Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2021

 

L’ACCOGLIENZA

 

SESTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Muri.

Schengen e Frontex. L’Abbattimento ed il Controllo dei Muri.

Gli stranieri ci rubano il lavoro?

Quei razzisti come…

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i lussemburghesi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i bulgari.

Quei razzisti come gli inglesi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i maltesi.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli etiopi.

Quei razzisti come i liberiani.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i Burkinabè.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come i sudsudanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli emiratini.

Quei razzisti come i dubaiani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come gli yemeniti.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come gli azeri.

Quei razzisti come i russi.

 

INDICE TERZA PARTE

 

Quei razzisti come gli Afghani.

La Storia.

L’11 settembre 2001.

Il Complotto.

Le Vittime.

Il Ricordo.

La Cronaca di un’Infamia.

Il Ritiro della Vergogna.

La presa del Potere dei Talebani.

Media e regime.

Il fardello della vergogna.

Un esercito venduto.

Il costo della democrazia esportata.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

Quei razzisti come gli Afghani.

Fuga da Kabul. Il Rimpatrio degli stranieri.

L’Economia afgana.

Il Governo Talebano.

Chi sono i talebani.

Chi comanda tra i Talebani.

La Legge Talebana.

La Religione Talebana.

La ricchezza talebana.

Gli amici dei Talebani.

Gli Anti Talebani.

La censura politicamente corretta.

I bambini Afgani.

Gli Lgbtq afghani.

Le donne afgane.

I Terroristi afgani.

I Profughi afgani.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quei razzisti come i giapponesi.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come gli australiani. 

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i brasiliani. 

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Olocausto dimenticato. La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Gli olocausti comunisti.

E allora le foibe?

Il Genocidio degli armeni.

Il Genocidio degli Uiguri.

La Shoah dei Rom.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Chi comanda sul mare.

L’Esercito d’Invasione.

La Genesi di un'invasione.

Quelli che …lo Ius Soli.

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Due “Porti”, due Misure.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Tunisia?

 

 

L’ACCOGLIENZA

SESTA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        L’Olocausto dimenticato. La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

La lunga amicizia tra Hitler e Stalin. Matteo Sacchi il 10 Settembre 2021 su Il Giornale. Un saggio di Claudia Weber indaga l'alleanza mortale (e rimossa) tra i dittatori. Il 22 giugno 1941 molti nelle alte sfere politiche e militari della Gran Bretagna tirarono un sospiro di sollievo. Hitler dando corso a una progettualità di espansione a Est già ventilata nel Mein Kampf diede il via all'operazione Barbarossa e aggredì l'Unione Sovietica di Stalin. Tra i più sollevati dalla svolta, largamente prevista, il primo ministro Winston Churchill che aveva lavorato a far sì che gli Usa fossero pronti ad assistere materialmente i sovietici e che con l'apertura di un secondo fronte vedeva diminuire enormemente la pressione su Londra. Questa svolta che ha condizionato tutta la guerra ha fatto sì che la storiografia abbia alla fine guardato molto poco ai rapporti russo tedeschi durante i mesi precedenti del conflitto. Certo in qualunque manuale si trova traccia del patto Molotov-Ribbentrop firmato il 23 agosto 1939. Un patto decennale di non aggressione tra Mosca e Berlino che de facto portò alla spartizione della Polonia. Le fotografie scattate a Mosca durante la ratifica (dal fotografo personale di Hitler, Heinrich Hoffmann), come quella in questa pagina, sono addirittura diventate iconiche. Però il reale scopo dell'accordo, la spartizione dell'Europa orientale, e i suoi effetti devastanti sulle popolazioni stritolate dalle due dittature sono spesso stati sottostimati o raccontati solo di straforo. Erano materia quantomai imbarazzante per molte delle sinistre europee e ovviamente i sovietici, dopo il 1941, ebbero tutto l'interesse a seppellire molto profondamente nei loro archivi tutto ciò che era relativo alla loro collaborazione con la Germania. A scandagliare questa vicenda complessa ci ha pensa la storica Claudia Weber, con Il patto. Stalin, Hitler e la storia di un'alleanza mortale ora tradotto in italiano per i tipi della Einaudi (pagg. 260, euro 28). Il saggio, breve ma molto denso, racconta con dovizia di dettagli il percorso che portò la Nkvd sovietica a collaborare con la Sipo di Heinrich Himmler per stringere in una morsa la popolazione polacca. Responsabilità che vanno ben oltre il massacro di 22mila ufficiali polacchi a Katyn che i sovietici hanno ammesso solo nel 1990 quando Michail Gorbacëv porse le scuse ufficiali del suo Paese. Il libro della Weber, che insegna all'università di Francoforte, fa chiaramente capire come l'intesa dei russi con i tedeschi a scopo di sviluppo militare e di occupazione dell'Europa dell'Est fosse iniziata addirittura prima dell'ascesa di Hitler. Già nel 1922 l'Urss si era avvicinata alla Germania. Era un modo per i due Paesi di uscire dall'isolamento diplomatico prodotto dal Trattato di Versailles. Le scelte di Stalin che portavano avanti l'idea del socialismo in un solo Paese attraverso una industrializzazione forzata necessitavano di un alleato tecnologicamente avanzato. La Germania isolata era perfetta. Iniziarono dei rapporti economici sanciti dal Trattato di Berlino del 1926 che nemmeno l'ascesa di Hitler mise mai in discussione. Nel 1931 e 1932 l'Urss fu il principale acquirente mondiale di macchinari tedeschi. Un esempio: nella prima metà del 1932, spiega Weber, Mosca acquistò più della metà dei profilati in ferro prodotti dalla Germania, il 70% delle macchine utensili per lavorare i metalli, il 90% delle turbine a vapore... Senza l'Urss la Germania non sarebbe sopravvissuta alla crisi del '29. Negli anni precedenti i tedeschi avevano del resto spostato in Urss con reciproco vantaggio una serie di esperimenti per la produzione di gas venefici. Venne anche creata una Panzerschule a Kazan' dove ufficiali tedeschi e russi (che poi si sarebbero sparati contro nella Seconda guerra mondiale) si addestravano assieme. Idem nel campo di volo vicino alla città di Lipeck. Pur nella diffidenza, cosa accomunava i militari delle due nazioni che si addestravano in questi campi? L'idea che la Polonia dovesse avere vita breve e che l'unica questione rilevante fosse quella di quando sarebbe scoccato il momento giusto per annientarla. Insomma nei suoi piani di sangue e di conquista Hitler mostrerà ben poca originalità ricalcando idee già ben radicate negli ufficiali di scuola prussiana e nelle fila dell'Armata rossa. Risulta quindi chiaro come la diplomazia sovietica abbia da subito lavorato per far capire ai nazisti, arrivati al potere nel 1933, quanto volentieri Mosca avrebbe proceduto sulla via precedentemente tracciata. Per usare le parole di Maksim Litvinov, ministro degli Esteri sovietico sino al 1939, rivolte ai diplomatici di Berlino: «Che cosa ce ne importa, se fate fuori i vostri comunisti». Non fu tutto così liscio perché l'antisovietismo (venato di realistico timore) di Hitler era radicale. Ma alla fine dopo una complessa sciarada politica che le potenze occidentali giocarono oggettivamente molto male il progetto di spartizione dell'Est prevalse su qualunque ideologia. Grazie soprattutto allo spietato realismo geopolitico di Stalin. Si arrivò all'assurdo dei comunisti francesi obbligati a festeggiare l'arrivo di Hitler a Parigi. E anche in Germania un Goebbels basito dovette inchinarsi al giornale delle SS che inneggiava alla fratellanza di sangue tra russi e tedeschi limitandosi a segnalare che certi tentativi di ingraziarsi Mosca erano «troppo goffi». Ma non fu solo una farsa tragica dove le ideologie si sacrificavano in nome della geopolitica. Nelle terre di sangue il doppio tallone ben coordinato delle SS e dei sovietici produsse un numero enorme di vittime. Una partita sporca che si interruppe soltanto quando Hitler ritenne (a torto) di poter fare a meno di Mosca e quando Stalin, nella sua paranoia, rifiutandosi di ascoltare chiunque non volle vedere l'evidenza del cambiamento di orientamento dei tedeschi. Ma questa è la storia nota che ha fatto finire sotto il tappeto quel complesso, e criminogeno, rapporto Mosca Berlino che la Weber racconta. Un rapporto di cui ancora non si può capire tutto perché ci sono carte che i russi tutt'ora si rifiutano di mostrare. Evidentemente imbarazzano ancora e schizzano di fango l'idea della grande guerra patriottica.

Matteo Sacchi. Classe 1973, sono un giornalista della redazione Cultura e Spettacoli del Giornale e tenente del Corpo degli Alpini,  in congedo. Ho un dottorato in Storia delle Istituzioni politico-giuridiche medievali e moderne  e una laurea in Lettere a indirizzo Storico conseguita alla Statale di Milano. Il passato, gli archivi, e le serie televisive sono la mia passione. Tra i miei libri e le mie curatele gli ultimi sono: “Crudele morbo. Breve storia delle malattie che hanno plasmato il destino dell’uomo” e “La guerra delle macchine. Hacker, droni e androidi: perché i conflitti ad alta tec 

Mirella Serri per "lastampa.it" il 7 settembre 2021. «Nella biblioteca di letteratura straniera al posto dei giornali degli immigrati comunisti furono esposti fogli nazisti e furono eliminati i romanzi degli antifascisti. La parola “fascismo” non comparve più sulla stampa sovietica», così ricorderà il giovane Wolfgang Leonhard, futuro storico e politico che, nell’estate del 1939, frequentava la biblioteca moscovita. La mattina del 24 agosto una notizia strepitosa aveva stravolto il mondo democratico: al Cremlino il ministro degli Esteri sovietico Vjaceslav Molotov e il suo omologo tedesco Joachim von Ribbentrop avevano firmato un patto di non aggressione tra Urss e Germania. Proprio così: le due dittature, fino a quel momento l’una contro l’altra armate, avevano siglato un accordo. Tutto il mondo, in particolare quello antifascista, era pervaso da un sentimento di sgomento. Wolfgang, per esempio, come tanti altri antinazisti, era arrivato a Mosca in fuga da Berlino dove aveva fatto parte dei Giovani Pionieri, organizzazione del Partito comunista. Ora Stalin si era alleato con colui che Wolfgang considerava il suo aguzzino. Il patto Molotov-Ribbentrop prevedeva anche un «protocollo segreto» rimasto tale fino al termine degli anni Novanta, in cui venivano definiti i territori che i due tiranni si sarebbero spartiti. Le dinamiche di questa scellerata intesa tra i due Stati totalitari sono state cancellate dalla storia del Novecento e tenute nascoste come in uno speciale «buco nero»: adesso a far luce con dovizia di documenti inediti sul complesso intreccio de Il patto. Stalin, Hitler e la storia di un’alleanza mortale è la storica Claudia Weber, docente all’Università di Francoforte sull’Oder. La studiosa si preoccupa di rimettere insieme i tasselli dell’accordo che per decenni «è stato considerato solo uno scomodo incidente storico». L’intesa Molotov-Ribbentrop, a seguito della quale il 1° settembre del 1939 iniziò la Seconda guerra mondiale, non fu per nulla un incidente anche se fu scambiata per una fake news: il diplomatico e ingegnere Viktor Kravcenko il quale, fuggito dall’Urss, scriverà il pamphlet Ho scelto la libertà, racconta: «Era incredibile! Era una certezza il fatto che l’unico nemico dei nazisti fosse l’Unione Sovietica. I nostri bambini giocavano a fascisti-contro comunisti e i fascisti avevano sempre nomi tedeschi e ogni volta venivano riempiti di botte». Non riusciva a capacitarsi di quella mostruosità nemmeno lo scrittore Arthur Koestler (successivamente autore del bestseller Buio a mezzogiorno in cui denunciava gli orrori delle galere staliniane): «Non ebbi più dubbi quando all’aeroporto di Mosca venne issata la bandiera con la svastica in onore di Ribbentrop e la banda dell’Armata Rossa intonò Das Horst-Wessel-Lied», l’inno ufficiale del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Stalin, a seguito del trattato tra i due ministri sovietico e tedesco, invase la Polonia orientale, gli Stati baltici e la Bessarabia (attualmente divisa tra la Moldavia e l’Ucraina), mentre Hitler, a sua volta, occupò la parte occidentale della Polonia: si misero in moto una «devastante carneficina mondiale e la Shoah», spiega la Weber. In Urss, sul modello nazista, venne avviata l’epurazione degli ebrei dai pubblici uffici. I giornali scrissero che «era dovere degli atei marxisti aiutare i nazisti nella campagna antisemita». Nel primo anno di guerra, con ordini segreti - resi noti solo decenni più tardi -, i sovietici proibirono ai partiti comunisti polacco e ceco di prendere posizione contro Hitler. Quando la Wehrmacht entrò a Parigi nel 1940, Stalin ordinò ai compagni francesi di accogliere calorosamente le truppe di occupazione. Molti comunisti che si erano rifugiati a Mosca e poi erano stati imprigionati durante le purghe staliniane, come la scrittrice tedesca Margarete Buber Neumann, vennero estradati e, dopo aver patito il gulag, si ritrovarono nei lager nazisti. La maggioranza degli aderenti ai partiti comunisti europei accettò tutto passivamente: «Stalin sa quello che fa», dicevano, «e il Partito ha sempre ragione». Il poeta Johannes R. Becher, comunista e in seguito ministro della Cultura della Repubblica democratica tedesca, rese addirittura omaggio al patto con una lirica: «A Stalin. Tu proteggi con la tua mano forte il giardino dell’Unione Sovietica. Tu, il figlio più grande della madre Russia, accetta questo mazzo di fiori… come segno del legame di pace che si estende saldo fino alla Cancelleria del Reich». I sovietici e i nazisti, a dispetto di tutti i precedenti contrasti ideologici, giunsero a una perfetta integrazione nello sterminio. L’Europa orientale si trasformò in «terra di sangue», con i profughi - ebrei, polacchi, ucraini - che si nascondevano nei boschi e tra le macerie delle città nelle zone di occupazione russa e tedesca ed erano il bersaglio delle guardie di confine. Paradossalmente, il 22 giugno 1941 i militanti comunisti tirarono un respiro di sollievo di fronte all’avvio di una nuova immensa tragedia. Era l’inizio dell’Operazione Barbarossa, nome in codice dell’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania nazista. Si apriva lo scenario per un’altra storia, quella della lotta antifascista, mentre i sovietici, i partiti comunisti d’occidente e gli Alleati che operavano nella seconda guerra mondiale, si preparavano in nome della propaganda bellica a seppellire il ricordo del patto Hitler-Stalin.

Quell'asse "segreto" che ha fatto 14 milioni di morti. Andrea Muratore il 15 Giugno 2021 su Il Giornale. In "Terre di sangue" Timothy Snyder parla di come nazismo e stalinismo furono di fatto complici nel tentativo di annientare il pluralismo etnico, sociale e culturale dell'Europa orientale. Provocando 14 milioni di morti. Quella tra russi e tedeschi è ben più della relazione tra due popoli. Si tratta di un rapporto che ha plasmato la storia d'Europa. Riorientandone l'asse verso il centro e l'Est, aggiungendo al mondo mediterraneo e allo spazio "carolingio" anche le distese oltre l'Oder e il Neisse, verso gli sconfinati spazi della Russia europea. Potenza catapultata tra il XVI e il XVII come protagonista dei consessi europei. Divisa dalla Prussia prima e dalla Germania poi da una relazione complessa. Un Giano bifronte, potremmo dire. Per dirla con il professor Salvatore Santangelo, attento studioso delle relazioni tra Mosca e Berlino, il rapporto russo-tedesco può essere letto in diversi "tra i Paesi europei, la Russia non ha avuto rapporti altrettanto intensi quanto quello costruito con la Germania. Un rapporto fatto anche di tragedie e orrori, che hanno avuto il proprio culmine nella Seconda guerra mondiale", in cui lo scontro ideologico tra il nazionalsocialismo e il comunismo stalinista aggiunse combustibile a una rivalità geopolitica giunta al punto di rottura, di non ritorno. Per il dilagare delle ambizioni del Terzo Reich e dell'Unione Sovietica sull'area che divideva, e divide tuttora, Germania e Russia. Al vasto spazio tra i russi e i tedeschi che i due popoli, a lungo imperiali, hanno più volte messo nel mirino e si sono contese. Fino a trasformarle, per usare l'espressione che dà il nome a un omonimo libro di Timothy Snyder, nelle "terre di sangue". Terre di sangue. L'Europa nella morsa di Hitler e Stalin analizza nel profondo la storia di aree d'Europa come la Polonia, l'Ucraina, i Paesi baltici nel periodo che dalla fase interbellica arriva fino al pieno del secondo conflitto mondiale. Caricato di una tremenda connotazione di guerra d'annientamento il 22 giugno 1941, giorno del tradimento tedesco del Patto Molotov-Ribbentrop di non aggressione siglato nel 1939 che sancì l'inizio dell'invasione dell'Unione Sovietica. E trascinò, per mezzo delle battaglie combattute sul campo, delle persecuzioni e dell'orrore dell'Olocausto, in una spirale di violenze senza fine le aree contese tra le due potenze totalitarie. Ma dal 1933 al 1945 la lista delle persecuzioni che investirono le "terre di sangue" fu in continuo aggiornamento: la carestia deliberatamente provocata da Stalin nei primi anni Trenta in Ucraina. Il Grande Terrore tra il ’37 e il ’38. La mortale aggressione tedesco-sovietica alle classi colte polacche tra ’39 e ’41. I tre milioni di prigionieri sovietici lasciati morire di fame dai tedeschi. Le centinaia di migliaia di civili uccisi nelle rappresaglie naziste. Infine il dramma più grande, l’Olocausto e, sul finire della guerra, la persecuzione contro i tedeschi dell'Est. Snyder costruisce un racconto storiografico ben ordinato partendo da dei presupposti fondamentali: accerta che sia l'Unione Sovietica staliniana che la Germania nazista furono responsabili dell'annientamento di milioni di vite umane in territori che si contesero militarmente e che nell'ambizione dei due dittatori, Adolf Hitler e Josif Stalin, dovevano risultare strategici nella competizione bilaterale. Hitler sognava il trionfo della Germania ariana, l'annientamento degli ebrei dell'Est Europa, la trasformazione della Polonia, dell'Ucraina, della Russia europee in dipendenze dominate dai soldati-agricoltori mandati a colonizzarle, la sottomissione degli slavi. Aggiungendo connotati ideologici e razzisti alla chiara dottrina geopolitica interpretata da studiosi come Karl Hausofer, che immaginava per la Germania un ruolo centrale come impero continentale. L'Unione Sovietica staliniana intendeva invece assimilare al regime socialista le terre che più di tutte avevano mostrato riottosità all'omologazione sotto il nuovo ordine bolscevico. L'autore evidenzia come sia il Reich che l'Urss siano stati di fatto complici in un progetto che, per fini diversi, mirava però a annullare ogni identità culturale, politica e sociale dei Paesi delle "terre di sangue", non a caso spartiti brutalmente da Molotov e Ribbentrop nel patto del 1939 rotto da Hitler due anni dopo. Ed è impressionante constatare come i morti complessivi dell'Olocausto, 6 milioni, non corrispondano che a meno della metà delle persone uccise dai due regimi nei territori in questione tra il 1933 e il 1945: 14 milioni. Deportazioni di massa, carestie indotte (come il tragico Holodomor ucraino indotto dal regime staliniano), esecuzioni sommarie, repressioni, stupri, incendi, pogrom: le metodologie di massacro conobbero una crudele ed eterogenea variabilità, ed è spesso trascurata dalla storiografia l'attestazione del fatto che il numero di morti civili per queste cause diverse tra loro fu sopravanzato per un breve periodo soltanto (1944-1945) da quelli nei campi di sterminio nazisti. In larga parte posizionati nel cuore delle "terre di sangue": Auschwitz, Treblinka, Belzec e altri luoghi dell'orrore. "Non uno solo di quei quattordici milioni di morti era un soldato in servizio effettivo", nota Snyder. "La maggior parte era costituita da donne, bambini e anziani. Principalmente ebrei, bielorussi, ucraini, polacchi, russi e baltici". Molti di loro deceduti dopo aver subito persecuzioni da entrambi i regimi. Per l'autore "in quelle terre ebbe luogo la più grande calamità nella storia d’Europa" e fu sul lungo periodo inevitabile il fatto che "le vittime non poterono fare a meno di paragonare i due regimi. Penso a Vasilij Grossman, scrittore sovietico nato in Ucraina da famiglia ebrea. Egli assistette alla carestia lucidamente indotta da Stalin in Ucraina, e più tardi perse sua madre nell’Olocausto nazista, sempre in Ucraina. Gli venne naturale paragonare i due terribili eventi. Così fu per moltissimi ebrei, e così per moltissimi ucraini". Vittime di una persecuzione continua, stritolate nel redde rationem di un dualismo secolare, nel pieno del lungo suicidio dell'Europa rappresentato dalle due guerre mondiali. Un'ondata di dolore che ha rimesso in moto con profondo dinamismo la storia di queste terre dopo la fine della guerra e i lunghi anni di dominazione comunista. La memoria del dolore plasma oggigiorno la visione di nazioni come l'odierna Polonia, diffidente tanto di Mosca quanto di Berlino, identitaria e intenta a riscoprire nelle sue radici cristiane la forza vivificatrice per la ricostruzione del suo futuro. Una via già indicata in passato da Giovanni Paolo II, tra i tanti uomini sopravvissuti nonostante il faccia a faccia con entrambi i totalitarismi. Che, in fin dei conti, piuttosto che annientare i popoli delle "terre di sangue" li hanno, in ultima istanza, resi più coesi e resistenti. La disfatta del totalitarismo sta proprio nel fatto che nell'Europa di oggi continui a esistere il prezioso pluralismo etnico, religioso, politico, culturale che Hitler e Stalin volevano cinicamente negare. Andrea Muratore

L’Olocausto dimenticato di Stalin: Holodomor, la grande carestia ucraina. Andrea Muratore su Inside Over il 5 novembre 2021. Tra i grandi genocidi del Novecento eccessivamente sotto silenzio passa spesso nel dibattito pubblico l’Holodomor, la grande carestia che si abbatté sull’Ucraina tra il 1932 e il 1933 e che è direttamente correlabile alle politiche del regime sovietico di Stalin volte a consolidare la collettivizzazione forzata delle terre agricole del “granaio” dell’Europa orientale. In ucraino Holodomor significa letteralmente “sterminio per fame” .

Nel contesto di un processo che proseguiva a tappe forzate almeno cinque milioni di persone morirono di fame in tutta l’Urss non a causa del fallimento delle coltivazioni, ma perché furono deliberatamente private dei mezzi di sostentamento. Di questi, si stima che tra i 3 e i 4 milioni fossero ucraini, vittime come in altre carestie del XX secolo non tanto della carenza di cibo e raccolti quanto piuttosto di una precisa volontà politica che tendeva a reprimere ogni dissenso dall’autorità centrale, arrivando a punire chi temendo la morte per fame ammassava privatamente raccolti o si rifiutava di far macellare il bestiame con la confisca dei beni.

Le premesse dell'annientamento

Riuniti sotto il controllo sovietico i territori ucraini, i bolscevichi dopo la guerra civile seguita alla fine dell’Impero zarista istituirono ufficialmente la Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina il 30 dicembre 1922. Essa ebbe come prima capitale fino al 1934 la città orientale di Charkiv, dal 1918 sede del locale potere sovietico, ricordata talvolta come “la capitale della carestia”.

Il regime di Lenin prima e quello di Stalin poi apportarono profondi stravolgimenti nell’assetto sociale, politico ed economico dell’Ucraina, forzando (nonostante l’appello formale alla politica delle nazionalità) una convergenza verso un ceppo dominante di matrice russa, eradicando buona parte della tradizione culturale di matrice ortodossa, marginalizzando le minoranze ritenute afferenti a poteri potenzialmente nemici (come i polacchi), reprimendo l’identità dei cosacchi e cercando di imporre i principi del socialismo in un’economia a trazione agricola.

Dopo l’annuncio della massiccia campagna di collettivizzazione fondata sulle fattorie collettive (kolchoz) e le aziende agricole statali (sovchoz) la leadership sovietica nel 1928 concentrò fortemente i suoi sforzi su un’Ucraina che era stata tra le aree più renitenti del Paese in questa nuova sfida.

“Stalin e compagni”, nota l’Osservatorio Balcani-Caucaso, “erano ben consapevoli del pericolo di rivolte e ribellioni e, non volendo perdere l’Ucraina, nel 1932 il regime pensò a uno stratagemma per sterminare (o quantomeno mettere a tacere) la nazione ucraina, abilmente mascherato da uno dei piani di collettivizzazione”, cogliendo la palla al balzo per giustificare gli insufficienti risultati del piano generale. In sostanza “si trattava di confiscare tutte le scorte di grano e di generi alimentari come sanzione per il fallimento del piano statale di approvvigionamento di grano”.

La carestia come detto nacque non tanto dalla collettivizzazione, ma piuttosto dalle manovre volte a punire gli ucraini e a utilizzare il volano dell’accentramento del controllo sulle terre come scusa per annientare l’identità politica della Repubblica. Fu dunque il risultato della confisca del cibo, dei blocchi stradali che impedirono alla popolazione di spostarsi, dei confinamenti delle metropoli a partire dalla stessa Charkiv, divenuta “la capitale della fame”. Il governo sovietico così accentuò la crisi agricola già in atto, creando una carestia “su ordinazione, imponendo una quota di grano estremamente alta e non realistica come tassa statale: la produzione di circa 6 milioni di chili di grano”.

L'inferno dell'Ucraina nell'era di Stalin

Il saggio Red Famine: Stalin’s War on Ukraine della studiosa Anne Applebaum e Terre di sangue, di Timothy Snyder, hanno contribuito a portare a conoscenza del grande pubblico alcune delle più drammatiche conseguenze delle politiche del regime di Stalin, riassunte emblematicamente da Avvenire: tra il 1932 e il 1933, in particolare, un rapporto “del capo della polizia segreta di Kiev elenca 69 casi di cannibalismo in appena due mesi, racconta casi di persone che uccisero e mangiarono i propri figli, la totale estinzione di cani e gatti, la scomparsa della popolazione di interi villaggi, i carri per il trasporto dei defunti che raccoglieva anche i moribondi e poi li seppelliva ancora vivi”.

Nell’universo parallelo del regime di Stalin la fame era considerata una forma di resistenza al potere sovietico. Sobillati dai nemici del Paese, primi fra tutti Polonia e Giappone dei quali ai cui estremi confini Mosca temeva l’alleanza in funzione antisovietica, Stalin e i suoi fedelissimi, Kaganovic e Molotov in testa, arrivarono a convincersi che la fame equivaleva a una forma estrema di resistenza all’inevitabile vittoria del socialismo da parte di sabotatori che odiavano il regime a tal punto da lasciare morire intenzionalmente le loro famiglie pur di non ammetterlo. Per Kaganovic la fame era una “lotta di classe”, e in un contesto che vide una carestia tragica fare milioni di vittima in tutta l’Unione Sovietica in Ucraina si arrivò al deliberato omicidio di massa.

Le tappe dell'Holodomor

Tra il novembre e il dicembre 1932 una serie di misure politiche crearono le basi perché l’Ucraina fosse accerchiata dalla fame. Il 18 novembre ai contadini ucraini fu fatto ordine di consegnare ogni avanzo del raccolto precedente superante le eccedenze da destinare all’ammasso, dando vita a una serie infinita di persecuzioni da parte di polizia e servizi segreti; due giorni dopo fu imposta una norma draconiana sulla carne, che portò alla confisca di massa di mucche e maiali, vera e propria riserva anti-fame per centinaia di migliaia di ucraini; il 28 novembre e il 5 dicembre ulteriori ordinanze aumentarono il potere di confisca dei funzionari comunisti. A fine dicembre e inizio gennaio il tour ucraino di Kaganovic lasciò dietro di sé un’ondata di epurazioni di funzionari, condanne a morte, deportazioni; il 14 gennaio 1933 ai contadini ucraini non fu concesso il lasciapassare interno che obbligatoriamente i cittadini sovietici dovevano portare con sé per muoversi nel Paese e, nell’inverno 1933, fu compiuta la mossa finale: la confisca die semi del grano per la stagione successiva, che lasciava i contadini ucraini senza speranze di poter autonomamente condurre un nuovo raccolto.

Nella primavera 1933 non meno di 10mila persone morivano, in media, ogni giorno di fame in Ucraina, a cui andavano aggiunti i circa 300mila ucraini morti di carestia dopo la deportazione nei campi di lavoro, nei gulag e negli insediamenti speciali citati da Snyder nei suoi studi. Aleksandr Solženicyn ha sostenuto il 2 aprile 2008 in un’intervista a Izvestija che la carestia degli anni Trenta in Ucraina è stata simile alla carestia russa del 1921-1922, poiché entrambe furono causati dalla “spietata rapina dei contadini da parte del sistema bolscevico”.

Complessivamente, non meno di 3,3 milioni di persone persero la vita nell’Holodomor, l’inferno sulla terra creato dalla collettivizzazione. La struttura sociale ucraina ne fu sconvolta, mentre nel frattempo il grano sovietico requisito agli ucraini contribuiva a mantenere stabili i mercati internazionali, nelle decisive settimane in cui gli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt puntavano su questa nuova stabilità per uscire dalla Grande Depressione e si preparavano ad estendere il proprio riconoscimento all’Urss nel novembre 1933 e in Germania Adolf Hitler consolidava il suo potere.

Ancora oggi il ricordo dell’Holodomor divide Ucraina e Russia. Per Kiev si tratta di una pagina incancellabile della propria storia: nel 2010, la corte d’appello di Kiev decretò che l’Holodomor fosse un atto di genocidio e anche Polonia e Città del Vaticano si sono espressi in tal senso. Latita ancora la memoria storica in tal senso, come spesso accade sul fronte dei crimini staliniani. Condotti sotto la cappa di ferro di un regime in larga misura isolato dal mondo e la cui scoperta è stata, in larga misura, il frutto del lavoro pioneristico di pochi storici.

Tra Hitler e Stalin: le “terre di sangue” vittime dei regimi totalitari. Andrea Muratore  su Inside Over il 5 novembre 2021. Il totalitarismo nazionalsocialista e quello stalinano sono associati ad alcuni dei più efferati crimini commessi nella storia del Novecento. Guardando alla tragica storia tra l’inizio delle campagne di collettivizzazione di massa in Unione Sovietica a inizio Anni Trenta e la fine della Seconda guerra mondiale culminata nella distruzione del Terzo Reich si nota che buona parte dei crimini di Hitler e Stalin ebbero come teatro un’area sovrapponibile dell’Europa orientale compresa tra la Polonia, i Paesi baltici, la Bielorussia e l’Ucraina. In cui furono sterminate milioni di persone in larga parte inermi.

I massacri dei due totalitarismi

Lo storico Timothy Snyder nel saggio Terre di sangue ha sottolineato l’importanza di analizzare questa area d’Europa come vittima parallelamente delle efferatezze staliniane e di quelle naziste. Dall’inizio degli Anni Trenta all’inizio della seconda guerra mondiale fu l’Unione Sovietica a produrre i maggiori massacri con l’Holodomor, la devastante carestia ucraina, le collettivizzazioni forzate delle campagne e le deportazioni nei Gulag culminate nel Grande Terrore tra il 1937 e il 1938; il Patto Molotov-Ribbentrop di non aggressione siglato nell’agosto 1939 e durato fino alla tragica giornata del 22 giugno che sancì l’inizio dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica aprì la strada alla spartizione della Polonia e a una fase in cui i due regimi furono complici dell’annientamento dell’identità sociale, politica e culturale della nazione occupata.

Dopo il 1941, infine, furono i tedeschi a sdoganare la componente più efferata e violenta dei loro crimini. Nelle “terre di sangue” ebbe luogo l’omicidio in massa degli ebrei di tutta Europa, nel loro territorio avevano sede le fabbriche della morte naziste (Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Belzec, Majdanek), furono compiuti eccidi di massa e fucilazioni, almeno tre milioni di prigionieri di guerra sovietici furono fatti morire di fame. Le “terre di sangue” furono oggetto della competizione incrociata tra il Reich e la potenza comunista, ma sostanzialmente, anche da nemiche, sia il Reich che l’Urss siano stati di fatto complici in un progetto che, per fini diversi, mirava però allo stesso obiettivo di fondo: annullare ogni identità culturale, politica e sociale dei Paesi delle “terre di sangue”, non a caso spartiti brutalmente da Molotov e Ribbentrop nel patto del 1939, assimilandoli forzatamente ai russi e ai tedeschi.

Una conta di morti impressionante

Oggigiorno – giustamente – spaventano e raccapricciano i pensieri riguardanti i 6 milioni di ebrei assassinati nel quadro della “Soluzione finale” nazionalsocialista. Ebbene, gli ebrei sterminati dai tedeschi nelle camere a gas, nelle repressioni di massa, con le fucilazioni, attraverso le marce della morte e la privazione del cibo non ammontano nemmeno alla metà complessiva dei morti delle “terre di sangue”, che Snyder calcola complessivamente in 14 milioni.

Questo numero, come quello di tutti i genocidi della storia, non significherebbe nulla se non fosse confrontato al pensiero che ogni decesso corrisponde a un’esistenza umana interrotta tragicamente. Dal prigioniero del gulag fatto morire di fame alla bambina ucraina perita assieme alla sua famiglia di carestia, dalla giovane madre ebrea morta in Bielorussia dopo l’invasione tedesca alle innumerevoli vite divorate dai lager, Snyder prova a dare umanità e individualità a alcune di queste.

La conta dei morti si snoda lungo un decennio ed è impressionante: il martirio delle “terre di sangue” ebbe inizio con i 3 milioni di morti della carestia “politica” imposta da Stalin all’Ucraina a inizio Anni Trenta; proseguì con i circa 700mila morti del Grande Terrore, in larga misura contadini e membri di minoranze nazionali fucilati; 200mila polacchi furono uccisi da tedeschi e sovietici nella repressione del 1939-1941; 4 milioni di persone morirono di fame e stenti in Unione Sovietica dopo l’invasione tedesca, 5,4 dei 6 milioni di ebrei periti durante l’Olocausto furono sterminati nelle “terre di sangue” e le operazioni anti-partigiane, le repressioni di massa e le vendette incrociate contro i partigiani tra Polonia, Bielorussia, Ucraina reclamarono un tributo di un ulteriore mezzo milione di vittime.

“A grande distanza di tempo si può scegliere di paragonare o meno i sistemi nazista o sovietico”, scrive Snyder, riferendosi a un’annosa polemica politica che divide l’Europa. “Le centinaia di milioni di europei che furono sottoposti a entrambi i regimi non poterono permettersi questo lusso”. E spesso finirono per essere vittime di entrambi i regimi o carnefici involontari. Per un ufficiale polacco nel 1939 la scelta di arrendersi ai tedeschi o ai sovietici presentava analoghe incognite; un ebreo polacco fuggito in Unione Sovietica tra il 1939 e il 1941 poteva finire in un gulag o essere riconsegnato ai nazisti; un cittadino ucraino poteva subire una rappresaglia tedesca o entrare a far parte di un gruppo partigiano, oppure scegliere un collaborazionismo spesso deciso come via di fuga dall’incertezza; in Bielorussia l’arruolamento forzato al lavoro al servizio dei tedeschi o il reclutamento da parte dei partigiani dipendeva spesso da singoli rastrellamenti; spesso diversi militari sovietici caduti prigionieri scelsero l’arruolamento con la Germania nazista come unica alternativa alla morte per fame.

La sovrapposizione tra le violenze naziste e quelle sovietiche portò al parossismo la pressione storica sull’Europa orientale, ma diede anche vita a una fase unica, nella sua tragicità, dei rapporti tra Berlino e Mosca, dato che per il professor Salvatore Santangelo, attento studioso delle relazioni tra Mosca e Berlino, “la Russia non ha avuto rapporti altrettanto intensi quanto quello costruito con la Germania. Un rapporto fatto anche di tragedie e orrori, che hanno avuto il proprio culmine nella Seconda guerra mondiale”, la quale ha segnato uno spartiacque storico fondamentale per l’Europa orientale. E non è un caso che per quasi tutti gli Stati che si trovano ancor oggi tra i russi e i tedeschi oggigiorno l’incubo strategico, dopo le divisioni della Guerra Fredda e la fine del comunismo sovietico, sia una piena saldatura tra Mosca e Berlino sotto forma di asse economico, energetico, geopolitico che li tagli fuori. I retaggi del passato non si possono cancellare dalla memoria dei popoli quando di mezzo ci sono le terre di sangue.

Katyn, il colpo al cuore della Polonia. Andrea Muratore  su Inside Over il 5 novembre 2021. Camminando per le città polacche, in diverse chiese e cattedrali ricostruite dopo la Seconda guerra mondiale si potrà ammirare, in forma di dipinto, come scultura o incisa in una vetrata, un’icona della Vergine Maria tanto realistica quanto commovente: la Madonna, raffigurata dolorante, stringe al suo petto il corpo di un uomo che appare rivolto di schiena, con un foro nella nuca. Per i polacchi, è l’icona della Madonna di Katyn, il simbolo del martirio della nazione durante il secondo conflitto mondiale, che ebbe uno dei suoi momenti apicali nella strage ordinata dal regime sovietico di Stalin contro gli ufficiali polacchi prigionieri nella primavera 1940.

I graduati polacchi presi prigionieri dopo la spartizione della Polonia tra Germania nazista e Unione Sovietica furono massacrati assieme a politici, giornalisti, intellettuali, professori e industriali, uccisi con esecuzioni sommarie a colpi di pistola dai militari Commissariato del popolo per gli affari interni (Nkvd) in una serie di episodi che ebbero il loro apice nel massacro avvenuto nei pressi della foresta di Katyn, sita a circa 20 km dalla città russa di Smolensk.

Complessivamente, furono 22mila i morti in una serie di operazioni che spiccano per efferatezza e programmazione da parte delle autorità sovietiche. Desiderose di cancellare dalla faccia della Terra ogni vestigia di un’identità polacca. Di annientare scientemente la nazione dopo aver contribuito ad azzerarne lo Stato. Un’azione volutamente e deliberatamente tesa all’annientamento delle guide contemporanee e future del popolo polacco, a consolidarne l’asservimento, non meno brutale di analoghe repressioni condotte dai nazisti nella prima nazione da loro invasa nel 1939 e negli anni successivi. Laddove la Seconda guerra mondiale rappresentò per la Germania di Adolf Hitler il punto d’inizio di una campagna di asservimento dei cittadini polacchi e di sterminio graduale della sua comunità ebraica, essa fu per Stalin e il suo regime il punto d’arrivo di una paranoica persecuzione anti-polacca che aveva avuto già le sue prime espressioni ai tempi dell’Holodomor, la grande carestia ucraina degli Anni Trenta, e nel Grande Terrore del 1937-1938.

Il 5 marzo 1940 Lavrentij Beria, capo della polizia segreta sovietica, aveva proposto al Politburo del Partito comunista dell’Unione Sovietica di approvare un ordine di eliminazione delle forze antisovietiche e degli attivisti  “nazionalisti e controrivoluzionari” detenuti nei campi e nelle prigioni delle parti occupata della Polonia. Richiamandosi all’inesistente Organizzazione Militare Polacca a cui erano accusati di partecipare alcuni dei fucilati in vista della repressione del Grande Terrore.

Detenuti nei campi di prigionia di Kalinin, vicino Mosca, di Staroblisk, vicino all’attuale Donetsk, e soprattutto nel centro di Kozelsk i polacchi arrestati o presi prigionieri furono destinati alla morte da un ordine amministrativo connotato dal tradizionale grigiore burocratico con cui la vita e la morte venivano decise nell’Urss staliniana. Kozelsk è la città in cui Fedor Dostojevskij aveva collocato una scena cruciale dei Fratelli Karamazov. Un’opera coniugante in forma tragica fede, discussioni sul destino dell’essere umano e un duello tragico tra morali diverse che vide una sua parte ambientata all’Optyn Hermitage della piccola città russa, divenuta dal 1939 sede di un campo di prigionia sovietico divenuto base per la fabbrica della morte sovietica. Come ha ricordato la storica Anna Cienciala, polacca emigrata negli Usa, i massacri che presero il nome da Katyn avvennero dispersi su più aree concentrate nello spazio boschivo vicino Smolensk e seguivano un modus operandi freddamente determinato: i detenuti condotti da Kozelsk a Katyn erano “condotti in una stanza dove venivano controllati i loro estremi. Da qui giungevano in un’altra stanza, buia e senza finestre” e, come ricordarono testimoni del Nkvd, “si sentiva un rumore secco e questa era la fine”. In alcuni casi, a Katyn i i prigionieri erano portati direttamente alle fosse con le mani legate dietro la schiena e uccisi con un colpo di pistola alla nuca.

Qual è la portata tragica più significativa dell’eccidio di Katyn? Essenzialmente il fatto che inviti a pensare sulla drammaticità e sulla convergenza dei regimi totalitari del Novecento. Per lungo tempo la sua responsabilità venne attribuite ai tedeschi per il fatto che Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Reich, volle sfruttare propagandisticamente il massacro dopo la scoperta delle fosse comuni di Katyn da parte dei militari della Germania nel 1943. Di questa opera di madornale disinformazione furono complici anche gli occidentali prima della fine della seconda guerra mondiale: la rottura consumatasi tra il governo polacco in esilio e Stalin dopo la scoperta del massacro rischiava di minare la coalizione antitedesca e Varsavia, in nome della quale era stata avviata la guerra a Hitler, destinata nelle mani di uno dei suoi due invasori del 1939. Come sottolinea Avvenire, inoltre, “il macabro paradosso del processo di Norimberga fu che tra i giudici dei criminali hitleriani c’erano i funzionari sovietici, colpevoli di analoghi stermini di massa, tra cui appunto quello di Katyn”.

Nella sua ultima intervista concessa all’Osservatore Romano a pochi giorni dalla morte, in occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 2009 il professor Viktor Zaslavsky, docente di Sociologia politica presso la Luiss di Roma, grande studioso dei rapporti tra Italia e blocco orientale nella Guerra Fredda e, soprattutto, ex cittadino sovietico che nel 1974 venne espulso dall’Urss dichiarò che “nell’ambito del dibattito sui totalitarismi e sui sistemi totalitari del XX secolo il massacro di Katyn rappresenta un caso emblematico di pulizia di classe, mentre Auschwitz si configura come un caso di pulizia etnica. Due politiche gemelle che accomunano il totalitarismo nazista e quello sovietico”. Con una nazione martire per eccellenza: la Polonia, “Cristo d’Europa” martoriato per decenni fino alla definitiva emancipazione da ogni dominio esterno dopo il 1989. Anno che ha permesso di far finalmente giustizia su uno dei crimini più odiosi e meno noti del Novecento. Un massacro con cui un regime totalitario mirò a decapitare di colpo una nazione intera azzerando le sue prospettive di rinascita e decimandone l’élite.

·        Gli olocausti comunisti.

Chi era Pol Pot, l'”Assassino con il sorriso”. Federico Giuliani su Inside Over il 21 novembre 2021. Pol Pot (1925-1998) è conosciuto per essere l’ideatore di uno dei genocidi più terribili della storia dell’umanità: quello cambogiano, che dal 1975 al 1979 è costato la vita a circa due milioni di persone, ovvero un terzo dell’allora popolazione della Cambogia.

Proveniente da una famiglia locale benestante, Pol Pot, pseudonimo di Saloth Sar, ebbe modo di studiare in Francia, nel cuore dell’Europa, dove entrò in contatto con gli ideali marxisti di Jean-Paul Sartre e con il mito della Rivoluzione Francese. Una volta rientrato in patria, proseguì i suoi impegni politici fondando il Partito Rivoluzionario del Popolo Khmer. In seguito diede vita al movimento rivoluzionario dei Khmer Rossi, con i quali depose il governo guidato da Sihanouk e trasformò la Cambogia in una repubblica comunista.

La follia di Pol Pot durò fino all’invasione vietnamita del Paese e al rovesciamento del suo regime (1979). Da quel momento in poi entrò nella clandestinità. Nel novembre 1997 fu posto dai suoi stessi compagni agli arresti domiciliari nei pressi del confine tailandese, dove morì un anno più tardi per cause naturali.

L'infanzia e gli studi a Parigi

Il vero nome di Pol Pot era Saloth Sar. Nacque nel maggio 1925 a Prek Sbauv, all’epoca un territorio situato nell’Indocina francese, da una famiglia benestante. Una delle sorelle era concubina dell’allora re, e al giovanissimo Pol Pot capitava spesso di visitare la residenza del sovrano. Nel 1934 fu inviato in un monastero buddhista di Phnom Penh per effettuare un tirocinio religioso.

Nella stessa città, dove soggiornò assieme a tre dei suoi fratelli, due anni più tardi frequentò la scuola religiosa Miche School. Nel 1947 entrò nel Liceo Sisowath, uno dei più prestigiosi del Paese, ma a causa di studi non troppo prolifici fu costretto ad entrare in una scuola tecnica di Russey Keo. Nel 1949 vinse una borsa di studio per radioingegneria all’EFREI di Parigi.

In Francia il giovane Pol Pot, ammiratore della Rivoluzione Francese, fu ispirato ideologicamente da Sartre. Nel 1950 il ragazzo, infischiandosene degli studi, trovò perfino il tempo di entrare in una brigata internazionale di operai che si recò nella Jugoslavia di Tito per realizzare strade. Nel 1951 entrò tra le fila del Partito Comunista Francese, dove ebbe modo di sposare la lotta anti colonialista dei Viet Minh nell’Indocina francese. Rientrò in patria nel 1953 al termine di un’esperienza scolastica disastrosa.

Aria di rivoluzione

L'”Assassino con il sorriso”, come lo hanno soprannominato alcuni storici, era ormai pronto a far fruttare tutte le conoscenze ideologiche acquisite in Francia. Nei primi anni ’50, la Cambogia di Pol Pot era in subbuglio. I comunisti si erano rivoltati contro l’occupazione francese dell’Indocina. Nel 1953, Saloth Sar si unì ai Viet Minh, salvo tornare sui suoi passi una volta resosi conto in quel movimento prevalevano gli interessi nazionali vietnamiti. Nel 1954 i francesi abbandonarono l’Indocina e i Viet Minh si ritirarono nel Vietnam del Nord.

Pol Pot rimase in Cambogia. Qui fondò il Partito Rivoluzionario del Popolo Khmer. Nel frattempo, il re Norodom Sihanouk indisse elezioni, abdicò e creò un partito con il quale conquistò tutti i seggi parlamentari travolgendo l’opposizione comunista.

A quel punto Saloth Sar iniziò a scappare dalla polizia segreta di Sihanouk e trasacorse 12 anni in latitanza. In questo lasso di tempo iniziò ad addestrare reclute. Nel 1968 Lon Nol, capo della sicurezza interna di Sihanouk, diede il via a una controffensiva volta a spazzare via i rivoluzionari comunisti cambogiani. Pol Pot, grazie anche all’appoggio della Cina di Mao Zedong, iniziò una sollevazione armata.

L'ascesa dei Khmer Rossi

Prima di proseguire nel racconto biografico di Pol Pot è fondamentale soffermarci su alcuni eventi storici accaduti a cavallo degli anni ’70 tra Vienam e Cambogia. Nel 1970 il generale Lon Nol, sostenuto dagli Stati Uniti, depose facilmente Sihanouk, accusato di essere fiancheggiatore dei Viet Cong. Quest’ultimo supportò per protesta Pol Pot, sparito dalla circolazione ma comunque presenza latente. Nel frattempo Richard Nixon aveva ordinato un’incursione in Cambogia per distruggere i Viet Cong nascosti al confine con il Vietnam del Sud.

L’invasione degli americani, storici supporter di Sihanouk, portò molti cambogiani a sostenere le istanze di liberazione sbandierate dagli uomini di Pol Pot. Iniziò così, grazie all’intervento indiretto degli Stati Uniti in questa regione, la lenta ascesa di Saloth Sar. Lon Nol perse il controllo di una città dietro l’altra.

Secondo alcuni esperti, i Khmer Rossi avrebbero potuto non prendere il potere del Paese se la Guerra del Vietnam non avesse causato una destabilizzazione così forte dell’intera regione. Le campagne di bombardamento volte a distruggere i rifugi dei vietnamiti in Cambogia hanno alimentato il fuoco lento di Pol Pot. Un fuoco che stava bruciando silenzioso sotto i carboni ardenti della storia.

Nel 1973 gli Stati Uniti abbandonarono il Vietnam, mentre in Cambogia i Khmer Rossi continuarono a combattere, fino a provocare il collasso del governo di Lon Nol. Il 17 aprile 1975 il Partito Comunista di Kampuchea conquistò Phnom Penh, costringendo Lon Nol a fuggire in America.

La nascita della Kampuchea Democratica

Mancava ancora l’ultimo tassello prima di entrare nella “nuova era”. Nel 1976 i Khmer Rossi arrestarono Sihanouk. Il governo esistente fu smantellato da cima a fondo. La Cambogia si trasformò così in una Repubblica comunista. Khieu Samphan diventò il primo Presidente del Paese, mentre Pol Pot fu nominato primo ministro.

Da questo momento in poi iniziarono graduali riforme comuniste. Se la Cina aveva dato vita al cosiddetto Grande balzo in avanti, la Cambogia, ispirandosi al maoismo, si affidò al cosiddetto Super grande balzo in avanti. La prima mossa di Pol Pot fu quella di svuotare le città per riempire le aree rurali.

Secondo il primo ministro cambogiano era necessario ripartire da zero per dare vita a un nuovo Stato, più giusto e più equo. Mano a mano che conquistavano le città, i Khmer costrinsero gli abitanti dei centri urbani a trasferirsi in campagna. La proprietà privata evaporò come neve al sole, lasciando spazio alla proprietà collettivizzata. Le scuole lasciarono spazio alle scuole comuni.

Nella Kampuchea Democratica, il nome che assunse la Cambogia di Pol Pot, politici e burocrati furono uccisi senza pietà, assieme a tutti coloro che non erano iscritti al Partito che avessero un’istruzione. Essere degli intellettuali era pericolosissimo, e pure portare gli occhiali etichettava i poveri sfortunati alla stregua di nemici del popolo.

Il genocidio cambogiano

Pare che il governo dei Khmer ripetesse in continuazione, attraverso gli altoparlanti, che fossero al massimo necessarie una o due milioni di persone per far funzionare il Paese. Non sappiamo con esattezza quante persone morirono di fame, di malattia di tortura o nei campi di prigionia.

Stando ad alcuni dati, le vittime complessive causate dalla follia di Pol Pot potrebbero aggirarsi intorno alle 3 milioni di unità circa, ma c’è chi fornisce dati al ribasso (dai 2 agli 1,3 milioni). Altre statistiche parlano di un cambogiano su quattro assassinato nel periodo compreso tra il 1975 e il 1979.

La CIA ha invece stimato tra le 50mila e le 100mila esecuzioni accertate. Il numero esatto è tuttavia nettamente superiore, e si aggira in una fascia compresa tra le 700mila e le 2 milioni di persone sterminate con torture di ogni tipo. Perfino i familiari di Pol Pot furono deportati come gli altri cambogiani.

Fine dell'incubo

La Kampuchea Democratica iniziò a traballare alla fine del 1976. Pol Pot puntò il dito contro il Vietnam, reo di essersi impossessato di territori storicamente appartenenti al popolo Khmer. Tra il 1977 e il 1978 iniziò un braccio di ferro tra vietnamiti e cambogiani. Sempre nel 1978, i vietnamiti, dopo ripetute incursioni rivali, decisero di invadere la Cambogia. L’esercito vietnamita ottenne una facile vittoria. Pol Pot fu costretto a ritirarsi verso il confine tailandese. Nel 1979 il Vietnam instaurò in Cambogia un governo fantoccio. L’incubo della Kampuchea era improvvisamente svanito nel nulla.

Pol Pot non morì in guerra né fu mai processato. L’autore del genocidio cambogiano continuò a guidare la guerriglia dei Khmer da un’area sperduta nell’ovest del Paese. I suoi uomini alzarono bandiera bianca soltanto nel 1996. Nel frattempo la Cambogia ebbe modo di riprendersi gradualmente. Pol Pot, sparito dai radar, morì il 15 aprile del 1998 nel proprio letto. Forse in seguito a un infarto o forse avvelenato da qualche rivale. 

La storia del genocidio cambogiano nella Kampuchea Democratica. Federico Giuliani su Inside Over il 22 novembre 2021. Per genocidio cambogiano si intende l’epurazione del popolo cambogiano avvenuto in Cambogia a cavallo tra il 1975 e il 1979, ai tempi del governo comunista guidato da Pol Pot. In quattro anni, quando il Paese era stato rinominato dai Khmer Rossi Kampuchea Democratica, morirono uno svariato numero di persone. C’è molta discordanza sui dati, anche se gli storici ritengono che siano stati uccisi da 1,3 milioni a 3 milioni di cambogiani.

Secondo alcuni calcoli, questo genocidio avrebbe spazzato via il 25% dell’allora popolazione della Cambogia, senza considerare tutti i cittadini morti in un secondo momento per cause collegabili alla follia comunista di Pol Pot. Non tutti lo sottolineano a dovere ma, considerando le proporzioni del processo e l’impatto che questo ha avuto sulla popolazione, possiamo considerare il genocidio cambogiano come un caso senza precedenti nella storia dell’uomo.

Le cause del genocidio

Le ragioni del genocidio cambogiano sono da ricercare nel progetto ideologico di Pol Pot. L’ispiratore di una delle più grandi catastrofi del XXI secolo voleva esportare la Rivoluzione Culturale cinese all’interno dei confini della Cambogia in una forma ancora più radicale. Nei quattro anni in cui il Paese assunse il nome di Kampuchea Democratica, Phnom Penh si isolò dal resto del mondo, eccezion fatta per i rapporti tenuti in vita con alcune nazioni comuniste, tra cui Cina, Corea del Nord, Albania e Jugoslavia.

I Khmer Rossi volevano trasformare la Cambogia, una monarchia costituzionale, in una sorta di repubblica socialista agraria basata su principi maoisti portati all’estremo. In ogni caso, i seguaci di Pol Pot svuotarono letteralmente le città per ripopolare le campagne, fulcro della nuova società cambogiana. Qui sorsero ingenti campi di lavoro (Killing Fields) dove centinaia di migliaia di persone persero la vita perché accusati di essere intellettuali o di appartenere a una minoranza etnica. Il genocidio cambogiano, dunque, nasce da un movente prettamente politico-ideologico, al quale si può collegare in seconda battuta l’aspetto etnico.

Prigioni e Killing Fields

Come anticipato, fu decimato circa il 25% della popolazione cambogiana. Durante gli anni delle deportazioni ogni famiglia perse uno o più parenti. Gli storici sostengono che quasi 20mila persone transitarono nel centro di tortura di Tuol Sleng, il famigerato S-21, una delle 196 prigioni gestite dai Khmer Rossi. Di queste, se ne salvarono appena sette.

Accanto alle prigioni spiccavano i tristemente noti Killing Fields, luoghi all’interno dei quali venivano giustiziati gli oppositori. Per risparmiare munizioni preziose, i prigionieri venivano uccisi con asce o picchetti, per poi essere sepolti in fosse comuni.

Gli artefici delle mattanze erano molto spesso giovani o giovanissimi, strappati alle famiglie ed educati dai Khmer per essere “figli del partito”. Le loro giovani menti venivano plasmate per convincerli a praticare atti barbari sui poveri prigionieri. Il genocidio terminò nel 1979 in seguito alla sconfitta dei Khmer Rossi e all’invasione vietnamita della Cambogia.

I numeri del massacro

È pressoché impossibile stabilire con certezza quante persone morirono durante il governo di Pol Pot. È inoltre estremamente complesso suddividere con precisione i decessi causati direttamente dalla violenza dei Khmer Rossi e quelli provocati da carestie, malattie e assenza di cure mediche. Sono tuttavia state fatte varie stime.

Il governo vietnamita, lo stesso che pose fine alla follia dei Khmer Rossi, parlò di oltre 3 milioni di morti. Lon Nol, il generale autore del golpe cambogiano negli anni ’70 e deposto dai seguaci di Pol Pot, parlò invece di 2,5 milioni di vittime. Vari storici, tra cui Rudolph Joseph Rummel, rinomato studioso di genocidi, ha stimato 2 milioni di morti.

Altri numeri: Amnesty scende a 1,5 milioni, poco più di quelli ipotizzati dal dipartimento di Stato degli Usa (1,2 milioni). Gli artefici del massacro vanno ancora più al ribasso: l’ex capo di Stato della Kampuchea Democratica Khieu Samphan parlò di 1 milione di morti, mentre Pol Pot di 800mila.

Violenza e torture

Esistono moltissime testimonianze capaci di rievocare le torture più atroci effettuate dai Khmer. Il più delle volte le persone venivano torturate e imprigionate soltanto a causa di un sospetto, non sempre fondato, di essere “nemici del popolo”, e quindi minacce per il governo comunista in carica. Talvolta, assieme al prigioniero venivano deportati anche i membri della sua famiglia (bambini compresi) onde evitare il rischio di una possibile vendetta.

Bou Meng, fortunato sopravvissuto alla prigione S-21, ha raccontato che le torture erano atroci al punto tale che spesso i prigionieri preferivano suicidarsi che soffrire in quel modo. Nel momento in cui le guardie si rendevano conto che un detenuto non era più utile alla causa (ovvero non aveva più informazioni da rivelare), a quel punto il malcapitato finiva in uno dei Killing Fields per essere ucciso sul posto. Alcune fonti sottolineano un altro aspetto: oltre alle torture, i Khmer Rossi erano soliti praticare esperimenti medici sui prigionieri, così da testare nuovi, improbabili metodi per curare malattie di ogni tipo.

Tribunali, processi e tristi verità

Il governo cambogiano istituì nel 2001 il Tribunale speciale della Cambogia. L’intento delle autorità era chiaro: processare i superstiti della Kampuchea Democratica, inchiodare i colpevoli di fronte alle loro responsabilità e ridare, almeno in parte, giustizia alle vittime. Le prime udienze presero il via nel febbraio 2009. Nel 2014 arrivarono le prime condanne rilevanti, con Nuon Chea e Khieu Samphan condannati all’ergastolo per crimini contro l’umanità durante il genocidio. Altri nomi noti sarebbero stati condannati in seguito.

C’è un dato che fa impressione. Dal 2009 in poi la ong Centro cambogiano di documentazione ha ricostruito e mappato la bellezza di 23.745 fosse comuni. Al loro interno l’inevitabile, macabra scoperta: i resti di 1,3 milioni di possibili vittime del genocidio cambogiano. Pare che il 60% delle vittime totali sia stato direttamente ucciso dai Khmer; il restante morì di fame o per via dell’insorgere di malattie letali. 

Chi erano i Khmer Rossi, gli “angeli della morte”. Federico Giuliani su Inside Over il 22 novembre 2021. I Khmer Rossi erano i seguaci di Pol Pot, fondatore della Kampuchea Democratica (la Cambogia comunista) e ispiratore del genocidio cambogiano, uno dei più grandi massacri mai avvenuti nella storia dell’umanità. Nacquero nel 1968 come costola dell’Esercito Popolare vietnamita, attivo in Vietnam del Nord.

Mossi da una particolare ideologia, che fondeva alcuni elementi del marxismo a una rigidissima versione estremizzata del nazionalismo khmer, ovvero il più grande gruppo etnico della Cambogia, dopo il golpe cambogiano del 1970, i Khmer Rossi si allearono con i nazionalisti per respingere l’invasione americana e sudvietnamita nel Paese. Nel 1975 conquistarono la capitale Phnom Penh e diedero vita al folle esperimento della Kampuchea Democratica, un regime sanguinario che, dal 1975 al 1979, costò la vita a un numero indefinito di persone (le stime variano dai 3 agli 1,3 milioni di vittime).

Una volta caduto il regime, i Khmer imbastirono una guerriglia contro il governo – nel frattempo ristabilitosi – che durò fino alla fine degli anni ’90. Per giudicare i crimini commessi da Pol Pot e dai suoi seguaci nel 2006 è stato creato un Tribunale misto, sia cambogiano che internazionale, sotto l’egida delle Nazioni Unite.

La nascita dei Khmer Rossi

Per capire chi sono i Khmer Rossi dobbiamo soffermarci sulla figura di Pol Pot e analizzare il contesto storico all’interno del quale era immersa la Cambogia nel periodo compreso tra il 1950 e il 1970. Pol Pot è stato il deus ex machina della creazione della Kampuchea Democratica, ovvero la Cambogia comunista governata dal Partito Comunista dei Khmer. I Khmer Rossi possono essere considerate le pedine usate da Saloth Sar (questo il vero nome di Pol Pot) per spazzare via il vecchio sistema politico cambogiano e creare il nuovo.

Per quanto riguarda la Cambogia, in quegli anni il Paese si era appena liberato dal giogo dei francesi ma doveva fare i conti con l’invasione americana e sudvietnamita lungo il confine cambogiano con il Vietnam del Nord. L’obiettivo di Washington era uno: distruggere i santuari Viet Cong e sferrare un duro colpo ai comunisti vietnamiti.

Queste azioni provocarono tuttavia la reazione dei Khmer Rossi che, approfittando del golpe militare interno guidato dal generale Lon Nol, conquistarono varie zone del Paese. Nel 1975 entrarono nella capitale Phnom Penh, dando di fatto inizio all’esperienza della Kampuchea Democratica.

Prigione a cielo aperto

I Khmer Rossi trasformarono la Cambogia in una sorta di prigione a cielo aperto. Furono i responsabili diretti del genocidio cambogiano, che cancellò circa il 25% della popolazione del Paese in appena quattro anni (1975-1979). Una volta conquistata Phnom Penh, i Khmer iniziarono a trasferire centinaia di migliaia di persone dalla capitale – e, in generale, dalle altre città – alla campagna.

Qui i cambogiani avrebbero dovuto mettere in pratica un’utopia agraria egualitaria grazie al lavoro di gruppo in fattorie comunitarie. Gli appartenenti alla classe media e gli intellettuali vennero uccisi senza pietà dopo atroci torture, così come i monaci buddisti e i religiosi.

Come ha recentemente dichiarato il procuratore cambogiano Che Long rivolgendosi al Tribunale per i crimini di guerra di Phnom Penh, sotto i Khmer Rossi la Cambogia era diventata un campo di schiavi. Le stime, come hanno più volte spiegato gli storici, sono confuse e inesatte. Certo è che centinaia di migliaia di cambogiani appartenenti alla classe media furono uccisi brutalmente in appositi centri di detenzione, come il tristemente noto carcere S21.

Torture e uccisioni in nome di "Angkar"

I Khmer allestirono comuni agricole in tutto il Paese. Comuni che in realtà possono tranquillamente essere considerati campi di prigionia, dove lavoro forzato, torture e uccisioni sono alla stregua del giorno. Se in tempi normali la Cambogia aveva una produttività media di circa 1 tonnellata di riso per ogni ettaro coltivato all’anno, adesso i seguaci di Pol Pot pretendevano di triplicare il risultato.

Le testimonianze e i dispacci dell’epoca parlano di turni di lavoro massacranti di 12 ore, accompagnati da razioni di alimentare degne dei peggiori lager mai esistiti. Gli intellettuali, i monaci, le minoranze etniche, i professionisti e tutti coloro che venivano accusati di avere rapporti con l’estero, furono sterminati senza pietà.

La medicina occidentale fu messa al bando e la mortalità salì alle stelle. Non c’era più spazio né per il classico vestiario occidentale né per la famiglia intesa come istituzione. I nuclei familiari furono smantellati, i bambini allevati dal Partito (Angkar) e i genitori separati dai figli.

Il ritiro nella giungla e la fine dell'utopia

L’inferno della Kampuchea Democratica terminò nel 1979 in seguito all’invasione vietnamita, scaturita come reazione alle mosse di Pol Pot, desideroso di annettere territori appartenenti al Vietnam ma storicamente appartenenti ai Khmer. La battaglia fu impari, e i guerriglieri cambogiani non poterono far altro che fuggire nella giungla. Nonostante il loro progetto fosse ormai svanito, gli autori del genocidio cambogiano continuarono a combattere dando vita a una guerriglia non più organizzata.

La fine dei Khmer, inteso come fine del movimento rivoluzionario, era però sempre più vicina. Pol Pot, pur continuando ad avere una discreta influenza sui Khmer Rossi, si era ormai eclissato. Senza leader di spessore capaci di imbastire un piano, il gruppo iniziò gradualmente a squagliarsi. In seguito alla morte di Saloth Sar, avvenuta nel 1998, gli esponenti iniziarono ad accusarsi a vicenda.

Al momento il re della Cambogia, tornata monarchia costituzionale, è Norodom Sihamoni, niente meno che il figlio di Sihanouk, deposto dal golpe avvenuto negli anni ’70. Il capo del governo è invece Hun Sen, un ex membro dei Khmer Rossi passato dalla parte dei vietnamiti con l’intento di rovesciare il regime di Pol Pot.

Questioni irrisolte

A distanza di oltre 40 anni dalla fine dell’incubo di Pol Pot la Cambogia deve farei conti con questioni irrisolte. Come detto, i Khmer Rossi non furono giustiziati né morirono sul campo di battaglia. Al contrario, si ritirarono nella giungla, continuarono a combattere contro il governo, nel frattempo ristabilitosi, e molti di loro morirono per cause naturali.

Le autorità giudiziarie cambogiane sono alle prese con un nodo spinosissimo: stabilire quali sono i colpevoli e quali le vittime della follia alimentata dai Khmer Rossi. Bisogna infatti ricordare che moltissimi ragazzi, perfino bambini, furono obbligati ad arruolarsi, uccidere e torturare.

I processi contro i superstiti dell’esperimento sociale di Pol Pot vanno avanti, ma non sempre è facile risalire alla verità. In ogni caso, il Tribunale speciale ha inflitto diverse condanne esemplari, come l’ergastolo per crimini contro l’umanità dato a Khieu Samphan, capo di stato della Kampuchea Democratica, e Nuon Chea, capo ideologo del partito.

·        E allora le foibe?

La memoria (di parte) dei professoroni di sinistra. Matteo Carnieletto e Lorenzo Salimbeni il 20 Novembre 2021 su Il Giornale. Sul Fatto Quotidiano, Gobetti e Montanari accusano l'ex senatore Giovanardi di cambiare la storia delle foibe a proprio uso e consumo. Ma la verità è un'altra. "Due studiosi seri e competenti", così si sono autodefiniti Eric Gobetti e Tomaso Montanari sulle colonne del Fatto Quotidiano di oggi, hanno invitato Carlo Giovanardi, ex senatore ed ex ministro del secondo governo Berlusconi, a tornare sui banchi di scuola per un ripasso generale di storia. Gli "studiosi seri e competenti" hanno rimandato a settembre il politico di centrodestra a causa di un articolo intitolato Ora basta con l'ipocrisia sulle foibe, apparso sull'ultimo numero di Panorama. Giovanardi, secondo la premiata ditta del Fatto, sarebbe "'un negazionista della storia' che, "accecato dalla furia ideologica, accusa di malafede gli studiosi". Cosa che ovviamente non è così: come si può accusare di malafede, o quanto meno di parzialità, chi si fa fotografare accanto alla statua di Josip Broz Tito, imitandone la posa, e scrivendo "La tradizionale passeggiata con Tito"? Come si può accusare di parzialità chi si fa immortalare con il pugno chiuso, il fazzoletto rosso al collo e la bandiera dei partigiani jugoslavi alle spalle? Ovviamente non si può.

La memoria corta di Gobetti e Montanari

Il motivo del contendere tra Giovanardi e il duo Gobetti-Montanari ruota attorno alla famigerata Circolare 3C, firmata dal generale Mario Roatta nel 1942 (un anno dopo l'inizio dell'occupazione italiana di parte della Jugoslavia). E qui, lo diciamo, hanno ragione gli "studiosi seri e competenti". Giovanardi sbaglia la data del documento, datandolo un anno di ritardo. Quello che però dimenticano le penne del Fatto è che la Circolare 3C, tremenda da leggere oggi e orribile già allora, rappresenta l’applicazione della Legge di Guerra vigente durante la Seconda guerra mondiale. Dura lex sed lex. E questo è un dettaglio che non dovrebbe sfuggire a chi ribadisce (riguardo a foibe ed esodo) di voler contestualizzare le vicende storiche. La disposizione del generale Roatta riguarda il diritto di rappresaglia al quale fecero ricorso durante quel conflitto tutti gli eserciti regolari combattenti, dell’una o dell’altra parte di quell’immane scontro, in base a leggi internazionalmente riconosciute ed accettate. Leggi che, contrariamente a quanto fatto dai partigiani capeggiati da Tito, non prevedevano la deliberata strage di civili o dei militari fatti prigionieri. Leggi che definivano “franchi tiratori” coloro i quali non vi si attenevano ed esercitavano la guerriglia, come fu fatto dai partigiani di Tito e da tutte le altre forme di resistenza. Imboscate, attentati e sabotaggi compiuti da combattenti non in divisa prevedevano specifiche reazioni, tra cui la più grave era proprio la rappresaglia. La resistenza jugoslava si spezzò, oltre che per questioni politiche ed istituzionali in merito alle sorti dello Stato a guerra finita, anche perché la componente nazionalista di Dragoljub "Draža" Mihajlović non intendeva travolgere i civili in questa catena di reazioni, laddove le formazioni comuniste capeggiate da Tito proseguirono su quella strada proprio per esasperare gli occupanti e costringerli a reazioni tali da porsi in pessima luce nei confronti dei civili. Certamente la lotta di liberazione e la guerra civile conseguenti all’invasione della Jugoslavia nell’aprile 1941 portarono un milione di vittime ed è altrettanto certo che, talvolta, le nostre truppe commisero dei veri e propri crimini. Ma è altresì vero che l’interposizione italiana fece in modo che il numero dei morti non aumentasse, laddove generoso fu l’apporto fornito per il conseguimento di tale cifra da parte dell’esercito di liberazione nazionale titino a guerra finita con le stragi degli oppositori o presunti tali della nascente dittatura.

"Un debito di gratitudine"

Le nostre truppe, infatti, si frapponevano tra gli ultranazionalisti ustaša e le comunità serbe di Bosnia che rischiavano di venire sterminate, mentre nelle zone sotto controllo italiano venivano accolti gli ebrei in fuga dalle persecuzioni che pativano nello Stato indipendente croato o nelle regioni controllate dai tedeschi. Un debito di gratitudine: storia dei rapporti tra l’esercito italiano e gli ebrei in Dalmazia 1941-1943 ne parla ampiamente ed è stato scritto da Menachem Shelah, la cui famiglia si salvò dagli ingranaggi dell’Olocausto proprio grazie alla protezione italiana. Si tratta di un titolo sicuramente noto agli "studiosi seri e competenti", così come L’occupazione allegra: gli italiani in Jugoslavia (1941-1943), testo in cui si evince come rispetto ad altre forze impegnate nel confronto militare ed ideologico in corso nella dissolta Jugoslavia gli italiani fossero, a detta degli stessi partigiani titini, coloro i quali esercitassero in misura minore violenza e crudeltà. D’altro canto, i 100mila internati che vengono imputati al Regio esercito rappresentano un variegato insieme, una parte del quale patì certamente la tremenda esperienza del campo di Arbe. Ma si trattava anche di famiglie di collaborazionisti o di esponenti nazionalisti che venivano sottratti alle violenze partigiane, come pure di ostaggi prelevati da zone di attività partigiana proprio come monito affinché non venissero effettuate azioni che legittimassero il ricorso alla rappresaglia nei confronti dei civili. Tutte cose che i "due studiosi seri e competenti" sembrano dimenticare. O forse non vogliono. Del resto è da mesi che Gobetti e Montanari insistono nel minimizzare il dramma delle foibe e del confine orientale. Un paradosso: chi chi si occupa di storia, quindi della memoria, continua a far finta di non ricordare ciò che è realmente successo.

Matteo Carnieletto. Entro nella redazione de ilGiornale.it nel dicembre del 2014 e, qualche anno dopo, divento il responsabile del sito de Gli Occhi della Guerra, oggi InsideOver. Da sempre appassionato di politica estera, ho scritto insieme ad Andrea Indini Isis segreto, Sangue

Perché esiste il negazionismo. Il grande intellettuale Saul Friedlӓnder ha speso tutta la vita documentando l’Olocausto, cambiando il modo di studiare la storia. E di fronte alle irrazionalità di oggi, si interroga sul perché neghiamo.  Wlodek Goldkorn su L’Espresso il 29 settembre 2021. Saul Friedländer è l’uomo che, negli ultimi decenni, ha cambiato il modo di fare la Storia. Oggi 89enne professore emerito all’Università della California a Los Angeles, a partire dagli anni Settanta in una disciplina che cercava oggettività, aveva introdotto invece elementi di psicanalisi, ha valorizzato diari intimi mai pubblicati, lettere private e via elencando fattori di esplicita soggettività. Considerato il massimo storico della Shoah e dei genocidi, ha insegnato a Ginevra, Tel-Aviv, Gerusalemme, si è formato come studioso a Parigi, è di casa in quattro lingue: l’inglese, l’ebraico, il francese e il tedesco e questa conversazione in occasione del conferimento del premio Balzan (ogni anno ne sono attribuiti quattro, la metà della somma di circa 700 mila euro è destinata a progetti di ricerca) si svolge in video, in ebraico. La scelta della lingua non è casuale (ci torneremo), ma intanto cominciamo dall’inizio, dalla biografia del nostro interlocutore, se non altro perché il suo modo di fare Storia è legato alle esperienze da bambino e da ragazzo. Friedländer nasce nel 1932 a Praga, e gli viene dato il nome Pavel. Quando ha sei anni, e mentre la Cecoslovacchia è in pratica regalata a Hitler con il Patto di Monaco, la famiglia si trasferisce in Francia. Pavel diventa Paul. Ma anche lì arrivano le truppe naziste. I genitori affidano il ragazzino a un convento dove assume l’identità di Paul Henri‐Marie Ferland, bambino cattolico, mentre madre e padre tentano di passare il confine con la Svizzera. Respinti dai gendarmi elvetici, finiscono in un convoglio diretto ad Auschwitz. Nel frattempo il ragazzo cresce, vorrebbe diventare sacerdote, proseguire gli studi in un collegio di gesuiti, quando un prete, «un italiano, Pietro Lorigola» ci tiene a sottolineare, gli rivela che lui è ebreo e che mamma e papà sono morti. Paul Henri‐Marie decide di cambiare il nome in Shaul (diventato poi Saul), il contrario di un altro Shaul che sulla via di Damasco diventò Paolo. Raggiunge Israele, è comunista e sionista. In pochi anni cambia quattro volte nome e identità. Sullo schermo del computer appare la faccia di un signore mite, occhi che sorridono. Si scusa perché non sempre sente bene, e la distanza e il mezzo non aiutano. Alla domanda se, alla luce dell’uso che fa delle fonti e della sua biografia è concepibile l’oggettività nella Storia, risponde «certo che no». Fa una pausa: «Però uno storico deve cercare di avvicinarsi quanto più possibile a ciò che egli vede non come la verità storica, ma agli eventi come erano». Ride, perché la frase «gli eventi come erano» è una citazione di Otto Rank, psicoanalista viennese, allievo e assistente di Freud e l’uomo che applicò la psicanalisi allo studio della letteratura e delle arti. Chiarita e ribadita l’importanza del metodo che indaga il subconscio, Friedländer prosegue: «Lo storico deve essere conscio della sua posizione. E io parlo dalla posizione di una persona che da bambino ha vissuto nascosto e ha perso la famiglia. Sono conscio della mia soggettività, anche quando faccio il mio mestiere». Il riferimento è chiaro. Negli anni Ottanta la Germania fu teatro di quella che veniva definita la “Historikerstreit” (la lite degli storici: alcuni sostenevano che il nazismo fosse una reazione al bolscevismo con, a volte, allusioni alle origini ebraiche di quel fenomeno). Spiega Friedländer: «Molti storici tedeschi all’epoca pensavano di essere in grado di vedere il Terzo Reich da un punto di vista oggettivo, cosa che io cercavo di mettere in dubbio». Oggi invece tutti parlano della memoria, pochi della Storia «come è successa davvero». E allora qual è la differenza fra memoria e Storia? Friedländer risponde: «Lo storico dovrebbe allontanarsi dalla memoria, nonostante senza di essa non saprà scrivere la sua storia». Un paradosso che spiega così: «Io ho la memoria dell’epoca su cui lavoro. Per questa ragione ho capito che avrei dovuto includere nelle mie opere le voci degli ebrei che hanno scritto i loro diari e in maggior parte sono morti. Però, cerco di controbilanciare la mia memoria e i miei ricordi con gli strumenti classici dello storico». Prosegue parlando del ruolo dei testimoni. Infatti, il testimone raramente comprende il contesto, quello è un compito che spetta allo storico, appunto: «Io, nelle mie ricerche, ho usato spesso testimonianze di persone molto giovani che esprimevano tutta la loro soggettività, per esempio ragazzi comunisti del ghetto di Vilnius o di Lodz. Ma non cercavo le loro idee politiche, per me era ed è importante la loro testimonianza su quello che hanno visto, sui fatti concreti». Cambiamo tema. In Germania, in particolare, ma il fenomeno è comune a tutto l’Occidente, c’è discussione sulla unicità o meno dell’Olocausto rispetto ad altri genocidi e alla storia coloniale. «L’unicità della Shoah non è nel numero delle vittime, né nella sofferenza. Le persone soffrono tutte allo stesso modo e muoiono tutte da sole. La differenza sta nel contesto. Il contesto della Shoah è diverso da quello del genocidio degli armeni, dei tutsi, da quello perpetrato in Cambogia e della carestia in Ucraina negli anni Trenta. Prima di tutto c’è l’ossessione non tanto per gli ebrei, quanto per l’Ebreo e per l’Ebraismo. Si voleva “purificare” il mondo attraverso l’annientamento dell’ebraismo». Fa un esempio di quella ossessione: «Pensi che nel 1944, mentre l’Armata Rossa avanzava verso la Germania da Est e gli Alleati dall’Ovest, i tedeschi hanno pensato di radunare gli ebrei di Rodi e Kos, poche migliaia di persone, trasportarli ad Atene, da lì ad Auschwitz». Insomma, far sparire l’ebraismo dalla faccia della terra era quasi più importante della difesa del Paese. Continua: «La visione del mondo nazista era costruita sull’odio basato su una tradizione religiosa, cristiana, vecchia duemila anni. Non esiste una base di odio simile nei casi del genocidio coloniale, né ovviamente una simile ossessione». Quando parla dell’ossessione e cita i casi di Rodi e Kos sta dicendo che c’è una base di nichilismo radicale nel nazismo? «Non del tutto nichilismo», è la risposta, «visto che c’era un elemento di ideologia. Un’ideologia che contemplava il Male (l’ebraismo) e il Bene (la razza ariana). E che aveva una meta: il Reich millenario». C’era anche un’idea di Redenzione? «Sì, un mondo redento perché purificato dagli ebrei». Nei suoi lavori, Friedländer porta alla luce testimonianze di ebrei che non volevano vedere quello che stava succedendo, lettere in cui si dice che persone siano state mandate a lavorare all’Est, mentre sappiamo che la destinazione erano le camere a gas. Noi citiamo la testimonianza di Marek Edelman, uno dei comandanti della rivolta nel ghetto di Varsavia sui miliziani del Bund, il partito socialista degli ebrei, che salirono sui treni per Treblinka convinti di andare a lavorare (i tedeschi avevano distribuito loro un tozzo di pane e un po’ di marmellata). La domanda è sul meccanismo che uno storico esperto di psicoanalisi certamente conosce: la negazione della realtà, dell’evidenza, come tratto comune della condizione umana, in situazioni estreme. «Guardi», dice Friedländer, «negare la realtà non è un’esperienza solo delle epoche difficili. Ci sono cose che chiunque di noi non vuole o non è in grado di guardare, affrontare e immaginare». Vale anche per chi rifiuta le notizie sulla pandemia? Un momento di silenzio, poi Friedländer risponde: «Asteniamoci da paragoni con l’Olocausto. Però esiste il fenomeno del rifiuto delle notizie. Io non so quali sono le motivazioni intime di coloro che non si vaccinano. So però che si tratta di un fenomeno che ha un fondamento politico, di destra e delle teorie cospirazioniste». All’ipotesi che forse il problema è nel rifiuto delle teorie scientifiche, perché il sapere è sempre più frammentato e forse è in crisi lo stesso paradigma dell’illuminismo, con la sua fede nel Progresso e nell’emancipazione dall’ignoranza, Friedländer reagisce con un lungo silenzio. Poi sorride, guarda la moglie che sta non lontano ma fuori dal campo visivo della telecamera, fa un respiro e lentamente dice: «È un fenomeno che viene dalla visione disfattista della realtà e del mondo che ci circonda. Spesso anch’io trovo attrazione per il pessimismo e spesso sono profondamente pessimista, ma non sono negazionista né provo attrazione per qualunque negazionismo». Aggiunge: «È la postmodernità, il rifiuto della ragione». A questo punto è lecito fare un’altra ipotesi. Friedländer è un maestro (lui ride quando sente la parola maestro) che ha usato strumenti della postmodernità: fonti non ortodosse, massicce dosi di soggettività, ma a un certo punto si è fermato nell’opera della decostruzione. Ha capito che l’illuminismo va criticato ma che non possiamo farne a meno. Friedländer risponde così: «Sono d’accordo sul fatto che l’uso delle fonti non ortodosse che lei ha menzionato è l’unica strada per arrivare a quello che comunque vogliamo conservare. La cosa più importante per me è opporsi a ogni tentativo di banalizzare la Shoah. E quindi reagisco. Ma di tutto il resto sono stanco». Obiezione: per reagire deve ribadire che il metodo scientifico esiste, che la Terra è una sfera e non è piatta e che la fisica quantistica non abolisce il mondo sensibile e misurabile. Deve in altre parole usare la postmodernità per difendere la modernità. «Sì, mi piace la formulazione: usare la postmodernità per restare fedeli alla modernità», sospira. Si potrebbe chiudere qui ma vale la pena di tornare alle questioni di identità. Friedländer sarebbe potuto essere un prete: «Forse cardinale come lo fu l’arcivescovo di Parigi, e ebreo, Lustiger», scherza. «Quando padre Lorigola mi ha rivelato chi ero, avevo capito che tornare ebreo era la mia strada. Però per due anni ero ambedue le cose: cattolico ed ebreo». Ora scrive testi su scrittori di doppia e plurima identità, come Kafka e Proust (non tradotti in italiano, purtroppo). «Kafka faceva parte di un ambiente simile a quello di mio padre: Praga, ebrei integrati, lavoro per una compagnia di assicurazioni. Ma poi, avendo avuto un problema assai complesso di identità, mi sono sentito molto attratto da Proust con il suo ebraismo, qualche volta negato o rimosso. Mi interessava ovviamente l’aspetto della memoria. Molte cose su Proust le ho capite grazie alla mia attrazione per la psicoanalisi. E poi, ecco, il bacio di addio di mia madre quando mi lasciò nel convento mi ha fatto venire in mente la scena che apre la “Recherche”, il bacio della buonanotte della madre del narratore». E di Israele, che pare così importante per la sua identità che dice? «Speravo che non mi avrebbe posto questa domanda. Ma visto che insiste e che abbiamo scelto di parlare in ebraico rispondo: quando si tratta delle cose più importanti, essenziali, della questione essere o non essere, ecco in quei casi io sono israeliano. E sono contento che ci sia oggi un governo che sembra più normale di quello precedente. Pensi che fortuna che noi due parliamo mentre l’epoca di Netanyahu è ormai alle nostre spalle».

Marco Gasperetti per il “Corriere della Sera” il 27 agosto 2021. Un intervento sulle foibe che, non è la prima volta, gli è costato una pioggia di critiche. Ormai ci è abituato Tomaso Montanari, storico dell'arte e neo rettore dell'università degli stranieri di Siena. Nei giorni scorsi, sul Fatto Quotidiano, il professore ha pubblicato un articolo sulla «falsificazione delle foibe». «Non si può nascondere che alcune battaglie revisioniste siano state vinte, grazie alla debolezza politica e culturale dei vertici della Repubblica - ha scritto -. La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica». Un intervento che ha scatenato un putiferio. «Il rettore Tomaso Montanari minimizza il dramma delle foibe. - scrive Salvini -. È strano e preoccupante che Letta, sempre col ditino alzato e candidato nella Siena ferita dallo scandalo Pd-Mps, non apra bocca». Mentre Ignazio La Russa (Fdi) definisce vergognosa la presa di posizione del professore. Critiche da Gennaro Migliore (Iv) e da Carlo Calenda. La risposta di Montanari: «Nessuno minimizza o nega le foibe. Contesto l'uso strumentale che la destra neofascista fa delle foibe».

Luca Monticelli per “La Stampa” il 28 agosto 2021.  «Siamo di fronte a una grande campagna di diffamazione che falsifica le cose come al solito, quando si ha a che fare con i fascisti. Nessuna negazione delle foibe, ma una critica molto radicale al Giorno del ricordo per come è stato concepito». Tomaso Montanari, storico dell'arte e nuovo rettore dell'Università per stranieri di Siena, si difende dagli attacchi di molti politici di centrodestra che lo accusano di minimizzare l'eccidio delle comunità italiane al confine orientale, avvenuto tra il '43 e il '45 da parte del movimento di liberazione sloveno e croato e dalle milizie dello stato iugoslavo di Tito: «Sono stato linciato e nessuna istituzione ha difeso l'autonomia dell'università». 

Professore, è vero che nega le foibe?

«È tipico dei neofascisti italiani cambiare le carte in tavola e alterare la verità storica. Sto seriamente pensando di chiedere i danni a tutti coloro che mi definiscono negazionista, sfidandoli a trovare un luogo in cui abbia negato l'esistenza delle foibe». 

Lei critica il Giorno del ricordo, perché?

«La legge che lo istituisce è stata concepita per parificarlo alla memoria della Shoah. La falsificazione è sostenere che le foibe sono uguali all'Olocausto. Questo è il progetto che mi pare stia a cuore ai neofascisti e alle destre italiane. Lo dimostra un ddl che vorrebbe equiparare, anche sul piano penale, la negazione delle foibe con la negazione della Shoah». 

Il presidente Mattarella ha definito le foibe «un orrore» che colpisce le nostre coscienze.

«Naturalmente le foibe furono una tragedia, come lo furono i bombardamenti americani sulle città italiane e le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La guerra è fatta di terribili atrocità. La maggioranza degli storici ha dimostrato però come i numeri delle foibe siano incomparabili rispetto a quelli citati dalla destra italiana. Non ci sono milioni di infoibati, probabilmente i morti furono circa cinquemila, tra i quali molti erano fascisti e nazisti, altri erano innocenti». 

Vogliono le sue dimissioni...

«Non pretendo che tutti condividano, ma chiedere le mie dimissioni da rettore a me pare una cosa molto grave, peraltro io entrerò in carica a ottobre. È nel ventennio fascista che la politica rimuoveva i rettori». 

Perché si è occupato delle foibe proprio ora quando la commemorazione è il 10 febbraio?

«Perché il ministro Franceschini ha nominato un sovrintendente all'Archivio di Stato che ha celebrato la figura di Rauti. Perché Durigon si è dimesso senza una censura morale e sociale del premier Draghi. Perché tutto ciò, come la retorica del Giorno del ricordo, si inserisce in un quadro di revisionismo di Stato. Ha ragione Edith Bruck: c'è troppa tolleranza verso i fascisti. Io non mi dimetterò e da rettore coltiverò i valori dell'antifascismo in modo militante: dobbiamo ricominciare a dare ai ragazzi lezioni di antifascismo».

Montanari rincara la dose: "Il giorno del Ricordo? Non come la Shoah". Federico Garau il 28 Agosto 2021 su Il Giornale. Lo storico dell'arte non fa un passo indietro ed anzi affonda ancora, scagliandosi contro i nemici "fascisti", colpevoli di aver osato chiedere le sue dimissioni. Prima ha sputato veleno sulla giornata ricordo delle Foibe, parlando di "falsificazione storica" poi, dopo la reazione del mondo politico, ha tentato invano di correggere il tiro accusando i propri detrattori di aver distorto le sue parole fino addirittura ad inventarsi tutto. Troppo tardi per porre rimedio, ragion per cui il protagonista di questa incresciosa vicenda, vale a dire lo storico dell’arte e rettore dell’università per Stranieri di Siena Tomaso Montanari, decide di affidare alle pagine de La Stampa un'ulteriore precisazione circa la propria posizione sulla vicenda Foibe. "La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica", aveva infatti dichiarato senza giri di parole Montanari. Termini chiaramente poco equivocabili, che avevano scatenato le reazioni di numerosi politici, tra cui Federico Mollicone, Susanna Ceccardi e Matteo Salvini. "La destra italiana sta equivocando, ci sta marciando, sta inventando tutto. Per fortuna c'è un testo pubblicato. Nessuno nega le foibe, ma è l'uso strumentale, politico che la destra neofascista fa delle foibe che contesto", aveva poi cercato di precisare il rettore dell’università per Stranieri. "La destra sta ingigantendo le foibe da un punto di vista storico, numerico e soprattutto cerca di equipararla alla Shoah, dopo aver ottenuto una Giornata del Ricordo messa in calendario. La falsificazione storica è aver creato quella giornata in contrapposizione alla Giornata della Shoah. Questa è la falsificazione, l'equiparazione dei due tragici eventi", aveva poi aggiunto Montanari. L'ossessione per i fascisti e per la mistificazione della storia ritorna, tuttavia, con altrettanta forza anche nel corso dell'intervista concessa a La Stampa. Nessun passo indietro, anzi: la vittima pare proprio Montanari, sotto attacco dei nemici fascisti che evidentemente solo lui riesce a vedere in ogni dove. "Siamo di fronte a una grande campagna di diffamazione che falsifica le cose come al solito, quando si ha a che fare con i fascisti. Nessuna negazione delle foibe, ma una critica molto radicale al Giorno del ricordo per come è stato concepito", affonda ancora lo storico dell'arte, che riesce addirittura a vedersi come una povera vittima:"Sono stato linciato e nessuna istituzione ha difeso l'autonomia dell'università", lamenta Montanari, che ancora una volta torna a vaneggiare sui suoi acerrimi nemici. "È tipico dei neofascisti italiani cambiare le carte in tavola e alterare la verità storica. Sto seriamente pensando di chiedere i danni a tutti coloro che mi definiscono negazionista, sfidandoli a trovare un luogo in cui abbia negato l'esistenza delle foibe". Da carnefice a vittima il passo è breve, basta giocare la carta fascisti per rovesciare, ovviamente dal suo personalissimo punto di vista, il ruolo ricoperto nella vicenda. Perché critica il giorno del ricordo? Incalza il giornalista."La legge che lo istituisce è stata concepita per parificarlo alla memoria della Shoah", un aspetto che Montanari non può proprio tollerare. "La falsificazione è sostenere che le foibe sono uguali all'Olocausto. Questo è il progetto che mi pare stia a cuore ai neofascisti e alle destre italiane. Lo dimostra un ddl che vorrebbe equiparare, anche sul piano penale, la negazione delle foibe con la negazione della Shoah". Il cronista ricorda al rettore dell’università per Stranieri le parole di Mattarella, che aveva definito le Foibe "un orrore che colpisce le nostre coscienze". "Naturalmente le foibe furono una tragedia", replica Montanari, il quale tuttavia immediatamente ridimensiona il peso dell'evento, collocandolo tra le conseguenze del secondo conflitto mondiale, "come lo furono i bombardamenti americani sulle città italiane e le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La guerra è fatta di terribili atrocità". Niente da fare, ciò che è accaduto alla Foibe è stato troppo gonfiato, secondo lo storico dell'arte: "La maggioranza degli storici ha dimostrato però come i numeri delle foibe siano incomparabili rispetto a quelli citati dalla destra italiana. Non ci sono milioni di infoibati, probabilmente i morti furono circa cinquemila, tra i quali molti erano fascisti e nazisti, altri erano innocenti. Non pretendo che tutti condividano", prosegue Montanari, anche se dai toni della polemica ciò non traspare proprio, "ma chiedere le mie dimissioni da rettore a me pare una cosa molto grave, peraltro io entrerò in carica a ottobre. È nel ventennio fascista che la politica rimuoveva i rettori". Nessuna intenzione, quindi, di fare un passo indietro dopo la gravità delle sue affermazioni ed il ruolo accademico ricoperto, anzi. "La retorica del Giorno del ricordo, si inserisce in un quadro di revisionismo di Stato. Ha ragione Edith Bruck: c'è troppa tolleranza verso i fascisti. Io non mi dimetterò e da rettore coltiverò i valori dell'antifascismo in modo militante: dobbiamo ricominciare a dare ai ragazzi lezioni di antifascismo", conclude Montanari.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occupo soprattutto di cronaca.

Foibe, l’affondo di Veneziani: «Sono il capitolo italiano del libro nero del comunismo». Agnese Russo venerdì 3 Settembre 2021 su Il Secolo d'Italia. Le foibe sono «una tragedia che ha investito un intero popolo» e «il capitolo italiano del libro nero del comunismo» a livello planetario. Per questo al di là dello squallore della contabilità minimizzatrice, cui si è assistito anche in questi giorni, il riduzionismo su questa pagina di storia appare del tutto «inaccettabile». Marcello Veneziani interviene sulle polemiche intorno al Giorno del Ricordo, ricordando che è in questo «duplice quadro» che si deve inserire «l’orrore delle foibe».

Sulle foibe «l’oltraggio militante di collettivi intellettuali»

In un lungo articolo su La Verità, il giornalista chiarisce che mai avrebbe pensato di dover «tornare a difendere la memoria delle foibe dall’oltraggio militante di collettivi intellettuali, spalleggiati dall’associazione partigiani». Riteneva, infatti, «assodato il giudizio», «sciagurato ridurre la storia agli stermini» e «meschino cercare di usare il passato a scopi politici». Quanto accaduto negli ultimi giorni, invece, l’ha costretto a fare una marcia indietro, pur rimanendo fermo nella sua opinione sulla necessità di superare la tentazione di imbrigliare la storia in quelle griglie.

Il «duplice quadro» in cui inserire l’orrore delle foibe

Per Veneziani a rendere «inaccettabile sul piano storico, il riduzionismo, il dimenticazionismo, il negazionismo sulle foibe» non c’è solo il tentativo di minimizzarne i numeri. La «cosa peggiore» è, invece, che «l’orrore delle foibe si destoricizza e riduce a un’escrescenza patologica e periferica, isolata, che è dunque marginale, poco significativa, episodica», e semmai connessa solo alla «storia delle reazioni al fascismo e al nazismo». In realtà, prosegue Veneziani, «l’orrore delle foibe va inserito in un duplice quadro».

La cornice italiana: la tragedia dell’esodo

Uno è quello della storia nazionale, nella quale «quelle migliaia di vittime del massacro sono la punta più acuta di una tragedia che ha investito un popolo», ovvero l’esodo di centinaia di migliaia di italiani dall’Istria e dalla Dalmazia. Un «trauma terribile che si abbatté su intere famiglie, vecchi, madri, donne, bambini. Per non parlare del genocidio culturale annesso…». Poi c’è il piano più ampio, quello per cui «le foibe sono il capitolo «italiano» del libro nero del comunismo a livello planetario».

Il contesto mondiale: le atrocità dei regimi comunisti

«Il movente ideologico e politico delle foibe – ricorda Veneziani – è lo stesso del comunismo mondiale: la stessa guerra etnica contro gli italiani si deve inserire nella lotta di classe e nella lotta politica per imporre la società comunista». Dunque, «ricordando le foibe noi ricordiamo l’altro orrore del Novecento, oltre il nazismo, un orrore che ha peculiarità uniche nella storia del mondo» ed «è nato prima dell’orrore nazista e sopravvissuto di vari decenni alla sua morte, e ancora resiste pur trasmutato». «Il numero delle vittime del comunismo – aggiunge il giornalista – è di gran lunga il maggiore nella storia dell’umanità, ammonta a svariate decine di milioni: dalla Cina alla Russia, dall’Ungheria alla Polonia e tutti i paesi «satellite», da Cuba alla Cambogia. Per non dire del terrorismo italiano ed europeo nel nome dell’ideologia comunista».

Le foibe ricordano «il costo umano del comunismo»

Per questo, sottolinea Veneziani, «ricordare le foibe non è semplicemente ricordare lo sterminio di migliaia di italiani in un numero perfino più ragguardevole degli ebrei italiani morti nei campi di sterminio. Ma significa ricordare il costo umano del comunismo nel mondo attraverso le vittime italiane». «Del resto – prosegue l’articolo intitolato “Il comunismo in Italia si giudica dalle foibe” – i partigiani che compirono quelle stragi rispondevano al comunismo e al loro comandante, Tito, all’epoca organico al comunismo internazionale, sostenuto dai comunisti italiani che ubbidivano a Togliatti e al Partito comunista d’Italia, che aveva sposato la “tattica delle foibe” come allora scrivevano con cinismo mafioso e allusivo».

«Purtroppo questa elementare, evidente verità viene negata o elusa, comunque viene disonestamente aggirata», conclude Veneziani, tornando ad augurarsi che la memoria storia non si riduca «solo agli orrori».

“Foibe orrore del comunismo italiano”. Veneziani: “Negare tragedia è oltraggioso”. Carmine Massimo Balsamo su ilsussidiario.net 03.09.2021. Marcello Veneziani in tackle sui negazionisti delle foibe: “Il numero delle vittime del comunismo è di gran lunga il maggiore nella storia dell’umanità”. Sono trascorsi poco meno di ottant’anni dal dramma delle foibe, i massacri perpretati ai danni di militari e civili italiani autoctoni della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia da parte dei partigiani jugoslavi e dell’OZNA, ma il dibattito resta accesissimo. Le parole del rettore dell’UniSiena per gli Stranieri Tomaso Montanari degli scorsi giorni hanno acceso un vibrante dibattito, ravvivato dalle considerazioni dello storico Alessandro Barbero. Nettissimo, invece, il giudizio di Marcello Veneziani sulle pagine de La Verità “Le foibe sono l’orrore italiano del comunismo”, l’affondo di Veneziani. Il giornalista si è scagliato contro i ‘negazionisti’ dei massacri, citando dati incontrovertibili per stroncare le ipotesi più disparate: altro che 5 mila vittime, il conto attendibile oscilla tra i 12 mila e i 15 mila trucidati. Ma non è tutto, anzi: la cosa peggiore è un’altra…

FOIBE, L’AFFONDO DI VENEZIANI

Nel corso del suo intervento, Veneziani ha spiegato che la cosa peggiore è la destoricizzazione della tragedia delle foibe, rimarcando che queste rappresentano il capitolo “italian” del libro nero del comunismo a livello planetario. “Il movente ideologico e politico delle foibe è lo stesso del comunismo mondiale: la stessa guerra etnica contro gli italiani va inserita nella lotta di classe e nella lotta politica per imporre la società comunista”, ha proseguito il giornalista su La Verità, sottolineando che, a differenza del nazismo, il comunismo è nato prima, è sopravvissuto di vari decenni alla sua morte e ancora resiste pur tramutato. E ancora: “Il comunismo è l’unico regime totalitario che ha dovuto circondarsi del filo spinato e dei muri per impedire che la gente fuggisse dalle proprie patrie infestate. E il numero delle vittime del comunismo è di gran lunga il maggiore nella storia dell’umanità, ammonta a svariate decine di milioni”.

