
I LECCESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?
QUESTIONE MORALE IN SALENTO ?
A CHI CREDERE ??
«Qualcuno dovrà spiegare a che titolo l’allora assessore provinciale Flavio Fasano era presente a una riunione del Comitato nazionale per l’ordine pubblico convocata a Gallipoli pochi giorni dopo l’omicidio di Nino Padovano. In qualità di avvocato del fratello di Nino, ovvero di Rosario Padovano?». Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno, lancia la bomba nel corso della trasmissione televisiva «Talk Sciò», condotta da Giuseppe Vernaleone e trasmessa il 16 novembre 2009 dall’emittente leccese Tele Rama. Occorre svolgere un'attenta verifica sulle collusioni tra mafia ed amministratori locali, ha assicurato Mantovano. Ha anche annunciato accertamenti su quei commercianti che hanno omaggiato il boss ai funerali.
Mantovano ci ricasca a Cellino San Marco. Egli, come già a Gallipoli si è prodigato ad accusare le comunità locali di collusione mafiosa. Senza citare nè testate, nè nomi, il sottosegretario Alfredo Mantovano il 14 luglio 2010 ha riproposto le accuse di “consenso sociale” alla criminalità, che egli avrebbe colto negli ultimi tempi nel Brindisino. Lo ha già fatto alcuni giorni prima a San Pietro Vernotico sventolando un quotidiano locale (uno solo), che si era occupato dei funerali di Gianluca Saponaro, pregiudicato ucciso il 19 giugno 2010 a Cellino S.Marco. Lo ha rifatto il 14 luglio 2010 a Roma in occasione della presentazione di una ricerca del Cnel sul tema sicurezza.
“C’è un consenso sociale alle realtà criminali che preoccupa, specie quando è enfatizzato dai media”, ha detto Mantovano parlando di alcuni casi che egli ha colto in Puglia, ma soprattutto a Brindisi. A Cellino San Marco infatti, “alcuni giorni fa è stato ucciso un criminale di medio calibro ed al funerale c’era il sindaco e una folla di centinaia di persone e la stampa locale ha definito l’uomo come un benefattore”. Sempre nell’inserto locale di un giornale, ma questa volta di Foggia, ha accusato Mantovano, “è stata poi data grande enfasi alla lettera di un latitante che si presentava come un perseguitato, mentre è stata liquidata in poche righe la riunione tecnica delle forze e dell’ordine e della magistratura a Manfredonia presieduta dal ministro dell’Interno, Maroni”.
Naturalmente, quando è lui ad essere accusato di collusione, lo sdegno è alto.
"Chiedo al presidente della Camera che dica qualcosa di chiaro e definitivo sulla vicenda. Non lo chiedo, anzi lo esigo sulla base della mia storia, sulla vicinanza mia al presidente della Camera e sull'azione che il governo sta facendo contro la criminalità organizzata". Alfredo Mantovano si rivolge direttamente al presidente della Camera per controbattere alle dichiarazioni di Fabio Granata, che ha tirato in ballo la mancata protezione al pentito Gaspare Spatuzza....Così Alfredo Mantovano ad Orvieto (Terni), il 25 luglio 2010.
«Non mi scuso per quello che ho detto e non posso tacere che nel Pdl c’è anche una questione morale»: il vicepresidente della commissione Antimafia, Fabio Granata (Pdl, finiano), ha ribadito così, in un’intervista alla Stampa.
Fabio Granata, il finiano che ha amplificato le tensioni interne alla maggioranza di centrodestra parlando di pezzi di governo che impediscono di raggiungere la verità sulle stragi del '92 e chiama in causa il sottosegretario Alfredo Mantovano per la decisione di negare la protezione al pentito Gaspare Spatuzza.
"Non ho davvero nulla di cui scusarmi - dice - perché le verità che ho detto sono oggettive e sostenibili in qualsiasi sede, anche in quella, se esiste, dei probiviri del Pdl dove La Russa e gli ex amici di An potranno chiedere con forza la mia espulsione e ribadire la loro fraterna solidarietà a Verdini e Cosentino". In serata va al Tg3: "Attaccano me per colpire Fini, sono critiche strumentali". E aveva già detto, nel merito: "La Russa continua a strumentalizzare affermazioni serie ed equilibrate da me portate avanti nel contesto della Commissione Antimafia e che erano riferite all'inopinata negazione da parte della Commissione ministeriale presieduta da Alfredo Mantovano del regime di protezione per Spatuzza, considerato attendibile da ben tre Procure sulla questione delle stragi del '92". E ancora: "Visto che La Russa mi chiede spiegazioni sulle mie affermazioni gli dico anche che io mi riferivo alle decine di esternazioni contro le Procure di Caltanissetta e Palermo colpevoli di cercare irriducibilmente la verità sulle stragi. E, per avere i nomi, La Russa può semplicemente consultare le agenzie di stampa degli ultimi due mesi". Poi torna sul ddl intercettazioni e contesta le attestazioni di stima pronunciate nei confronti di Dell'Utri: "Mi riferisco anche ad un ddl sulle intercettazioni, difeso con forza dal governo in una stesura originale che, per quanto riguarda le intercettazioni telefoniche ambientali, avrebbe indebolito lo strumento più importante per le indagini di mafia, se non fosse intervenuta la nostra volontà radicale di modificarlo. E alle decine di attestazioni di stima e solidarietà, anche da parte di esponenti del governo, dopo una condanna a sette anni a Marcello Dell'Utri per associazione mafiosa e dopo la sua ennesima proclamazione a eroe di un mafioso conclamato come Mangano".
Ma Granata non è solo. L'Udc considera "opportuna una nuova ed urgente audizione" del sottosegretario agli Interni Alfredo mantovano presso la commissione parlamentare Antimafia, a seguito del "grave esposto" al Csm rispetto ai magistrati di Caltanisetta che indagano sulla strage di Via D'Amelio. "L'esposto al Csm - dice il presidente dei senatori dell'Udc e componente della commissione Antimafia Gianpiero D'Alia- contro i magistrati di Caltanissetta ad opera del sottosegretario Mantovano è un atto grave che va condannato e censurato. Esso segue ad un altro atto grave ed inopportuno e cioè il diniego del programma di protezione al pentito Gaspare Spatuzza, provvedimento che rischia di compromettere l'inchiesta nissena sulle stragi, condotta con serietà dalla competente procura della Repubblica.
Dalla stampa nazionale un resoconto locale su quella parte politica che accusa gli avversari di immoralità e disonestà. Nel mare magnum delle malefatte pugliesi finisce nei guai un altro delfino del noto politico che invita ad andare a farsi fottere chi non la pensa come lui. Dopo l’arresto del suo braccio destro nonché vicepresidente della giunta regionale Sandro Frisullo (storie di escort e non solo); dopo le dimissioni dell’indagato segretario organizzativo del Pd, Michele Mazzarano, suo fedelissimo nel Salento (in rapporti con l’imprenditore Tarantini, quello della D’Addario a Palazzo Grazioli); dopo il coinvolgimento nelle inchieste baresi del suo amico-factotum Roberto De Angelis (quello degli incontri fra D’Alema e Tarantini); dopo l’iscrizione sul registro degli indagati dell’imprenditore Enrico Intini, suo intimo amico (nel medesimo filone sesso-sanitario); dopo tutte queste faccende disgraziate, insomma, un altro pesce pregiato del branco dalemiano finisce nella rete giudiziaria.
All’alba del 18 maggio 2010 il Ros di Lecce ha infatti bussato alla porta di Flavio Fasano, ex sindaco di Gallipoli, ex assessore provinciale ai Lavori pubblici, da sempre uomo-ombra del Líder Maximo. I carabinieri gli hanno notificato copia di un’ordinanza d’arresto a suo carico, al pari di altri quattro coindagati, con accuse che spaziano dal concorso in «turbata libertà degli incanti e violazione del segreto d’ufficio», al «falso per induzione in errore determinato dall’altrui inganno», dalla «corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio» all’«abuso d’ufficio». Secondo la ricostruzione degli inquirenti, basata essenzialmente su alcune microspie piazzate nello studio legale di Fasano, il referente di D’Alema nel collegio ionico sarebbe stato il protagonista di conclamate irregolarità nella gestione degli appalti (cartellonistica pubblicitaria, costruzione del nuovo istituto nautico e del campus universitario), nella nomina di dirigenti di enti locali, nell’assunzione di personale da inserire nelle ditte vincitrici delle gare, nell’ottenere denaro per il Pd come corrispettivo ai favori prestati.
