foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.

 

Dr Antonio Giangrande  

 

.......E IO PAGO !!!!!!!!!!!!

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).


PARLIAMO DEI MANCATI INVESTIMENTI SUI CONTRIBUTI UE

La madre di tutti gli sprechi è, addirittura, l'incapacità della classe dirigente italiana, politica, amministrativa ed istituzionale, di riuscire a spendere i soldi che l'Unione Europea ci regala.

Secondo l’inchiesta di Sergio Rizzo su “Il Corriere della Sera”: speso solo il 9% degli investimenti UE. La macchina inceppata dei contributi. Fra le 200 regioni del continente, quelle meridionali in 10 anni perdono 40 posizioni per PIL pro capite.

Ricordava soprattutto l'«imbarazzo», Carlo Azeglio Ciampi. Una sensazione sgradevole che provava quando a Bruxelles, da ministro del Tesoro, si sentiva dire che fra i Paesi europei l'Italia era quello «più indietro» nell'uso dei fondi comunitari. L'ex governatore della Banca d'Italia rese questa amara confessione a Nuoro, il 10 ottobre del 2000. A Roma c'era il governo di Giuliano Amato. Due anni prima l'attuale ministro della coesione Fabrizio Barca, chiamato al Tesoro proprio da Ciampi, aveva lanciato «Cento idee» per lo sviluppo del Sud. Fu accorata, la requisitoria del presidente della Repubblica, al Quirinale da appena un anno e mezzo.

Accorata ma durissima contro il «grande spreco» dei soldi europei inutilizzati, che avrebbero potuto far crescere il Sud. Uno spreco ancora più insultante perché «sono in qualche modo soldi nostri, che vengono dalle nostre tasche, dal nostro lavoro». Ciampi disse che era arrivato il momento di voltare pagina, farla finita con le opere incompiute e mettersi d'impegno per usare i soldi. Perché «ognuno è artefice del proprio destino».

Parole che potrebbero essere state pronunciate oggi: in questi dodici anni non è stato fatto neanche un piccolo passo avanti. E se il divario fra il Sud e il Nord si è fatto ancora più spaventoso la responsabilità è anche di chi non ha provveduto a sfruttare quel tesoro. Secondo la Svimez il Prodotto interno lordo medio delle Regioni meridionali era nel 1951 pari al 65,5% di quello del Centro Nord. Nel 2009, al culmine della recessione precedente, era sceso al 58,8%: appena sopra al 56% del 1995. Conseguenza della più bassa crescita, ovvio. Ma il confronto con le altre aree europee svantaggiate fa toccare con mano che cosa abbia significato per il Sud d'Italia «lo spreco» immane dei fondi europei inutilizzati denunciato nel 2000 da Ciampi. Nella graduatoria delle 208 regioni continentali meno sviluppate, quelle del Sud Italia si situavano nel 1995 tra il 112° e il 192° posto. Dieci anni dopo erano scivolate tra il 165°e il 200°. Dal 1999 al 2005 il Prodotto interno lordo di ogni singolo cittadino delle aree dell'«obiettivo 1» (le più arretrate) è cresciuto del 3%, in Italia dello 0,6%. Cinque volte di meno. Ci sono regioni che si erano affrancate da quel livello di povertà, traducibile per le statistiche comunitarie in una ricchezza media procapite inferiore al 75% della media continentale, e ci sono ripiombate. Nel 2001 la Basilicata aveva raggiunto l'83%, sei anni dopo era al 75%.

La Sicilia è passata dal 75% al 66%. La Puglia, dal 77% al 67% del 2007.

Va detto che quelli dell'Europa non sono gli unici denari a giacere nei cassetti. L'Associazione dei costruttori, per esempio, si lamenta che da agosto 2011 il Cipe ha stanziato 19 miliardi per le infrastrutture: tuttora fermi. Ma ha ragione Rita Borsellino, europarlamentare democratica e sorella del giudice Paolo Borsellino, a definire «irresponsabile» una certa gestione dei fondi strutturali europei: rammentando come in Sicilia al 30 giugno dello scorso anno fosse stato completato appena l'8% dei progetti finanziati a valere sui piani 2000-2006. Per rendersi conto di quanto la situazione sia grave basta leggere l'ultima relazione della Ragioneria generale dello Stato, sfornata giusto un anno fa. La massa finanziaria destinata all'Italia da Bruxelles per il periodo che va dal 2007 al 2013 è imponente: fra finanziamento comunitario e contributo nazionale ben 59,4 miliardi di euro, di cui ben 47 destinati al Sud. Ebbene, alla fine del 2010 soltanto un quinto di quella somma enorme era stato già impegnato. In tutto 12 miliardi, il 18,9% del totale. Ma i denari effettivamente spesi erano molti, ma molti meno: 5,9 miliardi, ovvero il 9%. Un bilancio imbarazzante, considerando che il primo triennio 2007-2010 era già scaduto.

Semplicemente abissale, poi, la differenza fra Sud e Nord. Nelle Regioni meridionali la spesa reale era all'8,2%, contro il 16,3% del resto d'Italia. Tenendo conto delle risorse utilizzabili nel solo primo triennio, pari a 33,5 miliardi, ecco che le otto regioni meridionali erano riuscite a impegnarne il 23,6%, con una spesa effettiva, però, non superiore all'11,4%. E il bello è che le amministrazioni centrali, che tutti noi immaginiamo più efficienti rispetto alle strutture regionali, sono riuscite a fare appena meglio, con impegni pari al 41,2% e una spesa reale del 21%. Per fare un paragone, lo Stato ha realizzato una performance tripla rispetto alla Calabria, che si è fermata al 7%, ma soltanto un po' più decente di quella della Sardegna, regione che ha speso il 17,2%. Senza riuscire ad avvicinarsi al Veneto, dove l'utilizzo reale dei fondi europei si è attestato a un pur modesto 25,5%.

Sulle cause si è discusso a lungo. Spesso si tira in ballo la scarsa (o scarsissima) capacità progettuale delle amministrazioni locali o centrali. Ma non c'è dubbio che ci sia anche il concorso dell'indolenza burocratica e di una certa miopia della politica. Le conclusioni a cui sono giunti i magistrati della Corte dei conti in una recentissima indagine sull'uso dei fondi comunitari nel periodo 2000-2006 da parte della regione siciliana sono illuminanti. Si parla di «eccessiva frammentazione degli interventi programmati e notevolissima presenza di progetti non conclusi, pari al 35 per cento della spesa certificata», che «hanno sfavorevolmente inciso sullo sviluppo locale e non hanno prodotto l'auspicato miglioramento delle condizioni di vita della popolazione». Non bastasse, i ricambi ai vertici delle strutture regionali seguiti alle vicende politiche, «hanno di fatto rallentato la spesa compromettendo l'efficacia del programma regionale» mentre il livello molto elevato di errori e irregolarità «denota la carenza dei controlli e una generale scarsa affidabilità degli stessi».

L'Ifel, il centro studi dell'Associazione dei Comuni, sottolinea che gli interventi sono spesso troppo frammentati, con una generale incomprensione fra gestione a programmazione, quando i fondi non vengono utilizzati per progetti non strategici. L'Anci ha calcolato che i Comuni, destinatari di una trentina di miliardi per il periodo 2007-2013, hanno messo in cantiere qualcosa come 2.410 progetti distribuiti per 1.293 municipi. La dimensione media è infinitesima: il valore del 43,5% delle iniziative non supera 150 mila euro. Nella sola Calabria si sono mobilitati, sulla carta, 264 Comuni. La dimensione media è infinitesima: il 43,5% delle iniziative non supera nemmeno 150 mila euro. E poi ci si stupisce che per il 40% dei progetti non ci sia nemmeno una pagina scritta, né un segno sulla carta.

A PROPOSITO dI SPRECHI PARLIAMO DELLa «macchina» pubblica.

Un’inchiesta di Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”.

Sei miliardi di euro sottratti all'Erario. In tre anni hanno provocato un «buco» nel bilancio dello Stato pari a 6 miliardi e 250 milioni di euro, quasi un terzo della manovra da 20 miliardi già varata dal governo di Mario Monti per il 2012. Sono i dipendenti pubblici accusati di danno erariale, dopo essere finiti sotto inchiesta per reati che vanno dalla corruzione alla truffa, dall'omissione in atti d'ufficio all'abuso. Ma anche per semplici «negligenze» nello svolgimento delle proprie mansioni. Funzionari e impiegati che sfruttano il lavoro dei propri colleghi e nella maggior parte dei casi riescono ad arricchirsi. Complessivamente, 14.327 persone che tra il 2009 e il 2011 sono state «segnalate» dalla Guardia di Finanza alla Corte dei Conti e per molte di loro è scattata anche la denuncia penale. Si tratta di una minoranza, ma capace di mandare in crisi il bilancio. Soltanto nell'ultimo anno sono state 883 le «ispezioni» effettuate dai finanzieri, 4.148 le «segnalazioni» per una «perdita» quantificata in un miliardo e 841 milioni di euro. Il settore della spesa sanitaria rimane in cima alla lista degli sprechi e delle ruberie, ma molti altri sono i campi dove la «cattiva gestione» si mescola all'illecito. Uno è certamente quello delle case popolari, amministrate spesso con l'obiettivo di favorire parenti, amici e potenti. E poi c'è il mercato delle consulenze, con amministrazioni locali che addirittura sostituiscono i dipendenti con «esperti» ingaggiati all'esterno e pagati con parcelle da capogiro. E proprio sull'attività di controllo nel settore della spesa pubblica che - al pari dell'evasione fiscale - si concentrerà l'attenzione investigativa della Finanza anche nel 2012 come ha ribadito nella sua direttiva il comandante generale Nino Di Paolo, proprio alla luce dei risultati ottenuti.

Le case vuote e i «senzacontratto».

A Catania il direttore dell'Ente Case Popolari aveva assegnato un negozio a suo figlio - che non ne aveva diritto - e non si è preoccupato di allegare neanche la richiesta, tantomeno di riscuotere il canone. Del resto sono moltissimi gli alloggi che aveva concesso a parenti e amici e alla fine ha provocato un danno di 42 milioni di euro. Grave è anche il «buco» causato da 21 tra amministratori comunali e responsabili di un altro Istituto case popolari che hanno consentito a numerosi inquilini di prendere possesso degli immobili, ma non hanno mai stipulato con loro un contratto di locazione e alla fine non hanno potuto pretendere neanche un euro. C'è anche il caso di un ente con 83 milioni di affitti non riscossi e lì per cercare, inutilmente, di recuperarli è stata autorizzata una consulenza legale che ha provocato un ulteriore esborso di tre milioni di euro. Altri problemi sono stati riscontrati dai finanzieri al momento di censire gli appartamenti lasciati vuoti. In un caso si è scoperto che c'erano 50 alloggi popolari pronti da anni e mai utilizzati: il mancato introito verificato è stato di due milioni di euro, da sommare alle spese di ristrutturazione per renderli nuovamente abitabili dopo anni di abbandono. Numerose indagini sono state avviate pure sulla «cartolarizzazione» degli stabili perché al momento della cessione è stato determinato un prezzo molto inferiore al valore di mercato. Fatti i conti, l'ammanco complessivo per il 2010 e il 2011 è stato di 170 milioni di euro con 70 persone denunciate alla Corte dei Conti e 34 alla magistratura ordinaria.

Il record del primario e le Tac private.

I casi più frequenti di «danno» sono quelli dei medici che lavorano per il Servizio sanitario nazionale e senza autorizzazione svolgono anche attività privata. Negli ultimi due anni, denunciano i finanzieri, «le verifiche per le prestazioni mediche "intramoenia" hanno consentito di scoprire un danno pari a 172 milioni di euro e di deferire ai giudici contabili 190 dipendenti, mentre nei confronti di 71 è scattata anche la denuncia penale». Il record di quest'anno spetta a un primario che ha svolto oltre 3.500 visite presso il proprio studio privato senza naturalmente dichiarare i relativi ricavi. Alcuni suoi colleghi di una Asl che percepivano le indennità di esclusiva, uscivano per andare a visitare i pazienti, ma per giustificare le assenze presentavano falsi contratti per attestare che andavano a insegnare.
Il «sistema» è stato sfruttato in maniera costante in Calabria: i finanzieri hanno denunciato alla Corte dei Conti 115 medici e 25 impiegati della Asp di Catanzaro contestando loro un danno complessivo di 12 milioni di euro. Il meccanismo di illecito riguarda la «Alpi», vale a dire l'attività libero professionale intramuraria. Chi l'accetta può svolgere lavori esterni soltanto in casi particolari e con il «visto» del dirigente. E invece si è scoperto che nessuno effettuava i controlli e questo ha consentito al personale ora finito sotto inchiesta di lavorare fuori e di svolgere l'attività privata addirittura all'interno di una clinica che non aveva le autorizzazioni per alcune prestazioni che invece venivano effettuate. Altrettanto grave è il caso di tre medici che dichiaravano sul foglio presenza di essere al lavoro, mentre facevano visite nei propri studi privati dall'altra parte della città o addirittura in un'altra provincia. La «segnalazione» delle Fiamme Gialle ai giudici contabili riguarda incassi «in nero» per 200 mila euro, ma è stata presentata anche una denuncia penale per truffa. Stesso reato è stato contestato ad alcuni specialisti che utilizzavano Tac e risonanze magnetiche delle strutture pubbliche per i propri pazienti privati.

I medici del lavoro e le «ispezioni».

Truffa, falso e concussione sono gli illeciti addebitati ad alcuni dottori che lavoravano in una struttura ispettiva sull'igiene e la sicurezza negli ambienti di lavoro e avevano accettato consulenze da quelle stesse aziende che dovevano tenere sotto controllo. Onorario concordato: mezzo milione di euro, oltre a docenze e corsi di formazioni pagati a parte.
Al momento appare inspiegabile il comportamento del direttore sanitario di un ospedale che, come viene sottolineato nella relazione della Guardia di Finanza «ha autorizzato personale sanitario dipendente all'esercizio dell'attività libero professionale intramuraria ambulatoriale presso strutture private non accreditate, pur avendo a disposizione spazi realizzati ad hoc utilizzando un finanziamento pubblico di quasi 700 mila euro».

I consulenti legali.

Il caso più eclatante è certamente quello di un Comune che - nonostante potesse contare su un ufficio legale interno - aveva affidato incarichi esterni per un'attività che, come hanno riscontrato le Fiamme Gialle, era «seriale, superflua e svolta soltanto formalmente». Questo non ha comunque impedito un esborso di ben 21 milioni di euro. Nel dossier si evidenzia come quello dei lavori affidati a personale non dipendente sia ormai un vero e proprio «sistema» che consente agli alti funzionari di gratificare amici e parenti con un danno per il bilancio da centinaia di milioni di euro e soprattutto a discapito di quegli «esperti» interni che potrebbero svolgere perfettamente le stesse mansioni.

NON CI RESTA CHE PIANGERE....

La Massoneria appoggia Monti. Esclusivo: parla il Gran Maestro.

CHE COS'E' "IL GRANDE ORIENTE D'ITALIA".

"La Massoneria del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani è un Ordine iniziatico i cui membri operano per l'elevazione morale e spirituale dell'uomo e dell'umana famiglia. La natura della Massoneria e delle sue istituzioni è umanitaria, filosofica e morale. Essa lascia a ciascuno dei suoi membri la scelta e la responsabilità delle proprie opinioni religiose, ma nessuno può essere ammesso in Massoneria se prima non abbia dichiarato esplicitamente di credere nell'Essere Supremo. La Massoneria non è una religione né intende sostituirne alcuna: non pratica riti religiosi, non valuta le credenze religiose, non si occupa di nessun tema teologico, non consente ai propri membri di discutere in Loggia in materia di religione. La Massoneria lavora con propri metodi, mediante l'uso di Rituali e di simboli coi quali esprime ed interpreta i princìpi, gli ideali, le aspirazioni, le idee, i propositi della propria essenza iniziatica. Essa stimola la tolleranza, pratica la giustizia, aiuta i bisognosi, promuove l'amore per il prossimo e cerca tutto ciò che unisce fra loro gli uomini ed i popoli per meglio contribuire alla realizzazione della fratellanza universale. La Massoneria afferma l'alto valore della singola persona umana e riconosce ad ogni uomo il diritto di contribuire autonomamente alla ricerca della Verità. Essa inizia soltanto uomini di buoni costumi, senza distinzione di razza o di ceto sociale. I Lavori di Loggia sono di natura strettamente riservata, ma non segreta. Il Massone è tenuto ad osservare scrupolosamente la Carta Costituzionale dello Stato nel quale risiede o che lo ospita e le leggi che ad essa si ispirino. La Massoneria non permette ad alcuno dei suoi membri di partecipare o anche semplicemente di sostenere od incoraggiare qualsiasi azione che possa turbare la pace e l'ordine liberamente e democraticamente costituito della società. I Massoni hanno stima, rispetto e considerazione per le donne. Tuttavia, essendo la Massoneria l'erede della Tradizione Muratoria operativa, non le ammette nell'Ordine. Ogni membro, al fine di rendere sacri i propri impegni, deve aver prestato Solenne Promessa sul Libro della Legge da esso ritenuta Sacra.

E come in ogni altro tema sociale affrontato, troviamo sempre essa: la Massoneria.

Comunque la pensiate......

"Il curriculum di Mario Monti è di alto profilo. Spero vivamente che possa traghettarci fuori da questa crisi".

Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, la principale loggia massonica, con una intervista ad Affaritaliani.it appoggia il nuovo governo. E sull'esecutivo Berlusconi ha un giudizio poco lusinghiero: "Quando sento dire da Tremonti che con la cultura non si campa... c'è qualche cosa di sbagliato". Un buon punto di partenza è il ritorno alla meritocrazia: "Se vado a vedere le teste pensanti che erano presenti in tutti i partiti del primo Parlamento e poi vado a vedere quelle di oggi... l'Aula non può essere il rifugio di quelli che non possono fare altro".

Come valuta la lettera aperta a firma del Venerabile Maestro Gioele Magaldi, leader del Grande oriente democratico (corrente eterodossa del Grande oriente d'Italia) che fa le congratulazioni al "fratello Mario Monti"?

"Sono convinto che certi personaggi si sveglino la mattina in cerca di notorietà. Non bisogna dare corda a questo individuo, che tra l'altro è stato espulso dal Grande Oriente. Cui prodest? Solo a Magaldi che è in cerca di visibilità. Come diceva Troisi: non ci resta che piangere".

Che cosa ne pensa di Mario Monti?

"Il curriculum è di alto profilo. Spero vivamente che possa traghettarci fuori da questa crisi. Certo poi un governo va valutato sulla base delle opere che riesce a realizzare".

E' la persona di cui oggi l'Italia ha bisogno?

"Questo lo sapremo solo dopo che avremo visto i fatti. La massoneria non si occupa di politica del quotidiano. Si occupa dei grandi valori, dei grandi temi".

Ci spieghi meglio...

"Ancora ai tempi della Grecia antica un tale Aristotele disse che l'uomo è un 'animale politico', ma non certo perché è iscritto a qualche partito o perché ha una tessera. Semplicemente perché vive nella polis, nella società e quindi si fa carico dei problemi che riguardano la dignità e la libertà della persona. I grandi problemi della società erano i suoi problemi e sono quelli della massoneria".

In quest'ottica come valuta il governo Berlusconi?

"Beh, quando sento dire, da Tremonti, un ex ministro dello scorso governo, che con la cultura non si campa. Questo è una offesa, una violenza. Se non hai un ancoraggio ideologico, se non hai un sogno come puoi vivere. Da vecchio mazziniano dico che il problema è sempre l'educazione. Quando a Mazzini gli chiesero che cosa fosse la Repubblica lui disse che 'è una idea, non è una forza di governo o di partito che vince o che perde, è un progetto di educazione morale'".

L'Italia ha bisogno di meritocrazia?

"Assolutamente sì. E' un concetto che condivido. Anche se la meritocrazia significa anche la capacità di sapersi elevare, non solo di fare carriera in una azienda o in una professione. E' qualcosa di più ampio".

Secondo lei in politica ci sono troppo persone che non hanno i requisiti per sedere in Parlamento?

"Se considero la composizione del primo Parlamento e vado a vedere le teste pensanti che erano presenti in tutti i partiti e poi vedo quelle di oggi... Il Parlamento non può essere il rifugio di quelli che non possono fare altro. Lei sa chi era Alfredo Baccarini?".

No, devo ammetterlo, non lo conosco.

"Alfredo Baccarini è stato il più grande ministro dei Lavori pubblici che l'Italia abbia mai avuto. Era un uomo che quando il governo non manteneva il programma si dimetteva. E quando morì un giornale francese scrisse: 'E' morto povero, il più grande encomio che si possa fare ad un uomo politico'".

Ancora una volta, non ci resta che piangere, come dicevano Troisi e Benigni, anche dal ridere.

Francamente ci ha lasciato tutti per un attimo senza parole. Letteralmente. Perché, vedere un ministro che - mentre cerca di spiegare agli italiani quali "sacrifici" dovranno affrontare - scoppia a piangere, lascia davvero sconcertati. Poi lo stupore svanisce e rimane la domanda, anche un po' stizzita: ma perché diavolo piange la Fornero? Le risposte - come ci dimostrano i commenti dei nostri lettori - sono tra le più disparate. Chi si arrabbia, chi se ne frega, chi prova tenerezza. Eppure c'è un sentimento che si ripete in continuazione: lo sconforto. Che si rimanga inteneriti o incavolati neri, c'è uno scoramento di fondo perché: se nemmeno chi detta una via d'uscita crede in essa, dove vogliamo andare? Se proprio chi chiede agli italiani di fare sacrifici, lo fa senza speranza, vien da chiedersi: ma a chi siamo in mano? E, soprattutto, che fine faranno i nostri soldi? E questo fa arrabbiare praticamente tutti.

Il sondaggio - Il Corriere della Sera ha fatto un sondaggio: "E il ministro piange, via ha commosso o irritato?". Inizialmente il risultato mostrava una certa solidarietà verso il 'ministro sofferente': circa il 60% dei votanti si dichiarava commosso. Eppure, questa volta, nemmeno i lettori del Corriere hanno resistito a lungo. Così persino lo sponsor ufficiale del governo Monti è riuscito a difendere l'indifendibile e il risultato si è letteralmente ribaltato nel giro di poche ore. Segna circa il 60% di irritati contro circa il 40% dei commossi.

La manovra era necessaria e senza alternative, altrimenti «lo Stato entro breve non avrebbe potuto più pagare né stipendi nè pensioni» e quindi per l'Italia sarebbe stata la bancarotta. Mario Monti, al debutto televisivo da presidente del Consiglio, fa subito una premessa: «Sono qui per spiegare, non per far piacere a lei», ha detto a Bruno Vespa tramite il quale ha voluto completare il suo personale "road show" per illustrare - questa volta direttamente agli italiani - la gravità della situazione economica del nostro paese e i conseguenti sacrifici che il suo governo ha dovuto imporre. Ma gli italiani, si è detto convinto il premier, «certamente capiranno».

«Il rischio era che lo Stato non potesse pagare stipendi e pensioni». Presentando la manovra - ha affermato nello stesso salotto dove Silvio Berlusconi firmò il famoso "contratto con gli italiani" - «ho invitato tutti a considerare che questa operazione di rigore, equità e crescita chiedeva sacrifici. Ma l'alternativa non era quella di andare avanti come niente fosse, ma quella di correre il rischio che lo Stato non potesse pagare stipendi e pensioni. Non abbiamo da guardare molto lontano: la Grecia è la rappresentazione di che cosa sarebbe potuto accadere in Italia». Il premier ha ammesso che si è trattato di una operazione tutt'altro che indolore anche per lui stesso ammettendo che l'intervento più sofferto è stato quello sulle pensioni più deboli: «La cosa che mi ha fatto più soffrire - ha rivelato - è quando ho visto che per fare una cosa corposa bisognava chiamare a contribuire anche i pensionati e quelli con livelli molto bassi con il blocco dell'inflazione. A quel punto ho capito che bisogna chiamare a contribuire anche quelli dello scudo fiscale».

Per Monti, quindi, la reazione dei sindacati è più che comprensibile: «In passato ci sono stati scioperi, anche generali, per molto meno. Francamente capisco la protesta ma invito anche tutti a pensare cosa sarebbe accaduto al lavoro e alle pensioni senza questo intervento. Con i mezzi che ci erano dati abbiamo comunque fatto molta più redistribuzione di quanto non si sia mai fatto. Gli italiani capiranno e noi spiegheremo le nostre decisioni».

«Decisioni per domare i mercati». Decisioni che servono anche a «domare i mercati: questi - spiega - sono una bestia feroce e oggi sono imbizzarriti. Certamente - assicura - noi lavoriamo per i cittadini e non per i mercati, ma non possiamo non tenerne conto perché il loro funzionamento è essenziale». Talmente tanto che Monti lascia intendere come la manovra approvata sia, di fatto, quasi il "minimo sindacale" richiestoci. Blindando il testo. Pur non annunciandola apertamente il premier ha di fatto evocato più di una volta la fiducia soprattutto quando ha fatto sapere che se «il Parlamento è sovrano, il tempo è però poco e i margini per eventuali modifiche sono pochissimi».

Ma nel futuro dell'Italia a guida Monti non ci sono solo sacrifici: «Il mercato del lavoro - ha infatti detto - sarà il nostro prossimo cantiere e la concertazione sarà essenziale. Le prossime iniziative riguarderanno lo sviluppo, le liberalizzazioni, misure che non chiedono sacrifici, ma modificano la struttura per togliere ingessature all'economia italiana».

«Misure impopolari ma indispensabili». Ha spiegato che le misure, anche quelle più impopolari come l'aumento della benzina e la reintroduzione dell'Ici, sono state «indispensabili», ma ha anche assicurato che l'Irpef non verrà toccata. Ma già si sentono gli effetti di questa manovra pesante: l'Italia - ha detto - d'ora in poi siederà al tavolo europeo e internazionale «da protagonista e non da osservatore distratto.

Silvio Berlusconi amava arrivare all'ultimo minuto, Mario Monti invece approda in via Teulada 75 minuti prima della diretta. Non tanto per marcare la discontinuità, quanto per incontrare i vertici Rai. E una volta seduto sulla poltroncina bianca di Porta a Porta il premier ricorda il Cavaliere per un istante soltanto. Quando si rivolge al padrone di casa con un «se mi permette, dottor Vespa...» seguito da un brusco «non sono qui per fare un piacere a lei». Per il resto, il paragone è impossibile. Lontani i tempi del «contratto con gli italiani», il premier è venuto a dire ai cittadini - in prima serata e in un format tv ideato dopo le polemiche che hanno preceduto l' intervista - che senza «i sacrifici pesanti» il treno Italia sarebbe deragliato. «L'alternativa era il rischio Grecia, il non poter pagare stipendi e pensioni». Monti non cerca l'applauso e nemmeno lo trova. Il momento è cruciale e le misure proposte «non fanno piacere a nessuno», tantomeno a lui. «Gli scioperi? Capisco le reazioni». Arrivando in Rai gli avevano chiesto se era emozionato. E lui: «No». Gessato grigio e cravatta a pallini biancocelesti, incappa subito nel bello della diretta. «Normalmente io guardo lei?», domanda a Vespa in fuorionda. E il conduttore: «Me e le telecamere, aiuta la conversazione». E quando il giornalista gli fa notare che ha perso «solo» nove punti di gradimento, il premier si sbilancia: «Dovevo farla più pesante, la manovra?». I partiti lavorano agli emendamenti, ma Monti avverte che il decreto è pressoché blindato. In Parlamento terrà «occhi e orecchie spalancati», perché le forze che lo sostengono non provino a cambiare troppo i contenuti pur tenendo fermi i saldi: «Il tempo è poco e il margine di flessibilità è pochissimo». Metterà la fiducia? «È prematuro affermarlo, ma le ho spiegato qualcosa di più importante - e qui il "prof" bacchetta lo studente Vespa - cioè che non modificheremo la struttura». La cosa che più lo ha fatto «soffrire» è aver dovuto toccare le pensioni più basse. «Ci siamo sentiti molto in difficoltà - ammette -. Lì ci siamo convinti che era il caso di chiamare a contribuire anche chi aveva usufruito dello scudo fiscale». La ministangata «sarà fatta», lo dice Monti e lo ribadisce Grilli a Ballarò, aggiungendo che gli «scudati» che non verseranno la tassa dell' 1,5 per cento perderanno l'anonimato. Sull'Ici il viceministro apre a una proroga per le prime case e, sulle pensioni, Elsa Fornero spera che, se si troveranno i soldi, si possa «alzare il tetto per garantire l'indicizzazione» agli assegni più bassi. Per due volte Monti loda la sua «piccola squadra» e promette una futura ribalta anche a quei ministri rimasti in ombra, «fiero e orgoglioso» com'è di aver scelto uomini e donne «di straordinaria qualità». Respinge le critiche dei cattolici per i mancati sgravi alla famiglia, fa capire quanto sia arduo dover fare «equilibrismo» tra Pd e Pdl e conferma che non alzerà l'Irpef. Scherza su Vespa «ministro dell' Economia» e rivendica di aver riportato l'Italia «nel salotto buono» del mondo. Quanto ai costi della politica «siamo solo all'inizio», prepara nuove sforbiciate Monti. E annuncia una «task force aperta anche ai contributi dei giornalisti». Solo sul finale concede uno squarcio della sua vita privata. La mamma lo ammoniva a «tenersi alla larga dalla politica» e la moglie lo rimprovera ogni sera per essere rientrato tardi nell'appartamento presidenziale: «Non credo sia interamente contenta per gli orari che faccio». È forse l'unico sorriso, l'unico momento in cui Monti si rilassa dopo aver tenuto, per mezz'ora, i gomiti puntati sui braccioli della poltroncina.

«Il rischio era che lo Stato non potesse pagare stipendi e pensioni». E allora……?!?

Pensioni, d’oro, pensioni baby, pensioni privilegiate, stipendi a statali nullafacenti e irrispettosi che causano disservizi a catena. Sprechi e foraggiamento ai media per tacitare verità scomode. Di che parliamo. Di truffa legalizzata, se non di che cosa?

Proprio il 9 dicembre 1011 un servizio di Mingo su “Striscia la notizia” denuncia uno spreco colossale: Pagato, ma non lavora da sei anni. Mingo intervista un signore.

Mingo «Innanzitutto complimenti, perché lei mette la faccia nel dire questa cosa che a noi sembra incredibile. Cioè lei percepisce uno stipendio senza lavorare.»

Persona «Sì, sì, esattamente così.»

Mingo «He sì. Lei fa il segretario comunale.»

Persona «Sì, sì, e questo è il mio lavoro… segretario comunale.»

Mingo «E cosa consiste, detto in parole povere.»

Persona «Intanto, come dice la parola, lavoro nei Comuni. Lavoro nei Comuni e mi occupo di coordinare i vari servizi dei Comuni…»

Mingo «Certo…»

Persona «Presto consulenza, soprattutto giuridica ai vari organi….»

Mingo «Certo…»

Persona «E anche ho anche il compito ingrato, qualche volta di vigilare su..su…sull’attività del Comune…»

Mingo «Del Comune….. Mi spiega perché sta a casa e percepisce lo stipendio.»

Persona «E guardi. E’ semplice. Circa 15 anni fa…»

Mingo «Sì….»

Persona «La legge è cambiata. Prima ci assegnavano le Prefetture. Il Ministero tramite le Prefetture ai comuni. Da circa 15 anni è stato stabilito che il segretario debba essere di fiducia del Sindaco o del presidente della provincia…»

Mingo «Haaa….»

Persona «Quindi che succede. Quando il Sindaco si scegli il Segretario di sua fiducia, quello che già lavora se ne deve andare…»

Mingo «Ho capito. Percependo lo stesso lo stipendio….»

Persona «E certo…..»

Mingo «Lo stipendio, vogliamo ricordare di…»

Persona «Duemila e seicento euro.»

Mingo «Mi scusi. Da quanti anni lei percepisce lo stipendio e non lavora.»

Persona «Lo devo dire…»

Mingo «Lo dica….»

Persona «Lo dico…»

Mingo «Lo dica….»

Persona «Da sei anni netti.»

Mingo «Haaa….mi scusi però, perché ha scelto di dirlo a Striscia.»

Persona «Beh…intanto, perché questo problema non coinvolge soltanto me, ma possiamo dire, centinaia di persone…»

Mingo «In Italia…in tutta Italia…»

Persona «Sì, nel nostro paese, evidentemente, e poi perché il fatto che il mio destino personale, professionale, familiare debba essere affidato a persone sulle quali, in qualche modo, dovrei esercitare anche un minimo di controllo, per quanto non mi faccia piacere»

Mingo «Certo….»

Persona «E’ un’aberrazione che non mi sta bene, che danneggia me e danneggia soprattutto i cittadini per le ricadute di illegalità che questa situazione comporta. »

E non è tutto.

Tira una brutta aria, sia a Montecitorio sia a Palazzo Madama. Il premier Mario Monti intende mettere mano agli stipendi dei parlamentari: una sforbiciatina da 5mila euro a politico che sta infiammando i corridoi dei Palazzi romani. "Non è necessario attendere l’esito dell’indagine della commissione Istat per equiparare le retribuzioni dei parlamentari italiani alla media Ue: basta riferirsi semplicemente a quanto accertato dall’Europarlamento nella sua indagine del luglio 2008 che aveva fatto uno studio approfondito per arrivare a una media dei compensi fino ad allora attribuiti dai singoli Paesi". In una intervista all’Adnkronos il presidente della commissione Esteri del Senato, Lamberto Dini, replica duramente alle indiscrezioni, apparse oggi su alcuni quotidiani, che parlano di una rivolta in parlamento a causa dell'emendamento "taglia-stipendi" che scatterebbe per decreto qualora la commissione guidata dal presidente dell'Istat Enrico Giovannini non finisse il proprio lavoro entro fine anno. La norma, contenuta nel decreto "salva Italia" licenziato dal premier Mario Monti, prevede la riduzione - già a partire dal gennaio 2012 - delle indennità ai parlamentari equiparandole a quelle percepite dai politici negli altri Paesi dell'Eurozona. Una presa di posizione che, a detta del Tgcom, non piace affatto ai nostri politici. Da Montecitorio e da Palazzo Madama fanno sapere che la norma violerebbe "l'autonomia del Parlamento". Lo stesso Dini va a riesumare una indagine disposta dall’Europarlamento due anni fa: la ricerca serviva a fissare la retribuzione degli eurodeputati come risultante dalla media delle retribuzioni dei parlamentari dei singoli Paesi. "La verità - ha spiegato il parlamentare del Pdl - è che le retribuzioni onnicomprensive nette (quindi non solo l’indennità, ma anche la diaria e i compensi accessori), dei deputati e senatori italiani sono già oggi, anche in virtù delle riduzioni già decise nei mesi scorsi, al di sotto della media delle analoghe retribuzioni dei colleghi europei". Per Dini questo dovrebbe bastare. Secondo i numeri riportati da Repubblica, l'indennità di un deputato ammonta a oltre 11.700 euro, cifra calcolata al netto della diaria. Si tratta di circa 6mila euro in meno (per essere precisi 5.339 euro) rispetto alla media delle retribuzioni percepite nel Vecchio Continente. A questi numeri il governo Monti sta guardando come modello al fine di riuscire a tagliare i costi del parlamento. La prima bocciatura ai tagli è stata decisa dalla commissione Affari costituzionali che ha espresso parere negativo sul settimo comma dell'articolo 23. Stesso copione anche a Palazzo Madama. "Quell'intervento, giusto nel merito, lede l'autonomia del parlamento - ha spiegato il senatore questore Benedetto Adragna a Repubblica - Se non lo faranno prima i colleghi della Camera, il nostro collegio dei questori depositerà un emendamento correttivo. Puntiamo all'equiparazione ai parlamentari europei, con tutto ciò che ne consegue".

Un nuovo trucchetto della Casta, che come titola Libero in edicola, martedì 3 gennaio 2012, "frega pure Monti". Perché? Perché la Casta si è salvata gli stipendi d'oro. Era stata infatti creata una commissione che, come spiega il vicedirettore Franco Bechis, "entro il 31 dicembre avrebbe dovuto stabilire se e come tagliare i trattamenti economici di deputati, senatori, politici degli enti locali, giudici, dirigenti e boiardi di Stato". Peccato che questa commissione abbia già rinunciato alla titanica impresa, poiché "troppo delicata". Eppure la faccenda non pare così complessa: Libero ha completato i calcoli che erano stati delegati alla commissione in poche ore. Nel Sistema parlamentare italiano c'è una tessera che consente loro di salire e scendere liberamente da aerei, treni, navi, di non pagare il pedaggio autostradale. Un privilegio che non ha nessun collega europeo: in Francia i parlamentari hanno una tessera che permette loro di fare più di 40 viaggi aerei tra il collegio e Parigi e sei fuori dal collegio. Come se non bastasse l'onorevole italiano usufruisce anche di 258 euro di rimborso mensile per le spese telefoniche e di 41 euro per la dotazione informatica. Fino al 31 dicembre 2011 la nostra Casta usufruiva di un vitalizio dopo solo due legislature, al compimento del 50esimo anno: resta l'assegno di fine mandato, ma il vitalizio è stato sostituito dal primo gennaio da una pensione calcolata con metodo contributivo e solo al compimento dei 65 anni d'età.  In Italia il vitalizio è stato di 2.486 euro mensili per due legislature. La Casta percepisce anche un'indennità di residenza, una somma assegnata al parlamentare per mantenersi fuori dalla città di residenza: sotto questo aspetto gli italiani non sono primi, perché la somma che percepiscono i colleghi tedeschi è più alta: 3900 euro invece dei 3500 degli italiani. Da qualche tempo questa ricca indennità viene decurtata in base alle assenze: non solo quelle nelle sedute dell'aula ma anche delle commissioni. Si possono tagliare gli stipendi dei parlamentari italiani? Per la Commissione guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini, il problema è che i nostri deputati e senatori guadagnano più dei colleghi europei in termini di stipendio, però costano di meno in termini di assistenti (i cosiddetti portaborse) e spese aggiuntive. Lo dice il rapporto della Commissione. Per la Commissione è impossibile fare una media. L'organismo che aveva avuto l'incarico dal governo Berlusconi e dalle presidenze di Camera e Senato, confermato dall'esecutivo Monti, doveva rendere il suo verdetto entro il 31 dicembre 2011 e lamenta il poco tempo a disposizione. La media comunque è complessa: in Italia l'indennità parlamentare lorda per i deputati è di 11.283 contro i 7.100 euro della Francia, i 2.813 della Spagna, 8.500 nei Paesi Bassi, 7.668 in Germania. A cui si aggiunge in Italia una diaria da 3.500 euro. Sono però minori le spese accessorie, in particolar modo quelle dei collaboratori: rientrano per i deputati nostrani fra le spese di segreteria e rappresentanza, 3.690 euro al mese. Mentre per esempio in Francia un deputato può spendere fino a 9.100 euro al mese per i collaboratori, in Germania sono pagati dal Parlamento per un totale di 14.700 euro, in Austria sono dipendenti della Camera. Per la Commissione comunque i dati raccolti sono «del tutto provvisori e di qualità insufficiente per una utilizzazione ai fini indicati dalla legge». Insomma insufficienti per capire se e quanto tagliare. Quindi «nonostante l'impegno profuso e tenendo conto dell'estrema delicatezza del compito a essa affidato, nonché delle attese dell'opinione pubblica sui suoi risultati, la Commissione non è in condizione di effettuare il calcolo di nessuna delle medie di riferimento con l'accuratezza richiesta dalla normativa».

Si potrebbe dire, però, che rapportati allo stipendio di altri boiardi di Stato, il Parlamentare non percepisce tanto, in riferimento alla carica ricoperta. Dà fastidio il fatto la loro tracotanza ed indifferenza nei confronti del cittadino che li elegge e che dovrebbe rappresentare. Provate a mandare un e-mail per chiedere un intervento istituzionale su un problema singolo o collettivo: lettera morta.

L'indagine di Mario Sensini su “Il Corriere della Sera”. Più di sedicimila euro al mese: il record dei parlamentari italiani. Le tabelle pubblicate dalla Commissione Giovannini. Al secondo posto i francesi con 13.500. Più di 16 mila euro lordi al mese in tasca. Contro i 13.500 di un deputato francese, i 12.600 di uno tedesco, i poco più di 10 mila euro che guadagna un rappresentante della Camera olandese, i 9.200 di un deputato belga, gli 8.650 di un austriaco, per non parlare dei 4.630 euro che costituiscono il «misero» appannaggio di un deputato spagnolo. Le tabelle che mettono a nudo i privilegi della politica italiana sono lì, appena pubblicate dalla Commissione Giovannini sul sito della Funzione pubblica: gli eletti del Bel Paese costano da un minimo del 20 per cento fino al 400 per cento in più rispetto ai colleghi. Dati che parlano chiaro, ma che rischiano di servire a ben poco. Deputati e senatori italiani, insomma, si mettono in tasca il 60% in più rispetto alla media europea. Ma quella media resta pur sempre un calcolo «a spanne», come ammette la stessa Commissione, e su queste basi sarà molto difficile, anzi praticamente impossibile, far scattare la mannaia sui costi della politica italiana. La norma voluta da Giulio Tremonti e attesa dai presidenti di Camera e Senato sembrava molto semplice, stipendi parametrati alla media europea, ma in realtà rischia di rivelarsi inapplicabile. Quell'articolo del decreto di luglio 2011, come scrive la stessa Commissione, presenta infatti «aspetti di ambiguità e talvolta di contraddittorietà». E il gruppo di lavoro guidato dal presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, composto da esperti di chiara fama, compreso un rappresentante di Eurostat, è letteralmente impazzito per tirarne fuori qualcosa di sensato. Senza riuscirci. Non solo per i tempi strettissimi che sono stati concessi alla Commissione, o perché la richiesta di una proroga è stata rifiutata da Palazzo Chigi, che ha ricordato come il termine ultimo per la consegna del lavoro sia quello del 31 marzo 2012. Alla Commissione ci sono volute intere settimane per arrivare a definire che cosa debba essere considerato nel «trattamento economico omnicomprensivo» cui fa riferimento la legge per le cariche apicali della pubblica amministrazione. Altre settimane di lavoro, confronti, discussioni, per dare un senso alla definizione, invece, del «costo» relativo al trattamento economico omnicomprensivo che la legge prescrive di calcolare per i parlamentari. Poi c'è stato il problema dell'individuazione degli organismi «omologhi» a quelli italiani che in molti casi negli altri Paesi non ci sono (solo 16 istituzioni sulle 31 considerate dalla legge italiana perché fossero parametrate a quelle europee, hanno dei corrispondenti più o meno simili), la definizione del concetto di retribuzione (la legge italiana fa riferimento al lordo, ma come si sa a parità di retribuzione lorda le tasse e contributi fanno una differenza abissale), poi quello della ponderazione sul Pil (già, ma di quale Pil, se a prezzi correnti o a parità di potere d'acquisto la legge non lo dice), ed infine la raccolta dei dati. Spesso non ufficiali, e che sono arrivati attraverso i canali diplomatici solo a partire dal 13 dicembre scorso. Fatto sta che dopo tre mesi di riunioni a spron battuto, la Commissione Giovannini ha alzato le braccia e si è arresa. Ha pubblicato il rapporto entro il 31 dicembre 2011 come prevede la legge. Ma le conclusioni sono disarmanti: «La Commissione considera i dati contenuti del tutto provvisori e di qualità insufficiente per una loro utilizzazione ai fini indicati dalla legge». Se qualcuno pensa di tagliare gli stipendi dei parlamentari e dei vertici dell'amministrazione pubblica usando questa strada, dice in sostanza la Commissione, si sbaglia di grosso. «Di fatto è stato chiesto alla Commissione di condurre in pochi mesi lo studio degli assetti istituzionali e organizzativi di sei Paesi, più l'Italia, con un dettaglio mai realizzato in letteratura e visto l'utilizzo a fini legali dei risultati, con l'esigenza di raccogliere dati di elevata qualità, inconfutabili e pienamente comparabili». Considerati tutti i limiti, non deve stupire la conclusione del rapporto Giovannini. «Nonostante l'impegno profuso e tenendo conto dell'estrema delicatezza del compito ad essa affidato, nonché delle attese dell'opinione pubblica sui suoi risultati, la Commissione non è in condizione di effettuare il calcolo di nessuna delle medie di riferimento con l'accuratezza richiesta dalla normativa». Abbiamo scherzato? Può darsi. «Le difficoltà finora incontrate dovrebbero far riflettere il legislatore sull'effettiva applicabilità della norma di riferimento della quale (non a caso) non si trova alcuna analogia negli altri principali Paesi dell'Unione europea», si legge nel rapporto della Commissione. Insomma: per andare avanti servono dei correttivi alla legge. Così, in attesa delle mitiche «medie» ci si deve così accontentare di una paio di tabelle riferite al trattamento economico e previdenziale dei deputati e dei senatori italiani ed europei, ma piene zeppe di note a margine e farcite di formulette matematiche. Oltre a questo, il rapporto della Commissione non si spinge. Non servirà a tagliare gli stipendi dei nostri parlamentari, ma se non altro offre all'opinione pubblica un paio di conferme, verificate scientificamente, e scontatissime. Su base omogenea, quindi senza contare la spesa per i collaboratori, e dunque considerando soltanto l'assegno materialmente incassato, i parlamentari italiani sono i più pagati d'Europa. Se si considera anche il contributo per portaborse e uffici stampa gli italiani sono battuti solo dai francesi, ma con una differenza fondamentale. In Italia i contributi per i collaboratori (3.690 euro per i deputati, 4.180 per i senatori) sono erogati formalmente ai gruppi politici di appartenenza, sotto la voce spese di rappresentanza, ma poi da questi vengono girati ai rispettivi titolari. Molto più semplicemente in Francia c'è una linea di credito offerta dal Parlamento per pagare i collaboratori, che se non viene utilizzata, deve essere restituita. Mentre in quasi tutti gli altri Paesi, spesso, il collaboratore del deputato o del senatore è già un dipendente stipendiato dell'istituzione di appartenenza. Anche sul trattamento previdenziale dei nostri parlamentari c'era qualche vago sospetto, che la Commissione Giovannini puntualmente conferma. Almeno fino al 31 dicembre scorso, quando è scattato il meccanismo del contributivo pro rata, gli italiani primeggiavano in Europa. Dopo cinque anni di mandato il vitalizio maturato era di 2.486 euro al mese, in Francia di 780 euro. Tre volte di meno. Maturato, per giunta, con una contribuzione previdenziale superiore: oltre il 10% dello stipendio contro l'8,6% versato dai parlamentari italiani.

Anche Carmelo Lopapa ha pubblicato la sua inchiesta su “La Repubblica”. L'indennità mensile (lorda) è la più alta d'Europa. Ma il "costo complessivo" del parlamentare in altri paesi, quali Francia e Germania, è ben superiore. Difficile, dunque, anzi "impossibile" decidere chi guadagna di più e chi meno. E soprattutto "fare una media". La Commissione per il livellamento retributivo, guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini, rinuncia però a quell'obiettivo. L'organismo (composto anche da quattro accademici) incaricato dal governo Berlusconi  - confermato da Monti - e dalle presidenze di Camera e Senato di confrontare i compensi tra le cariche elettive e gli organi istituzionali di sei paesi Ue, pubblica dunque i risultati della sua attesa comparazione. La relazione, nelle 37 pagine depositate il 31 dicembre 2011, si limita a fotografare la "giungla" retributiva dei parlamentari nei sette paesi presi in esame: Italia, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Austria e Belgio. Giovannini ha chiesto però una proroga al 31 marzo per completare il lavoro su organi costituzionali e enti pubblici. "Nonostante l'impegno profuso - si legge nelle conclusioni - la commissione non è in condizione di effettuare il calcolo delle medie".

INDENNITÀ
Supera gli 11mila euro, a Berlino e Parigi 7mila 

In nessun paese europeo un parlamentare percepisce un'indennità lorda mensile pari a quella del deputato (11.283 euro) e del senatore (11.550 euro) italiano. E quella costituisce solo una delle cinque voci che - si legge nella relazione - compongono il "costo" del parlamentare (diaria, spese di viaggio e trasporto, spese di segreteria, spese per assistenza sanitaria, assegno vitalizio e di fine mandato). Nel caso della Spagna, l'indennità in senso stretto (2.813 euro) è addirittura quasi quattro volte inferiore. Si avvicinano solo i Paesi Bassi con 8.503 euro. Tra i grandi paesi, Francia e Germania viaggiano tra i 7.100 e i 7.668. Ma si parla di lordo. E in Italia dopo le ultime (ripetute) decurtazioni, l'indennità netta è di poco superiore ai 5.000 euro. In ogni caso, fanno notare i professori della commissione, è difficile fare dei confronti perché diverso è anche il livello di tassazione tra paese e paese (per esempio in Francia tocca il 20 per cento sui 7.100 euro lordi). Il sindaco di Firenze Matteo Renzi ieri dettava la sua ricetta: "Ai parlamentari darei la stessa cifra che guadagno da sindaco di una grande città: 4.200 euro al mese". 

DIARIA 
3500 euro per spese di soggiorno, solo in Germania si spende di più
La diaria mensile o "indennità di residenza" non costituisce una prerogativa italiana. Per di più, il budget assegnato al deputato e al senatore per le spese di mantenimento fuori sede non costituisce un record continentale. A ricevere una cifra forfettaria più alta per le spese di soggiorno a Berlino è per esempio il parlamentare tedesco: 3.984 euro. Ma il collega italiano con 3.503 euro segue a ruota. Da qualche mese, alla Camera e al Senato questa ricca indennità accessoria (che non fa differenza tra chi soggiorna a Roma per l'attività parlamentare e chi vive e risiede comunque nella capitale) viene decurtata in proporzione alle assenze: non solo quelle nelle sedute d'aula, ma anche nelle sedute di commissione. Ed è il motivo delle recenti polemiche esplose per i frequenti casi di deputati presenti solo per firmare il registro e poi dileguarsi. In Francia il deputato non percepisce affatto la diaria, ma gode di alloggi a tariffe agevolate in residence di proprietà dell'Assemblea. A Madrid sì, ma ammonta a 1.800 euro, mille in meno poi se il deputato è eletto nella capitale. Trattamento simile nei Paesi Bassi, non prevista in Belgio.

PORTABORSE
4000 euro: meno che in altri Paesi, ma da noi non va giustificata
La commissione Giovannini le chiama "spese di segreteria e di rappresentanza". E accorpa sotto questa unica voce il budget messo a disposizione da Camera e Senato per i parlamentari al fine di consentire a deputati e senatori di avvalersi di collaboratori e di segreterie nei territori di origine e a Roma. Ma il confronto con gli altri cinque paesi messo nero su bianco dalla commissione Giovannini finisce per conclamare l'anomalia tutta italiana. L'anomalia consiste in questo caso non nell'importo - inferiore e in qualche caso di molto rispetto ad altri paesi quali Francia e Germania - ma nella modalità: forfettaria. Vale a dire che il deputato (3.690 euro) e il senatore (4.180) ricevono la somma senza aver alcun obbligo di rendicontazione e senza dover dimostrare se hanno pagato regolarmente un collaboratore. L'Europarlamento da sempre gestisce il budget assegnando al deputato il collaboratore richiesto, ma pagandolo direttamente. Avviene così anche in Germania (dove il fondo per la segreteria lievita a 14.712 euro) e in Belgio, si legge nella relazione. In Francia, se il deputato non utilizza la linea di credito da 9.138 euro in tutto o in parte, viene restituita.

BENEFIT
Treni, aerei, navi e autostrade solo a Roma non si pagano
Il monte benefit è la vera "babele" che fa del parlamentare - quello italiano soprattutto - un privilegiato. La relazione Giovannini lo certifica. La "libera circolazione ferroviaria, autostradale, marittima e aerea" consentita dall'apposita tessera di cui viene dotato il deputato e il senatore appena mette piede a Montecitorio e Palazzo Madama, non ha corrispettivi. In Francia, i deputati dispongono di una carta ferroviaria, più 40 viaggi aerei tra il collegio e Parigi e 6 fuori dal collegio. In Germania, solo tessera ferroviaria e rimborso per i voli domestici con rimborso a piè di lista. In Spagna, è prevista una diaria da 150 euro per ogni giorno di viaggio all'estero e 120 per viaggio interno. Nei Paesi bassi, treno di prima classe e rimborso chilometrico da 0,37 euro al km ma solo se non esistono mezzi pubblici che consentano al deputato di tornare a casa. Tutta un'altra storia. Il parlamentare italiano usufruisce anche di 258 euro mensili di rimborso per spese telefoniche (in Francia 416 euro, nei Paesi Bassi 33 euro appena) e di 41 euro per dotazione informatica. La Spagna però offre Ipad e telefoni portatili di servizio.

VITALIZI
Ue, tutti con le pensioni: ma in Italia c'è un superassegno
Fino al 31 dicembre 2011, i parlamentari italiani usufruivano di vitalizio dopo almeno due legislature, al compimento del cinquantesimo anno. Resta ora come allora l'assegno di fine mandato, ma il vitalizio è stato sostituito dal primo gennaio da una pensione con metodo contributivo e solo al compimento dei 65 anni (60 con almeno due legislature). In Italia, fa notare la relazione Giovannini, dopo 5 anni di mandato il vitalizio finora è stato pari a 2.486 euro mensili, con un versamento pari all'8,6 per cento dell'indennità lorda. In Francia, dopo cinque anni di mandato, il vitalizio minimo è pari a 780 euro a fronte di un versamento del 10,5 per cento dell'indennità legislativa, se ne ha diritto a 60 anni. In Germania, l'età alla quale il deputato matura la pensione è stata innalzata gradualmente dai 65 ai 67 anni. In Spagna la pensione è un beneficio di carattere integrativo ed è pari alla differenza tra la pensione che il deputato riesce a maturare nella vita lavorativa e la pensione massima raggiungibile in quel paese. Integrazione che può essere richiesta se il mandato è stato almeno di 11 anni.

"Salvate le persone, non le banche", diceva la folla di manifestanti negli Stati Uniti per reazione all'imponente piano di salvataggio del sistema finanziario varato dopo l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, con l'obiettivo di evitare fallimenti a catena in seguito al tracollo della Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008.

La storia si ripete in Italia. Le misure adottate il 4 dicembre 2011 dal governo di Mario Monti, ex presidente dell'università Bocconi, sono severe con i pensionati, con i proprietari dell'abitazione (l'80% degli italiani possiede la propria casa), con chi ha un reddito medio-basso (i più colpiti dall'aumento dell'Iva di due punti).

Le stesse misure fanno invece sorridere le banche.

Nel decreto Monti ci sono almeno tre benefici per le banche. Il primo deriva dalla riduzione a mille euro del tetto per i pagamenti in contanti, finora era di 2.500 euro. Il tetto sarà più basso, solo 500 euro, per le pensioni. Questo farà aumentare i pagamenti con bonifico, assegno, carte di credito e prepagate. Una stima dice che queste transazioni aumenteranno del 30 per cento. Dunque le banche incasseranno più commissioni e aumenteranno gli utili. Secondo stime le maggiori banche italiane, Intesa Sanpaolo e Unicredit, potrebbero aumentare gli utili di una decina di milioni di euro all'anno ciascuna. Il tetto a 500 euro per i pagamenti in contanti delle pensioni obbligherà circa due milioni di pensionati ad aprire un conto corrente, anche questo andrà a vantaggio per le banche. Queste norme hanno l'obiettivo di ridurre i pagamenti in nero e l'evasione fiscale. Vedremo se accadrà. Tuttavia il governo non ha previsto un immediato abbassamento delle commissioni bancarie. Monti ha solo espresso un generico auspicio a una loro "adeguata riduzione". Si affida alla buona volontà dei banchieri...

Il secondo vantaggio per le banche deriva dalla riduzione dei prelievi in contante. Per le banche queste operazioni sono un costo, alcuni mesi fa alcuni istituti avevano perfino introdotto una tassa per chi prelevava allo sportello i propri soldi, sollevando una marea di proteste. Con l'aumento dei pagamenti senza denaro le banche avranno bisogno di meno personale allo sportello. Secondo stime autorevoli potrebbero essere in eccesso fino al 30 per cento dei cassieri. Per gruppi come Intesa e Unicredit questo significa diverse migliaia di potenziali esuberi (almeno 3-4mila cassieri in meno per ognuna di queste banche). Si tratta di personale dal costo medio di 70-80mila euro all'anno. E' difficile che le banche possano prepensionare questi dipendenti, nel momento in cui il governo alza l'età pensionabile. Avranno comunque una disponibilità di personale che potranno ricollocare. Uno dei banchieri più conosciuti stima che, se le banche riuscissero a ridurre il personale che risulterà in eccesso, nel complesso potrebbero risparmiare fino a un miliardo di euro.

Ma ecco l'aiuto più importante. Le banche sono senza soldi, non fanno più credito alle imprese. E non si prestano neppure il denaro fra loro, perché hanno paura che un'altra banca fallisca. In realtà non tutti sono a secco. Chi ha liquidità preferisce tenerla al sicuro alla Bce, a Francoforte, anche se riceve interessi solo dello 0,5 per cento, ci sono più di 300 miliardi parcheggiati. Cosa ha fatto allora Monti? Ha introdotto la garanzia dello Stato sulle passività delle banche, sulle obbligazioni che emettono per finanziarsi. La garanzia vale anche per le obbligazioni già emesse, è sufficiente che questi bond abbiano tre mesi di vita residua. Se un istituto non fosse in grado di rimborsare le obbligazioni alla scadenza, sarà lo Stato a pagare.

E lo farà con i soldi dei contribuenti, costretti a pagare di più con questa manovra. Il decreto stanzia infatti per questi possibili interventi a favore delle banche 200 milioni di euro all'anno, dal 2012 al 2016, in tutto un miliardo di euro. L'anno prossimo scadono 137 miliardi di bond delle banche. Il primo effetto di questa misura è ridurre il costo della provvista per le banche, grazie alla garanzia dello Stato dovrebbero riuscire a finanziarsi a tassi più bassi.

Se le banche fallissero sarebbe una catastrofe, anche per i piccoli risparmiatori. Dunque l'intento di Monti è comprensibile. Meno condivisibile però è che il salvagente non sia accompagnato da norme che consentano un controllo sulle banche e l'individuazione delle responsabilità e degli errori fatti dai banchieri. Per esempio molte banche hanno impegnato centinaia di milioni di euro in operazioni di potere, come gli interventi "di sistema" (cioè per favorire gli amici) di Intesa in Telecom e nella cordata berlusconiana della nuova Alitalia. Oppure i finanziamenti a favore di Ligresti e dell'immobiliarista Zunino, che vedono in prima linea Unicredit, Intesa e Mediobanca. Questi soldi sono stati sottratti a un utilizzo più corretto, distratti dal finanziamento della produzione delle imprese sane. Quando il presidente Obama ha varato il piano di salvataggio dei gruppi finanziari (Tarp), con un fondo da oltre 800 miliardi di dollari, ha introdotto norme precise di controllo, tra cui un tetto agli stipendi più alti, a cominciare dall'amministratore delegato delle società salvate, che non poteva guadagnare più di mezzo milione di dollari all'anno, pari a circa 350mila euro. Monti non ha messo alcuna norma di questo tipo. Eppure i capi delle grandi banche italiane guadagnano agevolmente almeno due-tre milioni di euro lordi all'anno.