Foibe, Aldo Grasso incenerisce Barbero sul “Corriere”: “Mi è caduto un mito”. Gabriele Alberti sabato 11 Settembre 2021 su Il Secolo d'Italia. “Mi è caduto un mito”. Il “mito” infranto è il professor  Alessandro Barbero. A leggere le prime parole dell’articolo di Aldo Grasso, Tommaso Montanari ha avuto uno sturbo. Il critico del Corriere della sera non perdona allo studioso e volto di Rai Storia la posizione  in materia di foibe e  Giorno del Ricordo con la quale si è adagiato sulle posizioni negazioniste dell’incasato rettore di Siena. “Mi è caduto un mito e la cosa mi dispiace enormemente- scrive l’editorialista- . Mi è caduto un mito, quando, intervistato dal Fatto quotidiano, il prof. Barbero ha avallato le teorie di Tomaso Montanari sulla «falsificazione storica» delle foibe” . Grasso aveva già demolito le tesi negazioniste di Montanari in un articolo feroce. Alla firma del Corriere non è affatto piaciuto che il professor Barbero si sia attestato sulla posizione di Montanari su un capitolo di storia italiana così drammatico. Con toni molto pacati ma irrevocabili concede allo storico (“un divo di Rai Storia”) il dono della simpatia e della capacità del divulgatore. Ma sulla storia non si può scherzare: è il pensiero di Grasso. Subito risponde insultando Montanari, con toni da odiatore seriale. L’invasato rettore – che ha promesso che il suo impegno antifascista aumenterà – ‘scrive e offende. ‘Oggi Aldo #Grasso si scatena contro Alessandro #Barbero , naturalmente sempre per le #Foibe (e per l’odio viscerale e invidioso contro i professori universitari). Penso che il giornale della classe digerente italica non sia mai sceso così in basso come con questo figuro”. Così in un tweet lo storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena  inveisce in maniera scomposta.  A sinistra è vietato dissentire e chi lo fa è un “figuro invidioso”. Che non a caso aveva definito Montanari un “agit prop”. Alla  triste vicenda Aldo Grasso dedica solo altre due righe: Barbero “ha scritto un pezzo in cui ha preso le distanze dalla scivolata, con onestà; lo seguirò sempre ma l’amaro in bocca è rimasto”. Il professore sul Fatto aveva avallato la definizione di Montanari sul giorno del Ricordo  come «tentativo neofascista di falsificare la storia». Intervistato su La Stampa è scomparso il neofascismo ed è apparso lo “Stato”. Giochetti che non sono piaciuti ad Aldo Grasso e non solo a lui.

Aldo Grasso per il Corriere della Sera l'11 settembre 2021. Mi è caduto un mito e la cosa mi dispiace enormemente. Mi spiace perché il prof. Alessandro Barbero dell’Università del Piemonte Orientale è simpatico e appartiene alla simpatica schiera di quelli che amano fare battute e ancor più ridere delle loro battute. Mi spiace perché più volte ho apprezzato le sue lezioni mediatiche (un divo di Rai Storia) che ribaltano l’immagine del professore triste celebrato dal cinema italiano (un film per tutti: «La scuola» di Daniele Lucchetti con Silvio Orlando). Mi è simpatico perché è la dimostrazione vivente che la storia non è maestra di vita: così, almeno, insegnano nel Piemonte Occidentale. Mi è caduto un mito, quando, intervistato dal «Fatto quotidiano» il prof. Barbero ha avallato le teorie di Tomaso Montanari sulla «falsificazione storica» delle foibe. Poi ha scritto un pezzo in cui ha preso le distanze dalla scivolata, con onestà; lo seguirò sempre ma l’amaro in bocca è rimasto. Mi è caduto soprattutto quando ha firmato un manifesto di professori universitari in cui si straparla di discriminazioni a proposito del green pass: «I docenti sottoscrittori di questo pubblico appello ritengono che si debba preservare la libertà di scelta di tutti e favorire l’inclusione paritaria, in ogni sua forma». È successo poi che i firmatari non siano così famosi e conosciuti come il prof. Barbero (non lo sono affatto) e così tutte le accuse di ipocrisia, di non capire il dramma che stiamo vivendo, di fare distinzioni di lana caprina perché tanto lo stipendio corre lo stesso, siano cadute sulla sua persona. I professori firmatari, quando hanno potuto accedere ai vaccini per una corsia riservata, si sono ben guardati dal lanciare appelli. Tra apparizioni televisive, interventi su YouTube, attività pubblicistica e podcast, il prof. Barbero esplora ogni giorno tutti i recessi della Storia. È così occupato a divulgare il passato da inciampare sul presente.

Intervista ad Alessandro Barbero. “Le foibe furono un orrore, ma ricordare quei morti e non altri è una scelta solo politica. Il Giorno del Ricordo? E’ una tappa di una falsificazione storica”. Foibe, verità e menzogne dietro la canea delle destre. Daniela Ranieri su Il Fatto Quotidiano l'1 settembre 2021. Tomaso Montanari, storico dell’Arte e Rettore eletto dell’Università per Stranieri di Siena, ha scritto su questo giornale che la legge del 2004 che istituisce la Giornata del ricordo delle foibe “a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo” di una falsificazione storica di parte neofascista. Ne sono seguite accuse di negazionismo (anche da giornali “liberali”) e richieste di dimissioni da parte di esponenti politici di destra (FdI, Lega, Iv). Interpelliamo sul tema Alessandro Barbero, storico e docente.

Professore, è d’accordo con Montanari?

Sono d’accordo, ma bisogna capirsi. Montanari non ha affatto detto che le foibe sono un’invenzione e che non è vero che migliaia di italiani sono stati uccisi lì. Nessuno si sogna di dirlo: la fuga e le stragi degli italiani hanno accompagnato l’avanzata dei partigiani jugoslavi sul confine orientale, e questo è un fatto. La falsificazione della storia da parte neofascista, di cui l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa, consiste nell’alimentare l’idea che nella Seconda guerra mondiale non si combattesse uno scontro fra la civiltà e la barbarie, in cui le Nazioni Unite e tutti quelli che stavano con loro (ad esempio i partigiani titini, per quanto poco ci possano piacere!) stavano dalla parte giusta e i loro avversari, per quanto in buona fede, stavano dalla parte sbagliata; ma che siccome tutti, da una parte e dall’altra, hanno commesso violenze ingiustificate, eccidi e orrori, allora i due schieramenti si equivalevano e oggi è legittimo dichiararsi sentimentalmente legati all’una o all’altra parte senza che questo debba destare scandalo.

Perché l’istituzione della Giornata del ricordo rappresenterebbe una parte di questa falsificazione, se i fatti in sé sono veri?

Ma proprio perché quando di fatti del genere se ne sono verificati, purtroppo, continuamente, da entrambe le parti (ma le atrocità più vaste e più sistematiche, anzi programmatiche, le hanno compiute i nazisti, questo non dimentichiamolo), scegliere una specifica atrocità per dichiarare che quella, e non altre, va ricordata e insegnata ai giovani è una scelta politica, e falsifica la realtà in quanto isola una vicenda dal suo contesto. Intendiamoci, se io dico che la Seconda guerra mondiale è costata la vita a quasi mezzo milione di italiani, fra militari e civili, e che la responsabilità di quelle morti è del regime fascista che ha trascinato il Paese in una guerra criminale, qualcuno potrebbe rispondermi che però le foibe rappresentano l’unico caso in cui un esercito straniero ha invaso quello che allora era il territorio nazionale, determinando un esodo biblico di civili e compiendo stragi indiscriminate; e questo è vero. Ma rimane il fatto che se io decido che quei morti debbono essere ricordati in modo speciale, diversamente, ad esempio, dagli alpini mandati a morire in Russia, dai civili delle città bombardate, dalle vittime degli eccidi nazifascisti – che non hanno un giorno specifico dedicato al loro ricordo: il 25 Aprile è un’altra cosa – il messaggio, inevitabilmente, è che di quella guerra ciò che merita di essere ricordato non è che l’Italia fascista era dalla parte del torto, era alleata col regime che ha creato le camere a gas, e aveva invaso e occupato la Jugoslavia e compiuto atrocità sul suo territorio: tutto questo non vale la pena di ricordarlo, invece le atrocità di cui gli italiani sono stati le vittime, quelle sì, e solo quelle, vanno ricordate. E questa è appunto la falsificazione della storia.

Ritiene ci siano fascisti, nostalgici, persone che mal sopportano il 25 Aprile nelle Istituzioni?

Parliamo di sensazioni. Io ho la sensazione che come gran parte d’Italia era stata più o meno convintamente fascista, così in tante famiglie si sia conservato un ricordo non negativo del fascismo, e un pregiudizio istintivo verso quei ribelli rompiscatole e magari perfino comunisti che erano i partigiani. E le famiglie che la pensavano così hanno insegnato queste cose ai loro figli. Per tanto tempo erano idee che rimanevano, appunto, in famiglia, e non trovavano una legittimazione esplicita dall’alto, nella politica o nel giornalismo: oggi invece la trovano, e quindi emergono alla luce del sole.

Appartiene alla normale dialettica politica l’auspicio dell’on. Meloni, lanciato dalle pagine del Giornale, di “fermare” il professor Montanari? Si vuole costituire un precedente in democrazia di intimidazione del mondo accademico?

Non solo non appartiene alla normale dialettica politica, ma è inconcepibile in una Repubblica antifascista. E tuttavia va pur detto che non sono solo le destre ad aver creato un mondo in cui si reclamano le scuse, le dimissioni e i licenziamenti non per qualcosa che si è fatto, ma per qualcosa che si è detto. Il nostro Paese vieta l’apologia di fascismo, sia pure con tante limitazioni e distinguo da rendere il divieto inoperante, e questo divieto ha buonissime ragioni storiche, ma io forse preferirei vivere in un Paese dove chiunque, anche un fascista, può esprimere qualunque opinione senza rischiare per questo di essere cacciato dal posto di lavoro.

La sinistra, proclamando la fine delle ideologie, ha aperto la strada alla minimizzazione, alla riabilitazione e infine alla riaffermazione dell’ideologia fascista?

Il problema è che non sono finite le ideologie, è finita la sinistra. Il sogno che gli operai potessero diventare la parte più avanzata, più consapevole della società, e prendere il potere nelle loro mani, è fallito; il risultato è che nei Paesi occidentali non c’è più nessun partito che si presenti alle elezioni dicendo “noi rappresentiamo gli operai e vogliamo portarli al potere”. Ma la sinistra era quello, nient’altro. Invece la destra, cioè la rappresentanza politica di chi vuole legge e ordine, rispetto dell’autorità e libertà d’azione per i ricchi, e non si sente offeso dalle disuguaglianze sociali ed economiche, è ben viva. E in un mondo dove la destra è molto più vitale della sinistra è inevitabile che la lettura del passato vada di conseguenza, e che si possano diffondere enormità come quella per cui il comunismo sarebbe stato ben peggio del fascismo.

La giornata del non ricordo. Marcello Veneziani, 10 febbraio 2016. Torna, quasi clandestina, la giornata del Ricordo che commemora le foibe e ricorda le migliaia di italiani massacrati dai partigiani comunisti di Tito e non solo. Avverti l’amaro sapore della verità. Che arriva stanca a tarda notte, quando la storia se n’è andata, insieme ai suoi protagonisti e alle sue vittime. Queste superstiti giornate della memoria e del ricordo sono come i lasciti della risacca sulla spiaggia, dopo che l’onda della storia si è ritirata: gusci vuoti e conchiglie disabitate, reliquie estreme che attestano l’oblio più che la presenza viva di quegli eventi. È arrivata un po’ tardi la memoria delle foibe, e solo dopo che fu istituita la giornata della memoria per i campi di sterminio; ma meglio tardi che mai, e meglio la pari dignità delle memorie con tutto il suo odioso peso di contabilità dei morti e paragone macabro delle tragedie, piuttosto che il nulla o la memoria a senso unico. Apprezzando questa civilissima ricorrenza, lasciate che io rammenti, per amor di verità e di storia, qualche buco odioso nella calza dei ricordi. Per cominciare, Ciampi consegnò una medaglia d’oro alla memoria di Norma Cossetto, la ragazza che fu massacrata e infoibata dai partigiani di Tito. La meritoria iniziativa è partita da Franco Servello. A dir la verità, la studentessa ricevette già nel ’49 la laurea honoris causa postuma su proposta del latinista comunista Concetto Marchesi dall’Università di Padova. Ma una lapide nello stesso ateneo la ricorda tutt’oggi, tra le “vittime del nazifascismo”. Lei che fu barbaramente trucidata dai comunisti di Tito. Un vile oltraggio alla verità e alla memoria. In secondo luogo, a chi ripete che quegli eccidi vanno contestualizzati nel feroce clima della guerra, vorrei ricordare che i comunisti continuarono a infoibare anche a guerra strafinita e a fascismo ormai caduto. Ne cito uno per tutti. Vi parlo di un sacerdote in via di beatificazione, Don Francesco Bonifaci di Pirano, che fu massacrato e infoibato dai comunisti in una sera dell’11 settembre del 1946, vale a dire un anno e mezzo dopo che la guerra era finita e il fascismo era sepolto. Fu prima malmenato, poi colpito da una sassaiola, infine ucciso e gettato in una foiba vicino a Buie; ed è stato impossibile anche anni dopo recuperare i suoi resti e la sua memoria. Gli assassini erano tutti in giro, nostrani, a due passi dal luogo del delitto. E qui, terzo luogo, vorrei sapere che fine hanno fatto i rari processi postumi che furono avviati contro gli infoibatori, da Pskulic in poi. Tutti arenati, dopo che fu tolta al magistrato Pititto l’indagine scottante. Ma non solo. Migliaia di pensioni vengono ancora versate dallo Stato italiano agli infoibatori, grazie al vergognoso trattato di Osimo del 1975. Viceversa le famiglie degli infoibati e dei profughi aspettano ancora giustizia e spesso non hanno ricevuto un soldo da nessuno, slavi o italiani. Esempio atroce i 630 bersaglieri della Rsi. Come ricorda Luciano Garibaldi, si erano arresi con la garanzia della loro incolumità ma furono bestialmente uccisi. E in quanto militi della Rsi, i superstiti e i loro famigliari non ebbero mai alcuna pensione. Gli infoibatori si, gli infoibati no. Una vergogna. E vorrei ricordare la mostra sulle foibe censurata all’università di Roma; ancora oggi è proibito dire che gli infoibatori erano comunisti e che anche il Pci italiano aveva dato una robusta mano. E aveva contribuito attraverso riunioni, volantini e documenti a sostenere l’operazione foibe. Ad esempio, in un documento il Pci sosteneva che non si dovesse rinunciare a quella che veniva definita “la tattica delle foibe” (ovvero lo sterminio). I rapporti e gli incontri tra Togliatti e i capi dell’operazione sterminio erano continui: da Mosca a Bari. Perché non parlare anche in questo caso di collaborazionismo e poi di negazionismo? Certo, il silenzio sulle foibe non era solo un favore al Pci, rientrava anche nella strategia di apertura a Tito che aveva rotto con l’Unione sovietica. Ma troppi sono i ritardi e le vaghezze che alimentano ancora una becera amnesia. I libri scolastici di testo fanno aperture e non dicono più che le foibe sono fenomeni carsici, buttandola sulla geologia per non parlare di storia; ma siamo ai primi passi, agli incerti balbettii per non farsi sbugiardare. In Rai passò la fiction sulle foibe ed ebbe successo, ma a patto che i fatti fossero avulsi dalla storia e non si parlasse mai di partigiani comunisti, come se fossero tragedie private e drammi famigliari. Al cinema passò i guai Renzo Martinelli, regista di sinistra e figlio di partigiano, quando portò sugli schermi Porzus, sul massacro di partigiani bianchi della brigata Osoppo da parte di partigiani rossi al servizio di Tito. Perse contratti e commesse di spot pubblicitari, fu stroncato o evitato; solo dopo qualche film più gauchiste, come quello sul caso Moro, fu riammesso a tavola. Certo, è sgradevole parlare ancora di queste cose, è sgradevole l’uso politico e strumentale di queste tragedie; bello sarebbe che il revisionismo fosse animato da rigore storico e pietas, non da livore e sfruttamento. Arrivo a dire che diventeremo civili quando potremo fare a meno senza polemiche di queste giornate mnemoniche che sono surrogati di una memoria a buchi. Sarò lieto di veder cancellata la giornata del ricordo quando sarà cancellata la nottata del fazioso oblio. Marcello Veneziani, 10 febbraio 2016

 Fermate la deriva del Rettore che delira sull'antifascismo. Giorgia Meloni il 29 Agosto 2021 su Il Giornale. Da qualche giorno, con un crescendo inquietante di dichiarazioni sempre più intrise di odio politico, ci troviamo costretti a leggere gli sproloqui di Tomaso Montanari futuro rettore dell'Università per Stranieri di Siena. Da qualche giorno, con un crescendo inquietante di dichiarazioni sempre più intrise di odio politico, ci troviamo costretti a leggere gli sproloqui di Tomaso Montanari «intellettuale» vip della sinistra e prossimo rettore dell'Università per Stranieri di Siena che propone la cancellazione del Giorno del Ricordo per i martiri delle Foibe. Ossia il 10 febbraio, data solenne sancita da una legge dello Stato approvata nel 2004. Per lui in spregio al monito del presidente Sergio Mattarella nient'altro che un'operazione di «revisionismo di Stato» frutto della propaganda della destra. Su La Stampa di ieri, il professore del quale non sono note ricerche scientifiche riguardo la materia su cui si avventura si è prodigato in una serie di sciocchezze sulla tragedia che ha coinvolto migliaia e migliaia di italiani trucidati dai partigiani comunisti di Tito: «Non ci furono milioni di infoibati, probabilmente furono cinquemila, tra i quali molti erano fascisti e nazisti, altri erano innocenti». Altri erano innocenti Se è già falso e puro riduzionismo dire che nelle foibe sarebbero morte cinquemila persone, il folle messaggio che passa dalle sue parole è che infoibare migliaia di «fascisti» non sia stato un crimine. È proprio sulla base di questo estremismo che personaggi alla Montanari giustificano e minimizzano da anni la brutale uccisione di Norma Cossetto, ragazzina torturata e stuprata in branco dai «partigiani» e poi gettata viva in una foiba per la grave colpa di non essere stata ostile al fascismo (come gran parte degli italiani di allora). Ecco, mi chiedo, con molta serietà e preoccupazione, se questo odio e questa violenza rappresenteranno la «linea» didattica dell'Università per stranieri di Siena, nella quale parole del futuro rettore ha promesso che insegnerà ai ragazzi «i valori dell'antifascismo in modo militante». Al di là della perplessità sulle materie da insegnare in un Ateneo (paghiamo per questo cara ministra Messa con i soldi pubblici Montanari?), mi piacerebbe sapere se i «valori» di cui parla l'esperto di arte siano quelli che hanno ispirato chi ha colpito a morte, tra i molti, Sergio Ramelli o animato la mano di chi ha arso vivi i fratelli Mattei, e cioè che la violenza contro i «fascisti» non solo è giustificata, ma è da incoraggiare. Nella sua intervista a La Stampa Montanari scrive che «c'è troppa tolleranza verso i fascisti», concetto che aveva già sviluppato, questa volta su il Fatto Quotidiano: «Sembriamo aver dimenticato che per i fascisti e solo per i fascisti non valgono tutte le garanzie costituzionali: per esempio, non valgono la libertà di associazione e di espressione». Insomma per Montanari ai «fascisti» vanno tolti tutti i diritti, anche quello di non essere ammazzati dagli «anti». Già questa sarebbe una follia fuori dall'insieme di valori della civiltà occidentale, secondo la quale il rispetto della persona umana si concede anche al peggiore degli individui, ma c'è di più. Perché l'elenco di questi «fascisti» ai quali togliere ogni diritto e da prendere a fucilate all'occorrenza, lo stila lo stesso Montanari, insieme ai suoi soliti compagni di merende. E, ovviamente, nell'elenco ci sono tutti i partiti di destra, anche quelli rappresentati in Parlamento. Qualche mese fa nel salotto di Lilli Gruber, Montanari teorizzava questa sentenza: «Non vi è dubbio che il partito della Meloni sia il punto di riferimento di quel risveglio del fascismo storico in questo Paese». Se ci fosse qualche poveretto che prendesse seriamente le farneticazioni di Montanari, quindi, oggi si sentirebbe legittimato a compiere qualsiasi atto, anche violento, anche incostituzionale, contro il pericolo fascista rappresentato da Fratelli d'Italia o da qualunque movimento individuato dai vari Montanari d'Italia. Che dire, insomma, davanti a tali assurdità? Non mi interessano le polemiche sterili, ancora di meno mi interessa parlare del millennio passato, di fascismo e comunismo. Provo pena per personaggi come Montanari (e ce ne sono diversi) che, in assenza di talento specifico, si affannano a costruirsi una carriera grazie a un antifascismo grottesco e da operetta. Ma ora si sta davvero superando il limite. In una democrazia evoluta, un professore o peggio un rettore non può diffondere messaggi di odio, discriminazione e violenza come questi. Cosa farà Montanari, vieterà ai professori e agli studenti di destra della sua università di esprimere le proprie opinioni? Così sono nati i Talebani, proprio con la propaganda estremista nelle università. Non è un problema di Fratelli d'Italia, è un problema per l'Italia, e mi auguro che qualcuno abbia la decenza di fermare questa pericolosa deriva. Giorgia Meloni

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 29 agosto 2021. Un rettore agit-prop. Una settimana di lotta dura per Tomaso Montanari, rettore dell'Università per Stranieri di Siena. Prima si dimette dal Consiglio superiore dei Beni culturali per «l'arroganza dimostrata dal ministro Franceschini» nella nomina di Andrea De Pasquale alla guida dell'Archivio centrale dello Stato, reo di aver accolto il Fondo Pino Rauti. Poi una mascalzonata sulle foibe e sui vertici della Repubblica accusati di revisionismo storico: «La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica». Montanari svilisce la grande tragedia, una pagina dolorosa della storia del nostro Paese, basandosi su una meschina contabilità: «Le vittime accertate, ad oggi, furono poco più di 800 (compresi i militari)». Già che c'era, poteva ripetere l'infamia di allora: «Banditi giuliani». Per la cronaca, Montanari si è dimesso dal Consiglio superiore ma resta nel Comitato tecnico scientifico delle Belle Arti, «presidio di tutela dell'interesse generale». Ridicolo: è lui che deve decidere cosa conservare o no, cosa ricordare o no. Un rettore di lotta e di governo: quando non governa (con l'ex ministro grillino Bonisoli), lotta.

Renato Farina per “Libero quotidiano” il 29 agosto 2021. Si chiama Soccorso Rosso. Di rosso non c'è solo l'ideologia ma il sangue degli altri, stavolta quello degli italiani martirizzati a migliaia nelle foibe. Un orrore che negare non si può, stanno attenti a stare in equilibrio da acrobati sul filo delle parole ipocrite, ma come gli piacerebbe fosse stato un delitto perfetto, come la lupara bianca della mafia, cementificati nel suolo carsico, e tutti zitti e mosca. Soccorso Rosso lo si era visto all'opera negli anni '70 per tutelare brigatisti e affini. Be', funziona ancora, ne fanno parte vecchi dinosauri e giovani cloni dei medesimi. Non ha più la prontezza di una volta, questa congrega dal pugno chiuso dev' essersi infiacchita nella pigra estate tipica dei compagni che riposano, ma ecco che ieri i suoi manipoli si sono finalmente stretti intorno al loro ultimo, francamente fiacco, campione, professor Tomaso Montanari. Costui aveva pubblicato un articolo sulle foibe (Il Fatto, 23 agosto). In tale scritto, com' è arcinoto, il sopravvalutato storico dell'arte (dell'infoibamento) rinnegava la Giornata del Ricordo istituita per legge nel 2004 e celebrata da allora ogni 10 febbraio per onorare le migliaia di vittime italiane gettate vive in quei maledetti e abissali cunicoli carsici. Inutilmente il presidente Sergio Mattarella l'ha definita «sciagura nazionale», «orrore che colpisce le nostre coscienze». Macché, per Montanari è stata un cedimento al fascismo, e dunque è degna di abiura. Era la prima uscita solenne da neo eletto rettore dell'Università di Siena per stranieri, individuati come ottimo materiale umano da indottrinare dal suo pulpito. Un chiaro saggio di come intenda piegare l'università degli Studi a spugna da imbevere delle sue bischerate ideologiche. Ovvio gli sia stato chiesto di farsi da parte, e pure con disonore. Figuriamoci. Per cinque, sei giorni Montanari è stato protetto dal silenzio di compagni e affini. Nessun quotidiano di quelli che il "suo" Fatto chiama giornaloni lo ha graffiato neppure con una unghietta. Però voleva di più, il nostro eroe. Dopo tre giorni, il Manifesto, quotidiano comunista, ha suonato l'esile ma rossissima trombetta con Francesco Pallante: ha ragione Montanari, contro di lui «isterismo», bisogna «smascherare le balle dei colonialisti, dei fascisti e dei loro epigoni». Ieri si sono palesate con lingua di plastica alcune guardie rosse. Nicola Fratoianni, capo della Sinistra Italiana, che sarebbe ciò che è rimasto di Rifondazione comunista. In questo caso siamo in pieno revisionismo del revisionismo. Nel 2003, in un memorabile convegno a Venezia, Fausto Bertinotti definì quella delle foibe «tragedia irreparabile e senza giustificazione». Fratoianni, aduso a raccogliere l'osso che gli getta Travaglio, si scaglia invece che contro i boia rossi contro «la destra urlante» che «non ha fatto i conti con il nazifascismo». Gianni Barbacetto, pistolero stanco del Fatto, si lamenta che «il revisionismo» sia diventato festa «di Stato». Non è il revisionismo, ma la realtà delle cose e dei cadaveri tirata fuori mummificata, con il filo di ferro sotto le mandibole calcinate. Ma che cazzo di uomini siete? Tralasciamo Sandro Ruotolo, e luogotenenti dei Vopos. Eccoci al messaggio del presidente dell'Anpi, Gianfranco Pagliarulo, un soccorso che fa urlare di gioia Tomaso Montanari. Accidenti, il signore deve aver sbagliato Montanari. Quello giusto si chiamava Otello, ed era partigiano, denunciò eccidi comunisti in Emilia. L'Anpi ci mise 26 anni a riabilitarlo perché aveva avuto il torto di confessare la verità. Con Tomaso, che invece di inchinarsi davanti a quei disgraziati atrocemente liquidati dai comunisti, vuole disperderne il sangue nel fiume Lete della dimenticanza, si è sveltita in cinque giorni a mandare benedizioni. Dove sta la menzogna in cui nuota Montanari, fingendosi protetto dai libri di storia? Certo che la Shoah è un orrore senza pari, e i numeri dicono sei milioni. Ma qui non c'è da fare una gara a chi è il più cattivo e se un morto è più vittima di un altro morto. Ma di riconoscere che la strage di italiani infoibati non è stata un infortunio, un eccesso di zelo rivoluzionario, in un cammino di gloria partigiana. Essa è stata il fiore naturale e malvagio di una strategia per eliminare ogni ostacolo all'instaurazione di un regime totalitario. Ebbe anche il consenso del Pci, almeno nel 1943: eliminare gli italiani non comunisti per favorire l'annessione alla nascente Jugoslavia dell'Italia orientale. All'unanimità, non la Lega o Fratelli d'Italia, ma la commissione storica italoslovena ha stabilito che la strage «partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l'animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani». Soccorso Rosso a Montanari? Soccorso fognario. 

La sinistra che difende i negazionisti delle foibe. Francesco Curridori il 29 Agosto 2021 su Il Giornale. È tornato "Soccorso Rosso". Da Il Manifesto all'Anpi, passando per Nicola Fratoianni, sono tanti i compagni scesi in campo in difesa di Tomaso Montanari, il prof toscano che aveva criticato il Giorno del Ricordo. I compagni nostrani si sono uniti, anzi stretti, attorno a Tomaso Montanari, neo eletto rettore dell'Università di Siena per stranieri, che il 23 agosto scorso sul Fatto Quotidiano ha rinnegato la Giornata del Ricordo, istituita nel 2004 per onorare le vittime delle foibe. "Soccorso Rosso lo si era visto all'opera negli anni '70 per tutelare brigatisti e affini. Be', funziona ancora, ne fanno parte vecchi dinosauri e giovani cloni dei medesimi. Non ha più la prontezza di una volta, questa congrega dal pugno chiuso dev' essersi infiacchita nella pigra estate tipica dei compagni che riposano, ma - scrive Renato Farina su Libero - ecco che ieri i suoi manipoli si sono finalmente stretti intorno al loro ultimo, francamente fiacco, campione, professor Tomaso Montanari". Nella lista dei difensori del rettore toscano troviamo Il Manifesto che, solo tre giorni dopo la pubblicazione dell'ormai noto articolo, "ha suonato l'esile ma rossissima trombetta con Francesco Pallante" spiegando che bisogna "smascherare le balle dei colonialisti, dei fascisti e dei loro epigoni". Ieri, invece, è stata la volta del capo della Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, il quale, secondo Farina, si è spinto in un'operazione" di pieno revisionismo del revisionismo". Il deputato post-comunista si è scagliato contro "la destra urlante" che "non ha fatto i conti con il nazifascismo" piuttosto che fare autocritica sugli omicidi commessi dai titini. ​Gianni Barbacetto, editorialista del Fatto, ha paragonato "il revisionismo" a una sorta di festa "di Stato". "Non è il revisionismo, ma la realtà delle cose e dei cadaveri tirata fuori mummificata, con il filo di ferro sotto le mandibole calcinate. Ma che cazzo di uomini siete? Tralasciamo Sandro Ruotolo, e luogotenenti dei Vopos", osserva Farina nel suo articolo. Poi c'è Gianfranco Pagliarulo, presidente dell'Anpi, che soccorre il Montanari sbagliato. "Quello giusto si chiamava Otello, ed era partigiano, denunciò eccidi comunisti in Emilia. L'Anpi ci mise 26 anni a riabilitarlo perché aveva avuto il torto di confessare la verità", si legge ancora su Libero. "Certo che la Shoah è un orrore senza pari, e i numeri dicono sei milioni. Ma qui non c'è da fare una gara a chi è il più cattivo e se un morto è più vittima di un altro morto. Ma di riconoscere che la strage di italiani infoibati non è stata un infortunio, un eccesso di zelo rivoluzionario, in un cammino di gloria partigiana", spiega ancora Farina secondo cui quella strage" è stata il fiore naturale e malvagio di una strategia per eliminare ogni ostacolo all'instaurazione di un regime totalitario". Persino "anche il consenso del Pci, almeno nel 1943" perché eliminare gli italiani non comunisti avrebbe favorito l'annessione alla nascente Jugoslavia dell'Italia orientale. In definitiva, sentenzia Farina, il Soccorso Rosso a Montanari è un "soccorso fognario".

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia stampa Il Velino, mi son

Le giornate del prof. Lo scivolone di Montanari nel contrapporre le Foibe alla Shoah. Giuliano Cazzola su L'Inkiesta il 28 Agosto 2021. Il rettore dell’Università degli stranieri di Siena ha criticato la legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo perché sarebbe in antitesi a quella della Memoria. Nessuna persona intellettualmente onesta può paragonare queste due tragedie umanitarie, sia per le dimensioni sia per le circostanze storiche. O peggio, dare un giudizio di valore. Su Il Giornale viene ripresa una dichiarazione di Tomaso Montanari della quale, a mio avviso, il rettore dell’Università degli stranieri di Siena dovrebbe vergognarsi. Per motivi suoi se la prende con «La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah)» che a suo avviso «rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica», su cui, «la destra italiana sta equivocando, ci sta marciando, sta inventando tutto». Poi il rettore ’’del nostro scontento” avverte di dover chiarire il suo pensiero: «Nessuno nega le foibe, ma è l’uso strumentale, politico che la destra neofascista fa delle foibe che contesto». Per poi aggiungere: «La destra sta ingigantendo le foibe da un punto di vista storico, numerico e soprattutto cerca di equipararla alla Shoah, dopo aver ottenuto una Giornata del Ricordo messa in calendario. La falsificazione storica è aver creato quella giornata in contrapposizione alla Giornata della Shoah. Questa è la falsificazione, l’equiparazione dei due tragici eventi». Nessuna persona intellettualmente onesta può paragonare queste due tragedie umanitarie, sia per le dimensioni che per le circostanze storiche. Nella tragedia delle foibe (e dell’esodo di circa 350mila italiani, scappati da quelle zone come gli afghani di oggi, portandosi appresso solo i vestiti che avevano addosso i loro averi erano stati confiscati) si consumarono vendette e ritorsioni contro i dominatori sconfitti che non erano sempre stati ’’italiani brava gente’’. Io ero un bambino ma ricordo bene che un treno carico di profughi ’’Giuliani’’ non poté sostare nella Stazione di Bologna perché si diceva che fossero fascisti in fuga dal socialismo. Nelle zone (A e B) intorno a Trieste per anni il Partito Comunista italiano sostenne la causa slava, almeno fino a quando Tito non ruppe con Stalin. Per decenni quegli italiani uccisi per la loro nazionalità sono stati ignorati; non mi pare che la memoria di costoro possa essere ritenuta una vittoria della destra. Ma davvero Montanari si sente di negare, nella vicenda delle foibe, una componente di pulizia etnica. È questo il termine macabro usato dal presidente Giorgio Napolitano il 10 febbraio 2007, commemorando gli eccidi dell’immediato dopoguerra: «…già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943, si intrecciarono “giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento” della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”». La stessa strategia del massacro indiscriminato che abbiamo visto ripetersi tragicamente dopo il crollo della Jugoslavia. Croati contro serbi, serbi contro bosniaci mussulmani, stupri etnici di massa e stragi di uomini, donne e bambini soltanto perché appartenenti a un’altra etnia. Il 9 luglio 1995, la zona protetta dall’ONU di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dalle truppe dell’esercito serbo di Bosnia che riuscì a entrare definitivamente nella città due giorni dopo. I maschi dai 12 ai 77 anni furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per essere interrogati, in realtà vennero uccisi e sepolti in fosse comuni. Del resto i croati non si erano fatti mancare nulla nel conflitto contro i serbi.  Le forze di interposizione delle Nazioni Unite a Srebrenica mostrarono tutta la loro impotenza. E si rese necessario l’intervento della Nato. È poi veramente privo di senso l’accostamento che Montanari compie tra le date delle due Memorie come se costituissero l’esito di una rivalsa della destra contro sinistra. La Giornata della Memoria della Shoah si celebra il 27 gennaio perché in quella data nel 1945 l’Armata Rossa liberò Auschwitz, il Campo di sterminio più grande di tutti quelli che il nazismo aveva disseminato per l’Europa (lo stesso di cui ora il governo polacco vuole vietare l’accesso ai cittadini israeliani). Mentre la Giornata del Ricordo delle foibe fu fissata il 10 febbraio per una ragione precisa. In quella data vennero firmati nel 1947 i Trattati di Parigi dove era prevista la cessione di territori italiani alla Jugoslavia. Si trattava di quegli stessi Trattati nei quali, secondo Giorgio Napolitano (che peraltro allora c’era), «prevalse il disegno annessionistico». Mentre la Giornata della Memoria dell’Olocausto venne decisa nel 2005 dall’Assemblea generale dell’ONU (l’Italia aveva già provveduto con una legge del 2000), la legge del 2004 sulla Memoria delle foibe, fu promossa principalmente da esponenti della destra (sia pure con un ruolo attivo di altri gruppi in particolare della Margherita). È questa una buona ragione per giudicare quell’iniziativa una falsificazione storica o un atto di ritorsione contro la Memoria della Shoah? Perché non riconoscere che quella legge del 2004 – ancorché dettata da motivi politici – contribuì a porre riparo a una vile omissione e a rendere giustizia a dei compatrioti vittime di una guerra perduta? 

L’enorme menzogna che ancora infanga le vittime italiane delle foibe. Vittorio Sgarbi su Il Quotidiano del Sud il 29 agosto 2021. L’ANTIFASCISTA Travaglio, grande ammiratore di Indro Montanelli, sul quale  ha recentemente scritto un volume illustrato e apologetico, ha scagliato le tristi truppe del suo giornale contro Arnaldo Mussolini. Chissà perché ha perdonato il fascistissimo Montanelli e ha invece condannato Arnaldo, direttore de “Il popolo d’Italia”, che e non aveva invitato a collaborare Montanelli. Arnaldo morì nel 1931 affranto per la precoce morte del figlio, l’anno precedente. Con la perdita del figlio sembrò svanire – secondo quanto affermarono molti dei suoi amici – anche la voglia di vivere del padre. Alcuni suoi collaboratori raccontarono infatti che qualche giorno prima di morire, dopo aver avuto una piccola crisi cardiaca, Mussolini raccontò di aver sentito la morte vicina e di averla aspettata con gioia. Montanelli invece, su “Civiltà fascista”, ancora nel 1936 scriveva: «Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra de fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà». Parole difficilmente emendabili, e mai pronunciate da Arnaldo, così descritto da un poligrafo insigne, Mauro della Porta Raffo: “Arnaldo chi?”. Scommetto qualsiasi cifra: nessuno degli ignorantissimi politici e dei giornalisti immediatamente in ginocchio aveva finora conoscenza dell’esistenza di Arnaldo Mussolini. Nessuno. Ovviamente, ne ho trattato anni orsono perché Montanelli ne parlò sostenendo che la morte di Arnaldo fu grave per le conseguenze. Era difatti la sola persona che Benito ascoltava e che ne frenava gli impeti. E se qualcuno studiasse? La campagna per la difesa della toponomastica storica che è un principio di civiltà rispetto alla ricerca di consenso strumentalizzando per ragioni politiche i nomi di Falcone e Borsellino, è assolutamente lecita, e non esclude una nuova titolazione, in altra area, una volta ripristinata quella originale. La sostituzione opportunistica di un nome più popolare a uno che i tempi hanno travolto, al di là delle sue dirette responsabilità, come è nel caso di Arnaldo, è proprio di molte amministrazioni di sinistra che hanno finto di ignorare che Borsellino era stato rappresentante del FUAN e vicino al MSI di Giorgio Almirante, e hanno cercato di farsi scudo della gloria dei due magistrati e del loro sacrificio. La finta antimafia di Antonello Montante dovrebbe rappresentare un monito ancor più inquietante, dopo che una magistratura politicizzata e un sindaco depensante hanno umiliato Roma togliendole il nome in favore di “Mafia capitale”, per attribuirsi patenti antimafia senza correre alcun pericolo e senza rischiare, protetti da potenti e inutili scorte, la vita, come hanno rischiato (e perduto) Falcone e Borsellino. In realtà, per chi sa rispettare la storia, le variazioni toponomastiche sono ispirate alla retorica dei nuovi poteri, e buona norma sarebbe non usare nomi sacri come quelli di Falcone e Borsellino per cambiare denominazione a vie, piazze, aeroporti, lungomari, parchi, in modo opportunistico e strumentale. Al culmine della polemica su questa vicenda, ingigantita, si pone l’enorme menzogna che infanga i morti delle Foibe uccisi dai comunisti e il presidente della Repubblica Mattarella che li onora. È la posizione, espressa con la consueta violenza concettuale, di Tomaso Montanari, il quale, contestando il giusto riconoscimento da parte dello Stato dei morti delle foibe, lo attribuisce a una agguerrita campagna culturale da parte di una destra più o meno apertamente fascista: “Una campagna il cui obiettivo è niente meno che un revisionismo di Stato”. L’assurda affermazione è sostenuta con argomenti che ignorano la tragica realtà di quelle morti, e finiscono con l’infangare per una seconda volta le vittime: “non si può nascondere che alcune battaglie revisioniste siano state vinte grazie alla debolezza politica e culturale dei vertici della Repubblica. La legge del 2004 che istituisce la Giornata del ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica”. La penosa mortificazione di un momento importante, nella giusta commemorazione storica, di una tragedia, si appoggia  a una inaccettabile ricostruzione dello storico Angelo D’Orsi, che ha pensato bene di scrivere al presidente Mattarella per rimproverargli “un grave torto alla conoscenza storica nel discorso del 10 febbraio 2020 in cui non si è limitato a rendere onore a quelli che, nella narrazione corrente, sono i “martiri delle foibe”, ma ha usato ancora un’espressione storicamente errata, politicamente pericolosa, moralmente inaccettabile: pulizia etnica”. Sempre più sorprende che, negando la realtà, si arrivi a insultare il presidente della Repubblica, accusandolo di leggerezza o di supina accettazione di posizioni considerate “neofasciste”. Con aria leggera D’Orsi continua: “Ella, signor Presidente, è caduta nella trappola della equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah, con avvenimenti al confine orientale tra Italia e Jugoslavia, tra il 1941 e il 1948, grosso modo…La storiografia ci dice tutt’altro: le vittime accertate fino ad oggi furono poco più di 800 (compresi i militari), parecchie delle quali giustiziate essendosi macchiate di crimini, autentici quanto taciuti, verso le popolazioni locali”. La falsificazione reale di D’Orsi è spregevole. Solo un innocente ucciso dai comunisti titini ha la dignità che merita il ricordo di un ebreo ucciso dai nazisti. Non si misura l’orrore della storia sulla quantità dei morti. Fu già interrotto per questo uno spettacolo di Simone Cristicchi (certo non neofascista), diffondendo un volantino, quella volta contro Napolitano, che indicava un bollettino dei morti di 798 vittime. La falsificazione è palese. Del resto liquidare il capitolo foibe con la mera contabilità dei corpi effettivamente ritrovati è semplicemente irragionevole (per uno storico, soprattutto). Primo, per le difficoltà oggettive del compito di riesumazione (del resto una delle ragioni dell’infoibamento è appunto l’occultamento dei corpi). Secondo, perché l’espressione “foibe” è chiaramente una sintesi in cui vengono convenzionalmente incluse anche le vittime (di campi di concentramento, di processi sommari e di altre violenze), che pure non finirono nelle cavità carsiche, esattamente come nella letteratura sulla sorte degli ebrei nella Seconda guerra mondiale. Quanto alla “equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah”, definire il ragionamento capzioso è dire poco. Come se, in generale, il massacro grande “mangiasse” il massacro piccolo, secondo una logica per cui Hiroshima potrebbe essere liquidata con una nota a pie’ pagina nei libri di storia. Se andiamo a tentare una contabilità che smentisca il revisionismo comunista di D’Orsi e Montanari potremmo considerare che il cippo sulla foiba di Basovizza, sulla lastra di pietra che chiude per sempre la voragine in cui furono precipitati i martiri di Trieste e della Venezia Giulia, ne riporta incisi i livelli. In origine la profondità risultava di 300 metri. Nel 1918 era di 228: la differenza era costituita da depositi di detriti, di carbone e di munizioni gettate là dentro dopo la guerra mondiale. Nel 1945, all’ultima misurazione, la foiba era profonda 135 metri: la differenza, stavolta, si doveva ai cadaveri degli italiani assassinati precipitandoli, spesso vivi, nell’abisso. Quanti? Forse 2.000, ma un conto esatto non si potrà mai fare. Fu detto, con brutale espressione, che a Basovizza c’erano 500 metri cubi di morti. Quattro per metro cubo. Per amore di verità ho consultato gli archivi del Centro Studi Adriatici per il periodo 1943-45. Secondo i calcoli di Luigi Papo, i numeri sono questi: 994 salme esumate da foibe, pozzi minerari, fosse comuni; 326 vittime accertate ma non recuperate; 5.643 vittime presunte sulla base delle segnalazioni locali o altre fonti; 3.174 vittime nei campi di concentramento e di lavoro jugoslavi, computate sulla base di segnalazioni o altre fonti. Quindi ben 10.137 persone mancanti in seguito a deportazioni, eccidi e infoibamenti per mano jugoslava. A questa cifra andrebbero poi aggiunte le vittime di ben trentasette fra foibe e cave di bauxite per le quali non è stato possibile alcun accertamento pur “essendo nella certezza che ivi furono compiuti altri massacri”. In questo modo la cifra finale sarebbe di 16.500 vittime. Troppo pochi perché un presidente della Repubblica li ricordi con sgomento e dolore parlando di “moto di odio e di furia sanguinaria”, la quale non è finita se è rivendicata da D’Orsi e Montanari che a quei morti non porterebbero neanche un fiore.

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano”. Foie Gras. "Le foibe e il rettore di lotta e di governo. Il doppio ruolo di Tomaso Montanari" (Aldo Grasso, Corriere della sera, 29.8). Lui invece è di lecca e di governo. (…)

Tomaso Montanari per “il Fatto quotidiano” il 30 agosto 2021. Le parole che, lunedì scorso, ho dedicato al Giorno del Ricordo hanno scatenato la rabbiosa reazione di tutte le destre italiane: da Italia Viva a CasaPound, passando per Lega e Fratelli d'Italia (col rincalzo di Aldo Grasso e dell'agente Betulla). Con una sola voce hanno chiesto, preteso, minacciato (quelli al governo) le mie dimissioni da rettore (lo sarò peraltro solo da ottobre...): l'effetto è stato quello di un "fascismo polifonico" (per usare un'espressione di Gianfranco Contini). Come se, improvvisamente, fossero scomparsi dalla Costituzione gli articoli 21 (libertà di espressione) e 33 (libertà della scienza e autonomia delle università): in un assaggio di quel ritorno al fascismo che potrebbe comportare l'ascesa al governo di questa compagine nera.

SALVINI È ARRIVATO a dire che mi devo fare curare: rinverdendo la tradizione dei dissidenti chiusi in manicomio. La Meloni, in una apologia dei fascisti ormai senza veli, che devo "essere fermato". L'Unghe ria, insomma, non è lontana. Confermando il senso del mio articolo (il fascismo riesce ad avere ragione solo quando trucca la storia), giornalisti e politici hanno scritto e ripetuto che avrei "negato le Foibe". Falso, diffamatorio. Avevo scritto tutt' altro: "La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica". Come ha detto benissimo Eric Gobetti (storico, e autore di E allora le Foibe?, Laterza): "Il dibattito parlamentare sulla legge istitutiva fu molto eloquente. Alla fine, la versione neofascista è diventata la narrazione ufficiale dello Stato italiano". Questo era il fine: costruire una "festa" nazionale da opporre alla Giornata della Memoria e al 25 aprile, costruire un'antinarrazione fascista che contrasti e smonti l'epopea antifascista su cui si fonda la Repubblica. E ora un disegno di legge giacente in Senato vorrebbe rendere un reato il negazionismo delle Foibe, ancora una volta all'in seguimento della Shoah: "At traverso la equiparazione delle due parti, si mira alla rivincita degli sconfitti" (Claudio Pavone). Chi si stupisce che Italia Viva si schieri con Casa Pound dimentica che nell'agosto del 2019 Matteo Renzi visitò le Foibe di Basovizza proprio nel giorno dell'eccidio nazista di Sant 'Anna di Stazzema: scelta singolare, per un toscano. Come dire: 'i morti sono tutti uguali, fondiamo la pace su una memoria condivisa'. Cioè il messaggio del famoso discorso di Luciano Violante: un messaggio che, semplicemente, demolisce le fondamenta della Costituzione e della Repubblica antifasciste. E che costruisce il terreno per pelose unità nazionali capaci di saldare, al governo del Paese, il peggio della politica italiana.

COSÌ IL PATRIMONIO culturale del Paese (che è fatto, sì, anche di feste, ricorrenze, cerimonie, immaginario...) viene violentato, e piegato all'utilità del mercato politico corrente. Era proprio ciò che la destra voleva con l'istituzione del Giorno del Ricordo (primo firmatario Ignazio La Russa). Motivando, in Senato, il suo meritorio voto contrario, l'attuale presidente dell 'Anpi Gianfranco Pagliarulo vide lucidamente che "in apparenza (il Giorno del Ricordo, ndr) attiene ad un generale ripudio della violenza nelle sue forme più efferate, ma nella sostanza annega le responsabilità del Ventennio e della guerra mondiale con una 'equa ', e perciò del tutto inaccettabile, distribuzione delle colpe. Sono le equiparazioni che hanno sempre fatto i fascisti in Italia per giustificare gli orrori del Ventennio". 

NESSUNO NEGA le Foibe (che videro, secondo l'opinione oggi prevalente tra gli storici, la morte di circa 5000 persone - fascisti, collaborazionisti ma anche innocenti - per mano dei partigiani di Tito), come nessuno nega l'atrocità dei bombardamenti alleati, o delle due atomiche sganciate sul Giappone: ma questo non significa che americani e nazisti fossero sullo stesso piano. "Ecco perché questa legge è sbagliata e pericolosa - continuava Pagliarulo - perché parla di memoria ma cancella la memoria". Aveva visto bene Paolo Rumiz, che nel 2009 scrisse: "Senza onestà la memoria resta zoppa, e il Giorno del Ricordo potrà creare tensioni ancora a lungo. A meno che non sia proprio questo che si vuole". Come ho ricordato nel discorso col quale ho chiesto, e ottenuto, i voti della comunità accademica dell'Università per Stranieri di Siena: "Vivia mo tempi in cui non è per nulla superfluo ricordare che l'università italiana è doppiamente antifascista: lo è per la sua natura libera e umana di università, lo è per la sua adesione incondizionata alla Costituzione antifascista della Repubblic". I nuovi fascisti possono mettersi in pace l'animaccia nera: non mi dimetterò, continuerò a dire la verità.

"Giusto uccidere fascisti". Il delirio del deputato. Fabrizio De Feo il 31 Agosto 2021 su Il Giornale. "Ammazzare migliaia di fascisti durante la Seconda Guerra mondiale è stato giusto e doveroso e ci ha restituito la libertà. Il fatto che Giorgia Meloni si scandalizzi per questo la qualifica per quello che è da sempre". «Ammazzare migliaia di fascisti durante la Seconda Guerra mondiale è stato giusto e doveroso e ci ha restituito la libertà. Il fatto che Giorgia Meloni si scandalizzi per questo la qualifica per quello che è da sempre. Stiamo parlando d'altra parte di un personaggio che ancora si rifiuta di ammettere la responsabilità dei fascisti nelle stragi che hanno insanguinato l'Italia. Vorrebbe zittire Tomaso Montanari, ma dovrebbe solo imparare a tacere». Il tweet è firmato da Giovanni Paglia, parlamentare nella scorsa legislatura, vicesegretario di Sinistra Italiana, il partito di Nicola Fratoianni. Un'entrata a gamba tesa nel dibattito acceso dal Rettore dell'Università per Stranieri di Siena Tomaso Montanari che è riuscito a conquistare grande visibilità attaccando «la decontestualizzazione delle foibe, la loro amplificazione e la loro falsa e strumentale parificazione alla Shoah» e contestando «la narrazione neofascista impostasi nella costruzione della Giornata del Ricordo e nella scelta della data a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) clamoroso successo di questa falsificazione storica». Paglia si inserisce in questa polemica e rilancia, alimentando il corpo a corpo dialettico, l'azzeramento dell'umanità, la ricerca del consenso e dell'identità attraverso l'odio politico. Sotto il tweet c'è chi applaude, ma anche chi cerca di invitare alla ragionevolezza. «I bambini fascisti erano notoriamente pericolosissimi, senza pietà e privi di scrupoli. Discernimento. Parola che usava spesso San Paolo. Mai troppo tardi per imparare ad usarlo» scrive Guido Crosetto. Altri fanno notare che il post «prima ancora di essere giuridicamente discutibile, è eticamente riprovevole. A maggior ragione perché scritto da un parlamentare della repubblica italiana rappresentante della Nazione». E c'è anche chi come Mario Ballarin membro del direttivo dell'Associazione Nazionale Dalmata, figlia di esuli, parlando con l'Adnkronos, tenta di portare il discorso fuori dalle ideologie, raccontando come fu scelta la data del Giorno del Ricordo. «Per Montanari tutto quello che non coincide con la sua visione è fascismo. Per quanto riguarda la scelta del giorno, non c'è stato alcun desiderio di contrapposizione con il 27 gennaio, il giorno della Memoria. Luciano Violante venne nel quartiere giuliano-dalmata a Roma e discusse con noi su quale data fosse la più opportuna. Alla fine propose e scelse il 10 febbraio perché era il giorno dell'ultimo viaggio della nave Toscana da Pola a Venezia. È una data che accomuna il lungo esodo per l'Italia». Sulle parole di Paglia interviene, invece, Alessandro Cattaneo di Forza Italia. «Pensavamo fossero estinti, invece i comunisti sono ancora tra noi. Ideologia, odio e demonizzazione del nemico politico. Di tutto ciò non c'è proprio bisogno in questo momento storico, ma dell'esatto contrario e il paradosso è che sono gli stessi che predicano il pacifismo globale. Sono senza speranza e senza vergogna, per fortuna anche senza voti». Fabrizio De Feo

Senza vergogna: sulle foibe Montanari non ci risponde e il “Fatto” di Travaglio ci attacca. Lando Chiarini martedì 31 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. Triplo servizio, tipo il “barba, capelli e shampoo” tuttora gettonassimo nei saloni per soli uomini. Quando si dice il caso. È bastato che il Secolo d’Italia azzardasse a porre un paio  di domande sulle foibe al diversamente negazionista professor Tomaso Montanari e, puntuale come una scadenza, è scattata la reazione del servizio d’ordine del Fatto Quotidiano. Ai suoi massimi livelli, per giunta. Firme del calibro di Fabrizio De Feo, Marco Lillo e, last but not least, l’ormai dimenticato Daniele Luttazzi, sfigato David Letterman de no’antri col vizietto della satira a senso unico. Mancava solo Selvaggia Lucarelli, ma mai dire mai. Tre pezzi da novanta della premiata scuderia di Marco Travaglio tutti per noi e tutti in una volta. Roba che se ce l’avessero anticipata solo un mese fa manco l’avremmo presa in considerazione. Invece è tutto vero. Persino i conti in tasca al nostro giornale, come se i nostri bilanci non fossero pubblici e consultabili. Certo – vuoi mettere? – non c’è partita con l’emozione della sbirciatina dal buco della serratura. Soprattutto dopo una carriera costruita, verbale per verbale, sugli scoli di Procura. Conti in tasca, dunque. Con annessa verifica dell’impegno di Giorgia Meloni, nostra collega in aspettativa non retribuita, a rinunciare alla pensione da giornalista pur se cumulabile per legge al residuo vitalizio che in futuro le spetterà. Anche qui accontentati.  E ancora Giorgia in un gioco innocente per bambino deficiente, senzadubbiamente ideato e scritto dal già citato DL dei poveri. Insomma, un avvertimento sotto forma di polverone e di chiacchiericcio del tutto avulso dall’attualità, alzato solo per coprire la fuga ignominiosa del compagno Montanari dalle proprie tossiche idiozie. Ma la “spalla” Travaglio glielo doveva: le domande (senza risposta) del Secolo tirano in ballo pure lui. E sì, perché un direttore che avalla il “metodo Montanari” della verità a rate sui morti infoibati (da 800 a 5000 nel giro di una settimana) o è molto distratto o è un “negazionista che si farà”. L’obliquo attacco al nostro giornale serve ad accreditare la storiella del Prof vittima designata del fascismo di ritorno, annunciato appunto dalle «manganellate» del Secolo d’Italia. Ma l’effetto è ridicolo. Più che due alfieri della liberà in lotta contro il tiranno, sembrano i cugini Posalaquaglia (Totò e Peppino) alle prese con il padrone di casa: aggirano le nostre domande parlando d’altro. Pur di non ammettere che a difendere Montanari restano sì e no un paio di gruppettari appena usciti da una foto Polaroid anni ’70 e pochi sedicenti storici, in realtà oscuri panflettisti di nessuna caratura scientifica. Il resto è un coro di critiche, anche a sinistra. Certo, non continuerà per sempre. In fondo è questa la scommessa di Montanari: attendere la fine della piena per poi far planare le chiappe anche (in questo è un collezionista) sulla poltrona di rettore dell’Università per Stranieri di Siena. Ma il suo, più che un calcolo, è un azzardo. Almeno per quel che ci riguarda. Per noi resta infatti un odiatore ideologico, almeno fino a quando non spiegherà il suo pensiero sulle foibe. Che volete, sono ancora troppo freschi i ricordi dei cattivi maestri e i guasti da loro lasciati in eredità ad un’intera generazione per permetterci un bis. Montanari non conti perciò sul nostro silenzio. Se continua nel suo “mi spezzo, ma non mi spiego“, per lui il triplo servizio – barba, capelli e shampoo – resterà sempre attivo: forza ragazzo, spazzola! 

Foibe, tutti (tranne Fratoianni) contro Montanari. Sansonetti: «La sua posizione è indifendibile». Valerio Falerni lunedì 30 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. Su Tomaso Montanari fischia il vento e urla la bufera. A difenderlo dall’accusa di aver negato la tragedia delle foibe resistono ormai solo i gruppettari del tempo che fu. Gente alla Nicola Fratoianni, cioè nostalgica della lunga stagione dell’eskimo in redazione. Non a caso il segretario di Sinistra Italiana punta il dito contro quello che bolla il «linciaggio mediatico di Lega e FdI». L’obiettivo, alquanto scoperto, sarebbe quello di bandire la solita crociata antifascista. Ma gli è andata male. Perché a contestare il delirio negazionista del rettore in pectore dell’Università per Stranieri di Siena sono opinionisti e politici di un fronte molto più ampio di quello del centrodestra. «Anacronistico e divisivo», definisce infatti Montanari il presidente di Italia Viva Ettore Rosato. «A Trieste, quando ho iniziato a fare politica all’inizio degli anni 90 destra e sinistra si scontravano quotidianamente su Foibe e Tito. Accadeva anche nello scontro tra italiani e jugoslavi, raramente capaci di sanare le divisioni del secolo scorso», ricorda l’esponente renziano. «Non si può commentare uno come Montanari», incalza Pietro Sansonetti, una vita a sinistra. «Come si può dire – chiede il direttore del Riformista – che la strage delle Foibe non è rilevante? Purtroppo la sinistra ha un piccolo difetto: è illiberale, ma la libertà è una cosa seria». Chi invece punta diritto alle dimissioni (in realtà, solo ad ottobre si insedierà a Siena) è il presidente del Comitato 10 febbraio, Emanuele Merlino. «Trovo vergognoso che Montanari non si dimetta. Le sue sono tesi pericolose perché sembrano giustificare i massacri nei confronti dei nemici». Ma soprattutto, per essersi inventato un’equiparazione tra foibe e Shoah che esiste solo nella sua mente. E Merlino glielo rinfaccia: «Sono due eventi totalmente diversi: ricordare le vittime dell’Olocausto non vuol dire non poter ricordare le altre». Morale: Montanari è in evidente «malafede». «Per lui tutto quello che non coincide con la sua visione è fascismo», commenta a sua volta Maria Ballarin, figlia di esuli e componente del direttivo dell’Associazione Nazionale Dalmata. «Ma li ha letti i discorsi di Napolitano e Mattarella? Sono fascisti anche loro?».

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 31 agosto 2021. Ad alcuni lettori, che hanno scritto per valutare o approfondire la questione delle foibe, viene in soccorso Rai Play. Ci sono molti programmi dedicati alla spinosa questione. Ne consiglio quattro: un Passato e presente condotto da Paolo Mieli con i professori Orietta Moscarda ed Egidio Ivetic; ancora un Passato e presente con il prof. Raoul Pupo; una puntata della Grande Storia ; un documentario di Anna Maria Mori, forse la prima trasmissione che si è occupata seriamente del problema. Il Giorno del ricordo , il giorno in cui istriani, fiumani e dalmati celebrano l'esodo e mantengono in vita la memoria di un crimine orrendo, non è nato in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah). Se alcuni faziosi lo fanno, se ne assumano la responsabilità. E non esiste nessuna equiparazione fra i due eventi: la Shoah indica l'unicità di una tragedia senza paragoni. Le foibe sono un abisso, la voragine dell'inebetimento umano. Non paragonabili al calcolato progetto di genocidio dei nazisti ma pur sempre parte di quell'ideologia di purificazione etnica che imbianca tutti i sepolcri del mondo. Detto questo, la tragedia delle foibe - nelle quali i partigiani comunisti di Tito gettarono, tra il 1943 e il 1945, migliaia di italiani - e il dramma degli esuli istriano-dalmati, costretti ad abbandonare le loro case dopo la cessione di Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia, seguita alla sconfitta dell'Italia nella Seconda guerra mondiale, sono una delle pagine più dolorose della storia del nostro Paese. Alla base di questo grandioso sradicamento, lo ripeto, c'è anche un progetto di pulizia etnica. Ci sono poi ragioni storiche del lungo oblio sulle foibe: la sinistra internazionale si è sempre vergognata di parlare di questa pagina poco edificante; Tito, rivendicando autonomia nei confronti di Stalin, era diventato un interlocutore dell'Alleanza atlantica. Dunque, meglio glissare.

"Il nuovo settarismo degli intellettuali fa comodo a un Pd spostato a sinistra". Stefano Zurlo l'1 Settembre 2021 su Il Giornale. Il cofondatore dell'Istituto Bruno Leoni: "Torna la scomunica del nemico come male assoluto, ma sarà un boomerang alle elezioni". I tamburi di guerra dell'antifascismo militante. La Giornata del Ricordo e delle vittime delle foibe declassata a bieca operazione del centrodestra per relativizzare le colpe del Ventennio. Tomaso Montanari, e non solo lui, ripropone vecchi slogan cari alla sinistra. «Si - spiega Alberto Mingardi, cofondatore dell'Istituto Bruno Leoni, saggista e docente universitario - ritorna un vecchio adagio caro alla sinistra: i morti dei fascisti e quelli dei comunisti non sono uguali e le colpe degli uni sono meno gravi, molto meno gravi, di quelle degli altri».

È la delegittimazione dell'avversario?

«Si, è la scomunica del nemico che diventa o torna ad essere, come nel passato, il male assoluto».

Ma perché succede questo?

«Si possono dare diverse spiegazioni complementari. Anzitutto, faccio notare che il Pd, questo Pd, si è spostato a sinistra e prova a darsi un'identità intorno ad alcune battaglie culturali».

Pensa al dl Zan?

«Certo, ma non solo. Mi riferisco a come si fa politica sull'immigrazione o ad alcune sortite sulle tasse che dovrebbero colpire i presunti benestanti».

Anche i ricchi piangano, come si diceva un tempo?

«C'è un deposito di vecchi valori ormai scaduti, ma evidentemente ancora spendibili, di suggestioni, di stereotipi che possono andare bene per marcare questa presenza agguerrita e aggressiva».

Non tutta la dirigenza del partito Democratico è su queste posizioni.

«Si, ma non c'è dubbio che oggi un Tomaso Montanari sia più in linea o più alla moda di un Luciano Violante che tenne quel bellissimo discorso di riconciliazione sui ragazzi di Salo' o di un Michele Salvati. Il settarismo per la verità fra gli intellettuali è sempre andato di moda ma mai come oggi. D'altra parte tutti i partiti sono al traino del premier Draghi, hanno perduto centralità, provano quindi a recuperare terreno e visibilità cavalcando battaglie iperidentitarie, alla Ocasio-Cortez».

C'è dunque un calcolo elettorale?

«La ricerca di identità appaga gli estremisti ma alle urne credo sarà un boomerang. Ci sarebbe bisogno di rassicurare i cosiddetti moderati, non di spaventarli; invece si punta a galvanizzare i militanti. Questa, ahimè, è una tendenza della sinistra tricolore ma anche un processo globale».

Fuori d'Italia?

«Nei campus americani si assiste alla stessa logica muscolare, a sinistra come a destra. Gli intellettuali hanno sempre meno la propensione al dialogo e sempre più all'urlo. E l'opinione pubblica si adegua».

Vanno per la maggiore i toni forti?

«Come dicevo, c'è un processo in atto di radicalizzazione un po' ovunque. Ci stiamo assuefacendo a queste guerre culturali».

Rientriamo in Italia.

«Una parte della sinistra è orfana di riferimenti. Io so benissimo che molte personalità hanno compiuto una seria revisione del proprio credo, ma si tratta di percorsi singolari, è mancata una una riflessione collettiva con documenti scritti di quel travaglio. Alcune trasformazioni sono state solo no-minali: un nuovo nome, un nuovo simbolo e nessuna non dico abiura ma presa di distanza dal comunismo e dalla sua storia».

In questa incertezza è più comodo aprire l'armadio del passato?

«Certo. Guardi nello scaffale e trovi che nelle foibe furono trucidati soprattutto fascisti, come se questo poi fosse, oltre che falso, meno grave. Siamo sempre al doppio binario; la violenza diventa giustificabile in nome di certi ideali, poi ce n'è un'altra che segna con lo stigma chi abbia anche vaghe parentele in quella storia: la Meloni, Salvini ecc.

La Giornata del Ricordo è del 2004, quando a Palazzo Chigi c'era Silvio Berlusconi.

«E però anche qui si afferma una verità storica molto parziale: quella ricorrenza s'inserisce anche nel percorso segnato dal Presidente Ciampi, non certo un uomo di destra, per ricomporre un'identità nazionale. Non fu certo pensata per annacquare gli orrori del Ventennio».

Sul «Giornale» Giorgia Meloni suggerisce di fermare in qualche modo Montanari.

«No, Montanari dev'essere libero di dire tutte le sciocchezze che vuole. Si cresce nel confronto e nel litigio con i docenti, non eliminando le voci dissonanti. Però questo discorso deve valere sempre. Pochi mesi fa, un professore dell'Università di Milano, Marco Bassani, ha subito una sanzione assurda per aver messo sulla propria pagina Facebook una vignetta elettorale americana, ritenuta offensiva verso Kamala Harris. Ora gli stessi che difendono la libertà d'espressione di Montanari ritenevano appropriato il trattamento subito da Bassani. Ecco, l'idea di una libertà accademica a corrente alternata non fa bene alla discussione pubblica». Stefano Zurlo

"La sinistra usa l'antifascismo per eliminare Salvini e Meloni". Stefano Zurlo il 31 Agosto 2021 su Il Giornale. Il giornalista: "È la stessa isteria che ci fu nel '94 contro Berlusconi. Colpiscono con una clava chi prende voti". Sembrava che l'Italia avesse fatto un passo in avanti. E invece: «È come se fossimo tornati indietro di 75 anni, al 1945, alla retorica dell'antifascismo militante e alla guerra civile permanente - spiega Pierluigi Battista, una delle firme più autorevoli del giornalismo tricolore, saggista e ora anche romanziere con La casa di Roma, in uscita dopodomani per La nave di Teseo - Siamo davanti ad uno schema ipersemplificato: il bene contro il male».

Tomaso Montanari fa il negazionista sulle foibe e Gad Lerner corre in suo soccorso, sulle pagine del Fatto Quotidiano, attaccando frontalmente Giorgia Meloni che in una lettera al Giornale aveva denunciato questo uso a fisarmonica della storia.

Battista, ma che succede?

«La retorica dell'antifascismo, cosa ben diversa dall'antifascismo, viene usata come una clava per fermare l'avversario che guadagna consensi e voti».

L'avversario? Chi?

«Oggi si dà del fascista a Salvini o alla Meloni come nel passato, nel 1994, ci fu una mobilitazione generale contro Berlusconi. Direi che c'è la stessa isteria di allora».

Possibile che siamo ancora a questo punto dopo gli studi di Renzo De Felice e le parole sui «ragazzi di Saló» di Luciano Violante?

«In effetti questa visione manichea era progressivamente finita in archivio. La storia del Fascismo era stata riletta senza gli occhiali dell'ideologia e l'altra parte, quella sconfitta nel 1945, era stata infine accettata e reintegrata nel circuito civile. Questo non significa assolvere il Fascismo e cancellare eccessi e orrori, vuol dire semplicemente integrare la storia di questo Paese e ricomporne l'unità. Quel pezzo del Paese era stato espulso dalla vita democratica, poi era gradualmente rientrato. Poi però nel '94 arriva il Cavaliere e una parte della sinistra ripropone questa divisione in bianco e nero: noi siamo il bene - questo è il messaggio - e combattiamo contro Berlusconi che riporta il Fascismo ed è il male».

Una scorciatoia per non affrontare la sfida elettorale?

«Più o meno. Oggi la stessa litania ritorna per fermare Salvini e Meloni. D'altra parte Giani ha vinto in Toscana schiacciando il pedale dell'antifascismo a comando e sono sicuro che sentiremo gli stessi accenti quando Gualtieri ad ottobre si dovrebbe misurare a Roma con i candidati del centrodestra».

I sacri valori come spartiacque?

«Invece di affrontare i problemi, dai rifiuti alle buche, ecco il richiamo alla vecchia bandiera che sventola dal 1945».

Ora e sempre Resistenza, come affermava un vecchio slogan.

«Esatto. Chi non appartiene a questo mondo è delegittimato in partenza».

Ma perché Montanari, prossimo rettore dell'Università per stranieri di Siena, minimizza la tragedia delle foibe?

«Perché ha bisogno del mantello dell'ideologia. E l'ideologia si prende in blocco: se la chiave di lettura è Fascismo- Antifascismo e non la pulizia etnica operata dai Titini, allora le foibe sono solo la conseguenza di una lotta sacrosanta che può aver avuto degli eccessi, ma nulla più, e non un'operazione di annientamento della comunità italiana per annettere quelle terre».

Peccato che questa non sia la storia.

«Esatto ma tutto si giustifica nella lotta al male che oggi torna attuale per sconfiggere i presunti nuovi fascisti».

E Gad Lerner che tuona contro la Meloni?

«Gioca a fare il partigiano: solo che i partigiani stavano sulle montagne e rischiavano la vita fra il '43 e il '45, lui è arrivato dopo, come noi, e tutto diventa grottesco. Come fai a fare il partigiano nel 2021? Io allora potrei fare il mazziniano o il garibaldino. Ma non funziona».

Dovremmo guardare in avanti?

«Sia chiaro: il Fascismo ha commesso crimini orribili».

Nessuno sconto al Ventennio?

«Ci mancherebbe: io sono fieramente antifascista, ma sono un antifascista liberale. Un antitotalitario».

Fra Mussolini e Stalin lei sta con Churchill?

«Sono terzista. Qualcuno obietterà che è una posizione comoda, ma non è vero. Churchill era antifascista ma anche anticomunista, io difendo la libertà di tutti, non mi presto a rinchiudere il passato in una gabbia di convenienze e a utilizzarlo per addomesticare il presente. Invece, si copre tutto con una patina di indignazione a senso unico. È una vecchia storia: nel '94 fu sdoganato il secessionista, barbaro Bossi, perfino lui, perché aveva professato il suo antifascismo rompendo la coalizione di centrodestra e il 25 aprile 2006 fu fischiata vergognosamente Letizia Moratti che accompagnava il padre Paolo, deportato a Dachau e medaglia alla Resistenza ormai su una sedia a rotelle, perché non si sopportava la loro presenza in quel corteo. Nel nome dell'antifascismo militante fu commesso un sopruso. Oggi ritorna quella tentazione». Stefano Zurlo

L'antifascismo utilizzato per screditare. Marco Gervasoni il 25 Agosto 2021 su Il Giornale. È poco conosciuta, ma l'Archivio Centrale dello Stato è una istituzione fondamentale, raccoglie tutta la documentazione prodotta appunto dallo Stato, dai verbali del governo in giù (più molto altro). È poco conosciuta, ma l'Archivio Centrale dello Stato è una istituzione fondamentale, raccoglie tutta la documentazione prodotta appunto dallo Stato, dai verbali del governo in giù (più molto altro): senza, nessun libro di storia potrebbe essere scritto. Ancora meno saranno quelli che conoscono il nome di Andrea De Pasquale, un funzionario, già direttore della Biblioteca Centrale di Roma, e ora nominato dal ministro Franceschini sovrintendente, cioè massima figura apicale, dell'Archivio. Sarebbe una non notizia, se nella calura estiva, e nel mezzo di problemini solo lievemente più importanti, non fosse partita una campagna di delegittimazione del funzionario. A capo dei quali stanno coloro che meglio la sanno fare, i giornali della sinistra: dal «Manifesto» a «Repubblica» e al «Fatto quotidiano», mentre un noto neo rettore molto radical e molto social si è persino dimesso dal Comitato ministeriale per protesta. De Pasquale, dicono «è inadatto per motivi tecnici e morali». Tralasciamo i primi perché secondari e concentriamo su quelli «morali»: in sostanza gli viene imputato di non essere abbastanza antifascista. Si, avete letto bene. Perché passeggiava per le stanze della Biblioteca Nazionale con il braccio destro alzato? No, perché ha osato far acquisire alla Biblioteca il fondo archivistico di Pino Rauti: una personalità di enorme importanza nella storia della destra italiana, e quindi del paese, oltre a possedere un gran rilievo intellettuale. Si possono non condividere molte o tutte delle sue idee, ma dal punto di vista storico il suo archivio è fondamentale. O forse per «Repubblica» e «Il Fatto» bisogna distruggere la memoria di chi non era abbastanza antifascista? Sarebbe talebanismo storico, no? Non solo De Pasquale ha osato acquisire l'archivio Rauti ma avrebbe accompagnato l'iniziativa con parole elogiative: e già, perché di solito si presenta l'acquisizione di un fondo scrivendo che non ha nessun interesse! La vicenda, nella sua evidente pretestuosità, è tuttavia significativa. Perché ci presenta una sinistra allo sbando, totalmente priva di idee, il cui unico motivo di esistenza è far man bassa di posti, soprattutto nelle istituzioni culturali, che ritiene cosa loro. Non sappiamo cosa pensi e chi voti De Pasquale, ma non è considerato dei loro, e questo basta per chiederne la cacciata: in nome, ovviamente, dell'«antifascismo». Ma questa volta, l'assalto finirà in una scornata. Marco Gervasoni 

"No foibe no party". Così gli antagonisti soffiano sull'odio. Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto il 20 Luglio 2021 su Il Giornale. A Genova spunta lo striscione che inneggia alle foibe. Il Comitato 10 febbraio: "Pronti a denunciare". Gli slogan sono sempre gli stessi. Come gli oltraggi, gli insulti e la violenza. Come l'odio che si riversa ogni anno attorno al 10 febbraio, il Giorno del Ricordo in cui si commemorano le vittime delle foibe e l'esodo degli italiani dall'Istria e dalla Dalmazia. È il livore della sinistra più becera, degli antifà per professione, che torna ciclicamente a farsi sentire. Come la scorsa domenica a Genova quando, alla testa del corteo per ricordare i vent'anni del G8, è apparso lo striscione "No foibe no party". Uno sfregio, l'ennesimo, a chi fu inghiottito, spesso ancora vivo, all'interno delle cavità carsiche dal 1943 in poi. Una provocazione, l'ennesima, senza alcun senso, se non quello di continuare a seminare odio, come sottolineato da Teresa Lapolla, consigliere municipale di Genova: "I soliti facinorosi hanno strumentalizzato questa giornata per fomentare l'odio con lo striscione 'No Foibe No party' che rappresenta un oltraggio e una vergogna inaccettabile. Carlo vive? L'idiozia pure. Ci troviamo di fronte all’ennesima situazione di negazionismo delle foibe, con il silenzio istituzionale della sinistra che continua a non prendere posizione di fronte ad azioni di questo tenore". Ancora più duri Emanuele Merlino, presidente nazionale del Comitato 10 febbraio, e Carla Isabella Elena Cace, presidente dell'Associazione nazionale dalmata: "Sono sempre gli stessi nemici dell'Italia ed eredi di quella ideologia comunista che, lontano da ogni ideale di giustizia sociale, fu motivazione insanguinata per l'uccisione di milioni di innocenti in tutto il mondo. Non possiamo accettare che passino sotto silenzio queste dimostrazioni di intolleranza nei confronti degli italiani vittime del regime dittatoriale di Tito. Gettare persone ancora vive in una foiba, in guerra ma anche a conflitto ampiamente finito, non fu 'giustizia' ma, per citare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, "una persecuzione contro gli italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione inerme e incolpevole'". Secondo Merlino e Cace, "gli autori di questo gesto criminale devono essere identificati e processati in base alla legge Mancino che, ai sensi dell'art 604 bis del codice penale, punisce l'apologia di crimini di guerra e contro l'umanità fra i quali è, ovviamente, ricompresa la pulizia etnica. Per questo motivo abbiamo dato mandato ai nostri avvocati di denunciare, proprio ai sensi della legge Mancino, gli autori di questo gesto ignobile". Una dura presa di posizione anche dall'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd), tramite il presidente nazione Renzo Codarin: "Sdegno e profondo dolore per il gesto di quattro cretini che confermano ancora una volta di non conoscere la storia e che sembrano prenderci gusto a denigrare le sofferenze patite dai loro connazionali del Confine Orientale". Non è la prima volta che appaiono scritte simili nel capoluogo ligure. Lo scorso marzo, infatti, Genova antifascista aveva riempito la città di manifesti corredati dalla scritta "No foibe no party". Le stesse parole. Lo stesso odio di chi non ha idee. E ripete slogan vuoti.

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le guerre dimenticate dall'Afghanistan, all'Afric

L'Orrore del Comunismo: tutti i segreti dell'isola lager.  Goli Otok. LA MEMORIA INFRANTA Fotografie: Ivo Saglietti Testo: Matteo Carnieletto. Inside Over il 21 luglio 2021. All’alba, Goli Otok è pallida. Grigia. Un’isola anonima contro cui s’infrangono le onde oleose del Quarnaro. Guardandola dalla terra ferma non si vede alcun tipo di vegetazione; non si scorgono né alberi né arbusti. Dall’acqua emerge solo una distesa di roccia livida e sterile. D’estate il sole secca ogni cosa, d’inverno il vento ghiaccia ciò che rimane. Nell’eterno rincorrersi tra vita e morte è sempre quest’ultima a vincere a Goli Otok. Guardandola, gli uomini hanno cominciato a chiamarla in molti modi: qualcuno l’ha definita “calva”, qualcun altro “nuda”. Ma l’aggettivo più adatto, forse, è “segreta”. Il dorso dell’isola, una scogliera alta oltre duecento metri, non permette di vedere nulla di ciò che accade lì. È come un mantello che tutto nasconde e porta via. Goli Otok è una prigione naturale perfetta, tanto che Josip Broz Tito la scelse come luogo dove isolare coloro che, dopo lo strappo tra Jugoslavia e Unione sovietica, erano rimasti fedeli a Joseph Stalin. Fu così che, a partire dal 1949, Goli Otok divenne un campo di rieducazione attraverso il quale riportare i dissidenti nell’ortodossia del comunismo jugoslavo. Coloro che finivano nel mirino della polizia segreta titina, la terribile Udb-a, venivano caricati su una nave chiamata “Punat” e, infine, lasciati sul lato occidentale dell’isola. I primi quaranta passi erano i più lunghi. Non appena si sbarcava, si finiva sotto il cosiddetto “kroz stroj“, un tunnel umano in cui si veniva pestati a sangue dagli altri detenuti e poi, malconci, si veniva abbandonati a se stessi. Quella folla urlante – fatta di uomini che furono allo stesso tempo vittime e carnefici di se stessi (il campo era infatti in autogestione) – non c’è più. Al suo posto c’è una croce alta e nera che contrasta terribilmente con il trenino rosso e giallo che i turisti utilizzano per fare il tour dell’isola e con il ristorante chiamato, con terribile ironia, “Przun” (prigione). Le strade, a Goli, sono tre, ma tutto ruota attorno a quella centrale, dove erano presenti i tanti laboratori in cui lavoravano gli internati: da quello del legno a quello del marmo, passando per quello del ferro. Era qui che i detenuti si consumavano maggiormente. I macchinari, infatti, funzionavano solamente grazie alla forza umana, come ricorda il sopravvissuto Gino Kmet: “I rudimentali macchinari venivano azionati dalla forza motrice umana, ingaggiando quattro persone, per lo più boicottati speciali, di quelli più duri che non avevano raccontato la verità come intendevano loro. Questi, per mezzo di una grossa manovella e apposite pulegge, mettevano in movimento il tornio, il trapano e la mola smerigliatrice” (Luciano Giuricin, La memoria di Goli Otok – Isola calva). Quei macchinari oggi sono completamente arrugginiti, consumati dal tempo e dalle intemperie. Il campo è in totale abbandono e si può solo immaginare come vivevano gli oltre 30mila internati che furono spediti sull’isola dal 1949 al 1956. Le targhe che ricordano quegli anni, infatti, sono poche e non descrivono la vita a Goli Otok. Per scoprire com’era una giornata tipo, dobbiamo recuperare negli archivi i ricordi di chi è sopravvissuto, come il già citato Gino Kmet: “Dovevamo svegliarci alle cinque di mattina, anche d’inverno con il buio pesto, al segnale del capo baracca che urlava come un ossesso: ‘ustaj’. Dovevamo subito calzare una specie di zoccoli, che si trovavano fuori dalla baracca, perché dentro si doveva camminare scalzi. La nostra tenuta era di color marrone, una specie di divisa militare di fatica, con una bustina sempre militare. Non c’era niente per lavarsi. La prima colazione consisteva in una sorta di surrogato di caffè con polenta liquida. Quindi si andava subito a lavorare. Si doveva uscire dal recinto del campo, passando davanti al milite di turno, nei confronti del quale era d’obbligo levarsi il berretto con lo sguardo però rivolto a terra e non verso di lui. Regole che dovevamo imparare subito, perché altrimenti si buscava una buona dose di legnate”. Iniziava così il lavoro vero e proprio, pensato unicamente per fiaccare il corpo e l’anima di questi dannati. “Tutto doveva svolgersi di corsa – ricorda Kmet – con le famose ‘ziviere’”. Una pena dantesca, come quella degli ignavi descritti da Dante, costretti a correre dietro a una bandiera bianca mentre un pavimento di vermi accoglieva il loro sangue. La memoria di Goli Otok è fatta di calcinacci, di porte divelte, di macchinari abbandonati e pure di vecchi frigoriferi per gelati buttati in un angolo. Il ricordo prende la forma di una sedia che non può più accogliere nessuno e che è stata abbandonata in mezzo a una stanza chissà quanti anni fa. Oppure si incarna in lavandini scrostati e inutili, incapaci di toglierti l’arsura del sole a picco. O ancora in letti senza reti che non riescono più a dare alcun ristoro. Ma è nella “buca” che tutto diventa insostenibile. Era qui che venivano inviati i dissidenti più duri, quelli che non erano disposti a cedere. In questo avvallamento il caldo ti si appiccica addosso insieme agli insetti. Ogni movimento diventa difficile. Ogni passo pesante. Come la vita. Il suo nome ufficiale era “Radilište 101” (Reparto 101), ma nessuno lo chiamava così. I prigionieri gli avevano dato altri nomi, come “Monastero” o “buco di Pietro”, in onore di Peter Komnenic, uno dei primi deportati che aveva un certo peso politico. In questa fossa, profonda otto metri e larga venticinque, finivano le cariche più alte del partito: militari, politici e intellettuali. Oppure coloro che avevano avuto la sventura di aver viaggiato in Unione sovietica. Fu in questa bolgia infernale che si registrarono i più alti decessi di Goli Otok. Oggi, i materassi abbandonati ricordano i tanti corpi che quest’isola, avara di sangue, ha inghiottito sotto il peso delle torture fisiche e psicologiche. La peggiore era senza dubbio quella dei “tragaci”, ovvero i “boicottaggi”. Si trattava di periodi a volte lunghissimi in cui l’internato poteva essere maltrattato da tutti. Insultato, picchiato e costretto a turni di notte in cui il suo unico compito era quello di fare la guardia e trasportare i bidoni in cui gli altri detenuti urinavano. L’obiettivo era quello di ridurlo a una larva umana. A un corpo senz’anima. Privo di volontà. Sui muri dell’isola si mischiano settant’anni di storia: ci sono gli innamorati che hanno deciso di giurarsi amore eterno, i teppisti che hanno imbrattato le pareti con scritte oscene e, infine, i detenuti che hanno trovato la forza di lasciare un ricordo di sé. Qualcuno, probabilmente durante la prigionia, ha dipinto una falce con il martello, forse a testimoniare il proprio attaccamento all’Unione sovietica. Qualcun altro, invece, ha riempito il muro di piccole barre verticali per tenere il conto del tempo che passava. Sempre uguale. Sempre eterno. Quattro linee verticali. Una obliqua. Stop. Dove non ci sono le scritte, a parlare – o, meglio, a urlare – è l’intonaco. O quello che ne è rimasto e che disegna volti urlanti che ancora oggi sembrano chiedere pietà. Una pietà che a Goli, però, non era contemplata, come ricorda l’internato Sergio Borme, e che veniva sostituita dal sospetto: “Ad un certo momento non ti fidavi più di nessuno. Se qualcuno ti diceva, o raccontava qualcosa, dovevi riferire subito, altrimenti andavano loro a riportare la faccenda operando spesso da agenti provocatori. Un sistema allucinante che purtroppo veniva attuato quasi da tutti”. Le piante, su quest’isola, stanno cadendo. Una volta i detenuti erano costretti a fare loro ombra non appena venivano seminate. Era la loro pena del contrappasso. Il modo per rieducarli. Per renderli vegetali. Ma è solo quando cala la notte che Goli Otok mostra davvero se stessa: un’ombra nera che ti insegue e non ti lascia più andare via.

Fotografie: Ivo Saglietti Testo: Matteo Carnieletto

Foibe, gli aguzzini erano i comunisti di Tito, ma non si può dire: lo sfogo dei familiari. Alberto Consoli lunedì 21 Giugno 2021 su Il Secolo d'Italia. Ricordare la tragedia delle foibe è ancora un reato: due episodi incresciosi avvenuti in breve lasso di tempo in Piemonte e a Milano sono oggetto di un lungo sfogo da parte del comitato dei familiari delle vittime giuliane, istriane, fiumane e dalmate. “In Piemonte la decisione della Corte dei Conti di indagare la Regione. Solo per aver annunciato la distribuzione di un testo sui crimini di Tito”. Una decisione offensiva, “non solo non tiene conto della legge 92 del 2004, che prevede iniziative per diffondere la conoscenza di quei tragici fatti. Ma offende la memoria di chi ne è stato vittima. A Milano – denuncano i familiari delle vittime – la targa dedicata a Don Angelo Tarticchio, sacerdote infoibato, è rimasta scoperta solo il tempo strettamente necessario a ricordarlo; e poi immediatamente ricoperta subendo una vera e propria censura in quanto la dicitura: “infoibato dai comunisti jugoslavi di Tito” doveva essere sostituita con il generico “dalle milizie jugoslave di Tito””.  Insomma, parlare di foibe sì, ma a patto che si oscuri la parola “comunisti”, e si salvaguardi “il bun nome” di Tito: le “regole” le dettano i soliti gendarmi della memoria. Due sfregi. “Dopo più di 70 anni di oblio, la Repubblica ha riconosciuto il 10 febbraio quale “Giorno del Ricordo”: occasione per tutti gli italiani di onorare la memoria di migliaia di connazionali: trucidati dai partigiani comunisti titini tra 1943 e il 1945. Questo almeno nelle intenzioni”, scrivono in una nota i familiari delle vittime. “La realtà, alla quale siamo costretti ad assistere noi esuli e familiari di esuli da quelle terre martoriate, è invece ben diversa”. “Purtroppo conosciamo bene la nostra storia, ma difficilmente la sentiamo raccontare o ci viene concesso di raccontarla… È una storia scomoda, per tanti motivi, potremmo sintetizzare dicendo che i nostri aguzzini hanno vinto la guerra (che si siano macchiati di crimini orrendi non interessa a nessuno); e che… i colpevoli sono sempre gli altri! Siamo abituati a versioni storiche dal sapore giustificazionista, a boicottaggi e atteggiamenti odiosi di vario genere”. Sono abituati a questo calvario della memoria, ma i due episodi citati vanno ancora oltre, spiegano: “Quanto accaduto di recente in Piemonte e a Milano, ci lascia senza parole”. Così in una nota il comitato familiari delle vittime giuliane, istriane, fiumane e dalmate. Per quanto riguarda la vicenda piemontese, l’affronto lo dobbiamo a unu consigiere di Leu. I libri, infatti, causa Covid, non sono mai stati acquistati; e nemmeno è stata mai promulgato un atto amministrativo che rendesse operativa quella intenzione. Come ha fatto la Corte dei Conti a chiedere contezza di una spesa mai deliberata? Appunto, è stato il consigliere di Leu ad aver presentato un’interrogazione che ha dato il via all‘iter. Altro episodio, altro orrore, è il caso di Milano. Don Angelo Tarticchio, il parroco di Rovigno che fu torturato, evirato e gettato vivo in una foiba. Ebbene, non si può scrivere che i suoi aguzzini erano “comunisti jugoslavi di Tito”. Siamo alla follia e la rabbia dei familiari delle vittime è più che giustificata. Affranti, increduli, i familiari proseguono: “Fuggirono in trecentocinquantamila dall’orrore titino, sono passati tanti anni e molti di loro sono già morti; senza aver mai visto alcuna forma di giustizia o, almeno, una memoria condivisa. Inutile chiedere rispetto e comprensione a chi non li vuole concedere”. C’è una speranza, però, per tentare di riparare ai torti passati e presenti, ed è il ddl presentato da Fratelli d’Italia. “Abbiamo appreso che la Commissione Giustizia ha calendarizzato l’esame del disegno di legge (su proposta del Senatore Luca Ciriani), che modifica l’articolo 604-bis del codice penale. Aggiungendo un comma che, accanto al riferimento espresso alla Shoah, richiama i massacri delle foibe. Auspichiamo pertanto che tale modifica non trovi ostacoli alla sua approvazione. E che in questo modo chi non ha rispetto per le sofferenze patite dalla nostra gente possa avere una giusta punizione”.

La medaglia della vergogna. Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto su Indide Over il 9 giugno 2021. Vogliamo raccontare gli orrori di Tito a Goli Otok, l’isola a due passi dall’Italia dove il maresciallo Tito imprigionò 30mila oppositori, tra cui centinaia di italiani. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo del fotografo tre volte vincitore del World Press Photo, Ivo Saglietti, e le parole di Matteo Carnieletto, responsabile di InsideOver. Tito e consorte sfruttano l’arma dello charme per conquistare l’Italia. Anche se, in verità, non ce n’è un gran bisogno. Solamente due anni prima, nel 1969, il Maresciallo viene «decorato come Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana» con l’aggiunta del Gran Cordone, il più alto riconoscimento del nostro Paese, durante la visita di Saragat a Belgrado per finalizzare alcuni accordi economici con la Jugoslavia. Nei numerosi e affettuosi discorsi il capo dello Stato italiano conclude sempre con uno stucchevole brindisi rivolto a Tito: «Levo il calice, signor Presidente, al benessere Suo e della gentile signora Broz, alle fortune dei popoli jugoslavi e all’amicizia fra i nostri Paesi». Mai nessun cenno, neanche alla lontana, alla tragedia delle foibe e dell’esodo. E quello è solo l’inizio. Altre medaglie e riconoscimenti vengono infatti assegnati nel tempo ad una ventina di suoi uomini. Ogni anno l’Unione degli istriani, una delle più rappresentative associazioni degli esuli costretti alla fuga dalle loro terre alla fine della Seconda guerra mondiale, rilancia la campagna per revocare «le onorificenze dello Stato italiano elargite al sanguinario maresciallo Tito». Un obiettivo che, almeno sulla carta, dovrebbe essere condiviso da tutte le forze politiche del nostro Paese, ma che viene sempre rispedito al mittente grazie a un cavillo legislativo: si può togliere un’onorificenza per “indegnità” solo se il personaggio insignito è ancora in vita. Nel 2012, per esempio, l’Italia lo fa con il presidente Bashar al Assad, accusato, forse troppo sbrigativamente, di massacrare il suo popolo in seguito allo scoppio della guerra in Siria. Per Tito, che ha lanciato la pulizia etnica e politica contro gli italiani e una parte del suo popolo, «non è ipotizzabile alcun procedimento essendo il medesimo deceduto», scrive, nel 2013, il prefetto di Belluno, a nome del governo, dopo essere stato interpellato dal primo cittadino di Calalzo di Cadore, Luca De Carlo. Oggi senatore di Fratelli d’Italia, De Carlo ha pronta da tempo una proposta di legge che prevede di cambiare questa (folle) norma. Si tratta di appena due righe: «In ogni caso incorre nella perdita dell’onorificenza l’insignito, anche se defunto, qualora si sia macchiato di crimini crudeli e contro l’umanità». Per ora la proposta langue, ma De Carlo, in un’intervista concessa a Panorama, quando Salvini è al governo, afferma: «Auspico che la Lega, che ha visto molti suoi esponenti rilasciare dichiarazioni a favore della revoca dell’onorificenza a Tito, supporti la discussione in commissione prima e in aula dopo della nostra proposta di legge. È ora di passare dalle parole ai fatti». Purtroppo non sono stati compiuti passi in avanti e né Giorgio Napolitano, all’epoca della proposta presidente della Repubblica, né il suo successore Sergio Mattarella hanno sollecitato il Parlamento a legiferare per cancellare la vergogna di una medaglia al boia degli italiani e di un quarto di milione di suoi connazionali. Ma non c’è solo Tito. L’Italia ha infatti decorato Mitja Ribicic, Franjo Rustja e Marko Vrhunec, i cui nomi campeggiano ancora in bella mostra sull’albo d’oro delle onorificenze del Quirinale. Dal 2013, il ministero degli Esteri, sollecitato dalla presidenza del Consiglio, avrebbe dovuto indagare su che fine avessero fatto e, se fossero stati in vita, togliere loro la decorazione. «Noi sapevamo che vivevano in Slovenia, ma nessuno ha mai mosso un dito – spiega Lacota, presidente dell’Unione degli istriani – L’ultimo è deceduto qualche anno fa (nel 2017, nda) in una casa di riposo vicino al confine di Trieste». Ribicic, Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana, è stato al vertice della repressione titina in Slovenia dal 1945 al 1957, poi è diventato primo ministro jugoslavo. Nel 2005 viene accusato di crimini di guerra a Lubiana ma, dopo sessant’anni, le prove sono sparite. L’ex ammiraglio Rustja, Grande ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana, è stato il braccio destro del comandante del IX Corpus titino che ha occupato Trieste nel maggio 1945. Nei quaranta giorni di terrore spariscono molti italiani. Vrhunec è commissario politico della brigata partigiana Lubiana, capo di gabinetto di Tito dal 1967 al 1973 e poi ambasciatore. Fino al 2016 rilascia interviste su YouTube e sui media sloveni difendendo il Maresciallo, i suoi massacri, la Jugoslavia socialista e mostrando numerose onorificenze, compresa quella italiana. Dopo mesi di inutili ricerche, nel 2019, la Farnesina ammette di non trovare «traccia della richiesta di accertare l’esistenza in vita dei decorati di Tito». Nella migliore delle ipotesi si è perso tutto nei meandri governativi. Nella peggiore, la richiesta è stata insabbiata per coprire i motivi politici che, ai tempi della Guerra fredda, ci hanno fatto considerare Tito un eroe da decorare. O forse per non fare cadere la maschera di chi, a sinistra e nel governo, non toglierebbe mai le medaglie al leader jugoslavo ed ai suoi sgherri. Estratto di Verità infoibate (Signs publishing), di Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto

Così iniziò il grande dramma degli italiani. Fausto Biloslavo, Matteo Carnieletto su Inside Over il 6 giugno 2021. Vogliamo raccontare gli orrori di Tito a Goli Otok, l’isola a due passi dall’Italia dove il maresciallo Tito imprigionò 30mila oppositori, tra cui centinaia di italiani. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo del fotografo tre volte vincitore del World Press Photo, Ivo Saglietti, e le parole di Matteo Carnieletto, responsabile di InsideOver. «Gli esuli, schiacciati dalla persecuzione, compresero che sotto quel regime terroristico non sussistevano le possibilità di vivere né da italiani, né da cristiani, né semplicemente da uomini. L’esodo costituì un autentico, terribile plebiscito». Così si esprime, il 4 novembre 1964, l’istriano Gianni Bartoli, sindaco di Trieste, restituita alla madre Patria solamente dieci anni prima, dopo le dolorose mutilazioni territoriali della Seconda guerra mondiale. Parole dettate dal cuore e dal ricordo della triste e silenziosa fuga di oltre 300.000 connazionali dall’Istria e dalla Dalmazia che, dopo il 1945, vengono costretti ad abbandonare la loro terra occupata dai reparti partigiani jugoslavi del maresciallo Josip Broz Tito, per rifugiarsi in Italia o emigrare all’estero. Una brutta pagina della storia del nostro Paese, per alcuni versi ancora aperta, ma a lungo ignorata o sottovalutata. Dopo settantacinque anni è lecito chiedersi: come mai centinaia di migliaia di persone decisero di “votare con i piedi”, pur di scegliere l’Italia? Qual è stato il destino di questa massa di profughi e delle loro terre e cosa accade oggi in Istria e Dalmazia? (…) Dal 1945 al ‘49 si registra il flusso maggiore, ma i profughi continuano ad arrivare in Italia fino ai primi anni Cinquanta e oltre. Gli esuli censiti nel ‘58 sono 201.440 e, secondo padre Flaminio Rocchi, autore di un’opera monumentale sulla pagina strappata della storia d’Italia, altri 50mila muoiono per malattia o vecchiaia senza essere stati registrati, oppure si sono reinseriti autonomamente nella madre Patria. In ottantamila hanno scelto la via dell’esilio all’estero e 15mila sono esodati dopo il ‘58. Nell’immediato dopoguerra da Fiume fuggono 54mila italiani, da Pola 32mila, da Zara 20mila, da Capodistria 14mila. Gli esuli giunti in Italia vengono ospitati in 109 campi profughi. Dalle baracche sul Carso, l’altopiano che sovrasta Trieste, alle vecchie scuole della Sicilia, passando per le caserme di Torino e le ex colonie marine di Bari almeno 300mila istriani e dalmati vengono volutamente dispersi, perché le autorità li considerano pericolosi. «Volevano addirittura le impronte digitali – ricorda il francescano Rocchi testimone del dramma dell’esodo – Il nostro governo scambiava un sentimento forte di italianità che ci aveva portato a rifiutare la Jugoslavia e i suoi metodi con nazionalismo di marca fascista. Fu un brutto equivoco». A tal punto che il piroscafo Toscana, zeppo di esuli istriani, viene accolto a Venezia dal dileggio dei comunisti locali, che non credono alle foibe e al regime del terrore instaurato dal “compagno” Tito. Sul piano internazionale le cose non vanno meglio, nonostante gli jugoslavi siano stati costretti a lasciare Trieste il 12 giugno 1945 per lasciare posto alle truppe angloamericane, che hanno costituito il Governo militare alleato. Tre giorni prima il generale F. E. Morgan, capo di stato maggiore del quartier generale alleato per il Mediterraneo di Harold Alexander, si è accordato a Belgrado con gli uomini di Tito stabilendo due zone di provvisoria amministrazione. La Zona A che comprende Muggia, Trieste e il litorale fino a Monfalcone, sotto controllo alleato, e la Zona B che si estende dal fiume Quieto fino a Capodistria e Buie, sotto controllo jugoslavo. L’importante porto di Pola passa agli alleati e così avrebbe dovuto accadere per le città italiane della costa, ma non avverrà mai. Alle ore 11 del 10 febbraio del 1947, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, firma il trattato di pace di Parigi che toglie definitivamente all’Italia quasi tutta l’Istria, Fiume e Zara. La Zona B, assieme alla Zona A, vanno a formare il Territorio libero di Trieste, anche se Tito continua a reclamare tutto, compreso il capoluogo giuliano. Il 20 marzo del ‘48, Francia, Inghilterra e Stati Uniti propongono il ritorno della Zona B all’Italia e accusano la Jugoslavia di non «garantire la tutela ed il rispetto dei fondamentali interessi del popolo del Territorio libero». Questa importante dichiarazione tripartita, che riaccende le speranze degli istriani, perde peso con lo strappo di Tito da Stalin e il segreto avvicinamento degli alleati a Belgrado in funzione anti sovietica. L’8 ottobre 1953, Inghilterra e Stati Uniti annunciano l’intenzione di lasciare la Zona A. Un anno più tardi, il Memorandum di Londra sancisce: «In vista del fatto che è stata constatata l’impossibilità di tradurre in atto le clausole del trattato di pace con l’Italia relative al Territorio libero di Trieste, gli angloamericani si ritirano. I governi italiano e jugoslavo estenderanno immediatamente la loro amministrazione civile sulla zona per la quale avranno la responsabilità». Ovvero l’Italia riacquista Trieste e Tito si impossessa della Zona B. 13 Verità infoibate. Le vittime, i carnefici, i silenzi della politica La perdita definitiva di quest’ultimo lembo d’Istria viene siglata alle 18.30 del 10 novembre 1975, a Osimo, uno sconosciuto paese delle Marche. Il ministro degli Esteri italiano, Mariano Rumor, firma il trattato che chiude le questioni territoriali con Belgrado assieme a Milos Minic, vice primo ministro jugoslavo. Con pochi colpi di penna, dal ‘47 a Osimo, sono andati perduti 219 città e paesi ita- liani e di un territorio di quasi 10.000 chilometri quadrati, che si estende fino al Carnaro e a Zara, sono rimaste all’Italia solo Gorizia e Trieste con un retroterra di 695,70 chilometri quadrati. Profetiche si sono rivelate le parole del parlamentare triestino Fausto Pecorari, già internato a Dachau dai nazisti che, intervenendo in aula contro la “pace ingiusta” del 1947 dichiarava: «Con questo trattato la civiltà italiana della sponda orientale dell’Adriatico sparirà, come è sparita in Dalmazia».

