamento secondo cui, anche dopo l’entrata in vigore della l. n. 241 del 1990, l’onere di motivazione dei giudizi concernenti prove scritte ed orali di un concorso pubblico o di un esame di abilitazione è sufficientemente adempiuto con l’attribuzione di un punteggio alfanumerico, configurandosi quest’ultimo come formula sintetica, ma eloquente, che esterna adeguatamente la valutazione tecnica della commissione e contiene in sé la sua stessa motivazione, senza bisogno di ulteriori spiegazioni e chiarimenti. Si è inoltre precisato che l’art. 3, comma 1, della l. n. 241 del 1990 si riferisce all’attività amministrativa provvedimentale e non all’attività di giudizio conseguente a valutazione, quale è, appunto, quella relativa all’attribuzione di un punteggio alla preparazione culturale o tecnica del candidato. Detti principi possono dirsi assolutamente pacifici nella giurisprudenza del Giudice di Appello, essendo stati ribaditi, da ultimo, tra le tante, dalle seguenti decisioni: C.d.S., IV Sez., 1 febbraio 2001, n. 367; id. 12 marzo 2001, n. 1366; id. 29 ottobre 2001, n. 5635; id. 27 maggio 2002, n. 2926; id. 1 marzo 2003, n. 1162; id. 8 luglio 2003, n. 4084; id. 17 dicembre 2003, n. 8320; id. 4 maggio 2004, n. 2748; id. 4 maggio 2004, n. 2745; id. 7 maggio 2004, n. 2881; id. 7 maggio 2004, n. 2863; id. 7 maggio 2004, n. 2846; id. 19 luglio 2004, n. 5175. A scalfire tale consolidato orientamento non vale la diversa tesi sostenuta dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato, secondo cui le commissioni esaminatrici, in mancanza di criteri generali di valutazione sufficientemente puntuali ed analitici, sono tenute a rendere percepibile l’iter logico seguito nell’attribuzione del punteggio, se non attraverso diffuse esternazioni relative al contenuto delle prove, quanto meno mediante taluni elementi che concorrano ad integrare e chiarire la valenza del punteggio, esternando le ragioni dell’apprezzamento sinteticamente espresso con l’indicazione numerica (cfr. Sez. IV, 30 aprile 2003, n. 2331; id. 13 febbraio 2004, n. 558; id. 22 giugno 2004, n. 4409; si veda anche, Cons. Stato, Sez. V, 28 giugno 2004, n. 4782). Ed invero, a parte il rilievo che nessuna delle pronunce da ultimo citate riguarda l’esame di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato, osserva il Collegio che trattasi di precedenti isolati e comunque non univoci, essendo stati smentiti da coeve decisioni della medesima Sezione Sesta (cfr., Sez. VI, 17 febbraio 2004, n. 659); onde, allo stato, non è possibile sostenere un “revirement” in materia del Consiglio di Stato, come dimostrato anche dalla circostanza che la questione circa la sufficienza del punteggio numerico per gli elaborati relativi alle prove scritte dell’esame di avvocato non è stata deferita all’Adunanza Plenaria ex art. 45, comma 2, R.D. 26 giugno 1924, n. 1054; di talché deve escludersi che sul punto che qui interessa siano sorti apprezzabili contrasti giurisprudenziali, tali da incrinare il pacifico orientamento di cui si è detto. Si deve, dunque, riconoscere che, in seno alla giurisprudenza del Consiglio di Stato, si è affermato il principio per cui l’art. 3, comma 1, della l. n. 241 del 1990 (alla luce del quale vanno interpretate le disposizioni sull’esame di avvocato contenute nel R.D. 22 gennaio 1934, n. 37 e, in particolare, quelle di cui agli artt. 17 bis e 23 che utilizzano il termine “punteggio”) esclude dall’obbligo di puntuale motivazione i giudizi espressi in sede di valutazione delle prove dell’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense; e che tale principio giurisprudenziale si è così stabilmente consolidato da acquisire i connotati del “diritto vivente”, nel senso che le norme suddette vigono nel nostro ordinamento nella versione e con il contenuto precettivo ad esse assegnato dalla su riferita giurisprudenza del Consiglio di Stato, al punto che non ne è ipotizzabile una modifica senza l’intervento del Legislatore o della Corte Costituzionale. A tale proposito, osserva il Collegio che in data 3 luglio 2001 è stata presentata alla Camera dei Deputati una proposta di legge (contraddistinta dal n. 1160, ed oggi assorbita dall’approvazione del più organico disegno di modifica ed integrazione della L. n. 241 del 1990 di cui al progetto di legge n. 3890 – B) che intendeva modificare il testo del comma 1 dell’art. 3 della legge n. 241 del 1990 (secondo l’interpretazione offertane dal Consiglio di Stato) in modo da estendere anche alle commissioni di esame per l’abilitazione all’esercizio della professione forense “l’obbligo di motivare per iscritto le valutazioni degli elaborati”; ciò che, evidentemente, conferma la natura di “diritto vivente” acquisita dal su riferito orientamento del Giudice di Appello.

3. - L’interpretazione del citato art. 3 seguita dal Consiglio di Stato appare sospettabile di illegittimità costituzionale, per cui non resta al Collegio che prospettare ex officio tali dubbi alla Corte Costituzionale, conformemente a quel consolidato indirizzo della giurisprudenza del Giudice delle Leggi, secondo cui, in presenza di un diritto vivente non condiviso dal Giudice a quo perché ritenuto costituzionalmente illegittimo, questi ha la facoltà di optare tra l’adozione, sempre consentita, di una diversa interpretazione, oppure –adeguandosi al diritto vivente- la proposizione della questione davanti alla Corte Costituzionale (cfr., ex plurimis, Corte Cost., sentt. n. 350/1997; 307/1996; 345/1995). Nel caso in esame il Collegio dubita della conformità a determinate norme costituzionali dell’indirizzo interpretativo dell’art. 3 della legge n. 241/1990 uniformemente seguito dal Consiglio di Stato in rapporto alla formulazione ed alla motivazione dei giudizi relativi ad esami di abilitazione professionale (con specifico riguardo agli esami per accedere alla professione di avvocato). In particolare tali dubbi si prospettano:

3.1 – in relazione all’art. 3 della Costituzione perché non appare ragionevole, nel contesto della legge generale sul procedimento amministrativo, una disposizione normativa che, mentre consacra il generale principio dell’obbligo di motivazione, tra l’altro facendo specifico riferimento a “lo svolgimento dei pubblici concorsi”, ne esclude, al contempo, l’applicazione a categorie di atti (nella specie i giudizi nell’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense) rispetto ai quali l’esigenza dei destinatari di conoscere, attraverso un’idonea motivazione, le concrete ragioni poste a fondamento della loro adozione non è diversa, né minore di quella dei soggetti interessati agli altri atti e provvedimenti amministrativi; se del caso egualmente esprimenti valutazioni di natura tecnica, sicuramente vincolati all’osservanza della norma, atteso che il diritto alla trasparenza dell’agire amministrativo e la garanzia di effettività del sindacato giurisdizionale non variano certo in funzione della tipologia di atto adottato dalla pubblica amministrazione;

3.2 – in relazione agli art. 24 e 113 della Costituzione; ed invero le valutazioni affidate dalla legge alle commissioni esaminatrici in subiecta materia, si risolvono in una attività che, pur comportando scelte discrezionali su base tecnica, si atteggia non diversamente da qualunque attività valutativa che debba fondarsi su parametri prestabiliti (nel caso di specie di natura giuridica) ed è suscettibile, quindi, di essere sindacata, in sede di legittimità, da parte del Giudice Amministrativo, sia per vizi logici sia per errore di fatto, sia per travisamento dei presupposti, sia per difetto di istruttoria sia, infine, per cattiva applicazione delle regole tecniche di riferimento.

Orbene il controllo della ragionevolezza, della coerenza e della logicità delle valutazioni della commissione d’esame risulta precluso (o quanto meno reso sommamente difficoltoso) di fronte al mero dato numerico del voto ed in assenza, quindi, di una sia pur sintetica esternazione delle ragioni che hanno indotto la Commissione alla formulazione di un giudizio di segno negativo, tenuto anche conto dell’estrema genericità che, di prassi, connota i criteri di valutazione che vengono stabiliti dalle commissioni esaminatrici; ne consegue che la tutela così consentita dall’ordinamento all’aspirante avvocato si riduce al solo riscontro di profili estrinseci e formali, quali quelli inerenti al rispetto delle garanzie connesse alla collegialità dell’organo giudicante ed alla sua composizione, con una cospicua riduzione del tasso di effettività della tutela giurisdizionale in sede di giudizio di legittimità davanti al Giudice Amministrativo;

3.3 – in relazione all’art. 97 della Costituzione poiché la sottrazione di una categoria di atti all’obbligo di motivazione appare confliggente sia con il principio di imparzialità (evidentemente meno garantito da un giudizio espresso in forma soltanto numerica), sia con il principio di buon andamento dell’amministrazione, che in un ordinamento modernamente democratico postula anche la piena trasparenza dell’azione amministrativa; né le esigenze di snellezza e di speditezza del procedimento di correzione degli elaborati, pur riconducibili al principio di buon andamento ex art. 97 della Costituzione, possono essere ritenute prevalenti rispetto all’inderogabile necessità di assicurare il più corretto rapporto tra il cittadino e l’amministrazione pubblica, essendo esse diversamente tutelabili attraverso un’applicazione del principio dell’obbligo di motivazione ragionevole e proporzionata alla tipologia delle prove di esame per l’accesso alla professione forense: ed invero, la mera sottolineatura dei brani censurati o l’indicazione succinta delle parti della prova contenenti lacune, inesattezze o errori non paiono rappresentare, anche nell’esame d’avvocato, solitamente caratterizzato da un elevatissimo numero di candidati, un comportamento inesigibile da parte dei componenti delle (sotto) commissioni giudicatrici.

4. – In subordine, ove si ritenga conforme al dato normativo l’interpretazione dell’art. 3 della Legge n. 241/1990, quale risulta dal “diritto vivente” formatosi attraverso le decisioni del Consiglio di Stato rese sulla questione che riguarda il presente giudizio, il Collegio prospetta l’illegittimità del medesimo art. 3, in rapporto ai parametri costituzionali più sopra richiamati e per le ragioni già illustrate.

5. – Le questioni che precedono appaiono al Collegio non manifestamente infondate e sicuramente rilevanti nel presente giudizio, perché dalla loro risoluzione dipende l’accoglimento o meno del ricorso sotto il  denunziato profilo del difetto di motivazione (ord. n. 1051/04.

4.- La Corte, tuttavia, con ordinanza n. 419/05, dichiarava la manifesta inammissibilità della questione di legittimità dell’art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241, sollevata in relazione agli artt. 3, 24, 97 e 113 della Costituzione, con la seguente motivazione: “Considerato che il Tribunale amministrativo regionale per la Puglia, sezione staccata di Lecce, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 97 e 113 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241, alla luce dell’interpretazione di detta disposizione fornita dalla giurisprudenza amministrativa in pronunce, che il rimettente reputa “diritto vivente”, che hanno escluso l’obbligo di esplicita motivazione per i giudizi espressi in sede di valutazione degli esami di abilitazione professionale;

che il Tribunale amministrativo regionale chiede sostanzialmente una pronuncia sulla conformità a Costituzione di tale indirizzo interpretativo, con riguardo ai principi costituzionali di cui alle disposizioni sopra indicate;

che i giudizi, aventi ad oggetto identica norma, vanno riuniti e decisi con unica pronuncia;

che identica questione è già stata ritenuta manifestamente inammissibile da questa Corte, con l’ordinanza n. 466 del 2000, “perché essa non è in realtà diretta a risolvere un dubbio di legittimità costituzionale, ma si traduce piuttosto in un improprio tentativo di ottenere l’avallo di questa Corte a favore di una determinata interpretazione della norma, attività, questa, rimessa al giudice di merito”;

che, successivamente, questa Corte, con ordinanza n. 233 del 2001, ha nuovamente dichiarato manifestamente inammissibile la stessa questione, in considerazione del fatto che il rimettente avrebbe voluto “estendere l’obbligo di motivazione ai giudizi espressi in sede di valutazione delle prove d’esame per l’iscrizione all’albo degli avvocati”, ma non avrebbe tratto “le conseguenze applicative dell’interpretazione che egli considera conforme ai parametri costituzionali, deducendo l’esistenza della giurisprudenza del Consiglio di Stato, che segue l’interpretazione da lui non condivisa”, osservando come “nulla impedisce al rimettente di adottare l’interpretazione da lui ritenuta corretta alla luce dei parametri costituzionali”;

che non sussistono ragioni per discostarsi dal richiamato orientamento, tenuto conto che nel frattempo la giurisprudenza amministrativa ha mostrato di fornire un panorama ulteriormente articolato di possibili soluzioni interpretative, spaziando dalla tesi che esclude l’applicabilità del censurato art. 3 alle operazioni di mero giudizio conseguenti a valutazioni tecniche, in quanto attività in tesi non provvedimentali, a quella che invece ritiene applicabile l’obbligo di motivazione previsto dalla disposizione censurata anche ai giudizi valutativi;

che all’interno di tale ultimo indirizzo possono poi individuarsi tre diverse posizioni, a seconda che si ritenga l’attribuzione di un punteggio numerico una valida ed idonea espressione motivatoria del giudizio valutativo, ovvero che si escluda tale idoneità, o ancora che si rifiuti una prospettiva aprioristica, per risolvere la questione in relazione alle peculiarità della singola fattispecie, e segnatamente alla relazione intercorrente fra l’estensione dei criteri valutativi prestabiliti dalla commissione esaminatrice ed il carattere più o meno analitico del giudizio sulle prove di esame.

A sostegno della tesi dell’obbligatorietà della motivazione del giudizio numerico si prospetta un esplicativo resoconto da parte della sentenza del 14/10/2010 del Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Quarta) N. 04204/2010 REG.SEN. ,N. 02177/2010 REG.RIC.

“Visti l’art. 23, comma 7, l’art. 24, comma 1, e l’art. 17 bis, comma 2, del R.D. 22 gennaio 1934, n. 37, come novellati dal D.L. 21 maggio 2003 n. 112, nel testo integrato dalla legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180, in base ai quali, nel valutare le prove scritte dell’esame di abilitazione alla professione di avvocato, la Commissione giudicatrice assegna dei voti numerici ai singoli elaborati;

Visto l’art. 3 della L. 7 agosto 1990, n. 241 e successive modificazioni, in base al quale “Ogni provvedimento amministrativo, compresi quelli concernenti ... lo svolgimento dei pubblici concorsi ... deve essere motivato ... La motivazione deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione, in relazione alle risultanze dell’istruttoria”.

Viste le ordinanze 14 novembre 2005, n. 419 e 27 gennaio 2006 n. 28, con le quali la Corte costituzionale, nel dichiarare inammissibili le questioni di legittimità costituzionale rispettivamente dell’art. 3 della L. n. 241/1990 e degli artt. 23, comma 5, 24, comma 1 e 17 bis, comma 2, del R.D. 22 gennaio 1934, n. 37 e successive modificazioni (in quanto volte ad ottenere l’avallo della Corte ad una certa interpretazione delle disposizioni impugnate, piuttosto che a sottoporre alla stessa un dubbio di legittimità costituzionale), ha tuttavia esplicitamente escluso che “la tesi dell’inesistenza di un obbligo di motivazione per gli esami di abilitazione e in generale per i concorsi costituisca <<diritto vivente>>, suggerendo di fatto ai giudici remittenti di optare per una soluzione ermeneutica conforme ai principi costituzionali di cui artt. 3, 24, 97, 98 e 113 Cost., dei quali era stata denunciata la lesione.

Visto l’art. 11, comma 5, del Decreto Leg.vo 24 aprile 2006 n. 166 che, nel disciplinare le modalità di correzione delle prove scritte del concorso notarile, prescrive testualmente: “Il giudizio di non idoneità è motivato. Nel giudizio di idoneità il punteggio vale motivazione”.

Visto altresì l’art. 12, comma 5, dello stesso Decreto Leg.vo che, nel disciplinare le modalità di svolgimento delle prove orali del concorso notarile, così dispone: “La mancata approvazione è motivata. Nel caso di valutazione positiva il punteggio vale motivazione”.

Rilevato che le due norme da ultimo riportate, ancorché riferite al concorso di notaio, debbono essere considerate come espressione del principio di trasparenza dell’attività della pubblica amministrazione, sancito, a livello normativo, dall’art. 3 della Legge n. 241/1990 e, ancora prima, dall’art. 97, comma 1, Costituzione, la cui valenza dev’essere estesa a qualsiasi procedimento concorsuale.

Ritenuto, alla luce di tale recentissimo intervento del Legislatore e delle puntualizzazioni della Corte Costituzionale prima richiamate, di poter superare l’orientamento della giurisprudenza prevalente (Cfr. ex multis, Cons. Stato, IV, 1 febbraio 2001 n. 367; Cons. Stato, VI, 29 marzo 2002 n. 1786; Cons. Stato, VI, 10 gennaio 2003 n. 67; Cons. Stato, V, 21 novembre 2003 n. 7564; Cons. Stato, IV, 5 agosto 2005 n. 4165; Cons. Stato, V, 15 dicembre 2005 n. 7136) la quale, mossa dalla preoccupazione di garantire la speditezza e l’economicità dell’azione amministrativa, ha sempre affermato che, anche dopo l’entrata in vigore della L. n. 241/1990, nelle procedure concorsuali l’attribuzione del punteggio numerico soddisfa l’obbligo della motivazione.

Rilevato che la giurisprudenza citata, alla quale questa Sezione nel passato ha aderito (Cfr. Tar Catania, Sezione IV, 15 settembre 2005 n.1379), ha tuttavia omesso di considerare che la valutazione di una prova ha natura composita, in quanto essa:

- costituisce l’espressione di un giudizio tecnico – discrezionale, che si esaurisce nell’ambito del procedimento concorsuale, allorché tale giudizio è positivo, di modo che essa può essere resa con un semplice voto numerico;

- rappresenta al tempo stesso, oltre che un giudizio, un provvedimento amministrativo che conclude il procedimento concorsuale, tutte le volte in cui alle prove di un candidato venga attribuito un punteggio insufficiente, donde la necessità, in tale ipotesi, che all’assegnazione del voto faccia seguito l’espressione di un giudizio di non idoneità, con il quale vengano esplicitate le ragioni della valutazione negativa, conformemente al disposto di cui all’art. 3 della L. n. 241/1990, ove questo venga interpretato – conformemente all’orientamento prevalente - nel senso che la motivazione è necessaria solo per gli atti aventi contenuto provvedimentale.

Rilevato che la soluzione prospettata è coerente con le ripetute affermazioni giurisprudenziali secondo cui (Cfr. Tar Toscana, Sezione II, 4 novembre 2005 n. 5557), “in tema di prove scritte concorsuali, al candidato deve essere assicurato il diritto di conoscere gli errori, le inesattezze o le lacune in cui ritiene che la commissione sia incorsa, sì da potere valutare la possibilità di un ricorso giurisdizionale e che, conseguentemente, il rispetto dei principi anzidetti impone che alla valutazione sintetica di semplice <<non inidoneità>> si accompagnino quanto meno ulteriori elementi sulla scorta dei quali sia consentito ricostruire ab externo la motivazione del giudizio valutativo; tra questi, in specie, in uno alla formulazione dettagliata e puntuale dei criteri di valutazione fissati preliminarmente dalla commissione, elementi e dati che consentano di individuare gli aspetti della prova non valutati positivamente dalla commissione (cfr., per tutte, Cons. Stato, Sez. VI, 2 marzo 2004 n. 974)”.

Rilevato altresì che, nei casi di valutazione negativa, ove sussista l’obbligo della motivazione, la competente Commissione è costretta ad un più attento esame degli elaborati, al fine di giustificare in maniera adeguata e puntuale il proprio operato, suscettibile di essere sottoposto al vaglio dell’Autorità giurisdizionale, il che sicuramente rafforza l’osservanza del principio di buon andamento di cui all’art. 97 Costituzione.”

Detto ciò, pertanto, va confermato il richiamato orientamento di questa Corte, tanto più in presenza delle riportate evoluzioni del panorama giurisprudenziale, che consentono al giudice di adottare una delle (plurime) interpretazioni che ritenga conforme agli invocati parametri costituzionali.

Altresì qui si contesta la mancanza del voto di ciascun commissario, ovvero il voto riferito a ciascun criterio individuato per la valutazione delle prove.

Dal combinato disposto degli articoli 17 bis e 30, r.d. 22 gennaio 1934 n. 37, si desume che  l'obbligo di verbalizzazione di tutte le operazioni concorsuali deve essere ritenuto comprensivo anche dell'attribuzione del voto (e, quindi, dei voti attribuiti a ciascun commissario), a differenza della previsione dell'articolo 24, r.d. n. 37 cit., che si riferisce al solo "voto - risultato". Nessun argomento in contrario può, infatti, essere tratto dalla natura collegiale dell'organo deputato alle valutazioni non essendo possibile, nel sistema  di  cui  alla L. 7  agosto 1990 n. 241, postulare zone di segreto amministrativo, peraltro non espressamente riferibili alle ipotesi previste dal menzionato articolo 24 (Tar Puglia, sez. I Lecce, 27 marzo 1996, n. 120; Parti in causa Messuti c. Min. giust.; Riviste Foro Amm., 1996, 3464, n. Colzi; Rif. Legislativi RD 22 gennaio 1934 n. 37, art. 17, RD 22 gennaio 1934 n. 37, art. 24; RD 22 gennaio 1934 n. 37, art. 30; L 7 agosto 1990 n. 241).

Poiché funzione del verbale è documentare le operazioni fondamentali del procedimento, esso deve raccogliere - trattandosi di una componente essenziale, ai fini della formazione del giudizio complessivo – anche la dichiarazione di voto del singolo commissario; al riguardo, non osta alcuna particolare esigenza di riservatezza rinvenendosi, anzi, nell'ordinamento, l'opposta esigenza di pubblicità e trasparenza (Tar. Molise, 26 novembre 1998, n. 386; Parti in causa: Mozzetti c. Commissione esami avv. anno 1997 A. Campobasso e altro; Riviste: Foro Amm., 1999, 1325).

Il  giudizio finale di una prova concorsuale (nella specie, esame di avvocato), non perde la sua riferibilità all'organo collegiale se le espressioni di voto dei singoli membri sono rese pubbliche; appartengono,  infatti, al novero degli atti collegiali tanto i provvedimenti per i quali il diritto positivo prevede la segretezza delle singole espressioni di voto, quanto le deliberazioni per cui vige  la regola opposta della pubblica esternazione del voto dei singoli componenti (Tar Molise, 26 novembre 1998, n. 386; Parti in causa Mozzetti c. Commissione esami avv. anno 1997 A. Campobasso e altro; Riviste Foro Amm., 1999, 1325).

Con una recente pronuncia del 2008 il Tar della regione Lombardia, ponendosi nel solco del Tar Sicilia - Catania, Sez IV, 14 settembre 2006, n 1446 e discostandosi dalla prevalente giurisprudenza del Consiglio di Stato (Cds , sez IV, 7 aprile 2008, n 1455 e Cds, Sez IV, 10 aprile 2008 n 1553) ha affermato, con riferimento al voto numerico assegnato per la prova scritta dell'esame di abilitazione forense, l'insufficienza dello stesso ad assolvere all'obbligo di motivazione di cui all'art. 3 della L. n. 241 del 1990 ritenuta norma applicabile attesa la natura provvedimentale della valutazione degli elaborati comportanti l'esito negativo dell'esame. A parere del Tar, posto l'obbligo di stabilire una griglia di criteri per la valutazione delle prove d'esame nella prima riunione utile della Commissione ai sensi dell'art. 1 del d.p.r. n 487 del 1994, sarebbe necessario che le valutazioni non si estrinsecassero in un voto sintetico ma in una pluralità di voti con riferimento a ciascun criterio individuato. Ciò nel solco dei principi generali esposti dalla giurisprudenza amministrativa con riferimento al voto numerico, ritenuto motivazione sufficiente della valutazione di prove concorsuali soltanto in presenza di una precisa griglia di criteri cui riferire il voto assegnato. In presenza di una molteplicità di criteri, il voto sintetico non dovrà essere altro che una media ponderata dei voti assegnati con riferimento a ciascun parametro essendo altrimenti preclusa ogni valutazione sulla rispondenza del voto ai criteri prestabiliti.

T.A.R. Milano Lombardia sez. IV del 29 maggio 2008 n. 1893
Il giudizio di non idoneità del candidato partecipante all'esame per l'abilitazione alla professione di avvocato deve esprimersi attraverso una griglia di punteggi dove i singoli parametri, predeterminati dalla commissione esaminatrice come criteri di valutazione in sede di prima riunione ai sensi dell'art. 12 d.P.R. n. 487 del 1994, abbiano avuto il loro peso specifico nella correzione dell'elaborato. Tale ulteriore onere motivazionale non costituirà un gravoso aggravio dei lavori delle commissione con il rischio di un abnorme allungamento dei tempi di correzione, poiché sarà sufficiente esprimere una pluralità di voti che altro non sono che la scomposizione del voto complessivo finora sinteticamente espresso e la cui media stabilirà il voto finale attribuito dalla commissione stessa. Solo osservando tale accorgimento il candidato avrà modo di conoscere su quale particolare profilo valutativo l'elaborato è stato ritenuto non sufficiente.

Altresì qui si contesta l’assenza ingiustificata del presidente della Commissione d’esame centrale e contestualmente l’assenza del presidente della Iª sottocommissione di Palermo.

La Iª sottocommissione di Palermo non era presieduta dal legittimo Presidente con nomina ministeriale: non vi era presente l’avv. Antonio De Giorgi, Presidente di commissione centrale, né vi era l’avv. Giuseppe Cavasino, Presidente titolare della Iª sottocommissione di Palermo. Tale sottocommissione nella seduta del 19 aprile 2011, sessione in cui si sono corrette le prove del ricorrente, è stata presieduta dl supplente vice presidente avv. Mario Grillo.

L'assenza  ingiustificata  del  Presidente  della commissione di esame centrale inficia  i  lavori  della sottocommissione  da  lui  non presieduti (T.A.R. Calabria, Catanzaro, 22 maggio 1997, n. 312; Parti in causa Tartaro c. Min. giust.; Riviste Foro Amm., 1998, 55).

In base al comma 6 art. 22, r.d.l. 27 novembre 1933 n. 1578 (aggiunto dall'art.  2  l.  20  aprile 1989 n. 142) le sottocommissioni per gli esami  di procuratore legale sono costituite - e possono disporre con efficacia  provvedimentale  - soltanto con la presenza del presidente della commissione  centrale,  il  quale  riveste  la  qualifica  di presidente  effettivo  di  tutte  le sottocommissioni; l'unicità del presidente è funzionalmente  preordinata non già ad una mera titolarità  formale dei lavori delle diverse sottocommissioni, ma ad imprimere a  tutte ed a ciascuna  di esse la medesima regolazione procedurale  che  disciplina  i  lavori della commissione originaria (T.A.R. Calabria, Catanzaro, 22 maggio 1997, n. 312; Parti in causa Tartaro c. Min. giust.; Riviste Foro Amm., 1998, 559; Rif. legislativi RDL 27 novembre 1933 n. 1578, art. 22; L 20 aprile 1989 n. 142, art. 2).

Possono essere esaminate congiuntamente le questioni attinenti alle effettive modalità di funzionamento delle sottocommissioni, con particolare riguardo alla sostituzione dei componenti effettivi con quelli supplenti, alla qualificazione dei membri delle sottocommissioni e all’unicità della funzione del presidente della commissione stessa.

Occorre al riguardo osservare che ai sensi del terzo comma dell’art. 22 del R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 le commissioni sono nominate dal Ministro di grazia e giustizia e sono composte da cinque membri, di cui due titolati e due supplenti sono avvocati (iscritti da almeno otto anni ad un ordine del distretto di corte d’appello sede dell’esame); due titolari e due supplenti sono magistrati dello stesso distretto (con qualifica non inferiore a consigliere di corte d’appello) e un titolare ed un supplente sono professori ordinari o associati di materie giuridiche presso un’università della Repubblica ovvero presso un Istituto superiore.

Il successivo quinto comma stabilisce che i supplenti intervengono nella commissione in sostituzione di qualsiasi membro effettivo.

Il successivo comma 5, con lo stabilire che i supplenti intervengono nella commissione in sostituzione di qualsiasi membro, ha codificato il principio della fungibilità di ogni membro effettivo della commissione con qualsiasi membro supplente (Cons. giust. Amm. Sicilia, 11 ottobre 1999 n. 473) ma, appare chiaro che, peraltro, è in contrasto col precedente comma 3.

Inoltre il comma 6 enuncia che “Qualora il numero dei candidati che abbiano presentato la domanda di ammissione superi le duecentocinquanta unità, le commissioni esaminatrici possono essere integrate, con decreto del Ministro di grazia e giustizia, da emanarsi prima dell'espletamento delle prove scritte, da un numero di membri supplenti aventi i medesimi requisiti stabiliti per i membri effettivi tale da permettere, unico restando il presidente, la suddivisione in sottocommissioni, costituite ciascuna di un numero di componenti pari a quello delle commissioni originarie e di un segretario aggiunto. A ciascuno delle sottocommissioni non può essere assegnato un numero di candidati superiore a duecentocinquanta”.

L’unicità della figura del presidente della Commissione “si sostanza nella più rilevante funzione di coordinamento dei lavori delle varie sottocommissioni” (sentenza 6160 della IV sezione del CdS) al fine di “salvaguardare la par condicio degli esaminandi attraverso la permanenza di un soggetto particolarmente qualificato nel contesto di tutte le sottocommissioni” (sentenza 1855/2000 della IV sezione del CdS). Un filo lega le due sentenze nel senso che, comunque, il presidente, anche se non presente alle adunanze delle sottocommissioni, svolge un ruolo che punta a garantire la par condicio tra i candidati.

Considerato che, ai sensi dell'art. 22 comma 5, r.d.l. 27 novembre 1933 n. 1578, da ultimo modificato con l'art. 1, l. 27 giugno 1988 n. 242, la commissione esaminatrice negli esami da avvocato non ha natura di collegio perfetto, e che, tuttavia, la partecipazione ai lavori della commissione costituisce preciso obbligo d'ufficio, ai sensi dell'art. 84, r.d. 31 agosto 1933 n. 1592, e dell'art. 1, l. 18 marzo 1958 n. 311, l'esaminando ha una mera chance di essere valutato da un collegio composto secondo i criteri ordinariamente contemplati dalla norma; la fungibilità dei membri dimissionari deve però avere carattere occasionale e contingente, e non strutturale: pertanto, la circostanza che nessuno dei professori universitari nominati membri della commissione, ovvero nessuno dei magistrati, ovvero nessuno degli avvocati, ha partecipato alla preventiva formulazione dei criteri di valutazione di massima e, solo in minima parte, alle operazioni di correzione degli elaborati, rende illegittimo il singolo provvedimento di non ammissione agli orali e gli atti presupposti, nei limiti in cui questi ultimi hanno compromesso detta chance di ciascun interessato, di talché l'annullamento non coinvolge posizioni antitetiche di terzi (Tar Veneto, sez. I, 17 ottobre 1998, n. 1695; Parti in causa Rosato e altro c. Comm. esami avv. App. Venezia e altro; Riviste Foro Amm., 1999, 1555; Rif. Legislativi RD 31 agosto 1933 n. 1592, art. 84; RDL 27 novembre 1933 n. 1578, art. 22; L 18 marzo 1958 n. 311, art. 1; L 27 giugno 1988 n. 242, art. 1).

La commissione d’esame per l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato, che ha natura di collegio perfetto con funzione decisoria e, quindi, con un proprio quorum essenziale ai fini del funzionamento, è illegittimamente composta non solo nel caso in cui alle sedute non vi sia il plenum dei componenti, ma anche se, pur essendo presenti tutti e cinque i suoi membri, manchi in blocco, a tutte o quasi tutte le sedute, il rappresentante di una delle tre categorie individuate (avvocati, magistrati, docenti universitari, ndr) dall’articolo 22 del Rd 1578/1933. È pertanto illegittimo l’operato della commissione ove risulti che essa si sia riunita senza che fosse mai presente la componente rappresentata dai professori universitari (Tar Basilicata, sentenza 83/2000, in www.giust.it-rivista internet di diritto pubblico).

Sentenza 1855/2000 della IV  sezione del Consiglio di Stato: il presidente della Commissione principale è presidente effettivo “di tutte le sottocommissioni in ossequio al principio della par condicio degli esaminandi”. Si riporta un passaggio centrale di questa sentenza:

Con ricorso notificato il 9 settembre 1997 la dott.ssa Daniela Daniele ha chiesto al Tar  Calabria (sede di Catanzaro) l’annullamento del provvedimento di mancata  ammissione alle prove orali dell’esame di  procuratore legale per l’anno 1996, deducendo tra i motivi anche la violazione dell’articolo 22 (comma 6) del Rdl n. 1578/1933 nella parte in cui afferma la unicità del presidente sia rispetto alla commissione principale sia rispetto alle sottocommissioni. Il Tar Calabria (con la sentenza n. 178/1998) ha accolto il ricorso, che è stato impugnato dal  Ministero della Giustizia (il quale ha denunciato la violazione e la falsa applicazione dello stesso articolo 22). Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (IV sezione) ha respinto il ricorso del Ministero della Giustizia.

Si legge nella sentenza del  Consiglio di  Stato:

<…L’appello è infondato. Il thema decidendum riguarda l’interpretazione dell’articolo 22 (comma 6), Rdl 27 novembre 1933 n. 1578, come modificato dalla legge 20 aprile 1989 n. 142, concernente gli esami di abilitazione all’esercizio della professione di procuratore legale, che così dispone: "Qualora il numero dei  candidati che abbiano presentato la domanda di ammissione superi le duecentocinquanta unità, le commissioni esaminatrici possono essere integrate, con decreto del Ministro di grazia e giustizia, da emanarsi prima dell'espletamento delle prove scritte, da un numero di membri supplenti aventi i medesimi requisiti stabiliti per i membri effettivi tale da permettere, unico restando il presidente, la suddivisione in sottocommissioni, costituite ciascuna da un numero di componenti pari a quello delle commissioni originarie e di un segretario aggiunto. A ciascuna delle sottocommissioni non può essere assegnato un numero di candidati superiore a duecentocinquanta".

Il Tribunale amministrativo calabrese ha ritenuto che la disposizione non consenta, se non per giustificato motivo, di cui sia data congrua e puntuale motivazione nei verbali, la sostituzione del presidente della commissione esaminatrice dell'esame di stato per l'abilitazione alla professione di procuratore legale, fondando le proprie conclusioni su un duplice ordine di rilievi: a) la lettera della legge sopra trascritta, che specifica  “unico restando il presidente", anche quando siano costituite sottocommissioni; b) l'esigenza di salvaguardare la par condicio degli esaminandi attraverso la permanenza di un soggetto particolarmente qualificato nel contesto di tutte le sottocommissioni.

Nel caso di specie è, per contro, avvenuto che il presidente ha delegato in modo ampio e permanente ai vicepresidenti delle varie sottocommissioni la partecipazione alle relative sedute, di fatto alterando l'unico  elemento di sicura conformità dei giudizi, senza che fosse evidenziata una specifica esigenza di sostituzione.

L'appello dell'Amministrazione tende a una esegesi finalistica della norma in esame, sostenendo che la ratio sottostante la disposizione preordina l'articolazione in sottocommissioni per consentire una maggiore rapidità delle operazioni d'esame, che risulterebbero necessariamente appesantite se a presiedere i lavori fosse unico soggetto.

Osserva la Sezione che, pur rispondendo la norma suindicata a un'istanza di accelerazione delle operazioni d'esame, la stessa non può comunque essere interpretata  al di fuori del chiaro significato letterale e logico delle espressioni in essa contenute. Ora è non dubbio che la norma si è preoccupata di mantenere l'unicità della figura del presidente, pur in presenza di sottocommissioni. La formulazione letterale della norma è sostanzialmente univoca e non lascia spazio a interpretazioni finalizzate a superarne il dato formale.

Infatti, se è pur vero che la finalità di accelerare le operazioni d'esame risponde a un'esigenza di speditezza e economicità dell'azione amministrativa, è altresì incontestabile che, in presenza di una attività di giudizio di particolare rilievo e, per definizione, soggetta al principio della par condicio, le modalità di svolgimento di dette operazioni vanno comunque articolate in relazione al precetto normativo così da impedire che la predetta finalità, per quanto genericamente preordinata all'interesse pubblico di celerità dell'attività amministrativa, finisca per fare premio sull’interesse pubblico primario e specifico così come presidiato dal precetto stesso. In sintesi, l'interpretazione finalistica proposta dall'Amministrazione non trova adeguato riscontro nella fonte normativa invocata. In ossequio al principio della par condicio dei concorrenti, allorquando la commissione esaminatrice per gli esami di abilitazione alla professione di avvocato è articolata, in ragione del numero dei candidati, in sottocommissioni, solo al presidente della commissione medesima, spetta l’effettiva presidenza di tutte le sottocommissioni (Cons. Stato, sentenza n. 1855/2000; riviste:  Guida al Diritto n.  17/2000).

Le   sottocommissioni   nelle   quali   si  suddivide  la  originaria commissione  giudicatrice  designata per l'esame di abilitazione alla professione  di  avvocato  devono  necessariamente  essere presiedute dall'unico   presidente   (nella  specie,  il  collegio  ha  ritenuto illegittima  la  delega  generalizzata  conferita  dal  presidente ai vicepresidenti delle varie sottocommissioni) in ossequio al principio della par condicio degli esaminandi (Cons. Stato, Sez. IV, 31 marzo 2000, n. 1855; Parti in causa Min. giust. c. Daniele; Riviste Foro It., 2000, III, 243).

Altresì qui si contesta la correzione degli elaborati in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito.

Una volta verificati, sulla base delle attestazioni contenute nei verbali dei lavori della commissione giudicatrice di un pubblico  concorso, i tempi medi utilizzati per la correzione  e valutazione dei singoli elaborati, qualora il tempo impiegato risulti talmente esiguo da far dubitare che sia stato materialmente impossibile l’adeguato assolvimento dei prescritti adempimenti e dell’espressione  ponderata dei giudizi sulla valenza delle prove, l’operato dell’organo di esame va ritenuto illegittimo (Cons. Stato, sez. IV, decisione 7 marzo – 22 maggio 2000, n. 2915, in Guida dir., 1 luglio 2000 n. 24, con nota dì G. Manzi. E' superato così un precedente orientamento contrario, ancora affermato da Cons. Stato, sez. IV, 09.12.1997, n. 1348).

A sostegno di tale affermazione interviene il Consiglio di Stato, Sezione IV , sentenza del 22 maggio 2000 n. 2915 sulle modalità di correzione degli elaborati relativi al concorso per uditore giudiziario. Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione IV), respinge l'appello proposto dal Ministero di Grazia e Giustizia avverso la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, sez. 1", n. 2112 del 4 novembre 1996, confermandola, salvi gli ulteriori provvedimenti dell'amministrazione.

La correzione delle prove scritte di un concorso pubblico si fonda su di un apprezzamento squisitamente tecnico-discrezionale. L'apprezzamento del contenuto dell'elaborato implica la sua attenta lettura da condursi sulla base di due parametri l'uno oggettivo, dato dalla traccia della prova da svolgere, l'altro soggettivo, dato dalle conoscenze tecniche e professionali che si presume debba possedere il candidato. Sulla base di tali presupposti ogni singolo commissario in ragione della sua peculiare professionalità deve valutare criticamente la prova esprimendo il giudizio. Evidentemente, quanto più approfondite sono le conoscenze tecnico-professionali che si presume debba possedere il candidato e quanto più specifiche e complesse sono le tracce predisposte per lo svolgimento delle prove scritte, tanto più attenta approfondita e rigorosa deve essere la lettura dell'elaborato alfine della correzione, trattandosi – com’è facilmente intuibile - non di una mera operazione meccanicistica di lettura di un testo ma di una operazione complessa di `comprensione' e di valutazione del testo elaborato dal candidato. La delicatezza di una simile operazione, raggiunge il suo culmine proprio quando si tratta della correzione delle prove scritte di particolari concorsi pubblici quali quelli per l'accesso alle magistrature, alla professione forense, al notariato, in cui si devono valutare elaborati di candidati che si presume già in possesso di approfondite conoscenze, tecniche e professionali, in rapporto a tracce di lavoro specifiche ed altamente selettive, implicanti soluzioni di problematiche giuridiche non necessariamente certe ed univoche. Sulla base di tali considerazioni, se effettivamente non può essere sindacato il merito della valutazione di idoneità o non idoneità espressa dalla commissione, altrettanto evidentemente l'esiguità del tempo medio impiegato per la correzione degli elaborati, in mancanza di altri elementi di valutazione, appare ragionevole sintomo di una lettura non particolarmente approfondita degli elaborati di esame (Cons. Stato, sez. IV, decisione 7 marzo – 22 maggio 2000, n. 2915, in Guida dir., 1 luglio 2000 n. 24, con nota dì G. Manzi. E' superato così un precedente orientamento contrario, ancora affermato da Cons. Stato, sez. IV, 09.12.1997, n. 1348).

Dagli atti in esame si desume infatti (v. l'allegato verbale delle relative operazioni concorsuali) che la sottocommissione ha atteso alla correzione di ciascun elaborato in poco più di 5 minuti. (15.30 – 19.25 = 235 minuti : 14 candidati : 3 compiti). Al computo temporale non sono contemplate le pause, in quanto non indicate. Ritiene il Collegio che tale tempistica, avuto riguardo alle singole operazioni propedeutiche ed assolutamente necessarie ai fini della valutazione degli elaborati (apertura delle buste, lettura collegiale ed interpretazione calligrafica delle tracce, correzioni, espressione del giudizio critico da parte di ciascun commissario etc.), sia da ritenere assolutamente incongrua ed incompatibile con la formulazione di un giudizio corretto particolarmente complesso, quale è quello cui deve attendere la Commissione d'esame nel valutare le capacità teorico-pratiche del candidato. In tal senso d'altronde è il recente orientamento del Consiglio di Stato (sez. IV sent. 7 marzo-22 maggio 2000, n. 2915) che in una fattispecie consimile ha ritenuto illegittimo l'operato dell'organo d'esame che ha proceduto alla correzione degli elaborati in un tempo medio di pochi minuti per ciascuno. Per vero, la dedotta inconciliabilità di ordine temporale relativa alle operazioni di correzione si traduce in un indice esterno di irragionevolezza, sindacabile ab extra e di per sé viziante il giudizio conclusivo espresso dalla Commissione sugli elaborati del ricorrente (Tar Catanzaro, sezione I, 14 luglio 2000).

La “verificazione”  dei tempi di correzione degli elaborati. La terza sezione del Tar Lombardia, con la sentenza 617/2000, ha annullato il giudizio di non ammissione alle prove orali (dell’esame di avvocato 1998-1999) di una candidata milanese i cui tre elaborati erano stati corretti ciascuno in pochi minuti. Sulla commissione esaminatrice “discende l’obbligo di ripetere le operazioni di valutazione, rinnovando ora per allora il già espresso giudizio”. La decisione del tribunale è sorretta da una "verificazione" dei tempi di correzione ordinata dal presidente del Tar. Sono stati acquisiti, per la perizia, 60 compiti, che hanno richiesto, per la correzione, sei ore e 39 minuti, contro due ore e 25 minuti impiegati dalla commissione. Ponendo a raffronto i suddetti dati temporali emerge che la sola lettura di essi ha richiesto, invece, mediamente 6 minuti e 33 secondi per ciascun elaborato. La perizia è stata eseguita dal presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, Paolo Giuggioli, che si è avvalso della collaborazione di altri professionisti (Il Sole 24 Ore, 11 marzo 2000).

Altresì qui si contesta, acclarandone la nullità, la nomina del presidente della Commissione centrale, Avv. Antonio De Giorgi.

Inopportuna è anche la nomina del Presidente della Commissione Centrale Avv. Antonio De Giorgi, contestualmente componente del Consiglio Nazionale Forense, in rappresentanza istituzionale del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del distretto della Corte di Appello di Lecce. Tutto verificabile dai siti web di riferimento. Dubbi e critica sui modi inopportuni di nomina. Testo del Decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, recante modifiche urgenti alla disciplina degli esami di abilitazione alla professione forense, è convertito in legge con le modificazioni coordinate con la legge di conversione 18 Luglio 2003, n. 180: “Art. 1-bis: ….5. Il Ministro della giustizia nomina per la commissione e per ogni sottocommissione il presidente e il vicepresidente tra i componenti avvocati. I supplenti intervengono nella commissione e nelle sottocommissioni in sostituzione di qualsiasi membro effettivo. 6. Gli avvocati componenti della commissione e delle sottocommissioni sono designati dal Consiglio nazionale forense, su proposta congiunta dei consigli dell'ordine di ciascun distretto, assicurando la presenza in ogni sottocommissione, a rotazione annuale, di almeno un avvocato per ogni consiglio dell'ordine del distretto. Non possono essere designati avvocati che siano membri dei consigli dell'Ordine…”. Antonio De Giorgi è stato a fasi alterne fino al 2003 Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e contestualmente Presidente di sottocommissioni di esame di quel Distretto. Antonio De Giorgi non è più Presidente di sottocommissione, ma addirittura  presidente della Commissione centrale. La norma prevede, come membro di commissione e sottocommissione, la nomina di avvocati, ma non di consiglieri dell’Ordine. Come intendere la carica di consigliere nazionale forense indicato dal Consiglio dell’Ordine di Lecce, se non la sua estensione istituzionale e, quindi, la sua incompatibilità alla nomina di Commissario d’esame? E quantunque ciò non sia vietato dalla legge, per la ratio della norma e per il buon senso sembra inopportuno che, come presidente di Commissione centrale e/o di sottocommissione periferica d’esame, sia nominato dal Ministro della Giustizia non un avvocato designato dal Consiglio Nazionale Forense su proposta dei Consigli dell'Ordine, ma addirittura un membro dello stesso Consiglio Nazionale Forense che li designa. Come è inopportuno che sia nominato chi sia l’espressione del Consiglio di appartenenza. Come è inopportuno nominare chi sia stato estromesso dalla riforma, per gli incarichi già svolti da presidente di sottocommissione locale.