Non c'è un conflitto d'interessi tra queste norme, così favorevoli alle banche, e il fatto che nel governo Monti ci sia una folta pattuglia di ex banchieri? O pensate che questa sia solo una coincidenza? C'è Corrado Passera, che ha lasciato la guida di banca Intesa per fare il superministro dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e Trasporti (stipendio 2010: 3,5 milioni lordi) e possiede ancora circa otto milioni di azioni della banca. C'è Elsa Fornero, il ministro tagli-pensioni che era vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa, c'è Piero Gnudi, il ministro del Turismo che era nel consiglio di Unicredit. E c'è Mario Ciaccia, uno dei principali dirigenti del gruppo Intesa, che adesso è il viceministro di Passera alle Infrastrutture. Monti chiama il decreto "salva Italia". Di sicuro è anche un decreto "salva banche". Potremmo chiamarlo decreto "ad bancam".

ITALIA E SISTEMA DI POTERE: UN POZZO SENZA FONDO

Tutte le Manovre 2011: un riepilogo per non perdersi.

5 Dossier per 5 Manovre. Abbiamo pensato di riepilogare in uno speciale tutte le Manovre approvate e pubblicate nel 2011, con l'indicazione dei principali provvedimenti e novità introdotte da ciascuna. Decreto Sviluppo 2011, Manovra Correttiva 2011, Manovra Bis di Ferragosto, Legge di Stabilità 2012 e infine la Manovra Monti.

Vista la proliferazione di Manovre elaborate nel 2011 dal Parlamento, ci è sembrato utile raggrupparle in ordine cronologico, con tutti i riferimenti normativi e le principali novità introdotte da ognuna di esse.
Ad ogni Manovra abbiamo dedicato un Dossier informativo che raccoglie tutta la rassegna stampa, la normativa e gli approfondimenti sul tema.

Riepilogando abbiamo le seguenti Manovre:

1.     Decreto Sviluppo 2011

2.     Manovra Correttiva 2011

3.     Manovra Bis di Ferragosto

4.     Legge di Stabilità 2012 (Legge Finanziaria 2012)

5.     Manovra Monti – Decreto Salva Italia

Decreto Sviluppo 2011

DL del 13 maggio 2011 n. 70 - Semestre Europeo - Prime disposizioni urgenti per l'economia. Pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 110 del 13 maggio 2011. Convertito, con modificazioni, dalla Legge 12 luglio 2011 n. 106

Il Decreto Sviluppo 2011 (DL n. 70 del 13.05.2011) come modificato dalla legge di conversione del 12 luglio 2011, n. 106, è entrato in vigore il 13 luglio 2011 con tutte le sue novità introdotte nel corso dell'esame parlamentare. La legge di conversione del decreto sviluppo conferma l'impianto del testo originario, che contiene una miriade di norme che puntano soprattutto alla semplificazione degli oneri burocratici a carico di imprese e cittadini. Tra le modifiche di carattere generale l'abrogazione delle norme sulla concessione del diritto di superficie per il demanio marittimo, mentre per quel che riguarda il fronte fiscale le novità principali sono relative alle procedure di riscossione coattiva. Grazie all'entrata in vigore della manovra di rientro, però, le nuove disposizioni relative all'atto unico di accertamento e riscossione entreranno in vigore solo dal 1° ottobre.

Le novità immediatamente operative riguardano, invece:

Le altre principali novità riguardano:

·        aumento tasse catastali per le visure dal 1° settembre.

Manovra Correttiva 2011 - Manovra Finanziaria

Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98 recante disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria. Pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 155 del 6 luglio 2011. Convertito, con modificazioni dalla Legge 15 luglio 2011, n. 111.

La manovra di riallineamento dei conti comprende un nutrito pacchetto di disposizioni fiscali destinate ad incidere in maniera significativa soprattutto sui lavoratori autonomi. Una manovra pesante, del valore di oltre 40 miliardi, approvata in 10 giorni dal varo del decreto alla legge di conversione. L’impatto sui conti è destinato a farsi sentire fin da subito e ancora una volta il settore fiscale è chiamato a fare la parte del leone. Nella miriade di norme, infatti, molte sono le novità che non risparmiano nessun settore.

Disposizioni tutte già in vigore grazie all’approvazione sprint del provvedimento.

Per quel che riguarda il pacchetto fiscale la novità di maggior rilievo la previsione del taglio del 5% delle agevolazioni fiscali per l'anno 2013, e del 20% a partire dal 2014, qualora entro il 30 settembre 2013 non siano adottati provvedimenti di riforma del sistema per un suo complessivo riordino, in grado di garantire 4 miliardi di risparmi per il 2013 e 20 miliardi dal 14 in poi. Interessati ai tagli lineari potrebbero essere tutte le agevolazioni fiscali contenute nell'articolo 21, comma 11 - lett. a) della legge 196/2009), senza eccezione alcuna. Previsti tagli, quindi, sia per le famiglie che per le imprese se non interviene una legge di riordino. Rivisto, poi l'aumento del bollo sui conti titoli che ora viene scaglionato in base al valore del deposito. Novità anche per l'addizionale sulle stock option, mentre per quel che riguarda il nuovo regime per i contribuenti minimi con la mini aliquota del 5% è stabilito che la durata può superare anche i cinque anni, ma il regime è valido non oltre i 35 anni di età del beneficiario. Riviste in parte anche le disposizioni in materia di ammortamenti. Alcune di queste misure entreranno in vigore solo il prossimo anno, mentre fin da subito scatta l'obbligo di pagamento del contributo unificato per i ricorsi di fronte alle Commissioni tributarie, come pure la possibilità di chiusura agevolata delle liti pendenti.

Ecco le principali disposizioni:

Di seguito, invece, le novità operative dal 2012:

Manovra di Ferragosto o Manovra Bis 2011

Decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. Pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 188 del 13 agosto 2011. Convertito dalla Legge 14 settembre 2011 n. 148.

La manovra di Ferragosto (d.l. 138/2011), in vigore dal 13 agosto 2011, è aggiuntiva rispetto a quella di luglio, per anticipare il pareggio di bilancio al 2013. L’intervento si è reso necessario a seguito delle sollecitazioni europee, e soprattutto della banca centrale europea. Fisco protagonista della manovra-bis. Dopo i tanti ripensamenti e le riscritture del provvedimento, è proprio quello delle entrate il settore destinato a garantire il valore aggiunto necessario per centrare l’obbiettivo del pareggio di bilancio fin dal 2013. Se i tagli in molti casi sono più che altro una dichiarazione d’intenti, come, in particolare, per quel che riguarda l’abolizione delle province, la stretta sulle entrate è un dato certo e ineludibile. Un insieme di disposizioni, peraltro, che si inseriscono nel solco tracciato già con la manovra del 2010. Ma se lo scorso anno per l’applicazione delle nuove disposizioni erano stati previsti tempi lunghi, quest’anno il clima è completamente diverso. Con la manovra-bis le novità sono tutte già in vigore, a partire dal ritocco dell’Iva, e con gran parte di queste occorrerà fare i conti già in sede di acconto.

Di seguito le principali novità in campo fiscale:

Legge di Stabilità 2012 (Legge Finanziaria 2012)

Legge 12 novembre 2011, n. 183 (Legge di stabilità 2012, ex legge finanziaria) Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato. Approvata in via definitiva dal Parlamento il 12 novembre 2011 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale 14 novembre 2011, n. 265.

Approvata in tempi record per la crisi politica, la Legge di stabilità è destinata comunque ad entrare il vigore dal 1° gennaio 2012. Nessuna anticipazione delle misure, quindi, rispetto ai tempi originariamente previsti, tranne la riforma degli Ordini che dovrà essere operativa entro agosto 2012. In ogni caso saranno necessari decreti attuativi. In vigore da gennaio, invece, il taglio della burocrazia e le semplificazioni per le srl, mentre per la possibilità di avviare società tra professionisti appartenenti a ordini diversi occorrerà attendere un apposito decreto del ministero della Giustizia.

Di seguito le principali novità per professionisti e imprese:

Manovra Monti "Salva Italia".

Una manovra, quella approvata dal Consiglio dei Ministri il 4.12.2011, che come suggerisce il Presidente Mario Monti “salva l’Italia” e che si è resa necessaria per affrontare la crisi finanziaria gravissima che ha investito l’area Euro e più specificatamente il debito italiano. Complesso il pacchetto di interventi che il Governo ha messo a punto e che, nonostante l’emergenza, dà il via ad una serie di riforme strutturali dell’economia italiana. In tutto la manovra ammonta a 30 miliardi di €, per il triennio 2012-2014. Di questi 30 miliardi, 20 saranno destinati alla correzione dei conti pubblici e 10 a promuovere la crescita. Si ricorda, inoltre, che il testo della manovra – sotto forma di D.l. - dovrà essere firmato dal Presidente della Repubblica per poi passare al Parlamento, l’obiettivo è ottenere il via libera definitivo entro Natale.

Principali provvedimenti:

Manovre, nel 2011 interventi per 75 miliardi. I più imponenti di sempre. In 20 anni finanziarie per 460 miliardi. Se si dovessero guardare gli interventi correttivi dei conti, questa sarebbe la peggior crisi degli ultimi vent'anni, peggio di quella di inizio Anni 90. Il governo Berlusconi Quater e il governo di Mario Monti, insieme, sono destinati a varare manovre finanziarie pari a quasi 75 miliardi di euro in un solo anno. La cifra supera di gran lunga l'intervento messo a punto dal governo Amato nella crisi del 1992, un 'correttivo' da 48 miliardi (96 miliardi di vecchie lire), ma con impatto immediato sui conti, diversamente da quanto avviene per le manovre di oggi, che sono cambiate e hanno un impatto triennale.

DECRETO BERLUSCONI-TREMONTI DA 54,2 MILIARDI. Il decreto Berlusconi-Tremonti varato a inizio settembre 2011 aveva un valore di 54,2 miliardi, con impatto sul 2013. A questo vanno aggiunti i 20 miliardi della 'correzione' del nuovo governo tecnico guidato da Mario Monti. Per un totale per il 2011 di 74,2 miliardi di euro.

IN 20 ANNI MANOVRE PER 460 MILIARDI. Nel complesso, negli ultimi 20 anni, i conti pubblici hanno subito una correzione per quasi 460 miliardi di euro. Dopo la manovra del 2011, la seconda per entità è quella varata da Amato nel 1992, seguita da quella di Tommaso Padoa-Schioppa nel 2006 (oltre 35 miliardi). Mentre nel 1996, l'anno dell'eurotassa per centrare l'ingresso nell'euro, la manovra varata valeva 32 miliardi (62.500 miliardi delle vecchie lire).

Ecco una tabella che riepiloga l'entità degli interventi per anno governo e ammontare in miliardi di euro.

1991 Andreotti 29 miliardi di euro
1992 Amato 48
1993 Ciampi 16
1994 Berlusconi 25
1995 Dini 16
1996 Prodi 32
1997 Prodi 13
1998 D'Alema 7
1999 D'Alema 8
2000 Amato 0
2001 Berlusconi 17
2002 Berlusconi 20
2003 Berlusconi 16
2004 Berlusconi 24
2005 Berlusconi 27
2006 Prodi 35
2007 Prodi 15
2008 Berlusconi 13
2009 Berlusconi 11
2010 Berlusconi 13
2011 Berlusconi 74

2011 Monti 20

Queste manovre non ledono l’evasione fiscale: sia perché non si incentiva la volontaria e trasparente denuncia dei redditi con la detrazione assoluta di ogni spesa sostenuta, per obbligare il contribuente a chiedere la fattura o la ricevuta fiscale, sia perché pari a cento versato al fisco si ottiene zero in servizi.

Ergo si paga per sostenere le sanguisughe pubbliche, ed al cittadino, questo non gli va giù.

Allora i politici cosa fanno: si tirano fuori, nominano un capro espiatorio che si assume la responsabilità della stangata, per poi farlo fuori e ripresentarsi immacolati alle elezioni. Sempre loro; sempre quelli uguali a se stessi da oltre 20 anni, sempre quelli, i quali hanno provocato il dissesto.

E gli italiani, coglioni, a rivotarli.

Iniqua, insostenibile, atroce, punitiva. Ma anche urgente, necessaria, senza alternative. Fra le molteplici definizioni e gli aggettivi che sono stati affibbiati alla manovra varata dal governo Monti forse manca quello più importante: inutile. Sebbene solo in pochi lo ammettano, voce ormai serpeggia fra gli economisti non allineati al pensiero dominante e gli osservatori più attenti: l'Italia si trova nel famigerato cul de sac, dal quale non è possibile uscire se non cambiando completamente paradigma. Uno dei postulati del paradigma della crescita è infatti il rapporto debito/pil. In un paese dall'economia sana – sempre ragionando nell'ottica della crescita - questo rapporto non dovrebbe essere superiore allo zero, e il debito non dovrebbe crescere con ritmi superiori al prodotto interno lordo. In Italia questo rapporto si aggira attorno all'1,2, ovvero il debito è circa il 120 per cento del pil. Inoltre il nostro debito sovrano è soggetto a forti speculazioni: quello che viene contratto in tempo di crisi, attraverso l'emissione di bond e obbligazioni, ha degli interessi a dieci anni che si aggirano attorno al 7 per cento. Il pil invece è praticamente fermo, ovvero l'Italia non cresce.

Ecco, in questa situazione – sempre nell'ottica dominante - si può intervenire un due modi: agendo sul debito o sulla crescita. La manovra Monti agisce sul debito: cerca cioè di tagliare il più possibile le spese per chiudere in attivo il bilancio statale e ripagare parte del debito (una parte minima a dire il vero) sperando così che con il diminuire del debito calino anche gli interessi da pagare su di esso. Ma così facendo egli va a colpire direttamente sia le risorse dello stato che le tasche degli italiani, che saranno più poveri e spenderanno meno. Dunque gireranno meno soldi, ancora meno ne entreranno nelle casse dello stato ed il bilancio tornerà in passivo. La crescita non ripartirà ed il debito aumenterà ancora.

Scrive acutamente nel suo blog il giornalista Paolo Barnard, “Mario Monti si troverà con un cane che si morde la coda, e mentre da una parte darà un colpo per raddrizzare il cerchio, dall’altra il cerchio picchierà sul muro storcendosi di nuovo”. È una situazione, quella attuale, dalla quale non si esce se non a patto di una radicale cambiamento di vedute. Per questo motivo sono fiorite, sul web come sulla carta stampata, moltissime proposte di contromanovre, che provano a vedere la situazione da altri punti di vista, e che nel cercare i soldi necessari al bilancio statale mettono al centro le esigenze dei cittadini piuttosto che quelle del mercato.

Il governo Passera-Monti decida di fornire garanzie statali sulle passività delle banche, garanzie pagate con soldi pubblici, che permetteranno agli istituti di credito di pagare più serenamente compensi milionari ai propri manager, senza che nessuno evidenzi un vergognoso conflitto d’interessi è francamente inaccettabile. Ci può spiegare il Primo Ministro secondo quale logica i conti delle banche italiane necessitano dei soldi di pensionati e famiglie se, tanto per citare un esempio, Banca intesa per il 2010 ha distribuito 1,3 miliardi di euro in dividendi ai propri soci e pagato poco meno di 4 milioni di euro come compenso al proprio amministratore delegato? Qual è la ratio che sta alla base della decisione di reintrodurre una tassa sulla casa di abitazione, bene per il quale la maggioranza degli italiani ha fatto sacrifici immani, non prendendo in considerazione ipotesi come quella di toccare grandi patrimoni, abolire i rimborsi elettorali e i finanziamenti pubblici dei partiti, eliminare tutti i “privilegi” della politica, non parlando demagogicamente solo dei costi, equiparare i livelli dei gettoni di presenza nei consigli comunali, spesso diversissimi tra Città e Città?”

Certo, al Senato non godono più dello stupefacente dono che fino a qualche anno fa veniva fatto da ogni presidente che, andandosene, regalava loro, a spese dei cittadini, due anni di anzianità. Ma ci sono ancora, a Palazzo Madama, persone che, assunte prima del 1998, possono andare in pensione prima di tutti gli altri italiani, a cinquant'anni o poco più, godendo anche di quella regalia. È giusto? È un diritto acquisito e quindi intoccabile anche quello?

È accettabile che, 16 anni dopo la riforma Dini, nonostante i ritocchi, non ci sia ancora un dipendente del Senato (quelli arrivati dopo il 2007 possono andarsene con qualche penalità ancora a 57 anni) che accantoni la pensione col sistema contributivo? Così risulta: dato che dal 2007 non è entrato alcuno, i primi soggetti al «contributivo» (peraltro maggiorato con un «aiutino» intorno al 18%) dovrebbero essere sette funzionari in arrivo nel 2012. Come possono capire, gli italiani, che quei fortunati godano di 15 mensilità calcolate sul 90% dell'ultima retribuzione e trasmesse intatte al 90% alla vedova se ha figli minori di 21 anni. Ma non basta ancora: nonostante le polemiche seguite alle denunce del passato come quella dell'«Espresso» che quattro anni fa rivelò che al Senato uno stenografo arrivava a 254 mila euro l'anno e un barbiere a 133 mila, le retribuzioni sono cresciute ancora dal 2006, in questi anni neri, del 19,1%. Arrivando a un lordo medio pro capite di 137.525 euro. Centodiecimila più di un dipendente medio italiano, il quadruplo di un addetto della Camera inglese (38.952) e addirittura 19 mila più della busta paga dei 21 collaboratori principali di Obama, che dalla consigliera diplomatica Valerie Jarrett al capo dello staff William Daley, prendono al massimo (trasparenza totale: gli stipendi dei dipendenti, nome per nome, sono sul sito della Casa Bianca) 118.500 euro. Lordi.

Sia chiaro: Palazzo Madama può contare su collaboratori, dai vertici fino agli operai, di eccellenza. Sui quali sarebbe ingiusto maramaldeggiare demagogicamente. Loro stessi, però, discutendo del loro futuro con l'apposita commissione presieduta da Rosi Mauro (sindacati di là, una sindacalista di qua) non possono non rendersene conto: di questi tempi, la loro trincea con tre liquidazioni (una interna, una dell'Inpdap, una del «Conto assicurativo individuale») e le due pensioni (una del Senato e ora ancora dell'Inpdap) è indifendibile. Tanto più che anche nel loro caso, il peso delle pensioni sui bilanci è cresciuto in modo spropositato.

Vale per Palazzo Madama, vale per il Quirinale dove troppo tardi la presidenza ha introdotto «misure dissuasive» con la previsione di «significative riduzioni» dei trattamenti pensionistici come un limite per l'anzianità «a regime» (campa cavallo...) di 60 anni con 35 di contributi (da leccarsi i baffi...), vale per Montecitorio, dove lo stipendio lordo è poco più basso che al Senato: 131.586 euro. Con tutto ciò che ne consegue sulle pensioni. Non sarà facile rompere certe incrostazioni. Verissimo. Ma è troppo facile far la faccia dura solo con i piccoli...

ICI, QUELLI CHE NON PAGANO: anche Confindustria, partiti e sindacati, gli esentati.

Sull'Ici è guerra di tutti contro tutti. Dopo le accuse alla chiesa cattolica i cui immobili - anche quelli adibiti ad attività di lucro - sono esentati dalla tassa sugli immobili, si è allungata la lista delle associazioni che non pagano. Dalle tante chiese e confessioni - sinagoghe e moschee in testa - ai partiti politici. In questo caso aggirare la legge è semplice: basta intestare l'immobile a una fondazione e il gioco è fatto. Per non parlare di ambasciate, consolati e sindacati. Il patrimonio della Cgil, per esempio, è stimato che si aggiri intorno alle 1.000 unità, anche se è difficile districarsi tra sigle e sottosigle, tra Filcams, Fillea, Fisac, Spi, Fgil. La Cisl conta sedi in ogni capoluogo di provincia e anche qui arriviamo a numeri a tre zeri. Idem per la Uil, che ha addirittura creato una società ad hoc per gestire il patrimonio immobiliare: la Labour Uil. Dal canto loro i confederali hanno prontamente rispedito le accuse al mittente: «Tutte le strutture sindacali, a ogni livello, pagano regolarmente l'Ici in base alla legislazione vigente», hanno messo nero su bianco in un comunicato congiunto. «Cgil, Cisl e Uil», hanno ribadito, «possono attestare l'avvenuto pagamento dell'Ici con i relativi bollettini a disposizione di tutti gli organi di informazione, a dimostrazione della trasparenza dell'attività sindacale».

È partita la caccia a chi non paga l'Ici. Si allarga il fronte politico di chi vorrebbe maglie più strette per far pagare le tasse anche alla Chiesa. Da "Il Corriere della Sera" si apprende che il presidente della Cei Bagnasco ha mostrato disponibilità «a valutare la chiarezza della norma». Ma allo stesso tempo l'Avvenire passa al contrattacco segnalando che non soltanto i beni ecclesiastici sono esentati dal pagamento delle tasse sugli immobili. In effetti l'elenco è lungo, e comprende tutti gli edifici di proprietà di organizzazioni internazionali e Stati esteri (compreso però il Vaticano), così come le fondazioni culturali e liriche, le Camere di Commercio, le università, le scuole. Anche i musei, ma a patto che non comprendano attività commerciali come book-shop o caffetterie (il che li esclude praticamente tutti). Sono poi esentate tutte le associazioni impegnate nel sociale, e in questo novero finiscono anche le attività ricreative, come buona parte dei 5.500 circoli Arci.

Ma torniamo ai beni ecclesiastici. Secondo stime dell'Anci aggiornate al 2007 - quando ancora esisteva l'Ici sulla prima casa - l'esenzione vale 400 milioni di euro l'anno, al netto dell'inflazione e della rivalutazione degli estimi catastali prevista dalla manovra. Come è noto, solo i luoghi di culto, di pertinenza religiosa o che svolgono funzioni di assistenza ai bisognosi sono esentati dalla legge. Ma da più parti sono stati sollevati dubbi sul rispetto delle norme. Al punto che lo stesso Bagnasco ha chiesto che vengano sanzionati gli eventuali abusi. Il controllo «fiscale» sui beni della Chiesa spetterebbe alle amministrazioni, che però su questo fronte fanno poco o nulla. Secondo alcune rilevazioni, addirittura il 20% del patrimonio immobiliare italiano farebbe capo alla Chiesa. Il catasto comprenderebbe 100mila fabbricati, con un valore di circa 9 miliardi di euro. Le stime di settore parlano di circa 115mila immobili, quasi 9mila scuole e oltre 4mila tra ospedali e centri sanitari. Solo a Roma ci sono 23mila tra terreni e fabbricati, 20 case di riposo, 18 istituti di ricovero, 6 ospizi. Ma di questi quanti realmente dovrebbero essere tassati?

I Radicali da anni, spesso come voce solitaria, segnalano l'anomalia dei beni di proprietà della chiesa sfruttati a fini commerciali e tuttavia esentati dall'Ici. Il consigliere comunale di Milano Marco Cappato ha presentato un'interrogazione per conoscere quali sono i beni della Chiesa, i controlli fiscali eseguiti e con quale risultato: «Non ho ancora ricevuto risposta - spiega al Corriere della Sera - nell'attesa ho chiesto conferma del trattamento riservato ad alcuni beni ecclesiastici chiedendo se fossero esentati. Ed ottenuta risposta positiva, abbiamo provveduto noi a fare una piccola verifica». Il segretario dei Radicali Mario Staderini si è presentato in alcuni studentati e convitti ecclesiastici chiedendo una stanza per qualche notte. Ha così scoperto che in qualche caso, dietro la parvenza di una struttura religiosa, si celava un vero e proprio albergo, con tanto di tariffe perfettamente in linea con i costi del mercato. Il tutto filmato da una telecamera nascosta.

Per Avvenire bisognerebbe diffidare dalla «Fissazione radicale». Come spiega il direttore Marco Tarquinio, quella in corso è un'offensiva contro la solidarietà: «I promotori della nuova campagna anti-Chiesa, che ha risposto acremente agli appelli del mondo cattolico per misure fiscali pro famiglia e anti evasione, vogliono in realtà tassare la solidarietà». Il giornale dei vescovi ribadisce che l'esenzione compensa il welfare erogato dalle strutture ecclesiastiche. «Chiunque altro risponderebbe con una serrata dimostrativa di almeno sette giorni delle proprie attività - aggiunge Tarquinio -. Ma una settimana senza carità cristiana l'Italia non se la merita e non se la potrebbe permettere, soprattutto oggi. E i cattolici, poi, non sanno nemmeno come si fa una serrata».

In un altro articolo appare invece una breve elencazione degli «esenti meno noti», ossia «partiti, circoli culturali e sindacati». Tesi poi ribadita anche da alcuni esponenti politici di primo piano, come Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo alla Camera del Pdl: «Esistono esenzioni fiscali per le attività non lucrative - prosegue - di cui beneficiano non solo le confessioni religiose ma ad esempio anche i sindacati e la vasta galassia dell'associazionismo». Avvenire cita il caso dei circoli di volontariato che diventano ristoranti: «Vi è mai capitato di entrare in un locale dove si ascolta musica, si mangia e si beve allegramente? Prima di entrare vi fanno pagare una piccola quota associativa con tanto di tesserina? Bene, quel locale, noto circolo di una nota associazione ricreativa, non paga l'Ici». In un duello che inevitabilmente riporta la memoria ai tempi di don Camillo e Peppone, il quotidiano dei vescovi passa poi ad elencare «le case del popolo, così come i partiti politici».

Quindi anche il Partito Radicale, che da anni è l'alfiere della caccia all'esenzione, non pagherebbe l'Ici? «Non è affatto vero - replica Staderini - per la nostra sede noi paghiamo eccome, anche 2-3mila euro all'anno». È ancora più preciso il tesoriere del Pd, Antonio Misiani: «La normativa vigente prevede che i partiti politici siano soggetti al pagamento dell'Ici, salvo diversa deliberazione delle amministrazioni comunali». Che però vengono gestite dai partiti medesimi. Ugualmente sollecitate, tutte le sigle sindacali hanno provveduto a fare lo stesso comunicato: «Paghiamo regolarmente l'Ici». Su un patrimonio che del resto, restando solo alle organizzazioni confederali, sfiora quota diecimila immobili.

Quelli che pagano meno dei preti. Un po' di chiarezza la fa Franco Bechis su Libero. Non pagano le tasse, o le pagano appena appena, ma non sono evasori. Sono decine di migliaia i privilegiati del fisco italiano che non troveranno mai l’esattore alla loro porta con la cartella in mano per reclamare il dovuto. C’è la Chiesa italiana, è vero, con tutti i suoi ordini religiosi e associazioni in qualche modo collegate. Come lei tutte le Chiese riconosciute in Italia, che certo pesano numericamente assai meno Ma ci sono anche partiti, movimenti e associazioni politiche nazionali e nelle loro ramificazioni territoriali. Ci sono i sindacati nazionali, le loro associazioni di categoria, le loro ramificazioni territoriali. Ci sono le associazioni di promozione sociale, una voce dentro cui finisce davvero di tutto: dall’Arci, agli alcolisti anonimi, a Italia Nostra, alla comunità di Sant’Egidio, al Movimento delle casalinghe, a Legambiente, alle associazioni dei consumatori, fino al Touring club italiano. Ci sono tutti gli enti non commerciali, un mare indistinto dove ci si riesce a infilare con una certa facilità. E naturalmente il mondo delle Onlus. Nemmeno la commissione presieduta da Vieri Ceriani che ha censito tutte le agevolazioni fiscali italiani è riuscita fino in fondo a quanto ammonti questo variegato mondo del no-tax. Per alcune voci i calcoli sono stati fatti, per altre lasciati in bianco: a occhio e croce lo sconto fiscale complessivo ammonta ad almeno una decina di miliardi di euro, e piccola parte è quella rappresentata dalla Chiesa italiana.

Ora la polemica sui beniamini del fisco è tutta centrata sull’Ici. Non la paga nessuna chiesa per fabbricati destinati al culto e relative pertinenze. Ma già su questa ultima formula ogni comune e commissione tributaria fa un po’ come vuole. Ci sono regioni che non hanno ammesso all’esenzione (per decisione della commissione tributaria) la casa del parroco, le stanze di un monastero dove vivevano le suore, in un caso perfino la stanza del vescovo. A Milano la chiesa paga l’Ici per gli oratori parrocchiali, che sembrerebbero esenti. A Roma e in altre città invece non paga. Stessa cosa per i cinema parrocchiali: in qualche posto si paga, in altri no. Eppure l’esenzione è pienamente sfruttata da enti laicissimi, come l’Arci e le associazioni di promozione sociale, che a differenza della Chiesa spesso riservano manifestazioni e servizi solo ai possessori di una tessera di adesione annuale a pagamento. È certo che l’Ici non venga pagata dai partiti e movimenti politici. In qualche caso nemmeno dalle fondazioni politiche che stanno nascendo come funghi. Sui sindacati qualche incertezza interpretativa in più c’è. La Cgil, poi la Cisl e la Uil hanno giurato di pagare su tutti i loro immobili ad ogni livello territoriale e funzionale. Dicono di essere pronti a mostrare i bollettini, ma non li mostrano. Solo la Cgil per la sede nazionale dovrebbe pagare 71.387 euro di Ici. Attendiamo con ansia copia della ricevuta di versamento al comune di Roma. Altro modo di verificare non c’è, perché i sindacati sono i meno trasparenti di tutto questo mondo no-tax. L’unica verifica possibile è sulle società controllate. I Caaf Cgil spesso hanno immobili di proprietà e pubblicano i loro bilanci. A leggerli, sembrano dare torto alla Cgil nazionale. Ha immobili il Caaf Cgil Puglia, e in bilancio indica 1.756 euro di Ici pagata. Però è l’unico. Perché hanno immobili anche i Caaf Cgil di Sardegna, Calabria, Lombardia e Mantova. Ma nessuno di loro indica in bilancio un euro di Ici pagata: tutte le altre imposte (scontate, scontatissime), invece ci sono. Non c’è solo l’Ici però: partiti e sindacati hanno sconti o esenzioni fiscali anche sulle principali tasse sul reddito, e per loro non entra nell’imponibile nemmeno l’attività commerciale temporaneamente esercitata durante manifestazioni, congressi, happening e così via. Godono di regime fiscale privilegiatissimo per tutte le donazioni a loro rivolte. Sono esentati da tutte le tasse di concessione governativa, hanno uno sconto dell’80% sulla Tosap per tutte le loro manifestazioni, del 50% delle imposte comunali sulla pubblicità e sui diritti alle pubbliche affissioni. Così come è scontato del 50% ogni tipo di attività promossa con il patrocinio di un ente territoriale (che certo non si nega mai a un partito o a un sindacato). Ben più anomala dell’Ici è invece l’agevolazione fiscale di cui gode il Vaticano insieme a tutti gli enti controllati su tutte le imposte principali: 3.400 dipendenti godono dell’esenzione totale Irpef sulle retribuzioni, sul Tfr e dell’esenzione totale contributiva. Si tratta di dipendenti che fanno lavori comuni, non strettamente collegati all’attività di culto. Amministrativi, dipendenti della farmacia vaticana, segretari di ufficio, dirigenti dell’Apsa o di Propaganda Fide, medici e amministrativi di ospedali e strutture di proprietà vaticana. Non sono cittadini stranieri, ma quasi tutti italiani con residenza a Roma e provincia. Ma ricevono busta paga dove il lordo è identico al netto. E avranno pagata lo stesso la pensione senza avere mai versato un contributo.

Se solo le nostre tasse corrispondessero a servizi pubblici e meritocrazia....saremmo tutti più contenti a pagarle, anzichè evaderle o eluderle.

Scurriculum, le carriere misteriose di amici e amanti senza alcun merito. Una rassegna impietosa, e a tratti ironica, di eclatanti casi di raccomandazioni in uffici pubblici e delicati ruoli dirigenziali: mediocrità al potere, mentre l'Italia affonda nelle classifiche della competitività globale. L'Italia degli Scurriculum, di quei tanti personaggi che pur non avendo titoli adeguati sono stati piazzati dalla politica a fare i manager di imprese pubbliche, di Asl, di istituti di ricerca statali o di municipalizzate, potrebbe riassumersi tutta nella trascrizione di un interrogatorio dell'inchiesta Tarantini, l'imprenditore delle escort di Arcore e delle mazzette sulle protesi. Al pm Digeronimo l'ex direttore generale dalla Asl di Taranto racconta di aver incontrato un politico pugliese al pronto soccorso di Massafra. "Gli ho chiesto come mai fosse lì e fosse così preoccupato - fa mettere a verbale il direttore generale - e lui m'ha risposto che la figlia aveva avuto un incidente automobilistico. Allora l'ho rassicurato: guarda oggi dentro ci sta proprio il primario di ortopedia. E lui: è per questo che sono preoccupato, quello ce l'ho messo io là e so come ho fatto". Sembra una barzelletta, ma come in tante altre storie raccontate nel libro "Scurriculum, viaggio nella demeritocrazia", è solo uno dei tanti esempi che dimostrano come l'Italia sia sempre più una Repubblica fondata sulla mediocrità, una "mediocracy". Cioè un sistema che seleziona e promuove scientificamente una classe dirigente di basso profilo che non è funzionale al Paese, ma al partito. Al leader. Al segretario.

E' proprio questo il filo conduttore di Scurriculum (Aliberti editore). Il saggio scritto dal giornalista Paolo Casicci e da Alberto Fiorillo di Legambiente, con la prefazione di Gian Antonio Stella: mostrare come, a forza di spintarelle, raccomandazioni, tanti onesti gregari dall'esperienza professionale leggera e dalle amicizie pesanti, in virtù del tocco magico della politica, siano stati trasformati in straordinari manager e capitani d'impresa che hanno a che fare col domani del Paese e con l'oggi di tutti noi: con la salute, il trasporto pubblico, la spazzatura, la cultura, l'istruzione, il lavoro, l'ambiente... Una corte di vassalli che ha l'unica funzione di soddisfare le esigenze del principe (e ovviamente le proprie) a scapito della collettività. Come scrive Gian Antonio Stella nella prefazione, infatti, "da noi vige un sistema, ignobile e suicida, che mortifica i più bravi costringendoli spesso a regalare la loro intelligenza ai Paesi stranieri e premia al contrario quanti hanno in tasca la tessera giusta o il telefono del deputato giusto. Un errore che ha infettato la società italiana rendendola sempre più debole e incapace di stare al passo di un mondo che cambia a velocità immensamente superiore alla nostra".

E infatti via via Scurriculum dipana una galleria degli orrori: storie esemplari raccolte in altrettanti curricula, che spiegano come un ex calciatore dilettante o un insegnante di francese in pensione possano guidare due importanti enti di ricerca, come il dentista fidanzato con la Brambilla possa essere tra i boiardi che decidono le sorti della Formula1 a Monza, o come un cacciatore e un ultrà possono governare due aree protette, una nazionale e una regionale. Dal mazzo si può pescare ancora la carriera di Massimo Zennaro, portavoce e direttore generale dell'ex ministero della Pubblica istruzione, Maria Stella Gelmini. L'uomo è famoso per avere inventato l'esistenza di un tunnel costruito tra il Cern in Svizzera e i laboratori del Gran Sasso, lungo il quale i neutrini avrebbero superato la velocità della luce. Oggetto che gli è valso a lungo gli sfottò della Rete (e l'incredulità della stampa straniera). Laureato in Scienze politiche, un precedente di semplice "comunicatore" al Comune di Milano, Zennaro scala il ministero praticamente senza curriculum. Ed è ancora lì, dirigente all'istruzione, con il nuovo governo. La conclusione degli autori? "Ci resta la dignità della denuncia. O una moratoria contro i 'figli di'".

Senza parlare poi de LA CASTA DELLE STELLETTE.

Pensioni, case, indennità: ecco la casta con le stellette, secondo “Il Giornale” ad un capo di Stato maggiore spettano un milione di liquidazione e 15mila euro al mese. Ed ai vertici di Esercito, Carabinieri e Finanza va anche un bonus di 409mila euro. La casta per definizione è quella dei politici e anche i giornalisti che li criticano non sempre possono lanciare la prima pietra, ma nell’Italia dei privilegi pure i generali e gli ammiragli non scherzano. Gli alti ufficiali sono tanti, troppi, secondo qualche fonte il 30% in più del necessario, per un esercito volontario che verrà ridotto di ulteriori 40mila uomini. I capi di stato maggiore tirano i remi in barca con una liquidazione che sfiora il milione di euro e 15mila euro di pensione. Non solo: i vertici delle forze armate, compresi Carabinieri e Finanza, godono di una speciale indennità pensionabile di 409mila euro lordi, che in tempi di vacche magre salta agli occhi. Oggi lo Stato sta pagando oltre 4 milioni di euro per questa indennità ad personam. La chiamano S.I.P. e non ha niente a che fare con la vecchia compagnia telefonica. Nel 1981 il primo a godere della speciale indennità pensionabile era stato il capo della polizia. Nel corso degli anni si sono aggiunti il comandante della guardia forestale ed il direttore generale delle carceri. Le stellette hanno brontolato chiedendo, per certi versi a ragione, uguali diritti e così la SIP è stata garantita anche al comandante generale dei carabinieri, a quello della Finanza ed ai capi di stato maggiore delle Forze armate che sono 4 (Difesa, Esercito, Aeronautica e Marina), oltre che al segretario generale e direttore degli armamenti. Un generale a tre stelle non arriva a 6.500 - 7.000 euro al mese, meno della metà di tanti alti dirigenti dello stato. Nel momento in cui viene nominato capo di stato maggiore, con la responsabilità su decine di migliaia di uomini, forse è giusto garantirgli un’indennità di carica. Anche se 22.755 euro in più al mese per 13 mensilità «rivelati » in una proposta di legge che addirittura voleva allargare il privilegio ai vice, non sono bruscolini. Dalla precedente gestione della Difesa non siamo riusciti ad ottenere le cifre esatte, ma secondo le fonti de il Giornale e di stampa stiamo parlando di 409mila euro lordi che corrispondono ad oltre 250mila euro netti. L’aspetto più controverso è quel termine «pensionabile». In pratica la speciale indennità viene poi riconosciuta per calcolare la pensione. Dalla Difesa scrivono che «si tratta di indennità (...) soltanto parzialmente pensionabile istituita per eliminare o quantomeno attenuare il grande divario all’epoca esistente con i vertici delle Forze di Polizia». Fonti de Il Giornale, però, sostengono che la SIP è quasi totalmente pensionabile, a parte una decurtazione che si aggirerebbe sul 10%. In definitiva le stellette che sono state ai vertici delle Forze armate si godono una pensione che si aggira sui 15mila euro. «Le responsabilità che hanno assunto sono elevatissime e quindi non mi sembra scandaloso - sostiene una fonte de il Giornale nelle Forze armate che conosce i conti - Invece è scandaloso il tentativo di estenderla anche ad altri» come i vicecomandanti ed i vicari. In Italia i generali delle Forze armate sono 425. Negli Stati Uniti gli alti ufficiali sono 900, ma comandano 1 milione e 400 mila uomini, sette volte più di noi. Secondo una fonte de il Giornale che conosce il problema generali ed ammiragli potrebbero essere anche il 30% in più del necessario, compresi i carabinieri. Per non parlare della Finanza e degli altri corpi di sicurezza della Stato. E dei privilegi garantiti a 44 alti ufficiali, che beneficiano di appartamenti da 600 metri quadrati compresi di battitura tappeti e lucidatura dell’argenteria. La spesa per lo Stato sarebbe di 3 milioni e mezzo di euro l’anno. Non è un caso che nel piano di tagli in via di preparazione sia prevista una drastica riduzione degli alti ufficiali. Non solo: La Difesa sta studiando un taglio di almeno 40mila uomini su 190mila, che dovrebbe presentare entro fine anno al nuovo ministro, Giampaolo Di Paola. Per la prima volta è stato nominato al vertice un ammiraglio ancora in servizio, anche se oltre l’età prevista per la pensione. Proprio Di Paola è il fautore del nuovo «Modello di Difesa» che prevede la riduzione degli organici a circa 120/140mila uomini. Le spese del personale assorbono il 62% delle risorse della Difesa (quasi 9 miliardi di euro). L’obiettivo è arrivare ad un costo del 50% senza tagliare le unità operative. Nelle missioni all’estero, comprese quelle di guerra come in Afghanistan, sono impegnati fra 10 e 12mila uomini. Il problema è che i tagli hanno ridotto all’osso l’addestramento ed il prossimo anno potrebbero esserci 3mila volontari in meno da arruolare per mancanza di soldi. «Già adesso i bandi per ufficiali e sottufficiali hanno numeri sempre più ridotti. Si rischia che le forze armate diventino ancora più “vecchie”» spiega una fonte de il Giornale sottolineando l’altra faccia della medaglia rispetto ai tagli. Per snellire la Difesa bisogna sicuramente continuare sulla strada della chiusura degli enti inutili. Interi reparti esistono più o meno sulla carta. Dal 2008 il programma di dismissioni che dovrebbe portare alla vendita di 200 caserme, 3.000 alloggi e 1.000 installazioni va avanti a rilento. Spesso molti degli immobili sono occupati da abusivi o gravati da incredibili intoppi burocratici, anche se le norme per la dismissione si stanno sbloccando. Gli accorpamenti necessari riguarderanno la logistica, ma sacrifici, secondo il capo di stato maggiore della Difesa, Biagio Abrate, coinvolgeranno «soprattutto le strutture di comando e supporto alle categorie dirigenziali ». Anche sulla sanità militare si addensano critiche. Centinaia di posti letto e camici con le stellette dispersi in tutta Italia si occupano sempre più di certificazioni di invalidità. L’ufficiale medico può esercitare all’esterno, ma se gli chiedono di andare in prima linea in Afghanistan spesso marca visita. Un’altra realtà controversa è l’ausiliaria. Quando il militare raggiunge i limiti di età, o dopo 40 anni di contributi, può fare domanda per questo istituto, che dura 5 anni. In pratica serve a garantirgli «il 70 per cento degli incrementi di stipendio riconosciuti al pari grado in servizio». Un ufficiale in ausiliaria può venir richiamato nella provincia di residenza, ma capita per una piccola minoranza. Ai tempi della guerra fredda serviva alla mobilitazione generale in caso di conflitto, ma oggi l’ausiliaria è un po’ desueta. Dalla Difesa fanno notare che da quest’anno fino al 2014«l’istituto è di fatto sterilizzato» perché gli stipendi dei militari sono bloccati. Non durerà per sempre, si spera, ed in ogni caso l’ausiliaria pesa nell’ultimo bilancio della Difesa per 326,1 milioni di euro, con un incremento minimo dello 0,7%. Soldi che secondo alcuni, nelle Forze armate, sarebbe meglio utilizzare per stipendi più adeguati al personale in servizio e realmente operativo.

Nessuno parla dei COMMESSI PARLAMENTARI.

L’altra Casta. Reportage de “Il Giornale”. Commessi da 9mila euro I privilegi della Camera. Intorno agli onorevoli c'è la tribù degli addetti: dai tecnici agli stenografi. Tre volte più numerosi dei deputati. Alla Camera sono 1.642, quasi tre per ogni deputato. E da questo numero sono esclusi i collaboratori degli onorevoli, per i quali i parlamentari hanno un contributo a parte (fino a 3.690 euro al mese). Sono le comparse di Montecitorio, l’ingranaggio sotterraneo della Camera che non si vede, o che s’intravede in qualche seduta movimentata, quando un braccio nero arriva ad agguantare un eletto del popolo che si sta avventando su un altro eletto del popolo. Sono questi i cosiddetti commessi parlamentari, o assistenti, ma l’infinita varietà di mansioni dell’alveare Camera propone ben 19 servizi e 7 uffici della segreteria generale, con incarichi che vanno dall’operatore tecnico al segretario, appunto, che vanta uno stipendio superiore a quello del presidente della Repubblica (28.152 euro lordi mensili). La spesa complessiva di Montecitorio per stipendi e pensioni dei 1.642 nel 2010 ha superato il mezzo miliardo di euro, 508 milioni 225mila euro. Tutto ruota intorno alla Casta, ma per muovere l’onorevole tribù c’è appunto quest’altra Casta quasi tre volte più numerosa, che a ben guardare costa alle casse pubbliche non meno della dorata schiera dei politici. Il bilancio consuntivo 2010 della Camera dice che per gli stipendi del personale (ascensoristi, commessi seda-risse, stenografi, consiglieri eccetera) la spesa è stata di 256 milioni 128mila euro. Questo significa che il guadagno medio di un dipendente è di 155mila 985 euro lordi l’anno, 6mila euro al mese netti di media. Uno stenografo sfiora i 260mila euro l’anno. Per fare un paragone, le controverse indennità parlamentari si sono fermate a 94 milioni 545mila euro. Non è solo una questione di grandi numeri. Entrare alla Camera, anche nei ruoli meno prestigiosi come appunto quello di commesso con il compito di sorvegliare la seduta di assemblea, implica portare a casa uno stipendio base, alla prima assunzione, di 2.618 euro netti. Dopo 15 anni di lavoro la busta si gonfia: 5.613 euro. A fine carriera, dopo 35 anni, il supercommesso arriva a guadagnare 9mila 400 euro. La paga di circa cinque operai. E a proposito di fine carriera va segnalato che anche per i dipendenti, fino alla settimana scorsa, sono valse regole, se non favolose come quelle dei deputati, eccezionali rispetto ai comuni lavoratori italiani: gli assunti prima del 2009 potevano andare in pensione anche a 57 anni con 35 di contributi, oppure molto prima se gli anni effettivi di servizio alla Camera erano stati almeno venti. Le nuove norme stabilite dall’ufficio di presidenza lo scorso 14 dicembre 2011 impongono anche per l’altra Casta la pensione a 65 anni, con sistema contributivo. In men che non si dica però, nello stesso giorno,l’associazione dei consiglieri della Camera ha recapitato al presidente Fini e ai parlamentari una lettera, non ancora resa nota alla stampa, per rendere consapevole «l’intera rappresentanza parlamentare» che «uno slittamento dell’età di pensionamento» anche «di dieci anni» anche per «i dipendenti prossimi al pensionamento» non rispetterebbe il requisito «dell’equità». Si segnala quindi che la «burocrazia parlamentare non appare assimilabile a nessuna delle categorie di pubblico impiego». Pur consapevoli della necessità «di fare ogni sforzo per favorire il consolidamento dei conti pubblici», i consiglieri rivendicano «la dignità e la qualità professionale della burocrazia parlamentare» e il loro «ruolo centrale» nel «sistema democratico». Una qualità professionale che, comunque sia, è pagata benissimo. Un consigliere caposervizio (che gode di un’indennità di ruolo di 1.198 euro mensili) può arrivare a guidare un servizio e avere uno stipendio fino a 23.825 euro lordi al mese, praticamente superiore a quello di un parlamentare. Le pensioni dei dipendenti valgono oltre 200 milioni di euro. E a questa voce compaiono anche 110mila euro di «assegni integrativi », 145mila euro di contributi socio- sanitari ai pensionati e 390mila euro di oscure «pensioni di grazia », di cui una rapida ricerca storica consente di trovare traccia nei registri finanziari del regno di Napoli ( XVIII-XIX secolo).I contributi previdenziali a carico dell’amministrazione hanno sfiorato nel 2010 i 47 milioni di euro,di cui quasi 11 milioni versati all’Inpdap e 36 milioni di «integrazione al fondo di previdenza del personale».

“L' ITALIA DEGLI SPRECHI”, il terzo volume di Raffaele Costa pubblicato nel 1999 è il più recente ed ha avuto tredici edizioni. E' stato un grande successo: se ne sono vendute oltre 50.000 copie e per un anno l'On. Costa è stato il politico più gettonato nelle librerie.

L'autore nella prefazione scrive: "a quasi trent'anni dal terremoto, i Comuni della valle del Belice hanno ricevuto dalla Regione Sicilia 46 miliardi per interventi diretti ad assicurare l'agibilità dei ricoveri provvisori e la demolizione di quelli lasciati liberi. La Regione Calabria ha stanziato 500 milioni di lire per una campagna pubblicitaria atta a sensibilizzare le persone residenti verso la politica dell'accoglienza (ovviamente di extracomunitari). Per una consulenza circa la privatizzazione della Fondazione bancaria San Paolo di Torino (soldi dei torinesi e non dell'Istituto San Paolo S.p.a.), l'avvocato incaricato ha percepito una parcella di 23 miliardi di lire. Vale a dire 60 milioni al giorno, 2,6 milioni l'ora.

Sprechi sociali, sprechi antirazziali, sprechi patriottici, sprechi internazionali, e poi ambientali, stradali, militari, turistici, intercontinentali. L'elenco è talmente lungo che se ne può ricavare un'enciclopedia. E' quello che Raffaele Costa è riuscito a fare con una ricerca tutto campo nella selva di Enti che affollano il nostro Paese. A volte lo spreco riguarda la destinazione d'uso, altre la cattiva organizzazione, altre un vizio di demagogia, altre una sproporzione fra l'obbiettivo e la spesa (rapporto costi/benefici). Leggendo questo libro, il contribuente è in grado di mettere a fuoco quel vago senso di malessere che gli deriva da informazioni frammentarie, incomplete, forse anche distorte.

Ogni voce di dizionario è assolutamente documentata, chiara, esplicita. E il commento dell'autore è un contrappunto rapido e divertente: "dopo un bel po' di finanziarie sarà ora di affrontare il problema degli sprechi?"

Da un’inchiesta di Repubblica  la Babele di bonus, contributi, sussidi: i 101 modi per avere soldi pubblici.

Gli appassionati del tartufo, alla fine, sono rimasti scornati. A poco è servito il doppio tentativo del senatore piemontese Luca Malan di concedere sgravi fiscali: norma bocciata sia in Finanziaria sia nel decreto "milleproroghe". E' andata meglio ai produttori di prosciutto, premiati dal Parlamento con un nuovo fondo da dieci milioni di euro. E così, nella primavera di una travagliata fase economica, anche chi lavora "derrate agricole a stagionatura prolungata" si è iscritto al club del contributo pubblico.

Insieme ai proprietari di montoni riproduttori, agli organizzatori di circhi e spettacoli viaggianti e a chi coltiva il ruscus, meglio noto come pungitopo. Insieme a chi pianta un albero nel proprio giardino ma anche a chi, nel suddetto orto, si limita a sfalciare il prato. A chi impianta un vigneto ma pure a chi lo espianta.

Abbiamo fatto un viaggio fra i soci di questo circolo immaginario, trovandone 101: sono i beneficiari di altrettanti, diversi, aiuti concessi dallo Stato e dalle Regioni, spesso e volentieri con fondi dell'Unione europea. Un percorso a zig-zag nel Paese dell'assistenza e dell'incentivo facile assegnato con funzione anti-ciclica, malgrado la carenza di risorse. Ci siamo imbattuti in figure mitologiche come l'ammansitore del cavallo della Murgia e l'alpeggiatore dell'alto Lazio: entrambi meritevoli di un sussidio. Fino a riconoscere la sagoma rassicurante dell'italiano medio - di famiglia dignitosa seppur non particolarmente agiata - che sotto l'ala protettrice di un governo liberista può nascere, crescere, invecchiare a carico dell'ente pubblico. Il primo sostegno lo riceve dallo Stato, sotto forma di bonus bebè (un prestito sino a 5 mila euro), poi ha diritto a chiedere nella maggior parte delle Regioni un buono scuola che arriva sino a 1.500 euro l'anno, godere - se meritevole - di borse di studio universitarie (media 2 mila euro) e, terminata la vita lavorativa, ottenere a 65 anni una social card da 480 euro o in alcune zone d'Italia un buono socio-assistenziale da 443 euro. E gli spetta, se ha un reddito inferiore a 15 mila euro e una moglie che non lavora, la vacanza "agevolata": grazie a un buono da 785 euro da spendere in lidi o stazioni montane. Sono le regole del welfare, si dirà. Ma quale parte, dell'enorme mole di risorse previste per sussidi, aiuti, contributi non si incanala nei mille rivoli dello spreco? E, soprattutto dove sono, visti gli asfittici bilanci, i soldi necessari a concedere queste agevolazioni?

SE LO STATO NON HA PIÙ SOLDI?
Domanda legittima, questa, rileggendo la storia degli ultimi incentivi assegnati dal governo. Sconti sull'acquisto di lavastoviglie, forni elettrici, cucine, motocicli, collegamenti a Internet e motori marini fuoribordo. Poi, quando il decreto legge è stato convertito dalle Camere, ecco pure i soldi per gli acquirenti di battelli solari e per i produttori di bottoni.

DALLA SICILIA AL FRIULI.
Non è solo una questione meridionale. I 101 modi per chiedere i soldi all'ente pubblico costringono a spostamenti repentini da Sud a Nord, da Palermo a Udine.

In Sicilia, per dire, puoi chiedere un premio annuo (con fondi europei) se allevi un animale in via d'estinzione: un asino pantesco vale 500 euro, una capra girgentana 200. O puoi salire sulla rutilante giostra dei finanziamenti allo sport: fondi sempre più ridotti, che suscitano le lamentele del Coni, ma meccanismi di erogazione che premiano chi gioca in serie A, anche in campionati sconosciuti, o chi propaganda prodotti tipici: capita così che il ricco Palermo Calcio di Zamparini incassi un contributo non proprio irrinunciabile da 123 mila euro e che ad essere bagnati dai soldi pubblici risultino 46 club di pallatamburello, 20 di pallapugno e sette associazioni che praticano la lippa e il tiro alla fune. Evviva.

In Puglia si ritrova l'asino protetto, stavolta quello di Martina Franca, ma merita rispetto anche il cavallo della Murgia: le azioni per tutelare i due animali costano 205 mila euro, che se ne vanno anche per organizzare corsi di "ammaestratore" e "ammansitore". Vanno a pedali, e non a trazione animale, i risciò finanziati dall'amministrazione Vendola per accompagnare gli sposi all'altare, all'interno di uno dei 422 progetti giovanili che hanno contribuito al successo del governatore pugliese. Naturalmente, c'è già un nuovo bando. "Ritorno al futuro", sempre in Puglia, garantisce la frequenza di un master post-universitario all'estero con contributi, per singolo studente, da 25 mila euro. Qualche ente di formazione ne ha approfittato, e pur di incamerare quattrini ha organizzato in Polonia e in Spagna corsi tenuti da professori baresi in italiano. E' scattata un'inchiesta.

In Molise, la Regione sostiene generosamente il ritorno in patria degli emigrati: pagando, con contributi sino a 2000 euro a testa, il viaggio per interi nuclei familiari, ma anche il trasporto delle masserizie e il rimpatrio delle salme.

Non solo le Regioni, ma anche parchi e comunità montane sono una fonte cui attinge chi cerca aiuti finanziari. Risalendo la Penisola, il cacciatore di contributi può far tappa nel parco dei Monti simbruini, in provincia di Roma, che garantisce 500 euro l'anno ai pastori e agli allevatori che conducono il bestiame all'"alpeggio". O nella comunità montana della Valle di Scalve, nel Bergamasco, che offre - con risorse regionali e strutturali - somme a fondo perduto a chi falcia i prati e si impegna a tenerli in ordine, a chi pulisce i boschi da masse di legna o sistema le mulattiere. E a chi, ancora, ristruttura le malghe. Non è l'unico ente a concedere contributi del genere, sopra la linea gotica. Il viaggio si avvia a conclusione proprio sulle Alpi, nella Val d'Aosta che, per difendere le sue aree sciistiche, copre fino all'ottanta per cento del prezzo di acquisto di motoslitte usate. E ha l'ultima tappa in Alto Adige, dove Provincia autonoma e Comuni erogano fondi per installare segnali sui sentieri di montagna. E dove la magistratura ha aperto un'inchiesta dopo aver scoperto che tre quarti dei cartelli installati da un'associazione turistica - che ha ricevuto contributi europei - contiene indicazioni in una sola lingua: il tedesco. Una giungla di vantaggi economici, fiscali, contributivi dove si annidano paradossi e inefficienze. Quali?

L'ITALIA DEI DOPPIONI.
L'ultima relazione del ministero dello Sviluppo economico sul sistema degli incentivi alle imprese è dell'estate del 2009: 97 pagine di un documento analitico, nel quale è scritto come sono stati spesi, nell'anno precedente, i 12 miliardi di euro concessi alle aziende dei settori più svariati. E già nelle prime valutazioni, i tecnici del ministero denunciano "l'elemento di maggiore criticità: la numerosità degli interventi": nel Paese, fra il 2003 e il 2008, sono stati censiti 1.307 interventi agevolativi diversi, 91 nazionali e 1.216 regionali. Misure figlie di un ampio ventaglio di leggi, molte delle quali oggi inattive o sterilizzate dalla mancanza di fondi: oltre a capisaldi come credito d'imposta e 488, sono elencate norme per la valorizzazione degli stilisti o per la demolizione di navi obsolete, all'interno di un ginepraio che, scrivono gli autori della relazione, evidenzia "fenomeni di sovrapposizione e duplicazione degli strumenti di agevolazione, una polverizzazione di interventi che si traduce in diseconomie nell'utilizzo delle risorse finanziarie".

Anche il settore della solidarietà non fa eccezione: se è vero che a Palermo, negli uffici della Regione, da anni è in corso uno strisciante tira e molla con lo Stato per la gestione (e l'onere finanziario) di borse di studio, assegni scolastici, contributi a chi ha subito estorsioni e richieste usuraie, speciali elargizioni ai parenti delle vittime della mafia: misure presenti sia nella legge regionale che in quella nazionale.

E non mancano le contraddizioni: come i buoni scuola teoricamente riservati ai meno abbienti che in Lombardia finiscono nelle tasche di 4 mila famiglie con reddito fra i 100 e i 200 mila euro annui, alcune delle quali residenti nelle zone più ricche di Milano, da piazza San Babila alla Galleria Vittorio Emanuele. O come, in agricoltura, i contributi per l'impianto, ma anche per l'espianto dei vigneti: questi ultimi concessi da diverse regioni dopo che l'Unione Europea - visto il calo nei consumi del vino - ha stabilito che bisogna ridurre la superficie coltivata a vite: e per questo scopo ha messo a disposizione oltre un miliardo di euro in tre anni, fino al 2011. Con finanziamenti che vanno dai 1.740 ai 14.760 euro ad ettaro. I rubinetti della spesa, insomma, non si chiudono. Anche se le politiche di sostegno cambiano con l'evolversi della società. Come?