Foibe, l’orrore senza fine. Recuperate 814 vittime dei partigiani comunisti: anche suore e bambini. Sveva Ferri martedì 28 Luglio 2020 su Il Secolo d'Italia. È un orrore senza fine quello che emerge dalle foibe. Gli speleologi hanno infatti recuperato i resti di altre 814 vittime dalla foiba di Jazovka, nella regione di Zagabria, non lontana dal confine sloveno. Gli esperti incaricati del triste compito di recuperare le vittime dei partigiani di Tito hanno riconosciuto fra i resti anche numerose donne, fra le quali diverse suore, e diversi bambini.

“La sinistra cerca di minimizzare queste efferatezze”. Le operazioni di recupero si sono concluse lunedì 20 luglio, ma in Italia la notizia ha stentato a circolare. A rilanciarla sono state le associazioni di esuli e le realtà che preservano e divulgano la memoria di quella pulizia etnica che colpì gli italiani. “Queste iniziative di recupero sono utili per smontare il mito di un comunismo sociale e rispettoso della libertà del popolo”, ha sottolineato il direttore del Museo storico di Fiume, Marino Micich, accostando le foibe a ciò che avvenne nel “triangolo rosso”. “Bisogna insistere a far conoscere queste verità per il rispetto della storia e per la libertà. Per lunghi anni – ha concluso Micich – a sinistra si è cercato e si continua per molto versi a minimizzare tali efferatezze”. Non ultimo in questo senso il caso delle deliranti polemiche sollevate da Rifondazione comunista per l’intitolazione di un luogo pubblico di La Spezia a Norma Cossetto.

Una ricerca durata decenni. A ricostruire la storia delle indagini e dei ritrovamenti nella foiba di Jazovka, profonda circa 40 metri, è stata poi l’Unione degli Istriani, con un lungo post sulla sua pagina Facebook. Da lì si apprende che questa indagine era partita nel settembre del 2019 e le prime esumazioni risalgono al 13 luglio di quest’anno. Dunque, i lavori per riportare in superficie tutte le 814 vittime dei partigiani titini hanno richiesto una settimana. “Le ricerche e la riesumazione delle salme sono state possibili grazie alle richieste delle Associazioni dei veterani di guerra croate”, si legge ancora nel post dell’Unione degli Istriani. La prima ricerca delle vittime di questo massacro risale al 1989, a fronte delle prime denunce sulla sua esistenza avvenute un quindicennio prima.

Nelle foibe il massacro degli innocenti. Nel 1999, poi, di fu “una sorta di vera e propria catalogazione”, ma i resti non vennero rimossi da dove si trovavano. “La ricerca condotta nelle viscere della cavità rivelò che le vittime erano state legate con un filo di ferro prima di essere gettate nella fossa, dopo essere state colpite alla nuca. La maggior parte dei teschi rinvenuti presentavano fratture causate da un oggetto contundente”, spiega ancora l’Unione degli Istriani. Allora però il numero delle vittime era stato identificato in 476. Si trattò di un passaggio comunque fondamentale. Già all’epoca, infatti, i responsabili delle ricerche furono in grado di rivelare che le vittime erano state prelevate dai partigiani dall’ospedale Sv. Duh di Zagabria.

Le vittime prelevate in ospedale: feriti, medici, infermieri, suore. “Tra le vittime, insieme ai membri delle formazioni ustascia e dei domobranci catturati, c’erano i feriti, le infermiere e le suore prelevate dai partigiani dall’ospedale Santo Spirito (Sv. Duh) di Zagabria dopo la battaglia di Krašić, nel 1943, e poi nel maggio 1945″, spiega ancora l’Unione degli istriani. Fra le prime testimonianze che hanno consentito l’individuazione della foiba c’era quella del partigiano che guidava “la corriera della morte” e che, quando vide cosa succedeva alla fine del viaggio, si rifiutò di svolgere ancora quel compito.

Le foibe, un orrore senza fine: si cerca Jazovka 2. Ma l’orrore non sembra destinato a finire qui, sul fondo della foiba di Jazovka. Nei pressi di quella che ha appena restituito 814 vittime, infatti, ve ne sarebbe un’altra, chiamata Jazovka 2. “Dovrebbe contenere – spiega ancora l’Unione degli Istriani – altre centinaia di vittime”.  “Il piano ora – chiarisce l’associazione di esuli – è quello di condurre una nuova ricerca in questa cavità”.

“Vi racconto esodo e foibe”. Matteo Carnieletto su Inside Over il 3 giugno 2021. Vogliamo raccontare gli orrori di Tito a Goli Otok, l’isola a due passi dall’Italia dove il maresciallo Tito imprigionò 30mila oppositori, tra cui centinaia di italiani. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo del fotografo tre volte vincitore del World Press Photo, Ivo Saglietti, e le parole di Matteo Carnieletto, responsabile di InsideOver. “Lo sento come un dovere, testimoniare è un dovere”. Mario Viscovi ha 93 e lo spirito di un ragazzo. Si illumina non appena gli si chiede di parlare della sua storia, della sua città di origine e, soprattutto, della sua famiglia.

Signor Viscovi, è passato tanto tempo da quando Albona è passata dall’Italia alla Jugoslavia. Come ha mantenuto e come è cambiato il suo attaccamento alla sua città di origine?

Riguardo a questo argomento, la mia vita ha attraversato tre fasi dopo l’esodo: c’è stata una reazione di irredentismo nel 1953 quando Pella ha radunato le truppe al confine ed io speravo nella guerra per riconquistare la nostra terra. Poi, con la maturità, la famiglia e l’impegno del lavoro, non dico che mi sono dimenticato – perché la ferita è sempre rimasta aperta – ma ho mitigato le mie emozioni. In seguito, con la vecchiaia, con l’acquisto di esperienza e con un po’ di saggezza in più, è tornato il grande desiderio di capire, di andare a fondo, di ricordare e ricostruire. Per quanto possibile, è giusto che tutto venga tramandato alle nuove generazioni, che non sanno neanche dov’è l’Istria, che pur è stata considerata Italia fin dai tempi di Dante e prima.

Mi racconti di lei, della sua vita. Più di tanti discorsi retorici e di parole, è la vita che conta…

Ho vissuto in Istria da quando sono nato fino a 18 anni, tranne il periodo in cui ero in collegio a Fiume dai Salesiani. Deve infatti sapere che in Albona, nella mia cittadina, non c’erano i licei e quindi, negli anni più duri della guerra, dovevo recarmi, anche con difficoltà, a Fiume. Ricordo che le strade erano minate e che c’erano tanti pericoli. Nel mio paese avevo la mia compagnia, gli amori giovanili e mi trovavo bene. Poi è successo il patatrac…

Cioè?

Una data infausta da ricordare agli italiani è l’8 settembre 1943. il significato più grave di quel giorno si è manifestato nelle nostre province. I capi sparirono all’improvviso e tutte le forze militari e dell’ordine si ritrovarono senza direttive. Non sapevano da che parte schierarsi. Mentre in Italia la situazione era chiara – o si restava col Re o sotto i tedeschi – da noi era incombente questo comunismo slavo ateo che ci faceva una paura da matti. Non avevamo scelta.

Come ha vissuto quei giorni?

Per me l’8 settembre 1943 è una data da tramandare a vergogna di ciò che è accaduto. Tra ragazzi cercavamo di fare qualcosa, di distinguerci con la coccarda italiana sul bavero, o di tagliare con le pinze i fili di comunicazione degli jugoslavi che avevano già occupato i territori. Erano cose piccole ma volevano essere un segno di rivolta. Appena finita la guerra in Italia – il 25 aprile, la liberazione – da noi era cominciata l’occupazione. Ci siamo trovati in una situazione peggiore della guerra. Qualsiasi scusa era buona per eliminare gli italiani.

E così anche la sua famiglia finì nel mirino…

La mia famiglia, come tantissime della Dalmazia e della Venezia Giulia, aveva più origini. Da parte di mamma, i Negri, siamo italianissimi fin dal 1500. Da parte di papà siamo italiani per lingua, cultura e nazione, ma non etnicamente. Il cognome Viscovi deriva da Viscovich. Come tanti altri nomi, l’origine è croata, tedesca e slovena. La cultura e la nazionalità erano tuttavia profondamente italiane.

Cosa accadde agli italiani dell’Istria?

Nel periodo compreso tra gli anni ‘20 e gli anni ‘40 dello scorso secolo, l’Italia fece grandi investimenti in Istria. Questi fruttarono un benessere e una ricchezza un po’ a tutti, agli slavi e agli italiani (i vecchi sopravvissuti se lo ricordano ancora, con nostalgia). In particolare a mio padre, che ricevette tante aziende dal nonno. Questa ricchezza era invidiata dai comunisti che nella loro logica portavano via le cose agli italiani per darle allo stato. Per prima cosa hanno messo in prigione mio papà e anche mio fratello maggiore che nel ‘45 aveva 20 anni, tre più di me. Quando si entrava in prigione, da noi, sotto i comunisti slavi, nessuno sapeva dove sarebbe finito. Tanti sono finiti in mare, nella baia di Santa Marina, affondati su una barca son dei massi legati ai corpi, oppure nella grande foiba dei Colombi, nel villaggio di Vines.

Cosa accadde a suo padre?

Ricordo che gli fecero il processo del popolo nella piazza principale del paese. C’era gente radunata che gridava in croato: “In foiba!”. Non avevano elementi concreti per accusarlo, quindi lo rimandarono a casa con il sequestro totale di tutti i beni.

Suo papà aveva qualche incarico politico o rapporto con i fascisti?

Mio papà non aveva nessun incarico. Durante la guerra, come tutti, era stato richiamato nella milizia antiaerea, prima a Trieste poi nelle nostre zone; proprio lui, che fra l’altro aveva un difetto alla vista, era stato chiamato per cercare di colpire gli aerei alleati!

Eppure molti storici, per lo più di sinistra, ritengono che le foibe furono una reazione contro i soprusi fascisti…

Negli anni tra il ‘30 e il ‘40, il 98% degli italiani era fascista. Pochi per amore, la maggior parte per convenienza, sennò non si poteva vivere, lavorare. Tutti portavano il distintivo del fascio, quindi anche mio padre e quasi tutti nel mio paese e del contado erano in questa situazione. Ma non furono messi in prigione per questo. Lo imprigionarono perché lo accusarono di essere un collaborazionista dei tedeschi, e non c’erano avvocati difensori. Papà non era un collaborazionista, ma l’obiettivo era quello di sequestrare tutti i suoi beni e di mandarlo via come italiano.

Altre persone della sua famiglia furono perseguitate dai titini?

In carcere mio fratello maggiore ha avuto uno choc fortissimo che gli ha lasciato un segno indelebile. Per uscire dalla prigione, un medico amico gli ha scritto un certificato di tifo, anche per impedire che fosse costretto ai lavori pesanti detti “volontari”. E’ rimasto a casa a letto. In seguito scoprì che, se fosse andato a Capodistria (un centinaio di chilometri a piedi), avrebbe potuto incontrare una signora che, dietro pagamento, lo avrebbe fatto passare clandestinamente dalla Jugoslavia allo Stato Libero di Trieste. Così fu fatto ed è riuscito a venire a Trieste nei primi giorni del ‘47, e poi a Udine, dove io ero arrivato nell’ottobre del 1946. Mia sorella, la terza di noi, è riuscita ad imbarcarsi sulla motonave Toscana ed è sbarcata a Trieste dopo il 10 febbraio 1947. E’ venuta con noi in una famiglia che ci aveva accolti con molto affetto. Mio fratello maggiore, per ripagare un po’ quella famiglia, si era organizzato con altre persone perseguitate: facevano contrabbando. Andavano in treno verso l’Austria, poi superando le montagne d’inverno a piedi, prendevano pietre focaie e copertoni da rivendere a Udine. Alla fine di maggio del ‘47 sono venuti con un permesso anche mio papà, mia mamma e mio fratello minore.

E poi?

Da noi la guerra non è finita nel ‘45 perché infoibamenti sono continuati anche dopo. Le dico una mia convinzione importante: iI nazionalismo e l’odio ideologico disgregano anche le stesse famiglie. Il nostro cognome – Viscovich, poi diventato Viscovi – proviene da San Lorenzo d’Albona. Durante la guerra, dal ‘43 in poi, mio nonno ha avuto un rigurgito di nazionalismo croato. Ha anche aiutato i partigiani nei boschi. Finita la guerra l’hanno fatto sindaco della città, ha ricoperto quel ruolo per alcuni mesi finché non lo hanno destituito perché si era permesso di mandare al comando dei partigiani delle lettere di protesta. Alcuni miliziani entravano nelle case degli italiani portando via le persone e portando via dei beni senza lasciare ricevuta. Inviando queste lettere lui aveva dimostrato coraggio. In seguito a ciò è stato messo da parte, ed è stato costretto a vivere in ristrettezze e da solo. Nel ‘51 è morto. La popolazione che lo conosceva – e che lo aveva stimato perché aveva creato centinaia di posti di lavoro – gli ha tributato un funerale memorabile. E’ morto però abbandonato e disperato: figli e nipoti tutti esuli nel mondo.

Come siete stati accolti dall’Italia?

La maggior parte degli esuli è passata attraverso i campi profughi, dove non si viveva bene. A cominciare dal Silos di Trieste e a tutti quelli presenti nel resto d’Italia. Noi abbiamo avuto questa grande fortuna: tutta la mia famiglia si è radunata vicino a Udine, dove ero rifugiato. Questa famiglia che mi ha accolto non poteva aiutarci tutti ma conosceva bene una signora nobile che aveva una villa situata tra le colline sopra Udine. Il suo parco, bellissimo, era stato sequestrato dagli americani che lo avevano trasformato in comando militare. Quando siamo arrivati noi, a metà del ‘47, gli americani se ne erano andati lasciando la villa in una condizione pietosa. Noi, felicissimi, siamo andati in questa villa. Fu il nostro primo rifugio.

E poi?

Piano piano abbiamo frequentato le scuole, ci siamo cercati un lavoro e così via. Mio fratello maggiore è andato in Australia, io ho ricevuto una borsa di studio per fare ingegneria a Siena ma l’ho rifiutata per lavorare e aiutare la mia famiglia. Abbiamo cambiato casa, ne abbiamo trovata una in affitto a Udine. Nel ‘50 la Shell ci ha cercati e ci ha dato una pompa di benzina sul piazzale della stazione di Treviso. Io e mio papà vi siamo andati in treno con la speranza di essere accettati, con la paura di tornare a Udine a mani vuote. Ci hanno subito dato delle tute e messi al lavoro. Eravamo felici di aver trovato questo impiego.

Non ci sono stati però solo momenti felici…

Nel ‘49 dopo la maturità scientifica sono stato nel Collegio Filzi, dove facevo l’istitutore. Forse a causa di ristrettezze alimentari, presi la tubercolosi. All’epoca era come la lebbra, era contagiosa e tutti ti tenevano lontano. E’ uno dei marchi che mi è rimasto impresso. Ho ancora i segni nei polmoni. Poi sono guarito. Mentre ero a Grado in ospedale è arrivata la streptomicina. Così è stata debellata la malattia, che ha richiesto una lunga convalescenza. Pian piano ho ricominciato a frequentare l’università a Trieste.

E’ in questi anni, se non sbaglio, che conosce quella che sarebbe poi diventata la sua futura moglie…

Esatto, qui, tra Udine e Trieste, ho trovato la donna della mia vita. Ci siamo conosciuti. Avevamo un traguardo lontanissimo, per cui abbiamo iniziato ufficiosamente e poi ufficialmente a essere fidanzati, dal ‘53 fino al ‘58. in questi 5 anni abbiamo avuto la fortuna di vivere sempre lontani con grande ardore di essere vicini. Ci vedevamo saltuariamente perché non avevamo soldi, soprattutto io. La lontananza di un amore grande e il fatto di non poterlo vivere assieme, è stata una grande privazione ma ci ha aiutato moltissimo in seguito. Vorrei trasmettere questi valori ai miei nipoti.

Dopo l’università sono arrivati gli anni della rinascita…

Appena laureato ho trovato immediatamente lavoro. L’Italia era in ginocchio ma c’era il giusto spirito di voler ricominciare. Ho trovato lavoro nel settore dei rivestimenti anticorrosivi. Mi hanno mandato in Inghilterra e nel Galles, dove un’azienda aveva sviluppato questi materiali. Dopo qualche anno, ero già sposato, ho trovato un’opportunità migliore e sono passato all’industria dell’acciaio inossidabile. Mi sono innamorato del nuovo lavoro e mi hanno mandato in giro per tutta l’Europa, proprio quando stava crescendo la Comunità del Carbone e dell’Acciaio. Intorno al ‘63 mi è stata offerta la possibilità di essere il fondatore di un centro di amalgama per tutti i produttori italiani di acciaio inossidabile, che esiste tutt’ora.

Ma non di solo pane vive l’uomo…

Nel ‘59 ci è nato il primo figlio. In quelle condizioni io e mia moglie cercavamo a Milano luoghi culturalmente validi. Per caso, un compagno di liceo di mia moglie, ingegnere alla Pirelli, ci ha portati a conoscere un ambiente di una congregazione cattolica di giovani donne che si dedicavano all’accoglienza degli studenti d’oltremare per aiutarli a capire e diventare cristiani praticanti. Lì ci siamo trovati benissimo. Questo collega ci ha fatto conoscere anche un centro dell’Opus Dei e sono rimasto colpito da una cosa: poter essere buoni cristiani pur facendo carriera nella propria professione lavorando bene e intensamente. Questo mi è piaciuto molto. E poco dopo anche mia moglie ha apprezzato quella spiritualità per il grande valore che riconosce alla famiglia. E’ stata una svolta della mia vita. Abbiamo poi avuto una figlia, poi un terzo e poi ancora una bambina. Questa piccola è nata nella notte tra il 13 e il 14 febbraio 1966. Quella notte, appena partorita la bambina, mia moglie ha cominciato a perdere sangue, e così per due giorni. Alla fine del secondo giorno era esausta, c’era il forte rischio che morisse. Non sapevamo cosa fare. Ho avuto la grazia per l’intercessione di una ragazza di 16 anni, morta di cancro in quegli anni: Monserrat Grases Garcia. Abbiamo dato questo nome a mia figlia. Riuscimmo a trovare il sangue necessario e mia moglie fu tenuta in vita. Consideriamo questo un miracolo.

E poi?

Abbiamo iniziato a collaborare alle attività di carattere apostolico dell’Opera attraverso i corsi per coppie di orientamento familiare. Facevamo conoscere agli amici, giovani e sposati, l’importanza di prepararsi per vivere una famiglia cristiana, felice, feconda e forte. Con questo lavoro abbiamo conosciuto moltissime persone e con loro abbiamo creato decine e decine di centri di orientamento familiare in tutta Italia. Da qui ci è venuta voglia di fare una scuola per i nostri figli. Il primo agosto del 1974 è nata l’Associazione FAES, Famiglia e Scuola, dalla quale solo sorte alcune scuole. Alcune esistono ancora e fanno del bene, come quelle a Milano. Ho potuto sviluppare collegamenti con enti educativi di tutta Europa. Alla fine del 1983 a Lussemburgo è nata la European Parents’ Association (EPA). Abbiamo fatto un grande lavoro, e ancora adesso ho tanti legami e conservo ricordi bellissimi. Sono rimasto nel FAES fino al pensionamento, quindi mi sono dedicato a famiglia e nipoti. In vecchiaia mi è tornata la nostalgia della mia patria istriana, della storia e dei contatti, per cui mi sono documentato in maniera particolare, anche aiutando un amico rimasto ad Albona per le sue pubblicazioni di carattere storico e sociale.

Cosa direbbe ai giovani che si avvicinano ai racconti dell’esodo?

Nell’ultimo incontro che ho tenuto in un liceo di Milano, ho terminato l’evento con queste parole: “Ieri il capo dello stato, Mattarella, ha detto per il giorno del ricordo: Mai più odio ideologico, etnico e sociale – e ho continuato – Oggi, 10 febbraio, sono andato a Messa per gli infoibati e per gli infoibatori. Il Vangelo della Messa terminava con queste parole di san Marco: Se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate perché anche il Padre che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe.”

Il lato segreto di Tito. Inside Over l'1 giugno 2021. Vogliamo raccontare gli orrori di Tito a Goli Otok, l’isola a due passi dall’Italia dove il maresciallo Tito imprigionò 30mila oppositori, tra cui centinaia di italiani. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo del fotografo tre volte vincitore del World Press Photo, Ivo Saglietti, e le parole di Matteo Carnieletto, responsabile di InsideOver. Le immagini in bianco e nero dell’Istituto Luce mostrano l’arrivo di Tito in Italia il 25 marzo 1971. Ad accoglierlo nella capitale ci sono i più importanti rappresentanti politici di allora: «Aeroporto di Ciampino. Per questo aereo sono in attesa tutte le più alte cariche dello Stato: da Saragat a Colombo a De Martino, Perti ni, Fanfani e Moro. L’aereo è un Caravelle ornato con stelle rosse. Viene da Belgrado, Jugoslavia, e porta un ospite che, per la prima volta, giunge in visita ufficiale in Italia. Un capo di Stato discusso ma singolare. L’ospite, eccolo, è Josip Broz, detto Tito, presidente della Repubblica federativa di Jugoslavia, un Paese di venti milioni di abitanti (serbi, sloveni e croati), una decina di minoranze etniche, tutte riconosciute. Unico Paese, insieme alla Cina, che si è dato il comunismo senza l’intervento delle armate sovietiche. Come risultato è stato scomunicato da Mosca nel ‘48, ma non ne ha certamente sofferto. Tito, 69 anni, incedere solenne per coprire gli acciacchi, è l’uomo che guida la Jugoslavia. Ha fatto la guerra contro i tedeschi trent’anni fa, ha detto no a Stalin meno di dieci anni dopo. A Belgrado è un leader indiscusso. Ha stemperato il comunismo degli anni ‘45 in un socialismo che significa due cose: maggiore libertà interna, indipendenza e neutralità sul piano internazionale. Certo, la Jugoslavia ha bisogno di amici, ma preferisce, e di molto, quelli europei, l’Italia soprattutto, che gli apre più di uno spiraglio sul Mec (il Mercato europeo comune, nda). Ha detto Tito, appena arrivato: “Questo incontro getta una prima pietra. È una pietra tolta dal piedistallo di Mosca. È una prima pietra che conta”». Tito sorride mentre incontra i vertici politici del nostro Paese. Tutti lo accolgono a braccia aperte come se, dall’altra parte dell’Adriatico, non fosse successo nulla. Come se trecentomila esuli non avessero mai attraversato i confini per scampare alle violenze delle bande titine e per non vivere sotto il regime comunista. Come se gli oltre diecimila morti delle foibe non fossero mai esistiti. I diari del Quirinale sono molto scarni: «Il presidente della Repubblica riceve in udienza. Visita di Stato del presidente della Repubblica socialista federativa di Jugoslavia e della Signora Broz (25-27 e 29 marzo 1971). Impegni del presidente della Repubblica. Visita di Stato del presidente della Repubblica socialista federativa di Jugoslavia e della Signora Broz (25-27 marzo e 29 marzo 1971). Incontro privato a Castelporziano». A parlare sono le immagini (oltre trecentosessanta): il maresciallo (e consorte) vengono immortalati come delle star. Sono ben vestiti, e non può essere altrimenti. Durante i ricevimenti ufficiali, Tito e signora non disdegnano i simboli della borghesia, come lo smoking e l’abito lungo (e rigorosamente firmato). Non solo perché il cerimoniale lo prevede, ma perché Tito e Jovanka sono grandi amanti del lusso creato dal tanto vituperato mondo capitalista. Grazie all’Album d’oro, una mostra organizzata a Belgrado nel 2011, è possibile ricostruire il guardaroba della coppia: Tito ha una grande collezione di cravatte firmate Dior, Yves Saint Laurent, Hermes, ma pure alcune realizzate da sarti di casa sua, che le disegnano per lui con i colori della Jugoslavia. In Italia, oltre ai cappelli, fa acquistare i guanti di cuoio Graziella, calzini finissimi e mutande di seta. Per i ricevimenti di gala all’estero sfoggia un frac su misura con papillon bianco e, per le serate più “mondane”, ha una sfilza di smoking. Come cappotti ama gli eleganti Chesterfield britannici. E non si separa mai dal vizio dei sigari cubani. Dallo Shah di Persia, all’imperatore Hailé Selassié, alla regina Elisabetta, l’ex capo partigiano ama non sfigurare. A Belgrado, nel 1957, Simone Signoret, lo definisce «un gentleman molto raffinato (…) con un diamante sulla cravatta». Tito, però, non ha problemi a passare dai panni del “dandy” a quello del Maresciallo in alta uniforme o cacciatore di tutte le latitudini. La manìa per le divise inventate per lui, con grandi alamari, decorazioni varie e colori a tono, gli servono come “arma” psicologica o diplomatica. Ad un suo bio grafo confessa che «in un Paese contadino c’è grande rispetto per il leader in battaglia e le sue divise». Quando accoglie i russi a Belgrado nel 1955, durante una visita di riconciliazione, il New York Times scrive che «la sua sfavillante divisa blu con alamari d’oro» fa un figurone di fronte ai «grigi completi dei leader sovietici». La signora Broz, che ha ben presto dimenticato la vita spartana da partigiana, non è da meno. Non disdegna i completi Chanel mentre Dior custodisce il busto di Jovanka nel suo atelier di Parigi. Lo stesso fa Klara Rothschild a Budapest. Del resto, Dusica Knezevic, curatrice della mostra sull’abbigliamento della coppia al vertice jugoslavo spiega in un’intervista al Giornale: «Jovanka, dopo il matrimonio con Tito, cambiò radicalmente. Nuove eccezionali acconciature, il trucco (a cominciare dal rossetto di Dior), moltissimi gioielli ed una serie di ottimi vestiti. Era l’unica in Jugoslavia a quel tempo che portava dei cappellini». Jovanka ama le tinte leggere in contrasto con i dettagli forti colorati di violetto, rosso, giallo o arancio. Scarpe di lusso e borsette in pelle di serpente sono un altro vezzo. In qualche maniera prova a coniare una specie di stile alla Hollywood in salsa socialista: la sua eleganza, i gioielli, le acconciature ed il trucco si mescolano alle uniformi guascone del marito, che sa fare anche il damerino. Soprattutto agli occhi del mondo esterno, perché in patria, con Tito al potere, gran parte delle fotografie della mostra e dello sfavillante guardaroba sono rimasti un tabù. Estratto di Verità infoibate (Signs publishing), di Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto

Il carcere dimenticato di Tito. Matteo Carnieletto su Inside Over il 31 maggio 2021. Vogliamo raccontare gli orrori di Tito a Goli Otok, l’isola a due passi dall’Italia dove il maresciallo Tito imprigionò 30mila oppositori, tra cui centinaia di italiani. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo del fotografo tre volte vincitore del World Press Photo, Ivo Saglietti, e le parole di Matteo Carnieletto, responsabile di InsideOver. Da lontano Goli Otok sembra un’isola come tante, forse solo un po’ più brutta. Guardandola mentre solcavano il mare, gli uomini hanno iniziato a chiamarla “isola calva” perché su questo scoglio che sorge in mezzo all’Adriatico ogni forma di vita fatica a crescere. La natura infatti – fatta eccezione per alcuni arbusti ostinati – si spegne in poco tempo. D’estate il sole martella le rocce. D’inverno la bora le ghiaccia. Nessuno ha mai provato ad abitare qui. Nessuno ha mai osato restare più di qualche giorno a Goli Otok. Almeno fino al 1948. In quell’anno, infatti, ci furono insoliti viaggi verso l’isola. Moltissimi dissidenti – per lo più jugoslavi rimasti fedeli all’Unione sovietica, e pure centinaia di italiani – vennero portati nel campo di rieducazione che Josip Broz Tito, il Maresciallo, aveva allestito in fretta e furia con lo scopo di “rieducarli”. Che colpa avevano queste persone? Perché finirono in uno dei peggiori campi di concentramento che la storia ricordi? Erano comunisti di stretta osservanza che, per un tragico gioco del destino, si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nel 1948, infatti, si era consumato lo strappo tra l’Unione sovietica e la Jugoslavia socialista e chi decise di stare con l’Urss venne internato da Tito perché percepito come un nemico del popolo. Scrive Orietta Moscarda Oblak: “La maggioranza, tra cui molti immigrati politici (in primis i “monfalconesi”) venuti in Jugoslavia a ‘costruire il socialismo’, si schierarono dalla parte di Stalin. (…) Nei confronti dei ‘cominformisti’ le autorità jugoslave avviarono una violenta epurazione, che lasciò ai comunisti italiani, schieratisi quasi compattamente con Stalin, la sola via dell’emigrazione, attraverso la richiesta d’opzione a favore della cittadinanza italiana prevista dalle clausole del Trattato di pace, quale possibilità di scampare ai processi, alle condanne al "lavoro socialmente utile" e alla deportazione nel campo di prigionia dell’Isola Calva (Goli Otok)”. Immaginare la vita in questo campo di concentramento è quasi impossibile, nonostante i ricordi di chi ha avuto la sventura di finire sull’isola siano più lucidi che mai. Una sorta di girone infernale dove tutto doveva esser fatto di fretta, come ricorda Silverio Cossetto: “Tutto il lavoro doveva esser fatto sempre di corsa. Chi, come me, non era abituato ai lavori pesanti se la passava veramente male. Per ogni minima infrazione erano pronte le più severe punizioni. Tutto era predisposto al fine di demolire, non solo fisicamente, ma soprattutto moralmente anche la più forte personalità. A questo scopo erano stati studiati ogni sorta di espedienti, tra i quali figurava anche la sete”. Ma non solo: le botte accompagnavano i detenuti. Si veniva accolti dal cosiddetto kroz stroj, ovvero “attraverso la fila”, un tunnel in cui coloro che si trovavano da più tempo sull’isola pestavano i nuovi arrivati. Il lavoro serviva ad annichilire non solo il corpo, ma anche l’animo dei detenuti, affinché si convertissero al socialismo jugoslavo. Gli anni del terrore furono sette e tutti in autogestione, come ricorda Eligio Zanini: “Si venne a sapere in seguito che tra i campi organizzati dai vari regimi totalitari i nostri erano di gran lunga i più efficienti, in quanto erano gli stessi detenuti a controllarsi, bastornarsi, denunciarsi e autoamministrarsi, facendosi del male tra di loro”. Oggi Goli Otok è tornata ad essere l’isola calva, abitata solamente di arbusti e pietraie. Le baracche dove trovavano effimero riposo i detenuti sono ormai distrutte e le barche la guardano con diffidenza. Restano soltanto i fantasmi di un orrore dimenticato. Che però non è mai scomparso.

L'ultimo sfregio degli antifa: "No foibe no party". A Genova spuntano dei manifesti che inneggiano alle foibe. L'unione degli istriani: "Un'azione che tutti dovrebbero denunciare". Matteo Carnieletto - Dom, 07/03/2021 - su Il Giornale. A distanza di 75 anni c'è ancora non solo chi nega le foibe, ma addirittura chi inneggia ad esse. Non solo il 10 febbraio, quando si commemora il Giorno del Ricordo, ma tutto l'anno. Per la sinistra più radicale, infatti, le cavità carsiche in cui furono gettati gli italiani a guerra finita sono un pensiero fisso. Quasi un desiderio che non si è mai del tutto realizzato. E così questa mattina Genova si è svegliata tappezzata di manifesti, ovviamente abusivi, in cui si inneggia alle foibe. Lo ha annunciato l'Unione degli istriani, postando le immagini su Facebook: "Nel capoluogo ligure sono stati affissi nelle scorse ore alcuni manifestini abusivi dal chiaro messaggio oltraggioso dei nostri drammi. 'No Foibe, no party', si legge sui placati lordati di stella rossa, firmati 'Genova antifascista', che hanno infastidito e indignato molti di noi. Come sempre, quando si tratta di offese a danno delle nostre tragiche vicende, la legge è magnanima, al punto che questa iniziativa non costituisce reato alcuno". L'Unione degli istriani fa poi notare il doppiopesismo che, sempre di più, viene portato avanti in queste occasioni: "Ben diverso sarebbe stato qualora oggetto dell'ingiuria fossero stati i campi di sterminio nazisti". Massimiliano Lacota, presidente dell'Unione, afferma al Giornale.it: "Si tratta di una iniziativa che, al contrario di coloro che vorrebbero minimizzare, va invece denunciata e sulla cui condanna dovrebbero essere d'accordo tutte le istituzioni regionali e cittadine, così come le forze politiche. Dopodiché sappiamo bene che rimarrà beatamente impunità, anche qualora gli autori materiali dovessero rivendicarla, perché nel nostro Paese si possono offendere i nostri drammi liberamente, senza commettere alcun reato. Ed è proprio su questo punto che va fatta una riflessione seria". Già, perché le vittime delle foibe sono ancora considerati morti di serie B.

Dopo le foibe la Resistenza: un libro smonta le tesi di Pansa. Laterza è ormai la casa editrice dell’Anpi. Adele Sirocchi sabato 6 Marzo 2021 su Il Secolo d'Italia. Bisogna “rinsaldare gli anticorpi dell’antifascismo”. Questo lo scopo del libretto che Laterza dà alle stampe dopo quello di Eric Gobetti teso a minimizzare il dramma delle foibe.  Si intitola “Anche i partigiani però” e si presenta come un’operazione di fact checking per ristabilire la verità sulla Resistenza. L’autrice del libro, Chiara Colombini, lavora all’Istituto storico della Resistenza di Torino. Non proprio una voce super partes. Ma come sempre avviene dalle parti della sinistra, la verità ideologica si sovrappone al vero e fanno tutt’uno. Il libro, che in sostanza è un’apologia della Resistenza fondata sul principio aprioristico che i partigiani non hanno mai commesso atrocità, viene salutato con entusiasmo dal Fatto: “Un piccolo manuale di difesa delle idee e che restituisce le giuste ragioni a chi ha sempre avuto ragione”. Guai a dare spazio alle “ragioni dei vinti”, si finisce con l’oscurare un “mito”, quello resistenziale, che deve continuare ad essere fondativo dell’etica collettiva. “Si sta affermando – commenta su La Verità Francesco Borgonovo –  la tendenza a cancellare i pur piccoli passi avanti compiuti negli anni passati verso un’interpretazione meno ideologica della Storia. Tra la fine dei Novanta e i primi Duemila, complice il ritorno del centrodestra al governo e grazie all’enorme successo del Sangue dei vinti di Giampaolo Pansa, si cominciò ad affrontare pubblicamente il lato oscuro della resistenza. … Libro dopo libro, ricerca dopo ricerca, il muro di silenzio edificato dalla retorica resistenziale aveva iniziato a mostrare segni di cedimento. Ora, però, qualcosa sta di nuovo cambiando. La sinistra, trovandosi in profonda crisi, si è aggrappata con le unghie all’unico baluardo di unità che ancora le rimanga: l’antifascismo”. Purtroppo voci libere come quella di Giampaolo Pansa stentano a levarsi. E Pansa così definiva la Resistenza in un’intervista al Secolo d’Italia: “Non fu un movimento popolare. Fu un fenomeno ristretto a una minoranza che decise di prendere le armi. L’intera guerra civile fu una guerra combattuta tra due minoranze”. Altra cosa è l’epica resistenziale, di cui ha bisogno l’Anpi per giustificare i soldi pubblici che continua a prendere. Non a caso il libro della Colombini va forte in quel circuito e saranno le sedi dell’Anpi a divulgarlo, presentarlo, caldeggiarlo. L’autrice – continua Borgonovo – “riesce a giustificare «collocandoli nel loro contesto» i fatti di sangue del triangolo della morte emiliano, sostiene perfino che appendere per i piedi Benito Mussolini e Claretta Petacci a piazzale Loreto fu inevitabile, quasi un atto di pietà per evitare lo scempio dei cadaveri. È un tentativo, l’ennesimo, di negare dignità a un pezzo d’Italia. La Colombini sostiene che la memoria della resistenza sia sotto attacco: in realtà è ancora dominante più o meno ovunque. Tentare di scalfirla e di svelarne le bugie significa semplicemente ristabilire la verità storica, e ridare dignità a tante vittime innocenti di una lotta che troppo spesso è stata prima comunista e poi «di liberazione»”.

Foibe, Pansa: «L’Anpi è un club di trinariciuti comunisti che dicono solo falsità». Desiree Ragazzi martedì 5 Febbraio 2019 su Il Secolo d'Italia. «Quelli dell’Anpi non contano un cazzo. Straparlano. Sono un club di trinariciuti comunisti». Giampaolo Pansa proprio non ci sta a sentire le fandonie e le falsità che in questi giorni circolano sulle foibe. Prima il post revisionista dell’Anpi di Rovigo, poi la sponsorizzazione e partecipazione dei partigiani a una conferenza negazionista a Parma. La Giornata del Ricordo si avvicina e lo scontro con l’Anpi si fa sempre più forte. «Vogliono negare che Tito era un dittatore comunista – dice Pansa – Ma non possono farlo perché è storia. Vogliono negare che le squadre comuniste gettavano la gente che non amava Tito dentro le foibe. Ma non possono farlo perché è storia. Quelli dell’Anpi dicono e fanno delle cose che sono di un’assurdità totale». Dell’Anpi ne parla anche nel suo ultimo libro Quel fascista di Pansa (Ed. Rizzoli) dove racconta le accuse e gli insulti che accompagnarono la pubblicazione nel 2003 del Sangue dei vinti. «Quel libro era dedicato alle vendette compiute dai partigiani trionfanti sui fascisti repubblicani sconfitti – scrive il giornalista nella sinossi del libro – Segnò l’inizio di una serie di vicende che in qualche modo riflettono l’Italia entrata nei nevrotici anni Duemila. Prima di tutto non sono stato ritenuto un rosso come credevo di essere, bensì un nero: Pansa il fascista ha gettato la maschera. Questo accese la rabbia di una serie di eccellenze presunte democratiche, più ridicole che tragiche. Venni aggredito e messo all’indice da parrocchie politiche che prima stravedevano per me e volevano eleggermi in Parlamento». È un libraccio che racconta la verità su questa Italia del cazzo. Ai comunisti dico: attaccatemi. E più mi attaccherete, più copie venderò. Nel libro scrivo che dopo molti anni si vede con chiarezza l’assurdità paradossale della sinistra italiana nella Prima Repubblica. C’erano il Partito comunista, il Partito socialista e il Partito socialdemocratico. Poi esisteva un quarto partito: l’Anpi.

Che cosa sapevano gli italiani dell’Anpi?

«Quasi niente, anche i suoi dirigenti erano pressoché ignoti. E soprattutto nessuno di loro poteva essere sottoposto a una valutazione dell’opinione pubblica…»

Lei scrive che la crisi della sinistra italiana non è un guaio del 2019 perché risale nell’immediato dopoguerra.
«
I comunisti e tutta la sinistra non hanno più voce in capitolo. Sono in rotta di collisione con la verità e la storia. Ecco perché parlare oggi di Anpi è anacronistico. In un certo modo è come parlare dei superstiti di Garibaldi che cento anni dopo parlano dello sbarco dei garibaldini…»

La sinistra quando deve ricordare i crimini commessi dai comunisti ha sempre l’orticaria…

«Si vergogna di essere nata da una costola del comunismo internazionale. E, quindi, si ostina  a negare, negare, negare. E a dire che non è assolutamente vero che furono commessi crimini atroci. Oggi negano le foibe, ma qualcuno dentro c’è morto ed era gente che non piegava la testa ai soldati di Tito».
Montaruli (Fdi): "Il silenzio sulle foibe? Un'ingiustizia dell'Italia". Negazionismo e riduzionismo: il 10 febbraio è ormai trascorso, ma della pacificazione nazionale sulle foibe non c'è ancora traccia: anche quest'anno pioggia di critiche e strumentalizzazioni da sinistra. Francesco Boezi - Sabato, 20/02/2021 - su Il Giornale.  "Una mancata e corretta discussione sul tema delle foibe e la manipolazione dei libri di storia sono stati la motivazione di molti, me compresa, per iniziare a partecipare alla militanza politica. Ricordo quando chiesi alla mia docente cosa fossero le foibe e perché non se ne parlasse. Lei sorvolava e minimizzava richiamando la natura carsica dei luoghi. Quando mi iscrissi ad Azione giovani (movimento giovanile di Alleanza Nazionale, ndr) si stava elaborando proprio un libretto. Un testo attraverso cui venivano denunciati i falsi storici nei libri di scuola. Sapevo cosa fossero le foibe e il dramma dell’esodo grazie a mia nonna, che mi ammoniva a portare rispetto per le persone che vivevano nelle case popolari conferite agli esuli. Molti però davvero non conoscevano questo pezzo di storia". Così, l'onorevole Augusta Montaruli, ora parlamentare di Fratelli d'Italia, ha iniziato a fare politica. Un moto interiore - una spinta vocazionale - può nascere per via della percezione di un profondo senso d'ingiustizia. E le pagine mancanti nei libri di storia, spesso e volentieri, provocano sgomento. Per un po' di tempo, il dramma delle foibe è stato denunciato da una sola parte politica. Ora ci si augura che, prima o poi, si giunga alla pacificazione nazionale. Ma non sembra un'operazione semplice. Tutt'oggi si assiste a tentativi di riduzionismo storiografico o persino di negazionismo. Anche quest'anno, pure gravitando sui social network, gli italiani hanno potuto constatare gli effetti pratici di un'operazione culturale che sembra voler ridimensionare la nattura drammatica delle "Verità infoibate", come le hanno chiamate Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto, nel libro uscito poco fa in edicola, in allegato a IlGiornale. La Montaruli è stata fortunata, per così dire. Perché il racconto di una nonna vale forse dieci libri di storia. Le case donate a Torino agli esuli erano tangibili. Le foibe, per tanti, erano un punto di domanda, una supposizione o persino un'invenzione. Non tutta la generazione della Montaruli, e neppure quelle successive, però, ha avuto contezza della portata drammatica di una fase della nostra storia patria che spesso viene saltata a piè pari. Magari per via dell'inopportunità di interrogarsi su certi passaggi: "Trovare i ragazzi di Azione Giovani - ci dice Augusta Montaruli - fu come trovare dei miei simili. Facemmo subita la battaglia per il libro di testo non obbligatorio". Come possono essere obbligatori, del resto, dei testi scolastici che preferiscono gli omissis sistematici? Verità infoibate dimostra che purtroppo c'è ancora da scavare. Le statistiche sulle foibe non sembrano essere state ancora sciorinate. C'è - chi ha letto il libro lo sa - chi si domanda ancora che fine abbia fatto il padre. Se non altro perché in alcune circostanze si è costretti a fare i conti con identità scomparse. Con persone che non si trovano più. Già, l'identità: la parola che forse lega meglio alle vicende esistenziali degli infoibati e degli esuli istriano-dalmati. Perché la loro colpa - come si è detto e scritto tante volte - è stata solo quella di essere italiani. Non la pensano tutti così, pensate. Ma per le forze politiche che hanno fatto sì che il 10 febbraio divenisse il Giorno del ricordo dubbi non ce ne sono. Per istituire quella solennità civile c'è voluto tempo, sforzo e pazienza: è stato l'ultimo governo presieduto da Silvio Berlusconi ad assecondare quella volontà. E i blocchi degli anni precedenti al 2004? La Montaruli fornisce un giudizio netto: "Una vera e propria ingiustizia in cui grande responsabilità ebbe anche lo Stato italiano. L’estremo ritardo in cui avvenne l’approvazione della Giornata del ricordo dopo decenni di silenzio e le verità negate hanno rappresentato per noi una ferita, ma in quella storia noi troviamo anche l’amor di Patria, l’orgoglio di essere italiani, il valore dell’attaccamento per la propria terra che in chiave commemorativa rappresenta ancora le bandiere di Istria Fiume e Dalmazia". Non che la situazione odierna sembri essere migiliore. Anzi, stando a quello che ha tirato fuori la parlamentare del partito guidato da Giorgia Meloni, pare proprio di poter dire che il politicamente corretto si è alleato con chi teme la verità: "Spiace - continua la Montaruli, riferendosi alla memoria delle bandiere - che a non pensarla così sia il Ministero degli Esteri che quest’anno in un documento ha affermato di ritenere inopportuna l’esposizione di quei vessilli adducendo che ciò avrebbe creato polemiche con Slovenia e Croazia e quindi accettando e subendo una narrazione errata. Per impedire che episodi come questo si ripetano ha un senso la nostra militanza politica e presenza nelle Istituzioni". Insomma, ogni dieci febbraio c'è qualche istituzione che svirgola la necessità di ricordare punto e basta. Ascoltando la Montaruli, si apprende che il 2021 non fa eccezione: "Purtroppo ancora una volta abbiamo assistito a forme di negazionismo o del più subdolo giustificazionismo. A Torino, l’Anpi, anziche preoccuparsi di come una targa era stata distrutta anni prima, polemizza perché è stata ricostruita, a spese nostre peraltro. i secessionisti di Suedtiroler Freiheit hanno tacciato il film Rosso Istria proiettato nel comune di Merano come "propaganda fascista". Un autore che non voglio neanche citare nel suo libro dice che nella foiba di Basovizza non vi è certezza vi siano stati morti. Non ci siamo". Gli anni passano, ma della pacificazione di cui sopra non c'è l'ombra.

Le Foibe dimenticate: i nomi delle 61 vittime salentine. Antonio Greco il 10 febbraio 2021 su salentolive24.it C’è chi – come il professore triestino Paolo Bardi – l’ha definita la congiura del silenzio. Quasi a sottolineare con forza il silenzio assordante su una delle pagine più tristi in cui sono rimaste vittime migliaia di italiani. Le Foibe – profonde spaccature naturali del terreno rintracciabili presso le montagne del Carso, in Friuli – negli anni della Seconda Guerra Mondiale si trasformarono in una macabra location naturale: a partire dal 1943, infatti, alcune migliaia di cittadini vennero uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Gli infoibamenti si perpetuarono fino al 1947: l’esercito slavo si impadronì pian piano dell’Istria, operando una vera e propria pulizia etnica. Una vicenda drammatica caduta volutamente (e strumentalmente) nell’oblìo per diversi decenni e che ora viene ricordata ogni anno. Il Giorno del Ricordo è diventato un momento fondamentale per riportare a galla fatti cruenti che hanno significativamente inciso sulla storia del nostro Paese. E per rimarcare il tributo di sangue offerto da tanti cittadini salentini che hanno sacrificato la loro vita sul confine orientale. L’elenco è lungo. Si scorgono i nomi di 61 uomini che non saranno mai ricordati abbastanza da uno Stato a volte miope o presbipe. Noi abbiamo voluto citare ognuno di loro. Perché dietro ogni nome c’è una storia, c’è un vissuto, c’è un pezzo della nostra italianità.

- Lecce: Micalella Carlo, Caputo Giuseppe Raffaele, Citi Giovanni, Michele Bruno, Leone Quintiliano, Mannino Vittorio, Persico Pasquale, Rubino Italo Cosimo, Mastropietro Cosimo, Nascè Francesco

– Alliste: Piscopello Amleto

– Bagnolo del Salento: Magurano Antonio

– Botrugno: Pedone Giovanni

– Calimera: Tommasi Donato

– Caprarica: Centonze Giuseppe, Turco Giuseppe

– Carmiano: Zoccali Angelo Francesco

– Casarano: Addelico Pino, Pino Adelino

– Castrì di Lecce: Raho Paolo

– Castrignano del Capo: Giacca Michele

– Corigliano d’Otranto: Romano Antonio

– Corsano: Chiarello Rocco Nicola

– Galatina: Tundo Francesco Domenico, Rollo Rocco, Pano Tommaso

– Galatone: Centolanze Pompeo Biagio, De Paolo Antonio

– Gallipoli: Gabellone Vittorio Mario, Liaci Antonio, Monsellato Italo, Antonacci Nicola, Maggio Augusto, Misciali Emanuele, Zucchini Franco, Diaferia Achille

– Maglie: Donno Tancredi Rocco

– Matino: Rosetto Carlo

– Monteroni: Torsello Amedeo, Manfreda Gino

– Nardò: De Benedictis Torquato, Olmo Giuseppe, De Carolis Luigi

– Nociglia: Pedone Giovanni

– Poggiardo: Paiano Raffaele Luigi

– Racale: Basurto Benvenuto Antonio, Culiersi Tommaso

– Ruffano: Corsini Angelo

– San Cesario: Armentano Cosimo, Antonio Zilli, Cosimo Serra Salvatore, Gigante Vincenzo, Gigante Antonio, Palmieri Armando

– Squinzano: Marzo Giulio

– Surbo: Malatesta Angelo

– Taviano: Cataldo Settimio, Perrone Cosimo

– Tricase: Morciano Salomone, Caloro Giuseppe

– Uggiano la Chiesa: De Benedetto Ernesto. 

- Brindisi: Lucon Aldo  Battista Giovanni, Del Cocco Fortunato, Menduni Giorgio

– Cellino San Marco: Mazzotta Giacinto

– Cisternino: Innocenti Ettore Pistone, Convertino Ignazio

– Francavilla Fontana: Del Cocco Antonio

– Latiano: Spinelli Gaetano

– Mesagne: Di Serio Antonio Giuseppe, Franco Cosimo, De Renzis Giannetto, Falcone Cosimo

– Montalbano di Fasano: Guarini Pasquale  

– Oria: Sabba Cosimo, Monaco Emilio

– Ostuni: Melossi Melpignano Giovanni, Pacere Agostino, Aurisicchio Francesco, Quartulli Francesco, Tanzariello Rocco, Sartori Giuseppe, Minetti Giuseppe

– San Vito dei Normanni: Ancora Domenico, Mingolla Vitantonio, Miccoli Francesco

– Torchiarolo: Pagliara Antonio. 

- Taranto: Gasparini Giovanni Battista, Caracciolo Elda Milano, Miceli Alfonso, Rotondo Vito, Guardone Italo, Fiore Vittorio, Intrito Vito, Nascone Vito, Cozzato Pietro, Coda Mario, Lo Papa Gaetano, Ventura Giorgio, Mastrocinque Nicola, Ladiana Francesco, Rizzitello Antonio

– Castellaneta: Ranaldi Albano Antonio, Semeraro Andrea

– Crispiano: Sportelli Umberto

–  Fragagnano: Summa Cosimo

– Ginosa: Cantore Luigi

– Grottaglie: Dubla Silvio, Chianura Ciro, Pinto Ciro Francesco

– Manduria: Di Lauro Vincenzo Pietro, Scialpi Gregorio Salvatore, Brunetti Antonio

– Mottola: Leogrande Giovanni Antonio

– San Marzano: Miccoli Rocco Ciro

– Sava: Picchieri Cosimo.

«Non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali». Basterebbero queste parole pronunciate dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella ricorrenza del 2007 per recitare un mea culpa che ancora oggi da più parti – ahimè – viene puntualmente e scientemente evitato. Tacere è una colpa. Ricordare è un dovere.

Il Giorno del Ricordo: le foibe e l'esodo degli italiani al confine orientale, una tragedia a lungo dimenticata. ™ Manduria Oggi 11/2/2021. L’ottimo lavoro dell’istituto comprensivo “Don Bosco” per ricordare i manduriani vittime di quell’orrore: ecco il video.  Imparare a ricordare e rispettare è un impegno delle nostre quinte classi: foibe, noi non dimentichiamo. E’ questa la presentazione scelta dalle classe quinte della scuola primaria dell’istituto comprensivo “Don Bosco” di Manduria del lavoro realizzato per ricordare l’orrore delle foibe e per onorare la memoria dei tre manduriani che persero la vita: il vicebrigadiere dei Carabinieri Antonio Brunetti, l’agente di PS Vincenzo Di Lauro e l’appuntato della GdF Gregorio Scialpi (in ordine, nelle foto). Video che vi proponiamo. “Abbiamo il dovere di ricordare, con obiettività, questa tragedia per preservare la verità storica del nostro passato. Un dramma che costò la vita a tanti innocenti e causò l’esilio di tanti italiani, persone e famiglie intere, che furono costretti a fuggire dalle loro terre e dalle proprie case.

Esodo e foibe, italiani in fuga da Tito. Un libro per il Giorno del Ricordo. Dino Messina su Il Corriere della Sera l'8/2/2021. Il comunismo di Tito, che predicava la fratellanza tra i popoli, riuscì quel che non era stato in grado di realizzare il fascismo di Mussolini (che praticava una politica esplicita di snazionalizzazione della componente slava): lo sradicamento quasi completo di una comunità nazionale. Nelle zone occidentali dell’Istria, in città importanti come Fiume e Zara, la comunità italiana, prima maggioritaria, venne quasi azzerata. Le italiane e gli italiani di quelle aree furono protagonisti del Lungo esodo descritto da Raoul Pupo nel saggio in edicola il 9 febbraio con il «Corriere». Pubblicato dopo l’istituzione del Giorno del Ricordo che ricorre il 10 febbraio, il libro parte dalla riflessione sul perché la narrazione di quelle vicende non è diventata patrimonio nazionale, ma è rimasta confinata all’interno delle comunità che avevano subito le violenze e l’esodo. Si trattava di circa trecentomila italiani che persero il lavoro, la casa, il diritto di continuare a vivere nei borghi e nelle città dei loro padri. Uno sradicamento di cui si parlava poco. Basta leggere i manuali adottati nelle scuole superiori sino agli anni Novanta per rendersi conto della rimozione collettiva di una ferita profonda. Pupo individua due cause dell’oblio. La prima è la coda di paglia della sinistra comunista, che su Trieste e Gorizia, ma anche sull’esodo delle popolazioni giuliano-dalmate, non tenne un comportamento patriottico, per usare un eufemismo. Basti pensare alla subordinazione dei partigiani delle brigate Garibaldi alla linea slovena, all’eccidio di Porzûs nel febbraio 1945, in cui partigiani italiani comunisti uccisero i compagni di lotta della brigata Osoppo che non volevano sottostare alle direttive jugoslave. Ma anche alla brutta figura rimediata da Palmiro Togliatti quando, nell’autunno del 1946, dopo un incontro con Tito, propose la cessione di Gorizia alla Jugoslavia in cambio dell’assicurazione che sarebbe stata mantenuta l’italianità di Trieste. Non si possono tuttavia addossare alla cultura marxista tutte le colpe di una dimenticanza che ha riguardato un Paese per mezzo secolo guidato da governi a maggioranza democristiana. C’è un motivo di politica internazionale che ha origine nel giugno 1948, quando il Cominform condannò la politica di Tito. La Jugoslavia, agli occhi degli Stati Uniti, non era più un nemico, ma un possibile alleato da trattare con riguardo. Erano svanite le logiche che poche settimane prima avevano ispirato la dichiarazione tripartita con cui le grandi potenze alleate promettevano all’Italia non solo il mantenimento di Trieste e della cosiddetta zona A, allora sotto amministrazione internazionale, ma anche della zona B, controllata dagli jugoslavi. Pupo ripercorre le fasi che portarono l’Italia a perdere una parte del territorio nazionale e circa trecentomila italiani a perdere la patria. Una ricostruzione che ha inizio con la fine della Grande guerra e con i primi passi del «fascismo di confine», descrive le politiche discriminatorie del regime mussoliniano verso le popolazioni «allogene», racconta il principio della Resistenza jugoslava, la guerra di occupazione fascista del 1941, la stagione delle prime foibe successive al crollo dell’8 settembre 1943 e il terrore nella primavera del 1945. C’è un filo conduttore nella storia dell’Istria, di Fiume, delle isole del Quarnaro e di Zara, che si può far risalire all’irredentismo ottocentesco e che arriva fino ai nostri giorni. Ciò non significa istituire rapporti di causa ed effetto tra le varie stagioni. Non si può certo dar ragione al comunista sloveno Anton Vratuša, che nel 1944, interrogato dai compagni italiani sulle ragioni degli infoibamenti, aveva parlato di violenze incontrollate, spontanee e comprensibili dopo vent’anni di dittatura fascista. Non bisognava essere fascista per finire in una foiba o fucilato ai bordi di un campo. Anche i partigiani potevano essere considerati nemici, e pure i comunisti, se non obbedivano alle direttive di Tito. La lunga stagione dell’esodo toccò l’acme tra la fine del 1946 e il 1947, quando in poche settimane la quasi totalità degli abitanti di Pola, 28 mila abitanti su 31 mila, decise di partire. Fu una decisione collettiva, avvenuta quando era apparso chiaro che alla conferenza di pace stava prevalendo una linea punitiva. Una massiccia raccolta di firme per far pesare nei negoziati la volontà dei polesani fu inutile. Ad accelerare l’esodo contribuì la strage di Vergarolla. Il 18 agosto 1946, mentre erano in corso gare sportive, esplosero 28 mine sottomarine stipate sulla spiaggia cittadina. Le vittime furono 116. Gli italiani non credettero all’incidente, parlarono di attentato. Fu l’episodio scatenante dell’esodo, ancor prima della firma del trattato di pace del 10 febbraio 1947. Un’altra tappa significativa del Lungo esodo raccontato da Pupo fu l’ottobre 1954, quando con il memorandum di Londra venne deciso il passaggio di Trieste dall’amministrazione alleata all’Italia, ma anche la definitiva permanenza nella Jugoslavia della zona B del Territorio libero di Trieste, che includeva centri importanti come Capodistria, Isola, Pirano. La popolazione, che aveva resistito sino all’ultimo, venne delusa e diede vita a un significativo esodo. La paura di subire violenze, l’introduzione di un sistema scolastico che penalizzava gli studenti italiani, una riforma agraria avversa alla piccola proprietà contadina, la persecuzione del clero, la realizzazione di un sistema che non lasciava spazio all’iniziativa privata furono tutti elementi che concorsero a quel che Pupo definisce «effetto di spaesamento», a far sentire gli italiani esuli in patria. Non tutti i protagonisti dell’esodo si fermarono in Italia. Molti partirono per le Americhe, per il Sudafrica, per l’Australia. Il processo di integrazione in Italia fu lungo, sofferto e difficile, anche se supportato gradualmente da misure legislative volte a favorire l’integrazione lavorativa e gli interventi edilizi. Il libro di Pupo ha il merito di raccontarci tutta la complessità di questa difficile vicenda, facendoci rivivere nello stesso tempo il pathos di sofferenze e umiliazioni subite dai nostri connazionali. Esce in edicola martedì 9 febbraio con il «Corriere della Sera» il saggio di Raoul Pupo Il lungo esodo, al prezzo di 9,90 euro più il costo del quotidiano. Il libro, realizzato in collaborazione con Rizzoli, è aperto dalla prefazione di Dino Messina di cui proponiamo una sintesi qui sopra. Si tratta dell’edizione aggiornata dall’autore di un lavoro dedicato da Pupo alle vicende che portarono all’esodo degli italiani dalle terre giuliano-dalmate assegnate alla Jugoslavia in seguito alla Seconda guerra mondiale. Per commemorare quelle vicende è stato istituito per legge il Giorno del Ricordo, la cui ricorrenza cade il 10 febbraio, per ricordare le vittime dei partigiani jugoslavi, molte delle quali vennero gettate nelle foibe (cavità naturali tipiche dell’Istria e del Carso) e la fuga di massa, dopo la guerra, della popolazione italiana che non voleva sottostare alla dittatura comunista instaurata dal leader jugoslavo Josip Broz, universalmente noto con il nome di battaglia di Tito. Pupo analizza i diversi aspetti della questione, sottolineando per esempio che gli eccidi compiuti dai partigiani sloveni e croati non furono una semplice resa dei conti postbellica, sia pure condotta in forma estesa, ma la «manifestazione di un’iniziativa dall’alto, decisa dalla massima sede politica e condotta con la forza delle istituzioni, perché ritenuta strategica per la conquista e il consolidamento del potere». Allo stesso modo l’esodo degli italiani dalle terre finite sotto il dominio di Belgrado non fu provocato da un’espulsione coatta, ma non fu neppure il frutto di una libera scelta. Derivò dalla situazione di invivibilità che si era creata per via della politica seguita dalle forze di Tito.

"Le foibe? Pulizia etnica del pensiero unico". L'orrore delle foibe è stato una pulizia etnica pianificata: uccidere uno per farne scappare cento. Toni Capuozzo, Domenica 07/02/2021 su Il Giornale. Di Fausto Biloslavo conosciamo tutti i reportages di guerra, le storie dalla prima linea. Ma c’è un tema, lontano dai drammi del presente, che ha rappresentato per anni una specie di punto fermo, un appuntamento con il dovere della testimonianza, un richiamo a rompere il silenzio: la vicenda delle foibe. Verrebbe da dire che il reporter di guerra è attirato da un conflitto lontano che ha avuto per scenario il mondo in cui è cresciuto: Trieste e le terre d’Istria e di Dalmazia. Ma c’è una grande differenza tra le guerre di Libia o di Siria o d’Afghanistan e quelle che Biloslavo ha riesumato tra documenti e testimonianze: l’orrore delle foibe avviene, in gran parte, a guerra finita. Non è il crimine di guerra alimentato dalla ferocia della battaglia, dal furore del combattimento, dalla paura che sia l’altro a esercitare il suo odio su di te. È una resa dei conti sul corpo degli inermi, degli indifesi, dei vinti. È una vendetta contro soprusi subiti, come piace dire a qualcuno che cerca sempre nelle vittime una parte di colpa? Se lo è stata, è stata senza proporzionalità, e consumata contro gli innocenti. È stato l’orrore delle foibe, piuttosto una pulizia etnica pianificata - uccidere uno per farne scappare cento - e una pulizia ideologica che rispondeva all’idea di futuro: il socialismo del partito e del pensiero unico: nelle foibe finirono a centinaia anche cittadini sloveni e croati, a cominciare dai preti. Ecco quello che spiega il silenzio durato decenni: era il crimine, a guerra finita, dei buoni, dei giusti, dei vincitori con la stella rossa sul berretto. E quando non si poteva giustificare e nascondere, che cosa inventarsi, allora? Sminuire, ridurre il tutto a ingiustizie e ritorsioni e, regina delle menzogne, far diventare cattivi gli infoibati, assegnargli una colpa postuma, fare di loro, mentre l’Italia si scopriva tutta, e spesso con agile e tardiva disinvoltura, antifascista, alleata e vincitrice, trasformare gli infoibati negli ultimi fascisti, e gli esuli negli ultimi a rifiutare il paradiso socialista e, dunque, un po’ colpevoli anche loro. Una verità lontana, ma che fa male e paura ancora oggi.

Foibe e Giorno del Ricordo, i mal di pancia di sinistra e Anpi. Orlando Sacchelli su L'Arno -Il Giornale il 9 febbraio 2021. Durissima polemica, a Firenze, perché in occasione del “Giorno del ricordo” (in cui si commemorano le vittime delle foibe e l’esodo giuliano dalmata) a Palazzo Vecchio è stato invitato Emanuele Merlino, presidente del Comitato 10 Febbraio e vicepresidente Associazione Nazionale Dalmata, nonché autore del libro “Foiba Rossa”.  Sul suo nome è scoppiata una bufera, sollevata dall’Anpi, con questa motivazione: “Esprimiamo sconcerto che a Firenze, città medaglia d’oro della Resistenza, il Consiglio comunale abbia visto bene di chiamare Emanuele Merlino, assiduo frequentatore dell’estrema destra, con numerose presentazioni del proprio libro nelle sedi di CasaPound. Per non dire della casa editrice Ferrogallico con cui collabora, fondata da ex membri di Forza Nuova”. Alla protesta dell’associazione nazionale partigiani d’Italia fa eco quella dei consiglieri comunali di Sinistra Progetto Comune, Antonella Bundu e Dimitri Palagi, che chiamano in causa il sindaco Nardella: “Lo ricordiamo darci lezioni di antifascismo: se c’è il candidato sindaco di CasaPound alle tribune elettorali, non si deve partecipare, ci disse (durante la campagna elettorale prima delle ultime elezioni comunali, ndr). Ci fu dibattito, un paio di anni fa. Ora ci chiediamo: chi pubblica con le case editrici dell’estrema destra (come Ferrogallico) invece va bene. L’esponente del Comitato 10 Febbraio invitato in Consiglio comunale a Firenze, per il Giorno del Ricordo, non è uno storico ma un esponente politico (anche con incarichi apicali in Fratelli d’Italia), che frequenta senza difficoltà spazi in cui si allungano ombre di negazionismo o di revisionismo, rispetto alla storia fascista italiana”. Ma il Pd cosa dice a riguardo? Luca Milani, presidente dem del consiglio comunale fiorentino, a Repubblica ricorda che a organizzare la celebrazione (che avverrà online) è stata la conferenza dei capigruppo. Il centrodestra ha richiesto la partecipazione di Merlino e “nessuno ha sollevato obiezioni“. Quindi, viene da chiedersi, se in quella sede nessuno ha avuto nulla da dire, che senso ha sollevare ora il problema? Milani aggiunge anche un altro dettaglio interessante: ha contattato Merlino e ha avuto modo di parlare con lui diverse volte, per cercare di di capire che intervento avrebbe fatto. “Ho anche verificato – continua – e non ho rilevato la sua affinità a Casapound”. Poi prova a smorzare la polemica ricordando, a tutti, che onorare le vittime delle foibe dovrebbe essere un momento sentito e condiviso da tutti: !Il patrimonio della giornata del Ricordo deve essere condiviso da tutti, come deve esserlo per il 25 aprile o l’11 agosto qui a Firenze. Finché tutti non saremmo presenti nel ricordo dei martiri, la frattura non sara’ sanabile. E ricordo che il Consiglio comunale condanna tutti i passaggi violenti e barbari della storia”. Anche la Regione Toscana ricorda le vittime delle foibe, mercoledì 10 febbraio, con una diretta streaming che potrà essere seguita, dalle ore 9.30 alle 11, all’indirizzo regione.toscana.it/diretta-streaming. Numerose scuole si collegheranno. Interverranno il presidente dell’Istituto storico della Regione Toscana Giuseppe Matulli, il presidente dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea Luca Verzichelli, Luciana Rocchi sempre dell’Isgrec, Luca Bravi per l’Università di Firenze e il console italiano a Fiume Davide Bradanini. Concluderà l’assessore regionale alla cultura Alessandra Nardini.

"Vede gli uomini neri ovunque", Biloslavo ora smaschera l'Anpi. Il reporter del Giornale commenta la tentata censura da parte di Anpi e M5S nel giorno del ricordo. "Inaccettabile tappare la bocca da parte di chi rivendica la lotta contro la dittatura". M5S? "Siamo alla follia totale. Io detto le stesse cose di Fico". Martina Piumatti, Giovedì 11/02/2021 su Il Giornale. A freddo, 24 ore dopo, non resta che un misto di sorpresa e amarezza. "Amarezza nei confronti degli ultimi mohicani dell'Anpi estremista; ma ancora più amarezza, mista a sorpresa, per l'atteggiamento del M5s". Così, il giornalista e scrittore Fausto Biloslavo, commenta all'AdnKronos, quanto accaduto ieri nel Consiglio regionale della Toscana, nel giorno del Ricordo della tragedia delle foibe. Con l'Associazione nazionale partigiani che chiedeva di togliergli la parola e il Movimento 5 stelle che è uscito dall'aula per non sentire il suo discorso. Un atto che si traduce in un tentativo di censura che smaschera l'incoerenza di chi, Anpi in testa, rivendica battaglie in difesa di libertà e diritti civili. "Forse perché non ci sono più i veri partigiani, purtroppo continuano a vedere uomini neri ovunque, fantasmi, spettri che non esistono, senza avere idea di cosa parlano: io non sono né eversivo, né revisionista, né antidemocratico come mi hanno accusato. Ma come giornalista e uomo libero, - chiosa Biloslavo che al ricordo delle vittime ha anche dedicato il suo ultimo libro ("Verità infoibate") scritto con Matteo Carnieletto - rivendico il mio diritto di presentare i libri di chi voglio, siano gli autori neri o rossi, gialli o verdi, magari anche criticandoli". Il reporter de Il Giornale non perde l'occasione per inchiodare il doppiopesismo ipocrita degli "ultimi mohicani". "L'Anpi - bacchetta Biloslavo - non può avere il patentino per giudicare quali siano i libri buoni da presentare e quelli cattivi di cui non si deve parlare. É inaccettabile che qualcuno voglia tappare la bocca a qualcun altro, specie da parte di chi rivendica di aver combattuto contro la dittatura". Senza sconti la reazione di Biloslavo al gesto dei consiglieri del MoVimento 5 Stelle, definito più una "violenza morale" che "fisica". Il giornalista, che ringrazia il gruppo di Fratelli d'Italia nel Consiglio regionale della Toscana per aver denunciato il tentativo grillino di censura, inchioda l'intolleranza ideologica pentastellata. "Perché prima non ascoltare quello che uno ha da dire e poi semmai replicare o protestare? A maggior ragione, se io ho espresso gli identici concetti espressi dal presidente Fico, loro esponente di punta: ho detto esattamente le stesse cose, che sottoscriverei riga per riga". E la coincidenza ridicolizza e annienta la tentata censura grillina che evapora in una sonora zappata sui piedi. "La cosa più curiosa è che, quasi nelle stesse ore, Roberto Fico stava tenendo il suo discorso istituzionale dicendo praticamente le stesse cose del mio intervento. Una cosa imprevista, di cui mi sono accorto soltanto dopo: per cui - ragiona Biloslavo - siamo alla follia totale e ora mi aspetto che i parlamentari M5s escano dall'Aula di Montecitorio ogni volta in cui prenderà la parola il loro presidente Fico...". E il ragionamento non fa una piega.

Foibe, per non dimenticare.  Domenico Muollo e Zaira Bartucca su Rec News il  10 Febbraio 2021. Sono trascorsi 17 anni dall’istituzione del Giorno del ricordo. In questi anni sempre più persone hanno conosciuto la triste storia dei milioni di Italiani infoibati per mano titina. Pensare poi che quel maresciallo Tito ancora oggi è menzionato negli archivi storici, come Cavaliere di Gran Croce, lo trovo francamente un insulto.  È ora che quella onorificenza venga tolta, non essendo compatibile con i principi ispiratori della legge 3 marzo 1951, n. 178, che istituisce l’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”, destinato a dare una particolare attestazione a coloro che abbiano speciali benemerenze verso la Nazione”, e più in generale con i principi fondamentali del nostro ” ordinamento costituzionale”. Ancor’oggi esistono gruppi, movimenti che negano l’esistenza di questa buia e sanguinosa pagina storica, scritta a ne conflitto, esaltando le gesta del maresciallo jugoslavo considerandolo un eroe degno di onorificenza; semplicemente assurdo. Oggi come detto ricordiamo come eroe e onoriamo Josepz Tito, Presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia dal 1953 al 1980, anno della sua morte. Colui che si è macchiato di gravi crimini, quali la pulizia etnica realizzata nei confronti degli italiani della Venezia Giulia. L’augurio che presto qualcuno pensi a rimuovere quella onorificenza essendo un Atto dovuto da parte dello Stato. Il 10 Febbraio è il “Giorno Del Ricordo”, riconoscimento della Repubblica al ne di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli Italiani Infoibati nelle proprie terre di Istria Fiume e Dalmazia ad opera dei comunisti di Tito a ne conflitto mondiale. La legge del 30 marzo 2004 ne istituisce il ricordo di uno degli avvenimenti più dolorosi della storia del nostro paese.

Foibe, il delirio di Gobetti su Norma Cossetto: «Uccisa perché fascista, non perché italiana». Valerio Falerni mercoledì 10 Febbraio 2021 su Il Secolo d'Italia. «Uccisa perché fascista» e non perché «italiana». Parliamo dell’istriana Norma Cossetto, sulla quale «si fa propaganda». È solo una delle tante “perle” in bella mostra in “E allora le foibe?“, libro dello storico titoista Eric Gobetti, incredibilmente edito da Laterza. La segnaliamo ai tanti che a sinistra si trastullano a scovare sui social foto di pensionati in orbace o di giovanissimi con il braccio teso. Imbecilli e immaturi dai quali traggono conferme per le loro ossessioni e, quel che più conta, preziose polizze per le proprie rendite di posizione. Definiscono se stessi “nuovi partigiani” e in questa ridicola veste vanno a caccia del fascismo eterno, rinvenendolo appunto nei saluti romani e nell’etichetta del vino (nero) pro-Duce. Capirai.

Da Gobetti falsità e tesi posticce. Il delirio del tovarich Gobetti, invece, non li turba. Né li indigna. È libero di scrivere che la giovane Cossetto, prima violentata e poi uccisa dai partigiani comunisti nell’ottobre del 1943, in fondo se l’era cercata. Era una «fascista convinta», sentenzia il titoista. Già, mica un’italiana. Neanche si rende conto, Gobetti, del precipizio logico nel quale si lancia con sommo sprezzo del ridicolo. Se il fascismo non lasciava libertà, fascisti in Italia (e quindi in Istria) lo erano tutti, volenti e nolenti. E non si capisce come avrebbe potuto non esserlo Norma Cossetto. È evidente che la distinzione dello storico non regge. È posticcia.

Uno storico che ignora la storia. Esprime una tesi estemporanea, appiccicata lì per lì a mo’ di provocazione. Giusto per scatenare l’effetto-bagarre sul libercolo all’insegna del “parlatene male, ma parlatene”. Ma è una tesi che gli ritorna in faccia come un boomerang. Se fascisti erano tutti gli italiani, per i titini gli uni e gli altri erano la medesima cosa. Facevano eccezione solo i comunisti, gli unici disposti a cedere quelle terre ai compagni jugoslavi. È il motivo per cui la Cossetto, convocata dai “rossi” nell’ex-caserma dei carabinieri di Visignano, rifiuta di aderire al movimento partigiano. Consegnandosi così al boia. È questa la storia. Proprio quella che non interessa allo storico Gobetti.

Foibe, Gobetti provoca col suo libro e poi fa la vittima: ho paura di un’aggressione fascista. Vittoria Belmonte venerdì 12 Febbraio 2021 su Il Secolo d'Italia. Eric Gobetti, lo storico autore del libro “E allora le foibe?“, per la casa editrice Laterza, ora si lamenta perché ha ricevuto critiche e insulti. Alcuni li riporta in un suo intervento oggi sulla Stampa: «Brucia all’inferno», «imbecille comunista», «ci prenderemo la nostra vendetta». Tutto, dice Gobetti, per avere posto dei dubbi su una narrazione “manichea” di esodo e foibe. “È proprio questo – scrive Gobetti – che sembra inaccettabile ai tanti opinionisti di destra che ogni giorno (addirittura già prima dell’uscita del libro) pubblicano articoli pieni di ingiurie verso la mia persona e il mio lavoro. Intendiamoci: le diverse interpretazioni e le critiche alle mie ricerche e a ciò che scrivo sono legittime e sempre ben accette, ma questa campagna di odio ha ben altri obiettivi. L’intento è quello di impedire ai professionisti della storia di partecipare al dibattito pubblico“. “È possibile – si domanda ancora Gobetti – che uno studioso debba vivere per anni in una condizione di continua pressione, sottoposto ad accuse assurde (comunista!) o infamanti (negazionista!) da giornali in grado di scatenare le fantasie aggressive di fanatici ed estremisti? In nome dei miei figli e del mestiere di storico, invoco la libertà di studiare e scrivere in tranquillità, senza l’incubo di un’aggressione fascista“.

Ma la sua è un’operazione di propaganda. Ora, Gobetti si dipinge come uno storico disinteressato, amante della ricerca, intento solo a spulciare le “sudate carte” per arrivare alla verità. Purtroppo per lui questa immagine non regge: Gobetti si è prestato consapevolmente a dare dignità estetica e fondamento scientifico al negazionismo sulle foibe e comunque alla versione riduzionista di quella tragedia. E così ha fatto Laterza supportando l’operazione e scegliendo un titolo volutamente provocatorio, “E allora le foibe?“, che rimanda a una battuta comica. Perché si vuole evidentemente perculare tutta insieme la destra che ha fatto di questa pagina dolorosa della nostra storia una battaglia di verità a nome e per conto dell’intera comunità nazionale. Non si può certo pretendere che tutto ciò passi inosservato.

Anche Pansa insultato per i suoi libri sui crimini partigiani. Il lavoro di Gobetti è tutto politico, altro che storia, altro che libertà di ricerca. Ci sono stati fanatici ed estremisti che si scagliarono contro Giampaolo Pansa per i libri in cui raccontava gli orrori commessi dai partigiani nel biennio 1943-45. Ciò non toglie che la sua fu opera meritoria. E che Pansa continuò a scrivere, anche tra le polemiche, ciò che voleva. Insulti e fanatismo vanno sempre banditi e condannati però, non solo quando ci si trova in mezzo Gobetti, il quale non può presumere di evitare le polemiche dal momento che si è deliberatamente scelto una mission divisiva:  quella di ribaltare la verità  sul dramma delle foibe. Non pulizia etnica ma reazione ai crimini del nazifascismo, dice lui. Non odio anti-italiano, ma legittimo odio antifascista. Tesi frutto di revisionismo ideologico: si parte da lì e poi si cercano pezze d’appoggio per sostenere la propria opinione. Tutto il contrario del mestiere dello storico. Questa è solo propaganda.  Che ora Gobetti vorrebbe dignificare facendo la vittima. “Tanto odio mi fa capire che sono sulla strada giusta”. E no, il “molti nemici molto onore” è un parametro un po’ troppo fascista. Bisogna che Gobetti faccia appello ad altri espedienti retorici…

Gobetti vuole fare la vittima dei fascisti. Certo il suo piagnisteo lo farà diventare mainstream, ci sono media che non vedono l’ora di ribaltare la narrazione sulle foibe: non hanno mai sprecato molte righe su quelle vittime italiane dimenticate e oggi possono addirittura parlare di foibe esibendo come vittima sacrificale dei fascisti un presunto storico, uno di sinistra. Grande festa nelle redazioni progressiste. Ma il gioco è talmente scoperto da risultare penoso.

Quell'insulto shock alla Meloni ​dallo storico che nega le foibe. La leader Fdi smaschera Eric Gobetti: "Questo sarebbe "l'imparziale" storico che la sinistra tanto osanna". E pubblica il post con gli insulti. Francesca Galici, Martedì 16/02/2021 su Il Giornale. Giorgia Meloni sui social è spesso sotto attacco. Non si contano gli insulti e le minacce che quotidianamente riceve la leader di Fratelli d'Italia, che il più delle volte abbozza e lascia correre. Ma non sempre è possibile passare oltre certe parole e certe ingiurie e così questa mattina Giorgia Meloni ha pubblicamente denunciato un commento trovato su Facebook in cui, senza troppi complimenti, è stata definita in maniera molto poco elegante. A spingere la leader di Fratelli d'Italia all'intervento è stata l'identità del mittente di quel commento, Eric Gobetti, personaggio molto noto negli ambienti rossi, "storico" e autore di libri che sminuiscono il dramma delle foibe. "Anche la zocc... La Meloni?", ha scritto Eric Gobetti nel suo commento, risalente a circa 3 anni fa. Inevitabile il commento di Giorgia Meloni: "Questo sarebbe 'l'imparziale' storico che la sinistra tanto osanna e che porta in giro per l'Italia per spiegare - e sminuire - il dramma delle foibe? Un fine intellettuale assolutamente non di parte, non c'è che dire...". Eric Gobetti è da poco uscito in libreria con il volume E allora le foibe?, edito da Laterza. Un libro provocatorio, che ha scatenato la rabbia di moltissimi utenti del web che, sbagliando, hanno aggredito l'autore sui social con frasi evidentemente poco educate. L'Italia è un Paese libero, nel quale ognuno deve poter esprimere la propria opinione, purché questa non vada a invadere la libertà altrui. La ricerca storica è un diritto e un dovere di ogni Paese civile e questo diritto va tutelato in ogni sua forma. Pertanto il lavoro di Eric Gobetti va rispettato, per quanto difficilmente possa essere condiviso. Come scriveva il quotidiano La Verità qualche giorno fa, "Gobetti non ha fatto esattamente ricerca storica. Ha pubblicato un pamphlet che mira a dimostrare come il dramma delle foibe e dell'esodo degli italiani di Istria e Dalmazia sia, per lo meno, sopravvalutato. Che sia addirittura una sorta di 'psicosi collettiva'. Se non nega, Gobetti senz' altro sminuisce".

Giorgia Meloni contro lo storico Eric Gobetti: "Nega le Foibe e mi dà della zocc***, cosa dice la sinistra?" Libero Quotidiano il 16 febbraio 2021. "Questo libro nasce da una urgenza. Quella di fermare il meccanismo che si è messo in moto, impedire che il Giorno del Ricordo diventi una data memoriale fascista”. Il “fine” storico di sinistra Eric Gobetti nel suo libro “E allora le foibe?”, edito da Laterza, interviene sul dramma delle foibe appunto parlando di “chi sfrutta una tragedia di questa portata per vantaggi personali o politici” e “non agisce certo per amore della verità”.  Un “finissimo” storico il Gobetti che non solo nega di fatto la tragedia delle foibe ma poi sui social non manca di coprire di volgarissimi insulti chi non la pensa come lui, per esempio Giorgia Meloni. Come la stessa leader di Fratelli d’Italia mostra in un post pubblicato sul suo profilo Twitter, Gobetti le ha chiaramente dato della “zocc***” ("Anche la zocc... la Meloni?", si legge sui social). Questo sarebbe “l’imparziale storico che la sinistra tanto osanna e che porta in giro per l’Italia per spiegare e sminuire il dramma delle foibe?”, scrive infuriata e indignata la Meloni. “Un fine intellettuale assolutamente non di parte, non c’è che dire”, conclude. Quindi la presidente di FdI suona la sveglia alla sinistra davanti agli insulti che ha ricevuto: “Ora non ha nulla da dire?”.  Per il momento pare proprio di no. Nessuna "sinistra" si è pronunciata per difendere Giorgia, forse perché in quanto donna di destra non merita tanto. Ma che cosa sostiene Gobetti? Quali sono le sue tesi? Rispetto alle Foibe il suo pensiero è chiaro: non si può parlare di shoa italiana. “Le uccisioni commesse sul confine orientale e nell'autunno del1943 e nella primavera del 1945”, si legge in una dichiarazione rilasciata all’Ansa, “non possono essere in alcun modo considerata un tentativo di genocidio e le vittime non sono individuate in quanto appartenenti ad uno specifico popolo”. Insomma, questo è il “fine intellettuale”. 

Il vergognoso silenzio dei "giornaloni" sull'attacco alla Meloni. I grandi giornali, sempre pronti a denunciare le frasi sessiste, si girano dall'altra parte quando ad essere offesa è Giorgia Meloni. Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto, Giovedì 18/02/2021 su Il Giornale. Se sei donna non puoi (giustamente) essere offesa. Se sei donna e di sinistra non si può nemmeno fare satira su di te. Ma se sei donna e pure di destra allora puoi beccarti della "zoocola" senza che nessuno dica niente. Ma andiamo con ordine. L'altro giorno, su Internet, è spuntato un vecchio commento Facebook di Eric Gobetti - autore di un libro che minimizza la tragedia delle foibe - in cui dava della poco di buono a Giorgia Meloni. ilGiornale, prima con un articolo sul sito e poi con uno sulla carta, è stato tra i pochi a parlarne. Nessuno degli altri quotidiani - dal Corriere a Repubblica, passando per La Stampa - ne ha parlato. Nemmeno una breve o una fotonotizia per denunciare le offese sessiste rivolte a uno dei più importanti leader politici in Italia. Perché? Forse perché le redazioni erano impegnate a seguire l'insediamento del governo Draghi. O forse perché quelle stesse redazioni, nei giorni precedenti la commemorazione dei martiri delle foibe, erano impegnate a diffondere il verbo di Gobetti. Del resto, la stessa Meloni ha commentato così la "performance" dello storico: "Questo sarebbe l'imparziale storico che la sinistra tanto osanna e che porta in giro per l'Italia per spiegare - e sminuire - il dramma delle foibe? Un fine intellettuale assolutamente non di parte, non c'è che dire". Un autore per nulla di parte, come testimoniano le sue foto con il pugno chiuso e la bandiera titina, e che nel suo ultimo libro scrive: "Le uccisioni commesse sul confine orientale nell'autunno del 1943 e nella primavera del 1945 non possono essere in alcun modo considerate un tentivo di genocidio e le vittime non sono individuate in quanto appartenenti ad uno specifico popolo". Peccato che questa tesi sia stata smentita dalle parole del presidente della Repubblica (ed ex comunista) Giorgio Napolitano: "Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una 'pulizia etnica'". Si dirà: ma un presidente della Repubblica non è uno storico. Vero. Allora uno storico dovrebbe far parlare i protagonisti e i documenti. Come Giovanni Battista Padoan, nome di battaglia "Vanni", partigiano della divisione Garibaldi-Natisone, il quale ammette che le foibe "furono un sistema di pulizia politica perpetrata dai partigiani di Tito contro chiunque, compresi convinti democratici e antifascisti, si opponesse all'annessione alla futura Jugoslavia". Ma questo Gobetti non lo dice. Minimizza godendo dell'ampio spazio dei giornali bene e, soprattutto, dei loro silenzi. Perché a sinistra si può far tutto. Perfino insultare.

Regione Piemonte: «via l’onorificenza al Maresciallo Tito». Raffaele Bonsi su culturaidentita.it il 15 Febbraio 2021. Il Piemonte riaccende il dibattito, mai del tutto sopito, sull’alta onorificenza di Cavaliere della Repubblica concessa al Maresciallo Tito nel 1969, chiedendo che sia finalmente revocata per rispetto delle vittime e degli esuli provocati dai venti dell’odio comunista che soffiavano dalla cortina di ferro. L’appello congiunto arriva dal Presidente della Regione, Alberto Cirio, e dall’assessore alla Cooperazione internazionale, Maurizio Marrone: «Come ogni 10 febbraio onoriamo il ricordo delle migliaia di Italiani del Confine orientale uccisi nelle foibe, ma ancora una volta le celebrazioni sono turbate dal paradosso di trovare ancora il Maresciallo Tito tra i Cavalieri della Repubblica, senza che, in oltre cinquant’anni, si sia provveduto a revocare questa prestigiosa onorificenza al responsabile di questi massacri». Un eccidio, quello delle foibe, che gli italiano scopriranno molti anni dopo, nascosto proditoriamente dalla connivenza delle forze sovietiche dell’epoca. Infatti, era appena finita la seconda guerra mondiale e il nostro Paese guardava con speranza ad una ripartenza, per lasciarsi definitivamente alle spalle lo strazio che l’aveva accompagnato in quegli anni difficili. Ma in quello stesso momento, tra il Venezia Giulia e la Dalmazia, veniva messo in atto una drammatica pulizia etnica da parte degli uomini di Tito nei confronti dei nostri connazionali attraverso deportazioni e sommarie esecuzioni. «Sono depositate in Parlamento, infatti, alcune proposte di legge che prevedono la revoca di tale onorificenza al dittatore jugoslavo e che, purtroppo, giacciono in attesa della discussione e della votazione – sottolineano il presidente Cirio e l’assessore Marrone -. Da un lato, con una legge del 2004 votata a larghissima maggioranza, lo Stato ha istituito il “Giorno del Ricordo” in memoria dell’esodo giuliano-dalmata e della tragedia delle Foibe, dall’altro continua a vedere presente l’ingombrante figura di Tito nell’elenco delle persone onorate dalla decorazione di più alto profilo istituzionale». Una contraddizione che continua a far male ogni volta che viene scoperta una nuova foiba con i poveri resti dei nostri connazionali assassinati e nascosti, come l’ultima agghiacciante foiba scoperta a Kočevski Rog pochi mesi fa, chiamata “foiba dei ragazzini”, dove oltre un centinaio di giovani tra i 15 e i 17 anni e diverse donne furono brutalmente uccisi e gettati nel vuoto, nel silenzio spezzato solo dai colpi di fucile. L’appello del Piemonte si unisce a quello del Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, che durante la cerimonia di Basovizza, nel Giorno del Ricordo ha affermato che la sua regione si farà portavoce verso il Parlamento nazionale affinché si proceda, senza più esitazione, alla revoca di questa nomina inadeguata e irrispettosa.

Il presidente Cirio e l’assessore Marrone concludono chiedendo che il Parlamento discuta velocemente le proposte che prevedono la revoca del riconoscimento «affinché possa terminare questa triste contraddizione ed il processo di riconciliazione, ormai avviato da anni con sloveni e croati, possa proseguire e divenire definitivamente modello di ispirazione per tanti altri territori che hanno alle spalle un passato di divisione».

In ricordo di Norma: l’infamia delle foibe e dei comunisti titini. Michela Pascale su culturaidentita.it il 10 Febbraio 2021. Oggi, purtroppo, in pochi conoscono la storia di Norma Cossetto (maggio 1920-ottobre 1943), studentessa italiana, istriana, torturata, assassinata e infoibata dalle milizie della Jugoslavia di Tito. Norma, laureanda in Lettere all’Università di Padova, nell’estate del 1943 stava raccogliendo materiale per la sua tesi intitolata ‘’L’Istria Rossa’’, progetto che non riuscì mai a portare a termine poiché il 26 settembre dello stesso anno venne prelevata da un gruppo di partigiani titini e portata nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano, dove le promisero libertà in cambio della collaborazione con il Movimento Popolare di Liberazione. Dopo il netto rifiuto venne imprigionata e da questo momento iniziò la sua tortura, fu allontanata dal resto dell’edificio, legata nuda ad un tavolo e ripetutamente violentata da diciassette aguzzini che le recisero i seni e le conficcarono un legno nei genitali. Le sevizie finirono nella notte tra il 4 e 5 ottobre, quando insieme ad altri prigionieri, venne condotta con la forza fino a Villa Suriani e ancora viva fu gettata in una foiba [dal friulano foibe, che è il lat. fŏvea «fossa»] nelle vicinanze. Si stima che almeno a 15.000 italiani capitò una sorte simile a quella di Norma e in quel periodo quasi 250.000 fratelli furono costretti all’esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Questo argomento per troppo tempo è passato in sordina, il muro del silenzio è diventato più sottile solo nel 2005, quando fu istituito in Italia il Giorno del Ricordo con ricorrenza ogni 10 Febbraio. La mancata informazione, però, vige ancora in primis nelle nostre istituzioni scolastiche, che dovrebbero avere un ruolo fondamentale nella creazione di una cittadinanza informata ed attiva, in grado di comprendere la storia nella sua interezza facendo sì che certi orrori non si possano ripetere in futuro e in secondo luogo anche in certi gruppi sociali fondati da pregiudiziali ideologiche. Il rapporto tra etica e politica è sempre stato “teso”, ma dopo più di settant’anni è arrivato il momento di superare qualsivoglia divisione per restituire dignità con il ricordo di tutte le vittime massacrate con UNA SOLA COLPA, ESSERE ITALIANI. Dal racconto di Licia Cossetto, sorella di Norma: «Ancora adesso la notte ho gli incubi, al ricordo di come l’abbiamo trovata: mani legate dietro alla schiena, tutto aperto sul seno il golfino di lana tirolese comperatoci da papà la volta che ci aveva portate sulle Dolomiti, tutti i vestiti tirati sopra all’addome […] Solo il viso mi sembrava abbastanza sereno. Ho cercato di guardare se avesse dei colpi di arma da fuoco, ma non aveva niente; sono convinta che l’abbiano gettata giù ancora viva. Mentre stavo lì, cercando di ricomporla, una signora si è avvicinata e mi ha detto: “Signorina non le dico il mio nome, ma io quel pomeriggio, dalla mia casa che era vicina alla scuola, dalle imposte socchiuse, ho visto sua sorella legata ad un tavolo e delle belve abusare di lei; alla sera poi ho sentito anche i suoi lamenti: invocava la mamma e chiedeva acqua, ma non ho potuto fare niente, perché avevo paura anch’io”»

Una via per Norma Cossetto. Una nuova via dedicata a Norma Cossetto, la giovane italiana massacrata nel 1943. Il promotore dell'iniziativa, Francesco Colafemmina: "Ora una memoria condivisa". Matteo Carnieletto, Lunedì 08/02/2021 su Il Giornale. "Mio nonno paterno fu fatto prigioniero dagli inglesi in Etiopia nel 1940 e venne deportato in Inghilterra, dove lavorò nei campi per tutto il periodo bellico. Quando tornò in Italia rimase sconvolto da una cosa: dagli italiani che sparavano addosso ad altri italiani. Agli occhi di chi era stato a lungo lontano dal nostro Paese, non esistevano partigiani e repubblichini. Esistevano soltanto italiani che si stavano sparando tra loro". E' così che Francesco Colafemmina, consigliere ad Acquaviva delle fonti, inizia la nostra intervista. E' questo, forse, il motivo che lo ha spinto a chiedere che venisse intitolata una via a Norma Cossetto, la giovane istriana brutalmente uccisa dai partigiani titini nel 1943.

Perché per lui, proprio come per suo nonno, non esistono italiani di serie A e italiani di Serie B. Così come non esistono morti di Serie A e morti di Serie B. Quelli uccisi tra il 1943 e il 1945 sono tutti italiani, fatti fuori in un tempo vigliacco, in cui ci si ammazzava tra fratelli. L'obiettivo di Colafemmina è quello di mettere le basi affinché si arrivi a una memoria realmente condivisa: "Per questo motivo, ho chiesto fin da subito che nella lettura della mozione fossero rimosse tutte le premesse che potevano apparire polemiche. Si è trattato di una forma di rispetto verso la stessa Cossetto. Volevo che restasse soltanto la parte condivisa, senza inserire aspetti personali o ideologici. Questo è stato molto apprezzato", racconta il consigliere comunale. Perché le foibe, a distanza di oltre settant'anni da quei tragici eventi, dovrebbero essere ricordate da tutti, indipendentemente dal "credo" politico: "Mi hanno spesso accusato di proporre un argomento che interessa soltanto ai partiti di destra - racconta Colafemmina - ma ogni volta che mi attaccano in questo modo, la mia risposta è chiara: quando un consiglio decide interamente di condividere una intitolazione, la memoria non appartiene più solo a una parte ma a tutti. Quel ricordo tragico diventa quindi condiviso da tutti, e può avere anche la capacità di essere declinato nelle scuole e verso le nuove generazioni". Spesso, inoltre, ci si perde in dettagli tanto macabri quanto inopportuni. Anzi, talvolta c'è pure chi cerca di minimizzare o quasi giustificare gli assassini, affermando che Norma, essendo figlia di un fascista, fosse in qualche modo colpevole. Ma non è così, come spiega Colafemmina: "Norma è una figura moderna, sia come ragazza autonoma sia come studentessa. Ha un forte richiamo sulla contemporaneità. I giovani dovrebbero assorbire il suo messaggio in maniera molto più immediata rispetto a quello di altre figure cadute nell'anonimato. In generale, stiamo parlando di una questione che riguarda i fondamenti dei principi repubblicani. Se noi dobbiamo attenerci a una magistero, dobbiamo attenerci ai magisteri dei presidenti della Repubblica. Ciò che dicono, allora è ciò che preserva la giornata del ricordo da tutte le progressive aggressioni storiche e revisioniste". Nelle foibe, infatti, contrariamente a quanto raccontano i revisionisti, non finirono solamente fascisti e nazisti, ma anche migliaia di cittadini inermi: "Mi ricollego ad altri italiani morti nelle foibe. Tutta la storia di quegli anni è piena di contraddizioni. Nel momento in cui Norma finiva in una foiba, moriva il Castellaneta, tenente dei carabinieri, ucciso in un conflitto armato con i tedeschi sul fronte jugoslavo. Nel '45 anche i nomi di Giuseppe Anselmo e di un civile, un impiegato delle ferrovie, Giovanni Colangiulo, si trovano all'interno di un elenco provvisorio fatto dal primo sindaco di Trieste, Gianni Bartoli. Vediamo, insomma, che la realtà non guarda all'appartenenza politica o all'ideologia. Le persone citate erano italiani morti in quel dato contesto bellico. Norma Crossetto ha l'aggiunta di essere una civile e una giovane ragazza, ovvero un essere inerme". Contraddizioni di un passato che, ora, si sta finalmente cercando di ricomporre.