Il filone appalti nasce da una costola dell’inchiesta «Galatea» collegata all’omicidio del capo clan della Sacra Corona Unita, Salvatore Padovano, detto «Nino Bomba», ucciso dal fratello Rosario che appena tre giorni dopo l’omicidio venne sorpreso dal Ros al telefono proprio con l’ex sindaco Fasano (in passato era stato suo avvocato) mentre riceveva consigli su come muoversi e su cosa dire. Nelle telefonate vennero fuori anche dettagli inediti – per gli inquirenti - sul delitto. In quel primo troncone d’indagine si faceva anche riferimento al progetto del boss Rosario Padovano di far fuori un altro ex sindaco di Gallipoli, attuale parlamentare del Pdl, Vincenzo Barba. Indagato per gli appalti, nel mirino per i rapporti col boss, l’amico del cuore di D’Alema aveva pensato bene di rinunciare a candidarsi alle ultime regionali. Non è bastato: l’hanno arrestato.
L’ex vice presidente della Regione Puglia, Sandro Frisullo (Pd), assieme all’imprenditore Gianpaolo Tarantini, è stato l’organizzatore del sodalizio criminale per aver offerto «copertura politica» alle «spregiudicate operazioni imprenditoriali dei fratelli Tarantini» ai quali ha garantito appoggio per la gestione degli affari illeciti nella Asl di Lecce. Lo scrive il tribunale del Riesame di Bari nelle 63 pagine delle motivazioni del provvedimento con cui, l’8 aprile 2010, ha concesso gli arresti domiciliari a Frisullo, condotto in carcere il 18 marzo con le accuse di associazione per delinquere e turbativa d’asta. Frisullo è indagato a piede libero per corruzione per aver intascato tangenti per 200-250 mila euro da Tarantini per fargli vincere appalti per 5 milioni di euro nella Asl salentina.
Secondo i giudici, su Frisullo la valutazione processuale da fare è quella della sua «indubbia pericolosità sociale» perché potrebbe reiterare delitti della stessa specie, anche se viene escluso che egli possa inquinare le prove che gli inquirenti stanno continuando a raccogliere. Tra le prove ancora da raccogliere, oltre agli accertamenti patrimoniali in corso, c’è il contenuto di un’intercettazione telefonica del 25 novembre 2008. Frisullo raggiunge in auto una stazione di carburanti del Salento dove incontra l’imprenditore Giancarlo Mazzotta. Questi - scrivono i giudici - viene sorpreso nel corso dell’intercettazione "a cornetta aperta" mentre versa a Frisullo «somme in danaro».
Nell’atto del tribunale è riportato uno stralcio della conversazione intercettata in cui Mazzotta dice a Frisullo: «...ehhh... in tutto sono 150... documenti...». I giudici hanno condiviso il ragionamento del gip Sergio Di Paola che ha ritenuto di non dover contestare, per motivi tecnico-giuridici, a Frisullo il reato di corruzione (poiché egli non ha compiuto atti del proprio ufficio), ma sostengono che «la copertura politica» offerta da Frisullo a Tarantini è stata «lautamente remunerata» all’uomo politico, tanto che questi era «"sul libro-paga" del Tarantini». Nelle motivazioni il tribunale definisce le dichiarazioni di Tarantini, che da tempo collabora con gli inquirenti assieme al fratello Claudio, apprezzabili per la «complessiva spontaneità, linearità, genuinità e coerenza».
CONCORSOPOLI A LECCE
ACCESSO ALL'AVVOCATURA
Il dr Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, presenta il “Dossier sui concorsi pubblici truccati”.
Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.
Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d’Appello, come ogni anno a metà dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.
Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato.
Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."
In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.
Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?
COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentre gli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).
LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione, tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una interrogazione a al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).
INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.
IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.
IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.
CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90
e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve
svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza
delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre
all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e, cosa, fondamentale,
sui principi di diritto del parere dato. Cosa fondamentale, la legge regola la
trasparenza dei giudizi. Di fatto le commissioni sono illegittime, perché
mancanti, spesso, di una componente necessaria. Di fatto i compiti non sono
corretti, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a
leggerli. Di fatto le motivazioni sono mancanti o infondate.
Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.
Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: nel 2005 candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.
Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.
O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.
E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.
TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni) del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale. Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato. Le commissioni, stante i requisiti di accoglimento per il fumus e per l’indigenza, rigettano la domanda, con giudizi anticipati senza contraddittorio: “Manca il Fumus”, inibendo così anche l’inoltro ordinario a pagamento del ricorso avverso all’esito concorsuale.
ENNESIMO RICORSO AL GOVERNO, INVIATO PER CONOSCENZA AI 630 DEPUTATI, AI 320 SENATORI, AI 72 PARLAMENTARI EUROPEI
RISULTATO: LETTERA MORTA
-----------
SIG.
PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
SIG. MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, DELL'INTERNO, DELLA FUNZIONE PUBBLICA, DEL LAVORO, DEI GIOVANI, DEI RAPPORTI CON LE REGIONI
E’ VERGOGNOSO, NON OTTENERE GIUSTIZIA
Giangrande Antonio, nato ad Avetrana (TA) il 02/06/1963 ed ivi residente alla via Manzoni 51.
Tel. 0999708396. Cell. 328.9163996
Presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie;
autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo” ;
ha svolto l’attività forense per ben 6 anni;
da 11 anni vittima di bocciature ritorsive al concorso forense, nonché perseguito per aver dato notorietà alle interrogazioni parlamentari riguardanti gli insabbiamenti delle denunce presentate nel distretto della Corte d’Appello di Lecce.
PREMESSO CHE
il 16, 17, 18 dicembre 2008 ha partecipato alla prova scritta del concorso forense presso la Corte di Appello di Lecce;
il 26 marzo 2009 la commissione presso la Corte di Appello di Reggio Calabria si è riunita per la correzione dei 3 elaborati: IN FORMA ILLEGITTIMA;
il 24 giugno 2009 (dopo 3 mesi) si sono pubblicati i risultati: giudizio identico negativo, 25, 25, 24;
il 3 luglio 2009 si visionano i compiti, i verbali e i criteri di correzione: SI OTTIENE PROVA CHE I COMPITI NON SONO STATI LETTI E CORRETTI E IL GIUDIZIO RESO E’ FALSO;
l’8 luglio 2009 si presenta istanza di ammissione al gratuito patrocinio con gli allegati probatori presso la Commissione del Tar di Lecce per poter presentare ricorso al TAR per manifesta irregolarità dei giudizi, su contestazioni accolte da ampia giurisprudenza amministrativa;
il 7 agosto (dopo un mese e a pochi giorni dalla decadenza del ricorso) si riceve diniego dalla Commissione: MANCA IL FUMUS;
il 12 agosto 2009 si presenta esposto penale ed amministrativo per fax e posta elettronica con gli allegati probatori ai vari uffici competenti di:
Presidenza della Repubblica, quale capo del CSM;
Presidenza del Consiglio dei Ministri (vari uffici fax 0667793289, 0667793578, 0667795441, 0667793543, 0667796571, 0658492087, 063236210, 0647887878, 0668997064, 066795807, 066797428, 066791131, 0667795049, 066794569, 066798648, 0667796569);
Ministero della Giustizia (vari uffici fax 0668852864, 0668897418, 0668897768, 0668897394, 0668897523, 0668892770, 0668897350, 0668892671, 0666165680, 0666162817, 0668897951, 0666598265, 0668897519, 0668897538, 0668891493);
Ministero degli Interni e sottosegretario Alfredo Mantovano (vari uffici fax 0646549832, 064741717, 0646549599, 0646549815, 064814661, 0646549725, 0646549415);
Ministero della Funzione Pubblica (vari uffici fax 0668997188, 0658324118, 0668997428, 0668997060, 0668997320);
Ministero del lavoro ( vari uffici fax 064821207, 0648161441, 0659945301, 0648161558);
Ministero dei giovani (vari uffici fax 0667796679, 0667795715, 0667792516, 0667792039, 0667792041, 0667792376);
Ministero Pari opportunità fax 06 67792471;
Ministro Raffaele Fitto per i rapporti con le regioni (vari uffici fax 0667794447, 066795500, 0667794078);
Presidenti di Camera e Senato; Commissioni Giustizia di Camera e Senato; Direzione Nazionale Antimafia; Antitrust; Consiglio Superiore della Magistratura; Consiglio Nazionale Forense; Consiglio di Stato; Avvocatura dello Stato; Corte dei Conti; Procura Generale ed ordinaria di Lecce, Taranto, Bari, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria; Prefettura di Lecce e Taranto; Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e Taranto.
RISULTATO: TUTTO LETTERA MORTA.
DOMANDA: E’ PIU’ SCANDALOSO L’ABUSO O L’OMISSIONE ?!?!
Tanto premesso si chiede alla S.V. di intervenire in questa vicenda, per mezzo di una interrogazione agli uffici interessati.