Per quanto detto il dr. Antonio Giangrande, ricorrente, così come rappresentato e difeso, adotta le seguenti

Conclusioni

Da quanto analiticamente già espresso e motivato si denota che violazione di legge, eccesso di potere e motivi di opportunità viziano qualsiasi valutazione negativa adottata dalla commissione d’esame giudicante, ancorchè in presenza di una capacità espositiva pregna di corretta applicazione di sintassi, grammatica ed ampia conoscenza di norme e principi di diritto dimostrata dal candidato in tutti e tre i compiti resi.

1.     Qui si evince un fatto, da sempre notorio su tutti gli organi di stampa, rilevato e rilevabile in ambito nazionale: ossia la disparità di trattamento tra i candidati rispetto alla sessione d’esame temporale e riguardo alla Corte d’Appello di competenza. Diverse percentuali di idoneità, (spesso fino al doppio) per tempo e luogo d’esame, fanno sperare i candidati nella buona sorte necessaria per l’assegnazione della commissione benevola sorteggiata. Nel Nord Italia le percentuali adottate dalle locali commissioni d’esame sono del 30%, nel sud fino al 60%. Le sottocommissioni di Palermo sono come le sottocommissioni del Nord Italia. I Candidati sperano nella buona sorte dell’assegnazione. La Fortuna: requisito questo non previsto dalle norme.

2.     Qui si contesta la competenza dei commissari a poter svolgere dei controlli di conformità ai criteri indicati: capacità pedagogica propria di docenti di discipline didattiche non inseriti in commissione.

3.     Qui si contesta la mancanza di motivazione alle correzioni, note, glosse, ecc., tanto da essere contestate dal punto di vista oggettivo da gente esperta nella materia di riferimento.

4.     Qui si evince la carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque si contesta la fondatezza dei rilievi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta mancanza di motivazione al giudizio, didattica e propedeutica al fine di conoscere e correggere gli errori, per impedirne la reiterazione.

5.     Altresì qui si contesta la mancanza del voto di ciascun commissario, ovvero il voto riferito a ciascun criterio individuato per la valutazione delle prove.

6.     Altresì qui si contesta l’assenza ingiustificata del presidente della Commissione d’esame centrale e si contesta contestualmente l’assenza del presidente della Iª sottocommissione di Palermo.

7.     Altresì qui si contesta la correzione degli elaborati in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito.

8.     Altresì qui si contesta, acclarandone la nullità, la nomina del presidente della Commissione centrale, Avv. Antonio De Giorgi, in quanto espressione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce. Nomina vietata dalle norme.

Inoltre, il metodo, contestato con i motivi indicati in precedenza, è lo stesso che ha inficiato per 13 anni la vana partecipazione del ricorrente al medesimo concorso concluso con giudizi d’inidoneità fondata sugli stessi motivi illegittimi.

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P.Q.M

Si chiede e conclude: voglia Codesto Ecc.mo Tribunale Amministrativo Regionale, contrariis reiectis, previo accoglimento dell’istanza di sospensione con ordine alla Sottocommissione di Lecce di far svolgere nella sessione corrente gli orali al ricorrente, annullare i provvedimenti impugnati, come in epigrafe indicati, con vittoria di spese competenze ed onorari di lite.

Si chiede di acclarare le doglianze di legittimità e di merito su indicate che viziano ed invalidano gli atti adottati dalla Iª Sottocommissione di esame di Palermo.

Si chiede di ordinare alla Sottocommissione di esame di Palermo di procedere, se non si ritenga di procedere d’ufficio, al riesame delle prove scritte in tempi congrui, corredando il giudizio con congrua motivazione, con l’osservanza di ogni modalità utile a garantire l’anonimato degli elaborati, e, in ogni caso, con una composizione diversa rispetto a quella della Sottocommissione che ha effettuato la prima valutazione e con il rispetto delle regole di composizione della stessa commissione.

Circa l’istanza di sospensione cautelare: per quanto attiene il “periculum in mora” è per la ravvisata esistenza di un pericolo di danni gravi ed irreparabili per il ricorrente derivanti dall'esecuzione dell'atto impugnato data l’evidente ed immediato procrastinarsi della nuova sessione d’esame, che in quanto tale fa perdere un altro anno da aggiungersi ai 13 precedenti. Per quanto attiene il “fumus boni iuris”, i provvedimenti impugnati, come in epigrafe indicati, appaiono illegittimi sotto differenti profili, ampiamente illustrati nei punti precedenti.

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Si depositano i seguenti atti e documenti:

5.     Verbale di correzione della Iª sottocommissione di esame di Palermo per la sessione 2010;

6.     Elaborati consegnati dal sottoscritto in tema: a) penale; b) civile; c) atto giudiziario;

7.     La graduatoria per la lettera G con data di affissione pubblicata dalla Corte d'Appello di Lecce;

8.     Verbali e compiti delle sessioni di avvocato: a) 2009, b) 2008, c) 2007;

Con espressa riserva di proporre motivi aggiunti.

DICHIARAZIONE DEL VALORE DEL PROCESSO AI FINI DEL CONTRIBUTO UNIFICATO

Al fine del versamento del contributo unificato per le spese di giustizia si dichiara che il valore del contributo unificato è di 600 euro per i ricorsi proposti presso il Tribunale amministrativo regionale.

Lecce, lì 20 luglio 2011

Avv..............................                                                                            Sig.........................................

Per autentica    Avv. .......................................

MANDATO DI DIFESA E PROCURA GENERALE E SPECIALE ALLE LITI

Io sottoscritto Antonio Giangrande, nato ad Avetrana (Ta) il 02/06/1963 e residente ad Avetrana, via Manzoni, 51 , c.f. GNGNTN63H02A514Q nomino, quale mio difensore e procuratore generale, l’avv. Mirko Giangrande, del Foro di Taranto, con Studio Legale in Avetrana, alla via Manzoni, 51, c. f. GNGMRK85A26E882V, per rappresentarmi e difendermi nel presente giudizio e nelle fasi connesse ed espressamente: opposizione ed esecuzione ed eventuale appello ed altri giudizi di impugnazione, con sua facoltà di nominare altri avvocati e procuratori, ovvero di transigere o rinunciare agli atti del giudizio e con tutti i poteri per il migliore svolgimento delle stesse.

Con la presente firma ratifico il suo operato discrezionale ed eleggo domicilio nel suo Studio Legale.

Avetrana, lì 20 luglio 2011

Firma cliente                                                                           firma dell’avvocato per autenticazione

Dichiaro di essere stato informato dettagliatamente sui miei diritti secondo le norme sulla Privacy ed aver autorizzato il trattamento dei miei dati.

Dichiaro, altresì, di essere stato informato su facoltà e/o obbligo di accesso alla mediazione per la conciliazione.

Firma cliente                                                                           firma dell’avvocato per autenticazione

 

RELAZIONE DI NOTIFICA

Ad istanza dell'Avv. Mirko Giangrande, io sottoscritto Assistente U.N.E.P., addetto alla Corte di Appello di Lecce, ho notificato simile copia del presente atto a:

Ministero della Giustizia, in persona del Ministro pro tempore On. avv. Angelino Alfano, domiciliato per legge presso gli uffici dell'Avvocatura Distrettuale dello Stato in Lecce, via F. Rubichi 23, ed ivi consegnandone copia come per legge.

RELAZIONE DI NOTIFICA

Ad istanza dell'Avv. Mirko Giangrande, io sottoscritto Assistente U.N.E.P., addetto alla Corte di Appello di Lecce, ho notificato simile copia del presente atto a:

Commissione centrale di esame di Avvocato c/o Ministero della Giustizia, in persona del presidente pro tempore avv. Antonio De Giorgi, domiciliato per legge presso gli uffici dell'Avvocatura Distrettuale dello Stato in Lecce, via F. Rubichi 23, ed ivi consegnandone copia come per legge.

RELAZIONE DI NOTIFICA

Ad istanza dell'Avv. Mirko Giangrande, io sottoscritto Assistente U.N.E.P., addetto alla Corte di Appello di Lecce, ho notificato simile copia del presente atto a:

Iª Sottocommissione di esame di Avvocato c/o Corte d’appello di Palermo, in persona del presidente pro tempore avv. Giuseppe Cavasino, domiciliato per legge presso gli uffici dell'Avvocatura Distrettuale dello Stato in Lecce, via F. Rubichi 23, ed ivi consegnandone copia come per legge.

RELAZIONE DI NOTIFICA

Ad istanza dell'Avv. Mirko Giangrande, io sottoscritto Assistente U.N.E.P., addetto alla Corte di Appello di Lecce, ho notificato simile copia del presente atto a:

Iª Sottocommissione di esame di Avvocato c/o Corte d’appello di Palermo, in persona del presidente supplente pro tempore avv. Mario Grillo, domiciliato per legge presso gli uffici dell'Avvocatura Distrettuale dello Stato in Lecce, via F. Rubichi 23, ed ivi consegnandone copia come per legge.

RELAZIONE DI NOTIFICA

Ad istanza dell'Avv. Mirko Giangrande, io sottoscritto Assistente U.N.E.P., addetto alla Corte di Appello di Lecce, ho notificato simile copia del presente atto a:

Iª Sottocommissione d’esame di Avvocato c/o Corte d’appello di Lecce, in persona del presidente pro tempore avv. Maurizio Villani, domiciliato per legge presso gli uffici dell'Avvocatura Distrettuale dello Stato in Lecce, via F. Rubichi 23, ed ivi consegnandone copia come per legge.

N. 00679/2011 REG.PROV.CAU.

N. 01240/2011 REG.RIC. 


REPUBBLICA ITALIANA

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

Lecce - Sezione Prima

ha pronunciato la presente

ORDINANZA

sul ricorso numero di registro generale 1240 del 2011, proposto da:

Antonio Giangrande, rappresentato e difeso dall'avv. Mirko Giangrande, con domicilio eletto presso Segreteria Tar in Lecce, via F. Rubichi 23;

contro

Ministero della Giustizia, Commissione Esami Avvocato Presso La Corte D'Appello di Lecce, Commissione Esami Avvocato Presso Corte D'Appello di Palermo, rappresentati e difesi dall'Avvocatura dello Stato, domiciliata in Lecce, via F.Rubichi 23; 

per l'annullamento

previa sospensione dell'efficacia,

del verbale n. 20 redatto nella seduta del 19 aprile 2011 dalla I^ Sottocommissione esame di avvocato presso la Corte di Appello di Palermo - sessione 2010-, nella parte in cui attribuisce alle tre prove scritte riferite alla busta n. 198 del ricorrente un punteggio insufficiente, rispettivamente 25 per il penale, 25 per il civile e 25 per l'atto giudiziario, pari complessivamente a 75 punti; del consequenziale elenco degli ammessi alle prove orali, sessione 2010, degli esami di abilitazione alla professione di avvocato, relativamente alla Corte di Appello di Lecce, pubblicato il 28 giugno 2011, nella parte in cui esclude il ricorrente; di ogni altro atto presupposto, connesso e/o consequenziale ed in particolare, dei criteri fissati dalla predetta Sottocommissione con verbale n. 20 del 19 aprile 2011 per la valutazione degli elaborati.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero della Giustizia e di Commissione Esami Avvocato Presso La Corte D'Appello di Lecce e di Commissione Esami Avvocato Presso Corte D'Appello di Palermo;

Vista la domanda di sospensione dell'esecuzione del provvedimento impugnato, presentata in via incidentale dalla parte ricorrente;

Visto l'art. 55 cod. proc. amm.;

Visti tutti gli atti della causa;

Ritenuta la propria giurisdizione e competenza;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 29 settembre 2011 il dott. Luigi Viola e uditi per le parti i difensori De Nuzzo Pietrantonio, in sostituzione di Giangrande Mirko e Tarentini Antonio;

Considerato:

-che la valutazione negativa degli elaborati d’esame del ricorrente appare sinteticamente motivata, mediante utilizzazione del sistema del voto numerico che costituisce una legittima tecnica di motivazione delle valutazioni amministrative (Corte cost. 8 giugno 2011 n. 175, che ha dichiarato infondata la questione di costituzionalità degli artt. 17 bis, commi 1, 23, comma 5 e 24, comma 1, r.d. 22 gennaio 1934 n. 37 che hanno sostanzialmente previsto la valutazione in forma numerica delle prove d’esame di avvocato);

-che la composizione della Sottocommissione d’esame che ha proceduto alla correzione degli elaborati del ricorrente, appare legittima, alla luce delle previsioni normative (che non prevedono la presenza di soggetti in possesso di competenze in materia letteraria o umanistica, ma solo di giuristi di diversa estrazione) e della più recente giurisprudenza (Cons. Stato sez. IV, 12 giugno 2007, n. 3114) che ha rilevato come le Sottomissioni d’esame non debbano essere necessariamente presiedute dal Presidente della Commissione, essendo, al proposito, sufficiente la presenza del VicePresidente con funzioni di Presidente di ogni singola Sottocommissione;

-che la censura di incompatibilità sollevata dal ricorrente con riferimento alla nomina del Presidente della Commissione centrale non sussiste perché il detto Presidente non risulta più ricoprire la qualità di Presidente del Consiglio dell’Ordine di Lecce;

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce - Sezione Prima Respinge la suindicata istanza cautelare.

Compensa le spese della presente fase cautelare.

La presente ordinanza sarà eseguita dall'Amministrazione ed è depositata presso la segreteria del tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti.

Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 29 settembre 2011 con l'intervento dei magistrati:

Antonio Cavallari, Presidente

Luigi Viola, Consigliere, Estensore

Massimo Santini, Referendario

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 30/09/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

N. 00288/2013 REG.PROV.COLL.

N. 01240/2011 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

Lecce - Sezione Prima

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1240 del 2011, proposto da: 
Antonio Giangrande, rappresentato e difeso dall'avv. Mirko Giangrande, con domicilio eletto presso Segreteria Tar in Lecce, via F. Rubichi 23; 

contro

Ministero della Giustizia, Commissione Esami Avvocato Presso la Corte D'Appello di Lecce, Commissione Esami Avvocato Presso Corte D'Appello di Palermo, rappresentati e difesi per legge dall'Avvocatura Distrettuale Stato, domiciliati presso la sede di quest’ultima in Lecce, via F.Rubichi 23;
Commissione Centrale Esami Avvocato c/o Ministero della Giustizia; 

per l'annullamento

del verbale n. 20 redatto nella seduta del 19 aprile 2011 dalla I^ Sottocommissione esame di avvocato presso la Corte di Appello di Palermo - sessione 2010-, nella parte in cui attribuisce alle tre prove scritte riferite alla busta n. 198 del ricorrente un punteggio insufficiente, rispettivamente 25 per il penale, 25 per il civile e 25 per l'atto giudiziario, pari complessivamente a 75 punti; del consequenziale elenco degli ammessi alle prove orali, sessione 2010, degli esami di abilitazione alla professione di avvocato, relativamente alla Corte di Appello di Lecce, pubblicato il 28 giugno 2011, nella parte in cui esclude il ricorrente;

di ogni altro atto presupposto, connesso e/o consequenziale ed in particolare, dei criteri fissati dalla predetta Sottocommissione con verbale n. 20 del 19 aprile 2011 per la valutazione degli elaborati.
 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero della Giustizia e di Commissione Esami Avvocato presso la Corte D'Appello di Lecce e della Commissione Esami Avvocato Presso Corte d'Appello di Palermo;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 7 novembre 2012 la dott.ssa Patrizia Moro e uditi per le parti gli avv.ti Mirko Giangrande e Giovanni Pedone;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

1. Con il ricorso all’esame il ricorrente ha impugnato innanzi a questo Tribunale gli atti, in epigrafe indicati, con i quali la Sottocommissione per gli esami di avvocato presso la Corte di appello di Palermo, sessione 2010, ha valutato insufficienti i tre elaborati (venticinque/ cinquantesimi per la prova di diritto penale, e venticinque/cinquantesimi per la prova di diritto civile e 25/cinquantesimi per l’atto giudiziario) determinando la sua inidoneità a sostenere gli esami e, per l'effetto, l'ha escluso dalle prove orali.

Il ricorrente deduce la disparità di trattamento tra i candidati rispetto alla sessione d’esame temporale, contestando altresì la competenza dei commissari a poter svolgere dei controlli di conformità, la mancanza di motivazione alle correzioni, la contraddittorietà e illogicità del giudizio reso e la fondatezza dei rilievi assunti, la mancanza di voto di ciascun commissario ovvero il voto riferito a ciascun criterio individuato per la valutazione delle prove, l’assenza ingiustificata del Presidente della Commissione e contestualmente l’assenza del Presidente della I sottocommissione di Palermo.

Con atto depositato in data 1 agosto 2011 si è costituita in giudizio l’Avvocatura Distrettuale dello Stato.

Con ordinanza depositata in data 29 settembre 2011 la sezione ha respinto l’istanza cautelare richiesta dal ricorrente.

Nella pubblica udienza del 7 novembre 2012 la causa è stata introitata per la decisione.

2. Il ricorso è infondato.

2.1. Secondo consolidata giurisprudenza anche dopo l'entrata in vigore dell'art. 3 della legge n. 241 del 1990, i provvedimenti della commissione esaminatrice che rilevano l'inidoneità delle prove scritte e non ammettono alla prova orale il candidato agli esami per l'abilitazione alla professione di avvocato devono ritenersi adeguatamente motivati quando si fondano su voti numerici, attribuiti in base ai criteri predeterminati, senza necessità di ulteriori spiegazioni e chiarimenti. Siffatti voti esprimono un metodo di valutazione rispondente al criterio di cui all'articolo 97 Cost. e rappresentano la compiuta esternazione dell’ attività di verifica dell'idoneità del candidato svolta a seguito della lettura dei suoi elaborati, demandata alla commissione esaminatrice.

La Corte costituzionale, con le sentenze 30 gennaio 2009 n. 20 e 8 giugno 2011, n. 175, ha già dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 22, nono comma, del R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 (Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore) convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 22 gennaio 1934, n. 36, poi sostituito dall'art. 1 bis, del D.L. 21 maggio 2003, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 luglio 2003, n. 180, nonché degli articoli 17 bis, 22, 23 e 24, primo comma del R.D. 22.1.1934 n. 37 (Norme integrative e di attuazione del R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, sull'ordinamento della professione di avvocato e di procuratore), sollevata in riferimento agli artt. 3, 4, 24, 41, 97, 111, 113 e 117 della Costituzione, nella parte in cui non prevedono l'obbligo di giustificare o motivare il voto verbalizzato in termini alfanumerici in occasione delle operazioni di valutazione delle prove scritte d'esame per l'abilitazione alla professione forense.

2.2. Inoltre, quanto ai rilievi in ordine alla composizione della sottocommissione d’esame, come già rilevato in sede cautelare, la stessa è legittima alla luce delle previsioni normative (che non prevedono la presenza di particolari soggetti in possesso di competenze in materia letteraria o umanistica ma solo di giuristi di diversa estrazione) e della più recente giurisprudenza (Cons. di Stato sez.IV 12 giugno 2007 n.3114) che ha rilevato come le sottocommissioni d’esame non debbano essere necessariamente presiedute dal presidente della Commissione, essendo al proposito, sufficiente la presenza del Vice Presidente con funzioni di Presidente di ogni singola Sottocommissione.

Con riferimento alla censura riguardante l’assenza del Presidente della I sottocommissione di Palermo, nella seduta del 19 aprile 2011( nella quale sono state corrette le prove del ricorrente), va rilevato che la stessa risultava presieduta dal Vice Presidente avv. Mario Grillo sicchè tale presenza esclude la illegittimità rilevata.

Infatti, l’istituzione ad opera dell'art. 1 bis D.L. 21 maggio 2003 n. 112 della figura del Presidente e del vice Presidente per ciascuna delle Sottocommissioni operanti nel distretto di Corte di appello ha comportato il superamento dell’orientamento giurisprudenziale che escludeva, sulla base di un interpretazione meramente letterale dell'art. 22 R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578, come modificato dalla L. 20 aprile 1989 n. 142, la possibilità per il Presidente di essere sostituito nell'esercizio delle sue funzioni da un commissario con le funzioni di vice Presidente.

A seguito della riforma del 2003 e della istituzione della figura del vice Presidente, la giurisprudenza è ormai ferma nell'affermare che quest' ultimo può legittimamente presiedere i lavori dell'organo collegiale senza necessità che il verbale della seduta rechi la specifica indicazione delle ragioni che avevano reso necessaria la sostituzione del titolare (Cons. Stato, IV Sez., ord. 9 aprile 2002 n. 1353 e 28 ottobre 2003 n. 4674; dec. 17 settembre 2004 n. 6155, 5 agosto 2005 n. 4165, 6 settembre 2006 n. 5155, 3 dicembre 2006 n. 6511 e 5 dicembre 2006 n. 7126).

Per quanto attiene al ruolo e alle funzioni proprie dei membri supplenti l'art. 22, co. 5, R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578, nel testo sostituito dall'art. 1 bis D.L. 21 maggio 2003 n. 112, afferma che essi intervengono alle sedute della Sottocommissione "in sostituzione di qualsiasi membro effettivo"; da ciò deriva che i componenti dei singoli collegi possono, in caso di assenza o impedimento, essere legittimamente sostituiti dai membri supplenti attesa l'assoluta parità esistente, sul piano funzionale, fra le due categorie (C.d.S. 23 dicembre 1999 n. 692) e il principio di fungibilità fra membri effettivi e membri supplenti (C.d.S.. 9 giugno 2003 n. 223).

2.3. Non coglie nel segno neppure la censura con la quale si deduce l’incompatibilità del Presidente della Commissione Centrale in quanto componente del Consiglio Nazionale Forense non risultando in proposito prevista alcuna incompatibilità da parte del legislatore (art.21 R.D.L. 27-11-1933 n. 1578).

2.4. In ordine al merito dell’attività di valutazione, va evidenziato che, in una procedura per l'accesso a una professione, non rileva solamente l’esattezza delle soluzioni giuridiche propugnate e prescelte, ma anche la modalità espositiva, l’organizzazione complessiva del discorso, le capacità di sintesi e di compiuta argomentazione.

Ove così non fosse, dovrebbe ammettersi che tutti i candidati estensori di elaborati recanti soluzioni corrette debbano necessariamente superare la prova, il che non può sicuramente avvenire, posto che il superamento dell’esame di abilitazione permette l’accesso alla professione forense, sicchè vengono in rilievo – oltre alla esattezza delle conclusioni - la modalità espositiva, l’organizzazione complessiva del discorso, le capacità di sintesi e di compiuta argomentazione, cioè tutte le componenti che garantiscono l’adeguatezza della difesa tecnica.

Nella specie basti rilevare che il ricorrente non ha in effetti dimostrato una personale e adeguata capacità di argomentazione e riflessione limitandosi ad esporre principi di carattere generale e richiamando asetticamente il contenuto di pronunce giurisprudenziali senza alcun approfondimento, tanto più necessario, in considerazione delle modalità di svolgimento dell’esame (che consentiva l’uso di codici commentati con la giurisprudenza) e dell’assenza di particolari difficoltà interpretative e argomentative nella tematiche trattate.

In sintesi i compiti, in considerazione delle modalità di svolgimento dell’esame (che consentiva l’uso di codici commentati con la giurisprudenza) e dell’assenza di particolari difficoltà interpretative e argomentative nella tematica trattata, appaiono privi di approfondimenti degni di nota.

Tali considerazioni consentono quindi al Collegio di condividere il giudizio espresso dalla Commissione.

2.5. Infine quanto alla dedotta impossibilità di conoscere il voto dei singoli commissari “legittimamente la sottocommissione esaminatrice, in assenza di una norma o di un principio che disponga l'obbligo della esplicitazione dei vari momenti di formazione della volontà collegiale, si limita a verbalizzare, in sede di valutazione delle prove scritte, il solo voto complessivo risultante dalla somma dei singoli voti assegnati e non anche i voti attribuiti da ogni singolo commissario. Le disposizioni di cui all'art. 17-bis, R.D. n. 37 del 1934 danno, infatti, rilevanza, ai fini della valutazione di idoneità del candidato, al solo "punteggio complessivo" conseguito, non occorrendo riportare nel verbale il voto assegnato da ciascun membro della commissione d'esame” ( C.d.S. Sez. IV, sent. n. 7116 del 05-12-2006).

Peraltro, non vengono in luce circostanze concrete dalle quali possa desumersi che il voto complessivo non costituisca la somma dei voti individuali o che tra un voto e un altro possa esserci un discostamento tale da far ravvisare un’intrinseca contraddittorietà nella valutazione complessivamente effettuata.

2.6. Infine è anche infondata la censura attinente all'insufficienza del tempo speso dalla Commissione nella lettura e valutazione degli elaborati, considerato che non è possibile escludere che gli scritti del ricorrente siano stati oggetto di puntuale e attenta disamina alla luce dei criteri di valutazione confezionati dalla stessa Commissione. Il tempo di correzione di un elaborato, infatti, non assurge a dignità di elemento sintomatico di valutazione superficiale da parte della Commissione esaminatrice poichè è ben possibile che uno scritto sia di piana e facile lettura, sicchè non rende necessario il protrarsi dell’attività valutativa.

3. Conclusivamente il ricorso deve essere respinto.

Sussistono nondimeno giustificati motivi per disporre la compensazione delle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce - Sezione Prima definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 7 novembre 2012 con l'intervento dei magistrati:

Antonio Cavallari, Presidente

Patrizia Moro, Consigliere, Estensore

Roberto Michele Palmieri, Referendario

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 07/02/2013

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

IMPEDIMENTO ALL'ACCESSO AL GRATUITO PATROCINIO PRESSO IL TAR PER LE VITTIME DI UN CONCORSO TRUCCATO

La Commissione di Lecce, presso il Tar, ha rilevato una mancanza di fumus, con un improprio e sommario giudizio di merito senza contraddittorio e su elementi chiarissimi ed incontestabili, riconosciuti meritevoli dalla giurisprudenza.

La Commissione di Lecce, composta da magistrati del TAR, ha deciso il diniego, inibendo il proseguo presso l'ufficio del ricorso principale, dall'esito scontato.

Lo hanno comunicato dopo un mese, nel pieno delle ferie e a 15 giorni dalla decadenza del ricorso principale al TAR, impedendogli, di fatto, anche la proposizione del ricorso in forma ordinaria.

 

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE, MA NON PER TUTTI.

Un decreto cautelare emesso dopo sole 24 ore dal deposito, di sabato, da chi non era legittimato ed in favore di un azienda in odor di mafia.

Arriva al capolinea l'inchiesta sull'aggiudicazione provvisoria alla Cogea dell'appalto dei servizi di igiene urbana del comune di Casarano, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Ed ecco che viene ufficialmente formalizzata l'iscrizione nel registro degli indagati del presidente del Tar di Lecce Antonio Cavallari. Il suo nome compare nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari notificato nelle scorse ore, a firma del procuratore capo Cataldo Motta, insieme a quelli dell'avvocato Luigi Quinto, 38 anni, di Lecce, e di Enzo Giannuzzi, 67 anni, di Nardò, direttore della segreteria della prima sezione giurisdizionale del Tar. L'ipotesi di reato che viene contestata loro è quella di concorso in abuso d'ufficio. La vicenda ormai nota, è balzata nel settembre dello scorso anno agli onori delle cronache quando iniziarono a trapelare le prime indiscrezioni su un'inchiesta che vedeva coinvolto il numero uno del Tar di Lecce, al quale i carabinieri del Nucleo investigativo avevano sequestrato il computer. Oggetto del contendere un decreto cautelare emesso il 3 marzo 2012 con il quale il presidente Cavallari aveva accolto il ricorso presentato dalla Cogea che appena il giorno prima si era vista revocare dal comune di Casarano l'aggiudicazione provvisoria dell'appalto dei servizi di igiene urbana. Una decisione-lampo, presa dopo sole 24 ore dal deposito del ricorso, che secondo la Procura sarebbe stata priva dei requisiti di «estrema gravità ed urgenza». Un disegno ordito, quindi, con il solo scopo di «procurare intenzionalmente un ingiusto vantaggio patrimoniale alla Cogea Srl».

Dopo la tegola giudiziaria che si è abbattuta sul Presidente del Tar di Lecce Antonio Cavallari, indagato per abuso d’ufficio, l’Avvocato Pietro Quinto non nasconde a TRnews la propria perplessità, dopo tutto, per una vicenda che si collega ad un appalto per la raccolta dei rifiuti urbani a Casarano. I fatti risalgono allo scorso marzo: la Cogea vince l’appalto, ma l’aggiudicazione provvisoria viene revocata dalla locale amministrazione comunale retta dal Commissario prefettizio, Erminia Ocello, sulla scorta di una segnalazione. Nel documento si ipotizzerebbe un presunto collegamento fra l’azienda in questione e Gianluigi Rosafio, imprenditore di Taurisano, già condannato per traffico illecito di rifiuti con l’aggravante mafiosa, genero di Giuseppe Scarlino, detto Pippi Calamita, boss del Sud Salento condannato all’ergastolo. L’azienda non ci sta e assistita dall’Avvocato Pietro Quinto, fa ricorso al Tar, chiedendo un decreto d’urgenza. “I tempi sono stretti – ricorda Quinto – l’informativa arriva alla vigilia dell’avvio del servizio e l’azienda che teme un danno economico, chiede un decreto d’urgenza”. Ed ecco che, in assenza del giudice della terza sezione, la situazione la prende in mano il Presidente in persona, Cavallari appunto, che emette un provvedimento con cui accogliendo  l’istanza presentata dall’azienda di fatto sospende la revoca del Comune di Casarano e dà il via libera al servizio che partirà di lì a poche ore. “E’ stato fatto tutto alla luce del sole”, sottolinea ancora l’Avv. Quinto. Ma intanto i carabinieri, al cui vaglio ci sono documenti e pc sequestrati dall’ufficio di Cavallari, vogliono andare a fondo. In effetti tutta la vicenda si è consumata in sole 48 ore. C’è però un altro risvolto. Dopo la pronuncia di Cavallari, la Prefettura emise una vera e propria interdittiva nei confronti della Cogea, interdittiva recepita dal Commissario Ocello che stilò un nuovo atto di revoca del bando. Intanto, la Cassazione aveva annullato con rinvio l’aggravante mafiosa nei confronti di Rosafio, chiedendo la celebrazione di un nuovo processo. Ora si attende la decisione del Consiglio di Stato che si pronuncerà solo dopo decisione del giudice penale.

Misure di questo tipo hanno l’obiettivo di evitare infiltrazioni della malavita nel tessuto produttivo. La visita dei militari del Nucleo investigativo del Reparto operativo del Comando provinciale risale ai primi giorni del marzo 2012. All’attenzione della Procura sarebbe finito il decreto cautelare emesso il 3 marzo (era un sabato) con il quale il presidente Antonio Cavallari ha accolto l’istanza presentata dalla società Cogea, la srl che si era visto revocare l’aggiudicazione provvisoria del servizio di raccolta dei rifiuti urbani di Casarano sulla scorta di un’infor mativa antimafia per via di presunti collegamenti con Gianluigi Rosafio, l’imprenditore di Taurisano condannato per traffico illecito di rifiuti e marito della figlia del boss ergastolano Giuseppe Scarlino, detto Pippi Calamita. La determinazione del responsabile del settore servizi tecnici del comune di Casar ano, che aveva revocato l’aggiudicazione dell’appalto alla Cogea, era stata adottata il 2 marzo. Il giorno dopo il decreto cautelare del presidente del Tar Cavallari veniva depositato in segreteria. Più precisamente, l’interdittiva antimafia traeva origine nel fatto che il direttore tecnico di Cogea fosse lo stesso di «Geotec Ambiente», società a sua volta colpita da interdittiva per la presenza, fra i dipendenti, di Gianluigi Rosafio. L’unica volta che l’indagine è uscita allo scoperto è stato quando i carabinieri sono andati negli uffici del Tar, in via Rubichi a due passi da piazza Sant’Oronzo, per «prendere» le carte. L’episodio, peraltro, era stato vagamente richiamato dallo stesso presidente Antonio Cavallari in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale amministrativo regionale. Erano trascorsi appena sette giorni dalla decisione e dal blitz. Un’uscita , quella del presidente del Tar, che era stata sepolta da una montagna di smentite. E il Procuratore era al lavoro, a testa bassa.

Cavallari non è nuovo ad essere soggetto di accuse.

"Ilva, il presidente del Tar di Lecce cognato dell'avvocato dell'azienda". I ricorsi del colosso sempre accolti. Esposto di Legambiente al Csm, bufera su Antonio Cavallari. "E' incompatibile". "Accuse infondate, il legale si occupa di cause di lavoro", scrive  Giuliano Foschini su “La Repubblica”. Il primo a lanciare la pietra era stato il presidente dell'Arpa pugliese, Giorgio Assennato. "L'Ilva  -  aveva detto  -  non si è mai voluta sedere a un tavolo con noi. Sono rimasti sull'Aventino e hanno continuato a fare ricorsi su ricorsi al Tar di Lecce, sempre vinti... Sono sicuro che anche la Procura di Taranto perderebbe se fosse il Tar di Lecce a decidere sui suoi atti". Subito dopo erano intervenute le associazioni ambientaliste, segnalando come in questi anni molte decisioni di natura sanitaria prese da Comune e Asl fossero state sempre cassate dal Tar. Ora il caso arriverà davanti al Consiglio superiore della Magistratura. Perché? Il presidente del Tar di Lecce, Antonio Cavallari, è il cognato (hanno sposato due sorelle) di uno degli avvocati esterni dell'Ilva, Enrico Claudio Schiavone. "Una situazione  -  spiegano dal direttivo nazionale di Legambiente  -  che secondo noi è doveroso segnalare al Csm perché il Consiglio valuti eventuali situazioni di incompatibilità o anche soltanto di opportunità. La situazione è così delicata, che richiede il massimo della trasparenza a tutti i livelli. Anche quello della magistratura amministrativa". I due protagonisti però rimandano al mittente tutte le accuse. "Da un punto di vista tecnico, non siamo nemmeno affini. E soprattutto l'avvocato Schiavone non difende l'Ilva davanti al Tar". Schiavone è infatti un lavorista, è lui a difendere il siderurgico (in qualità di consulente esterno) nella maggior parte delle cause contro i lavoratori: "Questo della parentela  -  dice  -  è un dettaglio insignificante". Il Tar era finito nell'occhio del ciclone per aver accolto una serie di ricorsi dell'Ilva: dal referendum chiesto dai cittadini per decidere sulla chiusura dello stabilimento a una serie di ricorsi di natura sanitaria. A febbraio il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, aveva ordinato la fermata degli impianti per effettuare una serie di lavori per ridurre inquinamento e impatto ambientale. Ma il Tar aveva sospeso il provvedimento sostenendo che non esisteva un'emergenza sanitaria tale da giustificare "l'esercizio del potere di ordinanza attribuito al sindaco". Qualche mese dopo sarebbe arrivata la decisione del gip, Patrizia Todisco, di sequestrare l'impianto proprio per l'emergenza sanitaria. "Ma se c'è qualche responsabile in questa vicenda  -  dice Cavallari  -  è chi doveva controllare e non lo ha fatto. Noi in 23 anni abbiamo avuto appena 36 ricorsi dell'Ilva e molti sono stati respinti, come per esempio quelli su alcune prescrizioni dell'Aia". Assennato però faceva riferimento a un provvedimento dell'Arpa che, già nel 2010, imponeva all'Ilva di abbassare le emissioni di benzoapirene, l'inquinante segnalato come pericolosissimo oggi dai periti della procura. I tarantini potevano risparmiare due anni di veleno. Ma anche in questo caso, il provvedimento fu cassato. "Ma era incoerente  -  spiega il giudice amministrativo  -  si chiedeva all'Ilva di applicare determinate prescrizioni in materia di emissioni sulla base di parametri stabiliti in tempi successivi. Se si stabiliscono dei limiti alle emissioni, e poi quei limiti vengono abbassati, noi dobbiamo basarci sui parametri in vigore nel momento in cui si contesta il superamento di quei limiti". Cavallari, tra l'altro, in questi giorni è al centro di un'altra inchiesta giudiziaria. È indagato per abuso di ufficio con l'accusa di aver riassegnato un appalto a un'azienda che era stata esclusa per mafia. Firmò lui il provvedimento nonostante toccasse a un'altra sezione. "Ma era un provvedimento d'urgenza e la collega non c'era: agimmo in accordo. Sono serenissimo" conclude il giudice amministrativo.

Indagato presidente del TAR Lecce solo per abuso d’ufficio e solo lui. Antonio Cavallari, presidente del Tar di Lecce indagato per abuso d’ufficio per aver favorito un’azienda in odor di mafia difesa dal noto amministrativista leccese, avv. Pietro Quinto.

Tutta la stampa ne parla.

Un’azienda in odore di mafia. E un discusso decreto del Tar. Sono questi per “Il Quotidiano di Puglia” i due elementi alla base di un’indagine su cui la Procura, comprensibilmente, vuole mantenere il più stretto riserbo. Antonio Cavallari, presidente del Tribunale amministrativo regionale di Lecce, sarebbe indagato per abuso di ufficio, proprio in relazione a un suo provvedimento adottato nel marzo 2012. Sono queste le uniche notizie che trapelano dal Palazzo di giustizia. L’inchiesta sarebbe seguita personalmente dal procuratore capo di Lecce Cataldo Motta. La vicenda riguarderebbe un appalto per il servizio di raccolta dei rifiuti urbani di Casarano, vinto dalla Cogea. L’aggiudicazione provvisoria, però, era stata revocata subito dopo dall’amministrazione casaranese sulla scorta di una informativa antimafia, ossia un documento in cui si mette in guardia dalle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto economico e nell’organico di un’azienda. Nel documento, nello specifico, si ipotizzava un presunto legame della Cogea con Gianluigi Rosafio, imprenditore di Taurisano già condannato per traffico illecito di rifiuti, e legato a doppio filo con il boss ergastolano Giuseppe Scarlino, avendone sposato la figlia. A quanto pare, nell’informativa si faceva riferimento a una particolare vicinanza tra la Cogea e la Geotec Ambiente: entrambe le società avrebbero lo stesso direttore tecnico. E visto che la Geotec era già stata colpita da un’interdittiva antimafia perché aveva tra i suoi dipendenti proprio Gianluigi Rosafio, lo stesso provvedimento è stato preso nei confronti dell’altra società, neo aggiudicataria dell’appalto. I tempi sono stretti: il 2 marzo 2012 il Comune di Casarano revoca l’aggiudicazione; la Cogea fa ricorso al Tar e il giorno dopo il presidente Cavallari emette un provvedimento cautelare con cui accoglie l’istanza presentata dall’azienda e quindi sospende la revoca del Comune. Sarebbe questo il passaggio finito sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori. I carabinieri, peraltro, su ordine della Procura di Lecce, hanno effettuato un veloce blitz negli uffici del Tar, in via Rubichi, a quanto pare sequestrando alcuni documenti e anche un computer. A cosa porterà l’indagine e che tipo di illecito punta eventualmente a scoprire, rimane ancora un mistero. Che verrà svelato solo quando la Procura riterrà di poter uscire allo scoperto.

Per il resto ognuno si faccia una propria idea secondo i fatti raccontati ed avvenuti.

Secondo Giangranco Lattante de “La Gazzetta del Mezzogiorno”: Un blitz riservatissimo. Un fascicolo blindato, chiuso a chiave, nella stanza del procuratore Cataldo Motta che gestisce il caso in prima persona. La faccenda è delicata. Riguarda un indagato eccellente: il presidente dal Tar di Lecce Antonio Cavallari. Abuso d’ufficio è l’ipotesi di reato. Tutto il resto è top secret. La Procura ha acceso un faro su una decisione-lampo assunta dal presidente Cavallari con un decreto cautelare. Una decisione che si innesta nell’ambito di una misura interdittiva. Cosa si voglia accertare e perché sia stata avviata l’inchiesta è materia ammantata dal massimo riserbo. Ma quando i carabinieri, su disposizione del procuratore, si sono presentati negli uffici del Tar hanno acquisito carte, fascicoli e documentazione relativa proprio al decreto cautelare che sospendeva l’efficacia della revoca di un appalto che era stato bloccato da un’interdittiva antimafia. Misure di questo tipo hanno l’obiettivo di evitare infiltrazioni della malavita nel tessuto produttivo. La visita dei militari del Nucleo investigativo del Reparto operativo del Comando provinciale risale ai primi giorni del marzo 2012. All’attenzione della Procura sarebbe finito il decreto cautelare emesso il 3 marzo (era un sabato) con il quale il presidente Antonio Cavallari ha accolto l’istanza presentata dalla società Cogea, la srl che si era visto revocare l’aggiudicazione provvisoria del servizio di raccolta dei rifiuti urbani di Casarano sulla scorta di un’informativa antimafia per via di presunti collegamenti con Gianluigi Rosafio, l’imprenditore di Taurisano condannato per traffico illecito di rifiuti e marito della figlia del boss ergastolano Giuseppe Scarlino, detto Pippi Calamita. La determinazione del responsabile del settore servizi tecnici del comune di Casarano, che aveva revocato l’aggiudicazione dell’appalto alla Cogea, era stata adottata il 2 marzo. Il giorno dopo il decreto cautelare del presidente del Tar Cavallari veniva depositato in segreteria. Più precisamente, l’interdittiva antimafia traeva origine nel fatto che il direttore tecnico di Cogea fosse lo stesso di «Geotec Ambiente», società a sua volta colpita da interdittiva per la presenza, fra i dipendenti, di Gianluigi Rosafio. L’unica volta che l’indagine è uscita allo scoperto è stato quando i carabinieri sono andati negli uffici del Tar, in via Rubichi a due passi da piazza Sant’Oronzo, per «prendere» le carte. L’episodio, peraltro, era stato vagamente richiamato dallo stesso presidente Antonio Cavallari in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale amministrativo regionale. Erano trascorsi appena sette giorni dalla decisione e dal blitz. Un’uscita, quella del presidente del Tar, che era stata sepolta da una montagna di smentite. E il Procuratore era al lavoro, a testa bassa.

“Cavallari indagato? E’ una cosa che non sta nè in cielo né in terra”. L’Avvocato Pietro Quinto a “Trnews” non nasconde la propria perplessità dopo la tegola giudiziaria che si è abbattuta solo sul Presidente del Tar di Lecce, Antonio Cavallari, indagato per abuso d’ufficio. Tutto per una vicenda che si collega ad un appalto per la raccolta dei rifiuti urbani a Casarano. I fatti risalgono allo scorso marzo 2012: la Cogea vince l’appalto, ma l’aggiudicazione provvisoria viene revocata dalla locale amministrazione comunale retta dal Commissario prefettizio Ermina Ocello, sulla scorta di una segnalazione. Nel documento si ipotizzerebbe un presunto collegamento fra l’azienda in questione e Gianluigi Rosafio, imprenditore di Taurisano, già condannato per traffico illecito di rifiuti con l’aggravante mafiosa, genero di Giuseppe Scarlino, detto ‘Pippi Calamita’, boss del sud Salento condannato all’ergastolo. L’azienda non ci sta e assistita dall’Avvocato Pietro Quinto fa ricorso al Tar, chiedendo un decreto d’urgenza. “I tempi sono stretti – ricorda Quinto – l’informativa arriva alla vigilia dell’avvio del servizio e l’azienda che teme un danno economico, chiede un decreto d’urgenza”. Ed ecco che in assenza del giudice della terza sezione, la situazione la prende in mano il Presidente in persona, Cavallari appunto, che emette un provvedimento con cui accogliendo l’istanza presentata dall’azienda di fatto sospende la revoca del Comune di Casarano e dà il via libera al servizio che partirà di lì a poche ore. “E’ stato fatto tutto alla luce del sole – sottolinea ancora l’Avv. Quinto – impossibile anche lontanamente parlare di abuso d’ufficio”. Ma intanto i carabinieri, al cui vaglio ci sono documenti e pc sequestrati dall’ufficio di Cavallari, vogliono andare a fondo. In effetti tutta la vicenda si è consumata in sole 48 ore. C’è però un altro risvolto. Dopo la pronuncia di Cavallari, la Prefettura emise una vera e propria interdittiva nei confronti della Cogea, interdittiva recepita dal Commissario Ocello che stilò un nuovo atto di revoca del bando. Intanto la Cassazione aveva annullato con rinvio l’aggravante mafiosa nei confronti di Rosafio, chiedendo la celebrazione di un nuovo processo. Ora si attende la decisione del Consiglio di Stato che si pronuncerà solo dopo decisione del giudice penale.

Ahhh...Quante volte io e tutti gli avvocati non principi del foro che bazzicano le aule del Tar di Lecce avremmo desiderato un atto di sospensiva di sabato ed in 24 ore!!!!!!!!

 

Da venti anni inascoltato Antonio Giangrande denuncia il malaffare di avvocati e magistrati ed il loro malsano accesso alla professione. Cosa ha ottenuto a denunciare i trucchi per superare l’esame? Prima di tutto l’ostracismo all’abilitazione. Poi, insabbiamento delle denunce contro i concorsi truccati ed attivazione di processi per diffamazione e calunnia, chiusi, però, con assoluzione piena. Intanto ti intimoriscono. Ed anche la giustizia amministrativa si adegua. A parlar delle loro malefatte i giudici amministrativi te la fanno pagare. Presenta l’oneroso ricorso al Tar di Lecce (ma poteva essere qualsiasi altro Tribunale Amministrativo Regionale) per contestare l’esito negativo dei suoi compiti all’esame di avvocato: COMMISSIONE NAZIONALE D'ESAME PRESIEDUTA DA CHI NON POTEVA RICOPRIRE L'INCARICO, COMMISSARI (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI) DENUNCIATI CHE GIUDICANO IL DENUNCIANTE E TEMI SCRITTI NON CORRETTI, MA DA 15 ANNI SONO DICHIARATI TALI. Ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro il voto numerico insufficiente (25,25,25) dato alle prove scritte di oltre 4 pagine cadaune della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione. Tale ricorso non ha prodotto alcun giudizio nei tempi stabiliti, salvo se non il diniego immediato ad una istanza cautelare di sospensione, tanto da farlo partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito definitivo del ricorso, a ben altre due sessioni successive, i cui risultati sono stati identici ai temi dei 15 anni precedenti (25,25,25): compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar si è stati costretti a presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Inspiegabilmente nei mesi successivi all’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Eccetto qualcuno che non poteva essere accolto, tra i quali i ricorsi dell'avv. Carlo Panzuti  e dell'avv. Angelo Vantaggiato in cui si contestava il giudizio negativo reso ad un elaborato striminzito di appena una pagina e mezza. Solo in data 7 febbraio 2013 si depositava sentenza per una decisione presa già in camera di consiglio della stessa udienza del 7 novembre 2012. Una sentenza già scritta, però, ben prima delle date indicate, in quanto in tale camera di consiglio (dopo aver tenuto anche regolare udienza pubblica con decine di istanze) i magistrati avrebbero letto e corretto (a loro dire) i 3 compiti allegati (più di 4 pagine per tema), valutato e studiato le molteplici questioni giuridiche presentate a supporto del ricorso. I magistrati amministrativi potranno dire che a loro insindacabile giudizio il ricorso di Antonio Giangrande va rigettato, ma devono spiegare a chi in loro pone fiducia, perché un ricorso presentato il 25 luglio 2011, deciso il 7 novembre 2012, viene notificato il 7 febbraio 2013? Un'attenzione non indifferente e particolare e con un risultato certo e prevedibile, se si tiene conto che proprio il presidente del Tar era da considerare incompatibile perchè è stato denunciato dal Giangrande e perché le sue azioni erano oggetto di inchiesta video e testuale da parte dello stesso ricorrente? Le gesta del presidente del Tar sono state riportate da Antonio Giangrande, con citazione della fonte, nella pagina d'inchiesta attinente la città di Lecce. Come per dire: chi la fa, l'aspetti?