Perché Norma Cossetto non venga stuprata ancora. La memoria non è rancore, né riduzione. Emanuele Ricucci il10 febbraio 2021 su Il Giornale. Ogni maledetto anno bisogna scongelare il presidente Mattarella, sperando che dica qualcosa di pienamente sentito e rappresentativo per l’occasione. Ogni maledetto anno, bisogna sperare che il Parlamento italiano ricordi di aver varato, nelle sue galeoniche movenze, una legge nazionale nel 2004 che tutela e riconosce un giorno di celebrazione comune delle “vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra (1943-1945)”. Ogni anno bisogna sperare che la pacchiana italianità, ancor più maleodorantemente virtuale, ci eviti la gara a chi ce l’ha più grosso, a quali morti pesano di più, come se la morte di una madre per mano di un assassino, valga di meno di quella di un’altra. Come ogni triste anno, bisogna sperare che una pagina Facebook realizzi meno meme dell’anno precedente, colta dalla consueta frigidità digitale che intercorre, caprona e banale, tra i Marò, le foibe e il Duce appiccato per le gambe. Di anno in anno, bisogna sperare che qualche studente di terza media sia riuscito a sentir pronunciare, anche solo per sbaglio, la parola “foiba”. Anno dopo anno, bisogna evitare di cadere nelle trappole tese, nelle tagliole. Su tutte quella di trasformare la memoria in rancore e il Giorno del Ricordo nel giorno delle polemiche. Ventiquattro ore di pochezza che soffiano via la celebrazione, il raccoglimento, la maturità civile  Anno dopo anno, occorre alimentare la macchina della documentazione. Di anno, in anno, serve un Toni Capuozzo, stimatissimo giornalista, ben noto a chiunque, che ricordi: “Giorno del Ricordo. Pur di scolorire la tragedia delle foibe e il dramma dell’esodo si ricorre a due argomenti: erano pochi, gli infoibati, ed erano fascisti su cui si esercitava una comprensibile vendetta. Oggi voglio ricordare solo una vittima, che da sola basterebbe a spiegare la ferocia delle ideologie. Si chiamava Angelo Adam, meccanico, ed era di Fiume. Il 2 dicembre 1943 era stato deportato dai nazisti a Dachau, con il numero di matricola 59001. Era sopravvissuto ed era tornato alla sua città. Nel 1945 venne prelevato con la moglie dai titini e scomparve. Come la figlia diciassettenne, che aveva chiesto notizia dei genitori. Angelo Adam aveva 45 anni, era italiano, era antifascista, ed era ebreo”.

NON BASTA…Non c’è pace. Prendiamoci la pace. E non prendiamoci in giro: l’Italia non ha ancora sufficiente memoria delle vittime delle foibe, dell’esilio. Non ha ancora sufficiente coscienza, consapevolezza che non sia inquinata dalla distorsione (seppur questo scenario inizi a mutare). Troppi sono, infatti, coloro i quali vorrebbero relegare quei morti a una dimensione privata. A una cappella in fondo al cimitero. Vorrebbero scrivere col sangue una frase da poster con cui arredare il nostro ghetto. Il nostro, poi, di chi? Che pretenderebbero di ridimensionare la storia a una questione ideologica di parte. E questo accade perché pur essendosi invertita la rotta politica di questo Paese, almeno al momento e almeno in apparenza, la strada della generazione della cultura di massa è pienamente tortuosa, primato dell’egemonia pensante che fa capo alla sinistra. La prima generazione al governo, anticonformista rispetto alla sinistra, gettò le basi per il riconoscimento ufficiale del dramma delle foibe; la seconda, ora, ha il dovere di cristallizzare la memoria. Per questo ogni strillo di dolore, ogni pianto disgraziato di Norma Cossetto tenuta ferma e stuprata dai suoi aguzzini slavi, e poi buttata in una foiba, si sentono ancora poco. I nostri giovani sentono ancora poco, i nostri studenti, gli italiani. Sordi, ciechi. Per questo bisogna esultare a ogni vittoria della memoria e smettere di inseguire la rabbia e la viltà della negazione, della riduzione, del disturbo alla storia, agendo in via istituzionale affinché esso non si ripeta. Ma il cuore del Paese deve pensare ad altro. Far festa, nella solennità, contribuendo a costruire la memoria civile di questa terra puttana – che è contemporaneamente edificazione della maturità nazionale nella trista constatazione di una “pacificazione” impossibile -, ancora fortemente rinchiusa nella propria pustolosa adolescenza. Scansare, rifiutare come droghe in discoteca, le avances decostruttive, la ansie giustificazioniste, le paranoie negazioniste, la riduzione della grande storia, i calci alla memoria degli uomini, delle donne, dei bambini, crepati nelle foibe. NO! Preferisco andare avanti e ignorare quello sguardo di sospetto, le scritte sui muri inneggianti all’odio, le targhe distrutte, i monumenti per ricordare il dramma imbrattati, l’abitudine alla circostanza, la superficialità di certi italiani, che dovrebbero essere miei fratelli, nel dire: “dopo la Shoah, anche voi (ma voi chi?) volevate la vostra ricorrenza, vero? E ti pareva…”. Preferisco ignorare, per non impazzire da solo nella mia stanza, chiunque giustifichi oltre diecimila morti e trecentocinquanta mila esuli, con vent’anni di fascismo omettendo completamente di citare anni e anni precedenti di eventi sul fronte orientale (si segnala, a tal proposito, l’accurato speciale della rivista Storia in rete). Sempre loro, abituati a dire che l’infrazione della legge è ben accetta se in nome di un ordine ideologico superiore. Superiore a cosa? Sub Lege Libertas. Come quella 30 marzo 2004, n.92. La legge è inferiore allo spirito fintanto che non li tange.

L’ARTE TRADUCE IL SENSO E LO PROSEGUE. E allora sappiate che questa sera, il fumetto “Foiba Rossa. Norma Cossetto, storia di un’italiana” (Ferrogallico), scritto da Emanuele Merlino, con disegni di Beniamino Delvecchio, che racconta con delicatezza e onestà storiografica la vita e il martirio della povera studentessa, dovrebbe essere regalato a chiunque voi riteniate degno di stima. Norma, stuprata due volte, dai titini e dalla storia recente che ne vuole negare il nome e la fine, ella viene presa per mano e condotta nella verginità della vita nuova dell’esempio, tra le pagine di una graphic novel che è candore, giustizia e verità. Non un passo di più. Un fumetto che, ad oggi, è stato stampato in più di quaranta mila copie. Dal cinema, al fumetto. L’arte, come pulsione ulteriore della vita, sta scegliendo di costruire la memoria nazionale, senza timore alcuno, senza alcun senso di inferiorità, come un antidoto alla negazione, come un dinamismo che parli un linguaggio universale, capace di cristallizzare ed elevare il ricordo, generando eredità. Che sia nei versi del goriziano Marco Martinolli, o in quelli di Armando Bettozzi (“Càrsici bàratri profondi e scuri custodi involontari di abominevoli vergogne e di voluti silenzi decennali […] Qual è la differenza, deh! -se mai sapete tra un pozzo… ed un forno?”), negli sforzi eroici, avamposti di purezza, della cultura popolare; che sia nelle impressioni del dramma scolpite da Paolo Menon, nel trittico di Rocco Cerchiara e Andrea Cardia, “Foibe”, o nelle pennellate scure, gotiche e opprimenti di Renzo Gentili ne Il supplizio di Norma Cossetto. Così, nell’epoca dell’adolescenza antifascista, i racconti d’onestà di grandi artisti come Gino Paoli, – «parte della famiglia di mia madre morì infoibata. I miei parenti non erano fascisti. Ma la caccia all’italiano faceva parte della strategia di Tito. I partigiani titini, appoggiati dai partigiani comunisti italiani, vennero a prenderli di notte […] senza lasciare dietro di sé un corpo, una tomba, una memoria. Peggio: una memoria negata» – o Umberto Smaila, Nino Benvenuti e molti altri. La miniserie Il cuore nel pozzo, o il film Rosso Istria. Le pagine de Sul ciglio della foiba (Ed. Il Borghese, pp.220, Euro 18) di Lorenzo Salimbeni, o de L’esodo (Mondadori, pp.202, 10 Euro) di Arrigo Petacco, che porta lo stesso nome del nuovo spettacolo di Simone Cristicchi (L’esodo – Racconto per voce, parole e immagini, ndr), già autore di Magazzino 18 – ispirato al libro “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani. Istriani, fiumani e dalmati: storie di esuli e rimasti” di Jan Bernas (Mursia, pp.192, 16 Euro) che porta a teatro il pellegrinaggio e la sofferenza degli esuli istriani, fiumani e dalmati -, tra le tante. Opere che rafforzano la coscienza di un popolo a cui fa male la memoria. E la lista potrebbe continuare a lungo.

CULTURA È COLTIVAZIONE. Ripartire dalle scuole. La sinistra d’ogni porzione di modernità insegna il senso della costruzione del sentire comune, dell’accettazione del pubblico sentire, di temi e idee, della strutturazione della cultura di massa. E che i suoi adepti, discepoli e santi, in ogni forma, fossero tanti o pochi in quel momento storico, fossero capaci di trainare o meno, di vincere o di perdere le elezioni, comprendono, comunque, bene la necessità di continuare a contaminare la storiografia ufficiale, di coltivare – genesi della parola cultura – il consenso in fasce. Di farlo per eternarsi. Nel sottoscala preparano le rivoluzioni. Non sul palcoscenico. Per questo, come vedete, la battaglia politica di contrasto all’ideologizzazione del reale, da parte dell’egemonia culturale imperante e sinistra, è in atto. E al momento vincente. Ma culturalmente la società italiana risente ancora troppo dei suoi influssi, come passaporto necessario per la civiltà. Vietato pensare, vietato dissentire, vietato raziocinare se si vuole vedere riconosciuto lo status di “umani”, e non di barbari. E dunque, la memoria trovi forma nella sensibilizzazione degli uomini futuri, proprio nel percorso di costruzione della loro cultura, da intendersi come coltivazione di se stessi, capace, tramite lo studio, la conoscenza, e il ragionamento sopra le cose, via via in sviluppo, di edificare il pensiero critico con cui leggere il reale, e saper distinguere il reale dalla sua narrazione. Solo così la memoria sarà iniziativa primordiale ed essenziale di continuità, e non continua iniziativa necessaria a non dimenticare. Il ruolo delle scuole viene, per altro, sottolineato dal fu Ministro dell’Istruzione, Bussetti, che afferma che parlare di foibe negli istituti, «non è propaganda», aggiungendo che «Il negazionismo va sempre rigettato. Nel caso delle foibe e delle persecuzioni anti-italiane sul confine orientale, abbiamo il dovere di ricordare una vicenda particolarmente dolorosa e cruenta del Novecento. Migliaia di persone furono uccise in quanto italiane, senza colpa. Per lo stesso motivo, centinaia di migliaia di uomini e di donne hanno dovuto abbandonare quelle terre e tutto quello che avevano per rifugiarsi all’interno dei nuovi confini nazionali. Una catastrofe. Cancellare o minimizzare questa vicenda storica significa oltraggiare nuovamente le vittime di allora e i loro discendenti. Non sarebbe giusto». Che si fotta il resto: esultiamo della costruzione della memoria, per quanto inspiegabilmente faticosa in un Paese che celebra e ricorda, per legge, le vittime di un assassino decorato dallo Stato, come Josip Tito Broz, dal 1969, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Ricordare Anna Frank, celebrare Norma Cossetto. Altrimenti non è memoria, è rancore. Di anno, in anno. Ogni stramaledetto anno…

Foibe, i negazionisti tentano ancora di “salvare” i partigiani comunisti. La verità li ha travolti. Fabio Roscani giovedì 11 Febbraio 2021 su Il Secolo d'Italia.  Il 10 Febbraio l’Italia ricorda i suoi figli, traditi, esiliati, infoibati, massacrati dai partigiani comunisti del Maresciallo Tito. Decenni nell’oblio, volutamente dimenticati da tutti, tranne che da pochi coraggiosi e della destra politica italiana. Li abbiamo ritrovati indagando nella verità e nutrendo la coscienza collettiva della Nazione. L’Italia da matrigna torna madre, gli Italiani fratelli. Ora non possiamo più perderli, le loro storie sono la nostra Storia. Cantavano “Oh mia Patria, sì bella e perduta”, con i tricolori al vento, le valigie di cartone e i cuori infranti. A raccontare quegli orrori oggi ci sono film, documentari, libri, servizi dei telegiornali nazionali, canzoni, opere teatrali, un fumetto. Il 10 Febbraio, dal 2004 è la Giornata Nazionale del Ricordo dei martiri delle foibe e degli esuli istriani, giuliani e dalmati. Sorridi Norma, abbiamo vinto! Recita così un manifesto di Gioventù Nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia, realizzato quando per la prima volta veniva trasmesso in prima serata sulla Rai il film “Red Land-Rosso Istria”. Alle spalle decenni di oblio. Anni in cui nei libri di storia delle scuole superiori, la foiba di Basovizza, veniva definita “meta ambita per i suicidi”. Anni in cui  Tullio De Mauro, uno dei più celebri linguisti italiani e ministro del governo Amato, definiva le foibe “doline carsiche”. Non si può però abbassare la guardia e girarsi dall’altra parte di fronte ai negazionisti del 2021. Eric Gobetti, sedicente storico e militante dell’estrema sinistra definisce Basovizza nel suo libro “E allora le foibe?” un “pozzo minerario” e afferma che non ci sono documentazioni storiche che provino massacri ed esecuzioni. L’Anpi in Toscana si é scagliata contro l’invito di Emanuele Merlino, autore di “Foiba Rossa” da parte di un consiglio comunale. A Vicenza ha protestato contro l’intitolazione di una piazza dedicata ai martiri delle foibe, a Pavia contro la presentazione del libro “Verità infoibate” di Fausto Biloslavo”. Nelle scuole di La Spezia e Portogruaro, sono state annullate assemblee studentesche che prevedevano la partecipazione di figli di esuli. In provincia di Teramo l’assessore Illuminati, giustifica le foibe come una comprensibile, seppur condannabile, risposta al nazionalismo italiano. A Reggio Emilia sulla pagina Facebook di un consigliere comunale del Pd durante un convegno online, un relatore ha avuto il coraggio di dire che “sulle colline carsiche, c’è ancora tanto spazio”, senza ricevere alcuna condanna. Il Maresciallo comunista Tito, inoltre, è ancora decorato con la medaglia di Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica Italiana. Continueremo a camminare per le strade del ricordo, gli striscianti rigurgiti del negazionismo e del giustificazionismo, anche se sparuti, isolati, minoritari, verranno travolti dal fiume in piena della verità.  Noi ricordiamo. L’Italia ricorda.

Giorno del ricordo, quei profughi al gelo accolti in Puglia. Il libro di Enrico Miletto racconta l'odissea delle famiglie e di un popolo.  Vito Antonio Leuzzi il 10 Febbraio 2021 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Una tragica pagina di storia racchiusa nel confine orientale d’Italia, nel corso del secondo conflitto mondiale e nel lungo dopoguerra: se ne parla nel volume dello storico Enrico Miletto, Novecento di confine. L’Istria, le foibe, l’esodo (edito da Franco Angeli, pagg. 231, euro 28, 00). Autore di molti studi sull’ esodo della popolazione italiana dall’Istria, Miletto affronta in una prospettiva europea e di lungo periodo fatti ancora poco noti e spesso deformati da narrazioni decontestualizzate, intrise di luoghi comuni . Nel volume si concentra l’attenzione sulla questione della spirale di violenza e conflittualità esasperata che raggiunse livelli di brutalità ed efferatezza, nelle settimane dopo l’8 settembre 1943. Il crollo delle strutture dello stato ed il vuoto di potere favorì inizialmente le forze partigiane slovene e croate, alimentate dal lungo periodo di clandestinità contro il nazifascismo e sorte in anticipo rispetto a quelle italiane. Motivazioni di carattere politico si saldarono con contrasti e rancori personali dando luogo a reazioni collettive con distruzioni di archivi e catasti comunali . Poco prima dell’arrivo delle truppe tedesche si procedette «a processi sommari e fucilazioni collettive, seguite dall’occultamento dei corpi nelle foibe (che sono le cavità carsiche). Nella prima fase degli «infoibamenti» furono colpite complessivamente tra le 500 e le 700 persone. Miletto fornisce un quadro d’insieme chiaro e ben documentato e si sofferma sulle cause remote di questi sconvolgimenti, in particolare gli effetti del trattato di Rapallo dopo la Grande Guerra con l’inserimento nel Regno d’Italia di 300 mila sloveni e di 170 mila croati chiamati per la prima volta a far parte di uno stato che si identificava con una sola nazionalità, quella italiana, dominante sulle altre. Con l’avvento del fascismo si negarono diritti e si aprirono ferite inimmaginabili con l’italianizzazione forzata, con la persecuzione di oppositori politici, rappresentanti di religione diversa da quella cattolica e via di seguito. Aspetti repressivi che si accentuarono dopo l’aggressione fascista alla Iugoslavia del 1941 provocando arresti di massa, deportazioni nei campi di concentramento e violenze estreme nei confronti degli iugoslavi, legate all’ inasprimento della guerra in tutta l’area balcanica. La radicalizzazione della violenza si manifestò ulteriormente nell’ottobre 1943 con l’arrivo dei soldati tedeschi e con la costituzione della Zona di Operazioni del Litorale Adriatico. A Trieste si costituì uno speciale apparato di polizia che operò su vasta scala sotto gli ordini un generale delle SS Odilo Lotario Globocnik. Si trasformò un vecchio stabilimento per la pilatura del riso, San Sabba, in un campo di transito destinato alla deportazione nei campi di sterminio di Auschwitz e Ravensbruck di ebrei, oppositori politici antifascisti, civili. Nel marzo del 1944 si costituì un apposito forno e molti degli arrestati furono torturati ed eliminati. Si calcola che nella risiera di San Sabba dalla sua attivazione sino all’aprile del 1945 siano state eliminate tra le 3000 e le 5000 persone. In questa dimensione estrema di paura e terrore , tra la fine di aprile e il maggio del 1945, l’armata iugoslava avanzò rapidamente, con una vera e propria corsa per l’occupazione Trieste e di tutta l’Istria. Le truppe di Tito , poco prima dell’arrivo degli anglo-americani , iniziarono una vasta azione violentemente repressiva con arresti di massa di elementi collusi con il nazifascismo , squadristi, collaborazionisti, militari repubblichini, esponenti della X Mas, membri della polizia attivi nella repressione antipartigiana, sloveni anticomunisti. Con interrogatori sommari, vennero uccisi e gettati nelle foibe migliaia di italiani. Ad essere arrestati e scomparire furono anche esponenti del Cln contrari all’annessione dell’Istria alla Jugoslavia e diversi appartenenti all’Arma dei Carabinieri e alla Guardia di Finanza, nonostante la loro estraneità all’attività antipartigiana. «Nel 1945 le vittime dell’area triestina e goriziana furono 2.627. Si può stimare in una forbice compresa tra le 3000 e le 4000 persone il numero complessivo delle vittime in questa seconda fase degli «infoibamenti», senza considerare diverse migliaia di deportati nei campi di internamento titini. Con la presa di possesso rivoluzionaria del territori da parte dei comunisti di Tito, la popolazione italiana fu sottoposta progressivamente ad un processo di esclusione ed indebolimento con requisizioni, confische e con interventi repressivi sul piano economico-sociale, culturale e linguistico (cancellazione del bilinguismo, jugoslavizzazione dei nomi, riduzione delle scuole, snazionalizzazione ). Furono colpiti, in particolar modo insegnanti, sacerdoti, impiegati e funzionari della burocrazia statale. Tutto ciò provocò tra il 1946-47 ed il 1954 diverse ondate di partenze di oltre 300.000 istriani (nucleo principale gli italiani con 252.000 unità, seguiti da 34.000 sloveni , 12.000 croati e 4000 romeni, ungheresi, albanesi). Una parte di questi esuli approdò in Puglia trovando sistemazione in campi e centri di raccolta, tra cui Bari, Altamura , Brindisi e Taranto, in una situazione di forte precarietà e in ambienti sovraffollati e promiscui. Ma la perdita della propria terra e della propria condizione fu durissima per gli anziani. «Per i nostri vecchi - scriveva Fulvio Tomizza - fu infatti duro lasciare la terra sulla quale ti sono venuti i capelli bianchi».

Tutte quelle verità "infoibate" sulle stragi volute da Tito. Biloslavo e Carnieletto raccontano decenni di sistematico insabbiamento della memoria. Matteo Carnieletto e Fausto Biloslavo, Sabato 06/02/2021 su Il Giornale. «Verità infoibate» riporta alla luce pagine buie del nostro passato nascoste per troppo tempo, che in realtà affondano ancora nel presente grazie ad opportunismo politico, banale conformismo, paura di andare controcorrente o totale disinteresse. Dal nuovo presidente americano che ammira Tito alla decorazione del Quirinale ancora appuntata sul petto del Maresciallo, fino alle foibe scoperte in Slovenia, la giustizia negata e gli oltraggi ai martiri delle violenze titine che riemergono puntualmente ogni 10 febbraio, giorno del Ricordo. In edicola da domani con il Giornale pubblichiamo alcuni stralci di Verità infoibate - Le vittime, i carnefici, i silenzi della politica, per non dimenticare una ferita aperta ancora oggi.

FOIBE, COLD CASE DELLA STORIA. Piccole tracce sepolte dall'oblio della storia: frammenti di cranio, di tibie, di costole. Ce ne sono migliaia e rappresentano la memoria del sottosuolo, che si ostina a non dimenticare i crimini di guerra compiuti dai partigiani di Tito vincitori, dopo la fine del Secondo conflitto mondiale. La piccola e vicina Slovenia è il cimitero nascosto più impressionante d'Europa: una fossa o foiba ogni ventisette chilometri quadrati con una media di centotrentacinque vittime ciascuna. Una commissione governativa ne ha individuate 750. Tito ed i suoi sgherri, per spianare la strada alla Jugoslavia socialista, hanno massacrato un quarto di milione di persone, e non solo in Slovenia. Tutti prigionieri di guerra in stragrande maggioranza sloveni, croati e serbi, che hanno combattuto dalla parte sbagliata o civili, ma pure migliaia di italiani, spazzati via e nascosti per sempre nelle viscere della terra in nome di una pulizia multietnica e politica. In molti casi si cerca di dare un nome e cognome alle povere ossa. «Sono i cold case della storia», dice Paolo Fattorini, esperto di Dna in ambito forense e docente di medicina legale dell'Università di Trieste. «L'interesse scientifico è grande, ma non nego un coinvolgimento emotivo. Mia madre era un'esule istriana. Provare a identificare il numero più alto possibile delle vittime nascoste per tanto tempo serve a voltare pagina».

IL PRESIDENTE USA FAN DI TITO. Il nuovo inquilino della Casa Bianca è un grande ammiratore di Tito. E lo ha anche messo nero su bianco. Nel 1979, Joe Biden si reca a Lubiana con una delegazione americana «per la triste scomparsa di Edvard Kardelj», braccio destro di Tito, uno dei principali responsabili degli eccidi multietnici e dell'esodo degli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il futuro presidente americano, in una missiva datata primo marzo 1979, scrive al dittatore jugoslavo, dopo il ritorno in patria: «Gentile Signor Presidente, desidero ringraziarla ancora per la sua preziosa ospitalità durante la mia recente visita in Jugoslavia». E aggiunge di avere molto apprezzato «il nostro scambio di opinioni». Il 19 agosto 2016, a Belgrado, durante una visita come vicepresidente degli Stati Uniti, Biden ribadisce nel discorso ufficiale che quello con Tito è stato «uno degli incontri più affascinanti che abbia mai avuto in vita mia». Non c'è dunque da stupirsi se, nel 2007, nel suo libro Promesse da mantenere, Biden scriveva sulla Jugoslavia «Ci è voluto un certo genio per tenere insieme la federazione multietnica e quel genio, in particolare, era Tito». L'anno prima di morire, il Maresciallo inviò una missiva al senatore Biden, dopo l'incontro a i Dalmazia, sottolineando che avrebbe fatto strada fino alla Casa Bianca.

TITO GRANDE AMICO DELL'ITALIA. Le immagini in bianco e nero dell'Istituto Luce mostrano l'arrivo di Tito in Italia il 25 marzo 1971. «Aeroporto di Ciampino. Per questo aereo sono in attesa tutte le più alte cariche dello Stato: da Saragat a Colombo a De Martino, Pertini, Fanfani e Moro. - annunci il cronista - L'aereo è un Caravelle ornato con stelle rosse. Viene da Belgrado, Jugoslavia, e porta un ospite che, per la prima volta, giunge in visita ufficiale in Italia. L'ospite, eccolo, è Josip Broz, detto Tito ()La Jugoslavia ha bisogno di amici, ma preferisce, e di molto, quelli europei, l'Italia soprattutto. Ha detto Tito, appena arrivato: Questo incontro getta una prima pietra. È una pietra tolta dal piedistallo di Mosca. È una prima pietra che conta». Solamente 2 anni prima, nel 1969, il Maresciallo è stato «decorato come Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana» con l'aggiunta del Gran Cordone, il più alto riconoscimento del nostro Paese, durante la visita di Saragat a Belgrado per finalizzare alcuni accordi economici con la Jugoslavia. Onorificenza che ancora oggi campeggia sul sito del Quirinale. Nel viaggio in Jugoslavia del 1969, durante i numerosi e affettuosi discorsi, il presidente Saragat concludeva sempre con uno stucchevole brindisi rivolto a Tito: «Levo il calice, signor Presidente, al benessere Suo e della gentile signora Broz, alle fortune dei popoli jugoslavi e all'amicizia fra i nostri Paesi». Mai nessun cenno, neanche alla lontana, alle foibe.

«DITEMI DOV'È MIO PADRE». Sono passati più di 70 anni da quel 4 maggio del 1945, ma Federico Rufolo, che ora ne ha 92, non si da pace. Quel giorno, infatti, i soldati titini piombano in casa cercando Alberto, suo padre. «Faceva il capostazione a Gorizia - racconta Federico, che forse è l'ultimo testimone in vita delle deportazioni da Gorizia - Era un pretesto per arrestarci nella notte del 3 maggio del '45». Per Federico, 17 anni, e per suo padre inizia il calvario. I due vengono strappati alla famiglia e portati in carcere. «Papà era una persona normalissima - spiega il sopravvissuto - Un dipendente dello Stato che non si era mai esposto con il fascismo. Anzi, i fascisti li avversava. Non si capisce perché lo abbiano prelevato». I titini spogliano padre e figlio di tutto e, dopo averli schedati, li dividono per sempre. A partire da questo momento, Federico non vedrà mai più il genitore. «Il governo sloveno nel 1992 mi ha fornito le informazioni disponibili. Dai registri di detenzione risulta che mio padre abbia lasciato il carcere proprio quel giorno a mezzanotte. Ma è stato portato chissà dove». A distanza di settantacinque anni, Federico ha una sola richiesta: «Da qualche parte ci deve essere traccia di cosa è accaduto. Ditemi dove si trova mio padre».

Gasparri fuori dal coro sui 120 anni della Laterza: «Non la celebro, la querelo per il libro sulle foibe». Redazione mercoledì 12 Maggio 2021 su Il Secolo d'Italia. Maurizio Gasparri non è disposto a passarci sopra e, in occasione dei 120 anni della Casa Editrice Laterza, spiega che i «gravi errori» che lo riguardano, contenuti nel libro E allora le foibe?, non gli consentono di unirsi al coro di celebrazioni per l’anniversario. «Molti scrivono articoli celebrativi dei 120 anni della Casa Editrice Laterza. Mi piacerebbe unirmi a questo coro. Purtroppo, però, recentemente – ha chiarito il senatore di Forza Italia – la casa editrice è venuta meno alle sue antiche e nobili tradizioni, pubblicando un libro sulle Foibe che mi attribuisce delle autentiche menzogne». Gasparri, quindi, ha spiegato di aver «querelato l’autore e gli editori che hanno talmente preso atto delle menzogne pubblicate che, in una successiva edizione, hanno tentato goffamente di correggere il tiro. Ma questa ammissione di colpa, con correzione successiva, li renderà ancora più evidentemente colpevoli davanti al tribunale dove li attendo». «Una casa editrice che ha una storia così lunga – ha avvertito il senatore azzurro – dovrebbe evitare errori così gravi, attribuendo cose false ad un esponente politico con il solo scopo di alimentare, come fa questo libro recentemente pubblicato, campagne tese a ridimensionare la tragedia delle Foibe». Nel libro E allora le foibe?, l’autore Eric Gobetti, citava una presunta frase di Gasparri come esempio del fatto che la destra avrebbe nel tempo gonfiato ad arte i numeri della tragedia delle foibe, le cui vittime, secondo l’autore, si attesterebbero a poche migliaia. Da lì la decisione del senatore di querelare e, a quanto si evince dalle parole dello stesso Gasparri, della casa editrice di correggere successivamente il tiro.

Carla Cace svergogna il libro “E allora le foibe?”: «Un titolo aberrante e offensivo. Risponderemo». Viola Longo sabato 2 Gennaio 2021 su Il Secolo d'Italia.  Una scelta “aberrante”, che ammicca alla “satira di cattivo gusto”. Ma “un conto è la satira sulla politica, un altro è farla su un genocidio”. Carla Cace, nuovo presidente dell’Associazione nazionale dalmata, interviene sul caso del libro E allora le foibe? di Eric Gobetti che, dietro la facciata del “fact checking”, si annuncia invece come un’operazione negazionista in piena regola. Per Cace quel lavoro, che di fatto mette in discussione l’entità del massacro degli italiani del confine orientale a opera dei partigiani titini, si connota dal titolo come “inaccettabile e offensivo per le migliaia e migliaia vittime delle Foibe massacrate dai partigiani di Tito e per i loro familiari”. Ed è “un insulto anche per tutti gli esuli giuliano dalmati italiani”. “Noi come associazione – ha spiegato la presidente in un’intervista con l’agenzia di stampa Adnkronos – stiamo aspettando di avere una copia del libro appena uscirà per analizzarne il contenuto. Ma già il titolo e la locandina non promettono nulla di buono”. “E allora le Foibe? Ma come si può fare un titolo simile?”, si domanda quindi la Cace, ricordando che quella frase era il perno di uno sketch della comica Caterina Guzzanti. Dunque, “una frase che sa di satira di cattivo gusto, una frase che è diventata un tormentone social di una certa area politica”. Ma “un conto è la satira sulla politica, un altro su un genocidio”, ha sottolineato la presidente dell’Associazione nazionale dalmata, parlando di “una copertina giustificazionista e revisionista”. “Intanto – ha spiegato – denunciamo la palese inopportunità del titolo che offende tutti noi, una scelta a dir poco aberrante”. “Ricordiamo a tutti – ha quindi aggiunto Cace – che esiste dal 2004 una legge dello Stato, che va a ricordare la strage delle Foibe e le migliaia di esuli. Poi, una volta recuperata una copia, alcuni nostri storici, lo studieranno e risponderanno, con un pamphlet, punto per punto sui contenuti”. Infine, una considerazione anche sull’asilo che l’operazione hanno trovato in una casa editrice “importante” come Laterza. “Ha il dovere culturale di indirizzare, ci lascia perplessi che si sia prestata a questo gioco”, ha detto Cace, ricordando anche che il “volume uscirà un mese prima del Giorno del Ricordo delle Foibe: un’altra mossa che riteniamo molto offensiva”. “Purtroppo – ha concluso la presidente dell’Associazione nazionale dalmata – nonostante si sia lavorato molto sull’argomento, il tema delle Foibe è ancora molto divisivo. Non è la prima volta e non sarà l’ultima”.

Foibe, dall’Anpi ai sedicenti “storici”: ecco la galleria degli orrori negazionisti. Gigliola Bardi mercoledì 10 Febbraio 2021 su Il Secolo d'Italia. Sono passati ormai 17 anni da quando una legge dello Stato, promossa dall’allora deputato di An, Roberto Menia, istituì il Giorno del Ricordo. Da allora ogni 10 febbraio sono previste commemorazioni e cerimonie pubbliche per omaggiare e impedire che vada persa la memoria degli italiani gettati nelle Foibe dai partigiani comunisti di Tito e di quelli cacciati dalle loro terre e costretti all’esodo. Eppure, nonostante il Giorno del Ricordo abbia ormai quasi raggiunto la “maggiore età” e da più parti siano stati profusi sforzi per renderlo memoria collettiva e condivisa, in questo 10 febbraio 2021, intorno alle Foibe bisogna ancora stare a fare i conti con negazionisti, riduzionisti, giustificazionisti di ogni fatta. Tanto che la questione tiene banco quasi quanto – talvolta perfino di più – della stessa commemorazione. Il Corriere della Sera di oggi dedica al tema un lungo articolo firmato da Goffredo Buccini, dal titolo “Foibe, farla finita con l’oblio. Riconquistiamo la memoria”. Nel pezzo, che si apre parlando esplicitamente di “pulizia etnica”, Buccini ricorda il recente caso del libro E allora le foibe?, edito da Laterza e “a firma – sottolinea il giornalista – di un giovane storico ‘militante’, Eric Gobetti”, che “inciampa nel riduzionismo se non nel giustificazionismo”; rispolvera la vecchia tesi secondo cui “non vi fu nulla di etnico, ma molto di politico e di antifascista nell’operazione” dei comunisti titini; “lima il conto delle vittime”. Buccini si sofferma quindi sul vero nodo della questione memoria delle Foibe: “Sulla sua cifra ‘politica’ si fonda la cappa di silenzio che per decenni ne ha coperto la storia”. Ovvero sul ruolo del Pci che ebbe tanta parte nel coprire i massacri ed emarginare come reietti “fascisti” gli esuli. Sul Giornale, poi, Fausto Biloslavo, in un pezzo dal titolo “Eventi cancellati e insulti. Negare le Foibe si può”, offre una vera e propria galleria degli ultimi orrori negazionisti intorno al Giorno del Ricordo. Per Biloslavo “l’episodio più grave, perché coinvolge le scuole” è la “cancellazione, dalla sera alla mattina, del 10 febbraio all’istituto Fossati-Da Passano di La Spezia”. Uno dei relatori, fra i quali c’era anche Andrea Manco, presidente locale dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e figlio di un esule da Pola, era l’avvocato Emilio Guidi. Guidi, da sempre impegnato sulla tragedia delle foibe, anni fa fu candidato alle comunali con CasaPound. E tanto è bastato perché una insegnante scrivesse una lettera infuocata contro l’evento. Ricevendo pieno ascolto dal dirigente dell’ufficio scolastico regionale Roberto Peccenini, che lo ha cancellato con la bizzarra motivazione di assenza di “pluralismo culturale”, in un momento in cui il Paese è alle prese con “la crisi sanitaria ed economica”. In una scuola di Portogruaro, poi, la dirigente scolastica ha rigettato la richiesta degli studenti di sentire un’esule, sostenendo che “del Giorno del Ricordo si occuperanno gli insegnanti di storia”. A Reggio Emilia il consigliere comunale Pd, Dario De Lucia, non ha ritenuto di intervenire in alcun modo per ‘moderare’ sulla propria pagina Facebook un dibattito sulle foibe il cui tenore era “sempre detto che sulle colline carsiche c’era ancora un sacco di posto”; “vedi cosa succede a lasciare le cose a metà”; “l’apologia di calci nel culo esiste?”; “ecco cos’era quell’odore di merda”. Fra i commenti anche quello dell’ex consigliere comunale del Pd, oggi con incarichi di vertice nell’amministrazione, Andrea Capelli, che lamentava come “non abbiamo mai finito di defascistizzare l’Italia”. In Toscana, l’Anpi si è scagliata contro l’invito del Consiglio comunale a Emanuele Merlino, autore della graphic novel Foiba Rossa, incentrato sulla storia della Medaglia d’oro al valor civile Norma Cossetto. A Vicenza, sempre l’Anpi, ha tuonato contro la decisione del consiglio comunale di intitolarle una piazza. Un caso simile si era verificato a Reggio Emilia, dove hanno messo in discussione la stessa attribuzione della Medaglia d’oro. A Pavia la censura della Rete antifascista si è abbattuta sulla presentazione del libro del Giornale, Verità infoibate. Mentre, ricorda Bilosvalo, “la grande stampa” ha concesso “ampio risalto” a E allora le foibe?, “omettendo di pubblicare le foto dell’autore con una maglietta con il faccione di Tito e il pugno chiuso”. Infine, una menzione particolare merita quell’anonimo che sui social ha postato una foto mentre urina su una cavità del terreno che sembra una foiba, con il commento “Io ricordo”. Un episodio che dà l’esatta misura della levatura dei negazionisti delle foibe e di quanto ancora resti da fare.

"E allora le foibe?" l'inaccettabile libro che offende gli infoibati. La casa editrice Laterza ha pubblicato un libro dello storico Eric Gobetti intitolato "E allora le foibe?", un titolo offensivo nei confronti delle migliaia di italiani uccisi dai partigiani comunisti titini che esce a pochi giorni dalla "Giornata del Ricordo". Francesco Giubilei, Martedì 29/12/2020 su Il Giornale. Non giudicare un libro dalla copertina è la prima lezione che si impara in una casa editrice. La seconda è che il titolo e la copertina sono aspetti fondamentali per vendere un libro. È quello che devono aver pensato alla casa editrice Laterza quando hanno scelto il titolo del nuovo testo dello storico Eric Gobetti in uscita a metà gennaio “E allora le foibe?”. Premettiamo che, dovendo ancora uscire, non abbiamo letto il libro in questione e ci limiteremo perciò ad alcune osservazioni sul titolo, il contenuto della sinossi e il profilo biografico dell’autore. La libertà di parola e di espressione sono due elementi cardine della democrazia ma lo è anche il rispetto per i morti e l’etica dovrebbe essere un elemento alla base dell’operato di ogni editore, in particolare per un marchio storico come Laterza. Intitolare un libro “E allora le foibe?” per vendere qualche copia in più e per creare un dibattito su una tragedia costata la vita a migliaia di persone, è inaccettabile. Anche il periodo di pubblicazione non è casuale a pochi giorni dal 10 febbraio in cui ricorre il “Giorno del Ricordo” istituito con la legge 40 marzo 2004 n.92 per «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Come afferma Emanuele Merlino, presidente del Comitato 10 Febbraio: “trovo vergognoso che nel 2021 una casa editrice così importante possa dar spazio a prodotti editoriali provocatori già dal titolo e che nascono con l’intento di sminuire la tragedia degli italiani di Istria fiume e Dalmazia riconosciuta come tale dagli italiani partire dai Presidenti della Repubblica che hanno detto parole definitive sull’argomento”. Lo scorso anno Sergio Mattarella si è espresso senza giri di parole definendo le foibe e l’esodo una “sciagura nazionale” con un monito contro il negazionismo. Parole che non devono essere giunte all’orecchio di Eric Gobetti che qualche anno fa si fece fotografare con il pugno chiuso di fianco a un ritratto di Marx, con il fazzoletto rosso al collo e alle spalle la bandiera dei partigiani titini, gli stessi che trucidarono migliaia di italiani. Difficile che un profilo del genere possa compiere un’analisi oggettiva sulla drammatica vicenda delle Foibe come scritto nella sinossi del libro e senza dubbio, leggendo altri suoi interventi pubblici, fa emergere una visione ideologica, il contrario di quanto dovrebbe fare un bravo storico. D’altro canto continuare a definire le vittime delle foibe “fascisti” come fa Gobetti (citiamo testualmente: “nella narrazione pubblica del Giorno del Ricordo si sta affermando sostanzialmente la visione per la quale solo i partigiani sono carnefici, mentre i fascisti sono solo vittime”) e non persone la cui unica colpa era quella di essere italiani, vuol dire travisare del tutto la realtà dei fatti. Sconcertante che un editore come Laterza si presti a un’operazione editoriale di questo genere con un titolo provocatorio e offensivo che per rispetto delle vittime delle foibe, dei loro parenti e di tutti gli italiani, andrebbe per lo meno cambiato.

Quando il confine fu venduto: il massacro nascosto di italiani. La storia di due fratelli, al termine della Seconda guerra mondiale, e il confine orientale ceduto ai titini. Matteo Carnieletto, Lunedì 01/02/2021 su Il Giornale. Nei Promessi Sposi, Alessandro Manzoni le aveva definite "gente meccaniche, e di piccol affare". Operai e artigiani che guadagnano poco e che sono, allo stesso tempo, attori e spettatori impotenti della grande Storia. È quello che succede quotidianamente attorno a noi, mentre il mondo sfreccia sempre più veloce. È quello che è successo a migliaia di italiani al termine della Seconda guerra mondiale, quando l'Italia, sconfitta, si vide costretta a cedere gran parte dei suoi territori orientali alla Jugoslavia di Josip Broz Tito. Chi, fino a quel momento, si sentiva parte del nostro Paese venne abbandonato oltre confine, in una terra che si faceva ogni giorno più ostile e che avrebbe visto la fuga di almeno 300mila connazionali. Una emorragia che sarebbe durata 13 anni - dal 1943 al 1956 - e che avrebbe preso il nome di esodo giuliano dalmata. Ma non tutti scapparono. A decine di migliaia finirono prima ammazzati e poi gettati nelle foibe, le cavità carsiche che tutto inghiottono. È in questa cornice che, ne Il confine tradito (Leone editore), Valentino Quintana dipinge la storia dei fratelli Gherdovich, Giorgio e Mattia. Due personaggi sui generis. Il primo, prima di essere un fascista deluso, è un galantuomo che ama l'Italia. Il secondo, un partigiano "che imbraccia la visione del Risorgimento italiano ed europeo". Quando l'8 maggio del 1945 i titini entrano a Trieste, Mattia è in estasi: "Attendeva quel momento da anni: suo era il compito di raccontare ai triestini l'iniquità del Fascismo, esaltare la libertà e la lotta di liberazione e la tanto agognata resa dei tedeschi". La realtà, come è noto, è però diversa. Per quaranta giorni i titini martoriarano Trieste: "I prelievi di persona da parte degli occupanti jugoslavi non cessavano e la gente continuava a parlare insistentemente del 'Pozzo della Miniera' di Basovizza, una voragine profonda 250 metri, nella quale, se ci riferiva alle voci correnti, 1200 persone erano già state gettate". La prima tappa degli italiani che non si arrendono a Tito è San Pietro del Carso, dove avviene la cernita dei dissidenti e il loro smistamento in Jugoslavia, per essere poi internati o definitivamente eliminati. Come ricorda Quintana, "il pozzo di Basovizza, la foiba Golobivniza di Crognale, San Servolo, il Castello di Moccò, Scadaiscina, la foiba di Casserova, le sorgenti del Risano, Sant'Antonio in Bosco, Dignano solo alcuni dei luoghi del massacro". Il 12 giugno del 1945 sembra finalmente terminare l'incubo per Trieste. I titini abbandonano la città, portando con sé tutto quello che possono: "A suon di ordinanze, si sequestrò il patrimonio dell'Enic, si rubò dall'ospedale militare tutta l'apparecchiatura, si spogliò la Telve; un'azienda telefonica; si confisarono le macchine della Società editrice italiana de Il Piccolo, il giornale di Trieste, si depredò l'Eiar, l'ente italiano audizioni radiofoniche istituito dal regime fascista. Danni incalcolabili per la città, che subiva una spogliazione senza precedenti". La paura sembra alle spalle: "Dopo quaranta giorni di amara passione il tricolore poteva nuovamente sventolare sulla città, in quella precoce estate, al grido comune di Italia! Italia! Italia!". Ma è solo una illusione. La gente continua a sparire e i due fratelli, che si pensava fossero così diversi, si riscoprono simili. Galantuomini pronti a tutto per la propria terra, che non può non essere italiana.

Per dare un nome ai resti dei Marò infoibati da Tito raccolti 18.000 euro. Fausto Biloslavo su Panorama il 22/1/2021. Un ex Capo di stato maggiore della Difesa, l'Associazione degli incursori di Marina, ma anche i parenti di Norma Cossetto, la martire istriana violentata e infoibata dai partigiani di Tito, esuli, persone comuni e un folto gruppo di amici di Bologna hanno aderito alla raccolta fondi per l'identificazione dei resti dei marò trucidati ad Ossero, sull'isola di Cherso, alla fine della seconda guerra mondiale. Un mese dopo il lancio dell'iniziativa della Comunità degli esuli di Lussino su panorama.it sono stati donati 18.210 euro. Pubblichiamo i nomi dei sostenitori del progetto, che punta a dare un nome e un cognome ai resti di 21 marò della X Mas e 6 militi italiani del battaglione Tramontana di Cherso, che hanno combattuto senza speranze nell'aprile 1945 contro l'avanzata dei partigiani di Tito sulle isole del Quarnero. Le ossa sono state riesumate 74 anni dopo da due fosse comuni dietro la chiesa di Ossero e traslate al sacrario dei caduti d'oltremare di Bari in 27 cassettine avvolte nel tricolore, ma catalogate come "caduto ignoto". «Per finanziare l'identificazione con esame ultra specialistici compresi i sistemi più innovativi nel campo alla comparazione del Dna si sono mobilitati in tanti. Vengo da Tarvisio, dal confine orientale, ho contributo con entusiasmo - spiega Mario Arpino, ex Capo si stato maggiore della difesa - A nove anni ho visto i carabineiri ammazzati a picconate dai partigiani. I titini, accompagnati dai comunisti italiani, sono venuti a prendere mio padre che è riuscito a scappare dal retro correndo verso gli inglesi che stavano arrivando». Il generale ha guidato gli aerei italiani nella prima guerra del Golfo e suo padre non era un criminale di guerra, ma aveva la "colpa" di essere iscritto la Partito fascista come funzionario amministrativo delle Cave del Predil. «Norma per mezzo secolo è stata dimenticata e per i marò ci sono voluti quasi 75 anni per riportarli a casa. Per questo la nostra famiglia ha versato un piccolo contributo per identificarli», spiega Loredana Cossetto. Suo padre, Giuseppe, era il cugino della martire istriana, che le ha liberato i polsi legati con il filo di ferro dopo la riesumazione dalla foiba nel 1943. Alcuni familiari dei marò rintracciati dalla Comunità degli esuli di Lussino hanno partecipato alla raccolta fondi. Tarcisio Arca, nipote di Fabio Venturi, spiega che «mia madre Lucia ha sempre pensato che il fratello fosse disperso. Non avevano neppure idea dove l'avessero ucciso». L'ultimo segnale di vita sono delle lettere e cartoline da Venezia, nel 1944, con il giovanissimo marinaio sorridente davanti alla basilica di San Marco, in attesa di partire per il fronte. «Fabio più che fascista si sentiva italiano. Nelle lettere non parlava mai della guerra e mandava sempre «un saluto alla piccola Lucia», mia madre - racconta il nipote - Adesso ha ottant'anni, ma è pronta a collaborare per l'identificazione. Sarebbe bellissimo portare lo zio da noi a Terni». L'Associazione nazionale arditi incursori con sede a La Spezia raggruppa i veterani dei Comsubin, i corpi speciali della Marina. Il presidente, contrammiraglio nella riserva, Marco Cuciz, spiega che «abbiamo fatto un versamento come Associazione e inviato i dati per la raccolta fondi a tutti gli iscritti. Per noi erano marinai italiani schierati, dimenticati e alla fine massacrati». Un'altra associazione d'arma, dei Volontari di guerra, originaria fin dai tempi dei garibaldini ha pure partecipato all'iniziativa. La Verità ha finanziato il progetto, ma sono tante le persone comuni e gli esuli nella lista delle donazioni. Il giornalista Massimiliano Mazzanti ha mobilitato «gli amici di Bologna, in ricordo della splendida serata del 1996, quando, con il patrocinio del Comune, allora sindaco Walter Vitali del Pd, nell'aula più prestigiosa della città si ripercorse la gloriosa storia della X Mas, con gli interventi del comandante Sergio Nesi, bolognese e di Giano Accame (intellettuale "scomodo" di destra nda), Ugo Franzolin (corrispondente di guerra della X Mas nda) e Aldo Giorleo (veterano della Folgore e giornalista nda)». Fra i sostenitori qualcuno ha "adottato", uno dei fuciliati, come Arrigo Veronesi «per l'identificazione del Marò Giuseppe Ricotta oppure Nino Cozzi per l'identificazione del Marò Iginio Sersanti». All'idea lanciata da Panorama.it ha dato la sua adesione il deputato di Fratelli d'Italia, Salvatore Deidda, capogruppo in Commissione Difesa. «Insieme alla Comunità Caravella di Cagliari ho deciso di aderire e promuovere l'iniziativa - dichiara il parlamentare - Il 2021 è il centenario del Milite Ignoto e in questo caso sarebbe un segnale importantissimo dare un nome e un cognome ai nostri militari e a tutti gli italiani, ma anche sloveni e croati massacrati dal regime comunista di Tito e permettere ai familiari di avere una tomba dove deporre un fiore per piangere i loro cari riemersi dall'oblio ideologico del passato, giusta o sbagliata che fosse la loro scelta». Per il "cold case" di Ossero si è messo a disposizione Paolo Fattorini, esperto di identificazione genetica dell'Università di Trieste, con le tecniche innovative chiamate "next generation". E ha offerto gratuitamente il suo aiuto Francesco Introna, cattedratico di Medicina Legale a Bari ed esperto in antropologia forense, che coordinerà la ricerca scientifica. Da Torino è disponibile Emilio Nuzzolese, responsabile del laboratorio di identificazione personale dell'Università di Torino, persuaso «che - oltre le valenze tecniche sul Dna - potrebbe essere possibile con l'odontologia forense pervenire a maggiori informazioni circa il profilo biologico dei resti umani da identificare, indipendentemente dalla presenza/assenza di schede dentali». I 18.210 euro raccolti in un mese con 169 versamenti di 219 singoli e associazioni dimostra che il "sangue dei vinti", prigionieri di guerra che si sono arresi, riemerge dalla storia come un fiume carsico. In tempi di pandemia e Caporetto economica il successo della raccolta fondi per dare un nome e un cognome ai resti dei marò di Ossero dipende dal fatto che per oltre 70 anni la loro sorte è rimasta un tabù. A distanza di 75 anni dal tragico maggio del 1945 continuiamo l'opera di verità per fare luce su una delle pagine più drammatiche della storia locale e nazionale. Il timore di strumentalizzazioni o di suscitare rancori non deve impedirci di onorare la memoria dei nostri fratelli scomparsi. Per le deportazioni da Gorizia da parte di partigiani comunisti filo jugoslavi abbiamo trovato un nuovo elenco di nomi da aggiungere alla lista già riportata sull'esistente lapidario al parco della Rimembranza del capoluogo isontino. La Lega nazionale ha recuperato presso la Farnesina le liste originali delle deportazioni datate 1 ottobre 1945. Fra le centinaia di documenti, anche inediti, abbiamo trovato un rapporto dell'ambasciatore inglese secondo il quale a Lubiana c'erano circa 4000 prigionieri italiani. La Nunziatura della Sante Sede elenca 1560 persone deportate da Gorizia. Dopo un approfondito lavoro di ricerca sulle liste e sui rientri successivi al 1 ottobre '45, incrociando i dati emersi fino ai nostri giorni, abbiamo ricavato 101 nomi di deportati in più (rispetto ai 665 già riportati sul lapidario esistente nda) e ottenuto l'approvazione dalla Soprintendenza per la posa di un nuovo monumento. Sul secondo lapidario verranno riportati i nuovi nomi "delle vittime ingiustamente spezzate con le deportazioni (…) per mano di partigiani comunisti filo Jugoslavia". Per la prima volta si individueranno chiaramente i responsabili dei crimini nei partigiani comunisti, come su centinaia di monumenti vengono giustamente ricordate le vittime del nazi-fascismo. Il 50% dei fondi è stata già reperita, ma serve uno sforzo per compiere l'opera, che potrebbe venire inaugurata il 9 febbraio 2022, alla vigilia del Giorno del ricordo della tragedia delle foibe e del dramma dell'esodo. E ogni anno saranno aggiunti sul nuovo lapidario gli ulteriori nomi dei deportati accertati dalle ricerche storiche. Luca Urizio presidente della Lega nazionale di Gorizia.

·        Il Genocidio degli armeni.

"Ecco come fu pianificato il genocidio degli Armeni". Matteo Sacchi il 17 Settembre 2021 su Il Giornale. Lo storico turco, oggi a Pordenone legge, ci racconta perché ancora oggi la Turchia finge di non sapere. Fra gli eventi più attesi al festival Pordenonelegge, oggi, la presentazione del libro Killing Orders. I telegrammi di Talat Pasha e il genocidio armeno (Guerini e Associati) di Taner Akçam, coraggioso intellettuale e storico turco, da anni rifugiatosi negli Stati Uniti per la sua lotta a favore della verità sul destino del popolo armeno e ancora oggi persona sgradita per il regime di Ankara. Alle 11 (nello Spazio San Giorgio) Akçam racconterà, tradotti per la prima volta in lingua italiana, i telegrammi di Talat Pasha, l'architetto del Metz Yeghern, il Grande Male, lo sterminio. Ha accettato di parlarne in anticipo con il Giornale.

Professor Taner Akçam come mai attorno al genocidio armeno c'è stato un silenzio così lungo?

«Possiamo rispondere alla domanda su tre diversi livelli: primo, dal punto di vista degli armeni. Ci sono voluti decenni perché il popolo armeno portasse il genocidio nella sua agenda. A differenza dell'Olocausto, i governanti ottomani iniziarono il genocidio sterminando intellettuali e leader comunitari armeni. Gli armeni hanno perso quasi tutta la loro classe intellettuale durante il processo di genocidio. E ci sono volute tre-quattro generazioni di armeni per costruire le condizioni di una riflessione intellettuale su quanto era successo al loro popolo. Il piccolo stato armeno, fondato nel 1918, perse la sua indipendenza nel 1921 e fu bolscevizzato. Parlare di genocidio in Armenia fu vietato fino al 1965. A causa di tutti questi fatti, gli armeni hanno potuto alzare la voce con forza solo dopo il 1965, ma non avevano abbastanza potere. Quando cominciarono ad alzare la voce, nessuno li udì».

E la Turchia?

«Il secondo livello di cui le dicevo è la Turchia. La Turchia è stata fondata principalmente dal partito e dai quadri che hanno organizzato il genocidio armeno. Il nuovo regime ha vietato di parlare di storia e l'ha resa tabù. Cosa sarebbe successo se i nazisti avessero fondato la Germania di oggi? L'espulsione forzata degli Armeni superstiti dalla Turchia in vari modi continuò nei primi anni della Repubblica. Non c'è più alcuna comunità in Turchia che possa portare alla luce le esperienze degli armeni. La piccola comunità di Istanbul ha vissuto nella paura. E poi il terzo livello: l'opinione pubblica internazionale. Il tema del genocidio avrebbe potuto essere sollevato, soprattutto nel mondo occidentale, ma per le grandi potenze sarebbe impensabile rendere la vita difficile a una Turchia che è diventata membro della Nato. Quando tutti questi fattori sono messi insieme, penso che il silenzio intorno al genocidio armeno sia comprensibile».

Ha trovato documenti che provano che il genocidio è stato pianificato con cura. Quali?

«Classificherei questi documenti in due diversi livelli. La prima categoria di documenti è quella che mostra che l'intero genocidio è stato organizzato come un piano demografico. I governanti ottomani miravano a deportare gli armeni, che costituivano il 25% della popolazione nelle regioni in cui erano concentrati, come la Siria, e ridurre il loro numero a un livello che non supererebbe il 10%. Ciò significava ridurre gli armeni da 1,8 milioni a circa 150mila. E hanno raggiunto gli obiettivi. Infatti, il numero di armeni sopravvissuti al genocidio in Siria è stato di circa centomila. È possibile seguire questo processo con centinaia di documenti attualmente disponibili negli archivi di epoca ottomana. Il secondo gruppo di documenti è costituito da carte relative a ordini o pratiche di uccisione diretta. È possibile raccoglierli in tre diversi gruppi. La prima sono le lettere e i telegrammi contenenti le decisioni e gli ordini di sterminio scritti da Bahaettin akir, membro del Comitato centrale del Partito dell'Unione e del Progresso e responsabile della Tekilat-i Mahsusa (Organizzazione speciale) incaricata di sterminare gli armeni. Il secondo sono le decisioni di sterminio locale limitate ad alcune province prese dal Comitato centrale di Erzurum dell'Organizzazione speciale. Il terzo gruppo sono gli ordini di sterminio di Talat Pasha, il ministro degli Interni. Ho pubblicato alcuni di questi documenti nel mio libro Killing Orders».

Perché i telegrammi di Talat Pasha sono così importanti per comprendere la genesi del genocidio?

«Questi telegrammi sono ordini di uccisione diretta: erano tutti documenti cifrati scritti con codici speciali del ministero dell'Interno. Quindi, la loro autenticità è fuori discussione. Non possono negare che si tratti di documenti autentici. Questi documenti sono il colpo più significativo alle politiche di negazione dei governi turchi che esistono da decenni»

Perché la Turchia di oggi non è disposta ad ammettere le responsabilità di allora, dopo così tanto tempo?

«Ci sono vari motivi per negare. Il primo semplice motivo è la paura di pagare un risarcimento. Se la Turchia accetta che il genocidio ha avuto luogo, sarà obbligata a pagare i risarcimenti. Anche se ti rifiuti di definire gli eventi del 1915 come genocidio, ma riconosci che nel 1915 in Turchia è accaduta una ingiustizia, devi restituire qualcosa. Pertanto, per evitare di farlo, negare completamente il genocidio ha molto senso. La seconda ragione importante per il negazionismo turco è quello che io chiamo il dilemma di trasformare gli eroi in cattivi. L'argomento è semplice: la Repubblica turca è stata fondata dal Partito dell'Unione e del Progresso, gli architetti del genocidio armeno del 1915. E così, un numero significativo dei quadri fondatori della Turchia è stato direttamente coinvolto nel genocidio armeno o si è arricchito saccheggiando le proprietà armene. Ma questi individui erano anche i nostri eroi nazionali. Se la Turchia riconosce il genocidio, dovremo accettare che alcuni dei nostri eroi nazionali e padri fondatori erano assassini, ladri o entrambi. Questo è il vero dilemma. Dall'istituzione della nostra Repubblica, abbiamo creato una realtà comunicativa che pone il nostro modo di pensare e di esistere su Stato e nazione. Alla fine, questa realtà comunicativa ha creato un segreto collettivo che copre come un guanto tutta la nostra società. Ha creato un grande, gigantesco buco nero. Questo silenzio segreto ci avvolge come una coperta calda e soffice. L'ultimo motivo della negazione turca del genocidio armeno è quello che io chiamo argomento di Pinocchio. È difficile cambiare te stesso una volta che hai detto una bugia, anche nella normale vita quotidiana. Uno stato che mente da 90 anni non può semplicemente invertire rotta».

Quali sono le difficoltà che incontra uno storico nel reperire documenti di quell'epoca?

«La difficoltà principale è che i governi turchi hanno nascosto i documenti critici agli studiosi nel corso dei decenni. Gli archivi furono ripuliti durante i successivi governi repubblicani, in particolare il governo dell'Unione e del Partito del Progresso, che organizzarono il genocidio. Se i documenti critici nell'archivio non venivano bruciati o distrutti venivano comunque segretati. Ad esempio, gli archivi militari ad Ankara sono ancora chiusi agli studiosi che vogliano valutarli. È difficile da immaginare, ma tutti i documenti relativi alla Prima guerra mondiale e alle deportazioni armene non sono accessibili».

Matteo Sacchi. Classe 1973, sono un giornalista della redazione Cultura e Spettacoli del Giornale e tenente del Corpo degli Alpini,  in congedo. Ho un dottorato in Storia delle Istituzioni politico-giuridiche medievali e moderne  e una laurea in Lettere a indirizzo Storico conseguita alla Statale di Milano. Il passato, gli archivi, e le serie televisive sono la mia passione. Tra i miei libri e le mie curatele gli ultimi sono: “Crudele morbo. Breve storia delle malattie che hanno plasmato il destino dell’uomo” e “La guerra delle macchine. Hacker, droni e androidi: perché i conflitti ad alta tecnologia potrebbero essere ingannevoli è terribilmente fatali”. Quando non scrivo è facile mi troviate su una ferrata, su una moto o a tirare con l’arco. 

Le tensioni. USA riconoscono il genocidio degli armeni: schiaffo di Biden alla Turchia, Erdogan furioso. Antonio Lamorte su Il Riformista il 22 Aprile 2021. Una decisione storica, quella che avrebbe preso il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Riconoscere il genocidio degli armeni. Furono circa un milione e mezzo le vittime dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1916. Una strage commemorata ogni anno il 24 aprile e da sempre fonte di grande imbarazzo e tensioni, soprattutto per la Turchia. Che quel massacro lo ha sempre negato e che adesso è furiosa, e con lei il Presidente Recep Tayyip Erdogan. A oggi sono una trentina i Paesi che in tutto il mondo hanno riconosciuto ufficialmente il genocidio. Scatenando sempre grandi polemiche e ritorsioni da parte di Ankara. A dare la notizia il New York Times. L’annuncio è previsto per il 106esimo anniversario del massacro di massa. Biden sarò il primo Presidente USA a riconoscere lo sterminio. Tra Washington e Ankara si prevedono tensioni vista anche la loro influenza all’interno dello scacchiere Nato. La Turchia, fondamentale come avamposto eurasiatico dell’Organizzazione, ha minacciato di chiudere la base militare di Incirlik, dove sono ospitate testate nucleari americane. La posizione del Paese è quella di considerare il genocidio all’interno degli scontri della Prima Guerra Mondiale. Il riconoscimento americano è comunque il risultato di anni di sforzi della diaspora armena negli Stati Uniti. A fine ottobre il Congresso americano, controllato dai democratici, ha approvato a larghissima maggioranza una mozione che ha riconosciuto il primo genocidio del ventesimo secolo. Poche settimane dopo, a metà Novembre, il turno del Senato americano, ancora a maggioranza repubblicana, a votare all’unanimità il riconoscimento del genocidio. Una scelta bipartisan dunque. A confermare il largo consenso che ormai il tema gode presso la politica e l’opinione pubblica anche un editoriale da Samantha Powell, diplomatica che aveva servito anche nella seconda amministrazione del Presidente Barack Obama e membro del Partito Democratico, sul The New York Times. Nel articolo si faceva riferimento al riconoscimento come a un atto dovuto e anche alla fine delle pressioni della Turchia la cui “pressione autocratica” aveva spinto gli Stati Uniti al silenzio “per troppo tempo”. Pochi giorni dopo Ankara convocò l’ambasciatore degli Stati Uniti. Dall’elezione di Biden molto è cambiato nell’atteggiamento nella politica estera a stelle e strisce. Il Presidente ha confermato il ritiro entro l’11 settembre delle truppe dall’Afghanistan ma ha anche riaperto il dossier sul nucleare iraniano e gli accordi di Abramo. Segnali per contenere l’influenza di Ankara sia in Siria che in Libia, dove la Turchia da battitore libero gioca un ruolo di leader regionale in un Medioriente allargato. Solo poche settimane fa, dopo il caso del Sofagate – della sedia mancante per la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen in un vertice in Turchia – il Presidente del Consiglio Mario Draghi aveva definito Erdogan “un dittatore”. Parole che avevano scatenato tensioni tra Roma e Ankara.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

·        Il Genocidio degli Uiguri.

(ANSA il 22 aprile 2021) La Camera dei Comuni britannica ha approvato stasera una mozione, promossa senza il placet del governo di Boris Johnson, che riconosce come "un genocidio" la repressione delle autorità di Pechino contro la minoranza musulmana degli uiguri nello Xinjiang. La mozione non impegna l'esecutivo, secondo il quale un eventuale verdetto del genere spetta prima a una corte internazionale, ma è stato promosso da deputati sia delle opposizioni - Labour in testa - sia della maggioranza, come l'ex leader conservatore Iain Duncan Smith o l'ex sottosegretaria Nus Ghani, entrambi sanzionati dalla Cina in un recente atto di ritorsione.

Dagotraduzione dal Sun il 25 settembre 2021. Secondo gli attivisti cinesi, Pechino sta conducendo barbari esperimenti medici sui musulmani uiguri detenuti presso la loro rete di «campi di rieducazione». Una pratica utilizzata durante il nazismo, quando i medici sottoponevano gli ebrei e le altre minoranze perseguitate a esperimenti medici e che, una volta emersa alla fine della Seconda Guerra Mondiale, sconvolse il mondo intero. Un rapporto di Amnesty International rivela che gli ex prigionieri hanno denunciato di essere stati sottoposti ad esperimenti medici, proprio come facevano i nazisti. Secondo le stime occidentali, tra un milione e due milioni di persone nella provincia nordoccidentale dello Xinjiang sono state incarcerate in strutture cinesi durante la campagna di oppressione di Pechino. Sacha Deshmukh, CEO di Amnesty International UK, ha dichiarato a The Sun Online: «Il trattamento a cui sono sottoposti gli uiguri nei campi dello Xinjiang è a dir poco orribile. Sappiamo che è diffusa la convinzione tra i detenuti che su di loro venga praticata la sterilizzazione forzata e siamo preoccupati anche per altre forme di sperimentazione medica senza consenso». «La nostra ricerca ha sollevato seri sospetti sulla documentazione del governo relativa alla somministrazione dei vaccini, e in particolare sulla frequenza allarmante con cui alcuni detenuti hanno riferito di essere stati iniettati con le vaccinazioni». «L'unico modo per scoprire con certezza cosa sta succedendo nello Xinjiang è consentire agli osservatori dei diritti umani e ai giornalisti di avere libero accesso, fino ad allora qualsiasi smentita suona solo vuota». Secondo le denunce degli ex prigionieri, i detenuti avrebbero ricevuto iniezioni misteriose e prelievi di sangue senza motivo. «Alcuni detenuti hanno detto di aver ricevuto iniezioni o di dover prendere pillole ogni due settimane». Secondo le testimonianze, dopo aver ingerito queste pillole, i detenuti sembravano «felici» o «ubriachi». Alcuni ex detenuti maschi sostengono che l’assunzione di questi medicinali li ha resi impotenti, altri hanno riferito perdite di memoria, della vista o del sonno. Una ex detenuta, Sayragul Sauytbay, musulmana cinese di 45 anni di origine kazaka, ha raccontato la sua esperienza nei campi che risale al novembre 2017. Parlando al quotidiano israeliano Haaretz, ha detto: «Ai detenuti sono state somministrate pillole o iniezioni. Gli è stato detto che servivano a prevenire alcune malattie, ma le infermiere mi hanno suggerito in segreto di non ingoiarle perché erano pericolose». «Le pillole hanno avuto diversi tipi di effetto. Alcuni prigionieri erano cognitivamente indeboliti. Le donne hanno smesso di avere il ciclo e gli uomini si sono ritrovati sterili». Anche un tribunale cinese indipendente, di stanza a Londra e presieduto da Sir Geoffrey Nice QC, nominato cavaliere per i suoi servizi alla giustizia penale internazionale, ha concluso l'anno scorso che ai prigionieri vengono prelevati gli organi mentre sono ancora vivi. Il Tribunale ha concluso che «migliaia di persone innocenti sono state mutilate e i loro corpi aperti mentre erano ancora vivi per fare in modo che reni, fegato, cuore, polmoni, cornea e pelle potessero essere rimossi e trasformati in merce da vendere». Proprio per questo motivo, il dottor Adnad Sharif, del Dipartimento di Nefrologia e Trapianti al Queen Elizabeth Hospital di Birmingham, ha chiesto di boicottare la pubblicazione di ricerche scientifiche sui trapianti con provenienza la Cina. Sul British Medical Journal, Sharif ha scritto: «Considerate le accuse, credibili, e in assenza di prove contrarie, possiamo essere sicuri che la pratica cinese sia conforme al diritto internazionale e alle norme etiche?». «Molte riviste hanno rifiutano le ricerche sui trapianti che utilizzano organi di prigionieri giustiziati. Ma oltre il 90% dei 445 studi cinesi sui trapianti pubblicati tra il 2000 e il 2017 non hanno seguito questa linea editoriale». Sharif ha accusato le riviste di «complicità e azzardo morale».  

Usa vietano importazioni ad alcune società cinesi: “Sfruttano lavoro forzato degli Uiguri”. Le Iene News il 26 giugno 2021. La Casa Bianca ha deciso di sanzionare alcune aziende cinesi attive nella produzione nel commercio di materiali per i pannelli solari. Per il Dipartimento del commercio Usa sfruttano il lavoro forzato degli Uiguri: un tema di cui noi de Le Iene ci siamo occupati con la nostra Roberta Rei. “Sfruttano il lavoro forzato degli Uiguri”: gli Stati Uniti hanno disposto il divieto sulle importazioni negli Usa di uno dei materiali principali per la produzione di pannelli solari dalla società cinese Hoshine Silicon Industry. La motivazione è chiara: quei materiali sono ottenuti - almeno secondo il Dipartimento del commercio americano - sfruttando anche i lavori forzati a cui sono obbligati gli Uiguri nella regione dello Xinjiang. Altre tre aziende si sono viste imporre limiti all’esportazione verso Washington dei loro prodotti. Durissima la motivazione rilasciata dal Dipartimento del commercio e divulgata da Reuters: secondo loro quelle aziende “sono state coinvolte in violazioni e abusi dei diritti umani nell’attuazione della campagna cinese di repressione, detenzione arbitraria di massa, lavori forzati e sorveglianza tramite l’uso di tecnologie avanzate contro Uiguri, Kazaki e altri membri di minoranze musulmane nello Xinjiang”. A Marzo l’Unione europea aveva direttamente sanzionato quattro funzionari della provincia dello Xinjiang, dove da tempo è in corso la repressione degli Uiguri. I quattro dirigenti non potranno entrare sul suolo europeo e i loro beni sotto la giurisdizione dell’Ue saranno congelati. Oltre ai quattro funzionari, l’Ue ha imposto un embargo sui prodotti della Xinjiang Production and Construction Corps, legata all’esercito di Pechino che impiega circa un decimo della popolazione della provincia. È stata la prima volta dalla strage di piazza Tienanmen che l’Ue impone sanzioni contro la Cina. Gli Uiguri sono una minoranza etnica turcofona di fede musulmana che vive in Cina. Della loro storia si è occupata la nostra Roberta Rei, raccontandoci questo popolo, composto di milioni di persone, e di come la potenza militare e tecnologica del governo di Pechino sembrerebbe esser stata usata contro di loro per annientarli. Le più autorevoli organizzazioni che si occupano di diritti umani pensano che gli Uiguri siano vittime del più grande internamento di massa dalla Seconda guerra mondiale. Anche Papa Francesco ha definito gli Uiguri “perseguitati”. Gli Uiguri sono circa 16 milioni, di cui 11 vivono nella regione dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. Dopo una lunga storia di tensioni con il governo di Pechino, le cose sono precipitate con l’avvento al potere del presidente Xi Jinping, anche a causa di una serie di attentati terroristici compiuti da Uiguri. Da qui il governo cinese ha lanciato un’offensiva durissima, che però non toccherebbe solo i terroristi ma tutto il popolo degli Uiguri. “È parte della strategia cinese etichettare come terrorismo tout-court una richiesta di diritti culturali”, ci dice Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “Da qui questa politica di chiuderli in luoghi eufemisticamente chiamati Centri per la formazione professionale che sono campi di concentramento veri e propri”. Roberta Rei ci racconta cosa sembra accadere in quei campi grazie a una testimone diretta. “Sono stata lì dentro un anno, tre mesi e dieci giorni. Ho contato ogni singolo giorno”, ci racconta la donna. “Lo stupro è all’ordine del giorno”, ci racconta una testimone diretta di quanto avverrebbe in quei campi di prigionia. “Ho visto donne impazzire. Andavano nei bagni, prendevano gli escrementi e si disegnavano baffi e barba. Dicevano: ‘guarda, sono diventata un uomo’”. Notizie che destano ancora più clamore, considerando che oggi 26 giugno ricorre la Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, proclamata dalle Nazioni Unite il 12 dicembre del 1997. Ecco qui sopra, nel servizio di Roberta Rei, il suo racconto e perché il destino degli Uiguri ci riguarda da vicino.

La Cina, gli Uiguri e i campi di prigionia segreti. Le Iene News il 15 dicembre 2020. Gli Uiguri sono una minoranza etnica turcofona e di fede musulmana che vive in Cina: il governo di Pechino sembra aver usato la sua forza militare e tecnologica per perseguitarli. Con l’aiuto di una ex prigioniera e del portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, Roberta Rei ci fa conoscere cosa sembra accadere nei campi di prigionia segreti. E perché questo ci riguarda da vicino.

Perché la repressione degli Uiguri da parte della Cina ora è una questione europea. Imponendo sanzioni a Pechino per la prima volta dal 1989, Bruxelles mette fine allo status quo delle relazioni con il gigante asiatico. Ecco quali sono le conseguenze. Federica Bianchi su L'Espresso il 7 aprile 2021. I rapporti tra la Cina e l’Europa non saranno più gli stessi. Dopo anni di relazioni cordiali in nome degli interessi economici dei 27, nell’ultima settimana di marzo Bruxelles ha varato contro Pechino le prime sanzioni dai tempi del massacro di piazza Tiananmen nel 1989, spalancando le porte a un più complesso rapporto di forza con il nuovo peso massimo della politica internazionale. Le sanzioni decise all’unanimità sono state poca cosa. Coinvolgono solo un’impresa e quattro responsabili di medio livello e risparmiano Chen Changuo, l’ideatore della repressione sistematica del popolo uiguro nella regione dello Xinjiang. Ma il fatto che siano state per la prima volta coordinate con gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il Canada ha rafforzato il messaggio. E Pechino ha risposto con forza, ribadendo che l’Occidente deve smettere di interferire nei suoi affari interni. E, a due ore dall’annuncio, ha a sua volta imposto sanzioni a dieci cittadini europei, tra europarlamentari e studiosi, nove britannici, due americani e un canadese, oltre a nove organizzazioni che studiano la Cina e il suo costante abuso dei diritti umani. «La reazione è il segnale che finalmente stiamo facendo la cosa giusta», ha detto da Washington Adrian Zenz, lo studioso tedesco che da anni segue il dramma di tibetani e uiguri, e che ha denunciato, dati e testimonianze alla mano, l’oppressione del popolo uiguro perpetrata dai cinesi a partire dal 2017: «Pechino non teme più nessuno. Difendere gli uiguri non è soltanto una questione di diritti umani ma anche di sicurezza nazionale». I numeri non lasciano dubbi su quello che sta succedendo in questa immensa regione occidentale all’ombra dell’altipiano tibetano. Di origine turcomanna e di fede musulmana, gli uiguri sono circa 11,5 milioni. Storicamente, come i tibetani, hanno goduto di autonomia culturale e sociale all’interno delle loro comunità. Ma nell’ultimo ventennio non si sono adeguati allo sviluppo economico e al credo materialista imposto al Paese dal partito comunista. Sono rimasti una comunità arretrata, legata alla terra, alla religione e alle tradizioni. Quando hanno cercato di rafforzare le proprie radici culturali nei primi anni Duemila i cinesi hanno risposto con l’oppressione. Sono seguite le sommosse di Urumqi nel 2009 e l’auto bomba a piazza Tiananmen nel 2014. «Una situazione inaccettabile per un partito totalitario che vede come minaccia al proprio potere qualsiasi comunità, credo o ideologia alternativa», dice Zenz. Così nel 2016 il presidente Xi Jinping invia nello Xinjiang Chen, il governatore che domò col sangue le proteste tibetane del marzo 2008. Prima mossa: l’assunzione di centomila poliziotti e la costruzione di settemila stazioni di polizia in dodici mesi. Seconda mossa: l’apertura dei campi di rieducazione e dei campi di lavoro forzato (pubblicizzati nel resto della Cina come dorate opportunità lavorative per gente rozza e ignorante) in cui sono entrati circa 1,8 milioni di uiguri, quasi un quinto dell’intera popolazione. Infine, Chen crea scuole-dormitorio destinate a uniformare al credo del Partito i figli di detenuti, internati e prigionieri. Gli intellettuali e i personaggi carismatici che si oppongono a questa strategia sono spediti in un carcere da cui difficilmente riemergeranno. È lo stesso metodo applicato al dissidente cinese Liu Xiaobo, Nobel per la pace “in absentia” nel 2010, morto in prigione nel 2017, e copiato oggi da Vladimir Putin per l’oppositore Aleksey Navalny. Il simbolo della resistenza uigura è Ilham Thoti, l’economista che criticava la politica cinese nello Xinjiang e chiedeva autonomia per il suo popolo. Arrestato nel 2009 e poi liberato sotto pressione internazionale, nel 2014 è stato nuovamente incarcerato. Da allora è sparito, nonostante la Ue gli abbia conferito nel 2019 il Premio Sacharov, la più alta onorificenza, ritirato dalla figlia Jewher. «Non lo sento del tutto da tre anni, nessuno della mia famiglia ha più sue notizie e temo per la sua vita», dice lei dagli Stati Uniti, dove è rifugiata politica, mentre denuncia le condizioni di vita nei campi di detenzione e di lavoro forzato: «Sono simili a quelle dei campi nazisti. La gente non muore di fame ma le donne sono sistematicamente sterilizzate e violentate in gruppo. A molti vengono somministrate medicine non testate e impedito di dormire; sono torturati con l’elettroshock; sono deprivati regolarmente di acqua e cibo. Vivono in 30-40 in una stanza, devono decidere chi dorme e chi resta in piedi. La doccia è un sogno. Le malattie realtà quotidiana». Per anni le autorità cinesi hanno avuto buon gioco nel rappresentare gli uiguri come pericolosi terroristi, aiutati dal fatto che Washington, all’indomani degli attacchi alle torri gemelle nel 2001, avesse definito il Partito islamico del Turkestan dell’Est (Etim), fondato nel 1997 in Pakistan da uno uiguro poi ucciso nel 2003, un’organizzazione terrorista e l’avesse accusata di incendi, assassinii e attentati a mercati e alberghi su territorio cinese. «Si trattava di uno scambio con la Cina per ottenere l’avallo all’invasione dell’Iraq», dice James Millward, professore di storia cinese all’università di Georgetown: «È dal 2003 che non è più una minaccia». Ma la Cina ha continuato ad usare la propaganda contro l’Etim per giustificare le crescenti misure repressive in Xinjiang fino al novembre scorso, quando gli Usa hanno tolto l’organizzazione dalla lista dei terroristi internazionali. Gli uiguri sono diventati ufficialmente vittime. E non vittime qualsiasi. Secondo l’amministrazione Biden e i parlamenti di Olanda e Canada sono vittime di genocidio. «Quello che le autorità cinesi presentano come un programma di riduzione della povertà è in realtà una misura volta a distruggere le strutture sociali uigure, la loro composizione demografica e il loro modo di pensare», scrive Zenz nel suo ultimo rapporto sul trasferimento forzato di manodopera in Xinjiang: «Secondo la definizione del tribunale penale internazionale si tratta di crimini contro l’umanità». Il volto europeo della battaglia politica a favore degli uiguri è l’eurodeputato socialista francese Raphaël Glucksmann, che come Zenz e il collega verde tedesco Reinhard Bütikofer, capo della Commissione dell’europarlamento per le relazioni con la Cina e l’intera Commissione per i diritti umani, è sulla lista rossa di Pechino. «Proprio noi europei non possiamo dimenticare che la nostra Unione è nata sulle ceneri di una lezione chiave», dice Glucksmann a Bruxelles: «I crimini contro l’umanità riguardano l’intera umanità». Per questo le istituzioni europee non possono più chiudere gli occhi: «La Cina considera noi europei deboli, incapaci di opporci alla sua ascesa. Non possiamo permettere a una potenza che compie tali crimini di crescere senza incontrare resistenza. Dobbiamo smettere di pensare che non possiamo farci nulla». Lo scorso 30 dicembre, dopo sette anni di negoziati, Commissione e Consiglio europeo hanno siglato in fretta un accordo di investimento con la Cina. A volerlo a tutti i costi era stata la cancelliera tedesca Angela Merkel, presidente di turno dell’Unione, con in testa gli interessi di Volkswagen. Il consenso dell’Europarlamento avrebbe dovuto essere una formalità. Ma in soli tre mesi il clima è drasticamente cambiato. E Pechino ha finito per sanzionare proprio coloro che avrebbero dovuto ratificare l’accordo, avallando la tesi di chi ha sempre sostenuto che l’obiettivo cinese non fosse economico ma strategico: allontanare l’Europa dagli Usa nel momento di passaggio tra le due amministrazioni. «Pechino teme un’alleanza internazionale e non è un caso che, a tre giorni dalle sanzioni, abbia spedito il suo ministro della Difesa in Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria per parlare di alleanze militari», dice Theresa Fallon, direttrice del Centro studi euro-asiatici di Bruxelles: «Sta dicendo all’Occidente che non sarà facile isolarla». Ma non è detto che l’eccesso di attivismo cinese porti i risultati sperati. L’accordo sugli investimenti siglato a fine anno ha finito involontariamente per fare molta luce sulle persecuzioni nello Xinjiang. L’Unione europea è tenuta a inserire clausole ambientali e sociali nei nuovi accordi internazionali: le parti devono impegnarsi a rispettare le convenzioni sul lavoro dell’Ilo. Ma quando il testo di quell’accordo è stato diffuso il mese scorso è diventato immediatamente chiaro che le uniche aziende europee che ne avrebbero tratto benefici sarebbero state le multinazionali in grado di investire oltre un miliardo di euro e che i cinesi non si sarebbero seriamente impegnati a rispettare i diritti dei lavoratori. Così la questione del lavoro forzato degli uiguri nei campi di cotone dello Xinjian, dove si raccoglie il 20 per cento del cotone mondiale, è diventata una linea rossa talmente imprescindibile da mettere d’accordo i capi di Stato europei sulla bontà delle sanzioni. Contestualmente, la campagna lanciata mesi fa dalla “Coalizione per porre fine al lavoro forzato degli uiguri”, che vuole convincere le multinazionali dell’abbigliamento a cessare l’acquisizione del cotone uiguro, ha ritrovato slancio. Dopo H&M, Nike e Marks & Spencer anche la tedesca Hugo Boss e l’italiana Oviesse hanno annunciato di non avere nessuna azienda della loro filiera che acquista in Xinjiang. La Cina, che nega ogni abuso, ha risposto incoraggiando il boicottaggio contro tali aziende. Dal canto loro politici e attivisti per i diritti umani hanno annunciato di volere lo strumento di un boicottaggio politico ed economico contro le Olimpiadi invernali che Pechino ospiterà nel 2022. «Non chiediamo agli atleti di non competere ma domandiamo agli sponsor di spendere diversamente i loro soldi e ai capi di Stato di non presenziare», dice Bütikofer, cogliendo l’invito di una Coalizione di oltre 180 organizzazioni. Le probabilità che abbiano successo al momento sono poche. Tanta è invece la differenza con tredici anni fa. Le Olimpiadi del 2008 celebrarono Pechino come nuova superpotenza economica. Quelle del 2022 vorrebbero sancirne il ruolo di nuovo leader mondiale. Ma questa volta non tutti avranno voglia di festeggiare.

Campi di prigionia per gli Uiguri, l'Unione europea sanziona la Cina. Le Iene News il 22 marzo 2021. Per la prima volta dalla strage di Piazza Tienanmen nel 1989 l’Unione europea ha sanzionato la Cina. Bruxelles ha imposto limitazioni su quattro dirigenti della provincia dello Xinjiang per violazione dei diritti umani degli Uiguri. Noi de Le Iene vi abbiamo raccontato la condizioni di questa minoranza etnica di fede musulmana con Roberta Rei. L’Unione europea ha deciso di sanzionare la Cina per abuso dei diritti umani: Bruxelles ha imposto restrizioni su quattro funzionari della provincia dello Xinjiang, dove da tempo è in corso la repressione degli Uiguri. I quattro dirigenti non potranno entrare sul suolo europeo e i loro beni sotto la giurisdizione dell’Ue saranno congelati. Oltre ai quattro funzionari, l’Ue ha imposto un embargo sui prodotti della Xinjiang Production and Construction Corps, legata all’esercito di Pechino che impiega circa un decimo della popolazione della provincia. È la prima volta dalla strage di piazza Tienanmen che l’Ue impone sanzioni contro la Cina. Una scelta, quella dell’Unione europea, soprattutto simbolica per denunciare le condizioni degli Uiguri in Cina: secondo diverse analisi indipendenti, oltre un milione di persone sarebbero state rinchiuse in campi di indottrinamento e lavori forzati. Pechino ha reagito duramente, inserendo nella sua “blacklist” dieci parlamentari europei tra cui il capo delegazione per i rapporti con la Cina. Noi de Le Iene vi abbiamo raccontato delle condizioni degli Uiguri in Cina nel servizio di Roberta Rei, che potete vedere in alto. Gli Uiguri sono una minoranza etnica turcofona di fede musulmana: sono circa 16 milioni, di cui 11 vivono nella regione dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. Dopo una lunga storia di tensioni con il governo di Pechino, le cose sono precipitate con l’avvento al potere del presidente Xi Jinping, anche a causa di una serie di attentati terroristici compiuti da Uiguri. Da qui il governo cinese ha lanciato un’offensiva durissima, che però non toccherebbe solo i terroristi ma tutto il popolo degli Uiguri. “È parte della strategia cinese etichettare come terrorismo tout-court una richiesta di diritti culturali”, ci dice Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “Da qui questa politica di chiuderli in luoghi eufemisticamente chiamati Centri per la formazione professionale che sono campi di concentramento veri e propri”. Roberta Rei ci racconta cosa sembra accadere in quei campi grazie a una testimone diretta. “Sono stata lì dentro un anno, tre mesi e dieci giorni. Ho contato ogni singolo giorno”, ci racconta la donna. “Lo stupro è all’ordine del giorno”, ci racconta una testimone diretta di quanto avverrebbe in quei campi di prigionia. “Ho visto donne impazzire. Andavano nei bagni, prendevano gli escrementi e si disegnavano baffi e barba. Dicevano: “Guarda, sono diventata un uomo””.

Scontro Ue-Cina. Se si tratta di “genocidio”, sappiamo con “che cosa” abbiamo a che fare. Alessandro Maran, Consulente aziendale, appassionato di politica estera, su Il Riformista il 23 Marzo 2021. A 32 anni dai fatti di Piazza Tienanmen, l’Unione Europea è tornata a sanzionare la Cina. E lo ha fatto in coppia con gli Stati Uniti. Nel mirino dell’inedita risposta coordinata delle democrazie liberali, ci sono le azioni repressive di Pechino, dagli oltre 9.000 arresti durante le proteste di Hong Kong del biennio 2019-2020 alla continua violazione dei diritti umani e civili della minoranza islamica e turcofona degli uiguri, nella regione autonoma di Xinjiang. La Cina ha fato immediatamente sapere che “si oppone e condanna con forza le sanzioni unilaterali decise dall’Ue a carico di persone ed entità cinesi rilevanti, citando le cosiddette questioni relative ai diritti umani nello Xinjiang“. Inoltre, solo pochi istanti dopo l’annuncio delle sanzioni della UE, Pechino ha varato a sua volta sanzioni contro cinque eurodeputati di spicco (Reinhard Butikofer, Michael Gahler, Raphaël Glucksmann, Ilhan Kyuchyuk e Miriam Lexmann), la sottocommissione parlamentare per i diritti umani e i massimi accademici europei che si occupano della Cina. In aggiunta, la Cina ha dichiarato di aver sanzionato anche il Comitato politico e di sicurezza del Consiglio della UE, composto da 27 ambasciatori con sede a Bruxelles (ma non è ancora chiaro se gli stessi diplomatici siano stati colpiti) e perfino i think tank consultati di funzionari europei. Dopo la reazione cinese anche l’accordo commerciale Pechino-Bruxelles, come ha scritto Stuart Lau su Politico Europe, è ora attaccato al “supporto vitale”. I parlamentari europei presi di mira dalle sanzioni cinesi minacciano ora di non ratificare il super accordo sugli investimenti tra UE-Cina siglato a dicembre. “Che differenza fanno tre mesi“, ha scritto Lau. Alla fine dello scorso anno, infatti, i leader europei come la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron “hanno fatto a gara per assicurarsi un accordo con il presidente cinese Xi Jinping, sperando di rendere la vita più facile ai principali investitori UE in Cina, come le case automobilistiche“. Non per caso, “mentre gli U.S.A. hanno descritto gli abusi di Pechino contro gli uiguri come un genocidio e hanno imposto un embargo commerciale, l’UE ha assunto una posizione molto meno conflittuale. L’elenco di sanzioni accuratamente calibrato annunciato dall’UE lunedì ha preso di mira quattro funzionari cinesi nello Xinjiang e l’ufficio di pubblica sicurezza della regione“. Dato l’approccio prudente (e molto limitato), l’immediato contrattacco di Pechino è giunto perciò inatteso. Con l’escalation, “gli intransigenti Wolf Warriors cinesi hanno fatto sapere di essere disposti a sacrificare l’accordo commerciale con Bruxelles, prendendo di mira direttamente il Parlamento, piuttosto che ricevere lezioni dall’Europa su ciò che considerano una questione di sicurezza interna”. Va da sè che, per molti parlamentari europei, ciò rappresenta un buon motivo per mandare tutto all’aria. A dire il vero, negli ultimi tempi, ogni giorno che passa sembra assestare un nuovo colpo alle relazioni con la Cina. Dopo il primo astioso colloquio tra la nuova amministrazione americana e quella di Xi Jinping la settimana scorsa in Alaska, Washington ha tolto il sigillo alle sanzioni con una mossa, coordinata con l’Unione Europea e la Gran Bretagna, che rappresenta l’atto finora più deciso del suo sforzo di costruire un ampio fronte contro Pechino. Alle sanzioni ha fatto seguito una dichiarazione congiunta da parte della «Five Eyes» (l’alleanza di intelligence che comprende gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Canada) che sostiene gravi violazioni dei diritti umani nella provincia dello Xinjiang. Il segretario di stato americano Antony Blinken ha accusato inoltre Pechino di commettere «genocidio» contro gli uiguri detenuti nei campi di prigionia. La notizia, riferisce la CNN, ha entusiasmato i dimostranti radunati fuori dal quartier generale delle Nazioni Unite a New York lunedì mattina. “Passi come questo ci danno speranza. Ma è stato tutto estremamente lento“, ha detto Rushan Abbas, una attivista uiguro-americana di primo piano, che racconta che sua sorella è detenuta nello Xinjiang e non ha sue notizie da due anni e mezzo. Abbas vuole che venga fatto qualcosa non soltanto contro alcuni funzionari cinesi isolati ma anche nei confronti di chiunque nel Politburo del Partito comunista cinese o tra i funzionari sia coinvolto nella gestione dei campi di internamento e sostiene il boicottaggio globale dei prodotti che provengono della regione nord-occidentale della Cina. Ma mentre il destino degli uiguri finalmente comincia a suscitare una reazione internazionale, la dimensione modesta della manifestazione (che ha richiamato poche decine di persone) sottolinea l’enorme squilibrio di potere tra la Cina e chiunque faccia pressioni per chiamarla a rendere conto. “È davvero frustrante. Il regime cinese spende milioni e milioni di dollari per diffondere disinformazione e propaganda raccontando che quel che accade non è mai successo“, ha detto Abbas alla CNN. La copertina dell’Economist di questa settimana, intitolata “The brutal reality of dealing with China”, ha posto, non a caso, una domanda epocale: di fronte all’ascesa della Cina, come deve fare il mondo libero per garantire la prosperità, ridurre il rischio di una guerra e proteggere la libertà? Secondo il settimanale inglese, la parabola di Hong Kong rappresenta una sfida per chiunque cerchi una risposta semplice. Anche se la Cina ha dato un colpo alla democrazia, il territorio sta vivendo un boom finanziario. Lo stesso accade nella terraferma: la repressione nella regione occidentale dello Xinjiang lo scorso anno va di pari passo con 163 miliardi di dollari di nuovi investimenti multinazionali e 900 miliardi di dollari di flussi cumulativi esteri verso i mercati dei capitali cinesi. Alcuni consigliano un completo ritiro occidentale dalla Cina, nel tentativo di isolarla e costringerla a cambiare. Si tratta di un prezzo che varrebbe la pena di pagare se l’embargo avesse qualche chance di successo. Ma ci sono molte ragioni per ritenere che, sostiene con prudenza e realismo il magazine inglese, l’Occidente non sia in grado di penalizzare il Partito comunista cinese e privarlo del potere e che, in un modo o nell’altro, bisognerà trovare il modo per far funzionare la “relazione”. Resta il fatto, tuttavia, che se si tratta davvero di “genocidio”, cioè di crimini violenti commessi (come recita la Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio) “con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale”, sappiamo con “chi” e con “che cosa” abbiamo a che fare. Sappiamo anche che cosa dobbiamo fare. Nel suo recente intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Joe Biden l’aveva detto chiaro e tondo: “Siamo ad un punto di svolta tra quanti sostengono che, date tutte le sfide che dobbiamo affrontare – dalla quarta rivoluzione industriale alla pandemia globale – l’autocrazia sia il miglior modo di procedere, e quelli che comprendono che la democrazia è essenziale; essenziale per far fronte a tali sfide“. “E credo – con tutto me stesso – che la democrazia prevarrà e dovrà prevalere (…) Dobbiamo difenderla, combattere per essa, rafforzarla, rinnovarla“. Gli europei sono pronti a prendere parte alla battaglia?

Usa contro Cina: “Torture e stupri contro i musulmani Uiguri”. Le Iene News il 04 febbraio 2021. Il racconto di una donna a Le Iene. Dopo un reportage della Bbc, gli Stati Uniti rilanciano le accuse contro Pechino di genocidio della minoranza turcofona e musulmana degli Uiguri nella regione autonoma nordoccidentale dello Xinjiang. Noi de Le Iene ve ne abbiamo parlato in dicembre con Roberta Rei, che ha raccolto anche la testimonianza di una donna che ha vissuto per oltre un anno nei campi di detenzione. Dura presa di posizione degli Stati Uniti contro la repressione, le torture e gli stupri sistematici che avverrebbero nei campi di detenzione in Cina contro gli Uiguri, la minoranza turcofona e musulmana che vive nella regione autonoma nordoccidentale dello Xinjiang. Washington torna a farsi sentire subito dopo un reportage della Bbc. Anche noi de Le Iene ve ne avevano parlato in onda con il servizio di Roberta Rei che trovate qui sopra. Dopo l’intervento della Bbc, che riporta testimonianze di “un sistema di stupri, abusi sessuali e tortura di massa contro Uiguri e minoranza musulmana”, il Dipartimento di Stato della nuova amministrazione Biden prevede “serie conseguenze” nei rapporti con Pechino ribadendo le accuse di “crimini contro l’umanità e genocidio” già rilanciate negli ultimi tempi della presidenza Trump. Accuse che la Cina ha sempre respinto: questa volta parla di “falsità” nel resoconto della Bbc, di “mancanza di riscontri fattuali” e dei testimoni come “attori che diffondo informazioni false”. Di tutto questo ci siamo occupati anche noi, come potete vedere qui sopra, con Roberta Rei che ci ha ci raccontato cosa sembra accadere in quei campi grazie a una testimone diretta. “Sono stata lì dentro un anno, tre mesi e dieci giorni. Ho contato ogni singolo giorno”, ci dice la donna. “Lo stupro è all’ordine del giorno. Ho visto donne impazzire. Andavano nei bagni, prendevano gli escrementi e si disegnavano baffi e barba. Dicevano: ‘Guarda, sono diventata un uomo’”. La Iena ci parla anche della storia degli Uiguri e di come la potenza militare e tecnologica di Pechino sembrerebbe essere usata contro di loro per annientarli con un controllo sistematico di ogni aspetto della vita. Le più autorevoli organizzazioni che si occupano di diritti umani pensano che siano vittime del più grande internamento di massa dalla Seconda guerra mondiale. Anche Papa Francesco li ha definiti “perseguitati”. Gli Uiguri sono circa 16 milioni, di cui 11 vivono nella regione dello Xinjiang nel nord ovest della Cina. Dopo una lunga storia di tensioni con il governo di Pechino, le cose sono precipitate con l’avvento al potere a Pechino dell’attuale presidente Xi Jinping, anche dopo una serie di attentati terroristici compiuti da estremisti Uiguri. Il governo cinese ha lanciato un’offensiva durissima che però non toccherebbe solo i terroristi ma tutto il popolo degli Uiguri. “È parte della strategia cinese etichettare come terrorismo tout-court una richiesta di diritti culturali”, sostiene Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “Da qui questa politica di chiuderli in luoghi eufemisticamente chiamati Centri per la formazione professionale che sono veri e propri campi di concentramento”.

Schiaffo finale prima dell'era Biden. Usa-Cina, l’ultima “bomba” di Trump: “In corso genocidio contro gli uiguri”. Redazione su Il Riformista il 19 Gennaio 2021. “Genocidio contro gli uiguri“. E’ l’ultimo schiaffo di Donald Trump ai rapporti diplomatici tra Usa e Cina prima di uscire di scena e lasciare spazio al neo presidente Joe Biden. “Il genocidio è in corso e stiamo assistendo al sistematico tentativo della Cina di distruggere gli uiguri”, afferma il segretario di stato, Mike Pompeo, secondo quanto riporta il New York Times. Gli Stati Uniti sono il primo Paese al mondo ad adottare il termine “genocidio” per descrivere le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang. In una nota firmata da Pompeo nell’ultimo giorno dell’amministrazione Trump, si legge che la campagna di “internamenti di massa, lavori forzati e sterilizzazioni coatte” da parte della Cina nei confronti di un milione di musulmani uiguri nella regione dello Xinjiang, nel nord-ovest della Repubblica popolare, costituisce “un genocidio” e “un crimine contro l’umanità”. “Dopo un attento esame di tutti i fatti disponibili, ho determinato che almeno dal marzo del 2017 la Repubblica popolare cinese, sotto la direzione e il controllo del Partito comunista cinese, ha commesso crimini contro l’umanità nei confronti degli uiguri e di altri membri dei gruppi etnici e religiosi minoritari nello Xinjiang”, si legge nel documento. Tali crimini, prosegue Pompeo, sono ancora in corso e includono “l’imprigionamento arbitrario di oltre un milione di persone”, “le sterilizzazioni forzate”, “la tortura dei detenuti”, “il lavoro forzato”, “le restrizioni alle libertà di culto, di espressione e di movimento”. Lo Xinjiang, un territorio autonomo nel Nord-ovest della Cina, è una vasta regione di deserti e montagne che ospita circa 11 milioni di uiguri e altre minoranze musulmane che da tempo denunciano una dura repressione “religiosa e culturale” da parte del Partito comunista cinese.