Le competenze amministrative ed istituzionali sono varie: impedimento alla difesa; impedimento al lavoro, specie giovanile; impedimento alla libera concorrenza ed al libero accesso professionale; impedimento alla pari opportunità; commissione di reati in procedimenti concorsuali ministeriali; impedimento all’attività di un sodalizio riconosciuto dal Ministero dell’Interno; abusi ed omissioni; ecc.
Giusto per sapere se merito giustizia e per non vergognarmi di essere italiano.
Mi dispiace che in Italia il problema non abbia l’attenzione che merita, solo perché ritengo non dignitoso adottare forme estreme di protesta. O forse perché sono sottovalutate le mie segnalazioni. Si pensi, per esempio, che per quello forense, in Italia, presso tutte le sedi di Corte di Appello, ci sono circa 40.000 candidati all’anno e solo il 30 % di loro ottiene l’abilitazione, oltretutto senza merito.
Il concorso notarile o giudiziario non è diverso.
Il far passare il sottoscritto per mitomane o pazzo, condannandolo all’indigenza, non disobbliga l’autorità adita ad un doveroso riscontro. Sempre che si sia in un paese civile e giuridicamente avanzato.
Dr Antonio Giangrande
CONCORSOPOLI A LECCE
ACCESSO ALL'AVVOCATURA
IMPEDIMENTO ALL'ACCESSO AL GRATUITO PATROCINIO PRESSO IL TAR PER LE VITTIME DI UN CONCORSO TRUCCATO
La Commissione di Lecce, presso il Tar, ha rilevato una mancanza di fumus, con un improprio e sommario giudizio di merito senza contraddittorio e su elementi chiarissimi ed incontestabili, riconosciuti meritevoli dalla giurisprudenza.
La Commissione di Lecce, composta da magistrati del TAR, ha deciso il diniego, inibendo il proseguo presso l'ufficio del ricorso principale, dall'esito scontato.
Lo hanno comunicato dopo un mese, nel pieno delle ferie e a 15 giorni dalla decadenza del ricorso principale al TAR, impedendogli, di fatto, anche la proposizione del ricorso in forma ordinaria.
|
CRITERI DI VALUTAZIONE |
![]() |
![]() |
|
VIOLAZIONE DEI CRITERI. NULLITA' OGGETTIVE: COMPONENTE MANCANTE (PROFESSORE UNIVERSITARIO) E TEMPO INSUFFICIENTE (180 MINUTI PER APRIRE 60 BUSTE E LEGGERE 30 COMPITI DI ALMENO 4 PAGINE, OLTRE CHE PER CONSULTARSI E ESTENDERE IL GIUDIZIO) |
![]() |
![]() |
|
DOMANDA LEGITTIMA DEL 8 LUGLIO 2009 |
DINIEGO ILLEGITTIMO DEL 7 AGOSTO 2009 |
![]() |
![]() |
|
DATA DI RICEZIONE |
|
|
|
|
DR ANTONIO GIANGRANDE PRESIDENTE ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
«PARENTOPOLI IN ACCADEMIA BELLE ARTI DI LECCE»
Dall'indagine dell'Alto Commissario anticorruzione emergono irregolarità nel reclutamento dei docenti (30% dei vincitori è legato da vincoli di parentela) e nella gestione delle risorse finanziarie Ue
Irregolarità nella composizione delle commissioni esaminatrici con il 30% dei vincitori risultato legato da vincoli di parentela, affinità o coniugio con docenti di ruolo dell’Accademia di Belle Arti di Lecce.
È uno dei risultati dell’indagine dell’Alto Commissario anticorruzione sull’Istituzione culturale salentina, svolta sulle procedure di reclutamento del personale docente da assumere a tempo determinato, a copertura di posti vacanti nelle materie aggiuntive e/o sperimentali, nonché sulla gestione delle risorse finanziarie comunitarie attribuite all’Istituto nell’ambito del PON 2000/2006.
Quanto ai fondi comunitari, è stata rilevata una scarsa pubblicità, all’interno dell’Istituto, delle opportunità offerte dai bandi. Ciò ha reso, di fatto, possibile la presentazione di progetti solo ad un ristretto nucleo di persone. In particolare per il progetto «Salento Sud Est» (nell’ambito del PON 2000- 2006), è stato rilevato il mancato rispetto della proporzione, fissata dalla Commissione ministeriale di orientamento, tra le risorse da destinare al conseguimento dell’obiettivo e quelle da dedicare alle attività di direzione e coordinamento. Inoltre, seco0ndo l’indagine dell’Alto commissario Anticorruzione, sono stati attivati insegnamenti in cui il rapporto ore/studenti appare incongruente (100/1).
Il risultato delle indagini è stato trasmesso al Ministro dell’Università e della Ricerca, alla Procura della Repubblica di Lecce, alla Procura regionale della Corte dei conti.
A tal proposito, il ministero dell’Università e della Ricerca, «in relazione alle notizie giunte dall’Accademia di Belle Arti di Lecce», comunica di «aver inviato alla Procura della Repubblica di Lecce la relazione dell’Alto Commissario Anticorruzione, Achille Serra, nonché gli ulteriori atti richiesti al Commissario dal Ministero relativi all’indagine svolta». Il Ministero, inoltre, «ha incaricato la Direzione competente di ulteriori accertamenti anche in riferimento alla precisa posizione degli organi coinvolti e attende l’esito di tali accertamenti per le decisioni necessarie».
MALAGIUSTIZIOPOLI
“Il giornale” del 25 giugno 2009 riporta una notizia. C’è un’inchiesta, a Bari, che anziché restare riservata finisce sui giornali perché riguarda indirettamente un premier e/o persone a lui vicine presumibilmente in contatto con alcune prostitute. E c’è un’altra inchiesta, a Roma, che invece resta «sconosciuta» per quasi dieci anni e che riguarda l’entourage di un altro premier in contatto sicuramente con una scuderia di prostitute d’alto bordo. Il doppiopesismo mediatico-giudiziario cui si fa riferimento concerne un’inchiesta avviata nel 1999 dal pm capitolino Felicetta Marinelli e conclusasi il 4 ottobre 2000 con il patteggiamento a un anno della maîtresse R.F. che secondo l’accusa inviava sue «squillo» ai fedelissimi dell’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, per ottenere ritorni economici di vario genere.
A giocar troppo col fuoco si rischia di rimaner bruciati: quelli che a sinistra puntavano il dito contro Silvio Berlusconi storcendo il naso per la “politica priva di morale” del Cavaliere, avrebbero dovuto ricordarlo questo proverbio della saggezza popolare. Perché il ritornello si è ritorto contro.
L’inchiesta pugliese alla base della “scossa di Bari” si è, infatti, allargata con nuove “ragazze” pronte a testimoniare e nuovi festini: incredibilmente non più solo a Palazzo Grazioli, come preferirebbero quelli del partito del dito puntato, ma anche a Cortina, Milano e nella stessa Bari. Festini che coinvolgerebbero numerosi altri nomi noti fra imprenditori, professionisti e politici, fra cui - appunto - alcuni esponenti baresi del PD.
Articolo che parla di prostitute d’alto bordo coinvolte con uomini importanti e di ingressi “confidenziali” alla Camera dei Deputati, che non ha reso per nulla contento l’ex Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, che ha dato mandato ai suoi legali di querelare il quotidiano. In quell’articolo viene tirato in ballo anche l’on. Cesa dell’UDC.
In relazione alla querela annunciata dall’On. Massimo D’Alema e dall’onorevole Lorenzo Cesa, Il Giornale ribadisce che la notizia pubblicata si fonda su un dato di fatto incontrovertibile: Cesa era socio, nella Global Media Srl, di R.F., la maitresse che aveva organizzato un giro di squillo per ottenere favori da un gran numero di politici, tra i quali alcuni stretti collaboratori di Massimo D’Alema. In quella società Cesa era intestatario di quote per 11 milioni, R.F per otto.
Inutile dirlo: la Rete ha buona memoria.
Correva l’anno 1994. Il pubblico ministero pugliese, Alberto Maritati, stava indagando su un finanziamento illecito erogato - tramite assegno - dal patron delle Cliniche Riunite di Bari a Massimo D'alema.
Nel giugno del 1995, quel processo fu archiviato per decorrenza dei termini di prescrizione, su richiesta dello stesso pm Maritati.
Il gip Concetta Russi, con queste parole dispose l’archiviazione:
“Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”.
D’Alema, dunque, confessò di aver percepito un finanziamento illecito per il Partito comunista. E tuttavia, non venne condannato e non finì in gattabuia grazie alla prescrizione del reato da lui compiuto. Destino diverso toccò agli indagati di Di Pietro.
Va aggiunto, inoltre, che il pubblico ministero di questo processo, Alberto Maritati, fu candidato - per volontà di D’Alema - alle elezioni suppletive del giugno 1999 (si era liberato un seggio senatoriale, dopo la morte di Antonio Lisi). E divenne sottosegretario all’Interno del governo presieduto dallo stesso D’Alema. Ancora oggi, Maritati, siede al Senato nelle fila del Partito democratico.