In Italia tutti sanno che i concorsi pubblici sono truccati e nessuno fa niente, tantomeno i magistrati. Gli effetti sono che non è la meritocrazia a condurre le sorti del sistema Italia, ma l’incompetenza e l’imperizia. Non ci credete o vi pare un’eresia? Basta dire che proprio il Consiglio Superiore della Magistratura, dopo anni di giudizi amministrativi, è stato costretto ad annullare un concorso già effettuato per l’accesso alla magistratura. Ed i candidati ritenuti idonei? Sono lì a giudicare indefessi ed ad archiviare le denunce contro i concorsi truccati. E badate, tra i beneficiari del sistema, vi sono nomi illustri.

UNISALENTO: IL GIOCO DELLE PARTI.

I sindacati, Laforgia e Mantovano. Università del Salento. Una grande famiglia. Tanto rumore per nulla. E’ tutto truccato e si accapigliano per tre compiti truccati. Omertà invece per i concorsi in avvocatura, magistratura e notariato. Università del Salento: una grande famiglia. Si intitolava un servizio di Tele Rama. I grappoli di famiglie che hanno fatto il nido nell'Università del Salento, il nepotismo che rischia di soffocare l'ateneo leccese e le contromisure che il rettore Domenico Laforgia ha cercato di mettere in campo, senza troppo successo. Scheda a cura di Danilo Lupo e Matteo Brandi, andata in onda nell'Indiano del dicembre 2008 dedicato all'università e condotto da Mauro Giliberti. Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito." Che una vera corazzata di parlamentari italiani sottoscriva una dichiarazione di guerra contro un ateneo di provincia è un caso più unico che raro. Porta la firma di ben cinquantacinque deputati, infatti, la richiesta di ispezione ministeriale da eseguire nell’Università del Salento. L’interpellanza urgente, ideata dall’ex sottosegretario agli Interni, il pidiellino Alfredo Mantovano, è stata inoltrata ai ministri dell’Istruzione e della Funzione Pubblica, Francesco Profumo e Filippo Patroni Griffi. Di mezzo ci sono presunte condotte illecite e ragioni di trasparenza da ripristinare. Ci sono anche gli appalti che si accingono ad essere portati in gara. Tanti. Molti. Del valore, all’incirca, di cento milioni di euro. Nell’interpellanza si parla del Tar di Lecce. Tar che spesso adotta decisioni contrastanti tra loro, pur aventi lo stesso oggetto. E pur la stampa pubblica: Indagato presidente del TAR Lecce solo per abuso d’ufficio e solo lui. Antonio Cavallari, presidente del Tar di Lecce indagato per abuso d’ufficio per aver favorito un’azienda in odor di mafia difesa dal noto amministrativista leccese, avv. Pietro Quinto. Ahhh... Quante volte io e tutti gli avvocati non principi del foro che bazzicano le aule del Tar di Lecce avremmo desiderato un atto di sospensiva di sabato ed in 24 ore!!!!!!!! Poi si parla della Procura di Lecce. Mi astengo dal dare giudizi sull’esito delle mie denunce contro i concorsi truccati, ma mi riporto a quanto detto dal Procuratore Capo di Bari: «Non posso non rilevare che questo tipo di accertamenti è iniziato un anno fa, ma un’indagine a carico di un procuratore non può durare tanto. Occorre dare risposte rapide sia che siano stati commessi reati, sia che non siano stati commessi, soprattutto per la credibilità dell’ufficio». La pensano allo stesso modo migliaia di persone indagate che vivono in un «limbo» e che chiedono senza fortuna di potere dire la loro. La giustizia non è uguale per tutti? «Capita a me quello che accade a tanti cittadini. Rappresento, però, che, indipendentemente dalla vicenda personale, la questione si riverbera sull'intero ufficio. Non sostengo che la mia posizione è diversa, ma lamento che così si mette a rischio la credibilità della giustizia e delle istituzioni. Una situazione che deve essere definita in tempi rapidi. Per questo voglio subito essere interrogato». Tanto rumore per nulla. Certo è che nessuno, tanto meno l’On. Alfredo Mantovano più volte interpellato, va a chiedere ispezioni ministeriali per vagliare le risultanze dell'esame di abilitazione di avvocato o di notaio o di professore universitario, ovvero di verificare la legalità delle procedure di accesso alla magistratura. Compiti non corretti? Per le commissioni d'esame: Fa niente, conta il nome e l'accompagno. Il TAR, intanto, da parte sua sforna sentenze antitetiche tra loro su domande aventi lo stesso oggetto. Basta leggere il libro del  dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” www.controtuttelemafie.it, e scrittore-editore dissidente che proprio sul tema ha scritto e pubblicato “CONCORSOPOLI".  Libro facente parte della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” pubblicata sui propri siti web, su Amazon in E-Book e su Lulu in cartaceo. Uno tra i 40 libri scritti dallo stesso autore e pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Opere che i media si astengono a dare la dovuta visibilità e le rassegne culturali ad ignorare.

PARLIAMO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA. SONO LORO A DOVER SVELARE I CONCORSI TRUCCATI

Da “Il Fatto Quotidiano”: Fermate quel concorso al Tar.

Mentre il Governo rifiuta da mesi di rispondere alle varie interrogazioni parlamentari sul concorso delle mogli (il concorso per magistrati Tar vinto da Anna Corrado e Paola Palmarini, mogli di due membri dell’organo di autogoverno che ne nominò la commissione) si sta svolgendo in questo periodo un altro – già discusso – concorso per l’accesso al Tar.

Nonostante l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi (Consiglio di PresidenzaCpga) si sia stretto in un imbarazzante riserbo, che davvero stride con il principio di trasparenza che i magistrati del Tar e del Consiglio di Stato sono preposti ad assicurare controllando l’operato delle altre amministrazioni, tra i magistrati amministrativi si vocifera che gli elaborati scritti del concorso sarebbero stati sequestrati per mesi dalla magistratura penale, dopo aver sorpreso un candidato entrato in aula con i compiti già svolti, il quale avrebbe già patteggiato la pena. Dopo il patteggiamento la commissione di concorso è stata sostituita completamente ed è ricominciata la correzione dei compiti.

Ora, il dubbio è questo. Se un candidato è entrato in aula con i compiti già svolti, davvero può ritenersi certo che il concorso si sia svolto regolarmente per gli altri candidati? O non è forse legittimo sospettare che i compiti possano averli avuti anche altri candidati? E allora, perché la commissione (composta quasi tutta da magistrati amministrativi e nominata di fatto dal Cpga) non ha annullato il concorso in via di autotutela?

Ho già scritto in un altro post la incredibile vicenda processuale del dott. Enrico Mattei, fratello di Fabio Mattei (oggi membro dell’organo di autogoverno), rimesso “in pista” nel precedente concorso c.d. delle mogli grazie ad una sentenza del presidente del Tar Lombardia, assolutamente incompetente per territorio, che, prima di andare in pensione coinvolto dallo scandalo della c.d. cricca, si era autoassegnato il ricorso ed aveva ammesso a partecipare al concorso il Mattei, redigendo addirittura una sentenza breve (utilizzabile solo in caso di manifesta fondatezza), poco dopo stroncata dal Consiglio di Stato (sentenza n. 6190/2008), che ha rilevato perfino l’appiattimento lessicale della motivazione della decisione rispetto alle memorie difensive presentate dal Mattei.

Orbene, anche in questo concorso la vittoria del blasonato fratello Mattei era ampiamente anticipata da voci correnti, prima ancora della apertura delle buste contenenti i nomi, tanto da indurmi personalmente (anche per la mia qualità di Presidente di una, pur piccola, associazione di Magistrati) a formalizzare una lettera di chiarimenti, regolarmente protocollata presso l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi. Un’ipotesi rara, in cui è addirittura formalizzato ufficialmente quello che si dice che accadrà di un concorso per l’accesso in magistratura (già oggetto di indagini penali) e che si verifica puntualmente.

La mia richiesta di chiarimenti purtroppo non ha mai avuto risposta, mentre pare sia notizia di questi giorni che il fratello Mattei abbia passato gli scritti del concorso per 15 soli posti.

Come dicevo, il condizionale è d’obbligo, non avendo il Cpga rilasciato, almeno sinora, alcun comunicato. Vedremo, ma intanto una certezza vi è già: la commissione nominata dal Cpga non ha attivato le pratiche per annullare quel concorso e la mia lettera sulle anticipatorie voci relative alla vittoria del Mattei giace da mesi in qualche cassetto, regolarmente protocollata.

Da “Il Corriere della Sera”, invece…

Più «amanti» per tutti. Ricordate come il giudice Aldo Quartulli definì gli arbitrati, che consentono ai magistrati amministrativi di guadagnare soldi extra? «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l'amante». Bene: dopo essere stati più volte aboliti e ripristinati, stanno per tornare alla grande. Grazie a un emendamento che andrà in discussione proprio martedì. Il cuore dell'emendamento, firmato da tre senatori del Pdl, Massimo Baldini, Valter Zanetta e Luigi Grillo (il presidente della commissione Lavori pubblici del Senato rinviato a giudizio per concorso in aggiotaggio per i suoi rapporti con Giampiero Fiorani) è racchiuso in una sola riga: «Sono abrogati i commi 19, 20, 21 e 22 dell'articolo 3 della legge 24 dicembre 2007, n. 244». Arabo, per i non addetti ai lavori. Ma l'obiettivo è chiaro: vengono abolite le norme introdotte nell'ultima finanziaria del governo Prodi che vietavano alle pubbliche amministrazioni, senza eccezioni, di stipulare contratti contenenti la clausola del ricorso all'arbitrato in caso di disaccordo. Pena, l'intervento della Corte dei conti e pesanti sanzioni.

Riassumiamo? Gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così…) sono una specie di corsia preferenziale parallela alle cause civili. Se l'ente pubblico che ha commissionato un lavoro e chi quel lavoro lo ha eseguito vanno a litigare sui soldi, possono chiedere che a stabilire le ragioni e i torti non sia la lentissima giustizia civile ma una specie di giurì. Un arbitro lo nomina un litigante, uno quell'altro e i due insieme nominano il presidente. Niente di male, apparentemente. Se non fosse per due nodi. Primo: gli «arbitri» sono spesso giudici chiamati a decidere «privatamente » su cose che a volte toccano lo stesso Comune, la stessa Provincia, la stessa Regione o lo stesso Ministero su cui possono essere delegati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Secondo nodo: stando ai dati del presidente dell'Autorità per la vigilanza dei lavori pubblici Luigi Giampaolino, lo Stato (guarda coincidenza…) perde sempre. O quasi sempre: in 279 arbitrati in due anni tra il luglio 2005 e il giugno 2007, ha vinto appena 15 volte. Sconfitto nel 94,6% dei casi, ha dovuto pagare alle imprese private 715 milioni di euro. Pari al costo del Passante di Mestre.

Va da sé che, oltre ai privati, hanno esultato gli arbitri. Che si sono messi in tasca, euro più euro meno, una cinquantina di milioni. Una cosa «indecorosa», diceva un tempo Franco Frattini invocando «l'incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi ». «Inaccettabile», concorda il Csm che da anni non consente ai giudici civili e penali di accettare arbitrati. «Indecente», insiste Antonio Di Pietro, che più di tutti ha spinto, da ministro delle Infrastrutture, per mettere fine all'andazzo. Macché: di proroga in proroga, è rimasto tutto come prima. E il divieto assoluto di ricorrere all'arbitrato non è mai entrato, di fatto, in vigore. Peggio: l'emendamento Grillo- Baldini-Zanetta non si limita a ripristinare gli arbitrati. Va oltre. E stabilisce una specie di percorso automatico: o l'ente pubblico e l'impresa privata che vanno in lite si accordano entro un mese oppure, senza più le procedure di prima, si va dritti alla composizione arbitrale. E dato che in questi casi lo Stato perde quasi sempre, va da sé che questo potrebbe spingere perfino le amministrazioni più riluttanti, per non subire oltre il danno la beffa di dover pagare avvocati e spese processuali, a rassegnarsi alla «proposta di accordo bonario». Cioè alle richieste delle imprese. Coscienti di spazzare via tre lustri di tentativi di moralizzazione avviati da Carlo Azeglio Ciampi, gli autori dell'emendamento hanno sciolto nella pozione uno zuccherino: il dimezzamento dei compensi minimi e massimi dovuti agli arbitri. Evviva! Fermi tutti: salvo la possibilità di aumentare del 25% le parcelle «in merito alla eccezionale complessità delle questioni trattate, alla specifiche competenze utilizzate e all'effettivo lavoro svolto». E chi decide l'aumento? Gli arbitri stessi.

Non bastasse, la sconcertante manovra per rilanciare gli arbitrati mai aboliti arriva nella scia di altri due episodi, diciamo così, controversi, che riguardano gli stessi magistrati amministrativi, da sempre cooptati a decine in questo e quel governo, di sinistra o di destra, come capi di gabinetto o responsabili degli uffici legislativi. Incarichi che ricoprono continuando a progredire nella carriera giudiziaria come fossero quotidianamente presenti e cumulando i due stipendi. Il primo è la decisione di spostare la definizione delle norme che dovrebbero regolare gli incarichi pubblici. Abolito il tetto massimo di 289 mila euro fissato da Prodi, tetto che arginava alcuni stipendi stratosferici, il governo si era impegnato a fissare le nuove regole entro il 31 ottobre. Macché: tutto rinviato. Nel frattempo non solo tutto resta come prima, ma alcune società pubbliche come il Poligrafico, la Fincantieri o l'Anas hanno rimosso dai loro siti l'elenco delle consulenze e il loro importo, vale a dire uno dei fiori all'occhiello rivendicato sia dal vecchio governo di sinistra sia da Renato Brunetta. Ma la seconda «eccentricità» è forse ancora più curiosa. Riguarda un concorso. Erano in palio 29 posti di «referendario» (traduzione: giudice) nei Tar.

Presidente della Commissione: Pasquale De Lise, «aggiunto» del Consiglio di Stato e autore di una celebre battuta sugli arbitrati suoi: «Il guadagno legittimo di qualche soldo». Partecipanti: 415 candidati. Ammessi agli orali, svoltisi in queste settimane: 30. E chi c'è, tra questi promossi? Una è Paola Palmarini, docente alla Scuola Superiore dell'Economia e delle Finanze di cui tempo fa era rettore il marito, Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto di Giulio Tremonti nonché membro del Consiglio di Presidenza, cioè dell'organo di autogoverno delegato a nominare le commissioni d'esame. Un'altra è Anna Corrado, moglie di Salvatore Mezzacapo, giudice dei Tar e lui stesso membro dell'organo di autogoverno che sceglie le commissioni. Il terzo è Enrico Mattei fratello del magistrato del Tar Fabio Mattei, ammesso agli orali (dopo essere stato inizialmente scartato), grazie a una sentenza del Tar Lombardia firmata da Pier Maria Piacentini, il quale non molto tempo prima aveva avuto dal già citato organo di autogoverno l'autorizzazione ad assumere un incarico molto ben remunerato «di studio e approfondimento dei problemi concernenti concessioni di valorizzazione dei beni demaniali». Incarico «conferito dal Direttore dell'Agenzia del Demanio ». Cioè dalle Finanze.

Ancora da “Il Fatto Quotidiano”. Fermate quel concorso per Consigliere di Stato!

Dopo il concorso delle mogli e il caso Mattei, un altro concorso presieduto da Pasquale De Lise è destinato a far parlare di sé. Si sono infatti concluse ieri le prove scritte del concorso per 4 posti a consigliere di Stato, presieduto da una altisonante commissione di concorso: il presidente del Consiglio di Stato (Pasquale De Lise), il presidente aggiunto del Consiglio di Stato (Giancarlo Coraggio), il presidente del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la regione Sicilia (Riccardo Virgilio), il preside della facoltà di giurisprudenza (Carlo Angelici) ed un presidente di sezione della Corte di Cassazione (Luigi Antonio Rovelli).

Tantissime le violazioni di legge già denunciate all’organo di autogoverno: area toilettes non sigillata e accessibile anche da avvocati e magistrati durante le prove di concorso, ingresso a prove iniziate di pacchi non ispezionati e asseritamente contenenti cibi e bevande, ingresso di estranei nella sala durante le prove di concorso, uscita dei candidati dalla sala prima delle due ore prescritte dalla legge, mancanza di firma estesa dei commissari di concorso sui fogli destinati alle prove, presenza di un solo commissario in aula. Tutti vizi, questi, in grado di mettere a rischio la validità delle prove.

Ma i fatti più gravi sono altri due. In primo luogo la celebrazione, nel giorno di pausa tra le varie prove scritte, di una seduta (che è pubblica) dell’organo di autogoverno della magistratura amministrativa nella sala ove si stava tenendo il concorso, senza spostare i codici legislativi portati dai concorrenti, che sono quindi rimasti accessibili da parte di persone esterne al concorso. In secondo luogo la violazione del principio dell’anonimato: diversamente dagli altri concorsi pubblici, la commissione ha costretto i candidati che avevano bisogno di fogli aggiuntivi per scrivere i temi, a compilare un modulo già predisposto, indicando il numero di fogli presi e firmandolo. In questo modo la commissione, aprendo le buste con le prove da correggere ed incrociando i dati sul numero di fogli aggiuntivi richiesti, ancor prima di aprire la busta con il nominativo del candidato al termine della correzione di tutte le prove, è in grado di conoscere chi dei (soli) 29 concorrenti ha scritto quel tema che si sta correggendo.

Per essere più chiari, la commissione sa sin da ora che l’ottimo V. è l’unico ad aver richiesto 12 fogli aggiuntivi per la prova di amministrativo e 14 per la sentenza e 14 per il diritto internazionale. Che lo studiosissimo M. è l’unico ad averne richiesti sempre 8, nei primi tre giorni di prova. Che il bravissimo P. ne ha chiesti 13 per redigere la sentenza, mentre la diligentissima D. ne ha presi 5 per la prova di tributario e amministrativo e 8 per la sentenza. Il bravissimo D. ne ha presi 3 per diritto tributario, 6 per diritto amministrativo, 5 per la sentenza, mentre V. ne ha richiesti, per le stesse prove, rispettivamente 5, 4 e 4. E via dicendo per tutti gli altri concorrenti. Una procedura che rende quindi inutili tutte le accortezze previste per garantire l’anonimato e che, in considerazione del basso numero di concorrenti, avrebbe potuto facilmente essere evitata consegnando un numero maggiore di fogli a tutti i candidati o, semplicemente, non operando il “censimento”.

Non è la prima volta che le prove di concorso del massimo organo (il Consiglio di Stato) deputato a giudicare della regolarità di tutti i concorsi pubblici italiani sono oggetto di irregolarità e polemiche: dopo il c.d. “caso Giovagnoli“, nel 2010 il Tar del Lazio ha dichiarato illegittimi i concorsi celebrati negli anni 2006 e 2007. Nel concorso del 2009 sono state corrette circa 700 pagine di compiti in poco più di 3 ore, per una media di 3,5 pagine al minuto: un record da guiness dei primati. Nel 2010, invece, ha vinto un candidato che aveva scritto un libro il cui titolo era esattamente identico al titolo della prova scritta di diritto civile.

Qual è l’organo deputato a giudicare, in caso di ricorso, sulla regolarità del concorso per consigliere di Stato? Il Consiglio di Stato… naturalmente!

Shock a Cecchina (Roma). Da tutta la stampa e in particolare da “Il Tempo” del 23 giugno 2011. C'è anche una vigilessa figlia di un generale dei carabinieri nel gruppo di fuoco del massacro di via Colle Nasone. L'insospettabile killer di 42 anni - sorella di un ufficiale della Guardia di finanza, con una sorella questore. Clamoroso: la notizia che balza agli occhi non è l’accusa dei gravi reati per la vigilessa, ma il fatto che in quella famiglia vi sia un DNA particolare che li porta a vincere i concorsi pubblici più disparati ed a ricoprire gli incarichi più prestigiosi. Veramente bravi: Generale dei Carabinieri, Ufficiale della Guardia di Finanza, Questore di Pubblica Sicurezza, Vigile urbano.....Quante famiglie come queste in Italia, alla faccia di chi ha partecipato a quei concorsi, risultante non idoneo?!?

L’Associazione Contro Tutte le Mafie consiglia ai candidati bocciati ad un concorso pubblico di chiedere copia dei propri elaborati e il verbale di correzione. Probabilmente troveranno i compiti immacolati e risulterà che il tempo, intercorso tra l’apertura e la chiusura della sessione diviso i compiti corretti, essere di pochi minuti: insufficiente per effettuare l’apertura della busta, lettura, correzione, commento e consultazione dei commissari, giudizio e verbalizzazione. Ciò prova che si è dichiarato il falso nell'attestare che il compito è stato corretto e si è commesso un abuso nel dichiararlo non idoneo. A questo punto si consiglia di presentare una denuncia penale contro i nominativi della commissione correttrice e, contro l’insabbiamento, con la postilla di essere informati  della richiesta di archiviazione per presentare opposizione. Contestualmente va presentato ricorso al Tar. Tutto ciò dovrebbe portare all’abilitazione e al risarcimento del danno.

Si deve evitare, però, ogni comparazione dei compiti, tenuto conto che sono tutti uguali, perchè copiati o suggeriti, in quanto ciò potrebbe portare all'annullamento dei compiti indicati, con conseguente denuncia penale.

Motivi di contestazione al Tar è pure la mancanza di motivazione al giudizio, didattica e propedeutica al fine di conoscere e correggere gli errori, per impedirne la reiterazione.

Motivi di contestazione al Tar sono pure le anomalie sulla composizione della commissione e delle sottocommissioni. Per quanto riguarda l'avvocatura la norma prevede la presenza necessaria di un componente delle categorie degli avvocati, dei magistrati e dei professori universitari. Cosa che spesso non succede. Presente alle prove orali deve essere il presidente della Commissione centrale, cosa impossibile, come inopportuna è anche la nomina del Presidente della Commissione Centrale Avv. Antonio De Giorgi, contestualmente componente del Consiglio Nazionale Forense, in rappresentanza istituzionale del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del distretto della Corte di Appello di Lecce. Tutto verificabile dai siti web di riferimento. Dubbi e critica sui modi inopportuni di nomina. Testo del Decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, recante modifiche urgenti alla disciplina degli esami di abilitazione alla professione forense, è convertito in legge con le modificazioni coordinate con la legge di conversione 18 Luglio 2003, n. 180: “Art. 1-bis: ….5. Il Ministro della giustizia nomina per la commissione e per ogni sottocommissione il presidente e il vicepresidente tra i componenti avvocati. I supplenti intervengono nella commissione e nelle sottocommissioni in sostituzione di qualsiasi membro effettivo. 6. Gli avvocati componenti della commissione e delle sottocommissioni sono designati dal Consiglio nazionale forense, su proposta congiunta dei consigli dell'ordine di ciascun distretto, assicurando la presenza in ogni sottocommissione, a rotazione annuale, di almeno un avvocato per ogni consiglio dell'ordine del distretto. Non possono essere designati avvocati che siano membri dei Consigli dell'Ordine…”.

Antonio De Giorgi è un simbolo del vecchio sistema ante riforma, ampiamente criticato tanto da riformarlo a causa della “Mala Gestio” dei Consiglieri dell’Ordine in ambito della loro attività come Commissari d’esame. Infatti Antonio De Giorgi è stato a fasi alterne fino al 2003 Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e contestualmente Presidente di sottocommissioni di esame di quel Distretto. Oggi ci ritroviamo ancora Antonio De Giorgi, non più come Presidente di sottocommissione, ma addirittura come presidente della Commissione centrale. La norma prevede, come membro di commissione e sottocommissione, la nomina di avvocati, ma non di consiglieri dell’Ordine. Come intendere la carica di consigliere nazionale forense indicato dal Consiglio dell’Ordine di Lecce, se non la sua estensione istituzionale e, quindi, la sua incompatibilità alla nomina di Commissario d’esame. E quantunque ciò non sia vietato dalla legge, per la ratio della norma e per il buon senso sembra inopportuno che, come presidente di Commissione centrale e/o sottocommissione periferica d’esame, sia nominato dal Ministro della Giustizia non un avvocato designato dal Consiglio Nazionale Forense su proposta dei Consigli dell'Ordine, ma addirittura un membro dello stesso Consiglio Nazionale Forense che li designa. Come è inopportuno che sia nominato chi sia l’espressione del Consiglio di appartenenza e comunque che sia l’eredità di un sistema osteggiato. Insomma, qui ci stanno prendendo in giro: si esce dalla porta e si entra dalla finestra. Cosa può pensare un candidato che si sente dire dai presidenti di sottocommissione Villani e commissione centrale De Giorgi, entrambi presenti a Lecce: «siamo 240 mila e ci sono quest’anno 23 mila domande, quindi ci dobbiamo regolare»? Cosa può pensare Antonio Giangrande, il quale ha denunciato negli anni le sottocommissioni comprese quelle presiedute da Antonio De Giorgi (sottocommissioni a cui ha partecipato come candidato per ben 13 anni e che lo hanno bocciato in modo strumentale), e poi si accorge che il De Giorgi, dopo la riforma è stato designato ispettore ministeriale, e poi, addirittura, è diventato presidente della Commissione centrale? Cosa può pensare Antonio Giangrande, quando verifica che Antonio De Giorgi, presidente anche delle sottocommissioni da Giangrande denunciate, successivamente ha avuto rapporti istituzionali con tutte le commissioni d’esame sorteggiate, competenti a correggere i compiti di Lecce e quindi anche del Giangrande? "A pensare male, spesso si azzecca..." disse Giulio Andreotti.

Il dr Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, presenta il “Dossier sui concorsi pubblici truccati”.

Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.

Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d’Appello, come ogni anno a metà dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.

Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato.

Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?

COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentre gli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni  e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).

LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione, tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una interrogazione al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).

INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.

IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.

IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.

CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90 e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e sui principi di diritto del parere dato.

Cosa fondamentale, la legge regola la trasparenza dei giudizi e la Costituzione garantisce legalità, imparzialità ed efficienza.

Di fatto, le commissioni da sempre adottano una percentuale di ammissibilità, che contrasta con un concorso a numero aperto: 30% al nord, 60% al sud.

Di fatto, le commissioni sono illegittime, perché mancanti, spesso, di una componente necessaria.

Di fatto, i tre compiti non sono corretti, ma falsamente dichiarati tali, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a leggerli. (3/5 minuti per elaborato: per aprire la busta con il nome e la busta con l’elaborato, lettura del parere di 4/6 pagine, correzione degli errori, consultazione dei commissari per l’attinenza ai principi di diritto, verbalizzazione, voto e motivazione).

Di fatto, i voti dei tre elaborati sono identici e le motivazioni sono mancanti o infondate. Su tutti questi notori rilievi vi è stata interrogazione presentata dal deputato Giorgia Meloni (n. 4-01638 mercoledì 15 novembre 2006 nella seduta n.072). Oltre che quella n. 4-01126 presentata da Giampaolo Fogliardi mercoledì 24 settembre 2008, seduta n.054, e quella n. 4-07953 presentata da Augusto di Stanislao mercoledì 7 luglio 2010, seduta n.349. Illegale ed illegittimo è anche il ritardo con cui sono consegnate dalle commissioni di esame le copie degli elaborati, al fine di impedire la presentazione in termini dei ricorsi al Tar, in quanto la maggior parte di questi ricorsi sono accolti dalla giustizia amministrativa. Solo, però, se presentati in modo ordinario, in quanto le commissioni impediscono l’accesso al beneficio del gratuito patrocinio.

Di fatto, il Ministero non risponde alle interrogazioni parlamentari, né ai ricorsi dei candidati. Le denunce penali contro gli abusi e le omissioni, poi, sono gestite dai magistrati, componenti delle stesse commissioni contestate, per cui le stesse rimangono lettera morta.

Di fatto, gli ispettori in loco del Ministero della Giustizia sono componenti del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, che come tali non possono far parte delle Commissioni, in quanto dalla riforma del 2003 sono stati esautorati per il loro comportamento.

Di fatto, alcuni candidati superano l’esame al primo tentativo. Chi presenta le denunce penali circostanziate e provate, invece, deve rinunciare a causa delle ritorsioni.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.

Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro. Il concorso per diventare notai, 3300 candidati per 200 posti, è stato sospeso il pomeriggio del 29 ottobre 2010 per questioni di ordine pubblico. Una cosa mai successa nella storia del Notariato che fino a ieri vantava una delle selezioni ritenute più oggettive, severe e serie d’Italia. Gli agenti della polizia penitenziaria si sono trovati a dover fronteggiare una vera e propria rivolta. Centinaia di candidati inferociti hanno impedito la lettura della terza e ultima prova scritta a suon di slogan, fischi e boati all’indirizzo della commissione. Scene da corteo in piazza, più che da concorso pubblico. Una rivolta che ha covato una notte intera. Colpa della seconda prova di giovedì, quella sulla traccia «mortis causa». Dopo la lettura, alcuni candidati erano partiti a spron battuto consegnando il compito nel giro di poche ore. Un’anomalia presto spiegata: la traccia era pressoché identica (persino i nomi sono gli stessi) a un’esercitazione fatta eseguire ai suoi allievi da una scuola notarile di Roma, la Anselmo Anselmi. Una coincidenza fatale. Già prima dell’inizio del concorso c’erano state polemiche sulla composizione della commissione: sei magistrati romani, tre docenti romani (di cui uno sostituito all’ultimo) e sei notai, tutti del Sud. Poche ore dopo la seconda prova, sui forum dei praticanti notai si è scatenato il finimondo. Commenti durissimi all’indirizzo dei commissari, rabbia, rassegnazione, richieste di annullamento del concorso: tutto il campionario di emozioni di chi, per anni, ha studiato in vista del concorso e si sente derubato del suo futuro. Ma anche aspre critiche e indignazione da parte di notai già affermati. Il giorno dopo la protesta si è trasferita dalla rete alla vita reale. Massima ironia della sorte: il concorso per chi dovrebbe certificare la validità degli atti sospettato di irregolarità. Ma i candidati, ieri, erano tutto fuorché ironici. «La commissione è scesa alle 13 per dettare le tracce dell’ultima prova - racconta Denis Martucci, uno dei candidati -. Io ero nell’altro padiglione, ma i fischi si sentivano fin da noi. I commissari non riuscivano a parlare. Si sapeva che ci sarebbe stata tensione: ciò che è successo giovedì è gravissimo, alcuni candidati erano chiaramente avvantaggiati». Racconti più crudi da chi si trovava nel padiglione della protesta. «Quando è arrivata la commissione duecento persone si sono piazzate davanti al bancone chiedendo spiegazioni per quel che era successo il giorno prima - racconta un altro candidato - Questa situazione è andata avanti per due ore. Poi il presidente ha chiesto l’intervento della forza pubblica. Gli agenti hanno circondato il gruppone davanti al banco e hanno cominciato a spingerlo per disperderlo. Non avevo mai visto una cosa del genere». C’è il caos. Gli agenti chiedono rinforzi, i candidati vengono fatti sedere a forza o espulsi, ci sono banchi rovesciati e persone che cadono e vengono calpestate. Quando l’ordine sembra ripristinato, i commissari tentano di nuovo di leggere la terza traccia. Ma da seduti, i candidati, replicano con fischi, applausi, slogan. La situazione diventa irreversibile quando la commissione dichiara la traccia letta e la prova buona: nessuno è riuscito a sentirla, ma non si può procedere oltre perché la prova dev’essere sostenuta in otto ore. Avendo ormai sforato le 16 si finirebbe oltre la mezzanotte e la prova non sarebbe valida. Si scatena di nuovo il putiferio e la commissione dichiara sospesa la prova e fa allontanare i candidati. Una bufera: il Notariato dichiara nulle le prove, il ministero attende il verbale dei commissari. A complicare le cose la presenza di candidati parenti di personaggi noti come il figlio del ministro Ignazio La Russa e di Bruno Vespa. Senza contare il caso di omonimia di una candidata che porta lo stesso nome della moglie del ministro Angelino Alfano. Il suo dicastero è quello che organizza il concorso e nomina la commissione. Ieri in serata, Alfano ha dichiarato: ««Sarà mia cura accertare con puntualità i fatti, al fine di prendere la decisione che mi compete». La moglie? «È con lui negli Stati Uniti - dicono dal ministero - Almeno questo...». Ma già nel 2005 candidati notai ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.

Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR  per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio.

Le toghe ignoranti, inchiesta di Fabrizio Gatti sul "L'Espresso". Rimasta doverosamente ignorata dai media ossequiosi del potere giudiziario. Al popolino meglio non far sapere in che mani sono poste le loro vite.

Appunti nascosti nel reggiseno. O in una cartucciera... Errori di grammatica. Sfondoni di sintassi. Scarsa conoscenza del codice penale. "L'espresso" ha letto i temi dei candidati che domani dovranno governare la giustizia. In pochi si salvano da un disastro generale. La dottoressa F., giovane magistrato di freschissima nomina, ha da poco messo in pratica l'antico insegnamento contadino del non darsi la zappa sui piedi. E anche quello poliziesco del non spararsi nelle parti intime.

La dottoressa F. ha infatti partecipato agli scritti del concorso per magistrato ordinario nel novembre 2008. Ha poi chiesto l'annullamento dello stesso concorso al Tar del Lazio per le presunte irregolarità di cui era stata testimone. Ha quindi saputo di aver passato gli scritti. Ha superato gli orali nella primavera 2010. Ha immediatamente dimenticato le irregolarità di cui era stata testimone. E ha dichiarato al Tar la "sopravvenuta carenza di interesse" chiedendo ai giudici, nel maggio 2010, di annullare la richiesta di annullamento. Il 9 agosto, il Tar ha finalmente archiviato la bomba a orologeria del ricorso che l'audace candidata aveva piazzato sulla testa dei commissari d'esame. Niente male come inizio carriera. La sentenza è arrivata in tempo per vedere il nome del nuovo magistrato nell'elenco dei 253 vincitori, pubblicato dal ministero della Giustizia il giorno di Ferragosto. L'eccessiva attenzione a certe parti del corpo è invece costata l'esclusione ad altri laureati. Lo scrive Maurizio Fumo, presidente della commissione d'esame e consigliere della Corte di Cassazione, che in un verbale riservato prende atto "purtroppo, dell'atteggiamento obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima". Si trattava evidentemente di un vicequestore donna. Piuttosto che reggiseni e reggicalze, alcuni maschi hanno trovato ovviamente più consono indossare cartucciere da cacciatore dove nascondere i pizzini. Bernardo Provenzano ha fatto scuola ovunque.

La generazione dei furbetti è entrata nelle aule di giustizia. I furbetti della toga: ragazzi e ragazze, più e meno giovani, che si sono formati studiando tra leggi ad personam e discussioni sul processo breve, tra le invenzioni del ministro Angelino Alfano e le comparsate tv dell'avvocato del premier, Niccolò Ghedini. Una generazione al passo con i tempi, tanto da averne già gustato il succo: l'importante è andare avanti. Chissenefrega. Così hanno rubato il posto ai migliori rimasti esclusi. Almeno questo denunciano le decine di ricorsi presentati al Tar del Lazio. Qualcosa però tutti questi ragazzi, promossi e bocciati, incontrati negli ultimi giorni, hanno già assimilato: hanno paura di parlare. Nemmeno quando si tratta dei loro diritti costituzionali. Niente nome e cognome, per carità. Potrebbe danneggiare il futuro. La legge bavaglio per loro è già una pratica. Anche per molti di quei 253 che dopo un periodo di tirocinio come uditori, diventeranno giudici, pubblici ministeri, gip, gup. E, quando sarà il loro momento, presidenti di Tribunale, procuratori della Repubblica, membri del Consiglio superiore della magistratura e della Corte costituzionale.

"L'espresso" ha letto i tre temi scritti da ciascuno dei magistrati appena nel 2010 nominati dal ministero. E ha analizzato i 235 verbali della commissione d'esame. Non mancano gli errori di ortografia. Pagine bianche e righe nere che assomigliano a singolari segni di riconoscimento (vietatissimi). Fogli pasticciati e scritti sui margini come fossero fumetti. Ma anche i documenti della commissione non scherzano. Voti allegati senza timbri ministeriali. Fogli volanti inseriti in mezzo ai verbali di valutazione. Correzioni e cancellature senza firme di convalida. La legge è stagionata, la 1860 del 15 ottobre 1925. Ma su questi punti è chiara. Articolo 18: "Le cancellature o correzioni, che occorressero, devono essere approvate una per una dal presidente e dal segretario, con annotazione a margine o in fine". Non ci sono prove che i commissari nominati tra magistrati, professori universitari e avvocati siano stati scorretti. Ma un po' troppo pasticcioni sì.

Quello per giudici e pm resta uno dei concorsi più duri. Dopo la laurea occorrono oltre due anni di preparazione negli studi forensi. Oppure nelle scuole universitarie di specializzazione per le professioni legali. Sui 3.193 candidati che nel novembre 2008 hanno consegnato i tre scritti di diritto amministrativo, penale e civile, la commissione ha mandato agli orali soltanto 309 aspiranti magistrati. Per poi promuoverne 253. Nonostante i quasi due anni di prove e correzioni e i soldi spesi, il ministero non è nemmeno riuscito a selezionare i 500 magistrati previsti dal concorso. E tanto attesi negli uffici giudiziari di tutta Italia. Se questi sono i risultati dei corsi di formazione post-laurea, il fallimento degli obiettivi è totale. Eppure almeno cinque tra i 28 commissari sono stati scelti dal ministro Alfano proprio tra quanti hanno insegnato nelle scuole di specializzazione per le professioni legali. "I componenti della commissione rispondono che il livello degli elaborati non ammessi era basso", dice l'avvocato Anna Sammassimo, dell'Unione giuristi cattolici: "Ma alla lettura degli elaborati dichiarati idonei si resta perplessi e molto. Tanto più che i curricula dei candidati esclusi destano ammirazione. Dal verbale da me visionato, il 227, risulta che la correzione dei tre elaborati di ciascun candidato ha impegnato la sottocommissione per circa 30 minuti: per leggere tre temi di tre materie, discuterne e deciderne il voto o la non idoneità sembra obiettivamente un po' poco".

La questione che ha spinto quasi tutti i ricorsi è anche la presunta impreparazione della commissione nella compilazione dei verbali. Impreparazione che, secondo i ricorrenti, potrebbe avere viziato l'esame già dagli scritti, organizzati tra il 19 e il 21 novembre 2008 in due padiglioni della Fiera di Milano a Rho. Questo è il resoconto del presidente dei commissari: "Va innanzitutto ricordato che lo scrivente è stato individuato quale presidente della commissione esaminatrice", scrive di se stesso Maurizio Fumo in un verbale riservato inviato al ministro e al Csm, "solo pochi giorni prima dell'inizio dei lavori, a seguito della rinunzia del presidente nominato". Contrariamente a quanto stabilito dalla commissione in carica per il precedente concorso, "si è ritenuto di non ammettere testi contenenti note di dottrina e giurisprudenza anche se le relative pagine fossero state spillate o fatte spillare". Le operazioni di identificazione dei candidati (con tesserini questa volta senza foto) e di controllo dei testi con i codici durano due giorni, il 17 e il 18 novembre: "Sono affluiti circa 5.600 candidati. La media dei testi che ciascuno ha inteso introdurre può individuarsi in 5 o 6 per candidato. Per un totale, quindi, di 28.000-33.600 volumi". E qui cominciano i pasticci. Perché la regola in Italia, anche nel concorso per magistrati, è sempre flessibile: "Il problema della spillatura, nonostante l'annunzio pubblicato sul sito ministeriale, si è riproposto". I candidati che mostrano ai 250 sorveglianti i testi commentati e spillati "vengono invitati a strappare le pagine contenenti note di dottrina o giurisprudenza... oppure a rinunciare al codice stesso". I partecipanti che accettano la soluzione "hanno ottenuto la ammissione dei codici così purgati": che però "continuavano a recare sulla copertina la dicitura "codice commentato"". La mattina del 19 novembre la commissione si riunisce per scegliere le tre tracce di diritto amministrativo: "Subito dopo l'individuazione delle tre tracce, il professor Fabio Santangeli ha rappresentato di doversi allontanare per tornare a Catania... Né d'altronde il Santangeli poteva essere trattenuto d'autorità", ammette Fumo: "A tal punto la commissione ha ritenuto, all'unanimità, necessario eliminare le tre tracce e procedere all'individuazione di tre nuove tracce della medesima materia". Passano le ore. "Non pochi candidati", in attesa fin dalle 8, è sempre scritto nel verbale, "hanno lamentato di essere investiti da flussi violenti di aria fredda". Alle 12,45 la prova scritta non è ancora cominciata. Ormai sono evidenti sui banchi i testi con la dicitura "codice commentato". E i più rispettosi delle regole non la prendono bene. Scoppia la lite. Volano libri, qualche sedia, al grido di vergogna, vergogna: "La commissione, colta in un primo tempo di sorpresa per la violenza, la volgarità e la natura apertamente minacciosa che aveva assunto la protesta, ha comunque mantenuto la calma... solo, dopo più di un'ora e grazie all'atteggiamento fermo ma prudente della polizia penitenziaria, è stato possibile instaurare una qualche forma di dialogo... Altri inoltre chiedevano e ottenevano di verbalizzare dichiarazioni". Quel verbale, controfirmato da otto candidati, secondo i testimoni contiene nomi di persone sorprese con testi irregolari e ora promossi magistrati. Ma è impossibile verificare. Finora il Csm ha impedito l'accesso al documento. E il Tar Lazio non ha ancora depositato una decisione presa nel merito il 28 aprile 2010. "Nei giorni successivi le prove si svolgevano in maniera abbastanza regolare", conclude il presidente Fumo: "Si rendeva necessario tuttavia istituire un apposito banco delle espulsioni... In quanto il numero delle persone trovate in possesso di materiale non consentito (appunti, codici con annotazioni, testi giuridici mascherati con copertine di codici, telefonini e persino un orologio con database) era molto elevato".

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.

E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni)  del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista  ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale. Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato. Le commissioni, stante i requisiti di accoglimento per il fumus e per l’indigenza, rigettano la domanda, con giudizi anticipati senza contraddittorio: “Manca il Fumus”, inibendo così anche l’inoltro ordinario a pagamento del ricorso avverso all’esito concorsuale.

Un esempio per tutti.

«Ma voi del Giornale non sapete una cosa pazzesca su Antonio Di Pietro e il giudice Corrado Carnevale, sì proprio quello a cui gli amici di Tonino danno addosso dicendo che aggiustava i processi per conto di Cosa nostra...». L’incipit della confidenza di Elio Belcastro, parlamentare uscente dell’Mpa di Raffaele Lombardo, ci rimanda a quando nel 1980-81 il cosiddetto giudice «ammazzasentenze», da presidente della commissione d’esami del concorso in magistratura, fece di tutto per promuovere l’allora vice commissario di polizia molisano che ai test aveva fatto una figura a dir poco penosa.

(«Avevo letto il curriculum di Antonio Di Pietro - ha raccontato Carnevale -: era stato emigrante, si era arrabattato molto, questo mi indusse a essere clemente. Se devo pentirmi di tutto, come pretendono molti, mi pento anche di aver fatto promuovere Di Pietro. Nei concorsi per magistrati non bisognerebbe tenere conto di considerazioni pietistiche. In base all’esame però non avrebbe meritato il voto minimo che gli abbiamo attribuito...»).

Belcastro ci fa subito capire, scandendo bene le parole, che Tonino non era nemmeno riuscito a prenderlo quel voto, minimo. «Tempo fa l’ex procuratore capo di Roma, Felice Filocamo, che di quella commissione d’esami era il segretario, mi ha raccontato che quando Carnevale si accorse che i vari componenti avevano bocciato Di Pietro, lo chiamò e si arrabbiò molto. Filocamo fu costretto a tornare in ufficio, a strappare il compito del futuro paladino di Mani pulite e a far sì che, non saprei dire come, ottenesse il passaggio agli orali, seppur con il minimo dei voti». Bocciato e ripescato? Magistrato per un falso? Possibile? Altro che recriminazioni per l’ipergarantista Carnevale che proprio grazie ai giustizialisti alla Di Pietro si ritroverà a lungo nei guai. Non ci resta che chiedere direttamente a lui, all’integerrimo magistrato in pensione Felice Filocamo, che agli esami orali proprio con Di Pietro ebbe un curioso botta e risposta. «Nel grande giorno - scrive Filippo Facci nel suo libro su Di Pietro - gli chiesero un documento perché si identificasse e reagì stizzito: “Ma io sono il commissario Di Pietro”. “Si, certo, ma solo quando me lo avrà dimostrato”...».

Giudice Filocamo, scusi il disturbo. Sappiamo che lei non ha mai parlato di questa storia degli esami di Antonio Di Pietro per indossare la toga. Ma l’onorevole Belcastro ci ha riferito che...

«Fermatevi. Parlate con il giudice Carnevale, è lui l’autore di tutto (risatina), di quella raccomandazione. Io ero solo il segretario della commissione, chiedete, chiedete a Carnevale».

Corrado Carnevale si è già espresso dicendosi pentito d’aver raccomandato Tonino a diventare un pm. L’onorevole Belcastro, riferendo di una vostra confidenza, ci ha raccontato che non si trattò solo di raccomandazione ma di molto di più, e di più grave, a seguito di un esame quantomeno disastroso da parte di Di Pietro. Esame ben al di sotto della sufficienza e a seguito del quale sarebbero stati strappati compiti e verbali. Sarebbe stato commesso un reato...