·        La Shoah dei Rom.

Da open.online il 10 ottobre 2021. Enrico Michetti torna sulle polemiche scoppiate ieri per un suo vecchio articolo sulla Shoah. «Nonostante abbia con fermezza condannato ogni forma di discriminazione razziale, anche in tempi non sospetti, ed in primis quella rappresentata dalla Shoah, mi rendo conto che in quell’articolo ho utilizzato con imperdonabile leggerezza dei termini che alimentano ancora oggi storici pregiudizi e ignobili luoghi comuni nei confronti del popolo ebraico», ha dichiarato il candidato sindaco di Roma. «Per questo mi scuso sinceramente per aver ferito i sentimenti della comunità ebraica, che come tutti gli italiani apprezzo e ritengo parte perfettamente ed orgogliosamente integrata della città di Roma da sempre e nel Paese tutto». Nell’articolo finito al centro delle polemiche, Michetti scriveva: «Ogni anno si girano e si finanziano 40 film sulla Shoah, viaggi della memoria, iniziative culturali di ogni genere nel ricordo di quell’orrenda persecuzione. E sin qui nulla quaestio, ci mancherebbe. Ma mi chiedo perché la stessa pietà e la stessa considerazione non viene rivolta ai morti ammazzati nelle foibe, nei campi profughi, negli eccidi di massa che ancora insanguinano il pianeta. Forse perché non possedevano banche e non appartenevano a lobby capaci di decidere i destini del pianeta».

L’Olocausto (gitano) dimenticato, mezzo milione di vittime rimosse. Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera il 2 agosto 2021. Il culmine fu nella notte tra il 2 e 3 agosto 1944 ad Auschwitz: tremila, tra sinti e rom, furono massacrati. Spesso ai colpevoli di quelle stragi furono inflitte pene irrisorie. «Ricordo che quella mattina il primo pensiero fu quello di andare a dare uno sguardo al di là del filo spinato. Non c’era più nessuno, c’era solo silenzio... Ci bastò dare un’occhiata ai camini dei forni crematori che andavano al massimo della potenza per capire che quella notte, tutti, tutti gli zingari di quello che chiamavano lo Zigeunerlager erano stati assassinati. Tutti...». Piero Terracina, uno degli ultimi testimoni della Shoah, sopravvissuto ad Auschwitz, morto un paio d’anni fa, aveva un groppo in gola quando tornava a parlare di quell’alba lontana. Conosceva bene quel campo al di là del reticolato: «Era denominato lo Zigeunerlager, il lager degli zingari. (...) C’era tanta vita, noi avevamo un colore quasi unico, eravamo vestiti con quella specie di pigiami a righe, dall’altra parte avevano conservato i loro abiti, quindi tanto colore, avevano conservato i capelli, noi eravamo completamente rasati a zero, c’era un’enormità, tantissimi bambini...». Finché, la notte prima, lui e gli altri prigionieri ebrei avevano sentito i camion, l’arrivo di reparti tedeschi, i cani che abbaiavano rabbiosi, le urla delle donne, il pianto disperato dei piccoli: «Poi all’improvviso, dopo più di due ore, silenzio. Non si sentiva più niente». Solo il vento che faceva sbattere porte delle camerate totalmente svuotate: «Il ricordo di quelle porte che battevano con il vento e non c’era nessuno che le fermasse mi è rimasto dentro...». Furono tremila su trentamila, secondo un dossier della storica francese Henriette Asséo sulla rivista «Etudes Tsiganes», i rom sopravvissuti ad Auschwitz. Un decimo. Tutti gli altri morirono di fame, di stenti, di freddo o «passati il camino» come quei 2.998, «soprattutto donne e bambini piccoli», decimati quella notte tra il 2 e il 3 agosto del 1944. Ed è quella appunto, dal 2015 (solo dal 2015: dopo decenni di imbarazzi e rimozioni), la data scelta per la Giornata europea di commemorazione del genocidio dei gitani. Che molti ricordano come il Porrajmos («lo stupro» o «il divoramento», ma il termine è contestato), altri come il Samudaripen: lo sterminio. Quanti furono gli zingari (altra parola contestatissima per quanto usata con rispetto e affetto dagli ultimi Papi a partire da Paolo VI, da giornalisti come Orio Vergani, da musicisti come Enzo Jannacci…) spazzati via nell’ondata di odio razzista parallela a quella vissuta dagli ebrei? Difficile rispondere. Il polacco Tadeusz Joachimowski, racconta Luca Bravi nel libro Attraversare Auschwitz. Storie di rom e sinti: identità, memorie, antiziganismo, a cura di Eva Rizzin (Gangemi), era il prigioniero incaricato di segnare su due libri gli ingressi di sinti e rom, maschi, femmine, bambini. Un attimo prima che i nazisti si ritirassero sotto l’avanzata dei russi dopo aver cercato d’occultare le tracce della loro ferocia, riuscì a nascondere i volumi avvolti negli stracci in un secchio sepolto sottoterra: dovevano essere salvati. Proprio perché a fronte dell’immensa mole di ricordi, libri, lettere, filmati, deposizioni processuali della Shoah, il «popolo viaggiante» ha conservato del genocidio subìto molto poco...Questo vecchio secchio restituì appunto un paio di migliaia di nomi. Ma gli altri? Quanti furono, gli assassinati? C’è chi sostiene: da duecentomila a un milione. Ipotesi. «Diciamo che convenzionalmente si pensa a mezzo milione di vittime», risponde lo storico Leonardo Piesare, autore di più libri sul tema tra cui I rom d’Europa (Laterza). «Ma è quasi impossibile contarle, ormai. La larga maggioranza non era in grado di lasciare resoconti scritti. I documenti sovietici desecretati, inoltre, rivelano come i nazisti, nell’Europa dell’Est conquistata, annientassero al passaggio interi villaggi, spesso di sinti e rom stanziali, contadini già colpiti dalla repressione di Stalin». Non bastasse, accusa la Treccani, pesarono sulle stragi i pregiudizi storici: «Anche a Norimberga non fu riconosciuto il carattere razziale del genocidio e nessun parente delle vittime fu quindi risarcito». Di più: agli eccidi pianificati da Heinrich Himmler (che peraltro aveva deciso inizialmente di stralciare la sorte di un po’ di «ariani puri» appartenenti in teoria allo stesso ceppo di lontane origini indiane dei tedeschi, ma da non confondere coi «meticci») presero parte volenterosi assassini, cittadini comuni che si sentivano autorizzati dalle leggi hitleriane a macellare ogni zingaro dei dintorni. Una strage. Dai numeri incalcolabili. Erano secoli, del resto, che in Europa arrivavano ondate di «permessi» di quel genere. Basti citarne, tra i tanti, uno nostrano. Della Serenissima Repubblica di Venezia, che nel 1558 stabilì che chi avesse consegnato alle autorità uno zingaro ricevesse dieci ducati «possendo etiam li detti Cingani, così homini come femmine, che saranno ritrovati nei Territori Nostri esser impune ammazati, si che gli interfettori (gli assassini, ndr) per tali homicidi non abbino ad incorrer in alcuna pena». Incoraggiamenti, diffusi, alle cacce all’uomo. Basate, come nel caso dello sterminio dei disabili, sulla autorizzazione ai medici a «concedere una morte pietosa» a chi viveva «vite indegne di essere vissute». Compresi non solo i non autosufficienti colpiti dalle patologie più invalidanti, ma anche quanti erano bollati come inutili e incorreggibili. Tipo Ernst Lossa, un ragazzino rom «eutanizzato» perché «troppo vivace» (ne parlano il libro Nebbia in agosto di Robert Domes, Mondadori, e il racconto teatrale Ausmerzen di Marco Paolini) nel manicomio di Irsee, a un’ottantina di chilometri da Monaco. Dov’era caposala la famigerata Mina Wöhrle, l’infermiera nazista condannata per 210 omicidi («Ho solo eseguito gli ordini») a diciotto mesi di carcere. Due giorni e mezzo di galera a delitto. Per non dire del primario, Valentin Faltlhauser, teorico della soppressione a basso prezzo «per fame» e degli esperimenti sui bambini: tre anni. Evaporati con la concessione della grazia. Il tutto, come ricorda la storica Henriette Asséo, nonostante nessun medico fosse «mai stato obbligato a partecipare» ai «più spaventosi esperimenti». A partire da quelli prediletti da Joseph Mengele, sugli «zingari gemelli». Racconta Rita Prigmore, un’anziana sopravvissuta bavarese di etnia sinti nel libro curato da Eva Rizzin: «Il 3 marzo 1943, siamo nate mia sorella Rolanda ed io. Subito dopo la nascita gli uomini della Gestapo vennero a prenderci e ci portarono in un ospedale. Werner Heyde ci sottopose a esperimenti medici. Mia mamma era spaventata e non poteva reggere quella situazione di angoscia e di paura... Così entrò nell’ospedale dove eravamo rinchiuse e, dopo molte insistenze, riuscì a convincere un’infermiera che le mostrò solo me. Mia madre insistette per vedere anche mia sorella Rolanda. L’infermiera cercò di resistere, di negarsi, ma alla fine la portò in bagno e le indicò il corpicino di Rolanda steso sul fondo di una vasca da bagno: era morta. I medici le avevano fatto delle iniezioni di inchiostro negli occhi per tentare di cambiarle il colore...». 

Oggi l’onda sovranista ha alimentato vecchi stereotipi. Rom, la Shoah silenziosa di cui è proibito parlare. Pasquale Hamel su Il Riformista il 7 Aprile 2021. L’8 aprile 1971, nella città di Orpington, a pochi chilometri da Londra, si riuniva il primo Congresso internazionale dei Romanì, tappa decisiva di un percorso di quel Movimento per la tutela dei diritti del popolo Rom sorto dopo la tragedia della guerra. Il Congresso aveva avuto come sostenitori il Consiglio ecumenico delle Chiese – non dimentichiamo che la Chiesa cattolica nel 2000 chiese ufficialmente perdono per non avere denunciato le persecuzioni nei confronti dei Rom – e il governo indiano; l’India è il luogo d’origine di questo popolo. In quell’occasione i Rom si riconobbero come un popolo e ne fissarono i simboli: la lingua, la bandiera, l’inno. Quel congresso diede vita ad una struttura di rappresentanza permanente, la “Romani Union”, ufficialmente riconosciuta dall’ONU nel 1979. E proprio quella dell’8 aprile, a ricordo di quel primo congresso, nel 1990 è stata scelta come data di riferimento per la giornata mondiale del popolo Rom. La storia del popolo Rom è stata una storia di violenze ed emarginazioni di cui gli anni che vanno dal 1939 al 1945, cioè gli anni della follia nazista, sono stati i più drammatici. I numeri oscillano fra i duecentocinquantamila e il milione di vittime; forse non sapremo mai la cifra esatta, resta il fatto che, dopo quello degli ebrei, il genocidio del popolo Rom resta la drammatica testimonianza di come il male possa raggiungere vertici mai toccati di disumanità. Quella tragedia fu infatti espressione di un odio razziale di antiche radici, diffuso non solo in Germania ma in un po’ tutta Europa, che trovava ora, proprio nel regime nazionalsocialista e in molti suoi alleati – non dimentichiamo la liquidazione dell’intera popolazione Rom nella Croazia degli Ustascia o le misure di internamento attuate dal governo di Vichy in Francia, per citarne un paio – il loro efferato carnefice. Una storia drammatica, fatta di sofferenze inenarrabili e di morte, ma che, ironia della sorte, purtroppo, non ha trovato quel rilievo e quell’attenzione che avrebbe dovuto avere. Diversamente da quanto era accaduto per gli ebrei, assassinati a milioni nei campi di sterminio, di questo fatto sconvolgente si è, infatti, parlato e, ancor oggi, si parla poco, lo si è quasi considerato una appendice, in qualche modo abusiva, della Shoah. Non è un caso che solo nel 1979 la Germania, certamente troppo tardi, abbia operato ufficialmente il riconoscimento della colpa (schulden) per la persecuzione nazista motivata da pregiudizio razziale, con le conseguenze risarcitorie collegate a questa ammissione. Eppure, come l’antisemitismo, anche l’antizingarismo – il termine, lo troviamo nella risoluzione del Parlamento Europeo dell’aprile del 2015, è poco usato ma andrebbe adeguatamente valorizzato –, che è un’evidente forma di razzismo, ha segnato molti passaggi della storia culturale anche dell’Europa tanto da divenire sentimento diffuso nell’immaginario collettivo che, purtroppo, si declina nella quotidianità attraverso le tante discriminazioni e i pregiudizi di cui, in maniera palese ma, troppo spesso, in maniera subdola, sono quotidianamente vittime gli stessi Rom. Atteggiamenti discriminatori le cui radici affondano, molto spesso, in stereotipi negativi, in visioni tanto leggendarie quanto risibili circa la stessa identità di questo popolo di migranti, come la storiella che un patto con il demonio li abbia dotati di abilità magiche o che questa gente, depravata per natura e ribelle ai canoni della civiltà, al lavoro anteporrebbe il furto e perfino che rubino i bambini per educarli all’accattonaggio. Tutte espressioni di ostilità preconcetta che verrebbero giustificate appellandosi al modo di vita dei Rom considerata una sorta di diversità insopportabile, una rottura rispetto alla tradizione occidentale. Alla luce di ciò non possono sorprendere, dunque, le conclusioni di uno studio psico-sociale, pubblicato nel 2011, che faceva riferimento all’immigrazione rumena di cui una parte è Rom, che questi ultimi in ogni caso ispirano nell’opinione pubblica un sentimento di minaccia, un senso di insicurezza e di paura. A complicare le cose ha contribuito, in questi ultimi tempi, il nuovo clima politico. In parecchi Paesi europei è montata l’onda sovranista che ha alimentato e legittimato i vecchi stereotipi per finalità di basso profilo politico. Stati come l’Ungheria di Orban, ma non solo quello, hanno posto un freno agli sforzi avviati per abbattere le barriere culturali – gli zingari sono visti e si vedono come gruppi sociali separati – ai normali processi di integrazione. E tutto questo mentre le organizzazioni internazionali e, soprattutto, l’Unione Europea continuavano a insistere sugli Stati, come fa la risoluzione n.2509 del Parlamento Europeo del 12 febbraio 2019, per elaborare strategie «nazionali di integrazione dei Rom con un’ampia serie di settori prioritari, obiettivi chiari e vincolanti, calendari e indicatori per monitorare e affrontare le sfide specifiche e riflettere la diversità delle comunità Rom, e stanziare a tal fine sostanziali fondi pubblici». Se oggi, che celebriamo questo 50° anniversario della giornata del popolo Rom, non siamo all’anno zero, non si può non rilevare che il cammino da fare è ancora tanto e richiede ancora un “supplemento d’anima” e cioè molta pazienza e altrettanta volontà.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Chi comanda sul mare.

Talassocrazia: il dominio dei mari e la geopolitica anglo-statunitense. Cristiano Puglisi su Il Giornale il 23 agosto 2021. Nonostante quanto sta accadendo in Afghanistan abbia risvegliato le opinioni attestanti un loro supposto declino, gli Stati Uniti d’America sono ancora, almeno al momento, l’unica superpotenza mondiale, intendendo questa definizione nel senso classico. Un ruolo che gli USA ereditarono, dopo le due guerre mondiali, dall’Impero Britannico. Entrambi di cultura anglosassone, questi imperi condividono anche il medesimo destino geopolitico, quello che accomuna le potenze talassocratiche. Basate, cioè, sul dominio dei mari. Non è forse azzardato sostenere che, senza una presa di coscienza di questa realtà, del suo retroterra teorico e delle sue implicazioni, tutt’altro che secondarie, sarebbe forse impossibile comprendere le logiche sottostanti alle scelte strategiche di Washington e Londra negli ultimi due secoli. Utile per dissezionare l’universo concettuale e strategico alla base delle mosse anglo-americane del presente e del passato può essere, allora, un saggio di recente pubblicazione, opera di un brillante e giovane analista italiano, Marco Ghisetti ed edito da Anteo. Il titolo dell’opera, “Talassocrazia. I fondamenti della geopolitica anglo-statunitense”, illustra già in maniera chiara quali siano i suoi contorni. “Non vi è dubbio – spiega l’autore – che vi sia una forte continuità tra l’Impero britannico e l’Impero statunitense, tanto che si potrebbe dire che il secondo è l’erede legittimo del primo. Tale continuità è data non solo dalla forma e dalla sostanza, ma anche dal filo rosso che lega le due esperienze imperiali: infatti, l’impero statunitense si è formato ereditando quello britannico. Ho detto nella forma e nella sostanza perché entrambe le esperienze imperiali si fondano e si mantengono sull’azione e la volontà di uno Stato-isola (il centro dell’impero) che basa e promuove la propria egemonia per il tramite di un doppio movimento – si potrebbe dire di sistole e di diastole – di isolazionismo ed interventismo, ovvero di affermazione della propria insularità e di proiezione anche aggressiva della propria potenza marittima ed economico-finanziaria, oltre che da una particolare organizzazione e visione del mondo di tipo mercatistico e liberale. Inoltre, il loro pensarsi come uno Stato-isola che si affaccia a ridosso di un continente di dimensioni molto più grandi rispetto a loro (l’Europa per l’Inghilterra, l’Eurasia per gli Stati Uniti), pone loro in una condizione per la quale l’eventuale unificazione ed organizzazione economico-politica di quel continente comporterebbe il definitivo tramonto della loro egemonia, poiché lo Stato-continente disporrebbe di una potenza di molto superiore rispetto a quella dell’Isola. Per questa ragione, l’imperativo strategico che accomuna sia Inghilterra che Stati Uniti è di prevenire l’unificazione di tale continente, giocando il ruolo di bilanciatore d’oltreoceano ed inserendosi nelle delicate relazioni tra gli Stati continentali. Se l’Inghilterra quindi si è impegnata per tutto il periodo colombiano (XVI-XIX secoli) ad imporre e mantenere la propria egemonia marittima mentre giocava sulle divisioni continentali dell’Europa, gli Stati Uniti nel periodo postcolombiano (XX secolo-oggi) mantengono la propria egemonia marittima e finanziaria mentre si impegnano a prevenire ogni tipo di coalizione o di unificazione continentale”. Il libro analizza, in maniera dettagliata, il pensiero di tre personaggi: l’ammiraglio Alfred Thayer Mahan (1840-1914), il geografo Halford John Mackinder (1861-1947) e lo studioso Nicholas John Spykman (1893-1943). Questi tre individui sono stati forse i principali teorici al servizio dell’egemonia anglo-statunitense, influenzandola ancora oggi. “Il loro pensiero – spiega Ghisetti – influenza enormemente sia le considerazioni strategiche che l’orizzonte di senso con cui Inghilterra e Stati Uniti si muovono nel mondo internazionale. Innanzitutto, è proprio loro l’idea secondo la quale Stati Uniti (Mahan, Spykman) e Inghilterra (Mackinder) siano delle isole a ridosso di un grande continente (l’Europa per l’Inghilterra, l’Eurasia per gli Stati Uniti); continente, questo, che si caratterizza per una forte divisione politica ma che se unificato ed organizzato da un attore locale disporrebbe di una potenza tale da poter facilmente sconfiggere l’isola egemone. Per questa ragione, la strategia primaria che è derivata da questa osservazione e sistematizzata, pur tra alcune differenze nei dettagli, dai tre padri della geopolitica anglo-statunitense consiste in un doppio movimento: da una parte affermare la propria insularità (cioè distanza dal continente) per il tramite di una politica isolazionista e di dominio egemonico degli oceani e, dall’altra, di intervenire attivamente sul continente nell’ottica di mantenerlo in un neutralizzante equilibrio, quando non addirittura favorire la diffusione del potere (cioè il frazionamento degli Stati). L’affermazione della propria insularità ed il bisogno di dominare gli oceani per il tramite della propria marina implica anche una forte spinta al dominio commerciale e finanziario e, inoltre, una spinta a promuovere la caratterizzazione in chiave liberale, economicista ed individualista della propria ed altrui cultura. Lo sviluppo dottrinale, le riflessioni e le azioni che hanno caratterizzato Inghilterra e Stati Uniti hanno queste idee come nucleo centrale, le eventuali differenze essendo non altro che le proposte pratiche sul modo in cui sarebbe meglio promuovere i propri interessi. Vi sono certamente delle eccezioni, ma, appunto, rimangono eccezioni, ma i portatori di queste idee vengono solitamente esclusi dalle stanze dei bottoni. Per esempio, Mahan è piuttosto fiducioso circa la superiorità del potere marittimo su quello terrestre; Mackinder, al contrario, ritiene che il potere terrestre ha raggiunto, nell’epoca contemporanea, una tangibile superiorità rispetto a quello marittimo, mentre Spykman si pone a metà tra i due. Ma tutti e tre reputano il proprio Stato una isola che deve svilupparsi in senso marittimo, liberale e che deve prevenire l’unificazione del continente. Si prenda Brzezinski, in quanto autore più recente rispetto ai tre padri, come esempio. Anche egli afferma senza riserve che gli Stati Uniti sono un’isola circondata dall’enorme continente eurasiatico e che l’interesse permanente degli Stati Uniti sia quindi di mantenere tale continente in una situazione di mancata unificazione. Il modo pratico per farlo dopo il crollo dell’Unione Sovietica e con un’Europa colonizzata dagli Stati Uniti, secondo Brzezinski, è di frazionare gli imperi continentali, imporre le forze statunitensi nelle zone di congiuntura e di collegamento eurasiatico e prevenire il formarsi di un’alleanza anti-egemonica tra Russia, Iran e Cina. Insomma, il nucleo del suo pensiero è ancora quello sistematizzato da Mahan, Mackinder e Spykman. La medesima cosa vale per le nuove strategie di politica estera che Inghilterra e Stati Uniti hanno appena pubblicato: entrambe si muovono ancora nel solco tracciato dall’opera dei tre autori”.

Esistono oggi le prospettive per un cambio di paradigma? La tellurocrazia (cioè il dominio della terra) può sfidare il potere del mare? 

“Per rispondere a questa domanda – afferma ancora Ghisetti – bisogna innanzitutto capire quanto assoluta sia la diarchia tra talassocrazia, o potere marittimo, e tellurocrazia, o potere terrestre. È una domanda importante a cui la letteratura ha dato non solo risposte, ma anche interpretazioni diverse della domanda. Mahan, per esempio, mostra una forte sicurezza circa la prospettiva secondo cui la vera sede del potere mondiale sia l’“oceano unito”, ovvero nell’unità degli oceani raggiunta ed imposta dalla potenza navale e commerciale di uno Stato egemone. Quindi, le sfide che gli Stati Uniti dovranno eventualmente affrontare, non possono che venire da quegli attori che, dotati di una sufficiente profondità territoriale e capacità organizzativa, sfideranno la potenza marittima egemone sul mare, cercando ovvero di strappare l’egemonia talassocratica agli Stati Uniti. La Germania imperiale dell’anteguerra, la quale si mostrò in grado di organizzare intorno a sé l’Europa e di creare un’alleanza persino con l’Impero ottomano costituì infatti uno sfidante maggiore, secondo Mahan. Ma anche dall’Asia si può ergere uno sfidante, il quale sarà quello Stato che riuscirà ad organizzare la profondità terrestre asiatica e, quindi, sfruttare l’arricchimento economico ottenuto con il commercio marittimo per costruire una flotta in grado di sfidare quella statunitense. Detto altrimenti, la talassocrazia anglo-statunitense, secondo Mahan, può essere sfidata solo da un’altra talassocrazia. È significativo, in questo senso, che l’attuale Presidente della Repubblica popolare cinese abbia dichiarato che i cinesi devono abbandonare la loro tradizionale visione tellurica del mondo per “donarsi al mare” e che le accademie militari e le università cinesi leggano sempre più avidamente l’opera di Mahan. Gli enormi progetti di costruzione navale oltre che l’insistenza cinesi sul fatto che secondo loro il mediterraneo asiatico (cioè il Mar cinese meridionale ed orientale) costituisce un lago interno cinese mostra l’intenzione cinese di trasformare quelle acque in un mare interno (né più né meno di quanto fecero gli statunitensi con il mediterraneo americano, cioè il Mar Caraibico e del Messico nel Novecento) da cui, in un secondo momento, proiettarsi, per il tramite della marina, su tutto il mondo costituisce precisamente una delle sfide all’egemonia talassocratica statunitense che Mahan temeva. Si potrebbe in effetti dire che gli statunitensi, dopo aver raggiunto l’egemonia oceanica grazie all’opera di Mahan, sono ora sfidati dai cinesi, i quali li sfidano proprio grazie all’opera dello stesso Mahan. Le cose cambiano invece con Mackinder, il quale ritiene invece che la tellurocrazia, ovvero una potenza terrestre, sia effettivamente in grado di sconfiggere la talassocrazia poiché l’eventuale organizzazione di un territorio ricco e dotato di profondità territoriale – quali ad esempio alcune regione del continente eurasiatico – comporterebbe la messa a frutto di un potenziale di potenza che da solo sarebbe in grado di superare quello marittimo, con l’aggiunta che questa eventuale potenza tellurocratica sarebbe in grado, qualora lo volesse e grazie alla propria superiorità di risorse rispetto alla potenza marittima, di costruire una flotta talmente grande da sconfiggere quelle di qualsiasi altra potenza. Il Grande partenariato russo e la Nuova via della seta cinese sono i due principali progetti di integrazione continentale che, attualmente, spaventano i mackinderiani. Spykman, invece, si pone in una via intermedia rispetto a Mahan e Mackinder, ritenendo invece che le potenze veramente più pericolose per il dominio anglo-statunitense siano quelle anfibie e collocate ai margini del continente eurasiatico, quali ad esempio una Germania europea e la Cina. Queste potenze sono infatti in grado sia di sfruttare la profondità territoriale e le ricchezze del continente eurasiatico sia di lanciare una strategia marittima, oltre che di beneficiare molto facilmente del commercio mondiale, il quale avviene principalmente sulle grandi rotte degli oceani del mondo. L’esempio più lampante che viene in mente nella politica mondiale attuale circa questa eventualità è proprio la doppia dimensione terrestre e marittima che forma la Nuova via della seta cinese, la quale sta sempre maggiormente bussando alle porte dell’Europa. Vi sono certamente sia similitudini sia differenze nel pensiero di questi tre autori, e l’accumulazione del bagaglio dottrinale del pensiero internazionale e strategico anglo-statunitense si è pressoché completamente sviluppato lungo le linee da loro tracciate e mostra una notevole costanza, le uniche vere differenze essendo quelle già presenti nel pensiero dei tre padri della dottrina geopolitica talassocratica. Si può certamente discutere sull’eventualità della vittoria della tellurocrazia sulla talassocrazia; la domanda è aperta e bisogna innanzitutto decidere cosa si intende con questa diarchia, e nel libro mi sono impegnato di sviscerare le varie declinazioni proposte dalla letteratura accademica e dalle riflessioni e azioni strategiche dei principali attori politici mondiali, offrendo al lettore la possibilità di farsi un’idea autonomamente e di decidere con la sua testa quale sia la migliore definizione e declinazione dei termini. Quello che è certo, tuttavia, è che attualmente vi sono tutte le condizioni affinché si registri un cambio di paradigma, ovvero un profondo cambiamento nell’ordine mondiale, già nel medio termine. Tale cambiamento consiste nella nascita, solidificazione e cementificazione dell’ordine mondiale multipolare, che modificherebbe enormemente l’ordine mondiale unipolare nato con il crollo dell’Unione Sovietica. È infatti opportuno sottolineare che sono proprio le più recenti dottrine strategiche anglo-statunitensi, appena pubblicate, a sottolineare che il decennio nel quale ci troviamo sarà decisivo per decidere la bilancia di potere mondiale che il mondo assumerà per tutto il resto del secolo. Ed esse sottolineano altresì che i pericoli posti all’egemonia statunitense consistono proprio nel tentativo di alcuni attori internazionali (principalmente Cina, Russia ed Iran) di organizzare la massa eurasiatica a proprio favore (tellurocrazia) e di costruire una flotta sufficientemente forte (talassocrazia) nell’ottica di estromettere la potenza anglo-statunitense da alcune regioni di grande importanza strategica; estromissione, questa, che potrebbe comportare lo spezzarsi del dominio che gli Stati Uniti esercitano sull’oceano unito e sulle terre di confine eurasiatiche e, quindi, la drastica diminuzione dello strapotere statunitense, con la possibile conseguenza che potremmo assistere, in questo decennio, al venir meno dello strapotere statunitense. Se poi il mondo sarà caratterizzato per un paradigma di dominio o di ordine di tipo talassocratico, tellurocratico o una via di mezzo sarà da vedere”.

PERCHÉ IL MEDITERRANEO È SEMPRE MENO “NOSTRUM”. Occorre trasformare in Società per Azioni al massimo quattro realtà portuali del nostro Paese e dare origine a vere e misurabili alleanze con coloro che ormai hanno disegnato una cabina di regia vincente di questo nuovo sistema logistico. Ercole Incalza su Il Quotidiano dle Sud l'8 giugno 2021. Perché i romani chiamavano il Mar Mediterraneo Mare Nostrum? Gli antichi Romani chiamavano il Mediterraneo, Mare Nostrum perché tutte le terre affacciate in esso appartenevano all’antica Roma. Il Mare Mediterraneo, culla di civiltà e della nostra storia, è delimitato a nord dall’Europa, a sud dall’Africa e a est dall’Asia. Un teatro strategico davvero raro e che in questi ultimi anni ha raggiunto, come attività legata agli scambi, livelli davvero inimmaginabili. Per questo utilizzando anche Wikipedia ho ritenuto utile ripercorrere un po’ la storia che ha trasformato questo mare negli ultimi venti anni. Cominciamo con l’espansione turca iniziata già da tempo nel mare nostrum attraverso i crescenti investimenti nelle infrastrutture portuali. Una strategia di soft power impiegata già dalla Cina, che ha inserito il Mediterraneo nella Via della seta marittima e che ha ugualmente aumentato la propria presenza e influenza grazie alla cooperazione marittima con i Paesi mediterranei. Nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping annunciò il faraonico progetto della Nuova via della seta (o Road Belt Initiative, Bri), il cui obiettivo era quello di collegare l’Asia all’Europa e all’Africa via terra e via mare aumentando gli interscambi commerciali tra i continenti e permettendo così alla Cina di espandere la propria influenza. Oltre ai più noti progetti infrastrutturali terresti, Pechino ha investito anche sul trasporto marittimo e lo ha fatto ancora prima della presentazione ufficiale della Nuova via della seta. Una delle più importanti acquisizioni cinesi risale infatti al 2008, quando la China Ocean Shipping Company investì 4,3 miliardi di dollari per l’acquisto di due terminal del porto greco del Pireo con un usufrutto esclusivo per i 35 anni seguenti. Da quel momento in poi l’ascesa di Pechino è stata lenta, ma costante. Un’altra tappa importante della strategia cinese è datata novembre 2015, quando ormai la Bri era stata pubblicamente annunciata e il Governo cinese iniziò a stringere accordi con i singoli Stati per il suo sviluppo. A guidare l’avanzata cinese nel Mediterraneo sono stati principalmente tre grandi compagnie: Cosco Shipping Ports, China Merchants Port Holdings (CMPort) e Qingdao Port International Development (QPI). Queste tre aziende hanno quote rilevanti nei porti del Pireo (Grecia), Valencia e Bilbao (Spagna), Marsiglia (Francia), Vado Ligure (Italia), Casablanca e Tanger Med (Marocco), Ambarli (Turchia), Port Said (Egitto), Cherchell (Algeria), Haifa e Ashdod (Israele). Una rete che copre quasi tutto il Mediterraneo e che garantisce alla Cina una presenza significativa in un’area particolarmente strategica dal punto di vista commerciale. Ad investire sui porti del Mediterraneo per aumentare la propria presenza nel mare nostrum c’è stata anche la Turchia grazie all’azienda Yilport Holding (appartenente al più grande Gruppo Yildirim) che si occupa principalmente di logistica. Come sottolineato recentemente da Limes, l’obiettivo della Turchia è puntare su investimenti nella logistica per lasciare ad altri – come ad esempio la Cina – il settore del commercio. I due Paesi, pur perseguendo lo stesso obiettivo, hanno adottato strategie diverse e complementari, che permetteranno loro di fare fronte comune per favorire i rispettivi interessi nell’area mediterranea. A legare Ankara e Pechino e a renderli potenziali partner nella corsa al Mediterraneo è anche la presenza della Yilport nella Ocean Alliance, il gruppo creato dalle compagnie Cosco Shipping Lines, Cma Cgm, Evergreen e Orient Overseas Container Line per far fronte ai danni causati dall’emergenza coronavirus. Della compagnia turca Yilport si è tornati a parlare di recente in merito al porto di Taranto: l’azienda ha ottenuto una concessione di 49 anni e promesso investimenti per 400 milioni di euro per lo sviluppo del San Cataldo Container Terminal, precedentemente nelle mani della taiwanese Evergreen. Lo scalo ionico garantisce alla Turchia una posizione strategica di accesso al mar Mediterraneo: Taranto si trova sulla rotta tra Gibilterra e il Canale di Suez Ma Taranto non è l’unico porto gestito dalla Yilport che affaccia sul mare nostrum: la compagnia turca si trova anche nel porto maltese di Marsaxlokk, per cui il suo arrivo nel terminal tarantino non fa che rafforzare la presenza nell’area mediterranea e più in generale la sua competitività. Tra l’altro la Turchia ha porti come quello di Ambarli con oltre 3 milioni di container e Mersin con oltre 1,5 milioni di container che, anno dopo anno, stanno sempre più diventando HUB forti nel Mediterraneo. Questa la storia, ma tutto sarebbe rientrato nella normale descrizione di una naturale evoluzione dei processi logistici che interessano l’intero “sistema Mediterraneo” se, negli ultimi anni, non fossero partite due iniziative che da sole denunciano e motivano perché il Mediterraneo non è più Mare Nostrum. La prima azione è la realizzazione del collegamento ferroviario e autostradale tra Bar (porto del Montenegro) e la Serbia. La tratta ferroviaria è stata già oggetto di un’apposita fattibilità da parte delle Ferrovie dello Stato attraverso la Società Italferr mentre per l’asse autostradale il Governo del Montenegro e la Cina hanno firmato, nel 2014, un contratto di ben 1 miliardo di dollari per la costruzione di un’autostrada che avrebbe dovuto collegare il porto di Bar con i Balcani e con la Russia e, al tempo stesso, aumentare il turismo nel Paese. Infatti l’autostrada di cica 130 Km si sarebbe dovuta collegare a una rete di autostrade dei “corridoi paneuropei” inseriti nelle Reti TEN – T. In realtà questa infrastruttura attualmente vive due distinte emergenze: il contratto per il finanziamento cinese prevede il pagamento del debito entro vent’anni, con un interesse del 2 per cento. Per i primi sei anni il Montenegro non ha dovuto pagare nulla, la prima rata sarebbe dovuta arrivare nel 2021. Tra poche settimane scadono i “sei anni bianchi”, ma il Montenegro non ha i soldi per pagare la prima rata. E qui si collega il secondo problema: l’opera non è conclusa. Infatti dei 130 km di autostrada previsti ne sono stati portati a compimento solo 41 km. I due assi in corso di progettazione e, in parte in corso di realizzazione, rappresentano un cordone ombelicale terrestre tra la Russia, i Balcani ed il Mediterraneo. La seconda azione è il progetto che proprio in questi giorni il Presidente turco Erdogan ha annunciato: per giugno partiranno i lavori del Kanal Istanbul. Attraversare da Nord a Sud i 45 chilometri della Tracia orientale per creare un nuovo istmo e fare posto a un Bosforo parallelo. Il 27 marzo di questo anno la Turchia ha approvato i piani di sviluppo per un enorme canale ai margini di Istanbul. Il canale collegherà il Mar Nero a nord di Istanbul al Mar di Marmara a sud e si stima che costerà 9,2 miliardi di dollari. Il governo afferma che faciliterà il traffico marittimo sullo stretto del Bosforo, uno dei passaggi marittimi più trafficati del mondo, e preverrà incidenti simili a quello sul Canale di Suez. Inoltre, la costruzione potrebbe aumentare la tensione già esistente della Turchia con la Grecia e Cipro – Paesi che negli ultimi anni hanno registrato una crescente vicinanza a Israele – e quindi influenzare anche gli interessi di Israele nel Mediterraneo orientale. Due azioni che non solo allargano il teatro logistico ma che, a mio avviso, offrono a tre porti del Mar Nero, due turchi ed uno russo, di diventare sempre più competitivi di tutti gli altri porti del Mediterraneo. In tutto questo il nostro Paese dovrà decidere se cambiare davvero la sua politica portuale, se cambiare davvero la sua offerta portuale. Nell’arco di soli dieci anni questo nuovo bacino fatto di due mari (Mediterraneo e Mar Nero) movimenterà oltre 80 milioni di container il rischio che l’Italia resti, come avviene ormai da diversi anni, sulla soglia di 10 milioni di container. Stiamo in realtà perdendo quella rendita di posizione che poneva il nostro Paese al centro di questo bacino – motore di tante economie e la cosa più grave è che negli ultimi anni non c’è stata coscienza di un simile grave ed irreversibile danno, di questo grave blocco alla crescita. Ancora una volta dobbiamo ammettere che nel nostro Paese è mancata intelligenza pianificatoria e gestionale nella organizzazione della offerta logistica portuale e questa nostra carenza ha consentito a Paesi come la Russia, la Turchia e la Cina di costruire le condizioni per un aumento di oltre il 200% delle potenzialità logistiche di un bacino che sarebbe rimasto controllato e gestito dai Paesi che si affacciavano su questo invidiabile teatro delle convenienze. Ora rimane, a mio avviso, possibile solo una proposta: trasformare in Società per Azioni al massimo quattro realtà portuali del nostro Paese e dare origine a vere e misurabili alleanze con coloro che ormai hanno disegnato una cabina di regia vincente di questo nuovo sistema logistico; in questa operazione il Mezzogiorno potrebbe e dovrebbe svolgere un ruolo ed una funzione essenziale.

La Pira, Moro, Andreotti: la via mediterranea della Prima Repubblica. Andrea Muratore su Indide Over l'8 giugno 2021. Il Mediterraneo è stato, nella storia dell’Italia unita, a rotazione confine (nelle fasi di maggiore apertura a una strategia “continentale”), faglia (nelle fasi in cui le sue acque sono state contese), punta di lancia (per la proiezione geo-strategica del Paese) della Penisola. La Repubblica ha a lungo vissuto in una profonda ambivalenza nel suo rapporto col Grande Mare. Da un lato, guardando inevitabilmente all’asse euro-atlantico come non evitabile e decisivo perno del suo posizionamento globale. Dall’altro, sentendosi destinata a proiettare influenza e operatività nel contesto mediterraneo. Per cogenti necessità (ad esempio gli approvvigionamenti energetici), questioni securitarie e comprensibili ragioni geopolitiche: il Mediterraneo, lungi dall’essere un “lago” dell’Oceano Atlantico, era negli anni della Guerra Fredda estremamente contendibile e diviso tra potenze giovani e rampanti e grandi attori globali e, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, non ha perso di importanza soprattutto a causa del rilancio di Suez come hub commerciale planetario. La classe dirigente della Prima Repubblica fu in tal senso conscia della necessità di consolidare una strategia mediterranea per l’Italia, elevando il Grande Mare a spazio d’elezione per l’azione degli apparati politici, diplomatici ed economici del Paese, per giocarsi con decisione i margini d’autonomia concessi nelle maglie del confronto bipolare, per aprire a una strategia in grado di normalizzare le tensioni politiche emerse tra Africa e Medio Oriente, per riannodare sulla scia dei legami storici rapporti consolidate tra le varie sponde del Mediterraneo. Libertà dei commerci, incontro di civiltà, distensione: la non subordinazione regionale che l’Italia seppe garantirsi tra gli anni Cinquanta e Sessanta fu il frutto dell’individuazione di un bacino geografico di riferimento ritenuto cruciale per i nostri interessi e di un preciso ambito strategico in cui operare un’azione originale. Convergenza di intenti che aveva la distensione regionale come Stella Polare che aprì all’Italia le porte di un dialogo completo con Paesi come Egitto, Iran, Iraq, Libia. Le varie “vie” con cui si costituirono le agende mediterranee della Prima Repubblica sono riassumibili seguendo la parabola politica e umana di tre figure: Giorgio La Pira, Aldo Moro, Giulio Andreotti. La Pira, sindaco “santo” di Firenze, politico e mistico, emblema della sinistra democristiana, fu l’artefice di un dialogo a tutto campo che volle promuovere l’incontro tra l’Italia, i Paesi del Mediterraneo e il Sud del mondo unificando il dialogo attorno al dato dell’incontro di civiltà. Il Mediterraneo per La Pira era il grande Lago di Tiberiade attorno cui nacquero e prosperarono le tre grandi religioni monoteistiche, Cristianesimo, Ebraismo e Islam, e sulle cui sponde dovevano parimenti confrontarsi le potenze del XX secolo.  La meditazione dello statista originario della Sicilia sul messaggio evangelico fornisce una motivazione in più ed un contenuto più profondo al dialogo inteso come vocazione comune dei popoli, ed in particolare di quelli che si affacciano sul Mediterraneo ed appartengono alla “triplice famiglia di Abramo” delle tre grandi religioni monoteiste. Ma La Pira era anche uomo di pensiero ed azione. La sua originale elaborazione, culminata nell’organizzazione dei Dialoghi Mediterranei a Firenze a partire dalla metà degli Anni Cinquanta, rese l’Italia una fondamentale piattaforma diplomatica e d’incontro e ne valorizzò il ruolo  nella cornice strategica del neoatlantismo, dottrina di politica estera che, nella cornice del mantenimento dei legami con gli Stati Uniti, garantiva all’Italia democristiana un grande spazio d’azione nel Mediterraneo. Aldo Moro guidò una commistione tra soft power e hard power: lo statista pugliese seppe usare con sagacia nell’agone mediterraneo gli strumenti del dialogo diretto e quelli da “retrobottega” del potere. Moro era un protagonista attivo e felpato della diplomazia mediterranea, da lui affrontata sia da presidente del Consiglio che da ministro degli Esteri, consapevole dei limiti della proiezione italiana, ma anche della centralità della sicurezza energetica, dell’importanza dell’apertura dei mercati di esportazione e del mantenimento di un equilibrio tra i fronti conflittuali della regione, in primis quello arabo-israeliano, per la sicurezza nazionale. Decisamente poco noto è il fatto che Moro seppe utilizzare, in particolare, le leve di un’intelligence personale guidata dal colonnello Stefano Giovannone, la “spia di Moro” dell’omonimo saggio di Francesco Grignetti, come strumento di conoscenza diretta dei terreni operativi del Mediterraneo e del Medio Oriente. Giulio Andreotti fu, al pari di Moro, premier e ministro degli Esteri. La sua azione mediterranea si concretizzò su più assi. Da un lato, attraverso un’originale e sorprendente apertura al mondo arabo di cui il Divo era profondo e interessato conoscitore. Da Hafez al-Assad a Muammar Gheddafi, erano numerosi i leader mediorientali che in Andreotti vedevano un punto di riferimento. In secondo luogo, da “amerikano” per eccellenza Andreotti fu l’uomo che potè con maggiore sicurezza e senza ambiguità costruire un dialogo a tutto campo con l’Unione Sovietica per portare, principalmente negli Anni Ottanta, al Mediterraneo la distensione tra i blocchi. Infine, da “cardinale laico” di Roma, Andreotti utilizzò spesso i suoi accessi alla Curia del Vaticano e prestò parimenti diversi favori alla Santa Sede sostenendo gli sforzi diplomatici dei pontefici da lui incontrati per un’apertura al dialogo con le Chiese del Medio Oriente e le altre istituzioni politiche e religiose dell’area. La Pira, Andreotti, Moro: tre figure accomunate dalla consapevolezza del Mediterraneo come area decisiva per i destini politici d’Italia. Tre maestri di politica estera tra loro diversi, ma concordi nel capire le linee guida dell’interesse nazionale italiano. Un Grande Mare che è vocazione inevitabile per Roma. Oggi più che mai chiamata all’elaborazione di un’agenda sistemica per avere nuovamente un ruolo nella definizione dei suoi equilibri. Che nei grandi della Prima Repubblica può avere dei maestri insuperabili.

Navi, sottomarini, missili: l’industria italiana conquista il mare. Lorenzo Vita, Paolo Mauri su Inside Over il 6 giugno 2021. L’industria militare italiana si posiziona ai vertici mondiali per quanto riguarda il livello tecnologico. Tuttavia, a fronte di un mercato fiorente, l’andamento delle esportazioni, pur ricco, è a livello complessivo altalenante con un trend calante che non accenna a diminuire da alcuni anni. Secondo dati ufficiali, nel 2018 esso ammontava a 5,2 miliardi di euro (pari a un 53% meno rispetto all’anno precedente). L’anno successivo era pari a 3,2 . Il Maeci, riferisce che le prime 25 società esportatrici pesano per circa il 97% sul totale, ed i primi quattro operatori del settore sono Leonardo (67,6%), Rwm Italia (6,1%), Mbda Italia (4,9%) e Iveco DefenseVehicles (4,1%). Il mercato si differenziava sostanzialmente in modo equo tra Paesi della Nato/Ue (Uk, Germania, Francia, Spagna, Usa) ed “extraeuropei” (Qatar, Eau, Egitto, Turchia e Pakistan), sebbene il peso sia notevolmente diverso: solo il 27,2% delle autorizzazioni all’esportazione è stato destinato ai primi, che rappresentano le più importanti alleanze internazionali per l’Italia, mentre il restante 72,8% è stato destinato ai secondi. Le cose in questi anni non sono certamente andate per il meglio. Complici anche alcune scelte di politica estera che hanno inciso sensibilmente sulla capacità italiana di vendere il prodotto della propria industria bellica nel mondo, il trend non ha mostrato grossi segni di ripresa. La relazione presentata quest’anno al Parlamento afferma che “nel 2020 il valore globale delle licenze di esportazione e di importazione, comprese le licenze per operazioni di intermediazione e quelle globali di progetto e di trasferimento, è stato pari a 4,821 miliardi di euro”. Di questo volume, 4.647 miliardi di euro sono per operazioni in uscita. In questo trend, l’elemento principale che ha dato ossigeno al mercato italiano delle esportazioni è stato l’Egitto di Abdel Fatah al-Sisi, che è passato da 7,1 milioni di euro di autorizzazioni alla vendita nel 2016 a 871,7 milioni di euro nel 2019. L’anno scorso, un maxi contratto di circa 11 miliardi di euro era stato definitivamente autorizzato per la vendita di armamenti all’Egitto che ha compreso, tra i vari sistemi, due navi militari Fremm. Ad oggi sembra che solo la vendita delle fregate costruite da Fincantieri si sia concretizzata, per note questioni di carattere umanitario. La conferma è arrivata dalla relazione annuale, che ha reso evidente come sia stato proprio Il Cairo il maggior cliente del 2020 per un volume di 990 milioni di euro.

Le unità di superficie. La questione egiziana e la vendita al Cairo delle due fregate destinate alla Marina Militare ci ricorda l’importanza della vendita di unità navali di superficie nell’industria italiana. Fincantieri, che rappresenta il leader del settore, ha sviluppato in questi anni una rete di interessi di estrema importanza che va dal Medio Oriente all’America non disdegnando anche fondamentali partnership con la cantieristica europea e anche alcuni primi programmi con India e Russia. L’ultima notizia, in ordine di tempo, è quella che è giunta dagli Stati Uniti, con Fincantieri che ha ricevuto il semaforo verde dalla Marina degli Stati Uniti per la seconda fregata della classe Constellation. Dopo la capoclasse, Fincantieri ha ottenuto, attraverso la sua controllata Marinette Marine, l’ordine di una seconda fregata, la Uss Congress, per un valore di 555 milioni di dollari. Le navi, che sono costruite in Wisconsin, rappresentano uno dei principali prodotti tecnologici esportati all’estero. E questo conferma l’azienda italiana si sia nel tempo costruita una solida rappresentanza americana confermata sia dagli studi per le navi-drone sia per la partecipazione nel consorzio per le Littoral Combat Ships della Lockheed Martin. Il programma per la nuova classe Freedom è uno dei capisaldi della nuova Marina americana, che cerca di costruire una flotta più moderna e sempre più multiruolo in grado di realizzare i diversi obiettivi posti dal Pentagono, sia in termini offensivi che difensivi. Sul fronte fregate, non va dimenticato inoltre che l’Italia si sta inserendo nella difficilissima partita per il rinnovo della flotta greca, con Atene che ha varato un imponente piano di modernizzazione del proprio arsenale e con Fincantieri ad aver iniziato a intavolare delle trattative. Inserirsi nella partita è complesso e sono in molti i pretendenti (Francia su tutti, Stati Uniti e anche Spagna), ma la proposta italiana sembra aver trovato l’attenzione della Grecia, consapevole anche dei rapporti diplomatici sul fronte del Mediterraneo centrale. In Medio Oriente, il prodotto italiano che è più in voga sono invece le corvette. E anche in questo caso l’agenda diplomatica italiana deve sostenere una difficile imparzialità nelle complesse relazioni tra monarchie del Golfo. Fincantieri in questo momento ha accordi molto importanti con il Qatar e con gli Emirati Arabi Uniti, Paesi che da qualche anno certamente non hanno relazioni positive. Pe quanto riguarda la Marina emiratina, l’Italia ha consegnato la corvetta della classe Abu Dhabi. Marina con cui si è arrivati anche alla consegna di due pattugliatori, Ghantut e Salahah, della classe Falaj 2. Mentre per la Marina qatariota, a febbraio c’è stato il il varo tecnico della Damsah e si sono avviati i lavori per la Sumaysimah, corvette della classe Al Zubarah, e sempre per i pattugliatori, è stato realizzato il Musherib. Questi che sono i mezzi più in vista rappresentano la parte più mediatica, e certamente più importante, dell’export di mezzi di superficie nel mondo. Ma non dobbiamo dimenticare una serie di altre operazioni che hanno coinvolto l’Italia e che confermano dinamiche molto complesse nell’ambito della vendita in questo settore. Fincantieri ad esempio ha costruito la RV Kronprins Haakon, nave rompighiaccio oceanografica consegnata al governo norvegese. Sempre Fincantieri ha collaborato con la Russia per Rossita, una nave in supporto delle operazioni di trasporto combustibile e di scorie nucleari e in servizio presso la Atomflot.

La tecnologia sottomarina. Oltre alle unità di superficie, l’Italia ha una lunga tradizione “sottomarina” che oggi, oltre che costruire battelli come gli U-212 e fornirne componentistica, attraverso il gruppo Leonardo/Fincantieri e consociate (ad es. la Fib del Gruppo Seri Industrial per le nuove batterie al litio-ferro-fosfato degli U-212 Nfs), ha capitalizzato la lunga tradizione di veicoli subacquei da assalto utilizzati sin dai tempi della “mignatta” di Paolucci e Rossetti. Un’industria importante in questo settore poco noto (perché poco reclamizzato) è la Cabi Cattaneo. La società milanese è uno dei principali produttori mondiali di veicoli subacquei e attrezzature pesanti per forze speciali e costruisce anche i container da trasporto presso-resistenti che potranno essere utilizzati proprio dai nuovi sottomarini tipo U-212 Nfs. Recentemente siamo venuti a conoscenza che proprio la Cabi Cattaneo sta costruendo due piccoli sottomarini per la Marina degli Emiri del Qatar. In una presentazione fatta al parlamento italiano il 17 maggio si notano immagini che potrebbero essere le prime rese pubbliche dei nuovi veicoli subacquei. La società sembra che stia collaborando con un’altra per costruire due sottomarini “nani” costruiti per un cliente straniero, e sebbene questo non sia stato esplicitato, potrebbe essere il Qatar. L’altra società italiana coinvolta deve essere la M23 Srl di Ciserano (Bg). Questa società risulterebbe essere uno spin-off dell’attività militare dell’affermato costruttore di sottomarini Gse Trieste. Le esportazioni in ambito navale riguardano anche sistemi più tradizionali come siluri, missili e artiglierie. Mbda Italia è ai vertici coi missili Marte Extended Range e Marte Mk2/N, insieme alla famiglia Teseo che recentemente si è ampliata con l’arrivo del Mk2/E. Come non citare poi nel campo della siluristica i Black Shark e Black Scorpion, costruiti dalla Wass del gruppo Leonardo, oppure, in quello delle artiglierie navali, il famoso Super Rapido/Compatto da 76/62 della Oto Melara anche lei confluita nel gigante della industria della Difesa italiana, che viene utilizzato su unità navali di Germania, Usa, Francia, Spagna, Norvegia, Taiwan, Paesi Bassi, Filippine, Sud Africa, Canada, Grecia, Corea del Sud, Irlanda, Perù, Danimarca e India. Un successo mondiale che testimonia l’alta qualità delle produzioni italiane nel campo degli armamenti. 

Da corriere.it il 6 maggio 2021. La nave Libeccio della Marina Militare sta intervenendo in soccorso di un marinaio italiano ferito dai colpi di avvertimento partiti da una motovedetta della Guardia costiera libica contro i due pescherecci Aliseo e Artemide circa 75 miglia a nord est di Tripoli. La Libeccio, che si trovava a poche miglia dalle due imbarcazioni italiane, è stata autorizzata dai libici ad approntare il soccorso. I due motopesca sono stati rilasciati.

(ANSA il 7 maggio 2021) E' in navigazione verso Mazara del Vallo il peschereccio "Aliseo", con sette uomini d'equipaggio, il cui comandante Giuseppe Giacalone è rimasto ferito dai colpi d'arma da fuoco sparati ieri da una motovedetta militare libica. L'assalto è avvenuto a 35 miglia a nord della costa di Al Khums, "all'interno della Zona di protezione di pesca nelle acque della tripolitana" come ha comunicato la Marina Militare intervenuta sul posto in soccorso con la fregata Libeccio. Un tratto di mare definito "ad alto rischio" dalle nostre autorità. L'arrivo dell'unità militare italiana ha convinto i militari libici a rilasciare l'imbarcazione che ha subito fatto rotta verso Mazara del vallo. Il peschereccio sta navigando alla velocità di circa 9-10 nodi all'ora; l'arrivo in porto è previsto per l'alba di domani. Le condizioni del comandante Giacalone, ferito lievemente anche alla testa da alcune schegge del vetro della cabina e medicato a bordo dai militari italiani, non destano preoccupazioni. (ANSA).

(ANSA il 6 maggio 2021)  Erano 3 i pescherecci italiani che si trovavano in una zona definita "ad alto rischio" verso i quali una motovedetta libica ha sparato alcuni colpi di avvertimento che hanno ferito il comandante di una delle tre imbarcazioni. Lo ricostruisce la Marina Militare che sta ancora operando nella zona - 35 miglia a nord della costa di Al Khums - e che è intervenuta con la fregata Libeccio. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini è costantemente aggiornato sugli sviluppi della situazione.

(ANSA il 6 maggio 2021) La Marina libica, che controlla la Guardia costiera, ha smentito di aver sparato "contro" pescherecci italiani ma ammesso che sono stati esplosi "colpi di avvertimento in aria" per fermare imbarcazioni da pesca che a suo dire avevano sconfinato in acque territoriali libiche. "Non ci sono stati colpi esplosi contro imbarcazioni, ma colpi di avvertimento in aria", ha detto al telefono all'ANSA il commodoro Masoud Ibrahim Abdelsamad, portavoce della Marina libica senza fornire per il momento ulteriori dettagli sull'incidente. (ANSA).

(ANSA il 6 maggio 2021) Il motopesca "Aliseo" è stato liberato. Lo ha confermato Alessandro Giacalone, armatore del mezzo e figlio di Giuseppe, il comandante rimasto ferito lievemente. Il giovane ha avuto conferma tramite una telefonata con un cellulare satellitare ricevuta dal fratello Giacomo, attualmente a bordo dell'Anna Madre, l'altro peschereccio della società, che si trova anch'esso in battuta di pesca. L'Aliseo è già in navigazione verso le coste siciliane. Il peschereccio "Aliseo" della flotta di Mazara del Vallo, che era impegnato in una battuta al largo delle coste di Bengasi, è stato mitragliato da una motovedetta militare libica. I colpi d'arma da fuoco hanno ferito il comandante, Giuseppe Giacalone. Lo ha confermato all'ANSA il figlio Alessandro, aggiungendo che al momento non conosce le condizioni del padre.

Da corriere.it il 6 maggio 2021. La nave Libeccio della Marina Militare sta intervenendo in soccorso di un marinaio italiano ferito dai colpi di avvertimento partiti da una motovedetta della Guardia costiera libica contro i due pescherecci Aliseo(nella foto Ansa) e Artemide circa 75 miglia a nord est di Tripoli e a 3o da Misurata. La Libeccio, che si trovava a poche miglia dalle due imbarcazioni italiane, è stata autorizzata dai libici ad approntare il soccorso. I due motopesca sono stati rilasciati.La persona rimasta ferita è il comandante della nave Aliseo Giuseppe Giacalone: i libici, dopo che le navi erano entrate in acque di competenza di Tripoli, hanno sparato colpi di avvertimento ordinando a entrambe di fermarsi. Sia la Aliseo che la Artemide sono riuscite però a sottrarsi all’alt. Entrambe appartengono alla marineria di Mazara del Vallo.

I precedenti. L’Aliseo era riuscita già a sottrarsi a un tentativo di sequestro da parte delle autorità tunisine nel 2017 ma soprattutto pochi giorni fa, nella notte tra il 2 e il 3 maggio, l’Aliseo era scampato insieme ad altri sei pescherecci (Antonino Pellegrino, Giuseppe Schiavone, Nuovo Cosimo, Anna Madre e Artemide) a un tentativo di sequestro da parte di un gommone delle milizie del generale Khalifa Haftar al largo di Bengasi, nella regione orientale della Cirenaica. Anche in quella circostanza, i libici avrebbero sparato colpi in aria per intimare al comandante di fermarsi e un colpo di mitra avrebbe colpito la parte superiore del motopesca Giuseppe Schiavone, senza causare feriti tra i marittimi. Ben 108 giorni, invece, era durata la prigionia di 18 pescatori di Mazara, catturati a settembre 2020 dalle milizie di Haftar e liberati il 17 dicembre dopo una complessa trattativa e una visita lampo dell’allora premier Giuseppe Conte a Bengasi con il ministro degli esteri Di Maio.

La versione dei libici. La Marina libica ha fornito una prima sua versione dei fatti, ammettendo di aver sparato colpi di avvertimento ma di averli indirizzati in aria. Secondo Tripoli la Aliseo e la Artemide avevano sconfinato in acque territoriali libiche. «C’erano quattro o cinque pescherecci nelle acque territoriali libiche senza alcun permesso da parte del governo libico», ha riferito il portavoce della Marina libica: «La nostra Guardia costiera, fra le sue funzioni, ha quella del controllo della pesca», ha ricordato.

La posizione italiana. Secondo informazioni raccolte invece dalla Farnesina e dall’Aise Il Comando della Squadra Navale italiana (CINCNAV) ha inviato un velivolo da pattugliamento P72 e nel contempo ha disposto l’avvicinamento di Nave Libeccio che, a sua volta inviava il proprio elicottero sull’area interessata. Intorno alle 14.30 l’unità libica Obari aveva avvicinato tre pescherecci (e non due) italiani intimando il fermo. Successivamente la Obari sparava dei colpi di avvertimento. Il team sanitario della Nave Libeccio è intervenuto inviando un medico a bordo; anche personale libico della Obari sarebbe salito a bordo del peschereccio interessato dall’evento per controllare le condizioni del comandante ferito. Non è ancora chiaro - secondo le fonti italiane - se le ferite siano imputabili ad arma da fuoco o incidente a bordo. Avrebbe comunque riportato una «ferita leggera ad un braccio».

Alberto Gentili Giuseppe Scarpa per “il Messaggero” il 7 maggio 2021. Non c' è partito, da Pd a Fratelli d' Italia, dalla Lega e Forza Italia, che non abbia immediatamente chiesto al governo di intervenire. E di mettere fine alla caccia dei libici ai pescherecci italiani. Ma il governo di Mario Draghi, che era andato in visita Libia il 7 aprile, è in imbarazzo. Come fanno sapere fonti della Difesa e del Ministero degli Esteri, le tre imbarcazioni italiane diventate bersaglio delle motovedette libiche navigavano in una zona vietata, la zona di pesca protetta (Zpp) della Libia. Uno spicchio di mare riconosciuto a Tripoli, implicitamente, anche dalla Commissione Europea a partire dal 2012. Più volte i pescatori di Mazara erano stati avvertiti e invitati a non effettuare sconfinamenti anche dalle autorità italiane. Non solo. Proprio il peschereccio Aliseo appena quattro giorni fa, lunedì, aveva sconfinato nella stessa area di mare. E in quell' occasione le navi militari italiane erano riuscite a evitare il peggio. Ciò non toglie che è forte la condanna nel governo per l'uso di armi contro i pescatori siciliani. L' esecutivo nei prossimi giorni svolgerà quella che fonti autorevoli chiamano «moral suasion» verso gli armatori siciliani per impedire altri sconfinamenti. E il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, avvierà una trattativa con Tripoli per «risolvere questo annoso problema, attraverso un accordo o una convenzione bilaterale». «Ma invocare l'intervento del governo contro la Libia», dice un'alta fonte dell'esecutivo, «è del tutto fuori luogo: i pescatori di Mazara erano nel torto.Questo però non può in alcun modo legittimare l' uso delle armi contro di loro». «Quelle acque lì - spiega un altissimo dirigente della Difesa - sono pericolose, fanno parte della zona di protezione pesca istituita da Gheddafi per il ripopolamento marino e mai contestata, dove è assolutamente vietato pescare. E dove sono previste sanzioni precise: il sequestro del peschereccio e del pescato, la multa e il rilascio. Ciò avviene da anni. Agli armatori il giochetto andava e va bene: nove volte su dieci la fanno franca, non succede nulla, e quando va male scatta il sequestro. Il problema è che questa volta i libici hanno sparato dei colpi di avvertimento a prua. Stiamo facendo le nostre indagini per capire perché è stato colpito il comandante Giacalone. Forse un colpo di rimbalzo, da quel che sappiamo non c'era la volontà dei libici di ferire...». Alla Difesa, che ha aperto un'inchiesta, sono convinti che senza l'intervento della Libeccio, di un elicottero e anche di un areo militare italiani, l'Aliseo sarebbe stata sequestrata. E portata a Tripoli. «La presenza della nostra nave ha evitato il peggio al 100%». Il fatto che i pescatori siano nel torto, che violino le regole, spinge più di un esponente di governo a stigmatizzare la reazione dei partiti politici: «Non ha senso chiedere l'intervento di Draghi come se dovesse andare alla guerra contro la Libia. Forse le parti politiche non hanno ben inquadrato la dinamica di ciò che è avvenuto. È il caso di gettare acqua sul fuoco, non di scatenare una tempesta». Anche perché il diritto internazionale sarebbe dalla parte dei libici, la zona di pesca protetta costituisce un'area di sovranità funzionale legittimamente proclamata dalla Libia sulla base delle norme consuetudinarie codificate nella Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. Tuttavia l'oro rosso, il gambero a cui danno la caccia i pescherecci italiani è un crostaceo pregiato ed è questo che li spingerebbe a sconfinare. Il suo habitat è diffuso in tutto il Mediterraneo, in particolare nella zona a sud di Mazara, ma anche vicino alle coste libiche, in aree che sono regolate da regimi di sfruttamento esclusivo.

I libici: "Avevano sconfinato, colpi in aria". Guardia costiera libica spara contro tre pescherecci italiani: ferito comandante. Fabio Calcagni su Il Riformista il 6 Maggio 2021. Un marinaio italiano è rimasto ferito da colpi di avvertimento sparati da una motovedetta della cosiddetta Guardia costiera libica a circa 35 miglia nautiche dalla costa libica, al largo di Misurata. La notizia è stata confermata dalla Marina militare italiana, che ha riferito come nell’area in cui è avvenuto il "conflitto" erano presenti tre pescherecci italiani: Artemide, Aliseo e Nuovo Cosimo, tutti della flotta ti Mazara del Vallo. È ancora da confermare invece la circostanza che a sparare contro i pescherecci italiani sia stata la nave libica Obari, paradossalmente donata e assistita proprio dall’Italia ai guardia costiera libici nell’ambito del programma di impegno comune contro l’immigrazione clandestina. A rimanere ferito ad un braccio è stato comandante della nave Aliseo, Giuseppe Giacalone: il figlio Alessandro, sentito dall’Ansa, ha riferito che il padre è stato colpito dal fuoco sparato dalla motovedetta militare libica aggiungendo che al momento non conosce le condizioni del padre. Alessandro, anche armatore del mezzo, ha spiegato inoltre che il motopesca Aliseo è stato liberato, una notizia che gli è stata confermata tramite una telefonata con un cellulare satellitare ricevuta dal fratello Giacomo, attualmente a bordo dell’Anna Madre, l’altro peschereccio della società, che si trova anch’esso in battuta di pesca. L’Aliseo è già in navigazione verso le coste siciliane. In soccorso delle tre navi è intervenuta la fregata Libeccio della Marina militare, impegnata nell’Operazione Mare Sicuro. La Marina ha spiegato che la Libeccio al momento della segnalazione si trovava a circa 60 miglia dalla scena d’azione, quindi si è diretta verso i motopesca “alla massima velocità” ed ha mandato in volo l’elicottero di bordo, il quale giunto in area ha preso contatto radio con il personale della motovedetta. Degli spari sono stati segnalati da un velivolo da ricognizione della Marina Militare P-72, dirottato in zona dalla Libeccio. Secondo la Marina i tre pescherecci erano “in attività di pesca nelle acque della Tripolitania all’interno della zona definita dal Comitato di coordinamento interministeriale per la sicurezza dei trasporti e delle infrastrutture "ad alto rischio"”, precisamente a circa 35 miglia nautiche dalla costa libica, a nord della città di Al Khums. Una ricostruzione smentita da Masoud Ibrahim Abdelsamad, portavoce della Marina libica. Ad Agenzia Nova infatti ha spiegato di aver “esploso solo colpi in aria” a scopo di avvertimento dopo aver più volte intimato agli italiani di allontanarsi “dalle acque libiche”. All’Ansa Abdelsamad ha aggiunto che “quando i pescherecci arrivano, la nostra guardia costiera prova a fermarli”, ha aggiunto il portavoce promettendo maggiori dettagli  e insistendo nel sostenere che “non ci sono stati spari diretti contro l’imbarcazione”. “C’erano quattro o cinque pescherecci nelle acque territoriali libiche senza alcun permesso da parte del governo libico”, ha riferito ancora il portavoce: “La nostra Guardia costiera, fra le sue funzioni, ha quella del controllo della pesca”, ha ricordato.

LE REAZIONI POLITICHE – Non sono tardate ad arrivare le reazioni dal mondo politico alla notizia degli spari libici contro i tre pescherecci italiani. Per Enrico Letta, segratario del Pd, quel che è accaduto è “inconcepibile”. “Solidarietà al comandante del peschereccio italiano e non ci si potrà’ accontentare di scuse o vaghe spiegazioni”, ha scritto su Twitter il numero uno dei Dem. Tira in ballo il presidente del Consiglio Mario Draghi invece segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni: “Non mi ricordo bene: di che cosa dovevamo ringraziare la Guardia Costiera Libica ? Dei pescatori italiani che vengono mitragliati? O dei naufraghi che vengono bastonati e riportati nei lager della Libia? Aspetto risposta dal presidente Draghi e dalla sua maggioranza”, posta sui social Fratoianni. Il senatore di Fratelli d’Italia Adolfo Urso chiede che il governo italiano “venga in aula a fine seduta a riferire su quanto accaduto relativamente ai due pescherecci italiani attaccati dalla Guardia costiera libica. Dalle notizie che giungono il comandante di uno dei due pescherecci sarebbe rimasto ferito e questo ci rimanda all’episodio del sequestro dei nostri marinai e alla loro lunga detenzione in Libia prima che fossero rilasciati. Si tratta del secondo episodio in pochi mesi e pretendiamo che il governo ci riferisca nel merito”. Richiesta che condivide il deputato di LeU Erasmo Palazzotto, che chiede all’esecutivo di spiegare “se a sparare è stata la stessa guardia costiera libica che il Presidente del Consiglio ha ringraziato qualche giorno fa per le deportazioni quotidiane di migranti e se lo ha fatto utilizzando una delle motovedette che gli abbiamo regalato. Dopo questo ennesimo e gravissimo episodio, occorre sospendere immediatamente la missione di supporto alla guardia costiera libica”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Da Ansa.it il 7 maggio 2021. La motovedetta “Obari” in dotazione alla Guardia Costiera libica che ieri ha sparato alcuni colpi d'avvertimento verso i tre pescherecci italiani è stata ceduta alle autorità di Tripoli dall'Italia, nell'ambito della fornitura di mezzi navali per rafforzare il contrasto all'immigrazione clandestina da parte della Libia. La motovedetta, quando era in servizio in Italia, si chiamava 'G92 Alberti': era in dotazione alla Guardia di Finanza e faceva parte della classe “Corrubia”, motovedette d'altura con 14 persone di equipaggio lunghe 27 metri. È stata cancellata dal ruolo speciale del naviglio militare dello Stato il 10 luglio del 2018 in seguito al decreto che ha disposto la cessione alla Libia di 12 motovedette, dieci 'Classe 500' della guardia Costiera e due unità navali della classe "Corrubia".

Gli spari, l'abbordaggio: cosa è successo davvero nell'assalto al peschereccio italiano. Federico Garau il 7 Maggio 2021 su Il Giornale. I pescherecci, fanno sapere dalla Difesa, si trovavano in una "zona di protezione pesca istituita da Gheddafi per il ripopolamento marino e mai contestata, dove è assolutamente vietato pescare". C'è grande tensione dopo quanto accaduto ieri nel Mediterraneo, dove una motovedetta della Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro le imbarcazioni dei nostri pescatori. Tutti i rappresentanti del mondo della politica si sono sollevati per chiedere a gran voce al governo italiano di intervenire, ma l'attuale esecutivo si trova in una condizione di estrema difficoltà: i tre pescherecci presi di mira, infatti, non avrebbero dovuto trovarsi in quel tratto di mare.

I fatti. È di ieri la notizia del duro intervento delle autorità libiche nei confronti dei nostri pescatori. La Guardia Costeria ha deciso di aprire il fuoco, e solo il tempestivo intervento della Marina Militare italiana ha riportato un minimo di calma ed evitato il sequestro dei motopesca. L'assalto dei militari libici, fra l'altro, arriva a pochi giorni di distanza da un altro tentativo di abbordaggio nei confronti di 8 pescherecci. Come confermato dalla Marina Militare italiana, ad essere attaccate sono state le imbarcazioni Artemide, Aliseo e Nuovo Cosimo, raggiunte dai libici durante l'attività di pesca. Nel corso della sparatoria, il comandante della Aliseo, Giuseppe Giacalone, ha riportato delle lesioni, fortunatamente non gravi: alcune schegge di vetro lo avrebbero ferito alla testa. Solo il tempestivo intervento della fregata Libeccio, arrivata insieme ad un elicottero e ad un aereo militare, ha impedito di fatto il sequestro dei motopesca.

Il luogo dell'assalto. In queste ultime ore sono stati in tanti a chiedere il risoluto intervento del governo italiano. Rappresentanti politici di ogni colore hanno preteso una presa di posizione. Eppure, stando a quanto riferito dalla stessa Marina Militare italiana, i tre pescherecci si trovavano "a 35 miglia a nord della costa di Al Khums, all'interno della Zona di protezione di pesca nelle acque della tripolitana". Un tratto di mare conosciuto per essere ad "alto rischio". Che fare, dunque? Le tre imbarcazioni italiane si trovavano in una zona vietata, un'area di pesca protetta (Zpp) della Libia, come riconosciuto anche dalla Commissione Europea. Non solo. Stando a quanto riferito da Il Messaggero, i pescatori di Mazara erano stati più volte avvertiti di non tentare rischiosi sconfinamenti. I militari libici, tuttavia, hanno aperto il fuoco, e ciò è stato duramente condannato anche dal governo italiano. Si tratta pertanto di una situazione difficile da risolvere. Le acque in cui si trovavano i nostri connazionali sono pericolose, come spiega al Messaggero anche un alto dirigente della Difesa: "Fanno parte della zona di protezione pesca istituita da Gheddafi per il ripopolamento marino e mai contestata, dove è assolutamente vietato pescare. E dove sono previste sanzioni precise: il sequestro del peschereccio e del pescato, la multa e il rilascio. Ciò avviene da anni. Agli armatori il giochetto andava e va bene: nove volte su dieci la fanno franca, non succede nulla, e quando va male scatta il sequestro". Le autorità italiane stanno ora cercando di capire in che modo sia rimasto ferito il comandante Giuseppe Giacalone.

L'intervento dell'Italia. Adesso sarà il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a dover derimere la questione, avviando una trattativa con Tripoli. Allo stesso tempo, lo Stato interverrà per dissuadere una volta per tutte i pescatori italiani ad effettuare pericolosi sconfinamenti. La speranza è che si possa arrivare ad un accordo con i libici, tuttavia, come dicono alcune fonti dell'esecutivo, "invocare l' intervento del governo contro la Libia è del tutto fuori luogo: i pescatori di Mazara erano nel torto. Questo però non può in alcun modo legittimare l'uso delle armi contro di loro". L'intenzione dell'esecutivo, dunque, è quella di far calmare la situazione: nessuna voce grossa contro la Libia. Il diritto internazionale, infatti, non darebbe ragione all'Italia.

I pescatori stanno tornando in Italia. Il comandante Giacalone, medicato sul posto, non ha fortunatamente riportato gravi lesioni, e si trova attualmente in viaggio verso l'Italia con il resto dell'equipaggio. Il peschereccio, rilasciato dai libici, sta navigando alla velocità di circa 9-10 nodi all'ora, e domani dovrebbe già essere arrivato a Mazara del Vallo. A quanto pare, a spingere i pescatori ad addentrarsi in acque libiche sarebbe stata la necessità di catturare dei gamberi, crostacei molto richiesti che si trovano anche vicino alle coste della Libia.

Cosa c’è dietro l’ennesima sparatoria contro pescherecci italiani in Libia. Mauro Indelicato su Inside Over il 7 maggio 2021. Due episodi ravvicinati in grado di far ritornare repentinamente con la mente a quanto accaduto tra settembre e dicembre, quando cioè gli equipaggi di due pescherecci italiani sono stati sequestrati dalle milizie di Khalifa Haftar in Libia. Tra il 2 e il 3 maggio, sempre nella zona controllata dal generale della Cirenaica, altre motonavi con a bordo nostri pescatori hanno rischiato di essere abbordate. Infine il 6 maggio ad essere nel mirino dei libici è stato il peschereccio Aliseo. I due episodi però hanno presentato distinte peculiarità. A partire dai luoghi in cui si sono sviluppati gli eventi. L’incidente o, per meglio dire, il tentativo di sequestro è avvenuto a circa 30 miglia dalla costa di Misurata. Si è quindi in acque internazionali. Ma per i libici, i quali hanno dato sempre un’interpretazione molto larga del trattato di Montego Bay e del concetto di “Baia Storica”, quelle sono acque soggette alla propria sovranità. C’è un dettaglio però da non trascurare e che è stato sottolineato, poche ore dopo gli spari, dal sindaco di Mazara del Vallo, Salvatore Quinci: “È una novità che episodi del genere accadano al largo di Misurata”. Non era mai successo che un peschereccio venisse coinvolto in situazioni simili di fronte la costa della parte ovest della Libia. Il dettaglio non è solo geografico, ma anche politico. Se in Cirenaica è infatti presente Haftar, con le sue forze non riconosciute dalla comunità internazionale, a Misurata ad operare è la Guardia Costiera facente capo al nuovo governo insediatosi a Tripoli nello scorso mese di marzo. Esecutivo riconosciuto dall’Italia e con il quale Roma nelle ultime settimane ha avviato intensi colloqui. Lo dimostra la visita del presidente del consiglio Mario Draghi nella capitale libica del 6 aprile scorso dove, tra le altre cose, ha evidenziato il ruolo importante della marina tripolina nel contrasto all’immigrazione. Dunque a sparare questa volta sono state forze vicine all’Italia. Anzi, i colpi sono partiti, come dimostrato dalle foto pubblicate nelle scorse ore su Twitter, da una motovedetta italiana girata ai libici nel novembre 2018. Si tratta della “Ubari“, contrassegnata dal numero 660 scritto nelle fiancate. Il mezzo è stato fabbricato nel nostro Paese ed era in uso alla nostra Guardia di Finanza prima di prendere la via verso la sponda opposta del Mediterraneo. L’atto ostile contro il peschereccio di Mazara del Vallo dunque è paragonabile alla stregua di un vero e proprio “fuoco amico”. Perché quindi da Misurata (o da Tripoli) è partito l’ordine di sparare contro i pescatori italiani? Una domanda la cui risposta potrebbe celare non pochi segnali negativi per Roma. Sulla Guardia Costiera libica infatti si è addensata già da mesi l’ombra della Turchia. Ankara dal novembre 2019 è principale partner militare della Libia, almeno di quella occidentale. Sulla motovedetta Ubari nello scorso ottobre sono saliti anche ufficiali turchi, i quali hanno addestrato i “colleghi” libici. Segno dunque di come non è remota l’ipotesi di un ordine di sparare al peschereccio italiano impartito sì dalla Libia, ma con possibili collegamenti con Ankara. Anche perché da settimane Italia e Turchia sono ai ferri corti dopo che Mario Draghi ha definito Erdogan un dittatore e quest’ultimo gli ha risposto dandogli del maleducato. C’è poi anche una questione interna alla Libia. L’impressione è che tra est ed ovest sia partita una vera e propria gara a chi spara per primo agli italiani. Se Haftar ha dimostrato, tra settembre e dicembre 2020, di poter fare la voce grossa e trattenere pescatori siciliani a Bengasi, in Tripolitania non vogliono essere da meno. E dopo l’ultimo episodio del 3 maggio, in cui motovedette delle forze del generale hanno provato a sequestrare altri pescherecci italiani, Misurata tre giorni dopo ha risposto. L’Aliseo a breve tornerà a Mazara del Vallo, ma nelle acque del Mediterraneo la situazione è tutt’altro che calma.

Cambiano le rotte dei migranti: cosa c'è dietro il boom di sbarchi. Sofia Dinolfo e Mauro Indelicato il 20 Aprile 2021 su Il Giornale.

In questo 2021 gli stranieri che seguono la rotta centrale del Mediterraneo provengono dalla Libia. Meno tunisini in arrivo, qualcosa sta cambiando. Nei primi mesi del 2021 è già possibile tracciare il quadro generale del fenomeno migratorio nel Mediterraneo. Il trend degli arrivi nel nostro Paese si presenta superiore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ma c’è un cambiamento: oggi si parte maggiormente dalle coste libiche. Cosa sta accadendo?

Il trend delle rotte nel Mediterraneo. Sono dati interessanti quelli raccolti dall’Unhcr in questi primi mesi del 2021 facenti riferimento ai flussi nel Mediterraneo da parte dei migranti. Circa 16.558 stranieri lo hanno attraversato per raggiungere le mete prefissate. Entrando nei dettagli è possibile analizzare cosa sta accadendo lungo il tracciato delle tre rotte: quella centrale, quella occidentale e quella orientale. Quella centrale, che interessa l’Italia,risulta la più seguita con 8.472 migranti. Ad essa segue quella occidentale che ha come punto di approdo la Spagna con 7.051 stranieri e poi quella orientale che riguarda la Grecia con 1.998 stranieri. Il trend dei flussi lungo il Mediterraneo conferma già da adesso che la rotta centrale è quella più seguita proprio come il 2020. Dunque, fin qui nulla di nuovo. Un netto cambiamento invece lo si può riscontrare rispetto al 2019 dove invece, al contrario dei dati attuali, era la rotta orientale ad essere quella maggiormente navigata. In quell’anno infatti la Grecia ha registrato un boom di arrivi con 67mila persone. Dopo l’emergenza scattata in quel momento, il trend ha gradatamente iniziato a registrare una flessione a causa dette tensioni tra il governo di Atene e la Turchia. Le dispute politiche tra i due Paesi hanno attivato maggiori controlli sulle partenze che sono diminuite notevolmente.

La rotta libica il vero pericolo. La rotta del Mediterraneo centrale è quindi la più gettonata in questa prima fase dell’anno e quasi certamente lo rimarrà fino al 31 dicembre prossimo. Chiarito questo aspetto occorre far luce anche su un fatto emblematico del fenomeno migratorio:all’interno dello stesso tratto di mare l’Italia non è l’unica terra di approdo. Con essa c’è anche Malta. Ma se gli stranieri sbarcati finora sul suolo italiano sono stati 8.472, sul territorio maltese sono stati invece 65. Numeri dai quali emerge la netta sproporzione degli arrivi all’interno dei due Paesi che hanno sì diverse dimensioni territoriali ma dove la gestione del fenomeno migratorio viene attuata in modo completamente differente. Ma chi sono i migranti che arrivano? Sull’origine degli stranieri che varcano il confine italiano inizia ad essere sempre più marcata la differenza rispetto allo scorso anno. Nel 2020 infatti i tunisini sono stati i protagonisti indiscussi degli sbarchi con il 41% di presenze. In questo 2021 invece i dati parlano di un calo delle loro partenze dall’altra parte del Mediterraneo: fino ad oggi infatti l’arrivo dei tunisini in Italia si aggira al 15%. Da dove arrivano i migranti allora? Dalla Libia. Quando si parla di persone che arrivano dal territorio libico occorre fare un’ importante precisazione e cioè che dalla Libia non partono cittadini libici bensì i cittadini dell’Africa subsahariana. Cosa sta accadendo da quelle parti?

Perché si parte maggiormente dalla Libia. Fino allo scorso mese di dicembre la convinzione generale era che, anche per il nuovo anno, l'Italia sul fronte migratorio dovesse guardarsi dalla rotta tunisina. Il quadro adesso risulta completamente ribaltato. Il perché lo ha spiegato su IlGiornale.it il professor Vittorio Emanuele Parsi, docente dell'università Cattolica: “In Libia – ha dichiarato – gli sbarchi si azzerano se ci sono due condizioni: se c'è un totale controllo del territorio da parte delle milizie oppure, al contrario, se c'è totale anarchia”. Nel primo caso è l'attività dei miliziani ad impedire ai barconi di prendere il largo, nel secondo invece è l'insicurezza a scoraggiare i migranti a dirigersi verso i porti di partenza. Attualmente in Libia non c'è né l'una e né l'altra situazione: “Adesso a Tripoli si è insediato un nuovo governo – ha aggiunto Parsi – e questo di per sé è un bene. Ma le nuove autorità non sono ancora in grado di controllare il territorio. Da qui l'impennata di partenze verso l'Italia”. Una situazione che si potrebbe protrarre ancora a lungo, specialmente durante i mesi estivi: “Draghi nella sua recente visita – ha dichiarato ancora Parsi – ha rimarcato l'importanza della cooperazione con la Libia. Quello che ora Roma deve fare è cambiare realmente atteggiamento, guardare a una politica comune con l'Ue e non guardarsi indietro rimpiangendo Gheddafi”. Serve, in poche parole, far funzionare la rinnovata intesa con Tripoli per scongiurare nuove impennate di sbarchi.

Le conseguenze della pandemia. L'aumento di migranti lungo la rotta centrale del Mediterraneo è stata dovuta anche a una serie di congiunture: “Ad est – è la considerazione del docente – Vi è una situazione di forte tensione politica tra Grecia e Turchia e questo ha favorito l'afflusso di navi militari nell'area. Ad ovest, Spagna e Marocco continuano con una loro tradizionale politica di controllo”. I flussi migratori hanno quindi trovato naturale sfogo nel tratto di mare antistante l'Italia. E non c'è soltanto la Libia a preoccupare: “Noi guardiamo sempre con interesse alle rotte che partono dalla Tunisia – ha dichiarato una fonte della Procura di Agrigento su IlGiornale.it – buona parte degli sbarchi autonomi provengono da lì”. Un concetto ribadito anche dallo stesso professor Parsi: “La Tunisia è ancora il punto debole del Mediterraneo”. Il perché è presto detto: il Paese è quello che più sta risentendo della crisi innescata dalla pandemia. Con il turismo crollato e un'economia ancora più in affanno, lo spauracchio di un massiccio arrivo di migranti dalle coste tunisine non è affatto remoto. Secondo Vittorio Emanuele Parsi, così come da lui stesso descritto nel libro “Vulnerabili”, gli effetti del Covid sull'immigrazione sono destinati a rimanere visibili per lungo tempo: “Sono aumentate le diseguaglianze – ha ribadito – la pressione di migliaia di persone dall'altra parte del Mediterraneo nei prossimi anni sarà ancora più accentuata”.

Sofia Dinolfo. Sono nata il 30 marzo del 1982 ad Agrigento e sin da piccola ho chiesto ai miei genitori un microfono per avvicinarmi a chi mi stesse vicino e domandare qualsiasi cosa mi passasse per la mente. Guardavo i telegiornali e poi imitavo i giornalisti raccontando a modo mio quello che avevo appena ascoltato. Quella passione non mi ha mai abbandonato pur intraprendendo, una volta cresciuta, gli studi di Giurisprudenza. Appena laureata, non ho pensato di fare l’avvocato ma di andare avanti con il settore del giornalismo che nel frattempo non avevo mai accantonato coltivandolo come hobby. Ed ecco che poi sono arrivate le prime esperienze lavorative effettive: dalla conduzione di una trasmissione di calcio in una tv locale (dal 2006 al 2009), all’approccio con la cronaca tramite il quotidiano cartaceo La Sicilia (dal 2010 al 2012). Poi quella che, a livello personale, ha rappresentato una vera e propria palestra nella mia crescita lavorativa: il giornalismo televisivo. Dal 2011 al 2016, sempre ad Agrigento, mi sono occupata della stesura di servizi televisivi, della conduzione del telegiornale, della realizzazione e conduzione di programmi spaziando fra tutti i colori della cronaca, ma anche nel settore della medicina. Negli anni successivi ho intrapreso l’esperienza giornalistica in radio confrontandomi con una nuova metodologia di approccio al pubblico che mi ha spinto ad amare ancor di più questo lavoro. Scrivo per il Giornale.it assumendo con impegno ed orgoglio il dovere di raccontare ai lettori i fatti di cronaca di principale interesse.

Mauro Indelicato. Sono nato nel 1989 ad Agrigento, città in cui dirigo il locale quotidiano InfoAgrigento.it. Nel marzo 2017 conseguo la laurea in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Palermo, città dove sviluppo la mia curiosità per il Mediterraneo, per i suoi popoli e per le sue culture che da secoli arricchiscono una delle aree più suggestive del pianeta. Inizio la mia attività giornalistica nel marzo del 2009 con alcune testate locali, dal gennaio 2013 sono iscritto presso l’Ordine dei Giornalisti di Sicilia nell’albo.

Chi comanda sul mare. Lorenzo Vita su Inside Over il 25 gennaio 2021. Dimenticare cosa si è e quali sono le potenzialità che possono esse sprigionate è un errore che porta molto spesso alla rovina. L’errore, prettamente piscologico, diventa strategico quando a farlo è uno Stato: perché è anche grazie a questo errore che i suoi rivale si avvantaggiano conducendolo lentamente in una posizione di secondo piano. In questi ultimi anni l’Italia ha perso sicuramente tante delle sue vocazioni. Per motivi internazionali contingenti, scarsa abilità di alcuni interpreti delle politiche del Paese ma soprattutto per una forte miopia interna, l’Italia non sa più esattamente cosa è, perdendo di vista quello che è il teatro dove deve focalizzare il suo impegno: il Mediterraneo. Specchio d’acqua confusionario, combattivo, i incontro e di scontro, corridoio di grandi linee di comunicazione e palcoscenico della nuova corsa al dominio regionale e globale, oggi il Mediterraneo rischia di avere nell’Italia un grande assente. Una colpa ancora più grande se si pensa che nella cessione del (fu) Mare Nostrum si nasconde l’anticamera della completa perdita di opportunità in quello che è ormai definito il “Blue century”, il “secolo blu”. È il mare la vera autostrada dei traffici commerciali e della grandi rotte del gas e dei dati internet: è quindi il mare il vero terreno di scontro tra potenze e su cui si basa il nuovo assetto del potere. E il Mediterraneo, che ha perso il valore economico ma non il valore strategico, è oggi il mare più conteso del mondo, perché luogo in cui si affacciano potenze medie, Stati che vogliono assumere sempre più influenza nell’area e dove le superpotenze hanno deciso di darsi battaglia per evitare che l’avversario prenda il sopravvento. I dati sono estremamente chiari. A ottobre, Repubblica segnalava che per il Settimo Rapporto Annuale “Italian Maritime Economy” di Srm, centro collegato a Gruppo Intesa San Paolo il 27% delle navi container mondiali passano per il Mediterraneo. Più di un terzo dell’interscambio commerciale italiano avviene attraverso le rotte marine e i porti muovono merci per un valore di centinaia di miliardi di euro. Anche nel momento più buio della pandemia, quindi con un mercato che si è paralizzato, il settore navale è riuscito a evitare il tracollo. L’Italia è ancora un Paese leader in Europa sia per quanto riguarda la cantieristica sia per ciò che concerne la flotta da pesca. E nonostante la sfida dei porti del Northern Range sia estremamente ardua per le capacità infrastrutturali e logistiche dei Paesi del Nord Europa rispetto a quelle italiane, il Paese riesce in ogni caso a vantare un’eccellente capacità di attrazione e a movimentare più di 450 milioni di tonnellate di merci ogni anno. In questo regno delle grandi opportunità e del caos, l’Italia arriva con molte incertezze. La vocazione marittima del Paese è quasi taciuta da grande parte dei decisori politici, nonostante la posizione geografica e le evidenze dei dati dimostrino che invece servirebbe una forte propulsione verso il mare. Eppure sembra sempre più difficile che gli esecutivi pongano seriamente sul tavolo delle decisioni quello di investire sul mare, un “luogo” che è fonte di ricchezza ma in cui l’Italia sembra più avere voglia di disperdere energie.

Incanalarle non è comunque semplice. L’Italia, da quando ha chiuso il ministero della Marina mercantile, ha perso quel patrimonio di competenze centralizzate in un singolo referente per il governo. Dal 1993 quel potere e quell’insieme di “know-how” si è poi trasfuso in una serie di altri ministeri facendo però venire meno la logica di avere un centro specifico per quello che è a tutti gli effetti un settore unico, che può tutt’al più essere monitorato da diverse entità statali e autorità. Non va dimenticato, come sottolineato da Alessandro Marino su Limes, che in quegli stessi anni, mentre l’Italia aboliva il ministero, la Francia istituiva il Secrétariat général de la mer (Sg Mer) che coordinasse le varie decisioni dell’amministrazione francese concernenti il mare. In Italia ci sono state diverse iniziative in tal senso, ma l’idea di una sorta di Segretariato generale come quello francese non è mai stata presa in considerazione. Ed è un problema che non va sottovalutato dal momento che le competenze per una strategia marittima con un unico centro decisionale e di coordinamento sono particolarmente importanti in ottica europea, non solo a livello commerciale, ma anche infrastrutturale, di sfruttamento delle risorse e infine militare. Qualcuno ha parlato più volte della possibilità dell’istituzione di un ministero del Mare, sul modello appunto della Francia, che proprio dal 2020 ne ha uno apposito. Anche in questo, l’idea che uno dei nostri maggiori partner e rivali nel Mediterraneo abbia una direzione unica che si occupi del mare (nel loro caso Mediterraneo e Atlantico) è un elemento che può far comprendere chi parla di una necessaria razionalizzazione del potere, delle competenze e della burocrazia. Come ricordato anche da Giancarlo Poddighe del Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima (CeSMar) “il tema era stato comunque trattato negli Stati generali dell’economia, quando con forza era stata richiesta la creazione di un’Agenzia del mare, qualcosa di diverso e di più di quello che si ventila da anni come modello, una sorta ‘Enac del mare'”. Per ora però tutto tace. L’Italia sembra proiettarsi a nord, verso il centro dell’Europa, con la speranza che sia a Bruxelles (o Berlino o forse Parigi) la vera salvezza dopo il quasi fallimento del sistema-Paese. E guarda a sud con preoccupazione, in quella faglia del caos dove Turchia, Russia, Algeria, Egitto, Paesi arabi e superpotenze si sfidano per la supremazia dell’altra costa del Mediterraneo, quella nordafricana. Nel mezzo un mare che andrebbe controllato e guidato. Ma nessuno ha il coraggio (o la volontà) di volerlo davvero fare.

·        L’Esercito d’Invasione.

Dall’antichità a oggi: i mercenari onnipresenti nella storia. Mauro Indelicato su Inside Over il 3 dicembre 2021. Ci sono delicati e importanti dossier militari in cui di recente ad emergere maggiormente è stata la figura del mercenario. Dalla Libia alla Siria, passando per l’Iraq all’inizio del nuovo secolo, l’uso di soldati non direttamente dipendenti da un esercito regolare è diventata una prassi. Questo per ragioni sia politiche che militari. Se un Paese non vuole essere coinvolto in modo diretto in un conflitto, preferisce affidarsi a compagnie, agenzie private o a gruppi addestrati in altri contesti. Inoltre la perdita di un soldato regolare crea molti più grattacapi politici rispetto a quella di un mercenario o di un contractors. Infine, occorre considerare il modo di fare la guerra, oggi profondamente cambiato. Si parla infatti sempre più spesso di conflitti per procura, portati avanti da terzi, e non di scontri diretti tra due eserciti.

Che cos’è un mercenario

Cosa si intende per mercenario? Nell’immaginario collettivo spesso viene additato come un soldato che non combatte per il proprio Stato, ma viene al contrario ingaggiato da società private o da altri Stati per essere spedito al fronte. Nel diritto internazionale sono due i documenti che richiamano alla definizione di mercenario. Il primo riguarda la Convenzione di Ginevra e, in particolare, i protocolli addizionali alla Convenzione stessa redatti nel 1977. L’articolo 47 traccia una descrizione del mercenario, la quale corrisponde a sei criteri ben precisi: combattente espressamente reclutato nel Paese o all’estero per combattere in un conflitto armato; prende parte diretta alle ostilità; ottiene un vantaggio materiale in termini di remunerazione; non è cittadino di una dei Paesi impegnati in guerra; non è membro delle forze armate partecipanti al conflitto; non è stato inviato da uno Stato diverso da una parte in conflitto. Questa descrizione è inserita al punto 2 dell’articolo 47 dei protocolli addizionali. Il punto 1 fissa invece un principio importante: il mercenario “non ha diritto di essere un combattente o prigioniero di guerra”.

Nel 1989 è stata adottata una specifica convenzione da parte delle Nazioni Unite “contro il reclutamento, l’utilizzazione, il finanziamento e l’istruzione di mercenari”. Approvata dall’assemblea Onu ed entrata in vigore il 20 ottobre 2001 con la risoluzione 44/34, la convenzione chiarisce ulteriormente il significato di mercenario all’articolo 1. La definizione contiene tutti i requisiti di cui si parla nell’articolo 47 dei protocolli addizionali alla Convenzione di Ginevra del 1977, ma aggiunge ulteriori due punti: è mercenario chiunque agisca “per rovesciare un governo o comunque minare l’ordine costituzionale di uno Stato, o pregiudicare l’integrità territoriale di uno Stato”; è inoltre “motivato a farne parte essenzialmente dal desiderio di guadagno significativo privato ed è spinto dalla promessa o il pagamento di un indennizzo materiale”.

L’adozione di quest’ultimo documento ha reso palese la condanna al ricorso ai mercenari, visti quindi come elemento destabilizzante all’interno di un conflitto tra le parti. Una connotazione negativa che tuttavia, agli albori del XXI secolo, non ha impedito la diffusione di società private di combattenti e del loro utilizzo in scenari di guerra delicati.

I mercenari in epoca moderna

La concezione attuale del mercenario non è stata la stessa nel corso delle varie epoche. In tutti i conflitti della storia non sono mancati apporti di militari non direttamente legati alle parti in conflitto. Uno degli esempi più noti arriva dall’antico Egitto, dove le cronache parlano dell’uso di combattenti prelevati dalla Sardegna da parte del faraone Ramesse II. Dai greci ai romani, passando anche per i cartaginesi, nelle varie guerre tutte le principali civiltà del Mediterraneo si sono serviti di soldati pagati per essere dalla propria parte. Discorso analogo può essere svolto per il Medioevo. I condottieri italiani o i Lanzichenecchi sono alcuni dei gruppi di mercenari più noti in questa epoca. La concezione odierna di mercenario, con le sue connotazioni negative, si è però sviluppata solo di recente. E, in particolare, con lo sviluppo del concetto di Stato nazione. L’uso della forza infatti ha incominciato a essere affidato unicamente alle autorità statali, dotate di eserciti costituiti da propri cittadini. Una svolta importante si è avuta nel 1733 con l’introduzione, da parte del Re di Prussia Federico Guglielmo I, della leva. Ogni cittadino è chiamato alla difesa dello Stato e l’esercito è strumento di difesa della nazione. Il ricorso a truppe pagate per combattere, oltre a essere sempre più sporadico, è visto come elemento negativo.

Jakob Vogel, autore del libro “Nazione in Armi”, parla di esercito celebrato quale “momento centrale del culto nazionale” sia in Germania che in Francia già a metà del XIX secolo. Chiaro quindi come in un contesto del genere, il mestiere di mercenario assume una connotazione anti nazionale e altamente dispregiativa. Ma il ricorso a gruppi di combattenti pagati non è mai cessato.