Dalle mie parti si dice: una parola è poca, e due sono troppe.
Il Ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, replica sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 1 aprile 2009, contrattaccando, alla interrogazione al Ministro della Giustizia, Alfano, dei senatori Pd sul suo conto, segnalando la "coincidenza" con iniziative e decisioni del Csm.
Il Ministro Alfano ha disposto un’ispezione Ministeriale presso la Procura di Bari per verificare il suo modus operandi, mentre il CSM ha respinto un esposto di Fitto contro la stessa Procura. "In Spagna - scrive Fitto in una nota - un ministro della giustizia socialista si dimette per essere stato fotografato a caccia con un magistrato che indaga sul partito popolare. Da noi alla fine ci si mette anche una "casta" togata che siede "pro tempore" sui banchi del Senato a interrogare il Ministro Alfano. Sei pubblici ministeri su nove firme. Nomi celebri: Finocchiaro, Casson, D'Ambrosio, Della Monica ma anche: Gianrico Carofiglio, fino all'altro giorno pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Bari, dove la moglie, Francesca Romana Pirrelli esercita la stessa attività nel pool che indaga sui reati contro la Pubblica Amministrazione, competente quindi sul Comune di Bari del quale è sindaco l'ex collega magistrato e compagno di partito del marito, Michele Emiliano. Competente anche sulla Regione Puglia. Tra l'altro dello stesso magistrato e della moglie magistrata circolano nella Rete foto in atteggiamenti di grandi familiarità con parenti stretti del Presidente Vendola. Firmatario anche Alberto Maritati, già sostituto procuratore presso la Procura di Bari e successivamente applicato a Bari dalla Direzione Nazionale Antimafia. Celebre per avere suscitato un immenso clamore con la cosiddetta "Operazione Speranza", alla metà degli anni novanta, che vide decine di persone tra arrestate e variamente imputate in una serie di procedimenti che, dopo ben più di un decennio, si sono conclusi tutti con assoluzioni in tutti i gradi di giudizio. Ma ebbe di che consolarsi con un patteggiamento. Né va dimenticato che nella stessa indagine Maritati si imbatté in esponenti politici dai quali, senza difficoltà, in seguito ottenne la candidatura nel medesimo partito".
Secondo Fitto, poi, "non va dimenticato che è sindaco di Bari Michele Emiliano, magistrato presso la Procura della stessa città e che a lungo indagò sulla cosiddetta Missione Arcobaleno, ipotizzando reati gravissimi a carico di tutta una serie di alti esponenti di quello che, con nuova denominazione, è diventato il partito del quale è segretario regionale e che, a suo tempo lo candidò a sindaco del Comune di Bari". E "che sono stato definito "mafioso" in un'intervista al giornale La Repubblica da Marco Di Napoli, magistrato impegnato in un'indagine sulla mia persona. Segue in proposito una denuncia penale e un procedimento civile". Così come "un altro magistrato, Roberto Rossi, analogamente impegnato in un'indagine sulla mia persona si lasciava fotografare in ridente condivisione con una assessore comunale di Bari dei Verdi, nel corso del cosiddetto Vaffa Day in svolgimento nella stessa città nella quale esercita il suo delicato ufficio. Peraltro compiendo eloquente gesto".
Inoltre, "un altro firmatario non magistrato, Nicola Latorre ha sicuramente minuziosa conoscenza di tutte queste vicende". "Per il resto - prosegue il ministro- vale il criterio opinabilissimo dell'opportunità che una serie tanto nutrita di magistrati si impegni in politica e che alcuni lo facciano all'indomani di indagini delicatissime a carico di esponenti dello stesso partito che finisce con il candidarli? Va da sé: liberi tutti.... E mi si vuole negare la libertà di un esposto, più volte integrato in questi mesi con ulteriori elementi, peraltro nel più rigoroso rispetto delle regole e che riguardano per ciò che mi concerne intercettazioni ambientali tra avvocati e indagati in colloqui precedenti all'interrogatorio, iscrizione nel registro degli indagati e successiva autorizzazione alle intercettazioni distanza di 23 mesi dalla notizia di reato e senza che ci fossero fatti nuovi e in coincidenza con la mia campagna elettorale, indagini preliminari che durano 7 anni. Telefonate intercettate e riportate in brogliacci come "non inerenti" e il cui contenuto è invece totalmente riferibile alla, vicenda. Telefonate riportate con degli omissis, contenenti invece brani che attribuiscono diverso significato. Tentativo con diversi ostacoli durato 2 anni per poter esercitare il mio legittimo diritto, previsto dal Codice di ascoltare tutte le telefonate e non solo quelle scelte dai P.m.. E potrei continuare".
"Peraltro - conclude Fitto- vedo che con una velocità del tutto inusitata, non solo si mobilitano le associazioni dei magistrati locale e nazionale, ma lo stesso CSM non archivia, come si è detto, ma eccepisce la sua non competenza, a tempo di record, sul mio esposto e, sempre a tempo di record, si dispone a intervenire sul caso dell'ispezione come ci informa, per agenzia, il Consigliere del CSM, Ciro Riviezzo, che appartiene alla stessa corrente di alcuni pubblici ministeri titolari delle indagini a mio carico. Sicuramente tutte strane coincidenze".
"Non possiamo andare avanti così - lo ha detto il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, nella relazione che ha aperto la cerimonia dell’ inaugurazione dell’ Anno Giudiziario - In più, oltre a un più rigoroso richiamo dei giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe contestualmente evitare la realizzazione di veri e propri 'processi mediatici', simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali". "La giustizia - sottolinea Carbone - deve essere trasparente ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria". “Inoltre – conclude - in Europa solo l'Italia supera la soglia dei 200mila avvocati (per l'esattezza, 213.081), più del 30% del totale europeo. (La stima, è elaborata dal Ccbe, il Consiglio degli ordini forensi d'Europa). "Tutti gli altri Paesi - scrive Carbone - si attestano ben al di sotto di questa cifra: la Spagna con 154.953, la Germania con 146.910, il Regno Unito con 139.789, la Francia con soli 47.765".
Anche nella magistratura sono presenti "sacche di inefficienza e di inettitudine". A dirlo un addetto ai lavori. Colpisce a fondo Vitaliano Esposito, Procuratore Generale della Corte di Cassazione nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Inoltre Esposito ha attaccato il rischio di politicizzazione della magistratura: ''I magistrati sono in crisi di identità. Ci muoviamo su un terreno impervio in cui il magistrato rischia di divenire il mediatore dei conflitti con un rischio di politicizzazione e radicalizzazione''. Esposito ha chiesto dunque ai magistrati di mantenersi estranei al conflitto con la politica: ''La magistratura deve essere estranea al conflitto con le parti politiche. L'unica politica consentita alla magistratura è quella della legalità''. Esposito ha poi spiegato che la lentezza dei processi nell'anno precedente ha portato all'aumento del 19% dei risarcimenti previsti dalla legge Pinto (quella che appunto risarcisce le vittime di giudizi troppo lunghi - ndr) per un totale di 32 milioni di euro in un solo anno.
«PROCESSO INGIUSTO: TEMPI LUNGHI, ERRORI GIUDIZIARI E INGIUSTE DETENZIONI»
Più che ispirarsi ai principi costituzionali del giusto processo, la realtà giudiziaria italiana presenta gravi disfunzioni che rivelano l’esistenza di un processo ingiusto. E’ dura l’analisi del presidente della Corte d’appello di Bari, Vito Marino Caferra, all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Assenti i penalisti che protestano per ottenere una riforma del processo.
Caferra si è soffermato a lungo sul 'processo al processo', ovvero sui processi 'derivati' dal principale con i quali i cittadini chiedono la riparazione per la violazione del termine ragionevole della durata del processo (legge Pinto), oppure la revisione per errore giudiziario (art.314 del codice di procedura penale), quest’ultima avanzata da coloro che sono stati arrestati e poi assolti. Fino al 30 giugno 2008 in corte d’appello pendevano 428 richieste di risarcimento per ingiusta detenzione.
A proposito di processi-lumaca: un processo civile dura in media 775 giorni in primo grado e 1.193 in appello. Va meglio nel penale con 441 giorni davanti al giudice monocratico, 366 al collegiale e 535 in assise. In appello il dibattimento penale dura in media 1.025 giorni. Tempi biblici che hanno fatto aumentare da 10.962 a 13.099 (+9) le prescrizioni dei reati. Proprio per evitare la proliferazione dei procedimenti penali Caferra invita i suoi colleghi della procura e del gup del tribunale a rispettare la legge e a “non chiedere (e disporre) il giudizio quando gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio e non consentono di pervenire ad una pronunzia di colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio”.