ISLAM E TRADIZIONI COSTOSE
Un paese multietnico e in viaggio verso il federalismo favorisce l'integrazione con gli immigrati islamici ma, insieme, la difesa delle tradizioni locali. Con nuove agevolazioni pubbliche. Una di queste è l'inserimento fra le prestazioni del servizio sanitario nazionale della pratica della circoncisione, misura attuata in forma sperimentale - fra le proteste della Lega e l'obiezione di coscienza di diversi medici - negli ospedali di tre regioni del Nord: Liguria, Piemonte e Friuli.

Intanto, in attesa dei decreti attuativi sul federalismo fiscale le regioni "autonome" raddoppiano gli sforzi per tutelare la propria specificità. Il Friuli Venezia Giulia del tenace sogno bilingue ha anticipato i tempi: e già nel 2000 stanziò quattro miliardi, poi diventati cinque milioni di euro, per chi volesse studiare i celti o si ispirasse a loro per progetti culturali. Nella regione del Nord-est, in virtù di leggi nazionali e regionali, è possibile a tutt'oggi usufruire di finanziamenti per la diffusione del marilenghe, la lingua locale, che pesano sul bilancio per quattro milioni di euro l'anno. C'è chi ha ottenuto una fetta di questi finanziamenti per tradurre Brecht o per realizzare il T9 per cellulari in friulano. Anche la Sardegna difende a suon di quattrini la propria lingua. E ogni anno elargisce contributi per la produzione di notiziari radio e di programmi televisivi in sardo. L'ultimo bando della Regione porterà sugli schermi i format "Die pro die" e "Mannigos de attualidade". E nelle casse delle due emittenti vincitrici 75 mila euro.

PARLIAMO DELLE SOCIETA’ CONTROLLATE O PARTECIPATE DAGLI ENTI LOCALI: L'armata del gettone.

La carica delle 7mila società pubbliche. Un affare per 80mila amministratori.

Inchiesta de “La Repubblica”. Viaggio nel pianeta delle società controllate o partecipate dagli enti locali italiani. Sono settemila, secondo una ricerca Uil, e alimentano una casta minore ma assai costosa: ottantamila persone che percepiscono indennità per sedere nei CDA e nei collegi sindacali o per fornire consulenze o lavoro spesso inutili. Il tutto costa allo Stato almeno 2,5 miliardi di euro l'anno.

Ottantamila a libro paga, ecco l'armata del gettone.

Molti spettri si aggirano nel mondo delle società per azioni controllate o partecipate da Comuni, Province e Regioni. Secondo una ricerca sui costi della politica condotta dalla Uil, circa cinquecento su un totale di settemila non svolgono alcuna attività: si limitano a garantire gettoni di presenza, assunzioni inutili e stipendi a una "casta" minore ma molto affamata.

La sede è al quarto piano di un bel palazzo che si affaccia su via Etnea, la strada principale di Catania. C'è un corridoio lungo il quale si aprono una, due, tre, quattro, cinque porte che nascondono uffici vuoti, scaffali privi di carte. Dentro una delle stanze ronza un ventilatore preso in prestito. Eccola qui la tolda di comando dell'Arsea, l'agenzia regionale creata nel 2006 con un finanziamento di 35 milioni per agevolare l'erogazione di contributi agli agricoltori, ma che non ha mai esaminato una pratica. Eppure, fino a qualche giorno fa a sovrintendere a quelle scrivanie senza computer e a coordinare i tre impiegati a foglio paga c'era un direttore generale con uno stipendio di 170mila euro l'anno. Ugo Maltese, così si chiama il manager, vista "l'impossibilità di operare" si è dimesso. Ma gli arretrati, che non ha mai percepito, li vuole lo stesso.

Un caso isolato? Non proprio. L'Agenzia che non esiste è solo uno degli spettri che si aggirano nel vasto mondo delle società controllate o partecipate dagli enti locali italiani. Sono spa, società a responsabilità limitata, consorzi e, secondo una ricerca sui costi della politica condotta dalla Uil, circa 500 non svolgono alcuna attività. Stanno in piedi solo per garantire gettoni ai consiglieri di amministrazione, stipendi e possibilità di assunzioni in vista delle scadenze elettorali. Sono, appunto, scatole vuote. Fantasmi che danno un tocco di brivido alla lunga teoria di enti le cui azioni sono in mano a Regioni, Province, Comuni. I numeri sono da sopravvissuti del socialismo reale. I ricercatori della Uil e dell'Unione province che si sono messi a contarle hanno scoperto che le società controllate o partecipate dagli enti locali sono settemila. E garantiscono la sopravvivenza di una casta meno appariscente, ma perfino più costosa di quella dei politici di prima fila.

Ottantamila persone, in tutta Italia, prendono un gettone o un'indennità per sedere nei CDA, nei collegi sindacali, o per svolgere una consulenza a favore di questa miriade di aziende pubbliche che consentono a sindaci e governatori di fare gli imprenditori, i finanzieri, i gestori di scali aeroportuali o di stazioni termali. Di assicurare servizi non proprio essenziali.

E per finanziare questa casta minore che sopravvive al taglio dei privilegi se ne va un fiume di denaro: 2,5 miliardi l'anno è il costo di compensi e benefit che spettano agli amministratori delle spa pubbliche nominati dalla politica e spesso provenienti dalla stessa. Ma cosa è successo in questi anni nei Comuni e negli altri enti italiani pur falcidiati dai tagli ai trasferimenti? Come è montata l'ansia degli amministratori di trasformarsi in spregiudicati businessmen che investono nei settori più disparati? E quanto finisce nelle tasche dei "fedelissimi" chiamati a gestire queste imprese fondate coi soldi dei contribuenti?

Gli anni del boom sono quelli che vanno dal 2006 al 2008. In quel periodo, stima la Corte dei conti, le società controllate o partecipate dagli enti locali sono cresciute dell'11 per cento. La tendenza non è cambiata da allora. L'ultimo conteggio si è fermato a quota settemila. Le poltrone, invece, sono molte di più. A conti fatti i componenti dei consigli d'amministrazione sono 24.310. E pesano su ciascun contribuente italiano 63 euro all'anno. La tassa, in realtà, è molto più pesante: perché alla pletora di membri dei CDA vanno aggiunti i componenti dei collegi sindacali o dei comitati di sorveglianza (tre o cinque) e coloro che hanno consulenze o svolgono incarichi professionali per conto di queste spa in mano pubblica. Quella cifra iniziale, insomma, secondo le stime più prudenti, va almeno triplicata. Così, alla fine, l'armata del gettone finisce per mettere insieme 80mila soldati.

"Non a caso, secondo noi, il costo di due miliardi e mezzo l'anno è una valutazione per difetto", dice Luigi Veltro, uno dei curatori della ricerca sui costi della politica fatta dalla Uil. "Il dato sorprendente - prosegue Veltro - è che per quanto riguarda il numero di poltrone gli enti locali del Sud sono più virtuosi di quelli del resto d'Italia. Il rapporto si inverte, però, quando si parla dei costi di gestione delle società. In questo caso le controllate da enti locali del Meridione determinano una spesa di tre o quattro volte superiore alle altre". Il motivo è presto detto: sui bilanci delle spa pubbliche da Roma in giù pesano soprattutto le assunzioni di personale, quasi sempre senza concorso e molto spesso riservate a portatori di voti e parenti eccellenti.

Parentopoli spa

Da quando la legge ha trasformato le municipalizzate in società per azioni, è caduto l'ultimo baluardo: il pubblico concorso. Adesso si assume per chiamata diretta e gli organici sono zeppi di parenti eccellenti e di "portatori di voti". Una situazione che porta ad appesantire i bilanci e a creare deficit che lo Stato è chiamato a ripianare. L'ultimo scandalo, all'ombra del Vesuvio, è esploso con il ritrovamento di un "pizzino" nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti per la raccolta di rifiuti. In un foglio finito sotto la lente della Procura nomi di gente da assumere all'Asìa, la municipalizzata napoletana che si occupa dell'igiene ambientale, oppure nelle ditte subappaltatrici. Accanto a ogni nome la potenziale "dote" di consensi elettorali che ciascuna persona segnalata sarebbe stata in grado di portare. "Voti contro assunzioni", così è stata ribattezzata l'indagine dei magistrati partenopei. Il simbolo dell'inchiesta è diventata la "teste" Kaori, assunta per 1.300 euro al mese in una delle società che riceveva le commesse da Asìa. La donna ha raccontato di aver preso la stipendio senza dover nemmeno andare in ufficio. Al di là dei risvolti giudiziari, è l'ennesimo coperchio sollevato sul pentolone nel quale, in tutto il Paese, bolle e prolifica la clientela basata sullo scambio fra appoggio elettorale e posto di lavoro. Con tutto quello che ne consegue. L'Asìa di Napoli, ad esempio, ha in organico ben 2.440 dipendenti. E tra questi, secondo recenti rilevazioni della stessa azienda, oltre 400 sono inadatti a svolgere il lavoro di raccolta per anzianità o per inabilità fisica. A Palermo i numeri sono ancora più impressionanti: l'Amia, la locale azienda per la raccolta dei rifiuti, e le sue controllate pagano uno stipendio a 2.810 dipendenti. In pratica, nel capoluogo siciliano c'è un addetto alla pulizia ogni 259 abitanti, contro la media di uno ogni 577 di Torino e uno ogni 366 di Genova. Se ai numeri corrispondesse l'efficienza del servizio, la città dovrebbe essere uno specchio. E invece a Palermo (come a Napoli) l'emergenza immondizia è sempre in cima all'agenda degli amministratori. Ma non basta: Palermo, con le sue società partecipate dal Comune, è il paradigma di un sistema. Da quando la legge ha trasformato le municipalizzate in società per azioni è caduto pure l'ultimo baluardo: il pubblico concorso. Adesso all'Amia e nelle aziende "sorelle" si assume per chiamata diretta. E gli effetti si vedono. Gli organici sono pieni di parenti eccellenti: negli ultimi anni sono stati assunti la moglie di un ex assessore al Personale, il genero dell'ex coordinatore regionale di An, la cognata di un ex vicesindaco, figli di consiglieri comunali e di sindacalisti. Anche le parentopoli hanno contribuito a creare il deficit che ha costretto i vertici dell'Amia a portare i libri in tribunale. E il governo a staccare un assegno di 80 milioni di euro per salvare poltrona e faccia del sindaco di Palermo, Diego Cammarata. Asìa e Amia: aziende con numeri da record. Ma da primato sono anche i casi delle spa che nascono e si alimentano con soldi pubblici pur rimanendo, per dolo o incapacità, inattive. Senza mancare, ovviamente, di distribuire poltrone e strapuntini.

Questi fantasmi

Solo il 34 per cento delle società in mano agli enti locali operano nei settori tradizionali: ambiente, acqua, energia, trasporti... Le altre si occupano di un po' di tutto: gestiscono teatri, cineteche, perfino campeggi. E c'è chi può diventare un punto di riferimento internazionale sui materiali ecologici da usare in edilizia ma intanto è inerte da sei anni. L'Arsea di Catania è solo la capofila. A Catanzaro, per esempio, si parla da anni di un altro fantasma. E se ne parla come di una scheggia di futuro sul fondo dello Stivale. Un ente che avrebbe dovuto far diventare la Calabria "baricentro nazionale dello sviluppo dei processi e dei prodotti delle costruzioni". Questo l'obiettivo posto nell'accordo di programma che nel 2005 trasferì da Bologna alla città jonica il "centro tipologico nazionale", struttura a metà fra la ricerca e l'assistenza tecnica nel settore dell'edilizia pubblica e residenziale. Peccato però che, a sei anni dalla costituzione della società della quale fanno parte il ministero delle Infrastrutture, la Regione Calabria, il Comune e la Provincia di Catanzaro, l'attività del centro non sia ancora iniziata. Eppure, c'è una sede e c'è un consiglio di amministrazione con cinque componenti che si riuniscono a vuoto da ben sei anni. "Ma non abbiamo mai percepito indennità - si affretta a spiegare Giovanni Carpanzano, uno dei consiglieri di amministrazione - e mi creda entro fine settembre finalmente cominceremo la nostra attività. Possiamo diventare un punto di riferimento per l'intero bacino del Mediterraneo in tema di ricerca e consulenza sui materiali ecologici da usare in edilizia". In attesa che la società fantasma esca dalle tenebre della sua mission aziendale, però, le spese corrono. È vero che i gettoni ai consiglieri di amministrazione non sono stati versati, ma fino a qualche settimana fa per gli uffici della spa che non c'è veniva pagato un regolare affitto (adesso la sede è ospitata in locali concessi in comodato dalla Provincia di Catanzaro). Per il centro tipologico che non c'è finora sono stati spesi 200mila euro. A Latina, invece, hanno inseguito il miraggio di una stazione termale per anni. Il Comune ha perfino costituito una società, la Terme di Fogliano, di cui detiene l'85 per cento del pacchetto azionario. L'acqua l'hanno dovuta cercare, trivellando il suolo. Ma invano. La ditta che ha eseguito i lavori adesso chiede un corrispettivo di 6 milioni 181mila euro. Il buco vero, a Latina, l'hanno scavato nei bilanci: la Terme di Fogliano è costata sinora sette milioni 356mila euro. E' in liquidazione da sette anni: il commissario ha una parcella da 27.845 euro, il Comune ne versa 500mila l'anno per sostenere le spese di funzionamento. Oltre a una quota fissa di 532mila euro per gli accantonamenti necessari a far fronte agli "interessi moratori". E, nonostante tutto, il 5 luglio scorso sul sito del Comune è comparso un bando per la selezione del direttore minerario della società. Il compenso? Undicimila euro per sei mesi. Sul palco delle spa di periferia vanno in scena creature di cartapesta, ed è una rappresentazione senza fine. Ce ne sono altre, dal volto e dall'attività ben definiti, che tuttavia poco hanno a che fare con servizi pubblici essenziali. D'altronde, solo il 34 per cento delle società in mano agli enti locali - è una rilevazione della Corte dei conti - operano in settori tradizionali: igiene ambientale, idrico, trasporti, energia, gas. Cosa c'è nel restante 66 per cento? Un po' di tutto. Enti che gestiscono teatri, cineteche, persino campeggi: il Comune di Jesolo, per dire, ha una quota nella proprietà del "Camping international". E ancora: una ragnatela di aziende pubbliche che resistono, soprattutto al Sud, al definanziamento dei patti territoriali. O rimangono in vita per 60 anni per sovrintendere a una zona franca mai istituita: è il caso dell'ente porto di Messina.

La voglia matta di volare

Sono una quindicina in tutta Italia le società che gestiscono aeroporti, spesso destinati soltanto a ospitare arrivi e partenze di vip e amatori. Il caso, passato alle cronache, di quello di Albenga, e i due milioni e mezzo di euro andati in fumo nell'inutile tentativo di realizzare l'"Aeroporto della Valle dei Templi". Una passione degli amministratori locali sembra essere quella del volo. I ricercatori della Uil hanno conteggiato circa quindici società, sparse lungo l'intera penisola, che gestiscono aeroporti di rilevanza non esattamente strategica, e che molto spesso finiscono per ospitare arrivi e partenze di vip e amatori. A Pavullo nel Frignano, Comune di 17mila abitanti in provincia di Modena, la fregola della partecipazione azionaria ha indotto i governanti a costituire ben 12 società: in pratica una ogni 1.416 abitanti. Tra queste spicca la "Aeroporto di Pavullo srl", che accoglie una scuola per piloti di aliante. Il presidente della società non prende gettoni ma la gestione dell'aeroclub comunale pesa per 78.245 euro sul bilancio del piccolo municipio e dunque sulle tasche dei contribuenti, amanti del volo e non. In Liguria spicca il piccolo aeroporto di Luni, a due passi da Sarzana: anche questo è una pista che ospita prevalentemente voli privati ma nel quale la Provincia di La Spezia ha una partecipazione attraverso una delle sue controllate. Niente a che vedere con l'importanza dell'aeroporto di Albenga, che all'ex ministro Scajola tornava utile per le sue trasferte romane. La Provincia di Savona ne controlla il 39,95 per cento. La società ha sette dipendenti, un cda di cinque persone (fra cui il vicesindaco di Imperia Rodolfo Leone, fedelissimo di Scajola) e nel bilancio del 2010 ha fatto segnare una perdita di 378mila euro, nonostante una ricapitalizzazione di 600mila euro nell'agosto 2010. Perché questa è anche la storia di potenti che usano le spa come giocattoli: in Sicilia l'ex governatore Totò Cuffaro teneva tanto all'aeroporto nella sua Agrigento. Il brand era anche suggestivo: "Aeroporto della Valle dei Templi", si sarebbe dovuto chiamare. Per realizzare lo scalo Comune e Provincia costituirono nel '95 una società tenuta in piedi per tredici anni: il mesto bilancio, alla fine, è stato di 2,5 milioni di euro andati in fumo per gettoni ai consiglieri di amministrazione, incarichi e progetti puntualmente bocciati dall'Enac. "Poco utile uno scalo in quella zona, soprattutto alla luce di un traffico passeggeri che sarebbe modesto", scrissero più volte i tecnici. Ma nessuno, fra chi aveva fiutato il business, tenne mai conto di quei rilievi. In Sicilia, del resto, non c'è grande Comune o Provincia che non abbia tentato di costruirsi il suo aeroporto: ci hanno provato a Messina, a Gela, nella piana di Catania dove era arrivata persino una delegazione di cinesi. Ci sono riusciti a Comiso, dove lo scalo costato 36 milioni di euro è pronto dal 2007 - fu inaugurato da D'Alema - ma non è operativo per una querelle sul pagamento dei controllori di volo che vede contrapposti il ministero e la società di gestione nella quale figurano gli enti territoriali.

Carrozzoni duri a morire

Le storie parallele dell'Eipli - Ente per l'irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Campania - e della Fiera del Mediterraneo. Il primo giunto al trentunesimo commissariamento consecutivo, la seconda affondata sotto un macigno di debiti da 18 milioni di euro. Se non è un record, poco ci manca: trentunesimo commissariamento consecutivo. Così prosegue l'agonia dell'ultimo carrozzone meridionale. Eipli, è il nome. Acronimo che sta per Ente per l'irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Campania. Un residuato post-bellico, una struttura nata nel 1947 che a più riprese il governo ha annunciato - e messo per iscritto - di voler smantellare. L'ennesima proroga al liquidatore scade a fine anno. Peccato che nel frattempo sia nata un'altra società, che dovrebbe svolgere le stesse funzioni: è di proprietà della Regione Basilicata, ma anche la Puglia, nel gennaio scorso, ha deciso di entrare nel capitale azionario. Il problema è che nessuno si vuole accollare il maxi-debito contratto in quasi 65 anni di attività dell'Eipli: 250 milioni relativi soprattutto a spese per il personale ed esposizioni nei confronti degli acquedotti. Più 6 milioni e mezzo di contenzioso legale. Nel clima di incertezza, l'assessore regionale pugliese Fabiano Amati taglia corto: "Non spetta certo a noi turare la falla". E così la società "gemella", la Acqua spa, rimane in perenne attesa del trasferimento delle funzioni. Esiste, ma è priva della principale mission che, sulla carta, le è stata attribuita. E rimangono in attesa anche gli organi direttivi regolarmente in carica, fra cui il presidente Antonio Triani, un ex esponente dell'Udeur vicino a Clemente Mastella, che percepisce uno stipendio di 5.300 euro lordi mensili (malgrado una recente decurtazione del 10 per cento). La vicenda dell'Eipli è quella di uno dei non pochi pachidermi che schiacciano i bilanci degli enti locali e che nessuno riesce ad abbattere. Enti decotti, aziende che non svolgono più attività, ruderi istituzionali che lasciano sul terreno disoccupati regolarmente retribuiti. E la trama di questo film, che comincia a Catania, ci riporta infine in Sicilia. In altre stanze vuote. A Palermo fa tristezza aggirarsi per gli uffici spogli di quella che fu la Fiera del Mediterraneo, inaugurata negli anni Sessanta dal capo dello Stato Giovanni Gronchi e oggi priva persino dei soldi per organizzare una sfilata di abiti da sposa. La Fiera, fra le più rinomate dell'area mediterranea, è affondata sotto un macigno di debiti (18 milioni) mentre la Corte dei conti rimproverava agli amministratori spese quasi esilaranti come quelle per l'autoblù "con televisore e telefono al bracciolo", e per i soggiorni "senza ragioni istituzionali" all'Hilton di Washington, al Plaza di New York, al Metropol di Mosca. I 35 dipendenti dell'ente partecipato dalla Regione Siciliana, oggi, si commuovono davanti alle telecamere pensando ai tempi che furono. Costretti, loro malgrado, a ricevere uno stipendio ogni mese per non svolgere alcuna mansione.

L'autostrada fantasma che (non) funziona da quattro anni

La storia di un consiglio che dovrebbe realizzare una tratto stradale tra l'A14 e l'A1. È composto da quattro membri, che (assieme a tre revisori dei conti) percepisce da anni un regolare stipendio. In Molise c'è un consiglio di amministrazione che lavora per un'autostrada che non c'è, che non esiste. E che forse non si realizzerà mai. Un consiglio, composto da quattro membri, che (assieme a tre revisori dei conti) percepisce da anni un regolare stipendio. Già, perché la società pubblica in questione è stata istituita quattro anni fa, nel 2008, e i soci sono l'Anas e la Regione Molise. Nemmeno il progetto c'era fino a pochi mesi fa: il pezzo di carta su cui è stata progettata l'arteria che dovrebbe collegare l'autostrada A14 con l'A1, è stato approvato solo a febbraio di quest'anno. E da appena tre settimane il Governo Berlusconi - che dieci anni fa annunciò l'opera pubblica - ha sbloccato i fondi solo per i primi ottanta chilometri, che costeranno 550 milioni di euro. Mentre per il secondo lotto dei lavori non c'è alcuna certezza. Di certo per ora ci sono solo gli stipendi: 100 mila euro l'anno in tutto. Al presidente Vincenzo Di Grezia (anche dirigente regionale) e all'amministratore delegato Alfredo Bajo, spettano annualmente - secondo le cifre diffuse dall'Anas - 20 mila euro ciascuno. Quindicimila euro invece per i consiglieri. A questi vanno aggiunti anche i compensi del collegio sindacale. Mentre non si conoscono i dati sui costi di gestione degli uffici (personale e locali amministrativi). "Sarebbe opportuno capire che lavoro in concreto abbiano svolto i componenti del Consiglio di amministrazione a fronte degli stipendi percepiti" attacca Massimo Romano, consigliere regionale d'opposizione. "La Regione, azionista, non ha mai informato il consiglio regionale sulle attività svolte. Al punto che per conoscere l'entità dei compensi sono stato costretto a rivolgermi all'Anas...".

PARLIAMO DELLA TRUFFA DEL DOPPIO, TRIPLO E QUADRUPLO STIPENDIO

L’inchiesta di Milena Gabanelli e Bernardo Iovene di “Report” Rai su “Il Corriere della Sera”.

Quei super dirigenti statali pagati con un doppio stipendio.

Lo scandalo dei «fuori ruolo». Solo i magistrati sono trecento.

Il governatore Formigoni dice che i cittadini chiedono un segnale: vendere le Poste, la Rai, il patrimonio immobiliare. L'esperienza ha purtroppo insegnato che finora vendere significa svendere, o meglio, profitti privati e perdite pubbliche. Il ministro è sempre lo stesso, quello della cartolarizzazione più grande del mondo, ovvero la vendita degli immobili degli enti previdenziali, attraverso società di diritto lussemburghese, Scip 1, 2 e 3. Un fallimento pagato da noi e che qualcuno ha definito «romanzo criminale». Forse il cittadino avrebbe maggiore fiducia se a vendere fosse una nuova generazione politica. Certo è che il primo segnale che il cittadino, quello che deve continuare a tirarsi il collo, oggi chiede, è di farla finita almeno con privilegi che gridano vendetta e che si continua ad escludere dalla cura dimagrante.

Era l'inizio di dicembre 2010, era appena stata varata una manovra di correzione dei conti pubblici con i soliti tagli lineari, quando invitammo, senza essere degnati di cortese risposta, la presidenza del Consiglio e il ministro Tremonti a provvedere all'eliminazione di una norma che non ci risulta applicata in nessun altro paese civile: l'incasso di uno stipendio per un mestiere che non fai ( www.report.rai.it ). Quando un dipendente pubblico viene chiamato a svolgere un incarico presso un ministero, una commissione parlamentare, un'authority o un organismo internazionale, va in «fuori ruolo». Trattandosi di incarico temporaneo, conserva ovviamente il posto, l'anomalia è che conserva anche lo stipendio, a cui si aggiunge l'indennità per il nuovo incarico. In sostanza due stipendi per un periodo di tempo spesso illimitato. Nel 1994 il Csm lanciava l'allarme, segnalando «il numero crescente dei magistrati collocati fuori ruolo, la durata inaccettabile di alcune situazioni, alcune superano il ventennio, quando non il trentennio... la reiterazione degli incarichi... con la creazione di vere e proprie carriere parallele».

Domanda: è ammissibile che un soggetto che non lavora per un'amministrazione, ma lavora per un'altra, venga pagato anche dall'amministrazione per la quale non lavora? Sono bravi dirigenti dello Stato, sicuramente i migliori, visto che sono sempre gli stessi a passare cronicamente da un fuori ruolo ad un altro, lasciando sguarnito il posto d'origine perché non possono essere sostituiti, e i loro colleghi che restano in servizio si devono far carico anche del loro lavoro. E poi c'è il danno, il magistrato fuori ruolo percepisce anche l'indennità di malattia, mentre quelli in servizio la perdono. Per arrivare alla beffa, e cioè possono essere promossi, ovvero avanzare di carriera mentre sono fuori ruolo. Ad esempio Antonio Catricalà è fuori ruolo dal Consiglio di Stato da sempre, è stato capo gabinetto di vari ministri di schieramenti opposti, poi all'Agcom, fino al 2005 segretario della presidenza del Consiglio con Berlusconi, quindi nominato presidente dell'Antitrust. Non ricopre la carica in Consiglio di Stato, ma ciononostante nel 2006 da consigliere diventa presidente di sezione, e senza ricoprire quel ruolo incassa uno stipendio di 9.000 euro netti al mese che si aggiungono ai 528.492,67 annui dell'Antitrust.

A fare carriera senza ricoprire la carica è anche Salvatore Sechi, distaccato alla presidenza del Consiglio con un'indennità di 232.413,18, e Franco Frattini, nominato presidente di sezione del Consiglio di Stato il 7 ottobre del 2009 mentre è ministro della Repubblica (che però risulta in aspettativa per mandato parlamentare). Consigliere di Stato è anche Donato Marra: percepisce 189.926,38, più un'indennità di funzione di 352.513,23 perché è alla presidenza della Repubblica. Il dottor Paolo Maria Napolitano oltre allo stipendio di consigliere di Stato in fuori ruolo, prende 440.410,49 come giudice della Corte costituzionale. Anche Lamberto Cardia, magistrato della Corte dei conti fuori ruolo, è stato 13 anni alla Consob, ma il 16 ottobre del 2002 è stato nominato presidente di sezione, «durante il periodo in cui è stato collocato fuori ruolo», specifica l'ufficio stampa della Corte dei conti, «ha percepito il trattamento economico di magistrato, avendo l'emolumento di 430.000 euro corrisposto dalla Consob, natura di indennità».

Tra Consiglio di Stato, Tar, Corte dei conti, Avvocatura dello Stato e magistratura ordinaria, sono fuori ruolo circa 300 magistrati che mantengono il loro trattamento economico percependo un'indennità di funzione che a volte supera lo stipendio. Il commissario dell'Agcom Nicola D'Angelo ha sentito la necessità di rinunciare all'assegno e mettersi in aspettativa. Dall'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni riceve un'indennità di 440.410,49 annui, dall'agosto del 2010, dopo la manovra che tagliava gli insegnanti di sostegno nelle scuole per i disabili e gli stipendi dei dirigenti pubblici del 10%, ha rinunciato ai 7.000 euro al mese che prendeva da consigliere del Tar fuori ruolo. Una scelta personale, visto che non ci ha pensato Tremonti. D'Angelo dice di essere l'unico a porsi un problema etico, in effetti gli altri, ad esempio Alessandro Botto, consigliere di Stato fuori ruolo e componente dell'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, con doppio stipendio, ha dichiarato di non sapere che si potesse rinunciare al doppio assegno. La giustificazione è che lo stipendio da magistrato serve ad integrare quello per la carica da dirigente perché non abbastanza remunerata.

È proprio vero che all'ingordigia non c'è fine: il presidente della Consob spagnola prende 162.000 euro l'anno, quello delle telecomunicazioni 146.000, non un euro in più, e nessun magistrato prestato ad altre funzioni mantiene il posto e tantomeno lo stipendio. Le nostre associazioni dei magistrati hanno chiesto più volte di limitare l'uso dei magistrati fuori ruolo ai casi strettamente necessari, perché si può creare una pericolosa commistione tra ordine giudiziario e potere politico, oltre a quello di sottrarre centinaia di magistrati al lavoro di giudici per svolgere il quale sono stati selezionati e vengono pagati. Ma sicuramente alla politica che sceglie, dai capi gabinetto ai membri delle Authority, fa sempre comodo «valorizzare» i magistrati, sia penali che amministrativi, perché in atti dove si deve forzare un po' la mano, possono dare utili consigli. Allora, visto che in questi giorni ai cittadini verranno imposte lacrime e sangue, cominciamo ad eliminare elargizioni e benefici il cui accumulo rende impossibile perfino la quantificazione. Non sono questi i numeri che porteranno al pareggio di bilancio, ma certamente hanno contribuito a far sballare i conti e alla formazione di una cultura arraffona e irresponsabile. Una classe politica che non sa essere «giusta» incattivisce i suoi cittadini, e alla fine verrà condannata dalla storia.

Quei Parlamentari pagati con un doppio o triplo o quadruplo stipendio. Uno Scandalo da un’inchiesta de “L’Unità” 1/2.

Dal dopoguerra al 2002 il doppio incarico ad un parlamentare non era mai stato concesso. O sindaco, presidente di Provincia, assessore, consigliere o onorevole. Delle due l’una. Funzionava così fino a quando non arrivò Diego Cammarata e tutto cambiò. Parlamentare, di Forza Italia, venne eletto sindaco di Palermo: doveva scegliere, optare. Niente da fare, voleva tutte e due le poltrone, quella di sindaco e quella di parlamentare. Il caso arrivò alla Giunta delle elezioni che, dopo aver studiato le norme giunse ad una conclusione. La legge vieta al sindaco di candidarsi come parlamentare ma non il contrario. Fu così che Cammarata diventò un onorevole sindaco e inaugurò la stagione dei doppio- poltronisti. E da allora ogni proposta di legge che mira a scardinare questa consolidata prassi si arena, sparisce nei cassetti delle Commissioni.

A distanza di anni dalla vicenda Cammarata, Luciano Dussin, leghista, deputato della Repubblica e sindaco di Castelfranco Veneto, 33mila 700 abitanti, oggi si (ri)trova di fronte al dilemma proprio per colpa della manovra del ministro Giulio Tremonti. «Se il governo non salta prima - ragiona - dovremo scegliere in occasione delle politiche 2013. Per questo il decreto è una stupidata: oggi uno dei due incarichi lo facciamo gratis. Se dovessi scegliere domani? Beh, oggi è più pesante fare il sindaco». Ovvio, sceglierebbe di fare il parlamentare. E chissà che peso ha nella valutazione che prima o poi dovrà fare l’indennità che garantisce la carica di parlamentare (5.486 euro netti al mese più rimborsi vari che li fanno lievitare fino 14mila)). Dussin sta incollato sul suo scranno in Parlamento esattamente come Raffaele Stancanelli, Pdl, sindaco di Catania (oltre 300mila abitanti), o come il senatore Antonio Azzollino, presidente della Commissione Bilancio (quella dove è in esame la manovra) e primo cittadino di Molfetta, quasi 60mila abitanti. Adriano Paroli, deputato Pdl, guida Brescia città di oltre 187mila abitanti: è convinto, ha spiegato, che stando in parlamento potrà fare anche il bene della sua città. Può capitare di dover presentare un emendamento ad hoc in una Finanziaria e come dire, meglio esserci che dover chiedere a qualcun altro. Cosa c’è di strano? Assolutamente niente per il presidente della provincia di Salerno, Edmondo Cirielli (deputato Pdl), o della provincia di Foggia, Antonio Pepe, o Luigi Cesaro (Pdl) alla Provincia di Napoli, Maria Teresa Armosino (Pdl) a capo di quella di Asti, Cosimo Sibilia, provincia di Avellino, Domenico Zinzi, provincia di Caserta. Anche Bruno Tabacci, Udc, resta alla Camera malgrado sia assessore al comune di Milano.

Stanno in parlamento e in Provincia, in parlamento e in Comune e vai a capire come fanno a ricoprire contemporaneamente entrambi i ruoli. A luglio si contavano 121 - tra Camera e Senato - onorevoli con doppio incarico istituzionale: assessori sindaci, vicesindaci, consiglieri comunali. Sono ben trentadue i comuni (16 della Lega) che hanno un sindaco con uno scranno a Roma, (il comune di Arconate, 6mila abitanti, può vantare addirittura un sottosegretario alle Infrastrutture, Mario Mantovani, come primo cittadino).

In pole position c’è il Pdl, che conta 47 doppiopoltronisti, seguito dalla Lega con 42; il Pd con 13; il Terzo Polo con 9 (tra cui Francesco Rutelli, consigliere comunale a Roma e parlamentare) e ultima in classifica l’Idv con 3. Un posto da onorevole e uno da amministratore locale, una bella concentrazione di potere tra le mani, con buona pace dei rischi di conflitto di interessi e del tasso di efficientismo. Non mancano segnali contrari, ovvio. Piero Fassino, diventato sindaco di Torino si è dimesso. Idem Franco Ceccuzzi, oggi alla guida di Siena, che il 7 giugno, quando lasciò l’incarico di deputato Pd postò sulla sua pagina facebook: «Sono orgoglioso di essere un’eccezione alla regola dell’ubiquità istituzionale».

Eppure la «ratio» alla base delle norme sulle incompatibilità è chiara: garantire il massimo dell’impegno per l’incarico istituzionale che si sceglie ed evitare conflitti d’interesse. L’articolo 62 del decreto legislativo 267 del 2000 prevede infatti l’ automatica decadenza dalla carica di Presidente della Provincia, o di sindaco (di una città sopra i 20mila abitanti) nel caso della candidatura a deputato o senatore. La legge 60 del 1953 agli articoli 1 e 2 prevede il divieto di doppio incarico per i parlamentari stabilendo che non si può stare in Parlamento e avere cariche in enti pubblici e privati (con nomina o designazione del governo e della Pubblica amministrazione); in associazioni o enti che gestiscono servizi per la pubblica amministrazione o per conto dello Stato. Quello che la legge non vieta, ma che nella prima Repubblica era sconsigliato dal buon senso, è la possibilità per un parlamentare di candidarsi a sindaco, presidente di Provincia e così via. Basterebbe chiarire con una norma ad hoc che anche in questo caso scatta l’incompatibilità. Basterebbe cioè fare una legge, il problema è che il legislatore in questo caso dovrebbe legiferare per disciplinare se stesso.

«Ci troviamo di fronte ad una insensibilità diffusa - commenta il democratico Marco Follini, Presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari al Senato -. Pensano di non dover dare conto a nessuno del loro operato. Si tratta di arroganza del potere che alimenta il vento dell’ antipolitica». Una vera e propria lobby, che controlla gli snodi nevralgici del centro decisionale e non accetta di mettere in discussione i propri privilegi.

Follini ricorda che in commissione Affari costituzionali al Senato è stata calendarizzata, ma subito dopo si è arenata, una proposta di legge presentata da lui, Augello, D’Alia e Sanna (quindi bipartisan) sulle incompatibilità parlamentari, che prevede, tra l’altro, l’impossibilità di «ricoprire le cariche di sindaco di comune con popolazione superiore a 20.000 abitanti e di presidente di giunta provinciale, ove assunte durante il mandato parlamentare». Con una proposta di legge costituzionale (a firma Follini e Agostini, entrambi Pd) si stabilisce, invece, che non si può svolgere in presenza di attività parlamentare alcuna altra attività remunerata, né pubblica né privata. Infine, un’altra proposta di legge punta al modello americano: i parlamentari non possono avere un reddito ulteriore, derivante da altre attività, superiore al 25% dello stipendio da onorevole. Tutte proposte accolte «con largo favore» dagli onorevoli. Come quella sulla riduzione del numero dei parlamentari. Solo che poi non le votano.

Restituire credibilità alla politica è compito della politica, prima di tutto dando segnali concreti, quelli che la gente comune si aspetta da tempo e non arrivano. Marco Follini, senatore Pd, presidente della Giunta per le elezioni, ne è convinto. Ha presentato una proposta di legge che deve aver suscitato parecchi mal di pancia tra gli onorevoli e che punta ad impedire il cumulo di indennità per chi è parlamentare. Niente doppio stipendio, questo il senso, durante il mandato. «Sarebbe ora di affrontare il tema e risolverlo con una norma ad hoc», dice.

Follini, sarebbe ora ma non succede. Sarebbe un segnale per i cittadini, chiamati in questo momento a sacrifici durissimi. Allora perché niente si muove, visto che la politica non si autoregola?

«C’è un doppio problema: di regole e di costumi. Se i costumi fossero più sobri le regole potrebbero essere più larghe. Dato che ultimamente di sobrietà di costumi se ne vede poca è necessario intervenire con le norme. In questa legislatura mi sono appassionato a questo tipo di leggi con sfortuna sproporzionata all’argomento».

Cioè lei ha presentato leggi e lì sono rimaste?

«Le proposte di legge sono rimaste lì, oggetto di qualche curiosità e niente di più. In Aula non sono mai arrivate».

Ma sono state accolte con grande favore bipartisan...

«Proprio così, un bell’applauso e poi basta, mentre i tempi oggi ci chiedono di mettere mano a questi argomenti con uno spirito piuttosto operativo».

L’argomento è di quelli ad alta “sensibilità” per oltre 440 parlamentari in carica. Finora soltanto dipendenti pubblici o professori universitari finiscono in aspettativa non appena eletti. Per tutti gli altri, mani libere...

«Non dovrebbe essere così. È necessario introdurre una norma che riguarda l’incompatibilità parlamentare con quella professionale. Secondo me svolgere la funzione di parlamentare richiede una vocazione esclusiva. Anche questo è un modo di richiamare una certa idea della politica».

Insomma, Ghedini dovrebbe mollare tutti i processi del presidente del Consiglio e dedicarsi esclusivamente al suo compito di legislatore?

«Penso che chi fa il parlamentare per alcuni anni non debba fare altro che questo, sia alla Camera che al Senato».

Ma se li immagina i grandi avvocati, i giornalisti, i professionisti di ogni genere chiudere tutto in un cassetto e riaprirlo a fine mandato?

«Me lo immagino fino al punto di auspicarlo. Uso una parola desueta, dobbiamo restituire alla funzione parlamentare la sua “sacralità”. Abbiamo il compito più importante nella vita del Paese, siamo regolatori di un equilibrio molto delicato ed è giusto chiedere a ciascuno di noi di dedicarsi esclusivamente a questo».

Tornerà alla carica con le sue proposte di legge alla riapertura delle Camere?

«Torneremo alla carica con il senatore Mauro Agostini perché la proposta l’abbiamo presentata insieme e chiederemo che venga discussa».

Ci dice cosa prevede esattamente?

«Prevediamo l’assoluta impossibilità di avere retribuzioni al di fuori dell’indennità parlamentare e quindi implica che chi fa l’avvocato, il medico, lo scrittore, il libero professionista si dedichi a fare soltanto l’onorevole, lasciando da parte le sue attività, i suoi interessi e i relativi conflitti».

Follini, ma lei crede davvero che i parlamentari voteranno una legge del genere?

«La proposta nasce per non rimanere nel cassetto delle buone intenzioni. Capisco che possa essere scomoda per qualcuno ma insisto a pensare che alla fine sia vantaggiosa per tutti».

Lei sta parlando di una idea della politica che sembra molto lontana da quella a cui assistiamo ogni giorno.

«Ho l’idea che la politica sia un’attività nobile e preziosa. Non sono tra quanti menano scandalo per gli stipendi dei parlamentari, ma a maggior ragione credo che a fronte di stipendi così generosi ci debba essere un impegno non condizionato da nessun altra forma di interesse».

Lei ha presentato anche un’altra legge sul doppio incarico: vietato essere parlamentare e amministratore, da presidente di provincia a sindaco. Perché un onorevole eletto sindaco dovrebbe rinunciare alla sua indennità dimettendosi dall’incarico e accontentarsi di quella da primo cittadino?

«Se un parlamentare dovesse optare per lo scranno a Roma rinunciando al suo incarico di primo cittadino vuol dire che davvero non sarebbe una perdita per il Comune che dovrebbe andare a governare. Il punto è che dovremmo chiarire che nella vita politica è già difficile fare bene una cosa, figurarsi due o tre».

QUANTO CI COSTA LA CHIESA CATTOLICA ?!?

L’inchiesta de “L’Espresso” ce lo spiega.

Quantificare con precisione il "costo" della Chiesa Cattolica per lo Stato italiano è un'operazione quasi impossibile, che in parte si basa su dati certi e in altri casi solo su stime.

Se è infatti relativamente facile stabilire quali sono le spese principali a carico dello Stato italiano, trattandosi di fondi che restano nel bilancio, molto più complesso è stabilire quali sono i mancati introiti derivanti dalle agevolazioni fiscali cui hanno diritto gli enti ecclesiastici.

Per fare un po' di ordine è meglio dividere i capitoli.

Iniziamo analizzando le spese principali che lo Stato si accolla per gli enti ecclesiastici. In questa categoria si possono far rientrare i prelievi dell'Irpef diretti alla Conferenza Episcopale Italiana (l'otto per mille), i fondi per gli stipendi dei professori di religione cattolica nelle scuole, gli stipendi dei cappellani che svolgono funzioni per lo Stato italiano, i finanziamenti alle scuole paritarie e alle università private che in buona parte ruotano attorno alla Chiesa. Un pacchetto da circa 2,5-3 miliardi di euro l'anno, solo per lo Stato centrale. Altri capitoli di spesa, come la sanità, ricadono infatti nei bilanci regionali e non rientrano in questi conteggi.  La prima voce di spesa per lo Stato, e una delle più contestate, è l'otto per mille, ovvero la percentuale Irpef che il cittadino può destinare ad un credo religioso o lasciare allo Stato Italiano. Solo per la Chiesa Cattolica l'otto per mille ha fruttato nel 2011 la cifra record di un miliardo e 118 milioni di euro, circa l'85% dell'intera torta.

A essere contestati nell'otto per mille sono almeno tre aspetti: il metodo di ripartizione, la "mancata concorrenza" e l'ammontare dell'aliquota Irpef. A differenza delle altre tasse infatti, l'otto per mille di ogni contribuente non viene destinato al credo da lui scelto: la firma di ogni cittadino vale come un voto e influisce sulla ripartizione complessiva dei fondi. In questo modo, anche se non si firma, la destinazione dei fondi viene stabilita solo dai "votanti".

Questo meccanismo finisce per avvantaggiare la Chiesa Cattolica che, conquistando la maggioranza delle firme, riceve una grossa fetta anche dei finanziamenti senza destinazione. Il sistema è stato molto contestato dai Radicali e da associazioni come lo Uaar, che segnalano il completo monopolio cattolico per quanto riguarda gli spot pubblicitari: le confessioni più piccole non possono permettersi le campagne milionarie, mentre lo Stato non investe un centesimo sull'argomento, lasciando nei fatti il campo libero alla Chiesa Cattolica.

Un aspetto sottovalutato dell'otto per mille è però l'ammontare dell'aliquota di prelievo, che secondo la legge può essere ridefinita da una apposita commissione ogni tre anni. L'articolo 49 della legge 222/85, che ha istituto l'otto per mille, prevede che "Al termine di ogni triennio successivo al 1989, un'apposita commissione paritetica, nominata dall'autorità governativa e dalla Conferenza episcopale italiana, procede alla revisione dell'importo deducibile di cui all'articolo 46 e alla valutazione del gettito della quota IRPEF di cui all'articolo 47, al fine di predisporre eventuali modifiche".

Si tratta di un sistema di verifica pensato al momento del passaggio dall'assegno di Congrua (con cui lo Stato pagava fino agli anni 80 lo stipendio dei preti) al nuovo regime, che permette di rivedere i prelievi se questi si rivelano troppo bassi o troppo alti. "Abbiamo chiesto di accedere agli atti della commissione incaricata di valutare l'aliquota – spiega Mario Staderini – ma sulle relazioni è stato apposto il segreto di Stato, e anche il Tar del Lazio ha confermato che quei documenti devono restare riservati".

Se le casse dello Stato piangono, il gettito dell'otto per mille per la Chiesa è invece cresciuto di cinque volte in venti anni, passando dai 210 milioni dei primi anni novanta al miliardo e 100 di oggi. Aumentando il gettito è cambiata radicalmente anche la destinazione di questi capitali: oggi un terzo viene usato per lo stipendio dei religiosi, circa un quinto per interventi caritativi, e poco meno della metà per "esigenze di culto", una voce che al suo interno prevede anche la costruzione di nuove chiese (125 milioni di euro solo nel 2011).

L'aumento del gettito dell'otto per mille degli ultimi anni è stato così importante che ha permesso alla Chiesa di realizzare una serie di accantonamenti (55 milioni nel 2011, 30 milioni nel 2010): un piccolo tesoretto per futuri usi insomma.

La seconda voce di spesa a vantaggio della Chiesa Cattolica sono gli stipendi degli insegnanti di religione delle scuole, che sono più di 25 mila (circa la metà di ruolo) e costano una cifra superiore agli 800 milioni di euro l'anno.

La posizione della Cei sull'argomento, riportata in varie comunicazioni ogni volta che la questione viene rilanciata, è che questi stipendi non vanno alla Chiesa, ma agli insegnanti che per oltre l'80 per cento sono laici (l'87 per cento nel 2009/2010.

In realtà, il controllo dei vescovi su questa voce di spesa non è da sottovalutare, visto che per ottenere l'idoneità all'insegnamento serve proprio un nulla osta del religioso. Il Canone 805 del Codice canonico prevede infatti che "E' diritto dell'Ordinario del luogo per la propria diocesi di nominare o di approvare gli insegnanti di religione, e parimenti, se lo richiedano motivi di religione o di costumi, di rimuoverli oppure di esigere che siano rimossi". In altre parole, gli insegnanti di religione sono gli unici a non essere scelti sulla base di graduatorie di Stato, ma sono di fatto assunti in ogni diocesi dal vescovo locale. Assunti dalla Chiesa ma pagati dallo Stato, insomma. Inoltre, e i casi di cronaca lo hanno confermato, chi divorzia può essere licenziato da un anno all'altro.

Oltre agli stipendi degli insegnanti, lo Stato si accolla direttamente anche una parte degli stipendi dei religiosi, quando questo svolgono compiti come il cappellano militare, nelle carceri o il già citato insegnante di scuola. Secondo la Cei le "remunerazioni proprie dei sacerdoti" valgono 112 milioni di euro l'anno. Una cifra che non si può però sommare alle altre voci, poiché in parte già calcolata tra gli stipendi degli insegnanti (che nell'11% dei casi sono sacerdoti o religiosi).

Il capitolo dell'insegnamento apre un altro frangente di spesa per lo Stato, ovvero il finanziamento alle scuole paritarie (private). Queste strutture sono in buona parte gestite da enti ecclesiastici, anche se esistono non pochi istituti laici nel nostro paese.

Nell'ultima finanziaria la spesa prevista per il finanziamento alle paritarie ammonta complessivamente a poco meno di 500 milioni di euro, in calo rispetto all'anno precedente ma rimpinguata dopo una prima pesante sforbiciata. Nonostante le polemiche legate al finanziamento di queste strutture (che l'articolo 33 della Costituzione vuole "senza oneri per lo Stato"), uno studio dell'associazione dei genitori delle scuole cattoliche, ripreso anche dal ministro Gelmini, sostiene come queste scuole consentano un risparmio per lo Stato quantificato in circa sei miliardi di euro. La complessità della materia e le sue tante sfaccettature non possono comunque essere esaurite in poche righe.

Alle fonti di finanziamento citate si devono poi aggiungere altre voci, non sempre facilmente rintracciabili nei documenti ufficiali. Un capitolo tutto suo lo merita ad esempio la fornitura dell'acqua alla Città del Vaticano, interamente a carico dello Stato italiano. L'articolo 6 dei patti Lateranensi del 1929 recita infatti che "L'Italia provvederà, a mezzo degli accordi occorrenti con gli enti interessati, che alla Città del Vaticano sia assicurata un'adeguata dotazione di acque in proprietà".

Su queste due righe sono state avanzate diverse interpretazioni, con strascichi che arrivano fino ai giorni nostri. Nonostante l'opposizione dei radicali, secondo cui l'adeguata dotazione di acqua significa che bisogna far arrivare i tubi al Vaticano e nient'altro, l'interpretazione vincente è che i costi dell'acqua siano a carico dello Stato, ma un discorso diverso vale per la depurazione e la gestione degli scarichi.

La questione è esplosa nel 1998, quando la romana Acea si è quotata in borsa ed ha chiesto al Vaticano di pagare una bolletta da 25 milioni di euro che, dopo diverse peripezie, è stata invece pagata dallo Stato.

Proprio lo Stato italiano dal 2005 versa anche 4 milioni di euro l'anno all'Acea per la depurazione, da sommarsi al costo dell'acqua stessa. Il costo totale della fornitura non è però esente da equivoci e la sua cifra complessiva tra depurazione, costo dell'acqua e dello smaltimento è finita di recente al centro di una polemica alimentata da una "gola profonda" del Pdl che sostiene, senza però presentare la documentazione, che questi costi ammontino a circa 50 milioni di euro l'anno.

Dopo aver passato in rassegna le voci di spesa dello Stato per il finanziamento della Chiesa Cattolica e delle sue attività, bisogna andare al capitolo dei mancati introiti, legati ai regimi fiscali privilegiati a cui hanno diritto alcuni stabili e fabbricati. Come affermato in precedenza, tanto le spese sono note ed evidenti nel bilancio dello Stato, quanto l'entità delle detrazioni è frutto di stime molto meno certe. Per chiarezza è quindi meglio dividere ogni voce e chiarire i riferimenti normativi, le critiche e il loro presunto costo per le casse statali.

Le due voci principali di detrazione fiscale a cui ha diritto la Chiesa, non in forma esclusiva, sono l'esenzione dall'Ici e la riduzione del 50 per cento dell'Ires, l'imposta sul reddito delle persone giuridiche (le società). Questi privilegi sono anche finiti nel mirino della Commissione Europea che, dopo una denuncia dei deputati radicali, ha aperto nei confronti dell'Italia un procedimento per verificare se si tratta di aiuto di Stato o meno e il cui esito finale è atteso entro il 2012.

L'abbattimento del 50 per cento dell'Ires si applica agli enti di assistenza sociale e con fini di beneficenza ed istruzione, anche quando questi svolgono in parte attività commerciale: in questo caso però la normativa vuole che vengano distinte le fonti di reddito e sulla parte commerciale venga pagata l'intera tassa. Trattandosi inoltre di un'agevolazione nata negli anni '50 (e poi rivista varie volte), la Commissione europea ha deciso di farla rientrare tra gli aiuti di Stato esistenti, che possono essere annullati ma per cui non può esser richiesto il rimborso degli "arretrati".

Per quanto riguarda l'Ici (l'imposta comunale sugli immobili) la questione è più complessa e prevede diversi livelli. Innanzitutto la legge prevede l'esenzione totale per i luoghi di culto, ma la parte più contestata riguarda l'esenzione per le attività commerciali svolte nei locali di enti non commerciali (come quelli religiosi). Un'interpretazione della Cassazione del 2004 (la legge risale al 1992), giudicata troppo restrittiva dagli organi della Cei, ha stabilito come potessero accedere all'esenzione solo le strutture che non svolgessero alcuna attività commerciale: in poche parole l'Ici doveva essere corrisposta da tutti gli istituti che prevedevano un pagamento per le loro prestazioni, fossero esse mense per i poveri,alberghi per pellegrini o cliniche private. L'anno successivo, una legge del Governo Berlusconi ha cambiato le carte in tavola, stabilendo che l'esenzione Ici valesse anche in caso di attività commerciali: un regalo alla Chiesa che ha fatto scattare subito la denuncia alla Commissione europea per i suoi effetti sulla concorrenza.

A mettere una pezza alla situazione ci ha pensato il governo Prodi nel 2006, con l'introduzione di una nuova interpretazione della legge che prevede l'esenzione dell'Ici solo per chi svolge attività "non esclusivamente commerciale". Dalla diversa interpretazione di queste tre parole nascono buona parte degli attuali contenziosi tra chi sostiene che basti una cappella in un albergo per non pagare l'Ici e la Cei, che sostiene invece la bontà della norma e definisce "mistificazioni" gli articoli che affermano il contrario. Tanto per far capire quanto l'argomento sia caldo, un editoriale di Avvenire (il quotidiano della Cei) è tornato sull'argomento il 18 agosto scorso.

Delle detrazioni dalle tasse italiane usufruiscono poi tutti gli stabili di Città del Vaticano che godono dell'extra-territorialità e previsti dal Concordato. La somma di queste esenzioni, secondo una stima fornita dall'Anci e segnalata nel libro "La Questua" di Curzio Maltese, valeva nel 2007 tra gli 1,5 e i 2 miliardi di euro l'anno. Da quanto è emerso invece in un'interrogazione fatta dai radicali al Comune di Roma pochi anni fa, il costo dell'esenzione Ici per la sola capitale è di circa 25 milioni di euro l'anno.

Altra tassa risparmiate alla Chiesa, o sarebbe meglio dire ai suoi "dipendenti", è l'esenzione dell'Irpef per tutti i lavoratori della Santa Sede e della Città del Vaticano: almeno duemila persone tra giornali, radio, tribunali ecclesiastici, segreterie e congregazioni. Con il Concordato del 1984 è stato inoltre stabilita la possibilità di detrarre dalla dichiarazione dei redditi le donazioni fino alle vecchie due milioni di lire (poco meno di mille euro).

Il conto complessivo delle detrazioni, almeno sulla base delle stime, supera quindi agilmente i 3 miliardi di euro. Ma la politica non ci sente: «Togliere i fondi alla Chiesa italiana significa togliere il pane agli affamati», ha commentato Rocco Buttiglione dell'Udc. Compatto nella difesa dei privilegi ecclesiastici il Pdl. Poche le voci dissonanti nel Pd, partito la cui presidente Rosi Bindi ha chiuso la porta a ogni ipotesi di Pd di tassazione degli immobili del Vaticano, perché«la Chiesa è una grande ricchezza per la società italiana e le opere di carità della chiesa sono ancora più importanti per la crisi economica che sta mordendo le famiglie». Amen.

Un miliardo di euro dai versamenti dell'otto per mille. 650 milioni per gli stipendi degli insegnanti di religione. 700 milioni per le convenzioni su scuola e sanità. 250 milioni per il finanziamento dei Grandi Eventi. Una cifra enorme passa ogni anno dal bilancio dello Stato italiano e degli enti locali alle casse della Chiesa cattolica. A cui bisognerebbe aggiungere almeno il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano e oggi al centro di un'inchiesta dell'Unione europea: il mancato incasso dell'lci, l'esenzione da Irap, Ires e altre imposte, l'elusione consentita per le attività turistiche e commerciali. Per un totale di circa 4 miliardi di euro, più o meno mezza finanziaria, l'equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all'anno. Una somma (è la stessa Conferenza episcopale italiana a dichiararlo) che solo per un quinto viene destinata a interventi di carità e di assistenza sociale.

“La questua”. Curzio Maltese (con la collaborazione di Carlo Pontesilli e Maurizio Turco). La questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani. Milano, Feltrinelli 2008, pp. 172.

Scriveva il buon Voltaire, nel lontano 1763: «Esiste in Francia un libro che contiene l’obiezione più terribile che si possa fare contro la religione: è il quadro dei redditi del clero, quadro troppo bene conosciuto, anche se i vescovi hanno rifiutato al re di fornirgliene un esemplare». Oltre due secoli dopo, nonostante l’illuminismo, la Rivoluzione francese, la laicità degli Stati, la secolarizzazione delle società occidentali (e non solo), in Italia siamo sostanzialmente allo stesso punto: lo Stato finanzia copiosamente una Chiesa ricchissima, senza che quest’ultima ci tenga troppo a farlo sapere in giro.

Nel 2007 Curzio Maltese ha pubblicato su Repubblica una serie di articoli che hanno avuto il merito di portare alla luce quantomeno una parte della gigantesca massa finanziaria, prelevata dalle tasche dei contribuenti, che la casta politica trasferisce con regolarità alla casta religiosa. La stima del giornalista è di 4 miliardi e mezzo di euro l’anno: più del costo della stessa casta politica, e quasi un’intera manovra finanziaria. La valutazione è peraltro fin troppo cauta, a mio parere, perché non tiene in debito conto quanto le amministrazioni locali (regioni, comuni, le inutili province e perfino le comunità montane e le circoscrizione) corrispondono alla Chiesa o ai suoi enti e associazioni sotto forma di contributi a fondo perso, oneri di urbanizzazione, prestazioni per servizi di volontariato prestati in luogo delle strutture pubbliche. Un flusso enorme, ricostruire il quale è impresa letteralmente impossibile: occorrerebbe spulciare tutte le delibere di migliaia e migliaia di istituzioni. E, come ricorda l’autore, in Italia manca una tradizione di inchieste serie nei confronti del business ecclesiastico.

Incommensurabili sono del resto anche le proprietà della Chiesa cattolica italiana: rappresentino esse un quarto o un quinto del patrimonio immobiliare italiano, come sostengono alcune stime non tacciabili di anticlericalismo, siamo comunque in presenza di un’entità economica in grado di condizionare pesantemente la società; travolgendo le regole di mercato, approfittando delle esenzioni fiscali di cui dispone e riversando i profitti così conseguiti nelle attività più disparate.

Come potrebbe il movimento laico, privo anche solo di una sede, fronteggiare tale massa d’urto?

Di fronte a questi numeri, non si capisce proprio per quale motivo uno Stato in gravi ambasce come il nostro debba devolvere la gran parte dell’8 per mille del gettito IRPEF alla maggior potenza economica presente sul territorio. Gli apologeti cattolici rivendicano la democraticità di tale meccanismo: la decisione sull’utilizzo dei fondi è stabilita dai cittadini. In realtà il meccanismo è ancor meno trasparente del finanziamento pubblico ai partiti: la Chiesa (a differenza delle altre confessioni) riscuote i fondi in anticipo; inibisce, attraverso il cospicuo manipolo di parlamentari a lei devoti, che nuovi concorrenti accedano alla ripartizione; protesta vivacemente se lo Stato, che non ha mai fatto alcuna propaganda a proprio favore, anche solo lontanamente si azzarda a concepire un utilizzo dei fondi di propria pertinenza dotato di un qualche appeal nei confronti dei contribuenti. E, come se non bastasse, diffonde spot ingannevoli: le somme spese per le faraoniche campagne pubblicitarie superano le somme effettivamente stanziate per i progetti caritatevoli che fungono da testimonial.