Le società private di fine ‘900

Il secolo scorso è ricordato soprattutto per le guerre che ha visto coinvolti gli eserciti nazionali. I due conflitti mondiali ne sono una testimonianza. Ma anche le guerre civili e le tante dispute regionali risolte con la forza hanno avuto come protagonisti soprattutto gli eserciti regolari. Molti gruppi estranei ai soldati regolari erano mossi non tanto dalla prospettiva del guadagno economico, quanto dalle lotte ideologiche da portare avanti. Forse anche per questo in ambito internazionale si è fatto cenno per la prima volta al concetto di mercenario soltanto con i protocolli aggiuntivi della Convenzione di Ginevra del 1977. Se dodici anni dopo l’Onu si è dovuto dotare di un documento contro l’uso dei mercenari, vuol dire allora che il fenomeno era più ampio del previsto.

In tal senso il secondo dopoguerra è stato caratterizzato soprattutto dalla nascita di società private, vere e proprie imprese che forniscono servizi militari stabiliti per contratto. Uno degli esempi più clamorosi riguarda la guerra civile in Sierra Leone. Qui il governo, impossibilitato con i propri soldati a fronteggiare i gruppi ribelli in fase di avanzata, nel marzo del 1995 ha stipulato un contratto con la Executive Outcomes, società di contractors sudafricana direttamente intervenuta nel conflitto. Il fondatore della compagnia, Eeben Barlow, in un’intervista riportata dal giornalista Ken Silvestrin in “Private Warrios“, ha spiegato i motivi del sempre più frequente ricorso alle società private: “La fine della guerra fredda aveva prodotto un gran vuoto ed io ho identificato un mercato di nicchia”. In Africa sempre più governi, ma anche aziende con interessi su territori in guerra, dopo la caduta del muro di Berlino hanno iniziato a chiudere contratti con compagnie private di militari. Un fenomeno però non circoscritto al continente africano. Dal 1994 in poi gli Stati Uniti, secondo PeaceReporter, hanno stipulato contratti con società militari private dal valore di cento miliardi di Dollari all’anno. Un giro di affari importante, in grado di garantire al singolo combattente impiegato quasi mille Dollari al giorno.

I mercenari nelle guerre del XXI secolo

E sono proprio legati agli Stati Uniti i primi casi noti di impiego di contractors nel nuovo secolo. Su tutti spicca il caso della guerra in Iraq del 2003. Società private hanno dato manforte agli eserciti di Usa e Gran Bretagna già nelle settimane di offensiva contro Saddam Hussein. Il fenomeno però è aumentato successivamente. In Iraq hanno messo piede decine di società con lo scopo di garantire la sicurezza di strutture strategiche o di fare da guardia del corpo a importanti personaggi politici e militari. Ma è stato certificato l’impiego anche in battaglia, soprattutto durante la fase più calda e cruenta dell’insurrezione irachena anti americana. L’avvento dell’Isis nella regione ha fatto incrementare la presenza di contractors. Si stima che dal 2015 al 2016, anni in cui lo Stato Islamico ha raggiunto la sua massima espansione tra Siria e Iraq, i soldati di società private impiegati sono passati da 250 a 2.028 unità. Di queste il 70% era statunitense, il 10% irachena e la restante parte di Paesi terzi.

Nel XXI secolo la pratica di rivolgersi a istituti privati è sempre più in aumento. Il mercato dei contractors è in espansione e il suo valore potrebbe ammontare fino a 400 miliardi di Dollari all’anno. Oltre all’esempio iracheno, oggi è possibile vedere la presenza dei mercenari su tutti i più delicati fronti di guerra. Come ad esempio nel Donbass oppure in Libia. Qui ad agire ci sono anche soldati russi della società Wagner, fondata da Evgenij Prigozin. Quest’ultimo è soprannominato “il cuoco di Putin” ed è quindi politicamente molto vicino al capo del Cremlino. Ma non è un suo diretto dipendente. Lì dove opera la Wagner, è possibile la presenza di interessi militari e politici russi non però direttamente sostenuti dal governo russo. In Libia i contractors della Wagner appoggiano il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Sempre nel Paese nordafricano, ma in Tripolitania, operano invece i mercenari inviati dalla Turchia. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di gruppi islamisti addestrati nella provincia siriana di Idlib contro l’esercito di Damasco e inviati a sostegno del governo di Tripoli.

Nei mesi scorsi ancora la Wagner ha sottoscritto un accordo con il governo del Mali per sostegno e addestramento militare. Cambiano le guerre e cambiano quindi le modalità di scontro. L’impressione è che il ricorso ai nuovi mercenari in futuro sarà sempre più marcato. Soprattutto in quelle guerre per procura che costituiscono oramai la maggior parte dei conflitti attuali. Dove a scontrarsi sono più gli interessi contrapposti che i soldati di due diversi eserciti. 

Guerre di contractors: le differenze fra Russia ed Occidente. Jean Marie Reure, Paolo Mauri su Inside Over il 3 dicembre 2021. Pmc è l’acronimo anglosassone di Private Military Company. Si tratta di società private che forniscono servizi di combattimento o di sicurezza armati a scopo di lucro. Le Pmc si riferiscono al loro personale operativo come “security contractors” (appaltatori della sicurezza) o private military contractors (appaltatori militari privati). I servizi e le competenze che vengono offerti dalle Pmc sono in genere simili a quelli delle forze di sicurezza governative, militari o di polizia, il più delle volte su scala ridotta.

Quando si parla di “contractors”, in riferimento alla Russia, si pensa immediatamente agli operatori del Gruppo Wagner, assurti agli onori delle cronache per il loro intervento in Crimea, in Siria e in Libia, ma il Gruppo, troppo sbrigativamente liquidato come “mercenario” da parte della stampa non specializzata, non è l’unico di cui può disporre Mosca. Esistono altre compagnie private, meno note e meno articolate, che però sono attive all’estero al pari del Gruppo Wagner.

Pmsc russe e occidentali a confronto

Quello delle Pmsc, ossia dei Private Military and Security Contractors, è un mercato in forte crescita su scala globale. La crescita delle compagnie di sicurezza privata coincide infatti con una tendenza generale di progressiva riduzione dei budget allocati alla pubblica sicurezza e alla difesa nazionale. Basti pensare che secondo alcune stime almeno metà della popolazione mondiale vive in paesi dove il numero di agenti di sicurezza privata supera quello delle forze di pubblica sicurezza.

Il mercato russo delle Pmsc non fa eccezione: sebbene sia ancora relativamente ridotto rispetto a quello occidentale è anch’esso in forte espansione. Tuttavia, per comprenderne le peculiarità e la rilevanza strategica, occorre innanzitutto definire cosa si intende per Pmsc. Questo acronimo racchiude infatti svariate imprese che offrono servizi piuttosto eterogenei: dai più comuni servizi di protezione personale, di guardia armata (o disarmata) di luoghi privati e pubblici o di sorveglianza all’addestramento di personale militare, alle attività di Ddr (Disarmament, demobilization and reintegration) e di sminamento passando per attività di supporto logistico, manutenzione e addestramento all’utilizzo di sistemi d’arma complessi.

Ad oggi, per esempio, i contractors hanno un ruolo di primo piano negli Usa. Oltre a colmare le lacune nell’organizzazione militare e condurre operazione di routine di logistica e supporto, conducono anche operazioni di supporto alla forza con i partner internazionali di Washington e ne addestrano le forze armate.

Distinguere le Pmsc sulla base dei servizi che offrono risulta quindi complicato vista anche la notevole capacità di adattamento alla domanda di queste aziende che possono sia specializzarsi in un preciso servizio sia, per converso, offrire un’ampia gamma di servizi, anche molto diversi fra loro. Sebbene le Pmsc occidentali lavorino sovente in stretta cooperazione con le forze armate, generalmente evitano ogni riferimento al termine militare nel loro nome, di modo da non essere associate a forze mercenarie.

A partire da metà degli anni 2000 le Pmsc occidentali si sono di fatto cimentate in un’opera di rebranding, distanziandosi da quelle aziende come Executive Outcomes o Sandline International, salite alla ribalta della cronaca negli anni ’90 per il loro operato in alcuni paesi africani (Uganda, Sierra Leone etc). Buona parte degli utili delle Pmsc odierne deriva infatti da lucrativi contratti con i governi occidentali, rendendole dunque più sensibili al rischio di immagine associato alla loro partecipazioni ad azioni strettamente militari.

E’ invece più agevole distinguere in tre macrocategorie i servizi che le Pmsc offrono. I servizi di protezione sono generalmente rivolti a compagnie commerciali, privati, Ong. Si tratta di servizi più “tradizionali”, il cui scopo è la protezione degli interessi del cliente. Ci sono poi le attività di supporto militare rivolte essenzialmente a eserciti nazionali, eserciti di paesi alleati ed in alcuni casi a milizie alleate. Questa tipologia di servizi include non solo il supporto logistico o il trasporto di mezzi pesanti e armamento ma anche attività di vera e propria intelligence. Il fine di questi servizi è quello di aumentare le capacità militari di una forza armata. Ci sono poi le attività legate al cosiddetto state building, rivolte essenzialmente ad agenzie statali (dei donors e dei recipienti), Ong e agenzie per lo sviluppo. Anche in questo caso la gamma di servizi è ampia e va dall’assistenza nella riforma del settore di sicurezza (attività di Ssr), all’addestramento delle truppe passando per la consegna di aiuti umanitari.

Rispetto alle controparti occidentali, le Pmsc russe presentano due significative differenze. In primo luogo, offrono servizi di combattimento attivo e non esitano a menzionarlo apertamente, definendosi come Pmc (Private Military Contractors) o aziende di consulenza militare (come nel casso l’Rsb group). In secondo luogo, non offrono quei servizi legati al cosiddetto supporto militare, o quantomeno lo fanno in misura largamente inferiore rispetto ai gruppi occidentali.

Un’ulteriore differenza emerge nel rapporto fra le Pmsc e il loro paese d’appartenenza. Se la maggior parte degli stati occidentali ha sottoscritto il documento di Montreux del 2008 che regola le operazioni delle Pmsc, i contractors russi operano in un vuoto giuridico. Nonostante numerosi progetti di legge siano stati discussi dalla Duma (nel 2009, 2012, 2016 e da ultimo nel 2018) nessuno di questi è mai stato approvato.

Secondo alcuni osservatori il fatto che non esista un quadro legislativo chiaro sulle Pmc russe è legato al disaccordo e alla competizione tra le agenzie di sicurezza russe, in particolare il Gru e l’Fsb, e il ministero della Difesa nonostante il Cremlino si sia espresso positivamente circa l’impiego di contractors. E’ però più probabile che l’assenza di un quadro giuridico sia voluta, poiché l’illegalità formale delle PMC in Russia permette di mantenere una “plausible deniability” circa l’operato delle Pmc russe al di fuori dei confini nazionali. Inoltre, l’assenza di un quadro giuridico di fatto aumenta il controllo che il Cremlino può esercitare su questi gruppi. Se il mercato nel quale operano le PMSC occidentali è marcatamente neoliberale, quello russo si può definire ibrido. Mosca controlla infatti il mercato della sicurezza privata e i fornitori di tali servizi, i quali non possono operare senza previa autorizzazione.

La storia delle Pmc Russe

Per comprendere appieno le differenze fra le Pmsc occidentali e quelle russe è bene inquadrare dal punto di vista storico/culturale quella che è la postura di Mosca verso le forze militari private.

L’uso di questo tipo di formazioni da parte della Russia per il raggiungimento di obiettivi geopolitici faceva già parte della strategia dell’Impero Russo pre-1917. Si ricorda, ad esempio, l’impiego di Carsten Rohde da parte di Ivan il Terribile durante la guerra di Livonia (1558-1583) per condurre operazioni militari e stabilire contatti economici nella regione del Mar Baltico. La stessa estensione a oriente, verso la Siberia, la si deve in parte all’iniziativa privata della famiglia Stroganov, che organizzò la spedizione Yermak Timofeyevich (1582–1584). L’impiego di forze mercenarie includeva anche un ampio ricorso a non russi, per esempio i Nogais di etnia turcomanna presenti nel Caucaso Settentrionale, che venivano impiegati come “eserciti privati”. Inoltre venivano utilizzati per “azioni asimmetriche” ante litteram per colpire efficacemente le linee di comunicazione di un avversario invasore, alla stregua delle formazioni partigiane della Seconda Guerra Mondiale.

In effetti, l’estensione continentale della Russia, le dure condizioni climatiche e la mancanza di infrastrutture adeguate hanno storicamente avuto un profondo impatto sugli strateghi militari di Mosca. Questi fattori materiali hanno quindi generato una dottrina militare che comprende il principio moderno di “conflitto asimmetrico”, prevedendo l’impiego di formazioni militari irregolari.

Nel periodo sovietico, l’ideologia comunista inaugurò un nuovo modello di uso da parte dello Stato di formazioni irregolari per scenari asimmetrici. In particolare, la Guerra Fredda fu segnata da numerosi conflitti regionali nel cosiddetto “Terzo Mondo” in cui furono coinvolte le due superpotenze sia apertamente che di nascosto in cui questo nuovo modello ha potuto espletarsi. Oltre a offrire supporto economico, i sovietici inviavano regolarmente anche “consiglieri militari”, che spesso e volentieri si sono trovati in prima linea in modo non ufficiale, esattamente come avveniva anche per gli Stati Uniti. Il Medio Oriente insieme all’Africa, in particolare, presentano i migliori esempi di come i consiglieri militari sovietici fossero un importante strumento della politica estera di Mosca. Solo in Egitto, tra il 1967 e il 1973, il personale militare sovietico che si è alternato nel Paese raggiungeva una cifra compresa tra le 30mila e le 50mila unità.

Il colpo di stato militare in Siria guidato da Hafez al-Assad ha spostato l’attenzione sovietica su Damasco, che ha ricevuto un’importante assistenza economica e militare da Mosca, entrando de facto nella sua sfera di influenza e permettendole di avere il tanto agognato sbocco in un “mare caldo”. Anche in questo caso, soldati e militari sovietici, raggiungevano il Paese come “turisti” in modo che il loro impiego nei conflitti arabo-israeliani potesse essere negabile plausibilmente.

Inoltre, l’Unione Sovietica ha approvato l’utilizzo di “consiglieri militari” cubani in tutta l’Africa nei suoi sforzi di diffusione della dottrina socialista e contrasto all’Occidente, come avvenuto, ad esempio, in Angola a partire dal 1975.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, e l’insorgere di conflitti regionali in quello che era il suo spazio, le formazioni paramilitari sono state usate da Mosca come strumento per continuare ad avere una certa forma di controllo nel suo estero vicino senza dover intervenire direttamente con le proprie forze armate.

Questa esperienza, tuttavia, è stata caratterizzata da diversi fallimenti importanti, anche all’interno dei confini della Russia: ad esempio in Cecenia durante la prima battaglia di Grozny (1994-1995). La Russia ha utilizzato forze irregolari anche in altri teatri strategicamente di valore come in Jugoslavia durante il conflitto etnico dei primi anni ’90 dove si era registrata la presenza di “volontari” russi. In particolare, nella città di Visegrad, nel 1993, venne dispiegata un’unità cosacca formata da 70 elementi.

Col tempo, si è cercato di creare una struttura più istituzionalizzata prestando maggiore attenzione alla formazione e all’organizzazione: un primo esempio è dato dalla Rubikon, con sede a San Pietroburgo che si dice aver giovato del coordinamento del servizio di sicurezza federale (Fsb). La Rubikon rappresenta il primo tentativo di creare una Pmc russa per obiettivi geopolitici specifici.

Tra il 1997 e il 2013, le società militari private di Mosca hanno subito un’interessante trasformazione qualitativa e quantitativa: il loro numero complessivo è aumentato notevolmente e allo stesso tempo ci sono stati alcuni importanti cambiamenti strutturali per i quali le Pmc russe hanno iniziato a perseguire obiettivi economici di più ampia portata oltre che obiettivi geopolitici ristretti.

È questo il periodo prodromico all’avvento della “dottrina Gerasimov” per l’hybrid warfare. Il generale Valery Gerasimov, allora capo di Stato maggiore delle forze armate, nel 2013 elaborò, sulla base delle esperienze maturate dalla Russia nella guerra asimmetrica e grazie a testi precedenti, tra i quali anche “Guerra senza limiti” dei generali cinesi Qiao Linag e Qang Xiangsui (1999), il concetto russo di guerra ibrida in cui le Pmc vengono utilizzate come uno dei tanti strumenti che ha lo Stato per contrastare l’attività dell’avversario e per colpirlo anche in modo “non convenzionale”, intendendo con questo termine il non fare ricorso alle forze armate regolari.

Per il generale il coordinamento tra le unità paramilitari, le forze speciali e l’infiltrazione dello spazio informativo è fondamentale per l’applicazione della strategia “non lineare” russa che vuole la mobilitazione delle forze convenzionali solo come ultima risorsa e grazie, possibilmente, a una richiesta ufficiale da parte della autorità internazionali (Onu), ad esempio con operazioni di peace keeping o peace enforcing.

Le Pmc in questo scenario giocano un ruolo importante: essendo formalmente entità private, sebbene finanziate e sottoposte a una qualche forme di controllo statale, permettono alla Russia la “negazione plausibile” di ogni suo possibile coinvolgimento in conflitti a bassa intensità. Questa possibilità di “negazione” lascia, dall’altro lato, molta libertà di azione alle Pmc che sono libere da qualsiasi tipo di regole di ingaggio.

L’esercito fantasma di Mosca alla conquista dell’Africa. Jean Marie Reure su Inside Over il 28 settembre 2021. Secondo una notizia fatta trapelare dall’agenzia Reuters la settimana scorsa, confermata da ben sette fonti diplomatiche, il governo di transizione maliano starebbe per siglare un accordo con l’agenzia di sicurezza privata russa Wagner per un valore complessivo di circa 10 milioni di dollari al mese. Se i dettagli del contratto rimangono segreti, la Pmc (Private Military Contractor) russa provvederebbe all’addestramento delle truppe maliane e fornirebbe i suoi servizi di scorta ai vertici di Bamako in cambio, oltre ad un lauto pagamento mensile, dello sfruttamento di tre giacimenti minerari, due di oro e uno di magnesio.

La reazione di Parigi non si è fatta attendere: il ministro degli Affari Esteri Jean Yves Le Drian, ha infatti prontamente affermato che “la presenza di contractors russi in Mali è assolutamente inconciliabile con quella francese”. Anche Berlino, per bocca del suo ministro della Difesa, ha ribadito che la presenza di contractors russi metterebbe a repentaglio l’operato delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea in Mali e nel Sahel.  Il governo maliano ha invece smentito, definendo la notizia una diceria e dichiarando che il governo del Mali dialoga con tutte le parti.

Il colpo di stato e il flop di Parigi

Questa notizia si inserisce in un contesto di crescenti tensioni fra Bamako e Parigi: l’impegno ormai quasi decennale della Francia in Mali sembra infatti aver sortito relativamente pochi risultati se non sul piano strettamente militare. Il nesso fra sicurezza e sviluppo in cui confidava la Francia per stabilizzare uno dei paesi più estesi dell’Africa subsahariana ha infatti rivelato tutte le sue debolezze. I progetti di sviluppo tardano a partire e sovente non riescono a raggiungere le zone più remote del paese. La costante instabilità politica unita ad una gestione del potere personalistica e corrotta ha creato una sfiducia diffusa nei confronti del governo centrale che non ha saputo ridurre l’alto tasso di disoccupazione giovanile né porre fine alla crisi alimentare che mette a rischio la vita di più di 7 milioni di persone.

Le carenze nella gestione della pandemia di Covid-19 hanno poi agito da moltiplicatore, accrescendo ulteriormente le tensioni sociali e le disparità tra centro e periferia. Proprio queste carenze nella governance del paese avevano portato ad un colpo di stato militare, la notte del 19 agosto 2020, che aveva rimosso il presidente democraticamente eletto Ibrahim Boubacar Keita (IBK) dando vita al Comitato Nazionale per la Salute del Popolo (Cnsp). Accolto con favore dalla popolazione, il comitato presieduto dai vertici dell’esercito maliano si era impegnato ad organizzare una transizione politica e ad indire nel più breve termine nuove elezioni. La Francia, l’Unione europea e l’Ecowas avevano accolto la notizia del colpo di stato con preoccupazione ma le rassicurazioni dei militari circa il mantenimento degli accordi presi dal precedente governo non avevano di fatto intaccato la natura del loro impegno in Mali, visto anche il supporto popolare di cui godeva il nuovo governo. 

Il 24 Maggio 2021, a soli 8 mesi dal primo colpo di stato, i militari maliani arrestano il presidente ad interim Bah N’Daw e il suo primo ministro Moctar Ouane, poco dopo la nomina di un nuovo governo che li vedeva esclusi da alcune posizioni apicali, come quelle del ministero della Difesa e della Sicurezza. Non solo questo secondo golpe non gode del favore popolare, ma porta anche la Francia e i partner internazionali a sospendere le operazioni congiunte con le forze armate maliane. Il 10 giugno 2021 Macron annuncia la fine dell’operazione Barkhane, escludendo un ritiro completo delle truppe francesi ma annunciando una sostanziale trasformazione dell’impegno francese.

In realtà agli osservatori non era sfuggito come già durante il golpe di agosto del 2020 alcuni manifestanti sventolassero bandiere russe e cartelli inneggianti all’amicizia fra Russia e Mali, elemento piuttosto peculiare dal momento in cui i due paesi non intrattengono relazioni bilaterali significative. Già nel 2019 però, a margine del primo summit russo-africano, i due paesi avevano stretto un accordo di cooperazione in ambito di sicurezza che aveva comportato l’arrivo di alcuni elicotteri d’attacco MI-35M consegnati da Mosca a Bamako. Contestualmente i militari francesi avevano dovuto affrontare una campagna di disinformazione in chiave anti-francese sui social media. La notizia di un possibile contratto stipulato dal governo del Mali con la PMC Wagner si inserisce quindi in un contesto complesso, che porta ad interrogarsi sulle mire della Russia in Africa sub-sahariana.

Wagner, la punta della lancia della penetrazione russa in Africa

Secondo un rapporto del Centro di Studi Strategici ed Internazionali (Csis) di luglio del 2021, le Pmc rivestono un ruolo fondamentale nella strategia di espansione dell’influenza russa. Occorre innanzitutto sottolineare che in questo caso il termine Pmc è improprio poiché sebbene si tratti di aziende nominalmente private i vari contractors russi (fra cui figurano l’Anti-terror Group, Center R, Moran Security Group, RSB Group, E.N.O.T., Shchit, Patriot e l’ormai famoso Wagner Group) sono tutti legati ad agenzie di sicurezza russe come l’Fsb, il Gru o direttamente il ministero della Difesa. Inoltre, la nomea di alcuni di questi gruppi potrebbe far pensare a piccole unità di operatori altamente specializzati assimilabili alle forze speciali ma non è così.

Le Pmc russe hanno diverse componenti al loro interno che vanno da interi reparti di fanteria a unità specializzate passando per istruttori e personale tecnico e di supporto. Altresì eterogeneo è il loro impiego: oltre a condurre operazioni di combattimento i contractor russi sono anche in grado di fornire servizi di intelligence e analisi (humint, sigint, osint), di protezione di personale Vip, di sicurezza per siti strategici ed operazioni di informazione e propaganda. La versatilità delle Pmc russe, la loro relativa convenienza economica e la cosiddetta plausible deniability, cioè l’impossibilità di ricondurre ufficialmente il loro operato alla Russia, costituiscono i punti di forza di queste aziende.

Largamente impiegate nel 2015 nella guerra in Ucraina dell’est, il loro impiego non ha smesso di crescere, fino a diventare uno dei principali strumenti della guerra asimmetrica o ibrida russa. Se nel 2105 le Pmc russe operavano in soli 4 stati ad oggi operano in più di 27 paesi: la loro presenza è stati infatti evidenziata in Africa (Repubblica Centro Africana, Sudan, Libia, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Botswana, Guinea…), in Medio Oriente (in particolare in Siria, Yemen ed Iraq), in Europa, in Asia (Afghanistan, Azerbaijan) e in America Latina (in Venezuela in particolare).

Divenute un formidabile strumento per proiettare l’influenza russa nel mondo, queste Pmc spesso agiscono secondo un preciso modus operandi. Intervengono in contesti difficili, in paesi relativamente deboli, la cui governance del territorio è spesso contestata da gruppi ribelli. Le Pmc russe svolgono quindi un servizio di stabilizzazione, puntellando lo stato target ed accrescendone le capacità. Al contempo avanzano gli interessi russi accrescendo l’influenza di Mosca nel paese, ottenendo l’accesso a risorse naturali ed aumentando i margini profitto degli oligarchi russi che le controllano. Grazie alla presenza delle sue Pmc, la Russia sarà poi in grado di imporsi come attore ineludibile dalle trattative sulle sorti del paese (come nel caso della Libia) e sarà anche in grado di ostacolare la proiezione degli interessi dei suoi rivali storici quali gli Usa e gli altri partner atlantici.

Nel caso dell’Africa sub-sahariana, la presenza delle Pmc russe è stata osservata in ben 16 stati, tutti caratterizzati dalla presenza di risorse naturali e da una governance del territorio parziale e indebolita. La Russia ha così potuto offrire il suo supporto militare e la sua expertise in fatto di sicurezza pubblica, ottenendo in cambio vantaggi economici, geopolitici e militari. Uno dei casi più lampanti è quello della Repubblica Centro Africana (Car): la Russia a novembre del 2017 riceve l’autorizzazione all’esportazione di armi dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Unsc) in deroga all’embargo che vige per il paese dal 2013. Oltre all’esportazioni di armi, la Russia attraverso le sue Pmc in breve tempo prenderà a fornire diversi servizi a Bangui fra cui l’addestramento delle truppe, operazioni di combattimento contro i ribelli che a inizio del 2021 minacciavano di avanzare verso la capitale, protezione dei siti estrattivi del paese, scorte armate, operazioni di (dis)informazione e addirittura consulenza politica.

È proprio nella Repubblica Centro Africana che la propaganda pro Russa e anti francese si fa più virulenta, tanto da sfociare in una guerra di informazione coi servizi francesi. Frattanto Valery Zakharov, un ex ufficiale del GRU, diviene consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Touadéra. Zakharov, oltre ad avere stretti rapporti con l’FSB, è alle dipendenze di una società di comodo ricollegabile all’oligarca Eugeny Prigozhin, il quale controlla attraverso una serie di società di comodo la Pmc Wagner Group oltre ad alcune compagnie estrattive che operano in Africa sub-sahariana. Secondo la professoressa di Scienze Politiche al Barnard College ed esperta di Pmc Kimberly Martens, Zakharov non solo sarà in grado di formare una milizia privata fedele a Touadéra, ma riuscirà anche a intavolare delle negoziazioni fra il governo del Car e i ribelli, riuscendo laddove le Nazioni Unite e l’Unione Africana avevano fallito e ottenendo contemporaneamente concessioni minerarie piuttosto lucrative.

I veri interessi di Mosca

La penetrazione russa in Africa non è stata sempre un successo: in Madagascar, per esempio, i contractors russi non sono riusciti a far vincere nelle elezioni del 2018 i candidati cui avevano offerto i loro servizi. Il Mozambico recede il contratto con Wagner dopo che numerosi uomini della Pmc vengono sopraffatti dai ribelli nella parte nord del paese, incrinando contestualmente l’immagine di successo del gruppo. Se le operazioni della galassia di Pmc russe in Africa non hanno sempre riscosso dei successi, il loro utilizzo risponde comunque a tre interessi principali del governo russo. In primo luogo, ci sono infatti gli interessi economici.

La Russia in Africa non ha che un ruolo residuale, di gran lunga inferiore a quello americano, francese o cinese, ma la possibilità di un accesso prioritario alle risorse naturali nel suolo africano permette al Cremlino di mantenere la competitività nei settori in cui eccelle, in particolare quello minerario ed energetico. Ci sono poi gli interessi geopolitici: la “svolta africana” della Russia permette a Mosca di espandere la sua influenza, ostacolando gli interessi dei suoi competitors e creando una nuova rete di alleanze per uscire dalla fase di isolamento internazionale dovuta all’annessione della Crimea. La creazione di basi navali nei paesi africani, come in Sudan, garantirebbe inoltre un accesso diretto al Mar Arabico e all’Oceano Indiano. Sul piano militare l’espansione nel continente africano permette invece a Mosca di stringere nuovi accordi di cooperazione in ambito di sicurezza e difesa (dal 2015 ad oggi la Russia ha firmato ben 21 accordi di cooperazione militare), di accrescere la vendita di armi e di costruire nuove basi militari in zone che finora erano pressoché inaccessibili per il Cremlino.

È quindi naturale che la notizia di un possibile accordo fra il governo del Mali e il Wagner group desti preoccupazione nelle capitali europee ed occidentali. Il paese non solo è nel cuore della tradizionale sfera di influenza francese in Africa, ma è anche una sorta di banco di prova per una missione europea a guida francese. Se Parigi dovesse perdere la sua influenza in Mali e nei paesi del c.d G5 Sahel, dovrebbe anche ridimensionare le sue ambizioni di paese guida in un possibile (ed auspicabile) progetto di difesa europea. In summa, dopo i fallimenti della Siria e della Libia la Francia e i suoi partner europei non possono perdere in Mali.

Hybrid Warfare. Che cos’è la guerra ibrida. Paolo Mauri su Inside Over il 4 dicembre 2021. “La guerra non è che la continuazione della politica con l’aggiungersi di altri mezzi”. La ben nota massima dello stratega prussiano Karl von Clausewitz rappresenta in modo estremamente sintetico la definizione che meglio calza per spiegare cosa sia la Hybrid Warfare (Guerra Ibrida). Ultimamente, sempre più spesso e a volte a sproposito, si sente parlare di questa forma di conflitto come se fosse qualcosa di nuovo, ma in realtà il concetto di Guerra Ibrida è qualcosa di conosciuto da tempo negli ambienti militari. Nella sua accezione contemporanea, la Hybrid Warfare comincia a essere teorizzata nella prima metà degli anni ’90, come vedremo a breve, ma giova, ai fini della nostra trattazione, fornire un panorama storico/politico di lungo periodo per capire come si sia giunti alle moderne forme di conflitto ibrido e come esso dipenda strettamente dai principi della Guerra Asimmetrica.

Gli albori

La Seconda Guerra Mondiale viene unanimemente considerata il vero punto di svolta nella definizione di un conflitto moderno: le guerre formalmente dichiarate, con scambi di dichiarazioni tra le diplomazie, cessano di esistere dalla fine di quello scontro globale e pertanto assumono contorni più sfumati, asimmetrici, irregolari, grazie al terreno fertile stabilito dalla divisione in blocchi contrapposti (la Guerra Fredda) che cristallizza la possibilità di uno scontro convenzionale su grande scala a causa del possesso di arsenali nucleari, che si paventava (e si paventa ancora se pur drammaticamente in modo diverso) sarebbero stati usati in caso di conflitto aperto.

Stati Uniti e Unione Sovietica si affrontano “altrove” rispetto all’Europa, dove passava la “linea del fronte”, ovvero in conflitti in Paesi terzi, non allineati, in Medio Oriente, Africa, America Latina, Estremo Oriente sfruttando quelli che oggi vengono definiti proxy nel quadro della Guerra Asimmetrica: attori locali, statuali e non, che combattevano sostenuti politicamente e direttamente dai due contendenti globali.

I due schieramenti (Usa/Nato e Urss/Patto di Varsavia) perseguivano cioè i propri obiettivi strategici (l’indebolimento dell’avversario e il possibile collasso del suo sistema) in modo indiretto, non attribuibile, sfruttando quindi organismi e organizzazioni non propriamente combattenti (Cia e Gru) da cui dipendevano gli attori locali che di volta in volta veniva usati o che agivano direttamente “dietro le linee nemiche”.

A ben vedere questo meccanismo comincia prima: già nella Prima Guerra Mondiale erano state sviluppate unità speciali d’assalto che venivano impiegate dietro le linee del fronte in azioni di sabotaggio, mostrando il primo embrione di attitudine a operare in modo irregolare, che maturerà nel conflitto successivo quando le formazioni partigiane saranno uno degli strumenti dei Paesi Alleati per sconvolgere la retroguardia dell’Asse e da usare ad hoc per preparare il terreno per operazioni militari (ad esempio per l’operazione Overlord).

La propaganda, in quegli anni, era invece il mezzo politico per cercare di minare la fiducia del nemico, e combinata con l’attività di spionaggio, sabotaggio e coordinamento delle forze partigiane ha rappresentato il primo nucleo dottrinale di quella che diventerà poi la moderna Guerra Ibrida.

Guerra senza limiti

Gli anni ’90 del secolo scorso vedono la fine di un mondo diviso nelle logiche dei blocchi contrapposti ma non la cessazione dei conflitti. Restando nel nostro “vicinato”, oltre al conflitto nei Balcani, esplodono guerre nell’estero vicino russo animato da sentimenti di indipendenza.

Tra di essi la Cecenia ha rappresentato un caso di studio che ha evidenziato la necessità di riformulazione della Hybrid Warfare: sono le forze separatiste cecene ad aver messo in pratica una nuova forma di questo tipo di contrasto, riuscendo a mettere in seria difficoltà la Russia, esattamente come l’Iraq, anni dopo, ha rappresentato il prototipo di guerra ibrida messa in pratica da attori non statuali per gli Stati Uniti.

Nasce così la “scuola americana” per la Hybrid Warfare che viene intesa come multidimensionale e poggiante su 4 pilastri fondamentali: attori coinvolti (mercenari, terroristi, agenti domestici), mezzi (armi convenzionali, sperimentali e di uso comune), tattiche (azioni convenzionali, legittime, illegittime, guerriglia, terrorismo, propaganda) e moltiplicatori (guerra psicologica, informatica, informativa, sfruttamento reti sociali, estorsione, cyberterrorismo).

Però a metà di quel decennio, dall’altro capo del mondo, qualcuno aveva teorizzato, se pur in modo prettamente filosofico, la nuova Guerra Ibrida. Si tratta dei generali cinesi Wang Xiangsui e Qiao Liang che pubblicano il saggio “Guerra senza limiti” (Unrestricted Warfare) mettendo nero su bianco per la prima volta la teoria di una guerra moderna mirata a stravolgere i canoni convenzionali di un conflitto, unica modalità possibile, per la Cina di allora, di contrastare una superpotenza come gli Stati Uniti.

Il soldato, il carro armato, perfino l’agente segreto, diventano parte marginale di uno scontro che si perpetra attraverso tutti gli strumenti possibili, leciti e illeciti: da quello diplomatico a quello informativo passando per, ad esempio, la manipolazione del mercato azionario. La guerra, quindi, non è più appannaggio di personale “in divisa”, ma si sfuma in molteplici dimensioni, dove il ricorso al soldato, usato in modo convenzionale, è solo l’ultima ratio.

I due generali cinesi, lasciando trapelare tutta la base filosofica propria della loro cultura (Sun Tzu), affermano che si deve “combattere la guerra adatta alle armi di cui disponiamo”, cioè ricercare la tattica ottimale per le armi che si dispongono, e “costruire armi idonee alla guerra”, vale a dire prima stabilire le modalità di combattimento, poi sviluppare le armi.

Si tratta di una rivoluzione, la cui portata è stata meglio compresa e sviluppata dalla Russia rispetto all’Occidente, anche per una questione strettamente legata alla cultura, alla storia e alle tradizioni di quel Paese. Sempre nel 1995, proprio dalle parti di Mosca, il generale Machmut Achmetovic Gareev pubblica il saggio “If war comes tomorrow? The contours of future armed conflict” che contribuisce a lanciare – e svecchiare – la visione del warfare russo verso quella che viene definita Political Warfare, o Guerra Ibrida. Egli sposta il classico concetto di “difesa di profondità” che si basa sulla distanza fisica che divide un opponente all’altro, verso una teoria più ampia, identificabile come Information Warfare, che però ha un’accezione diversa rispetto a quella occidentale avendo una postura prettamente strategica e con uno spettro d’azione a 360 gradi. Il generale Gareev, cioè, preconizza che le guerre del futuro devono essere (anche) condotte sul piano della propaganda e della disinformazione mirata, che sono utili per agire sia sulla società civile, minandone la fiducia nel sistema nazionale o creando disordini pubblici, sia sulle forze armate in generale, indebolendone la struttura con un impegno costante. Quindi non più un conflitto aperto, dichiarato, che implicherebbe una difesa convenzionale (in profondità) ma una provocazione costante, “invisibile”, attuata su più fronti per fratturare il tessuto sociale avversario, la sua economia, la sua sicurezza e capacità di controllo politico. Una guerra “indiretta” (o non-contact) che comprende “attacchi di precisione senza contatto diretto contro uno Stato e i suoi sistemi di controllo militari, le sue comunicazioni, la sua economia” come descritto da un contemporaneo di Gareev, il generale Vladimir Slipcenko.

Abbiamo detto che l’occidente ha “faticato” di più per comprendere la rivoluzione in atto, ma non per questo non ha utilizzato metodologie di Hybrid Warfare. Essendo risultato vincitore della Guerra Fredda, e avendo quindi uno strumento potentissimo dato dal sistema capitalista, lo ha sfruttato per cercare di ottenere gli stessi risultati. Dagli anni ’90 in poi, infatti, l’economia e il mercato vengono utilizzati come veri e propri “strumenti bellici” per ottenere gli stessi risultati della Guerra Ibrida di formulazione cinese o russa. Sanzioni economiche, istituzione di dazi, svalutazioni di monete nazionali ad hoc, perfino la penetrazione culturale o l’attività illecita finanziaria di società operanti nelle borse mondiali, o di Ong (Organizzazioni Non Governative) vengono usate come strumento per ottenere un fine strategico simile, se non sovrapponibile, a quello delineato dalla dottrina russa o cinese, tanto che è possibile parlare di “operazioni militari diverse dalla guerra”.

Del resto proprio gli Stati Uniti hanno usato le sanzioni internazionali, gli embarghi, con estrema disinvoltura nel corso della loro storia per raggiungere i loro obiettivi di politica estera senza dover ricorrere a una guerra guerreggiata, anche se, è bene ricordarlo, questa attività può determinare un conflitto aperto (vedere il caso giapponese nella Seconda Guerra Mondiale). Ancora una volta si “combatte” con le armi di cui si dispone.

La “Dottrina Gerasimov”

A febbraio del 2013 il generale Valery Vasilyevic Gerasimov pubblica su Voenno-Promyshlennyj Kuryer (traducibile come “il corriere militare-industriale”) l’articolo, ormai arcinoto, “The value of science is in the foresight: new challenges demand rethinking the forms and methods of carrying out combat operations” che dettaglia ulteriormente il modello di Hybrid Warfare precedentemente messo a punto da Gareev e Slipcenko aggiungendo un mix di componenti diplomatiche, pressione economica e politica e altre ingerenze non militari (facendo tesoro quindi della metodologia occidentale) per riuscire ad annientare il nemico.

Per il generale, allora capo di Stato maggiore della Difesa di Mosca, è l’aspetto politico quello che più incide nella guerra di nuova generazione ed è solo grazie alla sua formulazione che vengono per la prima volta nominati i corpi paramilitari e le Pmc (Private Military Companies) in modo aperto come strumenti essenziali di questa dottrina. In particolare la “Dottrina Gerasimov” individua sei fasi nello sviluppo e risoluzione dei conflitto tra Statio in cui si adottano metodi “non militari”:

La modellizzazione occulta dell’ambiente obiettivo

La pressione e l’escalation

Lo sfruttamento mediatico della crisi e l’isolamento dell’obiettivo con esercizio della deterrenza

L’intervento militare circoscritto

La de-escalation e la risoluzione del conflitto

La pacificazione

In questo piano, il generale Gerasimov valuta che il rapporto tra misure non militari e militari sia di 4 a 1.

In realtà la Hybrid Warfare così come la conosciamo oggi è dovuta a una estensione della “Dottrina Gerasimov” ad opera di due militari russi in pensione diventati accademici di alto livello: il colonnello Sergey Cekinov e il generale Sergey Bogdanov. Sono loro, infatti, a inserire elementi come l’uso strumentale delle Ong, quello dei media di ogni livello e dei social network, l’azione delle istituzioni culturali in loco, e di attori di alto profilo nel campo dell’ecologia, della guerra psicologica e dello spionaggio.

Recentemente stiamo assistendo a un ulteriore ampliamento degli strumenti di Guerra Ibrida: le ondate migratorie provocate ad hoc. Queste vengono usate sia per gettare discredito in ambito internazionale sui Paesi che le bloccano o tentano di farlo, minando nel contempo la stabilità interna facendo leva sui sentimenti “umanitari” della popolazione bersaglio, sia come strumento ricattatorio per ottenere condizioni favorevoli in campo commerciale oppure direttamente elargizioni di denaro.

Un caso di studio: l'Ucraina

Quanto accaduto in Ucraina nel 2014 rappresenta un caso di studio unico in quanto permette di confrontare un successo e un parziale insuccesso dell’applicazione della Hybrid Warfare russa, ormai considerabile come dottrina universale di Guerra Ibrida moderna.

Le sei fasi della “Dottrina Gerasimov” si possono condensare, per semplicità di narrazione, in tre: la preparazione al Political Warfare, l’attacco e la stabilizzazione.

Nel caso della Crimea il successo, determinato dall’avvenuta fase di stabilizzazione con relativa annessione unilaterale della penisola nella Federazione Russa, è stato raggiunto grazie a due fattori: la velocità con cui la Russia ha isolato la Crimea dal governo di Kiev, e lo sfruttamento di fattori sociali quali la supremazia economica dei suoi investimenti sul territorio (dove già era presente una exclave importante rappresentata dalla base navale di Sebastopoli) condita dal fattore sociale principale rappresentato dalla stretta vicinanza culturale della popolazione locale con quella russa.

Nel Donbass, invece, sebbene la fase preparatoria sia avvenuta in modo pressoché identico a quella messa in atto in Crimea, il fallimento della Hybrid Warfare russa (la regione, nonostante l’autoproclamazione di indipendenza delle repubbliche di Donetsk e Lugansk è ancora de facto attraversata da un conflitto congelato) è imputabile principalmente al non riuscito isolamento che ha permesso a Kiev di reagire in tempi molto più rapidi.

In ogni caso Mosca ha raggiunto un obiettivo tattico, che è quello di tenere in stallo la situazione non permettendo così ogni possibile ingresso in Europa e nella Nato dell’Ucraina, proprio in quanto alle prese con un conflitto la cui risoluzione sembra impossibile. Soprattutto la natura non attribuibile della minaccia, che si configura ufficialmente quindi come un’insurrezione interna, non permette all’Ucraina di appellarsi alle sue alleanze occidentali per la risoluzione del conflitto e inoltre pone Kiev nella condizione di non poter separarsi dalla Russia e guardare definitivamente a Occidente poiché il prezzo che dovrebbe pagare, la perdita della sua regione orientale, sarebbe troppo alto dopo quella della Crimea.

Una vittoria tattica, quella russa, che però non è affatto strategica: aver conquistato la Crimea, aver messo in stallo Kiev, significa in realtà che il Cremlino ha perso l’Ucraina, una delle sue due porte occidentali – insieme alla Bielorussia – che servono a garantire una “fascia di sicurezza” per proteggere da una possibile invasione il cuore pulsante della cultura e dell’economia russa, che si trova “al di qua” degli Urali.

Che cos’è la guerra del Darfur. Mauro Indelicato su Inside Over il 4 dicembre 2021. La guerra del Darfur è un conflitto che interessa la regione occidentale sudanese del Darfur e che vede coinvolte diverse sigle, tra forze governative, milizie e gruppi paramilitari. Il conflitto esplode ufficialmente nel 2003 e viene dichiarato concluso nel 2009, anche se scontri si verificano sia prima che dopo queste date. La guerra del Darfur diventa nota a livello internazionale per via delle voci di razzie e veri e propri genocidi attuati dalle forze in campo. Si calcola che gli scontri e le azioni d violenza hanno causato almeno 400.000 morti e qualcosa come due milioni di sfollati.

Le cause del conflitto nel Darfur

Il Darfur è una regione storica del Sudan, situata nella parte occidentale del Paese, lungo i confini con il Ciad. A livello politico, secondo l’impostazione amministrativa dello Stato sudanese, è divisa in cinque Stati: Darfur Occidentale, Darfur Settentrionale, Darfur Meridionale, Darfur Centrale e Darfur Orientale. Il termine Darfur indica negli idiomi locali “Terra dei Fur”, ossia dell’etnia maggiormente concentrata in questa regione. Si tratta, al pari di altre etnie predominanti nel Darfur, di una popolazione di origine centroafricana che tra il XIV e il XVIII secolo dà vita a un sultanato indipendente. Soltanto nel 1916 infatti il Darfur viene accorpato dai britannici al Sudan, il quale al suo interno ha invece una maggioranza araba e arabofona.

È proprio quest’ultimo aspetto a essere considerato come perno della guerra poi scatenatasi negli anni recenti. Le popolazioni africane composte soprattutto dai Fur, dai Zaghawa e dai Masalit (a loro volta poi divise in diverse tribù) lamentano storicamente un trattamento di emarginazione da parte del governo centrale e delle tribù arabofone presenti in zona. La contrapposizione tra africani e arabofoni diventa molto forte tra gli anni ’60 e ’90 del secolo scorso, spingendo entrambe le parti a confluire in numerosi movimenti sorti nel frattempo per portare avanti le rispettive rivendicazioni.

Oltre ai contrasti etnici, occorre anche considerare dispute di natura economica. La popolazione di origine africana è in gran parte composta da agricoltori sedentari, mentre quella arabofona da pastori nomadi. In questo contesto, già dagli anni ’60 sorgono conflitti locali per il controllo della terra. Inoltre nel Darfur sono presenti importanti giacimenti di oro e, in anni più recenti, vengono scoperte significative riserve di petrolio. È in questo clima che si arriva, con l’inizio del XXI secolo, a una profonda divergenza tra africani e arabofoni. Il comune richiamo alla fede islamica a cui appartengono entrambi i gruppi non serve, negli anni successivi, a placare le tensioni.

Le forze in campo

Nel 2002 il governo di Khartoum registra primi attacchi da parte di gruppi armati nel Darfur. Secondo i cronisti Julie Flint e Alex de Waal, profondi conoscitori delle dinamiche conflittuali sudanesi, queste prime azioni sono il frutto di un’alleanza siglata l’anno prima tra tribù dei Fur e tribù dei Zaghawa per lottare contro il governo centrale. L’inizio degli attacchi permettere di avere una prima conoscenza delle forze in campo.

Sul fronte delle milizie del Darfur si trovano in particolare due gruppi. Si tratta del Justice and Equality Moviment (Jem) e dell’Esercito di Liberazione del Sudan (Sla). Il primo è un movimento di ispirazione islamista, il secondo invece nei primi anni 2000 è noto come “Fronte di Liberazione del Darfur” ed ha al suo interno due personaggi destinati a diventare fondamentali nella storia del conflitto: Minni Minnawi e Abdul Wahid Al Nur.

Dall’altra parte si ha invece ovviamente l’esercito regolare sudanese, preoccupato dall’escalation dei gruppi filo africani. A supporto dei militari di Khartoum arriva una milizia arabofona già arriva negli anni ’90 e nota con il nome di Janjaweed, termine che in arabo è traducibile con “demoni a cavallo”. È formata da membri delle etnie arabofone dei Baggara e degli Abbala. Nel primo gruppo di distingue la tribù dei Rizeigat, da cui provengono buona parte dei comandanti. Questo perché a proteggere e finanziare nei primi anni la milizia è lo sceicco Musa Hilal, personalità di massimo riferimento dei Rizeigat. Tra i principali comandanti occorre annotare Mohamed Hamdan Dagalo, noto con il nome di Hemmeti, e Ali Kushayb.

26 febbraio 2003, l'inizio della guerra nel Darfur

Dopo le prime avvisaglie e i primi scontri in diverse province del Darfur, il primo vero atto bellico è datato 26 febbraio 2003. Quel giorno un gruppo di miliziani attacca un quartier generale dell’esercito nella località di Golo. A differenza dei precedenti attentati, questa volta si ha una rivendicazione pubblica. A comunicarla è il gruppo del Fronte di Liberazione del Darfur, pochi mesi dopo noto come Esercito di Liberazione del Sudan (Sla). È per questo motivo che la storiografia tende ad attribuire ai fatti di Golo il rango di prima escalation bellica del Darfur.

Un mese dopo si ha una nuova offensiva. Il 25 marzo 2003 i miliziani Sla occupano la città di frontiera di Tine. L’operazione ha successo per i ribelli anti Khartoum in quanto consente di recuperare un’ingente quantità di materiale bellico dalle caserme. La sensazione di essere in guerra però si ha il 25 aprile 2003. Alle 5:30 del mattino quel giorno combattenti dello Sla e del Jem si coalizzano per occupare Al Fashir. Quest’ultima è una località dal grande valore strategico e politico. Al Fashir non solo è la capitale dello Stato del Darfur Settentrionale, ma è anche la più grande città dell’intera regione storica del Darfur, centro nevralgico economico e politico per tutte le popolazioni di questa parte del Sudan.

I ribelli sfruttano l’effetto sorpresa. I militari dentro le guarnigioni e le caserme dormono ancora quando i combattenti entrano a bordo di 33 pickup. L’esercito, impreparato agli eventi, non riesce a reagire. Vengono fatti prigionieri più di 30 soldati, in 75 invece risultano uccisi. Inoltre i miliziani distruggono velivoli, armi, carri armati e altri mezzi. Durante le ore dell’attacco, le sigle ribelli perdono solo nove uomini. Per il governo di Khartoum si tratta di uno smacco senza precedenti. L’intero Sudan, già provato da altre guerre, è colto alla sprovvista.

La reazione di Omar Al Bashir

A Khartoum al potere dal 1989 c’è Omar Al Bashir. Per il suo governo non sono anni semplici. Non solo il Sudan è preda di una grave crisi economica, ma deve fronteggiare le ribellioni nell’est del Paese e soprattutto nel sud, dove la popolazione cristiana chiede l’indipendenza. Inoltre aver ospitato Osama Bin Laden fino al 1994 pone Bashir in una condizione di semi isolamento internazionale.

Dunque per il presidente sudanese la questione Darfur rappresenta una nuova spina nel fianco. La sua priorità è sedare ogni ribellione in questa regione prima che sia troppo tardi. Ecco perché da Khartoum, dopo i fatti di Al Fashir, Omar Al Bashir promette pungo duro e una risposta militare senza precedenti. Sono minacce per la verità poco reali a prima vista. La coperta dell’esercito è troppo corta per fronteggiare anche i gruppi del Darfur. I militari sono duramente impegnati nella guerra nel sud del Sudan.

Al Bashir allora, davanti all’avanzata dei gruppi ribelli, decide di servirsi della milizia arabofona dei Janjaweed. In comune tra le due parti vi è la priorità di preservare il dominio delle forze filoarabe, siano esse legate al governo sudanese oppure alle tribù locali. Non è la prima volta che i Janjaweed vengono chiamati in azione. Tra il 1996 e il 1999 nel Darfur i miliziani operano per sedare alcune rivolte guidate dai Masalit.

Da Khartoum vengono inviati soldi, mezzi e armi a loro favore. Il gruppo interviene nel conflitto ma non si concentra solo sui miliziani Sla o del Jem. Al contrario, vengono presi di mura soprattutto i civili delle etnie africane. Un primo spaccato dell’operato dei Janjaweed si ha in un rapporto di alcuni osservatori Onu datato 25 aprile 2004. Il personale delle Nazioni Unite si trova nel distretto di Shattaya e descrive una situazione drammatica. I 23 villaggi abitati dai Fur della zona sono rasi al suolo, senza più persone al loro interno. I civili sono stati uccisi o deportati altrove. C’è poi un elemento che attira l’attenzione degli osservatori. I villaggi a maggioranza araba adiacenti a quelli distrutti sono intatti e con la popolazione al suo posto al loro interno. È il segno di un’inquietante pulizia etnica in corso: i Janjaweed aspirano ad espellere dal Darfur tutti i cittadini non arabi.

La prima fase della guerra: 2003 - 2006

L’emersione delle razzie attuate dai Janjaweed iniziano ad attirare le attenzioni della comunità internazionale. Ma le poche comunicazioni e la posizione periferica del Darfur ritardano ogni risposta. Nel frattempo nel vicino Ciad iniziano a confluire migliaia di profughi. Anche questo un segno della catastrofe umanitaria in corso. Il presidente ciadiano Idris Debby prova a mediare. A NDjamena viene raggiunto l’8 aprile 2004 un accordo per un cessate il fuoco tra il governo sudanese e le forze di Sla e Jem. I combattimenti però non si fermano. Parte dei gruppi ribelli non accetta l’accordo, mentre i Janjaweed proseguono con le loro gravi azioni a danno dei civili.

L’irruzione dei miliziani arabofoni nei villaggi crea molta preoccupazione. L’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, parla di vero e proprio genocidio e paragona la situazione in Darfur alla guerra in Ruanda del 1994. Si muove l’Unione Africana, che vara l’avvio di una missione di 7.000 uomini. La guerra però non si ferma. È in questo periodo forse che raggiunge il livello di massima violenza. Il mancato accesso a cure e generi di prima necessità da parte di migliaia di persone, genera un’ulteriore fuga verso il Ciad.

Un rapporto dell’Onu del gennaio 2005, parla apertamente di omicidi di massa e stupri perpetuati come arma militare contro la popolazione civile. Sotto accusa ancora una volta vengono messe le milizie Janjaweed. Le Nazioni Unite non parlano ufficialmente di genocidio, nonostante la presa di posizione precedente di Kofi Annan, ma descrivono comunque una situazione molto simile a quella verificata nell’ex Jugoslavia negli anni ’90. Si rileva, in particolare, la sistematica aggressione contro i civili, donne e bambini compresi.

A livello militare, le milizie del Darfur appaiono in difficoltà. L’avanzata dei Janjaweed e il terrore generato dalle loro incursioni nei villaggi, fanno perdere terreno sia al Jem che a al Sla. Nel dicembre 2005 poi il conflitto sconfina in Ciad. Viene infatti attaccato il villaggio di Adre, posto in territorio ciadiano. Il governo di Deby incolpa il Sudan e dichiara guerra a Khartoum. Migliaia di soldati del Ciad vengono schierati lungo il confine con il Darfur.

L'accordo del maggio 2006

La violenza va avanti per tutta la prima fase del 2006. Uno spiraglio sembra aprirsi a maggio. Hanno esito positivo infatti alcune trattative portate avanti tra il governo sudanese e rappresentanti del Sla. Il leader del gruppo ribelle, Minni Minnawi, firma un accordo con Khartoum in cui si sancisce la deposizione delle armi e si chiede anche il disarmo dei Janjaweed. Sembra il preludio a una fase distensiva.

La ripresa del conflitto nel Darfur

Le speranze di tregua vengono però ben presto disattese. Il Jem non sigla gli accordi di maggio. Inoltre l’altro importante leader del Sla, Abdul Wahid Al Nur, disconosce l’intesa e prosegue la guerra con i propri fedelissimi. Il primo settembre 2006 inoltre, report parlano di un importante attacco militare dell’esercito regolare sudanese contro le sigle ribelli. Il giorno prima, il 31 agosto, il consiglio di Sicurezza dell’Onu vota a favore dell’istituzione di una missione internazionale. In particolare, è previsto l’invio di 17.000 caschi blu, da integrare ai 7.000 soldati dell’Unione Africana già presenti. Omar Al Bashir si oppone a questa eventualità, appoggiata invece dal Ciad.

Tuttavia a novembre arriva il via libera di Khartoum all’ingresso dei caschi blu. In quel mese però vengono segnalate nuove offensive dell’esercito ai danni dei ribelli. Inoltre proseguono le incursioni in alcuni villaggi a maggioranza Fur da parte dei Janjaweed. Si ha notizia dell’eccidio di 400 civili attuato dai miliziani nel marzo 2007 in una località vicina al confine con il Ciad. In quel periodo di avviano anche le prime inchieste sui crimini attuati durante il conflitto. La corte penale internazionale, in particolare, mette sotto accusa il ministro sudanese per gli affari umanitari, Ahmed Haroun, e il comandante Janjaweed Ali Kushayb. Poco dopo l’inchiesta coinvolge lo stesso presidente Omar Al Bashir.

Sempre nel 2007, il 31 luglio si dà ufficialmente il via alla missione Onu Unamid, il cui compito è quello di evitare nuove stragi in Darfur. I caschi blu arrivano a partire dal 31 dicembre successivo. Prima di allora si assiste a nuovi scontri, a volte anche tutti interni alle parti in causa. Ad esempio, diversi gruppi che compongono i Janjaweed iniziano ad essere maggiormente autonomi e ad occupare territori in varie parti del Darfur.

Lo sfaldamento del fronte arabofono e la prospettiva dell’invio dei caschi blu sembrano allentare la tensione. Tanto che nel settembre 2007, nella città libica di Sirte, si avviano alcuni importanti colloqui a cui prendono parte le principali sigle coinvolte nel conflitto. Inizia un lungo periodo di trattative, destinato a terminare però solo dopo diversi anni.

Lo scontro di Khartoum del 2008

Che la tensione non viene del tutto smorzata lo dimostra anche l’episodio del 10 maggio 2008. Quel giorno la guerra arriva a due passi da Khartoum. Un gruppo vicino ad Al Nur penetra con le proprie milizie fino a Omdurman, città alle porte della capitale. Ne nasce uno scontro a fuoco molto violento, in cui muoiono 93 soldati e 13 poliziotti. Il governo decreta lo stato d’emergenza e impone il coprifuoco in tutta l’area urbana di Khartoum. Oltre agli uomini di Al Nur, a partecipare all’assalto sono anche miliziani del Jem.

La situazione ritorna alla normalità soltanto in tarda serata. Il governo dichiara di aver ucciso 400 miliziani e aver preso numerose loro armi e diversi loro mezzi. L’attacco dimostra la situazione di estrema tensione in tutto il Paese. Ma è anche uno degli ultimi episodi documentati del conflitto.

2009: l'Onu considera chiusa la guerra

Dopo gli scontri di Khartoum la guerra vive una fase di stallo. L’Onu non registra altri attacchi su vasta scala, né nelle aree intorno alla capitale e né in Darfur. Una circostanza che spinge il generale Martin Agwai, comandante della missione Onu, a dichiarare ufficialmente concluso il conflitto il 27 agosto 2009. Secondo i responsabili delle Nazioni Unite, in quel momento in Darfur sono rintracciabili episodi di violenza riconducibili però all’opera di bande locali o di regolamento di conti tra tribù.

Il miglioramento della situazione generale spinge a nuovi round di colloqui. Nel febbraio del 2010 partono nuove trattative a Doha, capitale del Qatar. Il 23 febbraio si giunge all’annuncio della deposizione delle armi da parte del Jem. Quello stesso giorno il presidente sudanese Al Bashir dichiara il Darfur come zona sicura. Le intese prevedono, tra le altre cose, maggiore autonomia per il Darfur e maggiore rappresentanza per la popolazione locale. Resta però fuori dall’accordo la fazione del Sla fedele ad Al Nuri.

La guerra del Darfur sui media internazionali

L’attenzione mediatica sul Darfur si accende nel 2004, quando diverse organizzazioni internazionali pongono l’accento sulle razzie e sulle uccisioni di massa ad opera dei Janjaweed. L’esodo di massa poi delle popolazioni di origine africana ha dato modo di osservare l’entità della tragedia umanitaria in corso.

Per questo, a metà degli anni 2000, la guerra nel Darfur, pur non seguita capillarmente dai media, appare uno degli argomenti internazionali più trattati. Diverse le campagne volte a fermare il conflitto e ad aiutare i profughi fuggiti dai villaggi rasi al suolo. Così come sono molti gli appelli compiuti in occidente per promuovere una tregua.

Di Darfur si parla molto anche per due campagne capaci di raggiungere un pubblico molto vasto. La prima è del 2007 e vede protagonista l’azienda statunitense Google, la quale sulle mappe del servizio Maps pone in evidenza i villaggi rasi al suolo durante il conflitto. L’altra invece ha per protagonista il gruppo musicale britannico Mattafix, il quale nel settembre 2007 pubblica la canzone “Living Darfur”, diventata nell’anno successivo una delle hit più ascoltate in Europa e negli Stati Uniti.

Gli scontri negli anni successivi

La dichiarazione di fine della guerra e gli accordi del 2010 non spengono comunque del tutto le tensioni. Alcuni gruppi, come quelli fedeli ad Al Nuri, rimangono attivi. E inoltre le reciproche diffidenze tra popolazioni africane e arabofone continuano nel dopoguerra e danno vita a nuovi scontri, seppur di carattere locale.

Tra il 2013 e il 2014 le situazioni più critiche. Dal gennaio 2013 fino a maggio altri 300.000 sfollati vengono costretti a trovare riparo fuori dalle proprie abitazioni. L’anno successivo si verifica l’assalto al villaggio Fur di Tabit. Secondo le Nazioni Unite, in quell’occasione circa 200 donne vengono violentate, mentre gli uomini sono arrestati. Coinvolti nell’episodio sarebbero anche i soldati regolari sudanesi. In un rapporto di fine anno, l’Onu stima almeno 3.300 villaggi coinvolti da violenze nel 2014.

La creazione delle Forze di Supporto Rapido nel 2013 e il ruolo di Hemeti

La situazione nel 2013 si fa così grave che il presidente Omar Al Bashir decide di dar luogo alle cosiddette Forze di Supporto Rapido (Rsf). Si tratta di forze speciali la cui guida è affidata a Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti. Quest’ultimo è uno dei leader più importanti dei Janjaweed durante la guerra.

Le nuove forze, secondo le accuse arrivate da diverse associazioni umanitarie, sarebbero costituite proprio da miliziani Janjaweed a cui viene affidata una divisa. È dunque forte il timore dell’applicazione degli stessi metodi usati durante il conflitto contro le popolazioni del Darfur e in altri scenari in cui le Rsf vengono impiegate.

La costituzione delle nuove forza speciali favorisce tra le altre cose la scalata di Hemeti quale nuovo uomo forte del Sudan. Numerosi rapporti delle stesse Nazioni Unite, indicano Hemeti come personalità in grado, grazie anche al peso raggiunto dalle Rsf, di essere al centro di numerosi interessi economici e politici. Grazie anche a proprie società, Hemeti controllerebbe buona parte dell’economia sudanese.

Il ruolo del leader delle Rsf appare palese subito dopo il colpo di Stato dell’aprile 2019, con il quale l’esercito rovescia Omar Al Bashir. Il golpe ha luogo anche grazie al via libera di Hemeti, nominato vice presidente della nuova giunta transitoria.

La situazione oggi

Sul finire del 2020, nell’ambito del percorso transitorio che dovrebbe portare il Sudan verso le elezioni nel 2023, il governo centrale di Khartoum sigla diversi trattati di pace con i vari gruppi ribelli sparsi nel Paese. Tra questi spiccano anche quelli presenti nel Darfur. Formalmente la situazione appare pacificata, ma nei fatti le tensioni locali sono ancora molto forti e non mancano episodi di violenza.

Le preoccupazioni arrivano anche dall’instabilità dell’intero Sudan. Nell’ottobre 2021 un nuovo golpe rovescia il governo civile di transizione e dona ai militari il potere. Una circostanza capace potenzialmente di creare nuovi conflitti nel Paese. Riguardo al Darfur, preoccupa lo strapotere assunto dalle Rsf e dal leader Hemeti.

Sui fatti occorsi tra il 2003 e il 2009, è in corso un processo impantanato però da anni in una grave fase di stallo. Nel 2009 viene emanato un mandato di apparizione all’ex presidente Omar Al Bashir, mai però eseguito nonostante la sua deposizione. L’unico progresso nel processo arriva nel giugno 2020, quando nella Repubblica Centrafricana viene arrestato Ali Kushayb, uno dei comandanti Janjaweed. Ancora però mancano all’appello molti soggetti e nessuno ha pagato per i crimini commessi. Dopo il golpe del 2019 a Khartoum viene ventilata l’ipotesi di un processo sudanese per la guerra in Darfur, ma l’instabilità politica attuale rende difficile anche questa via.

·        La Genesi di un'invasione.

Quel boom di baby migranti: "In Italia spinti dai social". Federico Garau il 27 Novembre 2021 su Il Giornale. Sempre più i migranti minorenni che raggiungono le coste del nostro Paese. A spingerli, secondo gli operatori del settore dell'accoglienza che sono a contatto con loro, sarebbero anche i social network. Coste italiane prese letteralmente d'assalto da cittadini stranieri (a volte in viaggio su navi Ong, altre a bordo di imbarcazioni di fortuna), decisi a raggiungere il nostro Paese con la convinzione di trovare delle condizioni di vita a loro più favorevoli. Di recente, stando alle ultime informazioni raccolte anche dalle stesse strutture d'accoglienza, si sta assistendo ad un autentico boom di extracomunitari minorenni, o presunti tali.

Il caso Genova

A spiegare il fenomeno ai microfoni di Agi è il consigliere delegato alle politiche sociali del Comune di Genova Mario Baroni, che parla di un costante arrivo di "migranti" minorenni. A spingere i giovanissimi a lasciare il loro Paese d'origine ed a partire alla volta dell'Italia, sarebbero, pare, i social network. "Attualmente abbiamo 327 minori stranieri non accompagnati presi in carico, un numero enorme rispetto al passato. Alcuni sono in comunità, altri in albergo", ha dichiarato Baroni. "Qui a Genova abbiamo 183 posti, tutti pieni a oggi, che ovviamente non sono sufficienti. Un'ottantina di minori è attualmente in albergo e stiamo studiando un piano d'intervento per far fronte a questa situazione", ha aggiunto.

Molti degli stranieri, stando a quanto dichiarato dalle autorità preposte, arrivano da Egitto, Tunisia, Albania, Somalia, Congo, Siria ed Afghanistan. Al momento i ragazzi alloggiano in alcune strutture alberghiere, in attesa di una migliore sistemazione. Il Ceis (Centro solidarietà Genova onlus) si trova in prima linea nell'accoglienza ai minori, come spiegato dal presidente Enrico Costa, che conferma il costante aumento del numero di giovani in arrivo. "Fino a qualche anno fa avevamo più a che fare con l'emergenza del profugo che scappa dalla guerra, da una tragedia, dalla violenza politica o religiosa della sua terra natia", ha dichiarato Costa. "Oggi ci interfacciamo più spesso con quello che cinicamente viene chiamato 'migrante economico'", ha aggiunto.

"Fate sbarcare i 463 migranti". La Sea Watch punta l'Italia

Ma da cosa dipende tutto ciò? Secondo Costa ad influire molto sarebbero i social network: "La costante diffusione in tempo reale d'immagini di ricchezza e opportunità di altri Paesi come l'Italia, la Germania, la Francia, la Gran Bretagna, ma anche la possibilità di comunicare con chi è già partito, ha infuso a molti ragazzi, specie negli ultimi 5 anni, la giusta dose di coraggio per lasciare tutto e partire". È il passaparola a far avviare il processo. Le persone interessate a partire adesso sanno dove andare e come andarci, hanno contatti ed una vera e propria rete di accoglienza a cui rivolgersi, prima ancora di cercare i canali istituzionali.

"Migranti" sempre più giovani

Il fenomeno sta coinvolgendo sempre più giovani, se non addirittura minori o dichiarati tali. Secondo Costa, "su 1000 che arrivano, oggi il 20% sono minori". Si parla di 12enni, 13enni, pronti a lasciare tutto e partire alla volta dell'Europa.

Per rispondere a questa emergenza, il Ceis ha messo a disposizione diverse strutture a Genova, una di queste è il centro Galata, che ospita 20 ragazzi. Qui i giovani conducono una vita relativamente normale, e sono costantemente assistiti. A parlare di loro è il responsabile del centro Roberto Buzzi, che ad Agi racconta come i ragazzi abbiano già affrontato molte difficoltà malgrado la loro età anagrafica: "Parliamo di viaggi che durano sei-sette mesi: quando arrivano qui, questi ragazzini sono esausti. Noi siamo comunità di seconda accoglienza, quindi prima passano attraverso altre strutture che rappresentano una 'prima linea sul fronte'. Una volta da noi, comincia il vero percorso d'integrazione e costruzione del loro futuro". Fra le attività proposte ai ragazzi, anche la scuola, per poter acquisire sicurezza e consapevolezza. Molti, infatti, non solo non conoscono l'italiano, ma sono analfabeti. Il loro unico desiderio è quello di trovare un lavoro.

Quello strano boom di minori Cosa c'è dietro questi sbarchi

I ragazzi, spiega Buzzi, provengono da famiglie povere, alcuni hanno traumi sociali alle spalle. Ad avere maggiori difficoltà sarebbero i giovani tunisini, che hanno "problematicità comportamentali maggiori: sono più riottosi, sfuggono al legame, è qualcosa che va oltre l'aggressività dell'adolescente. Chi accoglie non viene visto da loro come il referente con cui creare una relazione, ma uno sconosciuto qualunque di passaggio da un luogo ad un altro".

"Fame di soldi"

Il presidente Enrico Costa si è detto preoccupato per il destino di questi ragazzi, che spesso ragionano solo in termini economici. Non hanno un sogno. Desiderano solo guadagnare denaro da inviare poi a casa. "Anche se tredicenni, hanno una fortissima fame di soldi: vogliono mandare denaro a casa, anche perché spesso i genitori li hanno spinti, o costretti, a partire proprio per questo", ha spiegato Costa. "Se si mischia questa fame all'ostacolo della incomunicabilità iniziale, il giovane viene naturalmente spinto tra le braccia di qualcosa di più comodo e veloce come l'illegalità: spaccio e piccola criminalità rappresentano l'Eldorado su cui mangiare e un regalo, purtroppo, per le associazioni criminali", ha aggiunto.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018

Scappano da inondazioni e crolli: i migranti ambientali sono i nuovi esiliati. Ed è un problema anche italiano. Saranno fino a 250 milioni entro il 2050 in tutto il mondo. Persone costrette a lasciare case e terre a causa del cambiamento climatico. E anche nel nostro Paese il fenomeno sta contribuendo a spopolare le aree interne. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 26 ottobre 2021. Il rumore delle pietre era assordante. Battevano l’una contro l’altra, trascinate dalla forza del torrente. Ha piovuto per tre giorni e tre notti a Rajù, frazione del comune di Fondachelli Fantina, borgo del Messinese che dopo l’alluvione del 1972 è rimasto silenzioso, disabitato. Nessuno dei residenti poteva scappare. Ai lati del borgo, due ruscelli ingrossati impedivano il passaggio. Davanti, il torrente Fantina zeppo di fango e di quei grossi sassi che colpendosi facevano lo stesso chiasso di dieci aerei in partenza. Alle spalle, una frana dalla montagna aveva distrutto un paio di case dopo 24 ore di pioggia. Sono morte quattro persone, ferite altre. Terrorizzati, senza dormire né mangiare, gli abitanti di Rajù si sono riuniti in poche abitazioni, per condividere, come erano soliti fare, le scelte e i momenti più importanti. «Pregavamo, aspettavamo. Senza sonno né cibo, avevo un fortissimo dolore alla testa. Mi sono rassegnato alla morte». A parlare è Giovanni Furnari, oggi in pensione, allora un ventiseienne geometra freelance appena sposato, nato e fino a quel momento vissuto a borgo Rajù. «Dopo giorni di pioggia incessante, il 2 gennaio del ’73, è tornato il sole. Ce ne siamo andati tutti, senza nessuna ordinanza: eravamo d’accordo. A piedi nel fango. Sono arrivato a Barcellona Pozzo di Gotto, lontana 30 km. Qui dove vivo tutt’ora». Neanche dieci volte in cinquant’anni Furnari è tornato nell’abitazione di Rajù perché fa troppo male vedere il paese così desolato, distrutto dal torrente che continua ad alzarsi inghiottendo le case. Perché tornano forte il dolore alla testa, la sensazione di morte, le lacrime agli occhi. Così si sente chi ha dovuto lasciare la propria casa senza averlo deciso e senza la possibilità di tornare. I migranti ambientali, persone che a causa di catastrofi naturali, uragani, inondazioni, tempeste, siccità, terremoti, sono costrette ad abbandonare la propria terra, saranno fino a 250 milioni entro il 2050, secondo l’Unhcr. Non si tratta di migrazioni transfrontaliere di massa ma di piccoli sfollamenti, spesso per poche decine di chilometri, che rendono le persone vulnerabili fino a privarle, in alcuni casi, dei diritti fondamentali. Non esiste una definizione legale chiara di migrante ambientale, sono una parte degli sfollati interni totali che secondo il Global Report on Internal Displacement hanno raggiunto i 55 milioni nel 2020 e sono costati 20,5 miliardi di dollari. «Il cambiamento climatico è sempre trattato come materia scientifica ma è anche un problema socio-economico che intacca sia la sfera sanitaria sia quella dei diritti», spiega Serena Giacomin, climatologa e presidente dell’Italian Climate Network. «Un singolo evento meteo non stabilisce una tendenza climatica ma il loro schizofrenico susseguirsi sì. Nel bacino del Mediterraneo abbiamo a che fare con un’estremizzazione: ondate durature di caldo estremo si alternano a momenti di freddo meno frequenti, ma più intensi». Per Giacomin questo stressa il territorio causando problemi alle persone che lo occupano. Le azioni per mitigare l’impatto del cambiamento climatico, che trasforma la produttività e la resistenza delle aree, sono costante oggetto di studio del Consiglio nazionale dei geologi. «Nel momento in cui un territorio non ti dà più risorse idriche, terreni fertili, ti mette in difficoltà con eventi inaspettati come i 48,8 gradi di quest’estate nel Siracusano, ecco che gli insediamenti umani si devono spostare». Così è successo a Cavallerizzo di Cerzeto, un piccolo centro calabro-albanese, in provincia di Cosenza, franato nella notte tra il 6 e il 7 marzo del 2005, sotto una pioggia che non dava tregua. Vito Teti, antropologo e scrittore, ha documentato la tragedia da quando è accaduta a oggi: «Ogni giorno Domenico Golemme misurava con una corda l’ampliarsi della frana. Quando Golemme, detto Burithi, la talpa in arbëreshe, (la lingua parlata dalla minoranza albanese d’Italia, ndr) si accorse che la crepa portava verso il crollo era notte e diede l’allarme. Suonarono le campane, i citofoni, i telefoni, così tutti gli abitanti riuscirono a scappare in tempo». Secondo Teti, il disboscamento incontrollato, le nuove costruzioni in cemento armato, l’incuria, le strade che si spaccavano, le case che si abbassavano, erano tutte avvisi rimasti inascoltati di una catastrofe prevedibile che ha messo in fuga una comunità. La maggior parte dei residenti avrebbe voluto ricostruire Cavallerizzo dov’era ma, a causa dell’inagibilità dichiarata nonostante solo una parte della frazione fosse stata colpita dalla frana, nel 2011 iniziò la consegna degli alloggi della New Town, distante qualche centinaio di metri. Oggi la vecchia Cavallerizzo è vuota, «perfino i cavi dell’energia elettrica si sono portati via», racconta Carlo Calabria, un geologo che vi abitava ma che ora vive in Sicilia, mentre la nuova Cavallerizzo si sta gradualmente spopolando perché «non c’è più un luogo fisico comune a tutti dove potersi incontrare, ci sono solo una serie di case tutte uguali». Secondo il rapporto sul territorio del 2020 dell’Istat, ci sono 250 mila persone in meno rispetto al 2014 che vivono nelle aree interne, cioè in zone distanti dall’offerta di servizi essenziali, tipicamente di montagna o di collina, complice anche l’indice di vecchiaia superiore alla media nazionale. Per l’Anci, l’associazione nazionale comuni italiani, sono soprattutto i borghi che contano meno di 5 mila abitanti a spopolarsi: almeno un migliaio ha perso il 50 per cento dei residenti, alcuni fino all’80 per cento. Oltre alla mancanza di servizi, lavoro e opportunità, concorre allo spopolamento anche il rischio di dissesto idrogeologico. «Il 91,3 per cento dei comuni italiani è in pericolo. Nel 2021 ci sono stati 1600 eventi estremi, il doppio rispetto all’anno precedente. In tre ore viene giù tutta la pioggia che è mancata per mesi. Questo danneggia sia l’agricoltura sia il territorio, accrescendo il rischio di frane e alluvioni», spiega Lorenzo Bazzana di Coldiretti. Perché, come chiarisce Bazzana, le gelate ci sono sempre state ma ora arrivano quando non te le aspetti, alla fine del periodo invernale quando le colture hanno ripreso a crescere, danneggiandole. Inverni non troppo freddi ed estati siccitose hanno favorito anche la diffusione degli insetti, come il bostrico, un piccolo coleottero che si nutre del legno degli abeti rossi, soprattutto dei più deboli, che ha trovato nelle aree colpite nel 2018 dalla tempesta Vaia il territorio giusto per la proliferazione. «Gli alberi già fragili per la mancanza d’acqua sono caduti sotto i colpi del vento che ha raggiunto i 120 chilometri orari. Il terreno non era pronto per assorbire una tale quantità di pioggia. Un vero e proprio tifone si è originato dalla differenza di temperatura di 30 gradi tra il versante nord e il versante sud delle Alpi, quando la difformità di solito è di cinque o sei gradi. Vaia ha distrutto oltre 42 mila ettari di bosco. Non era mai stato registrato niente di simile da quando abbiamo la strumentazione, dalla fine del ‘700», spiega Diego Cason, sociologo di Belluno. Il tifone oltre ad aver causato la morte di otto persone, danni per quasi tre miliardi di euro, colpito 494 comuni tra le Prealpi venete e le Dolomiti, parte del Trentino Alto-Adige, della Lombardia e del Friuli, sta causando gravi difficoltà economiche alle comunità locali che dalla vendita del legno, il cui prezzo è diminuito dopo la tempesta vista la grande quantità immessa sul mercato, ricavano profitti da investire nella tutela delle infrastrutture e del territorio. E se adesso è ancora troppo presto per parlare di spopolamento, resta vivido il ricordo dell’alluvione del 1966 che colpì duramente le stesse aree e portò all’abbandono di tanti piccoli borghi. «È un meccanismo infernale: lo spopolamento porta abbandono e incuria dei territori che a loro volta accrescono il pericolo di dissesto idrogeologico, che provoca spopolamento». Raffaele Giannone è un ingegnere di Civitacampomarano, comune di 351 abitanti in provincia di Campobasso, colpito da una frana nel 2017, un anno di precipitazioni eccezionali. Giannone ha dovuto lasciare la casa, che era la stessa in cui più di duecento anni fa visse il militare e letterato molisano Gabriele Pepe. «Oggi abbandonata, con le finestre che sbattono al vento, perché nessuno se ne occupa». Sono passati più di cinque anni dal giorno in cui Civitacampomarano, che giace su uno sperone di roccia, non su un terreno franoso, si è spaccata. La zona rossa è rimasta tale. Gli abitanti, che ora vivono nelle campagne e nei paesi limitrofi continuano a pagare le imposte, seppur ridotte del 50 per cento, su abitazioni a cui non accedono più. «Nell’Italia del 2021 che si riempie la bocca di diritti e democrazia succedono ancora queste cose. Le persone che sono migrate non torneranno perché il tempo è una goccia che cava la pietra e chi è andato via costruirà la propria vita altrove». La gente è fatta di storia, radici, ricordi, cultura, famiglia, tradizione, perdere i piccoli borghi d’Italia significa perdere l’identità.

Tanti sono i migranti spariti senza lasciare traccia dal 2014. Quarantamila fantasmi, in 6 anni inghiottiti dall’egoismo. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 2 Settembre 2021. A immaginarseli.  Contarli. Uno dopo l’altro. Volti.  Bambini. Neonati. Adolescenti. 40.000. Donne, uomini. Anime perse. Corpi  scomposti.  Speranze accostatesi lungo le frontiere: stretti di terra, miglia d’acqua; distese d’arroganza, scrigni d’egoismo impossibili da conquistare.  Sono in quarantamila i migranti scomparsi senza traccia dal 2014, secondo Missing Migrants, un progetto diretto dalla OIM, l’organizzazione internazionale migranti. La maggior parte sono spariti lungo il confine fra Messico e Stati Uniti. A seguire, i fantasmi più numerosi, si sono registrati nelle rotte Mediterranee. L’Europa e l’America, il sogno più grande per chi scappa; il rischio più alto di finire in un buco nero. Morire per sempre senza mai diventare il segno di un dolore, il bersaglio di una lacrima, il volto sorridente di una foto che sta lì a  dire che per tutti c’è stato un istante di gioia. Nel gergo della mafia, le sparizioni si chiamano lupare bianche, alla morte si aggiunge il supplizio della sottrazione dei corpi. E l’Occidente, rispetto alle disperazioni in fuga, agisce spesso con logiche mafiose, concede chance solo attraverso viaggi della morte, non dà altre scelte: per aprire le proprie porte si deve essere disposti a morire. I più sfortunati debbono mettere in conto di finire sott’acqua senza risalire, di finire sottoterra senza essere più ritrovati. Vanno via così, al ritmo di 6000 per ogni anno, separati sul corso di diverse frontiere, abbracciati sul corso della morte, fra estranei per avere meno dolore nella scomparsa eterna. Nemmeno una moneta da dare a un qualunque traghettatore pietoso, che lasci tracce del passaggio, che anche in forma anonima invii un messaggio, indichi un posto. 40000 e passa, di volti senza segni. Ogni sette anni troveranno posto su un articolo di giornale, o, nelle ballate di un cantore ispirato. Poi, mano nella mano torneranno ai loro luoghi sconosciuti.

Gioacchino Criaco. E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.

Patrizio J. Macci per affaritaliani.it - 19 maggio 2021. Il video è su una pagina celebrativa della Prima repubblica, quindi ascrivibile ai primi Anni novanta. Andreotti è in forma smagliante, determinato e deciso; usa un esempio colto come quello del libro di Dino Buzzati per dare una forma palpabile alla platea dei presenti della marea di possibili immigrati che negli anni a venire sarebbero potuti arrivare se non si fossero incentivati gli aiuti nei loro territori, parla di industria, turismo e agricoltura da incentivare immediatamente per scongiurare un dramma simile. Tutte le altre proposte o critiche (“devono aiutarsi tra di loro” -i Paesi del continente africano- “perché abbiamo tanti problemi noi in Italia”) “sono materiale buono per scrivere libri”, conclude Andreotti. E’ un’analisi concreta la sua, certo la situazione geopolitica era profondamente diversa. Le uova erano ancora tutte nel paniere (la Primavera Araba neanche immaginabile) e i conflitti tra stati nazionali africani limitati. Eppure Andreotti antevedeva, o forse aveva capito che sarebbe stato impossibile mantenere un equilibrio simile per sempre. E l’Italia sarebbe stato il primo Paese investito dallo tsumami migratorio. Alcuni commentano il suo intervento a pie’ di pagina sostenendo quanto una simile previsione fosse relativamente semplice da pronunciare, ma sfido chiunque a registrare una testimonianza simile consegnata a un video, quindi scolpita e autografata nella pietra, a sotterrarla nell’ipotalamo di miglia di ore di comizi, interventi in sedi istituzionali, meeting e a rispolverare il contenuto tra venti trent’anni. Forse Andreotti aveva dati e analisi che mancavano ai più, ma -visto come è andata a finire- nessuno ha ascoltato le sue parole. Il tempo c’era tutto per porre rimedio a quello che stava per accadere. Poco o nulla di quanto consiglia nel suo intervento è stato fatto. Forse non sarebbe bastato, ma in parecchi casi nemmeno si è cominciato. Andreotti, come il Tenente Drogo raccontato nel romanzo di Buzzati, era certo che i Tartari sarebbero arrivati dal confine. Sarebbe bastato ascoltare Andreotti o leggere Buzzati. Al momento politici come Andreotti “scarseggiano” e il romanzo è divenuta una tragica e dolorosa realtà. A questo punto ci si accontenterebbe anche solo di politici che abbiano almeno letto Buzzati.

Dal primo sbarco del 1992 ad oggi: storia dell’immigrazione in Italia. Mauro Indelicato, Sofia Dinolfo su Inside Over il 25 giugno 2021. Con gli sbarchi tra il 1991 e il 1992 è iniziata la oramai trentennale storia dell’immigrazione verso l’Italia: da allora sono stati diversi gli eventi di cronaca e gli sconvolgimenti politici che hanno caratterizzato l’approccio a un fenomeno tanto complesso quanto difficile da interpretare.

Ottobre 1992: il primo sbarco di migranti a Lampedusa. Era l’ottobre del 1992 quando Lampedusa si è confrontata per la prima volta con il fenomeno degli sbarchi. In quell’occasione sull’isola maggiore delle Pelagie sono approdati 71 stranieri che si sono dichiarati tunisini. In realtà, la loro cittadinanza è rimasta per sempre ignota. Quando da Palermo è arrivato il console di Tunisi, nessuno ha realmente dimostrato di provenire dal Paese nordafricano a noi dirimpettaio. L’evento ha colto tutti impreparati, autorità politiche comprese. Il signor Andrea, cittadino lampedusano, oggi ha 60 anni e ha raccontato su InsideOver quegli attimi: “Ricordo ancora quando si è diffusa la notizia – ci dice – mi trovavo a fare la spesa e vedevo i miei concittadini agitarsi nel raccontare che era accaduto qualcosa di strano. Era arrivata gente scesa da un barcone, un evento allora impensabile. Momenti di confusione che nei primi attimi mi hanno disorientato”. “Poi – prosegue il signor Andrea – ho capito cos’era successo e ho fatto la mia parte. Ho comprato alcune bottiglie di acqua e le ho consegnate a chi si occupava della raccolta. Non sono andato al porto ma ricordo che quello è stato per tutti un giorno carico di tensione e, nei giorni a seguire, il nostro pensiero era rivolto a come aiutare quelle persone”. I migranti sull’isola sono infatti rimasti per circa un mese. Ospitati dentro la caserma dei carabinieri, a provvedere al loro sostentamento sono state la parrocchia e la popolazione: “Non esisteva – racconta un poliziotto all’epoca in servizio a Lampedusa – un ufficio preposto alla gestione dell’accoglienza, era una novità per tutti, nessuno era pronto”. I migranti hanno lasciato l’Isola grazie ai biglietti della nave per Porto Empedocle acquistati con una colletta tra i lampedusani.

Gli sbarchi dall’Albania. Quello dei 71 migranti è stato per Lampedusa il primo sbarco, ma c’era chi, già nel 1991, in un’altra parte d’Italia, si era confrontato con il primo evento di questo tipo. L’8 agosto di quell’anno, a bordo della nave Vlora, sono approdati a Bari più di 20mila migranti. Partita da Durazzo, l’imbarcazione ha raggiunto il porto del capoluogo pugliese e, da allora, il fenomeno migratorio della rotta adriatica è diventato una costante per tutti gli anni ’90. Quello della Vlora è considerato il più grande sbarco di migranti a bordo di una sola nave. Attaccati gli uni agli altri, senza spazio e senza respiro, in molti, arrivati vicino al porto, hanno iniziato a tuffarsi in mare. Chi era lì racconta di immagini forti come in un film. Quando gli stranieri sono stati fatti scendere dall’imbarcazione, sul molo si è creato un tappeto umano. Gli albanesi sono rimasti nella zona portuale per alcuni giorni, poi sono stati trasferiti allo stadio. Per loro i baresi avevano raccolto vestiti e scarpe. Dopo il trasferimento in altre città italiane, per la maggior parte è stato disposto il rimpatrio.

25 aprile 1996: il primo naufragio documentato. La prima tragedia in mare di cui si ha documentazione risale al 25 aprile del 1996. Teatro del naufragio sono state le coste di Lampedusa. In questa occasione, 21 tunisini a bordo di una barca a motore sono annegati a causa delle avverse condizioni meteorologiche nei pressi dell’isola dei Conigli. L’imbarcazione, lunga 12 metri, era partita da Sfax. Dopo quasi 12 ore di navigazione era arrivata lungo il canale di Sicilia trovando il mare in tempesta. In prossimità di Lampedusa, a 500 metri dalle coste, i migranti, per non farsi notare, hanno deciso di affondare il mezzo. Le onde però hanno travolto anche loro. Solo in quattro, a nuoto, sono riusciti a raggiungere la costa ed essere salvati. Questo naufragio non è stato l’unico di quell’anno. Alcuni mesi dopo, ovvero la notte del 25 dicembre, si è consumata la “tragedia di Natale” con la morte di circa 300 migranti tra pakistani, indiani e cingalesi Tamil. Gli stranieri erano a bordo di un mercantile in sosta tra Malta e la Sicilia in attesa di un’imbarcazione sulla quale sarebbero stati trasferiti per raggiungere Siracusa. Ma le acque agitate hanno provocato un grave incidente: durante il trasbordo, la nave madre ha speronato il barcone facendolo affondare nel giro di poco tempo con circa 300 persone a bordo.

La crisi del 1997 e la legge Turco-Napolitano. Le vicende relative all’immigrazione clandestina erano entrate oramai nel dibattito politico. Era arrivato il momento di contrastare il fenomeno tramite nuove leggi. La spinta verso una normativa specifica si è avuta soprattutto a seguito degli effetti della crisi in Albania del 1997. Già all’inizio degli anni ’90 il crollo del comunismo aveva portato a uno choc economico nel Paese. Negli anni successivi, la situazione è divenuta insostenibile e, proprio nel 1997,  migliaia di albanesi sono partiti verso l’Italia facendo registrare un fenomeno migratorio senza precedenti. La Puglia si è ritrovata assediata dai continui sbarchi. Una situazione che ha destato allarme: dopo il blocco navale voluto dal governo Prodi I, con la legge 6 marzo 1998, nota come legge Turco-Napolitano dai nomi del ministro alla Solidarietà Sociale Livia Turco e dell’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, è stata introdotta una legislazione per il superamento della fase di emergenza. L’intento è stato quello di restringere i flussi migratori consentendo di rimanere sul territorio italiano solo ai regolari. Per gli irregolari, è stato introdotto il centro di permanenza temporanea in attesa del loro rimpatrio.

Legge Bossi-Fini. Negli anni a seguire gli sbarchi hanno continuato ad essere una costante. Quelli dall’Albania verso la Puglia e quelli dall’Africa verso le coste siciliane. Non più eventi occasionali ma episodi con cadenza periodica al punto da rendere necessario un intervento legislativo che disciplinasse il fenomeno dell’immigrazione in modo più incisivo. La risposta è arrivata con la legge n. 189 del 30 luglio 2002, nota come legge Bossi-Fini dal nome dei primi firmatari Gianfranco Fini (vicepresidente del consiglio dei ministri nel governo Berlusconi) e Umberto Bossi (ministro per le Riforme Istituzionali e la Devoluzione). Entrata in vigore il 10 settembre di quello stesso anno, la legge disciplinava, tra le altre cose, le espulsioni con accompagnamento alla frontiera e l’inasprimento delle pene per i trafficanti di esseri umani. Pochi giorni dopo l’entrata in vigore della legge Bossi-Fini, l’attenzione dell’opinione pubblica è stata dirottata verso l’ennesima strage del mare. A mezzo miglio da Capo Rossello, in provincia di Agrigento, si è rovesciato un barcone con a bordo migranti liberiani. Circa una ventina i morti e 90 i superstiti. In quell’occasione i due scafisti sono stati individuati ed arrestati. Quella del 2002 è stata probabilmente la prima estate veramente calda sul fronte migratorio.

Giugno 2004: l’incidente della Cap Anamur. Il 20 giugno del 2004 si è avuta un’anticipazione del futuro braccio di ferro tra Ong e governo. Una nave dell’organizzazione tedesca Cap Anamur, nota in passato per le missioni di salvataggio di profughi vietnamiti in mare, ha soccorso tra la Libia e Lampedusa 37 migranti subsahariani. La nave aveva riparato il motore a Malta e, durante un giro di prova, si è imbattuta in questa missione. Dopo 21 giorni di attesa in mare, il natante ha ottenuto il permesso di attraccare nel porto di Porto Empedocle. Il governo italiano ne ha consentito l’ingresso dopo giorni di braccio di ferro nei quali contestava alla Cap Anamur di dover attraccare a Malta, dal momento che era entrata nelle acque di sua competenza. Per quanto concerne l’accoglienza dei migranti, l’Italia delegava la responsabilità alla Germania, visto che la nave era battente bandiera tedesca. Quando la nave è entrata a Porto Empedocle il presidente dell’associazione umanitaria Elias Bierdel, il comandante Vladimir Dachkevitce e il primo ufficiale della nave Stefan Schmdt sono stati arrestati in flagranza di reato con l’accusa di “favoreggiamento aggravato dell’immigrazione clandestina”. I 37 migranti sono stati invece rimpatriati fra il Ghana e la Nigeria.

L’immagine di Lampedusa come porta del Mediterraneo. Nel 2008, nel corso di una cerimonia tenuta a Lampedusa, è stata inaugurata una scultura destinata a diventare emblema del fenomeno migratorio nel Mediterraneo. Si tratta della cosiddetta “Porta d’Europa”, opera dell’artista Mimmo Paladino situata in quello che da molti è oramai considerato come il primo lembo del Vecchio Continente dopo il territorio africano. Al di là della simbologia applicata alla scultura, la sua apposizione ha testimoniato ancora una volta il clamore mediatico e sociale raggiunto dall’immigrazione. Per frenare i flussi di barconi e gommoni il governo italiano, retto all’epoca da Berlusconi, ha siglato con la Libia il cosiddetto “trattato di amicizia”. L’accordo è stato stretto con l’allora rais libico Muammar Gheddafi: in cambio degli investimenti economici Roma ha chiesto il controllo delle coste per evitare nuove partenze. Ai libici sono state donate delle motovedette e la locale Guardia Costiera ha iniziato a respingere i migranti: “Per due anni almeno – ha confermato un residente di Lampedusa – di sbarchi ne abbiamo contati molto pochi, sembrava la fine di un lungo periodo”. Nel giugno del 2009 sono avvenuti anche dei respingimenti ad opera delle autorità italiane, giudicati però irregolari negli anni successivi. La porta del Mediterraneo ad ogni modo in quel momento è apparsa di colpo chiusa.

La crisi del 2011. La situazione però era destinata a cambiare. Tutto è partito nel gennaio 2011, quando in Tunisia le manifestazioni popolari hanno rovesciato il governo di Ben Alì. Crollato lo Stato, nessuno controllava più le coste. Un via libera generale che ha fatto riversare in mare migliaia di barconi. Nei mesi successivi a crollare è stata anche l’era di Muammar Gheddafi: il contagio delle cosiddette primavere arabe, quando è arrivato in Libia, ha coinciso con un drammatico aumento degli sbarchi. E del resto lo stesso rais lo aveva in qualche modo previsto: “Senza di me, milioni di africani andranno in Europa”, ha dichiarato in uno dei suoi ultimi discorsi prima dell’intervento della Nato.

La “pax” degli anni precedenti è durata poco. La tensione sociale derivante dalla massiccia ondata di migranti è esplosa in tutta la sua violenza ancora una volta a Lampedusa nel settembre di quell’anno. Quando è entrato in vigore un accordo tra Roma e Tunisi per il rimpatrio immediato dei tunisini, centinaia di loro hanno inscenato proteste sull’isola. Il centro di accoglienza è stato dato alle fiamme, per le vie del centro la Polizia, in tenuta antisommossa, ha dovuto caricare gruppi di migranti che minacciavano di far esplodere delle bombole del gas rubate da alcuni ristoranti. Gli isolani hanno reagito scendendo in piazza e chiedendo l’immediato trasferimento di chi era approdato. A vent’anni dal primo sbarco, le conseguenze sociali dell’immigrazione incontrollata si sono svelate sotto gli occhi di tutti.

La strage del 3 ottobre 2013. Il fenomeno migratorio è andato avanti a ritmi sostenuti anche dopo le primavere arabe. Ad alimentarlo, tra le altre cose, l’instabilità di una Libia piombata nell’anarchia dopo la fine di Gheddafi. Ad accendere ancora una volta i riflettori sui flussi è il naufragio del 3 ottobre 2013, rimasto nella storia per il suo importante clamore mediatico e per essere avvenuto a pochi mesi dalla storica visita di Papa Francesco a Lampedusa. Teatro della tragedia, sempre le acque antistanti l’isola più grande delle Pelagie. Un momento di tensione tra i migranti generato da un principio di incendio a bordo di un barcone, ha provocato il ribaltamento del mezzo. Più di 300 persone sono annegate, pochi i superstiti. Una tragedia che ha avuto come conseguenza politica l’avvio, decretato dall’allora governo di Enrico Letta, dell’operazione “Mare Nostrum” per il pattugliamento delle coste.

Gli anni record del 2016 e del 2017. La falla libica ha avviato un flusso senza precedenti negli anni successivi alla strage del 3 ottobre. L’apice è stato toccato nel biennio 2016-2017: in questi 24 mesi, in Italia, sono arrivati circa 300.746 migranti, molti dei quali sbarcati tra Lampedusa e la Sicilia. Particolare rilevanza ha avuto, soprattutto nel 2017, il fenomeno degli sbarchi fantasma. Approdi cioè effettuati con piccoli barchini provenienti dalla Tunisia o dall’Algeria e in cui i migranti, subito dopo il loro arrivo, facevano perdere le tracce. “Non passava giorno che qui in provincia di Agrigento – ha ricordato Claudio Lombardo, presidente di MareAmico Agrigento – nell’estate del 2017 non si annotavano sbarchi fantasma, di migliaia di migranti si sono perse le tracce”. Un fenomeno che ha destato preoccupazioni anche sul fronte terrorismo, con il procuratore della città dei templi, Luigi Patronaggio, che ha parlato di possibili infiltrazioni di jihadisti. L’esodo dall’Africa ha costretto l’allora governo guidato da Paolo Gentiloni a correre ai ripari. Nella primavera del 2017 l’Italia ha stretto un memorandum con la Libia per il controllo delle coste. Gli sbarchi sono progressivamente diminuiti, ma l’emergenza è comunque rimasta.

L’avvento delle Ong. Nel biennio nero dell’immigrazione c’è stata anche la comparsa delle organizzazioni non governative. Per la verità il primo teatro in cui le Ong hanno operato è quello del mar Egeo, durante la crisi della rotta balcanica tra il 2015 e il 2016. Successivamente il raggio d’azione di queste organizzazioni, dotate di navi con equipaggio al seguito, si è spostato nel Mediterraneo centrale. Da Medici Senza Frontiere a Save The Children, passando per Sea Watch, Sos Mediterranée, Open Arms e altre sorte negli anni successivi, le Ong hanno preso a bordo migliaia di migranti spesso poi fatti sbarcare in Italia. Obiettivo dichiarato degli attivisti è sempre stato quello di puntare su una politica europea dell’accoglienza. Un comportamento che ha destato non poco clamore politico. Nel 2017 il governo italiano ha diramato un codice di comportamento per le Ong al fine di evitare l’afflusso massiccio di migranti lungo le nostre coste. Si è aperta così una stagione di scontro tra Roma e le Ong, il cui apice è stato raggiunto nell’estate del 2018 e del 2019, quelle dove a guidare il ministero dell’Interno era Matteo Salvini. In quei due anni sono state emanate norme volte ad evitare l’arrivo di migranti dalle navi degli attivisti. In alcuni casi sono stati ingaggiati dei duelli anche di carattere giudiziario.