«Che ormai sarebbe prescritto (risata). La prego, la fermo. Diciamo che anche se sono passati tanti anni è antipatico rivelare quelli che sono, e restano, i segreti di una camera di consiglio. Non si fa. Non mi faccia scendere nei particolari che vi ha riferito Belcastro, non è mio costume, non insista».

Almeno se lo ricorda quell’esame?

«E come non me lo ricordo? L’esame del vicecommissario Di Pietro è stato... poco decoroso perché insomma... la commissione era convinta che non dovesse essere promosso. Poi è successo quello che è successo e...».

E?

«E... niente. In quell’occasione è stato fortunato (risata). Seguendolo, negli anni, ho potuto notare come sia stato sempre fortunato. Come quando prese soldi e regali da quelle persone lì, a Milano. Si è detto che non era reato, benissimo, ma non fu una cosa molto decorosa per lui e per la magistratura. Così come non ha fatto una bella figura quando venne sospeso dal consiglio nazionale forense per aver tradito il mandato difensivo di un suo assistito accusato d’omicidio, che peraltro, se non ricordo male, era pure il suo migliore amico».

A proposito di questo «tradimento» la Cassazione ha appena chiuso il caso confermando la «condanna» a Di Pietro.

«Ecco, appunto, per indegnità, per scorrettezza, più di questo che gli devono dire?».

Non ce ne voglia, Filocamo. Ma dobbiamo tornare all’esame di Di Pietro perché le cose riferite dall’onorevole Belcastro, anche se il reato è prescritto, sono comunque di una certa rilevanza. Belcastro parla di verbali e compiti strappati...

«Strappare i verbali... dico... strappare... guardi, in camera di consiglio ognuno esprime la propria opinione, e alla fine, sommando le opinioni, ha prevalso l’opinione generale contraria alla promozione di Di Pietro. Poi, con l’intervento di qualcuno che ha ritenuto che quella decisione non fosse... come dire... beh, ha capito, la commissione poi cambiò idea. Ci furono delle discussioni, la decisione venne rivista. Se chiedete al giudice Carnevale vi può dire lui come andarono veramente le cose. Lui era il capo, lui era il presidente. Io ero solo il segretario della commissione e il segretario, verbalizzavo punto e basta, non avevo poteri decisionali».

Faccia uno sforzo, presidente. Davvero non si ricorda se ha strappato il compito di Di Pietro e se poi qualcun altro l’ha riscritto?

«Cercate di capire... sono passati trent’anni...».

E non è tutto

Entrare nella casta del Consiglio di Stato attraverso il concorso pubblico è il sogno di molti, e il casting dovrebbe essere davvero accurato. Negli ultimi tre anni ce l'hanno fatta solo in cinque.

Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

L’avvocato Pierpaolo Berardi, astigiano, classe 1964, da anni sta battagliando per far annullare il concorso per entrare in magistratura svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”.

I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”.

Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. Uno dei commissari, successivamente, ha raccontato su una rivista giuridica l’esame contestato, narrando alcuni episodi, fra cui quello di un professore di diritto che, avendo appreso prima dell’apertura delle buste della bocciatura della figlia, convocò il vicepresidente della commissione. Dunque i lavori erano anonimi solo sulle buste. “Episodi come questi prevedono, per come riconosciuto dallo stesso Csm, l’annullamento delle prove in questione” conclude con “Panorama” Berardi.

In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, Luigi de Magistris.

Cinquemilaquattrocentosettantacinque giorni per accertare che i temi di un candidato al concorso per entrare in magistratura, svoltosi nel maggio 1992, non erano mai stati esaminati. Furono promossi 275 uditori giudiziari, tutti in servizio in ogni parte d'Italia. Ma perché gli elaborati del candidato numero 621 - l’avvocato penalista Pierpaolo Berardi, di Asti - non vennero neppure letti? «Bella domanda. Avrebbe dovuto accertarlo la procura di Perugia», dice. Il sospetto che forse, in quel concorso, qualcosa fosse stato già deciso prima, è forte. Dopo una battaglia lunga quindici anni, il Csm, con una delibera, ha detto che quelle tre prove non erano mai state esaminate dalla commissione, la stessa che, nel 2003, venne pure chiamata a «riesaminare» le prove. I temi taroccati. Ora la solitaria avventura di Berardi, ci riporta al punto zero. Il Csm, nella delibera, spiega che non può fare altro che prendere atto (della mancata correzione) e che l'unica strada percorribile per avere giustizia è quella di ricorrere a un altro, l’ennesimo, giudice.

Le prove del concorso si erano svolte dal 20 al 22 maggio 1992. I risultati di «non idoneità» erano stati comunicati solo nell'aprile 1993. Il verbale della correzione precisa la durata: tre minuti esatti per ogni elaborato; stesso tempo utilizzato per i candidati ammessi agli orali. Parte il primo ricorso al Tar che ordina la ri-correzione degli elaborati, perché tre minuti non servono a niente. E siamo arrivati al 4 novembre 1996. Passano quattro anni. Il Csm si rivolge anche al Consiglio di Stato. Nel 2000 conferma quanto stabilito dal Tar. Berardi: «Non mi fermo. So benissimo che i temi non erano mai state letti. Dal’94 al 2000, incontro i ministri della Giustizia Biondi, Flick, Diliberto e Fassino. Anche l’ex pg della Cassazione Vittorio Sgroj, amareggiato e sconfortato». Scontro durissimo: «In questo periodo devo fare altri due ricorsi autonomi al Tar per avere l'accesso agli atti e trovo, con una ricerca a campione, almeno 10, 15 temi incompatibili con la poi avvenuta promozione a magistrato. Nel mio giorno di"correzione" un candidato non ha mai svolto la traccia di diritto penale ma di diritto civile, ripetendo sempre lo stesso concetto. In un'altra sessione un candidato cita passi interi di libri. Un terzo scrive strafalcioni di diritto penale da non consentire di superare l’esame all'università, altro che concorso in magistratura!». Berardi è fiducioso. Nonostante tutti questi atti «comprovanti le gravi illiceità», si dice che la brevità del tempo non indica certo «un’omessa correzione». Se fosse stata riconosciuta, come è stato accertato, «avrebbero dovuto aprire un disciplinare clamoroso, denunciare e riconoscere, il falso nei verbali», commenta amaro Berardi.

Nel 2002, viene disposta la ri-correzione da parte della stessa Commissione. Quella che non aveva mai aperto le buste. «La ricuso, ma il Csm, il Tar ed il Consiglio di Stato dicono che va bene così. Mi rivolgo al Consiglio di Stato per la revocazione del giudizio, poi alle Sezioni Unite della Cassazione». L’archiviazione L’avvocato si rivolge alla magistratura di Perugia, che riapre per tre volte le indagini senza mai compiere un solo atto investigativo: dal 1995 al 2004, silenzio totale. Nemmeno quando si scopre che dagli archivi del ministero è sparito il fascicolo con i relativi elaborati di uno dei candidati vincitori, Francesco Filocamo. Solo alla fine del 2004 c’è un interrogatorio. Morale, archiviazione. Nella correzione da 180 secondi non c’è nessun falso, ma solo una «illegittimità amministrativa», poiché effettivamente i temi furono corretti in modo non attento. Insomma, tutto ok. O quasi. La battaglia diventa guerra. Anche di nervi: «Sono andato a Roma 78 volte e a Perugia circa una decina. Il tempo intercorso tra l'inizio di questa vicenda e oggi, escludendo i mesi bisestili, sono di 5475 giorni. Un contatto quotidiano con i soggetti che hanno avuto la ventura o sventura di aiutarmi». Anno 2007. L’avvocato Anna Mattioli, che assiste il collega, redige un’istanza di ri-correzione, testardamente riproposta nonostante le sentenze passate in giudicato per la «macroscopica ed evidente diversità di trattamento con un’altra candidata». Lei ebbe la garanzia di una nuova commissione e dell'anonimato. Berardi no. C’è aria di sconfitta: «L’8 maggio del 2008, il Csm mi ha risposto che sì, è vero, c’è una differenza tra me e l'altra candidata perché a me i temi non furono mai corretti, tanto è vero che si parla di correzione e non di ri-correzione e che un giudizio non c'era mai stato. Il Csm riconosce ora, che la disparità di trattamento può essere fatta valere davanti ad un giudice. Finalmente, la verità. E adesso vado avanti».

Ma sul concorso in magistratura c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo.

Giudici che si defilano all’ultimo momento. Caos totale. Commissari d’esame che abbandonano senza motivo. Minacce, insulti. Vicequestori sorpresi con materiale proibito nascosto nella biancheria. È il quadro desolante del concorso per l’ingresso in magistratura tenuto a Milano dal 19 al 21 novembre 2008: non più nel racconto dei candidati ma, per così dire, dall’altra parte della barricata. È la relazione che il presidente della commissione d’esame, il giudice di Cassazione Maurizio Fumo, ha inviato al Consiglio Superiore della Magistratura, che, nonostante tutto, convalida la prova d’esame per il semplice motivo che rifare tutto costerebbe troppo.

Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima».

"Vi racconto il concorso da giudice: tutto truccato". «Una scena che non dimenticherò facilmente. Marasma totale, candidati che chissà come erano riusciti a portarsi appresso intere enciclopedie giuridiche, nessuno che sapeva che pesci pigliare, e in mezzo al caos un membro della commissione che strillava “Fermate quello spelacchiato che incita le persone”. Sembrava di essere al mercato, non al concorso per una delle professioni più delicate della nostra società».

Questo è il racconto di V. che ha trent’anni e - per motivi che spiegherà più avanti - non vuole vedere il suo nome sui giornali. Ma il suo nome ce l’ha il ministro della Giustizia Angiolino Alfano, in calce all’accorata lettera che V. gli ha mandato per raccontargli le condizioni surreali in cui si è svolto a Milano, dal 19 al 21 novembre 2008, il concorso per 500 posti da magistrato. Delle decine di testimonianze come quella di V. si dovranno occupare in diversi. Il ministero, che ha avviato una inchiesta interna. Il Consiglio superiore della magistratura che - su richiesta dei Movimenti riuniti e di Md - stamattina aprirà una sua indagine. E la Procura della Repubblica di Milano sul cui tavolo sono arrivati gli esposti che alcuni candidati inferociti si sono precipitati a depositare dopo avere rinunciato a portare avanti la prova.

«Io non voglio buttarla in politica», dice V., «non voglio ipotizzare che ci fossero forme di corruzione o di connivenza. Non sta a me accertarlo. A noi spetta denunciare le irregolarità macroscopiche che erano sotto gli occhi di tutti e che la commissione ha fatto finta di non vedere. Adesso leggo che il ministero per fare luce sulla vicenda ha chiesto una relazione al presidente della commissione. Che obiettività ci si può aspettare? Perché non vengono sentiti anche i candidati?».

Tema dello scandalo: l’introduzione - da parte di numerosi candidati all’oceanica prova d’esame convocata presso la Fiera di Milano - di vietatissimi codici commentati. Tradotto per i profani: agli esami per magistrato i temi riguardano faccende astruse («diritto di abitazione del coniuge superstite e della tutela del legittimario nel caso di atti simulati da parte del de cuius», recitava una traccia di settimana scorsa) cui i candidati debbono rispondere basandosi unicamente sui testi di legge, e non sui codici assai diffusi in commercio che, in fondo alle pagine, forniscono le risposte a ogni dubbio. Peccato che alla Fiera di Milano i codici del secondo tipo circolassero quasi liberamente. Risultato: sollevazione degli onesti, assalto alla presidenza, la prova che si blocca, riparte, finisce a notte inoltrata tra urla di «vergogna, buffoni», minacce, metà dei 5.600 candidati che abbandonano senza consegnare il compito. Come è stato possibile? Il presidente della commissione d’esame, il consigliere di Cassazione Maurizio Fumo, rifiuta ogni spiegazione. Così per ricostruire i fatti - che rischiano di portare all’annullamento della prova - bisogna affidarsi al racconto di V. e degli altri candidati.

«La mia non è una denuncia anonima - dice V. - il ministro ha il mio nome in mano. Ma io quell’esame voglio riprovare a affrontarlo, stanno per essere banditi altri 350 posti. E se il mio nome girasse ne uscirei enormemente penalizzata».

Che una aspirante magistrata sia convinta che il «sistema» si vendicherebbe della sua denuncia civile la dice lunga sull’aria che tira. V. non si dichiara ancora ufficialmente una disillusa, ma poco ci manca. «Io da sei anni non faccio altro che prepararmi per questo concorso. Voglio fare il magistrato, e credo che lo farei bene. Non ho aspirazioni missionarie, non ho una visione giustizialista della società. Ma credo che ogni società abbia bisogno di una cultura delle regole, e che per questo servano magistrati equilibrati e preparati. Io credo di essere entrambe le cose. Consideravo il concorso per magistratura l’ultima trincea della meritocrazia, evidentemente mi sbagliavo. All’idea che questo concorso premi i furbi che “ci hanno provato” mi sento profondamente indignata».

«Abbiamo passato un giorno intero - racconta - a fare controllare i testi di cui chiedevamo di servirci. A me hanno tolto persino i segnapagine. Il giorno dell’esame ci sono ragazze che si sono viste perquisire anche la busta dei Tampax. I controlli, insomma, sembravano seri. E invece quando siamo entrati nell’aula è arrivata la sorpresa. C’erano candidati che avevano sul banco, con tanto di autorizzazione, codici commentati, manuali di diritto, enciclopedie. A quel punto è partita la protesta». Ma chi è stato, a permettere l’ingresso dei testi vietati? «I controlli li facevano i vigilantes, gli stessi che poi giravano tra i banchi. Non so chi li abbia istruiti. Ma so che un codice semplice si distingue facilmente da uno commentato: c’è scritto in copertina, e uno è alto un terzo dell’altro. Impossibile non accorgersene».

E allora? Come è stato possibile? «Non lo so. Era una situazione surreale. E il presidente diceva: la prova va avanti, non è successo niente. Nei due giorni successivi il concorso è andato avanti così, chi copiava dai testi e chi si arrangiava in qualche modo. Se provavi a guardare il banco del vicino quello ti saltava in testa: cosa vuoi, fatti i fatti tuoi, vattene». Ed era il concorso da cui sarebbero usciti i magistrati di domani.

Niente male per essere un concorso per futuri magistrati. Niente male poi, se il concorso, è organizzato dal ministero della «Giustizia». Dentro le aule è entrato di tutto: fotocopie, fisarmoniche con possibili tracce e, soprattutto codici «irregolari», cioè «commentati» ma nonostante questo approvati dai cancellieri durante i controlli con tanto di timbro del dicastero di via Arenula. Così c'è stata una sollevazione generale per almeno un'ora. E l'inizio del concorso, già in ritardo, è stato posticipato ulteriormente. Andiamo per ordine.

LA STORIA – Il lunedì nei padiglioni della Fiera di Milano a Rho, iniziano le procedure della prova del concorso nazionale da magistrato. Cioè 5.600 laureati in legge, per 500 posti da uditore giudiziario da assegnare. Portano dentro le aule i testi che potranno consultare in aula. Ma prima devono superare il controllo. Cioè, un cancelliere di tribunale, quindi un esperto, verifica i libri, ne controlla che siano realmente dei codici, che non vi siano infilati dentro dei fogli e che non ci sia scritto nulla. Ma soprattutto che siano conformi al bando. Cioè dei semplici codici senza commenti. Due giorni di lavoro e code interminabili. E cosa succede? Mercoledì, giorno della prova scritta, i futuri magistrati si ritrovano degli aspiranti colleghi con testi «fuorilegge» però con tanto di timbro del ministero della Giustizia.

LE DENUNCE - Intorno alle 18, quando è stato consentito ai candidati che lo desideravano di lasciare il padiglione, sono stati decine quelli usciti furenti: «O i cancellieri sono incompetenti, e non si capisce perché il ministero si serva di loro, oppure sono in malafede», denuncia Marco che arriva da Napoli. «Io sono stata sottoposta ad un controllo che è durato dieci minuti. Non si spiega come sia possibile che quei volumi vietati abbiano ottenuto il timbro ministeriale. Eppure, anche un bambino vedrebbe che il tomo pesa il doppio perché contiene dei commenti», urla Katia dalla Sicilia. Così è partita la sollevazione al coro di «vergogna, vergogna» all'indirizzo della commissione d'esame. Proteste e denunce in procura. Una cinquantina di ragazzi ha anche abbandonato il concorso: «Vogliamo che la prova venga annullata!», ci dice un ragazzo che arriva da Genova.

IL PRESIDENTE DIMISSIONARIO – Il venerdì in tanti hanno rinunciato alla prova. E si chiedevano come mai il presidente della commissione nominato appena due settimane prima della prova, dopo una settimana ha lasciato l'incarico: «Forse il suo telefono era diventato rovente», afferma un futuro magistrato che vuole restare anonimo (sic!). «Una settimana a Milano per fare il concorso, ho speso 1000 euro tra albergo e viaggio, e devo assistere ad un simile spettacolo». E in tanti non si spiegano come mai il concorso si tenga nella sede unica di Milano quando negli anni passati si teneva anche a Roma. Giovanni da Catania è lapidario: «Forse qualcuno della Lega vuole penalizzare la maggioranza dei concorrenti che arriva dal sud?». Ma questa è un'altra polemica.

Intanto i trucchi vengono da lontano. Ecco una interrogazione parlamentare per l'ennesima sessione truccata.

Legislatura 14, Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05120. Pubblicato il 30 luglio 2003. Seduta n. 455. MESURI, BEVILACQUA, SUDANO, CONTESTABILE, GENTILE, RAGNO, AZZOLLINI, CIRAMI, EUFEMI, CASTAGNETTI, MORSELLI, GUBERT, GRILLOTTI, BATTAGLIA ANTONIO, PERUZZOTTI, FERRARA, ULIVI, BONGIORNO, MENARDI, MUGNAI - Al Ministro della giustizia. - Premesso:

che il quotidiano “Il Giornale” del 14 maggio 2003 ha pubblicato il seguente articolo sotto il titolo: “Concorso truccato in magistratura”:

“C’è l’ombra di uno scandalo sull’ultimo concorso in magistratura: il grave sospetto che un membro della Commissione d’esame per uditori giudiziari, un magistrato, abbia commesso scorrettezze per favorire un candidato. O, addirittura, sia stato corrotto. Tutto segreto, per ora. Ma i titolari dell’azione disciplinare, il Procuratore generale della Cassazione e il Ministro della giustizia, sarebbero stati informati per valutare le iniziative di loro competenza.

La Procura di Roma, da parte sua, avrebbe aperto una pratica, subito secretata, per indagare sulla vicenda e accertare quali reati sono ipotizzabili. Anche il Consiglio superiore della magistratura, nella persona del suo vicepresidente, Virginio Rognoni, sarebbe stato messo al corrente. Tanto più perché il magistrato coinvolto, e sarebbe una donna che veste la toga a Napoli, avrebbe già dato le dimissioni dalla Commissione “per motivi di famiglia“.

Così l’organo di autogoverno della magistratura, per la precisione la nona commissione, ha dovuto provvedere con urgenza a nominare il sostituto perché l’esame degli scritti potesse procedere senza interruzione. Anche questa pratica del CSM è stata secretata e questo la dice lunga sulla gravità dell’episodio e sulle ripercussioni che potrebbero esserci: quantomeno una batosta all’immagine di serietà e correttezza di questa fondamentale prova d’accesso dalla quale si esce abilitati ad indossare la toga.

Stiamo parlando del concorso nazionale che si è tenuto a Roma a fine gennaio. Una folla di giovani aspiranti magistrati, più di mille a quanto sembra, ha inizialmente superato i quiz di ammissione e successivamente si è cimentata sulle due prove scritte di diritto. In questi giorni la Commissione, formata prevalentemente da magistrati ma anche da alcuni professori universitari, sta appunto correggendo i temi. E pare che proprio da un compito abbia avuto origine lo scandalo.

Era già stato giudicato non idoneo, ma in una seconda fase sarebbero saltati fuori degli strani fogli aggiuntivi che prima non c’erano. Ecco come sarebbe sorto il sospetto che qualcuno li avesse inseriti per “salvare” il candidato già bocciato, in modo da giustificare una valutazione diversa oppure da consentire un successivo ricorso al TAR. Una volta superata la prova scritta i candidati devono passare anche quella orale, che probabilmente partirà all’inizio dell’estate, ma la strada è spianata.

Sarebbe dunque inquinata la prova di accesso in magistratura? Di scandali per i concorsi da avvocati e da notai se ne ricordano tanti, ma questa volta la cosa sarebbe anche più grave, almeno perché è proprio in questa fase che si selezionano i servitori dello Stato che devono amministrare la giustizia, con indipendenza e imparzialità.

Accedere alla Commissione d’esame in magistratura è per questo un fatto di prestigio. Basti pensare che proprio a quest’ultima aveva chiesto di partecipare Francesco Saverio Borrelli, appena andato in pensione. Il Csm lo aveva anche nominato, ma poi il “padre” di Tangentopoli ci aveva ripensato e aveva rinunciato per motivi personali. Forse, perché contava di rientrare presto in servizio attivo appellandosi alla nuova legge che estende l’età pensionabile da 70 a 75 anni, senza immaginare che il Csm avrebbe osato sbarrargli il passo”;

che successivamente tutti i maggiori quotidiani nazionali e molti locali, ed anche tanti periodici, si sono occupati di tale gravissimo fatto, e che è stato individuato con nome e cognome il magistrato (una donna) in servizio a Napoli quale autore del broglio accertato;

che per tale episodio il CSM ha deciso di sospendere tale magistrato dalle funzioni e dallo stipendio;

che a fronte di 350 candidati ammessi alle prove orali pare che oltre 120 siano napoletani, i quali sembrano avere particolari attitudini naturali verso le scienze giuridiche e che sembrano essere particolarmente facilitati nel loro cammino anche dalla numerosa presenza nella commissione di esami di magistrati e professori napoletani;

che una luce sinistra grava, quindi, su tutto il concorso, e che nessuno può avere certezza che tutti gli ammessi lo meritassero veramente e tutti gli esclusi fossero veramente non idonei;

che, quindi, grava forte il sospetto che, domani, qualche imbroglione, gratificato indebitamente da esaminatori non irreprensibili, possa diventare giudice di altri uomini, forse più onesti o meno fortunati di lui;

che molti autorevoli giornali, qualcuno addirittura nell’editoriale, hanno invocato l’annullamento del concorso,

si chiede di sapere se, al fine di tranquillizzare tutti i cittadini e per ridare credibilità e fiducia nelle Istituzioni e soprattutto nell’Ordine Giudiziario, da anni al centro di forti polemiche e dure critiche, il Ministro in indirizzo non intenda, come a giudizio dell’interrogante dovrebbe e come da più parti viene richiesto, annullare il concorso in discussione, bandendone uno nuovo ed evitando che dello stesso facciano parte commissari presenti nel concorso di cui si è detto, che agli interroganti, anche sulla base delle notizie di stampa citate, parrebbe viziato da scandali ed imbrogli.

A questo punto è inutile citare un'altro esempio.

Alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Venerdì 13 marzo 2009, alla Nuova Fiera di Roma, l’esame di Stato notarile si è trasformato nell’ennesimo siparietto che potrebbe invalidare la validità dell’ultima prova. Gli ingredienti ci sono tutti: sospetti, accuse e rivolte. Dopo lo scandalo che nel 2008 investì il concorso da magistrato, ora tocca all’esame notarile di cadere nel vortice delle polemiche.

Alle prime luci di mercoledì 11 marzo circa 3.900 candidati si sono messi in fila davanti alla Nuova Fiera di Roma per sostenere il concorso. “E’ la seconda volta che mi presento – racconta una ragazza che preferisce rimanere anonima – perché non so ancora se ho superato il vecchio esame”. In effetti il penultimo bando aveva indetto un concorso per ottobre 2007: in “palio” vi erano 230 posti. Della correzione di quelle prove non si ha ancora avuto esito così diversi candidati hanno pensato bene di iscriversi e sostenere nuovamente l’esame. In coda già alle 8 e mezza – prima che i cancelli si chiudano definitivamente – e sui banchi per l’una per iniziare l’esame. Tre le materie, tre le buste per ciascuna materia. Si estrae tra inter vivos (contratto), mortis causa (testamento) e atto di diritto societario. “Dato il nostro numero ci hanno diviso in due padiglioni differenti – racconta Martino, candidato che la settimana scorsa ha sostenuto il concorso – per legge due volontari del padiglione in cui non è presente il presidente di Commissione devono presenziare all’estrazione della materia, all’estrazione della traccia e alla lettura di quest’ultima”. I gesti si ripetono come riti. Tutto deve essere a norma di legge. La tensione è forte. Venerdì 13 a leggere la traccia – una fusione societaria – è il presidente della Commissione, Sergio Del Core (magistrato della Corte di Cassazione). Non vengono distribuite fotocopie. I candidati prendono appunti, scrivono in silenzio. Non vola una mosca. Finita la dettatura inizia la prova.

“A differenza dei due giorni precedenti non si è sentita la voce del presidente chiamare i candidati del nostro padiglione per partecipare alla conta per la selezione della persona che avrebbe estratto la busta con la traccia – continua a raccontare Martino – non si è sentito il presidente dar conto dell’estrazione della traccia e nemmeno aprire la busta e iniziare la dettatura”. In realtà, due ragazze sono presenti. “Non è stata una dettatura anticipata, semplicemente non si è sentito che si stava procedendo all’estrazione – spiega una delle volontarie del padiglione 6 – ho pescato io: non facciamo una polemica per tutto”. Ricostruire la dinamica risulta difficile. Resta il fatto che numerosi candidati del padiglione 6 sono in piedi, in fila ai bagni, a chiacchierare col vicino di banco. La baraonda scoppia proprio quando il presidente di Commissione ammette: “Mi dicono che devo ripetere tutto perché non si è sentito niente”. La protesta si scalda. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” alcuni candidati si avvicinano al tavolo dove sono seduti alcuni commissari per illustrare la necessità di annullare il concorso o, quantomeno, di ripetere le operazioni, a partire dall’estrazione delle buste. “Come facevano le due candidate prescelte a sapere che dovevano recarsi nel padiglione 5 per procedere all’estrazione? – si chiede Giorgio – come mai, a un certo punto, il presidente ha iniziato a dettare la traccia velocemente senza che noi avessimo scritto ancora niente?”.

“L’osservanza delle regole è fatta apposta per poter escludere ogni dubbio che il concorso sia truccato”, spiega Martino raccontando come l’intervento della polizia penitenziaria in difesa dei commissari del padiglione 6 fosse “inutile”. Alcuni ragazzi hanno addirittura invitato gli agenti a verbalizzare. Immediato l’imbarazzo. “I poliziotti erano divisi tra due fuochi – continua Martino – si sono accorti che qualcosa era andato storto; tuttavia, non potevano opporsi ai commissari”. “La storia della dettatura della traccia è futile, c’è ben di peggio”, spiega Marco, un candidato del padiglione 6 che, sul forum di www.romoloromani.it, racconta di aver visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”. Marco è demoralizzato: “La divisione a favore di terzo è un dogma indimostrabile: devi prenderla per fede e accettarla”. Quindi? “Passerò i prossimi anni a cercare una raccomandazione, visto che studiare non serve a nulla”.

Di precedenti la storia dei concorsi pubblici è piena. L’ultimo risale al novembre 2008 alla Fiera di Milano a Rho in occasione del concorso nazionale da magistrato. Allora avevano partecipato 5.600 laureati in legge per 500 posti. Anche allora i candidati avevano chiesto l’annullamento della prova perché sui banchi erano “comparsi” fotocopie, fogli con possibili tracce e codici commentati, il tutto con il timbro d’approvazione del dicastero di via Arenula. Per legge, infatti, ciascun candidato può portare con sé codici da consultare previo controllo del cancelliere di tribunale. Compito di quest’ultimo è controllare che i volumi siano conformi al bando. “Sono stata sottoposta a un controllo che è durato dieci minuti – aveva denunciato una candidata – non si spiega come sia possibile che quei volumi abbiano ottenuto il timbro ministeriale. Eppure, anche un bambino vedrebbe che il tomo pesa il doppio perché contiene dei commenti”. Anche in quel caso ci fu una mezza sommossa popolare che portò diversi candidati ad abbandonare il concorso.

Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.

Un mix di irregolarità e gaffe macroscopiche che gettano un'ombra su uno degli ultimi concorsi pubblici che si vanta di trasparenza e massimo rigore: quello notarile. Una gara che permette di accedere ad una delle professioni più invidiate, protette e meglio retribuite del Paese. Le prove incriminate riguardano il concorso indetto nel 2004. Gli scritti si sono tenuti nel novembre del 2005 e tra qualche giorno i 187 vincitori verranno incoronati con la pubblicazione della graduatoria finale, ma nel frattempo i compiti sospetti sono finiti in un fascicolo della Procura di Roma, che ha aperto un procedimento penale per abuso d'ufficio contro ignoti, girandolo poi a Perugia, per il presunto coinvolgimento di magistrati del distretto della capitale.

Il dossier che colpisce al cuore il mito del 'concorso perfetto' nasce su Internet. Un gruppo di bocciati, delusi dai risultati, decide di controllare de visu le correzioni della commissione. Quasi per gioco, a turno, vanno al ministero della Giustizia (le prove sono pubbliche e dunque consultabili) per spulciare gli scritti dei fortunati ammessi agli orali. Dal passaparola on line a febbrili contatti telefonici, nasce un dossier fitto di dati, riscontri e liste di cantonate. Una sorta di j'accuse che prima circola nel mondo notarile, poi finisce sulla scrivania di un professionista affermato che, incredulo, denuncia tutto al Consiglio nazionale, l'organo supremo della categoria. Paolo Piccoli, il presidente, è costretto ad avvertire il ministero e i pm.

Al vaglio dei magistrati, dunque, ci sono le prove scritte degli aspiranti professionisti (una simulazione di veri atti notarili), le quali contengono 'nullità', ossia errori formali che, se fossero stati compiuti durante la normale attività, in qualche caso avrebbero portato persino al ritiro del sigillo e alla cancellazione dall'ordine. Invece dell'automatica bocciatura e dell'eliminazione dal concorso, chi ha dimenticato di allegare certificati fondamentali (come quello di destinazione urbanistica) ha superato la prova in cavalleria. "Un candidato in un unico scritto ha scordato un documento fondamentale, non ha letto l'atto e ha fatto firmare in ordine sparso i testimoni. Altri concorrenti per molto meno sono stati bocciati, questo chissà perché è stato addirittura premiato con cinque punti aggiuntivi", racconta Gian Enrico Figari, avvocato, che ha partecipato al concorso per ben sei volte.

Non solo. Altri aspiranti sbagliano a inserire postille, alcuni dimenticano di far siglare le parti, un concorrente stipula un documento senza mettere la firma del notaio in calce: tutti promossi, nonostante aberrazioni formali che potrebbero portarli, nella real life, a sanzioni pesantissime. In qualche caso, infine, ci sarebbero gravi discrasie tra il giudizio scritto sul compito e quello riportato sul verbale. Il figlio di un eurodeputato dell'Udc, ad esempio, su un elaborato viene inizialmente bocciato, ma il giudizio negativo viene interlineato a penna e sostituito da un punteggio sufficiente a superare la prova. Nonostante ci fosse, secondo il dossier, un grave errore "per giudicare il compito non idoneo". Stesso trattamento per la figlia di un notaio (che però scrive un atto apparentemente perfetto): prima bocciata, poi cambio repentino di valutazione e promozione. Se non ci fosse dolo intenzionale, come nessuno può al momento dimostrare, e i commissari si fossero semplicemente ingannati, sarebbe stato logico almeno trovare traccia dell'equivoco sul verbale. Dove, invece, non v'è alcun riferimento alla doppia votazione.

Il notariato ha cercato di tenere lo scandalo in naftalina, cercando di non far trapelare il malcontento dei 'non idonei' e di chi ritiene che l'accesso all'ordine debba seguire strade più trasparenti. "Sull'inchiesta c'è il segreto istruttorio, non so nulla", spiega Ilario Marsano, consigliere nazionale con delega ai concorsi, da sempre paladino di un'apertura della professione ai giovani, "noi abbiamo spedito il fascicolo ai magistrati come atto dovuto, senza intenti di denuncia contro la commissione. Sono certo che non c'è dolo, anche perché gli elaborati sono anonimi. Si tratta di peccati veniali, non mortali".

Nessun raccomandato, nessun trucco, ma Marsano ammette le sviste dei correttori. Errori che, di fatto, rischiano di minare la credibilità del concorso. "Dall'esterno tutto può apparire in una luce distorsiva. Si metta nei panni dei commissari: rivedere per mesi e mesi temi sempre uguali dalle 8 di mattina alle 9 di sera è un lavoro improbo, sfido chiunque a farlo. Errare humanum est", chiosa il notaio. In realtà, l'analisi dei 2 mila scritti è durata ben 16 mesi, con un carico medio di quattro temi al giorno per una commissione che tra presidente, supplenti, effettivi e segretari arriva a 12 componenti. Una lentezza che, se impedisce di aumentare il numero totale di pubblici ufficiali, avrebbe quantomeno dovuto assicurare controlli a prova di bomba.

Figari è deluso, e non lo manda a dire. "È il primo anno che, in modo più o meno organizzato, abbiamo deciso di controllare una parte (piccola) dei compiti ammessi, e molti errori che abbiamo trovato sono davvero pazzeschi. Premiare atti nulli è come perdonare il medico che uccide per sciatteria il paziente o l'ingegnere che fa cadere il ponte costruito male.

Difficile non accorgersi di errori così gravi. Uno scandalo che fa male, perché ho sempre avuto profondo rispetto per la categoria di cui un giorno spero di poter far parte". Il giovane avvocato ritenterà, sperando che l'iter del nuovo concorso sia meno travagliato del precedente. Nato male fin dall'inizio: il giorno degli scritti la tensione era alle stelle, e un candidato scoperto con una cartucciera è stato arrestato dalla polizia penitenziaria per resistenza. Poi i sospetti, le accuse e le denuncie per la correzione. Dulcis in fundo, lo scorso novembre l'unica bocciata agli orali (su 187 ammessi) ha fatto ricorso al Tar per ripetere la prova. Richiesta accettata: i commissari si erano dimenticati di verbalizzare le domande, così hanno dovuto rifare l'esame una seconda volta. Al secondo tentativo la ragazza è stata promossa.

LO CONSTATA LA MAGISTRATURA

COMMISSIONE: COMPONENTI NECESSARI

Sentenza 1855/2000 della IV sezione del Consiglio di Stato: il presidente della Commissione principale è presidente effettivo “di tutte le sottocommissioni in ossequio al principio della par condicio degli esaminandi”.

La sottocommissioni nelle quali si suddivide la originaria commissione giudicatrice designata per l'esame di abilitazione alla professione di avvocato devono necessariamente essere presiedute dall'unico presidente (nella specie, il collegio ha ritenuto illegittima la delega generalizzata conferita dal presidente ai vicepresidenti delle varie sottocommissioni) in ossequio al principio della par condicio degli esaminandi (Cons. Stato, Sez. IV, 31 marzo 2000, n. 1855; Parti in causa Min. giust. c. Daniele; Riviste Foro It., 2000, III, 243).

La commissione d’esame per l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato, che ha natura di collegio perfetto con funzione decisoria e, quindi, con un proprio quorum essenziale ai fini del funzionamento, è illegittimamente composta non solo nel caso in cui alle sedute non vi sia il plenum dei componenti, ma anche se, pur essendo presenti tutti e cinque i suoi membri, manchi in blocco, a tutte o quasi tutte le sedute, il rappresentante di una delle tre categorie individuate (avvocati, magistrati, docenti universitari, ndr) dall’articolo 22 del Rd 1578/1933. (Tar Basilicata, sentenza 83/2000, in www.giust.it-rivista internet di diritto pubblico).

COPIATURE - TRACCE CONOSCIUTE - PARERI DETTATI IN AULA DAI COMMISSARI

Elaborati conformi. Esclusi i candidati dall’esame di Stato. Nel caso in cui, si riscontri che due o più elaborati scritti risultino conformi tra loro, la Commissione esaminatrice di un pubblico concorso (nel caso di specie, esame di abilitazione alla professione di avvocato) deve procedere all'esclusione di entrambi i candidati, non essendo necessaria l'individuazione del soggetto attivo della copiatura, dovendosi ritenere che gli elaborati, per il solo fatto della loro identità o similarità totale o parziale, sono stati redatti in violazione della regola di comportamento che impedisce ai candidati di comunicare tra loro. (Cons. Stato sez. IV 17-02-2004, n. 616; Ministero della giustizia c. B.; FONTI Guida al Diritto, 2004, 19, 89)

DIFFORMITA’ DI GIUDIZIO E DISPARITA' TERRITORIALI: Il principio di imparzialità.

Il principio d'imparzialità amministrativa che, in generale, significa agire nell'interesse collettivo, non di singoli o di gruppi privilegiati rispetto ad altri, comporta la sua applicazione, da parte degli organi amministrativi non soltanto per gli atti di volontà, ma anche per gli atti di valutazione (Cons. Stato, Sez. IV, 12 marzo 1996, n. 310; Riviste: Foro Amm., 1996, 833, n. Cannada-Bartoli; Cons. Stato, 1996, I, 378).

TEMPO DI CORREZIONE INSUFFICIENTE

CONSIGLIO DI STATO - Sezione VI.  Sentenza 20 giugno 2006, n. 3669

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) ha pronunciato la seguente

DECISIONE……..

Avverso il giudizio di segno negativo proponeva ricorso avanti al T.A.R. Veneto, deducendo articolati motivi di violazione di legge ed eccesso di potere in diversi profili.

Con la sentenza di estremi indicati in epigrafe il T.A.R. adito respingeva il ricorso.

Contro la decisione di rigetto è stato proposto ricorso in appello, con il quale sono state confutate le conclusioni del giudice di prime cure e sono stati rinnovati i motivi di legittimità formulati avverso gli atti della procedura concorsuale, sottolineando in particolare l’ esiguità del tempo dedicato dalla Commissione esaminatrice alla correzione degli elaborati.

In sede di note conclusive l’appellante ha insistito nelle proprie tesi difensive.

L’amministrazione intimata si è costituita in resistenza.

2). L’appello è fondato in relazione all’assorbente motivo con il quale si censura, sotto il profilo del vizio di eccesso di potere per difetto di istruttoria, l’operato della commissione esaminatrice per aver dedicato alla correzione degli elaborati un lasso temporale assolutamente non congruo per la corretta percezione del contenuto degli stessi e per la conseguente formulazione del giudizio di merito.

2.1). Non è contrastato l’assunto della parte istante che - in base alla durata della riunione della Commissione ed al numero degli esiti della prova scritta in tale sede oggetto di correzione - individua in quattro minuti il tempo medio dedicato all’esame ed alla valutazione degli elaborati di ciascun candidato.

In relazione ad identica fattispecie con sentenza n. 2421 del 13.05.2005 la Sezione si è espressa in senso conforme alle deduzioni dell’appellante e non ravvisa ragioni per doversi discostarsi dall’orientamento ivi espresso.

Se invero il giudizio negativo o positivo di una prova scritta può emergere all’evidenza dalla mera lettura di un elaborato che viene fatta da soggetti (i commissari d’esame), che, in virtù della loro competenza specifica, sono chiamati a selezionare i candidati, resta il fatto che l’operazione di correzione dei tre elaborati del ricorrente, che la Commissione era chiamata a valutare, richiedeva una serie di modalità, alle quali ogni commissario si doveva attenere. È stata, infatti, predisposta “una griglia di valutazione” con i seguenti “indicatori”: “correttezza e proprietà linguistica; pertinenza alla traccia e rispetto delle consegne; conoscenza dei contenuti; capacità organizzative e rielaborazione personale”, e la valutazione di ogni quesito doveva essere fatta in base alla media risultante dalla somma dei punteggi di ogni singolo criterio, con il risultato che la valutazione globale è data dalla somma delle valutazioni dei quesiti divisa per tre.

Ora, è chiaro che non si tratta di operazioni particolarmente complesse, specie se tutti i commissari si trovano d’accordo sulla valutazione dell’elaborato da cui emerga all’evidenza l’eccellenza o l’assoluta negatività, ma per ipotesi intermedie il tempo che l’istante indica in quattro minuti per la correzione della prova, articolata nella risposta ancorché in forma breve a tre distinti quesiti (la commissione avrebbe esaminato gli elaborati di oltre 50 candidati in quattro ore), pare eccessivamente ridotto, ed è tale da ingenerare dubbi sul fatto che la lettura della prova scritta sia stata fatta in modo da non suscitare perplessità sul giudizio di non sufficienza espresso. D’altra parte proprio la griglia di valutazione predisposta dalla commissione imponeva a quest’ultima di dover valutare il prodotto intellettuale del candidato sotto quattro distinti profili con un’operazione logica che, in base a comune regola di esperienza, richiede un impegno ragionevolmente eccedente il lasso temporale di poco più di un minuto dedicato alla cognizione ed espressione del giudizio in ordine a ciascuna risposta ai quesiti sottoposti ai concorrenti.

L’appello va, pertanto, accolto, e, in riforma della sentenza impugnata, va dichiarato fondato il ricorso di primo grado, salvi gli ulteriori provvedimenti dell’Amministrazione, la quale dovrà procedere alla riconvocazione della Commissione esaminatrice per procedere alla correzione della prova scritta del ricorrente.

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Consiglio di Stato: quando i tempi medi della correzione degli elaborati sono molto esigui, l’operato dell’organo di esame va ritenuto illegittimo. Una volta verificati, sulla base delle attestazioni contenute nei verbali dei lavori della commissione giudicatrice di un pubblico concorso, i tempi medi utilizzati per la correzione e valutazione dei singoli elaborati, qualora il tempo impiegato risulti talmente esiguo da far dubitare che sia stato materialmente impossibile l’adeguato assolvimento dei prescritti adempimenti e dell’espressione ponderata dei giudizi sulla valenza delle prove, l’operato dell’organo di esame va ritenuto illegittimo (Cons. Stato, sez. IV, decisione 7 marzo – 22 maggio 2000, n. 2915, in Guida dir., 1 luglio 2000 n. 24, con nota dì G. Manzi. E' superato così un precedente orientamento contrario, ancora affermato da Cons. Stato, sez. IV, 09.12.1997, n. 1348)

La terza sezione del Tar Lombardia, con la sentenza 617/2000, ha annullato il giudizio di non ammissione alle prove orali (dell’esame di avvocato 1998-1999) di una candidata milanese i cui tre elaborati erano stati corretti ciascuno in due minuti e 30 secondi. Sulla commissione esaminatrice “discende l’obbligo di ripetere le operazioni di valutazione, rinnovando ora per allora il già espresso giudizio”. La decisione del tribunale è sorretta da una "verificazione" dei tempi di correzione ordinata dal presidente del Tar. Sono stati acquisiti, per la perizia, 60 compiti, che hanno richiesto, per la correzione, sei ore e 39 minuti, contro due ore e 25 minuti impiegati dalla commissione. Ponendo a raffronto i suddetti dati temporali emerge che la sola lettura di essi ha richiesto, invece, mediamente 6 minuti e 33 secondi per ciascun elaborato. La perizia è stata eseguita dal presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, Paolo Giuggioli, che si è avvalso della collaborazione di altri professionisti (Il Sole 24 Ore, 11 marzo 2000).

MOTIVAZIONE AL GIUDIZIO NUMERICO

Nonostante il contrario orientamento della giurisprudenza del Consiglio di Stato, la Commissione dell'esame di avvocato, secondo costante giurisprudenza, non può valutare, nel rispetto dell'art. 3, L. 7 agosto 1990, n. 241, le prove mediante una semplice espressione numerica, ma deve motivare adeguatamente il giudizio di insufficienza onde permettere la ricostruzione dell'iter valutativo e il suo assoggettamento al controllo giurisdizionale. (T.A.R. Lombardia Brescia 15-03-2003, n. 329; Malcangi c. Ministero giustizia e altri; FONTI Massima redazionale, 2003)

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T.A.R. CALABRIA- SEZ. di CATANZARO- 14 settembre 2006, n. 707..omissis..

Ritenuto che in relazione al pregiudizio prospettato ed alle censure proposte in ricorso, sussistono le ragioni, previste dall'art. 21 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, così come modificato dall'art. 3 della legge 21 luglio 2000, n. 205, per l'accoglimento della domanda cautelare di sospensione del provvedimento impugnato, considerato che il voto numerico, benché di regola sufficiente a motivare un giudizio del genere di quelli di cui si tratta, non appare in grado di supportare una valutazione la cui legittimità è correlata al rispetto di criteri generali stabiliti in sede centrale e, quindi, all'esternazione, anche in forma sintetica, delle ragioni che, alla luce dei criteri stessi, giustificano il giudizio di insufficienza della prova….

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TAR VENETO , 1^ Sezione - Sentenza N. 2307/06 del 31 luglio 2006

SUSSISTE il "difetto di motivazione dei provvedimenti" "in relazione all'omessa formulazione di qualsivoglia giudizio, sia pure sintetico, che dia certezza delle valutazioni numeriche attribuite negli elaborati dal candidato."
SUSSISTE, quindi "l'obbligo delle commissioni per gli esami di idoneità alla professione di avvocato di motivare il voto negativo delle prove di esame."
Ad avviso della Sezione, (…), "non par dubbio che il punteggio numerico costituisca esternazione del risultato e non già della motivazione (o giustificazione che dir si voglia) del giudizio valutativo: chi consegue un voto negativo espresso con un punteggio non è messo in condizioni, infatti, di conoscere i motivi del voto negativo. Ma, se così è, non è dato di comprendere come l'attribuzione di un punteggio numerico possa costituire adempimento dell'onere (rectius, dell'obbligo) della motivazione."

L’ITALIA DEI COPIONI.