Del resto, che il meccanismo non piaccia affatto ai cittadini è dimostrato dagli stessi dati: solo una minoranza della popolazione, a stento vicina al 40% e comprendente anche molti laici, sceglie di destinare l’8 per mille al momento della dichiarazione dei redditi. Tale percentuale si innalza al 60% quando si tratta di 5 per mille, e dunque di finanziamento di iniziative concrete: i tanti vituperati abitanti della Penisola si rivelano molto più pragmatici degli amministratori che li governano. Vi è peraltro un’altra dimostrazione indiretta della scarsa propensione dei cittadini al finanziamento della Chiesa cattolica: le offerte per il sostentamento del clero, fiscalmente deducibili, sono clamorosamente insufficienti alla bisogna. Le gerarchie ecclesiastiche lo sanno benissimo: si introducesse il sistema tedesco, come propugnato anche dall’UAAR, e tutti i fedeli (ma solo loro) fossero costretti a finanziare la confessione religiosa di appartenenza, con tutta probabilità assisteremmo alla più spettacolare apostasia di massa della storia del genere umano.

E l’otto per mille è solo la più nota forma di finanziamento statale a favore della Chiesa. Vogliamo parlare degli insegnanti di religione? Oppure del turismo religioso: tanto privilegiato, quest’ultimo, rispetto a quello artistico e naturalistico da aver fatto precipitare la nostra nazione dal primo al quinto posto nelle classifiche delle mete più frequentate. La Chiesa opera liberamente nello Stato, dunque, ma lo Stato è ritenuto sempre meno libero di mettere il naso nelle attività della Chiesa: lo IOR può operare in barba a qualsivoglia normativa antiriciclaggio e fare da punto di riferimento finanziario per la malavita, ma nessun giudice ha il coraggio di far notare agli extracomunitari di Oltretevere come l’investimento concreto dei profitti dei corleonesi andrà a discapito della sicurezza della società italiana.

La questua è costituito soprattutto dagli articoli pubblicati a suo tempo, e ha dunque il merito di non far cadere nel dimenticatoio un’inchiesta documentata e, per quanto era possibile, esauriente. Altri temi, come il racconto sulla mancata visita papale alla Sapienza, al di là di mostrare una “diabolica” capacità di creare casi politici in grado di far cadere un governo sembrano un’aggiunta poco convinta (a maggior ragione in presenza di un’introduzione scritta da Ezio Mauro, che in quell’occasione se ne uscì con affermazioni decisamente poco ragionevoli). Nel complesso, stiamo parlando di un libro da conservare con cura nella propria libreria.

«In questo Paese la libertà di un laico è considerata inferiore a quella di un cattolico», scrive Maltese: inevitabile, visto che una classe politica miope si lascia abbacinare dalla sovradimensionata visibilità mediatica della Chiesa che essa stessa ha generato. Un atteggiamento di favore giustificato, a destra come a sinistra, con la caritatevole sussidiarietà messa in atto da una sedicente disinteressata organizzazione evangelicamente ispirata. Il Vaticano, ci ricorda Maltese, vanta il reddito pro capite più alto del mondo. Ricordiamoci di ricordarglielo.

L'otto per mille e la Santa cresta. Grazie al contributo fiscale lo Stato italiano versa più di un miliardo l'anno per pagare gli stipendi dei preti. Per i quali però bastano 361 milioni. E le altre centinaia?

In un'inchiesta  “L’espresso”., tutta la verità su business e privilegi del Vaticano.

Trentunomila e 478 euro virgola qualcosa. E' la somma che lo Stato, quindi l'intera platea dei contribuenti, ha versato nel 2010 per il mantenimento di ognuno dei 33 mila e 896 sacerdoti in servizio attivo nelle diocesi del Paese. Il totale fa un miliardo e 67 milioni di euro, l'importo del cosiddetto 8 per mille (salito nel 2011 a un miliardo, 118 milioni, 677 mila, 543 euro e 49 centesimi). E l'assegno l'ha incassato la Chiesa, attraverso la Conferenza episcopale. Che poi a ciascuno di quei preti ha girato direttamente solo 10.541 euro, un terzo di quanto ha stipato nei propri forzieri. L'espressione è un po' forte, ma i numeri sono numeri: e dicono che i vescovi fanno la cresta sullo stipendio dei loro sottoposti. Wojtyla, si sa, non amava granché Agostino Casaroli. Considerava il suo segretario di Stato troppo amico dei regimi comunisti dell'Est. Quasi un propagandista. E per questo si scontrava spesso con lui. Invece avrebbe dovuto fargli un monumento equestre. Perché la revisione del Concordato che Casaroli trattò con l'allora premier italiano, Bettino Craxi (in sostituzione della "congrua", il salario di Stato garantito ai parroci), è stata di gran lunga il miglior affare che la Chiesa abbia portato a casa nella sua storia più recente. Funziona così. Un po' come in un gigantesco sondaggio d'opinione, ogni anno i contribuenti, mettendo una croce sull'apposita casella nella dichiarazione dei redditi, possono indicare come beneficiaria dell'8 per mille una delle confessioni firmatarie dell'intesa con lo Stato (o scegliere invece quest'ultimo).Sulla base delle indicazioni effettivamente raccolte, viene poi diviso in percentuale non il solo ammontare versato da quanti hanno espresso una preferenza (il 40 per cento circa del totale), ma l'intero montepremi. Al gruzzolo concorrono, cioè, anche i versamenti all'erario di coloro che, maggioranza assoluta, non hanno barrato un accidenti (quattrini che nella cattolicissima Spagna restano invece allo Stato). O che magari non hanno neanche mai sentito parlare del trappolone a suo tempo confezionato da Giulio Tremonti nelle vesti di consulente del governo. Il meccanismo, guarda caso, sembra ricalcato da quello scelto dai partiti per i rimborsi elettorali garantiti dal finanziamento pubblico. Il risultato dell'arzigogolo è facilmente intuibile. Anche perché perdere una sfida con lo Stato italiano davanti a una giuria popolare è matematicamente impossibile. Tanto più se lo stesso sedicente avversario ha stabilito regole che lo penalizzano in partenza. E ancor più se durante la gara cammina invece che correre (la Chiesa si affida a un gigante mondiale come la Saatchi & Saatchi per una martellante campagna pubblicitaria costata nel 2005 qualcosa come 9 milioni di euro, il triplo di quanto donato dai preti alle vittime dello tsunami; lo Stato risulta non pervenuto). Ma il vantaggio per la Chiesa va perfino al di là di quanto si possa intuire. Per quantificarlo bisogna necessariamente affidarsi a dati un po' vecchiotti, per il semplice motivo che il ministero dell'Economia fornisce le statistiche sulle scelte effettive dei contribuenti solo alle confessioni religiose ammesse al beneficio. Non è però un problema, dal momento che le percentuali variano in maniera quasi impercettibile tra un anno e l'altro. Dunque: nel 2004 la Chiesa è stata scelta da una minoranza pari al 34,56 per cento dei contribuenti italiani. Ma lo stesso dato, calcolato invece sulla sola platea di quanti hanno ritenuto di dare un'indicazione sull'8 per mille, l'ha fatta schizzare di colpo, e miracolosamente, a una schiacciante maggioranza dell'87,25. Ed è quest'ultima la percentuale utilizzata per ripartire l'intera torta. Che è destinata inevitabilmente a crescere. Il suo valore, infatti, si aggancia ora alla variazione del Pil, cioè alla crescita economica, ora all'aumento della pressione fiscale. Quando non ai due elementi insieme. Questo garantisce alla Chiesa di incassare sempre più quattrini, a prescindere dal consenso racimolato. E perfino quando questo scende in maniera vistosa. E' successo, per esempio, nelle dichiarazioni dei redditi del 2007 (incassate nel 2010: c'è uno sfasamento temporale di tre anni). Quell'anno, forse sulla scia dello scandalo pedofilia, il numero dei contribuenti che ha indicato come beneficiari Ratzinger & C. si è ridotto, secondo i calcoli degli stessi vescovi, di 95.104 unità.

Così, perfino la percentuale drogata di spettanza della Chiesa ha fatto registrare un passo indietro: dall'86,05 del 2006 (89,82 nel 2005) all'85,01 per cento. Ma, sorpresa, grazie al doppio traino di Pil e pressione fiscale, la Chiesa ha comunque incassato di più: 100 milioni di euro.

I conti della cresta sono presto fatti. Nel 1989, come ricorda la stessa Cei in un documento ufficiale intitolato "Otto per mille: destinazione e impieghi 1990- 2011", con la congrua la Chiesa prendeva 399 miliardi di lire (che nel 1990, nel primo anno con il nuovo sistema, diventarono 210 milioni di euro, perché nel totale furono inseriti anche 7 miliardi di lire di quattrini pubblici destinati alla nuova edilizia di culto). I coefficienti di rivalutazione dicono che oggi quella cifra equivarrebbe a 369,01 milioni. Per il 2011, secondo i calcoli più aggiornati, alla Chiesa spetta invece, come dicevamo, un miliardo, 118 milioni, 677 mila e 543 euro: più del triplo.

Ma per la Santa Casta l'affare è ancora più ghiotto di quanto già non appaia a prima vista. Nello stesso ventennio, infatti, l'importo complessivo delle paghe dei preti (addirittura diminuito di 20 milioni tondi tra il 2009 e il 2011) è cresciuto molto più lentamente: dai 145 milioni del 1990 ai 361 del 2011 (più 149 per cento). E così il margine, che rappresenta in questo caso il guadagno, o la cresta, della Chiesa è via via aumentato, passando dai 65 milioni iniziali ai 757.677.543 euro di quest'anno, con un incremento del 1.066 per cento. Chapeau. E dire che in un volantino distribuito dalla Cei nelle parrocchie, e intitolato "Aiuta tutti i sacerdoti", si sostiene che l'8 per mille «non basta» a mantenere i preti. I negoziatori della revisione concordataria del 1984, evidentemente consapevoli del papocchio che andavano allestendo, avevano previsto la possibilità di una revisione dell'aliquota: era stato insomma stabilito che l'8 per mille potesse diventare, per esempio, il sette o il nove, a seconda dell'andamento del suo gettito e delle spese reali della Chiesa.

Il compito di monitorare la situazione, e introdurre ogni tre anni gli aggiustamenti eventualmente necessari, era stato affidato, come nella migliore tradizione, a una commissione, l'ennesima. Fin da subito, se ne sono ovviamente perse le tracce. E chi, come quei rompiballe in servizio permanente effettivo dei radicali, ha chiesto notizie al riguardo si è sentito opporre il segreto di Stato. Addirittura. Un minimo di pudore da parte del governo nell'affrontare l'argomento è assolutamente comprensibile. Perché da sempre l'esecutivo di turno, non ritenendo ancora all'altezza il cadeau presentato annualmente alla gerarchia ecclesiastica, ci ha aggiunto dell'altro. Consegnando di fatto alla Chiesa anche una buona fetta della quota (striminzita, peraltro) di 8 per mille che gli veniva assegnata su indicazione dei contribuenti. Una forzatura sottolineata anche dalla Corte dei conti, che nel 2008 ha messo a punto una relazione sulla gestione dei fondi da parte dello Stato nel quinquennio 2001-2006 in cui si rilevavano «non poche incongruenze».

Una bacchettata di cui Berlusconi, troppo preoccupato a farsi perdonare dai preti certi eccessi di vitalità notturna, non ha tenuto alcun conto. Almeno a leggere le 17 pagine del decreto con cui sono stati ripartiti nel 2009 i 43.969.406 euro destinati dai contribuenti allo Stato in quota 8 per mille: 459 mila euro alla Pontificia università gregoriana di Roma, 500 mila al Fondo librario della Compagnia di Gesù, un milione e 146 mila alla diocesi di Cassano allo Ionio, 369 mila alla Confraternita di S. Maria della purità di Gallipoli... Alla fine, 10 milioni e 586 mila euro sono andati, in gran parte attraverso il Fondo beni culturali, a 26 immobili di enti-satellite del Vaticano. E altri 14 milioni e 692 mila euro sono stati destinati a soddisfare richieste (quasi tutte per opere ecclesiastiche) legate al terremoto abruzzese e curiosamente presentate ancor prima che il sisma si verificasse.

In sostanza, lo Stato ha girato al Vaticano più della metà dei soldi che i contribuenti gli avevano espressamente conferito. Resta da capire che strada prendano i soldi pubblici che ogni anno rimangono nelle casse della Cei dopo il pagamento degli stipendi ai sacerdoti. Nel 2011 (come del resto in tutti gli ultimi cinque anni, nel corso dei quali sono rimasti perfettamente invariati) gli interventi caritativi nel Terzo mondo hanno totalizzato 85 milioni, pari al 7,59 per cento dei soldi pubblici incassati dalla Cei.

Anche sommando a questi gli aiuti smistati in Italia, non si va oltre i 235 milioni, che vuol dire il 21 per cento del contributo statale alla Cei. Il tutto, ammesso e non concesso che tra queste iniziative abbia qualche senso includere «l'installazione di una radio cattolica nell'arcidiocesi di Mount Hagen, a Pasqua Nuova Guinea e a Puerto Esperanza, in Perù e la formazione per tecnici e animatori giornalisti della radio diocesana di Matadi, nella Repubblica democratica del Congo», citati a pagina 14 del dossier "Otto per mille. Destinazione ed impieghi 1990-2008" alla voce "Promozione umana", ma molto più simili a spese per la propaganda e il reclutamento. Oppure operazioni al limite del folklore sciupone come «la formazione all'uso e alla gestione di un sistema fotovoltaico per la ricarica della batteria di cellulari, laptop e lampade per creare microimprenditorialità in diversi paesi dell'Africa ». Laptop nella savana? Mah. Di tutto questo ben di Dio, agli uomini di Chiesa restano le briciole. Non alla nomenklatura, s'intende, che quella si tratta bene.

Il capo dei vescovi, Angelo Bagnasco, ovviamente, lo nega: «Per la nostra sussistenza basta in realtà poco», ha detto il 26 settembre 2011. Ma non è esattamente così, se nel solo 2007 i 20 cardinali di stanza a Roma sono costati oltre tre milioni di euro, come ha rivelato senza essere smentito il settimanale cattolico inglese "The Tablet" (del resto il giornale citava la sintesi di un rendiconto riservato della Prefettura per gli affari economici del Vaticano), e se è vero che nel 2010, come ha scritto "El Pais", la spesa per l'intera curia è stata di 102,5 milioni. Eppure non è certo ai papaveri vaticani che si riferiva "Famiglia Cristiana" quando, nel settembre del 2011, ha scolpito: «Mentre la nave affonda, i timonieri continuano a sollazzarsi». La parte del leone - si legge nel capitolo "Come mungere lo Stato" del libro "I senza Dio"- l'ha fatta "Avvenire": il quotidiano della ricchissima Cei è riuscito a incassare, nel 2010, 5.871.082 euro e 4 centesimi. Ma la lista delle gazzette di ispirazione religiosa generosamente sovvenzionate dallo Stato è lunga. E, non fossero soldi nostri, sarebbe pure divertente da scorrere, infarcita com'è di testate improbabili. Ci sono "L'Appennino Camerte" (Arcidiocesi di Camerino, 42.500 euro), "L'Aurora della Lomellina" (Diocesi di Vigevano, 41.378 euro), "Gente Veneta" (Patriarcato di Venezia, 67.036 euro), "Nuova Scintilla" (Diocesi di Chioggia, 28.830 euro), "L'Ortobene" (Diocesi di Nuoro, 78.690 euro), "Il Risveglio Popolare" (Opera diocesana di Ivrea, 55.200 euro), "La Voce Isontina" (Arcidiocesi di Gorizia, 30.590 euro) e "La Vita Casalese" (Fondazione S. Evasio opera diocesana, 35.824 euro). Dopo quello di "Avvenire", i due assegni più sostanziosi, per un totale di 618 mila euro, li hanno portati a casa "Famiglia Cristiana" e "Il Giornalino", entrambi editi dalla Periodici San Paolo.  Ma il premio Stakanov spetta senz'altro ai sacerdoti novaresi, capaci di mettere insieme otto pubblicazioni tutte giudicate meritevoli di assistenza pubblica: "L'Azione" (20.643 euro), "Il Cittadino Oleggese" (8.125 euro), "L'Eco di Galliate" (9.252 euro), "L'Informatore" (47.537 euro), "Il Monte Rosa" (8.971 euro), "Il Popolo dell'Ossola" (5.293 euro), "Il Ricreo" (7.511 euro) e "Il Sempione" (9.910 euro). Finché non vedo, non credo. E adesso ci pensano una serie di inchieste dei Radicali a mettere in luce come anche le attività commerciali della Chiesa spesso non paghino l'Ici, eludendo in questo modo il fisco ed esercitando una concorrenza sleale nei confronti degli altri esercenti. La normativa italiana prevede che l'esenzione dalla tassa sugli immobili sia possibile per gli edifici di culto e le attività 'non esclusivamente commerciali', della Chiesa e non solo. Una formulazione piuttosto ambigua che molti istituti sfruttano a loro favore per eludere il fisco, come dimostrano questi brevi filmati. La prima inchiesta dei radicali mostra come un istituto in teoria riservato al clero, in realtà ospiti anche 'laici', presentando un tariffario in linea con quanto previsto dal mercato (50 euro a notte per una singola). La 'Casa del clero', a pochi passi dal teatro La Scala e nel pieno centro di Milano, dovrebbe infatti essere rivolta ai soli sacerdoti, e proprio alla luce di questa particolarità ha ottenuto l'esenzione dal pagamento dell'Ici. In realtà, come spiega la suora nel video, da almeno tre anni un intero piano della struttura è riservato ai laici che provengono un po' da tutto il mondo e che nei periodi di punta (da marzo a maggio), a causa del gran numero, devono essere ospitati anche nel piano riservato ai sacerdoti. Un'attività che procede quindi a gonfie vele, senza che vengano però pagate le tasse previste per gli altri albergatori. Quanto paghiamo per la Chiesa.

L'esenzione da Ici e Ires. L'Irpef dei dipendenti vaticani. L'otto per mille, incluso quello di chi non sceglie di darlo alla Santa Sede. Lo stipendio degli insegnanti di religione. I finanziamenti alle scuole cattoliche. Perfino l'acqua e i depuratori del papa. Ecco, voce per voce, quali sarebbero i tagli 'sacrosanti'.

Durante il week end la pagina Facebook 'Vaticano pagaci tu la manovra fiscale' ha superato di slancio le centodiecimila adesioni. Un "partito" che tuttavia non trova sponde o quasi nella politica: di tagliare i privilegi della Chiesa, ad esempio, non c'è traccia nella contromanovra che il Pd sta studiando in questi giorni. «Quello dei soldi Oltre Tevere è un tabù che nessuno ha intenzione di affrontare», scuote la testa Mario Staderini, segretario dei Radicali, che ha per primo lanciato la proposta di eliminare le esenzioni fiscali di cui godono gli enti ecclesiastici. «Si potrebbero recuperare 3 miliardi di euro all'anno senza neppure rivedere il Concordato», sostiene.

Ha ragione? Quantificare con precisione il "costo" della Chiesa Cattolica per lo Stato italiano è un'operazione quasi impossibile, che in parte si basa su dati certi e in altri casi solo su stime.

Se è infatti relativamente facile stabilire quali sono le spese principali a carico dello Stato italiano, trattandosi di fondi che restano nel bilancio, molto più complesso è stabilire quali sono i mancati introiti derivanti dalle agevolazioni fiscali cui hanno diritto gli enti ecclesiastici. Per fare un po' di ordine è meglio dividere i capitoli. Iniziamo analizzando le spese principali che lo Stato si accolla per gli enti ecclesiastici. In questa categoria si possono far rientrare i prelievi dell'Irpef diretti alla Conferenza Episcopale Italiana (l'otto per mille), i fondi per gli stipendi dei professori di religione cattolica nelle scuole, gli stipendi dei cappellani che svolgono funzioni per lo Stato italiano, i finanziamenti alle scuole paritarie e alle università private che in buona parte ruotano attorno alla Chiesa. Un pacchetto da circa 2,5-3 miliardi di euro l'anno, solo per lo Stato centrale. Altri capitoli di spesa, come la sanità, ricadono infatti nei bilanci regionali e non rientrano in questi conteggi. La prima voce di spesa per lo Stato, e una delle più contestate, è l'otto per mille, ovvero la percentuale Irpef che il cittadino può destinare ad un credo religioso o lasciare allo Stato Italiano. Solo per la Chiesa Cattolica l'otto per mille ha fruttato nel 2011 la cifra record di un miliardo e 118 milioni di euro, circa l'85% dell'intera torta. A essere contestati nell'otto per mille sono almeno tre aspetti: il metodo di ripartizione, la "mancata concorrenza" e l'ammontare dell'aliquota Irpef. A differenza delle altre tasse infatti, l'otto per mille di ogni contribuente non viene destinato al credo da lui scelto: la firma di ogni cittadino vale come un voto e influisce sulla ripartizione complessiva dei fondi. In questo modo, anche se non si firma, la destinazione dei fondi viene stabilita solo dai "votanti". Questo meccanismo finisce per avvantaggiare la Chiesa Cattolica che, conquistando la maggioranza delle firme, riceve una grossa fetta anche dei finanziamenti senza destinazione. Il sistema è stato molto contestato dai Radicali e da associazioni come lo Uaar, che segnalano il completo monopolio cattolico per quanto riguarda gli spot pubblicitari: le confessioni più piccole non possono permettersi le campagne milionarie, mentre lo Stato non investe un centesimo sull'argomento, lasciando nei fatti il campo libero alla Chiesa Cattolica. Un aspetto sottovalutato dell'otto per mille è però l'ammontare dell'aliquota di prelievo, che secondo la legge può essere ridefinita da una apposita commissione ogni tre anni. L'articolo 49 della legge 222/85, che ha istituto l'otto per mille, prevede che "Al termine di ogni triennio successivo al 1989, un'apposita commissione paritetica, nominata dall'autorità governativa e dalla Conferenza episcopale italiana, procede alla revisione dell'importo deducibile di cui all'articolo 46 e alla valutazione del gettito della quota IRPEF di cui all'articolo 47, al fine di predisporre eventuali modifiche". Si tratta di un sistema di verifica pensato al momento del passaggio dall'assegno di Congrua (con cui lo Stato pagava fino agli anni ?€˜80 lo stipendio dei preti) al nuovo regime, che permette di rivedere i prelievi se questi si rivelano troppo bassi o troppo alti. "Abbiamo chiesto di accedere agli atti della commissione incaricata di valutare l'aliquota – spiega Mario Staderini – ma sulle relazioni è stato apposto il segreto di Stato, e anche il Tar del Lazio ha confermato che quei documenti devono restare riservati". Se le casse dello Stato piangono, il gettito dell'otto per mille per la Chiesa è invece cresciuto di cinque volte in venti anni, passando dai 210 milioni dei primi anni novanta al miliardo e 100 di oggi. Aumentando il gettito è cambiata radicalmente anche la destinazione di questi capitali: oggi un terzo viene usato per lo stipendio dei religiosi, circa un quinto per interventi caritativi, e poco meno della metà per "esigenze di culto", una voce che al suo interno prevede anche la costruzione di nuove chiese (125 milioni di euro solo nel 2011). L'aumento del gettito dell'otto per mille degli ultimi anni è stato così importante che ha permesso alla Chiesa di realizzare una serie di accantonamenti (55 milioni nel 2011, 30 milioni nel 2010): un piccolo tesoretto per futuri usi insomma. La seconda voce di spesa a vantaggio della Chiesa Cattolica sono gli stipendi degli insegnanti di religione delle scuole, che sono più di 25 mila (circa la metà di ruolo) e costano una cifra superiore agli 800 milioni di euro l'anno. La posizione della Cei sull'argomento, riportata in varie comunicazioni ogni volta che la questione viene rilanciata, è che questi stipendi non vanno alla Chiesa, ma agli insegnanti che per oltre l'80 per cento sono laici (l'87 per cento nel 2009/2010). In realtà, il controllo dei vescovi su questa voce di spesa non è da sottovalutare, visto che per ottenere l'idoneità all'insegnamento serve proprio un nulla osta del religioso. Il Canone 805 del Codice canonico prevede infatti che "E' diritto dell'Ordinario del luogo per la propria diocesi di nominare o di approvare gli insegnanti di religione, e parimenti, se lo richiedano motivi di religione o di costumi, di rimuoverli oppure di esigere che siano rimossi". In altre parole, gli insegnanti di religione sono gli unici a non essere scelti sulla base di graduatorie di Stato, ma sono di fatto assunti in ogni diocesi dal vescovo locale. Assunti dalla Chiesa ma pagati dallo Stato, insomma. Inoltre, e i casi di cronaca lo hanno confermato, chi divorzia può essere licenziato da un anno all'altro. Oltre agli stipendi degli insegnanti, lo Stato si accolla direttamente anche una parte degli stipendi dei religiosi, quando questo svolgono compiti come il cappellano militare, nelle carceri o il già citato insegnante di scuola. Secondo la Cei le "remunerazioni proprie dei sacerdoti" valgono 112 milioni di euro l'anno. Una cifra che non si può però sommare alle altre voci, poiché in parte già calcolata tra gli stipendi degli insegnanti (che nell'11% dei casi sono sacerdoti o religiosi). Il capitolo dell'insegnamento apre un altro frangente di spesa per lo Stato, ovvero il finanziamento alle scuole paritarie (private). Queste strutture sono in buona parte gestite da enti ecclesiastici, anche se esistono non pochi istituti laici nel nostro paese. Nell'ultima finanziaria la spesa prevista per il finanziamento alle paritarie ammonta complessivamente a poco meno di 500 milioni di euro, in calo rispetto all'anno precedente ma rimpinguata dopo una prima pesante sforbiciata. Nonostante le polemiche legate al finanziamento di queste strutture (che l'articolo 33 della Costituzione vuole "senza oneri per lo Stato"), uno studio dell'associazione dei genitori delle scuole cattoliche, ripreso anche dal ministro Gelmini, sostiene come queste scuole consentano un risparmio per lo Stato quantificato in circa sei miliardi di euro. La complessità della materia e le sue tante sfaccettature non possono comunque essere esaurite in poche righe. Alle fonti di finanziamento citate si devono poi aggiungere altre voci, non sempre facilmente rintracciabili nei documenti ufficiali. Un capitolo tutto suo lo merita ad esempio la fornitura dell'acqua alla Città del Vaticano, interamente a carico dello Stato italiano. L'articolo 6 dei patti Lateranensi del 1929 recita infatti che "L'Italia provvederà, a mezzo degli accordi occorrenti con gli enti interessati, che alla Città del Vaticano sia assicurata un'adeguata dotazione di acque in proprietà". Su queste due righe sono state avanzate diverse interpretazioni, con strascichi che arrivano fino ai giorni nostri. Nonostante l'opposizione dei radicali, secondo cui l'adeguata dotazione di acqua significa che bisogna far arrivare i tubi al Vaticano e nient'altro, l'interpretazione vincente è che i costi dell'acqua siano a carico dello Stato, ma un discorso diverso vale per la depurazione e la gestione degli scarichi. La questione è esplosa nel 1998, quando la romana Acea si è quotata in borsa ed ha chiesto al Vaticano di pagare una bolletta da 25 milioni di euro che, dopo diverse peripezie, è stata invece pagata dallo Stato. Proprio lo Stato italiano dal 2005 versa anche 4 milioni di euro l'anno all'Acea per la depurazione, da sommarsi al costo dell'acqua stessa. Il costo totale della fornitura non è però esente da equivoci e la sua cifra complessiva tra depurazione, costo dell'acqua e dello smaltimento è finita di recente al centro di una polemica alimentata da una "gola profonda" del Pdl che sostiene, senza però presentare la documentazione, che questi costi ammontino a circa 50 milioni di euro l'anno. Dopo aver passato in rassegna le voci di spesa dello Stato per il finanziamento della Chiesa Cattolica e delle sue attività, bisogna andare al capitolo dei mancati introiti, legati ai regimi fiscali privilegiati a cui hanno diritto alcuni stabili e fabbricati. Come affermato in precedenza, tanto le spese sono note ed evidenti nel bilancio dello Stato, quanto l'entità delle detrazioni è frutto di stime molto meno certe. Per chiarezza è quindi meglio dividere ogni voce e chiarire i riferimenti normativi, le critiche e il loro presunto costo per le casse statali. Le due voci principali di detrazione fiscale a cui ha diritto la Chiesa, non in forma esclusiva, sono l'esenzione dall'Ici e la riduzione del 50 per cento dell'Ires, l'imposta sul reddito delle persone giuridiche (le società). Questi privilegi sono anche finiti nel mirino della Commissione Europea che, dopo una denuncia dei deputati radicali, ha aperto nei confronti dell'Italia un procedimento per verificare se si tratta di aiuto di Stato o meno e il cui esito finale è atteso entro il 2012. L'abbattimento del 50 per cento dell'Ires si applica agli enti di assistenza sociale e con fini di beneficenza ed istruzione, anche quando questi svolgono in parte attività commerciale: in questo caso però la normativa vuole che vengano distinte le fonti di reddito e sulla parte commerciale venga pagata l'intera tassa. Trattandosi inoltre di un'agevolazione nata negli anni '50 (e poi rivista varie volte), la Commissione europea ha deciso di farla rientrare tra gli aiuti di Stato esistenti, che possono essere annullati ma per cui non può esser richiesto il rimborso degli "arretrati". Per quanto riguarda l'Ici (l'imposta comunale sugli immobili) la questione è più complessa e prevede diversi livelli. Innanzitutto la legge prevede l'esenzione totale per i luoghi di culto, ma la parte più contestata riguarda l'esenzione per le attività commerciali svolte nei locali di enti non commerciali (come quelli religiosi). Un'interpretazione della Cassazione del 2004 (la legge risale al 1992), giudicata troppo restrittiva dagli organi della Cei, ha stabilito come potessero accedere all'esenzione solo le strutture che non svolgessero alcuna attività commerciale: in poche parole l'Ici doveva essere corrisposta da tutti gli istituti che prevedevano un pagamento per le loro prestazioni, fossero esse mense per i poveri,alberghi per pellegrini o cliniche private. L'anno successivo, una legge del Governo Berlusconi ha cambiato le carte in tavola, stabilendo che l'esenzione Ici valesse anche in caso di attività commerciali: un regalo alla Chiesa che ha fatto scattare subito la denuncia alla Commissione europea per i suoi effetti sulla concorrenza. A mettere una pezza alla situazione ci ha pensato il governo Prodi nel 2006, con l'introduzione di una nuova interpretazione della legge che prevede l'esenzione dell'Ici solo per chi svolge attività "non esclusivamente commerciale". Dalla diversa interpretazione di queste tre parole nascono buona parte degli attuali contenziosi tra chi sostiene che basti una cappella in un albergo per non pagare l'Ici e la Cei, che sostiene invece la bontà della norma e definisce "mistificazioni" gli articoli che affermano il contrario. Tanto per far capire quanto l'argomento sia caldo, un editoriale di Avvenire (il quotidiano della Cei) è tornato sull'argomento il 18 agosto scorso. Delle detrazioni dalle tasse italiane usufruiscono poi tutti gli stabili di Città del Vaticano che godono dell'extra-territorialità e previsti dal Concordato. La somma di queste esenzioni, secondo una stima fornita dall'Anci e segnalata nel libro "La Questua" di Curzio Maltese, valeva nel 2007 tra gli 1,5 e i 2 miliardi di euro l'anno. Da quanto è emerso invece in un'interrogazione fatta dai radicali al Comune di Roma pochi anni fa, il costo dell'esenzione Ici per la sola capitale è di circa 25 milioni di euro l'anno. Altra tassa risparmiate alla Chiesa, o sarebbe meglio dire ai suoi "dipendenti", è l'esenzione dell'Irpef per tutti i lavoratori della Santa Sede e della Città del Vaticano: almeno duemila persone tra giornali, radio, tribunali ecclesiastici, segreterie e congregazioni. Con il Concordato del 1984 è stato inoltre stabilita la possibilità di detrarre dalla dichiarazione dei redditi le donazioni fino alle vecchie due milioni di lire (poco meno di mille euro). Il conto complessivo delle detrazioni, almeno sulla base delle stime, supera quindi agilmente i 3 miliardi di euro. Ma la politica non ci sente: «Togliere i fondi alla Chiesa italiana significa togliere il pane agli affamati», ha commentato Rocco Buttiglione dell'Udc. Compatto nella difesa dei privilegi ecclesiastici il Pdl. Poche le voci dissonanti nel Pd, partito la cui presidente Rosi Bindi ha chiuso la porta a ogni ipotesi di Pd di tassazione degli immobili del Vaticano, perché«la Chiesa è una grande ricchezza per la società italiana e le opere di carità della chiesa sono ancora più importanti per la crisi economica che sta mordendo le famiglie». Amen.

La Santa Evasione. Un patrimonio immobiliare sterminato. E tutto senza tasse. Più sovvenzioni, sconti, esenzioni. Così lo Stato privilegia il tesoro del Vaticano. E rinuncia a entrate milionarie.

Ci sono gli aspirantati, i commissariati, le case sante, le pie società, le arcidiocesi, le curie generalizie, le arciconfraternite e i capitoli. Poi: i seminari pontifici, i pellegrinaggi, i vescovadi, gli stabilimenti, i sodalizi e le postulazioni generali. E ancora: i segretariati, gli asili, le confraternite, le nunziature e le segnature apostoliche... E' accuratamente nascosto dietro una babele di migliaia di sigle spesso imperscrutabili il patrimonio immobiliare italiano della Chiesa, il più grande del mondo intero, che alcuni arrivano a stimare nell'iperbolica cifra di un miliardo di metri quadrati. Un tesoro comunque immenso, ormai circondato dalla leggenda e che costituisce uno dei segreti meglio custoditi del Paese. Da sempre. E più che mai oggi, nel momento in cui intorno a questa montagna di mattoni, e alla Santa Evasione, legalizzata sotto forma di elusione, infuria una polemica politica al calor bianco. E che potrebbe presto trasferirsi clamorosamente nelle aule del Parlamento.

UN'ICI RADICALE. "Quante divisioni ha il Papa?", chiedeva Joseph Stalin a chi gli riportava le accuse del Vaticano. Si vedrà quando il Parlamento sarà chiamato a votare la maxi manovra balneare da 45 miliardi abborracciata dal governo per tentare di far fronte alla crisi economica. I radicali hanno infatti presentato un emendamento che farebbe cadere l'esenzione dall'Ici, l'imposta comunale sul mattone, per tutti gli immobili della Chiesa non utilizzati per finalità di culto (quelli cioè in cui si svolgono attività turistiche, assistenziali, didattiche, sportive e sanitarie, spesso in concorrenza con privati che al fisco non possono opporre scudi di sorta).

Una partita decisiva per la Santa Casta della Chiesa e per il suo vertice, una pletorica nomenklatura autoreferenziale e interamente formata per cooptazione che, secondo tutti i sondaggi più recenti, rischia di strappare alla partitocrazia la palma dell'impopolarità nazionale. Dopo averle già scippato il primato in termini di costo per la collettività.

L'ALTRA CASTA. Anni di trattative con la politica, spesso sfociati in accordi di favore ai confini con la legalità, hanno infatti assicurato alla Chiesa un pacchetto di privilegi che, tra sovvenzioni statali dirette e indirette (quelle garantite attraverso gli enti locali) ed esenzioni fiscali vale - secondo i calcoli di Curzio Maltese ("La Questua") - quattro miliardi e mezzo l'anno, 500 milioni in più rispetto all'apparato politico (ma in un altro libro Piergiorgio Odifreddi arriva addirittura a una cifra doppia). Una parte consistente di questa ricchissima torta deriva proprio dall'esenzione sull'Ici.

Un privilegio che una prudentissima analisi dei Comuni ha valutato in un mancato gettito fiscale compreso tra i 400 e i 700 milioni di euro l'anno (ma secondo Odifreddi le esenzioni fiscali immobiliari del Vaticano valgono invece dieci volte di più: 6 miliardi) e per il quale Roma rischia una salata condanna a Bruxelles per aiuti di Stato. Se il bonus venisse abrogato, allora anche tutto il resto potrebbe essere messo in discussione. In Vaticano è dunque allarme rosso. Anche perché la crociata lanciata dai radicali sta guadagnando consensi. Nei giorni scorsi l'incauta sortita contro l'evasione fiscale del capo dei vescovi, Angelo Bagnasco, ha suscitato una reazione forte in un Paese chiamato al sacrificio per fronteggiare la crisi. Nel giro di poche ore, su Internet decine di migliaia di firme (120 mila solo su Facebook) sono comparse in calce alla proposta di presentare al Vaticano il conto della manovra. Così ora anche il vertice dei Pd propone di dare una sforbiciata ai bonus della Santa Sede. Che ha spedito i suoi al contrattacco: "Vogliono tassare la beneficenza", s'è lamentato il direttore di "Avvenire", Marco Tarquinio, facendo balenare la prospettiva di una chiusura della Caritas.

QUANTI SANTI IN PARLAMENTO. I nemici sono forse più agguerriti di sempre. Ma la Chiesa è tutt'altro che disarmata: nei palazzi del potere romano il Vaticano dispone da sempre di una lobby formidabile, trasversale all'intero schieramento partitico e pronta a scattare al primo cenno di comando. Quella che lesta è entrata in azione, nell'autunno 2007, con il governo di Romano Prodi, per spazzare via con 240 voti contrari (contro appena 12 a favore) un emendamento della stessa maggioranza che avrebbe costretto gli enti ecclesiastici a pagare l'odiata Ici. La stessa che pochi mesi prima, stavolta a Montecitorio, era riuscita a mobilitare 435 voti intorno agli interessi fiscali della Chiesa. E che all'inizio di quest'anno ha strappato la conferma dello sconto milionario, inizialmente soppresso, anche nell'Imu, la nuova imposta destinata a sostituire l'Ici dal 2014. "Oggi c'è più attenzione mediatica rispetto al passato, ma alla fine non se ne farà nulla", dice sconsolato il deputato radicale Maurizio Turco, uno degli alfieri della battaglia contro i privilegi del Vaticano.

GRAZIE ALL'OTTO PER MILLE. Il pessimismo dei radicali è più che giustificato se si guarda alla storia dell'altro grande privilegio strappato dalla gerarchia ecclesiastica allo Stato e quindi in ultima analisi ai cittadini. Quello dell'otto per mille, messo a punto nel 1985 (con la consulenza di Giulio Tremonti) in sostituzione della cosiddetta congrua, e cioé dello stipendio di Stato ai sacerdoti. Un marchingegno furbetto: in teoria ogni contribuente può destinare la sua percentuale a una delle confessioni che hanno firmato l'intesa con lo Stato; in pratica funziona come un gigantesco sondaggio d'opinione, al termine del quale si contano le scelte effettuate, si calcolano le percentuali ottenute da ogni soggetto e in base a queste si ripartiscono tutti i fondi, compresi quelli di chi non ha espresso alcuna preferenza. Così, se coloro che mettono una croce sono solo una minoranza rispetto al totale, nel 2007 la Chiesa (attraverso la Conferenza episcopale) s'è vista assegnare l'85,01 per cento del montepremi. Non solo: ogni tre anni, secondo la legge, una commissione avrebbe dovuto valutare la congruità del gettito ed eventualmente rivedere la percentuale destinata alla Chiesa. Dell'organismo s'è subito persa ogni traccia. Eppure i numeri dicono che tra il 1990 e il 2008 l'incasso della Cei è salito di cinque volte (da 210 a 1003 milioni), mentre la spesa dei vescovi per il sostentamento dei preti è poco più che raddoppiata (da 145 a 373 milioni). La Chiesa dunque ci guadagna, eccome. Ma nessuno pensa di chiedere ai suoi dignitari di tirare la cinghia, come tocca fare ai comuni mortali.

MATTONE NASCOSTO. Logico dunque attendersi che la rete protettiva della Chiesa avvolga anche la partita Ici. Del resto, sono passati più di trent'anni da quando Gianluigi Melega è stato congedato dalla direzione de "L'Europeo" dopo la pubblicazione, alla fine del 1977, dell'inchiesta sugli immobili della Chiesa a Roma intitolata "Vaticano spa". Ma da allora nulla o quasi è cambiato. Appartamenti, uffici, negozi, capannoni e garage di proprietà della Chiesa sono sempre irrintracciabili. Tuttora una mappa del tesoro non esiste: un emendamento del radicale Turco alla Finanziaria 2008, che prevedeva un censimento del mattone vaticano, è stato considerato neanche meritevole di voto. Amen.  In barba a ogni esigenza di trasparenza, di fatto la Chiesa, proprio come i sindacati, non si sogna neanche di predisporre un bilancio consolidato. In quello della Santa Sede, per esempio, non sono compresi i numeri del governatorato della Città del Vaticano, né quelli dello Ior, delle conferenze episcopali e degli ordini religiosi. Così, chi si cimenta nel seguire le tracce delle singole sigle si ritrova davanti a un groviglio che avrebbe disorientato anche il mago Houdini. Quanto alle poche cifre ufficiali, compulsarle è davvero tempo perso: farebbero alzare il sopracciglio anche a un bambino. Per farsi un'idea basta provare a spulciare i conti dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica: si legge di un portafoglio immobiliare di 430 milioni (dati 2006), capace di produrre un reddito di 36 milioni, a fronte di 18 di spese. Decisamente, i conti non tornano: vorrebbe dire infatti che l'Apsa è in grado di spremere dai suoi palazzi un rendimento dell'8,4 per cento, più di quattro volte superiore a quello che, in media, portano a casa gli enti previdenziali italiani. E dato che nessuno è così fesso da gonfiare artificialmente le proprie entrate, si deve supporre che sia il valore iscritto in bilancio a essere sottostimato di almeno tre quarti.

UN MILIARDO DI METRI QUADRATI. In mancanza di dati certificati, bisogna affidarsi alle valutazioni, più o meno spannometriche che siano. Quelle del gruppo Re (Religiosi ecclesiastici), da sempre vicino alla gerarchia vaticana nel business del mattone, attribuiscono alla Chiesa il 20-22 per cento dell'intero patrimonio immobiliare italiano, che è pari a 4,7 miliardi di metri quadrati. Se fosse vero ("La stima mi pare comunque esagerata", è la pallida smentita del presidente dell'Apsa, Domenico Calcagno) si arriverebbe appunto intorno a un miliardo di metri quadrati, per un valore approssimativo di 1.200 miliardi di euro. Per altri immobiliaristi non si va invece oltre i 100 milioni di metri quadrati: che tradotti in euro varrebbero comunque tre volte la manovra economica di quest'estate. Le inchieste condotte sul campo danno in ogni caso l'idea di un patrimonio davvero sconfinato. Secondo i dati raccolti dal solito Turco, che ha passato due anni a setacciare il catasto, solo a Roma la Chiesa avrebbe in portafoglio 23 mila immobili. E le sue proprietà sarebbero in continua crescita, dato che nel 2008 ha beneficiato di qualcosa come 8 mila donazioni (esentasse, ça va sans dire). Così, nel 2010, Propaganda Fide (una sorta di ministero degli Esteri vaticano, accreditato di immobili per complessivi 9 miliardi di euro) risulta intestataria a Roma di 2.211 vani e 325 terreni. Alla fine, comunque, tutte le indagini si sono arenate davanti ai depistaggi messi in campo dalla gerarchia vaticana. Non solo, per esempio, a Roma le proprietà sono suddivise tra una miriade di soggetti (circa duemila, tra cui 325 ordini femminili e 87 maschili). Di più: anche quelle che fanno capo a una stessa sigla risultano ben mimetizzate. E' il caso dei possedimenti di Propaganda Fide, che usa come schermo alle sue proprietà 48 denominazioni sociali diverse, sia pure sempre con lo stesso codice fiscale.

DESTRA E SINISTRA PARI SONO. Quello sull'Ici e il Vaticano (che in base al concordato non paga tasse sugli edifici di culto come le chiese) è un tormentone che va avanti da anni. Esattamente dal 2004, quando a mettere provvisoriamente fine alla diatriba tra comuni e Chiesa è intervenuta una sentenza della Cassazione, che ha dato ragione ai primi. A ribaltare il verdetto, a fine 2005, ci ha pensato il governo di Silvio Berlusconi, che, pressato dai vescovi, ha ribadito l'esenzione. L'anno dopo è toccata a Prodi, autore di un capolavoro di ambiguità all'italiana, in base al quale lo sconto vale solo per gli immobili in cui non si esercita un'attività esclusivamente commerciale. Basta dunque che una qualunque struttura, per esempio turistica, abbia una piccola cappella incorporata et voila: il gioco è fatto (secondo i comuni, oggi infatti la Chiesa paga solo nel 10 per cento dei casi in cui dovrebbe). Tutto regolare, ha stabilito all'epoca una commissione istituita dall'allora ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. L'Unione europea, però, non l'ha bevuta.

MA BRUXELLES INDAGA. A quel punto, su iniziativa dei soliti radicali, la partita s'è dunque trasferita a Bruxelles. Che, dopo aver costretto la Spagna ad abolire l'esenzione Iva per la Chiesa, ha invece archiviato per due volte la pratica italiana. Ma è stata poi costretta a riaprirla quando gli autori della denuncia si sono rivolti alla Corte di giustizia. Nel mirino della commissione Ue (per la quale alcuni parlamentari italiani hanno invocato tutti seri la scomunica) ci sono, oltre all'esenzione Ici, lo sconto del 50 per cento sull'Ires concesso agli enti della Chiesa che operano nella sanità e nell'istruzione (valore: circa 500 milioni l'anno) e l'articolo 149 del Testo unico delle imposte sui redditi, che, in base a una logica stringente, conferisce a vita agli enti ecclesiastici la qualifica (e i relativi benefici fiscali) di enti non commerciali, indipendentemente dalla loro reale attività. Turco spera in Bruxelles più che in Roma: "A livello tecnico", dice, "i funzionari si sono già espressi, con un pollice verso alla normativa italiana". Resta il fatto che la Santa Casta della Chiesa sta giocando la sua partita con un mazzo di carte truccate. "Amministrare i beni della Chiesa", si legge in un solenne documento sottoscritto dai vescovi e datato 4 ottobre 2008, "esige chiarezza... su questo fronte, tuttavia, dobbiamo ancora crescere". Sante parole, davvero.

OSPEDALI MAI NATI.

Panorama.it

Lo scandalo degli ospedali mai nati - Tutti i video di "Panorama".

C’è l’ospedale fantasma di Pizzo Calabro, dove hanno costruito ascensori tanto minuscoli da non fare passare nemmeno le lettighe. C’è il mastodontico ospedale di Cagliari: nacque per la bellezza di 1.040 posti letto e adesso ne ospita appena un centinaio. E c’è pure l’ospedale di Turi, nel Barese, che doveva essere un centro per curare le tossicodipendenze. Invece è diventato regno di spacciatori e drogati. Tre eclatanti casi di sprechi all’italiana. Esempi tratti da una relazione, datata luglio 2000, della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema sanitario: 222 pagine che dettagliavano i risultati di un’indagine sugli ospedali mai terminati. Trovarono, all’epoca, 132 incompiute in 16 regioni. Nell’elenco c’era di tutto: costruzioni lasciate a metà, reparti incompleti, nosocomi finiti ma senza pazienti. Un mare di soldi pubblici buttati via. La relazione firmata dall’ex senatore dell’Ulivo Fernando Di Orio, oggi rettore dell’Università dell’Aquila, fece scalpore. Venne calcolato pure il danno per l'erario: 20 mila miliardi di lire, 10 miliardi di euro di oggi. Quasi una finanziaria.

Da allora le cose non sono migliorate molto. "Panorama" ha verificato ospedale per ospedale, regione per regione. E ha scoperto che 45 strutture rimangono abbandonate, chiuse o non completate. In particolare, resta critica la situazione in Lazio, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. Lo sperpero continua. Come anni fa. «Allora i soldi degli appalti erano usati spesso come finanziamento illecito ai partiti» dice Di Orio. «Si partiva, sotto elezioni, con un progetto faraonico e un piccolo stanziamento. Poi i costi lievitavano. E i lavori si fermavano fino alla successiva tornata elettorale. A Vico del Gargano, in provincia di Foggia, l'ospedale è stato inaugurato 11 volte. E non è mai entrato in funzione». Megalomanie immaginate negli anni Cinquanta e Sessanta, e poi ridimensionate. Ospedali che, nella stragrande maggioranza dei casi, nascono già vetusti.

Come quello dell’Aquila: in costruzione per 27 anni, venne inaugurato nel 2000, già vecchio e poco funzionale. Dieci anni dopo la Commissione annotava: «Irrazionalità e obsolescenza dell’impianto costruttivo, scarsa qualità dei materiali impiegati…». Come è finita, lo hanno visto tutti: il terremoto del 2009 lo ha sbriciolato. Tutti a gridare allo «scandalo». Ma, a luglio 2000, lo «scandalo» era già stato denunciato dalla relazione parlamentare. Panorama, da quello sterminato elenco, ha scelto cinque storie di ordinario sperpero di denaro pubblico.

ENTI INUTILI

MA QUANTI SONO GLI ENTI INUTILI ?

Facendo una ricerca su Internet il risultato numerale è dei più vari: per la Gabanelli e per l’On. Borghezio che se ne occuparono in una puntata di Report, ce ne sono ben 300; per la Corte dei Conti ne rimangono 110 di quelli che fin del 1956 si sono iniziati a chiudere ufficialmente; per i Radicali e Libero ce ne sono 101.

Negli ultimi anni sia a Destra che a Sinistra s’è parlato di eliminarli: a maggio 2007 Rutelli esortava alla cancellazione in una intervista sul Corriere della Sera. L’allora Ministro dell’Economia ne individuò 130, ma ne chiuse solo 11: tra recuperi in extremis, problemi di liquidazione, ostacoli politici d’ogni genere, ben 119 rimangono in piedi. In compenso dal ‘98 è stato fondato l’Ispettorato generale per la liquidazione di enti disciolti (IGED): un nuovo ente preposto alla liquidazione degli enti inutili, che però fin’ora non ne ha liquidato neanche uno, dimostrandosi esso stesso… un ente inutile.

In buona sostanza in Italia è facile costituire un nuovo ente, che macini denaro e che permetta ad uno sparuto gruppo di persone (generalmente dirigenti “altolocati”) di percepire stipendi ragguardevoli tratti dal denaro pubblico e fringe benefits. Il difficile è poi liberarsi di questi polmoni inutili che alla collettività non portano nulla.

La politica sfortunatamente ha l’abitudine di metter bocca un po’ da per tutto, e quindi, se da una parte si è fatto sopravvivere un ente che si occupava di gestire la liquidazione delle Linee Aeree Littoree fino ad un paio d’anni fa, dall’altra si chiudono uffici od enti che sono utili ed utilizzati, ma che sono politicamente scomodi, per poi doverli riaprire pochi anni dopo. E’ l’esempio del settore Moda della Camera di Commercio di Roma, che fino al 1981 si chiamava CRAMI e che, dopo una improvvida chiusura per spostare il centro d’interesse su Firenze (scelta che si dimostrò non all’altezza degli interessi degli operatori che all’epoca preferirono Milano), è stata riaperta nel 1998 con un nuovo nome: Alta Roma, azienda autonoma con partecipazione CCIAA che svolge le medesime attività dell’ufficio distaccato che l’ha preceduta. Dimostrazione che forse serviva davvero avere una struttura simile nella Capitale.

Gli enti inutili sono come i pidocchi. Tanti, tantissimi, non si sa con precisione neppure quanti siano. Sono fastidiosi, costosi, non servono a nulla e per di più sono difficilissimi da eliminare. Ogni governo dichiara guerra ai baracconi di Stato; ogni governo perde in partenza. Anche Prodi ci ha provato. Inutilmente. Il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa - come ha notato l’Espresso - aveva stilato una lista di ben 130 enti da sopprimere. È riuscito a cancellarne appena 11.

Queste realtà semi-immortali, insomma, sono come le croste: gratti, gratti ma è impossibile mandarle via. Eppure è mezzo secolo che si cerca di estirpare la gramigna degli enti inutili. La Corte dei conti, di recente, ne ha fatto la cronistoria. La prima legge sulla soppressione degli enti inutili è del 1956. Allora ne censirono più di 600. Il primo a essere cancellato fu il consorzio provinciale tra macellai per le carni di Napoli. Ci si è accorti subito che eliminarli definitivamente è impresa titanica. Per sbarazzarsi definitivamente delle Lati, linee aeree transcontinentali italiane fondate da Italo Balbo, ci sono voluti 49 anni!

Il problema è che questi «burosauri» sono facili da creare, difficilissimi da distruggere. Innanzitutto ci sono i veti politici. Ma, superati quelli, la strada resta in salita. Bisogna nominare il liquidatore, censire il patrimonio, gestire crediti e debiti, risolvere i contenziosi. Poi, finalmente, si può chiudere baracca. I contenziosi, appunto: un avvocato dà ossigeno all’Ente per la carta e la cellulosa perché rivendica il pagamento di parcelle di oltre 20 milioni di euro. E la Lati, senza sede né dipendenti, è rimasta viva per decenni a causa di una vertenza col governo brasiliano a proposito di un terreno del valore di circa 15mila euro.

Nel 1998 è nato l’Iged (Ispettorato generale per la liquidazione di enti disciolti): un ente inutile che non è riuscito a eliminare gli enti inutili e quindi finito nella lista dei «da sopprimere». E la patata bollente è passata così nella mani della Fintecna, società esterna controllata dallo Stato. Ma spazzare via questi mostri è un vero incubo: se l’Inpdap avanza crediti all’ex Enpas, il quale ne vanta dall’ex Enpded, si capisce che il pasticcio è di quelli tosti. La soluzione? L’onorevole azzurro Enrico Costa non ha dubbi, ci vuole la bomba atomica: «Il nuovo Parlamento dovrà subito autorizzare procedure semplificate. Dal bisturi occorre passare all’accetta».

CONSULENZE E COLLABORAZIONI ESTERNE

OLTRE 250 MILA CONSULENZE E COLLABORAZIONI ESTERNE COSTANO 1,3 MILIARDI DI EURO

Seconda tappa dell´operazione-trasparenza lanciata al ministro della funzione pubblica Renato Brunetta. Questa volta nel mirino del ministro ci sono le consulenze pubbliche. Dopo la pubblicazione degli stipendi e dei dati sull'assenteismo dei dirigenti pubblici, sul web arrivano i dati sulle consulenze e le collaborazioni esterne ammontate, nel solo 2006, ad oltre 1,3 miliardi di euro. «Sono dati che si commentano da soli», è stato il lapidario commento del ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, che dopo aver usato parole pesanti contro gli impiegati-fannulloni insiste nel suo programma trasparenza.

Secondo quanto pubblicato stasera sul sito del ministero, nel 2006 la Pubblica Amministrazione ha speso per retribuire le oltre 250 mila tra consulenze e collaborazioni esterne ben 1,323 miliardi di euro. Di queste, 396 (che rappresentano appena lo 0,16% del totale) sono state vere e proprie superconsulenze, remunerate con oltre 100 mila euro l'anno. Per la maggior parte (96.719 consulenze, pari al 38,39%) è stato riconosciuto un compensato con parcelle tra i 500 e i 2500 euro l'anno.

Molte volte le consulente sono inevitabili. Ad esempio lo studio che nel 2006 il dicastero dell'Economia aveva affidato allo studio legale Chiomenti per la privatizzazione dell'Alitalia: 450 mila euro. Oppure l'incarico «relativo alle nuove azioni progettuali dell'Agenzia» (237.600 euro) che il capo delle Dogane Mario Andrea Guaiana aveva assegnato alla Bain & company Italia.

Altre consulenze riguardano prestazioni no certamente essenziali. Dai violinisti delle filarmoniche alle infermiere, e perfino agli «sportellisti», retribuiti con pochi euro.

Ma non sono i musicisti a far sbarrare gli occhi a chi guarda la lista delle consulenze. La società Terremerse, per uno studio sulle politiche urbane dei cittadini delle terza età commissionato dal ministero delle Infrastrutture, ha incassato 150 mila euro. L´oscar della consulenza più cara va però alla Apri Italia spa, una società che per fornire supporti e assistenza tecnica per l'attuazione di alcuni progetti del ministero degli esteri ha incassato 1.496.898 euro.

BUROCRAZIA A FONDO PERDUTO

LA CARICA DEI 500.000 DIPENDENTI DEGLI ENTI LOCALI COSTANO 18 MILIARDI DI EURO ANNUI

Sono sempre di più. Premiati e promossi senza merito, quasi mai puniti. Così per il personale di comuni, province e comunità montane si spendono 18 miliardi, un terzo delle risorse. Ecco il primo censimento choc degli enti locali.

È un mostro che non si riesce a domare: diventa sempre più grande e più vorace. Non c'è barriera o dieta che funzioni, nulla può contenerlo: il personale degli enti locali continua ad aumentare.

I dipendenti di comuni, province e comunità montane sono poco meno di mezzo milione. Il censimento realizzato dal ministero dell'Interno ne ha contati 420 mila, ma ci sono 711 amministrazioni (su un totale di 8.709) che si sono sottratte persino alle domande del Viminale, incluse realtà importanti come provincia e comune di Avellino, Messina e Palermo, e i comuni di Torino, Reggio Calabria, Siracusa e Agrigento. A questo va aggiunto il personale delle società controllate dagli enti che esula dalla radiografia del ministero e che si stima porti il totale molto vicino a quota mezzo milione. Attenzione: la fotografia scattata nove mesi fa, oggi rischia di essere superata. Perché l'organico lievita. E si gonfiano pure gli stipendi, senza nessuna considerazione per il merito o i titoli di studio. Il documento del ministero rappresenta la mappa più dettagliata mai realizzata. E disegna una sostanziale disfatta. Qualunque legge, qualunque iniziativa non riesce a cambiare le cose. Blocco delle assunzioni? Tetti di spesa? Esternalizzazioni? Tutto inutile. Tra cococo, contratti a tempo determinato, consulenti e portaborse degli organi politici, le schiere dei travet si ingrossano. Il mostro cambia solo forma: a forza di promozioni è diventata una piramide capovolta, che ha sempre più dirigenti e sempre meno semplici dipendenti.