Le preoccupazioni di oggi. I numeri del biennio 2016-2017 non sono stati più raggiunti. Nel 2019 i migranti sbarcati in Italia sono stati 11.471, cifre molto basse rispetto alle annate precedenti. Dal 2020 si sta assistendo a una ripresa che preoccupa e non poco, specialmente per le contingenze internazionali: la crisi in Libia non è stata mai risolta e la pandemia da coronavirus sviluppatasi l’anno scorso potrebbe aver dato ulteriore impulso al fenomeno migratorio. A livello politico l’Italia è impegnata nel chiedere maggiore solidarietà e nuove norme in ambito europeo, senza al momento precise risposte. 

Immigrazione: l’agenda italiana per prevenire gli sbarchi. Mauro Indelicato, Sofia Dinolfo su Inside Over il 30 giugno 2021. L’ampiezza raggiunta dal fenomeno migratorio rende sempre più necessario un intervento. Per questo l’Italia dovrebbe pensare ad un’agenda che non sia soltanto economica, volta cioè a semplici investimenti nelle locali economie, ma anche sociale e politica. Ecco dove l’Italia potrebbe intervenire.

Quale agenda per l’Italia. Di recente il tema dell’intervento politico ed economico nei Paesi da cui parte il flusso migratorio è tornato tra le priorità. Nel Consiglio europeo del 25 giugno scorso è passata la linea della cosiddetta “dimensione esterna”. Intervenire cioè esternamente all’Ue per frenare in origine la partenzA dei migranti. Una linea chiesta in primis dall’Italia e che prevede lo stanziamento di somme importanti. Il problema però appare molto più vasto. Pensare di risolvere una questione così delicata con un generico investimento economico potrebbe essere fuorviante. Anche perché, come dichiarato da Paolo Quercia su InsideOver, la questione non è soltanto economica.

Anzi, se da un lato l’immigrazione è spinta dall’arretratezza, dall’altro il numero di migranti è aumentato proprio nel decennio in cui il gap tra Europa ed Africa è diminuito. Serve, in poche parole, un intervento organico al di là del Mediterraneo che non si concentri su singoli temi ma che guardi nella sua interezza la situazione africana. È proprio questa la differenza tra un’operazione spinta da una specifica emergenza e un’agenda a lungo termine. L’Italia deve mirare a un piano politico, economico e sociale in grado di far sentire la sua presenza nel continente dirimpettaio. E, in tal modo, ridimensionare nel medio e lungo termine l’emergenza immigrazione.

Il G5 del Mediterraneo. Intervenire e incidere nella radice del problema non è di certo cosa semplice ma nemmeno impossibile. Proprio per questo motivo una maggiore cooperazione fra i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo e che sono fortemente coinvolti dai flussi migratori, potrebbe essere il punto di partenza. Non a caso si è iniziato a parlare di “G5 del Mediterraneo”, formato da Italia, Malta, Spagna, Grecia e Cipro.  Ognuno di questi Paesi ha problemi sull’immigrazione. Malta, come l’Italia, si trova spesso coinvolta non solo dall’arrivo dei migranti, ma anche dalle richieste delle Ong di poter sbarcare le persone recuperate a largo della Libia. La Spagna si ritrova invece investita dai flussi migratori che coinvolgono Ceuta e Melilla. Grecia e Cipro si confrontano con le rotte del mediterraneo orientale. L’Italia potrebbe essere capofila di un ristretto gruppo di Paesi in grado di rappresentare gli interessi della sponda europea del Mediterraneo. Sarebbe per Roma un primo importante passo politico. Occorre poi guardare nella sponda opposta del mare nostrum. Un’agenda italiana potrebbe riguardare la Libia, il Sahel, il Corno d’Africa e la Nigeria. Da qui partono buona parte dei migranti diretti poi verso le nostre coste. Non a caso anche nell’ultimo consiglio europeo si è parlato, seppur non nel dettaglio, di piani di investimento economici in grado di arginare le partenze. Maggiori investimenti equivalgono a maggiori opportunità lavorative nei Paesi di partenza, più persone quindi potrebbero avere interesse a lavorare nel proprio territorio senza dover valutare il rischio di affrontare un viaggio nel Mediterraneo. La questione è anche politica: ci sono molti Paesi coinvolti da tensioni e conflitti che hanno l’effetto di generare instabilità economica e provocare quindi le partenze.

Cosa accade in Libia. I movimenti migratori africani che coinvolgono l’Italia hanno, il più delle volte, la Libia come base di partenza. Da qui infatti i trafficanti organizzano i viaggi della speranza a cui prendono parte coloro che provengono dall’Africa subsahariana. Niger, Mali, Sudan, Ciad, Burkina Faso e Mauritania sono le nazioni da cui inizia il viaggio per raggiungere il territorio libico. Un viaggio faticoso, che costa tanto e che mette a dura prova la resistenza fisica dei protagonisti: dura circa 20 mesi e, una volta arrivati in Libia, i tempi di attesa sono dai 5 ai 15 mesi. Poi la fase più importante, ovvero la tappa finale in barca che li porterà in Italia. Il nostro Paese in questo contesto può operare soprattutto a livello politico. Negli anni sulla Libia sono state riversate diverse somme volte a finanziare l’addestramento della locale Guardia Costiera. Ma è chiaro che senza stabilità i trafficanti qui avranno sempre vita facile. Il Paese nordafricano vive in uno stato di anarchia dal 2011, da quando cioè è crollato il regime di Muammar Gheddafi. Da allora i vari governi non hanno mai avuto, specialmente in Tripolitania, un deciso controllo del territorio. Risolvere la matassa libica per Roma è prioritario. E questo non solo per l’immigrazione, ma anche per altri interessi nazionali a partire da quelli energetici ed economici. Riprendere in mano in modo costante il dossier è l’unica strada per l’Italia per uscire dall’impasse.

Le partenze da Sahel e Corno d’Africa. Da questa regione si continua a partire. Povertà e carestie, così come un mai domato passaparola tra i più giovani, spingono migliaia di persone ad andare via. È così che il Niger diviene per molti la porta d’uscita dall’Africa attraverso Agadez. Posta al confine con la Libia, la città rappresenta una tappa obbligata per chi deve attraversare il Mediterraneo. Questo perché il Niger fa parte della Cedeao (o Ecowas, secondo che si utilizzi l’acronimo in francese o in inglese), un’organizzazione che ha sede ad Abuja e che crea, tra i Paesi del Sahel, un’area di libero scambio. Non ci sono né dogane né controlli alla frontiera e questo si traduce in agevolazione per i movimenti migratori di massa. Nella regione l’Italia è ben presente. Dal 2018 è partita una missione militare in Niger volta ad addestrare l’esercito locale per fermare i flussi migratori. Da qualche mese invece è iniziata la missione in Mali, nell’ambito dell’operazione Takuba promossa a livello europeo. Qui la funzione della presenza italiana è più orientata verso le attività di contrasto al terrorismo, ben radicato sul territorio. A prescindere dalla natura delle missioni militari, è chiaro che per l’Italia investire sulla stabilità della zona è prioritario. Non è un caso che nel 2018 è stata aperta un’ambasciata a Niamey e nei prossimi mesi un’altra rappresentanza sarà inaugurata a Bamako. Operare nella regione appare sempre più prioritario. Posto nella fascia orientale del continente, il Corno d’Africa comprende Paesi come Etiopia, Eritrea, Somalia e Gibuti e rappresenta un altro punto focale dei flussi migratori. In queste zone le partenze dei migranti sono spinte soprattutto da motivi politici. Per le persone che partono dall’Eritrea, ad esempio, la ragione principale è legata a un servizio obbligatorio di leva che potrebbe durare anche per più di 30 anni. L’Etiopia invece, dall’inizio del mese di novembre del 2020, è interessata dalla guerra che si combatte nel Tigray. Da qui è in fuga gran parte della popolazione contribuendo ad incrementare i flussi verso il Mediterraneo. L’Italia in questa parte del continente africano potrebbe sfruttare la sua storica influenza derivante dal suo passato coloniale anche se, sia in Eritrea sia in Somalia, il nostro Paese è progressivamente uscito di scena negli ultimi anni. Altri attori hanno iniziato ad avere maggior peso politico ed economico. C’è in particolare la forte pressione delle potenze del golfo, così come della Turchia in Somalia. Per attenuare i flussi migratori dal Corno d’Africa, l’Italia dovrebbe riattivare i suoi storici contatti sul territorio. Occorre però una costanza nell’azione politica che dalla seconda metà degli anni ’90 in poi si è persa. Tornare ad essere influenti qui vorrebbe dire poter investire anche sul fronte economico e dialogare con i governi per l’attenuazione delle partenze.

Le partenze dalla Nigeria. La Nigeria è il Paese più popoloso del continente africano e gran parte dei suoi abitanti sono giovani. Entro il 2050 il Paese potrebbe avere più di mezzo miliardo di abitanti. Ben si comprende quindi la possibile spinta migratoria che da qui potrebbe partire. La Nigeria ha risorse importanti grazie ai suoi giacimenti di petrolio, ma l’economia è caratterizzata da una forte disuguaglianza. C’è poi il fardello del terrorismo islamico in grado di alimentare maggiore instabilità. In tanti ogni anno decidono di andar via e oggi i nigeriani rappresentano la popolazione di origine subsahariana più numerosa in Italia. L’importanza strategica della Nigeria nei flussi migratori impone una seria attenzione politica sul Paese da parte dell’Italia. Nel 2018, l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva avviato dei colloqui con il governo locale, ma la situazione non è cambiata. La Nigeria è sì un Paese instabile, ma non è in guerra. Dunque è possibile stringere degli accordi simili a quelli già in vigore con la Tunisia, soprattutto in tema di rimpatri.

Come l’Italia può intervenire in Africa. In conclusione, si può dire che l’Italia non è assente dal contesto africano. Al tempo stesso però urge istituire un’agenda organica in grado di dare al nostro Paese gli strumenti per interventi più strutturati. Roma non parte da zero: molte imprese operano già in Africa, su molti fronti sono presenti nostri militari, l’Italia in generale è presa in considerazione dagli africani. Ma occorre fare in fretta per estendere una decisa influenza nelle aree più calde. Lo deve fare il nostro Paese, così come l’intera Europa. I margini ci sono, il tempo però sta inesorabilmente stringendo.

·        Quelli che …lo Ius Soli.

Ius soli, che cos’è, come funziona in Italia e nel mondo. L’odissea di un milione di bambini e giovanissimi. Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera l'1 dicembre 2021. È il 27 luglio 2019 quando il 13enne Ramy Shehata e il 12 enne Adam El Hamami, entrambi nati in Italia da genitori di origine egiziana, ricevono la cittadinanza italiana come massimo riconoscimento per essere riusciti, su un autobus dirottato e poi dato alle fiamme, ad avvertire il 112 e i genitori senza farsi scoprire. Il loro coraggio è stato determinante nello sventare il piano dell’autista del bus sul quale viaggiavano insieme a compagni e insegnanti della scuola media Vailati di Crema. «Questi giovani hanno reso eminenti servizi al nostro Paese per aver contribuito, con il proprio gesto di alto valore etico e civico, a sventare la tentata strage», sono state le parole pronunciate dal sindaco di Crema, dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, e dal presidente della Repubblica, che il 14 giugno 2019 ha firmato il decreto di cittadinanza italiana per i due ragazzi. Le loro storie, insieme a quelle degli sportivi italiani finiti sotto i riflettori alle scorse Olimpiadi, commuovono per qualche giorno, ma poi il problema resta. Oggi ci sono almeno un milione di ragazzini minorenni nati in Italia, o che frequentano da anni le nostre scuole, ma che non sono cittadini italiani. Continuiamo a definirlo Ius soli, ma è sbagliato. Si chiama così negli Stati Uniti e significa che sei automaticamente cittadino del Paese in cui nasci. Quello di cui si discute in Italia da oltre vent’anni è il «diritto di cittadinanza», e si riferisce all’emigrato che diventa cittadino italiano in base a una serie di requisiti stabiliti dalla legge 91 del 1992, firmata dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga e dal premier Giulio Andreotti. Di tutti i cittadini stranieri che acquisiscono la cittadinanza italiana ogni anno (127 mila nel 2019), la metà ha meno di 29 anni (61.508). Il tema aperto è proprio su come possono ottenere oggi la cittadinanza i bambini e i giovanissimi figli di genitori spesso arrivati su un barcone, ai quali è stato riconosciuto uno status provvisorio (come richiedenti asilo, con una protezione sussidiaria o una speciale), e poi hanno ottenuto il permesso di soggiorno grazie ad un lavoro regolare che garantisce un reddito minimo, e da rinnovare di anno in anno.

Bambini e giovani stranieri: come diventano italiani?

Un minorenne può avere la cittadinanza se uno dei genitori con cui vive l’ha ottenuta dopo 10 anni di residenza regolare in Italia e possiede un reddito minimo di 8.263 euro (tecnicamente si chiama «cittadinanza per trasmissione»). Con questa modalità, dal 2015 al 2019, l’hanno presa in 254.420. Invece chi ha il genitore che non ha ancora ottenuto la cittadinanza, anche se è nato in Italia, deve attendere il compimento del diciottesimo anno di età. E per richiederla ha un solo anno di tempo. È la cosiddetta «cittadinanza per elezione», e a trascrivere l’avvenuto acquisto è l’Ufficiale di Stato civile del Comune di residenza. Dal 2015 al 2019 l’hanno presa in 36.303. Il giovane che non è nato in Italia, infine, ed è stato residente in Italia ininterrottamente per dieci anni, può presentare la domanda al ministero dell’Interno quando diventa maggiorenne. Per legge la domanda deve essere accolta o respinta entro 2-3 anni, ma spesso ne passano anche 4. Vuol dire che è difficile ottenere la cittadinanza prima dei 22 anni. Chi, per esempio, è arrivato in Italia a 9 anni, la può chiedere solo dopo 10 anni, cioè a 19, e qui le cose si complicano perché è maggiorenne, e quindi deve presentare domanda di permesso di soggiorno, che può ottenere se ha un reddito da lavoro o va all’università, o i suoi genitori hanno un reddito sufficiente a garantire per lui. In caso contrario diventa un «irregolare». Nei cinque anni di riferimento i giovani stranieri che sono diventati cittadini italiani «per residenza» tra i 19 e i 29 anni sono 62.071.

Cosa ci dicono le storie dei campioni sportivi

Abdelhakim Elliasmine, 22 anni, mezzofondista con 10 titoli nazionali, arrivato in Italia dal Marocco a 7 anni, non è riuscito ad averla compiuti i 18 anni perché al reddito familiare mancavano 300 euro. Gli è stata concessa lo scorso agosto per «alti meriti sportivi» su decreto del presidente della Repubblica. Danielle Madam, in Italia da 17 anni, ossia da quando ne aveva 7, per 5 volte campionessa italiana di lancio del peso, è riuscita a ottenere la cittadinanza italiana solo il 30 aprile 2021, a 24 anni, anche grazie all’intervento del sindaco leghista di Pavia Mario Fabrizio Fracassi. Questo perché è cresciuta in una casa-famiglia, e non riusciva a dimostrare di avere avuto la residenza regolare di 10 anni, anche se ha frequentato regolarmente le scuole. Mentre Eseosa Desalu, detto Fausto, nato a Casalmaggiore (Cremona) nel 1994 da genitori nigeriani, è il velocista vincitore della medaglia d’oro alle Olimpiadi nella staffetta 4×100 metri, emozionando l’Italia intera. Ebbene, è diventato italiano nel 2012 compiuti i 18 anni, e fino ad allora non ha potuto partecipare a gare internazionali. 

I diritti riconosciuti e quelli negati

Senza cittadinanza il giovane straniero ha diritto ad andare a scuola, essere curato dal servizio sanitario nazionale, partecipare a competizioni sportive nazionali, ma non può votare anche se ha compiuto 18 anni, né partecipare a concorsi pubblici e competizioni internazionali come le Olimpiadi, né fare viaggi studio o di lavoro all’estero senza visto. Impedimenti che comportano risvolti psicologici negativi: ti senti diverso dai compagni di scuola, fai fatica ad integrarti, e rischio di comportamenti devianti. 

Cosa fa il resto d’Europa

Non c’è un Paese europeo che faccia aspettare così tanto per dare la cittadinanza ai ragazzi o ragazze con genitori residenti, o arrivati quando erano piccoli. In Gran Bretagna i bambini nati da genitori che hanno la residenza, la cittadinanza viene concessa subito, mentre i nati in Uk la ottengono dopo 5 anni di residenza. I nati in Spagna dopo un anno di residenza nel Paese (gli altri 10 anni); in Francia possono averla a 13 anni (gli altri a 18 con 5 anni di residenza). Dunque, nel resto d’Europa, almeno ai bambini nati nel Paese viene data la possibilità di avere la cittadinanza ben prima di diventare maggiorenni, e per chi proviene da un Paese extracomunitario il tempo d’attesa è più breve. Più simile all’Italia la Germania, che comunque è meno rigida: la cittadinanza tedesca può essere acquisita solo a 18 anni, ma ci sono 5 anni di tempo per richiederla (non uno solo come da noi). E chi non è nato lì può fare domanda sempre a 18 anni, ma dopo 8 anni di residenza stabile, e non dieci come da noi. 

Mezzo milione di bambini e giovani in un limbo

Su come rivedere il diritto alla cittadinanza in Italia si discute da oltre vent’anni. Le proposte di legge presentate in Parlamento nella XVI (2008-2013) e nella XVII legislatura (2013-2018) sono 40. Il 13 ottobre 2015 la Camera approva un testo unificato di 25 proposte di legge: viene riconosciuta automaticamente la cittadinanza italiana al bambino nato in Italia se uno dei due genitori si trova legalmente nel Paese da almeno 5 anni, oppure quando è nato in Italia o è arrivato prima dei 12 anni, ed ha frequentato regolarmente per almeno 5 anni uno o più cicli di studio. Per chi non è arrivato entro i 12 anni, deve risiedere legalmente da almeno sei anni, e avere frequentato nel medesimo territorio regolarmente un ciclo scolastico (Ius culturae). Il provvedimento si è impantanato al Senato finché le Camere si sono sciolte. Risultato: in base a questi requisiti, secondo le stime di Dataroom su dati Istat, su oltre un milione di bambini e ragazzi stranieri che oggi vivono in Italia, almeno la metà potrebbe essere italiano subito, e invece è in un limbo.

Rendergli la vita difficile vuol dire non integrarli e questo ci porta solo svantaggi.

Oggi in Parlamento sono depositate altre tre proposte di legge:

1) quella del Pd ricalca all’incirca quella del 2015 passata alla Camera;

2) Leu lascia le maglie più larghe (cittadinanza dopo un anno per i nati in Italia da genitori con permesso di soggiorno);

3) la proposta di Renata Polverini, Fi, che alle regole attuali aggiunge per i nati in Italia la possibilità di ottenere la cittadinanza con ciclo di studi delle elementari completato, oppure la residenza di tre anni e un esame di cultura e lingua italiana. 

Dopo il fallimento del Ddl Zan contro le discriminazioni sessuali, il segretario del Pd Enrico Letta, uno dei principali fautori dello Ius soli, ha preso atto: «In questo Parlamento la maggioranza purtroppo non c’è». Nel frattempo, continuerà a ricevere la cittadinanza italiana per naturalizzazione chi ha un lontano avo emigrato italiano, anche se in Italia non ha mai vissuto e tantomeno parla la nostra lingua. Chi è nato e cresciuto qui invece no. 

Lorenzo Mottola per “Libero Quotidiano” il 17 agosto 2021. Prima hanno provato a trasformarlo in un simbolo delle battaglie per i diritti dei migranti. Poi lui si è messo a dire che dello Ius soli non gliene potrebbe fregare di meno. Così ora, non riuscendo a usarlo, gli danno del cretino. Parliamo ancora di Khaby Lame, l'influencer diventato nel giro di pochi mesi più famoso della Ferragni, con un patrimonio di 100 milioni di seguaci su Tik Tok e varie decine di milioni su Instagram (per rendersi conto di cosa ciò significhi, citiamo una stima: chi ha più di 5 milioni di fan incassa fino a 60.000 euro ogni volta che decide di pubblicare sui social un qualsiasi intervento, che si tratti di un colpo di genio o di un commento idiota da grigliata di Ferragosto). Ci tocca scusarci per l'utilizzo della brutta parola inglese "influencer", ma in effetti non è semplice descrivere il lavoro di Lame, autore di una serie di video dove - in sintesi - prende in giro altri colleghi in maniera esilarante (provare per credere). Utilizza sempre la stessa espressione, che vedete riprodotta al centro di questa pagina, per sottolineare il suo stupore di fronte alle esagerazioni di chi, pur di attirare l'attenzione degli utenti, s'inventa di tutto. E si tratta sempre di filmati "muti": pochi conoscono la voce del 21enne nato in Senegal e trasferito a Chivasso. Ha sempre evitato la politica, almeno fino alla pubblicazione di un'intervista pochi giorni fa su Sette. Domanda fatidica: "La questione della cittadinanza lo fa arrabbiare?". Risposta abbastanza inaspettata: «No, perché io sono italiano, mi ci sono sempre sentito. Non lo dico solo io. Leggo: "Khaby, l'italiano più seguito al mondo". Allora mi dico: vedi, sono italiano, non mi serve un foglio di carta per saperlo». E l'intervistatore insiste: "Però non avere la cittadinanza toglie diritti". Risposta secca: «Sì, per esempio non posso andare facilmente negli Stati Uniti e ci vorrei andare tanto. Ma solo ora che sono diventato famoso pensano alla mia cittadinanza, prima non importava a nessuno». Come dare torto a Lame? Ci sono partiti, come il Pd, che chiacchierano di Ius soli da una vita ma che si sono sempre fermati, una volta arrivati al potere. Ma d'altra parte il ragazzo spiega che, comunque sia, a lui di queste faccende davvero non gli importa granché: «molti ragazzi mi scrivono sui social e so che questa questione della cittadinanza a loro pesa più che a me. Io sono fortunato». Come dire, spiace, ma sono problemi loro. Risultato: a rilanciare le parole di Lame sui social sono stati soprattutto politici di centrodestra, a partire dal profilo ufficiale della Lega per arrivare a chi parla di una "lezione per Enrico Letta". La seconda in pochi giorni dopo le improprie polemiche sul centometrista Marcell Jacobs, nato da madre italiana e quindi italianissimo. E qui si è aperto il caso nel caso. Khaby, in pratica, è stato accusato di non aver capito nulla e di fare il gioco di chi vorrebbe vederlo "a raccogliere pomodori" come Salvini e la Meloni. Twitter e Facebook sono pieni di accuse al piemontese nato in Africa, anche da parte di altri giovani immigrati che lo attaccano pubblicando la lista delle cose che una persona senza cittadinanza non può fare in Italia ("Anche perché per fare il tiktoker grazie a Dio non ti serve quel documento, ma per viaggiare, per studiare, per lavorare per votare, per contare qualcosa nel nostro paese eccome se serve"). A condividere si trova anche qualche giornalista spesso ospite delle navi delle Ong che fanno la spola tra Libia e Italia. Perché Lame, ci spiegano, "semplicemente non ha capito". Tradotto: se non è d'accordo con loro, dev'essere per forza un fesso. Un fesso da 60mila euro a post.

L'ultima balla sullo ius soli. Andrea Muratore il 12 Agosto 2021 su Il Giornale. Un paper Fmi sembra certificare un rapporto tra ius soli e crescita economica. Ma le cose non stanno così. Recentemente Repubblica, nel pieno del dibattito agostano sullo ius soli aperto dall'impatto mediatico del successo di numerosi atleti azzurri di origine straniera alle Olimpiadi di Tokyo, ha voluto promuovere la causa della legge sulla cittadinanza collegandola direttamente al tema della crescita economica. Secondo il quotidiano progressista, a promuovere la causa dello ius soli come fattore di crescita economica sarebbe il Fondo Monetario Internazionale in una sua pubblicazione. Per essere precisi, più del Fmi come istituzione bisognerebbe sottolineare che a parlare è la testata Finance and Development, che nel suo issue di marzo 2019 ha ospitato un saggio di ricerca scritto dagli economisti Patrick Imam e Kangni Kpodar che mette in diretta correlazione la presenza di leggi sulla cittadinanza basate sullo ius soli e tassi di crescita in diversi Paesi. E che a detta degli economisti avrebbe garantito dal 1970 al 2014 tassi di sviluppo più elevati per i Paesi che hanno superato il tradizionale sistema basato sullo ius sanguinis. Tale considerazione si apre a diverse critiche, in primo luogo metodologiche. In sostanza, l'analisi empirica dei due economisti appare viziata dall'utilizzo di un modello proprio degli studi dei celebri economisti Daron Acemoglu e James A. Robinson, principali esperti a livello mondiale del ruolo delle istituzioni come fattore di sviluppo, in cui la variabile chiave è data proprio dalla presenza o meno di leggi più inclusive sulla cittadinanza. E dato che nel contesto delle nazioni che utilizzano lo ius soli si ritrovano Stati Uniti e Canada così come Niger, Pakistan, Venezuela e Irlanda, ovvero un campione estremamente eterogeneo di Paesi, appare quantomeno fuorviante la scelta di utilizzare il tasso di crescita del Pil pro capite come variabile determinante. Senza addentrarci in specificazioni economiche ed econometriche eccessivamente complesse, sarebbe come proporre un'analisi sulla differenza del tasso di crescita dovuta alla presenza o meno delle unioni civili in un ordinamento o dei contratti di apprendistato nel mercato del lavoro. L'analisi è poi viziata da un presupposto ideologico che indica come associata inevitabilmente all'assenza dello ius soli una minore capacità di integrazione delle minoranze etniche nel mercato interno di un Paese e una sorta di discriminazione economica. Questo può avere un senso parlando di Paesi in via di sviluppo, ma risulta fuorviante quando ci si addentra in contesti dove diritti e rule of law sono consolidati. Terzo punto è quello legato all'aleatorietà del concetto stesso di leggi sulla cittadinanza. Certo, ius soli e ius sanguinis sono categorie chiaramente distinguibili, ma al loro interno ogni storia è a sé. Lo ius soli americano, ad esempio, fu introdotto nel 1868 per garantire la cittadinanza agli schiavi affrancati dopo la guerra civile; Germania, Francia, Regno Unito adottano forme ibride e, anche se formalmente improntato sullo ius sanguinis, il regime italiano di concessione della cittadinanza non può certamente dirsi restrittivo ed esclusivo. Passando dal dato del Pil pro capite a quello del Pil in termini di tasso di crescita, infine, si avrebbero risultati ben più contestabili: l'ascesa di Paesi come Cina e India, la crescita di economie come quelle di Turchia, Vietnam, Etiopia, Nigeria, Kazakistan (per prendere esempi da vari continenti) è avvenuta dagli Anni Novanta in avanti nonostante l'assenza di leggi di ius soli nei loro ordinamenti. E dei Paesi che nel decennio precedente la fine dello studio, quello 2001-2010, hanno conseguito i maggiori tassi di crescita maggiore media del Pil anno dopo anno solo il Mozambico e la Cambogia, ottavi e noni, hanno forme temprate di ius soli. Le altre nazioni (Angola, Cina, Myanmar, Nigeria, Etiopia, Ciad, Ruanda, Kazakistan) adottano regimi di ius sanguinis puro. Tutto questo testimonia il fatto che un approccio ideologico alle statistiche rischia di risultare fazioso e inficiare gli studi. E per i fautori dello ius soli, resta lo smacco di fondo che addurre ragioni economiciste per giustificare una legge di questo tipo può far venire meno ogni pretesa "umanitaria" legata alle loro proposte.

Giovanni Sallusti per "Libero Quotidiano" il 12 agosto 2021. Lo sprint è il contrario dell'ideologia, è esplosione muscolare senza calcoli aggiuntivi, non può concedersi i bluff della retorica, solo verità ed endorfine. Per cui non ci meravigliamo che Marcell Jacobs, ragazzone nato a El Paso e italiano al 101%, come l'adorata mamma con cui è venuto nel Belpaese a una manciata di settimane di vita, abbia metaforicamente bruciato tutto il caravanserraglio immigrazionista filopiddino, a partire dal comandante in capo (si fa per dire) Enrico Letta. Non ci meravigliamo, ma ce ne rallegriamo, non tutti gli sportivi nostrani sono starlette impomatate vogliose di essere issate a vestali del pensiero unico twittarolo, esistono anche uomini di coraggio e di fatica che voglio rimanere tali. È da quando ha riscritto la storia dell'atletica italiana, prendendosi quei 100 metri che sembravano epica tabù, che Marcell Jacobs è assediato da generali, colonnelli e semplici attendenti del progressismo tricolore affinché si dichiari simbolo dello ius soli (che con lui non c'entra un fico, essendo italiano per ius sanguinis, fosse per lo ius soli sarebbe americano, ma per costoro la logica è da sempre al servizio del Partito). Ebbene, ieri ecco la sortita fulminante, lo scatto, i 100 metri filosofici di Marcell Jacobs, tramite conversazione col Foglio: «Lo ius soli? Mah, non lo so, non voglio essere un simbolo, io corro». E già vorresti abbracciarlo, «non voglio essere un simbolo», la sconfessione integrale della fola ideologica dell'impegno sartriano applicato allo sport. «Non mi interessa la politica». Lo dice espressamente, potete appallottolare e scaraventare nel cestino tutte le lenzuolate "inclusiviste" dei giornaloni all'indomani dell'impresa agonistica (che è sempre esclusivista per definizione), potete cancellare i goffi tentativi politicisti del presidente del Coni Giovanni Malagò («non riconoscere lo ius soli sportivo è aberrante») e quelli appena più evoluti del segretario dem («dopo le Olimpiadi la consapevolezza credo sia divenuta più generale. Per questo rivolgo un appello a tutte le forze politiche a trovare una soluzione sullo ius soli»). Né riconoscimenti né appelli, a Marcell interessa solo correre. È talmente consapevole della sua forza in pista, che ha l'onestà di ammettere la sua debolezza altrove. Di fronte allo stimolo ripetuto del cronista del Foglio sulla priorità del Pd (per il Paese ripassare), diventa se possibile ancora più chiaro: «Non mi interessa, non sono preparato. Non voglio essere usato». Non può che rivendicare il principio di competenza, uno che da quando ha dieci anni sputa sangue inseguendo se stesso e la propria ossessione infine realizzata, l'oro olimpico. «Non sono preparato», frase mia sfuggita a quei ministri che hanno collocato la Russia nel Mediterraneo o si sono inventati tunnel sotto le montagne inesistenti. Di più: «Non voglio essere usato». Non sto al vostro gioco, il mio sono 9 secondi e rotti dopo uno sparo, l'anima e le budella lasciate nella mia corsia, la strumentalizzazione volontaria come rito d'iniziazione per essere ammesso nella società dei (finti) Buoni e dei (falsi) Dotti non mi interessa, tenetevela, io mi tengo quei pochi tic d'orologio che valgono l'universo. Che lezione, e non è finita. Non si sente dunque un vessillo da sventolare? «Sono arrivato lunedì sera. Non ho letto nulla su questo argomento. Direi cose per accontentare o scontentare qualcuno. Faccio l'atleta, voglio essere un simbolo per quello che faccio in pista». Che tranvata, per Letta, Lamorgese e tutti i jacobsiani interessati e di risulta, nel linguaggio di un alto sport si parlerebbe di Ko tecnico. Loro a superare il livello di guardia dell'ipocrisia, a costruire il culto profano dello ius soli sull'epopea olimpica e sulla rimozione costante di un dato di fatto, gli sbarchi clandestini completamente fuori controllo che minano la convivenza e la sicurezza degli italiani e degli immigrati regolari. Lui senza sconti a nessuno e neppure a se stesso, a rivendicare il proprio senso in poche decine di metri divorati oltre la fisica comune, e la politica come non-senso, trappola levantina, vuoto a perdere. Quando taglia il traguardo, Letta&Co non sono ancora partiti. 

Marcell Jacobs: “Ius soli? Non mi interessa la politica, non sono preparato, non voglio essere usato”. Asia Angaroni l'11/08/2021 su Notizie.it.  "La politica non mi interessa. Voglio essere un simbolo per quello che faccio in pista". A dirlo è il campione olimpico Marcell Jacobs. È diventato un simbolo per l’Italia intera, che grazie a lui (e molti altri campioni che si sono fatti conoscere a Tokyo 2020) è tornata a sognare. Marcell Jacobs, dopo aver vinto due medaglie d’oro alle ultime Olimpiadi, parla dello ius soli.

Marcell Jacobs parla dello ius soli. In un’intervista al quotidiano Il Foglio, Marcell Jacobs ha dichiarato: “Voglio essere giudicato in pista, non seguo la politica. Lo ius soli? Non mi interessa, non sono preparato, non voglio essere usato”. A riportare l’attenzione sul tema dello ius soli sportivo è stato il presidente del Coni Giovanni Malagò, che in conferenza stampa aveva detto: “La nostra proposta è quella di anticipare l’iter burocratico per lo ius soli sportivo, che oggi è infernale, un girone dantesco. Abbiamo reso felice un Paese. La responsabilità era grande”. Quindi aveva fatto sapere: “Ci sono decine di pratiche che giacciono sui tavoli. È vero che a 18 anni puoi fare quello che vuoi, ma se aspetti il momento per fare la pratica hai perso una persona. A volte ci sono tre anni di gestazione e nel frattempo, se l’atleta non ha potuto vestire la maglia azzurra, o smette o va nel suo Paese di origine o ancora peggio arriva qualche altro Paese che studia la pratica e in un minuto gli dà cittadinanza e soldi”. Nell’intervista rilasciata a Il Foglio Jacobs è stato interpellato sull’argomento, ma lui con un’onestà che gli fa onore ha subito precisato: “Non mi interessa, non sono preparato. Sono ignorante in materia e francamente questa roba mi interessa il giusto. Non ho letto nulla su questo argomento. Direi cose per accontentare o scontentare qualcuno. Faccio l’atleta. Voglio essere un simbolo per quello che faccio in pista”.

Marcell Jacobs, dallo ius soli alle accuse della stampa estera. I più invidiosi (e meno sportivi) sembra non abbiano facilmente accettato la vittoria di Marcell Jacobs, che non affronta l’argomento “ius soli”, ma non tarda a rispondere alle accuse ricevute. Dopo la medaglia d’oro nei 100 metri piani alle Olimpiadi di Tokyo 2020, dalla stampa estera sono arrivate velate accuse nei confronti del campione azzurro nato a El Paso nel 1994, ma tornato sulla sponda bresciana del lago di Garda quando era ancora un bambino, dopo la separazione dei suoi genitori. I media americani parlavano dell’uso di sostanze dopanti e di scarpe in grado di favorire la performance sportiva. Ma Jacobs ribatte: “Io sono contento, sono tranquillo e sereno. La pressione non mi spaventa”.

Marcell Jacobs, dallo ius soli al “no” alle Olimpiadi a Roma. Marcell Jacobs ha commentato anche il “no” di Virginia Raggi all’idea di ospitare nel 2024 le Olimpiadi a Roma. “Un vero peccato. Dopo un’Olimpiade così sarebbe stato il top disputare la prossima a Roma. Mi è dispiaciuto. Tuttavia, siamo carichissimi per Parigi. Ma so, e ho visto, che dietro a questo evento c’è una grande organizzazione”, ha detto l’atleta.

Marco Bonarrigo per corriere.it l'11 agosto 2021. «Aspetto una risposta da due anni, sperando che ogni giorno sia quello buono. Sognavo che l’ok arrivasse prima dei campionati europei di Tallin, ma niente. Dal ministero sempre le stesse parole: ci stiamo lavorando ma è cosa lunga». Abdelhakim Elliasmine ha 22 anni e vive in Italia da quando ne aveva otto. Genitori marocchini, documenti in regola, licenza media, diploma di perito elettronico e un segno particolare: è tra i più forti giovani mezzofondisti continentali grazie al suo 1’46” sugli 800 metri. Per la federazione di atletica, Hakim — che gareggia come «italiano equiparato» — ha vinto 10 titoli tricolori tra pista e cross, sei medaglie d’argento e sette di bronzo. Un curriculum con pochi eguali. Per il ministero degli Interni è e resta un cittadino marocchino. «Non posso gareggiare nelle manifestazioni internazionali — spiega dal ritiro di allenamento di Brunico, che paga di tasca sua — non posso vestire la maglia azzurra e accettare la proposta di arruolamento fattami da un gruppo sportivo militare, che per me sarebbe una svolta decisiva». Per una nazionale che ai Giochi olimpici ha vinto 4 medaglie su 10 grazie a italiani di seconda generazione, una storia emblematica ma comunissima. «Il padre di Hakim — spiega Achille Ventura, combattivo presidente dell’Atletica Bergamo che coltiva mille giovani atleti — ha presentato domanda di cittadinanza quando il figlio ha compiuto 18 anni. Istanza respinta perché dal reddito familiare mancavano 300 euro. Il 19 novembre 2019 il presidente della Fidal Alfio Giomi ha chiesto per lui alla ministra Lamorgese la cittadinanza italiana per alti meriti sportivi ai sensi dell’articolo 9 della legge 91/1992. Soltanto un mese fa, grazie all’interessamento di tre deputati, siamo riusciti ad avere la conferma che la pratica è stata ricevuta. Dall’ufficio del sottosegretario Scalfarotto ci hanno suggerito di presentare anche la domanda di cittadinanza tradizionale e avere pazienza. Mi sono cadute le braccia. Hakim è a un bivio: da una parte lo sport, con un futuro credo luminoso, dall’altra il lavoro. In Lombardia il 30% dei giovani che fanno atletica è nato in Italia ma non ha la cittadinanza. Sono ragazzi e ragazzi forti, senza paura di faticare, affamati di successo: così ce li perdiamo per strada. Da noi naturalizzare chi ha un trisavolo italiano e non parla la nostra lingua è cento volte più facile che un ragazzo nato qui e che si esprime in dialetto bergamasco». Abdellatif, il padre di Hakim, è operaio in una cooperativa: «A mio figlio — spiega — ho sempre detto che avremmo sostenuto il suo sogno e il suo talento con tutte le nostre forze, anche quando il Covid mi ha lasciato senza lavoro. Ora faccio fatica a vedere un futuro». Un futuro che Hakim continua a sognare: «Le vittorie di Tamberi e Jacobs a Tokyo mi hanno emozionato. Resto fiducioso, la cosa che più fa male a me e a chi è nella mia situazione è non avere risposte certe, trovarsi sempre davanti a un muro di silenzio».

Le parole della ministra dell'Interno e l'attacco del leader della Lega. Ius soli, cosa è e perché dopo Tokyo è in atto uno scontro tra Lamorgese e Salvini. Claudia Fusani su Il Riformista il 10 Agosto 2021. Il sasso era stato tirato quando la cerimonia conclusiva delle Olimpiadi era ancora in corso a Tokyo. «Ius soli per gli sportivi, non possiamo più permetterci di perdere tempo prezioso con talenti sportivi che non possiamo nazionalizzare perché non maggiorenni e ancora non aventi diritto alla cittadinanza italiana» ha detto il presidente del Coni Giovanni Malagò a cui prima o poi certe parti politiche dovranno chiedere scusa per il costante boicottaggio che negli ultimi anni è stato fatto in Italia. Ai Giochi, al Comitato Olimpico e allo sport. Annusata la tendenza, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni ha subito stoppato: «Ius soli? Non se ne parla proprio, non serve». Poi, nel giro di 24 ore il sassolino nello stagno, è diventato un’onda alta e possente. Perché dopo Malagò ha parlato la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Poche semplice e dirette parole: «Quello sollevato dal presidente del Coni, Giovanni Malagò è un tema che si pone e di cui dobbiamo ricordarci non solo quando i nostri atleti vincono delle medaglie». Intervistata dal direttore de La Stampa Massimo Giannini, la ministra – che è un tecnico – non ha avuto dubbi: «La politica dovrà fare i suoi riscontri e spero si arrivi presto ad una sintesi politica. È nostro dovere aiutare le seconde generazioni a farle sentire parte integrante della società». Due esempi, per tutti: Eseosa Fostine Desalu, il nigeriano nato a Casalmaggiore il 19 febbraio 1994, il terzo frazionista della 4×100, fino a 18 anni non ha potuto omologare i suoi record nelle bacheche italiane perché non aveva la cittadinanza. Lucio Zurlo, il maestro di pugilato che ha lanciato Irma Testa dalla sua palestra di Torre Annunziata, ha detto di avere un’altra “piccola Irma” nella sua palestra, già quasi pronta per andare alle Olimpiadi a Parigi nel 2024: solo che ha 13 anni, è marocchina e non farà in tempo ad avere la cittadinanza. La lista dei casi è lunga e copre tante discipline sportive. Copre soprattutto i capitoli dei diritti negati per le tante seconde generazioni nate in Italia da genitori stranieri e che aspettano da anni di entrare a pieno titolo nella cittadinanza italiana anche prima dei 18 anni e senza dover sottostare ad iter burocratici assurdi. E disincentivanti. Parliamo di un milione e trentamila giovani stranieri che tra attese e burocrazia rischiano di finire in un limbo frustrante di diritti negati. Da cui possono nascere rabbia e rancore sociale. Fatto sta che lo ius soli, uscito dalla finestra del governo di unità nazionale per i No di Lega e Forza Italia al tentativo del segretario dem Enrico Letta, è tornato in agenda grazie alla forza di Olimpiadi stellari per le medaglie e le prime per il melting pot italiano. E se a Malagò («ho parlato di ius soli sportivo») ha risposto in molto piccato il sottosegretario Molteni («Malagò è stato maldestro»), alla ministra Lamorgese ha risposto a stretto giro Matteo Salvini. «Invece di vaneggiare di ius soli visto che con la legge attuale siamo il paese europeo che negli ultimi anni ha concesso più cittadinanze in assoluto – ha tagliato corto il segretario della Lega – il ministro dell’Interno dovrebbe controllare chi entra illegalmente in Italia. Ci sono decine di migliaia di sbarchi organizzati dagli scafisti senza che il Viminale muova un dito». Lui, Salvini, il dito lo aveva mosso lasciando la gente a bagnomaria sulle navi delle Ong costrette a non avvicinarsi ai porti italiani. Più che una soluzione, una rimozione del problema. Così a settembre il Parlamento rischia di trovarsi nei guai non solo per green pass, giustizia, leggi per il mondo del lavoro e ddl Zan ma anche per la legge sulla cittadinanza. Salvini-Lamorgese, ius soli Sì, ius soli No: e il rassicurante dualismo di sempre è di nuovo servito. Era necessario? Era indispensabile? La vita, la cronaca che ne è la rappresentazione, non fa mai calcoli politici. Le dinamiche anche politiche si mettono in moto per caso. Questa volta il detonatore sono stati i giochi olimpici più medagliati di sempre. Lasciando Tokyo, Malagò – che s’è ben guardato di dire un fiato sulle Olimpiadi “perse” da Roma e nei fatti consegnate a Parigi dal Movimento 5 Stelle – ha spiegato cosa sarebbe necessario adesso: «Sport a scuola e ius soli per gli sportivi». E poi, nel dettaglio: «Se noi aspettiamo che un ragazzo inizi la pratica per diventare italiano a 18 anni abbiano già perso. Lo condanniamo ad un iter burocratico infernale ed è già successo che ci abbiano fregato atleti in attesa». E poi investimenti sulla scuola dove non ci sono palestre, non si fa attività sportiva e molti professori ancora considerano chi la fa come un fastidio per il buon andamento della classe. Tutto questo ci butta in fondo alla classifica europea. Eppure queste Olimpiadi ci hanno issato sul tetto d’Europa. Malagò e Lamorgese, pur avendo ottimi rapporti, non si sono parlati in questi giorni. Dunque, giusto per chiarire, l’appello del Presidente del Coni non era stato concordato con il successivo appello della ministra. Nessun asse tra i due, contrariamente a quello che può pensare chi individua non solo nei 5 Stelle ma anche nella Lega i “nemici” del Coni di Malagò. Molteni è stato tranchant tanto quanto Salvini di cui è la longa manu al Viminale. «Malagò è stato maldestro. Queste medaglie ci confermano che siamo nel giusto. Quella di Desalu è una storia bellissima, la storia di un italiano che ha deciso di diventarlo a 18 anni, ora ha vinto e sono molto orgoglioso di lui. La cittadinanza è uno status non un diritto, deve essere una scelta e non un automatismo». Per Molteni, e per la Lega di governo, la legge del 2016 consente già ai minori stranieri di essere tesserati dalle federazioni sportive italiane. A 18 anni chiedono la cittadinanza e faranno parte della Nazionale. Eppure Molteni sa benissimo che nello sport 18 anni sono troppo tardi per iniziare un iter burocratico complesso come quello della cittadinanza. Per la Lega la legge del 1992 è ancora uno strumento molto utile che «non va modificato. Lo ius soli non passerà mai. E la Lega è la garanzia di ciò». Per Forza Italia, lo dicono il sottosegretario Debora Bergamini e il deputato Luca Squeri, occorre invece rimettere mano a quella legge, rendere l’iter più facile e nel caso parlare di ius culturae, cioè una cittadinanza acquisita dopo aver dimostrato di aver assimilato i principi cardine della cultura italiana. Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana), qualche giorno fa, ha rilanciato per primo il tema dello ius soli. Così, lungo un inedito asse Malagò- Lamorgese-Fratoianni, la cittadinanza per i giovani stranieri italiani torna sul tavolo. Nel 2015 la legge ebbe il via libera dalla Camera. Al Senato la maggioranza Pd non ebbe il coraggio di forzare la mano e portarla in aula. Esattamente quello che adesso invece promette di fare con il ddl Zan. Come se non ci fosse mai il tempo giusto per regolarizzare giovani stranieri perfettamente italiani. Al di là della magia delle medaglie olimpiche.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Vittorio Feltri durissimo contro Luciana Lamorgese: "Così incapace da farmi ridere come una barzelletta". Libero Quotidiano il 10 agosto 2021. Dopo le ultime dichiarazioni sul Green pass e sugli sbarchi non si fa che parlare di lei, la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese. Sul fronte della certificazione digitale, infatti, la titolare del Viminale aveva escluso l'obbligo dei controlli da parte dei gestori dei locali, parlando solo di verifiche a campione da parte dei vigili urbani. Le sue parole, però, non sarebbero piaciute a Palazzo Chigi, come riporta il Messaggero in un retroscena. Così sarebbe arrivata la strigliata: "Il decreto varato dal governo prevede controlli e sanzioni e controlli e sanzioni ci saranno". A dire la sua sull'operato dell'ex prefetto di Milano è stato anche il direttore di Libero Vittorio Feltri, che su Twitter ha scritto: "La ministra Lamorgese è talmente incapace che mi fa ridere come una bella barzelletta". Un'opinione in realtà condivisa da molti componenti della maggioranza. Tra questi il ministro della Pa Renato Brunetta, che ha commentato le parole della Lamorgese sul pass così: "Siamo nel mondo dell'incomprensibile". E non è tutto. Perché la ministra sta ricevendo critiche anche sul fronte immigrazione, in primis dal leader della Lega Matteo Salvini. Dopo le dichiarazioni della Lamorgese, che si è detta favorevole alla misura dello Ius soli mentre continuano gli sbarchi sulle coste italiane, il capo del Carroccio l'ha rimproverata dicendo: "Invece di vaneggiare di Ius Soli, il ministro dell’Interno dovrebbe controllare chi entra illegalmente, viste le decine di migliaia di sbarchi organizzati dagli scafisti, senza che il Viminale muova un dito". 

Immigrazione, Pietro Senaldi contro Luciana Lamorgese: "Ministro di matrice giallorossa, non c'entra niente con Draghi". Libero Quotidiano l'11 agosto 2021. Luciana Lamorgese? "Un pesce fuor d'acqua in questo governo". Pietro Senaldi, ospite a L'Aria Che Tira su La7, non le manda di certo a dire e sul ministro dell'Interno si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Complice l'ultima uscita sullo Ius soli sportivo. "La Lamorgese non c'entra nulla, l'esecutivo di Draghi ha dei ministri politici che sono espressione della larga maggioranza che lo sostiene, ha dei tecnici di fiducia del premier e poi ha un paio di ministri che ha ereditato dal governo precedente". Tra questi la Lamorgese appunto, a cui il condirettore di Libero affida "una linea tutta sua". In particolare quando si tratta di immigrazione: "Ha sull'immigrazione un parere tutto suo che non ha nulla da vedere con quello di Draghi, è di matrice giallorossa e di fatto non sta facendo nulla". Non è un caso per Senaldi che il ministro vanti "un gradimento inferiore a quello di Alfano", così come dimostrato da AnalisiPolitica (qui il sondaggio). Proprio nella giornata del ritorno in patria dei campioni di Tokyo 2020 la Lamorgese si era lasciata andare a una proposta tutta sua, seguendo la scia del Pd di Enrico Letta. "È un tema che si pone - aveva detto sulla cittadinanza italiana sportiva - e di cui dobbiamo ricordarci non solo quando i nostri atleti vincono delle medaglie". E ancora: "Dobbiamo aiutare le seconde generazioni a sentirsi parte integrante della società". Parole che avevamo acceso l'ira del suo predecessore, Matteo Salvini: "Invece di vaneggiare di Ius Soli, il ministro dell'Interno dovrebbe controllare chi entra illegalmente in Italia". E pare essere dello stesso parere il presidente del Consiglio, che più volte ha battuto i pugni sul tavolo dell'Europa nel vano tentativo di chiedere più collaborazione. 

Luciana Lamorgese, perché è il "punto debole di Mario Draghi": sbarchi e Green Pass, il caos è totale.  Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 10 agosto 2021. Il ministro dell'Interno è alle prese con due problemi, il ritorno in grande stile dell'immigrazione clandestina e l'entrata in vigore del passaporto verde. Il primo è legato alla ripresa degli sbarchi di profughi sulle coste siciliane, che non si riescono ad arginare; il secondo è dovuto alla difficoltà di controllare che chi entra nei luoghi dove è richiesto il green pass ne abbia uno regolare green pass e non ne mostri uno taroccato o quello di un altro. Per entrambe le questioni la titolare del Viminale ha la risposta sbagliata, una soluzione che, anziché risolvere l'emergenza, la amplifica. Quanto agli sbarchi, Lamorgese ha dichiarato che «sono autonomi, e pertanto non possiamo fermarli»; d'altronde, spiega illuminante la signora, «il contrasto all'immigrazione via mare è molto diverso da quello via terra». La ministra esibisce grande flemma, dovuta al fatto che, a differenza del suo predecessore, Salvini, non ritiene che gli sbarchi siano un'emergenza: «Lo sarebbe» argomenta, «se i migranti rimanessero tutti in Sicilia, ma siccome dopo la quarantena vengono distribuiti sull'intero territorio», non c'è nessun allarme. Ecco finalmente spiegato perché il ministero non muove un dito contro gli scafisti: ritiene che i profughi non siano una questione prioritaria e comunque, non sapendo come fermarli, alza le braccia e si volta dall'altra parte.

STILE BOLDRINI. Anche il problema della cittadinanza, per l'inquilina del Viminale, è di facile soluzione. Basta riconoscerla a chiunque, attraverso l'introduzione dello ius soli, per rendere italiani i figli degli stranieri fin dalla nascita e non dopo il compimento del ciclo di studi, come è oggi, perché il «tema non può porsi solo quando un atleta di origine straniera vince una medaglia». Insomma, quando c'è un guaio che non sa sbrogliare, la ministra, in stile Boldrini, la battezza risorsa e la rogna è risolta. Quanto al green pass, Lamorgese, con una frase lo rende al contempo inefficace e aggirabile, disinnescando in un attimo le argomentazioni di chi accusa il documento di essere liberticida perché esclude l'accesso a ristoranti, palestre e stadi a chi non si è vaccinato. «È importante rispettare le regole, sono fiduciosa», premette prima di far sapere che «non si può pensare che sia la polizia a fare i controlli sul passaporto verde, perché significherebbe distogliere gli agenti dal loro compito prioritario, che è garantire la sicurezza». Se proprio vogliono, siano i vigili a occuparsene, anche perché i gestori dei locali «possono chiedere il green pass, ma non il documento di identità», visto che non sono pubblici ufficiali. Insomma, qualsiasi ragazzo può andare al pub con il passaporto verde del nonno e, se poi arrivano i vigili e lo scoprono, la multa la pagherà anche chi, non potendo farlo, non lo ha controllato. Affermazione inquietante, tanto che si incarica perfino il Viminale di smentire la sua titolare, facendo sapere che «le forze di polizia sono pienamente impegnate per garantire il rispetto delle regole e le verifiche del caso sul green pass». 

TROPPI ERRORI. Queste perle di saggezza la ministra le ha dispensate a Torino, dove era in visita per presiedere la riunione sul comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza. A chi le faceva notare che nel territorio sono aumentate le truffe informatiche, la signora ha replicato che non c'è nulla di cui stupirsi visto che «il periodo di particolari costrizioni e limitazioni che tutti hanno vissuto ha aumentato l'uso del computer», e quindi i reati a esso annessi. Elementare Watson. Quanto alla caccia ai colpevoli, Lamorgese è un poliziotto, e infatti più di Sherlock Holmes ricorda il comico e impacciato commissario Lestrade. Quando ha fatto il governo dei migliori, Draghi ha potuto scegliere la propria squadra economica, non poteva non sostituire il Guardasigilli Bonafede, mentore, pretoriano e braccio armato dell'ex premier Conte, e poi ha dovuto, ha ritenuto, o è stato indotto a confermare alcuni ministri giallorossi, come Speranza e Lamorgese. Entrambi sembrano non aver capito che a Palazzo Chigi e nella maggioranza è cambiato qualcosa e vanno avanti seguendo il copione di un anno fa. Proprio per questo, sono i punti deboli dell'esecutivo. La titolare del Viminale è nel pallone. Se rinunciare al tentativo di fermare l'arrivo dei clandestini può essere spacciata per una scelta politica, che presa da un tecnico comunque stona, alzare bandiera bianca al terzo giorno di green pass legittima i cittadini che la subiscono e i partiti che la sorreggono a chiedersi cosa ci faccia la signora dove sta ora e come intende l'adempimento del suo ministero. 

Francesco Olivo per “La Stampa” il 9 agosto 2021. Le Olimpiadi più vincenti, sono anche quelle più multietniche. L'Italia cambia più velocemente delle sue leggi. Le proposte di riforma delle norme sulla cittadinanza sono molte, ma tutte hanno subito lo stesso destino: arenate in parlamento. E niente lascia intendere che le cose cambieranno nel corso di questa legislatura. E, forte delle quaranta medaglie ottenute a Tokyo, il presidente del Coni Giovanni Malagò rimette al centro del dibattito il tema dello Ius soli per gli sportivi. Una legge del 2016 consente ai minori stranieri di essere tesserati dalle federazioni sportive, ma senza passaporto non si può andare in Nazionale (il Cio, tra l'altro, non lo accetterebbe). Così occorre aspettare i 18 anni per cominciare l'iter della cittadinanza, che dura per lo meno due anni, con tutti le lungaggini che la burocrazia provoca. «Ma se tu aspetti i 18 anni per fare la pratica rischi di perdere la persona — dice Malagò — allora farò una proposta: anticipare l'iter burocratico che è infernale. Altrimenti il rischio è che o l'atleta smette, o si tessera con il Paese di origine o arrivano altri Paesi che studiano la pratica e lo tesserano loro». Malagò, come è ovvio, parla per gli sportivi, ma il tema si estende a tutti gli altri minorenni nati in Italia da genitori stranieri. La politica si scalda, Matteo Salvini ha messo le mani avanti: «La Lega è la garanzia che robe strane, come lo Ius soli, non verranno approvate, perché la cittadinanza non è un biglietto premi al luna park. La cittadinanza va conquistata, scelta e meritata». Il segretario del Pd Enrico Letta, sin dai primi giorni della sua segreteria aveva imposto il tema. Rilanciato poi dalle Olimpiadi: «Ognuna delle storie di questi atleti racconta di com'è l'Italia — dice il deputato Pd Filippo Sensi— basta andare in una scuola elementare o prendere un autobus per accorgersene». Le proposte di legge per riformare la cittadinanza sono ferme in commissione Affari costituzionali, nessuna in realtà prevedeva uno Ius soli automatico, la concessione del passaporto viene legata al percorso di studio (Ius soli temperato o Ius culturae). Le audizioni sono andate avanti, ma in pochi credono che in questa legislatura si possa portare in aula il provvedimento. «Sono realista, non sarà facile — ammette Matteo Mauri del Pd, sottosegretario all'Interno del governo Conte 2 —. Il cambio di governo ha relegato nel cassetto la proposta. Faccio un appello ai partiti, dobbiamo approvare una riforma delle leggi sulla cittadinanza, anche con delle modifiche rispetto alla propo-sta di legge in commissione. Devono essere le forze della vecchia maggioranza a portare avanti questo provvedimento». Per Mauri «le leggi non possono essere più indietro della società, disegnare un percorso di integrazione è un vantaggio per tutti, negare quel pezzo di carta a ragazzi che di fatto sono italiani vuol dire allontanarli e questo va ben oltre le Olimpiadi». Una delle più attive su questo tema in Parlamento è Renata Polverini, deputata di Forza Italia, che ha ripresentato la proposta di "Ius culturae", arrivata vicino all'approvazione nella scorsa legislatura, «il percorso della cittadinanza va cominciato alla fine delle scuole elementari non a 18 anni. Io spero che Draghi, visto che ha questi poteri magici di mediatore, trovi il modo di convincere la Lega».

Ius soli sportivo, cos’è e perchè Malagò lo ha chiesto dopo l’oro di Jacobs a Tokyo 2020. Felice Emmanuele e Paolo De Chiara il 02/08/2021 su Notizie.it. Malagò vuole rivedere la legge sullo "ius soli sportivo", in vigore in Italia dal 2016. Arriva la replica di Matteo Salvini. La vittoria olimpica di Marcell Jacobs avvenuta ieri, 01/08/2021, ha riacceso il dibattito su un tema che spesso ha spaccato in due l’opinione pubblica: lo “ius soli“, in questo caso lo “ius soli sportivo“. A riproporre questo tema il Presidente del Coni Giovanni Malagò, che dopo l’oro olimpico di Jacobs, nato negli Stati Uniti da padre americano e madre italiana, ha affermato a caldo: “Non riconoscere lo ius soli sportivo è folle”. Ma cosa significherebbe adottare questo “ius soli sportivo”? Adottare lo “ius soli sportivo” permetterebbe di far accedere alle competizioni sportive per le squadre italiane i cittadini stranieri minorenni che non hanno ancora lo status di cittadini italiani. In Italia è già stato adottato dal 2016 lo “ius soli sportivo”, ma in maniera molto limitata. La proposta di Malagò è quella di eliminare delle restrizioni alla legge, in quanto le vittorie degli atleti che rappresenterebbero l’Italia sono motivo d’orgoglio per la nostra Nazione e per evitare il traffico illecito di giovani calciatori. In Italia, come accennato in precedenza, la legge sullo “ius soli sportivo” è entrata in vigore nel 2016 per favorire l’integrazione sociale attraverso lo sport. Tale legge prevede che tutti gli immigrati, sprovvisti di cittadinanza italiana e con un’età massima di 17 anni, possano essere tesserati da un club italiano e partecipare regolarmente alle competizioni. Vi è però un requisito minimo per poter usufruire di questa legge, ossia essere residenti in Italia almeno dal compimento del decimo anno d’età. Ciò che limita questa legge è il fatto di non poter essere convocati alle selezioni nazionali, quindi non competere con la casacca azzurra fino all’ottenimento dello status di cittadino italiano, che si può richiedere una volta raggiunta la maggior età: 18 anni. Non poteva mancare la risposta del leader della Lega, Matteo Salvini, che con gli altri partiti del centro-destra si è da sempre opposto all’adozione dello “ius soli”. Matteo Salvini ha replicato a Malagò dicendo: “Oggi sono strafelice delle medaglie, ma con lo ius soli non c’entra nulla. Non c’è nulla da cambiare. La legge va bene così com’è. Spero che ne vinciamo sempre di più ma con lo ius soli non c’entra un fico secco”. Salvini ha fatto intendere, con le sue parole, che non ha voglia di riaprire un dibattito che dopo il 2015 è quasi finito nel dimenticatoio.

Tokyo 2020, la fucilata di Maria Giovanna Maglie: "Di cosa stiamo parlando? Ecco chi è Marcell Jacobs". Ius soli, Malagò ko. Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. “Noi vogliamo occuparci di sport e non riconoscere lo ius soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle. Oggi va concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha quei requisiti deve avere la cittadinanza italiana”. Così Giovanni Malagò ha colto al balzo la storica medaglia d’oro vinta da Marcell Jacobs nei 100 metri alle olimpiadi di Tokyo 2020. Per la prima volta l’uomo più veloce del mondo è italiano: in realtà Jacobs è nato in Texas, negli Stati Uniti, ma è cresciuto a Desenzano sul Garda e italianissimo. Ospite de L’aria che tira su La7, Maria Giovanna Maglie ha commentato le parole del numero uno del Coni: “A me pare straordinariamente superfluo. Lui evoca lo ius soli sportivo per un figlio di un’italiana nato negli Stati Uniti, ma di che stiamo parlando? Se vuoi fare un discorso generale, ti rispondo che a 18 anni puoi ottenere la cittadinanza”. Poi la Maglie ha fatto un esempio di come la burocrazia colpisce tutti indistintamente: “Io ancora non riesco a rinnovare il mio passaporto da italiana”. Una testimonianza piuttosto singolare, quella della Maglie: “Viaggio con un passaporto scaduto con deroga del ministero fino al 30 settembre, quindi il figlio di un’italiana nato negli Stati Uniti sta bene come sta”. Nel frattempo Mario Draghi ha invitato Jacobs e Tamberi a Palazzo Chigi.

Terrore in Germania, armato di coltello uccide 3 persone. Federico Garau il 25 Giugno 2021 su Il Giornale. L'uomo, ferito alla gamba con un colpo di arma da fuoco, è stato tratto in arresto: ancora ignote le cause della furia omicida. Armato di coltello, ha aggredito alcuni passanti nel centro di Würzburg, città extracircondariale della Baviera, in Germania. Protagonista dell'attacco un uomo di colore, che sarebbe stato ferito da un colpo di arma da fuoco prima di finire in manette. Stando alle prime notizie rese di pubblico dominio dalla polizia locale sarebbero stati numerosi i feriti nell'agguato: inizialmente si parlava di almeno due vittime accertate, ma il numero, ancora provvisorio, era destinato a crescere ben presto.

Tre morti e sei feriti. Secondo gli ultimi aggiornamenti sarebbero tre i morti e sei i feriti, un bilancio decisamente pesante, anche se le forze dell'ordine stanno cercando di tranquillizzare la popolazione diffondendo la notizia del fermo dell'omicida. Tramite Twitter, la polizia locale ha fornito un'ulteriore conferma della versione dei fatti, spiegando che un uomo scalzo armato di coltello si è avventato contro alcuni cittadini che si trovavano a passare a Barbarossaplatz, nel centro della città bavarese di Würzburg. Nessuna conferma ufficiale sul numero dei morti e dei feriti da parte delle autorità, ma la Bild continua a parlare di tre vittime e di sei feriti, cinque dei quali versano tuttora in gravi condizioni di salute e si trovano in prognosi riservata. Sui social network hanno iniziato anche a circolare dei video nei quali vengono documentati quegli attimi drammatici, con alcuni passanti, almeno una ventina di persone, che tentano il possibile per arrestare la furia omicida dell'aggressore. Per fermare l'uomo, le forze dell'ordine sono state costrette ad aprire il fuoco, ferendolo ad una gamba prima di far scattare le manette ai suoi polsi. La Bild riferisce che l'omicida non sarebbe comunque al momento in pericolo di vita. Nonostante la circolazione nella cittadina bavarese non sia ancora ripresa regolarmente, la polizia ci tiene a sottolineare che non c'è più alcun pericolo per la popolazione locale. Per strada restano solo le pozze di sangue ed ancora tanta paura. Nessuna notizia sul movente dell'agguato letale.

L'attacco al grido di "Allah Akhbar". Il responsabile, un uomo di 24 anni, si sarebbe scagliato contro i suoi obiettivi al grido di "Allah Akhbar" (Allah è grande): questo secondo quanto riferito durante una conferenza stampa tenuta dal ministro dell'interno bavarese Joachim Herrmann, che ha raggiunto Würzburg subito dopo aver ricevuto la notizia della violenta aggressione. Il ministro ha anche rivelato alla stampa locale che il responsabile era stato di recente ricoverato in un ospedale psichiatrico.

Il commento di Salvini. "Almeno tre morti e sei feriti, riferisce Bild. Accoltellati i passanti nel centro di Würzburg, arrestato l'aggressore. Sconcertante, inviamo la nostra vicinanza", ha twittato il leader del Carroccio Matteo Salvini dopo la terribile notizia.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occupo soprattutto di cronac

Terrore sull'autobus, egiziano ferisce 2 persone con coltello. Rosa Scognamiglio il 25 Giugno 2021 su Il Giornale. L'aggressore è un egiziano di 31 anni denunciato per lesioni aggravate ai danni di due persone che erano sull'autobus. Momenti di alta tensione e grande paura su un autobus a Firenze. Un egiziano di 31 anni ha aggredito con la lama due passeggeri: una donna di 63 anni e un uomo di 52 ferendo entrambi gravemente. Lo straniero è stato intercettato da una pattuglia della polizia mentre tentava la fuga per le vie del centro. Ora dovrà rispondere di lesioni aggravate, resistenza a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio e possesso ingiustificato di oggetti atti a offendere.

La furia dell'egiziano. I fatti risalgono alla tarda serata di giovedì 24 giugno, sul bus della linea 30 di Firenze. Stando a quanto si apprende dal sito de La Nazione, l'aggressione è avvenuta nel bel mezzo della corsa, all'altezza di via Pratese, in prossimità del centro storico del capoluogo toscano. A scatenare la furia incontrollata dell'egiziano sarebbe stato un invito da parte del conducente ad indossare la mascherina, così come prescrivono le norme anti contagio attualmente vigenti. Infuriato per il rimprovero, lo straniero ha inveito dapprima verbalmente contro l'autista del bus poi, subito dopo, contro un eritreo di 52 anni e una donna fiorentina di 63 anni che era intervenuta nella discussione per sedare gli animi. In men che non si dica, il 31enne ha scatenato il pandemonio.

L'aggressione con la lama. Accecato dall'ira, l'egiziano ha estratto la lama - verosimilmente un taglierino - dalla tasca dei pantaloni per scagliarsi contro il 52enne eritreo che lo aveva reguardito per la mascherina. Non contento, dopo averlo ferito col coltello, lo ha letteralmente assaltato con calci e pugni. A quel punto, una 63enne fiorentina che si trovava a bordo del mezzo ha cercato invano di ricondurlo alla ragione. Lo straniero ha colpito anche lei procurandole una ferita profonda alla mano. Gli altri passeggeri del bus, sotto choc per l'aggressione, hanno allertato immediatamente la polizia e il soccorso sanitario. Il 31enne è stato intercettato subito dopo i fatti, mentre tentava la fuga. Fermato dagli agenti è stato denunciato per lesioni aggravate, resistenza a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio e possesso ingiustificato di oggetti atti a offendere. Le due persone ferite, trasportate nel vicino ospedale, hanno rimediato ferite e lesioni varie con una prognosi di 7 giorni uno e di 10 l'altro. 

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

"Sporco bianco...": stranieri pestano il cameraman di Sky. Alessandro Imperiali il 25 Giugno 2021 su Il Giornale. Venti ragazzi nella notte tra martedì e mercoledì a Piazza Trilussa, a Roma, hanno aggredito un giovane cameraman di Sky mentre gli gridavano "sporco bianco". Notte da incubo per un giovane cameraman di Sky aggredito a Roma al grido di "sporco bianco". Erano le 2:30, tra martedì e mercoledì, quando a Trastevere, storico rione romano, M. M. è stato attaccato a piazza Trilussa. Si trovava lì con un paio di amici, la sua ragazza e la sorella. Era una serata tranquilla, i cinque avevano appena finito di festeggiare il suo compleanno. Al momento dei saluti però, quando ormai tutti si stavano recando alle macchine per raggiungeere casa propria, è avvenuta l'aggressione. "Ho pensato di morire lì per terra, di fare la stessa fine di Willy Monteiro Duarte a Colleferro" - racconta il il venticinquenne su il Messaggero- "Avevo quattro su di me che mi sferravano calci e pugni con la ferocia delle bestie e altri sei che se la stavano prendendo allo stesso modo con il mio migliore amico. Senza motivo, solo per scaricare la loro rabbia e cieca violenza". Ad accerchiarli sono stati da una ventina di ragazzi, tutti tra i 18 e i 20 anni. "Erano stranieri all'apparenza per via della loro carnagione scura, ma parlavano italiano benissimo, con inflessione romana, forse si tratta di figli di immigrati" spiega ancora il ragazzo. Il pretesto dell'aggressione sono stati dei pesanti insulti alle ragazze che erano con loro, "nient' altro che un pretesto per attaccare briga". "Quando io e un altro mio amico gli abbiamo detto di smetterla e loro hanno iniziato a insultarci tutti, abbiamo replicato ancora di lasciare perdere, che la nostra serata era finita, che ce ne stavamo andando via, che non ci interessava discutere", continua raccontando la notte da incubo. "Mi gridavano per farmi stare zitto sporco bianco, ti buco, ti sparo". Accade in pochi secondi il peggio, calcio e pugni sia a lui che al suo migliore amico. Colpi "sferrati con maestria di chi sa battersi e menare le mani". Al di là dell'aggressione, un altro dettaglio inquietante è che a quell'ora in piazze c'erano ancora molte persone eppure nessuno è intervenuto. "C'era gente che guardava, alcuni filmavano la scena con i telefonini, ma si sono fatti i fatti propri, si sono tutti ben guardati dall'intervenire e venirci in aiuto. Quando, poi, in lontananza si sono sentite le prime sirene della polizia, allora si sono dileguati tutti. Compresi i guerrieri che erano sbucati davanti a noi improvvisamente" commenta M. M. ancora sotto choc. Medicati prima sul posto e poi all'ospedale di Ariccia, in due riporteranno un trauma cranico e addominale. "In un attimo" - ricorda la fidanzata, anche lei presente alla scena - "il mio ragazzo era a terra, circondato da 4 persone che lo hanno preso a calci in faccia e sul torace, lui era rannicchiato e chiuso a riccio mentre queste persone continuavano a prenderlo a calci senza pietà. Una di queste ha anche minacciato di sparargli. Ho avuto paura che ammazzassero il mio fidanzato così come è successo al povero Willy lo scorso settembre". Sempre la ragazza, inoltre, ha lanciato un appello su Twitter per farsi inviare i video della rissa così da poter procedere alla denuncia ed evitare che ciò che è accaduto ieri avvenga anche in futuro. Un appello a cui hanno risposto in molti, sono tanti i video arrivati, non solo di quella sera.

Alessandro Imperiali. Nato il 27 gennaio 2001, romano di nascita e di sangue. Studio Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza e ho preso la maturità classica al Liceo Massimiliano Massimo. Sono vicepresidente dell'Associazione Ex Alunni Istituto Massimo e responsabile di ciò che riguarda il terzo settore. Collaboro con ilGiornale.it da gennaio 2021 e con Rivista Contrasti. Ho tre credo nella vita: Dio, l’Italia e la Lazio.

Roma e Firenze, immigrati terrorizzano con coltelli e pali di ferro: è questa l’integrazione? Redazione Pubblicato il 25 Giugno 2021 su romait.it. Degrado, solitudine, mancata integrazione sociale e opportunità professionali, questi gli elementi che fanno da detonatore alle esplosioni di violenza avvenute in questi giorni. Degrado, solitudine, mancata integrazione sociale e opportunità professionali, sicuramente questi gli elementi che fanno da detonatore alle esplosioni di violenza avvenute in questi giorni a Firenze e Roma.

Immigrati terrorizzano le città con coltelli e pali di ferro. Il 24 giungo, alla stazione Santa Maria Novella di Firenze un immigrato ha impugnato un palo di ferro (quelli che si usano per recintare le zone dei lavori in corso), è salito sul tetto di una vettura e ha iniziato a colpirla urlando senza controllo. E’ accaduto alle 10 di mattina, quando sono intervenuti gli agenti della polizia invitando l’uomo a stare calmo. Solo quando il palo di ferro finalmente gli sfugge di mano i poliziotti sono scattati per ammanettarlo.

Indagato il poliziotto che ha sparato al ghanese armato. Intanto è indagato per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi il poliziotto che lo scorso sabato ha sparato ad un ghanese di 44 anni che brandiva un coltello alla stazione Termini. Per la procura si tratta soltanto di un atto dovuto in vista delle verifiche di rito. L’uomo aveva già precedenti per azioni violente, minacce, per avere deturpato statue e lanciato bottiglie contro il centro islamico di San Vito. L’individuo si aggirava nella zona dello scalo ferroviario impugnando un coltello da cucina e saltando sui motorini. Il poliziotto gli ha dunque sparato alle gambe. Per la stessa motivazione di procedimento formale gli è stata anche ritirata la pistola di ordinanza. Nel frattempo al soggetto che impazzava con l’arma in mano seminando il panico viene scalata l’ipotesi di tentato omicidio. Dovrà rispondere infatti solo di porto abusivo d’armi e resistenza al pubblico ufficiale. Appare sempre più urgente, stando a quanto dimostrano i fatti di cronaca, ripensare quelle politiche che definiamo di accoglienza da un lato. Ma anche le leggi in merito al confine tra sicurezza della cittadinanza e garanzie di tutela delle forze dell’ordine ed eccesso della stessa.

Violenze, incendi e degrado: i palazzi occupati dai migranti. Viale Molise a Milano è un'escalation di delinquenza e di episodi violenti come denuncia Silvia Sardone: dopo la rissa anche l'incendio. Francesca Galici - Lun, 29/03/2021 - su Il Giornale. Continuano i problemi in viale Molise a Milano, strada nota per l'elevata concentrazione di immigrati ed extracomunitari, molti dei quali irregolari. A denunciare l'ennesimo caso è stata Silvia Sardone, europarlamentare della Lega, che si spende nei sopralluoghi cittadini nelle aree a maggior criticità. "Questa notte c'è stato un incendio nelle palazzine Liberty di Viale Molise da tempo occupate da immigrati irregolari. Sempre qui, la settimana scorsa, c'era stata una rissa con accoltellamento con 3 feriti", ha raccontato Silvia Sardone. Il livello di criminalità di questo quartiere della periferia di Milano è altissimo. I cittadini sono spaventati dall'escalation di violenza e dalla mancanza delle istituzioni, che sembrano aver lasciato questo quartiere in mano ai delinquenti, agli immigrati irregolari e agli extracomunitari, molti dei quali vivono di espedienti tra i quali lo spaccio: "La situazione preoccupa un intero quartiere mentre il Comune e il Sindaco sono totalmente disinteressati da quanto sto avvenendo". Silvia Sardone ha voluto documentare quanto accade all'interno delle palazzine abbandonate di viale Molise e nel suo reportage condiviso sui social si evince il dramma che si consuma quotidianamente in questa parte di Milano. "Ieri mattina ho svolto un sopralluogo all'interno di questi stabili. Ho trovato una situazione drammatica: decine e decine di immigrati di ogni nazionalità e provenienza ammassati nelle stanze tra cumuli di rifiuti. Non c'è stato alcuno sgombero in questi giorni né il Comune ha provveduto a mettere in sicurezza le entrate", ha denunciato Silvia Sardone. L'eurodeputata ha raccolto le testimonianze di quelle persone che vivono in condizioni precarie nei palazzi occupati. "I presenti mi hanno raccontato di essere qui da tempo e di essere venuti in Italia negli anni con i barconi o seguendo la rotta balcanica. Il degrado all'interno dei lunghi corridoi delinea uno scenario da inferno, con intere camere coperte da immondizia e alcuni locali con evidenti segnali di incendi passati", ha spiegato Silvia Sardone. L'europarlamentare, quindi, tira le somme di quanto visto: "D'altronde ovunque ci sono fili elettrici volanti e i rischi per i presenti sono enormi. I presenti non lavorano, vivono in condizioni pietose e affermano di non aver mai visto il Comune nè i servizi sociali venire a trovarli. Insomma in quest'area tra 2 palazzine occupate da clandestini e un'altra occupata dal centro sociale Macao, ci troviamo in una situazione di totale abusivismo con illeciti di ogni tipo". La situazione di degrado è in peggioramento in quel quartiere periferico: "È questo il concetto di legalità caro alla sinistra? È questo il modello di accoglienza di cui si vanta ogni giorno il Pd? Cosa deve succedere d'altro prima che qualcuno intervenga, ci deve scappare il morto? È scandaloso che il Sindaco non si sia mai presentato in questa zona a rendersi conto, di persona, dello squallore a cui sono costretti alcuni quartieri. L'immobilismo di Palazzo Marino è una vergogna per la città!". 

Andrea Morigi per “Libero quotidiano” il 26 marzo 2021. In alternativa allo ius soli, è nato il progetto di «una confederazione di quartieri ad alto tassi di comunità di immigrati», che intende costituire «un paese a sé, con le nostre leggi e le nostre regole». È la teoria dell' invasione straniera, proposta come prassi rivoluzionaria in uno dei passaggi del Manifesto per la sostituzione etnica, sottotitolato Dal Piano Kalergi al Piano Wii, nel quale si annuncia provocatoriamente: «Sfonderemo i confini e faremo scorrere, finalmente, come in una cascata, tutta la migrazione repressa che è stata attuata da decenni: capirete il peso del passato e vi assumerete la responsabilità». Lo si trova, all' interno del numero zero di Antirazine, pubblicazione realizzata con 10mila euro di denaro dei contribuenti e disponibile presso le librerie Feltrinelli, ma anche online, per consentirci di trascorrere in letizia l' attuale settimana contro il razzismo, che attualmente si sta celebrando e durerà fino al 27 marzo.

I CATTIVI MAESTRI. È il prodotto dell' ingegno collettivo di "Il Razzismo è una brutta storia", associazione che «si sostiene anche grazie a un contributo annuale del Gruppo Feltrinelli che è socio fondatore e tramite la ricerca di fondi pubblici e privati». Nel suo consiglio direttivo siedono fra gli altri Carlo Feltrinelli, Inge Feltrinelli e Gad Lerner. Dovrebbe essere una garanzia per le istituzioni come l' Unar, l' ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, che attraverso commissioni ad hoc sono chiamate a valutare decine di progetti ed eventualmente a decidere se ammetterli al finanziamento con circa di fondi pubblici l'anno. Nella graduatoria relativa al bando per la XVII settimana antirazzista, l' ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull' origine etnica, dipendente dal Dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri, il progetto è il primo. Che la chiave interpretativa del testo vada ricercata nel paradosso degli stereotipi della cultura razzista è chiaro fin dalla prima lettura. Altrimenti, né all' Unar né altrove si potrebbero tollerare proposizioni del tutto assimilabili alle espressioni di hate speech come: «Non sono considerati bianchi in questo manifesto le persone che sono nate e cresciute dal Lazio in giù, il Sud è Mediterraneo, vi abbracciamo come fratelli e alleati», oppure «I bianchi vorranno essere sempre più come noi» e «noi vogliamo una semplice cosa: il loro POTERE».

ATTACCO ALLA POLIZIA. Anche perché il famigerato “piano Kalergi”, attraverso il quale si vorrebbe soppiantare la popolazione autoctona dell’Occidente con masse di migranti provenienti dall’Africa e dall’Asia, non è mai stato formulato in quei termini da Richard Nikolaus Eijiro, conte di Coudenhove-Kalergi, il cui progetto di Paneuropa si limitava a riconoscere il diritto all’autodeterminazione dei gruppi etnici e prefigurava una «razza eurasiatica-negroide del futuro», salvo poi essere ricevuto per due volte da Benito Mussolini. Accanto alle bufale, sparse volontariamente o no, fra le pagine compare anche qualche tavola a fumetti che appare come un’invettiva contro le forze dell’ordine, che si conclude con domande, piuttosto imbarazzanti per gli uffici di Palazzo Chigi che le hanno avallate, del tipo: «Come valutano e concepiscono il concetto il razzismo le forze dell’ordine?» Sono i Black Lives Matter de noantri, a caccia di una sponsorizzazione istituzionale, purché con un po’ di quattrini. Che si potrebbero spendere molto meglio, comunque.

Ius soli, Toscani va all'attacco: "Salvini non vuole? Fatelo..." Il fotografo sale sul carro di Letta: "Piuttosto chiediamo agli stranieri se vogliono essere italiani. Con questo Paese.." Federico Garau - Lun, 15/03/2021 - su Il Giornale. Non risparmia frecciate nei confronti del Partito democratico e dell'accozzaglia di anime politiche che convivono al suo interno, Oliviero Toscani, ma al contempo si dice entusiasta del fatto che lo Ius Soli sia tornato finalmente alla ribalta. Oltre a ciò, tuttavia, come suo solito, calca ulteriormente la mano arrivando a chiedersi se davvero gli innumerevoli extracomunitari presenti sul territorio nazionale sarebbero felici di diventare italiani vista la pochezza del Paese in cui sono ospitati. Ma come vede il celebre fotografo radical chic la scelta di affidare il Pd nuovamente nelle mani di Enrico Letta? Proprio quell'Enrico Letta silurato da Matteo Renzi il quale, fino a pochi giorni prima della pugnalata alle spalle dell'ex collega di partito, continuava a rassicurarlo. Un episodio divenuto celebre, che lo stesso Oliviero Toscani vuole ricordare nel momento in cui commenta la scelta del neosegretario. "Spero che dopo lo "stai sereno" abbia capito come tirare i fulmini, che abbia capito che non deve stare sereno sennò verrà fregato". Le grane del Partito democratico, tuttavia, sono ben altre, e prescindono da chi si trova al timone. "Il problema non è Letta ma questo Pd. Ci sono i democristiani, i comunisti diventati democristiani e i democristiani diventati comunisti", spiega il fotografo all'AdnKronos. Un vero e proprio guazzabuglio la compagine di centrosinistra, all'interno della quale è difficile cogliere un pensiero dominante e, soprattutto, comune. "È un insieme di tanti residuati bellici politici che sicuramente non andranno mai d'accordo", attacca ancora senza troppi giri di parole. "Voglio rilanciare lo Ius soli" ha promesso Letta ai suoi. Si tratta di una "norma di civiltà. Io sarei molto felice se il governo di Mario Draghi fosse quello in cui dar vita alla normativa dello Ius soli". Un concetto ribadito con energia dal neosegretario dem, cosa che aveva scatenato le reazioni positive di Liberi e Uguali e grillini e le critiche di Matteo Salvini."Lo Ius Soli è una priorità italiana", dichiara il fotografo. Gli extracomunitari "sono dei nostri concittadini, vanno a scuola, parlano la nostra lingua e sono nati qua. Piuttosto chiediamogli se veramente vogliono essere italiani, in un paese dl genere non ne sarei così sicuro". Sulle critiche da parte del segretario del Carroccio, Toscani così commenta:"Salvini vada in spiaggia al Papete. Quando avrà pieni poteri potrà fare quello che vuole, per ora per fortuna non li ha. Per fare un giusto Governo bisogna ascoltare Salvini e fare esattamente l'opposto". "Penso che Draghi lo abbia preso per questo per capire cosa deve fare e cioè il contrario di quello che dice Salvini", affonda ancora il fotografo. A schierarsi a sostegno del ritorno dello Ius soli, non soltanto Toscani, ma anche diverse personalità da sempre a favore della cittadinanza ai cittadini stranieri. Il primo è stato il capomissione di Mediterranea Luca Casarini che, ai microfoni di AdnKronos, ha manifestato entusiasmo nei confronti del programma di Letta, augurando al nuovo segretario del Pd di raggiungere i propri obiettivi. "L'unica cavolata la dice invece il solito Salvini, quando per contrastare lo Ius Soli grida 'prima gli italiani'. Sono infatti assolutamente italiani quel milione di ragazze e ragazzi nati e cresciuti qui, che vivono qui e studiano nelle nostre scuole, ma non hanno ancora la cittadinanza", ha dichiarato. E ancora: "Salvini e l'estrema destra stanno discriminando italiani, e l'Italia, che senza questa legge di civiltà, rischia di somigliare più all'Ungheria di Orban che alla Francia o alla Germania. Ma forse Salvini e la Meloni questo vogliono...". Duro anche il commento del senatore del gruppo Europeisti-Maie-Cd, Gregorio De Falco, che sulla propria pagina Facebook si è scagliato a sua volta contro il leader della Lega: "Per Salvini lo Ius soli, tema rilanciato ieri da Enrico Letta, significa 'la cittadinanza facile per gli immigrati'. È efficace: gli bastano sei parole per dimostrare la propria insipienza". Si è fatto sentire anche Monsignor Giancarlo Perego, l'arcivescovo di Ferrara soprannominato il "vescovo dei migranti". Il prelato ha bollato le dichiarazioni dell'ex vicepremier come "strumentali" e "ideologiche" . "Un dato di fatto che il discorso deve essere ripreso per il bene dell'Italia e dei suoi cittadini coniugando la tutela dei diritti, la promozione e l'integrazione sul solco del Papa", ha affermato. Anche Matteo Mauri, rappresentante del Partito democratico, ha voluto dire la sua Facebook:"Il Segretario Enrico Letta ha messo come priorità una nuova legge sulla Cittadinanza dei figli dei non italiani. Condivido al 100%! E guarda caso Salvini e tutta la destra alzano le barricate e il sottosegretario della Lega Molteni oggi dice che la Lega non permetterà che venga approvata una legge così! Che strano eh?!", ha scritto nel suo post. "E allora io aggiungo che, oltre a fare una nuova Legge sulla Cittadinanza, dobbiamo abolire la Bossi-Fini e fare un nuovo Testo Unico sulle politiche migratorie".

Paolo Bracalini per "il Giornale" il 16 marzo 2021. Non far passare lo ius soli in Italia è stato «un atto di paura, crudele e miope». A parlare così qualche anno fa era proprio Enrico Letta e ce l' aveva proprio con il centrosinistra allora al governo con il premier Paolo Gentiloni. Lo ius soli infatti non è un nuovo slogan del Pd, anzi è almeno una decina di anni che i dem ne parlano come di una priorità assoluta, un traguardo imprescindibile, un «segno di civiltà» come lo definì nel 2009 David Sassoli, oggi presidente del Parlamento Ue. La cittadinanza automatica ai figli degli immigrati è un vecchio cavallo di battaglia della sinistra italiana, un tormentone che di tanto in tanto ritorna in auge, ma che non si è mai tradotto in legge anche se il Pd, dal 2013 ad oggi, cioè dal premier Letta al premier Conte bis passando dai premier Renzi e Gentiloni, ha di fatto sempre governato, se si eccettua l' anno del governo gialloverde. Ma in quattro governi targati Pd, il Pd non è mai riuscito a portare a casa lo ius soli, che invece è rimasto un argomento da dibattito politico ricorrente. Letta ci aveva provato, nominando una ministra ad hoc per l' Integrazione, la dimenticabile Cecile Kyenge, che appena nominata chiarì quale fosse la sua agenda ministeriale: «Quella dello ius soli è una delle mie prime priorità, poi ci sono tante cose che dovranno cambiare ma questa rimane comunque una priorità al di sopra di tutto». Il problema è che il tema della cittadinanza agli immigrati è uno di quelli che dividono ogni maggioranza, e anche quella dell' allora premier Letta non fece differenza. Insieme al Pd, come costola piccola ma indispensabile nei fragili equilibri di maggioranza, c' era il partitino di Angelino Alfano, che almeno nel nome era di centrodestra, e quindi lo ius soli non poteva digerirlo troppo facilmente. Tanto che il tema agitò il governo per mesi, finchè Letta non proclamò che lo avrebbe messo nel nuovo contratto di governo da siglare tra le forze di maggioranza all' inizio del 2014. Cioè proprio quando Letta fu invitato da Napolitano a tornarsene a casa per fare spazio allo scalpitante Matteo Renzi, nuovo premier, sempre Pd. E sempre convinto della fondamentale importanza dello ius soli, che anche sotto il nuovo governo tornò ad aleggiare come riforma urgente ma sempre rinviata. E così infatti, tra infiniti dibattiti e polemiche, fu rinviato e rimpallato al successivo esecutivo, quello di Paolo Gentiloni, sempre Pd e anche lui convinto dell' assoluta necessità dello ius soli. È stato quello il momento in cui il Pd è arrivato più vicino a passare dalle parole ai fatti, ma fermandosi ancora una volta prima del traguardo. Il testo di riforma della cittadinanza, calendarizzato in Senato, finì con l' essere rinviato per non turbare la maggioranza che comprendeva anche i centristi, contrari allo Ius soli, in prossimità di un voto importante sul Def in cui serviva anche il loro appoggio. Quindi, per l' ennesima volta, nulla di fatto, così come con Conte. Ma anche nel governo Draghi non sembrano esserci le condizioni, visto che in maggioranza c' è anche il centrodestra. Che, oltre a quello scontato della Lega, contempla anche il no di Forza Italia: «Sono tante le emergenze causate dal Covid. Certamente tra queste non ci sentiamo di annoverare lo ius soli o il voto ai sedicenni» dice il capogruppo azzurro Roberto Occhiuto. E il M5s? Non lo ha mai appoggiato, Grillo lo definì «un pastrocchio invotabile», Di Maio «uno strumento di propaganda» del Pd. Ma si sa che i grillini possono cambiare idea su tutto se serve per mantenere stipendio e privilegi.

Michela Marzano per “La Stampa” il 16 marzo 2021. A parte l'ex premier Mario Monti, sembrano tutti d'accordo con la proposta di Enrico Letta di far votare tutti e tutte già a partire da 16 anni. È favorevole persino Matteo Salvini, nonostante gli sia andata di traverso l'idea di rimettere al centro del dibattito la questione dello ius soli. E allora perché faccio così fatica a unirmi a quest' unanime consenso? Cos' è che non capisco quando Letta dice che è un modo per prendere sul serio i più giovani, le loro idee e i loro interessi? Intendiamoci. Sono anch' io profondamente convinta che i ragazzi e le ragazze vivano oggi una situazione molto più difficile rispetto a quella che abbiamo vissuto noi quando avevamo la loro età. So perfettamente che di fiducia nel futuro, tra i più giovani, ce n' è ben poca. Così come percepisco bene la loro paura e il loro disincanto, il loro sconforto e la loro diffidenza nei confronti degli adulti. Per non parlare poi della rabbia della "generazione Greta", che è forse la risposta più ovvia di fronte all' impotenza, soprattutto quando ci si sente talmente trasparenti da non credere più nel proprio valore. Ma siamo sicuri che, per sentirsi nuovamente ascoltati e visti, i nostri ragazzi e le nostre ragazze si accontentino del voto ai sedicenni? Siamo certi che è questo che vogliono, cercano, chiedono, talvolta urlano, oppure si tratta di una soluzione semplice a un problema ben più complesso, e che dovrebbe costringere noi adulti a rimetterci davvero in discussione, riflettendo su tutto ciò che non siamo stati capaci di dare ai nostri figli e ai nostri studenti? Cos' è che ci rimproverano veramente i più giovani? Di non votare a 16 anni oppure di non poter ottenere un posto di lavoro nonostante si diplomino e si laureino? Di non sentirsi rappresentati in Parlamento oppure di imporre loro il nostro narcisismo, quello che ci porta a dire sempre "io" senza lasciare spazio al "tu"? Cos' ha fatto l' ex premier Giuseppe Conte per andare incontro a tutti quei sedicenni e diciassettenni tagliati fuori dalla didattica a distanza perché privi di computer o tablet oppure senza una connessione internet sufficientemente stabile? Oltre a voler concedere loro il voto, si ha in mente di riscrivere i programmi scolastici, e quindi di discutere con loro di diritti e di giustizia distributiva, di uguaglianza e di memoria, di crisi ambientale e di utilizzo responsabile dei social - formando prima di tutto i loro insegnanti - oppure si pensa di buttarli nell' arena politica senza strumenti, magari senza nemmeno suscitare in loro il desiderio di esserci? Immagino già le obiezioni: "sei antica", "sei fuori moda", "sei paternalista". E forse "antica" e "fuori moda" lo sono anche. Lo ero già quand' ero adolescente, figuriamoci ora. Ma paternalista no, non lo sono mai stata e non comincerò certo adesso. Anzi. Se c' è qualcosa in cui credo profondamente è proprio l' autonomia, che è l' esatto contrario del paternalismo. Per potersi autodeterminare, però, bisogna averne la possibilità. E per averne la possibilità, si deve necessariamente passare attraverso l'educazione. Non ho mai osato nemmeno pensare che i giovani siano "choosy" o "viziati", come hanno invece dichiarato alcuni di coloro che oggi applaudono Enrico Letta. Penso l'opposto. Molti di loro, negli ultimi anni, sono stati costretti a lasciare l'Italia, a dimenticare in fretta e furia la propria madre lingua, ad adattarsi e lottare lontano da casa. Tanti sono sfiduciati e non ci credono più che, un giorno, avranno pure loro la possibilità di mostrare quanto valgono e realizzarsi. Alcuni sono totalmente all' abbandono. Ma, proprio per questo, sono convinta che il compito della politica, invece di andare a caccia di nuovi voti, sia quello di dare a tutti e tutte gli strumenti adeguati per crescere e per formarsi uno spirito critico: fare lo sforzo di ascoltare invece di parlare sempre; capire invece di pontificare; permettere ai ragazzi e alle ragazze di diventare cittadini consapevoli invece di adularli chiamandoli, come ha fatto Salvini, "informati" e "svegli". E se la si smettesse di strumentalizzare la "generazione Greta" e si iniziasse a costruire un Paese in grado di non sacrificare le generazioni future e capace di aprire loro un orizzonte di speranza?

·        Gli Affari dei Buonisti.

La sinistra "buona" di Milano butta coperte e materassi dei senzatetto. Francesca Galici il 17 Dicembre 2021 su Il Giornale. Non si è sollevato nessun coro di sdegno per lo sgombero dei senzatetto di Milano durante le notti più fredde dell'anno. La sinistra italiana si vanta di essere caritatevole e misericordiosa, di schierarsi accanto agli ultimi e fa di questo un suo cavallo di battaglia politico, soprattutto in merito al dibattito sui migranti. Milano si è più volte vantata di essere la città dell'inclusione e dell'accoglienza ma la realtà dice in realtà il contrario. Sono migliaia i migranti irregolari sul suolo milanese, che vivono di espedienti al limite, e spesso ben oltre, i confini della legalità, diventando un pericolo per la sicurezza locale. Sono centinaia quelli che abitano degli edifici occupati, il più delle volte in condizioni igienico-sanitarie disdicevoli, ancora di più quelli che dormono nelle strade e nei pressi delle stazioni. Davanti a tutto questo, l'amministrazione comunale guidata da Beppe Sala ha spesso chiuso entrambi gli occhi, non attuando mai misure atte a contenere questi fenomeni degradanti per la stessa Milano. Eppure, nelle ultime ore, da palazzo Marino si è deciso per un intervento radicale. I senzatetto che dormono di notte nelle gallerie che conducono in stazione Centrale sono stati sgomberati dagli uomini della polizia locale. Materassi e coperte sono stati buttati con l'ausilio dell'Amsa, lasciando queste persone all'addiaccio nelle gelide notti dicembrine di Milano. La denuncia è arrivata dal profilo Instagram di un'associazione di Milano, che ha pubblicato una foto degli agenti impegnati nell'operazione di sgombero. "Chissà se lo avessero fatto i cattivoni di centrodestra quanti titoloni sui giornali, quante richieste di spiegazioni in aula, quale macchina del fango si sarebbe azionata: invece no, se le coperte e gli effetti personali dei senzatetto decide di buttarle via il Comune di Milano a guida Pd va tutto bene", ha denunciato Silvia Sardone, consigliere comunale della Lega a Milano. Le sue parole non sono basate su semplici ipotesi, perché solo pochi anni fa accadde qualcosa di simile a Como e si scatenò l'ira funesta dei buonisti contro il sindaco lariano. "Questi ovviamente non sono che i risultati delle politiche d'accoglienza sfrenata tanto care al sindaco Sala e alla sua giunta: prima fanno arrivare chiunque a Milano poi, rendendosi conto che non c'è posto per tutti, li abbandonano agli angoli delle strade costringendoli a vite di stenti e ai limiti della legalità", ha proseguito Silvia Sardone. Quello di ieri, per il consigliere, non è altro che un "intervento spot", utile per "abbindolare i milanesi sul tema sicurezza. Peccato, però, che tutti sappiano qual è la realtà e che tra qualche settimana vedremo le aree intorno alla Centrale, e non solo, piene di bivacchi e senzatetto su giacigli di fortuna. Questa è l'ennesima figuraccia dell'amministrazione Sala che, come minimo, dovrebbe spiegare alla città la propria condotta".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

"Ci sono i centri sociali": va a vuoto il bando per un ostello alla Fabbrica del vapore. Francesca Galici il 21 Dicembre 2021 su Il Giornale. Nessuna offerta per l'assegnazione degli spazi della Fabbrica del vapore per la realizzazione di un nuovo ostello a Milano. Nel 2019, il Comune di Milano ha aperto un avviso pubblico di consultazione per la realizzazione di un ostello al secondo piano dell'edificio della Fabbrica del vapore. Il complesso è uno dei simboli dell'espansione industriale di Milano a cavallo tra il XIX e il XX secolo e con la sua struttura in stile Liberty è uno degli edifici più eleganti di quel tipo. Venne realizzata nel 1899 per ospitare i macchinari della ditta Carminati & Toselli, che operava nel settore della riparazione e vendita di materiale relativo a ferrovie e tramvie​. Oggi è un polo multifunzionale completamente riqualificato e il Comune voleva che vi sorgesse, appunto, anche un ostello. Tuttavia i piani dell'amministrazione di Milano non sono andati come si auspicava Beppe Sala.

Al 9 dicembre, termine ultimo del bando di Palazzo Marino, nessuna offerta è stata presentata. A dicembre dello scorso anno erano state approvate dalla giunta le linee di indirizzo per la realizzazione di un ostello alla Fabbrica del vapore, al secondo piano della palazzina Liberty e all'inzio del 2021 era stato pubblicato l'avviso pubblico per l'affidamento di 448 metri quadrati suddivisi su due piani. La gestione dell'impresa sarebbe stata affidata al vincitore del bando per un periodo di 9 anni.