Prove invalsi: meglio gli studenti del Nord che quelli del Sud, scrive “La Stampa”. I risultati migliori a Trento, in Friuli Venezia Giulia, Veneto, Marche e Piemonte. Divario tra Nord e Sud del Paese nei risultati delle prove Invalsi per l’anno scolastico 2012/2013. È quanto emerge dal Rapporto Nazionale dell’Istituto, che ogni anno fornisce un quadro generale sulla qualità del sistema italiano d’istruzione e formazione, presentati a Roma alla presenza del ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca Maria Chiara Carrozza, del Commissario straordinario Invalsi, Paolo Sestino, del responsabile area prove Invalsi, Roberto Ricci. Migliorano, si legge ancora nel rapporto Invalsi, alcune Regioni al sud come Abruzzo, Molise, Puglie e Basilicata, ma i risultati migliori si ottengono nella Provincia Autonoma di Trento, nel Friuli Venezia Giulia, Veneto, Marche e Piemonte. Per quanto riguarda l’italiano, maggiore la dimestichezza con i testi narrativi, minore quella con la grammatica. In matematica, il rapporto Invalsi rileva maggiori difficoltà negli ambiti “Spazio figure” e “relazioni e funzioni” rispetto agli ambiti “numeri” e “dati e previsioni”. Il Rapporto Nazionale sulle prove Invalsi, che «ha l’obiettivo -si legge nel testo- di stimolare quei processi di autovalutazione per migliorare la performance delle scuole, si basa su un campione di statisticamente rappresentativo: 9.047 classi e 189.493 studenti». Complessivamente quest’anno in tutta Italia, nelle prove di matematica e dio italiano, sono state coinvolte 13.232 scuole, 141.784 classi e 2.862.759 studenti. Il Rapporto 2013 è in linea con quanto già emerso nelle precedenti rilevazioni: le regioni del Mezzogiorno «ottengono in generale -si legge- risultati peggiori. Il ritardo del mezzogiorno, già presente ai gradi iniziali, tende in generale ad ampliarsi lungo il ciclo degli studi. Anche le regioni del centro mostrano un peggioramento della propria posizione relativa con il procedere del percorso di studi. Per quanto riguarda le prove di italiano, dal rapporto emerge una maggiore dimestichezza degli studenti con i testi narrativi, rispetto ai quesiti basati sui testi espositivi e a quelli di tipo non continuo o misto, in cui viene richiesto anche di interpretare dati e grafici funzionali all’esposizione dei contenuti del testo. Minori competenze vengono anche evidenziate nei quesiti di natura grammaticale rispetto alla comprensione della lettura. nelle prove di matematica le difficoltà maggiori si concentrano soprattutto nell’ambito “Spazio e figure” e in “Relazioni e funzioni”, rispetto agli altri ambiti “numeri” e “dati e previsioni”. Le domande in cui si richiede di “interpretare” e in parte anche quelle dove si richiede di “formulare” ipotesi, sono risultate più complesse per gli studenti, almeno fino al livello di prima secondaria di primo grado, dalla terza secondaria di primo grado in poi risultano più difficili per gli studenti le domande che sono relative al macro-processo “utilizzare”.  

Tre studenti su quattro raccontano di aver copiato ai test Invalsi. Ma Twitter ascolta!, scrive Voices from the Blogs su “Il Corriere della Sera”. L’11 luglio scorso è stato presentato a Roma il Rapporto Invalsi 2013: come ormai tradizione, l’istituto ha reso noti i risultati dei test che annualmente vengono proposti agli studenti italiani dei diversi cicli scolastici, allo scopo di valutare – con un metro unico sulla intera scala nazionale – i livelli di apprendimento raggiunti. La novità di quest’anno è che Invalsi ha deciso di indagare attraverso i social network quali opinioni, timori e speranze hanno nutrito gli studenti, e le loro famiglie, verso l’introduzione dei test di valutazione dell’apprendimento. E di Invalsi in rete si è in effetti parlato, e non poco: quasi 38 mila post tra Twitter e profili pubblici di Facebook, con un picco il giorno della somministrazione dei test, ovvero il 17 giugno. Ma quali sono stati i principali risultati? Innanzitutto i test sono reputati  difficili dalla stragrande maggioranza dei tweet. Ma, mentre al Nord e al Centro la paura passa subito dopo l’esame, nelle regioni meridionali persiste anche nei “discorsi” dei giorni successivi all’esame. D’altra parte, dalle Alpi alla Sicilia ai test Invalsi si copia, e in alcuni casi grazie agli “aiutini” degli insegnanti. Anche perché gli studenti si sentono impreparati ai test, sia prima che (soprattutto) dopo averli fatti. Una ansia che passa dai figli ai genitori e che contagia tutta Italia. Tanto è vero che l’indice iHappy di Twitter-felicità ha toccato uno dei minimi degli ultimi mesi proprio il giorno dell’esame (17 giugno 2013). La prima evidenza è che, nelle conversazioni in rete, i test Invalsi sono raccontati come “difficili”. E la difficoltà percepita è addirittura superiore alle attese: se circa il 50% sostiene che i test siano difficili o molto difficili nella settimana precedente all’esame, il giorno della prova e nella settimana seguente la percentuale supera il 75%. La differenza di percezione tra le macroaree, tuttavia, è assai rilevante: al Nord la difficoltà del test smette di essere un tema di discussione una volta trascorso il giorno dell’esame; al Centro il tema non è mai all’ordine del giorno: i test Invalsi sono percepiti come “facili” dalla maggioranza assoluta dei commenti a partire dal giorno della prova; al Sud, al contrario, la dichiarazione di difficoltà riguarda la maggioranza dei post e rimane il principale tema di conversazione anche nella settimana successiva. A livello interpretativo, il dato va accostato alla preoccupazione – più viva al Sud – che la prova Invalsi comporti un peggioramento della valutazione complessiva dell’esame di terza media: in sostanza, se i timori per la difficoltà del test sono trasversali, l’insistenza sul tema che si registra nelle regioni meridionali non sembra motivata da una percezione di minore preparazione, anch’essa piuttosto trasversale al territorio, ma piuttosto dall’attesa di un maggiore effetto depressivo sulla votazione finale. La sensazione di non essere adeguatamente preparati per questo tipo di prova accompagna i commenti e non cambia in modo sostanziale nelle diverse fasi della rilevazione: gli “impreparati” passano dal 74.1% della settimana precedente al 60% circa il giorno dell’esame e nella settimana seguente. I valori più alti di quanti si scoprono adeguatamente preparati alla prova il giorno dell’esame si registrano al Nord, ma riguardano poco più di un quarto dei testi analizzati. Va comunque sottolineato che la dichiarazione di impreparazione è – almeno in parte – preventiva o scaramantica: solo il 7.1% dei post dichiara un’adeguata preparazione al tipo di esame prima della prova, ma questa percentuale più che triplica il giorno dell’esame e nei giorni successivi. I test sono giudicati, a larghissima maggioranza, lontani – per metodo e contenuti – da quanto normalmente osservato in classe. E in questo caso il superamento dell’evento-esame addirittura accresce questa percezione: il complesso di quanti dichiarano i contenuti dei test lontani dall’insegnamento quotidiano crescono progressivamente dal 72.6% della settimana precedente all’86.4% della settimana successive all’esame. Va chiarito che in questo tipo di giudizio gioca una parte non banale il divertente sarcasmo, probabilmente di maniera, con cui gli studenti descrivono – al termine della prova – i testi, le domande e i problemi che sono stati loro sottoposti. Va altresì rilevato che, in questo caso, si registra nelle regioni meridionali una quota maggiore della media nazionale di quanti dichiarano una sufficiente familiarità con i contenuti dei test. Un giudizio positivo sulla prova Invalsi è espresso da una percentuale dei commenti che cresce da un quarto (prima della prova) a un terzo (dopo la prova) dei commenti, e su questo tema – accanto ai post degli studenti – si sono registrati anche pronunciamenti di insegnanti e adulti. In particolare, due terzi di questi commenti positivi sostengono che il test sia una modalità moderna di verificare o incentivare l’apprendimento; un terzo argomenta a favore dei test perché consentirebbero di verificare l’apprendimento effettivo, premiando così il merito. Tra i detrattori della prova, la maggioranza la reputa troppo nozionistica o inutile all’interno del nostro sistema scolastico. Circa il 15% dei post stigmatizzano la prova come ingiusta ai fini della corretta valutazione dell’apprendimento (ma rientrano qui anche i confronti che gli studenti compiono circa la difficoltà relativa delle prove in anni diversi). Poco meno di un decimo dei post vorrebbe evitare il ripetersi dell’esperienza. La percentuale è lievemente maggiore al Centro-Sud. Ma alla prova Invalsi si riesce a suggerire, a farsi aiutare, a copiare? Oppure lo svolgimento e la natura della prova sono tali per cui l’andamento dell’esame è radicalmente differente da quello degli esami tradizionali? Le dichiarazioni degli studenti dicono che all’esame non è impossibile comunicare: l’impressione preventiva è molto elevata e non del tutto confermata successivamente alla prova, ma rimane confortata da oltre i tre quarti dei commenti. La percezione che alla prova Invalsi sia possibile “cooperare” sembra lievemente più diffusa al Centro-Sud, ma non in modo particolarmente significativo. Qualche commento, invece, allude alla possibilità che siano gli insegnanti a fornire un qualche aiuto durante la prova, persino più del previsto. E in questo caso la percentuale dei post è più elevata nelle regioni settentrionali (oltre il 12%). Una quota limitata segnala episodi di collaborazione, ma li attribuisce ad altre classi o ad altre scuole. Il giudizio complessivo sulla prova Invalsi è piuttosto variegato. Si va da quanti considerano la prova una circostanza che mette in crisi la consapevolezza nelle proprie capacità a quanti – ma sono solo il 17.5%, e in qualche misura più presenti al Centro-Nord – la considerano un’occasione stimolante per un ulteriore apprendimento, o quantomeno un’opportunità per dimostrare le conoscenze apprese e le abilità sviluppate. In mezzo, circa il 30% dei post vedono il test come un danno per lo studente: la prova contribuisce a determinare il voto finale dell’esame e – nella misura in cui appare estranea al metodo e ai contenuti tradizionali – rischia di abbassare le valutazioni anche degli studenti più brillanti. Questo timore sembra avere maggiore ospitalità al Sud. Altri, e rappresentano circa un quarto del totale, la considerano una fatica addizionale in fase d’esame, non particolarmente utile ai fini dell’apprendimento.

Invalsi, simili ai contenuti affrontati in classe? Studenti del Sud ritengono di sì, scrive “Orizzonte Scuola”. Altra sorpresa dai cinguetii di Twitter relativamente alle prove Invalsi. Si ribalta un altro luogo comune, dopo quello sulle aree del paese in cui sono più diffusi i "fenomeni impropri". Quest'anno, il monitoraggio sulle prove Invalsi è avvenuto anche con uno strumento innovativo, tramite social network, con l'analisi di 38mila posto tra Twitter e FaceBook nei giorni a ridosso e successive le prove. Uno dei parametri di analisi è stato il giudizio sulla prova. In particolare sono stati presi in considerazione quei post che ritenevano che i contenuti:

non avessero a che fare con gli insegnamenti in classe;

fossero piuttosto diversi;

fossero abbastanza simili;

Nel complesso i test sono stati giudicati lontani, per metodo e contenuti, da quanto normalmente affrontato in classe. Un giudizio che viene addirittura accentuato subito dopo il test, a riprova che effettivamente c'è una discrepanza tra la didattica e i test Invalsi. Con la percentuale che cresce progressivamente dal 72.6% della settimana precedente all’86.4% della settimana successive al test. Ma ciò che sorprende è che sono gli studenti del Sud a mostrare dai commenti una maggiore familiarità, rispetto alla media, con i contenuti delle prove Invalsi, con un 12,1% prima del test e un 9,5 dopo il test. Mentre al Nord la familiarità con i test si ribalta dal 6,9 prima e 8,2% dopo il test. Sono i ragazzi del centro che mostrano maggiore discrepanza con la didattica in classe, con un 7,9% dopo il test. Il Nord ha, invece, il primato nella percentuale di studenti che ritiene che gli insegnamenti in classe non abbiano nulla a che fare con le prove, con un 75% dopo il test, mentre prima del test la percentuale era del 52,7. In netto aumento, dunque, dopo aver avuto l'esperienza diretta col test.

Invalsi. Copioni al Sud. Twitter e Facebook non concordano, differenze poco significative. Al Nord i prof aiutano di più, scrive ancora “Orizzonte scuola”. Una delle novità che ha caratterizzato le somministrazione delle prove Invalsi dell'anno scolastico appena trascorso, è stato l'aver adottato delle misure anti-copioni. Misure che consistevano in una sistemazione random dei quesiti e delle risposte, in modo da non consentire la "scopiazzatura" dal vicino di banco. Durante la presentazione del "Rapporto nazionale", l'Invalsi ha elogiato le misure, avanzando una riuscita che ha inciso sui fenomeni di "cheating". In realtà, leggendo il rapporto, tali risultati sono ancora posti al condizionale e, riferendosi alle misure adottate, si legge che "dovrebbero aver esercitato una azione preventiva e dissuasiva di possibili comportamenti scorretti." E come "sulla base dei risultati delle classi campione - che sono quelli fino a ora analizzati - tale azione dissuasiva sembrerebbe essere stata efficace". In particolare le regioni nelle quali negli anni passati il fenomeno era diffuso Calabria, Sicilia, Campania e Puglia si è riscontrato un calo. Si è, invece, rilevato un aggravarsi dei "fenomeni impropri" in alcune aree del Lazio. Ma restano le regioni del Sud (Sicilia, Calabria e Campania, con l'aggiunta del Lazio) le regioni con il maggior numero di "fenomeni impropri". Questo, almeno, nel rapporto diffuso dall'Invalsi. Altro dicono invece le indagini avviate dal monitoraggio tramite social network nei giorni a ridosso le prove. Si è trattato di una indagine che ha analizzato 38mila post tra Twitter e FaceBook. Uno dei dati analizzati ha riguardato i "fenomeni impropri" e con risultati che sorprendono rispetto ai soliti luoghi comuni. Infatti, dai dati raccolti risulta che la percezione rilevata dai commenti relativamente alle possibilità di copiatura o aiutino da parte di compagni e/o prof, sia lievemente più diffusa al Centro-Sud, ma con uno scarto rispetto al Nord di poco conto. Anzi, al centro la percentuale risulta maggiore rispetto al Sud e se ci si riferisce agli aiutini da parte dei prof, i post riferiti al Nord in tal senso superano quelli del Centro e del Sud. Nel complesso i tre quarti dei commenti mostrano, dopo l'esame, il conforto della possibilità di copiare con il 76,6% al Nord, il 78,4 al Centro e il 78,1 al Sud. Nello specifico, i docenti che aiutano di più sono al Nord con il 12,7%, al Centro scendono all'11,8 e al Sud all'8,6%. Chiaramente c'è qualcosa che non va. A quali dati dare retta? Non solo prova INVALSI ma anche Esami di maturità ed Esami di Stato.

Copiare è reato, non per tutti: la legge all’italiana, aggirata da chi la esercita.

L’Italia è nel destino che ha colpito la Concordia… ‘Chi giudica chi?’. Chi lo fa, ha padronanza morale, culturale professionale per poterlo fare? La preparazione culturale e professionale di ognuno, permetterebbe in teoria di superare ogni prova di maturità o di idoneità all’impiego; frapposta dagli esami scolastici o dagli esami statali di abilitazione o di un concorso pubblico. In un paese in cui la meritocrazia consentirebbe di occupare un posto di responsabilità. In Italia non è così. In ogni ufficio di prestigio e di potere non vale la forza della legge, ma la legge del più forte. La Corte dei Conti non smette di ricordare che siamo corruttori nati. I politici alimentano il sistema fondato sul privilegio. Panem et circenses… “pane e giochi del circo”, è la locuzione latina a tutti nota. Era usata nella Roma antica. Perché la legge dovrebbe valere per tutti… Prendiamo per esempio la cattiva abitudine di copiare per superare un prova. Ognuno di noi almeno un volta nella vita ha copiato. In principio con la vecchia ‘cartucciera’ caricata con formule trigonometriche, biografie di Manzoni e Leopardi, storia della filosofia, traduzioni di Cicerone. Poi fu: il vocabolario farcito d’ogni foglio e foglietto, giubbotti imbottiti di Bignami, scarpe con suola manoscritta. Oggi c’è la tecnologia: il telefonino, l’iPhone collegato a Wikipedia. Rete e cartolibrerie vendono la salvezza: ecco le ultime…

1. la penna UV cioè a raggi ultravioletti scrive con inchiostro bianco e si legge passandoci sopra un led viola incluso nel corpo della penna. Inconveniente: il raggio da discoteca.

2. C’è la cosiddetta penna-foglietto: nel corpo della stilo un foglietto avvolto zeppo di formule, appunti, eccetera.

3. Il celebre orologio-biglietto col display elettronico e una porta Usb sulla quale caricare testi d’ogni tipo. Tre idee difficili… meglio puntare su copia-copiella.

Ma copiare ad esami e concorsi, può valere la galera. E’ quanto stabilito dalla legge n. 475/1925 e dalla Corte di Cassazione sentenza n. 32368/10. La legge all’art.1 stabilisce:“Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l’abilitazione all’insegnamento ed all’esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l’intento sia conseguito”. La Corte di Cassazione ha confermato con la sentenza n.32368/10, che ha condannato una candidata per aver copiato interamente una sentenza del TAR in un elaborato a sua firma presentato durante un concorso pubblico. La sentenza della sezione VI penale n. 32368/10 afferma: “Risulta pertanto ineccepibile la valutazione dei giudici di merito secondo cui la (…) nel corso della prova scritta effettuò, pur senza essere in quel frangente scoperta, una pedissequa copiatura del testo della sentenza trasmessole (…). Consegue che il reato è integrato anche qualora il candidato faccia riferimento a opere intellettuali, tra cui la produzione giurisprudenziale, di cui citi la fonte, ove la rappresentazione del suo contenuto sia non il prodotto di uno sforzo mnemonico e di autonoma elaborazione logica ma il risultato di una materiale riproduzione operata mediante l’utilizzazione di un qualsiasi supporto abusivamente impiegato nel corso della prova”. In particolare per gli avvocati la Riforma Forense, legge 247/2012, al CAPO II (ESAME DI STATO PER L’ABILITAZIONE ALL’ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE DI AVVOCATO) Art. 46. (Esame di Stato) stabilisce che “….10. Chiunque faccia pervenire in qualsiasi modo ad uno o più candidati, prima o durante la prova d’esame, testi relativi al tema proposto è punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, con la pena della reclusione fino a tre anni. Per i fatti indicati nel presente comma e nel comma 9, i candidati sono denunciati al consiglio distrettuale di disciplina del distretto competente per il luogo di iscrizione al registro dei praticanti, per i provvedimenti di sua competenza.” Ma, di fatto, quello previsto come reato è quello che succede da quando esiste questo tipo di esame e vale anche per i notai ed i magistrati. Eppure, come ogni altra cosa italiana c’è sempre l’escamotage. Una sentenza del Consiglio di Stato stabilisce che copiare non è reato. Dichiarando ‘legale’ copiare a scuola, si dichiara legale copiare pure nella vita. Secondo il Consiglio di Stato, il superamento dell’esame costituisce di per sè attestazione delle “competenze, conoscenze e capacità anche professionali acquisite” dall’alunna e la norma che regola l’espulsione dei candidati dai pubblici concorsi per condotta fraudolenta, non può prescindere “dal contesto valutativo dell’intera personalità e del percorso scolastico dello studente, secondo i principi che regolano il cosiddetto esame di maturità”: le competenze e le conoscenze acquisite….in relazione agli obiettivi generali e specifici propri di ciascun indirizzo e delle basi culturali generali, nonché delle capacità critiche del candidato. A ciò il Cds ha anche aggiunto un’attenuante…”uno stato d’ansia probabilmente riconducibile anche a problemi di salute” della studentessa stessa sarebbe stato alla base del gesto. Il 12 settembre 2012 il Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione del Tar-Campania che aveva escluso dagli esami di maturità una ragazza sorpresa a copiare da un telefono palmare. Per il Consiglio di Stato la decisione del Tar non avrebbe adeguatamente tenuto conto né del “brillante curriculum scolastico” della ragazza in questione, né di un suo “stato di ansia”. Gli esami, nel frattempo, la giovane li aveva sostenuti seppur con riserva. L’esclusione della ragazza dagli esami sarà forse stata una sanzione eccessiva. Probabilmente la giovane in questione, sulla base del suo curriculum poteva esser perdonata. Gli insegnanti, conoscendola e comprendendo il suo stato d’ansia pre-esame, avrebbero potuto chiudere un occhio. Vero. Ma erano valutazioni che spettavano agli insegnanti. La sentenza del Consiglio di Stato stabilisce, invece, un principio. Il principio che copiare vale. Questo principio applicato alla scuola, luogo in cui si forgiano le generazioni future, avrà ripercussioni sulla società del futuro. Perchè se ci viene insegnato che ad aggirare le regole non si rischia nulla, come ci porremo di fronte alle regole della società? La scuola non è solo il luogo dove si insegnano matematica e italiano, storia e geografia. E’ il luogo dove va insegnata la civica educazione, dove si impara a vivere insieme, dove si impara il rispetto reciproco, quello delle regole. Dove si impara a “vivere”. Se dalla scuola, insegniamo la “furbizia”, come stupirci se chi ci amministra si compra il Suv con i soldi delle nostre tasse? Ma il punto più importante non è tanto nella vicenda della ragazza sorpresa a copiare alla maturità. Il punto è la sanzionabilità o meno di un comportamento senza dubbio scorretto. In un paese già devastato dalla carenza di etica pubblica, corruzione, indulgenza, vulgate pedagogiche ammantate di moderno approccio relazionale. E ci mancava anche la corrività del Consiglio di Stato per chi imbroglia agli esami. Nell’ordinamento giuridico nazionale esiste la gerarchia della legge. Per cui la norma inferiore non può porsi in contrasto con la norma di fonte superiore (gerarchia delle fonti). Nel caso di contrasto si dichiara l’invalidità della fonte inferiore dopo un accertamento giudiziario. Finché non vi è accertamento si può applicare la “fonte invalida”. Al primo livello della gerarchia delle fonti si pongono la Costituzione e le leggi costituzionali (fonti superprimarie). Al di sotto delle leggi costituzionali si pongono i trattati internazionali e gli atti normativi comunitari, che possono presentarsi sotto forma di regolamenti o direttive. I primi hanno efficacia immediata, le seconde devono essere attuate da ogni paese facente parte dell’Unione europea in un determinato arco di tempo. A queste, sono aggiunte, le sentenze della Corte di Giustizia Europea “dichiarative” del Diritto Comunitario (Corte Cost. Sent. n. 170/1984). Seguono le leggi ordinarie e gli atti aventi forza di legge (decreti legge e decreti legislativi), ma anche le leggi regionali e delle provincie autonome di Trento e Bolzano. Al di sotto delle fonti primarie, si collocano i regolamenti governativi: ministeriali e di altri enti pubblici. All’ultimo livello della scala gerarchica, si pone la consuetudine, prodotta dalla ripetizione costante nel tempo di una determinata condotta. Ovviamente consuetudini secundum legem e praeter legem, non quelle contra legem. E’ però evidente che in Italia, molte consuetudini, siano contra legem e pervengono proprio da coloro che ne dovrebbero dettare i giusti principi.

Il caso/Compiti copiati dal web nella sessione di Lecce bocciati oltre 100 aspiranti avvocati.

Oltre cento compiti copiati da internet. In qualche caso compilati sotto dettatura di un amico all’altro capo del telefonino, attingendo agli articoli pubblicati su riviste specializzate in diritto civile, amministrativo o penale, scrive Paola Ancora su “Il Quotidiano di Puglia”. Finisce sul tavolo della Procura della Repubblica la prova scritta di più di cento aspiranti avvocato delle province di Lecce, Brindisi e Taranto che lo scorso dicembre hanno scelto la “scorciatoia”. E stavolta non è stato necessario ricorrere a foglietti o Bignami di sorta. Son bastati uno smartphone sfuggito ai controlli dei commissari e degli agenti di Polizia incaricati della sorveglianza e la copertura di rete delle aule nell'Università del Salento, che nemmeno in quei giorni è stato possibile schermare. Peccato che la correzione dei compiti, da qualche anno per legge affidata a commissari fuori regione, sia stata puntigliosa e accorta al punto da scoprire tanto i copioni che le fonti utilizzate per svolgere i compiti. Così la prima commissione di Catania, presieduta dall’avvocato Antonio Vitale e alla quale erano stati inviati gli elaborati dei candidati della Corte d'Appello di Lecce, ha rispedito i faldoni ai colleghi salentini indicando gli elaborati non originali e chiedendo che siano trasmessi alla Procura. Saranno poi i magistrati a dire se si debba o meno aprire un procedimento penale a carico di quei cento. Il reato che potrebbe profilarsi a loro carico è il plagio. Ieri, al quarto piano degli uffici della Corte d'Appello penale, davanti ad una platea di centinaia di aspiranti avvocato, il presidente della prima commissione leccese, l'avvocato Francesco Flascassovitti, ha aperto i plichi ricevuti da Catania uno ad uno, comunicando l'esito dell'esame scritto ai candidati. “Annullato”, l’inevitabile verdetto per gli oltre cento cui è mancata la preparazione o la fiducia in loro stessi per riuscire a rispondere ai quesiti della prova senza aiuto. Una prova articolata e sicuramente difficile: a superarla, ottenendo così l’accesso agli orali fissati per il prossimo luglio, soltanto 440 candidati sui 1258 che l’hanno sostenuta.

Due i temi di diritto civile fra i quali scegliere: il primo sull'anatocismo (cioè la capitalizzazione o moltiplicazione degli interessi su una somma di denaro); il secondo in materia di successioni. Ed è su quest'ultimo punto che molti esaminandi hanno copiato da testi specializzati in materia. Due i temi anche in fatto di diritto penale: il primo relativo ad un notaio che si era appropriato indebitamente delle imposte di registro affidategli dai clienti; l'altro su uno scambio via chat di materiale pedo-pornografico. Tre gli argomenti a disposizione per l'atto giudiziario: l'opposizione ad un decreto ingiuntivo da parte di un cittadino che dichiarava di aver invece pagato i suoi debiti al presunto creditore (diritto privato); i reati eventualmente addebitabili al componente di una banda di rapinatori e assassini che aveva fatto il palo (diritto penale) e la gara per l'affidamento ad un'impresa, da parte di una pubblica amministrazione, di un'opera in project financing (diritto amministrativo). Fin qui le tracce. Una volta comunicate in aula – l'11, 12 e 13 dicembre scorsi - il tam tam dei cellulari le ha trasmesse all'esterno e, poche decine di minuti più tardi, i temi erano già on line, svolti senza alcun errore.

«È la prima volta che accade una cosa simile», commenta a caldo Flascassovitti, dicendosi «sinceramente stupito di quanto è accaduto». Nella prima commissione - che sovrintende il lavoro delle altre tre nominate dal ministero della Giustizia per il distretto di Lecce, Brindisi e Taranto - insieme a lui il pm Giovanna Cannalire, l’avvocato Aurelio Arnese, il giudice Saverio Sodo, tutti di Taranto; gli avvocati Giuseppe Positano, Dario Doria e Salvatore De Vitis della provincia di Lecce; l’avvocato Cosimo Leporale e i pm Valeria Farina Valaori e Luca Bucchieri di Brindisi. A luglio il pre-appello per gli orali, che cominceranno con l’esame dei candidati i cui cognomi cominciano per “q”. Da Roma, sarà la commissione centrale composta dai 27 presidenti di Corte d’Appello italiani a dire quali criteri dovranno seguire i commissari durante il colloquio. Per i cento “furbetti”, invece, le prossime settimane e il lavoro della Procura potrebbero finire per trasformare il gran debutto alla professione forense in una macchia indelebile sulla reputazione.

A PROPOSITO DEI COPIONI ALL’ESAME DI AVVOCATO A LECCE.

Esami di stato per avvocati: gli studenti hanno barato? Problemi a Lecce: oltre la metà degli studenti avrebbero copiato la prova di abilitazione. "Una cosa mai vista", dicono i commissari. Esami di stato per la professione di avvocato: a Lecce ci sono problemi abbastanza seri, se è vero che secondo LecceNews24 sono moltissimi i compiti da annullare, depennare completamente e anzi, sarebbero più i compiti invalidi che quelli validi. In breve, gli studenti avrebbero copiato alla grande, e anche in maniera grossolana l'intera prova d'esame di abilitazione. Sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Difficile da credere che un numero così cospicuo di candidati della Corte d’Appello di Lecce abbia riportato sotto dettatura telefonica o copiato e incollato da internet la prova d’esame più importante della loro vita. Ma è questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti, dunque, finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica. Lo definisce “un caso mai visto” Francesco Flascassovitti, Presidente del Primo gruppo giudicante dell’esame di Stato per avvocati nel distretto di Lecce, Brindisi e Taranto. Già da qualche anno la correzione delle prove era stata affidata a commissioni esterne, per consegnare nelle mani dell’imparzialità i risultati dell’esame. E’ stato, infatti, il lavoro capillare dei membri del collegio catanese a portare a galla il verdetto finale. Spetterà ora ai magistrati procedere penalmente nei confronti dei cento candidati con l’eventuale accusa di plagio. Non si sbilancia sull’accaduto l’Avvocato Flascassovitti “I risultati ufficiali dei compiti considerati validi saranno pubblicati lunedì – spiega – Ora attendiamo la decisione dei pubblici ministeri”.

Aspiranti avvocato copioni: il caso finisce al ministero della Giustizia che, già oggi, sarà informato dell’accaduto dall’avvocato Paolo Berruti, presidente della commissione nazionale che detta i criteri per lo svolgimento delle prove e controlla la legittimità dell’operato delle commissioni locali, scrive Paola Ancora sul “Quotidiano di Puglia”. Sabato, intanto, l’elenco dei promossi alla prova scritta dell’esame di Stato è stato depositato in segreteria e pubblicato sul sito della Corte d’Appello di Lecce. Pochi “bravissimi”, con voti compresi fra il 100 e il 127, e una platea di aspiranti avvocato con la media del 90. È questa la fotografia dei 465 candidati che hanno superato gli scritti e accederanno agli orali a partire dal prossimo 24 luglio, alle 15.30. Domani, invece, la commissione d’esame presieduta dall’avvocato Francesco Flascassovitti provvederà, salvo imprevisti, a trasmettere alla Procura compiti e verbali di correzione relativi agli elaborati dei copioni. A loro carico - oltre 100 sul totale di 1258 concorrenti provenienti dalle province di Lecce, Brindisi e Taranto - i magistrati inquirenti potrebbero decidere di aprire un’inchiesta per plagio. Si dovrà verificare, innanzitutto, che le prove siano state copiate integralmente (o quasi) da internet e da riviste specializzate, come sospettano i commissari di Catania incaricati di correggere i compiti del distretto di Lecce. Da Roma, intanto, il presidente Berruti parla di un dato «eclatante» e sospende qualsiasi giudizio. Certo è che nessuna segnalazione simile è arrivata nella capitale da parte di altri distretti. «Né, fino ad oggi, ho avuto notizia di quanto accaduto a Lecce - dice Berruti - nonostante proprio a fine aprile si sia tenuta una riunione con le commissioni locali. Evidentemente il fenomeno non era ancora emerso». Berruti spiega poi che, proprio per l’esame di Stato dello scorso dicembre, «sono stati introdotti criteri di correzione dei compiti molto selettivi, stabilendo che gli elaborati dei candidati contenenti massime o testi prelevati dai codici commentati e non virgolettati, andavano ritenuti copiati e annullati d’ufficio. Si tratta di un criterio innovativo che i commissari avevano il compito di leggere nelle aule dove si è svolta la prova». Il presidente Berruti assicura che oggi si attiverà «presso il ministero di via Arenula perché appuri cosa è accaduto e chiarisca questo aspetto dei criteri». Nei prossimi giorni, peraltro, è proprio alla porta della sua commissione che potrebbero bussare i presunti copioni decisi a fare ricorso al Tar contro l’annullamento della prova. Perché «la nostra commissione - conclude Berruti - esercita anche il controllo di legittimità sul lavoro delle sottocommissioni». Lavoro che nessuno, finora, ha messo in dubbio. Anzi. Il presidente leccese Francesco Flascassovitti plaude «all’impegno encomiabile degli uffici, a partire da quello del segretario Giovanni Pati e del suo staff» e a quello altrettanto puntuale dei commissari d’esame. Poi l’avvocato torna sul nodo della mancata schermatura di internet nelle aule dove si sono svolte le prove. «Non c’è giustificazione alcuna per chi ha scelto la scorciatoia, ma ci auguriamo che il prossimo anno la disattivazione della rete Gsm ci sia. Quest’anno, purtroppo, non c'erano fondi per cercare aule diverse da quelle dell'Università».

Esami d'avvocato: la rabbia degli "onesti", scrive “Lecce News 24”. Lecce. Prosegue nelle aule di Giustizia la vicenda degli esami per aspiranti avvocato. Nella bufera sono finiti oltre 100 compiti, ma c’è chi chiede “non facciamo di tutta l’erba un fascio”. I compiti incriminati, i “copia e incolla” , sono finiti in Procura nelle mani del Procuratore Capo di Lecce, Cataldo Motta. La vicenda ha fatto discutere molto e tanti sono stati i commenti giunti alla redazione di Leccenews24 che ha seguito puntualmente tutti i risvolti. Vogliamo di seguito pubblicare una email inviataci da uno dei tanti aspiranti avvocato, uno degli “onesti”, ovvero di coloro i quali non hanno cercato scappatoie per tentare di passare l’esame. Certo, alla luce di quanto accaduto, che di sicuro non dà lustro al territorio e a coloro che aspirano a svolgere la professione forense, potremmo anche accogliere l’appello dell’avv. Gianluigi Pellegrino che, a commento dei fatti di cronaca, ha lanciato l’ipotesi di cambiare l’esame di abilitazione, un esame definito “anacronistico”, spina nel fianco per chi, dopo la laurea in Giurisprudenza, si trova ad affrontare un ostacolo di non poco conto, che costringe i più a rigettarsi sui libri. E, intanto, i numeri si ripetono e ogni anno la delusione pervade chi, magari con più preparazione e più motivazione di altri, si ritrova con il compito che non raggiunge la sufficienza e colleghi “più fortunati” che, invece, si trovano ammessi agli orali.

Gent.mo Direttore, ho partecipato all'esame di stato per raggiungere un mio grande sogno: diventare avvocato! Non sono tra i fortunati ammessi all'orale nè tra gli "sfortunati" che forse verranno indagati per plagio. Non voglio inserirmi in una determinata fascia o schiera. Ho semplicemente cercato di fare il mio dovere ricevendo quale risultato il seguente: 82 su un minimo di 90. Le dirò, non sono l'unico! Di quei circa 1250 candidati, ci sono stati colleghi più bravi (se possiamo considerarci tali) che hanno ottenuto 83, 84, 85, 86 e che, come me, si sono ritrovati il 21 giugno - giorno dell'inizio dell'estate - con un pugno di mosche (o per meglio dire con un pugno di zanzare). Non posso "etichettare" i miei compiti, nè tanto meno posso considerare essi utili per ricevere un voto ottimo. So solo che io - come tanti - ho cercato di utilizzare due strumenti per affrontare tre giorni estenuanti: 1. la penna nera, 2. i codici. Non avevo telefoni, pc, iphone o altra tecnologia. Sa cosa mi fa rabbia in questi giorni? Il fatto di leggere quotidianamente sui giornali: "Avvocati copioni!" o essere "etichettati" (e questa volta è realtà) come dei semplici robot che devono solo copiare le informazioni che ricevono da internet o da altri. E' pur vero che il caso è delimitato a solo 100 candidati, ma le notizie che appaiono riportano tutti sullo stesso piano. Le dico solo che l'esame di stato così strutturato - che non assegna alcun posto di lavoro nè tanto meno una retribuzione fissa mensile - risulta più difficile e complesso da superare (ironia della sorte), rispetto ad un possibile impiego. Non mi permetto di giudicare e soprattutto non mi permetto di commentare quanto paventato. Dico solo che i candidati al titolo sono tanti e di questi vi sono persone che cercano di mettere nero su bianco quanto imparato in questi anni e quanto insegnato dai dominus di pertinenza. Non ci sono strategie o utilizzi impropri di tecnologia varia. C'è solo la volontà di chiudere il proprio percorso di studi. Io continuerò sulla mia strada, auspicando che i miei colleghi possano essere consapevoli delle loro qualità e forze, come cerco di farlo io. Ho solo un pò di amarezza, per i seguenti motivi: 1. questa estate avrei preferito consumare la sedia della mia stanza per affrontare l'orale; 2. chi fa di tutta l'erba un fascio fa intendere di non essere un ottimo "giardiniere". Riflettiamo!

AVVOCATI, MA ANCHE NOTAI E MAGISTRATI….COSI’ FAN TUTTI. COPIARE.

Una precisazione dotta da chi annualmente dal 1998 è bocciato per ritorsione agli esami di avvocato, affinchè a Lecce, Taranto e Brindisi non ci sputtanino in tutta Italia. A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Prescindendo dalla caccia mirata alle streghe, c’è forse di più? Da quando esiste questo tipo di esame voluto dai nostri legulei, sempre si è copiato. Prima era la dettatura diretta dei commissari d’esame, che erano anche consiglieri dell’Ordine degli Avvocati. Per poi discernere tra i compiti uguali, quali fossero quelli degli amici da abilitare. A Catanzaro i candidati avvocati passarono tutti. In Magistratura la sessione del 1992 è stata annullata, ma chi passò l’esame fasullo sono lì a giudicare. Raccomandazioni e favoritismi, per questo sono stati cacciati i consiglieri dell’Ordine e i compiti sono diventati più che itineranti: turistici. Turistici perché prima della riforma gli esiti sugli elaborati di dicembre si conoscevano a marzo. Dopo la riforma gli esiti si conoscono a giugno, luglio o, addirittura, settembre. Oggi il candidato copione si è evoluto: ci sono i cellulari, palmari, ecc.. Ma non è certo peggiore di chi, copiando e raccomandandosi, si è abilitato ed oggi è lì a fare la ramanzina da commissario d’esame. Il ragionamento è in generale ed ogni riferimento a persone specifiche è puramente casuale. Quindi chi si è abilitato barando, ha scoperto l’acqua calda. Questa caccia alle streghe, perché? Vagito di legalità? Manco per idea. In tempo di magra per i professionisti sul mercato, si fa passare per plagio, non solo la dettatura uniforme dell’intero elaborato (ripeto, che c’è sempre stata), ma anche l’indicazione della massima giurisprudenziale senza virgolette. Per chi opera in ambito giuridico le massime della Cassazione sono l’appiglio per tutte le tesi difensive di parte o accusatorie. Senza di queste sarebbero solo opinioni personali senza valore. Altra cosa è riportare pari pari, più che le massime, le motivazioni delle sentenze. La Corte suprema di cassazione è il giudice di legittimità delle sentenze emesse dalla magistratura in Italia. Essa è unica sul territorio nazionale e ciò costituisce un'ulteriore garanzia per la sua  funzione nomofilattica, la quale consiste nell'assicurare l'esatta osservanza e l'uniforme interpretazione delle norme di diritto. In tal senso le sue sentenze costituiscono un criterio orientatore della giurisprudenza nazionale, la quale nell'assumere le proprie decisioni può, e in alcuni casi deve, tenere conto delle sentenze emesse della Corte. Infatti presso la Cassazione è incardinato un ufficio noto come Ufficio del Massimario, la cui funzione è quella di enucleare i princìpi di diritto espressi dalla Corte nelle sue pronunce. La massima giurisprudenziale, di appena un periodo lessicale, è la sintesi che il giudice estrapola dal suo enunciato tra l’esatta individuazione del fatto, la corretta individuazione/interpretazione della norma che lo regola e la corretta sussunzione (incapsulamento) di quel fatto in quella disposizione. La Massima è importante e fondamentale per l’operatore del diritto perché è l’enunciazione della regula juris in quella fattispecie, ma anche il precedente giurisprudenziale destinato ad orientare in casi analoghi tutta la galassia dei legulei. Momento delicatissimo quello della massimazione delle sentenze; più delicato del decidere la causa, perché la sentenza si rivolge solo alle parti, tra le quali regola la contesa, mentre la massima è (o sarebbe) destinata a costituire ed enunciare la regula juris generale dell’ordinamento in quella fattispecie, destinata a valere erga omnes. Non è raro, però, barcamenarsi tra Massime contrastanti tra di loro. Per questo interviene la Corte di Cassazione a Sezioni Unite: per mettere pace e definitività tra fazioni opposte sezionali. Ai candidati agli esami il consiglio è quello di studiare e non affidarsi a trucchi e trucchetti. Si rischia grosso e non tutti lo sanno. Anche perché il copiare lo si fa passare per peccato veniale. Copiare ad esami e concorsi, invece, potrebbe far andare in galera. E' quanto stabilito dalla legge n. 475/1925 e dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 32368/10. La legge recita all'art.1 :“Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l’abilitazione all’insegnamento ed all’esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l’intento sia conseguito”. A conferma della legge è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza n.32368/10, che ha condannato una candidata per aver copiato interamente una sentenza del TAR in un elaborato a sua firma presentato durante un concorso pubblico. La sentenza della sezione VI penale n. 32368/10 afferma: “Risulta pertanto ineccepibile la valutazione dei giudici di merito secondo cui la (…) nel corso della prova scritta effettuò, pur senza essere in quel frangente scoperta, una pedissequa copiatura del testo della sentenza trasmessole (…). Consegue che il reato è integrato anche qualora il candidato faccia riferimento a opere intellettuali, tra cui la produzione giurisprudenziale, di cui citi la fonte, ove la rappresentazione del suo contenuto sia non il prodotto di uno sforzo mnemonico e di autonoma elaborazione logica ma il risultato di una materiale riproduzione operata mediante l’utilizzazione di un qualsiasi supporto abusivamente impiegato nel corso della prova”. In particolare per gli avvocati la Riforma Forense, legge 247/2012, al CAPO II (ESAME DI STATO PER L’ABILITAZIONE ALL’ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE DI AVVOCATO) Art. 46. (Esame di Stato) stabilisce che “….10. Chiunque faccia pervenire in qualsiasi modo ad uno o più candidati, prima o durante la prova d’esame, testi relativi al tema proposto è punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, con la pena della reclusione fino a tre anni. Per i fatti indicati nel presente comma e nel comma 9, i candidati sono denunciati al consiglio distrettuale di disciplina del distretto competente per il luogo di iscrizione al registro dei praticanti, per i provvedimenti di sua competenza.”

Ma, di fatto, quello previsto come reato è quello che succede da quando esiste questo tipo di esame e vale anche per i notai ed i magistrati. Eppure, come ogni altra cosa italiana c’è sempre l’escamotage tutto italiano. Una sentenza del Consiglio di Stato stabilisce che copiare non è reato: niente più punizione. Dichiarando tuttavia “legale” copiare a scuola, si dichiara pure legale copiare nella vita. Non viene sanzionato un comportamento che è senza dubbio scorretto. Secondo il Consiglio di Stato, il superamento dell’esame costituisce di per sè attestazione delle “competenze, conoscenze e capacità anche professionali acquisite” dall'alunna e la norma che regola l'espulsione dei candidati dai pubblici concorsi per condotta fraudolenta, non può prescindere "dal contesto valutativo dell’intera personalità e del percorso scolastico dello studente, secondo i principi che regolano il cosiddetto esame di maturità": le competenze e le conoscenze acquisite….in relazione agli obiettivi generali e specifici propri di ciascun indirizzo e delle basi culturali generali, nonché delle capacità critiche del candidato. A ciò il Cds ha anche aggiunto un'attenuante, cioè "uno stato d’ansia probabilmente riconducibile anche a problemi di salute" della studentessa stessa, che sarebbe stato alla base del gesto. Il 12 settembre 2012 una sentenza del Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione del Tar della Campania che aveva escluso dagli esami di maturità una ragazza sorpresa a copiare da un telefono palmare. Per il Consiglio di Stato la decisione del Tar non avrebbe adeguatamente tenuto conto né del “brillante curriculum scolastico” della ragazza in questione, né di un suo “stato di ansia”. Gli esami, nel frattempo, la giovane li aveva sostenuti seppur con riserva.

Quindi solo fumo negli occhi per nascondere ai profani il vero intento: limitare l’accesso ai nuovi avvocati che toglierebbero il pane ai vecchi volponi. 

Ciò è quello che avevo da dire. E magari, tra chi mi legge, si chiedesse anche il perché, questi volponi di tutte le parti d’Italia, non mi abilitano all’avvocatura dal 1998. Perché li conosco bene!! Peccato, però che i giornalisti credano a loro e non a me, che da anni denuncio il concorso truccato di avvocato e lo sfruttamento dei praticanti.

D'altronde le tracce sono conosciute giorni prima la sessione per poter farsi redigere da altri l’elaborato e poi copiarlo e consegnarlo all’esame, tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una interrogazione al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).

Concorso per avvocati? Si passa con il cellulare. I telefonini sono proibiti, ma non per i furbi. Il sito internet con tutte le soluzioni dei quiz era cliccatissimo. Ma a esami scritti ancora in corso...scrive Andrea Cuomo su “Il Giornale”. Roma. «Una domanda x tutti, ci sarà qualche anima pia che svolgerà le tracce per poi farle girare?», chiede alle 11,19 Axel 74, uno che se il nickname non mente ha 37 anni suonati. «Qualcuno può riportare gentilmente le tracce?», si angoscia poco dopo un altro. Accontentati alle 11,43 da uno che si autoaccredita nel nickname Pinco pallino attendibile: «Traccia 1 (aggiornamento): L’agenzia immobiliare Beta... Traccia 2 (aggiornamento): Caio, che abita in un condominio...». Ok, la traccia è giusta. Il sito è mininterno.net, ma il Viminale non c’entra nulla, anche se si gioca chiaramente sull’equivoco. Si tratta del «portale di riferimento per la preparazione personale a tutti i concorsi pubblici e ad altri esami basati su quiz a risposta multipla», come si autocelebra sulla home page. Un sito ieri supercliccato. Si celebrava infatti il primo dei tre giorni dell’esame di Stato per avvocati, la prova di parere motivato in materia regolata dal codice civile. Così il forum «Toto tracce esame avvocato 2011/2012» per tutto il giorno ha ospitato il tam tam delle aspiranti toghe, all’opera nelle decine di sedi nazionali, e di chi da fuori, davanti a un computer, cercava evidentemente di aiutarli. Intendiamoci: l’uso di telefonini e altri strumenti elettronici è rigorosamente vietato nelle sedi di esame. Ma viene il dubbio che in qualche città le regole non siano state fatte rispettare con tanto zelo. Altrimenti Biscottina, alle 11,38, non scriverebbe accorata: «Ragazzi, ma qui pubblicate anche qlc info circa la risoluzione delle tracce???». E l’aiuto arriva: sono le 12,21 quando qualcuno posta una lunga soluzione della prima traccia, con tanto di analisi della questione, norme da considerare nella redazione del parere, giurisprudenza in materia e conclusioni. Basta cambiare due o tre parole, aggiungere un’imperfezione civetta et voilà, mezzo esame è fatto. Alle 13,01 arriva anche la soluzione alla seconda traccia: chi ha un iPad o un blackberry sfuggito ai controlli è a posto. Ecco, i controlli. Molti dei «post» sul forum informano sulla possibilità di fare entrare nelle varie sedi di esame strumentazioni elettroniche. «A Catanzaro pare ci siano i Jumper per i cellulari» (i jumper sono strumenti che schermano gli impianti elettronici) scrive uno alle 9,08. «A Salerno hanno messo i metal detector!» è il grido di angoscia di Paco1789 alle 9,52. Ma Indignados alle 10,02 lo smentisce: «A Salerno non ci sono metal detector... Non dite str...ate». Altre note di cronaca da Napoli: «Tutto come altri anni... c’è chi si è portato la stampante ;)», dice uno. «I cell funzionano e non ci sn metal detector!!!!», aggiunge un altro. L’esame della Mostra d’Oltremare nel capoluogo campano, con ben 6274 candidati, a giudicare dalle citazioni è il più caotico (Pronto soccorso esame scrive: «Un appello a chi ha amici e colleghi a fare l’esame a Napoli. Appena escono le tracce pubblichiamole perché tanto a loro detteranno tardissimo e possiamo aiutarli tranquillamente!»), ma anche Salerno, Lecce, Messina, Catanzaro, Reggio Calabria, Bari sono i luoghi di questa geografia tutta meridionale dell’aiutino, del «c’ho un amico», del mezzuccio. Che irrita anche alcuni frequentatori del forum: «Certo che sto esame è scandaloso come il Paese che abitiamo...», scrive uno alle 15,05. Sottoscriviamo.