Un terzo in stipendi. Anzitutto, il censimento ci svela per la prima volta quanto gli enti locali sborsano ogni anno in stipendi per dipendenti e collaboratori. E la percentuale è significativa: il 32 per cento delle proprie risorse. Ciò significa che un terzo del budget a loro disposizione, province, comuni e comunità montane lo spendono in buste paga. Ma per avere un'idea concreta del fiume di denaro che sgorga dalle loro casse bisogna sfogliare un altro documento, la 'Relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali' che ogni anno viene stilata dalla Corte dei conti. Lì si legge che nel 2006 gli enti locali hanno speso 18,3 miliardi per la forza lavoro, che i comuni fanno la parte del leone (ben 15,9 miliardi). E che oltretutto l'esborso per gli stipendi è in crescita rispetto all'anno precedente: dell'11,6 per cento per i comuni e del 10,6 per cento per le province.

Il Bengodi dei premi. Tutti le vogliono abolire, ma le province godono invece di un record, quello dei più sostanziosi premi di produzione assegnati al personale. Dalle tabelle salta gli occhi un picco remoto, irraggiungibile: ben lontane dai 95 mila euro della media nazionale e dai 91 mila dei comuni, ogni amministrazione provinciale elargisce in media 784 mila euro. Se queste gratifiche fossero legate alla produttività o alla qualità dei servizi, si tratterebbe di una buona notizia. Il guaio è che la principale funzione di questi enti pare essere l'auto-sostentamento. Lo si legge, senza troppi giri di parole, nel dossier del Viminale: "Le amministrazioni più 'vicine' al territorio impegnano il personale soprattutto per produrre servizi per i cittadini e le imprese, a differenza degli enti, come le province, che dispongono quasi del 40 per cento del proprio personale per far funzionare la macchina amministrativa". In poche parole quasi la metà di loro non lavora per il cittadino, bensì per tenere in piedi l'apparato. Si tratta di 48.843 dipendenti di 108 province. Non è un caso che nell'ultima campagna elettorale Pd e Pdl abbiano parlato esplicitamente di una loro possibile abolizione. Ma questo che cosa comporterebbe? "Sopprimerle oggi richiede una riflessione. Bisogna andare verso un'integrazione", spiega Raffaele Costa, presidente della Provincia di Cuneo, e da vecchio liberale critico nei confronti di questo ente. Secondo Costa, più che cancellarle occorre "unificare laddove sia possibile province, prefetture e comunità montane, in particolare nelle aree metropolitane. L'importante è arrivare a una semplificazione, rimuovendo i troppi gradini oggi esistenti". Gradini come quelli delle tanto vituperate comunità montane, uno dei bersagli preferiti degli strali anti-casta. In Italia sono 368, con 5.544 dipendenti, che tutti insieme costano quasi 200 milioni di euro l'anno.

Tanto bonus, poco malus. Sui premi sono tutti di manica larga, mentre storia ben diversa è quella degli uffici disciplinari, unico strumento efficace per sanzionare i comportamenti scorretti. Qui sul banco degli imputati salgono i comuni, il 70 per cento dei quali non si è neanche preoccupato di attivare questo servizio. E in assenza di un controllore, fannulloni, furbetti e delinquenti hanno vita facile, visto che, come osservano gli autori del censimento, "a parte il rimprovero verbale e scritto" (ossia la classica 'lavata di capo') non gli si può fare un bel niente. Fra province e comuni si sono aperti in tutto oltre 2.500 procedimenti disciplinari, ma si è arrivati a una sanzione in meno di 1.900 casi. Senza dimenticare il paracadute sindacale, che da sacrosanta difesa dei lavoratori troppe volte si trasforma in tutela del privilegio: "La mia esperienza come assessore al Comune di Milano mi ha fatto capire che il potere dei sindacati è tale che anche lo spostamento di un ufficio da un piano all'altro necessita del loro placet", racconta Matteo Salvini, oggi deputato della Lega Nord: "Nei municipi più piccoli forse non sarà così, ma qui non si muove foglia che sindacalista non voglia, e dove ci sono inadempienze e assenteismi il sindacato protegge anche chi è in evidente torto". Lo stesso segretario della Cgil Guglielmo Epifani, rispondendo sul tema 'fannulloni' a Renato Brunetta, neoministro della Funzione pubblica, sottolinea la responsabilità di chi deve "dirigere e controllare", per andare a sanzionare i casi individuali. Casi individuali che in tutta Italia, e per più di un quarto del totale, prendono poi la strada del penale.

Gli esami non cominciano mai. Stesso ragionamento degli uffici disciplinari vale per i cosiddetti nuclei di valutazione, ossia le 'squadre' che si occupano di distinguere il funzionario operoso dal fannullone. Si tratta di uno strumento che stenta a decollare, soprattutto nei comuni più piccoli: l'80 per cento di quelli sotto i 5 mila abitanti ne è sprovvisto. E le cose peggiorano al Centro e al Sud. Sull'utilità di questo strumento la sinistra si divide. L'ex ministro alla funzione pubblica del Pd, Luigi Nicolais, ci crede fermamente: "Far valutare i dipendenti da nuclei esterni è una vecchia idea mia e del giuslavorista Ichino, l'ho inserita in un disegno di legge che nella scorsa legislatura era stato approvato alla Camera. E l'ho già riproposta al nuovo Parlamento". Dal canto suo Cesare Salvi, già ministro del Lavoro ai tempi di D'Alema e Amato, ora esponente della sinistra radicale, si dice scettico: "Sarò un po' conservatore, ma la mia esperienza insegna che non funzionano. L'unico meccanismo che garantisce una seria valutazione è quello di un concorso pubblico serio e rigoroso".

Todos caballeros. In assenza di controlli, al danno si aggiunge la beffa, e per i fannulloni patentati magari arriva pure la promozione. Se non di grado, almeno economica. I dati non mentono: il numero delle progressioni verticali (gli avanzamenti di carriera) e di quelle orizzontali (gli aumenti di stipendio) negli ultimi tre anni è praticamente esploso. Ne consegue un progressivo svuotamento dal basso, dove a 'remare' restano in pochi, ossia le categorie definite A e B. A fronte di un aumento considerevole di quelli che comandano: le più alte, C e D, con personale qualificato e dirigenti. Insomma, diminuiscono netturbini, tranvieri e giardinieri (anche perché spesso questi servizi vengono 'esternalizzati'), mentre proliferano i classici impiegati 'di concetto' e i quadri dirigenziali. In tre anni sono avanzati di grado in 22 mila. Volete sapere dove? In testa ci sono i 4.282 della Lombardia e i 2.587 della Campania. Quest'ultimo dato testimonia come più promozioni non si traducano in una maggiore efficienza.

Doppio portaborse. Non è un caso allora che in molti uffici si trovino funzionari con un titolo di studio inferiore rispetto a quello richiesto da un ipotetico concorso. Nell'area dei quadri, ad esempio, il 53 per cento non ha laurea, titolo che invece risulta indispensabile per chi voglia accedere allo stesso posto dall'esterno. Ma le disparità non finiscono qui. Fra i dirigenti si osserva, in dettaglio, la netta prevalenza degli uomini sulle donne (appena il 27 per cento), consegnandoci l'immagine di un sistema non soltanto vetusto, ma ancora prevalentemente maschilista. Nonché del tutto restio alle assunzioni (pur teoricamente obbligatorie) riservate ai disabili, che nei comuni restano al di sotto del 3 per cento. Quelli che non diminuiscono mai, piuttosto, sono i portaborse dei politici: raddoppiati rispetto al 2004. Un dato scandaloso: il personale impegnato 'in attività di supporto agli organi di direzione politica' è passato da 4.637 a 7.638 unità. Di questi, 6.101 sono assunti e ben 1.537 hanno avuto un ingaggio a tempo determinato con chiamata diretta.

Corsi a perdere. Invece di investire in giovani e tecnologie, tutti hanno puntato sulla riqualificazione, finanziando una schiera di corsi di aggiornamento. Una scelta obbligata, con risultati deprimenti. I corsi di formazione sono passati dai circa 3 mila del 2004 ai più di 4 mila dell'anno scorso, rivolti soprattutto alla fascia d'età che va dai 40 ai 60 anni. Il dossier del ministero dell'Interno sottolinea che "l'attività formativa interna alle pubbliche amministrazioni non ha dato risultati incoraggianti nella qualificazione del personale". "Non mi stupisce", osserva Nicolais: "L'unica strada per salvare la pubblica amministrazione è proprio investire in giovani e tecnologia. Quando ero ministro avevo proposto uno scambio: assumere un ragazzo ogni tre anziani in prepensionamento. Ma poi non se n'è fatto nulla". Se le promozioni possono anche essere spiegate con l'esigenza (più o meno giustificata) di aggirare il blocco delle assunzioni, indecoroso è invece l'incremento degli aumenti di stipendio. Li hanno riconosciuti a più di 200 mila impiegati che negli scorsi tre anni hanno scalato la vetta verso il settimo livello, quello economicamente più remunerativo. Al primo posto per numero ci sono i dipendenti degli enti locali lombardi, un dato che non sorprende. Stupisce invece vedere che i secondi nella classifica della gratifica sono i campani, terra che non brilla certo per efficienza.

Servizi fuori, lavoratori dentro. C'è chi guadagna sempre di più e chi si attacca alla poltrona pur di non diventare dipendente privato. È il caso delle esternalizzazioni. Si parla di acqua, gas, fognature, trasporti, manutenzione dei parchi, e altri servizi, ma in particolar modo la nettezza urbana, dati in gestione a società più o meno private (vedi tabella a pag. 45). A conti fatti l'aumento delle esternalizzazioni non ha ridotto il personale degli enti locali. "Sono servite solo a ingrassare le municipalizzate, le quali altro non sono che sacche di consenso politico", liquida Salvi. In effetti, invece di alleggerirsi travasando i dipendenti in esubero nelle municipalizzate, l'organico si è ulteriormente appesantito. E a fronte dei quasi 5 mila servizi dati in gestione, nei comuni le 'migrazioni' sono state poco più di 5 mila, appena 233 nelle province. Gli enti che hanno dato in gestione la raccolta dei rifiuti sono raddoppiati: dagli 873 del 2004 ai 1.764 del 2007. A livello territoriale, poi, salta agli occhi un dato che ha del tragicomico: anche se l'affidamento ai privati punterebbe alla funzionalità, al terzo posto in Italia per servizi di nettezza urbana esternalizzati troviamo proprio la Campania sommersa dalla spazzatura. Molto poco trasparente è la procedura con cui questi contratti vengono assegnati: l'eccezione è la gara, mentre l'affidamento diretto è la regola.

Organico extralarge. Le cure dimagranti, finora, non sono servite a riportare l'organico degli enti locali entro sani valori fisiologici: negli ultimi tre anni il rapporto fra chi entra e chi se ne va resta del tutto sballato, con 8.978 trasferimenti in entrata e 6.493 in uscita. Il che significa 2.485 dipendenti in più. Ma se l'Italia nel suo insieme è in sovrappeso, è anche perché il Meridione tende direttamente all'obesità. I dipendenti in uscita sono sempre quelli delle regioni del Nord, con il 73,2 per cento. Contro il 17,2 del Centro, e il risicatissimo 9,6 per cento del Sud, dove poi non solo ritroviamo 1.155 nuovi dipendenti, ma il personale in soprannumero raggiunge quota 1.340. "E pensare che da noi a Milano l'organico del comune piange miseria", chiosa il leghista Salvini: "Siamo sotto di almeno un migliaio di dipendenti. Magari li mandassero su da noi". In poche parole, soprattutto nel Mezzogiorno quando si assegna un posto in comune o in provincia, dalla poltrona l'impiegato non lo scolli più. L'ultima leggendaria terra del posto fisso.

I FINANZIAMENTI A FONDO PERDUTO

CHE BUON PASSITO, OFFRE LO STATO E IL 60% DEI FINANZIAMENTI VA PERDUTO

Una legge famigerata, la 488, una rete di amici (il politico, l'industriale, il consulente commercialista). Triangolazione perfetta e risultato chiavi in mano: ogni dieci euro che lo Stato italiano stanzia per finanziarie attività produttive, sei euro vengono perduti. Frullati da mani amiche, deviati su conti bancari misteriosi, triangolati e alla fine inghiottiti nel pozzo senza fondo di imprenditori rapaci, banchieri distratti, consulenti collusi. La politica, quando non è partecipe, devia l'occhio altrove. Non sa, e se sa non risponde.

A fondo perduto è il titolo di un severo, raccapricciante reportage che Milena Gabanelli ha esposto su Report, Raitre. Milioni come noccioline, capannoni pagati dallo Stato e arrugginiti, imprenditori calati dal profondo nord e scomparsi. Sembrano storie fantastiche di bravi romanzieri. Vai in Calabria, e non sai cosa ti perdi. Venti miliardi per agevolare un'impresa, l'Isotta Fraschini. Costruire automobili. In quattro anni dal capannone è sbucata solo una macchina di legno. I soldi inghiottiti, quattro ferraglie prototipali adagiate in un capannone vuoto e deserto.

Scendono dalla padania leghista e votata al lavoro, gli imprenditori che si fanno ricchi grazie agli aiuti di Stato. Ventidue milioni di euro per un'azienda che doveva riciclare metallo. E' stato un bresciano a fare richiesta. Il "pacco", come quelli illustrati per gioco in tv da Flavio Insinna, risulta, nella stragrande maggioranza di casi confezionato dalla sapiente dedizione di valenti commercialisti, famigerati consulenti, che inviano a Roma, al ministero dell'Attività produttive, felicissime e concludenti considerazioni: top management all'altezza, mercato in crescita, occupazione garantita. Roma, in effetti, ci crede. E ci casca. Ci ha sempre creduto tanto che i quattro ministri succedutisi (Enrico Letta, Antonio Marzano, Claudio Scajola e Pierluigi Bersani) hanno firmato assegni pari a quasi un miliardo di euro. Di questi, secondo le valutazioni degli inquirenti (Guardia di Finanza e Magistratura) e le stesse idee che se ne è fatta la commissione Antimafia, seicento milioni di euro sono stati bruciati: gestiti da incapaci, o da imprenditori inadempienti o anche, e soprattutto, inghiottiti da un circuito truffaldino perfettamente organizzato, sostanzialmente colluso con la classe dirigente.

Se ne è accorto Bersani che la legge 488 è un colabrodo, un aiuto a chi spreca e non a chi investe. Troppo tardi, si direbbe. E troppo tardi, bisogna aggiungere, il direttore generale del ministero, intervistato da Report, si accorge che le banche, che avrebbero un ruolo di vigilanza attiva nell'erogazione dei fondi, non si comportano sempre da partners leali dello Stato. Le industrie sono di carta ma troppo spesso finanziate con soldi veri.

Danno e beffa corrono sullo stesso binario. Nel capannone vuoto, l'imprenditore (leghista?) esorta l'operaio fantasma: "Non rubare, piuttosto chiedi!" "Il tuo disordine danneggia tutti". La telecamera di Report indugia disperata sui cartelli posti alle pareti di una delle mille truffe di cui è costellato il sud. Calabria, dunque. Crotone e Gioia Tauro. Ma anche Sicilia, anche Trapani. Dove lo Stato elargisce soldi per realizzare cantine, in un mercato già saturo di etichette. E a proposito di etichette: quella della tenuta Chiarelli, titolare la moglie dell'ex governatore Cuffaro, adagiata vicino a una bottiglia di un'altra azienda, naturalmente anch'essa produttrice di vino griffato, dal titolo felicissimo: "Baciamolemani".

E baciamole queste mani. Baciamole e salutiamo il nuovo modello di sviluppo. Tutti all'opera, tutti gran sommelier, fini intenditori. Con i soldi dello Stato. Anche il senatore Calogero Mannino, naturalmente, ne ha approfittato. A Pantelleria la sua famiglia possiede una bella cantina, finanziata (c'è da dirlo?) con i fondi dello Stato.

GLI AEROPORTI INUTILI ED INUTILIZZATI D’ITALIA

Sono 102 gli scali, a volte solo con 16 passeggeri all'anno. Ultimo arrivato Viterbo

Malpensa e Fiumicino, ma non solo. Sono 102 gli aeroporti sul territorio nazionale, con la recentissima aggiunta di Viterbo come terzo scalo del Lazio. Non sembra finire qui: la Sicilia, che ha già 6 aerostazioni e che nel 2008 vedrà l'arrivo di Comiso, vede le richieste di Messina, Agrigento ed Enna. Andando avanti così, quella degli aeroporti italiani rischia di diventare una lunghissima lista di opere inutili.

La mancanza di una programmazione rischia di creare più sprechi che benefici, e le risposte negative non fermano i progetti. Ad Agrigento, nonostante il parere negativo dell'Enac, hanno già predisposto lo studio di fattibilità e recuperato 35 milioni di euro, in gran parte grazie alla Regione.  A Siena si starebbe pensando di ristrutturare lo scalo di Ampugnano, con spesa prevista di 70 milioni,  per un traffico che solo nel 2020 potrebbe arrivare a sfiorare i 500 mila passeggeri. Piccolo problema: sembra che sulla pista non possano atterrare neanche i piccoli Atr. 

Il grosso dei passeggeri si concentra su pochi poli: Milano (Malpensa, Linate, Orio al Serio) vede 36,5 milioni di passeggeri, Roma (Fiumicino e Ciampino) 34,6, il Veneto (Venezia-Treviso) è terzo con 7,6. Altri 11 scali, non arrivano a 100 mila utenti e 9 stanno sotto il mezzo milione. Secondo gli esperti, sotto il milione di passeggeri annuali, si lavora in perdita. Che dire allora di Taranto, che nel 2006 ha visto solo 16 passeggeri? E Vicenza con un solo volo al giorno?

L'Alitalia serve 19 scali, mentre gli altri tirano avanti con compagnie minori o low cost, usufruendo comunque dei finanziamenti. Non di certo irrisori, dato che comprendono anche le spese per la viabilità accessoria, i parcheggi, i servizi anti-incendio e i  controlli doganali. Dagli anni '80, sono stati spesi ben 2,5 miliardi di euro in questo tipo di infrastrutture: 680 milioni su Fiumicino, 420 per Malpensa, mentre tutti gli altri scali si sono divisi 550 milioni di euro di fondi dello Stato, 500 milioni di fondi Ue e 200 milioni messi a disposizione dalle Regioni. 

LE COMPAGNIE AEREE INUTILI E DANNOSE D’ITALIA

MAL D’ARIA

Alitalia è a un passo dal fallimento. Non sono i bastati i 4,5 miliardi sborsati negli ultimi anni dal Tesoro né la raffica di supermanager pagati a peso d’oro per evitare il tracollo. Un destino annunciato che arriva dopo venti anni di bilanci quasi tutti in rosso, il fallimento di ben undici piani industriali e passaggi di consegne tra sette amministratori delegati. Ma la compagnia di bandiera sarà ricordata anche per altri primati. Sempre in negativo.

Negli ultimi anni Alitalia ha perso, in media, un milione di euro al giorno e accumulato ore di sciopero come nessun altro vettore. I guai seri sono iniziati con la gestione di Giovanni Bisignani, attuale numero uno della Iata, che è approdato in Alitalia dopo Maurizio Maspes, amministratore delegato nel decennio ’79-’89, un periodo relativamente tranquillo dal punto di finanziario. Anche perché Alitalia operava in assoluto monopolio. Bisignani archivia il bilancio ’89 in perdita per 78 milioni. Rimane alla guida di Alitalia fino al ’94 per lasciare il posto a Roberto Schisano (’94-‘95).

Il periodo più negativo si registra sotto la gestione di Domenico Cempella (’96-2001). Se al manager si riconosce il merito di avere cercato la grande alleanza con l’olandese Klm, è anche vero che non ha saputo intervenire in tempo per arginare l’emorragia di liquidità. Si è seduto alla cloche quando la compagnia di bandiera aveva ripreso a macinare utili e con lui è tornata a perdere. Nel suo primo anno di gestione, il ’96, Alitalia ha chiuso il bilancio con un rosso di 628 milioni. Cempella è riuscito a riportarsi in quota nel periodo ’97-’98. Le cose sono cambiate di nuovo nel 2000. Il manager è costretto a portare in consiglio una perdita di 247 milioni, da cui avranno origine i nuovi problemi patrimoniali di Alitalia.

Situazione ancora in peggioramento nel 2001 (rosso a 905 milioni) e Cempella presenta le dimissioni. Al suo posto, il governo chiama Francesco Mengozzi, il risanatore proveniente dalle Fs che avrebbe dovuto rimettere in sesto i conti. Obiettivo fallito. Mengozzi è rimasto alla guida Alitalia fino al febbraio 2004 e un solo bilancio in utile. Quello del 2002, per 94 milioni, ma solo perché è stato contabilizzato il risarcimento pagato da Klm per avere interrotto le trattative di fusione con Alitalia. Nel 2004 il rosso torna a livelli di allarme, 810 milioni, e Mengozzi è costretto a fare le valigie. Le deleghe vengono affidate al direttore generale Marco Zanichelli. Quest’ultimo resta al comando per soli quattro mesi (febbraio-maggio 2004). Il governo decide di giocare la carta Giancarlo Cimoli con annunci in pompa magna. L’ex manager Fs incassa nei tre anni in Alitalia (2004-2007) stipendi record, ma di utili non se ne vedono. Anzi lascia la compagnia di nuovo in zona allarme con un patrimonio sotto il minimo legale.

LE COMPAGNIE MARITTIME INUTILI E DANNOSE D’ITALIA

MAL DI MARE

Traghetti vecchi, nessun controllo, informazioni oscure, ruggine e incuria persino sulle scialuppe. In viaggio sulle carrette di Stato della Tirrenia

Davanti alla biglietteria del porto di Civitavecchia, un pensiero va a quelli che il traghetto non lo prendono mai. A quanti viaggiano soltanto in macchina, treno o aereo. Perché ogni volta che la Tirrenia vende un biglietto, gli italiani tutt'insieme ci rimettono 15 euro. Pagano la loro quota perfino i bambini che non sono saliti nemmeno su un pedalò. Pure questo articolo ha il suo bel peso sul tesoretto nazionale. Sette passaggi fanno un totale di 105 euro di sovvenzioni. La Finanziaria annaspa e l'Alitalia del mare incassa. Solo così la più grande compagnia di navigazione del Mediterraneo può mandare avanti e indietro le sue carrette di Stato.

Lasciate perdere la rotta Genova-Olbia. Lì si muovono i milanesi vip e la Tirrenia di solito schiera il meglio della flotta, che poi non sono più di due o tre navi. Ma venite a vedere cosa combina nel resto d'Italia il carrozzone pubblico. Scafi da guerra fredda. Croste di ruggine nascoste da maldestre mani di vernice. Scialuppe appese a gru corrose. Confusione nelle segnalazioni di emergenza. Giubbotti di salvataggio manomessi. Ciambelle mancanti. Pavimenti restaurati con tappeti di gomma infiammabile. Mappe sulle vie di fuga chiare come gli indovinelli della caccia al tesoro. E la più assoluta mancanza di vigilanza.

Di notte il personale dorme. Così si può scendere a vedere chi è di guardia nella sala macchine. Nessuno. C'è tempo per passeggiare a lungo tra i pistoni Diesel e i giganteschi alberi di trasmissione. Proprio nel punto in cui i due tronchi d'acciaio attraversano lo scafo e fanno girare le eliche. Con un altro elenco di sorprese. Bombole di gas e sacchi di rifiuti abbandonati vicino ai motori. Rivoli e vapori di carburante che trasudano dai cilindri logori. E le porte, anche quelle dei luoghi più vulnerabili della nave, lasciate rigorosamente aperte. A chiunque. È così su tutte le rotte controllate da 'L'espresso'.

Un giro di una decina di giorni tra Civitavecchia, Cagliari, Trapani, Palermo, Napoli, Bari, Durazzo e ancora Bari. Su quattro traghetti: Clodia, Flaminia, Rubattino e Aurelia. Unica precauzione, la macchina fotografica e una piccola telecamera. Giusto per raccogliere le immagini. Ed evitare che la compagnia napoletana e il suo amministratore delegato Franco Pecorini, il Gentiluomo di Sua Santità che da ventitré anni governa la Tirrenia come un papa, dicano che tutto questo non è vero. Dunque, benvenuti a bordo. Anzi no, c'è da ritirare il biglietto comprato su Internet.

Prima tappa, Civitavecchia-Cagliari. In banchina è ormeggiata la nave-traghetto Clodia. È stata costruita lo stesso anno in cui Pietro Mennea vinse la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Mosca e Bernard Hinault arrivò primo al Giro d'Italia, mentre i Dire Straits conquistavano l'Europa con il loro rock dolce e l'Unione Sovietica consolidava l'invasione dell'Afghanistan. Era il 1980. Mennea e Hinault non corrono più. I Dire Straits si sono sciolti. E così l'Unione Sovietica. Ma la Clodia è ancora lì. Più o meno la stessa banchina di sempre. La biglietteria però è a un chilometro. L'hanno trasferita dalla parte opposta del porto. Non ci sono cartelli per trovarla. Chi ha l'auto da imbarcare, si perde tra sensi unici e direzioni obbligatorie. C'è perfino una rotatoria in senso orario. Bisogna immaginarsi per qualche secondo a Londra per capire che casino è una rotatoria in senso orario. Qualcuno la prende da destra, come si fa in Italia. Qualcuno da sinistra, come vogliono le frecce sull'asfalto. Evitato lo scontro frontale, un tassista indica finalmente dove andare.

"Ci hanno appena portati qui, non è colpa nostra se non ci sono indicazioni", dice l'impiegata allo sportello Tirrenia. Prende la ricevuta stampata da Internet. Serve un documento? Lei alza le spalle. "No", risponde. Nessuno verifica se la prenotazione coincide con il nome di chi viaggia. Oppure se la ricevuta è stata rubata. Nemmeno all'imbarco lo fanno. "No, non serve il documento", spiega l'ufficiale che controlla i biglietti. Viene da sorridere. Perché per volare un'ora da Fiumicino a Cagliari, gli addetti dell'aeroporto sequestrerebbero perfino l'acqua minerale. E qui, che il viaggio dura quasi quindici ore e i passeggeri della nave possono arrivare a 2280, nessuno si preoccupa di controllare chi sale. Per un Paese impegnato nella guerra in Afghanistan, non è una leggerezza da poco.

Oggi a bordo c'è tutto il 66 Reggimento aeromobile di Forlì, il corpo volante della fanteria italiana che, evidentemente, non sempre può volare. Già questa presenza dovrebbe consigliare maggior prudenza. I militari in divisa mimetica vanno in Sardegna a esercitarsi. Salgono sulla Clodia con il loro seguito di fuoristrada, camion blindati, pistole, mitra, mitragliatrici pesanti e casse di munizioni leggere. Via gli ormeggi, si salpa.

Uno dei due vecchi motori della Flaminia. Un cilindro perde olio dalla testata. La reception assegna la cabina 141. Si sale al nono piano, ponte comando, prima classe. Biglietto da 117,54 euro. Ed è solo la parte pagata dal passeggero. La quota a carico di tutti gli italiani dipende da quanto di anno in anno i governi decidono di stanziare per coprire i buchi nel bilancio e le scelte del consiglio di amministrazione. Soltanto negli ultimi sette anni la somma fa un miliardo e 360 milioni di euro. Per il 2007, la Finanziaria ha previsto 198 milioni. E poiché il sito Internet della Tirrenia dichiara una media annuale di 13 milioni di passeggeri, ecco anche quest'anno i famigerati 15 euro a biglietto.

La cabina 141 è a metà corridoio. Il responsabile dei servizi sul ponte comando dà il benvenuto. "Ah, signo', guardi non usi lo sciacquone perché non funzio'". Non funziona il water? "No, il water funzio', solo che poi non può tirare lo sciacquo'". L'interno è elegante. L'esterno un po' meno. Civitavecchia e la costa laziale si dissolvono all'orizzonte. La luce rossa del tramonto risalta le croste di ruggine sui verricelli e le catene delle scialuppe di salvataggio. Non sono quelle moderne, chiuse come le capsule degli Apollo che tornavano dallo spazio. Sono nove vecchi barconi stile Titanic: uno da 59 posti, due da 89 e sei da 99. Il totale fa 831. Significa che, facendo tutti i dovuti gesti scaramantici, 1.449 passeggeri più i marinai dell'equipaggio sono senza posto in scialuppa. Per loro ci sono 65 battelli autogonfiabili. Caricano 25 persone ciascuno, per una somma di 1.625 posti. Mettere in acqua i battelli richiede qualche tempo. Devono essere aperti e agganciati ai verricelli. Le gru per ammainarli sono dieci. E le loro parti mobili sono così arrugginite e corrose da avere ormai perso colore. Tutti i cavi sono secchi e incrostati. Anche quelli delle scialuppe di dritta, cioè sul lato destro. Dovrebbero essere nuovi, invece. Una serie di fogli appesi con nastro adesivo e timbro della Tirrenia, autocertificano che i cavi sono stati sostituiti il 22 gennaio 2007. Sarà che con i cambiamenti climatici la salsedine è diventata più aggressiva. Ma non sembrano diversi dalle altre funi più vecchie.

Non ci sono hostess né steward a spiegare durante l'imbarco cosa fare in caso di emergenza. E gli avvisi sono scritti con burocratica incertezza. Come questo: 'Le cinture per bambini e ragazzi sono ubicate nei depositi interni ed esterni'. La Clodia è lunga 148 metri. È alta dieci piani. Quanti spazi interni ed esterni ci sono? Gli adulti sono meglio garantiti: 'Le cinture di salvataggio per passeggeri posto ponte sono ubicate nei sedili esterni al ponte imbarcazioni ed al punto di riunione C'. Non tutti i cartelli sono leggibili, però. L'imbianchino che ha fatto l'ultima verniciatura si è lasciato prendere la mano. E, accanto a una gru, ha cancellato metà delle istruzioni su come mettere in acqua i battelli autogonfiabili. In un altro punto, ha dimezzato l'avviso sul deposito dei giubbotti di salvataggio. Coprendo proprio l'informazione più importante: dov'è il deposito. Nel caso di un'emergenza, bisognerebbe grattare la vernice con le unghie per leggere cosa c'è sotto. Dal si salvi chi può al si gratti chi può?

Tra le undici di sera e mezzanotte il ristorante chiude. Il selfservice chiude. Il bar chiude. Anche se i passeggeri vorrebbero spendere ancora. Tutti a dormire. La Clodia diventa una nave fantasma. È il momento di vedere chi resta al lavoro. La reception? Deserta. Scale e corridoi? Deserti. La sala dei generatori di corrente sul fondo dello scafo? Deserta. La sala macchine? Deserta. La mattina poco prima dell'alba nuovo tour. Tutto come prima. Ci si può tranquillamente sedere nel caldo da sauna e ascoltare la rumorosa magia dei due grossi motori Fiat al lavoro. A Cagliari ci aspetta la Guardia di finanza. Adesso che siamo arrivati ispezionano i bagagliai di tutte le auto che sbarcano. Un finanziere porta il cane antidroga a controllare i passeggeri. Fa sniffare anche le borse e le divise dei soldati del 66 reggimento. È come se si mettessero a indagare sui pantaloni di carabinieri e poliziotti. Alcuni turisti stranieri l'hanno capito. E fotografano divertiti.

La sera si riparte. Cagliari-Trapani. Al cancello del porto i bagagli vengono passati al metal detector e i documenti controllati. In banchina è ormeggiata la nave-traghetto Flaminia. Nel 2004 l'Automobil club tedesco l'ha messa all'ultimo posto nella classifica sul rispetto delle norme di sicurezza. Peggio della flotta del Marocco. E, secondo il racconto degli ispettori tedeschi, quando si sono qualificati, gli ufficiali li hanno obbligati a scendere. All'imbarco, un marinaio al settimo piano sbaglia le indicazioni. Sarà il suo accento pittoresco. Sarà il rumore di fondo. Ma grazie a lui tutti i passeggeri salgono a cercare la reception all'ottavo piano. Invece è al sesto. Lo si scopre dalle imprecazioni di due famiglie incastrate con figli e valigie sulle scale tra il settimo e l'ottavo livello. Ben quattro ufficiali dietro il banco della reception osservano la consegna delle chiavi. La cabina da cercare è la 320, seconda classe: 86,47 euro. "Prego, di qua. Prenda l'ascensore e salga di due piani". Sei più due fa otto. Dopo un buon quarto d'ora di saliscendi, appare finalmente su una porta la placca 320. È al nono piano. Due svedesi, beati loro, chiedono in inglese dov'è il supermarket di bordo. "Eh?", risponde un cameriere del bar.

La prima cosa da fare su una nave è guardare i percorsi di emergenza. Le indicazioni sono precise come quelle appena date alla reception. Nel corridoio davanti alla cabina un segnale invita a riunirsi al punto E. L'avviso esattamente accanto dice che 'il punto di riunione dei passeggeri di ponte è C'. Mentre un altro cartello ancora, sul ponte esterno, avverte che 'il punto di riunione dei passeggeri di ponte è D'. Una indicazione spiega come gonfiare i battelli di salvataggio Pirelli. Ma le zattere autogonfiabili a bordo sono tutte di un'altra marca. L'esterno della Flaminia è identico alla Clodia. Sono nate da progetti gemelli degli anni Settanta. Poi la Clodia, come l'Aurelia, è stata alzata di due ponti. Così la Flaminia, con 280 passeggeri in meno, si ritrova con lo stesso numero di posti in scialuppa delle altre due. Oltre che con le stesse corrosioni su verricelli e gru. Solo che qui una mano ha verniciato di rosso le croste di ruggine. E i cavi sono bene ingrassati.

Al sesto piano, accanto alla reception, due porte di vetro nascondono il portellone che dovrebbe accogliere lo 'scalandrone', la scala di imbarco. Non lo usano da tempo. Ma potrebbe servire per abbandonare la nave in caso di incendio in porto oppure per raccogliere naufraghi in mare. Invece il meccanismo idraulico di apertura è ostruito da tubi di gomma, rottami, una valigia abbandonata, corde. E alla postazione di soccorso manca il salvagente. Sul banco della reception un cartello informa da oltre un'ora che 'il guardiano notturno è in giro d'ispezione'.

Si può andare ovunque. La passerella sopra i generatori Diesel è ostruita da una fila di sacchi azzurri dell'immondizia. In caso di principio di incendio, il ferro non brucia ed estingue le fiamme. Ma la plastica sì. A poppa, la sala macchine è aperta e incustodita come sempre. Dalla testa del cilindro numero nove del motore di sinistra esce un rivolo oleoso nero. Lo stesso sul numero dieci. E qualcuno ha provato a tamponare la perdita con un giro di stoffa. Quaggiù fa caldissimo. Ma in tutte le cabine l'aria condizionata soffia gelida. L'indomani mattina una fila di ragazze si allunga davanti ai gabinetti della seconda classe. Tutte con il mal di pancia. Quando è stata progettata questa nave, non esistevano i jeans a vita bassa. La sera stessa la Flaminia ritorna a Cagliari. E la sera dopo riparte per Napoli. È l'ultimo viaggio dei 56 tra marinai e ufficiali. Dopo 52 notti in mare, avranno 25 giorni di riposo.

Palermo è come Civitavecchia. Nessun controllo di documenti o bagagli all'imbarco. Basta solo il biglietto. La nave Rubattino ha appena sei anni. E si vede. Cabina da quattro letti in prima classe, la 273: 62,51 euro. I quattro giubbotti di salvataggio sono negli armadi. Due sono impacchettati, le batterie del lampeggiante cariche. Gli altri due sono senza lampeggianti e senza fischietto di segnalazione. Forse qualcuno li ha rubati: dovrebbero essere rimpiazzati. La notte un ufficiale è di guardia alla reception. Ma le porte della sala macchine restano aperte. Ed è possibile rimanere per più di un'ora accanto ai motori. Sull'Aurelia, per il viaggio Bari-Durazzo-Bari, si torna indietro trent'anni. Cabina di seconda classe, al secondo piano, ponte copertino. Il più basso, in mezzo ai garage e ai serbatoi di camion e auto. Temperatura intorno ai 40 gradi. Una puzza di nafta nauseante impregna perfino le lenzuola. Praticamente due notti da sommergibilisti. Prezzo: 110 euro all'andata, 108 il ritorno. Pur maltrattati sul fondo della nave, la seconda classe per l'Albania costa quasi il doppio di una prima classe da Palermo a Napoli. E il viaggio dura meno.

Il ristorante chiude alle 23. Esattamente quando i passeggeri salgono a bordo e l'Aurelia parte. Così al cameriere rimane poco o nulla da fare. Le porte dei garage devono rimanere chiuse a chiave durante la navigazione. Ma al piano 3 alcune restano aperte. Dalla seconda classe i cartelli per le vie di fuga sono una lotteria. È meglio andare verso il punto 2 o il punto B? Inutile, al quinto piano ci si perde comunque. Tra segnali che dicono soltanto dov'è il punto A. Altri vecchi cartelli spiegano che le cinture di salvataggio sono nei sedili esterni. Si aprono come cassapanche. E sono vuoti. Le hanno portate tutte nei punti di raccolta interni: il ristorante, il selfservice e il bar, in fondo a percorsi ostruiti da tavoli, sedie, poltrone e tavolini. Fuori sulle gru delle scialuppe, la stessa ruggine delle altre carrette di Stato. A metà viaggio, il caldo e l'odore nella cabina sono insopportabili. Meglio farsi un giro nella sala macchine. Su una passerella appena sopra i motori hanno lasciato due bombole di gas. Si può scendere ancora. Fino ai cilindri, ai tubi di nafta, agli alberi delle eliche. Anche questa notte, come sempre, incustoditi.

I PAPPONI DI STATO

PARLIAMO DI FORAGGIAMENTO DEI PARTITI, COMPRESI QUELLI ESTINTI.

La Legge Piccoli n. 195/1974. Il finanziamento pubblico ai partiti è introdotto dalla Legge Piccoli n.195/1974, che interpreta il sostegno all'iniziativa politica come puro finanziamento alle strutture dei partiti presenti in Parlamento, con l'effetto di penalizzare le nuove formazioni politiche. Il flusso di fondi ha anche l'effetto di rafforzare gli apparati burocratici interni dei partiti e disincentivare la partecipazione interna. Proposta da  Flaminio Piccoli (DC), la norma viene approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti, ad eccezione del PLI. La nuova norma si giustifica in base agli scandali Trabucchi del 1965 e petroli del 1973: il Parlamento intende rassicurare l'opinione pubblica che, attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi interessi economici. A bilanciare tale previsione, si introduce un divieto - per i partiti - di percepire finanziamenti da strutture pubbliche ed un obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicità e di iscrizione a bilancio dei finanziamenti provenienti da privati, se superiori ad un modico ammontare. Ciò risulta tuttavia smentito dagli scandali affiorati successivamente (tra cui i casi Lockheed e Sindona). Nel settembre 1974 il PLI propone un referendum abrogativo sulla norma, ma non riesce a raccogliere le firme necessarie.

Il fallito referendum abrogativo del 1978. L'11 giugno 1978 si tiene il referendum indetto dai Radicali per l'abrogazione della legge 195/1974. Nonostante l'invito a votare "no" da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell'elettorato, il "si" raggiunge il 43,6%, pur senza avere successo. Secondo i promotori del referendum lo Stato deve favorire tutti i cittadini attraverso i servizi, le sedi, le tipografie, la carta a basso costo e quanto necessario per fare politica, non garantire le strutture e gli appartati di partito, che devono essere autofinanziati dagli iscritti e dai simpatizzanti.

Le prime modifiche negli anni '80. Nel 1980 una proposta di legge vorrebbe introdurre il raddoppio del finanziamento pubblico, ma viene messa da parte al momento dell'esplosione dello scandalo Caltagirone, con finanziamenti elargiti dagli imprenditori a partiti e a politici.

La Legge 659/1981 introduce le prime modifiche: i finanziamenti pubblici vengono raddoppiati; partiti e politici (eletti, candidati o aventi cariche di partito) hanno il divieto di ricevere finanziamenti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici o a partecipazione pubblica; viene introdotta una nuova forma di pubblicità dei bilanci: i partiti devono depositare un rendiconto finanziario annuale su entrate e uscite, per quanto non siano soggetti a controlli effettivi. I Radicali manifestano in aula parlamentare con tecniche di ostruzionismo per bloccare la proposta di indicizzazione dei finanziamenti e a ottenere maggiore trasparenza dei bilanci dei partiti nonché controlli efficaci.

Il referendum del 1993 e l'abrogazione della norma. Il referendum abrogativo promosso dai Radicali Italiani dell'aprile 1993 vede il 90,3% dei voti espressi a favore dell'abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, nel clima di sfiducia che succede allo scandalo di Tangentopoli.

La reintroduzione dei "rimborsi elettorali" nel 1994. Nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna (con la Legge 515/1993) la già esistente legge sui rimborsi elettorali, definiti “contributo per le spese elettorali”, subito applicata in occasione delle elezioni del 27 marzo 1994. Per l'intera legislatura vengono erogati in unica soluzione 47 milioni di euro. La stessa norma viene applicata in occasione delle successive elezioni politiche del 21 aprile 1996.

Il 4 per mille ai partiti politici (1997). La Legge 2/1997, intitolata “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici”, reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti. Il provvedimento prevede la possibilità per i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 per mille dell'imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito), per un totale massimo di 56.810.000 euro, da erogarsi ai partiti entro il 31 gennaio di ogni anno. Per il solo anno 1997 viene introdotta una norma transitoria che fissa un fondo di 82.633.000 euro per l'anno in corso. Il Comitato radicale promotore del referendum del 1993 sull’abolizione del finanziamento pubblico tenta il ricorso rispetto al tradimento dell’esito referendario, ma pur essendo stato riconosciuto in precedenza come potere dello Stato, gli viene negata dalla Corte Costituzionale la possibilità di depositare tale ricorso. Sempre la legge 2/1997 introduce l'obbligo per i partiti di redigere un bilancio per competenza, comprendente stato patrimoniale e conto economico, il cui controllo è affidato alla Presidenza della Camera. La Corte dei Conti può controllare solo il rendiconto delle spese elettorali. L’adesione alla contribuzione volontaria per destinare il 4 per mille ai partiti resta minima.

Il "rimborso elettorale" (1999). La Legge 157/1999, dietro il titolo “Norme in materia di rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e referendarie” reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa (l'erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La legge entra in vigore con le elezioni politiche italiane del 2001.

La normativa viene modificata dalla Legge 156/2002, “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all'1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa più che raddoppia, passando da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro.

Infine, con la Legge 51/2006, l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest’ultima modifica l’aumento è esponenziale. Con la crisi politica italiana del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XV e alla XVI Legislatura.

Esemplare è l’inchiesta di Alberto Custodero ed Enrico Del Mercato suLa Repubblica”.

Di alcuni non è  rimasto che il simbolo, assemblee di ex che vengono convocate di tanto in tanto e, forse, il ricordo di qualche elettore nostalgico. Altri, invece, hanno sedi, strutture, impiegati, ma da anni non hanno nessun rappresentante in parlamento. Eppure, i "partiti fantasma" continuano ad incassare soldi dallo Stato. L'ultima rata, relativa ai rimborsi per le elezioni regionali del 2007 in Molise, arriverà prima della fine dell'anno 2011. E così, la cifra incamerata dai partiti che non ci sono più, toccherà la vertiginosa quota di 500 milioni di euro. Spicciolo più, spicciolo meno. Per intendersi, è una somma pari allo stanziamento del governo per Roma capitale quella che è finita in questi anni nella pancia di sigle che si supponevano scomparse dalla scena della politica, come Forza Italia, Alleanza nazionale, Democratici di Sinistra, Margherita, oppure di partiti che gli elettori hanno cancellato dal parlamento e che sono stati smontati e rimontati da scissioni e nuove aggregazioni come Rifondazione comunista, i Verdi, perfino l'Udeur di Mastella o un partito personale come "Nuova Sicilia" il cui dominus è Bartolo Pellegrino- un ex deputato dell' assemblea regionale siciliana recentemente assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa - che fino allo scorso anno ha percepito circa centomila euro di rimborso elettorale. Nulla, se confrontato a quanto ha potuto iscrivere nei propri bilanci il più ricco dei "partiti fantasma", Forza Italia. Quella che fu la creatura di Silvio Berlusconi, nata nel 1994 e sacrificata nel 2007 per fare posto al Pdl, ha continuato ad incamerare i rimborsi elettorali fino ad arrivare, nel 2010, alla cifra monstre di 96 milioni di euro. Molto staccati, in questa classifica, i Democratici di sinistra che hanno potuto iscrivere in bilancio 74 milioni di euro e spiccioli. Soldi che - per ammissione del tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti - sono stati rapidamente pignorati dalle banche ed adoperati per chiudere la partita di debiti ereditata dal vecchio Pci. Alla Margherita, altro partito formalmente cancellato, invece, è andata meglio. I 42 milioni di euro di rimborsi incassati, ad onta della scomparsa dalla scena politica, sono tutti lì. E, anzi, intorno a quella eredità si è accesa una disputa alla quale partecipano pure parlamentari che, nel frattempo, hanno preso altre direzioni, accasandosi in altri partiti o inaugurandone di nuovi. Ma come è stato possibile che partiti scomparsi dalla scena o bocciati dagli elettori abbiano continuato ad incassare soldi pubblici a titolo di rimborso elettorale? Quanto hanno pesato i rimborsi ai "partiti fantasma" sulle tasche dei cittadini? E, soprattutto, che fine hanno fatto quei soldi?

La chiave di tutto è nel comma di un articolo accuratamente nascosto nelle pieghe della legge mille proroghe che viene discussa e approvata in parlamento il 2 febbraio del 2006. In quella norma sta scritto che il rimborso elettorale (che la legge numero 157 del 1999 fissa in un euro per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali da dividere percentualmente in base ai voti ricevuti) spetta ai partiti anche in caso di chiusura anticipata della legislatura. Dunque, lo Stato continua a versare i soldi ai partiti per tutti e cinque gli anni, anche se il parlamento è stato sciolto. Adesso, la legge è stata corretta, ma le nuove regole varranno solo a partire dalle prossime elezioni. Comunque, una settimana dopo quel blitz del febbraio 2006, guarda caso, la legislatura si chiude. Si torna al voto. Vince l' Unione di Prodi per una manciata di preferenze e il leader del centrosinistra governa, sul filo di lana, per meno di due anni. Poi, cade e il Paese torna alle urne. Nel frattempo, però, nella politica italiana va in scena l'ennesima rivoluzione. Spariscono partiti (Forza Italia, An, i Ds, La Margherita), ne nascono di nuovi (il Pd e il Pdl) e, nelle urne, gli italiani polarizzano i loro consensi sulle formazioni maggiori lasciando fuori dalle aule parlamentari forze politiche come Rifondazione comunista, i Verdi, l'Udeur. Una semplificazione dalla quale dovrebbe derivare anche un risparmio in termini di rimborsi elettorali. Nulla di tutto ciò, dal momento che - grazie a quel comma approvato in fretta e furia nel febbraio del 2006 alla vigilia dello scioglimento delle Camere - i partiti che non esistono più continuano ad incassare i rimborsi elettorali. Non si tratta di bruscolini dal momento che il totale per il periodo 2006-2011 ammonta a 499,6 milioni di euro. Una somma che viene divisa tra i partiti che sono sopravvissuti alla rivoluzione e quelli che non esistono più o che non sono più rappresentati in parlamento. Come se non bastasse, a quella cifra vanno aggiunti i rimborsi che spettano per la legislatura in corso e quelli relativi alle regionali e alle europee del 2004, del 2005 e del 2006. L'anno d'oro, per i partiti italiani, è senza dubbio il 2008. In quella stagione - come accertato dalla Corte dei conti - nella casse della formazioni politiche, quelle in vita e quelle "defunte", finiscono - nell' ordine - la terza rata del rimborso per le politiche del 2006 che vale 99,9 milioni di euro, la prima rata del rimborso per le politiche del 2008 che ammonta a 100,6 milioni di euro, i 41,6 milioni di euro della quarta rata del contributo dovuto per le regionali del 2005 e la quinta rata del rimborso per le europee del 2004 che vale 49,4 milioni di euro. In tutto, fanno 291,5 milioni di euro. Ce n'è abbastanza per dedurne - come fa l'ex ministro della Difesa Arturo Parisi - che «la volontà dei cittadini espressa attraverso il referendum che aboliva il finanziamento pubblico ai partiti è stata raggirata». Dice Parisi: «Siccome la legge prevede che il contributo assuma la forma di rimborso elettorale ciò obbliga l'amministratore del partito a non potervi rinunciare. Dal momento che, se vi rinunciasse, potrebbe essere denunciato per cattiva amministrazione. Ecco come è stato aggirato il referendum che vietava qualsiasi finanziamento ai partiti da parte dello Stato».

Eppure, Arturo Parisi gode di un osservatorio privilegiato in tema di soldi versati dallo Stato ai "partiti fantasma". L'ex ministro, infatti, fa parte dell' assemblea della Margherita partito confluito nel Pd, ma che ha continuato ad incassare rimborsi elettorali. «Di solito le riunioni dell'assemblea per discutere i bilanci - ironizza Parisi - vengono convocate in orari come quello del matrimonio di Renzo e Lucia». L'ultima volta l' assemblea dei "superstiti" della Margherita non è riuscita a decidere nulla sul bilancio ed ha deciso di riaggiornarsi. Ovvio, dal momento che la Margherita, trai "partiti fantasma", è quello con le maggiori disponibilità. Quasi nessun debito pregresso, il personale ormai tutto trasferito nei ranghi del Pd. A parte le spese sostenute per tenere in vita il quotidiano Europa, i rimborsi elettorali incassati in questi anni sono in gran parte ancora lì. L' ultimo bilancio consultabile, quello del 2009, racconta di una disponibilità liquida di 24 milioni e 636 mila euro. Ma, per ammissione del tesoriere Luigi Lusi, la somma rimasta in pancia al partito che dovrebbe chiudere i battenti è ancora superiore. Cosa farne di quei soldi? Lo decideranno gli organismi superstiti del partito che non c' è più. Il fatto è che dell'organismo chiamato a decidere sull'eredità milionaria della Margherita, fanno parte anche parlamentari che, nel frattempo, si sono accasati altrove. Per esempio, a presiedere la Margherita è Francesco Rutelli, oggi leader dell'Api. E, di quella assemblea, fa parte anche Enzo Carra che oggi milita nell'Udc. Carra è uno che nella sua lunghissima carriera politica ne ha viste tante, eppure si è stupito nell'apprendere i farraginosi meccanismi studiati per decidere chi debba avere accesso all' assemblea della Margherita. Racconta Carra: «Ho incrociato un collega in Transatlantico e gli ho chiesto: "scusa ma perché io e Lusetti non siamo stati invitati alla assemblea della Margherita visto che facciamo parte dell'organismo?" Quello per tutta risposta mi ha detto: "vuoi decidere anche tu su come dividere il rimborso elettorale?". Ora, a parte che ne ho il diritto ho appreso che saranno ammessi all'assemblea tutti quelli che militano in partiti che stanno all'opposizione dell'attuale maggioranza. Dunque, noi dovremmo esserci». In ogni caso, Carra, Lusetti e altri hanno allo studio un'azione legale. Evidentemente l'eredità della Margherita fa gola a tanti. Anche a quelli che sono andati via.

Che i "partiti fantasma" siano destinati ad aggirarsi ancora per un po' sulla scena della politica italiana, lo si capisce leggendo la relazione al bilancio 2009 di Forza Italia firmata dal tesoriere Sandro Bondi. Scrive Bondi: «Il movimento (Forza Italia ndr) resterà in attività almeno fino a tutto il 2012 anche per consentire la presentazione dei propri rendiconti annuali, a norma di legge indispensabili per completare l'incasso dei residui rimborsi spese elettorali rimasti di propria diretta pertinenza e per permettere la percezione da parte dell'istituto di credito interessato dei crediti elettorali ad esso ceduti nel 2007, le cui erogazioni in caso diverso sarebbero sospese». In pratica, a partire dal 2006, Forza Italia ha incassato non solo i rimborsi elettorali riconosciuti per la legislatura che si è interrotta in anticipo, ma anche una quota di quelli spettanti al Pdl per il periodo 2008-2013. Dietro il matrimonio tra Forza Italia e An che ha portato alla nascita del Pdl, infatti, c' è un accordo da fare invidia ai patti da osservare in caso di divorzio sottoscritti da star del cinema e regnanti. In base a quel contratto il Pdl ha ceduto a una banca l'intero ammontare del rimborso elettorale che gli spetta per il periodo 2008-2013 (si tratta di circa 40 milioni di euro l'anno) facendosi liquidare in anticipo l'importo e dividendone il cinquanta per cento tra An e Forza Italia. Come dire, lo Stato paga il rimborso elettorale a un partito che ha partecipato alle elezioni, ma quei soldi vanno, in gran parte, a partiti che non esistono più. E che useranno quei soldi per prolungare la loro presenza da "fantasmi". È il caso di Alleanza nazionale che, per gli elettori ha chiuso i battenti all'inizio del 2008, ma che ha ancora una sede, un comitato di gestione e, soprattutto, ha continuato ad incassare i soldi del rimborso elettorale. Al punto da chiudere il bilancio del 2009 con un attivo di 75 milioni di euro. Che fine faranno quei soldi? Serviranno a mettere in piedi la fondazione Alleanza nazionale che avrà come obiettivo - si legge nella relazione al bilancio - quello di «determinare l'affermazione, la diffusione e la comunicazione dei modelli sociali, culturali e politici legati alla sua tradizione». Il tutto anche grazie al denaro pubblico che doveva servire solo a coprire le spese elettorali sostenute nel 2006. Ma, intorno al fiume di denaro che inonda le casse dei partiti, si addensano altri interrogativi. Come viene determinato l'ammontare dei rimborsi? E quanto spendono davvero i partiti per le campagne elettorali?

Ecco, appunto. Le spese elettorali e la loro copertura. A guardare bene, i soldi che i partiti hanno ricevuto a titolo di rimborso sono molti di più di quelli che hanno tirato fuori per stampare manifesti e volantini o per organizzare comizi. La Corte dei conti è andata a spulciare tra le fatture e ha scoperto, per esempio, che per le politiche del 2008 la Lega Nord ha dichiarato spese elettorali per 2 milioni e 940 mila euro e ha incassato, come rimborsi, la bellezza di 41 milioni e 385 mila euro. Tanto per spostarsi sull'altro fronte dello schieramento, Rifondazione comunista per le elezioni del 2006 ha dichiarato spese per un milione e 636 mila euro. Sapete quanto ha avuto di rimborso? Sei milioni e 987 mila euro. Che tra l'altro sono stati versati nelle casse del partito fino allo scorso anno, nonostante in parlamento non sedesse più da anni neppure un rappresentante del partito. Adesso, però, il rubinetto dei rimborsi per la legislatura finita in anticipo si è chiuso. E per Rifondazione, si annunciano tempi davvero duri. Nella relazione al bilancio, il tesoriere lo dice senza mezzi termini: «Rischiamo di chiudere bottega».

VOLI DI STATO

E' di questi giorni la notizia che il costo della flotta e dei voli di Stato per ministri e sottosegretari è salito fino a divenire di circa 180 mila euro al giorno. Il costo è enormemente superiore a quello riscontrato in paesi comparabili al nostro, probabilmente anche perché nessun governo europeo è composto da oltre 100 membri.

AUTO BLU

Le auto blu a carico solo dello Stato sono almeno 90 mila, tra blu-blu, blu e grigie. Poi ci sono le altre..........In tutto 630 mila. Costo: 21 miliardi di euro.

Le auto blu in dotazione alle pubbliche amministrazioni sono circa 30mila. Di queste 10mila sono le auto “blu blu” in dotazione dei politici cioè dal Capo dello Stato in giù. Mentre 20mila sono quelle "blu” degli alti papaveri dello Stato. In media, ogni singola auto, costa circa 3.300 euro l'anno. Questi sono i primi risultati emersi da un’indagine condotta per la prima volta dal ministero della Funzione Pubblica attraverso il Formez. Indagine avviata il 15 maggio 2010 dallo stesso ministero della Pubblica amministrazione. I dati sono stati resi noti dal Ministro Renato Brunetta: «Abbiamo cercato di circoscrivere l'universo delle auto blu e, dal monitoraggio che abbiamo avviato attraverso un questionario inviato a 9.199 amministrazioni centrali e locali, risulta chiarissimo che le “auto blu-blu” sono attorno alle 10mila, quelle in dotazione agli “eletti” - ha dichiarato Brunetta - quanto alle auto blu semplici, in dotazione agli “alti papaveri”, ossia alti funzionari della pubblica amministrazione, sono circa 20mila». Ma il ministro si è soffermato anche su un altro punto: il parco automobili della Pubblica amministrazione è ben più ampio, ci sono altre 60mila auto cosiddette “grigie” che sono ancora in fase da verificare e che sono quelle «senza autista, a disposizione degli uffici per attività prettamente operative». L'obiettivo di Brunetta è quello di fare chiarezza sulla questione delle auto della Pubblica Amministrazione per «contrastare leggende metropolitane spesso propagandate senza statistica metodologica».  Il ministro comunque ha segnalato che «si spende molto e che la cifra più rilevante è relativa al carburante e quindi non tanto sul parco macchine in se.

Secondo altri dati le auto blu in Italia sono in tutto 629.120. Cifre clamorose rispetto a qualsiasi altro Paese: 73mila negli Stati Uniti; 65mila in Francia; 55mila nel Regno Unito; 54mila in Germania; 44mila in Spagna; 35mila in Giappone; 34mila in Grecia; 23mila in Portogallo. Le auto blu del belpaese sono aumentate del 6% in due anni secondo uno studio realizzato da Contribuenti.it - Associazione Contribuenti Italiani con "Lo Sportello del Contribuente". Un dossier compilato analizzando il parco auto esistente, sia proprie che in leasing, in noleggio operativo ed in noleggio lungo termine, presso il Parlamento, Governo, Procure della Repubblica, Regioni, Province, Comuni, Municipalità, Asl, Comunità montane, Enti pubblici, Enti pubblici non economici e Società misto pubblico-private, Società per azioni a totale partecipazione pubblica. Eppure esisteva una legge del 1991 che limitava l'uso esclusivo delle auto blu ai soli ministri, sottosegretari e ad alcuni Direttori generali, si sono sempre proposte regolamentazioni e tagli, mai effettuati. Le auto blu costano ai contribuenti italiani 21 miliardi di euro l’anno (42mila miliardi delle vecchie lire) che se ne vanno fra stipendi degli autisti, carburante, pedaggi autostradali, leasing e noleggio. Qualcuno si è preso la briga di calcolare che se fossero parcheggiate tutte insieme coprirebbero 1.200 campi di calcio.