Non c'è da stupirsi che nessuno abbia ritenuto conveniente presentarsi per provare ad averne la gestione, come sottolinea anche Silvia Sardone, consigliere comunale della Lega a Palazzo Marino. Infatti, l'esponente leghista fa notare che "quegli spazi sono occupati abusivamente dal Tempio del futuro perduto. Altro non è che un centro sociale abusivo che fa incassi in nero alla faccia dei commercianti regolari vessati dai controlli". Difficilmente un imprenditore vorrà investire capitali "finché la sinistra non abbandonerà la propria ideologia sgomberando l'immobile". Ma fino ad allora, come evidenzia la Sardone, "sarà praticamente impossibile che qualcuno si faccia avanti. Non è così strano, anzi".

La mancata assegnazione dello spazio, che avrebe dato a Milano ulteriori possibilità, è l'ennesima dimostrazione di come "la giunta Sala applichi due pesi e due misure quando di mezzo ci sono i centri sociali: la bilancia pende sempre a loro favore e questa è un'ingiustizia a cui bisogna velocemente porre fine".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

La passione dei 5 Stelle per la onlus che finanzia Hamas. Alberto Giannoni l'11 Dicembre 2021 su Il Giornale. Conto bloccato e segnalazione all'Antiriciclaggio. Sono finite sotto i riflettori le attività della «Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese», controversa «onlus» con sedi a Genova, Milano e Roma. Sulla sua home page, la «Abspp» dà notizia del conto bancario chiuso e ne indica uno postale per donazioni finalizzate all'attività benefica. Per «La Repubblica», che ieri ne ha dato notizia (titolo «Finanzia Hamas. Bloccati i conti a una Onlus genovese») si parla di rapporti di questa e altre sigle con Hamas, sezione palestinese dei Fratelli musulmani, gruppo terroristico per molti Paesi e anche per l'Ue. Il presidente dell'associazione è Mohammad Hannoun, che nel 2017 figurava fra i promotori del famoso sit-in di piazza Cavour a Milano in cui vennero scanditi anche cori jihadisti e antisemiti (fu costretto a scrivere una lettera di scuse indirizzata al prefetto). Come presidente dell'Associazione palestinesi in Italia, l'architetto Hannoun ha coltivato una serie di relazioni di alto livello, con importanti entrature a sinistra. Ha partecipato a «missioni» con politici italiani - in rete è visibile quella nei campi del Libano con l'ex 5 Stelle Alessandro Di Battista - nel settembre scorso ha incontrato alcuni deputati eletti coi 5 Stelle e nel 2019 - lo rese noto il deputato Lucio Malan (oggi Fdi) - incontrò anche il capogruppo grillino in commissione Esteri Gianluca Ferrara, insieme a Riyad Al Bustanji, figura al centro di molte controversie per aver inneggiato in un'intervista al «martirio» religioso. E a un «festival» dell'Api risulta aver partecipato un altro grillino: Manlio Di Stefano, oggi sottosegretario agli Esteri. Alberto Giannoni

Estratto dell'articolo di Massimiliano Coccia per “la Repubblica” il 10 dicembre 2021. Una banca che chiude i conti, per una serie di transazioni sospette. E la segnalazione all'Antiriciclaggio per capire cosa sta accadendo. In Italia si sono accesi i riflettori sui rapporti di alcune associazioni e Hamas, il gruppo terroristico palestinese. In particolare l'attenzione si è concentrata sulla Associazione Benefica di solidarietà con il popolo palestinese - Odv, di cui è presidente Mohammad Hannoun, architetto palestinese trapiantato a Genova, già al centro di numerose inchieste per le attività di raccolta fondi destinate alle famiglie dei kamikaze palestinesi. La sua associazione - con sedi a Genova, Milano e Roma - nonostante la denominazione "onlus", non risulta essere iscritta al registro dell'Agenzia delle entrate. Recentemente ha subito la chiusura del conto corrente bancario da UniCredit, ufficialmente "senza nessuna motivazione". In realtà, l'istituto bancario di Piazza Cordusio, ha individuato una serie di attività sospette che hanno causato la sospensione dei vincoli contrattuali e la segnalazione all'Unione di Informazione Finanziaria, che sta valutando in questi giorni i vari indici di anomalia riscontrati. Secondo indiscrezioni la massiccia movimentazione di contante, l'invio di provviste economiche a soggetti non censiti in Palestina e ad altri inseriti nelle black list delle banche dati europee, sarebbero le ragioni determinanti le misure adottate. L'Abspp Onlus, come è riscontrabile dalle attività postate sui social, svolge una importante attività di raccolta fondi: pacchi alimentari, sostegno per la scolarizzazione restano le attività principali, alle quali si aggiungono l'organizzazione di conferenze con esperti di geopolitica e di preghiere con imam noti. Un'attività per un certo periodo sotterranea - in concomitanza con l'inchiesta della Procura di Genova denominata "Collette del terrore"- che dopo il rinvio a giudizio si concluse con un nulla di fatto, soprattutto per la mancanza di elementi verificabili in territorio palestinese. Il ruolo e il prestigio di Hannoun nel corso degli anni sono cresciuti notevolmente: da qualche tempo è presidente anche dell'Associazione degli "Europei per Al-Quds", un network costituito da decine di associazioni.

Gli affari dei buonisti sui migranti. Gian Micalessin l'11 Dicembre 2021 su Il Giornale. L'ex braccio destro di Veltroni coinvolto nello scandalo al Cara di Mineo. L'ex sindaco eroe di Riace sta scontando 13 anni. La scoperta della rete per lo sfruttamento dei migranti che coinvolge una società agricola amministrata dalla moglie di Michele Di Bari, responsabile del Dipartimento Immigrazione del ministero degli Interni è un caso politicamente abnorme. E ci fa capire di quali coperture godano gli sporchissimi affari improntati ad un umanitarismo spicciolo e ad un'idea di accoglienza assai pelosa. Affari capaci di metter d'accordo politici di sinistra, preti progressisti e spregiudicati uomini d'affari. Un'associazione a delinquere politicamente corretta e consapevole che i «migranti rendono più della droga». Non a caso uno dei precedenti più simile al caso venuto alla luce ieri riguardava Luca Odevaine. Ex componente del «Tavolo di coordinamento nazionale sui migranti» del Viminale ed ex braccio destro di Walter Veltroni al Comune di Roma, Odevaine è stato condannato sia nell'ambito dell'inchiesta Mafia Capitale, sia in quella sugli appalti per la gestione del Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Mineo. Prima della chiusura, imposta nel 2019 dal ministro degli Interni Matteo Salvini, il Cara di Mineo era - con i suoi 2500 migranti - il più grande centro d'accoglienza d'Europa. Una fonte di reddito inesauribile non solo per Odevaine, ma per tanti altri esponenti politici. Un altro precedente esemplare è venuto alla luce in quel di Locri grazie alle inchieste che si sono concluse con la condanna a 13 anni dell'ex sindaco Mimmo Lucano. Per i radical chic nostrani e la gauche caviar internazionale, quel sindaco rappresentava un'autentica icona. Le sue gesta ispirarono un film di Wim Wenders e gli garantirono le lodi di Fortune la rivista che nel 2016 lo piazzò al 40mo posto nella classifica dei migliori sindaci del mondo. Eppure dietro tanta fama si nascondeva, secondo i giudici, un'intensa attività criminale spaziata dalla truffa al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Lucano oltre a falsificare sistematicamente i rendiconti riuscì a distrarre 2,4 milioni di euro per l'acquisto e l'arredo di tre case e frantoi. Senza contare quei «prelievi in contanti» per più di 531mila euro serviti, tra l'altro, a finanziare un viaggio di piacere in Argentina.

A molti preti sostenitori dell'accoglienza indiscriminata non è andata meglio. A Bergamo un'inchiesta della magistratura, chiusasi a metà 2020, ha visto indagati per truffa e altri reati preti e sacerdoti considerati, fino a quel momento, i paladini del buon cuore. A guidare le operazioni c'era Don Claudio Visconti, uno stimato ex-direttore della Caritas di Bergamo che invece dei pani e dei pesci preferiva moltiplicare i rimborsi richiesti alla prefettura per i servizi resi ai «fratelli» migranti. Un'attività assai remunerativa condotta grazie all'apporto di varie organizzazioni capeggiate, tra gli altri, da padre Antonio Zanotti, il fondatore della Cooperativa «Rinnovamento» accusato, nel 2018, di violenza sessuale su un migrante minorenne. Il tutto sotto gli occhi stupiti del sindaco progressista Giorgio Gori che, a Natale 2019, aveva premiato con una medaglia d'oro per la benemerenza e l'impegno a favore degli immigrati il Superiore del Patronato San Vincenzo don Davide Rota finito indagato per sfruttamento del lavoro degli stranieri. «Noi li vediamo - aveva detto Gori consegnando la medaglia a don Davide Rota - come stelle nel cielo della nostra città...come comete che ci invitano a metterci in cammino con fiducia e buona volontà». Comete che, caduto il velo del buonismo, si sono rivelate grigie stelle cadenti.

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e alla Siria passando per le guerre della Ex Jugoslavia, del Sud Est asiatico, dell’Africa edell’America centrale. Oltre agli articoli per “Il Giornale” – per cui lavoro dal 1988 – ho scritto per le più importanti testate nazionali ed internazionali (Panorama, Corriere della Sera,Liberation, Der Spiegel, El Mundo, L’Express, Far Eastern Economic Review). Sono anche documentarista ed autore televisivo. I miei reportage e documentari sono stati trasmessi dai più importanti network nazionali ed internazionali (Cbs, Nbc, Channel 4, France 2, Tf1, Ndr, Tsi, Canale 5, Rai 1, Rai2, Mtv). Ho diretto i video giornalisti di “SeiMilano” la tv che ha lanciato il videogiornalismo in Italia. Ho lavorato come autore e regista alle prime puntate de “La Macchina del Tempo” di Mediaset. Ho lavorato come autore di “Pianeta7”, un programma di reportage esteri de “La 7”. Nel 2011 ho vinto il “Premio Ilaria Alpi” per il miglior documentario con un film prodotto da Mtv sulla rivolta dei giovani di Bengasi in Libia. Nel 2012 ho vinto il premio giornalistico Enzo Baldoni della Provincia di Milano.

Immigrazione, Alessandro Sallusti: "L'indagine per caporalato? E' la sconfitta dei Saviano". Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano l'11 dicembre 2021. L'inchiesta di Foggia sullo sfruttamento dei clandestini, che arriva addirittura a lambire il Viminale - si è dimesso il braccio destro della ministra Lamorgese responsabile della gestione dell'immigrazione - al di là delle responsabilità penali che dovranno essere accertate arriva poche settimane dopo la pesante condanna (13 anni in primo grado) a Mimmo Lucano, il sindaco di Riace tanto amato dalla sinistra che aveva trasformato l'accoglienza in un business illegale. Bisognerebbe che da Saviano in giù, ma anche di lato verso Gad Lerner e amici suoi, si prendesse atto che da una illegalità - gli sbarchi di clandestini - non possono che nascere altre illegalità. Non è questione di essere o no solidali - chi non lo è nel principio? - e neppure amici o avversari di Matteo Salvini, leader della linea dura. La questione è assai più banale: i fenomeni complessi, quale è l'immigrazione, o li governa lo Stato oppure sfuggono di mano e aggiungono danno a danno, ingiustizie a ingiustizie. Oggi il problema è che il tema dell'immigrazione non è nell'agenda del governo Draghi, troppo divisivo per l'attuale maggioranza e forse anche troppo lontano dalle sensibilità prevalenti e dalle priorità del premier. Capiamo, ma prima o poi qualcosa bisognerà dire e soprattutto fare. Non solo decidere chi e come può essere accolto ma anche di conseguenza chi e come dovrà farsi carico di gestire civilmente e legalmente questa massa, grande o piccola che sia, di disperati. Altrimenti il rischio è quello di fermarci, e dividerci come tifoserie da stadio, sulla prima parte del problema come fanno Saviano e soci, cioè se per motivi umanitari le nostre frontiere devono restare aperte (loro sono per il sì) a chiunque voglia varcarle. Dibattito interessante, ma inconcludente. Saviano, come tutti gli intellettuali, infatti non affronta mai la fase due cioè dove sono gli uomini, le risorse e i progetti che permettono e garantiscono un percorso di legalità oltre che di civiltà. Facile così, parole in libertà come quelle dei maestri della libertà, e della bontà, di non vaccinarsi che però non si preoccupano di spiegarci cosa dovrebbe succedere, chi dovrebbe fare e cosa, quando un mattino ti alzi e non respiri più. Ecco, quelli alla Saviano sono dei negazionisti dell'immigrazione e soprattutto del buon senso.

IL COLMO PER IL CAPO DEL DIPARTIMENTO PER L’IMMIGRAZIONE DEL VIMINALE: AVERE LA MOGLIE INDAGATA PER CAPORALATO.

(ANSA il 10 dicembre 2021) - La moglie del capo del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale, Michele di Bari, è tra le 16 persone indagate in un'inchiesta per caporalato dei Carabinieri e della procura di Foggia che ha portato all'arresto di cinque persone, due delle quali in carcere. In carcere sono finiti due cittadini stranieri, un senegalese e un gambiano, mentre nei confronti degli altri tre arrestati da parte dei carabinieri sono stati disposti i domiciliari. Per gli altri 11 indagati, tra i quali appunto la moglie del prefetto Di Bari, è scattato l'obbligo di firma. L'indagine, che ha interessato attività comprese tra luglio ed ottobre 2020, ha portato anche ad una verifica giudiziaria su oltre dieci aziende agricole riconducibili ad alcuni degli indagati

(ANSA il 10 dicembre 2021) - La moglie del prefetto di Bari impiegava nella sua azienda "manodopera costituita da decine di lavoratori di varie etnie" per la coltivazione dei campi "sottoponendo i predetti lavoratori alle condizioni di sfruttamento" desumibili "anche dalla condizioni di lavoro (retributive, di igiene, di sicurezza, di salubrità del luogo di lavoro) e approfittando del loro stato di bisogno derivante dalle condizioni di vita precarie". Lo scrive il Gip del tribunale di Foggia nell'ordinanza nei confronti degli indagati per l'inchiesta sul caporalato. Rosalba Livrerio Bisceglia, moglie del prefetto Michele di Bari, "è consapevole delle modalità delle condotta di reclutamento e sfruttamento". Lo scrive il gip di Foggia nell'ordinanza che ha portato 16 persone nel registro degli indagati per caporalato nel Foggiano. Tra di esse anche Livrerio Bisceglie. (ANSA).

(ANSA il 10 dicembre 2021) - La moglie dell'ex capo del Dipartimento di immigrazione del Viminale Michele di Bari trattava direttamente con Bakary Saidy, uno dei due caporali finiti in carcere nell'inchiesta di Foggia. E' quanto emerge dall'ordinanza del Gip nella quale si legge che Saidy portava nei campi i braccianti dopo averli reclutati "in seguito alla richiesta di manodopera avanzata da Livrerio Bisceglia, che comunicava telefonicamente il numero di lavoratori necessari sui campi". Lavoratori "assunti tramite documenti forniti dal Saidy" che per questo "riceveva il compenso da Livrerio Bisceglia". "Porta da Nico tutti i documenti. Devi portare prima perché così io devo fare ingaggi... e poi il giorno dopo iniziate a lavorare". E' quanto afferma Rosalba Bisceglie Livrerio rivolgendosi al "caporale" Bakari Saidy in una intercettazione citata dal gip nell'ordinanza di custodia cautelare. "Sbarchi clandestini raddoppiati, 100.000 arrivi negli ultimi due anni, un'Europa su questo tema assente e lontana. E oggi le dimissioni del capo dipartimento dell'Immigrazione. Disastro al Viminale, il ministro riferisca immediatamente in Parlamento". Così riferiscono fonti della Lega in una nota. Non basta che il capo del dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione del Viminale si dimetta dal proprio incarico. Dopo anni di continue criticità, serve una vera svolta per mettere la parola fine alla scandalosa gestione dei dossier in capo al ministero dell'Interno che ha in Lamorgese la principale responsabile. Dall'immigrazione alla sicurezza, gli errori e la superficialità del ministro evidentemente riguardano anche gli uomini da lei confermati in ruoli chiave per la gestione del dicastero. Lamorgese si dimetta o sia il presidente del Consiglio Draghi a rimuoverla quanto prima". Lo dichiara il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida.

Dai campi ai cantieri del Nord: il caporalato allarga i confini. Marco Patucchi su La Repubblica l'11 Dicembre 2021. Gli abusi sui lavoratori si estendono nelle aree più ricche del Paese: irregolarità nel 78% delle aziende monitorate con punte nelle regioni centrali e settentrionali. In due anni controlli quintuplicati, 6.594 le vittime accertate. Nel Milanese i “caporali” lavorano in doppiopetto e chiamano gli operai edili con whatsapp. Caporalato: “basta la parola”, parafrasando uno spot pubblicitario di altri tempi, e nell’immaginario degli italiani scattano i fotogrammi dei raccoglitori di pomodori sfruttati nel Sud come gli schiavi dei secoli passati. Così come lo stereotipo dei tentacoli delle mafie. Ma è solo una rappresentazione convenzionale, utile certo a denunciare il fenomeno, non sufficiente però a raccontare l’estensione e la complessità dell’emergenza.

Quel prefetto che vede reati ovunque tranne che in casa sua…La moglie del prefetto di ferro antindrangheta è indagata. Per noi vale la presunzione di non colpevolezza. Ma qualche domanda ce la facciamo...Ilario Ammendolia su Il Dubbio l'11 dicembre 2021. Credo di aver visto per la prima volta il prefetto Michele Di Bari a Roccella Jonica in occasione della presentazione d’un libro del dottor Nicola Gratteri e del prof Antonio Nicaso. Sembrava impegnato a fare gli onori di casa. E non poteva mancare data la sua “fama” di “Antimafioso” a 24 carati e custode della legalità. Negli anni della sua permanenza in Calabria, come prefetto a Reggio, si è mosso come fosse lo sparviero dello Stretto, capace di scorgere da lontano ogni tentativo della ndrangheta di infiltrarsi nei Comuni o nelle imprese. Non a caso ha chiesto ed ottenuto decine di scioglimenti di consigli comunali democraticamente eletti anche a costo di devastare la fragile democrazia calabrese.

Inoltre ha emesso centinaia e centinaia di interdittive contro le imprese. In proporzione ed in assoluto più che in qualsiasi altra parte d’Italia. Un massacro nel debolissimo tessuto economico dell’estremo Sud.

Ma il suo capolavoro è stato e rimarrà la distruzione del “modello Riace” dove le rigorose ispezioni ordinate dal prefetto di ferro hanno messo alla sbarra il sindaco Mimmo Lucano, trattato come il peggiore dei malfattori.

Forse per tale merito il prefetto Di Bari è stato promosso e trasferito al Ministero dell’Interno come responsabile nazionale del dipartimento immigrazione.

Nel momento di andar via da Reggio, con l’occhio rivolto ai posteri, il dottor Di Bari ha dato alle stampe un libro: “Prefetto in terra di ndrangheta”. Più o meno come aveva fatto Conrad pubblicando “Cuore di Tenebra” dopo un viaggio tra i cannibali.

Ora succede che la moglie del prefetto sia coinvolta in un’inchiesta giudiziaria con per una brutta vicenda legata allo sfruttamento degli immigrati.

Noi la consideriamo innocente e tale resterà per noi sino alla conclusione della vicenda. Ed anche oltre. Anzi saremmo disponibili a collocarci al suo fianco qualora fossero lesi i sui diritti con provvedimenti di giustizia sommaria e preventiva ed infatti riteniamo inutilmente afflittiva la misura che le impone l’obbligo di firma.

Se le accuse fossero vere, però, sarebbe ben strano che un prefetto dotato di un tale fiuto poliziesco in grado di vedere reati e ndrangheta ovunque, anche a chilometri di distanza, non sia stato capace di guardare bene tra le pareti di casi.

Il prefetto scelto da Salvini che sollevò il caso Riace. Giuliano Foschini e Fabio Tonaccici su La Repubblica il 10 Dicembre 2021. Michele Di Bari: "Sono un uomo delle istituzioni e mi pare giusto fare un passo indietro per coerenza, anche se sono certo che si tratti solo di un equivoco".

Prefetto, che succede?

«Ma niente…»

Beh, insomma, sua moglie Rosalba Livrerio Bisceglia è indagata a Foggia per sfruttamento di migranti e caporalato. L’azienda è sotto amministrazione giudiziaria.

«E infatti ho appena comunicato alla ministra Lamorgese le mie dimissioni dal Dipartimento per l’Immigrazione. Sono un uomo delle istituzioni e mi pare giusto farlo per coerenza, anche se sono certo che si tratti di un equivoco».

Sa quanti migranti hanno lavorato con l’azienda cerealicola di sua moglie?

«Non lo so, ma pochi, era l’anno scorso, per il raccolto dell’uva… tra l’altro per ognuno c’è un iban pagato al lavoratore, ci sono le distinte dei bonifici.

Caporalato, indagata la moglie del prefetto Michele Di Bari, autore della circolare contro lo sfruttamento lavorativo. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 10 dicembre 2021. Mercoledì primo dicembre aveva inviato a tutti i prefetti d’Italia una circolare in cui richiamava l’attenzione sul «Protocollo d’intesa per la prevenzione e il contrasto dello sfruttamento lavorativo in agricoltura e il caporalato», siglato in estate tra i ministeri dell’Interno, del Lavoro e delle Politiche agricole, per ricordare alle «signorie Loro» che c’erano finanziamenti disponibili su un apposito fondo e che altri se ne potevano programmare per i prossimi sette anni; confermando dunque «il sostegno alle iniziative in tema di lotta al caporalato, per l’erogazione di servizi e azioni utili a una migliore gestione del fenomeno». Firmato: prefetto Michele Di Bari, capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. Ventiquattr’ore prima, il 30 novembre, la giudice di Foggia Margherita Grippo, aveva sottoscritto l’ordinanza in cui afferma che Rosalba Livrerio Bisceglia, moglie di Di Bari, trattava direttamente con il «caporale» gambiano Bakary Saidy, arrestato ieri, ed era «consapevole delle modalità di reclutamento e sfruttamento» da lui praticate. Un’accusa tutta da dimostrare, ma accompagnata dall’obbligo di dimora per l’imprenditrice e sufficiente a mettere in imbarazzo il prefetto. Il quale, avvertito ieri mattina dalla moglie della visita dei carabinieri nella sua casa in Puglia, ha subito informato la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, comunicandole la decisione di presentare le dimissioni. Subito accettate dal ministro. Per una questione di opportunità, indipendente dal marito dell’indagine sulla donna. Nella lettera con cui ha ufficializzato la sua scelta Di Bari si dice certo che la moglie sia estranea ai fatti contestati, avendo sempre «assunto comportamenti improntati al rispetto della legalità», guardando con fiducia a ciò che la magistratura potrà accertare. Tuttavia ritiene doveroso il passo indietro dal suo incarico per motivi di «lealtà e trasparenza». La ministra era stata informata la sera prima dai vertici dell’Arma dell'imminente operazione, ma ha semplicemente atteso la mossa del prefetto. Consapevole che la vicenda avrebbe scatenato un nuovo temporale sul suo ministero. Puntualmente arrivato con le dichiarazioni dei leader di centro-destra (da Salvini a Meloni) e in questo caso pure dalla sinistra di Leu, memore delle ispezioni che la prefettura di Reggio Calabria, all’epoca retta proprio da Di Bari, misero in crisi l’immagine di Mimmo Lucano, il sindaco di Riace poi arrestato e condannato per i suoi metodi di accoglienza dei migranti. Tuttavia stavolta al Viminale pensano di avere un ombrello sufficientemente largo per proteggersi. Perché dell’indagine di Foggia Lamorgese non sapeva nulla prima dell’altra sera; e perché la nomina di Di Bari al vertice del Dipartimento Immigrazione non fu una scelta sua ma del suo predecessore: Matteo Salvini. Che lo propose al Consiglio dei ministri del 30 aprile 2019, prelevandolo proprio da Reggio Calabria, dove evidentemente ne aveva apprezzato il lavoro. Un anno e mezzo dopo, approdata al ministero, Lamorgese lo confermò nell’incarico. Un posto strategico, nella gestione del Viminale, e delicato. Basti pensare ai numeri dei migranti e alla situazione che Di Bari ha dovuto affrontare con la pandemia; è lui, ad esempio, l’ideatore e il «soggetto attuatore» delle navi-quarantena con cui s’è cercato di evitare pericoli sanitari connessi agli arrivi dall’Africa del Nord, di nuovo in aumento. Oltre al contrasto al fenomeno del caporalato, di cui Di Bari si occupa per competenza e come membro della Consulta istituita a ottobre dalla ministra e presieduta dal suo predecessore leghista Roberto Maroni. Il quale ieri ha preferito non commentare la vicenda, limitandosi a dire che «il prefetto avrà controllato bene la posizione dell’azienda della moglie, dal momento che molte imprese in Puglia sono soggette a questo fenomeno». Ma di là del merito dell’inchiesta, resta il problema di immagine e di opportunità è balzato immediatamente agli occhi di tutti. Non solo al Viminale, forse anche in Vaticano, dove Di Bari conta su entrature e ruoli importanti. È consigliere di amministrazione di Casa sollievo della sofferenza, l’ospedale di Pietralcina legato all’Opera di padre Pio e alla Santa Sede. E quando nel 2019 fu messo a capo del Dipartimento, sul profilo facebook dall’ospedale è comparso questo messaggio: «La sua nomina, oltre a riconoscere le sue elevate doti professionali, onora anche tutto il territorio garganico. Congratulazioni!». Un annuncio corredato dalla foto di Di Bari che incontra e stringe le mani a papa Francesco sorridente. Proprio ieri il pontefice è tornato a parlare contro il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori nell’agricoltura: «Quanti braccianti sono, scusatemi la parola, “usati” per la raccolta dei frutti o delle verdure, e poi pagati miserabilmente e cacciati via, senza alcuna protezione sociale? Negare i diritti fondamentali, il diritto a una vita dignitosa, a cure fisiche, psicologiche e spirituali, a un salario giusto significa negare la dignità umana». Nemmeno queste parole hanno un legame diretto con l’indagine in cui è rimasta coinvolta la moglie del prefetto, ma è un’altra sfortunata coincidenza.

Carlo Vulpio per il “Corriere della Sera” l'11 dicembre 2021. I neri che lavorano come schiavi per quattro soldi pagati in nero. Le fotocopie di assegni mai versati ma compilati solo per eludere i controlli. Le buste paga fasulle come i certificati medici per visite mai effettuate. Gli incontri clandestini nelle stazioni ferroviarie e nei distributori di carburante tra i datori di lavoro e i caporali per i pagamenti delle misere paghe in contanti spettanti agli schiavi. La vita stentata nei ghetti dai nomi tristemente noti da trent' anni, come il mussoliniano Borgo Mezzanone, frazione di Manfredonia: un sobborgo africano non tanto per gli africani alloggiati nelle baracche, quanto per le condizioni dei luoghi, che, tra rifiuti e strade sfondate come fossero state bombardate, gli amministratori e i poteri pubblici hanno abbandonato a sé stessi. C'è tutto questo nell'inchiesta «Terra Rossa» della procura di Foggia e dei carabinieri del Nil (Nucleo ispettorato del lavoro) di Manfredonia. Ma non è una novità. Tutto questo, qui, c'è sempre stato. E non è bastata nemmeno la clamorosa rivolta di un altro ghetto, quello di Rignano Garganico - marzo 2017 -, con incendi delle baraccopoli e braccianti immigrati sbandati come quelli di Uomini e topi di John Steinbeck, cento anni fa. I risultati dell'inchiesta, condotta da luglio a ottobre dell'anno scorso, sono alla base dell'ordinanza del gip di Foggia, Margherita Grippo, che vede sedici persone indagate per sfruttamento del lavoro e intermediazione illegale di manodopera e dieci aziende agricole sottoposte a controllo giudiziario, cioè un'amministrazione controllata per un periodo di un anno. Dei sedici indagati, due sono finiti in carcere (i caporali neri Bakary Saidy e Kalifa Bayo), tre agli arresti domiciliari (gli imprenditori bianchi Michele Boccia, Emanuele Tonti e Vincenzo De Rosa) e a undici è stata applicata la misura dell'obbligo di dimora. Cinque milioni di euro il volume di affari calcolato, sulla pelle di braccianti istruiti dai caporali a mentire sulla retribuzione: dovevano dire di percepire 65 euro al giorno per 7 ore di lavoro, invece non ne guadagnavano più di 35 per 10 ore, che diventavano 25 perché 5 euro dovevano essere versati per il trasporto e 5 per la intermediazione. Il clamore suscitato da «Terra Rossa» è tuttavia dovuto non a un sussulto umanitario collettivo, ma al coinvolgimento nell'inchiesta di Rosalba Livrerio Bisceglia, che è moglie di Michele Di Bari, capo dipartimento Immigrazione e libertà civili del ministero dell'Interno, ed è una imprenditrice agricola. La Bisceglia, con le sorelle Antonella e Maria Cristina, conduce l'azienda di famiglia «Sorelle Bisceglia», un nome che nell'agricoltura della Capitanata e del Gargano (uliveti, frutteti, frantoi oleari, l'agriturismo «Giorgio»), e a Mattinata, paese del prefetto Di Bari, è «una istituzione». Le accuse nei confronti della «moglie del prefetto» sono pesanti: sarebbe stata lei a trattare direttamente con i caporali e con il «sorvegliante» dei campi, Matteo Bisceglia, e a occuparsi delle buste paga fasulle (Matteo Bisceglia lo dice al telefono con Saidy: «Guarda che delle buste paga si occupa la signora»). E questo mentre la carriera di suo marito - per otto anni prefetto vicario di Foggia - procedeva spedita fino all'attuale carica e all'assegnazione di un compito delicato: trasformare l'inferno di Borgo Mezzanone, da cui provengono i braccianti sfruttati, compresi quelli dell'azienda «Sorelle Bisceglia», in una cittadella dell'accoglienza. Valore dei lavori: 3,5 milioni di euro, 150 mila dei quali erogati dal dipartimento di Di Bari. Inizio dei lavori: mai cominciati, causa Covid, nonostante la pomposa dicitura «Piano d'azione per l'integrazione e l'inclusione 2021-2027». 

Blitz anti-caporalato dei Carabinieri a Foggia: indagata anche la moglie del direttore Dipartimento Immigrazione del Ministero dell’Interno. Il Corriere del Giorno il 10 Dicembre 2021. Il Viminale ha comunicato che il prefetto Di Bari “ha rassegnato le proprie dimissioni” a seguito dell’inchiesta della procura di Foggia in cui è indagata la donna. La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha reso noto di aver accettato la richiesta di dimissioni. L’operazione denominata “Terra Rossa” è stata condotta nella mattinata odierna nel Foggiano dai Carabinieri del Nil e della Compagnia CC di Manfredonia. Tra le 16 persone colpite dall’ordinanza di misura cautelare due sono cittadini stranieri, Bakary Saidy originario del Gambia e Kalifa Bayo originario del Senegal sono finiti in carcere. Vincenzo De Rosa di Troia, Emanuele Tonti di Foggia e Michele Boccia nato a Nola ma residente a San Giuseppe Vesuviano sono state poste ai domiciliari. Per tutti le accuse sono di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Nei confronti di altri 11 indagati è scattato l’obbligo di presentazione per due volte a settimana presso i Carabinieri e obbligo di dimora nel comune di residenze per Giovanni e Christian Santoro, per Sergio Vitto di Conversano e per Alessandro Santoro di Trinitapoli. Residenti a Foggia gli indagati Alfonso e Giuseppe Calabrese, Saverio Scarpiello di 48 anni. Fra gli indagati compaiono Mario Borrelli nato a San Giorgio in Molara, Rosalba Livrerio Bisceglia nata a Manfredonia e residente a Foggia, Matteo Bisceglia nato a Monte Sant’Angelo ma residente a Manfredonia e Vincenzo Ciuffreda di Monte Sant’Angelo e residente a Foggia. 

Avrebbero utilizzato come manodopera decine di lavoratori africani, per coltivare terreni agricoli di dieci aziende della Capitanata, in condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno derivante dalle condizioni di vita precarie e dalla circostanza che essi dimoravano presso baracche e ruderi fatiscenti della baraccopoli dell’ “ex pista” di Borgo Mezzanone. Tra tra gli indagati compare anche Rosalba Livriero Bisceglia, 55anni socia amministratrice di una delle aziende coinvolte nell’inchiesta, che è la moglie del prefetto Michele Di Bari, 62 anni, capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno, che in passato è stato prefetto a Vibo Valentia, Modena e Reggio Calabria e viceprefetto a Foggia. “La moglie del prefetto di Bari impiegava nella sua azienda manodopera costituita da decine di lavoratori di varie etnie per la coltivazione dei campi sottoponendo i predetti lavoratori alle condizioni di sfruttamento desumibili anche dalla condizioni di lavoro (retributive, di igiene, di sicurezza, di salubrità del luogo di lavoro) e approfittando del loro stato di bisogno derivante dalle condizioni di vita precarie” scrive il Gip del Tribunale di Foggia nell’ordinanza nei confronti degli indagati .

Il Viminale ha comunicato che il prefetto Di Bari “ha rassegnato le proprie dimissioni” a seguito dell’inchiesta della procura di Foggia in cui è indagata la donna. La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha reso noto di aver accettato la richiesta di dimissioni. Il prefetto ha così motivato la sua decisione: “In relazione alle notizie di stampa, desidero precisare che sono dispiaciuto moltissimo per mia moglie che ha sempre assunto comportamenti improntati al rispetto della legalità. Mia moglie, insieme a me, nutre completa fiducia nella magistratura ed è certa della sua totale estraneità ai fatti contestati”.

L’indagine che si è svolta nel periodo intercorso tra luglio e ottobre del 2020. Durante le indagini è stata richiesta l’assoggettamento al controllo giudiziario di dieci aziende agricole riconducibili ad alcune delle persone coinvolte nell’operazione di oggi.  Gli inquirenti avrebbero scoperto ed accertato che un cittadino gambiano di 33 anni – già coinvolto in una operazione anti caporalato nei mesi scorsi -, affiancato da un senegalese di 32 anni, anch’egli domiciliato nell’ex pista, svolgeva il ruolo di “anello di congiunzione” tra i rappresentanti delle dieci aziende agricole del territorio ed i braccianti.

Nell’ordinanza del gip emerge inoltre che Rosalba Bisceglia moglie dell’ormai ex capo del Dipartimento di immigrazione del Viminale, trattava direttamente con Bakary Saidy, uno dei due caporali finiti in carcere nell’inchiesta di Foggia. Nell’ordinanza si legge che Saidy portava nei campi i braccianti dopo averli reclutati “in seguito alla richiesta di manodopera avanzata dalla Livrerio Bisceglia, che comunicava telefonicamente il numero di lavoratori necessari sui campi”. Lavoratori che venivano “assunti tramite documenti forniti dal Saidy che per questo «riceveva il compenso da Livrerio Bisceglia”. Rosalba Livrerio Bisceglie in una intercettazione citata dal gip nell’ordinanza di custodia cautelare rivolgendosi al «caporale» Bakari Saidy gli diceva: “Porta da Nico tutti i documenti. Devi portare prima perché così io devo fare ingaggi… e poi il giorno dopo iniziate a lavorare”.

Alla richiesta delle aziende agricole di braccia di lavoro i due extracomunitari reclutavano i braccianti all’interno della baraccopoli, provvedendo al loro trasporto presso i terreni. Gli stessi extracomunitari che sorvegliavano i braccianti durante il lavoro, pretendendo da ognuno di loro 5 euro per il trasporto e altre 5 euro per avergli trovato un lavoro. Nelle indagini è merso che l’extracomunitario del Gambia si occupava anche di impartire le direttive ai braccianti sulle modalità di comportamento sul posto di lavoro in caso di possibili ispezioni da parte dei Carabinieri. I “caporali” extracomunitari, insieme ai titolari e soci delle aziende avevano messo in piedi un apparato, definito dagli inquirenti “quasi perfetto”, che spaziava dall’individuazione della forza lavoro necessaria per la lavorazione dei campi, al reclutamento della stessa, arrivando al sistema di pagamento.

La retribuzione agli operai era notevolmente lontana ed inferiore da quella prevista dal contratto nazionale del lavoro, nonché dalla tabella paga per gli operai agricoli a tempo determinato della provincia di Foggia. Le buste paga verificate, non. sono risultate veritiere, in quanto all’interno delle stesse venivano indicate un numero di giornate lavorative inferiori a quelle realmente prestate dai lavoratori, senza tener conto dei riposi e delle altre giornate di ferie spettanti. I lavoratori, tra l’altro, non erano stati neanche sottoposti alla prevista visita medica. Il gip del tribunale di Foggia ha anche disposto il controllo di dieci aziende agricole, riconducibili a 10 dei soggetti colpiti da misura cautelare. Il volume d’affari delle aziende coinvolte nell’inchiesta secondo gli inquirenti era di circa 5 milioni di euro.

Rosalba Livrerio Bisceglia, scrive il gip di Foggia nell’ordinanza “è consapevole delle modalità delle condotta di reclutamento e sfruttamento”. che aggiunge. “È emerso che la Livrerio Bisceglia ha impiegato per oltre un mese braccianti reclutati dal Saidy al quale ella si è rivolta direttamenteI Il magistrato aggiunge che la donna, “è consapevole delle modalità delle condotta di reclutamento e sfruttamento, nella misura in cui si rivolge ad un soggetto, quale il Saidy, di cui non può non conoscersi il modus operandi”.

La moglie del prefetto Michele di Bari, continua il documento, “dispone del numero di telefono del Saidy e chiama costui personalmente, si preoccupa, dopo i controlli, di compilare le buste paga, chiama Saidy e non i singoli braccianti per dirgli come e perché si vede costretta a pagare con modalità tracciabili e concorda, tramite Bisceglia Matteo (un altro degli indagato, ndr), che l’importo della retribuzione sarà superiore a quella spettante e che Saidy potrà utilizzare la differenza per pagare un sesto operaio che, evidentemente, ha operato in nero“.

In particolare, viene evidenziato che “i dialoghi sulle modalità di pagamento (successivi all’attività di controllo) costituiscono dati univoci del ruolo attivo dei Bisceglia nella condotta illecita di impiego ed utilizzazione della manodopera reclutata dal Saidy, in quanto rivelano una preoccupazione ed una attenzione per la regolarità dell’impiego della manodopera solo successiva ai controlli”. “Ci sentiamo…domani mattina noi andiamo in banca perché l’Ispettore del Lavoro mi ha detto che non posso fare in altro modo….non posso dare soldi in contanti..perché c’è stata anche l’ispezione… quindi.. vabbene…”. riporta una intercettazione tra Rosalba Bisceglie Livrerio e il «caporale» Bakari Saidy in una intercettazione citata dal gip nell’ordinanza di custodia cautelare. Dialogo aggiunge il gip che nasce “dal tentativo di mettersi d’accordo su come pagare un bracciante che non disponeva di Iban”.

Foggia, blitz anti-caporalato: moglie del prefetto indagata "Sapeva dello sfruttamento". Patricia Tagliaferri l'11 Dicembre 2021 su Il Giornale. Rosalba Bisceglia è accusata di aver usato la manodopera. Si dimette il marito, capo del settore Immigrati del Viminale.

Trattati come schiavi, piegati a raccogliere pomodori nei campi anche 13 ore al giorno per pochi spicci e costretti a vivere in condizioni precarie nella baraccopoli di Borgo Mezzanone, a Manfredonia. Vittime dei caporali e di imprenditori senza scrupoli. Tra questi, secondo la Procura di Foggia, anche la moglie del prefetto e capo del Dipartimento per l'immigrazione del ministero dell'Interno, Michele di Bari, che si è subito dimesso. Un blitz scattato lo stesso giorno in cui Papa Francesco si è scagliato contro il caporalato.

Rosalba Bisceglia, indagata con obbligo di firma e di dimora in quanto socia e amministratrice di una delle aziende coinvolte, è accusata di aver utilizzato manodopera procurata dai caporali. Per i pm era «consapevole delle modalità di reclutamento» e delle «condizioni di sfruttamento» a cui venivano sottoposti i braccianti approfittando del «loro stato di bisogno». Con lei sono finiti nei guai i titolari di altre nove imprese, con un volume di affari complessivo di 5 milioni di euro l'anno. Sottoposti a misura cautelare in carcere Kalifa Bayo, senegalese di 32 anni, e Saidy Bakary, gambiano di 33 anni, considerati i mediatori tra le aziende e gli immigrati. Per tre persone il gip ha disposto gli arresti domiciliari, altre 11 sono indagate. Le accuse sono di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

Le indagini, partite dalla situazione di radicata illegalità nelle campagne del foggiano e condotte da luglio a ottobre 2020, hanno portato alla luce un sistema di reclutamento della manodopera: le aziende cercavano forza lavoro e i due extracomunitari si attivavano per cercare i braccianti nella baraccopoli. Provvedevano anche al loro trasporto presso i terreni e a sorvegliarli durante il lavoro. Compiti per i quali pretendevano da ognuno 5 euro per il passaggio e altri 5 per l'attività di intermediazione. In cambio di un salario da fame, come risulta da un'intercettazione tra un caporale e un lavoratore. La paga? «Trentacinque euro al giorno per 6 ore». «Palesemente difforme - scrive il gip - alle tabelle del contratto collettivo nazionale che prevede una somma netta di euro 50.05 per 6.30 ore di lavoro». Il gambiano si occupava anche di dare specifiche direttive ai braccianti sulle modalità di comportamento in caso di ispezione da parte dei carabinieri. Un apparato «quasi perfetto», per i magistrati, che andava dal reclutamento al sistema di pagamento, con buste paga non veritiere, che indicavano un numero di giornate lavorative inferiori a quelle prestate, senza riposi e ferie.

La Procura ritiene che la moglie del dirigente del Viminale non potesse non conoscere il modus operandi del gambiano al quale si era rivolta per trovare i lavoratori. Lo avrebbe fatto per oltre un mese: comunicava il numero degli extracomunitari che le servivano e li assumeva grazie ai documenti forniti dallo stesso caporale. «Porta i documenti e il giorno dopo lavorate», dice in un'intercettazione. Solo dopo i controlli avrebbe mostrato «preoccupazione e attenzione per la regolarità dell'impiego della manodopera». Il suo legale, Gianluca Ursitti, è certo che sarà tutto spiegato: «I fatti, peraltro circoscritti nel tempo e nella consistenza, saranno al più presto chiariti nelle sedi competenti». Patricia Tagliaferri

Moglie indagata. Si dimette capo immigrazione del Viminale. Francesca Galici il 10 Dicembre 2021 su Il Giornale. 16 indagati dai carabinieri nell'ambito di in un'indagine contro il caporalato a Foggia: tra loro la moglie di un alto funzionario del Viminale. Blitz delle forze dell'ordine a Manfredonia e in altri comuni della provincia di Foggia. La moglie del capo del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale, Michele di Bari, è tra le persone indagate dai carabinieri nel corso di un'indagine per caporalato. Cinque persone sono state arrestate e due di loro, extracomunitari, sono state tradotte in carcere. Di Bari ha già rassegnato le sue dimissioni dall'incarico al ministero degli Interni.

Le forze dell'ordine hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di 16 persone (due in carcere, tre ai domiciliari e undici tra obblighi di dimora e obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria), tra cui anche la moglie di Di Bari. Per tutti le accuse sono di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Nel corso delle indagini, da luglio a ottobre 2020, gli inquirenti avrebbero scoperto un sistema di selezione, reclutamento, utilizzo e pagamento della manodopera messo in piedi dai caporali e proprietari delle aziende. Il ministro Luciana Lamorgese ha accettato le dimissioni dell'alto funzionario, già prefetto a Reggio Calabria.

L'inchiesta va avanti da tempo. Gli inquirenti nel corso dei mesi hanno messo sotto la lente d'ingrandimento le condizioni di sfruttamento cui erano sottoposti numerosi braccianti extracomunitari provenienti dall'Africa. Venivano impiegati nelle campagne della Capitanata per i lavori nei campi ed erano tutti "residenti" nella nota baraccopoli di Borgo Mezzanone. Questo insediamento ospita circa 2000 persone, che vivono in condizioni igieniche e sanitarie disumane.

I braccianti venivano costretti a lavorare nei campi di pomodori dalla mattina alla sera alla misera cifra di 5€ per ogni cassone riempito. Ovviamente, tutti i lavoratori erano impiegati nei campi senza che avessero a disposizione i dispositivi di protezione e le minime tutele previste dalla legge. Venivano costantemente controllati nello svolgimento del lavoro e non risultavano sottoposti alle prescritte visite mediche e venivano trasportati sui campi con mezzi inidonei, "in pessime condizioni d'uso, pericolosi per la circolazione stradale e per la incolumità degli stessi lavoratori".

La bufera si è ora abbattuta sul Viminale. In una nota della Lega si legge: "Sbarchi clandestini raddoppiati, 100.000 arrivi negli ultimi due anni, un'Europa su questo tema assente e lontana. E oggi le dimissioni del capo dipartimento dell'Immigrazione. Disastro al Viminale, il ministro riferisca immediatamente in Parlamento".

Anche dall'opposizione si alza la voce contro i vertici del ministero dell'Interno. "Non basta che il capo del dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione del Viminale si dimetta dal proprio incarico. Dopo anni di continue criticità, serve una vera svolta per mettere la parola fine alla scandalosa gestione dei dossier in capo al ministero dell'Interno che ha in Lamorgese la principale responsabile", ha tuonato Francesco Lollobrigida, capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera. FdI ora chiede che anche il titolare del Viminale si assuma le sue responsabilità: "Dall'immigrazione alla sicurezza, gli errori e la superficialità del ministro evidentemente riguardano anche gli uomini da lei confermati in ruoli chiave per la gestione del dicastero. Lamorgese si dimetta o sia il presidente del Consiglio Draghi a rimuoverla quanto prima".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Imbarazzo al Viminale per l'addio di Di Bari. E la Lega: "Riferisca subito in Parlamento". Chiara Giannini l'11 Dicembre 2021 su Il Giornale. Il Carroccio: "Il fenomeno si contrasta fermando gli sbarchi, 100mila in due anni". Fdi: "La ministra lasci". Ma lei: "Fu nominato da Salvini". È bufera sul ministro dell'Interno Luciana Lamorgese dopo le dimissioni del capo dipartimento dell'Immigrazione Michele Di Bari, la cui consorte risulta indagata nell'ambito dell'inchiesta di Foggia sul caporalato. La Lega non perde tempo e chiede che la titolare del Viminale «riferisca immediatamente in Parlamento», ricordando gli «sbarchi clandestini raddoppiati, i 100mila arrivi negli ultimi due anni, un'Europa su questo tema assente e lontana». I media si affrettano a ricordare che il prefetto, che comunque risulta estraneo ai fatti, fu nominato da Matteo Salvini quando ricopriva l'incarico di ministro, ma poco importa, perché i fatti risalgono al 2020, ovvero a quando la Lamorgese lo aveva già sostituito. E la stessa, che secondo Openpolis ha nominato dall'inizio del suo mandato la bellezza di 88 prefetti su 105, si è ben guardata dal rimuoverlo dal ruolo che ha ricoperto fino a ieri.

Il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni spiega al Giornale: «Non voglio entrare nell'ambito dell'inchiesta, ringrazio i carabinieri e le Forze dell'ordine che hanno partecipato all'operazione, ma tengo a dire che il caporalato si contrasta sì con la legge 199 del 2016 votata anche da noi. Si contrasta con i tavoli appositi, con iniziative specifiche (la Lamorgese ha anche nominato Roberto Maroni a capo della Consulta per l'attuazione del Protocollo d'intesa per la prevenzione e il contrasto dello sfruttamento lavorativo in agricoltura e del caporalato, ndr), ma soprattutto si contrasta con il blocco dell'immigrazione clandestina, perché più migranti irregolari ci sono, più è facile arrivare a situazioni di questo tipo». E ricorda che sotto l'amministrazione Lamorgese, nel 2020 sono arrivati «34mila immigrati, altri 63mila quest'anno, più 5mila afghani». Numeri da record che danno da pensare.

Il Viminale ieri si è limitato a dare comunicazione dell'accettazione delle dimissioni di Di Bari da parte del ministro, che però non parla. I bene informati dicono che all'interno della sede del dicastero la Lamorgese, già turbata dai continui attacchi della Lega, dalle polemiche per l'attacco alla Cgil durante una manifestazione No Pass e dalle critiche per la mala gestione dell'ordine e della sicurezza pubblica durante il rave nel Viterbese, si sia trincerata dietro un preoccupante silenzio. Perché ora teme che la politica torni a chiedere le sue dimissioni.

«Chiediamo che il ministro dell'Interno riferisca immediatamente in Parlamento sul tema immigrazione - ha detto Salvini -, anche perché l'ultima missione europea è stata assolutamente fallimentare. L'Europa quindi non ci ascolta, gli sbarchi raddoppiano, i capi dipartimento si dimettono. Ci venga a raccontare che intenzioni ha». Sulla stessa linea LeU, con il senatore Francesco Laforgia che spiega: «Rispetteremo come sempre lo svolgimento delle indagini e il lavoro dei magistrati, nel frattempo però ci aspettiamo che la ministra dell'Interno venga in Aula a riferire sulla vicenda». La richiesta di dimissioni arriva però da Fratelli d'Italia, con il capogruppo alla Camera Francesco Lollobrigida che chiarisce: «Dall'immigrazione alla sicurezza, gli errori e la superficialità del ministro evidentemente riguardano anche gli uomini da lei confermati in ruoli chiave per la gestione del dicastero. Lamorgese si dimetta o sia il presidente del Consiglio Draghi a rimuoverla quanto prima».

A difenderla resta come sempre il Pd, sempre più vicino alla titolare del dicastero dell'Interno, con Dario Stefàno, presidente della commissione Politiche europee al Senato che spiega: «Tirare in ballo la ministra Lamorgese per un'inchiesta che vede coinvolta la moglie di un dirigente del Viminale è davvero troppo. Questo è il garantismo delle destre italiane?».

Chiara Giannini. Livornese, ma nata a Pisa e di adozione romana, classe 1974. Sono convinta che il giornalismo sia una malattia da cui non si può guarire, ma che si aggrava con il passare del tempo. Ho iniziato a scrivere a cinque anni e ho solcato la soglia della prima redazione ben prima della laurea. Inviata di guerra per passione, convinta che i fatti si possano descrivere solo guardandoli dritti negli occhi. Ho raccontato l’Afghanistan in tutte le sue sfumature e nel 2014 ho rischiato di perdere la vita in un attentato sulla Ring Road, tra Herat e Shindand. Alla fine ci sono tornata 13 volte, perché quando fai parte di una storia non ne esci più. Ho fatto reportage sulle missioni in Iraq, Libano, Kosovo, il confine libico-tunisino ai tempi della Primavera araba e della morte di Gheddafi e sull’addestramento degli astronauti a Star City (Russia). Sono scampata all’agguato di scafisti a Ben Guerdane, di ritorno da Zarzis, tre le poche a documentare la partenza dei barconi. Ho scritto due libri: “Come la sabbia di Herat” e l’intervista al leader della Lega, dal titolo “Io sono Matteo Salvini”, entrambi per Altaforte. Sono convinta che nella vita contino solo due cose: la verità e la libertà. Vivo per raccontare il mondo, ma è sempre bello, poi, tornare a casa e prendere in mano un giornale e rileggere il tuo articolo.

Dalle politiche migratorie alle dimissioni: chi è il funzionario nella bufera. Francesco Curridori il 10 Dicembre 2021 su Il Giornale. Michele Di Bari, capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione, si è dimesso oggi dopo che sua moglie è stata arrestata nell'ambito di un'inchiesta sul caporalato. La notizia di un blitz delle forze dell'ordine contro il caporalato in provincia di Foggia scuote il Viminale. Michele Di Bari, capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione, dipendente del Ministero dell'Interno, si è dimesso dopo che sua moglie è risultata tra la 16 persone arrestate.

Di Bari, classe 1959, nativo di Mattinata, in provincia di Foggia, vanta una lunga carriera come prefetto della Repubblica. Laureato con lode in giurisprudenza, consegue poi il diploma del corso di studio per aspiranti segretari comunali presso la LUISS e frequenta il corso biennale di "Management in sanità" presso la Scuola di Direzione Aziendale dell'Università Bocconi di Milano. In seguito si dedica al corso di perfezionamento su "Cittadinanza europea ed amministrazioni pubbliche", organizzato dalla Scuola Superiore dell'Amministrazione dell'Interno in collaborazione con l'Università degli Studi Roma Tre. Nel 1990 inizia la sua carriera prefettizia e, dopo undici anni, viene promosso viceprefetto. Diventa, poi, capo di Gabinetto e viceprefetto vicario presso la prefettura di Foggia. Nel corso della sua carriera ricopre numerosi incarichi, tra cui quelli di vice Commissario Governativo della nuova Provincia di Barletta-Andria-Trani e di Commissario ad acta per l'esecuzione di provvedimenti giurisdizionali del Tar - Puglia. Svolge il compito di commissario straordinario di numerosi comuni. Nel 2007 viene nominato esperto di sanità e politiche sociali dalla Presidenza del Consiglio, mentre nel 2010, dopo esser diventato prefetto, le funzioni di vice commissario del Governo nella Regione Friuli Venezia Giulia. Dal 2012 è prefetto di Vibo Valentia per un anno, prima di passare a Modena, dove lavora dal 2013 al 2016 e, infine, va a Reggio Calabria. Qui vi rimane fino al 14 maggio 2019 quando viene nominato capo del dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione. Oggi sono arrivate le dimissioni, subito accettate dal titolare del Viminale.

Nel corso di un'intervista rilasciata lo scorso giugno al quotidiano cattolico Interris, Di Bari definiva così il modello d'integrazione italiano: “Quello di costituire uno strumento di responsabilizzazione nei confronti del territorio e della comunità di residenza, che sia il principale anticorpo in grado di prevenire e neutralizzare fenomeni di radicalizzazione". L'integrazione, a suo dire, è un'opportunità: "L’Italia - aveva dichiarato -, storico crocevia di popoli e culture, ne è testimone privilegiato, come dimostrato dalle sue ricchezze artistiche e urbanistiche, realizzate nel corso dei secoli. Nel corso degli ultimi 50 anni il nostro Paese, che ha visto emigrare 60 milioni di Italiani in tutto il mondo, è diventato meta di migranti, intenzionati a migliorare le proprie condizioni di vita.”

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia stampa Il Velino, mi sono

Da “Controcorrente” il 12 dicembre 2021.

«Io ho un’azienda di ortaggi e cerealicola, non ho bisogno di manodopera straniera. Il giorno prima che si iniziasse ho richiesto i documenti a una persona che conoscevo per tagliare l’uva». «Se questa persona era uno straniero? Sì, mi avevano passato questo numero, questo aveva persone per raccoglierle. Le ho assunte regolarmente». 

Questa sera in prima serata, su Retequattro a “Controcorrente – Prima serata”, andrà in onda l’intervista esclusiva a Rosalba Livrerio Bisceglia, indagata nell'inchiesta per caporalato a Foggia. Imprenditrice agricola, è la moglie del prefetto Michele Di Bari, capo del dipartimento per l’Immigrazione, che si è dimesso dopo quanto accaduto. La donna gestisce un'azienda agricola in provincia di Foggia. 

G: Signora Bisceglia, sono Marco Sales, Controcorrente Mediaset, volevamo soltanto capire come si difendeva dalle accuse di caporalato? Ce lo può dire?

R: «Io ho un’azienda di ortaggi e cerealicola, non ho bisogno di manodopera straniera. Non ho cose che si tagliano con le mani all’infuori di un piccolo vigneto dove si raccoglie l’uva. L’uva 2020, il giorno prima che si iniziasse ho richiesto i documenti a una persona che conoscevo per tagliare l’uva». 

G: Questa persona però era uno straniero, un caporale?

R: «Sì, mi avevano passato questo numero, questo aveva persone per raccoglierle. Le ho assunte regolarmente».

G: Secondo gli inquirenti però lei parlava con questo caporale e non direttamente con i lavoratori dei campi, anche rispetto ai pagamenti. Perché?

R: «Perché sono tanti e quindi quando è così c’è sempre uno che viene e fa un lavoro di sei giorni. Penso che tutto questo verrà fornito nella sede giusta» 

G: È un paradosso, considerato il lavoro di suo marito.

R: «Vi ringrazio…»

G: Lei si trova proprio in una posizione più delicata. Avrebbe dovuto parlare direttamente con i lavoratori.

R: «Sicuramente è stata una superficialità. Adesso però non mi sento di aver fatto una grande...la prego adesso mi lasci chiudere...» 

G: Soltanto una cosa signora, perché una persona straniera? Cioè, non c'erano altri interlocutori? Perché di fatto quello era un caporale e dalle carte lo si legge che quella è una persona che chiedeva cinque euro a viaggio.

R: «La lascio, mi scusi... »

La moglie del prefetto. "È stata una superficialità". Chiara Giannini il 13 Dicembre 2021 su Il Giornale. Caporalato, la donna indagata: "Assunti solo per raccogliere l'uva". Il conflitto d'interessi col marito. Rosalba Livrerio Bisceglia, titolare dell'omonima azienda agricola, la moglie del prefetto Michele Di Bari, ex capo del Dipartimento per l'immigrazione del Viminale, si difende dalle accuse che l'hanno portata a essere indagata insieme ad altre 15 persone nell'inchiesta sul caporalato in provincia di Foggia. Ieri sera la donna ha parlato a «Controcorrente - Prima serata», su Rete 4, i cui giornalisti sono riusciti a intervistarla. «Io - ha spiegato - ho un'azienda di ortaggi e cerealicola, non ho bisogno di manodopera straniera. Non ho cose che si tagliano con le mani all'infuori di un piccolo vigneto dove si raccoglie l'uva. L'uva 2020, il giorno prima che si iniziasse ho richiesto i documenti a una persona che conoscevo per tagliare l'uva».

E ha proseguito: «Mi avevano passato questo numero, questo aveva persone per raccoglierle. Le ho assunte regolarmente».

Secondo gli inquirenti la persona alla quale la Livrerio Bisceglia si era rivolta era il caporale Bakary Saidy, che si occupava di procurare la manodopera tra gli extracomunitari che vivevano nella baraccopoli di Borgo Mezzanone. Secondo l'ordinanza del gip, in effetti, la donna trattava direttamente con Saidy anche per i pagamenti ai braccianti. «Perché - ha spiegato a chi l'ha intervistata - sono tanti e quindi quando è così c'è sempre uno che viene e fa un lavoro di sei giorni. Penso che tutto questo verrà fornito nella sede giusta. Sicuramente è stata una superficialità. Adesso - ha concluso rivolgendosi all'intervistatore - però non mi sento di aver fatto una grande... La prego adesso mi lasci chiudere».

Secondo quanto risulta dalle intercettazioni degli inquirenti, tra i sedici indagati c'era persino chi ammetteva candidamente che gli africani venivano fatti viaggiare nel portabagagli delle auto per evitare i controlli. Molti sapevano che le verifiche potevano avvenire, per cui cercavano di posticipare l'orario di lavoro. Una prassi ormai consolidata, ma che consentiva di far risparmiare agli imprenditori un sacco di soldi, vista la misera paga che veniva data agli extracomunitari, molti dei quali provenienti da accampamenti illegali o alloggi di fortuna, per lo più dal ghetto di Borgo Mezzanone. Queste persone venivano retribuite con poco più di 5 euro all'ora per raccogliere pomodori, frutta e olive.

Dei 16 indagati, 2 sono in carcere, 3 ai domiciliari e 11 hanno un provvedimento di obbligo di dimora e presentazione alla polizia giudiziaria.

L'indagine Terra rossa dei carabinieri ha portato a scoprire come caporali, titolari e/o soci delle aziende avevano messo in piedi un apparato quasi perfetto, che andava dall'individuazione della forza lavoro per la lavorazione dei campi, al reclutamento della stessa, fino al sistema di pagamento.

Adesso si dovrà anche capire il perché il prefetto di Bari abbia mantenuto quel ruolo al Dipartimento immigrazione del Viminale quando la moglie, in chiaro conflitto di interessi, utilizzava extracomunitari immigrati per la raccolta dei prodotti della terra.

Al Sud due clandestini su dieci sfruttati in nero per 5 euro all'ora. Chiara Giannini il 13 Dicembre 2021 su Il Giornale. Degli oltre 60mila migranti arrivati da gennaio solo 2.200 sono stati rimpatriati. Gli altri delinquono, scappano o si arrangiano. Almeno il 20 per cento degli stranieri irregolari lavora al Sud come bracciante al nero. Un dato che emerge da un rapido calcolo ottenuto analizzando i dati dei vari rapporti annuali. In due anni sono approdati in Italia circa 100mila immigrati clandestini: 34mila nel 2020, 63.062 dal 1 gennaio 2021 a oggi, più 5mila afghani trasportati dalle nostre Forze armate durante l'emergenza in quel Paese. Ma quanti di questi lavorano e quanti sono stati rimpatriati? Le risposte sono poco confortanti. Partiamo dal numero di coloro che sono stati rispediti nei Paesi di provenienza. Sono stati 2.231 da inizio anno al 15 novembre scorso, ovvero appena il 49,7 per cento dei migranti trattenuti nei centri di rimpatrio (4.489). Nel 2020 furono il 50,89 per cento. Tra i motivi che ne hanno impedito il rimpatrio ci sono l'arresto, l'allontanamento arbitrario, la mancata identificazione o la mancata convalida del fermo da parte dell'autorità giudiziaria allo scadere del termine.

Secondo i dati del Dipartimento della pubblica sicurezza elaborati dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, ed esposti durante un recente workshop, su «2.231 rimpatri di quest'anno la maggioranza (71,8%) sono stati effettuati verso la Tunisia con 1.602 persone, 259 verso l'Egitto, 142 verso l'Albania, 53 verso la Romania, 30 verso la Georgia».

La maggior parte di chi resta e richiede asilo viene ospitata in uno dei 5mila centri di accoglienza presenti sul territorio nazionale che hanno, secondo quanto riportato sul sito del Viminale, una capienza totale di circa 80mila posti. Queste persone rimangono nei centri, mantenute dallo Stato italiano, per il tempo necessario «per le procedure di accertamento dei relativi requisiti, diversamente, vengono trattenuti in vista dell'espulsione». Espulsione che non avviene quasi mai, viste le ingenti difficoltà. Solo il 10/15 per cento alla fine ottiene la protezione internazionale. Peraltro, di recente il governo Draghi ha aumentato la dotazione finanziaria dei capitoli di spesa necessari a sostenere le politiche di accoglienza per i richiedenti asilo. Fino al 2023 potranno essere spesi sino a «100 milioni di euro per rispondere ai bisogni di chi entra nel Paese e richiede protezione».

Insomma, i clandestini gravano sulle spalle degli italiani. Una volta ottenuta o meno la protezione internazionale, c'è chi si cerca un lavoro. E può accadere come a Foggia, dove centinaia di migranti irregolari vengono sfruttati dai caporali a fronte di un guadagno di non più di 5 euro all'ora per raccogliere frutta o verdura. Un sistema che porta solo degrado, perché laddove non si sia in grado di bloccare l'immigrazione clandestina, si creano inevitabili sacche di criminalità, con gente che bivacca, delinque, si arrangia come può non rispettando le regole. Una situazione vergognosa in quello che dovrebbe essere un Paese civile e che vede costrette le Forze dell'ordine a un super lavoro per bloccare comportamenti illeciti.

Secondo un recente rapporto governativo, la «popolazione straniera residente in Italia al 1° gennaio 2021 ammontava a 5,036 milioni. Rispetto al 2020, è rimasta sostanzialmente stabile (-4 mila; -0,1%)». A questa, però, vanno aggiunti i circa 600mila irregolari non censiti, molti dei quali lavorano al nero come braccianti nei campi (al Sud almeno il 20 per cento), come badanti o colf. Gli occupati stranieri regolari in Italia, invece, sono attualmente «2,3 milioni, circa il 10% del totale».

Chiara Giannini. Livornese, ma nata a Pisa e di adozione romana, classe 1974. Sono convinta che il giornalismo sia una malattia da cui non si può guarire, ma che si aggrava con il passare del tempo. Ho iniziato a scrivere a cinque anni e ho solcato la soglia della prima redazione ben prima della laurea. Inviata di guerra per passione, convinta che i fatti si possano descrivere solo guardandoli dritti negli occhi. Ho raccontato l’Afghanistan in tutte le sue sfumature e nel 2014 ho rischiato di perdere la vita in un attentato sulla Ring Road, tra Herat e Shindand. Alla fine ci sono tornata 13 volte, perché quando fai parte di una storia non ne esci più. Ho fatto reportage sulle missioni in Iraq, Libano, Kosovo, il confine libico-tunisino ai tempi della Primavera araba e della morte di Gheddafi e sull’addestramento degli astronauti a Star City (Russia). Sono scampata all’agguato di scafisti a Ben Guerdane, di ritorno da Zarzis, tre le poche a documentare la partenza dei barconi. Ho scritto due libri: “Come la sabbia di Herat” e l’intervista al leader della Lega, dal titolo “Io sono Matteo Salvini”, entrambi per Altaforte. Sono convinta che nella vita contino solo due cose: la verità e la libertà. Vivo per raccontare il mondo, ma è sempre bello, poi, tornare a casa e prendere in mano un giornale e rileggere il tuo articolo.

Valeria D'autilia per “la Stampa” il 12 dicembre 2021. Una realtà agricola da generazioni, guidata da tre sorelle. Nel cuore del Parco del Gargano, tra uliveti, vigneti e distese di grano. «I campi vengono coltivati rispettando l'ecosistema ambientale, valorizzando le piante autoctone e tutelando la natura del territorio» si legge sul sito dell'azienda agricola Bisceglia. Ma per la procura di Foggia, che ha aperto un'inchiesta per caporalato, è qui che si annidano le pieghe dello sfruttamento. E nel mirino finisce una delle socie: Rosalba Livrerio Bisceglia, 55 anni, moglie del dimissionario capo del Dipartimento Libertà civili ed immigrazione del Viminale Michele Di Bari. Il prefetto, alla notizia del coinvolgimento della donna, ha rassegnato subito le sue dimissioni, accolte dal ministro dell'Interno Lamorgese. Poi si è detto «dispiaciuto moltissimo per mia moglie che ha sempre assunto comportamenti improntati al rispetto della legalità», sottolineandone la «totale estraneità ai fatti contestati». La prossima settimana si attende l'interrogatorio di garanzia. Livrerio Bisceglia è indagata (con obbligo di dimora) insieme ad altre dieci persone, mentre cinque- tra caporali e imprenditori- sono state arrestate. Dieci in tutto le aziende coinvolte, per un volume d'affari annuo di 5 milioni. Ai lavoratori andavano circa 35 euro al giorno: una parte era per il caporale. «Si sente la coscienza a posto» fa sapere il suo avvocato, Gianluca Ursitti, che sta preparando la documentazione per la difesa, mentre ci tiene a specificare che, in questi ettari di terra, la maggior parte del lavoro è meccanizzato e l'impiego di manodopera, di conseguenza, marginale. «Abbiamo tutti i pagamenti tracciati. Per noi questa è condizione già necessaria e sufficiente per escludere la sussistenza del reato». Stando alle accuse, non si rispettavano i contratti: i lavoratori avrebbero ricevuto «la somma di 5,70 euro all'ora e il pagamento avveniva anche conteggiando il numero di cassoni raccolti». E poi niente straordinario retribuito, né servizi igienici idonei o pause (ad eccezione del pranzo). Ma ci sarebbe dell'altro: venivano impiegati senza dispositivi di sicurezza e «spesso non provvedendo alla loro assunzione formale e non controllando che i documenti corrispondessero effettivamente ai braccianti poi presenti sui campi». Proprio qui, erano sotto il controllo serrato del loro sfruttatore, Bakary Saidy. «Porta da Nico tutti i documenti» si legge nelle intercettazioni della Livrerio Bisceglia. «Devi portare prima perché così io devo fare ingaggi...e poi il giorno dopo iniziate a lavorare» dice a Saidy. Per gli inquirenti l'imprenditrice era «consapevole delle modalità delle condotte di reclutamento e sfruttamento». Stando alle carte, le braccia venivano assoldate dal caporale nel ghetto di Borgo Mezzanone, in base alla manodopera richiesta dalla moglie del prefetto. Poi «venivano controllati e gestiti» da Matteo Bisceglia e «assunti tramite documenti forniti dal Saidy che riceveva il compenso da Livrerio Bisceglia». Soldi che il caporale distribuiva tra i migranti, facendosi pagare 5 euro per l'attività di intermediazione. «Noi, senza documenti, siamo andati via» racconta un bracciante, informando il suo superiore dell'ispezione dei carabinieri nell'azienda. Per il gip la conferma che alcuni di loro non erano assunti regolarmente e che erano fuggiti, proprio per eludere i controlli. In un'altra conversazione, è Bakary a dare indicazioni su come muoversi: «Quando andate al lavoro, portate la macchina in un posto lontano, non vicino a voi». Perché «quando il problema viene, nessuno si salva». Era settembre dell'anno scorso.

Migranti, Meloni: «Un altro scandalo sul business dell’accoglienza. E la sinistra buonista tace». Agnese Russo sabato 6 Novembre 2021 su Il Secolo d'Italia. Non un allarme astratto, ma «fatti concreti» che hanno «riscontri giudiziari». Giorgia Meloni torna a denunciare il «business dell’accoglienza», rilanciando la notizia dell’«ennesimo scandalo» emerso da Verona, dove la Guardia di Finanza ha compiuto il sequestro preventivo di 12 milioni di euro nei confronti di una società che del settore sportivo, impegnata nel servizio di assistenza e accoglienza ai richiedenti asilo. «Ennesimo scandalo legato al business dell’accoglienza. Questa volta i riflettori della Guardia di Finanza sono finiti su una società di Verona che sembrerebbe aver intascato illecitamente milioni di euro per l’accoglienza dei migranti», ha scritto Meloni sulla sua pagina Facebook, sottolineando che «quando parliamo del business dell’immigrazione clandestina, parliamo di fatti concreti che hanno, purtroppo, riscontri giudiziari». «Anche per questo – ha aggiunto la leader di FdI, rilanciando la notizia – denunciamo l’ipocrisia buonista della sinistra, spesso complice (vedi il pessimo “modello Riace”) di situazioni opache con illeciti e sperpero di denaro pubblico». «Fermiamo il business sulla pelle dei migranti, fermiamo l’immigrazione clandestina», ha quindi concluso Meloni.In particolare, l’operazione della GdF nei confronti della società di Verona, giunta al termine di una indagine durata due anni, hanno chiarito i contorni di quella che è stata descritta come una ben architettata truffa perpetrata dalla società, affidataria insieme ad altre del servizio di accoglienza e assistenza ai cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale nella provincia di Verona negli anni 2016, 2017 e 2018 e, per questo, destinataria di una somma complessiva di 12.242.711 euro in relazione alla gestione di oltre 700 migranti. L’inchiesta della Procura di Verona, condotta sui reati di truffa aggravata nei confronti di un ente pubblico (la Prefettura di Verona), falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico e turbata libertà degli incanti, ha fatto emergere come la società intascasse i soldi, ma non erogasse i servizi richiesti, danneggiando quindi non solo le casse dello Stato, ma anche gli stessi migranti.

Il rapporto della Cild. Il business dei Cpr, 44 milioni in 3 anni a soggetti privati per custodire 400 persone nel degrado e senza diritti. Giulio Cavalli su Il Riformista il 16 Ottobre 2021. Cosa sono i Cpr in Italia? Un “filiera molto remunerativa” senza personale, senza mezzi, senza strutture e senza diritti. È il quadro impietoso che esce dall’ultimo rapporto della Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili (CILD, una rete di organizzazioni della società civile nata nel 2014 che lavora per difendere e promuovere i diritti e le libertà di tutti, unendo attività di advocacy, campagne pubbliche e azione legali) che fin dal titolo lascia trasparire le conclusioni: “Buchi neri – la detenzione senza reato nei Centri di permanenza per i rimpatri”. In Italia attualmente risultano operativi 10 CPR (Milano, Torino, Gradisca d’Isonzo, Roma-Ponte Galeria, Palazzo San Gervasio, Macomer, Brindisi-Restinco, Bari-Palese, Trapani-Milo, Caltanissetta-Pian del Lago) per una capienza di circa 1.100 posti in tutto. Il rapporto evidenzia come nel periodo 2018-2021, siano stati spesi ben 44 milioni di euro per la gestione da parte di soggetti privati di tali 10 strutture, cui vanno sommati i costi relativi alla manutenzione delle stesse e al personale di polizia. «Una media giornaliera – si legge nel rapporto – di spesa pari a 40.150 euro per detenere mediamente meno di 400 persone al giorno che, nel 50% dei casi, verranno private della propria libertà senza alcuna possibilità di essere realmente rimpatriate nel proprio Paese d’origine. La detenzione amministrativa è divenuta, insomma, una “filiera molto remunerativa”, i cui costi sono sostenuti da tutta la società attraverso la leva fiscale. All’interno di questo sistema di trattenimento si registra, da un lato, una continua spinta alla minimizzazione dei costi da parte dello Stato e, dall’altro, la ricerca della massimizzazione del profitto da parte delle imprese e cooperative cui vengono assegnati gli appalti. Nel mezzo vi sono centinaia di persone trattenute in delle strutture che non rispettano, in molti casi, neanche gli standard dettati dal Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura». Negli anni infatti si è registrato un drastico calo di tutti i servizi destinati alla persona e con la riduzione del monte ore (fino al 78% nei centri più grandi) del personale dipendente che ha portato a una cronica mancanza di mediatori culturali (che non coprono tutte le lingue parlate dei trattenuti, come a Torino) e una riduzione del monte ore dei medici (per i CPR più capienti) del 70,8% nel 2018 e del 41,7% nel 2021 mentre per quanto concerne gli psicologi, nel passaggio dal 2017 al 2018/2021 vi è stata una riduzione del monte ore del 55,6%. Poi ci sono i luoghi: mancano locali di pernottamento differenziati per i richiedenti asilo (come espressamente richiesto dal d.lgs. n.142/2015 e dallo stesso Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura), i metri quadri delle singole stanze non sembrano rispettare lo standard dello spazio vitale minimo richiesto dalla Corte Edu, c’è carenza di luce naturale, mancanza di campanelli di allarme, stanze con blatte (come a Palazzo San Gervasio prima dei lavori di ristrutturazione), materassi senza lenzuola, vetri rotti e muffa. Nel rapporto si sottolinea anche come le condizioni igieniche siano pessime e come il cibo non tenga conto delle convinzioni religiose e delle esigenze mediche dei trattenuti. La mancanza di spazi comuni, si legge nel rapporto, «rende tali strutture dei veri e propri “involucri vuoti”, in cui le persone perdono la propria identità per essere ridotte a corpi da trattenere e confinare». In compenso le società che gestiscono i centri (tra cui alcune multinazionali come Gepsa Italia che fa parte di Engie Francia oppure Ors Italia, con sede a Zurigo, che gestisce Centri di accoglienza e di trattenimento dei migranti in 4 Paesi europei: Svizzera, Germania, Austria e Italia e che nel 2015 è stata nominata in un rapporto di Amnesty International per le condizioni inumane di accoglienza dei migranti nel Centro austriaco di Traiskirchen) «sembrano evidenziare come la detenzione amministrativa sia divenuta, anche nel nostro Paese, un settore molto remunerativo e di attrazione per le multinazionali», sempre con gare d’appalto con il criterio di aggiudicazione basato sull’offerta economica più vantaggiosa. CILD ha anche sottolineato come nonostante la pandemia il numero dei transitati sia rimasto costante pure con il blocco dei rimpatri: trattenimenti sostanzialmente illegittimi poiché «la detenzione nei CPR è esclusivamente propedeutica al rimpatrio». L’organizzazione dei servizi sanitari all’interno dei CPR appare, a detta dello stesso Garante nazionale, «particolarmente critica», per mancanza di personale e per la «totale assenza di protocolli di prevenzione dei rischi, nonostante i numerosi episodi di autolesionismo che si verificano nei Centri». L’assistenza medica e psicologica è garantita, a ciascun trattenuto, per pochi minuti alla settimana (15 alla settimana nel Centro di Milano, solo per fare un esempio). A questo si aggiunge l’abuso di psicofarmaci (utilizzati spesso come metodo di disciplina, più che come cura) oltre a una più che deficitaria campagna di prevenzione e di profilassi per Covid. Ovviamente CILD sottolinea anche il fatto che i trattenuti non siano informati dei propri diritti e che non possano difendersi in un sistema giudiziario che non ne rispetta i diritti: la durata delle udienze oscilla tra i 5 e i 10 minuti, le sentenze sono quasi sempre formule di stile. Il numero delle morti nei CPR non è mai stato così elevato come negli ultimi anni: tra giugno 2019 e maggio 2021, sei cittadini stranieri hanno perso la vita mentre scontavano una misura di detenzione amministrativa.

Giulio Cavalli. Milano, 26 giugno 1977 è un attore, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e politico italiano.

Processo a Mimmo Lucano, condannato l’ex sindaco di Riace: 13 anni e 2 mesi di carcere. Il tribunale di Locri ha condannato in primo grado l'ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano. I giudici hanno inflitto una pena a 13 anni e 2 mesi di carcere. Il Dubbio il 30 settembre 2021. Il tribunale di Locri ha condannato in primo grado l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano. I giudici hanno inflitto una condanna a 13 anni e 2 mesi di carcere. 

In primo grado condannati:

Adeba Abraha Gebremarian a 4 mesi di reclusione (pena sospesa)

Giuseppe detto Luca Ammendolia a 3 anni e 6 mesi di reclusione

Nicola Audino 4 anni di reclusione

Assam Balde un anno di reclusione (pena sospesa)

Fernando Antonio Capone a 9 anni e 10 mesi di reclusione

Oberdan Pietro Curiale a 6 anni di reclusione

Cosimina Ierinò a 8 anni e 10 mesi di reclusione

Ounar Keita a un anno di reclusione (pena sospesa) Mimmo Lucano a 13 anni e 2 mesi di reclusione

Annamaria Maiolo a 6 anni di reclusione

Cosimo Damiano Misuraca a un anno di reclusione (pena sospesa)

Gianfranco Misuraca a 4 anni di reclusione

Salvatore Romeo a 6 anni di reclusione

Maurizio Senese a un anno di reclusione

Maria Taverniti a 6 anni e 8 mesi di reclusione

Lemlen Tesfahun a 4 anni e 10 mesi di reclusione

Filmon Tesfalem a un anno di reclusione

Jerry Cosimo Ilario Tornese a 6 anni di reclusione.

I giudici del tribunale di Locri, inoltre, hanno applicato nei confronti degli imputati condannati la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni.

Assolti

Adeba Abraha Gebremarian (capi 9.1, 9.2, 9.3, 9.4 e 9.5)

Nicola Audino (capo 1)

Fernando Antonio Capone (capi 5B.7, 5B.8, 8, 9.5, 12, 13 e 14)

Pietro Oberdan Curiale (capo 5B.16)

Prences Daniel

Alberto Gervasi

Cosimina Ierinò (capi 5B.7, 5B.8 e 9.5)

Domenico Latella

Mimmo Lucano (capi 5B, 5B.7, 5B.8, 8, 9.5, 14, 19, 21 e 22)

Annamaria Maiolo (capi 3, 5B.12)

Nabil Moumen

Cosimo Damiano Misuraca (capo 5B.7)

Gianfranco Misuraca (1, 9.1, 9.2, 9.3 e 9.5)

Antonio Santo Petrolo

Salvatore Romeo (capi 5B.15, 9.9 e 9.10)

Maria Taverniti (capo 5B.14)

Lemlen Tesfahum (capi 9.1, 9.5 e 21)

Renzo Valilà (capi 1, 9.9, 9.10, 9.11)

Rosario Zurzolo 

Il tribunale di Locri dichiara non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di:

Mimmo Lucano (capo 17)

Fernando Antonio Capone (capo 18)

Domenico Sgrò (capo 18)

Giuseppe Sarò (capi 1, 2, 5B.11 e 9.6).

Disposta la trasmissione degli atti alla procura di Locri per Cosimina Ierinò (capo 2), Rosario Zurzolo (capo 5B.4), Giuseppe Ammendolia detto Luca (capo 5B.5), Lemlen Tesfahun, Adeba Abraha Gebremarian, Mimmo Lucano, Fernando Antonio Capone, Cosimina Ierinò (per tutti capo 5B.10), Jerry Cosimo Ilario Tornese (capo 9.13). Altresì, il tribunale di Locri ha inviato gli atti alla procura regionale presso la Corte dei Conti di Catanzaro per le valutazioni di competenza in ordine all’eventuale danno erariale e ha infine disposto la confisca delle seguenti somme:

702.410 euro per Mimmo Lucano e Fernando Antonio Capone, in solido tra loro

159.340 euro per Annamaria Maiolo

95.550 euro per Salvatore Romeo 140.250 euro per Maria Taverniti 165.305 euro per Oberdan Pietro Curiale

649,78 euro per Mimmo Lucano, Cosimina Ierinò e Fernando Antonio Capone

20.674 euro per Mimmo Lucano, Cosimina Ierinò e Fernando Antonio Capone

1.830 euro per Mimmo Lucano, Cosimina Ierinò e Fernando Antonio Capone

15mila euro per Mimmo Lucano, Cosimina Ierinò e Fernando Antonio Capone, Giuseppe Ammendolia detto Luca, Oumar Keita, Assan Balde e Filmon Tesfalem, in solido tra loro

11.200 euro per Mimmo Lucano, Cosimina Ierinò e Fernando Antonio Capone

5.764 euro per Mimmo Lucano, Cosimina Ierinò, Fernando Antonio Capone e Cosimo Damiano Misuraca

1.280,79 euro per Domenico Lucano, Cosimina Ierinò e Fernando Antonio Capone

2.226,54 euro per Mimmo Lucano, Fernando Antonio Capone, Cosimina Ierinò e Lemlen Tesfahun

2.112.47 euro per Mimmo Lucano, Fernando Antonio Capone, Cosimina Ierinò e Adeba Abraha Gebremarian

88.451,9 euro per Maria Taverniti

Infine, Mimmo Lucano è stato condannato a risarcire la SIAE per la cifra complessiva di 7.686,98 euro, mentre Giuseppe Ammendolia (detto Luca), Fernando Antonio Capone, Oberdan Pietro Curiale, Cosimina Ierinò, Mimmo Lucano, Annamaria Maiolo, Salvatore Romeo, Maria Taverniti e Jerry Cosimo Ilario Tornese sono stati condannati al risarcimento del danno non patrimoniale nei confronti del ministero dell’Interno per 200mila euro. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni.

La Reazione dei Magistrati.

E ora la condanna di Lucano scatena la rissa tra le toghe. Stefano Zurlo il 3 Ottobre 2021 su Il Giornale. Md sta con l'ex sindaco e non condanna le critiche ai giudici di Locri. Il procuratore: "Bandito da western". Liti fra le toghe. Di più, incomprensioni e frecciate fra magistrati che stanno dalla stessa parte e militano nella sinistra giudiziaria. Il caso Lucano - la condanna pesantissima dell'ex sindaco di Riace - scompone il partito dei giudici e mette in crisi antiche appartenenze. Luigi D'Alessio, il procuratore di Locri, messo in croce da molte prime fila della politica italiana, si difende sulla Stampa: Mimmo Lucano gli ricorda «il bandito di Giù la testa proclamato capo dei rivoluzionari suo malgrado, idealista, ubriacato da un ruolo più grande di lui, inconsapevole della gravità dei suoi comportamenti». Non proprio il ritratto di un gentiluomo. Il punto è che dopo il verdetto si è scatenato il lato sinistro del Palazzo, accusando i magistrati di Locri di aver deragliato, trasformando Lucano in un malvivente dal profilo quasi mafioso. E che il verdetto divida come mai in precedenza lo si capisce anche da altri interventi, a dir poco inusuali. Ecco che il segretario di Magistratura democratica Stefano Musolino contesta la richiesta di intervento dell'Anm a tutela dei magistrati di Locri. Una prassi collaudata, quasi automatica quando ci sono attacchi e critiche scomposte. Ma questa volta Musolino se la prende con i colleghi, schierandosi sia pure indirettamente con chi punta il dito contro il tribunale di Locri: «La richiesta di interventi dell'Anm a tutela della sentenza accresce la percezione pubblica di una magistratura chiusa, autopercepita come casta sacerdotale che tutela i suoi riti e le sue pronunce, non si interroga sugli effetti sociali dei suoi provvedimenti e, perciò, non ne tollera le critiche sollevando l'alibi del tecnicismo». Riflessioni che non si sentono quasi mai: di solito, e pure di più, la corporazione si tutela su tutta la linea quando il potere politico e l'opinione pubblica contestano un provvedimento e alzano la voce. Ma Lucano, un'icona dei progressisti e non solo, rompe gli schemi e D'Alessio non si sottrae, confessando «il personale tormento oltreché l'imbarazzo, di essermi trovato odiato dai miei storici referenti culturali e blandito da quelli che non lo sono mai stati. Ma questa - aggiunge - è la solitudine del magistrato». D'Alessio nel colloquio con la Stampa aggiunge un paio di domande scomode: «Lucano è al di sopra della legge? O chiunque può commettere qualsiasi reato purché a fin di bene?». Può essere che in appello, e non sarebbe la prima volta, la condanna salti o venga ridimensionata, ma è la seconda volta in pochi giorni che un verdetto fa saltare le liturgie del Palazzo e addirittura quelle di una magistratura sempre più spaccata. Era successo a Palermo, dopo l'assoluzione dei generali imputati per la trattativa, si ripete a parti inverse, a Locri, con la pena a 13 anni che si abbatte su Lucano. Md fiuta l'aria nel Paese e si adegua. Magistratura indipendente e Articolo 101 invece sono vicini a D'Alessio. E quindi contro Md che a sua volta «scarica» il Procuratore, nella bufera a un passo dalla pensione. «Rifiutiamo di prestare il fianco a qualunque critica preconcetta - affermano i giudici di Mi - che non sia basata sull'esame dei motivi delle decisioni, che ancora non sono stati resi noti e rifiutiamo ancora di più gli attacchi mirati alla persona dei singoli magistrati, invece che alle ragioni dei loro verdetti. Sono metodi di un certo modo di fare politica che non ci appartengono e dai quali prendiamo con forza le distanze». Infine, Articolo 101: «Esprimiamo piena solidarietà ai colleghi del tribunale di Locri, fatti oggetto di inusitati e ingiustificati attacchi soltanto per aver esercitato le loro funzioni: la semplice lettura del dispositivo della sentenza, da cui risulta che Lucano è stato ritenuto responsabile di oltre 20 gravi reati, dimostra facilmente che nel provvedimento non c'è nulla di abnorme». Di più: «Non ci possono essere santuari inattingibili dal controllo di legalità penale». E le toghe strattonano di qua e di là sentenza. Stefano Zurlo

Magistratura divisa sulla condanna di Mimmo Lucano. C'è chi chiede un intervento dell'Anm ed è solidale con i giudici di Locri e chi, come Stefano Musolino, segretario generale di Md critica queste posizioni. Il Dubbio il 3 ottobre 2021. La sentenza di condanna per Mimmo Lucano divide anche le correnti della magistratura. In una nota Magistratura indipendente in una nota scrive di rifiutare «di prestare il fianco a qualunque critica preconcetta, che non sia basata sull’esame dei motivi delle decisioni, che ancora non sono stati resi noti, e rifiutiamo ancora di più gli attacchi mirati alla persona dei singoli magistrati, invece che alle ragioni dei loro verdetti. Sono metodi propri di un certo modo di fare politica, che non ci appartengono ed ai quali prendiamo distanza con forza». Gli eletti nella lista di Articolo 101 al comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati, Giuliano Castiglia, Stefania Di Rienzo, Ida Moretti e Andrea Reale, chiedono l’intervento dell’An. In una nota scrivono di unirsi «a tutti coloro che hanno già espresso piena solidarietà ai colleghi del Tribunale di Locri, fatti bersaglio di inusitati e ingiustificabili attacchi soltanto per avere esercitato le loro funzioni. La semplice lettura dell’imputazione e del dispositivo della sentenza, da cui emerge che Domenico Lucano è stato ritenuto responsabile di oltre 20 gravi reati, dimostra facilmente che nel provvedimento non c’è nulla di abnorme». Di tutt’altro avviso il segretario generale di Magistratura democratica Stefano Musolino, che nel suo intervento conclusivo al convegno “Un mare di vergogna”, dedicato al tema dell’immigrazione e organizzato da Md con l’Asgi a Reggio Calabria critica queste posizioni. «La richiesta di interventi dell’Anm a tutela» della sentenza emessa dal tribunale di Locri nei confronti di Mimmo Lucano «accresce la percezione pubblica di una magistratura chiusa, auto-percepita come casta sacerdotale che tutela i suoi riti e le sue pronunce, non si interroga sugli inevitabili effetti sociali dei suoi provvedimenti e, perciò, non ne tollera le critica, sollevando l’alibi del tecnicismo». «Dentro la magistratura associata, alcuni gruppi hanno invocato interventi a tutela dei giudici di Locri, investiti dalle critiche per l’entità della pena», ha ricordato Musolino, sottolineando che «non possiamo valutare una sentenza senza prima conoscerne le motivazioni, ma possiamo interrogarci sulle ragioni per cui una sentenza suscita questo clamore. Ed abbiamo un dato oggettivo, da tutti verificabile: l’entità della pena, un elemento della decisione su cui ogni giudice esercita una discrezionalità che è anche figlia di una sensibilità valoriale. Una pena quella inflitta a Lucano, pari a quella comminata, a queste latitudini, per gravi reati di mafia». Secondo il segretario di Md, «dobbiamo prendere atto che, a prescindere dalla volontà dei giudici, per comprendere la quale dobbiamo attendere le motivazioni, la misura della pena è stata intesa nella percezione pubblica diffusa, sia quella che si è espressa in senso favorevole, sia quella che si è espressa in senso contrario agli imputati, come una condanna inflitta non solo a loro, agli imputati, ma all’intero sistema di accoglienza, organizzato a Riace. A questo, dunque, una parte dell’opinione pubblica si è ribellata. Vi è, infatti – ha osservato Musolino – una parte dell’opinione pubblica che riconosce in quel sistema di accoglienza, una modalità innovativa, avanzata, da prendere a modello, anche se singole persone ne hanno abusato ed hanno commesso reati. Il messaggio proveniente da una parte dell’opinione pubblica sembra essere: potete condannare le persone, ma una pena di una tale portata finisce per condannare un modello di accoglienza».

Il pm Musolino: «Comprensibili le critiche alla sentenza Lucano: 13 anni si danno ai mafiosi». Il segretario di Md “difende” quella parte di opinione pubblica che ha protestato contro la decisione del Tribunale di Locri.  Simona Musco su Il Dubbio il 5 ottobre 2021. Da un lato c’è l’Anm, che raccogliendo l’invito di alcune toghe difende i magistrati di Locri, denunciando «un’inaccettabile mancanza di senso istituzionale» nell’attacco «mediatico» nei confronti della procura. Da un lato chi, come Stefano Musolino, pm antimafia a Reggio Calabria e segretario generale di Magistratura Democratica, respinge al mittente i discorsi di chi sostiene che una critica delle sentenze non sia possibile. «La richiesta di interventi dell’Anm a tutela» della sentenza emessa dal tribunale di Locri nei confronti di Mimmo Lucano, ha dichiarato nei giorni scorsi a conclusione di un convegno sul tema “Un mare di vergogna”, «accresce la percezione pubblica di una magistratura chiusa, auto- percepita come casta sacerdotale che tutela i suoi riti e le sue pronunce, non si interroga sugli inevitabili effetti sociali dei suoi provvedimenti e, perciò, non ne tollera le critica, sollevando l’alibi del tecnicismo».

Dottore, come mai si è esposto in questo modo sulla vicenda che riguarda Lucano?

Proprio perché altri gruppi associati sono intervenuti nel dibattito pubblico a tutela, a prescindere, di quella sentenza e hanno invocato interventi del Csm e dell’Anm. Mi è sembrato che queste richieste mostrassero l’incapacità di una parte della magistratura di interrogarsi. Credo che tutti i gruppi associati manifestino la loro sensibilità valoriale ed è tutto perfettamente legittimo. Ma sono preoccupato del fatto che si chieda un intervento degli organismi istituzionali per tacitare le critiche rivolte a quel dispositivo. Proprio perché mi sembra la dimostrazione – e purtroppo non è la prima volta – di come la magistratura non riesca a comprendere le ragioni di questa reazione.

E quali sono le ragioni?

L’entità di una pena che, obiettivamente, è molto molto alta. Si pensi che qualche settimana fa a Reggio si è concluso il processo “Gotha” e un politico giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa – condotta tenuta per 20 anni di attività politica – è stato condannato a 13 anni. Mi sono immedesimato in chi legge queste cose e legittimamente esprime delle critiche. Se poi sono fondate o no lo potremo dire quando leggeremo il ragionamento dei giudici e capiremo cosa li ha condotti a graduare la pena in questo modo, però credo sia legittimo che ci siano delle critiche da parte dell’opinione pubblica, perché immagino che abbia percepito che non si volesse condannare soltanto Lucano e gli altri coimputati, ma l’intero sistema.

Qualcuno ha parlato di soccorso da parte delle “toghe rosse” al compagno Lucano. Si riconosce in questa definizione?

Queste sono semplificazioni. Quando non si vuole argomentare qualcosa e discuterne ci si attacca un’etichetta e ci si impedisce di ragionare. Io ho fatto un ragionamento, se mi si dice che è sbagliato con argomenti che in questo momento io non colgo accetto il dibattito. Se la discussione è di questo livello lascia il tempo che trova.

Il procuratore di Locri è intervenuto ribadendo le ragioni della sua indagine. Secondo lei è opportuno?

Conoscendolo, sono sicuro che sia intervenuto spinto da una buona intenzione, ovvero tentare di fare chiarezza di fronte ad una lettura del dispositivo che solo chi ha vissuto il processo conosce bene. Ma in questo suo tratto di generosità probabilmente si è lasciato un po’ andare. Affermazioni come “bandito western”, in un momento in cui è stata anche recepita la norma sulla presunzione d’innocenza, lasciano il tempo che trovano, come pure giustificare la mancata concessione delle attenuanti generiche con l’omesso interrogatorio, quindi punendo un diritto difensivo. Però lo comprendo, perché non è stato facile gestire questa situazione.

Si è fatto un’idea di come si sia arrivati a questa condanna?

Siamo sul campo delle congetture. Nel primo blocco di reati in continuazione il reato principale è stato quello del peculato. Quindi la riqualificazione dell’abuso d’ufficio in truffa aggravata ha avuto un effetto limitato sul calcolo complessivo della pena. Bisogna davvero entrare nel processo per capire se c’erano i margini per poterlo fare, se c’era una prevedibilità, perché l’imputato ha anche diritto ad avere una prevedibilità della riqualificazione giuridica. Però sulle ragioni della decisione non mi sento di dire nulla. Nessuno dice che quella pena è illegale, perché è previsto dalla legge, e nell’emetterla i giudici hanno esercitato una loro legittima discrezionalità, che poi capiremo meglio con le motivazioni, ma alla fine il risultato è una pena elevata che legittimamente può suscitare nell’opinione pubblica delle critiche. Non credo che come magistrati possiamo dire che non lo si possa fare. È una presa di distanza della magistratura che stride col suo ruolo e rischia di far perdere di vista la necessità di essere non solo autoritari, ma anche autorevoli. Che vuol dire fare anche le cose contro l’opinione pubblica, quando significa difendere i diritti fondamentali e quindi non avere timore di andare contro la stessa, ma anche non chiudersi ad ogni forma di critica.

C’è poi una questione di tempistica: la sentenza è stata pronunciata a tre giorni dal voto.

Si poteva fare cinque giorni dopo. Credo che questo faccia parte della sensibilità e dell’equilibrio del giudice. Non conosco le ragioni per cui non era possibile emettere questa sentenza la prossima settimana, quello che posso dire è che in generale questo fa parte di un equilibrato esercizio dei poteri discrezionali nella gestione delle udienze da parte dei giudici. Poi i nostri sono tribunali complicati e quindi l’organizzazione delle tempistiche dipende da tante cose, ma trattandosi di una vicenda così delicata, che rischiava di impattare su un momento essenziale della nostra vita democratica, quello elettorale, ci voleva una particolare attenzione, che va oltre la tutela corporativa. E questo è un problema.

Lei ha avuto a che fare con reati gravi e anche con una gestione dell’accoglienza diversa da quella di Riace. Che differenze ci sono?

Ho fatto processi drammatici in relazione alle modalità di accoglienza dei migranti a San Ferdinando quando ero alla procura di Palmi, con strumentalizzazione della forza lavoro, associazioni finalizzate al caporalato e allo sfruttamento schiavistico dei migranti. Ho visto aggressioni a colpi d’arma da fuoco a migranti che non calavano la testa eli ho visti anche in aula indicare gli autori di gravi atti delittuosi contro di loro, con un coraggio che spesso non ho visto da parte dei cittadini italiani.

Qual è stata la pena più alta in questi casi?

Non glielo so dire perché poi sono stato trasferito a Reggio Calabria e il processo non l’ho seguito. Ma certamente sotto i 13 anni. 

Il pm: “I reati ci sono stati e gravi ma umanamente sono dispiaciuto”. Enrico Ferro su La Repubblica l'1 ottobre 2021. Il pubblico ministero dell’inchiesta su Mimmo Lucano: "Vivo un conflitto interiore, come persona e come magistrato. Sono stato in Africa, so che aiutare i migranti è un dovere. Ma mi ferisce chi giudica senza leggere le carte". «Umanamente, mi dispiace molto. Vivo un conflitto interiore, come persona e come magistrato. Comprendo il peso di una pena del genere: quando ho chiesto 7 anni e 11 mesi, sapevo che c’era il rischio di una condanna più alta». Michele Permunian, 38 anni, di Cavarzere (Venezia), è il pubblico ministero dell’inchiesta su Mimmo Lucano. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Padova ha fatto pratica in due studi legali e poi il concorso in Magistratura.

Giuseppe Salvaggiulo per lastampa.it il 2 ottobre 2021. «Sono vittima di un’aggression