«CREDIBILITÀ DEI MAGISTRATI AI MINIMI TERMINI»
''Tacere e rinunciare alla discussione significherebbe certificare definitivamente la nostra sconfitta. E la sconfitta della magistratura è una sconfitta per la nostra democrazia e per il nostro futuro di uomini liberi”. E’ la considerazione fatta dal presidente della Corte d’Appello di Lecce, Mario Buffa, nel corso della relazione tenuta per l’inaugurazione dell’anno giudiziario.
“Noi magistrati – ha sottolineato – siamo consapevoli dell’importanza del nostro ruolo all’interno della società e del nostro dovere di fare quanto da noi dipende per esserne all’altezza. E tuttavia siamo altrettanto consapevoli che la nostra credibilità va sempre più diminuendo”. Buffa, tra le tante motivazioni, ha tra l’altro indicato “la nostra incapacità di far capire di chi è la vera responsabilità delle incredibili deficienze dell’apparato giudiziario, a cui in definitiva è legata la nostra perdita di credibilità”.
“Sta di fatto – ha detto ancora – che se anche i sondaggi dicono il contrario, che ci danno in vantaggio di fronte ad altre istituzioni, la nostra credibilità è oggi ai minimi termini. E siamo ormai circondati da sentimenti di vera e propria insofferenza quando pretendiamo di indicare responsabilità altrui sminuendo invece le nostre. Ed è triste dover constatare che noi giudici oggi siamo più temuti dai cittadini, che non rispettati”. “E anche per questo – ha concluso Buffa – ci dobbiamo sforzare di cambiare e dobbiamo cambiare e possiamo cambiare, come si legge in un recente documento della nostra associazione, solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno, perché è nostro dovere e responsabilità assicurare ai cittadini una magistratura, capace, motivata e professionalmente adeguata”.
«TROPPE INTERCETTAZIONI, MISURE CAUTELARI, CENSURE E FUGHE DI NOTIZIE IMPUNITE»
Il ''notevole aumento'' delle intercettazioni, da un lato, e delle pendenze, alle quali si aggiungono le carenze di organico: sono stati questi i due principali temi che, a Potenza, hanno oggi caratterizzato la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, nella quale gli avvocati hanno lamentato il ricorso “troppo facile” alle misure cautelari.
Il Presidente della Corte di Appello, Ettore Ferrara, e il Procuratore Generale, Vincenzo Tufano, hanno messo in evidenza i “numeri”: in tre anni, ad esempio, la durata complessiva delle intercettazioni della Procura della Repubblica potentina è stata di circa 267 anni, vale a dire oltre due secoli e mezzo, con un netto incremento nell’ultimo anno. Ferrara ha anche evidenziato “l'aumento delle pendenze”, che “è molto più preoccupante per i Tribunalì. Un caso per tutti: il Tribunale di Matera “dove in materia di lavoro e previdenza risultano pendenti circa 5.600 ricorsi, tutti assegnati a un solo giudice”.
Affermazioni ancora più “pesanti” sono arrivate sempre da Tufano (che, poco dopo lascerà l'incarico) sulle fughe di notizie, che “scandalosamente restano impunite”. In particolare, il Pg si è rivolto al Procuratore della Repubblica di Melfi (Potenza), Domenico De Facendis, al quale ha chiesto di “scoprire le fonti delle fughe di notizie” sulla risoluzione dell’omicidio dell’avvocato Francesco Lanera, ucciso nel suo studio nel 2003. I rappresentanti degli ordini degli avvocati hanno espresso un giudizio di “eccessiva facilità per l’emissione di misure restrittive della libertà”, mentre il Presidente dell’Ordine dei giornalisti, Oreste Lo Pomo, ha detto che “non bisogna mettere il bavaglio ai cronisti”.
IL RESOCONTO ANNUALE DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA INDICA IL PERCHE' DI TANTA SFIDUCIA DEI CITTADINI NELLE ISTITUZIONI, SE GIA' LE DENUNCE DELLE FORZE DELL'ORDINE HANNO UN ESITO INCERTO.
| DENUNCE ITALIA FORZE DELL'ORDINE | TOTALE | AUTORI IGNOTI | AUTORI NOTI |
| 2.456.887 | 1.840.209 | 616.678 | |
| TOTALE CONDANNE ITALIA | 198.263 | ||
| RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE | 8% | ||
| DENUNCE PUGLIA | |||
| Foggia | 24.368 | 15.643 | 8.725 |
| Bari | 61.003 | 44.814 | 16.189 |
| Taranto | 19.333 | 13.419 | 5.914 |
| Brindisi | 16.538 | 11.621 | 4.917 |
| Lecce | 28.202 | 20.373 | 7.829 |
| Totale | 149.444 | 105.870 | 43.574 |
| CONDANNE PUGLIA | |||
| Foggia | 1.923 | ||
| Bari | 5.639 | ||
| Taranto | 5.513 | ||
| Brindisi | 2.348 | ||
| Lecce | 2.113 | ||
| Totale | 17.536 | ||
| RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE | 11% |
Ma non c'è solo questo.
Se si trattava degli amici, la giustizia a Taranto poteva diventare strabica. E all'occorrenza anche cieca. Da questa accusa ora dovranno difendersi due alti magistrati, sospettati di aver pilotato alcuni procedimenti, approfittando del loro ruolo. Si trascina dietro una carica dirompente l'indagine condotta dai giudici di Potenza sul conto di toghe sino a poco tempo fa adagiate su poltrone strategiche del palazzo di giustizia ionico.
I pm Cristina Correale e Ferdinando Esposito hanno messo sotto inchiesta l'ex procuratore capo di Taranto Aldo Petrucci, poi alla guida della procura minorile di Lecce, e l'ex coordinatore dell'ufficio gip-gup Giuseppe Tommasino. Nello scottante caso è coinvolto anche l'avvocato Leonardo Conserva, ex sindaco di Martina Franca. Gravi le imputazioni contenute nelle informazioni di garanzia, con le quali gli inquirenti hanno concluso la loro attività. I pm lavorano sull'ipotesi di concorso in corruzione in atti giudiziari ma Petrucci, ora procuratore minorile a Lecce, deve difendersi anche dall'accusa di peculato per le tante telefonate private fatte dagli apparecchi di servizio. Su Tommasino, inoltre, aleggia la contestazione di rivelazione di segreto d'ufficio.
L'inchiesta ruota proprio sul rapporto stabilito tra le due toghe, piazzate a Taranto a presidio di snodi obbligati delle inchieste. Da quelle postazioni, sostengono i pm lucani, Petrucci e Tommasino si sarebbero scambiati favori a ripetizione sviando l'attività giudiziaria. Tutto ha preso il via da una segnalazione alla procura di Potenza, competente ad indagare sui magistrati ionici. L'attività delegata ai carabinieri ha rivelato più di una sorpresa, saltate fuori da diverse testimonianze e acquisizioni documentali. Così si sono fatti largo i sospetti su quel binomio in grado di gestire il destino dei fascicoli, spedendo in archivio quelli "sgraditi". Tra i presunti beneficiari l'ex primo cittadino di Martina, Leonardo Conserva. Il procuratore Petrucci, a parere dei pm potentini, si sarebbe assegnato un procedimento sul conto del sindaco. Le indagini sarebbero state condotte in maniera poco approfondita spianando la strada all'archiviazione, firmata puntualmente dal gip Tommasino. Ma tra sindaco e procuratore sarebbe nata una vera amicizia, tradotta dai pm nell'accusa di corruzione, in virtù delle consulenze comunali, per un valore di 283.000 euro, dirottate da Conserva verso lo studio legale in cui lavora la figlia del magistrato.
Quello che riguarda il sindaco di Martina, però, è solo uno dei capitoli del rimpallo di favori che si sostiene si sia sviluppato tra il terzo piano del Tribunale, dove c'è l'ufficio del procuratore, e il pianterreno dove si trova quello del capo dei gip. Lo stesso Tommasino, oggi in aspettativa perché componente della commissione per il concorso di notaio, sarebbe stato graziato da Petrucci. Era finito nei guai nel 2004 dopo una clamorosa indiscrezione. Un imprenditore, coinvolto nello scandalo sanitopoli, aveva saputo in anticipo del suo imminente arresto per una storia di forniture pagate a peso d'oro. Quella fuga di notizie aveva mandato su tutte le furie il pm titolare dell'inchiesta, che aveva preteso un'indagine interna. Seguendo le tracce nel sistema informatico del Tribunale si era risaliti al desk dal quale era stato violato il registro generale. Era la scrivania di un cancelliere che non aveva esitato a puntare il dito contro Tommasino.