Milano. Cronaca di una farsa annunciata: martedì 13 dicembre va in scena la prima prova dell’esame da avvocato 2011, scrive Fabio De Strefano su “Libero Quotidiano”. Il parere civile. Due testi e migliaia di tirocinanti disseminati tra le fiere e le scuole del Belpaese. Un caos. Ciascuna sede inizia a un orario diverso, telefonini (sono proibiti i dispositivi digitali), soprattutto i  Blackberry, che entrano come nulla fosse,  tracce copia incollate in rete mentre i provetti legali devono ancora accomodarsi e bagni usati a mo’ di copisterie. Nessuno scoop è una routine che si ripete da anni, ma a leggere minuto per minuto il forum della redazione di mininterno.net  (portale sui concorsi pubblici) viene da chiedersi a cosa serva. Il primo messaggio è datato 7 e 36 del mattino. Tale “Mik” che chiede: «Si sanno le tracce?». Che fretta, i nostri devono ancora entrare. E infatti gli arrivano risposte interlocutorie, «di già possibile?» replica “anaflagio”. Passano pochi minuti e quello che era un appello isolato si trasforma in un coro. Otto e 23, 8 e 27, 8 e 47, poi le 9: «Raga ste tracce...». Monta la tensione. “Pronto soccorso esame”: «A Napoli sono in alto mare!!! Sono entrati in pochissimi…». Oppure: «Ho sentito che a Salerno addirittura ci sono i metal detector...». Quindi «legale»: «Ragazzi massima collaborazione come negli anni passati!!!». E poi una voce unica: «A Padova?», «A Napoli?», «A Catanzaro?», «A Milano». Notizie?. Allarme rosso: «A Salerno stanno sequestrando i cellulari… c’erano dei carabinieri in borghese tra i candidati…». Non è vero. I minuti passano. Ore 9 e 53 “Vale” dà la prima traccia. A spizzichi e bocconi: «L’agenzie immobiliare beta, aveva ricevuto… un mandato per la vendita di un immobile… Media (in realtà è Mevia) concludeva successivamente la vendita del suo bene, a mezzo dell’intervento di un’altra agenzia immobiliare…. Il candidato assunta la veste di difensore dell’agenzia beta…». Ci sono lacune, è evidente, ma il dado è tratto. No, non è così, sarebbe la traccia dell’anno prima. Serve di più. Occhio posta pure un tale, “Polizia postale”: «Gli utenti di questo forum che diffonderanno notizie dall’interno delle sedi d’esame saranno rintracciati e immediatamente espulsi dalle rispettive sedi». Gelo in chat. Si studiano strade alternative. «Facciamo un gruppo su Facebook», suggerisce “Stella”. «No restiamo qui è uno scherzo». E intanto “Polizia Postale” insiste. Occhio, arrivano conferme. Ore 10 e 59, Capparola: «Raga: “ag immobiliare e condominio». C’è anche la seconda. «Così non significa nulla! Chi sa, postasse le tracce per intero». E certo. Ore 11 e 43, le tracce arrivano per intero, fonte “pinco pallino”. La prima, quella sull’agenzia immobiliare viene integrata, la seconda è sul condominio: «Caio, che abita in un condominio, viene richiesto, dalla ditta Gamma che fornisce il combustibile utilizzato nell’impianto di riscaldamento condominiale centralizzato, del pagamento dell’intera fornitura di gasolio. Il candidato, assunta la veste di legale di Caio, rediga parere, illustrando gli istituti sottesi alla fattispecie ecc ecc.». Arrivano i suggerimenti, la giurisprudenza in materia. Nuovi dettagli sulle tracce. Si discute, ci si confronta. Ore 12 e 21: la prima soluzione è già in rete. Ore 12 e 21: «A Napoli hanno appena iniziato a dettare». Ore 13: è in rete anche il secondo parere, quello sul condominio. Ne arrivano altri e altri ancora. «Raga coordiniamoci. Qual è quello buono». E chi può dirlo. Fermi tutti. Parla “già dato” (uno che l’esame deve averlo superato qualche anno fa): «Capisco la voglia di aiutare colleghi, amici e parenti... capisco che questo esame è assurdo da ogni punto di vista... mi sembra però che voi una cosa non l’abbiate capita: “passare lo scritto è solo questione di culo. Non importa se hai svolto l’esame da Dio, bisogna vedere chi ti corregge, se quel giorno è nervoso o sereno, se ha già corretto altri compiti e quanti ne sono già passati... e basta». Ore 14 e 50, l’amministratore del Forum: «A causa della continua violazione delle regole del forum e delle leggi vigenti in Italia siamo costretti a chiudere la discussione». Ore 14 e 52, la risposta: «Ma taci e smettila di dire idiozie...». Anche per quest’anno la farsa è servita.

Una denuncia per calunnia, abuso d'ufficio e diffamazione contro la Commissione di Esame di Avvocato di Catania per tutelare l’immagine dei professionisti e di tutti i cittadini leccesi, tarantini e brindisini è quanto propone il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” (www.controtuttelemafie.it) e profondo conoscitore del fenomeno degli esami e dei concorsi pubblici truccati. Proposta presentata a tutti coloro che sono stati esclusi ed a tutti gli altri, anche non candidati all’esame di avvocato, che si sentono vittime di questo fenomeno di caccia alle streghe o che si sentano diffamati come rappresentanti e come cittadini del territorio, ormai sputtanato in tutta Italia. E proposta di presentazione del ricorso al Tar che sarebbe probabilmente accolto, tenuto conto dei precedenti al Consiglio di Stato.

«A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Da 20 anni denuncio che in Italia agli esami tutti si copia ed adesso scoprono l’acqua calda. E copiano tutti. Si ricordi il “Buffoni, Buffoni” all’esame per magistrati o le intemperanze gli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio.

Le mie denunce sono state sempre archiviate ed io fatto passare per pazzo o mitomane.

Quindi chi si è abilitato barando, ha scoperto l’acqua calda. Questa caccia alle streghe, perché? Vagito di legalità? Manco per idea. In tempo di magra per i professionisti sul mercato, si fa passare per plagio, non solo la dettatura uniforme dell’intero elaborato (ripeto, che c’è sempre stata), ma anche l’indicazione della massima giurisprudenziale senza virgolette. Ergo: dov’è il dolo? Per chi opera in ambito giuridico le massime della Cassazione sono l’appiglio per tutte le tesi difensive di parte o accusatorie. Senza di queste sarebbero solo opinioni personali senza valore. Altra cosa è riportare pari pari, più che le massime, le motivazioni delle sentenze.

Prescindendo dalla caccia mirata alle streghe, c’è forse di più?

Ed allora i candidati esclusi alla prova scritta dell’esame di avvocato tenuta presso la Corte d’Appello di Lecce si rivolgano a noi per coordinare tutte le azioni di tutela:  una denuncia per calunnia, abuso d’ufficio e per diffamazione contro tutti coloro che si son resi responsabili di una campagna diffamatoria ed un accanimento senza precedenti. Premo ricordare che l’esame è truccato insitamente e non bisogna scaricare sulla dignità e l’onore dei candidati gli interessi di una categoria corporativistica. Nessuno li difende i ragazzi, esclusi e denunciati (cornuti e mazziati) ma, dato che io c’ero e ci sono dal 1998, posso testimoniare che se plagio vi è stato, vi è sempre stato, e qualcuno ha omesso il suo intervento facendola diventare una consuetudine e quindi una norma da rispettare, e sono concorsi nel reato anche la commissione di Lecce ed il Presidente della Corte d’Appello, Mario Buffa, in quanto hanno agevolato le copiature. L’esame di avvocato in tutta Italia si apre alle 9 con la lettura delle tracce, che così finiscono in rete sul web. A Lecce l’esame non inizia mai prima delle undici. I ragazzi più furbi hanno tutto il tempo di copiare legalmente, in quanto l’esame non è ancora iniziato e quindi, se hanno copiato, non lo hanno fatto in quel frangente, perché non ci si può spostare dal banco. Anche se, devo dire, si è sempre permessa la migrazione per occupare posti non propri.  

Su questi punti chiamerei a testimoniare, a rischio di spergiuro, tutti gli avvocati d’Italia.

Ai malfidati, poi, spiegherei per filo e per segno come si trucca l’esame, verbalmente, in testi ed in video.

Mi chiedo, altresì, perché tanto accanimento su Lecce se sempre si è copiato ed in tutta Italia? E perché non ci si impegna ha perseguire le commissioni che i compiti non li correggono e li dichiarano tali?

Ma la correzione era mirata al dare retti giudizi o si sono solo impegnati a fare opera inquisitoria e persecutoria?

Inoltre ci sono buone possibilità che il ricorso al Tar avverso all’esclusione possa essere accolto in base ai precedenti del Consiglio di Stato».

Prego i direttori di dare rilevanza a questa iniziativa. In caso contrario cesserà ogni invio di note stampa ed ogni nostra collaborazione con chi non tutela l’onore del territorio a favore degli interessi corporativi della casta giudiziaria.

«Esami di avvocato: ma li leggono davvero gli scritti?» Chiede un candidata all’esame di avvocato a Beppe Sevegnini del “Corriere della Sera”.

«Salve Severgnini, sono una praticante arrabbiata e amareggiata, che per la terza volta non riesce a superare l’esame per diventare avvocato. In un paese normale il motivo dell’insuccesso sarebbe da attribuire a me stessa, scarso impegno, scarsa attitudine, incapacità, ma purtroppo questo non rientra nel mio caso, tutt’altro! Dico purtroppo, perchè altrimenti saprei cosa fare: impegnarmi e studiare, la cosa tra l’altro che mi riesce meglio, la mia lode alla laurea lo conferma. Ma l’esame scritto è una pagliacciata, una presa in giro, una lotteria. Un esame che non seleziona i migliori, ma i fortunati e i raccomandati. L’esame diventa la fiera dello scopiazzare, arrivano soluzioni dall’esterno tramite cellulari, alcuni con auricolari si fanno dettare tutto lo scritto. Ma poi gli scritti fatti bene non dovrebbero passare? Invece capita spesso, chi ha sostenuto l’esame le potrà fornire numerose testimonianze, che scritti uguali hanno valutazioni enormemente discordanti, alcuni passano con votazioni alte e gli altri vengono respinti! Ma li correggono sul serio questi scritti? Inoltre c’è gente che sostiene l’esame di avvocato dopo aver fatto una pratica fittizia, solo per prendersi il titolo, e chi come me ogni giorno pratica la professione, perché vuole fare questo mestiere e si sente portata per farlo, deve giocare alla lotteria con gente che vuole solo il vessillo da apporre sui biglietti da visita. Mi sento vittima di un sistema che non premia i migliori, un sistema che mi sta umiliando e demoralizzando. Io che non posso crearmi un futuro, aprirmi un mio studio, seguire le mie pratiche senza l’appoggio di un avvocato. Vorrei un sistema che premiasse i migliori, vorrei poter dire che è colpa mia se non ho superato l’esame. A dicembre parteciperò ad un’altra lotteria, sperando di vincere quello che in un paese normale otterrei solo con il mio impegno e bravura. Saluti.»

Esame da avvocato, persino il Ministro è stato bocciato, racconta Valeria Roscioni su “Studenti”. Paola Severino incoraggia gli studenti e racconta: “Anch’io la prima volta fui bocciata all’esame per diventare avvocato”. Raccontare una propria disavventura per infondere coraggio alle nuove generazioni. Questa è la tecnica adottata dal Ministro della Giustizia Paola Severino con i ragazzi della «Summer School» promossa dalla Fondazione Magna Charta di Gaetano Quagliariello e Maurizio Gasparri. “Cari ragazzi, non dovete scoraggiarvi perché anch’io la prima volta fui bocciata all’esame per diventare avvocato… Quella volta ero con il mio futuro marito: lui fu promosso e io non ce la feci… Ma eccoci ancora qua. Siamo sposati da tanti anni” ha raccontato di fronte ai futuri avvocati puntando tutto sulla love story e omettendo che, nonostante quella bocciatura, sarà titolare fino a novembre di uno degli studi legali più importanti d’Italia (con cifre che si aggirano intorno ai 7 milioni di euro). Una piccola consolazione non solo per i laureati in legge, ma anche per tutte le future matricole che sosterranno i test di ammissione. In fondo anche Albert Einstein venne bocciato. E a quanto pare anche la Severino.

Bisognerebbe, però, chiedere al ministro: gli amorosi l’aiuto se lo son dato vicendevolmente ed i compiti sicuramente erano simili, quindi perché un diverso giudizio?

Lo scandalo di Catanzaro: oltre duemila compiti-fotocopia.

Su 2301 prove scritte per l’accesso all’albo degli avvocati consegnate a metà dicembre del 1997 alla commissione d’esame di Catanzaro, ben 2295 risultano identiche. Soltanto sei elaborati, cioè lo 0,13 per cento del totale, appare non copiato. Lo verifica la Guardia di finanza, dopo la soffiata di alcuni esclusi, su mandato della Procura della Repubblica di Catanzaro. Si apre un’indagine resa pubblica nell’estate 2000 da Gian Antonio Stella sul «Corriere della Sera», in cui si denunciano compiti identici, riga per riga, parola per parola. Le tre prove di diritto civile, diritto penale e atti giudiziari non mettono in risalto differenze. Sono uguali anche negli errori: tutti correggono l’avverbio «recisamente» in «precisamente». Una concorrente rivela che un commissario avrebbe letteralmente dettato lo svolgimento dei temi ai candidati. Racconta: «Entra un commissario e fa: “scrivete”. E comincia a dettare il tema, piano piano, per dar modo a tutti di non perdere il filo». Giuseppe Iannello, presidente dell’ordine forense di Catanzaro, smentisce tutto. Iannello non è uno qualunque ma un notabile dell’ente di categoria. È una vita che siede nel consiglio forense di Catanzaro, del quale per decenni rimane incontrastato presidente (lo sarà fino al 2012), spesso partecipando direttamente alle commissioni d’esame. Molto conosciuto in tribunale, consulente della Regione Calabria e storico socio del Lions club di Catanzaro, Iannello, che ha uno studio anche a Roma, leva la voce a difesa della procedura di accesso alla professione. Ma la candidata continua: «Che imbecilli quelli che hanno parlato, sono stati loro a incasinare tutto. Se non avessero piantato un casino sarebbe andato tutto liscio». L’indagine è affidata ai pm Luigi de Magistris e Federica Baccaglini, che ipotizzano il reato di falso specifico e inviano ben 2295 avvisi di garanzia. Il clima è pesante e il consiglio dell’ordine calabrese protesta contro la «ferocia demolitrice della stampa» e la volontà di «aggredire tutta la città di Catanzaro». Lo scandalo dei 2295 compiti-fotocopia alza il velo su una prassi che molti conoscono. La sede d’esame della città calabrese è nota per l’altissimo numero di partecipanti e promossi: oltre il 90 per cento. Una marea che sbilancia l’intero numero di accessi nazionali. Non è l’unica mecca delle toghe: le fa concorrenza anche Reggio Calabria che, tra l’altro, nel 2001 promuove il futuro ministro dell’Istruzione per il Pdl Mariastella Gelmini in trasferta da Brescia. Ma Catanzaro è da Guinness dei primati. I candidati arrivano da tutta Italia, e i veri intoccabili soprattutto dalle sedi del Nord dove gli esami sono molto selettivi. Gli aspiranti avvocati milanesi o torinesi risultano residenti a Catanzaro per i sei mesi necessari per il tirocinio, svolto in studi legali del luogo, i quali certificano il praticantato dei futuri colleghi. Frotte di giovani si fanno consigliare dove e come chiedere ospitalità. In città esistono numerose pensioni e alloggi, oltre a cinque alberghi, che periodicamente accolgono con pacchetti scontati i pellegrini forensi. Tutti sanno come funziona e nessuno se ne lamenta. L’omertà è totale. I magistrati interrogano gruppi di candidati dell’esame del dicembre 1997, che rispondono all’unisono: «Mi portai sovente in bagno per bisogni fisiologici […]. Non so spiegare la coincidenza tra gli elaborati da me compilati e quelli esibiti. Mi preme tuttavia evidenziare che qualcuno potrebbe avermi copiato durante la mia assenza». Mentre il procedimento giudiziario avanza a fatica per la difficoltà di gestire un numero così grande di indagati, tutti gli aspiranti avvocati dell’esame del 1997 rifanno le prove nel 1998 nel medesimo posto e sono promossi. Dopo otto anni di indagini e rinvii, nell’estate 2005 il pm Federico Sergi, nuovo titolare dell’indagine, chiede e ottiene per ciascuno il «non luogo a procedere per avvenuta prescrizione». Tutto finito.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Quello per giudici e pm resta uno dei concorsi più duri. Dopo la laurea occorrono oltre due anni di preparazione negli studi forensi. Oppure nelle scuole universitarie di specializzazione per le professioni legali. Sui 3.193 candidati che nel novembre 2008 hanno consegnato i tre scritti di diritto amministrativo, penale e civile, la commissione ha mandato agli orali soltanto 309 aspiranti magistrati. Per poi promuoverne 253. Nonostante i quasi due anni di prove e correzioni e i soldi spesi, il ministero non è nemmeno riuscito a selezionare i 500 magistrati previsti dal concorso. E tanto attesi negli uffici giudiziari di tutta Italia. Se questi sono i risultati dei corsi di formazione post-laurea, il fallimento degli obiettivi è totale. Eppure almeno cinque tra i 28 commissari sono stati scelti dal ministro Alfano proprio tra quanti hanno insegnato nelle scuole di specializzazione per le professioni legali. "I componenti della commissione rispondono che il livello degli elaborati non ammessi era basso", dice l'avvocato Anna Sammassimo, dell'Unione giuristi cattolici: "Ma alla lettura degli elaborati dichiarati idonei si resta perplessi e molto. Tanto più che i curricula dei candidati esclusi destano ammirazione. Dal verbale da me visionato, il 227, risulta che la correzione dei tre elaborati di ciascun candidato ha impegnato la sottocommissione per circa 30 minuti: per leggere tre temi di tre materie, discuterne e deciderne il voto o la non idoneità sembra obiettivamente un po' poco". La questione che ha spinto quasi tutti i ricorsi è anche la presunta impreparazione della commissione nella compilazione dei verbali. Impreparazione che, secondo i ricorrenti, potrebbe avere viziato l'esame già dagli scritti, organizzati tra il 19 e il 21 novembre 2008 in due padiglioni della Fiera di Milano a Rho. Questo è il resoconto del presidente dei commissari: "Va innanzitutto ricordato che lo scrivente è stato individuato quale presidente della commissione esaminatrice", scrive di se stesso Maurizio Fumo in un verbale riservato inviato al ministro e al Csm, "solo pochi giorni prima dell'inizio dei lavori, a seguito della rinunzia del presidente nominato". Contrariamente a quanto stabilito dalla commissione in carica per il precedente concorso, "si è ritenuto di non ammettere testi contenenti note di dottrina e giurisprudenza anche se le relative pagine fossero state spillate o fatte spillare". Le operazioni di identificazione dei candidati (con tesserini questa volta senza foto) e di controllo dei testi con i codici durano due giorni, il 17 e il 18 novembre: "Sono affluiti circa 5.600 candidati. La media dei testi che ciascuno ha inteso introdurre può individuarsi in 5 o 6 per candidato. Per un totale, quindi, di 28.000-33.600 volumi". E qui cominciano i pasticci. Perché la regola in Italia, anche nel concorso per magistrati, è sempre flessibile: "Il problema della spillatura, nonostante l'annunzio pubblicato sul sito ministeriale, si è riproposto". I candidati che mostrano ai 250 sorveglianti i testi commentati e spillati "vengono invitati a strappare le pagine contenenti note di dottrina o giurisprudenza... oppure a rinunciare al codice stesso". I partecipanti che accettano la soluzione "hanno ottenuto la ammissione dei codici così purgati": che però "continuavano a recare sulla copertina la dicitura "codice commentato"". La mattina del 19 novembre la commissione si riunisce per scegliere le tre tracce di diritto amministrativo: "Subito dopo l'individuazione delle tre tracce, il professor Fabio Santangeli ha rappresentato di doversi allontanare per tornare a Catania... Né d'altronde il Santangeli poteva essere trattenuto d'autorità", ammette Fumo: "A tal punto la commissione ha ritenuto, all'unanimità, necessario eliminare le tre tracce e procedere all'individuazione di tre nuove tracce della medesima materia". Passano le ore. "Non pochi candidati", in attesa fin dalle 8, è sempre scritto nel verbale, "hanno lamentato di essere investiti da flussi violenti di aria fredda". Alle 12,45 la prova scritta non è ancora cominciata. Ormai sono evidenti sui banchi i testi con la dicitura "codice commentato". E i più rispettosi delle regole non la prendono bene. Scoppia la lite. Volano libri, qualche sedia, al grido di vergogna, vergogna: "La commissione, colta in un primo tempo di sorpresa per la violenza, la volgarità e la natura apertamente minacciosa che aveva assunto la protesta, ha comunque mantenuto la calma... solo, dopo più di un'ora e grazie all'atteggiamento fermo ma prudente della polizia penitenziaria, è stato possibile instaurare una qualche forma di dialogo... Altri inoltre chiedevano e ottenevano di verbalizzare dichiarazioni". Quel verbale, controfirmato da otto candidati, secondo i testimoni contiene nomi di persone sorprese con testi irregolari e ora promossi magistrati. Ma è impossibile verificare. Finora il Csm ha impedito l'accesso al documento. E il Tar Lazio non ha ancora depositato una decisione presa nel merito il 28 aprile 2010. "Nei giorni successivi le prove si svolgevano in maniera abbastanza regolare", conclude il presidente Fumo: "Si rendeva necessario tuttavia istituire un apposito banco delle espulsioni... In quanto il numero delle persone trovate in possesso di materiale non consentito (appunti, codici con annotazioni, testi giuridici mascherati con copertine di codici, telefonini e persino un orologio con database) era molto elevato".

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un'agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.

A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.

E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

«Ciao Melitta, hai saputo? Mio marito è stato nominato all'unanimità presidente della Corte d'appello di Messina. Sono molto contenta, dillo anche a Franco (Tomasello, rettore dell'Università) e ricordagli del concorso di mio figlio. Ciao, ciao». Chi parla al telefono è la moglie del presidente della Corte d'appello di Messina, Nicolò Fazio, chi risponde è Melitta Grasso, moglie del rettore e dirigente dell' Università, il cui telefono è intercettato dalla Guardia di Finanza perché coinvolta in una storia di tangenti per appalti di milioni di euro per la vigilanza del Policlinico messinese. Ma non è la sola intercettazione. Ce ne sono tante altre, anche di magistrati messinesi, come quella del procuratore aggiunto Giuseppe Siciliano che raccomanda il proprio figlio. Inutile dire che tutti e due i figli, quello del presidente della Corte d'appello e quello del procuratore aggiunto, hanno vinto i concorsi banditi dall' ateneo. Posti unici, blindati, senza altri concorrenti. Francesco Siciliano è diventato così ricercatore in diritto amministrativo insieme a Vittoria Berlingò (i posti erano due e due i concorrenti), figlia del preside della facoltà di Giurisprudenza, mentre Francesco Siciliano è diventato ricercatore di diritto privato. Senza nessun problema perché non c'erano altri candidati, anche perché molti aspiranti, come ha accertato l'indagine, vengono minacciati perché non si presentino.

ESAME DI AVVOCATO A LECCE: ACCUSA DI PLAGIO PER OLTRE 100 CANDIDATI

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

presenta da Antonio Giangrande in data 1 luglio 2013

al Ministro della Giustizia ed ai Parlamentari

Al Ministro della Giustizia. — Per sapere – premesso che:

alla fine di giugno 2013 si apprendeva dalla stampa che a Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di esame di avvocato presso la Corte d’Appello di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati dell’esame di avvocato sessione 2012 tenuta presso la Corte d’Appello di Lecce. Più di cento scritti sono finiti sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati.

Tenuto conto che le notizie sono diffamatorie e lesive della dignità e dell’onore non solo dei candidati accusati del plagio, ma anche di tutta la comunità giudiziaria di Taranto, Brindisi e Lecce coinvolta nello scandalo, si chiede di approfondire alcune questioni (in relazione alle quali l’interrogante ritiene opportuno siano comunicati con urgenza dati certi) per dimostrare se di estremo zelo si tratti per perseguire un malcostume illegale o ciò non nasconda un abbaglio o addirittura altre finalità –

Per ogni sede di esame di avvocato ogni anno qual è la media degli abilitati all’avvocatura ed a che cosa è dovuta la disparità di giudizio, tenuto conto che i compiti corretti annualmente presso ogni sede d’esame hanno diversa provenienza.

Se per l’esame di avvocato è permesso usare codici commentati con la giurisprudenza;

Se le tracce d’esame di avvocato indicate del 2012 erano riconducibili a massime giurisprudenziali prossimi alla data d’esame e quindi quasi impossibile reperirle dai codici recenti in uso i candidati e se, quindi, i commissari, per l’impossibilità acclamata riconducibile ad errori del Ministero, hanno dato l’indicazione della massima da menzionare nei compiti scritti;

Nella sessione di esame di avvocato 2012 a che ora è stabilita la dettatura delle tracce; presso la sede di esame di avvocato di Lecce a che ora sono state lette le tracce; se in tal caso la conoscenza delle stesse non sia stata conosciuta prima dell’apertura della sessione d’esame con il divieto imposto dell’uso di strumenti elettronici;

Quali sono le mansioni delle commissioni d’esame di avvocato: correggere i compiti e/o indagare se i compiti sono copiati e quanto tempo è dedicata ad  una o all’altra funzione;

Quali sono i principi di correzione dei compiti, ed in base ai principi dettati, quali sono le competenze tecniche dei commissari e se corrispondono esattamente ai criteri di correzione: Chiarezza, logicità e metodologia dell’esposizione, con corretto uso di grammatica e sintassi; Capacità di soluzione di specifici problemi; Dimostrazione della conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici trattati e della capacità di cogliere profili interdisciplinari; Padronanza delle tecniche di persuasione.

Tra i principi indicati qual è la figura professionale tra avvocati, magistrati e professori universitari che ha la perizia professionale adatta a correggere i compiti dal punto di vista lessicale, grammaticale, sintattico,  persuasivo ed ogni altro criterio di correzione riconducibile alle materie letterarie, filosofiche e comunicative.

Quanti e quali sono le sottocommissioni in Italia che da sempre hanno scoperto compiti accusati di plagio e in base a quali prove è stata sostenuta l’accusa;

Quante e quali sono le sottocommissioni di Catania che hanno verificato il plagio de quo e quanti sono gli elaborati accusati di plagio ed in base a quali prove è sostenuta l’accusa.

Se le Sottocommissioni di Catania coinvolte erano composte da tutte le componenti necessarie alla validità della sottocommissione: avvocato, magistrato, professore.

Se tutti i compiti di tutte le sottocommissioni di esame di avvocato di Catania (contestati, dichiarati sufficienti, e dichiarati insufficienti) presentano segni di correzione (glosse, cancellature, segni, correzioni, note a margine);

Quanto tempo, in base ai verbali apertura-chiusura sessione, per ogni compito tutte le sottocommissioni di Catania (anche quelle che non hanno scoperto le plagiature) hanno dedicato alla fase di correzione (apertura della busta grande, lettura e correzione dell’elaborato, giudizio e motivazione, verbalizzazione e sottoscrizione);

Quanto tempo, in base ai verbali apertura-chiusura sessione, per ogni compito tutte le sottocommissioni di Catania (quelle che hanno scoperto le plagiature) hanno dedicato alla fase di correzione e quanto tempo alla fase di indagine con ricerca delle fonti di comparazione e quali sono stati i periodi di pausa (caffè o bisogni fisiologici).

Al Ministro si chiede se si intenda valutare l'opportunità di procedere ad un indagine imparziale ed ad un’ispezione Ministeriale presso le sedi d’esame coinvolte per stabilire se Lecce e solo Lecce sia un nido di copioni, oppure se la correzione era mirata, anzichè al dare retti giudizi,  solo a fare opera inquisitoria e persecutoria con eccesso di potere per errore nei presupposti; difetto di istruttoria; illogicità, contraddittorietà, parzialità dei giudizi.

Se vogliamo dirla tutta, nè i Parlamentari si sono interessati, nè tutti coloro che, candidati o commissari che avrebbero dovuto sentirsi offesi per motu propriu o perchè considerati conniventi, hanno ritenuto di reagire in alcun chè.

Ed a proposito del plagio, proprio a Lecce intervenuto il TAR. Esame avvocato: plagio escluso se riguarda principi giurisprudenziali consolidati. TAR Puglia-Lecce, sez. I, sentenza 24.10.2011 n° 1837. La nota di Alfredo Matranga su “Altalex” spiega bene. Esame avvocato: è illegittimo l’annullamento della prova scritta per plagio se le parti incriminate concernono principi giurisprudenziali consolidati o previsioni normative fondamentali. E’ questo il principio con cui il TAR Lecce, con la sentenza in commento ha accolto il ricorso proposto da un candidato le cui prove erano state prima valutate tutte e tre 30/50, per un totale di 90, e poi annullate a causa di una presunta identità con quelle di altro candidato. Per il TAR adito, infatti, le parti dell’elaborato che hanno portato all’annullamento della prova d’esame, più che alla fattispecie del plagio, sembrano riportabili all’esposizione di principi giurisprudenziali consolidati o dello stesso contenuto di previsioni normative fondamentali, come l’art. 56 c.p..In siffatte ipotesi, ha proseguito il TAR salentino deve pertanto trovare applicazione il principio già affermato dalla Sezione (T.A.R. Puglia Lecce, sez. I, sentenza 21 ottobre 2010, n. 2147), relativo all’impossibilità di considerare come espressione di univoca corrispondenza con altri elaborati l’utilizzazione di formulazioni presenti in giurisprudenza (sempre possibile, in considerazione dell’utilizzazione di codici commentati) o la mera “copiatura” della formulazione delle norme; è, infatti, possibile presumere, come spesso avviene in procedure d’esame o concorsuali, che i passi “incriminati” possano trovare giustificazione nel ricorso a fonti (leggi, giurisprudenza) comuni o nelle <<ordinarie capacità mnemoniche>> dei candidati, che indubbiamente utilizzano testi di studio diffusi e comuni. Ha infine concluso il TAR, ritenendo che l’elaborato del ricorrente e quello contrassegnato con il numero n. 404, al di là del necessario e inevitabile riferimento all’istituto del tentativo, sono caratterizzati dall’utilizzo di tentativi ricostruttivi talmente divergenti (nel caso del ricorrente, il riferimento alla possibile mancanza dell’elemento soggettivo e, nel caso dell’elaborato contrassegnato con il numero 404, all’accordo non punibile ex art. 115 c.p.) da portare a ritenere non credibile l’ipotesi del plagio che, si esaurirebbe, in buona sostanza, nella semplice parafrasi della formulazione e dell’elaborazione giurisprudenziale dell’art, 56 c.p. Annullamento degli elaborati per plagio: vanno individuati i passi copiati, così dice il TAR. La giurisprudenza relativa all’annullamento degli elaborati dell’esame di avvocato che risultino copiati non può, in alcun modo, prescindere dall’individuazione delle parti dell’elaborato che possano giustificare l’applicazione delle sanzioni previste per l’ipotesi del plagio, ma deve invece tendere al riscontro dell'effettiva conformità degli elaborati, tale da far presumere che sia il risultato dell'iniziativa o dell'accordo di più candidati. TAR Puglia-Lecce, sez. II, sentenza 21.10.2010 n° 2147 come spiega bene Alfredo Matranga su “AltaLex”. L’annullamento degli elaborati dell’esame di avvocato che risultino copiati non può, in alcun modo, prescindere dall’individuazione delle parti dell’elaborato che possano giustificare l’applicazione delle sanzioni previste per l’ipotesi del plagio. E’ questo il principio con cui il TAR Lecce, I sez., ha accolto, con sentenza 20.10.2010, n. 2147 il ricorso proposto dal ricorrente avverso la mancata ammissione agli esami orali di avvocato a causa della presunta copiatura da altro candidato. In particolare, ha osservato il TAR salentino come, ai sensi dell’art. 23, ult. comma del r.d. 22 gennaio 1934, n. 37, la giurisprudenza amministrativa ha rilevato che, l’applicazione della previsione (che sanziona la violazione degli obblighi dei partecipanti all’esame di non comunicare tra di loro e di portare nella sede degli esami libri, scritti ed appunti di qualsiasi genere, previsti dagli artt. 20 e 21 del r.d. 37 del 1934) non possa, in alcun modo, prescindere dall’individuazione delle parti dell’elaborato che possano giustificare l’applicazione delle sanzioni previste per l’ipotesi del plagio: <<il limite che la commissione incontra nell'esercizio del potere di annullamento deve essere, invece, individuato nella riscontrata effettiva conformità degli elaborati, che faccia ragionevolmente presumere che essa sia il risultato della iniziativa o dell'accordo di più candidati>> (Consiglio di stato, sez. IV, sentenza 17 febbraio 2004, n. 616 che si pone nel solco di una giurisprudenza assolutamente consolidata). Nella vicenda in esame, infatti, il primo elaborato relativo alla prova di diritto civile non recava assolutamente l’individuazione delle parti o dei passi dell’elaborato che possano aver indotto la Commissione a concludere per la necessità di procedere all’annullamento dell’intera prova, a seguito della presunta conformità dell’elaborato 611 con l’<<elaborato contenuto nella busta n. 782>>, rendendo così praticamente impossibile qualsiasi controllo in ordine alla correttezza sostanziale della valutazione operata dalla Commissione, con consequenziale violazione di pacifici criteri di motivazione degli atti amministrativi desumibili dall’art. 3 della L. 7 agosto 1990, n. 241.

Dopo l’invito a denunciare e l’interrogazione parlamentare da presentare al Ministro della Giustizia inviata al Parlamento, né i cosiddetti rappresentanti del popolo, ne i minchioni dei candidati accusati di plagio hanno fatto qualcosa. La cosa che più dovrebbe far imbarazzare i benpensanti e gli ipocriti è che, per un motivo o per un altro, una coltre di omertà è calata sulla vicenda dei 100 presunti copioni. Se i scribacchini e pennivendoli per parlar male dell’avversario politico o del povero cristo, lo sbattono come mostro in prima pagina, per codesti signori nessuna attenzione è stata data, né la notizia è stata divulgata. Censura ed omertà assoluta: “minchiaaaa……nudda sacciu”.

Una denuncia per calunnia, abuso d’ufficio e diffamazione contro la Commissione d’esame di avvocato di Catania per tutelare l’immagine dei professionisti e di tutti i cittadini leccesi, tarantini e brindisini è quanto propone il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” (www.controtuttelemafie.it) e profondo conoscitore del fenomeno degli esami e dei concorsi pubblici truccati. Proposta presentata a tutti coloro che sono stati esclusi ed a tutti gli altri, anche non candidati all’esame di avvocato, che si sentono vittime di questo fenomeno di caccia alle streghe o che si sentano diffamati come rappresentanti e come cittadini del territorio, ormai sputtanato in tutta Italia. E proposta di presentazione del ricorso al Tar che sarebbe probabilmente accolto, tenuto conto dei precedenti al Consiglio di Stato. «A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Da 20 anni denuncio che in Italia agli esami tutti si copia ed adesso scoprono l’acqua calda. E copiano tutti. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010 o di magistrato nel 1992.

Le mie denunce sono state sempre archiviate ed io fatto passare per pazzo o mitomane.

Quindi chi si è abilitato barando, ha scoperto l’acqua calda. Questa caccia alle streghe, perché? Vagito di legalità? Manco per idea. In tempo di magra per i professionisti sul mercato, si fa passare per plagio, non solo la dettatura uniforme dell’intero elaborato (ripeto, che c’è sempre stata), ma anche l’indicazione della massima giurisprudenziale senza virgolette. Ergo: dov’è il dolo? Per chi opera in ambito giuridico le massime della Cassazione sono l’appiglio per tutte le tesi difensive di parte o accusatorie. Senza di queste sarebbero solo opinioni personali senza valore. Altra cosa è riportare pari pari, più che le massime, le motivazioni delle sentenze.

Prescindendo dalla caccia mirata alle streghe, c’è forse di più?

Ed allora i candidati esclusi alla prova scritta dell’esame di avvocato tenuta presso la Corte d’Appello di Lecce si rivolgano a noi per coordinare tutte le azioni di tutela:  una denuncia per calunnia, abuso d’ufficio e per diffamazione contro tutti coloro che si son resi responsabili di una campagna diffamatoria ed un accanimento senza precedenti. Premo ricordare che l’esame è truccato insitamente e non bisogna scaricare sulla dignità e l’onore dei candidati gli interessi di una categoria corporativistica. Nessuno li difende i ragazzi, esclusi e denunciati (cornuti e mazziati) ma, dato che io c’ero e ci sono dal 1998, posso testimoniare che se plagio vi è stato, vi è sempre stato, e qualcuno ha omesso il suo intervento facendola diventare una consuetudine e quindi una norma da rispettare, e sono concorsi nel reato anche la commissione di Lecce ed il Presidente della Corte d’Appello, Mario Buffa, in quanto hanno agevolato le copiature. L’esame di avvocato in tutta Italia si apre alle 9 con la lettura delle tracce, che così finiscono in rete sul web. A Lecce l’esame non inizia mai prima delle undici. I ragazzi più furbi hanno tutto il tempo di copiare legalmente, in quanto l’esame non è ancora iniziato e quindi, se hanno copiato, non lo hanno fatto in quel frangente, perché non ci si può spostare dal banco. Anche se, devo dire, si è sempre permessa la migrazione per occupare posti non propri. 

Su questi punti chiamerei a testimoniare, a rischio di spergiuro, tutti gli avvocati d’Italia.

Ai malfidati, poi, spiegherei per filo e per segno come si trucca l’esame, verbalmente, in testi ed in video.

Mi chiedo, altresì, perché tanto accanimento su Lecce se sempre si è copiato ed in tutta Italia? E perché non ci si impegna ha perseguire le commissioni che i compiti non li correggono e li dichiarano tali?

Ma la correzione era mirata al dare retti giudizi o si sono solo impegnati a fare opera inquisitoria e persecutoria?

Inoltre ci sono buone possibilità che il ricorso al Tar avverso all’esclusione possa essere accolto in base ai precedenti del Consiglio di Stato».

Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.

I commissari dovrebbero dimostrare che, in quei pochi minuti, la loro attenzione era rivolta, non a correggere ed a valutare i compiti, ma esclusivamente a cercare l’opera primaria, fonte del plagio,  presentata come propria dal candidato, per verificarne l’esatta ed integrale corrispondenza.

Essi, al di là della foga persecutoria, dovrebbero dimostrare che la Premessa, la Tesi e l’Antitesi, le Conclusioni sono frutto di imitazione totale dell’altrui pensiero. Dovrebbero, altresì, dimostrare che il richiamo essenziale alle massime giurisprudenziali (spesso contrastanti tra loro) per suffragare la propria tesi e renderla convincente, siano anch’esse plagio, pur essendo ammessi i codici commentati dalla giurisprudenza, così come non lo sono per i magistrati e per i prossimi esami di avvocato (tempi di applicazione della riforma permettendo).

Dovrebbero, i commissari, dimostrare che quei pochi minuti sono bastati a loro per correggere, accusare e giudicare, rischiando si dichiarare il falso.

Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.

Io che ho denunciato e dimostrato che gli esami ed i concorsi pubblici sono truccati. Forse per questo per le mie denunce sono stato fatto passare per mitomane o pazzo ed ora anche per falsario.

Denigrare la credibilità delle vittime e farle passare per carnefici. Vergogna, gentaglia.

CHI SA, PARLI? ALLORA CONFESSINO TUTTI!!

E’ interessante conoscere i mistificatori di Stato: i difensori a spada tratta degli Ordini Professionali e dell’Esame di Stato, così come dei concorsi pubblici.

LA RAI, L’INFORMAZIONE E LA DESTRA ITALIANA.

Qual è il misfatto? Mazza: "Fini mi ossessionava col cognato". In un libro, Mauro Mazza e Adolfo Urso scrivono la storia di 20 anni di destra: fino a quando gli intrighi hanno seppellito An. © 2013 Lit Edizioni srl Per gentile concessione dell’editore di Mauro Mazza e Adolfo Urso.  Un viaggio nella destra italiana lungo vent’anni. Dal 1993, anno della candidatura di Gianfranco Fini a sindaco di Roma, al 2013. Quando si compie l’esclusione dalle liste del Pdl di gran parte degli esponenti di An. È questo l’arco di tempo preso in esame da Mauro Mazza e Adolfo Urso per raccontare la «parabola» degli eredi della Fiamma missina nel libro, edito da Castelvecchi, Vent’anni e una notte (382 pp, 19,50 euro), da oggi in libreria. La notte in cui, appunto, Silvio Berlusconi azzera di fatto la presenza degli ex An nel Pdl. Non mancano, corredati da documenti e foto, retroscena inediti sull’ascesa e il declino di Fini. Delle cui mosse entrambi gli autori - Mazza da direttore del Tg2 prima e di Raiuno dopo, Urso come parlamentare e viceministro – sono stati testimoni privilegiati. L’ex presidente della Camera non ne esce bene. Come quando, sono i giorni della rottura con il Cavaliere nel 2010, non esita a definirsi con orgoglio un «kamikaze iracheno», pronto a farsi «esplodere e a morire, pur di sancire la fine politica di Silvio Berlusconi». E questo nonostante una mediazione con l’ex premier che sembrava sul punto di essere raggiunta. Ma Fini, rivela Urso, «ogni volta alza il prezzo, perché vuole la rottura, solo la rottura». Non poteva mancare il capitolo, di cui pubblichiamo un estratto, del rapporto con il «cognato» Giancarlo Tulliani, che Fini cerca di favorire in ogni modo attraverso le pressioni sui dirigenti della Rai a lui più vicini come lo stesso Mazza e Guido Paglia, ex responsabile delle relazioni esterne di viale Mazzini. Ma Fini è solo uno dei tanti protagonisti del ventennio d’oro della destra italiana. Un’avventura che adesso, complice il fatto che An abbia perso la sua battaglia politica «nell’ultimo giro di pista», è costretta a ripartire da zero. Con «forma e leader diversi da quelli del passato». Perché «non servono reduci, ma innovatori».

MAURO MAZZA. Un anno dopo le elezioni politiche stravinte, nella primavera 2009, si decide il nuovo organigramma della Rai. Mauro Masi, già segretario generale a Palazzo Chigi, è il nuovo direttore generale. Per me si parla con insistenza della possibilità di essere nominato direttore del Tg1, dopo sette anni alla guida del Tg2. Sarebbe un passaggio naturale. Si sa bene che la linea editoriale del maggiore telegiornale del servizio pubblico è sempre in sintonia con quella del governo in carica. È un’altra verità che alcuni non ammettono, ma è un dato consolidato e immutabile.

Bene, a un certo punto, comincia a circolare la voce che mi sarà proposta la direzione di Rai Uno, la rete «ammiraglia» della Rai. Insomma, da un ruolo giornalistico a uno manageriale, sia pure di grande rilievo, il più importante nella macchina produttiva dell’azienda. Io manifesto qualche riserva. Ma è lo stesso Gianfranco Fini a rassicurarmi e a incoraggiarmi ad accettare. In fondo – penso – anche il direttore uscente Fabrizio Del Noce è un giornalista e ha fatto un buon lavoro come direttore di rete. Rifletto ancora un po’ e mi decido per il sì.  [...] Molto presto capirò anche i motivi della sponsorizzazione di Fini. Mi chiede di tornarlo a trovare a Montecitorio e, nel suo ufficio, trovo un impomatato giovane mai visto prima. Me lo presenta. È Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, la compagna di Gianfranco. Il ragazzo vuole produrre programmi per la tv. Fini mi chiede di dargli una mano. Ci tiene moltissimo e mi affida quella patata bollente. Tulliani chiede subito di realizzare trasmissioni importanti attraverso una sua società – mi dice – che conta buoni autori e ottime idee. Lo vedo un paio di volte: non ha misura, né esperienza, né buone maniere. Valuto un paio di sue proposte. Una mi pare buona per un piccolo spazio pomeridiano: una rubrica di quindici minuti sul rapporto figli-genitori. Gli ascolti sono buoni. «Per quest’anno bisogna accontentarsi, facciamo bene questo e poi si vedrà», provo a spiegargli. Ma Tulliani non si accontenta. Ha fretta e smania. Esagera. Una volta, al telefono, è addirittura sgarbato. Gli rispondo per le rime. Decido di non vederlo né sentirlo più. Mando a Fini un biglietto, gli chiedo di risparmiarmi ogni ulteriore contatto con il «cognato» e gli suggerisco di tenerlo a freno, anche perché circolano voci di altre sue smanie, con altri dirigenti Rai e con esponenti politici di governo. Sono certo che il mio rapporto trentennale con Fini non ne risentirà. Invece, da allora, non l’ho più visto né sentito. Le sue scelte politiche successive, per me scellerate, faranno il resto.