Le auto blu? Un concentrato di inaccettabili privilegi. Non soltanto sono troppe e troppo costose per le casse dello Stato, ma molto spesso non sono neppure identificabili perché dotate di targhe «fantasma». A denunciare l’inghippo è il mensile Quattroruote, di Editoriale Domus, nel numero di luglio 2010. La rivista ha preso di mira una trentina di macchine di servizio che sono state fotografate mentre erano parcheggiate intorno ai palazzi romani della politica: Senato, Camera e Palazzo Chigi. Ha scoperto così che un quarto delle auto esaminate non risulta nemmeno iscritto al Pubblico Registro Automobilistico, Pra. Se si mantenesse lo stesso rapporto in assoluto, sarebbero quindi circa 45mila le vetture non registrate in tutta Italia. Che cosa succede dunque se una di queste auto viene coinvolta in un incidente? Senza una targa diventa impossibile identificare legalmente il conducente. In caso di infortunio dunque diventa necessario rivolgersi alla Motorizzazione civile che, per rendere noto il nome del proprietario, impone la richiesta da parte di un avvocato o di uno studio legale. La mancata registrazione al Pra, resa possibile in virtù di un Regio decreto del 1927, comporta dunque costi notevoli e inutile dispendio di tempo da parte dei cittadini. E infatti in caso di danni di modesta entità, spesso le vittime dei sinistri finiscono per rinunciare alla richiesta di risarcimento.

Non è questo l’unico inghippo denunciato dal mensile Quattroruote. Chi ha la targa dell’automobile che comincia con le lettere «CD» rischia infatti di vedersi recapitare a casa le multe di diplomatici e consoli. La rivista rivela come in Italia circolino vetture del Corpo consolare e del Corpo diplomatico che hanno sequenze alfanumeriche uguali a quelle di normali auto in circolazione. L’unica variante, precisano, è il colore che nelle prime è azzurro. Questa differenza però non è rilevabile dai dispositivi che registrano le irregolarità e dunque le multe vengono recapitate a innocenti automobilisti. Un altro pasticcio, denuncia la rivista, è da attribuire al Poligrafico, incapace di gestire quanto previsto da un decreto ministeriale del ’95, ovvero che le targhe in questione abbiano una combinazione di due lettere, quattro numeri e due lettere per distinguerle da quelle normali. Se non si segue la combinazione giusta le targhe si sovrappongono e le multe arrivano anche a chi non ha commesso infrazioni.

PENSIONI FARAONICHE

Mentre la crisi affonda i cittadini italiani, ci sono 495 persone che vivono di privilegi. Nel pensiero comune è un’idea diffusa, ma Mario Giordano, direttore di NewsMediaset e collaboratore de Il Giornale, ha fatto di più, mettendoli nero su bianco in un libro che ha fatto arrabbiare già un milione d’italiani. “Sanguisughe, le pensioni d'oro che ci prosciugano le tasche” (Edizione Mondadori. Paradossale è il parlamentare, che per un solo giorno di carica, perché poi destituito, intasca una pensione di 3mila euro al mese, mentre ci sono cittadini che sognano anche solo di poterla ricevere. Incredibile il solo pensiero che ai mafiosi cui sono stati confiscati i beni sia data la pensione sociale. «C'è anche chi alla fine del mese arriva a percepire una pensione di 0,78 centesimi di euro. Non possiamo far finta di niente. Il mio libro nasce con la speranza che qualcosa possa cambiare. Penso che chiunque lo legga non possa non restare indignato, e per me indignarsi è sempre positivo. Poi ci sono due strade: o ci metti la faccia e t’impegni quotidianamente per cambiare le cose, o pensi che non ci puoi fare niente. Io ci metto la faccia», così afferma Giordano. E se non sono sufficienti gli esempi sopra citati, ci sono addirittura casi di magistrati, parlamentari e onorevoli che arrivano a percepire sino a tre pensioni contemporaneamente: Giuliano Amato percepisce 31.411 euro lordi al mese (1.047 euro al giorno) e percepisce due pensioni, quella da ex docente universitario e quella da ex parlamentare; Oscar Luigi Scalfaro quella da senatore a vita e quella da magistrato; la pensione di Rocco Buttiglione è di 3.258 euro netti come professore universitario da sommare all'indennità parlamentare. Questi sono solo alcuni tra artisti, politici e tanti altro che, appunto come sanguisughe, vivono sulle spalle di chi i sacrifici li fa davvero, le persone comuni.

495 persone che vivono “sulle tasche” degli italiani, gli stessi italiani che non arrivano alla fine del mese, la cui disoccupazione è del 30% e che la pensione, almeno per quanto riguarda i giovani, possono solo sognarla (a causa del precariato). Leggendo il libro di Giordano non si può non rimanere sbigottiti di fronte a tanta ingiustizia e spreco, soprattutto per la situazione di chi, ogni giorno, sacrifica qualcosa non per avere la propria pensione ma per pagarla a qualcuno che, già di suo, è un privilegiato. La nostra classe dirigente va in pensione senza lavorare. L'ultimo libro inchiesta di Mario Giordano fa venire la pelle d'oca: smaschera la schiera di coloro che hanno vissuto da privilegiati. In questo Paese bello e maledetto, sono un esercito di 495 mila unità. C' è anche l'attuale moglie del Senatur Bossi, al secolo Manuela Marrone. E' dal 1992, quando aveva la veneranda età di 39 anni, che percepisce i suoi 766,37 euro al mese. Non molti, ma comunque troppi. Da allora, scrive Giordano, «fra le attività che ha seguito con più passione c'è la scuola elementare Bosina, da lei medesima fondata nel 1998, “la scuola della tua terra”, che educa i bambini attraverso la scoperta delle radici culturali, anche con racconti popolari, leggende, fiabe, filastrocche legate alle tradizioni locali. E sarà un caso che nelle pieghe della Finanziaria 2010, fra tanti tagli e sacrifici, sono stati trovati i soldi per dare un bel finanziamento, (800 mila euro) proprio alla Bosina?». Ma è una cosa normale in questo Paese, dove non ci si indigna nemmeno se il ripetente figlio della signora è consigliere regionale della Regione Lombardia senza avere maturato una lunga e approfondita gavetta.

Ma la signora Bossi è in allegra compagnia: anche gli artisti possono permettersi di non lavorare.

1) Adriano Celentano: in pensione da quando aveva 50 anni.

2) Sophia Loren e Raffaella Carrà: in pensione dai 53.

3) Carlo Callieri: 5.000 euro al mese da quando aveva 57 anni.

E non scherzano nemmeno gli assegnatari delle pensioni 'a cumulo'. I parlamentari, gli onorevoli di ogni ordine e grado e i magistrati possono prenderne fino a tre. Qualche esempio, tanto per gradire:

1) Giuliano Amato: 31.411 euro lordi al mese (1.047 euro al giorno), che netti sono circa 17mila. L'ex presidente del Consiglio, in pensione da quando aveva 59 anni, ha due pensioni: quella da ex docente universitario e quella da ex parlamentare.

2) Oscar Luigi Scalfaro ha due pensioni, quella da senatore a vita e quella da magistrato (ma ha indossato una toga solo per 36 mesi, fra il 1943 e il 1946). Totale: 15.000 euro netti.

3) Rocco Buttiglione, la pensione di 3.258 euro netti come professore universitario da sommare all'indennità parlamentare.

4) Romano Prodi prende tre vitalizi, quello da ex Presidente della Commissione europea, quello da ex docente e alla fine quello da ex parlamentare. Totale: 14.254 euro lordi al mese.

5) Franco Marini, deputato Pd, che oltre all'indennità parlamentare prende circa 2.500 euro da quando aveva 57 anni.

E questi sono solo alcuni degli esempi 'bomba' che fa Giordano nel suo libro.

Sono davvero meritati tutti questi soldi? Sono davvero produttivi i nostri governanti? E soprattutto: quali saranno le conclusioni che un cittadino normale trarrà quando sentirà parlare di innalzamento dell'età pensionabile? Disillusione. Malcontento. Rabbia. Sgomento. E sempre meno voglia di alzarsi la mattina per fare andare avanti questo benedetto Paese. Per molti la pensione è un sogno. Per alcuni diventa davvero poco onorevole, come per esempio per Antonio Di Pietro, ex magistrato di Mani Pulite e presidente del partito L'Italia dei Valori. Lo sostiene il giornalista Mario Giordano nel suo libro. È il caso del sessantenne parlamentare bergamasco che da ormai quindici anni, dal 1° settembre del 1995 quando a 44 anni ha lasciato la magistratura, percepisce una pensione di circa 2mila euro al mese. I cedolini sono «in carico alla provincia di Bergamo» che ogni mese fa transitare sul conto corrente dell'onorevole Di Pietro la pensione da magistrato: 2.644,57 euro lordi al mese, 1956 euro netti. «Che forse non saranno molti – scrive Giordano – ma sono sempre quasi cinque volte più della minima. E che si vanno a cumulare senza alcuna decurtazione al ricco stipendio da parlamentare. Non male per chi passa le sue giornate a tuonare contro i privilegi altrui, non è vero?». Con la sua scrittura graffiante il giornalista affonda la penna senza pietà. «Se la sua esistenza dovesse durare quanto quella media di un italiano (lunga vita!) – continua Giordano – finirà per incassare il vitalizio almeno per altri 20 anni. E dunque è evidente che il magistrato Di Pietro ha versato all'ente previdenziale solo una minima parte di quello che il pensionato Di Pietro dall'ente previdenziale ha preso e prenderà. È così che nascono i buchi nei conti, ma che importa? "Tanto alla fine è sempre il cittadino che paga". Lo sapete di chi sono queste parole? Di Tonino, naturalmente. Un moralizzatore baby pensionato. Un uomo sempre molto attento ai valori. Così attento che ha cominciato a incassarli già a 44 anni...».

Pensioni da 3 a 10 mila euro al mese. Con soli cinque anni di mandato. Prese già a 50 anni. E cumulabili con qualsiasi altro reddito. È il vitalizio di cui godono gli ex parlamentari. Ma per i loro privilegi nessuno parla di riforma

Il privilegio parlamentare non ha colore politico, tocca tutte le sponde partitiche, senza riguardi per i limiti d'età.

Premia per cominciare il politico di professione, giovane leader di sinistra dal robusto curriculum, come Walter Veltroni, ex vicepresidente del Consiglio. Cinquantuno anni, consigliere comunale dal 1976, deputato dall'87, sindaco di Roma dal 2001, precoce in tutto l'attivissimo Walter è anche uno dei più giovani pensionati del nostro Parlamento: con 23 anni di contributi versati, dal 2005 riscuote dalla Camera un vitalizio mensile di 9 mila euro lordi (che si aggiunge allo stipendio del Campidoglio, di circa 5.500 euro netti). Non senza tormenti: consapevole del trattamento di favore rispetto ai comuni mortali che a partire dal prossimo anno potranno andare in pensione solo a 60 anni, Veltroni fa sapere di avere provato a rifiutare il vitalizio cercando di farlo congelare a Montecitorio; non essendoci riuscito (l'eventualità non è prevista dai regolamenti) alla fine ha deciso di distribuirlo in beneficenza alle popolazioni africane.

Il privilegio è cieco al merito e dispensa i suoi vantaggi a prescindere dalle prestazioni lavorative fornite.

Toni Negri, leader di Potere operaio, nel 1983 era detenuto per associazione sovversiva e insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Per restituirgli la libertà, Marco Pannella lo inserì nelle liste radicali facendolo eleggere in Parlamento. Conquistato lo scranno, Negri mise piede alla Camera solo per sbrigare le pratiche connesse al suo insediamento. Dopo poche settimane, temendo di finire di nuovo in gattabuia, si diede alla latitanza in Francia senza mai più farsi vedere a Montecitorio. Ciononostante, oggi riscuote 3 mila 108 euro di pensione parlamentare senza avere prodotto nemmeno una legge: la sua personale vendetta contro lo Stato borghese.

Ecco due delle sorprese che spuntano dalla lista delle pensioni elargite da Camera (in totale, 2.005 per una spesa di 127 milioni di euro l'anno) e Senato (1.297 per 59 milioni 887 mila euro) a favore degli ex parlamentari (nelle cifre sono comprese anche le 1.041 pensioni di reversibilità incassate dagli eredi di eletti defunti) e che per la prima volta 'L'espresso' pubblica in esclusiva.

Veltroni e Negri non sono episodi isolati.

Il privilegio del vitalizio per deputati e senatori non conosce infatti ostacoli e si cumula con tutti i redditi: si somma all'indennità (198 mila euro l'anno) di chi si è dimesso da parlamentare per entrare nel secondo governo Prodi (tra i tanti, il viceministro all'Economia Roberto Pinza), allo stipendio da lavoro dipendente di chi è tornato a insegnare (Marida Bolognesi, ulivista), alla retribuzione di commissario Enac (Vito Riggio, ex Dc, 150 mila euro lordi l'anno per questo incarico), alle nomine alle varie Authority (Mauro Paissan, Privacy, 144 mila euro lordi).

E, soprattutto, si cumula con tutti i livelli di reddito, anche quelli più ragguardevoli. Susanna Agnelli, dinastia Fiat, ha più volte conquistato lo scranno con il partito repubblicano. È stata anche ministro degli Esteri e oggi, non che ne abbia bisogno, con 20 anni di contribuzione riscuote un vitalizio di 8 mila 455 euro al mese.

Luciano Benetton, anche lui eletto al Senato nel 1992 per i repubblicani, per 2 anni spesi a Palazzo Madama incassa una pensione di 3 mila 108 euro lordi: briciole per un capitano d'industria della sua levatura.

O per altre due ex star di Montecitorio, avvocati di professione, titolari di avviatissimi studi professionali, nel 2006 secondo e terzo, dopo Silvio Berlusconi, nella classifica parlamentare dei redditi dichiarati.

Si tratta di Publio Fiori e Lorenzo Acquarone. Il primo, ex An, a fronte del milione e 400 mila euro di reddito annuo incassa quasi 10 mila euro al mese di vitalizio; mentre l'altro, Acquarone, Udeur, al milione 300 mila euro di Irpef aggiunge anche 9 mila 400 euro mensili di vitalizio parlamentare.

E sì che i richiami - opportuni - alla fine dello sperpero previdenziale in Parlamento risuonano quotidianamente: giù le mani dalle pensioni, la riforma Maroni e lo 'scalone' non si toccano, tuona il centrodestra. In pensione a 60 anni se davvero vogliamo risanare i conti pubblici, rincarano i 'riformisti' di centrosinistra. Tranne poche eccezioni, quelle di rifondaroli, verdi e comunisti italiani, maggioranza e opposizione non sembrano nutrire dubbi sull'inopportunità di riportare a 57 anni il limite per la pensione. "Se si vive sino a 87 anni, come avviene oggi", sentenzia Francesco Rutelli, "nessuno può pensare di avere una pensione da 57 a 87 anni".

Giusto. E difatti Confindustria aggiunge che con le nostre finanze disastrate non possiamo permetterci tanta generosità. Mentre la Ue ci marca stretto e invoca misure draconiane per stoppare le pensioni d'anzianità facili e i trattamenti di favore.

Ottomila euro lordi al mese per quindici mensilità. È la pensione spettante a quel commesso del Senato che giusto una decina di giorni fa ha deciso di lasciare il lavoro. All’età di 52 anni. Il più recente protagonista di un inarrestabile e costosissimo esodo.

Al Senato, per esempio, chi è stato assunto prima del 1998 può ancora oggi andare in pensione a 50 anni di età, sia pure con una penalizzazione del 4,5%, a condizione che abbia raggiunto quota 109: la somma dell’età anagrafica, degli anni di contributi e dell’anzianità di servizio al Senato. Con 53 anni di età e la stessa quota 109 la pensione (80% dell’ultimo stipendio) è assicurata senza alcuna penalizzazione. Da tenere presente che i dipendenti entrati in Senato prima del 1998 sono la maggioranza, 609 su 1.004. E che la loro pensione si calcola con il vantaggiosissimo sistema retributivo puro, cioè in percentuale dello stipendio, anziché con il sistema contributivo (in rapporto ai contributi effettivamente versati) stabilito dalla riforma Dini del 1995 per tutti i lavoratori comuni mortali. Con lo stesso sistema retributivo sarà calcolata anche la pensione degli assunti a palazzo Madama dopo il 1998, in tutto 395. Per loro tuttavia il consiglio di presidenza ha deciso che scatta il limite minimo d’età di 57 anni. Aspetteranno un po’ di più per avere una pensione da leccarsi i baffi come già hanno avuto i loro colleghi più fortunati.

PRIVILEGI FARAONICI

Stipendi folli, auto blu, biglietti gratis, poltrone assicurate, bonus faraonici.

Dai politici, ai magistrati e ai manager, dai religiosi ai sindacalisti, tutti i benefici-scandalo. Che gli italiani vedono crescere sempre di più.

Ancora di più. Le caste dei diritti acquisiti non si arrendono e continuano a fare incetta di nuovi privilegi. C'è chi si muove personalmente, con modi tra il piratesco e l'autoritario. E chi marcia compatto nei ranghi delle corporazioni, unica istituzione che sopravvive allo sfascio di partiti e pubblica moralità. Ma tutti puntano a un solo obiettivo: ritagliarsi quell'orticello di vantaggi protetti, svincolati da meriti e risultati. Un po' per interesse, spinti dalla brama di guadagni sicuri; un po' per la voglia di emergere ostentando status symbol come l'auto blu; un po' per una mai sopita vocazione da hidalgo che fa sentire superiori ai comuni mortali e all'obbligo di pagare biglietti.

Certo: il vizio è atavico. Ed è sopravvissuto a ogni rivoluzione egualitaria, a ogni processo di razionalizzazione, a ogni ondata di modernità e moralità: particolarismo, egoismo e protezionismo; la sacra trinità di una passione italica immortale. Che nessuna crisi e nessuna stretta riesce a sconfiggere.

Intanto però il bestiario si arricchisce di nuove figure: di baroni del posto nepotista che assieme alle università colonizzano anche il futuro del Paese, di procacciatori di prebende federaliste che proliferano nelle regioni, di speculatori squattrinati che vivono da nababbi sulle spalle del risparmiatore. Ne studiano tante e così velocemente da spiazzare la popolazione.

Perché le indennità record dei parlamentari, le lunghe vacanze di molti magistrati, i posti prioritari dei figli di boiardi sono vantaggi che tutti comprendono e tutti indignano. Mentre il top manager che con un investimento minimo sale al timone di una holding quotata a piazza Affari e si riempie le tasche di stock option riesce a sottrarsi all'ira delle masse. Come fa? Sfrutta l'ignoranza e la diffidenza per la Borsa: il sondaggio realizzato da 'L'espresso' dimostra che quattro italiani su dieci non sanno cosa siano le stock option e quindi non le vivono come un privilegio. Forse se si rendessero conto che con questo escamotage finanziario una pattuglia di capitani d'industria porta a casa milioni di euro extra, allora rivedrebbero le loro hit parade.

Al primo posto tra i benefici che provocano irritazione ci sono gli stipendi dei politici: detestati dall'83 per cento degli italiani, con una quota che sale fino al 94 tra gli elettori del centrodestra e scende all'80 tra quelli dell'Unione. Seguono le paghe dei manager pubblici, da sempre sospettati di inefficienza e lottizzazione, invisi al 73 per cento del campione. Infine i vantaggi diretti, la Bengodi delle auto di servizio, dei passaggi gratis in aereo e dei pranzi a ufo di cui approfittano tante categorie tra il pubblico e il privato: il 72 per cento li vorrebbe cancellare. Molte volte ci sono anche luoghi comuni, difficili da sfatare: l'ondata di baby pensionati nelle amministrazioni statali ha creato una massa di invidia e malcontento consolidati nel 58 per cento. La stessa premessa vale per le ferie lunghe che vengono attribuite a insegnanti e magistrati, il segno di una scarsa considerazione nella produttività delle due categorie. Quello che invece finisce nel conto di manager privati non sorprende più di tanto e non sembra scatenare sentimenti particolarmente negativi.

In generale, il disgusto per questa corsa al tesserino e al piedistallo lascia spazio a una grande rassegnazione. No, la speranza non viene né dai politici, né dai sindacati, percepiti anzi come alfieri del beneficio garantito: c'è il sogno della rivolta di base, animata dalle associazioni dei cittadini (31 per cento) e magari mobilitata da un ruolo più pungente dei mass media (28). Perché il privilegio si allarga e contagia nuove categorie, tutte avide di ritagliarsi una fettina di onnipotenza. Pubblico, privato; laici e cattolici; guardie e ladri; tutti uniti nel difendere la loro isoletta dorata.

I PARLAMENTARI

Stipendi smisurati e una vita spesata, questo è il bello del rappresentare i cittadini. Già, perché deputati e senatori incassano ogni mese più di 14 mila euro tra indennità, diaria e rimborsi vari. Allo stipendio di 5 mila e 500 euro bisogna aggiungere il rimborso di 4 mila euro per il soggiorno a Roma e altre 4 mila e 200 euro per 'le spese inerenti il rapporto tra il deputato e l'elettore'. Al Senato questa voce è aumentata di circa 500 euro al mese. Poi c'è il capitolo trasporti: il parlamentare si muove come l'aria nel territorio nazionale. Infila la porta del telepass in autostrada senza ricevere nessun estratto conto, al check-in prende posto in business senza mettere mano al portafoglio e all'imbarco del traghetto non fa fila né biglietto. E i taxi? Niente paura. È previsto un rimborso trimestrale pari a 3 mila e 300 euro. Mentre per i deputati che abitano a più di cento chilometri dall'aeroporto più vicino, il rimborso sale a 4 mila euro. L'angelo custode del bonus non abbandona il parlamentare nemmeno quando varca i confini nazionali per 'ragioni di studio o connesse alla sua attività': gli spettano fino a 3.100 euro all'anno. Per avere un'idea del costo degli 'onorevoli viaggi' basti un dato: i soli deputati nel 2005 sono costati alla collettività 40 milioni. Non paga nemmeno il telefono, fisso o mobile, fino a una bolletta massima di 3.100 euro. E ha diritto a un computer portatile e alla fine della legislatura (per tutelare la riservatezza dei dati) può tenerselo.
Di tutti i privilegi, però quello che costa di più è il dopo. Ossia il trattamento pensionistico. Deputati e senatori, anche se in carica per una sola legislatura, maturano il diritto a una pensione straordinaria. Si chiama vitalizio e dovrebbe maturare al compimento dell'età di 65 anni. In realtà, se ha fatto più legislature il deputato, come un lavoratore usurato, può andare in pensione a 60 anni (che scendono a 50 per quelli delle precedenti legislature). Il vitalizio varia da un minimo del 25 per cento dell'indennità (2.500 euro circa) per chi ha versato solo i canonici cinque anni di contributi della singola legislatura. Ma arriva fino a un massimo dell'80 per cento dell'indennità per chi ha più legislature alle spalle. Comunque, per maturare il diritto alla pensione non è necessario restare in carica cinque anni. In passato bastavano pochi giorni. Ora ci vogliono due anni, sei mesi e un giorno. E gli eletti dal popolo contano doppio: possono sommare la pensione dovuta per la loro attività professionale a quella ottenuta per rappresentare i cittadini. La liquidazione parlamentare, poi, non è meno regale: 80 per cento dell'indennità moltiplicato per gli anni della legislatura, ossia minimo 35 mila euro.

I CONSIGLIERI REGIONALI

Evviva il federalismo, evviva le regioni: ogni capoluogo si sente capitale, ogni assemblea vuole imitare Montecitorio. Ma che bel mestiere fare il consigliere: Lombardia, Lazio, Abruzzo, Emilia Romagna, Calabria gli elargiscono il 65 per cento del compenso riconosciuto al deputato. E più si sentono autonomi, più si premiano. I sardi, infatti portano a casa l'80 per cento dell'indennità nazionale a cui vanno aggiunte tutte le voci previste alla Camera: la diaria, i rimborsi, la segreteria. A conti fatti si superano i 10 mila euro. E non è finita qui. I consiglieri isolani hanno inventato anche i fondi per i gruppi: 2 mila e 500 euro per ogni consigliere più altri 5 mila al gruppo di almeno cinque persone. Inoltre, quando sono a Roma, hanno diritto a un auto blu con autista.
In passato la Sardegna si distingueva anche per le sue generose buonuscite: 117 mila euro per consigliere. La chiamavano 'indennità di reinserimento', come si fa con i tossici usciti da San Patrignano. Ora è stata ridotta a 48 mila euro, speriamo che non ricadano nel vizio. Quella del reinserimento è una moda diffusa. Il Molise ha appena varato un sostanzioso "premio di reinserimento nelle proprie attività di lavoro" a tutti i consiglieri trombati o non ricandidati: così l'onorevole Aldo Patricello dell'Udc, dimessosi per diventare europarlamentare, si prende più di 72.700 euro ed è primo della speciale classifica, al pari dei diessini Nicolino D'Ascanio (attuale presidente della Provincia di Campobasso) e Antonio D'Ambrosio e a Italo Di Sabato di Rifondazione. Ai privilegi infatti ci si affeziona. L'ex governatore pugliese Raffaele Fitto di Forza Italia aveva ottenuto l'auto blu per alleviare i primi cinque anni senza carica. La delibera è stata cambiata dopo le contestazioni, ma la giunta di sinistra non si è dimenticata degli ex: le pensioni sono state ritoccate. Al rialzo. Perché in Puglia il benefit è ecumenico: anche alcune delle 19 Lancia Thesis noleggiate dalla Regione sono a disposizione dei 12 assessori uscenti. Le strade del bonus sono infinite. Un'altra veste giuridica per coprire l'ennesima erogazione va sotto il nome di indennità di funzione per i vertici di giunte e commissioni su misura. Per questo ogni giorno ne nasce una nuova. La Campania deteneva il record nazionale: l'anno scorso le commissioni erano 18. Ognuno dei presidenti intasca 1.650 euro in più al mese, oltre allo stipendio di consigliere regionale (circa 7 mila euro). Poi ci sono le spese di rappresentanza (in media 400 euro mensili) e quelle per il personale distaccato (9.550 euro al mese per un massimo di sei dipendenti a organismo): totale, 180 mila euro. La settimana scorsa, dopo un'ondata di indignazione, la Regione ne ha abrogate sei. Ma dal 2000 al 2005 le indennità dei consiglieri sono passate da 18 milioni a 30 milioni di euro all'anno mentre i benefit sono saliti da 18 a 30 milioni. Nella regione dell'emergenza perenne quei fondi potevano trovare impiego migliore.

Dai dati del libro “La Casta” di Rizzo e Stella e dai dati del sito della Conferenza delle Regioni si nota come la retribuzione netta dei Governatori delle Regioni italiane sia un diritto liberticida: ognuno prende quello che vuole!!

Scandaloso se si raffronta con i redditi lordi dei Governatori degli Stati Uniti.

Si noti bene: per gli italiani sono netti, per gli americani sono lordi. Inoltre i primi sono governatori di Regioni, i secondi sono governatori di Stati.

PUGLIA

228.631

 

CALIFORNIA

162.598

SARDEGNA

175.733

 

NEW YORK

130.656

SICILIA

171.954

 

MICHIGAN

129.197

CALABRIA

160.240

 

NEW JERSEY

127.737

VENETO

151.380

 

PENNSYLVANIA

119.997

LAZIO

150.576

 

ILLINOIS

113.576

CAMPANIA

148.656

 

WASHINGTON

110.215

LOMBARDIA

144.777

 

CONNECTICUT

109.489

MOLISE

144.457

 

OHIO

105.715

LIGURIA

139.342

 

VERMONT

105.078

PIEMONTE

135.251

 

WYOMING

76.642

VALLE D'AOSTA

126.740

 

UTAH

75.895

TRENTINO ALTO ADIGE

126.089

 

MONTANA

70.410

EMILIA ROMAGNA

120.073

 

ARIZONA

69.343

ABRUZZO

119.613

 

OREGON

68.321

BASILICATA

114.073

 

NORTH DAKOTA

67.505

MARCHE

101.734

 

COLORADO

65.693

FRIULI VENEZIA GIULIA

96.459

 

TENNESSEE

62.043

TOSCANA

89.980

 

ARKANSAS

59.013

UMBRIA

85.231

 

MAINE

51.094

I FUNZIONARI PUBBLICI

Il 16 dicembre, quando lasceranno i vertici dell'intelligence, avranno già distrutto molti segreti. Qualche carta, invece, la porteranno con sé a futura memoria. Niente di strano: funziona così in tutto il mondo. Emilio Del Mese, Nicolò Pollari e Mario Mori stanno facendo le valigie e si preparano al passaggio di consegne con i loro successori. Ma i conteggi della loro pensione, con relativa buonuscita, sono già pronti. Così, secondo quanto risulta a 'L'espresso', ai tre illustri pensionandi il governo avrebbe riconosciuto una liquidazione che sfiora quota un milione e 800 mila euro. Una somma che forse farà alzare qualche sopracciglio, ma che sarà certamente stata costruita nel pieno rispetto di leggi e contratti e che, in ogni caso, riguarda tre persone che hanno servito lo Stato ad alto livello per oltre 40 anni. Più anomala l'entità della pensione: ogni mese 31 mila euro lordi. A questo importo-monstre si è arrivati cumulando lo stipendio con l'indennità di funzione, che nei servizi chiamano 'indennità di silenzio'. Chi presta servizio al Sisde o al Sismi, infatti, di solito guadagna il doppio rispetto al parigrado che è rimasto in divisa. E l'avanzamento nei servizi è molto discrezionale e rapido. Quando la barba finta va in pensione, però, non si porta dietro quella ricca indennità: il privilegio dei privilegi riconosciuto solo ai capi. Per il resto, chi fa il militare o il poliziotto, di privilegi veri ne ha pochi. Gli stipendi sono bassi e spesso poco rispettosi dell'alto grado di rischio o di stress. Con il tesserino si può viaggiare gratis sui mezzi pubblici e, spesso, godersi gratis la partita di calcio. Ma definirli privilegi sarebbe un po' ardito. Non ci sono più gli affitti agevolati negli immobili di proprietà della banca. Né il caro-legna, un sussidio alle spese per il riscaldamento, o la speciale indennità per gli autisti della sede di Venezia, che guidano il motoscafo invece dell'auto blu. Così come sono un ricordo del passato gli straordinari benefici pensionistici di quando si poteva andare a casa con 20 anni di servizio e un assegno che restava ancorato alle retribuzioni. Anche nell'era di Mario Draghi la Banca d'Italia continua però a dispensare un trattamento ultra-privilegiato ai suoi dipendenti. Basta pensare che gli stipendi dei magnifici quattro del Direttorio di palazzo Koch (il governatore, il direttore generale e i due vice) sono segreti. Scavando un po' si può scoprire che oggi i funzionari generali hanno un lordo annuo di 110 mila euro. Gli oltre 200 direttori di filiale stanno a quota 64 mila; i funzionari di prima a 49 mila e 200. Ma allo stipendio-base si aggiunge una giungla di altre voci che arrotonda la cifra finale. Siccome lavorare stanca, c'è per esempio uno stravagante premio di presenza: chi va in ufficio per almeno 241 giorni in un anno si porta a casa una sorta di quattordicesima: il premio Stachanov. A dicembre c'è la cosiddetta gratifica di bilancio: vale circa 35 mila euro per i funzionari generali; 18 mila per i direttori e oltre 6 mila per i funzionari. Siccome poi la banca ha un suo decoro, i più alti in grado incassano anche un'indennità di rappresentanza, una specie di buono-sarto, che è semestrale, forse per rispettare il cambio di stagione: poco meno di 8.500 euro per i funzionari generali; 4 mila per i direttori; 1.200 per i funzionari.

I PROFESSORI UNIVERSITARI

In teoria i professori universitari non dovrebbero godere di chissà quali privilegi, ma in realtà la loro posizione è unica. Perché da noi i controlli di produttività non esistono e una volta conquistata la cattedra i prof restano incollati ritardando pure la pensione. Per arrivare sulla poltrona, poi, fanno di tutto; ma nell'immaginario collettivo e negli atti di parecchie indagini penali domina la catena del nipotismo. Si ereditano posti da ordinario o li si scambia, creando intrecci o addirittura facendo nascere nuove facoltà per gemmazione. La summa del 'tengo famiglia' viene registrata a Bari dove nell'ateneo prosperano tre clan principali: uno vanta ben otto parenti-docenti, gli altri due si attestano a sei. Insomma, l'ateneo è cosa nostra. Il discorso non cambia quando in cattedra sale il medico, che di sicuro dovrà rispondere della sua produttività clinica, ma che rappresenta anche la vetta di una categoria molto corteggiata. Soprattutto dalle case farmaceutiche, prodighe di viaggi per convegni e presentazioni di mirabolanti macchinari: prodotti che poi vengono pagati dalle Asl. Una casta sono sempre stati considerati anche i giornalisti, soprattutto quelli stipendiati per far poco o imbucati in qualche meandro della tv di Stato. Il tesserino rosso, in realtà, si è molto scolorito. Gli sconti delle Fs non sono più automatici, ma richiedono l'acquisto di card annuali (60 euro per avere il 10 per cento in meno sui treni), Alitalia e Airone invece tagliano del 25 per cento i biglietti a prezzo intero. L'unico vero privilegio è l'ingresso gratuito nei musei statali e in numerose gallerie comunali. È chiaro che le eccezioni non mancano. Alcune sono frutto di operazioni di public relation: viaggi, show, vetture in prova, riduzioni su acquisto di auto, sconti su alcuni noleggi. Altre sono concessioni ad personam, come i cadeaux natalizi.

I MAGISTRATI

Dimitri Buffa: Da cosa si distingue una corporazione, come quella in toga dei magistrati della penisola, rispetto ai comuni mortali? Dalla abilità nel mantenere riservati i dati sui privilegi, gli emolumenti e le mille prebende che il potere assegna loro.

Per esempio, chi sa quanto guadagna un singolo giudice Costituzionale? E con quale pensione si consola?

E' un vero segreto di Stato che dimostra come la vera casta in Italia siano loro:  i magistrati.

Che siano ordinari o amministrativi, costituzionali o onorari cambia solo l'emolumento non certo l'omertà discreta che avvolge il tutto.

Ora un aneddoto che spiega meglio la materia del contendere: c'era una volta   un avvocato, Tommaso Palermo, difensore civile di molti magistrati in pensione il quale si illudeva che un giorno o l'altro le quiescenze cosiddette di annata sarebbero state perequate. E che per questo motivo bombardava ogni giorno che Dio mandava in terra il Ministero del Tesoro, la Ragioneria dello Stato e la Presidenza del Consiglio per sapere con quali decreti certe categorie di magistrati (Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Consulta ecc.) ottengono determinati trattamenti. Non ebbe mai risposta. E nessuno a tutt'oggi sa nulla sul trattamento previsto dalla speciale cassa di previdenza dei magnifici 15 della Consulta, istituita nel 1960 su base volontaria (unico caso nella pubblica amministrazione). Segreto di stato. Altro che Abu Omar. L'ultima volta che, poco prima di morire, il suddetto avvocato Palermo aveva mandato un telegramma all'ufficio pensioni della Presidenza del Consiglio in via della Stamperia  glielo rimandarono indietro con sopra la dicitura "destinatario sconosciuto".

C'è voluto l'ottimo lavoro di Raffele Costa per districare parzialmente il ginepraio dei privilegi della casta in toga.

Così oggi noi sappiamo che al Consiglio di Stato 419 persone costano 130 miliardi di vecchie lire l'anno: il Presidente ha un lordo annuo di 220 mila euro , l'ultimo dei consiglieri quasi 65 mila.

La Corte dei Conti  ha a ruolo quasi 550 consiglieri. L'ultimo della scala gerarchica guadagna seimila euro  lordi al mese, il primo quasi 20. Poi ci sono le indennità e i fringe benefits. Spesa globale, dipendenti inclusi, almeno 130 miliardi di rimpiante lire ogni anno.

L' Avvocatura dello Stato ha 780 dipendenti che costano 100 milioni di euro  l'anno. Un avvocato generale può arrivare ai 200 mila euro annui, il procuratore di prima nomina a 60 mila.

C'è poi il capitolo Corte Costituzionale,  una vera e propria oasi dove si fa a cazzotti per entrare anche come semplice autista visto che lo stipendio lordo iniziale raramente è inferiore ai 3 mila euro al mese a cui va aggiunta una contingenza che i giornalisti semplicemente si sognano. Per di più lor signori  hanno persino i cosiddetti "assegni Befana" ogni sei gennaio, assistenza scolastica, assistenza estiva e invernale per le vacanze dei bimbi, sussidi persino per i furti subiti in casa. I giudici, sebbene le cifre esatte siano un vero e proprio segreto di Stato, raramente scendono sotto i 250 mila euro lordi annui. Però poi godono di una serie di privilegi che vanno dall'appartamentino con vista sul Quirinale per i fuori sede, all'automobile con autista a vita, a due assistenti di studio,un segretario particolare  e un addetto di segreteria, alla bolletta telefonica a carico della collettività. Che è a vita per gli ex presidenti. Le pensioni per i giudici costituzionali superano i 15 mila euro mensili. Tutto questo ben di Dio costa altri 80 milioni di euro l'anno allo Stato.

Il costo per la collettività degli stipendi dei circa 9 mila magistrati italiani è di più di  1 miliardo di euro. Circa il 30% superiore a quello che la Francia spende per i loro omologhi di Oltralpe. 

Di quella cifra, i  magistrati di Cassazione, da soli, ne assorbono poco meno della metà: sono un esercito fatto di generali, circa 770 unità . A essi si aggiungono altre 2500 toghe che prendono lo stesso stipendio grazie alla scellerata legge che fa fare carriera per anzianità invece che per merito. E che invano il ministro Guardasigilli del governo Berlusconi, Roberto Castelli, cercò di riformare e che il Guardasigilli Clemente Mastella ha invece ripristinato con tutte le garanzie, le prebende e i privilegi di casta. In media un giudice di Cassazione guadagna più di 150 mila euro l'anno. Cui si aggiungono diverse indennità di funzione che variano da persona a persona. Per di più le loro retribuzioni sono agganciate a quelle dei parlamentari in un continuo trascinamento reciproco: quando aumentano le une lo fanno anche le altre. Comunque, secondo i dati ufficiali rilevati dal Csm, su 9246 magistrati italiani, meno di 350 risultano in servizio presso le dodici sezioni civili o penali che compongono la Suprema Corte. Gli altri hanno la qualifica o lo stipendio ma fanno altro. E ringraziano il '68 in toga che si concretizzò nella famosa, anzi famigerata, legge Breganza, quella che abolì il merito per la progressione in carriera. Che però fu varata dieci anni prima di quegli anni che qualcuno si ostina considerare formidabili.

E a proposito di privilegi, benché non sia mai stata applicata, la norma sulla responsabilità civile dei magistrati (la 177 del 1988 varata sull'onda dell'emozione che suscitò il caso Tortora), le toghe nostrane sono riuscite anche a stipulare  un accordo molto vantaggioso con le assicurazioni. Siglato da una parte dall' ANM e dall'altra  dalla  BNL Broker Assicurazioni : con soli 138 euro e 60 all’anno, si sono così messi al riparo dalla possibilità di dover risarcire di tasca propria l’eventuale vittima di errori giudiziari. Eventualità invero remota visto che  la legge voluta da Vassalli e Craxi ( cui gli interessati dimenticarono di attestare eterna gratitudine) mette a carico della collettività l'eventuale errore per colpa grave del singolo. Ma nella vita non si sa mai. 

Come se non bastasse la casta del partito dei giudici, ora ci sono  nuovi privilegi e nuovi privilegiati che bussano alle porte dell'assistenzialismo di stato: i giudici onorari.

E nel 2005 la spesa pubblica per i giudici di pace  ha assorbito risorse per  135 milioni di euro all’anno. Se poi venissero accolte le richieste di “stabilizzazione” della categoria per almeno 4.500 unità (sulle circa novemila in servizio), si registrerebbe un ulteriore aggravio per la collettività pari a 142 milioni di euro.

Naturalmente a simili trattamenti non corrispondono, come è sotto gli occhi di tutti, risultati di eccellenza. Un  rapporto del Consiglio d’Europa , a inizio 2005, ha assegnato le “pagelle” alle toghe dei diversi Stati membri.

I dati che sono fermi al 2002, ma dopo è andata anche peggio, parlano di uno stipendio dei giudici italiani superiore del 30 per cento a quello dei colleghi francesi.

La nostra spesa pubblica per il pianeta giustizia risulta fra le più elevate, benché altri Paesi europei abbiano tempi molto meno biblici per la definizione di cause e processi: Svezia, Germania e Olanda  svolgono ad esempio le cause civili in meno di metà tempo di quanto necessario in Italia per procedimenti di analogo impegno.

Molti scaricano la colpa su un'altra categoria superprivilegiata di questa casta fra le caste: i magistrati fuori ruolo. Nel 2004 il loro numero era di ben 728, mentre altri 1.182 risultavano assegnati ad incarichi extragiudiziari.

E qui il privilegio si incrocia con il potere politico che il partito dei giudici sta assumendo nel tempo: questi fuori ruolo spesso sono in uffici legislativi e scrivono quindi le leggi che poi altri colleghi applicano dopo che il Parlamento le ha supinamente approvate. Altri  sono consiglieri del governo, e quindi condizionano il potere esecutivo e altri ancora, per la precisione due per ciascuno membro della Consulta, di fatto scrivono le sentenze della Corte costituzionale facendo il lavoro sporco di ricerca giurisprudenziale e orientandola secondo i desiderata degli interna corporis. Fra l'altro i magistrati ordinari distaccati presso la Corte Costituzionale oltre ad avere lo stipendio da consiglieri di Cassazione godono di altre indennità e privilegi.

Qualche anno fa destò un certo scandalo alla Consulta quando si seppe che alcuni di loro prendevano indennità altissime di fuori sede pur vivendo a Roma, ma conservando la residenza fuori dalla capitale. Nessuno li potè citare per truffa e neanche la corte dei conti potè chiedere i danni  in quanto la Corte costituzionale ha una propria autonomia amministrativa nell'ambito della quale può fare quello che crede. Sempre a spese del contribuente.

Last but not least, i concorsi per diventare magistrati negli ultimi venti anni hanno registrato scandali a non finire finiti sotto la lente, in questo caso meno severa, di altri magistrati.

Esclusi i concorsi truccati recenti, il più famoso fu quello  del 1991 denunciato da due esclusi, l'avvocato Pier Paolo Berardi  di Asti e Teresa Calbi di Civitavecchia. A sua volta figlia di un giudice di Cassazione. Venne fuori che si correggevano elaborati in meno di tre minuti e che alcuni presentavano evidenti segni di riconoscimento  mentre altri non erano neanche stati corretti benché scartati. Tra gli elaborati finiti sotto inchiesta anche quello di un ex giudice costituzionale e di un magistrato che divenne segretario generale del CSM.

I Papponi in Toga. L’appetito dell’ultracasta. I giudici del CSM sono 27 e ci costavano 29 milioni di euro l’anno. Ne hanno chiesti al governo 35  milioni.  Far tintinnare le manette conviene, così da un’inchiesta di “Libero”.

L’unico a tirare la cinghia è il suo presidente, Giorgio Napolitano, che per la prima volta nella storia ha ridotto la spesa per il Quirinale. L’esempio del Capo dello Stato non ha contagiato però Nicola Mancino e i giudici che lo affiancano nell’organo di autogoverno della magistratura. Non hanno alcuna intenzione di mettersi a dieta, anzi. Dopo avere sfondato già nel 2008 e nel 2009 le previsioni di spesa costringendo il Tesoro a mettere una pezza da due milioni di euro, ora mettono le mani avanti chiedendo al Governo ben 35,3 milioni di euro contro i 28,6 previsti nel bilancio pubblico.

La cifra poi lieviterebbe di un altro milione e mezzo nel biennio successivo e sarebbe davvero difficile spiegare perché tutte le amministrazioni dello Stato debbono contrarre la spesa pubblica e i giudici no. Anche se raramente una richiesta che arriva dalle toghe viene cestinata da chi la riceve. Un po’ come ha raccontato l’ex democristiano (poi passato al Pdl), Giuseppe Gargani in un suo libro ricordando l’approvazione parlamentare delle due leggi del 1966 e del 1973 che stabilivano gli scatti automatici di carriera e di portafoglio dei magistrati: «Molti di noi, tra i quali Francesco Cossiga, erano contrari agli automatismi. Fummo convocati dal capogruppo Flaminio Piccoli che, furioso, ci disse: “Se questa legge non passa, quelli ci arrestano tutti”. E la legge passò». Il costo del Csm riguarda un numero assai più ristretto di magistrati: quelli eletti in consiglio e quelli segretari contabili, ma anche lì la politica non si è mai permessa brutti scherzi. Anche il rigidissimo ministero del Tesoro, poi divenuto ministero dell’Economia, ha chiuso spesso almeno un occhio sui bilanci del Csm, che quasi mai hanno rispettato le previsioni iniziali, sfondando ogni capitolo di spesa, compreso quello tenuto in assai considerazione degli stipendi dei magistrati lì eletti.

È accaduto anche con il documento contabile ufficiale: quello relativo al 2008 e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 14 ottobre 2009. Nicola Mancino & c avevano in budget 5,9 milioni di euro alla voce “spese per compensi e altri assegni ai componenti del Csm”, e cioè le sole indennità e rimborsi spese per i membri togati e non togati del consiglio superiore.
Quel tetto di spesa è stato sfondato di 318.776 euro, e a consuntivo se ne sono pagati 6 milioni e 272 mila euro. Cifra assai simile a quella che spende l’organo di autogoverno della magistratura per la formazione delle toghe. Una voce fra le meno sondate e che porta a pagare le spese di convegni come quello che sui processi in tv (con gettoni di presenza essenziali pagati a Giovanni Floris o Aldo Grasso) o come quello con protagonisti non troppo diversi (di scena ancora Floris) su come tenere riservate le indagini durante l’istruttoria: sono sicuramente i giornalisti gli esperti della materia.

GLI AVVOCATI DI STATO

Ricchi stipendi. Gratifiche da capogiro. Incarichi esterni e consulenze milionarie. Arbitrati d'oro. Così i legali della pubblica amministrazione moltiplicano le entrate

Si chiama 'quadrimestre' e nel 2006 ha fruttato complessivamente 42 milioni 405 mila euro. Un autentico tesoretto. Ma non come quello messo insieme dall'Agenzia delle entrate inseguendo i redditi occulti degli evasori fiscali. E finito nelle casse dello Stato con grande sollievo delle finanze pubbliche. No, di quest'altro piccolo tesoro il pubblico erario non vede neanche un centesimo. Accumulato dall'Avvocatura generale dello Stato mettendo insieme i proventi relativi al pagamento delle parcelle delle cause patrocinate, il bottino finisce nelle tasche di pochi eletti, gli avvocati dello Stato appunto che, in questo modo, rimpinguano le proprie entrate.

Oscar Fiumara è il numero uno della categoria. E come avvocato generale dello Stato incassa ogni anno 275 mila euro lordi di stipendio: niente male visto che la sua retribuzione è ancorata a quella del procuratore generale della Corte di Cassazione. Ma grazie all'appannaggio assicurato dal quadrimestre (chiamato così perché viene distribuito ogni quattro mesi), i suoi introiti complessivi registrano un balzo notevole finendo per umiliare l'esimio magistrato al quale è equiparato. A Fiumara nel 2006 il quadrimestre ha fruttato infatti oltre 109 mila euro.

Un gruzzolo discreto, ma poca cosa se confrontato alla cifra incassata da un suo sottoposto, Giancarlo Genovese. Chi è costui? Il capo dell'avvocatura distrettuale di Messina: con 40 anni di servizio, alla retribuzione annua lorda di 222 mila euro l'avvocato messinese ha sommato un quadrimestre di oltre 300 mila euro. Un vero record, ma non il solo. Stipendio e quadrimestre non sono che due delle entrate che allietano la carriera degli avvocati dello Stato. Quasi tutti sono titolari di incarichi extragiudiziari, ruoli istituzionali e di governo, docenze, consulenze e soprattutto arbitrati che, con le ricche prebende che si trascinano, finiscono in molti casi per far apparire lo stipendio dell'avvocatura quasi come argent de poche. Per rendersene conto basta scorrere la tabella delle entrate extra elaborata sulla base dei dati raccolti con pignoleria dall'Avvocatura e che 'L'espresso' ha potuto visionare.

Un caso su tutti, quello di Vincenzo Nunziata, il recordman della categoria. Oltre lo stipendio di 222 mila euro e il quadrimestre di 92 mila, sommando i compensi per gli incarichi collezionati, come capo dell'ufficio legislativo della Funzione pubblica, capo di gabinetto al ministero delle Comunicazioni, consulenze varie e soprattutto arbitrati, in quattro anni, dal 2004 al 2007, Nunziata ha incassato entrate extragiudiziarie per 1 milione 521 mila euro. Ma cosa fanno esattamente gli avvocati dello Stato? E come riescono a mettere insieme redditi così ragguardevoli?

In nome della legge.

I legali dell'Avvocatura rappresentano e difendono l'amministrazione statale in tutte le sue articolazioni, governo e ministeri, regioni e comuni, enti e rappresentanze diplomatiche, senza contare i dipendenti patrocinati nelle cause di servizio. Dai tribunali civili a quelli penali, dalla Corte costituzionale (ammissibilità dei referendum, legittimità di leggi, impugnative, conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato) alle commissioni tributarie (assistenza delle amministrazioni statali), dalla Corte dei conti al Consiglio di Stato agli organi di giustizia comunitari, non c'è procedimento che non veda comparire un avvocato dello Stato. Chi non ricorda la causa sull'Irap (l'imposta regionale sulle attività produttive) svolta davanti alla Corte di giustizia europea alla fine del 2006? È stato l'avvocato dello Stato Gianni De Bellis a difendere il ministero dell'Economia nel giudizio promosso dalla Banca popolare di Cremona che sosteneva la tesi della sovrapposizione tra Irap e Iva e per questo ne chiedeva l'abolizione. Una causa che se persa poteva costare allo Stato 100 miliardi di euro. Andò bene, con grande sollievo del presidente del Consiglio Romano Prodi.

E come dimenticare la volta in cui, era il novembre 2004, dopo essersi costituita parte civile, la presidenza del Consiglio chiese alla corte di Milano la condanna di Silvio Berlusconi nell'ambito del processo Sme? Anche in quell'occasione toccò a un avvocato dello Stato, Domenico Salvemini, il compito di chiedere al Cavaliere un risarcimento di oltre 1 milione di euro per i danni subiti dallo Stato a seguito del suo tentativo di corruzione in atti giudiziari. Normale? Non tanto se si considera che in quel frangente Berlusconi era insediato a Palazzo Chigi. Ma nessuna sorpresa: l'Avvocatura dello Stato ha sempre fatto dell'autonomia una delle sue bandiere.

Organizzata in sezioni (ciascuna specializzata a difendere branche omogenee della pubblica amministrazione) e articolata sul territorio in 25 distretti, l'Avvocatura ogni anno vede affluire nei suoi uffici circa 200 mila nuove cause (in gergo, 'affari') che, su decisione dell'avvocato generale (nominato dalla presidenza del Consiglio), dei suoi vice o dei responsabili dei vari distretti, vengono poi assegnate ai 370 avvocati in organico.

Tanto lavoro, dunque, molto delicato, ma anche ben retribuito. A cominciare dallo stipendio che, stratificato su quattro classi e rivalutato ogni triennio (per il 2004-2006 l'aumento è stato del 12,3 per cento), in base all'anzianità e a seconda degli scatti di carriera parte dai circa 88 mila euro annui lordi dell'avvocato di prima nomina sino ai 222 mila dei vice avvocati generali inquadrati nella quarta classe di stipendio. In aggiunta c'è il ricco quadrimestre frutto delle 'propine', cioè le competenze che gli avvocati e i procuratori dello Stato si vedono riconoscere per sentenza in tutte le cause vinte (circa il 57 per cento del totale) nei diversi giudizi. E quando non si vince, cosa che accade quasi regolarmente in appello (73 per cento), davanti al giudice di pace (73) e di fronte al giudice del lavoro (90) e si compensano le spese (ciascuna parte paga il proprio legale), neanche in questi casi l'avvocato dello Stato resta a bocca asciutta: l'amministrazione patrocinata paga comunque all'avvocatura la metà delle spese che il giudice avrebbe presumibilmente liquidato se la causa fosse stata vinta. E vai a capire perché.

Carissimi avvocati.

È comunque grazie a queste parcelle che si alimenta il famoso 'quadrimestre'. Soldi che potrebbero essere impiegati per risolvere i tanti problemi lamentati dall'Avvocatura, a cominciare dalla carenza di organico (piccolo dettaglio: questi legali hanno diritto a 50 giorni di ferie annue), e che finiscono invece nelle tasche degli avvocati in carica. Non senza sperequazioni. L'ammontare del quadrimestre è infatti ancorato agli introiti dei singoli distretti: l'80 per cento delle propine incamerate rimane in sede, il resto è distribuito tra le altre avvocature distrettuali. Può capitare così che i componenti delle piccole sedi possano arrivare a spartirsi i quadrimestri più ricchi.

Come è capitato nel 2006 a Messina dove sono piovuti onorari per 1 milione e mezzo di euro: essendo solo cinque gli avvocati del distretto, a ciascuno di loro sono andati in media 296 mila euro. Al secondo posto in graduatoria c'è Venezia con quasi 262 mila euro per avvocato; seguono Potenza con 247 mila, Bari con 244 mila e Lecce con 237 mila euro. Ultima la sede di Ancona, dove i legali hanno incassato circa 35 mila euro, mentre a Roma, la sede più importante, avvocati e procuratori dello Stato hanno ricevuto mediamente 91 mila euro che, ripartiti per progressione di carriera e anzianità di servizio, hanno comportato entrate di 103 mila euro per Claudio Linda; 92 mila per Vincenzo Nunziata e Ettore Figliolia; 90 mila per Pierluigi Umberto Di Palma, mentre poco meno, 89 mila euro, sono andati a Maurizio Greco e Massimo Massella Ducci Teri.

Governo ombra.

Stipendi e quadrimestre sono però solo le voci fisse delle entrate degli avvocati: professionisti pignoli che di recente hanno persino avviato una vertenza per vedersi riconoscere il buono pasto di 7 euro elargito ai comuni dipendenti pubblici. Il vero pozzo senza fondo dei loro guadagni sono gli incarichi extragiudiziari, a cominciare da quelli ministeriali. Scandagliando gli organici del governo Prodi si scopre che l'Avvocatura dello Stato è diventata ormai una sorta di governo ombra. I suoi legali sono dappertutto. E con compensi di assoluto riguardo che vanno a sommarsi naturalmente a stipendi e quadrimestri.

La delegazione più folta è a Palazzo Chigi: Carlo Sica, come vice segretario generale, riceve un compenso annuo di 110 mila euro; Ettore Figliolia, capo di gabinetto del vicepremier Francesco Rutelli, incassa 96 mila euro. Poi c'è la lista dei consulenti giuridici a cui vanno 16 mila euro: Maria Letizia Guida, Angelo Venturini, Paola Palmieri, Giulio Bacosi. Giacomo Aiello, consulente del dipartimento della Protezione civile e del commissario delegato all'emergenza rifiuti in Campania riceve invece un cachet di 80 mila euro. Al ministero degli Esteri spiccano Ivo Maria Braguglia capo del servizio contenzioso diplomatico (52 mila euro) e Diana Ranucci, consulente giuridico per "le esigenze dell'Unità di crisi"(30 mila); allo Sviluppo economico i consulenti Antonio Palatiello, Vincenzo Russo e Maurizio Greco (tutti per 20 mila euro); alle Comunicazioni compaiono invece il solito Nunziata come capo di gabinetto (115 mila) e il capo dell'ufficio legislativo Mario Antonio Scino (78 mila). Ancora: al ministero delle Politiche agricole Antonio Tallarida è capo ufficio legislativo (80 mila euro) e Attilio Barbieri consulente giuridico (30 mila); alle Infrastrutture, sempre come consulenti, ci sono Claudio Linda, Sergio Sabelli e Vittorio Cesaroni (tutti a 20 mila euro); alla Salute, Raffaele Tamiozzo (29 mila) è capo ufficio legislativo, mentre ai Beni culturali Gabriela Palmieri capo di gabinetto (105 mila euro), Francesca Quadri capo ufficio legislativo (70 mila) e Maurizio Fiorilli consulente (25 mila euro).

Ma gli orizzonti extragiudiziari degli avvocati non si limitano ai ministeri. Straripano negli organi di garanzia, agenzie, enti pubblici, commissariati, ospedali e università. Qualche caso tra i tanti. All'Autorità garante della concorrenza, presieduta dall'ex avvocato dello Stato Antonio Catricalà, Filippo Arena è consulente giuridico (26 mila euro); a quella per l'Energia elettrica e il gas Francesco Sclafani è responsabile della direzione legale (150 mila euro); all'Autorità portuale di Genova Giuseppe Novaresi (15 mila euro) è consulente giuridico ed è finito per questo indagato a causa di un parere sospetto fornito in una vicenda che, per turbativa d'asta, truffa e concussione, ha portato in carcere il presidente Giovanni Novi.

Ma la lista dei consulenti è ancora lunga: alla Camera c'è Ruggero Di Martino (50 mila), al Senato Federica Varrone (23 mila); all'agenzia delle Dogane Giuseppe Albenzio (25 mila); all'Agea Fabio Tortora, Giuseppe Cimino, e Paolo Marchini (tutti per 32 mila euro); alla Sace Alessandra Bruni (24 mila). Poi ci sono le Università, dove molti avvocati hanno incarichi di docenza anche se per poche migliaia di euro. Come consulenti giuridici, invece, incassano molto di più come capita a Messina (Giovanna Cuccia, 14 mila euro), Verona (Stefano Cerillo 27 mila), Lecce (Fernando Musio 25 mila) e Catanzaro (Giampiero Scaramuzzino, 20 mila). Neanche la lirica (Alessandro Bruni, 2.500 euro al Teatro dell'Opera di Roma) si salva nella corsa agli incarichi degli avvocati dello Stato. E nemmeno la Croce Rossa, dove Fabrizio Fedeli per prestare i suoi consigli riscuote 8 mila euro l'anno.

Arbitri d'oro.

Ma la voce più ricca, e anche la più discussa, tra quelle che fanno lievitare i compensi extra degli avvocati è sicuramente costituita dagli arbitrati, controversie nelle quali i membri del collegio giudicante vengono retribuiti in proporzione (solitamente dal 3 al 5 per cento) al valore della lite. Al pari dei consiglieri di Stato i membri dell'Avvocatura fanno la parte del leone nell'assegnazione di questi lodi. Con grande disappunto del ministro Antonio Di Pietro. La ragione? Vero che gli arbitrati evitano alle parti, generalmente amministrazioni statali e aziende private titolari di appalti pubblici,le lungaggini della giustizia civile, ma è altrettanto vero che nel 95 per cento dei casi lo Stato finisce per soccombere. E proprio di questo il leader dell'Italia dei valori si lamenta.

Ma che si vinca o si perda gli avvocati comunque ci guadagnano.