A quel punto sarebbe intervenuto il procuratore capo che, dopo essersi assegnato l'indagine, aveva iscritto sul registro degli indagati solo il cancelliere, poi scagionato, insabbiando la posizione dell´amico gip. A distanza di anni, però, ci ha pensato la procura di Potenza a risistemare i pezzi del puzzle incriminando l'ex capo dei gip. Dopo quella ciambella di salvataggio, Tommasino avrebbe ricambiato il favore. Nel giugno del 2006 sul suo tavolo arrivò la richiesta di rinvio a giudizio per una banda accusata di rapine. Anche in questo caso sarebbe scattata l'intesa. Dal procedimento venne estromesso, con sentenza di non luogo a procedere poi annullata in Cassazione, un giovane tarantino. Quell'uomo era il marito di una conoscente del procuratore e per questo a Tommasino avrebbe chiuso un occhio. Ora i due magistrati hanno a disposizione venti giorni per farsi interrogare, nel tentativo di allontanare l'accusa di aver degradato la giustizia ad un affare tra amici.
Mantovano ha spiegato, parlando a Lecce con i giornalisti, di aver concordato l’ispezione amministrativa col ministro della giustizia, Angelino Alfano, un’ispezione «che sia parallela e non in contrasto, come ogni accertamento ispettivo di carattere amministrativo con l’indagine penale». Per il resto – ha detto ancora al riguardo – «ci sono indagini giudiziarie in corso sulle quali l’autorità giudiziaria ha piena disponibilità, indipendenza e autonomia».
Romano è stato ucciso – a quanto è stato accertato poche ore dopo l’omicidio – da un uomo che, per gravi difficoltà economiche, aveva perso la sua casa e la sua macelleria e sperava di rientrarne in possesso tramite un accordo proprio con Romano, abituale frequentatore di aste giudiziarie.
SENATO. Atto n. 4-03962
Pubblicato il 25 febbraio 2003. Seduta n. 341
BUCCIERO - Al Ministro della giustizia. - Premesso che:
in data 21 febbraio 2003 la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, accogliendo la richiesta formulata dal procuratore generale presso la Cassazione, ha disposto in via cautelare la sospensione dalle funzioni di giudice del dott. Vittorio Gaeta, del tribunale di Lecce;
tale sospensione, in attesa delle determinazioni definitive della medesima sezione disciplinare, è intervenuta di fronte all’imputazione, rivolta allo stesso Gaeta, di avere, quale presidente del tribunale del riesame di Lecce nel giugno 2002, redatto più provvedimenti di revoca della custodia cautelare in carcere per soggetti detenuti per gravi reati (con imputazioni ricollegabili alla criminalità mafiosa), la cui posizione o non era stata esaminata in camera di consiglio da tutti i componenti del riesame, o addirittura era stata definita a maggioranza nel senso del rigetto del ricorso;
parallelamente al procedimento disciplinare, è in corso davanti all’autorità giudiziaria di Potenza un procedimento penale a carico dello stesso Gaeta;
in data 23 febbraio 2003 il presidente della sezione distrettuale di Lecce dell’associazione nazionale magistrati dott. Vincenzo Scardia, chiamato a commentare la vicenda sul giornale Nuovo Quotidiano di Puglia (pag. I), ha dichiarato testualmente: “(…) personalmente, ma credo di condividere il sentimento di altri magistrati, esprimo al collega Gaeta solidarietà umana e vicinanza in un momento particolarmente doloroso dal punto di vista professionale, personale e familiare. Gaeta ha avuto indubbi meriti nell’impegno associativo. E’ sempre stato uno dei più attivi per lo sviluppo di un autentico dibattito all’interno della categoria. Per questo una nota di merito gli va tributata. (…)”;
si tratta di affermazioni particolarmente gravi, dal momento che:
a) l’ipotesi di illecito, disciplinare e penale, contestato al dott. Gaeta (la cui fondatezza ha conosciuto un primo vaglio da parte del CSM) viene superata col richiamo corporativo ai meriti associativi (sic!) del medesimo magistrato;
b) poiché la questione è sorta a seguito della denuncia da parte degli altri due giudici componenti del tribunale del riesame presieduto dal dott. Gaeta, la solidarietà nei confronti del magistrato sospeso dal servizio suona come implicita presa di distanza dai denuncianti, la cui ricostruzione dei fatti è stata ritenuta per vera dal CSM;
c) costoro vengono in tal modo implicitamente delegittimati da parte del presidente dell’organismo associativo distrettuale;
in data 24 febbraio 2003 il presidente del tribunale di Lecce dott. Giuseppe Tuccari, con una nota a sua firma pubblicata sempre sul giornale Nuovo Quotidiano di Puglia (pag. I), ha scritto testualmente, riferendosi al dott. Gaeta: “Per parte mia, posso confermare che egli sta vivendo con dignità e compostezza, fin quasi a spersonalizzarla, questa dolorosa esperienza che tocca la sua vita di uomo e di magistrato e, pertanto, sento di dovergli esprimere la mia vicinanza anche a nome dell’ufficio che rappresento”;
anche tali affermazioni sono gravi, dal momento che:
a) il presidente del Tribunale nel quale il dott. Gaeta ha finora prestato servizio, a nome anche dell’ufficio che conduce, esprime allo stesso una vicinanza per un provvedimento che è stato causato da un fatto considerato, allo stato, gravemente illecito dal CSM (altrimenti non ci sarebbe stata la sospensione dal servizio, che è la decisione cautelare più rigorosa);
b) nell’esprimere questa vicinanza anche istituzionale, il dott. Tuccari di fatto delegittima il CSM, che ha già assunto un provvedimento e sta per avviare l’approfondimento del merito della vicenda;
c) ribadendo che la questione è sorta a seguito della denuncia degli altri due giudici componenti del tribunale del riesame presieduto dal dott. Gaeta, la vicinanza, anche istituzionale, manifestata dal dott. Tuccari, si traduce in una delegittimazione, e quindi in una “lontananza”, anche istituzionale, da magistrati che in questo momento sono denuncianti e potenziali parti offese (e il cui esposto ha comunque conosciuto un primo vaglio di veridicità da parte del CSM): denuncianti che lavorano nel medesimo tribunale del quale il dott. Tuccari è presidente,
si chiede di conoscere:
quali siano le iniziative che il Ministro della giustizia intenda adottare per tutelare il prestigio dell’ordine giudiziario, compromesso dalle affermazioni pubbliche del dott. Vincenzo Scardia e del dott. Giuseppe Tuccari, rispettivamente giudice e presidente del tribunale di Lecce;
se non si ritenga opportuno l’immediato avvio dell’azione disciplinare o del trasferimento per incompatibilità ambientale nei confronti di entrambi.
1988-2005: Ecco cosa è capitato a chi ha denunciato la mafia.
1988- Luigi Di Napoli, imprenditore leccese, contesta la legittimità di un appalto riconosciuto truccato. Viene minacciato e, poi, gambizzato. Dopo avere consegnato i nastri magnetici contenenti le minacce e persistendo gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati, si prosciolgono questi ultimi sospettandosi la non genuinità dei nastri. Dopo avere subito l’attentato, lo si incrimina per frode processuale e calunnia ma si tenta di imporgli l’amnistia e la prescrizione. Ricorre in Cassazione per rinunciare a tali benefici e potere essere processato.
1996 – Assolto per insussistenza del fatto: i nastri non erano manipolati.
2005- Non sono mai state riaperte le indagini.
1990- Pretende che le forze dell’ordine impediscano l’installazione, da parte di operai di uno stabilimento balneare, di una rete metallica che impediva il libero accesso sulla battigia.
Viene instaurato un processo penale a suo carico per minacce a pubblico ufficiale. Deposita nella cancelleria del Tribunale istanza di ricusazione del giudice e, conseguentemente, viene instaurato a suo carico un processo per “oltraggio al magistrato in udienza” ed applicata la misura cautelare (pur essendo incensurato) dell’obbligo di dimora con obbligo di presentarsi, due volte al giorno, presso i Carabinieri. Il Tribunale del riesame conferma la misura. La Corte di Cassazione l’annulla. Condannato in primo grado, assolto in appello.
1995- Titolare di un patrimonio immobiliare del valore di oltre ventimiliardi di vecchie lire, contesta i rapporti bancari in cui appariva debitore essendo, essi, viziati per vari motivi.
1996- I rappresentanti di alcune banche minacciano il fallimento delle sue due società. Presenta denunce penali per estorsione ed usura e sollecita la Procura, fino al 2000, a richiedere il sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche.
1999- Il Tribunale rigetta le istanze di fallimento e la Dinauto, società di Di Napoli, ottiene titoli giudiziari in suo favore e contro una delle tre banche.
2000- La Corte d’Appello, con il Presidente precedentemente ricusato e due membri con rapporti bancari con due delle tre banche reclamanti, ordina il fallimento delle società di Di Napoli.