ADOLFO URSO. Questo tuo racconto conferma quello che, dal 2009, è sempre più evidente. Nelle decisioni e nelle scelte di Gianfranco Fini il fattore privato diventa prevalente, anche perché non c’è più un partito come An che, strutturalmente indirizzato, ha sempre tutelato il suo leader. Nel caso della Rai, quei suoi fattori personali mutano la politica e l’atteggiamento della Destra non berlusconiana nei confronti del servizio pubblico. Da sempre, dai tempi del vecchio Msi, si è tentato di conquistare una nostra presenza, sia pure marginale, per esercitare un’opera di moralizzazione e di controllo. Il diritto di rappresentanza all’interno della Rai è stato una battaglia storica per il Msi. Negli anni Ottanta, il missino Guglielmo Rositani venne nominato sindaco revisore dei conti e riuscì a incidere, vera spina nel fianco per amministratori allora abituati a spese facili spesso fuori controllo. All’epoca, Rositani era vicino a Franco Servello, a sua volta in relazione con l’imprenditore tv Silvio Berlusconi, ma certamente non succube dei suoi interessi. Dal 1994, con la Destra al governo, il compito istituzionale di occuparsi della Rai è assunto innanzitutto dal ministro Tatarella, che [...] considera quel ruolo assolutamente decisivo sia per la nostra proiezione pubblica sia per limitare il potere di Berlusconi. Alla sua morte, il pallino passerà di fatto a Gasparri che lo contenderà dapprima a Storace e, successivamente, a Landolfi, presidenti della commissione di vigilanza e quest’ultimo, infine, anche ministro (2005-2006). Forse attraverso questi ultimi, allora molto vicini a lui, Fini tenta di avocare al vertice del partito la questione-Rai, altrimenti appannaggio di Gasparri che Fini considera da tempo troppo allineato al Cavaliere.

MAURO MAZZA. In effetti, l’entrata in scena di Tulliani crea difficoltà, imbarazzi e rotture. È nota la vicenda che ha avuto protagonista Guido Paglia, responsabile Rai per le relazioni esterne e animatore di un centro studi che per lungo tempo ha tenuto assieme moltissimi dirigenti, giornalisti e dipendenti vicini ad An. La sua lite con Fini risale al 2008, quando gli viene presentato il neo-cognato [...]. Paglia prova a dargli una mano. Ci riesce relativamente. Fini lo chiama alla Camera e consente a Tulliani di insinuare, davanti a lui, che Paglia abbia «altri interessi» che gli impedirebbero un intervento in suo favore. Fini non apre bocca. Paglia, furioso, si alza e se ne va. Fine del rapporto. Guido racconterà l’episodio solo molto tempo dopo, saputo di un intervento personale di Fini per impedire che lui fosse nominato vicedirettore generale della Rai.

LE CONFESSIONI DI PAOLO MIELI.

Giusto per capire da che parte stanno. E per renderci conto che la sinistra non è da meno. Libero, 5 maggio 2008. LE CONFESSIONI DI PAOLO MIELI di Barbara Romano.

Giornali, zero. Libri, a non finire nello studiolo del Pontifex Rcs Maximus Paulus Secundus: così Massimo Giannelli ha vignettizzato Paolo Mieli. Più che l'ufficio del due volte direttore del Corriere della Sera, sembra la Biblioteca Ambrosiana. Volumi di ogni foggia, spessore ed età torreggiano sulla sua scrivania, dietro la quale si staglia il tradizionale armamentario enciclopedico di via Solferino: la Treccani dal 1938 a oggi. Di lato, il computer, fisso sull'homepage di Dagospia. C'è persino un'edizione del 1564 delle "Opere Morali" di Cicerone avuta in dono dalla Fallaci, che lui tiene sotto chiave nel cassetto. Assieme a un tomo di Hermann Rauschning, "Hitler mi ha detto..." (Edizioni delle Catacombe), datato 1944: altro regalo di Oriana. Mieli è così: (poco) direttore e (molto) prof. «Sarà un retaggio di mio padre», spiega, «ma mi sta molto a cuore la doppia identità: se una cade l'altra va avanti. Ecco perché considero fondamentale avere due lavori». Oltre a dirigere il Corriere, da cinque anni tiene un corso di Storia contemporanea alla Statale di Milano. «È lì che mi sento veramente arrivato», confessa. «Il giornalismo, invece, è relativo. È quando sto in cattedra o correggo una tesi e ho a che fare con gli studenti, che mi sento veramente un padreterno». Non che non gli piaccia fare il direttore. L'unica foto nell'ufficio è quella che lo ritrae assieme ai padri fondatori del Corriere, accanto a un manifesto di Mao. Ce l'ha messa tutta a risalire la china dopo l'emorragia di copie provocata dal suo editoriale dell'8 marzo 2006 in cui invitava i lettori a votare Prodi. Ora i dati Audipress lo premiano. Nell'ultima rilevazione il Corriere segna un +4,1%, contro il +1,6% di Repubblica. E addirittura un +5,6 rispetto all'autunno 2006. Letto ogni giorno da 2.722.000 persone, il quotidiano diretto da Mieli è quello che cresce di più in Italia (dopo Libero: +4,5%).

Pensa di aver riparato al danno prodotto con il suo endorsement in favore di Prodi?

«Certo. Anzi, quel 5% di lettori del Corriere che reagirono male all'endorsement li abbiamo ripresi e sono anche cresciuti di numero. Perché hanno avuto modo di interpretare il senso di quella scelta».

Lei suggerì loro di votare Prodi, non c'è molto da interpretare.

«La mia non era una scelta di schieramento. L'endorsement, per come lo intendevo io, era di tipo anglosassone: ci lasciava anche liberi di criticare il governo quando andava criticato».

Quanti elettori fece perdere al Corriere?

«In quella primavera-estate ci fu uno scostamento di qualche decina di migliaia di copie».

Il suo vicedirettore Massimo Mucchetti, nel libro "Il Baco del Corriere", racconta che furono 40mila le copie perse.

«Confermo».

Quando decise di schierare il Corriere aveva previsto simili effetti?

«Quando uno fa una scelta di quel tipo mette in conto che le conseguenze possano essere complesse. Ma quei lettori, col tempo, sono rientrati».

Sì, ma allora creò il panico in azienda. Nel Cda del 14 luglio 2006, l'ex ad di Rcs, Vittorio Colao, denunciò che il bilancio risultava gravato da 12 milioni di oneri aggiuntivi necessari per tamponare la perdita di 40 mila copie prodotta dal suo editoriale.

«In effetti, la mia scelta creò dei problemi. Ma penso di aver fatto bene».

Quindi lo rifarebbe?

«No, col senno di poi non lo rifarei».

Si è pentito dell'endorsement?

«No, perché ho fatto una scelta che rientra nei canoni del giornalismo più moderno. Ovviamente mi brucia ancora il bailamme che ne scaturì. Ma pur rimanendo una cicatrice sulla mia immagine, alla lunga sono convinto che il mio sarà considerato un precedente positivo».

Se non si è pentito, perché dice che non lo rifarebbe?

«Se tutti i lettori fossero in grado di capirne il senso, lo rifarei. Ma se c'è anche una piccola minoranza che fraintende, non ne vale la pena. I direttori degli altri grandi giornali fanno continuamente l'endorsement, ma con la mano sotto il tavolo».

I dati sulle vendite del Corriere spesso vengono contestati. Nel computo rientrano solo le copie vendute o anche quelle distribuite sugli aerei e quelle regalate?

«I dati sulle copie vendute sono forniti mese per mese dalle aziende editoriali che valutano le copie all'ingrosso, mettendoci dentro tutto: copie vendute in edicola, porta a porta, in tandem con altri giornali e quelle regalate».

Tutti hanno visto i camion distribuire gratis il Corriere...

«Tutti i giornali distribuiscono copie gratis, Libero compreso. Non è che sugli aerei non c'è Libero».

Non più. Ma è possibile sapere quante sono le copie del Corriere effettivamente vendute?

«Ogni giornale ha il suo dato sulle copie diffuse, ma quello sulle copie effettivamente vendute non è scomponibile da quello delle copie regalate».

Nell'editoriale dell'8 marzo lei si schierò con l'Unione e Berlusconi disse: «Sapete che prima delle elezioni, gli azionisti del Corriere prima e Paolo Mieli poi, vennero da me a garantirmi l'appoggio al voto?". Andò veramente così?

«Incontrai Berlusconi prima del voto e parlammo della situazione politica in generale, ma non gli garantii assolutamente nulla».

A Capri, al congresso dei giovani di Confindustria di ottobre, lei fu durissimo contro il governo: «Le cose fatele, non limitatevi a dirle». Se non è una retromarcia questa...

«Prodi ha dato una buona prova di governo. Ma la sua maggioranza si è comportata in maniera veramente disdicevole. Siccome il mio endorsement l'ho fatto nei confronti del governo Prodi e della possibilità di questa maggioranza di dimostrarsi all'altezza della prova, penso che almeno uno dei due termini del mio editoriale fosse radicalmente sbagliato».

Chi voterà questa volta?

«Devo ancora decidere se rifarò o no l'endorsement. Siccome probabilmente non lo rifarò, o almeno non nei termini in cui l'ho fatto nel 2006, se dicessi chi voto è come se lo rifacessi».

Ma non l'ha già rifatto con il suo editoriale dell'8 febbraio scorso, che benediceva la corsa solitaria di Veltroni?

«No, tant'è vero che non ha avuto l'effetto dell'endorsement. Quell'editoriale voleva essere una constatazione, che di lì a poche ore si è rivelata giusta».

Quale?

«Veltroni, con la sua scelta di andare da solo, ha messo in moto un processo virtuoso e per il centrosinistra e per il centrodestra. Quindi do un giudizio positivo di tutte e due le forze ai nastri di partenza».

Chi vincerà le elezioni?

«Mi sembra una partita tutta da giocare. Ma se fossi uno scommettitore inglese punterei tutto su Berlusconi».

Lei è stato due volte direttore del Corriere, dopo aver diretto la Stampa, passando per Repubblica e l'Espresso. Quando va a dormire la sera si sente Dio onnipotente o un uomo a corto di desideri?

«Io ho un sacco di desideri e quando vado a dormire ho un sacco di pensieri. Molti di lavoro, ma anche pensieri lieti».

Come ha fatto a inanellare una carriera così strepitosa?

«Ho cominciato a lavorare molto giovane in un'Italia che era molto diversa. Nel 1967, un diciottenne appena uscito dal liceo poteva essere assunto in un giornale prestigioso come l'Espresso, allora diretto da Eugenio Scalfari. Tutto un altro mondo il giornalismo a quei tempi. Pensi: si poteva persino licenziare. Tant'è che quattro anni dopo io fui licenziato».

Perché Scalfari la licenziò?

«Perché l'azienda viveva un momento di difficoltà economica. Ma mi tennero con un contratto di collaborazione e due anni dopo mi riassunsero».

Cosa fece nel frattempo?

«Ne approfittai per laurearmi in Storia contemporanea con Renzo De Felice, il grande storico del fascismo, e divenni suo assistente. Mi laureai nel 1972 con una tesi sul corporativismo fascista in pieno periodo di contestazione».

Come visse il '68?

«Dentro il movimento studentesco. Negli anni tra il '68 e il '72 io ero tre cose contemporaneamente. Primo: ero giornalista dell'Espresso, dove tenevo un diario sulla sinistra extraparlamentare. Secondo: militavo in un gruppo che precedette la costituzione di Potere Operaio, dove c'erano Oreste Scalzone, Franco Piperno, Toni Negri, con i quali rimanemmo amici anche negli anni successivi. Terzo: facevo lo studente applicato di De Felice».

Come mai un militante di Potere Operaio decide di fare una tesi sul fascismo?

«Perché successe la cosa più importante della mia vita: l'incontro con De Felice, la rivoluzione copernicana della mia esistenza giovanile. Me lo presentò mio padre: un ex comunista che aveva diretto l'Unità ed era poi uscito dal Pci nel '56, dopo la rivolta d'Ungheria. De Felice mi affascinò, convincendomi che il centro della vita di un individuo è interessarsi in profondità dell'altro da sé, di quella porzione di ragione che ha chi si trova nel campo opposto, politicamente e culturalmente, perché lì puoi scoprire un tesoro».

Lei è figlio d'arte. Crede che il suo destino sarebbe stato lo stesso se suo padre non fosse stato Renato Mieli?

«Mio padre era un ebreo di Alessandria d'Egitto che venne in Italia. Ma durante le leggi razziali si rifugiò in Medio Oriente. Rientrò cambiando identità, nei panni di un colonnello dell'esercito inglese di nome Ralph Merrill. Non considero mio padre un giornalista. Quindi non mi considero un figlio d'arte».

Suo padre fu anche il fondatore dell'Ansa.

«Fondò l'Ansa perché gli inglesi sapevano che era un intellettuale di spessore. Entrato nel Pci, divenne anche direttore dell'Unità nel '49, l'anno in cui nacqui io. Ma poi lasciò la direzione nel '54, per andare a Roma a dirigere la sezioni Esteri del Pci. Nei primi tempi, fummo ospitati da Maurizio e Marcella Ferrara, i genitori di Giuliano, che per me è stato un fratello per tutta l'infanzia e l'adolescenza».

Che rapporto ha lei con l'ebraismo?

«Io mi sento ebreo, anche se "tecnicamente" non lo sono, essendo figlio di padre e non di madre ebrea. Pur non professando alcuna religione, mi sento molto vicino al mondo ebraico».

Che rapporto aveva con suo padre?

«Molto forte. Anche se era più forte il rapporto con mia madre, perché da quando avevo sette anni, quando i miei si separarono, ho vissuto con lei».

Quando fu preso dal sacro fuoco del giornalismo?

«Nel 1967, l'anno in cui feci la maturità classica al Tasso, complice il papà della mia fidanzata dell'epoca, che era un giornalista dell'Espresso, Enrico Marussig. A settembre mi presentò, feci l'abusivo qualche mese e mi assunsero».

Cosa sognava di fare da bambino?

«Il professore universitario. Facevo attività politica. Mi iscrissi prestissimo alla federazione giovanile comunista. Ero dissidente da destra e poi fui travolto dal '68. Ma non sono mai stato maoista. Anche se per vezzo nel mio ufficio tengo un manifesto della rivoluzione culturale di Mao, come una citazione forzata di quello che sono stato».

Doveva essere un secchione...

«No. Fui anche rimandato in storia in quinta ginnasio. Ma ero stato malato, quindi sono giustificato. Anche all'esame di giornalista sono stato bocciato, all'orale».

Paolo Mieli bocciato all'esame di giornalista?

«Cominciarono a torchiarmi con delle domande giuridiche, ma io sapevo poco o niente perché avevo saltato quella parte del programma. Provai a bofonchiare qualcosa. Mi bocciarono».

Quando nell'85 Piero Ostellino volle assumerla al Corriere, lei disse no. Perché?

«Preferii andare a Repubblica, dove mi aveva chiamato Scalfari, con cui avevo lavorato 18 anni all'Espresso. Ma non mi trovai bene».

Perché?

«Perché il passaggio dal settimanale al quotidiano fu un trauma. Il caos e la competitività mi davano ansia e resistetti poco».

Se soffriva d'ansia, come ha fatto nel giro di pochi anni a diventare direttore di due quotidiani: prima della Stampa e poi del Corriere?

«Tutto cominciò con un'intervista che feci a Gianni Agnelli per Repubblica nell'85. Andai da lui a Torino e passammo una giornata intera insieme. Da allora mantenemmo un rapporto di amicizia. E tutte le volte che lui veniva a Roma mi invitava a cena. Ogni tanto andavamo anche in vacanza e a sciare insieme. Quando, nell'86, il direttore della Stampa, Gaetano Scardocchia, propose di assumermi, Agnelli si dichiarò molto contento e il nostro rapporto si intensificò. Nel maggio del '90, Scardocchia lasciò. E Agnelli mi chiamò a dirigere la Stampa, nonostante avessi 41 anni. Nell'autunno del '92, siccome la proprietà era la stessa, e l'Avvocato aveva grande voce in capitolo, mi mandarono a dirigere il Corriere».

Sul Corriere non compaiono quasi mai suoi editoriali. Non le piace scrivere?

«Mi piace. Non scrivo perché penso che il compito di un direttore sia di far scrivere gli altri. Io mi vedo più come direttore d'orchestra che come concertista».

Cosa pensa dei giornalisti?

«Secondo me, i direttori dei giornali fanno poco perché le persone eccezionali possano venir fuori e le meno eccezionali restino un passo indietro».

E lei cos'ha fatto per invertire la tendenza?

«Preferisco non parlare di me. Da osservatore - è un espediente retorico perché giudico anche me stesso - mi sembra che oggi i direttori abbiano le mani molto legate».

Non tutta la categoria stima il mielismo, ribattezzato "giornalismo con la minigonna".

«Come tutti i generi, il mielismo ha vissuto un momento felice all'inizio degli anni Novanta e poi un'orribile deformazione, in cui io sono il primo a non riconoscermi. Sono state messe sul mio conto cose con le quali io non c'entro nulla».

Lei fa un mestiere complicato: deve soddisfare i tanti lettori del Corriere senza contrariare una quindicina tra i più grandi centri di potere di questo Paese, tanti quanti sono i grandi azionisti del suo quotidiano. Quando si guarda allo specchio la mattina pensa di più ai lettori o ai suoi editori?

«In questo ultimo anno sono cresciuti i miei lettori, non i miei azionisti».

Quanto tempo dedica al Corriere e quanto al suo personaggio?

«Il mio tempo è interamente dedicato al giornale, alle mie letture e ai miei amici personali, gran parte dei quali non sono giornalisti».

I detrattori dicono che lei non fa giornalismo, ma politica.

«È vero. Un grande giornale che si impone con i suoi editoriali influenza la politica: è scritto per questo».

Pensa di scendere in campo prima o poi?

«Mai».

Le sarebbe piaciuto se l'avesse fatto Luca di Montezemolo?

«Sarebbe un buon presidente del Consiglio, ma siccome siamo amici non gli suggerirei mai di entrare in politica. Penso abbia fatto bene a chiarire che non intende farlo».

Che ne pensa della discesa in campo di esponenti di spicco di Confindustria, come Matteo Colaninno e Massimo Calearo, nelle file del Pd?

«Dal momento che non è sceso in campo Montezemolo, queste mi sembrano candidature fatte a titolo personale, che danno il senso dell'immagine che Veltroni vuole imprimere al Pd: un partito non delle barricate, ma delle compatibilità. Forse la candidatura più dirompente in questo senso è quella del nostro editorialista Piero Ichino. Del resto, a ogni campagna elettorale si arruola un editorialista del Corriere che poi diventerà ministro. È già successo con Tremonti e con Padoa Schioppa. Ora ricapita con Ichino».

È convinto che Ichino diventerà ministro?

«Di sicuro, se vincesse il centrosinistra, Ichino sarebbe un ottimo ministro».

Lo vedrebbe bene al ministero dell'Economia?

«Lo vedrei meglio al Welfare».

A luglio, a Cortina, lei disse: «Bisogna vedere se quando Veltroni prenderà in mano lo scettro del Pd sarà rimasto qualcosa». È rimasto qualcosa?

«Io penso che il Pd possa prendere tra il 35% e il 40%. E se accadrà, le elezioni, anche se trionferà Berlusconi, le avranno vinte in due».

Riconosce meriti a Berlusconi?

«Enormi. Innanzitutto quello di aver fondato il centrodestra. È riuscito a mettere insieme una formazione politica che resisterà anche quando lui non ci sarà più. Berlusconi è sicuramente un grandissimo personaggio della politica. E se dovesse vincere le elezioni per la terza volta, dopo essere stato sulla scena politica per 15 anni, lo spazio a lui dedicato nei libri di storia non sarà limitato alle formulette che usiamo oggi. Ci vorrà una riflessione profonda su quest'uomo che ha segnato nel bene e nel male la storia recente di questo Paese. Il male è stato ampiamente dibattuto. Ma il bene merita di essere anch'esso esaminato».

Qual è l'aggettivo che connota meglio Berlusconi?

«Grande. Discusso. Ma, soprattutto, sorprendente. Berlusconi è un uomo che ha rotto gli schemi».

La chiama spesso?

«Non spessissimo. Però ci sentiamo. Ci incontriamo».

Che rapporto avete?

«Di grande cortesia. Il mio rapporto con Berlusconi è contrassegnato da due episodi nei quali il Corriere non è stato tenero con lui. Uno risale al 1994, quando pubblicammo la notizia dell'avviso di garanzia che diede uno scossone al suo governo, che di lì a poco sarebbe caduto. E l'altro è quello dell'endorsement. Mi ha sempre stupito che questi due fatti, dei quali per un politico normale uno basterebbe, in lui non abbiano lasciato il segno».

Sicuro? Berlusconi non perde mai occasione di sparare contro «la stampa nemica», Corriere compreso...

«Certo, a ridosso di quei fatti non mi ha parlato, ha avuto delle reazioni infastidite. Ma col tempo il nostro rapporto è sempre ripreso».

Con lei, in privato, il Cavaliere si lamenta molto del Corriere?

«Mai».

Da Prodi ha subito pressioni?

«Pressioni, no. Però da parte di Prodi non ho avuto neanche grandi attestati di simpatia».

Può sopravvivere il Corriere con tutti questi azionisti?

«Certo. È evidente che si tratta di forti personalità che la pensano una diversamente dall'altra, tutte con interessi diversi. Ma la cosa che mi dà più soddisfazione è quando il Corriere della Sera viene individuato, a torto o a ragione, come portatore di una politica dei poteri forti, perché vuol dire che è riuscito questo lavoro sottile di tessere un'identità comune. Il direttore io lo vedo come un regista, un punto di equilibrio tra identità diverse. Questo vale tanto per gli editorialisti quanto per gli azionisti».

Mucchetti, invece, dice che un giornale non può avere un board editoriale che somiglia a un campo da golf.

«Sono visioni diverse. Non è che ci voglia molto a mettere insieme tutti gli amici di Berlusconi o tutti gli amici di Veltroni. Ma è molto più interessante trovare un punto d'intesa dinamico».

Quanto "paraculismo" ci vuole per dirigere un giornale con quindici padroni diversi?

«Pochissimo. È un'idea semplicistica pensare che un problema così si possa risolvere con la furbizia».

Che rapporto aveva lei con Enzo Biagi?

«Molto affettuoso, ma adulto, senza smancerie. Negli ultimi giorni della sua malattia è stato molto più lui vicino a me che non io a lui. Mi telefonava e, poiché sapeva che anch'io sono cardiopatico, si informava lui del mio stato di salute e mi dava consigli».

Lei ha avuto diversi matrimoni. Questo vuol dire che è un uomo fedele?

«Sì, ho avuto più matrimoni e figli da ogni matrimonio. Io penso che significhi qualcosa della mia vita».

L'8 marzo il suo editoriale lo dedicherà alle donne o al voto?

«Né all'uno né all'altro. E poi, nel mondo succedono cose più importanti delle elezioni del 13 e 14 aprile».

“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Aforisma di Bertolt Brecht.

Parla l’ex capo dei Casalesi. La camorra e la mafia non finirà mai, finchè ci saranno politici, magistrati e forze dell’ordine mafiosi.

CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

"Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi. L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori.

Carmine Schiavone è colui che rivelò, fin dalle sue prime dichiarazioni, il concepimento di un vero e proprio Stato Mafia da parte dell'organizzazione criminale del casertano. "Noi avevamo la nostra idea. Dovevamo formare, per la fine del millennio, i nostri giovani come degli infiltrati dentro lo Stato: quindi dovevano diventare magistrati, poliziotti, carabinieri e perché no, anche ministri e presidenti del Consiglio. Per avere i nostri referenti nelle istituzioni".

Nel seguire attentamente la dichiarazione autodenunciante del professore universitario, si tenga conto del fatto che la categoria dei Professori Universitari è una componente necessaria per tutte le Commissioni di Esame Pubblico abilitante o di un Concorso Pubblico.

Ergo: tutti i concorsi e gli esami pubblici sono truccati o truccabili.

Concorsi universitari, il prof: "Li trucco e continuerò a farlo". Ammissione-autodenuncia di un noto docente universitario: "Non sono raccomandazioni, premiamo chi lo merita". Concorsi universitari: "Sì, li trucco, altri professori li truccano e continueremo a farlo fino a che non ci arresterete. Perché va bene così". E' l'autodenuncia-confessione del professor Vincenzo Zeno Zencovich, uno dei giuristi più noti e importanti in Italia in materia di Diritto Internazionale che insegna a Roma 3. Una lettera aperta pubblicata dal quotidiano il Foglio e indirizzata alle procure della Repubblica che da qualche tempo stanno indagando sui concorsi universitari truccati (ultimo caso quello della "cupola dei costituzionalisti" su cui si indaga da Bari). Ebbene: Zeno Zencovich, con piglio autoironico, si autodenuncia, non risparmiando di citare tutti i reati di cui potrebbe essere ritenuto responsabile. “Concorsi truccati”, “concorsopoli”, “parentopoli” sono gli immaginifici titoli che alle sue inchieste forniscono i giornali e le televisioni. Poiché io di questo sistema faccio parte, quei reati li commetto da anni, e continuerò, se non arrestato, a commetterli, sento il dovere di autodenunciarmi", dice il professore. Secondo il docente bisognerebbe smetterla di parlare di raccomandazioni in ambiti accademici, o meglio: bisognerebbe smetterla di pensare che la raccomandazione sia una brutta cosa. Ecco, secondo il professore, come funzionano le raccomandazioni in ambiente universitario. Un docente raccomanda un giovane studioso perché ne apprezza e loda (“commenda”) le qualità, fa affidamento su di esse, ma al tempo stesso impegna la propria figura, la propria credibilità. Da questo punto di vista tutti i docenti universitari sono “raccomandati” e più sono “raccomandati” più significa che godono di una stima diffusa. Non vi sono candidati “sconosciuti” e se lo sono ci si deve chiedere perché lo sono, e perché tutto d’un tratto dovrebbero essere scoperti come un tesoro sepolto. Il concetto, spiega Zeno Zencovich, andrebbe capovolto: in ambiente accademico se non sei raccomandato è un problema. Nel senso che nessuno ti conosce, nessuno ha avuto l'occasione di vedere chi sei e come te la cavi. E perciò, probabilmente, non hai fatto nulla che valga la pena raccontare. La lettera si conclude - ironicamente - con l'arrivo della Guardia di Finanza nell'abitazione del professore per arrestarlo dei reati di cui si è autoaccusato.

«Illustre Signor Procuratore, mi è stato riferito che Ella (o qualche suo collega: tanto, la competenza territoriale è ormai ubiqua) ha disposto la intercettazione sulle varie utenze telefoniche a me riferibili. Vorrei risparmiare a Lei, ai suoi sostituti, ai sempre vigili ufficiali di polizia giudiziaria una fatica inutile. E alla collettività una spesa che meglio potrebbe essere impiegata per altre finalità di giustizia. Lo dichiaro apertamente: sono reo confesso. Associazione per delinquere. Abuso in atti d'ufficio. Corruzione, attiva e passiva. Traffico di influenza. Adsum qui feci. E se Lei vorrà aggiungere, per sovrammercato, i reati di attentato ai diritti politici e di associazione di stampo mafioso e camorristico (per via dei miei innegabili legami con la Sicilia e la Campania), non mi sottrarrò, cavillando, alle mie responsabilità. Ella, come molti altri suoi colleghi, è impegnato da tempo nello sradicare la mala pianta che cresce nei giardini dell'università italiana: "Concorsi truccati", "concorsopoli", "parentopoli" sono gli immaginifici titoli che alle sue inchieste forniscono i giornali e le televisioni. Poiché io di questo sistema faccio parte, quei reati li commetto da anni, e continuerò, se non arrestato, a commetterli, sento il dovere di autodenunciarmi. Non posso più continuare a vivere come centinaia di miei colleghi che, in queste settimane conclusive delle procedure dell'Abilitazione scientifica nazionale (il 30 novembre dovranno essere tutte terminate), vivono nel terrore: di fare una telefonata, di scrivere un biglietto, di mandare un messaggio di posta elettronica, di incontrarsi. Se lo fanno, sembra una scena dalla migliore spy story: entrare da due ingressi separati in un albergo; casualmente scambiare alcune parole durante il buffet di un convegno; rigorosamente togliere la batteria dal telefonino o lasciarlo in un'altra stanza. E ancor più delle manette li spaventa finire sbattuti in prima pagina, come di recente è capitato a una serie di "saggi" nominati per la revisione della Costituzione e tirati in ballo per una oscura vicenda concorsuale. Perché - ai fini della contestazione delle aggravanti di legge - lei abbia contezza della intensità del dolo che mi anima le dirò che: 1. Penso che sia dovere di ogni professore universitario dire in pubblico e in privato quello che pensa dei propri colleghi e di coloro che aspirano a esserlo. Esprimere il suo giudizio sui loro lavori, sulle loro capacità didattiche e organizzative, sul loro carattere. 2. Soprattutto deve farlo nei momenti in cui è in atto un processo di selezione e nei confronti dei selezionatori. Non si tratta di una indebita pressione ma di un necessario complemento alla formazione del convincimento di chi è chiamato a decidere. Di un contributo a una discussione che spetta a tutta la comunità scientifica di cui la commissione non è un giudice imperscrutabile e inavvicinabile, ma un "organo tecnico". 3. L'ambiente accademico è quel che si definisce un "mercato reputazionale": ben prima di guadagnarsi i gradi ci si è fatti conoscere, apprezzare o deprezzare, si è data prova concreta di operosità e competenza. Qui la parola "raccomandazione", che altrove appare esprimere la progressione degli incompetenti, assume il suo significato più veritiero. Un docente raccomanda un giovane studioso perché ne apprezza e loda ("commenda") le qualità, fa affidamento su di esse, ma al tempo stesso impegna la propria figura, la propria credibilità. Da questo punto di vista tutti i docenti universitari sono "raccomandati" e più sono "raccomandati" più significa che godono di una stima diffusa. Non vi sono candidati "sconosciuti" e se lo sono ci si deve chiedere perché lo sono, e perché tutto d'un tratto dovrebbero essere scoperti come un tesoro sepolto. Signor Procuratore, perché sia chiaro che non intendo sfuggire a nessuna delle imputazioni che mi verranno elevate, non mi nasconderò dietro il facile argomento che in tutto il mondo civile, soprattutto in quei paesi che vengono additati come modello di eccellenza accademica, succede così. Apertamente ci si pronuncia, come apertamente i decisori ascoltano, riflettono, scelgono. Certamente ci si fanno degli amici e dei nemici, le maldicenze corrono, taluni soccombenti sospettano una congiura ai loro danni. Ma anche in questo caso quel che conta è il giudizio della comunità, non di un tribunale o, peggio, di qualche incompetente giornalista i cui titoli di studio probabilmente andrebbero esaminati con attenzione. Né mi sfiora l'idea di utilizzare una retorica di basso conio chiedendo a Lei, Signor Procuratore, se quando si è apprestato a sostenere l'esame orale per l'accesso alla Magistratura qualcuno l'ha "raccomandata" (nel senso di cui sopra) alla sua commissione di concorso; se quando dalla sua prima e disagiata sede periferica ha chiesto il trasferimento presso un ufficio giudiziario più grande e prestigioso qualcuno o più d'uno ne abbia lodato l'impegno, l'assiduità, la perspicacia; e infine se risponde al vero che nel concorso per assumere il prestigioso incarico di Procuratore capo che ora ricopre in diversi siano intervenuti presso il Consiglio superiore della magistratura indicando in Lei, senza ombra di dubbio, la persona più meritevole. Ma devo interrompere questa lettera. Hanno suonato al citofono e dalla finestra vedo la inconfondibile uniforme di un ufficiale della polizia giudiziaria che deve notificarmi, in tempo reale, un provvedimento restrittivo della libertà che riporta quasi testualmente il contenuto della missiva. Sono lieto che le intercettazioni, anche ambientali e telematiche, funzionino con una efficienza da fare invidia alla National Security Agency. Mi dispiaccio solo che domani non mi sarà consentito leggere i titoli cubitali sull'organizzazione criminale che è stata smascherata. In ogni caso, buon lavoro! Mi creda suo, e rispettosamente mi firmo Vincenzo Zeno-Zencovich Ordinario di diritto comparato nell'Università di Roma Tre Rettore dell'Università degli Studi internazionali - Roma (UNINT).»

I candidati ad un concorso pubblico che non svelano il nome di chi gli ha fornito, in anticipo, le informazioni sui titoli dei temi della prova per l’esame di ammissione, rischiano la condanna per favoreggiamento. E’ quanto afferma la Suprema Corte di Cassazione che, con la sentenza 18.943/2012, ha confermato la condanna nei confronti di una signora di Trapani che partecipava a un concorso per 72 posti di lavoro come infermieri professionali presso l’ospedale cittadino. La donna era stata trovata in possesso di tutte le tracce per i temi della prova di ammissione, ma non aveva voluto svelare il nome di chi gliele avesse fornito in anticipo. In primo grado il Tribunale di Trapani, il 13 luglio 2009, aveva condannato la donna, sentenza confermata anche dalla Corte d’appello di Palermo il 25 ottobre 2011. La candidata “omertosa” si era difesa, innanzi ai supremi giudici, sostenendo che, in realtà quelli che lei aveva in mano erano solo “gli argomenti maggiormente a rischio di concorso” e che, pertanto, “mancherebbe la prova” del favoreggiamento. La Cassazione tuttavia ha sottolineato “l’esatta corrispondenza di tutti i titoli dei temi anticipati dall’imputata” con quelli effettivamente usciti. Ma non solo. I supremi giudici le hanno anche rimproverato la sua “consapevole condotta omissiva nella catena di causalità che ha impedito l’accertamento della fonte delle informazioni illecite”. La donna è stata anche condannata a versare mille euro alla Cassa delle Ammende.

Bene allora TUTTI DENTRO, CAZZO!

Non bastava lo scandalo del concorso notarile annullato per porre dei dubbi sulla regolarità degli esami di Stato riguardanti l’iscrizione ad un Ordine professionale, scrive “Fuori le Mura”. Nuovi illeciti infatti sembra siano stati compiuti nel corso dell’esame per avvocati, svoltosi a Roma all’hotel Ergife. Nei tre giorni di test scritti, aventi come argomenti diritto civile, diritto privato e l’analisi di un atto giudiziario, un avvocato esterno alla commissione designata sarebbe riuscito a spacciarsi per uno dei commissari, presentandosi con false generalità. Scopo di questa manfrina è stato quello di aiutare qualche suo adepto per permettergli di superare egregiamente i test. L’avvocato, Saverio F., è riuscito a mantenere nascosta la sua reale identità per i primi due dì. Ma qualcosa non è andato secondo i piani nel corso della terza prova, probabilmente tradito da qualche atteggiamento controverso. Stando alla ricostruzione dei pm, una volta scoperto, il legale dapprima si sarebbe opposto alla consegna del proprio documento d’identità, poi avrebbe finto un malore e infine si sarebbe arreso ammettendo il misfatto. Su di lui pendono le accuse di sostituzione di persona e falso. Motivi per i quali è iscritto sul registro degli indagati. Tuttavia, per comprendere come siano andate realmente le cose e soprattutto come sia stato possibile che Saverio F. abbia potuto spacciarsi quale membro della commissione senza essere riconosciuto da nessuno, è altamente probabile che la procura di Roma chiami a testimoniare il presidente della seduta, Mario Sanino, nei prossimi giorni. Interrogatorio che servirà in primo luogo a capire se l’avvocato si sia realmente insinuato all’insaputa di tutti, con un travestimento da fare invidia ad Arsenio Lupin. Secondo poi, per cercare di identificare con un nome e un cognome gli studenti protetti da Saverio F., sulla base dei movimenti sospetti lasciati trasparire da questi durante l’esame. La storia del falso commissario non è comunque l’unica uscita dalle mura dell’hotel. Come rivela infatti il quotidiano Il Messaggero ci sarebbero stati altri episodi sospetti capaci di far vacillare la regolarità delle prove. Vicende aventi come protagonisti i candidati. Uno di questi avrebbe risposto alle domande sotto dettatura, avvalendosi dell’utilizzo di un orologio microfonato per mezzo del quale sarebbe riuscito a comunicare con una persona esterna all’aula. Un altro invece, dopo aver chiesto e ricevuto il permesso di andare in bagno, si sarebbe cambiato d’abito, passando dalla cravatta alla divisa di vigile del fuoco, e sarebbe uscito dalla struttura per farsi passare dei fogli con le risposte dei quesiti. Ricevute le soluzioni sarebbe di nuovo tornato in bagno  per rimettersi la giacca e poi rientrare in aula a completare l’esame. Questi casi sono al vaglio degli inquirenti, i quali saranno chiamati non soltanto a dare responsi concreti circa la presunta irregolarità del concorso, ma anche a fornire pene adeguate, persino a ricorrere all’annullamento dei test se necessario, pur di ridare credibilità ad un sistema, quello dell’esame di Stato, che nel credo popolare finisce sempre più col coincidere con una farsa predefinita piuttosto che con una selezione volta a premiare i più meritevoli.

Ma questo è niente.

PARLIAMO DEI CRITERI DI VALUTAZIONE DELLE PROVE E DI CHI LI METTE IN PRATICA PER STABILIRE CHI MERITA E CHI NON MERITA DI DIVENTARE MAGISTRATO, AVVOCATO, NOTAIO, ECC.

I criteri di valutazione dell’elaborato dell’esame di magistrato, di avvocato, di notaio, ecc.

Secondo la normativa vigente, la valutazione di un testo dell’esame di Stato o di un Concorso pubblico è ancorata ad alcuni parametri. Può risultare utile, quindi, che ogni candidato conosca le regole che i commissari di esame devono seguire nella valutazione dei compiti.

a) chiarezza, logicità e rigore metodologico dell’esposizione;

b) dimostrazione della concreta capacità di soluzione di specifici problemi giuridici;

c) dimostrazione della conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici trattati;

d) dimostrazione della capacità di cogliere eventuali profili di interdisciplinarietà;

e) relativamente all'atto giudiziario, dimostrazione della padronanza delle tecniche di persuasione.

Ciò significa che la comprensibilità dell’elaborato — sotto il profilo della grafia, della grammatica e della sintassi — costituisce il primo criterio di valutazione dei commissari. Ne consegue che il primo accorgimento del candidato deve essere quello di cercare di scrivere in forma chiara e scorrevole e con grafia facilmente leggibile: l’esigenza di interrompere continuamente la lettura, per soffermarsi su parole indecifrabili o su espressioni contorte, infastidisce (e, talvolta, irrita) i commissari ed impedisce loro di seguire il filo del ragionamento svolto nel compito. Le varie parti dell’elaborato devono essere espresse con un periodare semplice (senza troppi incisi o subordinate); la trattazione dei singoli argomenti giuridici deve essere il più possibile incisiva; le ripetizioni vanno evitate; la sequenza dei periodi deve essere rispettosa della logica (grammaticale e giuridica). Non va mai dimenticato che ogni commissione esaminatrice è composta da esperti (avvocati, magistrati e docenti universitari), che sono tenuti a leggere centinaia di compiti in tempi relativamente ristretti: il miglior modo di presentarsi è quello di esporre — con una grafia chiara o, quanto meno, comprensibile (che alleggerisca la fatica del leggere) — uno sviluppo ragionato, logico e consequenziale degli argomenti.

Questa è la regola, ma la prassi, si sa, fotte la regola. Ed allora chi vince i concorsi pubblici e chi supera gli esami di Stato e perché si pretende da altri ciò che da sé non si è capaci di fare, né di concepire?

PARLIAMO DELLA CORTE DI CASSAZIONE, MADRE DI TUTTE LE CORTI. UN CASO PER TUTTI.

La sentenza contro il Cavaliere è zeppa di errori (di grammatica).

Frasi senza soggetto, punteggiatura sbagliata... Il giudizio della Cassazione è un obbrobrio anche per la lingua italiana, scrive Francesco Specchia su “Libero Quotidiano”.

«...Punto! Due punti!! Ma sì, fai vedere che abbondiamo. Abbondandis in abbondandum». Al di là del merito e della torpida sostanza giuridica, ho letto le motivazioni dell’ormai mitica sentenza Mediaset. E, grammaticalmente, la prim’immagine evocatami (ci perdoni il presidente della sezione feriale di Cassazione, ma essendo appassionato del teatro di Scarpetta, comprenderà) è stata quella della dettatura della lettera di Totò a Peppino, gli altrettanto mitici fratelli Capone. Dunque. M’immaginavo il presidente Antonio Esposito, il quale, accalorato, la toga stropicciata, il succoso accento napoletano, si alza e osservando verso l’alto il punto di un immaginario sestante, detta ai consiglieri De Marzo Giuseppe e Aprile Ercole mollemente assettati roba: «Veniamo noi con questa mia addirvi...». E questo è il prologo immaginato. Dopodiché ecco l’impatto della realtà nella autentica dettatura delle motivazioni a pag.183, la parte più dadaista: «Deve essere infine rimarcato che Berlusconi, pur non risultando che abbia trattenuto rapporti diretti coi materiali esecutori, la difesa che il riferimento alle decisioni aziendali consentito nella pronuncia della Cassazione che ha riguardato l’impugnazione della difesa Agrama della dichiarazione a  non doversi procedere per prescrizione in merito ad alcune annualità precedenti, starebbe proprio ad indicare che occorre aver riguardo alle scelte aziendali senza possibilità. quindi, di pervernire...». Ecco. Di prim’acchito uno si domanda: oddio, che fine ha fatto la punteggiatura? Ma dov’è il soggetto? Qual è la coordinata, quante subordinate transitano sul foglio? Possibile che in natura vi siano tante attrazioni del relativo da sembrare un trenino erotico?  La prosa della Cassazione è frullo, velocissimo, di anacoluti. E qui m’immagino i consiglieri De Marzo e Aprile che si fermano un attimo, riprendono il fiato; si girano appena ad osservare il presidente Esposito che sembra dire: «Hai aperto la parente? Chiudila...»;  e poi si rimettono, in apnea, testa bassa, a vergare: «...ad una affermazione di responsabilità di Berlusconi che presumibilmente del tutto ignari delle attività prodromiche al delitto, ma conoscendo perfettamente il meccanismo, ha lasciato che tutto proseguisse inalterato, mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti da lui scelti...». Eppoi, affiorano, da quel fango ribollente di parole, perle tautologiche tipo «le prove sono state analiticamente analizzate». O straordinarie accumulazioni semantiche come «il criterio dell’individuazione del destinatario principale dei benfici derivanti dall’illecito fornisce un risultato convergente da quello che s’è visto essere l’esito dell’apprezzamento delle prove compito dai due gradi di merito..»: roba che, letterariamente, in passato poteva   comportare anche una rottura degli schemi e dei generi, come insegnavano Italo Calvino, Céline o Ambrose Bierce (privilegiati qui rispetto ai pandettisti Calamandrei, Rocco, o a Pisapia padre...).  Per non dire, nello scorrere delle 208 pagine della motivazione, del vorticoso intreccio dei «siffatto contesto normativo», degli «allorquando», degli «in buona sostanza», che rendono -come dire?- un tantino accidentata la lettura. Prendete la frase «ha posto in essere una frazione importante dell’attività delittuosa che si è integrata con quella dei correi fornendo un contributo causale...». Uno dice: per forza non capisci un tubo, è linguaggio giuridico. Il problema è che io ho fatto giurisprudenza, specializzato nel diritto processuale. Alla serie di termini linguistici accostati in modo più o meno ordinato o anche in modo caotico e senza un percorso strutturale, dovrei esserci abituato. Ripeto: non entro nel merito della sentenza. Eppure qui, per vapore sintattico, mi tornano sempre in mente Totò e Peppino. Il fatto è che, quasi tutti i giudici non sanno  -o non vogliono scrivere - in una forma comprensibile. Montesquieu,  nel libro diciannovesimo dell’Esprit des lois,  ammoniva: «Le leggi non devono essere sottili: sono fatte per individui di mediocre intelligenza; non sono espressione dell’arte della logica, ma del semplice buon senso di un padre di famiglia». Le leggi dovrebbero essere capite anche dalla cuoca di Lenin, o dalla casalinga di Voghera. Eppure con la scusa del «gergo» si compiono le peggiori nefandezze grammaticali. Scrive il docente Stefano Spele nel suo saggio  Semplificazione del linguaggio amministrativo: «La scarsa attitudine a scrivere in modo chiaro è stata favorita, anche dai meccanismi di organizzazione delle pubbliche amministrazioni, nelle quali ha largamente dominato il principio non scritto che è meglio non assumersi nessuna responsabilità. Oscurare il linguaggio serve ad oscurare le responsabilità». Vero. Spesso è la responsabilità dei magistrati. Non è questo il caso, naturalmente, caro dottor Esposito. Chiusa la parente.

Vede finalmente la luce un’opera monumentale che colma una lacuna nel mondo della linguistica. È un progetto che ha visto impegnato un team composto dai maggiori esperti del settore e grazie al quale potrà essere tradotto un documento rimasto fino a oggi non decifrato: la sentenza Berlusconi, scrive Giuseppe Pollicelli su “Libero Quotidiano”. La soddisfazione di uno degli studiosi: “È stata durissima ma ce l’abbiamo fatta, ora mi potrò rilassare dedicandomi all’etrusco e al rongorongo”. Di seguito, in esclusiva per i lettori di LiberoVeleno, alcuni dei lemmi resgistrati dal vocabolario Espositese-Italiano.

Ammariuca. Da pronunciarsi ponendo l’accento sulla lettera u, questo sostantivo dall’etimologia sconosciuta non trova riscontri al di fuori dell’espositese: indica infatti un’assoluta idiosincrasia nei confronti della lingua italiana e un’insormontabile difficoltà nel parlarla.

Chiavicazzone. Epiteto ingiurioso che in espositese si rivolge a chi commetta un’ingenuità o una leggerezza. Quando ha trovato sul Mattino le sue considerazioni sulla condanna al Cavaliere, Antonio Esposito ha esclamato a gran voce: “Songo ’nu chiavicazzone!”.

Ditalende. Sostantivo femminile che si usa solo al plurale. Le ditalende sono le preoccupazioni e i grattacapi che possono derivare a un individuo dalle condotte discutibili del parentado. Un figlio magistrato che organizzi cene a lume di candela con un’imputata assai nota alle cronache può essere cagione di ditalende.