E bene. Come nel caso di Ivo Maria Braguglia, vice avvocato generale. Nei quattro anni (2004-2007) presi in considerazione da 'L'espresso' , proprio a lui spetta il record per un singolo arbitrato: 289 mila euro per una controversia tra il vecchio ministero dell'Industria e l'Icla costruzioni. Poco di più della parcella riconosciuta a Vincenzo Nunziata per l'arbitrato tra la società Calabria Ambiente e la presidenza del Consiglio: 252 mila euro. Solo che Nunziata finisce poi per surclassare Braguglia nell'intero periodo: grazie ad altre quattro parcelle arriva a compensi per almeno 800 mila euro. E siamo solo alla punta dell'iceberg. Nella classica degli arbitrati d'oro infatti se la cava benissimo Aldo Linguiti (altro vice avvocato generale) con i suoi 250 mila euro relativi al lodo Todini costruzioni-Anas, mentre a colpi di 120 mila euro a controversia seguono Ettore Figliolia (Marinelli-spa-Infrastrutture) e Francesca Quadri (Impresa Itinera-Anas).

FORAGGIAMENTO ALLA INFORMAZIONE

LA RAI: BARACCONE DI STATO

RAI, L'ORGIA DEL POTERE

Un esercito di 13.248 dipendenti. Più 43 mila collaboratori. E nuove assunzioni alle porte. Eppure la Rai compra quasi un quarto delle trasmissioni all'esterno. Radiografia della scandalosa gestione della televisione pubblica

Centoquattordici parrucchieri, 67 camerinisti, 66 arredatori, 61 falegnami, 18 costumisti, 12 meccanici, 34 consulenti musicali, 36 scenografi, un'orchestra leggera di 16 elementi (indipendente da quella sinfonica della Rai di Torino con 116 musicisti) che non viene utilizzata da anni. Più o meno 400 unità, retaggio dei decenni del monopolio (i formidabili anni 1950-80, quando la Rai realizzava tutto al suo interno) e che già da sole equivalgono all'intero organico di La 7-Mtv. Sono esempi limite del mare magnum della popolazione Rai. Messa sotto esame da un Comitato istruttorio per l'Amministrazione ultimato un mese fa, che rivela nero su bianco e in modo riservato lo stato dell'arte sulla 'Situazione dell'organico del gruppo Rai'. Con una raccomandazione pesante, senza troppi giri di parole: verificare addirittura "la capacità dei 'capi' di governare uomini e processi produttivi".

Tra contratti a tempo indeterminato (9.889 per la capogruppo, 11.250 in totale) e contratti a tempo determinato per esigenze di produzione e di gestione (1.998 in tutto), la cittadella Rai arriva a 13 mila e 248 abitanti. Quanto gli abitanti di Lavagna. Il doppio di quelli di Asolo. La metà di quelli di Enna. Senza considerare la montagna dei 43 mila contratti di collaborazione (da quello a Bruno Vespa all'ultimo figurante).

Più che un rapporto, è un vero e proprio censimento Rai. Una radiografia aritmetica della stratificazione elefantiaca della televisione di Stato, gravata da anni di blocchi, clientelismi, raccomandazioni. Un minuzioso elenco che snida figure antropologiche-spot, presenti, non si sa perché, soltanto in alcune sedi: un geometra, ma solo a Firenze; cinque annunciatori tra Bolzano, che ne ha tre, e Trieste, che ne ha due. E che mette in luce il 'peso' di alcune aree significative. Ventotto addetti alla segreteria del consiglio d'amministrazione, 49 alla Direzione generale (compresi i distaccati verso società del gruppo), 397 ai Servizi generali, 114 alla Pianificazione controllo, 142 all'Amministrazione e 133 all'Amministrazione e Abbonamenti, 679 alle Riprese pesanti, 252 alle Risorse umane con ben 21 alti dirigenti. Lo studio ci va giù duro: "Abnorme il numero delle strutture a diretto riporto dal Vertice. Duplicazioni di attività. Onerosa rete di controllo formale sulla cui efficacia è legittimo nutrire più di un dubbio. Eccessiva polverizzazione delle testate giornalistiche che non ha confronto con gli altri servizi pubblici europei".

Un organico monstre che, tra contratti a tempo indeterminato e determinato, abbraccia 1.771 giornalisti (di cui 54 sono vice direttori, quasi cinque per ognuna delle 11 testate), 931 programmisti-registi, 76 aiuti registi, 476 assistenti ai programmi. Solo la somma dei dipendenti di Rai Way, gestore degli impianti tv e radio (nata nel 2000, ha 648 addetti) e Sipra, la concessionaria di pubblicità, supera il migliaio di persone (1.405). Dislocate nel territorio, 22 squadre di riprese: un numero, si legge nel rapporto, che non ha pari in nessun broadcaster pubblico o privato in Europa. Non solo. Sempre più di frequente, notano gli analisti, le reti e le direzioni editoriali chiedono di assoldare e contrattualizzare altre società per l'acquisizione e la realizzazione di appalti. Nel 2007, secondo Cgil, i costi esterni sono arrivati a 1.327 milioni. Il Gran Moloch della tv pubblica non si sazia mai.

La nomenklatura radiofonica, programmi, Gr e Gr Parlamento, vale 754 anime. Rai Internazionale, ex International, diretta dal prodiano Piero Badaloni, successore del camerata Massimo Magliaro, ha 39 giornalisti assunti (e quasi altrettanti a tempo determinato), di cui ben 22 sono graduati e cinque hanno qualifica e stipendio di vice direttori. La rete 'dovrebbe' trasmettere il meglio dei programmi Rai nel mondo. Ma si pregia, invece, del record di proteste degli italiani residenti all'estero, inviperiti per l'impiego di materiale vecchio come il cucco. Persino a Capodanno, momento sacro anche per emigranti di lunga data, avidi di seguire i festeggiamenti in patria, il buon Badaloni e la sua squadra, evidentemente impegnati a stappare champagne altrove, hanno mandato in onda una vetusta registrazione, mantenendo così lo standard tradizionale di corale indignazione degli italioti in esilio. Eppure la rete vanta un organico di tutto rispetto: ben 152 persone. Quanto RaiDue (153). Poco meno di RaiTre (166). Un numero sorprendente visto che RaiUno, dicasi RaiUno, l'ammiraglia di viale Mazzini, ne ha 206.

Anche Rai News 24 diretta da Corradino Mineo non scherza con il suo organigramma di 122 persone, di cui 94 giornalisti. Solo dieci in meno di quelli del Tg5 di Mediaset. Il canale satellitare allnews rappresenta una risorsa nevralgica, anche per il futuro digitale. Ma lo share non brilla e nella sfida con l'aggressivo Tg24 di Sky (39 edizioni di telegiornali giornalieri seguitissimi, 141 giornalisti), in progressivo boom di ascolti, arranca. Anche nel paragone con gli altri tg, dove la stratificazione di personale è già degna di nota, come il Tg3 (104 giornalisti, in tutto 140 persone) o il Tg2 (126 giornalisti su 167 addetti), la squadra di Mineo appare più che consistente. Persino il Confronto dei confronti, cioè quello con la testata diretta da Gianni Riotta, la dice lunga. Il Tg1, primo telegiornale d'Italia, conta 136 giornalisti (su un totale di 180 persone). Solo 40 in più di Rai news.

Per non parlare dell'organico del Televideo firmato da Antonio Bagnardi: 96 persone a disposizione di cui 49 giornalisti. O di quello di Rai Parlamento, palma di platino per la più alta densità di graduati. Il direttore Giuliana Del Bufalo può pavoneggiarsi: su una squadra di 46 addetti, 26 sono giornalisti, e di questi, cinque sono capi redattori, tre vice, cinque capiservizio e altrettanti vice direttori. Uno di loro, l'ultimo arrivato, si fa per dire, è stato Giorgio Giovanetti, ex assistente di Angelo Maria Petroni, consigliere Rai in quota Forza Italia, alla sua prima nomina operativa grazie a Del Bufalo. E poi si favoleggia che le donne in carriera siano delle iene.

Il dettagliatissimo rapporto dimostra come nonostante i prepensionamenti a tutti i livelli, il popolo Rai non accenni a diminuire. Per forza. La televisione di Stato continua a essere sotto lo scacco della politica e dei partiti, che a ogni cambio di Palazzo Chigi si precipitano a chiedere le teste di direttori (e così giù per li rami) per inserire innesti nuovi, più organici all'ennesima colonizzazione. Difficile credere che la nuova classe al governo, di cui una buona parte bisognosa di farsi conoscere, possa fare a meno del potere esercitato sulla Rai (basti pensare a un partito radicato nel territorio come la Lega). E rinunciare all'influenza sui tg regionali, fondamentali postazioni per favori, clientele, assunzioni. I dati della Tgr diretta da Angela Buttiglione sono quasi pulp: 851 persone di cui 689 giornalisti. E il Coordinamento delle sedi regionali (che non si occupa dei centri di produzione sparsi per il paese) conta 656 dipendenti. È vero che la Rai è obbligata a dare voce alle 21 regioni, come notano a viale Mazzini. Ma 1.507 addetti rappresentano un numero più che pulp. Addirittura post-moderno.

Lo studio è il manifesto numerico di un modello politico e ideologico. Il piano industriale presentato dall'attuale Direzione generale aveva definito economie, tagli e prepensionamenti. Ma il Gran Moloch Rai ha reagito immediatamente. Il fenomenale format organizzativo del carrozzone è arduo da cambiare. Difficile modificare un giacimento di Stato, aureo per i partiti, alimentato pure dal lascito feudale di poter tramandare il proprio posto fisso ai diletti parenti. Anche le molte cause di lavoro perse fanno la loro parte: mille quelle in corso, 100 mila euro il costo medio di ognuna, 150 circa l'anno quelle in cui la Rai viene sconfitta (15 milioni di euro circa tra avvocati e risarcimenti). Motivi? Soprattutto il reintegro delle funzioni, (prima causa, gli strali politici) e i riconoscimenti del lavoro precario, vero motore propulsivo e produttivo dell'azienda che deve a questa forza buona parte della messa in onda dei programmi.

Eppure la Direzione produzione Rai conta 3 mila 851 persone. Una cifra da sballo. Un numero da capogiro visto che è quasi pari al totale dei dipendenti del Gruppo Mediaset. Infatti, la forza lavoro del Biscione berlusconiano arriva a 4 mila e 635 unità, di cui 4 mila e 506 a tempo indeterminato. Nonostante la mole del personale (che, secondo le previsioni, entro il 2009, è destinato ad aumentare di altre 1732 unità, se non ci saranno nuove soluzioni gestionali e sindacali), il 22 per cento delle produzioni della televisione di Stato è affidato all'esterno.

Nelle conclusioni, gli analisti sottolineano come, nel mercato della comunicazione, il servizio pubblico si giustifichi soltanto se è produttore di contenuti. E se riesce a far crescere al suo interno dei centri di eccellenza creativa. E insistono nella necessità di una pianificazione strategica con regole aziendali rigide "che impongano alle direzioni editoriali di saturare prioritariamente le risorse interne. E di verificare, vista la significativa dimensione d'organico, con una doverosa, attenta ricognizione, la loro affidabilità professionale e la capacità dei 'capi', a ogni livello di responsabilità, di governare uomini e processi produttivi".

Un bel fendente ai vertici passati, presenti e futuri. Ma sarà improbabile che i dirigenti che arriveranno, benedetti dalla neo maggioranza al governo, seguano questa direttiva. Anche per loro, la Rai sarà terra di conquista, di promozioni, di poltrone da moltiplicare. Con buona pace di centinaia di precari, da anni in attesa di una sanatoria meritoria, alcuni con decenni di prestazioni. Ora devono fronteggiare anche il blocco dei contratti predisposto dall'azienda e causato della nuova disciplina del lavoro sui contratti a termine.

Le norme prevedono l'assunzione a tempo indeterminato per chi abbia superato i 36 mesi di impiego, comprensivi di proroghe e rinnovi (prima gli intervalli tra un contratto e l'altro la evitavano). Il 31 dicembre 2007, mille e 185 unità, tra quadri, impiegati e operai avevano già maturato i tre anni. A fine febbraio 2008, invece, avevano toccato il traguardo 162 giornalisti. I precari, forza non fannullona, che fa il lavoro di centinaia e centinaia di dipendenti della tv pubblica, minacciano scioperi che potrebbero davvero bloccare una parte significativa dei palinsesti. Ma, visto l'organigramma monstre dell'azienda, per loro c'è poco da sperare. Per potenti e per raccomandati, c'è sempre Mamma Rai. Per gli altri, la Rai è solo matrigna.

NEPOTISMO E CLIENTELISMO

La Rai non è soggetta a interferenze politiche. Va detto. E’ invece un ambiente familiare di figli, padri, cugine, cognati e nuore. Impermeabile ai partiti. Un blocco di relazioni indistruttibile che sopravvive a qualunque governo. Con matrimoni combinati sin dalla nascita tra i figli di capostrutture e di programmisti. Una difesa naturale dall’ingerenza della politica e anche della libera informazione. Una riaffermazione dei valori della famiglia e dell’impiego statale. L’elenco che pubblico è in rete da tempo. E’ probabile che sia incompleto o in parte superato. E che tra relazioni affettuose e accoppiamenti dei circa 11.000 dipendenti del gruppo, all’interno e all’esterno della struttura, il numero dei figli di, nipoti di, cognati di, sia proliferato. Un po’ come avviene nelle conigliere.

Figli (f):
Tinni Andreatta, responsabile fiction di Raiuno, (f) dell'ex ministro dc Beniamino. Natalia Augias, Gr, (f) del giornalista e scrittore Corrado. Gianfranco Agus, inviato, (f) dell'attore Gianni. Roberto Averardi, Gr, (f) di Giuseppe, ex deputato Psdi. Francesca Barzini, Tg3, (f) dello scrittore e giornalista Luigi junior. Bianca Berlinguer, conduttrice del Tg3, (f) di Enrico, segretario del Pci. Barbara Boncompagni, autrice, (f) di Gianni. Claudio Cappon, direttore generale, (f) di Giorgio, ex direttore generale dell'Imi. Antonio De Martino, Gr, (f) dell'ex ministro socialista Francesco. Antonio Di Bella, direttore Tg3, (f) di Franco, ex direttore del "Corriere della Sera". Claudio Donat-Cattin, capostruttura Raiuno, (f) dell'ex ministro democristiano Carlo. Jessica Japino, programmista regista delle edizioni di "Carramba", (f) di Sergio. Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema e responsabile della Divisione Uno, (f) dell'ex presidente della Repubblica Giovanni. Marina Letta, contrattista a tempo determinato, (f) di Gianni, sottosegretario alla Presidenza a Palazzo Chigi. Pietro Mancini, Gr, (f) del socialista Giacomo. Maurizio Martinelli,Tg2, (f) del giornalista Roberto. Stefania Pennacchini, Relazioni istituzionali Rai, (f) di Erminio, ex sottosegretario Dc. Claudia Piga, Tg1, (f) dell'ex ministro dc, Franco. Francesco Pionati, notista politico del Tg1, (f) dell'ex sindaco di Avellino. Alessandra Rauti, redattore del Gr, (f) di Pino, segretario del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore. Silvia Ronchey, autrice e conduttrice di programmi, (f) di Alberto, ex ministro dell'Ulivo ed ex presidente di Rcs. Paolo Ruffini, direttore Gr, nipote del cardinale e (f) di Attilio, ex deputato e ministro dc. Sara Scalia, capostruttura di Raidue, (f) della giornalista Miriam Mafai. Maurizio Scelba, Tg1, (f) di Tanino, ex portavoce del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Mariano Squillante, ex corrispondente da Londra, poi a RaiNews 24, (f) dell'ex giudice Renato. Giovanna Tatò, Raitre, (f) di Tonino, consigliere di Enrico Berlinguer. Carlotta Tedeschi, Gr, (f) di Mario, senatore Msi. Daniel Toaff, capostruttura e autore della ‘Vita in diretta’, (f) dell 'ex rabbino di Roma, Elio. Stefano Vicario, regista di Giorgio Panariello, (f) del regista cinematografico Marco. Stefano Ziantoni Tg1 (f) dell' ex presidente dc della Provincia di Roma Violenzio. Rossella Alimenti, Tg1, (f) di Dante, ex vaticanista Rai. Paola Bernabei, Ufficio stampa, (f) dell'ex direttore generale della Rai, Ettore, proprietario della società di produzione Lux. Giovanna Botteri, Tg3, (f) di Guido, ex direttore sede Trieste Rai. Manuela De Luca, conduttrice Tg1, (f) di Willy, ex direttore generale Rai. Giampiero Di Schiena, Tg1, (f) di Luca, ex direttore dc del Tg3. Annalisa Guglielmi, sede Rai di Milano, (f) di Angelo Guglielmi, ex direttore di Raitre. Piero Marrazzo, conduttore di ‘Mi manda Raitre’, (f) dello scomparso giornalista Giò. Simonetta Martellini, Raiuno, (f) di Nando, radiocronista sportivo. Luca Milano, dell' ufficio contratti, (f) di Emanuele, ex direttore Tg1 ed ex vice direttore generale. Barbara Modesti, Tg1, (f) dell'annunciatrice Gabriella Farinon e del regista Rai Dore. Monica Petacco,Tg2, (f) di Arrigo, storico e consulente di programmi Rai. Andrea Rispoli, Raidue, (f) del conduttore Luciano, ex Rai. Fiammetta Rossi, Tg3, (f) di Nerino, ex direttore del Gr2, e moglie del ex segretario dell'Usigrai, Giorgio Balzoni, caporedattore al politico del Tg1. Cecilia Valmarana, (f) di Paolo, uno dei padri del cinema coprodotto dalla Rai, nella struttura di RaiCinema. Paolo Zefferi, (f) di Ezio, giornalista, è a Rainews 24.

Fratelli (fr) e sorelle (s):
Angela Buttiglione, direttore dei Servizi Parlamentari, (s) di Rocco, segretario del Cdu. Nicola Cariglia, sede Rai di Firenze, (fr) di Antonio, ex segretario del Psdi. Silvio Giulietti, telecineoperatore nella sede Rai di Venezia, (fr) di Giuseppe, uomo Rai e Usigrai, ex responsabile dell'informazione dei Ds. Max Gusberti, vice di Stefano Munafò a Raifiction, (fr) di Simona, capostruttura di Raidue. Sandro Marini, Tg3, (fr) di Franco, ex segretario del Ppi. Giampiero Raveggi, capostruttura di Raiuno, (fr) dell'ideatore del programma "Odeon" Emilio Ravel (nome d'arte). Antonio Sottile, programmista regista di "Linea Verde'', (fr) di Salvo, portavoce di Gianfranco Fini. Maria Zanda, capo della segreteria di Roberto Zaccaria, (s) di Luigi, ex responsabile dell'Agenzia del Giubileo.

Mogli e mariti (m):
Milva Andriolli, sede Rai di Venezia, è l'ex (m) di Silvio Giulietti, fratello di Giuseppe. Anna Maria Callini, dirigente alla segreteria di Raidue, (m) di Gianfranco Comanducci, vice direttore della Divisione Uno. Roberta Carlotto, direttore Radiotre, (m) dell'ex esponente Pci Alfredo Reichlin. Sandra Cimarelli, Palinsesto Raidue, (m) di Franco Modugno, direttore dei Servizi immobiliari Rai. Antonella Del Prino, collaboratrice a "La vita in diretta", (m) del giornalista Oscar Orefice. Simona Ercolani, autrice di programmi Rai, (m) del giornalista Fabrizio Rondolino, ex portavoce di Massimo D'Alema. Paola Ferrari, conduttrice, (m) di Marco De Benedetti. Anna Fraschetti, vice del capo ufficio stampa Bepi Nava, (m) di Mario Colangeli, vice direttore Tg3 e sorella di Luciano, quirinalista Tg3. Giovanna Genovese, compagna di Sergio Silva, padre della ‘Piovra’ è delegata alla produzione. Ginevra Giannetti, consulente Rai International, (m) di Altero Matteoli, ministro dell'Ambiente, An. Giuseppe Grandinetti, Gr, (m) della senatrice verde Loredana De Petris. Francesca Manuti, produttrice di "Sereno variabile" di Raidue, (m) di Paolo Carmignani, vicedirettore Raidue. Lucia Restivo, capo struttura Raidue, (m) di Sergio Valzania, direttore Radiodue. Anna Scalfati, Tg1, conduttrice di programmi, (m) di Giuseppe Sangiorgi, membro dell'Authority ed ex portavoce di De Mita. Cristina Tarantelli, Servizi Parlamentari, (m) di Carlo Brienza, RaiSport. Daniela Vergara, anchorwoman del Tg2, (m) del conduttore Luca Giurato.

Nipoti (n), cognati (c) e vari:
Ferdinando Andreatta, dirigente di Rai- Way, (n) di Nino. Guido Barendson, conduttore Tg2, (n) di Maurizio. Aldo Mancino, dirigente RaiWay (n) dell'ex presidente del Senato, Nicola. Giuseppe Saccà, (n) di Agostino, direttore di Raiuno, nell'orchestra del programma di Raiuno ‘Torno sabato-La lotteria'. Adriana Giannuzzi, ufficio Diritti d'autore, (c) dell'ex senatore ed ex membro del Csm Ernesto Stajano e moglie del vicedirettore della Divisione Due Luigi Ferrari. Alfonso Marrazzo, Tg2, cugino di Piero. Marco Ravaglioli, Tg1, marito di Serena Andreotti, figlia di Giulio. Tommaso Ricci, Tg2, (c) di Angela e Rocco Buttiglione. Carlotta Riccio, regista, (c) di Claudio Cappon direttore generale Rai. Luigi Rocchi, dirigente area Business&development, genero di Biagio Agnes. Laura Terzani,Tg3, nuora di Antonio Ghirelli.

90 MILIONI DI EURO PER LA TV PRIVATA

LO STUDIO SUI BILANCI DELLE TV LOCALI

Di seguito vengono sintetizzati brevemente i dati che emergono dallo studio, disponibile, oltre che sul sito FRT, presso gli Uffici della Federazione.

Soggetti operanti. Le emittenti operanti risultano essere 584 di cui 115 comunitarie e 469 commerciali gestite da 427 società di capitali. I bilanci analizzati coprono il 95% delle emittenti televisive locali commerciali effettivamente operanti e, in più della metà delle regioni la ricerca comprende  il 100% dei soggetti.

Patrimonio netto: delle 398 società soltanto 157 hanno un patrimonio netto superiore a 500.000 euro e solo 121 riescono a coprire con il patrimonio netto il 50% delle attività e degli investimenti. Ben 58 emittenti sono sotto il limite dei 154.937 euro (corrispondenti ai 300 milioni di lire previsto dalla legge): un dato che dovrebbe interessare il Ministero e l'Autorità.

Ricavi: sono costituiti per il 78% da pubblicità. Il fatturato relativo risulta pari a 453 milioni di euro (1.138.000 in media per società) e corrisponde alla quasi totalità del mercato locale, pari all’11% del totale della pubblicità del settore televisivo.  Solo 124 delle società esaminate superano il milione di euro mentre 274 società  (il 68,84% delle società esaminate) hanno entrate inferiore a tale somma.

Lavoro dipendente: la spesa del personale dipendente è stata, durante il 2005, di 137,8 milioni di euro, pari al 23,62% del totale dei ricavi. Lo studio relativo al lavoro dipendente, corredato da un raffronto con le emittenti nazionali da cui risulta che i 4.595 occupati nelle tv locali rappresentano il 40,62% del totale degli addetti operanti nel settore televisivo privato italiano, è stato oggetto di un’analisi particolareggiata che presenta, regione per regione, i dati sull'incidenza percentuale del costo del lavoro sui ricavi, il numero totale e la media dei dipendenti. Dall'analisi   dei dati   emerge   che   il   71%   del   totale degli occupati è alle   dipendenze  delle prime 124 società   che   fatturano   più    di   un  milione  di   euro   e   che   il numero dei dipendenti in Lombardia é doppio rispetto a quello delle altre regioni.

Costi di produzione: i costi per le attività prettamente televisive (escluse le  spese  per personale e ammortamenti) sono pari a 381 milioni di euro e rappresentano il 65% dei ricavi totali delle società oggetto della ricerca.

Risultato d'esercizio: 230 società hanno registrato utili di esercizio per un totale di 59 milioni di euro, mentre 168 società hanno registrato perdite pari a 24 milioni.

Raffronto anni 2000/2005: vengono riportati e confrontati i dati relativi al fatturato pubblicitario e ai risultati di esercizio dal 2000 al 2005, da cui emerge che nel corso degli anni il settore ha mostrato segni di miglioramento nei risultati di esercizio, soprattutto in quelle emittenti che godono di un fatturato superiore alla media. Nel biennio 2004/2005, come già era avvenuto nel 2003, si riscontra una progressiva crescita del fatturato pubblicitario e un incremento della voce “ricavi provenienti da altre attività” dovuto all’erogazione dei contributi alle emittenti da parte dello Stato. Inoltre il numero di società che registrano utili di esercizio è maggiore rispetto a quelle in perdita.

Le concessioni: la ricerca illustra il percorso storico delle diverse concessioni e/o autorizzazioni a trasmettere alle tv locali sin dalla prima scadenza fissata nel 1990 dalla Legge Mammì . Una tabella presenta, divise per regioni e per tipologie, commerciali e comunitarie, un raffronto a distanza di dieci anni tra il primo elenco del Ministero nel 1995 e l’ultimo del 2005 con il prolungamento delle concessioni in tecnica analogica.

I contributi pubblici: le misure di sostegno corrisposte dalle Stato sin dal 1999 alle tv locali sono corredate da un grafico che evidenzia come nel corso degli anni e con le diverse leggi finanziarie i contributi siano passati da circa 12 a 90 milioni di euro, assumendo un rilievo significativo nei bilanci delle imprese e contribuendo a un sensibile aumento dell’occupazione.

1 MILIARDO DI EURO PER I GIORNALI

LA CASTA DEI GIORNALI. I CONTRIBUTI ALLA STAMPA

Il libro fa luce sul denaro pubblico, all’incirca 700 milioni di euro, che finisce nelle casse di grandi gruppi editoriali, giornali e organi di partito. Un’elargizione che non fa distinzione di partito o area politica. La Casta dei giornali, edito da Stampa alternativa-Eri Rai, ripercorre la storia di questa vicenda che trova origine, addirittura, nel ventennio fascista. L’autore, in questa intervista, ci racconta i punti più scandalosi dell’inchiesta.

Un fiume di denaro pubblico arriva ai giornali italiani, anche se appartenenti a società quotate in Borsa. Si tratta proprio di un fiume di denaro, sottratto alle disastrate finanze statali, mentre si applica un prelievo fiscale da lacrime e sangue, e si tagliano servizi e pensioni. Con le due ultime Finanziarie, l’esborso statale ufficiale in applicazione della sola “legge per l’editoria” sarebbe passato da 600 a 450 milioni. E con la Finanziaria in discussione in questi giorni si andrebbe ad un ulteriore taglio dell’esborso. Preannunciato in un primo tempo nell’ordine del 7%, esso alla fine sarà forse meno severo.

Ma, al di là della ufficialità e delle buone intenzioni del governo in carica, resta il dato storico: lo Stato italiano finanzia generosamente i giornali italiani – grandi e piccoli, quotati in borsa e di partito, di cooperative e di “movimenti” fantasma, di finte cooperative e di imprese truffaldine – insieme a periodici, agenzie di stampa e radio e televisioni locali. Un fiume di contributi, provvidenze e agevolazioni tariffarie con una portata fra i 700 e i 1.000 milioni di euro in un anno. 700 è la cifra che in un solo anno ha effettivamente richiesto l’applicazione della legge per l’editoria. Di circa 1.000 (di meno? di più? Non si sa) si può parlare se si tiene conto delle convenzioni e dei contributi elargiti dai singoli ministeri, regioni, ecc.

Come avviene questo finanziamento?

La parte più cospicua delle provvidenze se ne va in “contributi indiretti”: agevolazioni postali (228 milioni nel 2004), rimborsi per l’acquisto della carta (per fortuna aboliti nel 2005), agevolazioni telefoniche, elettriche, ecc. Contributi che premiano in particolare i grandi gruppi editoriali con molte testate, alte tirature e ampi organici. Così la Rcs è arrivata in un anno a prendere 23 milioni, la Mondadori 19 per le poste e 10 per la carta, Il Sole-24 Ore 19, la Repubblica-Espresso 16, l’Avvenire 10…

È vero che Libero, un giornale molto attento sugli sprechi di denaro pubblico, ha incassato cinque milioni di euro come organo del “Movimento monarchico italiano”?

Sono molti i giornali liberisti o comunque molto severi sui “costi della politica” e sull’assistenzialismo pubblico – dal Corriere della Sera a ItaliaOggi, dal Sole-24 Ore al Riformista, dal Foglio a Libero – che incamerano le provvidenze statali per l’editoria. Il giornale di Vittorio Feltri incassava 5 milioni di euro già sul 2003 quale organo di quel sedicente movimento. Come peraltro la testata di Giuliano Ferrara si portava a casa 3,4 milioni come organo della “Convenzione per la giustizia”. Così come altre testate minori: l’Opinione della Libertà, organo del “Movimento della Libertà per le garanzie e i diritti civili” (1,7 milioni); il Roma del “Movimento mediterraneo”, Il Giornale d’Italia del “Movimento pensionati”, ecc.

Dal 2004, però, questo trucco è stato neutralizzato. A parole. Nei fatti, Libero e i suoi confratelli organi di movimento hanno continuato a prendere quattrini in quanto trasformatisi in “cooperativa”. Cooperativa editoriale nella quale non è ovviamente richiesto una maggioranza di cooperatori giornalisti (requisito finalmente introdotto nel disegno di legge approvato nei giorni scorsi dal governo-Prodi e che ora sarà discusso in Parlamento). Nel 2004 il contributo a Libero – che nel frattempo dovrebbe essersi trasformato in “Fondazione” (presumibilmente per neutralizzare gli effetti della preannunciata stretta sulle cooperative “editoriali” e con l’intenzione di continuare ad accedere ai contributi con le stesse modalità dell’Avvenire, proprietà della Conferenza Episcopale Italiana) - risulta di poco meno di 6 milioni.

Ha un nome e un numero la legge che consente questo genere di finanziamenti?

Le provvidenze per l’editoria sono elargite sulla base di una serie di leggi, provvedimenti, finanziarie, circolari e decreti sovrappostisi nel tempo senza alcuna logica e coerenza, nemmeno giuridica. Una stratificazione normativa di complicata applicazione e di difficile lettura. Un autentico ginepraio. Solo nel testo degli ultimi contributi ufficializzati, sono citate ben dodici fonti legislative.

Questi contributi pubblici sono compatibili con la normativa europea, che vieta gli aiuti di Stato?

Non sono un esperto di diritto europeo. Credo che effettivamente il sistema delle provvidenze per l’editoria presenti profili di illegittimità per quello che riguarda l’intervento dello Stato nel mercato e, in particolare, per le regole e i principi della libera concorrenza. L’intervento pubblico nel campo dell’informazione – nelle proporzioni e con le modalità acquisite in Italia – costituisce un caso clamoroso di dilapidazione delle risorse pubbliche, di distorsione del mercato e di manipolazione della circolazione delle idee e della vita politica e democratica. Confesso che mi chiedo ancora come, dall’Europa, non sia mai arrivato alcun richiamo o sanzione al nostro paese.

Il modello dell’intervento pubblico all’editoria ha avuto origine nel ventennio fascista ed è sopravissuto in epoca repubblica. Perché?

In effetti, il modello si è evoluto - praticamente senza soluzione di continuità - più sul piano quantitativo che su quello qualitativo. In origine, si trattava di corrompere e di reclutare, in via del tutto riservata, singoli giornalisti e testate. Poi si è cominciato con il contributo ufficiale e “a pioggia” per la carta.

Infine, diciamo negli ultimi venticinque anni, si è dato vita ad un accumulo progressivo di norme mirate su aspettative e favori specifici (riservati agli “amici degli amici”), ma diventate inevitabilmente per tutti, a pioggia. E più norme ad personam si confezionavano, più la platea dei profittatori – anche non previsti – si ampliava. Sino a raggiungere le attuali, mostruose dimensioni, per tacere delle modalità per molti aspetti addirittura truffaldine.

Numerosi editori utilizzano il cosiddetto “panino”, ovvero paghi un giornale per acquistarne due. È un’iniziativa promozionale oppure c’è qualche altro motivo?

Se è per questo, è sempre più diffusa anche la “promozione” attraverso la distribuzione gratuita dei giornali. Li trovi sempre più spesso: in aereo, negli alberghi, nelle sale d’aspetto, nelle banche, persino per strada. Si tratta di iniziative molto sfaccettate alle quali concorrono, a seconda dei casi e in diversa misura, vari fattori. Ragioni autenticamente promozionali e la ricerca di un aumento, anche fittizio, di diffusione da far valere sul mercato pubblicitario valgono soprattutto per i grandi giornali. Ma una delle ricadute più sciagurate delle provvidenze per l’editoria, specie a livello di piccole testate (e di testate-fantasma), è proprio questa: più stampi e più contributi prendi. Un caso ormai proverbiale è quello di Europa, organo della Margherita: vende sotto le cinquemila copie ma per conquistare i suoi 3,7 milioni di euro è costretta a stamparne trentamila.

Una stampa, un’editoria, tenute al cappio, attraverso i soldi pubblici, dal potere politico quanto possono essere indipendenti e liberi?

Questo è il cuore del problema: una stampa finanziata è inevitabilmente una stampa non indipendente. Comunque una stampa che ha relazioni opache col potere politico, che quei finanziamenti decide. Un problema dalle conseguenze solo attenuate nel caso di grandi giornali che, in florido attivo, del contributo statale potrebbero fare a meno. E che, ormai, sono diventati in qualche caso un potere talmente forte che può imporre a una classe politica in crisi e a istituzioni indebolite di non intaccare quella rendita economica. Nel caso dei piccoli giornali, è indiscutibile: dipendono da quei contributi e quindi dai rapporti che riescono a mantenere con questo o quel pezzo del potere politico.

Come un cittadino può sapere a chi sono erogati i contributi all’editoria?

Basta collegarsi, su Internet, al sito www.governo.it e andare a vedere nel settore riservato al dipartimento per l’Informazione e l’Editoria.

Nei paesi maggiormente industrializzati esiste un sistema analogo?

Mi risulta che esistano pratiche analoghe, ma non con le nostre modalità (accentuatamente assistenziali, clientelari e truffaldine) e non nelle nostre dimensioni economiche. Inevitabilmente, anche su questo terreno – come complessivamente per i “costi della politica” – l’Italia è un paese, diciamo così, anomalo.

L’aiuto statale non è una garanzia alla libertà di stampa, nel senso di consentire a tutti di poter esprimere le proprie idee?

Indubbiamente, la libertà di mercato è una strana libertà che va tutelata con interventi animati da interessi pubblici. Questo vale anche e soprattutto nell’informazione e nella comunicazione – settori produttivi democraticamente molto sensibili - investiti negli ultimi decenni da una forte tendenza alla concentrazione (anche pubblicitaria) e all’omologazione, Perciò vanno incoraggiate e incentivate le nuove iniziative, l’innovazione, la concorrenza, le cooperative, l’informazione locale e indipendente. In questi settori promuovere al massimo il ventaglio dell’offerta merceologica significa promuovere il pluralismo e quindi la democrazia.

Ma, come peraltro negli altri settori produttivi e merceologici, non bisogna esagerare e seguire alcune modalità anziché altre. Si dovrebbe, ad esempio, favorire (con contributi e agevolazioni) la nascita di nuovi giornali e poi, dopo un certo periodo, consentire che vadano avanti con le proprie gambe. Le attuali provvidenze, al contrario, arrivano solo a giornali pubblicati da almeno cinque anni e poi, di fatto, non vengono più tolte. E agevolano la potenza e prepotenza dei grandi gruppi editoriali, che stanno letteralmente desertificando l’area dell’editoria regionale, minore e indipendente.

Gli editori italiani non sono quasi mai editori puri, ma hanno interessi in altre attività. Come fanno i giornalisti a difendere l’informazione da questi interessi?

Bella domanda! La tutela dell’indipendenza dell’informazione può essere perseguita, in teoria, a tre livelli: le condizioni materiali di indipendenza e autonomia della professione (e delle aziende); una forte e non corporativa organizzazione sindacale; l’onestà intellettuale, il coraggio e le capacità professionali del singolo giornalista. Il fatto che, salvo pochi esempi che si contano sulla punta delle dita di una sola mano, in Italia non esistano editori puri di giornali – o meglio, che non siano mai esistiti – ha avuto e ha conseguenze strutturali devastanti su tutti e tre i livelli.

In Italia non esiste un vero e proprio mercato dell’informazione: perciò non esistono editori puri e non esiste una cultura professionale “di mercato”. Bisogna chiedersi, prima ancora di come possano fare i giornalisti a difendersi dagli interessi extra-editoriali degli editori, cosa si debba fare per avviare da qualche parte un meccanismo virtuoso che introduca pur progressivamente una vera logica di mercato e di pluralismo nel nostro settore. E qui l’intervista potrebbe ricominciare.

(Questa intervista è stata pubblicata su Virgilio Notizie il 15 ottobre 2007.)

Soldi rubati al popolo. Lo Stato finanzia tutta la stampa del regime.

Ai quotidiani e periodici ex organi di movimenti politici o editi da cooperative oltre 190 milioni di euro all'anno: "L'unita'" (DS): 6.817.231; "Liberazione" (PRC): 3.718.490; "La Rinascita" (PdCI): 907.314

Grazie alle modifiche apportate dalla Finanziaria 2006 alle leggi 416 del 5 agosto 1981 (che disciplina le imprese editrici di quotidiani e periodici e ha istituito il contributo statale per i giornali di partito per salvarli dal fallimento); alla 67 del 25 febbraio 1987 (a favore dei giornali organi di movimenti politici che vantino almeno due deputati eletti in parlamento); alla 250 del 1990 (che regola la spartizione del finanziamento pubblico da parte dello Stato alla stampa e l'editoria dei partiti) e alla legge 388 del 2000 a favore di "quotidiani, già organi di movimenti politici, editi da cooperative costituite entro il 30 novembre 2001", tutte le imprese radiotelevisive, editrici di libri, periodici e le testate giornalistiche registrate come organo di partito edite da cooperative o appoggiate da due parlamentari o da un eurodeputato, si apprestano a prendere parte al lauto banchetto per la spartizione dei 667 milioni di euro (oltre 1.200 miliardi di lire) che ogni anno lo Stato ruba al popolo per finanziare tutta la stampa e mass media sia della destra che della "sinistra" del regime.

La torta è ripartita in 4 fette: la prima, poco meno di 28 milioni di euro è riservata ai giornali ufficialmente registrati come organi di movimento politico; la seconda, 31,4 milioni, se li spartiranno gli ex organi di movimenti politici editi da cooperative costituite entro il 30 novembre 2001; la terza fetta di quasi 89,5 milioni di euro va ai quotidiani e periodici editi da cooperative di giornalisti o da società la cui maggioranza del capitale sociale è detenuta da cooperative nonché quotidiani italiani editi e diffusi all'estero e giornali in lingua di confine; il resto, circa 12 milioni di euro vanno ai giornali politici e delle minoranze linguistiche; alle testate edite da cooperative editoriali; alle testate per i non vedenti; alla stampa italiana all'estero: giornali italiani pubblicati e diffusi all'estero; pubblicazioni edite in Italia e diffuse prevalentemente all'estero; e ai quotidiani teletrasmessi all'estero.

A ciò si aggiungono: i contributi per il credito d'imposta per l'anno fiscale 2004 pari al 10% della spesa complessiva per l'acquisto della carta; contributi per l'anno 2004 per le compensazioni a Poste Italiane Spa per le tariffe speciali applicate alle spedizioni editoriali; i finanziamenti concessi alle imprese editoriali (ex legge 62/2001) per il credito agevolato e per il credito d'imposta in relazione agli investimenti fissi di ristrutturazione e ammodernamento della capacità produttiva (in corso di elaborazione); i fondi per la riqualificazione e la mobilità dei giornalisti; i contributi alle imprese radiofoniche "libere" e a quelle ufficialmente registrate come organi di movimento politici erogati ai sensi dell'art. 4 della legge n. 250/1990; i rimborsi alle imprese radiofoniche a carattere locale per le spese per abbonamento alle agenzie di informazione ai sensi dell'art. 7 della legge n. 250/1990; i rimborsi delle spese per abbonamento ai servizi delle agenzie di informazione erogati ai sensi dell'art. 8 della legge n. 250/1990 e i rimborsi alle televisioni locali delle spese per l'abbonamento ai servizi forniti dalle agenzie di informazione erogati ai sensi dell'articolo 7 della legge n. 422 del 1993.

Insomma, ce n'è per tutti, ivi compresi i ricchi e potenti quotidiani di più larga diffusione nazionale a cominciare da "La Repubblica", "Corriere della Sera", "Il Sole-24 ore" "La Stampa" e "Messaggero" a cui lo Stato rimborsa una parte dei costi per l'acquisto della carta, le spese per le spedizioni e gli abbonamenti alle agenzie di stampa, fino alle testate dei maggiori partiti politici. E tutti, dai radicali (che per i servizi di "Radio radicale" intascano oltre 4.132 mila euro all'anno) alla Fiamma tricolore, da "Liberazione" all'organo del PdCI "La Rinascita", da "La Padania" fino agli ultraliberisti de "Il Foglio" di Giuliano Ferrara e "Libero" di Vittorio Feltri che quotidianamente si scagliano contro lo "Stato assistenzialista" ed esaltano la "libera impresa", avranno la loro bella fetta di finanziamento pubblico. Basti pensare che pur di incassare il malloppo questi campioni del liberalismo sarebbero disposti a fare carte false: "Il Foglio" ad esempio per ottenere i suoi 3,5 milioni di euro all'anno di contributi pubblici è stato il primo a usare il "trucco" dei due parlamentari diventando il giornale della misconosciuta Convenzione per la giustizia (due parlamentari, il minimo chiesto dalla legge), mentre "Libero" addirittura è diventato l'organo del Movimento monarchico nazionale e grazie a ciò incassa oltre 5,3 milioni di euro all'anno. Con questo "trucco", come lo ha definito lo stesso Giuliano Ferrara, anche "Il Borghese", di cui Feltri è stato direttore, e "Il Riformista" finanziato dall'ex braccio destro di D'Alema, Claudio Velardi, e diretto dall’ex del PCI Paolo Franchi (ora senatore della Margherita), che si è agganciato alla rivista di Macaluso, "Le ragioni del socialismo", hanno "diritto" alla loro bella fetta di finanziamento pubblico, che ammonta rispettivamente a 2,5 e 2,179 milioni di euro a testa all'anno.

La cosa ancora più scandalosa riguarda i criteri in base ai quali questa mega torta viene spartita.

La legge prevede infatti che il contributo statale venga erogato in proporzione ai costi e alla tiratura del giornale.

Dunque più copie stampi più aumenta il contributo. C'è un solo limite: bisogna che la testata venda almeno il 25% della tiratura. Ma questo non è un problema perché molte testate vendono sottocosto, regalano o addirittura scaricano alle fermate degli autobus e delle metropolitane decine di migliaia di copie che fanno figurare come vendute.

Prendiamo per esempio "Opinione delle libertà" che, insieme a "Libero" e "La Padania" sono sotto causa per aver diffamato il PMLI definendo i suoi militanti filo terroristi e fiancheggiatori di Al Qaeda, e come dice il suo direttore Arturo Diaconale, è agganciato "ai parlamentari di cultura liberale, riformista che sono stati eletti dentro Forza Italia". La sua tiratura è di 30.000 copie, perciò se vuole i soldi pubblici ne deve vendere almeno 7.500. Ma non ce la fa. Allora per fare numero vende sottocosto a 10 centesimi.

Perciò risulta che ci sono decine di testate che non vanno nemmeno in edicola, non vendono nemmeno un decimo delle copie che stampano, non hanno alle spalle un'azienda giornalistica, ma incassano ugualmente decine di milioni di euro all'anno.

In base all'elenco delle testate, gran parte delle quali create ad hoc con nomi a dir poco stravaganti e improbabili e sconosciute perfino agli edicolanti, ammesse al banchetto per i finanziamenti riferiti all'anno 2003 e pubblicato sul sito del governo, la parte del leone spetta a l'Unità con 6,817 milioni di euro all'anno, mentre al quotidiano della Cei, "Avvenire", andranno 5,590, Libero 5,371, Italia Oggi 5,061, Il Manifesto 4,441, La Padania 4,028, Liberazione 3,718, Il Foglio 3,511, Il Secolo 3,098, Europa 3,138; seguono: La Discussione, Linea Giornale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, L'Avanti!, Roma, Il Borghese e il berlusconiano Il Giornale tutti a quota 2,582; poi c'è il Sole che Ride 1,020, il quotidiano della Volkspartei (oltre un milione), la Rinascita della sinistra (quasi un milione) fino al defunto Liberal che ciononostante continua ad incassare 563 mila euro all'anno.

Durante il ventennio fascista Mussolini usava il manganello e l'olio di ricino per irreggimentare la stampa e i mass media, oggi alla borghesia e al governo in carica basta chiudere il rubinetto del finanziamento pubblico per ottenere lo stesso risultato.

Ecco a cosa si riduce la libertà d'informazione nel sistema capitalista: testate "indipendenti" e organi di stampa dei partiti parlamentari borghesi trasformati in appendici dirette del regime.

FORAGGIAMENTO A SINDACATI E ASSOCIAZIONI DI CONSUMATORI.

SINDACATI: COSTANO QUASI 2 MILIARDI DI EURO ALL'ANNO.

L 'ALTRA CASTA di Stefano Livadiotti

Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro.

Non trattiamo con la calcolatrice... Così, nei giorni scorsi, il grande capo della Cgil Guglielmo Epifani ha replicato a brutto muso alle pretese rigoriste di Tommaso Padoa-Schioppa sulla riforma delle pensioni. Il numero uno di corso d'Italia non è l'unico ad essere allergico ai moderni derivati del pallottoliere. Della stessa idiosincrasia fanno mostra i suoi pari grado di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, almeno quando si tratta di affrontare l'annosa questione dei conti dei sindacati, che continuano a promettere bilanci consolidati, tranne poi guardarsi bene dal metterli nero su bianco. Forse perché i numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi. Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e spaventato dalla loro capacità di mobilitazione. Che a sua volta dipende proprio, in grandissima parte, da un formidabile potere economico alimentato a spese della collettività: se c'è un problema di costi della politica, allora il discorso vale anche per il sindacato. Se non di più.

Quasi dieci anni fa, alla fine del 1998, un ingenuo deputato di Forza Italia, ex magistrato del lavoro, convinse 160 colleghi a firmare tutti insieme appassionatamente un provvedimento che obbligava i sindacati a fare chiarezza sui loro conti. Dev'essere che nessuno gli aveva ricordato come solo pochi anni prima, nel 1990, Cgil, Cisl e Uil fossero state capaci di ottenere dal parlamento una legge che concede loro addirittura la possibilità di licenziare i propri dipendenti senza rischiarne poi il reintegro, con buona pace dello Statuto dei lavoratori. Fatto sta che, puntuale, la controffensiva di Cgil, Cisl e Uil scattò dopo l'approvazione del primo articolo con soli quattro voti di scarto. "È antisindacale", tuonò con involontario umorismo l'ex capo cislino Sergio D'Antoni, oggi vice ministro per lo Sviluppo economico. Lesti i deputati del centro-sinistra azzopparono la legge, mettendosi di traverso alle sanzioni (tra i 50 e i 100 milioni) previste in caso di violazioni. Alla fine la proposta di legge è rimasta tale, così come tutte quelle presentate in seguito, anche in questa legislatura. "È il sindacato che detta tempi e modalità", titolava del resto nei giorni scorsi il confindustriale 'Sole 24 Ore', all'indomani dell'accordo sullo scalone pensionistico.

Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. "Il giro d'affari di Cgil, Cisl e Uil ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire", sparò nell'ottobre del 2002 il radicale Daniele Capezzone, "e il nostro è un calcolo al ribasso". Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il fatturato consolidato di corso d'Italia abbia raggiunto il tetto del miliardo di euro. E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004, esclusi Caf, patronati e quant'altro. Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell'ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo.

Il sostituto d'incasso
La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil ("I tre porcellini", come ama chiamarli in privato il vice premier Massimo D'Alema) sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti: in media l'1 per cento della paga-base; di meno per i pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro all'anno. Un esperto della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista di lungo corso della Cgil ed ex presidente dei sindaci dell'Inps, parla di almeno un miliardo l'anno. Secondo quanto risulta a 'L'espresso', il solo sistema Cgil ha incassato nel 2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica dell'esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente s'intende. Nel caso dei lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano infatti le aziende, che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti. Per i pensionati provvedono invece gli enti di previdenza: solo l'Inps nel 2006 ha girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco Pannella tentò di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il meccanismo è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti, nei contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono volute arrivare allo scontro. E lo stesso ha fatto il governo di Romano Prodi quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica, la delega con cui il pensionato autorizza l'ente previdenziale a effettuare la trattenuta sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto bisogno di un periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato parere contrario. E l'emendamento è colato a picco.

Lo strapotere dei Caf
I Centri di assistenza fiscale rappresentano per i sindacati un formidabile business. Per le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono pagati dagli enti previdenziali. Solo l'Inps per il 2006 verserà ai 74 caf convenzionati 120 milioni. A fare la parte del leone saranno le strutture di Cgil, Cisl e Uil, che insieme totalizzeranno circa 90 milioni. Non basta. Per i lavoratori in attività i Caf incasseranno dal Fisco 15,7 euro per ognuna delle 12.261.701 dichiarazioni inviate agli uffici nel 2006. Il ministero sborserà dunque 186 milioni e spicci. Anche in questo caso, secondo i conti che 'L'espresso' ha potuto esaminare, la fetta più grande della torta andrà a Cgil (38 milioni, 195 e 177 euro), Cisl (30 milioni, 763 mila e 485) e Uil (12 milioni, 78 mila e 793 euro). Un piatto ricco, considerando che i Caf ricevono inoltre, come contribuzione volontaria, una media di 25 euro dalle tasche dei contribuenti aiutati nella compilazione del 730 (per un totale di 175 milioni, secondo Cazzola) e mettono insieme un'altra cinquantina di milioni per il calcolo di Ise e Isee (i redditometri per le famiglie che chiedono prestazioni sociali). Considerando le cifre in ballo, i sindacati hanno fatto fuoco e fiamme pur di tenersi ben stretto il giocattolo. Nel 2005, sotto l'incalzare della Corte di Giustizia europea, convinta che il monopolio dei Caf rappresentasse una violazione ai trattati comunitari, il governo di Silvio Berlusconi aveva aperto la porta a commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro. Una manovra talmente timida che la Commissione europea ha inviato all'Italia una seconda lettera di messa in mora. Sull'argomento gli uomini di Bruxelles hanno preteso e ottenuto, ancora nel gennaio scorso, un vertice a palazzo Chigi. Concluso, naturalmente, con un niente di fatto.

Intoccabili patronati
Se il monopolio dei Caf è sotto assedio, resiste saldo quello dei patronati, le strutture (quelle convenzionate con l'Inps sono 25) che assistono i cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione): una rete capillare, dall'Africa al Nordamerica passando per l'Australia, che alcuni sospettano abbia un ruolo non indifferente anche nell'indirizzare il voto degli italiani all'estero. Nel 2000 i radicali hanno lanciato l'ennesimo referendum abrogativo, ma si sono visti chiudere la porta in faccia dalla Consulta. Più di recente Forza Italia ha cercato, con un emendamento al decreto Bersani, di liberalizzare il settore. Se l'armata berlusconiana non fosse stata respinta con perdite, per il sindacato sarebbe stato un colpo mortale. I patronati, infatti, sono fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute: "Con i patronati e gli altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni", sostiene Cazzola. Non bastasse, i patronati assicurano un gettito che non è proprio da buttare via: in pratica si dividono (in base al lavoro svolto) lo 0,226 del totale dei contributi sociali riscossi dagli enti previdenziali. A lungo questa cifra è stata calcolata solo sui contributi dei pensionati privati, per l'ottimo motivo che a quelli pubblici le scartoffie per l'assegno le ha sempre curate l'amministrazione (e proprio per questo motivo pochi di loro sono iscritti al sindacato). Poi, però, nel 2000, per gentile concessione del parlamento (con un voto a larghissima maggioranza) nel monte-contributi sono stati fatti confluire anche quelli dei lavoratori statali. E la cifra ha iniziato a lievitare: 314 milioni nel 2004, 341 nel 2005, 349 nel 2006. Solo l'Inps nel 2006 ha speso per i patronati (che ora, per arrotondare, si occupano anche del rinnovo dei permessi per gli immigrati) 248 milioni, 914 mila e 211 euro. Alla fine, secondo quanto risulta a 'L'espresso', l'Inca-Cgil ha incassato 82 milioni e 250 mila euro, l'Inas-Cisl 66 milioni e 150 mila euro e l'Ital-Uil 26 milioni e 600 mila euro.

Forza lavoro gratuita
È quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione, che continua graziosamente a pagarle lo stipendio. Compresi, e vai a capire perché, i premi di produttività e i buoni pasto. Oggi i dipendenti statali dati in omaggio al sindacato sono 3.077 e costano al contribuente (Irap e oneri sociali compresi) 116 milioni di euro. Ai quali vanno sommati 9,2 milioni per 420 mila ore di permessi retribuiti. Di regalo in regalo, per i dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico dell'intera collettività. Un privilegio che hanno perduto perfino le assemblee elettive (a partire dal parlamento). Ma i sindacati no.

Business formazione
Dall'Europa piove ogni anno sull'Italia circa un miliardo e mezzo di euro per il finanziamento della formazione professionale. In più ci sono i circa 700 milioni dell'ex fondo di rotazione, alimentato dallo 0,30 per cento del monte-contributi che le aziende versano agli enti previdenziali. Un tempo, non meno del 40-50 per cento di queste somme passava attraverso enti di emanazione sindacale, che non incassavano direttamente un euro ma gestivano comunque le assunzioni e la distribuzione degli incarichi. Oggi la concorrenza s'è fatta più dura. Ma i sindacati non mollano l'osso. Dieci dei 14 enti che si distribuiscono ogni anno circa la metà dei finanziamenti nazionali sono partecipati da Cgil, Cisl e Uil.

Casa mia, casa mia
L'assenza di bilanci consolidati non consente di far luce sull'immenso patrimonio immobiliare accumulato negli anni dai tre sindacati confederali, cui lo Stato a un certo punto ha pure regalato i beni delle corporazioni dell'epoca fascista. Fino a pochi anni fa i sindacati non potevano possedere direttamente gli immobili: li intestavano a società controllate. La legge che ha consentito loro il controllo diretto ha garantito anche un passaggio di proprietà al riparo dalle pretese del fisco. Oggi la Cgil dichiara di avere, sparse per tutto il Paese, qualcosa come 3 mila sedi, tutte di proprietà delle strutture territoriali o di categoria. "Non so stimare il valore di mercato di un patrimonio che non conosco ma", afferma l'amministratore della Cgil, "deve trattarsi di una cifra davvero impressionante". La Cisl dichiara addirittura 5 mila sedi, tra confederazione, federazioni nazionali e diramazioni territoriali (pensionati compresi), quasi tutte di proprietà. La Uil è l'unica che ha concentrato il grosso degli investimenti sul mattone in una società per azioni controllata al 100 per cento. Si chiama Labour Uil e ha in bilancio immobili per 35 milioni e 75 mila euro (a valore storico; quello di mercato è tre volte superiore), ma non, per esempio, la sede romana di via Lucullo, che lo stesso tesoriere nazionale Rocco Carannante stima tra i 70 e gli 80 milioni di euro.

Il fatto certo, alla fine, è che Cgil, Cisl e Uil sono ricchi. Quanto, però, nessuno lo sa davvero. "Ci sono situazioni che talvolta non sono pienamente trasparenti", ha scolpito Epifani lo scorso 27 febbraio. E però si riferiva allo scandalo del calcio.

SINDACALISTI POTENTI. Il più potente sindacalista italiano, il capo della Cgil Guglielmo Epifani, guadagna 3.500 euro netti al mese. I 12 segretari confederali, la prima linea di corso d'Italia, circa 2.400 euro. La Cisl e la Uil pagano poco di meno i loro numeri uno (3.430 euro per Raffaele Bonanni e 3.300 per Luigi Angeletti), ma sono più generose con i dieci segretari confederali (2.850 quelli di via Po, 2.900 quelli di via Lucullo).

La mancanza di un bilancio consolidato non consente di fare chiarezza sugli stipendi dei circa 20 mila sindacalisti a tempo pieno delle tre grandi confederazioni. Della Cgil si sa solo che ne conta 14 mila (per il 40 per cento dirigenti, qualifica che scatta a partire dal grado di funzionario) e che il costo del lavoro è pari a circa il 40 per cento del fatturato. Ma un calcolo si può azzardare sull'organico del quartier generale. Dove i dipendenti sono 178 e il costo del lavoro è pari a 9 milioni e 109 mila euro: la media fa 51 mila euro.

Quanto ai benefit, in corso d'Italia ce ne sono pochi: se si escludono i segretari confederali, gli altri dipendenti dotati di cellulare hanno un tetto di spesa di 750 euro l'anno. Più fortunati, sotto questo aspetto, i 180 dipendenti della sede nazionale romana della Cisl (nella confederazione di Bonanni il costo del lavoro è un po' più del 30 per cento del giro d'affari), che dispongono di uno sconto sui trasporti pubblici e stanno per ottenere un asilo nido.

Dove i sindacalisti godono di più che un privilegio è in un sistema di welfare molto particolare. Come quello garantito dagli enti previdenziali, da sempre riserva di caccia quasi esclusiva per ex dirigenti di Cgil, Cisl e Uil in pensione. Solo all'Inps sono a disposizione 6 mila e 222 tra poltrone e strapuntini.

SINDACATO E CARRIERA POLITICA. La Cisl ha conquistato la seconda carica dello Stato con Franco Marini alla presidenza del Senato. La Cgil s'è accaparrata la terza con Fausto Bertinotti sullo scranno più alto di Montecitorio. In Italia il sindacato è un buon trampolino di lancio. Lo conferma la pattuglia di ex sindacalisti che ha trovato posto nel governo di Romano Prodi e che ha la sua roccaforte nel ministero del Lavoro: il titolare Cesare Damiano viene dalla Cgil, così come il sottosegretario Rosa Rinaldi, mentre l'altro sottosegretario Antonio Montagnino ha un passato nella Cisl. A completare la squadra governativa ci sono poi il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero (ex delegato Fiom-Cgil) e il suo sottosegretario Franca Donaggio (ex Cgil Trasporti); il vice ministro per lo Sviluppo Economico Sergio D'Antoni (ex numero uno della Cisl); il vice ministro degli Esteri Patrizia Sentinelli (già alla Cgil Scuola); il sottosegretario alla Salute Giampaolo Patta, che viene dalla Cgil come il suo collega all'Economia Alfiero Grandi. Nutrita anche la rappresentanza parlamentare: la sola Cgil può schierare sei tra deputati e senatori: Titti Di Salvo, Teresa Bellanova, Pietro Marcenaro, Andrea Ranieri, Gianni Pagliarini e Maurizio Zipponi. Anche negli enti locali il primato è della confederazione di corso d'Italia: l'ex numero uno Sergio Cofferati ha conquistato il municipio di Bologna e Gaetano Sateriale (ex chimici e poi metalmeccanici) quello di Ferrara, mentre l'ex segretario aggiunto Ottaviano Del Turco è governatore dell'Abruzzo.