Novembre 2000- Dopo quattro anni dalle denunce, la Procura chiede il sequestro preventivo della documentazione esibita dalle banche solo alla vigilia del decreto della Corte d’Appello.
Il Gip dispone il sequestro. La Guardia di Finanza, recatasi in cancelleria ad eseguire il provvedimento, viene informata dell’emanazione delle sentenze di fallimento.
Il Gip dispone il sequestro anche delle sentenze di fallimento che vengono sequestrate e sigillate in busta chiusa.
2000-2003- I periti della Procura accertano la richiesta di tassi d’interesse fino al 292%. Viene richiesto il rinvio a giudizio per estorsione ed usura degli istanti il fallimento.
2003- Vari giudici delegati al fallimento vengono autorizzati ad astenersi.
12 Febbraio 2003, ore 8,30: Di Napoli, a mezzo ufficiale giudiziario, notifica al giudice delegato (privo di valida nomina) atto di citazione per danni da fatto reato.
12 Febbraio 2003- Il giudice tiene l’udienza per la formazione dello stato passivo minacciando “il fallito” di espellerlo dall’aula appena avrebbe parlato (la legge fallimentare impone di ascoltare il fallito) con l’ausilio di un poliziotto presente solo per quell’udienza. Di Napoli cerca di replicare, con tono pacato, ma viene espulso dall’aula.
Maggio 2003- Di Napoli entra in possesso di una cambiale emessa dal giudice che viene protestata. Il giudice è costretto a versare una cauzione e a proporre opposizione. Malgrado le cause pendenti, il magistrato tratta le udienze della sua stessa controparte. Dispone una consulenza per la formazione dello stato passivo dettando criteri contro legge col risultato, ovvio, di un credito infondato e contrario alle perizie della Procura della Repubblica (che hanno riscontrato tassi fino al 292%).Tutte le cause in cui è coinvolto Di Napoli vengono affidate al medesimo magistrato che viene nominato anche giudice relatore nella causa di opposizione alle sentenze di fallimento. La causa, decisa, fra l’altro, anche da altro giudice precedentemente astenutosi, viene rigettata e, dunque, attualmente pende in Corte d’Appello.
2001-2005- Varie cancellerie rilasciano attestazioni del vincolo del sequestro di cui sono gravate le sentenze a tutela della persona offesa. Di Napoli denuncia penalmente vari magistrati coinvolti nella scandalosa procedura ai suoi danni. Il curatore rinuncia all’incarico per gravi incomprensioni col giudice.
Di Napoli trascrive presso la Conservatoria dei registri immobiliari il provvedimento di sequestro della sentenza di fallimento.
5 Maggio 2005- Il giudice, con l’ausilio del nuovo curatore, dopo avere pubblicizzato suoli edificatori di indiscutibile pregio come “suoli ad uso seminativo”, li aggiudica a prezzo notevolmente inferiore. Gli offerenti, nel corso dell’udienza, vengono resi edotti del sequestro delle sentenze che inficia il loro acquisto. Le aggiudicazioni sono state opposte.
12 Maggio 2005- Di Napoli, nell’inerzia dei magistrati di Potenza ad esercitare l’azione penale contro i vari soggetti e i magistrati di Lecce coinvolti, presenta denuncia penale diretta alla Procura di Catanzaro chiedendo l’arresto del giudice delegato e del curatore.
13 Maggio 2005- Due sostituti Procuratori della Repubblica di Lecce chiedono l’arresto di Di Napoli.
24 Maggio 2005- DI NAPOLI, PERSONA OFFESA, AGLI ARRESTI DOMICILIARI. E’ accusato di avere creato il sequestro delle sentenze di fallimento.
7 Giugno 2005- Il tribunale del Riesame di Lecce conferma la misura ma dichiara l’incompetenza dei giudici di Lecce in favore dei giudici di Potenza.
30 Giugno 2005- il procedimento viene assegnato alla stessa P.M. denunciata, per le sue omissioni, presso il Tribunale di Catanzaro che chiede la conferma della misura. Gliela concede un GIP diverso dal “giudice naturale precostituito per legge”. Nella richiesta viene ravvisata la pericolosità sociale del Di Napoli per le numerose denunce e ricusazioni contro i giudici.
6 Settembre 2005- La Corte di Cassazione, su ricorso avverso il rigetto del riesame da parte dei giudici leccesi, dichiara la cessazione dell’efficacia della misura cautelare disposta dai giudici di Lecce.
6 novembre 2007 tg5 20:00 • notizia n.15 : Indignato speciale
Incontro con Luigi Di Napoli, imprenditore di Gallipoli, che è fallito e che ha perso addirittura la casa, dopo aver denunciato una banca e finanziarie che gli imponevano tassi del 300%.
Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-01923
presentata da SERGIO D'ELIA lunedì 11 dicembre 2006 nella seduta n.084
D'ELIA. - Al Ministro della giustizia, al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
Il 21 ottobre 2006, su un quotidiano nazionale (l'Avanti), è apparsa la notizia della situazione assurda e paradossale di cui è vittima Luigi Di Napoli: «Un imprenditore salentino nel tritacarne».
già il 19 ottobre 2006, nel corso di varie edizioni del telegiornale di Telenorba (emittente locale pugliese), è stato trasmesso un servizio sulla drammatica situazione che, in quelle ore, stava vivendo, a Gallipoli, la famiglia Di Napoli con intervista rilasciata dall'avvocato Roberto Di Napoli, figlio della vittima, che, disperato, lamentava la mancata tutela dello Stato e gli abusi da parte delle Forze dell'Ordine che, per eseguire il rilascio dell'unica abitazione del Di Napoli, avrebbero, perfino, invaso i locali dell'immobile impedendone l'accesso a chiunque, compresa l'emittente televisiva;
il signor Luigi DI NAPOLI, imprenditore leccese, sarebbe, dal 1988, oggetto di una vera e propria persecuzione giudiziaria che lo ha distrutto economicamente e che sta compromettendo la serenità della sua famiglia; nel 1988, mentre contestava un appalto truccato, e riconosciuto tale nelle sedi amministrative, dopo avere ricevuto minacce, ha subito un attentato che lo costringe tuttora all'uso delle stampelle;
la sua è una storia di usura ed estorsione, di denunce reciproche tra la vittima e magistrati. Egli ha subito 21 processi e per 21 volte è stato assolto; ha sempre rinunciato ad amnistia e prescrizione per farsi processare;
il signor Di Napoli, tramite il figlio avvocato Roberto Di Napoli, sin dal 15 settembre 2006, aveva sollecitato il Commissario e il Comitato di solidarietà per le vittime dell'usura e dell'estorsione ad intraprendere ogni iniziativa al fine di far rispettare la sospensione dell'esecuzione ex articolo 20 legge n. 44 del 1999, intervenuta ope legis in favore della vittima Di Napoli in seguito al conforme parere dell'autorità amministrativa (S.E. Prefetto della Provincia di Roma) ricordando, tra l'altro, la ratio della legge n. 44 del 1999, che come ribadito dalla giurisprudenza, consente l'ammissibilità ai benefici ivi previsti anche in favore delle vittime fallite in seguito ed a causa delle condotte delittuose;
il 25 settembre 2006, Di Napoli ha subito l'accesso degli ufficiali giudiziari che gli chiedevano di rilasciare l'abitazione e, soltanto verso le ore 19, veniva comunicato il rinvio dell'esecuzione al 19 ottobre 2006; in tale data il Di Napoli afferma di aver subito un trattamento da parte sia dagli ufficiali giudiziari che dalle forze dell'ordine non in conformità con le norme vigenti in materia, subendo aggressioni fisiche che hanno comportato il ricovero dello stesso presso il locale Presidio Ospedaliero. Azione esecutiva che, stante il dolore causato al Di Napoli dalle percosse subite, è culminata con il suo arresto per presenta aggressione a pubblico ufficiale (arresto che è stato revocato soltanto lo scorso 23 novembre 2006) -:
1. le motivazioni per cui non siano stati adottati i provvedimenti al fine di fare osservare la sospensione di cui all'articolo 20 legge n. 44 del 1999 considerato che il Di Napoli ha già ottenuto pareri conformi del Prefetto di Roma che lo riconoscono meritevole dei benefici di cui alla legge antiusura ed antiestorsione;
2. se, nell'esecuzione della procedura di rilascio dell'immobile del 19 ottobre 2006 gli organi preposti abbiano agito nel pieno rispetto delle normative vigenti.(4-01923)
http://www.camelotdestraideale.it/2009/06/23/dalema-finanziamento-illecito-al-pci/
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=225420&IDCategoria=1
http://www.agi.it/ultime-notizie-page/200901301237-pol-rom1075-art.html
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324966
http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/politica/rep_politica_n_3527117.html
http://www.asca.it/news-GIUSTIZIA__PG_ESPOSITO__NO_A_POLITICIZZAZIONE_MAGISTRATURA-806173-ORA-.html
http://giustiziaincifre.istat.it/Nemesis/jsp/Introduzione.jsp
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=229407&IDCategoria=1
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=14&id=60211
http://files.splinder.com/89cb1ff982882cc11b47a3f30693d07a.doc
http://news.centrodiascolto.it/search/n=DI%20NAPOLI%20LUIGI
http://news.centrodiascolto.it/view/210014/n=SC/indignato_speciale
INGIUSTIZIOPOLI
PER L’ACCUSA E’ INNOCENTE, MA RESTA IN CARCERE.