Fracuzzella. Indica un particolare stato d’animo, simile alla rabbia e alla stizza, che coglie taluni ogni volta che s’imbattono nella persona o anche solo nel nome di Silvio Berlusconi. Se il giudice Antonio Esposito pronuncia la frase “Tengo ’na fracuzzella tanta”, vuol dire che è meglio girargli al largo.

Manzaccio. Aggettivo che si adopera a proposito di un individuo infido, sleale, subdolo. Quando nomina il cronista del Mattino con cui ha intrattenuto la famosa conversazione telefonica, Antonio Esposito non manca mai di dire che “Chillo là nun è solo malamente, è ’nu vero manzaccio!”

Scianfroglia. Con questo vocabolo ci si riferisce alla speciale capacità, sviluppata e affinata soprattutto dagli abitanti di Sarno e dei paesi limitrofi, di distinguere con sicurezza l’uno dall’altro tutti i numerosissimi membri della famiglia del giudice Esposito, compresi i cugini di quarto grado.

Tangolicchiare. Prodursi in piccoli e ripetuti sorrisini allorché si viene a conoscenza di una notizia che prelude all’esito fausto di una determinata vicenda. Si tangolicchia, per esempio, se si apprende che la Procura generale della Cassazione può impiegare fino a un anno per ascoltare una tua telefonata compromettente della durata di pochi minuti.

Voccallocca. Atteggiamento disinvolto, non di rado sconfinante nell’istrionismo e nella sfacciataggine, che si assume durante una festa o una cena tra amici e che induce a parlar male pubblicamente di Silvio Berlusconi auspicandone la condanna nei processi penali.

Non solo errori grammaticali. La Cassazione boccia le sentenze scritte a mano.

Sono illeggibili, segno di ridotta attenzione nei confronti di chi è condannato. Invito ad usare il computer, scrive Bruno Ventavoli su “La Stampa”. Giudici, buttate la penna. Se scrivete sentenze, fatelo al computer. La tirata d’orecchie arriva dalla Cassazione, che invita i magistrati italiani ad abbandonare nostalgie e vezzi da amanuensi. Non perché il Palazzaccio voglia d’un tratto buttare al macero secoli d’arte calligrafica. Ma semplicemente perché molte sentenze, vergate a mano, risultano incomprensibili. Giubilano, pare di sentirle, le praticanti che negli studi legali devono stendere atti per poche decine d’euro, e inciampano in scarabocchi, s’impuntano su una «f» che somiglia a una «l», rischiando l’isteria. E gioiscono tutti quelli che nella vita quotidiana hanno a che fare o per mestiere o per casualità con fogli rigati d’inchiostro da mani che non sanno maneggiare penne. Le ricette d’un medico, è noto, sembrano scarabocchi psicopatici. I compiti in classe degli studenti con le dita atrofizzate dai telefonini, per i poveri docenti alla Pennac, paiono tsunami di geroglifici. La singolare sentenza (numero 49568/09) parte dalla Corte d’Appello di Napoli, dove due rapinatori hanno cercato di farsi annullare una condanna aggrappandosi a una penna. Ci vogliono condannare - hanno detto - ma è nostro diritto saper perché. E dato che il verdetto è buttato giù peggio che da una gallina, i motivi ci restano ignoti. Il caso è arrivato in Cassazione. I giudici hanno scorso il documento incolpato. E qualcosa di faticoso l’hanno sicuramente trovato. Perché alla fine hanno emesso una nota di biasimo, riconoscendo che il testo era «caratterizzata da un ormai obsoleto ricorso alla scrittura a mano, non vietato ma certamente segno di attenzione ridotta da parte del magistrato amanuense alla manifestazione formale della funzione giurisdizionale». A rincarare la dose: «gli stilemi personalissimi e frettolosi pongono in secondo piano le esigenze del lettore e in particolare di chi, avendo riportato condanna, pretende di conoscerne agilmente le ragioni». Insomma, scrivere sentenze a mano non è vietato. Ma digitarle su un computer è meglio, perché appena eruttate dalla stampante sono immediatamente comprensibili. E’ un segno di civiltà, fin dai primordi del diritto. Chi incise i cuneiformi nella diorite di Hammurabi, si preoccupò di rendere ogni segnetto chiarissimo, meglio d’un bassorilievo divino. Essendoci di mezzo la legge del taglione, ogni tacchetta poco chiara, poteva costare una mano o una testa. Scrivere a mano, codice penale a parte, è da secoli un’arte sopraffina. Che suscita talvolta meraviglia, talaltre pensieri devianti e cocciute ribellioni, perché la mano che scorre lenta sul foglio parla sempre con il cuore, con l’anima, con la mente. Gli orientali, sulla calligrafia, hanno costruito un sistema di potere e di perfezione poetico-artistica. Bartleby, lo scrivano di Melville, a forza di ricopiare, imparò a ribellarsi sussurrando un mite «preferirei di no», come fosse una virgola venuta male nell’ordine americano. I copisti del nostro medioevo, dopo aver sudato quattro tonache a miscelare inchiostri e appuntire piume d’uccelli, si divertivano poi a nascondere nei colofoni dei nobili testi sms pruriginosi, tipo «Dentur pro penna scriptori pulchra puella» - la penna dello scrittore si merita una fanciulla carina - che suonano scaltri e beffardi quanto l’appello dei due rapinatori napoletani. Per la storia della Giurisprudenza, comunque, gli sgorbi legali non bastano a farla franca. La Cassazione ha respinto la richiesta dei due rapinatori: «La lettura del testo non è impedita da grafia ostile al punto da precluderne la comprensione la quale, seppur non propriamente agevole, risulta possibile al di là di ogni ragionevole dubbio». Meglio, però, passare al computer. Meno zen, più ineccepibile.

LE TOGHE IGNORANTI.

Le toghe ignoranti, scritto da Fabrizio Gatti su “L’Espresso”. Appunti nascosti nel reggiseno. O in una cartucciera... Errori di grammatica. Sfondoni di sintassi. Scarsa conoscenza del codice penale. "L'espresso" ha letto i temi dei candidati che domani dovranno governare la giustizia. In pochi si salvano da un disastro generale. La dottoressa F., giovane magistrato di freschissima nomina, ha da poco messo in pratica l'antico insegnamento contadino del non darsi la zappa sui piedi. E anche quello poliziesco del non spararsi nelle parti intime. La dottoressa F. ha infatti partecipato agli scritti del concorso per magistrato ordinario nel novembre 2008. Ha poi chiesto l'annullamento dello stesso concorso al Tar del Lazio per le presunte irregolarità di cui era stata testimone. Ha quindi saputo di aver passato gli scritti. Ha superato gli orali nella primavera 2010. Ha immediatamente dimenticato le irregolarità di cui era stata testimone. E ha dichiarato al Tar la "sopravvenuta carenza di interesse" chiedendo ai giudici, nel maggio 2010, di annullare la richiesta di annullamento. Pochi giorni fa, il 9 agosto, il Tar ha finalmente archiviato la bomba a orologeria del ricorso che l'audace candidata aveva piazzato sulla testa dei commissari d'esame. Niente male come inizio carriera. La sentenza è arrivata in tempo per vedere il nome del nuovo magistrato nell'elenco dei 253 vincitori, pubblicato dal ministero della Giustizia il giorno di Ferragosto. L'eccessiva attenzione a certe parti del corpo è invece costata l'esclusione ad altri laureati. Lo scrive Maurizio Fumo, presidente della commissione d'esame e consigliere della Corte di Cassazione, che in un verbale riservato prende atto "purtroppo, dell'atteggiamento obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima". Si trattava evidentemente di un vicequestore donna. Piuttosto che reggiseni e reggicalze, alcuni maschi hanno trovato ovviamente più consono indossare cartucciere da cacciatore dove nascondere i pizzini. Bernardo Provenzano ha fatto scuola ovunque. La generazione dei furbetti è entrata nelle aule di giustizia. I furbetti della toga: ragazzi e ragazze, più e meno giovani, che si sono formati studiando tra leggi ad personam e discussioni sul processo breve, tra le invenzioni del ministro Angelino Alfano e le comparsate tv dell'avvocato del premier, Niccolò Ghedini. Una generazione al passo con i tempi, tanto da averne già gustato il succo: l'importante è andare avanti. Chissenefrega come. Così hanno rubato il posto ai migliori rimasti esclusi. Almeno questo denunciano le decine di ricorsi presentati al Tar del Lazio. Qualcosa però tutti questi ragazzi, promossi e bocciati, incontrati negli ultimi giorni, hanno già assimilato: hanno paura di parlare. Nemmeno quando si tratta dei loro diritti costituzionali. Niente nome e cognome, per carità. Potrebbe danneggiare il futuro. La legge bavaglio per loro è già una pratica. Anche per molti di quei 253 che dopo un periodo di tirocinio come uditori, diventeranno giudici, pubblici ministeri, gip, gup. E, quando sarà il loro momento, presidenti di Tribunale, procuratori della Repubblica, membri del Consiglio superiore della magistratura e della Corte costituzionale. "L'espresso" ha letto i tre temi scritti da ciascuno dei magistrati appena nominati dal ministero. E ha analizzato i 235 verbali della commissione d'esame (vedi servizio a pag. 35). Non mancano gli errori di ortografia. Pagine bianche e righe nere che assomigliano a singolari segni di riconoscimento (vietatissimi). Fogli pasticciati e scritti sui margini come fossero fumetti. Ma anche i documenti della commissione non scherzano. Voti allegati senza timbri ministeriali. Fogli volanti inseriti in mezzo ai verbali di valutazione. Correzioni e cancellature senza firme di convalida. La legge è stagionata, la 1860 del 15 ottobre 1925. Ma su questi punti è chiara. Articolo 18: "Le cancellature o correzioni, che occorressero, devono essere approvate una per una dal presidente e dal segretario, con annotazione a margine o in fine". Non ci sono prove che i commissari nominati tra magistrati, professori universitari e avvocati siano stati scorretti. Ma un po' troppo pasticcioni sì. Quello per giudici e pm resta uno dei concorsi più duri. Dopo la laurea occorrono oltre due anni di preparazione negli studi forensi. Oppure nelle scuole universitarie di specializzazione per le professioni legali. Sui 3.193 candidati che nel novembre 2008 hanno consegnato i tre scritti di diritto amministrativo, penale e civile, la commissione ha mandato agli orali soltanto 309 aspiranti magistrati. Per poi promuoverne 253. Nonostante i quasi due anni di prove e correzioni e i soldi spesi, il ministero non è nemmeno riuscito a selezionare i 500 magistrati previsti dal concorso. E tanto attesi negli uffici giudiziari di tutta Italia. Se questi sono i risultati dei corsi di formazione post-laurea, il fallimento degli obiettivi è totale. Eppure almeno cinque tra i 28 commissari sono stati scelti dal ministro Alfano proprio tra quanti hanno insegnato nelle scuole di specializzazione per le professioni legali. "I componenti della commissione rispondono che il livello degli elaborati non ammessi era basso", dice l'avvocato Anna Sammassimo, dell'Unione giuristi cattolici: "Ma alla lettura degli elaborati dichiarati idonei si resta perplessi e molto. Tanto più che i curricula dei candidati esclusi destano ammirazione. Dal verbale da me visionato, il 227, risulta che la correzione dei tre elaborati di ciascun candidato ha impegnato la sottocommissione per circa 30 minuti: per leggere tre temi di tre materie, discuterne e deciderne il voto o la non idoneità sembra obiettivamente un po' poco". La questione che ha spinto quasi tutti i ricorsi è anche la presunta impreparazione della commissione nella compilazione dei verbali. Impreparazione che, secondo i ricorrenti, potrebbe avere viziato l'esame già dagli scritti, organizzati tra il 19 e il 21 novembre 2008 in due padiglioni della Fiera di Milano a Rho. Questo è il resoconto del presidente dei commissari: "Va innanzitutto ricordato che lo scrivente è stato individuato quale presidente della commissione esaminatrice", scrive di se stesso Maurizio Fumo in un verbale riservato inviato al ministro e al Csm, "solo pochi giorni prima dell'inizio dei lavori, a seguito della rinunzia del presidente nominato". Contrariamente a quanto stabilito dalla commissione in carica per il precedente concorso, "si è ritenuto di non ammettere testi contenenti note di dottrina e giurisprudenza anche se le relative pagine fossero state spillate o fatte spillare". Le operazioni di identificazione dei candidati (con tesserini questa volta senza foto) e di controllo dei testi con i codici durano due giorni, il 17 e il 18 novembre: "Sono affluiti circa 5.600 candidati. La media dei testi che ciascuno ha inteso introdurre può individuarsi in 5 o 6 per candidato. Per un totale, quindi, di 28.000-33.600 volumi". E qui cominciano i pasticci. Perché la regola in Italia, anche nel concorso per magistrati, è sempre flessibile: "Il problema della spillatura, nonostante l'annunzio pubblicato sul sito ministeriale, si è riproposto". I candidati che mostrano ai 250 sorveglianti i testi commentati e spillati "vengono invitati a strappare le pagine contenenti note di dottrina o giurisprudenza... oppure a rinunciare al codice stesso". I partecipanti che accettano la soluzione "hanno ottenuto la ammissione dei codici così purgati": che però "continuavano a recare sulla copertina la dicitura "codice commentato"". La mattina del 19 novembre la commissione si riunisce per scegliere le tre tracce di diritto amministrativo: "Subito dopo l'individuazione delle tre tracce, il professor Fabio Santangeli ha rappresentato di doversi allontanare per tornare a Catania... Né d'altronde il Santangeli poteva essere trattenuto d'autorità", ammette Fumo: "A tal punto la commissione ha ritenuto, all'unanimità, necessario eliminare le tre tracce e procedere all'individuazione di tre nuove tracce della medesima materia". Passano le ore. "Non pochi candidati", in attesa fin dalle 8, è sempre scritto nel verbale, "hanno lamentato di essere investiti da flussi violenti di aria fredda". Alle 12,45 la prova scritta non è ancora cominciata. Ormai sono evidenti sui banchi i testi con la dicitura "codice commentato". E i più rispettosi delle regole non la prendono bene. Scoppia la lite. Volano libri, qualche sedia, al grido di vergogna, vergogna: "La commissione, colta in un primo tempo di sorpresa per la violenza, la volgarità e la natura apertamente minacciosa che aveva assunto la protesta, ha comunque mantenuto la calma... solo, dopo più di un'ora e grazie all'atteggiamento fermo ma prudente della polizia penitenziaria, è stato possibile instaurare una qualche forma di dialogo... Altri inoltre chiedevano e ottenevano di verbalizzare dichiarazioni". Quel verbale, controfirmato da otto candidati, secondo i testimoni contiene nomi di persone sorprese con testi irregolari e ora promossi magistrati. Ma è impossibile verificare. Finora il Csm ha impedito l'accesso al documento. E il Tar Lazio non ha ancora depositato una decisione presa nel merito il 28 aprile scorso. "Nei giorni successivi le prove si svolgevano in maniera abbastanza regolare", conclude il presidente Fumo: "Si rendeva necessario tuttavia istituire un apposito banco delle espulsioni... In quanto il numero delle persone trovate in possesso di materiale non consentito (appunti, codici con annotazioni, testi giuridici mascherati con copertine di codici, telefonini e persino un orologio con database) era molto elevato".

La legge è uguale per tutti? No! I concorsi pubblici evidenziano il merito? No!

Ed allora…? Ed allora, niente. Questi italiani sono troppo coglioni per cambiare le cose. Per loro meglio adeguarsi che lottare.

"Quando si cerca di indicare la luna la politica ti porta a cercare il dito..." rivisitazione personale di un noto proverbio che trovo alquanto educativo. Ho sempre ammirato il modo in cui la politica e le stesse istituzioni riescono a distrarre l'attenzione degli italiani dai veri problemi del paese per focalizzarla, invece, sui piccoli scandali di bunga bunga, case a Montecarlo etc. etc.... In tal modo, e solo così si riesce, ahimè, ad evitare un'insurrezione di massa...distrarre la gente per la sopravvivenza della casta! Scusate signori ma io non ci stò. Ed allora ricominciamo a portare a galla gli scandali istituzionali più seri, sperando di riaccendere il sentimento nazionale. Cominciamo dai concorsi pubblici; quello di magistratura.

ANNO 1992. Si diffuse la notizia che anche i concorsi per diventare magistrati venissero truccati col beneplacito del Ministero di Grazia e Giustizia e degli apparati di vigilanza: "Verbali sottoscritti da gente che non c'era, fascicoli spariti, elaborati inidonei quando non lo erano affatto". Ci vollero tredici anni per venire a sapere tramite un articolo del Corriere della Sera del 2005 che i gravi fatti del 1992 non avevano trovato alcuna soluzione nelle aule di giustizia.

ANNO 2002. Un magistrato di Cassazione con funzioni di sostituto P.G. presso la Corte d'Appello di Napoli, membro di commissione, cercò di favorire la figlia di un ex componente del Csm sostituendo durante la  notte la prova giudicata negativa ma venendo "tradita" dall'incorruttibile fotocopiatrice utilizzata che, ripartendo al mattino successivo, iniziò a "vomitare" fiumi di pagine contraffatte dalla commissaria-giudice.

ANNO 2008. Il caso della Fiera di Milano-Rho in occasione del concorso Nazionale per uditore Giudiziario. Fra i 5600 partecipanti per 500 posti si scopre che c'è che può tranquillamente introdurre telefonini, appunti, codici irregolari ed addirittura libri di testo. SI consideri che in queste prove la selezione del materiale avviene nei giorni antecedenti le prove con un rigore che dovrebbe essere assoluto! Decine di candidati in piedi che iniziano ad urlare "vergogna!"

Morale della favola? Poco dopo è lo stesso C.S.M. (organo di autogoverno della magistratura) a richiedere con voto a maggioranza l'archiviazione del caso!!! La Procura di Milano (cui si erano rivolti alcuni candidati inferociti) archiviò il tutto senza disporre alcuna indagine! Si apprese in seguito che la 9° commissione richiese al C.S.M. l'apertura di un fascicolo con l'obbiettivo di "avere cognizione oggettiva dello svolgimento delle prove concorsuali e assumere le opportune iniziative in difesa del prestigio e credibilità della magistratura la cui prima garanzia è riposta nell'assoluta affidabilità della procedura di selezione"...ARCHIVIATO IL 19 DICEMBRE!

Potremmo andare avanti così per ore...

E poi, ancora con gli accademici professori universitari.

La Procura di Bari, con un fascicolo aperto nel 2008, indaga 22 docenti e 11 città italiane per manipolazione illecita di dieci concorsi in tutta Italia, dal 2006 al 2011. Una vera lobby di docenti organizzata e ramificata in tutto il Paese. Ma non è tutto. Emergono, infatti, particolari che potrebbero aggravare la posizione degli indagati. Perché, oltre ai concorsi truccati, i docenti avrebbero esercitato pressioni “anti-riforma” sull’allora Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, allo scopo di ostacolare la tanto contestata riforma universitaria, poi approvata nel dicembre 2010. Tramite intercettazioni telefoniche, la Guardia di Finanza avrebbe smascherato una rete nazionale tra colleghi docenti, unanimemente decisi a convincere il Governo di rivedere la riforma. Il testo di riforma contestato dai docenti, include, tra i tanti provvedimenti, nuove procedure di valutazione e di inserimento per professori di prima e seconda fascia e ricercatori, introducendo criteri di sorteggio e l’adozione di un codice per evitare incompatibilità e conflitti di interesse per parentele all’interno dello stesso ateneo. Il che potrebbe spiegare, laddove le indagini si rivelassero attendibili, la ragione di volere impedire, all’epoca dei fatti, l’approvazione della riforma. Dunque una lobby anti codice etico, pro familismo e parentopoli universitaria. Intanto dopo l’avviso di garanzia ricevuto lo scorso anno, sui docenti gravano reati di associazione a delinquere finalizzata a corruzione, abuso d’ufficio e falso ideologico.

Accordi, scambi di favori, sodalizi e patti di fedeltà: così, secondo la procura di Bari, sono stati pilotati dal 2006 i concorsi pubblici per docenti di prima e seconda fascia di diritto costituzionale, ecclesiastico e diritto pubblico applicato in alcune università italiane, scrive “Blitz Quotidiano”. A decidere in anticipo quelli che dovevano essere i risultati delle prove per conquistare le cattedre di ordinario e associato sarebbe stata un’associazione per delinquere composta da professori universitari. Per questo nell’inchiesta dei pm baresi Renato Nitti e Francesca Romana Pirrelli si ipotizza il reato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, al falso e all’abuso d’ufficio. Ventidue i docenti di 11 facoltà italiane indagati per aver manipolato ”l’esito di molteplici procedure concorsuali pubbliche bandite” attraverso una rete criminale che la Guardia di finanza di Bari ritiene di aver individuato dopo due anni di indagini. Proprio per cercare ulteriori riscontri sull’esistenza del gruppo criminale, militari del nucleo di polizia tributaria hanno compiuto perquisizioni in uffici universitari e studi professionali dei docenti delle università di Milano, Bari, Roma, Napoli, Bologna, Firenze, Piacenza, Macerata, Messina, Reggio Calabria e Teramo. Nel capoluogo lombardo hanno subito perquisizioni Giuseppe Ferrari, ordinario di diritto pubblico e comparato dell’Università Bocconi, e i professori Giuseppe Casuscelli e Enrico Vitali, entrambi docenti di diritto canonico ed ecclesiastico all’Università statale. Quattro i prof indagati a Bari: Aldo Loiodice, docente di diritto costituzionale alla facoltà di giurisprudenza; Gaetano Dammacco, ordinario di diritto canonico ed ecclesiastico alla facoltà di scienze politiche; Roberta Santoro docente aggregato della facoltà di Scienze politiche e Maria Luisa Lo Giacco, ricercatrice di diritto ecclesiastico. L’indagine è stata avviata nel 2008 ed avrebbe quasi subito svelato l’esistenza di alcuni concorsi pubblici truccati attraverso un meccanismo di accordi e scambi di favori. Come aveva già evidenziato un’altra indagine, sempre della procura di Bari, che nel giugno 2004 portò all’arresto di cinque docenti di cardiologia. Sei anni dopo gli arresti e otto anni dopo l’avvio dell’indagine, la procura ha chiesto il rinvio a giudizio degli indagati, accusati di aver gestito un sistema criminale dei concorsi nazionali per ordinario, associato e ricercatore di cardiologia nelle facoltà di Bari, Firenze e Pisa. Per il lungo periodo trascorso, alcuni reati sono già caduti in prescrizione e tutti gli altri saranno prescritti tra non molto tempo.

Questi, signori, sono i veri scandali, queste le "porcate" che devono destare l'opinione pubblica. Qua non si parla dell'appaltino (sempre importante) truccato...qua si parla della formazione dei principali poteri dello Stato. Qua si parla di soggetti che domani saranno chiamati a spiegare al cittadino cosa sia la giustizia! E' interesse di tutti, spero, sapere di andare in Tribunale e trovarsi di fronte all'autorità di un giudice che serenamente ha superato un concorso pubblico.

Ancor più scandaloso che nessuno ne risponda! Qualcosa è successo, qualcuno ha fatto il furbetto, eppure nessuno viene indagato, processato o condannato! Tutto bene, tutto normale, tanto l'importante è guardare il dito...

Vogliamo presentare un breve excursus dal 1992 ad oggi dei casi più salienti, per vedere cosa è stato fatto e se realmente qualcosa è cambiato, scrive “Avvocati senza Frontiere”. Con il primo articolo del 2007 apparso sul tema un nostro anziano avvocato si domandava di quale credibilità potesse ancora godere la magistratura italiana se gli stessi concorsi per entrare a farne parte continuavano ad apparire poco trasparenti, come denunciato nei decenni precedenti da molteplici candidati, senza che si sia mai fatta piena luce sui diversi episodi di brogli e corruzione emersi in ogni parte d’Italia.

Correva l’anno 1992, quando trapelò per la prima volta che anche i concorsi per magistrati venivano truccati col beneplacito del Ministero di Giustizia e degli apparati di vigilanza: “Verbali sottoscritti da gente che non c’era, fascicoli spariti, elaborati giudicati “idonei” quando non lo erano affatto“. Passarono poi ben 13 lunghi anni prima di venire a sapere tramite un articolo di denuncia del Corriere della Sera, pubblicato nel 2005, che i gravi fatti del 1992 non avevano ancora trovato alcuna soluzione nelle aule di giustizia amministrativa italiana né tantomeno sanzione penale.

Nel 2005, nonostante l’autorevole denuncia di Silvio Pieri, ex Procuratore Generale del Piemonte, e le diverse interrogazioni parlamentari sul tema, la scandalosa vicenda del concorso truccato del 1992, risultava finita nel porto delle nebbie, così come ogni altra successiva denuncia del genere. Vale la pena qui ricordare il suggestivo episodio della fotocopiatrice integerrima che smascherò il broglio di una componente della commissione esaminatrice della sessione del marzo 2002 e al contempo magistrato di Cassazione con funzioni di sostituto P.G. presso la Corte d’ Appello di Napoli, la quale cercò di favorire la figlia di un ex componente del Csm, della corrente di Unicost, sostituendo clandestinamente durante la notte la prova giudicata negativa della sua protetta, ma venendo tradita dall’eccesso di zelo dell’incorruttibile copiatrice, utilizzata nottetempo dall’alto magistrato, che ripartendo al mattino misticamente vomitava fiumi di copie delle pagine contraffatte dalla giudice Dr.ssa Clotilde Renna.

Negli anni successivi, neppure l’agguerrito Ministro Alfano, al pari del Guardasigilli di centro-sinistra Mastella, provava a scalfire l’impenetrabile muro di gomma eretto dalla casta e dalle massomafie che la proteggono, sui criteri e le procedure che governano l’accesso alla magistratura. L’argomento, evidentemente troppo scottante anche per i falsi neoliberisti e i rampanti filoberlusconiani che sulla corruzione giudiziaria hanno prosperato, costruendo la loro fortuna economica e politica, continua così ad essere un tabù di cui nessuno si occupa.

Correva l’anno 2008, quando scoppia il nuovo caso della Fiera di Milano-Rho, in occasione dell’ennesimo Concorso Nazionale per Uditore Giudiziario truccato. Tra i 5600 aspiranti magistrati per soli 500 posti si scopre che c’è chi si può permettere di introdurre impunemente telefonini, appunti, codici “irregolari“, rispetto alle norme dettate dal concorso e addirittura libri di testo, tanto da scatenare un vero e proprio putiferio. Mentre decine di candidati urlavano in piedi “vergogna!“, un altro gruppo esprimeva il proprio sdegno chiedendo di annullare la prova.

Ma “more solito” tutto vien presto messo a tacere e il livello di preparazione e di moralità dei giudici italiani e la conseguente disponibilità a “non lasciarsi ammorbidire dal potere“, restano quelli che tutti abbiamo avanti agli occhi ogni giorno nelle aule d’udienza: aperto favoreggiamento dei più forti, nepotismo, corporativismo, prepotenza e arroganza mischiate spesso ad aperta ignoranza ed assenza di rispetto nei confronti di avvocati e soggetti più deboli. (C’è persino chi scrive durante la prova riscuotere con la “q”, chi confonde la Corte dell’Aja con la «Corte dell’Aiax», o un maturo Presidente di sezione di Corte d’Appello civile a Milano che alle soglie della pensione non conosceva neppure la differenza tra un reclamo in corso di causa ai sensi dell’art. 669 terdecies c.p.c. proposto al collegio da uno ex art. 669 septies c.p.c. proposto allo stesso giudice di merito).

La casta corrotta al pari della classe politica si protegge per autoriprodursi. Ma la cosa che più fa scalpore nel caso del concorso di Rho è il fatto che, messi a parte i dissidi tra il Guardasigilli Alfano e il C.S.M., è lo stesso organo di autogoverno della magistratura a richiedere con voto a maggioranza la frettolosa archiviazione del caso. Tutto normale anche per il Ministero di Giustizia, nonostante le molteplici denunce inquietanti di tanti candidati che segnalavano con dovizia di particolari come durante la prova milanese fossero saltate tutte le regole del gioco e che rampolli figli di noti magistrati avessero potuto fruire del tutto indisturbati di materiale vietato. Circostanza veramente anomala tenuto conto che il concorso per magistrati è ritenuto l’esame più controllato nel nostro Paese. I testi a disposizione dei candidati prima di venire ammessi e introdotti in aula vengono preventivamente verificati e timbrati da un’apposita commissione esaminatrice. Un cancelliere di Tribunale controlla siano realmente dei codici, che non vi siano nascosti appunti o fogli volanti e che siano conformi al bando. I nuovi brogli di Milano-Rho non potevano quindi venire liquidati, ancora una volta, laconicamente e senza alcuna indagine, per coprire le solite spinte corporative e gli oscuri interessi di chi controlla e manipola nell’ombra l’accesso in magistratura, prediligendo le logore logiche di nepotismo e di clientelismo, da cui si alimentano solo le massomafie, il malaffare e non di certo la legalità. Le molteplici proteste dei candidati della prova svoltasi alla Fiera di Milano-Rho per cui dovette persino intervenire la Polizia Penitenziaria per proteggere la commissione esaminatrice cieca, sorda e complice, non sono quindi ancora una volta servite a nulla.

La complicità della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano. Una cinquantina di candidati si recò in Procura a Milano per denunciare la gravità dei fatti di cui erano stati diretti testimoni, percependo che la Commissione intendesse mettere tutto a tacere per favorire i soliti raccomandati. Ma il procedimento, come di rito, viene frettolosamente archiviato, nonostante la quantità delle denunzie e la convergenza delle testimonianze, tutte acclaranti gravi irregolarità. Ciò, peraltro, senza disporre alcuna accurata necessaria indagine, seppure l’indignazione avesse inondato i siti web, estendendosi agli stessi consiglieri togati del Movimento per la giustizia e Magistratura Democratica che chiedevano un’inchiesta del Csm sulle innumerevoli irregolarità denunciate dai candidati.

Dai media si apprende della richiesta di apertura di un fascicolo da parte della 9° Commissione di Palazzo dei Marescialli con l’obiettivo di “avere cognizione oggettiva dello svolgimento delle prove concorsuali e assumere le opportune iniziative in difesa del prestigio e credibilità della magistratura la cui prima garanzia è riposta nell’assoluta affidabilità della procedura di selezione“. Ma, come denunciato, il 19 dicembre il C.S.M. definiva con una frettolosa archiviazione, eludendo ogni accertamento sullo svolgimento delle prove scritte del concorso indetto con D.M. 27/2/2008, svoltesi a Milano nei giorni 19/21 novembre 2008. La pratica era stata aperta da “I Giovani Magistrati”, all’indomani delle inquietanti notizie fornite da stampa e televisione, in ordine alle modalità di espletamento del concorso. Dal sito movimentoperlagiustizia.it si apprende che nel corso della discussione plenaria, i consiglieri del Movimento per la giustizia chiesero invano il ritorno della pratica in Commissione per l’espletamento di ulteriore attività istruttoria, già inutilmente da loro richiesta anche in sede di Commissione, non condividendo la circostanza che la Commissione avesse voluto frettolosamente portare all’attenzione del plenum del C.S.M. una delibera monca, articolata sulla base di un’attività istruttoria carente, costituita essenzialmente dall’acquisizione delle sole relazioni del presidente della commissione di concorso (17, 20, 22 nov. e 1.12.08) e del direttore generale direzione magistrati del Ministero (25.11 e 9.12), nonché dalle audizioni dei commissari di concorso e di altri funzionari del Ministero di giustizia e della Procura Generale di Milano. “Nessun cenno nella delibera in esame del contenuto delle 19 missive, pervenute alla 9° Commissione anche via e-mail, delle quali più della metà regolarmente sottoscritte da candidati che segnalavano disfunzioni gravi o meno gravi riguardanti soprattutto il ritardo verificatosi il 19 novembre nella dettatura della traccia di diritto amministrativo e la presenza in loco di testi non consentiti”. Per saperne di più, in relazione alla dinamica degli eventi, i tre consiglieri dissidenti aggiungono di avere inutilmente richiesto l’audizione di alcuni dei candidati firmatari degli esposti. Nessun cenno nella delibera del C.S.M. del contenuto della risposta del Ministro della Giustizia all’interrogazione parlamentare che, peraltro, si era sviluppata nel senso di una presa di distanza dall’operato della commissione di concorso. Il sito dei giovani magistrati del Movimento per la giustizia denuncia poi di avere sostenuto con forza che non vi fosse alcuna urgenza di definire, in tempi così brevi, una pratica dai risvolti talmente delicati, con una delibera che, agli occhi dell’opinione pubblica, avrebbe corso il rischio di essere additata (come in effetti, poi, accaduto) “come una risposta corporativa e sostanzialmente “a tutela” dell’operato della commissione di concorso“. Per di più, in una situazione in cui era in corso di indagini preliminari il procedimento aperto presso la Procura di Milano (iscritto a mod. 45), a seguito delle citate denunce pervenute dai candidati. Del resto, diversi sono gli aspetti inquietanti mai chiariti dal C.S.M. e dalla Procura di Milano, le cui archiviazioni hanno proceduto di pari passo per mettere tutto a tacere. Secondo quanto affermato nella relazione del Presidente Fumo sarebbero stati “schermati” i settori riservati ai candidati onde evitare comunicazioni telefoniche. Questo assunto, come si legge nel sito dei giovani magistrati, è stato smentito dal Direttore generale del Ministero, dott. Di Amato, che ha ammesso la mancanza di schermatura elettronica nei padiglioni ove si svolgeva il concorso, riscontrata peraltro dal sequestro di apparecchi telefonici che risultavano funzionanti all’interno dei locali. È appena il caso di rilevare che, come si legge nella relazione ministeriale, la “possibilità di una schermatura elettronica non ipotizzabile per la sede di Roma” era stata una delle ragioni che avevano condotto l’autorità competente alla scelta di Milano quale sede esclusiva di concorso. Quanto all’identificazione di circa 5.600 candidati con tesserini privi di fotografia e alla carenza di controlli anche dei testi e dei codici all’ingresso delle sale di esame (almeno 28.000 volumi), inutilmente proseguono i giovani magistrati di avere fatto richiesta di acquisizione di notizie più in dettaglio sui controllori (250 persone per ogni turno dislocate su 26 postazioni). Del pari, inutilmente hanno fatto richiesta di notizie sui 23 funzionari di segreteria e sui 750 addetti alla vigilanza durante le prove, che avrebbero potuto portare ad accertare le ragioni della discrasia tra l’enorme numero di addetti al controllo e gli insufficienti effetti del controllo medesimo. Accertamenti che avrebbero dovuto quindi trovare ingresso quantomeno in sede penale, onde poter escludere che l’indifferenza della commissione alle clamorose proteste dei candidati abbia inteso favorire i soliti raccomandati e che la prova invero “non fosse solo la solita farsa“.

Quanto allo svolgimento delle prove non ha poi convinto la scelta di non sorteggiare le materie nei diversi giorni di esame. “È vero che non vi era obbligo di legge in tal senso, ma è pur vero che ragioni di opportunità e trasparenza avrebbero dovuto indurre la commissione di concorso a procedere al sorteggio, così come le stesse ragioni inducono da anni il CSM a sorteggiare l’individuazione dei commissari di concorso”. Ma soprattutto, ciò che non ha convinto i giovani magistrati è stato l’indisturbato allontanamento del commissario, prof. Fabio Santangeli (poi dimessosi il 25.11), il giorno 19, che è stato la principale causa dell’abnorme ritardo nella dettatura della traccia di “diritto amministrativo”, avvenuta alle h.14. Parimenti, non hanno per niente convinto in particolare le giustificazioni fornite sul punto dal Presidente della Commissione, secondo il quale non sarebbe stato in alcun modo possibile trattenere nella sala il professore, senza chiarire la ragione perché non fosse stata approfondita sin dal primo momento la disponibilità di tempo del professore, evitando che partecipasse all’elaborazione dei testi. Cosa che poi provocava la ripetizione dell’operazione di individuazione /elaborazione delle tre tracce da sorteggiare, con l’ulteriore conseguenza della dettatura di una traccia ambigua, che ha causato ulteriori problemi di ordine pubblico, a causa delle diverse letture possibili. L’esistenza di queste accertate disfunzioni ed il mancato chiarimento di aspetti essenziali ai fini di un regolare e sereno svolgimento delle prove di esame avrebbero consigliato, secondo gli esponenti del Movimento per la giustizia, maggiore cautela nell’adozione di una delibera di archiviazione da parte del CSM. In definitiva, non si è compreso che solo una adeguata istruttoria avrebbe dissipato tutti i dubbi e reso trasparente l’operato della Commissione. Il nostro voto contrario, conclude il sito dei magistrati dissidenti, è determinato esclusivamente dall’esigenza di accertamento della verità. Esso non significa e non può significare “condanna”, ma rappresenta una decisa presa di distanza da una logica di “tutela” preventiva ed incondizionata in favore di tutti i protagonisti istituzionali della vicenda, troppo frettolosamente ritenuti attendibili, pur in difetto di quel “contraddittorio” con le voci dissonanti dei candidati, come da noi richiesto e ribadito. “Il voto contrario non significa quindi che si ritiene sussistere i presupposti per l’annullamento del concorso in via di autotutela, ma testimonia il nostro disaccordo su una risposta istituzionale del tipo “tout va très bien madame la marquise!“. Ne deriva che ”Madama la Marchesa” dovrebbe trovare del tutto preoccupante e scandaloso che anche l’ennesima indagine sui concorsi truccati in magistratura condotta dalla Procura di Milano sia stata frettolosamente archiviata in breve tempo, trascurando i molteplici riscontri probatori, che avrebbero dovuto indurre il P.M. a svolgere più accurate indagini, il quale senza neppure ascoltare le persone informate sui fatti e i candidati parti lese, prendeva invece per “oro colato” la relazione presidenziale e le sole fonti istituzionali. E’ quindi lecito dubitare che gli inquirenti al pari dei politici e dei membri del C.S.M. abbiano agito seguendo quel profondo senso di giustizia che dovrebbe animare coloro a cui è affidata la sorte della legalità.

E comunque, nella puntata di Report del 15 maggio 2011 sono stati svelati tutti i segreti che ci sono dietro ai concorsi per diventare notai, primari di ospedale o professori universitari. Forse abbiamo scoperto le modalità con cui vengono truccati alcuni concorsi ma che in Italia funzionasse così lo sapevano già tutti, non era certo un segreto che il figlio di un operaio potesse diventare notaio..neanche se molto meritevole. Interessantissima comunque l’indagine presentata da Milena Gabanelli, forse non abbiamo scoperto l’acqua calda ma il fatto che quello che succede venga raccontato apertamente in televisione è come una piccola ricompensa per chi queste cose le ha subite. L’argomento “raccomandati” è di moda nel nostro paese e lo dimostra anche il successo del film al cinema: C’è chi dice no.. Purtroppo la “raccomandazione” non serve solo per posti di lavoro molto ambiti come quelli trattati da Report, anche per lavori molto più umili occorre bussare la porta giusta o essere parenti di qualche personaggio di rilievo..  E’ inutile girarci molto intorno, l’Italia è proprio questa, programmi come Report possono però dare un piccolo aiuto a sensibilizzare la nostra mentalità sbagliata.

In questa curiosa Italia dove la legge è uguale per tutti ma per qualcuno è più uguale, dove le norme devono essere «interpretate» prima di venire «applicate, e dove la lotteria del ricorso al Tar è sinonimo di certezza del diritto, si riesce regolarmente ad aggirare perfino uno dei pilastri fondamentali del vivere civile sancito dalla Costituzione, scrive Sergio Rizzo su “Il Corriere della Sera”. Più chiaro di così, l'articolo 97 della Carta non potrebbe essere: «Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge». Negli anni, però, la nostra creatività ha scovato mille modi per far prevalere su questo sacrosanto principio parentele, amicizie e legami d'altro genere. Il caso classico è quello delle assunzioni per chiamata diretta nelle società controllate dallo Stato, dalle Regioni e dagli enti locali. Ricordate lo scandalo delle municipalizzate romane, rimpinzate di raccomandati da politici e sindacalisti? Qualche anno fa si è poi scoperto che il Consiglio regionale della Campania aveva centinaia di dipendenti in pianta stabile senza avere mai indetto un concorso pubblico dal 1971, quando la Regione era nata. Assunti da società pubbliche, erano stati distaccati presso gli uffici consiliari e poi «stabilizzati» con qualche leggina regionale. Ma non stupitevi: la pratica della «stabilizzazione» per legge, spesso votata di notte pochi giorni prima delle elezioni, è diventata ormai una regola comune in quasi tutte le Regioni.  Ma c'è un mezzo ancora più odioso per evitare l'obbligo del concorso. È il concorso stesso. Non passa giorno senza che arrivi la segnalazione di qualche presunto abuso nelle valutazioni, di regole studiate ad hoc per favorire questo o quel candidato, di esclusioni paradossali dalle selezioni pubbliche, di commissioni d'esame costruite in modo sospetto. Addirittura di ricorsi al Tar che inspiegabilmente si bloccano, mentre ricorsi gemelli procedono speditamente fino a spalancare a chi li ha presentati, di solito giovanotti dal nome eccellente, la strada di una prova d'appello spesso risolutiva. Certi concorsi pubblici assomigliano moltissimo a certi appalti pubblici nei quali si sa già in partenza chi sarà il vincitore. Le cronache sono sempre più piene di casi sconcertanti. Come quello del famoso chirurgo Mario Lanzetta, un luminare della ricostruzione della mano, al quale per nove anni è stata negata la cattedra di ortopedia, nonostante cinque sentenze a lui favorevoli. Oppure quello del cardiochirurgo diventato professore dopo aver superato l'esame davanti a una commissione composta da due igienisti e tre dentisti: ma era figlio del rettore di una grande università nella quale già insegnavano moglie e figlia. O ancora quello di un certo ateneo meridionale dove l'autorità Anticorruzione allora guidata dall'ex prefetto Achille Serra aveva scoperto che «frequenti rapporti di parentela, affinità o coniugio legano nel 50 per cento dei casi il corpo docente con personalità del mondo politico, forense o accademico». E non succede soltanto nelle università. Giuseppe Oddo ha raccontato martedì sul Sole 24 ore di un concorso per dirigenti della Regione Lombardia «mai apparso in Gazzetta ufficiale», vinto da 31 persone: molte delle quali, guarda caso, appartenenti al movimento di Comunione e liberazione «il cui esponente più noto», ha sottolineato il giornalista, «è il presidente della Regione Roberto Formigoni»: fra di loro anche il nipote di un vescovo e il biografo del fondatore di Cl don Alberto Giussani. Un concorso poi dichiarato illegittimo tanto dal Tar quanto dal Consiglio di Stato, ma grazie a un cavillo quei 31 restano al loro posto. Per non parlare delle autorità indipendenti, oggi una delle poche occasioni che si offrono ai nostri giovani di entrare a far parte di una classe dirigente «tecnica» di livello europeo. Basta dare uno sguardo agli elenchi di chi ci lavora. Si scopriranno innumerevoli coincidenze con illustri cognomi. Naturalmente hanno tutti superato un concorso. Magari anche molto selettivo, ne siamo assolutamente convinti. Peccato che talvolta ci sia una discrezionalità forse eccessiva (e difficilmente controllabile) nel giudizio di certi requisiti. Facciamo un esempio? Per essere ammessi a un recente concorso bandito da un'authority si assegnavano fino a 14 punti su un massimo di 50 per le esperienze post laurea. In che modo? Quattro punti per le esperienze ritenute «sufficienti», otto per quelle «buone», dodici per le «ottime» e quattordici per le «eccellenti». Ma perché un'esperienza dovesse essere considerata soltanto «sufficiente», piuttosto che «eccellente», non era specificato. Nello stesso concorso venivano attribuiti al massimo quattro punti su 50 per la conoscenza delle lingue. Così da non penalizzare chi non sapeva una parola d'inglese o spagnolo? Boh...C'è un posto di lavoro, ma che tu non potrai mai avere anche se studi e fai sacrifici per migliorare la tua preparazione perché è già prenotato da chi ha qualche santo in paradiso: è il messaggio più odioso che si possa mandare ai giovani. Toglie loro anche le residue possibilità di sperare, oggi che la speranza è così poca. È ora di dire basta ai concorsi truccati, falsati, pilotati. Un Paese che ha la meritocrazia nella Costituzione, ma poi non assicura ai suoi figli parità di condizioni, che Paese è?

Magistratura, avvocatura, notariato. La truffa dei concorsi. Considerazioni di Paolo Franceschetti a margine dell’esame da avvocato.

1. Il problema dei concorsi nel mondo del diritto. 2. Considerazioni. 3. Le ragioni dell’attuale sistema di illegalità.

1. Il problema dei concorsi nel mondo del diritto. Esce oggi il risultato della Corte di appello di Roma relativo all’esame da avvocato. I risultati sono sempre i soliti: meno del 20 per cento di promossi. Normalmente, tra le persone, sono passati i più mediocri, mentre i migliori non riescono a passare (questo osservando il risultato tra circa una settantina di miei allievi, ove riscontro questo curioso trend nel rapporto preparazione/superamento esame). Qualche tempo fa l’ineffabile Fatto Quotidiano (il giornale che non perde occasione per incensare il peggio del peggio del sistema che abbiamo – lodi all’Unione Europea, lodi ai magistrati più delinquenti, e ultimamente anche lodi alla massoneria con inviti ad iscriversi rivolti alla magistratura nel suo complesso – ; il giornale che riduce tutti i problemi italiani a due soli: la mafia e Berlusconi) ha pubblicato un articolo lodando la politica del Ministero della Giustizia in fatto di concorsi. Infatti di recente sono stati annullati due concorsi per l’accesso alla magistratura del Consiglio di Stato e del Tribunale amministrativo regionale (cosiddetto TAR) per irregolarità; è stato annullato un concorso notarile per palesi irregolarità. E’ il segno, secondo il quotidiano, che si tenta di fare pulizia in questo campo. In realtà è il segno che si sta facendo pulizia, sì, ma in senso completamente diverso. Spieghiamoci meglio. Fino a qualche tempo fa il concorso in magistratura e quello notarile erano considerati “puliti”. Circolava voce tra i candidati che queste prove fossero infatti tra le più pulite nel mondo dell’amministrazione pubblica. All’esame da avvocato, al contrario, le porcherie dell’amministrazione sono state effettuate sempre a cielo aperto. Il famoso caso di Catanzaro del 2001 fu la prova provata, lampante, eclatante, delle irregolarità di massa effettuate all’esame: la magistratura infatti – a seguito di una denuncia di tre candida