Se la politica è lo sbocco naturale, non mancano gli ex sindacalisti che si sono riciclati nel mondo dell'impresa. A partire da Mauro Moretti, ex Cgil, salito al vertice delle Ferrovie; Fulvio Vento, ex Cgil Lazio, diventato presidente dell'Atac; Natale Forlani, ex Cisl, planato sulla poltrona di amministratore delegato di Italialavoro; Raffaele Morese, anche lui ex Cisl, già deputato e sottosegretario al Lavoro, nominato al vertice di Confservizi, la confederazione tra le aziende che gestiscono i servizi pubblici locali.

ASSENZE PER MOTIVI SINDACALI NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: COSTANO QUASI 121,5 MILIONI DI EURO ANNUI.

DISTACCO SINDACALE: Il distacco sindacale è l’istituto attraverso il quale viene riconosciuto ai dipendenti pubblici il diritto a svolgere, a tempo pieno o parziale, attività sindacale, con la conseguente sospensione dell’attività lavorativa. Il periodo trascorso in distacco sindacale è equiparato, a tutti gli effetti, al servizio prestato presso l’amministrazione; infatti, viene regolarmente retribuito, con esclusione solo delle indennità per lavoro straordinario e dei compensi collegati all’effettivo svolgimento delle prestazioni.

PERMESSI CUMULATI SOTTO FORMA DI DISTACCO: Il permesso cumulato è l’istituto attraverso il quale viene riconosciuta, alle confederazioni ed alle organizzazioni sindacali rappresentative, la possibilità di cumulare le ore di permesso sindacale spettanti per lo svolgimento del mandato, in modo da consentire al rispettivo dirigente sindacale lo svolgimento dell’attività sindacale fino ad un massimo di un intero anno, pari a 1572 ore lavorative. Le modalità e le condizioni per la fruizione sono identiche a quelle specificate per il distacco sindacale.

PERMESSI SINDACALI RETRIBUITI PER LA PARTECIPAZIONE ALLE RIUNIONI DEGLI ORGANISMI DIRETTIVI: Il permesso sindacale in argomento è l’istituto attraverso il quale viene riconosciuto ai dipendenti pubblici il diritto a partecipare alle riunioni degli organismi direttivi statutari nazionali, regionali, provinciali e territoriali, indette dalle confederazioni e dalle organizzazioni sindacali rappresentative di appartenenza, assentandosi dal posto di lavoro e sospendendo così la propria attività lavorativa, per alcune ore o per una o più giornate e, comunque, per il tempo necessario allo svolgimento delle riunioni. Il periodo trascorso in permesso sindacale è equiparato, a tutti gli effetti, al servizio prestato presso l’amministrazione ed è retribuito, con esclusione dei compensi e delle indennità per il lavoro straordinario e di quelli collegati all’effettivo svolgimento delle prestazioni.

PERMESSI SINDACALI RETRIBUITI PER LO SVOLGIMENTO DEL MANDATO: Il permesso sindacale in argomento è l’istituto attraverso il quale viene riconosciuto ai dipendenti pubblici, ivi compresi quelli eletti negli organismi di rappresentanza del personale (RSU), il diritto ad espletare l’attività sindacale, nonché a partecipare a trattative, convegni e congressi di natura sindacale, assentandosi dal posto di lavoro e sospendendo così, per alcune ore o per una o più giornate, la propria attività lavorativa. Il periodo trascorso in permesso sindacale è equiparato, a tutti gli effetti, al servizio prestato presso l’amministrazione ed è retribuito, con esclusione dei compensi e delle indennità per il lavoro straordinario e di quelli collegati all’effettivo svolgimento delle prestazioni. Tale periodo può essere anche di più giornate lavorative, e comunque fino all’esaurimento del contingente orario, fissato, annualmente, dall’amministrazione e ripartito tra l’organismo di rappresentanza (RSU) e le organizzazioni sindacali rappresentative, per queste ultime tenuto conto del grado di rappresentatività conseguito presso l’amministrazione.

E' di 121 milioni e 440 mila euro l'anno il costo stimato per la pubblica amministrazione delle assenze per motivi sindacali. Il ministro per la Funzione pubblica, Renato Brunetta ha messo on line sul sito del ministero la relazione e i dati presentati al Parlamento su questa questione. Si tratta di 18 pagine di dati e grafici, senza alcun commento. I dati si riferiscono al 2006 e quasi tutte le amministrazioni (l'83,73%, da cui dipende il 95,48% degli impiegati pubblici) hanno adempiuto all'obbligo di fornire i dati richiesti.

Le 830.598 giornate di distacchi retribuiti, calcola la relazione, corrispondono ad un anno di assenza dal servizio di 2.276 dipendenti, a cui ne vanno sommati altri 47 per le 17.095 giornate di permessi cumulati sotto forma di distacco. Ci sono poi 263.466 giornate di permessi retribuiti per l'espletamento del mandato, corrispondenti all'assenza, sempre per un anno, di 1.198 dipendenti, e 115.868 giornate per le riunioni degli organismi direttivi statutari (527 dipendenti). Infine, ci sono 140.169 giornate di aspettative e 2.178 di permessi non retribuiti, che equivalgono ad altri 394 dipendenti assenti per un anno.

Bisogna poi considerare le aspettative e permessi per funzioni pubbliche elettive: sono 817.144 giornate, equivalenti a 2.239 dipendenti assenti e a un costo stimato di altri 67 milioni.

La parte più elevata del costo (quasi 30 milioni) deriva dai distacchi e permessi di Regioni ed enti locali, seguite dal Servizio sanitario nazionale (22,6 milioni) e dalla scuola (poco più di 20). Quarti, ma molto distanziati, i ministeri (11,8). Costi di rilievo anche per enti pubblici non economici (8,7 milioni), Polizia (6,6), agenzie fiscali (6,1) e Polizia penitenziaria (5,5). Per tutte le altre branche dell'amministrazione le cifre sono molto minori. Il costo delle aspettative per cariche pubbliche elettive ricalca grosso modo la classifica precedente, tranne il fatto che in questo caso i corpi di polizia mostrano dati estremamente bassi.

ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI: 47 MILIONI DI FINANZIAMENTO DI STATO PER FARE ANTISTATO.

Votate alla difesa del consumatore: agguerrite, preparate, specializzate; capaci di minacciare cause contro tutto e tutti. Le associazioni dei consumatori, i cani da guardia nel mercato dei beni e servizi, per difendere il cittadino che si barcamena tra beni e servizi non guardano in faccia a nessuno. Tranne che allo Stato. Perché da Roma le associazioni sono massicciamente finanziate.

FINANZIAMENTI A PIOGGIA
Eccola un’altra casta. Diversa, ma sempre casta: 47,7 milioni di euro in cinque anni, distribuiti a pioggia a partire da gennaio 2003, da quando alle associazioni va parte del ricavato delle multe dell’antitrust. Le società sbagliano, l’Authority le punisce e quei soldi che dovrebbero andare allo Stato vanno alle associazioni dei consumatori. Cioè quelle sigle che dal 1998 fanno parte del Cncu (consiglio nazionale dei consumatori e utenti, che ha sede presso il ministero dello Sviluppo economico). Fino all’80-85% dei bilanci delle associazioni, secondo una ricerca del Sole24Ore, sono garantiti dal denaro pubblico. «In queste condizioni - ha dichiarato Palo Martinello, presidente di Altroconsumo - è difficile contestare le scelte di governo o regioni. Così si rischia di diventare la foglia di fico delle amministrazioni». Quindi la domanda è immediata: ma se i soldi li prendono dallo Stato, come faranno a fare azioni e operazioni contro tutto quello che lo Stato controlla come Poste, servizi idrici, ferrovie, smaltimento, gestione rifiuti?

UN PROGETTO PER TUTTI
I soldi pubblici servono a finanziare molte cose, sostengono i vertici delle associazioni. Quali? Siamo andati a leggere i documenti dei finanziamenti dei progetti delle associazioni del 2005 per avere un’idea. Ne abbiamo trovati 27 e la prima cosa strana è che praticamente tutti hanno un contributo standard: mezzo milione di euro. E così, a prescindere dal lavoro svolto, tutti finiscono col portare a casa la stessa cifra (12 milioni nel solo 2005). Non ci dev’essere grande comunicazione tra le varie associazioni, poi, se in un anno tre progetti diversi hanno avuto però lo stesso contenuto: la lettura delle etichette. Un milione e mezzo di euro, quindi, per insegnare a leggere. Ma i soldi basta averli, se è vero che Carlo Rienzi, presidente del Codacons ha dichiarato all’Espresso: «Stare nel Cncu non serve a niente. È una scatola per dare soldi. E per fortuna li dà».

LE ISCRIZIONI FALSE
I consumatori insegnano a non fidarsi di nessuno. Seguendo questa logica non bisognerebbe farlo neanche con loro. E forse non sarebbe poi tanto sbagliato. «Gran parte degli iscritti sono falsi», ammettono gli stessi presidenti. Tanto nessuno controlla. Così si deduce che i 300mila iscritti spacciati da qualcuno, i 100mila da qualcun altro e così via, siano solo numeri in libertà, con buona pace della tanto invocata trasparenza.

GLI INTRECCI CON LA POLITICA
Molte sigle sono nate e cresciute all’ombra di poteri politico-sindacali: Federconsumatori è strettamente legata alla Cgil, mentre Adiconsum e Adoc rispettivamente alla Cisl e Uil. Il movimento Arci ha la sua organizzazione «personale» nel Movimento consumatori, mentre la Lega consumatori è collegata alle Acli. Ma c’è anche chi ha giocato la carta della politica pura: dal Codacons è nata la Lista Consumatori, che alle politiche del 2006 riuscì a far eleggere in Calabria addirittura un senatore, Pietro Fuda. Il presidente di Adusbef, Elio Lannutti, è tutt’ora in parlamento, senatore dell’Italia dei Valori e personaggio ammiccante all’antipolitica visto che ha in programma l’uscita di un libro La Repubblica delle banche, con introduzione di Beppe Grillo. Di centrodestra è la «Casa del consumatore», il cui presidente Alessandro Fede Pellone è un ex consigliere lombardo di Forza Italia. Era collaboratore del ministro Livia Turco, Stefano Inglese, ex presidente del Tribunale dei diritti del malato e legato a Cittadinanzattiva, mentre Donatella Poretti dagli uffici dell’Aduc è passata direttamente agli scranni di Montecitorio, nelle file della Rosa del Pugno. Infine Mara Colla, già sindaco socialista di Parma, eletta alle scorse elezioni regionali con l’Ulivo, continua a tenersi stretta la presidenza della Confconsumatori. Alla faccia della libertà.

LE PROVINCE

Province sanguisughe: ci costano 14 miliardi. Mantengono 4.520 amministratori e finanziano tutto e tutti: dalla sagra dei carciofi agli studi sugli orsi. Nel suo libro «Spudorati» Giordano racconta sprechi e abusi. Eliminare le Province italiane? Macché ne vogliono sempre di nuove. E perché? Perché sono veri e propri centri di spese, spesso di spese folli. A questo viene dedicato un capitolo di Spudorati (152 pagine, 18 euro, Mondadori) di Mario Giordano, 45 anni, direttore di Mediaset all-news TgCom24. Avanti c’è posto: è dal 1970, cioè da quando sono state create le Regioni, che si dice che le Province non hanno più senso. Eppure non c’è paesello, rione, quartiere che non sogni di diventare capoluogo... Vi chiederete come mai. E la risposta è semplice: non è vero che le Province non servono a niente. Macché: le Province servono un sacco. A che cosa? Semplice: a finanziare la sagra del salmone del Medio Campidano, per esempio. O il censimento per lo studio delle abitudini del cormorano dell’Iglesias. Vorrete mica perdere di vista il cormorano dell’Iglesias, perdinci. E allora perché vi stupite? La Provincia di Oristano (meno di 300.000 abitanti) è riuscita a finanziare in un solo anno: la sagra della fragola (8942,42 euro), la sagra dei pesci (2257,67 euro), la sagra dei muggini (1474,20 euro), la sagra de sos cannisones (983,55 euro), la sagra de sos culurzones de patata (903,05 euro), la sagra del riso (1493,87 euro), la sagra degli agrumi (1867,34 euro), la sagra del pomodoro (5465,73 euro), la sagra dei ravioli (1806,09 euro), la sagra del pane e dei prodotti tipici (2709,14 euro), la sagra su pai fattu in domu (1354,57 euro), la sagra del carciofo (1331,58 euro), la sagra de su bino nou (903,05 euro) e la sagra pane e olio in frantoio (1422,30 euro). Ho l’impressione che alla fine abbiano mangiato un po’ tutti...Il fatto è che di dimagrire nessuno ha voglia. La Provincia di Napoli, per dire, negli ultimi dodici mesi ha sostenuto con oltre 3 milioni di euro una miriade di fondamentali iniziative come «La cucina di mammà», «Cogli l’attimo», «C’è di più per te» e «Sognando di diventare campioni tirando la fune». Il tiro alla fune, ecco, ci mancava. La Provincia di Roma pensa alle lepri e ai fagiani: spende 298.392 euro per distribuirne una certa quantità nei boschi. La Provincia di Trento finanzia ogni tipo di convegno: 110.000 euro per quello sul clima, 790.000 per quello sull’economia, 100.000 per quello sulle «rotte del mondo», addirittura 180.000 per «educare nell’incertezza» (fra l’altro, di questi, 82.000 se ne vanno in comunicazione, cartellonistica, vitto e soprattutto buffet, che in mezzo a tanta incertezza restano l’unica cosa sicura). Inoltre, sempre la Provincia di Trento ha affidato anche una consulenza da 20.000 euro a due professori universitari per «capire gli orsi», mentre quella di Belluno paga dieci volte tanto un consulente per sapere se le Dolomiti possono entrare nel patrimonio dell’Unesco. E la Provincia di Bolzano batte tutti: è riuscita ad assoldare un consulente per fare lezione ai troppi consulenti che aveva assoldato. «Come migliorare le proprie prestazioni», era il titolo esatto del seminario. Ecco: come migliorare le proprie prestazioni. E magari farsi pagare qualche euro in più sognando la cucina di mammà o il tiro alla fune. E dimenticando, però, che a forza di tirare la fune, si rischia di spezzarla. Ma chi ci pensa ai pericoli? Ma chi ci pensa ai costi? Ma chi ci pensa agli sprechi? Ecco perché, nonostante le promesse elettorali, le Province sopravvivono sempre. Ecco perché, quando si arriva al dunque, nessuno vota per l’abolizione. Perché le Province sono utili. Prendete quella di Monza e della Brianza. La neonata organizzazione territoriale brianzola ha appena visto la luce in una terra che, come tutti sanno, è celebre per la febbrile attività e l’indomito dinamismo. Ebbene, che cosa ha prodotto in sei mesi, dal gennaio al giugno 2011, il consiglio provinciale della produttiva Brianza? Una delibera. Proprio così: una di numero. Accidenti, non sarà mica calata l’ernia a qualcuno dentro quel palazzo? Una delibera tutta intera? Tutta insieme? L’avranno approvata in un colpo solo oppure a rate per non affaticarsi troppo? Fra l’altro trattasi di una decisione operativa di importanza fondamentale, dati i tempi di crisi e le necessità del Paese: il premio Talamoni, cioè una medaglietta d’oro (4 centimetri) da assegnare a non si sa bene chi. Valeva la pena costituire una nuova Provincia per avere un riconoscimento così prestigioso, no? Pare che in Brianza si fatichi a trovare uno stemma, un simbolo, un segno distintivo per rappresentare il nuovo ente locale. Che, in compenso, ha ben quattro sedi (proprio quattro) e quattro aziende dell’acqua (proprio quattro) che costano, secondo quanto riferisce l’Espresso, 1,5 milioni di euro l’anno. Le spese per la comunicazione istituzionale ammontano a 880.000 euro, quelle per le consulenze a 1 milione di euro. E non mancano nemmeno le solite regalie a pioggia per foraggiare ogni tipo di manifestazione, da «Pagine come rose» a «Le immagini della fantasia», da «Libritudine» a «Teodolinda messaggera di pace»...Finanziamenti in libertà anche a Palermo: qualsiasi sagra, dal ficodindia all’asino di Castelbuono, e qualsiasi associazione, dal Badminton di Cinisi alla Confederazione siciliani del Nordamerica, sembra in grado di ricevere generose donazioni di soldi dei contribuenti. All’altro capo dell’Italia, in compenso, c’è la Provincia di Treviso che spende 22.800 euro per organizzare un sondaggio sulla soddisfazione dei pescatori e altri 21.600 per studiare le anguille. In effetti, però, lo studio delle anguille può presentare anche alcuni lati assai interessanti: considerato il modo in cui vengono gestiti i soldi dei contribuenti, almeno si impara a essere sfuggenti...Ecco a che cosa servono le Province. Costano 14 miliardi di euro l’anno, ci prosciugano, non funzionano, ma svolgono due compiti fondamentali: mantengono un esercito di 4520 amministratori e distribuiscono denari a pioggia, dall’associazione della salsiccia agli amici del peperone. Che poi, oltre che essere amici del peperone, evidentemente, sono pure amici dell’assessore. O almeno di sua moglie. Altrimenti come spiegare certe spese?

PARLIAMO DI PROVINCE.

Il numero è quasi raddoppiato dall’unità d’Italia. Nel 2010 sono arrivate a 109.

Quando nacquero nel 1861, al momento dell’Unità d’Italia, erano quasi la metà: 59. Distribuite sul territorio con un criterio semplice: dovevi attraversare ciascuna in una giornata di cavallo. Nel 1947 erano già 91. E col passaggio dagli equini alle autoblu, hanno continuato ad aumentare, aumentare, aumentare a dispetto del proposito dei padri costituenti, che avevano previsto la loro abolizione con l’arrivo delle Regioni, fino a diventare 95 e poi 102 e su su fino a 109 grazie a new entry e soprattutto al raddoppio (da 4 ad 8) di quelle della Sardegna. La quale con l’Ogliastra (57.960 abitanti, due terzi di Sesto San Giovanni) mise a segno il capolavoro, la provincia a due teste: Tortolì (10.661 anime) e Lanusei, che di anime ne ha ancora meno: 5.699. Un record mondiale.

Quanto costino lo ha calcolato l’anno scorso il Sole 24 Ore : 17 miliardi di euro. Con un aumento del 70% rispetto al 2000. Da dove arrivano i denari? Un po’ dai trasferimenti. Parte dal prelievo del 12,5% sull’assicurazione delle auto e delle moto: 2 miliardi nel 2007, il 54% in più rispetto al 2000. Più aumenta l’assicurazione, più intasca la Provincia. Altri quattrini arrivano dall’imposta provinciale di trascrizione: le annotazioni al Pubblico registro automobilistico che doveva essere abolito. Ci sono poi un’addizionale sulla bolletta elettrica e il tributo provinciale per l’ambiente.

Come mai i cittadini non si arrabbiano? Occhio non vede, cuore non duole: sono tutte tasse dentro altre tasse. Non si notano. Va da sé che a quel punto, ignaro delle spese, il cittadino vede lusingato il suo campanilismo. Come nel caso della provincia di Fermo nata dalla divisione di quella di Ascoli Piceno. Una specie di scissione dell’atomo: da una piccola provincia ne sono nate due minuscole. In compenso, al posto di un solo consiglio da 30 membri, ne sono nati due da 24: totale 48 poltrone. Per non dire della provincia a tre piazze di Barletta-Andria-Trani, chiamata così per non far torto ai permalosi cittadini dell’una o l’altra capitale. Quanti sono i comuni di quella nuova Provincia? Dieci in tutto, sono. Il che, diciamolo, aumenta la pena per i sette tagliati fuori dal nome: Bisceglie, Trinitapoli, Minervino Murge. E la targa automobilistica? «BT». Rivolta: «E Andria? Non si può fare “Bat”?». «No, quella è di Batman».

C’è da sorridere? Mica tanto. Sull’abolizione delle province, infatti, fu giocato un pezzo dell’ultima campagna elettorale. «Aboliremo le Province, è nel nostro programma», disse Berlusconi a Porta a porta il 10 aprile 2008. «Ma la Lega sarà d’accordo?», eccepì Bruno Vespa. E lui: «La Lega è composta da persone leali». «Presidente, che cosa ha previsto per abbassare i costi folli della politica?», gli chiese la signora Ines nella chat-line al Corriere . E lui: «La prima cosa da fare è dimezzare il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei consiglieri comunali». E le Province? «Non parlo delle Province, perché bisogna eliminarle». Mostrava di crederci al punto, il Cavaliere, che cercava sponde: «Se Veltroni ci darà una mano... ». Veltroni, del resto, era già d’accordo: «Cominceremo da subito abolendo le Province nei grandi comuni metropolitani». Posizione confermata a Matrix : «All’abolizione delle province penso ci si possa arrivare. Ma non sono un demagogo. È facile dirlo in campagna elettorale...». Il socio fondatore del Pdl Gianfranco Fini era d’accordo: «I carrozzoni non sono intoccabili e si possono abolire per esempio le Province».

L’abolizione delle Province, ”fermo restando il trasferimento dei dipendenti e delle funzioni agli altri livelli territoriali di governo, consentirebbe di realizzare risparmi di 7 miliardi annui, ossia una parallela riduzione di spese e di imposte pari a mezzo punto di Pil”. L’abolizione potrebbe portare inoltre nelle tasche delle famiglie italiane almeno 300 euro l’anno. E’ quanto calcola la Confesercenti in un dossier dal titolo ‘Riaprire la pratica dell’abolizione delle Province. Secondo lo studio della Confesercenti il taglio delle Province «consentirebbe di realizzare risparmi dell’ordine di 7 miliardi annui, ossia una parallela riduzione di spese e di imposte pari a mezzo punto di Pil». Sempre nello stesso dossier, l’organizzazione degli esercenti, evidenzia che «la transizione al federalismo» non cambia la situazione. «Con l’avvento del federalismo - afferma lo studio - si rischia che a cambiare siano solo le intestazioni: le risorse provenienti da Stato e Regioni non si chiameranno più trasferimenti ma compartecipazioni. La sostanza tuttavia, non cambia». Mettendo a confronto i maggiori paesi Confesercenti sottolinea come l’ente Provincia «non ha paragoni in nessun altro Paese simile all’Italia». In Francia i Dipartimenti hanno dimensione analoga, ma al di sopra c’è poi solo lo Stato. E in Germania non c’è nulla tra i Comuni e i Länder. In Gran Bretagna ci sono le Contee, ma hanno carattere tecnico-amministrativo e non politico. Negli Stati Uniti avviene lo stesso e nella maggior parte dei casi le contee sono una linea sulla carta geografica oppure individuano le competenze giudiziarie o di polizia: non a caso l’autorità più importante è lo sceriffo. Tagliando le 110 Province (erano 59 nel 1861 e 91 nel 1947) «fermo restando il trasferimento dei dipendenti e delle funzioni agli altri livelli territoriali di governo, consentirebbe di realizzare risparmi dell’ordine di 7 miliardi annui, ossia una parallela riduzione di spese e di imposte pari a mezzo punto di Pil».  Attualmente il sistema Province - secondo i calcoli di Confesercenti - si caratterizza per entrate complessive per 13 miliardi, spese totali per 13.700 e un disavanzo di poco superiore a 700 milioni. Le entrate correnti sono costituite al 50% da imposte e tasse e il restante 50% dai trasferimenti dallo Stato e da altri enti pubblici. I tributi che spiegano la maggior parte del gettito sono cinque: l’imposta assicurazioni RC auto, l’imposta provinciale di trascrizione (IPT), l’addizionale provinciale all’accisa sull’energia elettrica, la compartecipazione provinciale al gettito Irpef e il tributo per l’esercizio delle funzioni di tutela, protezione e igiene dell’ambiente.

“Eliminare gli sprechi”, “cancellare gli enti inutili” eccetera, eccetera. Il governo e l'opposizione si riempiono la bocca di parole che fanno ben sperare. Ma poi quando i parlamentari votano è tutta un'altra storia. Così le inutili e costosissime province non si toccano. Con i voti contrari del Pdl e la decisiva astensione del Pd, la Camera il 5 luglio 2011 ha respinto la proposta di legge presentata dall'Idv. Le province, per ora, non si toccano. Con i voti contrari del Pdl e la decisiva astensione del Pd, la Camera dice infatti «no» alla proposta di legge sulla loro soppressione presentata dall'Idv. Un risultato che accende la polemica all'interno delle opposizioni, visto che non solo il partito di Antonio Di Pietro ma anche il Terzo Polo ha invece votato a favore. Più in dettaglio, la Camera ha respinto innanzitutto il mantenimento del primo articolo del testo, quello che cancellava le parole «le province» dal Titolo V della Costituzione (225 i voti contrari, 83 quelli a favore, 240 gli astenuti). Poi, è stata bocciata l'intera proposta di legge dell'Idv.  «Si è verificato un tradimento generalizzato degli impegni e dei programmi elettorali fatti da destra a sinistra - attacca Di Pietro -. Tutti hanno fatto a gara nel far sognare gli italiani sul fatto che si sarebbe tagliata la "casta" eliminando le province e poi non hanno mantenuto gli impegni. In aula si è verificata una maggioranza trasversale: la maggioranza della "casta"». «Mi dispiace molto perché il Pd ha perso l'occasione per fare una cosa saggia, visto che se avessero votato a favore il governo sarebbe andato in minoranza» rincara la dose il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini. Il Pd risponde con Pier Luigi Bersani: «Non ci facciano per favore tirate demagogiche, noi abbiamo una nostra proposta che prevede di ridurre e accorpare le Province ma bisogna anche dire come si fa, perché le Province gestiscono un certo numero di cose importanti, come ad esempio i permessi per l'urbanistica».

E’ questo dato che, al di là delle inchieste giornalistiche e le piccate repliche istituzionali e i «facile parlare più difficile farlo», ecco, c’è questo numero che spiega più di mille parole quanto sia necessario interrompere al più presto un intollerabile spreco istituzionalizzato. Emerge dallo studio dell’associazione Trecentosessanta, che ha analizzato i bilanci consuntivi di tutte le Province italiane. E niente: se oggi stesso le Province smettessero di operare, così, di colpo - e dunque niente più stipendi né auto blu né affitti o bollette e neanche i costi dei servizi erogati, niente di niente -, ecco, se così succedesse, costerebbero ugualmente alla collettività oltre mezzo miliardo di euro all’anno. Per la precisione: 522 milioni 351mila 649 euro. Un milione e 431mila euro al giorno. Perché a tanto ammonta la spesa totale per interessi passivi, vale a dire i soldi che gli enti pagano alle banche per i debiti contratti. Debiti che complessivamente, a tutto il 2008, hanno raggiunto l’impressionante cifra di 11.558.700.801 euro (più di undici miliardi e mezzo). «Ma allora cos’è, le Province sono come la Grecia?» potrebbe paradossalmente azzardare qualcuno, paragonando (impropriamente) le difficoltà debitorie. Ora, ovvio che ai passivi bancari delle Province contribuiscano anche le spese d’investimento, certo non assimilabili ai debiti improduttivi. Resta il fatto che, in tempi di crisi grave, faremmo volentieri a meno dell’indebitamento di un livello amministrativo che, nel nostro Paese, va ad aggiungersi ad altri quattro o cinque - in Italia si eleggono i rappresentanti comunali (nelle città anche circoscrizionali) e poi quelli regionali e nazionali ed europei. Dice: ma quelli provinciali sono davvero necessari? Risposta: no. Tra l’altro, codesto fardello debitorio diventa fonte di altri ricaschi amministrativamente nefasti.  Peraltro, le Province non si fermano ai debiti in chiaro: ci sono quelli fuori bilancio - le spese occulte e soprattutto i contenziosi, che non compaiono a chiusura d’esercizio e però poi saltano fuori. A fine 2009 la Corte dei Conti ne ha fatto una ricognizione. Per quanto riguarda gli enti provinciali, le regioni dove se ne registrano di più «sono la Calabria (4 Province con complessivi 9,273 milioni di euro), la Campania (4 Province, 7,068 milioni di euro), il Molise (2 Province per 5,743 milioni di euro), il Lazo (2 Province, 5,677 milioni di euro), la Sicilia (9 Province, 5,253 milioni) e l’Abruzzo (4 Province, 3,841 milioni di euro). Questo è l’andazzo.

BRACCIALETTI ELETTRONICI

PARLIAMO DI BRACCIALETTI ELETTRONICI.

Potrebbe essere di platino e tempestato di diamanti grossi come il Koh-i-Noor, per quanto costa. Invece è fatto di pochi fili elettrici e di qualche sensore, annegati in 45 grammi di plastica anallergica. Ecco a voi il monile più caro e più inutile nella storia della giustizia italiana: il braccialetto elettronico per il controllo a distanza dei detenuti.

Lanciato in pompa magna il 5 aprile 2001 da Enzo Bianco, ministro dell’Interno del governo di Giuliano Amato, da allora il più tecnologico degli strumenti carcerari è stato fatto indossare in tutto a una decina di persone agli arresti domiciliari. Per una spesa folle, che il prossimo 31 dicembre arriverà a circa 110 milioni di euro: quasi 11 milioni per ognuno dei braccialetti usati.

È istruttivo ripercorrere la storia ormai decennale di questo spreco assurdo, proprio nel momento in cui le prigioni esplodono, con 67 mila detenuti stipati in celle che potrebbero contenerne 44 mila, e mentre il governo ha difficoltà a pagare gli straordinari ai 38.750 agenti di custodia. E lo scandalo è doppio: perché i braccialetti elettronici da noi si sono rivelati esclusivamente un costo inutile, visto che al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dichiarano che «quasi sicuramente oggi non ne funziona più nemmeno uno».

Però in molti paesi vengono utilizzati per decine e decine di migliaia di reclusi, alleggerendo i penitenziari e liberando cospicue risorse economiche. Va detto che la sperimentazione andò male fin dall’inizio. Nel 2001 il governo Amato aveva stipulato contratti con cinque aziende fornitrici e Bianco aveva annunciato che 400 apparecchi sarebbero stati messi a disposizione di giudici e polizia in cinque città: Milano, Roma, Napoli, Torino e Catania. In realtà quelli utilizzati furono pochissimi. Probabilmente vennero anche scelti male i soggetti cui applicarli. Il 21 aprile 2001 il braccialetto numero 1 fu stretto alla caviglia destra di Cesar Augusto Albirena Tena, un peruviano condannato in primo grado a 5 anni e 8 mesi per traffico di droga. Per 60 mila lire al giorno la ditta garantiva che, se si fosse allontanato di 10 metri dalla centralina, collegata al telefono della sua minuscola abitazione milanese, sarebbe scattato un allarme nella centrale operativa e in questura; altrettanto sarebbe accaduto se avesse tentato di manomettere l’apparecchio. La sirena partì alle 11.04 del 26 giugno: Cesar Augusto aveva tagliato la plastica e la corda. Altrettanto accadde il 25 luglio 2002, sempre a Milano: a «evadere» fu un ergastolano messinese, il killer Antonino De Luca, ricoverato all’ospedale Sacco di Milano. Alla fine dell’anno Mario Marino, che a Catania aveva scelto il braccialetto per scontare a casa una pena per rapina, se lo sfilò esasperato: «Suonava ogni 5 minuti, anche di notte» spiegò. «Alla fine ho rotto tutto. Sapevo che così sarei tornato in carcere: ma lì, almeno, avrei potuto dormire».

Quei primi insuccessi, era ovvio, dovevano essere messi in conto. Invece accesero polemiche strumentali, anche perché fu chiaro da subito che la sperimentazione, disorganizzatissima, non era mai decollata davvero. I giudici non chiedevano i braccialetti, per i quali occorreva comunque l’assenso del recluso, e nei rari casi in cui accadeva le questure non sapevano trovarli in tempi rapidi. Il nuovo governo decise quindi di rivedere tutto e il 6 novembre 2003 (ministro dell’Interno era Giuseppe Pisanu) venne firmato un contratto unico, stavolta con la Telecom, che comprendeva noleggio degli apparecchi, installazione dei braccialetti e assistenza al controllo. L’intesa prevedeva un costo di 10 milioni 369 mila euro per il 2003, più un canone annuo di 10,9 milioni dal 2004 al 2011. In totale poco più di 97,5 milioni, che andavano a sommarsi ai soldi già spesi nei primi due anni della sperimentazione, che il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (il Sappe) oggi calcola in altri 10 milioni.

Che cosa il nuovo accordo prevedesse dal punto di vista operativo lo ha raccontato nei dettagli Gianfilippo D’Agostino, direttore del public sector dell’azienda, ascoltato l’11 maggio 2010 dalla commissione Giustizia della Camera: «Il Viminale ci chiese di riorganizzare la sperimentazione, sempre con 400 braccialetti, ma allargandola a tutto il territorio nazionale. E la Telecom dispose un servizio attivo 24 ore al giorno, con una grande centrale di controllo installata a Oriolo Romano, ben protetta e collegata con tutte le questure d’Italia. L’allarme avrebbe suonato al più tardi dopo 90 secondi dalla fuga o dalla manomissione degli apparecchi. E dal 2003 a oggi non abbiamo rilevato alcun problema operativo».

Il vero problema è che, in quella medesima audizione, incalzato dalle domande della deputata radicale Rita Bernardini, il manager della Telecom ammise che in quel momento le unità attivate erano appena 6 su 400. Interrogata da Panorama, l’azienda delle telecomunicazioni conferma che non importa il numero dei braccialetti funzionanti: la centrale di Oriolo è attiva e il servizio viene comunque garantito. Così, fino al prossimo 31 dicembre, lo Stato ha continuato e continuerà a pagare quasi 11 milioni d’euro l’anno, per nulla.

Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, dice: «Visto lo scarso utilizzo del braccialetto ho parlato con la Telecom per vedere cosa si poteva fare, ma l’azienda ha dato attuazione all’accordo regolarmente». Aggiunge il ministro: «Lo scarso utilizzo del braccialetto comunque non dipende da noi. È la magistratura che ne dispone l’utilizzo. Al Viminale dobbiamo controllare che chi è agli arresti domiciliari non scappi; ma è solo un giudice che decide se utilizzare o meno tali strumenti: può farlo, ma non lo fa». Maroni ha ragione. Vari magistrati, sentiti da Panorama, dimostrano addirittura di non sapere che la sperimentazione sui braccialetti è ancora in corso. Uno dei pochi che risponde a tono è Enrico Tranfa, presidente del tribunale del riesame a Milano: «A me» dice «non è mai capitato un avvocato che ne richiedesse l’uso. Il sistema però mi pare macchinoso. E comunque o un imputato è affidabile, e allora ottiene gli arresti domiciliari, oppure non lo è. Forse si potrebbe rendere obbligatorio il controllo elettronico come una terza via più restrittiva».

Anche Donato Capece, segretario del Sappe, contesta le procedure, troppo complesse, ma soprattutto che la gestione degli apparecchi sia stata affidata alle questure: «Doveva essere la Polizia penitenziaria a occuparsene» sostiene. «Noi siamo sul campo e conosciamo i diretti interessati». Certo, con 110 milioni si sarebbe potuto costruire un carcere modello come quello di Trento, varato nel 2010 e costato per l’appunto 112 milioni. «Peccato» dice Capece «che oggi ospiti 100 detenuti sui 350 previsti. Del resto, anche progettare nuove prigioni senza agenti di custodia non ha molto senso». Ne ha ancora meno costruirne senza completare la strada d’accesso: è accaduto ad Arghillà, alle porte di Reggio Calabria (300 posti). È stato completato nel 2004, da allora mancano 100 metri di asfalto di collegamento con l’autostrada. E costerebbero sicuramente meno di un braccialetto.

LE ASL

Un «enorme spreco di denaro pubblico», con un maggiore esborso per oltre 1,5 miliardi di euro a carico del servizio sanitario nazionale per la mancata attuazione delle misure di contenimento della spesa farmaceutica. La scoperta è stata fatta dalla Guardia di finanza attraverso controlli nei confronti di 165 Asl di 19 regioni. Si tratta di farmaci destinati a garantire la continuità delle cure programmate dall’ospedale per pazienti cronici, ovvero bisognevoli di particolari terapie periodiche, come nei trapiantati d’organo, nei malati oncologici, nei diabetici e che devono essere costantemente controllati. Gli ospedali e le Asl, fin dal 2001, possono acquistare questi farmaci direttamente dalle case farmaceutiche con uno sconto del 50%. Per la distribuzione dei preparati, poi, è prevista una duplice via e cioè «diretta» tramite ospedali ed Asl, e «diretta per conto» tramite farmacie convenzionate, che ricevono però solo un aggio. Ciò nonostante è emerso che la distribuzione dei farmaci PH-T, nel periodo dal 2004 al 2008, è avvenuta, in larga parte, mediante il rimborso delle farmacie. In pratica, il mancato ricorso alla modalità di distribuzione «diretta pura» per i farmaci PH-T ha causato una maggiore spesa pari a 1.515.655 euro.

LE SCORTE

PARLIAMO DELLE SCORTE. Italia, paradiso delle scorte, inchiesta di Gianluca Di Feo su “L’Espresso”.

“Il fantomatico attentato virtuale contro Gianfranco Fini. I micidiali pacchi bomba anarchici. I petardi contro le sedi della Lega. E la misteriosa sparatoria sulle scale di casa Belpietro, passata in due mesi da emergenza nazionale a bufala individuale. Le cronache tornano a riempirsi di allarmi, in un contesto che tra crisi economica, aspri confronti sindacali e scontri studenteschi è di sicuro teso, offrendo lo scenario perfetto per azioni clamorose e simulazioni più o meno credibili. In questo clima da fine impero c'è una figura che torna protagonista: quella del pretoriano, che spesso invece di difendere l'imperatore diventa strumento di interessi diversi. Oggi si chiama scorta e, nell'italica declinazione viene sempre più spesso percepita come lo status symbol supremo. Per alcune persone realmente in pericolo si tratta di una logorante necessità, che annulla la libertà di movimento e la privacy, una condanna alla vita blindata. Per altri invece è solo l'ostentazione di un rango: il massimo del privilegio, molto più dell'auto blu. Tra minacce concrete e sfarzi di casta, l'Italia è diventata l'Eldorado delle auto corazzate: il nostro governo vanta il record mondiale degli acquisti, più degli Usa o della Russia, della Colombia o del Libano. Negli ultimi anni lo Stato ha speso circa 120 milioni per comprare 600 Bmw delle serie 3 e 5; un centinaio di Audi 6, ciascuna del costo di 140 mila euro; un'ottantina di "carri armati" Audi A8 e Bmw 7 che per 300 mila euro promettono di incassare anche le raffiche di kalashnikov. Ma nei garage pubblici c'è molto altro. Centinaia di Lancia Thesis e Lybra, decine di Alfa 164, le nuove Subaru Legacy e le ormai vetuste Fiat Croma, residuati della flotta commissionata all'indomani della strage di Capaci. Non esiste un censimento dell'autoparco blindato: dovrebbero essere circa 1.500 macchine, che consumano il doppio e si logorano molto più rapidamente. Solo per le missioni assegnate dal Viminale ogni mattina ne partono 650: messe in fila formerebbero un corteo lungo più di tre chilometri. Servono per garantire la sicurezza di 263 magistrati, la metà dei quali in Sicilia e Calabria; 90 parlamentari e uomini di governo; 21 sindaci e governatori regionali; altrettanti ambasciatori e otto tra sindacalisti e giornalisti. A sedici di loro viene assegnato il dispositivo massimo: due-tre blindate con oltre otto agenti. Altri 82 hanno una doppia macchina con sei uomini armati, mentre 312 si devono accontentare di una sola auto corazzata con una coppia di bodyguard. Ad ulteriori 174 personalità invece è stata concessa una vettura normale con uno o due militari di tutela. In totale il ministero dell'Interno ha disposto 585 "servizi di protezione ravvicinata" che richiedono 650 vetture antiproiettile, 300 auto non blindate, circa 2 mila tra agenti, finanzieri, carabinieri e guardie carcerarie più altri 400 uomini per vigilare su case e uffici. E questo apparato in molti casi si alterna su due turni, raddoppiando così personale e macchine. L'elenco ufficiale del ministero - che "L'espresso" rivela per la prima volta - è comunque parziale, perché esistono molte altre scorte che non dipendono dal Viminale. Anzitutto, c'è lo scudo di Palazzo Chigi, con una struttura da 007 che schiera 30 commandos ed ex guardiaspalle privati della Fininvest, tutti alle dipendenze dei servizi segreti, con 13 Audi corazzate e altri 70 uomini per sorvegliare le residenze del premier. E bisognerebbe conteggiare anche i dispositivi che vegliano sul capo dello Stato e quello che contribuisce alla sicurezza del papa. C'è poi una serie di provvedimenti d'urgenza disposti dai singoli prefetti: nell'ultimo periodo hanno riguardato 23 magistrati e un numero top secret di politici nazionali o locali. Nella lista vanno aggiunti i "servizi di vigilanza", ossia il livello minimo di protezione: un'auto di ronda che passa periodicamente sotto l'abitazione o il luogo di lavoro della personalità da protegger. La vigilanza riguarda 678 magistrati e una moltitudine di esponenti di partito, sindacalisti, imprenditori, alti prelati e un gruppetto di giornalisti. Infine, l'ultima novità: i vigili urbani usati come guardia personale dai sindaci, con la benedizione o meno dei prefetti, come avviene da Palermo a Pavia. E persino, è accaduto a Milano, la discesa in campo della polizia provinciale che normalmente si occupa di caccia e pesca mentre invece ha esibito un pool di bodyguard con equipaggiamento da Secret service. Una stima ufficiosa ritiene che per le scorte ogni giorno siano mobilitati più di 4000 uomini con duemila vetture: una moltitudine di pretoriani che tra stipendi, auto e carburante grava sull'erario per oltre 250 milioni di euro l'anno. Un costo altissimo in termini economici e professionali, perché si acquistano blindate da sogno mentre le volanti perdono i pezzi e si destinano a questi incarichi agenti di prima scelta, uomini e donne giovani ed esperti, con ottima forma fisica e grandi capacità. "Personale che sa "leggere" quello che succede per strada, interpretare gli atteggiamenti della gente e gestire la reazione: l'ideale per quei servizi di controllo del territorio che vengono sempre invocati", come sottolinea un sindacalista delle forze dell'ordine.

Eliminare le scorte inutili è uno slogan che ritorna periodicamente. Eppure da anni non ci sono attacchi di gruppi organizzati di natura politica, criminale o religiosa: le Brigate rosse sembrano debellate, le mafie hanno subìto duri colpi - come magnifica la propaganda di governo - e scelto una linea di basso profilo. La sparatoria nel condominio del direttore di "Libero", stando alle indagini, sembra una discutibile iniziativa del suo agente di scorta. Mentre le azioni di squilibrati, come il lancio della statuina contro il premier, non sono state impedite dalla sicurezza ravvicinata più potente d'Italia. Inoltre bisogna ricordare che gli attentati più gravi della storia recente, quelli contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, hanno ucciso magistrati con protezione massima. Certo, ci sono personaggi che per il ruolo rivestito o per specifiche iniziative, hanno ricevuto minacce o corrono pericoli concreti. Ma siamo sicuri che in Italia ci siano 700 persone che non possono fare a meno di una protezione armata 24 ore su 24? Queste cifre testimoniano la sconfitta dello Stato nel garantire l'ordine pubblico o sono solo l'ennesimo corto circuito tra istituzioni che invece di controllarsi si scambiano favori? Nell'Italia delle cricche la scorta diventa il regalo più ambito, quello che dona un'immagine di potere al politico, al grand commis e al magistrato. Tutti i sindacati di polizia sono compatti nel denunciare lo scandalo quotidiano che avviene in questo settore. E sono numerosi gli episodi che hanno diffuso questa percezione di abuso. I militari che continuano a proteggere l'ex governatore laziale Piero Marrazzo, assiduo frequentatore di transessuali nonostante fosse sotto scorta. La difesa anti-ultra accordata per mesi ad Adriano Galliani. O i filmati della Mercedes di Lele Mora carica di pin up che entra nella villa di Arcore senza nessun controllo dei carabinieri all'ingresso. O il traffico di chiamate di escort, starlette e minorenni sedicenti nipotine di Mubarak smistato dal telefonino del caposcorta di Berlusconi che - alla luce dello stipendio d'oro di dirigente dell'intelligence - dovrebbe occuparsi di vicende più serie per la sicurezza nazionale. Ma le proteste anonime degli agenti segnalano lo stesso malcostume: ore passate a vigilare su party e festini delle autorità. E se un poliziotto o un carabiniere reclama, quasi sempre finisce per beccarsi una punizione. Pochi mesi fa un importante ministro è stato messo in guardia dai problemi di sicurezza connessi alle frequentazioni discutibili di un suo stretto familiare: e lui invece di ringraziare ha preteso che tutti gli uomini della sua vigilanza venissero rimossi.

Altro vizio diffuso poi sono le tutele eterne, che proseguono per anni senza che se ne capisca l'esigenza: benefit a vita. Il sindacato di polizia Coisp ha fatto un elenco di lungodegenti della blindata: Oliviero Diliberto anni fa fu il secondo Guardasigilli comunista dopo Palmiro Togliatti e da allora continua a girare con autista e agente; il combattivo avvocato ed ex deputato Carlo Taormina ha ben quattro uomini; Mario Baccini non è più sottosegretario dal 2005 ma ha ancora cinque guardaspalle. I presidenti di Camera e Senato continuano per lustri a girare con tutela calibro nove: Irene Pivetti l'ha avuta per oltre dieci anni e oggi sorveglia i convegni di Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini mentre Fausto Bertinotti passeggia per villa Borghese con la signora Lella sottobraccio e agente al seguito. L'ex governatore calabrese Agazio Loiero ha tre finanzieri, quattro il leghista Federico Bricolo e due l'ex sindaco di Segrate e deputato Giampiero Cantoni. Marcello Dell'Utri viene protetto da nove anni, nonostante la condanna confermata in appello per mafia. Vittorio Sgarbi è un altro habitué della scorta. La ebbe per la prima volta nel 1993 e la perse due anni dopo anche per le interrogazioni del postdemocristiano onorevole Sergio Tanzarella che lo accusava di "seminare il panico nelle strade di Roma, soprattutto di notte, scarrozzando allegre e schiamazzanti brigate gaudenti da ristoranti e balere". Ma il critico l'ha riottenuta come sindaco di Salemi, pronto a scagliarsi contro lo scempio dei parchi eolici siciliani: una misura potenziata per effetto di due lettere anonime recapitate alla Sovrintendenza di Venezia. La sua attività tra Roma, Veneto e trapanese richiede lunghi spostamenti: a settembre uno dei "suoi" finanzieri ha rischiato la vita dopo un incidente sull'Autosole. La legge prevede che tutte le misure di protezione vengano riesaminate periodicamente, per capire se sono ancora indispensabili. In realtà queste revisioni sono rare: per quieto vivere o per mantenere buone relazioni, difficilmente si interviene. Eppure basterebbe poco per risparmiare. Due mesi fa a Palermo il prefetto Caruso ha limato molti dei servizi, togliendo le blindate a giudici che non avevano più incarichi a rischio o a politici come l'ex governatore e imputato Totò Cuffaro: così ha recuperato 50 agenti. Nel 2011 l'italiano più protetto dopo Berlusconi è Renato Schifani: il presidente del Senato è la seconda carica istituzionale, ma in questa stagione turbolenta la sua posizione non appare in prima linea. Invece la sua sicurezza è affidata a venti uomini dei reparti speciali con quattro vetture corazzate, mentre il figlio che vive a Palermo ha una blindata con tutela. Spicca anche l'esercito personale di Raffaele Lombardo, con 18 agenti e quattro Audi che si alternano intorno al governatore siciliano. Le scorte spesso sono anche uno strumento per cementare relazioni e costruire carriere. Nel 2001 l'allora direttore del Sismi Nicolò Pollari grazie all'emergenza dell'11 settembre aveva istituito un inedito servizio vigilanza degli 007 per dotare di auto blu e pretoriani una cinquantina di politici, ex membri di governo, top manager pubblici e privati. Una cortesia che andava a rimpiazzare gli agenti richiamati dal ministro degli Interni Claudio Scajola, che con una drastica riforma aveva tagliato quasi 800 uomini dalle scorte per destinarli alla lotta contro il terrorismo islamico. Nonostante non sia più agli Interni da anni e abbia dovuto rinunciare anche alla poltrona delle Attività industriali per la casa con vista Colosseo pagata dagli assegni della Cricca, Scajola conserva otto poliziotti e due blindate. Un bel paradosso per chi definì Marco Biagi, lasciato senza protezione ignorando le sue richieste angosciate, "un rompicoglioni"."

GLI IMPIANTI TURISTICI INVERNALI

“L'abominevole spreco delle nevi” è il titolo dell’inchiesta su “L’Espresso” a firma di  Paolo Tessadri. Impianti abbandonati, alberghi in rovina, Skilift fantasma. Dal Piemonte alla Carnia, le Alpi sono costellate di relitti del turismo, che hanno dilapidato fiumi di denaro pubblico. Tralicci che spuntano come scheletri dalla nebbia delle valli, alberghi abbandonati come colossi di ghiaccio, seggiovie fantasma sospese nel nulla. Eccolo, l'abominevole spreco delle nevi: un monumento alla memoria di Olimpiadi affrettate, sovvenzioni sperperate e investimenti gettati via in discesa libera. Tutto l'arco alpino ne è pieno: un cimitero di occasioni buttate o di opere sacrificate in nome di un turismo di massa sempre meno rispettoso della montagna. Il fronte nord dell'Italia che sperpera e non sa coniugare vacanze e ambiente, nemmeno quassù dove la bellezza nasce tutta dalla natura e richiede solo di essere rispettata: montagne sfregiate da condomini mostruosi e inutili colate di cemento servite per eventi show e subito dimenticate. L'ultimo censimento di questo paradiso ferito conta 186 impianti chiusi su 350 esistenti in Italia, 4 mila tralicci abbandonati, 600 mila metri di fune d'acciaio che oscillano nel vuoto senza vedere più sciatori. Il film dell'abbandono va in onda in Piemonte, sull'Alpe Bianca nelle Valli di Lanzo. Una desolazione che si tocca con mano, dentro i sei piani di una scatola di cemento lunga un centinaio di metri, divorata dal vandalismo. Un condominio faraonico iniziato negli anni Ottanta e mai completato, fra vetri rotti, bagni divelti, porte abbattute e attrezzature accatastate in cantina, accanto gli skilift immobili dal '92. Morte di una stazione sciistica, che si voleva fonte di facile guadagno con una speculazione selvaggia. Una tomba in ferro e cemento per "problemi finanziari dovuti agli alloggi invenduti, mancanza di neve e dimensioni ridotte della stazione non avrebbero consentito di avere lo sviluppo previsto", spiegano gli esperti. Il simbolo di questa spoon river della vette, alimentata da una valanga di investimenti negli anni del boom, dal 1960 in poi. La Cipra, la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi, e Mountain Wilderness hanno censito gli impianti dismessi nel Nord. Fabio Balocco, Francesco Pastorelli e Alessandro Dutto descrivono i fantasmi della montagna: ne sono stati finora trovati 40 in Piemonte, 39 in Valle d'Aosta, 20 Lombardia, 30 sull'Appennino fra Emilia e Liguria, 35 in Veneto, 25 in Friuli, fra funivie, skilift, ovovie, bidonvie, telecabine, tapis roulant. I mostri piemontesi. Alla stazione di partenza i muri sono crivellati, mentre lo scheletro di ferro della cabinovia è ancora infisso nel soffitto; fuori una vecchia poltrona sfondata, un water e un lavandino rotti. Questo il biglietto da visita di Pian Gelassa, alta Val di Susa in Piemonte. Un centro turistico mai decollato su un'area di oltre un milione di metri quadrati. Nato nel '64, in cinque anni vennero costruiti un albergo, un ristorante, una cabinovia e tre skilift. E quattro condomini. Un investimento disastroso, travolto dai debiti e dalle valanghe che hanno spazzato via gli impianti: agli inizi degli anni Settanta era già un cimitero nella neve. Ma tralicci, stazioni degli impianti e tantissimo cemento sono ancora lì, in quell'area protetta. "Spesso è più conveniente per un proprietario aprire una nuova stazione, piuttosto che mettere a norma quella vecchia, come a Col del Lys, nella Valle del Viù", precisa Pastorelli. Quattro skilift, alcuni con le funi ancora appese e i sostegni di quattro colori diversi, a pois con il rosso del ferro ossidato della ruggine. L'ecomostro che batte tutti è però in provincia di Cuneo, 1.200 metri di altezza, a Saint Gréé di Viola. Negli anni Settanta si chiamava Sangrato, poi Porta della Neve, ma ha portato solo trent'anni di fallimenti. Hanno costruito un centro polifunzionale con dentro un'enormità di appartamenti e pure un cinema. Poi in un improbabile rilancio, ha inghiottito una slavina di soldi pubblici appesi a una nuova seggiovia finita nel 2006 (aperta in stagione solo sabato e domenica). Mentre la pista di pattinaggio, ai piedi di uno squarcio nel bosco per una pista senza sciatori, ha ancora gli altoparlanti sui pali d'acciaio, fatti vibrare dal vento. Un abbandono che segna anche Breuil-Cervinia in Valle d'Aosta: appartamenti chiusi, skilift fermi da ormai troppo tempo. L'Olimpiade disastrata. Dall'Olympic Park di San Sicario - sede delle gare del biathlon, costata 25 milioni di euro - e da Pragelato - dove si trovano i cinque trampolini del salto con gli sci costati 34 milioni - sono spariti alla fine di novembre i cannoni per l'innevamento artificiale, transenne, sedie, mobiletti, materassini anticaduta e pure bandiere e portabandiere. Li avevano quistati per le Olimpiadi di Torino 2006. Sono stati traslocati in Alto Adige, in Val Ridanna per la Coppa Europa di biathlon. "Un saccheggio", dicono gli amministratori di Pragelato, che si domandano: "Non vorremmo che questo atto significasse la definitiva scelta di abbandonare gli impianti". "Un prestito", replicano i gestori delle strutture olimpiche. Tuttavia non sono previste gare: per ora è in programma solo una competizione di slittino sulla pista di Cesana, costata 61,4 milioni di euro. Senza altri soldi pubblici sia i trampolini, sia la pista da bob che le strutture del biathlon di San Sicario saranno destinate alla chiusura perenne: soltanto per la manutenzione degli impianti del salto e quelli del bob servirebbero rispettivamente 1,2 e 2,2 milioni di euro l'anno. Natura devastata. Anche la scuola di sci a Ardesio in Valcanale è desolatamente vuota, sebbene la seggiovia abbia ancora i vecchi seggiolini monoposto montati sulla fune. L'albergo e il bar sono chiusi da tempo e semidistrutti, vicino agli skilift. E dalla cima della montagna la profonda lacerazione nel bosco della vecchia pista di sci s'allarga fino all'hotel spettrale: da 13 anni non funzionano più per la scarsa redditività. Ora il Comune vorrebbe sanare almeno le piaghe nell'ambiente ma i costi sono proibitivi. La cabina della funivia di Valcava a Torri dei Busi (Lecco), una delle prime in Italia, è invece rimasta alla stazione di arrivo. È lì dal 1977, con gli alti piloni in cemento in mezzo al bosco. Dopo Valcava la mappa della disfatta elenca altri relitti: Alpe Paglio, Lanzo, Poggio Sant'Elsa, Pialeral, Arnoga, Arera, Pian del Tivano, Cainallo, Crocione. Tutti sbarrati per colpa di calcoli affrettati: ci si aspettava più neve o fatturati più ricchi. O la fine è stata decisa dalle concessioni non rinnovate o dai preventivi per le ristrutturazioni troppo esosi. Se il Trentino ha una legge che finanzia le dismissioni, lo stesso non vale per le altre strutture. Gli impianti di risalita, infatti, sono stati smantellati anche a Tremalzo nel comune di Ledro (Trento), e l'edificio dell'ex tavola calda è occupato dal ghiaccio: bar, ristorante e 12 appartamenti, tutto in rovina. Sull'altra sponda del Garda, sul versante veronese, proprio a ridosso della funivia rotante di Malcesine, svettano un albergo in abbandono e uno skilift con vista sul più grande lago italiano. Ma in Veneto la lista delle dismissioni è assai lunga, da Roana al Cansiglio, al Grappa. Non si salva nemmeno la celebrata Cortina dei vip, dove si nota lo skilift rimesso a nuovo nel 2007 a Lacedel e mai attivato. A Taiarezze-Fedo sopra Auronzo nel 2007 hanno rimpiazzato la seggiovia con una costruita a pochi metri, ma meglio esposta al sole. La vecchia resta però a mutilare il bosco. L'illusione friulana. Anche il Friuli ha subito il rovescio del meteo, spiega Marco Lepre: "Ma da oltre una ventina d'anni gran parte di queste strutture, in genere piccoli skilift sorti in vicinanza di centri abitati per favorire i residenti e accontentare le amministrazioni comunali, sono entrati in crisi". Nevica di meno e la stagione ridotta spinge i gestori a dileguarsi. L'abbandono ha toccato pure Sauris (Udine), il comune più elevato della Carnia. Costruito negli anni Settanta dalla Pro Loco, lo skilift è stato spento sei anni fa: la pista di soli 800 metri non piaceva più ai turisti. Rimangono i tralicci e le funi. Sella Chianzutan è stata probabilmente, prima dell'avvento dello Zoncolan e di Piancavallo, una delle località invernali più frequentate: attorno agli skilift sorgeva un ristorante self service e un albergo. Ma non nevica più come una volta e le comitive sono migrate altrove. Dopo una lunga crisi, i privati hanno ceduto gli impianti al Comune di Verzegnis che ha cercato di rimetterli in funzione. Ma ben tre bandi pubblici per affidare la gestione sono andati deserti. Una selezione naturale legata al surriscaldamento climatico e a progetti poco lungimiranti che allunga ogni anno la lista dei dispersi nel ghiaccio: Cima Corso, Passo Tanamea, Sella Duron, Valdajer, Osteai, Valbruna, Latteis, Claut, Collina di Forni, Cave del Predil, Studena Alta, Ravascletto e Monte Matajur. L'ultimo lamento di una montagna sedotta e abbandonata dal turismo mordi e fuggi.

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