Amedeo Cervetti è in carcere per omicidio. La Procura che lo fa condannare chiede la revisione: i giudici la negano.
Si può restare in carcere quando perfino l’accusa ritiene che la condanna sia ingiusta? In Italia si può.
Da quasi sette anni Amedeo Cervetti è recluso a Lecce, condannato a quattordici anni e dieci mesi per omicidio volontario premeditato, porto abusivo e ricettazione di armi.
Lui, che oggi ha ventinove anni, ha sempre negato di aver ucciso il pastore Lucio Mancarella, tuttavia anche la Cassazione lo ha dichiarato colpevole. C’è una prova: il fucile calibro dodici trovato sul luogo del delitto era stato ceduto al Cervetti da un suo conoscente qualche giorno prima dell’omicidio avvenuto il 29 dicembre del 1996.
Una vicenda che lascia aperti pochi dubbi se non quell’innocenza che Amedeo urla e non riesce a dimostrare.
Il colpo di scena. La svolta arriva nel 2005 quando si scopre che, durante un’interrogatorio di quattro anni prima, il pentito Vito Di Emidio ha fatto i nomi di due persone che secondo le sue informazioni hanno ucciso Lucio Mancarella. Amedeo non c’entra niente. Precisa, fornendo molti dettagli, che non sarebbero stati tre gli assassini - come stabilito dalla sentenza di condanna - ma solo due e, tra questi, Amedeo Cervetti non c’è. Il primo paradosso è che queste rivelazioni erano state fatte nel 2001, quando il processo contro Cervetti era ancora in Corte d’Appello a Lecce ma nessuno ha pensato di portarle davanti ai giudici. «Perché queste dichiarazioni non sono state usate? La Procura era in possesso di una confessione che avrebbe potuto, una volta verificata, scagionare il Cervetti», denuncia l’avvocato Claudio Defilippi convinto che se le rivelazioni del pentito fossero saltate fuori in tempo «questo ragazzo sarebbe già libero».
Dopo cinque anni, il 25 gennaio 2006, è lo stesso procuratore generale di Lecce che chiede la revisione. La Corte d'Appello la nega.
Ragazzini denudati e pestati in cella, agenti che urlano e si accaniscono su un detenuto fino a spaccargli tre denti: sono alcuni degli episodi di maltrattamento che la procura di Lecce contesta a undici poliziotti penitenziari, tra cui il comandante, in servizio all’Istituto per minori sulla via per Monteroni.
L'attività della struttura (circa 50 detenuti e 25 agenti) è sospesa dallo scorso luglio, quando sono iniziati i lavori di ristrutturazione. Ma gli episodi denunciati risalgono al 2003, quando da un istituto per adulti è arrivato il nuovo comandante, Gianfranco Verri, 42 anni.
In quattro anni non sono mancante denunce e segnalazioni da parte del medico dell’istituto, Roberto Della Giorgia, di assistenti sociali e anche di alcuni agenti penitenziari. Eppure in quattro anni – sottolinea il sindacato Osapp che punta il dito contro l’inadempienza del Dipartimento della giustizia minorile – nell’istituto di Lecce sono cambiati quattro direttori ma il comandante Verri è sempre rimasto lì e tutt'ora lavora senza essere stato mai sospeso in via cautelare. E' a lui che sono contestati episodi di prevaricazione e atteggiamenti persecutori nei confronti del personale del carcere non allineato alle sue logiche basate su regole intransigenti e violente.
«E' difficile cancellare dalla memoria quello che ho visto. Quella di Lecce è la pagina buia della giustizia minorile», racconta ora Roberto Marzo, 52 anni, in pensione dallo scorso 11 giugno dopo 28 anni di servizio nella polizia penitenziaria e dopo aver detto "basta" ai presunti maltrattamenti sui minori.
Le segnalazioni arrivate tra il 2003 e il 2004 a Roma si sarebbero risolte in un’attività ispettiva disposta dall’allora responsabile del Dipartimento della giustizia minorile Rosario Priore, che però non portò ad alcun esito. A dare nuovo impulso all’indagine penale è stato invece un esposto-denuncia presentato nel giugno del 2006 alla procura di Lecce dal sottosegretario alla Giustizia Alberto Maritati.
A lui infatti si rivolsero il medico del carcere minorile e un assistente sociale, raccontando nel dettaglio episodi allarmanti e chiedono un intervento del ministero. «Mi sono stati raccontati episodi allarmanti di violenze e brutalità su cui fino a quel momento sembrava che il tribunale dei minori, la procura minorile o il magistrato di sorveglianza non fossero intervenuti. Ho messo a disposizione la mia cultura e la mia storia di magistrato – racconta Maritati – e ho presentato un esposto».
Arrivata nove mesi fa al Dipartimento per i minori al posto di Priore, Melita Cavallo si è recata personalmente a Lecce lo scorso aprile-maggio: «Ho visitato l’istituto e sentito tutti. Mi hanno detto 'andiamo abbastanza bene anche se non andiamo tutti d’accordo'.
Girando mi sono accorta di strutture fatiscenti». Da qui la decisione di chiudere temporaneamente per ristrutturazione, lasciando però aperto il centro di prima accoglienza dove continuano a lavorare dieci poliziotti penitenziari. Se tra di loro dovessero risultare alcuni indagati, Cavallo assicura che chiederà al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di «prendere provvedimenti» e spiega di aver ritenuto opportuno attendere l’esito delle indagini perchè qualsiasi altro suo provvedimento «sarebbe stato fuori luogo».
Nel frattempo però - fa notare il sottosegretario Maritati – «gli unici a rimetterci sono stati gli addetti alle pulizie che, a causa della chiusura temporanea dell’istituto, hanno perso il posto».
POLIZIOTTI A DELINQUERE.
Un colpo di mannaia e, di colpo, è stato «decapitato» il corpo della Stradale di Lecce. Un vero e proprio choc per le forze dell'ordine salentine che, di colpo, si sono trovate alle prese con un'attività concussiva che andava avanti da decenni.
GLI ARRESTI - Sono finiti in manette 16 agenti della polizia stradale di Lecce con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata alla concussione. Gli arresti sono stati eseguiti al termine di sei mesi di indagine durante i quali sono stati fatte numerose intercettazioni. L'attività investigativa è stata coordinata dalla procura di Lecce è stata condotta dagli stessi agenti della questura e della polizia stradale.
100 AZIENDE TAGLIEGGIATE - Gli investigatori hanno scoperto cun consolidato sistema di concussione che durava da almeno 20 anni, e si concretizzava nella riscossione di somme di denaro o nell'acquisizione di beni materiali da parte dei poliziotti. A pagare erano imprenditori e commercianti - almeno un centinaio le aziende «taglieggiate» - per evitare i controlli delle loro merci sulle strade.
QUARANTA MILA EURO - Un caso particolare è quello di un poliziotto intercettato che ipotizzava con un collega, anche lui del «giro», di poter andare in pensione avendo ottenuto «mazzette» complessive di circa 40 mila euro, estorte nell'arco di un triennio. Una sorta di «liquidazione» frutto delle attività concussive. Questo lascia intendere il livello illegale attivato dai poliziotti «infedeli».
CORPO DIMEZZATO - I sedici agenti erano tutti in servizio a Lecce dove lavorano in totale circa 36 agenti. La metà del corpo è stata, quindi, decapitata dall'indagine che comunque non ha interessato il distaccamento di Maglie, la seconda sezione della polizia stradale salentina.
IL PROCURATORE - Il capo della procura salentina, Cataldo Motta, così commenta: «C'è soddisfazione per aver fatto emergere questa situazione molto grave, soddisfazione tuttavia temperata dal fatto che si tratta di agenti di polizia con i quali siamo abituati a lavorare e a condividere gli interventi per la legalità. L'aspetto che crea maggiore amarezza è proprio questo». Sul fronte delle indagini ha aggiunto: «La possibilità di un'indagine così approfondita si è presentata solo quando abbiamo avuto una denuncia non anonima dall'interno della stessa sezione di polizia stradale. E poi c'è stato l'invio, con lettera anonima, di un elenco di aziende che pagavano gli agenti».